Sei sulla pagina 1di 15

http://www.byterfly.

eu/islandora/object/librib:298471#page/4/mode/2up

http://www.giardini-mondo.it/torino/575/giardino-sambuy/
GIARDINO SAMBUY
Indirizzo Piazza Carlo Felice Torino
Progettista: Jean Pierre Barrillet Deschamps
Funzione Giardino pubblico
Stile: Giardino all'Inglese
GIARDINO SAMBUY - Descrizione
Il giardino pubblico Sambury, occupa il centro della piazza Carlo Felice, di fronte alla stazione di
Porta Nuova, in posizione centralissima.
Il progetto fu affidato all'architetto Jean Pierre Barrillet Deschamps e realizzato nel 1861.
Nel 1926 venne dedicato al sindaco di Torino (dal 1883 al 1886) Bertone Baldo di Sambuy.
Il giardino è cinto da un alta recinzione, al suo interno percorsi, fontane, piante rare e statue
dedicate ad Edmondo De Amicis, a Massimo D'Azeglio e a Ernesto di Sambuy.
Nel giardino troviamo anche la presenza di un orologio fiorito, donato dalla città di Ginevra, negli
anni cinquanta.
Nel mese di giugno si svolge il Sambuy Garden Festival, con concerti e happening letterari.

http://www.museotorino.it/view/s/bb5b8a30c9a740f1aef0f9b8fc4e1dd2
Da Politecnico di Torino Dipartimento Casa-Città, Beni culturali ambientali nel Comune di Torino,
Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino, Torino 1984:
GIARDINI SAMBUY - Piazza Carlo Felice
Verde pubblico a giardini di valore ambientale e documentario.
Il progetto si deve a Barillet-Deschamps (1860); fu approvato, appaltato e compiuto entro il
1880. Esso faceva parte di un insieme, commesso allo stesso progettista, per la pianificazione del
verde urbano che comprendeva la sistemazione delle Piazze Carlina, Susina, Bodoni, Vittorio, e dei
Ripari e del Valentino (attuato solo in parte). Le linee generali seguivano il modello dell'"oasi
verde" con laghetto, sentieri sinuosi, macchie d'alberi e prato di tipo "inglese" .
ISTITUTO DI ARCHITETTURA TECNICA. 1968: L. GHISLENI. M. MAFFIOLI. 1971, p. 91.
Tavola: 49

 Bibliografia
Politecnico di Torino. Dipartimento Casa Città, Beni culturali ambientali nel Comune di Torino, Vol.
1, società degli ingegneri e degli architetti in Torino, Torino 1984 , p. 329
Lodari, Renata (a cura di), Atlante dei giardini del Piemonte, Libreria geografica, Novara 2017 , p.
171

https://lestradeditorino.com/giardini-sambuy/

GIARDINI SAMBUY
Un’imponente inferriata di discreta fattura racchiude quello che assomiglia decisamente ad un
parco all’inglese in miniatura con tanto di prati e fontana con spruzzo: vi sto portando a fare una
passeggiata negli ex ‘Giardini del Re’, così chiamati prima che fossero intitolati ad uno dei più
blasonati Sindaci di Torino, ovvero Ernesto Bertone Baldo Conte di Sambuy. E’ opera di una
vecchia conoscenza in fatto di progettazione ovvero il francesissimo Jean-Pierre Barillet-
Deschamps che lo disegnò nel 1861.
Nel giardino è interessante cercare le tracce delle trasformazioni vissute negli anni dalla città.
Esisteva un enorme termometro che, nei primi del 900, campeggiava tra i prati.
Esisteva anche un orologio floreale, il cui meccanismo interrato fu donato dalla città di Ginevra
negli anni ’50 e che batteva il tempo ai viaggiatori di Porta Nuova: al suo posto, oggi, si trova il
ben più funzionale ascensore della Metro.
Sul lato sinistro del giardino, andando verso Via Roma è il monumento a Edmondo De Amicis: una
statua femminile che riproduce la ‘Seminatrice di Buone Parole’ ferma, appunto, nell’atto di
seminare è circondata da un bassorilievo che riproduce scene di amor filiale, materno e patrio; di
amicizia, studio, carità e lavoro che ci riportano direttamente indietro alla Torino del libro
‘Cuore’.
Il piccolo parco ci porta dalla stazione all’imbocco della centralissima Via Roma che, in asse
rigoroso, conduce il nostro sguardo fino all’ingresso di Palazzo Reale attraversando idealmente
Piazza CLN, Piazza San Carlo e Piazza Castello. Mentre fuori il rigore dell’urbanistica fascista si
esprime in tutta la sua durezza, il giardino è un luogo incredibilmente morbido e ricco. Sentieri
sinuosi, piccole collinette e semplici prati ci conducono verso il centro dove una fontana con
spruzzo, circondata da massi ricoperti di muschio, dà il meglio di sé.
Enormi e bellissimi tutti gli alberi che di questo giardino sono la vera ricchezza botanica: le grandi
magnolie le cui radici affioranti ricamano il terreno; una zelkova, pianta piuttosto rara e preziosa,
qui in dimensioni magnifiche; tra i numerosi faggi anche quello ‘a foglia di felce’, fratello più
nobile di quello comune.
Mille attività ed eventi proposti dall’Associazione ‘Giardino Forbito’ che ‘abita’, ormai da qualche
tempo, il grande gazebo verde.

All images © 2018  Elisa Campra

https://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_Carlo_Felice
Piazza Carlo Felice
Piazza Carlo Felice

Piazza Carlo Felice con al centro il giardino Sambuy. Si notano il busto del conte Ernesto Balbo
Bertone di Sambuy e sullo sfondo la stazione di Porta Nuova.

Nomi Largo del Re


precedenti

Città  Torino

Circoscrizione Circoscrizione 1[1]

Quartiere Centro

Progettista Jean-Pierre Barrilet Deschamps

Storia Nel primo ampliamento della città di Torino verso sud del 1620, questa zona ospitava
semplicemente la primitiva "Porta Nova", di accesso al centro attraverso l'omonima via "Nova"
(ora via Roma). Fu poi Gaetano Lombardi che, nel 1822, disegnò il primo abbozzo di quello che
diventerà il "Largo del Re", ovvero una normale espansione dell'omonimo viale (oggi corso
Vittorio Emanuele II), attraverso la nascita di nuovi isolati neoclassici, sia a oriente (verso il
nascente "Borgo Nuovo"), sia a occidente (ovvero il tratto terminale dell'attuale via XX Settembre.
Sino agli anni 1980 la piazza era capolinea di linee di tram, con un doppio anello di binari, ora
dismesso.

