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Corso per

ANIMATORE

Relazione sul Tirocinio:


ATTIVITÀ CON
ADULTI DISABILI

Bernardini Valentina A.S. 2019/20

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INDICE

1. INTRODUZIONE....................................................................................................................................3
2. PARTE OSSERVATIVA.............................................................................................................................4
2.1 Breve descrizione dell’organizzazione...................................................................................................4
2.2 Presentazione della struttura e delle attività quotidiane svolte................................................................5
2.3 Il Centro diurno di Coldrerio..................................................................................................................6
2.3.1 Il Centro...........................................................................................................................................6
2.3.2 Presentazione dell’equipe................................................................................................................7
2.3.3 Presentazione degli utenti................................................................................................................8
3. PARTE OPERATIVA................................................................................................................................10
3.1 Profilo dell’animatore...........................................................................................................................10
3.1.1 Descrizione profilo........................................................................................................................10
3.1.2 Attività...........................................................................................................................................10
3.1.3 Contesto lavorativo........................................................................................................................11
3.1.4 Doti e competenze.........................................................................................................................11
3.1.5 Collocazione..................................................................................................................................12
3.2 Descrizione dettaglia dell’attività svolta...............................................................................................12
3.3 Cosa ho scoperto di me stessa...............................................................................................................13
4. COLLEGAMENTO CON LA TEORIA....................................................................................................15
4.1 Tecniche di animazione........................................................................................................................15
4.2 Progetto di intervento...........................................................................................................................16
5. CONCLUSIONE........................................................................................................................................20
6. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI.............................................................................................................21
7. APPENDICE..............................................................................................................................................22
ABSTRACT...................................................................................................................................................23

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1. INTRODUZIONE
“La disabilità è una  questione di percezione. Se puoi fare anche una sola cosa bene,
sei necessario  a qualcuno.” 

Martina Navratilova Tennista

Questo breve elaborato ha l’intento di descrivere lo scenario e le dinamiche dell’attività da


me svolta come animatrice con persone che presentano disabilità. I termini disabilità, invalidità e
handicap sono utilizzati indistintamente nel gergo comune, in letteratura e nell’opinione pubblica.
Senza entrare nel merito del processo storico che ha portato alla formazione di queste definizioni, è
estremamente rilevante la trasformazione avvenuta principalmente nel termine disabilità che è
quello che più rispetta e raccoglie le caratteristiche di tale tema.
Il lavoro svolto mi ha permesso di approfondire un pensiero che, fortunatamente, si fa
strada, e cioè l’idea che i disabili debbano essere considerati in base alle loro capacità e non alle
loro non capacità sviluppandole e consolidandole attraverso un percorso personalizzato e
individualizzato.
È necessario ascoltare il disabile, nei suoi desideri, nelle sue aspirazioni e creare insieme con
lui un progetto condiviso, che tenga conto delle sue difficoltà, ma che abbia, anche, l’obiettivo di
accrescere le sue competenze ed abilità.
Questo elaborato è suddiviso in più parti, una prima parte osservativa, in cui è descritta la
struttura nella quale è stato svolto lo stage, la sua storia, l’organizzazione e le finalità, una seconda
parte operativa in cui si descrive l’esperienza da me vissuta con gli ospiti del centro che
quotidianamente si confrontano con uno stato di svantaggio irreversibile, ma che, in modo quasi
inspiegabile e per certi versi, miracoloso, hanno una tale forza d’animo e una gioia di vivere e di
amare che raramente sono presenti nel mondo delle persone avvantaggiate. Un’ultima parte in cui
illustro il collegamento tra gli aspetti puramente teorici e curriculari scolastici e i riscontri pratici ed
illustro un possibile progetto di intervento di Pet Therapy.
Troppo spesso le persone disabili sono viste dalla società come un disagio, senza prospettive
né obiettivi.
Tramite un’attività mirata, fatta di azioni concrete tali da assecondare il talento del disabile,
evidentemente maggiormente celato, s’innesca un processo di responsabilizzazione e si creano degli
obiettivi personali. L’attività di coinvolgimento e condivisione diventa quindi uno strumento di
accrescimento globale e d’integrazione.
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Attraverso l’interazione, l’empatia e l’approccio “facciamo insieme” il disabile migliora:
 la capacità di concentrazione
 la capacità immaginativa
 la capacità di comunicazione
 la capacità di condivisione
impara a:
 stare in mezzo a un Gruppo
 rispettare le regole e a superare l’egocentrismo e l’isolamento

