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Storia e Società

Giuseppe Marcocci

Indios, cinesi, falsari


Le storie del mondo nel Rinascimento

Editori Laterza
© 2016, Gius. Laterza & Figli

www.laterza.it

Prima edizione giugno 2016

Edizione
1 2 3 4 5 6
Proprietà letteraria riservata
Anno Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
2016 2017 2018 2019 2020 2021
Questo libro è stampato
su carta amica delle foreste

Stampato da
SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-581-2463-5

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ai danni della cultura.
PREMESSA

I volti che oggi si incontrano passeggiando per le strade di molte


città del mondo, come le merci in vendita nelle vetrine dei negozi che
vi si affacciano, rinviano a luoghi anche assai distanti e alle culture
più diverse. Tendiamo ad associare tutto questo alla globalizzazio-
ne, un fenomeno recente secondo l’opinione diffusa, se con essa
s’intende un processo di crescente omologazione del pianeta che
discende dall’interdipendenza economica fra le sue parti e dagli stili
di vita sempre più simili dei suoi abitanti. L’indubbia accelerazione
nel mutamento dei rapporti tra uomini e mondo verificatasi nell’ul-
timo quarto di secolo si accompagna spesso a un discorso pubblico
che evoca una nuova comunità umana globale, fondata sul rispetto
dei diritti e delle differenze. Migrazioni e guerre ci ricordano ogni
giorno lo scarto che esiste fra questa retorica e la realtà. Inoltre, le
società del nostro tempo sembrano caratterizzate da un tacito patto
che si regge sul disinteresse per il passato, come se il rispetto delle
differenze richiedesse l’oblio e la costruzione del senso di unità del
globo non avesse una storia.
Questo aspetto distingue radicalmente il mondo del presente da
quello di circa cinque secoli fa, che si misurava con la sua nuova
immagine emersa a poco a poco dalle grandi esplorazioni. Se le tra-
sformazioni legate a queste ultime ebbero un impatto notevole sulla
vita materiale, la coscienza della globalità riguardava allora una mi-
noranza, benché molto eterogenea al suo interno. A questa coscienza
contribuì il fatto che la scoperta dell’America rese per la prima volta
manifesta l’esistenza di continenti che si ignoravano a vicenda e por-
tò alla convergenza dei loro tempi, fino ad allora indipendenti come
quelli degli affluenti prima di unirsi nel corso di un fiume. Fu un
fatto senza precedenti: accanto alla scoperta di nuove terre e di nuovi
uomini, vi fu anche quella dei loro passati, che avevano lasciato una
VI Premessa

molteplicità di tracce materiali e di memorie trasmesse nelle forme


più sorprendenti. Il mondo emergeva così come un contenitore di
tante storie, ma come restituirne la polifonia?
Questa domanda trovò risposte molto diverse tra loro, ma a por-
sela non furono solo i discendenti di coloro che avevano scoperto
l’America. Come vedremo, se vi è un fenomeno che conferma l’im-
patto globale dell’immagine del mondo prodotta dalle esplorazioni
e dalle nuove conoscenze ad essa legate, è il fatto che grossomodo
negli stessi decenni, in località anche assai distanti le une dalle altre,
uomini appartenenti a lingue e culture differenti si misero a scrivere
storie del mondo. Era una reazione all’inattesa scoperta della plu-
ralità del passato, che all’improvviso rese superati i racconti delle
vecchie storie universali. I risultati furono molto vari, ma non si deve
cadere nella tentazione di vederli come un’anticipazione degli oriz-
zonti della storiografia attuale, tornati ad allargarsi all’intero globo.
L’interesse delle storie del mondo scritte tra Cinque e Seicento risie-
de piuttosto nel fatto che, pur avendo intrapreso vie molto diverse
da quelle seguite dagli storici odierni, risposero a un disorientamen-
to in parte simile, dovuto alla perdita delle coordinate tradizionali
delle proprie culture di appartenenza.
Le vie percorse da chi si avventurò nell’impresa di scrivere una
storia del mondo, mentre questo cambiava di forme e dimensioni,
rivestono un interesse anche nel caso dell’Europa e dei possedimen-
ti transoceanici delle sue maggiori potenze. Quelle opere – scritte
all’ombra degli imperi iberici e dei tentativi di sfidarli da parte di
francesi, inglesi e olandesi – si vennero infatti a sovrapporre e ad
incrociare con il recupero dell’antichità classica che da tempo vede-
va impegnati gli umanisti, svelando un Rinascimento dagli orizzonti
più vasti di quelli che generalmente gli vengono attribuiti. In ogni
caso, l’urgenza di misurarsi con la storia del mondo, servendosi di
materiali e informazioni dalle provenienze più varie, dipese spesso
da singolari esperienze di vita. Perciò, questo libro presenta un rac-
conto affollato di uomini e storie, un viaggio a ritroso nel tempo,
dal Messico alla Cina, passando per le isole Molucche e il Perù, ma
anche per le botteghe dei tipografi veneziani e le grandi corti rivali
di Spagna e d’Inghilterra.
Qual era il passato di popolazioni come gli indios dell’America,
di cui gli europei non avevano mai sentito parlare prima di allora? In
che modo spiegare le testimonianze di tempi remoti di cui non dava-
Premessa VII

no conto né la Bibbia, né gli autori greci e latini? Come riconciliare


un’improvvisa molteplicità di storie con il crescente senso di unità
del globo? In un’età di conquistatori e missionari, a queste domande
furono date risposte creative che entrarono in circolazione, produs-
sero dibattiti e favorirono riprese e traduzioni da una lingua all’altra,
attraverso culture che, nonostante conflitti confessionali tra cattolici
e protestanti e accese rivalità fra gli imperi d’oltremare, erano tut-
to salvo che impermeabili. Questo non toglie, però, che la scelta
di restituire voce alla storia di popolazioni assoggettate o nemiche
potesse creare non pochi problemi in un’età di ferro, in cui i grandi
poteri politici e religiosi pretendevano di controllare l’immagine del
passato per legittimare la loro azione nel presente. È proprio questa
la ragione per cui, tra i personaggi che si incontrano in questo libro,
alcuni scrissero dai margini, mentre si trovavano in esilio, in ospe-
dale o in prigione, e le loro opere raramente furono stampate. Altri,
invece, scrissero per il mercato, mentre quanti assunsero il punto di
vista di un impero, o dell’ordine religioso al cui servizio operavano,
contribuirono a fissare modelli che restrinsero gli spazi di autono-
mia e sperimentazione. Una particolare attenzione, dunque, è rivolta
alle circostanze in cui quelle storie del mondo furono composte,
nonché all’intreccio fra queste ultime e le esperienze personali dei
loro autori.
Accanto a molti lavori recenti che stanno modificando l’imma-
gine di quella che per una convenzione eurocentrica chiamiamo an-
cora età moderna, invitandoci a osservarla in una prospettiva più
ampia e meno lineare a partire da un mondo che si reggeva sull’e-
quilibrio fra grandi imperi globali, questo libro conserva un debito
speciale con due studiosi italiani che hanno aperto la via a un nuovo
modo di studiare le trasformazioni della cultura europea di fronte
alle domande sollevate dalle grandi esplorazioni: Rosario Romeo e
Giuliano Gliozzi1. Le loro ricerche, pubblicate in due stagioni molto
diverse, il secondo dopoguerra e gli anni settanta del secolo scorso,
hanno in comune una lettura ravvicinata delle fonti e la tendenza a
incrociarle secondo percorsi originali che rivelarono panorami sto-

1 R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana del Cinquecento

(1954), Laterza, Roma-Bari 19893; G. Gliozzi, Adamo e il Nuovo Mondo. La nascita


dell’antropologia come ideologia coloniale: dalle genealogie bibliche alle teorie raz-
ziali (1500-1700), La Nuova Italia, Firenze 1977.
VIII Premessa

rici insospettati. Nelle pagine che seguono, in ogni caso, la storia


come forma di scrittura e di conoscenza riveste una centralità che
non ha né in Romeo, né in Gliozzi, e soprattutto l’analisi non si
limita all’impatto del Nuovo Mondo, ma cerca di mostrare come la
scoperta dell’America abbia fatto parte di un più generale e com-
plesso riorientamento culturale che nasceva da un mutato rapporto
con il mondo nel suo insieme, e non con una sua parte soltanto.
L’inevitabilità di uno sguardo globale su questa materia si impone,
per esempio, a chi trascorra un soggiorno di ricerca presso la John
Carter Brown Library di Providence, negli Stati Uniti. Vi si conserva
uno straordinario deposito di libri sull’America pubblicati dalla sua
scoperta fino al 1800. La biblioteca risponde ancora all’obiettivo
con cui fu avviata la collezione che costituisce il suo nucleo origi-
nario nella prima metà del XIX secolo: possedere ogni volume che
contenga anche solo poche righe riguardo al Nuovo Mondo. Ma a
scorrere le schede del catalogo manuale si ricava l’impressione che
ogni tentativo di racchiudere in rigide classificazioni i titoli della
biblioteca pubblicati tra Cinque e Seicento sia destinato a scontrarsi
con l’orizzonte globale del loro contenuto.
In questo libro non si vuole suggerire che le storie del mondo nel
Rinascimento siano arrivate a rappresentare un genere di scrittura
storica maturo e definito. Quelli che sono presi qui in esame furono
tentativi di dare conto di un nuovo orizzonte della conoscenza che,
apertosi nella prima metà del Cinquecento, esaurì la sua spinta agli
inizi del Seicento. E poiché si trattò di un universo di manifesta-
zioni culturali profondamente calate in precisi contesti storici, si è
consapevolmente scelto di rifuggire da ogni pretesa di esaustività,
seguendo un percorso d’indagine che si concentra su specifici casi di
studio, pur mettendo in luce le connessioni tra i frammenti di quella
che fu realmente una vicenda intellettuale globale.
Qualche parola sull’organizzazione interna del libro e sul conte-
nuto dei suoi sei capitoli potrà renderne più chiaro il disegno d’in-
sieme. L’apertura è dedicata agli storici di oggi che si confrontano
con la sfida della storia globale, alle resistenze che essa incontra e
alle diverse forme di praticarla. È in questo ambito che ha preso
corpo un interesse per le storie del mondo scritte nei secoli passati,
cui potrebbe essere ricondotto a prima vista anche questo libro.
Esso adotta, tuttavia, una prospettiva differente: si concentra sulla
novità delle storie del mondo composte nell’età delle esplorazioni,
Premessa IX

viste non come una fase fra le altre all’interno di un’evoluzione delle
storie universali che giunge fino al presente, ma come l’espressione
di una breve stagione del Rinascimento in cui maturarono domande
in parte simili a quelle attuali, pur ricevendo risposte profonda-
mente diverse. La discussione di alcuni esempi di storie del mondo
scritte da autori mughal e ottomani tra Cinque e Seicento permette
di avere una più adeguata comprensione della congiuntura globa-
le in cui quei tentativi videro la luce, respingendo ogni ulteriore
insistenza su una presunta eccezionalità della storiografia europea
rinascimentale.
Il libro affronta, quindi, quattro diverse forme di racconto della
storia del mondo nel Rinascimento. Arrivato in Messico negli anni
immediatamente successivi alla conquista spagnola, il frate france-
scano Toribio de Benavente, detto Motolinía, fu tra i primi a fab-
bricare l’idea delle antichità del Nuovo Mondo, che sorresse il suo
tormentato sforzo di incorporare il passato degli indios nella storia
del mondo. Lo fece adattandone fonti e racconti orali a una visione
diffusionista delle origini dell’umanità, mutuata, però, dalle inven-
zioni di un falsario di successo, Annio da Viterbo. Quest’ultimo,
peraltro, fu al centro di un’accesa disputa sulla storia dell’America
precolombiana, che vide anche l’intervento del frate domenicano
Bartolomé de las Casas, il grande difensore dei diritti degli indios,
finché in seguito Annio non avrebbe ispirato anche singolari leggen-
de sulla fondazione dell’impero cinese.
A un’immagine alternativa della storia del mondo imperniata
sull’idea di un incessante movimento di uomini e merci era giunto,
nel frattempo, il portoghese António Galvão, dopo aver trascorso
alcuni anni come capitano alle Molucche, le isole delle spezie. Qui
avrebbe raccolto dalla viva voce dei loro abitanti il racconto di una
passata dominazione dei cinesi nell’Oceano Indiano. Nella sua ori-
ginale storia del mondo pubblicata postuma proiettò quel racconto
nell’antichità più remota fino a fare dei cinesi i primi popolatori
dell’America. L’opera di Galvão, che si ispirava a uno scritto del
veneziano Giovanni Battista Ramusio, non fu più ristampata in Por-
togallo, forse anche perché celebrava gli spagnoli come veri prota-
gonisti della mondializzazione iberica; tuttavia, fu poi riscoperta nel
tardo Cinquecento da lettori e traduttori che auspicavano la ripresa
dei progetti ultramarini di Francia e Inghilterra.
Ai primi del Seicento arrivò finalmente a conclusione l’ecce-
X Premessa

zionale cronaca scritta in spagnolo da un indio del Perù, Guaman


Poma de Ayala, che con essa cercava di riscattare la storia delle
popolazioni andine soggette all’impero spagnolo. Lo fece intrec-
ciando memorie e racconti tradizionali sulle epoche precolombia-
ne a notizie sulla storia del Vecchio Mondo. Quella miscela unica
trovò giustificazione nella rivendicazione della varietà culturale
del mondo che sembrava alla base della comparazione dei costumi
proposta nel trattato enciclopedico di un umanista tedesco, Hans
Böhm (Johannes Boemus). Quest’opera, che in realtà Guaman
Poma non lesse mai, fu un best seller del Rinascimento e le pe-
ripezie della sua circolazione, fra traduzioni, riscritture e plagi,
rivelano perché, pur non essendo un’opera di storia, poté ispirare
la scrittura di storie del mondo.
Un prodotto meno complesso, infine, usciva allora dai torchi
tipografici veneziani, che dai primi anni sessanta pubblicavano le
ristampe delle Historie del mondo di Giovanni Tarcagnota con ag-
giunte dei suoi continuatori. Quei volumi, sorretti da una tecnica
narrativa che si appoggiava alla simultaneità per legare tra loro gli
eventi, ebbero grande successo tra i lettori e finirono con il subire
un’agguerrita concorrenza. Fra le opere stampate a ritmo continuo,
per soddisfare le richieste di un mercato all’apparenza insaziabile,
alla fine del Cinquecento vi fu quella del gentiluomo aquilano Cesare
Campana, che arrivò ad includervi anche un discorso in difesa della
scrittura di storie del mondo.
Quella variegata tendenza a connettere tra loro i passati del globo
si affievolì di fronte alla penetrazione di olandesi e inglesi in Asia e in
America a partire dalla fine del Cinquecento. Se i gesuiti Giampietro
Maffei e José de Acosta affrontarono da due prospettive opposte la
storia delle Indie orientali e occidentali, con l’effetto però di celebra-
re la proiezione globale dello zelo missionario della Compagnia di
Gesù, la minaccia di un’espansione della Riforma protestante oltre
i confini dell’Europa indusse a convertire l’immagine mossa che si
ricavava dalle storie del mondo in una conoscenza statica di natura
geopolitica. Fu la via indicata dalle Relationi universali dell’ex ge-
suita Giovanni Botero, ripresa anche nel loro rovescio, come si può
interpretare il trattato Peso político de todo el mundo, completato
dall’avventuriero inglese Anthony Sherley nel 1622. Si era ormai
consumata, allora, la vicenda intrecciata di due storie del mondo,
scritte rispettivamente dal cronista spagnolo Antonio de Herrera y
Premessa XI

Tordesillas e dall’esploratore e cortigiano inglese Sir Walter Raleigh.


Quest’ultimo pubblicò solo il primo volume della sua History of
the World. Quattro anni più tardi, nel 1618, la sua decapitazione,
al ritorno da una disastrosa spedizione in America alla ricerca del
mitico El Dorado, chiudeva il sipario sulle storie del mondo scritte
nel Rinascimento.
RINGRAZIAMENTI

Questo libro è stato scritto tra Parigi, Viterbo, Providence e Firenze.


La formulazione originaria dell’idea che ne è alla base nasce da un invito
di Serge Gruzinski a tenere un ciclo di seminari all’École des Hautes Étu-
des en Sciences Sociales, a Parigi, tra maggio e giugno 2013. Ho avuto poi
l’opportunità di continuare a discuterne con gli studenti che hanno se-
guito i miei corsi all’Università della Tuscia. La stesura del libro ha tratto
grande beneficio dal privilegio di soggiorni prolungati, grazie a generose
borse di studio, alla John Carter Brown Library di Providence, Rhode
Island (USA), nei mesi di aprile e maggio 2015, e all’Istituto Universitario
Europeo di Fiesole, tra gennaio e marzo 2016. In entrambi i luoghi ho
presentato versioni preliminari di parti del libro, così come al Diparti-
mento di Storia Culture Religioni della Sapienza-Università di Roma, su
invito di Maria Antonietta Visceglia. Ho potuto infine avvantaggiarmi
della lettura parziale o integrale del libro da parte di Lucio Biasiori, Paola
Molino, Ottavia Niccoli, Alessandro Pastore, Adriano Prosperi e Sanjay
Subrahmanyam. A tutte le persone ricordate in queste righe va la mia più
sincera gratitudine.
Ho inoltre contratto un debito con colleghi e amici che hanno di-
scusso questo progetto con me, aiutandomi a correggere i miei errori
e incoraggiandomi ad andare avanti: Louise Bénat-Tachot, Fernando
Bouza, Lodovica Braida, Kathryn Burns, Hal Cook, Christian De Vito,
Roquinaldo Ferreira, Jorge Flores, Carla Forti, Bérénice Gaillemin, Luís
Filipe Silvério Lima, Paolo Marini, Peter Miller, Rolando Minuti, James
Muldoon, Paolo Procaccioli, Felipe Rojas, Antonella Romano, Neil Sa-
fier, Jean-Frédéric Schaub, Stuart Schwartz e Nancy van Deusen. Mi au-
guro che il risultato finale non li deluda troppo.
Questo libro semplicemente non esisterebbe senza Cecilia Palombelli
e lei sa perché.
Il mio ultimo pensiero va a Katryna, che ha accettato la mia rarefa-
zione nei periodi in cui la ricerca e la scrittura mi hanno più assorbito.
Mentre il libro a poco a poco vedeva la luce, dentro di lei cresceva il frutto
del nostro amore.
INDIOS, CINESI, FALSARI
LE STORIE DEL MONDO NEL RINASCIMENTO
Avvertenza
Le citazioni delle fonti sono sempre fornite in italiano anche quando
gli originali sono in altre lingue. Laddove è stato possibile, si è scelto di
usare volgarizzamenti dell’epoca oppure versioni contenute in edizioni
moderne. Nei restanti casi le traduzioni sono da ritenersi di esclusiva
responsabilità dell’autore.
I

STORICI DI UN MONDO CHE CAMBIA:


OGGI E NEL RINASCIMENTO

1. La storia nell’età della globalizzazione

Viviamo in un’epoca di compressione del tempo. La rapidità de-


gli spostamenti e la possibilità di comunicare in pochi istanti con chi
si trova all’altro capo del mondo inducono la sensazione di essere
presi nel vortice di un eterno presente, senza più un futuro da co-
struire ma separati da un passato che si allontana subito, obsoleto
e alieno. Custodi di un sapere antico, gli storici sembrano apparte-
nere sempre più a quel passato. Com’è accaduto agli artigiani di un
tempo, scomparsi a poco a poco di fronte al trionfo della società
industriale, la cura con cui realizzano i loro levigati manufatti non
basta più a garantirne l’esistenza. Ma sotto accusa non sono solo i
tanti libri che scrivono e sempre meno persone leggono.
C’è stato un tempo, ormai lontano, in cui gli storici hanno preso
le distanze dal compito, attribuito loro nell’Ottocento, di indivi-
duare le origini del presente per favorire la coesione della comunità
nazionale in formazione. Da allora si sono messi piuttosto a smon-
tare verità date per acquisite, a delegittimare interpretazioni conso-
lidate. Al contempo si sono confrontati con la pulsione a liberarsi
dal peso del passato che ogni nuova epoca porta con sé. Da oltre un
secolo a questa parte, di attacchi la storia ne ha subiti a ripetizione.
In anni ancora vicini le è stato imputato di essere nulla più di un
genere letterario che fabbrica il proprio oggetto, esattamente come
fanno i romanzi con i loro personaggi e la trama del racconto1. Ne

1 H. White, Retorica e storia (1973), 2 voll., Guida, Napoli 1978; Id., Forme

di storia. Dalla realtà alla narrazione, a cura di E. Tortarolo, Carocci, Roma 2006.
4 Indios, cinesi, falsari

è stata poi annunciata pomposamente la fine2. Ma la storia non è


finita, e si è continuato a studiarla, a scriverla, a insegnarla. Nell’ul-
timo quarto di secolo, intanto, il mondo ha visto moltiplicarsi al suo
interno trasformazioni sociali ed economiche che rendono la sua
crescente complessità qualcosa di più vicino nell’esperienza comu-
ne di tutti i giorni, ma al contempo più difficile da afferrare. Così,
le incertezze degli storici aumentano e con esse il disorientamento
dei loro potenziali lettori. A volte questi ultimi, sfogliando un libro
di storia, si sentono come il cinese o l’indiano immaginato da Vol-
taire che, volendo informarsi sulle cause delle guerre senza fine che
sconvolgevano l’Europa del tempo, si sarebbe visto rispondere, con
qualche imbarazzo: «gli uni credono alla grazia sufficiente e gli altri
alla grazia efficiente»3.
Alla storia si chiede ormai di formulare domande e proporre ana-
lisi capaci di rivolgersi a società dalla composizione culturale sempre
meno uniforme. La soluzione non è inventarsi un passato su misu-
ra del presente. Ma è ormai diffusa l’insoddisfazione verso l’idea di
un’intrinseca eccezionalità dell’Europa, e poi dell’Occidente, così
come sempre più arbitraria suona la pretesa di applicare al resto del
mondo schemi e interpretazioni elaborati per la storia europea. Que-
sta insoddisfazione accomuna una parte del pubblico dei lettori, po-
tenzialmente globale se raggiunto mediante una delle lingue veicolari
del nostro tempo, e la comunità internazionale degli storici, in cui si
confrontano oggi studiosi provenienti da una varietà di tradizioni
intellettuali e linguistiche senza precedenti. Così, indagini sempre più
consapevoli e raffinate cercano di riportare alla luce la polifonia della
storia, la densità dei passati multipli del mondo che non si lasciano
appiattire sugli schemi elaborati dagli studiosi occidentali fra Otto
e Novecento. Salvo rare eccezioni, tuttavia, resta forte il disagio di
quanti lasciano paesaggi storici familiari per avventurarsi tra nomi di
luoghi e uomini a volte mai sentiti prima, che affollano libri dove si
ricostruiscono vicende del tutto o quasi ignorate e si discutono fonti
d’archivio scritte in idiomi che non padroneggiano.
Un senso di ignoranza deve averlo provato anche chi ha cercato

2F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), Rizzoli, Milano 1992.
3 Il passo si legge nell’Avis au public sur les parricides imputés aux Calas et aux
Sirven (1766). Qui si cita da Voltaire, Due casi di parricidio, a cura di P. Fontana,
Manifestolibri, Roma 2011, p. 45.
I. Storici di un mondo che cambia 5

di mettere in pratica la lezione di Marc Bloch sulla storia comparata


che, fra molto altro, mette in guardia dagli errori che si commettono
quando si applicano al passato unità d’analisi ricalcate sulle fron-
tiere dei moderni stati nazionali4. Eppure, il superamento di una
storia eurocentrica provoca resistenze molto più radicate di quanto
non sia avvenuto, e continui ad avvenire, con l’abbandono di altri
approcci identitari, centrati su una città, una regione o una nazione.
Costa fatica rinunciare all’immagine storica, per molti rassicurante,
di un’ineludibile asimmetria fra l’Europa e il mondo, che trovò la sua
massima elaborazione al culmine dell’età del predominio dell’Oc-
cidente, nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, quando
tecnologia, capitalismo e colonialismo avevano ormai permesso alle
sue maggiori potenze di assoggettare gran parte del pianeta. Fu al-
lora che la ricerca nel passato delle spiegazioni di quella supremazia
portò a retrodatarne le origini all’interno di una visione della storia
universale che procedeva per scontri tra civiltà, una categoria ca-
rica di insidie. La conclusione era una: ormai da secoli le scoperte
geografiche, la Riforma protestante, la rivoluzione scientifica e l’il-
luminismo avevano posto le condizioni che davano ragione della
superiorità della civiltà occidentale5.
Se pochi accolsero nel suo insieme quella proposta di rilettura del-
la storia universale, molte ricerche, per quanto puntuali e circoscritte,
si sono fondate sulle sue conclusioni. Oggi che il primato dell’Occi-
dente è appannato, gli storici si trovano a fare i conti con la crisi della
loro visione della storia del mondo proprio mentre il dibattito sulla
globalizzazione ha irresistibilmente imposto il mondo stesso al centro
degli studi6. Alcuni risultati si vanno già consolidando: la «grande di-
vergenza» tra Europa e Asia sul piano dei livelli materiali di vita, pro-

4 M. Bloch, Per una storia comparata delle società europee (1928), in Id., Storici

e storia, a cura di É. Bloch, Einaudi, Torino 1997, pp. 97-138.


5 A.J. Toynbee, A Study of History, 12 voll., Oxford University Press, London

1934-1961. Solo i primi due volumi dell’opera sono stati tradotti con il titolo Pa-
norami della storia, 2 voll., Mondadori, Milano 1954-1955. Il primo volume del
compendio che ne fece D.C. Somervell è uscito come Le civiltà nella storia (1947),
a cura di C. Pavese, Einaudi, Torino 1950. La traduzione integrale si trova in Storia
comparata delle civiltà (1947-1960), 3 voll., Newton Compton, Roma 1974.
6 P. Manning, Navigating World History: Historians Create a Global Past, Pal-

grave Macmillan, New York 2003; L. Di Fiore, M. Meriggi, World History. Le nuove
rotte della storia, Laterza, Roma-Bari 2011.
6 Indios, cinesi, falsari

duzione e consumo, è spostata in avanti fino all’inizio dell’Ottocento,


con effetti corrosivi sul concetto stesso di età moderna; le periodizza-
zioni generali modellate sulle grandi tappe della storia europea e oc-
cidentale sono messe apertamente in discussione; si ripensano tempi
e centri d’irradiazione delle prime interazioni a grande distanza che
accelerarono l’interdipendenza su scala mondiale, fissandone gli inizi
nel cuore dell’Asia e reinterpretando le esplorazioni atlantiche degli
europei come una risposta alle trasformazioni provocate dallo sconfi-
nato impero mongolo-timuride e dalla sua dissoluzione nel corso del
secolo successivo alla morte di Tamerlano (1405)7.
L’odierna discussione sulle grandi coordinate della storia del
mondo si esaurisce non di rado in una semplice revisione delle gran-
di sintesi, eredi della storia universale, che reagirono al nuovo ordine
mondiale del secondo dopoguerra, continuando a interrogarsi sulle
cause dell’ascesa dell’Occidente, sulle strutture materiali che ne po-
sero le basi a partire dal capitalismo, sul ruolo dell’Europa e dello
spazio atlantico nel sistema mondiale dell’economia moderna, con
successive correzioni e integrazioni che hanno restituito una maggio-
re centralità anche all’Asia8. Questa tradizione di studi non si lascia
ridurre a una moda del momento, ma la sua pratica odierna tende
spesso a riproporre i difetti di una sociologia storica che costruisce
le sue analisi da grandi altezze, uniformando paesaggi storici che

7 Sul confronto tra economia asiatica ed europea in età moderna cfr. K. Pome-

ranz, La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale


moderna (2000), il Mulino, Bologna 2004; P. Parthasarathi, Why Europe Grew Rich
and Asia Did Not: Global Economic Divergence, 1600-1850, Cambridge University
Press, New York 2011. Si insiste sul valore periodizzante della morte di Tamerlano
in J. Darwin, After Tamerlane: The Global History of Empire, Allen Lane, London-
New York 2007; guarda ancora più indietro J.-M. Sallmann, Le grand désenclave-
ment du monde, 1200-1600, Payot, Paris 2011.
8 W.H. McNeill, The Rise of the West: A History of the Human Community,

Chicago University Press, Chicago 1963; F. Braudel, Il mondo attuale (1963), 2 voll.,
Einaudi, Torino 1966; Id., Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII)
(1979), 3 voll., Einaudi, Torino 1981-1982; I. Wallerstein, Il sistema mondiale dell’eco-
nomia moderna (1974-1989), 3 voll., il Mulino, Bologna 1978-1995; J. Abu-Lughod,
Before European Hegemony: The World System A.D. 1250-1350, Oxford University
Press, New York-Oxford 1989; R. Bin Wong, China Transformed: Historical Change
and the Limits of European Experience, Cornell University Press, Ithaca (NY) 1997;
A.G. Frank, ReOrient: Global Economy in the Asian Age, University of California
Press, Berkeley-Los Angeles-London 1998. McNeill, fra l’altro, è anche l’autore del
libro Arnold J. Toynbee: A Life, Oxford University Press, New York 1989.
I. Storici di un mondo che cambia 7

uniformi non erano9. Perché l’Europa? Quand’è che il mondo isla-


mico perse il primato nelle scienze applicate e nella filosofia? Perché
la Cina si chiuse agli scambi con l’esterno dopo aver allestito grandi
spedizioni navali nell’Oceano Indiano nella prima metà del Quattro-
cento? A quando risale e da che cosa fu indotta l’arretratezza tecno-
logica dell’Africa? Come spiegare le tante forme dell’organizzazio-
ne sociale in America prima dell’arrivo di Colombo? La tentazione
della storia comparata delle civiltà è ancora in circolazione e trova
oggi uno dei suoi maggiori campi di applicazione nella discussione
intorno alle origini della modernità, una nozione che da tempo non
ha più un significato condiviso ma che, nonostante tutto, si stenta
ad abbandonare10.
Ecco perché qualcuno sostiene che stiamo solo assistendo al ri-
torno della storia universale, estromessa in passato dalla sfera profes-
sionale dell’insegnamento e della ricerca dopo un’aspra contesa con
la storia nazionale11. Proprio il recupero della lunga durata, tipica
della storia universale con le sue interpretazioni elaborate sull’arco
di secoli, se non di millenni, viene indicato in un recente «manifesto»
come la soluzione per restituire attrattiva alla storia, facendone un
rimedio contro l’appiattimento sul presente delle società contem-
poranee e contro l’indifferenza di chi assume le decisioni politiche
verso ciò che è accaduto nel passato12. «Siamo diventati tutti storici
globali», dunque? No, aveva già risposto in precedenza uno dei due
autori del manifesto sulla storia, con la differenza, indicativa della
transizione in atto, che ora è chi non pratica la storia globale a dover
spiegare perché13.

9 J. Goldstone, Perché l’Europa? L’ascesa dell’Occidente nella storia mondiale,

1500-1850 (2009), il Mulino, Bologna 2010.


10 S.N. Eisenstadt, Comparative Civilizations and Multiple Modernities, 2 voll.,

Brill, Leiden-Boston 2003; Comparative Early Modernities, 1100-1800, a cura di D.


Porter, Palgrave Macmillan, New York 2012.
11 D. Christian, The Return of Universal History, in «History and Theory»,

XLIX (2010), pp. 6-27.


12
J. Guldi, D. Armitage, The History Manifesto, Cambridge University Press,
New York 2014. Il volume è liberamente accessibile all’indirizzo http://historyma-
nifesto.cambridge.org/download/. Se ne legge una severa critica in «American Hi-
storical Review», CXX (2015), pp. 527-554; una discussione a più voci in «Annales
HSS», LXX (2015), pp. 285-378.
13 M. van Ittersum, J. Jacobs, Are We All Global Historians Now? An Interview

with David Armitage, in «Itinerario», XXXVI (2012), pp. 7-28.


8 Indios, cinesi, falsari

Si può dubitare, in ogni caso, che la novità della storia globale si


esaurisca nel ritorno alla pretesa di racchiudere la storia del mondo
nella sua totalità in un racconto di poche centinaia di pagine. Dagli
anni novanta del secolo scorso si va affermando, infatti, una varian-
te meno interessata a proporre grandi affreschi o, peggio ancora, a
inseguire il mito delle origini della globalizzazione, un fenomeno co-
munque tutt’altro che recente14. Questa linea alternativa respinge il
sacrificio di un vaglio accurato dei documenti sull’altare di una storia
del mondo scritta a partire dalla letteratura secondaria. Chi studia il
commercio transculturale o le storie connesse si concentra su contesti
locali o situazioni specifiche per riscoprire frammenti di relazioni e di
intrecci a distanza variabile. Riaffiora così la ricchezza delle dinamiche
di scambio tra mercanti che non condividevano lingua, diritto o reli-
gione, così come l’ampiezza della circolazione di uomini e idee attra-
verso mondi che avevamo imparato a tenere artificialmente separati15.
Anziché sostituire un racconto della storia del mondo con un
altro, se ne recupera la polifonia perduta attraverso attente indagini
sulle fonti, capaci di ripristinare connessioni, porosità e ibridazioni,
senza però costruire l’immagine anacronistica di un mondo cosmo-
polita e privo di violenza. Anzi, è proprio questo tipo di analisi che
ha restituito la piena consapevolezza di quanto i secoli tra Quattro e
Ottocento siano stati dominati dalla competizione tra imperi globali.
In questo quadro, tra l’altro, si è parlato anche di una mondializza-
zione iberica giunta a maturazione tra 1580 e 1640, quando i pos-
sedimenti transoceanici di Portogallo e Spagna si trovavano riuniti
sotto un unico sovrano. Allora, un filo iberico avrebbe legato fra loro
società e culture estremamente diverse, dall’America all’Asia, favo-
rendo relazioni di reciprocità e fusione ravvisabili in comportamenti,
credenze, stili e rappresentazioni16. In altri casi, invece, si sono riper-

14 P.N. Stearns, Globalization in World History, Routledge, London-New York


2010.
15 Ph.D. Curtin, Mercanti. Commercio e cultura dall’antichità al XIX secolo

(1984), Laterza, Roma-Bari 1999. La sua proposta è stata rilanciata dal recente
volume Religion and Trade: Cross-Cultural Exchanges in World History, 1000-1900,
a cura di F. Trivellato, L. Halevi e C. Antunes, Oxford University Press, New York
2014. L’ipotesi delle storie connesse è stata avanzata nel 1997 da S. Subrahmanyam:
cfr. il suo Mondi connessi. La storia oltre l’eurocentrismo, secoli XVI-XVIII, a cura
di G. Marcocci, Carocci, Roma 2014.
16 S. Gruzinski, Les quatre parties du monde. Histoire d’une mondialisation,
I. Storici di un mondo che cambia 9

corse le tracce delle vite di singoli individui che hanno attraversato il


mondo, ma anche di oggetti, come una misteriosa mappa della Cina
che al termine di un itinerario globale giunse fino a Oxford nella
seconda metà del Seicento17.
Analisi di questo genere si sforzano di restituire le diverse pro-
spettive degli attori coinvolti in un evento o in un processo storico,
anche se questo comporta un paziente e difficile scavo di fonti cu-
stodite in archivi spesso molto distanti fra loro e scritte in una varietà
di lingue. Si ridefiniscono così, di volta in volta, gli spazi tradizionali
dell’indagine in base all’oggetto di studio, offrendo ricostruzioni
plurali di aspetti necessariamente parziali della storia del mondo.
Ne beneficia la profondità dell’osservazione e, insieme, il piacere
della lettura. È una svolta di carattere globale, perché storici in tutto
il mondo si richiamano ad essa, benché una reale condivisione delle
competenze linguistiche e degli approcci disciplinari sia ancora di
là da venire18. Alle sue origini si colloca il recupero della visione
dei non europei attraverso l’eco pur rarefatta delle loro voci che si
avverte in alcuni documenti scritti dagli europei: quasi mezzo seco-
lo fa, un libro sulla conquista spagnola del Perù proiettò sul piano
della ricerca storica la nuova sensibilità verso i vinti che emergeva
dalla decolonizzazione19. Qualche tempo dopo iniziarono a levarsi
le vibranti critiche provenienti dalla variegata galassia degli studi
postcoloniali, con la loro denuncia della pervasività del discorso
coloniale nelle categorie e nel linguaggio adottati dagli europei per
descrivere i non europei20.

La Martinière, Paris 2004. Mostra perplessità sul disegno d’insieme J.-F. Schaub,
Notes on Some Discontents in the Historical Narrative, in Writing the History of the
Global: Challenges for the 21st Century, a cura di M. Berg, Published for the British
Academy by Oxford University Press, London 2013, pp. 48-65.
17 T. Brook, Mr. Selden’s Map of China: Decoding the Secrets of a Vanished

Cartographer, House of Anansi Press, Toronto 2013. Un esempio di vita globale in


L. Colley, L’odissea di Elizabeth Marsh. Sogni e avventure di una viaggiatrice instan-
cabile (2007), Einaudi, Torino 2010.
18 D. Sachsenmaier, Global Perspectives on Global History: Theories and Ap-

proaches in a Connected World, Cambridge University Press, Cambridge-New York


2011.
19 N. Wachtel, La visione dei vinti. Gli indios del Perù di fronte alla conquista

spagnola (1971), Einaudi, Torino 1977.


20 Alle origini di questo atteggiamento si possono considerare da un lato E.W.

Said, Orientalismo (1978), Bollati Boringhieri, Torino 1991, dall’altro i volumi del
10 Indios, cinesi, falsari

Lo stato di incertezza in cui operano oggi gli storici discende dal-


le nuove cautele richieste al loro mestiere, mentre cambiano le fonti
su cui fare ricerca e le prospettive di cui tenere conto nella scrittura.
La storia globale rappresenta un banco di prova per chi ritiene che il
rilancio della storia passi dalla capacità di offrire una conoscenza del
passato più equilibrata e corale: comprendere le premesse remote
dei conflitti del presente significa anche rifiutare ricostruzioni che
tornino a escludere i vinti, o coloro che vinti non lo furono affatto,
ma vengono avvertiti come attori secondari di processi storici che
hanno sempre al centro l’Europa, o sono comunque interpretati at-
traverso categorie europee. È nato da qui l’invito a provincializzare
l’Europa adattando le sue categorie e la loro pretesa universalità alle
specificità di tradizioni intellettuali non europee a lungo relegate
ai margini21. Un passo successivo è stato quello di restituire piena
dignità alle forme di trasmissione della conoscenza storica che esi-
stevano fuori dall’Europa prima che il colonialismo ottocentesco le
cancellasse o rimuovesse nello stesso momento in cui formava le éli-
tes native secondo modelli educativi occidentali: è il caso dell’India
meridionale tra Cinque e Settecento, quando la storia poteva essere
affidata a versi composti in lingue vernacolari, le cui trascrizioni con-
servano i tratti della loro originaria forma orale22.

2. Mughal e ottomani scrivono la storia del mondo

È l’intreccio fra la disciplina e il suo oggetto che conduce oggi a


interrogarsi sulle forme in cui è stata scritta la storia del mondo nel
passato. Ma chi pensa di tracciare l’archeologia di questo sapere per
consolidare un nuovo modo di fare storia, o per nobilitarlo tramite la
ricerca di precedenti illustri, s’inganna. La portata dell’attuale sfida
lanciata dalla storia globale e la vertigine causata dalla riscoperta
dei passati multipli del mondo, a lungo oscurati dalla grande nar-
razione dell’ascesa dell’Occidente, si spiegano solo a partire dalla

collettivo dei Subaltern Studies, che prende il nome dalla collana in cui sono stati
pubblicati da Oxford University Press, a partire dal 1982.
21 D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa (2000), Meltemi, Roma 2004.
22 V. Narayana Rao, D. Shulman, S. Subrahmanyam, Textures du temps. Écrire

l’histoire en Inde, Seuil, Paris 2004. L’edizione originale è uscita in inglese nel 2001.
I. Storici di un mondo che cambia 11

presa d’atto di una rottura profonda con la vecchia storia universale


otto-novecentesca e la sua fiducia in un’idea di modernità che si
identificava con la civiltà europea. Perciò, qui non si seguirà la via
di rubricare con sistematicità tutte le opere note che rivendicano di
coprire la storia del mondo, facendo delle storie universali una co-
stante di fondo in moltissime società dall’antichità ai nostri giorni23.
Una posizione intermedia si trova espressa nell’articolo d’aper-
tura del primo numero del «Journal of Global History», uscito dieci
anni fa24. La rivista chiedeva una riflessione sulle tradizioni storio-
grafiche rispetto alle quali comprendere la novità della storia glo-
bale. La risposta fu che essa rappresenterebbe un ritorno alla storia
universale con i suoi tradizionali interrogativi sull’ascesa dell’Occi-
dente, rinnovata però dai due imperativi della decostruzione di un
racconto centrato sul primato dell’Europa e del superamento della
storia nazionale. Prima della frattura globale segnata dal predomi-
nio dell’Occidente, la maggior parte delle storie universali scritte
in Europa, in Cina e nel mondo islamico avrebbe mantenuto una
prospettiva etnocentrica. È il risultato di una tendenza a giustap-
porre le diverse tradizioni culturali come blocchi separati per poi
metterle a confronto25. Questa impostazione riproduce, in realtà, la
comparazione di sapore antagonistico diffusa nella pratica di una
storia del mondo debitrice della vecchia storia universale, ancora og-
gi molto diffusa. Le cose sono meno semplici e lineari se si considera
quella storia globale che procede restaurando connessioni recise dal
tempo ed esplorando complessi scambi transculturali, senza preten-
dere di arrivare subito a una riscrittura complessiva della storia del
mondo. La sua pratica risente, naturalmente, delle condizioni in cui
uno storico opera, inclusa la sua formazione intellettuale e il luogo
da cui scrive. Ma l’attenzione alla precisione del dettaglio, insieme
alle sfumature delle lingue in cui sono scritti i documenti e ai codici
culturali di riferimento dei vari attori storici presi in esame, rappre-
senta una nuova frontiera della ricerca storica e risente degli stimoli

23 H. Inglebert, Le monde, l’histoire. Essai sur les histoires universelles, Presses


Universitaires de France, Paris 2014.
24 P. O’Brien, Historiographical Traditions and Modern Imperatives for the Re-

storation of Global History, in «Journal of Global History», I (2006), pp. 3-39.


25 D. Woolf, A Global History of History, Cambridge University Press, Cam-

bridge-New York 2011.


12 Indios, cinesi, falsari

giunti da una varietà di discipline nella seconda metà del Novecento.


Anche per questo, è illusorio proporne genealogie che risalgano più
indietro nel tempo. Ciò, tuttavia, non significa che, in altre epoche,
alcuni dei problemi cui la storia globale cerca oggi di rispondere non
si siano posti in termini in parte simili.
La storia globale studia la molteplicità dei passati del mondo e
i loro complessi intrecci, servendosi di una varietà di fonti e di ma-
teriali26. Proprio questo approccio ha consentito di osservare come
nell’età delle esplorazioni, in particolare tra Cinque e Seicento, siano
state scritte storie del mondo che reagivano all’inattesa scoperta che
le diverse parti del pianeta entrate allora in contatto stabile fra loro
avevano un passato. Un aspetto rese particolare questo fenomeno,
che si verificò mentre il globo terrestre acquisiva a poco a poco una
nuova immagine agli occhi dei suoi abitanti: quella fioritura di storie
del mondo ebbe un carattere, se non globale, certo sorprendente-
mente diffuso. Grossomodo negli stessi decenni, autori che vivevano
in continenti diversi, appartenevano a culture distinte e scriveva-
no in lingue differenti fra loro guardarono alla storia per trovare
un senso alle trasformazioni che accompagnarono lo straordinario
allargamento degli orizzonti del mondo nel loro tempo. Se alcuni
viaggiarono ed ebbero un’esperienza personale di terre e uomini
di cui ignoravano l’esistenza o avevano sentito solo confusamente
parlare, altri si avvantaggiarono di una circolazione di notizie senza
precedenti, attraverso relazioni, mappe e libri. Ma in entrambi i casi
le storie del mondo che scrissero, più o meno riuscite, possono essere
intese come una risposta alla necessità di organizzare l’esplosione di
informazioni da conoscere che caratterizzò la loro epoca27.
Sul rapporto tra la scoperta di nuove terre e nuovi uomini e la na-
scita della geografia e dell’etnografia si è scritto tantissimo. Si è dimen-
ticato, invece, che nell’età delle esplorazioni vi fu anche una scoperta
del passato, o meglio dei passati multipli del mondo, che s’incontrò
con quella più generale tendenza alla xenologia, all’interesse verso ciò
che è estraneo, che distingue una linea certo minoritaria, ma presente
in molte tradizioni di scrittura storica. Alle sue origini si possono col-
locare due storici vissuti entrambi a cavallo tra il II e il I secolo a.C., il

S. Conrad, Storia globale. Un’introduzione (2013), Carocci, Roma 2015.


26

A. Blair, Too Much to Know: Managing Scholarly Information Before the Mo-
27

dern Age, Yale University Press, New Haven (CT) 2010.


I. Storici di un mondo che cambia 13

greco Polibio e il cinese Sima Qian. Se ne rintracciano altri esempi nel


corso dei secoli successivi. La novità che si registrò nel Cinquecento,
tuttavia, risiede nell’intenso uso di materiali e notizie su uomini, socie-
tà e poteri estranei al proprio ambito di riferimento, per inglobarli in
una storia del mondo28. Fu una rara congiuntura di vera creatività, che
interruppe la tradizione di precedenti storie universali in cui si compi-
lavano prevalentemente conoscenze che già si possedevano sulla base
di fonti presenti all’interno della cultura di appartenenza di un autore.
Fu così che al radicale cambiamento dell’immagine del mondo dovuto
alle esplorazioni si accompagnarono un nuovo sguardo d’insieme sulla
sua storia e nuovi modi di scriverla.
Questa reazione fu tutto salvo che circoscritta a quegli europei
che, secondo la visione tradizionale, sarebbero stati i soli protago-
nisti delle cosiddette scoperte geografiche, un’espressione che con-
serva in sé la prospettiva eurocentrica da cui si è a lungo scritta la
storia, proprio come quella di espansione europea si associa all’idea
di una sostanziale passività del mondo non europeo. Non fu così.
Nella prima metà del Quattrocento, quando le piccole imbarcazio-
ni europee nell’Oceano Atlantico praticavano quasi soltanto la na-
vigazione sotto costa, la grandiosa flotta imperiale cinese guidata
dall’ammiraglio Zheng He solcava le acque dell’Oceano Indiano, ne
controllava le rotte e assoggettava a tributo le città portuali dell’Asia
meridionale, arrivando a toccare le coste dell’Africa orientale. Quel-
le spedizioni, bruscamente interrotte nel 1433, avevano avuto inizio
nel 1405, lo stesso anno in cui Tamerlano era morto alla guida di un
esercito diretto contro la Cina per abbattere la dinastia dei Ming. Lo
spazio aperto dal graduale collasso dello sconfinato impero timuride
fu riempito in seguito dai nuovi grandi imperi che fecero la loro
comparsa sulla scena asiatica. I loro vasti movimenti espansionistici
interessarono un’estrema varietà di popolazioni, inglobandone una
parte all’interno delle loro frontiere mobili29.

28 S. Subrahmanyam, Alle origini della storia globale (2014), a cura di G. Mar-

cocci, Edizioni della Normale, Pisa 2016; una versione lievemente diversa in Id., On
Early Modern Historiography, in The Cambridge World History, vol. VI, The Con-
struction of a Global World, 1400-1800 CE, a cura di J.H. Bentley, S. Subrahman-
yam e M.E. Wiesner-Hanks, pt. II, Patterns of Change, Cambridge University Press,
Cambridge 2015, pp. 425-445.
29 D.E. Streusand, Islamic Gunpowder Empires: Ottomans, Safavids and

Mughals, Westview Press, Boulder 2011. Per un inquadramento degli imperi asiati-
14 Indios, cinesi, falsari

Gli imperi europei d’oltremare acquisirono una prima fisionomia


con portoghesi e spagnoli all’inizio del Cinquecento. Diversamente
da questi ultimi, gli imperi cinese, russo, mughal e safavide si allar-
garono solo via terra, mentre gli ottomani, oltre alle loro conquiste
nell’Europa orientale, in Siria e in Egitto, furono a lungo una temuta
potenza nel Mediterraneo e, nei decenni centrali del Cinquecento,
le loro navi penetrarono anche nell’Oceano Indiano, scontrandosi a
più riprese con i portoghesi30. Fino al Settecento avanzato, l’aggressi-
va presenza degli europei in Asia si arrestò ai margini di questi estesi
poteri territoriali, i cui sovrani si rappresentavano come i signori
del mondo. L’arte mughal del primo Seicento riflette la proiezione
globale degli imperi asiatici. Verso la fine del secondo decennio, in
un quadro di crescenti tensioni con la Persia safavide, il pittore Abu
al-Hasan di Delhi disegnò una miniatura in cui si ritrae l’imperatore
Jahangir (1605-1627) mentre abbraccia shah Abbas I (1588-1629)
in segno di pace: entrambi i sovrani sono in piedi sopra un globo
terrestre, ma le maggiori dimensioni e l’opulenza di gioielli e abiti di
Jahangir non lasciano dubbi su quale dei due sia il vero dominatore
del mondo31.
Alcuni letterati che vivevano all’ombra di un impero asiatico par-
teciparono alla ridefinizione dell’immagine del mondo tentando di
riscriverne la storia. Gli esiti furono i più vari, com’era inevitabile:
chi si misurava allora con la storia del mondo scriveva dalla prospet-
tiva di specifiche tradizioni intellettuali e sulla base di conoscen-
ze comunque frammentarie; si confrontava, inoltre, con imperi in
competizione tra loro, generalmente interessati a una precisa inter-
pretazione del passato, non sempre consensuale. Solo ricostruendo
con attenzione la formazione di un autore e le circostanze della sua
scrittura, si può seguire l’elaborazione di storie del mondo in Asia
tra Cinque e Seicento, i modelli secondo cui erano composte, la loro
ricezione e circolazione, ma anche le condanne che a volte subivano,

ci, compresi quelli cinese e russo, nel più ampio contesto mondiale cfr. C.H. Parker,
Relazioni globali, 1400-1800 (2010), il Mulino, Bologna 2012.
30 G. Casale, The Ottoman Age of Exploration, Oxford University Press, Ox-

ford-New York 2010.


31 Universal Empire: A Comparative Approach to Imperial Culture and Repre-

sentation in Eurasian History, a cura di P.F. Bang e D. Kołodziejczyk, Cambridge


University Press, Cambridge-New York 2012, che reca una riproduzione della mi-
niatura di Abu al-Hasan in copertina.
I. Storici di un mondo che cambia 15

le loro modifiche e riscritture, nonché la fine delle loro riprese da


parte di altri storici.
L’imperatore Jahangir, dipinto da Abu al-Hasan mentre abbrac-
cia lo shah di Persia, salì al trono nel 1605. Meno di due anni do-
po veniva conclusa una cronaca mughal in lingua persiana, intito-
lata Rauzat ut-Tāhirīn (Giardino immacolato)32. L’autore era Tahir
Muhammad Sabzwari, la cui famiglia aveva origini persiane ma si
era stabilita da tempo nell’India settentrionale. La sua opera segue
lo schema abituale di una storia universale, con la creazione del
mondo, i primi profeti, i protagonisti dell’epica indiana e gli albori
dell’islam, fino a giungere alle grandi potenze asiatiche che precedet-
tero la formazione dell’impero mughal. Da questo punto in avanti, il
racconto si apre ai nuovi orizzonti globali del presente. L’inclusione
di un mondo più ampio, che aveva comunque al centro i mughal
e le vittoriose campagne di Akbar il Grande (1556-1605) verso la
Persia e soprattutto le sue conquiste nelle regioni centrali e costiere
dell’India, fu resa più agevole da materiali ottenuti da informatori
locali. Tahir Muhammad approfittò inoltre di missioni diplomatiche
per raccogliere altre notizie. Per questa duplice via la sua cronaca ar-
riva a ricostruire in dettaglio vicende storiche relative tanto al sudest
asiatico, fino a Malacca e al sultanato di Aceh, quanto a Ceylon. E
qui Tahir Muhammad non racconta soltanto della resistenza opposta
ai portoghesi, ma si spinge a descriverne il regno in Europa, «che è
sotto il dominio dell’imperatore dei franchi». Durante un soggiorno
a Goa, la capitale dell’impero portoghese in Asia, aveva appreso del-
la morte del re Sebastiano mentre guidava una spedizione militare in
Marocco (1578), della crisi dinastica che ne era seguita e del passag-
gio della corona di Portogallo nelle mani del re Filippo II di Spagna
(1580). Tutto questo rientra nel «libro delle meraviglie», come Tahir
Muhammad chiama la sua storia del mondo che, seguendo il filo
portoghese, arriva ad accennare all’isola di Sant’Elena, nell’Oceano
Atlantico, ma non all’America.
Sul Nuovo Mondo tacevano anche gli storici cinesi, che dispone-
vano invece di copie delle cronache sulle spedizioni quattrocentesche
di Zheng He da cui ricavavano ampie conoscenze sull’Oceano India-

32 M. Alam, S. Subrahmanyam, Writing the Mughal World: Studies on Culture

and Politics, Columbia University Press, New York 2012, pp. 98-115.
16 Indios, cinesi, falsari

no e i poteri che vi insistevano, mentre le cose andavano diversamen-


te all’estremo opposto dell’Asia. Verso il 1580, a Istanbul, una mano
anonima vergò su carta un lungo racconto sulle «Indie occidentali»33.
La storia del viaggio di Colombo, la penetrazione spagnola ai Carai-
bi, le conquiste del Messico e del Perù, ma anche la spedizione di Mi-
guel López de Legazpi, che aveva portato all’assoggettamento delle
Filippine, sono narrate seguendo da vicino le fonti, costituite dalle
traduzioni in italiano di autori europei che avevano dato alle stampe
nei decenni anteriori alcuni dei primi testi sull’America spagnola. La
traduzione in turco e l’adattamento di quelle «notizie fresche» – così
l’anonimo chiama la sua cronaca – permettevano ai lettori ottomani
di prendere coscienza delle dimensioni dell’impero spagnolo. Le co-
pie manoscritte dell’opera conobbero una qualche circolazione, ma
come i cenni al Nuovo Mondo contenuti nel Kitab-i Bahriye (Libro
del mare), composto mezzo secolo prima dall’ammiraglio turco Piri
Reis, celebre per una mappa del mondo (1513) dov’erano disegnate
le coste orientali dell’America meridionale, non bastarono perché lo
storico Mustafa Ali di Gallipoli ne trattasse nel suo Künh ül-Ahbār
(Essenza della storia), composto tra 1591 e 159834. Intesa come una
storia dell’impero ottomano e del mondo, si ricollega alle più presti-
giose tradizioni della storiografia islamica e fa uso di fonti in turco, in
arabo e in persiano. La visione della storia del mondo che ne emerge
è quella di un pio ufficiale musulmano: dalla creazione all’avvento
dell’islam, dall’ascesa del grande impero mongolo fino agli imperi
ottomano, safavide e mughal, posti al centro della narrazione dei
tempi più recenti e interpretati alla luce di accese tensioni millena-
ristiche. In Turchia, del resto, l’attesa dell’anno mille del calendario
islamico, corrispondente al 1591-1592, fu scandita da una violenta

33 T.D. Goodrich, The Ottoman Turks and the New World: A Study of Tarih-i

Hind-i Gharbi and Sixteenth-Century Ottoman Americana, Harrassowitz, Wiesba-


den 1990. Il confronto tra le notizie che vi si riportano su Città del Messico con
quelle su Istanbul fornite da H. Martinez, Reportorio de los tiempos (1606), è alla
base di S. Gruzinski, Quelle heure est-il là-bas? Amérique et islam à l’orée des Temps
modernes, Seuil, Paris 2008.
34 C.H. Fleischer, Bureaucrat and Intellectual in the Ottoman Empire: The Hi-

storian Mustafa Ali (1541-1600), Princeton University Press, Princeton (NJ) 1986.
Su Piri Reis nel contesto delle conoscenze geografiche ottomane cfr. P. Emiralioğlu,
Geographical Knowledge and Imperial Culture in the Early Modern Ottoman Empi-
re, Ashgate, Burlington (VT) 2014, pp. 95-102.
I. Storici di un mondo che cambia 17

insurrezione del corpo scelto dei giannizzeri, da una serie di incendi


devastanti e da un’epidemia di peste che aveva flagellato Istanbul.
Mustafa Ali era un letterato con una lunga carriera alle spalle
come ufficiale di provincia e non aveva più illusioni circa la possi-
bilità di ricevere un alto incarico a corte. Slegata da committenze,
la sua storia riflette comunque un’immagine integralmente islami-
ca dell’impero ottomano, da tempo promossa dal potere. Non era
sempre stato così. Qualche decennio prima, la disputa intorno ai
caratteri della sovranità del sultano Süleyman il Magnifico (1520-
1566) si era alimentata di una lettura opposta della storia del mondo
e dell’impero ottomano. L’enigma di una carta geografica svela la
varietà possibile delle forme del discorso storico e quanto alla metà
del Cinquecento alcuni ambienti di corte a Istanbul fossero ancora
sensibili a temi e immagini del Rinascimento.
Nel 1559 fu stampato a Venezia un mappamondo a forma di cuo-
re, eseguito su un modello francese del 1534. Ma i nomi dei luoghi
sono scritti in turco, la «lingua che domina il mondo», come si legge
nel lungo apparato testuale, anch’esso in turco, posto a corredo della
carta. Le circostanze in cui vide la luce non sono del tutto chiare35. La
sua realizzazione andrebbe ricondotta a un circolo di letterati legati
alla memoria del gran visir di Süleyman, Ibrahim Pasha. Prima di es-
sere giustiziato nel 1536, aveva sostenuto un’interpretazione del po-
tere del sultano come erede della sovranità universale di Alessandro
Magno e degli imperatori romani. Quella visione si accompagnava a
un’enfasi sulla dimensione europea dell’impero ottomano, in aperta
sfida al sacro romano impero degli Asburgo. Nei tardi anni cinquanta
quell’idea di impero ispirata all’antichità classica, di cui Süleyman
avrebbe incarnato l’eredità, era ancora vagheggiata da alcuni membri
dell’élite colta ottomana che però non erano turchi di nascita.
È il riflesso di quell’opzione politica che si coglie in un prodot-
to ibrido come il mappamondo cordiforme. Si spiegherebbero co-
sì anche le incertezze linguistiche nelle parti scritte, all’origine di

35 G. Casale, Seeing the Past: Maps and Ottoman Historical Consciousness, in


Writing History at the Ottoman Court: Editing the Past, Fashioning the Future, a
cura di H.E. Çıpa e E. Fetvacı, Indiana University Press, Bloomington-Indianapolis
2013, pp. 80-99, cui mi rifaccio per l’interpretazione di fondo suggerita e per le
citazioni. Del mappamondo non sopravvivono copie originali, ma solo ristampe
del 1795.
18 Indios, cinesi, falsari

una lunga discussione sulla loro paternità, attribuita nella carta a


un certo Hajji Ahmed, lo schiavo tunisino di un patrizio veneziano
che avrebbe collaborato alla sua creazione in cambio della libertà.
L’operazione vide di sicuro il coinvolgimento di Michele Membré,
un veneziano nativo di Cipro, che in passato aveva condotto missioni
diplomatiche alle corti safavide e ottomana. In virtù di esse, nonché
delle sue competenze linguistiche, dal 1550 esercitava la carica di
dragomanno, come veniva chiamato il mediatore ufficiale nelle trat-
tative con i mercanti turchi attivi a Venezia36. La sua posizione gli
avrebbe permesso di contribuire a un prodotto di geografia storica
originale e di elevata complessità, che mirava a inviare un preciso
messaggio ai letterati ottomani.
Il senso di quel messaggio è contenuto nell’apparato testuale che
circonda il planisfero. Parole e metafore scelte con cura palesano il
tentativo di imporre un ordine gerarchico nella storia del mondo
con al vertice il sultano ottomano, il sole che «anzitutto illumina
l’Europa, ma il vigore dei [suoi] raggi brilla anche sulle terre di Asia
e Africa». Süleyman, dunque, è presentato come il più potente so-
vrano europeo in continuità con il «sultano» Alessandro Magno e
l’«impero dei romani». In linea con il coevo riorientamento della
politica estera ottomana, che aveva ormai come grandi avversari
i safavidi – tanto che Alessandro Magno è anacronisticamente ri-
cordato come il vincitore sul persiano Dario –, neppure si accenna
all’impero degli Asburgo, mentre Francia e Spagna sono equiparate
«ai pianeti Giove e Mercurio». Astrologia e geografia si incrociano in
questa singolare riscrittura della storia del mondo, che arriva persino
a istituire un confronto eloquente con gli indios del Perù: «queste
popolazioni un tempo erano tutte pagane, ma ora sono divenute per
la maggior parte cattoliche», si legge, «e hanno imparato la lingua e
i costumi spagnoli, proprio come le popolazioni di Anatolia e Kara-
man hanno imparato la lingua e i costumi dei turchi».

36 B. Arbel, Translating the Orient for the Serenissima: Michiel Membré in the

Service of Sixteenth-Century Venice, in La frontière méditerranéenne du XVe au


XVIIe siècle. Échanges, circulations et affrontements, a cura di B. Heyberger, A.
Fuess e P. Vendrix, Brepols, Thurnout 2013, pp. 253-281. A Membré si deve una
preziosa descrizione della corte safavide: Relazione di Persia (1542). Manoscritto
inedito dell’Archivio di Stato di Venezia, a cura di G.R. Cardona, Istituto Universi-
tario Orientale, Napoli 1969.
I. Storici di un mondo che cambia 19

3. Tentativi rinascimentali: il mondo oltre l’America

Lo spettacolo di un mondo che mutava di forma e perdeva i con-


fini di un tempo nutrì inquietudini e sogni di grandezza che alimen-
tarono una circolazione di idee, temi e notizie su scala planetaria.
La scoperta che esisteva un passato al plurale che fino ad allora era
stato ignorato provocò una varietà di reazioni locali specifiche, che
rispondevano a stimoli comuni, rivelando così tratti di commensu-
rabilità fra le storie del mondo scritte in un’età di grandi imperi in
equilibrio. Le tradizioni storiografiche rimasero distinte fra loro, ma
in genere quegli esperimenti di scrittura presentano due caratteristi-
che che li separano dalle storie universali scritte in precedenza: da
un lato, l’abbandono di uno schema in cui si divide il mondo tra la
parte cui appartiene l’autore e tutto il resto ad essa esterno, oggetto
di un trattamento diseguale, per riconoscere invece, almeno in linea
di principio, un’esigenza di esaustività del racconto storico; dall’al-
tro, l’adesione al criterio estetico di un’esposizione della materia che
procede per accumulo, senza un ordine armonioso, restando così
sempre aperta a nuove aggiunte e modifiche37.
Alcune tradizioni culturali asiatiche ebbero la capacità di fondere
in modo creativo le nuove conoscenze sui passati multipli del mon-
do in opere storiche di respiro globale. Che cosa emerge quando si
rivolge l’attenzione all’Europa? Gli esempi presentati nelle pagine
precedenti mostrano che le storie del mondo in turco o in persiano
potevano incorporare fonti europee come le cronache sull’America
spagnola o le informazioni che circolavano tra i portoghesi in Asia,
quando non erano addirittura prodotte a Venezia, come nel caso
del mappamondo cordiforme attribuito a Hajji Ahmed. Che cosa
accadeva nel frattempo tra gli storici europei? Scrivevano anch’essi
storie del mondo?
La possibilità di rispondere a questa domanda è ostacolata
dall’impostazione tradizionale che domina ancora in vari campi di
studio. Si continuano a considerare espressione autentica della scrit-
tura storica rinascimentale esclusivamente quelle opere prodotte da
umanisti ed eruditi europei che si misuravano con l’antichità biblica

37 S. Subrahmanyam, On World Historians in the Sixteenth Century, in «Repre-

sentations», XCI (2005), pp. 26-57.


20 Indios, cinesi, falsari

e classica, o con gli eventi della recente storia politica e militare di


città, repubbliche o monarchie europee38. Solo all’interno di questo
corpo ristretto e selezionato di testi, scritti in latino o nelle lingue
volgari ancora in via di definizione, la pratica storica avrebbe segnato
un reale avanzamento in direzione di una moderna disciplina che si
riconobbe finalmente in regole chiare e condivise nell’Ottocento.
Già nel Rinascimento, intanto, una serie di interventi, trattati e ma-
nuali avrebbe contribuito a fissare i criteri del canone storiografico:
dal De historica facultate (1548) del neoaristotelico Francesco Ro-
bortello ai Dialoghi della Historia (1560) del neoplatonico Francesco
Patrizi, dalla Methodus ad facilem historiarum cognitionem (1566)
del giurista Jean Bodin al De emendatione temporum (1583) dell’u-
gonotto Joseph Juste Scaliger39.
Ritagliare con tanta cura e precisione i confini di una scrittura
storica genuinamente rinascimentale, tuttavia, porta a relegare le
opere sulle esplorazioni e le conquiste degli imperi europei d’oltre-
mare nell’ambito ristretto delle storie delle letterature nazionali, che
si definisce a partire dalla lingua adottata. La tendenza a isolare, a lo-
ro volta, i testi scritti in America dagli altri, come se i primi avessero
di per sé uno statuto autonomo all’interno delle rispettive letterature
nazionali, non fa che aggravare la già arbitraria frammentazione di
una materia che spesso non obbediva affatto ai criteri in base ai quali
è generalmente suddivisa e classificata. La ricchezza di molti testi si
perde quando sono costretti in caselle prestabilite: la specializza-
zione delle competenze che ne deriva rende raro lo studioso di una
cronaca sul Nuovo Mondo che rilevi più di qualche eco umanistica
nello stile dell’autore, così come gli specialisti di Rinascimento sono
a disagio di fronte a testi scritti in lingue raramente usate nelle opere
comprese nel loro elitario canone di riferimento.
Per ricomporre queste fratture e ripristinare le connessioni cul-
turali che univano l’Europa ai suoi possedimenti d’oltremare si deve

38 Seguono questa prospettiva anche contributi eccellenti come quelli raccolti

in Historia: Empiricism and Erudition in Early Modern Europe, a cura di G. Pomata


e N.G. Siraisi, MIT Press, Cambridge (MA)-London 2005.
39 A. Grafton, What Was History? The Art of History in Early Modern Europe,

Cambridge University Press, Cambridge 2007. Sull’importanza di Robortello ha


richiamato l’attenzione C. Ginzburg, Descrizione e citazione, in Id., Il filo e le tracce.
Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006, pp. 15-38.
I. Storici di un mondo che cambia 21

partire dalla realtà di una intensa circolazione di uomini, libri e


modelli di scrittura storica attraverso gli oceani, oltre a superare un
paradigma della modernità che ha ridotto la conoscenza europea
sul mondo soprattutto sotto il segno di saperi matematici, in primo
luogo la geografia e la cartografia. Sin dall’inizio delle esplorazio-
ni atlantiche, tuttavia, vi fu anche un’ampia riflessione su costumi,
comportamenti e aspetto esteriore dell’umanità incontrata40. La
storia ebbe allora un ruolo decisivo: molte delle osservazioni cui si
attribuisce una grande importanza per la nascita di discipline come
l’antropologia e l’etnografia si trovano in libri che si presentano
come opere storiche, sia che ripercorrano le imprese violente dei
conquistatori, sia che ricostruiscano credenze e organizzazione so-
ciale delle popolazioni raggiunte dagli europei.
Ma come recuperare appieno la genesi e il significato delle storie
del mondo scritte nel Rinascimento, espressione di una tradizione
culturale che si definì a cavallo tra le città del Vecchio Mondo e gli
spazi transoceanici degli imperi europei, se si insiste su una netta
separazione tra la presenza degli europei in Asia e in America? La
maggiore attenzione riservata al Nuovo Mondo, benché legittimata
dalla rottura provocata dalla sua scoperta e dai caratteri peculiari
della sua conquista, è parte del processo di costruzione dell’immagi-
ne storica dell’Occidente. Quello che così si perde è lo sguardo d’in-
sieme con cui la cultura europea contemplò il mondo nell’età delle
esplorazioni41. A poco a poco si elaborarono forme di una conoscen-
za globale da subito estesa alla storia: anche quelle popolazioni di cui
non si avevano notizie in precedenza e che furono spesso classificate
come barbare avevano un passato, gli attribuivano un significato e
lo trasmettevano secondo modalità proprie, con cui si poteva talora
entrare in dialogo.

40 D. Abulafia, La scoperta dell’umanità. Incontri atlantici nell’età di Colombo

(2008), il Mulino, Bologna 2010.


41 In tal senso, ribalta i termini, ma non risolve i problemi, il pur fondamentale

studio di D. Lach, Asia in the Making of Europe, 3 voll., University of Chicago


Press, Chicago 1965-1993. Cfr. invece i saggi raccolti in Implicit Understandings:
Observing, Reporting and Reflecting on the Encounters between Europeans and
Other Peoples in the Early Modern Era, a cura di S.B. Schwartz, Cambridge Uni-
versity Press, Cambridge-New York 1994; Facing Each Other: The World’s Percep-
tion of Europe and Europe’s Perception of the World, a cura di A. Pagden, 2 voll.,
Ashgate/Variorum, Aldershot 2000.
22 Indios, cinesi, falsari

La storia non era appannaggio esclusivo degli europei. La pre-


sa d’atto di questo aspetto decisivo già nel Rinascimento invita a
riconsiderare sotto un’altra luce forme e ragioni di un confronto
con l’esperienza dell’ignoto che avrebbe attinto anzitutto alla tradi-
zione della cultura classica42. In realtà, la riduzione al noto tramite
il patrimonio di costumi, miti e figure degli antichi greci e latini fu
solo una delle reazioni, e non sempre la prima, che partecipò a una
ridefinizione dell’immagine del mondo e del suo passato. E non solo
perché il racconto biblico fornì esso stesso un repertorio di nomi,
episodi e spiegazioni che si attivò anche in relazione al disegno della
conversione universale43. Le storie del mondo che furono scritte o si
tentò di scrivere nel Rinascimento si nutrirono certamente di tutto
questo, ma furono molto di più partecipando di un ampio movi-
mento all’origine di esperimenti creativi di scrittura storica che si
registrarono allora in molte località attraverso il globo.
Se tutto non si esaurisce nel rapporto tra il Vecchio e il Nuovo
Mondo, occorre anche ripensare la centralità della classica tesi dei
tempi lenti e della frammentarietà dell’impatto dell’America sull’Eu-
ropa44. Si possono così tornare ad apprezzare nel loro pieno signifi-
cato gli sforzi iniziali e i piccoli segnali in direzione di un intreccio
fra i passati del mondo che sin dalla fine degli anni venti del Cin-
quecento si affacciano nella storiografia rinascimentale, un campo
più aperto a ibridazioni e contaminazioni di quanto generalmente si
ammetta. Resta comunque condivisibile l’obiettivo di spostare l’at-
tenzione sull’influenza dell’America sull’Europa, così da ribaltare
una lettura parziale della trasformazione del mondo fra Quattro e
Seicento in termini di sola europeizzazione45.

