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Glossario dei termini jazzistici

Acutista: in una Big band si riferisce al trombettista che nella sezione delle trombe si è specializzato nelle
note più alte del suo strumento. Solitamente l’acutista non improvvisa.

Anatole: vedi Rhythm Changes, può essere anche sinonimo di forma canzone AABA

Ballad: tempo lento, il tema viene esposto ad ottavi uguali, non enfatizzando la pronuncia swing.

Background: sottofondo, materiale secondario, stabilito a priori e scritto, o quantomeno definito


precisamente, sul quale improvvisa il solista, naturalmente i B.G possono essere anche improvvisati, in
questo caso è probabile siano costituiti da sequenze di Riffs.

Backup: vedi Background.

Bebop (anche rebop o bop): stile jazzistico definitosi verso la metà degli anni quaranta. Alcuni aspetti, legati
al fraseggio e a certe procedure esecutive, derivate dalla concezione elaborata da musicisti come Charlie
“Bird” Parker, Dizzy Gillespie, Kenny Clarke e Bud Powell, rappresentano tutt’ora il parametro di riferimento
del linguaggio del Jazz postbellico.

Beat: battito, pulsazione. Nel gergo jazzistico non ha nulla a che vedere col movimento della musica
giovanile pop/rock degli anni ‘60/’70 ma indica la scansione della battuta, e in senso lato anche lo Swing.

Big band: anche stage band, dagli anni ’30 rappresenta l’organico più vasto normalmente in uso nel Jazz. La
sua composizione tipica vede 4 trombe, 4 tromboni, (brass) 5 saxofoni di cui 2 alti, 2 tenori, un baritono
(reeds), e la sezione ritmica (piano, basso e batteria, la chitarra, è presente nell’organico fino agli anni ’50,
da allora è divenuta di raro impiego). Esistono comunque alcune varianti dell’organico che possono andare
dalla presenza di un numero maggiore di ottoni, all’uso di strumenti a percussione, tastiere elettroniche,
sezioni di corni, tuba. Solitamente i membri della sezione delle ance si occupano di suonare anche altri
strumenti, il clarinetto fino agli anni ’50 e poi soprattutto il saxofono soprano ed il flauto. Le prime parti, e
quasi sempre la prima tromba, difficilmente ricoprono un ruolo solistico.

Block Chords: tecnica pianistica, mutata da un procedimento di armonizzazione per Big Band. La melodia
viene solitamente raddoppiata al basso, un’ottava sotto e le parti interne si muovono omoritmicamente, le
note estranee all’accordo e quelle di passaggio solitamente armonizzate con un modello di accordo
diminuito. Contrariamente alla prassi consueta, che vuole la mano destra impegnata a suonare il blocco
dell’accordo e la melodia, affidando alla sinistra il solo raddoppio, Bill Evans, che era mancino, faceva
esattamente il contrario..
Blues: forma di verso cantanto, di solito, ma non necessariamente, basata su dodici battute suddivise in tre
gruppi e diffuso almeno dalla fine dell’ottocento in tutte le comunità di colore degli Stati Uniti. Nel Jazz
moderno, persi gli aspetti più legati al folklore, rappresenta sostanzialmente una forma di dodici misure con
una struttura accordale soggetta a varianti ma immutabile nella sostanza. In generale il blues è connotato
armonicamente da una struttura di tipo modale, nella quale l’accordo di settima di dominante gioca un
ruolo ambiguo.

Blue notes: nella tradizione del blues e del Jazz delle origini, l’abbassamento di un semitono della terza
della quinta e della settima dell’accordo, l’origine di questa procedura deriva presumibilmente da un
modello di scala pentatonica sovrapposta ai modelli occidentali diatonici, a questo proposito le perplessità
dei musicologi più attendibili rendono del tutto plausibile qualsiasi teoria. L’utilizzo delle “Blue notes”,
almeno viste come materiale qualificante del linguaggio jazzistico, è ormai raro e circoscritto alla scena del
Blues e al Jazz tradizionale.

