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Emanuele Cangini

Geni del Passato


Storie di Scienza e di Scienziati
come non li avete mai visti

Gli speciali di
Prodotto curato da: E
 manuele Cangini per Scienza e Conoscenza/
Gruppo editoriale Macro
Grafica: Melissa Bernardi per Riviste & Co.
via Uberti 33, Cesena FC
direzione@rivisteeco.it

I edizione Gennaio 2017 - Tutti i diritti riservati

Questo libro in formato e-book è un inserto


della rivista Scienza e Conoscenza.
www.scienzaeconoscenza.it

Proprietà letteraria digitale di gruppo editoriale macro © 2017


«Gli uomini di genio
sono meteore destinate
a bruciare per illuminare
il loro secolo».

Napoleone Bonaparte,
Discorso di Lione, 1791
Presentazione
di Giovanni Vota

N amaste! ​Leggendo le opere di ​Emanuele Cangini, nella sua poliedricità di


cultura e interessi, mi è venuto naturale pensare a lui come «quell’uom
di multiforme ingegno​» dall’eterno incipit dell’Odissea​ di Omero.
​ razie a lui sono entrato in contatto, quasi intimo, con tanti uomini e
G
donne che hanno contribuito a cambiare i modelli di pensiero, ​a far fare
passi avanti all’umanità.
Alcuni giganti del passato e del presente, di fronte ai quali l’ammirazio-
ne e lo stupore di cosa siano stati capaci di pensare e fare sono senza pari.
E mi resta però il pensiero degli umanisti, i quali, anch’essi, pieni di mera-
viglia e ammirazione per i grandi del passato, “giganti” come li chiamava-
no, dicevano che sì, potevano essere dei “nani” rispetto a loro, ma che
salendo sulle spalle di un gigante anche un nano avrebbe potuto vedere
molto più avanti.
Ecco, Emanuele ci dà l’opportunità di conoscere questi giganti del pen-
siero, salire sulle loro spalle e vedere forse anche più avanti di loro che,
sono sicuro, è esattamente ciò che li renderebbe felici.

Grazie Emanuele

Con affetto e gratitudine,

Giovanni Vota
Love & Gratitude :-)

Giovanni Vota, torinese, è ingegnere elettronico e informatico oltreché


ex funzionario scientifico presso il Politecnico di Torino; è stato per di più
imprenditore e dirigente.

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di Fabio Zancanella

L a scoperta nasce sotto il segno del salmone. Mi piace vivere la lettura


come un viaggio. Il viaggio si scopre, si svela, non si cerca.
Ho vissuto in questo viaggio l’umiltà di chi scopre anche “appoggiando-
si sulle spalle dei giganti”, permettendo scoperte crescenti.
Ho vissuto anche l’arroganza che porta la resistenza al nuovo che avanza.
Ho intuito che «il nuovo nella scoperta della natura è un pezzo di sempre,
anzi un pezzo sempre più in sorgente in purezza». Indietro e non avanti.
Questo viaggio nelle pagine di Emanuele ha esaltato in me il simbolo del
salmone. Il viaggio appare come il seguire del flusso di un fiume, così del
libro; sembra di arrivare al delta invece, velo dopo velo, ci sveliamo nella
sorgente e, dico io, ci svegliamo nella sorgente. Ogni scoperta ci porta alla
sorgente, alle origini. Come il salmone che, dopo una vita, torna salendo,
controcorrente, alla sua origine. Ecco la resistenza alla scoperta contro-
corrente; ogni grande passo della scoperta ha l’attrito della resistenza.
Con licenza, dico: «la scoperta nasce sotto il segno del salmone».

P.S.: Le consonanti danno cifratura e significato, le vocali signatura e


suono. SL di salmone indicano la direzione del SaLire verso le origini
per scoprire il SaLe della vita.
MN ci indicano MeNo: meno resistenza più resilienza
meno arroganza più umiltà.

Fabio Zancanella

Fabio Zancanella, milanese, studioso di strategie aziendali per trasfor-


mare visioni e sogni in realtà. Fondatore di Batterfly Strategy e ideatore,
assieme a Sergio Bianco, della Logogenesi.

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Introduzione

S crivere una Introduzione dopo due Presentazioni come quelle di Fabio


e Giovanni, è certamente atto di coraggio. Non tanto perché un simi-
le gesto possa essere inteso come autoreferenzialmente goliardico, ma
piuttosto per la grandezza umana alla quale i due autori, oltreché amici,
costringono a compararsi.
Sforzo indubbiamente nobile e sublime, ma pur sempre sforzo.
Entrambi, senza nulla sapere l’uno dell’altro, hanno nelle rispettive pre-
fazioni alluso a una figura importante: quella del “gigante” tanto caro a
Newton, per tutti un noto scienziato determinista, solo per pochi cono-
sciuto come mago e alchimista.
Su quelle spalle dovevo perciò cercare di salire: questa l’unica maniera
per attuare il solenne sforzo di cui dicevo poc’anzi.
Farsi piccoli, prima, per salire sul dorso del gigante, poi.
Questo il messaggio, prezioso, perentorio, attento e lucido che ho rice-
vuto da Giovanni e Fabio.
E piccolo mi sono davvero sentito, nello scrivere, nel raccontare le scoper-
te, i vissuti, i pensieri e le riflessioni di geni di un passato più o meno recente.
Il presente e-book è il risultato di un assemblaggio, una composition, un’a-
zione di sartoria editoriale che collega una selezione tra i miei 60 articoli,
scritti nel biennio di corso da giornalista per la rivista «Scienza e Conoscen-
za», scelti con tutta la cura che si riserva alle proprie perle migliori.
Questa composizione non è da intendersi una semplice sommatoria,
come pure non è da vedersi alla stregua di una, seppur pregevole, cernita
rigorosa: essa è il risultato di un’operazione ancora più sottile, che vede
nelle proprie istanze promotrici i valori fondanti ispiratori.
Creare bellezza. O provarci, per lo meno. Portare bellezza nel mondo, attra-
verso i canali compatibili al proprio messaggio. Come direbbe Fabio, valori e
visioni in coerenza, per volare. Come direbbe Giovanni, stato permanente di
gioia e gratitudine quale condizione di accesso diretto alla supercoscienza.
Questo ho cercato di fare, con tutta l’umiltà che si deve quando ci si
trova al cospetto di storie mai scontate e banali, e con tutto lo stupore di

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chi volge la propria attenzione nella direzione dell’eternità del pensiero.
Vedersi grandi per riscoprirsi piccoli.
Fedelmente alle premesse esposte poco sopra, ho pensato di struttura-
re il presente libro secondo una peculiare suddivisione in sezioni, ognuna
riportante un sintagma introducente il singolo capitolo.
L’enunciato di apertura ha una duplice funzione, ovvero quella d’intro-
durre il tema collegante gli articoli, e di rendere intuibile al lettore il perché
abbia deciso di accomunare i singoli elaborati secondo tale criterio discri-
minatorio.
Geni del passato altro non sono che donne e uomini: esse ed essi ci rac-
contano le loro scoperte, le loro invenzioni, frutto del loro cercare. Affine
alla composizione dello scoprire si pone la cronaca dell’essere, raccontata
sposando la formula, a tratti canzonata, fedele a quel teorema “del vago
e dell’indefinito” tanto cara a Giacomo Leopardi. E sullo sfondo piccole
riflessioni mondane, gesti quotidiani, che solleticano la curiosità dello sbir-
ciare un menage fatto di cose, ricorrenze e abitudini. La proiezione sulla
volta celeste trova consistenza nella descrizione delle tipologie zodiacali
di appartenenza dei protagonisti, estensioni e amplificazioni, queste, dei
rispettivi costellati psichici.
Un grazie a tutti allora.
Un grazie sentito e sincero dal profondo del cuore.
Un grazie a tutti coloro che hanno, più o meno direttamente, contribui-
to alla stesura del presente libercolo.
Dovrei elencarvi tutti, con le giuste parole, con i giusti toni, con il dovuto
sentimento; sarebbe lungo, forse troppo.
Preferisco pensare che tutti vi sentiate cinti dal mio abbraccio e avvolti
dal mio affetto, schietto, autentico e franco.
Questo il punto di partenza, non certo quello di arrivo.
E, se è vero ciò che afferma il maestro e amico Fabio Zancanella, «è il
contesto a creare il testo», ebbene voi tutti, davvero, avete saputo crearmi
una cornice insostituibile per poter produrre e lavorare in totale armonia
con il creato.
Di cuore

Emanuele Cangini

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Capitolo I

Per riflettere…
Riflettere sulla caratura, sempre attuale, di scoperte
che hanno segnato irreversibilmente il corso
della scienza e il cammino dell’umanità.
Tolomeo, Keplero, Copernico, Galileo.
Tolomeo: quando la Terra era
immobile e il Sole roteava

F u la versione araba del nome greco, poiché tale era la sua esposizio-
ne iniziale, a renderlo famoso: L’Almagesto, in arabo “il grandissimo”, è
certo per importanza e implicazioni una delle opere più famose dell’anti-
chità. 
Ed è per merito di questo trattato astronomico che conosciamo Claudio
Tolomeo (100 d.C. - 175 d.C.), opera di sicuro pregio speculativo sulla quale
si basò per più di un millennio la concezione dell’universo conosciuto, inte-
so questo come cinematica e collocazione spaziale dei pianeti nello sparti-
to del sistema solare, Sole compreso.
La  teoria geocentrica, forse meglio nota come concezione aristoteli-
co-tolemaica, a onor del vero storico risultò essere postuma a una antece-
dente formulazione, sempre di carattere speculativo e interpretativo, pro-
dotta dal pensiero di Aristarco di Samo il quale, ben quattro secoli prima,
aveva visto nell’eliocentrismo la giusta spiegazione della struttura del
sistema solare (eliocentrismo che venne in seguito confermato da Seleuco
di Seleucia). La feroce antitesi tra le due vedute avrebbe condizionato gli
eventi storici per molti secoli a venire. 

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Geni del Passato

Tolomeo astronomo e astrologo


Ma Tolomeo non era solo astronomo, era anche astrologo, e in questa
veste diede la paternità a un testo, vero e proprio mattone fondatore e
documento di riferimento per i seguaci dell’antica arte dei Caldei: ebbene,
il Tetrabiblos, ovvero i quattro libri sulle “previsioni astrologiche”, era per
l’appunto una sorta di “quadrivio” scritto nel II secolo d.C., considerato
termine essenziale dell’astrologia tropica.
Opera meravigliosa questa che, se da un lato non nega i legami con le
derivazioni di carattere interpretativo derivate dall’antica scuola misterica
babilonese e dall’antica scuola divinatoria egiziana, dall’altro non nascon-
de sottese ispirazioni alle dottrine pitagoriche attraverso le quali ne media
le conclusioni tendenzialmente più esoteriche. Della vita di Tolomeo poco
si sa, oltre al fatto che fu impegnato nella sua attività scientifica ad Ales-
sandria d’Egitto per circa quarant’anni.
La prima opera, che è anche la maggiore e quella che esercitò la più
grande influenza, venne chiamata da Claudio Sintassi matematica: secon-
do quanto in essa affermato i cieli sono sferici e ruotano verso occidente
compiendo un giro ogni giorno attorno ai poli celesti. Sempre nella stessa
Tolomeo trattò i modelli planetari dal punto di vista geometrico: i vari cir-
coli che formavano le parti di ogni modello altro non erano che linee mate-
matiche, tracciate presumibilmente su superfici sferiche. Tolomeo però
non prese in considerazione l’esistenza fisica di queste sfere, limitandosi a
tracciare le linee circolari.
In un’opera successiva, le Ipotesi planetarie, il suo punto di vista mutò
radicalmente: le superfici sferiche acquistarono una realtà tangibile. Il limi-
te estremo dell’universo concreto era costituito dalla reale superficie delle
stelle fisse, a una distanza di 20.000 raggi terrestri dalla Terra immobile,
posta al centro di questa sfera finita. Il primo e più importante limite inter-
no a questa sfera (a una distanza di 33 raggi terrestri dalla Terra) confinava
nella zona sublunare le creature mortali legate al globo terracqueo. Nella
zona translunare, compresa tra i 33 e i 20.000 raggi terrestri, le sfere dei
sette pianeti ruotavano continuamente senza attrito e senza lasciare alcu-
no spazio vuoto. «In natura, il vuoto, o qualsiasi cosa senza un significato
e senza uno scopo, è inconcepibile», amava sentenziare. Al limite esterno
della sfera composta dalla Luna, a 64 raggi terrestri, comincia la sfera di
Mercurio che finisce a 166 raggi terrestri, dove comincia la sfera di Venere.

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Capitolo I | Per riflettere...

In questa maniera, secondo lo schema “atlantideo”, l’esterno, o la


superficie convessa, della sfera di ogni pianeta coincideva con il confine
interno, o superficie concava, del pianeta successivo, e così fino alla super-
ficie convessa di Saturno la quale confinava con la sfera delle stelle fisse (il
Sole era posto, secondo tale schema, nell’orbitale posto tra Venere e
Marte).

Possiamo facilmente evincere da quanto poc’anzi esposto come, nell’i-


dea cosmologica di Tolomeo, non fosse presente il vuoto. Ogni pianeta
possiede una “forza vitale” che ne promuove il movimento insieme agli
oggetti ad esso legati: è il pianeta stesso a mantenere in moto la sua sfera
eccentrica a raggio deferente. Un’altra opera importante, l’Analemma,
della cui versione originale greca rimangono pochi frammenti, ma che
venne tradotta in latino quando la stessa era ancora integra, sottoscrive
come la posizione del Sole nel cielo può essere definita in qualsiasi ora del
giorno e a qualsiasi latitudine geografica, come la base per la costruzione
di una meridiana.
Brevemente, il metodo consiste nella proiezione ortogonale dei punti
e degli archi della sfera celeste sopra tre piani fissi perpendicolari fra loro:
il meridiano, l’orizzonte e il piano verticale. Gli angoli risultanti potevano
essere letti dallo strumento con un procedimento simile a quello usato
oggi in nomografia. Come abbiamo già visto in esordio, il Tetrabiblos, rap-
presenta il suo trattato sistematico e sistemico di astrologia: attraverso di
esso Tolomeo sottolinea la facoltà che l’astronomia possiede di “prevede-
re” i movimenti futuri dei corpi celesti.
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Geni del Passato

Partendo dall’innegabile potere che il calore solare ha di far crescere i


raccolti e dagli effetti esercitati dal moto lunare sul flusso e il riflusso delle
maree terrestri, Claudio concordò con gli antichi “colleghi” egizi che «la
causa degli eventi, generali e particolari, è da ricercarsi nel moto dei piane-
ti, del Sole e della Luna».
Pensava ed era convinto di essere stato il primo a fondare un’astrolo-
gia scientifica su sicure fondamenta matematiche e astronomiche, libe-
randola dalle superstizioni popolari, dalla ritualità mistica e dalle pratiche
magico-occultistiche. Forse cercava solamente, con un atto al contempo
illuso e disilluso, di riscattare una disciplina da sempre fascinosa ma pur
sempre vista con diffidenza, rendendola scevra da qualsivoglia critica di
ordine epistemico e ontologico. Una sorta di atto catartico il suo, liberato-
rio, che cercò di emendare con un gesto solenne le colpe cumulative di una
disciplina perseguitata.

Tolomeo e Galileo e l’astrologia come arte di


comprensione dell’universo
Davvero singolare e certo non privo di stupore, il constatare quanto i
due fautori più celebri di discipline antitetiche quali eliocentrismo e geo-
centrismo, Galileo (e Aristarco di Samo) da una parte, Tolomeo (e Aristo-
tele) dall’altra, fossero accomunati da un interesse, una passione, più vivo
e fulgido che mai: quello dell’astrologia, vista e concepita questa come
metodologia di studio dell’uomo ben distante dalla “cialtrona ciarlatane-
ria” di insulsi prestigiatori, ma vicina e affine a una vera arte di comprensio-
ne dell’universo e del creato.

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Keplero e la rivoluzione
dei moti planetari

U n filo conduttore, nemmeno tanto tacito, corre a unire i punti rap-


presentativi di quattro scienziati di meriti indiscussi: Galileo,  Tolo-
meo, Copernico e Keplero (1571-1630), tutti eccelsi rappresentanti di quel
mondo scientifico non più a solo appannaggio di pochi, bensì patrimonio
di un’umanità mai così prima d’ora attenta alle sorti del proprio divenire.
Quel collante, che abbiamo già intuito nei precedenti articoli, è certo esse-
re l’astrologia, dimensione non meno pragmatica di quanto già non fosse
suggestiva ed evocativa.
E Keplero, astrologo, lo era a tutti gli effetti. Sì, lo stesso Giovanni Keple-
ro astronomo tedesco, scopritore delle tre leggi descriventi le orbite e i
moti dei pianeti. La sua è una storia davvero singolare, che inizia nel lon-
tano 1571. Figlio primogenito di un matrimonio non certo felice, il padre
lasciò presto il focolare domestico per votarsi alla guerra, come merce-
nario, e quando la madre ne seguì le sorti venne affidato ai nonni, i quali
erano soliti maltrattarlo. Crebbe così, povero e cagionevole di salute, in
un clima non certo propizio a quello che dovrebbe sottendere l’infanzia
di qualsiasi bambino: tuttavia, qualche sporadico, episodico, frammento
piacevole anche lui poteva ricordarlo, come quando la madre lo condusse
presso la cima di un’altura per osservare la grande cometa del 1577. Il pic-
colo Keplero, seppur in quell’ambiente disgraziato, cresceva e, raggiunta
l’adolescenza, si iscrisse alla facoltà di teologia.
Un evento del tutto fortuito, come da lui stesso in seguito definito, fece
sì che la morte dell’insegnante di matematica dell’università di Graz, libe-
rasse un posto vacante per la docenza; posto che venne occupato proprio
dal giovane Giovanni il quale, sebbene fosse iscritto come candidato al
sacerdozio, amava la matematica al pari di tutte le discipline scientifiche,
ed era stato iniziato a suo tempo al nuovo sistema copernicano dal proprio
professore di matematica M. Mastlin (1550-1631). 

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Keplero e il suo primo calendario “astrologico”
Divenne così, tanto professore di matematica quanto matematico ufficiale
del Ducato di Stiria: titolo quest’ultimo che comportava l’obbligo di pubblicare
ogni anno un nuovo calendario. A differenza degli altri almanacchi però, quel-
lo di Keplero doveva “prevedere” per l’anno successivo l’andamento meteo,
la salute pubblica, le crisi politiche e gli avvenimenti cosiddetti “ecceziona-
li”. Proprio nel suo primo calendario, quello relativo all’anno 1595, Giovanni
seppe prevedere un inverno rigido e un’invasione turca: eventi che si verifica-
rono e trovarono riscontro, conferendogli così l’autorevolezza e il prestigio
che si devono a un “profeta” degno di tale fregio. Proprio il 1595 fu l’anno che
vide venire alla luce la sua prima opera scritta, il Misterium cosmographicum.

Le tre leggi planetarie di Giovanni Keplero


Da convinto assertore copernicano, Keplero riteneva vi fossero sei pianeti
dotati di moto di rivoluzione in movimento intorno al Sole e, come attento
studioso di Euclide, sapeva che negli Elementi del grande geometra greco, si
arrivava alla conclusione che esistevano cinque, e solo cinque, solidi regolari.
Giovanni era, inoltre, un pio e devoto cristiano, e come tale credeva in una
creazione divina dell’universo. Ma quel dio, il Dio di Keplero, aveva seguìto una
sorta di progetto “architettonico”, inserendo uno dei cinque solidi regolari in
ciascuno dei cinque spazi tra i sei pianeti copernicani. La sfera planetaria iscrit-
ta entro il solido regolare era tangente al punto centrale di ognuna delle sue
facce. Per determinare le dimensioni delle sfere planetarie e dei solidi regolari,
Keplero doveva accertarsi che le conclusioni copernicane relative alle distanze
dei sei pianeti dal Sole, si accordassero con la precisa distribuzione attribuita
da lui stesso a questo Dio “geometra e burattinaio”.
Proprio questa parvenza di opera visionaria di stampo neoplatonico,
conferì al Misterium cosmographicum la reputazione di prodotto misti-
co-speculativo, soprattutto da parte di quella vulgata ostile ai veri valori
storici espressi dal manoscritto. Critica che, solo pochi decenni più tardi,
saprà essere fermamente confutata dall’Autore stesso, il quale farà notare
come tutti i libri di astronomia da lui prodotti dopo il 1596 siano esposizioni
o sviluppi di uno dei capitoli fondamentali proprio della suddetta opera.
Proprio in essa cercò una  relazione tra le distanze dei pianeti dal Sole
e il tempo che essi impiegavano per compiere una rivoluzione completa.

