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Publications de l'École française

de Rome

Città e territorio nell'Etruria meridionale


Giovanni Colonna

Riassunto
L'esame del rapporto tra città e territorio mostra che nell'Etruria meridionale le città provocano nel tardo VI secolo la
destrutturazione del sistema di centri urbani minori, che era stato l'espressione del modo di produzione favorito dalle
aristocrazie gentilizie. In parallelo le città promuovono una più intensa e diretta occupazione della campagna, attuando una
'colonizzazione interna', appoggiata a fattorie e insediamenti rurali, verosimilmente a vantaggio dei ceti medio-bassi del corpo
sociale. Il fallimento di questa operazione, verso la metà del V secolo, sembra confermare l'ipotesi, già avanzata per altra via, di
una reazione in senso oligarchico dei ceti dominanti, sulla quale ricadrebbe in larga misura la responsabilità della generale
recessione economica che investe l'Etruria dell'epoca. Nel IV secolo la rinascita dei centri minori sancisce il ritorno alle forme '
tradizionali ' di sfruttamento del territorio, da parte di domini ormai saldamente impegnati nella gestione dello Stato.

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Colonna Giovanni. Città e territorio nell'Etruria meridionale. In: Crise et transformation des sociétés archaïques de l'Italie
antique au Ve siècle av. JC. Actes de la table ronde de Rome (19-21 novembre 1987) Rome : École Française de Rome,
1990. pp. 7-21. (Publications de l'École française de Rome, 137);

https://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1990_act_137_1_3896

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GIOVANNI COLONNA

CITTÀ E TERRITORIO NELL'ETRURIA MERIDIONALE


DEL V SECOLO

II contributo che vorrei portare alla Tavola Rotonda, che ci vede


qui riuniti grazie alla iniziativa degli amici francesi dell'École de Rome
e del CNRS, concerne specificamente uno dei temi evocati nel
programma : la città e il territorio. Beninteso nei limiti dell'Etruria
meridionale, che è l'Etruria che conosco meglio, soprattutto grazie agli anni
in cui l'ho percorsa come archeologo della Soprintendenza di Villa
Giulia. Presumo che la scelta risulti opportuna nell'economia dell'incontro,
stante anche la collocazione, imprevista, che il contributo si trova ad
avere, quasi all'inizio dei nostri lavori. Città e territorio sono infatti due
referenti di interesse generale, preliminari ad ogni altro tipo di
inchiesta archeologica, e specialmente, direi, per il periodo e per i problemi
che sono in discussione.
Prima di entrare in argomento vorrei sottolineare un punto, sul
quale credo possiamo tutti convenire. La crisi delle città etrusche,
anche di quelle che ne sono state più acutamente toccate, cioè le città
marittime del Meridione, data dal 460-450 in poi, dall'età di Cimone,
potremmo dire, in termini di storia greca. La sua prima autentica
manifestazione, sul piano politico-militare, non è la sconfitta navale di
Cuma, che aveva visto ancora gli Etruschi nel ruolo attivo di aggressori
e che sarà salutata dai Greci come una scampata minaccia di douleta,
ma l'offensiva portata vent'anni dopo dai Siracusani nel medio Tirreno,
dapprima scongiurata con i chrémata offerti ed accettati dal navarca
Faillo, quindi culminata con l'occupazione temporanea dell'Elba nel
453 a.C. da parte di Apelle, che si è tentati di «leggere» come una rispo-
8 GIOVANNI COLONNA

sta all'espugnazione etrusca di Lipari avvenuta al tempo di Gelone1. È


dagli anni intorno alla metà del secolo che crolla il flusso delle
importazioni di ceramica attica, le produzioni artigianali ristagnano, l'edilizia
pubblica praticamente si arresta, l'architettura e la pittura funeraria si
irrigidiscono in moduli ripetitivi2. Quando gli Etruschi torneranno
all'offensiva, nel 414-413, lo faranno sotto lo scudo di Atene e con forze
esigue, dimostrando di non essere più una vera potenza navale.
Credo che anche siamo tutti convinti che le circostanze esterne, la
congiuntura internazionale, sulla quale si è un po' troppo insistito in
passato, non siano sufficienti a motivare una crisi così vasta e
coinvolgente. La perdita della talassocrazia nel Tirreno è stato indubbiamente
un fattore scatenante, che ha pesato notevolmente sul versante dell'em-
poria e degli scambi. Non così la perdita della Campania, avvenuta
quando la crisi era già in atto, né quella del Lazio, che riguarda solo
una sfera d'influenza, non essendo mai stata la regione sotto il dominio
etrusco3. Nulla infine autorizza a pensare che gli Etruschi abbiano
avuto a soffrire, come i Latini e i Greci dell'Italia meridionale, per una
accesa conflittualità con i loro vicini indigeni, Umbri e Sabini. I
conflit i con gli Umbri ricordati da Strabone e da Plinio il Vecchio sono infatti
proiettati in un passato mitistorico, al tempo delle origini ο comunque
della più antica espansione nella Valle Padana4. Prova ne sia che
proprio le città gravitanti sul Tevere e sulle altre vie interne della penisola,
come Veio, Falerii, Volsinii e Chiusi, sono quelle che meno accusano i
segni della recessione, specie sul piano artistico. Al contrario gli Umbri
sembrano offrire ad esse nuove possibilità di espansione, almeno
commerciale, come mostra il caso di Todi5. Non direi che, per gli Etruschi
dell'Etruria propria, gli Italici abbiano costituito un problema.