Break: rottura, spezzatura. Caratteristica del Jazz dei primordi, si tratta una breve figura, che difficilmente
durava più di due misure, suonata da uno dei musicisti che si staccava dal collettivo. In un certo senso
rappresenta la forma aurorale dell’ assolo. È importante rilevare che il break è sempre inserito nella forma,
quindi non si trattava di misure aggiuntive. I Breaks non erano necessariamente improvvisati, perlopiù
scritti erano quelli leggendari eseguiti da King Oliver e Louis Armstrong con la Creole Jazz Band. Tra i maestri
del Jazz delle origini fu Jelly Roll Morton a esplorare al massimo delle possibilità l’utilizzo dei Breaks, che
sovente ricoprono un importanza strutturale nei suoi arrangiamenti e nelle opere pianistiche.

Bridge: anche Inside, Channel (in italiano Inciso), la parte centrale della forma canzone tradizionale AABA.
Nella sua accezione più classica è costituito da una struttura di accordi modulanti e da materiale melodico
nuovo, spesso comunque secondario rispetto alla parte A, fino all’estrema conseguenza (non rara dal
Bebop in avanti) di Bridges costituiti semplicemente da griglie di accordi sulle quali il solista improvvisa.
Esistono comunque casi di Bridges di rilevante qualità melodica, soprattutto nelle composizioni originali,
(“Round about midnight” di Monk, “Prelude to a kiss” di Ellington) così come possiamo trovare Bridges
costruiti su strutture armoniche di interesse non marginale (“Have you meet miss Jones” di Rodgers,
costruito su un ciclo di accordi che modula per terze maggiori).

Bounce: termine desueto, che indicava un brano suonato a tempo moderato o lento, ma mantenendo
accentuata la scansione Swing.

Combo: piccolo gruppo, dal trio all’ottetto.

Changes: la struttura armonica di un brano, gli accordi e per accezione anche le modifiche
all’armonizzazione di un dato brano o i patterns armonici caratteristici di un certo musicista. Es: Coltrane’s
Changes sta per il ciclo di accordi, costituito da una sequenza I–IIIm-IV-ecc.che John Coltrane impiegò
diffusamente negli anni ’60.
Chase: vedi Trading four

Chorus: il ritornello, ma più esattamente il numero delle battute del pezzo che diviene l’unità formale e sul
quale si ricava una griglia di accordi sui quali improvvisare. Solitamente corrisponde esattamente alla
forma, ma esistono casi (per esempio brani con un numero di battute irregolari) nei quali può essere
semplificato, l’esempio più comune è probabilmente “I Got Rhythm” di G. Gershwin, del quale viene
espunta la breve coda di due battute, conclusiva alla ultima A.

Cool: termine gergale, usato negli Stati Uniti non solo dai jazzisti. La traduzione più sensata sarebbe “figo”
ma anche “rilassato”, “fresco”. Venne chiamato Cool Jazz quello suonato negli anni ’50 dai musicisti, bianchi
soprattutto, che gravitavano intorno alla scuola di Lennie Tristano.

L’ antinomia “Jazz caldo” (Hot), “Jazz freddo” (cool), rappresenta tuttora l’incubo delle conversazioni
ferroviarie dei musicisti. ” Ah…. quindi lei è un jazzista! E suona Jazz caldo o Jazz freddo?”

Comping, comp: accompagnare, accompagnamento, si trova scritto nelle parti della sezione ritmica,
soprattutto nei brani per Big band.

Cup: sordina per ottoni, di fibra, relativamente poco usata negli ultimi decenni.

Dixieland: la parte Sud degli Stati Uniti, termine di origine incerta. Nella storia del Jazz il Dixieland fu per
estensione tutta la musica suonata da musicisti del Sud che si rifacevano alle pratiche di improvvisazione
collettiva di New Orleans, oggi con questo termine si preferisce riferirsi al movimento dei musicisti bianchi
che si rifanno allo stile delle origini.

Ensemble: il “tutti” della Big Band, spesso omoritmico, normalmente caratterizzato da una scrittura a
quattro o cinque parti, disposte strette o semilate, con le sezioni degli ottoni che procedono raddoppiando
le voci. La sezione dei saxofoni può suonare una contromelodia.