42 A. Grafton, New Worlds, Ancient Texts: The Power of Tradition and the Shock

of Discovery, in coll. con A. Shelford e N. Siraisi, The Belknap Press of Harvard


University Press, Cambridge (MA)-London 1992.
43 G. Gliozzi, Adamo e il Nuovo Mondo. La nascita dell’antropologia come ideo-

logia coloniale: dalle genealogie bibliche alle teorie razziali (1500-1700), La Nuova
Italia, Firenze 1977.
44 J.H. Elliott, Il vecchio e il nuovo mondo, 1492-1650 (1970), Il Saggiatore,

Milano 1985.
45 J.M. Headley, The Europeanization of the World: On the Origins of Human

Rights and Democracy, Princeton University Press, Princeton (NJ) 2008. Ne mette a
nudo i limiti J.H. Bentley, Europeanization of the World or Globalization of Europe?,
in «Religions», III (2012), pp. 441-445.
I. Storici di un mondo che cambia 23

Un terreno su cui più di altri si consumò il confronto intorno a


un’epoca di riduzione delle distanze e aumento degli scambi su scala
globale fu quello della storia. Non poteva essere altrimenti. La nuova
sensibilità per i mondi dal disorientante passato con cui gli europei
vennero in contatto, in seguito alla costruzione dei primi imperi tran-
soceanici, corse infatti parallela allo sforzo di recuperare l’antichità
classica e darne una lettura coerente in cui erano impegnati da tem-
po gli umanisti. Oltre e prima ancora dei greci e dei latini vi erano
state culture, società e storie cui non accennava neppure la Bibbia.
Questa scoperta ebbe un effetto dirompente sul modo di scrivere la
storia, perché tutto diveniva più difficile e incerto. Da qui ebbe origi-
ne la spinta a ripensare e riscrivere la storia del mondo. Gli orizzonti
delle vecchie storie universali dalla creazione del mondo in avanti, di
cui abbondano gli esempi nella tradizione delle cronache medievali,
erano troppo ristretti e la loro struttura troppo rigida per essere
riadattati. Ne sopravvisse comunque l’eredità negli aggiornamenti
e nei volgarizzamenti di opere come il Supplementum chronicarum
(1483) del monaco eremita agostiniano Giacomo Filippo Foresti,
che continuarono a vedere la luce nel corso del Cinquecento46.
Per capire se e quando le storie del mondo fecero la propria com-
parsa nel Rinascimento serve a poco contare i titoli relativi a singole
regioni non europee, o il numero di pagine riservate a queste ultime
in altre opere. Così sfuggono, infatti, aspetti forse meno appariscenti
ma decisivi: dai cambiamenti nelle forme della narrazione storica,
per incorporarvi i nuovi passati di cui si apprendeva l’esistenza, alle
resistenze opposte da poteri imperiali che sempre meno gradirono
che si ricostruisse la storia di società di cui stavano cancellando la
memoria, o che tentavano comunque di assoggettare alla propria
autorità. Non si tratta, dunque, di proseguire nella ricerca del carat-
tere problematico dell’impatto del Nuovo Mondo sul Vecchio, mi-
surando con precisione statistica quanti e quali ambiti della cultura
europea, a oltre un secolo dal viaggio di Colombo, restassero ancora
indenni, fra lacune e silenzi, dalle sue conseguenze47.

46 A. Krümmel, Das «Supplementum Chronicarum» des Augustinermönches Ja-

cobus Philippus Foresti von Bergamo. Eine der ältesten Bilderchroniken und ihre
Wirkungsgeschichte, Hautz, Herzberg 1992.
47 Elliott, Il vecchio e il nuovo mondo cit., pp. 13-35.
24 Indios, cinesi, falsari

4. Fare la storia del mondo: un ritorno indietro?

L’enfasi sul grado di iniziale indifferenza degli europei per l’Ame-


rica risente del confronto con l’importanza poi attribuita a quest’ul-
tima nei secoli successivi al Cinquecento. Al contrario, un’indagi-
ne delle similitudini e delle differenze nelle reazioni di europei e
non europei verso il mondo esterno permetterebbe di giungere a
un’immagine più corretta sul piano storico, a patto di non limitarsi
a guardare solo i rapporti con il Nuovo Mondo e di respingere ogni
antagonismo duale tra l’Europa da una parte e il resto del mondo
dall’altra. Del resto, la cultura europea del Rinascimento non era cer-
to un blocco omogeneo: era percorsa da tensioni interne e tradizioni
in competizione, che risaltano in special modo quando si aggiunge
allo studio del contenuto dei testi quello della loro produzione, con
particolare attenzione per le strategie editoriali degli stampatori, e
quello della loro ricezione, che si può in parte tracciare attraverso lo
studio di inventari e cataloghi di biblioteche48.
Non è stata questa la via intrapresa da chi si è chiesto se e come la
trasformazione dell’immagine del mondo nell’età delle esplorazioni
cambiò il modo in cui gli europei ne scrivevano la storia. Il raccon-
to convenzionale individua in Voltaire il pioniere della scrittura di
storie del mondo in Europa in virtù del suo interesse per la Cina
manifestato nell’Essai sur les mœurs et l’esprit des nations (1756),
che rompeva con la centralità del mondo ebraico-cristiano anco-
ra evidente nel Discours sur l’histoire universelle (1681) del prelato
cattolico Jacques-Bénigne Bossuet. Ma nei due secoli precedenti
non erano certo mancate opere di rilievo sul mondo non europeo,
benché il corpo di testi rischi di essere troppo ampio e vario se si
inseguono tutte le tracce degli autori europei che dal Cinquecento in
avanti hanno mostrato una genuina attenzione per la storia di altre
parti del mondo, limitandosi a distinguere appena fra autori che
conoscevano le lingue locali e si servivano di fonti di prima mano da
un lato e divulgatori di successo dall’altro49.

48 Id., Final Reflections: The Old World and the New Revisited, in America in Eu-

ropean Consciousness, 1493-1750, a cura di K.O. Kupperman, University of North


Carolina Press, Chapel Hill 1995, pp. 391-408.
49 P. Burke, European Views of World History: From Giovio to Voltaire, in «Hi-

story of European Ideas», VI (1985), pp. 237-251.


I. Storici di un mondo che cambia 25

Questo esercizio porta ad attribuire anche a opere che si concen-


trano su una sola regione o un solo continente l’impropria qualifica
di storie del mondo. Solo così si può collocare all’origine di questa
tradizione il Commentario de le cose de’ turchi (1532) dell’umanista
italiano Paolo Giovio, in continuità con l’argomento di chi ha ricor-
dato che il numero di scritti dedicato ai turchi e all’Asia in Europa
rimase per lungo tempo superiore a quelli sull’America50. Per ta-
le via si può procedere rubricando le opere principali sull’impero
ottomano fino agli Annales sultanorum othmanidarum (1588) e le
Historiae musulmanae turcorum (1591). Questi ultimi segnarono
una novità perché, come si rivendica sin dal frontespizio, furono
entrambi scritti sulla scorta di fonti in turco. Il loro autore, il calvi-
nista tedesco Johannes Löwenklau, le aveva consultate durante un
soggiorno a Istanbul alla metà degli anni ottanta. Casi analoghi si
incontrano anche in opere coeve su altre parti del mondo islamico.
Nel 1610 il portoghese di origini ebraiche Pedro Teixeira pubblicò
ad Anversa, in lingua spagnola, una storia dei sovrani della Persia
fondata sulla lettura del Rauzat al-Safā’ (Giardino della purezza), una
monumentale compilazione critica di testi della tradizione araba e
persiana, redatta dallo storico quattrocentesco Mir Khwand. Uomo
erudito e grande viaggiatore, Teixeira aveva educato il suo sguardo
al mondo visitando le Filippine, la Cina e parti dell’America, oltre
all’Asia meridionale. Mentre era in Persia, non trovando conformità
tra le notizie che ricavava dalla tradizione europea e le informazioni
che raccoglieva sul luogo, comprese «che per togliermi da confu-
sioni e imbarazzi, avendo piacere di sapere dei loro re, mi dovevo
conformare con quello se ne trovava scritto nelle loro cronache, i cui
autori come testimoni più prossimi riferivano le cose in modo meno
confuso e con più certezza di quelli di altre nazioni»51.
Riscontri simili si possono avere con opere sulla Cina e il Giap-
pone, o sull’America spagnola, ma il risultato non cambia: ne deriva
un’immagine della storia del mondo come prodotto della somma di
storie, che separatamente avrebbero consentito ai lettori europei di
maturare una nuova visione d’insieme. Forse uno degli approdi cui

50 Elliott, Il vecchio e il nuovo mondo cit., p. 24.


51 P. Teixeira, Relaciones... d’el origen descendencia y succession de los reyes de
Persia y de Harmuz, y de un viage hecho por el mismo autor dende la India oriental
hasta Italia por tierra, Amberes, en casa de Hieronymo Verdussen, 1610, c. 2v.
26 Indios, cinesi, falsari

contribuì questa letteratura, che oscilla tra significativi avanzamenti


nella conoscenza fattuale e la persistenza di stereotipi e rappresen-
tazioni negative dei non europei, fu la maturazione di un approccio
comparativo alle diverse cronologie, ma anche ai miti e alle credenze
a sfondo religioso52. Tuttavia, se certamente, da Giovio a Voltaire,
gli europei colti accrebbero il proprio interesse per le altre parti del
globo, la novità delle storie del mondo scritte nel Rinascimento non
si riduce a una galassia di testi su regioni particolari: Löwenklau o
Teixeira confermano l’esistenza di una tendenza pur minoritaria alla
xenologia, ma non bastano per parlare di storia del mondo, un’e-
spressione che va riservata piuttosto alle opere che di quella storia
tentarono di dare una rilettura globale, investendo direttamente an-
che la posizione dell’Europa.
Perciò, non basta neppure interrogarsi sull’impatto che la sco-
perta dell’America ebbe sulla scrittura di storie del mondo, tanto
più se l’unico criterio resta quello di contare le pagine che le sono
dedicate. Per questa via, infatti, si arriva a concludere che la visione
della storia del mondo nel Cinquecento rimase quasi inalterata a
fronte del flusso continuo di informazioni sul Nuovo Mondo che
derivava dalle spedizioni di esplorazione e di conquista. Fare la lista
di scritti enciclopedici a carattere storico che accennano poco o nulla
all’America riproduce la tentazione di trovare una scorciatoia per
studiare un fenomeno straordinariamente complesso e condizionato
da fattori contingenti, misurandone il rilievo sul metro di aspettative
anacronistiche: la maggior parte degli storici del Cinquecento aveva
ben poco in comune con quelli del tardo Settecento e dell’Ottocento
che trattavano l’America come si pretenderebbe che avessero fatto
i loro predecessori53.

52 Sullo studio comparato delle religioni in prospettiva globale, a partire dall’o-

pera Conformité des coutumes des Indiens Orientaux, avec celles des Juifs et des
autres peuples de l’Antiquité pubblicata nel 1704 da monsieur de la Créquinière,
insiste C. Ginzburg, Provincializing the World: Europeans, Indians, Jews (1704), in
«Postcolonial Studies», XIV (2011), pp. 135-150.
53 P. Burke, America and the Rewriting of World History, in America in Europe-

an Consciousness cit., pp. 33-51.


I. Storici di un mondo che cambia 27

5. La riscoperta di un Rinascimento globale

La scrittura di storie del mondo rappresentò una linea mino-


ritaria nel Rinascimento. Il suo peso, tuttavia, andrebbe valutato
tenendo conto anche della diffusione e della tiratura delle diverse
opere, oltre al modo in cui furono lette. La storia rappresentò una
forma di conoscenza che assorbì, filtrò e reinterpretò la novità delle
interazioni globali nel Cinquecento, contribuendo a dare loro una
collocazione rispetto al passato. Solo mediante studi puntuali, atten-
ti alle trasformazioni nella costruzione delle storie del mondo che
furono allora scritte ma non sempre pubblicate a stampa, si apprezza
adeguatamente l’impatto che non solo la scoperta dell’America, ma
il mutato rapporto dell’Europa con l’intero pianeta ebbe sulla loro
scrittura. Gli autori europei che si lanciarono in quell’impresa agi-
rono in simultanea ad altri storici, dai cronisti che vivevano all’om-
bra dei grandi imperi asiatici ai discendenti degli indios nel Nuovo
Mondo. E talora furono coscienti di quello sforzo comune, tanto da
arrivare a leggersi e ispirarsi a vicenda.
Il mondo stava diventando un oggetto condiviso. La consapevo-
lezza di ciò sembra emergere dall’incisione che campeggia sul fron-
tespizio di una monumentale compilazione dal titolo Le Monde, ou
la Description generale des ses quatre parties. I suoi cinque volumi,
impressi a Parigi nel 1637 per i tipi di Claude Sonnius, seguono un
ordine per continenti un po’ inconsueto: l’Asia, l’Africa, poi l’A-
merica e infine l’Europa. Ne era autore Pierre d’Avity, signore di
Montmartin, uomo d’armi e geografo francese morto due anni pri-
ma. Dal 1613 andava pubblicando una descrizione del mondo che
molti accusavano di eccessiva somiglianza con le Relationi universali
di Giovanni Botero, il più celebre trattato di geopolitica del tempo.
In difesa di d’Avity, fu obiettato che, proprio affinché ognuno «giu-
dicasse la differenza leggendo l’uno e l’altro», egli «aveva [anche]
tradotto Botero nella nostra lingua, dando modo a tutti i francesi di
leggerlo più agevolmente»54.
Le Monde ebbe un successo tale che la sua mole crebbe da un’e-

54 Così si legge nella prefazione, redatta forse da François Ranchin, avvocato di

Montpellier, in P. d’Avity, Le monde, ou la description generale des ses quatre parties


avec tous ses empires royaumes, estats et republiques, a Paris, chez Claude Sonnius,
1637, vol. I, c. ẽ jv. La traduzione non è altrimenti nota.
28 Indios, cinesi, falsari

dizione all’altra, grazie all’aggiunta di nuove parti, ricavate da altri


autori, e fu oggetto di traduzioni e contraffazioni. Sul frontespizio
dell’edizione del 1637 campeggia l’immagine realizzata dall’inci-
sore Jean Picart. Al centro domina un grande mappamondo che
esibisce l’emisfero con l’Africa, l’Europa e l’Asia. Il globo terrestre
sembra come unire i due gruppi di uomini che si trovano ai suoi
lati, attirandone sguardi e gesti. Sulla sinistra si vedono sei europei,
finemente vestiti con abiti che seguono la moda dei loro paesi di
provenienza. Ad essi corrispondono altri sei uomini dall’aspetto
ben più diverso tra loro, abbigliati secondo la foggia allora attribui-
ta in Europa alle parti del mondo di cui erano originari, Asia, Afri-
ca o America.
Nell’incisione di Picart si riflette un’attrazione per il mondo che
aveva contraddistinto anche un certo numero di storici nel secolo
anteriore. Ma quando quell’immagine vide la luce, l’intensità e la
creatività con cui questi ultimi si erano rivolti ai passati multipli del
globo per capirne l’inedito intreccio nel presente si erano ormai af-
fievolite. Benché priva di mappe, l’opera di d’Avity ha per finalità
dichiarata di offrire una conoscenza utile alla politica a partire dalla
geografia. Essa non è una storia del mondo, per quanto si fondi sulla
vastità e varietà di materiali che si trovano alla base di molte storie
del mondo composte nei decenni precedenti.
Queste ultime non si appoggiano solo su fonti scritte, ma anche
su racconti orali di informatori locali e, accanto ad essi, su iscrizioni,
reperti, rovine. La scoperta di quanto passato esisteva al di fuori del
proprio mondo divenne allora evidente toccando con mano i resti di
società scomparse, a volte solo a seguito di conquiste recenti. Erano i
frammenti superstiti del tempo in cui un luogo aveva avuto un volto
esteriore diverso, di cui si potevano però cogliere ancora le stratifi-
cazioni che si impararono a riconoscere e a classificare, non senza
fraintendimenti. Quello spettacolo muto destò particolare sconcer-
to negli europei giunti nel Nuovo Mondo negli anni successivi alla
conquista. Alcuni cercarono di restituirgli voce studiando lingue lo-
cali, sforzandosi di intendere forme di comunicazione radicalmente
diverse dalla propria, individuando possibili supporti che potessero
aprire uno squarcio su una realtà scomparsa per sempre.
A questo movimento non prese parte solo chi viaggiò attraverso
il mondo, ma anche chi, pur senza farlo, fu in grado di procurarsi
oggetti provenienti da terre lontane, che si trattasse del pezzo di una
I. Storici di un mondo che cambia 29

statua o di un recipiente, di un tessuto lacerato o di altre cose dalle


forme inconsuete, a volte bizzarre, trovando loro un posto all’inter-
no di raccolte spesso custodite nell’ombra di studi e librerie priva-
te55. D’altra parte, fu pratica corrente sin dai primi viaggi quella di
portare via con sé oggetti dalle regioni visitate per offrirli a protettori
o conservarli nella propria casa. Non si tardò a farli fabbricare dai
nativi secondo stili che si riteneva potessero meglio soddisfare gusti
e attese di chi li riceveva. Così fece già Hernán Cortés sin dai giorni
della conquista del Messico56.
Anche per il pericolo del falso, sempre in agguato, l’allargamento
degli orizzonti nel Cinquecento contribuì alla graduale definizione
di un nuovo tipo di conoscenza, l’antiquaria, che aveva la pretesa
di stabilire un contatto diretto con il passato attraverso manufat-
ti, monete e altri oggetti, arrivando così a proporre cronologie più
attendibili, ricostruire miti e genealogie, penetrare il significato di
organizzazione sociale e costumi di popolazioni distanti nel tempo,
ma anche nello spazio. In genere, la sensibilità antiquaria si definisce
anzitutto a partire da un rapporto materiale con la propria antichità.
Quella forma di sapere prese il suo nome nell’Europa del Rinasci-
mento, dove si confrontava in primo luogo con le vestigia romane
e non aveva ancora acquisito una sua autonomia, confondendosi
ancora con la storia57. Anche per questo, fra la prima metà del Cin-
quecento e gli inizi del Seicento, non solo esplorazioni e conquiste
offrirono all’antiquaria nuova materia su cui esercitarsi, ma essa fu

55 A.A. Shelton, Cabinets of Transgression: Renaissance Collections and the In-

corporation of the New World, in The Cultures of Collecting, a cura di J. Elsner e R.


Cardinal, Reaktion Books, London 1997, pp. 177-203; I. Yaya, Wonders of Ame-
rica: The Curiosity Cabinet as a Site of Representation and Knowledge, in «Journal
of the History of Collections», XX (2008), pp. 173-188; D. Bleichmar, Seeing the
World in a Room: Looking at Exotica in Early Modern Collections, in Collecting
Across Cultures: Material Exchanges in the Early Modern Atlantic World, a cura di
D. Bleichmar e P. Mancall, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2011,
pp. 15-30; Collecting East and West, a cura di S. Bracken, A.M. Gáldy e A. Turpin,
Cambridge Scholars Publishing, Newcastle upon Tyne 2013.
56 A. Russo, Cortés’s Objects and the Idea of New Spain: Inventories as Spatial

Narratives, in «Journal of the History of Collections», XXIII (2011), pp. 229-252.


57 A. Momigliano, Storia antica e antiquaria (1950), in Id., Sui fondamenti della

storia antica, Einaudi, Torino 1984, pp. 3-45. Sulle riprese della sua proposta cfr.
Momigliano and Antiquarianism: Foundations of the Modern Cultural Sciences, a
cura di P.N. Miller, University of Toronto Press, Toronto 2007.
30 Indios, cinesi, falsari

di ausilio alla scrittura di storie del mondo, benché gli autori di que-
ste ultime non sempre compresero o impiegarono adeguatamente le
testimonianze messe a loro disposizione. In ogni caso, fu in questo
ambito che storia e antiquaria s’intrecciarono anche con un’incipien-
te pratica archeologica coltivata, in modo inconsapevole, da esplora-
tori che scoprivano nel terreno una croce o l’orma di un apostolo, a
conferma che altri cristiani avevano visitato in passato le terre in cui
erano giunti, o da missionari che scavavano nel suolo o sotto resti
di edifici per trovare, e distruggere, oggetti votivi e altri segni tangi-
bili della permanenza dell’idolatria tra le popolazioni che volevano
convertire58. Per paradossale che possa apparire, anche questi sforzi
concorsero a quella lenta conquista del passato che consiste nella
riesumazione dei suoi resti materiali59.
La messa in circolazione di oggetti antichi, o presunti tali, prove-
nienti da terre lontane fu di grande importanza per la trasformazione
del senso del passato. Peraltro, come la scrittura di storie del mondo,
anche la sensibilità antiquaria non era allora appannaggio della sola
cultura europea, ma ebbe forse una natura globale e assunse forme
variabili nelle diverse culture del tempo, dallo studio di selci col-
lezionate da antiquari e naturalisti cinesi al riuso di antichi oggetti
votivi in Messico alla vigilia della conquista spagnola60. Ci si può anzi
interrogare sugli eventuali intrecci tra diverse sensibilità antiquarie
nel contesto dei contatti e degli scambi su scala planetaria che si
intensificarono dal Cinquecento in avanti61.
Qui il cerchio si chiude rivelando un parallelo tra il composito
universo transculturale in cui presero forma le storie del mondo tra
Cinque e Seicento e l’attenzione che prestano oggi alla cultura mate-

58 Sull’impiego della nozione di idolatria nella conquista dell’America cfr. C.

Bernand, S. Gruzinski, Dell’idolatria. Un’archeologia delle scienze religiose (1988),


Einaudi, Torino 1995.
59 Sull’intreccio fra antiquaria e archeologia nella cultura europea cfr. A.

Schnapp, La conquista del passato. Alle origini dell’archeologia (1993), Mondadori,


Milano 1994, pp. 109-194.
60 Antiquarianism and Intellectual Life in Europe and China, 1500-1800, a cura

di P.N. Miller e F. Louis, University of Michigan Press, Ann Arbor 2012; World
Antiquarianism: Comparative Perspective, a cura di A. Schnapp con L. von Falken-
hausen, P.N. Miller e T. Murray, The Getty Research Institute, Los Angeles 2013.
61 Se ne è discusso al simposio internazionale Antiquarianisms Across the Atlan-

tic, Brown University, Providence (RI), 13-14 novembre 2015. È prevista l’uscita di
un volume ad esso collegato nel 2016.
I. Storici di un mondo che cambia 31

riale gli storici che indagano la dimensione globale del Rinascimento.


Non si tratta di usare al plurale la «parola famigerata» Rinascimento,
di cui tanti diffidano per i troppi significati diversi che ha avuto nel
tempo, al punto di averne fatto una nozione valida per descrivere
fioriture culturali ovunque nel mondo62. Piuttosto, è la riscoperta del
carattere aperto di un movimento che siamo abituati a considerare la
quintessenza della cultura europea a rivelare quanto mondo vi fosse
nel Rinascimento, inteso non solo come l’attività di filologi, letterati
e artisti alle prese con un rinnovamento dei campi del loro sapere a
partire dal confronto serrato con gli antichi, ma anche come il pro-
dotto di nuovi gusti e pratiche di consumo. Lo studio degli oggetti
esibiti in sale pubbliche o custoditi in camere private, attestati da
inventari e dipinti, rivela da quanto lontano provenissero, o come
fossero composti di parti e materie che arrivavano da fuori dell’Eu-
ropa: i vetri, le ceramiche e le suppellettili in metallo dalla Siria, i
tappeti turchi, le sete e i velluti originari dall’Asia meridionale e dalla
Cina, i marmi dall’Africa occidentale, i pigmenti americani usati per
ottenere colori da usare per un abito o un dipinto. Prodotti rinasci-
mentali come le maioliche genovesi subivano la suggestione delle
porcellane cinesi con cui furono in grado di competere sui mercati,
europei ma non solo, perché costavano meno63.
Questo Rinascimento costruito da impulsi che andavano ben
oltre l’Europa e il Mediterraneo, fino a comprendere l’America o
la Cina, vide emergere la nuova immagine di un pianeta che aveva
passati multipli e un’antichità globale. Alcuni avvertirono l’urgenza
di confrontarsi con tutto questo, scrivendo una storia del mondo
da prospettive molto diverse. Un aspetto decisivo fu l’importanza
che vi ricoprirono alcune particolari forme del racconto, dell’orga-
nizzazione ed esposizione della conoscenza storica, che emersero a
prescindere dai viaggi di Colombo o di Vasco da Gama, ma non cor-
risposero a quelle trasmesse dall’antichità classica, pur risentendone

62 J. Goody, Rinascimenti. Uno o molti? L’Europa, il mondo arabo, l’India e la Ci-

na alle origini dell’età moderna (2010), Donzelli, Roma 2010. L’espressione «parola
famigerata» per il Rinascimento è usata in A. Momigliano, Le radici classiche della
storiografia moderna (1990), a cura di R. Di Donato, Sansoni, Firenze 1992, p. 75.
63 M. Ajmar-Wollheim, L. Molà, The Global Renaissance: Cross-Cultural Objects

in the Early Modern Period, in Global Design History, a cura di G. Adamson, G.


Riello e S. Teasley, Routledge, London 2011, pp. 11-20.
32 Indios, cinesi, falsari

in vario modo nei loro contenuti. Quei modelli sono rappresentati


da opere oggi spesso dimenticate, o comunque quasi mai incluse nel
canone letterario rinascimentale. Alcune ebbero, tuttavia, un note-
vole successo tra i lettori del Cinquecento e proprio per questo i loro
spunti furono sviluppati dagli autori che reagirono per primi alla
scoperta che esistevano tante storie quante erano le popolazioni del
mondo. Talvolta, le opere che li ispirarono prolungavano la tendenza
a raccontare di terre immaginarie popolate da uomini e animali dalle
forme più improbabili, frutto di una fantasia che da Erodoto e Plinio
fino a Mandeville aveva riempito i vuoti della conoscenza reale, ma
non fu questo l’aspetto che ne determinò la ripresa da parte di chi
tentò di redigere una storia del mondo nel Rinascimento. A farlo fu-
rono spesso figure di secondo piano, marginali, che scrivevano senza
incarichi ufficiali, anche a costo di proporre letture sovversive del
passato. I rischi che si correvano a comporre una storia del mondo
divennero evidenti quando la loro scrittura incrociò i grandi poteri
di un’età di ferro, finendo nelle maglie della censura o diluendosi
fino a confondersi con la storia missionaria o imperiale, che rispon-
deva però a tutt’altre spinte e finalità.
Anche per questo, nonostante riprese e riscritture da una lingua
all’altra, le storie del mondo nel Rinascimento non acquistarono mai
lo statuto di un vero e proprio genere. Furono piuttosto un insieme
di tentativi, talora anche sperimentali, che andarono comunque a
formare una tradizione interrotta, spezzata. Prima che questo av-
venisse fino in fondo, nella prima metà del Seicento, quei tentativi
furono alimentati dal flusso continuo di notizie e materiali che pro-
venivano dalle più diverse località. Grazie ad essi, quelle storie del
mondo ebbero un’autentica proiezione globale, o quanto meno uno
sfondo planetario: affrontarono la complessa sfida di provare a tene-
re tutto insieme, o comunque di rendere conto di uno straordinario
allargamento degli orizzonti e delle ricadute che aveva sulla perce-
zione che l’Europa aveva di sé. In questo non si rifletteva affatto una
presunta eccezionalità della scrittura storica rinascimentale, ma al
contrario la sua partecipazione a un mondo più vasto dell’Europa,
da cui traeva ispirazione e dove, peraltro, negli stessi anni, come
si è detto, vedevano la luce tentativi simili di produrre storie che
legavano tra loro i passati di uomini, società e poteri di un pianeta
in trasformazione.
II

LE ALCHIMIE DELLA STORIA:


UN FALSARIO SBARCA IN AMERICA

1. Un francescano nella Nuova Spagna

Quando i primi spagnoli percorsero il Messico centrale all’indo-


mani della conquista di Hernán Cortés (1521), si aggiravano in un
paesaggio ancora segnato da grandiose testimonianze delle società
precolombiane, con resti di edifici e templi sacri scambiati per pi-
ramidi egizie o moschee islamiche. Tenochtitlan (antica Città del
Messico), Tlaxcala, Cholula, Iztapalapa, Texcoco, Tlacopan: l’al-
tipiano della valle centrale del Messico ospitava centri urbani con
decine di migliaia di abitanti. I nuovi dominatori venuti dal mare
ebbero allora la sensazione di entrare in un mondo parallelo, dove
la vita sembrava essersi sviluppata senza alcun contatto con il resto
dell’umanità.
La morte di Moteuczoma II (1520) mise fine all’impero azteco,
un nome dato solo molto più tardi alla complessa confederazione
politica con a capo la popolazione dei mexica, che governava la re-
gione quando arrivarono gli spagnoli. Questi ultimi si sforzarono
di distruggere i simboli del potere e le pietre che ne serbavano me-
moria; si lanciarono anche in un sistematico tentativo, destinato a
rivelarsi incompleto, di estirpare ogni traccia delle complesse culture
locali. I francescani osservanti guidati da Martín de Valencia furono
parte attiva di quel disegno di cancellazione. Nel 1524 giunsero in
Messico in dodici, a imitazione degli apostoli. Provenivano dal cuore
dell’Estremadura, terra arida e assolata, attraversata da forti spinte
mistiche e riformatrici. Erano convinti che in quel mondo ignoto
fosse possibile plasmare una cristianità nuova che riscattasse quella
europea, corrotta e afflitta dall’avanzata della Riforma protestante,
e aprire così il cammino alla conversione universale.
34 Indios, cinesi, falsari

Quei frati erano salpati da Sanlúcar de Barrameda, il porto an-


daluso da dove si partiva per l’America affrontando un rischioso
viaggio attraverso l’Oceano Atlantico. Circa un anno prima, nello
stesso porto era rientrata la Victoria, l’unica nave a completare la
circumnavigazione del globo della flotta che aveva lasciato la Spagna
nel 1519 agli ordini del portoghese Ferdinando Magellano, morto
lungo il tragitto. Il mondo stava cambiando aspetto agli occhi dei
suoi abitanti. La fervida spiritualità dei francescani, educati all’arte
di interpretare le profezie sulla fine dei tempi, li indusse a vedere
nell’incontro con un continente sconosciuto i segni celesti dell’av-
vento imminente dell’ultimo millennio, quando avrebbe avuto inizio
un’età di pace e concordia, seguita dal giudizio finale1. I religiosi al
seguito di Martín de Valencia avevano fretta di portare a compimen-
to la loro missione, anche a costo di ricorrere a battesimi di massa,
quasi che si trattasse di accelerare l’approssimarsi dell’apocalisse.
Accettarono così come un male minore le violenze commesse dai
conquistatori nei confronti dei nativi sopravvissuti alle guerre e alle
malattie di origine europea, ridotti in schiavitù e sfruttati alla stre-
gua di animali. Tuttavia, si dovettero presto misurare con il dato
ineludibile della resistenza culturale degli indios, come si era preso a
chiamare gli abitanti del Nuovo Mondo, per un errore di prospettiva
che risaliva a Colombo.
La conferma che i francescani avevano di fronte esseri umani a
pieno titolo passò anche per la scoperta che occorresse rivolgersi
al passato degli indios, irrimediabilmente perduto ma di cui re-
stavano cospicue tracce, per comprendere e superare i caratteri
essenziali della loro visione del mondo, le loro credenze, le forme
della loro organizzazione sociale. Così, la storia si affermò come
una forma di conoscenza di fondamentale importanza in America.
Vi era in questo una continuità con l’opera di riscoperta dell’an-
tichità da parte degli umanisti che, nell’Europa del Rinascimento,
restauravano testi classici affrontando manoscritti lacunosi con le
armi della filologia. L’universo violato da Cortés affondava le sue
radici in un passato di cui bisognava in qualche modo impadronir-
si, al pari delle lingue locali e dei codici pittografici degli indios.

1 A. Prosperi, America e Apocalisse: note sulla «conquista spirituale» del Nuovo

Mondo (1976), in Id., America e Apocalisse e altri saggi, Istituti Editoriali e Poligra-
fici Internazionali, Pisa-Roma 1999, pp. 15-63.
II. Le alchimie della storia 35

La conoscenza dei territori e dei costumi degli indios, infatti, non


poteva essere tenuta separata da una piena esplorazione delle cul-
ture precolombiane.
Vincere questa delicata sfida era decisivo per condurre a buon
fine la conquista spirituale e accelerare la conversione universale.
Ma come? L’esito fu una conciliazione apparente, benché segnata
dal crescente dominio coloniale. A imporsi fu una continua trasfor-
mazione dei significati attribuiti dai vari attori a prodotti culturali
ibridi e in qualche modo condivisi, sempre in grado di inviare un
messaggio a ciascuno, anche se non lo stesso a tutti: quella miscela
cangiante rivelava una commensurabilità tra la cultura spagnola e
cristiana e quelle delle popolazioni messicane che si accompagna-
va, però, all’impossibilità di giungere alla piena traducibilità una
volta per tutte2. Anche l’accesso alle «antichità degli indios», come
da subito si prese a definire i diversi frammenti del loro millenario
passato, alla maniera degli umanisti e degli antiquari europei, passò
attraverso un processo in parte simile3. I nativi custodivano la me-
moria del tempo precedente all’arrivo degli spagnoli: erano dunque
gli unici possibili informatori, nonché i soli decifratori delle reliquie
di un’epoca ormai tramontata.
La ricerca del passato perduto delle popolazioni messicane avreb-
be attraversato il primo secolo successivo alla conquista, tra i frain-
tendimenti di parte spagnola, gli affannosi tentativi di procurarsi
notizie tramite codici precolombiani e racconti orali, le stesure non
di rado affrettate e incomplete di cronache, relazioni e trattati com-
posti dai francescani nelle pause delle loro missioni in terre spesso
remote e difficili da raggiungere. Mentre si muovevano in uno spazio
in trasformazione, quei frati viaggiavano anche indietro nel tempo.
Così si pose loro il problema decisivo: come selezionare i materiali
confusi e dispersi ai quali avevano accesso e come trasformarli in una
ricostruzione storica attendibile?

2 S. Gruzinski, La colonizzazione dell’immaginario. Società indigene e occi-

dentalizzazione nel Messico spagnolo (1989), Einaudi, Torino 1994; A. Russo, The
Untranslatable Image: A Mestizo History of the Arts in New Spain, 1500-1600, Uni-
versity of Texas Press, Austin 2014.
3 L’espressione figurava già nel titolo del trattato del frate geronimiano Ramón

Pané, che accompagnò Colombo nel secondo viaggio in America (1493). L’origi-
nale è perduto. Cfr. R. Pané, Relazione sulle antichità degli indiani, a cura di A.
Morino, Sellerio, Palermo 1992.
36 Indios, cinesi, falsari

Bisognava orientarsi tra narrazioni locali organizzate secondo


concezioni cicliche del tempo diverse da quella europea e più volte
rimaneggiate allo scopo di fornire versioni gradite al potere, trasmes-
se in forme grafiche e linguaggi che i missionari potevano facilmente
equivocare. Inoltre, i francescani dovettero stabilire criteri di affi-
dabilità delle informazioni raccolte, scegliere i contenuti degni di
essere conosciuti e disporli in un discorso che fosse comprensibile
ai loro lettori. La scoperta che gli indios avevano avuto una storia,
parallela a quella degli egizi, dei greci e dei romani, ma autonoma da
essi, era inquietante: raccontarla comportava che si spiegasse come
poteva essere esistita una tale molteplicità di passati, come raccor-
darli fra loro e come mai proprio allora la provvidenza avesse deciso
di servirsi degli spagnoli per rivelare al resto del mondo un’umanità
nascosta cui la Bibbia non sembrava accennare, offrendole l’oppor-
tunità di convertirsi al cristianesimo.
Questa prospettiva, inevitabilmente, stimolava le inclinazioni
millenaristiche dei francescani. Li indusse a pensare i loro scritti
secondo uno schema binario, in cui all’età precolombiana, segna-
ta da false credenze e pratiche cruente ispirate dal demonio (su
tutte, i sacrifici umani), seguiva un’età di rigenerazione spirituale,
testimoniata dai leggendari successi iniziali dell’opera missionaria,
ricostruiti in grande dettaglio. Ma la trattazione del passato delle
popolazioni messicane non si ridusse a un elenco di condanne. Al
contrario, rispose al tentativo di farne l’oggetto di una ricostruzione
storica a tutto tondo, che permettesse di porre le loro antichità in
una qualche relazione con il resto dell’umanità. Scrivere la storia
degli indios della Nuova Spagna, come Cortés ribattezzò il Messico,
significava esprimere la presunta conoscenza del loro passato nel
linguaggio della storiografia europea del tempo, e quindi modellarlo
secondo un procedimento in cui, però, il riadattamento rischiava
di confondersi con l’invenzione. Così la ricerca di una visione della
storia del mondo in cui poter includere la lunga epoca preispanica
dell’America entrava a far parte della cultura rinascimentale.
La composizione di relazioni sulle antichità messicane che con-
sentissero di conoscere meglio l’origine di miti, credenze, rituali e
costumi degli indios fu un’impresa condivisa, che rispose a ripetuti
stimoli nel corso degli anni trenta del Cinquecento e vide impegnato
più di un frate francescano. Il più famoso fu Toribio de Benavente,
II. Le alchimie della storia 37

uno dei dodici religiosi sbarcati sul continente americano nel 15244.
Alla fine del febbraio 1541 si trovava nel convento di Tehuacán,
centro di antica fondazione popoloca, circa 250 chilometri a sudest
di Città del Messico, ed è qui che completò una redazione della sua
Historia de los indios de la Nueva España, indirizzata al potente Don
Antonio Alfonso Pimentel, conte di Benavente, in Spagna. Vi rias-
sumeva i risultati di oltre quindici anni di esperienza missionaria:
dall’epoca del suo arrivo frate Toribio aveva visitato numerose lo-
calità, spingendosi fino in Guatemala e Nicaragua, e aveva assunto
vari incarichi tra cui quello di inquisitore e di guardiano di conventi
francescani, aveva imparato alcuni idiomi locali, su tutti il nahuatl,
la lingua veicolare dell’altopiano del Messico centrale. Il suo zelo
apostolico, l’aspetto umile e la generosità sarebbero stati all’origine
del nome che gli avrebbero dato gli indios: Motolinía, «colui che è
povero». L’ardore per l’evangelizzazione lo aveva persino spinto a
prendere parte, tra 1532 e 1533, a un tentativo di estendere l’opera
di conversione universale fino in Cina: a tale scopo si era trasferito
a Tehuantepec, città zapoteca nel Messico meridionale che si af-
facciava sull’Oceano Pacifico, dove per sette mesi, con Martín de
Valencia e altri francescani, aveva invano atteso i vascelli promessi
da Cortés per quell’impresa.
Motolinía era dunque un missionario dagli orizzonti globali quan-
do completò l’Historia poi trasmessa, forse nel 1542, al conte di Bena-
vente. Era il risultato di una stesura frettolosa, eseguita con ogni pro-
babilità per incidere nel dibattito sulla schiavitù degli indios esploso
in Spagna sull’onda delle denunce del domenicano Bartolomé de las
Casas e culminato nelle «Leggi nuove» (1542) con cui l’imperatore
Carlo V vietò l’asservimento dei nativi americani. Da sempre a fianco
dei coloni e timoroso che potessero rivoltarsi e mettere così a rischio
i frutti dell’azione missionaria, Motolinía prese posizione contro Las
Casas. La sua Historia doveva chiarire come in Messico fosse ormai
in atto, sotto l’impulso francescano, la straordinaria trasformazione
di popolazioni idolatre in un gregge mansueto di devoti cristiani. A
giungere nelle mani del conte di Benavente fu una riduzione parziale,
di cui non sopravvive l’originale, di una cronaca generale cui Moto-

4 Su Toribio de Benavente e la sua opera rinvio a G. Baudot, Utopia e storia

in Messico. I primi cronisti della civiltà messicana, 1520-1569 (1976), Biblioteca


Francescana, Milano 1992, pp. 221-243.
38 Indios, cinesi, falsari

linía lavorava su incarico del suo ordine almeno dal 15365. Anche la
versione finale di quest’ultima non ci è giunta, né si hanno certezze
che sia andata perduta durante la campagna di confisca e distruzione
delle opere sulla conquista del Nuovo Mondo, ordinata dalla corona
di Spagna nel 1577, per paura che legittimassero pulsioni autonomi-
ste. Sopravvivono però una serie di materiali di lavoro che permetto-
no di conoscere significative evoluzioni della cronaca dopo il 15416.
L’operazione compiuta da Motolinía sul passato precolombiano
degli indios si comprende esaminando da vicino l’epistola proemia-
le dell’Historia. L’argomento era complesso. Sin dalle pagine iniziali
l’autore si giustifica per la trattazione assai breve delle «antichità e
cose notevoli di questa terra»7. Per esporre la più remota storia messi-
cana bisognava identificare gli abitanti originari delle diverse regioni.
Motolinía decise di adottare un criterio genealogico, individuando
successive ondate migratorie di popolazioni i cui lignaggi avrebbe-
ro lasciato traccia nei nomi di villaggi, città e territori. La scelta di
ridurre a tale schema la storia dell’antico Messico non era neutrale,
ma rispondeva a una visione della storia del mondo fondata su un
modello diffusionista di matrice europea. Era la tecnica del raccon-
to giudicata migliore da Motolinía per consentire ai suoi lettori di
accedere all’oscuro e sfuggente passato di quegli indios di cui tanto
si dibatteva allora in Spagna: come un alchimista che nel chiuso di
un laboratorio convertiva il piombo in oro, provava a far reagire la
materia indiana a contatto con elementi che avessero la proprietà di
tramutare una sostanza ignota nel prezioso composto della storia.

2. Motolinía e i racconti degli indios

Le pagine in cui Motolinía esibisce le sue fonti sono di un’am-


biguità rivelatrice. Scrive di aver ricavato le sue notizie dai «libri

5 T. de Motolinía, Historia de los Indios de la Nueva España, a cura di G. Bau-

dot, Castalia, Madrid 1985.


6 Id., Memoriales o Libro de las cosas de la Nueva España y de los naturales de

ella, a cura di E. O’Gorman, Universidad Nacional Autónoma de México, Ciudad


de México 1971, dove si edita il documento con integrazioni tese a ricostruire la
cronaca finale.
7 Id., Historia de los Indios cit., p. 99.
II. Le alchimie della storia 39

antichi con simboli e immagini posseduti da questi nativi» difficili


da interpretare «per l’assenza di lettere», ma anche dalla «memoria
degli uomini», che spesso erano in contrasto, tuttavia. Il modo in cui
usa i materiali a sua disposizione risente soprattutto della decisione
di presentarli nella forma di genealogie di popolazioni colonizzatrici.
Di «cinque» codici pittografici spiega di essersi affidato a uno in par-
ticolare, che chiama Xiuhtonalamatl. Vi si serbava il conto degli anni
e il calendario dei giorni, nonché il ricordo delle «imprese e storie
di vittorie e di guerra, e la successione dei principali signori; le tem-
peste, i segni del cielo degni di nota e le pestilenze generali; in che
tempo e sotto quale signore si verificarono; e tutti i signori che do-
minarono sulla Nuova Spagna, finché non arrivarono gli spagnoli»8.
Come la quasi totalità dei codici composti prima della conquista,
quella fonte è oggi perduta. A metà strada fra lo storico e l’antiqua-
rio, Motolinía ne desume che l’antico Messico era stato popolato
grazie alla successione di «tre maniere di genti»: i chichimeca, gli
acolhua (texcocani) e i messicani (mexica). Quanto ai primi, ammet-
te che le notizie sicure sulla loro presenza nella Nuova Spagna non
risalivano più indietro nel tempo di 800 anni, «benché si dia per cer-
to che sono molto più antichi». Il problema era che «non sapevano
come scrivere, né fare immagini, perché erano gente assai barbara
e come selvaggi». Solo gli acolhua avrebbero iniziato «a scrivere e
comporre memoriali nei loro simboli». E le più antiche notizie sul
loro conto avevano 770 anni. Motolinía descrive poi gli insediamenti
e gli avvicendamenti di quelle popolazioni nel Messico centrale e le
serie dei loro sovrani fino alla recente caduta di Moteuczoma II9.
A questo punto si introduce un’altra versione dei fatti, presenta-
ta come «priva di contraddizioni» rispetto alla precedente, benché
complichi non poco la tripartizione proposta e derivi da una fonte
diversa, ancor meno verificabile: un informatore «assai abile e di
buona memoria» di cui si dice solo che apparteneva a quegli indios
che «ricordavano e sapevano raccontare e riferire tutto quello su cui

8 Ivi, pp. 99, 102. Discute questo genere di codici E.H. Boone, Stories in Red
and Black: Pictorial Histories of the Aztecs and Mixtecs, University of Texas Press,
Austin 2010, pp. 197-237.
9 Motolinía, Historia de los indios cit., pp. 102-107. Correggo in «acolhua»

l’originale che recita «quelli di Colhua», facendo però riferimento ai texcocani della
provincia di Acolhuacan.
40 Indios, cinesi, falsari

li si interrogava». La storia raccontata dall’anonimo indio si apre con


un mito di cui si trovano numerose varianti in successive cronache
spagnole e nahuatl della conquista, quello di Chicomoztoc «che nel-
la nostra lingua castigliana», si specifica, «significa sette caverne».
Da quel luogo avevano avuto origine gli indios della Nuova Spagna.
Loro comune antenato era un «signore» che ebbe «sette figli». In
una redazione successiva Motolinía lo identifica con l’anziano Iztac
Mixcoatl («bianco serpente di nuvole»), di cui tace la natura divina,
per sottolineare invece che dalla sua discendenza «procedono grandi
generazioni, quasi come si legge dei figli di Noè». È un rilievo tutt’al-
tro che casuale, e ci torneremo su a breve.
I primi sei figli si sparsero nelle regioni dell’America centrale,
fondando città e dando principio a nuove popolazioni. Nei tre casi
in cui Motolinía ne riporta il nome, si suggerisce un nesso etimolo-
gico secondo uno schema ben preciso: «Dal secondo figlio Tenuch
vennero i tenochca, che sono i messicani, e perciò Città del Messi-
co si chiama Tenochtitlan»; «Dal quinto figlio Mixtecatl vennero
i mixteca. La loro terra si chiama ora Mixtecapan»; «Dall’ultimo
figlio discendono gli otomi, così chiamati dal suo nome, Otomitl.
È una delle maggiori generazioni della Nuova Spagna». In seguito
Motolinía avrebbe aggiunto i nomi degli altri tre figli, chiarendo che
dal quarto, «Xicalancatl», ebbero origine gli «xicalanca». E avrebbe
precisato che da Otomitl discesero anche i chichimeca, senza curar-
si di chiarire come l’ordine di quella cronologia si combinasse con
l’incerta cronologia delle tre migrazioni presentate in precedenza10.
Vi era anche un settimo figlio, avuto da un’altra moglie. Si chia-
mava Quetzalcoatl («serpente piumato»), «uomo onesto e tempera-
to», senza moglie e casto. Un indio di nome Chichimecatl gli serrò
la parte superiore del braccio («acolli», in nahuatl) con una cinghia
di cuoio e per questo fu chiamato anche «Acolhuatl, e da questi si
dice che discesero gli acolhua». Motolinía omette la notizia, attestata
peraltro solo in cronisti spagnoli, che Moteuczoma II avesse identifi-
cato Cortés con Quetzalcoatl, limitandosi a ricordare che «gli indios
della Nuova Spagna tennero Quetzalcoatl come uno dei loro dèi
principali, lo chiamavano Dio dell’aria, e dappertutto in suo onore

10 Ivi, pp. 107-109, da confrontare per le varianti con Id., Memoriales cit., pp.
9-11.
II. Le alchimie della storia 41

edificavano templi, erigevano statue e ne dipingevano la figura». Si


sofferma quindi su altre opinioni degli indios circa la propria origi-
ne. Riporta anche quella più diffusa tra gli acolhua di Texcoco, il più
splendido e illustre dei grandi centri culturali del Messico precolom-
biano, dove Motolinía aveva vissuto poco tempo dopo il suo arrivo,
nel 1527: gli abitanti di quella città avrebbero sostenuto che essi e la
regione in cui vivevano, l’Acolhuacan, prendevano il loro nome dal
valoroso capitano «Acolli, ché così si chiama quell’osso che va dal
gomito alla spalla»11.
All’improvviso Motolinía abbandona poi i racconti messicani
e dedica la chiusa dell’epistola proemiale a discutere le ipotesi su-
gli indios che circolavano in Europa. Anzitutto, prende le distanze
dall’idea di una primigenia colonizzazione della Nuova Spagna da
parte degli antichi cartaginesi, avanzata sulla scorta di uno scritto
sulle loro navigazioni a lunga distanza, erroneamente attribuito ad
Aristotele: «una terra così grande e abitata dappertutto sembra piut-
tosto aver avuto origine da altre parti estranee», ribatte Motolinía.
La sua posizione, ricavata «da alcuni indizi», è che il popolamento
del Messico sia derivato «dalla ripartizione e dalla divisione fra i ni-
poti di Noè». Il tentativo di trovare la chiave del passato più remoto
delle popolazioni americane nel racconto biblico conduce Motolinía
a respingere le tesi di «alcuni spagnoli» secondo cui, a giudicare dai
loro «riti, costumi e cerimonie», i nativi della Nuova Spagna erano
della «generazione» dei musulmani o degli ebrei. Quel collegamento
era insidioso, considerando il clima di sospetto e persecuzione che
circondava i discendenti delle due minoranze religiose nella penisola
iberica, dopo la stagione delle espulsioni e delle conversioni forzate
di fine Quattrocento. Anche per questo, forse, Motolinía finisce con
l’aderire alla «più comune opinione», ossia che fossero «gentili»12.
La conclusione che anche gli indios discendessero da Noè, ma
non avessero sangue musulmano né ebraico, si combinava alla per-
fezione con l’obiettivo di reintegrare la storia precolombiana del
Messico nella prospettiva provvidenziale della salvezza cristiana, ri-

11 Id., Historia de los Indios cit., pp. 110-112. Una revisione dell’idea che gli

indios credettero che i primi spagnoli fossero divinità in C. Townsend, Burying the
White Gods: New Perspectives on the Conquest of Mexico, in «American Historical
Review», CVIII (2003), pp. 659-687.
12 Motolinía, Historia de los Indios cit., p. 113.
42 Indios, cinesi, falsari

pristinando antiche connessioni recise dal tempo. Lo dimostra una


stesura più avanzata del capitolo I, in cui si presenta la missione dei
dodici francescani guidati da Martín de Valencia. Vi si chiarisce il
significato del nome nahuatl «Anahuac», usato dai mexica per indi-
care l’estensione del loro impero e tradotto da Motolinía come «terra
ferma e quasi mondo, non tutto il mondo nel suo insieme, perché gli
manca la dizione cem, ma una terra grande, che comunemente sia-
mo soliti chiamare mondo». Questa spiegazione offre lo spunto per
collegarsi all’impresa dei religiosi: «dopo aver rivelato quest’altro
mondo, nuovo per noi», «il nostro Dio ha ispirato al suo vicario, il
sommo pontefice, e lo stesso Francesco al nostro padre generale (...)
che inviassero i suddetti religiosi. Il suono della loro voce», si procla-
ma in toni ispirati alle profezie bibliche, «si è sparso e ha risuonato in
tutta la rotondità di questo nuovo mondo fino ai suoi ultimi confini,
o per la maggior parte di esso». Motolinía prosegue parafrasando un
passo del trattato medievale De imagine mundi, attribuito ad Ansel-
mo d’Aosta (ma il vero autore fu Honoré d’Autun), dove si sarebbe
letto «che nelle parti di occidente si trova un’isola più grande di
Europa e Africa, dove Dio ha diffuso Jafet, e si compie ora più che
mai quella profezia o benedizione del patriarca Noè che disse a suo
figlio Jafet: Dio diffonda Jafet. Da essa discendono gli spagnoli, ora
diffusi non solo nelle tre parti del mondo in fede, dominio, scienze e
armi, ma anche quaggiù, in questa grande terra». Il passo, tuttavia, è
alterato: l’originale, infatti, si riferisce esplicitamente al mito plato-
nico di Atlantide e non fa cenno a Jafet13.
Motolinía, dunque, è tutto meno che un proto-etnografo intento
a registrare fedelmente la realtà del Messico nei primi decenni che
seguirono alla conquista spagnola. È piuttosto un religioso pronto a
modificare persino i testi della teologia cristiana pur di offrire un’in-
terpretazione dei fatti storici che risponda all’obiettivo di esaltare
la missione francescana nel Nuovo Mondo. Ancor più complesso e
per certi versi intrigante, tuttavia, è il modo in cui trasforma le sue
notizie frammentarie sul passato delle popolazioni di Anahuac e ne
riscrive le «antichità», continuando a modificare il testo anche dopo
il 1541. Perché lo fa? Si deve immaginare un Motolinía così incerto

13 Id., Memoriales cit., pp. 19-20. Il passo parafrasato si trova in H. d’Autun, De

imagine mundi, in Opera omnia, a cura di J.-P. Migne, Frères Garnier, Paris 1854,
coll. 132-133. Il riferimento biblico inserito da Motolinía è al Libro del Genesi 9, 27.
II. Le alchimie della storia 43

di fronte al composito universo di miti, leggende e testimonianze


orali degli indios, da riscriverne il passato?
Motolinía aveva agito in collaborazione con altri religiosi nella
sua opera di reperimento di informazioni e scrittura. Anche il con-
fratello Andrés de Olmos si era messo a raccogliere «in un libro le
antichità di questi indios nativi, in special modo di Città del Mes-
sico, Texcoco e Tlaxcala», almeno a quanto si legge nell’Historia
Eclesiástica Indiana (1611)14. All’autore di quest’ultima, il cronista
francescano Jerónimo de Mendieta, si devono le notizie principali
sul perduto trattato delle antichità messicane che Olmos avrebbe
composto a Tlatelolco, fra 1533 e 1539, nella quiete del collegio
francescano per l’educazione dei rampolli della nobiltà indigena15.
Motolinía ebbe accesso al trattato di Olmos, ma lo stato attuale delle
nostre conoscenze non consente di stabilire un chiaro rapporto di
filiazione tra i due autori. Si deve piuttosto immaginare un intenso
scambio di informazioni e materiali tra i due, e forse un confronto
sulle rispettive interpretazioni. Il Messico degli anni trenta era carat-
terizzato da un diffuso interesse per il passato degli indios da parte
dei missionari che spesso condividevano appunti, quaderni e abboz-
zi di relazione. Per esempio, poco dopo essere giunto nella Nuova
Spagna, durante un incontro avvenuto a Tlaxcala nel 1538, pure
segnato da un acceso diverbio sui modi di amministrare il battesimo
agli indios, Las Casas ricevette da Motolinía una versione parziale
dell’Historia, di cui si sarebbe avvalso nei suoi scritti.
Va tenuto conto anche di questo clima per cercare di comprende-
re perché nell’Historia di Motolinía le origini degli indios, e la loro
collocazione nella storia del mondo, siano trattate in modo così sor-
prendente. Se si prova a ricavarne una lettura d’insieme, emerge un
singolare incontro fra elementi tratti dal patrimonio delle tradizioni
locali, peraltro già rielaborati dai mexica nei secoli precedenti alla
conquista spagnola, e uno schema genealogico di apparente ispira-
zione biblica (l’analogia è suggerita da Motolinía), arricchito dalla
tendenza a spiegare i nomi delle popolazioni di Anahuac a partire da
singolari intrecci etimologici. Gli indios sarebbero discesi anch’essi
dal patriarca Noè all’indomani del diluvio universale, conferman-

14 J. de Mendieta, Historia Eclesiástica Indiana, a cura di J. de Domayquia, 4

voll., Salvador Chávez Hayhoe, México 1945, vol. I, p. 81.


15 Baudot, Utopia e storia cit., pp. 156-175.
44 Indios, cinesi, falsari

do così l’origine comune dell’umanità. Non è chiaro, però, tramite


quale dei suoi tre figli. Motolinía, infatti, sembra escludere solo Sem,
negando espressamente legami di sangue con ebrei e musulmani.
Lascia invece nel dubbio se gli indios della Nuova Spagna traessero
origine da Jafet, come gli spagnoli, o da Cam. In ogni caso, insinua
che il primo popolamento del Messico derivasse «dalla ripartizione
e dalla divisione fra i nipoti di Noè». Tra essi si doveva forse contare
il comune antenato di tutti i messicani (poi identificato con Iztac
Mixcoatl). Dai suoi figli avevano preso nome molte popolazioni e
località. Le antichità della Nuova Spagna sono così spiegate secondo
un modello diffusionista che consente di connettere tra loro i mol-
teplici passati del mondo.
È difficile supporre che Motolinía abbia elaborato da solo una
narrazione così sofisticata, mentre avvolto nel suo umile saio percor-
reva in lungo e in largo il Messico centrale. Aveva forse frainteso i
racconti messicani, secondo un tipico processo di istintiva riduzione
dell’ignoto al noto? Neanche questa ipotesi risolve i problemi. Non
tiene conto, infatti, della precoce interazione tra i francescani e gli
indios, alla quale si devono i primi esempi di opere storiche in lingua
nahuatl trascritte in caratteri fonetici per mezzo dell’alfabeto latino,
conservati sotto il nome di Annali storici della nazione messicana, o
Annali di Tlatelolco16. Si tratta di una miscellanea, le cui sezioni più
antiche forse risalgono al 1528. Quegli Annali presentano cronolo-
gie e forme del racconto radicalmente diverse da quelle di Motolinía.
Anche dove espongono le origini degli indios, a non considerare le
differenze dei nomi, non si trovano serie genealogiche sviluppate
secondo concatenazioni etimologiche.
L’aspetto decisivo è che serie genealogiche di quel tipo non si
trovano neanche in un precedente appunto autografo di Motolinía
confluito poi nell’epistola proemiale del 1541 e nelle redazioni suc-
cessive. La stesura di quel promemoria risalirebbe molto indietro
nel tempo, forse addirittura tra 1527 e 1528, quando Motolinía era
ancora guardiano del convento di Texcoco, nell’Acolhuacan17. L’in-
fluenza dell’alta nobiltà locale, con cui il missionario strinse solidi

16 H.J. Prem, U. Dyckerhoff, Los anales de Tlatelolco. Una colección hete-

rogénea, in «Estudios de cultura Nahuatl», XXVII (1997), pp. 181-207.


17 Almeno stando a G. Baudot, Les premières enquêtes ethnographiques améri-

caines. Fray Toribio Motolinía: quelques documents inédits et quelques remarques,


II. Le alchimie della storia 45

rapporti, è evidente in quell’appunto, per esempio, dove a proposito


dei mexica si riferisce che «tutti concordano nel dire che sono della
generazione degli acolhua». Nell’epistola proemiale, invece, quell’o-
pinione, che rifletteva l’orgoglio locale degli abitanti di Texcoco, è
attribuita solo ad «alcuni» e il tono polemico del passo è attenuato.
Le differenze principali, però, sono ben altre.
Anzitutto, nell’appunto più antico persistono elementi d’incer-
tezza verso le informazioni contenute nel codice Xiuhtonalamatl.
Motolinía definisce la versione che vi si forniva sulle origini degli
indios della Nuova Spagna come «la più comune», ma premette che
«su questo differiscono molti simboli, riportando un’opinione con-
traria». Le tre ondate migratorie di chichimeca, acolhua e mexica, che
nel 1541 sono descritte secondo una chiara successione temporale, vi
appaiono inoltre in forma più sintetica, tra esitazioni e lacune. Sugli
inizi dei chichimeca, scrive Motolinía, «non si hanno memoria né
scrittura», mentre gli acolhua «non sanno per certo da dove venne-
ro», ma «dicono che le loro scritture dimostrano che sono giunti in
questa terra da settecentotrentatré anni compreso il presente». L’ap-
punto dei tardi anni venti conserva tutta la ruvidezza dell’abbozzo
di lavoro, ma soprattutto non vi entra ancora la voce dell’anonimo
indio che avrebbe raccontato la storia di Iztac Mixcoatl e dei suoi
figli dai nomi tanto simili a quelli delle popolazioni da essi discese,
da sembrare ricavati a posteriori da queste ultime e non viceversa,
come suggerisce Motolinía. Rileggiamoli: Tenuch, progenitore dei
tenochca (ossia, i mexica di lingua nahuatl); Xicalancatl, antenato
degli xicalanca (popolazione di origine maya, stabilitasi nella valle
di Puebla); Mixtecatl, da cui discendevano i mixteca (indigeni me-
soamericani, residenti nella regione costiera meridionale); Otomitl,
capostipite degli otomi (popolazione del Messico centrale di lingua
non nahuatl).
Nel trattato sulle antichità messicane di Olmos non vi era traccia
del racconto delle origini degli indios della Nuova Spagna fatto a
Motolinía dall’oscuro informatore indio, almeno stando al cronista
francescano Mendieta, che lo riporta alla lettera, ma lo attribuisce
ai «libri» degli indios «che erano cinque»18. Perché allora Motolinía

in «Cahiers du monde hispanique et luso-brésilien», XVII (1971), pp. 7-35. Vi si


pubblica l’appunto di Motolinía (pp. 30-32) da cui si cita.
18 Mendieta, Historia cit., vol. I, pp. 159-161.
46 Indios, cinesi, falsari

scelse di costringere all’interno di un fantasioso modello diffusioni-


sta il passato precolombiano degli indios, adottandolo al contempo
come forma di racconto e spiegazione della storia del mondo? S’i-
spirò a un esempio in particolare?
La ricorrenza del numero sette (le caverne di Chicomoztoc, i figli
di Iztac Mixcoatl) fa pensare alla ripresa di uno schema narrativo
delle leggende medievali. Anche l’individuazione di un legame diret-
to tra l’origine dei nomi delle popolazioni e quello dei loro presunti
antenati eponimi sembra rinviare alla formula proposta sin dall’alto
medioevo da Isidoro di Siviglia (VI-VII sec.) nelle sue Etimologie,
un’opera destinata a grande popolarità. Nel libro XIV, dedicato al-
la Terra e alle sue parti, Isidoro muove dal capitolo del Libro del
Genesi in cui si riepiloga la discendenza di Noè e la sua diffusione
nel mondo da cui era rinata l’umanità dopo il diluvio universale,
per suggerire un nesso etimologico tra i nomi di alcuni suoi figli e
nipoti e quelli delle terre che avrebbero popolato (Canaan da Cam;
Assiria da Assur, figlio di Sem; Gothia da Magog, figlio di Jafet)19.
La tecnica di Isidoro si combinerebbe bene con l’analogia, insinuata
dopo il 1541 da Motolinía, tra il racconto dei figli di Iztac Mixcoatl
e quello sulla discendenza dei figli di Noè, ma anche con l’opinione
che l’origine degli indios della Nuova Spagna risalisse alla spartizio-
ne del mondo fra i nipoti del patriarca. Tuttavia, mentre il ricorso di
Isidoro a quel nesso etimologico è episodico e si limita a suggerire un
collegamento fra nomi già esistenti, le pagine di Motolinía rivelano
un’applicazione sistematica di quel metodo, fino al punto di inven-
tarsi i nomi dei progenitori eponimi delle popolazioni messicane.
Che cosa si nasconde, dunque, dietro a quei misteriosi colonizza-
tori di Anahuac? Rispondere è reso più difficile dal fatto che non co-
nosciamo le letture di Motolinía. Della sua vita prima della partenza
per il Nuovo Mondo si sa poco. Fu allievo della scuola francescana di
Benavente, prese i voti nella Provincia di Santiago e passò poi a quel-
la di San Gabriele in Estremadura, di recente fondazione e di più
stretta osservanza. La sua formazione teologica e letteraria avvenne
nei conventi dell’ordine, ma s’ignora la composizione delle bibliote-

19 Vi insiste P. Lesbre, Mythes d’origine préhispanique et historiographie

médiévale (Mexique centrale, XVIe siècle), in Les généalogies imaginaires. Ancêtres,


lignages et communautés idéales (XVIe-XXe siècle), a cura di P. Ragon, Publications
des Universités de Rouen et du Havre, Mont-Saint-Aignan 2007, pp. 163-189.
II. Le alchimie della storia 47

che che ebbe a disposizione. Lo stesso vale per quelle messicane di


cui poté servirsi, in particolare quella del convento di Tlaxcala, di
cui era guardiano al tempo della stesura della versione dell’Historia
inviata al conte di Benavente20. È all’orizzonte culturale dell’epoca in
cui Motolinía visse, in ogni caso, che bisogna rivolgersi per scoprire
a quale modello di scrittura storica si rifacesse. Dal Messico centrale
negli anni successivi alla conquista la ricerca di quel modello ci ri-
porta nell’Europa del Rinascimento.

3. I falsi di Annio da Viterbo

È giunto il momento di riconoscere nell’epistola proemiale di


Motolinía l’ombra del frate domenicano Giovanni Nanni, meglio
noto come Annio da Viterbo, vissuto tra 1437 e 1502. Fu il più ge-
niale falsario del Rinascimento, capace di ingannare per decenni,
con le sue genealogie inventate e le sue etimologie incredibili, molti
dei più dotti ed eruditi umanisti del Cinquecento21. Inquieto teologo
scolastico, insegnò nel convento di Santa Maria in Gradi a Viterbo,
sua città natale. Qui coltivò peraltro anche interessi filosofico-natu-
ralistici, ai quali va ricondotta la stesura di un trattato di alchimia
in cui si faceva vanto di scrivere «con vocaboli oscuri». Dopo il suo
passaggio a Genova (1471), dove alternò l’attività di predicatore con
quella di maestro di grammatica, gli interessi per l’alchimia s’intrec-
ciarono con quelli per l’astrologia e l’interpretazione letterale dei
passi biblici in chiave millenaristica: si affermò come autore di profe-
zie apocalittiche sul trionfo della cristianità sui turchi che avanzava-
no allora nel Mediterraneo, ma anche di oroscopi e scritti di magia.
Quando fu costretto dal suo ordine a rientrare a Viterbo, nel
1489, Annio era ormai un religioso di successo. Stava inoltre inizian-
do a sviluppare una nuova attenzione per le antichità e le cronologie,
a prima vista affrontate con le armi della filologia umanistica di cui

20 Un parziale tentativo di superare il problema in N.J. Dyer, Fuentes escritas


en la «Historia» de Toribio de Benavente (Motolinía), in Actas del X Congreso de la
Asociación Internacional de Hispanistas, a cura di A. Vilanova, 4 voll., Promociones
y Publicaciones Universitarias, Barcelona 1992, vol. I, pp. 515-524.
21 R. Fubini, Nanni, Giovanni (Annio da Viterbo), in Dizionario biografico degli

italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1960-, vol. LXXVII, pp. 726-732.
48 Indios, cinesi, falsari

era ben provvisto, data la sua ormai lunga carriera di grammatico.