1 G. Colonna, in L'Etruria mineraria (Atti del XII convegno di studi etruschi e italici,
Firenze-Populonia-Piombino 1979), Firenze, 1981, p. 446 sg. ; Id., Apollon, les Étrusques et
Lipara, in MEFRA, 96, 1984, p. 557-578.
2 Per le importazioni attiche da ultimo M. Rendeli, in MEFRA, 101, 1989, p. 545-
579.
3 Sull'argomento si veda Etruria e Lazio arcaico (Quaderni del Centro di studio per
l'archeologia etrusco-italica, n. 15), Roma, 1987, in particolare i contributi di chi scrive e
di C. Ampolo, p. 55-93.
4 Ho riconsiderato da ultimo il problema nel convegno Gli Etruschi a nord del Po,
Mantova 1986, i cui atti sono in stampa (Mantova, 1989, p. 12 sg.).
5 Contributi di vari autori, tra i quali si segnala quello di M. Torelli, in Verso un
museo della città, mostra degli interventi sul patrimonio archeologico, storico, artistico di
Todi, Todi, 1982, p. 49 sg.
CITTÀ E TERRITORIO NELL'ETRURIA MERIDIONALE DEL V SECOLO 9

Accanto alla crisi della talassocrazia - che è crisi della identità e


del ruolo mediterraneo degli Etruschi, in nome del quale erano stati
fondati a Delfi i thesauroi di Agylla e di Spina e dedicato, secondo la
mia opinione, il cippo dei Tirreni - occorre tenere conto di molti altri
fattori. Vi è indubbiamente una crisi nei comportamenti sociali delle
vecchie aristocrazie, che procede di pari passo col consolidarsi delle
strutture urbane e porta in primo piano tendenze alla limitazione del
lusso e dei consumi, ben documentate nel Lazio in campo funerario già
dalla prima metà del VI secolo e poi ribadite nel V con le XII Tavole6.
Ma nel contesto della più vasta crisi dei valori «arcaici» esaltati in
specie dal mondo ionico e con esso messi in crisi dalle guerre persiane,
anche le aristocrazie etrusche accennano a porsi una 'questione
morale', che va nel senso di una revisione e regolamentazione dei propri
consumi, che tante attività produttive avevano alimentato7. Sul piano
ideologico molti indizi convergono, a cominciare dall'apparizione nella
pittura funeraria tarquiniese di demoni alati e di scene di viaggio,
nell 'additare il progresso di una concezione ellenizzante
del 'oltretomba, ο almeno una ripresa di concetti come il soggiorno dei morti nelle
isole dei Beati, implicanti in linea di principio una perdita di significato
dei corredi deposti nelle tombe (con tutte le conseguenze che il fatto
comporta sulla loro utilizzazione da parte nostra come indicatori
archeologici)8. Sul piano politico la tendenza a rimuovere l'esibizione
della ricchezza, relegandola piuttosto nella sfera del sacro, con
fenomeni di accumulazione come quello noto per il santuario di Pyrgi9, è
stata interpretata come un segno della trasformazione in senso
oligarchico dei ceti dirigenti delle città meridionali, sulla base di quanto è stato

6 G. Colonna, in Par. Pass., XXXII, 1977, p. 131-165; Id., in Italia omnium terrarum
alumna, Milano, 1988, p. 492 sg.; C. Ampolo, in AION arch., VI, 1984, p. 71-102. L'assai
maggiore intensità del fenomeno nel Lazio rispetto all'Etruria, Veio esclusa, non
discende ovviamente da ragioni etniche (come fraintende M. Torelli, in Storia di Roma, I,
Torino, 1988, p. 255 sg.), ma politiche e culturali.
7 Rinvio al mio contributo in Archeologia laziale, IV, Roma, 1981, p. 229-232, e a
quelli di G. Nenci e di M. Lombardo, in Forme di contatto e processi di trasformazione nelle
società antiche, Pisa-Roma, 1983, p. 1019-1031, 1077-1103.
8 Cfr. I. Krauskopf, Todesdämonen und Totengötter im vorhellenistischen Etrurien.
Kontinuität und Wandel, Firenze, 1987.
9 Grazie al saccheggio da parte di Dionigi il Vecchio di Siracusa nel 384 a.C. Cfr.
G. Colonna, in Die Göttin von Pyrgi, Firenze, 1981, p. 30 sg. ; F. Prayon, ibid., p. 49 sg.
(fonti).
10 GIOVANNI COLONNA

sottolineato per Sparta da D. Musti 10. Si avrebbe quindi verso la metà


del V secolo una involuzione interna, una sorta di 'serrata del
patriziato', che proseguirà, in forme temperate per noi assai meglio
conoscibili, nei due secoli successivi. Ad essa, alla sua manifestazione acuta di V
secolo, sarebbe da imputare in larga misura l'immagine offuscata che
l'archeologia restituisce della prosperità dell'Etruria in quel periodo.
Credo sia proprio in questo ambito di problemi che lo studio del
rapporto intercorso tra città e campagna nel periodo in questione possa
recare qualche lume.
L'esame non può essere condotto che su un arco temporale ampio,
poiché il V secolo, preso isolatamente, non basta a dar conto di quel
che in esso è accaduto. Occorre considerare sia il mezzo secolo che lo
ha preceduto sia l'intero secolo, ο quasi, che lo ha seguito. Proprio in
questi due periodi hanno infatti avuto luogo due processi storici di
fondamentale rilevanza nella prospettiva che ci interessa, rispetto ai quali
11 V secolo appare come una fase di transizione, una
«Interimsperiode», come è stato definito sul piano della storia dell'arte11.
Cominciamo dal periodo più antico. Nella seconda metà del VI e agli inizi del V
secolo si produce un fenomeno sul quale è stata portata l'attenzione
solo dall'inizio degli anni '70, ma che è ormai da tutti riconosciuto :
voglio dire l'abbandono, nei casi estremi, ο comunque l'impoverimento,
la destrutturazione spesso a poco più che villaggi dei centri urbani
minori, i centri di seconda categoria, gli oppida del territorio,
potremmo dire, ricorrendo alla terminologia latina12. Il fenomeno è generale,
concerne tutti gli insediamenti che si erano sviluppati, assumendo talo-
ra dimensioni cospicue, nella «seconda fase», post-villanoviana, del
popolamento dell'Etruria meridionale, a partire dalla seconda metà
dell'VIII e specialmente dalla prima del VII secolo. I centri che entrano