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Capitolo I | Per riflettere...

Quando finalmente la trovò, correva il 15 maggio del 1618, questa relazione


risultò essere l’ultima delle tre leggi planetarie: i quadrati dei periodi di rivo-
luzione dei pianeti intorno al Sole stanno tra loro come i cubi delle distanze
medie dei pianeti stessi, sempre dal Sole. Entusiasta di quanto postulato,
Giovanni inviò copie omaggio a tutti gli esponenti più esperti e più dotti del
tempo in materia, tra i quali, non mancò certo Galileo: costui replicò subita-
mente quanto fosse convinto fautore dei princìpi copernicani, seppur non
potendolo, per ovvi motivi, sostenere pubblicamente. Anche T. Brahe, i cui
osservatorio, strumenti e squadra di assistenti erano famosi e rinomati in
tutta la società civile, fece pervenire il proprio beneplacito, invitandolo per
un incontro vis a vis presso il suo studio. Dunque, Giovanni, poteva davvero
contare sul deciso appoggio della falange scientifica “liberale”. Quello che
veramente fece abbandonare a Keplero la patria (e l’impiego) non fu tanto
il lusinghiero invito, quanto l’avvento della Controriforma. 

Il “problema di Keplero”
Nel 1602, Giovanni, aveva appreso a descrivere il moto di un pianeta come
uniforme: preso in se stesso questo moto sembrava però non uniforme, ma
ora lento ora veloce, periodicamente stazionario e, a volte, caratterizzato
da una inversione apparente della propria direzione. Prima di Keplero tutti
i tentativi di raggiungere l’uniformità nella descrizione del moto planetario
assumevano che tempi uguali in questo moto dovevano corrispondere ad
archi uguali misurati lungo la circonferenza del cerchio. Non essendo riusci-
to a trovare un simile cerchio o una combinazione di cerchi, finalmente Gio-
vanni scoprì che il moto di un pianeta in tempi uguali poteva essere accop-
piato ad aree uguali “spazzate” dal suo raggio vettore, segmento orientato
congiungente il pianeta con il Sole stazionario. Tuttavia questa legge delle
aree uguali si dimostrò difficile da applicare in pratica, perché implicante ciò
che i matematici definiscono come il “problema di Keplero”. Giovanni non
seppe risolvere questo “nodo”, né alcun altro matematico seppe in seguito
trovare una soluzione esatta. Perciò, siccome la soluzione richiede appros-
simazioni successive, la legge delle aree di Keplero non venne presa in con-
siderazione da quanti pensavano che la natura si fondasse su leggi matema-
ticamente semplici. Questa obiezione non era un valido argomento contro
la scoperta di Giovanni del 1605, secondo la quale l’orbita di un pianeta è
un’ellisse con il Sole posizionato in uno dei due fuochi. Le prime due leggi

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Geni del Passato

kepleriane dei moti planetari, quelle dell’orbita ellittica e delle aree, vennero
pubblicate nel 1609 nella sua opera, a lungo attesa, Astronomia nova.

Sotto “il segno del Capricorno”


Era nato il 27 dicembre Keplero, sotto il segno del Capricorno. Stori-
ca la sua metafora, rinvenibile nell’opera Tertius interveniens, riguardo
alla materia astrologica: egli soleva avvicinare l’astrologo a un contadino,
asserendo che alla stessa maniera in cui quest’ultimo non era solito porsi
domande sul come inverno ed estate giungessero, ma bastasse solo sape-
re che arrivassero, allo stesso modo l’astrologo non “sedeva al tavolo del
dubbio” di chi esitava sul fatto che fossero la Terra o i cieli a muoversi.
Questa sua replica la dice lunga sul suo approccio all’astrologia, come la
dice lunga sui precetti ispiratori che condivise nel muovere i propri passi
lungo il percorso di quell’antica arte. In quel principio primo del vedere,
che richiama l’“eppur si muove” di galileiana memoria, egli affonda le pro-
prie convinzioni procedurali e il proprio credo, forse terra di mezzo tra una
fede cristiana vissuta nell’intimo e la fascinazione delle letture classiche
di un’epoca mai tramontata. Keplero sottolinea vivacemente la distinzio-
ne tra un’astrologia ciarliera, banalmente superstiziosa, e un’astrologia
vera, autentica, portatrice di valori fondati sulla ricerca e sull’esperienza:
una sorta di spartiacque dunque, senza possibilità di vie intermedie, senza
possibilità di appelli fatti da eterni indecisi, esitanti nell’indugio che una
semplice errata predizione potesse compromettere un intero costrutto
di ricerca. Al contrario di quella scienza che doveva diventare patrimonio
del civile, Keplero non la pensa alla stessa maniera riguardo all’astrologia:
essa doveva rimanere, in linea con la propria dignità e con i propri preziosi
metodi interpretativi, patrimonio a esercizio di pochi, degni, fruitori. Essa
non doveva corrompere la propria essenza, non doveva rischiare di conta-
minare, per causa di venti popolari, la natura della quale si faceva portatri-
ce. Nessuno poteva improvvisarsi “lettore” di cieli o “lettore” di costella-
zioni. Era del Capricorno Keplero, e proprio in questo rigore riusciamo a
scorgere uno degli aspetti più tipici del segno, certo conferiti dal pianeta
governatore, Saturno. Singolare notare come, molti dipinti dell’epoca che
lo ritraggono, lo vedano indossare abiti neri. Sarà un caso ma, guarda un
po’, proprio il nero è il colore associato al pianeta Saturno che, come appe-
na visto, è il governatore di Capricorno. 

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Copernico e
l’astronomia del cielo

A nche Giacomo Leopardi ne tesseva le lodi nella sua Storia dell’astrono-


mia: «Altro astronomo greco fu Aristarco, vissuto, come credesi, verso
il 264 avanti Gesù Cristo, benché considerevolmente più antico lo facciano
il Fromondo e il Simmler presso il Vossio, ripresi però dal Fabricio. Di lui
fecer menzione Vitruvio, Tolomeo e Varrone presso Gellio nel quale, in
luogo di Aristide Samio, è da leggersi Aristarco. Egli determinò la distanza
del Sole dalla Terra, che egli credé 19 volte maggiore di quella della Terra
medesima dalla Luna e trovò la distanza della Terra dalla Luna, di 56 semi-
diametri del nostro globo. Credette che il diametro del sole fosse non più
che 6 o 7 volte maggiore di quello della Terra e che quello della Luna fosse
circa un terzo di quello della Terra medesima. Fu dogma di Aristarco il
moto della Terra, ed egli, per tale opinione, reputossi da Cleante reo di
empietà, quasi avesse turbato il riposo dei Lari e di Vesta. Sembra che Plu-
tarco asserisca essere stato Cleante e non Aristarco il fautore del moto
della Terra, così leggesi nel suo libro de facie in orbe Lunae». Questo scri-
veva di Aristarco di Samo, il poeta recanatese, indubbiamente affascinato
tanto dalla sua precocità quanto dal suo indicibile acume. Fardello pesante

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Geni del Passato

quello del pensatore greco, una teoria eliocentrica che platealmente si


opponeva alle convinzioni geocentriche di corrente aristotelica prese in
prestito, queste ultime, nei secoli successivi come mattoni fondanti di un
guercio dogmatismo che procurò notevoli grattacapi a diversi, esimi, pen-
satori. Ebbene, Niccolò Copernico  (19 febbraio 1473 - 24 maggio 1543),
quelle spalle robuste e compatte le aveva per davvero. Fu lui infatti a ere-
ditare le idee di Aristarco; fu lui a perfezionarne le istanze; fu lui a rendere
coniugabile alla sua epoca quell’antico e nobile sapere.

Una vita votata all’astronomia


Vediamo chi era più da vicino: nacque a Torùn, città polacca in cui, poco
più di sei anni prima, era stata firmata la Seconda Pace di Thorn, la quale
aveva posto fine alla guerra dei tredici anni. In un documento legale dell’e-
poca, si legge che nel 1496, ospite nell’ampio palazzo dello zio, il ventitre-
enne Niccolò si dichiarò chierico, ma non canonico. Per essere nominato
tale, chierico appunto, egli dovette prendere uno o più dei quattro ordini
minori (accolito, lettore, esorcista, custode). Poiché aveva deciso di stu-
diare diritto canonico, si diresse presso un celebre istituto di studi legali,
l’Università di Bologna.
Fu proprio l’anno 1496 quello nel quale Copernico giunse per la prima
volta in Italia: venuta la sua, concomitante alla pubblicazione a Venezia,
di una Epitome sul lungo e difficile trattato sull’astronomia di  Tolomeo.
Se i suoi calcoli sulla Luna fossero stati validi, il satellite, in fase di plenilu-
nio, avrebbe dovuto possedere delle dimensioni pari a un quarto di quelle
della mezzaluna, se l’intero disco fosse stato visibile in quel momento. Ma
la variazione effettiva nella misura apparente della Luna risultava essere
molto più piccola di quella richiesta dalla teoria lunare tolemaica.
La critica tratteggiata sull’Epitome a questa inadeguatezza di Tolomeo,
riecheggiò sensibilmente negli scritti astronomici copernicani, a tal punto
da assumere, negli anni successivi, un vero e autentico “attacco” distrut-
tivo al sistema geocentrico tolemaico, che aveva dominato il pensiero
cosmologico per più di un millennio. Sulla cresta di questo processo di
messa in discussione, Copernico cominciò a nutrire seri dubbi sulla validità
dell’astronomia a estrazione tolemaica, a tal punto da porsi serie domande
sulla possibile esistenza di interpretazioni alternative.
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Capitolo I | Per riflettere...

Dovendo imparare il greco, poiché il latino non era sufficiente per accede-
re agli antichi testi classici, ebbe per le mani nel 1499, una raccolta di epistole
greche, ad opera di Manunzio, famoso editore di Venezia: fu in quella preci-
sa circostanza che venne a conoscenza dello scrittore Teofilatto Simocatta,
storico bizantino del Settimo secolo d.C., ispiratore di un umanesimo che lo
aveva piacevolmente travolto durante l’italico soggiorno.
Il primo maggio del 1514 un professore dell’Università di Cracovia, nel
catalogare la propria biblioteca, elencò un «manoscritto di sei pagine
che espone la teoria di un autore il quale afferma che la Terra si muove
mentre il Sole è immobile». Questo manoscritto anonimo è senza dubbio
il Commentariolus, la prima breve stesura dell’astronomia geodinamica ed
eliostatica di Copernico, da cui egli deliberatamente soppresse il proprio
nome come autore a causa del danno potenziale che ne sarebbe derivato
dalla divulgazione di una cosmologia rivoluzionaria.
Niccolò continuava, imperterrito, a osservare il cielo: poiché però nelle
sue Rivoluzioni cita solo un numero relativamente ristretto di osservazio-
ni, se ne trae l’errata convinzione che si dedicasse ben poco a tale pratica
contemplativa. Egli viveva in un periodo in cui gli astronomi non pubblica-
vano tutte le loro osservazioni, ma selezionavano invece quelle decisive al
determinare i punti critici di un’orbita. Degli appunti di Copernico rimane
solo una frazione trascurabile, per lo più nei margini dei libri della sua pic-
cola biblioteca. Nonostante ciò, con un così limitato materiale e tre sem-
plici strumenti di osservazione che si era costruito con le proprie mani,
Niccolò pose le basi della moderna astronomia.
Allo stesso modo in cui pose in circolazione il suo Commentariolus, solo
sotto forma di manoscritto tra i pochi e veramente fidati amici, così ora egli
desiderava pubblicare le tabelle astronomiche risultanti dai calcoli e dalle
osservazioni che aveva eseguite, ma non le deduzioni che le stesse racchiu-
devano. Questo limitato modo di vedere, che anteponeva la sicurezza perso-
nale al progresso dell’umana conoscenza dell’universo fisico, fu bruscamente
ridimensionato dalla comparsa sul palcoscenico scientifico del tempo, di un
giovane ed entusiasta professore di matematica: Rheticus. Avendo inteso gli
echi delle nuove idee dottrinali di Copernico, Rheticus decise di apprenderle
dal vecchio maestro in persona. Dove tutti i precedenti sforzi per persuadere
Copernico alla pubblicazione di un libro erano falliti, Rheticus riuscì.
Una prima relazione, Narratio prima, sull’astronomia copernicana, rapi-
damente completata il 23 settembre del 1539, venne da lui pubblicata a
19
Geni del Passato

Danzica nei primi del 1540. Quando Copernico vide che nessuna reazione
violenta fece seguito alla pubblicazione del discepolo, permise allo stesso
di fare una copia del suo caro manoscritto per poi pubblicarlo, anticipan-
done però la prima parte sulla trigonometria, nel 1542 a Wittenberg; l’inte-
ra De revolutionibus orbium coelestium fu pubblicata ufficialmente nel 1543
a Norimberga. Strano a dirsi, nel frattempo, il giovine discepolo di From-
bork, Rheticus, si ammalò gravemente, a tal punto da poter avere solo il
tempo di tenere tra le mani una prima copia del suddetto capolavoro.

Sotto il “segno dell’Acquario”


Come Galileo, come Volta, come Leon Battista Alberti, come Mozart:
anche Niccolò apparteneva al segno dell’Acquario, ad esso fedele nel
rappresentarne tanto nei contorni che nei contenuti quella avanguardia
di frontiera capace di distruggere i costrutti vigenti a favore della intro-
duzione delle nuove istanze. Una precettistica nuova che, nel più totale
fermento, premeva per prendersi quello spazio che era nei suoi destini.
Il paradigma del nuovo mutava la direzione dei venti: le vetuste conce-
zioni tolemaiche erano giunte a conclusione. Serviva solo una spinta pro-
pulsiva, degna virtù esclusiva di quelle anime eccelse che sapevano rico-
noscerla. In questo Copernico era un vero e autentico Acquario, portatore
di quel rinnovamento che sapeva attuarsi solo dopo aver pensionato una
filosofia che aveva dimostrato tutti i suoi limiti.
Come Caronte, sul fiume Acheronte, Copernico traghettava la sua epoca
verso un nuovo orizzonte. Che Galileo, qualche decennio appresso, avreb-
be ufficialmente consacrato.

20
Galileo Galilei:
grande genio italiano

C orreva l’anno 1604 quando, il 9 di ottobre, Ilario Altobelli, marchigiano


e maceratese di nascita, ordinato sacerdote nel 1585, volgendo al cielo
il proprio sguardo, alla maniera acuta e attenta tipica del bravo astronomo
qual era, fu tra i primi a scorgere la Supernova SN 1604 (battezzata poi
Supernova di Keplero).
Evento epocale questo: uno “scoppio” di una potenza inaudita, a tal
punto da poter essere visto a occhio nudo, pur essendosi verificato a
distanze enormi. Prontamente informò l’illustre collega il quale, in sog-
giorno a Padova per motivi di docenza, subitamente ne raccolse la segna-
lazione per fondarne tre lezioni che terrà, pur non senza aspre critiche,
presso l’ateneo in cui esercitava le proprie funzioni: sì, proprio lui, Galileo
Galilei (1564-1642).

Galileo fondatore del metodo induttivo-deduttivo


Nato a Pisa, è a tutt’oggi ritenuto il  fondatore della moderna scienza
sperimentale, fondata sul metodo induttivo-deduttivo, e creatore di quel-
la corrente di pensiero, vento in poppa stesso del galeone della fisica, per
21
Geni del Passato

la quale l’indipendenza della scienza da ogni ideologia altro non è se non la


condizione imprescindibile per una corretta e imparziale ricerca veritiera.
La storia è testimone implacabile di quanto lo scienziato dovette pagare
salato, sia in termini morali che umani, il prezzo delle proprie convinzioni,
di fronte a una santa Inquisizione che, di mutare i propri paradigmi aristo-
telici, non ne voleva davvero sapere.
Galileo nasce da Vincenzo Galilei, musicista e commerciante, e Giulia
Ammannati, originaria di Pescia in provincia di Pistoia. Nel 1581, il giovane
venne immatricolato dal padre alla Università di Pisa nella facoltà di medi-
cina, con la speranza e l’aspettativa che potesse emulare un omonimo
antenato, medico illustre e personaggio di spicco della mondanità pisana.
Egli però non dimostra quell’interesse e quella passione tanto auspicati
in esordio, a tal punto da non ultimarne nemmeno il percorso formativo.
In parallelo alla cessazione dei mai ultimati studi medici, Galileo cominciò
a occuparsi di matematica sotto la supervisione di un caro e dotto amico di
famiglia: Ostilio Ricci, a sua volta discepolo dell’insigne Niccolò Tartaglia. Nel
1589 il granduca di Toscana, Ferdinando I, assegnò a Galileo la cattedra di
matematica all’Università di Pisa, presso la quale resterà fino al 1592, anno
nel quale otterrà collocazione meglio retribuita all’Università di Padova.
Ispirato da quel propizio clima di fervido fermento culturale, a tal punto
da definire nel 1640 i suoi 18 anni trascorsi a Padova come i “più belli della
propria vita”, allacciò diverse amicizie che furono assai feconde dal punto
di vista della produzione scientifica: le ricerche sullo studio del moto subi-
rono notevoli progressi, come fecero un deciso balzo in avanti le sue con-
cezioni astronomiche che lo vedevano sempre più convintamente schie-
rato a favore del sistema copernicano come modello di descrizione fedele
del sistema solare (nonostante fosse tenuto, nei propri corsi, a illustrare il
sistema tolemaico, o geocentrico).

Nasce il telescopio
Nel 1609 Galileo venne a conoscenza che modesti occhialai olandesi
avevano costruito un “occhiale” capace di rendere visibili gli oggetti lon-
tani e, avendone avuto qualche esemplare per le mani, ne intuì subito le
formidabili implicazioni. Migliorandone le performance grazie a interven-
ti mirati, si convinse a puntarlo verso il cielo: giunse così tra il 1609 e il

22
Capitolo I | Per riflettere...

1610 alle prime famose osservazioni astronomiche delle quali darà notizia
nel Sidereus nuncius, pubblicato il 12 marzo del 1610.
Nell’opera, Galileo aveva voluto esprimere la propria devozione verso i
granduchi di Toscana, denominando “pianeti medicei” i quattro satelliti di
Giove da lui scoperti. Le autorità romane, che da tempo osservavano con
attenzione e sospetto l’attività dello scienziato pisano, sollecitate in parti-
colar modo dall’ordine dei frati domenicani, si opposero con veemenza al
suo operato, condannandolo nel 1616.
Tuttavia Galileo, incoraggiato dal successo di una pubblicazione del
1623,  Il saggiatore, non “deporrà le armi” e, rinfrancato dalle caute sim-
patie di papa Urbano VIII, si accinse a riprendere i propri studi eliocentrici.
Purtroppo,  il vento dei destini propizi era destinato a mutare: correnti
conservatrici avverse alle nuove idee progressiste presero il sopravvento
in seno alle aule vaticane, determinando in tal modo un ritorno a posizioni
ostili e di scomunica verso lo scienziato pisano. Galileo venne convocato a
Roma e accusato formalmente di aver ottenuto con l’inganno l’imprima-
tur avendo dolosamente taciuto la diffida ricevuta nel 1616 dal cardinale
Bellarmino.
Il processo per “sospizione di eresia” terminò il 22 giugno del 1633, con
l’abiura di Galileo e la sua condanna al carcere formale (che venne commu-
tata in un “confinamento” presso l’ambasciata di Trinità dei Monti), oltre-
ché alcune “penitenze salutari”, che lo obbligavano, per la durata di tre
anni, a recitare una volta a settimana le orazioni penitenziali.
Le ripercussioni umorali degli infausti eventi, unite alla prematura
scomparsa della figlia Virginia, segnarono fortemente lo spirito del Galilei
il quale, tuttavia, con indicibile tenacia, trovò nell’animo quegli stimoli e
quell’orgoglio necessari alla continuazione della sua opera. Riprendendo
gli studi giovanili sul moto, concluse la stesura dei Discorsi e dimostrazio-
ni matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti alla meccanica e ia
movimenti locali. Correva l’anno 1638. Questa opera, che costituisce a
pieno titolo il capolavoro di Galileo, è scritta in forma dialogica, alla stre-
gua della stessa modalità adottata dai protagonisti del Dialogo sui massimi
sistemi.
La salute del genio pisano andava però peggiorando: nel 1637 perse defi-
nitivamente la vista e passò da un acciacco della senilità all’altro, subendo
notevoli contraccolpi sul piano psicologico. Ma Galileo, da buon toscano
verace, aveva la pellaccia dura: la cagionevole condizione di salute non gli

23
Geni del Passato

impedì di intrattenersi in fitti rapporti epistolari con numerosi scienziati


italiani e stranieri, dibattendo con immutato acume in merito ai più dispa-
rati quesiti scientifici. Nel 1639 venne autorizzato ad accogliere il giovane
Vincenzo Viviani, anch’egli matematico e astronomo in divenire, il quale lo
assisterà con premura e affetto fino alla morte.