Negli anni seguenti maturò una critica radicale della pretesa superio-
rità del mondo classico, che lo spinse a polemizzare contro l’ammi-
razione entusiasta degli umanisti suoi contemporanei per il passato
greco e romano. Come gli uomini del Rinascimento, infatti, tendeva
a proiettare indietro fino ai tempi più remoti le forme più alte della
sapienza, così come l’insediamento dei primi abitatori nelle diverse
regioni e la fondazione delle città, dei costumi, delle istituzioni e dei
riti. A suo giudizio, però, si poteva dimostrare che tutte precedevano
notevolmente l’antichità dei greci e dei romani.
Quella di Annio fu una reazione precoce al canone umanistico
dominante nel Rinascimento. Rappresentante di quel municipalismo
che, sulla scia dell’Italia illustrata (1474) dell’umanista Flavio Biondo,
vide a lungo gli eruditi dibattere sulle origini dei centri urbani della
penisola, sulla loro geografia, la loro storia e i loro monumenti, Annio
contestava soprattutto l’idea che le città italiane fossero state fondate
dai troiani, ossia da greci. Andava contro la potenza del mito dello
sbarco di Enea e dei suoi familiari sulle coste laziali da cui avrebbero
avuto origine Roma e il suo impero. La ricerca di un legame genea-
logico con quell’evento si alimentava dell’attrazione esercitata dal
grande poema epico di Virgilio. Ma alla fama dell’Eneide, come ben
comprese Annio, si poteva contrapporre la Bibbia.
Il problema era che, un po’ come le tradizioni raccolte da Moto-
linía sul passato precolombiano di Anahuac, il racconto biblico ap-
pariva troppo incerto e frammentario per ricavarne una narrazione
unitaria e coerente da contrapporre alle certezze degli umanisti, rin-
vigorite dai ritrovamenti di testimoni manoscritti delle grandi opere
in greco e in latino così frequenti nell’età di Poggio Bracciolini e di
Poliziano. La soluzione che Annio escogitò conobbe uno straordina-
rio successo e innumerevoli riprese, offrendo la base per un modello
diffusionista di narrazione della storia del mondo che ruotava intor-
no a migrazioni e colonizzazioni di progenitori eponimi delle varie
popolazioni, di cui si potevano dunque ricostruire le genealogie a
partire dai nomi. Pratico di cronologia precristiana e preclassica con
cui si era confrontato quando scriveva profezie, Annio arrivò alla
decisione di contraffare il passato, o meglio di scrivere di suo pugno
testi in greco e latino.
È difficile esagerare l’importanza dei falsi di Annio per la sto-
riografia del Rinascimento. La principale novità e la ragione della
II. Le alchimie della storia 49

loro popolarità consistono nel loro straordinario effetto di verità


agli occhi dei contemporanei. Alla maniera degli umanisti che risco-
privano nelle biblioteche dei monasteri codici contenenti copie di
testi classiche di cui curavano le prime edizioni critiche, Annio affer-
mava di essersi imbattuto in tutta una serie di scritture considerate
perdute di antichi autori greci realmente esistiti, come Archiloco, il
caldeo Beroso e l’egizio Manetone, ma anche inventati, come Meta-
stene, nonché dei nobili romani Catone il Vecchio, Fabio Pittore e
Properzio. La loro autorità gettava finalmente luce sulla storia più
antica dell’umanità – di tutta l’umanità – e permetteva di colmare le
lacune del racconto biblico e delle cronologie universali disponibili
all’epoca. Il risultato di un’operazione tanto originale confluì in una
raccolta in latino debitamente annotata e pubblicata per la prima
volta a Roma nel 149822.
A quel tempo, Annio aveva ormai abbandonato Viterbo, dove
all’inizio degli anni novanta aveva trasformato l’insegnamento di
grammatica che i concittadini gli avevano offerto di tenere a loro
spese in una cattedra di antichità patrie: aveva infatti costruito il mito
etrusco di Viterbo, la prima città a essere fondata in Italia dopo il di-
luvio universale, ricorrendo non solo a fantasiose epitomi di «autori
antichissimi», come uno storico, ma anche a epigrafi in pietra e in
marmo, come un antiquario, però solo dopo averle opportunamen-
te contraffatte. Dopo l’ascesa al soglio pontificio di Alessandro VI
(1492), esponente della famiglia dei Borgia, la carriera di Annio pro-
seguì a Roma, dove tracciò, fra l’altro, il programma degli affreschi
dell’Appartamento Borgia (eseguiti da Pinturicchio) ed ebbe acces-
so, nel 1499, alla prestigiosa carica di maestro del Sacro Palazzo. La
mantenne fino alla morte, sopraggiunta tre anni più tardi, forse per
avvelenamento da parte di Cesare Borgia. Proprio dalle frequenta-
zioni degli ambienti di curia Annio ricevette gli stimoli decisivi per
la composizione delle Antiquitates, come fu comunemente indicata
la sua raccolta soprattutto dopo l’edizione parigina del 1512, che la
consacrò come un best seller del Rinascimento europeo.
Dalla dimensione civica della sua Viterbo ai fasti della Roma di
Alessandro VI, Annio supportò le conclusioni tratte dai suoi autori

22 A. Grafton, Defenders of the Text: The Traditions of Scholarship in an Age

of Science, 1450-1800, Harvard University Press, Cambridge (MA)-London 1991,


pp. 76-103.
50 Indios, cinesi, falsari

inventati o contraffatti con prove come targhe, epigrafi e vestigia,


tutte alterate ad arte. Simile in tutto a un vero umanista, grande eru-
dito e editore di manoscritti di antiche opere perdute, Annio mise
in circolazione falsi con due principali peculiarità formali che si pre-
stavano a una ripresa nella scrittura storica: da un lato, il continuo
ricorso a vertiginose catene di mirabolanti genealogie che permette-
vano di risalire alle origini di ciascun popolo; dall’altro, la tenden-
za a spiegare nessi e collegamenti inattesi attraverso etimologie di
fantasia23. Fu soprattutto l’Historia Chaldaica di Beroso a fornire ad
Annio la possibilità di inserire la storia dell’umanità dopo il diluvio
universale entro una cornice cronologica coerente, imperniata sulle
ramificazioni della progenie di Noè.
Il sacerdote caldeo Beroso visse tra il IV e il III secolo a.C. Scris-
se una storia dell’antica Babilonia in lingua greca, che si riteneva
fondata sulla consultazione diretta di fonti ufficiali, conservate negli
archivi pubblici della città (e dunque più attendibili). L’edizione di
un esemplare della sua opera, che Annio racconta di aver ricevuto
a Genova dalle mani di due monaci originari dell’Armenia (proprio
la regione dov’era approdata l’arca di Noè), rese Beroso l’autore
grazie al quale colmare le lacune del racconto biblico. La ragione è
subito chiara se si legge l’apertura del falso anniano: «Innanzi alla
famosa rovina dell’acque, per la quale perì tutto l’universo mondo,
passarono molti secoli, i quali furono conservati fedelmente da no-
stri caldei», attacca Beroso, descrivendo un’età dominata da giganti,
inventori delle tecniche e delle arti, ma anche oppressori dell’uma-
nità e sovvertitori dell’ordine divino (erano cannibali e praticava-
no l’incesto). In quel tempo, «molti predicevano e indovinavano e
intagliavano in sassi quelle cose che dovevano venire in perditione
e rovina del mondo», ma nessun gigante se ne curava, tranne uno,
«più prudente e più venerante gli dii di tutti gli altri buoni in Siria».
Si tratta di Noè, così descritto con i tre figli Sem, Jafet e Cam, e le sue
mogli: un gigante pio e giusto, ma anche un abile astrologo capace
di cogliere i segni del cielo e di iniziare a costruire la sua arca settan-
totto anni prima del diluvio universale (la parvenza di accuratezza
conferisce più attendibilità alle cronologie anniane).

23 W. Stephens, Giants in Those Days: Folklore, Ancient History and Nationalism,

University of Nebraska Press, Lincoln 1989; R. Bizzocchi, Genealogie incredibili.


Scritti di storia nell’Europa moderna, il Mulino, Bologna 1995.
II. Le alchimie della storia 51

Noè attraversa l’immane calamità fino ad approdare in Armenia,


«su la cima del Monte Gordieo, dove si dice ch’ancora è qualche
parte di essa nave». È solo a partire da allora che si poteva scrive-
re la storia del mondo, tracciando le genealogie dei nipoti di Noè,
anch’essi giganti, che ripopolarono tutta la Terra, mentre il patriar-
ca biblico si stabilì in Italia, cambiando nome in Giano. Ma per
abbreviare i «tediosi ragionamenti» degli storici, conclude Beroso,
«riferiremo l’origine, i tempi e i re di quei regni solamente che al
presente sono tenuti grandi»24. Inizia così un’inedita ricostruzione,
suddivisa per regni fondati dai discendenti di Noè con successive
ondate di migrazioni, che gli storici del Rinascimento potevano fi-
nalmente ricostruire.
I falsi di Annio permettevano dunque di concepire una storia
unitaria dell’umanità dalle origini fino al presente, fondata sul po-
polamento del mondo da parte della copiosa discendenza di Noè.
Questo modello poteva essere applicato alle antichità di qualsiasi
popolazione dimenticata o persino mai citata nella Bibbia, purché
si potesse riannodare il filo, tagliato dal passare dei secoli, tra le sue
origini e uno dei nipoti di Noè. Per farlo occorreva servirsi delle
testimonianze superstiti circa le più remote genealogie, rese evidenti
dai nessi etimologici. I falsi di Annio non fanno cenno all’America,
della cui recente scoperta il loro artefice pure era a conoscenza. Ma
è un fatto che le Antiquitates avrebbero lasciato il segno nelle rap-
presentazioni del passato precolombiano degli indios e del lungo
dibattito intorno alle loro origini cui dettero luogo25.
Ritorniamo al contesto della redazione finale della raccolta,
l’ambiente della curia del papa valenziano Alessandro VI dove, nel
1493, era rimbalzata con forza la notizia della scoperta di alcune
isole nell’Oceano Atlantico, poi identificate con un nuovo continen-
te, allargando d’improvviso i confini del mondo allora conosciuto e
scatenando da subito un’accesa controversia diplomatica tra Spagna
e Portogallo. La prima edizione delle Antiquitates fu dedicata ai Re

24 Le Antichità di Beroso Caldeo sacerdote, et d’altri scrittori, cosi Hebrei, come


Greci, & Latini, che trattano delle stesse materie, Vinegia, presso Altobello Salicato,
1583, cc. 1r-3v (traduzione di Francesco Sansovino).
25 G. Gliozzi, Adamo e il Nuovo Mondo. La nascita dell’antropologia come ideo-

logia coloniale: dalle genealogie bibliche alle teorie razziali (1500-1700), La Nuova
Italia, Firenze 1977.
52 Indios, cinesi, falsari

Cattolici (anche perché i costi di stampa furono coperti dall’ora-


tore spagnolo a Roma, Garcilaso de la Vega). Fu forse per questo
che all’ultimo Annio aggiunse una sezione finale sulle antichità della
Spagna e sui suoi primi ventiquattro re. Vi si sostiene, naturalmente,
che le origini della grandezza spagnola risalissero molto più indie-
tro rispetto alle epoche delle dominazioni romana e visigotica. Con
ogni probabilità la fonte di Annio è l’umanista e grammatico Elio
Antonio de Nebrija che, come molti altri uomini di cultura spagnoli
al tempo di Alessandro VI, risiedeva a Roma e dal 1495 lavorava a
un trattato intitolato Antigüedades de España. Il rapporto di Annio
con Nebrija fu molto intenso, tanto che sarebbe stato quest’ultimo,
nel 1512, a curare la prima edizione delle Antiquitates pubblicata in
Spagna. Di sicuro nutrivano entrambi l’ammirazione per un modello
comune, lo scrittore greco di origine ebraica Flavio Giuseppe (I sec.
d.C.), autore delle Antiquitates Iudaicae, in cui, fra l’altro, Tubal,
quinto figlio di Jafet, è indicato come il primo colonizzatore e re del-
la penisola iberica. Quella stessa posizione si trova espressa in Annio
e sarebbe stata ripresa dall’umanista Florián de Ocampo, discepolo
di Nebrija, nominato cronista regio da Carlo V nel 1539: da quella
carica dette veste ufficiale alla teoria anniana circa la discendenza
della «nazione spagnola» dal gigante Tubal, nipote di Noè e padre
di Ibero, antenato eponimo della penisola iberica26.
Era questa la moda storiografica più in voga quando Motolinía
inviò l’Historia al conte di Benavente. Ricorse dunque al metodo del
Beroso anniano per offrire ai suoi lettori in Spagna un racconto com-
posito delle origini degli indios che suonasse convincente, o quanto
meno familiare, e lasciasse intuire la possibilità di includere quel pas-
sato nella storia del mondo sulla base di una teoria diffusionista. Quel
percorso sarebbe poi culminato nella trasformazione dei figli di Iztac
Mixcoatl nei sette giganti della mitologia azteca, attraverso passaggi in
parte riconoscibili già in una copia di un codice portati in Europa nel
1566 dal domenicano Pedro de los Ríos che, a suo dire, vi avrebbe solo
fatto ricopiare materiali tradizionali cui ebbe accesso27. Alla presenza

26 A. Samson, Florián de Ocampo, Castilian Chronicler and Habsburg Propagan-

dist: Rhetoric, Myth and Genealogy in the Historiography of Early Modern Spain, in
«Forum for Modern Language Studies», XLII (2006), pp. 339-354.
27 Religión, costumbres e historia de los antiguos mexicanos. Libro explicativo

del llamado Códice Vaticano A (Codex Vatic. Lat. 3787 de la Biblioteca Apostólica
II. Le alchimie della storia 53

di giganti nel Messico antico, del resto, accenna già Olmos, ripreso poi
dai cronisti francescani Jerónimo de Mendieta e Juan de Torquemada,
che nella sua Monarquía Indiana (1615) invoca proprio la testimonian-
za del «Beroso anniano» come prova che siano esistiti «nel mondo,
non in piccolo, ma in abbondante numero»28. Li menziona anche frate
Bernardino de Sahagún nell’Historia general de las cosas de la Nueva
España, redatta in nahuatl e spagnolo (e censurata nel 1577), in cui
sostiene inoltre che i primi abitatori del Messico sarebbero giunti via
mare «oltre duemila anni fa» a bordo di sette navi, il cui ricordo era
tramandato dal nome Chicomoztoc, «sette caverne»29.
La conclusione a questo punto non sarà così sorprendente. La
più antica ricostruzione giunta fino a noi della storia precolombiana
degli indios da parte di un autore europeo si presenta come fondata
su fonti e testimonianze indigene, ma è in realtà il prodotto dell’in-
contro di quelle tradizioni con il più grande falsario del Rinasci-
mento. La sua attendibilità, dunque, è gravemente compromessa.
Al tempo stesso, però, come la pietra filosofale degli alchimisti, il
metodo di Annio tramutò una materia informe agli occhi degli eu-
ropei come il passato dell’antico Messico nell’oro di un racconto che
poteva entrare a far parte della storia del mondo, rispondendo alla
necessità di inserirlo in un più alto disegno provvidenziale30. Non
sappiamo quando Motolinía lesse le Antiquitates: difficile che nelle
biblioteche dei primi conventi nel Nuovo Mondo non ve ne fossero
copie, né si può escludere che il missionario francescano avesse avu-
to accesso all’opera prima della sua partenza per l’America, data la
precoce popolarità di Beroso in Spagna. Quel che si può affermare
con certezza è che, quando Motolinía preparò la stesura dell’Historia
per il conte di Benavente, l’incontro fra Annio e l’America non era
una totale novità.

Vaticana), a cura di F. Anders, M. Jansen e L. Reyes García, Fundo de Cultura


Económica, México 1996, pp. 58, 60. Motolinía accenna all’esistenza di giganti,
senza però collegarli ai sette figli di Iztac Mixcoatl in Memoriales cit., p. 388.
28 Mendieta, Historia cit., vol. I, pp. 104-105; J. de Torquemada, Monarquía

Indiana, a cura di M. León-Portilla, 7 voll., Universidad Nacional Autónoma de


México, Ciudad de México 1975-1983, vol. I, pp. 51-55.
29 B. de Sahagún, Historia general de las cosas de Nueva España, a cura di J.C.

Temprano, 2 voll., Historia 16, Madrid 1990, vol. I, pp. 3-4, vol. II, pp. 770-777.
30 N. Temple, Heritage and Forgery: Annio da Viterbo and the Quest for the

Authentic, in «Public Archaeology», II (2001), pp. 293-310.


54 Indios, cinesi, falsari

4. Lettori di Annio tra le due sponde dell’Atlantico

Nel 1535 era stata pubblicata a Siviglia, sotto gli auspici di Carlo
V, la prima grande cronaca sul Nuovo Mondo, scritta da un autore
che era stato più volte in America (ma non in Messico), Gonzalo
Fernández de Oviedo. Nel libro II della sua Historia natural y general
de las Indias, solleva la questione della conoscenza del Nuovo Mondo
da parte degli antichi. Anche Motolinía, che lesse Oviedo, si sofferma
sullo stesso punto nell’epistola proemiale, a proposito delle naviga-
zioni dei cartaginesi31. È un modo per interrogarsi sulle antichità degli
indios. Oviedo parte proprio dal racconto di quei viaggi attribuito
ad Aristotele per congetturare – suscitando poi la reazione contraria
di Motolinía – che «l’isola che pone Aristotele potesse essere una di
queste che nelle nostre Indie sono, com’è quest’isola Spagnuola o
quella della Cuba, o per aventura una parte della terra ferma»32.
Oviedo preferisce però affidarsi a un’ipotesi ben più remota: «io
tengo che queste Indie siano quelle antiche e famose isole Esperide,
così dette da Espero XII re di Spagna»33. In quelle pagine sulle isole
Esperidi – «dove si usava l’arte dell’alchimia», avrebbe ricordato un
umanista pochi anni dopo34 – fa immancabilmente la sua compar-
sa Beroso, della cui opera si fornisce un rapido riassunto ai lettori,
rinviando anche alla storia dei primi ventiquattro re di Spagna di
Annio. Oviedo può così concludere, sulla base del nesso etimologico
tra le Esperidi ed Espero, che «senza alcun dubio si dee tenere che
in quel tempo queste isole sotto la signoria della Spagna stessero, e
sotto un medesimo re, che fu (come Beroso dice) 1658 anni prima
che il nostro Salvatore nascesse»35.
Il modello diffusionista sotteso ai falsi di Annio permetteva di
includere nella storia anche gli indios del Nuovo Mondo («nuovo per
noi», avrebbe scritto Motolinía con fugace abbandono di una pro-

31 Motolinía cita espressamente Oviedo almeno in un passo dell’Historia de los

Indios cit., p. 347.


32 Si cita dalla traduzione che ne dà G.B. Ramusio, Navigazioni e viaggi, a cura

di M. Milanesi, 6 voll., Einaudi, Torino 1978-1988, vol. V, p. 361.


33 Ivi, p. 362.
34 A. Venegas del Busto, Primera parte de las diferencias de libros que ay en el

universo. Aora nuevamente emendada y corregida por el mismo autor, Toledo, en


casa de Juan de Ayala, 1546, 60r. L’edizione originale data al 1540.
35 Ramusio, Navigazioni cit., vol. V, p. 365.
II. Le alchimie della storia 55

spettiva eurocentrica). Ma in Oviedo restava un’ambiguità. Nel mo-


mento stesso in cui si proiettava su uno sfondo propriamente storico
il complesso e sfuggente tempo precolombiano dell’America, quel
passato era schiacciato sul nuovo rapporto di dominazione imperiale
in atto: le origini degli indios erano riportate a una presunta radice
spagnola, che giustificava il diritto alla conquista delle loro terre.
Il potenziale epistemologico insito nei falsi di Annio scatenò così
l’esplosione di un dibattito che influenzò anche la scrittura di storia
nel Nuovo Mondo36. La pubblicazione dell’Historia natural y general
di Oviedo ebbe larga eco fra i missionari impegnati a ricostruire le
antichità degli indios nella Nuova Spagna. Dovette inoltre rappresen-
tare l’impulso decisivo che indusse Motolinía a rifondere gli incerti
materiali raccolti sul passato precolombiano di Anahuac seguendo
un modello formale che consentisse ai lettori spagnoli di prendere sul
serio nomi e vicende che erano loro radicalmente estranei.
Chissà se Motolinía e Las Casas ne parlarono in occasione del
loro incontro a Tlaxcala nel 1538, quando il primo trasmise al secon-
do, di ritorno dal Guatemala, una versione della sua Historia, di cui
s’ignora tuttavia lo stadio di composizione. Vi si trovava già il segno
di Annio? Difficile dirlo. Certo è che delle etimologie inventate da
Motolinía non vi è traccia negli scritti di Las Casas. All’impegno in
favore dei diritti degli indios e contro la loro riduzione in schiavitù
quest’ultimo associava ormai da tempo un lavoro di scrittura storica
sul Nuovo Mondo, i suoi abitanti e la conquista spagnola. Aveva
iniziato nel 1527, grossomodo nello stesso periodo in cui fu redatto
il primo appunto della futura Historia di Motolinía. Allora era priore
del convento domenicano di Puerto de la Plata, nell’isola di Santo
Domingo. Là avrebbe iniziato a lavorare a una raccolta sulla natura
americana, le forme dell’organizzazione sociale e politica degli in-
dios e i loro costumi, destinata a costituire l’Apologética Historia, da
subito concepita come un’introduzione al monumentale progetto
dell’Historia de las Indias, in cui intendeva ricostruire la storia della
conquista spagnola dell’America. Gli impegni missionari lo obbliga-
rono a interrompere la scrittura nel 1534, ma, come mostra anche la

36 J. Cañizares-Esguerra, How to Write the History of the New World: Histories,

Epistemologies and Identities in the Eighteenth-Century Atlantic World, Stanford


University Press, Stanford 2001, dove si accenna anche ad Annio da Viterbo (pp.
96 e 382).
56 Indios, cinesi, falsari

richiesta rivolta a Motolinía quattro anni dopo, il suo interesse per


la storia del Nuovo Mondo non era venuto meno.
Las Casas riprese a comporre le sue opere solo nel 1552, dopo
il definitivo ritorno in Spagna (1547) e dopo la celebre disputa di
Valladolid (1550-1551) contro l’umanista Juan Ginés de Sepúlveda,
sostenitore (come Oviedo) dell’inferiorità degli indios e della natura-
lità della loro condizione di schiavi. Nei dieci anni successivi, lavorò
sia all’Apologética Historia, sia all’Historia de las Indias, facendone
due capolavori di erudizione, benché rimasti incompiuti e mano-
scritti. Consultò, fra l’altro, la ricchissima collezione della biblioteca
di Fernando Colombo, figlio di Cristoforo – dove figurava almeno
un esemplare delle Antiquitates di Annio, fatto acquistare a Norim-
berga nel 152137 –, oltre ai manoscritti delle tante opere sull’Ame-
rica trattenuti presso il Consiglio delle Indie, di cui era divenuto
nel frattempo membro. Per la parte sulle antichità delle popolazioni
messicane, accanto al manoscritto che gli aveva donato Motolinía,
poté servirsi anche di un riassunto del perduto trattato di Olmos,
di cui era entrato in possesso intorno al 1546, dopo essere tornato
nella Nuova Spagna per esercitare la carica di vescovo di Chiapas38.
Nell’Apologética Historia Las Casas non affronta lo spinoso nodo
dell’origine degli indios. Per quanto riguarda il Messico, in partico-
lare, discute solo le credenze dei suoi antichi abitanti, proponendo
continui paragoni con i greci e i romani sul filo del comune pagane-
simo (ma confermando così la piena razionalità degli indios). La sua
ricostruzione delle antichità di tutta l’America spagnola si regge su
un rapporto serrato con gli autori classici le cui opere di storia e geo-
grafia permettevano di uscire dai confini più familiari dell’Europa
e del mondo mediterraneo: Erodoto, Aristotele, Varrone, Diodoro
Siculo, Tito Livio, Plinio il Vecchio, Flavio Giuseppe, Dionigi di
Alicarnasso, discussi anche attraverso Eusebio e Agostino d’Ippona.
Il favore verso gli indios spinge Las Casas a sostenere che abbiano
avuto più lume e conoscenza naturale di Dio che i greci e i roma-
ni. Arriva anche a lanciarsi in una lunga e appassionata difesa delle
Antiquitates di Annio: gli sforzi di Noè per ripopolare il mondo di

37 Lo si ricava dalla nota di possesso autografa di Fernando Colombo sull’edi-

zione impressa a Parigi nel 1515 da Jean Petit e Josse Bade, in Biblioteca Capitular
y Colombina, Siviglia, 2-5-1.
38 Baudot, Storia e utopia cit., pp. 134-135.
II. Le alchimie della storia 57

cui Beroso dà conto «sono del tutto credibili», scrive, replicando


così alla dura condanna che il grande umanista spagnolo Juan Luis
Vives, discepolo di Erasmo da Rotterdam, aveva riservato ai suoi
scritti, equiparandoli a «puri sogni degni dei commentari di Annio
da Viterbo»: «tanto valeva dire che sono sogni molte delle cose che
la divina Scrittura racconta nel Genesi sulla storia del diluvio uni-
versale e di Noè», obietta Las Casas, concludendo che Annio «nelle
storie antiche del mondo non è da meno di Luis Vives»39.
Nella storia precolombiana dell’America di Las Casas, tuttavia,
non vi è spazio per Annio. O meglio, per i suoi falsi, tenuti per veri ma
citati solo di passaggio nel resto dell’Apologética Historia. Nonostan-
te il ritorno in Spagna e l’appartenenza allo stesso ordine religioso,
Las Casas non sembra aver conosciuto l’impietoso smascheramento
di Annio come falsario contenuto nel libro XI della somma teologica
di Melchor Cano, severo e autorevole professore all’Università di
Salamanca, che fu composto nel 1553 ma pubblicato a stampa solo
dieci anni più tardi, con il resto dell’opera40. Nel 1561 fece gli ultimi
interventi sull’Historia de las Indias. È nel libro I di quell’opera che
finalmente affronta la questione delle origini degli indios.
Il bersaglio polemico, naturalmente, è Oviedo: la sua Historia na-
tural y general conservava grande influenza, sebbene nel 1550 fosse
stata vietata la pubblicazione del suo secondo volume. Las Casas inizia
dagli antichi cartaginesi. Non nega la realtà delle loro navigazioni co-
me invece fa Motolinía, ma a differenza di Oviedo si sforza di tenerle
separate dall’America spagnola, ipotizzando che avessero piuttosto
toccato il Brasile, «forse ottocento anni e più dalla nascita di Nostro
Signore Gesù Cristo, a quanto abbiamo potuto ricavare dalle storie
antiche»41. Ammette dunque la possibilità di un popolamento cartagi-
nese di quella parte del Nuovo Mondo che ricadeva però sotto la giu-
risdizione dell’impero portoghese. Il riferimento alle «storie antiche»,
intanto, introduce il lettore nell’universo delle Antiquitates di Annio.
Ma quando passa alle Esperidi, Las Casas finisce per criticare An-

39 B. de las Casas, Apologética Historia, a cura di J. Pérez de Tudela Bueso, 2


voll., Biblioteca de Autores Españoles, Madrid 1958, vol. I, pp. 377-379.
40 M. Cano, L’autorità della storia profana, a cura di A. Biondi, Giappichelli,

Torino 1973.
41 B. de las Casas, Historia de las Indias, a cura di M.A. Medina, J.A. Barreda e

I. Pérez Fernández, 3 voll., Alianza Editorial, Madrid 1994, vol. I, p. 391.


58 Indios, cinesi, falsari

nio con Annio. Usa, cioè, la conoscenza diretta delle Antiquitates per
confutare il gioco di etimologie che consente a Oviedo di identificare
quelle isole con le Antille, giustificando così i diritti alla conquista della
corona spagnola in virtù del legame dinastico con l’antico re Espero.
Las Casas non chiama mai Oviedo per nome, lo indica solo come «il
primo inventore di questa sottigliezza», ideata per «nociva lusinga dei
nostri incliti re che, proprio per la loro natura reale, hanno udito e ani-
mo semplicissimi e credono che gli si dica la verità». La sua posizione
non lascia adito a equivoci: «che si chiamassero Esperidi dal nome
Espero di un qualche antichissimo re di Spagna, arguendone che erano
state sotto la sovranità della Spagna», sottolinea Las Casas, «qualun-
que persona di medio giudizio, se considererà la cosa, non avrà dubbi,
credo, che sia priva di ogni ragione». Entra così in un’argomentazione
erudita, che fa perno proprio su Annio e sul «trattato che compose sui
re di Spagna, dove parlava di questo stesso Espero», nonché sul «trat-
tato che s’intitola di Beroso, libro V delle Antiquitates». Dopo aver
sciolto il legame tra Espero e le Esperidi, Las Casas stabilisce infine che
le isole di cui parlavano gli antichi sono le Canarie42.
Il dibattito sulla conoscenza dell’America da parte degli antichi,
inaugurato da Oviedo sulla base di un uso coerente del modello
delle genealogie e delle etimologie di Annio, attirò altri interventi
oltre all’esplicita reazione di Las Casas. La questione, per esempio,
fu ripresa e complicata dal cappellano e segretario di Cortés in Eu-
ropa, Francisco López de Gómara. Nel 1552 dette alle stampe a
Saragozza una Historia general de las Indias, proibita dalla corona già
nel 1553, nonostante la posizione di aperto sostegno all’impero, per
le polemiche sollevate dal suo ritratto a tinte fosche del Perù negli
anni successivi alla conquista43. Nelle pagine finali del primo volume
Gómara, che non era mai stato di persona nel Nuovo Mondo, ritorna
sul mito di Atlantide, deliberatamente omesso da Motolinía come
si è visto, per affermare che «le Indie sono le isola & terra ferma di
Platone, & non le Hesperide», «perché le Hesperide sono le isole
di Capo Verde». Come Oviedo e al contrario di Motolinía e Las Ca-
sas, però, concede che «può esser che Cuba, o Haiti, o alcune altre

42Ivi, pp. 410-428.


43Sull’autore, l’opera e le ragioni del divieto cfr. C.A. Roa-de-la Carrera, Hi-
stories of Infamy: Francisco López de Gómara and the Ethics of Spanish Imperialism,
University Press of Colorado, Boulder 2005.
II. Le alchimie della storia 59

isole delle Indie, siano quelle che trovorono li cartaginesi»44. Poco


prima, intanto, dopo aver ricordato proprio l’impegno di Las Casas
in difesa degli indios, presenta la sua opinione sulla loro origine, ri-
chiamandosi alle genealogie bibliche, ma senza evocare Beroso (pure
citato altrove): applica per la prima volta alle popolazioni del Nuovo
Mondo l’idea che siano discese da Cam, la cui progenie era stata
colpita dalla maledizione di Noè per averlo deriso dopo averlo visto
nudo mentre era ubriaco, un argomento che i cronisti portoghesi
avevano già impiegato alla metà del Quattrocento per giustificare la
schiavitù dei neri africani45.
Nel secondo volume dell’Historia, dedicato alla conquista del
Messico, Gómara riprende invece le genealogie inventate di Moto-
linía, nella versione più dettagliata, attribuendole però ai «libri» dei
mexica e alla «commune opinione» diffusa tra i loro «huomini savi e
dotti». Nomi e ordine di nascita dei figli di Iztac Mixcoatl (espressa-
mente citato) sono identici, ma Gómara spezza il nesso etimologico
con le popolazioni di Anahuac sostituendolo con le località: «Tenuch
edificò Tenuctitlan, che fu dal principio chiamata dal suo nome Te-
michea»; Xicalancatl «gionse al mare del Nort e nella costa edificò
assai terre, ma le due principali chiamò una Xicalanco, che è nella
provincia di Mescalcinco, vicino alla vera croce. L’altra Xicalanco
è vicina a Tavasco»; Mixtecatl «trascorse fin’al mare del Sur», eri-
gendovi città, e «tutto quel tratto di terra si chiama Mistecapan»;
Otomitl «andò alle montagne che sono d’intorno a Messico» e uno
dei centri che fondò era «Otompan». Se Gómara riprende e al tempo
stesso altera Motolinía (in una versione successiva a quella inviata al
conte di Benavente), non cela però le sue perplessità sugli sforzi di
affidarsi agli indios per ricostruirne il passato preispanico: «questo
sia detto in summa, sì perché basta per dechiaratione del lignaggio
e paese di questi messicani, come per tagliar molti parlari che fanno
sopra di questo gli indiani, che si presumono per nobiltà di sangue

44 La Seconda Parte delle Historie Generali dell’India..., Venetia, appresso Gior-

dano Ziletti, 1557, c. 317rv.


45 Ivi, cc. 314v-315r. Il primo a collegare l’origine camitica dei neri africani con

la loro riduzione in schiavitù fu Gomes Eanes de Zurara intorno al 1460. Cfr. B.


Braude, The Sons of Noah and the Construction of Ethnic and Geographical Identi-
ties in the Medieval and Early Modern Periods, in «William and Mary Quarterly»,
LIV (1997), pp. 103-142.
60 Indios, cinesi, falsari

e di dottrina delle sue antichità»46. Nonostante ciò, quando tradusse


in nahuatl la cronaca di Gómara all’inizio del Seicento, lo storico
indio Chimalpáhin, esponente ispanizzato dell’antica nobiltà chalca,
non corresse il passo su Iztac Mixcoatl47. E in una delle relazioni che
compilò sull’antica storia messicana presenta proprio Iztac Mixcoatl
come il mexica alla guida delle sette casate («calpolli») che lasciarono
la mitica città di Aztlan (da cui deriva il gentilizio «aztechi»), spesso
associata a Chicomoztoc nei racconti sul Messico precolombiano48.

5. Racconti anniani dal Nuovo Mondo alla Cina

Dalle Esperidi di Oviedo alle genealogie di Motolinía: fra gli anni


trenta e i primi anni sessanta del Cinquecento, i principali storici del
Nuovo Mondo si trovarono a discutere, da posizioni diverse, racconti
sul passato preispanico di Anahuac che in parte ritornano anche in
successivi codici e cronache nahuatl, ma derivano da intrecci etimo-
logici ispirati al metodo delle Antiquitates di Annio da Viterbo. Era
una materia difficile da sbrogliare, per la capacità di quel model-
lo espositivo di riadattarsi e trasformarsi di continuo, permettendo
l’inclusione di materiali sempre nuovi. Come osserva Gómara, per
quanto avessero cercato di conoscere «sin dalle radici le origini dei
re messicani», gli spagnoli non avevano potuto «certificare» le «opi-
nioni» raccolte49. Eppure, quei falsi offrirono una delle prime vie per
pensare l’antichità degli indios e integrarla nella storia del mondo.
Nonostante la potenzialità globale del modello diffusionista di
Annio, la sua applicazione alla storia del mondo restò parziale al-
meno fino alla condanna di Cano (cui ne seguirono molte altre, fra
cui quella dell’erudito Joseph Juste Scaliger), limitandosi soprattutto

46 La Terza Parte delle Historie dell’Indie..., Venetia, appresso Giordano Zi-

letti, 1566, cc. 344v-346r (traduzione di Lucio Mauro, pseudonimo di Giovanni


Tarcagnota).
47 Chimalpáhin’s Conquest: A Nahua Historians Rewriting of Francisco López de

Gómara’s «La conquista de Mexico», a cura di S. Schroeder, A.J. Cruz, C. Roa-de-la-


Carrera e D.E. Tavárez, Stanford University Press, Stanford (CA) 2010, p. 443-445.
48 Chimalpáhin Cuauhtlehuanitzin, Primer amoxtli libro. 3a relación de las

Différentes histoires originales, a cura di V. Castillo, Universidad Nacional Autóno-


ma de México, Ciudad de México 1997, pp. 3-7.
49 La Terza Parte cit., c. 346r.
II. Le alchimie della storia 61

all’Europa e all’America spagnola. Non la si trova usata per quel-


la portoghese, forse anche per i tempi lenti della colonizzazione del
Brasile, che non decollò fino alla seconda metà del Cinquecento. In
effetti, non si trovano echi di Beroso presso gli storici portoghesi
della Terra di Santa Cruz, come si chiamò in una prima fase la re-
gione. Va invece ricondotta al filone del dibattito aperto anche dai
falsi anniani la ripresa della tesi di Gómara sull’origine degli indios
dell’America spagnola e la sua applicazione ai tupinamba del Brasile
da parte dell’ugonotto Jean de Léry, che nel 1557, su mandato di
Calvino, aveva varcato l’Oceano Atlantico. Nel 1578, poi, pubblicò
l’Histoire d’un voyage faict en la terre du Brésil, in cui racconta le
vicende dell’effimera colonia francese della Francia Antartica (1555-
1558), fondata dal cavaliere Nicolas Durand de Villegaignon nell’area
dell’odierna Rio de Janeiro. Vi rivendica di essere arrivato alla con-
clusione di un’origine camitica degli indios in autonomia da Gómara:
lo «avevo pensato e scritto», afferma, «più di sedici anni prima di
leggere il suo libro, negli appunti che redassi della presente storia»50.
Come che sia, nei vent’anni compresi tra il ritorno di Léry in Francia
(1558) e l’apparizione della sua Histoire (fonte del celebre saggio sui
cannibali di Montaigne), il modello anniano si mondializzò, trovando
applicazione anche oltre la storia delle origini dei popoli dell’Europa
e dell’America, a patto di reinterpretazioni sempre più audaci.
Fu con la storia della Cina che questo processo si verificò per
la prima volta, forse non a caso. Alla metà del Cinquecento la terra
ancora nota a molti europei come il Catai di Marco Polo, dove Co-
lombo stesso contava di sbarcare nel viaggio che lo portò invece in
America, era ritenuta un solo continente con il Nuovo Mondo. Per
Las Casas, le Indie occidentali si trovano all’estremità delle Indie
orientali, «come potrà vedere chiunque osserverà il globo in cui si
raffigura o dipinge tutta la terra», un’opinione confermata dai cele-
bri planisferi realizzati dal cartografo veneziano Giacomo Gastaldi a
partire dal 154651. Si ricorderà come lo stesso Motolinía, fra 1532 e
1533, avesse cercato di estendere la sua missione di evangelizzazione

50 Le teorie della razza nell’età moderna, a cura di G. Gliozzi, Loescher, Torino

1986, p. 127. Per approfondimenti cfr. F. Lestringant, Jean de Léry, ou l’invention


du sauvage. Essai sur l’Histoire d’un voyage faict en la terre du Brésil, Honoré Cham-
pion, Paris 1999.
51 Las Casas, Apologética Historia cit., vol. I, pp. 69-72.
62 Indios, cinesi, falsari

alla Cina partendo direttamente dal Messico. Non fu comunque da


un prolungamento delle discussioni sulla storia del Nuovo Mondo e
dei suoi abitanti che la Cina incontrò Annio e le sue false genealogie.
Fernão Mendes Pinto si era imbarcato nel 1537 per Goa, allora
capitale dell’impero portoghese in Asia, facendo ritorno in Porto-
gallo solo nel 155852. Poco più di dieci anni dopo, nella quiete della
sua villa di Almada, sulla riva opposta del Tago di fronte a Lisbona,
iniziò un racconto romanzato delle sue avventure orientali, in cui la
realtà si mescola di continuo con la finzione letteraria, tra naufragi,
catture e riduzioni in schiavitù. Si tratta dell’opera di un uomo senza
più illusioni. Descrive in modo originale, e critico, la presenza dei
portoghesi nelle Indie orientali, in particolare in Estremo Oriente,
che Pinto avrebbe visitato prima e poi insieme a Francesco Saverio
e ai gesuiti, alle cui lettere a stampa si dovevano allora le notizie sul
Giappone che circolavano in Europa.
Al racconto della missione in Giappone Pinto riserva grande
attenzione nella sua opera, finita di scrivere nel 1578 e pubblicata
postuma, forse interpolata proprio dai gesuiti, con il titolo di Pere-
grinaçam (1614). Ma è solo quando passa alla Cina che Pinto cede
alle tentazioni anniane, incurante della stroncatura delle Antiquita-
tes come «contagiosa malattia» che circolava a stampa in Portogallo
dal 1561, a firma del francescano Gaspar Barreiros53. La digressione
dal sapore ironico di Pinto sull’origine dei cinesi e del loro impero
reagisce forse alla prima descrizione della Cina pubblicata in Europa
(1569), redatta proprio da un portoghese, il missionario domenicano
Gaspar da Cruz, nella quale si sostiene che «la Cina confina con la
parte estrema della Germania» e che, a quanto raccontavano alcuni
portoghesi che erano stati loro prigionieri, «i cinesi hanno notizia
della Germania»54.
È possibile, inoltre, che Pinto abbia letto il trattato di genealogie
storiche pubblicato nel 1557 da Wolfgang Laz, cronista imperiale
alla corte degli Asburgo a Vienna, ebraista e collezionista di oscure

52R. Catz, Fernão Mendes Pinto and His «Peregrinação», in «Hispania», LXXIV
(1991), pp. 501-507.
53 G. Marcocci, Contro i falsari. Gaspar Barreiros censore di Annio da Viterbo,

in «Rinascimento», L (2010), pp. 343-359.


54 Enformação das cousas da China. Textos do século XVI, a cura di R. D’Intino,

INCM, Lisboa 1989, p. 164.


II. Le alchimie della storia 63

epigrafi antiche55. Una catena di etimologie sul modello anniano vi


supporta l’idea di un’origine teutonica di tutte le dinastie e i popoli
d’Europa, dopo la crisi innescata dalla caduta dell’impero romano
e dalle invasioni barbariche, sulla quale Laz fonda la pretesa della
superiore autorità del sacro romano impero. Pinto s’ispira forse a
quella tesi quando racconta che «nella prima cronaca degli ottanta re
della Cina» – la parodia della storia dei primi ventiquattro re di Spa-
gna di Annio è palese – si riferisce che 639 anni dopo il diluvio nel
paese di «Guantipocau», «sulla costa della nostra Germania», viveva
il principe Turbão, che da giovane, senza essere sposato, aveva avuto
tre figli da una certa Nancá. Il suo straordinario amore per quella
donna, tuttavia, irritava profondamente sua madre, la regina vedova.
Inizia così una storia di persecuzioni e di fughe che, dopo l’assassinio
di Turbão, finisce con la partenza di Nancá e i tre figli a bordo di una
nave rubata. Dopo quarantasette giorni di viaggio giunsero nel sito
della futura Pechino: «Nancá sbarcò a terra con tutti i suoi e narrano
le storie che a cinque giorni dal suo arrivo fece riconoscere come
principe di quella gente», vale a dire gli esuli germanici, «il figlio
maggiore», che – va da sé – si chiamava «Pechino». Quell’epopea sa-
rebbe stata ricordata in un’iscrizione «scolpita su di uno scudo d’ar-
gento appeso alla volta dell’arco che sormonta la porta della città».
«Nel modo che ho narrato», prosegue Pinto, «fu dunque fondata
questa città e popolato questo impero cinese, dal figlio maggiore di
Nancá». I due fratelli minori, Pacão e Nacau, «fondarono in seguito
altre due città, a cui imposero i propri nomi», proprio come la loro
madre Nancá che, «a quanto dicono le storie, fu la fondatrice della
città di Nanchino, la seconda di questa monarchia»56.
Dall’America alla Cina passando per Viterbo: nella seconda metà
del secolo, tra gli effetti imprevisti dello straordinario successo della
storiografia ispirata da Annio, vi fu l’emergere di una possibilità di
pensare una storia globale del mondo.
Le invenzioni di un falsario italiano del Quattrocento dettero
vita a una variante di storiografia rinascimentale che, quasi alla ma-

55 W. Laz, De gentium aliquot migrationibus, sedibus fixis, reliquijs, lingua-

rumque initijs & immutationibus ac dialectis libri XII, Basileae, per Ioannem Opo-
rinum, 1557.
56 F. Mendes Pinto, Peregrinazione, 1537-1558, a cura di G.C. Rossi, Longanesi,

Milano 1970, pp. 213-214.


64 Indios, cinesi, falsari

niera degli alchimisti, come si è visto, permise di tramutare nell’oro


di un racconto storico unitario il piombo dei passati multipli con
cui, dall’America alla Cina, gli europei erano entrati in contatto alle
origini della mondializzazione iberica. Le basi di quella storiografia
erano fragili e non avrebbero retto alla successiva critica erudita, ma
prima di allora si diffusero in profondità. Ne offre una conferma per
così dire materiale l’abbondanza di riferimenti a pietre misteriose,
epigrafi di difficile decifrazione e orme di giganti nelle storie del
Rinascimento. Erano un altro lascito delle Antiquitates: davanti all’i-
nattesa varietà dei nuovi mondi e dei loro abitanti, incontrati nell’età
dell’esplorazione, le invenzioni di Annio consentivano agli europei
di restare convinti della profonda unità della storia del mondo57.

57 A. Nagel, C.S. Wood, Anachronic Renaissance, Zone Books, New York 2010..
III

LA CINA, I GOTI E CORTÉS:


PENSANDO ALLE SPEZIE DA UN OSPEDALE DI LISBONA

1. Il Rinascimento e gli antichi cinesi

Quando si pensa all’età delle esplorazioni, la prima cosa che vie-


ne alla mente è la scoperta dell’America. La sua carica di fascino ha
portato a considerare soprattutto il Nuovo Mondo al centro della
circolazione di uomini, idee e oggetti a livello planetario che carat-
terizzò la mondializzazione iberica. Ma fu davvero così? O si tratta
di un’immagine costruita più tardi? La confortante narrazione di
un processo che avrebbe avuto per soli protagonisti gli europei e
l’Oceano Atlantico ha dominato a lungo. L’aumento di contatti e
scambi fra regioni del pianeta che si verificò allora ebbe, tuttavia,
anche altri epicentri come, per esempio, la Cina della dinastia dei
Ming, che nonostante la relativa chiusura verso l’esterno esercitò
una costante attrazione sugli europei.
Se ne coglie il riflesso in una sorprendente storia del mondo
pubblicata a Lisbona nel 1563, che si apre con il racconto di una
mondializzazione primordiale di cui furono attori i cinesi. Si tratta-
va di un piccolo volume delle dimensioni di un tascabile ma aveva
l’ambizione di schiudere i segreti di una storia globale: sin dal titolo
esprimeva l’intenzione di occuparsi delle rotte percorse dai mercanti
di spezie nei secoli, accanto ai viaggi di scoperta antichi e moderni.
Il suo autore era morto pochi anni prima, forse nel 1557. Si tratta
di António Galvão, capitano alle isole Molucche, a est dell’odierna
Indonesia, dal 1536 al 1539.
Chi furono i «primi inventori» delle grandi navigazioni dopo
il diluvio universale? È questa la domanda iniziale di quel trattato
storico. «Alcuni dicono i greci, altri i fenici, altri ancora vogliono
66 Indios, cinesi, falsari

che fossero gli egizi, gli indiani non acconsentono», si risponde, al-
largando così in poche righe gli orizzonti dei suoi lettori europei
sull’antichità. Gli «indiani», nome che identificava genericamente
gli abitanti del mondo asiatico, assicuravano che «i primi a navigare
furono loro, i taibenchi in particolare, che ora chiamiamo cinesi».
Galvão non chiarisce l’origine di quel misterioso nome (forse deri-
vato da Tāi-bîn, «grande dinastia Ming» in amoy, la lingua di pre-
stigio nella Cina sudorientale), ma avvalora l’opinione secondo cui
«in passato furono signori dell’India fino al Capo di Buona Speran-
za». Le coste dell’Africa orientale, continua Galvão sulla scorta dei
suoi informatori «indiani», furono abitate dai «taibenchi», al pari di
Giava, Timor, Celebes, Makassar, le Molucche, Borneo, Mindanao,
Luzon, Giappone «e altre isole», nonché «la terraferma di Cocinci-
na, Laos, Siam, Birmania, Pegu, Arakan, fino al Bengala». L’elenco
prosegue: gli antichi cinesi, infatti, sarebbero giunti «fino a Nuova
Spagna, Perù, Brasile, Antille e tutto il resto, come mostra l’aspetto
degli uomini e delle donne, i loro costumi, gli occhi piccoli, i nasi
schiacciati e le altre fattezze che vediamo in loro». L’osservazione sui
tratti somatici dei popoli americani incontrati dagli iberici precede
una considerazione che si applica, in particolare, all’arcipelago delle
Molucche: «chiamano ancora oggi molte di queste isole e terre Ba-
tochina o Bacochina, che significa Terra della Cina»1.
Che storia del mondo è mai questa che prende le mosse dall’idea
che l’America sia un’antica colonia cinese? Per rispondere si deve
guardare al contesto in cui Galvão compose quel trattato. Occorre
tener conto del suo peculiare itinerario di vita, ma anche riannodare
i fili cinesi che attraversarono la cultura storica del Rinascimento,
riportando così alla luce paesaggi in gran parte rimossi in cui i mol-
teplici passati del mondo s’intrecciarono in modo più equilibrato o
originale di quanto generalmente si ammetta. Ancora alla metà del
Quattrocento il mercante veneziano Niccolò de’ Conti aveva rilan-
ciato il mito del Catai di Marco Polo contribuendo, fra l’altro, all’er-
ronea credenza che a reggere l’impero cinese fosse sempre la dinastia
mongola degli Yuan (1271-1368). Il suo abbandono definitivo, e con

1 A. Galvão, Tratado dos diversos e desvairados caminhos, por nos tempos passa-

dos a pimenta e especearia veyo da India ás nossas partes, e assi de todos os descobri-
mentos antigos e modernos que são feitos até a era de 1550, Lisboa, em casa de Ioam
da Barreira, 1563, cc. 1v-2r.
III. La Cina, i goti e Cortés 67

esso di tante proiezioni ideali sulla società cinese, fu un frutto del


Rinascimento maturo, quando si diffusero le indagini di prima mano
condotte da missionari, e uscì poi l’Historia de las cosas más notables,
ritos y costumbres del gran reino de la China (1585) dell’agostiniano
Juan González de Mendoza2.
Allora l’interesse per la Cina era ormai intenso. Meta obbligata
per chi voleva procurarsi notizie fresche e affidabili era proprio Li-
sbona, la città di Galvão. Sulla riva opposta del fiume che la bagnava,
il Tago, abitava Fernão Mendes Pinto, che conosceva da vicino al-
cune distanti regioni dell’Asia orientale. Intorno al 1571 Pinto me-
ditava di dedicare l’opera di storia e finzione che stava componendo
sui suoi viaggi in quelle terre a Cosimo I de’ Medici, granduca di
Toscana. Aveva maturato quell’idea conversando con l’ambasciatore
fiorentino Bernardo Neri, che più volte gli aveva manifestato il vivo
interesse del granduca per le terre visitate da Pinto, in particolare per
«le cose della Cina e delle sue città». Nel suo futuro libro, assicurò
quest’ultimo a Neri, vi erano tutte quelle informazioni, fondate «su
quanto ho visto, appreso e letto nelle cronache sugli antichi re della
Cina e sulla fondazione e principio di questa monarchia». Fra i ma-
teriali che l’ambasciatore fiorentino riportò indietro da Lisbona vi
fu forse un codice buddista della valle del Mekong trafugato a Pinto,
ma non l’opera che quest’ultimo aveva pensato di offrire a Cosimo I,
rimasta inedita fino al primo Seicento3.
Non sappiamo, fra l’altro, se Neri ebbe una risposta da un uma-
nista portoghese ben più famoso di Pinto, cui si dovette rivolgere
in un primo momento. Alla partenza da Firenze, nel 1569, gli era
stato infatti raccomandato di ottenere una «copia della cosmografia

2 A. Romano, La prima storia della Cina. Juan Gonzales de Mendoza fra l’impero

spagnolo e Roma, in «Quaderni storici», XLVIII (2013), pp. 89-116. Sempre utile
il classico studio di D.F. Lach, Asia in the Making of Europe, 3 voll., University of
Chicago Press, Chicago 1965-1993, vol. I, pp. 730-821. Cfr. inoltre Western Visions
of the Far East in a Transpacific Age, 1522-1657, a cura di C.H. Lee, Ashgate, Farn-
ham 2012.
3 Lettera di Pinto a Neri, Almada, 15 marzo 1571, in Cartas de Fernão Mendes

Pinto e outros documentos, a cura di R. Catz, Presença, Lisboa 1983, pp. 114-116.
Il furto del codice da parte di un ambasciatore fiorentino è denunciato nel cap. 164
della Peregrinaçam. Sui materiali provenienti da tutto il mondo raccolti dai Medici,
in una prospettiva comparata, cfr. J. Keating, L. Markey, «Indian» Objects in Me-
dici and Austrian-Habsburg Inventories, in «Journal of the History of Collections»,
XXIII (2011), pp. 283-300.
68 Indios, cinesi, falsari

della Cina» che l’ormai anziano geografo e cronista João de Barros


(sarebbe morto l’anno dopo) «dice di haver fatta tradurre di lingua
cinese in lingua portugese». A chiederlo era il cosmografo domeni-
cano Egnazio Danti, approdato a Firenze qualche anno prima per
disegnare la serie delle magnifiche carte geografiche che ancora de-
corano la Sala della Guardaroba, ideata da Giorgio Vasari e Miniato
Pitti per gli appartamenti di Cosimo I in Palazzo Vecchio. Neri do-
veva anche scoprire se Barros «havesse carta alcuna di detto paese
et provincia della Cina, del Mangi et del Catai» e «haverne copia»:
non poteva fare più bel dono al granduca, terminava Danti, «non ci
essendo delle sopradette cose notitia alcuna che buona sia»4.
La Cina e il desiderio di saperne di più erano dunque un pensiero
ricorrente di Cosimo I quando decise di decorare con mappe prezio-
se e aggiornate gli ambienti privati della sua monumentale residenza,
rinnovata in stile rinascimentale. Quello fiorentino fu l’esempio più
alto di una tendenza a contemplare il mondo con uno sguardo, che
si diffuse con rapidità anche altrove in Italia nella seconda metà del
Cinquecento. Globi, planisferi e mappamondi nelle segrete stanze
del potere rispondevano a un gusto che si nutriva della conoscen-
za dei nuovi spazi geografici, ma rifletteva anche la proiezione di
un’ambizione di possesso che accompagnò i tentativi di alcuni stati
di inserirsi nei flussi della mondializzazione iberica. Dal Mediterra-
neo si guardava con attenzione alle regioni del mondo che gli imperi
iberici avevano assoggettato o con cui erano entrati in contatto.
Non è un paradosso che la città europea dove le nuove conoscen-
ze sulla Cina si accumulavano fosse la metropoli più a occidente del
continente. Proprio in virtù della posizione geografica che la proiet-
tava al centro del mondo atlantico, infatti, Lisbona era diventata la
capitale del primo impero europeo d’oltremare. Lo sforzo maggiore
dei portoghesi era stato quello di penetrare nell’Oceano Indiano e
controllare le principali rotte del commercio marittimo grazie a una
trama di possedimenti e piazzeforti costiere. Al tempo dell’incontro
fra Neri e Pinto avevano ormai il loro cuore pulsante a Goa, in India
occidentale, ma si estendevano fino alla città portuale di Malacca,
all’estremità sudoccidentale della penisola malese, e avevano le loro

4 Lettera inviata da Firenze, 28 ottobre 1569, in F. Fiorani, The Marvel of

Maps: Art, Cartography and Politics in Renaissance Italy, Yale University Press, New
Haven (CT) 2005, p. 300.
III. La Cina, i goti e Cortés 69

propaggini più remote a Macao, in Cina, e a Nagasaki, in Giappone.


Giunti in Asia per aver accesso diretto alla leggendaria abbondan-
za dei mercati orientali, i portoghesi rividero presto l’ambizione di
fondarvi un impero che rinnovasse gli antichi fasti di quello romano.
Dovettero piuttosto trovare un compromesso fra violenza e diplo-
mazia per sopravvivere al confronto con i potenti imperi asiatici,
dalla Persia dei safavidi ai mughal in India, fino alla Cina dei Ming,
senza contare le spedizioni navali organizzate dagli ottomani nell’O-
ceano Indiano5.
Relazioni manoscritte e cronache a stampa che entravano in cir-
colazione da Lisbona erano un fondamentale canale d’informazione
per l’Europa su un’esperienza così lontana nello spazio, ma in grado
di avere un profondo impatto culturale ed economico. L’ambascia-
tore Neri fu indirizzato all’umanista Barros perché quest’ultimo era
l’autore di una cronaca ufficiale delle imprese portoghesi in Asia,
pubblicata dal 1552 in avanti, che attirò subito l’interesse degli am-
bienti italiani più sensibili alle trasformazioni globali in atto e alle
occasioni che se ne potevano trarre. Per le élites delle città della
penisola quelle occasioni furono soprattutto di natura commerciale.
Accanto alla Firenze dei Medici, fu il caso di un’altra capitale del
Rinascimento: Venezia.
In un’età di grandi monarchie e imperi, l’antica repubblica ma-
rinara non rinunciò alla strategia di egemonia nel Mediterraneo
orientale, che nei secoli medievali le aveva consentito, fra l’altro,
di gestire la rivendita delle spezie asiatiche in Europa6. Quel ricco
traffico aveva subito una battuta d’arresto dopo l’arrivo di Vasco da
Gama in India (1498), che permise di distrarre gran parte dei carichi
dal tradizionale itinerario terrestre fino in Egitto, per trasportarli a
bordo di navi lungo la rotta del Capo di Buona Speranza fino a Li-
sbona. Perciò, anche se alla metà del Cinquecento Venezia aveva in
parte recuperato lo svantaggio derivato dalla fondazione dell’impero
portoghese in Asia (1505), Barros era destinato a trovare solleciti
lettori in laguna.

5 S. Subrahmanyam, The Portuguese Empire in Asia, 1500-1700: A Political and

Economic History (1993), Wiley-Blackwell, Chichester-Malden (MA) 2012.


6 B. Arbel, Venice’s Maritime Empire in the Early Modern Period, in A Compa-

nion to Venetian History, 1400-1700, a cura di E.R. Dursteler, Brill, Leiden-Boston


2013, pp. 125-253.
70 Indios, cinesi, falsari

A colpire, nella ricezione italiana, è l’attenzione all’uso di fonti


scritte in lingue orientali. Era il segno del tentativo di individuare
le informazioni più attendibili in un’opera percorsa da una trion-
falistica retorica imperiale. Raffinato e colto umanista, Barros or-
ganizzò la sua cronaca per decadi, come già aveva fatto il milanese
Pietro Martire d’Anghiera nel De orbe novo (1511-1525), dedicato
alla conquista spagnola dell’America. In realtà Barros s’ispirò forse
a Tito Livio. Machiavelli aveva commentato la decade I della sua
storia di Roma nei Discorsi (1531) e Barros ne era stato un precoce
ed entusiasta lettore7. Ma la predilezione per la cultura classica non
gli impedì di cogliere i limiti delle conoscenze europee sullo scon-
finato continente asiatico, dove pure non andò mai. Responsabile
della Casa da Índia, una sorta di ministero che regolava i commerci
orientali da Lisbona, approfittò dei suoi archivi per servirsi di scrit-
ture, mappe e documenti provenienti dall’Asia, consultati grazie a
traduzioni e interpreti8.
Barros apre la sua cronaca presentando la penetrazione dei por-
toghesi in Asia come una tappa della guerra santa planetaria che da
secoli opponeva cristiani e musulmani. Ma la sua prospettiva aggres-
siva è subito bilanciata dal ricorso che fa a un’opera indicata solo
come «Tarigh» (tārīkh, «cronaca») e descritta come «un sommario
delle cose che fecero i lor califi nella conquista di quelle parti dell’O-
riente». Aveva tra le mani una versione «in lingua persiana», «che
con altri volumi della historia et cosmografia persiana da quelle ban-
de havemmo»9. Con molta probabilità si tratta del Rauzat al-Safā’
(Giardino della purezza), l’enciclopedica cronaca di Mir Khwand,
storico vissuto nel Quattrocento a Herat, dov’era stato testimone
degli ultimi giorni della potenza di Tamerlano, dalla cui dissoluzione
gemmarono i grandi imperi dell’Asia centro-meridionale con cui si
confrontarono i portoghesi10. Non fu quel riferimento, comunque, a

7 G. Marcocci, Machiavelli, la religione dei romani e l’impero portoghese, in

«Storica», 41-42, XIV (2008), pp. 35-68.


8 C.R. Boxer, João de Barros, Portuguese Humanist and Historian of Asia, Con-

cept Publishing, New Delhi 1981.


9 L’Asia del S. Giovanni di Barros, consigliero del Christianissimo Re di Por-

togallo. De’ fatti de’ Portoghesi nello scoprimento, & conquista de’mari & terre di
Oriente, Venetia, appresso Vincenzo Valgrisio, 1561, cc. 1r, 2v e 95v (traduzione
di Alfonso de Ulloa).
10 L’identificazione è proposta in S. Subrahmanyam, Intertwined Histories:
III. La Cina, i goti e Cortés 71

impressionare il bibliotecario veneziano Giovanni Battista Ramusio


che, a soli due anni dalla comparsa della prima decade di Barros, ne
tradusse e incluse una selezione nella seconda edizione del primo
volume delle sue monumentali Navigationi et viaggi (1554).
Nell’epistola anteposta a quegli estratti Ramusio sottolinea la
promessa di Barros «di mandar in luce un libro di tavole di geografia
del paese della China, stampato (come egli dice) in quella provincia
e per un chino suo schiavo tradotto»11. Nel capitolo che è all’origine
della raccomandazione rivolta da Egnazio Danti a Bernardo Neri
nel 1569, Barros ricorda il valore di quella fonte, insieme alla gran-
dezza dell’impero cinese, superiore a tutti quelli asiatici in «popolo,
potenza, ricchezza e civilità», nonché con «maggior entrata che tutti
li regni e potenzie di Europa»12. Quello che invece Danti allora non
sapeva era che nel frattempo Barros era entrato in possesso di «una
carta geografica di tutta quella terra, fatta dai cinesi stessi», oltre ad
«alcuni loro libri», di cui aveva fatto uso nella terza decade della
sua cronaca, pubblicata nel 1563 come il trattato di Galvão, e mai
tradotta in italiano13.
Non sappiamo se tra quelle fonti vi fosse una cronaca cinese,
né se essa abbia contribuito a una scoperta che gli europei del Ri-
nascimento fecero grazie a Barros: non solo i cinesi avevano uno
sterminato impero terrestre, ma avevano anche preceduto i porto-
ghesi nel dominio sull’Oceano Indiano, pur operando con «maggior
prudenza dei greci, dei cartaginesi e dei romani che per conquistare
terre straniere si allontanarono tanto dalla patria che finirono con
il perderla»14. Benché i cinesi avessero visitato il sudest asiatico già
in precedenza, in quelle parole va riconosciuta l’eco remota delle

«Crónica» and «Tārīkh» in the Sixteenth-Century Indian Ocean World, in «History


and Theory», XLIX (2010), pp. 118-145, in part. p. 140.
11 G.B. Ramusio, Navigazioni e viaggi, a cura di M. Milanesi, 6 voll., Einaudi,

Torino 1978-1988, vol. II, p. 1043.


12 Ivi, p. 1076.
13 J. de Barros, Decada terceira da Asia... Dos feytos que os Portugueses fizeram

no descobrimento & conquista dos mares & terras do Oriente, Lisboa, por Ioam de
Barreira, 1563, c. 44v. Per un approfondimento cfr. Z. Biedermann, De regresso ao
Quarto Império: a China de João de Barros e o imaginário imperial joanino, in D.
João III e o império. Actas do Congresso Internacional, a cura di R. Carneiro e A.T.
de Matos, CHAM-CEPCEP, Lisboa 2004, pp. 103-120.
14 Barros, Terceira decada cit., c. 46v.
72 Indios, cinesi, falsari

spedizioni della flotta imperiale guidata dall’ammiraglio Zheng He,


un cortigiano eunuco di origine Hui, la minoranza musulmana in
Cina. Dal 1405 in avanti, centinaia di navi immense avevano solcato
per sette volte l’Oceano Indiano, costringendo a tributo i maggiori
porti dell’Asia meridionale fino a toccare anche le coste orientali
dell’Africa. Pur grandiosa, fu solo una breve parentesi, che in parte
coincise, peraltro, con il periodo in cui Niccolò de’ Conti viaggiò
nell’Oceano Indiano. La dinastia Ming vi pose fine nel 1433 con un
editto dell’imperatore Xuande15.
Da dove ricavò quelle notizie Barros? Non da una delle rare fonti
cinesi che raccontano le spedizioni di Zheng He, mai citato dall’u-
manista portoghese. Questi, del resto, non specifica mai a quando
dati l’espansione cinese nell’Oceano Indiano, e il confronto con gre-
ci, cartaginesi e romani lascia supporre che per Barros risalisse forse
all’antichità. Era forte la suggestione di quel passato, che suonava
come un monito rispetto alle eccessive ambizioni dei portoghesi. Se
ne coglievano le tracce dappertutto. Per esempio, nello stato in cui
era ridotta Mylapore, sulla costa sudorientale dell’India, quando i
portoghesi vi giunsero in cerca delle tracce dell’apostolo Tommaso
che si diceva avesse predicato in quella città, «quasi tutta abbattuta
a causa delle guerre del tempo dei cinesi, perché era la loro sede
principale». O nel nome Ceylon, in uso per lo Sri Lanka: «significa i
pericoli o la perdizione dei cinesi», spiega Barros, e serba il ricordo
del naufragio di ottanta imbarcazioni cinesi nelle secche dell’iso-
la. Erano tutti segni di un antico dominio sull’Asia meridionale e
i suoi arcipelaghi: «oltre ad affermarlo i nativi, ne sono testimoni
gli edifici, i nomi e la lingua che vi hanno lasciato, come fecero i
romani presso noi ispanici, impedendoci così di negare che ci ab-
biano conquistati»16. Il tema della lingua compagna dell’impero, su
cui Barros aveva già insistito in passato, trovava conferma anche nel
caso dei cinesi17.

15 L. Levathes, When China Ruled the Sea: The Treasure Fleet of the Dragon

Throne, 1405-1433, Simon & Schuster, New York 1994.


16 Barros, Terceira decada cit., cc. 25v-26v.
17 E. Asensio, La lengua compañera del imperio. Historia de una idea de Nebrija

en España y Portugal, in Id., Estudios Portugueses, Fondation Calouste Gulbenkian-


Centre Culturel Portugais, Paris 1974, pp. 1-16, che troppo attenua, tuttavia, l’ag-
gressiva carica imperiale della posizione di Barros.
III. La Cina, i goti e Cortés 73

L’esempio dato dall’impero cinese, una potenza che fino a poco


prima dell’arrivo dei portoghesi riceveva doni dai regni in Siam e
Birmania in memoria dell’antica sottomissione, suscita l’ammirazio-
ne di Barros. Fu il decreto di un «re prudente» a proibire le naviga-
zioni nell’Oceano indiano. Pur non collocando con precisione nel
tempo l’intervento di Xuande, Barros ha dunque qualche notizia di
quel provvedimento. E a pochi anni di distanza dalla concessione
ufficiale del porto di Macao ai portoghesi (1557), ricorda che vigeva
ancora il divieto d’accesso in Cina anche a un solo straniero senza
lasciapassare, nonché l’interdizione ai cinesi di navigare, salvo ecce-
zioni in favore dei mercanti di Canton18.
Proprio a Canton avevano consumato i loro ultimi giorni, in stato
di prigionia, Fernão Pires de Andrade e Tomé Pires, dopo avere
guidato una disastrosa missione presso l’imperatore Zhende. Erano
sbarcati in Cina nel 1517, ufficialmente per condurre un’ambasceria
commerciale alla corte imperiale. L’aggressivo comportamento dei
portoghesi, però, irritò presto i cinesi, che contro quegli uomini,
chiamati «franchi», mossero persino accuse di cannibalismo. Dopo
un fugace abboccamento con Zhende a Nanchino, la delegazione
portoghese fu costretta a una lunga e umiliante attesa a Pechino,
nella vana speranza di essere ricevuta all’interno della città proibita.
Gravi problemi d’instabilità interna e la crescente ostilità verso chi
aveva osato conquistare Malacca, il cui sovrano era un fedele tribu-
tario dell’impero cinese, contribuirono al fallimento di un’impresa
che corse parallela a quella di Cortés in Messico e prese avvio con
auspici in parte simili. Negli stessi anni del viaggio di Magellano
intorno al globo, quel movimento simultaneo mise spagnoli e por-
toghesi di fronte a due grandi imperi che erano anche due universi
culturali per loro sconosciuti. Le loro opposte reazioni alla comune
minaccia proveniente dall’Europa furono un tornante decisivo per
la mondializzazione iberica19.

18Barros, Terceira decada cit., c. 46rv.


19S. Gruzinski, L’Aigle et le Dragon. Démesure européenne et mondialisation au
XVIe siècle, Fayard, Paris 2012.
74 Indios, cinesi, falsari

2. Storie che Galvão sentì alle Molucche

Quando Barros scriveva, dunque, i portoghesi avevano ormai


compreso che le relazioni con il celeste impero richiedevano cautela
e rispetto. I cinesi, del resto, avevano preceduto i portoghesi an-
che nel traffico di spezie e aromi. Lo avrebbero fatto partendo dalle
Molucche, le isole ricchissime di chiodi di garofano, noce moscata e
legno di sandalo, al centro di un’aspra contesa tra portoghesi e spa-
gnoli per il loro controllo, risolta a vantaggio dei primi dal trattato
di Tordesillas stipulato nel 1529, pochi anni prima che vi arrivasse
Galvão come capitano. Solo dai «cantari in forma di ballata», spiega
Barros, si potevano ricavare le pur incerte notizie sulle «antichità»
dell’arcipelago, che nel Quattrocento, a cominciare dall’isola di Ter-
nate, aveva visto le sue élites convertirsi all’islam, sotto l’influenza
del principato di Gresik, sul versante orientale di Giava. Gli abitanti
delle Molucche raccontavano di non essere originari di quelle isole,
che in un remoto passato erano state visitate da giunche cinesi, malesi
e giavanesi. La memoria locale accreditava soprattutto l’ipotesi di un
popolamento cinese: «ne resta ancora notizia nel nome della grande
isola chiamata Batechina do Moro, lungo la cui costa si trovano le
altre». Secondo i locali, scrive Barros, «Bate vuol dire Terra e, segui-
to da Cina, significa Terra della Cina, e gli aggiungono Moro, nome
proprio della terra, per distinguerla dall’altra, chiamata Batechina de
Muar». Quelle parole riecheggiano l’apertura della storia di Galvão.
Ma, a differenza di quest’ultimo, Barros non evoca la colonizzazione
dell’America e termina scrivendo che furono i cinesi a trasformare
i chiodi di garofano, usati in precedenza come un medicinale, in un
prodotto richiesto su tutte le piazze del mondo20.
Dietro quelle pagine c’è sì Galvão, ma non la sua storia del mon-
do, pubblicata peraltro quattro mesi dopo l’uscita della terza decade
di Barros21. Nel redigerla fra 1544 e 1558, quest’ultimo dovette piut-
tosto servirsi di un trattato storico sulle Molucche in cui Galvão ave-
va fatto confluire le notizie sulla natura, gli abitanti e i loro costumi,
raccolte durante il soggiorno nell’arcipelago22. Ne sopravvive una

Barros, Terceira decada cit., c. 135r.


20

Si insiste invece su un possibile accesso di Barros al manoscritto di Galvão in


21

Lach, Asia cit., vol. I, p. 603.


22 Quanto Barros scrisse sulle Molucche si limita, per sua stessa ammissione,
III. La Cina, i goti e Cortés 75

versione preliminare composta dopo il ritorno a Lisbona, di cui fece


dono a un cosmografo spagnolo nel 1545. Un rapido sguardo con-
ferma la dipendenza di Barros da quel testo. Galvão non nasconde
le perplessità sulla possibilità di conoscere il passato delle Molucche
dai loro abitanti: «non hanno cronache né storie scritte», scrive, ma
solo «memorie in forma di proverbi, cantiche e ballate in versi»23.
Dà comunque un certo credito alle tradizioni orali che riferivano
di giunche arrivate un tempo sulle isole. Non è chiaro se si trattò
di malesi, giavanesi o cinesi, ma i locali propendevano per questi
ultimi, «e a quanto pare fu così», glossa Galvão: «si dice che furono
signori delle Indie e dei loro arcipelaghi, o per lo meno vi navigaro-
no e commerciarono come si ricava dagli edifici che vi si trovano».
Barros riprende quel racconto, così come l’argomento delle diverse
isole che, alle Molucche, si chiamavano «Batachina» e che Galvão
poi ripete nella sua storia del mondo: «Bata significa terra e pare
che furono i cinesi a mettere loro questo nome, Pietra della Cina»24.
Si passa quindi a discutere l’ipotesi che a visitare l’arcipelago per
primi fossero stati i malesi. Galvão aveva sentito dire, infatti, che i
cinesi chiamavano se stessi «taibenchi» (come poi li avrebbe indicati
nella sua storia del mondo), mentre il nome «cinesi» era d’origine
malese. Come che sia, a iniziare il traffico di chiodi di garofano,
acquistati a basso costo, erano stati i «taibenchi». Gli abitanti del-
le Molucche, però, «non sanno proprio come andò perduta questa
navigazione», chiude Galvão, senza far cenno al decreto imperiale
cinese, ricordato, come abbiamo visto, da Barros, evidentemente
grazie ad altre fonti, comunque vaghe25.
Le notizie fornite da Galvão rielaborano frammenti di una me-
moria orale. A un secolo di distanza dalla fine delle grandi spedizioni
cinesi, gli abitanti delle Molucche tendevano a proiettarle in un pas-
sato indefinito, comunque anteriore alla penetrazione dell’islam26.

a «quel che ne abbiamo ricavato da António Galvão» (Terceira decada cit., c.