10 M. Torelli, Storia degli Etruschi, Bari 1981, p. 184 sg.; Id., L'arte degli Etruschi,
Bari, 1985, p. 123 sg.; Id., in Rasenna, storia e civiltà degli Etruschi, Milano, 1986, p. 61-67.
Cfr. D. Musti, Economia greca, Roma-Bari, 1981, p. 80 sg.
11 T. Dohrn, Die etruskische Kunst im Zeitalter der griechischen Klassik. Die
Interimsperiode, Magonza, 1982.
12 Ne ho trattato in Aspetti e problemi dell'Etruria interna (atti dell'VIII convegno
naz. di studi etruschi e italici, Orvieto, 1972), Firenze, 1974, p. 258-260; in La civiltà
arcaica di Vulci e la sua espansione (atti del X convegno naz. di studi etruschi e italici, Grosse-
to-Roselle-Vulci, 1975), Firenze, 1977, p. 206 sg.; in Contributi introduttivi allo studio della
monetazione etrusca (atti del V convegno del Centro internaz. di studi numismatici,
Napoli, 1975), Napoli, 1977, p. 15 sg. Cfr. Torelli, Storia degli Etruschi, cit. p. 186-188.
CITTÀ E TERRITORIO NELL'ETRURIA MERIDIONALE DEL V SECOLO 11

in crisi sono situati soprattutto, ma non esclusivamente, nelle parti


interne della regione e sul versante tiberino : da Trevignano, Ceri, Mon-
terano, S. Giovenale, S. Giuliano, Blera a sud, a Tuscania, Castel d'Asso,
Acquarossa, Bagnoregio, Bolsena, Bisenzio, Grotte di Castro, Castro,
Poggio Buco, Pitigliano, Sovana, Saturnia, Magliano, Orbetello a nord,
con una elencazione che è lungi dall'essere esaustiva13. Naturalmente i
casi più sicuri, al di là della casualità delle scoperte archeologiche,
sono quelli dove la documentazione, oltre che consistente, è anche
incrociata, concernendo sia l'abitato che i sepolcreti. Direi che il caso
ottimale è uno solo, Acquarossa, oggetto di una esplorazione intensiva
dell'abitato da parte della Scuola Svedese, accompagnata da ripetuti
interventi sulla necropoli14. Ma anche per Bisenzio, Poggio Buco, la
Civita di Bolsena, Tuscania l'integrazione dei dati provenienti dalla
necropoli con quelli, meno abbondanti, dall'abitato è tuttavia
significativa15. Il caso meglio documentato di una tenue sopravvivenza è quello

13 Manca uno studio d'insieme. Su Acquarossa e il territorio volsiniese : G. Colonna,


in St. Etr., XLI, 1973, p. 50-63 (su Grotte di Castro ora P. Tamburini, m Annali della
Fondazione per il museo C. Faina, II, 1985, 182-206; su Bagnoregio: G. Colonna, in Doctor
Seraphicus, XXV, 1978, p. 43-52). Sul territorio vulcente : M. Cristofani e G. Colonna, in
La civiltà arcaica di Vulci, cit., p. 189-207 e 235-257; Gli Etnischi in Maremma (a cura di
M. Cristofani), Milano, 1981, contributi di M. Cristofani, A. Maggiani e M. Michelucci ;
A. Maggiani-E. Pellegrini, La media valle del Fiora dalla preistoria alla romanizzazione,
Pitigliano, 1985. Per il territorio ceretano e tarquiniese : G. Colonna, in St. Etr., XXXV,
1967, p. 12-26 (Ceri : Id., in St. Etr., LII, 1984, p. 14 sg.). Per l'agro falisco : T. W. Potter,
The Changing Landscape of South Etruria, Londra, 1979. Per le necropoli a facciate
rupestri la datazione di alcuni tipi al V secolo (E. Colonna Di Paolo, Necropoli rupestri del
Viterbese, Novara, 1978, p. 5 sg., ili. 6, 9) è da restringere alla prima metà, e forse solo ai
decenni iniziali del secolo.
14 Gli scavatori tendono oggi a datare l'abbandono dell'abitato nel penultimo quarto
del VI secolo (Architettura etrusco nel Viterbese, Roma, 1986, p. 32, nota 63; p. 133),
mentre le ultime deposizioni nelle tombe, invero nel periferico settore del Talone, scendono
verso il 500 a.C. (da ultima A. Emiliozzi, in Studi di antichità in onore di G. Maetzke, II,
Roma, 1984, pp. 281-289).
15 Bisenzio: K. Raddatz, in Hamburger Beiträge zur Archäologie, V, 1975, p. 22; IX,
1982 (1983), p. 121; J. Driehaus, in Si. Str., LUI, 1985 (1987), p. 58 sg., 62. Poggio Buco :
da ultimo E. Pellegrini, La necropoli di Poggio Buco, Firenze, 1989, in stampa. La Civita
di Bolsena: da ultimo K. Raddatz, in Mitteilungen zur Ur- und Frügeschichte, 5, 1983,
p. 119 sgg. Tuscania: da ultima A. M. Sgubini Moretti, in Archeologia nella Tuscia, II,
Roma, 1986, p. 242.
12 GIOVANNI COLONNA

di S. Giovenale, oggetto, recentemente di uno specifico dibattito16.


Sopravvivenze più ο meno lunghe nel corso del V secolo sono attestate
anche per i centri più lontani da Vulci, come Sovana e Saturnia17.
Parallelamente sorgono, in quantità più esigua, centri a quanto pare di
nuova fondazione ο revitalizzazione : come Bomarzo e Orte sul Tevere,
Sorrina nel cuore del Viterbese, Doganella nella bassa valle dell'Albe-
gna, Regisvilla sul mare, mentre beninteso si sviluppano i porti di Pyrgi
e di Gravisca18.
A fronte di questo fenomeno sta, nel corso del IV secolo, quello in
larga misura simmetrico della rioccupazione ο della revitalizzazione di
molti dei centri che erano stati abbandonati ο declassati nel tardo VI
secolo : basti citare i casi ben noti di Tuscania e di Sovana 19.
Naturalmente non mancano anche in questa età fondazioni ex nihilo ο quasi,
come Ghiaccio Forte, Musarna e la stessa Norchia, ο spostamenti di
sede, come Ferento rispetto ad Acquarossa20.
Tra i centri minori fioriti nel VII-VI secolo e quelli fioriti nel IV-III
secolo sussistono, nonostante la patente diversità della situazione stori-

