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Niente da festeggiare!

CAMINANTES - CENTRO STUDI E DOCUMENTAZIONE·MARTES, 21 DE JULIO DE 2020·12 MINUTOS

Riportiamo quanto scritto da un nostro amico e compagno, residente in Colombia


da oltre dieci anni, circa la situazione del paese. Riteniamo, come abbiamo già
detto e scritto, che senza inquadrare quale sia la situazione in quel paese diventa
difficile capire quali debbano e/o possano essere le modalità, le forze da mettere in
campo, gli interlocutori e le controparti su cui costruire la battaglia per dare
risposte a quanto accaduto a Mario Paciolla.

A fronte di quelle che saranno le iniziative e tutto quanto verrà deciso dalla
famiglia e dal vasto mondo che si sta organizzando su questa brutta storia
pensiamo che il nostro, piccolo e modesto, contributo sia quello di dare quanti più
elementi di conoscenza della situazione politico-economica e sociale in cui Mario
ha trascorso gli ultimi anni della sua vita.

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Oggi, 20 di luglio 2020, in Colombia si ricordano i 210 anni dell’indipendenza


nazionale, un’indipendenza da sempre macchiata di sangue, sangue di combattenti,
ma soprattutto sangue di tanti, troppi civili sparso quasi ininterrottamente durante
tutta la storia del paese.

Oggi Mario Carmine Paciolla doveva rientrare nella sua Napoli ed invece è stato
assassinato a pochi giorni di distanza dal viaggio. Io non conoscevo Mario, così
come ancora non si conoscono i risultati dell’autopsia sul suo corpo, ma non ho il
benché minimo dubbio che la sua morte non sia stata un suicidio.

In questo paese difendere i diritti umani e la popolazione civile è da sempre un


pericolo, sia per i colombiani che per gli stranieri che, come Mario, decidono di dare
il loro contributo appoggiando difensori dei diritti umani, o intere comunità che
vivono sulla loro pelle la barbarie del conflitto. E lo sapeva bene Mario, che prima
di imbarcarsi con le Nazioni Unite, ha partecipato per anni alle attività di una
piccola, ma dignitosa ed importantissima organizzazione internazionale in
Colombia, le Peace Brigades International (PBI). Proprio per questo sono
convinto che Mario è stato ucciso, perché anche se non lo conoscevo, conosco molto
bene l’operato di PBI ed i grandissimi livelli di stress a cui sono sottoposti i
volontari che vi partecipano, costantemente a fianco di persone minacciate di morte,
accompagnandole quasi come scudi umani, direbbe qualcuno.

Ecco, non riesco ad immaginare come una persona che per anni ha vissuto, a detta di
tutti quello che lo hanno conosciuto con entusiasmo in questa dimensione, che poi
sceglie di continuare il suo percorso come osservatore delle Nazioni Unite, possa
decidere di togliersi la vita. E come non riesco ad immaginarlo io, non riescono ad
immaginarlo neppure tutte le persone che Mario lo conoscevano personalmente,
dentro e fuori di PBI, in Colombia, come in Italia.

Però mi sforzo di immaginare cosa può essere successo in un paese come questo,
che conosco da circa due decadi e dove vivo ormai da quasi 10 anni e faccio fatica a
controllare la rabbia per cercare di descrivere lucidamente tutto lo sdegno che mi
provoca l’ipocrisia di certa cooperazione internazionale “ufficiale” ed
istituzionalizzata, che è sempre più al servizio di interessi ogni giorno meno nobili e
che si appoggia sul grande cuore, l’onestà e la voglia di cambiare il mondo, quella sì
nobile, di tanti Mario.

Tante e tante volte in passato abbiamo denunciato i meccanismi ripugnanti di quella


cooperazione “embedded” che parla di pace sapendo fin troppo bene di essere
asservita alle logiche del mercato e della guerra, che in questa fase che stiamo
vivendo finiscono ormai da tempo per sovrapporsi. Abbiamo denunciato queste
logiche in Palestina, in Iraq ed anche qua in Colombia.

