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In Dizionario dei temi letterari, a cura di R. Ceserani, M. Domenichelli, P. Fasano, Utet.

Voce: Esilio

1. Il termine (it. 'esilio', fr. 'exil', ingl. 'exile', ted. 'exil', sp. 'exilio') deriva dal latino 'exilium'
('ex+solum' 'fuori dal territorio' secondo l'etimologia di Isidoro di Siviglia) e indica
l'allontanamento dalla patria. Più esplicito in questo senso il termine dell'antico greco 'exoriso'
che letteralmente significa 'mandare fuori dai confini', alternato a 'ekdemos', che insiste di più
sul significato sociale e civile dell'esclusione dalla comunità umana. In spagnolo un sinonimo
è 'destierro', 'desterrar', 'allontanare dal territorio'. Nell'uso del termine al significato
etimologico di 'allontamento dalla patria' si è affiancata l'accezione negativa di sradicamento,
isolamento, privazione e quindi anche, per estensione, fuga, abbandono, solitudine; in inglese
'exile' significa anche devastazione e distruzione. Nella tradizione letteraria il termine viene
usato anche come metafora di sofferenza, esclusione e diversità; l'esiliato è l'isolato, il
solitario, colui che per motivi diversi vive in una condizione di ripiegamento interiore e di
estraneità nei confronti della società. Nei testi sacri esilio indica anche la vita terrena,
percepita come incompleta e inautentica rispetto a quella vera, ultraterrena. Tema polisemico,
legato agli eventi politici e sociali della storia dell'uomo e allo stesso tempo ricco di
potenzialità metaforiche, allegoriche e simboliche, il motivo dell'esilio subisce i
condizionamenti dovuti all'urgenza dell'esperienza autobiografica all'origine di molti testi
memorialistici o strettamente legati alla situazione storica, ma si costituisce anche come tema
letterario autonomo, svincolato dalle circostanze esteriori. E' opportuno inoltre distinguere tra
una letteratura d'esilio (Exilliteratur in tedesco), che indica le opere, che possono riguardare o
meno il tema dell'esilio, scritte da un gruppo di esuli in un determinato periodo storico (ad
esempio gli émigrés francesi del periodo rivoluzionario o i tedeschi che sfuggirono al
nazismo) e una letteratura sull'esilio, reale o metaforico, che può implicare o meno un
contesto autobiografico. Controverso è il rapporto tra letteratura d'emigrazione, un fenomeno
che riguarda gli spostamenti, per motivi socio-economici, di gruppi di popolazione, e
letteratura d'esilio, legata a esperienze individuali di scrittori appartenenti già a un
determinato contesto culturale. Se in alcuni periodi storici possono esserci stati dei punti di
contatto, in genere il tema dell'esilio ha un suo sviluppo autonomo, caratterizzato da una forte
metaforizzazione e dalle escursioni semantiche cui si è accennato.
2. L'Antico Testamento è all'origine di una tradizione negativa dell'esilio che si configura
come un segno del disfavore e della collera divina per i peccati commessi dagli uomini; le
partenze, i ritorni, le deportazioni di cui l'antica storia ebraica è ricca, sono la manifestazione
della volontà di Dio, che a partire dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre
punisce con l'esilio gli uomini per i peccati commessi; solo il riconoscimento, da parte dei
singoli, delle proprie responsabilità e la purificazione dai peccati, guidata da Dio, possono
porre fine alla condanna e restituire il popolo alla sua terra. Nell'esilio è quindi implicito, e in
questa direzione insisteranno i padri della Chiesa, il significato di una prova particolarmente
dura che la comunità deve scontare per essere riammessa nelle grazie del Signore. Nel libro
dell'Esodo il ritorno in patria dall'Egitto è infatti il segnale di un rinnovato accordo tra la
divinità e il popolo degli ebrei, guidati da Mosè in un itinerario che è assieme riconquista
della sovranità territoriale e riconciliazione con Dio. Il periodo della cattività babilonese si
configura invece come una ritorsione punitiva del Signore, adirato per il comportamento
peccaminoso del popolo eletto. Nell'Antico testamento sono già presenti alcuni dei topoi
narrativi più ricorrenti legati all'esilio, che influenzeranno la tradizione letteraria successiva:
tristezza e malinconia, rimpianto e desiderio di vendetta sono espressi nei salmi (si vedano in
particolare il 41 e il 137); il libro di Ezechiele, uno dei più narrativi della Bibbia, contiene
l'immagine, divenuta poi canonica, del deportato che parte per l'esilio in modo avventuroso, di
notte, al buio, solo e con pochi bagagli; la gioia per l'intervento liberatore di Dio che conclude
il periodo di deportazione viene espressa in più momenti, soprattutto nei salmi e nel libro di
Isaia.

