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Saggi

Piergiorgio Odifreddi

ABBASSO EUCLIDE!
Il grande racconto della geometria contemporanea
Dello stesso autore Indice
in edizione Mondadori
Il club dei matematici solitari del prof. Odifreddi
Hai vinto, Galileo!
C’è spazio per tutti
Caro papa, ti scrivo
Una via di fuga

3 Premessa
Morto il re, viva il re!

7 I L’ipersfera di cristallo. Abbott e Hinton


L’abate Abate Abate, 9 – Il bigamo sparapalle, 12 – Diamo
spazio al tempo, 16 – Una molteplicità di visioni, 18 – Im-
magini del Paradiso, 26

33 II I politopi ballano. Schläfli


Specie: tesseratto, 35 – Corpi ipercubici, 37 – Genere: polito-
po, 46 – Anatomia della nidiata, 50 – Oltre la quarta dimen-
sione, 55 – Un pluriverso multidimensionale, 56

61 III Nastri, bottiglie e cappellini. Möbius e Klein


Prendiamo il toro per le corna, 62 – Qui si perde l’orienta-
mento, 67 – Disorientamento totale, 75 – Il trucco del cappel-
lo, 82 – Comportamenti eversivi, 85 – Diamoci un taglio, 89

93 IV Hit Parade delle superfici. Da Möbius a Perelman


Una mandria di tori, 94 – Tutte le superfici del topologo, 99
– Il ritorno della Santissima Trinità, 106 – Questioni fonda-
Abbasso Euclide! mentali e universali, 109 – La congettura di Poincaré, 112
di Piergiorgio Odifreddi – L’ottuplice via, 116 – Per aspera ad astra, 120
Collezione Saggi

ISBN 978-88-04-62302-1 123 V Il nodo è sciolto. Da Listing a Jones


L’arte dell’annodare, 125 – La scienza dello sciogliere, 129
© 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione marzo 2013
– Trifogli, quadrifogli e altri nodi fortunati, 131 – Gli anelli
di re Salomone, 138 – La forma universal credo ch’io vidi,
145 – Il variegato mondo dei nodi, 149
157 VI A propria immagine e somiglianza. Da Bolzano
Abbasso Euclide!
a Peano
L’albero di Pitagora, 158 – Ricadiamo in una spirale greca,
161 – Natura frattale della Natura, e dell’arte, 165 – Curve
pericolose, 175 – Uno a te, uno a me, uno a nessuno, 178 –
Non gettiamo le spugne, 181 – Più di così non si può fare,
189 – È ora di andare tutti a caso, 196

199 VII Le dimensioni dei mondi fluttuanti. Da Hausdorff


a Mandelbrot
Sovradimensionato è bello, 200 – Quanto è lunga la costa
dell’Inghilterra?, 203 – Problemi di crescita, 209 – La mia
droga si chiama Julia, 214 – L’universo in un frattale, 217 –
Il multiverso in molti frattali, 228
Ai non-geometri della mia famiglia:
233 VIII La geometria è finita. Da Fano a Deligne mia madre Anna,
Euclide, Bolyai e Lobačevskij ridotti all’osso, 234 – La dan- mia zia Carla e mio zio Angelo,
za dei sette punti, 237 – Meditazione pappo-desarguesiana, mio fratello Corrado
244 – Piccoli modelli crescono, 247 – Ufficiali in parata, 253 e le mie sorelle Marina e Teresa,
– Quindici studentesse per un reverendo, 260 – Meditazio- le mie cugine Gisella e Cristina,
ne pascaliana, 265 – Le truppe del generale, 269 e i miei cugini Valerio e Marco.
E non a me stesso...
273 IX Era tutto senza fondamento. Da Hilbert a Gödel
La via teologica alla matematica, 274 – Tavoli, sedie e boc-
cali di birra, 276 – L’imperativo categorico, 281 – L’ugua-
glianza è un diritto fondamentale, 282 – Instauriamo un
nuovo ordine, 285 – Chi non muore si rivede, 288 – Misu-
ra per misura, 291 – Una corsa in taxi, 295 – Dobbiamo sa-
pere, ma non sapremo, 300

305 Le prospettive dell’arte


Le varietà del realismo, 306 – La camera oscura, 310 – La
sala degli specchi, 312 – Errori d’autore, 316 – Convincen-
ti impossibilità, 321 – La sfera e il cilindro, 327 – Op! Op!
Oplà!, 333

339 Bibliografia
349 Fonti iconografiche
363 Ringraziamenti
365 Indice dei nomi
Premessa
Morto il re, viva il re!

Nel 1959 si tenne a Royaumont, nei pressi di Parigi, un con-


gresso su La nuova matematica, dedicato all’insegnamento
della materia nelle scuole secondarie. Il convegno passò
alla storia per la provocatoria conferenza Abbasso Euclide!
tenuta da Jean Dieudonné, uno dei più autorevoli mate-
matici francesi, membro originario del gruppo Bourbaki.
Gli obiettivi dell’attacco al passato erano duplici: da un
lato, i contenuti dei programmi scolastici, e dall’altro, i me-
todi del loro insegnamento. Anche le proposte per il futu-
ro erano duplici: da un lato, la sostituzione dell’aritmetica
e della geometria con le strutture bourbakiste, e dall’altro,
l’abbandono del linguaggio dei numeri e dei punti in fa-
vore della terminologia insiemistica. In sintesi, Dieudon-
né chiedeva di mettere in soffitta gli Elementi di Euclide, e
di rimpiazzarli con gli Elementi di Bourbaki.
Ad esempio, la versione euclidea del teorema di Pitago-
ra: «dato un triangolo rettangolo, l’area del quadrato co-
struito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei
quadrati costruiti sui cateti», avrebbe dovuto lasciare il po-
sto alla versione bourbakista: «dati due vettori ortogonali, il
quadrato della norma della loro somma vettoriale è uguale
alla somma dei quadrati delle loro norme». E questa ver-
sione avrebbe dovuto essere dimostrata in maniera pura-
mente astratta, a partire dagli assiomi non della geometria
euclidea, ma degli spazi vettoriali normati: in particolare,
4 Abbasso Euclide! Morto il re, viva il re! 5

senza alcun riferimento intuivo alle figure, che nel tratta- lativi appunto al parallelismo, li abbiamo narrati nella se-
to di Bourbaki sono totalmente bandite. conda parte di Una via di fuga. In questo volume ci accin-
Purtroppo, l’appello di Dieudonné non cadde nel vuoto. giamo invece a mostrare come la geometria del Novecento
Già nel 1960 fu istituita la Commissione europea di Dubro- si sia completamente liberata dagli a priori euclidei in un
vnik, con l’incarico di riscrivere i programmi delle scuole senso molto più generale, che si estende all’intera conce-
medie e superiori, e in breve tempo mezzo mondo fu con- zione tridimensionale, metrica e infinita dello spazio.
tagiato dal morbo bourbakista. L’approccio storico, in cui Andremo dunque alla scoperta di geometrie multidi-
l’astrazione trovava giustificazione come punto d’arrivo mensionali, topologiche e finite, senza dimenticare i frat-
di una secolare evoluzione matematica, cedeva il passo tali. E alla fine del nostro percorso capiremo che Abbasso
a un approccio antistorico, in cui l’astrazione veniva irre- Euclide! è solo un grido di incitamento ad ampliare e ar-
sponsabilmente assunta come punto di partenza. Simul- ricchire i nostri orizzonti. Riformulato in maniera positiva
taneamente, le applicazioni pratiche che avevano stimola- e costruttiva, invece che negativa e distruttiva, esso signi-
to e giustificato la ricerca teorica venivano completamente fica in realtà, molto semplicemente ed entusiasticamente:
rimosse, e coperte da un velo di silenzio. Viva la geometria! Dunque, così sia.
Basta sfogliare questo libro, che conclude un racconto il-
lustrato della geometria iniziato in C’è spazio per tutti e con-
tinuato in Una via di fuga, per accorgersi che esso avrebbe
potuto intitolarsi Abbasso Dieudonné! O, meglio ancora, Ab-
basso Bourbaki! Perché dunque prendercela anche noi con il
povero Euclide, invece che con i suoi detrattori moderni?
Anzitutto, perché i germi delle due maggiori pecche di-
dattiche degli Elementi di Bourbaki, che stanno appunto nel
dimenticare il processo storico delle scoperte e nel procede-
re incuranti delle applicazioni, si trovano già negli Elemen-
ti di Euclide. Ad esempio, Pitagora non aveva certo dimo-
strato il suo teorema alla maniera di Euclide: cioè mediante
una serie di quarantasette proposizioni basate sui famo-
si cinque postulati, in particolare l’ultimo sulle parallele.
E poi, soprattutto, perché già a partire dall’Ottocento
il grido di Abbasso Euclide! era stato ripetutamente urlato
per altre, e ben più giustificate, ragioni. Da Gauss in poi,
infatti, i confini della geometria euclidea, primo fra tutti
il postulato delle parallele, avevano incominciato a rive-
larsi troppo angusti e restrittivi, e i matematici erano len-
tamente divenuti consci della possibilità e della necessi-
tà di doverli superare, per andare alla scoperta di mondi
geometrici nuovi.
I primi passi nella direzione di questo superamento, re-
I
L’ipersfera di cristallo
Abbott e Hinton

Molto realisticamente, Tolomeo sosteneva che le dimen-


sioni del mondo sensoriale sono tre, e non possono esser-
cene altre. Nel suo perduto libro Sulle distanze egli notava
che questa impossibilità deriva dal fatto che tre è il massi-
mo numero di rette perpendicolari tra loro.
Molto fantasticamente, Paolo di Tarso scriveva inve-
ce, nella sua Lettera agli Efesini, che siamo «in grado di
comprendere con tutti i santi quali siano l’ampiezza, la
lunghezza, l’altezza e la profondità». E sulla sua scia,
qualche moderno incominciò a sostenere che di dimen-
sioni extrasensoriali ce n’erano altre, oltre alle solite tre,
ed erano abitate dagli spiriti dei morti.
A pensarla così erano alcuni poveri di spirito, come il fi-
losofo Henry More, che nel 1659 battezzò «spessitudine» la
quarta eterea dimensione, in un libro dedicato all’Immor-
talità dell’anima. Ma erano anche scienziati di fama, come
William Crookes, scopritore del tallio (l’elemento numero
81 della tavola periodica) e inventore del tubo a raggi ca-
todici, usato negli apparecchi televisivi e negli schermi dei
computer fino a qualche anno fa.
Crookes assistette a sedute in cui fu ripetutamente evo-
cata in spirito Katie King, figlia del pirata Henry Morgan.
Le scattò una cinquantina di fotografie, le misurò le pul-
sazioni cardiache, le tagliò una ciocca di capelli, e finì per
innamorarsi di lei. Nel 1874 il novello Pigmalione pub-
8 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 9

blicò le sue Note su una ricerca sul fenomeno dello spirituali- Fuggito da una condanna ai lavori forzati, Slade si ri-
smo: un articolo che fece scandalo, grazie anche all’arresto fugiò in Germania e lavorò insieme a Johann Zöllner, fa-
di una signora che assomigliava come una goccia d’acqua moso per l’illusione delle rette parallele convergenti o
allo spirito fotografato. divergenti. Quest’ultimo pubblicò nel 1878 un articolo
Sullo spazio a quattro dimensioni, e nel 1880 un libro sulla
Fisica trascendentale. L’effetto di queste opere fu di scre-
ditare l’argomento della quarta dimensione negli am-
bienti scientifici, e di renderlo popolare in quelli filoso-
fici e teologici.
Si scatenò così un uragano di pubblicazioni esoteri-
che. Ad esempio, Il mondo dell’invisibile di Arthur Willink
nel 1893, e Un altro mondo, o la quarta dimensione di Alfred
Schofield nel 1898, in cui si sosteneva che, se per gli spiri-
ti bastava una dimensione in più, per Dio ce ne volevano
infinite. O La quarta dimensione e Tertium organum di Piotr
Ouspensky, rispettivamente nel 1909 e 1912, in cui si spe-
culava che a essere quadridimensionali fossero non solo
gli spiriti, ma anche gli uomini.
Come ora vedremo, a riscattare la quarta dimensione
da questa deriva demenziale fu la fantascienza. Cioè, quel
ramo della letteratura fantastica che racconta mondi pos-
sibili sapendo che non esistono, invece di inventare storie
assurde fingendo di crederci. O, peggio ancora, credendo-
ci veramente.
Lo spirito di Katie King in due fotografie scattate da William Crookes, 1874.
L’abate Abate Abate
A rendere popolare la quarta dimensione come luogo Negli anni ’60 del Novecento, grazie al titolo di un sag-
«spirituale» fu un processo per frode tenutosi a Londra gio di Herbert Marcuse, si parlava spesso metaforicamen-
nel 1876 contro il medium statunitense Henry Slade, in te di «uomo a una dimensione». Ma anche letteralmente
seguito a una denuncia di alcuni scienziati. Altri scien- l’uomo è prossimo a essere a una dimensione, nel senso
ziati si schierarono invece in difesa del truffatore, so- che la sua altezza è in media preponderante rispetto alla
stenendo appunto che gli spiriti erano esseri quadridi- sua larghezza e alla sua profondità. Diversamente da al-
mensionali. Fra essi, oltre ovviamente a Crookes, c’erano tri esseri quasi unidimensionali, come i rettili, l’uomo svi-
addirittura due premi Nobel per la fisica: Joseph Thom- luppa però questa sua dimensione preponderante in dire-
son e Lord Rayleigh, rispettivamente scopritori dell’elet- zione perpendicolare, invece che parallela, alla superficie
trone e dell’argon (l’elemento numero 18 della tavola terrestre su cui vive.
periodica). A sua volta, la superficie terrestre è prossima a essere
10 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 11

un piano, almeno nelle vicinanze e nelle percezioni degli Il libro di Abbott è andato oltre la semplice divul-
individui che la abitano. Non è dunque così sorprenden- gazione, ed è entrato a pieno diritto nella storia del-
te che qualcuno possa immaginare una storia ambientata la letteratura. Lo dimostra il fatto che, per l’edizione
su un mondo piatto e popolata da esseri sostanzialmente italiana Adelphi del 1966, si scomodò a farne un’ap-
unidimensionali come i serpenti, o bidimensionali come pendice Giorgio Manganelli, che iniziò schermendosi:
le tartarughe. «non tratterò dei meriti scientifici e didattici di questo
Una volta avuta l’idea, poi, è abbastanza naturale popo- straordinario libretto, perché, non essendo in grado di
lare questo immaginario mondo piatto di quanti più esseri apprezzarli, non mi interessano». E concluse dichiaran-
è possibile. E visto che i serpenti sono realizzazioni concre- dosi incapace di decidere se si trattasse di «un incu-
te dei segmenti astratti, e le tartarughe dei cerchi, si pos- bo, una farsa, un apologo, una satira, un jeu d’esprit,
sono immaginare in generale le avventure fantamatema- una scommessa, un’allegoria, una visione, o la satira
tiche dei poligoni sul piano. È ciò che fece nel 1884 l’abate di tutte le visioni».
Edwin Abbott Abbott, o «Abbott al Quadrato», riuscendo- È innegabile che siano stati gli aspetti marginali di
ci talmente bene da far diventare un classico il suo Flatlan- Flatlandia a decretarne la fortuna. Primo fra tutti, la fe-
dia, o Mondo Piatto, continuamente ristampato e letto a di- roce ironia sulla società vittoriana incarnata (o meglio,
stanza di più di un secolo. disincarnata) nella gerarchia geometrica che va dall’infi-
ma linearità delle donne alla sublime circolarità del cle-
ro, passando per la crescente poligonalità del proletariato
e dell’aristocrazia.
Ma è altrettanto innegabile che il vero valore intellet-
tuale del libro stia nelle note della sua musica, più che
nelle contorsioni degli orchestrali che la suonano. In con-
creto, che stia nel riuscito tentativo di illustrare indiretta-
mente, per analogia, quello spazio a quattro dimensioni
che a noi esseri tridimensionali non è dato di percepire
direttamente.
Ad esempio, gli esseri bidimensionali di Flatlandia
come il Quadrato, protagonista e narratore del roman-
zo, possono intuire qualcosa di una Sfera tridimensiona-
le, proveniente da Spacelandia, grazie alle tracce circo-
lari che questa lascia mentre attraversa il Mondo Piatto.
Le tracce partono da un punto nel momento di tangen-
za iniziale, crescono fino a raggiungere un massimo nel
momento in cui il piano taglia la sfera lungo il suo equato-
re, e poi decrescono di nuovo fino a un punto nel mo-
mento di tangenza finale. Allo stesso modo, noi dovrem-
Edwin Abbott Abbott e il frontespizio di Flatlandia mo intuire qualcosa di un analogo quadridimensionale
nella prima edizione originale del 1884. della Sfera attraverso le simili tracce sferiche che essa
12 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 13

lascia mentre attraversa temporalmente il nostro spazio ché egli ne è il creatore e la fonte. Ma nelle pagine dei Rac-
tridimensionale. conti scientifici cercò la forma narrativa.
Borges dimenticò di dire che parte delle tenebre da cui
Hinton rimase avvolto emanavano dal perbenismo della
società vittoriana, che era appunto il bersaglio dell’ironia
di Abbott. Nel 1885, infatti, Hinton venne arrestato per
bigamia (tra parentesi, una delle sue due mogli era la fi-
glia di George Boole, l’inventore dell’algebra booleana).
L’anno seguente fu condannato, scappò in Giappone e
si guadagnò da vivere insegnando in un liceo. Nel 1893
si trasferì negli Stati Uniti, rientrò in università, inven-
tò la macchina sparapalle usata per gli allenamenti del
Il bigamo sparapalle baseball, e morì nel 1907.
Senza arrivare a scomodare Platone e le ombre del mito
della caverna, la stessa idea di Abbott era già venuta nel
1880 al matematico Charles Hinton, che la pubblicò nel
saggio Che cos’è la quarta dimensione?, e la ristampò quat-
tro anni dopo in una collezione di suoi Racconti scientifici.
Uno di questi racconti si intitolava Un mondo piano e ini-
ziava dicendo:
Mi sarebbe piaciuto poter rimandare il lettore a quell’ope-
ra di genio intitolata Flatlandia. Tuttavia, sfogliando le pa-
gine del libro, noto che l’autore ha usato il suo raro talento
per uno scopo estraneo al mio intento. È chiaro, infatti, che
suo primo interesse non sono state le condizioni fisiche di
vita nel piano. Le ha sfruttate come sfondo della sua satira
Charles Hinton.
e delle sue diatribe. Ma noi, in primo luogo, vogliamo co-
noscere le verità fisiche.
Questa volta, per l’edizione italiana pubblicata da Fran- Quello stesso anno uscì il suo ultimo libro, un roman-
co Maria Ricci nel 1978 si scomodò a farne una prefazione zo intitolato Un episodio di Flatlandia, che diede inizio a
Jorge Luis Borges, che scrisse: una nutrita serie di variazioni sul tema del Mondo Piat-
to di Abbott. Anzitutto, Hinton introdusse un Mondo
Altri cercano e ottengono non raramente la fama: Hin- Circolare sul cui bordo scorrono le figure, tutte triango-
ton ha quasi ottenuto le tenebre. Non è meno misterioso li rettangoli con un angolo acuto orientato in alto e l’al-
delle sue opere. I repertori bibliografici lo ignorano. Non è tro a Est o Ovest, a seconda del sesso: il che rende com-
un narratore, è un ragionatore solitario che istintivamente
plicati e pericolosi i rapporti fra individui dello stesso
si rifugia in un mondo speculativo che mai lo delude, per-
sesso, ma facili e tranquilli quelli fra individui di sesso
14 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 15

opposto. E poi, inventò un Mondo Profondo in cui si può Piano Proiettivo, in Iperbolica o Discolandia, in Topologi-
penetrare verticalmente in direzione Sotto-Sopra, inve- ca o Continente Foglio di Gomma, e nelle geometrie a cui
ce che muoversi orizzontalmente in direzione Est-Ovest è costretta a far appello la fisica moderna per descrivere il
o Nord-Sud. nostro universo materiale.
A tutte queste opere letterarie si affiancano almeno quat-
tro animazioni cinematografiche della storia originale di
Abbott. Due vecchie, e un po’ rudimentali: la prima di Eric
Martin, del 1965, e la seconda di Michele Emmer, del 1982.
E due nuove e tecnologiche, entrambe del 2007: Flatland
the movie, di Jeffrey Travis e altri, e Flatland the film, di Ladd
Ehlinger. Le prime tre di queste opere sono dei cortome-
traggi di circa mezz’ora l’uno, mentre l’ultima è un lungo-
metraggio di un’ora e mezza.
La miniera fantamatematica scoperta da Abbott e Hin-
ton non accenna dunque a esaurirsi, e probabilmente ri-
serverà altre piacevoli sorprese in futuro.

Illustrazioni da Un episodio di Flatlandia di Charles Hinton, 1907.

In seguito le intuizioni di Abbott e Hinton sono state svi-


luppate in vari modi. Da un lato, nel 1965 Dionys Burger ha
presentato in Sferolandia, o Mondo Sferico, una fantasia sulla
curvatura dello spazio e sull’espansione dell’universo. E
nel 1984 Alexander Dewdney ha esplorato, nel Planiverso,
le condizioni di vita biologiche e artificiali di un mondo che
si estende in profondità. Dall’altro lato, nel 2002 il profeta
del cyberpunk Rudy Rucker ha sostituito in Spaziolandia,
o Mondo Spaziale, il Quadrato di Abbott con un Cubo, fa-
cendolo incontrare con un essere quadridimensionale in-
vece che tridimensionale.
La variazione più originale, libera e istruttiva è però quel-
la del 2001 di Ian Stewart in Flatterlandia. Il titolo è un gioco
di parole che sta a metà tra «Mondo Ancora Più Piatto» e
«Mondo della Lusinga». E il racconto è una vera e propria
Due immagini da Flatland the film, 2007: il Quadrato parla al figlio esagonale,
summa di mondi geometrici, tutti contenuti nel Matemati- e la Sfera dice in sogno al Quadrato che è vano il suo tentativo di spiegare
verso che i protagonisti visitano, imbattendosi via via nel la tridimensionalità agli abitanti di Flatlandia.
L’ipersfera di cristallo 17

Diamo spazio al tempo Wells si accorse immediatamente delle potenzialità dello


spazio quadridimensionale. Ad esempio, già nel 1897 usò
L’idea di Abbott e Hinton per visualizzare un oggetto quadri-
La storia di Plattner per far notare che, come aveva scoperto
dimensionale è di sfruttare il suo passaggio attraverso lo spa-
August Ferdinand Möbius nel 1827 nel Calcolo del baricentro,
zio tridimensionale, e collezionare la successione delle sue
si può invertire l’orientamento di un solido nello spazio ruotan-
istantanee. Implicitamente l’oggetto viene dunque identificato
dolo nella quarta dimensione, allo stesso modo in cui nel piano
con il film della sua vita, e la quarta dimensione con il tempo.
si può invertire l’orientamento di un segmento su una retta, e
Queste identificazioni furono esplicitate dalla fantascien-
nello spazio quello di una figura nel piano. Ad esempio, una
za a partire dal 1895, con il romanzo La macchina del tempo
freccia può essere invertita su una retta, se la si fa girare nel
di Herbert Wells. In particolare, in questo brano:
piano. E un cerchio orientato (destrorso o sinistrorso) può es-
Evidentemente – proseguì il Viaggiatore del Tempo – il sere invertito sul piano, se lo si ribalta nello spazio.
corpo reale deve estendersi in quattro direzioni: deve ave-
re Lunghezza, Ampiezza, Spessore e… Durata. Ma, per una
debolezza naturale della carne, che spiegherò a breve, ten-
diamo a dimenticare questo fatto. Esistono in realtà quat-
tro dimensioni, tre che vengono chiamate i tre piani dello
Spazio, ed una quarta, il Tempo. C’è, tuttavia, una tenden-
za a stabilire una distinzione immaginaria tra le prime tre
dimensioni e l’ultima, perché succede che la nostra coscien-
za si muove per intermittenze, sempre in una direzione ver-
so l’ultima di esse, dall’inizio alla fine delle nostre vite.

È proprio il fatto che i suoi organi risultino invertiti spe-


cularmente, a provare che Plattner è stato scaraventato da
un’esplosione nello spazio quadridimensionale, quand’egli
torna in quello tridimensionale e racconta ciò che ha visto:

Per metterla in linguaggio tecnico, la curiosa inversione


dei lati destro e sinistro di Plattner è la prova che egli è
uscito dal nostro spazio per andare in quella che si chiama
la Quarta Dimensione, e che è di nuovo tornato nel nostro
mondo. A meno che preferiamo considerarci vittime di
un’elaborata e immotivata illusione, siamo quasi costretti
a credere che sia successo proprio questo.

La macchina del tempo usata nell’omonimo film del 1960, Le visioni di Wells resero popolare l’idea del tempo come
tratto dal romanzo di Herbert Wells. quarta dimensione, ed essa entrò a far parte dell’immagi-
18 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 19

nario collettivo. Non stupisce che, pochi anni dopo, la si ri-


trovi nel capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo
perduto. Già nel 1913 il primo romanzo del ciclo, Dalla parte
di Swann, descriveva la chiesa di Combray come una realiz-
zazione della macchina del tempo:
Era un edificio che occupava, per così dire, uno spazio
quadridimensionale – essendo il Tempo la quarta dimen-
sione – e che, dispiegando attraverso i secoli la sua nava-
ta, di campata in campata, di cappella in cappella, sem-
brava aver varcato e sconfitto non solo qualche metro, ma
epoche successive, dalle quali usciva trionfante, nascon-
dendo le scabrose barbarie dell’undicesimo secolo nello
spessore dei suoi muri.
Nel frattempo il superamento della distinzione fra le quat-
tro dimensioni era stata ufficialmente adottata dalla scienza nel
1908, con la nozione di spazio-tempo di Minkowski. Anche se,
in realtà, la prima intuizione di uno spazio-tempo quadridimen-
sionale, individuato attraverso quattro coordinate indipenden-
ti, risale al Settecento: precisamente, alla voce «Dimensione»
che D’Alembert scrisse nel 1754 per l’Enciclopedia, e al libro
sulla Teoria delle funzioni analitiche di Lagrange, del 1797. La
prima considerazione esplicita degli spazi a dimensione fini-
ta qualunque si era invece avuta nella lezione Sulle ipotesi che
stanno alla base della geometria di Riemann, del 1854.

Una molteplicità di visioni


Nello spazio-tempo gli oggetti lasciano il posto agli even-
ti, cioè agli oggetti in moto, e la loro raffigurazione richiede
un passaggio dalla statica alla dinamica. Un problema non
semplice da risolvere sulla tela bidimensionale, che deve
ora accomodare non più soltanto la terza dimensione spa-
ziale, ma anche la quarta dimensione temporale.
La soluzione più semplice del problema fu la produzione
di serie di istantanee da osservare in sequenza, con un pro-
cesso che anticipò la tecnica del film. Fra le più note ci sono le Katsushika Hokusai, tre xilografie dalla serie
Trentasei vedute del Monte Fuji di Hokusai (1830-1832), le Cento Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-32.
20 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 21

Claude Monet, quattro dipinti dalla serie La cattedrale di Rouen, 1892-94.

è «un dipinto improprio, un’organizzazione di elementi ci-


vedute famose di Edo di Hiroshige (1856-1858), e le molte se- netici, un’espressione del tempo e dello spazio attraverso la
rie di Claude Monet: dai Covoni (1888-1891) e La cattedrale rappresentazione astratta del movimento».
di Rouen (1892-94), a Le ninfee e Il ponte giapponese (1899-1926). Per concentrarsi su questo obiettivo, la figura umana
Più complicato fu rappresentare pittoricamente il movi- viene ridotta a un manichino con i colori del legno. E per
mento su un’unica tela, come cercò di fare il futurismo (vedi raggiungere lo scopo, il dinamismo viene congelato in una
alle pagine seguenti). Ad esempio, nel Dinamismo di un cane sovraimpressione di istantanee, che trasforma il quadro
al guinzaglio di Giacomo Balla, del 1912, o nel Dinamismo di in una sequenza cinematografica. O in una fotografia so-
un ciclista di Umberto Boccioni, del 1913. Le loro soluzioni ri- vraesposta, come quella che la rivista «Life» scattò all’ar-
chiamano, inconsciamente, quelle dell’arte orientale: in parti- tista stesso quarant’anni dopo, nel 1952, intitolandola ap-
colare, le raffigurazioni delle divinità Avalokiteshvara e Shi- propriatamente Duchamp che scende le scale.
va a molte braccia. E, consciamente, le prime cronofotografie Il trucco di rappresentare un evento quadridimensionale
a esposizione multipla: in particolare, la serie di istantanee mediante una successione delle sue sezioni tridimensiona-
di Eadweard Muybridge, che nel 1878 mostrarono come un li si può ovviamente adottare anche per rappresentare un
cavallo al galoppo si solleva completamente da terra. oggetto tridimensionale, mediante una successione delle
Le espressioni più significative del genere furono ottenu- sue sezioni bidimensionali. Anzi, in origine Abbott e Hin-
te contemporaneamente, nel 1912, da Kazimir Malevic con ton procedettero al contrario, partendo dalle rappresenta-
L’arrotino e da Marcel Duchamp col Nudo che scende le sca- zioni degli oggetti tridimensionali, e passando per analo-
le. Nelle parole dello stesso Duchamp, quest’ultima opera gia a quelle degli oggetti quadridimensionali.
22 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 23

Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912;


Avalokiteshvara in un affresco del monastero buddhista Alchi Gompa in India;
Eadweard Muybridge, serie di istantanee di un cavallo al galoppo, 1878.

Le limitazioni di questo procedimento diventano però evi-


denti, quando ci si accorge di quanta immaginazione ci voglia
per risalire dalle sezioni all’oggetto stesso. In pratica, l’unico
esempio in cui non si hanno problemi è proprio quello della
sfera, non a caso scelto da Abbott e Hinton: le sezioni sferiche
sono infatti tutte circolari, e cambia soltanto la loro dimensione.
Ma già nel caso di un cubo le cose si complicano. Se il
piano di attraversamento è parallelo a una delle facce, tut-
to ciò che si vede è un quadrato, che a un certo punto com-
pare e poi scompare. Se invece il piano è perpendicolare a
un asse passante per due vertici opposti, le sezioni vanno
dai triangoli agli esagoni, e sono molto più difficili da im-
maginare ed enigmatiche da interpretare.

Kazimir Malevic, L’arrotino, 1912; Marcel Duchamp, Nudo che scende le scale,
1912 e Duchamp che scende le scale, foto per la rivista «Life», 1952.
24 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 25

Quando poi si passa dagli oggetti regolari e semplici del- lievo Erhard Schön, e prefigurato da Cézanne, fu annun-
la matematica a quelli irregolari e complessi della natura, le ciato nel 1907 dalle Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso,
difficoltà esplodono. Oggi è possibile superarle con l’aiu- e perseguito per qualche anno da lui stesso, Georges Braque
to della tecnologia: ad esempio, quella che permette di in- e altri. Nelle loro opere le figure appaiono come in uno spec-
tegrare le sezioni fornite dalla tomografia assiale compu- chio spezzato: ogni scheggia riflette una visione dell’ogget-
terizzata (TAC ) o dalla risonanza magnetica (RM). Ma già to da un punto di vista diverso, e la tridimensionalità è com-
un secolo fa erano state coraggiosamente affrontate dal su- pletamente delegata a una ricomposizione mentale delle
prematismo e dal cubismo. varie vedute bidimensionali, in accordo col motto di Picas-
Per quanto riguarda la prima corrente, nel 1915 Malevic so: «io dipingo ciò che penso, non ciò che vedo».
realizzò il proprio Autoritratto in due dimensioni riducendolo
alle sue sezioni planari. E in quello stesso anno dipinse alla
stessa maniera varie opere astratte, che i sottotitoli qualifica-
vano tutte genericamente come Masse colorate nella quarta di-
mensione, ma i titoli specificavano poi come Ragazzo con zaino,
Realismo pittorico di un giocatore di football o Automobile e signora.

Albrecht
Kazimir Malevic, Autoritratto in due dimensioni Dürer, studio
e Realismo pittorico di un giocatore di football, 1915. «cubista»;
Erhard Schön,
Cinque figure
in un edificio,
Più o meno nello stesso periodo, il cubismo inventò un dal Trattato sulla
modo diverso di rappresentare un oggetto tridimensionale proporzione, 1538;
e Pablo Picasso,
attraverso una molteplicità di visioni bidimensionali. Il suo Les Demoiselles
riduzionismo geometrico, anticipato da Dürer e dal suo al- d’Avignon, 1907.
26 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 27

Ma le molteplici visioni di uno stesso oggetto posso- le, cioè su un piano, un cerchio. Nello spazio tridimen-
no essere sfruttate anche in maniera diversa da quella sionale, una sfera. E nello spazio quadridimensionale,
suprematista o cubista. Ad esempio, nel 1912 Robert De- un’ipersfera.
launay offrì una visione a 360 gradi della Città di Parigi, Ed è appunto un’ipersfera ciò che Hinton e Abbott han-
attraverso tre prospettive simultanee che coprono l’in- no descritto in Che cos’è la quarta dimensione? e in Flatlan-
tero angolo giro. Nel 1913 Max Weber cercò di penetra- dia, attraverso le tracce sferiche che essa lascia mentre
re all’Interno della quarta dimensione, rappresentando lo attraversa lo spazio tridimensionale. Queste tracce par-
spazio tridimensionale come un suo contorno. E nel 1938 tono da un punto, crescono fino a raggiungere una sfe-
Picasso compose il Ritratto di Maya con la bambola come ra massima, e poi decrescono di nuovo fino a un punto.
un collage di istantanee parziali, scattate muovendo il Sostanzialmente, il passaggio di un’ipersfera nello spa-
punto di osservazione in varie direzioni attorno alla zio tridimensionale assomiglia dunque a un pallone che
bambina. si gonfia e si sgonfia uniformemente.

Lo sviluppo dinamico nel tempo delle sezioni sferiche


di un’ipersfera si può congelare in un’immagine stati-
ca nello spazio, sovrapponendo le varie sezioni. La cosa
è più complicata che nel caso della sfera, le cui sezioni
circolari si possono intravedere tutte, se vengono dispo-
ste concentricamente su un piano alla maniera delle tor-
te nuziali.
Nel caso dell’ipersfera, la disposizione concentrica del-
Robert Delaunay, La città di Parigi, 1910-12.
le varie sezioni sferiche permetterebbe di vedere solo quel-
la esterna: conviene dunque adottare una disposizione sfal-
Immagini del Paradiso sata. Ad esempio, nel caso della sfera, distribuendo su un
segmento, lungo quanto il diametro, i centri delle varie se-
Se si considerano i punti equidistanti da un centro
zioni, ciascuno a una distanza dal centro del segmento pari
nello spazio unidimensionale, cioè su una retta, si ot-
alla distanza del centro della sfera dal piano di interse-
tiene una coppia di punti. Nello spazio bidimensiona-
zione. E analogamente per l’ipersfera. Si mantiene così l’in-
28 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 29

formazione sulla struttura dell’intera (iper)sfera, che per- Beatrice spiega paradossalmente che, in realtà, quel pun-
mette di ricostruirla a partire dalle sue sezioni. to è la sfera maggiore, anche se pare «inchiuso da quel
ch’elli ’nchiude» (XXX, 12). L’universo dantesco si compo-
ne dunque di due serie di sfere distinte, una sensibile e cre-
scente e l’altra celeste e decrescente, i cui centri sono rispet-
tivamente la Terra e Dio.

Quella di Hinton e Abbott non è però la prima immagine


storica dell’ipersfera, che risale invece a molti secoli prima di
loro. Come scoprì nel 1925 il matematico svizzero Andreas
Speiser nei Brani classici della matematica, se ne ritrova una ad-
dirittura nella Divina Commedia!
Adottando il sistema tolemaico, Dante descrive infatti il
mondo come una serie di nove sfere crescenti centrate attor-
no alla Terra, che rappresentano i cieli nell’ordine classico:
Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle
Fisse e Primo Mobile. Quest’ultimo è il più grande di tutti, e a
un tempo racchiude l’universo sensibile e «non ha altro dove Gustave Doré, Dante e Beatrice contemplano l’Empireo,
che la mente divina» (Paradiso, XXVII, 109-110). illustrazione per la Divina Commedia, Paradiso, canto XXXI, 1868.
Oltre il Primo Mobile si trova l’Empireo, che Dante raffigura
come una simmetrica serie di nove sfere concentriche decre- Questa complicata struttura richiama le proiezioni ste-
scenti, rispettivamente sedi di Angeli, Arcangeli, Principati, reografiche polari della Terra, che consistono similmente
Potestadi, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini e Serafini. Al di due serie di cerchi concentrici. Chi guardasse la Terra dal
centro sta un punto di luce abbagliante, che rappresenta Dio. Polo Sud vedrebbe infatti, come Dante, una serie di cerchi
30 Abbasso Euclide! L’ipersfera di cristallo 31

crescenti, che corrispondono ai paralleli dell’emisfero meri- come una serie di meridiani disposti attorno all’Equatore,
dionale, e raggiungono un massimo all’Equatore. Recatosi e intersecantisi nei Poli.
su quest’ultimo, vedrebbe poi i paralleli dell’emisfero setten-
trionale come una serie di cerchi decrescenti, che raggiungo-
no un minimo nel Polo Nord. Se però la Terra si aprisse come
un fiore, i paralleli settentrionali circonderebbero quelli me-
ridionali, e il Polo Nord si dispiegherebbe intorno a tutto.
In maniera analoga, se l’ipersfera dantesca potesse di-
spiegarsi nello spazio quadridimensionale, il punto divino
diventerebbe una sfera che racchiuderebbe tutte le altre.
Sorprendentemente, questo è proprio il modo in cui ve-
diamo l’universo oggi, attraverso il telescopio: lo sferico
fronte di espansione delle galassie, che si trova alla distan-
za percorsa dalla luce dal momento del Big Bang, in realtà Ma mentre sulla sfera ciascun cerchio massimo incontra
non è altro che l’immagine dispiegata di quel solo istante. tutti gli altri, nel 1873 William Clifford annunciò, in una con-
ferenza su Una superficie a curvatura nulla ed estensione finita,
che sull’ipersfera ci sono cerchi massimi che non si incon-
trano fra loro, e sono invece inanellati! Essi costituiscono un
esempio di quelle che oggi si chiamano parallele di Clifford.
Nel 1931 Heinz Hopf scoprì poi, in un articolo Sulle rap-
presentazioni della sfera tridimensionale sulla superficie sferica,
che l’ipersfera si può considerare come una serie di cerchi
massimi, che costituiscono delle parallele di Clifford di-
sposte sfericamente e tutte inanellate fra loro. Questa rap-
presentazione oggi si chiama fibrazione di Hopf, e proietta-
ta stereograficamente nello spazio tridimensionale assume
Fronte di espansione delle galassie fotografato dalla WMAP la forma di un cosiddetto toro di Clifford.
(Wilkinson Microwave Anisotropy Probe) nel 2003.

Abbiamo dunque almeno due modi di immaginarci l’ipersfe-


ra. Alla maniera di Abbott, attraverso una successione dinamica
di sfere, dapprima crescenti e poi descrescenti. O alla maniera
di Dante, mediante una doppia serie statica di sfere concen-
triche, di cui le due esterne sono in realtà coincidenti fra loro.
Un terzo modo si ottiene, ancora una volta, per analo-
gia con la sfera bidimensionale. Quest’ultima si può con-
siderare come una serie di cerchi massimi disposti circo-
larmente, e tutti intersecantisi in due punti: ad esempio,
II
I politopi ballano
Schläfli

Nel 1844 Alexandre Dumas padre pubblicò uno dei ro-


manzi più noti e popolari dell’Ottocento: Il conte di Monte-
cristo, sterminato feuilleton che narra la «fariaginosa» sto-
ria di Edmond Dantès.
Il giovane marinaio viene falsamente accusato di essere un
agente bonapartista ed è rinchiuso nel Castello d’If, una spe-
cie di versione marsigliese dell’Alcatraz di San Francisco. In
questo carcere di massima sicurezza Dantès incontra l’abate
Faria, col quale scava per quindici mesi un tunnel.
Al momento della fuga l’abate muore, Dantès si sosti-
tuisce al cadavere e viene tumulato in mare, riuscendo così
a evadere. Dopo vari travestimenti e innumerevoli peripe-
zie degne di Ulisse, che come quelle durano infatti una ven-
tina d’anni, il sedicente Conte di Montecristo riesce final-
mente a vendicarsi del delatore e a congedarsi dal lettore.
Nonostante la girandola di personaggi e di relazioni,
il cui schema non ha nulla da invidiare ai flowchart in-
formatici, la vicenda narrata da Dumas è evidentemente
riuscita a toccare qualche corda. Ne sono infatti stati trat-
ti una decina di film, una mezza dozzina di serial televi-
sivi e un paio di musical. E anche, nel 1967, uno dei «rac-
conti deduttivi» di Italo Calvino intitolato, ovviamente,
Il conte di Montecristo.
Quest’ultimo si concentra sulla detenzione e sui tentati-
vi di fuga, ed è ambientato in una prigione quadridimen-
sionale da cui è impossibile evadere nello spazio tridimen-
34 Abbasso Euclide!

Specie: tesseratto
Mentre in Flatlandia Abbott si limitò a parlare dell’ipersfe-
ra, in Che cos’è la quarta dimensione? Hinton affrontò anche
la discussione dell’ipercubo: cioè, della versione quadridi-
mensionale del cubo tridimensionale, del quadrato bidi-
mensionale e del segmento unidimensionale.
Nel 1888, in Una nuova era del pensiero, Hinton chiamò
l’ipercubo tesseratto, «raggio quadruplicato» (dal greco tes-
seris, «quattro», e aktines, «raggio»). Nel suo modo di pen-
sarlo, infatti, era come una versione quadridimensionale di
un raggio: cioè, di un segmento orientato, che si ottiene fa-
cendo muovere un punto in linea retta per una certa distan-
za. Muovendo il segmento perpendicolarmente a se stes-
so, e per la stessa distanza, si ottiene un quadrato orientato.
Muovendo il quadrato perpendicolarmente a se stesso, un
cubo orientato. E muovendo un cubo, un ipercubo orientato.
Ovviamente, per poter effettuare la costruzione bisogna
disporre di una quarta direzione ortogonale alle tre solite,
Incisione del 1887 di Edouard Riou che sono «destra-sinistra», «su-giù» e «avanti-indietro».
per Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Per questa nuova direzione Hinton inventò il nome gre-
co «katà-anà», «contro-via». Il problema, naturalmente, è
sionale. Le celle ne sono le facce cubiche, e la loro struttura immaginarsela, ma anche un romanzo come La macchina
labirintica si deduce dal fatto che l’abate Faria sparisce da del tempo di Wells aveva intuito come farlo:
una parete e rispunta da quella di fronte, e che la fortezza
ripete nel tempo e nello spazio sempre la stessa combina- Alcune menti filosofiche si sono chieste: perché proprio
zione di figure. Lo stesso Dantès dimostra di essere conscio tre dimensioni? Perché non un’altra dimensione ad angolo
retto con le altre tre? Esse hanno anche tentato di costruire
della natura ipergeometrica della fortezza, quando afferma:
una geometria di Quattro Dimensioni. Il professor Simon
Sviluppo ogni segmento in una figura regolare, saldo Newcomb espose tutto ciò alla Società Matematica di New
queste figure come facce d’un solido, poliedro o iperpo- York circa un mese fa. Sapete che su una superficie piana,
liedro, iscrivo questi poliedri in sfere o ipersfere, e così più che non ha più di due dimensioni, possiamo rappresenta-
chiudo la forma della fortezza più la semplifico, definen- re la figura di un solido di tre dimensioni, e quindi sarebbe
dola in un rapporto numerico o in una formula algebrica. possibile per mezzo di modelli di tre dimensioni rappresen-
tarne uno di quattro, se si potesse conoscere la prospetti-
La prigione immaginata letterariamente da Calvino è
va della cosa.
stata rappresentata cinematograficamente nel 2002 da An-
drzej Sekuła, nel film Il Cubo 2: Ipercubo. Opera che svela, Hinton, naturalmente, non aveva bisogno dei suggeri-
fin dal titolo, il nome dell’oggetto matematico che ne de- menti di Wells. E fin dal suo primo lavoro aveva capito
scrive la struttura, e al quale rivolgiamo ora l’attenzione. che, già su un piano bidimensionale, non è più difficile rap-
36 Abbasso Euclide! I politopi ballano 37

presentare una quarta dimensione di quanto non lo sia rap- Con un po’ di pratica, diventa possibile dapprima identi-
presentarne una terza: basta andare in direzione simme- ficare nella figura tutte queste varie componenti dell’ipercu-
trica a essa. bo, e poi intuirlo come un tutto unico. D’altronde, ci vuole
un po’ di pratica anche per immaginare il cubo a partire
dalla sua visione prospettica: anzi, i cubi, perché la figura
è ambigua, e permette di vederne due distinti.
Come notò nel 1832 Louis Albert Necker, nelle Osser-
vazioni su alcuni notevoli fenomeni osservati in Svizzera e
un fenomeno ottico che occorre quando si guarda un cristal-
lo o un solido geometrico, la percezione dei due cubi è in-
Egli notò che, poiché il movimento che genera l’iper- stabile, e fluttua scambiando continuamente il davanti
cubo a partire dal cubo sposta quest’ultimo in un’altra con il dietro.
posizione, i suoi 8 vertici raddoppiano: dunque, l’ipercu-
bo ha 16 vertici. Anche i 12 lati del cubo raddoppiano, ma
ad essi si aggiungono i nuovi lati generati dal movimento
dei suoi 8 vertici: dunque, l’ipercubo ha 32 lati. Analoga-
mente, le 6 facce del cubo raddoppiano, e ad esse si ag-
giungono quelle generate dal movimento dei suoi 12 lati:
dunque, l’ipercubo ha 24 facce quadrate. Infine, il cubo stes-
so raddoppia, e bisogna aggiungere i nuovi cubi gene-
rati dal movimento delle 6 facce: dunque, l’ipercubo ha
8 iperfacce cubiche. Sommando alla maniera della carat-
teristica di Eulero i vertici V, i lati L, le facce F e le iper- Poiché una tale inversione non si può fare nello spa-
facce I, si ottiene: zio a tre dimensioni, ed equivale invece a una rotazione
in quello a quattro, si tratta di una vera e propria per-
V − L + F − I = 16 − 32 + 24 − 8 = 0 cezione quadridimensionale. Per questo motivo, il cubo di
Necker viene considerato un tipico esempio di figura pa-
radossale, benché il paradosso sussista solo nello spazio
tridimensionale.

Corpi ipercubici
Nella prospettiva fin qui considerata i tre punti di fuga
del cubo, e i quattro dell’ipercubo, sono tutti all’infinito.
Anche nel caso dell’ipercubo, come si fa con il cubo, è pos-
sibile portarli tutti al finito. In tal modo si compie il primo
passo nello sviluppo di una prospettiva quadridimensionale,
analoga a quella tridimensionale.
38 Abbasso Euclide! I politopi ballano 39

so). Quando il punto di vista si avvicina all’ipercubo, si ve-


dono due cubi (rossi), uno interno e uno esterno, e sei tra-
pezoidi (blu). Quando infine il punto di vista è all’interno
dell’ipercubo, il cubo esterno scompare e una faccia di
ciascun trapezoide viene spinta all’infinito.

Vista però la complessità dell’ipercubo, può essere istrut-


tivo considerarne proiezioni su piani, e da punti di vista,
privilegiati. Ad esempio, quelle analoghe alle proiezioni di La rappresentazione intermedia, con le otto facce cubi-
un cubo su un piano passante per una delle sue facce, che così che al finito, è forse la più nota e intuitiva. In natura questa
non viene cambiata dalla proiezione. struttura si genera spontaneamente, immergendo un cubo
Nel caso che il punto di vista sia all’infinito, la proiezione di fil di ferro nel liquido per le bolle di sapone. In architet-
è semplicemente la faccia anteriore (rossa), che copre esat- tura, invece, è stata realizzata artificialmente nel 1978 da
tamente la faccia posteriore (rossa). Quando il punto di vi- Miguel Ángel Ruiz Larrea nel Monumento alla Costituzione
sta si avvicina al cubo, la proiezione della faccia anteriore si a Madrid, e nel 1989 da Otto von Spreckelsen nell’Arco de
allarga rispetto a quella della faccia posteriore, e le quattro La Défense a Parigi (vedi pagina 41).
facce laterali (blu) vengono proiettate come trapezi. Quan- Nonostante la cosa non appaia a prima vista, nelle proie-
do infine il punto di vista è all’interno del cubo, la faccia an- zioni precedenti tutte le facce o iperfacce sono esterne. Questo
teriore scompare e un lato di ciascuna faccia laterale viene risulta evidente se si fa ruotare il cubo, e si osserva come il
spinto all’infinito. quadrato centrale si sposti gradualmente verso l’esterno, ce-
dendo ad altre facce la propria apparente posizione interna.

Analogamente si ottengono le proiezioni di un ipercubo su


un iperpiano passante per una delle sue iperfacce. Se il punto
di vista è all’infinito, si vede semplicemente un cubo (ros-
40 Abbasso Euclide! I politopi ballano 41

Lo stesso vale per l’ipercubo, anche se per visualizzare


tutto al meglio ci vuole un film computerizzato: ad esem-
pio, l’ormai classico L’ipercubo. Proiezioni e sezioni di Charles
Strauss e Thomas Banchoff, del 1978.

Il titolo del film ricorda che pure l’ipercubo si può vi-


sualizzare attraverso le sue sezioni tridimensionali, come
abbiamo già fatto in due precedenti occasioni: da un lato
per le sezioni tridimensionali dell’ipersfera, e dall’altro per
le sezioni bidimensionali del cubo. Anche se, come abbiamo
già notato, solo in casi particolarmente semplici le sezioni
permettono di ricostruire l’oggetto che le genera.

Bolla di sapone ipercubica, scultura Hypercubus a Santa Cruz in California.


Monumento alla Costituzione a Madrid. E L’arco de La Défense a Parigi.

Molto più intuitivo è il metodo del dispiegamento di


un oggetto multidimensionale in uno spazio a una di-
mensione in meno. Ad esempio, del cubo sul piano: come
mostrò per primo Dürer nel 1525, nel quarto volume del
Trattato sulla misura con riga e compasso, esso si può in-
fatti ridurre, oltre che ad altri dieci dispiegamenti ana-
loghi, a una croce composta di sei quadrati, corrispon-
denti alle sue sei facce.
42 Abbasso Euclide! I politopi ballano 43

Come la croce piana si può ripiegare nello spazio a for-


mare un cubo, così la croce solida si può ripiegare nello
spazio quadridimensionale a formare un ipercubo. Ma non
è possibile farlo nello spazio tridimensionale, a meno di
cataclismi come quello immaginato da Robert Heinlein nel
1941, nel suo racconto di fantascienza La casa nuova. Un
edificio, quello descritto da Heinlein, che in partenza non
doveva apparire troppo diverso dal Modello di casa d’arti-
sta di Theo Van Doesburg, del 1923, dal progetto Habitat 67
di Moshe Safdie a Montréal, o dalle case cubiche di Piet Blom
a Rotterdam.
Albrecht Dürer, dispiegamento del cubo,
dal Trattato sulla misura con riga e compasso, 1525.