133v).
23 A Treatise on the Moluccas (c. 1544). Probably the Preliminary Version of

António Galvão’s Lost «História das Molucas», a cura di H. Jacobs, Jesuit Historical
Institute, Roma-St. Louis (MO) 1971, p. 84.
24 Ivi, p. 78.
25 Ivi, p. 80.
26 Sull’idea di un mitico passato comune, diffusa tra gli abitanti delle Molucche,

e sulla permanenza di una spiccata cultura orale anche dopo l’islamizzazione, cfr.
76 Indios, cinesi, falsari

A meno di un quarto di secolo dall’arrivo dei primi iberici, i sovrani


delle Molucche, un arcipelago pienamente integrato nel grande cro-
cevia commerciale e culturale che ruotava intorno all’isola di Giava,
parlavano già le principali lingue iberiche27. Galvão dovette racco-
gliere le testimonianze locali sull’antico dominio cinese direttamente
dalla bocca dei nativi.
Gli squarci su un passato misterioso aperti dalle storie che cir-
colavano alle Molucche permisero a Galvão di pensare un’antichità
che sfidava i confini convenzionali della storia greca e romana. Fu
così che decise di aprire la sua storia del mondo con le spedizioni
cinesi, mettendo all’origine dei primi viaggi dell’umanità un gran-
dioso momento di espansione imperiale, avvenuto, in realtà, solo nel
primo Quattrocento. Quelle pagine evocative andavano comunque
incontro a una domanda crescente di notizie sulla Cina e sulla sua
storia. Neppure il domenicano Gaspar da Cruz, autore del primo
trattato dedicato a una dettagliata descrizione del celeste impero
(1569), seppe resistere. Scrisse che nei «tempi antichi», come mo-
stravano «alcune memorie» in suo possesso, «non solo i cinesi com-
merciarono con le parti dell’India, ma conquistarono e dominarono
anche molte sue terre, per cui Erodoto avrebbe detto che la Scizia
arriva fino all’India». I segni di quel passato, lontano almeno di due-
mila anni (come si desume dal richiamo ad Erodoto), erano evidenti
nei tratti somatici di giavanesi, malesi e siamesi, «popoli cinesizzati,
cioè con gli occhi piccoli, il naso schiacciato e il volto largo, per la
molta mistura che i cinesi ebbero con tutti loro»28.
Ma che effetti ebbe la riscoperta di quel passato sulla storia del
mondo di Galvão? Come modificava la visione dominante in Europa
la scelta disorientante di aprire il racconto con la Cina? E da dove
traeva origine? Sicuramente vi incisero le alterne vicende personali
di Galvão. Il suo trattato, infatti, è il frutto non solo dell’esperienza
alle Molucche, ma anche di una profonda frustrazione. Le poche no-
tizie in nostro possesso riflettono l’immagine di una vita divisa in due

L.Y. Andaya, The World of Maluku: Eastern Indonesia in the Early Modern Period,
University of Hawaii Press, Honolulu 1993, pp. 47-81.
27 D. Lombard, Le carrefour javanais. Essai d’histoire globale, 3 voll., Éditions

de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris 1990.


28 Enformação das cousas da China. Textos do século XVI, a cura di R. D’Intino,

INCM, Lisboa 1989, p. 161.


III. La Cina, i goti e Cortés 77

parti, con un momento di svolta decisivo seguito al ritorno in Por-


togallo dalle Molucche, intorno al 154029. Chi era, dunque, Galvão?
Per le élites portoghesi era, anzitutto, un figlio illegittimo del croni-
sta regio e consigliere di corte Duarte Galvão, tra i massimi ispiratori
della retorica politica di impronta millenarista che al tempo di Vasco
da Gama aveva accompagnato la penetrazione portoghese in Asia,
interpretandola come una missione voluta da Dio30. António Galvão
crebbe in quell’ambiente, in cui l’esaltazione delle conquiste d’oltre-
mare provocava accese tensioni tra le fazioni cortigiane in lotta fra
loro per la fisionomia che l’impero doveva assumere.
Non si sa come Galvão reagì alla decisione dell’anziano padre
quando, nel 1515, questi partì in cerca del Prete Gianni in una spe-
dizione che lo portò a morire alle porte dell’Etiopia, dove si crede-
va che regnasse il mitico sovrano cristiano. Le circostanze di quel-
la scomparsa dovettero influire sul futuro legame di Galvão con il
mondo asiatico, che si fece concreto tra 1522 e 1524, quando servì
come soldato nell’Oceano Indiano. Due anni dopo, nel clima se-
gnato dalla disputa fra Spagna e Portogallo intorno alle Molucche,
Galvão salpò di nuovo per l’Asia, promosso al comando di una nave.
Rientrò già nel 1527, portando con sé le ossa del padre ricevute dal
sacerdote Francisco Álvares, reduce da una spedizione in cui aveva
finalmente incontrato il vero imperatore etiope, Dawit II.
Galvão ottenne la nomina a capitano delle Molucche nel 1532.
Le «isole delle spezie», com’erano ormai chiamate, costituirono un
punto d’osservazione speciale sull’Asia, alla confluenza tra il variega-
to mondo dell’Oceano Indiano e le regioni del Pacifico a più stretto
contatto con il grande impero cinese. Galvão dovette attendere al-
cuni anni in India prima di assumere i suoi poteri, servendo intanto
la corona in alcune imprese militari. La guerra segnò anche i tre anni
trascorsi alle Molucche, dove giunse nel 1536, stabilendosi a Terna-
te. La sua permanenza fu caratterizzata da una spiccata ingerenza nei
conflitti locali e regionali e da una ferma imposizione dell’autorità

29 S. Subrahmanyam, As quatro partes vistas das Molucas. Breve releitura de


António Galvão, in Passeurs, mediadores culturales y agentes de la primera globa-
lización en el mundo ibérico, siglos XVI-XIX, a cura di S. O’Phelan Godoy e C.
Salazar-Soler, PUC-IFEA, Lima 2005, pp. 713-730, part. pp. 716-721.
30 J. Aubin, Duarte Galvão, in Le Latin et l’Astrolabe, 3 voll., CNCDP-Centre

Culturel Calouste Gulbenkian, Lisboa-Paris 1996-2006, vol. I, pp. 11-48.


78 Indios, cinesi, falsari

portoghese, in anni segnati dal timore di nuove penetrazioni spagno-


le. Ricorse a violenze e intimidazioni che gli permisero di consolidare
il controllo sul commercio dei chiodi di garofano e di indurre la
conversione al cristianesimo dei locali. In quell’angolo di mondo
così lontano dall’Europa, Galvão, un uomo di armi e di mare, ma
non privo di lettere, iniziò a mutare il suo sguardo sul passato. Cercò
di conoscere a fondo quelle isole all’apparenza senza storia, sempre
più importanti per i commerci globali. A colpirlo fu, lo si è visto, la
scoperta di un’età remota, affollata da una varietà di popoli e cul-
ture e dominata dai cinesi. Sottratto al filtro delle rappresentazioni
europee, il loro impero appariva in tutta la sua inquietante potenza
e la sua antichità faceva impallidire la grandezza di greci e romani.
Al suo ritorno nel regno, Galvão si aspettava una ricompensa dal-
la corona per i servizi resi in Asia. Ne aveva estrema necessità perché
per mantenersi alle Molucche (e forse per procurarsi la carica) aveva
contratto debiti. Alla metà degli anni quaranta sperava ancora, come
rivelano gli aperti elogi riservati nel trattato sulle Molucche al monar-
ca Giovanni III, celebrato per aver affrontato grandi «sofferenze»
«a causa delle discordie e delle guerre con i più grandi monarchi del
mondo, come l’imperatore Carlo di Germania, Francesco re di Fran-
cia, il sultano Solimano signore di Turchia, lo shah Tahmasp di Per-
sia, il sultano Babur in India e il gran khan della Cina», come Galvão
chiama per errore l’imperatore Ming, mostrando i limiti delle sue
effettive conoscenze sul celeste impero31. L’intenzione di compiacere
il re di Portogallo emerge anche dall’attenta esposizione delle prin-
cipali tappe della costruzione dell’impero portoghese, organizzata
secondo le spedizioni che si sono succedute nel corso del tempo, un
modello poi ripreso anche nella storia del mondo. Vi si leggono inol-
tre i discorsi che Galvão avrebbe pronunciato alle Molucche, da cui
traspare un forte orgoglio imperiale misto alla consapevolezza dei
nuovi orizzonti globali del suo tempo. Nel 1537, avrebbe arringato
alcuni sovrani locali e i loro reggenti, tutti assoggettati a tributo, per
convincerli ad accettare di buon grado il controllo sul traffico dei
chiodi di garofano, dicendo loro che «da lì al Portogallo vi erano
circa 4000 leghe, che era più della metà della rotondità», ossia del
mondo, uno spazio immenso al cui interno Giovanni III «possedeva

31 A Treatise on the Moluccas cit., p. 206.


III. La Cina, i goti e Cortés 79

tante terre molto migliori da cui poteva trarre profitto con minor
costo e pericolo»; l’unica ragione della presenza portoghese erano
le spezie, «non voleva da loro altro favore se non quello. E che ac-
cettassero la circolazione delle monete del re di Portogallo con le
sue insegne nelle loro terre, giacché si dichiaravano suoi vassalli»32.
Bersaglio di questa richiesta erano i cinesi e la loro valuta. La forza
delle armi sosteneva un preciso disegno di penetrazione finanziaria.
Una ventina d’anni dopo quelle parole, Galvão si spense a Li-
sbona, nel grande ospedale regio di Todos-os-Santos, con ogni pro-
babilità nel padiglione dove si rifugiavano ogni notte i senzatetto
della città, ai quali venivano offerti un letto e un po’ d’acqua. Morì
come un «cortigiano povero e abbandonato»: avvolto in un semplice
lenzuolo, della sua sepoltura si fece carico la confraternita di corte,
forse in omaggio al padre, le cui idee in ogni caso non trovavano più
ascolto presso la corona. Il ricordo di quel trapasso fu trasmesso ai
posteri da un altro reduce dell’India, Francisco de Sousa Tavares,
antico capitano di Cannanore, che curò poi l’edizione della storia
del mondo di Galvão. Nella dedica al duca di Aveiro, Dom João de
Lancastre, Tavares ritorna con la memoria ai giorni gloriosi delle
battaglie combattute da Galvão alle Molucche, sforzandosi di accre-
ditarne l’immagine di «vero portoghese», diffusa anche dalle prime
cronache dell’impero portoghese in Asia, pubblicate in quegli anni.
Tutto strideva con la sua fine in Portogallo, dove «non trovò altro
favore o onore che quello dei poveri miserabili, ossia l’ospedale»33.
Tradito e afflitto dai debiti, Galvão aveva dedicato i suoi ultimi
anni di vita alla scrittura storica. Nominato esecutore testamentario,
Tavares trovò fra le sue carte anche una redazione avanzata, in «nove
o dieci libri», della storia delle Molucche, che trasmise all’umani-
sta Damião de Góis, allora impegnato nella stesura di una delica-
ta cronaca regia. Quella consegna fu l’atto finale di un legame tra
quest’ultimo e Galvão che fu intenso, a giudicare anche dal lungo
elogio riservato nella sua storia del mondo a Góis, celebrato «accan-
to agli altri esploratori e navigatori», pur non avendo mai lasciato
il Vecchio Mondo: era un uomo di cultura che «vide e percorse la
maggior parte dell’Europa, di sua libera volontà», «segnale di nobi-

32 Ivi, pp. 270-272.


33 Galvão, Tratado cit., cc. Aijv e Aiijv.
80 Indios, cinesi, falsari

le pensiero»34. La solidarietà tra i due doveva risentire anche della


comune esperienza di vittime di un clima politico e culturale mutato
rispetto a quando avevano lasciato il regno. L’età di un Rinascimento
portoghese vivace e originale, che traeva linfa dagli intensi scambi
con i nuovi mondi, si era bruscamente interrotta con l’ascesa a corte
di un blocco di teologi scolastici che aveva presto portato all’in-
troduzione dell’Inquisizione (1536) e della censura (1540). Tra le
prime opere a essere proibite vi era stato proprio un trattato di Góis
sulla fede cristiana degli etiopi, pubblicato all’estero nel 1540, in cui
si rilanciava l’idea, cara a Duarte Galvão, che i successi portoghesi
avvicinassero l’ultimo millennio35.
Le difficoltà incontrate da António Galvão dopo il suo ritorno
in Portogallo aiutano a capire perché nella sua storia del mondo,
che pure si concentra sui viaggi degli uomini e la circolazione delle
merci, in primo luogo le spezie, lo spazio riservato alle esplorazio-
ni portoghesi sia meno del previsto. Soprattutto, non vi ricorrono
i tratti tipici della retorica ufficiale che insisteva sul primato nelle
navigazioni oceaniche lusitane, tanto da configurare una posizione
velatamente anti-imperiale di Galvão. Per quanto Tavares si affanni
nella dedica al duca di Aveiro a riaffermare la superiorità dei porto-
ghesi sugli antichi, il contenuto del trattato lo contraddice aperta-
mente. Tralasciando l’esaltazione dell’impero portoghese, il piccolo
volume di Galvão ridimensiona lo sguardo eurocentrico, lasciando
intuire ai suoi lettori tutta la pluralità della mondializzazione in at-
to e il complesso intreccio di passati su cui poggiava. Fu l’esempio
più alto di storia globale scritta nell’Europa del Rinascimento. Una
«storia generale»: così la rubricò a inizio Seicento un coetaneo di
Diogo do Couto, il cronista imperiale che rilanciò il progetto delle
decadi di Barros direttamente da Goa, dove fondò il primo archivio
pubblico e organizzò un laboratorio di traduttori e interpreti per
meglio consultare le fonti scritte nelle lingue orientali36.

Ivi, cc. 59v-60r.


34

G. Marcocci, A consciência de um império: Portugal e o seu mundo, sécs.


35

XV-XVII, Imprensa da Universidade de Coimbra, Coimbra 2012, pp. 189-203,


210-212.
36 R.M. Loureiro, A biblioteca de Diogo do Couto, Instituto Cultural de Macau,

Macau 1998, pp. 83-84.


III. La Cina, i goti e Cortés 81

3. Ramusio e le navigazioni degli antichi

Osserviamo più da vicino il trattato di Galvão. Nonostante lo


stupefacente inizio sugli antichi viaggi cinesi, non aderisce a una
visione diffusionista, imperniata sull’individuazione di un filo genea-
logico unitario che leghi i popoli: in altre parole, non ha l’ossessione
delle origini. Il superamento degli schemi tradizionali delle storie
universali scritte in Europa ancora fino al primo Cinquecento, che
si aprivano invariabilmente con la creazione del mondo e fornivano
indicazioni sulle sue età basandosi sulle tracce fornite dall’Antico
Testamento e dai padri della Chiesa, emerge sin dalle prime righe.
Galvão ironizza sui tanti tentativi di fissare una cronologia generale e
sull’impossibilità di farne la base per una storia globale della mobili-
tà: «mi sono trovato così confuso», scrive, «che ho deciso di desistere
da questo proposito, perché gli ebrei dicono che dalla creazione del
mondo al diluvio passarono 1656 anni, i Settanta interpreti 2242 e
sant’Agostino 2260 e oltre». Si limita così a proclamare che, dopo il
diluvio, le «scoperte principali e a più lunga distanza furono fatte per
mare, soprattutto ai nostri tempi». Segue il racconto dei viaggi dei
«taibenchi», giunti nell’antichità fino in America, ma forse anche fi-
no alle coste settentrionali della Germania dove, stando allo scrittore
latino Cornelio Nepote, «alcuni indiani», ossia asiatici, si sarebbero
spinti a bordo di «una nave con merci della loro terra» che, aggiunge
Galvão, «doveva venire dalla Cina»37.
Anche i cinesi naturalmente discendevano da Noè, ma Galvão
non accenna mai ai figli del patriarca biblico, né ai loro posteri. La
presa di distanza da Annio da Viterbo e da «quelli che si sono com-
piaciuti delle antichità» si fa subito esplicita, con la dissociazione dal
mito dell’antico monarca spagnolo Espero e da Gonzalo Fernández
de Oviedo, che nelle «cronache delle Antille» scrisse che queste ul-
time «erano già state scoperte e dal nome di questo re si chiamavano
Esperidi». Ma come, si obietta, se «a quel tempo e ancora per molti
anni si navigò più lungo le coste che attraverso il mare oceano, non
esisteva l’altezza, né la bussola, e la gente di mare non poteva essere
tanto esperta»?38 Il trattato di Galvão si presenta, dunque, come

37 Galvão, Tratado cit., cc. 1r-2v.


38 Ivi, c. 3rv.
82 Indios, cinesi, falsari

un’opera empirica, che riconnette fra loro notizie relative alla mobi-
lità quale vettore primario dei processi storici. Di fatto, cerca le pre-
messe del presente, un’età di esplorazioni e scoperte, di riapertura e
creazione di rotte terrestri e navali attraverso cui condurre commerci
a grande distanza, ma anche governare vasti imperi retti da sovrani
che ambivano a essere signori del mondo. Galvão concede così uno
spazio tutt’altro che irrilevante a eventi non europei, seguendo però
un diverso criterio di selezione nelle due parti dell’opera, la prima
dedicata alle scoperte antiche e la seconda a quelle moderne, incen-
trata sui viaggi e le conquiste di portoghesi e spagnoli.
Risolto fin dall’inizio il problema di un’integrazione dell’Ame-
rica nelle rotte marittime degli antichi sostenendo l’ipotesi di una
colonizzazione cinese, la narrazione si snoda attraverso una varie-
tà di navigazioni a lunga distanza che, accanto a quelle dei greci
e dei romani, includono anche le spedizioni marittime organizzate
da egizi, fenici, persiani e cartaginesi. Si ricordano anche gli itine-
rari terrestri che andavano dagli antichi regni dell’Asia centrale di
Sogdiana e Battriana fino alle coste dell’Oceano Indiano. A poco a
poco si disegna una fitta trama intorno al globo, che confligge con
l’immagine promossa dalla cultura iberica del tempo, in particolare
da quella portoghese, che insisteva sull’idea che l’età delle grandi
scoperte, e con essa la spartizione del mondo, si fosse ormai esaurita
(con buona pace delle corone escluse) e che a inaugurarla fossero
stati i portoghesi. Come scrisse il cosmografo regio Pedro Nunes nel
1537, questi ultimi avevano ormai reso «il mare così piano che non vi
è oggi chi osi dire di aver ritrovato un’isola, delle secche o anche solo
uno scoglio che non sia stato scoperto dalle nostre navigazioni»39.
Quel tema si collegava al primato sugli antichi greci e romani, can-
tato fra gli altri da Barros. Nella prima decade ricorda che la corona
portoghese «prima di alcuno passò in Africa, et ciò che vi prendé il
difese et conservò fin’hoggi, eccettuato quel che lasciò, perché non
gli conveniva, et prima di alcuno passò in Asia, dove ha fatte quelle
prodezze che in questa nostra opera si contengono»40.
Da dove traeva ispirazione Galvão per accantonare la prospet-
tiva imperiale di Barros? Per capirlo bisogna spostarsi nella città

39 Pedro Nunes, Obras, 6 voll., Imprensa Nacional, Lisboa 1940-1960, vol. I,

pp. 175-176.
40 Barros, L’Asia cit., c. 173r.
III. La Cina, i goti e Cortés 83

da cui, qualche anno dopo, sarebbe passata la strada che portò un


cosmografo al servizio del granduca di Toscana a chiedere al suo
ambasciatore a Lisbona di rivolgersi proprio a Barros per saperne di
più sulla Cina: Venezia. Qui fu pubblicato nel 1550 il primo dei tre
volumi delle Navigationi et viaggi di Ramusio, una collezione di scrit-
ti di storia e descrizione del mondo antico e moderno, organizzata
per continenti, con un effetto finale di grande armonia, anche gra-
zie alla traduzione dei testi redatti originariamente in lingue diverse
dall’italiano. In quella monumentale raccolta, la prima che rendeva
davvero conto della coscienza di un nuovo rapporto con il mondo
inteso nella sua pluralità e unità, si coglie la precocità e l’audacia con
cui la cultura veneziana reagì all’allargamento di prospettive non
solo geografiche, ma anche commerciali e politiche, innescato dalla
mondializzazione iberica41.
Le Navigationi hanno un debito verso la raccolta organizza-
ta dall’umanista Johann Huttich e apparsa a Basilea con il titolo
di Novus Orbis (1532). Contiene in traduzione latina una serie di
testi recenti non soltanto sull’America, con l’esplicita intenzione
di provare la loro superiorità sulle opere di geografia antica, an-
cora dominanti nella cultura umanistica. Vi si trovano scritti che
anche Ramusio avrebbe tradotto, ma senza un disegno d’insieme
comparabile e soprattutto senza gli autori antichi, che sono invece
compresi nelle Navigationi. Se il Novus Orbis risente in profondità,
com’è evidente sin dalla scelta del titolo, della scoperta dell’A-
merica, Ramusio apre invece il primo volume della sua raccolta
esaltando il «costume degli antichi, continovato insino ai tempi
nostri». L’importanza delle conoscenze e dei viaggi degli antichi è
suggerita a più riprese. Non vi era nulla da recidere, anzi. Si tratta-
va di correggere i possibili errori tramite opportuni aggiornamenti,
grazie alle opere degli «scrittori de’ nostri tempi» e la «descrizion
delle carte marine portoghesi»42.
Ramusio, del resto, era tutt’altro che un erudito intento a vedere
il mondo con gli occhi degli altri mentre se ne stava seduto alla sua
scrivania. Al contrario, accompagnò l’attività di umanista e geogra-
fo con quella al servizio della Repubblica. Segretario del Consiglio

41 M. Donattini, Giovanni Battista Ramusio e le sue «Navigationi»: appunti per

una biografia, in «Critica storica», XVII (1980), pp. 55-100.


42 Ramusio, Navigazioni cit., vol. I, pp. 3-5.
84 Indios, cinesi, falsari

dei Dieci, alto organo del governo veneziano, svolse delicate mis-
sioni che gli consentirono, fra l’altro, di conoscere alcuni grandi
protagonisti del suo tempo e di stringere rapporti con esploratori e
uomini di cultura. Di particolare importanza fu il legame con il pa-
trizio Pietro Bembo, tra i massimi umanisti italiani, storico di Vene-
zia attento ai nuovi mondi, divenuto poi cardinale: negli anni trenta
affidò a Ramusio la cura della Biblioteca Nicena (la futura Marcia-
na), permettendogli così di collezionare numerosi testi, relazioni e
scritti di storia e geografia provenienti da tutto il mondo. Nulla di
veramente sorprendente, visto che a Venezia quegli interessi erano
parte vitale delle strategie politiche e commerciali della Repubblica,
spesso in chiave anti-iberica. In ogni caso, questo non impedì a Ra-
musio di coltivare una relazione privilegiata con il cronista spagnolo
Oviedo, segno di un pragmatismo in grado di intrecciare l’amore
per lo studio con interessi commerciali di natura privata. Oltre a
tradurne gli scritti, infatti, nel 1537 mise su con Oviedo stesso una
società per investire nell’importazione di «liquori et zuchari» da
Santo Domingo.
L’ambizioso progetto delle Navigationi ruota intorno alla nozione
di «scoperta» che allora univa in sé un complesso significato geogra-
fico e politico, in cui il piano della conoscenza intersecava le teorie
sul diritto di conquista. Come immaginare una storia delle scoperte
nell’Europa del Rinascimento? E come porsi in rapporto alla mon-
dializzazione e ai tanti passati che stavano entrando in contatto fra
loro? Non era questione di stilare cronologie parallele dei viaggi di
esplorazione. La scelta di considerare la mobilità degli uomini e delle
merci al cuore di una storia in equilibrio, capace di andare oltre gli
ambiti geografici e culturali più familiari ai lettori europei, impose
di abbandonare una visione ridotta alla storia delle conquiste. Si
volle piuttosto fare delle scoperte una chiave per interpretare il rap-
porto fra storia e mondo nella lunga durata, in una molteplicità di
significati e di punti di vista che non si prestassero a legittimare la
celebrazione di un particolare impero.
Questa prospettiva dovette subito attirare Galvão quando ebbe
per le mani il primo sontuoso volume delle Navigationi, che poté
procurarsi solo grazie alla generosità di qualche amico, forse Da-
mião de Góis. Quest’ultimo aveva conosciuto Ramusio alla metà
degli anni trenta, quando aveva soggiornato a Padova facendosi
apprezzare come aggiornato informatore sulle imprese dei porto-
III. La Cina, i goti e Cortés 85

ghesi dagli umanisti veneti, Bembo su tutti43. I due erano rimasti in


buoni rapporti, benché fossero su posizioni opposte circa la legit-
timità del monopolio portoghese sul commercio delle spezie. Così,
mentre in Portogallo uscivano a stampa le prime cronache della
penetrazione in Asia, composte da Fernão Lopes de Castanheda
(1551) e Barros (1552), Galvão nelle Navigationi leggeva scritti che
dell’impero portoghese davano un’immagine ben diversa. È il caso
della descrizione dell’Africa di Hasan al-Wazzan al-Gharnati al-
Fasi, raffinato diplomatico del sultano di Fez più noto come Leone
Africano, nome che assunse dopo la sua cattura in mare da parte
di corsari spagnoli che ne fecero dono a papa Leone X44. Galvão si
servì di quel capolavoro del Rinascimento mediterraneo, capace di
porsi all’incrocio tra cultura araba ed europea, ma anche del tratta-
to sull’Etiopia di Francisco Álvares, un’opera pubblicata mutila in
Portogallo (1540), di cui Ramusio fornì ai lettori una nuova e più
completa edizione collazionando diversi manoscritti reperiti anche
con l’aiuto di Góis45.
Galvão, in ogni caso, fu colpito soprattutto da un breve testo
uscito dalla penna di Ramusio, che tocca l’aspetto centrale della sua
esperienza alle Molucche: le spezie. Il Discorso... sopra varii viaggi per
li quali sono state condotte fino a’ tempi nostri le spezierie e altri nuovi
che se ne potriano usare guarda a quei traffici sul lungo periodo senza
rinunciare a fornire un aggiornato quadro geopolitico del presente,
fortemente polemico verso i portoghesi. Ramusio si fa portavoce del-
le élites veneziane favorevoli a un rilancio dell’espansionismo com-
merciale della Repubblica anche oltre i confini del mondo mediterra-
neo46. Ma il Discorso è anzitutto un saggio di storia, che poggia sulla

43 Identifica Ramusio come una delle fonti di Galvão, ma senza comprendere

il suo decisivo contributo alla storia del mondo di quest’ultimo, R.M. Loureiro,
António Galvão e os seus tratados histórico-geográficos, in D. João III e o império cit.,
pp. 85-102. Su Góis in Veneto cfr. E. Feist Hirsch, The Friendship of the «Reform»
Cardinals in Italy with Damião de Góis, in Proceedings of the American Philosophical
Society, XCVII (1953), pp. 173-183.
44 N. Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano (2006), Laterza, Roma-

Bari 2008.
45 A.A. Banha de Andrade, Francisco Álvares êxito europeu da «Verdadeira In-

formação» sobre a Etiópia, in Presença de Portugal no Mundo. Actas do colóquio,


Junta da Investigação Científica do Ultramar, Lisboa 1982, pp. 285-339.
46 M. Donattini, Ombre imperiali. Le «Navigationi et viaggi» di G.B. Ramusio

e l’immagine di Venezia, in Per Adriano Prosperi, vol. II, L’Europa divisa e i nuovi
86 Indios, cinesi, falsari

rielaborazione del tema della decadenza seguita alla caduta dell’im-


pero romano, una fortunata idea dell’umanista Flavio Biondo alla
base dell’invenzione rinascimentale del medioevo. Ramusio aggiunge
che la lunga crisi dell’età di mezzo minò anche le navigazioni a gran-
de distanza, consentendo così ai portoghesi di vantarsi poi di aver
percorso per primi la via marittima per l’Asia, benché non fosse vero.
Era un radicale cambio di prospettiva. Ramusio vi insiste da su-
bito: «la gran mutazione e alterazione che fece in tutto l’impero ro-
mano la venuta de’ goti e altri barbari in Italia» portò all’estinzione
non solo di «tutte l’arti» e «tutte le scienzie», ma addirittura di «tutti
i traffichi e mercanzie che in diverse parti del mondo si facevano».
Furono «le tenebre d’una oscura notte, sì che alcun non ardiva di
partirsi del suo paese natio e andar altrove», mentre «avanti la venu-
ta di detti barbari, quando fioriva l’imperio romano, in tutte l’Indie
orientali per mare sicuramente si poteva navigare». La conclusione è
una stoccata alla corona di Portogallo che sulla spedizione di Vasco
da Gama fondava il suo diritto esclusivo di navigazione e commer-
cio in Asia meridionale: al tempo dei romani «era così frequentato
e celebre questo viaggio e conosciuto come egli è al presente per la
navigazion dei portoghesi»47. L’ascesa dei goti in Europa, dunque,
fu all’origine di una frattura profonda che alterò anche la storia dei
rapporti fra i continenti. La prima parte del Discorso è dedicata a
sostenere questa tesi sulla scorta di fonti classiche.
Si arriva così al presente, con l’affare delle spezie gestito dai
portoghesi che «da cinquanta anni in qua hanno preso la via del
ponente», «padroni di tutti i mari, sì che alcuno non può navigar
senza loro licenza». Ramusio sottolinea l’integrazione fra i traffici
verso l’Europa e la rivendita delle loro eccedenze sulle piazze asia-
tiche, ricordando che a volte i capitani portoghesi «n’hanno voluto
mandar insino a’ paesi della detta China e n’hanno guadagnato co-
me se l’avessero condotte in Portogallo»48. Bisognava dunque farsi
promotori di un’apertura della via di terra attraverso la Moscovia,
proposta già avanzata nei primi scritti di polemica contro il controllo
portoghese del commercio delle spezie.

mondi, a cura di M. Donattini, G. Marcocci e S. Pastore, Edizioni della Normale,


Pisa 2011, pp. 33-44.
47 Ramusio, Navigazioni cit., vol. II, p. 967.
48 Ivi, p. 978.
III. La Cina, i goti e Cortés 87

4. Il mondo in movimento di Galvão

Dai goti alla Moscovia, passando per i profitti che i portoghesi


facevano in Asia, percorrendo tuttavia su rotte marittime già battute
dai romani nell’antichità: erano «le grandissime revoluzioni e varietà
de’ viaggi che hanno fatto nello spazio di 1500 anni dette spezie»,
ricostruite da Ramusio informandosi «dalli libri antichi e moderni
e da persone statevi ai tempi nostri»49. Anche Galvão vi era stato,
perciò comprese subito il valore del Discorso, che gli permetteva di
ridurre il mondo a un’immagine storica secondo un modello in cui
il recupero delle conoscenze accumulate alle Molucche si salda al
ridimensionamento delle pretese di grandezza portoghesi. Il debito
verso Ramusio emerge sin dal titolo completo del trattato di Galvão,
che riprende l’insistenza sui «diversi e stravaganti cammini per i qua-
li nei tempi passati il pepe e le spezie sono giunti dall’India alle no-
stre parti», con più enfasi, però, sulle «scoperte antiche e moderne
avvenute fino al 1550».
A differenza di Ramusio, Galvão ha l’ambizione di scrivere un
racconto dei viaggi di commercio e di scoperta che abbracci davvero
il pianeta fino ad allargarsi, in potenza, ai movimenti di ogni popolo
e cultura. Ma quel modello di storia del mondo dipende dalla visione
che anima il Discorso sulle spezie. Ne deriva una spiccata attenzione
alle fonti classiche, ma anche il sorprendente disinteresse per guerre
e conquiste, nonché per l’evangelizzazione, un argomento centrale
per la giustificazione degli imperi iberici. Fondamentale, tuttavia, è
la ripresa della cesura attribuita ai goti.
«Mentre i romani signoreggiavano la miglior parte del mondo»,
si legge nel trattato di Galvão, «si fecero molte e notevoli scoperte,
ma vennero poi i goti, i mori e altri barbari e distrussero tutto». La
rappresentazione di quel che ne seguì è ancor più drammatica che
in Ramusio: «in quelle età tutto il mondo ardeva, per cui si dice
che stette per quattrocento anni così spento e oscuro che nessun
popolo osava andare da una parte all’altra per mare, né per terra»;
«tutto fu così scosso e trasformato che nulla rimase com’era, le mo-
narchie, i regni, le signorie, le religioni, le leggi, le arti, le scienze,
le navigazioni e le scritture che si avevano al loro riguardo, tutto

49 Ivi, pp. 978-979.


88 Indios, cinesi, falsari

fu bruciato e consumato», si spiega, «perché i goti erano così avidi


della gloria mondana, che vollero far iniziare con loro un altro nuovo
mondo cancellando la memoria del passato». Accanto a vandali, un-
ni, franchi e longobardi, agli ariani e agli arabi riuniti sotto la guida
di Muhammad, i goti erano il simbolo di un «nuovo mondo», senza
storia50. Il riscatto ebbe origine dagli stimoli che da sempre alimen-
tavano la storia del mondo, ponendo fine a un’età di desolazione:
«Quelli che vennero dopo si resero conto di quella grave perdita, del
profitto che il commercio e la comunicazione tra i popoli permette-
vano, e di come senza di essi non potevano vendere le proprie merci,
né avere quelle degli altri»; perciò, «risolsero di cercare un modo
per non perdere tutto e per far sì che le merci di levante tornassero
a ponente, com’era abitudine»51.
«Il commercio e la comunicazione tra i popoli»: quella coppia
riassume l’essenza della storia per Galvão, accanto al rifiuto che le
scoperte si diano una volta per sempre. Quest’idea si fonda su un’in-
tuizione che rivela come la capacità di pensare il mondo nella sua
globalità permettesse di formulare sorprendenti ipotesi persino sul
piano della storia naturale. Anche la Terra ha una storia: «non si può
negare che il tempo e le acque abbiano consumato o allontanato
le une dalle altre molte terre, isole, capi, istmi, calette e insenature
in Europa come in Africa, Asia e Nuova Spagna, Perù e altre che
sono scoperte e stanno nascoste per la continua differenza tra l’u-
midità dell’acqua e la secchezza della terra». A dimostrarlo sta il
celebre caso delle «grandi isole e terre chiamate Atlantidi, molto più
grandi dell’Africa e dell’Europa». Agisce qui una riflessione sulle
antiche mappe del geografo greco Claudio Tolemeo. Il confronto
con le conoscenze cartografiche più aggiornate spinge a sostenere
che «poteva certo essere che nei tempi passati le terre di Malacca e
della Cina terminassero oltre la linea equatoriale, come le dipinge
Tolomeo». Del resto, quell’area del pianeta, dove erano attivi molti
vulcani, Galvão la conosceva così bene da ricordare che alcuni locali
«ancora oggi ritengono che l’isola di Sumatra fosse unita a quella di
Giava attraverso il canale di Sunda». Molte altre isole erano state un
tempo parte di Giava, come «appare a chi le osserva da fuori, perché

50 Galvão, Tratado cit., cc. 12v-13r.


51 Ivi, c. 13r.
III. La Cina, i goti e Cortés 89

ancora ci sono in queste parti isole così vicine le une con le altre,
che tutto sembra una cosa sola, e chi vi passa in mezzo può toccare
con la mano i rami degli alberi sull’una e sull’altra costa». «Non è
molto tempo», prosegue Galvão, «che a est delle isole Banda se ne
agglomerarono molte». La chiusa è arguta: «non si deve dare troppo
credito a quello che hanno lasciato scritto Tolomeo e altri antichi e
anch’io li lascio per tornare al mio proposito»52.
Quel che Galvão si propone è di presentare le trasformazioni
introdotte nella storia del mondo dalla costante mobilità di uomini
e mercanzie. Dopo la calata dei goti, i primi a riaprire la via tra l’A-
sia e l’Europa erano stati i mercanti. Avevano trovato un cammino
che, attraversando grandi fiumi e il Mar Caspio, andava dall’India
fino alla città di Caffa, sul Mar Nero, allora in mano ai genovesi.
In seguito, era entrato in uso un altro itinerario, fino a Trebisonda.
Interrotto anche questo a causa delle guerre, l’«industria umana»
aveva trovato un altro percorso ancora che dal sudest asiatico, pas-
sando per il Golfo del Bengala, il Fiume Gange e le città di Agra e
Kabul, arrivava fino a Samarcanda, divenuta un grande centro in cui
s’incontravano uomini e prodotti dalla Cina all’Anatolia. Intanto,
erano ripresi anche i viaggi nell’Oceano Indiano, che dallo Stretto
di Hormuz, risalendo il Fiume Eufrate e il Tigri, permettevano ad
articoli pregiati, aromi e spezie di raggiungere Bassora e da lì, via ter-
ra, Aleppo, Damasco e Beirut, dov’erano poi acquistati dalle galere
veneziane che in cambio vi sbarcavano pellegrini cristiani diretti in
Palestina53.
Di solito Galvão non data con precisione gli eventi. Ma quando
lo fa, come nel caso dell’approdo a Lubecca di una canoa di nativi
americani al tempo di Federico Barbarossa, riferito anche da Franci-
sco López de Gómara nella sua cronaca della conquista spagnola del
Nuovo Mondo (1552), commette sbagli grossolani, forse dovuti pe-
rò a refusi o errori di lettura del manoscritto originale da parte dello
stampatore54. Riconosciuto al sultano mamelucco d’Egitto e di Siria
il merito di aver riavviato il traffico delle spezie e delle altre merci
asiatiche attraverso il Mar Rosso, «com’era costume in principio»,

52Ivi, cc. 3v-5r.


53Ivi, cc. 13r-14r.
54 Ivi, c. 14v, da confrontare con il cap. 10 del primo volume dell’Historia

general de las Indias di Gómara.


90 Indios, cinesi, falsari

Galvão ripercorre le prime navigazioni atlantiche durante il Trecen-


to, fino alla presa di Ceuta, in Marocco, da parte dei portoghesi, di
cui si fornisce la data errata, oscillando fra il 1411 e il 1416 (l’anno
corretto è il 1415)55. Ancor più singolare è che, pur raccontandone
poi in dettaglio le esplorazioni, secondo l’andamento annalistico già
seguito nel trattato sulle Molucche, Galvão confini quei viaggi quat-
trocenteschi fra le scoperte antiche.
Il vero spartiacque è l’impresa di Colombo, cui Galvão rende
omaggio già nella prima parte dell’opera, osservando che se anche gli
antichi cartaginesi erano arrivati in America, come sosteneva Ovie-
do, Colombo «ce ne ha dato più vera conoscenza»56. La scelta di
aprire la seconda parte della storia del mondo, dedicata alle scoperte
moderne, con il viaggio che aveva sottratto alla corona portoghe-
se il controllo sulle navigazioni atlantiche, peraltro su iniziativa di
un esploratore che non era stato ascoltato da quest’ultima prima
di passare al servizio della Castiglia, suona come una fredda ironia.
Tanto più se si considera che le coeve cronache imperiali portoghesi,
quando non ne omettono addirittura il nome, sminuiscono l’attendi-
bilità di Colombo descrivendolo come «huomo troppo cianciere, et
glorioso in mostrare le sue virtù et ingegno, et più borioso et pieno
d’imaginationi (...) che verace et certo in quel che diceva»57. Galvão
riporta anche la diceria secondo cui nel 1447 alcuni portoghesi si
sarebbero imbattuti in un’isola, che per «alcuni» era alle Antille,
abitata da loro discendenti fuggiti dalla penisola iberica al tempo
dell’invasione araba. Non si schiera al riguardo, ma commenta con
sarcasmo che quel di cui non sapevano dar conto era che si trattava
dell’America58.
Era l’incontro fra il Nuovo Mondo e i tre continenti del Vec-
chio, infatti, a costituire il perno della mondializzazione iberica, che
Galvão aveva osservato dalle Molucche. Ora che si trovava chiuso
in un ospedale di Lisbona, i protagonisti di quel grandioso processo
storico gli apparivano gli spagnoli. Così, se la storia delle scoperte
moderne si riduce a un intreccio di spedizioni portoghesi e spagno-

Galvão, Tratado cit., c. 15v.


55

Ivi, c. 7r.
56
57 L’Asia del S. Giovanni di Barros cit., c. 56r. Evita invece ogni riferimento

Fernão Lopes de Castanheda.


58 Galvão, Tratado cit., cc. 19v-20r.
III. La Cina, i goti e Cortés 91

le, private quasi del loro significato politico fino a confondersi in


un’indistinta iberizzazione della «rotondità», come Galvão chiama
il mondo, questo non toglie che all’impero spagnolo sia riservato
molto più spazio che a quello portoghese. Le sue pagine esprimo-
no una piena coscienza della circolarità degli eventi che stavano
trasformando la superficie sferica del pianeta, prestando grande
attenzione alle condizioni politiche, sociali e culturali delle regioni
del mondo raggiunte dagli iberici, dalle Antille al Siam e gli arcipe-
laghi del sudest asiatico, dal Messico e il Perù alle isole Filippine.
È una rappresentazione senza precedenti nella letteratura iberica,
attraversata dalla rivalità imperiale fra Spagna e Portogallo: anzi-
ché proporre una sequela di conquiste armi alla mano, il trattato
di Galvão rispecchia il caleidoscopio della storia millenaria della
mondializzazione, costellato da una miriade di movimenti in una
pluralità di direzioni in cui corone e imperi tendono a dissolversi, a
vantaggio dell’immagine di uno smisurato allargamento degli spazi
condivisi, direttamente o indirettamente, da un numero crescente
di uomini e merci.
La centralità dei portoghesi ne esce drasticamente ridimensio-
nata. Si dedicano appena poche righe al viaggio di Gama e non si
accenna alle proteste per la circumnavigazione del globo di Magel-
lano, vista come una minaccia ai diritti portoghesi sulle Molucche.
Galvão dà spazio anche alle spedizioni di esploratori al servizio di
altre corone europee, come l’Inghilterra e la Francia. Ma il vero eroe
dei tempi moderni, nella sua storia del mondo, è Hernán Cortés, il
condottiero che era penetrato in Messico con un’operazione non
autorizzata dalla corona spagnola. Se ne ricostruisce l’impresa an-
dando anche oltre la caduta di Moteuczoma II e dell’impero azteco,
raccontando quanto accadde quando Cortés, «vittorioso e pacifico»,
proseguì l’avanzata nel Messico centrale, gettando le basi del futuro
impero spagnolo sulla terraferma americana. Galvão insiste sul fatto
che Cortés era «desideroso» anzitutto di fondare città e porti sulla
costa meridionale che si affacciava sull’Oceano Pacifico, convinto
che «da lì avrebbe ottenuto gli aromi delle Molucche e di Banda e
le spezie di Giava con meno fatica e pericolo». Di nuovo, le spezie
emergono come lo stimolo all’apertura delle nuove rotte della mon-
dializzazione, tanto che, tracciando un bilancio di quell’esperienza
americana conclusa nel 1539, Galvão misura il successo delle esplo-
razioni promosse da Cortés fino a raggiungere il vertice settentrio-
92 Indios, cinesi, falsari

nale della baia di Sebastián Vizcaíno, nella bassa California, dal fatto
che avevano ridotto le distanze dalla Cina59.
Ancora una volta vi è dietro la lettura di un libro recente, la cro-
naca di Gómara, in particolare della seconda parte, dedicata quasi
per intero a Cortés e al Messico. Soprattutto dalla prima, invece, e
solo in misura minore dalla cronaca della conquista del Perù (1553)
di Pedro de Cieza de León, dipendono le pagine sulla spedizione
guidata dai fratelli Pizarro, che portò al crollo del grande impero
inca, e la notevole descrizione della natura e delle popolazioni del-
le Ande. La sintonia con Gómara, del resto, risente del fatto che
anch’egli, come Ramusio, sostiene che gli antichi romani abbiano
preceduto i portoghesi nei viaggi nell’Oceano Indiano. Il trattato di
Galvão si chiude sulla dimensione fisica del mondo, sulla «roton-
dità», mettendo a confronto le misurazioni che ne davano antichi
e moderni, ma soprattutto facendo notare che «è tutta scoperta e
navigata da est a ovest, come seguendo la direzione del sole, ma dal
sud al nord vi è molta differenza»: restano ancora migliaia di leghe
da esplorare60. Le scoperte non sono finite. La storia del mondo
come storia di mobilità di uomini e merci non si è ancora esaurita.

5. Altri libri, altre scoperte: La Popelinière e Hakluyt

La proposta di Galvão non conobbe riprese in Portogallo, né in


Spagna. Rischiava di offuscare l’immagine di un dominio globale che
doveva apparire giusto e incontrastato, soprattutto dopo l’unione
dinastica (1580), quando entrambi gli imperi iberici si ritrovarono
uniti sotto la corona degli Asburgo di Spagna. Tuttavia, negli anni
seguenti il piccolo volume che Galvão aveva scritto avvalendosi del-
le più recenti opere apparse sul mercato dei libri, da d’Anghiera a
Oviedo, Ramusio, Barros, Gómara e Cieza de León, alimentò singo-
lari operazioni in Francia e in Inghilterra.
La circolazione europea delle opere spagnole e portoghesi sui
nuovi mondi non si limitò agli eruditi desiderosi di aggiornare le loro
conoscenze storiche e geografiche. Al contrario, rivela tutto il debi-

59 Le informazioni su Cortés si trovano frammiste a molte altre, ivi, cc. 42r-69v.


60 Ivi, cc. 79v-80.
III. La Cina, i goti e Cortés 93

to che, nonostante rivalità e diversità di lingue, le culture imperiali


in formazione nell’Europa settentrionale dal tardo Cinquecento in
avanti ebbero verso la letteratura iberica. Un ruolo speciale lo rive-
stirono le traduzioni di cronache come quelle usate già da Galvão
come fonti. Ma non mancarono mediatori che dalla loro approfondi-
ta frequentazione degli scritti spagnoli e portoghesi seppero ricavare
l’ispirazione per originali elaborazioni. Fu il caso di un ugonotto
esponente della piccola nobiltà francese, Henri Lancelot Voisin, si-
gnore di La Popelinière.
Passato dalle guerre di religione allo studio del passato, cui
avrebbe dedicato anche un famoso trattato sul metodo storico,
L’histoire des histoires (1599), La Popelinière sembra aver risentito
della proposta di Galvão quando compose l’opera intitolata Les
Trois Mondes (1582), che aveva per oggetto il globo nella sua fisicità
e nella sua storia, ritratte attraverso i viaggi di scoperta nei secoli.
Se attinse abbondantemente ai cronisti iberici, ma anche alle Navi-
gationi di Ramusio, fu al modello della storia del mondo di Galvão
che dovette reagire quando decise di fornire un racconto delle na-
vigazioni e dei commerci antichi e moderni. Quel filo riannodava il
Vecchio Mondo dei tre continenti già noti ai greci e ai romani con
il Nuovo Mondo americano e un terzo mondo, ancora ignoto ma
vastissimo: «ci sono altrettante se non più terre da scoprire di quelle
nuovamente scoperte»61. A differenza di Galvão, però, la storia di
La Popelinière, che non aveva mai lasciato l’Europa, non si apre
al punto di accogliere al suo interno un’antichità davvero globale.
Tratta di egizi, assiri, fenici, persiani, cartaginesi, greci e romani, ma
non di cinesi, diffondendosi comunque in dotte discussioni delle
fonti e offrendo così una rara sintesi delle domande che la mondia-
lizzazione poneva al passato classico riscoperto dal Rinascimento.
Insoddisfatto per le risposte fornite dagli storici antichi, nega la tesi,
cara a Ramusio e Galvão, che gli antichi, tranne forse i greci, ab-
biano affrontato il mare aperto e che già le navi romane solcassero
l’Oceano Indiano.
Questa presa di distanza dipende dal fatto che La Popelinière ve-
de una continuità fra l’esaltazione dei meriti degli esploratori iberici,

61 Les Trois Mondes de La Popelinière, a cura di A.-M. Beaulieu, Droz, Genève

1997, p. 69.
94 Indios, cinesi, falsari

e prima di loro di quelli «italiani» (genovesi, veneziani e fiorentini), e


il rilancio di un’espansione francese dopo la fallimentare esperienza
della Francia Antartica in Brasile62. In quegli anni sia l’Histoire d’un
voyage faict en la terre du Brésil (1578) di Jean de Léry, sia il saggio
sui cannibali di Montaigne (1580) spingevano a tornare a rifletterci
su. Perciò, mentre addita ai «francesi troppo fiacchi sotto il velo dei
piaceri mondani» l’esempio del coraggio dei navigatori al servizio
delle corone di Portogallo e Spagna, di cui racconta le imprese in
modo intrecciato, benché secondo un ordine diverso da quello di
Galvão, La Popelinière denuncia la spartizione del globo effettuata
dagli iberici in virtù delle bolle papali quattrocentesche, cui non
riconosce legittimità. Sostiene, infatti, l’esistenza del solo diritto per
scoperta. La parte di «circonferenza» che battezza «mondo ignoto»
attende i francesi63.
La Popelinière provò a passare dalle parole ai fatti e nel 1589
s’imbarcò per una spedizione diretta in Brasile, che però non riuscì.
Lo stesso anno, all’indomani della vittoria sulla temutissima flotta
spagnola fermata sulla Manica (1588), vedeva la luce a Londra una
raccolta delle principali navigazioni degli esploratori inglesi, curata
dal sacerdote anglicano Richard Hakluyt sul modello di Ramusio,
poi rivista e riedita tra 1598 e 160064. I testi classici non vi trovano
spazio, ma nella prefazione si legge l’ipotesi che gli antichi cinesi,
«mossi dalla fama e dall’autorità dell’impero romano, abbiano in-
viato ambasciatori a Roma, a chiedere amicizia»65. Quel progetto
editoriale mirava a sostenere le prime rivendicazioni espansionisti-
che inglesi, che presero corpo al tempo della regina Elisabetta I,
culminando nella circumnavigazione del globo da parte di Francis
Drake (1577-1580) e nelle ripetute spedizioni verso l’America me-
ridionale e settentrionale, che portarono, fra l’altro, alla fondazione

62 A. Delmas, L’écriture de l’histoire et la compétition européenne outre-mer au

tournant du XVIIe siècle, in «L’Atelier du Centre de recherches historiques», VII


(2011), http://acrh.revues.org/3632.
63 Les Trois Mondes cit., p. 70.
64 Poco convincente il ritratto di Ramusio come puro umanista in M. Small,

A World Seen through Another’s Eyes: Hakluyt, Ramusio, and the Narratives of the
«Navigationi et Viaggi», in Richard Hakluyt and Travel Writing in Early Modern
Europe, a cura di D. Carey e C. Jowitt, Ashgate, Farnham 2012, pp. 45-55.
65 R. Hakluyt, I viaggi inglesi, 1494-1600, a cura di F. Marenco, 2 voll., Longa-

nesi, Milano 1966, vol. I, p. 123.


III. La Cina, i goti e Cortés 95

di un’effimera colonia, ribattezzata Virginia66. L’interesse per le pos-


sibilità aperte dalla nozione di scoperta elaborata nei Trois Mondes
è confermato dal fatto che La Popelinière è l’unico francese a essere
citato nella raccolta di Hakluyt, nella dedica a Francis Walsingham,
segretario di stato, dove se ne riportano le critiche rivolte agli inglesi
per lo scarso impegno nelle navigazioni di lungo corso67.
Hakluyt si sarebbe forse procurato nel 1583 i diritti per pubbli-
care in inglese Les Trois Mondes68. Ma a vedere la luce a Londra, nel
1601, sotto i suoi auspici fu invece il trattato di Galvão. La dimen-
sione politica dell’edizione è confermata dalla scelta del dedicatario,
Sir Robert Cecil, segretario di stato dal 1599, di cui Hakluyt era cap-
pellano. Questi annota a margine del testo le molte fonti che riesce
a identificare, confermando così la piena padronanza dei materiali
usati da Galvão. Ma la traduzione non sarebbe sua, bensì di «un
mercante onesto e di buoni sentimenti». Hakluyt, che pure si lamen-
ta, forse con troppa durezza, della qualità di quella versione, scrive a
Cecil di possederlo da dodici anni e di aver fatto cercare a lungo, an-
che a Lisbona, una copia dell’originale di Galvão, ma invano. La sua
storia del mondo, così insidiosa per la legittimità degli imperi iberici,
era diventata introvabile. Anche questo dovette indurre Hakluyt a
mettere di nuovo in circolazione quel testo, in risposta alla richiesta
che aveva ricevuto di «ridurre in una breve sintesi» il contenuto della
raccolta dei viaggi inglesi, per renderla più accessibile «agli uomini
di grande azione e servizio».
Dunque, l’edizione del «breve trattato» di Galvão, che Hakluyt
conosceva attraverso i cenni biografici forniti nella cronaca di Ca-
stanheda e in quella sulle missioni dei gesuiti in Asia di Giampietro
Maffei (1588), si legava idealmente alla sua più celebre impresa edi-
toriale. Hakluyt osserva che quell’opera, «benché di piccole dimen-
sioni contiene una materia così rara e di tanto profitto quale non

66 D. Armitage, The Ideological Origins of the British Empire, Cambridge Uni-

versity Press, Cambridge-New York 2000, pp. 64-81. Cfr. inoltre D.H. Sacks, Ri-
chard Hakluyt’s Navigations in Time: History, Epic, and Empire, in «Modern Lan-
guage Quarterly», LXVII (2006), pp. 31-62; P.C. Mancall, Hakluyt’s Promise: An
Elizabethan’s Obsession for an English America, Yale University Press, New Haven
(CT) 2007.
67 Hakluyt, I viaggi inglesi cit., vol. I, p. 120.
68 The Original Writings and Correspondence of the Two Richard Hakluyts, a cura

di E.G.R. Taylor, Hakluyt Society, London 1935, p. 241.


96 Indios, cinesi, falsari

saprei cercare altrove dentro limiti così circoscritti e ristretti». A


Cecil suggerisce di seguirne il racconto tenendo sotto gli occhi una
«carta marittima o una mappa del mondo», perché gli avrebbe rive-
lato in modo ordinato «chi furono i primi scopritori, conquistatori
e piantatori in ogni luogo, così come la natura e le risorse del suolo,
insieme alla forza, la qualità e la condizioni degli abitanti», tanto in
Oriente quanto in Occidente.
Certo, ammette Hakluyt, in quella storia millenaria Cecil avrebbe
trovato solo pochi cenni alla «nostra nazione», ma questo perché
Galvão scrisse a metà Cinquecento, quando gli inglesi viaggiavano
ancora poco sui mari del mondo. Non solo, aggiunge calcando la
mano sul rilancio delle navigazioni dopo anni di violente tensioni
interne al regno, le esplorazioni inglesi non erano ancora giunte a
«maturità», essendosi limitate «per lo più a luoghi già scoperti da
altri», ma «quando perverranno a maggior perfezione e saranno di
maggior profitto agli esploratori, allora saranno più adatte a essere
ridotte in brevi epitomi, da parte mia o di qualcun altro provvisto di
onesto zelo verso l’onore del nostro paese»69.
Pur rispettando la visione della storia del trattato di Galvão, al
punto di tradurne il titolo come «le scoperte del mondo», dove il
plurale segnala un processo ancora in corso, Hakluyt ne tradisce
dunque l’impostazione fino a fare dell’opera di un cattolico por-
toghese la base di future celebrazioni del nascente impero inglese,
fondato sulla fede protestante e un fiero spirito anti-iberico. L’im-
magine di un mondo plasmato dalla circolazione di uomini e merci,
che Galvão aveva lasciato intravedere scrivendo da un ospedale di
Lisbona, era destinata a scontrarsi con un’età di imperi e aggressive
potenze emergenti in competizione tra loro, che non raccolse la sua
singolare intuizione rinascimentale della ricca polifonia di passati su
cui poggiava la mondializzazione.

69 A. Galvão, The Discoveries of the World from the First Originall unto the

Yeere of Our Lord 1555... Corrected, quoted, and now published in English by Ri-
chard Hakluyt..., Londini, Impensis G. Bishop, 1601, c. A2r-A4r.
IV

DALLA BAVIERA ALLE ANDE:


LE PERIPEZIE DI UN «BEST SELLER»
DEL CINQUECENTO

1. Guaman Poma e il mondo visto dal Perù

L’antico sogno medievale di una monarchia universale tornò di


grande attualità nell’età dell’unione iberica (1580-1640), quando i
possedimenti d’oltremare di Portogallo e Spagna formavano un im-
pero composito sotto lo scettro di Filippo II d’Asburgo e dei suoi
successori. Fu allora ricorrente vagheggiare un mondo finalmente
in pace e interamente cristiano, retto dalla corona di Spagna1. In
quell’immagine si rifugiarono anche sudditi di viceregni che guarda-
vano con ostilità al dominio spagnolo. Fu il caso del filosofo e frate
domenicano Tommaso Campanella. Alla vigilia di una fallimentare ri-
volta anti-spagnola che tentò di innescare in Calabria nel 1599, redas-
se una prima stesura della Monarchia di Spagna, che traccia il profilo
ideale di un re che, in accordo con il papa e la Chiesa, congreghi tutti
i popoli sotto la fede cristiana in un regime di armonia e benessere2.
Quell’aspirazione era costruita per opposizione rispetto al con-
creto esercizio di un potere avvertito come ingiusto e violento che,
dopo averne smascherato la congiura, costrinse Campanella a tra-
scorrere quasi trent’anni in carcere a Napoli, dove si finse pazzo
per evitare la condanna a morte. Intanto, all’altro capo del mondo
ma sempre sotto l’autorità della corona di Spagna, una proposta in

1 F. Bosbach, Monarchia Universalis (1988), Vita e Pensiero, Milano 1998, pp.

77-104.
2 T. Campanella, La monarchia di Spagna. Prima stesura giovanile, a cura di G.

Ernst, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli 1989.


98 Indios, cinesi, falsari

parte simile avrebbe ispirato la singolare cronaca scritta da un indio


quechua, che si diceva di nobili origini e, come Campanella, aveva al-
lora guai con la giustizia. Don Felipe Guaman Poma de Ayala aveva
intrapreso una serie di azioni legali per riaffermare il diritto suo e di
suoi familiari su alcune terre della valle di Chupas, presso la città di
Huamanga (l’odierna Ayacucho), sul versante orientale delle Ande
peruviane centro-meridionali. Ma nel 1600 gli indios chachapoya
provenienti dal nord, ai quali gli spagnoli avevano affidato quelle
terre per lavorarle, riuscirono a metterlo sott’accusa come impostore
e fu condannato alla pena di duecento frustate, alla confisca dei beni
e a due anni di esilio da Huamanga.
In passato, Guaman Poma aveva servito come interprete in ispe-
zioni ecclesiastiche tese a estirpare le antiche credenze delle popo-
lazioni andine, ma aveva anche fatto da testimone in procedimenti
giudiziari relativi proprio alla ripartizione delle terre nell’area di
Huamanga. Grazie alle carte dei processi in cui fu coinvolto, il perio-
do che va dal 1594 al 1600 è il meno oscuro della sua vita. Nato circa
mezzo secolo prima, era stato educato alla fede cattolica e alla lingua
castigliana sin dall’infanzia. Sosteneva di discendere da una stirpe di
guerrieri e possidenti fondiari e vantava legami di sangue con due
dinastie regali, gli yarovilca di Huánunco (per parte di padre) e i loro
successori, gli inca (dal lato di sua madre, Juana Chuquitanta, figlia
di Túpac Yupanqui, decimo sovrano inca).
Lontano da Huamanga, Guaman Poma peregrinò attraverso un
viceregno ormai pacificato, ma dove i nativi, pur decimati da guerre,
soprusi e malattie, non avevano dimenticato del tutto il loro passato,
recente e remoto. Le loro versioni divergenti sull’epoca preispanica,
conservate da memorie orali e quipu (cordicelle annodate usate per
registrare informazioni sotto forma di numeri), avevano già trovato
voce nella stratificata tradizione di cronache spagnole sulla conqui-
sta del Perù3. Alle origini delle popolazioni assoggettate, ai loro culti,
all’universo delle pratiche culturali e dei costumi, all’organizzazione
sociale e politica, specie sotto l’impero inca (1438-1533), avrebbe
prestato ancora una speciale attenzione il mestizo Garcilaso de la Ve-
ga el Inca nella prima parte dei Comentarios reales de los Incas, pub-

3 I. Yaya, The Two Faces of Inca History: Dualism in the Narratives and Cosmo-

logy of Ancient Cuzco, Brill, Leiden-Boston 2012.


IV. Dalla Baviera alle Ande 99

blicata a Lisbona nel 1609. Ma la ricognizione condotta da Guaman


Poma, a integrazione dei racconti ascoltati dalla bocca di suo padre
Martín Guaman Mallqui de Ayala (le parti spagnole del suo nome
derivavano dalla fedeltà dimostrata alla corona di Spagna al tempo
della rivolta di Gonzalo Pizarro, tra 1544 e 1548), dette l’impulso
decisivo a un progetto in radicale contrasto con i cronisti anteriori.
Non si trattava più di elogiare il governo degli inca, interpretando la
loro profonda ristrutturazione del mondo andino come un processo
utile al nuovo ordine spagnolo. Piuttosto Guaman Poma intendeva
svelare il passato di coloro che da millenni abitavano il Perù, riven-
dicandone la piena dignità storica accanto alle altre popolazioni del
mondo. Voleva farne la base di un disegno teso al ripristino di una
monarchia autoctona, benché pur sempre sotto il re di Spagna, si-
gnore delle quattro parti del mondo4.
Era questo il delicato obiettivo sotteso al manoscritto di quasi
mille e duecento carte che Guaman Poma inviò nel 1615 al re Fi-
lippo III, pronto per la stampa. Il titolo, El primer nueva corónica
y buen gobierno, descrive le due parti in cui è divisa l’opera, scritta
in un incerto castigliano: la prima parte, in cui si ripercorre la storia
del Perù dalle origini fino alla caduta degli inca, si pone come un
nuovo genere di cronaca, segnando una decisa svolta rispetto ai pre-
cedenti spagnoli; la seconda è dedicata al sistema di amministrazione
avviato con il secondo viceré del Perù, Don Antonio de Mendoza
(1551-1552), un «buon governo» che si auspicava culminasse in un
nuovo ordinamento politico, più rispettoso dei diritti degli indios e
soprattutto capace di sventare il pericolo maggiore per la loro so-
pravvivenza: l’avanzata del gruppo sociale dei mestizos5.
Questo timore può apparire un paradosso. La Nueva corónica,
infatti, è un prodotto ibrido: «grazie ai quipos e alle memorie e re-
lazioni sugli antichi indios di saggi e sagge molto anziani, testimoni
di vista», raccolte in castigliano e negli idiomi locali (anzitutto, in
quechua e aymara), rievoca lo scomparso mondo andino da cui l’au-
tore discendeva, collocandolo sullo stesso piano del mondo nuovo

4 S. Gruzinski, Les quatre parties du monde. Histoire d’une mondialisation, La

Martinière, Paris 2004, p. 199.


5 R. Adorno, Guaman Poma: Writing and Resistance in Colonial Peru, Univer-

sity of Texas Press, Austin 20002.


100 Indios, cinesi, falsari

creato dagli spagnoli6. Guaman Poma, del resto, sentiva di apparte-


nere a pieno titolo anche a quest’ultimo, ne condivideva la lingua e
soprattutto la fede cattolica. Perciò, da un lato negava che i fratelli
Pizarro avessero compiuto un vero atto di «conquista», con tutti
i diritti che ne derivavano, perché gli spagnoli erano stati accolti
pacificamente e gli inca furono abbattuti da un intervento divino
e non certo dalla loro forza militare. Ma, dall’altro, riconosceva la
sovranità universale della corona di Spagna, auspicando anzi che Fi-
lippo III si facesse garante della restaurazione di un monarca indio
in Perù, che doveva essere suo figlio, erede delle ultime due dina-
stie precolombiane, ormai estinte. È l’impianto nostalgico di questa
posizione a spiegare l’avversione per i mestizos, che incarnavano il
definitivo superamento dell’antico universo andino. Guaman Poma
aggiornava così un’ipotesi formulata oltre mezzo secolo prima dal
domenicano Bartolomé de las Casas, che aveva indicato nel ritorno
di un inca alla guida del Perù la via per rimediare a ingiustizie e
violenze degli spagnoli7.
Quella possibilità era tramontata con la decapitazione dell’ultimo
discendente legittimo dei sovrani inca, Túpac Amaru (1572), eseguita
nell’antica capitale di Cuzco, ponendo fine al regno ribelle di Vil-
cabamba, attorno a cui si erano coagulate le speranze degli indios
che ancora si opponevano al potere spagnolo. La proposta avanzata
quattro decenni dopo da Guaman Poma, un anziano nobile non inca,
esprimeva la visione dolente di un vinto che accettava in parte la scon-
fitta: in fondo, chiedeva solo una maggiore inclusione degli indios nel
governo delle loro terre dopo aver subito un duro castigo per aver
reclamato il rispetto di antichi diritti di proprietà. Era comunque
abbastanza perché il suo manoscritto fosse accolto dal silenzio in
Spagna. Come altri testi che, dalla seconda parte della Chronica del
Peru di Pedro Cieza de León in poi, davano troppo spazio al passato
precolombiano e ai costumi degli indios, la Nueva corónica non fu

6El primer nueva corónica i buen gobierno, conpuesto por Don Phelipe Guaman
Poma de Aiala, señor i príncipe, in Det Kongelige Bibliotek, Copenhagen, GKS
2232, 4°, p. 8. La traduzione tenta di restituire le incertezze ortografiche e gram-
maticali del castigliano di Guaman Poma.
7 R. Adorno, The Polemics of Possession in Spanish American Narrative, Yale

University Press, New Haven (CT) 2007, pp. 21-60.


IV. Dalla Baviera alle Ande 101

pubblicata. Cadde in oblio fino al suo clamoroso ritrovamento, ai


primi del Novecento, nella Biblioteca reale di Danimarca8.
L’opera si concentra anzitutto sul Perù, ma si proietta su uno
sfondo planetario, seppure dai contorni sfocati. Era una conseguen-
za inevitabile dell’atto di resistenza che essa supportava, in un’età
in cui le potenze nordeuropee sfidavano ormai gli imperi iberici sui
mari del mondo: per rifiutare l’autorità diretta degli spagnoli come
faceva Guaman Poma non bastava contrapporre le ragioni dei nativi
alle giustificazioni della conquista; era necessaria una rilettura globa-
le della storia in grado di connettere una molteplicità di passati, arri-
vando a tenere insieme i diritti degli indios con la sovranità universa-
le della corona di Spagna. La Nueva corónica è corredata da centinaia
di illustrazioni eseguite da Guaman Poma stesso. La sua capacità di
fondere forme e materiali di diverse origini, rielaborandoli all’inter-
no di un orizzonte mondiale, trova una rappresentazione plastica
nella mappa di Tahuantinsuyo, le «quattro regioni» in cui era diviso
l’impero inca: Chinchaysuyo, Antisuyo, Collasuyo e Contisuyo. Gli
schemi delle coordinate spaziali andine si adattano ai contorni tipici
di un planisfero europeo, che però ha al centro Cuzco e incorpora al
contempo le insegne dell’impero spagnolo e del papato9.
Eterogenea è anche la scrittura di Guaman Poma che mescola
vari generi letterari, dalla cronaca storica alle genealogie dei sovra-
ni, passando per l’omiletica, fino a uno stile secco che riproduce il
registro di una relazione di visita in cui si censiscono cariche, uffici
e proprietà. Non priva di errori di cronologia e di incongruenze agli
occhi di un lettore europeo, la Nueva corónica si apre con il racconto
delle cinque età del mondo, dalla creazione all’incarnazione di Cri-
sto, avanzando la tesi che gli indios discendano da Noè e siano giunti
in America dopo il diluvio. Nel singolare sforzo di armonizzare il
tempo delle storie universali europee con quello del mondo andino,
si stabilisce un parallelo con la nascita di Gesù, avvenuta quando il
secondo inca, Cinche Roca, aveva ottant’anni. Segue l’elenco degli
antichi re della Persia e dell’Egitto, presentati in confuse liste che

8 Solo la prima delle quattro parti della cronaca di Cieza de León fu pubbli-

cata. Cfr. F. Cantù, Pedro Cieza de León e il «Descubrimiento y conquista del Peru»,
Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma 1979.
9 N. Wachtel, La visione dei vinti. Gli indios del Perù di fronte alla conquista

spagnola (1971), Einaudi, Torino 1977, pp. 247-268.


102 Indios, cinesi, falsari

continuano poi con gli imperatori romani e i loro successori, i sacri


romani imperatori, fino all’arrivo degli spagnoli nel Nuovo Mondo.
Lo stesso accade con l’elenco dei papi fino al presente. Sul modello
delle età del mondo, Guaman Poma espone quindi la storia delle
quattro generazioni del Perù preincaico (Vari Viracocha Runa, Vari
Runa, Purun Runa e Auca Runa), chiudendo il cerchio con la preci-
sazione che i discendenti di Noè giunti in America erano «spagnoli»,
e prosegue infine con l’età dei dodici sovrani inca, fornendo precise
notazioni, fra l’altro, su leggi, fisco, calendari, culti, sepolture, festi-
vità e sistema di governo.
La giustapposizione di materiali della tradizione europea con
quelli attribuiti al passato andino produce un effetto senza prece-
denti. Dalla Primera parte de la chronica del Peru (1553) di Cieza
de León in avanti, i cronisti anteriori avevano al più suggerito un
confronto fra gli inca e gli antichi romani10. Guaman Poma, invece,
mira a fondere insieme le storie del Nuovo e del Vecchio Mondo,
mettendole sullo stesso piano. Quell’operazione rispondeva al per-
corso intellettuale di un indio quechua che aveva familiarizzato con
la storia dell’antichità classica e le principali fonti della letteratura
cristiana ed europea, e tentava di integrarle nel passato andino da
una prospettiva autoctona11.
L’arrivo degli spagnoli è descritto con grande attenzione, raccon-
tando le inaudite violenze, gli abusi e le guerre civili che accompa-
gnarono la creazione di una società coloniale. In ogni caso, il recu-
pero del passato andino non è tanto in tensione con il nuovo ordine
imperiale degli spagnoli, cui non si riconosce piena legittimità, quan-
to con la condanna delle credenze e dei culti degli indios, che Gua-
man Poma bolla come «idolatria». Così, il risultato più importante
della spedizione dei fratelli Pizarro e Diego de Almagro, avidi solo
di oro e argento, consisterebbe nell’aver consolidato la fede cattolica
nel mondo andino. Consolidato e non portato, perché essa era già

10 L. Millones Figueroa, Pedro Cieza de León y su Crónica de Indias. La entrada

de los incas en la historia universal, IFEA-Fondo Editorial de la Pontificia Univer-


sidad del Perú, Lima 2001. Sugli esiti più generali dell’associazione con gli antichi
romani cfr. S. MacCormack, On the Wings of Time: Rome, the Incas, Spain and Peru,
Princeton University Press, Princeton (NJ) 2007.
11 Indigenous Intellectuals: Knowlegde, Power, and Colonial Culture in Mexico

and the Andes, a cura di G. Ramos e Y. Yannakakis, Duke University Press, Durham
(NC) 2014. Cfr. in part. il saggio di K. Burns.
IV. Dalla Baviera alle Ande 103

implicita nei primi indios che credevano in un dio creatore, uno e


trino, e conducevano vite irreprensibili sul piano morale; era poi
divenuta esplicita ai tempi della predicazione dell’apostolo Bartolo-
meo in America, di cui si accredita la leggenda, togliendo così alle
giustificazioni spagnole anche l’argomento dell’evangelizzazione.

