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Lez.

6: La Ragioneria in Italia

DOTTRINA GENERALE E VALUTAZIONI DI BILANCIO

In questa lezione si tratta essenzialmente degli sviluppi della Ragioneria (e della


connessa Economia aziendale) in Italia nel 1900, recuperando brevemente e
sviluppando quanto già detto in I Lezione sul secolo precedente nella rassegna
storica fatta in quella sede.
La storiografia della Ragioneria italiana si muove intorno a due grandi
“Questioni”, da cui derivano quelle minori: la “Questione dottrinale” e la
“Questione contabile”. Dalla Prima deriva la nascita dell’Economia aziendale e i
complessi rapporti che questa ha intrattenuto con la Ragioneria. Dalla seconda
nascono tutti i temi “pratici”, tra i quali approfondiamo almeno quello sulle
“valutazioni di bilancio” e – alla prossima sezione di questa stessa Lezione –
quello sulla disciplina giuridica del bilancio.
La Questione dottrinale attiene alla natura e all’oggetto della Ragioneria. Essa
mira a rispondere a domande del tipo: Che tipo di conoscenza è la Ragioneria?
Scientifica, Tecnica, etc. Qual è il suo oggetto di ricerca? Quale l’approccio
epistemologico e le metodologie di acquisizione delle proprie conoscenze? A quale
fascio di discipline appartiene e con quali altri discipline intrattiene rapporti e di
che tipo? In quali grandi parti può essere suddivisa e così via.
La Questione dottrinale in Italia nacque molto precocemente rispetto alle altre
scuole europee, poco prima della metà del XIX secolo, quando ancora nel resto
del mondo, anche in Francia, allora considerata centrale nella nostra disciplina,
ci si attardava in concezioni del tutto pratico-precettistiche, o poco più.
Da questo dibattito nacquero quelle che oggi sono chiamate le Scuole Classiche
della Ragioneria Italiana (la Scuola Lombarda, la Scuola Toscana, la Scuola
Veneta), oltre a numerosi pensatori indipendenti da queste, ciascuna delle quali
scuole e dei quali pensatori ha dato la propria risposta alla questione.
La Scuola Lombarda si sviluppò nelle università lombardo-venete sotto
dominazione austriaca (soprattutto Pavia), nelle Facoltà di Giurisprudenza
(l’Economia come facoltà ai tempi non esisteva), dove era insegnata la Contabilità
Pubblica come branca del diritto amministrativo. I docenti di quelle università,
pur occupandosi professionalmente di Ragioneria pubblica, cominciarono a
trattare, in maniera non più precettistica, i temi della Ragioneria privata.
Dopo un primo tentativo del Crippa (anni ’30 del XIX secolo) di definire la
Ragioneria come “Scienza dei conti” (a Crippa si deve anche una prima definizione
di azienda e un tentativo di classificarle), il suo allievo e successore Francesco
Villa, il più grande della Scuola, tentò una distinzione tra “Contabilità” e
“Ragioneria”, dove quest’ultima doveva essere qualcosa di molto più generale, da
lui definita “Scienza dell’Amministrazione”. In realtà cosa fosse questa
“Amministrazione” era ancora un po’ confuso, non certo il management in senso
moderno, ma forse anche quello: con un ricorso un po’ ingenuo agli economisti
classici, Villa identificava con essa qualunque atto di gestione, anche di tipo
tecnico, o agronomico.
Da un punto di vista contabile alla Scuola si deve la “Teorica mista dei conti”,
parte personali, parte reali, oltre ai conti generali d’azienda (in pratica il
patrimonio netto e il conto economico), nel complesso non particolarmente
originale.
La Scuola Lombarda tramontò con l’annessione della Lombardia e del Veneto
all’Italia (1859/1866).
Molto più avanti appare la Scuola Toscana, detta così perché nata in Toscana
poco prima dell’Unità d’Italia (anni ’50 del XIX secolo) ma poi diffusa in tutta
Italia e assai vitale fino ai primi decenni del XX secolo, quando andò spegnendosi.
Il più importante esponente fu Giuseppe Cerboni, il primo Ragioniere generale
dell’Italia unita e in tale carica per molti decenni. La Scuola Toscana ricevette
grande impulso dall’Unità d’Italia e fu particolarmente diffusa tra i “ragionieri
pubblici”, anche se qua trattiamo le loro idee con riferimento alla Ragioneria
privata. Il più grande studioso, oltre Cerboni, fu Giovanni Rossi, che si distinse
dal Maestro per approccio filosofico-epistemologico: Cerboni era un idealista,
Rossi era un positivista; ma le conclusioni teoriche tra i due studiosi furono
abbastanza vicine nonostante ciò. Per semplicità ci riferiamo alle concezioni del
Cerboni.
Per quanto riguarda la Questione Dottrinale può dirsi che, finalmente, con
Cerboni, la disciplina ha davvero uno spessore teorico di tipo scientifico. Per lui la
Ragioneria era la “Scienza dell’Amministrazione Economico-aziendale”. In tal
modo si distingueva, a differenza dei “lombardi” l’amministrazione in senso
tecnico, che a noi aziendalisti non compete, da quella “economica”, e
quest’ultima, per tenere le distanze rispetto alle astrazioni dell’economia politica,
evidenzia finalmente lo specifico economico-aziendale. La Ragioneria quindi non
studia le “rilevazioni”, ma le “funzioni economico-amministrative”, di cui le
rilevazioni sono soltanto uno strumento. Secondo Cerboni la Ragioneria univa tre
filoni di studio: quello “economico” (intendendo proprio la teoria economico-