Fill, Fill in: riempire, anche commentare. Se è scritto in un arrangiamento indica la richiesta di improvvisare
brevemente, di solito sugli accordi, riempiendo lo spazio stabilito, non si tratta di un vero e proprio assolo
quanto piuttosto di una sorta di commento. Un esempio tipico di Fill in, del tutto improvvisato, si ha
quando uno strumento a fiato suona in sottofondo di una voce che esegue il tema principale, o in Big band
quando il batterista interviene preparando l’entrata di una sezione. Free Jazz: il titolo di un disco di Ornette
Coleman che per estensione indicò i movimenti (spesso assolutamente distanti tra loro per concezione,
riferimenti ideologici e criteri estetici) del Jazz di avanguardia, statunitense quanto europeo, degli anni ’60 e
’70.
Funk, Funky: termine gergale, in uso fin dalle origini del Jazz per indicare un tipo di brani, o comunque un
approccio espressivo, rude e legato al Blues. Dalla fine degli anni ’60 indica anche uno stile jazzistico
ibridato con il rock (impropriamente i termini Jazz rock, Fusion e Funk, sono divenuti sinonimi nell’uso
comune).

Growl: effetto ottenibile sugli ottoni cantando, o meglio, vocalizzando nel bocchino contemporaneamente
alla normale emissione del suono. Questa sonorità del tutto peculiare e sconosciuta alla musica prima del
Jazz è parte integrante dello stile di molti musicisti delle origini ed in particolare di alcuni membri
dell’orchestra di Edward “Duke” Ellington.

Head arrangiaments: arrangiamento orale, non fissato sulla carta, di solito basato su riffs o semplici giochi
di botta e risposta tra sezioni. Caratteristici di certe orchestre pre-swing come quella di Fletcher Henderson
o il primo Basie.

Hard Bop: letteralmente bop “duro” termine omnicomprensivo, in grado di contenere praticamente tutto il
Jazz suonato dagli anni ’50 ad oggi che non abbia manifestato o dichiarato esplicitamente di non essere
tale. Nelle sue manifestazioni più genuine e creative, come i Jazz Messengers di Art Blakey, i Gruppi di
Horace Silver, i fratelli Adderly, si tratta di una espansione delle prassi del Bebop, (solista accompagnato
dalla ritmica, materiale armonico ricavato da Standards, poco o nessun interesse rivolto all’arrangiamento),
nella cui sintassi venivano fatti confluire anche influenze legate alla musica religiosa dei neri statunitensi, ai
ritmi latini e afrocubani, al Rhythm & blues, con un rinnovato interesse verso la composizione originale e
l’arrangiamento per piccolo gruppo.

Harmon: sordina per tromba e trombone (di raro impiego su questo strumento) costruita in metallo, viene
inserita nella campana dove resta ferma grazie ad alcune striscie di sughero. Come tutte le sordine procura
qualche difficoltà di intonazione, soprattutto nel registro grave. Il massimo esponente ne è stato senza
dubbio Miles Davis, la cui poetica si giovò spesso del suono piccante ma intimo prodotto con l’ausilio della
Harmon.

Hi Hat: sono i piatti a pedale usati nel set di batteria, in italiano vengono spesso chiamati “charleston”

Hot: termine desueto che si utilizzava per identificare un tipo di Jazz viscerale e lontano dalle presunte
ricercatezze del Cool. Non usatelo, per favore!

Kick, Kicks: letteralmente “calcio”, (in italiano anche lancio) negli arrangiamenti è l’indicazione, soprattutto
nelle parti della sezione ritmica, che richiede l’esecuzione di un disegno del quale non sono indicate le note
o comunque hanno meno importanza dell’aspetto ritmico.
Jam session: in inglese sta per “disordine” “situazione informale” “casino”. Nel Jazz una Jam session è
quando i musicisti si incontrano per suonare senza aver nulla di preordinato, di solito basandosi su temi e
griglie di accordi molto conosciuti (Standards).

Jazz Waltz: anche in precedenza non mancano esempi di qualche rilievo, i musicisti di Jazz hanno iniziato a
fare un uso intenso del tempo ternario solo dagli anni’50, restando in realtà più prossimi ad una pulsazione
di 6/8 o 6/4 piuttosto che a qualcosa di effettivamente derivato dal valzer. Il pattern più caratteristico è la
divisione della battuta di ¾ in 2 quarti puntati.