3. La possibilità di un riscatto dell'esule e quindi di una configurazione in chiave eroica


dell'esilio, esperienza non solo punitiva, ma proficua per l'individuo è presente, anche se in
forme diverse, fin dall'antichità greca. Se alcuni accenni autobiografici sono contenuti nei
versi licenziosi e sarcastici di Ipponatte, vissuto nel VI secolo a.C., cacciato da Efeso per
aver combattuto i tiranni, sono soprattutto Tucidide e Senofonte (nonostante i dubbi sollevati
recentemente da Luciano Canfora sulla attribuzione a Tucidide del passo della Storia del
Peloponneso che parla di un esilio ventennale, che sarebbe opera invece di Senofonte)
condannati per motivi politici, ad impersonificare, in una direzione ricca di sviluppi
successivi, il ritratto eroico dell'esule che mantiene, nonostante le avversità, tutta la sua
dignità e la sua statura intellettuale.
Una netta valenza etica e morale dell'esilio è presente anche nelle tragedie di Sofocle;
l'esclusione coatta dalla comunità degli uomini è certamente una durissima condanna che
colpisce l'uomo che ha trasgredito al massimo grado le regole della convivenza civile, ma può
anche trasformarsi, con un movimento catartico, in un'esperienza di purificazione, in grado di
riqualificare l'individuo, facendogli acquisire, nella solitudine e nell'isolamento, un'identità
superiore di saggezza e di giustizia.
InEdipo re, Edipo minaccia l'esilio all'uccisore del re Laio e quindi, inconsapevolmente, a se
stesso, autoescludendosi in questo modo, alla fine del dramma, dalla comunità degli uomini.
Nella continuazione, l'Edipo a Colono, l'esilio diventa però non un segno di condanna, ma un
modo per valorizzare l'escluso, che proprio in quanto esule e quindi estraneo alle lotte, si
riveste di una sapienza pura e assoluta. L'esule viene come purificato e può diventare quindi il
garante super partes di una giustizia superiore. Anche nella tragedia Filottete, sempre di
Sofocle, l'isolamento forzato cui è costretto Filottete, malato e abbandonato dai compagni in
un'isola deserta, prelude all'acquisizione di una funzione eroica del protagonista, a un
potenziamento sacrale delle sue qualità; secondo la profezia degli indovini solo l'intervento
armato del reietto, riammesso a questo punto anche contro la sua volontà nella comunità degli
uomini, potrà permettere la vittoria dell'esercito acheo su Troia.