2. Böhm e la varietà dei costumi del mondo

Sbrogliare i fili che s’intrecciano nella visione della storia del mon-
do di Guaman Poma non è semplice. Lo è forse ancor meno ricostrui-
re con precisione le sue letture e le fonti dirette della Nueva corónica,
benché si possano identificare riprese puntuali, per esempio, dalla
cronaca sulla conquista del Perù (1555) di Agustín de Zarate. Nella
parte finale dell’opera, tuttavia, spicca un capitolo dedicato ai «primi
saggi storici delle coronache pasate». La tentazione da evitare è di
leggerlo come un riepilogo dei testi di cui Guaman Poma realmente
si servì. Fra gli autori citati figurano il gesuita José de Acosta, Juan
Ochoa de la Sal, il domenicano Domingo de Santo Tomás, il france-
scano Luis Jerónimo de Oré, il naturalista Miguel Cabello Valboa e
il frate mercedario Martín de Murúa. I loro scritti erano riferimenti
quasi obbligati nel Perù d’inizio Seicento, anche se Guaman Poma
non risparmia loro critiche e con alcuni ebbe anche contatti perso-
nali. Ma ne lesse davvero i testi? La questione si pone soprattutto
per l’opera che menziona per prima, dandole così un rilievo speciale.
«Ha fatto la coronaca di questo regno delle Indie», scrive in aper-
tura del capitolo Guaman Poma nel suo peculiare impasto lingui-
stico, «un conbentio doctisimo chiamato Yndiario, Juan Boemo o
Bantiotonio. Le ha fatte comparando i templi, i riti, re e siti di tutte le
loro terre», prosegue, «con quelli degli indios naturali di questo nuo-
vo orbe, come le riassumono il capitano Gonzalo Pizarro de Obedo
y Valdés, alcalde della fortezza dell’isola Española di Santo Domin-
go, Agustín de Sárate e Diego Fernandes, coronisti di questo detto
regno»12. Il passo colpisce, non solo per le scorrettezze ortografiche
che si sommano a errori involontari dall’effetto comico, come la
confusione tra il nome del cronista Gonzalo Fernández de Oviedo

12 El primer nueva corónica cit., p. 1088.


104 Indios, cinesi, falsari

e quello del conquistatore Gonzalo Pizarro. A stupire è soprattutto


la citazione del compendio – questo il significato dell’oscuro voca-
bolo «conbentio» – di «Juan Boemo», vale a dire l’umanista tedesco
Hans Böhm (Johannes Boemus). Nato verso il 1485 ad Aub, nella
bassa Franconia, Böhm aveva compiuto studi di teologia per poi
entrare nell’ordine teutonico, una struttura monastico-militare fon-
data al tempo della terza crociata (1189-1192), che in passato aveva
costruito un vasto dominio territoriale nell’Europa orientale. Da qui
derivava l’appellativo «aubano teutonico», generalmente associato a
Böhm e storpiato da Guaman Poma in «Bantiotonio»13.
Di chi si trattava? Che opera era il suo «Yndiario»? E perché
dargli tanto risalto nella Nueva corónica? Rispondere a quest’ultima
domanda significa sottrarre Guaman Poma al suo isolamento di au-
tore indigeno ed esplorare il modo in cui intese collocare la sua opera
nel contesto del più ampio dibattito sulla natura e la storia degli in-
dios del Perù. Böhm non è un nome familiare nella bibliografia degli
scritti sull’America spagnola. Trovarlo per primo fra i precedenti
elencati da Guaman Poma conferma quanto siano vasti e complessi
gli intrecci delle storie del mondo scritte nel Rinascimento e invita a
non fissare arbitrarie linee di confine tra la produzione letteraria co-
loniale e quella europea, trasformando la distanza geografica o, peg-
gio ancora, le differenze di lingua o di genere in ostacoli alla libera
circolazione di un’opera. Vedere citato Böhm nella Nueva corónica
resta comunque qualcosa di sorprendente. Tanto più che il richia-
mo iniziale a «Bantiotonio» introduce un passo di straordinaria im-
portanza, in cui si riepilogano i principali testimoni oculari dal cui
racconto orale dipendeva la ricostruzione fornita da Guaman Poma
dell’impero inca e della sua caduta. Come spiegare questa scelta?
Poeta latino apprezzato nei circoli umanistici bavaresi, Böhm era
un cappellano della casa dell’ordine teutonico a Ulm quando, negli
anni dello scoppio della Riforma luterana, si accinse a comporre un
trattato in latino destinato a imporsi come un best seller del Cinque-
cento europeo. La prima edizione degli Omnium gentium mores,
leges et ritus, un elegante volume in folio, apparve ad Augsburg nel
1520. Vedeva così la luce, nel cuore della Baviera, un’originale enci-

13 H. Kugler, Boemus (Böhm, Bohemus), Johannes, Aubanus, in Deutscher Hu-

manismus 1480-1520. Verfasserlexikon, a cura di F.J. Worstbrock, 3 voll., Walter de


Gruyter, Berlin-New York 2005-2012, vol. I, pp. 209-217.
IV. Dalla Baviera alle Ande 105

clopedia di costumi, istituzioni e riti dei popoli dell’Africa, dell’Asia


e dell’Europa (ma non dell’America), fondata in prevalenza su autori
classici e umanistici. Nel giro di un secolo conobbe quasi cinquanta
edizioni fra ristampe, traduzioni, adattamenti e plagi nelle maggiori
lingue europee. L’accenno di Guaman Poma a una comparazione
fra «i templi, i riti, re e siti di tutte le loro terre» sembra rinviare in
modo inequivocabile a una di queste edizioni, ma non si ha notizia
di un’opera dal titolo «Yndiario» uscita sotto il nome di Böhm. A
quale testo si riferisce, dunque, Guaman Poma?
Per scoprirlo dobbiamo ripercorrere l’itinerario che condusse il
trattato di Böhm dalla Baviera attraverso l’Oceano Atlantico fino a
raggiungere le Ande. Era un libro speciale. Passando per le mani di
tipografi, traduttori e lettori si trasformò in un modello per pensare
il mondo attraverso la comparazione morale, ossia dei mores, dei
costumi, fino a trovare eco persino nella Nueva corónica. In realtà,
gli Omnium gentium mores passarono quasi inavvertiti fino al loro
rilancio grazie a una ristampa lionese nel 1535, anno della morte del
loro autore. Subito ripubblicato a Friburgo in Brisgovia (1536) e ad
Anversa (1537), il trattato di Böhm entrò a far parte della biblioteca
ideale di ogni buon umanista negli stessi anni in cui le opere sui
nuovi mondi non europei conoscevano una prima impennata sul
mercato dei libri.
Alla fine del 1539 uscì a Parigi la prima traduzione, in lingua
francese, curata da Michel Fezandat, lo stampatore di Rabelais.
Quell’iniziativa avrebbe ispirato William Watreman, il traduttore
della prima versione parziale in inglese, che vide la luce a Londra
sedici anni più tardi14. A Venezia, intanto, era apparso sin dal 1542,
presso Michele Tramezzino, il volgarizzamento italiano eseguito da
Lucio Fauno, pseudonimo sotto cui si celava l’umanista Giovanni
Tarcagnota, il quale celebra l’opera come «un mare di bellissimi et
utilissimi essempi» e invita i lettori ad approfittare dell’opportunità
di edificazione personale che quel libro offre loro: «i costumi e l’u-
sanze di tante genti, e che furon già e che sono hora al mondo, non
sono altro che tanti specchi, dove noi ci dobbiamo attigliare l’animo

14 R. Raiswell, Medieval Geography in the Age of Exploration: «The Fardle of

Factions» in Its English Context, in Renaissance Medievalism, a cura di K. Eisenbi-


chler, Centre for Reformation and Renaissance Studies, Toronto 2009, pp. 249-285.
106 Indios, cinesi, falsari

et il corpo, ornandoci dei belli e buoni e spreggiando e buttando via


come malvaggi e rei i cattivi»15.
Fauno allude alla dimensione temporale e all’orizzonte planetario
degli Omnium gentium mores, toccando così due aspetti decisivi per
il loro rapporto con il genere delle storie del mondo rinascimentali.
Ma pone soprattutto l’accento sulla dimensione morale insita nella
comparazione dei costumi al centro di quell’opera. In anni dramma-
tici per la frattura che si stava consumando all’interno della cristianità
europea, la questione investiva direttamente il nodo della religione.
Ma nella presentazione di Fauno, il trattato di Böhm è un libro di
varia storia e geografia, in cui i «bellissimi et utilissimi essempi» rap-
presentati dai costumi, le istituzioni e i riti del mondo, sono descritti
all’interno di uno schema privo di immediate connotazioni etiche, in
cui i lettori sono invitati a formarsi un giudizio fra quelli da accogliere
e quelli da scartare16. In tal senso, gli Omnium gentium mores segna-
rono una svolta anzitutto per l’ampiezza di notizie che fornivano sulle
religioni del mondo. Quell’opera s’inseriva così nel filone di una cre-
scente attenzione per il paganesimo – interno ed esterno all’Europa
– da parte di una cultura rinascimentale posta di fronte alla riscoperta
dell’antico, allo studio di tradizioni e leggende, all’indagine delle ra-
dici storiche di una lingua, ma anche a credenze e rituali di popolazio-
ni di terre d’oltremare prima di allora ignote, che con inedito afflato
missionario si voleva convertire alla fede in Cristo17.
Se proprio il cristianesimo, con la sua pretesa di superiorità e
la sua pulsione all’universalismo, costituì nel Rinascimento uno dei
maggiori ostacoli rispetto alla possibilità di comporre una narrazio-
ne storica capace di andare oltre l’interesse per il mondo di riferi-

15 H. Böhm, Gli costumi, le leggi, et l’usanze di tutte le genti, raccolte qui insieme

da molti illustri scrittori..., Venetia, per Michele Tramezzino, 1542, c. iiijrv.


16 Quest’aspetto sfugge a A. Grafton (con A. Shelford e N. Siraisi), Ancient

Texts: The Power of Tradition and the Schock of Discovery, Harvard University
Press, Cambridge (MA) 1992, pp. 99-101, che liquida Böhm come «uno studioso
poco riflessivo», autore di un trattato troppo compilativo e contraddittorio.
17 A. Momigliano, Historiography of Religion: Western Views, in Id., On Pagans,

Jews and Christians, Wesleyan University Press, Middletown (CT) 1987, p. 22. De-
finisce Böhm una «pietra miliare nei primi tempi del moderno studio della religio-
ne», per assenza di «arroganza» e «pura curiosità intellettuale», G.G. Stroumsa, A
New Science: The Discovery of Religion in the Age of Reason, Harvard University
Press, Cambridge (MA) 2010, pp. 1-2.
IV. Dalla Baviera alle Ande 107

mento del suo autore, non fu questo il caso di Böhm. Il cappellano


di Ulm nutriva una fede in apparenza sincera che negli ultimi anni
della sua vita lo portò a riconoscersi nella dottrina di Lutero. Al
cuore del suo trattato sui costumi, però, si trova una visione della
religione che non si esaurisce nell’abituale condanna di ogni culto o
credenza non cristiana. Calati nel loro contesto storico, gli Omnium
gentium mores non vanno visti come precursori della moderna an-
tropologia, ma non riducono neppure la difformità delle espressioni
culturali a un processo di corruzione dell’umanità che discende dal
peccato18. Quest’aspetto, unito all’abbandono dello sguardo esotiz-
zante sull’insolito proprio delle cosmografie medievali (da cui pure
si riprendevano ancora miti e leggende, in parte di origine classica),
ne fece l’esempio di un approccio comparativo che contribuì alla
scrittura di storie del mondo nell’Europa del Rinascimento e oltre.
Divisa in tre parti, ciascuna dedicata ai popoli e alle regioni di un
continente, la novità del libro di Böhm non risiedeva tanto nei mate-
riali di cui si serviva, in gran parte noti ai suoi lettori, ma nell’effetto
prodotto dalla loro raccolta in un solo volume e dal modo in cui
erano presentati. La partizione dell’opera e la trattazione interna a
ciascun capitolo, dove a una breve descrizione storica e geografica
di un territorio segue una rassegna dei costumi, delle istituzioni e dei
riti dei suoi abitanti, rappresentò un modello destinato a grande for-
tuna tra Cinque e Seicento. Eppure, la dipendenza da autori classici
o che avevano comunque scritto prima della scoperta dell’America
rendeva, a prima vista, gli Omnium gentium mores superati prima
ancora della loro pubblicazione, schiacciandoli su un tempo senza
profondità in un’epoca di grandiose trasformazioni storiche come
il Cinquecento. Come spiegare, dunque, il loro successo alla luce di
questo apparente paradosso? E come immaginare che uno scritto con
tali caratteristiche abbia contribuito alla stesura di storie del mondo?
Il silenzio sul Nuovo Mondo e sulle altre regioni raggiunte dai viag-
gi di esplorazione, tutt’altro che eccezionale all’epoca, non va certo

18 Le due interpretazioni sono sostenute, rispettivamente, da M.T. Hodgen,


Early Anthropology in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, University of Penn-
sylvania Press, Philadelphia 1964, pp. 135-143, e J.-P. Rubiés, New Worlds and
Renaissance Ethnology (1993), in Id., Travellers and Cosmographers: Studies in the
History of Early Modern Travel and Ethnology, Ashgate, Aldershot-Burlington (VT)
2007, vol. II, pp. 173-174.
108 Indios, cinesi, falsari

attribuito ad ignoranza. Anzi, nella dedica a Sigmund Grimm, stam-


patore della prima edizione, Böhm rivendica con orgoglio l’apparte-
nenza del suo trattato a un catalogo editoriale ricco di scritti sui tempi
moderni, fra i quali cita la traduzione tedesca dell’Itinerario in cui il
bolognese Ludovico di Varthema raccontava le sue recenti esperienze
di viaggio e soggiorno in Asia meridionale. Ma quel testo Böhm non lo
usa mai nella sua opera, neppure nel pur notevole capitolo sull’India.
È un indizio rivelatore: entrambi trattano di popolazioni distanti nello
spazio ma, a differenza di Varthema, Böhm le mette a confronto con
gli europei, congelandole tuttavia in una dimensione atemporale. Al
cappellano di Ulm, infatti, non interessa l’attualità dei contenuti, ma la
possibilità di comparare. Del resto, solo sottraendosi alla prospettiva
storica segnata dal presente avrebbe potuto liberarsi dalla centralità
che doveva necessariamente assumervi la fede cristiana, verso il cui
trionfo la storia progrediva. Böhm svaluta così, senza mai apertamente
negarlo, quel primato del cristianesimo che rischiava di minare alla
radice la sua trattazione dei costumi dei popoli del mondo19.
L’atteggiamento di Böhm è molto meno audace ma forse non così
diverso da quello di un autore a lui coevo, che pure non accenna mai
all’America, e le cui opere, proprio grazie a una peculiare visione
della religione, contribuirono anch’esse allo sviluppo di uno sguardo
comparativo nella tradizione degli scritti di antiquaria e sugli abitan-
ti dei nuovi mondi non europei20. Pubblicati solo nel 1531, i Discor-
si sopra la prima deca di Tito Livio di Machiavelli furono composti
grossomodo negli stessi anni degli Omnium gentium mores. Con-
tengono un celebre confronto fra il cristianesimo, liquidato come
una fede contemplativa che volge gli animi degli uomini alle cose
ultramondane, e la religione dei romani, esaltata perché incita alla
gloria terrena, favorendo la coesione civica e il compimento di azioni
valorose in guerra (II, 2). Su quella scorta Machiavelli suggerisce

19 Sviluppo le decisive intuizioni di K.A. Vogel, Cultural Variety in a Renaissan-

ce Perspective: Johannes Boemus on «The Manners, Laws and Customs of All People»
(1520), in Shifting Cultures: Interaction and Discourse in the Expansion of Europe,
a cura di H. Bugge e J.-P. Rubiés, Lit, Münster 1995, pp. 17-34.
20 Cfr. C. Ginzburg, Machiavelli e gli antiquari, in Per Adriano Prosperi, vol. II,

L’Europa divisa e i nuovi mondi, a cura di M. Donattini, G. Marcocci e S. Pastore,


Edizioni della Normale, Pisa 2011, pp. 3-8; L. Biasiori, Comparaison comme estran-
gement. Machiavel, les modernes, les sauvages, in «Essais. Revue interdisciplinaire
d’humanités», hors série (2013), pp. 151-169.
IV. Dalla Baviera alle Ande 109

una sostanziale continuità fra gli antichi romani e i moderni turchi


(I, 19 e 30). Si poteva così ricavarne che anche questi ultimi erano
superiori ai cristiani, una conclusione scandalosa che suscitò pronta-
mente le repliche di umanisti iberici come Juan Ginés de Sepúlveda
(1535) e Jerónimo Osório (1542)21. Intorno al 1520, dunque, nel
cuore del Rinascimento, si registrava da Firenze a Ulm una tendenza
embrionale alla comparazione dei costumi dei popoli che derivava
da un abbandono del senso di superiorità della fede cristiana e degli
europei che la esportavano nel mondo.

3. I filosofi antichi e gli etiopi

Seppure non isolata, la posizione di Böhm era tuttavia rara. Nel


suo trattato l’elemento della varietà dei «costumi» e delle «arti buo-
ne» è introdotto sin dalla dedica, mentre nel prologo si entra subi-
to nella materia, dopo aver elencato gli autori classici e umanistici
(Marco Antonio Sabellico su tutti), le cui descrizioni erano final-
mente compendiate ad uso dei lettori: «ho fatto un fascio tanto de
gli costumi et usanze antiche come de le moderne, e così de le bone
come de le cattive», scrive Böhm, «aciò che postiti inanzi, come in
uno specchio, tutti questi essempi, ne l’ordinare de la vita tua ha-
vessi possuto imitare i buoni e fuggire i cattivi». All’immagine dello
specchio dei costumi, ripresa anche da Lucio Fauno nell’edizione
italiana, segue un lungo e suggestivo riassunto della storia umana
fino al presente, «perché conoschi tu, lettor mio, e vedi quanto bene
hoggi e felicemente si viva e quanto rozzamente si vivesse già dai pri-
mi huomini insino al diluvio universale e molti secoli dopo». Infatti,
spiega Böhm, «andavano alhora le genti, a guisa di bestie disperse
per la terra, senza sapere che cosa si fussero danari, ne mercantie,
solamente cambiavano l’un con l’altro le cose necessarie a la vita,
compensando l’un servitio con l’altro; anzi era tra loro ogni cosa
comune». Era stato il principio di utilità, con l’andare del tempo, a
spingere gli uomini a migliorare le loro capacità tecniche, «spoglian-

21 A. Prosperi, La religione, il potere, le élites. Incontri italo-spagnoli nell’età

della Controriforma, in «Annuario dell’Istituto storico italiano per l’età moderna e


contemporanea», XXIX-XXX (1977-1978), pp. 499-529.
110 Indios, cinesi, falsari

dosi loro istessi della loro barbara e fiera natura». Così, «comincia-
rono ad abstenersi da l’uccidere l’un l’altro, dal mangiare le carni
humane, da le rapine e dal giugnersi carnalmente e senza differentia
alcuna nel publico con le madri e con le figlie istesse e da l’altre simili
sporche e nefande cose».
Di chiara ispirazione classica, queste pagine ricordano da vicino
le prime descrizioni dei nativi americani che circolavano allora in
Europa. In ogni caso, sono tutto meno che una lettura in chiave re-
ligiosa della storia. È vero che, d’improvviso, nel prologo si evoca la
venuta del «figliuolo di Iddio», seguita poi dall’entrata in scena del
«maladetto Maumetto», arrivando a riconoscere l’opera di Satana
dietro la «diversità di costumi» e la «superstitione maligna d’adorare
molti iddij». Ma è solo una breve parentesi. Böhm, infatti, riprende
a lodare la varietà dei popoli, fino alla conclusione del prologo, che
dissolve ogni ombra di giudizio moralistico o religioso: «essendo
di tanto piacere e di tanta utilità il conoscere diverse nationi e varij
costumi», si argomenta in una velata allusione alle esplorazioni del
tempo, «piacciati lettor soavissimo leggere e conoscere in questo
libro i piu celebri e notabili costumi di tutti gli huomini e li luochi
medesimamente dove habitano più famosi, il che farai tu forse (co-
me spero) con non manco piacere e prontezza», e s’insinua come in
una guida sensoriale alla lettura, «che s’io ti menasse per mano e ti
facesse vedere con gli occhi paese per paese e ti mostrasse col dito
tutte l’usanze antiche e nove di tutti gli huomini»22.
Gli Omnium gentium mores offrono dunque un viaggio attraver-
so lo spazio e il tempo. In ogni caso, il loro ordine non è cronologico
ma geografico. Solo in apparenza, però, esso si rifà alla visione del
mondo tolemaica: deriva, infatti, da una sorprendente spiegazione
di tipo storico. Il primo libro, dedicato all’Africa, si apre con due
capitoli di carattere generale, che riguardano un tema biblico per
eccellenza, «l’origine de l’huomo». Curiosamente, però, l’«openione
theologica et vera» non s’impone affatto sull’«openione falsa ch’heb-
bero i gentili». Il racconto della creazione fino al diluvio universale,
con cui inizia il primo capitolo, prosegue riproducendo lo schema
delle false genealogie di Annio da Viterbo, con tanto di aperta ci-
tazione di Beroso, e presenta la separazione e disseminazione dei

22 Böhm, Gli costumi, le leggi, et l’usanze di tutte le genti cit., cc. [v]v-Aijv.
IV. Dalla Baviera alle Ande 111

popoli generati dalla stirpe di noachica: errori, diversità di lingue


e rozzi costumi si sarebbero diffusi non per opera di Satana, come
sostenuto nel breve inciso del prologo, ma a causa della progenie
di Cam, che dopo aver disonorato Noè fuggì in Arabia, dove «non
lasciò a suoi successori modo di sacrificare e di adorare Iddio, per
non haverlo prima appreso et imparato dal padre»23.
Interpretata la varietà culturale come decadenza derivata dall’i-
gnoranza dei riti religiosi, Böhm non le fa seguire la descrizione dei co-
stumi dei popoli del mondo, ma inserisce un secondo capitolo, in cui
riporta le idee degli «antichi philosophi» sui primordi dell’umanità,
esponendovi la teoria della generazione spontanea, basata sul princi-
pio della distinzione fra secco e umido: la vita si sarebbe creata da una
materia calda e pregna di umori, accumulatasi dove la temperatura più
elevata faceva salire verso l’alto le parti leggere e condensare in basso
quelle gravi. Vi riprende, quindi, l’antropologia utilitarista del prologo
per concludere che gli uomini, «mediante la necessità, ch’è maestra
del vivere, conobbero l’uso di tutte le cose, tanto più che v’hebbero
per l’aiuto i compagni, le mani, il parlare e l’eccellentia de l’ingegno»24.
A una rapida adesione formale alla morale cristiana si contrappo-
ne dunque una visione della storia umana fondata sulle leggi di natura
e su un pragmatismo dettato dal bisogno. Tale visione si trova alla ba-
se degli Omnium gentium mores. Lo conferma il rapporto dell’opera
con il secondo capitolo, dove si precisa che gli «antichi philosophi»
sostennero anche «che i primi huomini furono gli etiopi», «essendo la
terra de l’Etiopia più che tutte l’altre vicina al Sole»25. Questa teoria
giustifica l’intero ordine del trattato che, infatti, prosegue con il con-
tinente in cui, stando all’«openione falsa ch’hebbero i gentili», l’u-
manità ebbe origine: l’Africa. E il primo popolo descritto nell’opera
sono proprio gli etiopi, avvalorando così ulteriormente la posizione
degli «antichi philosophi»: «Si crede che questi fussero i primi di tutti
gli huomini e che essi siano i veri habitatori di quel paese, senza haver

23 Ivi, cc. 3r-4v.


24 Ivi, cc. 4v-6r. Un capitolo «strano» per il contrasto tra la qualifica «openione
falsa» nel titolo e il mancato sforzo di «dimostrarne la falsità con argomenti razio-
nali», secondo G. Gliozzi, Adamo e il Nuovo Mondo. La nascita dell’antropologia
come ideologia coloniale dalle genealogie bibliche alle teorie razziali (1500-1700), La
Nuova Italia, Firenze 1977, pp. 321-323.
25 Böhm, Gli costumi, le leggi, et l’usanze di tutte le genti cit., c. 6r.
112 Indios, cinesi, falsari

mai servito a niuno, per essere stati sempre ne la lor prima libertà».
Dopo aver citato diversi autori classici, Böhm arriva a descrivere gli
etiopi di «hoggi» sulla scia dell’umanista Sabellico. Da quest’ultimo
riprende anche il ritratto del Prete Gianni, il mitico sovrano cristiano
identificato con il «re de gli etiopi»26. Ma non era il presente a inte-
ressare Böhm. Il suo contributo più importante riguardava piuttosto
le più remote origini. La teoria dei «primi huomini» nasceva dalla
lettura incrociata di due autori classici e di un umanista italiano: la
presenza degli etiopi in una spiegazione dell’origine della vita si trova
già in Diodoro Siculo e soprattutto in Plinio il Vecchio, ma l’idea
che si trattasse del popolo primigenio fu lanciata da Raffaele Maffei,
autore (mai citato per nome da Böhm) di una delle ultime vecchie
storie universali umanistiche, pubblicata agli inizi del Cinquecento27.
L’eccezionale centralità attribuita all’Africa nella storia del mon-
do, tanto da farne il punto di partenza di una rassegna dei costumi
di tutti i popoli, riflette il credito dato a una visione materialista
dell’origine degli uomini che nulla ha a che fare con il racconto bi-
blico della creazione. L’ambigua trattazione del cristianesimo negli
Omnium gentium mores emerge con particolare evidenza nei due
capitoli finali del secondo libro, dedicato all’Asia. Vi si descrivono,
nell’ordine, i costumi dei turchi e quelli dei cristiani. Nel primo caso,
Böhm presenta con distacco e rispetto le leggi e le istituzioni dei mu-
sulmani, dando prova di un apprezzamento della pluralità culturale
tanto più sorprendente se si pensa che a scrivere è il membro di un
ordine che affondava le sue radici nello spirito delle crociate. La
sua apertura si ferma solo, com’era forse inevitabile, di fronte agli
aspetti dottrinari dell’islam e alla sua espansione planetaria, estesa
ormai alla «maggior parte de l’Europa e quasi tutta l’Africa e l’Asia
maumettana»28. Questo non dissolve, tuttavia, la sensazione che le
concessioni di Böhm alla «vera fede di Giesù Christo» siano poco
più di un velo teso a dissimulare l’approccio di fondo dell’opera.

26 Ivi, cc. 7v-11r. Per le sue riprese cfr. M.A. Sabellico, Secunda pars Ennea-

dum... ab inclinatione Romani Imperii usque ad annum 1504, Venetiis, per magi-
strum Bernardinum Vercellensem, 1504, cc. 170v-171r.
27 Cfr. G. Plinio Secondo, Naturalis Historia, 2, 80; Diodoro Siculo, Bibliotheca

Historica, 3, 2, 1; R. Maffei, Commentariorum urbanorum libri, Romae, per Ioan-


nem Besicken Alemanum, 1506, c. 167r.
28 Böhm, Gli costumi, le leggi, et l’usanze di tutte le genti cit., cc. 67r-74v.
IV. Dalla Baviera alle Ande 113

Il capitolo sui «christiani» sembra confermarlo. Era a dir poco


sconcertante trattarli come un popolo fra gli altri, relegandoli pe-
raltro in una posizione marginale, in fondo al catalogo dei costumi
asiatici. Eppure, in coerenza con l’ordine espositivo adottato, Böhm
riduce il cristianesimo a religione delle «contrade della Giudea» e
dei suoi abitanti. Le sue pagine sembrano risentire della geografia
delle fonti classiche sui cristiani, ma quel capitolo non è costruito
sulla loro scorta. Si risolve piuttosto nell’asciutta narrazione della
vita, morte e resurrezione di Cristo, seguita da una rassegna per ar-
gomenti delle principali tappe della storia della Chiesa come istitu-
zione, della sua gerarchia, i suoi riti, le liturgie e gli articoli di fede,
nonché le differenze di usi tra la Chiesa primitiva e quella moderna.
L’assenza di afflati devoti è spia del tentativo di sottrarre la religio-
ne cristiana al suo carattere trascendente e universale per coglierne
piuttosto la dimensione terrena29.
Se quest’originale impostazione fu la condizione per una compa-
razione relativamente aperta fra i costumi dei popoli del mondo, fu
a questi ultimi, e non alla trattazione del cristianesimo, che guardò la
lunga schiera di ammiratori di Böhm, fino a Guaman Poma. Questi
si sarebbe trovato a disagio a vedere tanto ridimensionato lo spazio
accordato ai cristiani, ma avrebbe certo condiviso la conclusione del
trattato, almeno nella sua versione originale. Vi si elogia la diversità
culturale come un prodotto della «terra», senza alcun riferimento a
Satana o a condanne religiose di costumi corrotti: «non ci dobbiamo
meravigliare se hanno gli huomini havuto fra se non solo varia la via
nel vivere, ma la natura ancho et i costumi, poi che i paesi stessi han-
no avuto questa varietà», spiega Böhm con un parallelo che la dice
lunga sull’originalità del suo sguardo, «perche si vede assai chiaro
che una terra produce gli huomini bianchi, un’altra non così bianchi
et alcuna foschi, alcuna del tutto bruciati o simili a molti fiori, come
gli produce l’Assiria». La frase finale riassume il messaggio degli
Omnium gentium mores: «questo fu il bellissimo ordine del grande
Iddio, che come tutte l’altre cose, così nascessero ancho gli huomini
di varia natura e di diverso animo e volto, e che si dovesse medesi-
mamente ciascuno de la sua sorte datali restare contento»30.

29 Ivi, cc. 74v-88r.


30 Ivi, c. 186r.
114 Indios, cinesi, falsari

Rassegna di abiti, istituzioni e riti senza eguali per assortimento di


notizie e assenza di una gerarchia morale soverchiante, il trattato di
Böhm non è comunque un «Yndiario», neppure accenna al Nuovo
Mondo, e soprattutto non ha l’aspetto di una «coronaca». Poteva
comunque essere ricondotto all’ambito delle «storie»: così fece nel
1611 Edward Aston, traduttore della prima edizione integrale in in-
glese, nel presentarla ai lettori, ricordandoci così quanto i confini
del genere storiografico fossero mobili e incerti nel Rinascimento e
quanto la tradizione di Erodoto ne fosse ancora parte integrante31.
Tuttavia, proprio intorno alla complessa relazione degli Omnium
gentium mores con lo scorrere del tempo ruotò un’accesa contro-
versia, che alla metà del Cinquecento oppose due umanisti legati
entrambi al magistero di Erasmo.

4. Lettori europei di Böhm

Negli anni trenta, il raffinato portoghese Damião de Góis, vissuto


a lungo tra Anversa e Lovanio, si appassionò alla vicenda dell’E-
tiopia, con cui la corona di Portogallo aveva allacciato contatti allo
scopo di consolidare il suo impero nell’Oceano Indiano. Colpito
dalla dura condanna del cristianesimo etiope da parte di teologi lu-
sitani che ne avevano bollato dogmi e liturgie come eretici, ne difese
l’ortodossia e sostenne l’esigenza di valorizzare la sostanza della loro
fede in un trattato pubblicato a Lovanio nel 1540 con un titolo che
si richiamava a quello di Böhm: Fides, religio moresque Aethiopum.
Vi incluse anche la traduzione in latino di un memoriale scritto di
suo pugno dall’arciprete etiope Saga za-Ab, costretto in stato di pri-
gionia alla corte di Portogallo. La Fides incappò subito nelle ma-
glie della censura portoghese, ma circolò liberamente nell’Europa
centro-settentrionale32. Fra i suoi lettori vi fu, naturalmente, il mate-
matico ed ebraista tedesco Sebastian Münster, luterano e professore
all’Università di Basilea. Sempre nel 1540 quest’ultimo aveva dato

31 Id., The Manners, Lawes and Customes of All Nations, London, printed by

George Eld, 1611, p. 3.


32 G. Marcocci, Prism of Empire: The Shifting Image of Ethiopia in Renaissance

Portugal (1500-1570), in Portuguese Humanism and the Republic of Letters, a cura


di M. Berbara e K.A.E. Enenkel, Brill, Leiden-Boston 2012, pp. 447-465.
IV. Dalla Baviera alle Ande 115

alle stampe la sua Geographia universalis, vetus et nova, una delle


numerose riscritture rinascimentali di Tolomeo. Nella sezione sulla
Spagna recupera l’ostile descrizione messa in circolazione in un’edi-
zione lionese di Tolomeo del 1535, curata dal medico anti-trinitario
di origine aragonese Miguel Servet. Fra i primi a reagire a quell’at-
tacco vi fu Góis, che replicò a Münster con il trattatello Hispania
(1542), invitandolo a scrivere solo dei costumi dei popoli che cono-
sceva per esperienza diretta. Fu allora che il loro scontro s’intrecciò
con la ricezione degli Omnium gentium mores e della Fides33.
Dà uno speciale rilievo alla questione la celebre Cosmographia
universalis di Münster, uscita in tedesco nel 1544 e nella definitiva
edizione latina nel 1550. All’ispirazione del trattato di Böhm essa
deve la struttura interna dei capitoli, ma anche «il tanto piacer nella
cognizion delle terre, delle genti et delli costumi di quelle» che aveva
spinto il suo autore a racchiudere «in questo libro» quanto il letto-
re avrebbe visto se solo avesse potuto viaggiare. Münster annovera
Böhm tra coloro «che scrisser molte cose dallor non vedute, le quali
hebber pur da huomini degni di fede». Su questo punto, però, non
lo segue fino in fondo. Non ne condivide l’attenzione riservata agli
autori classici. Mette così insieme Böhm e Góis, che aveva rinfaccia-
to a Münster di scrivere di cose di cui non aveva esperienza diretta,
in una sola critica che ruota intorno al fatto che «mutansi tutto di le
città, le lettere, i costumi, i modi del viver degli huomini, et non son
piu la Germania, et la Gallia quale Cesare ne le descrive». La presa
d’atto che i costumi mutano nel tempo, come «le terre et forse anche
la natura del terreno», fece della Cosmographia uno spartiacque per
gli Omnium gentium mores, perché rese evidente che l’opera ave-
va necessità di essere aggiornata, facendo i conti con la sensibilità
storica e le nuove conoscenze geografiche. Così, dopo aver lanciato
i suoi strali su Góis, reo di aver taciuto le sue fonti nel trattato sui
«costumi dell’indiani che dimorano sotto ’l Preo Ianni, nella regio-
ne de quali», commenta caustico Münster, «mai non fu, ne mai piu
v’andra», questi conclude con un invito alla cautela. La descrizione
della varietà dei costumi nello spazio e nel tempo è un esercizio di
grande importanza ma è facile ingannarsi, specie riguardo all’anti-

33 M. McLean, The «Cosmographia» of Sebastian Münster: Describing the World

in Reformation, Ashgate, Aldershot 2007, pp. 178-180.


116 Indios, cinesi, falsari

chità. Chi lo pratica, dunque, deve appoggiarsi «in sulla coniettura»


e mai affermare qualcosa per certo «se non ove la verita appalesa
manifestamente se stessa»34.
Dopo quel dibattito, che gettò le basi per colmare la distanza
che ancora separava il trattato di Böhm dalla letteratura storica e
geografica sulle esplorazioni e i nuovi mondi colonizzati dagli imperi
iberici, si verificò una graduale svolta nella ricezione degli Omnium
gentium mores. Una traccia ci conduce a Voltaggio, piccola località
sull’Appennino ligure dove aveva trovato rifugio Joseph ha-Kohen
dopo il bando dalla città di Genova dei medici ebrei (1550). Discen-
dente di sefarditi fuggiti dalla Spagna dopo il decreto di espulsione
del 1492, fu un esponente di spicco del Rinascimento ebraico in
Italia, famoso per la sua attività di storico. Nel 1554 pubblicò una
storia universale incentrata sul conflitto tra cristiani e musulmani a
cavallo tra l’Europa e l’Asia35. Quindi, nel 1558 ultimò una prima
stesura di una cronaca annalistica in cui si racconta la storia degli
ebrei come secolare successione di sofferenze fino alla cacciata dalla
penisola iberica36.
La peculiare posizione sulla religione cristiana di Böhm contribuì
forse ad attirare l’attenzione di ha-Kohen verso il suo trattato. Ma
la scelta di farne un riadattamento in ebraico intitolato Sefer maṣiv
gebulot ’amim (Colui che stabilisce i confini delle nazioni), concluso
nel 1555, risentì anzitutto di un interesse per la storia e la geografia
dei nuovi mondi, forse non estraneo a tensioni messianiche37. Nella
prefazione ha-Kohen dichiara la sua intenzione «di far conoscere
ai discendenti del nostro popolo», tramite quell’opera, «cose che
fino ad oggi non hanno udito, perché possano sapere qualcosa delle

34 S. Münster, Sei libri della Cosmografia Universale, Basilea, a spese di Henrigo

Pietro Basiliense, 1558, cc. non numerate.


35 M. Jacobs, Joseph ha-Kohen, Paolo Giovio, and Sixteenth-Century Historio-

graphy, in Cultural Intermediaries: Jewish Intellectuals in Early Modern Italy, a cura


di D.B. Ruderman e G. Veltri, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2004,
pp. 67-85.
36 Per un inquadramento nel contesto della storiografia sefardita dopo la cac-

ciata degli ebrei dalla Spagna cfr. Y.H. Yerushalmi, Zakhor. Storia ebraica e memoria
ebraica (1982), Pratiche, Parma 1983, pp. 67-88.
37 N.J. Efron, Knowledge of Newly Discovered Lands among Jewish Communi-

ties of Europe (from 1492 to the Thirty Years’ War), in The Jews and the Expansion
of Europe to the West, 1400-1800, a cura di P. Bernardini e N. Fiering, Berghahn
Books, New York 2001, pp. 47-72.
IV. Dalla Baviera alle Ande 117

opere compiute da Dio quando si trovavano tra le nazioni». A quella


traduzione, più simile a una riscrittura con integrazioni (fra l’altro,
di un capitolo sulle isole del Mediterraneo), ha-Kohen aggiunse due
anni dopo una versione in ebraico dell’Historia general de las Indias
(1552) di Francisco López de Gómara (riuscì a procurarsi un’edi-
zione dalla Spagna, nonostante il divieto di circolazione che colpiva
la cronaca). Di quella futura iniziativa si colgono alcuni segnali già
nelle pagine finali della traduzione di Böhm, dove si trovano notizie
sulla scoperta dell’America e sulle successive conquiste di terre che
Colombo non vide, «come tutti i paesi del Perù, dove si trova l’oro».
L’aperta denuncia dell’avidità degli spagnoli si accompagna a una
polemica descrizione dell’assoggettamento degli indios («mossero
guerra contro quei popoli e li sottoposero a tributo») e ancor più
dell’attività missionaria che portava a convertire degli «idolatri» dal-
l’«oscurità alla nube e nebbia» del cristianesimo38.
Già oltre mezzo secolo prima della Nueva corónica, dunque, gli
Omnium gentium mores si prestavano a sostenere posizioni critiche
verso l’impero spagnolo, nonostante la radicale differenza di pro-
spettive tra l’ebreo sefardita ha-Kohen e l’indio quechua Guaman
Poma. Da Voltaggio a Cadice, dovette intuire quel rischio anche
Francisco de Támara, un maestro di retorica e grammatica con buoni
contatti nell’Europa settentrionale. Quando si accinse a tradurre in
castigliano gli Omnium gentium mores nel 1554, aveva già pubbli-
cato volgarizzamenti di Erasmo (1549), Polidoro Vergilio (1550) e
Johann Carion (1553), tutti autori che, per diverse ragioni, erano
ormai sospetti all’Inquisizione spagnola39. Forse per guadagnarsi
una patente di ortodossia Támara optò per un radicale ribaltamento
del messaggio del trattato di Böhm, allineandone i contenuti alla
retorica ufficiale della corona di Spagna. El libro de las costumbres
de todas las gentes de mundo uscì nel 1556 ad Anversa per i tipi di
Nutius, editore delle precedenti traduzioni di Támara. Si tratta di
una riscrittura così estrema che persino il nome di Böhm vi è taciuto.

38 Esistono quattro manoscritti dell’opera, in cui alla traduzione di Böhm segue


sempre quella di Gómara. Estratti della versione conservata alla Columbia Uni-
versity (New York) sono pubblicati in R.S. Weinberg, Yosef b. Yehoshua ha-Kohen
ve-sifro «Ma iv gebulot ’amim», in «Sinai», LXXII (1973), pp. 333-364.
39 V. Pineda, El arte de traducir en el Renacimiento (la obra de Francisco de

Támara), in «Criticón», LXXIII (1998), pp. 23-35.


118 Indios, cinesi, falsari

Il cambio di toni è netto sin dal «proemio» che sostituisce il prolo-


go dell’originale, con cui tuttavia intrattiene un dialogo sottotraccia.
Támara vi esprime un duro giudizio negativo sulla «tanta diversità
di popoli così differenti, non solo nel colore e nelle sembianze, negli
abiti e negli ornamenti, ma anche nei costumi e la maniera di vivere, i
riti, le cerimonie, le leggi, gli statuti, gli ordinamenti, le sette e le loro
forme di amministrazione e di governo». Aderendo a lessico e osses-
sioni della Spagna della Controriforma, lamenta lo scarso numero di
coloro che nel mondo hanno «civiltà e ordine di vita ragionevole»,
per sottolineare poi «quanti meno siano coloro che seguono il ve-
ro cammino della salvezza, e quanto sia pieno il mondo di barbari
infedeli, malvagi idolatri e uomini perversi». La varietà culturale e
una comparazione dei costumi presentata con distacco e rispetto
diventano così il bersaglio di Támara. Egli oppone loro il primato
del cristianesimo come solo criterio per orientarsi sul piano morale
e con esso la celebrazione della Spagna imperiale che, ai suoi occhi,
incarna i valori più alti a cui un popolo possa pervenire. Ringrazia
perciò la provvidenza per aver voluto «che fossimo del suo gregge
e branco, facendoci cristiani e non infedeli; politici e non barbari;
spagnoli e non mori, né turchi, sudici idolatri»40.
Il rovesciamento della scala di valori si accompagna a un sovver-
timento della struttura interna dell’originale. Se Támara conserva i
due capitoli iniziali del primo libro con le opinioni sull’origine degli
uomini, non dà alcun credito ai «gentili» (divenuti «infedeli» nella
versione castigliana). In base a un ragionamento che non lascia spa-
zio a dubbi, gli spagnoli diventano il primo popolo a essere descritto:
iniziare dagli etiopi, come in Böhm, avrebbe significato, infatti, «se-
guire questi filosofi»; così, «per non far sembrare che accreditiamo
le loro false opinioni», e considerato che «al primo posto in tutto il
mondo quanto al modo di vivere, l’ordine e la ragione si trova ora
la regione dell’Europa, e al suo interno la nostra Spagna è la parte
più eccellente», conclude Támara, «ci è parso giusto seguire questo
ordine e partire da essa». Nel capitolo consacrato alla Spagna si in-
siste sul fatto che vi si trovano riuniti insieme «tutti i buoni costumi
distribuiti nel mondo e qualsiasi buona amministrazione e civiltà che

40 El libro de las costumbres de todas las gentes de mundo y de las Indias, Anvers,

en casa de Martin Nucio, 1556, cc. 2v-5v.


IV. Dalla Baviera alle Ande 119

si dirà esservi nelle diverse parti del mondo», tanto «che è la regione
nel mondo più felice e beata e in cui fiorisce e risplende in modo
speciale il culto divino e l’onore di Dio è rispettato e la sua santa fede
è più viva e senza macchia»41.
Támara forse lesse Münster. In ogni caso, la trasformazione del
trattato di Böhm dalla più aperta enciclopedia di costumi del Rina-
scimento a una serrata difesa della cattolica Spagna poggia sull’in-
troduzione di un’attenzione alla cronologia assente nell’originale.
Támara non si limitò a tradurre, correggere e riscrivere gli Omnium
gentium mores; li attualizzò grazie a un costante confronto fra il pas-
sato e il presente, tracciando la via alle iniziative in parte analoghe di
Francesco Sansovino nella Selva di varia lettione (1560) e François
de Belleforest nell’Histoire universelle du monde (1570)42.
Al mutato rapporto con la storia si collega anche l’altra grande
novità del Libro de las costumbres: l’aggiunta di una Suma y breve
relacion de todas las Indias in fondo al terzo e ultimo libro, dedicato
ora all’Africa (mentre il primo è riservato all’Europa e il secondo
sempre all’Asia, con un nuovo ordine interno, però, che eloquente-
mente vede il capitolo sui cristiani come primo anziché come ulti-
mo). «Avendo parlato finora in quest’opera dei costumi di tutte le
genti di cui si ha notizia e di cui gli autori hanno scritto dall’antichi-
tà fino al nostro tempo, mi sarebbe parso fuori di ragione», spiega
Támara, «se non avessi scritto anche qualcosa sulle Indie e le terre
recentemente trovate e scoperte dai nostri spagnoli, dal momento
che per parlarne non mancano autori né testimoni che lo abbiano
visto e vi siano stati».
Si avverte in quelle parole la cultura dell’umanista avvezzo a leg-
gere libri su scoperte e conquiste, ma anche lo sguardo privilegiato
sulla mondializzazione iberica offerto dai porti dell’Andalusia, con
il loro via vai di uomini, navi e merci in viaggio attraverso gli oceani:

41 Ivi, cc. 10rv e 19r. Rilevava una volontà di compiacere nel capitolo sulla

Spagna già M. Bataillon, Érasme et l’Espagne, a cura di C. Amiel, 3 voll., Droz,


Genève 1991, vol. I, p. 683.
42 Su Sansovino cfr. P. Cherchi, Polimatia di riuso. Mezzo secolo di plagio (1539-

1589), Bulzoni, Roma 1998, pp. 222-223; per Belleforest e le accuse di plagio che gli
furono rivolte cfr. J. Ceard, La nature et les prodiges. L’insolite au XVIe siècle, Droz,
Genève 1996, pp. 279-282. Inoltre, una traduzione inglese del riadattamento di
Támara, limitata ai primi due libri, uscì a Londra nel 1580 con il titolo A Discoverie
of the Countries of Tartaria, Scithia and Cataia.
120 Indios, cinesi, falsari

«si dirà di tutte le Indie e terre che sono state trovate, scoperte e
conquistate dalla gente di Spagna in tutto il Mare del Sud, del Nord
e di Levante, cominciando dalle isole Canarie e da Santo Domingo,
che fu l’inizio e l’ingresso di questa conquista», anticipa Támara,
come passeggiando «per le province e regioni di Yucatan e della
Nuova Spagna, con la conquista di Messico, e poi per la Castiglia
d’Oro e la terra aurea del Perù e lo stretto di Magellano fino alle isole
Molucche e lungo tutta la navigazione che fanno i portoghesi fino
ad arrivare alla fine di tutto quello che si sa e che è scoperto su tutta
la rotondità della terra»43. Ma l’allargamento degli spazi non corri-
sponde un diverso giudizio morale. Al centro resta la provvidenza
che ha affidato all’impero spagnolo la conquista dell’America e dei
suoi abitanti, gli indios, bollati come «barbari», benché si riconosca
loro una graduale evoluzione dopo l’arrivo degli spagnoli. Del resto,
tra le fonti di Támara si trovano i cronisti regi, in primo luogo Ovie-
do (ma forse non Cieza de Leon e Gómara, pure ristampati proprio
da Nutius, ad Anversa, fra 1553 e 1554), e trapela il favore verso
lo sfruttamento della manodopera indigena nel Nuovo Mondo. La
Suma y breve relacion de todas las Indias contiene, infine, una lunga
sezione sui portoghesi in Asia, in cui affiorano segni d’ammirazione,
in particolare per la Cina e il Giappone. Il filo conduttore, tuttavia, è
sempre quello della condanna della varietà culturale del mondo non
cristiano, liquidato come una «Babilonia»44.

5. L’enigma dell’«Yndiario» di Guaman Poma

Dalla Baviera scossa dai primi fermenti della Riforma lutera-


na ai primi successi nelle grandi capitali umanistiche dell’Europa
del Rinascimento (Lione, Friburgo, Anversa, Lovanio, Basilea),
passando per Parigi, Venezia e Londra, dove uscirono le prime
traduzioni in francese, italiano e inglese, fino all’oscuro lavoro di
riscrittura in ebraico compiuto a Voltaggio da Joseph ha-Kohen,

43 El libro de las costumbres cit., c. 249v. Il titolo completo della sezione sulle

Indie è Suma y breve relacion de todas las Indias y tierras nuevamente descubiertas
por gente de España, assi por la parte de Poniente como de Levante, y de las costum-
bres y maneras de vivir de los Indios y moradores dellas.
44 Ivi, c. 349v.
IV. Dalla Baviera alle Ande 121

gli Omnium gentium mores confermavano la loro straordinaria


malleabilità, saldandosi finalmente alla tradizione delle storie che
accoglievano notizie e materiali provenienti dai nuovi mondi con
cui gli europei erano recentemente entrati in contatto. La fiera
intransigenza cattolica di Támara non avrebbe posto problemi a
Guaman Poma. Considerate anche le restrizioni alla circolazione
di opere a stampa nel Nuovo Mondo, l’ipotesi che il trattato di
Böhm fosse letto in Perù nella riscrittura in castigliano di Támara,
arricchita da una sezione sulle Indie, sembra la più ovvia. Eppure,
l’«Yndiario» di «Bantiotonio» non è il Libro de las costumbres, per
ragioni di natura formale – Guaman Poma cita il nome di Böhm,
omesso nell’edizione spagnola –, ma soprattutto per questioni di
contenuto – difficile conciliare la rivendicazione di una monarchia
autoctona portata avanti nella Nueva corónica con l’esaltazione del-
le conquiste imperiali iberiche espressa nella Suma y breve relación
de todas las Indias. Dunque, che versione usò Guaman Poma?
Per rispondere si deve cercare ancora nella lunga serie di meta-
morfosi degli Omnium gentium mores, con un occhio però al conte-
sto dei dibattiti peruviani sull’origine e il passato preispanico degli
indios. Se il Libro de las costumbres fu l’unica edizione spagnola del
trattato di Böhm, occorre anzitutto uscire dalle angustie di tradi-
zioni letterarie modellate sulla centralità identitaria della lingua e
accettare l’idea che gli Omnium gentium mores circolassero nell’A-
merica spagnola in una lingua diversa dal castigliano. Poiché nel
capitolo sulle «coronache pasate» della Nueva corónica si evoca in
modo esplicito la comparazione con i costumi degli «indios naturali
di questo nuovo orbe», l’unica soluzione è che Guaman Poma fac-
cia riferimento, consapevolmente o meno, all’edizione italiana del
trattato di Böhm pubblicata a Venezia nel 1558 da Girolamo Giglio,
che compose e aggiunse alla traduzione di Lucio Fauno un quarto
libro sul Nuovo Mondo45.
Si tratta di un compendio che si limita all’America, il «nuovo
orbe» di Guaman Poma. In minima parte tiene conto anche della
Suma y breve relación de todas las Indias, ma dipende soprattutto dal
volgarizzamento italiano della cronaca di Gómara, eseguito dallo

45 H. Böhm, Gli costumi, le leggi et l’usanze di tutte le genti... aggiuntovi di nuo-

vo gli costumi et l’usanze dell’Indie occidentali, overo Mondo Nuovo, da P. Gironimo


Giglio, Venetia, appresso P. Gironimo Giglio, 1558.
122 Indios, cinesi, falsari

scrittore basco Agustín de Cravaliz e pubblicato a Roma tra 1555 e


1556. La genesi dell’edizione di Giglio rinvia al tentativo di rende-
re il libro competitivo sul mercato veneziano, segnato dalla recente
comparsa del terzo volume delle Navigationi et viaggi (1556) di Ra-
musio, tutto dedicato al Nuovo Mondo ma uscito già vecchio per la
mancata inclusione proprio di Gómara46. Il quarto libro di Giglio si
prestava molto più della Suma di Támara a essere letto in America.
Sottrae, infatti, gli indios a una netta condanna morale e religiosa,
associando piuttosto alla descrizione dei loro costumi e della loro
organizzazione sociale uno spiccato interesse per i dati fisici, i con-
torni delle coste e i nomi di luogo. Che almeno in Perù a circolare
fosse l’edizione italiana di Giglio e non quella spagnola di Támara
lo conferma non Guaman Poma, ma l’autore del passo che egli in
realtà sta citando quando evoca il nome di Böhm. La cosa non deve
sorprendere. Davvero un indio quechua all’inizio del Seicento, per
quanto educato alle lettere castigliane, poteva affrontare un testo di
centinaia di pagine in italiano, dandone un’interpretazione d’insie-
me che permettesse di rivendicare la pari dignità storica degli indios
accanto agli altri popoli del mondo?
Il passo su Böhm nella Nueva corónica è tratto, in realtà, da un al-
tro autore. E questo ci rivela un aspetto decisivo del modo di lavora-
re di Guaman Poma: a contare per lui, più della lettura diretta di una
fonte, è il significato che le si associa nella magra letteratura cui ebbe
davvero accesso. È lo stesso Guaman Poma a metterci sulla strada
giusta, indicando tra «i primi savi storici delle coronache pasate» il
francescano Luis Jerónimo de Oré. Di qualche anno più giovane di
Guaman Poma, Oré era un creolo, ossia un discendente di spagnoli
nato in Perù, figlio di uno dei primi coloni di Huamanga. Cresciuto
a contatto con gli indios al servizio della sua famiglia, Oré parlava le
lingue quechua e aymara e servì spesso come interprete dopo essere
entrato in convento. Divenne uno dei più importanti missionari nel

46 M. Donattini, Spazio e modernità. Libri, carte e isolari nell’età delle scoperte,

Clueb, Bologna 2000, pp. 161-162. Di Giglio uscì, probabilmente postuma, una
Nuova seconda selva di varia lettione (1565), in cui rielaborò una parte dei materiali
del quarto libro aggiunto a Böhm, già plagiato da Sansovino nel 1560. Cfr. Cher-
chi, Polimatia di riuso cit., pp. 224-231; L.L. Westwater, «La nuova seconda selva»
of Girolamo Giglio: A Case of «Riscrittura» in Mid-Sixteenth Century Venice, in
Ricerche sulle selve rinascimentali, a cura di P. Cherchi, Angelo Longo, Ravenna
1999, pp. 43-81.
IV. Dalla Baviera alle Ande 123

mondo andino del tardo Cinquecento, predicando tra gli indios col-
lagua, in un territorio compreso fra Cuzco e Arequipa. Con Guaman
Poma condivise, fra l’altro, l’ammirazione per il mistico domenicano
Luis de Granada, i cui scritti ispirarono a Oré la composizione di un
popolare catechismo trilingue, il Symbolo catholico indiano (1598)47.
Era l’opera di un uomo che avvertiva un forte legame con la terra
in cui era nato e un profondo legame per il passato dei suoi abitanti
originari. La lesse con attenzione Guaman Poma, che fu inevitabil-
mente attratto da un denso capitolo sulle origini e le «condizioni
particolari» degli indios del Perù. Si apre con un plagio delle ri-
ghe iniziali del prologo degli Omnium gentium mores, espunto da
Támara ma non da Giglio, in cui si evoca l’oggetto del trattato («i
costumi, i riti, le leggi, il sito dei luoghi, dove vivono tutte le nazioni
del mondo») e se ne elencano le fonti classiche (Erodoto, Diodoro
Siculo, Beroso, Strabone, Solino, Pompeo Trogo, Tolomeo, Plinio
il Vecchio, Tacito, Dionigi di Alicarnasso, Pomponio Mela, Giulio
Cesare e Flavio Giuseppe) e moderne (Vincent de Beauvais, Enea
Silvio Piccolomini e Marco Antonio Sabellico, Johannes Nauclerus,
Ambrogio Calepio e Niccolò Perotti). A questa lista Oré aggiunge
due cronisti spagnoli del suo tempo, Gonçalo de Illescas e Juan de
Pineda. Infine, in un gioco d’inganni teso a far credere ai lettori che il
brano anteriore sia davvero suo, specifica che, almeno degli scrittori
più antichi, «fece un compendio dottissimo, chiamato Indiario, Ioan
Boemo, Aubano Teutonico».
Qui inizia il passo ripreso alla lettera da Guaman Poma, con tutte
le distorsioni di chi non padroneggia appieno una lingua e cita di
seconda mano, senza aver visto l’originale. Oré riporta senza errori
di grafia i nomi degli autori che Böhm avrebbe compendiato nel
suo «Indiario», forse il titolo con cui era nota in Perù l’edizione
di Giglio. Aggiunge poi che i cronisti spagnoli Gonzalo Fernández
de Oviedo, Agustín de Zarate e Diego Fernández de Palencia sono
«tacciati di mancanza di verifica in alcune cose che scrivono, di cui

47 N.D. Cook, Viviendo en las márgenes del imperio: Luis Jerónimo de Oré y la
exploración del Otro, in «Historica», XXXII (2008), pp. 11-38. Una presentazione
del Symbolo in E. García Ahumada, La catequesis renovadora de fray Luis Jerónimo
de Oré (1554-1630), in X Simposio Internacional de Teología de la Universidad de
Navarra, Servicio de Publicaciones de la Universidad de Navarra, Pamplona 1990,
pp. 925-945.
124 Indios, cinesi, falsari

ora ci sono testimoni di vista e, da ultimo, il padre Ioseph de Acosta


nei libri De natura novi orbis e De procuranda Indorum salute»48.
Se il riferimento al gesuita Acosta può apparire scontato, poiché
entrambe le sue opere, poi date alle stampe in Spagna nel 1588,
furono redatte a Lima e vi abbondano i riferimenti agli indios del
Perù, la presenza del suo nome accanto a quello di Böhm configu-
ra una speciale sensibilità di Oré per la comparazione dei costumi.
Tuttavia, se Böhm e Acosta fecero entrambi ricorso a quel metodo
contribuendo in modo decisivo alla sua diffusione, nelle pagine di
Oré sono contrapposti l’uno all’altro.
Citare il nome di Acosta in un capitolo sugli indios del Perù era
sufficiente a evocare la tripartizione delle popolazioni non cristiane
del mondo che aveva proposto nel prologo del De procuranda In-
dorum salute. Stabilendo una corrispondenza tra grado di cultura
e organizzazione sociale da un lato e predisposizione ad accogliere
il Vangelo dall’altro, aveva suddiviso i «barbari» non europei in tre
classi49. Gli indios del Perù erano inseriti nella seconda classe, con
alcune altre popolazioni americane, e non nella prima, accanto a
cinesi, giapponesi e la maggior parte degli asiatici: la ragione era
che, pur abitando in città e usando i quipu, non avevano un siste-
ma politico avanzato e non usavano la scrittura. Oré, però, non era
convinto da quella gerarchia. Così, invocando il «parere di uomini
dotti» e ricordando di aver più volte compiuto egli stesso quella
«comparazione», replica ad Acosta con una «sentenza come quella
che scrivo ora in favore degli indios, che sembrerà così nuova a chi
non è esperto di storie»: «dopo le nobili nazioni d’Europa, ossia gli
spagnoli, i francesi, gli italiani, i fiamminghi e i tedeschi e altre che
con il battesimo ricevettero l’ordine politico del vivere», scrive, «do-
po i greci e alcune nazioni africane, posso dire che la nazione degli
indios peruviani, di quelli di Cile, Tucuman, Paraguay, del nuovo
regno di Granada, e del Messico, è una delle più nobili, onorate e
pure che vi sono in tutto l’universo mondo».
Questa critica alla tripartizione di Acosta poggia proprio su
Böhm. Lo mostra un lungo catalogo di popoli del mondo, ripro-

48 L.J. de Oré, Symbolo catholico indiano, Lima, por Antonio Ricardo, 1598,

c. 37rv.
49 A. Pagden, La caduta dell’uomo naturale. L’indiano d’America e le origini

dell’etnologia comparata (1982), Einaudi, Torino 1989, pp. 190-255.


IV. Dalla Baviera alle Ande 125

dotto subito dopo da Oré secondo l’esatto ordine dei capitoli del-
la versione originale degli Omnium gentium mores, stravolto da
Támara ma rispettato da Giglio: «chi ne avrà letto i costumi e la
vita», commenta, «vedrà che vi sono molti popoli assai superiori
agli indios in intelletto, civiltà, mondezza dei costumi, osservanza
delle leggi, colore e statura dei corpi e in altre cose», ma anche «al-
trettante nazioni che sono uguali e buone come la nazione degli in-
dios, e altre che essa eccede e supera tanto e più di quanto facciano
gli spagnoli rispetto agli indios»; queste ultime, glossa con parole
eloquenti, «si sarebbero fregiate di aver avuto come principi e re
gli inca legislatori di questo regno, che per loro e il loro disordine,
la loro rusticità e assenza di civiltà sarebbero stati come Solone per
gli ateniesi». Un passo straordinario, che rivela come l’espressio-
ne «indios peruviani» usata poche righe sopra vada intesa solo in
rapporto all’età incaica. Oré, infatti, si getta poi in considerazioni
sulla difficoltà di trovare notizie affidabili sui tempi più remoti
rivolgendosi alla memoria indigena e ai quipu, riassumendo infine
quattro «favole» diffuse «in diverse province», cui riconosce un
lontano fondamento di verità, andato tuttavia perso con il trascor-
rere del tempo50.
Guaman Poma dovette nutrire qualche perplessità circa l’ammi-
razione di Oré esclusivamente per gli inca, ma questo non gli impedì
di cogliere le possibilità aperte dalla comparazione dei costumi di
Böhm per la Nueva corónica. Per quanto derivato da altro autore,
infatti, il riferimento all’«Yndiario» di «Bantiotonio» gli permette
non solo di respingere la tripartizione di Acosta che in fondo giu-
stificava la conquista del Perù da una prospettiva missionaria, ma
soprattutto di restituire piena legittimità ai racconti orali degli indios
su cui si appoggia per offrire una versione alternativa del passato non
solo recente ma anche remoto del Perù. Il punto decisivo, infatti, è
che i nativi delle Ande esprimono da sempre una cultura degna di
essere posta sullo stesso piano di quella degli altri popoli e questo
è garanzia che le storie sulle età preincaiche raccolte dalla bocca di
indios che inca non erano sono vere.
Guaman Poma piega l’immagine di Böhm ricavata da Oré a que-
sti obiettivi. Perciò, lo cita alla lettera fino alle critiche rivolte ai

50 Oré, Symbolo cit., cc. 37v-38r.


126 Indios, cinesi, falsari

cronisti spagnoli, ma poi, anziché proseguire con il passo su Aco-


sta, elenca direttamente i «testimoni di vista» che permettono di
correggere le notizie compendiate da «Bantiotonio». Quei «signori,
principi e principali le cui vite durarono più di duecento anni di
tempo» sono le fonti più autorevoli della Nueva corónica e, in nome
del diritto alla varietà culturale sancito da Böhm, vengono ad essere
considerate al pari delle opere scritte dagli autori spagnoli. Il primo
informatore ricordato, naturalmente, è «Don Martín de Ayala», che
«mangiò con Topa Ynga Ypanqui, Guyana Capac Ynga, Tupa Cuci
Guascar Ynga». Metterne in evidenza la familiarità con gli ultimi
imperatori inca mira a mostrare a Filippo III la totale attendibili-
tà delle testimonianze storiche degli indios non inca, nel frattempo
divenuti suoi sudditi. Anzitutto, suo padre che «morì in tempo di
cristiano, servendo molti anni Sua Maestà in tutte le battaglie come
signore e principe. E poi servì Dio nella sua santa casa dell’ospedale
trent’anni. E terminò la sua vita molto vecchio con cento e cinquanta
anni di età, testimone di vista della storia». Identica qualifica è attri-
buita ad altri sette anziani indios di età compresa fra i duecento e i
settant’anni, tutti a capo delle rispettive comunità51.
Il ricordo degli uomini «che mangiarono con gli inga» significa-
tivamente precede l’enumerazione degli autori spagnoli e delle loro
opere scritte, che si apre con Acosta. Dal cuore delle Ande, grazie al-
la proiezione indietro nel tempo del modello comparativo di Böhm,
si levava così una voce in favore di tutti gli indios del Perù, del loro
passato, anche quello preincaico, e della loro capacità di raccontarne
la storia. Così, il capitolo sulle «coronache pasate» si chiude proprio
con l’orgogliosa rivendicazione del passato andino, benedetto dalla
fede in Cristo: «noi indios siamo cristiani per la redimzione di Ge-
sucristo e di sua madre benedetta Santa Maria, patrona di questo
regno, e per gli apostoli di Gesucristo, San Bartolomeo e Santiago
maggiore, e per la santa croce di Gesucristo, che arrivarono in que-
sto regno prima degli spagnoli». Guaman Poma torna quindi a citare
alla lettera Oré, ripartendo proprio dal passo in cui questi prende le
distanze da Acosta. Ne altera però il finale, scrivendo che la «senten-
za» che ricava dalla «comparazione» tra gli indios e gli altri popoli
del mondo è «in favore e servizio di Dio e di Sua Maestà e bene dei

51 El primer nueva corónica cit., pp. 1088-1089.


IV. Dalla Baviera alle Ande 127

poveri indios e per l’aumento e la conservazione loro e degli antiqui-


simi indios infedeli dalle acque del diluvio e moltiplicazione di Noè,
dal primo indio che Dio piantò in questo mondo nuovo delle Indie».
Come a ricordare l’intreccio unico di passati e di culture su cui si
reggeva la sua storia del mondo, Guaman Poma ricapitola quindi, in
castigliano, le vicende delle cinque generazioni degli indios, dall’età
dei Vari Viracocha Runa fino all’ultimo inca, continuando poi, ora
in lingua quechua, con un elenco commentato dei sovrani spagnoli
e dei loro rappresentanti in Perù, in cui Francisco Pizarro e Diego
de Almagro, al pari di giudici, presidenti e viceré che si erano suc-
ceduti sotto Carlo V, Filippo II e Filippo III, sono presentati come
semplici inviati e ambasciatori della corona, come a ribadire l’idea
che non vi era stata alcuna conquista militare. Da quella visionaria
rilettura storica si passa infine a una confessione personale, intima
e dolorosa, dell’estrema «fatica» compiuta da Guaman Poma per
completare la Nueva corónica. Imperniata sul parallelo tra indios e
spagnoli legittimato dalla possibilità di comparare i costumi diversi
e dal rispetto della varietà culturale alla base del trattato di un uma-
nista e cappellano di Ulm, citato in un’edizione italiana accresciuta
che pure Guaman Poma non lesse mai, la sua originale cronaca era
il frutto di un lungo e drammatico confronto con le culture andine
prive di una tradizione scritta. Per raccogliere informazioni e redi-
gerla erano stati necessari viaggi impervi, in condizioni di estrema
povertà, a volte senza neppure «un grano di mais» da mangiare, altre
volte sfuggendo agli «assalitori».
«Questa fatica si dà a Dio e a Sua Maestà per il rimedio e serbizio
nel mondo a Dio»: gli spiragli aperti dalla comparazione nel Rinasci-
mento potevano trasformare una storia del mondo nella rivendica-
zione di giustizia e dignità da parte di un vinto52. Ma quella speranza
rimase sepolta sotto la polvere che si sarebbe accumulata per secoli
sulle carte del manoscritto cui Guaman Poma l’aveva affidata.

52 Ivi, pp. 1090-1091.


V

STORIE DI SUCCESSO:
POLIGRAFI VENEZIANI
AL SERVIZIO DEL GRANDE PUBBLICO

1. Libri da vendere: le Historie del mondo di Tarcagnota

Ricucire fra loro i passati di popolazioni e culture che per la pri-


ma volta entravano in contatto, o avevano rapporti stabili, ma spesso
tutt’altro che pacifici, fu un’esigenza diffusa nell’età delle esplorazio-
ni. Forme del racconto già elaborate nell’Europa del Rinascimento
furono riprese per adattarvi frammenti di informazioni e materiali
delle più varie origini. S’inaugurò così una tradizione di storie del
mondo che non si limitavano ad aggiungere brevi sezioni alle vecchie
storie universali medievali e umanistiche, caratterizzate da una netta
distinzione fra la parabola della storia greco-romana e giudaico-cri-
stiana da un lato e il resto del mondo dall’altro. Dal Messico al Perù
passando per Lisbona e le isole Molucche, emersero nuovi modi di
scrivere la storia, frutto di singolari incontri fra i modelli sottesi a
opere o trattati recenti, come le Antiquitates di Annio da Viterbo,
le Navigationi et viaggi di Ramusio o gli Omnium gentium mores di
Hans Böhm, e le esigenze poste da specifici contesti o condizioni di
vita in cui si trovarono a scrivere gli autori ai quali proprio quelle
opere o quei trattati permisero di pensare il mondo come un oggetto
unitario e di raccontarne la storia.
Un modello diffusionista che poggiava su genealogie inventate re-
se possibile al francescano Motolinía immaginare le antichità dell’A-
merica precolombiana secondo lo schema impiegato per le epoche
precedenti all’età dei greci e dei romani. La visione della storia uma-
V. Storie di successo 129

na come mobilità costante di uomini e merci consentì al portoghese


Galvão di ribaltare la prospettiva degli imperi iberici, facendone gli
ultimi di una lunga sequela di poteri che avevano già colonizzato il
mondo prima di loro, dall’antica Cina in avanti. L’idea che tutte le
tradizioni culturali avessero una dignità e potessero essere messe su
un unico piano per essere poi comparate fu recuperata in direzioni
opposte: dal ribaltamento dell’umanista spagnolo Támara, per riaf-
fermare che al centro della storia vi erano il cristianesimo e gli spa-
gnoli che contribuivano alla sua propagazione nel mondo, alla riap-
propriazione dell’indio Guaman Poma, per rivendicare con orgoglio
la grandezza del passato andino cancellato da violenti conquistatori
che pretendevano di agire proprio in nome della fede in Cristo.
Dietro a una storia del mondo potevano celarsi diversi obietti-
vi: rendere decifrabili ai lettori europei tracce e memorie di società
ormai scomparse; ridefinire l’immagine degli equilibri mondiali sul
lungo periodo, con uno sforzo in cui si confondevano esperienze
e delusioni individuali, o sofferenze inflitte a popolazioni sconfitte
e assoggettate a nuovi dominatori. Prima che, tra la fine del Cin-
quecento e l’inizio del Seicento, il conflitto religioso consolidasse le
frontiere erette tra cattolici e protestanti, mentre le potenze imperiali
europee in competizione sottoponevano le scritture storiche a con-
trolli sempre più severi, per trasformarle in un’arma al loro servizio,
le storie del mondo rivelarono tutta la loro creatività.
Accanto ai tentativi più sperimentali di Motolinía, Galvão o
Guaman Poma emerse un’altra variante, in apparenza meno com-
plessa e preoccupata dal problema di connettere fra loro passati
distinti e distanti per millenni. Il successo delle storie del mondo
scritte per il grande pubblico nell’Europa del Rinascimento dimo-
stra come l’interesse per questa nuova letteratura, in cui si rifletteva
una percezione dei cambiamenti introdotti dalla mondializzazio-
ne iberica, fosse tutt’altro che circoscritto. Così, se molti dei suoi
esempi più originali restarono allo stadio di manoscritti o furono
stampati in edizioni di poco pregio e diffusione limitata, vi fu invece
un tipo di storie del mondo più divulgativo che affollò il mercato
dei libri di maggior consumo nella seconda metà del Cinquecento.
Quei volumi in lingua volgare furono spesso progettati a tavolino
nelle botteghe di tipografi impegnati a comporre cataloghi capaci di
incontrare i gusti in continua evoluzione di lettori abituati a una cir-
colazione di notizie sempre più intensa, che favoriva l’allargamento
130 Indios, cinesi, falsari

di orizzonti spaziali del loro tempo, con tutto il carico di meraviglia


e inquietudine che recava con sé1.
A chi entrava in una libreria di una grande città europea poteva
capitare allora di imbattersi in una vasta offerta di queste storie del
mondo di autori oggi per lo più dimenticati, scritte compilando infor-
mazioni di seconda mano, estratte generalmente da volgarizzamenti
di opere greche e latine, da vecchie storie universali, da cronache di
città o di monarchie, ma anche da relazioni di viaggio e resoconti di
vario genere, freschi di stampa quando non addirittura inediti. In un
primo momento quelle opere, più o meno riuscite, si misurarono con
l’intera durata della storia umana, ma la fame di novità dei lettori le
spinse a inseguire sempre più il presente, trasformandosi in rapide
sistemazioni degli eventi principali avvenuti nel mondo negli anni
precedenti alla pubblicazione. Se è difficile considerarle ricostruzioni
meditate e attendibili, la celerità con cui erano messe sul mercato le
rese un prodotto che, accanto alle notizie propagate da «avvisi» e
fogli volanti e alle conversazioni scambiate in piazza o nei retrobot-
tega, contribuì alla nascita di una forma pur embrionale di opinione
pubblica che si registrava allora nei maggiori centri urbani2.
Non sorprende che un prodotto così legato al mercato dei libri,
ma anche alle novità e alla possibilità di raccontarle e commentar-
le, abbia visto la luce a Venezia, uno dei grandi centri dell’editoria
europea del tempo e un luogo di raccolta di voci e informazioni,
posto all’incrocio fra il bacino mediterraneo, il mondo germanico e
la penisola balcanica. Il coinvolgimento dei suoi mercanti nei traffici
a lunga distanza e il fatto che, al contempo, la città non fosse soggetta
a un potere con possedimenti imperiali oltre oceano, ma guidasse una
repubblica marittima ormai priva di risorse sufficienti per proiettarsi
oltre l’Adriatico e il Mediterraneo orientale, agevolavano la circola-
zione e pubblicazione di scritture, mappe e notizie sui nuovi mondi3.