Sono passati più di 15 anni da quando insieme ad altri, dopo la farsa del processo di
pace tra il governo del “Matarife” Uribe e le strutture narco-paramilitari delle
Autodefensas Unidas de Colombia denunciammo la vergogna di quei
“Laboratorios de Paz” finanziati dall’Unione Europea, che di pace avevano solo il
nome, finanziando nella maggior parte dei casi megaprogetti di presunto sviluppo
rurale in zone ormai sotto il totale controllo delle strutture narco-paramilitari che
avevano “pacificato” le zone interessate sterminando qualsiasi opposizione civile.
Insieme ad altri denunciammo la farsa della cooperazione ufficiale italiana il cui
partner fondamentale in Colombia era un tale Euser Rondón Vargas, uomo dei
paramilitari e finalmente assassinato da questi ultimi per un regolamento interno di
conti. Sono passati più di 15 anni, sono cambiati gli attori, sono cambiate le pedine,
ma la scacchiera, le dinamiche e le regole del gioco sono sempre le stesse.

Le dinamiche sono quelle della solita cooperazione di facciata, superficiale e


pericolosa come quella ufficiale dell’Unione Europea, che, ubriacata dalla
propaganda del passato governo del presidente Santos ha inviato fiumi di denaro –
circa 90 milioni di euro – dopo la firma dell’accordo con la guerriglia delle FARC,
un accordo che ormai nei fatti è stato svuotato del suo contenuto e della sua ragion
d’essere. Tanto per farci un’idea di chi stiamo parlando, è bene ricordare che l’ex
presidente e premio Nobel per la pace Santos era il Ministro della Difesa del
governo del presidente “Matarife” Uribe che ha messo in piedi l’architettura
istituzionale che ha permesso lo scandalo dei “falsos positivos” dove migliaia di
giovani sono stati sottratti dalle periferie delle grandi metropoli con la promessa di
un lavoro in zone rurali e sono poi riapparsi assassinati e vestiti di un’uniforme che
mai avevano scelto per poter essere dichiarati come guerriglieri abbattuti in
combattimento, così da permettere ai militari di incassare un premio, una taglia per
questi decessi.

Ma torniamo ai fondi della cooperazione. Questo denaro che confluisce in un fondo


multilaterale delle Nazioni Unite e che in troppi casi sparisce senza lasciare traccia,
ma soprattutto senza sviluppare o sviluppando minimamente quei progetti per cui
era stato pensato, proprio come nel caso dei “Laboratorios de Paz”, spariti appena si
sono chiusi i rubinetti lasciando le popolazioni locali nella stessa miseria ed
insicurezza di sempre e riempiendo un po’ di più le tasche di qualche politico e di
qualche struttura criminale, oltre che di parecchi cooperanti di alto rango nazionali
ed internazionali.
Non c’è quindi da stupirsi che tutte le strutture messe in piedi dal governo
colombiano per vendere alla comunità internazionale la farsa del processo di pace
con le FARC, siano state progressivamente svuotate ed i soldi dell’Unione Europea,
praticamente quasi tutti spariti nel niente. E tra quelle strutture vale la pena di
iniziare nominando il Centro Nazionale della Memoria Storica, a capo del quale
l’attuale governo fantoccio di estrema destra del presidente Duque, ha messo lo
storico Darío Acevedo Carmona, noto negazionista che contro ogni logica, nega
per l’appunto che in Colombia sia mai esistito un conflitto armato, riducendo decine
di anni di guerra civile ad un semplice scontro tra gli “eroi della patria” e delle
bande criminali, svuotandola di qualsiasi contenuto politico e sociale. Cosa dire poi
della Commissione della Verità, a capo della quale troviamo quello stesso padre
gesuita, Francisco “Pacho” de Roux che era a capo dei progetti di sviluppo dei
“Laboratorios de Paz” e che viene venduto come un “apostolo della pace”, quella
pace che qua non si è mai vista, ma in nome della quale ha gestito progetti milionari
finiti poi nel niente. È lo stesso personaggio che dopo che le organizzazioni delle
vittime dei crimini di stato hanno deciso di ritirare simbolicamente in segno di
protesta tutta la loro documentazione dal Centro Nazionale di Memoria Storica dopo
la nomina dell’attuale negazionista, il giorno seguente ha inviato una lettera al
direttore del centro invitandolo alla cooperazione con la commissione che presiede.
Un gioco delle parti che segue sempre le stesse regole che si riassumono nel negare
anche l’evidenza purché questo permetta di vendere un’immagine favorevole e di
captare quanti più finanziamenti internazionali possibili.