4. Se il filone biblico suggerisce una valenza sacra dell'esilio e introduce alcuni importanti
topoi narrativi e la cultura greca propone un modello positivo e eroico di esule politico e
suggerisce il motivo, anch'esso di grande fortuna, di una valenza purificatrice insita
nell'esperienza dell'estraneamento, è soprattutto nell'ambito della civiltà latina che si
costituiscono dei modelli letterari e filosofici paradigmatici, sui quali si fonda gran parte della
fortuna successiva del tema: l'esilio epico avventuroso, strettamente legato al tema del
viaggio, raccontato nell'Eneide di Virgilio; l'esilio visto non, in negativo, come
allontanamento dalla comunità degli uomini ma come esperienza positiva di recupero di una
propria dignità intellettuale e incentivo alla riflessione filosofico-morale (Cicerone, Seneca);
l'esilio come sofferenza interiore, all'origine di una poesia intimistica e consolatoria (Ovidio).
Nell'Eneide di Virgilio la parola 'exilium' ritorna soprattutto tra la fine del secondo libro e
l'inizio del terzo, quando Enea profugo a Cartagine presso la regina Didone, racconta le sue
avventure, dalla fuga da Troia in fiamme all'arrivo sulla costa dell'Africa: Enea sta per
abbandonare Troia e la moglie Creusa, appena morta, gli profetizza «lunghi esili»; più avanti
si allude a «esili diversi». Alla peregrinazione di Enea si intreccia quella di Didone, che ha
dovuto abbandonare la patria, minacciata dalle trame di potere: l'esilio della regina fenicia,
non indirizzato dagli dei a una funzione solenne come quella di Enea, fondatore di Roma, si
risolve nella tragedia del suicidio, mentre Enea, guidato dal volere divino, prosegue nella sua
missione eroica. L'esilio è dunque un tema legato all'epos classico (l'avventura, il viaggio, la
ricerca, secondo un'antichissima tradizione letteraria di cui troviamo traccia fin dal romanzo
egiziano del II millennio a.C.Le avventure di Sinuhe), ma ha anche un significato sacrale, in
quanto costituisce una prova necessaria all'acquisizione di un'identità eroica del protagonista,
che dalla distruzione di Troia, attraverso le varie tappe del viaggio, persegue il suo scopo di
creare una nuova civiltà, la cui identità storico-culturale veniva solennemente celebrata nel
poema.
Esule illustre, più volte condannato ad allontanarsi da Roma, Cicerone considerava l'esilio
come un'occasione di riscossa per l'intellettuale sottomesso a restrizioni e censure politiche,
che poteva, nell'isolamento, liberare lo spirito e dedicarsi alla riflessione filosofico-morale.
Nelle Conversazioni tuscolane scritte nel 45 a.C. sotto la dittatura di Cesare, questa
valutazione positiva dell'esilio è affermata sulla base di una riflessione filosofica di impronta
stoica e epicurea: da un lato il saggio stoico è indifferente alle condizioni materiali di vita e
mantiene il suo equilibrio interiore indipendentemente dalle circostanze esteriori; dall'altro la
felicità esistenziale e spirituale si trova ovunque, anche lontano dalla patria e dipende
esclusivamente dall'individuo. Seneca riprende il modello di Cicerone, che sarà poi teorizzato
anche da Plutarco, nel De exilio, dell'esilio come occasione di fortificazione e crescita
spirituale: nella Consolazione alla madre Elvia, scritta per confortare la madre affranta per la
condanna del figlio al confino in Corsica nel 41 d.C., Seneca afferma che l'esilio riguarda il
corpo, ma non lo spirito, che rimane libero di pensare; il distacco dal mondo si tramuta quindi,
secondo la filosofia stoica, in un'opportunità positiva per l'individuo.
Con Ovidio il tema perde ogni connotazione epico-avventurosa e anche morale-intellettuale e
diventa, grazie anche alla lezione dei potae novi, un tema intimo; i Tristia e le Epistulae ex
Ponto costituiscono un modello letterario ripreso da vari poeti di tutti i tempi, fino al
Novecento; la tristezza del poeta esule assume un valore emblematico, trascende l'esperienza
contingente e diventa uno sguardo doloroso rivolto al mondo. La poesia ha quindi una
funzione consolatoria per il poeta affranto per la lontananza dalla patria, ma è anche, ed è
stato uno dei motivi della grande fortuna della poesia dell'esilio di Ovidio, apertura verso
nuovi universali orizzonti spirituali, occasione di meditazione e di scoperta dell'io e
riflessione disincantata sulla morte, sulla memoria e sull'infelicità.