Similmente, dispiegando un ipercubo nello spazio si può


ottenere una croce solida composta di otto cubi, raffigura-
ta da Dalí nel 1954 nel dipinto Crocifissione, che reca l’ap-
propriato sottotitolo Corpus Hypercubus.

Il progetto Habitat 67 a Montréal


Salvador Dalí, Crocifissione (Corpus Hypercubus), 1954. e un particolare delle case cubiche di Piet Blom a Rotterdam.
44 Abbasso Euclide! I politopi ballano 45

Ma la più singolare apparizione visiva di una struttu- In ciascuno, infatti, le due scene tridimensionali si-
ra ipercubica è forse quella nei tre quadri inferiori della tuate sulla Terra e nel Cielo sono osservate da due pun-
pala per l’altare del collegio agostiniano di Doña Maria de ti di vista diversi e inserite in cubi ortogonali, separati
Aragón a Madrid, dipinti tra il 1596 e il 1600 da Domenikos da una faccia quadrata (sempre la stessa in tutti e tre i
Theotokopoulos, detto El Greco: L’annunciazione, L’adora- casi) su cui si situa lo Spirito Santo. Oltre a ciò che rap-
zione dei pastori e Il battesimo di Cristo. presentano esplicitamente, i tre quadri suggeriscono
dunque implicitamente che ci siano altri livelli di realtà
nelle rimanenti iperfacce cubiche dell’ipercubo, che ri-
mangono nascoste.

El Greco, L’Annunciazione, 1596-1600. El Greco, L’adorazione dei pastori e Il battesimo di Cristo, 1596-1600.
I politopi ballano 47

Genere: politopo

Nel 1882 Reinhard Hoppe ha chiamato gli analoghi


quadridimensionali dei poligoni bidimensionali e dei
poliedri tridimensionali politopi (da poly, «molti», e topoi,
«luoghi»). Poiché il termine è generico, si parla più pro-
priamente di 4-politopi nello spazio quadridimensionale.
E, volendo, di 3-politopi per i poliedri e di 2-politopi per
i poligoni.
L’ipercubo a 8 iperfacce cubiche costituisce ovviamente L’ipertetraedro è autoduale, nel senso che scambian-
il primo esempio di politopo regolare, che si può rappresen- do i 5 vertici e le 5 iperfacce si riottiene lo stesso polito-
tare in vari modi. I tre canonici sono il dispiegamento spa- po. Scambiando i 16 vertici e le 8 iperfacce di un iper-
ziale delle iperfacce, il ripiegamento spaziale delle facce, e cubo si ottiene invece un politopo duale, con 8 vertici e
la proiezione planare dei lati e dei vertici. 16 iperfacce tetraedriche.

Nello spazio tridimensionale il duale del cubo è l’ot-


Un altro politopo regolare è l’ipertetraedro a 5 iper- taedro, ma non conviene chiamare «iperottaedro» il duale
facce tetraedriche. Sorprendentemente, una delle sue dell’ipercubo, perché le sue iperfacce non sono degli
rappresentazioni non è altro che la stella pitagorica in- ottaedri, bensì dei tetraedri. In tal senso un iperottaedro
serita nel pentagono regolare, nella quale si possono ef- non esiste, e il duale dell’ipercubo viene semplicemente
fettivamente vedere i cinque tetraedri che compongo- chiamato 16-celle, dal numero delle sue iperfacce. Con
no l’ipertetraedro. questa terminologia, l’ipertetraedro e l’ipercubo diven-
Meno sorprendentemente, un’altra delle sue rappre- tano rispettivamente un 5-celle e un 8-celle.
sentazioni è la prospettiva centrale consistente in un te- Abbiamo finora ottenuto tre analoghi quadridimen-
traedro con un ulteriore vertice interno, collegato agli al- sionali dei cinque solidi regolari tridimensionali: preci-
tri quattro. La struttura ricorda la molecola del metano samente, l’ipertetraedro, l’ipercubo e il suo duale. Nel
(CH4), dove nel vertice interno si trova un atomo di car- 1852, dunque tre decenni prima di Hinton, il matemati-
bonio, mentre i vertici esterni sono occupati da quattro co svizzero Ludwig Schläfli sviluppò una Teoria della con-
atomi di idrogeno. tinuità multipla, pubblicata postuma soltanto cinquant’an-
48 Abbasso Euclide! I politopi ballano 49

ni dopo, ed estese in particolare il teorema di Teeteto che di su 360! Di cubi, i cui angoli sono di 90 gradi, ne pos-
caratterizza i solidi regolari. sono stare insieme tre, ma non quattro. Lo stesso per gli
ottaedri e i dodecaedri, i cui angoli sono maggiori di 90 e
minori di 120 gradi. Di icosaedri, i cui angoli sono mag-
giori di 120 gradi, nemmeno il numero minimo di tre può
stare in un angolo giro.

In totale, dunque, ci sono sei politopi regolari. Dei tre


già discussi, due sono prodotti dal tetraedro e uno dal
Ritratto di Ludwig Schläfli, XIX secolo.
cubo. L’ottaedro produce un 24-celle autoduale, a 24 ver-
tici e 24 iperfacce, che non corrisponde a nessun solido
Nello spazio tridimensionale si trattava di calcolare regolare tridimensionale. Il dodecaedro produce invece
gli angoli piani formati nei vertici dai lati dei poligoni un iperdodecaedro, a 600 vertici e 120 iperfacce, chiama-
regolari, vedere quanti se ne potevano accostare, e ac- to anche 120-celle.
corgersi che c’erano cinque possibilità: tre per il trian- Visualizzare il 120-celle è naturalmente un’impre-
golo, una per il quadrato e una per il pentagono. Nello sa, ma ancora più difficile è visualizzare il suo duale,
spazio quadridimensionale Schläfli procedette analo- a 120 vertici e 600 iperfacce, chiamato 600-celle. Anco-
gamente, lavorando sugli angoli solidi formati sui lati ra una volta, nello spazio tridimensionale il duale del
dalle facce dei poliedri regolari, e si accorse che c’era- dodecaedro è l’icosaedro, ma non conviene chiamare
no sei possibilità. «ipericosaedro» il duale dell’iperdodecaedro, perché le
Di tetraedri, i cui angoli solidi sono di circa 71 gradi, sue iperfacce non sono degli icosaedri, bensì di nuovo
ne possono infatti stare insieme tre, quattro o cinque: dei tetraedri. In tal senso, come già per l’iperottaedro,
questi ultimi per un pelo, perché coprono quasi 353 gra- un ipericosaedro non esiste.
50 Abbasso Euclide! I politopi ballano 51

considerare le tre piastrellazioni come gli unici tre «so-


lidi regolari infiniti».
Nello spazio quadridimensionale, si usa invece una ter-
na di numeri {p,q,r}, corrispondenti al simbolo {p,q} del-
le celle e al numero r di celle che si incontrano nei lati di
un ipersolido regolare. Ad esempio, {4,3,4} corrisponde
all’unica piastrellazione regolare dello spazio, quella me-
diante cubi, che si può considerare come l’unico «polito-
po regolare infinito».
I simboli dei politopi regolari finiti, e i numeri di vertici,
lati, facce e celle, sono ricapitolati nella tabella seguente. Da
essa si deduce che non solo per l’ipercubo, come abbiamo
già visto, ma per tutti i politopi regolari, l’analogo quadri-
dimensionale della caratteristica di Eulero è uguale a 0:

vertici lati facce celle simbolo


5-celle 5 10 10 5 {3, 3, 3}
8-celle 16 32 24 8 {4, 3, 3}
16-celle 8 24 32 16 {3, 3, 4}
24-celle 24 96 96 24 {3, 4, 3}
120-celle 600 1200 720 120 {5, 3, 3}
600-celle 120 720 1200 600 {3, 3, 5}

Anatomia della nidiata


Poiché l’avanguardistico lavoro originale di Schläfli non
Per tener conto del tipo di celle e della loro disposizione aveva figure, e rimase in massima parte inedito fino al
nei vertici dei politopi è comodo usare il simbolo di Schläfli, 1901, i suoi risultati non ebbero una gran diffusione. Così,
da lui stesso introdotto. quando una trentina d’anni dopo la geometria quadridi-
Nello spazio tridimensionale, si tratta di una coppia mensionale prese piede, la teoria dei politopi regolari do-
di valori {p,q} corrispondenti al numero p di lati delle vette essere riscoperta.
facce, e al numero q di facce, che si incontrano nei verti- Nel 1880 William Stringham ritrovò la caratterizzazione
ci di un solido regolare. I simboli di tetraedro, cubo, ot- di Schläfli, in un articolo sulle Figure regolari nello spazio n-
taedro, dodecaedro e icosaedro sono dunque {3,3}, {4,3}, dimensionale. E fotografò vari stadi della costruzione di mo-
{3,4}, {5,3} e {3,5}. I simboli {3,6}, {4,4} e {6,3} corrispon- dellini in carta dei sei politopi regolari. Ad esempio, mo-
dono invece alle piastrellazioni regolari del piano me- strò come si ottiene un 120-celle sovrapponendo, a partire
diante triangoli, quadrati ed esagoni. E l’analogia con i dall’interno, una serie di 1, 12, 20, 12, 30, 12, 20, 12 e 1 do-
simboli di Schläfli dei solidi regolari finiti permette di decaedri, per un totale appunto di 120. Il procedimento è
52 Abbasso Euclide! I politopi ballano 53

analogo a quello con cui si ottiene un dodecaedro a parti-


re da una serie di 1, 5, 5 e 1 pentagoni, per un totale di 12.
Le figure seguenti mostrano la prima metà della costru-
zione del 120-celle, che assembla in cinque stadi 1 + 12 + 20 +
12 + 30 = 75 dodecaedri. La seconda metà della costruzione
è analoga, e assembla in quattro stadi 1 + 12 + 20 + 12 = 45
dodecaedri. Le due metà, rappresentate rispettivamente
nell’ultima e nella penultima figura, vanno poi «piegate»
e incollate insieme nello spazio a quattro dimensioni, per
ottenere il 120-celle. Il procedimento è analogo a quello in
cui si assemblano nel piano due serie di 1 + 5 = 6 penta-
I 120-celle {5,5/2,5} e [5/2,5,5/2}.
goni, che vanno poi piegate a scodella e incollate insieme
nello spazio a tre dimensioni, per ottenere il dodecaedro.

Il 120-celle {5/2, 3,3} e il 600-celle {3,3,5/2}.

Nel 1931 Hopf notò infine che, come i politopi regola-


ri corrispondono a tassellazioni finite dell’ipersfera, così
la fibrazione infinita dell’ipersfera corrisponde a fibrazioni
finite dei politopi. In particolare, l’8-celle si decompone in
2 catene disgiunte di 4 cubi ciascuno. Il 24-celle, in 4 ca-
tene di 6 ottaedri ciascuno. E il 120-celle, in 12 catene di
10 dodecaedri ciascuno. Naturalmente, queste fibrazioni
Stringham non fu che il primo di una decina di matema- non sono uniche: ad esempio, sul 120-celle si trovano ben
tici che ripercorsero indipendentemente, fra il 1880 e il 1900, 72 catene di 10 dodecaedri ciascuna, che permettono di de-
la via già battuta da Schläfli. Il quale, oltre ai sei politopi comporlo in vari modi.
regolari convessi, ne aveva anche individuati quattro non Queste fibrazioni forniscono modi alternativi per vi-
convessi, aventi come iperfacce dei solidi regolari stellati. sualizzare la costruzione dei politopi. Ad esempio, per ot-
In tutto ci sono dieci politopi regolari non convessi, e i sei man- tenere un 120-celle si può iniziare da una catena di 10 do-
cati da Schläfli furono trovati da Edmund Hess nel 1883. decaedri, e continuare aggiungendo successivamente altre
54 Abbasso Euclide!

cinque catene attorno alla prima, che le si avvolgono auto- Oltre la quarta dimensione
maticamente attorno a spirale, a formare un toro di Clif-
Una volta esteso lo spazio tridimensionale con l’introdu-
ford. Si può poi aggiungere un secondo toro di altre sei ca-
zione di una quarta dimensione aggiuntiva, non c’è motivo per
tene, inanellato al primo. La prima catena del primo toro
fermarsi. Si possono dunque considerare spazi a n dimensioni,
costituisce un meridiano del 120-celle, e la prima del se-
per un qualunque numero intero n. Formalmente, si tratta
condo il corrispondente equatore.
semplicemente di spazi i cui punti sono individuati da n coor-
dinate, e la cui distanza è calcolata da una naturale estensione
del teorema di Pitagora: cioè, mediante la radice quadrata
della somma dei quadrati delle differenze delle coordinate.
Si possono poi definire gli n-politopi, come analoghi n-di-
mensionali dei 2-politopi (i poligoni), dei 3-politopi (i solidi)
e dei 4-politopi (gli ipersolidi). Il risultato fondamentale a tal
proposito, ottenuto dal solito Schläfli nel 1852, è che per ogni
dimensione n maggiore di 4, ci sono soltanto tre n-politopi regolari
convessi. Costituiti, come si può immaginare, dalle versioni n-
dimensionali del tetraedro, del cubo e del suo duale, aventi
rispettivamente simboli {3,3,…,3,3}, {4,3,…,3,3} e {3,3,…,3,4}.
Per altri, e in particolare per n-politopi regolari non convessi,
paradossalmente non c’è «spazio» a sufficienza…
Se era già difficile immaginare e rappresentare i 4-poli-
topi, figuriamoci questi! Anche perché, mentre le dimen-
sioni salgono, il piano su cui si effettuano le rappresenta-
zioni rimane lo stesso: si tratta, dunque, di stipare sempre
più dimensioni sulle solite due. Ecco come appaiono, ad
esempio, i labirintici cubi a 11 e 12 dimensioni, rispettiva-
mente con 2048 e 4096 vertici, 24 copie del primo dei quali
costituiscono le 24 facce del secondo, così come 8 copie del
cubo costituivano le 8 facce dell’ipercubo.
56 Abbasso Euclide! I politopi ballano 57

Il punto d’arrivo dello sviluppo del concetto di dimensione già stata ridotta da Einstein alla geometria dello spazio-
è quello che nel 1929 John von Neumann, nell’articolo Teoria tempo a quattro dimensioni di Minkowski.
generale degli autovalori degli operatori funzionali hermitiani, La considerazione del tempo come dimensione aggiunti-
battezzò «spazio di Hilbert», perché era stato usato nel pri- va era stata il primo passo per l’affrancamento della geome-
mo decennio del Novecento da David Hilbert in vari lavori. tria dalle catene della tridimensionalità, anche se qualunque
Si tratta di uno spazio a infinite dimensioni, i cui pun- altra grandezza avrebbe potuto fare la sua vece. Ad esem-
ti sono individuati da infinite coordinate. Ma mentre ab- pio, l’ossessiva burocrazia moderna ci considera ormai tut-
biamo visto che nel caso di spazi a un numero finito di ti come punti di uno spazio multidimensionale, aventi per
dimensioni non ci sono problemi a estendere la nozione coordinate il cognome, il nome, la data e il luogo di nasci-
euclidea di distanza tra due punti, mediante un analogo ta, i nomi dei genitori e dei figli, l’altezza, il colore degli oc-
diretto del teorema di Pitagora, la cosa è più delicata nel chi e dei capelli, il sesso, lo stato civile, il titolo di studio,
caso di infinite dimensioni. Non ha infatti senso conside- la professione, gli indirizzi di abitazione e di lavoro (a loro
rare la radice quadrata della somma dei quadrati delle dif- volta composti di via, numero civico, città e codice di av-
ferenze di infinite coordinate, a meno che questa somma viamento postale), i numeri di telefoni fissi e mobili, i nu-
non dia un risultato finito. meri di bancomat e delle carte di credito con i relativi pin,
Per assicurarsi che questo succeda, non si possono con- gli indirizzi di posta elettronica con le relative password, il
siderare punti individuati da coordinate qualunque, ma tipo e la targa dei veicoli, i numeri di patente e di assicura-
bisogna restringersi a quelli le cui coordinate sono tali che zioni, e via delirando.
la somma dei loro quadrati dia appunto un risultato fini- Naturalmente, l’aggiunta di nuove dimensioni non ag-
to. Questo fa sì che la nozione di spazio di Hilbert appar- giunge solo fastidio e seccatura, come appunto nel caso
tenga più all’analisi che alla geometria, e dunque esuli dal della burocrazia: libera anche la fantasia, e le permette di
nostro racconto. Però essa contiene come caso particolare volare. Ad esempio, come lo spazio tridimensionale con-
la nozione di spazio a un qualunque numero finito di di- tiene infiniti piani bidimensionali paralleli, così lo spazio
mensioni, e costituisce il limite ultimo delle geometrie mul- quadridimensionale contiene infiniti spazi tridimensiona-
tidimensionali che abbiamo finora considerato. li paralleli. Essi possono essere considerati come mondi al-
ternativi al nostro, e vicendevolmente inaccessibili. Il loro
contenitore quadridimensionale diventa dunque un can-
Un pluriverso multidimensionale
didato naturale per ciò che William James chiamò Un uni-
Gli spazi di Hilbert sono stati usati nel 1932 da von verso pluralistico, nel titolo di un suo libro del 1909.
Neumann, nel suo classico testo I fondamenti matemati- Il modo in cui James intendeva la faccenda, non era
ci della meccanica quantistica. Gli infiniti stati di un siste- molto diverso da quello dei fisici moderni. Non credendo
ma quantistico possono infatti essere descritti mediante le all’esistenza di una realtà assoluta, egli si limitava a soste-
coordinate di un punto in uno spazio di Hilbert, e le gran- nere che ogni cosa può essere guardata e vista da una mol-
dezze fisiche corrispondenti possono essere rappresentate titudine di prospettive, tutte parziali e nessuna definitiva
da particolari operatori agenti su quello spazio. La fisica e completa. La sua idea era che le relazioni fra le cose non
della meccanica quantistica fu in tal modo ridotta da von sono realisticamente date, ma pragmaticamente poste: in
Neumann alla geometria degli spazi a infinite dimensioni questo senso, per lui non esisteva un universo, bensì un
di Hilbert, così come la fisica della relatività generale era multiverso o un pluriverso. Per dirla con le sue parole, «il
58 Abbasso Euclide! I politopi ballano 59

mondo è più una repubblica federale che un impero o un Il primo a postulare seriamente l’esistenza di universi
regno, con sacche di autogoverno irriducibili all’unità». paralleli è stato il fisico Hugh Everett III, che nell’artico-
James avrebbe dunque considerato inconcepibile, illu- lo Formulazione «a stato relativo» della meccanica quantistica,
soria o sbagliata La teoria del tutto agognata in omonimi li- del 1957, ha proposto quella che oggi viene chiamata «in-
bri da John Barrow e Stephen Hawking. Ma avrebbe ascol- terpretazione dei molti mondi». L’intuizione è stata anti-
tato con interesse le teorie sui molti universi paralleli, che cipata letterariamente da Borges nel racconto Il giardino
ormai abbondano nella fisica moderna in varie forme. Bi- dei sentieri che si biforcano, e realizzata cinematograficamen-
sogna però intendersi sul significato di «universo». Se viene te da Robert Zemeckis in Ritorno al futuro II. E l’idea è che
preso come sinonimo di «tutto», allora ovviamente non ce ciò che si osserva costituisce soltanto un percorso conosci-
n’è che uno. Ma se si intende il termine nel suo significato tivo dell’osservatore attraverso un insieme di possibilità,
letterale, come qualcosa che va «a senso unico», allora pos- tutte fisicamente e simultaneamente realizzate in mondi
sono essercene tanti, che vanno in sensi diversi fra loro. che coesistono parallelamente, benché con diverse proba-
bilità di accesso.
I molti mondi della meccanica quantistica sono come gli
strati tridimensionali di un millefoglie quadridimensiona-
le: tutti simili fra loro, e ciascuno con un’immagine leg-
germente diversa di questo mondo, dei suoi abitanti e dei
suoi dèi. I molti mondi della cosiddetta «teoria inflaziona-
ria» sono invece come bolle tridimensionali di schiuma
in un oceano quadridimensionale: tutte diverse fra loro,
e nient’altro che superficiali increspature di ciò che costi-
tuisce invece la vera realtà. Quest’immagine è mutuata di
peso dal buddhismo, che la usa per descrivere la relazione
fra ciò che noi chiameremmo le coscienze individuali e l’in-
conscio collettivo.
La teoria è stata proposta nel 1979 dal fisico Alan Guth, che
una ventina di anni dopo l’ha descritta nel libro L’universo
inflazionario: la ricerca di una nuova teoria delle origini cosmiche.
Si tratta di una variazione della teoria del Big Bang, e cer-
ca di spiegare l’apparente uniformità dell’universo da noi
conosciuto: ad esempio, il fatto che la radiazione di fon-
do sia più o meno la stessa in tutte le direzioni. Guth capì
che questa uniformità poteva essere la conseguenza di uno
«stiramento» improvviso e repentino dell’universo nei suoi
primi istanti di vita.
Una delle conseguenze della teoria è che, come lo stira-
re la pasta provoca la formazione di bollicine, così l’infla-
Maurits Cornelis Escher, Altro mondo, 1947. zione dell’universo ha provocato delle bolle cosmiche, una
60 Abbasso Euclide!

delle quali noi chiamiamo «universo». Ma che altro non


sarebbe che uno dei molti, ciascuno con il suo Big Bang,
o Little Bang, e i suoi valori di costanti «universali»: dalla
massa e la carica delle particelle elementari, al numero di
dimensioni spaziali o temporali. In quest’ultimo caso, però,
i vari universi avrebbero dimensioni variabili, e il multiver-
so o pluriverso che li contiene dovrebbe averne una più di
tutti: in particolare, nel caso non ci sia un limite, infinite.
Naturalmente, tutte queste speculazioni non sarebbero
nemmeno state possibili, se il lungo cammino che ha por-
tato dallo spazio a tre dimensioni di Euclide a quello a infi-
nite dimensioni di Hilbert non avesse reso disponibile una
gran varietà di geometrie, con le più diverse applicazioni,
di cui non abbiamo potuto accennare che alcuni esempi.
III
Nastri, bottiglie e cappellini
Möbius e Klein

Nel racconto Geometria solida, pubblicato nel 1975 e adat-


tato per la tv inglese nel 2002, Ian McEwan narra l’inter-
vento di un matematico scozzese dell’Ottocento di nome
David Hunter a un congresso internazionale:
«Signori» disse Hunter «devo chiedervi di perdonarmi
questa forma impropria di indirizzo, ma ho da dirvi qualcosa
di estrema importanza. Ho scoperto la superficie senza facce.»
Circondato da sorrisi di scherno e gentili risate diverti-
te, Hunter prese dal tavolo un grande foglio di carta bian-
ca. Con un temperino incise sulla sua superficie un taglio
lungo circa tre pollici e un po’ spostato su un lato. Poi lo
piegò velocemente in maniera complicata e, tenendo il fo-
glio alto in modo che tutti lo vedessero, sembrò far passare
un angolo attraverso l’incisione, e in quella il foglio sparì.
«Osservate, signori» disse Hunter, mostrando le mani
vuote agli spettatori, «la superficie senza facce.»
Il racconto prosegue con le gelide reazioni dei colleghi,
che ovviamente paventano un trucco da prestigiatore, e con
la dimostrazione finale del matematico. Per convincere gli
increduli, egli ripete col suo stesso corpo le mosse che gli
avevano permesso di costruire la superficie senza facce, e
scompare. E un secolo dopo scomparirà anche una donna,
alla quale durante un rapporto sessuale il marito fa ripe-
tere le stesse mosse, scoperte su un vecchio diario del bi-
snonno, che aveva conosciuto Hunter.
Naturalmente, nella realtà non esiste nessuna «superfi-
62 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 63

cie senza facce». Esistono però superfici con una sola fac- E già ai tempi di Apollonio, un matematico menzionato
cia, invece delle solite due. E si possono appunto costruire da Proclo e di nome Perseo aveva studiato le sezioni spiriche
con fogli di carta ripiegati in maniera appropriata, come o toriche, ottenute intersecando un toro con un piano in ma-
vagamente orecchiato da McEwan nel suo racconto. Anzi, niera analoga alle sezioni coniche, che si ottengono interse-
come stiamo per vedere, ci sono più superfici nel cielo del- cando invece un cono. Si generano così varie curve interes-
la matematica di quante se ne sogni la letteratura in terra. santi e complicate (di quarto grado, diremmo oggi, mentre
le sezioni coniche sono solo di secondo grado): esse dovet-
tero soddisfare Perseo, visto che Proclo afferma che dopo la
Prendiamo il toro per le corna
loro scoperta egli scrisse un epigramma in cui «rese grazie
Già ai tempi di Platone, un pitagorico di Taranto di nome agli dèi». Le più famose di queste curve sono l’ippopede, a
Archita aveva scoperto una superficie interessante, a cui i forma di piede di cavallo (quarta figura), e gli ovali di Cassi-
Greci diedero il nome di speira, «spira», e che noi invece ni, tra i quali la lemniscata di Bernoulli (quinta figura).
chiamiamo toro, dal latino torus, «cordone». Si tratta di una
specie di ciambella (riuscita, cioè col buco), che si ottiene
dalla rivoluzione nello spazio di un cerchio attorno a un asse
che sta sul suo piano, e che può essere esterno, tangente o
interno al cerchio stesso. A seconda dei tre casi, il toro è aper-
to ad anello, appuntito a corno o autointersecantesi a fuso.

Il toro si può semplicemente descrivere come una su-


perficie chiusa e con un buco: in altre parole, il buco non sta
sulla superficie, ma nello spazio in cui essa si trova. Se ne
trovano esempi più o meno regolari, ma tutti topologi-
camente equivalenti, in manufatti artificiali quali le vere
matrimoniali, le camere d’aria dei pneumatici, i salvagen-
ti, le guarnizioni ad anello, le mele senza torsolo, i bagel, i
doughnut e gli onion ring.
Esempi di tori si possono riscontrare anche in fenomeni
naturali, quali i vortici di sangue prodotti nel ventricolo
sinistro del cuore dal flusso che entra attraverso la val-
vola mitrale. O nei vortici di aria, generati dalle pale di
un elicottero. O in quelli di acqua, sollevati dai microburst
di pioggia e vento che colpiscono il suolo in verticale. O
64 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 65

ancora, nei vortici di plasma, causati dal campo magne-


tico di Giove attorno all’orbita del proprio satellite Io, o
da quello del Sole attorno al proprio equatore. O nelle
bolle formate nell’acqua dai soffi delle balene bianche.
Nel 1882, in un lavoro Sulla teoria di Riemann delle fun-
zioni algebriche e dei loro integrali, Felix Klein introdusse un
modo semplice e istruttivo di ottenere un toro, che consi-
ste nel prendere un quadratino di carta, incollare due lati
opposti così da costruire un cilindro, e poi incollare i rima-
nenti due lati opposti.
Volendo, si può considerare il quadratino stesso come
una mappa del toro, con le coppie di lati opposti identi-
ficati. Così avviene nella grafica computerizzata, dove un
punto che esce da un lato dello schermo rientra da quel-
lo opposto nella stessa posizione e prosegue nella stessa
direzione.

Nel 1890, in uno studio sistematico del Teorema della


colorazione delle mappe, Percy Heawood dimostrò che per
il toro vale un teorema dei sette colori. In particolare, set-
te colori sono necessari per colorare i paesi di una carta
geografica toroidale perché, diversamente dal piano e
dalla sfera, su un toro è possibile che sette paesi confi-
nino ciascuno con gli altri sei. Un esempio si ricava fa-
cilmente arrotolando una piastrellazione esagonale del
piano su se stessa, in modo da far ricoprire il toro da
66 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 67

sette piastrelle che confinino ciascuna con le sei che la Apparentemente, ciascuna delle due curve sembra
circondano. identificare da sola un grafo con un vertice, un lato e
una faccia, e dunque fornire un valore 1 per la caratte-
ristica di Eulero. Ma in realtà in entrambi i casi non c’è
appunto alcuna faccia, proprio perché non si identifica
nessuna zona racchiusa dentro un confine, bensì solo
una zona aperta.

Qui si perde l’orientamento


La semplice idea di identificare fra loro i lati di un quadra-
Ancora diversamente dal piano e dalla sfera, su un toro tino di carta è un colpo di genio che porta molto lontano.
non è più vero che una curva chiusa che non si autointer- Anzitutto, se invece di identificare lati opposti si identifi-
seca divide la superficie in due parti, una esterna e l’al- cano lati adiacenti, si ottiene una mappa della sfera: cioè,
tra interna. Questa proprietà, apparentemente banale per dall’esterno, una superficie chiusa e senza buchi. Il procedi-
il piano, ma niente affatto ovvia da dimostrare, fu enun- mento è noto alle formiche tessitrici, che costruiscono i loro
ciata per la prima volta nel 1887 da Camille Jordan nel nidi appunto ripiegando una foglia e incollandone i lati.
suo Corso d’analisi per la Scuola Politecnica, ed è nota ap-
punto come teorema della curva di Jordan.
Sul toro, invece, ci sono due tipi di curve chiuse che non
lo dividono affatto in due parti, ma in una sola: una gira at-
torno al buco, e l’altra si avvolge attorno al corpo del toro.
Se le si fanno partire entrambe da uno stesso punto, si ha
un grafo con un vertice, due lati e una sola faccia. Dunque,
come notò Simon L’Huilier in una Memoria sulla poliedrici-
tà del 1813, il valore della caratteristica di Eulero per i gra-
fi sul toro non rimane più 2, bensì diventa

V − L + F = 0.
68 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 69

Ma le vere novità arrivano se, prima di identificare due


lati opposti, si fa loro fare un mezzo giro. Si ottiene infatti
una sorprendente superficie, chiamata nastro o striscia
di Möbius in onore di August Ferdinand Möbius, che la sco-
prì nel settembre 1858.

Tornando alla striscia, nello spazio tridimensionale di


tali superfici in realtà se ne ottengono due: una destrorsa
e l’altra sinistrorsa, a seconda della direzione in cui si fa
fare il mezzo giro al rettangolino. In altre parole, il nastro
di Möbius è una figura chirale (da cheir, «mano»), che non
coincide con la sua immagine speculare. Le due versioni
sono dunque enantiomorfe (da enantios, «opposto», e mor-
phé, «forma»), come la struttura chimica di certe molecole,
o lo spin di certe particelle.

August Ferdinand Möbius e Johann Benedict Listing.

La denominazione è un po’ ingiusta, visto che in real-


tà la striscia fu scoperta un paio di mesi prima, nel luglio
1858, da Johann Benedict Listing. Il quale, come se non ba-
stasse, fu pure il primo a pubblicarla qualche anno dopo,
nel suo Censimento dei complessi spaziali.
«Povero Listing!» verrebbe da dire. Oltre a essere sta-
to defraudato del credito per la sua scoperta, egli dovette Un aspetto sorprendente del nastro di Möbius è il fatto
anche subire il disdegno di colleghi e amici a causa delle che, passando un dito lungo il suo bordo, ci si accorge che
intemperanze della moglie. Il pessimo carattere e le mani lo si percorre tutto, prima di tornare al punto di partenza.
bucate di quest’ultima, infatti, la portarono spesso in tri- E la stessa cosa succede passando un dito sulla sua super-
bunale e costrinsero Listing a riparare i guai che ella com- ficie. Questo significa che il nastro di Möbius ha un solo bor-
binava con i domestici e i creditori. do e una sola faccia: diversamente dal cilindro, ottenuto in
70 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 71

maniera analoga ma senza il mezzo giro, che ha invece due loro sculture, che sviluppano e portano alle estreme con-
bordi e due facce. Un aspetto, questo, ben illustrato nel seguenze le intuizioni di Henry Moore.
1963 da Escher nel Nastro di Möbius II. La forma del nastro di Möbius è stata anche adottata
nel 1964 dal designer Franco Grignani per il marchio Pura
lana vergine. Nel 1970 dal grafico Gary Anderson per il
Simbolo universale per i materiali riciclabili. Tra il 1993 e il
1998 dall’UNstudio di Amsterdam per realizzare una Mö-
bius House a Hetgooi in Olanda. Nel 2009 dal Bjarke
Ingels Group (BIG) per il progetto della Biblioteca Naziona-
le di Astana, in Kazakistan. E nel 2010 dal gruppo Snøhet-
ta per il progetto dell’acceleratore di particelle Max IV di
Lund, in Svezia, e dal designer Tommaso Gecchelin per il
progetto dell’auto Möbius.

Maurits Cornelis Escher, Nastro di Möbius II, 1963.

Il disegno di Escher mostra anche un’altra sorprendente


proprietà: il fatto, cioè, che se un osservatore guarda da
fermo le formiche sfilare su un nastro trasparente, dopo
che esse hanno compiuto un giro le vede rovesciate, di
sotto invece che di sopra. Naturalmente, quando le for-
miche compiono un altro giro tornano al punto di par-
tenza, e vengono di nuovo viste di sopra.
Se a muoversi sul nastro fosse invece un orologio,
anch’esso trasparente, dopo un giro si vedrebbero le lan-
cette muoversi in senso antiorario. Questa possibilità di Il loop infinito che caratterizza il nastro di Möbius ha
poter scambiare fra loro il sotto e il sopra, e l’orario con poi fornito nel 1950 ad Armin Deutsch lo spunto per il
l’antiorario, si riassume dicendo che il nastro di Möbius racconto Una metropolitana chiamata Möbius, trasposto
non è orientabile, anche se forse bisognerebbe dire più pre- nel 1996 da Gustavo Mosquera nel film Möbius. La sto-
cisamente che è disorientante. ria narra di un convoglio che sparisce misteriosamente
Naturalmente, una superficie allo stesso tempo così nel metrò, perché una crescita caotica della rete ha fini-
semplice e così sorprendente ha riscosso un vasto suc- to per creare un collegamento «a mezzo giro» dei bina-
cesso nelle arti visive (vedi pagine seguenti). Ad esem- ri di una linea.
pio, è stata ritrovata indipendentemente dallo scultore Meno esplicito è il racconto di Borges Il disco, del 1975.
Max Bill, che verso la metà del Novecento l’ha utilizzata In esso si parla infatti del «disco di Odino, la sola cosa
in una serie di opere chiamate Nastro senza fine. Ed è sta- al mondo che abbia un unico lato». Ma lo si considera
ta sistematicamente sfruttata alla fine del secolo da He- come un oggetto percettivamente paradossale, invisibi-
laman Ferguson, Charles Perry e John Robinson per le le quando viene mostrato sul palmo della mano, ma che
72 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 73

si può comunque toccare, sentendo un brivido e veden-


do un bagliore.
In ambito musicale, uno spartito su un lucido trasparen-
te può essere piegato a nastro di Möbius se descrive un ca-
none perpetuo a specchio: la perpetuità corrisponde appunto
al congiungimento tra l’inizio e la fine, e la specularità al
mezzo giro. Benché quest’ultima sia tipica delle voci mu-
sicali che procedono in moto contrario, è però più raro tro-
varla in un intero brano.
Il Canone a 2 cancrizzante dell’Offerta musicale di Bach,
del 1747, possiede invece una struttura a nastro di Möbius
Max Bill, scultura dalla serie Nastro senza fine, 1953-56 in un senso diverso. I due musicisti suonano infatti lo spar-
e Charles Perry, Indiana Arc, 1995. tito in direzioni contrarie, da cui il riferimento al gambe-
ro (in latino cancer). E il mezzo giro corrisponde, questa
volta, al fatto che alla fine i due si scambiano le parti, in-
vertendo la direzione in cui leggevano. Lo stesso trucco è
stato ripreso nel 1950 da Eugene Ionesco, nella Cantatrice
calva: anche qui, alla fine, i due personaggi riprendono la
recita a ruoli invertiti.
Ancora più esplicita è l’inversione in Möbius the stripper
(un gioco di parole fra strip, «nastro», e stripper, «spogliarel-
lista») di Gabriel Josipovici, del 1974. Il racconto consiste
Progetto per l’acceleratore di particelle Max IV a Lund in Svezia.

La Möbius House a Hetgooi in Olanda.


74 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 75

di due storie parallele, scritte come due voci musicali, nelle


parti alta e bassa di ciascuna pagina. La seconda voce nar-
ra le vicende di uno scrittore, che alla fine del suo percor-
so inizia a scrivere la storia della prima voce.
Su un piano un po’ più pratico, infine, strisce di Möbius
sono state impiegate nelle cinghie di trasmissione, nei na-
stri trasportatori e nei nastri per stampanti e telescriven-
ti, perché in tal modo si usurano entrambe le parti, invece
di una sola, aumentandone la durata. Analogamente, già
agli inizi del Novecento il fisico Nikola Tesla aveva bre-
vettato resistenze con due superfici conduttrici separate
da un materiale dielettrico disposto a nastro di Möbius,
che annullano le interferenze magnetiche causate dal pas-
saggio della corrente.
Da parte sua la Natura, come abbiamo già visto in altre
occasioni, non ha atteso Möbius o Listing per utilizzare il
loro nastro. Ad esempio, nel 1964 il chimico Edgar Heil-
bronner ha scoperto che l’aromaticità di Möbius, manifesta-
ta da alcune molecole organiche, deriva appunto da una
disposizione degli orbitali a striscia di Möbius. Addirittura, una striscia di Möbius di materiale superfred-
Negli anni ’60 Lorents Gran ha osservato che gli effet- do lunga 650 anni luce è stata recentemente osservata dal
ti analgesici prodotti da alcune piante, usate ad esempio telescopio spaziale Herschel al centro della nostra galassia.
nell’ostetricia tradizionale del Congo, derivano da una si-
mile disposizione degli aminoacidi nei ciclotidi di Möbius,
Disorientamento totale
quali il Kalata B1. E nel 2002 in Giappone è stato trovato
un singolo cristallo a nastro di Möbius, composto di niobio Quello che abbiamo narrato finora, non è che l’inizio
e selenio (NbSe3). della storia del disorientamento topologico. Come dal ci-
lindro si passa al toro, si può infatti chiudere anche il na-
stro di Möbius, identificando gli altri due lati del rettan-
golo che lo definisce. O, se si preferisce, si può chiudere
un cilindro incollando i suoi due bordi, dopo aver fatto far
loro un mezzo giro.
La cosa non è semplice da fare, nello spazio tridimen-
sionale: se si ruota un estremo di un cilindro di un mezzo
giro e lo si incolla all’altro estremo, si ottiene soltanto un
toro a spirale o elicoidale, che dal punto di vista topologico
è equivalente al toro solito. E di tali tori ce ne sono infini-
ti, perché la rotazione può essere arbitraria: si può infatti
76 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 77

far ruotare un estremo del cilindro di una qualunque fra- stato confuso con Kleinsche Flasche, «bottiglia di Klein».
zione o multiplo di giro. Il termine è rimasto, comunque, perché quando si cerca
di raffigurare la superficie nello spazio tridimensiona-
le, si ottiene in effetti qualcosa che assomiglia a una bot-
tiglia. Ma la somiglianza è superficiale, appropriatamen-
te, perché come il nastro di Möbius non ha né un sopra,
né un sotto, così la bottiglia di Klein non ha né un fuori,
né un dentro: in particolare, non può contenere niente
di ciò che gli si versa.

Per effettuare veramente un’inversione di un estre-


mo, bisogna incollarlo all’altro estremo dopo averlo fat-
to penetrare attraverso la superficie. Si ottiene così la
bottiglia di Klein, scoperta da Klein nel suo citato lavo-
ro del 1882.

Il modello tridimensionale a bottiglia è completo, ma scor-


retto, perché la superficie presenta un’autoinserzione: questa
deriva dal fatto che il modello tridimensionale del nastro
di Möbius si avvolge su se stesso, e se si vuole chiuder-
lo in maniera analoga a come si chiude un cilindro per ot-
tenere un toro, bisogna passargli attraverso. Un modello
della bottiglia di Klein incompleto, ma corretto, si ottiene in-
vece collegando due segmenti opposti del bordo di un na-
In realtà il nome è frutto di un fraintendimento, per- stro di Möbius con una striscia a cilindro, senza bisogno
ché il tedesco Kleinsche Fläche, «superficie di Klein», è di intersezioni.
78 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 79

La caratteristica mancanza di separazione fra «den-


tro» e «fuori» della bottiglia di Klein è stata metafori-
camente illustrata da Vladimir Nabokov nel roman-
zo Il dono, del 1937. Il protagonista è uno scrittore che
racconta come ha iniziato a scrivere la sua prima ope-
ra, e alla fine si scopre che si tratta dell’autore del libro
stesso. Il procedimento è poi stato portato alle estreme
conseguenze nel 1979 da Italo Calvino, in Se una notte
d’inverno un viaggiatore.
Passando dalle metafore alla realtà, la più singolare
bottiglia di Klein che esista è sicuramente una casa sulla
penisola di Mornington, vicino a Melbourne, progetta-
ta nel 2008 dagli architetti dello studio McBride Charles
Ryan. L’edificio si sviluppa attorno a un cortile, avvolto
da una scala rossa a spirale che si autointerseca e colle-
ga tutte le stanze della casa, ciascuna delle quali si può
considerare sia interna che esterna.
Naturalmente, niente obbliga a chiudere un nastro di
Möbius come si chiude un cilindro: cioè, identificando
direttamente i due lati liberi del quadrato che lo defini-
sce. Anzi, la simmetria richiederebbe di chiuderlo come
si chiude un nastro di Möbius, appunto: cioè, dando un
mezzo giro anche ai due lati liberi. Così facendo si ot-
Modello e interno della Klein Bottle House sulla penisola di Mornington, tiene il piano proiettivo, che era già apparso in geometria
nei pressi di Melbourne in Australia. sotto varie altre forme.
80 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 81

antipodi. E questo è proprio ciò che si fa per ottenere, ap-


punto, il piano proiettivo.
Naturalmente, come già per la bottiglia di Klein, anche i
modelli tridimensionali del piano proiettivo sono costretti
ad autointersecarsi, e a essere tutti in qualche modo scorret-
ti. Nel secondo volume di Silvia e Bruno, seguito della più
famosa saga di Alice, Lewis Carroll indica come costruir-
ne uno: si prendono tre fazzoletti quadrati, se ne cuciono
due lungo un lato, si cuciono i lati opposti con un mezzo
giro, e infine si cuce il terzo fazzoletto lungo il bordo del
nastro di Möbius così ottenuto.
L’edizione originale del 1893 riporta un’illustrazione
Come già per il nastro di Möbius, anche per il piano del risultato, che Carroll chiama borsa di Fortunato. Il ri-
proiettivo si ottengono due modelli nello spazio tridimen- ferimento è a una storia del XV secolo, in cui l’omonimo
sionale, a seconda che il secondo mezzo giro venga dato protagonista riceve dalla Fortuna una borsa dall’inesauri-
nella stessa direzione del primo, o in quella contraria. La bile contenuto. Carroll nota che nella borsa cucita secon-
cosa si vede immediatamente nei modelli incompleti, ma do le sue istruzioni, «ciò che è dentro è fuori, e ciò che è
corretti, analoghi a quello già visto per la bottiglia di Klein. fuori è dentro: dunque, c’è tutta la ricchezza del mondo».
Anche se ammette che, per cucire la borsa di Fortunato,
«ci vorrà del tempo: meglio farlo dopo il tè». Per chi vo-
glia provarci, sembra che sia più agevole farlo a maglia o
all’uncinetto.

Il motivo per cui si ottiene in questo caso il piano proiet-


tivo, lo si intuisce dal fatto che le frecce dei lati del quadrato
vanno tutte in una stessa direzione circolare. Poiché topo-
logicamente un quadrato o un cerchio sono la stessa cosa,
il procedimento richiede dunque di chiudere su se stes-
so un cerchio, o una semisfera, in modo da far coincidere La borsa di Fortunato, illustrazione di Harry Furniss per la prima edizione
ogni punto della circonferenza con quello che sta ai suoi di Silvia e Bruno di Lewis Carroll, 1893.
Nastri, bottiglie e cappellini 83

Il trucco del cappello Tra tutte le applicazioni di questo modello, la più impro-
babile è quella fattane nel 1962 dallo psicanalista Jacques
La via più facile per ottenere un modello del piano proiet-
Lacan, nel suo seminario L’identificazione come supporto della
tivo è di fare anzitutto un passo indietro, e notare che un
struttura del fantasma. L’idea, se vogliamo chiamarla così, è
semplice modello tridimensionale del nastro di Möbius è
che «ogni significante significa allo stesso tempo se stesso
fornito dal cosiddetto cross cap, «copricapo a mitra», in cui
e il suo contrario». Dunque, rappresentando lo spazio con-
un cerchio si autointerseca lungo un raggio.
cettuale come un cerchio, ogni punto viene identificato con
Lo svantaggio del cross cap è, appunto, che ha un’autoin-
il suo antipodale, ottenendo un piano proiettivo: model-
tersezione: cosa che, per i modelli tridimensionali del na-
lato appunto dal cross cap, che Lacan chiamava «a-sfera».
stro di Möbius, si può facilmente evitare, nel modo che ab-
Tornando alle cose serie, se si vuole ottenere un modello
biamo visto. Ma il vantaggio del cross cap è che le due parti
della bottiglia di Klein, questa volta bisogna incollare il bor-
del suo bordo risultano automaticamente invertite, una ri-
do del cross cap senza inversioni. E il modo più semplice per
spetto all’altra: si possono dunque incollare direttamente,
farlo è di prendere due cross cap, e incollarli facendone corri-
dopo aver rigonfiato il cerchio in modo da evitare che si
spondere i bordi. Si ottiene così il cosiddetto bagel o panino
incolli anche il resto della superficie.
di Klein, scoperto nel 1994 da Bruce Bowen, che è sostanzial-
mente un doppio nastro di Möbius prodotto da una rotazione
a mezzo giro di una curva a otto. Naturalmente anche il pa-
nino di Klein ha un’autointersezione, che è il cerchio lungo il
quale sono incollati i due nastri di Möbius così ottenuti.

L’incollatura produce, appunto, un modello a cross cap


del piano proiettivo. Modello che, disegnato con l’interse-
zione verticale, ricorda vagamente una mitra da vescovo,
da cui prende il nome. E ricorda anche, molto meno vaga-
mente, la forma della varietà di pesca siciliana chiamata
«tabacchiera» o «saturnina».
Il panino di Klein evidenzia il fatto che, come il piano
proiettivo si ottiene da una sfera identificando i punti an-
tipodali, così la bottiglia di Klein si ottiene da un toro. O,
se si preferisce, come una sfera ricopre due volte un piano
proiettivo, così un toro ricopre due volte una bottiglia di
Klein. Il che stabilisce la proporzione

sfera toro .
=
piano proiettivo bottiglia di Klein
84 Abbasso Euclide!

Come si vede, il nastro di Möbius, la bottiglia di Klein Comportamenti eversivi


e il piano proiettivo sono tre superfici, tutte non orienta-
Finora ci siamo limitati a distorcere o deformare le super-
bili, strettamente legate fra loro. Ad esempio, per le car-
fici, senza bucarle o strapparle. Ma è istruttivo e sorprenden-
te disegnate su tutte e tre vale un teorema dei sei colori, di-
te vedere che cosa succede, se invece si fanno buchi o tagli.
mostrato da Heawood nel 1890 per il nastro di Möbius
Anzitutto, notiamo che facendo un numero finito di bu-
e il piano proiettivo, e da Philip Franklin nel 1934 per la
chi si può spezzare un cerchio (ne bastano due), ma non
bottiglia di Klein.
una sfera. Più in generale, facendo un numero finito di
Sul piano proiettivo sei colori sono necessari perché,
buchi si può spezzare una curva, ma non una superficie.
diversamente dal piano e dalla sfera, ma analogamente
Il fatto che una curva e una superficie non siano topolo-
al toro, è possibile che sei paesi confinino ciascuno con
gicamente equivalenti è un caso particolare del famoso
gli altri cinque. Un esempio si ricava facilmente arroto-
teorema di invarianza topologica della dimensione, dimostra-
lando una piastrellazione pentagonale (dodecaedrica)
to nel 1913 da Luitzen Brouwer in un lavoro Sulla nozione
della sfera su se stessa, in modo da far ricoprire il piano
naturale di dimensione, che viene appunto considerato il
proiettivo da sei piastrelle che confinino ciascuna con le
punto di partenza della moderna teoria della dimensione.
cinque che la circondano. Ovviamente sulla sfera non
In un’altra direzione, il fatto che una sfera equival-
esistono piastrellazioni esagonali, e dunque cinque zone
ga topologicamente a un piano più un punto all’infini-
confinanti sono il massimo che si può ottenere, mentre
to, significa che un piano è equivalente a una sfera bucata.
sul toro se ne potevano ottenere sei:
Analogamente, un cilindro è equivalente a un piano buca-
to, o a una sfera doppiamente bucata. Infine, un paio di pan-
taloni è equivalente a un cilindro bucato, o a una sfera tripli-
cemente bucata.

Benché quest’ultimo esempio possa apparire frivolo, ve-


Lo stesso esempio funziona anche per il nastro di Mö- dremo nel capitolo successivo che in realtà riveste un ruolo
bius, se si ritaglia un dischetto su una delle facce. Basta fondamentale in topologia. Ma anche in Natura: lo dimo-
infatti notare che un nastro di Möbius è appunto ciò che stra la vescica, che è appunto una sfera triplicemente bu-
si ottiene togliendo un cerchio a un piano proiettivo. cata dai due canali degli ureteri, che importano l’urina dai
86 Abbasso Euclide! Nastri, bottiglie e cappellini 87

reni, e dal canale dell’uretra, che la esporta all’esterno. O ottenuto in precedenza, siano appunto incompleti perché
l’utero, che è analogamente bucato dalle tube che arriva- modellano in realtà una bottiglia di Klein bucata e un piano
no dalle ovaie, e dal canale cervicale che va alla vagina. proiettivo bucato.
Di una sfera bucata si può fare facilmente una cosid-
detta eversione (dal latino evertere, «rovesciare» o «sovver-
tire»), che ne scambi l’interno con l’esterno, spingendo
l’interno attraverso il buco. Analogamente si può fare
un’eversione di un toro bucato, benché in maniera leg-
germente più complicata, e nel processo si scambiano fra
loro meridiani e paralleli.

Naturalmente, si può bucare non solo una sfera, ma an-


che un toro. E un semplice modello del toro bucato si ottiene
collegando due segmenti opposti del bordo di una striscia
a cilindro, con un’altra striscia a cilindro. I bordi di entram-
be le strisce si possono portare vicino quanto si vuole, fino
a ridurre appunto la loro separazione a un unico punto.