2. PARTE OSSERVATIVA
2.1 Breve descrizione dell’organizzazione
A Balerna, un piccolo comune del Canton Ticino, situato nella regione del Mendrisiotto,
nel 1967, le suore missionarie italiane e brasiliane della Congregazione di S. Antonio Maria Claret,
decidono di prendersi cura di un piccolo gruppo di bambini disabili, alloggiandoli al piano terreno
dell’antica Villa Vescovile, in condizioni di fortuna.
Questa iniziativa risponde ad un bisogno emergente dal territorio di presa in carico della
popolazione portatrice di disabilità ed handicap.
Sollecitata da Mons. Luigi Mazzetti e dal Lions Club del Mendrisiotto, grazie alla
collaborazione delle Autorità federali e cantonali, nel 1970, la Congregazione decide di istituire
la Fondazione “Provvida Madre” che costruirà nuovi spazi per i bambini dall’età prescolastica fino
ai 10 anni.
L’Istituto “Provvida Madre” entra in funzione nel 1974, ed è pronto per accogliere 50
bambini, ma può arrivare ad accogliere un’utenza doppia.
Nel 1978, la Congregazione si congeda dall’Istituto e la gestione è assunta dalla Caritas
Ticino.
Da questo momento, la direzione dell’Istituto sarà laica. Sono modificati gli statuti: l’età
d’ammissione è estesa a vent’anni e sono accolte anche persone con handicap più gravi.
Nel 1979 è aperto il primo reparto per accogliere bambini che necessitano di cure costanti.
Nel 1981 è aperta la prima Unità abitativa interna per adulti (UAI) chiamato Foyer 1 e negli
anni successivi sono attivati altri 4 Foyer per adulti.
Nel 1989 è avviata la prima unità abitativa esterna (UAE), sulla via principale di Balerna,
con annesso atelier occupazionale e negozio “La Butega”.
L’esperienza ha principalmente lo scopo di favorire un maggior grado di autonomia e di
integrazione sociale.
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L’evoluzione molto positiva di tale esperienza, porta all’apertura di una seconda UAE
nel 1991.
Nel 1997 presso la Scuola dell’infanzia di Balerna, a pochi passi dall’Istituto, si avvia una
piccola sezione di «Scuola speciale dell’infanzia» che collabora intensamente con la scuola
dell’Infanzia comunale.
Nel 1999 nasce in via Maderno a Mendrisio, la cittadina “capoluogo” del Mendrisiotto,
“Casa Clerici”. La struttura, accoglie 12 ospiti e sorge sul sedime della proprietà dei donatori
signori Angelo ed Ida Clerici.
Nell’anno 2000, il piano terreno dell’edificio abitativo è adibito all’accoglienza delle
persone con le patologie gravissime, necessitanti di una presa in carico prevalentemente
infermieristica piuttosto che socio-educativa.
Nel 2008 La Diocesi di Lugano subentra a Caritas Ticino quale ente fondatore.
Nel 2010 è aperto un centro diurno per persone adulte, realizzato sopra la palestra della sede
principale di Balerna.
Per sviluppare maggiormente il settore minorenni, oltre alla scuola d’infanzia già operativa
dal 1997, a settembre 2012 è avviato un progetto specifico denominato “Gruppo Educativo
Coccinelle” che è inserito nell’Istituto scolastico di Chiasso, favorendo delle attività di integrazione
con la scuola elementare.
Nel 2013 la Fondazione acquista due appartamenti a Balerna, in via Pusterla 2 proprio al
centro del paese, dove sono collocate le due unità abitative esterne. Questa vicinanza favorisce la
collaborazione fra i due gruppi e la posizione degli appartamenti permette di aumentare i momenti
di integrazione con la popolazione.
Sempre in quell’anno l’atelier/negozio “La Butega” è spostato in nuovi spazi più ampi e funzionali
e collocato accanto agli istituti scolastici.
Recentemente è stato aperto, nel Comune di Coldrerio, un nuovo Centro Diurno per disabili
adulti nei locali dell’ex storica “camiceria Zimmerli”.

2.2 Presentazione della struttura e delle attività quotidiane svolte


La struttura è suddivisa in settori, reparti, centri diurni e atelier.
Il settore adulti si compone di 5 U.A.I aperte tutto l’anno dove sono erogati i seguenti servizi:
- Assistenza e cura di base
- Cure sanitarie di base
- Attività occupazionali
- Momenti di animazione e svago.

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Per ogni persona è redatto un programma di presa in carico individuale che prevede attività
specifiche per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Il settore minorenni è diviso in gruppi educativi frequentati da bambini e giovani fino ai 18 anni.
Sono organizzati in piccoli gruppi in base all’età e ai bisogni. Durante la giornata sono proposte
attività didattiche diversificate, individuali o di gruppo, che permettono agli ospiti di vivere
esperienze gratificanti e significative per lo sviluppo cognitivo e la crescita personale.
Nei reparti di cura sono accolte le persone che necessitano prevalentemente di assistenza medica ed
infermieristica. In tali reparti è garantita una presenza infermieristica sull’arco delle 24 ore. Le
equipe che gestiscono i reparti di cura sono composte da infermieri e operatori socio sanitari con la
collaborazione di figure educative per interventi mirati.
I centri diurni ospitano adulti con presenza diurna dalle ore 9 fino alle 17 per 5 giorni la settimana
per 220 giorni all’anno. I centri diurni assicurano un servizio mensa, un servizio di trasporto dal
domicilio alla struttura e viceversa, educazione all’autonomia personale e assistenza infermieristica
di base.
Gli atelier hanno lo scopo di valorizzare gli ospiti attraverso il lavoro e il riconoscimento delle loro
abilità. L’atelier stimola la creatività degli ospiti attraverso diverse attività espressive, dal disegno,
all’utilizzo di computer e costruzione di piccoli oggetti.
2.3 Il Centro diurno di Coldrerio
2.3.1 Il Centro
Il Centro diurno dove ho svolto lo stage si trova in Via Campagnola 92 a Coldrerio, in una
zona residenziale. Può accogliere fino a 12 utenti. È aperto dal lunedì al venerdì per 44 settimane
l’anno.
Nella fascia diurna dalle 9,00 alle 17,00. Vi lavora un’équipe di cinque operatori, i quali stilano per
ogni persona un programma di presa a carico individualizzato avendo cura di offrire attività variate
e creative, favorire l’autonomia delle persone accolte, creare momenti di socializzazione all’esterno
e proporre attività individuali mirate.
Il centro diurno è un laboratorio occupazionale, le principali attività che vi si svolgono sono:
 attività di stimolazione cognitiva;
 attività di cucina;
 attività creative quali lavorazione della ceramica, cera, sapone;
 giardinaggio;
 musica, canto, musica con il Soundbeam;
 attività motorie quali passeggiate, avvicinamento al cavallo Mirtillo;
 attività ludiche quali tombola, cinema;
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 attività mirate al benessere quali estetica, avvicinamento allo Shiatsu.
Tali attività sono svolte in locali dedicati:
- zona relax e risveglio muscolare utilizzata anche per accogliere gli ospiti al loro arrivo,
interagire con loro chiedendo la data, il giorno e le condizioni meteorologiche, presentare il
menu del giorno;
- atelier di estetica utilizzata per la cura delle mani e delle unghie e per disegni su seta;
- laboratorio di informatica dove gli ospiti più abili ascoltano musica, preparano il giornalino
del centro secondo il progetto di comunicazione aumentativa e alternativa;
- stanza della musica;
- stanza delle cere e dei saponi;
- sala audiovisivi e giochi.
Il programma giornaliero prevede:
- accoglienza ospiti, risveglio muscolare e caffè;
- attività occupazionali a gruppi in base agli obiettivi personali fino all’ora di pranzo;
- consumazione dei pasti preparati nella cucina della sede di Balerna;
- riposo;
- attività extra-occupazionali (cinema) o uscite all’esterno se le condizioni metereologiche lo
permettono quali equitazione, passeggiate, raccolta e consegna rifiuti riciclabili nel centro
comunale, consegna biancheria alla lavanderia della sede di Balerna;
- merenda;
- congedo degli ospiti.
2.3.2 Presentazione dell’equipe
EDUCATORI:
Carlo:
- 1990 diploma istituto pedagogia clinica (Università di Friburgo)
- Formazione continua
- Educatore
- Dal 2010 al 2018 capo equipe
Lina:
- Supplente
- Terapista in psicomotricità
Elena:
- Maestra elementari
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- Capo equipe
Ornella:
- Formazione magistrale maestra elementari
- Scuola d’arte per restauro del legno
- Formazione Shatsu
- Educatrice al 60%
- Formazione continua
Barbara:
- Educatrice al 62%
- Formazione continua
- Maestra d’asilo in svizzera interna
- Educatrice in svizzera francese
Anna:
- Educatrice, diploma per educatore professionale
- Diploma triennale psicomotricità
- Biennio supervisori SUPSI
- Biennio responsabili pratici
- Triennio mediatori familiari
2.3.3 Presentazione degli utenti
Nel centro sono presenti 8 utenti, 3 maschi e 5 femmine di età che vanno dai 22 ai 48 anni.
 A.T. 22 anni
Diagnosi: malattia neurodegenerativa del sistema centrale.
Obiettivi:
Area della motricità: Esercitare la motricità fine e globale in modo di allenare le competenze
motorie.
Area cognitiva: Esercitare le abilità cognitive offrendo ad A. delle opportunità per allenare la mente
e soddisfare la propria curiosità.
 E.B. 23 anni
Diagnosi: severa epilessia Morfeica – diagnosi sospetta di Sindrome di Dravet.
I genitori non intendono rilasciare informazioni.
 G.C. 24 anni
Diagnosi: SD da asfissia perinatale su aspirazione meconiale
Tetraparesi a predominanza inferiore