Da astronomo ad “astrologo”
Forse non tutti sanno che Galileo era anche astrologo. Sì, avete letto
bene, astrologo. Tant’è che, alla notizia dell’apparizione della supernova
(comunicatagli come già detto in esordio da Altobelli), seppe cogliere quel
dilagante sconcerto popolare frutto senza dubbio di quanto apparso nei
cieli: al prezzo di 60 lire venete, non dimentichiamo che al tempo era attivo
presso il suo soggiorno padovano, su commissione redasse diversi temi
natali tra i quali, così vuole la cronaca, ci fosse anche il proprio.
La sua fama come autore di carte oroscopiche personali fu a tal punto
riconosciuta che persino eminenze prestigiose si rivolsero al suo cospet-
to in cambio di pagamenti sostanziosi. Principi, cardinali ed esponenti del
patriziato veneto, addirittura personaggi di spicco dell’epoca quali Sagre-
do, Sarpi e Morosini. Scambiò inoltre lettere con l’astrologo del granduca,
Raffaello Gualterotti e, secondo per ordine cronologico ma non per impor-
tanza, con tal Ottavio Brenzoni, autorevole esperto veronese in materia
astrologica. Il fatto stesso che Galileo si dedicasse a questa disciplina indi-
pendentemente dai compensi conseguiti grazie ad essa, è chiaro indice
di una sua voluta e decisa attribuzione di valore a questa materia. Per di
più, già nel 1604, lo scienziato pisano venne tacciato di eresia dal tribunale
padovano della santa Inquisizione, per causa di una “denunzia” subita da
un collaboratore, il quale lo aveva esplicitamente accusato di aver redatto
oroscopi e di aver, al contempo, apertamente sostenuto quanto “gli astri
determinassero le scelte umane”.

Sotto il “segno dell’Acquario”


Era nato il 5 di febbraio Galileo, sotto il segno dell’Acquario. Sono con-
vinto, davvero convinto, che nessuno come lui sappia, a proprio modo,
rappresentare il meglio delle qualità tipiche del segno, inteso in senso
24
Capitolo I | Per riflettere...

ideale e astratto (senza quindi riferirsi alla contestualizzazione della carta


natale, con le conseguenti reciprocità derivanti dall’interazione con i vicen-
devoli aspetti planetari). Innovativo, lungimirante, avverso alle strutture
vetuste e prestabilite, dotato di un innato senso di umanità e tolleran-
za. Tutto questo era Galileo: un uomo che ha saputo valicare i confini del
tempo, portatore di una attualità mai tramontata
Urano, pianeta governatore di Acquario, venne scoperto nel marzo del
1781 per merito di William Herschel: fu il primo pianeta scoperto grazie a
un telescopio. Mi piacerebbe sapere se il pensiero di William, nel mentre
scrutava, abbia mai indugiato sull’anno 1609… proprio l’anno in cui Galile-
o,l’ideatore del telescopio, decideva di volgere per la prima volta l’innova-
tivo strumento in direzione della volta celeste.

25
Capitolo II

Per ricordare…
Ricordare la grandezza dell’intuizione fusa
al pragmatismo del realizzare.
Brocchi, Barsanti, Venturi, Betti, Hall, Barnard.
Un grande geologo italiano:
Giovanni Battista Brocchi

N el  1772, a Bassano del Grappa (Vicenza), nasceva Giovanni Battista


Brocchi, geologo rinomato e di fama conclamata, senza dubbio tra i
maggiori esperti in geologia del XVIII secolo: numerose furono le sue pro-
duzioni di notevole interesse scientifico fra le quali spicca un modello di
monografia paleontologica. Compì i primi studi scolastici nel paese di ori-
gine, per poi proseguirli al Dipartimento universitario di Padova, presso
le facoltà di Giurisprudenza e Teologia. Il suo interesse però, quello vero,
verteva sulle scienze della natura e, in maniera particolare, sulla geologia,
verso la quale direzionò i propri sforzi e i propri impegni in modo presso-
ché costante. Fece sua la vita ecclesiastica e fu professore di storia natu-
rale al liceo di Brescia dal 1801 al 1808. Sulla scia delle correnti ideologiche
portate dalle armate francesi in Italia, prese parte attiva alla vita culturale
e civica essendo nominato nel 1808 ispettore delle miniere del Regno d’I-
talia, incarico che ricoprì fino al 1813, in corrispondenza dello scioglimento
dell’ente in seguito a vicende politiche. Viaggiò per tutta l’Italia, giungen-
do persino in Sicilia tra il 1815 e il 1821.

27
Geni del Passato

Anche l’Egitto fu sua meta, come destinazione diretta su invito formale


del viceré, con l’obiettivo di cercare miniere utili allo Stato per poi dirigerne
gli aspetti cantieristici; fu il primo geologo a visitare sistematicamente la
vasta regione. Su suggerimento di varie accademie, alle quali aveva comu-
nicato in ordine al suo viaggio e alle sue nuove incombenze, si propose di
raccogliere osservazioni non solo di geologia, ma anche di carattere zoolo-
gico e botanico. Visitò anche la Siria, sempre all’interno di questo progetto
di perlustrazione a fini minerari.
Nel 1826, sempre su mandato ufficiale, giunse in Senaar, regione mediorien-
tale, zona in cui rimase vittima di vari disagi e del clima, morendo a Kartum per
motivazioni tutt’ora ignote e sulle quali non venne mai fatta luce definitiva-
mente (si vociferava di assassinio, ma la cosa rimane avvolta nel mistero).

Dalla mineralogia alla paleontologia,


alla zoologia, alla botanica
La sua attività scientifica, come accennato in esordio, era e rimane di note-
vole rilevanza: vasta e di grande interesse, lo portò a descrivere le miniere e
la struttura geologica prima del bresciano nel Trattato mineralogico e chimico
sulle miniere di ferro del dipartimento del Mella, nel 1806, e in seguito della
valle di Fassa nella Memoria mineralogica sulla valle di Fassa nel Tirolo (1811).
Emerge, in questi primi lavori, la sua ispirazione alle precedenti convinzioni
nettuniste imperanti, per le quali si era soliti associare all’acqua il luogo di
formazione di tutte le rocce. Dopo la visita alle regioni vulcaniche di Lazio, del
Vesuvio e dell’Etna, aderì alle interpretazioni plutoniste, ovvero alla conce-
zione di origine ignea (dal fuoco) delle rocce, oggi chiamate “eruttive”. Nel
campo delle formazioni vulcaniche non possono non essere ricordati due suoi
lavori straordinari: il Catalogo ragionato di una raccolta di rocce, disposta per
ordine geografico (Milano, 1817) e Sullo stato fisico del suolo di Roma (Roma,
1820). Nel secondo descrisse in dettaglio le formazioni piroclastiche (materia-
le eruttivo dai vulcani) e laviche su cui è costruita la città capitale.

Le osservazioni geologiche sugli Appennini


e zone adiacenti
L’opera sua principale però, rimane Conchiologia fossile subapennina (in
2 volumi, Milano, 1814), modello esatto di monografia paleontologica,
28
Capitolo II | Per ricordare...

nel quale descrive e classifica, con minuzia di particolare, i fossili terziari


dei margini interno ed esterno dell’Appennino padano e toscano, aven-
done costituita una vastissima raccolta (conservata oggi al Museo civico
di Storia naturale di Milano). Essa [l’opera] pone i fossili in rapporto con
le formazioni che li contengono, il territorio dunque, e tratta in relazione
all’estinzione delle specie respingendo al mittente le idee catastrofiste e
apocalittiche per spiegare la successione delle faune nelle ere geologiche.
Nella premessa al primo volume, delinea anche una pregevole storia della
geologia, dal titolo:  Discorso sui progressi dello studio della conchiologia
fossile in Italia.
Le preziosissime annotazioni e osservazioni diligentemente raccolte e
catalogate durante il soggiorno egiziano, vennero pubblicate postume
nell’opera Viaggi in Egitto, a cura di A. Roberti; ma questo solamente dopo
un lungo susseguirsi di alterne questioni di proprietà, che avevano visto il
Governo egiziano rivendicarne i diritti di possesso allo scopo di riservarsi i
vantaggi conseguenti alle scoperte minerarie.

29
Eugenio Barsanti e l’invenzione
del motore a scoppio

L a Toscana, regione nobile, è da sempre terra madre di menti illustri, a tal


punto gravida da farne risultare futile qualsivoglia elenco dimostrativo:
basti pensare a Dante, Margherita Hack, Leonardo, Michelangelo, Masac-
cio, Caterina da Siena, per citarne alcuni. Ebbene sì, anche Eugenio Barsan-
ti (1821-1864) possiede natali toscani, del lucchese per la precisione: fisico
e matematico, forse un pelo meno noto ai più, ma non per questo in minor
misura annoverabile tra i più importanti pensatori scientifici italiani.
A buon diritto è ritenuto l’inventore del motore a scoppio: vediamo il per-
ché. Nato a Pietrasanta, stesso comune nel quale compì i primi studi, fre-
quentò l’istituto dei Padri Scolopi presso il quale, abbracciando quell’auste-
ro rigore tipico dell’epoca, formò la sua prima erudizione, non certo indiffe-
rente ai venti del clima religioso ai quali era esposto. Le sue spiccate qualità
intellettuali emersero subito, a tal punto celeri che, non appena ventenne,
venne nominato professore di filosofia, fisica e matematica, presso l’istitu-
to Collegio San Michele di Volterra. Sull’onda logico-emotiva dell’esperienza
di Volta, la cui pistola tanto sconvolse l’opinione scientifica vigente, già dal
1843 gli venne l’idea di applicare come forza motrice l’espansione del miscu-
glio tonante idrogeno-aria fatto esplodere a mezzo di scintilla elettrica.

30
Capitolo II | Per ricordare...

Il “sacerdote-inventore”
Era chiaro nella mente di Eugenio, fin dalle prime intuizioni di carattere
prettamente deduttivo, l’equivalenza tra energia termica ed energia mecca-
nica: trasposizione in acuto del principio di Mayer (principio di conservazio-
ne dell’energia), uno dei cardini fondamentali della termodinamica. Padre
Barsanti, perché l’abito talare aveva voluto indossare, aveva cercato di rea-
lizzare un apparecchio finalizzato alla regolazione della violenza esplosiva:
non solo, in questo contesto, cercare di valutare quali effetti avrebbe avuto
sul processo una eventuale sottrazione controllata di calore. Il problema
non era solamente di carattere fisico-chimico, ma anche e soprattutto di
natura meccanica, poiché riguardava il concepire un meccanismo capace di
rinnovare l’introduzione e l’accensione del miscuglio tonante, oltre che di
svincolare lo stantuffo nella corsa di andata in modo da lasciarlo libero di
spingersi verso l’alto sotto l’effetto dell’esplosione, e di ricollegarlo cinema-
ticamente con prontezza e stabilità all’asse motore nella corsa di ritorno.

Nasce il primo brevetto di “motore a scoppio”


Si ha notizia dalla cronaca che, nel 1856, un motore Barsanti funzionava
presso le Officine della Ferrovia Maria Antonia di Firenze, efficace nell’azio-
nare una cesoia e un trapano, esempio primo di applicazione concreta del
motore a scoppio a gestione di macchine utensili. Eugenio, incoraggiato dai
risultati raggiunti, e mosso da precisa volontà di perfezionamento, si associò
a un esperto e capace meccanico del tempo: G.B. Babacci. Costui suggerì
alcune interessanti modifiche, le quali sortirono un secondo brevetto: veni-
va contemplato l’utilizzo di due stantuffi contrapposti con camera di scoppio
intermedia. L’idea dei due cilindri contrapposti venne poi ripresa in seconda
battuta da H. Junkers, soluzione che vedrà innumerevoli applicazioni, anche
odierne. Una delle maggiori preoccupazioni di Bersanti rimaneva però quel-
la di prevedere conseguenze di esplosioni troppo violente, timore del tutto
allineato con le paure che percuotevano gli animi scientifici del dopoguer-
ra, alle prese con i primi maldestri tentativi di sperimentazione atomica. La
costruzione del nuovo brevetto venne affidata alle Officine Bauer-Elvetica di
Milano, le stesse che in seguito prenderanno il nome di Officine Breda. 
Sul più bello, ma proprio sul più bello, Eugenio venne informato che in
Francia stava facendosi largo l’utilizzo del motore Lenoir, il cui principio di
31
Geni del Passato

funzionamento presentava caratteristiche assai affini a quelle dei motori


provati in Italia. Decise allora di far “scongelare” il memoriale depositato
presso l’Accademia dei Georgofili, e farlo pubblicare (rapporto nel quale si
suggellavano le 4 metodologie di trasformazione del moto istantaneo deto-
nante, in moto controllato uniforme). Effettuò inoltre una relazione di col-
laudo sopra un esemplare di motore erogante una potenza di 4 CV, visionata
e convalidata da una commissione di tecnici dell’Istituto lombardo. Venne-
ro perciò resi noti i primi dati empirici riferiti a consumo e rendimento. La
stessa commissione di valutazione si occupò di un confronto diretto con il
motore Lenoir, tramite raffronto a banco, pronunciandosi a totale favore
del brevetto di padre Barsanti, sottoscrivendone a tal conferma i considere-
volmente ridotti consumi di gas rispetto al modello d’oltralpe.
Il successo stava davvero per arridere quando, la notte tra il 18 e il 19
aprile 1864, Eugenio colto da febbre improvvisa e virulenta disse addio
alla vita terrena, assistito dal fratello. Nel 1867 al salone dell’esposizione di
Parigi, N. Otto ed E. Langen otterranno il primo premio per un motore che
interpretava fedelmente i princìpi di funzionamento e riproduceva molti
degli accorgimenti tecnici già avvalorati da padre Eugenio. Nel 1882 Otto
veniva insignito della laurea ad honorem per “aver inventato un motore
che porta il suo nome”. Eugenio, seppur spirato a miglior vita, avrà certa-
mente reclamato il proprio giusto tributo, dall’alto di quella meritocrazia
bersagliera che da sempre lo aveva visto in prima linea.

Sotto il “segno della Bilancia”


Era nato il 12 di ottobre Barsanti, a Pietrasanta di Lucca, come già
visto:  sotto il segno della Bilancia, secondo decano, nel cuore del mese
ottobrino di poco distante da quel 19 aprile che lo vide spirare. L’astrologia ci
dice che il segno della Bilancia è segno di aria governato dal pianeta Venere,
unito e “accomunato” nei propri “destini” astrologici dai compagni d’ele-
mento, Gemelli e Acquario, e di governatore, Toro. Non nego quanto m’ab-
bia strappato un sorriso il notare come, ironico intreccio di destini, sia facile
collegare l’elemento di appartenenza del segno, a uno dei componenti del
miscuglio detonante: idrogeno e aria, appunto. Sì, l’aria, nella sua inafferra-
bile impalpabilità, così concretamente collante nella vita di un uomo geniale
nato in Toscana. Chissà cosa avrà pensato quando, preda di uno dei tanti
insuccessi di laboratorio, avrà desiderato di mandare tutto… all’aria.
32
Il fisico Giovanni Battista Venturi

P roprio l’11 di settembre del 1746, la città di Reggio Emilia diede i natali a Gio-


vanni Battista Venturi, il celebre fisico, ingegnere e storico scientifico.

Grande studioso e appassionato di Leonardo da Vinci


Fu ordinato sacerdote nel 1769 in contemporanea all’inizio dell’insegna-
mento di logica presso il seminario di Reggio Emilia. Tra il 1774 e il 1776
iniziò i propri studi in merito a geometria e fisica, ottenendo per di più la
cattedra presso l’Università di Modena. Nel 1796 il duca di Modena lo inviò
a Parigi come segretario di delegazione: Venturi approfittò di quel soggior-
no, lungo più di un anno, per stringere amicizia con molti scienziati francesi
e frequentare la biblioteca nazionale, nella quale erano custoditi i mano-
scritti vinciani trasferiti dalla biblioteca Ambrosiana di Milano. I preziosi
documenti costituirono il terreno fertile dal quale trasse origine la famosa
opera di Giovanni, pubblicata nel 1797,  Essai sur les ouvrages phsyco-ma-
thématiques de Léonard de Vinci, avec des fragmens tirés de ses manuscrits
apportés de l’Italie. Il saggio rivelava, tra le meraviglie e le incredulità dei
contemporanei, gli studi scientifici di  Leonardo da Vinci, rimasti sino ad
33
Geni del Passato

allora ignorati e tacitamente non divulgati: ne scaturirono, in tutta la loro


forza, la reale portata, magnificenza e grandiosità oltre che la vastità.

Il tubo di Venturi o venturimetro


Nel fervido clima scientifico francese, Venturi redasse un volumetto
dal titolo Recherches expérimentales sur le principe de la communication
lateràle du mouvement dans les fluides appliqué à l’explication de différent
phénomenès hydrauliques, che costituisce la sua maggiore benemerenza
verso la fisica. Vi sono descritti esperimenti di foronomia (branca dell’i-
draulica che studia le leggi d’efflusso dei liquidi attraverso aperture appli-
cate sul fondo o pareti di recipienti), gran parte dei quali erano già stati in
precedenza condotti nel 1791 presso l’anfiteatro di Modena. In particolare
viene evidenziato che una diminuzione di sezione in un condotto percorso
da un fluido in moto permanente provoca un aumento di velocità e una
corrispondente diminuzione della pressione locale, onde è possibile per
mezzo della variazione di pressione in un tubo opportunamente sagomato
(detto, appunto, Tubo di Venturi o venturimetro) misurare la portata dei
fluidi in condotte forzate. Venturi studiò inoltre il moto dell’acqua in tubi
con geometria “a gomito”, sinuosi, di sezione variabile e applicò i risultati
scaturiti da tali ricerche al moto spontaneo dell’acqua nei letti dei fiumi. Gli
ultimi anni di vita di Giovanni furono caratterizzati da una febbrile attività,
con numerosissimi lavori di carattere storico dal timbro colto ed erudito.
Nel 1814 pubblicò un trattato di storia dell’ottica antica e medioevale, al
quale seguirono una storia dell’artiglieria, una memoria di geologia e una
raccolta di poesie di M.M. Boiardo (poeta e letterato emiliano del XV seco-
lo). Si spense nel 1822 a Reggio Emilia, Giovanni.
Non possiamo non ricordare a suo onore e valore la raccolta in due volu-
mi dal titolo Memorie e lettere inedite finora dispere di Galileo Galilei, ordi-
nate e illustrate con annotazioni, opera di valore straordinario che ebbe il
merito di mettere in luce materiale inedito dello scienziato pisano, in parti-
colare uno dei trattati sulle fortificazioni.