Anche l’eversione di una sfera non bucata si può fare,


banalmente, se la si immagina costituita di un materiale
che può passare attraverso se stesso. Ma i modi ovvi di
farlo producono tutti delle pieghe: ad esempio, spingen-
do ciascun polo attraverso l’altro e tirando, si finisce col
creare una piega sull’equatore.
Un sorprendente teorema di Stephen Smale, dimostra-
to nel 1958 in Una classificazione di immersioni della 2-sfera,
mostra però che la cosa è possibile anche senza produrre
Oltre che un modello del toro bucato, questo è anche delle pieghe, benché in maniera complicata e per niente ov-
un modello corretto, ma incompleto, dell’intero toro: cosa via. L’argomento originale di Smale era puramente astrat-
poco utile, da questo punto di vista, perché abbiamo vi- to, ma l’avvento del computer ha reso possibile visualiz-
sto che un modello corretto e completo si può facilmen- zare concretamente l’eversione della sfera in vari modi.
te ottenere nello spazio tridimensionale. L’osservazione ci Uno di questi modi, particolarmente interessante per il no-
aiuta però a capire come i modelli corretti, ma incompleti, stro discorso, consiste in un procedimento che a metà strada
della bottiglia di Klein e del piano proiettivo che abbiamo produce un modello tridimensionale senza pieghe del piano
88 Diamo spazio al tempo Nastri, bottiglie e cappellini 89

proiettivo, chiamato superficie di Boy in onore di Werner Boy,


che lo trovò nel 1901 nella sua tesi di laurea Sulla curvatura
intera e la topologia delle superfici compatte. Una tesi che, iro-
nicamente, gli era stata assegnata da Hilbert per dimostra-
re che non esisteva nessun modello di quel tipo!
Una volta individuato, non stupisce che un modello del
piano proiettivo possa trovare applicazione nell’eversione
della sfera: in fondo, un piano proiettivo rimescola appun-
to l’esterno e l’interno della superficie di una sfera in una
figura a una sola faccia, così come fa un nastro di Möbius
con un cilindro. Passando dapprima dalla sfera al piano
proiettivo, e poi invertendo simmetricamente il processo, Naturalmente, si può scommettere che se qualcuno ha
si ottiene dunque un’eversione che scambia l’esterno e l’in- costruito un edificio a bottiglia di Klein, qualcun altro ne
terno della sfera di partenza. avrà progettato uno a piano proiettivo: in particolare, a su-
Ciò che rende speciale il modello di Boy, è appunto che perficie di Boy. Puntualmente, così hanno fatto Christophe
lo si può ottenere, senza produrre delle pieghe, da una sfe- Delsart e Yvan Ngnodjom in Francia nel 2008, per l’Asso-
ra costituita di un materiale che può passare attraverso se ciazione per la realizzazione e la gestione di un parco di
stesso. Il procedimento è complesso, e certo non costituisce attività matematiche (ARPAM).
il modo più diretto per arrivare alla superficie di Boy. È mol-
to più intuitivo pensarla, invece, come un nastro di Möbius
col bordo contratto a un solo punto, o come una tripla bot-
tiglia di Klein.

Modello di superficie di Boy presso il Matematisches Forschungsinstitut


di Oberwohlfach in Germania, e progetto di edificio a superficie
di Boy realizzato per l’ARPAM in Francia.

Diamoci un taglio
Invece di pungere una superficie con uno spillo, si può
tagliarla con una forbice, ottenendo risultati anche più va-
riegati. Ad esempio, se si tagliano una sfera o un cilindro
lungo una curva chiusa, si ottengono sempre due parti di-
90 Diamo spazio al tempo Nastri, bottiglie e cappellini 91

stinte. Ma se si taglia un toro lungo una curva che gira at- Se invece si taglia un nastro di Möbius a un terzo dal bor-
torno al buco, o lungo una curva che si avvolge attorno al do, si ottengono due nastri intrecciati fra loro. Uno è un na-
corpo, non lo si divide in due parti, bensì si ottiene in en- stro di Möbius della stessa lunghezza di quello di parten-
trambi i casi un cilindro. za, ma largo un terzo, costituito dal terzo centrale del nastro
In topologia si definisce il genere di una superficie orien- originale. L’altro è un nastro con due mezzi giri, di lunghez-
tabile come il massimo numero di curve chiuse disgiunte za doppia di quello di partenza e largo un terzo, costituito
che si possono disegnare sulla superficie, in modo tale che dall’unione dei due terzi estremi del nastro originale.
tagliarla lungo di esse non la divida in due parti. Il genere
della sfera e del cilindro è dunque 0, ma quello del toro 1.
Per le superfici non orientabili, le cose naturalmente si
complicano. Anzitutto, mentre tagliando un cilindro lungo
una curva che gli gira attorno lo si divide in due cilindri,
ciò che succede per il nastro di Möbius dipende dal luogo
in cui si effettua il taglio.
Se a metà tra i bordi, si ottiene un nastro di lunghezza
doppia e con due mezzi giri, che non è più di Möbius: ha in-
fatti due bordi e due lati, benché Escher continui a chiamar-
lo Nastro di Möbius I. Si tratta dello stesso nastro disegnato
esplicitamente da Victor e Yvaral Vasarely nel 1972, come Poiché la bottiglia di Klein si ottiene collegando un cilin-
logo della Renault. dro e un nastro di Möbius, tagli appropriati possono pro-
Se poi si taglia questo nuovo nastro a sua volta, sempre durre l’una o l’altra di queste superfici. In particolare, se
a metà tra i bordi, se ne ottengono due dello stesso gene- si taglia il collo della bottiglia, si ottiene un cilindro. E se
re e della stessa lunghezza, ma intrecciati fra loro. si taglia il fondo, un nastro di Möbius. Più interessante è
cosa succede quando si seziona invece la bottiglia in ver-
ticale, in maniera simmetrica: in tal caso, si ottengono due
nastri di Möbius speculari. Il che non sorprende, col sen-
no di poi, visto che il bagel di Klein era stato appunto otte-
nuto incollando due nastri di questo tipo.

Maurits Cornelis Escher, Nastro di Möbius I, 1963, e logo disegnato


da Victor e Yvaral Vasarely per la Renault, 1972.
92 Abbasso Euclide!

Analogamente, poiché il piano proiettivo si ottiene colle-


gando un cerchio con un nastro di Möbius, o due nastri di
Möbius (a cross cap) fra loro, tagli appropriati possono pro-
durre le une o le altre superfici. In particolare, così succe-
de tagliando il fondo del modello a cross cap, o sezionan-
dolo lungo la sua incollatura.
Più sorprendentemente, oltre che romanticamente, un
taglio centrale di uno dei due modelli di carta del piano
proiettivo bucato (quello con i nastri di Möbius speculari)
produce due nastri a forma di cuore. Mentre un analogo
taglio del modello di carta della bottiglia di Klein bucata pro-
duce semplicemente un cilindro.
IV
Hit Parade delle superfici
Da Möbius a Perelman

Uno dei cinque classici dell’antica Cina era l’I Ching, o «Li-
bro dei Mutamenti». Esso traeva ispirazione dall’impresa
alchemica taoista, il cui scopo era la trasmutazione degli
elementi. E si basava su 64 esagrammi, ottenuti combinan-
do in tutti i modi possibili sei righe intere o spezzate, che
indicavano simbolicamente gli opposti. Come suggeriva-
no sia la complementarità di yin e yang, sia lo stesso titolo
del libro, l’idea dominante dell’I Ching era che le linee in-
tere possono spezzarsi, e quelle spezzate integrarsi. In tal
modo gli esagrammi si mutano l’uno nell’altro, con un pro-
cesso che rappresentava la corrispondente trasmutazione
degli elementi chimici a essi associati.
94 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 95

Gli elementi dell’I Ching erano 64: praticamente lo stesso


numero degli elementi della tavola periodica che Dmitrij
Mendeleev letteralmente sognò una notte del 1869, dopo
aver giocato un solitario prima di addormentarsi. Da tem-
po il chimico russo stava cercando di trovare un ordine lo-
gico di sistemazione delle schede sulle quali aveva scritto
i nomi e le caratteristiche della sessantina di elementi al-
lora conosciuti (oggi saliti a 118, cioè quasi il doppio). Nel
sogno le schede si mossero e si disposero miracolosamen-
te da sole in una tabella di 19 righe e 6 colonne (oggi di-
ventate 18 colonne e 7 righe), a formare quella che diven-
ne una delle icone della chimica moderna.
La tavola che porta il suo nome, e che si trova in ogni
libro di testo, in realtà è un po’ diversa da quelle origi-
nali di Mendeleev e di Lothar Meyer, che ne scoprì una
praticamente identica nel 1870. Le loro infatti ordina-
vano gli elementi in base al peso atomico: cioè, al nume-
ro dei protoni e dei neutroni del nucleo. Oggi invece gli
elementi sono ordinati in base al numero atomico: cioè, al
numero dei soli protoni o, equivalentemente, degli elet-
troni. Questa nuova tabella fu scoperta nel 1913 dal venti-
seienne Henry Moseley, che morì in guerra tre anni dopo, 1 2
H He
e realizza in maniera scientifica gli arditi sogni lettera- 3 4 5 6 7 8 9 10
ri dell’I Ching. Li Be B C N O F Ne

La tavola periodica costituisce il modello a cui tendono 11


Na
12
Mg
13
Al
14
Si
15
P
16
S
17
Cl
18
Ar
le varie classificazioni scientifiche, nel tentativo di organiz- 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36
zare la tassonomia dei propri elementi in una disposizione K Ca Sc Ti V Cr Mn Fe Co Ni Cu Zn Ga Ge As Se Br Kr

organica che ne esibisca le affinità e le differenze. Abbiamo 37


Rb
38
Sr
39
Y
40
Zr
41
Nb
42
Mo
43
Tc
44
Ru
45
Rh
46
Pd
47
Ag
48
Cd
49
In
50
Sn
51
Sb
52
Te
53
I
54
Xe
già incontrato un esempio matematico significativo nelle 55 56 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86

tabelle dei politopi regolari a tre o quattro dimensioni, e Cs Ba Hf Ta W Re Os Ir Pt Au Hg Tl Pb Bi Po At Rn

87 88 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118
ci accingiamo ora a intraprendere la ricerca di un’analoga Fr Ra Rf Db Sg Bh Hs Mt Ds Rg Cn Uut Fl Uup Lv Uus Uuo

classificazione per le superfici topologiche.


57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71
La Ce Pr Nd Pm Sm Eu Gd Tb Dy Ho Er Tm Yb Lu

89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103


Una mandria di tori Ac Th Pa U Np Pu Am Cm Bk Cf Es Fm Md No Lr

Nel capitolo precedente abbiamo considerato tutti i modi Tavola periodica degli elementi elaborata da Dmitrij Mendeleev nel 1869
possibili di collegare i lati di un quadrato, e scoperto che e sua versione attuale.
96 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 97

essi definiscono topologicamente la sfera, il toro, la botti-


glia di Klein e il piano proiettivo. Ci si può chiedere, natu-
ralmente, cosa ci sia di particolare in un quadrato, e dun-
que in queste superfici.
E ci si può anche chiedere cosa succeda, in generale,
collegando i lati di poligoni qualunque. Da una parte, si
possono ottenere in altri modi le stesse superfici: ad esem-
pio, collegando i lati opposti di un esagono, si ottiene un
toro o una superficie di Boy, a seconda che i collegamen-
ti siano diretti o inversi. Dall’altra parte, si possono otte-
nere invece nuove superfici: ad esempio, collegando op-
portunamente i lati di un ottagono, si ottiene un doppio
toro a due anelli. In modo analogo si può unire un numero qualunque di
tori, e formare tori multipli con un numero qualunque di
anelli: per esempio un triplo toro. Si crea così una famiglia
di superfici, che si possono tutte facilmente ottenere met-
tendo insieme due cilindri e dei pantaloni.

Se qualche lato di un poligono rimane non collegato ad


altri, esso forma un buco nella superficie corrisponden-
te. L’ottagono appena visto si può appunto pensare come
l’unione di due pentagoni, ciascuno con quattro lati colle-
gati nel modo solito per formare un toro, e il quinto non
collegato in modo da lasciare un buco. Unendo i due pen-
tagoni in modo da far coincidere i due lati non collegati,
si uniscono i due tori attraverso i loro rispettivi buchi, ot-
tenendo un doppio toro.
98 Abbasso Euclide!

Dal punto di vista topologico, questa famiglia compren- Tutte le superfici del topologo
de anche superfici che, a prima vista, non sembrerebbero
Le equivalenze tra i tori multipli e le sfere con manici mo-
affatto appartenerle. Ad esempio, ogni toro multiplo è in
strano che le trasformazioni topologiche possono arrivare
realtà equivalente a una sfera con manici, e dunque si può
lontano, e identificare superfici a prima vista molto diver-
facilmente ottenere mettendo insieme dei cilindri e una
se fra loro. Il concetto non è sfuggito a Salvador Dalí, che
sfera a più buchi.
nel 1983 l’ha illustrato nella Contorsione topologica di una fi-
gura femminile che sta diventando un violoncello.

Un esempio meno banale è un pretzel intrecciato come


il seguente, che in realtà si può disintrecciare e far diven-
tare un toro doppio. Naturalmente, solo quando non è an-
cora cotto, e la pasta fresca si può lavorare fino a ridurlo a
due anelli intrecciati, ma tangenti in un sol punto, attorno
al quale uno degli anelli può esser fatto ruotare, per disin-
trecciarlo dall’altro.

Salvador Dalí, Contorsione topologica di una figura femminile


che sta diventando un violoncello, 1983.

Ancor più sorprendente di un quadro surrealista è la co-


siddetta sfera cornuta di Alexander, descritta nel 1924 da James
Alexander in Un esempio di una superficie semplicemente con-
nessa delimitante una regione che non è semplicemente connessa.
La si costruisce con un procedimento infinito che consiste
nel tirare una sfera in modo da farla diventare un cilindro,
100 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 101

come il corpo di una lumaca a due teste. Se si congiungesse- Il ruolo della sfera e dei tori multipli fu chiarificato nel
ro le teste, si otterrebbe un toro: invece, su ciascuna si fanno 1863 dalla Teoria delle relazioni elementari di Möbius, che
crescere due corna. Se si congiungesse ciascun paio di cor- noi oggi chiameremmo Teoria dell’equivalenza topologica.
na, in modo da inanellarle, si otterrebbe un pretzel intrec- Essa culminava in un teorema di classificazione delle superfi-
ciato, cioè un toro doppio: invece, le si avvicina soltanto, e ci chiuse, connesse (cioè, tutte d’un pezzo) e orientabili, che di-
su ciascun estremo si fanno di nuovo crescere due corna, mostrava come ciascuna di esse si riduce appunto o alla
eccetera. Poiché gli estremi non vengono mai congiunti, si sfera, o a un toro multiplo. E, di conseguenza, si può otte-
continua ad avere una sfera, anche se alla fine non sembre- nere collegando i lati di un poligono.
rebbe proprio! Più precisamente, si ottiene un ibrido in cui Estendere il teorema di Möbius alle superfici non orien-
l’interno si comporta come una sfera, ma l’esterno come un toro, tabili non è stato facile. Il primo a provarci fu Walther von
nel senso che un elastico posto all’interno si contrae sempre Dyck, nei Contributi all’Analysis situs del 1888, e uno di
in un punto, ma uno all’esterno non sempre. questi contributi fu l’introduzione del cross cap. I primi a
riuscirci furono Max Dehn e Paul Heegard, che nell’Analy-
sis situs del 1907 enunciarono un teorema di caratterizza-
zione delle superfici, orientabili o no, ottenibili collegan-
do i lati di un poligono.
Il teorema fu esteso alle superfici chiuse e connesse da
Henry Brahana, nella sua tesi del 1920 sui Sistemi di circuiti
sulle superfici bidimensionali. E il cerchio fu chiuso nel 1925
da Tibor Radó, che in un lavoro Sulla nozione di superficie
riemanniana dimostrò che ogni superficie chiusa e connes-
sa può essere ottenuta collegando i lati di un poligono. O,
equivalentemente, può essere triangolata alla maniera del-
le cupole geodetiche.
Nonostante una storia così complessa, la versione non
orientabile del teorema di Möbius è semplice da intuire
e da enunciare. Si tratta solo di ricordare che le superfici
chiuse e orientabili sono i tori multipli, che questi sono le
sfere con manici, che i manici sono dei cilindri, e che la ver-
sione non orientabile dei cilindri sono i nastri di Möbius.
Puntualmente, il teorema enuncia che le superfici chiuse,
connesse e non orientabili si riducono ai piani proiettivi multi-
pli: cioè, alle sfere con un numero qualunque di nastri di
Möbius attaccati.
Naturalmente, poiché un cilindro ha due bordi, per po-
terlo attaccare a una sfera bisogna fare in essa due buchi.
Ma un nastro di Möbius ha un bordo solo: per attaccarlo
a una sfera basta dunque farci un solo buco e turarlo, ad
102 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 103

esempio, con un cross cap. E più se ne mettono, più la su- La cosa è semplice da capire. Topologicamente, infatti, i
perficie ricorda un concilio di vescovi, o una regata di manici si possono pensare come prismi a base triangolare.
barche a vela. Aggiungerne uno equivale a collegare due facce triango-
lari sulla superficie, lasciando invariato il numero dei ver-
tici, ma aggiungendo 3 lati e 1 faccia (le tre facce laterali
del prisma, meno le sue due basi triangolari). Dunque, a
cambiare la caratteristica di un fattore 0 − 3 + 1 = −2.

Volendo, al posto di un cross cap si potrebbe attaccare un


cosiddetto nastro di Möbius sudanese. Quest’ultimo non pren- Analogamente, un cross cap si può inserire su un vertice
de il suo nome da un copricapo africano, bensì dall’acro- appartenente a tre facce. I vertici passano da 1 a 3, e dun-
nimo dei nomi dei suoi scopritori Sue Goodman e Daniel que aumentano di 2. I lati aumentano di 3. Ma le facce ri-
Asimov, nipote del celebre Isaac. Essa non è altro che un mangono invariate, perché ciascun vertice finisce sulla fac-
nastro di Möbius deformato in modo da far prendere un cia opposta. Questa volta, la cosa equivale a cambiare la
aspetto circolare al suo bordo, ottenendo come risultato caratteristica di un fattore 2 − 3 + 0 = −1.
una specie di conchiglia simmetrica.

In conclusione, le superfici chiuse e connesse si riducono


alla sfera, ai tori multipli e ai piani proiettivi multipli. Le su- Per identificare univocamente una superficie chiusa sono
perfici di ciascuna famiglia hanno caratteristiche di Eule- dunque sufficienti due informazioni: sapere se è orientabi-
ro tutte diverse fra loro: precisamente, 2 − 2m nel caso di le o no, e conoscere la sua caratteristica di Eulero.
una sfera con m manici, e 2 − n nel caso di una sfera con n In particolare, non si ottiene niente di diverso conside-
nastri di Möbius. rando superfici miste, che si potrebbero descrivere come
104 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 105

tori multipli con cross cap, o piani proiettivi multipli con manici.
Il motivo è, semplicemente, che se un toro passa attraver-
so un piano proiettivo, diventa una bottiglia di Klein: dun-
que, un manico su una superficie non orientabile è equiva-
lente a due cross cap, e una sua aggiunta fa diminuire di 2
la caratteristica di Eulero.
Si deduce, ad esempio, che:
• Un piano proiettivo con un manico, o un toro con un
cross cap, equivalgono a una sfera con tre cross cap, di
caratteristica −1.
Si tratta della superficie di Dyck, studiata da Walther von
Dyck nel suo lavoro del 1888 e rappresentata da Hela-
man Ferguson in Toro con cross-cap e campo vettoriale.
• Una bottiglia di Klein con un manico, o un toro con due
cross cap, equivalgono a una sfera con quattro cross cap,
di caratteristica −2.
• Un piano proiettivo con due manici, o un doppio toro
con un cross cap, a una sfera con cinque cross cap, di ca-
ratteristica −3.
• Una bottiglia di Klein con due manici, o un doppio toro
con due cross cap, a una sfera con sei cross cap, di carat-
teristica −4. E così via.

Classificazione delle superfici orientabili (a sinistra) e non (a destra),


Helaman Ferguson, Toro con cross-cap e campo vettoriale, 1986. con esempi di superfici o poliedri aventi la stessa caratteristica di Eulero.
Hit Parade delle superfici 107

Il ritorno della Santissima Trinità teorema di Harriot, quest’area è uguale alla somma dei tre
angoli solidi formati dai tre piani, meno π. Ma questi ango-
Nei suoi perduti e ritrovati Esercizi sugli elementi dei so-
li sono supplementari ai tre angoli piani formati dalle fac-
lidi, del 1620, Cartesio era arrivato a quella che ingiusta-
ce. Dunque, l’area del triangolo sferico è uguale a 2π meno
mente si chiama «caratteristica di Eulero», attraverso quel-
la somma dei tre angoli delle facce.
lo che giustamente viene ricordato come teorema di Cartesio.
In generale, se in un vertice confluisce un numero n di
Si tratta dell’osservazione che, come in un poligono con-
facce, l’area dell’n-gono sferico corrispondente all’angolo
vesso la somma degli angoli piani esterni è uguale a 2π,
solido esterno è uguale alla somma degli n angoli formati
così in un poliedro convesso la somma degli angoli solidi ester-
dagli n piani che lo definiscono, meno (n − 2)π. E di nuovo
ni è uguale a 4π. La dimostrazione per i poligoni è sempli-
tutti i π si cancellano, meno due. Dunque, l’angolo esterno
ce: basta notare che i settori circolari determinati in ciascun
in un vertice di un poliedro è pari a 2π meno la somma degli an-
vertice dalle perpendicolari ai lati formano un cerchio in-
goli delle facce che vi confluiscono.
tero. E la dimostrazione per i poliedri è analoga, col cer-
A questo punto, possiamo calcolare l’angolo esterno soli-
chio sostituito dalla sfera.
do totale di un poliedro con V vertici, L lati e F facce: cioè,
la somma di tutti i suoi angoli esterni. Si tratta di somma-
re gli angoli esterni di tutti i vertici, sottraendo da 2πV la
somma degli angoli di tutte le facce. E poiché la somma
degli angoli di una faccia con un numero l di lati è (l − 2)π,
e ciascun lato viene calcolato due volte perché sta su due
facce, la somma degli angoli di tutte le facce è (2L − 2F)π.
In definitiva:

angolo esterno solido totale = 2π ∙ caratteristica di Eulero.

L’interesse di questa versione generale del teorema di


In questa dimostrazione un angolo solido esterno è defi- Cartesio, che lega la caratteristica di Eulero di un poliedro
nito come il settore sferico determinato in un vertice dai alla somma dei suoi angoli esterni, sta nel fatto che questi
piani perpendicolari ai lati che vi confluiscono. Essendo ultimi sono una misura della curvatura nei vertici. Infat-
appunto perpendicolari ai lati, ogni coppia di questi piani ti, un angolo esterno misura uno scarto dall’angolo di 2π,
forma un angolo solido che è supplementare all’angolo che corrisponderebbe a un appiattimento delle facce su un
piano formato dai corrispondenti lati su una faccia del po- piano: quanto maggiore è lo scarto, tanto maggiore sarà la
liedro. Cartesio intuì allora che gli angoli solidi esterni di curvatura nel vertice. L’angolo esterno totale misura dun-
un poliedro si possono calcolare mediante gli angoli piani que la curvatura totale del poliedro.
delle sue facce. Ad esempio, come notò nel 1813 Simone Antoine L’Huilier
Ad esempio, se in un vertice del poliedro confluisco- in una Memoria sulla poliedrometria, in un cubo la curvatura
no tre facce, l’angolo esterno relativo è determinato da tre totale è positiva (4π) ed è distribuita uniformemente nei
piani. La sua misura è l’area del triangolo sferico indivi- vertici (π/2), mentre lungo gli spigoli è ovviamente nulla.
duato dai tre piani su una sfera di raggio unitario. Per il In un cubo con uno o più buchi, la curvatura totale è inve-
108 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 109

ce nulla o negativa, ed è distribuita positivamente (π/2) nei a una riapparizione delle tre persone della Santissima Tri-
vertici esterni, e negativamente (−π/2) su quelli interni. nità. Più precisamente:
• Le superfici chiuse con caratteristica di Eulero positiva (equiva-
lenti alla sfera o al piano proiettivo) hanno una geometria sferica.
• Le superfici chiuse con caratteristica nulla (equivalenti al toro
o alla bottiglia di Klein) hanno una geometria euclidea.
• Le superfici chiuse con caratteristica negativa (tutte le altre)
hanno una geometria iperbolica.
caratteristica 2 caratteristica 0 caratteristica –2 Da un lato, il fatto che la quasi totalità delle superfici
curvatura 4π curvatura 0 curvatura –4π
topologiche chiuse abbia una geometria iperbolica spiega
Caratteristiche e curvature del cubo bucato o no come mai la topologia abbia dovuto attendere la fine dell’Ot-
(i lati aggiuntivi sono necessari perché le facce non possono essere bucate).
tocento per potersi sviluppare completamente. Dall’altro
lato, furono proprio le applicazioni della geometria iperbo-
Il teorema di Cartesio si può estendere, con un passag- lica alla topologia, oltre che ad altre aree della matematica
gio al limite, a ogni superficie che si possa approssimare a quali l’analisi complessa, o della fisica quali la relatività, a
piacere con poliedri: cioè, come sappiamo, a ogni superfi- zittire le «strida dei Beoti» e a sdoganarla completamente.
cie chiusa e connessa. In tal caso esso diventa un corolla-
rio del cosiddetto teorema di Gauss e Bonnet, anticipato da Questioni fondamentali e universali
Gauss nelle Disquisizioni generali sulle superfici curve del
1827, e dimostrato da Pierre Bonnet nella Memoria sulla A scanso di equivoci, stiamo parlando di geometrie glo-
teoria generale delle superfici del 1848. bali, perché le superfici topologiche non hanno in genera-
le una curvatura locale costante. Lo mostrano gli esempi
dei cubi, bucati e non. E, in maniera ancora più sorpren-
dente, gli esempi dei tori, semplici e multipli.

curvatura 4π curvatura 0 curvatura –4π

Per le superfici, il teorema di Cartesio lega la caratteri-


stica topologica di Eulero alla curvatura geometrica totale di
Gauss: cioè, alla somma delle curvature di tutti i punti del-
la superficie. E in particolare, tramite il teorema di classi- Anzi, poiché le regole del gioco permettono di distorcere
ficazione delle superfici chiuse, permette di caratterizzare e deformare le superfici senza bucarle o strapparle, si può
anche le loro possibili geometrie. cambiare radicalmente la distribuzione delle loro curva-
Non sorprendentemente, assistiamo a questo proposito ture locali, senza alterare la loro natura: ad esempio, gon-
110 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 111

fiando o sgonfiando un pallone o un salvagente. Il teorema


di Cartesio mostra però, sorprendentemente, che il valo-
re della curvatura globale si mantiene comunque costan-
te, ed è dunque un invariante topologico.
Per chiarire il significato di «geometria globale», con-
centriamoci sul toro, la cui geometria globale è euclidea:
la stessa, cioè, del piano. Da un lato, nel 1895 Poincaré ha
osservato che la differenza tra il toro e il piano è testimo-
niata dai rispettivi gruppi fondamentali, costituiti dai per-
corsi chiusi che partono da un punto fissato. Nel caso del
piano, così come della sfera, tutti questi percorsi si posso-
no contrarre al punto stesso, come se fossero degli elasti-
ci. Nel caso del toro, invece, questo non è possibile per i Simili ricoprimenti universali esistono per tutte le su-
percorsi chiusi che girano attorno al corpo del toro (rossi), perfici topologiche, e si traducono in analoghe tassellazioni
o per quelli che girano attorno al buco (gialli). regolari del piano: ma non necessariamente di quello eucli-
deo! Ad esempio, il ricoprimento naturale del doppio toro
corrisponde a una piastrellazione regolare con ottagoni re-
golari aventi angoli di 45 gradi, che esiste solo nel piano
iperbolico. La stessa cosa succede con tutti i tori multipli,
e fornisce un’ulteriore prova della loro relazione con la
geometria iperbolica.

Dall’altro lato, nel 1882 Hermann Schwarz ha mostrato


l’affinità della geometria del toro con quella euclidea notan-
do che si può arrotolare l’intero piano su di esso, e ottenere
un ricoprimento universale che corrisponde a una tassellazione
regolare del piano con il quadrato. In questa rappresenta-
zione, i percorsi che rigirano attorno al corpo o al buco del
toro corrispondono a percorsi sul piano che passano per
quadrati adiacenti, attraverso i lati orizzontali o vertica-
li. In particolare, il percorso che corrisponde a un segmen-
to che attraversa il quadrato è chiuso se la sua inclinazione Quanto alle superfici non orientabili, come la bottiglia
(cioè, la tangente dell’angolo formato dal segmento con un di Klein, alcuni collegamenti fra i lati dei poligoni che le
lato) è razionale, ed è aperto a spirale infinita negli altri casi. definiscono richiedono dei mezzi giri. Questo si traduce
112 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 113

nel fatto che i collegamenti fra le piastrelle dei loro rico-


primenti universali non si possono effettuare soltanto me-
diante traslazioni, come nel caso delle superfici orientabi-
li, ma richiedono anche riflessioni.

La congettura di Poincaré
Dal discorso appena fatto segue che una sfera, ad esem-
pio la Terra, è l’unica superficie bidimensionale dello spa-
zio tridimensionale su cui le curve chiuse, o i girotondi di
persone, si possono contrarre senza rompersi, fino a con-
centrarsi in un solo punto. Gustave Doré, Girotondo degli angeli,
In una nota al suo Quinto complemento all’analysis situs illustrazione per la Divina Commedia, Paradiso, canto XII, 1868.
del 1904, Poincaré congetturò che la stessa cosa valesse
anche per l’ipersfera. In particolare, che il Paradiso fosse sbagliato. E fornì come controesempio lo spazio dodecaedri-
l’unica superficie tridimensionale nello spazio quadridi- co sferico, che si ottiene incollando ciascuna faccia di un do-
mensionale, sulla quale tutti i girotondi di angeli si posso- decaedro con la sua opposta, dopo averle fatto fare una ro-
no contrarre senza rompersi. O, come si dice tecnicamen- tazione di 36 gradi per allinearla a questa.
te, l’unica superficie che ha un gruppo fondamentale banale. Il risultato è che un raggio di luce che esca da una fac-
In realtà, l’articolo di Poincaré rimediava a un errore cia rientra uguale a se stesso da quella opposta solo dopo
che egli stesso aveva commesso nel 1900, quando aveva 10 passaggi e le 10 relative rotazioni, provocando in un os-
affermato senza dimostrazione che l’ipersfera è caratte- servatore interno l’illusione che su ciascuna delle 12 fac-
rizzata topologicamente dai suoi gruppi di omologia. Cioè, ce del dodecaedro ne siano impilati altri 10 ruotati a elica,
da una generalizzazione della caratteristica di Eulero da che scompongono dunque l’ipersfera in 120 dodecaedri
lui introdotta nell’Analysis situs del 1895, insieme al grup- uguali. Detto altrimenti, lo spazio dodecaedrico sferico
po fondamentale. viene piastrellato in maniera regolare da un iperdode-
Ma nell’articolo del 1904 Poincaré annunciò di essersi caedro, o 120-celle.
114 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 115

avente un gruppo fondamentale banale. E fu buon pro-


feta quando aggiunse: «Ma questo problema ci portereb-
be troppo lontano».
In effetti, quella che divenne appunto nota come conget-
tura di Poincaré ha assillato i topologi per l’intero Novecen-
to, imponendosi come una delle più importanti sfide della
matematica. Tanto importante, da entrare a far parte del-
la ristretta lista dei sette problemi del millennio. Chiunque
avesse trovato una risposta alla domanda, avrebbe inta-
scato il milione di dollari messo in palio dall’Istituto Clay.
E, se di età inferiore ai quarant’anni, avrebbe anche sicu-
ramente vinto la medaglia Fields.
Sembrava che questo fosse il destino segnato per Grigo-
ri Perelman, un trentaseienne di San Pietroburgo che nel
Per questo motivo, nel 2004 l’astrofisico Jean-Pierre novembre 2002, e nel marzo e giugno 2003, aveva messo
Luminet ha proposto, nel libro La segreta geometria del co- in rete una serie di appunti nei quali abbozzava una solu-
smo, di spiegare alcune periodicità osservate nella tem- zione del problema. Subito dopo Perelman tenne una serie
peratura della radiazione cosmica di fondo misurata dal di seminari sul suo lavoro al MIT e alle università di Prin-
satellite WMAP (Wilkinson Microwave Anisotropy Pro- ceton e Columbia, che convinsero i colleghi sulla corret-
be, «Misuratore di Wilkinson dell’anisotropia a microon- tezza della sua soluzione.
de») come un possibile effetto della struttura dodecaedri-
ca dell’universo.
Volendo, ci sono comunque altri due modi di incolla-
re le facce opposte del dodecaedro: cioè, ruotandole ri-
spettivamente di 108 o di 180 gradi, invece che di 36. Nel
primo caso si ottiene lo spazio dodecaedrico iperbolico, sco-
perto da Herbert Seifert e Constantin Weber nell’artico-
lo Due spazi dodecaedrici del 1933. E nel secondo lo spazio
proiettivo, che costituisce l’analogo tridimensionale del
piano proiettivo.
Pur avendo gli stessi gruppi di omologia, l’ipersfe-
ra e lo spazio dodecaedrico sferico hanno gruppi fonda-
mentali diversi. Banale la prima, in quanto ogni percorso
chiuso si può contrarre a un punto. E finito ma non ba-
nale il secondo, in quanto di percorsi chiusi indipendenti
ne ha ben 120. Nella sua nota del 1904 Poincaré ipotizzò
allora che l’ipersfera fosse caratterizzata topologicamen-
te dal fatto di essere l’unica superficie tridimensionale Grigori Perelman.
116 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 117

Come previsto, il 22 agosto 2006, all’apertura del Con- gli hanno fruttato la medaglia Fields nel 1983, e sono sta-
gresso internazionale dei matematici a Madrid, a Perel- ti raccolti e organizzati nel 1997 nel suo libro Geometria
man fu assegnata la medaglia Fields. Ma ad accogliere tridimensionale e topologia.
l’onorificenza dalle mani del re di Spagna, il vincitore
non c’era: il presidente dell’Unione Matematica Inter-
nazionale (IMU) annunciò infatti che il matematico rus-
so l’aveva rifiutata. Così come, in seguito, rifiutò an-
che il ricco premio assegnatogli dall’Istituto Clay il 18
marzo 2010.
Apparentemente, secondo le confidenze che Perelman
avrebbe fatto a qualche amico, le onorificenze e i soldi
non gli interessavano: «Se la soluzione è quella giusta,
non c’è bisogno di alcun altro riconoscimento». Sem-
bra anche che egli fosse preoccupato dai dubbi benefici
che la fama comporta: «Non voglio che tutti mi guardi-
no come se fossi un animale esibito in gabbia allo zoo».
Oggi di lui si sono ormai perse le tracce. Dopo il tour
statunitense del 2003 Perelman ha infatti lasciato l’uni-
versità di San Pietroburgo, e non si sa se abbia abban-
donato la matematica. O se, invece, continui a praticarla William Thurston.
lontano dall’accademia, per la quale prova ovviamen-
te il disdegno che spesso i geni eccentrici riservano ai
loro meno dotati e più prosaici colleghi. Cioè, a noi… Thurston ha dimostrato che, mentre le geometrie del-
le superfici bidimensionali sono solo tre, le geometrie del-
le superfici tridimensionali sono otto. Anzitutto, ci sono le tre
L’ottuplice via
che ci si potrebbe aspettare, per analogia con quelle bidi-
Una volta caratterizzata topologicamente l’ipersfera, mensionali: cioè, le versioni tridimensionali delle geome-
è naturale allargare lo sguardo e cercare di classificare trie sferica, euclidea e iperbolica, tipiche dell’ipersfera, del-
tutte le superfici tridimensionali dello spazio quadridi- lo spazio euclideo e dello spazio iperbolico.
mensionale, in maniera analoga a quanto fatto da Mö- Gli ipercilindri a sezione piana euclidea possiedono una
bius e altri per le superfici bidimensionali dello spazio geometria euclidea, come nel caso dei cilindri bidimen-
tridimensionale. sionali. Gli ipercilindri a sezione sferica non hanno invece
Com’è facile immaginare, le cose si complicano terri- una geometria sferica, bensì una nuova geometria. La stes-
bilmente, e diventa difficile anche solo congetturare quale sa cosa succede per gli ipercilindri a sezione piana iperbolica,
possa essere la classificazione: non parliamo poi di di- che non hanno una geometria iperbolica, ma ancora un’al-
mostrarla. Soltanto negli anni Settanta si è individuata tra geometria. Il che porta il conto a cinque.
una possibile soluzione, grazie ai rivoluzionari risultati Ci sono poi altre tre geometrie, più difficili da descrive-
di William Thurston: risultati che l’hanno reso famoso, re in poche parole: due di esse corrispondono a due ver-
118 Abbasso Euclide! Hit Parade delle superfici 119

sioni dello spazio euclideo, in cui le distanze vengono misu- fosse di trasformare topologicamente qualunque pezzo
rate in due maniere diverse dal solito. Con esse il conto canonico di una superficie in un altro che possiede una
arriva a otto, ma non è sempre possibile assegnarne una delle otto geometrie.
sola a ciascuna superficie tridimensionale, come avviene
per quelle bidimensionali. In generale, è necessario con-
siderare la superficie come composta di vari pezzi, e asse-
gnare una delle otto geometrie a ciascuno di essi.
Fortunatamente, nel 1962 John Milnor ha dimostrato Un
teorema di decomposizione unica delle superfici tridimensionali,
che mostra come queste superfici si possano appunto scom-
porre in pezzi canonici in maniera sostanzialmente univo-
ca, mediante appropriati tagli chirurgici bidimensionali. Si
tratta dunque «soltanto» di determinare le geometrie dei
vari pezzi canonici.
Il primo passo verso la classificazione finale delle su-
perfici tridimensionali fu effettuato considerandone una
vasta classe isolata nel 1962 dal tedesco Wolfgang Ha-
ken, lo stesso del teorema dei quattro colori, in un ar- Il terzo e ultimo passo fu portato a termine da Perelman
ticolo Sul problema dell’omeomorfismo delle superfici tri- nel 2003, negli appunti sul Tempo di estinzione finito per le so-
dimensionali. Thurston, a sua volta, provò nel 1982 un luzioni del flusso di Ricci su certe superfici tridimensionali, e ri-
teorema di iperbolizzazione, dimostrando che tutte le su- solse in particolare la congettura di Poincaré. Quest’ultima,
perfici di tale classe hanno appunto una geometria iper- infatti, non è che un caso particolare del teorema di caratte-
bolica. Quest’ultima, dunque, continua a mantenere il rizzazione delle superfici tridimensionali, e viene provata
ruolo privilegiato che aveva già mostrato di avere per le mostrando che il flusso di Ricci trasforma in un’ipersfera
superfici bidimensionali. qualunque superficie su cui tutte le curve chiuse possono
Il secondo passo fu compiuto, sempre nel 1982, da Ri- contrarsi a un punto senza rompersi. Perelman usò la stra-
chard Hamilton. In uno studio delle Superfici tridimen- tegia inaugurata da Hamilton non solo per l’ipersfera, ma
sionali a curvatura di Ricci positiva egli introdusse uno stru- per qualunque superficie tridimensionale, riuscendo così
mento essenziale: il flusso di Ricci, così chiamato in onore a dimostrare non solo la congettura di Poincaré, ma l’inte-
dell’italiano Gregorio Ricci-Curbastro, inventore del cal- ra classificazione proposta da Thurston.
colo tensoriale usato da Einstein per la relatività genera- Anzi, sembra che uno dei cavallereschi motivi per cui
le. Il flusso sottopone la superficie a una trasformazione Perelman rifiutò il premio da un milione di dollari dell’Isti-
topologica, regolata da un’equazione analoga a quella tuto Clay fosse proprio perché era stato assegnato solo a
della diffusione del calore: in questo caso, a diffondersi lui, e non anche ad Hamilton. Il quale, secondo Perelman,
uniformemente non è però la temperatura, bensì la cur- aveva avuto un ruolo fondamentale nella risoluzione del
vatura media misurata dal cosiddetto tensore di Ricci. Ha- problema, introducendo lo strumento essenziale del flusso
milton congetturò che il flusso lasciasse invariate le otto e dimostrandone la validità per tutte le superfici con cur-
geometrie di Thurston. E che, inoltre, il suo effetto finale vatura di Ricci positiva.
Hit Parade delle superfici 121

Per aspera ad astra tismo negli Stati Uniti e la guerra in Vietnam alla repres-
sione dei dissidenti nell’Unione Sovietica e all’invasione
Oltre all’ipersfera, per ogni dimensione n + 1 maggiore di
dell’Ungheria. D’altronde, in precedenza era stato con Jer-
4 c’è una n-sfera, analoga alla 1-sfera nel piano (il cerchio),
ry Rubin uno degli ispiratori e dei leader del movimen-
alla 2-sfera nello spazio (la sfera) e alla 3-sfera nell’iperspa-
to studentesco degli anni Sessanta. Naturalmente, questo
zio (l’ipersfera). E si può formulare una congettura per la
suo impegno politico gli procurò non pochi guai accade-
n-sfera nello spazio a n + 1 dimensioni, analoga a quella di
mici nel periodo della contestazione.
Poincaré per la 3-sfera nello spazio a 4 dimensioni. La cosa
Matematica e politica non hanno però esaurito le attivi-
sorprendente è che tutte queste congetture furono risolte
tà del vulcanico Smale, che nel corso della sua movimenta-
molto prima di quella originaria per l’ipersfera.
ta vita è riuscito a compiere la prima scalata del Grand Te-
Già nel 1961 Stephen Smale, lo stesso dell’eversione del-
ton, e una traversata a vela di tre mesi dalla California alle
la sfera, aveva infatti dedicato un articolo alla Congettura
isole Marquesas. E anche a mettere insieme una collezione
di Poincaré generalizzata in dimensione maggiore di 4, risol-
di minerali unica al mondo, e a dedicarle nel 2006 un libro
vendo positivamente in un colpo solo tutti i casi, eccetto
di proprie fotografie intitolato Bellezza nei cristalli naturali.
uno: quello della 4-sfera nello spazio a 5 dimensioni. Questi
Come abbiamo accennato, il risultato di Smale, per quan-
suoi lavori lo resero noto come Il matematico che infranse la
to memorabile, lasciava ancora aperta la congettura di Poin-
barriera della dimensione, secondo il titolo della biografia che
caré per la 4-sfera nello spazio a 5 dimensioni. La soluzione
Steve Batterson gli ha dedicato, e gli valsero la medaglia
fu trovata nel 1982 da Michael Freedman, in un lavoro sul-
Fields nel 1966.
la Topologia delle varietà quadridimensionali che classificava
più in generale le superfici quadridimensionali nello spa-
zio a 5 dimensioni, e valse anche a lui la medaglia Fields
nel 1986.

Stephen Smale.

La consegna della medaglia avvenne al Cremlino, du-


rante la cerimonia d’apertura del Congresso internaziona-
le dei matematici a Mosca. Subito dopo Smale diede una
controversa conferenza stampa, in cui paragonò il maccar- Michael Freedman.
122 Abbasso Euclide!

Ancora una volta, la classificazione delle superfici a di-


mensioni maggiore di 4 era stata ottenuta in precedenza. In
particolare, per la dimensione 5, da Dennis Barden nell’ar-
ticolo Le 5-varietà semplicemente connesse del 1965. Il moti-
vo per cui le superfici a dimensioni superiori sono più fa-
cili da trattare di quelle a dimensioni inferiori, è che da un
certo punto in poi c’è abbastanza spazio per effettuare i già
citati «tagli chirurgici» introdotti da Milnor, che permetto-
no di passare da una superficie all’altra mediante una suc-
cessiva sostituzione di pezzi.
Tagliare e incollare non è però lo stesso gioco di distor-
cere e deformare. Di conseguenza, le classificazioni del-
le superfici a dimensioni superiori sono di tipo completa-
mente diverso da quelle di Möbius e Klein per le superfici
bidimensionali, o di Thurston e Perelman per le superfi-
ci tridimensionali. In altre parole, non esibiscono un cata-
logo di superfici a cui tutte le altre si possono ridurre me-
diante trasformazioni topologiche.
Questo non è però un difetto dei teoremi di classifica-
zione in dimensioni superiori. Nel 1958 il russo Andrej
Markov ha infatti dimostrato L’insolubilità del problema
dell’omeomorfismo, nel senso che non esiste un metodo ef-
fettivo che permetta di decidere se due superfici di dimen-
sione maggiore o uguale a 4 sono topologicamente equiva-
lenti. L’esistenza di un catalogo di riferimento analogo a
quello per le dimensioni 2 e 3 permetterebbe invece di ri-
solvere il problema, semplicemente verificando se le due
superfici date si riducono a una stessa superficie del cata-
logo, oppure a due diverse.
V
Il nodo è sciolto
Da Listing a Jones

La vita incomincia con un nodo, fatto dall’ostetrica al cor-


done ombelicale. Continua con nodi quotidiani di ogni
genere: alla cravatta, ai lacci delle scarpe, al fazzoletto, ai
capelli, ai pacchi, agli arrosti, al pareo balneare. E può an-
che terminare con un nodo, se si finisce strangolati: da un
cappio come gli impiccati, da un velo come Antigone, o da
una sciarpa come Isadora Duncan.
Alcune categorie di persone annodano per professione:
i marinai le vele, i pescatori le reti, i tessitori le tele e i tap-
peti, gli alpinisti le corde da montagna, i chirurghi i fili di
sutura, le infermiere i lacci emostatici, i prestigiatori i faz-
zoletti, i contorsionisti il proprio corpo.
A partire dall’immagine delle Parche, che annodano e
snodano il filo del destino, il simbolismo del nodo compare
in molte espressioni più o meno metaforiche: bastoni o albe-
ri nodosi, snodi stradali o ferroviari, noduli al seno, mem-
bra snodate, nodi alla gola, nodi che vengono al pettine.
Alcuni nodi sono così famosi, da avere addirittura un
nome proprio. Il nodo di Gordio, ad esempio, che Alessan-
dro Magno sciolse barando e sul quale torneremo. Il nodo
di Ercole, intrecciato dai serpenti nel caduceo di Ermes. I
nodi di Salomone, che non hanno «né capo né coda». Il nodo
Savoia, che serve a rendere più robusta una cima. Il nodo
Borromeo, che il cardinale scelse a suo emblema. Il nodo
Laterza, che compare sulle copertine dei libri dell’omoni-
ma casa editrice.
124 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 125

o pan chang, che costituisce uno degli otto simboli buddhi-


sti di buon auspicio venerati dai tibetani. Il nodo zen, che
troneggia nel tempio Ryoan-ji di Kyoto.

Mercurio con caduceo


in un particolare
della Corsa del carro del Sole
di Giambattista Tiepolo, 1740,
e logo della casa editrice Laterza.

Margaritone d’Arezzo, San Francesco d’Assisi, XIII secolo, e nodo dell’eternità


su una porta del monastero buddhista di Samye in Tibet, VIII secolo.

L’arte dell’annodare
Gli artistici intrichi che si possono creare intrecciando,
annodando e inanellando delle corde generano figure che
sono state tradizionalmente usate come motivi ornamen-
tali. Le raffigurazioni di alcune pietre tombali nordiche di
6000 anni fa costituiscono i primi esempi di quella che sa-
Nodi attorno allo stemma di casa Savoia, sul pavimento a mosaico
rebbe divenuta una tipica arte celtica e irlandese. Gli yan-
della Galleria Vittorio Emanuele a Milano, 1865-77 ca. tra indiani costituiscono spesso dei nodi. E i Romani ne
hanno fatto un uso regolare in lastre, capitelli e mosaici.
Le miniature medioevali, a partire dal famoso Libro di
Altri nodi si accontentano invece di un nome comune. Kells dell’VIII secolo, abbondano di meravigliosi esempi di
Il nodo del frate, o del francescano, che si ritrova sia nella monogrammi annodati. Il testimone è poi passato alla cal-
corda del saio che nel gatto a nove code. Il nodo d’amore, ligrafia araba, che si è specializzata in stilizzazioni in forma
rappresentato dagli orafi nei gioielli. Il nodo dell’eternità,
126 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 127

di nodi dei nomi di Allah e Maometto, e di sure del Cora-


no: gli esempi più alti si trovano nell’Alhambra di Grana-
da, in Spagna, e nelle moschee di Isfahan, in Iran.
In Occidente i pittori si sono sbizzarriti ad annodare il
perizoma di Cristo in croce e la sua corona di spine. Ma
il nodo artistico più famoso è forse quello disegnato da
Leonardo, che costituiva una sorta di prova generale per
le decorazioni a fogliame intrecciato di una volta del Ca-
stello Sforzesco, e fu in seguito ripresa e variata da Dürer
nella serie dei Sei nodi.
Ai nostri giorni, il perdurare dell’interesse artistico per
gli annodamenti è testimoniato da esempi quali il nastro al
collo dell’Olympia di Manet, i Sentieri al nodo di Paul Klee,
e l’intera opera di Emilio Scanavino.
I nodi affiorano inaspettatamente anche in letteratura. Nel
Paradiso dantesco sono citati almeno tre volte: «un nodo del
qual con gran disio solver si aspetta» (VII, 53-54), «li tuoi
diti non sono a tal nodo sufficienti» (XXVIII, 58-59) e «la
forma universal di questo nodo credo ch’io vidi» (XXXIII,
91-92). L’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert dedica loro
un articolo dettagliato. In Una storia ingarbugliata di Lewis
Carroll, e nella Ruota rossa di Aleksandr Solženicyn, costi-
tuiscono rispettivamente i dieci capitoli, e i quattro monu-
mentali volumi. A volte affiorano già nel titolo, come in Nodi
di Ronald Laing, classico poetico dell’antipsichiatria, e nel
saggio Il nodo e il chiodo di Adriano Sofri, lui stesso anno-
dato quand’era in carcere.
Con un tale pedigree, non stupisce che ai nodi siano stati
dedicati interi libri. Il primo fu la Grammatica del marinaio,
un’opera del 1627 dell’esploratore John Smith, più noto
per aver intrecciato un nodo sentimentale con la princi-
pessa pellerossa Pocahontas. Il classico sull’argomento,
Il grande libro dei nodi di Clifford Ashley, risale al 1944 ed
è illustrato da ben settemila disegni. Uno dei più recenti,
Nodi di Alexei Sossinsky, tratta della loro teoria matema-
Esempi di nodi romani, celtici e arabi, rispettivamente in un mosaico tica. La quale è, ovviamente, il motivo per cui ce ne inte-
del sito archeologico di Butrinto in Albania, in una pagina del Libro di Kells, ressiamo anche noi.
e in un poema scolpito su una porta dell’Alhambra a Granada.
128 Abbasso Euclide!