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Ritardo psicomotorio
Microcefalia
Epilessia e disturbi visivi
Per questa ospite, arrivata da poco al centro, non è ancora stato preparato un programma di
intervento, al momento infatti si osservano i comportamenti e le interazioni, al fine di predisporre
un piano di intervento mirato.
 V.E. 26 anni
Diagnosi: sindrome di West Idiopatica.
Obiettivi:
Area delle autonomie: Migliorare l’accuratezza nel vestirsi, fare la doccia e lavare i denti
Area sociale: Favorire l’integrazione nel gruppo
 L.G. 26 anni
Diagnosi: sindrome di Rubinstein Taybi.
Obiettivi:
Area cognitiva: migliorare la conoscenza e l’espressione delle emozioni (stimolare la
verbalizzazione in generale e in particolare la verbalizzazione delle emozioni di base con meta-
comunicazione riguardo le storie e i vissuti dei personaggi durante le attività di racconto.
Conversazioni riguardo i vissuti di L. con i compagni del centro)
Area motoria: favorire le condizioni per esercitare più movimento (uscite al bisogno facendole
“guidare” la carrozzina, farla muovere maggiormente anche in reparto facendole sparecchiare il suo
posto, collaborare al riordino o proponendole, ogni tanto, la cyclette nell’area dedicata, proporle le
scale quando è possibile ed eventualmente massaggiarle i piedi.)
 S.C. 28 anni
Diagnosi: tetraplegia spastica
Obiettivi:
Area cognitiva: esercitare abilità cognitive e l’espressione verbale offrendo ad S. delle opportunità
per esercitare e sviluppare le proprie conoscenze e soddisfare la propria curiosità
Area relazionale: offrire uno spazio d’ascolto durante il quale poter sostenere S. nell’espressione
chiara dei propri vissuti.
 C.C. 41 anni
Diagnosi: paralisi cerebrale di tipo distonico, grave ritardo psicomotorio, strabismo convergente
alternante, epilessia.
Obiettivi:

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Area psicofisica: offrire delle attività motorie che gli permettano di dare sfogo alle proprie energie
psichiche riducendone l’impulsività
Area relazionale: offrire a C. attraverso la presa a carico delle attività che gli permettano di
contenere l’ansia durante la partenza dal Centro Diurno.
 S.F. 48 anni
Diagnosi: insufficienza mentale
Obiettivi:
Area psico-fisica: conservare il movimento fine e grosso motorio, stimolare e mantenere le
condizioni di cura dell’abbigliamento e dell’igiene, stimolare le mansioni relative all’economia
domestica semplice, mantenere l’orientamento spazio temporale.
Area relazionale: offrire occasioni di apprendimento di regole sociali e di sviluppo di abilità di
relazione, comunicazione e autocontrollo.

