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MAYO 2018

GIACOMO PUCCINI
Cristina Valenzuela Vinagre
Trabajo para la Asignatura: Italiano

CONSERVATORIO SUPERIOR DE MÚSICA BONIFACIO GIL. BADAJOZ.


GIACOMO PUCCINI

Giacomo Antonio Domenico Michele Secondo Maria Puccini (Lucca, 22


dicembre 1858 – Bruxelles, 29 novembre 1924) è stato un compositore italiano,
considerato uno dei massimi operisti della storia.
Le sue prime composizioni erano radicate nella tradizione dell'opera italiana del tardo
XIX secolo. Tuttavia, successivamente, Puccini sviluppò con successo il suo lavoro nello
stile del verismo, di cui è diventato uno dei principali esponenti. Ricevette la
formazione musicale presso il conservatorio di Milano, sotto la guida di maestri come
Antonio Bazzini e Amilcare Ponchielli, dove fece amicizia con Pietro Mascagni con cui
condivideva l'apprezzamento per la musica di Richard Wagner.
Le opere più famose di Puccini, considerate di repertorio per i maggiori teatri del
mondo, sono La bohème (1896), Tosca (1900), Madama Butterfly (1904) e Turandot
(1926). Di quest'ultima il compositore non riuscì a completare la partitura, poiché si
spense stroncato da un tumore alla gola poco prima di terminare le ultime pagine.
L'opera fu poi completata postuma sotto la guida di Arturo Toscanini.

MADAMA
LA
TOSCA BUTTERFL TURANDOT
BOHÉME
Y

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1. La prima formazione
Nacque a Lucca il 22 dicembre del 1858, sestogenito dei nove figli di Michele Puccini e
di Albina Magi. Da quattro generazioni i Puccini erano maestri di cappella del Duomo di
Lucca e fino al 1799 i loro antenati avevano lavorato per la prestigiosa Cappella
Palatina della Repubblica di Lucca. Il padre di Giacomo era, già dai tempi del Duca di
Lucca Carlo Lodovico di Borbone, uno stimato professore di composizione presso
l'Istituto Musicale Pacini. La morte del padre, avvenuta quando Giacomo aveva cinque
anni, mise in condizioni di ristrettezze la famiglia. Il giovane musicista fu mandato a
studiare presso lo zio materno, Fortunato Magi, che lo considerava un allievo non
particolarmente dotato e soprattutto poco disciplinato (un «falento», come giunse a
definirlo, ossia un fannullone senza talento). In ogni caso, Magi introdusse Giacomo
allo studio della tastiera e al canto corale.
Giacomo inizialmente frequentò il seminario di San Michele e successivamente quello
della Cattedrale dove iniziò lo studio dell'organo. I risultati scolastici non furono certo
eccellenti, in particolare dimostra una profonda insofferenza per lo studio della
matematica. Del Puccini studente si è detto: "entra in classe solo per consumare i
pantaloni sulla sedia; non presta la minima attenzione a nessun argomento, e continua
a tamburellare sul suo banco come fosse un pianoforte; non legge mai". Terminati
dopo cinque anni, uno in più di quelli necessari, gli studi di base, si iscrisse all'Istituto
Musicale di Lucca dove il padre era stato, come detto, insegnante. Ottenne ottimi
risultati con il professor Carlo Angeloni, già allievo di Michele Puccini, mostrando un
talento destinato a pochi. A quattordici anni Giacomo poté già cominciare a contribuire
all'economia familiare suonando l'organo in varie chiese di Lucca e in particolare alla
patriarcale di Mutigliano. Inoltre intrattiene suonando il pianoforte gli avventori del
"Caffè Caselli" situato sul corso principale cittadino.
Nel 1874 si prende in carico un allievo, Carlo della Nina, tuttavia non si dimostrerà mai
un buon insegnante. Dello stesso periodo si ha la prima composizione conosciuta
attribuibile a Puccini, una lirica per mezzosoprano e pianoforte denominata "A te". Nel
1876 assiste al teatro Nuovo di Pisa l'allestimento di Aida di Giuseppe Verdi, un
avvenimento che si dimostrò decisivo per la sua futura carriera facendo convogliare i
sui interessi verso l'opera.
A questo periodo risalgono le prime composizioni note e datate, tra cui spiccano una
cantata (I figli d'Italia bella, 1877) e un mottetto (Mottetto per San Paolino, 1877). Nel
1879 scrisse un valzer, oggi perso, per la banda cittadina. L'anno successivo,
all'ottenimento del diploma presso l'Istituto Pacini, compose, come saggio finale, la
Messa di gloria a quattro voci con orchestra, che, eseguita al Teatro Goldoni di Lucca,
suscitò l'entusiasmo della critica lucchese.