politica delle scelte più convenienti), quello “amministrativo” (la costrizione del
pensiero economico egoistico secondo i dettami del diritto e della morale, una
sorta di “organizzazione” in nuce), quello “computistico” (il calcolo, o la rilevazione
in senso tradizionale). Il “collante” di questi tre filoni di pensiero, e quindi il vero
cuore delal nuova Ragioneria, sarebbe stata la Logismologia, o teorica delle
funzioni economico-amministrative, che però in pratica ebbe uno sviluppo molto
povero.
Per quanto riguarda la Questione contabile tutta la Scuola Toscana (anche prima
di Cerboni, con Marchi, il fondatore) era per una concezione radicalmente
personalistica di tutti i conti. Da questa il Cerboni sviluppò un vero e proprio
metodo, chiamato Logismografia, perfezionato poi dal Rossi con una serie di
assiomi chiamati “Teoria matematica del conto”. La Logismografia era
essenzialmente una “doppia partita doppia” (quadrupla quindi), dove il fatto
ammnistrativo con due stati patrimoniali (per natura del bene e per persona che
ne avesse la responsabilità) e due conti economici (per natura del provento/onere
e per “destinazione”, oggi diremmo centro di responsabilità). La Logismografia fu
imposta come metodo contabile allo Stato italiano, durante la dirigenza del
Cerboni, ma non ebbe molta diffusione nelle imprese.
Diversa, e solo in apprenza simile, fu la Statmografia, ideata dal siciliano
Emanuele Pisani e di qualche importanza, specie nelle aziende agricole: fondata
su una teoria radicalmente materialistica dei conti, raggruppava i conti (da lui
chiamati “bilance”) in tre macro-conti rappresentabili in un unico giornalmastro:
uno rappresentante i valori del patrimonio netto e le sue variazioni extragestionali
e straordinarie, uno rappresentante tutti gli elementi attivi e passivi del
patrimonio, uno, infine, rappresentanti i valori consumati e prodotti, cioè il conto
economico.
La Scuola Veneta, invece, si sviluppò intorno alle nascenti Scuole Superiori di
Commercio (da cui sarebbero nate, nel XX secolo, le “Facoltà di Economia e
Commercio”), a partire da quella di Venezia, la più antica (nata nel 1869).
Il più importante esponente fu Fabio Besta, docente a Venezia dalla nascita della
cattedra di Ragioneria, nel 1871, sino al 1920. Dopo la Rivoluzione zappiana
(infra) la Scuola entra in una crisi irreversibile, dissolvendosi per mancato
ricambio intorno agli anni ’50 del XX secolo.
Da un punto di vista “dottrinale” Besta e i suoi allievi ritenevano l’ambizione
cerboniana di costruire una scienza dell’amministrazione economico-aziendale
troppo smisurata e irraggiungibile, ma non per questo ridussero la Ragioneria
nuovamente alle rilevazioni. Secondo loro l’Amministrazione comprendeva in sé
tre momenti: Gestione, Direzione e Controllo. La Gestione era essenzialmente
“tecnica” e quindi ce ne sarebbe stata una per ogni tipo di azienda: la gestione
industriale era la tecnologia, quella agraria l’agronomia, esisteva una tecnica
commerciale, e così via, ma non era possibile costruire un’unica scienza che le
comprendesse (non coglievano come in Villa la distinzione tra tecnica
amministrativa e tecnica in senso fisico, ma pervenivano a conclusioni più
coerenti almeno). La direzione era un po’ un’arte (un po’ come la strategia oggi) e
mal si prestava ad una trattazione di tipo scientifico, risolvendosi ora in una
direzione della gestione, ora in una direzione del controllo. Il “controllo”, infine,
era l’unico che fosse abbastanza omogeneo tra le varie aziende per darsene una
scienza. E la Ragioneria, appunto, era definita come scienza del controllo (a sua
volta diviso in “rilevazione” e “costrizione”, cioè la nascente organizzazione
aziendale).
Ispirato al positivismo imperante, Besta adotta pure (come Pisani) una teorica
materialistica dei conti: questi sono accesi tutti a valori (non a “cose” come in
Pisani) e non a “persone” come nei toscani. La corrente che lo seguì, in
contrapposizione ai “logismografi”, prese il nome di “partiduplisti”, perché si
serviva del metodo tradizionale della partita doppia, le cui regole sono ancora
abbastanza riconoscibili nella ragioneria odierna.
A Besta, infine, si deve, la fondamentale distinzione dei conti tra “Serie originaria”
(dei conti accesi agli elementi patrimoniali attivi e passivi) e “Serie derivata”
(accesa ai conti del netto), la nascita quindi dei sistemi contabili (in particolare
quello che poi retrospettivamente sarebbe stato chiamato il “sistema patrimoniale
classico”) e il conto economico a “margini lordi” (cioè a profitti, perdite e
ricavi/costi isolati).
Questa, a grandissime linee, la Ragioneria classica italiana. La I Guerra
mondiale, facendo venir meno con l’abbandono del corso legale della moneta, la
fiducia cieca nelle “valutazioni oggettive” su cui si era concentrata la Scuola
Veneta, fa entrare in crisi l’intero paradigma scientifico.
L’esito finale di questo lungo dibattito viene raccolto da alcuni giovani studiosi,
tra i quali il più importante è proprio il più giovane degli allievi di Besta, Gino
Zappa, che gli succede a Venezia nel 1920 e simultaneamente assume la cattedra
di Ragioneria nella giovane Facoltà milanese della Bocconi.