Fu l'architetto francese Jean-Pierre Barillet-Deschamps, nel 1861, a dare alla piazza il disegno
attuale, nel contesto dell'ulteriore sviluppo della città verso sud, che aveva precedentemente
portato alla realizzazione definitiva di piazza San Carlo e che coinvolse la nascente stazione
ferroviaria di Torino Porta Nuova (opera di Alessandro Mazzucchetti e Carlo Ceppi, periodo 1853-
1864).

Gli eleganti portici della piazza furono opera di Giuseppe Leoni, Giuseppe Frizzi e Carlo Promis che,
sul lato nord, si raccordano alla centrale via Roma con un'esedra semicircolare. In particolare il
Promis si occupò del lato occidentale della piazza, dove aggiunse uno slargo di quella che sarà, nel
1870, la piazzetta dedicata al politico torinese Pietro Paleocapa (con annesso monumento opera di
Odoardo Tabacchi del 1871). La manica di portici lungo Corso Vittorio Emanuele II verso oriente
(via Lagrange) invece, fu ultimata da Barnaba Panizza. Una particolare attenzione la si deve invece
alla manica di portici di Corso Vittorio Emanuele II verso occidente: attraversando Via XX
Settembre, in alto fu posizionata una curiosa statua, di un artista ignoto, con un mitologico Toro a
tre teste.

Al centro della piazza, sempre nel 1861, fu progettato un giardino, poi titolato Giardino Sambuy.
Recintato ed organizzato su pianta regolare, è movimentato con ondulazioni del terreno e con un
percorso di vialetti in porfido che lo attraversa diagonalmente, offrendo vedute con diverse
prospettive. È impreziosito da piante rare e alberi monumentali, da statue dedicate a Edmondo De
Amicis, a Massimo D'Azeglio e a Ernesto di Sambuy. Sempre all'interno del giardino, è presente un
orologio floreale, dono della città di Ginevra, e una fontana ornamentale, a testimonianza
dell'arrivo in città dell'acquedotto nel 1859.[2]

Sulla piazza si affacciano molte storiche attività, tra cui l'antica "Cioccolateria Giordano" e l'Hotel
Roma, dove, nel 1950, Cesare Pavese si tolse la vita. Sotto la piazza l'ampio sistema di parcheggi
sotterranei comunicanti che si estende fino a piazza San Carlo. Nel 2017 la piazza fu parzialmente
riqualificata, con il rifacimento di alcuni palazzi eleganti ottocenteschi.

https://www.torinostoria.com/il-termometro-perduto-in-piazza-carlo-felice/

IL TERMOMETRO PERDUTO IN PIAZZA CARLO FELICE

a cura di Torino storia - 26 mar, 2019


Esisteva un gigantesco termometro che decorava il giardino Sambuy di piazza Carlo Felice prima
della Seconda Guerra Mondiale. Doveva essere spettacolare, alto 3 metri, fatto di cemento e
metallo, coperto da una elegante cupolotta in stile liberty, che durante i rigidi inverni si caricava di
neve. Ne abbiamo l’unica testimonianza in due immagini, una di inizio Novecento, l’altra datata
1938.

L’orologio
fiorito che
scandiva il
tempo con
le lancette
piantate nell’erba di un’aiuola, dono della Città di Ginevra
negli anni Cinquanta, smontato prima di costruire gli ingressi
alla metropolitana sotterranea. Anche il monumento a
Massimo d’Azeglio, eretto nel 1873, non è più presente, è
stato traslocato al Valentino nel 1936.

Torino, 7 Settembre 2001

Sono stati ultimati ieri i lavori di riqualificazione dell'orologio floreale dei giardini Sambuy di piazza
Carlo Felice, di fronte alla stazione di Porta Nuova.
Il quadrante dell'orologio, da alcuni anni inattivo, è stato realizzato utilizzando un mosaico di
ciclamini di colore bianco, rosa e viola disposti a spirale.
Nel prossimo autunno, con lo stabilizzarsi delle fioriture, l'AEM provvederà ad installare ed attivare
il meccanismo e le lancette dell'orologio.(e.v.)

https://www.rottasutorino.it/2014/06/quando-in-piazza-carlo-felice-cera.html

Quando in piazza Carlo Felice c'era l'orologio fiorito


pubblicato da Laura 6/10/2014 03:49:00 PM

I lavori per la costruzione della metropolitana hanno cambiato anche l'aspetto di piazza Carlo

Felice, per lo meno nella sua parte più meridionale, davanti alla stazione di Porta Nuova.Al centro

della piazza, di impianto ottocentesco, ci sono sempre stati giardini e aiuole, organizzati nel 1861

da un progetto dell'architetto francese Jean Pierre Barrillet Deschamps. Dal 1926 i giardini si

chiamano
Bertone Baldo di Sambuy, sindaco di Torino negli anni 80 del XIX secolo, e familiarmente sono detti

Giardini Sambuy. Al loro interno si trovano piante esotiche e rare, fontane, ombra e riposo dai

ritmi frenetici degli adiacenti corso Vittorio Emanuele e via Roma. A impreziosire i percorsi, oltre

alle prospettive sulle architetture ottocentesche della piazza e sulla fontana, anche numerose

statue dedicate a personaggi cittadini illustri.

Negli anni è stato dotato anche di elementi curiosi, veri e propri punti d'attrazione per i più piccoli

(ma non solo loro). Nella prima metà del XX secolo c'era un grande termometro, di cui c'è traccia

solo nelle fotografie. Fino a pochi anni fa, nel lato meridionale, c'era un grande orologio fiorito,

perfettamente funzionante, con meccanismo interrato, con le lancette che segnavano l'ora

indicando i fiori: era un regalo della Città di Ginevra, arrivato nella seconda metà del XX secolo, in

occasione di una mostra sugli orologi svizzeri. Con la costruzione della metropolitana, l'orologio

fiorito è sparito: nella sua area sorge adesso l'ascensore che porta nelle gallerie sotterranee della

linea 1. Rimangono le foto (e stavolta anche i ricordi diretti) a testimoniare la sua presenza.

http://www.comune.torino.it/verdepubblico/2019/un-patto-di-collaborazione-per-il-giardino-

sambuy.shtml
Il Giardino Sambuy, sito in piazza Carlo Felice di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, è

un giardino storico, ai sensi della definizione dell’art. 15, comma 1 del Regolamento n.317 del

Verde Pubblico e Privato della Città di Torino, che identifica come tale “ogni composizione

architettonica e vegetale che, dal punto di vista storico, culturale, artistico, naturalistico e

botanico, presenta un interesse pubblico” e ai sensi del comma 3 del medesimo articolo, in quanto

tutta la piazza risulta tutelata con provvedimento della Soprintendenza per i Beni Architettonici ed

il Paesaggio del Piemonte, R.R. 25/11/1989 prot. 16776.