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2. Il conservatorio e gli esordi operistici
Antonio Bazzini, fu l'insegnante di Puccini nei primi due anni al Conservatorio di
Milano. Milano, all'epoca, era la destinazione privilegiata per i musicisti alla ricerca di
fortuna e proprio in quegli anni stava attraversando un'epoca di forte crescita, dopo
essersi lasciata alle spalle la recessione che l'aveva colpita così duramente. Vista la
predisposizione musicale del figlio, Albina Puccini tentò con ogni forza di far ottenere a
Giacomo una borsa di studio per frequentare il conservatorio meneghino. Dapprima
tentò ripetutamente con le autorità cittadine, ottenendo tuttavia un diniego
probabilmente a causa delle magre casse pubbliche, anche se taluni sostengono che fu
a causa della sua già cattiva reputazione di ragazzo irriverente. Non sconfitta, la
preoccupata madre si rivolse alla duchessa Carafa che le consigliò di rivolgersi alla
regina Margherita per ottenere il finanziamento che talvolta i regnanti concedevano
alle famiglie bisognose. Anche grazie all'intercessione della dama di compagnia della
regina, marchesa Pallavicina, la richiesta venne accolta seppur parzialmente. Ci volle,
infine, l'intervento del dottor Cerù, un amico di famiglia, che integrò il sussidio reale
affinché Giacomo potesse finalmente garantirsi il perfezionamento musicale.

Così, nel 1880, Puccini si trasferì a Milano e iniziò a frequentare il Conservatorio. Nei
primi due anni il giovane compositore fu affidato agli insegnamenti di Antonio Bazzini.
E, nonostante la sua applicazione, la sua produzione musicale fu assai scarsa se si fa
eccezione di un quartetto di archi in re, l'unica composizione che si possa assegnare a
questo periodo con certezza. Nel novembre del 1881 Bazzini prese il posto del defunto
direttore del conservatorio dovendo, quindi, abbandonare l'insegnamento. Puccini
diventò quindi alunno di Amilcare Ponchielli. Il cui influsso si ritroverà costantemente
nei futuri lavori del compositore. Grazie, seppur indirettamente, al nuovo maestro,
Giacomo fece conoscenza con Pietro Mascagni con cui porterà avanti una sincera e
duratura amicizia, nonostante i due caratteri opposti (riservato il primo, collerico e