A Zappa si deve una vera e propria Rivoluzione scientifica che avrebbe rinnovato
tutto il panorama scientifico italiano. In due parole: per la Questione dottrinale, a
Zappa si deve la nascita dell’Economia aziendale, nella quale la Ragioneria quasi
viene dissolta; per la Questione contabile, a Zappa si deve il Sistema del Reddito.
La tensione delle Scuole Classiche a superare il dominio delle “rilevazioni” trova
in Zappa la sua naturale conclusione. Ma, secondo lui, questo progetto non può
più riguardare la Ragioneria, che non può mai uscire dalla sua “nozione volgare”.
Essa può al massimo riguardare la “Rilevazione”, che è una delle tre parti della
Scienza Economico-Aziendale, cui si aggiungono la Gestione e l’Organizzazione. È
la nascita dell’Economia aziendale. Altri studiosi a lui più o meno contemporaneo
seguirono la stessa strada, come il Ceccherelli, da cui nasce la Nuova Scuola
Toscana, o il neo-patrimonialista Masi (che coniò il termine di “Agendologia”), ma
solo quella di Zappa ebbe successo. Zappa, a differenza dei suddetti autori, non
riconosceva alcun debito alla storia della disciplina, che era solo la “storia di
errori”, e concedeva appena l’onore delle armi al Besta (“Fabio Besta, il Maestro”).
L’Economia aziendale era una nuova scienza che doveva essere costruita ab imis
fundamentis.
Per quel che riguarda la Questione dottrinale è nota la sua restrizione della serie
originaria dall’insieme degli elementi patrimoniali, attivi e passivi, ai soli valori
numerari, considerando i valori patrimoniali non numerari come costi e ricavi
sospesi, “finanziari”, o pluriennali. L’enfasi si sposta dal “patrimonio”, statico, al
“reddito”, dinamico.