3. PARTE OPERATIVA
3.1 Profilo dell’animatore
3.1.1 Descrizione profilo
L’animatore sociale è una figura professionale che si occupa di progettare e gestire attività di
carattere educativo, culturale e di intrattenimento rivolte a diverse tipologie di utenti in relazione al
contesto, associazioni, comunità, scuole, in cui lavora.
Svolge la propria attività professionale a contatto con diversi tipi di persone: bambini,
adolescenti, anziani, portatori di handicap, soggetti con disturbi psichiatrici. L’animatore sociale
lavora a diretto contatto con le persone realizzando attività ricreative, artistiche e motorie.
Si occupa degli aspetti organizzativi, cura la programmazione delle attività e l'allestimento
degli spazi e reperisce il materiale necessario allo svolgimento delle iniziative.
Le attività che sono proposte, cercano di offrire occasioni di crescita personale e culturale e
hanno come obiettivo la gestione del tempo libero, la socializzazione l’integrazione tra le persone.
3.1.2 Attività
L’animatore può gestire direttamente le attività o coinvolgere altre figure professionali su
interventi specifici per realizzare:
- laboratori creativi
- attività motorie
- uscite e spettacoli
- attività educative
- iniziative legate ad eventi particolari o stagionali
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- danze e balli.
L’attività dell’animatore può differenziarsi per il tipo di animazione che propone, per esempio
potrebbe essere maggiormente svolta nel tempo libero, l’attività di gioco presso società sportive,
associazioni culturali, oppure l’attività di animazione socioculturale in strutture per anziani, per
handicappati, comunità, associazioni di servizi ricreativi ed educativi. Questi ambiti di intervento
fanno riferimento a tre aree principali:
- area socio-culturale che riguarda i servizi e i progetti di carattere culturale, espressivo e
comunicativo;
- area socio-educativa che riguarda i servizi e i progetti di carattere principalmente educativo,
espressivo e ludico;
- area assistenziale-sanitaria all’interno di servizi residenziali e semiresidenziali e nell’ambito
di progetti di prevenzione, riabilitazione ed assistenza.
3.1.3 Contesto lavorativo
Quando l’animatore lavora all'interno di organizzazioni, si confronta costantemente con le
figure professionali che operano presso le diverse strutture: dai responsabili agli assistenti sociali.
Non esiste un ambiente di lavoro tipico ma piuttosto diversi ambiti possibili a cui fare riferimento
dopo aver capito con quali utenti ci si sente più a proprio agio (adulti, anziani, handicappati,
bambini, adolescenti, ecc).
Nello svolgimento della sua attività, può essere dipendente di società (anche con forma
cooperativa) o libero professionista. Generalmente gli animatori sono liberi professionisti con un
rapporto di collaborazione dalla durata variabile in base alla attività da realizzare.
L'animatore sociale utilizza, come strumento di lavoro, il contatto con le persone. Utilizza
tecniche di animazione, conosce e propone giochi, attività espressive, manuali, danze, allestisce
spettacoli, ateliers ricreativi ed artistici. Per poter valorizzare tutte le opportunità che le strutture in
cui opera permettono, è in grado di utilizzare varie attrezzature tecniche (telecamere, video,
personal computer, ecc.).
3.1.4 Doti e competenze
Avendo come obiettivo di suscitare interesse e partecipazione, ha una personalità dinamica e
creativa ma con doti di pazienza, disponibilità, autocontrollo e di sensibilità rispetto ai bisogni delle
persone.
Ha buone capacità di comunicazione ma anche di ascolto ed è in grado di favorire le
dinamiche di gruppo, le relazioni interpersonali e di gestire gli eventuali conflitti.
L’animatore ha conoscenze teoriche di psicologia, di pedagogia, di sociologia, con particolare
riferimento agli aspetti cognitivi e di interazione tra le persone.
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E' indispensabile la conoscenza specifica delle problematiche legate alle diverse fasi della
vita per poter dialogare efficacemente con bambini e con persone anziane. Ha conoscenze di
programmazione educativa (articolazione di un progetto, con obiettivi, fasi e metodi) e di gestione
delle iniziative di animazione. Nel caso si occupi di animazione presso campi gioco internazionali,
può essere utile conoscere almeno una lingua straniera.
L’animatore deve possedere delle competenze di base che riguardano i fondamenti di diritto
costituzionale, diritto pubblico e diritto del lavoro, le politiche e la legislazione sociale, il sistema
dei servizi alla persona, gli elementi di base per una comunicazione in lingua inglese e i fondamenti
di psicologia, pedagogia e sociologia.
L’animatore, inoltre, è in grado di individuare e attuare le risorse dei singoli e dei gruppi,
stimolare, motivare e favorire la partecipazione dei singole e dei gruppi, svolgere colloqui per
l’esame delle situazioni individuali e di gruppo, pianificare, programmare e realizzare attività di
animazione, gestire e coordinare appropriate tecniche di animazione, gestire i conflitti, osservare e
registrare comportamenti individuali e di gruppo, svolgere attività di studio, ricerca e
documentazione finalizzata al potenziamento della funzione di animazione, applicare e trasmettere
le metodologie di prevenzione sulla sicurezza della salute ed applicare pratiche di pronto soccorso.
L’animatore infine è in grado di instaurare e mantenere adeguati rapporti con gruppi,
aggregazioni, comunità, favorire le dinamiche di gruppo e le relazioni interpersonali, predisporre
strumenti per la rilevazione dei bisogni, valutare l’efficacia degli interventi, collaborare con altre
figure professionali o servizi dei diversi ambiti di competenza per sostenere attività di rete.
3.1.5 Collocazione
L'animatore trova collocazione in istituzioni pubbliche e private in cui si svolgono attività
finalizzate alla promozione delle potenzialità individuali e collettive, alla prevenzione delle
marginalità e del disagio sociale, all’ integrazione e partecipazione sociale, in servizi residenziali e
territoriali per anziani (strutture protette, case di riposo, centri diurni), in servizi domiciliari di
assistenza e di socializzazione, in servizi per l'infanzia e l'adolescenza (case di vacanza, centri
ricreativi, centri di aggregazione giovanile, comunità per minori, ludoteche), in servizi per soggetti
con disabilità psichiatriche, in servizi di animazione in strada, in servizi di prevenzione primaria
nell'ambito della tossicodipendenza, ed infine, in servizi indirizzati ad utenza adulta con disabilità
psico-fisica.
3.2 Descrizione dettaglia dell’attività svolta
La mia attività iniziava alle nove del mattino. Appena giunta in struttura attendevo gli utenti.
Per un’ora circa, mi occupavo dell’accoglienza insieme agli altri educatori. L’accoglienza
prevedeva anche la presentazione del calendario attività del giorno, nella quale si sottolineava la

