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Tasso IL MALPIGLIO I E II

1.1 SPLENDORE E CRISI DELLA CORTE FERRARESE L’opera di Tasso è legata alla
cultura ferrarese del 1600. Cerca di costruire un sistema di forme letterarie per suscitare il
piacere dei cortigiani, si rivendica una continuità con la precedente tradizione locale in
opposizione alle tendenze normative e moralistiche dell’Italia della Controriforma. Ha caratteri
laici e la sua cultura è piena di apertura e curiosità, è pervasa dal gusto per il romanzesco e per le
forme edonistiche, si diletta con immagini di pura evasione. Ferrara diventa centro di una cultura
cortigiana piacevole sotto i duchi Ercole II e Alfonso II offrendo spazio a intellettuali come
professionisti che creano forme di consumo per il pubblico aristocratico. Una figura esemplare fu
Giovan Battista Giraldi Cinzio, autorità letteraria sotto il ducato di Ercole II, autore in generi
letterari diversi, fino alla tragicommedia e alla satira atta alle scene. Ferrara dopo la morte di
Alfonso II nel 1597 passa sotto la diretta giurisdizione dello Stato della Chiesa e la corte passa a
Modena

1.2 UNA VITA SEGNATA DALLA “MALINCONIA” Torquato Tasso nacque a Sorrento nel
1544 da una famiglia nobile. Il padre era un elegante letterato che viaggiava senza sosta. Il suo
signore fu dichiarato fuori legge ed esiliano nel 52. Allora negli anni dell’esilio Torquato, dopo
aver iniziato gli studi a Napoli presso i Gesuiti, seguì il padre a Roma, Bergamo e Urbino, dove
fece le sue prime prove letterarie seguendo i modelli cortigiani. A Venezia nel 59 iniziò il suo
poema sulla prima Crociata, Gierusalemme. Segue gli studi di diritto a Padova, ma li abbandona
per passare a filosofia e eloquenza. Per lui fu importanteil rapporto con l’Accademia degli
Infiammati e il rapporto con Sperone Speroni. Seguendo il modello paterno, scrisse un poema
cavalleresco pubblicato nel 62: il Rinaldo. Fu all’università di Bologna, ma da lì fu allontanato,
accusato per alcune satire. Tornò a Padova dove fu ammesso nell’Accademia degli Eterei sotto il
nome di Pentito. Strinse amicizia col futuro cardinale Scipione Gonzaga e si dedicò alla vita
mondana. Nel 1565 entrò a servizio del cardinale Luigi d’Este come cortigiano.

Rimase affascinato da Ferrara e si distinse per l’impegno nella vita culturale. Alla morte del
padre nel 70 seguì Luigi in Francia dove entrò in contatto con la cultura cortigiana francese. Nel
72 passò al servizio del duca e intraprese attività culturali e di rappresentanza. Al 73 risalgono
l’Aminta e l’inizio della tragedia Galealto re di Norvegia (poi intitolata Re Torrismondo). Nel 75
ultimò la stesura del suo poema sulla Crociata, dedicato al duca Alfonso. Nel75 fu fatto
storiografo di corte. Tuttavia questa vita immersa nell’ambiente cortigiano e la forte tensione
creativa portarono il suo precario equilibrio psicologico a un punto di rottura. Fu preso da
insoddisfazione e desiderio di fuga; alla sua opera guardava con orgoglio, ma anche con
insicurezza, desideroso di renderla aderente in modo rigoroso alle norme letterarie e religiose
dominanti. Si recò a Roma nel 75 per il giubileo e sottopose il poema a dei revisori, ma la
pedanteria e il moralismo di questi accrebbero il suo malessere. Inoltre continuava a intervenire
sul testo con tormentoso accanimento. Era tormentato da manie di persecuzione. Nel 76 subì
un’aggressione da parte di un cortigiano, nel 77 assalì con un coltello un servitore credendo di
essere spiato. Inoltre si autoaccusò al Tribunale dell’Inquisizione, e una volta assolto fu
scontento.