A partire dal Secondo Dopoguerra e fino agli anni ‘70/’80 si ha l’epoca delle
Scuole contemporanee italiane di Ragioneria e di Economia aziendale. Esse sono
generalmente divise in quattro grandi gruppi, a seconda di come gli studiosi si
rapportassero nei confronti dello Zappa, le cui posizioni erano ormai ineludibili
per tutta la comunità italiana.
Esse sono:
- Scuole Ortodosse zappiane di Economia aziendale (Scuola di Torino, di
Pietro Onida e dell’allievo di questi Giovanni Ferrero; Nuova scuola Veneta
di Ardemani; Scuola Bocconiana di Carlo Masini);
- Scuole Anti-zappiane di Ragioneria: (Neopatrimonialisti, come Vincenzo
Masi e Ubaldo De Dominicis);
- Scuole Autonome: Nuova Scuola Toscana di Ceccherelli e dell’allievo di
questi Egidio Giannessi; Scuola Napoletana di De Minico e Amodeo
- Scuole Post-zappiane: Aldo Amaduzzi e i suoi allievi; Paolo Emilio
Cassandro e la scuola pugliese; Teodoro D’Ippolito e allievi.
Le prime si distinguevano per una posizione dottrinale molto vicina a quella del
fondatore dell’Economia aziendale e una rottura netta con la Ragioneria classica.
La Ragioneria è ridotta a rilevazione, o dissolta nell’Economia aziendale, o ridotta
a disciplina funzionale (“Metodologie e determinazioni quantitative d’azienda”).
Le seconde contestavano la stessa Economia aziendale: per Vincenzo Masi
l’agendologia (una sorta di organizzazione aziendale) era distinta dalla Ragioneria,
definita “Scienza del Patrimonio”, mentre per De Dominicis l’Economia era unica,
senza distinzione tra “politica” e “aziendale”, mentre la Ragioneria era la “Tecnica”
dell’Economia.
Le terze arrivano a conclusioni simili a quelle di Zappa, ma con una maggiore
continuità con il passato. Per i Toscani, almeno per i primi, l’Economia aziendale
è una “propedeutica” per la Ragioneria, che mantiene la sua validità, e
concepiscono la disciplina in senso organicistico e storico, mentre i napoletani si
disinteressano dell’Economia aziendale e si occupano di Ragioneria con un taglio
molto pratico (celebre la definizione di Amodeo della Ragioneria come “arte”).
Le quarte, infine, cercano una sintesi tra la Ragioneria classica e l’Economia
aziendale zappiana. Amaduzzi distingue l’Economia aziendale in due:
l’Amministrazione aziendale propriamente detta (L’Azienda come sistema) e la
Ragioneria (il suo ordine di rilevazioni). Cassandro, al contrario, dissolve
l’Economia aziendale, di cui riconosce l’importanza in una Ragioneria dai
contorni molto ampi (la Ragioneria è, semplicemente, la “Scienza dell’Economia
aziendale”). D’Ippolito, infine, si mantiene fedele alla tripartizione zappiana
(Gestione, Organizzazione, Rilevazione), ma ritiene che le tre discipline
mantengano tutta la propria autonomia: quindi la Ragioneria tratta il medesimo
oggetto dell’Economia aziendale, ma attraverso il “punto di vista” delle
Rilevazioni.
Dal punto di vista “contabili”, con poche sfumature il sistema del reddito è
adottato da tutti, tranne che dagli “anti-zappiani” che riformulano il
patrimonialismo, ma questa volta tenendo conto di non poche innovazioni del
redditualismo.
Ad Amaduzzi (e in parte a D’Ippolito) si deve l’ampliamento della serie originaria
dai valori numerari a quelli finanziari (il D’Ippolito, a differenza dell’Amaduzzi, vi
include anche i “valori mobiliari”).
Ad Ardemani si deve il Sistema del Valore Aggiunto.
A De Dominicis si deve il Sistema patrimoniale corrente.
Nella pratica, in assenza di una forte regolamentazione di legge o professionale
(vedi infra), la “dottrina”, in Italia particolarmente sviluppata, per lunghi decenni
ne ha sostanzialmente assunto il ruolo normativo.
Sempre nella pratica le posizioni amaduzziane, sia sotto il profilo della
bipartizione della disciplina, sia sotto il profilo del sistema contabile adottato,
sono via via diventate dominanti.