34
Enrico Betti:
storia di un matematico italiano

È proprio nel cuore del pieno Risorgimento che vide la luce un’opera di
forte impatto culturale. Nella culla del fermento politico e sociale dell’e-
poca, all’ombra delle tensioni sociali che percorsero la penisola italica,
ecco porsi sullo sfondo di tutto ciò un volume che, con grande efficacia,
seppe riassumere e fondere i caratteri “calienti” del periodo alle passioni
per le scienze matematiche, fino anche alle pulsioni dei sentori politici. Il
carteggio di Betti-Tardy (1850-1891), volume prezioso, raccoglie le 128 lette-
re corrisposte tra Enrico Betti (Pistoia 21 ottobre 1823 - Stibbiolo a Soiana
1892), matematico illustre dell’Ottocento italiano, direttore della Scuola
Normale Superiore di Pisa e senatore del Regno, e Placido Tardy, anch’egli
appassionato e talentuoso matematico, Rettore della Università di Geno-
va. Era nato a Pistoia Enrico, da una famiglia originaria di Tobbiano, paese
sito nell’Appennino pistoiese.

35
Geni del Passato

Nasce la rivista «Annali di matematica pura e


applicata»
Nei suoi primi anni di attività Betti si occupò principalmente di confe-
rire basi solide alle teoria generale delle equazioni algebriche, comple-
tando ed esaurendo le dimostrazioni dei famosi teoremi enunciati da
E. Galois (matematico francese, 1811-1832). Nelle sue memorie, prodotto
diretto di sottili elucubrazioni, in ordine alle funzioni ellittiche (periodo
1862), compare per la prima volta la scomposizione di una funzione intera
in fattori primari o semplici, che dir si voglia. Nel 1858, assieme a colleghi
affiatati e intraprendenti, diede alla luce la rivista «Annali di matematica
pura e applicata», celebre per essere il primo periodico di matematica in
Italia (tutt’ora esistente). Passato il 1862, Enrico si occupò in prevalenza
di Fisica matematica, soprattutto in relazione agli influssi di B. Riemann
(matematico e fisico tedesco, 1826-1866) che, tra l’altro, ebbe il piacere e
l’occasione di incontrare personalmente a Pisa nel 1863. Enrico applicò i
suoi studi forsennati anche alle equazioni del calore e alla teoria del poten-
ziale alla quale dedicò un’opera, in secondo momento resa anche in tede-
sco, dal titolo Teoria delle forze newtoniane e sue applicazioni, pubblicata
nel 1879.

I “numeri di Betti”
Il suo fondamentale contributo alla questione dell’integrazione delle
equazioni dell’equilibrio elastico di un corpo omogeneo e isotropo (stes-
se proprietà), sortirà una sorta di spartiacque, un passaggio dai metodi
“antichi” a quelli più moderni, attuali e aggiornati. Traendo ancora ispira-
zione dalle riflessioni di Riemann, Betti pubblicò, nel 1871, un’altra opera
dal titolo Sopra gli spazi di un numero qualsivoglia di dimensioni, nella quale
viene introdotta, indagata e studiata la nozione generale di “connessione
generale per una varietà a n dimensioni”. Quest’ultima è collegata a certi
numeri interi che, nel 1892, J.H. Poincaré (matematico, fisico e filosofo
francese, 1854-1912) battezzò “numeri di Betti” (terminologia poi adotta-
ta dall’accezione comune). Lo stesso Poincaré, in un secondo momento,
non esitò ad attribuire all’opera del matematico pistoiese tutti gli onori
che le spettavano, formalizzando tali riconoscimenti nella frase: «Questo
ramo della scienza, l’analysis situs – la moderna topologia – è stato fin qui
36
Capitolo II | Per ricordare...

poco coltivato. Dopo Riemann è venuto Betti che ha introdotto alcune


nozioni fondamentali. Ma Betti non è stato seguito da nessuno».
Fu solo dopo la sua morte che comparvero i lavori del celebre mate-
matico d’oltralpe, il quale, per sentita gratitudine, volle corrispondergli gli
onori che meritava, portando all’attenzione del grande pubblico scientifi-
co i numeri di Betti. Enrico Betti si occupò, inoltre, di dotare l’Italia di testi
di indubbio e autentico valore per l’insegnamento nelle scuole secondarie:
ne traspare per questo l’importante e decisivo contributo tanto in ambi-
to didattico quanto pedagogico. A tale fine tradusse e annotò l’algebra
elementare di J.L. Bertrand (1822-1900) e pubblicò una edizione scolastica
(1867) degli Elementi di Euclide.

37
Edwin Hebert Hall: tra fisica
classica e fisica quantistica

L’ espressione solo in apparenza corrucciata sottolinea ancor più uno


sguardo vispo, penetrante e intelligente. Condizione certo agevolata
dal bianco e nero che, per sua stessa natura, favorisce la rarefatta atmo-
sfera retrò che si respira osservandone il ritratto. Baffo spiovente men che
meno garibaldino, più prossimo a una spettinata criniera cavallina, sullo
sfondo di una lieve tensione del volto verso sinistra. Questa immagine
di Edwin Herbert Hall (1855-1938) mi ha da subito colpito: una stranissima
staticità del ritratto si opponeva freneticamente alla dinamicità dei parti-
colari del somatico visuale. Connubio strano, o tantomeno inusuale, capa-
ce di solleticare la fantasia del cronista di turno, nel momento in cui si trova
a indugiare con lo sguardo sopra l’effigie del fisico statunitense. 

L’“effetto Hall”
Hall effettuò la sua scoperta principale − l’effetto Hall  − solamente suc-
cessivamente l’aver vagliato e studiato attentamente il concetto di Maxwell
della forza ponderomotrice esercitata su un conduttore percorso da corren-
te. Dopo aver indagato per proprio conto su tale questione, il fisico statu-
38
Capitolo II | Per ricordare...

nitense dimostrò una relazione empirica tra il vettore densità di corrente


elettrica, la forza del campo magnetico e il vettore del campo elettrico.
Sostanzialmente, l’effetto Hall, consiste nella formazione di una diffe-
renza di potenziale (chiamato potenziale di Hall, appunto) tra le opposte
facce di un conduttore elettrico; tale differenza è attribuibile a un campo
magnetico che si pone perpendicolarmente rispetto al flusso della cor-
rente elettrica. Un esempio di applicazione pratica del suddetto principio,
riguarda il caso delle pinze amperometriche: esse possono rilevare, quin-
di misurare, l’intensità di corrente che scorre in un conduttore senza la
necessità di posizionare lo strumento di misurazione in serie, perciò senza
interrompere o spegnere il circuito. 
Altri quattro scienziati avevano riscontrato relazioni simili includendo
il vettore densità di corrente di calore e il gradiente di temperatura tra
la scelta delle variabili. La costanza e la tenacia di Hall lo condussero alla
scoperta, dopo altri tre tentativi falliti da parte di Feilitzsch, G. Gore ed E.
Mach. Addirittura G.H. Wiedeman “provò” che questo effetto non poteva
esistere, e giunse a questa conclusione utilizzando attrezzature accomu-
nabili a quelle che portarono Hall al successo. Kelvin stesso affermò che
quella di Hall era «senz’altro la più grande scoperta […] per quanto riguar-
dava le proprietà elettriche dei metalli […] dal tempo di Faraday». L’effet-
to Hall domina praticamente tutte le ricerche effettuate da lui. È possibile
focalizzare tre fasi distinte nel suo lavoro:
•• 1880-1888, parecchie misure dell’effetto su molti metalli e nessu-
na pubblicazione tra il 1888 e il 1891;
•• 1891-1903, ricerche sulla conduttività del ferro e sulle macchine a
vapore stimolate dal desiderio di scrivere libri didattici sulla fisica;
•• 1904-1938, raccolta sistematica di dati termoelettrici culminanti in
un’originale teoria basata sopra una variante del ciclo di Carnot,
secondo la quale venivano prese in considerazione le forze elet-
trostatiche come pure l’argomento della trasmissione di calore.

Oltre la vecchia teoria dei quanti


Le ricerche a cui ci riferiamo al terzo punto furono descritte nel libro
conclusivo di Hall, intitolato A dual theory of conduction in metals (1938).
La dualità citata si riferiva sia al gas di elettroni liberi (che porta la maggior
39
Geni del Passato

parte della corrente elettrica in un conduttore metallico) sia agli elettroni


associati (che saltano da atomo ad atomo). Il gas coinvolgeva principal-
mente forze elettrostatiche a lungo raggio, mentre gli elettroni associati
generavano energia cinetica supplementare nella corrente, essendo forze
elettrostatiche a raggio breve.
Il modello termoelettrico di Hall forniva un’accurata valutazione dei
coefficienti di Nernst e Righi-Leduc, un fatto questo che superava le pos-
sibilità della vecchia teoria dei quanti. Anticipava anche l’importanza degli
ioni positivi nei fenomeni termoelettrici, un’affermazione che successiva-
mente venne incorporata nella meccanica ondulatoria. Comunque la ten-
denza moderna è quella di esplicitare il modello impiegato nella meccanica
statistica mentre la tecnica di Hall di utilizzare serie di potenze oscurava
il modello fisico sul quale la matematica era basata. D’altra parte, il fisico
americano trovò che spesso i suoi contemporanei lavoravano con docu-
mentazioni incomplete secondo i punti di vista moderni e provvide ad
apportare le proprie correzioni.
Era un grande lettore di quotidiani Hall, così come di riviste e classici. Si
conservò fisicamente in forma fino alla tarda età. Pensate che, addirittura
alla vetusta età di quasi 80 anni, Hall giocava regolarmente a golf. 

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Barnard Emerson:
il cognome di un astronomo,
il nome di una stella

N asceva il 16 dicembre 1857 Emerson Barnard, nel Tennessee. Ho osser-


vato con attenzione la foto in bianco e nero che lo ritrae appoggiato
a un grosso telescopio: una immagine comune, consueta, a tratti scon-
tata, se non fosse che, scrutandola con più scrupolo, se ne percepisce
una dimensione strana, non ordinaria, suggestiva. Non pare essere lui ad
appoggiarsi al telescopio, quanto il telescopio volere avvicinarsi a lui, come
in un sottile gioco di voluta riduzione delle distanze, due amici di vecchia
data che si cingono le spalle con goliardico affetto e spontanea complicità. 

Alla scoperta delle prime comete


Figlio di Reuben Barnard, venne chiamato Emerson per volontà della
madre, in onore dell’omonimo filosofo americano. Il padre morì prima
della sua nascita e questa infausta condizione fu la causa delle precarie
condizioni nelle quali fu costretto a vivere la propria infanzia, soprattutto
41
Geni del Passato

considerando il periodo delicato attraversato dalla nazione, a causa della


guerra civile. L’istruzione scolastica fu alquanto modesta e, all’età di soli
9 anni, iniziò a lavorare in uno studio fotografico di Nashville. Risparmiò
sui suoi alquanto magri guadagni finché, nel 1876, racimolò un gruzzoletto
sufficiente per comprarsi un telescopio da 5 pollici (12,5 cm) a montatura
equatoriale (per equatoriale si intende un sostegno che permetta, con un
unico movimento manuale o motorizzato, di seguire i movimenti apparen-
ti degli astri nel cielo) con il quale riuscì, nel 1881, a scoprire la sua prima
cometa. La sua diligenza venne altresì ricompensata quando, nello stesso
anno, gli fu assegnato un premio per aver scoperto un’altra cometa e aver-
ne comunicato le coordinate a L. Swift (1820-1913), specialista nel settore
e nello specifico segmento di ricerche, il quale lavorava presso l’osservato-
rio di Rochester, New York.
Un mese dopo aver reso noto la scoperta di una nuova cometa, nel
1883, Barnard osservò più di una dozzina di piccoli frammenti della gran-
de cometa del 1882. La dedizione e l’entusiasmo gli fruttarono l’offerta
di una borsa di studio all’Università di Vanderbilt di Nashville, dove poté
fare uso di un telescopio a montatura equatoriale di 6 pollici (15 cm) e
studiare matematica, fisica, chimica e lingue moderne. Nel 1887, anno
nel quale veniva pubblicato il suo primo lavoro scientifico Astronomische
Nachrichten’, ricevette un BS (laurea accademica per corsi della dura-
ta triennale o quinquennale) dall’Università di Vanderbilt. Quella stessa
estate gli veniva offerto un posto nel nuovo Lick Observatory dove iniziò
ufficialmente a lavorare due anni più tardi. Utilizzando un telescopio di 12
pollici (30 cm) cominciò a scoprire molte più comete e a misurarne accu-
ratamente le posizioni celesti con un micrometro a fili. Nel 1889 monitorò
l’eclisse del satellite di Saturno, Giapeto, da parte del sistema di anelli del
pianeta, osservazione che convalidò l’ipotesi che l’anello fosse pratica-
mente trasparente e composto da piccole particelle.
Le sue cognizioni e la lunga esperienza nel campo fotografico gli furono
di grande aiuto quando fotografò la Via Lattea facendo uso di un obietti-
vo da ritratti di 78 cm focale, montato su un telescopio equatoriale di 6,5
pollici (17 cm) di apertura. Le lunghe pose effettuate con questo apparec-
chio fotografico svelarono per la prima volta l’esistenza di immense nubi
stellari e risvegliarono l’interesse di tutto il mondo scientifico. A Emerson
si deve la prima scoperta fotografica di una cometa: proprio a un mese
esatto da un’altra sua scoperta, quella del V satellite di Giove, avvenuta nel
settembre del 1892, con un rifrattore da 36 pollici (90 cm). L’Académie des
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Capitolo II | Per ricordare...

Sciences di Parigi lo insignì della medaglia d’oro Lalande per aver rivelato
conseguito una scoperta di tale portata e tale rilevanza. Le sue fotografie
di comete mostrarono interessanti caratteristiche nelle code cometarie,
variazioni che le precedenti osservazioni a occhio nudo non avevano per-
messo di cogliere.
Tra le altre notevoli ricerche che egli effettuò durante gli otto anni tra-
scorsi all’osservatorio di Lick, figurarono le misure dei diametri planetari
e dell’ellitticità di Urano. Barnard continuò le sue osservazioni microme-
triche dei satelliti di Giove e Saturno e osservò in pianetino Eros durante
l’opposizione avvenuta nel 1900-1901. Le molteplici misure di quest’ultimo
si rivelarono di grande aiuto a H. Spencer Jones (1890-1960) nella deter-
minazione della parallasse (fenomeno di spostamento apparente di un
oggetto rispetto allo sfondo, conseguente alla modifica dell’angolo di
osservazione) solare all’opposizione successiva (1930-1931). Studiò pure
le variabili di ammasso e determinò le posizioni relative di novae (enormi
esplosioni stellari) con grande precisione, scoprendo nel corso di queste
ricerche dieci nuove variabili. Durante l’ultimo anno della sua vita, dedicò
le proprie residue energie allo studio delle regioni oscure della Via Lattea,
porzioni di universo nelle quali, evidentemente, è presente notevole quan-
tità di “materia assorbente”. Alcune fotografie furono più tardi incorpora-
te nell’Atlante della Via Lattea, completato postumo e pubblicato nel 1923
sotto i più sentiti auspici della Carnegie Institution di Washington. 

La stella Barnard
Un confronto tra una lastra presa nel 1916 e un’altra presa all’osservato-
rio di Lick nell’agosto del 1894, permise a Barnard di scoprire nella costella-
zione di Ofiuco una stella ad alta velocità, che proprio da lui prese il nome.
In conseguenza della morte della moglie avvenuta nel 1921, non avendo
figli Barnard stilò un testamento nel quale donava la sua casa all’Università
di Chicago, mentre i suoi libri, medaglie e premi allo Yerkes Observatory.
La sua ultima osservazione astronomica risultò essere quella relativa a una
occultazione del pianeta Venere, il 13 gennaio 1923, che osservò dalle fine-
stre della camera presso la quale scontava la propria malattia. Dai colleghi
leggiamo tanto di lui: essi amano ricordarlo come uomo mite, dal cuor gen-
tile e animo servizievole. Premuroso, tollerante, dall’indole individualista,
rimangono di lui il suo estro, la sua ostinata applicazione e l’innato senso di
43
Geni del Passato

rispetto per il prossimo. Mai fu docente né, tantomeno, mai obbligò chic-
chessia a seguire le sue orme. 

Sotto il segno del Capricorno


Coriaceo, determinato, pratico: Emerson, nato sotto il segno del Capri-
corno, riassumeva in maniera esemplare queste peculiarità del segno.
Nemmeno una infanzia amara, che gli impose di crescere anzitempo, lo
scoraggiò e depistò dai suoi propositi. Spesso scrutava Saturno, come
spesso osservava i suoi satelliti, alla ricerca di chissà quale elemento stu-
pefacente. Saturno governatore di Capricorno, simbolo e richiamo di quel
Sole Nero, antica allegoria di una divinazione antidiluviana.

44
Capitolo III

Per emozionare…
Emozionarsi con un tuffo nelle acque del passato,
navigando tra magia, mito, stelle ed energia.
Astrologia, Antico Egitto, Conte di Cagliostro,
Scienza e spiritualità, Energia orgonica.
Quando l’uomo ammirava il cielo:
breve storia dell’astrologia

G iorni, mesi, anni, secoli e millenni sono passati. Eppure, oggi come ieri,
ieri come oggi, il suo messaggio rimane attuale, attualissimo.
Quando l’uomo ammirava il cielo, vivo nel suo senso di stupore, forte
di una fascinazione che non conosce età, sapeva cogliere in quel gesto
così semplice e immediato, ma non per questo scontato e banale, tutta
la vibrante verità di una domanda antica almeno quanto lo fosse la sua
memoria: che senso ha la vita? E, ammesso debba averne, almeno per
come canonicamente lo intendiamo, è lecito pensare che abbia anche uno
scopo? Senso e scopo coincidono o divergono?
In soccorso del genere umano, sulle pagine di libri impolverati, sulle steli
di monumenti vetusti, sulle colonne di templi un tempo maestosi, vediamo
accorrere l’astrologia, arte tanto nobile quanto arcaica, essa stessa impre-
scindibilmente legata al cordone del tempo che vede susseguirsi le diverse
ere storiche. Astrologia e umanità, quale binomio indissolubile, viaggiano
insieme, come passeggeri di uno stesso compartimento, come compagni
del medesimo vagone trainato dal medesimo treno, percorrendo i bina-
ri del divenire antropologico. E come controllore l’umano agire, sempre
attento a valutare che il biglietto della consapevolezza e della bellezza
fosse puntualmente obliterato.

46
Capitolo III | Per emozionare...

Cos’è l’astrologia?
Difficile darne una definizione sintetica, poiché la dimensione stessa
e l’entità della suddetta disciplina non ne permettono una collocazione
univoca e determinata tanto sul piano epistemologico quanto su quello
ontologico.
Tuttavia, dopo ormai quasi trent’anni di studio “matto e disperatissi-
mo” (come direbbe Giacomo di Recanati), ho personalmente maturato
una descrizione di questa materia che, senza pretese di fedele e precisa
associazione identitaria, penso ne sottolinei, tutto sommato fedelmente,
le caratteristiche salienti.

Prima di sapere cosa essa sia,


dobbiamo intendere cosa essa non sia:
•• l’astrologia non è arte divinatoria, non intende perciò contem-
plare il futuro, lasciando ad altri la responsabilità di impugnare
delicati e pericolosi strumenti di suggestione, che deviano la ricer-
ca della verità dal suo cammino di seria affidabilità;
•• l’astrologia non è scienza deterministica, non pone quindi un
legame di necessaria causalità tra gli eventi che va indagando. Il
rapporto di esatto causa-effetto non le compete, avendo com-
preso che questa parte dell’umano investigare, seppur pregno di
concreti aspetti attendibili, la vincolerebbe solamente a una mise-
ra parte di uno spettro di ricerca molto più ampio.
Ora che abbiamo inteso cosa essa non sia, possiamo già restringere il
campo andando a convergere verso una direzione più mirata: l’astrologia
è, e rimane, una disciplina di studio dell’uomo che si avvale di un linguag-
gio simbolico-archetipico da tradurre e interpretare.
Forti di questo nuovo intendimento possiamo, ora, già guardarla con
occhi diversi: la sua nobiltà, la sua forza, la sua bellezza risiedono proprio
in questo, ovvero nello scopo solenne di perseguire valori dal forte impat-
to antropocentrico, intesi questi non secondo un’accezione egoicamente
piramidale, ma sul profilo di una ciclicità e di una circolarità che pongono
l’uomo su di un piano perfettamente paritario in ordine alla sacralità di
tutto il creato.