Progettato dall’architetto Jean Pierre Barrilet Deschamps e realizzato nel 1861, questo spazio

verde, compreso nella più ampia piazza intitolata al re Carlo Felice (1765-1831) prospicente la

stazione ferroviaria centrale di Porta Nuova, è dedicato al conte Ernesto Balbo di Sambuy, sindaco

di Torino dal 1883 al 1886, ricordato nel parco con una stele dello scultore Michelangelo Monti.

Nel giardino sono presenti essenze arboree di pregio ad alto fusto, ed esso è inoltre impreziosito,
oltre che da tali piante, da statue dedicate ad Edmondo De Amicis, a Massimo D'Azeglio e a

Ernesto di Sambuy. Da notare anche il getto d’acqua della fontana monumentale del giardino, che

spicca tra il verde con il suo laghetto sottostante, raggiungendo i 20 metri d’altezza.

Da sottolineare che il medesimo Giardino è stato riconosciuto “Giardino storico di interesse

botanico” da parte della Regione Piemonte, ai sensi della Legge regionale 17 novembre 1983, n.

22 dettante norme in materia di “Interventi per la salvaguardia e lo sviluppo di aree di elevato

interesse botanico”, con codice TO-17-GBS.


http://www.torinoggi.it/2019/07/22/leggi-notizia/argomenti/politica-11/articolo/il-gazebo-del-
giardino-sambuy-entra-nel-patrimonio-della-citta-di-torino.html

Il gazebo di piazza Carlo Felice all’interno del giardino Sambuy viene inserito nel patrimonio
indisponibile della Città di Torino.
Su proposta dall’assessore al Bilancio, Sergio Rolando, il Consiglio comunale ha approvato la
delibera con 22 voti favorevoli e 3 astenuti.
E’ previsto che l’immobile sia assegnato alla Circoscrizione 1 affinché adotti gli atti necessari
all'individuazione di un concessionario, sul quale graveranno gli oneri di manutenzione, ordinaria e
straordinaria, edilizia e impiantistica.

http://www.dantepaoloferraris.it/index.php?option=com_content&view=article&id=245:luci-ed-ombre-a-

torino-xix-parte

Luci ed ombre a Torino (XIX parte)


Mercoledì 01 Gennaio 2014 11:21
La Piazza è intitolata al re di Sardegna Carlo Felice (Torino 1765-1831).

È una piazza elegante, porticata su tre lati, realizzata nel 1861 dall'architetto francese Pierre Barillet-Deschampes,
con al centro il giardino recintato Sambuy, ed è il biglietto da visita della città per chi arriva alla stazione ferroviaria di
Porta Nuova….. Il giardino è movimentato da leggere ondulazioni del terreno e da vialetti in porfido che lo attraversano
diagonalmente offrendo vedute con diverse prospettive. È impreziosito da piante ad d'alto fusto, da un bel laghetto con
tanto di alto zampillo, da una fontana e da un gazebo che ospita dalla primavera all'autunno concerti ed altre
manifestazioni. Si affaccia sulla piazza anche la stazione di Porta Nuova, il cui nome deriva da una struttura provvisoria
fatta erigere dal duca Carlo Emanuele I per l'ingresso solenne di Maria Cristina di Francia nel 1620 come sposa del
principe ereditario Vittorio Amedeo I. In seguito sostituita da una struttura più resistente: la porta ad arco era situata
presso il centro dell'attuale piazza, in corrispondenza della fontana, all'inizio del rettilineo che, passando attraverso
Piazza San Carlo, arriva direttamente a Palazzo Reale; la struttura venne poi demolita durante l'occupazione francese.

La STAZIONE ferroviaria, con la sua bellissima ed imponente facciata è un'inconfondibile prospettiva della piazza.
Fu progettata nell'anno dell'Unità Nazionale, il 1861 e terminata nel 1868,. La facciata della stazione ferroviaria più
importante di Torino è stata disegnata da Carlo Ceppi ed offre una mirabile prospettiva su Torino per il turista che si
affaccia dalle ampie porte d'uscita.

Il GIARDINO ospita diverse statue, tra cui il mezzo busto di Ernesto di Sambuy a cui è intitolato il giardino. Ernesto
Balbo Bertone conte di Sambuy, fu sindaco di Torino tra il 1883 e il 1886 nonché deputato e senatore del Regno. Vi è
anche un memoriale dedicato a Edmondo De Amicis dell'artista Edoardo Rubino. De Amicis è rimasto nel cuore di
intere generazioni di torinesi per aver scritto ed ambientato la sua più famoso opera letteraria "Cuore" proprio in questa
città. Il monumento espone il profilo di De Amicis su di un grosso blocco di marmo attraverso una festosa allegoria di tutti
i maggiori personaggi della sua opera letteraria, compresa "la maestrina dalla penna rossa" che non fu un'invenzione
dell'autore, ma una persona reale che egli descrisse, si trattava della maestra torinese Eugenia Barruero che abitava
sotto la Mole Antonelliana, in largo Montello 38. Sulla piazza si affaccia l'albergo Roma, dove il 27 agosto 1950 Cesare
Pavese si tolse la vita; costui fu uno dei maggiori scrittori del Novecento, nativo di Santo Stefano Belbo, la sua enorme
sensibilità lo portava a vivere una vita solitaria e lo condusse al suicidio che avvenne all'età di quarantadue anni dopo un
breve ma intenso rapporto sentimentale con l'attrice americana Costance Dowling. Pubblicò inoltre diversi romanzi e
poesie, nonché saggi di politica, religione e psicologia. Durante la seconda guerra mondiale fu mandato al confino per
attività antifasciste; il giornale La Stampa riportò la notizia con la testimonianza dell'amico Paolo Spriano, il quale
affermava che fino a sera (sabato) Pavese si fosse intrattenuto con lui fin dopo la mezzanotte. Pavese raggiunse poi
l'albergo Roma dove soggiornava da alcuni giorni in quanto la sorella con cui viveva in via Lamarmora, si era trasferita
con la famiglia in campagna per il periodo estivo. Mentre il cronista della Gazzetta del Popolo, in un circostanziato
racconto sulla sua morte scrive che lo scrittore rientrò in albergo intorno alle 20 e, prima di ritirarsi, ordinò al personale
una tazza di tè. Alle 20.30 della domenica, non avendolo visto scendere dalla stanza l'albergatore impensierito per il
silenzio, fece forzare dal cameriere la porta della sua stanza, al numero 43. Lì, con la luce accesa, trovarono Cesare
Pavese riverso sul letto senza vita, privo delle scarpe, con un braccio piegato sotto la testa e un piede che penzolava
fuori dal letto. Ritrovarono anche venti bustine vuote di sonnifero sulla mensola del lavabo e sul davanzale della finestra i
resti di una lettera incenerita. Si trattava di alcune righe scritte a matita sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò, il libro da
lui preferito, e che dicevano: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Non fu
eseguita l'autopsia, venne registrato semplicemente come causa della morte un «avvelenamento da barbiturici».