Venendo alla dottrina sul bilancio e sulle valutazioni v’è da dire che anche questa
trova in Italia gran parte del suo primato. Per molto tempo, da Luca Pacioli alla
seconda metà del XVI secolo, il “Bilancio” era solo il bilancio di verifica, cioè la
lista dei conti, redatta per vedere se vi era qualche errore di imputazione, in
pratica nient’altro che una situazione contabile. È solo con il benedettino Angelo
Pietra (Indrizzo degli Economi, Mantova, 1586) che esso (allora concepito solo
come stato patrimoniale) diventa un indicatore dello stato dell’azienda. Dello
stesso autore un primo criterio di valutazione, il “prezzo commune”, cioè una
sorta di valore standard o corrente per valutare le rimanenze di magazzino.
Questa intuizione sulle valutazioni è meglio sviluppata dal gesuita Lodovico Flori
(Trattato del modo di tenere il libro doppio domestico, Palermo, 1636), al quale si
deve lo scorporo del “Conto della Spesa ed Entrata generale” (cioè del conto
economico) e dell’introduzione del principio di competenza, diffuso poi a livello
mondiale.
Soltanto nel 1800, però, con la Scuola Lombarda, i metodi di valutazione di
bilancio iniziano ad essere trattati. Ma la trattazione (nel Villa, ad esempio) tra le
“funzioni inventariali” e ancora molto frammentaria e priva di un canone
generale. Questo approccio è solo meglio indagato e perfezionato dalla Scuola
Toscana senza alcun vero salto di qualità, ad eccezione che in Giovanni Rossi
(1895) che dà una teoria generale delle valutazioni molto simile all’attuale fair
value o exit price (res valet tanti quanti vendi potest).
Ma è solo con il patrimonialismo classico di Besta che il tema delle valutazioni di
bilancio assume centralità nella dottrina di Ragioneria. Pur ricorrendo a molti
metodi pratici, ciò che accomuna i patrimonialisti classici è la credenza di poter
trovare per ogni attività o passività il valore “vero”, fondato sul costo di
riproduzione. Anche l’Alfieri, allievo di Besta, arriva a conclusioni analoghe a
quelle del Rossi sul valore come valore di realizzo.

Lo stesso Zappa esordisce (1910, Le valutazioni di bilancio) come un bestano


ortodosso, portando l’oggettivismo positivistico alle sue estreme conseguenze. Ma
subito dopo entra in crisi e non pubblica nulla per dieci anni, fino a “La
determinazione del Reddito” del 1920, con cui inizia la Rivoluzione scientifica.
Zappa, sulla scorta delle teorie dell’economista Pantaleoni, relativizza le
valutazioni, dicendo che esse dipendono dal fine per il quale sono condotte e, fra
questi, quello appunto di una corretta “determinazione del reddito” (reddito
prodotto) finalizzata all’erogazione di dividendi (reddito consumabile). Ciò lo
conduce a definire il “Capitale di funzionamento” secondo criteri non più rigidi e
invece preordinati alla determinazione dei flussi. Tutto si basa sul “presunto
realizzo diretto” (le rimanenze) e “indiretto” (le immobilizzazioni), accettando il
costo solo come una semplificazione pratica.

