Sei sulla pagina 1di 3

False attestazioni o dichiarazioni ad un pubblico ufficiale

sull’identità o sulle qualità personali: si applica l’art. 495!

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV


PENALE - SENTENZA 11 maggio 2009, n.19963 - Pres. Mocali – est. Massacra)
ha chiarito che anche a seguito delle modifiche apportate dalla legge n. 125/2008, la
condotta di colui che, renda false dichiarazioni "attestanti" (e cioè tese a garantire) il
proprio stato o altre qualità della propria o altrui persona che, in quanto tali, siano
destinate ad essere riprodotte in un atto fidefaciente idoneo a documentarle integra
il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale (art. 495 cod. pen.) e non quello di
false dichiarazioni sulla propria identità (art. 496 cod. pen.).
L’art. 495 è applicabile nonostante che la novella del 2008 abbia eliminato il
riferimento all’atto pubblico.
Il Decreto- sicurezza 2008 (D.L. n.92/2008, convertito nella L. n.125/2008) modifica
anche alcune norme del codice penale. Tra queste sono state apportate modifiche
all’art. 495 e 496.
L’art. 495 (Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o
su qualità personali proprie o di altri.) prevede ora Chiunque dichiara o attesta
falsamente al pubblico ufficiale l'identità, lo stato o altre qualità della propria o
dell'altrui persona è punito con la reclusione da uno a sei anni. La reclusione non è
inferiore a due anni: 1) se si tratta di dichiarazioni in atti dello stato civile; 2) se la
falsa dichiarazione sulla propria identità, sul proprio stato o sulle proprie qualità
personali è resa all’autorità giudiziaria da un imputato o da una persona sottoposta ad
indagini, ovvero se, per effetto della falsa dichiarazione, nel casellario giudiziale una
decisione penale viene iscritta sotto falso nome.
Rispetto al testo previgente, è stato modificato sia l’elemento oggettivo della
fattispecie che il trattamento sanzionatorio. Circa la condotta materiale, è ora
necessario e sufficiente che la dichiarazione e l’attestazione falsa venga fatta al
pubblico ufficiale. E’ scomparso il riferimento all’atto pubblico contenuto
precedentemente:ossia non è più necessario che la dichiarazione e l’attestazione
debba riversarsi su di esso. Il reato si perfeziona al momento della dichiarazione od
attestazione, sia essa scritta o orale, fatta al pubblico ufficiale indipendentemente
che essa si funzionale o meno ad un atto pubblico.
In relazione all’aspetto sanzionatorio, esso è stato inasprito. I nuovi limiti edittali
consentono (ricorrendo gli altri presupposti previsti dal Codice di Rito) l’arresto
facoltativo in flagranza e l’applicazione di misure cautelari.
L’art. 496 (False dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie o di altri) è
stato modificato solo dal punto di vista sanzionatorio prevedendo la novella un
notevole inasprimento. Il nuovo testo è il seguente: Chiunque, fuori dei casi indicati
negli articoli precedenti, interrogato sulla identità, sullo stato o su altre qualità della
propria o dell’altrui persona, fa mendaci dichiarazioni a un pubblico ufficiale o a
persona incaricata di un pubblico servizio, nell' esercizio delle funzioni o del servizio,
è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
La nuova formulazione dell’art.495 ha da subito posto la questione della
differenziazione tra le due fattispecie. Mentre con l’originario testo era opinione
consolidata che la differenza tra i due reati era da identificarsi nell’assenza nell’art.
496 di ogni attinenza, anche solo implicita, con la redazione di un atto pubblico,
l’eliminazione del riferimento all’atto pubblico ha accesso il dibattito. Si ritiene, dato
il carattere residuale della fattispecie di cui all’art. 496 (fuori dei casi indicati negli
articoli precedenti) che gli elementi differenzianti siano da individuare da un lato