16 San Giovenale, materiali e problemi, Stoccolma, 1984, in particolare p. 104-107.


Per le esili tracce di V secolo : I. Pohl, in Par. Pass., XL, 1985, p. 43-63. Ead., in
Architet ura etrusca nel Viterbese, cit., p. 129 sg.
17 Per Sovana, che forse si sottrae in parte alla destrutturazione entrando nell'orbita
di Chiusi, come sembra provare la tomba delle due statue cinerarie : A. Maggiani, in Mag-
giani-Pellegrini, op. cit. a nota 13, p. 83 sg.; Id., in St. Etr., LV, 1987-1988 (1989), in
stampa. Per Saturnia: M. Michelucci, in Gli Etruschi in Maremma, cit. a nota 13, p. 110-112
(continuità, ma «con una densità demografica nettamente inferiore dalla metà del V alla
metà circa del IV secolo a.C. »).
18 M. P. Baglione, II territorio di Bomarzo, Roma, 1976, (per l'unica iscrizione arcaica
cfr. G. Colonna, in Gli Etruschi e Roma, Roma, 1981, p. 169 sg.); G. Nardi, Le antichità di
Orte, Roma, 1980 (per l'unica iscrizione arcaica cfr. G. Colonna, in Si. Etr., XLIX, 1981,
p. 274, n. 43). Per Sorrina si attende la pubblicazione delle ricerche svolte dalla Pro
Ferento. Doganella : M. Michelucci e L. Walker, in La romanizzazione dell'Etruria : il
territorio di Vulci, Milano, 1985, p. 110-115; G. Colonna, in Rasenna, cit. a nota 10, p. 462;
M. Michelucci, in Si. Etr., LV, 1987-1988 (1989), in stampa. Regisvilla : G. Colonna, op.
cit., p. 462 sg. C. Morselli-Ε. Torturici, in // commercio etrusco arcaico, Roma, 1985,
p. 27-40.
19 Rinvio alla relazione in Aspetti e problemi dell'Etruria interna, cit. a nota 12. Per
Sovana : A. Maggiani, in La romanizzazione dell'Etruria, cit., p. 84-87, con bibl.
20 Ghiaccio Forte: P. Rendini, ibid., p. 131 sg.; G. Colonna, in Rasenna, cit., p. 499.
Musarna: G. Barbieri-Η. Broise-V. Jolivet, in BA, 29, 1985, p. 29-38; H. Broise-V. Joli-
vet, in Si. Etr., LIV, 1986 (1988), p. 365 sg. Norchia : E. Colonna Di Paolo - G. Colonna,
Norchia, I, Roma, 1978. Sulla data della nascita di Ferento : A. Emiliozzi, in Archeologia
nella Tuscia, I, Roma, 1982, p. 44.
CITTÀ E TERRITORIO NELLETRURIA MERIDIONALE DEL V SECOLO 13

ca, indubbie analogie strutturali. L'incombere del dominio aristocratico


sui primi è provato dalle tombe monumentali, note per esempio a
S. Giuliano, Blera, Tuscania, Castro21, e ancor meglio dai «palazzi»,
messi in luce nell'abitato, come ad Acquarossa e a Poggio Buco22, ο
solo indiziati dal ritrovamento di terrecotte architettoniche, come nel
caso di Tuscania e di Castel d'Asso23. Non può esservi dubbio che
questi centri siano stati altrettante sedi di potere locale, monopolizzato da
gruppi gentilizi che possedevano la terra e controllavano, spesso da
posizioni strategicamente forti, le vie di comunicazione, traendone
sostanziosi vantaggi. La crescita demografica di alcuni di essi, situati in
posizioni particolarmente favorevoli, come Tuscania, Blera,
Acquarossa, Bisenzio, ecc, portò allo sviluppo di attività artigianali e
probabilmente alla formazione di un ceto «medio», che non si può non pensare
interessato alla gestione della terra, in un sistema pur sempre rotante
intorno alle famiglie dei domini. È a questo ceto che vanno riferite le
tombe a camera con corredi di contenuta ricchezza e la maggioranza
delle stesse tombe rupestri a dado, così tipiche della regione, spesso
inserite in tentativi di pianificazione urbanistica che ricordano i noti
precedenti ceriti e volsiniesi24. Considerazioni in tutto analoghe sono
suggerite dagli oppida di IV-III secolo, a giudicare dall'emergenza di
tombe monumentali di grande spicco, come a Norchia le tombe a
tempio, Lattanzi e Smurina, a Castel d'Asso la tomba Grande, a Musarna le
tombe Alethna, a Tuscania le Curuna, a Sovana le tombe della Sirena,
Ildebranda e Grotta Pola, ecc, attorno alle quali si addensa un fitto tes-

21 Basti citare a S. Giuliano il tumulo Cima (da ultimo R. Romanelli, Necropoli


dell'Etruria rupestre : architettura, Viterbo, 1986, p. 24-27), presso Blera il tumulo di
Grotta Porcina (S. Quilici Gigli, Blera, Magonza, 1976, p. 238 sg.; R. Romanelli, op. cit., p. 29
sgg.) ; a Tuscania le tombe a forma di casa (A. M. Sgubini Moretti, in Architettura etrusca
nel Viterbese, cit. a nota 14, p. 137-144), a Castro la tomba con monumentale terrazza-
altare (Ead., ibid. ; G. Colonna, in Rasenna, cit., p. 448 sg. : circa l'interpretazione è del
tutto fuori strada M. Martelli, in Un artista etrusco e il suo mondo : il pittore di Micali,
Roma, 1988, p. 27, nota 10).
22 M. Strandberg Olofsson, in Architettura etrusca nel Viterbese, cit., p. 81 sg. ;
E. Pellegrini, op. cit. a nota 15.
23 E. Colonna Di Paolo-G. Colonna, Castel d'Asso, Roma, 1970, p. 53 sg., tav. 451, 2;
A. M. Sgubini Moretti e L. Ricciardi, in Archeologia nella Tuscia, Roma, 1982, p. 133-148.
24 G. Colonna, in St. Etr. XXXV, 1967, p. 24. Per Orvieto : Id., in Annali della
fondazione per il museo C. Faina, II, 1985, ρ 101, sg., fig. 1.
14 GIOVANNI COLONNA