Un gioco delle parti al quale a fasi alterne ha partecipato anche una gran parte della
sinistra intellettuale e politica del paese, alcuni chissà attratti da qualche posizione
da occupare e molti sicuramente in buona fede, volendo credere nel processo di
pace, tanto per necessità quanto per sfinimento. Tra quelli che hanno certamente
occupato delle posizioni, i comandanti delle FARC che hanno partecipato ai
negoziati a Cuba ed ai quali sono stati concessi dieci scranni tra Senato e Congresso
della Repubblica, ad oggi l’unico risultato tangibile e concreto osservabile in questa
fase del post-accordo. Sono stati cancellati invece i seggi speciali nel Congresso
previsti per le vittime, così come gran parte dei finanziamenti previsti per i progetti
rurali pensati per il reinserimento di quelle migliaia di combattenti che in buona fede
hanno abbandonato le armi per reincorporarsi alla vita civile e che in molti casi
continuano ad essere l’obiettivo di attacchi e omicidi selettivi, insieme ai difensori
dei diritti umani, da sempre in prima linea disarmati in questo interminabile
conflitto. Alcuni di questi comandanti, essendosi probabilmente resi conto della
mancanza di garanzie per la loro incolumità, hanno deciso di abbandonare le
istituzioni della Repubblica per riprendere le armi e tornare nelle selve a capo di
gruppi ormai disconnessi ed isolati di guerriglieri, politicamente allo sbando ed
impegnati in traffici illeciti, dagli stupefacenti, all’oro, passando per le pietre
preziose e l’estorsione ed in alcuni casi facendo fronte comune con strutture
criminali degli ex paramilitari di estrema destra, in passato loro acerrimi nemici.
Questi nuovi gruppi vengono definiti la dissidenza delle FARC, volendo intendere
con questo quanti non si riconoscono più con la linea del partito politico, nato dal
processo di negoziazione e conosciuto come la Forza Alternativa Rivoluzionaria del
Comune. Nuovamente siamo costretti ad osservare la farsa e la mistificazione,
giacché il concetto di dissidenza si applica da sempre ad una minoranza a differenza
di quanto sta accadendo attualmente in Colombia. Una mistificazione comoda e che
serve a tutti: ai membri del partito che rivendicano a detta loro la purezza del
messaggio originario della guerriglia oggi reincorporata alla vita civile; allo stato
che può vendere alla comunità internazionale una lotta contro una minoranza armata
senza linea politica; alla comunità internazionale che può continuare a portare avanti
i propri progetti di facciata.

La dissidenza delle FARC, altra espressione accettata da tutti acriticamente così


come il tanto sbandierato “post-conflitto” o la pace, parola sempre più vuota ed
insensata, mentre continuano a morire assassinati senza sosta membri
dell’opposizione civile e politica. I rappresentanti della dissidenza delle FARC oggi
probabilmente siedono nel Congresso e al Senato, considerando che alle ultime
elezioni il partito ha praticamente preso meno voti degli stessi guerriglieri che hanno
partecipato al processo. Moltissimi di questi ex guerriglieri, rendendosi conto di
essere stati abbandonati senza protezione dello stato alla mercé di vendette dirette o
trasversali a volte proprio per mano dei loro ex compagni di lotta, hanno
abbandonato da tempo le cosiddette zone rurali transitorie di normalizzazione per
cercare di rientrare alla vita civile senza dar troppo nell’occhio e probabilmente
questo oggi è ciò che compone la parte più numerosa delle ex Forze Armate
Rivoluzionarie Colombiane. Altri hanno scelto poi di tornare al monte ed altri
ancora continuano con la scommessa, sempre più rischiosa, di rimanere all’interno
delle dinamiche fallimentari del post-accordo.

E su questi ultimi si gioca gran parte di quella cooperazione internazionale


coordinata dalle Nazioni Unite sulla quale anche Mario, in buona fede, ha
scommesso, mettendo in gioco la vita e purtroppo perdendola proprio come tanti ex
guerriglieri che hanno creduto contro ogni logica ed evidenza che in questo
scacchiere composto da uno stato criminale e da una comunità internazionale
accecata dalle logiche dello sfruttamento delle risorse e del guadagno ad ogni costo
fosse possibile costruire una pace con giustizia sociale che scardinasse questo stato
feudale e costruisse finalmente uno stato di diritto.