Interlude: interludio, significato ovvio. Vedi anche Special

Intro: introduzione, basata su materiale modulante spesso non caratterizzata melodicamente. Solitamente
affidata alla sezione ritmica, al solo pianoforte o, nel caso della Big band, ad una o più sezioni che non
eseguiranno il tema principale

Latin: con le sue possibili varianti (Afro, Even eigth, Bossa nova) è un andamento basato su ottavi uguali. La
sezione ritmica elabora un disegno caratteristico, spesso ostinato, basato su varianti del disegno quarto
puntato-ottavo evitando il basso che si muove per quarti caratteristico del Walking bass.

Lay back: qualcosa di simile al ritenuto classico, si tratta di eseguire le note con un lieve ma percettibile
ritardo rispetto alla scansione del Beat.

Lick, licks: motto, breve frase caratteristica, normalmente più legata ad aspetti idiomatici che ad una vera
organizzazione del linguaggio. Vedi anche pattern.

Mainstream: letteralmente strada maestra, principale, con questo termine si intende una concezione
stilistica e di conseguenza una prassi esecutiva che si pone equidistante tanto dall’avanguardia quanto dallo
stile più arcaico, se fino agli anni ’60 un musicista mainstream si rifaceva soprattutto allo Swing, negli ultimi
anni è il bebop ad essere il linguaggio più vicino alla definizione di strada maestra.

Open, open chorus: negli arrangiamenti indica che il solista sarà libero di decidere la durata del proprio
assolo, ritornellando il Chorus a suo piacimento.

Pattern: qualcosa come “frase fatta”, in sostanza una serie di intervalli ordinati in maniera da essere
facilmente permutabili, utilizzabili per lo studio e, debitamente riorganizzati, anche per l’improvvisazione.
Ogni musicista di Jazz dotato di una certa personalità possiede i suoi patterns che lo rendono riconoscibile.
Vedi anche Lick.
Pick up: non è quello del giradischi, ma sta per un Break, normalmente costruito sul tournaround conclusivo
del chorus. In pratica: la sezione ritmica tace ed il solista inizia il suo solo lanciando se stesso dalle misure
immediatamente precedenti l’inizio del chorus.

Plunger: tipo di sordina per tromba e trombone. Come dichiarato dalla parola ha effettivamente a che fare
con gli idraulici, essendo il più delle volte costituita dalla ventosa in gomma di uno sturalavandino. Confusa
spesso con la Wha-Wha é fondamentale per gli effetti growl che caratterizzano il cosiddetto stile Jungle di
Ellington. Ne esistono anche modelli realizzati in fibra ed in metallo.

Pop, Popular: spesso confuso con Rock, almeno in Italia, nei paesi anglosassoni significa sostanzialmente
musica commerciale, leggera, in pratica tutta quella che non è Classica o Jazz (e nemmeno Rock o Folk), a
partire degli anni ’30 i Jazzisti hanno tratto dal repertorio popular i brani divenuti Standards.

Pulse: pulsazione, nelle forme di Jazz dell’avanguardia storica (conseguenti al percorso artistico di Ornette
Coleman) ha sostituito la scansione regolare dei quarti, la sezione ritmica “pulsa” (per l’appunto) suonando
intorno al beat che è presente ma implicito.

Rhythm changes: (chiamato anche Anatole in Italia), forma-song AABA basata sulla griglia armonica di I Got
Rhythm di G.Gerswhin, esistono centinaia di pezzi che costruiti su questi accordi, di solito su tempo veloce.

Riff: breve frase, che può essere costituita da poche note che si dispiegano su un paio di battute al
massimo. Essenzialmente basata su un idea ritmica, costituisce l’essenza di certi arrangiamenti, soprattutto
nel periodo dello Swing, utilizzata come background sotto i solisti ma anche come materiale tematico vero
e proprio.

