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Il rapporto tra certezza e verità

nella filosofia antica e medievale

1. Gli uomini possono essere certi di cose vere o false : certi dell’esistenza di un fiore o di quella di un
ippogrifo. La certezza è dunque uno stato della mente, della coscienza umana, del pensiero: si tratta
quindi di una determinazione soggettiva.

2. Alla certezza può corrispondere o meno la verità. Quest’ultima, invece, è uno stato delle cose, della
realtà, una determinazione oggettiva, che si basa su principi immediatamente veri e per sé evidenti.

3. Secondo il senso comune (il comune modo di pensare dei popoli) la certezza è identica alla verità:
quando infatti pensiamo il mondo, siamo certi che ciò che veniamo a conoscere appartiene
effettivamente al mondo sul quale riflettiamo.

4. Il senso comune crede inoltre che questo mondo in cui viviamo e i suoi processi sono indipendenti da
noi e dalla coscienza che ne abbiamo, che il mondo è pertanto esterno alla nostra mente.

5. L’identità di certezza e verità, per il senso comune, è però anche differenza tra i due, perché la verità (il
mondo vero), pur essendo il contenuto della certezza, esiste indipendentemente da questa (cioè dal
pensiero), viene infatti ritenuta esterna alla certezza. La certezza e la verità, cioè il pensiero e l’essere,
sono due. Ma quando il pensiero pensa l’essere, diviene uno con esso: l’essere diviene il contenuto stesso
del pensiero.

6. La filosofia greca pensa invece solo l’identità di certezza e verità, di pensiero ed essere.

7. Scrive Parmenide: “E’ la stessa cosa pensare ed essere”.

8. La certezza, nella filosofia greca, è appunto il mostrarsi, l’apparire del senso unitario della totalità
dell’essere. Il contenuto del pensiero (cioè della certezza) è la verità stessa, ossia è la realtà – l’essere –
che non può in alcun modo negata o messa in questione.

9. Logos deriva dal verbo leghein che vuol dire accogliere, raccogliere: raccogliere quindi ciò che si
mostra. L’uomo non possiede il logos, ma è posseduto da questo. Il pensiero non è dell’uomo, ma
dell’essere, dell’essere inteso come physis. Il logos è al tempo stesso il vero discorso, la vera dottrina
(certezza) e la vera realtà delle cose (verità) la quale non è caos, ma ordine e armonia e quindi ragione.

10. Sul piano gnoseologico e logico quindi la soluzione dominante del pensiero greco è quella di tipo
realistico, basata sul presupposto secondo cui il pensiero è sostanzialmente la riproduzione dell’essere e
della realtà.

11. A tale impostazione si sono opposti in modo radicale solo i sofisti e le correnti scettiche: il pensiero e il
linguaggio hanno davvero la prerogativa di rispecchiare l’essere e le sue strutture reali? I nostri concetti e
i nostri termini sono davvero la controparte logico-linguistica delle essenze metafisiche delle cose?

12. Non diversamente Democrito introduce una divaricazione tra certezza e verità, quando rispondendo ai
paradossi di Zenone afferma che la divisibilità all’infinito può essere solo pensata (in campo logico-
matematico), ma non è operante nella realtà.

13. Platone diversamente dai sofisti pensa che l’epistéme, immutabile e perfetta, rispecchi le idee, anch’esse
immutabili e perfette, così come l’opinione, mutabile e imperfetta, rispecchia le cose, anch’esse mutabili
e imperfette. La certezza quindi coincide con la verità: al livello gnoseologico (scienza e opinione)
corrisponde perfettamente il livello ontologico (le idee e le cose)

14. Anche per Platone pertanto l’essere costituisce il contenuto stesso del pensiero.
15. Per Tommaso, la verità è “adaequatio rei et intellectus”, l’adeguazione tra la cosa e l’intelletto, la verità
e la certezza. Diversamente il nominalismo sottintende un potenziale divorzio tra pensiero e realtà,
certezza e verità: i concetti generali sono solo simboli astratti di realtà individuali.