1 A. Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi

(2014), Einaudi, Torino 2015.


2 M. Infelise, Prima dei giornali. Alle origini della pubblica informazione (secoli

XVI e XVII), Laterza, Roma-Bari 2002.


3 Gli studi si concentrano soprattutto sull’America. Cfr. F. Ambrosini, Paesi

e mari ignoti. America e colonialismo europeo nella cultura veneziana (secoli XVI-
XVII), Deputazione di storia patria per le Venezie, Venezia 1982; e i due volumi
a cura di A. Caracciolo Aricò, L’impatto della scoperta dell’America nella cultura
veneziana, Bulzoni, Roma 1990, e Il letterato tra miti e realtà del Nuovo Mondo:
Venezia, il mondo iberico e l’Italia, Bulzoni, Roma 1994.
V. Storie di successo 131

A inaugurare un nuovo filone di opere storiche furono le Historie del


mondo pubblicate nel 1562 a Venezia da Michele Tramezzino.
Ideatore e autore delle prime due parti di questo monumentale
compendio in più volumi fu Giovanni Tarcagnota. Figlio di greci
della Morea emigrati a Gaeta per sfuggire all’avanzata dell’impe-
ro ottomano, Tarcagnota era nipote di un famoso poeta, Michele
Marullo. Il composito profilo di Tarcagnota, un umanista con la
passione per le antichità e un attivo traduttore, è reso ancor più
intrigante dal suo ricorso frequente a pseudonimi di fantasia, come
Lucio Fauno e Lucio Mauro, ma anche al nome del grande architetto
rinascimentale Andrea Palladio4. La figura di Tarcagnota incarna
l’intreccio di interessi per l’antiquaria, la storiografia e i paesi remoti
che distinse alcuni dei più affermati stampatori veneziani. La scelta
delle botteghe con cui collaborò dipese dagli incontri e dai conflitti
che lo accompagnarono durante la sua vita.
Per i tipi dei fratelli Tramezzino, che erano attivi anche a Roma e,
alla metà del Cinquecento, esibivano un ricco catalogo in cui abbon-
davano le edizioni di opere letterarie, storiche e giuridiche, Tarca-
gnota pubblicò tutti i suoi primi lavori: fra gli altri, il fortunatissimo
trattato di topografia Delle antichità di Roma (1548), e prima ancora
i volgarizzamenti dei maggiori scritti di Flavio Biondo, dall’Italia illu-
strata (1542) alle Historie (1543), del trattato sui costumi dei popoli
del mondo di Böhm (1542), ma anche di scritti di Plutarco, Svetonio,
Galeno e Marsilio Ficino5. In seguito, passò a pubblicare i suoi volu-
mi presso Giordano Ziletti: in particolare, le traduzioni dal castiglia-
no della Selva di varia lettione di Pedro Mexía (1556) e soprattutto
della seconda parte dell’Historia general de las Indias di Francisco
López de Gómara (1566): quest’ultima uscì come «terza parte» di
una serie, perché si affiancò, nel catalogo di Ziletti, a due precedenti
volumi (1557) corrispondenti alla prima parte delle cronache, rispet-
tivamente, di Pedro Cieza de León e dello stesso Gómara (peraltro,
ne circolavano già altri volgarizzamenti ed edizioni, apparsi tra Roma
e Venezia dalla metà degli anni cinquanta in avanti)6.

4 Seguo qui e oltre G. Tallini, Nuove coordinate biografiche per Giovanni Tarca-

gnota da Gaeta (1508-1566), in «Italianistica», XLII (2013), pp. 105-125.


5 Id., Tradizione familiare e politiche editoriali nella produzione a stampa dei Tra-

mezino editori a Venezia (1536-1592), in «Studi Veneziani», LX (2010), pp. 53-78.


6 Agustín de Cravaliz eseguì l’unica traduzione esistente di Cieza de León e il
132 Indios, cinesi, falsari

Tarcagnota interruppe i rapporti con i Tramezzino nella seconda


metà degli anni quaranta, forse a causa di contrasti e rivalità interne
ai collaboratori della stamperia. Si chiuse così un sodalizio recente ma
intenso, che risaliva al 1542, quando Tarcagnota si era stabilito a Ve-
nezia, entrando subito a far parte del gruppo di letterati che frequen-
tavano la bottega dei Tramezzino e intervenivano a vario titolo nella
loro impresa editoriale, da Paolo Manuzio, figlio del celebre Aldo,
al dragomanno Michele Membré, fino a Onofrio Panvino, Antonio
Massa, Bartolomeo Dionigi da Fano, Mambrino Roseo da Fabriano,
Donato Giannotti e Francesco Venturi. Grazie a quel canale Tarca-
gnota aveva avuto accesso alle accademie veneziane e, in particolare,
alle riunioni serali in casa di Domenico Venier: si ascoltavano compo-
nimenti musicali e letterari e vi prendevano parte, fra gli altri, Pietro
Aretino, Pietro Bembo, Ludovico Dolce e il pittore Tiziano Vecellio.
Il passaggio di Tarcagnota a Venezia era stato mediato dai suoi prece-
denti rapporti con i circoli di letterati, architetti e antiquari che, negli
anni del pontificato di Paolo III (1535-1549), si riunivano a Roma in-
torno ai rampolli della famiglia Farnese, alla quale i Tramezzino erano
legati. Era stato Galeazzo Florimonte a introdurre in quegli ambienti
Tarcagnota, entrato al suo servizio ventenne, nel 1538, quando il fu-
turo vescovo di Aquino era ancora in contatto, tramite Marcantonio
Flaminio, con l’ambiente ereticale dei riformatori napoletani segnato
dal magistero spirituale di Juan de Valdés7.
Tarcagnota avrebbe lasciato Venezia già nel 1548, tornando a
stabilirsi a Roma, dove riprese a frequentare i circoli farnesiani e,
in particolare, l’Accademia Vitruviana. Nei primi anni cinquanta si
muoveva tra Roma, la natia Gaeta e Napoli. Qui risiedeva quando

primo volgarizzamento completo di Gómara, usciti a Roma tra 1555 e 1556 per i tipi
dei fratelli Dorici. Non è dimostrabile l’attribuzione a Lucio Mauro della versione
della prima parte della cronaca di Gómara pubblicata nel 1557 da Andrea Arrivabe-
ne e subito ristampata da Ziletti, sostenuta invece da D. Ferro, Traduzioni di opere
spagnole sulla scoperta dell’America nell’editoria veneziana del Cinquecento, in L’im-
patto della scoperta americana cit., p. 100. Per un quadro delle fonti di informazione
sul Nuovo Mondo nell’Italia del tempo cfr. R. Romeo, Le scoperte americane nella
coscienza italiana del Cinquecento (1954), Laterza, Roma-Bari 19893, pp. 65-74.
7 Sulla figura di Florimonte cfr. la voce che gli dedica F. Pignatti in Diziona-

rio biografico degli italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1960-, vol.
XLVIII, pp. 354-356. Per un quadro generale cfr. M. Firpo, Juan de Valdés e la
Riforma nell’Italia del Cinquecento, Laterza, Roma-Bari 2016.
V. Storie di successo 133

uscirono le sue Historie del mondo. Si era, infatti, legato al segretario


di stato del viceregno Juan de Soto, cui va probabilmente ricondotto
l’impegno nei volgarizzamenti di Mexía e Gómara. Il profilo di un
letterato prolifico e versatile come Tarcagnota fu tutt’altro che in-
consueto nel Rinascimento. Fu anzi un esponente tipico del mondo
variegato e affascinante dei poligrafi, come si è soliti indicare gli
autori di opere in volgare costruite in larga misura sul riuso, la riscrit-
tura o la riduzione di passi e testi altrui, e destinate a soddisfare la
domanda non della ristretta élite dei lettori eruditi, ma del pubblico
più esteso dei ceti agiati rappresentati da ufficiali, uomini di legge,
medici, speziali, mercanti, che leggevano per diletto, per desiderio
d’informazione o per edificazione personale.
Le continue ristampe e nuove edizioni aggiornate dei volumi pro-
dotti dai poligrafi attestano la grande popolarità di questa letteratura
dagli argomenti più svariati, che non mancò di annoverare originali
sillogi in grado di condensare una pluralità di messaggi e significati.
Fu il caso dell’Alcorano di Macometto, pubblicato a Venezia da An-
drea Arrivabene nel 1547, il quale, oltre a contenere il primo volga-
rizzamento del Corano, eseguito su una precedente versione latina da
Giovanni Battista Castrodardo, espresse le aspirazioni di un’alleanza
tra la Francia e l’impero ottomano in chiave anti-asburgica diffuse in
ambienti veneziani percorsi da fermenti ereticali8. Professionisti della
scrittura, tra i maggiori poligrafi attivi a Venezia alla metà del Cin-
quecento intorno ai principali tipografi figurano nomi come Anton
Francesco Doni, Niccolò Franco, Ortensio Lando, oltre ai già ricor-
dati Aretino e Dolce. I loro scritti permettono di esplorare aspetti
sfuggenti della sensibilità dell’epoca, individuando precise modalità
di produzione e di fruizione della letteratura di consumo9.
I libri di storia, variamente intesa, occuparono un posto di primo

8 P.M. Tommasino, L’Alcorano di Macometto. Storia di un libro del Cinquecento

europeo, il Mulino, Bologna 2013.


9 P. Grendler, Critics of the Italian World, 1530-1560: Anton Francesco Doni,

Nicolò Franco & Ortensio Lando, The University of Wisconsin Press, Madison-
London 1969; A. Quondam, La letteratura in tipografia, in Letteratura italiana, a
cura di A. Asor Rosa, 17 voll., Einaudi, Torino 1982-2000, vol. II, pp. 555-686; C.
Di Filippo Bareggi, Il mestiere di scrivere. Lavoro intellettuale e mercato librario a
Venezia nel Cinquecento, Bulzoni, Roma 1988; P. Procaccioli, Nota introduttiva
(alla sezione «I poligrafi»), in Dissonanze concordi. Temi, questioni e personaggi
intorno ad Anton Francesco Doni, a cura di G. Rizzarelli, il Mulino, Bologna 2013,
pp. 217-227.
134 Indios, cinesi, falsari

piano in questa letteratura10. Così, in un clima segnato dall’uscita


della raccolta di Ramusio e dai volgarizzamenti di numerose crona-
che e opere di storia e geografia sui mondi non europei, fu da una
vivace bottega tipografica veneziana, attenta alle evoluzioni delle
correnti letterarie e agli orientamenti del mercato editoriale, che uscì
la nuova proposta rappresentata dalle storie del mondo. L’iniziativa
di Michele Tramezzino s’inserì nel contesto di forte sperimentalismo
che accompagnò altri tentativi coevi. Fu il caso dei tre volumi delle
Lettere di principi, pubblicati da Ziletti fra 1562 e 1577, che segna-
rono la trasformazione di un epistolario in un’opera di storia capace
di andare oltre i confini dell’Europa. Curatore del primo volume fu
il poligrafo Girolamo Ruscelli, che già in passato aveva aggiornato
raccolte simili con materiale geografico inedito11. La selezione delle
lettere in base all’argomento non mirava più a proporre modelli di
buona prosa epistolare, bensì, come spiega lo stesso Ruscelli, a offri-
re documenti utili per «scriver d’historie di questi tempi»12.
La raccolta delle Lettere di principi copre il periodo che va dalla
seconda metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento. Presta
attenzione soprattutto alla storia recente della penisola italiana, se-
gnata da guerre e invasioni. Ma come la Storia d’Italia di Francesco
Guicciardini, la cui prima edizione era appena uscita nel 1561, dirige
lo sguardo anche ai grandi cambiamenti avvenuti in quel periodo nei
rapporti tra l’Europa e il mondo, che avevano pur sempre una «qual-
che connessità con le cose italiane»13. In particolare, il volume cu-
rato da Ruscelli dà spazio in prevalenza a fonti relative alle potenze
islamiche che incidevano sugli equilibri politici mediterranei, come
gli stati nordafricani, l’impero ottomano e quello safavide in Persia,
ma non mancano lettere sull’America, come quella, famosa, invia-
ta dal cronista spagnolo Gonzalo Fernández de Oviedo a Bembo,
ormai cardinale, nel 1543, peraltro già inclusa da Giovanni Battista

10 P. Cherchi, Polimatia di riuso. Mezzo secolo di plagio (1539-1589), Bulzoni,

Roma 1998, pp. 186-188.


11 L. Braida, Libri di lettere. Le raccolte epistolari del Cinquecento tra inquietu-

dini religiose e «buon volgare», Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 155-158.


12 Ead., Ruscelli e le «Lettere di principi»: da libro di lettere a libro di storia, in

Girolamo Ruscelli. Dall’accademia alla corte alla tipografia, a cura di P. Marini e P.


Procaccioli, 2 voll., Vecchiarelli, Manziana (Roma) 2012, vol. II, pp. 605-634.
13 F. Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di S. Seidel Menchi, 3 voll., Einaudi,

Torino 1971, vol. I, p. 589.


V. Storie di successo 135

Ramusio nel terzo volume delle Navigationi et viaggi (1556). L’ope-


razione editoriale di Ruscelli risentiva dell’attrazione per la centralità
che sempre più stava acquistando la corrispondenza come forma
di comunicazione. Lo conferma un avvertimento dello stampatore
Ziletti che richiama l’attenzione dei lettori sul «modo che tengono»
gli autori delle lettere «a scriversi fra loro». Vi si esprime la convin-
zione che proprio le lettere fossero ormai una fonte privilegiata «per
la cognition delle historie che si trovan in esso, molto per aventura,
più vere et più chiare che non sono nel Giovio, nel Guicciardino et
in altri molti scrittori de tempi nostri»14.
Le parole finali avevano l’obiettivo di rendere più appetibile il vo-
lume, secondo una strategia mirata a contendere una fetta di mercato
alle più recenti opere storiche. Vedremo come proprio le Historiae sui
temporis (1550-1552) dell’umanista Paolo Giovio, subito tradotte in
italiano da Ludovico Domenichi (1551-1553), nonché oggetto di nu-
merose ristampe, abbiano costituito un probabile stimolo all’impresa
avviata da Tarcagnota. Le Historie del mondo, come detto, uscirono
dai torchi di Michele Tramezzino nel 1562, lo stesso anno del volume
delle Lettere curato da Ruscelli, che peraltro aveva da poco annotato
proprio un’edizione veneziana (1560) del volgarizzamento di Giovio.

2. Il mondo di Giovio tra storie e curiosità

La pubblicazione delle Historie del mondo fu l’ultimo atto della


collaborazione fra Tarcagnota e i fratelli Tramezzino. Fu un successo
editoriale che fece la fortuna della stamperia nei difficili anni a veni-
re. In ogni caso, il progetto originario risaliva indietro nel tempo ed
era stato probabilmente discusso in dettaglio nel circuito della bot-
tega tipografica. L’idea doveva essere stata subito quella di compilare
una vasta sintesi storica, capace di liberare i lettori «dalla lunga e
tediosa fatica e lunghezza di tempo, per le quali sariano stati sforzati
di passare, quando li fosse stato necessario leggere i molti libri d’hi-
storie da tanti e tanti scrittori diffusamente composti»15. La forma

14 L’avvertimento di Ziletti si legge nella ristampa del 1564 del primo volume

delle Lettere di principi. Cfr. Braida, Ruscelli cit., p. 624.


15 Così si esprime lo stampatore Giorgio Varisco presentando la nuova edizione

dell’opera nel 1610.


136 Indios, cinesi, falsari

definitiva dell’opera risentì delle circostanze in cui fu composta, ma


specie per le parti riguardanti le epoche più recenti va considerata
anche la possibile influenza dei nuovi titoli che uscivano a ritmo
continuo durante gli anni cinquanta.
Nel 1554 Metello Tarcagnota scrisse una lettera a Cosimo I de’ Me-
dici, duca di Firenze, per ricordargli che suo padre Giovanni, allora a
Gaeta, «aveva preso a scrivere una historia nella lingua nostra di tutte
le cose che fu del mondo e la dedica, anzi la scrive, a vostro signore
illustrissimo». Oltre che per informarlo che la prima parte era «già
in Vinegia alla stampa», si rivolgeva al duca soprattutto per invocare
un sostegno economico, necessario per proseguire la seconda parte,
cui suo padre stava «ponendo hor mano»16. Forse quell’aiuto non
arrivò. In ogni caso, fra le ragioni del lungo tempo trascorso fra quella
lettera e l’effettiva pubblicazione delle Historie del mondo vi furono
sicuramente le difficoltà attraversate in quegli anni da Tarcagnota. In
seguito avrebbe obiettato ai suoi detrattori che si lamentavano della
brevità della seconda parte dell’opera che se «sapessero le cagioni che
hanno questa seconda parte affrettata e come fare altramente non si
ha potuto, forse che loda anzi che biasimo me ne darebbono»17. A
quanto pare, dunque, vi fu un’interruzione nella scrittura. Dovet-
te seguire poi un’accelerazione finale, forse dietro pressione dello
stampatore. Mettere insieme il denaro per un’impresa simile non era
facile, anche se tra i finanziatori vi fu con ogni probabilità Cosimo I,
dedicatario dell’opera. Ansioso di trarre il massimo profitto dal suo
investimento, nel frattempo Michele Tramezzino affidò la stesura di
una terza parte che arrivasse fino al presente e rendesse così aggior-
nate, e più appetibili, le Historie del mondo a Mambrino Roseo, un
altro poligrafo che da tempo collaborava con la sua bottega, anzitutto
come volgarizzatore di romanzi cavallereschi spagnoli.
Alla fine uscirono in una pregevole edizione in quarto, accom-
pagnate da una sfilza di privilegi di stampa emessi dal papa, dall’im-
peratore, dal re di Francia, dal doge di Venezia e, naturalmente, dal
duca di Firenze, che descrivono l’opera come una «storia universale

16 La lettera si può leggere integralmente in Tallini, Nuove coordinate biografi-

che cit., pp. 121-122.


17 G. Tarcagnota, Delle historie del mondo. Lequali con tutta quella particolarità,

che bisogna, contengono quanto dal principio del mondo fino a tempi nostri è succes-
so..., Venetia, per Michele Tramezzino, 1562, pt. II, c. 511r.
V. Storie di successo 137

dal principio del mondo fino a oggi». L’espressione non deve in-
gannare. Le Historie del mondo rivendicano la propria novità sin
dal titolo e non possono essere ridotte a un semplice rilancio del
vecchio modello delle storie universali com’era stato praticato fino
a Marco Antonio Sabellico e Raffaele Maffei, due umanisti vissuti a
cavallo tra Quattro e Cinquecento. Come loro, anche Tarcagnota era
un umanista e un conoscitore delle lingue classiche, ma la novità dei
suoi volumi non si esaurisce nella sola scelta di scrivere in volgare. Lo
chiarisce, anzi, da subito, rivolgendosi al duca di Firenze: nessuno
aveva ancora proposto un modello di storia simile al suo, «fuori che
alcuni pochi moderni nella lingua latina»18.
L’accenno finale di questa orgogliosa rivendicazione, forse con-
cordata con Tramezzino e certo aggiunta poco prima della stampa,
sembra alludere alle già citate Historiae di Giovio, dedicate anch’esse
a Cosimo I. Con quell’opera di successo, che copriva gli anni 1494-
1547, le Historie del mondo entravano in concorrenza, soprattutto
per la scelta di arrivare fino al presente grazie all’«aggiunta» di Ro-
seo. Attratto dai tempi più antichi, non è detto che Tarcagnota abbia
condiviso fino in fondo quell’iniziativa. Del resto, in una produzione
letteraria spesso poco attenta alla paternità dei testi come quella dei
poligrafi, il frontespizio della terza parte non lascia dubbi sul fatto che
l’unico responsabile fosse Roseo. Che cos’era, dunque, che avrebbe
potuto spingere Tarcagnota a considerare Giovio un modello? Non
certo l’invenzione della storia contemporanea, cui quest’ultimo aveva
dato un contributo decisivo. Era piuttosto l’allargamento degli oriz-
zonti geografici delle Historiae, che andavano oltre la penisola italia-
na, per abbracciare tutta l’Europa e il Mediterraneo, spingendosi fino
alle regioni occupate allora dall’impero turco e da quello persiano. Al
loro esempio non poteva non guardare chi si fosse messo a scrivere
una storia del mondo in Italia poco oltre la metà del Cinquecento19.
Eppure, proprio sul metro della proiezione spaziale del racconto
storico, più che su quello del diverso arco cronologico considerato,

18 Ivi, cc. aiijr e 1v, rispettivamente.


19 È questa «la vera e maggiore novità» delle Historiae, secondo F. Chabod,
Scritti sul Rinascimento, Einaudi, Torino 1967, p. 266, che rileva come nelle pagine
di Giovio su «popoli ed eventi sino a lui trascurati o, almeno, tenuti in second’or-
dine», «s’avverte un soffio diverso che giunge da lidi lontani e sinora rimasti sostan-
zialmente estranei alle preoccupazioni dei nostri scrittori».
138 Indios, cinesi, falsari

si misura lo scarto fra Tarcagnota e Giovio. Lungi dall’essere uno


«storico del mondo», infatti, quest’ultimo si limita a integrare in mo-
do organico nel panorama europeo delle Historiae solo quella parte
delle terre islamiche con cui più spesso gli europei interagivano. Fu
una novità importante, certo, ma configura il rapporto tra Giovio
e le storie del mondo rinascimentali come un incontro mancato20.
Tanto più che le Historiae si aprono con un proclama della centralità
della guerra proprio in nome della sua recente mondializzazione.
Dopo la calata dell’esercito francese di Carlo VIII nel 1494, che
aveva posto fine alla pace di cui aveva goduto per mezzo secolo la
penisola italiana, scrive Giovio nella prima pagina della sua opera, la
guerra «in spatio di pochi anni travagliò non pure tutta l’Europa, ma
le lontane parti ancora dell’Asia et dell’Africa, volgendo sottosopra
in ogni luogo o ruinando gli imperi delle chiarissime nazioni». Era
una così «fatal pestilenza» che, quasi fosse il solo motore della storia,
attraversò «ciò che è bagnato dal mare oceano et ci scoperse i po-
poli che prima erano incogniti, a quali né il valor romano, né alcune
lettere de gli antichi erano arrivate». È un passo di grande efficacia,
che intreccia in poche righe diversi piani e continenti in riferimento
a un fenomeno globale come la guerra. Giovio può così concludere
che, nei «cinquanta anni» di cui trattano le Historiae, «Marte et For-
tuna pare che non habbiano lasciato libera parte alcuna del mondo
afflitto da tante ruine, perciò che ciascuna remotissima provincia dal
Levante al Ponente insino ancora a poco dianzi favolosi antipodi,
tocca dalla guerra, si bagnò del suo proprio e dell’altrui sangue»21.
Quell’immagine tragica riflette lo sguardo dolente di un grande
umanista che, al servizio dei Medici tra Firenze e Roma, aveva vis-
suto in prima persona le guerre d’Italia, prima di passare sotto la
protezione dei Farnese negli anni trenta, quando forse il giovane Tar-
cagnota poté incontrarlo. Tuttavia, le Historiae di Giovio seguono
poi un filo narrativo che non abbandona mai l’Europa, il Mediter-
raneo e il Medio Oriente, se non per digressioni che restano sempre

20 T.C. Price Zimmermann, Paolo Giovio. Uno storico e la crisi italiana del XVI
secolo (1995), Polyhistor, Lecco 2012, pp. 50-52. Al contrario, s’insiste sull’etichetta
di «world historian» per Giovio in E. Cochrane, Historians and Historiography in
the Italian Renaissance, University of Chicago Press, Chicago 1981, p. 377.
21 P. Giovio, Historie del suo tempo..., per Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1551-

1553, pt. I, pp. 1-2 (traduzione di Ludovico Domenichi).


V. Storie di successo 139

circoscritte, anche quando affrontano eventi che ebbero un forte


impatto, come, ad esempio, la «pazza navigatione» grazie alla quale i
portoghesi «ottennero l’imperio del Mare Indiano»22. Quegli inserti
di lunghezza variabile mostrano come Giovio avesse una profon-
da conoscenza dei grandiosi processi su scala globale che avevano
segnato l’epoca di cui si occupa, che gli derivava soprattutto dagli
anni trascorsi in curia, dove affluivano notizie e materiali da tutto il
mondo. Tuttavia, non si spinge a trasporli sul piano della storia, a
inglobarli nel racconto dei principali eventi del suo tempo. Li tratta
piuttosto come «curiosità», tanto che spesso è l’incontro in apparen-
za casuale con un oggetto insolito e bizzarro ad aprire una finestra
inaspettata nelle Historiae sulle regioni più lontane dall’Europa.
Nell’unico caso in cui Giovio parla della Cina, in un breve passag-
gio inserito in pagine che affrontano lo scontro fra turchi e persiani
all’inizio del Cinquecento, menziona i racconti dei «mercatanti por-
tughesi» sul Catai e la città di Canton, per poi affermare che l’im-
peratore cinese «è signore d’infiniti popoli per terra et per mare, et
è fornito di così gran dovitia di tutte le cose (percioché e’ mantiene
innumerabile essercito) che i re d’Europa messi insieme non gli pos-
sono esser pari». Al centro della narrazione, comunque, si trova un
«volume» offerto in dono dal re Emanuele I di Portogallo a papa
Leone X, con «historie et cerimonie di cose sacre, i cui lunghissimi
fogli si piegano in quadro dalla parte di dentro». La consultazione di
quel codice non indusse Giovio a usarlo come fonte (magari tramite
un interprete). Nelle Historiae lo considera solo come un oggetto che
gli permette, al più, di contribuire alla diffusione del mito rinascimen-
tale di un’origine cinese della stampa in Europa: «di qui facilmente io
credo che gli essempi di quella arte, prima che i portughesi passassero
nell’India, siano arrivati a noi per mezzo de’ tartari et moscoviti»23.
Lo stesso accade anche nel più lungo brano dedicato al Nuo-
vo Mondo. Un processo eccezionale come la scoperta e conquista
dell’America non è parte integrante del racconto storico di Giovio.
Forma una digressione innescata da un cenno all’importanza delle
miniere d’oro del Perù per le guerre in Europa, ma imperniata, di
nuovo, sull’improvviso incontro con una rarità, di cui si dà conto

22 Ivi, p. 424.
23 Ivi, p. 585.
140 Indios, cinesi, falsari

nelle pagine conclusive del libro XXXIV, composto verso la fine


degli anni trenta. Contiene la storia dei delicati avvenimenti occor-
si nel 1535, segnati dalla presa di Algeri (fu perciò sottoposto alla
preventiva censura di Carlo V in persona)24. Gli indios del Messico,
vi si legge, «imparano le nostre lettere, havendo poste da parte le
figure hierogliphice, con le quali solevano scrivere historie et con
diverse pitture far memoria de i re loro». Viene portato ad esempio
«un volume di queste historie fatto di fogli tutti interi, ma piegati
indentro et coperto d’un cuoio indanaiato», che fu regalato a Giovio
dal segretario imperiale Francisco de los Cobos25. Come nel caso del
«volume» cinese, anche qui un prezioso codice messicano è trattato
alla stregua di una mera curiosità.
Le notevoli pagine sull’America, in cui Giovio tocca in rapida
successione il viaggio di Colombo, la conquista di Cortés (con la
Cina sullo sfondo), le imprese di Vasco Núñez de Balboa, Diego de
Almagro e i fratelli Pizzarro, e infine la circumnavigazione del glo-
bo di Magellano, dipendono solo da cronache e resoconti europei,
anche quando mettono a confronto le credenze escatologiche dei
nativi messicani con «la disciplina et superstitione de druidi, i quali a
tempi antichissimi erano in grande auttorità in Francia et parimente
in Inghilterra»26. Quello di Giovio resta un brillante excursus su una
materia esotica, che aumentava il valore delle sue Historiae agli occhi
dei lettori. Lo stesso si può dire per la ricercata sezione sull’Etiopia:
in questo caso Giovio può contare anche su una rara versione mano-
scritta dei «commentari» del portoghese Francisco Álvares, la prima
descrizione diretta di un europeo che raccontava addirittura di aver
visitato di persona il leggendario Prete Gianni27.
Che i riferimenti al Nuovo Mondo, e per estensione alle altre regio-
ni più distanti dall’Europa, siano solo digressioni eccentriche rispetto
alla narrazione generale lo confermano proprio le righe finali del libro
XXXIV, quello in cui si cita il codice messicano avuto in dono da

24 T.C. Price Zimmermann, The Publication of Paolo Giovio’s «Histories»: Char-

les V and the Revision of Book XXXIV, in «La bibliofilia», LXXIV (1972), pp.
49-90.
25 Giovio, Historie del suo tempo cit., pt. II, p. 553.
26 Ivi, p. 552.
27 Ivi, pt. I, pp. 802-815. Cfr. S. Tedeschi, Paolo Giovio e la conoscenza dell’Etio-

pia nel Rinascimento, in Paolo Giovio. Il Rinascimento e la memoria, Società storica


comense, Como 1985, pp. 93-116.
V. Storie di successo 141

Giovio. Si sente, infatti, in dovere di giustificarsi per aver ricordato


i protagonisti della penetrazione europea in America, riconoscendo
che l’hanno fatto «uscir di proposito» rispetto alla «testura dell’hi-
storia». Giovio, dunque, tende a isolare le vicende storiche africane,
asiatiche e americane, anche quando vi è un intervento diretto degli
europei. La stessa visione è sottesa anche al museo che allestì nella
sua sontuosa villa sul Lago di Como. Quella collezione contribuì alla
genesi del significato corrente attribuito alla parola «museo». L’idea
di riempire una villa con ritratti di uomini illustri su tela o su meda-
glioni di bronzo e aprirla al pubblico segnò una nuova tappa nella
storia della cultura europea del Rinascimento. Realizzato fra 1537
e 1543, non fu un progetto distinto dalla redazione delle Historiae,
corse anzi in parallelo alla stesura degli ultimi dieci libri dell’opera28.
La complementarietà dell’attività di storico e collezionista di mu-
seo in Giovio era ricordata dalla lapide che accoglieva i visitatori nella
villa di Como. Emerge anche dagli Elogia, una doppia raccolta di
brevi biografie dei personaggi ritratti nel museo, i cui volumi furono
pubblicati nel 1546 e nel 1551. Se tutti gli uomini dotti e la maggior
parte dei condottieri militari presenti nella galleria erano europei, la
collezione includeva comunque Tamerlano, il principe Vasili III di
Moscovia, shah Isma‘il e shah Tahmasp di Persia, l’imperatore Dawit
II di Etiopia, molti sultani mamelucchi e ottomani, tre corsari turchi e
uno sceriffo marocchino. Le loro figure rinviano alle regioni del mon-
do di cui effettivamente trattano le Historiae, tanto che si può essere
tentati di guardare agli Elogia come a una trasposizione della stessa
materia in forma di biografie. Del resto, è proprio Giovio a collegare
la sua selezione di condottieri militari, «dalla cui strenua decisione, e
dalla cui mano risoluta, scaturirono imprese degne di memoria stori-
ca», al desiderio dei lettori di storie di conoscere «le forme e i volti»
dei protagonisti che vi erano ricordati29. Non stupisce, dunque, che
il museo non comprenda ritratti di imperatori cinesi, aztechi o inca.
La collezione di Giovio merita un posto di rilievo nella storia della
curiosità30. Per sua ammissione, impiegò molti anni per riunire ritratti
di uomini illustri degni di fede «quasi da ogni parte del mondo, con

28Zimmermann, Paolo Giovio cit., pp. 204-207.


29P. Giovio, Elogi degli uomini illustri, a cura di F. Miconzio, Einaudi, Torino
2006, p. 761.
30 Per un’introduzione a questo ambito di studi cfr. Curiosity and Wonder from
142 Indios, cinesi, falsari

una curiosità quasi folle, nonché dispendiosa». Inoltre, il museo con-


teneva anche oggetti bizzarri e rarità. Si può cogliere, di nuovo, un
nesso con l’opera storica di Giovio, come mostra l’esempio di un pro-
tagonista ancora del libro XXXIV delle Historiae. Come si racconta
nelle pagine degli Elogia sulla vita di Cortés, fu il condottiero spagno-
lo in persona a inviare a Giovio il proprio ritratto dopo aver preso
parte alla disastrosa spedizione di Carlo V contro Algeri (1541). Lo
raffigurava «con una spada dorata in vita, una collana d’oro al collo e
una preziosa pelle addosso»31. Chissà se aveva vicino anche il codice
messicano donato da Cobos a Giovio. Di sicuro, nel 1542 quest’ul-
timo domandò con insistenza al nunzio papale in Spagna, Giovanni
Poggio, «una qualche cosa bizarra de idolo de Temistitan [Tenochtit-
lan]» da mettere accanto al ritratto di Cortés. Quella richiesta lascia
in qualche modo intuire l’ambiente che doveva circondarlo32.

3. Patrizi, Tarcagnota e l’«ampia historia»

Nel Rinascimento scrittura storia e collezionismo museale po-


tevano intrecciarsi in un viluppo che non sempre permette di di-
stinguere agevolmente le diverse componenti. La sovrapposizione
di curiosità storiche e materiali antiquari, per esempio, caratterizza
anche una parte della «collana historica» lanciata a Venezia negli
anni sessanta dallo stampatore Gabriele Giolito de’ Ferrari e affida-
ta a Tommaso Porcacchi33. La curiosità fu uno stimolo importante
per accumulare conoscenze sui nuovi mondi, ma ridurre le regioni
non europee, gli oggetti che provenivano da esse e gli eventi che
vi avevano avuto luogo a quella sola dimensione frustrava la pos-
sibilità di pensare e scrivere storie del mondo. Risiede qui il limite
delle Historiae di Giovio, nonostante la loro apertura sulla guerra
come fenomeno globale e le pagine sull’Oceano Indiano, l’Etiopia,
la Cina e l’America. Il punto non era la quantità di informazioni su

the Renaissance to the Enlightenment, a cura di R.J.W. Evans e A. Marr, Ashgate,


Aldershot 2006.
31 Ivi, pp. 924.
32 P. Giovio, Lettere, a cura di G.G. Ferrero, 2 voll., Istituto poligrafico dello

Stato-Libreria dello Stato, Roma 1956-1958, vol. I, p. 280.


33 Cherchi, Polimatia di riuso cit., pp. 188-190.
V. Storie di successo 143

quelle o altre terre remote presenti in un libro di storia, né tanto me-


no il numero di pagine che si concedeva loro. Il superamento delle
vecchie storie universali medievali e umanistiche dipese, infatti, dal
modo in cui si poneva in relazione la tradizionale narrazione della
storia europea con le altre parti del pianeta, con la molteplicità dei
loro passati: integrarle in una prospettiva storica unitaria compor-
tava nuove scelte sul piano della struttura interna e della forma del
racconto adottate in un’opera.
Questa svolta morfologica si coglie nelle Historie del mondo di
Tarcagnota. Rispetto alle Historiae di Giovio, la narrazione vi si al-
larga fino a coprire la storia dell’umanità dalle sue origini. Più ancora
del diverso arco temporale, però, la novità del modello di Tarcagnota
e dei suoi continuatori è costituita dal diverso trattamento riservato
ad Africa, America e Asia, che non sono più oggetto di digressioni
dettate da mera curiosità. Certo, dalle Historiae derivano tante in-
formazioni sui fatti della prima metà del Cinquecento e soprattutto
la centralità attribuita alla storia europea e mediterranea, estesa fino
ad abbracciare le terre soggette all’impero turco e a quello persiano.
Ma le altre regioni del globo, pur non acquistando una presenza più
significativa dal punto di vista meramente quantitativo, nelle Histo-
rie del mondo sono incorporate a pieno titolo nel racconto storico,
che procede anno dopo anno, secondo un impianto tradizionale. È
la tecnica della simultaneità a permetterlo: così, se la loro inclusione
avviene sempre in corrispondenza dei primi contatti con gli europei,
la storia di queste interazioni e la descrizione delle condizioni poli-
tiche, sociali e culturali in cui si dispiegarono non rappresenta più
un excursus come in Giovio, ma s’inserisce nel fluire temporale degli
eventi compendiati, intrecciandosi con la storia europea. A questo
risultato si arriva mediante serie di giustapposizioni sincroniche: il
racconto procede per connessioni attraverso lo spazio, grazie a locu-
zioni avverbiali che esprimono coincidenza nel tempo e permettono
un accumulo ininterrotto di fatti.
Tarcagnota e i suoi continuatori rivelano una conoscenza selettiva
ma aggiornata della letteratura storica e geografica sui nuovi mondi.
E sempre a differenza di Giovio, non mancano notizie presentate co-
me se fossero tratte direttamente da fonti e materiali prodotti da po-
polazioni non europee, con un effetto, per quanto illusorio, di aper-
tura e inclusione. È il caso di una presunta profezia cinese riportata
in corrispondenza del 1558, in rapporto alla missione dei gesuiti nel
144 Indios, cinesi, falsari

celeste impero e all’insediamento dei portoghesi a Macao: «Trovano


ne i lor libri antichi senza saper però da chi siano scritti», si legge,
«che in un anno di otto (non dechiarandosi di ottanta o ottocento)
esso re della China ha da perdere il reame e che glie l’hanno da torre
huomini bianchi e con barbe lunghe, e per ciò tengono le città molto
ben fortificate»34. La credenza chiaramente è inventata e attribuita ai
cinesi per legittimare la penetrazione portoghese, ma il riferimento al
presunto contenuto di codici cinesi trasforma quello che per Giovio
è solo un oggetto bizzarro in una fonte, evocata per offrire ai lettori
una ricostruzione all’apparenza più complessa e sfaccettata.
A leggere oggi le migliaia di pagine delle Historie del mondo,
zeppe di nomi, date e fatti storici, ci si annoia molto. Ma non era
così per i lettori del Rinascimento, quando le copie dell’opera an-
davano letteralmente a ruba. Tarcagnota antepone anche una breve
riflessione intorno al suo modello, intervenendo in un’aspra contesa
sulla «verità storica». Obiettivo polemico delle parole che aprono la
prima parte delle Historie del mondo sembra essere la severa critica
contro le «historie universali», mossa dall’umanista neoplatonico
Francesco Patrizi nel sesto dialogo del suo trattato Della historia,
pubblicato a Venezia da Andrea Arrivabene nel 1560. Vi si formula
un netto rifiuto verso ogni tentativo di scrivere «generali historie»,
contrapposte alla «particolare, o di una attione sola, o di alquante di
una natione». Quelle storie sollevano, infatti, «molte et gravi diffi-
cultà», specie se trattano dei tempi più remoti, per «il poco numero
degli scrittori ch’hebbero que’ secoli, et il modo dello scriver loro
conciso et brieve, et la diversità delle nationi, lequali et fecero le cose
di memoria degne et si dierono a scrivere et le proprio et l’altrui».
Ma la questione investe ogni epoca: vista la «grandissima» difficoltà
per un autore «in raccorre historia pur d’una natione sola, che farà
adunque in quella di molte giunte in uno? Per certo ella è fatica che
eccede ogni pensiero»35.

34 M. Roseo, Delle historie del mondo... Parte terza, aggiunta alla notabile hi-

storia di M. Giouanni Tarchagnota, Venetia, Michele Tramezzino, 1562, c. 335v.


35 F. Patrizi, Della historia diece dialoghi... ne’ quali si ragiona di tutte le cose

appartenenti all’historia, & allo scriverla, & all’osservarla, Venetia, appresso Andrea
Arrivabene, 1560, c. 31r e 32r. Per un inquadramento cfr. A. Grafton, What Was
History? The Art of History in Early Modern Europe, Cambridge University Press,
Cambridge-New York 2007, pp. 126-142.
V. Storie di successo 145

Quelle perplessità minacciavano di sottrarre ogni credibilità alle


Historie del mondo ancora prima che vedessero la luce. Tarcagno-
ta oppose alla puntigliosità pedante di Patrizi la sferzante ironia di
un’immagine di sapore aristotelico: «quella differenza pare che sia
fra lo leggere le historie particolari da diversi historici scritte e quel-
la che le comprenda ampiamente tutte, secondo l’ordine delle cose
avenute e de’ tempi», scrive, «che sarebbe se ci fossero mostre prima
un per uno in disparte le membra di uno animale da noi avanti non
conosciuto e ne fosse poi tutto l’animale intiero rappresentato». La
metafora è spiegata così da Tarcagnota: «come (s’io non mi ingan-
no) questa intiera e perfetta notitia ci farebbe di quella tronca e
confusa delle membra ridere e confessare di esserci ingannati, così
questa commune et ampia historia di altro modo che le particulari
non fanno, contenti e sodisfatti ci lascia». La gerarchia che ne deriva
risponde a una precisa visione della scrittura storica: l’«ampia storia»
«ci fa maggiore piacere sentire quando poi quelle, che sono quasi
membra di lei, leggiamo»36.
«Piacere» non significa però disimpegno. Tarcagnota esprime
l’auspicio che la sua opera sia «nella sua testura tale che a guisa di
oro da dotta mano forbito ne potesse anche insieme dilettare et ac-
cenderne alle attioni virtuose»37. Più avanti precisa che, «col leggere
le historie delle cose passate», «s’impara e quasi a un certo modo
con le attioni altrui si sperimenta il vario modo di vivere che col
lungo uso si suole, e col ritrovarsi anche spesso ingannato, appren-
dere». Tarcagnota sembra qui riecheggiare quanto aveva scritto due
decenni prima, sotto lo pseudonimo di Lucio Fauno, presentando il
trattato di Böhm sui costumi dei popoli del mondo, tanto da arrivare
a sostenere che «non è altro la historia che un specchio, nel quale
le cose passate ne si rappresentano, che ci possono fare accorti di
questo che noi abbracciare o fuggire dobbiamo»38.
Tarcagnota, comunque, sembra prendere subito le distanze dallo
schema dell’opera di Böhm, derivato dalla teoria materialista che
individuava l’origine degli uomini in Etiopia: «Dissero ancho che
il primo huomo fusse fatto di terra, ma s’ingannarono»39. In effet-

36 Tarcagnota, Delle historie del mondo cit., pt. I, c. 1v.


37 Dedica a Cosimo I de’ Medici, Napoli, 1 gennaio 1562, ivi, c. non numerata.
38 Ivi, c. 1r.
39 Ivi, c. 2r.
146 Indios, cinesi, falsari

ti, quello che si legge nelle Historie del mondo è un racconto della
creazione ortodosso, ma che curiosamente, in un’epoca di sospetti e
proibizioni, non si allinea alla versione contenuta nella Bibbia auto-
rizzata, la Vulgata. Dopo il diluvio universale, Tarcagnota rincorre le
genealogie dei figli di Noè sviluppando catene etimologiche: «Sem,
dal quale Abraam e poi il Salvator nostro discese, duo anni doppo
il diluvio generò Arphasath. (...) Di Arphasat», prosegue, «nacque
Sale con molti altri figliuoli; e di Sale, che vogliono che edificasse
Hierusalem, che egli del suo nome chiamò, nacque Heber, dal quale
dicono che gli hebrei togliessero il nome». Si passa quindi a Jafet,
«che era l’altro figliuolo di Noe e che è da alcuni chiamato Iano», da
cui «nacquero sette figliuoli, da i quali una lunga prosapia discese; e
da ogni un di loro vogliono, che havessero e l’origini e ’l nome mol-
te nationi del mondo, come i galati, gli scithi, i paphlagoni, i ioni, i
cappadoci, i thraci, et altri simili. Di Cham poi maledetto dal padre
suo», si conclude, «nacquero quattro figliuoli, de’ quali fu Chus il
primo, onde ebbero i popoli chusei nella Etiopia origine», mentre
il quarto fu «Canaan», «dal quale discesero i cananei, et undici suoi
figliuoli la Cananea habitarono; e diedero ciascuno ad una partico-
lare provincia il nome, Sidone a popoli di Sidonia, Etheo a gli ethei,
Hiebuseo a gli hebusei, Amorreo a gli amorrei», e così via40. La tecni-
ca ricorda quella del falsario Annio da Viterbo, ma in realtà la fonte
è la Bible Historiale, una versione medievale francese che circolava
ancora impressa nel Rinascimento. Mescolava la Vulgata con estratti
dell’Historia scholastica del teologo francese Pierre le Manguer (XII
secolo), più noto come Petrus Comestor, che a sua volta s’ispirava a
Flavio Giuseppe41.
Dopo questo notevole inizio, la prima parte delle Historie del
mondo continua fino alla nascita di Cristo, senza mai far cenno a
regioni esterne all’ecumene conosciuta dai greci e dai romani. Solo
nella seconda parte, che va fino al 1513, Tarcagnota introduce prima
l’Africa centro-occidentale e poi l’America, di seguito ai loro primi
contatti con gli europei. Così, dopo circa duemila pagine di storia
del mondo che trattano solo dell’Europa e del Mediterraneo cristia-

40 Ivi, c. 4rv.
41 G. Lobrichon, The Story of a Success: The Bible historiale in French (1295-
ca. 1500), in Form and Function in the Late Medieval Bible, a cura di E. Poleg e L.
Light, Brill, Boston-Leiden 2013, pp. 307-331.
V. Storie di successo 147

no e musulmano, giunto al 1455 Tarcagnota conclude il ricordo del


pontificato di Niccolò V, morto quell’anno, e scrive: «In questi tempi
le caravelle di portoghesi costeggiando le riviere dell’Aphrica fuori
dello Stretto [di Gibilterra] del continuo discoprivano nuove con-
trade». Procede quindi a una breve ma brillante ricostruzione della
penetrazione portoghese lungo le coste atlantiche del continente afri-
cano, rielaborando in modo piuttosto originale il resoconto del testi-
mone diretto Alvise da Ca’ da Mosto, un mercante veneziano i cui
scritti erano stati inclusi da Ramusio nelle Navigationi. Descrive con
attenzione anche il fenomeno della tratta degli schiavi («empierono
in brieve la Spagna di negri»), senza commentare. Approfitta anzi per
inserire una rapida disamina delle varietà di africani e del colore della
loro pelle, «secondo che il Sole o dritto o torto gli guarda». Come
propria fonte indica i «portoghesi che in casa lor propria veduti gli
hanno» e «piena relatione data ne hanno», ma tutto il passo, in realtà,
è ripreso da Giovio42. A differenza che in quest’ultimo, però, la pagi-
na di Tarcagnota non costituisce una digressione: è parte integrante
del racconto, cui si connette grazie alla simultaneità nel tempo.
Avviene altrettanto con la scoperta dell’America, integrata nella
narrazione in virtù della coincidenza cronologica con la conquista di
Granada: «Mentre che anchora l’assedio di Granata durava», scri-
ve Tarcagnota, «mandarono Fernando et Isabella, che per ogni via
deliberavano di accrescere i regni loro e la religione christiana, Chri-
stophoro Colombo, che offerto vi si era, a cercare nuove terre nel
mare di Ponente». L’immagine partecipa alla costruzione del mito
dell’esploratore visionario, «d’immortale gloria degno», rafforzata
dall’omissione dell’erronea convinzione di Colombo di poter giun-
gere direttamente sulle coste orientali dell’Asia per via di occidente.
Ma è tutto il brano seguente su Colombo a colpire, rivelando, fra
l’altro, una possibile conoscenza diretta della prima parte della cro-
naca di Gómara e un’eco del discorso introduttivo di Ramusio al
terzo volume delle Navigationi: Tarcagnota non approfitta per fare
una divagazione generale sull’America come Giovio, ma si attiene a
una prospettiva storica, limitandosi a raccontare i primi due viaggi
di Colombo e a fornire una breve descrizione delle isole che toccò.

42 Tarcagnota, Delle historie del mondo cit., pt. II, c. 476rv. Cfr. inoltre Giovio,

Historie cit., pt. I, pp. 800-801.


148 Indios, cinesi, falsari

Si salta quindi a tutt’altro episodio, collegato al precedente solo per


sincronia: «Ora il decembre del medesimo anno, che fu presa Gra-
nata e che Colombo navigò a discoprire queste Indie, in Barzellona
un contadino catalano per mera pazzia accostandosi al Re Catholico,
con un ferro che egli havea sotto, gli diede una ferita nel collo che fu
così pericolosa che mancò poco a morirne»43.
Nonostante errori e carenze evidenti, le Historie del mondo arri-
vano a poco a poco a estendersi oltre l’Europa, il bacino mediterra-
neo e le sue propaggini orientali. Nelle prime due parti, redatte da
Tarcagnota, resta comunque forte il debito, per ammissione dello
stesso autore, verso la letteratura classica: «non niego già di havere
havuto un certo giudicio e mira allo stile historico che serbarono
gli antichi nella loro lingua»44. Il peso del retaggio umanistico im-
pedisce così alla sua storia del mondo di emanciparsi fino in fondo
dalle tradizionali storie universali: rispetto ai tentativi più sperimen-
tali scritti altrove e in altre forme in quei decenni, infatti, il criterio
della simultaneità consente finalmente una piena integrazione della
storia recente dei continenti raggiunti dagli europei, ma la sua ap-
plicazione da parte di Tarcagnota lascia ancora fuori il loro passato
precoloniale.

4. La moda del mondo: storie, «novelle», abiti

Le Historie del mondo uscirono subito con l’aggiunta di una terza


parte composta, lo si è visto, da Mambrino Roseo, un poligrafo che,
come Tarcagnota, era entrato in rapporti con i fratelli Tramezzino
grazie alla frequentazione dei circoli farnesiani a Roma, dopo aver
servito a lungo i Baglioni, signori di Perugia. Fra gli anni cinquanta
e sessanta, poi, si legò a potenti famiglie della nobiltà romana. Roseo
riprende il modulo narrativo imperniato sulle connessioni tra fatti
storici simultanei, grazie a espressioni come «quasi in questo tempo
o poco innanzi», ma la rincorsa di un tempo sempre più schiacciato
sul presente rende il suo stile più colloquiale, giornalistico avant la

43 Tarcagnota, Delle historie del mondo cit., pt. II, cc. 517v-518v. Cfr. inoltre

G.B. Ramusio, Navigazioni e viaggi, a cura di M. Milanesi, 6 voll., Einaudi, Torino


1978-1988, vol. V, pp. 13-16.
44 Tarcagnota, Delle historie del mondo cit., II, c. 511r.
V. Storie di successo 149

lettre, verrebbe da dire dando quasi ragione a Patrizi quando ammo-


nisce circa il rischio, nelle «generali historie», di un’eccessiva dipen-
denza dai fatti «quali si contano de novelle per le piazze»45. A questo
va aggiunta la rapidità di consultazione di un’estrema varietà di fon-
ti, comprese le lettere dei missionari gesuiti in Asia, che iniziarono a
essere pubblicate anche in Italia dal 1551, fra gli altri proprio da Mi-
chele Tramezzino46. Quelle raccolte divennero presto un prodotto di
consumo, con l’attivo impegno della bottega tipografica veneziana,
confondendosi con la letteratura degli avvisi da cui ripresero anche
il titolo. È per la lettura affrettata di una di queste raccolte che Roseo
commette una delle sue sviste più clamorose, confondendo Brasile e
Giappone, quando scrive che nel 1550 i gesuiti avevano collegi, fra
l’altro, «in Bungo città regia nell’India orientale del Brasil, in Pariti-
ninga, in San Vincente, nel Salvatore, nella Baia, nello Spirito Santo,
in Parnabucco, et in Porto Sicuro, isole tutte nell’Indie orientali»47.
L’urgenza del poligrafo pressato dalla necessità di completare
nuove parti dell’opera da mandare sotto il torchio, indovinando gli
interessi cangianti di lettori sempre più attirati dai vasti orizzonti del-
la letteratura sui nuovi mondi, si fonde qui con una sensibilità in via
di adattamento al mutato clima della Controriforma. Del resto, gli
stessi Tramezzino avrebbero modificato il loro catalogo negli anni a
seguire, segnati da un declino della loro produzione, dedicando sem-
pre più attenzione a titoli di argomento teologico o comunque gene-
ricamente religioso. È forse per questo motivo che, quando Roseo
include un riferimento a una regione del mondo distante dall’Euro-
pa e dal Mediterraneo, lo fa generalmente affidandosi alle lettere dei
gesuiti. La terza parte delle Historie del mondo, del resto, è dedicata
al cardinale Cristoforo Madruzzo, principe vescovo di Trento, dove
si stava celebrando la terza e ultima fase del concilio. Infine, è signi-
ficativa anche la chiusa del volume di Roseo, in cui si evoca l’auspicio

45 Patrizi, Della historia cit., c. 31v.


46 Le prime furono le Lettere del padre maestro Francesco et del padre Gasparro
et altri della Compagnia di Giesù scritte dalla India ai fratelli del Collegio di Giesù
de Coimbra. Tradotte di lingua spagniuola. Ricevute nel 1551.
47 Roseo, Delle historie del mondo cit., c. 125v. Le informazioni sono raccolte

con molta probabilità dai Diversi avisi particolari dall’Indie di Portogallo ricevuti
dall’anno 1551 sino al 1558 dalli reverendi padri della Compagnia di Giesu... Tradotti
nuovamente dalla lingua spagnuola nella italiana, stampati a Venezia da Michele
Tramezzino nel 1558.
150 Indios, cinesi, falsari

che Pio IV, appena eletto, potesse essere il tanto atteso papa angelico
destinato a restituire l’unità alla cristianità afflitta da lotte intestine.
L’enfasi sull’espansione globale della fede cattolica pregiudicava
la possibilità di scrivere una storia del mondo equilibrata e realmen-
te capace di intrecciare fra loro la molteplicità di passati di cui si
componeva. Le vendite dell’opera di Tarcagnota e Roseo, però, non
ne furono danneggiate, anzi. Nuovi aggiornamenti continuarono a
essere aggiunti da Roseo e poi da Bartolomeo Dionigi, rendendo
sempre attuali le nuove edizioni e ristampe messe in circolazione dai
Tramezzino, la cui bottega attraversò, comunque, una penosa crisi
prima di chiudere i battenti nel 1592, e da altri importanti tipografi
veneziani come i Giunta e Varisco. Ancora nel 1617 le Historie del
mondo erano un prodotto richiesto sul mercato. Resistettero così
alla concorrenza di altri scritti solo in parte simili, dimostrando in-
sieme la lungimiranza dell’intuizione avuta da Tarcagnota e Michele
Tramezzino alla metà del Cinquecento e il suo effetto trainante. Per
stare al passo con i tempi, persino le Historiae di Giovio furono
prolungate in latino fino al presente da Natale Conti (1581), con
inserti su Perù, Etiopia e Giappone, e poi tradotte da Carlo Saraceni
(1589). Quel redditizio settore editoriale si stava facendo sempre
più affollato, anche perché le stamperie veneziane pubblicavano a
ritmo continuo opere in volgare che, in realtà, erano poco più di un
ritorno alla vecchia tradizione delle storie universali, come provano
i loro stessi titoli: dalle Historie universali (1570) del domenicano
milanese Gaspare Bugati, che andavano dalla creazione del mondo
al 1559, al Sopplimento delle croniche universali del mondo (1575),
volgarizzamento attualizzato della cronaca tardo-quattrocentesca di
Giacomo Filippo Foresti eseguito da Francesco Sansovino, fino al
Sommario ovvero età del mondo cronologiche (1581) di Girolamo
Bardi, o al Compendio historico universale di tutte le cose notabili
(1594) di Giovanni Nicolò Doglioni48.
Non si trattò di una tendenza solamente italiana. Sempre in lin-
gua volgare, usciva a Parigi, nel 1575, l’opera dell’umanista francese
Loys Le Roy intitolata De la vicissitude ou varieté des choses en l’u-
niverse. Fondata sulla compilazione di altri storici, tra i quali figura
Giovio, l’opera si allarga anche ai nuovi mondi, pur mantenendo

48 Cochrane, Historians cit, p. 378.


V. Storie di successo 151

un’attenzione privilegiata al continente europeo, al bacino medi-


terraneo e ai territori soggetti a ottomani e safavidi. Connette tra
loro vicende della storia antica e recente, pur concedendo molto più
spazio alla prima che alla seconda e alla comparazione tra gli imperi
antichi, in linea con quanto raccomandato da Jean Bodin nel suo
trattato sul metodo storico (1566)49. Opere come quella di Le Roy o
di Tarcagnota e Roseo contribuirono a plasmare un nuovo gusto per
gli scritti che erano in grado di abbracciare insieme l’ampiezza degli
orizzonti geografici e la profondità dei passati multipli dell’età del-
la mondializzazione iberica. Il mondo andava sempre più di moda.
Quest’ultima parola descrive forse meglio di altre la trasformazione
in atto, che non si limitava ai libri di storia. Nel panorama editoriale
veneziano, il successo delle Historie del mondo aiuta a comprendere
anche la vicenda di un’opera come la rassegna De gli habiti antichi
et moderni di diverse parti del mondo, che il pittore Cesare Vecellio,
figlio di un cugino del pittore Tiziano, pubblicò nel 1590 presso Da-
miano Zenaro. Debitore di una preesistente tradizione rinascimen-
tale europea, il volume contiene un prezioso catalogo di xilografie
con ritratti di uomini e donne di diverse epoche e località abbiglia-
ti secondo il loro uso, accompagnato da una didascalia in italiano.
Quel catalogo di moda rinascimentale conobbe un successo tale che,
un po’ come accadeva allora alle storie del mondo, otto anni più
tardi ne uscì una seconda edizione aggiornata per i tipi di Sessa. Un
eloquente mutamento nel titolo pone l’accento sull’inclusione di un
maggior numero di modelli non europei, americani in particolare,
enfatizzando così la completezza di una raccolta di abiti non più «di
diverse parti del mondo», ma «di tutto il mondo». A questa scelta
si dovette attribuire anche una maggiore potenzialità commerciale,
tanto da aggiungere una traduzione in latino delle didascalie di Ve-
cellio per favorire la circolazione dell’opera all’estero50.

49 Uno studio aggiornato si può trovare nella recente edizione critica del volga-

rizzamento italiano, che uscì in prima edizione a Venezia nel 1585: L. Le Roy, De la
vicissitude ou variété des choses en l’univers. La traduzione italiana di Ettore Cato, a
cura di E. Severini, Classiques Garnier, Paris 2014. Su Bodin e gli imperi del pas-
sato, cfr. l’introduzione a J. Bodin, Methodus ad facilem historiarum cognitionem, a
cura di S. Miglietti, Edizioni della Normale, Pisa 2013, pp. 15-16.
50 J. Guérin dalle Mese, L’occhio di Cesare Vecellio. Abiti e costumi esotici nel

’500, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1998; G. Calvi, Gender and the Body, in Fin-
ding Europe: Discourses on Margins, Communities, Images, ca. 13th-18th Centuries, a
152 Indios, cinesi, falsari

5. Campana difende le storie del mondo

All’epoca, sui tavoli dei librai dov’erano esposti i volumi in ven-


dita più ricercati, a fianco delle Historie del mondo di Tarcagnota
e Roseo, si potevano incontrare tomi che recavano lo stesso titolo,
ma erano frutto del lavoro di un altro infaticabile poligrafo, Cesare
Campana. Si trattava di un modesto nobiluomo dell’Aquila, attivo
come maestro di grammatica e precettore in area veneta, special-
mente a Vicenza, dove fu membro della locale Accademia Olimpica.
Comunque, univa all’adesione allo spirito della Controriforma una
tendenza filospagnola che aveva maturato forse in gioventù, quando
viveva ancora nel viceregno di Napoli, ma che era rara nella Repub-
blica di Venezia, politicamente e culturalmente ostile alla monarchia
cattolica51. Tra le varie opere storiche che scrisse figurano più volumi
intitolati Historie del mondo, apparsi per i tipi di Giorgio Angiolieri
a Venezia, nei quali è manifesto il debito nei confronti del modello
di scrittura offerto da Tarcagnota e da Roseo.
Alle pagine redatte dal primo s’ispirano, in particolare, i due vo-
lumi di una storia del mondo antico dalla fondazione di Roma in
avanti che Campana dette alle stampe nel 1591. Lasciò quindi inter-
rotta l’opera per concentrarsi su epoche molto più recenti, lavoran-
do a un’altra compilazione che gli garantì ampia fama. Nella prima
edizione (1596), le nuove Historie del mondo di Campana coprono
il periodo 1580-1596 e sviluppano la tendenza di Roseo a scrivere
quasi in tempo reale, trasformando con l’inchiostro il presente in
passato grazie alla capacità di servirsi di testimonianze fresche, co-
me istruzioni, lettere private e racconti a voce, ma anche di fondere
rapidamente in un racconto unitario le notizie sparse sulle terre più
lontane e quanto vi accadeva, raccolte grazie ad avvisi e relazioni
manoscritte. Gli oltre mille e quattrocento esemplari dell’opera –
una tiratura elevata per l’epoca – andarono esauriti nel giro di pochi
mesi52. Angiolieri si affrettò a ristampare il libro già nel 1597, ma per

cura di A. Molho e D. Ramada Curto, Berghahn Books, New York-Oxford 2007,


pp. 94-106.
51 G. Benzoni, Campana, Cesare, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto

dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1960-, vol. XVII, pp. 331-334.


52 La cifra si ricava dalla dedica al duca di Urbino, Francesco Maria Secondo

Della Rovere, Venezia, 30 agosto 1597, in C. Campana, Delle historie del mondo...,
V. Storie di successo 153

sfruttare al massimo le attese del pubblico lo presentò come il secon-


do volume di una ricostruzione che ora partiva dal 1570 e che vide
poi la luce nel 1599, bruciando così la concorrenza di un’edizione
torinese apparsa nel 1598. Lo stesso anno lo stampatore Lucanto-
nio Giunta, per correre ai ripari contro quella novità, dava alla luce
un’edizione delle Historie del mondo di Tarcagnota con le aggiunte
di Roseo e Dionigi fino al 1582, «seguitata ultimamente sino a tempi
nostri dal signor Cesare Campana».
In una breve lettera che accompagna la prima ristampa dell’o-
pera di Campana, «quasi del terzo aggrandita, oltre che riformata
et corretta con molta diligenza dal suo autore», Angiolieri spiega
ai lettori che «sperava di dar fuori, con questo volume, l’altro che
precede dello stesso autore, poi che tuttavia si va stampando», ma
essendo «sollecitato da diverse parti a mandar a librari questo che
l’anno passato fu stampato, essendo egli tutto giorno richiesto da
molti, ho giudicato esser conveniente ch’io soddisfaccia al deside-
rio universale»53. L’opera vendette ed ebbe almeno altre tre edizioni
nel primo decennio del Seicento. Osservate da vicino, le migliaia di
pagine dei due volumi di Campana appaiono meno torrenziali di
quelle di Roseo e Dionigi e presentano una precisa struttura in cui a
ogni anno corrisponde un libro. Una speciale attenzione è rivolta alla
storia politica e militare. Naturalmente, il punto d’osservazione delle
Historie del mondo di Campana resta quello di un europeo. È facile
immaginare che, se fossero finite in mano a un lettore non europeo,
questi avrebbe faticato non poco a seguire il filo del racconto. In
ogni caso, forse riflettendo anche una mutata percezione delle con-
nessioni globali alla fine del Cinquecento, Campana fornisce molte
più notizie dei suoi predecessori sugli scenari non europei54.
Così, accanto a una trattazione approfondita degli eventi collega-
ti all’impero turco e a quello persiano, nella ricostruzione del quarto
di secolo che va dal 1570 al 1596 Campana inserisce vari riferimen-
ti all’America, soprattutto sulle tracce delle spedizioni dell’inglese
Francis Drake, e all’Africa, accennando fra l’altro a conflitti interni e

2 voll., Venetia, appresso Giorgio Angelieri et compagni, 1597-1599, vol. II, p. non
numerata.
53 Lo stampatore a chi legge, ivi, p. non numerata.
54 Lo sostiene anche D.F. Lach, Asia in the Making of Europe, 3 voll., University

of Chicago Press, Chicago 1965-1993, vol. II/2, pp. 232-234.


154 Indios, cinesi, falsari

moti religiosi. Ma è soprattutto l’Asia a essere oggetto di un’attenzio-


ne privilegiata, che sembra risentire di un’accresciuta domanda dei
lettori in questa direzione, stimolata anche dalle raccolte di lettere
dei gesuiti. È sicuramente così per l’episodio della rivolta di Cun-
colim, a Salcette, lungo la costa occidentale dell’India, che sfociò
nell’omicidio di cinque padri gesuiti (1583), cui segue un quadro
della regione, il racconto di come «l’hebbe il re di Portogallo, dopo
una lunga guerra, dal re d’Idalgan» (storpiatura di Adil Khan, titolo
usato dai sultani di Bijapur al tempo della penetrazione portoghese),
e un resoconto dell’azione missionaria nell’area55.
In altri casi si coglie persino la ripresa dello stile degli avvisi che
confluivano a Venezia da ogni parte d’Europa. È così in corrispon-
denza dell’anno 1573, dove la missione dei gesuiti in Giappone, cui
Campana è particolarmente attento, viene introdotta come segue:
«Fu fama in questi giorni essere arrivate lettere in Ispagna, l’ultimo
di Novembre, mandate dal Giapone da’ padri gesuiti (de’ quali alcu-
ni con Francesco Xavero, fin dell’anno 1548, erano penetrati in quei
remotissimi paesi) come facevan quivi gran progresso le cose della
christiana fede». Segue un’attenta descrizione dell’arcipelago, con i
suoi abitanti, i loro costumi e le loro credenze, ma anche degli equi-
libri politici e militari, presentati sulla scorta di «diverse lettere de’
padri gesuiti»56. È una sorta d’introduzione generale al Giappone,
che permette di riferirsi altrove alle sue vicende senza dover presen-
tare ogni volta la loro cornice, riassumendone i fatti come se fosse
una parte di mondo ormai familiare ai lettori. Così accade anche nel
dettagliato resoconto dell’ambasceria di quattro nobili giapponesi
convertiti, giunti a Roma nel 1585 per incontrare papa Gregorio
XIII. Campana le riserva la lunga sezione che apre il libro VI del
secondo volume, dove prova anche a restituire le prime reazioni allo
sbarco in Italia di quella singolare delegazione: «fu di tanto contento
e maraviglia insieme a tutti gli italiani che parevano in essi et nelle
loro attioni rivolti gli occhi et i pensieri di ciascuno, mentre si giva
ripensando come da parti rimotissime dal nostro clima e da’ paesi
poco dianzi conosciuti», si commenta, «re potentissimi mandassero
a rendere obedienza e sottoporsi al vicario di Christo»57.