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data, il mese, l’anno e si comunicavano agli utenti chi erano gli operatori del giorno, il menu del
pranzo e le attività che si sarebbero svolte durante la giornata.
Al termine dell’accoglienza si dava inizio al risveglio muscolare, una ginnastica molto
facile da fare seduti di modo che tutti gli utenti potevano fare quello che riuscivano. Dopo il
risveglio muscolare c’era il momento del caffè e poi di dividevano gli utenti in gruppi per le varie
attività, alcuni avevano delle attività giornaliere fisse (fisioterapia, ergoterapia, ecc), altri potevano
fare un gioco, attività di cucina o una passeggiata. Alle 11.30 gli utenti si spostavano nella sale da
pranzo e io li aiutavo nella preparazione della tavola. Alle 12 era servito il pranzo. Al termine, gli
educatori accompagnavano al bagno gli utenti aiutandoli a curare la loro pulizia personale, e io,
aiutavo a sparecchiare la tavola e portare le stoviglie in cucina dove uno degli utenti aveva il
compito di riporli nella lavastoviglie. Dalle 13.30 alle 14.30 era programmato un momento di
riposo, in cui gli utenti riposavano e si rilassavano ascoltando musica, guardando la tv o facendo un
sonnellino. Dalle 14.30 ripartivano le attività pomeridiane che erano state decise la mattina. Io,
come animatrice, mi occupavo di seguirli nelle attività, ad esempio durante la tombola oppure nella
scelta di un gioco, intrattenerli nei momenti vuoti, saperli ascoltare e comprendere il loro modo di
comunicare.
3.3 Cosa ho scoperto di me stessa
Ricordo che quando ebbi la conferma dalla struttura di poter effettuare il tirocinio, ero
molto agitata. Avevo già avuto a che fare con una situazione definita clinicamente di disabilità,
perché per un po’ di tempo ho svolto attività volontaria di Pet Therapy all’OSC (Ospedale
Sociopsichiatrico Cantonale) di Mendrisio, ma il mio intervento era rivolto ad un singolo utente
anziano che peraltro era totalmente autonomo ed estremamente lucido. La sua disabilità non
congenita, ma dovuta alle condizioni di vita, consisteva in una difficoltà a relazionarsi con le
persone, che lo hanno portato ad isolarsi. L’interazione con il cane, anche se per pochissime ore a
settimana, era di aiuto e di stimolo.
Stare quindi per l’intera giornata a contatto con un certo numero di persone con disabilità
congenita da un lato mi affascinava, perché l’avvicinamento alle persone disabili è stato il motivo
principale della scelta della struttura in cui svolgere lo stage, ma creava in me un po’ di
preoccupazione.
Pensavo di non avere sufficiente esperienza per poter gestire più persone direttamente, tra
l’altro, senza il supporto del mio cane che, addestrato nello svolgere l’attività, mi consentiva di
essere meno coinvolta. Invece, come spesso accade, i miei timori sono praticamente scomparsi già
il primo giorno.

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Mi sono sentita pronta ad affrontare la sfida, pienamente cosciente delle mie capacità e della
naturale tendenza ad avvicinarmi con rispetto e ammirazione verso le persone che hanno delle
disabilità ma che al contrario di chi non le ha, sono vere, oneste, cristalline.
Sicuramente un ruolo importante hanno svolto gli educatori che con me, sono sempre stati molto
cordiali e disponibili e mi hanno fatta sentire parte dell’equipe.
Ho amato quel posto da subito e con esso tutti gli utenti presenti. Erano tutti gentili ed
educati. Conoscere il vissuto di ognuno raccontato da loro stessi o dagli educatori, mi ha fatto
pensare e nel contempo mi ha molto emozionato. Mi sono chiesta, per esempio, perché alcune
persone ritengano che la diversità debba essere emarginata o penalizzata se non addirittura derisa.
Mi sono resa conto di quanto le persone giudichino per quello che vedono. Forse può anche
essere un comportamento normale, nel senso che se compro una busta di semi di pomodori e sulla
busta è raffigurato un pomodoro rosso e rotondo mi aspetto di raccogliere qualcosa di simile. Invece
succede che nasce un pomodoro con una forma e un colore diverso. Ora mi chiedo: perché invece
non pensare che l’evento anomalo non sia invece un miracolo della natura, una nuova scoperta.
Non è sempre stato così?
La storia ci insegna che proprio dalle anomalie, dalle deviazioni, dall’imprevisto, sono nate le più
grandi innovazioni.
Il cammino dell’umanità e il progresso sono dovute ad anomalie. Pensandoci, ed
abbracciando il pensiero scientifico più che religioso, la creazione dell’universo stesso è stata una
grande anomalia. Il big bang è stato di fatto un evento inaspettato, una deviazione dalla normalità
fino a quel momento presente.
Se poi si vuole abbracciare il pensiero cristiano, anche in questo caso un comportamento
anomalo ha generato quello che nell’opinione comune è una catastrofe. La cacciata dal paradiso
terrestre di Adamo ed Eva si è rivelato nel tempo, un evento che ha indotto l’essere umano a
sviluppare una qualità che ci ha portato ad essere quelli che siamo, nel bene e nel male.
L’ingegno.
Esso ha portato innegabilmente progresso e benessere e mai si sarebbe sviluppato se Eva
non avesse adottato un comportamento anomalo in quanto non sarebbero sorte le necessità e i
bisogni. Nel paradiso terrestre non era necessario vestirsi, ed infatti i presenti si accorsero di essere
nudi solo dopo che Eva mangiò il frutto proibito, non era necessario procurarsi il cibo, accendere un
fuoco, ripararsi dalle intemperie.
Per me vivere con queste persone è stato meraviglioso, un’esperienza incredibile, piena di
soddisfazioni e gratificazioni.

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Certamente ho avuto qualche difficoltà nei primi tempi, non conoscendo bene le reazioni di
queste persone temevo che il mio intervento potesse in qualche modo peggiorare la situazione.
I colleghi, tutti, mi hanno aiutata e mi hanno seguita costantemente. Grazie a loro sono
riuscita a svolgere bene il mio lavoro con tranquillità e sicurezza, gioendo nel vedere che gli ospiti
erano felici di vedermi quando arrivavano al mattino ed ancor di più quando passavano del tempo
con me.
Ed ho così avuto una grande conferma:
se agli ospiti mancava qualcosa per essere normali, sicuramente non era il cuore, che invece
manca alla maggior parte delle persone normali.