47
Geni del Passato

Armonia e verità attraverso l’uso di “simboli”


In questo l’astrologia si pone come  strumento oltre lo strumento: in
quanto portatrice di armonia e verità, supera la sua stessa natura di vei-
colo di ricerca, sublimandosi in un atto creativo di riunione e fusione di
molteplici discipline.
La mitologia ne è un formidabile esempio: attraverso le gesta degli eroi,
attraverso l’immenso patrimonio orale trasmesso, attraverso le figure e
i miti, l’astrologia trova terreno fertile per creare uno sposalizio, alche-
mico, tra i propri simboli e le valenze psicologiche, animiche e spirituali
racchiuse nei poemi e nei racconti. L’anima, che è in ciascuno di noi, crea
continuamente i simboli per potere esprimere dei contenuti interiori che
sicuramente non sarebbero manifestati, tanto risultano talvolta complessi
e misteriosi. Ritengo che la vita non potrebbe essere vissuta ed espres-
sa nella sua più intima profondità, anche inconscia, se non ci venissero in
soccorso proprio i simboli. Ed è con il loro ausilio che possiamo tradur-
re in linguaggio, quello che sentiamo dentro di noi. Il simbolo, dunque,
è l’immagine che ci facciamo di un contenuto interiore che trascende la
coscienza.  Nel caso dell’astrologia, il simbolo racchiuso nello zodiaco e
nei pianeti, come nelle case, è il punto d’incontro, la saldatura dominante
fra il mondo psicologico e spirituale dell’uomo (microcosmo) e l’universo
degli astri e del cielo (macrocosmo).  Il rapporto simbolico micro-macro
è in definitiva sempre una operazione umana, quindi appartenente alla
psicologia. È l’uomo che crea i simboli, è l’uomo che li fa vivere e dona
loro pulsazione: è l’uomo che attribuisce loro valore e significato sul piano
reale, psichico, metafisico e immaginifico.
Al pari dei testi sacri antichi, anche l’astrologia si presta a vari livelli di
approccio comprensivo: l’accesso alle sue verità si struttura secondo tre
gradini, uno letterale, uno simbolico e uno esoterico.
“La Natura si nasconde agli stolti, si mostra ai curiosi, si rivela ai saggi”.

Lo Zodiaco e i suoi 12 segni


La sua base è lo Zodiaco, espresso nel grandioso simbolo del cerchio,
il cui centro è l’ideale sorgente motrice perenne di tutte le energie vitali
che si espandono in un ciclo illimitato ed eterno (concezione tolemaica).

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Capitolo III | Per emozionare...

I dodici segni figuranti costituiscono i vari settori della ruota zodiacale. In


astronomia lo Zodiaco è una fascia che contiene l’eclittica del Sole e l’e-
quatore celeste (concezione copernicana).
Infinite sono le combinazioni tra i segni, così come altrettanto infinite
risultano essere le tipologie, le sfumature tracciate dallo studio del tema
oroscopico di base (lavoro certosino e impegnativo, attraverso il quale l’a-
strologo capace, grazie a una metodica seria e incisiva, riesce a risalire a
tutti gli aspetti caratteriali e psico-emotivi del soggetto che si approccia a
studiare. In questa procedura, importante è l’acquisizione dei parametri
celesti del soggetto, per mezzo della consultazione delle Effemeridi, tavo-
le apposite precompilate con la collocazione dei pianeti nei segni).
Non è facile compendiare tutto ciò che l’astrologia racchiude in sé in un
breve articolo, come presuntuosa sarebbe la pretesa di vergare un tratta-
to esaustivo, in così poco spazio, su tre decenni di studio e applicazione
pressoché costanti.
Non sono qui per questo: il mio unico obiettivo era quello di farvi indu-
giare un attimo su queste righe, nutrendo la speranza che, una volta lette,
possiate rivedere e ripensare questa disciplina secondo una ottica rinno-
vata e più fiduciosa.
Cara, carissima astrologia, compagna di notti insonni e pomeriggi
interminabili, lascia che concluda il presente dedicandoti una poesia, una
poesia che Totò scrisse diversi decenni fa, e che ancora riecheggia sui
libri di italiano e sulle bocche di inguaribili nostalgici di un’epoca che non
esiste più.
«A’nnamurata mia se chiama Ammore,
e tene ll’uocchie come ll’acqua ’e mare.
È ddoce comme è ddoce ’a primmavera,
è tutta gentilezza, anema e core».

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I segreti dell’antico Egitto

A novembre 2013, Macro edizioni ha pubblicato uno dei libri che, dal
punto di vista dei contenuti, è a mio avviso una delle opere più forti,
più innovative e più appassionanti apparse ,storia del proprio vissuto, le
fatiche di un Autore, le sue tribolazioni umane e intellettive: Piero Ragone
presenta al grande pubblico Il segreto delle ere, un’opera voluta, deside-
rata, sudata, concepita nel retroterra del silenzio della meditazione e nel
sottobosco del rumore dell’umiltà. 
Piero, come il pifferaio magico, ci guida, conducendoci su un piano pro-
spettico completamente diverso, un’angolazione che prende le distanze
formalmente e sostanzialmente da una certa forma di egittologia, sorpas-
sata e spremuta oltre ogni possibilità. 
Un Egitto “nuovo” dunque, quello che ci accingiamo a scoprire, nuovo
nella sua antichità, che al di là dei giochi semantici conferma senza esi-
tazione quella che, io stesso, ho definito una “Rivoluzione copernicana”
nell’ambito dell’egittologia. Piero suona la sua cornamusa, ci avvisa che
una nuova era è iniziata e che potremo comprenderne i criteri solamente
rivedendo il passato con occhi diversi.

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Capitolo III | Per emozionare...

Egitto: tra realtà e leggenda, religione e mito


Un’opera omnia, sotto molti aspetti, è Il segreto delle ere: la ricerca delle
fonti etimologiche ci riconduce alle origini, scoprendo come, termini in
apparenza così distanti tra loro, abbiano così tanto in comune nei meandri
dei loro trascorsi.
L’analisi del territorio e della sua peculiare conformazione pone le basi
per lo sviluppo della narrazione, il palcoscenico degli eventi immortali. Le
citazioni delle fonti bibliche, la loro discussione e interpretazione sul piano
simbolico, ampliano il contesto dei significanti nel quale il lettore si trova a
operare, favorendo un processo di simbiosi con la narrazione e ampliando
gli orizzonti delle rappresentazioni.
La terra, l’Egitto, l’altopiano di Giza assumono non un ruolo passivo, non
la semplice trasposizione dei contenuti della volta celeste, ma instaura-
no una dialettica tutta nuova, una dialettica nella quale si attua una sorta
di effetto speculare, in cui diventa difficile distinguere le due identità dia-
loganti, seppur nella conservazione delle proprie identità: la terra come
immagine del cielo, il cielo come immagine della terra, riassunti e risolti
nella loro non-dualità, l’una dirimpetto l’altra. L’architettura dei sapienti
viene tradotta abilmente da Ragone che ne coglie i significati più nasco-
sti, riuscendo in questa potente opera alchemica a confidarne i segreti ai
lettori: l’atto creativo dell’uomo non si limita alla pretesa concretezza ma
si carica di valenze spirituali e astronomiche, cogliendo nella sua essenza
stessa la consacrazione del divenire storico.
L’immanente ragoniano non rifugge il trascendente, ma lo contempla,
lo cerca, sublimandosi nella fusione dei simili (e non degli opposti). Horus,
Iside, Osiride e Seth, dissotterrati, ripuliti delle polveri dei secoli, ritorna-
no con prepotenza sui troni del tempo; i segni zodiacali, vero e proprio
cardine concettuale dell’opera, oltrepassano la soglia dell’antropomor-
fo e dello zoomorfo, oltrepassano la soglia della trasposizione psichica,
come direbbe Roberto Sicuteri (grandissimo studioso e autore, esperto
nelle materie di Psicologia del profondo e astrologia), lasciando che quello
stesso psichismo diventi una realtà de facto, tangibile, percepibile ai sensi.
Una simmetrica asimmetria che si cela ai distratti, si mostra agli attenti, si
rivela ai savi.

51
Geni del Passato

Le stelle non illuminano il cammino,


ma indicano la via
Efficace l’idea di Piero, tanto efficace quanto persuasiva e sconvolgen-
te: ogni segno corrisponde a un Messia, ogni Messia corrisponde a un’E-
ra, ergo, ogni segno corrisponde a un’Era, come la proprietà transitiva ci
conferma. In questo passaggio si annida il tesoro di Piero, il formalizzare
una tesi, supportandola con argomentazioni di carattere rigorosamente
scientifico, innovativa e rivoluzionaria, nella quale si dimostra, e ripeto,
dimostra, come ogni Era astronomica sia stata contraddistinta da uno
specifico Messia, avente caratteristiche altre tanto ben precise. Cosa più
importante, e da non dimenticare, consiste nel non tralasciare un fattore
fondamentale: i vari Messia delle Ere non si escludono, o meglio, i vari inse-
gnamenti, le varie dottrine trasmesse, non entrano in collisione vicendevo-
le, non creano paradossi ideologici dettati da confronti dialettici, bensì si
coniugano, tutti, nello spartito della verità assoluta, la verità della globalità
del progetto divino, il quale vuole messaggi diversi ma coesistenti, ognu-
no facente capo e coerente con la natura messianica del messaggero. Lo
zodiaco perciò esula la sua stessa natura di mera rappresentazione di un
percorso apparente, esula la sua collocazione di tavola degli aspetti animi-
ci e spirituali, giungendo a una sorta di “planimetria” degli eventi terreni:
microcosmo e macrocosmo, nella fusione dell’intento umano, stipulano
un patto, nel quale l’uno non potrà esistere senza l’altro.
La visione d’insieme io la chiamo, risolta nell’acquisizione del principio
escatologico sacro ai destini dell’uomo.
«L’uomo può realizzare cose stupefacenti, se queste hanno un senso per
lui», scriveva Carl Gustav Jung: una massima significativa che faccio momen-
taneamente mia, proiettandola nel contesto dell’indagine ragoniana, conste-
stualizzandola ad hoc, nella lucida consapevolezza che il senso delle “cose”
non potrà essere riacquisito se non attraverso la nuova lettura del passato.
Il tratto vitale del simbolo mitico si condensa nella espressione libidica
con la tensione alla sua espressione concreta: ecco perché tra cielo e terra
esiste un legame indissolubile.
L’Autore ci richiama a questa realtà, a questa consapevolezza, a questa
forza, ricordandoci chi eravamo, mostrandoci dove ci siamo persi. Osiride,
Horus, Akhenaten e Mosè, cos’hanno in comune?
A questa domanda potrete dare sicura risposta solamente dopo aver
letto questo libro: Il segreto delle ere.
52
Il ritorno del Conte di Cagliostro
grande alchimista

D all’album della storia facciamo rivivere in questo articolo, proprio in


occasione del Solstizio d’estate, la figura misteriosa e controversa
dell’alchimista-esoterista Alessandro conte di Cagliostro.
C’era una volta un uomo, un gentiluomo che amava aggirarsi nei mean-
dri delle più importanti corti europee. Un personaggio avvolto nel miste-
ro, che in piena epopea illuminista frequentava i principali salotti culturali
del vecchio continente.
«Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e
dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza», diceva di sé,
sul pulpito dei suoi autentici natali palermitani, cavalcando l’onda di un sen-
tire metafisico che ne avrebbe senza esitazione condizionato la vita e, ancor
più, il mito dopo la morte». 

Cagliostro:
un personaggio ambiguo ma ricco di fascino
Alessandro conte di Cagliostro  (1743-1795) era e rimane personag-
gio senza dubbio tra i più controversi della storia, avvolto da una cappa
di tetro mistero che con insolenza sfida le critiche più attendibili, spesso
53
Geni del Passato

scagliate a ragion veduta: ancor più spesso, a ragion negata. Taumaturgo,


mago, mistico, ciarlatano, guaritore, esoterista, spesso tacciato di con-
dotte faziose e reazionarie: attivo, con fervore, negli ambienti massonici,
idolo delle fazioni antimonarchiche e accusato di essere volgare lestofan-
te dai più moderati (stessi giudizi altamente dispregiativi pronunciava la
Santa Inquisizione).
Nacque a Palermo Alessandro, il 2 di giugno del 1743, e sin dagli anni gio-
vanili amava ricordare a nobili e meno nobili quanto il futuro non serbasse
segreti alla propria mente; non solo erano in suo possesso i segreti dell’al-
chimia ma risultò essere anche fondatore di un particolare rito massonico,
quello denominato “La saggezza trionfante”. Nei suoi progetti vi era l’o-
biettivo di attuare una svolta radicale nella coscienza massonica, andando
a sostituire gli anacronistici strumenti di cui le logge disponevano con
una nuova e più aperta ricerca esoterica.

Cagliostro:
dall’antico Egitto al Settecento illuminista
Forti furono le voci infamanti e repressive che si levarono, dal coro cleri-
cale e conservatore, ai suoi danni ma, nonostante ciò, i favori generali della
popolazione e di una buona fetta dei circoli culturali rimanevano a suo
beneficio. Cristiano di battesimo, eretico nelle pratiche delle empie e sacri-
leghe mistificazioni egizie, avventuriero e grande iniziato. Nessuno come
Cagliostro ha saputo far convergere in sé le tensioni di una epoca, della e
nella storia, perdurando una situazione di conflitto senza risoluzione che
solo nel mito, forse, restituisce una parvenza di legittimità alla sacralità del
profano. La demistificazione del mistico diventa prassi consolidata.
L’ermetismo egizio riemerge dalle sabbie antiche e riallaccia un contatto
con le nuove correnti illuministe che si irradiano nelle cattedrali della dotta
Europa: questo vuole Cagliostro, un ripristino, una evocazione, una invo-
cazione, ad antiche dottrine sapienziali che di liturgico possiedono solo
la devozione alla nobiltà delle proprie origini. Tema mitologemico egizio
che si contrappone all’impianto dialettico biblico come unico e primario
depositario del sapere, della storia e della religione, in concomitanza alla
consegna delle tavole mosaiche.
Trama vergata per mano stessa di Alessandro, il quale con irrisoria disin-
voltura rivolge appello all’alchimia come portatrice di ricerca di un antico
54
Capitolo III | Per emozionare...

sapere: ricerca come riscoperta, ancor meglio e ancor più che scoperta. I
sacerdoti egizi ricollocati alla luce della riconcepita prassi storica hanno,
e avranno il merito, attraverso Cagliostro, di mostrare e svelare il “lato
oscuro” di un Illuminismo che rifugge i propri fantasmi: sì, spettri, ombre,
prodotto esatto dell’eccesso di lumi proiettati dall’insolenza della “ragion
pura” che, con un colpo di guanto, pretendeva di relegare all’angolo degli
smarriti secoli e secoli di “grandeur” iniziatica, arcana e cabalistica. Come
nell’Umanesimo il tratto distintivo consistette nella riscoperta del Classico,
nell’Illuminismo, indubbiamente per merito del contributo di Cagliostro, il
tratto fondamentale non consistette tanto nella dimensione razionalista
dei filosofi, per quanto questa ne risulti la versione più formale, quanto
nell’occultismo degli illuminati, il quale completava in maniera non separa-
bile il quadro di questa dimensione socio-culturale.
Ne consegue che l’Illuminismo potrebbe essere visto e pensato in ordi-
ne a una nuova prosecuzione, non più frammentata da comode scorciatoie
storiche, ma dal canto di una fluida continuità ideologica: Illuminismo come
prosecuzione dell’ermetismo filoegiziano di epoca rinascimentale. Cagliostro
diventa un collante, una cerniera, ancor più che traghettatore di due mondi: il
traghettatore si limita a condurre, il collante diventa esso stesso parte intima
e integrante di un passaggio, che non vede soluzione di continuità.

San Leo: la torre della prigione diventa monu-


mento alla memoria
Ecco quindi il merito di Alessandro. Aver condotto l’antico verso il
nuovo, il passato verso il futuro senza urti, senza effrazioni, senza traumi,
ma unificandoli in un presente che sapeva e poteva contenerli entrambi,
mantenendone vive le divergenze identitarie seppur riassorbite da una
medesima matrice unificante: la nuova indagine esoterica.
La sua alchimia verteva proprio su questi precetti primari: la sostanza
oltre i nomi con i quali veniva definita. Quella torre di San Leo nella quale
venne rinchiuso assume una valenza simbolica ancora più forte in virtù di
tutto ciò: normale vederla non più come prigione, come isolamento, ma
pensarla come scrigno, come forziere, racchiudente un tesoro prezioso.
Il tesoro del mito che chiama e che avvicina, esatto contrario degli scopi
per i quali l’esoterista era stato rinchiuso. Volerlo dimenticare relegandolo
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Geni del Passato

all’oblio della memoria, condannandolo alla solitudine della prigione, ha


sortito l’effetto contrario, ravvivandone la storia, attualizzandone le gesta,
eternizzandone il mito dell’avventuriero ancor prima dell’uomo.
Il silenzio della prigione diventa eco, la Torre del distacco e della soli-
tudine diventa il megafono del vissuto. A questo penso tutte le volte che
passo da San Leo, a questo penso tutte le volte che volgo lo sguardo verso
la Torre.
In fondo, tutti noi, almeno una volta, abbiamo teso l’orecchio a una
delle porte perimetrali che cingono la cinta muraria di base; teso l’orecchio
e chiusi gli occhi, cercando di udire i passi del Conte di cui, narra la leggen-
da, mai si trovò il cadavere…

56
Ingegnere dello spirito
o mistico della scienza?

G iovanni Vota, è torinese, nato il 13 aprile del 1958, ingegnere elettronico


e informatico, scrittore, conferenziere, formatore di fama internazionale.
Autore di varie pubblicazioni scientifiche e spirituali tra le quali Spiritual Quan-
tum Coaching (Ed. Lindau, 2014) e L’Azienda quantica. Come creare e gestire oli-
sticamente un’azienda di successo (Ed. Arte di Essere, 2015). L‘ho intervistato per
scienza e conoscienza nel 2016 ed ecco le sue parole emozionanti.

Dottor Vota, un “ingegnere dello spirito” o un


“mistico della scienza”? E, ammesso vi siano diffe-
renze, quale criterio differenzia le due condizioni? 
“Ingegnerizzare la spiritualità e l’esoterismo” questa è stata un po’ l’i-
dea-guida del mio percorso quando iniziai a occuparmi di  spiritualità ed
esoterismo e per di più per perseguire precisi obiettivi di business alla fine
degli anni Novanta. Ovviamente suscitai scompigli e scetticismo tra tutti:
gli ingegneri che non capivano cosa c’entrasse la disciplina matematica
57
Geni del Passato

dell’ingegneria con qualcosa che “non è scientifico”; gli spirituali che si


vedevano accostati ad ingegneri e peggio al business; chi si occupa di busi-
ness che si ritengono persone “con i piedi ben piantati per terra” per fare
profitto e che non si occupano di velleità “new age”.
Da buon ingegnere quando studiai le pratiche spirituali ed esoteriche mi
sembrava davvero tutto molto “fumoso” dove non c’erano a mia cono-
scenza dei precisi metodi come invece un ingegnere ama avere. Fui inco-
raggiato in tutto questo da Karl Gustav Jung che mi “parlò” molto chiara-
mente con la sua prefazione all’I King.
Cosa vuol dire “ingegnerizzare l’esoterismo e la spiritualità”? Per me
che si crei un modello di lavoro grazie al quale è possibile per chiunque
lo voglia, grazie a precise istruzioni, fare tutto quello che nei millenni si
è detto che solo qualche eletto poteva fare. L’ingegnere è colui che crea
prodotti e soluzioni che siano usufruibili da tutti. Per esempio, chiunque
oggi può parlare con qualcun altro dall’altra parte del Mondo usando un
“semplice” cellulare, senza doversi minimamente preoccupare dell’enor-
me complessità tecnologica, scientifica e organizzativa che sottostà […].
Così ho iniziato con molta pazienza e passione a studiare tutto ciò che
ritenevo potesse darmi delle chiavi di lettura: la lingua sanscrita, le tra-
dizioni orientali e sciamaniche, quelle Hawaiane dei Kahuna, aborigene
australiane, Medicina tradizionale cinese, naturopatia, e così via. E mano a
mano, praticavo e sperimentavo nella mia vita e nel business. 
In questo studiare scoprii alcune tecniche davvero fantastiche, che
“funzionano” ma non ero però soddisfatto perché non rispondevano ad
un’altra domanda per me fondamentale: “Perché funzionano?”. Senza
questa risposta si ricade o nella fede religiosa, o nella pratica magica, o in
un meccanismo di dipendenza o superstizione che portano alla credenza
che “solo se fai così e fai continuamente tutti i miei corsi e mi obbedisci”
allora funziona.
Ancora una volta fu Karl Gustav Jung a guidarmi: “Rendi cosciente l’in-
conscio altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai
destino”. Perfetto! E così ho iniziato un approfondito viaggio nell’incon-
scio o subconscio, l’ipnosi, le tecniche regressive ipnotiche, per poi arrivare
al Superconscio. In parallelo a questi studi però altri studi mi catturarono
e furono quelli della fisica quantistica. Per farla breve, l’antica spiritualità
e le mie ricerche sulla moderna fisica quantistica mi permisero di creare
quelle basi teoriche, quel modello di lavoro tanto importante per me inge-

58
Capitolo III | Per emozionare...

gnere, su cui creare un metodo di coaching pratico, veloce e “sicuro” che


può essere appreso facilmente da parte di tutti al punto che poi ognuno
può poi crearsi il suo metodo. Lo Spiritual Quantum Coaching è nato così
come strumento che permette di cambiare la propria vita e volendo anche
quella degli altri in una ritrovata armonia tra il razionale e lo spirituale.
Perché l’obiettivo è vivere al meglio la nostra vita qui, adesso, su questo
pianeta, una vita che riassumevo in uno slogan: “Una vita di Spiritualità,
Salute, Sapere, Saggezza, Soldi, Sesso e… Champagne!?”. Sì perché è pos-
sibile vivere senza soffrire psichicamente e gli insegnamenti ci sono tutti!
Si tratta di comprenderli e soprattutto viverli con costanza e determinazio-
ne giorno per giorno.