La piazza è coronata da palazzi ottocenteschi con portici firmati da Giuseppe Leoni, Giuseppe Frizzi e Carlo
Promis che, sul lato nord, ben si accordano alla centrale Via Nuova, ora via Roma, con un'esedra semicircolare. Sotto i
portici della piazza vi sono rinomate pasticcerie, caffè e antiche confetterie come "Avvignano" presente in piazza Carlo
Felice dal 1926, in un locale storico risalente al 1883, con scaffali e mobilia in stucco originali e poi ancora "Giordano"
quest'ultima una cioccolateria presente dal 1897. Forse la più nota è quella legata al cioccolato Talmone, diventato
celebre per la pubblicità dei "vecchietti del cioccolato". Questo locale prima di essere trasferito in piazza Carlo Felice era
situato in via Cavour ed era frequentato da Camillo Benso conte di Cavour, da Giovanni Giolitti e da Guido Gozzano. La
Michele Talmone fu infatti una fabbrica di pregiato cioccolato e cacao fondata a Torino nel 1850.

Ma intorno alla piazza troviamo anche prestigiose gallerie d'arte e la famosa libreria "Dante Alighieri" che fu per molto
tempo ritrovo di letterati e artisti.

Mi siedo su una panchina ad osservare i passanti, alle mie spalle la Stazione di Porta Nuova, e uno spazio ora occupato
da un moderno punto d'informazione; lì vicino vi era anticamente il monumento dedicato a Massimo d'Azeglio, poi
spostato in corso Vittorio Emanuele, angolo corso M. D'Azeglio.

Vedo attraversare la strada, ed entrare dal cancello della piazza che si affaccia verso la piccola piazzetta dedicata a
Giuseppe Luigi Lagrange (Torino 1736 - Parigi 1813), un mago da me ben conosciuto. La piazzetta da dove arriva
Gilderoy Allock (Gilderoy Lockhart) è intitolata al matematico e astrologo che abitò nel palazzo confinante con palazzo
Cavour: Joseph-Louis Lagrange, indicato come "ragazzo prodigio" fu tra i fondatori nel 1757 dell'Accademia delle
Scienze, docente alla reale scuola militare di Torino nel 1755, chiamato a Berlino da Federico di Prussia come docente,
prese posto nella direzione della Reale Accademia di Berlino alla morte del celebre Eulerone. Nel 1787 insegnò alla
Scuola Politecnica di Parigi e lì fu insignito della Legion d'Onore. Un monumento, posto al centro della piazzetta lo
immortala in piedi vicino ad una pila di libri. Curioso sapere che quella piazzetta era precedentemente dedicata a Franco
Bonelli, un celebre zoologo piemontese. Guardo transitare Gilderoy Allock, che avanza con passo sicuro, a testa alta
come se tutti lo stessero ammirando. Gilderoy Allock nella Hogwarts della Rowling, afferma nel suo sito ufficiale, che il
personaggio prende ispirazione da una persona da lei realmente conosciuta, simile in tutto e per tutto nei comportamenti
e atteggiamenti come nella mia Hogwarts torinese. La Rowling lo descrive come un mago di bell'aspetto, con fluenti e
biondi capelli ondulati e un sorriso seducente. Si veste ispirandosi ai temi romantici, i suoi abiti sono sempre arricchiti da
foulard e rasi svolazzanti, di colori sgargianti ma sempre di tonalità pastello. È stato insignito dell'Ordine di Merlino, terza
classe, e ha vinto cinque volte il premio Sorriso più Seducente del Settimanale delle Streghe. Il mio Allock torinese,
anche se originario di lontane vallate è una figura che già da lontano si presenta come un uomo sicuro di sé, fatto che si
evince dal passo fiero e dalla postura eretta. …………………..
Lo vedo raggiungere i portici e scomparire in piazza Pietro Paleocapa. Una piccola ma bella piazza, gemella e
simmetrica a piazza Lagrange. Questa piccola piazza elegante è da poco tempo divenuta di grande respiro commerciale
con le sue boutique di gusto. Anche qui troviamo, come la sua dirimpettaia piazza Lagrange, il monumento con la statua
dedicata a Pietro Paleocapa (1788-1869). Essa è inoltre assediata dalle auto e utilizzata da gruppi di giovani e moderni
vandali per scrivere le loro oscenità oltreché a fracassarle il naso e il piede, spezzandovi altresì il bastone da passeggio
in cui è raffigurato il ministro dello Stato Sabaudo, promotore dello sviluppo delle infrastrutture stradali e
ferroviarie……………………… La statua fu eseguita da Odoardo Tabacchi (1831-1905) e qui collocata nel 1871, nella
piazza a lui dedicata ed è ritratto seduto in posa naturale, comodamente seduto su una poltrona, con il cappotto sullo
schienale. L'epigrafe incisa lo ricorda come "l'uomo che tutta Europa ha ammirato".