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irrefrenabile il secondo) ma accomunati dai gusti musicali ed in particolare per il
comune apprezzamento dei lavori di Richard Wagner.
Di questo ultimo biennio passato al conservatorio il principali lavori che possono
essere citati furono un Preludio sinfonico, eseguito il 15 luglio 1882 in occasione del
concerto organizzato dal conservatorio per presentare i lavori degli studenti ed un
Adagetto per orchestra datato l'8 giugno dell'anno successivo che sarà il primo lavoro
pucciniano ad pubblicato. Il 13 luglio 1883 avviene la prima assoluta del Capriccio
sinfonico, diretta da Franco Faccio, composta da Puccini come suo compito d'esame
finale. E così terminò la formazione al conservatorio del giovane musicista, che si
diplomò quello stesso anno con un punteggio di 163 su 200, sufficiente a ricevere
anche la medaglia di bronzo. Ponchielli ricorderà il suo celebre studente come uno dei
suoi migliori studenti, anche se ebbe spesso a lamentarsi di una non proprio ferrea
assiduità allo studio e alla composizione.
Nell'aprile 1883 partecipò al concorso per opere di soggetto a scelta del concorrente in
un atto indetto dall'editore musicale Sonzogno e pubblicizzato sulla rivista Il Teatro
Illustrato. Ponchielli presentò a Puccini il poeta scapigliato Ferdinando Fontana e tra i
due vi fu subito intesa tanto che quest'ultimo si occuperà di scrivere il libretto di Le
Villi. L'esito del concorso fu fortemente negativo, tanto che non venne nemmeno
citato dalla commissione. Nonostante ciò Fontana non si arrese e riuscì ad organizzare
una rappresentazione privata in cui Puccini poté suonare le musiche dell'opera
davanti, tra gli altri, a Arrigo Boito, Alfredo Catalani e Giovannina Lucca riscuotendo
questa volta un vivo apprezzamento. Così il 31 maggio 1884 fu rappresentata al Teatro
dal Verme di Milano sotto il patrocinio dell'editore Giulio Ricordi, concorrente di
Sonzogno, dove ricevette un'accoglienza entusiastica sia dal pubblico che dalla critica.
Il successo consentì a Puccini di stipulare un contratto con l'editore Casa Ricordi dando
luogo ad una collaborazione che sarebbe continuata per tutta la vita del compositore.
La felicità per il decollo della sua carriera durò, tuttavia, ben poco tempo, infatti il 17
luglio dello stesso anno Puccini dovette piangere la morte della madre Albina: un duro
colpo per l'artista.
Rincuorato dal vivo successo de "Le Villi"', Ricordi commissionò, fortemente convito
dell'impellenza, una nuova opera al duo Puccini-Fontana: "se io insisto, è perché
bisogna battere il ferro mentre è caldo... et frappér l'imagination du public", scrisse
l'editore.[Ci vollero ben quattro anni perché si completasse il l'Edgar, il cui libretto è
basato sull'opera La coupe et les lèvres di Alfred de Musset. Finalmente il lavoro andò
in scena, sotto la direzione di Franco Faccio, il 21 aprile 1889 al Teatro alla Scala di
Milano raccogliendo, suo malgrado, solo un successo di stima mentre la risposta del
pubblico si dimostrò particolarmente fredda. Nei decenni successivi l'opera andò
incontro a radicali rimaneggiamenti senza tuttavia mai entrare in repertorio.
Nel frattempo, nel 1884, Puccini aveva cominciato una convivenza (destinata a durare,
tra varie vicissitudini, tutta la vita) con Elvira Bonturi, ex moglie del droghiere lucchese
Narciso Gemignani. Elvira portò con sé la figlia Fosca, e tra il 1886 e il 1887 la famiglia

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visse a Monza, in corso Milano 18, dove nacque l'unico figlio del compositore, Antonio
detto Tonio, e dove Puccini lavorò alla composizione dell'Edgar. Una lapide, posta
sull'abitazione (ancora oggi esistente), ricorda l'illustre inquilino.

3. Chiatri e Torre del Lago


Puccini però non amava la vita in città, appassionato com'era di caccia e avendo indole
essenzialmente solitaria. Quando, con Manon Lescaut ebbe il primo grande successo e
vide aumentare le sue disponibilità economiche, pensò quindi di tornare verso la terra
natale e, acquistato un immobile sulle colline tra la città di Lucca e la Versilia, ne fece
un elegante villino che considerò per qualche tempo luogo ideale per vivere e lavorare.
Purtroppo la compagna Elvira mal sopportava il fatto che per raggiungere la città si
doveva andare a piedi o a dorso d'asino, fu quindi giocoforza per Puccini spostarsi da
Chiatri verso il sottostante Lago di Massaciuccoli.
Nel 1891 Puccini si trasferì dunque a Torre del Lago (ora Torre del Lago Puccini,
frazione di Viareggio): Ne amava il mondo rustico, la solitudine e lo considerava il
posto ideale per coltivare la sua passione per la caccia e per gli incontri, anche
goliardici, tra artisti. Di Torre del Lago il maestro fece il suo rifugio, prima in una
vecchia casa affittata, poi facendosi costruire la villa che andò ad abitare nel 1900. Il
maestro la amava a tal punto, tanto da non riuscire a distaccarvisi per troppo tempo, e
affermare di essere «affetto da torrelaghìte acuta». Un amore che i suoi familiari
rispetteranno anche dopo la sua morte, seppellendolo nella cappella della villa. Qui
furono composte, almeno in parte, tutte le sue opere di maggior successo, tranne
Turandot.