4. COLLEGAMENTO CON LA TEORIA


4.1 Tecniche di animazione
Le tecniche di animazione sono attività o situazioni che l’animatore utilizza per far
trascorrere ai partecipanti esperienze piacevoli e divertenti. Per utilizzare queste tecniche però un
animatore deve sapere bene cosa sta facendo, deve conoscere i materiali che servono e deve fare
delle scelte adeguate alle persone coinvolte per non creare imbarazzi. Quindi la tecnica va pensata
preparata e studiata attentamente.
Le tecniche di animazione sono molteplici: il gioco, l’espressione figurativa, la musica, il
canto, la danza, l’animazione teatrale, l’animazione della lettura, la giocoleria, la clowneria e le
uscite.
Ogni animatore ha una tecnica che predilige e padroneggia con competenze e abilità, senza
però pensare di sperimentare qualcosa di nuovo per avere più possibilità di successo. L’animatore
per scegliere la tecnica che vuole utilizzare deve anche darsi degli obiettivi che intende raggiungere,
considerare anche le caratteristiche dei partecipanti come ad esempio l’età, infatti un gioco proposto
ai bambini potrebbe non essere adatto ad adulti e deve considerare anche i loro interessi e le loro
abilità.
Durante il mio tirocinio le attività di animazione erano varie, dal gioco individuale come il
puzzle, ai giochi cognitivi o ai giochi di gruppo come il domino con le carte o il gioco della pesca.
Oltre al gioco un’attività che coinvolgeva molto gli utenti erano i laboratori: c’era il laboratorio
delle candele e dei saponi in cui gli utenti preparavano candele e saponi in base ai loro gusti da
rivendere ai mercatini, il laboratorio dell’informatica dove si preparava il giornalino, il laboratorio
della seta in cui si preparavano oggetti come sciarpe foulard cuscini con le stoffe disegnate dagli
ospiti.

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Tramite il laboratorio si sviluppano le attività manuali e poiché sono realizzate
prevalentemente in gruppo il soggetto trae e propone stimoli che aiuta nello sviluppo della
creatività.
L’animatore può scegliere se fornire indicazioni ai partecipanti o lasciarli liberi, non esiste una
regola per tutti i laboratori, la possibilità di scegliere l’approccio alle attività e alle modalità lascia
spazio all’entusiasmo, all’esperienza, alla capacità di ascolto, alla fantasia, all’immaginazione che
l’animatore riesce a porre. Ciò consente di imparare a proporre attività in base alla situazione alle
proprie capacità e alla propria sensibilità e alla voglia di conoscere e apprendere.
Attraverso il laboratorio anche l’animatore apprende continuamente cose nuove che lo aiutano a
strutturare una solida esperienza lavorativa.
4.2 Progetto di intervento
Pet Therapy. Primo approccio con il cane.
L’idea è nata parlando con gli educatori perché, un ragazzo della struttura manifestata
grande timore nei confronti dei cani, pertanto gli educatori avevano pensato di intraprendere un
corso di pet therapy, solo che, vista la paura dell’utente, io ho proposto di adottare un approccio
diciamo propedeutico proponendo l’interazione con un cane un po’ particolare. Ho pensato di
portare nel centro Debbie il labrador femmina con cui ho svolto fino a poco tempo fa Pet Therapy e
che ora data l’età l’ho messa a riposo. Debbie, essendo molto anziana, è ancora più mansueta dei
cani della sua razza che lo sono già di natura.
Gli educatori hanno appoggiato la mia proposta, ed insieme abbiamo studiato la strategia di
intervento.
Seppur l’intervento fosse mirato per S. un ragazzo di 28 anni tetraplegico, la presenza del
cane ha suscitato l’entusiasmo degli altri utenti e tutti sono stati piacevolmente coinvolti.
L’obiettivo che si voleva raggiungere con il corso di Pet Therapy era quello di mitigare la
sua paura verso i cani, facendogli capire che essi non costituiscono una minaccia, soprattutto se si
tratta di animali abituati a vivere con le persone. L’idea è nata soprattutto per una sua sicurezza
personale. Egli infatti guidava e guida tutt’ora, da solo e in maniera molto autonoma tramite il
joystick una carrozzina elettrica. Durante le uscite ho notato più volte che, quando incontravamo un
cane nonostante fosse legato al guinzaglio e con la padrona accanto, il ragazzo manifestava una
grande paura che lo portava a cambiare traiettoria in modo molto brusco portandosi spesso a centro
strada con il rischio di fare del male a se stesso e a chi lo circondava o peggio di essere travolto da
qualche automezzo.
Vedendo il beneficio che il cane ha portato anche agli altri utenti si è pensato di sfruttare
l’opportunità per stimolare il risveglio di particolari abilità e funzionalità di ordine cognitivo, fisico,

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emotivo, sociale. L’animale infatti aiuta a contrastare la solitudine, l’ansia e la depressione,
costringe la persona ad occuparsi di un altro essere che dipende dalle sue cure e attenzioni, che gli
richiede un contatto e un interazione.
In un progetto del genere il tempo non è quantificabile, si procede a piccoli passi facendo
avvicinare all’animale gli utenti in maniera graduale.
Periodicamente ogni mese si valutano insieme i benefici ottenuti. Gli incontri sono pianificati in
uno almeno a settimana della durata di circa un ora per rispetto delle esigenze del cane.
Per l’osservazione si segue uno schema preciso:
- stato emotivo
attenzione al cambiamento che gli utenti manifestano quando sono a contatto con il cane;
- livello motorio
principalmente si osservano i miglioramenti nel movimento;
- aspetto affettivo
miglioramento dell’umore;
- livello di comunicazione
la relazione con l’animale sprona ad una ricerca qualitativa e quantitativa della comunicazione;
- aspetto cognitivo
tempo di lavoro, livelli di attenzione, sequenze operative, disponibilità a relazioni e attività.
Lo spazio destinato all’attività, nel caso specifico, è stata la sala relax dove la mattina si
effettuava il risveglio muscolare essendo uno spazio molto ampio in cui gli utenti si potevano
disporre in un cerchio abbastanza grande, al centro del quale vi era il cane e il conduttore, ma non vi
sono requisiti particolari, purché la metratura consenta la disposizione circolare.
La presenza di operatori in supporto delle persone che manifestano maggiori difficoltà è
sicuramente necessaria, e così è stato durante gli incontri.
L’iter di svolgimento è abbastanza semplice e standardizzato; il primo incontro è sempre
conoscitivo, si presenta il cane e gli si impartisce qualche ordine mostrando ai partecipanti come
l’animale li esegue.
Gli ordini sono scelti dal conduttore in base alla situazione contingente oppure anche su
suggerimento degli operatori, oppure ancora in funzione delle condizioni dei partecipanti, nel caso
specifico alcuni ordini che implicavano movimenti bruschi del cane non sono stati impartiti per
timore che S. fosse negativamente impressionato. In linea generale gli ordini sono i seguenti:
- “seduto” il cane si siede;
- “terra” il cane da seduto si accuccia;