La scienza dello sciogliere


In molte culture antiche, dalla Grecia alla Persia, dalla Cina
alle Americhe, i nodi sono stati impiegati in sistemi mnemo-
nici e di calcolo che si configuravano come vere e proprie
protoscritture. A parte i rosari buddhisti a 108 nodi, usati an-
cor oggi, i sistemi più noti e raffinati erano i quipu incaici: in-
siemi di cordicelle colorate e variamente annodate, che face-
vano le funzioni di veri e propri registri contabili, e venivano
gestiti da funzionari chiamati «guardiani dei nodi».

Incisione con intreccio di nodi


su disegno di Leonardo
da Vinci, 1497-1500,
e particolare dell’affresco
nella Sala delle Asse del Castello
Sforzesco a Milano, 1498 ca.

Quipu in un’incisione da Nuova cronaca e buon governo


di Felipe Guamán Poma de Ayala, 1536.

La leggenda più nota riguardante i nodi è sicuramente


quella di Gordio di Frigia, una regione dell’attuale Turchia,
dove il carro consacrato a Zeus dal re della città era stato
Edouard Manet, Olympia, particolare,
1863, e Lucas Cranach, il Vecchio, legato al suo giogo da un nodo tanto stretto e complicato,
Cristo con corona di spine, 1525. che si diceva che colui che fosse riuscito a scioglierlo avreb-
130 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 131

be dominato tutta l’Asia. Alessandro Magno vi giunse nel e non possono essere identificati, ma due nodi con in-
−334, e dopo alcuni tentativi infruttuosi lo tagliò sempli- varianti diversi sono necessariamente diversi, e devo-
cemente con la spada. Ma il problema rimase irrisolto: lo no essere distinti.
scioglimento di un nodo richiede infatti che esso sia defor- Oppure, si può considerare il complemento, o calco, del
mato senza strapparlo, ed è dunque di natura topologica. tubo annodato, interno compreso: il cosiddetto not knot,
Non è un caso che gli Studi preliminari sulla topologia «non nodo». Un lavoro del 1989 di Cameron Gordon e
di Listing, che nel 1847 introdussero appunto il nome John Luecke mostra, fin dal titolo, che I nodi sono determi-
della disciplina, fossero in buona parte dedicati ai nodi nati dai loro complementi. Più precisamente, se non si di-
matematici: cioè, alle curve chiuse e senza intersezioni nello stingue un nodo dalla sua immagine speculare, la struttu-
spazio tridimensionale, che è l’unico in cui esistono nodi ra del nodo si riflette esattamente nella struttura del suo
che non si possono sciogliere. Nello spazio bidimen- calco, e viceversa. Il che permette di applicare allo studio
sionale, infatti, le uniche curve chiuse e senza interse- dei nodi gli strumenti sviluppati per lo studio delle super-
zioni sono i cerchi, più o meno imperfetti: dunque, dal fici tridimensionali.
punto di vista topologico, c’è un unico nodo. Nello spa- Il motivo per cui si considera indirettamente la topo-
zio quadridimensionale, invece, tutti i nodi si possono logia del calco, e non direttamente quella del nodo stes-
sciogliere: dunque, per un altro motivo, c’è di nuovo so, è che quest’ultima non porta lontano. Da un punto
un unico nodo. di vista topologico, infatti, la superficie di un tubo an-
In quanto curve, i nodi non sono altro che superfi- nodato è indistinguibile da quella di un toro non anno-
ci a una sola dimensione. È dunque naturale studiar- dato, benché per ridurre un nodo a un toro sia in genere
li da un punto di vista topologico, come se fossero fat- necessario tagliarlo e reincollarlo, e non basti distorcer-
ti di spaghi di corda, o tubi di gomma, con le estremità lo e deformarlo.
incollate, e cercare di classificarli. Di trovare, cioè, un Naturalmente, stiamo parlando di nodi fatti tutti d’un
catalogo di nodi a cui ciascun altro sia riducibile, ana- pezzo, e non dei cosiddetti link, «collegamenti», che sono
logo a quello trovato da Möbius e altri per le superfi- appunto nodi intrecciati fra loro. Nel 2002 Gordon ha di-
ci a due dimensioni. Purtroppo, un tale catalogo non è mostrato che per I link e i loro complementi la corrispon-
ancora stato trovato, anche perché l’enorme varietà dei denza vale solo in una direzione: la struttura di un link
possibili annodamenti produce una profusione di nodi. determina quella del suo complemento, ma la struttura
Ma, come vedremo tra poco, sono stati introdotti mol- del complemento non determina univocamente la strut-
ti strumenti utili per la comprensione della struttura di tura del link.
un nodo, che spesso permettono almeno di distinguere
fra loro due nodi diversi.
Trifogli, quadrifogli e altri nodi fortunati
Ad esempio, ci si può ispirare alla caratteristica di Eu-
lero, e definire degli invarianti che rimangano immutati Il più semplice nodo è ovviamente il nodo nullo o bana-
quando il nodo viene sottoposto a operazioni che non le, chiamato in inglese unknot, «snodo». Non si tratta al-
ne cambiano la natura topologica: cioè quando, senza tro che del cerchio, e costituisce per i nodi l’analogo del-
romperlo, lo si allenta, lo si stringe, o si sciolgono alcu- la sfera per le superfici. Ma sono nodi banali anche quelli
ni dei suoi apparenti legami. In generale, due nodi con che si possono ridurre al cerchio mediante trasforma-
lo stesso invariante non sono necessariamente uguali, zioni topologiche, benché a prima vista possano sembra-
132 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 133

re molto più complicati: come nelle due intricate figure Subito dopo il nodo nullo troviamo quello che, non a caso,
seguenti, rispettivamente di Morwen Thistlethwaite e di viene chiamato nodo semplice o, meno pedestremente, trifoglio.
James Siena. Lo si ottiene facilmente, annodando una corda nel modo più
ovvio, e poi unendo le due estremità. E proprio per la sua
semplicità, ha ispirato gli artisti dall’antichità fino ai nostri
giorni: due delle sue recenti rappresentazioni sono Nodi di
Escher, del 1965, e Immortalità di John Robinson, del 1982.
Quest’ultima, in particolare, mostra un nodo a trifoglio
costruito con un nastro, invece che con una corda. Lo si
può ottenere direttamente, annodando il nastro e incollan-
do le sue estremità. Oppure indirettamente, tagliando a
metà una striscia di Möbius con tre mezzi giri, che ha ap-
punto un nodo a trifoglio come bordo.

Maurits Cornelis Escher, Nodi, 1965,


e John Robinson, Immortalità, 1982.

Una delle sue più antiche testimonianze è il triquetra,


«triangolo» (dal latino quetrus, «angolo»), usato dai Celti,
dai cristiani e dai neopagani, e adottato come simbolo dalle
Guide femminili irlandesi (IGG). Un’altra è il valknut, «nodo
del guerriero» (dallo scandinavo antico valr, «guerriero»,
e knut, «nodo»), che appare già nel secolo VII in una stele
James Siena, Snodo, 2005. di Tängelgarda, in Svezia, ed è tuttora adottato come sim-
bolo dalla Compagnia svedese della cellulosa (SCA) e dal-
la Federazione calcistica tedesca (DFB).
134 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 135

Come mostra l’opera di Escher, il nodo a trifoglio non


coincide con la sua immagine speculare: ce ne sono dun-
que due, uno destrorso e uno sinistrorso, che costituisco-
no versioni enantiomorfe. A distinguerle non è però il sen-
so in cui si percorre la curva: un nodo destrorso, ad esempio,
rimane destrorso sia che lo si percorra in senso orario, che
in senso antiorario.

La chiralità del nodo è invece determinata dal modo in


cui sono disposte le sue tre intersezioni: in un nodo passa-
no sotto dove nell’altro passano sopra, e viceversa. Si noti,
per inciso, che quando si percorre uno qualunque dei due
nodi, le intersezioni si alternano fra sotto e sopra: si tratta
dunque di un cosiddetto nodo alternato. Non tutti i nodi lo
sono, ma per trovarne un esempio non composto, cioè non
ottenibile mettendo insieme altri nodi più semplici, biso-
gna arrivare fino a otto intersezioni.
Il nodo a trifoglio non è composto, come non lo è nes-
sun altro nodo torico: cioè, ottenibile arrotolando una corda
attorno a un toro, e poi unendo le due estremità. Ponen-
do come riferimento sul toro le due solite curve chiuse,
che girano una attorno al buco e l’altra attorno al corpo,
e contando i numeri m ed n di volte che la corda interse-
ca l’una e l’altra curva, si ottiene una descrizione (m,n) o,
invertendo l’ordine delle cifre, (n,m) del nodo. Ad esem-
pio, il nodo a trifoglio è di tipo (2,3). Il nodo a pentafoglio,
Esempi di triquetra in una pietra runica di Funbo
nel parco dell’università di Uppsala, XI secolo, analogo al trifoglio ma con cinque intersezioni, è invece
e in un particolare della stele di Tängelgarda, in Svezia, VIII secolo. di tipo (2,5).
136 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 137

(2,3) (2,5) (2,7)

Carlo H. Séquin, Nodo torico (5,3), 2010. Nodo della nonna in una scultura di Shinkichi Tajiri, 1996.

Poiché i trifogli sono i più semplici nodi non banali, i più Il più semplice esempio di achiralità è però il nodo
semplici nodi composti si ottengono mettendone insieme a otto, o nodo di Listing, che si ottiene appunto unen-
due, tagliandoli e riunendoli. O, se si preferisce, annodan- do le due estremità di un otto, dopo averle fatte pas-
do una corda due volte consecutive nel modo più ovvio, e sare nell’anello. Esso riveste un’importanza storica per
poi unendo le due estremità. la teoria matematica dei nodi, perché a metà degli anni
Se i due trifogli di partenza sono identici, si ottiene il Settanta William Thurston dimostrò che il suo comple-
nodo della nonna, che è alternato, e di cui ci sono due ver- mento ha una struttura iperbolica: precisamente, si può
sioni chirali. Se invece i due trifogli di partenza sono spe- decomporre in due tetraedri iperbolici ideali con i verti-
culari, si ottiene un nodo a quadrifoglio, o nodo piano, non al- ci all’infinito, gli angoli tra le facce di 60 gradi, e le fac-
ternato, di cui c’è invece una sola versione achirale. ce incollate a coppie.
138 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 139

link forma il bordo di una superficie orientabile di Seifert, la cui


esistenza fu dimostrata nel 1934 da Herbert Seifert in un la-
voro Sul genere dei nodi.

Helaman Ferguson,
Complemento del nodo
a otto III, 1992.

Si scoprì così l’esistenza di una classe di nodi iperboli-


ci, di cui quello a otto costituisce l’esempio più sempli-
ce. Thurston dimostrò poi che i nodi si possono suddivi-
dere in tre classi disgiunte: i nodi torici, i nodi iperbolici Il link di Hopf si ritrova in varie forme, a volte insospet-
e i cosiddetti nodi satelliti. Poiché di quest’ultima classe tate. Ad esempio nel simbolo dell’eterosessualità, negli
fanno parte i nodi composti, insieme ad altri, abbiamo emblemi famigliari giapponesi (come quello della fami-
così dato esempi di nodi appartenenti a ciascuna delle glia Aso, con due anelli quadrati) e addirittura nei cuori
tre possibili classi. intrecciati che abbiamo visto scaturire dal taglio di una
bottiglia di Klein bucata.
Gli anelli di re Salomone
Passando dai nodi ai link, le cose naturalmente si com-
plicano. E già mettendo insieme dei semplici anelli, cioè
dei nodi banali, si possono ottenere esempi variegati e
niente affatto banali.
Il più semplice di tutti è il link di Hopf, studiato da Heinz
Hopf. Esso consiste semplicemente di due anelli intrecciati
nel modo più ovvio, che producono un link torico alternato
a due sole intersezioni, di tipo (2,2). I due anelli formano i
bordi di una striscia cilindrica. Più in generale, qualunque
140 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 141

Oppure, in una rappresentazione semplificata della


stella di David. Un doppio link di Hopf (da non confon-
dere con i più noti anelli Borromei, dei quali parleremo
fra poco) si trova poi sulla tomba di Michelangelo, in San-
ta Croce a Firenze.

Stella di David sopra un ingresso del municipio


nel quartiere ebraico Josefov a Praga, e particolare della tomba
di Michelangelo nella chiesa di Santa Croce a Firenze, 1570.

Nodi di Salomone doppio e triplo nel pavimento


Un po’ più complicato è il classico nodo di Salomone. a mosaico della basilica di Aquileia. Stemma della Vandea
Nonostante il nome, ispirato all’apparentemente inso- e simboli Adinkra scolpiti nel legno.
lubile caso portato in giudizio di fronte al re di Israele,
si tratta in realtà appunto di un link. Anch’esso consiste Naturalmente, due anelli possono essere intersecati in
di due anelli intrecciati, ma questa volta doppiamente e maniera alternata un qualunque numero pari di volte, ol-
con quattro intersezioni, invece che semplicemente e con tre alle due del link di Hopf, o alle quattro del nodo di Sa-
due. Ancora una volta si tratta di un link torico alterna- lomone. Ma nel 1934 John Whitehead, dimostrando Certi
to, di tipo (2,4), e spesso lo si rappresenta con due ovali, teoremi sulle superfici tridimensionali, ha scoperto un modo
invece che con due cerchi: ad esempio, negli antichi mo- diverso di farlo, ottenendo l’omonimo link di Whitehead.
saici romani o cristiani. Per costruirlo, basta far fare a un anello un mezzo giro,
O di nuovo con due cuori incrociati, come nel simbo- formando un otto, e poi farci passare dentro un altro anel-
lo della Vandea. Nel tradizionale simbolismo Adinkra lo. Diversamente dalle costruzioni precedenti, si ottiene
dell’Africa occidentale viene chiamato kramo-bone, e in- un link iperbolico. E il suo complemento consiste di un ot-
dica che «non si può distinguere una buona persona da taedro iperbolico ideale, coi vertici all’infinito, e gli ango-
una cattiva, perché l’ipocrisia le rende simili». li tra le facce di 90 gradi.
142 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 143

Whitehead usò il proprio link nella costruzione di un con-


troesempio a un suo tentativo di dimostrazione della con-
gettura di Poincaré. Al di fuori della matematica questo link
è stato adottato come simbolo della sessualità alternativa, in
contrapposizione al link di Hopf per l’eterosessualità.

Ma nel 1987 Michael Freedman e Richard Skora hanno


dimostrato, in un lavoro sulle Strane azioni di gruppi sulla
sfera, che le apparenze ingannano: nonostante le rappre-
sentazioni degli anelli Borromei usino spesso dei cerchi,
gli anelli non possono essere perfettamente circolari. Si
Andando oltre due anelli, il più noto link con tre è sicu- possono però usare delle ellissi, con eccentricità arbitra-
ramente costituito dagli anelli Borromei, incatenati in ma- riamente piccola: cioè, dei «quasi» cerchi. E gli ovali per-
niera tale che, spezzandone uno, gli altri due rimangono mettono di evidenziare la connessione fra gli anelli Borro-
senza legami. Ancora una volta si tratta di un link iperbo- mei e l’icosaedro.
lico, il cui complemento consiste di due ottaedri ideali, coi
vertici all’infinito, gli angoli tra le facce di 90 gradi, e le fac-
ce incollate a coppie.

Gli anelli Borromei prendono il nome dall’aristocratica


famiglia milanese dei Borromeo, che se ne fregiava nel
proprio stemma: sembra, per simboleggiare la natura in-
dissolubile dell’alleanza con gli Sforza e i Visconti. Ma era-
Gli anelli Borromei presentano interessanti analogie con no noti da molto prima: almeno dal II secolo in India, e
altri oggetti matematici: per esempio, il nodo trifoglio e il dal VII in Norvegia. In seguito sono stati usati come logo
nastro di MÖbius. dalle acciaierie tedesche Krupp e dai produttori di birra
144 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 145

statunitensi Ballantine. Più importante per noi è il fatto


che oggi gli anelli siano stati adottati come simbolo anche
dall’Unione matematica internazionale.

Puramente metaforica è invece la strombazzata appli-


Anelli Borromei in marmo
intarsiato del Tempietto
cazione che ne ha fatto nel 1973-74 il già citato Lacan, nel
del Santo Sepolcro realizzato suo seminario Le non-dupes errent, «I non-idioti errano»
da Leon Battista Alberti (una supposta arguta omofonia di Les noms du père, «I
nel XV secolo nella chiesa nomi del padre»). Egli identifica nei tre anelli Borromei il
di San Pancrazio a Firenze.
Elmetto delle acciaierie Krupp. Reale, il Simbolico e l’Immaginario. E dall’impossibilità di
Manifesto pubblicitario reciderne uno senza che gli altri due si disconnettano, de-
della birra Ballantine. duce: «Questi tre anelli, anelli di spago, sono strettamen-
E Intuizione di John Robinson,
The Field Institute, te equivalenti … L’importante è che tanto il Reale quanto
Toronto, 1997. l’Immaginario e il Simbolico possano giocare esattamen-
te la stessa funzione in rapporto agli altri due».

La forma universal credo ch’io vidi


Dopo aver esaminato qualche esempio individuale di
nodo e di link, è giunto il momento di passare a una teoria
generale. In particolare, alla definizione di qualche inva-
riante che permetta di separare gli uni dagli altri almeno
alcuni dei nodi diversi fra loro, se non proprio tutti.
Il più semplice invariante che si possa immaginare fu in-
trodotto dallo scozzese Peter Tait nel 1877, in una Nota sul-
la misura dell’annodamento. Si chiama numero di intersezioni
e indica appunto quante volte lo spago che forma il nodo
si interseca, quand’esso è deposto su un piano. Ad esem-
pio, il trifoglio ha 3 intersezioni, il nodo a otto 4, il penta-
foglio 5 e il quadrifoglio 6.
146 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 147

Naturalmente, deformazioni del nodo possono cam- dusse un invariante algebrico chiamato gruppo del nodo, che
biare tale numero, ad esempio facendogli fare giri inuti- gli permise di provare che esistono nodi diversi: ad esem-
li su se stesso. Per avere un vero invariante, si deve allora pio, quelli con gruppo commutativo, come i nodi banali,
prendere il minimo numero necessario per rappresentare e quelli con gruppo non commutativo, cioè tutti gli altri.
il nodo dato. Numero che però è difficile da calcolare in Nel 1914 Dehn estese il suo risultato, dimostrando che
pratica, perché richiede da un lato l’eliminazione di tutte i due nodi a trifoglio sono diversi: cioè, non riducibili l’uno
le intersezioni eliminabili, e dall’altro la prova che nessu- all’altro mediante trasformazioni topologiche. Naturalmen-
na di quelle rimaste è eliminabile. te, entrambi i risultati erano «ovvi» intuitivamente, ma il
Il numero di intersezioni stabilisce comunque una sud- problema era dimostrarlo per via matematica.
divisione teorica in grandi famiglie, ciascuna composta ap- Nel 1923 lo statunitense James Alexander si accorse che
punto da tutti i nodi che hanno lo stesso numero minimo si potevano usare come Invarianti topologici di nodi ed anel-
di intersezioni. I nodi a 0 intersezioni sono quelli banali, li i più semplici oggetti algebrici, e cioè i polinomi. Nel suo
riducibili a un cerchio. Di nodi a 1 o 2 intersezioni, non ce omonimo articolo del 1928, che riassumeva le sue ricerche,
ne sono. Non contando i nodi speculari, a 3 intersezioni egli mostrò come associare a un nodo un polinomio che ten-
c’è soltanto il trifoglio, e a 4 soltanto il nodo a otto. Poi le ga conto non solo delle sue semplici intersezioni, ma anche
cose si complicano: a 5 intersezioni ce ne sono due, a 6 tre, del modo in cui esse avvengono.
a 7 sette. E poco dopo esplodono: a 14 intersezioni ce ne Quando si sommano due nodi, i loro polinomi di Ale-
sono circa cinquantamila, a 15 circa duecentocinquantami- xander si moltiplicano. Poiché il polinomio assegnato al
la, e a 16 quasi un milione e mezzo. trifoglio è x2 − x + 1, e sommando due trifogli si ottiene un
quadrifoglio, il polinomio di quest’ultimo sarà

(x2 − x + 1)2 = x4 − 2x3 + 3x2 − 2x + 1.

Dal fatto che due nodi uguali devono avere polinomi


uguali, si può dedurre in particolare che il nodo a trifoglio e
il nodo a quadrifoglio sono diversi. Inoltre, poiché a ogni po-
Catalogo dei nodi fino a sette intersezioni. linomio (simmetrico) corrisponde un nodo, dal fatto che
ci sono infiniti polinomi diversi si può dedurre che ci sono
Nel 1877 Tait produsse ben sette lavori sull’argomento, infiniti nodi diversi.
fra cui quello che risolveva il problema dell’Ettuplice anno- I polinomi di Alexander semplificarono dunque sostan-
damento, e qui si fermò. Qualche anno dopo, nel 1884, ripre- zialmente lo studio dei nodi, ma non risolsero tutti i pro-
se il lavoro con l’inglese Thomas Kirkman, e insieme a lui blemi. Ad esempio, due nodi diversi possono avere lo stes-
estese il catalogo fino ai nodi con 10 intersezioni. Ma proce- so polinomio, e questo è esattamente ciò che accade per i
dere a mano, come loro facevano, non può comunque por- due trifogli speculari. In particolare, il teorema di Dehn
tare molto lontano: a un certo punto bisogna trovare inva- sulla diversità dei nodi a trifoglio non si può dimostrare
rianti più flessibili e potenti dei soli numeri di intersezioni. mediante i metodi semplificati di Alexander.
Il primo a farlo fu il tedesco Max Dehn nel 1910, in uno Le cose rimasero sostanzialmente ferme fino al 1985,
studio Sulla topologia dello spazio tridimensionale. Egli intro- quando il matematico neozelandese Vaughan Jones sco-
148 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 149

prì Un invariante polinomiale per i nodi ottenuto attraverso le Un’interessante estensione non solo dei polinomi di
algebre di von Neumann. In realtà, quelli di Jones non sono Jones, ma anche di tutti gli altri invarianti per nodi tro-
dei veri polinomi, perché gli esponenti della variabile pos- vati finora, è stata proposta nel 1990 dal russo Victor
sono anche essere negativi. Ma è proprio questa loro ca- Vassiliev, nella Coomologia degli spazi di nodi. Essa distin-
ratteristica a permetter loro di tener conto del verso in cui gue tutte le coppie di nodi che vengono distinte da al-
avvengono le intersezioni dei nodi. tri invarianti, e si congettura che possa essere il Santo
In particolare, si può ora dimostrare facilmente il teore- Graal della teoria dei nodi: cioè, quell’invariante com-
ma di Dehn, perché i polinomi di Jones dei due nodi a tri- pleto che permette appunto di distinguere tutte le cop-
foglio sono rispettivamente pie di nodi diversi.
1 1 1 .
− x4 + x3 + x e – + +
x4 x3 x Il variegato mondo dei nodi
Come mostra il titolo del suo lavoro, ai suoi polinomi Jones Le connessioni dei nodi con la fisica possono sembrare
arrivò in maniera indiretta, attraverso le algebre di von sorprendenti, o inaspettate, soltanto se si dimentica che,
Neumann, che erano state introdotte in origine per lo studio in realtà, erano state proprio queste loro possibili connes-
della meccanica quantistica. In seguito Jones scoprì un altro sioni a stimolare agli inizi lo sviluppo di una teoria mate-
ulteriore collegamento fra i suoi polinomi e la meccanica sta- matica dei nodi.
tistica. Per questi risultati, oltre che per la fecondità dimostra- Nel 1867, infatti, il famoso William Thomson, noto
ta dai suoi invarianti, Jones ottenne la medaglia Fields nel 1990. come Lord Kelvin, aveva pubblicato un lavoro Sugli
atomi a vortice, nel quale proponeva appunto di consi-
derare gli atomi come vortici annodati nell’etere, analo-
ghi alle volute del fumo nell’aria. L’idea, apparente-
mente balzana, si basava sul fatto che, mentre il fumo
tende a dissolversi rapidamente nell’atmosfera, in un
fluido perfetto come l’etere i vortici si sarebbero con-
servati indefinitamente, grazie a un teorema dimostra-
to nel 1858 da Hermann von Helmholtz, nel suo lavoro
Sugli integrali delle equazioni idrodinamiche, che esibisco-
no un moto vorticoso.
In realtà, alcuni vortici possono conservarsi abbastan-
za a lungo anche nell’atmosfera: ad esempio, quelli pro-
dotti dai fumatori in esibizione, dagli aerei a reazione,
dai vulcani in eruzione o dai tornadi in azione. Tait,
che proprio nel 1867 aveva pubblicato con Kelvin un
classico Trattato di filosofia naturale, fece esperimenti
con anelli di fumo e scoprì che questi compivano inte-
ressanti rimbalzi elastici ed esibivano variegati modi
Vaughan Jones. di vibrazione.
150 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 151

invarianti per le superfici tridimensionali. Per questi loro


risultati, anche Witten e Kontsevic hanno entrambi ottenu-
to la medaglia Fields, rispettivamente nel 1990 e nel 1998.

Da un lato, Kelvin ne fu ispirato ed elaborò la sua teoria,


che aveva il vantaggio di evitare l’intervento di forze ato-
miche: i vortici nell’etere, infatti, venivano tenuti insieme
da legami puramente topologici. Dall’altro lato, Tait trovò Maxim Kontsevic e Edward Witten.
nei propri esperimenti lo stimolo per il suo lavoro di clas-
sificazione dei nodi. Il modello di Kelvin fu però abban- Nella zona di confine tra la fisica e la chimica, una recen-
donato agli inizi del Novecento, quando i vortici nell’ete- te applicazione della teoria dei nodi è stata la scoperta, da
re vennero soppiantati dai sistemi solari in miniatura dei parte di Randy Hulet nel 2009, che tre atomi di litio pos-
modelli di Ernest Rutherford e Niels Bohr. sono trovarsi in uno stato previsto nel 1970 da Vitaly Efi-
Oggi i nodi sono tornati di attualità grazie alla teoria delle mov, che realizza degli anelli Borromei quantistici. La stessa
corde, o delle stringhe, secondo la quale le particelle elemen- configurazione è poi stata scoperta nel 2010 da Kanenobu
tari sarebbero modi di vibrazione di corde o stringhe anno- Tanaka anche all’interno di certi nuclei atomici.
date in varie maniere. Ci sono varie versioni della teoria, in Passando direttamente alla chimica, un’applicazione or-
realtà, e nella più semplice le stringhe sono aperte e unidi- mai ben sviluppata si trova nello studio delle supermole-
mensionali, come pezzetti di spago con quark attaccati alle cole, che sono superstrutture formate da molecole. Questi
estremità. Ma in altre possono essere chiuse, come i nodi di assemblaggi supermolecolari possono essere naturali, come
cui abbiamo parlato. In versioni più recenti, poi, alle strin- nel caso della struttura del DNA, o artificiali, come in mol-
ghe unidimensionali si affiancano anche membrane pluri- te recenti innovazioni nanotecnologiche.
dimensionali, aperte o chiuse. Alcune supermolecole realizzano nodi molecolari, chiama-
La formulazione matematica di tutto ciò è stata sviluppa- ti anche knotani, «nodani» (dall’inglese knot, «nodo»): tra
ta soprattutto da Edward Witten, che vi ha fatto confluire essi si trovano, ad esempio, strutture cristalline a trifoglio.
gli aspetti più vari, compresi i polinomi di Jones. Ed è pro- Altre supermolecole realizzano link molecolari, unendo dei
prio partendo dalla teoria delle stringhe, che Maxim Kont- macrocicli di molecole in varie conformazioni. Si possono
sevic ha potuto generalizzare i polinomi di Jones e ottenere in tal modo ottenere dei link di Hopf molecolari, e più in ge-
152 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 153

nerale dei segmenti di catene chiamati appropriatamente Ma questi annodamenti artificiali non sorprendono,
catenani. Oppure, si possono ottenere degli anelli Borromei in linea di principio, perché già in natura il DNA consi-
molecolari o dei nodi di Salomone molecolari, sintetizzati da ste di un lungo doppio filamento di nucleotidi ripiegato
Fraser Stoddart nel 2004 e nel 2006. su se stesso: nel caso dell’uomo, una catena di circa un
metro di lunghezza, che risiede nel nucleo di una cellu-
la del diametro di 5 milionesimi di metro. Più o meno,
come se un filo di 200 chilometri fosse ripiegato in un
pallone da calcio.
In generale il doppio filamento del DNA è aperto, come
un laccio da scarpe. Ma nei plasmidi è chiuso su se stesso,
come un vero e proprio nodo. E a volte i plasmidi sono ina-
nellati, come in un vero e proprio link. In ognuna di queste
forme il DNA può risultare estremamente ripiegato, in quel-
lo che viene chiamato supercoiling, «superavvolgimento».

Link di Hopf, nodo di Salomone e anelli Borromei molecolari.

Passando al campo della biochimica, già nel 1997 Nadrian


Seeman aveva ottenuto anelli Borromei con molecole di
DNA. E, più in generale, aveva sviluppato le tecniche di
una nanotecnologia del DNA, che gli aveva permesso di
sintetizzare, non solo nodi e link arbitrari, ma anche po-
liedri e altre strutture topologiche. Quando il DNA si replica, le due catene di cui è compo-
sto si separano. Il problema è come questo possa avvenire
in maniera efficiente, visto che già l’analoga separazione
dei fili che compongono una corda produce complicati
annodamenti. La risposta è che la separazione avviene
grazie all’azione di enzimi appropriatamente chiama-
ti topoisomerasi, «catalizzatori dell’isomeria topologica»,
che hanno appunto la funzione di modificare la struttu-
ra topologica del DNA mediante tagli, spostamenti, tor-
sioni e ricuciture di una delle catene della doppia elica,
o di entrambe.
154 Abbasso Euclide! Il nodo è sciolto 155

Tutti questi processi di annodamento e scioglimento del Non a caso, la struttura terziaria di una proteina si chiama
DNA non erano affrontabili matematicamente mediante i po- fold, «ripiegamento». E la teoria fisico-chimica che descri-
linomi di Alexander. Ma lo sono diventati grazie ai polinomi ve il processo di ripiegamento si può vedere come un cor-
di Jones, che hanno così trovato un’ulteriore e inaspettata ap- rispettivo naturale della teoria matematica dei nodi. In par-
plicazione, in aggiunta alle varie che abbiamo già incontrato. ticolare, il ripiegamento a nodo a trifoglio è stato localizzato
Oltre che nel DNA, una gran profusione di nodi naturali in proteine come la lattoferrina, presente nel latte, nelle la-
si trova nelle proteine, che esibiscono una triplice struttura. crime e nella saliva.
Gli aminoacidi sono disposti in una sequenza che costituisce
una struttura primaria unidimensionale, simile a una cur-
va nello spazio. Questa si organizza spontaneamente in strut-
ture secondarie bidimensionali, come le alpha eliche o i beta
foglietti, simili a nastri nello spazio. E questi si organizzano
spontaneamente in strutture terziarie tridimensionali, che
determinano la forma delle proteine, simili a grovigli di na-
stri. Un’ulteriore struttura quaternaria si manifesta poi ne-
gli assemblaggi di proteine, simili a pacchetti di grovigli.

Oltre alla biochimica, anche la biologia rivela interessan-


ti connessioni con i nodi. Anzitutto, a livello microscopico,
negli ultimi dieci anni il solito nodo a trifoglio è stato ritro-
vato in tutti e tre i domini tassonomici degli organismi cel-
lulari: nei batteri come il Thermus thermophilus e l’Haemo-
philus influenzae, negli archaea e negli eucarioti.
A livello macroscopico, poi, esiste addirittura un inte-
ro phylum di parassiti, di sezione ristretta a un paio di mil-
limetri, ma di lunghezza variabile da mezzo metro fino a
oltre un metro, appropriatamente chiamati vermi gordiani
o nematomorfi, «filiformi» (da nema, «filo», e morphé, «for-
ma»). A vederli, sembrano rappresentazioni di nodi. E
spesso la loro conformazione stretta e lunga, e gli ambien-
I 2600 atomi della proteina mioglobina del capodoglio, la cui struttura
valse a John Kendrew il premio Nobel per la medicina nel 1962, ti umidi nei quali vivono, fanno sì che col movimento lo
in un disegno di Irving Geis pubblicato su «Scientific American» nel 1961. diventino per davvero.
156 Abbasso Euclide!

Tutti questi esempi dimostrano che la teoria matemati-


ca dei nodi è oggi diventata uno degli strumenti essenziali
per lo scienziato, dal fisico delle particelle al biologo mo-
lecolare. E conoscerne almeno i rudimenti è ormai un im-
perativo categorico per coloro che si interessano di scien-
za, nel tentativo di sapere come vanno il mondo e la vita.
VI
A propria immagine e somiglianza
Da Bolzano a Peano

Il Novecento è stato il secolo dell’astrazione, nella matema-


tica e nell’arte. Ma in entrambi i campi l’astrazione com-
porta dei rischi, e oltre un certo limite può condurre alla
dissoluzione totale del contenuto, e alla perdita comple-
ta del significato.
Di recente la matematica ha sviluppato una teoria del-
la complessità, che ha potuto render conto parzialmente di
questa tendenza. Dal punto di vista astratto, infatti, la dif-
ferenza fra i fenomeni casuali e quelli che non lo sono si
riduce al fatto che i primi non possono essere descritti in
maniera semplice e sintetica, e i secondi sì.
Paradossalmente, dunque, più un’opera è complessa,
più tende ad avvicinarsi alla casualità e a confondersi con
essa. È il caso del free jazz in musica, o dell’espressionismo
astratto in pittura, consistenti entrambi di strutture singo-
larmente irrepetibili, e collettivamente indistinguibili, che
possono soltanto essere esibite, ma non descritte.
Un esempio tipico è Luce bianca di Jackson Pollock, del
1954, che compare appunto sulla copertina del disco Free
Jazz di Ornette Coleman, del 1961, da cui questo genere di
musica prese il nome. Il dipinto contiene semplicemente
un intrico di colori ottenuti facendo sgocciolare i pennelli
sulla tela, così come il disco registra le libere improvvisa-
zioni di un doppio quartetto di musicisti.
Luce bianca fu dipinta due anni prima che Pollock mo-
risse, schiantandosi ubriaco contro un albero. E il titolo sta
158 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 159

ad indicare che, come i colori si mescolano e perdono la lato. E un cubo, di otto cubetti di metà lato. E la progres-
loro identità nell’amalgama della luce bianca, così le pen- sione da 2 a 4 a 8 riflette, ovviamente, il fatto che si sale in
nellate di questo punto d’arrivo dell’arte si riducono a un dimensioni da 1 a 2 a 3.
puro raggio abbagliante, quando non semplicemente a un
abbaglio raggiante.
Ma la matematica moderna ha imparato a mettere par-
zialmente ordine anche nel caos e nel caso, grazie alla teoria
dei frattali: cioè, delle figure autosimili, in cui una o più
parti hanno la stessa struttura del tutto. Una proprietà,
questa, ben illustrata dalla copertina di Free jazz, che
dall’esterno lasciava intravedere attraverso un buco un ri-
quadro dell’opera di Pollock, praticamente indistinguibi-
le dall’intera tela mostrata all’interno.
Questo tipo di autosomiglianza è banale, ma già i Ba-
bilonesi e i Greci avevano saputo andare molto oltre. Il
più antico esempio di autosomiglianza non banale che
ci sia arrivato sta nella famosa tavoletta cuneiforme di
Tell Harmal, risalente a circa il -2000: il triangolo rettan-
golo viene diviso in due triangolini rettangoli, simili fra
loro e a quello di partenza, dall’altezza relativa all’ipo-
tenusa. Ciascuno di questi triangolini viene poi analo-
gamente diviso dalla propria altezza, in un processo che
può continuare indefinitamente. E i cateti e le altezze di
Jackson Pollock, questi triangoli costituiscono, a loro volta, una spezza-
Luce bianca,
1954, ta autosimile infinita.
e copertina del disco
Free Jazz:
A Collective
Improvisation
di Ornette Coleman,
1961.

L’albero di Pitagora
Volendo trovare curve, figure o solidi autosimili, non
c’è bisogno di guardare lontano, perché un segmento, un
quadrato e un cubo forniscono subito degli esempi imme-
diati. Un segmento è infatti costituito da due segmentini di
Tavoletta di Tell Harmal.
metà lunghezza. Un quadrato, di quattro quadratini di metà
160 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 161

L’osservazione babilonese permette una dimostrazione, A proposito del teorema di Pitagora, il caso particolare
adottata nella Proposizione VI.8 degli Elementi di Euclide, del triangolo rettangolo isoscele, discusso nel Menone di
del teorema di Pitagora. E anche quest’ultimo produce Platone, dimostra che il quadrato contiene una parte simile
una figura autosimile, non appena si noti che ciascuno dei all’intero: un quadratino inscritto, che ha come diagonali i
due quadrati costruiti sui cateti si può considerare come il lati del quadrato di partenza. A sua volta, l’infinita succes-
quadrato costruito sull’ipotenusa di un triangolino rettan- sione telescopica dei quadrati autosimili dimostra l’irra-
golo simile a quello di partenza. Su ciascuno dei suoi cate- zionalità delle loro proporzioni. Cioè, in termini geome-
ti si possono poi costruire altri due quadratini, e così via. trici, della diagonale e del lato del quadrato. E, in termini
Il risultato è il cosiddetto albero di Pitagora, definito solo aritmetici, della radice di 2.
nel 1942 da Albert Bosman, benché fosse in realtà già alla
portata dei Greci. A ogni passo della costruzione, i quadra-
ti aggiunti sono equivalenti a quello di partenza, e l’area
totale sembrerebbe dunque essere infinita. Ma poiché dopo
un po’ i quadrati cominciano a sovrapporsi, in realtà l’al-
bero rimane all’interno di un’area finita.

Ricadiamo in una spirale greca


Una curva autosimile che i Greci non mancarono è la
spirale aurea, attorno al cui polo si può zoomare per ritro-
vare una curva sempre uguale a se stessa, come d’altron-
de succede in tutte le spirali logaritmiche.

Lucio Saffaro, L’esagono transfinito, 1988.


162 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 163

Non a caso, Jakob Bernoulli aveva coniato per loro il Analoghe alle successioni telescopiche bidimensiona-
motto eadem mutata resurgo, «mutata risorgo immutata», li di quadrati o di pentagoni, sono le successioni telesco-
che fu inciso nel 1705 sulla sua tomba, insieme a una spi- piche tridimensionali di solidi regolari duali. Per il te-
rale: sfortunatamente, del tipo sbagliato! Cioè, aritmetico, traedro, che è autoduale, si ottiene una successione di
invece che logaritmico. soli tetraedri, come nel caso dei quadrati. Per il cubo e
l’ottaedro, che sono duali uno dell’altro, si ottiene inve-
ce una loro successione alternata, come nel caso del pen-
tagono e della stella pitagorica. E lo stesso avviene per il
dodecaedro e l’icosaedro.

Spirale incisa sulla tomba di Jakob Bernoulli


nella cattedrale di Basilea, 1705.
A proposito dei solidi regolari, la dimostrazione della
Proposizione XII.5 degli Elementi mostra che un tetraedro
La spirale aurea è legata al rettangolo aureo, che contiene qualunque si può scomporre in due tetraedrini simili e
anch’esso una parte simile all’intero: un rettangolino in- due prismi triangolari, aventi i vertici nei punti medi dei
scritto, ottenuto sottraendo dal rettangolo aureo il quadra- lati. L’area dei prismi è facile da calcolare, e i due tetraedri-
to costruito sul lato minore. La stessa cosa succede per il ni si possono a loro volta scomporre nella stessa maniera,
pentagono regolare, con il pentagonino che sta al centro del- all’infinito. Euclide riuscì in tal modo a dimostrare che il
la stella pitagorica: cioè, della figura formata dalle diago- volume del tetraedro è pari a 1/3 del prodotto della base
nali del pentagono. In entrambi i casi, l’infinita successione per l’altezza.
telescopica delle figure autosimili dimostra l’irrazionalità
delle loro proporzioni: cioè, della sezione aurea.

= +
164 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 165

Per inciso, la dimostrazione di Euclide è la prima testi- to in una sua lettera dell’11 marzo 1706 all’amico gesuita
monianza storica di un uso positivo dei metodi del calco- Bartolomeo Des Bosses:
lo infinitesimale. Il volume dei prismi è infatti pari a 1/4 Immagina un cerchio. Disegna in esso tre cerchi uguali,
del prodotto della base per l’altezza. E le scomposizioni i più grandi possibili. Dentro ciascuno di essi disegna di
successive producono una progressione geometrica di ra- nuovo tre cerchi uguali, i più grandi possibili. E immagina
gione 1/4, la cui somma è pari a 4/3. Torneremo nell’ulti- di procedere in questo modo all’infinito…
mo capitolo (a pagina 290) sul problema se tali metodi in-
finitesimali siano necessari per il calcolo del volume del
tetraedro. Per ora, ci limitiamo a notare che la dimostra- Natura frattale della Natura, e dell’arte
zione di Euclide si basa sulla proprietà di autosomiglian-
za del tetraedro con due sue parti proprie. Salvador Dalí sembra aver eseguito liberamente le istru-
Oltre che con i poligoni e i poliedri, infine, i Greci gioca- zioni di Leibniz, ovviamente alla propria maniera, nel di-
rono anche con i cerchi e con le sfere. Ad esempio, nel suo pinto Il volto della guerra, del 1941.
perduto trattato Sulle tangenti Apollonio scoprì che, dati tre
cerchi mutuamente tangenti, ne esistono altri due tangen-
ti a essi, uno esterno e uno interno. E la stessa cosa vale se,
al posto dei tre cerchi, ci sono quattro sfere. Il risultato fu
poi riscoperto in Europa da Cartesio nel 1643, e in Giap-
pone in un sangaku del 1788.
Si può dunque ottenere un filtro di Apollonio partendo
da un cerchio, inscrivendogli tre cerchi tangenti fra loro e
a esso, e continuando a inscrivere cerchi tangenti in ma-
niera sistematica. E se ne ottiene uno duale partendo da
tre archi di cerchio tangenti fra loro, inscrivendo un cer-
chio tangente a essi, e continuando a inscrivere cerchi tan-
genti in maniera sistematica. Con un procedimento analo-
go, partendo dalle sfere, si ottiene una spugna di Apollonio.

Salvador Dalí, Il volto della guerra, 1941.

In tutt’altra maniera, la rappresentazione di figure con-


tenenti parti autosimili sempre più piccole è stata una del-
A volte il filtro di Apollonio si chiama anche impaccamen- le specialità di Escher. Oltre ai modelli della geometria iper-
to di Leibniz, perché qualcosa di analogo si trova descrit- bolica, in particolare i quattro Limiti del cerchio, del 1958-60,
166 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 167

due degli esempi più significativi sono Sempre più piccolo, nuovo nel 1912 a Edmund Husserl, nel primo volume del-
del 1956, e Limite del quadrato, del 1964. le Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenome-
nologica, dopo aver visto a Dresda uno dei quadri seicen-
teschi di David Teniers, che riproducono la galleria di
dipinti dell’arciduca Leopoldo.

Maurits Cornelis Escher, Sempre più piccolo, 1956,


e Limite del quadrato, 1964.

Un tentativo più radicale, ma meno riuscito, Escher lo


fece nel 1956 in Galleria di stampe, cercando di realizzare un
quadro che rappresenta una scena di cui esso stesso fa par-
te. L’idea era già venuta verso il 1320 a Giotto, nel retro del
Maurits Cornelis Escher, Galleria di stampe, 1956
Polittico Stefaneschi, in cui si vede il committente che offre e David Teniers il Giovane, L’arciduca Leopold Wilhelm
a san Pietro un modellino del polittico stesso. E venne di nella sua galleria a Bruxelles, 1651 ca.
168 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 169

Oggi si parla al proposito di effetto Droste, perché a parti- nesha il Mahabharata, una storia che narra di un re che in-
re dal 1904 l’omonima produttrice olandese di cacao adottò contra il poeta Vyasa e si fa raccontare il Mahabharata. Nel
sulle sue scatole l’immagine di un’infermiera, che teneva su Sogno della camera rossa di Cao Xueqin, il protagonista pre-
un vassoio una copia della scatola stessa. Un trucco simile è vede in sogno gli avvenimenti del romanzo. Nell’Amleto
stato usato, a partire dal 1921, dall’industria casearia france- di Shakespeare, si mette in scena una tragedia che è pres-
se La vache qui rit per il proprio logo, in cui una mucca che sappoco la stessa dell’Amleto. E così via.
ride ha due orecchini che ripetono il logo stesso. Nella se- Anche nell’arte, la storia del fenomeno dell’autosomi-
conda immagine le raffigurazioni della mucca si biforcano glianza risale molto indietro nel tempo. Le testimonianze
in maniera esponenziale, mentre nella prima quelle dell’in- più antiche si trovano nei capitelli egizi, che spesso rappre-
fermiera si limitano a ripetersi in maniera telescopica e con- sentavano il fior di loto o il papiro, rispettivamente simbo-
vergono in un punto, come nel caso del rettangolo aureo. li dell’Alto e del Basso Egitto, a volte in successione tele-
scopica. Nel caso del loto, il suo sbocciare simboleggiava
la nascita, e la sua successione il ciclo delle nascite.

Capitelli del tempio di Sobek e Haroeri a Kom-Ombo


Effetti di questo genere sono più facili da descrivere, che e particolare di un capitello del tempio di Khnum a Esna, in Egitto.
da realizzare. Non a caso, la letteratura abbonda di ope-
re che contengono una parte che dovrebbe coincidere con Più in generale, strutture autosimili o telescopiche, a vari
l’opera stessa. Nell’Iliade di Omero, Elena ricama una ve- livelli, sono state usate sistematicamente nell’architettura re-
ste di porpora che raffigura i passi salienti del poema. Al ligiosa e imperiale, sia orientale che occidentale. Se ne trova-
termine del Ramayana di Valmiki, i figli di Rama sono na- no esempi nelle piante delle città, come a Logone-Birni nel
scosti in una selva, dove un asceta insegna loro a leggere Camerun. Nei recinti dei complessi, come ad Angkor Wat in
su un libro che è, appunto, il Ramayana. Nel Mahabharata di Cambogia. Nei tetti degli edifici, come alla Città Proibita di
Vyasa, il narratore incontra un amico e gli racconta il Ma- Pechino. Nelle torri dei templi, come al Kandariya Mahadeva
habharata, che narra del poeta Vyasa che detta al dio Ga- di Khajurao. Nelle cupole delle chiese, come nella cattedra-
170 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 171

le dell’Annunciazione del Cremlino a Mosca. Nelle decora-


zioni dei soffitti, come all’Alhambra di Granada. E nei rosoni
delle finestre, come nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi.
Dal canto loro, gli artisti sono stati condotti a rappre-
sentazioni di natura frattale ogni volta che hanno cercato
di disegnare o dipingere fenomeni di turbolenza, atmo-
sferica o acquatica. Per limitarsi al giapponese Katsushika
Hokusai, basterà ricordare, oltre alla celeberrima Grande
onda presso la costa di Kanagawa (1830-32), le due serie Mil-
le immagini del mare (1833-34) e Viaggio tra le cascate giappo-
nesi (1834-35). Di quest’ultima, sono memorabili dal pun-
to di vista frattale le cascate di Amida, Kirifuri e Yoshino.

Katsushika Hokusai, La grande onda presso la costa di Kanagawa, 1830-32,


e La cascata dove Yoshitsune lavò il suo cavallo, 1834-35.

Oggi le strutture autosimili si possono realizzare e vi-


sualizzare facilmente al computer, mediante i processi itera-
tivi tipici dei frattali. Questi sono usati comunemente nella
grafica computerizzata, per riprodurre gli oggetti naturali
che ne esibiscono le caratteristiche: dalle nuvole alle sca-
Pianta della città di Logone-Birni nel riche elettriche, dai broccoli ai cavolfiori, dai rami di pino
Camerun; tetti della Città Proibita di alle foglie di felce, dalle scaglie dei pesci alle squame dei
Pechino; torri del Kandariya Mahadeva
di Khajurao; e cupole della cattedrale serpenti, dalle contorsioni dell’intestino alle cavità dei pol-
dell’Annunciazione a Mosca. moni, dalle fibre nervose alle circonvoluzioni del cervello.
172 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 173

Quanto il computer fosse in grado di simulare artificial-


mente il naturale, apparve chiaro fin dal primo corso sui
frattali, tenuto a Yale nella primavera del 1993. Posti di fron-
te a immagini estremamente realistiche di Ken Musgrave,
gli studenti discussero vivacemente se e quali fossero foto-
grafie, increduli che si trattasse solo di realizzazioni artifi-
ciali. In seguito vari artisti si sono specializzati nella creazione
di paesaggi matematici: Anne Burns, ad esempio, che li
chiama appropriatamente Mathscapes, «Matesaggi».

Anne Burns, Vermont Mountains, 2003, e Summertime, 2007.


174 Abbasso Euclide!

La prima esposizione di questo genere di applicazioni Curve pericolose


era stato il manifesto di Benoît Mandelbrot La geometria
Dopo le anticipazioni greche, i frattali non avevano do-
frattale della Natura, uscito in francese nel 1977, e in ingle-
vuto attendere l’avvento dei computer e di Mandelbrot,
se nel 1982. Il retro di copertina riportava una Pianetizza-
per fare la loro apparizione in matematica. Il primo degli
zione frattale di Richard Voss, sorprendente per quei tem-
esempi moderni di autosomiglianza lo trovò Bernhard
pi. E poiché questa e altre immagini esibivano un’evidente
Bolzano nel 1834, in un manoscritto sulla Teoria delle fun-
connessione con l’arte, nelle sue note iniziali Mandelbrot
zioni. Si tratta di una funzione continua in ogni punto, ma
si premurò di dichiarare: «competere con gli artisti non è
mai derivabile: cioè, sostanzialmente, di una curva «pato-
per niente uno scopo del libro». E di aggiungere: «non lo è
logica» che si può percorrere muovendosi in ciascun pun-
neppure mostrare belle immagini, che sono uno strumen-
to senza salti (essendo continua), ma sempre e solo a strat-
to essenziale, ma solo uno strumento».
toni (non essendo derivabile).

Richard Voss, Pianetizzazione frattale, 1977. Ritratto di Bernhard Bolzano, 1836 ca.