suto connettivo di tombe di medio e mediocre livello25. Né mancano


negli abitati esperimenti di urbanistica regolare, come prova il caso di
Musarna indagato dalla Scuola Francese26.
Sembra pertanto lecito pensare che entrambe le fasi di vita dei
centri urbani minori dell'Etruria meridionale, l'arcaica e Γ« ellenistica»,
rispecchino sostanzialmente il medesimo modo di produzione, basato
sulla polarità domini - servi, ben nota dalle fonti letterarie classiche,
ma presto temperata in entrambi i periodi dalla formazione di frange
sociali intermedie, numericamente consistenti, viventi all'ombra dei
domini. Naturalmente la tendenza è più pronunciata nel IV secolo, ma
non tale da far pensare ad un vero superamento del modo di
produzione arcaico : basti pensare alla testimonianza, praticamente
contemporanea, della profezia di Vegoia, la cui pertinenza ad ambito volsiniese è
a mio avviso suffragata dal nome del destinatario, latinizzato in Arruns
Velthymnus27 : non che, ovviamente, ai notissimi eventi che portarono
alla rovina di Volsinii. Il popolamento per oppida del territorio sembra
in conclusione essere stato la forma con la quale si manifesta, sul piano
delle strategie insediative, il modo di produzione fondato sulla grande e
media proprietà e sul lavoro dei servi.
Veniamo ora a prendere in esame il periodo intermedio tra le due
fasi di fioritura dei centri minori urbanizzati, periodo che comprende
per intero il V secolo, che è al centro del nostro interesse, ma abbraccia
anche il tardo VI e la prima metà del IV secolo. Qui i fatti sono assai
meno chiari e il discorso deve necessariamente farsi più sfumato. Si è
parlato per i decenni iniziali di uno spopolamento delle campagne, per
lo più considerato nell'ottica di un processo di inurbamento, quasi che
le città solo allora, alla fine del VI secolo, avessero acquistato un
sufficiente potere di attrazione e, di conseguenza, una reale consistenza
demografica28. Di fatto, fra tutte le città dell'Etruria meridionale, Fale-
rii compresa, solo per Tarquinia vi è traccia di un ampliamento
dell'area urbana in quest'epoca, se veramente ad essa risale
l'annes ione delle alture su cui si trova l'Ara della Regina : ma per ora l'unico

25 Cfr. J. P. Oleson, The Sources of Innovation in Later Etruscan Tomb Design (ca.
350-100 B.C.), Roma, 1982, passim.
26 V. nota 20.
27 G. Colonna, in Annali della fondazione, cit. a nota 24, p. 112 sg.
28 È la tesi sostenuta da M. Cristofani (per es. in Prospettiva, 1, 1975, p. 15 sg., a
proposito di Murlo; in La civiltà arcaica di Vulci, cit. a nota 12, p. 256 sg. ; in Gli Etruschi
in Maremma, cit. a nota 13, p. 38).
CITTÀ E TERRITORIO NELL'ETRURIA MERIDIONALE DEL V SECOLO 15

dato certo è la cronologia post-villanoviana dell'ampliamento29. Lo


spopolamento delle campagne si rivela d'altra parte in larga misura
illusorio. Laddove sono state condotte sistematiche perlustrazioni del
terreno, come nell'agro veiente e falisco, e recentemente presso Tusca-
nia e nell'agro vulcente30, si è visto, per quanto mi è noto, che proprio
in questa età, nella seconda metà del VI e nel V secolo, i siti rurali cre-

29 Così mi esprimevo nella relazione letta al convegno, tenendo conto della lettura
dello sviluppo urbanistico di Tarquinia avanzata da M. Torelli, in Miscellanea archaeolo-
gica T. Dohrn dedicata, Roma, 1982, p. 123, e della notizia di tombe villanoviane presso
l'Ara della Regina (F. Buranelli, La necropoli villanoviana «Le Rose» di Tarquinia, Roma,
1983, p. 122, n. 20). Ma una volta accertata la modernità del preteso muro sbarrante alla
radice il pian di Civita (P. Pelagatti, in Tarquinia : ricerche, scavi e prospettive, Roma,
1987, p. 34, tav. II, 2-3), cade ogni ragione cogente a favore dell'ampliamento, potendo le
tombe citate coesistere con il nucleo abitativo dell'epoca indiziato nella stessa zona
dell'Ara della Regina (Buranelli, ibid., p. 118, η. 1). Tutta la questione dello sviluppo di
Tarquinia andrebbe del resto riconsiderata. Non vi è dubbio infatti che la necropoli
«generale » villanoviana, per riprendere il termine usato da Torelli per l'età arcaica sia quella
estesa a ventaglio sui poggi a E della città storica, da Poggio Selciatello a Poggio Quarto
degli Archi. Tale collocazione richiede che il nucleo primario dell'insediamento sia il
vasto pian della Regina, contiguo alla Castellina (già sede di un villaggio
protovil anoviano : F. Di Gennaro, in Etruria meridionale : conoscenza, conservazione, fruizione, Roma,
1988, p. 79, nota 27), e non il periferico pian di Civita (servito peraltro dal sepolcreto
della Civitucola). Se mai è esistito un aggere nella strozzatura tra le due aree, esso avrà
isolato, all'interno dell'abitato villanoviano, la parte cui era demandata la funzione di arx,
analogamente a quanto supposto per la Castellina di Vulci (M. Guaitoli, in La
romanizzazione dell' Etruria, cit. a nota 18, p. 58).
30 Per l'agro veiente e falisco si dispone delle ricerche della Scuola Britannica di
Roma coordinate da J. B. Ward Perkins, delle quali offre una utile sintesi il lavoro di
T. W. Potter citato a nota 13. Purtroppo i «tagli» prescelti nella organizzazione statistica
dei dati e nelle carte di distribuzione, isolando da un lato il VII-VI e dall'altro il V-IV
secolo (Potter, op. cit., p. 85-90, fig. 21, tab. 2 e p. 101 sg., fig. 25, tab. 3), non consentono
una rappresentazione efficace del fenomeno (migliore al riguardo il campione settoriale
di J. B. Ward Perkins - Α. Καηανε - L. Murray-Threipland, in PBSR, XXXVI, 1968, p. 70,
fig. 7, con la distinzione « later etruscan (6th-5th centuries B.C) » e « republican roman » : i
siti così distinti assommano a 28 per il primo periodo e 33 per il secondo, che abbraccia il
ben più incisivo processo della colonizzazione romana). Cfr. anche M. Torelli, Storta
degli Etruschi, cit. a nota 10, p. 114 e 186; P. Liverani, in PBSR, LII, 1984, p. 38 sg. Sul
«progetto» Tuscania vedi per ora G. Barker, in L'alimentazione nel mondo antico: gli
Etruschi, Roma, 1987, p. 20-22; G. Barker-T. Rasmussen, in PBSR, LVI, 1988, p. 25-42.
I dati attualmente più eloquenti sono quelli ottenuti nell'agro vulcente nord-orientale,
gravitante su Castro: M. Rendeli, in BAR, 243, 1985, p. 261 sg.; in Atti del II congresso
internazionale etrusco, Firenze, 1985, in stampa; in Etruria meridionale, cit. a nota 29,
p. 103 sg., fig. 2. Rispetto ai sette siti preesistenti ne sono registrati trentaquattro per il
tardo VI e il V secolo.
16 GIOVANNI COLONNA