Shout Chorus: una delle convenzioni della scrittura tradizionale per Big band è che nella parte conclusiva di
un arrangiamento il tema principale non venga riesposto in maniera testuale, ma sostituito con un
ensemble, solitamente piuttosto denso per orchestrazione e dinamica, costruito su materiale derivato da
quello tematico. I motivi vanno ricercati, oltre all’esigenza di creare varietà nell’organizzazione
dell’arrangiamento, anche al tempo limitato consentito dalle incisioni sui dischi a 78 giri le quali, nei tre
minuti scarsi che potevano contenere, lasciavano spazio per una esposizione tematica, un paio di assoli e
un ensemble. Nel caso di una ripetizione del tema iniziale alcuni di questi elementi non avrebbe trovato
posto.

Shuffle: tempo medio, incalzante ma rilassato, la sezione ritmica procede per quarti piuttosto definiti ed
uguali, nella batteria è evidente il disegno (di solito non abituale), ottavo puntato-sedicesimo sia pure
interpretato come una sorta di terzina.

Special: Negli arrangiamenti, tanto per Big Band quanto per piccolo gruppo, si chiama special un episodio, a
carattere virtuosistico, nel quale viene mantenuta la griglia armonica e la forma del chorus. Può essere
confuso con l’interludio, che però di regola dovrebbe implicare del materiale armonico diverso dal chorus e
spesso più statico o basato su pedali.

Standard: brano proveniente dal patrimonio della musica commerciale statunitense (e non solo) usato dai
Jazzisti per improvvisare o per comporre brani nuovi sui cicli di accordi derivati. Si intende come standard
(correttamente “Jazz standard”) anche una composizione originale (di”autore”) che abbia raggiunto una
grande diffusione entrando nel repertorio Jazzistico.

Straight: Straight music è per i musicisti americani, quella più commerciale, da ballo, potremmo tradurla
con “ballo liscio” se questo termine italiano non fosse connotato da certo carattere nazional-popolare
estraneo al suo corrispettivo d’oltreoceano. La sordina per ottoni così chiamata è invece costruita in
metallo, di forma conica e viene usata soprattutto nella musica classica. Il Jazz la utilizzò nelle sezioni dei
brass durante lo Swing.

Strofa: in inglese Verse è la parte introduttiva delle canzoni, con una funzione affine al recitativo e anche
per questo spesso di poco interesse melodico. Abitualmente nel Jazz non viene utilizzata per improvvisare e
nemmeno eseguita.

Sub-tone: effetto del saxofono, come un morbido soffiato, utilizzato soprattutto nei fondali orchestrali o
nelle esposizioni di ballads.

Swing: musicologicalmente parlando arrangiatevi voi a trovare una definizione…dal punto di vista storico si
chiamò Swing la maniera del Jazz dalla metà degli anni ’30, fino al Bebop.

Trading four (T. Eight): gli scambi tra strumenti e in modo particolare tra i solisti e la batteria, rispettano il
chorus. Chiamati anche Chase.

Tournaround, Tournback: breve ciclo di accordi, solitamente I (IIIm)-VI-IIm-V7, utilizzato nelle ultime
battute del Chorus per ripartire con quello successivo. Utilizzato anche nelle code ad libitum, e nelle
introduzioni, anche modulante.

Vamp: spesso utilizzata nelle introduzioni e nelle code il Vamp è una semplice figura ritmico-melodica,
(spesso con un basso obbligato e basata su uno o due accordi), che viene ripetuta ad libitum e sulla quale il
solista può improvvisare anche a lungo.

Vocalese: stile vocale, che ebbe un certo successo negli anni ’50, che consisteva nel rivestire di parole
famosi assoli strumentali.
Tag: breve sezione conclusiva, coda aggiunta ad un brano.

Verse: strofa.

Wha –Wha: sordina per ottoni, spesso confusa con la Plunger è costruita in metallo, e provvista di un
piccolo foro aprendo o chiudendo il quale si ottiene il caratteristico effetto. Relativamente in disuso dagli
anni ’40.

Walking bass: il basso ambulante, che si muove per quarti più o meno regolari costruendo linee che
attraversano gli accordi, rappresenta una delle procedure che più caratterizzano la prassi esecutiva del Jazz.