Queste non richieste scusanti erano ovviamente detta- L’idea della costruzione consiste nel prendere un seg-
te dalla preoccupazione che i manifesti aspetti artistici dei mento inclinato, ad esempio la bisettrice di un quadra-
frattali potessero distrarre dai loro nascosti contenuti ma- to. Nel sostituirla con una spezzata, disposta simmetri-
tematici. Puntualmente, l’estetica dei frattali catturò subi- camente sul segmento. Nel riprodurre il procedimento
to l’attenzione dei curiosi e dei media. E presto ispirò una su ciascuno dei lati della spezzata, ottenendo una nuova
nuova forma d’arte, due dei primi esempi della quale sono spezzata. E così via, all’infinito. A ogni passo si determi-
stati il Caos frattale di Carlos Ginzburg, del 1986, e la Ra- na un numero finito di punti della curva, che non sono
gnatela frattale di Edward Berko, del 1991. altro che gli angoli della spezzata ottenuta fino a quel
momento. Ed è proprio la natura «angolosa» di ciascun
176 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 177

punto, a impedire che in esso ci sia una tangente, e dun- Equivalentemente, la curva di Koch si può vedere come
que una derivata. il bordo della figura ottenuta partendo da un triangolo
equilatero, e aggiungendone uno simmetrico che formi
con esso una stella di David. E poi ripetendo il processo
sui triangolini esterni, all’infinito.

L’esempio di Bolzano rimase inedito per quasi un seco-


lo, fino al 1922. Il primo a divulgarne uno analogo fu Karl
Weierstrass, in un lavoro Sulle funzioni continue di variabi-
le reale che non hanno derivata in nessun punto, presentato
all’Accademia prussiana delle scienze di Berlino nel 1872. In realtà, già nel 1641 Evangelista Torricelli aveva trovato
Ma l’esempio più noto è quello pubblicato nel 1904 da un esempio di figura con bordo illimitato, ma con contenuto
Helge von Koch, in un lavoro Su una curva continua senza finito. In un lavoro Sul solido iperbolico acuto, aveva infatti no-
tangenti, ottenuta con una costruzione geometrica elementare. tato che l’area definita (ad esempio, tra 1 e infinito) dall’iper-
La costruzione, effettivamente elementare, consiste nel bole 1/x è infinita, ma quella definita dalla superiperbole
considerare i lati di un triangolo equilatero, dividerne 1/x2, no. Analogamente, la somma degli inversi dei nume-
ciascuno in tre parti uguali, immaginare il terzo centrale di ri interi è infinita, ma quella degli inversi dei quadrati no.
ogni lato come la base di un nuovo triangolo equilatero, e Torricelli immaginò poi di far ruotare l’iperbole attorno al
ripetere il processo all’infinito. Il risultato finale è una figura suo asintoto, ottenendo un solido di rotazione che, per la sua
a forma di fiocco di neve, che ha bordo infinito, ma area finita. forma, è stato chiamato tromba di Gabriele. E dedusse che la su-
Più precisamente, il bordo è infinito perché, a ogni passo, perficie del solido è infinita, essendo la somma delle circonfe-
la sua lunghezza si moltiplica per 4/3. E l’area è finita per- renze (2π/x) delle sezioni circolari. Ma il volume è finito, es-
ché, a ogni passo, a ciascun triangolo si aggiungono tre trian- sendo la somma delle aree (π/x2) delle sezioni circolari.
golini, di area totale pari a 1/3 di esso: facendo i calcoli, si
ottiene un’area totale pari a 8/5 del triangolo di partenza.

Bonaventura Cavalieri descrisse questa dimostrazione,


che usava al meglio il suo «metodo degli indivisibili», come
«veramente divina». Ma Torricelli presentò il risultato come
178 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 179

paradossale: pensando infatti il solido come un recipien- Per ottenerlo, si prende un segmento, lo si divide in tre
te, per riempirne l’interno basta una quantità finita di ver- parti uguali, e si cancella quella centrale. Poi si ripete il pro-
nice, ma per pitturarne l’esterno ce ne vuole una infinita! cedimento su ciascuno dei due segmentini rimasti, e così
Il filosofo Thomas Hobbes reagì alla scoperta della tromba via. In tal modo si polverizza il segmento iniziale, ma alla
di Gabriele dicendo che «per poterla capire sensatamente, fine rimane comunque una quantità di punti pari a quella
un uomo non dev’essere un geometra o un logico, ma un dei numeri reali stessi.
matto». La stessa cosa avrebbe pensato del fiocco di neve, Ogni punto rimasto, infatti, corrisponde univocamente
che ne è in un certo senso complementare. Nel caso di Tor- a un numero reale fra 0 e 1: quello le cui cifre dello svilup-
ricelli, infatti, essendo la figura illimitata, era paradossa- po binario indicano, a ogni stadio della costruzione, se il
le non il bordo infinito, bensì il contenuto finito. Nel caso punto sta nella parte a sinistra o a destra di quella cancel-
di Koch, invece, essendo la figura limitata, è paradossale lata in quello stadio.
non il contenuto finito, bensì il bordo infinito.
0 1

00 01 10 11
Uno a te, uno a me, uno a nessuno
Una versione quasi smaterializzata del procedimento del
«terzo escluso» usato da Koch era stata anticipata nel 1875
da Henry Smith, in un lavoro Sull’integrazione delle funzioni
discontinue. Essa fu ritrovata nel 1880 da Paul du Bois-Rey-
mond, nella Dimostrazione del teorema fondamentale del cal- Il procedimento ha comunque origini antiche. Il primo
colo integrale. E nel 1881 da Vito Volterra, in Alcune osserva- esempio noto si trova in alcuni capitelli egizi, e forse sono
zioni sulle funzioni punteggiate discontinue. stati proprio loro a ispirare Cantor. Suo cugino Moritz era
Oggi si parla però di insieme di Cantor, perché l’esempio infatti un egittologo, e potrebbe avergli mostrato un dise-
fu anche pubblicato nel 1883 da Georg Cantor, uno dei più gno che ne raffigura uno dell’isola fluviale di Philae, trat-
originali e influenti matematici dell’Ottocento, in un lavo- to dalla Descrizione dell’Egitto effettuata durante la spedi-
ro Sugli insiemi infiniti e lineari di punti. zione di Napoleone del 1798.

Georg Cantor. Disegno dalla Descrizione dell’Egitto, 1809-29.


180 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 181

Ma l’insieme di Cantor si trova anche in Natura. Un Il risultato è una paradossale curva continua, che si man-
esempio spettacolare è la ricca struttura degli anelli di Sa- tiene in piano in tutti gli intervallini centrali che vengo-
turno, scoperta dalla sonda Voyager I, che consiste di mi- no eliminati dall’insieme di Cantor. E negli infiniti punti
gliaia di anelli separati da zone vuote di varia grandezza. isolati che rimangono, si limita a cambiare inclinazione.
Nel 1981 Joseph Avron e Barry Simon hanno studiato È dunque una curva che sale, pur non avendo gradini o pen-
L’equazione quasi periodica di Hill e gli anelli di Saturno, e mo- denze: su di essa si sta quasi sempre in piano, e solo in certi
strato che questi ultimi sono appunto disposti come i pun- istanti si subisce uno strattone verso l’alto, ma senza salti.
ti di un insieme di Cantor. Poiché la scala del diavolo non è mai in pendenza, deve
avere una lunghezza doppia del segmento da cui si parte, pari
alla somma della distanza orizzontale e dell’altezza verti-
cale tra i suoi estremi. Quanto all’area da essa definita, è
semplicemente metà del quadrato di partenza, per simmetria.
Un’applicazione tridimensionale dell’insieme di Can-
tor è stata invece proposta nel 1921 da Louis Antoine, in
un lavoro Sull’omeomorfismo di due figure e dei loro dintor-
ni. Si tratta della collana di Antoine, che ispirò poi ad Ale-
xander la sua sfera cornuta. La si ottiene partendo da un
toro, sostituendolo con una collana di torelli, sostituendo
poi ciascun torello con una collana di torellini, e così via.

Un’applicazione bidimensionale dell’insieme di Can-


tor fu proposta nel 1884 da Ludwig Scheeffer, che morì
l’anno dopo a soli ventisei anni, in un lavoro Sulla teoria
Non gettiamo le spugne
delle funzioni di una variabile reale. Si tratta della cosiddet-
ta scala del diavolo, che si costruisce procedendo come nel- Una volta capito il trucco, di variazioni dell’insieme di
la definizione dell’insieme di Cantor, e assegnando ogni Cantor se ne possono ottenere quante se ne vogliono. Ad
volta al terzo centrale un valore costante, a metà di quel- esempio, giocando lo stesso gioco in due o tre dimensioni,
lo degli estremi. si solleva la cosiddetta polvere di Cantor.
182 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 183

Invece che per sottrazioni successive di triangolini da un


triangolo equilatero, il filtro di Sierpi–ski si può anche de-
finire per addizioni successive di meandri della cosiddetta
curva a punta di freccia. Il procedimento consiste nel partire
da un segmento, considerarlo come la base di un triango-
lo equilatero, e sostituirlo con una spezzata corrisponden-
te al percorso che sale per metà di un lato, attraversa oriz-
zontalmente il triangolo, e scende per metà dell’altro lato.
Partendo invece da un triangolo, dividendolo in quattro I passi intermedi dei due procedimenti sono ovviamente
triangolini simili, ed eliminando quello centrale, si ottiene molto diversi, ma il risultato finale è lo stesso.
il triangolo o filtro di Sierpi–ski, definito da Waclaw Sierpi–ski
nel 1915, in un articolo Su una curva ogni punto della quale è
un punto di ramificazione. Questa volta il risultato è una cur-
va chiusa infinita che non racchiude nessuna area. O, se si pre-
ferisce, una figura con bordo infinito, ma area nulla: dunque,
ancora più «patologica» del fiocco di neve di Koch.

Foto di Waclaw Sierpi–ski ed elaborazione frattale


Lucio Saffaro, La piramide transfinita, 1964. della stessa con la sua curva.
184 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 185

In realtà, il triangolo di Sierpi–ki si ritrova addirittura E fuori Roma, nelle cattedrali di Anagni, Civita Castel-
in Natura, nelle conchiglie del mollusco gasteropode lana, Salerno e Ravello: quest’ultima, visitata da Escher ne-
Cymbiola innexa. gli anni Venti e Trenta, gli ispirò lo Studio dei disegni delle
piastrelle di Ravello.

Nell’arte, in Occidente, il triangolo appare fin dal Me-


dioevo, ed è stato usato sistematicamente dai marmo-
rari della famiglia dei Cosmati, che hanno dato il nome
allo «stile cosmatesco». A Roma se ne trovano vari esem-
pi nei pavimenti e nelle decorazioni di Santa Maria di
Cosmedin, di San Giovanni in Laterano e della Cappel-
la Sistina.

Particolare dei mosaici del pulpito nel duomo di Ravello


realizzati da Nicola di Bartolomeo da Foggia, 1272,
e particolare degli studi di Maurits Cornelis Escher a esso ispirati, 1923.

In India, invece, un’antica prefigurazione del triangolo


di Sierpi–ski si trova nel Mangal Yantra, «Yantra di Mar-
te», un oggetto votivo triangolare formato da 21 triangoli-
ni. E una vera e propria anticipazione nello Chandah Sutra,
«Regole dei Metri Poetici»: un manuale di prosodia san-
Pavimentazioni con triangoli di Sierpi–ski scrita di Pingala, che risale ad alcuni secoli prima della no-
nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Roma. stra era e contiene la prima testimonianza storica del co-
186 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 187

siddetto triangolo di Pascal, ciascuna riga del quale consiste suoi vertici. Un procedimento analogo produce i cosiddet-
delle somme delle coppie di numeri della riga precedente. ti pentagoni ed esagoni di Sierpi–ski, che hanno come bordi
Il triangolo di Sierpi–ski si ottiene colorando i numeri variazioni della curva di Koch.
dispari in quello di Pascal, che Pingala chiamava Meru Pra-
stara, «Espansione del Meru»: la mitica montagna d’oro e
gioielli, rappresentata nel tempio di Khajurao illustrato a
p. 170. Il riferimento metaforico è al fatto che la versione
numerica della montagna si espande, per somme succes-
sive. E la suddivisione fra numeri pari e dispari corrispon-
de, nella prosodia, a quella fra sillabe corte e lunghe.

Ovviamente il gioco non riesce con i quadrati, perché


quattro quadratini dimezzati, posti nei vertici, lo riem-
piono completamente. Per lo stesso motivo, non si posso-
no sostituire quattro triangolini dimezzati in un triangolo.
Ma si possono invece sostituire sei pentagonini in un pen-
tagono, e sette esagonini in un esagono, ottenendo i cosid-
1
detti pentafiocchi ed esafiocchi.
1 1

1 2 1

1 3 3 1

1 4 6 4 1

1 5 10 10 5 1

1 6 15 20 15 6 1

1 7 21 35 35 21 7 1

La costruzione del triangolo di Sierpi–ski si può vedere


come la successiva sostituzione di un triangolo con tre
triangolini simili, di dimensioni dimezzate, disposti nei
188 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 189

La cosa si può ripetere in tre dimensioni, ottenendo te-


traedri, ottaedri, dodecaedri e icosaedri di Sierpi–ski. Di nuovo,
non è invece possibile sostituire otto cubetti dimezzati nei
vertici di un cubo, perché lo riempirebbero completamente.

Se invece si divide un quadrato in nove quadratini, e si


mantengono i cinque a croce che venivano eliminati per la
polvere di Cantor, si ottiene il fiocco di Vicsek, usato da Tamás
Vicsek nel 1983 nei Modelli frattali per l’aggregazione a diffusione
controllata. Una versione tridimensionale si ottiene invece di-
videndo un cubo in ventisette cubetti, e mantenendo i sette a
croce che venivano eliminati per la spugna di Menger.

Il quadrato e il cubo, esclusi dal gioco precedente, pos-


sono prendere parte a uno leggermente diverso. Ad esem-
pio, dividendo un quadrato in nove quadratini, ed elimi-
nando quello centrale, si ottiene il tappeto di Sierpi–ski, da
lui definito nel 1916, in un lavoro Su una curva cantoriana
che contiene un’immagine biunivoca e continua di ogni curva
data. Dividendo invece un cubo in ventisette cubetti, ed eli-
minando i sette a croce (sei sulle facce e uno al centro), si
ottiene la spugna di Menger, definita da Karl Menger nel
1926, in un lavoro sugli Spazi generali e spazi cartesiani.

Più di così non si può fare

Il triangolo di Sierpi–ski e le sue variazioni si possono


pensare come curve a meandri chiuse, che hanno lunghez-
za infinita, ma non racchiudono nessuna area. Un esempio
estremo era già stato ottenuto in precedenza da Giuseppe
190 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 191

Peano, nel 1890, in un lavoro Su una curva che riempie tut- La curva di Peano è il limite di un processo di appros-
ta un’area piana. simazione, il cui più semplice esempio fu dato da Hil-
bert nel 1891, in un lavoro Su un’applicazione continua di
una linea su una porzione di piano. Per ottenere la curva di
Hilbert, si divide il quadrato in quattro, e si congiungo-
no i centri dei quadratini con una spezzata, che è la pri-
ma approssimazione della curva finale. Su ciascuno dei
quattro quadratini si ripete poi il processo, costruendo
le quattro spezzate in modo che sia possibile congiun-
gerle fra loro, e così via.

L’esempio originale di Peano era più complicato, per-


Foto di Giuseppe Peano
ché richiedeva una divisione del quadrato in nove parti e
ed elaborazione frattale della stessa con la sua curva.
procedeva per diagonali, ma aveva i suoi vantaggi, come
vedremo fra poco.
L’antefatto, in questo caso, fu una sorprendente scoper-
ta del 1878 di Georg Cantor, in Un contributo alla teoria degli
insiemi. Egli decise di considerare due insiemi come aventi
lo stesso numero di elementi, se è possibile metterli in cor-
rispondenza biunivoca. Dimostrò che, secondo questa de-
finizione, un segmento e un quadrato hanno lo stesso nu-
mero di punti. E non poté fare a meno di ammettere: «lo
vedo, ma non ci credo».
Nel 1879 Eugen Netto dimostrò, in un articolo con lo stes-
so titolo di quello di Cantor, che non può però esistere nes- Prima, però, dobbiamo capire che le immagini delle
suna corrispondenza biunivoca e continua tra un segmento curve di Peano e di Hilbert non sono molto informative,
e un quadrato. In altre parole, la corrispondenza trovata proprio perché coprono interamente il piano! Insisten-
da Cantor è di natura puramente insiemistica e non topo- do a raffigurarle, il risultato sarebbe semplicemente una
logica. Peano chiuse il cerchio, dimostrando che un seg- parete dipinta di un colore uniforme. O, se si preferisce,
mento e un quadrato possono comunque essere messi in un quadro monocromo come il Quadrato nero di Kazimir
corrispondenza continua, benché non biunivoca. Malevic (1915), i tre Colori puri rosso, giallo e blu di Alek-
192 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 193

sandr Rodcenko (1921), o le undici Proposte monocrome. Le curve di Peano e di Hilbert si possono facilmente mo-
Epoca blu di Yves Klein (1957). dificare in due direzioni. La prima, dal finito all’infinito, per
coprire non solo un quadrato, ma l’intero piano. La secon-
da, dal bidimensionale al tridimensionale, per coprire non
solo un quadrato, ma un cubo. E le due modifiche posso-
no anche essere combinate fra loro, per ottenere una cur-
va che copre l’intero spazio tridimensionale.

Aleksandr Rodcenko, Colori puri rosso, giallo e blu, 1921.

È possibile invece raffigurare le approssimazioni successi-


ve delle curve di Peano e di Hilbert, come nelle immagini
precedenti, ma nessuna di esse è la curva finale. Le appros- Molte altre curve che coprono il piano o lo spazio sono
simazioni della curva di Hilbert sono instabili, e saltano poi state trovate in seguito. Una particolarmente interes-
continuamente alla successiva, mentre quelle della curva sante è dovuta a Bill Gosper, il fondatore della comunità
di Peano sono stabili, e ciascuna aggiunge semplicemente degli hacker, che l’ha trovata nel 1973. Si chiama curva di
qualcosa alla precedente. Gosper, o anche neve a fiocco, perché invece di coprire una
Inoltre, le approssimazioni di Hilbert danno la falsa im- figura poligonale come il quadrato, copre una figura frat-
pressione che il risultato finale sia una corrispondenza tale a fiocco di neve, chiamata isola di Gosper.
biunivoca, mentre si vede chiaramente che quelle di Peano Il bordo di quest’isola, chiamato costa di Gosper, è defini-
passano più volte su alcuni punti. Queste ultime ricorda- to in maniera simile alla curva di Koch. Si parte da un esa-
no da vicino i kolam dell’India del Sud, dipinti la mattina gono, lo si sostituisce con sette di area totale equivalente
dalle donne sui pavimenti delle case, con un unico tratto a esso, si ripete la costruzione sui sei esagonini esterni, e
di polvere di riso, o di calce. così via. Oppure, si sostituisce ogni lato dell’esagono con
una spezzata di tre lati uguali, formanti angoli come quel-
li dell’esagono, e così via.
194 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 195

Per ottenere la curva che riempie l’isola di Gosper, inve- da sola l’intero piano. E una piastrella analoga si ottiene
ce, si parte da una diagonale corta dell’esagono di parten- costruendo un’isola a partire da un quadrato, invece che
za, la si sostituisce con una spezzata che passa per una da un esagono.
diagonale corta di ciascuno dei sette esagonini di arrivo,
si ripete la costruzione su ciascun lato della spezzata, e così
via. I vari stadi della curva assomigliano stranamente a
Ukkel V-38 di Escher.

Nel 1982, in Pensare la matematica, Mandelbrot ha mo-


strato che esiste una curva analoga a quella di Gosper,
ma più complicata da definire, che copre l’isola di Koch,
il cui bordo è la curva di Koch. Quest’isola non è in gra-
do di pavimentare da sola l’intero piano, con piastrel-
le di una sola dimensione. Ma può farlo con piastrel-
le di due dimensioni. E può anche generare una figura
frattale autosimile, con piastrelle di dimensioni sempre
più piccole.

Maurits Cornelis Escher, Ukkel V-38, 1938.


Klaus Del, Peano-Gosper Borderline_36, 2011.

L’aspetto sorprendente dell’isola di Gosper è che, per


il modo in cui è ricavata da degli esagoni, costituisce
una singolare piastrella frattale in grado di pavimentare
196 Abbasso Euclide! A propria immagine e somiglianza 197

Passando da griglie discrete a griglie continue, me-


diante un processo al limite, si ottiene un modello del
cosiddetto moto browniano, scoperto nel 1827 dal botani-
co Robert Brown, e spiegato nel 1905 dal fisico Albert
È ora di andare tutti a caso Einstein. Il primo diede alle stampe Un breve resoconto
Ironicamente, per trovare una curva che copre il piano, di osservazioni microscopiche fatte sulle particelle contenute
non c’è comunque bisogno di un percorso pianificato da nel polline delle piante, notando una loro strana e inces-
matematici, da Peano a Gosper: basta il cammino casuale di sante oscillazione nell’acqua. E il secondo dedusse, in
un ubriaco! uno studio Sul movimento delle particelle sospese in un li-
Narra infatti la leggenda che, un giorno del 1921, Geor- quido stazionario, richiesto dalla teoria cinetica molecolare
ge Pólya andò a passeggio in un parco vicino all’universi- del calore, che si trattava dell’effetto macroscopico, pro-
tà di Zurigo. Camminando appunto a casaccio, si imbat- dotto sui granelli, dal moto casuale microscopico delle
té ripetutamente in una coppietta di suoi studenti, seduti molecole d’acqua.
su una panchina. Allora si sedette su un’altra panchina, e
calcolò la probabilità di ritornare al punto di partenza, o
di arrivare in un qualunque punto, se ci si muove su un
foglio a quadretti, e a ogni passo si percorre un lato di un
quadretto in una direzione scelta a caso.
Il risultato è 1 nel piano, ma scende a circa 0,34 se ci si
muove nello spazio, su una griglia a cubetti. In altre paro-
le, il cammino casuale bidimensionale produce una curva
autosimile in grado di coprire il piano, mentre il cammino
casuale tridimensionale non è in grado di coprire lo spa-
zio. Ovvero, prima o poi un ubriaco riesce sempre a ritro-
vare il proprio condominio, ma non necessariamente il
piano del proprio appartamento.
198 Abbasso Euclide!

La sorprendente idea che lo stesso tipo di modello si ap-


plichi anche al mercato azionario, fu suggerita per la prima
volta dall’economista Jules Regnault nel 1863, nel Calcolo del
rischio e filosofia della Borsa. Fu poi sviluppata dal matemati-
co Louis Bachelier nel 1900, nel suo pionieristico lavoro sulla
Teoria della speculazione. Arrivò al premio Nobel per l’econo-
mia nel 1997, con Robert Merton e Myron Scholes. E oggi è
diventata popolare grazie alla divulgazione fattane da Man-
delbrot e Richard Hudson nel 2004, nel manifesto Il disordi-
ne dei mercati. Una visione frattale di rischio, rovina e redditività.
Per finire, può essere interessante notare che già nel 1913,
in un articolo Su una curva di Peano, lo stesso PÓlya aveva stu-
diato una curva frattale che ha la proprietà cruciale dei cam-
mini casuali: il fatto, cioè, di allontanarsi mediamente da un
punto in maniera proporzionale non al numero di passi per-
corsi, ma alla sua radice quadrata.
L’ispirazione gli venne, questa volta, dalla solita tavoletta
di Tell Harmal. Le approssimazioni le ottenne unendo i ba-
ricentri dei vari triangoli rettangoli che vengono successiva-
mente determinati dalle altezze relative all’ipotenusa. E il ri-
sultato fu una curva autosimile che copre il triangolo di
partenza, e ha la proprietà di non passare mai più di tre vol-
te in uno stesso punto.

L’esempio è ottimale perché nel 1933 Witold Hurewicz ha


dimostrato, in un lavoro Sulle curve continue a dimensione supe-
riore, che una curva che riempie tutta un’area deve per forza
passare per qualche punto almeno tre volte. Ma gli esempi
di Peano e di Hilbert passano quattro volte in alcuni punti.
VII
Le dimensioni dei mondi fluttuanti
Da Hausdorff a Mandelbrot

Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale, il mate-


matico pacifista e obiettore di coscienza Lewis Richardson
si pose il problema di determinare scientificamente le cause
dei conflitti internazionali. Raccolse nel libro Statistica dei
conflitti mortali, pubblicato nel 1950, tutti i dati che poté tro-
vare sulle guerre combattute fra il 1815 e il 1945. E scoprì
l’esistenza di una scala logaritmica dei conflitti.
In sintesi, i piccoli conflitti con poche vittime sono mol-
ti di più di quelli grandi con molte. E la legge che li rego-
la è la cosiddetta distribuzione di Poisson, enunciata nel 1837
da Siméon Poisson nelle Ricerche sulla probabilità dei giudi-
zi in materia criminale e civile. Una legge che, in seguito, si
è scoperta regolare fenomeni molto disparati: dalle cata-
strofi naturali alle mutazioni del DNA, dagli incidenti auto-
mobilistici alle vincite nelle lotterie.

Nel corso del suo studio Richardson si interessò dei con-


fini fra Stati, pensando che potessero influenzare in qual-
che modo la probabilità dei loro conflitti. E si imbatté in un
200 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 201

singolare paradosso: gli Stati confinanti riportavano la lun- L’idea viene considerando ciò che succede per figure
ghezza dei propri confini comuni in maniera esageratamen- unidimensionali come il segmento, bidimensionali come
te discordante! Ad esempio, il confine tra Spagna e Porto- il quadrato, o tridimensionali come il cubo. Se si scala la
gallo variava da 987 a 1214 chilometri, e quello tra Olanda figura di 1/2, servono 2 segmentini per ricostituire il seg-
e Belgio da 380 a 449. mento di partenza, 4 quadratini per il quadrato, e 8 cubet-
Nel 1961, in un’appendice alla Statistica dei conflitti mortali, ti per il cubo. Se invece si scala la figura di 1/3, servono
Richardson affrontò Il problema della contiguità. Egli notò che rispettivamente 3 segmentini, 9 quadratini e 27 cubetti. In
la lunghezza di un confine frastagliato diventava sempre più generale, se si scala la figura di 1/n, servono n segmenti-
grande, e cresceva all’infinito, se veniva misurata con unità ni, n2 quadratini e n3 cubetti.
di misure sempre più piccole. Ma per ogni confine la cresci- La dimensione comunemente usata è dunque l’esponen-
ta della lunghezza poteva essere caratterizzata in maniera te da dare al fattore di scala n per calcolare il numero di
finita, da un numero che in seguito risultò non essere altro pezzi scalati necessari per ricostruire la figura di parten-
che la sua dimensione frattale, alla quale ora ci rivolgiamo. za. Si può allora definire in generale d come la dimensione
di Hausdorff di una figura autosimile, quand’essa consiste
di nd parti scalate di un fattore n.
Sovradimensionato è bello
Gli esempi appena visti mostrano che la dimensione di
Prima di affrontare il problema della dimensione degli Hausdorff di una figura può coincidere con quella comune-
oggetti naturali, come i confini geografici analizzati da Ri- mente usata, che è 0 per gli insiemi di punti sparsi, 1 per le
chardson, è più semplice iniziare da quello degli oggetti curve, 2 per le superfici, e 3 per i volumi. Ma vedremo ora
artificiali, come le curve, le superfici e i volumi considera- che può anche eccederla, assumendo un valore maggiore.
ti nel capitolo precedente. Ispirandosi al latino fractus, «fratto» o «rotto», Mandel-
Essi hanno in comune il fatto di essere costruiti mediante brot ha proposto nel 1975 di chiamare frattali le figure per
una sistematica sostituzione di una o più parti con altre simi- cui questo succede, e dimensione frattale la loro dimensione
li. In un articolo del 1919 su Dimensione e misura esterna, Felix di Hausdorff. Come si può immaginare, molte delle figu-
Hausdorff (morto suicida nel 1942, per evitare la deporta- re esibite nel capitolo precedente sono appunto dei fratta-
zione) propose di misurare il grado di autosomiglianza di li, nel senso preciso appena dato alla parola.
questo genere di figure, estendendo la nozione di dimensione Partendo dai punti sparsi, gli insiemi che si possono enu-
solita. merare hanno tutti dimensione 0, anche se non tutti gli in-
siemi che hanno dimensione 0 si possono enumerare. Poiché
l’insieme di Cantor si ottiene mettendo insieme 2 parti di
un segmento, ciascuna di lunghezza 1/3, la sua dimen-
sione è il numero d tale che 2 = 3d. Cioè:

log 2
d= ≈ 0,63 .
log 3

Analogamente, la polvere di Cantor bidimensionale e quella


Felix Hausdorff. tridimensionale hanno, rispettivamente, dimensioni 1,26 e 1,89.
202 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 203

Passando alle curve piane, la loro dimensione può anda- Per le curve spaziali, la dimensione può invece salire fino al
re da 1 a 2, compresi. In particolare: valore 3, che viene raggiunto dalle curve che coprono lo spazio:
• Oltre alle curve solite, possono assumere il valore mini- fiocco di Vicsek 3D 1,77
mo 1 anche alcune curve autosimili, ma non frattali. Ad tetraedro di Sierpi–ski 2
esempio, tutte quelle che hanno lunghezza finita, come
dodecaedro di Sierpi–ski 2,33
la scala del diavolo.
• Le curve aventi dimensione maggiore di 1 devono in- icosaedro di Sierpi–ski 2,582
vece avere lunghezza infinita. E più cresce la loro di- ottaedro di Sierpi–ski 2,585
mensione, più esse si avvicinano alla complessità di spugna di Menger 2,73
una superficie, anche se non necessariamente alla den- curva di Hilbert 3D 3
sità dei suoi punti.
• Le curve che coprono il piano raggiungono la dimen- Per quanto riguarda le superfici, la loro dimensione può
sione 2. Ma una curva può avere dimensione 2 anche andare da 2 a 3, compresi. Ancora una volta, tutte le super-
senza coprire il piano, come dimostrerà l’esempio del fici con area finita assumono il valore minimo 2. In parti-
bordo dell’insieme di Mandelbrot. colare, quelle contenute in una porzione limitata di piano:
Le dimensioni delle curve piane finora discusse si anche se autosimili, come l’albero di Pitagora, o racchiuse
possono calcolare in maniera analoga a quanto fatto per da una curva frattale, come le isole di Gosper e di Koch.
l’insieme di Cantor, e i loro valori approssimati sono i
seguenti: Quanto è lunga la costa dell’Inghilterra?
Il primo a collegare i risultati empirici di Richardson con
spiaggia di Gosper 1,13 quelli teorici di Hausdorff fu Mandelbrot nel 1967, in un
funzione di Bolzano 1,13 articolo intitolato Quanto è lunga la costa dell’Inghilterra? Au-
curva di Koch 1,26 tosimilarità statistica e dimensione frazionaria.
fiocco di Vicsek 2D 1,46
triangolo di Sierpi–ski 1,58
esagono di Sierpi–ski 1,63
pentagono di Sierpi–ski 1,67
esafiocco 1,77
pentafiocco 1,86
tappeto di Sierpi–ski 1,89
curva di Peano 2
curva di Hilbert 2D 2
cammino casuale 2
204 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 205

Il collegamento non è diretto, perché la definizione di di- nuosità degli oggetti unidimensionali. Ad esempio, del fra-
mensione frattale che abbiamo introdotto si può applicare stagliamento delle coste:
soltanto alle figure autosimili. Ma già Hausdorff l’aveva
facilmente adattata a figure qualsiasi, mediante un proces-
so di approssimazioni successive.
L’idea viene, ancora una volta, considerando ciò che
succede per figure come un segmento, un quadrato o
un cubo. Scalare la figura di 1/n, corrisponde a defini-
re delle maglie di scala 1/n che permettono di ricopri-
re la figura con una griglia di n segmentini, n2 quadra-
tini o n3 cubetti.
La dimensione comunemente usata è dunque l’espo-
nente d da dare al fattore di scala n di una griglia, per cal- Australia 1,13 Giappone 1,27 Norvegia 1,52
colare il numero N di maglie necessarie per ricoprire la fi-
gura di partenza:
O delle insenature dei fiumi:
log N
d= .
log n

Nel caso delle figure autosimili, il risultato è sempre lo


stesso, qualunque sia il fattore di scala. Ad esempio, una
griglia di scala 1/2n richiede 3n maglie per ricoprire l’in-
sieme di Cantor, che ha dunque dimensione
n
log 2 n log 2 log 2
d= n
= = .
log 3 n log 3 log 3
Mississippi 1,20 Nilo 1,40 Rio delle Amazzoni 1,85
Ma nel caso di figure qualunque, si ottiene solo un’ap-
prossimazione: più raffinata è la griglia, migliore sarà l’ap- Una seconda applicazione è, più sorprendentemente, la
prossimazione. La dimensione va dunque definita, in gene- valutazione della densità di vernice dei quadri. Un’Ana-
rale, come il limite a cui tendono le varie approssimazioni, lisi frattale dei dipinti a sgocciolamento di Pollock, effettuata
per valori sempre più piccoli della scala della griglia. nel 1999 da Richard Taylor, Adam Micolich e David Jo-
Lo svantaggio di questa definizione è, naturalmente, di nas, ha mostrato che tra il 1943 e il 1952 la dimensione
essere più complicata. Il vantaggio, però, è duplice. Da un frattale delle opere del pittore è partita da 1,1, per stabi-
lato, essa è applicabile a figure arbitrarie, artificiali o na- lizzarsi poi attorno a 1,7. Solo in un dipinto isolato del
turali, e non solo alle figure autosimili. Dall’altro lato, può 1950, la dimensione era invece 1,9: significativamente,
essere valutata empiricamente. Pollock l’ha in seguito distrutto, ritenendolo troppo den-
Una prima applicazione è la valutazione del grado di si- so e complicato.
206 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 207

Una terza applicazione è la stima della complessità su-


perficiale degli oggetti naturali, tra i quali si trovano i frat-
tali più comuni e diffusi. Ad esempio:

cavolfiore 2,33 cervello 2,79 polmoni 2,97

Gli esempi si potrebbero naturalmente moltiplicare a


piacere. Per concludere, ci limitiamo a considerare quello
della carta appallottolata, che produce palle con spazi vuoti
di varie grandezze. Per calcolare la dimensione frattale, si
misurano i diametri di palle ottenute da fogli di grandez-
za diversa, ma dello stesso tipo di carta, e si scopre che il
loro volume risulta essere proporzionale al diametro ele-
vato a circa 2,5: più o meno a metà tra le dimensioni 2 di
un foglio piatto, e 3 di una palla piena.

Jackson Pollock, Composition with pouring, 1943


e Blue Poles, 1952, rispettivamente di dimensione 1,1 e 1,7 circa.

Questi risultati dimostrano che il caos presente nella


pittura di Pollock non è completamente incontrollato. In
particolare, è lo stesso del dipinto Il volto della guerra di
Dalí, la cui dimensione frattale si può calcolare appros- L’interesse della carta appallottolata è duplice. Da un
simativamente sfruttandone l’autosimilarità, e risulta es- lato, mostra che abbiamo tutti, spesso, formato e tenuto
sere di circa 1,7. in mano dei frattali. Dall’altro lato, nel 2005 il cartone ani-
208 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 209

mato «The Simpsons» ha insinuato che Frank Gehry ab-


bia progettato la Walt Disney Concert Hall di Los Ange-
les, inaugurata nel 2003, semplicemente appallottolando
un foglio di carta. Lui ha negato, ma il suo progetto per la
Business School della University of Technology di Sydney
sembra smentirlo.

Problemi di crescita
Parafrasando Philip Dick, arrivati a questo punto po-
tremmo dire ai lettori: «Se pensate che questi mondi frat-
tali siano strani, dovreste vedere gli altri». In particolare,
quelli più importanti di tutti, che hanno dovuto attendere la
fine del Novecento per poter essere scoperti o visualizzati.
Purtroppo, uno dei motivi per cui sono stati scoperti così
recentemente è che non si possono descrivere in maniera
puramente geometrica. E noi potremo solo accennare alla
loro definizione, che richiede da un lato i metodi teorici
dell’analisi matematica, e dall’altro la potenza pratica del
calcolo informatico.
La loro storia parte da lontano, nel 1798, quando Tho-
mas Malthus pubblicò il suo famoso Saggio sul principio di
popolazione, e propose di descrivere la crescita demografi-
ca con la semplice equazione:
xn + 1 = cxn.

Il progetto per la Business School della University of Technology


a Sydney, e la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles, di Frank Gehry.
210 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 211

Secondo questo modello, la popolazione in un dato pe-


riodo cresce di un multiplo costante rispetto al periodo pre-
cedente, e quindi in maniera esponenziale nel tempo. Se
preso in senso letterale, però, questo modello è ovviamen-
te sbagliato, perché non tiene conto del fatto che una cre-
scita illimitata non è sostenibile, in un ambiente in cui le
risorse disponibili sono invece limitate.
1<c<3
Per rendere il modello più realistico, nel 1838 Pierre- 0<c<1
François Verhulst propose, nella Nota sulla legge che la po-
polazione segue nella sua crescita, la cosiddetta mappa logisti- 0<c<1 1<c<3

ca, descritta dall’equazione:

xn + 1 = cxn (1 − xn).

Il motivo per introdurre il fattore 1 − xn è che esso dimi-


nuisce quando xn cresce, e viceversa. Il suo effetto, dun-
3 < c < 3,45 3,45 < c < 3,54
que, è di rallentare la crescita in eccesso, e stimolare quella
in difetto. Ma il prezzo da pagare per la sua introduzione
3 < c < 3,45 3,45 < c < 3,54
è di far diventare quadratica una dipendenza che prima
era lineare.
Il primo studio del comportamento della mappa logi-
stica rispetto alla costante di crescita c fu effettuato solo La velocità di raddoppiamento si può misurare dalle
nel 1976 dal biologo Robert May, in seguito diventato distanze fra i successivi punti di biforcazione, che decre-
Barone di Oxford, in un lavoro su Semplici modelli ma- scono da 0,45 a 0,09 a 0,02, e così via. Nel 1975 Mitchell
tematici con dinamiche molto complicate. Egli scoprì che ci Feigenbaum scoprì che il rapporto fra distanze consecu-
sono vari casi: tive, che nei primi due casi è di 5 e 4,5, tende a un nume-
ro irrazionale, pari a circa 4,67. Questo numero oggi si
• Se c è compreso fra 0 e 1, la popolazione tende a estinguersi. chiama appunto costante di Feigenbaum, e si ritrova in tut-
• Se c è compreso fra 1 e 3, la popolazione tende a stabi- ti i sistemi che esibiscono analoghi fenomeni di raddop-
lizzarsi su un valore limite. piamento del periodo.
• Arrivati a 3, si ha una biforcazione e i valori limite di- Sempre nel 1975, in un lavoro intitolato Il periodo 3 im-
ventano due, fra i quali la popolazione finisce per oscil- plica il caos, Tien-Yen Li e James Yorke introdussero l’uso
lare periodicamente. della fatidica parola «caos», che oggi caratterizza la teoria.
• Con un’ulteriore crescita di c, i valori limite conti- Ma, soprattutto, dimostrarono che anche i valori di c per i
nuano a raddoppiarsi sempre più velocemente. A quali si hanno successive biforcazioni tendono a un limi-
3,45 diventano quattro, a 3,54 otto, a 3,56 sedici, e così te irrazionale, che è di circa 3,57.
via, producendo una «cascata del raddoppiamento Oltre questo valore, la popolazione prende a compor-
del periodo». tarsi in maniera incontrollabile, oscillando selvaggiamen-
212 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 213

te e senza più tendere a limiti. Si ha dunque un passaggio


da un comportamento indipendente dalla popolazione di
partenza e regolare, benché sempre più complicato, a un 0,9
comportamento fortemente dipendente dal valore di par-
tenza e caotico, appunto.
L’intera storia si può riassumere visivamente nel cosid-
detto diagramma di biforcazione della mappa logistica, o albe-
ro di Feigenbaum, che mostra i valori sui quali la popola- 0,8
zione si stabilizza o oscilla, a seconda della costante di
crescita. La zona grigia è quella del caos, ma all’interno di
essa ci sono macchie bianche, che corrispondono a zone di
«ordine nel caos», chiamate «isole di stabilità». Per un va-
lore di c di circa 3,83, ad esempio, la popolazione oscilla su 3,1 3,8

tre soli valori limite.


L’albero di Feigenbaum è dunque un frattale quasi auto-
simile, che ha dimensione 2 nella sua totalità. Quanto alle
1 sue sezioni verticali, hanno ovviamente dimensioni va-
riabili. Le uniche interessanti sono quelle caotiche, con un
numero infinito di punti. Ad esempio, quella chiamata at-
trattore di Feigenbaum, corrispondente al valore critico di
circa 3,57, ha dimensione pari a circa 0,538: dunque, leg-
germente inferiore all’insieme di Cantor (la cui dimensione,
come abbiamo visto, è di circa 0,63).
1

0
0 1 2 3 4

I due rami che seguono la prima biforcazione, sono en-


trambi quasi simili all’intera curva. La stessa cosa succe-
de, a cascata, nei successivi punti di biforcazione. E conti-
nua a succedere, come si intuisce zoomando sulla figura,
anche in tutti i punti non caotici, corrispondenti alle zone 0,2
bianche dell’intero diagramma. 3,1 3,57 3,8
214 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 215

Il diagramma di biforcazione costituisce una delle prime nel piano, ma nemmeno nello spazio. Si può però ancora
immagini visive delle strette connessioni che esistono tra i studiare cosa succede per un singolo valore della costante c.
frattali e la teoria del caos. E, come dimostrò Feigenbaum Ad esempio, nel caso del valore 0 ci sono due zone di
stesso nel 1978, in un lavoro sull’Universalità quantitativa attrazione, verso l’origine e verso l’infinito, divise da un
per una classe di trasformazioni non lineari, esso rappresenta confine circolare, perché:
il tipico comportamento dei sistemi dinamici non lineari. • I punti (blu) che distano 1 dall’origine (bianca), e stan-
E non solo di quelli descritti da qualche equazione quadra-
no sul cerchio di raggio 1, non sono mossi dalla trasfor-
tica simile alla mappa logistica, ma di tutti quelli descrit-
mazione. Infatti, se x è uguale a 1, allora x2 è uguale a x.
ti da qualunque equazione che sia «localmente quadrati- • I punti (neri) che distano meno di 1 dall’origine, e sono
ca», nel senso di assomigliare a un’equazione quadratica
interni al cerchio di raggio 1, si muovono verso l’origine.
anche solo per un piccolo tratto.
Infatti, se x è minore di 1, allora x2 è minore di x.
Non stupisce, allora, che la mappa logistica abbia tro- • I punti (gialli) che distano più di 1 dall’origine, e sono
vato applicazione nei campi più disparati: dallo sviluppo
esterni al cerchio di raggio 1, si muovono verso l’infini-
demografico all’evoluzione dei sistemi territoriali, dalla
to. Infatti, se x è maggiore di 1, allora x2 è maggiore di x.
diffusione delle malattie o dei prodotti commerciali alla
turbolenza dei fluidi.

La mia droga si chiama Julia


Col senno di poi, invece di considerare la particolare
mappa logistica, si può dunque considerare una qualun-
que equazione quadratica con un parametro, la più sem-
plice delle quali è

xn+1 = xn2 + c.

Ma, soprattutto, invece di limitarsi a giocare il gioco


alla maniera di Feigenbaum, si può estenderlo nella ma-
niera annunciata nel 1917 da Gaston Julia e Pierre Fatou, Nel caso in cui c sia arbitrario, le cose si movimentano. An-
in due brevi e omonimi articoli Sulle sostituzioni razionali, e zitutto, il numero di zone di attrazione può variare. Poi, ol-
da essi analizzata in seguito: nel 1918 dal primo, nelle 200 tre alle zone di attrazione, possono esserci anche zone di or-
pagine della Memoria sull’iterazione delle funzioni razionali, bite periodiche. Da ultimo, il confine fra le varie zone è una
e nel 1919 e 1920 dal secondo, nelle circa 300 pagine Sulle curva frattale, che può essere connessa (costituita di un solo
equazioni funzionali. Si possono cioè allargare le equazioni pezzo), oppure totalmente disconnessa (una polvere di punti
ai numeri complessi, invece di limitarle ai numeri reali. sparsi): sorprendentemente, Fatou e Julia dimostrarono che
In tal caso, gli argomenti e i valori variano su due interi questi due casi estremi costituiscono le due uniche possibilità.
piani, invece che su due sole rette, e non è più possibile ot- Oggi le curve di confine si chiamano insiemi di Julia, e le
tenere un analogo del diagramma di biforcazione non solo zone di attrazione o di periodicità insiemi di Fatou. In teoria,
216 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 217

le loro immagini dovrebbero essere semplicemente in bian- Ma era solo una pallida ombra della realtà: visivamen-
co e nero, per distinguere i punti che stanno in un insieme te meno descrittiva dell’insieme di Julia che si può notare,
di Julia da quelli che stanno nei relativi insiemi di Fatou. ad esempio, sulle pendici del Fuji sotto un rovescio di sera
In pratica, l’aggiunta dei colori, oltre a introdurre un aspet- di Hokusai, del 1834. Per qualche decennio la disciplina ri-
to estetico, permette di stratificare gli insiemi di Fatou, in mase dunque dormiente, in attesa di essere risvegliata dal
base alla velocità con cui i vari punti vengono attratti verso bacio di un principe frattale.
i rispettivi attrattori, o si muovono sulle rispettive orbite.
Ma né Fatou, né Julia, poterono vedere le variopinte im-
L’universo in un frattale
magini degli insiemi che portano i loro nomi (vedi pagine
224-225), in mancanza dei computer. Julia approssimò a Nel 1980 Mandelbrot, nell’articolo Aspetti frattali
mano (a sinistra) una specie di doppia «anticurva» di Koch dell’iterazione da x a cx (1 − x), con c e x complessi, ebbe il
(a destra), e l’approssimazione fu riprodotta nel 1925 da colpo di genio di considerare i valori della costante c,
Hubert Cremer nel resoconto di un seminario Sull’itera- per i quali il confine è costituito di un solo pezzo. O, se si
zione delle funzioni razionali. considera l’iterazione da x a x2 + c, i valori di c che man-
dano all’infinito l’origine x = 0. Essendo valori comples-
si, e dunque punti del piano, questi valori costituiscono
una figura bidimensionale, che viene chiamata insieme
di Mandelbrot.

Benoît Mandelbrot.

Il 1o marzo 1980 Mandelbrot provò l’emozione di esse-


re il primo uomo a vedere questa figura, stampata ad alta
Hokusai, Fuji sotto un rovescio di sera, 1834. risoluzione dal computer del quartier generale del centro
218 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 219

di ricerca dell’IBM, a Yorktown Heights, nel quale lavora- dell’una e degli altri si ripetono poi bulbi analoghi, e
va. Un’esperienza sensoriale e intellettuale, la sua, com- così via, fino a che la figura si dissolve in filamenti in
parabile a quella provata da Galileo nell’autunno 1609, tutte le direzioni.
quando fece le prime osservazioni della Luna al cannoc- I bulbi danno informazioni sul numero di periodici-
chiale (figure in basso). tà esibite dal sistema: una per i valori di c dentro la car-
dioide (rossa), due nel bulbo grande a sinistra (giallo), e
così via, con colori uguali per periodicità uguali (tre per
il blu, quattro per il verde, eccetera). I punti di contat-
to fra bulbi corrispondono alle ramificazioni del siste-
ma. E quelli del bordo, al passaggio dall’ordine al caos.

In entrambi i casi, i due osservatori erano stati prece-


duti da altri che, possedendo strumenti a minore risolu-
zione, non poterono trarne informazioni così dettagliate
ed eccitanti. Precisamente, Galileo fu preceduto di qual- Il risultato finale è un insieme limitato, tutto contenuto
che mese, nell’estate del 1609, da Thomas Harriott. E Man- in un cerchio di raggio 2 con centro nell’origine. Come han-
delbrot di un paio d’anni, nel 1978, da Robert Brooks e no dimostrato nel 1985 Adrien Douady e John Hubbard, in
Peter Matelski (figure in alto). uno Studio dinamico dei polinomi complessi, l’insieme è an-
In una prima approssimazione, l’insieme di Mandel- che connesso. Dunque, senza parti isolate dal resto, come
brot risulta essere formato da una cardioide (una cur- sembrava invece dalle prime immagini del computer, la
va a forma di cuore) centrale, attorniata da una serie cui risoluzione non permetteva di vedere i sottili filamen-
di bulbi circolari di grandezza decrescente. Sui bordi ti di connessione.
220 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 221

Nel 1991 Mitsuhiro Shishikura ha calcolato che La di- baum. Al quale, peraltro, è strettamente collegato, nel senso
mensione frattale del bordo dell’insieme di Mandelbrot è 2, che quest’ultimo rappresenta il comportamento del siste-
benché esso non copra il piano: è proprio questa caratte- ma per i valori della costante che si trovano sull’asse oriz-
ristica a provocare la sua sorprendente complessità, os- zontale dell’insieme di Mandelbrot.
servabile in zoomate successive. Quanto all’area dell’in-
sieme di Mandelbrot, ovviamente finita, varie stime dei
pixel in immagini ad alta risoluzione l’hanno valutata
a circa 1,51.
La figura è divenuta una delle forme geometriche del
Novecento più rappresentate nei media, e più studiate
dagli specialisti. E il suo interesse matematico è suffi-
cientemente testimoniato dal fatto che, per averne di-
mostrato alcune importanti proprietà strutturali, Jean-
Christophe Yoccoz e Curtis McMullen hanno entrambi
ottenuto la medaglia Fields, rispettivamente nel 1994 e
nel 1998.

Dal punto di vista matematico, l’insieme di Mandel-


brot è invece una sorta di enciclopedia, o catalogo uni-
versale, di frattali e di curve. Lo dimostrano direttamen-
te, da un lato, le zoomate al suo interno, che cambiano
Jean-Christophe Yoccoz e Curtis McMullen di continuo (vedi pagine 222-223). E lo confermano indi-
rettamente, dall’altro, gli insiemi di Julia corrispondenti,
Dal punto di vista applicativo, l’insieme di Mandelbrot come confini delle varie zone di attrazione, ai valori del-
ha ovviamente profonde connessioni con i sistemi dina- la costante determinati dai punti dell’insieme di Mandel-
mici e la teoria del caos, come e più dell’albero di Feigen- brot (vedi pagine 224-225).
222 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 223

In queste pagine: zoomate successive nell’insieme di Mandelbrot,


in cui ogni immagine corrisponde al riguadro della precedente.