«Come si può mettere la Nona di Beethoven in un diagram-


ma cartesiano? Ci sono delle realtà che non sono quantificabi-
li. L’universo non è i miei numeri: è pervaso tutto dal mistero.
Chi non ha il senso del mistero è un uomo mezzo morto».

Albert Einstein

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Da Reich all’energia orgonica
in medicina

U n medico, un uomo, un caro amico. In questo modo mi sento di apri-


re il presente articolo, avendo l’onore di trattare il lavoro, le passioni,
l’impegno e le fatiche di Gabriele Muratori, medico di base specializzato
nella Medicina dello sport, dell’igiene e Medicina preventiva. Sfogliando
con cupidigia intellettuale le pagine del libro di Gabriele, Eliosinergia (edi-
tore Sì, 2013), scorgo subito una frase che mi colpisce e che riporto testual-
mente: «Ho sempre cercato le migliori vie di guarigione, per i miei assistiti e
pazienti, anche al di fuori dei consueti canoni». Riflessione così immediata,
diretta ed efficace che in maniera esemplare riassume, suggella e glorifi-
ca il principio ippocratico, mattone fondante, ispiratore e regolatore della
scientifica arte medica. Cos’è l’eliosinergia? Cosa l’accomuna al concetto di
orgone? Esistono applicazioni pratiche che ne evidenzino i precetti? In che
modo funzionerebbero?

Reich e l’eliosinergia orgonica


Per definizione, con “eliosinergia” si intendono tutte quelle pratiche di
benessere che utilizzano forme di energia provenienti dal sole (luce, calore,
onde elettromagnetiche), applicabili alle persone dal punto di vista terapeu-
60
Capitolo III | Per emozionare...

tico. Concetto questo, propedeutico e introduttivo a quello di “orgonomia”,


termine dai chiari rimandi alla produzione di Wilhelm Reich, come avremo
modo di verificare nel prosieguo. Orgonomia, di per sé, rimanda a orgone,
scoperto per mezzo di un esperimento nel quale, in conseguenza del riscal-
damento intenso di sabbie rigorosamente sterili, si ottenevano come sot-
toprodotti dell’incenerimento, grazie all’osservazione con un microscopio
ottico di 5000 ingrandimenti messo a punto da W. Reich stesso, singolari
“vescichette” contenenti un tipo di  energia sconosciuta: quella orgoni-
ca appunto, contraddistinta, da una luminescenza azzurra.
Ebbene, a quanto appurato dallo stesso Reich, l’orgone, l’energia orgo-
nica perciò, ha la caratteristica di organizzarsi in forme viventi neoformate
e formatesi nel “qui e ora”. Questo esperimento sovverte il dato acquisito
che la materia vivente si genera solo da altra materia vivente e dimostra
invece le straordinarie virtù organizzatrici di organismi cellulari “apparen-
temente” dal nulla o meglio dalla sola energia. «Il bione è l’unità fonda-
mentale elementare di tutta la materia vivente», riassunse Reich, aforisti-
camente, aggiungendo che «sono strutture [i bioni; N.d.R.] di transizione
dal non vivente al vivente». 

Che cos’è un accumulatore orgonico


Viste queste premesse di sicuro interesse medico e certe ripercussioni
positive dal punto di vista della prassi terapeutica, il passo successivo avreb-
be imposto la rigorosa valutazione circa la possibilità di “accumulare” que-
sta Energia universale vitale immanente (EUVI): ecco affiorare, quindi, il con-
cetto di accumulatore orgonico. Per mezzo di una disposizione alternata di
vari strati di materia organica (legno) e di metallo, era possibile ovviare alla
necessaria presenza di colture di bioni al fine di ricaricare la “cella” orgoni-
ca; l’orgone presente in atmosfera si accumulava perciò liberamente e spon-
taneamente nella cavità interna, creando le basi per la formulazione di un
dispositivo semplice, economico e pressoché inesauribile. 
Questi accumulatori possono avere dimensioni variabili, a partire dalla
camera orgonica (una vera e propria stanza) passando per la cabina orgo-
nica (una sorta di “cella frigorifera”), fino ad arrivare alla scatola orgonica
(dimensioni di una scatola da scarpe), oppure ancora di una coperta, per
giungere all’ultimo modello, ideato da Gabriele, della dimensione poco
maggiore a quella di una noce, che conferisce al dispositivo il non trascu-
rabile pregio della portabilità. Interessantissimo questo parallelismo che
61
Geni del Passato

Gabriele, con l’abile maestria del pittore che sa quali colori scegliere dalla
propria tavolozza, sottopone all’attenzione del lettore: «Presentandosi
sotto forma di bioni, l’Energia orgonica  si manifesta secondo “quanti”;
ogni bione è un quanto di energia, così come lo è il fotone per la luce,
anche se è doveroso operare distinzione tra l’orgone e la luce, immediato
effetto appunto della presenza dei fotoni». 
Simmetria nitida, richiamo certo pertinente ai concetti della fisica quanti-
stica che vedono, nel modello del “quanto”, una forma organizzativo-strut-
turale fondamentale della materia (dal latino quantum, quantità discreta e
indivisibile di una determinata grandezza). Tornando alla questione degli
accumulatori portatili, ecco emergerne l’aspetto vantaggioso: grazie alle
dimensioni ridotte è possibile applicarli direttamente laddove necessario,
posizionandoli perciò in corrispondenza della zona di dolore (esempio: mal
di testa, posizionamento sulla fronte; male agli occhi, posizionamento sulle
palpebre chiuse ecc.).  Importante ricordare che l’azione orgonica, esple-
tata mediante l’applicazione del piccolo accumulatore, agisce sul sistema
parasimpatico  (il sistema attivo durante il sonno, incaricato del recupero
psico-fisiologico), ed è in conseguenza di ciò che l’utilizzo del suddetto accu-
mulatore esplica al meglio i propri effetti se utilizzato proprio durante le ore
di sonno (vincolandolo alla pelle con una garza, per esempio). 
Esami di laboratorio attestano l’azione diretta del dispositivo, per mezzo
del sistema parasimpatico, sul sistema immunitario, andandolo a stimolare
e potenziare; evidenza di ciò si attesta su una comprovata maggiore azione
linfocitaria con conseguente efficacia su varie patologie algiche e infettive,
ansiose e depressive (ricordo in questa sede, come riferitomi proprio da
Gabriele, l’esperienza, sulla quale è valutabile diverso materiale, del dottor
Vecchietti: constatò in vivo la incrementata attività dei globuli bianchi su
agenti patogeni microbici). Ebbene, c’è di più: a quanto pare, anche le bio-
patie di origine neoplastica parrebbero trarre beneficio dalla procedura
terapeutica a base orgonica.
Grazie Gabriele, grazie di averci aperto una finestra su un panorama che, fino
a poco fa, ci era certo meno noto. Grazie di averci regalato un sorriso e una spe-
ranza sulla possibilità dell’esistenza di una nuova frontiera che integri e miglio-
ri l’attuale sistema terapico-diagnostico della medicina. Vogliamo davvero
pensare che i tempi siano maturi per una presa di coscienza, ampia e radicata.

A presto, per la tua intervista.

62
Capitolo IV

Per amare…
Amando per amare, ricordando sempre le donne,
il più prezioso dono di cui
il buon Dio ci abbia mai beneficiati.
Gianotti, Montalcini, Hack, Curie.
Fabiola Gianotti:
“la signora in rosso della scienza”

S enza dubbio, c’è da rimanere spiazzati, in sospeso, a cavallo di quel-


le sensazioni non precisamente definibili, un misto di stupore e incre-
dulità: in effetti, vederla sfrecciare sui muletti portapersone nelle galle-
rie del  CERN, con tanto di casco antinfortunistico e quell’aria da eterna
adolescente, contrasta ampiamente con il quadro che poi ce ne faccia-
mo quando la ammiriamo indossare quei tailleur rossi, di quel rosso che
ama tanto, con impeccabile, disinvolta, composta sobrietà. Avrete senza
dubbio inteso a chi io stia alludendo ma, a scanso di equivoci, ecco risolto
l’arcano: Fabiola Gianotti (Roma, 29 ottobre 1960), sì proprio lei, definita
simpaticamente la “signora della scienza”, Direttore generale del CERN di
Ginevra dal 4 novembre 2014, prima donna in assoluto a ricevere tale inve-
stitura (prima di lei il CERN aveva già visto altri due italiani come direttori,
Edoardo Amaldi, prima, Carlo Rubbia, poi).

Sulle orme di Marie Curie


Un amore antico per la fisica il suo, che risale agli anni della spensieratezza
studentesca, proprio gli anni nei quali, tra le lezioni di pianoforte al Con-
servatorio, le capitò per le mani un libro sulla biografia di  Marie Curie:
64
Capitolo IV | Per amare...

da quel preciso momento la strada della sua vita combaciò con la strada
della fisica, in una sovrapposizione di destini davvero singolare. Laureatasi
nel 1984, con indirizzo subnucleare presso l’Università statale di Milano,
sostenne nell’anno medesimo un dottorato di ricerca attinente alla mate-
ria delle particelle elementari.
Il 1987 fu l’anno che la vide esordire ufficialmente come ricercatrice, in
équipe con una squadra appositamente istituita, presso il CERN di Gine-
vra, focalizzando la propria procedura di indagine su diversi esperimenti,
in particolare l’UA2 (acronimo che identifica la sigla di un esperimento)
condotto presso il Super Proton Synchrotron (acceleratore di particelle
sottostante il CERN della circonferenza di quasi 7 km). Nasce l’esperimen-
to ATLAS: la prima “osservazione” del bosone di Higgs
Dal 1992 aderisce all’esperimento  ATLAS  (acronimo che indica il
nome di uno dei sei rivelatori di particelle costruiti per l’LHC), una ricer-
ca davvero mastodontica che si caratterizza per la presenza di più di
3.000 ricercatori interconnessi: il  più grande esperimento scientifico
mai collaudato. Come rappresentante del succitato rivelatore di par-
ticelle, nel 2012, il 4 di luglio per l’esattezza, annuncia in sede ufficiale
la prima “osservazione” in fase sperimentale di una particella compa-
tibile con il tanto decantato  bosone di Higgs  (bosone fondamentale
associato al campo di Higgs responsabile, secondo quanto asserito
dai teorici, della solidità dell’universo sperimentato, essendo per sua
natura il responsabile dell’atto del “conferire” massa alle particel-
le elementari). Interessante questa sua riflessione in riferimento alla
scoperta della particella bosonica:  «Il meccanismo di Higgs entrò in
azione dopo un centesimo di miliardesimo di secondo dalla esplosio-
ne del Big Bang e diede massa ad alcune particelle lasciandone altre
senza massa. Dal Modello Standard, che è l’insieme delle nostre cono-
scenze che finora meglio descrivono la composizione della materia e le
forze che fanno interagire le particelle, sapevamo che ci sono particelle
come il fotone che non hanno massa ma sono pura energia e viaggiano
alla velocità della luce e altre invece che hanno massa. La ragione era
un mistero. Adesso abbiamo capito che questo fatto dipendeva dalle
differenti interazioni che queste particelle avevano con il bosone».
Come già Rita Levi Montalcini è stata, pure Fabiola è membro del comi-
tato consultivo dell’Accademia dei Lincei e professore con riconosci-
mento onorario presso la Università di Edimburgo. 
65
Geni del Passato

Scienza e fede: l’estetica della fisica e il Cantico


delle Creature
La Gianotti si è anche espressa pubblicamente in materia di rapporti tra
fede e scienza, partendo dalla propria condizione di ricercatrice, nella quale,
come da lei stessa sostenuto, ha saputo scorgere in quella “elegante e com-
plessa semplicità della natura” un proprio personale avvicinarsi all’idea di
una “mente intelligente ordinatrice”. Secondo la scienziata italiana, scien-
za e fede devono rimanere su strade distinte, nelle cui direzioni si model-
lano atteggiamenti diversi ma non necessariamente antitetici. Insomma,
l’una non esclude l’altra, pur nella netta distinzione degli ambiti di compe-
tenza, che non in assoluto impongono un contrasto ideologico insanabile.
«Non sarà la fisica a dimostrare o meno l’esistenza di Dio», afferma Fabiola,
in replica alle sottili provocazioni dei cronisti che amano vederla destreg-
giarsi, da abile equilibrista, tra i fuochi degli spregiudicati predicatori, e dei
disillusi diffidenti.
La fisica rimanga alla fisica dunque, la religione alla religione. Non esi-
stono contraddizioni, se non dove si voglia necessariamente concepirle.
Il concetto di estetica della fisica, promulgato dalla Gianotti, si fonde con
il concetto di bellezza francescano del “creato”: la semplicità delle equa-
zioni descrittive del  Modello standard  sposa la semplicità della vocazio-
ne altruistica del frate umbro. L’atteggiamento della scienziata di fronte
ai misteri della scienza trova perfetto riscontro nell’atteggiamento di san
Francesco nei confronti del Dio creatore: semplicità meravigliosamente
espressa nel Cantico delle creature, semplicità meravigliosamente deline-
ata nelle equazioni standard dei modelli fondamentali.

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Rita Levi Montalcini: quando
la ricerca diventa poesia

V i racconto una storia. La storia di una bambina di origini ebree nata a


Torino nel 1909, figlia di un ingegnere elettrotecnico e di una pittrice,
cresciuta in un clima familiare di impeccabile serenità, alla stregua di quei
valori da lei stessa definiti “vittoriani”. Una giovinezza piena di peripezie la
sua, caratterizzata da numerosi spostamenti e fughe improvvise: nel 1938
causa leggi razziali si trasferì in Belgio, per poi rientrare a Torino nel 1940.
Dopo un breve periodo di esilio forzato nelle campagne dell’astigiano, si
stabilì a Firenze presso la famiglia Mori, la cui figlia, abile pittrice, aveva
legami di sincera amicizia con la sorella gemella della protagonista.
Ebbene sì, sto parlando di Rita Levi Montalcini (1909-2012) la grandissi-
ma neurologa e senatrice della Repubblica, premio Nobel per la medicina
nel 1986. Donna di assoluta devozione ai propri princìpi etici e di totale
rigore verso le proprie vedute, ha dedicato interamente la vita alla ricer-
ca e votato le proprie energie totalmente a favore del progresso dell’arte
medica, consacrandosi, senza ombra di dubbio, tra le più grandi scienziate
della storia. Socia onoraria dell’Accademia dei Lincei (l’Accademia scienti-
fica più antica del mondo) è stata, inoltre, socia e fondatrice della Fonda-
zione Idis-Città della Scienza.

67
Geni del Passato

Da allieva di Giuseppe Levi alla scoperta


dell’NGF (fattore di crescita nervoso)
Il suo precettore, Giuseppe Levi, insigne docente universitario, istologo
e anatomista, l’accolse nel grembo della propria facoltà nel 1929, inizian-
dola agli studi sul sistema nervoso, materia che avrebbe poi approfondito
per il resto della vita. Assieme alla Montalcini, è importante ricordare come
allievi di Levi anche Renato Dulbecco e Salvador Luria, anch’essi onorati
in seguito del riconoscimento del premio Nobel. La formazione ricevuta,
perfetta sintesi del paradigma procedurale di Giuseppe Levi, permise alla
Montalcini di applicare una nuova prassi metodologica d’indagine, rigoro-
sa e al contempo innovativa per quella precisa parentesi storica: la coltiva-
zione in vitro (processi biologici riprodotti in provetta e non in organismo
vivente), punto di svolta focale, seppe segnare un vero e autentico spar-
tiacque tra due epoche.
Nei primi anni Cinquanta scoprì il fattore di crescita nervoso (NGF), pro-
teina implicata nell’accrescimento del sistema nervoso dei vertebrati: tale
proteina coordina e gestisce la crescita degli assoni (conduttori d’impulsi
interneuronali) per mezzo di meccanismi di segnalazione cellulare (desi-
gnazione con la quale si allude alla sommatoria di tutte quelle modalità
comunicative che interfacciano due o più cellule). Si consideri che, in que-
gli anni, le ricerche sui neurotrasmettitori versavano ancora in uno stadio
iniziale, a tal punto da giustificare una concezione del cervello molto pros-
sima allo schema di un circuito elettrico: condizione che conferisce alla
suddetta scoperta un valore aggiunto che ne impreziosisce le implicazioni
e ne fomenta l’importanza.
Passo successivo alla scoperta dell’NGF e, per certi aspetti, suo corolla-
rio, fu quello che vide la stesura di un’affermazione fondamentale: i siste-
mi immunitario, endocrino e nervoso non sono singole unità a sé stan-
ti ma, in antitesi, apparati coordinati e interagenti di un sistema altamente
sofisticato e complesso. Le implicazioni di tale asserzione erano evidenti:
l’NGF si esplicava in tutta la propria fulgida importanza; il suo raggio ope-
rativo d’azione si estendeva a tutto l’organismo, non limitandosi alle sole
sfere del sistema nervoso centrale e periferico. L’NGF non è più solamen-
te, come inizialmente inteso, un fattore di accrescimento dei nervi, ma
assurge al ruolo di modulatore, agendo in maniera sinergica sui tre rispet-
tivi sistemi dai quali dipende l’omeostasi dell’organismo. Ulteriori studi di

68
Capitolo IV | Per amare...

approfondimento evidenziano il ruolo fondamentale dell’NGF nella prassi


di prevenzione nei confronti della sindrome dell’Alzheimer: bloccando la
produzione della beta-amiloide, proteina principale imputata della suddet-
ta patologia, arrestava sul nascere la progressione dell’affezione degene-
rativa. Risvolto certo inatteso delle ricerche sull’NGF concerne la patolo-
gia dell’ulcera corneale, sindrome che può produrre danni irreversibili alla
vista, addirittura provocare cecità. Si evinse, previa applicazioni cliniche,
che la somministrazione di collirio a base di NGF favoriva la riparazione
dei tessuti colpiti da degenerazione ulcerale; non solo, anche il glaucoma,
patologia ancor più aggressiva, risentiva di effetti benefici se sottoposto a
trattamenti con NGF.
«L’umanità è fatta di uomini e donne e dev’essere rappresentata da
entrambi i sessi», così affermava Rita Levi, dichiarando con quelle paro-
le, certamente scelte con cura, apertamente, il suo sentirsi donna libera
a tutti gli effetti; libertà sempre rivendicata non solamente per antitesi
a quei valori vittoriani citati in esordio, per i quali la donna era collocata
rigidamente in una cornice di asservimento socialmente accettabile, ma
soprattutto per conferma di quella consolidata coscienza maturata in un
clima domestico che aveva saputo, nei suoi limiti, stimolare lo spirito di
ricerca e instillare curiosità al sapere. Di proposito scelse di rinunciare ad
accasarsi, proprio per votarsi totalmente alla scienza e, nella prima paren-
tesi degli anni Settanta, prendere posizione nel Movimento di Liberazione
Femminile per la regolamentazione dell’aborto.