4. Il successo: le collaborazioni con Illica e Giacosa


Dopo il mezzo passo falso di Edgar, Puccini rischiò l'interruzione della collaborazione
con la Ricordi se non fosse stato per la strenua difesa dello stesso Giulio Ricordi. Su
consiglio di Fontana il compositore lucchese scelse il romanzo Histoire du chevalier Des
Grieux et de Manon Lescaut di Antoine François Prévost per la sua terza opera.
Presentata, dopo un lunga e travagliata composizione, il primo febbraio 1893 alla scala
Manon Lescaut si dimostrò un successo straordinario (la compagnia venne chiamata
più di trenta volte alla ribalta), forse il più autentico della carriera di Puccini. L'opera
segnò inoltre l'inizio di una fruttuosa collaborazione con i librettisti Luigi Illica e
Giuseppe Giacosa, il primo subentrato a Domenico Oliva nella fase finale della genesi, il
secondo in un ruolo più defilato.
La collaborazione con Illica e Giacosa fu certamente la più produttiva della carriera
artistica di Puccini. A Luigi Illica, drammaturgo e giornalista, spettava prevalentemente
il compito di abbozzare una «tela» (sorta di sceneggiatura) e definirla poco per volta,
discutendola con Puccini, fino ad approdare alla stesura di un testo completo. A
Giuseppe Giacosa, autore di commedie di successo e professore di letteratura, era
riservato il delicatissimo lavoro di mettere in versi il testo, salvaguardando sia le ragioni

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letterarie sia quelle musicali, compito che svolgeva con grande pazienza e notevole
sensibilità poetica. L'ultima parola spettava comunque a Puccini, al quale Giulio Ricordi
aveva affibbiato il soprannome di «Doge», a indicare il predominio che esercitava
all'interno di questo gruppo di lavoro. Lo stesso editore contribuiva personalmente alla
creazione dei libretti, suggerendo soluzioni, talvolta persino scrivendo versi e
soprattutto mediando tra i letterati e il musicista in occasione delle frequenti
controversie dovute all'abitudine pucciniana di rivoluzionare a più riprese il piano
drammaturgico durante la genesi delle opere.

5. O soave fanciulla
Duetto "O soave fanciulla" dalla Bohéme.
Illica e Giacosa avrebbero scritto poi i libretti delle successive tre opere, le più famose e
rappresentate di tutto il teatro pucciniano. Non sappiamo con precisione quando iniziò
la seconda collaborazione dei tre, ma di certo nell'aprile del 1893 il compositore era al
lavoro. Il nuovo libretto nasce, dunque, dal soggetto di Scènes de la vie de Bohème, un
romanzo a puntate di Henri Murger. La realizzazione dell'opera richiese più tempo di
quello preventivato da Ricordi dovendo, Puccini, intervallare la scrittura ai suoi
numerosi viaggi per le varie messe in scena di Manon Lescaut, che lo portarono tra
l'altro a Trento, Bologna, Napoli, Budapest, Londra... e le battute di caccia a Torre del
Lago. Durante questo tempo, l'opera subì sostanziali rimaneggiamenti, come
testimoniano le numerose lettere intercorse tra Ricordi e gli autori in questi tormentati
mesi di scrittura. Il primo quadro venne terminato l'8 giugno mentre il compositore si
trovava a Milano, mentre il 19 del mese successivo portò a termine l'orchestrazione
del "Quartiere Latino", il secondo quadro. L'opera venne conclusa alla fine di novembre
mentre Puccini soggiornava a casa del conte Grottanelli a Torre del Lago, tuttavia i
ritocchi conclusivi si protrarrono fino al 10 dicembre. Tra i capolavori del panorama
operistico tardoromantico, La bohème è un esempio di sintesi drammaturgica,
strutturata in 4 quadri (è indicativo l'uso di questo termine in luogo del tradizionale
"atti") di fulminea rapidità. La prima, tenutasi il 1º febbraio 1896, ricevette il favore di
un pubblico entusiasta, un giudizio che però non venne pienamente condiviso dai