Nelle pagine successive: insiemi di Julia corrispondenti ai valori


della costante c indicati dalle frecce nell’insieme di Mandelbrot.
224 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 225
226 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 227

Naturalmente, tra i frattali contenuti nell’insieme di Man- È stata proprio questa drammatica e variopinta com-
delbrot, ci sono anche copie più o meno fedeli dell’insieme plessità della figura, ad attrarre su di essa l’attenzione del
stesso. Da un lato, in dimensioni sempre più piccole: come pubblico. Tra le innumerevoli citazioni, ne ricordiamo solo
il moscerino di Avogadro, il cui fattore di riduzione è pari due: una seria, e una faceta.
10 −23 volte l’originale. Dall’altro, in ambienti sempre più La prima, dall’opera teatrale Arcadia di Tom Stop-
variopinti: come la pazzia di Mandelbrot, in cui esso è inse- pard, del 1993. La commedia mette in scena un dotto-
rito in una coreografia quasi infernale. rando che studia le fluttuazioni delle popolazioni delle
pernici nella brughiera. E scopre che nel 1809 una sua
giovane e geniale antenata aveva già trovato l’insieme
di Mandelbrot:
La matematica usata non è difficile. È quella che si fa a
scuola. C’è un’equazione con una x e una y. Ogni valore
di x ne produce uno di y. Metti un punto corrispondente a
una x e alla sua y. Poi prendi un altro valore di x, e ne ot-
tieni un altro di y.
Quello che fa lei, ogni volta che ottiene un valore di y,
è di usare quello come prossimo valore della x. E così via,
come una reazione a catena.
Se conosci l’algoritmo, e lo ripeti ad esempio mille vol-
te, ogni volta generi un punto sullo schermo. Non sai mai
dove aspettarti il prossimo. Ma gradualmente cominci a ve-
dere questa forma, perché ogni punto sarà dentro questa
specie di foglia.
Vedi? In un oceano di ceneri, isole di ordine. Figure che
si formano da sole dal nulla. Non si può mostrare quan-
to vadano in profondità. Ogni immagine è un dettaglio
ingrandito della precedente. E così via. Per sempre. Mol-
to carino, eh?

La seconda citazione è Il monaco di Mandelbrot di Ray Gir-


van, apparso in rete il 1o aprile 1999. L’articolo riportava il
sensazionale ritrovamento dell’insieme di Mandelbrot, da
parte di un matematico di Harvard, in una miniatura del
XIII secolo del monaco Udo di Aachen, dov’era usato come
rappresentazione della Stella di Betlemme. Inutile dire che
si trattava di un ben congegnato pesce d’aprile, completo
di foto apocrifa della falsa miniatura. Anche se alcune mi-
niature vere suggeriscono effettivamente un’origine divi-
228 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 229

na dell’insieme di Mandelbrot, o almeno di qualcosa che di nuove forme frattali, diverse ma collegate, chiamate col-
vi assomiglia parecchio. lettivamente multibrot.
Ad esempio, il 2-brot, cioè l’insieme di Mandelbrot ori-
ginale, ha una cardioide semplice, bulbi circolari, e un solo
asse di simmetria. Il 3-brot, una cardioide doppia, bulbi a
cardioide semplice, e due assi di simmetria. Il 4-brot, una
cardioide tripla, bulbi a cardioide doppia, e tre assi di sim-
metria. E così via.

Dio creatore dell’universo, frontespizio di una Bible moralisée


del secolo XIII.

Il multiverso in molti frattali


L’albero di Feigenbaum e l’insieme di Mandelbrot dimo-
strano che le equazioni quadratiche sono così complesse,
da essere in grado di generare un intero universo di frat-
tali. Ma esistono altri «universi paralleli», generati in ma-
niera simile, a partire da equazioni di grado superiore: ad
esempio, di terzo, di quarto, e così via.
Per ciascun esponente n, infatti, l’equazione x n + c defi-
nisce un analogo dell’insieme di Mandelbrot, chiamato n- Man mano che si sale di esponente, i multibrot diventano
brot. E gli esponenti non devono necessariamente essere sempre più simili a cerchi. Infatti, al crescere di n, la costan-
interi positivi, ma possono anche essere negativi, e addirit- te c diventa sempre più irrilevante: dunque, ci si avvicina al
tura frazionari. Il risultato è una vera e propria profusione comportamento dell’equazione xn, che già nel caso quadrati-
230 Abbasso Euclide! Le dimensioni dei mondi fluttuanti 231

co produceva un cerchio (vedi figura a pagina 215). E si passa che non è ovviamente un frattale, bensì un insieme co-
gradualmente da un multibrot a esponente intero all’altro, at- stituito da un solo punto. Per esponenti inferiori a 1, si
traverso esponenti frazionari intermedi, alternando la gemma- allarga in una forma vagamente circolare, che gradual-
zione di un nuovo bulbo alla divisione di un vecchio bulbo. mente subisce un’inversione tra dentro e fuori. E per
Gli esponenti negativi si comportano in maniera duale esponenti superiori a 1, si allarga a coprire l’insieme di
a quelli positivi, nel senso che è l’insieme a estendersi all’in- Mandelbrot, partendo da destra e procedendo gradual-
finito, e il suo complemento a rimanere confinato nel fini- mente verso sinistra.
to. Questo complemento è concavo, invece che convesso. Anche le equazioni polinomiali, a esponenti interi o fra-
A partire da −2 assomiglia a un poligono iperbolico, con zionari, non sono comunque la fine della storia. Una sua
un lato in più del valore dell’esponente. E si passa gradual- possibile continuazione era già stata esaminata da Fatou e
mente da un multibrot a esponente intero negativo all’al- Julia nei loro lavori originali, e consiste nel considerare le
tro, attraverso esponenti frazionari intermedi, alternando cosiddette funzioni razionali, che si ottengono dal rappor-
il dissolvimento di un vertice all’unificazione di due. to fra due polinomi.
Un’applicazione significativa di queste funzioni si tro-
va in una memoria di Isaac Newton Sull’analisi mediante
equazioni iterate un numero infinito di volte, scritta nel 1669,
ma pubblicata solo nel 1711. In essa si introduce un famo-
so metodo per la ricerca delle radici di un polinomio p(x),
che fa appunto intervenire in maniera iterativa il suo rap-
porto con la derivata p’(x):
p(xn)
xn+1 = xn – .
p’(xn)
Analizzando questa trasformazione nella maniera so-
lita si ottiene il frattale di Newton del polinomio, che mo-
stra le zone partendo dalle quali si raggiunge una delle
radici, e quelle in cui invece il procedimento non por-
ta a nessun risultato. Ed è proprio da questo particolare
esempio che l’intera teoria dei sistemi dinamici complessi
prese le mosse, coi lavori del 1871 di Ernst Schröder Sul-
le funzioni iterate, e del 1879 di Arthur Cayley su un’Ap-
plicazione del metodo di Newton-Fourier alle radici immagi-
narie di un’equazione.
Schröder e Cayley non andarono oltre le equazioni di
secondo grado, ma Julia e Fatou introdussero i metodi
necessari al trattamento di quelle di grado arbitrario. E
Fra −2 e 2, infine, succedono cose strane. Ad esempio, l’immagine seguente, in basso, mostra come, già nel frat-
per l’esponente 1 il multibrot si riduce alla sola origine, tale di Newton dell’equazione di terzo grado illustrato
232 Abbasso Euclide!

in alto, riemerge l’ubiquo insieme di Mandelbrot, a testi-


moniare la profonda interconnessione fra gli argomenti
di cui abbiamo parlato.
VIII
La geometria è finita
Da Fano a Deligne

L’isola della Grande-Jatte, o della Grande Chiatta, è una stri-


scia di terra lunga due chilometri e larga duecento metri. Si
trova sulla Senna, alle porte di Parigi, e dista sette chilometri
in linea d’aria da Notre Dame. Oggi è un quartiere residen-
ziale con circa quattromila abitanti, e alla fine dell’Ottocen-
to era una zona molto popolare per i picnic nei weekend.
Sia Claude Monet che Vincent Van Gogh le dedicarono
dei dipinti, ma il suo nome è passato alla storia soprattut-
to per Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte:
la tela di tre metri per due che Georges Seurat terminò nel
1886, dopo due anni di preparazione e di lavoro, e che co-
stituisce l’atto di nascita ufficiale del puntinismo.

Georges Seurat, Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte, 1884-86.


234 Abbasso Euclide! La geometria è finita 235

Questa tecnica pittorica, anticipata inconsciamente dai Per poter applicare in modo non banale i due postula-
mosaici a tasselli o tessere, e consciamente da alcune pittu- ti rimasti, c’è bisogno di almeno quattro punti: due per
re Tang in Cina, riduce lo spazio geometrico continuo, co- assicurare l’esistenza di almeno una retta, e altri due al
stituito di infiniti e scoloriti punti immateriali, a una rap- di fuori di essa per assicurare l’esistenza di almeno una
presentazione discreta, limitata a un numero finito di punti sua parallela. Il più piccolo piano affine contiene dun-
materiali colorati. que 4 punti e 6 rette, perché ogni coppia di punti ne in-
Oggi siamo tutti puntinisti senza neppure accorger- dividua una.
cene, perché le immagini digitali delle macchine foto- Per visualizzare questa geometria nel piano euclideo,
grafiche, delle televisioni e dei computer sono composte basta considerare i vertici di un quadrato come i punti, e
di pixel colorati: più grande è il numero dei pixel usa- i quattro lati e le due diagonali come le rette. Oppure, i
ti, maggiore è la risoluzione delle immagini. I puntini- vertici e il centro di un triangolo equilatero come i punti,
sti, però, erano interessati non alla risoluzione, ma al e i tre lati e i tre segmenti che congiungono i vertici col
suo esatto contrario: il loro obiettivo, cioè, non era na- centro come le rette. Nello spazio euclideo, invece, basta
scondere la natura atomica dello spazio visivo, ma esi- considerare i vertici di un tetraedro come i punti, e i sei
birla, mostrando la genesi di forme continue a partire lati come le rette.
da enti discreti.
Lo stesso obiettivo è perseguito dalle geometrie finite, alle
quali ora ci rivolgiamo. Esse costituiscono analoghi mate-
matici delle pitture puntiniste, in quanto contengono sol-
tanto un numero finito di punti e di rette, e realizzano ver-
sioni miniaturizzate delle geometrie continue classiche che
abbiamo considerato finora.

Euclide, Bolyai e Lobačevskij ridotti all’osso


In realtà, i tre modelli sono equivalenti: i primi due, in-
Per quanto riguarda i punti e le rette, l’essenza della fatti, non sono altro che proiezioni diverse del terzo. Ma
geometria euclidea è condensata nei due postulati estre- non bisogna lasciarsi fuorviare dalle immagini: le rette di
mi degli Elementi. Cioè, il primo e il quinto, che definisco- questo piano affine contengono soltanto due punti ciascu-
no i cosiddetti piani affini: na, e le rette del modello servono soltanto a indicare quali
punti sono collegati. In particolare, il fatto che le diagona-
• Per due punti passa una e una sola retta.
li del quadrato si intersechino nel piano euclideo non si-
• Per un punto fuori di una retta, passa una e una sola paral-
gnifica che la loro intersezione sia un punto del modello.
lela alla retta.
Quello descritto è l’unico piano affine in cui ogni retta con-
Degli altri postulati, il terzo e il quarto riguardano cer- tiene due soli punti. Mantenendo lo stesso numero di pun-
chi e angoli. E il secondo, che riguarda le rette, richiede di ti, infatti, non si possono aggiungere altre rette, per il pri-
poterle estendere indefinitamente. Esso implica che ogni mo postulato: altrimenti, per due punti passerebbe più di
retta contenga infiniti punti, e deve dunque essere accan- una retta. E non si possono nemmeno aggiungere nuovi
tonato nella considerazione delle geometrie finite. punti, per l’altro postulato: altrimenti, le due rette che con-
236 Abbasso Euclide!

giungono un nuovo punto a un lato del quadrato sarebbe- La danza dei sette punti
ro entrambe parallele all’altro lato.
Per considerare piani finiti in cui non ci sono parallele,
Per aggiungere punti bisogna passare a considerare mo-
ci rivolgiamo ora a versioni miniaturizzate della geome-
delli finiti del piano iperbolico, dove il quinto postulato di
tria proiettiva. L’essenza della quale, fin dalla sua nascita
Euclide è sostituito dal seguente:
nel 1639, fu condensata da Desargues in due postulati, che
• Per un punto fuori di una retta, passano almeno due paral- definiscono i piani proiettivi:
lele alla retta.
• Due punti individuano una e una sola retta.
Il più piccolo piano iperbolico contiene 5 punti e 10 ret- • Due rette individuano uno e un solo punto.
te. Due punti sono infatti necessari per assicurare l’esi-
stenza di almeno una retta, e altri tre fuori di essa per as- Naturalmente, il passaggio dai piani affini ai corrispon-
sicurare l’esistenza di almeno due sue parallele. E poiché denti piani proiettivi si effettua aggiungendo un punto
con cinque punti si possono formare dieci coppie, ci sono all’infinito per ogni fascio di rette parallele, e una retta
dieci rette. all’infinito contenente tutti e soli i nuovi punti all’infi-
Questa geometria iperbolica si può visualizzare consi- nito. Viceversa, il passaggio dai piani proiettivi ai sog-
derando i vertici di un pentagono come i punti, e i cin- giacenti piani affini si effettua togliendo una retta e tut-
que lati e le cinque diagonali come le rette. ti i suoi punti.
Il più piccolo piano proiettivo, che si ottiene dal più
piccolo piano affine, contiene dunque 7 punti e 7 rette,
perché ci sono tre coppie di rette parallele nel piano af-
fine, indicate con tre colori diversi nei vari modelli. In
particolare, nel quadrato, le due coppie di lati opposti,
e la coppia di diagonali. Nel triangolo, le tre coppie co-
stituite da un lato e dal segmento congiungente il ver-
tice opposto con il centro. E nel tetraedro, le tre coppie
di lati opposti.
Questa geometria proiettiva finita si chiama piano di
Fano, in onore di Gino Fano, che lo introdusse e lo stu-
diò nel 1892, a soli ventun anni, in un articolo Sui postu-
Una retta (blu) e due sue parallele (rosse).
lati fondamentali della geometria proiettiva in uno spazio li-
neare a un numero qualunque di dimensioni. Il lavoro faceva
Altri modelli, più grandi, si ottengono considerando parte della sua tesi di laurea, che aveva per relatore Cor-
in maniera analoga poligoni a più di cinque lati: dunque, rado Segre. In seguito Fano fu assistente di Guido Ca-
di piani iperbolici in cui ogni retta contiene due soli punti, ce stelnuovo e collaboratore di Giuseppe Peano, e con le
ne sono infiniti. Ma il numero di parallele a una retta data sue ricerche divenne uno dei pilastri della grande scuola
passanti per un punto fuori di essa cambia nei vari piani, geometrica italiana di fine Ottocento e inizio Novecen-
benché sia costante in ciascuno. to. Ma le leggi razziali del 1938 lo costrinsero a emigra-
re, benché egli fosse stato un sostenitore del fascismo, e
238 Abbasso Euclide! La geometria è finita 239

a terminare la sua vita peregrinando fra la Svizzera e gli


Stati Uniti.

Particolare di una vetrata


della chiesa All Saints Church
a Dorchester (Boston), con il simbolo
della Trinità. Particolare del poster
per il film Harry Potter e i doni della
morte, Parte II (2011). Il simbolo della
Giuseppe Fano.
pace in un poster per la Giornata
internazionale della pace.
Per visualizzare il piano di Fano nel piano euclideo, ba-
sta estendere i modelli del corrispondente piano affine. Il
modello quadrato non produce una figura particolarmen-
Ancora una volta, non bisogna lasciarsi fuorviare dal
te significativa, ma quello triangolare sì: i punti all’infini-
fatto che, nel modello, una «retta» sia rappresentata da un
to sono semplicemente i punti medi dei lati, e la retta all’in-
«cerchio»: quest’ultimo, infatti, è solo un modo di indica-
finito il cerchio inscritto.
re che i tre punti all’infinito sono collegati fra loro. In ogni
caso, ci si deve rassegnare: nel 1904, in uno studio su Un
sistema di assiomi per la geometria, Oscar Veblen ha dimo-
strato che, nel piano euclideo, di modelli del piano di Fano
consistenti di sole rette non ne esistono. Ma ne esistono
con più di un cerchio, alla maniera dei rosoni:

Questo modello triangolare è diventato un emblema


delle geometrie finite, per la sua compatta simmetria. E
anche, forse, per la sua somiglianza con alcuni simboli più
o meno esoterici, pur essi partecipi di una natura geome-
trica finita: dalla Trinità cristiana degli scolastici alla
Deathly Hallow magica di Harry Potter, passando per il
simbolo della pace di Gerald Holtom.
240 Abbasso Euclide! La geometria è finita 241

Nello spazio euclideo, invece, il piano di Fano si può meri da 1 a 7, scritti nel sistema binario: 001, 010, 011,
visualizzare considerando come i suoi sette punti il cen- 100, 101, 110, 111.
tro di un tetraedro e i sei punti medi dei lati. E come le
sue sette rette i tre segmenti (gialli) passanti per il cen-
001
tro e per i punti medi di due lati opposti, e i quattro cer- 011 001
chi (rossi) inscritti nelle facce.
Un altro modello si ottiene invece considerando come i 011
sette punti gli assi di rotazione del tetraedro: cioè, i tre seg-
menti (gialli) del precedente modello, e le quattro altezze 111
000 011
(verdi) tracciate dai vertici. E come le sette rette, i piani pas- 101
santi per due degli assi di rotazione, che automaticamen- 100
111
te passano anche per un terzo: tre per un segmento e due
altezze, e quattro per un’altezza e due segmenti.
010
110 010 110 100

Le rette del piano di Fano sono i piani che passano per


tre punti: cioè, per tre vertici del cubo distinti dall’origi-
ne. E il terzo punto di ciascuna retta è il vertice identifica-
to dalla terna che si ottiene sommando le coordinate degli
altri due punti, con la convenzione che 1 + 1 = 0. Questo
rende il piano di Fano un esempio in miniatura dei cosid-
detti spazi vettoriali di dimensione 3, introdotti in maniera
analoga da Giusto Bellavitis nel 1835, nel Saggio di appli-
cazioni di un nuovo metodo di geometria analitica.
A loro volta, le rette si possono identificare con sette
sequenze di quattro 0 e tre 1: 1110000, 1001100, 1000011,
0101010, 0100101, 0011001, 0010110. Le sette posizioni cor-
Quanto al cubo, ha un vertice in più del necessario. rispondono ai sette punti: gli 1 a quelli che stanno sulla
Ma da esso si può ottenere un altro modello del piano retta, e gli 0 a quelli che non stanno sulla retta. Altre sette
di Fano, semplicemente considerando come punti le ret- sequenze, con tre 0 e quattro 1, corrispondono ai comple-
te che passano per un vertice fissato, e per uno dei sette menti delle rette: cioè, ai punti che non stanno su una delle
rimanenti. Se si immagina il cubo come avente i lati di sette rette. Se uniamo a queste 14 sequenze le due compo-
lunghezza uguale a 1, il vertice fissato disposto nell’ori- ste di soli 0 o di soli 1, si ottengono 16 sequenze, che costi-
gine, e i tre lati che passano per esso allineati agli assi tuiscono l’esempio originario dei cosiddetti codici corretto-
cartesiani, allora i sette punti del piano di Fano sono ri lineari di Hamming, introdotti da Richard Hamming nel
identificati da terne di numeri 0 e 1. Esse corrispondo- 1950 in un lavoro sui Codici per il riconoscimento e la corre-
no, da un lato, alle loro coordinate. E, dall’altro, ai nu- zione di errori.
242 Diamo spazio al tempo La geometria è finita 243

Tali codici sono usati per codificare in maniera ridon- to per illustrare il teorema dei sette colori. Tale mappa
dante messaggi composti di parole di quattro lettere su contiene infatti 14 vertici di piastrelle, che possono esse-
un alfabeto binario, in maniera tale da essere in grado re alternativamente considerati come i punti e le rette del
di identificare e correggere un singolo errore di trasmis- piano di Fano.
sione. E il motivo per cui la correzione è possibile è che
i 27 = 128 possibili insiemi di punti del piano di Fano si 123
possono ridurre a quei 16, nel senso che gli altri 112 dif- 2 123
1 167
feriscono da uno di essi per l’aggiunta o la sottrazione 6 246
di un unico punto. 4 145
L’apparentemente semplice piano di Fano manifesta 5 356
un’altra connessione con il resto della matematica tramite 347
3
le sue «collineazioni», o «automorfismi»: cioè, i modi di 7 257
scambiare fra loro i sette punti, in maniera tale che due
punti collineari rimangano tali. Gli automorfismi sono 168,
e la loro struttura algebrica fornisce un semplice esempio Ci sono molte altre applicazioni del piano di Fano.
dei gruppi proiettivi lineari descritti da Évariste Galois nel- Ad esempio, alla definizione degli ottonioni o ottetti, in-
la sua ultima lettera, indirizzata il 29 maggio 1832 all’ami- trodotti nel 1843 da John Graves e nel 1845 dal già cita-
co Auguste Chevalier, il giorno prima di morire a vent’an- to Arthur Cayley, che costituiscono una versione a otto
ni in seguito a un duello. dimensioni dei numeri complessi bidimensionali, e dei
quarternioni quadridimensionali. O a un nuovo metodo
per la fattorizzazione dei numeri interi, scoperto nel 1974
1 da Derrick ed Emma Lehmer.
Ma, di tutte le applicazioni, la più singolare è forse
quella che riguarda la cosiddetta lotteria della Transilva-
nia, che non ha niente a che fare con la patria romena di
Dracula. Bensì, con la colonia americana della Transyl-
3 5 vania, che era situata più o meno nell’odierno Kentu-
7
cky. Nel 1792, per finanziare la costruzione della locale
università, che ancor oggi mantiene il nome originario
della colonia, fu indetta una lotteria: tra i numeri da 1
a 14, il banco ne tirava a sorte tre, i partecipanti ne sce-
glievano tre ciascuno, e vinceva chi ne aveva indovina-
2 4 ti almeno due.
6
Un esempio di automorfismo. Giocando una sola terna, la probabilità di vincere è di
circa il 20 per cento: ci sono infatti 364 casi possibili (le
Quanto alla «dualità proiettiva» del piano di Fano, che terne non ordinate di numeri da 1 a 14), e 72 favorevo-
permette di scambiare fra loro i punti e le rette, la si ritro- li (quelle con due numeri corretti). Ma per avere la sicu-
va nella mappa esagonale del toro che abbiamo già usa- rezza di vincere, non è necessario giocare 364-72+1 = 293
244 Diamo spazio al tempo La geometria è finita 245

terne a caso: basta giocarne 14 oculatamente! Dei tre nu- Vista la simmetria della configurazione, però, si posso-
meri tirati a sorte dal banco, infatti, almeno due devono no anche darne altre raffigurazioni, che facciano risaltare
stare tra 1 e 7, oppure tra 8 e 14. Nel primo caso, basta meglio questa simmetria (figura a destra).
considerare le terne determinate dalle rette di un piano
di Fano, i cui vertici sono i numeri da 1 a 7. Nel secon-
do, analogamente, quelle di un piano di Fano i cui ver-
tici sono i numeri da 8 a 14. E almeno una di queste 14
terne è vincente.

Meditazione pappo-desarguesiana
Anche prima della scoperta delle geometrie finite, ci si
era imbattuti in configurazioni finite di punti particolarmente
significative: ad esempio, quelle coinvolte nei due teoremi
di Pappo e di Desargues. Nessuna delle due costituisce di Sembra che il primo a cui venne in mente di estendere
per sé una geometria finita autonoma, ma entrambe si ritro- la configurazione di Pappo sia stato Newton, per motivi di
vano in varie geometrie finite, chiamate appunto pappiane giardinaggio. Egli si pose infatti il problema di piantare nove
o desarguesiane. I due nomi sono intercambiabili, perché le alberi, allineati a tre a tre in dieci modi diversi. La soluzione
due configurazioni procedono accoppiate: nelle geometrie consiste semplicemente nell’aggiungere una retta alla confi-
finite, infatti, o sono tutte e due presenti, o nessuna lo è, a gurazione di Pappo, in modo da allineare verticalmente i tre
causa di Un teorema sulle algebre finite dimostrato nel 1905 punti centrali. Questo introduce però un’asimmetria, perché
da Joseph Wedderburn. alcuni punti stanno su tre rette, e altri su quattro. La simme-
La configurazione di Pappo consiste di 9 punti e 9 rette, tali tria viene ristabilita quando si aggiungano altri due collega-
che su ogni retta stanno tre punti, e ogni punto sta su tre menti, in modo da unire anche i rimanenti punti, a tre a tre.
rette. Con 7 punti e 7 rette, le due condizioni determina-
no univocamente il piano di Fano. Con 9 punti e 9 rette,
invece, ci sono tre configurazioni con le stesse proprietà,
e quella di Pappo corrisponde alla situazione determina-
ta dal suo teorema. Ossia, dalla Proposizione VII.139 del
suo libro Collezione matematica, del 300 circa, che insieme
al Commento di Proclo costituisce la principale fonte stori-
ca della matematica greca.
Il teorema di Pappo non è altro che un caso particolare
del teorema di Pascal sugli esagoni inscritti in una coni-
ca, quando la conica si riduce a due rette incidenti. E sta-
bilisce che in un esagono coi vertici alterni su due rette le tre
intersezioni dei lati opposti stanno su una stessa retta (figu-
ra a sinistra).
246 Abbasso Euclide! La geometria è finita 247

La configurazione di Desargues consiste invece di 10 pun- ti come i quattro vertici e i sei punti medi dei lati, e le 10
ti e 10 rette, sempre tali che su ogni retta stiano tre pun- rette come i sei lati e i quattro cerchi inscritti sulle facce.
ti, e ogni punto stia su tre rette. In realtà, ci sono dieci E poiché i punti medi dei lati di un tetraedro costituisco-
configurazioni con le stesse proprietà, e quella di Desar- no i vertici di un ottaedro, si può anche pensare il model-
gues corrisponde alla situazione determinata dal suo lo come costituito di una coppia tetraedro e ottaedro, in cui
teorema: se i vertici corrispondenti di due triangoli sono in i vertici dei due solidi sono i 10 punti della configura-
prospettiva da un punto, le intersezioni dei lati corrisponden- zione di Desargues.
ti sono in prospettiva da una retta, e viceversa. Ancora una
volta, vista la simmetria della configurazione, si posso-
no darne raffigurazioni che facciano risaltare questa
simmetria.

Piccoli modelli crescono


Nel piano affine che abbiamo considerato, su ogni retta
stanno due punti, e ogni punto sta su tre rette. E nel corri-
spondente piano proiettivo, su ogni retta stanno tre pun-
ti, e ogni punto sta su tre rette. In tal caso si dice che i due
piani hanno ordine 2.
Passiamo ora a considerare piani di ordine 3. In quello
affine, su ogni retta stanno tre punti, e ogni punto sta su
quattro rette. E in quello proiettivo, su ogni retta stanno
quattro punti, e ogni punto sta su quattro rette.
Poiché il teorema di Desargues vale per triangoli non In quest’ultimo ci sono 13 punti e 13 rette. Infatti, se fis-
solo nel piano, ma anche nello spazio, si ottengono facil- siamo un suo punto qualunque, per esso passano 4 rette,
mente dei modelli spaziali della configurazione di Desar- ciascuna con altri 3 punti: dunque, in tutto ci sono 13 pun-
gues. Ad esempio, su un tetraedro, interpretando i 10 pun- ti, e altrettante rette per dualità. Nel corrispondente piano
248 Abbasso Euclide! La geometria è finita 249

affine, invece, ci sono 9 punti e 12 rette. Infatti, se fissiamo Il cosiddetto teorema di Sylvester e Gallai dimostra dunque
un suo punto qualunque, per esso passano 4 rette, ciascu- che, come già per il piano proiettivo di ordine 2, anche per
na con 2 altri punti: dunque, in tutto ci sono 9 punti. E c’è il piano affine di ordine 3 bisogna accontentarsi di model-
una retta in meno, quella all’infinito, che nel corrisponden- li in cui alcune «rette» appaiono «curve» sul piano eucli-
te piano proiettivo. deo: ad esempio, quelli ottenuti a pagina 245 estendendo
Il piano affine di ordine 3 si chiama anche piano di Hesse, la configurazione di Pappo con l’aggiunta di tre «rette».
perché la sua struttura era stata anticipata indirettamen- Ma questo non significa che le «rette» non possano vera-
te da Otto Hesse. Verso il 1730, infatti, Colin Maclaurin mente essere tali in altri contesti: ad esempio, su un toro.
aveva notato, nel Trattato sulle proprietà generali delle curve Infatti, per trovare un semplice modello toroidale ba-
geometriche pubblicato postumo nel 1748, che i 9 punti di sta prendere una scacchiera 3 per 3, come quella usata
flesso di una curva cubica complessa stanno, a tre a tre, per il Tris, e considerare come 9 punti i vertici delle casel-
su 12 rette. E nel 1844, in un lavoro Sui punti di flesso del- le, e come 12 rette le linee orizzontali, verticali o diagona-
le curve di terz’ordine, Hesse aveva determinato la confi- li. Queste ultime, intere o spezzate, nel senso che se si esce
gurazione geometrica di questo insieme di punti e rette. da un lato della scacchiera, si rientra da quello opposto nel
Nel 1893 James Sylvester si chiese, nella Domanda mate- punto corrispondente, e con la stessa direzione: cioè, pen-
matica 11.851 della rivista «Educational Times», se fosse sando i lati opposti del quadrato incollati fra loro, come se
possibile visualizzare la configurazione di Hesse nel piano ci si muovesse appunto su un toro.
euclideo mediante sole rette, e congetturò di no. La doman-
da cadde nell’oblio per mezzo secolo, e nel 1943 Paul Er-
dös la ripropose indipendentemente nel Problema 4.065 del-
la rivista «American Mathematical Monthly». Quello stesso
anno Tibor Gallai diede una Soluzione al problema 4.065,
confermando che la cosa è impossibile: più precisamente,
in ogni configurazione di punti non collineari sul piano c’è una
retta che passa per due soli punti.

Altri modelli dello stesso piano si ottengono ridispo-


nendo gli otto punti esterni su due quadrati, intrecciati a
ottagono. O tutti e nove i punti su tre triangoli, alternati
250 Abbasso Euclide! La geometria è finita 251

telescopicamente. In entrambi i casi, così come già nel In generale, già nel 1856 Karl von Staudt aveva defini-
precedente modello, le 12 rette sono divise per paralleli- to, nei suoi Contributi alla geometria di posizione, i piani di
smo in quattro gruppi di tre, indicati con quattro colori. ordine n. In quelli affini, su ogni retta stanno n punti, e per
ogni punto passano n+1 rette. E in quelli proiettivi, su ogni
retta stanno n+1 punti, e per ogni punto passano n+1 ret-
te. Con un ragionamento analogo a quello fatto per l’ordi-
ne 3, von Staudt aveva poi notato che un piano affine di or-
dine n ha n2 punti e n2+n rette, e un piano proiettivo di ordine
n ha n2+n+1 punti, e altrettante rette.
In particolare, i punti e le rette dei più piccoli piani affi-
ni e proiettivi sono:

piano ordine punti rette parallele

affine 2 4 6 3 gruppi di 2

Quanto al piano proiettivo di ordine 3, lo si ottiene fa- proiettivo 2 7 7


cilmente: basta aggiungere al piano affine di ordine 3
quattro punti all’infinito, uno per ciascun gruppo di pa- affine 3 9 12 4 gruppi di 3
rallele, e una retta all’infinito, passante per i quattro pun-
proiettivo 3 13 13
ti all’infinito. Un modello particolarmente simmetrico
si ottiene dal precedente modello triangolare, con la con- affine 4 16 20 5 gruppi di 4
venzione che la retta all’infinito circolare passi anche
per il punto all’infinito centrale. E questo modello con- proiettivo 4 21 21
tiene una configurazione di Desargues particolarmente
simmetrica (a destra). affine 5 25 30 6 gruppi di 5

proiettivo 5 31 31

Modelli planari dei piani affini di ordine 4 e 5 si posso-


no ottenere per analogia da quelli di ordine 2 e 3. Ad esem-
pio, nel modello triangolare del piano affine di ordine 2, i
quattro punti sono disposti uno al centro, e gli altri in un’or-
bita triangolare. Nel modello quadrato di ordine 3, i nove
punti sono disposti uno al centro, e gli altri in due orbite
quadrate. Un modello pentagonale di ordine 4 si ottiene di-
sponendo i sedici punti uno al centro, e gli altri in tre or-
bite pentagonali. E un modello esagonale di ordine 5, dispo-
252 Abbasso Euclide! La geometria è finita 253

nendo i venticinque punti uno al centro, e gli altri in quattro


orbite esagonali.

Ufficiali in parata
I piani considerati finora hanno come ordine o un nu-
mero primo (2, 3 e 5), o una sua potenza (4). Già nel suo
articolo del 1892, Fano aveva dimostrato che piani affini
e proiettivi esistono per tutti gli ordini primi. Nel 1906,
Modelli spaziali dei piani proiettivi di ordine 3 e 5 si in un articolo sulle Geometrie proiettive finite, Oscar Ve-
possono invece ottenere per analogia da quello di ordine blen e William Bussey aggiunsero, più in generale, che
2, basato sugli assi di rotazione di un tetraedro. In partico- piani affini e proiettivi esistono per tutti gli ordini che sono
lare, un modello di ordine 3 si ottiene considerando come numeri primi, o loro potenze. In particolare, per gli ordi-
punti gli assi di rotazione di un cubo, o di un ottaedro. E uno ni 7, 8, 9 e 11.
di ordine 5, considerando gli assi di rotazione di un dode- Il primo ordine che non ricade sotto la condizione pre-
caedro, o di un icosaedro. cedente è 6, e il relativo piano affine dovrebbe avere 36
Le simmetrie dei solidi regolari hanno dunque la strut- punti. Per affrontarlo, consideriamo un problema posto
tura di un piano proiettivo, rispettivamente di ordine 2, 3 o nel 1782 da Eulero, in una Ricerca su una nuova specie di
5. E il motivo per cui le strutture di simmetria di due solidi quadrati magici:
duali coincidono, è che i loro assi di rotazione sono esatta- Sei reggimenti hanno sei ufficiali, ciascuno di grado di-
mente gli stessi. Per accorgersene, basta disporre i due so- verso (colonnello, tenente colonnello, maggiore, capitano,
lidi duali in modo che i vertici di uno si situino nei centri tenente e sottotenente). Si possono disporre i trentasei uf-
delle facce dell’altro.
254 Abbasso Euclide! La geometria è finita 255

ficiali in formazione quadrata, in maniera tale che ciascu- Una parte del risultato di Bose è che, a partire da 3,
na riga e ciascuna colonna contenga un solo ufficiale per se esiste un piano affine o proiettivo di ordine n, allora esi-
ciascun reggimento, e uno solo di ciascun grado? stono quadrati greco-latini o alfanumerici n per n. Ad esem-
pio, un quadrato alfanumerico 3 per 3 si ottiene dal
piano affine di ordine 3, disponendo ciascuna delle tre
lettere secondo tre diagonali parallele (verdi), e ciascu-
no dei tre numeri secondo le altre tre diagonali paral-
lele (blu). Usando invece le tre orizzontali parallele (gial-
le), e le tre verticali parallele (rosse), si otterrebbe un
quadrato 3 per 3 del tipo usato nella battaglia navale.

A1 B 2 C3 A1 A2 A3
C2 A3 B 1 B1 B2 B3
Banda dei Granatieri della Guardia a Londra, 2012.

B 3 C1 A2 C1 C2 C3
Eulero congetturò che la risposta fosse negativa non
solo per la formazione 6 per 6, ma anche per quelle 10 per
10, 14 per 14, e così via. E nel 1901 Gaston Tarry risolse Il Quadrati analoghi 4 per 4, o 5 per 5, si possono costruire
problema dei trentasei ufficiali, enumerando a mano tutte le allo stesso modo, partendo dai piani affini di ordine 4 o
possibilità, e notando che nessuna soddisfaceva alle con- 5. Ma il risultato di Tarry riguardante il problema di Eu-
dizioni richieste. Dunque, per il caso 6 per 6, Eulero ave- lero sui 36 ufficiali mostra che non esiste un tale quadra-
va effettivamente ragione. to 6 per 6, e dunque che non esistono piani affini o proietti-
La connessione con la geometria finita fu trovata nel vi di ordine 6.
1938 da Raj Chandra Bose, in un lavoro Su un’applica- Dopo il 6, il successivo ordine che non ricade sotto la con-
zione delle proprietà dei campi di Galois al problema della dizione di Veblen e Bussey è 10. Ma l’esistenza di piani affi-
costruzione di iperquadrati greco-latini. Dove un quadra- ni o proiettivi di ordine 10 non si può escludere alla stessa
to greco-latino non è altro che una soluzione del proble- maniera di quelli di ordine 6, perché nel 1959 Ernst Par-
ma analogo al precedente, in cui i reggimenti e i gradi ker, con una ricerca al computer, ha trovato che di quadra-
degli ufficiali sono sostituiti, prosaicamente, da lettere ti greco-latini 10 per 10 ne esistono, a differenza di ciò che
greche e latine. O, altrettanto prosaicamente, da lettere credeva Eulero!
e numeri, nel qual caso si parla di quadrato alfanume- Artisticamente, sostituendo le lettere greche e latine
rico. O, più coloritamente, da semi e valori di carte da con quadrati e cerchi di 10 colori, il quadrato greco-lati-
gioco, o facce e colori di dadi. no 10 per 10 trovato da Parker diventa una tabella cro-
256 Abbasso Euclide! La geometria è finita 257

matica che sembra ispirata agli Studi sul colore di Vasilij La scena è un condominio di 10 piani, ciascuno con 10 stan-
Kandinskij, del 1913, noti anche come Quadrati con cerchi ze: ci sono dunque 100 stanze, che si possono appunto di-
concentrici. sporre in un quadrato 10 per 10. Perec decise che le varie
stanze dovessero contenere ciascuna un personaggio che
compie un’azione, e che ci dovessero essere 10 tipologie di
personaggi e 10 di azioni, da accoppiare proprio nella ma-
niera trovata da Parker. Per buona misura, Perec decise an-
che di disporre i capitoli alla maniera di un percorso eule-
riano su una scacchiera 10 per 10. E di eliminare una stanza,
per rompere la simmetria.

Vasilij Kandinskij, Quadrati con cerchi concentrici, 1913,


Monaco, Städtische Galerie im Lehnbachaus.

Letterariamente, un utilizzo spettacolare dei quadrati


greco-latini 10 per 10 venne fatto da Georges Perec nel 1978, Incisione di Eugène Lavielle raffigurante lo spaccato
per la struttura del suo romanzo La vita: istruzioni per l’uso. di un palazzo parigino con le diverse classi sociali, 1850.
258 Abbasso Euclide! La geometria è finita 259

Tutto questo è molto eccitante, ma non basta a dimo- un quadrato alfanumerico 5 per 5. E le rimanenti dieci, per
strare l’esistenza di un piano affine o proiettivo di ordine colorare separatamente le lettere e i numeri con due serie
10, perché la condizione del teorema di Bose è necessaria, di cinque colori. Oppure, per colorare separatamente le
ma non sufficiente. Lo diventa solo se, invece di limitar- coppie di lettere e numeri, e i loro sfondi. O, nel caso dei
si a considerare quadrati bidimensionali, formati da cop- quadrati greco-latini, per aggiungere una terza e una quar-
pie di lettere greche e latine, si considerano «iperquadrati ta lettera, di altri due alfabeti.
a nove dimensioni»: ad esempio, sequenze di nove lettere,
tratte da nove alfabeti diversi. Il risultato completo di Bose
è infatti che, a partire da 3, esiste un piano affine o proietti- A1 B2 C3 D4 E5
vo di ordine n se e solo se esiste un iperquadrato n per n aven-
te n − 1 dimensioni.
Ad esempio, le rette del piano affine di ordine 4 sono ven- E2 A3 B4 C5 D1
ti, suddivise per parallelismo in cinque gruppi. Otto, si pos-
sono di nuovo usare per un quadrato 4 per 4 del tipo utiliz-
zato nella battaglia navale. Altre otto, per costruire un D3 E4 A5 B1 C2
quadrato alfanumerico 4 per 4. E le rimanenti quattro, per
colorare le coppie di lettere e numeri con quattro colori, che
appaiono una volta sola in ciascuna riga e in ciascuna co- C4 D5 E1 A2 B3
lonna. O, nel caso dei quadrati greco-latini, per aggiungere
un’altra lettera di un altro alfabeto: ad esempio, cirillico.
B5 C1 D2 E3 A4
A1 B2 C3 D4 Ma una simile estensione dei quadrati greco-latini 10
per 10 non è possibile. Nel 1989 Clement Lam, Larry Thiel
D2 A3 B4 C1 e Stanley Swiercz hanno infatti provato La non esistenza di
un piano proiettivo di ordine 10, lavorando una decina d’anni
e usando migliaia di ore di computer: una dimostrazione
C3 D4 A1 B2 interattiva uomo-macchina, dello stesso genere di quella
del teorema dei quattro colori.
B4 C1 D2 A3 Dopo il 6 e il 10, il successivo ordine che non ricade sot-
to la condizione di Veblen e Bussey è 12, e qui finisce la no-
I quadrati esterni a destra corrispondono ai colori a sinistra, stra storia: per ora, infatti, non si sa se esistano piani affini
quelli intermedi alle lettere e quelli interni ai numeri. o proiettivi di ordine 12. Si pensa di no, perché in generale
si crede che ne esistano solo per gli ordini che sono nume-
Analogamente, le rette del piano affine di ordine 5 sono ri primi, o loro potenze, ma la congettura rimane aperta.
trenta, suddivise per parallelismo in sei gruppi. Dieci, si Un importante passo avanti verso la dimostrazione del-
possono di nuovo usare per un quadrato 5 per 5 del tipo la congettura è stato fatto nel 1949 da Richard Bruck e Her-
utilizzato nella battaglia navale. Altre dieci, per costruire bert Ryser, con un teorema generale riguardante La non esi-
260 Abbasso Euclide! La geometria è finita 261

stenza di certi piani proiettivi finiti. Esso copre infiniti casi che Più precisamente, ci sono 8 punti, 28 rette e 14 piani. In-
non soddisfano la condizione di Veblen e Bussey, compre- fatti, i vertici del cubo sono 8, e ciascuno può essere colle-
si 6 e 14. Ma non tutti: ad esempio, non 10 e 12. E benché gato ai rimanenti da 7 rette: tre lati del cubo, tre diagonali
10 sia stato escluso per vie traverse, come abbiamo accen- delle facce, e una diagonale del cubo. Poiché ognuno de-
nato, 12 rimane un problema aperto. gli 8 punti sta su 7 rette, ma ogni retta contiene 2 punti, ci
sono 28 rette: dodici lati del cubo (blu), dodici diagonali
delle facce (rosse), e quattro diagonali del cubo (gialle). E
Quindici studentesse per un reverendo
poiché ognuno degli 8 punti sta su 7 piani, ma ogni piano
I piani affini e proiettivi considerati finora forniscono contiene 4 punti, ci sono 14 piani: le sei facce del cubo, le
versioni miniaturizzate dei piani euclideo e proiettivo. In sei sezioni determinate dalle diagonali di facce opposte, e
maniera analoga si possono considerare versioni miniatu- le due sezioni determinate dalle diagonali del cubo.
rizzate degli spazi euclideo e proiettivo, costituiti non solo Analogamente, così come il più piccolo piano proiettivo
di punti e rette, ma anche di piani: a loro volta, rispettiva- è il piano di Fano, il più piccolo spazio proiettivo è il cosid-
mente, affini e proiettivi. detto spazio di Fano, anch’esso introdotto nel già citato la-
Così come il più piccolo piano affine è modellato da un voro del 1892. Lo si ottiene mettendo insieme vari piani di
quadrato con le sue diagonali, il più piccolo spazio affine è Fano, ciascuno contenente 7 punti e 7 rette, ciascuna con-
modellato da un cubo con le sue diagonali. Come punti, si tenente 3 punti. Per dualità, poi, ogni punto sta su 7 rette.
prendono i vertici. Come rette, i segmenti determinati da Più precisamente, nello spazio di Fano ci sono 15 punti,
coppie di punti. E come piani, i piani affini determinati da 35 rette e 15 piani. Infatti, per calcolare il numero di pun-
quadruple di punti. ti basta fissarne uno, e ricordare che ciascun altro è colle-
gato a esso da una retta. Ma per il punto fissato passano
7 rette, ciascuna con altri 2 punti: ci sono dunque altri 14
punti, che sommati a quello fissato fanno 15. Per dualità,
il numero dei piani è lo stesso di quello dei punti. E poiché
ciascuno dei 15 punti sta su 7 rette, e ogni retta contiene 3
punti, ci sono 35 rette.
Un sorprendente modello dello spazio di Fano si può
costruire sul solito tetraedro, visualizzando il tutto nel
modo seguente.

• I 15 punti sono: i quattro vertici; i sei punti medi dei lati;


i quattro centri delle facce; e il centro del tetraedro.
• Le 35 rette sono: i sei lati (blu); le tre connessioni dei pun-
ti medi di lati opposti (azzurre); le dodici mediane del-
le facce (verdi); le quattro altezze del tetraedro (viola);
i quattro cerchi inscritti nelle facce (rossi); e i sei cerchi
passanti per il punto medio di un lato e per i due centri
delle facce opposte (gialli).
262 Abbasso Euclide! La geometria è finita 263

• I 15 piani di Fano sono: i quattro modelli triangolari Lo spazio di Fano permette di dare una soluzione al pro-
costruiti sulle facce; i sei modelli triangolari costruiti blema delle quindici studentesse, proposto nel 1850 dal reve-
sulle sezioni passanti per un lato e per il punto medio rendo Thomas Kirkman nel Diario per signore e signori:
del lato opposto; i quattro piani costruiti con le tre me- Quindici studentesse di una scuola vanno a passeggio
diane (verdi) passanti per un vertice, con il cerchio in fila per tre, tutti i giorni di una settimana: si richiede di
(rosso) inscritto nella faccia opposta, e con i tre cerchi disporle giornalmente in maniera tale che nessuna di esse
(gialli) passanti per un estremo opposto al vertice di cammini mai due volte con le altre.
una mediana e per i centri delle due facce opposte; e
il piano costruito con le tre connessioni (azzurre) dei
punti medi dei lati opposti e con i quattro cerchi (ros-
si) inscritti sulle facce.

Il problema si può risolvere considerando le 15 studen-


tesse come i punti dello spazio di Fano, e le 35 file (cinque
al giorno, per sette giorni) come le rette. Si tratta dunque
di suddividere le rette in 7 gruppi disgiunti di 5, in modo
che ciascun gruppo contenga tutti i punti. Enumerando
i punti-studentesse da 1 a 15, una possibile soluzione è:

lun mar mer gio ven sab dom


1, 2, 3 1, 4, 13 4, 7, 2 13, 2, 11 7, 13, 3 13, 5, 9 3, 9, 10
4, 5, 6 7, 10, 5 10, 13, 8 5, 8, 3 10, 2, 6 2, 8, 12 6, 12, 13
7, 8, 9 8, 11, 6 11, 14, 9 6, 9, 1 5, 11, 15 11, 3, 4 15, 4, 8
10, 11, 12 14, 3, 12 3, 6, 15 12, 15, 7 8, 14, 1 14, 6, 7 1, 7, 11
13, 14, 15 9, 15, 2 12, 1, 5 4, 10, 14 9, 12, 4 15, 1 10 2, 5, 14
264 Abbasso Euclide! La geometria è finita 265

Una volta trovata una soluzione, la dualità dello spa- no esattamente quando il numero degli elementi di par-
zio proiettivo permette di trovarne un’altra, scambiando tenza è 9, 15, 21, 27 o ogni altro numero che dà resto 3,
i punti con i piani. E queste sono le uniche due soluzioni se diviso per 6.
sostanzialmente diverse che si possono ottenere dallo spa-
zio di Fano. Entrambe furono pubblicate nel 1850: una da
Meditazione pascaliana
Arthur Cayley, in un lavoro Su un arrangiamento triadico di
sette e quindici oggetti, e l’altra da Kirkman stesso, in una Singolarmente, la terna composta da Cayley, Kirkman
Nota su una domanda-premio insoluta. e Steiner, oltre che per i contributi alla soluzione del pro-
In realtà, non c’è bisogno di costruire l’intero spazio di blema delle quindici studentesse, si ritrovò unita anche in
Fano per risolvere il problema, e infatti Cayley e Kirkman un’approfondita analisi del teorema di Pascal. Il quale sta-
non lo fecero. Basta trovare un sistema di terne di 15 ele- bilisce che le intersezioni delle coppie di lati opposti di un esago-
menti, tali che ogni coppia appartenga esattamente a una no inscritto in una conica stanno su una stessa retta, che viene
terna. E suddividere il sistema in classi disgiunte, ciascu- chiamata retta di Pascal.
na delle quali contenga esattamente i 15 elementi. La pri- Per esagono si intende un insieme di sei punti 123456,
ma condizione definisce i cosiddetti sistemi di Steiner, e la collegati consecutivamente da sei lati 12, 23, 34, 45, 56 e 61.
seconda i cosiddetti sistemi di Kirkman. Ma niente richiede che i sei punti siano consecutivi sulla
Jakob Steiner introdusse indipendentemente i primi nel conica: ad esempio, quando il loro ordine è 135264 si ot-
1853, come Problema combinatorio. Ma essi erano già stati tiene un esagono intrecciato, che suggerì a Pascal il nome
definiti nel 1844 da Wesley Woodhouse, nella Domanda- di esagramma mistico.
premio 1733 del solito Diario per signore e signori. E furono
classificati da Kirkman nel 1847, in un lavoro Su un pro- 3
blema di combinazioni: i sistemi di Steiner esistono esatta- 2
mente quando il numero degli elementi di partenza è 7,
9, 13, 15 o ogni altro numero che dà resto 1 o 3, se diviso 4
per 6. L’unica soluzione su 7 elementi è il piano proietti-
vo di ordine 2. L’unica su 9 elementi, il piano affine di or-
dine 3. Una delle due su 13 elementi, un piano iperbolico
di ordine 3. E una delle ottanta su 15 elementi, lo spazio
proiettivo di ordine 2.
Poiché il lavoro di Kirkman non fu notato, nel 1850
egli dapprima propose come esempio il problema delle 1
5
studentesse, e poi ne svelò una soluzione. Nel 1917, in
uno studio dei Sistemi di Kirkman, Pieter Mulder dimo- 6
strò che su 15 elementi le soluzioni sostanzialmente di-
verse sono sette: le due trovate da Cayley e Kirkman, e Nel 1828 Steiner osservò, nei Teoremi sull’Hexagrammum
altre cinque. Ma solo nel 1968 Dwijendra Ray-Chaudhu- Mysticum, che sei punti consecutivi 123456 su una conica pos-
ri e Richard Wilson trovarono una Soluzione del problema sono formare un esagono in molti modi diversi. Precisamen-
delle studentesse di Kirkman: i sistemi di Kirkman esisto- te, ci sono 720 combinazioni possibili, perché ciascuno dei
266 Abbasso Euclide! La geometria è finita 267

6 punti può essere unito con un lato a ciascuno dei 5 rima- Nel 1877 Giuseppe Veronese dimostrò, ancora da stu-
nenti. E ciascuno di questi, a ciascuno dei 4 rimanenti. E così dente, una serie di Nuovi teoremi sull’Hexagrammum Mysti-
via. E il prodotto dei numeri 6, 5, 4, 3, 2 e 1 è appunto 720. cum. In particolare, che i 60 punti di Kirkman e le 60 ret-
In altre parole, ci sono 720 permutazioni della sequenza te di Pascal si dividono in sei insiemi di 10 punti e 10 rette
123456. Ma non tutte danno luogo a esagoni diversi. An- ciascuno. E ciascuno di questi insiemi costituisce una con-
zitutto, perché il verso non conta: ad esempio, 123456 e figurazione proiettiva di ordine 2: più precisamente, una
654321 corrispondono allo stesso esagono, e questo dimez- configurazione di Desargues.
za le possibilità. E poi, perché neppure il punto di parten- Colorando con sei colori gli elementi dei sei insiemi, si
za conta: ad esempio, 123456 e 234561 corrispondono allo nota che tre rette di Pascal di colori diversi si incontrano in
stesso esagono, e questo divide per sei le possibilità rima- uno stesso punto, che viene chiamato punto di Steiner. Nel
nenti. Ogni insieme di sei punti genera dunque 60 esago- suo lavoro del 1828, infatti, Steiner si era accorto che un tale
ni, e 60 corrispondenti rette di Pascal. punto corrisponde all’intersezione delle rette di Pascal di
Dato un esagono 123456 (verde), si possono considera- un esagono 123456 (verde), e dei due che hanno lati alterni
re quelli da esso disgiunti, nel senso che nessuno dei loro coincidenti con i suoi: cioè, 125634 (giallo) e 236145 (rosso).
lati coincide con un lato dell’esagono di partenza. Ce ne Di punti di Steiner ce ne sono dunque solo 20. Ogni retta di
sono esattamente tre: oltre al già citato 135264 (giallo), an- Pascal ne contiene esattamente uno, e ogni punto di Steiner
che 351426 (rosso) e 136425 (blu). Nel 1849 Kirkman si ac- sta esattamente su tre rette di Pascal, di colore diverso.
corse che le loro rette di Pascal si intersecano in uno stes-
so punto, che viene così chiamato punto di Kirkman.