55 Campana, Delle historie del mondo cit., vol. II, p. 115.


56 Ivi, vol. I, pp. 273-276.
57 Ivi, vol. II, p. 154.
V. Storie di successo 155

Campana non si serve più delle lettere dei gesuiti nel caso della
Cina, ma di un «libro dato alle stampe» dai loro rivali agostiniani, che
vi si recavano in missione dalle Filippine e miravano anche ad accre-
ditarsi come gli informatori più affidabili. Con molta probabilità, va
riconosciuta in quella fonte una delle varie edizioni dell’Historia della
China di padre Juan González de Mendoza pubblicate in Italia dopo
l’uscita del suo volgarizzamento nel 1586. Prima di allora, scrive Cam-
pana, «il paese della China, che dicono anche Cina», era «incognito
per la maggior parte a Tolomeo et a gli altri antichi, et a portoghesi
anche, et a’ castigliani, ritrovatori quasi di nuovi mondi», ma «che a
pena poterono conoscerne le coste maritime e vederne di fuori qual-
che città di riviera». Campana celebra il primato dei cinesi nell’arte
militare, perché «non è di picciola consideratione l’affermar essi, con
vive ragioni, che molte centinaia di anni appò quelle genti fu prima
l’uso dell’artiglierie che appresso noi». E fa altrettanto con la stampa,
«che tra noi fu inventata solo del 1440 da Giovanni Guittemberga e
posta in opra in Magonza primieramente, dove nella China, per me-
moria di libri, si ha che centinaia di anni prima si usasse», ricordan-
do peraltro la congettura di alcuni, fra cui Giovio, «che confinando
quella provincia con la Tartaria, quindi sia penetrata tal’inventione
a’ tedeschi». Campana prosegue con informazioni sull’ordinamento
politico dell’impero cinese, le usanze degli abitanti, la geografia del
territorio, le città. Non manca di soffermarsi sulle infinite merci che vi
si trovavano. A incuriosirlo di più sono i «vasi di porcellana, mistura
nobilissima e pretiosa», perché, a suo dire, avrebbe impedito a chi
l’usava di «poter esser ascosamente avvelenato», andando in pezzi al
solo contatto con pozioni nocive. Quella credenza induce Campana a
fornire una fantasiosa descrizione della porcellana, che sarebbe stata
fatta di «guscie di lumache marine, di ovi, et altre materie incognite
a noi, ma di gran virtù, che polverizate, e fattane pasta, viene per lo
spatio di molti anni conservata sotto terra»58.
Queste pagine compendiano le conoscenze correnti in area ve-
neta alla fine del Cinquecento. La loro importanza risiede anche
nel contributo alla sedimentazione di immagini diffuse di remo-
te regioni, uno dei piaceri che evidentemente i lettori ricavavano
dalle Historie del mondo di Campana. La sua scrittura rapida, che

58 Ivi, vol. I, pp. 498-500.


156 Indios, cinesi, falsari

pretendeva di raccontare la recente storia della mondializzazione


in atto restando comodamente seduti allo scrittoio, attirò critiche
anche severe, almeno stando al notevole Discorso intorno allo scri-
vere historie, che indirizzò a Giovanni Carlo Scaramelli, segretario
del Senato e della Repubblica di Venezia, inserito in apertura del
secondo volume nell’edizione del 1597. Quella replica di Cam-
pana ai suoi detrattori conferma come nell’ambiente dei poligrafi
veneziani si fosse sviluppata una precoce riflessione intorno alla
scrittura di storie del mondo, che solleva questioni non banali. Se
ne colgono i segnali già in Tarcagnota, nella sua difesa dell’«ampia
historia» forse in risposta a Patrizi, ma anche negli argomenti con
cui, nelle pagine conclusive della seconda parte delle sue Historie
del mondo, ribatte a quanti andavano facendo «a un certo modo
anotomia» della sua opera: in particolare, polemizza contro l’atten-
dibilità dei testimoni diretti dei fatti storici, «poi che non si può
in un fatto stesso, non dico avenuto in una battaglia cento miglia
lontano, ma in una stessa città, da quelli medesimi che vi si sono
ritrovati presenti una stessa relationi haverne»; inoltre, rivendica
il suo diritto di «fare la scelta» degli autori «giudiciosi» da seguire
poiché, sulle «cose passate già di gran tempo», «è più certa fede
quella che ce ne possono fare le scritture che ciò che per udita altri
riferire ne volesse»59.
Il Discorso intorno allo scrivere historie è molto più ricco e svi-
luppato60. L’oggetto del contendere è sempre la «verità historica».
Campana apre con una professione d’imparzialità come principa-
le garanzia per un’opera pubblicata «mentre ancor vivono migliaia
d’huomini, che possono ripigliarmene francamente». Si para subito
dall’attacco di chi lo accusava di scrivere per il mercato (come «per-
sona privata») e soprattutto senza esperienza diretta «nell’attioni o
civili o militari ch’a trattar s’hanno», illustrando l’ampiezza delle sue
«historie universali del mondo», che peraltro annuncia di voler pre-
sto completare dando alle stampe una trattazione del periodo che va
dall’antichità al 1570, rimasto scoperto nei suoi volumi (ma non lo
fece). Anche a voler ricostruire appena «una guerra mossa da fedeli

59Tarcagnota, Delle historie del mondo cit., vol. II, c. 501v.


60Si legge in Campana, Delle historie del mondo cit., vol. II, cc. a1r-a10r, da cui
sono tratte tutte le citazioni che seguono. Vi accenna appena Cochrane, Historians
and Historiography cit., pp. 365-366.
V. Storie di successo 157

al Turco», spiega, affidarsi a «chi non solo fosse intendentissimo de’


governi de’ popoli e dell’arte del guerreggiare, ma insieme ch’esso
di veduta affermasse quanto scriveva», è «bella cosa a dire, ma da
alcuni impossibile ad effettuarsi, da altri difficilissima». Lo stesso
vale per chi pretende di «penetrar ne’ secreti de’ prencipi», forse
un omaggio alla benevolenza con cui Venezia tollerava i successi
editoriali del filospagnolo Campana, che infatti più avanti riconosce
il «gran privilegio» di vivere «sotto una repubblica libera». Allo sto-
rico, dunque, spetta «raccontar solo quel tanto che communemente
si reputa vero», procedendo con «convenevol diligenza nel ricercare
e saper la natura delle genti, la qualità de’ paesi, la proprietà de’ siti
e somiglianti chiarezze e ornamenti». Così, informandosi tanto dai
«libri» quanto «da persone che di veduta possono testimoniare»,
diviene possibile «a persona di qualche studio e diligenza», «ben
ch’ella veduto co’ proprij occhi non l’habbia, descriver non pur i
successi notabili, ma le cagioni et i consigli di essi, e ciò con modo e
maniera tale, che o con lode o senza biasimo almeno ne riduca a fine
tal narratione, che meriti nome d’historia».
Ridurre a racconto storico il mondo e i suoi passati restava un’o-
perazione complessa, specie in un’epoca che aveva visto la cono-
scenza empirica imporre una nuova immagine del globo, a scapito
dell’autorità degli antichi. Perciò, Campana sente il bisogno di ap-
profondire la critica ai resoconti dei testimoni diretti o dei protago-
nisti dei fatti narrati, spesso inaffidabili o in contraddizione tra loro,
respingendo gli argomenti di teorici come il teologo domenicano
Melchor Cano, che «prudentemente» aveva scritto «che lo storico
deve narrar le cose che o esso ha vedute o udite da chi vi fu pre-
sente»: «molto picciola et breve storia sarebbe», obietta Campana,
«se quello solamente narrasse ch’esso fatto ha o co’ proprij occhi
veduto», «né chi scrive storia ha da dire ogni particolare», ma «può
bastargli di narrar quello che si giudica di giovamento a’ posteri, che
per altro non ha da servire cotal racconto». Del resto, puntualizza,
«sono stati scrittori che meglio han trattato delle attioni avvenute ne
gli altrui paesi e lontanissime dalla memoria che chi quindi nativo le
scrisse e si trovò presente». Perciò, al primato della «storia visiva»
oppone il giudizio dell’«historiografo», che non può «fingersi altro
vero che quanto esso reputa vero», mettendo sullo stesso piano l’e-
sperienza diretta o mediata delle cose («perché le ha vedute o perché
tali gliele rappresenta chi di vista l’afferma»), le scritture («perché
158 Indios, cinesi, falsari

le cava da libri, da marmi et altre memorie di probabil fede») e


l’«opinion commune» («perché una fama universale e costante per
sì fatte le predica»).
Il Discorso intorno allo scrivere historie sviluppò per la prima vol-
ta una riflessione compiuta intorno a un tipo di opere che incontrava
ormai un grande successo di pubblico alla fine del Cinquecento.
Conferiva così un fondamento teorico all’attività di poligrafi vene-
ziani come Tarcagnota, Roseo e Dionigi, che nei decenni anteriori si
erano sforzati di trasformare le vecchie storie universali in qualcosa
di nuovo. Se il mondo e l’intreccio dei suoi passati potevano essere
conosciuti attraverso la lettura, anche per scriverne non era neces-
sario aver viaggiato attraverso continenti e oceani o sapere le lingue
delle popolazioni di cui si scriveva: «sommi», conclude Campana,
«confidato nelle discorse ragioni, posto a scrivere l’attioni interve-
nute in diverse parti del mondo, se ben’io non posso apportar lor
fede di veduta, fuori che di pochissime». La mondializzazione pote-
va essere racchiusa in un libro anche da un suo modesto spettatore.
VI

TRA GESUITI E IMPERI D’OLTREMARE:


STORIE DEL MONDO AL TRAMONTO

1. Maffei e la storia missionaria

Se durante il Cinquecento la scoperta che anche altre popola-


zioni del mondo avevano un passato stimolò reazioni inattese tra
alcuni storici, quella tensione creativa si affievolì con il passaggio al
nuovo secolo. Non perché l’interesse fosse scemato, anzi. A rendere
la scrittura di storie del mondo un esercizio sempre più delicato fu
proprio l’aumentata consapevolezza del rilievo che gli orizzonti glo-
bali stavano assumendo per i poteri europei. Quel genere di opere
divenne allora oggetto di una produzione ufficiale, che si affiancò
alle tante edizioni per il grande pubblico lanciate dalle stamperie
veneziane. Non era più tempo di reclamare la piena dignità del pas-
sato precolombiano dell’America, o di rievocare le epoche in cui le
rotte dell’Oceano Indiano erano state dominate da grandiose flotte
cinesi. La materia sconfinata e proteiforme della storia del mondo
andò allora incontro a un processo di selezione, che rimise prepo-
tentemente al centro l’Europa e il primato della religione cristiana,
piegando il racconto all’esigenza di celebrare un particolare impero,
o un ordine missionario, a scapito di altri.
Si riaffacciavano tendenze già presenti nella storiografia medie-
vale e rinascimentale, all’origine di un duplice vizio di fondo nelle
storie cosiddette universali scritte in Europa nei secoli successivi:
da un lato, la corrispondenza tra la difforme attenzione riservata
alle varie parti del pianeta e la posizione attribuita alle relative cul-
ture all’interno di una gerarchia con al vertice l’Europa; dall’altro,
160 Indios, cinesi, falsari

la connotazione marcatamente politica, spesso accompagnata dal


tentativo di legittimare attraverso la storia un determinato ordine
del mondo, nel presente o nel futuro1. Le eredità di quest’ultimo
atteggiamento sono ancora evidenti in alcune sintesi proposte dagli
odierni assertori di un’intrinseca eccezionalità della parabola storica
dell’Occidente2. Alla fine del Cinquecento quella posizione signi-
ficava, anzitutto, esaltare la monarchia cattolica che riuniva nelle
mani del re Filippo II d’Asburgo i due grandi imperi di Portogallo e
Spagna, ritraendola come il culmine verso cui convergevano i tanti
passati del mondo. Galeoni carichi di uomini e merci univano diret-
tamente l’Asia all’America e solenni processioni religiose scandivano
la vita nelle città iberiche d’oltremare, ma non mancavano tensioni
ad oscurare dall’interno lo splendore di quella mondializzazione.
Un esempio lampante furono le rivalità che dividevano gli ordini
missionari e opponevano, fra l’altro, i gesuiti ai francescani in Ame-
rica centrale e meridionale e agli agostiniani e ai domenicani in Asia
meridionale e orientale, dove particolare intensità assunse la gara per
l’evangelizzazione della Cina.
Si profilava, inoltre, all’orizzonte l’ombra minacciosa dei futuri
imperi nordeuropei che in pochi decenni posero fine al sogno di un
pianeta iberico e cattolico. Scrivere la storia del mondo dalla prospet-
tiva di una potenza rivale del Portogallo e della Spagna comportava
la ricerca di un racconto alternativo. Proprio il pericolo che, oltre a
contrastare il potere transoceanico degli Asburgo, la diffusione delle
flotte olandesi e inglesi sui mari del mondo esportasse fuori dall’Eu-
ropa lo scontro fra cattolici e protestanti causava preoccupazioni co-
muni negli ambienti compenetrati fra loro della monarchia cattolica e
dei suoi ufficiali, da un lato, e delle gerarchie ecclesiastiche e dei mis-
sionari, dall’altro. L’alleanza tra safavidi e inglesi, che nel 1622 portò
alla cacciata dei portoghesi da Hormuz, all’imboccatura del Golfo
Persico, avrebbe rivelato fino a che punto la saldatura tra i diversi
nemici delle potenze iberiche potesse spingersi. Ma la gravità della
nuova situazione che si andava configurando si manifestò in tutta la
sua drammaticità già alla metà del 1588, quando una grande flotta

1 Ne ripercorre la tradizione P. Rossi, Il senso della storia. Dal settecento al

Duemila, il Mulino, Bologna 2012.


2 Un esempio su tutti: N. Ferguson, Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà

(2011), Mondadori, Milano 2012.


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 161

spagnola che era entrata nel canale della Manica per invadere l’In-
ghilterra subì un’inaspettata battuta d’arresto, incrinando per sempre
il mito dell’invincibilità sui mari degli imperi iberici. Trovavano così
conferma i timori con cui si era guardato alle imprese compiute ne-
gli anni precedenti proprio dal vice-ammiraglio della squadra navale
inglese, Sir Francis Drake: su incarico della regina Elisabetta I, aveva
attaccato a più riprese i possedimenti spagnoli in America, incrocian-
do, fra l’altro, il primo tentativo di fondare una colonia inglese nel
Nuovo Mondo, la Virginia, promosso da Walter Raleigh.
Colpito, il composito impero iberico di portoghesi e spagnoli
rimase comunque a lungo il volto principale della potenza euro-
pea nel mondo. Sempre nel 1588 vedevano la luce le Istorie delle
Indie orientali del gesuita Giampietro Maffei. Bergamasco di nobili
origini, da giovane aveva raggiunto a Roma lo zio Basilio, quando
questi era stato nominato custode della Biblioteca Vaticana, tra i
più ricchi depositi di informazioni sul mondo nell’Europa del tem-
po. Più tardi attese con cura alla sua storia, servendosi soprattutto
delle lettere dei gesuiti e di altri documenti consultati in archivio
a Lisbona e Coimbra. Era giunto in Portogallo nel 1579, su invito
dell’ultimo re della dinastia degli Avis, l’anziano cardinale Enrico,
che morì l’anno dopo senza eredi, aprendo la via all’annessione del
regno da parte di Filippo II3.
Le Istorie di Maffei uscirono in latino a Firenze, ma furono presto
tradotte in italiano e conobbero molte ristampe. Sopravvalutarne
l’importanza è difficile, anche se non erano una storia del mondo, ma
di una delle due Indie, un nome evocativo che abbracciava le terre
non europee, con la rilevante eccezione dell’Africa e della penisola
araba: il suo impiego duraturo – si pensi all’Histoire des deux Indes
(1770) dell’abbé Raynal – testimonia l’unità che due continenti così
diversi come l’America e l’Asia conservarono a lungo agli occhi degli
europei. Quella di Maffei era la prima storia delle Indie orientali a
essere pubblicata nell’età delle esplorazioni. Ma a dispetto del titolo
non recupera la storia millenaria dell’Asia. Si risolve, invece, in una
trattazione informata e piana, tutta incentrata sulla presenza europea
dallo sbarco di Vasco da Gama fino alla morte del re Giovanni III

3 Un profilo in S. Andretta, Maffei, Giampietro, in Dizionario biografico degli

italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1960-, vol. LVII, pp. 232-234.
162 Indios, cinesi, falsari

di Portogallo (1557). Grande spazio è dato ai successi attribuiti ai


missionari gesuiti, giunti in India nel 1542 al seguito di padre Fran-
cesco Saverio. Se le precedenti cronache si arrestano invariabilmente
alla morte del re Emanuele I (1521), Maffei ne prosegue il raccon-
to, intrecciando le gesta dei portoghesi con l’azione dei gesuiti fino
quasi a confondere i due piani. Ottiene così l’effetto di un amalgama
fra impero e missione, di cui la Compagnia di Gesù emerge quale
unica vera interprete. Si rispondeva così alle aspettative di una fase
ormai matura della costruzione del mondo iberico: gli esperimenti,
che avevano reagito sul terreno della storia alla complessità e varie-
tà delle popolazioni e delle culture non europee, con i loro passati
che non si lasciavano facilmente racchiudere in schemi prestabiliti,
dovevano cedere spazio a una rassicurante dimostrazione della su-
periorità dei «cristiani» sui «barbari», che giustificasse la proiezione
planetaria dei gesuiti e le conquiste degli imperi che spianavano loro
il cammino.
Maffei progettò le sue Istorie perché confermassero l’armonia
fra monarchia e gerarchie ecclesiastiche nel mondo portoghese, ma
la crisi dinastica del 1580, di cui fu testimone diretto, lo costrinse a
correggere il tiro: la dedica fu rivolta a Filippo II, elogiato come il
sovrano sotto la cui protezione era inevitabile porre un’«esposizione
sincera e accurata delle esplorazioni oceaniche compiute dalle de-
vote e felici armate dei suoi antenati, dell’incontro con popoli di cui
non si era mai udito parlare, e della propagazione fino alle terre più
remote della retta fede in Dio e dell’impero»4. Maffei si sforzava di
attenuare le tensioni che ancora circondavano l’ascesa sul trono di
Portogallo del re di Spagna, tanto da ricordarne i legami di sangue
con i portoghesi che avevano inaugurato le conquiste d’oltremare.
Certo, restava l’imbarazzo per uno scritto che era nato proprio per
riparare a uno squilibrio nella conoscenza europea della storia degli
imperi iberici. Lo si avverte nell’insistenza con cui le imprese di spa-
gnoli e portoghesi, «ricercando terre fin a quel tempo non conosciu-
te e più incogniti mari, così verso levante come verso ponente», sono
descritte come un unico movimento voluto dalla provvidenza divina,
salvo poi chiarire che se «honore e titoli a ragione s’attribuiscono

4 G. Maffei, Historiarum Indicarum libri XVI, Florentiae, apud Philippum Iun-

ctam, 1588, c. non numerata. La dedica a Filippo II manca nell’edizione italiana.


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 163

parte a portoghesi, parte a granatini e castigliani», «quelle cose che


da granatini e da castigliani sono state gloriosamente fatte nelle parti
occidentali saranno opera d’altri scrittori»5.
La storia di Maffei si impose come un modello di scrittura da con-
trapporre a quelle narrazioni che ribaltavano la retorica del trionfo
congiunto della corona asburgica e della fede cattolica nel mondo.
Così accadde già nel 1590, con la pubblicazione a Francoforte sul
Meno della monumentale raccolta di scritti di viaggio nelle Indie
occidentali e orientali avviata dal protestante Théodore de Bry, e
resa celebre da magnifiche incisioni6. Quell’impresa editoriale, che
prevedeva distinte versioni in latino e tedesco, fu continuata fino al
1634 dai figli di De Bry. Come nelle Navigationi et viaggi di Giovanni
Battista Ramusio, vi si alternano indifferentemente scritti di conte-
nuto storico o geografico. I primi sontuosi volumi accolsero autori
che avevano polemizzato contro la crudeltà e l’arbitrio di portoghesi
e spagnoli, contribuendo alla nascita di una leggenda nera del lo-
ro imperialismo. È il caso di Girolamo Benzoni, la cui Historia del
Mondo Nuovo era apparsa per la prima volta a Venezia nel 15657.
Soprattutto la collezione dei De Bry rilanciò la letteratura prodotta
negli anni precedenti da esploratori nordeuropei come Hans Staden,
marinaio tedesco divenuto protestante dopo aver trascorso circa due
anni prigioniero dei tupinamba in Brasile (1552-1554), o il già citato
ugonotto francese Jean de Léry8.
De Bry mirava a garantire un fondamento storico a progetti e ten-
tativi coloniali condotti contro gli iberici. Una parte del suo disegno

5 Id., Le Istorie delle Indie Orientali, Fiorenza, per Filippo Giunti, 1589, p. 3

(traduzione di Francesco Serdonati).


6 M. van Groesen, The Representations of the Overseas World in the De Bry

Collection of Voyages (1590-1634), Brill, Leiden-Boston 2008, cui si rinvia anche


per le informazioni discusse qui di seguito.
7 Su Benzoni i lavori sono sorprendentemente pochi. Un profilo in A. Codazzi,

Benzoni, Gerolamo, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell’Enciclopedia


Italiana, Roma 1960-, vol. VIII, pp. 732-733; cfr. inoltre R. Romeo, Le scoperte ame-
ricane nella coscienza italiana del Cinquecento (1954), Laterza, Roma-Bari 19893,
pp. 89-92. Sulla leggenda nera cfr. W. Reinhard, “Eine so barbarische und grausame
Nation wie diese”: Die Konstruktion der Alterität Spaniens durch die Leyenda Negra
und ihr Nutzen für allerhand Identitäten, in Geschichtsbilder und Gründungsmy-
then, a cura di H.-J. Gehrke, Ergon, Würzburg 2001, pp. 159-177.
8 E.M. Duffy, A.C. Metcalf, The Return of Hans Staden: A Go-Between in the

Atlantic World, Johns Hopkins University Press, Baltimore 2012.


164 Indios, cinesi, falsari

fu ideata mentre si trovava a Londra nella seconda metà degli anni


ottanta. Ne discusse anche con Richard Hakluyt, impegnato allora
in un’operazione in parte simile alla sua, a sostegno delle spedizioni
inglesi. Si capisce così perché, dopo la morte di De Bry (1598), i suoi
figli inclusero nei volumi pubblicati subito dopo gli scritti dei naviga-
tori inglesi Raleigh e Drake e di Jan Huygen van Linschoten. L’ultimo
era un olandese che aveva vissuto per qualche anno a Goa, la capita-
le dell’impero portoghese in Asia, al servizio del locale arcivescovo.
Nel 1596 dette alle stampe un resoconto delle rotte e dei territori
che aveva percorso, in corrispondenza con l’avvio delle incursioni
olandesi nel sudest asiatico che posero fine al monopolio portoghese
sul traffico delle spezie e di altre merci verso l’Europa9. La versione
latina edita dai De Bry conserva i brani in cui Linschoten descrive,
in termini non sempre negativi, l’operato dei gesuiti – benché in un
passo, poi espurgato dalle inquisizioni iberiche nel primo Seicento,
attribuisca loro l’insuccesso delle conversioni in Asia10.
Lo spazio concesso ai missionari rivela il peso che le ragioni
di mercato mantenevano nella selezione delle opere incluse nella
collezione: i De Bry non volevano alienarsi la clientela cattolica e
tentavano di attenuare la natura partigiana di un grande progetto
editoriale a sostegno dell’esplorazione oceanica delle potenze prote-
stanti nordeuropee. Si spiega così perché ne restò fuori la Brevísima
relación de la destrucción de las Indias (1552) di Bartolomé de las
Casas, mentre nel 1602 fu data alle stampe una traduzione latina
dell’Historia natural y moral de las Indias del gesuita spagnolo José
de Acosta, di cui si omise però il nome. Già tradotto in olandese
proprio da Linschoten, quel testo appariva un autore meno contro-
verso, perché riprendeva in forma smorzata gli argomenti polemici
della Brevísima relación, peraltro già ampiamente diffusa nel Nord
Europa, dove rappresentava una delle armi più efficaci in mano ai
detrattori degli imperi iberici11.

9 E. van den Boogaart, Civil and Corrupt Asia: Image and Text in the Itinerario

and the Icones of Jan Huygen van Linschoten, The University of Chicago Press,
Chicago-London 2003.
10 «E queste sono le principali ragioni per cui tra gli indiani nessuno diviene

cristiano». Il passo fu colpito da censura sia nell’indice dei libri proibiti spagnolo
del 1612, sia in quello portoghese del 1624.
11 Sulle traduzioni della Brevísima relación di Las Casas, cfr. R. Chartier, La

mano dell’autore, la mente dello stampatore. Cultura e scrittura nell’Europa moderna


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 165

2. Acosta tra natura e cultura

L’opera di Acosta vide la luce per la prima volta a Siviglia nel


1590. Il privilegio di stampa concesso dal re Filippo II la protesse
dai sospetti che nel regno circondavano gli scritti sul Nuovo Mon-
do, in linea di principio soggetti all’approvazione preventiva del
Consiglio delle Indie dal 157112. A differenza di Maffei, che non
aveva mai lasciato l’Europa, Acosta aveva alle spalle una lunga
esperienza missionaria. Aveva vissuto a contatto con gli indios del
Perù e del Messico, prima di rientrare, nel 1587, in Spagna, dove
concluse l’Historia. Vi offrì ai suoi lettori una trattazione sistema-
tica della vegetazione, degli animali e delle risorse minerali delle
Indie occidentali ma anche delle cerimonie e delle usanze dei loro
abitanti prima della conquista. In tal senso la sua è una «historia
naturale e morale», ossia dei mores, dei costumi. Acosta rivela una
profonda consapevolezza delle discussioni affidate a una letteratura
storica e geografica sul Nuovo Mondo, che ormai non è «più novo,
ma vecchio essendone stato scritto & detto molte cose»13. A tratti,
anzi, l’Historia finisce per assomigliare a una dotta compilazione,
in cui le principali questioni sollevate fino ad allora da altri autori
sono compendiate e discusse da Acosta che, pur senza rinnegare
la sua formazione di teologo scolastico, tende ad affidarsi alla sua
esperienza personale dell’America.
In ogni caso, resta dipendente dalle informazioni raccolte da
esperti studiosi locali del passato precolombiano. Per il Perù si tratta
anzitutto dell’ufficiale spagnolo Juan Polo de Ondegardo, antiqua-
rio e autore di relazioni sulle tradizioni andine. Come Acosta, aveva
collaborato all’inchiesta generale sugli indios promossa dal viceré
Francisco Álvarez de Toledo negli anni intorno alla decapitazione

(2014), Carocci, Roma 2015, pp. 104-106. Su Acosta e l’elaborazione della leggenda
nera della conquista spagnola, con particolare riferimento al contesto inglese, cfr.
G. Murry, “Tears of the Indians” or Superficial Conversion? José de Acosta, the Black
Legend, and Spanish Evangelization in the New World, in «Catholic Historical Re-
view», XCIX (2013), pp. 29-51.
12 Sul controllo degli scritti sul Nuovo Mondo cfr. R. Kagan, Clio & the Crown:

The Politics of History in Medieval and Early Modern Spain, Johns Hopkins Univer-
sity Press, Baltimore 2009, pp. 151-162.
13 J. de Acosta, Historia naturale e morale delle Indie, Venetia, presso Bernardo

Basa, 1596, c. †† 2v (traduzione di Giovanni Paolo Gallucci).


166 Indios, cinesi, falsari

dell’ultimo discendente degli inca, Túpac Amaru (1572), e tesa a to-


gliere ogni fondamento di legittimità all’antico impero abbattuto dai
fratelli Pizarro14. In Messico, invece, fu decisivo l’ausilio del gesuita
mestizo Juan de Tovar e di un codice finemente illustrato, rimasto a
lungo manoscritto, in cui avrebbe riunito i risultati delle sue indagini
sulle origini dei nativi dell’America centrale, i loro riti, le credenze e i
calendari15. Acosta non celò a Tovar i suoi dubbi sull’attendibilità di
quella fonte: come avevano potuto gli indios conservare così a lungo
tante informazioni senza l’uso della scrittura?16
L’Historia si colloca in una fase avanzata della produzione di ma-
teriali sul passato precolombiano del Nuovo Mondo, rispetto alla
quale Acosta intese procedere a una selezione per segnare un signifi-
cativo passo in avanti: «delle cose nove & strane che ci sono scoperte
in quelle parti & de i fatti & successi delli spagnuoli, i quali le hanno
conquistata & popolata», avevano già reso conto altri, perciò si sa-
rebbe occupato delle «cagioni & ragioni di tali novitadi & strane cose
naturali», insieme all’«historia de i medesimi indiani antichi & natu-
rali habitatori del Mondo nuovo»17. La proposta di una conoscenza
affidabile perché critica ed empirica giovò all’immagine di Acosta
come autore moderno, contribuendo al successo dell’opera anche
nel Nord Europa18. Quest’ultimo fu agevolato anche dal fatto che
l’Historia non insiste sull’esaltazione dell’impero spagnolo, «che di
questo vi sono molti libri», e ancor meno sull’immagine di un intrec-
cio indissolubile tra conquista e conversione, come fa invece Maffei19.
La conversione, in ogni caso, resta l’obiettivo anche in Acosta.
A questo doveva servire lo studio dei costumi degli indios e del lo-
ro passato. L’avvento degli spagnoli è inserito appieno nel disegno

14 Pensamiento colonial crítico. Textos y actos de Polo Ondegardo, a cura di G.

Lamana Ferrario, CBC-IFEA, Cuzco-Lima 2012.


15 J.H. Parry, Juan de Tovar and the History of the Indians, in «Proceedings of

the American Philosophical Society», CXXI (1977), pp. 316-319.


16 E.H. Boone, Stories in Red and Black: Pictorial Histories of the Aztecs and

Mixtecs, University of Texas Press, Austin 2000, pp. 28-29, dove si riporta anche
la replica di Tovar.
17 Acosta, Historia cit., c. †† 2r.
18 A. Grafton, José de Acosta: Renaissance Historiography and New World Hu-

manity, in The Renaissance World, a cura di J.J. Martins, Routledge, New York
2007, pp. 166-188.
19 Acosta, Historia cit., c. 97v.
VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 167

della salvezza universale, in cui rientra pure l’attenzione alla natura


del Nuovo Mondo, il cielo e il clima, la flora e la fauna, ma anche
i metalli, come l’argento delle miniere di Potosí20. Tutta quella me-
raviglia non colpì i fratelli De Bry, le cui illustrazioni all’opera di
Acosta si limitano agli indios21. Natura e cultura: da allora i due piani
si sarebbero a lungo incrociati nella riflessione sull’America, e non
solo. Acosta perfezionò quel modello di descrizione non narrativa,
chiamata comunque «historia», con la mente all’opera dei missionari
tra uomini che, come già messo in chiaro in un trattato sulla salvezza
degli indios uscito nel 1588, erano e restavano «barbari» come tutti
i non cristiani: pur con gradi diversi tra loro, non avevano le stesse
capacità intellettuali, né tantomeno la dignità storica degli europei.
L’America rappresentò un’opportunità per la fede cristiana e al
contempo una sfida senza precedenti, ma chi erano davvero i suoi
abitanti? E da dove provenivano? Acosta non può non chiederselo,
«perché dall’una parte habbiamo di certo che sono molti secoli che
sono huomini in queste parti & per l’altra non possiamo negare quel-
lo che la divina scrittura chiaramente insegna, che tutti gli huomini
sono derivati da un primo huomo»22. Era un punto spinoso, che
tuttavia i racconti poco convincenti degli indios non bastavano a ri-
solvere. Una speculazione razionale induceva a ritenere come ipotesi
più probabile che fossero giunti dall’Asia attraverso un passaggio
terrestre, dato che gli antichi non erano in grado di navigare attra-
verso gli oceani. Così Acosta intervenne nella disputa sulle incerte
origini degli indios, ancora molto accesa per tutto il Seicento23.
Il possibile passato asiatico degli indios rende meno astratte
le comparazioni che Acosta istituisce nella seconda parte dell’o-
pera, l’«historia morale». È il caso, anzitutto, della religione. Gli

20 S. Ditchfield, What Did Natural History Have to Do with Salvation? José de

Acosta SJ (1540-1600) in the Americas, in God’s Bounty? The Churches and the Na-
tural World, a cura di P. Clarke, T. Claydon, Ecclesiastical History Society-Boydell
Press, Woodbridge-Rochester 2010, pp. 144-168.
21 F. del Pino Díaz, Texto y dibujo. La «Historia indiana» del jesuita Acosta y

sus versiones alemanas con dibujos, in «Jahrbuch für Geschichte Lateinamerikas»,


XLII (2005), pp. 1-31.
22 Acosta, Historia cit., c. 14v.
23 G. Gliozzi, Adamo e il Nuovo Mondo. La nascita dell’antropologia come ideo-

logia coloniale: dalle genealogie bibliche alle teorie razziali (1500-1700), La Nuova
Italia, Firenze 1977, pp. 371-381.
168 Indios, cinesi, falsari

indios praticavano un’idolatria d’ispirazione diabolica, di cui però


«horamai erano stanchi» prima dell’arrivo degli spagnoli, perché
«non potevano soffrire le crudeltadi de i suoi dei». Acosta sug-
gerisce continui confronti tra i loro riti e quelli di cristiani, ebrei,
musulmani e antichi pagani, nonché di alcune popolazioni asiati-
che, su cui lo informavano le lettere dei confratelli missionari in
Cina, Giappone e India24. Lo stesso avviene per le manifestazioni
culturali. Un nodo fondamentale è quello dell’assenza della scrit-
tura. Sin dalle prime pagine dell’opera Acosta si domanda «come
si habbian saputo i successi & fatti antichi indiani, non havendo
essi scrittura come habbiam noi altri», «perché non è picciol parte
delle cose loro haver potuto & saputo conservar le sue antiquitadi
senza usar overo servare alcune lettere»25. La risposta passa di nuo-
vo per una comparazione, stavolta fra i quipu, le cordicelle usate
dai quechua in Perù per conservare informazioni, e le «lettere» dei
cinesi, su cui aveva notizie fresche dai gesuiti Michele Ruggieri e
Matteo Ricci26.
L’Historia si concentra sull’America, ma è permeata da paragoni
con il resto del mondo non europeo. Era una conseguenza prevedi-
bile della percezione che Acosta per primo aveva della sua epoca,
in cui era frequente incontrare «huomini c’hanno fatto il viaggio di
Lisbona a Goa & da Siviglia al Messico & a Panama & in quest’altro
Mare del Sur [l’Oceano Pacifico] fino alla China & fino allo stretto
di Mallaganes» con «tanta facilitade» come un agricoltore andava
dal suo borgo al paese. I confronti su scala globale si infittiscono
nella «historia morale», che segue la «historia naturale», secondo
un avvicinamento per cerchi concentrici che rappresenta un singo-
lare esperimento di trattato totale sul Nuovo Mondo al momento
dell’arrivo degli spagnoli. In fondo, quella di Acosta è una storia
quasi atemporale, se si esclude la genealogia degli imperatori inca
e aztechi, che si trova nell’ultimo libro, tutto dedicato alla «natione

24 Acosta, Historia cit., c. 115rv. Su Acosta e lo sviluppo dello studio delle re-

ligioni cfr. G.G. Stroumsa, A New Sciences: The Discovery of Religion in the Age of
Reason, Harvard University Press, Cambridge (MA)-London 2010, p. 17.
25 Acosta, Historia cit., c. [†† 3]v.
26 A.C. Hosne, Assessing Indigenous Forms of Writing: José de Acosta’s View of

Andean Quipus in Contrast with Chinese “Letters”, in «Journal of Jesuit Studies»,


I (2014), pp. 177-191.
VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 169

messicana», poiché «si è conservata la memoria de i suoi principi


& successione & guerre & altre cose degne di sapersi»27. Quella
raccolta di materiali presentati come originali, che Acosta ordina
secondo uno stile espositivo europeo, si chiude emblematicamente
con la caduta di Moteuczoma II, la conquista di Cortés e i miracoli
e le conversioni che ne erano seguiti.
Insieme al fatto che erano entrambe scritte da un gesuita, fu l’o-
biettivo religioso dell’Historia di Acosta a farla percepire come un
complemento delle Istorie di Maffei, da cui pure si distingue netta-
mente. In un panorama editoriale sempre più affollato e attraversato
da una guerra di immagini e interpretazioni, andarono a collocarsi
l’una accanto all’altra, sugli scaffali di un’ideale biblioteca cattolica,
come se fossero un’unica storia delle Indie. Si costruiva così l’imma-
gine di un mondo dominato dall’onnipresenza della Compagnia di
Gesù28. Al tempo stesso, si delineava una divaricazione nel modo di
guardare all’Asia e all’America, che si impose nella cultura europea
con effetti di lungo periodo sulla definizione dei campi del sapere29.
I gesuiti contribuirono a ridisegnare i confini e i caratteri del ge-
nere delle storie del mondo alla fine del Cinquecento, grazie a una
preoccupazione di tipo nuovo per il tema della religione: il racconto
storico doveva adeguarsi alle cautele di una cultura cattolica ormai
avvezza alla censura, senza lasciare ombre sulla piena legittimità e
inevitabilità della propagazione della fede cristiana. Di questo faceva
parte anche la celebrazione dei poteri politici che sostenevano gli
sforzi missionari. Uomini come Maffei e Acosta lo sapevano bene.
Eppure, dalla penna di un gesuita non uscì mai una vera storia del
mondo. La cosa sorprende, data la mole di conoscenze su remote
popolazioni e società che i padri della Compagnia di Gesù facevano
affluire in Europa e circolare attraverso gli imperi iberici. Tanto più
che il secondo Cinquecento vide un deciso rilancio della storia sacra
e, al suo interno, di quella ecclesiastica. Dagli anni sessanta l’orato-

27 Acosta, Historia cit., cc. 16r e 97r.


28 L. Clossey, Salvation and Globalization in the Early Jesuit Missions, Cambrid-
ge University Press, New York 2008.
29 Il riferimento è ai lavori ormai classici di A. Pagden, La caduta dell’uomo

naturale. L’indiano d’America e le origini dell’etnologia comparata (1982), Einaudi,


Torino 1989; A. Gerbi, La disputa sul Nuovo Mondo. Storia di una polemica (1750-
1900), a cura di S. Gerbi, Adelphi, Milano 20003; S. Landucci, I filosofi e i selvaggi,
Einaudi, Torino 20142.
170 Indios, cinesi, falsari

riano Cesare Baronio lavorava a una storia universale della Chiesa, in


risposta alle accuse di corruzione e tradimento del mandato aposto-
lico sferrate dalla storiografia protestante. Tra il 1588 e il 1607 dette
alle stampe dodici volumi dei suoi Annales ecclesiastici, spingendo il
racconto fino ai primi secoli del basso medioevo30.
Quel monumento di erudizione, reso solido dalla consultazione di
diplomi papali e altri documenti ufficiali, conobbe un notevole suc-
cesso in Europa. Pur appartenendo alla stessa generazione di Maffei e
Acosta, però, a Baronio la nuova proiezione globale del cattolicesimo
non interessava. In questo era un genuino interprete dello spirito con
cui le gerarchie romane avevano rinunciato, come conferma l’assenza
di dibattiti in materia al concilio di Trento, a svolgere un ruolo attivo
nell’evangelizzazione fuori dall’Europa, delegandone la gestione alle
corone di Portogallo e Spagna, per concentrarsi sullo scontro con
la Riforma31. Per capire perché nessun gesuita scrisse una storia del
mondo si deve piuttosto guardare a un contemporaneo di Baronio,
legato come lui alla famiglia cardinalizia dei Borromeo.

3. La geopolitica del mondo:


l’ex gesuita Botero e l’avventuriero Sherley

Giovanni Botero si era rivolto al cardinale Carlo Borromeo, ar-


civescovo di Milano, quando aveva abbandonato la Compagnia di
Gesù (1580), dopo che gli era stata più volte negata la professione
dei voti solenni. Passato al servizio di Borromeo, figura ascetica che
incarnava lo spirito più austero della Controriforma, Botero ne con-
divise per un tratto il progetto di riorganizzazione della vita religiosa
nell’arcidiocesi di Milano32.

30 Nunc alia tempora, alii mores. Storici e storia in età postridentina, a cura di

M. Firpo, Olschki, Firenze 2005; Sacred History: Uses of the Christian Past in the
Renaissance World, a cura di K. Van Liere, S. Ditchfield e H. Louthan, Oxford
University Press, Oxford 2012.
31 Sulle ragioni del silenzio di Trento cfr. A. Prosperi, Il concilio di Trento. Una

introduzione storica, Einaudi, Torino 2001, pp. 152-153; J.W. O’ Malley, Trento e
dintorni. Per una nuova definizione del cattolicesimo nell’età moderna (2000), Bul-
zoni, Roma 2004, pp. 93-94.
32 Per un profilo della figura di Botero resta ancora insuperato F. Chabod,

Scritti sul Rinascimento, Einaudi, Torino 1967, pp. 269-458.


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 171

Fu in quel frangente che pubblicò l’opera di meditazione asce-


tica Del dispregio del mondo (1584), un titolo curioso per chi solo
pochi anni prima sognava di partire missionario per le Indie. Lo
scritto si apre sui quattro significati della parola «mondo»: in primo
luogo, «tutta questa machina, che noi veggiamo, creata di niente
da Dio signor nostro», ossia l’universo; poi, «il luogo dove habitia-
mo», ossia la terra; quindi, «gl’huomini mondani che d’altro non si
curano che di questo secolo»; e infine, «le cose terrene e nel mon-
do contenute»33. Il buon cristiano poteva elevarsi spiritualmente
disdegnando, in particolare, il secondo e il quarto aspetto. La vita,
però, riservò tutt’altra via a Botero: anziché disprezzare il mondo, lo
contemplò attraverso gli scritti di geografia e storia accumulati sulla
scrivania, nonché le relazioni diplomatiche ricevute da ogni parte,
per poi illustrarne le caratteristiche principali in un’opera destinata
a grande popolarità. Quando il primo volume delle sue Relatio-
ni universali uscì a Roma nel 1591, con l’appoggio del cardinale
Federico Borromeo, nipote di Carlo, Botero era ormai un autore
di spicco della cultura cattolica. Riflettendo sulle grandi questioni
politiche dell’Europa del tempo e muovendosi tra Milano, Parigi e
Roma, aveva scritto e dato alle stampe trattati di grandissimo suc-
cesso come Della ragion di stato (1589).
La vicenda editoriale delle Relationi universali è complessa, per
le aggiunte e le correzioni che il suo autore continuò ad apportare al-
le sue quattro parti fino al 161134. Ma una cosa è certa: non erano una
storia del mondo, né come tale furono concepite. Nelle biblioteche
del tempo non trovarono posto fra i libri di storia, ma fra quelli di
geografia. Del resto, Botero non aveva certo problemi con lo spazio,
come mostra l’allargamento sistematico della sua trattazione a tutte
le regioni del mondo, ma ricomporre la sfuggente molteplicità dei
loro passati era ben altra questione: dalle tante trasformazioni avve-
nute nei secoli sarebbe emerso il fondo di violenza e cancellazione
su cui poggiava la diffusione globale del cristianesimo. Botero voleva

33 G. Botero, Del dispregio del mondo libri cinque... et due prediche appartenenti

all’istessa materia, Milano, appresso Francesco & Simon Tini fratelli, 1584, p. 1.
34 Si dispone ora di un’edizione moderna condotta sulla versione pubblicata

a Venezia da Alessandro de’ Vecchi nel 1618: G. Botero, Le relazioni universali, a


cura di B.A. Raviola, Aragno, Torino 2015.
172 Indios, cinesi, falsari

l’esatto opposto35. Il suo obiettivo era descrivere lo «stato nel quale si


trova hoggi la religione christiana per il mondo»36. Prestava così un
prezioso servizio a una Chiesa intenta a contare il numero dei suoi
fedeli, mentre si misurava con le altre religioni in una competizione
per le anime divenuta ormai planetaria37.
Il risultato è una compilazione di seconda mano, che deve molto
al passato di gesuita di Botero, a partire dal largo impiego degli scritti
dei padri della Compagnia. Principale fonte per l’America spagnola,
per esempio, è Acosta, mentre per il Brasile Maffei, fra i pochi allora
ad aver trattato di quella parte dell’impero portoghese in un’opera
a stampa accessibile in Italia, le Istorie delle Indie orientali da cui
Botero dipende molto anche per l’Asia38. Le Relationi universali ri-
prendono molti testi di storia, benché non sempre i più aggiornati.
Ne derivarono un’ambiguità e un’incoerenza di fondo, dovute alla
difficoltà di tenere insieme una materia vastissima a partire da autori
tanto diversi tra loro, talora copiati di peso. L’approdo fu una sorta
di geopolitica delle religioni, più utile e rassicurante di una storia
del mondo. Del resto, la posta in palio era il primato della Chiesa e
delle potenze cattoliche che, entrato in crisi per la Riforma prote-
stante in Europa, rischiava ora di perdere ogni credibile pretesa di
universalità39.
Botero offrì ai suoi lettori una ricca introduzione allo «stato»
presente del mondo, non un’esposizione dei complessi cambiamenti
che lo avevano reso qual era. Da qui discende la matrice fortemente
apologetica di una raccolta di informazioni, che nelle prime due par-
ti riguarda geografia e ordinamenti politici. Allo spettacolo del globo

35 J.M. Headley, Geography and Empire in the Late Renaissance: Botero’s Assign-
ment, Western Universalism, and the Civilizing Process, in «Renaissance Studies»,
LIII (2000), pp. 1119-1155.
36 Epistola dedicatoria al cardinale Carlo di Lorena, in G. Botero, Delle relatio-

ni universali. Prima parte, Roma, appresso Georgio Ferrari, 1591, c. 2v.


37 Lo ha ricordato A. Prosperi, Lo stato della religione tra l’Italia e il mondo:

variazioni cinquecentesche sul tema, in «Studi storici», LVI (2015), pp. 29-48, met-
tendo a confronto Botero e l’inglese Edwin Sandys, autore di una Relation of the
State of Religion (1605).
38 A. Albònico, Il mondo americano di Giovanni Botero. Con una selezione dalle

“Epistolae” e dalle “Relationi Universali”, Bulzoni, Roma 1990, pp. 94-95, 113-118;
Chabod, Scritti cit., pp. 396-404, 417-424.
39 R. Descendre, L’état du monde. Giovanni Botero entre raison d’État et géopo-

litique, Droz, Genève 2009.


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 173

si accede dall’Europa, con la cattolicissima Spagna, per poi passare


agli altri continenti, rispecchiando un significato dell’aggettivo «uni-
versale», che rinvia all’esistenza di un centro di irradiazione, secondo
un’accezione che si è mantenuta per secoli. Perciò, non serviva che
un approfondimento storico ricordasse quanto era plurale il mondo
nel passato, salvandone dall’oblio la varietà di costumi e credenze,
e quanto invece era recente, salvo rare eccezioni, la diffusione del
cristianesimo in Africa, America e Asia.
Così, nel proemio della terza parte, Botero arriva a polemizzare
con gli «istorici moderni», perché invece degli «avvenimenti pro-
speri o contrari della nostra santa fede» trattano solo di «affari di
stato o imprese di guerra atte a pascer la curiosità più che a regolar
l’affetto». Eppure, «se mai gli scrittori ebbero occasione d’impiegar
l’opera loro di dar conto de’ successi della religione cristiana, l’han-
no a tempi nostri grandissima»40. In quest’ottica, che suona anche
come una rivendicazione della novità della propria opera, si passano
in rassegna le religioni in Europa, Africa e Asia, con qualche conces-
sione a una prospettiva cronologica all’interno di ciascun capitolo,
e poi, nella quarta parte, i culti degli indios del Nuovo Mondo e la
loro conversione.
Le Relationi universali si fondano sulla staticità. Questo aiuta a
capire perché non occupino un posto di rilievo nella bibliografia ra-
gionata per scrivere la storia di tutte le popolazioni del mondo pub-
blicata dal gesuita Antonio Possevino nel 1597, quando una prima
versione di tutte e quattro le parti dell’opera di Botero era già uscita
a stampa. Possevino vi proseguì l’impresa militante di segnalare le
letture più adatte ai cattolici avviata quattro anni prima con la Bi-
bliotheca selecta41. Che lo sforzo si rivolgesse in modo approfondito
alla storia è solo una conferma del suo rilievo, con tutti i pericoli che
ne derivavano. Si trattava di soppesare, come su una bilancia, «gli
historici greci, latini & altri», per indicare «come convenga legger-
li», insegnando a distinguere tra «veritieri, o supposti sotto nomi di
scrittori antichi, quali non veri o dannosi». La condanna del falsario
Annio da Viterbo è resa più grave dal fatto di essere associato a

40 Botero, Le relazioni cit., p. 823.


41 A. Biondi, La “Bibliotheca selecta” di Antonio Possevino. Un progetto di ege-
monia culturale, in La “ratio studiorum”. Modelli culturali e pratiche educative dei
gesuiti tra Cinque e Seicento, a cura di G.P. Brizzi, Bulzoni, Roma 1981, pp. 43-75.
174 Indios, cinesi, falsari

Machiavelli, Lutero e Calvino. Del resto, a preoccupare Possevino


erano anzitutto gli storici protestanti. Ma osservate speciali erano
anche le recenti opere di storia del mondo, segno di un interesse
per i nuovi orizzonti globali della cultura del tempo. Di storici e
storia, ammette lo stampatore Giovanni Battista Ciotti, si erano già
occupati in molti, ma non era a conoscenza di un testo, come quello
di Possevino, che «riunisse insieme le cautele e le altre cose grazie
a cui poter sfogliare senza timore gli storici più sicuri e veritieri»42.
Tanti storici avevano trattato «le navigationi di Christoforo Co-
lombo, del Magellano, de’ castigliani & de portughesi», e più in
generale delle diverse parti dell’Africa, dell’Asia e dell’America.
Possevino approva, a seconda dei casi, Giovanni Leone Africano,
i francesi André Thevet e Pierre Belon, gli italiani Lorenzo Gam-
bara, Giovanni Tommaso Minadoi e Pietro Bizzarri (un eretico), i
portoghesi Francisco Álvares, João de Barros, Fernão Lopes de Ca-
stanheda, Damião de Góis e Jerónimo Osório, gli spagnoli Francisco
López de Gómara, Pedro Cieza de León e Agustín de Zarate, oltre,
naturalmente, ai gesuiti Acosta e Maffei, quest’ultimo oggetto di un
lungo elogio43.
Un bosco molto rigoglioso da sfrondare era quello degli autori
«che hanno abbracciato gli eventi del nostro tempo con una storia
quasi universale»: nel novero degli scrittori raccomandati che ave-
vano fatto uso del latino figurano papa Pio II, costantemente richia-
mato da Possevino, insieme a Hans Böhm, tra le voci più autorevoli
su molte regioni europee e di altri continenti, e Paolo Giovio; tra
quanti avevano scritto «nella lingua italiana» spicca, invece, Gio-
vanni Tarcagnota, autore gradito alle gerarchie cattoliche, tanto che
lo avrebbe ricordato oltre due secoli dopo anche Alessandro Man-
zoni, immaginando i suoi volumi nella biblioteca di Don Ferrante,
accanto a quelli di altri storici del mondo la cui lettura impegnava il
tempo di un erudito milanese intorno al 1630: «il Dolce, il Bugatti,

42 A. Possevino, Apparatus ad omnium gentium historiam..., Venetiis, apud Io.

Bapt. Ciottum, 1597, c. A2v. Il passo non si trova nell’edizione in italiano pubbli-
cata l’anno seguente.
43 L’elenco dei nomi è tratto dallo spoglio dell’intera opera. Si cita da Id., Ap-

parato all’Historia di tutte le Nationi..., Venetia, presso Gio. Battista Ciotti, 1598,
c. 3r; l’elogio a Maffei è alle cc. 136rv. Bizzarri, ricordato per la Rerum Persicarum
historia (1583), compose anche una storia del mondo, di cui passò il manoscritto a
Giusto Lipsio nel 1581 con la speranza, delusa, che lo aiutasse a trovare un editore.
VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 175

il Campana, il Guazzo, i più riputati in somma»44. Non li ricorda


Possevino, che invece menziona il Compendio historico universale
(1594) di Giovanni Nicolò Doglioni e le «Relationi brievi di quasi
tutte le provincie & nationi» di Botero45.
Il riferimento a quest’ultimo non confonda. Possevino mette su-
bito in chiaro il carattere strumentale dell’inclusione delle Relationi
universali: in Botero si potevano trovare solo notizie utili alla cono-
scenza storica del mondo, «adatte a tutto questo sforzo», al pari degli
altri geografi ricordati a tal fine da Possevino, che addirittura riserva
una sezione finale alla descrizione di città46. Vi ricorda i nomi degli
storici di quelle più importanti ed elenca quelle oggetto delle ma-
gnifiche mappe della raccolta delle città del mondo, edita dal 1572
sotto la guida di Georg Braun, canonico della cattedrale di Colonia.
Del resto, la genesi delle Relationi universali non si comprende senza
tener conto che i lettori europei si stavano abituando allora all’illu-
sione di poter toccare con la mano i vari continenti semplicemente
sfogliando un libro: era l’effetto del successo dei «teatri del mondo»,
sontuosi volumi illustrati da carte geografiche di grande accuratezza,
come quello dato alle stampe dal fiammingo Abraham Ortels (Orte-
lius) nel 1570, su stimolo di Gerard de Cremer (Mercator), anch’egli
fiammingo ma rifugiato in Germania perché protestante; nel 1595
pubblicò un’opera simile e altrettanto celebre, che per la prima volta
usava la parola «atlante» nel titolo47.
A un confronto più serrato con la storia Botero arriva comunque
nella quinta parte delle Relationi universali, che rimaneggiò fino al
1611 ma rimase inedita fino al 1895. Vi descrive le «alterationi» avve-
nute nel mondo nell’ultimo quarto del Cinquecento. Dimostra così,
per via indiretta, che lo «stato» presentato nelle quattro parti pre-
cedenti non era poi immutabile. Ma pur aprendosi finalmente alla
storia, l’attenzione di Botero resta concentrata sul presente politico
e religioso, come conferma il bilancio del «numero de i christiani e

44 A. Manzoni, I Promessi Sposi, in Opere, a cura di L. Caretti, Mursia, Milano

1974, p. 325.
45 Possevino, Apparato cit., cc. 21v-22r.
46 Id., Apparatus cit., c. 20r. Il giudizio sulle Relationi universali si trova solo

nell’edizione latina.
47 N. Broc, La geografia del Rinascimento. Cosmografi, cartografi, viaggiatori,

1460-1620 (1989), Panini, Modena 1996, pp. 160-164.


176 Indios, cinesi, falsari

delle altre nationi, quanto spetta alla relligione, per l’universo» posto
in chiusura proprio della quinta parte, in cui si constata come «la
più parte de gli huomini resti nelle tenebre dell’infedeltà sepolta»48.
Non agisce in Botero un interesse per il passato in sé: è «molto più
commendabile», osserva, «l’illustrare i tempi presenti che i passati,
perché i successi dell’età nostra hanno assai più del dilettevole, per la
loro novità, che quei de i tempi passati, tante volte scritti e in diverse
lingue espressi». Solo la «sperienza delle cose moderne» consente di
agire con la necessaria consapevolezza, dato che «molto più sicuro
sarà il giuditio fondato su quel che tu vedi e che tocchi»49. Il racconto
di Botero tiene fede alle promesse solo nelle sezioni sulle parti di
Europa a lui più familiari. Quando affronta le altre regioni, specie se
esterne all’Europa, la trattazione si fa più debole e incerta. È fondata
su una conoscenza superficiale e affrettata, e a volte si narrano eventi
risalenti a epoche molto anteriori agli ultimi trent’anni, come nel
caso dell’Etiopia. Non si dispone di notizie sulla Cina, «dove non è
avvenuta alteratione di stato che si sappia», ma si riporta comunque
una relazione generale avuta da alcuni «gentilhuomini portoghesi»,
per «non lasciar la più nobil parte d’Asia sotto silentio»50.
In un mondo di imperi in precario equilibrio e nuove potenze
globali in ascesa, procurarsi notizie affidabili non era agevole. Botero
lo ricorda a proposito dei suoi rapporti con «gl’imbasciatori del re
di Persia venuti parte in Italia, parte in Spagna», con i quali «più di
una volta» era stato in contatto «per mezo d’amici». Alle pagine ine-
dite delle Relationi universali Botero affida un giudizio non proprio
lusinghiero su due avventurieri inglesi che fecero molto parlare di sé
nell’Europa del primo Seicento, i fratelli Anthony e Robert Sherley.
Sul finire del Cinquecento, il primo dei due aveva guidato un viaggio
di razzia ai Caraibi e contro le isole di Capo Verde. Il suo resoconto
fu poi incluso da Richard Hakluyt nella seconda edizione della sua
raccolta (1598-1600). Intanto, insieme al fratello, Anthony raggiunse
la corte safavide in Persia, con lo scopo dichiarato di promuovere
i commerci con l’Inghilterra e stimolare una ripresa delle ostilità
contro l’impero ottomano. Entrati nelle grazie di shah Abbas I, i

48 C. Gioda, La vita e le opere di Giovanni Botero, 3 voll., Hoepli, Milano 1894-

1895, vol. III, p. 325.


49 Ivi, pp. 36-37.
50 Ivi, p. 232.
VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 177

fratelli Sherley fecero separatamente ritorno in Europa in veste di


suoi rappresentanti diplomatici, indossando abiti di foggia orientale
e attirando su di sé attenzioni, commenti e diffidenza nelle città e
nelle corti in cui risiedevano. Ebbero sorti alterne, ma molti li pre-
sero sul serio, come Botero che, «per intendere il vero delle cose di
Persia e delle sue circostanze», fece recapitare a Robert a Milano e
ad Anthony a Madrid «nota delle domande che voleva che lor si fa-
cessero». Ma «di molte cose ch’essi risposero» tenne «per vere» solo
«quelle nelle quali erano tra se conformi», senza nascondere che,
«per la poca noticia che di quei stati non che delle cose occorrenti
mostravano, poco alla mia espettatione corrisposero»51.
Trapela qui l’immagine di due impostori, che conferma la de-
scrizione di Anthony Sherley come «huomo di nessuna religione»,
sempre pronto a cambiare l’acqua del proprio mulino «secondo la
materia per macinare», che ne dette nel 1608 il suo segretario, Gio-
vanni Tommaso Pagliarini, al momento di troncare i loro rapporti.
La delusione di Botero verso i fratelli Sherley rafforza l’impressione
di una profonda differenza, nonostante una somiglianza di superfi-
cie, tra le Relationi universali, compilate a sostegno del trionfo nel
mondo della fede cattolica, e il più esile Peso político de todo el mun-
do, finito di scrivere nel 1622 da Anthony Sherley, che si era stabilito
definitivamente in Spagna52.
Quel trattato di geopolitica, dedicato al conte-duca di Olivares,
ambiva a offrire al ministro spagnolo, allora in ascesa come favorito
del nuovo re Filippo IV, una sintesi della geopolitica globale per
fronteggiare le sfide poste a un impero planetario da un presente
in continua trasformazione. Restò manoscritto, ma conobbe una
discreta circolazione, confermando così una tendenza più generale
nella comunicazione culturale della Spagna del tempo53. Dopo aver
invitato Olivares ad «aprire la mano e saggiare con essa il peso di

51 Ivi, pp. 37-38. Nel 1613, comunque, Anthony Sherley pubblicò una relazione

dei suoi viaggi in Persia in lingua inglese, su cui cfr. J. Schleck, K. Sahin, Courtly
Connections: Anthony Sherley’s «Relation of His Travels into Persia» (1613) in a
Global Context, in «Renaissance Quarterly», LXIX (2016), pp. 80-115.
52 Vi insiste già S. Subrahmanyam, Three Ways to Be Alien: Travails & En-

counters in the Early Modern World, Brandeis University Press, Waltham (MA)
2011, p. 127, che rilegge l’itinerario biografico globale di Sherley alle pp. 79-132.
53 F. Bouza Alvares, Corre manuscrito. Una historia cultural del Siglo de Oro,

Marcial Pons, Spagna 2001.


178 Indios, cinesi, falsari

tutto il mondo, e nel pesarlo osservare la sostanza di questa monar-


chia», Sherley passa in rassegna la situazione politica delle maggiori
potenze del tempo54. Non vi è in lui alcun afflato religioso e il papa
è ritratto come «un principe molto limitato», a differenza che in
Botero55. Un confronto realistico tra potenze europee e non europee
lo porta invece a descrivere la Cina come «un grandissimo impero
esteso su grandissime distanze e con tanta abbondanza di tutto quel-
lo che serve» da poter «con mano liberalissima ripartirlo fra tutto il
mondo». Né si manca di sottolineare come «anticamente l’impero
dei cinesi si dispiegava su tutta l’India orientale fino al Madagascar»,
fino quando non si erano stancati «dello spreco di tesori e del con-
sumo di uomini per difendere e proteggere una tale estensione»56.
Ma alla Cina del primo Seicento mancava una milizia come quella
che rendeva la monarchia cattolica e l’impero turco «le due maggiori
potenze che oggi vi siano nel mondo». Erano come il sole e la luna,
ma la prima doveva «disporre tutto per non avere un’eclissi con la
luna in opposizione, perché ne seguono molte conseguenze brut-
te, pericolose e dannose»57. Uomo dalla lealtà politica mobile che
aveva iniziato la sua carriera di mediatore diplomatico cercando un
accordo commerciale tra l’Inghilterra e la Persia in chiave anti-otto-
mana, nel Peso político Sherley appoggia l’idea di una grande pace
tra la Spagna e la Turchia. La proposta ritorna anche nelle pagine
finali, dove si presenta un elenco delle principali località sulle coste
dell’Oceano Pacifico e sul versante americano del mondo atlantico,
in cui inglesi e olandesi avrebbero potuto insediarsi, minacciando la
potenza imperiale iberica.
Se Botero non fu il modello di Sherley, lo sarebbe stato invece
della Relazione delle quattro parti del mondo (1631), scritta per «ri-
parare la smarrita fede, e per rinvigorire la languente, e per ristorare
le infinite perdite» da Francesco Ingoli, segretario della congregazio-
ne «de Propaganda Fide», fondata nel 1622 per restituire alla curia

54 A. Sherley, Peso de todo el mundo (1622). Discurso sobre el aumento de esta

monarquía (1625), a cura di Á. Allora, M.Á. de Bunes e J.A. Martínez Torres, Po-
lifemo, Madrid 2010, p. 87.
55 Ivi, p. 101. Su Botero e la giurisdizione universale del pontefice insiste il sag-

gio d’apertura del volume Papato e politica internazionale nella prima età moderna,
a cura di M.A. Visceglia, Viella, Roma 2013, pp. 18-19.
56 Sherley, Peso de todo el mundo cit., pp. 181-182.
57 Ivi, p. 154.
VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 179

il governo dell’evangelizzazione, a fronte dell’operato autonomo dei


patronati delle corone iberiche e dell’avanzata delle potenze prote-
stanti nel mondo58. Sherley aveva suggerito una prospettiva opposta
a Olivares, ma proprio come in Botero la storia non ha alcun peso nel
suo testo, salvo richiami occasionali al passato per illuminare aspetti
del presente con lo sguardo rivolto al futuro.

4. Ascesa e caduta di Herrera, cronista del re

Il successo editoriale, intanto, aveva arriso alle Relationi univer-


sali. Rispondevano alla vana speranza di poter arrestare la fluidità di
un’epoca, di cui fu un simbolo certamente estremo un uomo come
Anthony Sherley, che conobbe più volte il carcere e fornì persino
il soggetto, insieme ai fratelli Robert e Thomas, a una pièce teatrale
andata in scena alle porte di Londra nel 1607. Proprio in Inghil-
terra e in Spagna, i due poli europei delle trame politiche di cui
Sherley si ritrovò al centro, uscirono all’inizio del Seicento riduzioni
e traduzioni dell’opera di Botero59. In quella apparsa a Valladolid
nel 1603, con dedica al duca di Lerma, favorito del re Filippo III,
l’editore ricorda come le Relationi universali fossero un «tesoro»
ricco di preziose informazioni soprattutto per «coloro che trattano
di materie di stato e guerra», ossia l’esatto opposto di quanto Botero
auspica in apertura della terza parte delle Relationi universali, dove
polemizza con gli «historici moderni». Il traduttore Diego de Aguiar
nell’epistola al lettore interpreta Botero come un complemento alla
«conoscenza della storia», «messaggera dell’antichità e parte princi-
pale della scienza politica», senza cui non potevano agire rettamente
«coloro che hanno l’impero del mondo»60. Non erano parole dette
a caso. Negli stessi anni lo scontro che si consumava fra le corone di

58 F. Ingoli, Relazione delle quattro parti del mondo, a cura di F. Tosi, Urbaniana

University Press, Roma 1999, p. 12.


59 La riduzione inglese uscì anonima, forse per non fare pubblicità a un autore

cattolico: The Worlde or An historical description of the most famous kingdomes and
common-wales therein, London, by Edm. Bollifant for John Iaggard, 1601.
60 G. Botero, Relaciones universales del mundo... Primera y Segunda Parte...,

Valladolid, por los herderos de Diego Fernandez de Cordova, 1603, cc. non nu-
merate.
180 Indios, cinesi, falsari

Spagna e d’Inghilterra favorì il tentativo di usare la storia del mondo


non più come un mezzo per ridare voce ai passati multipli del globo,
ma come un’arma ufficiale al servizio del potere. Era la prima volta.
Le conseguenze per chi prestò la sua penna a quello scopo furono
serie, come mostrano le storie connesse di Antonio de Herrera y
Tordesillas e Sir Walter Raleigh.
Alla metà del 1608 erano entrambi in stato di arresto, il primo nel-
la sua casa a Madrid e il secondo in un’ala del vasto complesso della
Torre di Londra conosciuta come Bloody Tower e usata come prigio-
ne per personaggi di alto rango. Tutti e due erano vittime di intrighi e
dell’accusa di aver cospirato contro la corona. Ma se Raleigh era stato
condannato nel 1603 per aver ordito un presunto complotto contro il
nuovo re Giacomo I, la cui salita al trono segnò una forte discontinui-
tà rispetto agli equilibri della corte elisabettiana, la caduta di Herrera
era recente. Fu travolto dall’incarceramento del suo protettore, Don
Francisco de Mendoza, ammiraglio di Aragona, accusato di aver tra-
mato per rovesciare il potente duca di Lerma. Già da qualche tempo,
il favorito del re lavorava per ostacolare Herrera, la figura dominante
nel panorama della storiografia spagnola di inizio Seicento, dopo aver
assunto, una dopo l’altra, le cariche di cronista maggiore delle Indie
(1596), cronista del re (1598) e segretario regio (1605).
Nella sua attività di cronista Herrera si attenne strettamente al-
la lezione di Botero che nella Ragion di stato, di cui peraltro curò
la traduzione spagnola apparsa nel 1593, ricorda il contributo del-
l’«istoria» alle «scienze atte ad affinar la prudenza» del principe e
come attraverso di essa si possa abbracciare «tutta la vita del mon-
do». Non valeva solo per i sovrani europei: «per non allegar essempi
nostrani», scrive Botero, «Maomette II re de’ turchi, che fu il primo
che sia stato detto Gran Turco, aveva continuamente qualche antica
istoria nelle mani» e «Selim I si dilettò grandemente di leggere i fatti
di Alessandro Magno e di Giulio Cesare, li fece voltare in lingua
turchesca»61. Il compito che attendeva Herrera non era facile. Pochi
anni dopo aver concluso la traduzione di Botero, si ritrovò a scrivere
la cronaca di Filippo II, il più potente monarca europeo del tempo,
proprio nella forma di una storia del mondo.

61 Id., Della ragion di stato, a cura di P. Benedittini e R. Descendre, Einaudi,

Torino 2016, p. 55.


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 181

Ai detrattori che da ogni dove si scagliavano contro Filippo II,


minacciando che la sua storia finisse per essere scritta solo dai suoi
critici non si poteva replicare con una biografia tradizionale. Biso-
gnava volgere la geografia dei nemici del re a suo vantaggio con un
rovesciamento di prospettiva che lo facesse emergere come il vero
signore del mondo. Così, la scrittura della cronaca di un sovrano spa-
gnolo alla fine del Cinquecento s’intrecciò con le proiezioni ormai
globali della monarchia cattolica. Quando iniziò a comporre la sua
opera, Herrera si servì anche di una traccia scritta dal suo predeces-
sore, Esteban de Garibay y Zamalloa, che già pensava di muoversi
in quella direzione62.
Le prime due parti dell’Historia general del mundo uscirono a
Madrid nel 1601. L’opera si apre con il 1554, quando sposando la
regina d’Inghilterra, Maria Tudor, Filippo assunse il titolo di re per
la prima volta, ma la vera narrazione inizia dal 1559, con l’avvio del
governo diretto in Spagna. Morto nel 1598, Filippo II non si trova
al centro dell’Historia, che si concentra piuttosto sull’intreccio delle
principali vicende politiche e militari della seconda metà del Cin-
quecento, selezionate secondo l’importanza che avevano nella pro-
spettiva di un potere europeo che pretendeva di dominare il mondo.
L’opera può così essere vista come uno spaccato degli eventi che alla
corte di Spagna si voleva che il grande pubblico ricordasse del lungo
regno di Filippo II.
Herrera ammette più volte i limiti stilistici di una giustapposizio-
ne di fatti storici che si ripete identica, «distinguendo i libri in anni,
con ciascun libro che contiene quello che è accaduto in un anno»63.
Vi sono oscillazioni in avanti e soprattutto all’indietro per meglio il-
luminare un episodio o un fenomeno, ma la narrazione non procede
per simultaneità e connessioni.
Sotto il peso della storiografia ufficiale le storie del mondo perde-
vano la loro spinta. Resta in Herrera un gusto per la complessità e per
la polifonia delle cause storiche, ma l’ordine geografico che segue si
apre sempre con l’Europa. Particolare rilievo hanno, naturalmente,
grandi momenti della storia iberica recente, come la battaglia di Le-
panto (1571), l’unione tra Portogallo e Spagna (1580) o il clamoroso

Kagan, Clio & the Crown cit., p. 134.


62

A. de Herrera y Tordesillas, Segunda parte de la historia general del mundo...,


63

Madrid, por Pedro Madrigal, 1601, c. non numerata.


182 Indios, cinesi, falsari

insuccesso della flotta spagnola nella Manica (1588), ma anche gli


interventi per contrastare le spedizioni inglesi di età elisabettiana o
le prime navigazioni olandesi nelle Indie orientali nel tardo Cinque-
cento. Ricorrono spesso i riferimenti al vasto mondo iberico, all’A-
frica settentrionale, alla Turchia e alla Persia, in quest’ultimo caso
sulla base di un’opera storica (1587) del medico ferrarese Giovanni
Tommaso Minadoi, vissuto a più riprese ad Aleppo, di cui proprio
Herrera tradusse l’edizione spagnola (1598). Minadoi figura tra le
fonti di Herrera in una tavola degli «autori che si sono seguiti in que-
sta storia, oltre a molte scritture e documenti autentici». La si incon-
tra in apertura delle prime due parti dell’Historia general del mundo,
e fra le opere indicate spiccano, per prime, le Relationi universali e
accanto ad esse, oltre a una serie di titoli su specifiche regioni, alcune
delle più diffuse storie del mondo del tempo: quelle di Cesare Cam-
pana, la prosecuzione di Giovio da parte di Natale Conti, la sezione
finale delle Historie del mondo di Tarcagnota e Mambrino Roseo, il
Compendio historico universale di Doglioni.
Quegli autori italiani avevano contribuito, nella seconda metà del
Cinquecento, a consolidare una tradizione cui Herrera rivendica di
appartenere nella dedica che apre la seconda edizione della seconda
parte, uscita nel 1606. Vi ribadisce di essere mosso anzitutto dal-
la «gloria» della sua «nazione» e sottolinea orgoglioso di essere «il
primo spagnolo che ha scritto una storia generale del mondo». Vi
lavorava almeno dal 1593 e aveva atteso tanto prima di pubblicarla
per evitare effetti indesiderati. In ogni caso, «essendo questa nazione
dominante, era giusto che avesse cognizione delle materie esterne,
delle qualità e dei costumi delle altre nazioni». Come se l’opera non
fosse nata per celebrare Filippo II, Herrera si giustifica anche per
essersi concentrato sulla storia contemporanea, «poiché si ha più
gusto nel sapere quanto ha fatto chi conosciamo e abbiamo sentito
nominare che non chi non abbiamo mai visto ed è vissuto molto
tempo prima di noi»64.
Lo schiacciamento sul presente delle storie del mondo si accom-
pagna alla loro sempre più spiccata connotazione politica, ancora
più forte nel caso della terza parte, la quale si apre con il racconto

64 Id., Segunda parte de la Historia General del Mundo, Valladolid, por Iuan

Godinez de Millis, 1606, c. non numerata.