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critici che, seppur dimostrando di apprezzare l'opera, non si dimostrarono mai troppo
soddisfatti.

6. Recondita armonia

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Ormai celebre e benestante, Puccini tornò a coltivare l'idea di musicare La
Tosca un dramma storico a tinte forti di Victorien Sardou. Tale pensata venne al
compositore già prima di Manon Lescaut grazie al suggerimento di Fontana che aveva
avuto la possibilità di assistere alle rappresentazioni di La Tosca a Milano e a Torino.
Puccini fu fin da subito entusiasta dell'idea di musicare il dramma tanto che scrisse a
Ricordi che "in questa Tosca vedo l'opera che ci vuole per me, non di proporzioni
eccessive né come spettacolo decorativo né tale da dar luogo alla solita
sovrabbondanza musicale". Nonostante ciò, allora, il drammaturgo francese si
dimostrò riluttante nel consegnare il suo lavoro ad un compositore senza una solida
reputazione. Ma ora, dopo La Bohéme le cose erano decisamente cambiate e i lavori
per quella che sarà Tosca poterono iniziare. Giocosa e Illica si misero subito al lavoro
nonostante accusassero difficoltà nel rendere un tale testo idoneo ad un'opera lirica.
Puccini, invece, iniziò ad entrare nel vivo del lavoro solo agli inizi del 1898. Il primo atto
di Tosca fu composto, nel 1898, nella seicentesca Villa Mansi di Monsagrati, ove
Puccini, ospite dell'antica famiglia patrizia, lavorava essenzialmente durante le fresche
notti estive che caratterizzano quella località della Val Freddana posta a una decina di
chilometri da Lucca. Poco dopo, trovandosi a Parigi, su richiesta di Ricordi, si recò da
Sardou per suonargli un'anteprima della musica fino ad allora composta dell'opera. Il
lavorò continuò senza sosta, se si fa eccezione per un viaggio a Roma per assistere alla
prima di Iris dell'amico Mascagni e per la scrittura di Scossa elettrica, una marcetta per
pianoforte e la ninna-nanna E l'uccellino vola, su testo di Renato Fucini. Il riscontro alla
prima, messa in scena il 14 gennaio 1900, fu paragonabile a quello di Boheme, ottimo
(anche se inferiore alle aspettative) accoglimento da parte del pubblico ma alcune
riserve sollevate dalla critica.

7. Ancora un passo
Dopo il debutto di Tosca, Puccini trascorse un periodo di scarsa attività musicale in cui
si dedicò al completamento della sua residenza a Torre del Lago e ad assistere alle
riprese della sua ultima opera. In occasione della prima al Covent Garden di Londra, il
maestro si intrattenne nella capitale britannica ben sei settimane. Alla fine di marzo del
1902 iniziarono i lavori per Madama Butterfly (basata su un dramma di David Belasco)
che sarà la prima opera esotica di Puccini. Il maestro passò tutto il resto dell'anno a
scriverne la musica ed in particolare a ricercare delle melodie originali giapponesi al
fine di ricreare le atmosfere in cui l'opera è ambientata. Frattanto, il 25 febbraio 1903,
Puccini ebbe un incidente stradale; soccorsi gli occupanti del mezzo da un medico che
abitava poco vicino, il compositore riportò una fattura alla tibia e diverse contusioni
che lo costrinsero a sopportare una lunga e penosa convalescenza di oltre quattro
mesi. Rimessosi in sesto, a settembre partì con Elvira per Parigi per assister alle prove
di Tosca. Tornato in Italia, proseguì con la musica di Madama Butterfly che concluse il
27 dicembre. Il 3 gennaio 1904 sposò Elvira, dopo che ella era rimasta vedova nel
marzo dell'anno precedente. Poco più di un mese dopo, il 17 febbraio, finalmente