1
1

6 2
3
6 2 4
5
3

5 4

Di punti di Kirkman ce n’è uno per ogni esagono fissa- Analogamente, si nota che tre punti di Kirkman di colo-
to, e ce ne sono 60 per le sue possibili variazioni. I 60 pun- ri diversi determinano una stessa retta, che viene chiama-
ti di Kirkman e le 60 rette di Pascal costituiscono una confi- ta retta di Cayley, essendo stata trovata da Arthur Cayley
gurazione proiettiva di ordine 2: cioè, ogni retta di Pascal nel 1849, in una Nota su qualche teorema della geometria di po-
contiene esattamente tre punti di Kirkman, e ogni punto sizione. Di nuovo ci sono solo 20 rette di Cayley, che insieme
di Kirkman sta esattamente su tre rette di Pascal. ai 20 punti di Steiner formano una configurazione proiettiva
268 Abbasso Euclide!

di ordine 2: cioè, ogni retta di Cayley contiene esattamente Le truppe del generale
tre punti di Steiner, e ogni punto di Steiner sta esattamente
I piani e gli spazi affini, iperbolici e proiettivi sono solo la
su tre rette di Cayley.
punta dell’iceberg delle geometrie finite. Come già le loro
A loro volta, i punti di Steiner sono allineati, a quattro a
originarie versioni infinite, essi non fanno altro che stabi-
quattro, su 15 rette di Plücker, scoperte nel 1830 da Julius Plü-
lire l’ambiente in cui si svolge l’azione del teatro geome-
cker, in un lavoro su Un nuovo principio della geometria. E le ret-
trico. Analogamente, i punti, le rette e i piani sono solo i
te di Cayley si incontrano, a quattro a quattro, in 15 punti di
comprimari della scena, mentre i veri protagonisti sono le
Salmon, scoperti nel 1849 da George Salmon, e inseriti l’anno
curve, le superfici e i solidi.
dopo nella seconda edizione del suo Trattato sulle sezioni coni-
Il modo più semplice di definire questi protagonisti, è di
che. Si ottiene così una configurazione proiettiva di ordine 3.
passare alla geometria algebrica e usare equazioni. E che ci
Per concludere, possiamo riassumere il tutto in una tabel-
sia un legame tra la geometria algebrica e le geometrie fi-
la. E osservare che Pascal aveva visto lontano, quando aveva
nite, lo si può intuire dal citato risultato di Hesse del 1844,
parlato di Hexagrammum Mysticum, «Esagramma Mistico»,
secondo cui i nove punti di flesso di una curva cubica com-
a proposito delle rette che portano il suo nome!
plessa costituiscono un piano affine di ordine 3.
Ma una vera e propria corrispondenza si può stabilire in-
configurazione punti rette troducendo coordinate che appartengono a particolari ana-
ordine 2 60 di Kirkman 60 di Pascal loghi finiti dell’insieme dei numeri, che si chiamano campi
di Galois, anch’essi descritti da Galois nella sua citata ultima
ordine 2 20 di Steiner 20 di Cayley
lettera del 29 maggio 1832. Si ottengono in tal modo parti-
ordine 3 15 di Salmon 15 di Plücker colari geometrie finite che si chiamano geometrie di Galois.
Il più semplice esempio di campo di Galois è quello for-
mato dai due numeri 0 e 1, con la convenzione che 1 + 1 = 0.
E il più semplice esempio di geometria proiettiva di Galois
è, come abbiamo visto, il piano di Fano. Ma non tutte le
geometrie finite sono di Galois: più esattamente, per mo-
tivi che capiremo nel prossimo capitolo, non lo sono quel-
le in cui non vale il teorema di Pappo.
Il mutuo rapporto tra le due aree si può indicare, sim-
bolicamente, mediante la proporzione:

campi di Galois geometrie di Galois .


=
algebra geometria

Una manifestazione di questo rapporto si trova nel fat-


Le 45 rette di Pascal di un esagono regolare, in zoomate successive. to che i possibili numeri di elementi dei campi di Galois,
Altre 9 sono collassate, tre a tre, sulle tre rette più spesse. Le rimanenti così come i possibili ordini delle geometrie di Galois, sono
6 sono all’infinito. tutti e soli i numeri primi e le loro potenze: cioè, i nume-
270 Abbasso Euclide! La geometria è finita 271

ri che soddisfano la condizione di Veblen e Bussey. E ab- Una volta sistemate le curve, nel 1949 André Weil enun-
biamo visto che la stessa cosa si pensa che succeda anche, ciò un’analoga congettura sul Numero di soluzioni di
più in generale, per i possibili ordini di tutte le geometrie equazioni in campi finiti: cioè, sul numero di punti delle
finite, non solo per quelle di Galois. superfici algebriche bidimensionali e pluridimensiona-
Nei piani e negli spazi affini o proiettivi finiti, il nu- li. Il lavoro su questo nuovo problema andò avanti per
mero di punti delle rette è determinato dall’ordine. Nel venticinque anni, e portò addirittura a due medaglie
1955 Beniamino Segre, allievo di Corrado Segre e suo lon- Fields: nel 1966 ad Alexander Grothendieck, per lo svi-
tano parente, effettuò uno studio degli Ovali in un piano luppo della tecnologia necessaria alla dimostrazione, e
proiettivo finito e dimostrò che le curve quadratiche non nel 1978 a Pierre Deligne, per la dimostrazione della
degeneri, che corrispondono alle coniche classiche, han- congettura.
no esattamente lo stesso numero di punti delle rette.
Più in generale, nel 1921, nella sua tesi di laurea sui
Corpi quadratici nel dominio di congruenze superiori, Emil
Artin aveva congetturato che il numero di punti di una
curva algebrica in una geometria di Galois fosse all’in-
circa lo stesso del numero di punti di una retta. E che
la possibile differenza dipendesse in maniera semplice
dall’ordine della geometria, e dal grado dell’equazione
che definisce la curva.
Nel 1933, nella Dimostrazione dell’analogo dell’ipotesi di
Riemann per le funzioni zeta di congruenza di Artin e Schmidt
su certe curve ellittiche, Helmut Hasse confermò la con-
gettura di Artin per le curve cubiche. In tal caso, la pos- André Weil, Alexander Grothendieck e Pierre Deligne.
sibile differenza si riduce semplicemente al doppio della
radice quadrata dell’ordine della geometria: ad esempio, Weil, Grothendieck e Deligne rappresentano le punte di
in una geometria proiettiva di ordine 25, poiché le ret- diamante di tre generazioni successive della grande scuola
te hanno 26 punti, le curve cubiche ne hanno tra 16 e 36. francese di geometria algebrica, da un lato, e del multice-
Nel 1948, in una monografia Sulle curve algebriche e falo gruppo Nicolas Bourbaki, dall’altro. Quest’ultimo,
le varietà che se ne deducono, André Weil dimostrò infi- una specie di società segreta dedita alla scrittura dei mo-
ne la congettura di Artin in generale. Questo risulta- numentali Elementi di matematica, era stato fondato negli
to lo rese famoso, anche perché il problema andava ben anni Trenta, appunto da Weil e una mezza dozzina di suoi
al di là delle curiosità sulle geometrie finite. Come te- amici e colleghi.
stimoniava il titolo del lavoro di Hasse, c’erano infatti Il nome era goliardicamente mutuato da un generale di
profonde connessioni con il più importante problema Napoleone III, ma l’opera era dannatamente seria, e a metà
aperto della matematica: l’ipotesi di Riemann sulla di- del Novecento contagiò l’intero mondo intellettuale: dallo
stribuzione dei numeri primi, che apparentemente ave- strutturalismo nelle scuole filosofiche, all’insiemistica nel-
va molto a che vedere con l’analisi e la teoria dei nume- le scuole elementari.
ri, e poco con la geometria.
272 Abbasso Euclide!

Il primo Congresso Bourbaki a Besse-en-Chandesse, Puy-de-DÔme, 1935.


Da sinistra, in piedi: Henri Cartan, René de Possel, Jean Dieudonné,
André Weil e il biologo Luc Olivier. Seduti: la «cavia» Mirlès, Claude Chevalley
e Szolem Mandelbrojt. A destra, un ritratto del generale Charles Bourbaki.
IX
Era tutto senza fondamento
Da Hilbert a Gödel

Nel 1972 il regista russo Andrej Tarkovskij produsse, con So-


laris, la risposta sovietica a 2001 Odissea nello spazio di Stan­
ley Kubrick. E come quest’ultimo film era tratto dall’omo­
nimo romanzo di Arthur Clarke del 1968, anche il primo
si ispirava a un omonimo romanzo del 1961 dello scritto­
re polacco Stanisław Lem.
La sterminata e variegata produzione letteraria di Lem
spazia dalle meditazioni filosofiche della Summa Technolo-
giae, alle favole per robot delle Ciberiadi. E passa attraverso
i reportages delle avventure galattiche di Ijon Tichy, con­
tenuti in particolare nei Diari stellari e nelle Memorie di un
viaggiatore spaziale.
Una di queste avventure, la «milleunesima», risale al
1968 e si intitola L’hotel straordinario. L’hotel serviva tut­
ti i viaggiatori del cosmo, e si estendeva attraverso quasi
tutte le galassie. E, cosa più importante, conteneva un nu­
mero infinito di stanze. Ciò nonostante, quando Tichy ar­
rivò, l’hotel era pieno, a causa di un congresso cosmico de­
gli zoologi, e sembrava non esserci posto per lui. Ma lo si
trovò comunque, grazie a una brillante intuizione riferi­
ta dal viaggiatore:
Dopo aver meditato un po’, il direttore si rivolse al con­
cierge e gli disse: «Mettilo nella stanza 1». «E dove mette­
rò l’ospite della 1?» «Mettilo nella 2. Sposta l’ospite della 2
nella 3, quello della 3 nella 4, e così via.»
274 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 275

Fu solo in quel momento che cominciai ad apprezzare le


qualità insolite dell’hotel. Se ci fosse stato un numero fini­
to di stanze, l’ospite dell’ultima si sarebbe dovuto trasferi­
re nello spazio interstellare. Ma siccome l’hotel aveva un
numero infinito di stanze, c’era spazio per tutti, e io potei
prendere possesso di una stanza senza privare nessuno zoo­
logo cosmico della sua.

Il racconto prosegue illustrando efficacemente altre pro­


prietà, ancora più insolite, dello straordinario hotel. E questa
bella metafora dell’infinito è stata ripresa nel 1980 da Rudy
Rucker, per il romanzo Luce bianca. Nel 2002 da John Bar­
row, per lo spettacolo teatrale Infinities. E nel 2004 da Aman­
da Boyle, per il cortometraggio Hotel Infinito.
David Hilbert e il suo «ritratto frattale».

Naturalmente, i motivi per cui Hilbert è passato alla sto­


ria della matematica sono ben altri. Il primo risultato che
lo rese famoso nel 1888, a soli ventisei anni, fu il cosiddet­
to teorema della base: un vero e proprio cataclisma matema­
tico, che dimostrava l’esistenza di qualcosa (per la crona­
ca, di una base finita per ogni ideale di polinomi), senza
però esibirla esplicitamente in concreto.
Cosa che, d’altra parte, può succedere anche nella vita
quotidiana. Ad esempio, come Hilbert stesso soleva ripe­
tere ai suoi studenti, lui era certo che uno di loro aveva più
capelli di tutti gli altri, anche se non avrebbe saputo indi­
care chi era.
Il teorema della base lasciò i matematici nella situazione
Scena da Infinities.
di un cercatore che sappia che in un’isola c’è un tesoro, ma
non abbia la mappa per trovarlo. Per decenni i colleghi di
Hilbert si erano avvicinati al tesoro a passi di lumaca e con
La via teologica alla matematica
grande fatica, cercando le basi caso per caso. Trovarsi di
In realtà la metafora dell’hotel infinito non è di Lem, ma fronte a due paginette che, con un balzo da gigante e fa­
di Hilbert, ed è uno dei due motivi per cui il nome del gran­ cilmente, risolvevano il problema in generale, li stupì da
de matematico tedesco è conosciuto anche dai non addetti un lato, e li indispettì dall’altro.
ai lavori. L’altro, di cui abbiamo già parlato, è la sua ver­ Paul Gordan, in particolare, che prima di Hilbert era
sione della curva di Peano. stato il miglior «basista», esclamò seccato: «Questa non
276 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 277

è matematica, ma teologia». E da vecchio barone cercò di gliere soltanto postulati soddisfatti da quei significati. E
impedire la pubblicazione del risultato sui Mathematische doveva invece conquistare la libertà di porre postulati ar­
Annalen, gli «Annali di Matematica», che erano la miglior bitrari, con l’unica condizione della consistenza, e di accet­
rivista dell’epoca. Benché fosse solo un giovane assisten­ tare come enti geometrici tutto ciò che soddisfacesse i po­
te, Hilbert lo sfidò però a trovare errori nella sua dimostra­ stulati, si trattasse pure di «tavoli, sedie e boccali di birra».
zione o tacere, ed ebbe la meglio. L’articolo Sulla teoria delle O di «amore, legge e spazzacamino», come Hilbert ripeté
forme algebriche fu pubblicato, e dopo qualche anno Gor­ il 29 dicembre 1899, in una lettera a Gottlob Frege.
dan fu costretto ad ammettere: «Mi sono convinto che la
teologia ha i suoi meriti».

Tavoli, sedie e boccali di birra


Hilbert lasciò un segno ancora più profondo nella ma­
tematica con i Fondamenti della geometria, che nel 1899 for­
nirono una versione riveduta e corretta degli Elementi di
Euclide. Nel corso dei secoli, come vedremo, si era infat­
ti scoperto che i famosi cinque postulati non erano affatto
sufficienti a derivare tutti i teoremi del libro!
Il libro di Hilbert divenne famoso non solo per i suoi ri­
sultati geometrici, ai quali torneremo tra poco, ma anche
per il suo approccio logico. Esso spostava infatti l’attenzione
da ciò che si poteva dimostrare in un sistema assiomatico,
a ciò che si doveva dimostrare del sistema. In altre parole,
secondo un’espressione dello stesso Hilbert, si era passati
«dalla matematica alla metamatematica». Tavoli, sedie e boccali di birra in un quadro di Jean Béraud, Al bistro, 1891.
In particolare, i Fondamenti della geometria si concentra­
rono sui metodi, per evitare di ricadere nei problemi in cui
era incappato Euclide. La soluzione fu una triplice dimo­ Nel 1974 lo scrittore surrealista Raymond Queneau
strazione di completezza, indipendenza e consistenza: del fatto, fece una parodia di questa «poetica» nei Fondamenti del-
cioè, che gli assiomi del nuovo sistema fossero collettiva­ la letteratura secondo David Hilbert, interpretando «retta,
mente sufficienti, e individualmente necessari, per dimostra­ punto e piano» come «parola, frase e paragrafo», con ef­
re tutte e sole le proposizioni vere della geometria euclidea. fetti esilaranti. Ad esempio, traducendo il postulato che
Per effettuare questo passaggio, bisognava adottare uno per due punti passa una sola retta, con: «Date due pa­
«stil novo», che Hilbert illustrò una volta al bar della sta­ role, esiste una e una sola frase che le contiene entram­
zione di Berlino, nel settembre 1891, aspettando un treno be». O il postulato delle parallele, con: «Data una frase
coi colleghi. La geometria, secondo lui, doveva affrancar­ e una parola non contenuta in essa, esiste una sola fra­
si dalla schiavitù di considerare solo significati intuitivi se che contiene quella parola, e non ha parole in comu­
per nozioni quali «punto, retta e piano», e di dover sce­ ne con la frase data».
278 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 279

Scherzi a parte, Hilbert aveva così effettuato il passag­


gio da un unico mondo «vero», messo in crisi dalla sco­
perta delle geometrie alternative a quella euclidea, ai mol­
ti mondi «possibili», descritti da modelli di ogni genere. O,
se si vuol essere più filosofici, dall’Essere­come­Essere del­
la Metafisica di Aristotele all’Essere­come­Possibilità della
Critica della ragion pura di Kant.
Poiché questo costituiva una vera e propria rivoluzione
copernicana, come appunto Kant aveva proclamato ri­
guardo al proprio lavoro, Hilbert scelse un epigramma
kantiano per il suo: «La conoscenza umana comincia con
le intuizioni, continua con i concetti e finisce con le idee».
Nel caso della geometria, le intuizioni erano quelle eucli­
dee, descritte dai cinque postulati degli Elementi. I concet­
ti quelli alternativi, euclidei o iperbolici, permessi dai pri­
mi quattro postulati. E le idee quelle arbitrarie, relative a
un qualunque sistema di postulati consistenti. Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911, L’Aia, Gemeentemuseum
(© 2012 Mondrian/Holtzman Trust c/o HCR International USA).
Per quanto innovativo in matematica, l’approccio di Hil­
bert era comunque in linea con lo spirito culturale dei tem­
pi. Lo sviluppo della geometria astratta costituiva infatti
il risultato naturale dello scardinamento della geometria
tridimensionale euclidea, provocato dalle geometrie mul­
tidimensionali da un lato, e dalle geometrie non euclidee
dall’altro. Uno scardinamento analogo, e per molti versi
parallelo, a quello della pittura tradizionale figurativa pro­
vocato dall’impressionismo, dal futurismo, dal cubismo e
dal costruttivismo, che ebbe come risultato un simile svi­
luppo della pittura astratta.
Questo processo di progressiva astrazione è emblema­
ticamente testimoniato da una coppia di quadri di Piet
Mondrian del 1912, L’albero grigio e Melo in fiore: mentre
nel primo l’albero è ancora visibile, benché ormai ridotto
alle sue linee essenziali, nel secondo si è completamente
smaterializzato. Lo stesso processo è in atto in alcune del­
le variazioni sul tema del Ponte giapponese di Giverny, di­
pinte da Claude Monet attorno al 1923. Piet Mondrian, Melo in fiore, 1912, L’Aia, Gemeentemuseum
(© 2012 Mondrian/Holtzman Trust c/o HCR International USA)
280 Abbasso Euclide!

L’imperativo categorico
Già Proclo, nel suo Commento al Primo Libro degli Elemen-
ti di Euclide, aveva notato che neppure la Proposizione I.1
che apre l’opera deriva dai cinque postulati! Euclide cerca
infatti di costruire un triangolo equilatero su un segmen­
to, facendo la cosa ovvia: traccia, cioè, due archi di cerchio
aventi per raggio il segmento e per centri gli estremi, e pren­
de come terzo vertice il punto di intersezione.
Nessun postulato, però, assicura che i due archi di cer­
chio si incontrino: in uno di essi potrebbero esserci dei «bu­
chi», e l’altro arco potrebbe passare proprio attraverso uno
di essi. Il rimedio è facile da immaginare, anche se meno
da formulare: bisogna introdurre un assioma di continuità,
che assicuri appunto che nei cerchi non ci siano dei «bu­
chi». Naturalmente, poiché in altre proposizioni degli Ele-
menti si considerano invece intersezioni di una retta e un
Claude Monet, Il ponte giapponese, 1918­24. cerchio, bisogna anche assicurarsi che non ci siano dei «bu­
chi» neppure nelle rette.
Il modo più semplice di farlo consiste nell’introdurre un
assioma della retta e del cerchio, che afferma che se una retta
ha un punto dentro e uno fuori di un cerchio, lo interse­
ca. O, equivalentemente, un assioma dei due cerchi, che af­
ferma che se un cerchio ha un punto dentro e uno fuori di
un altro cerchio, lo interseca. In tal modo la Proposizione
I.1 degli Elementi, e molte altre, diventano dimostrabili.
Questa è la via proposta nel 1959 da Alfred Tarski, in
Che cos’è la geometria elementare? Ma, come dichiara il tito­
lo stesso del suo lavoro, in tal modo si ottiene soltanto la
cosiddetta «geometria elementare»: cioè, quella delle co­
struzioni effettuabili con la riga e il compasso, considera­
te appunto da Euclide.
Hilbert adottò invece un assioma più forte, enunciato
nel 1872 da Richard Dedekind in Continuità e numeri irra-
zionali. Questa volta si richiede che ogni bisezione di una
retta sia determinata da un punto. O, più esplicitamente,
Claude Monet, Il ponte giapponese, 1923­25.
che quando si taglia una retta in due, o una delle sezioni
abbia un punto massimo, o l’altra abbia un punto minimo.
282 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 283

E mediante l’assioma di Dedekind si dimostra non solo tipica delle superfici a curvatura costante. E poi, nessun
che non si possono aggiungere punti alle rette, ma anche postulato permette di ribaltare una figura sul piano, e
che non si possono aggiungere punti o rette al piano: per dunque di dimostrare che due triangoli uguali che ab­
questo motivo, si parla anche di assioma di completezza del­ biano orientamento opposto siano effettivamente sovrap­
le rette e del piano. ponibili.
Nel 1902 Edward Huntington introdusse Un insieme com-
pleto di postulati per la teoria delle grandezze assolutamente con-
tinue. Chiamò «categorico» un sistema di assiomi così rigi­
damente determinato, da ammettere sostanzialmente un
unico modello. E indicò come esempio canonico il sistema
di Hilbert per la geometria, che proprio grazie all’assioma
di Dedekind soddisfa questo «imperativo categorico». Al
contrario del più debole sistema di assiomi di Tarski per
la geometria elementare, che ammette invece una varietà
di modelli diversi, benché tutti soddisfacenti esattamente
le stesse proprietà.

Una critica al metodo di dimostrazione «per movimento


L’uguaglianza è un diritto fondamentale e sovrapposizione» si trova, forse inaspettatamente, nella
I problemi degli Elementi di Euclide non si fermano cer­ seconda edizione del Mondo come volontà e rappresentazione
to a quello relativo alla Proposizione I.1. Basta andare poco di Arthur Schopenhauer, del 1844:
oltre per trovarne un altro nella Proposizione I.4, che co­ Io sono sorpreso che, invece del postulato delle paral­
stituisce il criterio lal (Lato­Angolo­Lato) di uguaglianza lele, non si attacchi il principio che «figure coincidenti
per i triangoli aventi due lati e l’angolo compreso uguali. sono uguali fra loro». Perché la coincidenza o è una mera
E anche nella Proposizione I.8, che costituisce il criterio tautologia, o è un fatto completamente empirico, che
lll (Lato­Lato­Lato) di uguaglianza per i triangoli aven­ appartiene non alla pura intuizione, ma all’esperienza
ti tre lati uguali. sensoriale esterna. Essa presuppone infatti il movimen­
Lo stesso Euclide era conscio che il metodo di dimostra­ to delle figure, ma ciò che si può far muovere nello spa­
zio è la materia, e nient’altro. Far appello alla coinciden­
zione da lui adottato in entrambi i casi, cioè spostare i due
za significa dunque abbandonare lo spazio puro, che è
triangoli uno sull’altro e osservare che coincidono, non
il solo elemento della geometria, e passare al materiale
fosse soddisfacente. Altrimenti, l’avrebbe usato anche al­ e all’empirico.
trove, dove invece è riuscito a evitarlo. Ad esempio, nella
Proposizione I.26, che costituisce il criterio ala (Angolo­ Già nel 1557 Jacques Peletier du Mans aveva comunque
Lato­Angolo) di uguaglianza per i triangoli aventi un lato indicato, nelle sue osservazioni Sulle dimostrazioni dei pri-
e i due angoli adiacenti uguali. mi sei libri degli Elementi di geometria di Euclide, l’ovvia so­
I motivi di insoddisfazione sono almeno due. Anzitut­ luzione del problema: basta prendere il criterio lal come
to, nessun postulato assicura che quando si sposta una fi­ assioma, invece di dimostrarlo in modo inconcludente. E
gura sul piano, essa non si deformi: una proprietà, questa, questa è appunto la strada seguita da Hilbert nel suo li­
284 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 285

bro, e prima di lui da Moritz Pasch nelle Lezioni sulla nuova Il criterio ala e il criterio lll si possono entrambi dimo­
geometria del 1882, e da Giuseppe Veronese nei Fondamen- strare, e non è dunque necessario assumerli come assiomi
ti di geometria del 1891. aggiuntivi. Volendo, però, il criterio ala si può assume­
Naturalmente, una volta che si lascia cadere la nozione re come assioma al posto del criterio lal, perché essi sono
intuitiva di uguaglianza come «sovrapponibilità», biso­ equivalenti, sulla base degli altri assiomi. Non si sa, inve­
gna definirla formalmente in qualche altro modo. Le vie ce, se sia possibile assumere come assioma il criterio lll,
seguite dai tre autori precedenti sono diverse, anche se a senza dover aggiungere altri assiomi.
posteriori risultano essere tutte equivalenti. Pasch assume Anche il quarto postulato di Euclide, che tutti gli angoli
come primitiva l’uguaglianza per i poligoni, e deduce da retti sono uguali fra loro, si può dimostrare. Dunque, non è
essa l’uguaglianza per i segmenti e per gli angoli. Verone­ necessario assumere neppur esso come assioma aggiuntivo.
se si limita ad assumere l’uguaglianza per i segmenti, e a
dedurla per gli angoli e i poligoni. Hilbert, scegliendo una Instauriamo un nuovo ordine
via intermedia tra la semplicità espositiva e la sottigliezza
logica, assume l’uguaglianza per segmenti, angoli e triango- Mentre i problemi legati alla continuità e all’uguaglian­
li e la deduce per i poligoni. za sono abbastanza evidenti, ed erano almeno in parte noti
In particolare, egli introduce tre assiomi di uguaglianza già nell’antichità, quelli relativi all’ordine sono più sotti­
per i segmenti, che stabiliscono: li, e hanno dovuto attendere la modernità per poter esse­
re individuati.
1. L’uguaglianza di segmenti è riflessiva, simmetrica e transiti- Essi hanno a che vedere col fatto che Euclide suppone
va. Cioè, un segmento è uguale a se stesso. Se un primo implicitamente che un punto divida una retta in due semi­
segmento è uguale a un secondo, il secondo è uguale rette distinte, e che una retta divida il piano in due semi­
al primo. E se un primo segmento è uguale a un secon­ piani distinti. E anche che si possano riportare o estendere
do, e il secondo è uguale a un terzo, allora il primo è un segmento o un angolo in una direzione, oppure in un’al­
uguale al terzo. tra. Ma tutto ciò presuppone appunto una nozione d’ordi­
2. L’uguaglianza di segmenti rispetta l’addizione. Cioè, se ne, che permetta di dire quando un punto sta fra altri due.
un primo segmento è uguale a un secondo, e un ter­ Hilbert introduce allora tre assiomi dell’ordine per i pun-
zo segmento è uguale a un quarto, la somma del pri­ ti, che stabiliscono:
mo e del terzo segmento è uguale alla somma del se­
condo e del quarto. 1. I segmenti sono estendibili da entrambi i lati. Cioè, dati due
3. Dato un segmento, se ne può riportare uno uguale su una punti, ne esiste un terzo tale che uno dei primi due sta
data retta, a partire da un dato punto e in un dato verso. fra l’altro e il terzo.
2. «Stare fra due punti» è una relazione simmetrica. Cioè, se
Hilbert introduce anche tre analoghi assiomi di uguaglianza un primo punto sta fra un secondo e un terzo, sta an­
per gli angoli e postula il criterio lal di uguaglianza per i trian- che fra il terzo e il secondo.
goli, portando a sette il numero degli assiomi di uguaglian­ 3. «Stare fra due punti» è una relazione rettilinea. Cioè, se
za. Tutti questi assiomi sono necessari per ricostruire espli­ un punto sta fra altri due, tutti e tre stanno sulla stessa
citamente gli Elementi di Euclide, nei quali questi assiomi retta. E se tre punti stanno sulla stessa retta, uno e uno
sono usati implicitamente in varie occasioni. solo sta fra gli altri due.
286 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 287

Hilbert introduce anche un assioma della separazione del Il sistema di Hilbert consiste dunque di sedici assiomi.
piano, secondo cui una retta divide il piano in due semi­ Dei cinque postulati del sistema di Euclide, il primo rimane
piani, che hanno in comune soltanto la retta stessa. La se- come primo assioma di incidenza. Il secondo, come primo
parazione delle rette, secondo cui un punto di una retta la assioma dell’ordine. Il terzo e il quarto diventano dimostra­
divide in due semirette, si può dimostrare a partire dal­ bili, e non devono più essere postulati indipendentemente.
la separazione del piano, e non è dunque necessario assu­ E il quinto rimane come assioma delle parallele.
merla come assioma aggiuntivo. Il sistema di Hilbert senza l’assioma delle parallele co­
Anche il cosiddetto assioma di Pasch, secondo cui una ret­ stituisce un’assiomatizzazione della geometria assoluta.
ta che entra all’interno di un triangolo attraverso un lato ne Quello con l’assioma delle parallele, un’assiomatizzazione
esce da uno degli altri due o dal loro vertice comune, si può della geometria euclidea. E quello con la negazione dell’as­
dimostrare a partire dalla separazione del piano. Ma vale sioma delle parallele, un’assiomatizzazione della geome-
anche il contrario, e dunque l’assioma di Pasch si può as­ tria iperbolica.
sumere al posto della separazione del piano. Le assiomatizzazioni della geometria sferica e della geome-
tria proiettiva non ricadono invece in questo schema: in nes­
suna di esse ci sono rette parallele, infatti, mentre la loro
esistenza è un teorema della geometria assoluta. I proble­
mi risiedono sia negli assiomi dell’ordine, come abbiamo
già accennato, che in quelli di incidenza.
Ad esempio, poiché nella geometria sferica le rette sono
chiuse, non ha senso chiedersi quale di tre punti collineari
stia fra gli altri due, perché ciascuno sta fra gli altri. Biso­
gna dunque passare da un’assiomatizzazione dell’ordine
su linee aperte, basata sulla nozione di separazione di due
Per completare il sistema di Hilbert, ai dodici assiomi punti da parte di un terzo (B separa A e C), all’assiomatiz­
finora enumerati (uno di continuità, sette di uguaglianza zazione dell’ordine su linee chiuse, basata sulla nozione
e quattro di ordine) bisogna ancora aggiungere l’assioma della mutua separazione di due coppie di punti (A e C se­
delle parallele, o una qualunque delle proposizioni a esso parano B e D, e viceversa).
equivalenti: cioè, uno qualunque dei teoremi che valgo­
no nella geometria euclidea, ma non in quella iperbolica. C
Ad esempio, il teorema di Pitagora. O l’esistenza di rette B
equidistanti. O di un rettangolo. O di un triangolo avente
somma angolare pari a due retti, eccetera.
E bisogna anche aggiungere tre assiomi di incidenza, che A
stabiliscono: A B C
D
1. Per ogni coppia di punti passa una e una sola retta.
2. Ogni retta ha almeno due punti.
3. Il piano ha almeno tre punti non collineari.
Era tutto senza fondamento 289

Chi non muore si rivede


Il banco di prova del sistema assiomatico di Euclide era
stata la sua dimostrazione del teorema di Pitagora, con la
quale si concludeva il Libro Primo degli Elementi. Hilbert
accettò lo stesso teorema come banco di prova del proprio
sistema assiomatico, fornendo di passaggio una profonda
analisi del concetto di area.
Benché l’area intervenisse implicitamente sia nell’enunciato
del teorema di Pitagora che nella dimostrazione di Euclide,
non era neppure stata definita negli Elementi! Addirittura, Da questa dimostrazione si capisce che Euclide non ri­
non se ne era mai parlato esplicitamente, e ci si era limitati teneva che due poligoni avessero area uguale se sono
a usare il termine «uguaglianza», benché in un senso diver­ equidecomponibili: cioè, se si possono scomporre in un nu­
so da quello di «sovrapponibilità» utilizzato in altre parti. mero finito di triangoli, a due a due uguali. Bensì, se sono
Questa mancanza si poteva interpretare come una prova equicomplementabili: cioè, se è possibile aggiungere loro un
del fatto che Euclide ritenesse le sue cinque nozioni comuni, che numero finito di poligoni equidecomponibili, in modo che
precedono i cinque postulati e intervengono in modo essen­ i poligoni composti siano equidecomponibili.
ziale in ogni dimostrazione relativa all’area, come un’assioma­ Ci si può domandare, naturalmente, il motivo di questa
tizzazione sufficiente del concetto. Le proprietà postulate per complicazione. La risposta viene dal tentativo di dimostra­
l’area da queste nozioni erano, nella terminologia moderna: re la Proposizione I.35 usando l’equidecomponibilità inve­
ce dell’equicomplementabilità. Lo si può fare facilmente,
1. Transitività: due cose uguali a una terza sono uguali scomponendo i due parallelogrammi in una serie di trian­
fra loro. goli a due a due uguali (fra loro, e alla parte comune dei
2. Additività: aggiungendo cose uguali a cose uguali, si ot­ due parallelogrammi), più due parallelogrammi finali (che
tengono cose uguali. si possono scomporre in triangoli, uguali a due a due).
3. Sottraibilità: sottraendo cose uguali a cose uguali, si ot­
tengono cose uguali.
4. Invarianza: cose coincidenti sono uguali.
5. Monotonicità: il tutto è maggiore della parte.

L’esempio archetipico di come Euclide procedeva nel


trattamento dell’area è la sua dimostrazione della Propo­
sizione I.35: due parallelogrammi con la stessa base e uguali al-
tezze hanno la stessa area. Si tratta semplicemente di osser­
vare che i due parallelogrammi identificano due triangoli
(rosso e giallo), uguali fra loro per il criterio lal. E che Ma per provare che la serie di triangoli ha termine, biso­
ciascun parallelogramma si ottiene dal relativo triangolo, gna usare il cosiddetto assioma di Archimede: cioè il fatto che
togliendo una parte comune (arancio), e aggiungendo una i multipli di un segmento hanno grandezza illimitata, nel
parte comune (blu). senso che possono eccedere un qualunque altro segmento.
290 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 291

O, se si preferisce, che non esistono segmenti di grandez­ In generale, una qualche forma dell’assioma di conti­
za infinitesima. In realtà, l’assioma era già stato enunciato nuità è necessaria per un trattamento dei volumi, anche
da Eudosso, ma come «lemma»: dunque, probabilmente, dal punto di vista dell’equicomplementabilità. In partico­
con un tentativo di «dimostrazione». Archimede, invece, lare, non si può dimostrare per dissezione la Proposizione XII.5
lo usò esplicitamente come postulato nel suo capolavoro, di Euclide sul volume dei tetraedri, e qualche uso di metodi
il trattato Sulla sfera e il cilindro. infinitari è necessario.
Si potrebbe pensare che l’uso dell’assioma di Archimede
sia solo un difetto della particolare dimostrazione appena
Misura per misura
vista, e che si possa in qualche modo evitare. Ma Hilbert di­
mostrò che non è così, perché l’assioma di Archimede equivale Per dimostrare il teorema di Pitagora, non c’è bisogno
al fatto che l’equidecomponibilità e l’equicomplementabilità coin- di una misura dell’area: basta la nozione di uguaglianza.
cidono per i triangoli. Il che giustifica l’approccio di Euclide. Voler evitare le misure, però, costringe a fare contorsioni
Il motivo per cui l’assioma di Archimede non compare fra linguistiche, da un lato, e impedisce di dire tutto ciò che si
gli assiomi di Hilbert è che esso si può dimostrare dall’as­ vorrebbe, dall’altro. Ad esempio, non si può dire che «l’area
sioma di Dedekind. Dunque, nel sistema di Hilbert il teorema di un triangolo è uguale al prodotto della base per l’altez­
di Pitagora si può dimostrare senza l’assioma di continuità, se za diviso due», ma bisogna limitarsi a dire che «l’area di
come definizione di uguaglianza di aree si adotta l’equicom­ un triangolo è metà di quella di un parallelogramma con
plementabilità, ma non se si adotta l’equidecomponibilità. la stessa base e uguale altezza» (Proposizione I.41). E che
Il fatto di poter usare il trucco dell’equicomplementabi­ «due parallelogrammi con la stessa base e uguali altezze
lità per evitare l’assioma di Archimede, o quello di conti­ hanno area uguale» (Proposizione I.35).
nuità, nel trattamento dell’area dei poligoni, è comunque Anche questa volta, però, Euclide aveva ottimi motivi
una fortunata coincidenza della geometria piana. Il ter- per evitare di parlare di una misura dell’area: i numeri reali
zo problema di Hilbert nella sua famosa lista del 1900, sulla non erano ancora stati definiti, e i numeri razionali poteva­
quale torneremo, domandava infatti se la cosa fosse pos­ no fornire soltanto delle approssimazioni. O almeno, sem­
sibile in maniera analoga anche per i volumi della geome­ brava che avesse ottimi motivi, fino a quando Hilbert non
tria solida, usando tetraedri al posto dei triangoli. mostrò nel suo libro che cosa Euclide avrebbe potuto fare,
Ma nel 1901, in un lavoro Sui volumi, Max Dehn dimostrò pur limitandosi ai mezzi a sua disposizione.
che la risposta è negativa. Ad esempio, non si può tagliare L’idea è di misurare le aree mediante segmenti. Il che
a pezzi tetraedrici uno dei due tetraedri seguenti, e ricom­ richiede di sviluppare in maniera geometrica un’algebra
porli in modo da ottenere l’altro, benché essi abbiano la stes­ dei segmenti, per indurre su di essi le operazioni tipiche
sa base e la stessa altezza, e dunque lo stesso volume. dei numeri. Le definizioni dell’addizione e della moltipli­
cazione risalgono alla Geometria di Cartesio, del 1637. Le
dimostrazioni delle proprietà algebriche di queste ope­
razioni, alla Geometria di posizione di Karl von Staudt, del
1847. E il trattamento nell’ambito della geometria eucli­
dea, al Testo di geometria analitica di Friedrich Schur, del
1898, e ai già citati Fondamenti della geometria di Hilbert,
del 1899.
292 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 293

Precisamente, la somma di due segmenti viene defini­ a×b


ta come la loro concatenazione rettilinea. Una volta fis­ b×a
sati come riferimenti due assi incidenti, non necessa­
riamente perpendicolari, e un segmento unitario 1, il a
prodotto a × b di due segmenti a e b posti sui due assi, con
un estremo nell’origine, si definisce tirando dall’altro
b
estremo di a la parallela alla retta che passa per gli altri
estremi di 1 e b. Il motivo è che in tal modo si generano
due triangoli simili, i cui lati sono proporzionali fra loro:
dunque, un fattore sta all’unità come il prodotto sta all’al­
tro fattore.
1 b a

a×b Questo caso particolare del teorema di Pappo permette


di dimostrare non solo la commutatività del prodotto, ma
anche l’associatività. E, di conseguenza, anche la distributi-
vità sulla somma. Cioè, tutte le proprietà che servono per
l’algebra dei segmenti.
b Sviluppando compiutamente le idee anticipate da Schur,
Hilbert non si fermò qui. Egli dimostrò anzitutto che il
caso particolare del teorema di Pappo è equivalente alla
sua versione generale discussa nel capitolo VIII, che si ot­
tiene proiettando al finito i punti all’infinito. Ma anche, e
a molto più sorprendentemente, che:
1
• Il teorema di Pappo equivale alla congiunzione delle Proposi-
Se si prova a dimostrare ad esempio la commutatività del zioni I.37 e I.39 di Euclide. Cioè, al fatto che triangoli con
prodotto, si devono scambiare le posizioni dei due segmen­ la stessa base sono equicomplementabili se e solo se han­
ti sui due assi. Si ottengono così sei punti: uno è l’estremo no la stessa altezza.
del segmento unitario, due gli estremi dei segmenti origi­ • Il teorema di Pappo equivale alla congiunzione delle Propo-
nari, uno l’estremo del loro prodotto, e due gli estremi dei sizioni VI.4 e VI.5 di Euclide. Cioè, al fatto che due trian­
segmenti scambiati. goli sono simili se e solo se hanno i lati corrisponden­
Che il prodotto b × a di questi due ultimi finisca esatta­ ti proporzionali.
mente nello stesso punto in cui finiva il prodotto a × b dei
segmenti originari, è una conseguenza del caso particola­ Il caso particolare del teorema di Pappo si può dimostra­
re del teorema di Pappo in cui i lati dell’esagono si incon­ re in maniera elementare. E una sua dimostrazione mette
trano all’infinito: in un esagono coi vertici alterni su due rette automaticamente a disposizione un’algebra di segmenti,
incidenti, se due coppie di lati opposti sono paralleli, lo sono an- che si può utilizzare per definire una misura dell’area per
che i lati della terza coppia. i poligoni, riferita all’area di un quadrato di lato unitario.
294 Abbasso Euclide!

Il punto di partenza è, ovviamente, la definizione Una corsa in taxi


dell’area di un triangolo nel solito modo, in termini di La storia delle ricerche sul quinto postulato di Eucli­
«base per altezza diviso due». Che il risultato non dipen­ de mostra come la preoccupazione per l’indipendenza
da da quale lato si scelga come base, è una banale con­ degli assiomi, benché di natura più estetica che logica,
seguenza della Proposizione VI.4 sui triangoli simili. Il fosse stata sentita fin dall’antichità. Ma la stessa storia
trattamento di Euclide era però circolare, perché la sua testimonia anche che la richiesta non era affatto facile da
dimostrazione di questa proposizione usava implicita­ soddisfare. La dimostrazione dell’indipendenza dell’as­
mente la misura dell’area per i triangoli. Il trattamento sioma delle parallele dovette infatti attendere addirit­
di Hilbert rimedia al problema, visto che la Proposizione tura un paio di millenni, fino al Saggio di interpretazione
VI.4 si può derivare dal teorema di Pappo. della geometria non euclidea pubblicato da Eugenio Bel­
Una volta definita l’area di un triangolo, l’area di un trami nel 1868!
poligono si ottiene facilmente, come somma delle aree La scolastica manifestò la stessa preoccupazione per
dei triangoli di una sua triangolazione. Perché la cosa l’indipendenza dei concetti attraverso l’enunciazione
funzioni, bisogna ovviamente dimostrare che il risulta­ del rasoio di Occam. Riformulato in termini matematici,
to non dipende dalla triangolazione scelta: la cosa non esso suggeriva appunto di non moltiplicare inutilmen­
è banale, ma non richiede l’utilizzo di assiomi o di tec­ te gli assiomi, e di assumere soltanto quelli strettamen­
niche particolari. te necessari.
Avendo a disposizione una misura dell’area per i po­ Nella sua personale ricerca di perfezione logica, Hil­
ligoni, è possibile ottenere la Proposizione VI.4 alla ma­ bert dedicò i Fondamenti della geometria non solo a di­
niera di Euclide. E poiché abbiamo già osservato an­ mostrare la completezza del proprio sistema, ma anche
che il viceversa, si scopre che l’esistenza di una misura a provare che ciascuno dei (gruppi di) suoi assiomi era
dell’area per i poligoni è equivalente alla Proposizione VI.4: indipendente dai rimanenti. Il che richiese la costru­
cioè, al fatto che triangoli simili hanno lati corrispon­ zione di molti modelli, in ciascuno dei quali uno o più
denti proporzionali. degli assiomi non erano soddisfatti, ma tutti gli altri sì.
Inoltre, la misura dell’area per i poligoni è sostanzialmente Questo lavoro aprì la porta a un proliferare di geome­
unica, nel senso che qualunque misura additiva che asse­ trie, ciascuna con le proprie peculiarità, che ampliaro­
gni a triangoli uguali (come poligoni) aree uguali (come no ulteriormente il già vasto repertorio delle geometrie
segmenti), e che assegni a ciascun quadrato (come poli­ non euclidee.
gono) un’area pari al quadrato del suo lato (come seg­ Una delle più interessanti e sorprendenti di queste
mento), assegna a ciascun poligono la stessa misura di nuove geometrie venne introdotta verso la fine dell’Ot­
quella che abbiamo appena descritto. tocento da Hermann Minkowski, ed è stata divulgata
Arrivati a questo punto, abbiamo a disposizione due nel 1952 da Karl Menger in un’esibizione al Museo della
nozioni di uguaglianza di area per i poligoni. Una è quella scienza di Chicago, intitolata Questa geometria ti piacerà.
di Euclide, come equicomplementabilità. E l’altra è quella Si tratta della cosiddetta geometria del taxi, perché misu­
di Hilbert, come coincidenza della misura dell’area. Es­ ra le distanze alla maniera del tassametro in città a gri­
sendo però la geometria il migliore dei mondi possibili, glia quadrata, come il centro storico di Torino, il quar­
le due nozioni coincidono, nel senso che due poligoni sono tiere Ensanche di Barcellona, o Midtown Manhattan a
equicomplementabili se e solo se hanno la stessa misura di area. New York.
296 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 297

È proprio questa possibilità a permettere, ad esempio, una


via d’uscita da una situazione apparentemente disperata
proposta dallo scacchista e matematico cecoslovacco Richard
Réti nel 1921. Il re bianco è troppo lontano dal pedone nero,
per impedirgli verticalmente di andare a regina. Ed è anche
Veduta aerea del quartiere Ensanche di Barcellona. troppo lontano dal pedone bianco, per poterlo difendere
orizzontalmente dal re nero. Ma può lasciarsi aperte entram­
be le possibilità, muovendo diagonalmente. Se il pedone
Poiché ovviamente, e per fortuna, i taxi non possono nero deciderà di andare a regina, il re bianco potrà risalire,
passare attraverso gli edifici, ma sono costretti a seguire proteggere il proprio pedone, e mandare pure esso a regi­
il percorso stradale, il tassametro non misura la distanza na. Se invece il re nero attaccherà il pedone bianco, il re bian­
in linea d’aria, bensì quella ottenuta sommando i percorsi co potrà scendere e attaccare a sua volta il pedone nero.
perpendicolari che conducono da un punto all’altro. Nel­
la geometria del taxi, dunque, invece di usare il teorema
di Pitagora ed estrarre la radice quadrata della somma dei
quadrati delle differenze delle coordinate, si sommano di­
rettamente queste differenze.
Volendo, la geometria del taxi si potrebbe anche chiama­
re geometria degli scacchi, perché è esattamente il modo in
cui la torre misura la distanza fra due caselle sulla scac­
chiera, procedendo in orizzontale e verticale. La stessa di­
stanza la misura anche l’alfiere, questa volta procedendo
in diagonale. Quanto al re o alla regina, essi possono sfrut­
tare la geometria degli scacchi andando in modi diversi da
un punto all’altro, sempre con lo stesso numero di mosse: L’interesse della geometria del taxi, o degli scacchi, sta
ad esempio, in linea retta, a zig­zag o in diagonale. nel fatto che essa soddisfa tutti gli assiomi di Hilbert, meno
298 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 299

il criterio lal. È infatti facile, ricordando che la distanza tra ticale, si ottengono infatti delle spezzate a quattro lati, due
due punti si misura muovendosi in direzioni perpendico­ delle quali convergono sempre in un punto tra il fuoco e
lari, e non in diagonale, costruire due triangoli rettangoli la direttrice, e le altre due si comportano diversamente a
con i cateti tutti della stessa lunghezza, ma con le ipotenu­ seconda della conica: sono convergenti in un punto sopra
se diverse. Questo prova che il criterio lal è indipendente da- il fuoco nel caso delle ellissi, parallele verticali nel caso del­
gli altri assiomi: dunque, tutte le proprietà della geometria la parabola, e divergenti nel caso delle iperboli.
euclidea che non sono valide nella geometria del taxi, non
sono dimostrabili senza il criterio lal.