scono di numero. I dati della ricognizione di superficie trovano


conferma nei pochi riscontri di scavo finora disponibili : la « fattoria » di
Casale Pian Roseto nell'agro veiente vive dalla fine del VI ai primi decenni
del IV secolo ed è la fattoria di un «cittadino», a giudicare dal nome
graffito su una ciotola di bucchero, Laris Pataras31. Lo stesso arco di
vita hanno la «fattoria» in località Girella nell'agro volsiniese e quella
in corso di scavo in località Pianello di Castiglione in Teverina32.
Uguale cronologia è stata del resto assegnata dal Ward Perkins alle vaste
opere di bonifica idraulica della campagna mediante cuniculi e pozzi,
non che alla rete stradale minore dell'agro veiente33. Completa coeren-
temente il quadro l'apparizione dei piccoli santuari di campagna,
tipica, specie dove meno è atomizzato il popolamento, di quest'epoca, dal
Sasso di Furbara al Procoio di Ceri, da Punta della Vipera a Grotta
Porcina, da Monte Becco al Ghiaccio Forte34.
In considerazione di tutto questo già da tempo ho creduto
opportuno introdurre nella discussione il concetto di una «colonizzazione
interna», coeva e in certa misura omologa a quella che portò nuove ondate
di etruschi dal 525 circa nella Campania interna e nella Valle Padana.
Colonizzazione interna che non si appoggiò se non eccezionalmente, in
casi come quello di Doganella nella valle dell'Albegna35, a centri urbani
di nuova fondazione, e nemmeno a centri preesistenti ristrutturati. Il
modello dell'insediamento sembra al contrario essere stato quello delle
assegnazioni individuali, vintane, applicato da Roma nella sua prima
annessione di territorio etrusco, quella dell'agro già appartenuto ai
Veienti : con assegnazioni prima alla plebe cittadina e poi a transfughi
veienti, capenati e falisci gratificati nel contempo della cittadinanza, in

31 L. Murray Threipland - M. Torelli, in PBSR, XXXVIII, 1978, p. 62-121.


32 M. Cagiano de Azevedo, in NSc, 1974, p. 21 sg. ; G. Colonna, in Doctor Seraphicus,
cit. a nota 13, p. 51. Per Castiglione in Teverina : V. D'Atri, in Si. Etr., LIV, 1986, p. 352
sgg. Alla stessa età dovrebbe risalire la fattoria di Podere Tartuchino nella valle
dell'Albegna : G. Barker, art. cit., p. 27 sg., mentre di VI secolo è giudicata quella in corso di scavo
in località Macchia di Freddara (Allumiere) a cura di G. Gazzetti e A. Ziffero (che
ringrazio per l'informazione).
33 T. W. Potter, op. cit. a nota 13, p. 95-101; S. Quilici Gigli, in L'alimentazione nel
mondo antico, cit. a nota 30, p. 33-36.
34 G. Colonna, in Santuari d'Etruria, Milano, 1985, p. 149, con esemplificazione a
cura di vari autori (p. 149-159). Cfr. anche I. E. Edlund, The Gods and the Place. The
Location and Function of Sanctuaries in the Countryside of Etruria and Magna Graecia (700-
400 B.C.), Stoccolma, 1987, con documentazione assai parziale per l'area in esame.
35 Cfr. nota 18.
CITTÀ E TERRITORIO NELLETRURIA MERIDIONALE DEL V SECOLO 17

numero tale da consentire la creazione di quattro nuove tribù rusti-


che36. Colonie, ossia insediamenti urbani, Roma non ne stabilì che a
Sutri e a Nepi, ai margini settentrionali del territorio annesso, in
funzione manifestamente di fortezze di confine, a ridosso dell'Etruria
rimasta libera e dei Falisci37. Una funzione analoga, su scala di gran
lunga minore, sembra avere avuto, nei confronti del territorio
colonizzato da Vulci alla fine del VI secolo, il «campo fortificato» di Rofalco,
a ridosso della Selva del Lamone38, e in un certo senso anche Regisvilla
nei confronti di quell'altra frontiera che è il mare, specie se l'aggere
visto con la fotografia aerea è coevo all'abitato39. Né diversa sembra
essere la motivazione di centri quali Orte e Bomarzo, al margine
meridionale del territorio volsiniese40.
La supposta colonizzazione tardo-arcaica non potè ovviamente
attuarsi se non a spese dei centri urbani minori, rimasti fino allora di
fatto indipendenti, centri che furono, come si è detto, distrutti ο più ο
meno drasticamente ridimensionati. La posta in gioco fu
probabilmente, prima ancora che il controllo delle vie di comunicazione,
l'acquisizione di nuove terre, da lasciare in comune ο da dividere tra i cittadini.
Tutto lascia ritenere che l'ampliamento del territorio e la
ristrut urazione della campagna siano stati voluti e perseguiti dai ceti urbani in
ascesa, dal demos anelante al possesso della terra come lo sarà la plebe a
Roma, ceti la cui espressione politica sembrano essere stati prima
«condottieri» come i fratelli Vibenna e poi figure «tiranniche» come
Porsenna ο Thefarie Velianas. È questa l'età in cui non solo si da un
assetto totalmente nuovo al santuario portuale di Pyrgi ma si pone
mano a una radicale ristrutturazione urbanistica del centro geometrico
e politico della città di Caere, con l'impianto di imponenti edifici
pubblici, sia sacri che civili, al posto di sontuose dimore e sacelli che ven-