Quando la ricerca diventa poesia:


scienziate italiane a confronto
“Quando la ricerca diventa poesia”, questo ho pensato leggendo di Rita
Levi Montalcini, maturando tale riflessione sull’onda di un sussulto entu-
siastico; anzi, la vita stessa della scienziata diventa poesia; come il titolo
del cofanetto pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2003, Più bella della
poesia è stata la mia vita, video dedicato ad Alda Merini, la pittoresca afo-
rista, poetessa e scrittrice italiana. E sempre di poesia ho visto le tracce,
quando ho seguito le orme delle scienziate d’Italia: forse non tutti sanno
di  Laura Bassi Veratti (1711-1778), bolognese di nascita, prima donna in
assoluto a intraprendere carriera accademica e a ottenere la docenza di
una cattedra universitaria. Sia Rita che Laura avevano respirato, da vici-

69
Geni del Passato

no, quel clima, già visto, di stampo vittoriano, i cui protocolli disponevano
severamente il ruolo della donna, in posizione di totale sudditanza al sesso
maschile. Mi piace pensare che le due scienziate abbiano saputo non solo
sovvertire quello schema, non solo anticipare una  emancipazione fem-
minile  nella coerenza dei suoi reali valori motivanti, ma abbiano saputo
principalmente creare quelle condizioni di rispettabilità, di coraggio e di
auto-affermazione che avrebbero successivamente dato il via a quel non
certo gratuito processo di riscatto sociale, culturale e spirituale, riassunto
nel tema della liberazione femminile e del femmineo.

70
Margherita Hack:
“e le stelle stanno a guardare…”

A vrei voluto esserci anch’io quel giorno: avrei voluto anch’io presenzia-
re all’Auditorium della Gran Guardia di Verona, il 20 gennaio del 2010.
Un avvenimento atteso, a tal punto da richiedere una diretta televisiva
di tutto punto, pronta a immortalare in  vis-à-vis  monsignor Zenti, 140°
vescovo della diocesi di Verona, e  Margherita Hack  (1922-2013) la famo-
sa, carismatica, istrionica astrofisica e divulgatrice fiorentina. Quello che
molti temevano potesse essere un incontro a serio rischio polemico, causa
divergenze concettuali e ideologiche notevoli, si rivelerà una chiacchierata
di squisita cortesia, condita da ironiche frecciate di educata ironia. Sì, se
esempio migliore di dialogo tra scienza e fede cattolica poteva esserci, era
stato servito davvero su un piatto d’argento.

La prima donna italiana direttrice


di un Osservatorio astronomico 
Margherita Hack, famosa per le sue posizioni votate a favore di un atei-
smo intransigente, è stata direttrice del Dipartimento di Astronomia dell’U-
niversità di Trieste nella parentesi che va dal 1985 al 1991 e, successivamente,
dal 1994 al 1997; ha avuto anche il merito di essere la prima donna italiana
71
Geni del Passato

in assoluto a dirigere l’Osservatorio astronomico di Trieste, dal 1964 al 1987.


Animalista  e  vegetariana, autrice di  numerosi testi divulgativi  alternati a
opere più impegnative rivolte alle nicchie accademiche, ha contribuito forte-
mente allo sviluppo e avanzamento delle conoscenze nel settore astronomi-
co. Trattò, addirittura in sede di discussione di tesi, il tema delle Cefeidi (nome
di un gruppo di stelle variabili, derivante dalla prima stella appartenente a
questa tipologia a essere scoperta, Delta Cephei, appunto), argomento certo
non nuovo poiché già conosciuto secoli addietro, ma che seppe approfondire
con la scoperta della stretta relazione intercorrente tra periodo di variabilità
e splendore caratteristico. Preziosa, per non dire decisiva, la sua esplorazione
dell’universo mediante l’utilizzo di raggi ultravioletti; percorso che iniziò ana-
lizzando lo spettro di emissione di una stella, Epsilon Aurigae, supergigante
avente magnitudine 3 e sita a una distanza indicativa di 6.600 anni luce. 

Le stelle viste agli “ultravioletti”


Attraverso lo studio della banda di emissione della luce della stella “osser-
vata” in ultravioletto, l’astronoma fiorentina concluse che Epsilon Aurigae
altro non era se non un sistema di tre stelle molto calde e molto “vicine”,
circondato da una nebulosa di tipo proto-planetario. Stupisce davvero che
tale scoperta risalga all’anno 1957, ben diversi decenni prima dell’utilizzo in
larga diffusione di satelliti osservativi; i modelli descrittivi della Hack trove-
ranno successiva conferma, grazie all’utilizzo del satellite denominato Inter-
national Ultraviolet Explorer (IUE), a dimostrazione che il radicato convinci-
mento della scienziata, secondo il quale l’universo poteva essere visto, stu-
diato, ammirato e contemplato secondo diverse modalità, trovava perfetto
accoglimento. Secondo la Hack, l’osservazione dell’universo agli ultravioletti
rappresentava una meravigliosa possibilità di “guardare” fenomeni che, altri-
menti, sarebbero risultati assolutamente invisibili. Famoso un suo commen-
to, che risuonò come una eco in diversi atenei, in riferimento al fenomeno
delle pulsar (stelle emittenti pulsazioni luminose rapide e intermittenti): «Ma
fu scandaloso che a prendere il Nobel nel 1974 sia stato Antony Hewish e
non la sua allieva Jocelyn Bell, che le aveva identificate e studiate per prima».
Commento espresso con quella sua solita ironia che sapeva contraddistin-
guerla, ma certo non esente da un pizzico di polemica amarezza, suscitata
dal vedere privata della legittima popolarità e delle legittime onorificenze,
una collega che tanto si era adoperata e prodigata nello studio di quel setto-

72
Capitolo IV | Per amare...

re. Tante sono le massime che ci ha regalato la scienziata, tante a tal punto
da rendere difficile e complessa una scelta che, per contro, dovrebbe essere
semplice e immediata. Una mi è rimasta impressa in particolar modo, una la
cui paternità è da attribuire a un famoso filosofo della Grecia antica: «Il male,
dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci
siamo noi non c’è lei, quando c’è lei non ci siamo noi», sanciva Epicuro, dall’al-
to della sua corroborante riflessione. Parole che la Hack ha saputo ricordare e
riproporre non solo come modello rappresentativo di una passiva dotta cita-
zione, ma nutrendole e vivificandole di quella linfa vitale conferita dalla reale
adesione al suo sistema di credenze; quelle parole, antiche di millenni, eppu-
re sempre attualissime, davvero rispecchiavano l’intimo atteggiamento della
Hack in relazione a tematiche delicate e complesse quali quella della morte. 

Una vita per la divulgazione


Ma Margherita non è solo questo. La sua “missione” è concepibile in
più ampio quadro non solo didattico-divulgativo, bensì, ancor più, educa-
tivo e socio-pedagogico: voler  rivolgersi ai giovani, voler sensibilizzare
quel giovane pubblico verso una maggior attenzione alla ricerca scienti-
fica, era un chiaro proposito, ravvisabile nei suoi accorati appelli. Appelli
che giungevano dalle numerose trasmissioni televisive alle quali era solita
partecipare. La sua abilità nel rendere semplici concetti difficili nel campo
della fisica degli astri, ha certo agevolato quel processo di  avvicinamen-
to alla scienza da parte del pubblico, anche quello più restio; processo
da lei tanto voluto quanto auspicato. Facendoci innamorare delle stelle,
facendoci innamorare di tutti i misteri dell’universo, ha saputo renderci più
intimi e, forse, meno ignoti, un mondo e un modo, magari come quello con
gli ultravioletti, di vedere le cose; e, chissà, averci aiutato pure nell’essere
un briciolo più umili. Margherita si spegne il 29 giugno 2013, verso le 4:30
del mattino, presso l’ospedale Cattinara di Trieste: una insufficienza car-
diaca la costringe ad andarsene, la costringe ad abbandonare quella vita
che aveva saputo assaporare con entusiasmo e con passione. Muore poco
prima del marito, Aldo De Rosa, che spirerà di lì a poco più di un anno. Non
so se Margherita avrà incontrato quel Dio da lei disconosciuto, ma di una
cosa sono sicuro: se dovesse essersi sbagliata avrà saputo strapparGli un
sorriso, rompendo il ghiaccio con una delle sue tante frasi goliardiche, pro-
nunciate in quel toscano stretto che a noi piaceva così tanto. 

73
Vi presento madame Curie

È sempre un onore, un piacere, scrivere un articolo, dedicare qualche riga


a un personaggio di cultura. Onore ancor più sentito in questo frangen-
te, nel quale ho la possibilità di comporre una riflessione che celebri, come
giusto che sia, una delle menti più illustri della scienza del Novecento.
Unica donna ad aver conseguito due premi Nobel in due aree scientifi-
che distinte, rispettivamente in fisica, nel 1903, e in chimica, nel 1911 (solo
in quattro sono stati insigniti di due premi Nobel, solo in due ad averlo
vinto in due materie diverse). Sto parlando di Maria Sklodowska (1867-
1934), meglio nota come  Marie Curie  (cognome ereditato dal marito,
Pierre Curie - 1859-1906), della quale non servono indubbiamente presen-
tazioni. Laureatasi alla Sorbona in matematica e fisica (diventerà, dopo il
decesso del marito nel 1906, la prima cattedratica donna proprio in seno
a quella Sorbona nella quale si era laureata nel 1895), diede il via, nel 1897,
alle sue ricerche nel campo della radioattività.
Dedicò la sua attività prevalentemente al settore relativo all’isolamento
del polonio e del radio, notando assieme al marito, assistente di ricerca,
che alcuni campioni di “pechblenda” (fonte primaria di uranio, minerale
radioattivo proveniente da una provincia della Repubblica ceca) risulta-
vano maggiormente radioattivi in relazione a un’ipotetica costituzione in
purezza di solo uranio. 

74
Capitolo IV | Per amare...

28 marzo 1902, una scoperta rivoluzionaria:


il radio ha un peso atomico
I coniugi Curie dedussero quindi che nei succitati campioni si potessero
ipotizzare presenze di elementi estranei: riuscirono così, dopo un periodo
prolungato di laboriose e certosine analisi, a isolare nel 1898 una esigua
quantità di un  nuovo elemento, il polonio  (nome scelto in onore della
terra natia della scienziata), di poco precedente alla scoperta di un altro
elemento, il radio. Per determinare il peso atomico del radio, ne servireb-
bero solamente alcuni milligrammi purché in purezza: a tal fine, con instan-
cabile devozione scientifica, Marie Curie lavorò continuamente senza esiti
nel suo capannone adattato a laboratorio, trattando e “sezionando” in
sacchi da 20 kg diverse tonnellate di pechblenda. Separando il bario dal
radio, con instancabile metodicità, attraverso il processo della cristallizza-
zione frazionata (tipologia di cristallizzazione che avviene per varianza di
un parametro fisico-chimico quale, concentrazione, pressione o tempera-
tura), la mattina del 28 marzo 1902, annota sul suo quaderno di appunti la
celeberrima dicitura:

RA= 225,93
Era stato determinato il peso atomico del radio, una scoperta che avreb-
be condizionato irreversibilmente il panorama della comunità scientifica e
non solo; le implicazioni di carattere terapeutico e industriale si riveleran-
no numerose e di notevole importanza. Da quel preciso momento la radio-
attività diverrà un fenomeno reale, conosciuto e riproducibile. Il clamore
destatosi attorno alla scoperta ebbe una eco formidabile, a tal punto da
contagiare i salotti e le corti di tutta Europa, da Parigi a Vienna, da Berlino a
Londra; il radio aveva ufficialmente potuto assurgere al ruolo di elemento
a tutti gli effetti, e trovare perciò la propria precisa e legittima collocazio-
ne nella tavola degli elementi. Impropriamente, forse un errore fortuito, il
nome dei coniugi Curie in forza delle scoperte espletate, venne associato
euforicamente alla cura e guarigione del cancro: come se non bastasse,
ciarlatani patentati e annoiati, sostennero la presunta taumaturgica virtù
del radio di porsi come assoluto guaritore. Nulla di più falso, nulla di più irri-
spettoso verso il rigore e la serietà che avevano contraddistinto i coniugi
Curie nel loro modus operandi.

75
Geni del Passato

Il 19 aprile del 1906, Marie rimase vedova del marito, deceduto in con-
seguenza del fatale incidente parigino, in rue Dauphine, che lo vide tra-
volto da cavalli trainanti una carrozza. La signora Curie, anche se vedova,
saprà portare quel velo nero di lutto con la esemplare disinvoltura e con
l’elegante onorabilità di chi sa indossare senza indugio i panni della sociale
rispettabilità e della intima indipendenza.

Marie Curie e Oriana Fallaci:


simboli dell’autentico femminismo
Marie, da sempre, era stata una donna emancipata, simbolo proba-
bilmente di quell’indipendenza femminile che a soli trent’anni dalla sua
morte avrebbe scosso le fondamenta di una società in preda a secolari
cambiamenti.
Potenzialmente precorritrice di una cultura che non vedrà mai, la imma-
gino come indispensabile premessa a quel fenomeno di affrancamento, di
riscatto e, forse, di redenzione, chiamato femminismo.
Marie mi ricorda davvero tanto Oriana Fallaci (1929-2006): fiorentina
di nascita e spirito inquieto, forte, mai domo; anima libera, critica severa,
prima giornalista attiva “sul fronte” delle cause scottanti, sempre in “trin-
cea”, capace di prese di posizione discutibili ma certo coraggiose. Marie
Curie e Oriana Fallaci, quasi cinque anni esatti separavano la data di morte
di una da quella di nascita dell’altra. Peccato che, per così poco, davvero
per così poco, non abbiano incrociato i loro cammini… avrei voluto veder-
le sorseggiare un caffè sedute allo stesso tavolo; l’una con un taccuino
denso di appunti, l’altra con quel sorriso assorto che da sempre ne aveva
contraddistinto l’espressione.

76
Capitolo V

Per sorridere…
Sorridere, togliendo il velo offuscato del tempo,
sbirciando nella stanza dei racconti per scoprire
flussi continui tra mitologia, matematica,
termodinamica e coerenza quantistica.
Turing, Preparata, Prigogine, Yoga della risata.
Imitation Game: un bel film
sulla vita di Alan Turing

S iamo soliti pensare, e non a torto, che le scoperte scientifiche e le inno-


vazioni della tecnica siano e debbano essere rappresentative di quegli
stessi scopritori e autori che ne hanno mosso gli esordi. Convinzione peral-
tro convalidata da tutta una serie di appellativi e designazioni che richiama-
no, per maggior impatto e maggiore efficacia comunicativa, i personaggi
che ne promossero la formulazione: alludo alle leggi di Newton per esem-
pio, alle leggi di Keplero, alla relatività di Einstein, solo per citarne alcune.
Tutte riportano il nome di chi le ha ideate, tanto da renderne figurativo e
immediato il riconoscimento; la scoperta, l’invenzione, è sullo stesso piano
dell’uomo, assurgendo su questi binari a una simmetrica identità di impor-
tanza e riconoscimento, senza plus-valori e senza plus-valenze. Schema
perfetto mi verrebbe da osservare, se non fosse per il film Imitation Game,
uscito sui grandi schermi nel 2014, per la regia di Morten Tyldum, e basato
sulla vita del matematico inglese Alan Turing; film che sovverte perfetta-
mente la struttura sopra designata, proponendo abilmente e provocato-
riamente una dislocazione totalmente antitetica: il dramma dell’uomo che
si antepone alla grandezza dello scienziato.

78
Capitolo V | Per sorridere...

 La solitudine di un matematico


Questo, a quanto ho inteso, si è rivelato essere il proponimento del regi-
sta che ha saputo, abilmente, sfruttare le qualità interpretative di un certo
non improvvisato Benedict Cumberbacht. Proiezione che riesce a comuni-
care in maniera paradossale la dimensione di solitudine ed estraniamen-
to di un genio della matematica, combattuto tra quanto teme di essere
e ciò che pensa di essere. Paradossale ho scritto poc’anzi, proprio così,
paradossale, considerando quanta poca attenzione scenografica venga
dedicata alla questione della omosessualità e, in sua cagione, a tutta la
serie di innumerevoli limitazioni che afflissero Turing. Aspetti taciuti, solo
suggeriti, tutt’al più bisbigliati, lasciando che l’incedere della pellicola vada
soffermandosi sulle questioni più pragmatiche, e certo più di cliché, riguar-
danti la macchina “Enigma”. Compito non facile, dire senza dire, comu-
nicare evitando di puntare il riflettore… Compito non facile ma eseguito
senza indugio, volgendo lo sguardo sulla proiezione nella sua interezza,
che sceglie consapevolmente di evitare il focalizzarsi sul particolare al fine
di mantenere intatto quel quadro complessivo che esalta l’uomo oltre ciò
che compie, oltre ciò che teme, oltre ciò che subisce.

Chi era Alan Turing?


Un matematico, sì certo, un crittografo, sì certo, uno dei padri putativi
dell’informatica, sì certo… tutto ciò, ma non è stata una di queste la rispo-
sta che mi sono dato non appena concluso il film. Turing è stato un uomo,
offeso, umiliato e svilito nella propria dignità. E seppur importanti, come
si dedurrebbe da un documentario che con occhio clinico ne descrivesse i
formidabili studi e le formidabili implicazioni, le sue innovazioni certo non
distolgono il focus dell’osservatore dalla ingiustizia che ne minò la salute
fisica e mentale. E senza dubbio a poco è valso il tentativo della storia d’a-
more con la collega Joan Clarke, forse gesto disperato di raddolcire una
trama già votata all’amara meditazione, se non fosse per quei risvolti nei
quali, tra i due, si percepisce una volontà di amore che certamente frainte-
so, viene riscattato da un’amicizia non per questo meno nobile. La trama
concitata delle vicende della guerra si fonde con la prosecuzione narra-
tiva nel campus di ricerca: un microcosmo a volte statico, circondato da
una frenesia di personaggi “ubriachi” di spionaggio e ricolmi di tensioni

79
Geni del Passato

politico-strategiche. E in questa cornice si adagia un tormentato rappor-


to con i colleghi di lavoro, prima, e amici, poi, senza meno non secondo
alla imponenza scenografica della procedura di creazione della macchina
“Christopher”. Personaggio emblematico Turing: affetto da una balbuzie
a tratti invadente, svela di sé una personalità per certi aspetti narcisistica,
punta dell’iceberg di un retroterra fatto di timidezza e difficoltà relazionali.

Perché vedere il film


Geniale la trovata dei ripetuti flash-back quali prezioso escamotage
regressivo, contestuali a quella precisa volontà di non recidere mai il cor-
done ombelicale con il passato e con la propria infanzia; scelta che si rivela
decisiva nel conferire quella sfumatura “leopardiana”, quel sapore “felli-
niano”, di un clima fanciullesco che non tornerà più, ma non per questo
meno vivo. Tante sono le frasi che potrei citare tratte dal film, come esem-
plari ed esplicative della pellicola intera, tante a tal punto da rendere diffi-
coltosa una scelta ponderata e riflettuta. Ecco perché mi fido dell’intuito
e, seguendolo, ricordo una frase di chiusura, pronunciata con fervore e
devozione dall’“amica” Joan Clarke; una frase talmente densa di vibrazio-
ne poetica che, anche da sola, avrebbe potuto assurgere a colonna por-
tante del film. «Il mondo è un posto infinitamente migliore perché tu non
sei normale». Il gesto perfetto, il colpo di spugna. Un sussulto, un trionfo
di quella umanità che a Turing era stata ingiustamente sottratta. Il giusto
epilogo che restituisce valore e decoro al dramma di quell’uomo che, solo
nel 2009, ricevette in via ufficiale le scuse di sua Maestà la regina.