nella spontaneità della dichiarazione nel caso di cui all’art. 495 (a differenza
dell’art.496 che richiede un interrogazione del pubblico ufficiale o dell’incaricato di
pubblico servizio fatta nell’esercizio della funzione o del servizio) e dall’altro dalla
previsione anche nell’art. 496 dell’incaricato di pubblico servizio ( non previsto
dall’art.495).
La sentenza in commento si inserisce in questo filone interpretativo volto a
differenziare chiaramente i due reati. Per i Supremi giudici “La nuova formulazione
dell'art. 495 c.p., secondo il dettato della novella introdotta dalla L. n. 125 del
24.7.2008, conserva l'originaria descrizione della condotta tipica, epurandola però di
un fondamentale elemento e cioè della necessità che la falsa dichiarazione venga
recepita o sia destinata ad essere recepita in un atto pubblico”.
Si osserva che “tale modifica ha, invero, reso meno netta ed evidente la distinzione
(anche secondo il criterio adottato dalla pregressa giurisprudenza della Suprema
Corte: cfr., tra le altre, Cass. pen., sez. I, 15.11. 2007, n. 43718) di tale reato -
quantomeno con riferimento alla condotta di colui che dichiara una falsa identità al
pubblico ufficiale- da quello, sussidiario e di chiusura, previsto dall'art. 496 c.p. che
punisce colui che, interrogato in proposito, fa mendaci dichiarazioni sulla propria
identità, stato o altre qualità personali, al pubblico ufficiale o all'incaricato di
pubblico servizio nell'esercizio delle sue funzion”i.
Per gli Ermellini “le due fattispecie parrebbero, almeno in parte, sovrapponibili (in
quanto il fatto che l'autore debba essere stato previamente interrogato sulle sue
qualità dal pubblico ufficiale (presupposto tipizzato dall'art. 496 e di cui invece l'art.
495 non fa menzione anche nella nuova formulazione) non può considerarsi elemento
specializzante idoneo a vanificare la clausola di sussidiarietà contenuta nella prima
delle due norme citate”.
Ma deve ragionevolmente escludersi che “il legislatore abbia inteso creare due
fattispecie criminose sostanzialmente identiche nel precetto ma diverse nella
sanzione, consentendo incongruenze applicative di non poco momento, come quella di
rendere ora punibile un soggetto che renda false dichiarazioni in assenza di un previo
interrogatorio, ai sensi della ritoccata, e più grave, fattispecie di cui all'art. 495,
laddove prima della riforma non sarebbe stato sanzionato nemmeno alla stregua della
norma sussidiaria di cui all'art. 496 c.p. Invero, a ben vedere, un elemento distintivo
della fattispecie prevista dall'art. 495 c.p. si rinviene ancora nel verbo "attesta"
seguito dall'avverbio "falsamente" che compaiono al primo comma, termini che non si
rinvengono nel sussidiario art. 496 c.p.. Tale elemento, rapportato al mantenimento
delle due aggravanti già contemplate nel secondo comma dell'art. 495 c.p., per
l'ipotesi che la falsa dichiarazione sia commessa in atti dello stato civile (e dunque in
tal caso il recepimento della dichiarazione nell'atto pubblico tornerebbe
contraddittoriamente a segnare la tipicità della fattispecie) ovvero sia stata resa da
un imputato o da un indagato all'autorità giudiziaria o abbia determinato una erronea
iscrizione nel casellario giudiziale e tenuto conto del più grave trattamento
sanzionatorio riservato dall'art. 495 c.p., implica necessariamente che tuttora,
nonostante l'eliminazione dell'espresso riferimento all'atto pubblico, qualora il
soggetto renda false dichiarazioni "attestanti" (e cioè tese a garantire) il proprio
stato o altre qualità della propria o altrui persona che, in quanto tali, siano destinate
ad essere riprodotte in un atto fidefaciente idoneo a documentarle, debba continuare
a trovare applicazione la norma incriminatrice di cui all'art. 495 c.p.”