Dopo Zappa l’Italia ha dato contributi dottrinali di elevato livello sulle valutazioni
di bilancio, ciò che in questa sede possiamo solo accennare.
Le scuole ortodosse, per opera di Onida, Masini e soprattutto Ferrero, sono
partite dalla concezione zappiana dell’ideale del “valore di presunto realizzo”, ma –
nel tempo – hanno accresciuto la prudenza nelle valutazioni. Il reddito è una
grandezza “ipotetica” e “astratta”, e questo determina un privilegio sempre
maggiore per i “criteri di comodo” (tra cui il costo), magari poi aggiustati in sede
di assestamento soprattutto con una complessa serie di svalutazioni degli stessi
valori convenzionali. In tutti gli autori di questa corrente prevalgono le concezioni
olistiche delle valutazioni e, piano piano nel tempo, il concetto di reddito prodotto
di Zappa diventa sempre più un ideale di riferimento lontano, un valore limite
(così come i valori di realizzo a questo legato, che diventanto il limite superiore
delle valutazioni), mentre in parallelo ci si avvicina al reddito consumabile, in
un’ottica prudente di stabilizzazione dei dividendi.
Non molto distanti sono le posizioni delle scuole autonome toscana e napoletana.
Nei neo-toscani (soprattutto per l’opera di Ceccherelli e Giannessi) la concezione
organicistica dell’economia aziendale conduce ad una concezione “funzionale”
delle diverse attività e passività, nel senso che esse assumono valore come
“organi” di un “organismo” e quindi alla luce del loro contributo alla complessiva
combinazione aziendale. Si manifesta, ancor più forte, quindi l’olismo tipico delle
scuole italiane. Le valutazioni altro non sono, in questa concezione, che la
traduzione delle funzioni qualitative in quantità. Rispetto agli zappiani ortodossi
la prospettiva di valutazione specifica all’azienda (rispetto alle analisi di mercato)
è ancor più rafforzata, e il “costo” non è il criterio di comodo, come sopra, ma è al
contrario il criterio base, da adeguare poi in assestamento a seconda delle finalità
delle valutazioni. Con Giannessi le valutazioni assumono però una maggior
flessibilità di criteri e una maggior neutralità, senza inquinamenti o interferenze
giuridiche, politiche, fiscali o macroeconomiche.
Nei napoletani (De Minico e, soprattutto, Amodeo), è accentuata la concezione
residuale del “capitale di funzionamento” visto come una variabile dipendente
rispetto all’oggetto principale della contabilità, che è la determinazione del
reddito. In Amodeo è definita la distinzione tra il vero “reddito d’impresa” (riferito
all’intera vita aziendale) e il “reddito d’esercizio”, che ne rappresenta una
riduzione del tutto convenzionale entro un determinato arco di tempo. Da tale
convenzionalità, per preservare la capacità produttiva dell’impresa, deriva un
orientamento a favore della prudenza nelle determinazioni di reddito d’esercizio,
e, per conseguenza, del connesso capitale di funzionamento.
Nelle scuole post-zappiane il focus verso la determinazione del reddito a discapito
di quella del capitale è accentuato. Quest’ultimo è una grandezza eterogenea data
dalla somma algebrica di valori finanziari e di valori economici sospesi o
pluriennali che, quindi, per definizione, devono privilegiare il costo
(eventualmente svalutato). Amaduzzi e soprattutto Cassandro propendono di più
per un equilibrato valore di realizzo (livello massimo per il primo, ideale di
riferimento per il secondo), equidistante tanto dal costo storico quanto dai valori
correnti. Però l’ampliamento della prima serie (in D’Ippolito sino agli strumenti
finanziari) porta ad un ampliamento dei valori intrinseci (standing alone)
avvicinandosi per questa via alle concezioni patrimonialiste.
Quanto ai neo patrimonialisti, per quanto fossero ostili all’Economia aziendale e
spostassero il loro accento dal reddito al patrimonio, è singolare come, in materia
di valutazioni, non si siano scostati in modo significativo dalle prospettive
olistiche, talvolta esplicitamente citate come tali, e dal pragmatismo e prudenza
nelle complessive valutazioni di bilancio.

In altri termini, ciò che accomuna le grandi scuole contemporanee di Ragioneria


italiane sembra essere la relatività del bilancio, sia rispetto ai fini dello stesso, sia
rispetto alle diverse classi d’azienda.
Da questo punto di partenza, tuttavia, sotto l’influsso del generale processo di
standardizzazione proveniente dall’estero (tanto l’influenza anglosassone, quanto
l’integrazione europea), il clima dell’ultimo mezzo secolo appare cambiato, con
una sempre maggiore tensione, al contrario, verso la tesi dell’unicità del bilancio
d’esercizio, condivisa da studiosi di generazioni successive appartenenti a scuole
diverse (Coda, Mazza, Superti Furga, Viganò, Provasoli). Si fanno strada, quindi,
concetti come quello della neutralità e della comparabilità dei bilanci, intesi come
denominatore comune minimo dell’informativa da sottoporre ai portatori di
interessi. Gli ultimi sviluppi tendono a superare la posizione passiva e serviente
nei confronti del diritto commerciale (la dottrina a supporto della produzione degli
OIC), e tendono a indirizzare la produzione di informativa economico-patrimoniale
a beneficio dei portatori di interessi, anche a prescindere dalle strette prescrizioni
giuridiche. Gli ultimi sviluppi della dottrina ragioneristica italiana portano a
inserirsi o addirittura a confluire nel dibattito internazionale con una letteratura
di Economia aziendale e di Ragioneria classica italiana ormai sempre più sulla
difensiva o ristretta alla didattica.
DISCIPLINA GIURIDICA

L’ordinamento privato commerciale italiano ha origine nel Codice di commercio e


della navigazione del 1865.