Pietro Paleocapa nacque a Bergamo nel 1789 da un'antica famiglia di origine greca, studiò all'Università di Padova e fu
allievo della Scuola Militare di Modena. Divenuto tenente nel Corpo del Genio fece la campagna del 1813 e poi trovò
impiego nel Corpo degli ingegneri di acque e strade a Venezia. Divenne membro del Collegio degli ingegneri della
Giunta del Censimento di Milano nel 1820, venne in seguito inviato a Vienna nel 1827 dove ebbe modo di visitare la
ferrovia in Costruzione in Boemia. Nel 1829, rientrato nel servizio di acque e strade, fu nominalo Ingegnere Capo a
Venezia, nel 1833 Ingegnere idraulico e nel 1840 Direttore generale delle costruzioni pubbliche. Attuò piani di
sistemazione del Brenta, del Bacchiglione e dell'Adige, coordinò la bonifica delle Valli Veronesi e del porto di
Malamocco. Durante la rivoluzione a Venezia, fece parte del governo provvisorio presieduto da Manin come ministro
degli Interni e dei Lavori Pubblici ed in tale veste propugnò l'annessione del Veneto al regno Sardo-Piemontese. Dopo
l'annessione, Paleocapa diventò deputato al Parlamento subalpino e Ministro dei Lavori Pubblici nel governo sabaudo di
Gabrio Casati (Governo Casati) e nuovamente Ministro nel governo D'Azeglio e quasi senza soluzione fino al 1855;
Cavour amava definirlo un uomo "ricco di accortezza e malizia ellenica". La sua attività di ministro fu volta alla creazione
di una rete stradale in Sardegna, all'estensione della rete ferroviaria in tutto il Paese, allo sviluppo dei collegamenti
telegrafici ed ai lavori portuali. Nel 1855 fu nominato membro della Commissione Internazionale per lo studio del Canale
di Suez insieme a Luigi Negrelli. Purtroppo l'aggravarsi di una malattia che lo rese cieco, lo costrinse nel 1857 ad
abbandonare la carica ministeriale ma rimase nel Gabinetto come ministro senza portafoglio. In particolare a Torino
promosse lo sviluppo ferroviario con l'obiettivo di collegare il territorio sabaudo con l'oltre l'arco alpino francese portando
a compimento la progettazione del Traforo ferroviario del Frejus. Alla fine del 1860, sotto le insistenze di Camillo Benso
Conte di Cavour accettò la Presidenza del Consiglio di Amministrazione delle Strade Ferrate della Lombardia e dell'Italia
Centrale e ne curò la complessa fusione con la rete del Piemonte, con il nuovo nome di Società Ferrovie dell'Alta Italia.
Nel 1866, liberata Venezia, venne nominato Presidente della Commissione Reale per i ponti e i canali e condusse in
porto molti importanti progetti. Paleocapa si spense ottantenne il 7 febbraio 1869 a Torino e solo due anni dopo la prima
locomotiva transitava sotto la galleria del Frejus. Un personaggio dimenticato da molti torinesi che però permise loro di
essere più rapidamente collegati alle maggiori capitali d'Europa ed ai maggiori capoluoghi italiani. Nell'atrio dì uscita
della stazione di Porta Nuova si può ancora vedere il suo busto in marmo a riconoscenza delle meritorie attività svolte
per la rete ferroviaria italiana……………………………………………………

Il monumento ad Edmondo De Amicis (1846-1908), autore del libro Cuore, fu realizzato da


Edoardo Rubino (1871-1954) nel 1914 e inaugurato nove anni dopo in piazza Carlo Felice.
La statua della "Seminatrice delle buone parole" è posta simbolicamente innanzi a un altorilievo con
ritratti di bambini ed altri personaggi, che dovrebbero rappresentare le virtù familiari.
“LA VOSTRA BONTA’ E LA DIGNITA’ E LA GRAZIA DELLA SCUOLA, LA CONCORDIA E IL SORRISO

DELLA CASA, LA BENEDIZIONE DELLA VITA E DELLA MORTE DI CHI LAVORA E SOFFRE PER VOI.” De

Amicis ai ragazzi

giardino Sambuy (celebre anche per chi ha letto Le venti giornate di Torino di
Giorgio De Maria )
http://www.museodeibozzetti.it/assets/files/mdb/collezione/opere/s000679.php


opere 

MONUMENTO A EDMONDO DE AMICIS 

 archivi correlati
alla scheda
 artisti
 bozzetti
 laboratori
 pubblicazioni

 Collezione

 opere
MONUMENTO A EDMONDO DE AMICIS, 1923 di RUBINO Edoardo
tuttotondo in marmo

Collocazione: giardini di Piazza Carlo Felice, Torino ITA

Eseguito c/o laboratorio Spirito Luciano, Querceta


La decisione di erigere un monumento a De Amicis e per esso la scelta del nome di Rubino (amico ed estimatore dello
scrittore) risale al 1909; nel 1914 fu decisa la sua ubicazione e nel 1923 venne inaugurato. Il monumento è composto da
due elementi: un basamento ornato da un medaglione, su cui poggia una figura femminile, la seminatrice ed un'esedra
lungo la quale si snoda un altorilievo con bambini ed adolescenti che rappresentano le virtù familiari.
bozzetti  

Elemento del MONUMENTO A E. DE AMICIS - AMORE MATERNO 

 archivi correlati
alla scheda
 artisti
 opere
 laboratori
 pubblicazioni

 Collezione

 bozzetti
Elemento del MONUMENTO A E. DE AMICIS -
AMORE MATERNO di RUBINO Edoardo
bozzetto, altorilievo in gesso, cm. 136x225x67 1914-23

Collocato c/o magazzino MdB2/pp/sala 3/'900


Lo stato di conservazione risulta mediocre. Eseguito c/o laboratorio Spirito
Luciano, Querceta. La traduzione in opera è in marmo. Il modello è diviso in
due parti.