36 Per la prima assegnazione : Liv. V, 30, 8; Diod. XIV, 102, 4. Per la seconda : Liv.
VI, 4, 4; 5, 8. Cfr. W.V.Harris, Rome in Etruria and Umbria, Oxford, 1971, p. 41 sg.;
T. W. Potter, op. cit., p. 108 sg.
37 Funzione già avuta con ogni probabilità nel precedente assetto territoriale. Cfr.
C. Morselli, Sutrium (Forma Italiae), Firenze, 1980, ed il mio cenno in La civiltà dei
Falisci (atti del XV convegno di studi etruschi e italici, Civita Castellana, 1987), Firenze, in
stampa.
38 M. Rendeli, in La romanizzazione dell'Etruria, cit. a nota 18, p. 60 sg., fig. 42, e i
lavori dello stesso a nota 30.
39 Cfr. bibl. a nota 18.
40 Cfr. bibl. ibid.
18 GIOVANNI COLONNA

gono demolite41. Ed è anche l'età in cui, mentre l'alfabetizzazione si


diffonde, come mostrano i graffiti vascolari, irrompono nell'etrusco
scritto tratti fonetici «volgari», come la neutralizzazione e poi la
sincope delle vocali brevi post-toniche, che toccano la loro acme nella prima
metà del V secolo42. La crisi della grande proprietà gentilizia sembra
indirettamente indiziata dal tracollo della esportazione marittima di
vino, da Caere e soprattutto da Vulci, che lo studio delle anfore
rinvenute in Gallia consente oggi di porre tra il 525 e il 500 a.C, quando il
trend delle importazioni greche nelle stesse città non mostra alcun
segno di declino43.
È nel quadro storico così abbozzato che conviene ricercare le
ragioni interne all'Etruria della recessione della seconda metà del V
secolo. Purtroppo i dati oggi disponibili sull'organizzazione e lo
sfruttamento della chora, discendendo come sono quasi esclusivamente da
ricerche di superficie, non consentono di apprezzare come si vorrebbe
la diacronia degli insediamenti rurali, entro l'arco del V secolo. A
posteriori però sappiamo che il supposto processo redistributivo,
avviato nel tardo VI secolo, non ha avuto il tempo e la forza per
consolidarsi, a parte il caso di Veio, che forse anche per questo è sempre più
un'eccezione, destinata ad un tragico isolamento nel contesto etrusco.
Altrove affiorano qua e là i segni di un rovesciamento della situazione,
che preludono al ritorno nelle campagne delle forme tradizionali di
sfruttamento. Nella parte meridionale dell'agro volsiniese, presso
Grotte S. Stefano, troviamo già all'inizio di questo oscuro periodo una
isolata tomba aristocratica a quattro camere disposte in croce, con «atrio»

41 Come risulta dagli scavi condotti negli ultimi anni, sui quali informa M. Cristofa-
ni, in BA, 35-36, 1986, p. 1 sg., in particolare 11 sg.
42 Sul fenomeno da ultimo H. Rix, in Gli Etruschi : una nuova immagine (a cura di
M. Cristofani), Firenze, 1984, p. 216 sg., par. 10-12. Secondo questo studioso la sincope
agirebbe solo tra il 500 e il 450 (o, più precisamente, tra il 480 e il 460 : cfr. in L'etrusco e
le lingue dell'Italia antica, Pisa, 1985, p. 34), sicché gli imprestiti successivi a tale data non
ne sarebbero toccati (in Schriften des Deutschen Archäologen-Verbandes, V, 1981, p. 104
sg.). La possibilità di qualificare come tratto «volgare» la sincope vocalica risiede nel
fatto che, come è ben noto, essa è certamente in relazione con analoghe tendenze
variamente presenti nelle lingue italiche confinanti, dal latino al sabino e all'umbro; lingue
pertinenti ad ambiti socio-culturali relativamente meno evoluti dell'etrusco.
43 B. Bouloumié, L'épave étrusque d'Antibes et le commerce en Méditerranée
occidentale au VIe siècle av. J.-C, Marburg, 1982, p. 65 sg., con le precisazioni importanti, ma che
non toccano la sostanza, di M. Py, in // commercio etrusco arcaico, cit. a nota 18,
p. 87 sg.
CITTÀ E TERRITORIO NELLETRURIA MERIDIONALE DEL V SECOLO 19

affrescato secondo i modi della pittura tarquiniese44. A Blera e presso


Vetralla tombe isolate a facciata, con camera più sobriamente dipinta
col solo motivo del kyma a onde, segnalano presenze gentilizie già
probabilmente verso la fine del V secolo, né molto più recente è la tomba
dipinta di Bomarzo col sarcofago di Vel Urinates45. Il ricostituirsi di
estese proprietà fondiarie è forse intuibile anche attraverso le frumen-
tazioni romane, che attingono nel V secolo con crescente frequenza al
surplus cerealicolo etrusco. Delle quattro frumentazioni in cui l'Etruria
è coinvolta, tre sono della seconda metà del secolo (440, 433 e 411 a.C.)
e concernono con ogni probabilità l'agro volsiniese46. Particolarmente
notevole appare quella del 440, in cui il grano etrusco è ottenuto dal
magnate Sp. Melio grazie alle sue relazioni personali, verosimilmente
con aristocratici del genere del proprietario della tomba dipinta di
Grotte S. Stefano.
Tutto questo è certamente assai poco, ma lascia intravedere la
tendenza verso la riconversione delle campagne al modo di produzione
tradizionale, che restituisce ai principes il primato economico e politico
forse in precedenza rimesso in discussione. Con eccezioni e sussulti,
certo. A Veio nel 437 a.C. incontriamo un re dal nome illustre e dai
connotati tirannici, Lars Tolumnius, che, secondo la tradizione
riportata da Livio, avrebbe involontariamente decretato la morte degli
ambasciatori romani inviati a Fidene per un equivoco insorto nel gioco dei
dadi cui era intento47. E sappiamo che nuovamente nel 403 i Veienti si