In quell’ordinamento, il termine ‘bilancio’ (identificato nello stato patrimoniale) è


menzionato appena per inciso, come un istituto non normato, ma ricorrente nella
prassi. L’art. 148 vieta il voto agli amministratori della società anonima
“nell’approvazione dei bilanci”, ma il ‘bilancio’ in quanto tale non è mai definito,
né prescritto in alcuna altra parte in un codice pensato essenzialmente per
commercianti individuali e occasionalmente associati in società, raramente
‘anonime’ In ogni caso, l’art. 141 sancisce il divieto di distribuzione di “utili non
realmente conseguiti”.

Più ‘maturo’, sotto questo aspetto, il codice di commercio del 1882, questa volta
fortemente influenzato da concezioni più liberali dell’economia. In questo,
finalmente, il bilancio diventa oggetto di uno specifico obbligo, in quanto
l’assemblea ha il diritto/dovere di “discutere, approvare o modificare” il bilancio
annuale (art. 154). In relazione a ciò, viene introdotto un intero paragrafo (dagli
artt. 176 a 182, paragrafo 6° della sezione IV del titolo IX) in cui la prima
disciplina dell’istituto fa la sua comparsa nel nostro Paese.

La regolamentazione è, tuttavia, di carattere generale poiché, al di là di un


richiamo alle “buone regole della contabilità”, tanto gli schemi contabili, quanto i
criteri di valutazione sono lasciati alla totale discrezionalità degli amministratori.
Questi, pur avendo la responsabilità della “giusta valutazione”, hanno solo
l’obbligo di enunciare “le norme colle quali i bilanci devono essere formati e gli utili
calcolati e ripartiti” (art. 89, n. 6), fermo restando che i bilanci devono “dimostrare
con evidenza e verità gli utili realmente conseguiti e le perdite sofferte” (art. 176,
co. 2). Da altro lato, si introduce l’obbligo, per il commerciante, di inserire il
“bilancio col conto dei profitti e delle perdite” a chiusura degli inventari annuali nel
registro degli inventari (art. 22).

La scarna impostazione codicistica del 1882 denota, ad ogni evidenza, l’attenzione


riservata dal legislatore alla sfera patrimoniale, al punto che, anche
terminologicamente, l’espressione bilancio continua ad identificare il prospetto
del patrimonio e non anche (come avverrà in seguito) il conto dei profitti e delle
perdite il cui rilievo è ancora notevolmente ridotto.

Bisogna attendere il codice civile del 1942 per una prima sistemazione della
disciplina di bilancio, con la previsione di una sezione del codice civile dedicata
all’argomento. In essa è descritto il contenuto dello stato patrimoniale (ancora
denominato “bilancio”), mentre il conto economico (denominato conto “dei profitti
e delle perdite”) resta essenzialmente libero. Da tali documenti “devono risultare
con chiarezza e precisione la situazione patrimoniale della società e gli utili
conseguiti e le perdite sofferte” (art. 2423 c.c. – 1942), fermo restando che
l’inventario (che si chiude con il bilancio e il conto dei profitti e delle perdite)
“deve dimostrare con evidenza e verità gli utili conseguiti o le perdite subite” (art.
2247 c.c. – 1942).

A livello valutativo, per la prima volta è prevista una norma specifica (art. 2425
c.c. – 1942) che, salvo poche eccezioni, assicura al ‘costo storico’ (quale massimo
valore di iscrizione) e al ‘prudente apprezzamento’ degli amministratori un ruolo di
assoluta centralità; interventi che costituiscono un primo passo verso la
limitazione della discrezionalità, ancora consistente, degli amministratori. Viene,
inoltre, introdotta la relazione degli amministratori e formalizzata quella del
collegio sindacale, al quale si attribuiscono ‘interventi’ specifici sul piano del
controllo contabile (ad esempio: spese di impianto e di ampliamento, ratei e
risconti).

Segue la cosiddetta mini-riforma degli anni Settanta, con la Legge n. 216 del 1974
che, tra le varie novità, istituisce l’organo di vigilanza del mercato borsistico e
delle società quotate (Consob) e la previsione di un contenuto minimo sia del
Conto Profitti e Perdite sia della relazione degli amministratori. In stretta
connessione si pone la disciplina introduttiva della revisione contabile, con
l’emanazione del D.P.R. n. 136/1975 istitutivo della certificazione obbligatoria
delle società per azioni quotate in borsa, con la conseguente statuizione di
corretti principi contabili e di principi di revisione di derivazione professionale:
principi che, oltre a possedere il naturale carattere di regole ragioneristiche di
elaborazione qualitativamente autorevole, devono risultare subordinati alla Legge.