5. In ambito romanzo, il tema sfugge a definizioni univoche, tra i condizionamenti dovuti,
soprattutto nella realtà comunale italiana, alla diffusione dell'istituzione dell'esilio politico e
l'elaborazione, nella poesia provenzale e toscana, della metafora letteraria dell'esilio come
condizione di sofferenza e infelicità.
Nelle chansons de geste prevale ancora però il tema dell'esilio-avventura; nel Cantare del mio
Cid, un poema epico castigliano scritto attorno alla metà del XII secolo, il motivo dell'esilio è
un'occasione per celebrare i valori cavallereschi: la virtù, il coraggio, l'audacia, la fedeltà alla
patria. Cacciato dalla corte del re Alfonso di Castiglia-Leon perché sospettato di aver sottratto
dei tributi che era stato incaricato di riscuotere, il Cid passa da una condizione di disfavore nei
confronti del re a una riscossa prestigiosa che conduce alla fine alla riabilitazione del
protagonista che rientra nelle grazie del sovrano. L'esilio è un'epopea ascensionale in cui lo
scopo è combattere il disfavore con il coraggio e l'azione in modo da trasformare l'esperienza
negativa della fuga in una celebrazione del patriottismo e del valore guerriero.
In Italia l'esilio politico diventa motivo letterario con modalità differenti: se gli accenni
all'esilio di Brunetto Latini nel Tesoretto e nella Rettorica si riducono a rapidi cenni
autobiografici a scopo informativo, Dante, nella Commedia, conferisce all'esilio una funzione
sacrale, coniugando la tradizione di origine biblica e classicista con la propria vicenda reale di
esule politico; il viaggiatore-personaggio, exul inmeritus, compie, nell'itinerario verso Dio, un
percorso di purificazione che carica l'evento reale di una fortissima valenza allegorica.
Preannunciato con enfasi crescente da diversi personaggi (Ciacco, Farinata degli Uberti,
Brunetto Latini), l'esilio di Dante si configura infatti, nell'episodio rivelatore di Cacciaguida
(Par. XVII) come un'investitura morale dell'autore, garante di una giustizia superiore,
avvalorata dal sacrificio della propria vicenda terrena; l'allontanamento di Dante dalla
corruzione di Firenze assume quindi un rilievo sacrale, che viene sottolineato anche dall'uso,
soprattutto nell'incontro con Brunetto e in quello con Cacciaguida, di espressioni attinte al
linguaggio biblico. Il tema viene così mitizzato; sul significato reale, in primo piano
soprattutto nei canti politici dell'Inferno, prevale, in particolare nel Paradiso, quello
simbolico.
Esule fu anche Guido Cavalcanti, anche se la lontananza dalla patria evocata nel gruppo di
poesie che hanno come parola chiave «disaventura» più che a una dimensione biografica
corrisponde (come ha ribadito, sulla scorta di una tradizione critica già notevole, Gianfranco
Contini) a un topos letterario (la condizione di lontananza dall'amata, il timore di morire senza
rivedere la patria), che appartiene, come ha sostenuto anche Corrado Calenda, «a un
sottogenere lirico legato alla provenzale canzone di eloignement», o dell'amor de lohn; siamo
di fronte quindi a un caso in cui il contesto biografico (l'effettivo esilio di Cavalcanti da
Firenze per motivi politici) ha indotto a un'errata interpretazione dei versi dell'autore, in
particolare la celebre ballata Perch'io non spero di tornar giammai, esempio di
tematizzazione letteraria del motivo dell'esilio, estranea però a qualsiasi coinvolgimento
autobiografico.
Anche nel Canzoniere di Petrarca la sofferenza dovuta all'assenza e alla lontananza
dall'amata è paragonata a un esilio, più volte definito «duro», «misero»; la metaforizzazione
del tema, emblema dell'infelicità amorosa, assume caratteristiche quasi canoniche per la
poesia successiva, che si ritrovano anche nei versi di molti poeti petrarchisti dell'epoca
rinascimentale, come Philippe Desportes e Agrippe D'Aubigné.
Un esilio dissacrato è invece quello cantato da François Villon, che alterna nelle sue poesie
riferimenti autobiografici sull'infelice condizione di esiliato (si veda ad esempio la Lettera
agli amici(1461), nella quale l'autore si lamenta per la condanna subita e per le tristi
condizioni di vita e chiede agli amici di intercedere per ottenere il permesso di tornare a
Parigi) a parodie del topos letterario dell'esilio come metafora dell'assenza amorosa, come nel
Lais del 1456, in cui il poeta finge di essere stato respinto da una donna crudele e decide
quindi di esiliarsi.