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Butterlfy poté esordire alla Scala dimostrandosi, tuttavia, un solenne fiasco, tanto che il
compositore descrisse la reazione del pubblico come "Un vero linciaggio!". Dopo alcuni
rimaneggiamenti, in particolare l'introduzione del celeberrimo coro a bocca chiusa,
l'opera fu presentata il 28 maggio al Teatro Grande di Brescia, dove raccolse un
successo pieno, destinato a durare fino a oggi.

8. Gli anni più difficili


Nel 1906 la morte di Giacosa, affetto da una grave forma di asma mise fine alla
collaborazione a tre che aveva dato vita ai precedenti capolavori. I tentativi di
collaborazione con il solo Illica furono tutti destinati a naufragare. Delle varie proposte
del librettista un Notre Dame di Victor Hugo destò nel compositore un iniziale interesse
di però breve durata, mentre una Maria Antonietta, già sottoposta all'attenzione di
Puccini nel 1901, fu giudicata troppo complessa nonostante i successivi tentativi di
riduzione.
Puccini, per assistere ad una rassegna delle sue opere al Metropolitan Opera House di
New York, il 9 gennaio 1907 partì insieme ad Elvira per gli Stati Uniti dove soggiornò
per due mesi. Qui, dopo aver assistito ad una rappresentazione a Broadway ebbe
l'ispirazione per un nuovo lavoro che doveva basarsi sul The Girl of the Golden West,
un western ante-litteram, di David Belasco. complice della scelta, la passione di Puccini
per l'esotismo (da cui era nata Butterfly) che lo spingeva sempre più a confrontarsi con
il linguaggio e gli stili musicali legati ad altre tradizioni musicali.
Nel 1909 avvennero una tragedia e uno scandalo che colpirono profondamente il
musicista: la domestica ventunenne Doria Manfredi, si suicidò avvelenandosi. Doria, di
povera famiglia, quando morì il padre aveva 14 anni e Puccini, per aiutare la famiglia
prese la ragazza in casa come cameriera. Crescendo, Doria si fece assai bella e crebbe
l’antipatia di Elvira, nei suoi confronti. Le liti tra i due coniugi erano continue, con Elvira
che rimproverava il marito di prestare troppa attenzione alla ragazza. A causa delle
maldicenze, la mattina del 23 gennaio 1909 la ragazza assunse delle pastiglie di
sublimato corrosivo.

9. Turandot, l'incompiuta

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Dal 1919 al 1922, lasciata Torre del Lago, perché era disturbato dall'apertura di un
impianto per l'estrazione della torba, Puccini visse nel comune di Orbetello, nella Bassa
Maremma, dove acquistò sulla spiaggia della Tagliata una vecchia torre di
avvistamento del tempo della dominazione spagnola, oggi detta Torre Puccini, in cui
abitò stabilmente. Nel febbraio 1919 venne insignito con il titolo di grande ufficiale
dell'Ordine della Corona d'Italia.
Nello stesso anno ricevette dal sindaco di Roma Prospero Colonna la commissione per
musicare un inno alla città di Roma su versi del poeta Fausto Salvatori. Nonostante
Puccini non fosse assolutamente entusiasta di questo lavoro, in proposito scriverà ad
Elvira: "Ho finito 'l'Inno a Roma (una bella porcheria)", la prima esecuzione venne
programmata per il 21 aprile 1919, in occasione dell'anniversario della leggendaria
fondazione della città. Tale evento doveva inizialmente tenersi presso Villa Borghese
ma, prima a causa del maltempo poi per via di uno sciopero, il debutto dovette essere
posticipato al primo giugno allo Stadio Nazionale per le gare ginniche nazionali dove
ricevette un'accoglienza entusiastica da parte del pubblico.
A Milano, durante un incontro con Giuseppe Adami, ricevette da Renato Simoni una
copia della fiaba teatrale Turandot scritta dal drammaturgo settecentesco Carlo Gozzi.
Il testo colpì subito il compositore che lo portò con se nel viaggio seguente a Roma per
una ripresa del Trittico. Nonostante avesse fin da subito trovato difficoltà nel musicarlo
Puccini si dedicò con fervore in questa nuova opera su cui, peraltro, si erano già
cimentati due musicisti italiani: Antonio Bazzini, con la sua Turanda di però gran scarso
successo, e Ferruccio Busoni che la mise in scena a Zurigo nel 1917. Tuttavia, la
Turandot di Puccini niente ebbe a che spartire con quelle degli altri due suoi
contemporanei. Essa è l'unica opera pucciniana di ambientazione fantastica, la cui
azione – come si legge in partitura – si svolge «al tempo delle favole». In quest'opera
l'esotismo perde ogni carattere ornamentale o realistico per diventare forma stessa del