Il duca lo invitò a ritirarsi nel convento di San Francesco, da cui Tasso fuggì e tornò a Sorrento.
Lì si camuffò e comunicò alla sorella Cornelia la notizia della sua morte, davanti al doloredi lei
svelò la sua identità e visse un periodo sereno. Tornò a Ferrara e poi a Urbino e Torino in cerca di
quiete. Nel 79, a Ferrara, durante le nozze tra Alfonso e Margherita Gonzaga, inveì controil duca
e perse il controllo. Il duca lo fece rinchiudere come pazzo all’ospedale di Sant’Anna, dove restò
fino all’86. Durante l’internamento riprese a scrivere e studiare. Attraverso un alto numero di
lettere cercò di difendere la propria dignità e rivendicò la libertà, scrisse anche rime e dialoghi.
Fu poi turbato dalla pubblicazione clandestina del suo poema. La Gerusalemme Liberata ottenne
un grande successo comunque. Fu poi affidato a Vincenzo Gonzaga nell’86. Nel suo breve
soggiorno mantovano Tasso si sottrasse alla corte e si rivolse al mondo ecclesiastico romano.
Visse gli ultimi anni a Roma e Napoli presso amici ed estimatori. Si concentrò sul totale
rifacimento del poema, nel 93 apparso come Gerusalemme conquistata. Trovò un po’ di quiete a
Roma, dove papa Clemente VIII gli assegnò una pensione e gli promise di incoronarlo poeta. Si
ammalò gravemente e morì nel 1595. Il suo corpo fu meta di appassionati pellegrinaggi di
scrittori

1.3 CONFLITTI PSICOLOGICI E FIGURA INTELLETTUALE DI TASSO Le vicende


della sua vita alimentarono un vero “mito biografico” in cui si trovò il simbolo della difficoltà
del genio che incontra il mondo e le costrizioni sociali. In lui è particolare la totale
identificazione con le proprie opere. Per Tasso, la letteratura è tutto e il luogo deputato al
riconoscimento sociale a cui aspira è la corte. Nell’amara esperienza quotidiana si accorge però
dell’impossibilità di identificazione con l’ambiente a cui si rivolge, allora è travolto da
insoddisfazione e senso di sradicamento. Torna sulle sue lacerazioni affettive. La figura
paternarappresenta per lui un modello di scrittore e cortigiano. Ripete la sua esperienza
riproponendosi di diventare ciò che il padre non ha potuto essere veramente, ma da qui deriva il
suo senso di colpa al pensiero di tradirlo e porsi come concorrente. Il suo atteggiamento verso
l’autorità è ambiguo.

Da una parte la accetta in tutte le sue forme, ma dall’altra non riesce a uniformarsi interamente.
Vagheggia una libertà impossibile e contraddetta dalla sua sottomissione. Il suo senso di colpa lo
spinge a comportamenti autopunitivi e nello stesso tempo cova manie di persecuzione. La sua
malinconia e la sua follia sono l’esito estremo di questi conflitti. Trova la quiete solo quando si
aggrappa a valori rassicuranti. Il suo epistolario testimonia il suo bisogno di persecuzione. La sua
malinconia e la sua follia sono l’esito estremo di questi conflitti. Trova la quiete solo quando si
aggrappa a valori rassicuranti. Il suo epistolario testimonia il suo bisogno di autogiustificarsi e di
difendersi costruendo un’immagine di sé socialmente accettabile (finendo peròper trasmettere un
senso di sofferenza e costrizione). Dei documenti sconvolgenti sono le lettere scritte da
Sant’Anna, dove descrive il suo profondo malessere psichico.
1.4 LA SCRITTURA LIRICA Tasso scrive una grande quantità di liriche. Nel 67 pubblica le
Rime de gli Academici Eterei. Solo negli anni 80 stamperà i volumi di Rime e Prose. Durante il
soggiorno a Sant’Anna voleva risistemare le sue liriche in una Prima Parte delle Rime (quelle
d’amore), Seconda parte (motivo encomiastico), Terza parte (religiose), Quarta parte (musica);
ma non riuscì a realizzare completamente il suo proposito. Per lui la poesia è un modo di
partecipare alla vita sociale e considera la lirica come primo, necessario livello della letteratura.
Manca un centro. Le sue Rime seguono direzioni molteplici. Un’altra novità è il rapporto con la
musica, testimoniato dalla produzione di madrigali. Da madrigali e sonetti emergono immagini
femminili sensuali ed elementi spettacolari.