6. In epoca umanistico-rinascimentale i due filoni dell'esilio reale, legato a circostanze


autobiografiche e politiche e dell'esilio metaforico, tematizzato in chiave letteraria, come
emblema di tristezza amorosa o come insofferenza nei confronti della società e recupero di
una dimensione di innocenza e solitudine, sono entrambi molto vitali. Per il primo caso i testi
sono numerossimi, legati alle guerre politiche in Italia (cfr. le Lettere di Bartolomeo
Cavalcanti, i Medices legatus. De exilio libri II di Pietro Alcionio), o alle guerre religiose in
Francia, delle quali fu vittima Clement Marot, autore di una raccolta di versi, Il trionfo
dell'agnello di ispirazione biblica.
Tuttavia nella società europea dell'antico regime, delle guerre di religione e dell'offensiva
controriformista, il tema letterario dell'esilio costituisce soprattutto un modo per esprimere il
disagio nei confronti di un mondo dominato da rigide e inautentiche regole di comportamento.
A Ovidio si ispira Joachim Du Bellay nei suoi Rimpianti (1553) composti in occasione di un
soggiorno a Roma, dove il poeta si era recato al seguito del cugino incaricato di una missione
presso il papa. Riprendendo il tono elegiaco dei Tristia, Du Bellay rimpiange la patria lontana
e disprezza il mondo romano, la corruzione e la malvagità che dominano l'ambiente
ecclesiastico; nonostante le circostanze esteriori (la lontananza dalla patria, il sentimento di
estraneità al mondo romano) quello di Du Bellay è un esilio interiore, che deriva dalla
disparità tra i sentimenti dell'autore e il mondo circostante.
Il tema dell'esilio come purificazione, distacco da un mondo politico e sociale corrotto è al
centro anche di un dramma di Shakespeare, Come vi pare (1599) in cui la costrizione a
vivere in campagna, lontano dalla città conduce i protagonisti alla riscoperta di un mondo di
purezza e libertà che si oppone alla rete di convenzioni e di costrizioni imposte, in città, dalla
vita di società. E' una sorta, come scrive Mario Praz, di risposta alla «civil conversazione»
della civiltà cortese e implica la riscoperta di rapporti veri e autentici, possibili solo in una
condizione di isolamento e di deviazione dalla norma. Nell Tempesta (1623) la situazione
dell'esilio è connessa a un rito di espiazione e di purificazione; nell'isola dove si svolge
l'azione, un luogo emblematico per la letteratura d'esilio, è la malvagità, domata inizialmente
dai prodigi, ad essere allontanata e i protagonisti possono ritornare alla vita sociale solo dopo
aver toccato l'abisso della disperazione e della aberrazione umana.

7. Nel Settecento elemento rilevante per il tema è lo sviluppo della memorialistica (politica, di
costume, letteraria, artistica) e della scrittura di sé. L'esilio si configura, nella Vita di Pietro
Giannone, come una prova traumatica e distruttiva, ingiustamente subita dall'autore che
intende dimostrare la propria innocenza e denunciare la congiura orchestrata contro di lui da
parte delle autorità ecclesiastiche e politiche. Nella Vita di Alfieri, la «spiemontizzazione» è
invece una scelta volontaria, indotta dal desiderio di ricercare una patria ideale che lo scrittore
riconosce nella Toscana, culla di civiltà linguistico-letteraria.
Tuttavia, al di là delle singole esperienze, un secolo come il Settecento, percorso da fervori
utopistici, da istanze di rinnovamento e da furori polemici, non poteva non elaborare un mito
positivo dell'esilio del quale il massimo rappresentante fu Jean-Jacques Rousseau. Se in
fondo anche il Candide dell'omonimo romanzo di Voltaire è un esule viandante, uno
sradicato alla ricerca del «miglior mondo possibile», è soprattutto negli scritti privati di
Rousseau (Confessioni, Fantasticherie del passeggiatore solitario, Epistolario) che
l'allontanamento dalla società, imposto o deliberatamente scelto, si configura nei termini di
un'esperienza proficua per l'individuo, che nella solitudine può riacquistare la propria libertà
interiore, in funzione di una vita più autentica, lontana dalle falsità di una società considerata
impositiva nei confronti dell'uomo. Nell'isola di Saint-Pierre, all'interno del lago di Bienne,
dove si rifugia nel 1765, lo scrittore scopre l'estasi della solitudine e enfatizza la sua
condizione di sradicato, che ritrova all'interno della propria anima le risorse necessarie a uno
stato di quiete e felicità.
L'intensa prospettiva rousseauiana di un isolamento positivo, risolto in chiave di
arricchimento e crescita personale, sarà rivalutata, anche se in circostanze diverse, in piena
modernità, tra Otto e Novecento; alla fine del Settecento invece il tema dell'esilio, prima di
diventare, con gli eventi rivoluzionari, un tema centrale della memorialistica politica
ottocentesca, conosce ancora una nuova veste: il desiderio di evasione e di fuga dalla società
possono anche coincidere con una ricerca che, in anni di crisi dei lumi e di perdita di
riferimenti culturali, non conduce a un'intensificazione della conoscenza interiore, ma a un
appagamento disincantato dell'individuo nella bellezza e nell'arte, in una dimensione
fantastica e irreale. Nel romanzo Ardinghello e le isole felici (1787) Wilhelm Heinse racconta
la storia di Prospero Frescobaldi, esiliato a Venezia per le lotte politiche fiorentine nel tardo
'500, sotto il finto nome di Ardinghello; dopo varie peripezie che lo portano a Roma, dove si
innamora dell'umanista pagana Fiordimona e in un eremo isolato, il protagonista approda
finalmente, in compagnia della sua amante, alle Isole beate, ricche di bellezze naturali, dove
vive appagato, nel culto della bellezza e dell'edonismo. L'esilio reale, dovuto alla situazione
politica prelude quindi a un esilio in un mondo fantastico, proiezione semplificata e risolta in
chiave artistico-estetica delle mitiche «età dell'oro» che percorrono tutto il secolo.