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- “resta” il cane rimane nella posizione in cui è e nel posto in cui è anche se il conduttore si
sposta;
- “salutare” il cane porge la zampa destra;
- “chiedere” il cane agita la zampa dall’alto verso il basso ad esempio per chiedere un
biscotto;
- “give me five” si porge al cane il palmo della mano aperta e il cane lo toccherà con la sua
zampa;
- “esprimere tristezza” il cane sta a terra e si copre il muso con una zampa;
- “prendere al volo” il cane prende qualcosa che gli viene lanciata;
- “tenere un biscotto sul muso” è posizionato un biscotto sul naso del cane e gli viene
permesso di mangiarlo solo su comando.
Dal secondo incontro, in cui tutti i partecipanti e gli operatori avranno conosciuto il cane,
rispettando i tempi di ognuno, l’attività vera e propria si articolerà in diversi momenti:
- cura dell’animale
in questa fase i partecipanti interagiscono direttamente con il cane, essi possono accarezzarlo,
giocarci, pulirlo, spazzolarlo, fornirgli acqua e cibo, portarlo al guinzaglio;
- cura dell’ambiente dell’animale:
in questa fase i partecipanti non interagiscono direttamente con il cane ma si occupano di riordinare
lo spazio utilizzato per la cura e il gioco riponendo in appositi contenitori o in apposite aree, gli
oggetti utilizzati (ciotole, guinzagli, giochi)
- attività relazionali
in questa fase si commenta insieme quanto accade durante gli incontri e si promuove l’ esternazione
delle emozioni o delle sensazioni provate durante i momenti relazionali con il cane.
In tutti gli incontri è assolutamente indispensabile partecipazione degli operatori della
struttura che devono essere sempre presenti e interagire con i partecipanti per non farli rimanere
senza un punto di riferimento e per ogni esigenza che sorga durante l’incontro.
Per valutare l’esito del progetto si pianificato degli incontri con gli operatori verificando se
gli incontri con il cane hanno portato dei benefici ai partecipanti.
Gli aspetti che sono oggetto di discussione e confronto si diversificano con il trascorrere del
tempo. Ad esempio i risultati attesi dopo circa un mese di terapia potrebbero essere i seguenti:
- nascita di interesse in persone che non ne hanno;
- accettazione di partecipare all’attività;
- avere un contatto fisico con l’animale;

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- accompagnare il cane con l’operatore;
- eseguire almeno un esercizio proposto dal conduttore.
Dopo due mesi i risultati potrebbero essere:
- mantenere l’attenzione;
- spazzolare in modo completo il cane;
- gratificare l’animale con dei bocconcini;
- giocare con il cane imitando il conduttore facendo attenzione alla reazione del cane e
accompagnando l’azione con verbalizzazione;
- stimolare la memoria e rielaborare il vissuto;
- partecipare alle attività ludico-ricreative al fine di stimolare la memoria, la concentrazione,
la condivisione delle attività di gruppo ed infine migliorare l’umore.
Facendo un bilancio dei benefici apportati ai singoli individui, ma soprattutto a S., posso
affermare, senza ombra di dubbio, che la Pet Therapy si è rivelata, se ancora ce ne fosse bisogno,
uno strumento fantastico e per certi versi miracoloso.
D’altra parte non potrebbe essere diverso, gli animali e i bambini, gli animali e i frequentatori
della struttura in cui ho operato hanno caratteristiche simili, essi infatti sono spontanei, amano il
gioco, l’aria aperta, e hanno lo stesso modo di approcciarsi alla realtà senza filtri.
Se si pensa che alcuni dipinti nelle caverne di Altamura testimoniamo che già i popoli primitivi
avevano intuito il ruolo terapeutico degli animali e se si pensa che già nel XIX secolo si praticavano
interventi assistiti con gli animali, non è difficile capire la portata di tale approccio.
E’ stupefacente vedere come l’animale si trasfiguri diventando un “oggetto transizionale” nelle
relazioni tra il paziente e il mondo esterno.
Concludo con una osservazione che mi porta necessariamente a riprendere un concetto già
espresso:
l’ingresso del cane in una qualunque struttura desta sempre interesse e costituisce, ne dobbiamo
convenire, una anomalia.
Simpatica, certo, perché si tratta di un essere senziente che ha la capacità di proporsi in
modo semplice e diretto e con una peculiarità innata nel rispondere alle diverse situazioni, ma pur
sempre una anomalia, una deviazione dal consueto, dalla “normalità”.
Una deviazione che trasforma il clima dell’ambiente in cui si trova se non addirittura, come
qualcuno in un libro scrisse, “ l’aria che si respira”.