Nel processo di armonizzazione comunitaria (D. lgs. 127/91, recepimento di IV e


VII direttiva CEE), lo scopo del bilancio si compendia in un modello non
finalizzato, rivolto a fornire un’informazione minima e neutrale per tutti i
destinatari di bilancio, che si realizza attraverso la rappresentazione chiara,
veritiera e corretta della situazione patrimoniale e finanziaria, nonché del
risultato economico della gestione aziendale. Si allarga la composizione del
bilancio, i cui documenti appaiono composti in sistema quali-quantitativo: gli
schemi contabili, articolati in strutture standardizzate, risultano decisamente
rinnovati nella forma e nelle configurazioni, affidando alla Nota Integrativa (terza
parte dell’unicum), una fondamentale funzione di chiarimento e completamento
dei dati contabili. Si ricorda che l’Italia non ebbe un ruolo particolarmente attivo
nel dibattito europeo degli anni Settanta sull’armonizzazione contabile all’interno
della Comunità. Tale assenza ha determinato un’accettazione acritica di quanto
proveniva dall’estero (ad esempio la prima serie di principi contabili emessi dal
CNDC, da 1 a 10, fu dovuta abbandonare dalla sera alla mattina, al recepimento
della IV/VII direttiva CEE) e all’adozione di un bilancio fondato sul sistema
patrimoniale corrente e cioè, indirettamente, sulla dottrina tedesca più che sul
sistema del reddito.

Lento, ma progressivo è il riconoscimento dei principi contabili di derivazione


professionale (CNDC – CNR) i quali, seppure con funzione interpretativo-
integrativa della legge (a cui sono subordinati), riservano uno spazio alle norme di
derivazione dottrinale e professionale. A tal proposito, dal 2001 diviene operativo
l’Organismo Italiano di Contabilità che diviene lo standard setter nazionale.
Inoltre, dal 2002 si avvia il processo europeo che a breve porta le maggiori società
ad abbandonare la disciplina civilistica, con l’adozione obbligatoria dei principi
contabili internazionali IAS/IFRS.

Tra i successivi interventi normativi una certa incisività si riconosce al D.Lgs. n.


6/2003, che contribuisce a chiarire non pochi punti oscuri della prima riforma,
tra cui: la disciplina degli utili/perdite su cambi e delle imposte differite e
anticipate, l’eliminazione dell’interferenza fiscale, una timida introduzione della
prevalenza della sostanza sulla forma, una prima introduzione del fair value come
informativa da nota integrativa, l’introduzione in nota integrativa del ‘prospetto
delle variazioni del netto’.

Al ‘vento’ europeo, con il nuovo millennio si è sommato quello ben più impetuoso
dell’irruzione dei principi contabili internazionali (dal 2005), che, da un lato,
hanno sottratto alle giurisdizioni nazionali la competenza sui conti delle società
quotate, e, da altro lato, hanno virato decisamente verso modelli di bilancio che,
al di là delle formali enunciazioni di neutralità, risultano evidentemente finalizzati
agli ‘investitori attuali e potenziali’, i cui fabbisogni informativi richiedono logiche
valutative (fair value) fondate su valori correnti e attualizzazioni di flussi
finanziari, sulla base di una prospettiva esterna decisamente distante dalla
tradizionale visione entity specific della dottrina aziendale italiana.

Questi innovazioni si inseriscono in un contesto ormai cambiato e dominato dalla


globalizzazione che, se per i global players e per le società quotate in borsa o
emittenti strumenti finanziari (banche e assicurazioni) ha imposto, tra gli altri
aspetti, la logica del fair value e un nuovo paradigma contabile per la miriade di
altre società (medie, piccole e ‘micro’) ha, comunque, determinato il refreshing
delle direttive originarie, sostituite da nuova direttiva nel 2013 (la n. 34), recepita
nel nostro paese con il Decreto 139 del 2015 con tutte le novità in tema di nuovi
documenti obbligatori (soprattutto il rendiconto finanziario), di bilancio delle
‘microimprese’ e di logiche valutative sempre più vicine alle impostazioni
internazionali (fair value e costo ammortizzato), anche oltre il dettato della
medesima direttiva.