RUBINO EDOARDO
Figlio del vercellese Eusebio Rubino e di Lucia Flogna. Tra il 1886 ed il 1889 frequenta i corsi serali di
Plastica ornamentale all'Accademia Albertina di Torino, tenuti dallo scultore Luigi Belli.
Ammesso in seguito al Corso Superiore di Scultura dell'Accademia stessa, diviene allievo di Odoardo
Tabacchi.
Tra il 1888 ed il 1891 vince menzioni e premi nelle discipline del Disegno, della scultura e della Plastica
Ornamentale.
Nel 1892 espone due sculture all'Esposizione Cinquantenaria della Società Promotrice delle Belle Arti
al Valentino. Seguono altre partecipazioni ad esposizioni torinesi: nel 1894 (Sera in terracotta, una
testina in bronzo, un Ritratto in gesso), alla Promotrice; nel 1895 (Testina in terracotta) alla Promotrice;
nel 1896 (Biondina, bronzo, e due incisioni all'acquaforte: «Il Re Sole» di Gaetano Previati ed il
«Monumento sepolcrale a Sebastiano Grandis» di Leonardo Bistolfi).
Non facilmente databile è il suo alunnato, testimoniato da Rubino stesso, presso Leonardo Bistolfi.
Nel 1898 riceve dall'architetto Carlo Ceppi l'incarico di eseguire il gruppo allegorico della Dora per la
Fontana dei Mesi al Valentino in occasione dell'Esposizione Nazionale di Torino.
Trasferito lo studio da via Catania a via Montebello 21, espone alla Promotrice il busto Costume di
Gressoney (anche noto come La Gressonara), e partecipa alla Biennale di Venezia.
Con il nuovo secolo i successi ottenuti alle Esposizioni gli aprono la strada ad una proficua carriera di
scultore, disegnatore e medaglista. Nel 1900 illustra il volume del suo intimo amico Guido Rey Il Monte
Cervino ed entra nel direttivo del Circolo degli Artisti di Torino; espone una Figurina in bronzo ed
argento con orologio alla Società di Incoraggiamento alle Belle Arti.
In questi anni entra in rapporti stretti con il Comune di Torino, conosce Auguste Rodin di passaggio
nella città (1901) e partecipa l'anno successivo all'Esposizione Universale di Torino, con un gruppo (La
Danza) destinato a notevole celebrità e numerose repliche. Continua intanto la partecipazione alle
esposizioni torinesi della Promotrice e sposta lo studio in via Napione 41. Si specializza nel frattempo
nell'esecuzione di placchette celebrative. Nel 1903 conosce il mercante e collezionista mantovano
Ferruccio Stefani, che gli chiede di esporre nella seconda mostra latinoamericana. Esegue in questi
anni notevoli opere per il cimitero monumentale di Torino e la splendida Tomba Bidasio per Ivrea.
Tra il 1903 ed il 1907 l'attività dello studio di Rubino è molto intensa; eccellono il monumento a
Federico Sclopis per Torino, il bassorilievo Fiamma, del 1905, che segna il suo massimo avvicinamento
alla poetica di Leonardo Bistolfi, e la vittoria al concorso per il monumento ad Alessandro Vittoria a
Trento (1907). In quest'anno partecipa con Davide Calandra al concorso per il monumento al generale
Bartolomé Mitre a Buenos Aires, vincendolo (lo porterà a termine da solo dopo la morte di Calandra nel
settembre 1915). Nel 1909 avvia la collaborazione con l'architetto e disegnatore Giulio Casanova, con
la creazione della Confetteria Baratti & Milano di Torino, ed esegue i primi studi per il monumento ad
Edmondo De Amicis in piazza Carlo Felice a Torino.
Nel 1910 realizza ed espone la Vittoria alata per il Vittoriano di Roma e prosegue con Casanova la
realizzazione dei decori e delle sculture del Palazzo delle Poste di Torino. Le tombe Remondini e
Porcheddu per il cimitero di Torino (1912) rappresentano un nuovo punto fermo nella sua poetica,
delicatissima nell'esplorazione dei sentimenti. Sulla stessa falsariga era il monumento Rosetti per il
Cimitero monumentale di Milano (bombardato nel 1943). Del 1913 è la Deposizione per la tomba Cridis
al cimitero di Torino, destinata anch'essa a numerose repliche. Seguirà la decorazione plastica per la
nuova palazzina della Società Promotrice (terminata nel 1916).
Nominato consigliere comunale di Torino nel 1914 per i liberali, farà parte del consiglio direttivo del
Museo Civico di Torino, con interruzioni, sino al 1939. Realizzato il gruppo del Credito e
Beneficenza per il palazzo dell'Energia elettrica in via Bertola a Torino, Rubino porta a termine, dal
1915, il monumento ad Umberto I di Savoia a Roma, lasciato incompiuto da Calandra (inaugurato nel
1926).
Acquistata una casa in via Asti 15-17, vi fa costruire un ampio, comodissimo studio dall'architetto Pietro
Fenoglio. Si infittiscono intanto le cariche onorifiche. Tra il 1917 ed il 1924 matura la sua carriera
all'Accademia Albertina, da professore aggiunto di scultura presso il corso di Cesare Zocchi sino alla
nomina senza concorso (20 marzo 1924) a titolare di cattedra. Terminerà l'insegnamento nel 1936. Ben
inserito nell'apparato politico della città, Rubino ottiene in questi anni grandi commesse,
dal Monumento nazionale al carabiniere dei Giardini Reali (1925-1933, più successivi rifacimenti
nel 1947), al Faro della Vittoria sul colle della Maddalena a Torino (1927-28). Si inaugura intanto, nel
1927, il grandioso monumento a Mitre per Buenos Aires, cui seguirà la Tomba Mitre per la stessa città.
Nel 1933 realizza, quasi a contrasto delle grandi opere ufficiali, Il risveglio, un nudo femminile dal
notevole pathos intimista (oggi a Genova nelle Raccolte Frugone) replicato in versioni bronzee ridotte.
Con la realizzazione del Faro della Vittoria, Rubino rafforza i rapporti con la famiglia Agnelli (che
datavano già dal 1907) e in particolare con Giovanni Agnelli; da questa amicizia scaturiranno importanti
realizzazioni per la chiesa del Sestrière, per la parrocchiale di Villar Perosa (Cristo Crocifisso) per la
chiesa di Santa Aniceta ed a Pra Martino. Rubino fu nominato Senatore del Regno il 9 dicembre 1933.
Nel 1938, dopo la morte di Alice Schanzer, poetessa e scrittrice, moglie del senatore Tancredi
Galimberti e madre di Duccio, Rubino inizia il complesso sepolcrale dei Galimberti in una cappella del
santuario di S.Maria degli Angeli a Cuneo (terminato nel dopoguerra con il sepolcro di Duccio).
L'attività di Rubino culmina nel 1942 con una sala personale alla XXIII Esposizione Biennale
Internazionale d'Arte di Venezia. Negli anni della guerra stringe rapporti con il collezionista
genovese Luigi Frugone. Non disdegna di operare per l'arredo e per le arti applicate: sua una Testa di
Medusa o Minerva per un bronzetto porta foglietti da appunti eseguita per la Wassermann.
L'attività dello scultore nel dopoguerra risulta piuttosto limitata, anche per l'età: ultimato nel 1949 il
gruppo dell’Energia domata per la centrale idroelettrica di Glorenza in Alto Adige, prosegue il rapporto
con i Galimberti e con gli Agnelli (busto nel Palazzo delle Esposizioni), lavora alla tomba Casari nel
cimitero di Torino, alla statua di Francesco Ruffini per l'Università di Torino, e lascia incompiuti l'altare
del Sacro Cuore per il Duomo di Milano (realizzato su suo bozzetto da altri) ed il Monumento alla Linea
Gotica a Ripa di Seravezza (realizzato dallo scultore Abele Jacopi).