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 183

della grande spedizione atlantica di Drake del 1585-1586, che colpì


la Galizia e l’arcipelago di Capo Verde, per poi abbattersi sull’A-
merica centrale tra molti saccheggi e la temporanea cattura di Car-
tagena de Indias. Il volume, sul cui frontespizio campeggia il titolo
di «cronista maggiore di Sua Maestà delle Indie e suo cronista di
Castiglia», era stato pubblicato nel 1612, dopo essere stato scritto
lontano da Madrid. Herrera gli affidava le speranze di rilanciare il
suo prestigio professionale dopo l’arresto del 1608, cui avevano fatto
seguito la condanna e l’allontanamento dalla corte. In apertura, assi-
cura di aver seguito solo «le relazioni, lettere e documenti dei viceré
e governatori dei regni e stati di questa felicissima monarchia e degli
ambasciatori e ministri di sua maestà, e dei suoi segretari di stato»,
nonché «dei maggiori e più antichi capitani di diverse nazioni, sud-
diti del re nostro signore»65. Si avverte qui il tentativo di sottrarsi
all’accusa di aver manipolato la verità storica o gettato ombra su
figure importanti come il duca di Lerma, bersaglio di velate critiche
nella seconda parte dell’Historia general del mundo, che dovevano
solo aver accelerato la caduta in disgrazia di Herrera66.
Nelle tre parti dell’opera non manca un respiro globale, che si
coglie nelle pagine sul Giappone, le Filippine, la penisola araba, l’E-
tiopia, le isole del Pacifico meridionale o lo Stretto di Magellano. Ma
sono tutte notizie riprese da testi di europei, comprese la Moscovia
(1586) di Antonio Possevino e la relazione manoscritta del missiona-
rio agostiniano Martín de Rada, su cui era in larga parte fondata l’Hi-
storia de las cosas más notables, ritos y costumbres del gran reino de
la China (1585) del confratello Juan González de Mendoza. Herrera
fa professione di «neutralità», ma ritrae generalmente inglesi e olan-
desi come eretici, profanatori e persecutori di cattolici, né manca
di contrapporre gli abiti delle popolazioni non europee ai «nostri»,
come nel caso dei giapponesi, «perché se in Europa per cortesia
si tolgono il cappello, da loro le scarpe, ed entrare in casa di una
persona onorata con le scarpe è scortesia», si legge in un passo che
ricorda il notevole trattato sulla differenza e il contrasto di costumi
tra europei e giapponesi, composto nel 1585 dal gesuita portoghese

65 Id., Tercera parte de la Historia general del Mundo, Madrid, por Alonso Mar-

tin de Balboa, 1612, c. non numerata.


66 Kagan, Clio & the Crown cit., p. 187.
184 Indios, cinesi, falsari

Luís Frois ma rimasto allora manoscritto67. Se le storie del mondo


erano state un terreno di sperimentazione e inclusione di materiali
non europei, uno strumento di riscoperta della polifonia dei passati
che poteva prestarsi a letture ambigue, l’obiettivo di Herrera era
esaltare la monarchia cattolica e il suo impero globale.
Del resto, Herrera era stato invitato ad attenersi a quella linea sin
da quando aveva ricevuto l’incarico di scrivere una cronaca ufficia-
le sull’America spagnola, una materia sempre più incandescente in
anni di costruzione della sua leggenda nera. La composizione della
sua monumentale Historia general de los hechos de los castellanos en
la islas i tierra firme del mar océano (1601-1615) aiuta a capire for-
ma e contenuti dell’Historia general del mundo, compresa la limitata
attenzione al Nuovo Mondo. La stesura e pubblicazione delle due
opere corse parallela. Herrera obbedì al mandato regio di rilanciare
l’immagine dell’impero spagnolo, liberandolo dalle accuse di violen-
za e ingiustizia. Tacere dei costumi e dell’organizzazione sociale de-
gli indios prima dell’arrivo degli spagnoli vi avrebbe contribuito, ma
vi riuscì solo in parte. Herrera non seppe resistere fino in fondo alla
tentazione di consultare le opere conservate inedite presso il Consi-
glio delle Indie, alle quali il ruolo di cronista maggiore dava libero
accesso. Le descrizioni custodite dai codici dei francescani Toribio
de Motolinía e Bernardino de Sahagún, dai trattati manoscritti di
Las Casas o dalle parti della cronaca sul Perù di Pedro Cieza de León
cui era stata negata la pubblicazione, erano ricchissime. Svelavano
l’universo delle antichità americane, con le credenze e le cerimonie
locali che gli spagnoli avevano tentato di estirpare. Herrera recuperò
una parte di quelle informazioni, mentre dava una veste uniforme ai
racconti che si leggevano nelle cronache autorizzate.
La sua storia del Nuovo Mondo, che va dal 1492 al 1554, si svi-
luppa per decadi. Vi si ammettono episodi di crudeltà e abusi bru-
tali, ma la loro portata è circoscritta. Ne esce un’immagine positiva

67 L’originale è in portoghese. Un’introduzione in L. Frois, Européens & Japo-

nais. Traité sur les contradictions & différences des mœurs (1585), a cura di X. de
Castro, pref. C. de Lévi-Strauss, Chandeigne, Paris 1998; The First European De-
scription of Japan, 1585: A Critical English-Language Edition of “Striking Contrasts
in the Customs of Europe and Japan” by Luis Frois, S.J., a cura di R.K. Danford, R.D.
Gill e D.T. Reff, Routledge, London-New York 2014. La citazione nel testo è tratta
da Herrera y Tordesillas, Tercera parte cit., p. 245.
VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 185

dell’amministrazione spagnola, corroborata dall’impiego di termini


come «pacificare» e «popolare» al posto di «conquistare», in linea
con il decreto regio (1573) che vietava l’uso della parola «conqui-
sta» e dei suoi derivati68. Così, le decadi di Herrera conobbero una
rapida circolazione anche in Messico e Perù. Quando ne terminò la
pubblicazione, il loro autore era rientrato a corte da un anno, nel
1614, su intercessione di Don Diego Sarmiento de Acuña, conte di
Gondomar. Era lo stesso che nel 1607 aveva suggerito al duca di Ler-
ma di nominare un «cronista generale», poi individuato in Pedro de
Valencia, aprendo così una crisi che aveva portato Herrera a una di-
sperazione tale da bruciare parte delle sue carte con note e appunti69.

5. Raleigh e la fine delle storie del mondo

Dal maggio 1613 Sarmiento de Acuña era diventato ambasciatore


spagnolo alla corte d’Inghilterra. L’anno dopo vide la luce a Londra
il primo volume della History of the World di Sir Walter Raleigh, l’an-
tico favorito di Elisabetta, promotore della fondazione della colonia
Virginia (1585) e protagonista di una spedizione in Guyana in cerca
del mitico El Dorado (1594), un’ossessione che non lo abbandonò e
fu all’origine della sua tragica fine. L’aria era cambiata con l’avvento
di Giacomo I. Dal 1603 Raleigh si trovava chiuso all’interno della
Torre di Londra, dopo che la sua condanna a morte per tradimento
era stata commutata nella prigionia. Alternando esperimenti di al-
chimia condotti in un pollaio all’aperto con la scrittura in una cella
di pochi metri quadri, riscaldata da un camino, compose la sua storia
circondato da mappe e una biblioteca di oltre cinquecento volumi,
che erano il suo principale contatto con il mondo. Aveva libri in
inglese, latino, italiano, francese e spagnolo. Sugli scaffali, accanto a
opere recenti di geografia e cosmologia, trovavano posto i primi vo-
lumi della raccolta dei De Bry, il trattato sulla Cina dell’agostiniano
González de Mendoza, scritti del portoghese Damião de Góis e dello

68 Kagan, Clio & the Crown cit., p. 170; una discussione approfondita dell’o-

pera alle pp. 171-185. Cfr. anche Antonio de Herrera y Tordesillas ¿Historia global,
historia universal, historia general?, a cura di L. Benat-Tachot, in «e-Spania», XVIII
(2014), http://e-spania.revues.org/23650.
69 Kagan, Clio & the Crown cit., pp. 194-195.
186 Indios, cinesi, falsari

spagnolo Francisco López de Gómara, oltre naturalmente alla storia


naturale e morale di Acosta70.
Il risultato fu una storia del mondo del tutto diversa dalle prece-
denti per erudizione e trattazione sistematica71. Capitolo dopo capi-
tolo, Raleigh pretende di risolvere con grande acribia tutti i dubbi
sui principali eventi dalla creazione in avanti. L’ordine segue una
cronologia verificata con ogni diligenza, nel quadro di uno sforzo
più generale di dimostrare la guida della provvidenza divina negli
affari umani. Il primo volume della History of the World fu comple-
tato nel 1611. Esibisce un’incisione nel frontespizio, che esprime la
visione della storia del mondo di un inglese del tardo Rinascimento:
al centro domina una potente immagine di donna, la Storia «maestra
di vita», mentre affiancata da due figure femminili, l’Esperienza e la
Verità, solleva un globo terrestre, conteso sotto l’occhio divino da
altre due giovani donne, la Fama Buona e la Fama Cattiva, riscattan-
dolo dalla Morte e dall’Oblio, che schiaccia con i piedi. È poi una
concezione organicistica del mondo, che «ebbe una vita e un inizio»,
a emergere dalla lunga prefazione, in cui si celebra la storia che «ci
ha resi consapevoli dei nostri antenati morti e ci ha restituito dalla
profondità e oscurità della terra la loro memoria e fama»72.
Suddiviso in cinque libri e corredato di splendide mappe, il primo
volume della History of the World si concentra sulle quattro monar-
chie universali dell’antichità, quella degli assiri, dei caldei, dei per-
siani e dei romani fino alla battaglia di Pidna (168 a.C.), che segnò il
tracollo del regno della Macedonia, trasformatosi un secolo e mezzo
prima, sotto Alessandro Magno, in un grande impero. Anche se non
arriva al presente e si limita allo spazio europeo e mediterraneo,
quella di Raleigh resta una storia del mondo scritta da un protestante
inglese che aveva coltivato a lungo il sogno di un impero d’oltremare
per la sua corona. I segni si colgono già nel primo libro dell’opera,
che ripercorre il racconto biblico, in un tentativo di storicizzarne

70 W. Oakeshott, Sir Walter Ralegh’s Library, in «The Library», s. V, XXIII

(1968), pp. 285-327. Sugli interessi alchemici di Raleigh e la loro influenza sulla sua
scrittura storica cfr. P.M. Rattansi, Alchemy and Natural Magic in Raleigh’s «History
of the World», in «Ambix», XIII (1966), pp. 122-138.
71 N. Popper, Walter Ralegh’s History of the World and the Historical Culture of

the Late Renaissance, The Chicago University Press, Chicago-London 2012.


72 W. Raleigh, The History of the World in Five Bookes, London, printed for

Walter Burre, 1614, c. A2v.


VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 187

criticamente il contenuto e chiarire la moderna posizione dei luoghi


che vi si citano, in linea con gli studi di geografia sacra allora molto
in voga. Raleigh possedeva una copia della Bibbia poliglotta (1572)
dell’ebraista spagnolo Benito Arias Montano e ne discusse le con-
clusioni circa l’esatta localizzazione di Ophir, la regione da dove si
diceva che il re Salomone ricevesse navi cariche di oro. Identificarla
con il Perù, come faceva Arias Montano, era una «fantasia» dovuta
a un fraintendimento che risaliva all’arrivo dei primi spagnoli, os-
serva Raleigh, «come diversi spagnoli nelle Indie mi hanno assicu-
rato, e lo conferma anche Acosta il gesuita nella sua storia naturale
e morale delle Indie». Ophir doveva piuttosto corrispondere «alle
Molucche»73. Era quanto aveva scritto il portoghese Gaspar Bar-
reiros in un volume pubblicato nel 1561, che comprendeva anche
la prima confutazione di Annio da Viterbo uscita a stampa nella
penisola iberica. Lo stesso Raleigh attacca a più riprese la «falsità»
di Annio, bollandolo come un «inventore di favole»74.
A tratti, le dotte disquisizioni, che oggi rendono piuttosto indi-
gesta la lettura dell’History of the World, sono interrotte da improv-
vise aperture sugli orizzonti globali del tempo di Raleigh. Spesso il
bersaglio è l’impero spagnolo, come quando si discute degli animali
a bordo dell’arca di Noè e si ricordano «quei cani divenuti selvatici
a Hispaniola, da cui gli spagnoli erano soliti far divorare gli indios
nudi», una cruda immagine tratta, in realtà, da Acosta75. In un altro
caso si muove da un passo biblico sull’eccessiva frammentazione del
potere per attaccare gli spagnoli in America, «che competono tra
loro e sprezzano la grandezza gli uni degli altri», intravedendo una
possibilità per gli inglesi: «al giorno d’oggi sono soggetti a invasione,
tanto che (con l’eccezione della Nuova Spagna e del Perù, perché
sono inaccessibili agli stranieri) con poca forza si cacceranno da tut-
to il resto»76. Non manca neppure un cenno polemico al viaggio
di Vasco da Gama. Gli antichi fenici già circumnavigavano l’Africa

73 Ivi, p. 175. Su Arias Montano e Ophir cfr. J. Romm, Biblical History and

the Americas: The Legend of Solomon’s Ophir, 1492-1591, in The Jews and the Ex-
pansion of Europe to the West, 1450-1800, a cura di P. Bernardini e N. Fiering,
Berghahn Books, New York 2001, pp. 27-46.
74 Raleigh, The History cit., p. 237.
75 Ivi, p. 111.
76 Ivi, p. 172.
188 Indios, cinesi, falsari

lungo una rotta «che in seguito fu dimenticata» e che Gama aveva


solo riscoperto, come peraltro aveva sostenuto poco prima anche
Hugo Grotius nel libello Mare liberum (1609) in cui negò il mono-
polio delle rotte verso l’Asia da parte dei portoghesi in virtù del loro
presunto diritto per scoperta77.
Altre volte la trattazione di Raleigh è interrotta dal ricordo di casi
eccezionali. Parlando della longevità dei patriarchi biblici, per esem-
pio, divaga su un indiano di trecento anni che era stato presentato al
generale dell’esercito turco, Süleyman, nel 1570. Più singolari anco-
ra sono le considerazioni, scaturite dal fatto che l’arca di Noè fosse
approdata in Armenia, circa la superiorità delle «popolazioni orien-
tali». Le «nazioni del sol levante furono le più antiche», infatti, come
dimostrava l’«uso della stampa e dell’artiglieria». Raleigh riprende
così il mito rinascimentale di una loro importazione in Europa dalla
Cina, i cui abitanti «ebbero le lettere molto prima degli egizi o dei
fenici, e anche l’arte della stampa quando i greci non avevano cono-
scenze civili o lettere fra loro». Di quella grandezza «sia i portoghesi
sia gli spagnoli sono stati testimoni», conclude Raleigh, non senza
osservare che «i cinesi considerano tutte le altre nazioni selvagge
rispetto a loro stessi». Eppure, quella grandezza orientale, conferma-
ta dall’«antichità, la magnificenza, la civiltà, le ricchezze, gli edifici
sontuosi e la politezza nel governo» del Giappone, paradossalmente
non trova posto nella narrazione dell’History of the World78.
Anche a fronte dell’estrema erudizione della sua opera, un mo-
numento della conoscenza rinascimentale sottratto a qualsiasi con-
fronto con i passati multipli del mondo non europeo, un uomo come
Raleigh non riesce a pensare all’antichità prescindendo dalle reazio-
ni ai nuovi orizzonti globali della sua età. Molti gli avrebbero detto
che «avrei potuto essere più gradevole al lettore, se avessi scritto
la storia dei miei propri tempi» ma, obietta, «chiunque scriva una
storia moderna seguendo troppo da presso i talloni della verità, si
romperà felicemente i denti. Non vi è maestra o guida che abbia
guidato i suoi seguaci e servi in più grandi miserie». «A me basta
(visto lo stato in cui mi trovo)», conclude, «scrivere dei tempi più

77 Ivi, p. 632. Sulla polemica di Grotius cfr. A. Pagden, Commerce and Con-

quest: Hugo Grotius and Serafim de Freitas on the Freedom of the Seas, in «Mare
Liberum», XX (2000), pp. 33-55.
78 Raleigh, The History cit., pp. 115-116.
VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare 189

antichi». Del resto, «perché non si potrebbe dire che parlando del
passato mi riferisco al presente e incolpo i vizi di quelli che sono
ancora vivi»? Se qualcuno si riconoscerà nelle macchie delle «tigri
dei tempi antichi», si difende Raleigh, «accuserà se stesso a ragione
e me a torto»79. Parole profetiche: infatti, se la History of the World
fu un buon successo editoriale, non contribuì, tuttavia, a migliorare
la situazione di Raleigh agli occhi di Giacomo I, che restò anzi irri-
tato dalla lunga prefazione in cui si criticavano i tiranni nella storia,
cogliendovi un’allusione alla sua persona80.
Non è chiaro fino a che punto l’History of the World volesse es-
sere anche una risposta a quella di Herrera, da cui si distingueva
in tutto. Certo è che la Historia general del mundo ebbe un ruolo
inatteso nel tragico destino di Raleigh. Nel marzo 1616 riuscì a ot-
tenere una sospensione della pena, raccontando a Giacomo I, allora
a corto di denaro, che avrebbe guidato una spedizione sul Fiume
Orinoco, in Guyana, alla ricerca di El Dorado che, a suo dire, si
trovava in una regione su cui nessuno esercitava giurisdizione, visto
che neppure gli spagnoli l’avevano esplorata. Appresa la notizia di
quel tentativo, vissuto come una provocazione in Spagna dov’era
acuta la preoccupazione per l’insediamento inglese creato nel 1607
a Jamestown, in Virginia, l’ambasciatore spagnolo, che era ancora
Sarmiento de Acuña, informò Giacomo I che Raleigh mentiva. In
realtà, gli spagnoli avevano insediamenti nell’area e non v’era traccia
d’oro. Per provare come l’anziano esploratore inglese, ormai più
che sessantenne, ne fosse bene a conoscenza l’ambasciatore si ser-
vì di una prova inattesa, che dimostra fino a che punto la materia
delle storie del mondo fosse divenuta delicata: le pagine della terza
parte della storia di Herrera, in cui si raccontava del viaggio fatto
vent’anni prima da Raleigh in Guyana e di come vi si fosse imbattuto
in sudditi della corona di Spagna, che lo avevano informato che la
storia dell’oro di cui aveva sentito parlare non era che una «favola».
Alla fine Raleigh si mise comunque in viaggio, con l’ordine di non
recare danno alcuno agli spagnoli, né appropriarsi indebitamente di
oro81. Intanto, in Spagna le voci di quella spedizione spingevano il

79 Ivi, c. E4r.
80 A.R. Beer, Sir Walter Ralegh and His Readers in the Seventeenth Century:
Speaking to the People, Macmillan Press, Basingstoke 1997.
81 Kagan, Clio & the Crown cit., pp. 1-3.
190 Indios, cinesi, falsari

Consiglio di stato a consultare Anthony Sherley sulle eventuali infor-


mazioni in suo possesso. Pronto come sempre a cogliere l’occasione
che gli si offriva, non solo presentò un piano d’azione per contrastare
Raleigh ma si dichiarò disposto a perdere la vita pur di portarlo a
compimento. Stavolta, però, non trovò ascolto82.
I fili delle vite di quegli uomini che avevano contribuito a ren-
dere il mondo più globale si andavano intrecciando, ma alla fine fu
Raleigh a restare preso nella rete. Non trovò l’oro in America e non
riacquistò la libertà in patria. Al ritorno dal suo viaggio, in cui per-
sero la vita molti uomini dell’equipaggio fra cui il suo unico figlio,
fu di nuovo arrestato. Poco tempo dopo, Giacomo I restituì vigore
alla condanna a morte di quindici anni prima. Raleigh avrebbe la-
sciato la sua storia del mondo ferma al primo volume. La sentenza
fu eseguita per decapitazione in una piazza all’esterno del palazzo di
Westminster. Era il 29 ottobre 1618.

82 Subrahmanyam, Three Ways to Be Alien cit., p. 115.


CONCLUSIONI

Che cosa accomunò un frate domenicano divenuto celebre come


falsario, un cappellano di Ulm autore di un trattato sui costumi del
mondo in cui non si accenna all’America, un uomo di stato e biblio-
tecario veneziano che raccolse opere di geografia e storia e relazioni
di viaggio da tutto il mondo mentre commerciava con le Antille, e
un umanista che raccontò le storie del suo tempo e creò un museo
con i ritratti di alcuni dei suoi protagonisti? Annio da Viterbo, Hans
Böhm, Giovanni Battista Ramusio e Paolo Giovio offrirono tutti un
modello di scrittura che permise ad altri di scrivere storie del mondo
nel Rinascimento. Senza la lettura delle loro opere, composte tra
Italia e Germania, né il missionario francescano Toribio de Benaven-
te, detto Motolinía, né il capitano portoghese António Galvão, né
l’indio quechua Don Felipe Guaman Poma de Ayala, né il poligrafo
italiano di origini greche Giovanni Tarcagnota e i suoi continuatori,
avrebbero saputo organizzare la loro materia, tanto ricca e sfuggen-
te, in racconti capaci di riannodare i passati multipli del mondo.
Pur con limiti e inesattezze, ciascuna di quelle storie, imbevute
dell’esperienza di vita dei loro autori, ruotava intorno a una precisa
visione degli uomini nel tempo, che poteva rispondere a un principio
diffusionista, all’idea di una mobilità infinita di uomini e merci, alla
comparazione tra culture poste sullo stesso piano al pari della loro
storia, o alla simultaneità fra gli eventi storici accaduti in località di-
verse. Quelle opere circolarono attraverso lingue e culture imperiali
rivelando così fino a che punto furono espressione di una diffusa
esigenza di ripensare la storia del mondo. Anche se non dettero ori-
gine a un genere, né a vere e proprie tradizioni, offrono tuttavia uno
spaccato degli orizzonti globali della cultura rinascimentale.
Rispetto a questo scenario di grande vivacità intellettuale, la mor-
te sul patibolo di Sir Walter Raleigh, nel 1618, ha il sapore di un
finale ad effetto. La stagione delle storie del mondo scritte nel Rina-
192 Conclusioni

scimento forse si chiuse davvero allora. In ogni caso, ha poco senso


pretendere di tracciare partizioni nette. Il rapporto con il mondo
era profondamente cambiato dai tempi di Motolinía e di Galvão,
ma non per questo la storia aveva perso la sua attrattiva. Certo, si-
stemazioni come le Relationi universali di Giovanni Botero avevano
il loro peso e stavano a indicare che la conoscenza utile del mondo
passava per una geopolitica del presente e non per il recupero della
polifonia del passato in un racconto storico unitario. Questo non
significa, però, che le opere stampate tra Cinque e Seicento cessa-
rono di essere lette da un giorno all’altro, né che si smise di sentire
l’esigenza di scrivere storie del mondo.
Per esempio, al tempo della prima rivoluzione inglese, durante
il breve interregno repubblicano che precedette il protettorato di
Lord Oliver Cromwell, la History of the World di Raleigh fu com-
pletata, seppur malamente, da un suo detrattore, il controversista
scozzese Alexander Ross, ex cappellano del re Carlo I e primo vol-
garizzatore del Corano in inglese: dopo aver pubblicato un com-
pendio essenziale del volume originale di Raleigh (1650), preceduto
da un libro di critiche in cui ne annotava i principali errori (1648),
nel 1652 Ross dette alle stampe un secondo volume con la conti-
nuazione di quella storia fino al 16401. Nel frattempo, mentre i vasti
orizzonti di un mondo globalizzato si rispecchiavano anche nelle
opere d’arte, come mostrano gli interni o le vedute di Delft dipin-
te dal pittore olandese Jan Vermeer, dove abbondano riferimenti
alle connessioni tra le Province Unite, la Cina e l’America create
dal commercio di oggetti e prodotti, la conoscenza del mondo nel-
la sua globalità continuava a diffondersi, favorendo la scrittura di
nuove storie2. Un caso di particolare interesse fu quello Ilyas ibn
al-Qassis Hanna al-Mawsili, un prete cristiano orientale di Mosul,

1 A. Ross, Some Animadversions and Observations upon Sr. Walter Raleigh’s

Historie of the World Wherein His Mistakes Are Noted and Som Doubtful Passages
Cleered, London, printed by William Du-Gard for Richard Royston, 1648; Id., The
Marrow of Historie, or An Epitome of All Historical Passages from the Creation to
the End of the Last Macedonian War, First Sent Out at Large by Sir Walter Raleigh,
London, printed by W. Du-gard for John Stephenson, 1650; Id., The History of the
World: The Second Part in Six Books, Being a Continuation of Famous History of Sir
Walter Raleigh, Knight, London, printed for John Saywell, 1652.
2 T. Brook, Il cappello di Vermeer. Il Seicento e la nascita del mondo globalizzato

(2008), Einaudi, Torino 2015.


Conclusioni 193

che intorno al 1680 prese a lavorare alla prima storia dell’America


in lingua araba. Non lo faceva dal chiuso di una biblioteca, tutta-
via, ma da Magdalena del Mar, un piccolo villaggio costiero vicino
a Lima, in Perù, dov’era giunto dopo aver lasciato Bagdad e aver
viaggiato a lungo attraverso l’Europa fino ad attraversare l’Oceano
Atlantico. Ilyas ibn Hanna era un esempio, certamente eccezionale,
della possibile vastità della circolazione degli uomini del tempo: pur
concentrandosi sul Nuovo Mondo e sul Perù, grazie alle cronache
spagnole che usò come fonti senza limitarsi comunque a riassumerle
e tradurle in arabo, la sua opera si apre con un capitolo sulla Cina e
riserva ampio spazio all’età degli inca. Gli orizzonti geografici della
cultura di origine di Ilyas ibn Hanna si erano allargati a materiali
che gli avrebbero consentito di scrivere una storia del mondo, che
tuttavia non arrivò mai a scrivere3.
La spinta a confrontarsi con il passato del mondo nella sua plu-
ralità e unità a partire da una molteplicità di materiali e informazioni
ricavate all’esterno del proprio contesto di riferimento era venuta
meno. Perciò, le storie universali scritte in Europa nell’età dei Lumi
non possono essere interpretate come una ripresa di quelle rinasci-
mentali. Se è indubbio, come si è cercato di mostrare anche in questo
libro, che l’impatto del mondo segnò la cultura europea nell’età delle
esplorazioni molto più di quanto sia consueto ammettere, le storie
del mondo confermano tutta la difficoltà di ipotizzare linee di con-
tinuità che permettano di individuare eredità dirette della creatività
del Rinascimento globale nelle manifestazioni culturali dei secoli
successivi4. Questo aspetto ci porta a un’ultima considerazione: se gli
storici globali di oggi più attenti a ricostruire in dettaglio le connes-
sioni tra luoghi e culture nel passato non devono certo pretendere
di trovare i loro precursori negli storici del mondo del Cinquecento
e del primo Seicento, da quei lontani tentativi possono comunque
ricavare, forse, qualche elemento di fiducia in più rispetto all’impor-
tanza delle domande che si pongono.

3 J.-P. A. Ghobrial, Stories Never Told: The First Arabic History of the New
World, in «Osmanlı Araştımaları/The Journal of Ottoman Studies», XL (2012),
pp. 259-282.
4 È questo il limite principale dell’importante proposta di J.-P. Rubiés, Travel

Writing and Humanistic Culture: A Blunted Impact?, in «Journal of Early Modern


History», X (2006), pp. 131-168.
INDICI
INDICE DEI NOMI*

Abbas I, shah di Persia, 14, 176 Arias Montano, Benito, 187 e n


Abu al-Hasan, 14 e n, 15 Aristotele, 41, 54, 56
Abu-Lughod, J., 6n Armitage, D., 7n, 95n
Abulafia, D., 21n Arrivabene, Andrea, 132n, 133, 144
Acosta, José de, X, 103, 124, 126, 164-170, Asburgo, dinastia, 17-18, 62, 92, 160
172, 174, 186-187 Asensio, E., 72n
Adamson, G., 31n Asor Rosa, A., 133n
Adorno, R., 99n, 100n Aston, Edward, 114
Agostino d’Ippona, santo, 56, 81 Aubin, J., 77n
Aguiar, Diego de, 179 Avity, Pierre d’, 27 e n, 28
Ajmar-Wollheim, M., 31n
Akbar, Jalal al-Din Muhammad, impera- Babur, Zahir ud-Din Muhammad, impe-
tore mughal, 15 ratore mughal, 78
Alam, M., 15n Bade, Josse, 56
Albònico, A., 172n Baglioni, famiglia, 148
Alessandro VI (Roderic Llançol de Bang, P.F., 14n
Borja), papa, 49, 51 Bardi, Girolamo, 150
Alessandro Magno, imperatore macedo- Baronio, Cesare, 170
ne, 17-18, 180, 186 Barreda, J.A., 57n
Allora, Á., 178n Barreiros, Gaspar, 62, 187
Almagro, Diego de, 102, 140 Barros, João de, 68-75, 82-83, 85, 92, 174
Álvares, Francisco, 77, 85, 140, 174 Bartolomeo, apostolo, santo, 103, 126
Álvarez de Toledo, Francisco, 165 Bataillon, M., 119n
Ambrosini, F., 130n Baudot, G., 37n, 38n, 43n, 44n, 56
Amiel, C., 119n Beaulieu, A.-M., 93n
Andaya, L.Y., 76n Beer, A.R., 189n
Anders, F., 53n Belleforest, François de, 119 e n
Andrade, A.A. Banha de, 85n Belon, Pierre, 174
Andrade, Fernão Pires de, 73 Bembo, Pietro, 84-85, 132, 134
Andretta, S., 161n Bénat-Tachot, Louise, XIII, 185n
Angiolieri, Giorgio, 152 Benavente, Toribio de, detto Motolinía,
Anselmo d’Aosta, santo, 42 e n IX, 36-48, 53-60, 128-129, 184, 191-192
Antunes, C., 8n Benedittini, P., 180
Arbel, B., 18n, 69n Bentley, J.H., 13n, 22n
Archiloco, 49 Benzoni, G., 152n
Aretino, Pietro, 132-133 Benzoni, Girolamo, 163 e n

* Non sono stati indicizzati i nomi biblici, mitologici e di personaggi letterari.


198 Indice dei nomi

Berbara, M., 114n Calvino, Giovanni (Jean Calvin), 61, 174


Berg, M., 9n Campana, Cesare, X, 152-158, 175
Bernand, C., 30n Campanella, Tommaso, 97-98
Bernardini, P., 116n, 187n Cañizares-Esguerra, J., 55n
Beroso, 49-50, 52-54, 57-59, 61, 110, 123 Cano, Melchor, 57 e n, 60, 157
Biasiori, Lucio, XIII, 108n Cantù, F., 101n
Biedermann, Z., 71n Caracciolo Aricò, A., 130n
Bin Wong, R., 6n Cardinal, R., 29
Biondi, A., 57n, 173n Cardona, G.R., 18n
Biondo, Flavio, 48, 86, 131 Carey, D., 94n
Bizzarri, Pietro, 174 e n Carion, Johann, 117
Bizzocchi, R., 50n Carlo I Stuart, re d’Inghilterra e di Scozia,
Blair, A., 12n 192
Bleichmar, D., 29n Carlo V d’Asburgo, sacro romano impe-
Bloch, E., 5n ratore e re di Spagna, 37, 52, 54, 78,
Bloch, Marc, 5 e n 140, 142
Bodin, Jean, 20, 151 e n Carlo VIII di Valois, re di Francia, 138
Böhm, Hans (Johannes Boemus), X, 103- Carneiro, R., 71n
119, 121 e n, 122-126, 128, 131, 145, Casale, G., 14n, 17n
174, 191 Castanheda, Fernão Lopes de, 85, 90n,
Boone, E.H., 39n, 166n 95, 174
Borgia, famiglia, 49 Castillo, V., 60n
Borgia, Cesare, 49 Castro, X. de, 184n
Borromeo, famiglia, 170 Castrodardo, Giovanni Battista, 133
Borromeo, Carlo, santo, 170-171 Catone il Vecchio, Marco Porcio, 49
Borromeo, Federico, 171 Catz, R., 62n 67n
Bosbach, F., 97n Ceard, J., 119n
Bossuet, Jacques-Bénigne, 24 Cecil, Robert, 95-96
Botero, Giovanni, X, 27, 170-173, 175- Cesare, Gaio Giulio, 115, 123, 180
180, 192 Chabod, F., 137n, 170n, 172n
Bouza Álvarez, Fernando, XIII, 177n Chakrabarty, D., 10n
Boxer, C.R., 70n Chartier, R., 164n
Bracciolini, Poggio, 48 Cherchi, P., 119n, 122n, 134n, 142n
Bracken, S., 29n Chimalpáhin Cuauhtlehuanitzin, Do-
Braida, Lodovica, XIII, 134n, 135n mingo Francisco de San Antón
Braude, B., 59n Muñón, 60
Braudel, F., 6n Chinche Roca, imperatore inca, 101
Braun, Georg, 175 Christian, D., 7n
Brizzi, G.P., 173n Cieza de León, Pedro, 92, 100, 101n, 102,
Broc, N., 175n 120, 131 e n, 174, 184
Brook, T., 9n, 192n Ciotti, Giovanni Battista, 174
Bugati, Gaspare, 150, 174 Cıpa, H.E., 17n
Bugge, H., 108n Clarke, P., 167n
Bunes, M.Á. de, 178n Claydon, T., 167n
Burke, P., 24n, 26n Clossey, L., 169n
Burns, Kathryn, XIII, 102n Cobos, Francisco de los, 140, 142
Cochrane, E., 138n, 150n, 156n
Cabello Valboa, Miguel, 103 Codazzi, A., 163n
Ca’ da Mosto, Alvise da, 147 Colley, L., 9n
Calepio, Ambrogio, 123 Colombo, Cristoforo, 7, 16, 23, 31, 34,
Calvi, G., 151n 35n, 56, 90, 117, 140, 147-148, 174
Indice dei nomi 199

Colombo, Fernando, 56 e n Dursteler, E.R., 69n


Conrad, S., 12n Dyckerhoff, U., 44n
Conti, Natale, 150, 182 Dyer, N.J., 47n
Conti, Niccolò de’, 66, 72
Cook, Harold, XIII Efron, N.J., 116n
Cook, N.D., 123n Eisenbichler, K., 105n
Cornelio Nepote, 81 Eisenstadt, S.N., 7n
Cortés, Hernán, 29, 33-34, 36-37, 58, 73, Elisabetta I Tudor, regina d’Inghilterra,
91-92, 140, 142, 169 94, 161, 185
Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze e Elliott, J.H., 22n, 23n, 24n, 25n
poi granduca di Toscana, 67-68, 83, Elsner, J., 29n
136-137, 145n Emanuele I di Avis, re di Portogallo, 139,
Couto, Diogo do, 80 162
Cravaliz, Agustín de, 122, 131n Emiralioğlu, P., 16n
Cremer, Gerard de (Mercator), 175 Enenkel, K.A.E., 114n
Cromwell, Oliver, 192 Enrico di Avis, re di Portogallo, 161
Cruz, A.J., 60n Erasmo da Rotterdam, Desiderio, 57,
Cruz, Gaspar da, 62, 76 114, 117
Curtin, Ph.D., 8n Ernst, G., 97n
Curto, D. Ramada, 152n Erodoto, 32, 56, 76, 114, 123
Eusebio di Cesarea, 56
Danford, R.K., 184 Evans, R.J.W., 142n
D’Anghiera, Pietro Martire, 70, 92
Danti, Egnazio, 68, 71
Fabio Pittore, Quinto, 49
Dario, re dei persiani, 18
Falkenhausen, L. von, 30n
Darwin, J., 6n
Farnese, famiglia, 132, 138
Dawit II, imperatore etiope, 77, 141
De Bry, fratelli, 163-164, 167, 185 Fauno, Lucio, vedi Tarcagnota, Giovanni
De Bry, Théodore, 163-164, 185 Federico I Hohenstaufen, detto il Barba-
Della Rovere, Francesco Maria Secondo, rossa, sacro romano imperatore, 89
152n Feist Hirsch, E., 85n
Delmas, A., 94 Ferdinando II di Trastámara, re di Arago-
Descendre, R., 172n, 180n na, 51-52, 147-148
De Vito, Christian G., XIII Ferguson, N., 160n
Di Donato, R., 31n Fernández de Oviedo, Gonzalo, 54-58,
Di Filippo Bareggi, C., 133n 60, 81, 84, 90, 92, 103, 120, 123, 134
Di Fiore, L., 5n Fernández de Palencia, Diego, 103, 123
D’Intino, R., 62n, 76n Ferreira, Roquinaldo, XIII
Diodoro Siculo, 56, 112 e n, 123 Ferrero, G.G., 142n
Dionigi, Bartolomeo, 132, 150, 153, 158 Ferro, D., 132
Dionigi di Alicarnasso, 56, 123 Fetvacı, E., 17n
Ditchfield, S., 167n, 170n Fezandat, Michel, 105
Doglioni, Giovanni Nicolò, 150, 175, 182 Ficino, Marsilio, 131
Dolce, Ludovico, 132-133, 174 Fiering, N., 116n, 187n
Domayquia, J. De, 43n Filippo II d’Asburgo, re di Spagna e di
Domenichi, Ludovico, 135 Portogallo, 15, 97, 127, 160-162, 164,
Donattini, M., 83n, 85n, 86n, 108n, 122n 180-182
Doni, Francesco, 133 Filippo III d’Asburgo, re di Spagna e di
Dorici, fratelli, 132 Portogallo, 99-100, 126-127, 179
Drake, Francis, 94, 153, 161, 164, 183 Filippo IV, d’Asburgo, re di Spagna e di
Duffy, E.M., 163n Portogallo, 177
200 Indice dei nomi

Fiorani, F., 68n Góis, Damião de, 79-80, 84-85, 114-115,


Firpo, M., 132n, 170n 174, 185
Flaminio, Marcantonio, 132 Goldstone, J., 7n
Flavio Giuseppe, 52, 56, 123, 146 Gómez de Sandoval y Rojas, Francisco,
Fleischer, C.H., 16n 179-180, 183, 185
Flores, Jorge, XIII González de Mendoza, Juan, 67, 155,
Florimonte, Galeazzo, 132 e n 183, 185
Fontana, P., 4n Goodrich, T.D., 16n
Foresti, Giacomo Filippo, 23, 150 Goody, J., 31n
Forti, Carla, XIII Grafton, A., 20n, 22n, 49n, 106n, 144n,
Francesco I di Valois, re di Francia, 78 166n
Francesco d’Assisi, santo, 42 Granada, Luis de, 123
Francesco Saverio, santo, 62, 154, 162 Gregorio XIII (Ugo Boncompagni), pa-
Franco, Niccolò, 133 pa, 154
Frank, A.G., 6n Grendler, P., 133n
Frois, Luís, 184 e n Grimm, Sigmund, 108
Fubini, R., 47 Grotius, Hugo, 188 e n
Fuess, A., 18n Gruzinski, Serge, XIII, 8n, 16n, 30n, 35n,
Fukuyama, E., 4n 73n, 99n
Guaman Mallqui de Ayala, Martín, 99,
Gaillemin, Bérénice, XIII 126
Gáldy, A.M., 29n Guaman Poma de Ayala, Felipe, X, 98-
Galeno, 131 105, 113, 117, 121-123, 125-127, 129,
Galvão, António, IX, 65-67, 71, 74-82, 84- 191
85, 87-96, 129, 191-192 Guazzo, Marco, 175
Galvão, Duarte, 77, 80 Guérin delle Mese, J., 151n
Gama, Vasco da, 31, 69, 77, 86, 91, 161, Guicciardini, Francesco, 134-135
187-188 Guldi, J., 7n
Gambara, Lorenzo, 174 Gutenberg, Johann, 155
García Ahumada, E., 123n Guzmán y Pimentel, Gaspar de, 177-179
Garibay y Zamalloa, Esteban de, 181
Gehrke, H.-J., 163n Hajji Ahmed, 18-19
Gerbi, A., 169n Hakluyt, Richard, 94-96, 164, 176
Gerbi, S., 169n Halevi, L., 8n
Ghobrial, J.-P. A., 193n Hasan al-Wazzan al-Gharnati al-Fasi, 85,
Giacomo I Stuart, re d’Inghilterra e di 174
Scozia, 180, 185, 189-190 Headley, J.M., 22n, 172n
Giannotti, Donato, 132 Herrera y Tordesillas, Antonio de, X-XI,
Giglio, Girolamo, 121-123, 125 180-185
Gill, R.D., 184n Heyberger, B., 18n
Ginzburg, C., 20n, 26n, 108n Hodgen, M.T., 107n
Gioda, C, 176n Honoré d’Autun, 42 e n
Giolito de’ Ferrari, Gabriele, 142 Hosne, A.C., 168n
Giovanni III di Avis, re di Portogallo, 78, Huayna Cápac, imperatore inca, 126
161 Huttich, Johann, 83
Giovio, Paolo, 25-26, 135, 137-144, 147 e
n, 150, 155, 174, 182, 191 Illescas, Gonçalo de, 123
Giunta, Lucantonio, 153 Ilyas ibn al-Qassis Hanna al-Mawsili,
Gliozzi, Giuliano, VII-VIII, 22n, 51n, 61n, 192-193
111n, 167n Infelise, M., 130n
Indice dei nomi 201

Inglebert, H., 11n Light, L., 146n


Ingoli, Francesco, 178, 179n Lima, Luís Filipe Silvério, XIII
Isabella I di Trastámara, regina di Casti- Lipsio, Giusto, 174n
glia, 51-52, 147 Lobrichon, G., 146n
Isidoro di Siviglia, 46 Lombard, D., 76n
Isma‘il I, shah di Persia, 141 López de Gómara, Francisco, 58-61, 89 e
n, 92, 117 e n, 120-122, 131, 132n, 133,
Jacobs, H., 75n 147, 174, 186
Jacobs, J., 7n López de Legazpi, Miguel de, 16
Jacobs, M., 116 Lorena, Carlo di, 172
Jahangir, Nur-ud-Din Muhammad, im- Louis, F., 30n
peratore mughal, 14-15 Loureiro, R.M., 80n, 85n
Jansen, M., 53 Louthan, H., 170n
Joseph ha-Kohen, 116-117, 120 Löwenklau, Johannes, 25-26
Jowitt, C., 94n Lutero, Martino (Martin Luther), 107,
Juana Chuquitanta, 98 174

Kagan, R., 165n, 181n, 183n, 185n, 189n MacCormack, S., 102n
Keating, J., 67n Machiavelli, Niccolò, 70, 108, 174
Kołodziejczyk, D., 14n Madruzzo, Cristoforo, 149
Krümmel, A., 23n Maffei, Basilio, 161
Kugler, H., 104n Maffei, Giampietro, X, 95, 161-163, 166,
Kupperman, K.O., 24n 169-170, 172, 174 e n
Maffei, Raffaele, 112, 137
Magellano, Ferdinando (Fernão de Ma-
Lach, D., 21n, 67n, 74n, 155n
galhães), 34, 73, 91, 140, 174
La Créquinière, monsieur de, 26n Mancall, P.C., 29n, 95n
Lamana Ferrario, G., 166n Manetone, 49
Lancastre, João de, 79-80 Manning, P., 5n
Lando, Ortensio, 133 Manuzio, Aldo, 132
Landucci, S., 169n Manuzio, Paolo, 132
La Popelinière, Henri Lancelot Voisin, Manzoni, Alessandro, 174, 175n
93-95 Maometto II, vedi Mehmet II
Las Casas, Bartolomé de, IX, 37, 43, 55- Marcocci, G., 8n, 13n, 62n, 70n, 80n, 86n,
59, 61 e n, 100, 164 e n, 184 108n, 114n
Laz, Wolfgang, 62, 63n Marenco, F., 94n
Lee, C.H., 67n Maria I Tudor, regina d’Inghilterra, 181
Le Manguer, Pierre (Petrus Comestor), Marini, Paolo, XIII, 134n
146 Markey, L., 67n
Leone X (Giovanni de’ Medici), papa, Marr, A., 142n
85, 139 Martínez, H., 16n
Leone Africano, Giovanni, vedi Hasan al- Martínez Torres, J.A., 178n
Wazzan al-Gharnati al-Fasi Martins, J.J., 166n
León-Portilla, M., 53n Marullo, Michele, 131
Lerma, duca di, vedi Gómez de Sandoval Massa, Antonio, 132
y Rojas, Francisco Matos, A.T. de, 71n
Le Roy, Loys, 150-151 Mauro, Lucio, vedi Tarcagnota, Giovanni
Léry, Jean de, 61 e n, 94, 163 McLean, M., 115n
Lesbre, P., 46n McNeill, W.H., 6n
Levathes, L., 72n Medici, famiglia, 67n, 69, 138
Lévi-Strauss, C., 184n Mehmet II, imperatore ottomano, 180
202 Indice dei nomi

Membré, Michele, 18 e n, 132 O’Gorman, E., 38n


Mendieta, Jerónimo de, 43 e n, 45 e n, 53 Olivares, conte-duca di, vedi Guzmán y
en Pimentel, Gaspar de
Mendoza, Antonio de, 99 Olmos, André de, 43, 45, 53, 56
Mendoza, Francisco de, 180 O’Malley, J.W., 170n
Meriggi, M., 5n O’Phelan Godoy, S., 77n
Metcalf, A.C., 163n Oré, Luís Jerónimo de, 103, 122-126
Mexía, Pedro, 131, 133 Ortels (Ortelius), Abraham, 175
Miconzio, F., 141n Osório, Jerónimo de, 109, 174
Miglietti, S., 151n
Migne, J.-P., 42n Pagden, A., 21n, 124n, 169n, 188n
Milanesi, M., 54n, 71n Pagliarini, Giovanni Tommaso, 177
Miller, Peter N., XIII, 29n, 30n Palladio, Andrea, vedi Tarcagnota, Gio-
Millones Figeroa, L., 102n vanni
Minadoi, Giovanni Tommaso, 174, 182 Palombelli, Cecilia, XIII
Ming, dinastia, 13, 65-66, 69, 78 Pané, Ramón, 35n
Minuti, Rolando, XIII Panvino, Onofrio, 132
Mir Khwand, 25, 70 Paolo III (Alessandro Farnese), papa,
Molá, L., 31n 132
Molho, A., 152n Parker, C.H., 14n
Molino, Paola, XIII Parry, J.H., 166n
Momigliano, A., 29n, 31n, 106n Parthasarathi, P., 6n
Montaigne, Michel Eyquem de, 61, 94 Pasha, Ibrahim, 17
Morino, A., 35n Pastore, Alessandro, XIII
Moteuczoma II, imperatore azteco, 33, Pastore, S., 86n, 108n
39-40, 91, 169 Patrizi, Francesco, 20, 144-145, 149 e n,
Motolinía, vedi Benavente, Toribio de 156
Muldoon, James, XIII Pavese, C., 5n
Pérez de Tudela Bueso, J., 57n
Münster, Sebastian, 114-115, 116n, 119
Pérez Fernández, I., 57n
Murray, T., 30n
Perotti, Niccolò, 123
Murry, G., 165n
Petit, Jean, 56n
Murúa, Martín de, 103
Petrus Comestor, vedi Le Manguer, Pier-
Mustafa Ali, 16-17 re
Pettegree, A., 130n
Nagel, A., 64n Picart, Jean, 28
Narayana Rao, V., 10n Piccolomini, Enea Silvio, vedi Pio II
Nauclerus, Johannes, 123 Pignatti, F., 132n
Nebrija, Elio Antonio, 52 Pimentel, Antonio Alfonso, 37, 47, 52-
Neri, Bernardo, 67 e n, 69, 71, 83 53, 59
Niccoli, Ottavia, XIII Pineda, Juan de, 123
Niccolò V (Tomaso Parentucelli), papa, Pineda, V., 117
147 Pino Díaz, F. del, 167n
Nunes, Pedro, 82 e n Pinto, Fernão Mendes, 62-63, 67 e n
Núñez de Balboa, Vasco, 140 Pinturicchio, 49
Nutius, Martin, 120 Pio II (Enea Silvio Piccolomini), papa,
123, 174
Oakeshott, W., 186n Pio IV (Giovan Angelo Medici), papa,
O’Brien, P., 11n 150
Ocampo, Florián de, 52 Pires, Tomé, 73
Ochoa de la Sal, Juan, 103 Piri Reis, 16 e n
Indice dei nomi 203

Pitti, Miniato, 68 Ricci, Matteo, 168


Pizarro, Francisco, 92, 100, 102, 127, 140, Riello, G., 31n
166 Ríos, Pedro de los, 52
Pizarro, Gonzalo, 92, 99-100, 102, 104, Rizzarelli, G., 133n
140, 166 Roa-de-la-Carrera, C.A., 58n, 60n
Platone, 58 Robortello, Francesco, 20 e n
Plinio il Vecchio (Gaio Plinio Secondo), Rojas da Silva, Felipe, XIII
32, 112 e n, 123 Romano, Antonella, XIII, 67n
Plutarco, 131 Romeo, Rosario, VII-VIII, 132n, 163n
Poggio, Giovanni, 142 Romm, J., 187n
Poleg, E., 146n Roseo, Mambrino, 132, 136-137, 144n,
Polibio, 13 148-153, 158, 182
Poliziano, Angelo (Agnolo Ambrogini), Ross, Alexander, 192 e n
48 Rossi, G.C., 63n
Polo, Marco, 61, 66 Rossi, P., 160n
Polo de Ondegardo, Juan, 165 Rubiés, J.-P., 107n, 108n, 193n
Pomata, G., 20n Ruderman, D.B., 116n
Pomeranz, K., 6n Ruggieri, Michele, 168
Pompeo Trogo, Gneo, 123 Ruscelli, Girolamo, 134-135
Pomponio Mela, 123 Russo, A., 29n, 35n
Popper, N., 186n
Porcacchi, Tommaso, 142 Sabellico, Marco Antonio, 109, 112 e n,
Porter, D., 7n 123, 137
Possevino, Antonio, 173-175, 183 Sachsenmaier, D., 9n
Prem, H.J., 44n Sacks, D.H., 95n
Procaccioli, Paolo, XIII, 133n, 134n Safier, Neil, XIII
Properzio, Sesto Aurelio, 49 Saga za-Ab, 114
Prosperi, Adriano, XIII, 34n, 109n, 170n, Sahagún, Bernardino de, 53 e n, 184
Sahin, K., 177n
172n
Said, E.W., 9n
Salazar-Soler, C., 77n
Quondam, A., 133n Sallmann, J.-M., 6n
Samson, A., 52n
Rabelais, François, 105 Sandys, Edwin, 172n
Rada, Martín de, 183 Sansovino, Francesco, 51n, 119 e n, 122n,
Ragon, P., 46n 150
Raiswell, R., 105n Santo Tomás, Domingo de, 103
Raleigh, Walter, XI, 161, 164, 180, 185- Saraceni, Carlo, 150
192 Sarmiento de Acuña, Diego de, 185, 189
Ramos, G., 102n Scaliger, Joseph Juste, 20, 60
Ramusio, Giovanni Battista, IX, 54n, 71 Scaramelli, Giovanni Carlo, 156
e n, 83-87, 92-94, 122, 128, 135, 147, Schaub, Jean-Frédéric, XIII, 9n
148n, 163, 191 Schleck, J., 177n
Ranchin, François, 27n Schnapp, A., 30n
Rattansi, P.M., 186n Schroeder, S., 60n
Raviola, B.A., 171n Schwartz, Stuart B., XIII, 21n
Raynal, Guillaume-Thomas François, Seidel Menchi, S., 134n
161 Selim I, imperatore ottomano, 180
Reff, D.T., 184n Sepúlveda, Juan Ginés de, 56, 109
Reinhard, W., 163n Servet, Miguel, 115
Reyes García, L., 53n Severini, E., 151n
204 Indice dei nomi

Shelford, A., 22n, 106n Tortarolo, E., 3n


Shelton, A.A., 29n Tosi, F., 179n
Sherley, Anthony, X, 176-179, 190 Tovar, Juan de, 166 e n
Sherley, Robert, 176-177, 179 Townsend, C., 41
Sherley, Thomas, 179 Toynbee, A.J., 5n
Shulman, D., 10n Tramezzino, fratelli, 132, 135, 137, 148-
Sima Qian, 13 150
Siraisi, N.G., 20n, 22n, 106n Tramezzino, Michele, 105, 131-132, 134-
Small, M., 94n 137, 149-150
Solino, Gaio Giulio, 123 Trivellato, F., 8n
Somervell, D.C., 5n Túpac Amaru, 100, 166
Sonnius, Claude, 27 Túpac Cuci Hualpa Huascar, imperatore
Soto, Juan de, 133 inca, 126
Staden, Hans, 163 Túpac Yupanqui, imperatore inca, 98,
Stearns, P.N., 8n 126
Stephens, W., 50n Turpin, A., 29n
Strabone, 123
Streusand, D.E., 13n Ulloa, Alfonso de, 70n
Stroumsa, G.G., 106n, 168n
Subrahmanyam, Sanjay, XIII, 8n, 10n,
Valdés, Juan de, 132
13n, 15n, 19n, 69n, 70n, 77n, 177n,
Valencia, Martín de, 33-34, 37, 41
190n
Valencia, Pedro de, 185
Süleyman, generale, 188
Süleyman il Magnifico, imperatore otto- Van den Boogaart, E., 164n
mano, 17-18, 78 Van Deusen, Nancy, XIII
Svetonio, 131 Van Groesen, M., 163n
Van Ittersum, M., 7n
Tacito, Publio Cornelio, 123 Van Liere, K., 170n
Tahir Muhammad Sabzwari, 15 Van Linschoten, Jan Huygen, 164
Tahmasp I, shah di Persia, 78, 141 Varisco, Giorgio, 135n
Tallini, G., 131n, 136n Varrone,Marco Terenzio, 56
Támara, Francisco de, 117-123, 125, 129 Varthema, Ludovico di, 108
Tamerlano, imperatore, 6 e n, 13, 70, 141 Vasari, Giorgio, 68
Tarcagnota, Giovanni, X, 59, 60n, 105- Vasili III, principe di Moscovia, 141
106, 109, 121, 131-133, 135-138, 143- Vecchi, Alessandro de’, 171n
148, 150-152, 156 e n, 158, 174, 182, Vecellio, Cesare, 151
191 Vecellio, Tiziano, 132, 151
Tarcagnota, Metello, 136 Vega, Garcilaso de la, 52
Tavares, Francisco de Sousa, 79-80 Vega, Garcilaso de la, detto El Inca, 98
Tavárez, D.E., 60n Veltri, G., 116n
Taylor, E.G.R., 95n Vendrix, P., 18n
Teasley, S., 31n Venegas del Busto, A., 54n
Tedeschi, S., 140n Venier, Domenico, 132
Teixeira, Pedro, 25-26 Venturi, Francesco, 132
Temple, N., 53n Vergilio, Polidoro, 117
Temprano, J.C., 53n Vermeer, Jan, 192
Thevet, André, 174 Vilanova, A. 47n
Tito Livio, 70 Villegaignon, Nicolas Durand de, 61
Tolomeo, Claudio, 88-89, 115, 123, 155 Vincent de Beauvais, 123
Tommasino, P.M., 133n Virgilio (Publio Virgilio Marone), 48
Torquemada, Juan de, 53 e n Visceglia, Maria Antonietta, XIII, 178n
Indice dei nomi 205

Viterbo, Annio da (Giovanni Nanni), IX, Worstbrock, F.J., 104n


47-53, 55-58, 60, 62-64, 81, 110, 128,
146, 173, 187, 191 Yannakakis, Y., 102n
Vives, Juan Luis, 57 Yaya, I., 29n, 98n
Vizcaíno, Sebastián, 92 Yerushalmi, Y.H., 116n
Vogel, K.A., 108n Yuan, dinastia, 66
Voltaire (François-Marie Arouet), 4 e n,
24, 26 Xuande, imperatore cinese, 72-73

Wachtel, N., 9n, 101n Zarate, Agustín de, 103, 123, 174
Wallerstein, I., 6n Zemon Davis, N., 85n
Walsingham, Francis, 95 Zenaro, Damiano, 151
Watreman, William, 105 Zhende, imperatore cinese, 73
Westwater, L.L., 122n Zheng He, 12, 15, 73
White, H., 3n Ziletti, Giordano, 131, 132n, 134-135
Wiesner-Hanks, M.E., 13n Zimmermann, T.C. Price, 138n, 140n,
Wood, C.S., 64n 141n
Woolf, D., 11n Zurara, Gomes Eanes de, 59
INDICE DEI LUOGHI*

Aceh, 15 Armenia, 50-51, 188


Acolhuacan, 41, 44 Asia, X, 6, 8, 14, 16, 18-19, 21, 25, 27-28,
Adriatico, mare, 130 62, 69-70, 77, 82, 85-89, 95, 105, 112,
Africa, 7, 18, 27-28, 42, 82, 88, 105, 110- 116, 119-120, 138, 143, 147, 149, 154,
112, 119, 138, 143, 147, 153, 161, 173- 160-161, 164, 167, 169, 172-174, 176
174, 187 Asia centro-meridionale, 70
Africa centro-occidentale, 146 Asia meridionale, 13, 25, 31, 72, 86, 160
Africa occidentale, 31 Asia orientale, 67, 160
Africa orientale, 13, 66, 72 Assiria, 46, 113
Africa settentrionale, 182 Atlantico, oceano, 13, 15, 34, 51, 61, 65,
Agra, 89 105, 193
Aleppo, 89, 182 Aub, 104
Algeri, 140, 142 Augsburg, 104
Almada, 62, 67n Ayacucho, 98
America, V-VI, VIII-XI, 8, 15-16, 20-22, 24- Aztlan, 60
28, 34, 35n, 36, 51, 53-56, 61, 63- 65,
70, 74, 81-83, 90, 101-105, 117, 120- Babilonia, 50
122, 128-129, 130n, 134, 140, 142-143, Banda, isole, 89, 91
147, 153, 159-161, 167-169, 172-174, Barcellona, 148
184, 187, 190-193 Basilea, 83, 114, 120
America centrale, 40, 160, 166, 183 Bassora, 89
America meridionale, 16, 94, 108, 160 Battriana, 82
Anahuac, 42-43, 46, 48, 59-60 Baviera, 105, 120
Anatolia, 18, 89 Beirut, 89
Andalusia, 119 Benavente, 46
Ande, 92, 98, 105, 125-126 Bengala, 66
Antille, 58, 66, 81, 90-91, 191 Bengala, golfo del, 89
Antisuyo, 101 Bijapur, 154
Anversa, 25, 105, 114, 117, 120 Birmania, 66, 73
Appennino ligure, 116 Borneo, isola del, 66
Aquino, 132 Brasile, 57, 61, 66, 94, 149, 163, 172
Arabia, 111
Aragona, 180 Cadice, 117
Arakan, 66 Caffa, 89
Arequipa, 123 Calabria, 97

* Non sono stati indicizzati i luoghi biblici, letterari e mitologici; sono invece
registrati i nomi geografici oggi caduti in disuso impiegati nel libro.
208 Indice dei luoghi

California, 92 24-29, 31-32, 34, 41-42, 47, 52, 56, 58,


Canarie, isole, 58, 120 61-63, 69, 73, 76, 78-81, 84, 86, 88-89,
Canton, 73, 139 93, 105, 107, 110, 116, 118-119, 124,
Capo di Buona Speranza, 66, 69 128, 134, 137-140, 146, 148-149, 154,
Capo Verde, isole di, 58, 176, 183 159, 161, 164-165, 170-171, 173, 176-
Caraibi, 16, 176 177, 181, 183, 188, 193
Cartagena de Indias, 183 Europa orientale, 14
Caspio, mare, 89 Europa settentrionale, 93, 117, 164, 166
Castiglia, 90, 183
Castiglia d’Oro, 120 Fez, 85
Catai, 61, 66, 68, 139 Fiesole, XIII
Celebes, 66 Filippine, isole, 16, 91, 155, 183
Ceuta, 90 Firenze, 67-69, 109, 138, 161
Ceylon, vedi Sri Lanka Francia, IX, 18, 61, 78, 92, 133, 136, 140
Chiapas, 56 Francia Antartica, 61, 91, 94, 163
Chinchaysuyo, 101 Francoforte sul Meno, 163
Cholula, 33 Franconia, 104
Chupas, valle di, 98 Friburgo in Brisgovia, 105, 120
Cile, 124
Cina, VI, 7, 9, 11, 13, 24-25, 31, 37, 61-69, Gaeta, 131-132, 136
71-76, 78, 81, 83, 86, 88-89, 92, 120, Galizia, 183
129, 139-140, 142, 144, 155, 160, 168, Gallia, 115
176, 178, 185, 188, 192-193 Gallipoli (Gelibolu), 16
Cina sudorientale, 66 Gange, fiume, 89
Cipro, 18 Genova, 47, 50, 116n
Città del Messico, 16n, 33, 37, 40, 43 Germania, 62-63, 78, 115, 175, 191
Cocincina, 66 Gerusalemme, 146
Coimbra, 161 Giappone, 25, 62, 66, 69, 120, 149-150,
Collasuyo, 101 154, 168, 183, 188
Colonia, 175 Giava, isola di, 66, 74, 76, 88, 91
Como, 141 Gibilterra, stretto di, 147
Como, Lago di, 141 Giudea, 113
Contisuyo, 101 Goa, 15, 62, 68, 80, 164, 167
Cuba, isola di, 54, 58 Gothia, 46
Cuncolim, 154 Granada, 147, 148
Cuzco, 100-101, 123 Gresik, 74
Guatemala, 37, 55
Damasco, 89 Guyana, 189
Danimarca, 101
Delft, 192 Haiti, isola di, vedi Hispaniola
Delhi, 14 Herat, 70
Hispaniola, isola di, 54-55, 58, 84, 103,
Egitto, 14, 69, 89, 101 120, 187
Espírito Santo, 149 Hormuz, stretto di, 89, 160
Estremadura, 33 Huamanga, 98, 122
Estremo Oriente, 62 Huánunco, 98
Etiopia, 77, 85, 111, 140-142, 145-146,
150, 176, 183 India, 69, 76-79, 87, 108, 139, 162, 168
Eufrate, fiume, 89 India meridionale, 10n
Europa, VI, X, 4-7, 10-11, 15, 18-20, 22, India occidentale, 154
Indice dei luoghi 209

India settentrionale, 15 Messico, VI, IX, 16, 29-30, 33, 36-39, 41-
India sudorientale, 72 44, 53, 56, 59-60, 62, 73, 91, 124, 128,
Indiano, oceano, IX, 7, 13-16, 68-69, 71- 140, 165-166, 168, 185
73, 77, 82, 89, 92-93, 114, 139, 142, 159 Messico centrale, 33, 37, 39, 44-45, 47, 91
Indie occidentali, X, 54, 59, 119-120, 127, Messico meridionale, 37
148, 161, 163, 183, 187 Milano, 169, 171, 177
Indie orientali, X, 62, 75, 86, 119, 120, Mindanao, 66
149, 161, 163, 178, 182 Mixtecapan, 40, 59
Indonesia, 65 Molucche, isole, VI, 65-66, 74-79, 85, 87,
Inghilterra, VI, IX, 91-92, 140, 161, 176, 90-91, 120, 128, 187
178-181, 185 Montpellier, 27n
Istanbul, 16-17 Morea, 131
Italia, 49, 86, 137, 149, 176, 191 Moscovia, 86-87, 141
Iztapalapa, 33 Mosul, 192
Mylapore, 72
Jamestown, 189
Nagasaki, 69
Kabul, 89 Nanchino, 63, 73
Karaman, 18 Napoli, 97, 132, 152
Nero, mare, 89
Laos, 66 New York, 117n
L’Aquila, 152 Nicaragua, 37
Lepanto, 181 Nord Europa, vedi Europa settentrionale
Lima, 124, 193 Norimberga, 56
Lione, 120 Nuova Granada, 124
Lisbona, 62, 65, 67-70, 75, 79, 83, 90, 95- Nuova Spagna, 36, 39-41, 43-46, 55-56,
96, 99, 128, 161, 167 66, 88, 120, 187
Londra, 94-95, 105, 119n, 120, 164, 179- Nuovo Mondo, VIII-IX, 15-16, 20-24, 26-
180, 185 28, 34, 38, 42, 46, 53-56, 58-62, 89-90,
Lovanio, 114, 120 93, 102, 107, 114, 120-122, 132n, 139-
Lubecca, 89 140, 161, 165-168, 173, 184, 193
Luzon, 66
Occidente, 4-6, 9, 11, 21, 96
Macao, 69, 73, 144 Oriente, 70, 96
Macedonia, 186 Orinoco, fiume, 189
Madagascar, isola del, 178 Otompan, 59
Madrid, 177, 180, 183 Oxford, 9
Magdalena del Mar, 193
Magellano, stretto di, 120, 168, 183 Pacifico, oceano, 37, 77, 91, 168, 178, 183
Magonza, 155 Padova, 84
Makassar, 66 Palestina, 89
Malacca, 15, 68, 73, 88 Panama, 168
Mangi, 68 Paraguay, 124
Manica, canale della, 94, 161, 182 Parigi, XIII, 105, 120, 150, 171
Marocco, 15, 90 Pechino, 63, 73
Medio Oriente, 138 Pegu, 66
Mediterraneo, isole del, 117 Penisola araba, 161, 183
Mediterraneo, mare, 14, 31, 47, 68-69, Penisola balcanica, 130
130, 137-138, 146, 149 Penisola iberica, 41, 52, 90, 116, 134, 187
Mekong, valle del, 67 Penisola italiana, 48, 69, 137-138
210 Indice dei luoghi

Penisola malese, 68 Stati Uniti, VIII


Persia, 14, 25, 78, 101, 134, 141, 176-178, Sumatra, isola di, 88
182 Sunda, canale di, 88
Persico, golfo, 160
Perù, VI, X, 9, 16, 18, 58, 66, 91-92, 98- Tago, fiume, 62, 67
104, 117, 120-124, 126, 128, 139, 150, Tartaria, 155
165, 168, 184-185, 187, 193
Tahuantinsuyo, 101
Perugia, 148
Pidna, 186 Tehuacán, 37
Piratininga, 149 Tehuantepec, 37
Portogallo, IX, 8, 15, 51, 62, 77-80, 85-86, Tenochtitlan, 33, 40, 59, 142
91-92, 94, 97, 114, 139, 154, 160-162, Ternate, isola di, 74, 77
170, 181 Terra di Santa Cruz, vedi Brasile
Porto Seguro, 149 Texcoco, 33, 40, 43-45
Potosí, 167 Tigri, fiume, 89
Providence, VIII, XI, 30n Tlacopan, 33
Province Unite, 192 Tlatelolco, 43
Puebla, valle di, 45 Tlaxcala, 33, 43, 47, 55
Puerto de la Plata, 55 Tordesillas, 74
Toscana, 67
Rio de Janeiro, 61 Trebisonda, 89
Roma, XIII, 48-49, 52, 70, 122, 131-132,
Trento, 149, 170
138, 148, 152, 154, 161, 171
Rosso, mare, 89 Tucuman, 124
Turchia, 16, 78, 178, 182
Salamanca, 57
Salcette, 154 Ulm, 104, 107-109, 127, 191
Salvador da Bahia, 149
Samarcanda, 89 Valladolid, 56, 179
Sanlúcar de Barrameda, 24 Vecchio Mondo, X, 21-23, 79, 90, 93, 102
Sant’Elena, isola di, 15 Venezia, 17-19, 69, 83-84, 105, 120-121,
Santo Domingo, isola di, vedi Hispaniola 131-133, 136, 142, 144, 151n, 152, 154,
São Vicente, 149 156-157, 163
Saragozza, 58 Vicenza, 152
Scizia, 76 Vienna, 62
Siam, 66, 73, 91 Vilcabamba, 100
Siria, 14, 31, 50, 89
Virginia, 95, 161, 185, 189
Siviglia, 54, 165
Sogdiana, 82 Viterbo, 47, 49, 63
Spagna, VI, 8, 18, 34, 38, 51-54, 56, 58, Voltaggio, 116-117, 120
63, 77, 91-92, 94, 97, 99-101, 115-119,
124, 147, 154, 160, 162, 170, 173, 176- Xicalanco, 59
181, 189
Sri Lanka, 15, 72 Yucatan, 120
INDICE DEL VOLUME

Premessa V

Ringraziamenti XIII

I. Storici di un mondo che cambia: oggi e nel Rinascimento 3


1. La storia nell’età della globalizzazione, p. 3 - 2. Mughal e ottoma-
ni scrivono la storia del mondo, p. 10 - 3. Tentativi rinascimentali: il
mondo oltre l’America, p. 19 - 4. Fare la storia del mondo: un ritorno
indietro?, p. 24 - 5. La riscoperta di un Rinascimento globale, p. 27

II. Le alchimie della storia: un falsario sbarca in America 33


1. Un francescano nella Nuova Spagna, p. 33 - 2. Motolinía e i racconti
degli indios, p. 38 - 3. I falsi di Annio da Viterbo, p. 47 - 4. Lettori di
Annio tra le due sponde dell’Atlantico, p. 54 - 5. Racconti anniani dal
Nuovo Mondo alla Cina, p. 60

III. La Cina, i goti e Cortés:


pensando alle spezie da un ospedale di Lisbona 65
1. Il Rinascimento e gli antichi cinesi, p.  65 - 2. Storie che Galvão
sentì alle Molucche, p. 74 - 3. Ramusio e le navigazioni degli antichi,
p. 81 - 4. Il mondo in movimento di Galvão, p. 87 - 5. Altri libri, altre
scoperte: La Popelinière e Hakluyt, p. 92

IV. Dalla Baviera alle Ande:


le peripezie di un «best seller» del Cinquecento 97
1. Guaman Poma e il mondo visto dal Perù, p. 97 - 2. Böhm e la varietà
dei costumi del mondo, p. 103 - 3. I filosofi antichi e gli etiopi, p. 109
- 4. Lettori europei di Böhm, p. 114 - 5. L’enigma dell’«Yndiario» di
Guaman Poma, p. 120
212 Indice del volume

V. Storie di successo:
poligrafi veneziani al servizio del grande pubblico 128
1. Libri da vendere: le Historie del mondo di Tarcagnota, p. 128 - 2. Il
mondo di Giovio tra storie e curiosità, p. 135 - 3. Patrizi, Tarcagnota
e l’«ampia historia», p. 142 - 4. La moda del mondo: storie, «novelle»,
abiti, p. 148 - 5. Campana difende le storie del mondo, p. 152

VI. Tra gesuiti e imperi d’oltremare:


storie del mondo al tramonto 159
1. Maffei e la storia missionaria, p. 159 - 2. Acosta tra natura e cultura,
p. 165 - 3. La geopolitica del mondo: l’ex gesuita Botero e l’avventu-
riero Sherley, p. 170 - 4. Ascesa e caduta di Herrera, cronista del re,
p. 179 - 5. Raleigh e la fine delle storie del mondo, p. 185

Conclusioni 191

Indice dei nomi 197

Indice dei luoghi 207


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