Questo senso dello spettacolo viene ripreso nelle liriche encomiastiche. Riprende gli schemi e le
strutture della lirica eroica classica, in primo luogo di Pindaro e Orazio. Percorre la strada del
pindarismo. Il tono encomiastico lascia insinuare accenti autobiografici. I potenti vengono visti
come coloro che possono proteggere e consolare la vita infelice del poeta offrendogli un porto
sicuro. Il bisogno di conforto domina anche le rime religiose in cui immetti i temi della
produzione di madrigali. Da madrigali e sonetti emergono immagini femminili sensuali ed
elementispettacolari. Questo senso dello spettacolo viene ripreso nelle liriche encomiastiche.
Riprende gli schemi e le strutture della lirica eroica classica, in primo luogo di Pindaro e Orazio.
Percorre la strada del pindarismo.

Il tono encomiastico lascia insinuare accenti autobiografici. I potenti vengono visti come coloro
che possono proteggere e consolare la vita infelice del poeta offrendogliun porto sicuro. Il
bisogno di conforto domina anche le rime religiose in cui immetti i temi della pietà
controriformistica, ma anche con accenti nuovi. Il poeta appare nelle vesti di un devoto che vuole
lenire il suo dolore con la preghiera grazie ai riti più esteriori e rassicuranti del cattolicesimo.

1.7 INTORNO AL POEMA: LA POETICA DI TASSO La creazione poetica si connette alla


riflessione teorica. La scrittura in Tasso cerca sempre di confrontarsi con schemi programmatici e
norme generali per giustificare il comportamento dell’autore e ottenere riconoscimenti sociali. Il
problema che preoccupa l’autore è il passaggio dal romanzo cavalleresco della tradizione
ferrarese a un poema eroico moderno fondatob sui canoni dell’epoca classica ma che si adatti
alle richieste del pubblico contemporaneo. La letteratura del suo tempo chiede diletto, ma anche
valori stabili. Parte dalla nozione fondamentale di poesia come imitazione delle azioni umane.
Affronta il problema relativo alla scelta della materia del poema, sulla base del rapporto tra
poesia e storia. La storia appartiene all’ambito del vero, la poesia al verosimile. Il fine della
poesia è il diletto e per raggiungerlo bisogna integrare il verosimile col meraviglioso, in
particolare il meraviglioso cristiano. Per quanto riguarda la forma, sceglie l’unità di azione,
presentando gli eventi come dovrebbero essere accaduti. Per lui ilpoema deve avere l’aspetto di
un piccolo mondo unitario e organico, ma ricco di situazioni. Il poema si regge insomma su un
difficile equilibrio tra termini opposti.

1.13 LA CONVERSAZIONE “MALINCONICA” DEI DIALOGHI Tasso si impegnò


nella scrittura di dialoghi in prosa soprattutto nel periodo di Sant’Anna. Voleva mantenere una
conversazione degna con un mondo colto e aristocratico e costruire una sorta di autobiografia
intellettuale, presentandosi per lo più col nome di Forestiero Napoletano. Tra 78 e 94 scrisse ben
26 dialoghi che partono da materiali filosofici per sottoporli a un’elaborazione retorica e a un
gioco di riferimenti e citazioni letterarie. Non gli interessa come obiettivo teorico, ma come base
per dar vita a uno spettacolo della comunicazione. Si tratta di maschere sociali. La filosofia viene
messa a confronto con le sue inquietudini e i dialoghi costituiscono una sorta di teatro
intellettuale di Tasso, registrando le sue difficoltà. La preoccupazione per la dimensione sociale
della cultura porta Tasso a rielaborare i motivi di origine platonica come quello degli spiriti che
trasmettono i valori intellettuali.

A loro è dedicato il dialogo più celebre: Il Messaggiero (tre edizioni: 80,83,87). Un altro celebre
dialogo è il Padre di famiglia scritto nell’80 che prende spunto dall’ospitalità ricevuta a Torino in
una casa di campagna e loda la famiglia come luogo di equilibrio. Il dialogo Il Malpiglio
secondo overo del fuggir la moltitudine (85) parla della scelta dello studio come mezzo per
sfuggire al disordine della vita sociale. La varietà di opinioni rende difficile e illusorio ogni
orientamento. I dialoghi nell’insieme cercano la strada di un equilibrio tra molti punti di vista. La
prosa ha un’argomentazione stringente e nervosa.