https://www.orologio-residence.com/2019/05/15/torino-letteraria-libri-scrittori-raccontano-luoghi-della-

citta/
https://books.google.it/books?

id=9bWyDgAAQBAJ&pg=PT209&lpg=PT209&dq=iscrizione+monumento+a+Edmondo+de+amicis+torino&so

urce=bl&ots=H6A1pOmxBn&sig=ACfU3U0QJKExR9aAzf_yQPYHcxjC6Fxchw&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwj5h5

ij683jAhVDVRUIHTXcB3c4ChDoATABegQICRAB#v=onepage&q=iscrizione%20monumento%20a

%20Edmondo%20de%20amicis%20torino&f=false

http://www.comune.torino.it/verdepubblico/2009/parchigiardini09/giardino-sambuy-cantiere.shtml

Giardino Sambuy, in arrivo il cantiere


Pubblicato il 30.11.2008 (aggiornato il 17.12.2009)

Partiranno nei primi giorni di dicembre 2008 i lavori per la riqualificazione del Giardino Sambuy, parzialmente
interessato dai lavori per la stazione della metro di Porta Nuova e tuttora avvolto di palizzate. Il Giardino si
trova al centro di piazza Carlo Felice. L’area del cantiere è stata consegnata dalla Gtt alla Città nel mese di
aprile scorso. Nello stesso mese i tecnici del settore Grandi opere del verde pubblico, avendo ultimato il
progetto  di ricostruzione della porzione di giardino occupato dal cantiere, avevano in corso le procedure di
appalto per l'affidamento dei lavori.

Trattandosi di giardino storico (fu progettato dall’architetto Jean Pierre Barrilet Dechamps e realizzato nel 1861)
il progetto, che prevede anche il completamento della cancellata perimetrale, è stato sottoposto al parere della
Soprintendenza per i Beni Architettonici del Piemonte, che il 24 ottobre si è espressa a favore. Il Sambuy è
impreziosito da  piante rare e da statue dedicate ad Edmondo De Amicis, a Massimo D'Azeglio e a Ernesto di
Sambuy.

Gli uffici tecnici stanno valutando l'opportunità di ricollocare l'orologio fiorito, donato dalla Città di Ginevra negli
anni Cinquanta, per il rischio di esposizione ad atti vandalici.
(A cura di Mauro Marras, Ufficio Stampa)

http://www.museotorino.it/site/exhibitions/level/5

La città contemporanea - l'ottocento


La realtà post-napoleonica e le chiusure della Restaurazione, le grandi trasformazioni della “Mecca”
d’Italia e i sogni di un futuro da “capitale politica”, la crisi dopo la perdita del ruolo di capitale e la ricerca
di una nuova identità e di nuove prospettive: Torino è il centro propulsore dell’industria nazionale.

di Silvano Montaldo
Indice
 Introduzione
 Il rientro dei Savoia: una città irriconoscibile
 Il nuovo ruolo del Municipio
 La “Mecca” d’Italia
 Per saperne di più

Introduzione
Con la definitiva annessione del Piemonte alla Francia, nel 1802, per Torino iniziò una fase nuova. Non
più capitale e fortezza, ma centro di servizi e snodo commerciale tra l’Italia e la Francia, la città assunse
una forma diversa: mentre si avviava lo smantellamento dei bastioni, attorno alle cerniere degli antichi
attestamenti viari fuori porta furono realizzate alcune grandi piazze, collegate tra loro da un sistema
di promenadesalberate esterne. Per la prima volta i torinesi furono assoggettati al pagamento della tassa
fondiaria e di conseguenza 
iniziarono anche i lavori per la realizzazione del catasto urbano. La città, che stava vivendo un declino
demografico, fu divisa in quattro distretti, corrispondenti alle direzioni dei flussi commerciali e fu
applicato il sistema introdotto per la prima volta a Parigi, che assegnando a tutte le vie e le piazze di
Torino un nome fisso, cui seguiva l’indicazione di un numero civico, permetteva di individuare con
certezza il domicilio di ogni abitante.