8. In epoca rivoluzionaria si sviluppa, soprattutto ad opera dei francesi costretti a lasciare il


loro paese, una ricca letteratura legata all'esilio politico che comprende opere narrative e
scritture memorialistico-autobiografiche, come i Dieci anni d'esilio (1818) di Madame de
Staël, o le Memorie da Sant'Elena di Napoleone.
Nel romanzo di Gabriel Senac de Meilhan, L'emigrato (1797), prevale invece, sull'aspetto
documentario tipico dei documenti autobiografici, l'elemento avventuroso; eroismo e
sacrificio si mescolano in un libro in cui l'amore è il tema dominante, strettamente legato al
motivo della gloria e l'esilio serve a dare un maggior impulso romanzesco all'intreccio. Il
protagonista, un esule francese, diventa ufficiale dell'esercito prussiano; catturato dai suoi
compatrioti, si uccide davanti al tribunale rivoluzionario, seguito dall'amata che impazzisce di
dolore e muore.
In Italia si sviluppa una letteratura d'esilio negli anni delle Repubbliche giacobine (1797-
1799) e soprattutto alla fine del triennio. Il libro più famoso legato a questa esperienza, scritto
dopo la pace di Campoformio con la quale Napoleone restituiva Venezia agli Austriaci
costringendo i patrioti veneti alla fuga, sonoLe ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo,
romanzo epistolare fondante per il tema dell'esilio nel Risorgimento italiano. Per Foscolo
l'esilio metaforico, vissuto come proiezione letteraria, emblema di una condizione di disagio
esistenziale e di una dimensione continua di ricerca artistica e intellettuale, si sovrappone e si
interseca con l'esilio reale, con le fughe e gli spostamenti continui dell'autore tra i vari stati
italiani e europei. Nelle lettere, nel romanzo, nei sonetti (in particolare In morte del fratello
Giovanni, dove l'impossibilità del ritorno in patria svela l'identità non contingente ma assoluta
della lontananza) l'esilio diventa il simbolo di una ricerca artistico-esistenziale in perenne
evoluzione, che si alimenta della sua stessa essenza, mentre ogni possibile realizzazione
rimane sempre illusoria.
L'esilio romantico, che si sviluppa nella prima metà dell'Ottocento, riflette proprio questa
strettissima, irrinunciabile relazione tra la vita e l'opera d'arte; artisti e scrittori ricercano una
patria ideale e vivono la condizione di sradicamento come uno stato di elezione; la scrittura è
essa stessa ricerca e proiezione verso un mondo ideale, e allo stesso tempo un atto di
consapevolezza dell'illusorietà di questa ricerca assoluta. Per Wordsworth, Byron e Shelley
la scelta di esiliarsi in Francia, Italia o Grecia, ha uno scopo liberatorio, rientra in quel
processo di ricerca di una dimensione incontaminata ideale, anche se il viaggio conduce in
realtà anche all'acquisizione della consapevolezza dell'illusione. Attraverso le loro opere (cfr.
Ode a Venezia, La profezia di Dante di Byron) e soprattutto la loro esperienza biografica essi
contribuirono a una mitizzazione dell'esilio che troverà riscontro in tanti scritti ottocenteschi.
Un indissolubile intreccio tra biografia e dimensione letteraria è contenuto anche nelle
Memorie d'oltretomba (1848-50) di Chateaubriand, che coniugano il mito dell'esilio
romantico con il motivo dell'esilio politico. L'autore enfatizza l'esperienza vissuta e la
ripercorre in chiave letteraria, caricandola di un valore emblematico. All'inizio, ad esempio,
egli definisce il suo trasferimento, da neonato, dalla casa dei genitori alla casa più salubre
della nonna, come il suo «primo esilio»; l'autore intende quindi presentare, fin dall'inizio, la
sua vita come quella di un predestinato in cui sradicamento, inquietudine, ricerca continua
sono non solo condizione esteriore, determinata dalle circostanze storiche, ma anche tensione
interiore, segno di una eccezionale personalità artistica e intellettuale. Nei capitoli dedicati
agli anni del soggiorno inglese (1793-1800), caratterizzato, soprattutto nel primo periodo, da
povertà e privazioni, non mancano descrizioni realistiche e a tratti cronachistiche della
vicenda. Tuttavia l'esilio viene decisamente enfatizzato in senso letterario; Chateubriand
insiste sul nesso esilio-scrittura, sul legame tra la lontananza forzata dalla patria e l'insorgere
della volontà di scrivere, di dedicarsi alla letteratura come spazio di ricerca personale e
serbatoio di ricchezza interiore.
In pieno Risorgimento italiano l'esilio oltre a essere un momento centrale dei racconti
autobiografici di numerosi intellettuali impegnati nelle lotte per l'unità (si vedano le Memorie
autografe di un ribelle di Giuseppe Ricciardi, le Reminiscenze dall'esilio di Carlo Beolchi, il
Diario intimo di Tommaseo, le Note autobiografiche di Mazzini) è al centro di alcune opere
narrative.
Giovanni Berchet, in I profughi di Parga esalta la capacità di resistenza di ogni popolo, che
afferma la propria dignità anche nell'esilio. Giovita Scalvini, in Il fuoriuscito (1825) lamenta
l'infelice condizione dell'esule, privato dei più elementari diritti umani e civili. Nel
poemaL'esule Pietro Giannone rappresenta la figura romantica dell'eroe che vendica i soprusi
e le ingiustizie in nome di un ideale nazionale che domina tutto il libro, in un'atmosfera di
esaltazione dei valori patriottici. Stessa atmosfera di redenzione e di purificazione, risolta però
prevalentemente in chiave letteraria, troviamo nel romanzo di Tommaseo, Fede e Bellezza, il
cui protagonista Giovanni è spinto alla fuga dall'Italia più da motivazioni esistenziali che
politiche e trova nell'isolamento e nella lontanza un ambiguo acquietamento delle proprie
turbolente passioni. Nell'esilio londinese che quasi conclude il lungo intreccio delle
Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, è invece la figura di Pisana, che qui muore
martire immolata sull'altare di un effimero e sfuggente ordine finale, a risultare purificata
dalla prova durissima della lontananza dalla patria; tutta la vicenda di Carlino e Pisana, iscritta
all'interno di una storia agitata da passioni contrastanti, trova un sua più nitida e chiara
configurazione proprio attraverso il filtro di una lontananza che libera gli individui dalle colpe
e li riconsegna a loro stessi e al loro destino.
I lunghi anni d'esilio politico (dal 1852 al 1870) lasciarono un segno indelebile anche in
Victor Hugo, che riflette, nei suoi scritti, una dissociazione tra l'esilio reale e l'esilio come
tema letterario; in relazione a una situazione reale, il soggiorno nell'isola di Jersey, che, come
risulta da alcune testimonianze, appare tutto sommato soddisfacente, quasi idillica, nella
scrittura epistolare e soprattutto nei versi delleContemplazioni (1830-1855), l'esilio viene
invece evocato, attraverso il filtro del discorso letterario, come un'esperienza distruttiva,
traumatizzante, avvilente, secondo la tradizione ovidiana, ripresa da Du Bellay e da altri.
Il tema dell'esilio divenne comunque talmente comune nella società del tempo che, mentre il
pittore Delacroix dipingeva Ovidio al bando sul Mar Nero, Balzac raffigurava anche il tipo
dell'emigrato nella sua Commedia umana, che aspirava ad essere un affresco della società
contemporanea nel suo complesso; nel racconto I proscritti (1831), l'autore finge che Dante,
nel 1308, si sia recato anche a Parigi nel corso delle sue peregrinazioni; la dolorosa vicenda
dell'esule fiorentino rinvia in realtà alla situazione contemporanea e diventa l'emblema del
difficile rapporto tra intellettuale e società e tra intellettuale e potere politico.
Va infine ricordata una ripresa ottocentesca del tema elegiaco ovidiano da parte del
drammaturgo austriaco Franz Grillparzer, che scrisse i Tristia ex Ponto (1826-33),
caratterizzati da una forte tendenza al compianto e all'infelicità. Toni elegiaci e autobiografici
hanno anche i versi di Púskin Prigioniero del Caucaso (1820-1), scritti durante l'esilio in
Russia meridionale, cui il poeta fu condannato dal 1820 al 1824 per aver composto dei versi
politici; tema principale della raccolta è il desiderio di fuga da ogni legame e dalle
metaforiche prigioni della patria.