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dramma: la Cina diviene così una sorta di regno del sogno e dell'eros e l'opera abbonda
di rimandi alla dimensione del sonno, nonché di apparizioni, fantasmi, voci e suoni
provenienti dalla dimensione "altra" del fuori scena. Nell'intento di ricreare originali
ambientazioni, gli venne in aiuto il barone Fassini Camossi, ex diplomatico in Cina e
possessore di un carillon che suonava melodie cinesi di cui Puccini si servì
intensamente, in particolare nel musicare l'inno imperiale.
Puccini si entusiasmò subito al nuovo soggetto e al personaggio della principessa
Turandot, algida e sanguinaria, ma fu assalito dai dubbi al momento di mettere in
musica il finale, coronato da un insolito lieto fine, sul quale lavorò un anno intero senza
venirne a capo. Nel 1921 la composizione appare proseguire tra difficoltà, il 21 aprile
scrive a Sybil "mi pare di non avere più fiducia in me, non trovo nulla di buono" e
momenti di ottimismo, ad Adami scrive il 30 aprile "Turandot va bene avanti; mi par
d'essere sulla via maestra." Di certo la stesura della partitura non seguì la cronologia
della trama ma saltò da una scena all'altra.
Le difficoltà si fecero sempre più evidenti quando, in autunno, Puccini propose diverse
modifiche ai librettisti, come quella di ridurre l'opera a soli due atti, ma già nei primi
mesi del 1922 si tornò ai tre atti e venne deciso che il secondo darebbe stato aperto
dalle "tre maschere". Alla fine di giugno si riuscì a completare il libretto definitivo e il
20 agosto Puccini decise di partire per un viaggio in automobile attraverso Austria,
Germainia, Olanda, Foresta Nera e Svizzera.
Superate parzialmente le difficoltà, la composizione di Turandot proseguiva, seppur
lentamente. Il 1923 fu l'anno di svolta, trasferitosi a Viareggio, Puccini lavorò
intensamente all'opera tanto che dopo poco si iniziò già a pensare a dove ospitare il
debutto.
Nel frattempo la salute del compositore andò rapidamente peggiorando lamentando
un forte dolore alla gola. Il successivo consulto con uno specialista fiorentino lasciò
poche speranze, la diagnosi fu un tumore giudicato inoperabile. Da un'ulteriore visita
presso un altro specialista, Puccini ricevette il consiglio di recarsi a Bruxelles dal
professor Louis Ledoux dell'Institut du Radium di Bruxelles il quale avrebbe potuto
tentare una cura con radio. Il 24 novembre il musicista si sottopose, quindi, ad un
intervento chirurgico di ben tre ore, in anestesia locale, che consistette
nell'applicazione, tramite tracheotomia, di sette aghi di platino irradiato, inseriti
direttamente nel tumore e trattenuti da un collare. Nonostante l'intervento fosse stato
giudicato pienamente riuscito e che i bollettini medici si esprimessero in toni positivi,
Puccini morì alla 11.30 del 29 novembre.

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La tomba di Puccini nella cappella della villa, a Torre del Lago

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