Top

Il rientro dei Savoia: una città irriconoscibile


Vittorio Emanuele I, rientrando nel maggio 1814 dall’esilio durato sedici anni, attraversò il solido ponte
napoleonico in pietra che ora univa la città al Piemonte meridionale e si trovò di fronte una città
irriconoscibile: non più un centro rinserrato tra i bastioni, ma una grande esplanade alberata, ricca di
spazi da edificare. Torino, che tornava a essere capitale di un regno, ereditò le scelte francesi per la
sistemazione e l’uso dei terreni liberati o ancora da liberare in seguito all’abbattimento delle mura.
Furono realizzati la Piazza d’armi presso la cittadella (in un’area poi completamente edificata) e lo
spianamento dei terreni presso Porta Susa. La vendita dei terreni delle fortificazioni abbattute procedette
nella zona di piazza Emanuele Filiberto (ora della Repubblica) e di Porta Nuova (ora piazza Carlo Felice).
Con il miglioramento della congiuntura economica, queste aree, insieme a quella del Borgo Nuovo tra
Porta Nuova e il Po, conobbero un’intensa edificazione, stimolata dalla ripresa demografica. Secondo le
direttive della corte, alla metà degli anni Venti iniziò la realizzazione di Piazza di Po (ora Vittorio Veneto),
mentre il Municipio intervenne nella realizzazione della piazza e del tempio della Gran Madre di Dio sulla
sponda opposta del fiume.
All’inizio degli anni quaranta lo spazio entro la circonvallazione napoleonica a sud (viale del Re, attuale
corso Vittorio Emanuele II)
napoleonica a sud (viale del Re, attuale corso Vittorio Emanuele II) e a nord (attuali corsi Principe
Eugenio, Regina Margherita e San Maurizio) risultava edificato. Alcune costruzioni isolate stavano
sorgendo oltre tale demarcazione, prime segnali dell’avvio di un nuovo ciclo di espansione. Il problema
dell’ampliamento del perimetro di Torino aveva iniziato a essere posto con varie ipotesi di espansione per
le zone fuori Porta Nuova, Vanchiglia e fuori Porta Susa e regione Valdocco. La prima delle tre zone,
quella fuori Porta Nuova, fu caratterizzata dall’attestazione sull’asse del viale del Re dello scalo della
ferrovia di Genova. Parallelamente fu definita la sistemazione della zona di Vanchiglia, che dai primi anni
Quaranta era al centro dell’interesse di un’iniziativa di privati. In entrambi i casi le trattative furono
condotte tra il governo centrale e i privati, con l’esclusione della Città, e portarono all’approvazione di due
piani edilizi nel 1846. Ma la Città si oppose, sia per l’insoddisfazione riguardo alla soluzione adottata per
lo scalo ferroviario, che interrompeva la continuità del viale del Re, sia nel timore che la realizzazione del
nuovo quartiere di Vanchiglia erodesse i profitti dei proprietari delle case del centro. Altro problema era la
destinazione dei terreni intorno alla Cittadella, della quale si affermava ormai l’inutilità.

Top

Il nuovo ruolo del Municipio


Nel 1848, con la svolta segnata dallo Statuto albertino, il Municipio si riappropriò di un ruolo centrale
nelle decisioni relative agli ampliamenti e ai lavori pubblici, anche grazie all’acquisizione di una maggiore
autonomia finanziaria, in funzione della quale, nel 1853, fu stabilito il tracciato della cinta daziaria, che
lasciò una traccia evidente sia nella struttura della città sia nella forma edilizia. L’anno prima era stato
approvato dal Consiglio comunale il «Piano d’ingrandimento», opera in gran parte di Carlo Promis, che si
configurò come la sintesi dei piani edilizi già elaborati e condizionò lo sviluppo di Torino nel secondo
Ottocento. Sempre nel 1852 fu approvata la demolizione della Cittadella, che rese disponibile un’enorme
estensione di terreni, costituita sia da quelli direttamente occupati dai bastioni, sia da quelli
vincolati dalle residue servitù militari, su cui sorgerà la nuova zona residenziale di Piazza Statuto e Porta
Susa, dove fu posizionato lo scalo della ferrovia di Novara (ora Stazione di Porta Susa). Il collegamento
alla zona di Porta Nuova fu realizzato attraverso nuove direttrici (attuale corso Vinzaglio e proseguimento
del viale del Re) tracciate su una griglia ortogonale di viali alberati. Questi viali, a differenza delle
grandi promenades napoleoniche, non erano più tangenziali del costruito e tratti di collegamento tra i
fulcri della nuova aggregazione urbanistica, ma assi rettori della struttura edificata e inediti giardini
urbani. La riuscita dell’integrazione tra la nuova zona e la città preesistente fu assicurata anche dal
ricorso al portico come elemento tipizzante.

Top

La “Mecca” d’Italia
Su Torino, capitale dell’unico stato italiano che avesse mantenuto le libertà introdotte nel 1848, si
concentrarono l’emigrazione politica e robusti investimenti finanziari. La “Mecca”, come la si definiva,
dell’Italia ancora da unificare e poi capitale effettiva del nuovo regno ebbe un’accelerata  crescita
demografica, interrotta bruscamente nel 1864 a causa della perdita di questo ruolo. Ne seguì un
massiccio esodo di popolazione e la ristrutturazione del sistema economico, fino ad allora fortemente
caratterizzato dai servizi alla corte e dalla presenza degli apparati di governo. Dalla crisi Torino si riprese
lentamente, durante gli anni Settanta, come centro manifatturiero, nel quale iniziava a delinearsi
la dicotomiatra la città borghese delle nuove aree residenziali e le zone suburbane delle borgate operaie.
Mentre su piazze e viali del centro sorgevano i monumenti in ricordo dei personaggi risorgimentali ormai
scomparsi, con gli anni Ottanta iniziò una nuova fase, caratterizzata da alcuni processi simultanei: la
crescita di borghi operai all’interno e soprattutto all’esterno della cinta daziaria,
lungo le direttrici radiali di collegamento della città col territorio, secondo il modello delle “barriere”
operaie; la prima urbanizzazione della zona pedecollinare sulla destra del Po, con la nascita di zone
residenziali borghesi attestate oltre i nuovi ponti gettati sul Po; l’avvio dei dibattiti ispirati da propositi
di risanamento igienico, ma anche da forti interessi fondiari, che porteranno alla realizzazione della rete
fognaria e ai “tagli” diagonali di via Pietro Micca e di via IV Marzo, con la scomparsa di quasi tutte le
cellule edilizie di impianto medievale, molto degradate, e la riconversione del precedente ruolo
residenziale povero in funzioni abitative qualificate e in destinazioni di servizio per il terziario delle
banche, delle assicurazioni e delle ditte commerciali. Questa fase può considerarsi conclusa nel 1908, con
l’approvazione del nuovo Piano regolatore e lo scoppio della crisi dell’industria automobilistica, appena
nata, che determinerà negli anni seguenti una profonda riorganizzazione degli insediamenti produttivi,
ispirata al modello fordista.

Per saperne di più


 V. Comoli Mandracci, Torino, Laterza, Roma-Bari 1983, pp. 93 sgg.
 V. Comoli, R. Roccia (a cura di), Torino città di loisir. Viali, parchi e giardini fra Otto e
Novecento, Archivio Storico della Città di Torino, Torino 1995
 U. Levra (a cura di), Storia di Torino, voll. 6 e 7, Einaudi, Torino 2000-01
 F. De Pieri, Il controllo improbabile. Progetti urbani, burocrazie, decisioni in una città capitale
dell’Ottocento, Franco Angeli, Milano 2005
 P. Dardanello, R. Tamborrino (a cura di), Guarini, Juvarra e Antonelli. Segni e simboli per
Torino, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2008