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5. CONCLUSIONE
Ho scelto di svolgere il mio tirocinio presso il Centro Diurno di Coldrerio, perché dopo aver
fatto stage e volontariato in diversi ambienti come asili nido, case anziani, cliniche
sociopsichiatriche mi interessava conoscere il mondo delle persone disabili.
Se da un lato gli obiettivi istituzionali fossero, conoscere la struttura, il team e gli ospiti, la
loro giornata tipo e le tecniche di animazione realizzabili insieme a loro, dall’altro gli obiettivi
raggiunti sono stati decisamente più profondi ed emozionanti.
Le attività di stage, quali l'accoglienza degli utenti nella struttura, la gestione delle attività
di animazione, e delle attività ricreative, educative, culturali, il sostegno degli utenti nell'attivazione
di modelli comportamentali positivi, per contrastare fenomeni di devianza e disadattamento,
affiancate alla gestione dei conflitti, l’ osservazione, la rilevazione e la registrazione delle
dinamiche comportamentali e delle criticità latenti individuali e di gruppo, ed infine la gestione dei
laboratori, sono state la parte più semplice, senza voler sminuire tali importanti e fondamentali
attività.
La parte sicuramente più difficile è stato accettare la dura realtà, fatta di persone “normali”
che danno per scontato qualunque gesto, qualunque congettura mentale, che per un disabile
rappresenta un muro insuperabile e quanto queste persone potrebbero sentirsi sole nell’affrontare le
sfide della vita.
Accettare che le “persone normali” siano presuntuose, arroganti, insensibili, egoiste e
prevaricatrici, scoprire invece che i disabili sono cuore e anima, icone di un mondo che non si
arrende, che rispetta, che perdona, che aspetta l’alba come inizio di un nuovo giorno tutto da godere
e da far godere al di là delle difficoltà, degli ostacoli da superare, delle ombre che affliggono e che
impauriscono, sino al tramonto visto come attesa di un nuovo giorno, nuove sfide, nuovi muri.
Tutto questo non è forse la vera essenza della vita?

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6. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Documentazione Provvida Madre
Appunti del corso Pet Therapy
Vari libri di testo dell’ Istituto Cortivo
Libro ragazzo provvisa madre

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7. APPENDICE
Foto del centro
foto di debbie
copertina giornalino del centro

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ABSTRACT
La breve relazione sul tirocinio svolto con adulti disabili, descrive la struttura in cui essi
sono ospitati, traccia un profilo degli ospiti e delle loro disabilità e degli operatori che
quotidianamente, con pazienza, professionalità ed empatia li assistono, descrive le tecniche di
animazione e le fasi di un progetto specifico.
Gli argomenti sono trattati in forma organica per facilitare la lettura e la comprensione, per
questo motivo, l’elaborato è stato suddiviso in una prima parte osservativa, in cui, come già indicato
è descritta la struttura nella quale è stato svolto lo stage, la sua storia, l’organizzazione e le finalità,
ed una seconda parte operativa in cui si descrivono le tecniche di animazione e si illustra un
progetto di Pet Therapy che ho proposto ed attuato.
La seconda parte contiene anche una sezione introspettiva in cui se da un lato si descrive
l’esperienza da me vissuta con gli ospiti del centro che quotidianamente si confrontano con uno
stato di svantaggio irreversibile, dall’altro tratta anche delle emozioni e degli stati d’animo vissuti
personalmente durante il tirocinio.
Il Centro diurno dove ho svolto lo stage, fa parte del settore adulti che si compone di 5 U.A.I
aperte tutto l’anno dove sono erogati i seguenti servizi:
- Assistenza e cura di base
- Cure sanitarie di base
- Attività occupazionali
- Momenti di animazione e svago.
Esso può accogliere fino a 12 utenti. È aperto dal lunedì al venerdì per 44 settimane l’anno nella
fascia diurna dalle 9,00 alle 17,00. Vi lavora un’équipe di cinque operatori, i quali stilano per ogni
persona un programma di presa a carico individualizzato avendo cura di offrire attività variate e
creative, favorire l’autonomia delle persone accolte, creare momenti di socializzazione all’esterno e
proporre attività individuali mirate.
Il Centro assicura un servizio mensa, un servizio di trasporto dal domicilio alla struttura e
viceversa, educazione all’autonomia personale e assistenza infermieristica di base.
Al suo interno sono presenti gli atelier che hanno lo scopo di valorizzare gli ospiti attraverso il
lavoro e il riconoscimento delle loro abilità. L’atelier stimola la creatività degli ospiti attraverso
diverse attività espressive, dal disegno, all’utilizzo di computer e costruzione di piccoli oggetti.
Dopo un periodo durato una settimana, in cui ho avuto modo di conoscere la struttura, gli operatori,
gli ospiti, il calendario delle attività e soprattutto ho compreso l’organizzazione intera e l’approccio,
ho focalizzato le abilità di ogni partecipante e, soprattutto ho elaborato un piano di azione
personalizzato, coordinato con i singoli obiettivi già predisposti dal centro.
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Per la preparazione del piano mi sono posta una semplice domanda, e non nego di averlo
fatto con qualche timore.
Cosa potevo realmente fare per ognuno di loro?
La risposta potrebbe sembrare poco professionale ma, pensandoci, credo sia l’unica che ho potuto
darmi.
Essere innanzitutto loro amica.
Abbiamo giocato a tombola e a tanti altri giochi, li ho seguiti nelle lezioni a cavallo, ho
preparato con loro un numero del giornalino, siamo usciti a fare passeggiate, abbiamo condiviso
tutto come amici appunto. Veri amici.
Certamente non ho mai perso di vista il mio ruolo ed il motivo per chi ero lì, ma soprattutto
l’obiettivo insito nel mio intervento e cioè quello di integrare il più possibile la persona disabile e
aiutarla a sviluppare le sue capacità residue.
E così, giorno dopo giorno, mi sono accorta che la domanda che mi sono posta all’inizio nei
loro confronti si è modificata assumendo una connotazione determinativa e non più interrogativa.
Cosa hanno fatto loro per me!
Sono cresciuta sia a livello professionale ma soprattutto a livello umano, sono maturata, ho
acquisito sicurezza nell’applicazione delle tecniche e nella mia propensione verso l’iniziativa
personale.
In questo contesto deve inquadrarsi la proposta di un progetto di Pet Therapy con il cane,
che ha trovato immediato accoglimento da parte di tutti gli operatorie e si è dimostrato molto
positivo per tutti i partecipanti anche se era nato per aiutare un ragazzo che aveva una grande paura
di questo animale.

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