9. Nella cultura decadente otto-novecentesca, l'esilio diventa l'emblema di una condizione


esistenziale di isolamento e autoemarginazione dalla società, vista come realtà inautentica
dalla quale fuggire alla ricerca di esperienze più intense sul piano artistico e intellettuale.
Baudelaire riconduce l'esilio a una condizione esistenziale, non contingente; chiunque si
sottrae alle costrizioni della società contemporanea è in fondo un esule, rappresentato
dall'immagine emblematica e struggente del cigno (Le cygne, 1857), al quale è negata la
possibilità del volo e che può solo sbattere tristemente le ali nella polvere.
Nella raccoltaGli esuli (1867) Théodore de Banville riprende invece l'ideale romantico
dell'isolamento assoluto dell'artista, per il quale la solitudine e l'incomprensione della
comunità degli uomini sono il segno di un forte sentire, prerogativa solo delle anime elette
che trovano esclusivamente nella bellezza della natura e nello spettacolo dell'arte una
dimensione ideale e consolatoria. Corbière in Il poeta assente (1873) si paragona a un
eremita, che si autoesilia dall'opaca e chiusa comunità degli uomini, invitando la donna amata
a raggiungerlo nel suo volontario isolamento. Autoesule per ritrovare una dignità umana e
un'identità eroica sempre più irraggiungibili, è anche Jim, protagonista del romanzo di
Conrad, Lord Jim (1900), perso in tortuose investigazioni del proprio io che solo in un
artificioso microcosmo può trovare un effimero equilibrio, pronto a infrangersi di fronte
all'evidenza della realtà. In Nostromo (1904), dello stesso autore, sullo sfondo delle lotte
politiche europee e del Sud-America, si incrociano e si sovrappongono i destini di individui ai
quali è negata per vari motivi (politici, personali, ideali) la possibilità di uno scambio proficuo
con la collettività. In Sotto gli occhi dell'Occidente (1911) è la comunità di esuli russi in
Svizzera al centro del racconto; l'oppressione e l'inautenticità prevalgono nei rapporti tra le
persone e l'esilio è solo una fuga illusoria che non restituisce agli individui la loro libertà
morale.
Isolamento e autoemarginazione possono però anche risolversi in una dimensione di ricerca
intellettuale che trae dalla condizione dell'esilio una nuova linfa vitale. Nel dramma Esuli
(1910), Joyce distingue tra l'esilio economico, dovuto alla necessità di guadagnare, e l'esilio
spirituale, concepito come una ricerca e un arricchimento intellettuale non solo per il singolo,
ma anche per la stessa vita culturale delle nazioni. La storia di Riccardo, fuggito dall'Irlanda
per sottrarsi a censure sulla sua vita privata e poi tornato e reintegrato in un ruolo di prestigio
nella vita pubblica di Dublino, indica proprio questa necessità di cercare al di fuori dei confini
nazionali la linfa per il nutrimento spirituale dell'uomo moderno. In modo ancora più esplicito
il romanzo Ritratto dell'artista giovane (1916), sempre di Joyce, riconosce nella scelta
dell'autoesilio un passaggio necessario alla costruzione di un'identità estetica e filosofica
dell'intellettuale moderno. E anche Nietzsche attribuiva all'esilio, all'isolamento, la facoltà di
purificare e arricchire l'individuo: «Ho scelto l'esilio per poter dire la verità».
Sulla stessa linea si situa anche l'opera di due autori provenienti dagli Stati Uniti, un paese in
cui l'esilio reale è sconosciuto, Ezra Pound e Thomas Eliot, per i quali la lontananza voluta
dalla patria naturale si configura come una ricerca artistica che deve avvenire sulla base di un
confronto con orizzonti più aperti, lontano dal provincialismo della cultura americana. I
contemporanei definirono i due autori con disprezzo degli «espatriati» e rimproverarono loro
di non aver voluto rivalutare l'eredità della cultura americana. Pound in Patria mia teorizza la
necessità artistica di sentirsi un esiliato; nella poesia In prigione egli descrive la sua
insofferenza nei confronti delle costrizioni formali e territoriali, al centro della sua opera più
famosa, i Cantos. Per Eliot, autore di La terra desolata (1922), lo sradicamento diventa una
condizione esistenziale, indipendente dall'identità anagrafica: pur avendo preso la cittadinanza
inglese, egli riconosceva infatti di sentirsi straniero ovunque.