Purtroppo per la maggior parte della popolazione in Colombia il diritto è una


chimera e l’unica vera legge che continua ad essere applicata è quella del narco,
conosciuta anche con l’espressione “plata o plomo”, cioè soldi o piombo. O ti lasci
corrompere e diventi parti dell’ingranaggio o vieni cancellato fisicamente dal gioco.
Una legge alla quale non è estranea nessuna istituzione dello stato colombiano, così
come non lo sono le grandi organizzazioni internazionali.

Forse proprio per questo Mario diceva a sua madre di sentirsi sporco e di volersi
lavare nel mare del golfo di casa sua. Si sentiva sporco, ma non lo era, tutto il
contrario, era troppo pulito e non ha esitato a parlare con i suoi superiori, quegli
stessi superiori che oggi scrivono che porteranno avanti un’indagine interna
approfondita, ma che non sono stati capaci di difenderlo.

Chi conosce un minimo del modus operandi delle Nazioni Unite in zone di
rischio, sa benissimo che hanno dei protocolli interni di sicurezza molto elevati,
che scattano alla minima minaccia. Ci chiediamo allora come sia possibile che
questi protocolli non si siano immediatamente attivati appena Mario ha parlato. Così
come ci chiediamo perché la notizia è stata tenuta così bassa in Colombia, dove
nonostante i livelli tanto elevati di violenza e proprio per mantenere la facciata pulita
che serve per attrarre non solo la cooperazione, ma anche i finanziamenti
internazionali, la morte violenta di un osservatore delle Nazioni Unite è una notizia
da prima pagina, proprio perché praticamente senza precedenti, per lo meno negli
ultimi anni. Ed ecco perché dalle prime dichiarazioni assurde della polizia, fa troppo
comodo a tutti considerare Mario un suicida.

Le Nazioni Unite sono responsabili per questa tremenda omissione, così come lo
sono per quella ancora più grande di non aver avuto ancora il coraggio di
dichiarare a chiare lettere che con l’attuale governo il processo di pace è andato
a rotoli, riconoscendo l’inadempienza pressoché totale dello stato colombiano,
isolandolo come meriterebbe. L’unica voce autorevole che si à alzata avendo il
coraggio di definire il processo di pace di pace colombiano un fracasso, è stata
quella dell’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica, dichiarazione lasciata cadere
da tutti, senza darle troppa importanza. È evidente che in questa congiuntura
internazionale la Colombia è un paese enormemente strategico, sia per la sua
posizione così vicina al nemico pubblico numero uno rappresentato dal Venezuela
sia perché troppo ricco di risorse ancora quasi tutte da sfruttare per dichiararlo uno
stato paria, un free rider, uno stato criminale che non rispetta le regole del gioco
della comunità internazionale.

Si continua invece a far buon viso a cattivo gioco, accettando nei fatti lo sterminio
sistematico dell’opposizione politica; l’incremento costante della violenza; i nessi
tra i più alti funzionari dello stato e noti narcotrafficanti che hanno finanziato le loro
campagne elettorali, come nel caso di quella che adesso è conosciuta come la “Ñeñe
politica”, dall’alias del narco – già morto assassinato – che appare in un video
festoso ballando e cantando con l’attuale presidente Duque che aveva dichiarato di
non conoscerlo e non averlo mai visto in vita sua e contro il quale è attualmente
aperto un processo, che la parte più corrotta della magistratura sicuramente finirà per
insabbiare; l’aumento crescente del narcotraffico; la crescita esponenziale della
corruzione fomentata adesso dalla gestione disastrosa e criminale dell’emergenza
del COVID19.

Per questo anche se non lo conoscevo sono sicuro che Mario era pulito, perché
non accettava le zone grigie ed ha pagato la sua integrità con la vita.

Per questo è importante da subito prendere posizione a fianco della sua


famiglia, di tutti i suoi cari e di quanti da sempre si ribellano all’ingiustizia
perché Mario non è morto, lo hanno ucciso.