44 Catalogo ragionato della pittura etrusca (a cura di S. Steingräber), Milano, 1985,


p. 283, n. 29 : R. Romanelli, op. cit. a nota 21, p. 56, fig. 38. Una datazione relativamente
tarda, ossia posteriore alla metà del secolo, sembra richiesta dal soffitto displuviato con
travatura in rilievo e soprattutto dal kyma a onde su un altissimo zoccolo a scacchiera
policroma.
45 Blera : Catalogo ragionato, cit., p. 265, η. 1 ; E. P. Markussen, in Analecta Romana
Instituti Donici, XIV, 1985, p. 17-36, p. 45 sg., fig. 28. Agro di Vetralla: S. Quilici Gigli,
op. cit., a nota 21, p. 50-52, fig. 50-53. Bomarzo : Catalogo ragionato, cit., p. 265, n. 2
(manca uno studio aggiornato del sarcofago, che comunque non è posteriore alla metà del IV
secolo). A Tarquinia non a caso una delle tombe più «ricche» di fine V-primi decenni del
IV secolo (M. Cristofani-M. Martelli, L'oro degli Etruschi, Novara, 1983, p. 208 sg., 306)
si trovava nel periferico sepolcreto di Poggio del Cavalluccio, attraversato dalle vie che
conducevano verso i centri dell'interno.
46 Rinvio alla mia trattazione in Annali per la fondazione del Museo C. Faina, II, 1985,
p. 107-109.
47 Liv. IV, 17, 3. Per la questione della data (che potrebbe scendere al 428 ο al 426) :
F. Cassola, in Riv. Storica Italiana, LXXXII, 1970, p. 5 sg.
20 GIOVANNI COLONNA

diedero un re, taedio annuae ambitionis, un re che le ricchezze e la


superbia resero odioso alle altre città etrusche (meglio : agli oligarchi
che governavano le altre città etrusche)48. Non a caso l'agro veiente è
quello, come si è già ripetutamente accennato, in cui più capillare è
stata l'occupazione della campagna e forse più tenace la conservazione
della proprietà frazionata. Non porrei sul medesimo piano il caso di
Caere, dove pure è attestato un re verso la metà ο poco prima del IV
secolo da uno degli elogia di Tarquinia, secondo la convincente inter-
pretazione di Torelli49. Anche in questo caso si tratta probabilmente di
una temporanea restaurazione, poiché il sarcofago dello zilath Venel
Tamsnie, recentemente scoperto, sembra anteriore, suppure di poco50.
Ma già nel tardo V secolo non mancano tombe dall'austero carattere
gentilizio, come quella delle Onde Marine e quella del sarcofago
scolpito conservato al Vaticano, che offre la prima raffigurazione di un tema
destinato a grande fortuna nella città oligarchica : la pompa magistra-
tuale51. Né si può trascurare l'enorme tesaurizzazione accumulata
presso il santuario di Pyrgi nel corso del V secolo, come provano le
monete greche rinvenute52, ο il cenno di Licofrone ad Agylla ricca di
greggi, che presuppone una notevole estensione di terre lasciate a
pascolo (probabilmente sui monti della Tolfa)53. Ma è indubbio che il
primato nella direzione dell'affermazione oligarchica spetti a
Tarquinia, unica tra le città dell'Etruria meridionale in cui erano mancate
anche nell'età tardo-arcaica importanti fondazioni templari e altre
opere pubbliche di rilievo, in patente contrasto con la disordinata moltitu:
dine di tombe a camera, spesso con qualche decorazione dipinta,
ostinatamente segnalate da piccoli tumuli invece che da strutture a dado
come altrove54. Una grande edilizia pubblica si ha a Tarquinia solo nel

48 Liv. V, 1,3-8: 5, 10. Cfr. M. Torelli, Elogia Tarquiniensia, Firenze, 1975, p. 73.
49 Op. cit., p. 70 sg.
50 G. Proietti, in St. Etr., LI, 1983 (1985), p. 557 sg. La cronologia va ristudiata
tenendo conto dell'analisi delle tombe «del Comune» da me condotta in St. Etr., XLI,
1973, p. 335-337. La occorrenza del prenome Venel è un tratto fortemente conservatore,
che bene si attaglia a un rappresentante dell'oligarchia del tempo.
51 Catalogo ragionato, cit., p. 268, η. 8, tav. 188; G. Colonna, in Rasenna, cit. a nota
10, p. 494, fig. 354. Per il sarcofago con pompa: F. Roncalli, in Rend. Pont. Acc, 51-52,
1977-1978, p. 3 sg.; Id., in Rasenna, cit., p. 662.
52 Cfr. nota 9.
53 Lycophr. Alex. 1241.
54 Sui tumuli, costruiti anche sulle tombe di pieno V secolo : R. E. Linington, in St.
Etr., XLVI, 1978, p. 4-10; Id., in MEFRA, 92, 1980, p. 625 sg. Sulle tombe dipinte «mino-
CITTÀ E TERRITORIO NELL'ETRURIA MERIDIONALE DEL V SECOLO 21

IV secolo, con le mura e il tempio dell'Ara della Regina55, quando il


ceto dirigente locale imboccherà un nuovo corso, calandosi nel politico
e assumendosi la gestione dello stato. Visti in questa prospettiva anche
gli oppida della campagna, rifondati in funzione di un migliore
sfruttamento del lavoro dei servi da parte dei domini, finiscono con
l'as umere una dimensione diversa, recuperando la funzione «coloniale» di
occupazione strategica del territorio, messa in evidenza dalle
fortificazioni di cui si cingono.
Non mi nascondo che quanto detto è segnato, più di quanto non si
verifichi normalmente nelle nostre ricerche, dalla marca della
provvisorietà, fondato com'è su dati quantitativamente esigui e non sempre
perspicui, che solo un più intenso impegno dell'archeologia militante
nello scavo dei siti rurali potrà realmente migliorare. Ma credo che,
nell'insieme, l'ipotesi di una involuzione oligarchica alla metà del V
secolo, da altri avanzata, esca irrobustita dall'analisi condotta e acquisti
anzi una maggiore plausibilità storica, come reazione a spinte «demo-
cratiche» verso il possesso della terra, che sembrano avere agitato le
città etrusco-meridionali in età tardo-arcaica, mettendo in crisi il modo
di produzione sul quale era fondato il potere dei principes. Mi auguro
che tutto questo serva almeno ad avviare una proficua discussione.

Giovanni Colonna

ri» : L. Cavagnaro Vanoni, in Tarquinia : ricerche, scavi e prospettive, cit. a nota 29, p. 243-
253.
55 G. Colonna, in Santuari d'Etruria, cit., p. 70-73. Ben poco aggiunge M. Y.
Goldberg, in RM, 92, 1985, p. 107-125.

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