10. Nel Novecento i sommovimenti politici hanno creato diverse ondate di esili e alimentato
una folta letteratura, in cui prevale la componente autobiografica: a partire dal 1917 cominciò
la fuga dei russi dalla rivoluzione; seguirono italiani, spagnoli e tedeschi che lasciarono i loro
paesi in seguito all'avvento di fascismo e nazismo; dopo la seconda guerra mondiale l'esodo
interessa gli stati del blocco comunista e negli anni '70 i paesi dell'America latina retti da
dittature.
In Germania con Exilliteratur si indica la letteratura degli anni dell'emigrazione tedesca anti-
nazista, dal 1933 al 1945, contraddistinta da una rappresentazione drammatica dell'esilio,
ridotto a cruda e spietata cronaca, raffigurato in tutta la sua dilaniante verità e privato di ogni
retorica letteraria e di ogni possibile lettura in chiave eroica. Molte delle opere scritte in
questo periodo contengono situazioni autobiografiche. Esilio (1940) si intitola un romanzo di
Lion Feuchtwanger, che fa parte di una trilogia dedicata alla vita politica e sociale della
Baviera negli anni del nazismo, ricco di particolari che sottolineano le difficoltà della vita
dell'esule, al quale è negata qualsiasi possibilità di resistenza eroica. Di ispirazione
autobiografica anche i romanzi di Anna Seghers, caratterizzati da un'attitudine cronachistica;
in Visto di transito (1943) viene descritto lo smarrimento degli esuli che aspettano
ansiosamente il visto per imbarcarsi a Marsiglia per l'America. Anche Bertold Brecht dedicò
i Dialoghi tra i profughi, (1940-1) alla descrizione dello stato d'animo dei fuggiaschi. Klaus
Mann, figlio di Thomas che in esilio scrisse alcuni dei suoi capolavori, nel romanzo Vulcano
(1939) descrive l'ambiente degradato degli esuli affollato di spie, delinquenti, figure ambigue.
Stesso tono nel romanzoI privi di diritto di Walter Hasenclever, pubblicato postumo del
1963. Nel dopo-guerra Frank Thiess utilizzò il termine di inneren Emigration ('emigrazione
interna') per difendere l'operato degli scrittori tedeschi che durante il terzo Reich non
emigrarono all'estero, ma non si impegnarono con il nazionalsocialismo e opposero una
resistenza passiva all'ideologia nazista.
Per Saint-John Perse, esule politico negli Stati Uniti per aver preso posizione contro il
governo di Vichy nel 1941, autore della raccolta Esilio il tema dell'esilio va invece oltre il
riferimento storico immediato, si mescola al tema del vuoto dell'esistenza e finisce per
coincidere con la nuda adesione dell'uomo agli elementi cosmici e alla forza insondabile del
mare.
Le lotte intestine che hanno interessato numerosi paesi con conseguenti ondate di migrazioni,
hanno fatto sì che negli ultimi decenni del secolo esule diventasse sinonimo, soprattutto in
alcune aree geografiche, di rifugiato politico; in Francia ad esempio, in seguito all'arrivo, dal
1970 in poi, di numerosissimi sud-americani fuggiti dal loro paese per le dittature militari si è
sviluppata un'abbondante letteratura su conflitti politici, prigionia, sradicamento.
La realtà autobiografica è spesso però un punto di partenza per una considerazione globale
dell'esperienza dell'esilio che si libera dal dato contingente e si confronta, ancora una volta,
con la tradizione letteraria.
Vintila Horia, scrittore rumeno espatriato dopo il 1945 scrisse Dio è nato in esilio svolto
come un finto diario di Ovidio durante il confino nel Ponto, l'odierna Romania. La sofferenza
causata dall'esilio spinge Ovidio a interrogarsi sul senso dell'esistenza, a mettere in
discussione valori e certezze; ne risulta un'esaltazione dell'esperienza dello scavo interiore
indotta dall'esilio, preludio al riconoscimento di una forza spirituale religiosa legata al
cristianesimo. L'esilio può essere dunque un'occasione di ricerca spirituale, ma può
trasformarsi anche in un'esperienza intellettuale e morale estrema, all'origine di una letteratura
intesa, alle soglie del nuovo millennio, come assoluta esperienza conoscitiva. Rovesciando la
concezione espressa in Minima moralia (1951) dal filosofo tedesco Adorno, che vedeva
nell'esilio una duplice condanna, in quanto privazione della patria ma anche della parola e
della possibilità di comunicare e quindi della memoria, lo scrittore sovietico Josef Brodski, in
un discorso del 1987La condizione dell'esilio, afferma che per uno scrittore l'esilio è un
evento linguistico, in quanto lo sradicamento conduce a una condizione in cui tutto ciò che
rimane all'uomo è se stesso e la propria lingua. L'esilio conferisce quindi un'intensità assoluta
alla parola, che assolve in modo più completo al compito, necessario perché una letteratura si
possa davvero definire tale, di «acceleratore della comprensione dell'universo».

Altri testi
Lamartine, A. de, L'esilio della vita (L'exil de la vie, in Premières meditations, 1820)
Genlis, Madame de, Memorie (Mémoires), Parigi 1825
Balzac, H. de, Il colonnello Chabert, (Le colonel Chabert, 1830)
Mazzini, G., L'esule , in «Indicatore livornese», 1830
Pepe, G., Memorie del generale Guglielmo Pepe intorno alla sua vita e ai recenti casi
d'Italia, Lugano 1847
Daudet, A., Les rois en exil, 1879
Tolher, E., Eine jugend in Deutschland, 1933
Mann, K., Der Wendepunkt, 1944
Zweig, S., Die Welt von gestern, 1944
Seghers, A., Das siebte Krenz, 1946
Mendoza, P., Años de fuga, 1975
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(Memorii (1907-1960) 1991), Milano 1995.

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Testi citati
Antico testamento
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Senofonte, Anabasi
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Filottete (409 a.C.)
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El cantar del mio Cid
Brunetto Latini, Rettorica, Tesoretto
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Seghers, A.,Transit (1943)
Adorno, Th. W., Minima moralia
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Hasenclever, W., I privi di diritto (Die Rechtlosen , 1963)
Pound, E., Cantos, In durance (In prigionia, ), Patria mia (1912)
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Saint-John Perse, Esilio (Exil 1942), Milano 1985
Horia, V., Dio è nato in esilio (Dieu est né en exil),Torino 1979
Brodskij, I., La condizione che chiamiamo esilio (The condition we call Exile , 1987), Milano
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Testi figurativi
Delacroix, Ovidio al bando sul mar Nero

Rete tematica
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