80
Giuliano Preparata:
una vita per la fisica

“I l cerchio si chiude”: una frase che spesso ho sentito pronunciare a


conclusione di congetture, ragionamenti, inchieste e divagazioni sofi-
stiche. Massima che non posso far aderire perfettamente a questo caso,
ma che devo modificare, correggendola, nella forma più opportuna secon-
do lo schema “il quadrato si completa”. Sì, proprio il quadrilatero che rac-
chiude come tema portante l’acqua, che vede collocati ai propri vertici gli
scienziati Benveniste, Emoto, Del Giudice e Preparata: tutti decisivi, tutti
preziosi e insostituibili nell’apportare determinanti sviluppi concettuali
che rivoluzioneranno irreversibilmente il percorso interpretativo dell’ac-
qua, le sue virtù clinico-terapeutiche e il nuovo contesto operativo. Dav-
vero singolare questo intreccio di geometrie, soprattutto considerando il
simbolo dell’acqua presso la tradizione alchemica: in questo contesto l’ico-
na rappresentativa assume la forma di un triangolo equilatero con un ver-
tice rivolto verso il basso. I Greci solevano definirla come uno degli arché,
intendendo con tale definizione una delle possibili soluzioni “riduttive” a
un singolo elemento sulla mutevolezza della natura. Diversi anche i colo-
ri che le vennero attribuiti nelle varie epoche storiche: Antioco di Atene,
astrologo del primo secolo a.C., le attribuiva il colore bianco mentre, nel
1436, Leon Battista Alberti le conferiva il colore verde. Non dimentichiamo
quanto pronunciato in tal senso da Leonardo da Vinci, il quale asseriva la
sua totale atipicità e neutralità nel saper assumere ogni fragranza pur non
possedendone alcuna. Tema del colore che risultava particolarmente caro
anche a  Giuliano Preparata (Padova, 1942-2000), fisico italiano famoso
per i suoi contributi fondamentali nel campo della fisica delle alte ener-
gie: determinante la soluzione proposta alla questione di confinamento
del colore (carica di colore, proprietà delle particelle accostabile alla cari-
ca elettrica seppur con diverse differenze tecniche) nella  Cromodinami-
ca quantistica (teoria che descrive l’interazione forte, QCD). Al suo attivo
risultano più di 400 pubblicazioni spalmate nei settori più disparati: dalla

81
Geni del Passato

fisica del laser alla fisica nucleare, dalla superfluidità alla superconduttività,
dalla fisica del sub-nucleare alla fisica delle stelle di neutroni ecc. Passan-
do per la fusione fredda, Preparata si è interessato anche delle proprietà
dei campi elettromagnetici dell’acqua, gettando le basi sperimentali per
gli esperimenti poi proseguiti dal Nobel Luc Montagnier. 

Preparata e Del Giudice: una collaborazione “fluida”


Il fisico padovano condusse ricerche al fianco di  Emilio Del Giudice, in
qualità di primo interlocutore sulla questione legata alla memoria dell’ac-
qua nell’ambito della Coerenza elettrodinamica quantistica (CQED). Secon-
do tale impianto intellettuale, esistono in natura domìni di coerenza aven-
ti la capacità di “allineare” i campi elettromagnetici, presunta condizione
che legittimerebbe scientificamente i presupposti concettuali alla base
del  costrutto omeopatico  (in virtù del quale le particelle di acqua memo-
rizzerebbero una geometria molecolare associata agli elementi chimici con
in quali l’acqua stessa entra in contatto). Tali domìni di coerenza avrebbero
dimensioni esprimibili nell’ordine delle decine di micron (1x10-6 m).

Preparata: un destino segnato


Giuliano Preparata, nato il 10 marzo sotto il segno dei Pesci, secondo
decano, forse aveva già scritto nei suoi “destini” questo legame con l’ac-
qua. Elemento appartenente al dodicesimo segno, che vede in Giove e
82
Capitolo V | Per sorridere...

Nettuno i propri pianeti governatori: proprio quel Poseidone che, prodigo


di amori come il fratello Zeus, vedeva popolare le acque di mari e oceani
dei frutti di queste erotiche licenze. Leggenda vuole che le Nereidi, ninfe
marine figlie di Nereo e Oceanina Doride, bellissime creature immortali,
facessero parte dell’harem del dio marino Poseidone e avessero i capelli
verdi. Verdi come il colore dell’acqua secondo Leon Battista Alberti, verdi
come il colore di uno dei 3 quark ai quali, Preparata, era tanto romantica-
mente affezionato.

83
Prigogine, Aïvanhov e
“il pianista sull’Oceano”

O mraam Mikhaël Aïvanhov, celebre maestro spirituale di origine mace-


done e fondatore della Fratellanza Bianca, sosteneva quanto l’uomo
potesse essere schematizzato alla stregua di un semplice triangolo: equi-
latero, nel migliore dei casi, ma più spesso isoscele. Disarmonia tra lati che
rappresentavano mente, anima e spirito (funzioni intellettive, spirituali ed
emozionali) e che racchiudevano in sole quattro opzioni tutte le tipologie
umane descrivibili (il triangolo equilatero, rarissima combinazione appar-
tenente solo ai saggi illuminati, vedeva il perfetto equilibrio dinamico tra
le suddette funzioni).

Ilya Prigogine e l’irreversibilità dell’Universo


Efficace descrizione geometrica quella del triangolo, riscontrabile
anche nell’indagine del famoso chimico e fisico russo Ilya Prigogine (1917-
2003),  Nobel per la Chimica nel 1977, la cui ricerca si dipanò oscillando
tra tre cardini:  sistemi complessi, strutture dissipative e irreversibilità.
Concetto, l’ultimo, che possiede forti e congrui legami con la materia della
84
Capitolo V | Per sorridere...

Termodinamica e la coordinata dell’entropia (sempre a sua volta stretta-


mente connessa alla Termodinamica). Nella sua profonda riflessione si
determina subito un contrasto insanabile con la fisica classica che vede,
da una parte, la reversibilità e il determinismo come sterili costrutti di sab-
bia ormai futili appigli di una fisica in affanno e, dall’altra, l’irreversibilità e
l’indeterminazione come princìpi regolatori del divenire fenomenologico. 
Secondo Prigogine la Natura tutta è sottoposta a una continua prassi
entropica, intesa questa come costante aumento del disordine dei sistemi
osservati con conseguente impossibilità di ripristino delle condizioni para-
metriche di partenza (non dimentichiamo che persino in Termodinamica
le trasformazioni termodinamiche e le conseguenti formule matematiche
descriventi, fanno riferimento a ipotetiche condizioni di reversibilità, nelle
quali, appunto, il processo può essere anche inteso come percorso “al
contrario” potendo ripristinare in toto le condizioni vigenti all’esordio del
processo trasformativo, senza impatto, quindi modifiche tangibili, sull’uni-
verso esterno); divergenza di vedute perfettamente sintetizzata nella sua
opera La nuova alleanza: uomo e natura in una scienza unificata (1979).
Anche il tempo stesso era sottoposto alla medesima legge dell’irreversi-
bilità: nel saggio scritto nel 1989 assieme a Isabelle Stengers, Tra il tempo e
l’eternità, Prigogine mette a nudo proprio tale aspetto: la trasformazione
del paradigma concettuale del tempo reversibile a quello di tempo irrever-
sibile. Da sempre la fisica è stata lacerata nel profondo dall’opposizione
tra una impegnativa idea di eternità e un più comune e tangibile senso del
tempo.
L’intento dei due Autori è proprio quello di ristabilire una “conciliazione”
tra le parti, non tanto in virtù di prometeiche promesse di miraggi scientifi-
ci mai raggiungibili, ma sulla più solida base di una visione forse meno poe-
tica ma certo più pragmatica, di una possibile coesistenza tra intelligibilità
del non compreso e il divenire dell’osservato e dell’osservabile.

Prigogine e il terzo periodo della


fisica contemporanea
Va da sé che la titanica impresa non risulterà certo priva di ostacoli.
Quello che gli Autori definiscono il “terzo periodo della fisica contempora-
nea” succede alle prime due fasi, nelle quali si susseguono l’iniziale tappa
85
Geni del Passato

dei grandi modelli descrittivi e la seguente fase della descrizione dell’in-


stabilità e della complessità delle particelle sub-atomiche. Altra opera dal
forte impatto esplicativo del pensiero di Prigogine è La fine delle certezze. Il
tempo, il caos e le leggi della natura, in cui l’Autore mette in luce, con lucida
autorità, la precarietà delle certezze della fisica newtoniana e la loro illu-
sorietà; le stesse altro non sono che volgari semplificazioni perniciose di
una realtà tutt’altro che perfetta ed equilibrata. Anzi, quella stessa realtà
viene ora vista e percepita come caotica, fluttuante e molto più leopardia-
namente “matrigna” di quanto non fosse fino a quel momento. Prigogine
auspica nella sua coraggiosa esposizione un augurabile conciliabolo tra le
già vetuste branche della fisica classica e quantistica; conciliabolo che non
solo deve fonderle, ma produrre un  ulteriore salto evolutivo, un nuovo
approccio investigativo  che faccia cardine sui concetti di strutture dissi-
pative, instabilità dei sistemi complessi, inderogabilità delle condizioni
parametriche iniziali e modello distributivo probabilistico. Yulia Vikhman,
questo era il nome della madre di Prigogine: forse non tutti sanno quanto
questa mamma fosse un abile pianista. Mi piace pensare che abbia saputo
trasmettere al figlio l’importanza e la preziosità di quegli 88 tasti a colori,
alternati bianchi e neri: proprio come nel film  Il pianista sull’oceano, nel
quale uno smarrito Novecento (questo il nome del protagonista) dichiara
il suo timore di non poter suonare tutte le troppe “combinazioni di tasti”
che il buon Dio aveva distribuito in un mondo che aveva potuto vedere
solo dall’oblò di una nave. Sono certo che Prigogine, come Novecento,
abbia intuito questa grandiosità ma che, forse, a differenza di lui, da quella
barca, possa essere sceso.

86
Il “potere” dello Yoga della Risata

N elle Cronache si narra che Alessandro il Grande amasse intrattenere discus-


sioni con i propri generali e, senza la necessità di fregiarsi di una sterile
loquacità, sfruttando il culto del vuoto, del silenzio, sapeva scegliere con gran-
de cura le proprie parole. A tal punto predilette da risultare pregne di quella
forza e quella efficacia, dettate più dall’attesa del pronunziarle che non dalla
veemenza dei toni adoperati. In particolare, nella battaglia di Cheronea (338
a.C.), si ricorda di come il principe macedone, si rivolse ai propri graduati, impa-
zienti di vederlo indugiare in un’attesa che certo mal si collimava con la fase
concitata dello scontro: «La freccia dev’essere scoccata solo quando l’arco è
perfettamente teso. E io, attendo la mia velocità». Parole che vibrano tutt’ora,
a secoli di distanza, ancora dense di quell’energia misteriosa che aveva saputo
ispirarle: parole antiche, ma sempre molto attuali.

Formare il pensiero per creare la realtà


che desideriamo
Ebbene, confesso di aver pensato a tutto ciò, ascoltando  Michele
Pengo (padovano, Direttore vendite Gioel, responsabile della formazione
di manager e venditori, Business Coach professionista e Master Pratictio-
87
Geni del Passato

ner in PNL) il 10 aprile 2016, a Padova, avendo la fortuna di presenziare


a un suo workshop, ispirato alla comunicazione personale e aziendale.
Come un taumaturgo, mosso da una forza misteriosa, è apparsa subito
chiara la sua innata abilità nello scegliere, appunto, le parole adoperate
che, seppur certamente affinate da anni di studio pratico di Pnl, non ave-
vano per questo perso la propria forza persuasiva, palpabile nella totale
assenza di esitazione che le promuoveva. Dalla evocazione di precisi prin-
cìpi di “atteggiamento mentale positivo”, alla invocazione dei più recenti
assunti della fisica quantistica, il tutto passando per lo studio della comu-
nicazione corporea e terminando con lo yoga della risata.
Al pari di uno sciamano indiano, Michele permea di sostanza il dicibile,
rendendolo da semplice vibrazione, atto concreto. Laddove i termini “ter-
minano”, Michele apre un nuovo orizzonte. «Mantieni il pensiero su ciò
che vuoi, non su ciò che temi», sentenzia con un sorriso, non meno profon-
do di quanto lo sia la verità racchiusa in quelle sillabe. Se è vero che le false
credenze controllano le nostre vite, è anche vero che concediamo perciò
un potere agli eventi che altrimenti non possederebbero: come affermava
Jung, «impara a gestire e controllare l’inconscio, altrimenti lui gestirà te, e
lo chiamerai destino». Michele si appropria di questo concetto junghiano,
plasmandolo secondo una dialettica nuova e conferendogli quella incisivi-
tà di più ampio spettro che non ne mina però l’efficacia penetrativa; solo
prestando attenzione a ciò che pensiamo, potremo creare nuovi circuiti
neuronali, e solo con nuovi circuiti neurali, potremo assumere abitudini
diverse. 

La “legge d’attrazione”: chiedi, credi, ricevi


I pensieri producono parole, queste producono immagini, le immagi-
ni producono chimica corporea, la quale produce emozioni: l’emozione
produce comportamento e azione. Con un semplice algoritmo, Michele ci
illustra quel processo per il quale, nella fisica dei quanti, una funzione d’on-
da collassa in una particella, dal mondo del potenziale si passa al mondo
del realizzato, dal vuoto delle possibilità infinite si passa alla sostanza
dello specifico concreto. Se per risonanza, attiriamo ciò in cui crediamo,
la legge d’attrazione legittima la sua validità. Ecco il perché dell’importan-
za del controllo del pensato: intervenire a monte del processo e non alla
fine, ergo, non focalizzarsi sulle circostanze esterne, cercando di mutarle
88
Capitolo V | Per sorridere...

al proprio volere, ma con-centrarsi all’origine della catena, vale a dire, il


pensiero.
Su questi presupposti, disponiamo di sufficiente materiale per descrive-
re un processo creativo su basi rinnovate e illuminate, riassumibili secondo
tre punti principali:
•• chiedi,
•• credi,
•• ricevi.
“Chiedi”, inteso questo come presa di coscienza in merito a cosa dav-
vero si desideri (fatto non così scontato come si tenderebbe a crede-
re);  “credi”, atteggiamento fideistico, che suggerisce il “vivere come
se”, la fede nella certezza che ciò che vuoi sia già tuo; “ricevi”, godere
e beneficiare di ciò che si è ottenuto. Altro concetto importante è quel-
lo della proattività, vista e concepita come la capacità di orientarsi sulle
soluzioni e non sui problemi: qualità fondamentale, sviluppabile attraver-
so la sovrapposizione dei concetti di attenzione e intenzione. Se è vero
che l’attenzione è uno strumento cognitivo della mente e l’intenzione la
finalità sottesa al pensiero stesso, va da sé che una loro fusione produca
una euristica diversa, quindi, percorsi neurali diversi. Il pensiero positivo
pare avere trovato basi più solide sulle quali poggiare, a dispetto di tutti
quei detrattori che, forse in maniera un po’ troppo liquidatoria, lo hanno
battezzato alla stregua di facili vagheggiamenti ciarlieri. Occorre prima
essere per fare, e per essere occorre creare cambiamento nei pensieri,
quindi nelle abitudini. 

Il “potere” dello Yoga della risata


Michele ci ha illustrato come, seguendo un filo che ha saputo tessere
con maestria e attendibilità. E in soccorso degli strumenti appena visti,
ecco giungere una novità, che mai prima d’ora si era pensata applicabi-
le alla formazione: lo yoga della risata, seguendo un percorso tutto suo,
diviene strumento prezioso nelle mani di Michele, regalandoci la possibili-
tà di attuare quei cambiamenti auspicati seguendo un percorso parallelo.
La via dell’emozione diventa la strada da seguire, il sentiero che percorre
un tracciato vicino, ma distinto, a quello della prassi mentale. Ritrovando
il contatto con noi stessi, ritrovando la magia del sorriso spontaneo, ritro-
89
Geni del Passato

viamo la dimensione perduta del qui e ora. Ridere per produrre emozioni,
emozioni per costruire chimica differente.
«Quando ridi, tu cambi, e quando cambi, il mondo cambia con te», è
scritto sulla maglia dello Yoga Teacher: Michele, come un umanista della
corte medicea, dichiara al mondo il suo amore per l’uomo. Un amore rin-
novato, fiducioso, scevro dai pessimismi di inizio millennio, portatore di un
messaggio preciso e fondato: l’uomo nuovo non potrà non passare attra-
verso la soglia obbligata della retrospezione. Forse un altro Rinascimen-
to è cominciato e Michele veste i panni del mecenate che impreziosisce il
proprio corteo delle opere più raffinate. Un mosaico sta nascendo, ricco
di promesse e di attese, incastonate l’una all’altra come arazzi di un’icona
bizantina. A quanto pare, all’uomo nuovo, da ora, sono stati offerti gli stru-
menti per produrre questo cambiamento. Non gli rimane che impugnarli.
L’oltreuomo nietzchiano attende.
Grazie di tutto, Michele!

90
Capitolo V | Per sorridere...

… Hic et nunc
In saecula saeculorum…

91
Chi è Emanuele Cangini

E MANUELE CANGINI nasce a Modena, dove frequenta l’Istituto tecnico


industriale Fermo Corni e a seguire l’Università presso la facoltà d’Inge-
gneria Meccanica.
Curatore e revisore di testi, divulgatore scientifico per la rivista «Scienza
e Conoscenza», recensore e articolista. Lavora per diverse case editrici, fra
cui Macro Edizioni; giornalista, critico letterario, relatore e conferenziere;
autore d’interviste, recensioni su blog e pagine web di aziende e case edi-
trici.
Coadiuva e assiste vari autori e vari manager nell’ideazione e progetta-
zione di libri biografici e testi di stampo didattico.
Legge per lavoro circa 150 libri all’anno; appassionato e studioso di
astronomia e astrologia, conduce serate a tema presso vari ristoranti e
località balneari.
È fondatore e ideatore del progetto “Poker d’assi”, tavola rotonda di
4 tra i più importanti studiosi e ricercatori sul tema: “La bellezza salverà il
mondo”? No, la conoscenza salverà la bellezza.
È autore del libro raccolta Geni del passato, uscito in formato e-book
a febbraio 2017 ed edito dal gruppo editoriale Macro, collana Scienza e
Conoscenza.

92
Indice generale

Presentazione Giovanni Vota................................................... 4


Presentazione Fabio Zancanella.............................................. 5
Introduzione Autore................................................................ 6

Cap. 1
Per riflettere….............................................................................8
Tolomeo: quando la Terra era immobile e il Sole roteava......... 9
Keplero e la rivoluzione dei moti planetari............................ 13
Copernico e l’astronomia del cielo........................................ 17
Galileo Galilei: grande genio italiano.................................... 21

Cap. 2
Per ricordare…..........................................................................28
Un grande geologo italiano: Giovanni Battista Brocchi........... 27
Eugenio Barsanti e l’invenzione del motore a scoppio........... 30
Il fisico Giovanni Battista Venturi........................................... 33
Enrico Betti: storia di un matematico italiano........................ 35
Edwin Hebert Hall: tra fisica classica e fisica quantistica........ 38
Barnard Emerson: il cognome di un astronomo, il nome di una
stella..................................................................................... 41

Cap. 3
Per emozionare…......................................................................45
Quando l’uomo ammirava il cielo: breve storia dell’astrologia..... 46

93
I segreti dell’antico Egitto...................................................... 50
Il ritorno del Conte di Cagliostro grande alchimista............... 53
Ingegnere dello spirito o mistico della scienza?..................... 57
Da Reich all’energia orgonica in medicina............................ 60

Cap. 4
Per amare…...............................................................................63
Fabiola Gianotti: “la signora in rosso della scienza”.............. 64
Rita Levi Montalcini: quando la ricerca diventa poesia.......... 67
Margherita Hack: “e le stelle stanno a guardare…”............... 71
Vi presento madame Curie.................................................... 74

Cap. 5
Per sorridere…..........................................................................77
Imitation Game: un bel film sulla vita di Alan Turing............. 78
Giuliano Preparata: una vita per la fisica............................... 81
Prigogine, Aïvanhov e “il pianista sull’Oceano”.................... 84
Il “potere” dello Yoga della Risata.......................................... 87

Biografia Emanuele Cangini.................................................. 92

94
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