I due triangoli sono ovviamente simili, ma i loro lati non Nel caso di due fuochi, si ottengono invece figure diver­
sono proporzionali fra loro: se no, essendo i cateti uguali, se dalle precedenti, che variano a seconda della posizione
dovrebbero esserlo anche le ipotenuse. Quello di sinistra, in relativa dei due fuochi. Se essi giacciono su una stessa retta
particolare, è un sorprendente triangolo rettangolo equilatero, orizzontale o verticale, si ottengono figure abbastanza di­
nel quale ovviamente il quadrato dell’ipotenusa non può es­ verse da quelle euclidee: in particolare, i due rami delle iper­
sere uguale alla somma dei quadrati dei cateti. Considerando boli si riducono a due rette parallele, e i cerchi a quadrati coi
un cateto come base, esso è anche un triangolo isoscele con lati inclinati di quarantacinque gradi. Se invece i fuochi giac­
gli angoli alla base diversi. Ne segue che le Proposizioni I.5 ciono su una retta inclinata, sia le ellissi che le iperboli si av­
sui triangoli isosceli e VI.4 sui triangoli simili, così come il teore- vicinano a quelle euclidee, pur rimanendo delle spezzate.
ma di Pitagora, non si possono dimostrare senza il criterio lal.
Chi crede che la geometria dei taxi si comporti strana­
mente riguardo ai triangoli, deve però aspettare di vede­
re le sue coniche. Per quanto riguarda le ellissi e le iperbo­
li, nella geometria euclidea esse si possono definire in due
maniere equivalenti: rispetto a un fuoco e una direttrice, e
rispetto a due fuochi. Poiché questo non è più vero nella
geometria del taxi, l’equivalenza dei due approcci alle coniche
non è dimostrabile senza il criterio lal.
Nel caso di un fuoco e una direttrice orizzontale o ver­
300 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 301

Analogamente, per quanto riguarda le sfere, nella geome­ trie non euclidee. In precedenza, infatti, si poteva pensa­
tria euclidea esse si possono definire in due maniere equiva­ re che un modello fosse costituito dalla Natura stessa, nel
lenti: come luoghi di punti equidistanti da un centro, e senso che la geometria veniva semplicemente considerata
come solidi di rivoluzione di un cerchio rispetto a un suo una sua rappresentazione astratta.
diametro. Poiché questo non è più vero nella geometria del Il problema si pose invece immediatamente per la geome­
taxi, l’equivalenza dei due approcci alle sfere non è dimostrabi- tria iperbolica. I suoi risultati apparivano infatti tanto con­
le senza il criterio lal. trointuitivi, da far sospettare che fossero semplicemente
contraddittori. Così la pensava Girolamo Saccheri, che cre­
deva di aver ridotto all’assurdo la negazione del postula­
to delle parallele.
Ma quando trovò i suoi modelli euclidei, Beltrami pen­
sò di aver esteso alla geometria iperbolica la fiducia del­
la quale godeva appunto la geometria euclidea. Succes­
se invece il contrario: fu la sfiducia che si nutriva verso
la geometria iperbolica a estendersi anche alla geometria
euclidea. In altre parole, invece di credere alla consisten­
Nel caso dei solidi di rivoluzione, si ottengono infatti so­ za di entrambe le geometrie, non si credette più a nessu­
lidi diversi a seconda del diametro scelto. Ad esempio, un na delle due, e si incominciò a dubitare anche di Euclide.
doppio cono se il diametro è orizzontale o verticale, e un Per rimediare al problema, Hilbert propose di ritrovare
cilindro se esso è invece inclinato a 45 gradi. Singolarmen­ la fiducia mediante un’ulteriore riduzione: della geome­
te, il doppio cono e il cilindro sono esattamente i due so­ tria all’analisi, cioè alla teoria dei numeri reali. In realtà, an­
lidi con i quali Archimede aveva confrontato la sfera nel­ cora una volta la cosa era nell’aria. In fondo, fin da quan­
la geometria euclidea. do Pierre de Fermat nel 1629, e Renato Cartesio nel 1637,
Nel caso dei luoghi di punti equidistanti da un centro, si avevano introdotto le coordinate, si era sviluppata quel­
ottiene invece un ottaedro, le cui sezioni piane sono effetti­ la che, non a caso, si chiama ancor oggi geometria analitica.
vamente tutte “circolari” nella geometria del taxi, esattamen­ L’osservazione cruciale era stata che, se si mettono in cor­
te come accadeva per la geometria euclidea. Analogamen­ rispondenza i punti con dei numeri, si induce anche una
te, le sezioni “coniche” della geometria del taxi risultano in corrispondenza fra le proprietà dei punti e quelle dei nu­
realtà essere delle sezioni piramidali nella geometria euclidea. meri, e viceversa. Ad esempio, le equazioni di primo e di
secondo grado descrivono, rispettivamente, le rette e le se­
zioni coniche.
Dobbiamo sapere, ma non sapremo
Ma un’effettiva riduzione della geometria all’analisi do­
Dopo aver considerato i problemi della completezza e vette appunto attendere Hilbert, che nel suo libro definì un
dell’indipendenza degli assiomi del sistema di Hilbert, ci modello analitico della geometria euclidea nel modo oggi
rimane ancora da esaminare quello della consistenza: cioè, usuale. Ovvero, un punto del piano corrisponde a una cop­
della mancanza di contraddizioni. pia di numeri reali, che ne misurano le coordinate. Una ret-
Paradossalmente, un tale problema non si era mai posto ta è l’insieme delle soluzioni di un’equazione di primo gra­
per la geometria euclidea, fino alla scoperta delle geome­ do. La distanza tra due punti è definita mediante il teorema
302 Abbasso Euclide! Era tutto senza fondamento 303

di Pitagora. E l’uguaglianza di figure è definita in maniera


analoga alla supposta dimostrazione di Euclide del criterio
lal di uguaglianza per i triangoli: cioè, passando da una
delle figure all’altra mediante una trasformazione che non
le deforma, nel senso che preserva le distanze.
Alla fine dell’Ottocento, dunque, la consistenza della
geometria iperbolica era stata ridotta a quella della geome­
tria euclidea, e questa alla consistenza dell’analisi. Il gioco
di scaricabarile poteva continuare ancora: ad esempio, come
avevano fatto Richard Dedekind e Georg Cantor, riducen­
do l’analisi all’aritmetica. Ma, prima o poi, si sarebbe dovu­
to fermare: a un certo punto, cioè, si sarebbe dovuta dimo­
Vladimir Nabokov gioca a scacchi con la moglie, 1956.
strare in maniera diretta la consistenza di qualche teoria.
Nella sua prolusione al Congresso Internazionale di Ma­
tematica tenutosi a Parigi nel 1900, Hilbert enumerò una Il problema dell’analisi o dell’aritmetica è, ovviamente,
lista di 23 problemi che egli considerava fondamentali per che esse descrivono i mondi infiniti dei numeri reali o in­
lo sviluppo della matematica nel nuovo secolo. E al secon­ teri. Per dimostrarne la consistenza, bisognava dunque as­
do posto mise appunto la dimostrazione della consistenza sicurarsi in maniera finitista che i discorsi sull’infinito non
dell’analisi, o dell’aritmetica. avrebbero mai portato a delle contraddizioni. Un program­
In una conferenza del 1904 Sui fondamenti della logica e ma molto sospetto, visto che ricordava un po’ troppo da
dell’aritmetica, egli propose poi di affrontare il problema at­ vicino quello del barone di Münchhausen, di uscire dalla
traverso quello che divenne noto come programma di Hilbert: palude tirandosi fuori per i propri capelli.
stabilire la consistenza dell’analisi, o dell’aritmetica, con me­ E infatti, nel 1931 Kurt Gödel dimostrerà, in un famoso
todi così elementari, che la loro consistenza non potesse es­ lavoro Sulle proposizioni indecidibili dei Principia Mathemati-
sere messa in dubbio. Fatto questo, si sarebbe automatica­ ca e di sistemi affini, che il programma di Hilbert è irrealiz­
mente stabilita anche la consistenza delle geometrie euclidea zabile, almeno nella sua forma originaria.
e iperbolica, e la matematica classica sarebbe stata al sicuro.
Più precisamente, i metodi che Hilbert aveva in men­
te erano puramente combinatori. O, come li chiamava lui,
«finitisti». Si trattava, anzitutto, di paragonare un sistema
matematico al gioco degli scacchi, e le sue formule alla
disposizione dei pezzi nella scacchiera. E poi di mostra­
re, mediante una specie di analisi retrograda del tipo usa­
to appunto dagli scacchisti, ed esemplificato dal romanzo
La difesa di Lužin di Vladimir Nabokov, che le disposizioni
che corrispondono alle contraddizioni sono impossibili da
ottenere mediante le regole del gioco, a partire dalle posi­
zioni di inizio che corrispondono agli assiomi. Kurt GÖdel.
304 Abbasso Euclide!

Per ironia della sorte, il giovane Gödel diede il primo an­


nuncio del suo teorema il 7 settembre 1930 a Königsberg,
città natale di Hilbert, al convegno in onore del pensiona­
mento di quest’ultimo. In quell’occasione all’anziano ma­
tematico venne conferita la cittadinanza onoraria, ed egli
pronunciò le parole che furono poi incise sulla sua tom­
ba: Wir müssen wissen, wir werden wissen, «Dobbiamo sa­
pere, e sapremo».

La tomba di Hilbert a GÖttingen.

Ma, nonostante l’orgogliosa rivendicazione del suo epi­


taffio, il sogno di Hilbert finì con lui. E con lui finisce anche
la nostra quadrimillenaria storia della geometria, spensiera­
tamente inaugurata sotto il Sole egizio da una temporanea
pulsione di onniscienza, e pensosamente approdata nelle
nebbie teutoniche a una perenne ammissione di incertezza.
Conclusione
Le prospettive dell’arte

Hai appena terminato di leggere la storia della geometria:


cioè, lo sviluppo nel tempo del concetto di spazio. Uno studio
antico, per iniziare il quale siamo risaliti, in C’è spazio per
tutti, a quattromila anni fa, visitando insieme le antiche ci-
viltà degli Egizi e degli Indiani. In quello stesso volume
ci siamo poi concentrati sui classici, per passare ai moder-
ni in Una via di fuga, e arrivare ai contemporanei in Abbas-
so Euclide!
All’intero racconto avevamo però premesso una diva-
gazione introduttiva di natura psicologica, fisiologica e
biologica, nel tentativo di risalire alla genesi dei concetti
che sarebbero stati i protagonisti della nostra storia. An-
zitutto, gli oggetti della geometria: punti, segmenti, ango-
li, rette, curve, figure, superfici e solidi. Poi, le loro misure:
lunghezze, aree e volumi. E infine, i loro contenitori: i piani
e lo spazio.
Simmetricamente, al racconto facciamo seguire ora una
divagazione conclusiva di natura artistica, per rivolgere
uno sguardo complementare al modo in cui i pittori han-
no usato quegli stessi concetti nel loro lavoro. Non focaliz-
zandoci, questa volta, su ciò che l’arte può fare per illustra-
re la geometria, come nel resto della nostra storia. Bensì,
provando a isolare ciò che la geometria ha potuto fare per
l’arte, fornendole uno strumento per rappresentare il mon-
do delle cose e delle idee.
Le prospettive dell’arte 307

Le varietà del realismo


In uno studio del 1986 sulle Varietà del realismo, Mar-
garet Hagen ha classificato in maniera geometrica i tipi
di rappresentazione artistica più diffusi nello spazio
geografico e nel tempo storico, riducendoli a quattro.
Cioè, alle possibili combinazioni di due posizioni del
punto di vista (al finito o all’infinito), e di due disposi-
zioni del piano proiettato rispetto al piano di proiezione
(parallela o obliqua).
Ciascuna di queste combinazioni corrisponde a un par-
ticolare tipo di geometria. Precisamente:
• Quando il punto di vista sta all’infinito, le linee di proie-

zione sono tutte parallele fra loro.


– Se il piano proiettato è parallelo al piano di proiezione,
le distanze fra i punti si conservano e la geometria è
metrica. Naturalmente, il punto di vista può situarsi all’infinito
– Se i due piani non sono paralleli, i parallelismi delle solo idealmente. La geometria metrica e quella affine costi-
rette si conservano e la geometria è affine. tuiscono dunque le tecniche di rappresentazione di un’ar-
• Quando il punto di vista sta al finito, le linee di proie- te idealizzata. Per esempio, quella degli antichi Egizi, dai
zione sono tutte convergenti in quel punto. quali siamo partiti, e degli artisti moderni che a essi si ri-
– Se il piano proiettato è parallelo al piano di proie- fanno. Come Paul Gauguin, che secondo la testimonianza
zione, le forme delle figure si conservano e la geome- di Charles Morice dichiarò, in un incontro del gruppo Na-
tria è simile. bis tenuto nei primi anni Novanta dell’Ottocento:
– Se i due piani non sono paralleli, le collinearità fra i
La verità è nell’arte cerebrale pura, nell’arte primitiva. Il
punti si conservano e la geometria è proiettiva. più sapiente di tutti i paesi è l’Egitto: là è il principio. Nel-
la nostra miseria attuale non c’è salvezza possibile che nel
Riassumendo il tutto in una tabella: ritorno sincero e consapevole al principio. E questo ritorno
deve costituire la meta del simbolismo in poesia e in arte!
punto all’infinito punto al finito Puntualmente, nel dipinto Ta matete (Il mercato), del 1892,
Gauguin dipinge una scena tahitiana moderna come se fos-
geometria geometria se egiziana antica, sulla base di una riproduzione che fu tro-
piani obliqui
affine proiettiva vata tra le sue carte dopo la sua morte. Lo stile è ieratico,
come l’omonima scrittura sacerdotale. Le figure sono alli-
geometria geometria neate, con minime sovrapposizioni. La loro parte superiore
piani paralleli
metrica simile è vista di fronte, quella inferiore di profilo. E, soprattutto, le
immagini non sono distorte prospetticamente, ma viste ideal-
308 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 309

mente da una distanza infinita, in una combinazione di in opere che vanno dal Cristo morto del Mantegna, del 1475
geometria metrica per il busto, e affine per le gambe. circa, all’Ascensione di Dalí, del 1958, succede il contrario,
in una singolare combinazione di geometria simile per i
piedi, e proiettiva per il corpo.

Scena di banchetto, pittura parietale della tomba di Nebamun, -1350 ca.


e Paul Gauguin, Ta matete, 1892, ispirato alla precedente.

Nelle situazioni concrete, però, il punto di vista si situa


al finito. La geometria simile e quella proiettiva costituisco- Andrea Mantegna, Compianto su Cristo morto, 1475,
no dunque le tecniche di rappresentazione di un’arte reali- e Salvador Dalí, L’Ascensione, 1958.

sta, come quella in auge in Occidente dagli inizi del Quat-


trocento alla fine dell’Ottocento. Ma anche, e forse Gli effetti prospettici più moderni e sorprendenti, però,
sorprendentemente, come quella preistorica risalente a de- sono probabilmente quelli ottenuti da Shigeo Fukuda con
cine di migliaia di anni fa, scoperta nelle grotte di Altami- la tecnica dell’absobi, che consiste nell’affastellare oggetti
ra in Spagna o di Lascaux in Francia. in maniera apparentemente casuale, per estrarne poi una
figura mediante una proiezione. Per esempio, Piano under-
ground, del 1984, è un ammasso di pezzi di pianoforte, che
si ricompongono miracolosamente nell’immagine allo spec-
chio sulla parete. Pranzo col casco, del 1987, è invece un gro-
viglio di 848 cucchiai, forchette e coltelli, che getta sul pa-
vimento un’inaspettata ombra a forma di motocicletta.

Esempi di pitture rupestri delle grotte di Altamira e di Lescaux.

Per quanto riguarda la reciproca posizione dei piani


proiettati e di proiezione, i casi estremi sono ovviamente
quelli in cui è parallela e quelli in cui è (quasi) perpendico-
lare. Essi coesistono nelle rappresentazioni dell’intera figura
umana, perché il corpo e i piedi sono perpendicolari fra
loro. In genere è il piano del corpo a essere privilegiato, ma Shigeo Fukuda, Piano underground, 1984.
Le prospettive dell’arte 311

La camera oscura
Uno dei pittori che, a prima vista, meno sembrerebbero
essere influenzati dal discorso geometrico sulla prospet-
tiva è Michelangelo Merisi da Caravaggio. Eppure, se c’è
una caratteristica strutturale che colpisce, nelle sue opere,
è quella della predominanza del nero. I suoi soggetti sono
immersi nel buio, e ne escono solo grazie a un’illumina-
zione localizzata che squarcia le tenebre, in un modo che Canaletto, quattro disegni raffiguranti Campo San Giovanni e Paolo
ricorda il funzionamento delle camere oscure. a Venezia, ottenuti con camera oscura verso il 1725.
Di quelle antesignane delle macchine fotografiche, cioè,
in cui la luce entra attraverso un forellino su una parete, e Già nel 1568 La pratica della perspettiva di Daniele Bar-
proietta sulla parete opposta un’immagine capovolta di baro descriveva questa tecnica perfezionata, compreso
ciò che si trova di fronte al foro d’entrata, tanto più nitida- l’uso di una doppia lente per il raddrizzamento dell’im-
mente quanto più è piccolo il foro. magine. Dunque, in teoria, Caravaggio avrebbe potuto
usarla per i suoi dipinti. E il discusso libro Il segreto sve-
lato. Tecniche e capolavori dei maestri antichi, pubblicato
nel 2001 dall’artista David Hockney, sostiene che l’ab-
bia effettivamente fatto, insieme a molti altri artisti pri-
ma e dopo di lui.
Prove dirette non ce ne sono. Ma una testimonianza
dell’artista tedesco Joachim von Sandrart, contempora-
neo del Caravaggio, prova che questi usava sicuramen-
te tecniche vicine a quella della camera oscura:
Era solito piazzare il modello di fronte a sé nella sua
stanza, per copiarlo al meglio. E per far risaltare gli ef-
fetti dei rilievi e delle rotondità naturali, usava camere
Il principio della camera oscura in un’illustrazione del XVII secolo. buie o in ombra, con un’unica sorgente dall’alto, così che
la luce cadente sul modello producesse forti contrasti di
ombre ed enfatizzasse l’effetto del rilievo.
Le proprietà ottiche della camera oscura furono scoperte
nel Medioevo. E il suo uso per dipingere è attestato da Leonar- D’altronde, basta guardare i suoi quadri per accorgersi
do, un secolo prima di Caravaggio, al Canaletto, un secolo che Caravaggio sfruttava le aperture nei muri o nel soffit-
dopo. Di quest’ultimo, alle Gallerie dell’Accademia di Ve- to per far filtrare la luce in maniera direzionale. Per esem-
nezia si possono vedere i Quattro disegni di Campo San Giovan- pio, di lato, come nella Vocazione di San Matteo del 1600.
ni e Paolo. La sua camera oscura, ancora conservata al Mu- Ma soprattutto dall’alto, come nella Madonna di Loreto, di
seo Correr, sfruttava il miglioramento proposto nel 1515 da poco successiva al 1603: cioè, all’anno in cui il padrone di
Leonardo nel Codice Atlantico: posizionare una lente di fron- casa lo accusò in tribunale di aver appunto procurato un
te al foro di entrata, per focalizzare meglio l’immagine. danno a «un soffitto mio di detta casa che esso ha rotto».
312 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 313

L’uso degli specchi in pittura è un artificio diffuso. Non


solo, banalmente, per gli autoritratti. Ma anche, meno ba-
nalmente, per offrire uno sguardo all’indietro, complemen-
tare a quello in avanti del pittore e dello spettatore.
Las Meninas di Diego Velázquez, del 1656, usa magistral-
mente entrambi gli artifici: l’uno per ritrarre se stesso in
azione, e l’altro per svelare che sta in realtà dipingendo i
due reali fuori scena. Quanto alle apparenti protagoniste
del quadro, risultano essere delle spettatrici interne che
guardano, più che il pittore o lo spettatore esterni, i reali
fuori scena. In questo letterale «gioco di specchi» il pitto-
Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1600, e Madonna di Loreto (part.), 1604-06. re si sdoppia, dentro e fuori il quadro, mentre lo spettato-
re esterno si confonde con i reali, e dunque con il vero sog-
La sala degli specchi getto del quadro.
Un’altra testimonianza sul Caravaggio, questa volta del
biografo dei pittori dell’epoca, Giovanni Baglione, parla
dei «quadretti da lui nello specchio ritratti»: in particola-
re, il Bacchino malato del 1593. Sappiamo anche che l’affre-
sco Giove, Nettuno e Plutone, sua unica pittura murale, fu
ottenuto nel 1597 riflettendo se stesso nudo in uno spec-
chio piazzato sopra i ponteggi. E un inventario dei suoi ef-
fetti personali del 1605 registra il possesso di «un specchio
grande e un scudo a specchio».

Caravaggio, Bacchino malato, 1593, e Giove, Nettuno e Plutone (part.), 1597. Velázquez, Las Meninas, 1656.
314 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 315

Nel 1648, qualche anno prima di Las Meninas, Velázquez che in realtà la scena è osservata di lato, invece che di fronte.
aveva sfruttato in Venere e Cupido un’illusione prospettica La barista e il cliente non si guardano a vicenda, ma si rivol-
chiamata effetto Venere, già popolare tra i Greci e i Romani, gono entrambi verso lo spettatore: la prima direttamente, e il
e reintrodotta in Occidente da Tiziano intorno al 1555, con secondo nello specchio. Come se non bastasse, le bottiglie che
la Venere allo specchio. si vedono sul bancone non sono le stesse riflesse nello spec-
chio: queste ultime, però, sono perversamente disposte in ma-
niera tale da dare l’impressione di esserlo, per rafforzare la
falsa illusione di un punto di osservazione frontale.

Velázquez, Venere e Cupido, 1648.

L’illusione sta nel fatto che in realtà Venere non si sta spec-
chiando, come si potrebbe ingenuamente pensare, bensì ri-
volge lo sguardo agli occhi dello spettatore riflesso, che a
sua volta può ricambiarlo. L’effetto viene sfruttato nel ci-
nema, per permettere allo spettatore di vedere un attore ri-
flesso nello specchio, dandogli l’illusione che si stia appun-
to specchiando, mentre in realtà guarda altrove.
L’andirivieni di punti di vista provocato dalle posizioni spazio riflesso
reciproche dello spettatore, del soggetto e degli specchi può specchio spazio reale
finire, a volte, per confondere. È il caso di Il bar delle Folies-
Bergère di Édouard Manet, del 1882, che a lungo è stato sem-
plicemente considerato come un lampante errore prospet-
tico, per l’apparente impossibilità di conciliare la posizione Édouard Manet,
frontale della barista e del cliente con il loro riflesso laterale. Il bar delle Folies-
Bergère, 1882,
Ma nel 2001, in una tesi di dottorato su L’ambiguità e l’illu- punto di vista e schema prospettico
sione spaziale nei dipinti di Manet, Malcolm Park ha scoperto del quadro.
316 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 317

Sembra invece aver veramente fatto un errore prospet- E percepisca invece come corretta una fotografia ritoccata
tico Johannes Vermeer, che pure è uno dei pittori sospet- secondo diffusi procedimenti che, non a caso, vengono
tati da Hockney di aver usato la camera oscura. La lezione chiamati di correzione prospettica, benché siano invece vere
di musica, del 1662 circa, raffigura infatti una virginalista e proprie tecniche di «introduzione di errori controllati».
riflessa in uno specchio troppo poco inclinato, rispetto alla
parete, per poterla riflettere. Inoltre, la ragazza guarda di-
rettamente di fronte a sé nel quadro, ma è riflessa nello
specchio come se guardasse invece verso destra.

Un esempio illustre di questo procedimento di ossimo-


rica «correzione sbagliata» è fornito dai globi, perfettamen-
te rotondi invece che ovali, che Raffaello mette in mano a
Tolomeo e Zoroastro nella Scuola di Atene. In un dipinto,
cioè, che per altri versi costituisce una summa delle tecni-
che prospettiche sviluppate nel secolo precedente.

Jan Vermeer, Lezione di musica (part.), 1662 ca.

Errori d’autore
Anche quando vengono usate correttamente, le buone
regole teoriche della prospettiva a volte confliggono con
le cattive abitudini pratiche della percezione, soprattutto
a distanza ravvicinata. Per esempio, mentre si riesce abba-
stanza bene a interpretare una rappresentazione prospetti-
ca ellittica di un cerchio, risulta più difficile farlo con una
rappresentazione ellissoidale di una sfera.
Una coppia di fotografie del classico testo Ottica, pittura
e fotografia di Maurice Pirenne, pubblicato postumo nel 1970,
mostra come un osservatore percepisca istintivamente una
fotografia non ritoccata di una sfera come se fosse distorta. Raffaello Sanzio, particolare della Scuola di Atene, 1508-11.
318 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 319

Ritocchi analoghi sono stati usati sistematicamente dai Il nome della tecnica deriva dal fatto che le immagini fi-
pittori, per addomesticare immagini che la prospettiva cor- sicamente più vicine all’osservatore rappresentano in real-
retta avrebbe reso troppo stridenti con la percezione. E il tà le parti più lontane della scena. Per esempio, la Venezia
trucco consiste nell’usare punti di vista plurimi in uno stes- evanescente e in fuga del 2007 è costituita da due tronchi di
so dipinto, a distanze diverse. Nel caso di Raffaello, per le piramide affiancati, di ciascuno dei quali si vedono la base
sfere il punto di vista passa dal finito all’infinito, e la geome- superiore e le quattro facce laterali, mentre la base inferiore
tria da prospettica diventa affine. Nel caso del Mantegna, appoggia sul muro. Le parti più lontane della scena sono
invece, il punto di vista è a circa due metri per i piedi, ma dipinte sulle basi superiori dei due tronchi, e quelle sulle
si allontana per il bacino e arriva a venticinque metri per facce laterali sono tanto più vicine nella scena quanto più
la testa, in modo da mantenere una certa proporzione (scor- si allontanano dalle basi superiori e si avvicinano a quelle
retta, ma verosimile) fra le varie parti del corpo, che in una inferiori.
fotografia apparirebbe radicalmente diversa.

Susy Caramazza, Cristo morto, 2009.

L’uso di punti di vista plurimi a distanze differenti è


sfruttato abilmente da una tecnica introdotta da Patrick
Hughes nel 1964 per il dipinto Stanza che spunta fuori, e
da lui chiamata reverspective, «retrospettiva», o «prospet-
tiva rovesciata». L’idea è di combinare in maniera tridi-
mensionale figure disegnate da punti di vista diversi, che
Patrick Hughes, Venezia evanescente e in fuga, 2007.
guardate di fronte producono l’impressione di un dipin-
to bidimensionale osservato da un unico punto di vista.
320 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 321

La prospettiva rovesciata di Hughes non va confusa con


la cosiddetta prospettiva divergente, detta anche inversa.
Questa tecnica adotta il solito punto di vista unico su una
tela bidimensionale, ma lo sposta sul retro del quadro.
L’immagine è percettualmente impossibile, perché le li-
nee parallele divergono da un punto al finito, invece che
convergere in un punto all’infinito. Ma il risultato è intel-
lettualmente suggestivo, perché l’osservatore si sente in
realtà osservato, e il punto di vista umano dall’aldiqua
(del quadro) cede il passo a un punto di vista divino dall’al-
dilà (del quadro).

Andrej Rublëv, La Santa Trinità, circa 1410.

Convincenti impossibilità
La prospettiva bizantina è soltanto un timido esempio
dell’uso creativo di rappresentazioni percettivamente errate.
Un intero filone d’arte paradossale, oggi estremamente po-
polare, si dedica infatti a esplorare sistematicamente le po-
tenzialità di figure disegnate mediante una prospettiva spin-
ta all’estremo, all’insegna del motto ripetuto per due volte
da Aristotele nella Poetica: «una convincente impossibilità è
preferibile a una non convincente possibilità». In particolare:
Schema della prospettiva divergente. • Le figure ambigue presentano situazioni indeterminate,

sulle quali la percezione oscilla, e si prestano a interpre-


Al proposito si parla anche di prospettiva bizantina, per tazioni multiple.
• Le figure impossibili, invece, combinano in maniera glo-
l’uso che di questa tecnica è stato fatto nelle icone ortodos-
se, benché lo si trovi anche in altre tradizioni artistiche, sia balmente scorretta dei pezzi localmente corretti, e risul-
orientali antiche che occidentali moderne. L’esempio classi- tano inconcepibili.
co è la Trinità di Andrej Rublëv, del primo quarto del Quat- Il più antico esempio di figura ambigua è probabilmen-
trocento. Nella quale, tra l’altro, le linee di profondità non te il cubo reversibile: tre rombi identici, con due angoli di 60
divergono da un unico punto, ma da un intero asse, alla gradi e due di 120, disposti a esagono e visti come le fac-
maniera (inversa) di Giotto: si tratta, cioè, di una prospet- ce di un cubo, che possono essere alternativamente inter-
tiva inversa assiale, e non puntuale. pretate come interne o esterne. Inoltre, se ci sono più di
322 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 323

tre rombi, le facce non estreme possono appartenere a più possibilità separatamente, dall’esterno e dall’interno. An-
di un cubo, facendo apparire l’immagine alternativamen- che i gradini sono ambigui, e rappresentano la scala rever-
te concava e convessa. sibile scoperta nel 1858 da Ernst Schröder, che si può salire
I cubi reversibili si ritrovano già in pavimentazioni gre- o scendere sia sulle pedate che sulle alzate.
che, romane e medioevali. Più recentemente sono stati usati I cubi reversibili costituiscono un caso limite, visto da
a profusione da Vasarely nella creazione di variopinte figu- una particolare prospettiva, del cubo di Necker discusso
re paradossali, e da Escher in Concavo e convesso, del 1955. a p. 37. E il tentativo di disegnare quest’ultimo in maniera
Quest’ultima opera realizza il contrasto del titolo nella tridimensionale porta a un cubo impossibile, anticipato per
contrapposizione fra le parti sinistra e destra. In particola- scherzo nel 1916 da Duchamp, che in Apolinère smaltato
re, il tempietto centrale è ambiguo, e rappresenta un cubo aveva trasformato una pubblicità nell’immagine di un let-
reversibile, mentre i due tempietti ai lati mostrano le due to impossibile.
Ma la realizzazione più famosa è sicuramente il Belve-
Particolare di
mosaico romano. dere di Escher, del 1958. Il cubo di Necker è disegnato, con
Victor Vasarely, i due punti problematici evidenziati da un circoletto, nel
Ond-Cheyt, 1971. progetto che sta ai piedi del personaggio seduto sulla pan-
Maurits Cornelis
Escher, Concavo ca. Questi tiene in mano un modello del cubo impossibi-
e convesso, 1955. le, che è realizzato nella struttura dell’edificio: le parti alta
e bassa, localmente consistenti, sono infatti collegate glo-
balmente fra loro in maniera paradossale.

Marcel Duchamp, Apolinère smaltato, 1916.


Maurits Cornelis Escher, Belvedere, 1958 e particolare con il cubo impossibile.
324 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 325

Il primo esempio conscio di figura impossibile che si In seguito il triangolo impossibile fu riscoperto da
conosca risale addirittura a La gazza sulla forca di Pieter Lionel Penrose, e attraverso lui e suo figlio Roger arri-
Bruegel il Vecchio, del 1568. Il più noto fra quelli non mo- vò a Escher, che lo sfruttò in due sue note composizioni.
derni è invece Assurdità prospettiche di William Hogarth, del Relatività, del 1953, rappresenta simultaneamente i tre
1754. Ma fu Oscar Reutersvärd il primo a comprendere e punti di vista che si ottengono guardando in tre dire-
sfruttare sistematicamente, in innumerevoli opere, le po- zioni spaziali fra loro ortogonali, e accoppia il triango-
tenzialità artistiche di questo genere di costruzioni, a par- lo impossibile con la scala reversibile. Cascata, del 1961,
tire dal famoso triangolo impossibile a tre angoli retti dise- usa tre triangoli impossibili nella rappresentazione di
gnato nel 1934 in Opus 1 n. 293 aa. un canale che appare localmente in piano, ma global-
mente in salita.

Pieter Bruegel il Vecchio,


La gazza sulla forca (part.), 1568.
William Hogarth, Assurdità
prospettiche, 1754.
Oscar Reutersvärd,
128, 1934. Maurits Cornelis Escher, Cascata, 1961.
326 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 327

Quando si parla di cubo o triangolo «impossibili», si Le figure, le opere e gli autori citati non sono che la pun-
intende il fatto che siano fisicamente irrealizzabili e psi- ta dell’iceberg dell’arte ambigua o impossibile, basata su
cologicamente inimmaginabili. Nel 1967 Richard Grego- un uso sapiente degli errori prospettici. A Escher, Reuter-
ry ha però mostrato, nelle conferenze poi pubblicate nel svärd e Vasarely, che sono gli esponenti storici più popo-
libro L’occhio intelligente, che essi sono fisiologicamente lari, si affiancano ormai molti altri Maestri dell’inganno,
percepibili alla maniera dell’absobi, guardando oggetti come li chiama il titolo di un libro-rassegna curato da Al
non paradossali da particolari punti di vista. Seckel nel 2004. Primo fra tutti Sandro del Prete, autore nel
Per esempio, tre sbarre consecutive e mutuamente per- 1975 di una memorabile Scacchiera impossibile.
pendicolari nello spazio possono sembrare un triango-
lo impossibile, se osservate in modo da allineare i due
estremi della spezzata. Analogamente, lo scheletro di un
cubo con due lati discontinui può sembrare un cubo im-
possibile, se osservato in modo che le discontinuità per-
mettano di vedere lati che stanno in realtà sul retro. Ad-
dirittura, l’artista Guido Moretti ha realizzato nel 1999
un singolare Cubo tribarra, che può essere visto da diver-
se angolazioni sia come un triangolo impossibile, che
come un cubo impossibile.

Sandro del Prete, Das gekrümmte Schachbrett, 1975.

La sfera e il cilindro
La classificazione geometrica dei quattro tipi di rappre-
sentazione artistica più diffusi si riferisce alle opere su tele
o pareti piane, che riproducono con la tecnica pittorica im-
magini analoghe a quelle ottenute dalla riflessione otti-
ca sugli specchi piani o sulle pareti delle camere oscure, e
dall’impressione fotografica su lastre o pellicole.
Le rappresentazioni su pareti curve, come i soffitti a bot-
te o gli specchi sferici, non ricadono invece nella classifi-
cazione precedente. E infatti, per ottenere effetti realistici
dal punto di vista dell’osservatore, il pittore è costretto a
Guido Moretti, Cubo tribarra, 1999. deformare le immagini secondo le tecniche dell’anamor-
328 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 329

fosi, in maniera uguale e contraria alla distorsione provo- sembra appunto ottenuta appiattendo su un piano la figu-
cata dalla superficie curva. ra spaccata di un animale o di un uomo, come si fa con i
Un esempio classico di raffigurazione cilindrica sono le polli o i conigli sul banco del macellaio.
maschere mortuarie impresse su lamine dorate, come quel-
le ritrovate nel 1864 a Micene da Heinrich Schliemann. Esse
risalgono al -1500 circa, benché l’archeologo ne avesse in
origine identificata una come la maschera di Agamennone, un
eroe che la tradizione fa risalire a un periodo successivo.
Le deformazioni presentate dalle maschere sono appa-
renti, e dovute allo svolgimento sul piano della superficie
cilindrica delle lamine. Il risultato è una rappresentazione
vera, ma non verosimile: l’esatto contrario dell’immagine
della Sindone, per esempio, che invece risulta troppo ve-
rosimile per essere vera. La geometria permette dunque,
in un colpo solo, di smentirne le supposte origini sopran-
naturali, di provarne la falsità storica e di smascherarne la Particolare di maschera di nativi nordamericani.
manipolazione artificiale.
Nell’arte occidentale contemporanea, le rappresenta-
zioni cilindriche sono invece state indagate sistematica-
mente da István Orosz in una serie di anamorfosi, che sve-
lano il loro contenuto soltanto quando vengono osservate
con uno specchio cilindrico situato strategicamente in un
punto dell’opera.

Maschera di Agamennone e Sindone.

Proprio a causa della loro scarsa verosimiglianza, le rap-


presentazioni cilindriche sono poco usate nell’arte. Ci sono
eccezioni, però, e la più notevole è fornita dall’arte dei na-
tivi nordamericani della costa orientale dell’America del
Nord, al confine tra Stati Uniti e Canada. Non a caso la loro
tecnica viene chiamata split style, «stile spaccato», perché István Orosz, Cupola (Anamorfosi), 2007.
330 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 331

Poiché forniscono una dipartita dalla geometria eucli-


dea ancor più radicale del cilindro, le superfici sferiche
hanno attratto gli artisti in vari modi. La prima appari-
zione di uno specchio convesso in un’opera risale al 1434,
nel Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Benché si
tratti soltanto di un cameo di circa 25 centimetri quadrati
in una tela di circa 5000, la cornice contiene ben dieci epi-
sodi della passione di Cristo, e lo specchio riflette gli spo-
si nella stanza e alcuni ospiti sulla soglia.
Lo specchio convesso passa in primo piano, occupan-
do l’intera scena, in un paio di dipinti di Sandro Botticelli
della fine del Quattrocento: la Madonna del Magnificat, del
1481, e la Madonna della melograna, del 1487. Ma il culmine Francesco Mazzola, detto
di questo genere di distorsioni viene raggiunto, nel 1524, il Parmigianino, Autoritratto
entro uno specchio convesso, 1524.
dall’Autoritratto entro uno specchio convesso del Parmigiani- Maurits Cornelis Escher,
no, la cui genesi fu narrata mezzo secolo dopo dal Vasari Mano con sfera riflettente, 1935.
nella Vita di Francesco Mazzuoli (il vero nome del pittore):
Per investigare le sottigliezze dell’arte, si mise un giorno di que’ mezzo tondi. Nel che fare, vedendo quelle bizzar-
a ritrarre se stesso, guardandosi in uno specchio da barbieri, rie che fa la ritondità dello specchio, nel girare che fanno le
travi de’ palchi, che torcono e le porte e tutti gl’edifizi che
sfuggono stranamente, gli venne voglia di contrafare per
suo capriccio ogni cosa.
Laonde, fatta fare una palla di legno al tornio, e quel-
la divisa per farla mezza tonda e di grandezza simile allo
specchio, in quella si mise con grande arte a contrafare tut-
to quello che vedeva nello specchio, e particolarmente se
stesso, tanto simile al naturale, che non si potrebbero sti-
mare, né credere.
E perché tutte le cose che s’appressano allo specchio cre-
scono, e quelle che si allontanano diminuiscono, vi fece
una mano che disegnava un poco grande, come mostra-
va lo specchio, tanto bella che pareva verissima. E perché
Francesco era di bellissima aria et aveva il volto e l’aspetto
grazioso molto, e più tosto d’Angelo che d’uomo, pareva
la sua effigie in quella palla una cosa divina.
Oggi le riflessioni negli specchi sferici sono diventa-
Jan van Eyck, Ritratto
dei coniugi Arnolfini, 1434, te un banco di prova per esibizioni di bravura tecnica, un
e particolare dello specchio. po’ come lo fu il mazzocchio per la prospettiva nel Rina-
332 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 333

scimento. Un artista che si è cimentato nell’impresa è il so- ta maniera delle termosfere. Altre, come Terminare un
lito Escher, che ai riflessi sferici dedicò almeno tre opere: Escher (1977), Escher alla terza potenza (1983) e Ispirazione
Natura morta e specchio sferico (1934), Mano con sfera riflet- per Escher (1998), pagano il loro tributo al maestro della
tente (1935) e Tre sfere II (1946), nota anche come Autoritrat- pittura di ispirazione matematica.
to in specchio sferico.
Più recentemente, Dick Termes è diventato il campione
dei dipinti sferici. Diversamente dagli artisti citati finora,
che si sono concentrati a dipingere su tele piane gli effetti
della riflessione sferica, Termes ha inventato le termesfere:
palle dipinte sull’esterno come se riproducessero l’imma-
gine vista dall’interno di una sfera trasparente. La prospet-
tiva usata ha sei punti di fuga, corrispondenti ai due ver-
si di ciascuna delle tre direzioni spaziali. Poiché le termesfere
vengono appese al soffitto e fatte lentamente ruotare da
motorini, il movimento e la prospettiva multipla provoca-
no strane illusioni ottiche: per esempio, l’alternanza della
sensazione di essere dentro e fuori la sfera, e l’inversione
della percezione del suo verso di rotazione.

Termesfere appese nello studio dell’autore.

Op! Op! Oplà!


La prospettiva a sei punti di fuga di Termes, l’ambiguità
e la paradossalità di Escher, Reutersvärd e Vasarely, la pro-
spettiva bizantina di Rublëv, la retrospettiva di Hughes, la
prospettiva ingannevole di Manet e l’absobi di Fukuda co-
stituiscono altrettanti esempi di tecniche geometriche che,
sapientemente controllate, riescono a generare sorprenden-
ti illusioni ottiche di tipo figurativo. Vere e proprie vertigi-
ni visive astratte vengono infine prodotte dalla cosiddetta
arte ottica, che sfrutta i meccanismi della percezione e gli
Dick Termes, Terminare un Escher, 1977.
inganni provocati da elementi di disturbo.
L’idea soggiacente consiste nel manipolare innocui ele-
Alcuni dei lavori di Termes, come L’Opéra di Parigi menti geometrici, rettilinei come le piastrellazioni regolari,
(1993), Notre Dame (1995), La basilica di San Pietro (1997), o curvilinei come i fasci di curve parallele, introducendo
Il Pantheon (1998), Hagia Sophia (2000) e Piazza San Marco un disordine controllato che produca automaticamente la
(2001), rappresentano gli omonimi luoghi alla variopin- sensazione del movimento o dell’instabilità. E poiché spes-
334 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 335

so non c’è neppure bisogno di colori per raggiungere lo sco-


po, molte opere di arte ottica si limitano semplicemente al
bianco e nero.

Julian Stanczak, Corrente provocante, 1966.

Uno degli artifici tipici di Vasarely è stata invece la con-


Victor Vasarely, Zebra, 1940. trapposizione di due diversi sistemi prospettici, ottenuta
in vari modi. Per esempio, affiancando due serie di figure
geometriche simili orientate in maniera diversa su un’unica
I primi esperimenti in questo campo furono effettuati da tela. O riproducendo una stessa figura su due fogli di cel-
Duchamp già negli anni Venti, per mezzo di dischi rotanti. lofan, che possono poi essere fatti scorrere uno sull’altro.
Una delle opere precorritrici è la serie Zebre di Vasarely, del Un’altra sua tecnica è la contrapposizione di colori diver-
1938, in cui sono ancora presenti elementi figurativi, ma il si, ma della stessa tonalità: fotografando in bianco e nero
movimento fiorì soltanto nel dopoguerra. Fu denominato questi lavori, si ottengono serie di tonalità di grigio prati-
«arte ottica» nel 1964, dal «Time Magazine», in riferimen- camente identiche.
to a un’esibizione di Dipinti ottici di Julian Stanczak. E il L’effetto ottico delle opere di optical art, «arte ottica»,
successo popolare arrivò l’anno seguente, nel 1965, con la come viene chiamato il movimento, si esalta se viene com-
grande mostra L’occhio reattivo al Museo di Arte Moderna binato con i paradossi della percezione, ad alcuni dei quali
di New York. abbiamo accennato nel corso della nostra storia. E oggi il
Oltre ai già citati Vasarely e Stanczak, un’esponente di genere viene sistematicamente sfruttato per illustrare testi
spicco è stata Bridget Riley, che ha realizzato una serie di di psicologia cognitiva in generale, e della visione in par-
opere in cui fasci di linee ondulate parallele provocano ef- ticolare, in accordo col nome che Stanczak avrebbe prefe-
fetti non solo tridimensionali, ma addirittura cromatici: i rito per il movimento: «arte percettiva», appunto, invece
movimenti dell’occhio proiettano infatti immagini conse- che semplicemente «ottica».
cutive di colore complementare sulla retina, inducendo la Un esponente moderno di questa tendenza è Akiyoshi
visione di colori inesistenti. Kitaoka, che non a caso ha un dottorato e una cattedra in
336 Abbasso Euclide! Le prospettive dell’arte 337

Ma poiché a questo punto siamo ritornati alla psicologia,


dalla quale eravamo partiti, è giunta l’ora di uscire a «rive-
der le stelle», concludendo il nostro lungo percorso circola-
re. Un percorso che ci ha portato dalle origini della geome-
tria ai suoi sviluppi moderni, attraverso la teoria e la pratica
del «geomètra che tutto s’affige per misurar lo cerchio». Un
«geomètra» simboleggiato da Euclide, al quale gli antichi
hanno gridato «viva!» e i moderni «abbasso!», ma che tutti
continuano a onorare, benché ciascuno alla propria maniera.

Victor Vasarely, Partecipanti al folklore planetario n.1, 1969,


e Vega 200, 1968.

psicologia. La sua opera più famosa è Serpenti rotanti, del


2003, che la visione periferica mette automaticamente in
moto in maniera sorprendente. Questa e altre sue illusioni
dipendono però fortemente dalla luminosità dei colori, e
sono più evidenti sullo schermo del computer a grandi di-
mensioni, che sulla pagina stampata in piccolo formato.
Inoltre, sembra che nelle illusioni siano più propensi a ca-
dere i giovani che gli anziani: il che accade, d’altronde, in
generale, e non solo per la percezione.

Max Ernst, Euclide, 1945.

Akiyoshi Kitaoka, Serpenti rotanti, 2003.


Bibliografia

Stilare una bibliografia completa, o anche solo rappresentativa,


di testi sulla geometria, la sua storia e le sue applicazioni scien-
tifiche e artistiche sarebbe, allo stesso tempo, un’impresa futile
e disperata. Mi limito dunque ai libri della personale bibliote-
ca che ho consultato, suggerendo alcuni titoli che possono costi-
tuire un complemento al nostro racconto.

Esposizioni divulgative
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troduzione elementare ai suoi concetti e metodi, Torino, Bollati Bo-
ringhieri, 2000 (I ed. 1971).
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visibile, Torino, Bollati Boringhieri, 2002.
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la matematica, Bologna, Zanichelli, 1992.
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2004.
Lang, Serge, La bellezza della matematica, Torino, Bollati Borin-
ghieri, 1991.

Storie generali
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356 Abbasso Euclide! Fonti iconografiche 357

pag. 170 Cupole della Cattedrale dell’Annunciazione a Mosca. Foto pag. 192 Alexandr Rodcenko, Pure Red Color,Pure Yellow Color,Pure Blue
© Alamy / Milestone Media Color, 1921. A.Rodcenko and V. Stepanova Archive, Mosca.
© A.Rodcenko - by SIAE 2012
pag. 171 Hokusai, La [grande] onda presso la costa di Kanagawa da Trenta-
sei vedute del monte Fuji, 1830-32. Mosca, Museo PuŠkin. Foto Kolam. Foto © 2009 Dietmut Teijgeman-Hansen
© Mondadori Portfolio / Leemage Esempio di Kolam su tessuto. © Wikimedia Commons /
Hokusai, La cascata dove Yoshitsune lavò il suo cavallo dalla se- Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
rie Viaggio tra le cascate giapponesi, 1834-1835. Berlino, Mu- pag. 194 M.C. Escher, Sistemi di triangoli 1A, tipo 1-Ukkel V-’38. © 2012
seum für Ostasiatische Kunst. Foto © Mondadori Portfolio M.C. Escher Company-Holland. All rights reserved. www.
/ AKG Images mcescher.com
pag. 172 Fulmini © David Ponton / Design Pics / Corbis Klaus Dellmann, 175_Peano-Gosper Borderline_36. © Klaus
pag. 173 Anne Burns, Summertime (2007) e Vermont Mountains (2003). Dellmann, www.delart.ch
© Per gentile concessione di Anne Burns
pag. 200 Felix Hausdorff in una foto del 1913-1921. Bonn, Universi-
pag. 175 Ritratto di Bernhard Bolzano in una litografia del 1836 ca. taetsbibliothek
pag. 178 Georg Cantor in una foto del 1910 ca. Foto © Mondadori Port- pag. 206 Jackson Pollock, Composition with Pouring II, 1943. Hirshhorn
folio / AKG Images Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Wa-
shington D.C. © Jackson Pollock – by SIAE 2012
pag. 180 Anelli di Saturno fotografati da Voyager 2. Foto © NASA /
Photo Science Library / Tips Images Jackson Pollock, Blue Poles, 1952. Canberra, National Gallery
of Australia. The Bridgeman Art Library / Archivi Alinari.
pag. 182 Lucio Saffaro, La piramide transfinita, 1964. © Per gentile con- © Jackson Pollock – by SIAE 2012
cessione Collezione Fondazione Lucio Saffaro, Bologna
pag. 208 Los Angeles, Walt Disney Concert Hall. Foto © Alamy / Mile-
pag. 183 Elaborazione frattale di Sierpinski realizzata da Andrew Pike stone Media
© per gentile concessione di Andrew Pike
pag. 216 Hokusai, Il Fuji sotto un rovescio di sera. Da Cento vedute del
pag. 184 Conchiglia con triangoli di Sierpinski. Foto © Jeff Rotman / monte Fuji, 1834-1835 ca. Collezione privata
Photo Researchers / SIS Images
pag. 217 Benoit Mandelbrot (1982). Foto © Hank Morgan / Time &
Pavimenti cosmateschi con triangoli di Sierpinski nella Ba- Life Images / Getty Images
silica dei Santi Giovanni e Paolo, Roma. Foto © Giuseppe
Schiavinotto pag. 218 Mappa lunare di Thomas Harriot, 1612 ca. Foto © SPL /
Contrasto
pag. 185 Nicola di Bartolomeo da Foggia, particolare dei mosaici del
pulpito della cattedrale di Ravello, 1272. Foto © Alamy Mile- Galileo Galilei, Nuncius Sidereus (1610), La luna. © INAF –
stone Media Osservatorio Astronomico di Brera
Studi di Escher ispirati al pulpito della cattedrale di Ravel- pag. 220 Jean Cristophe Yoccoz. Foto © Nicolas Tavernier / REA /
lo, 1923 ca. © M.C. Escher Company-Holland. All rights re- Contrasto
served. www.mcescher.com Curtis McMullen. Foto © Eirik Furu Baardsen, 2011.
pag. 186 Mangal Yantra, tessuto pag. 228 Dio creatore dell’universo, miniatura della Bible Moralisée, Cod.
pag. 190 Giuseppe Peano in una foto degli anni 1928-1932. Foto trat- 2554 f.1v. Vienna, Oesterreichische Nationalbibliothek. Foto
ta dal catalogo della mostra Lo spirito creativo è leggero pub- © Austrian National Library / Archivi Alinari
blicato dal Comune di Cuneo (2008) pag. 233 Georges Seurat, Una domenica pomeriggio sull’isola della Gran-
Elaborazione frattale del ritratto di Peano realizzata da An- de- Jatte (1886). Chicago, The Art Institute of Chicago. Foto ©
drew Pike © per gentile concessione di Andrew Pike Mondadori Portfolio / AKG Images
358 Abbasso Euclide! Fonti iconografiche 359

pag. 239 Particolare di una vetrata della Chiesa All Saints Church a pag. 296 Veduta aerea del quartiere Ensanche di Barcellona ripresa da
Dorchester (Boston) con il simbolo della Trinità Google Earth
Particolare del poster per il film Harry Potter and the Deathly pag. 303 Vladimir Nabokov gioca a scacchi con la moglie, 1958. Foto
Hallows, Part 2 (2011) © Carl Mydans / Time life Pictures / Getty Images
Particolare del rosone della St. James Episcopal Church, Ska- Kurt GÖdel fotografato all’Institute for Advanced Study a
neateles, N.Y. con il simbolo della Trinità Princeton, New Jersey nel 1962. Foto © Alfred Eisenstaedt /
pag. 254 Banda dei Granatieri della Guardia a Londra in occasione Time Life Pictures / Getty Images
del Giubileo di Diamante della regina Elisabetta II (giugno pag. 304 Tomba di Hilbert a Göttingen. © Kassandro / Wikipedia
2012). Foto © Getty Images Commons / Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0
pag. 256 Vasilij Kandinskij, Quadrati con cerchi concentrici, 1913. Mona- Unported
co, Städtische Galerie im Lenbachhaus. © Vasilij Kandinskij pag. 308 Scena di banchetto, pittura parietale della tomba di Neba-
– by SIAE 2012 mun. © The Trustees of the British Museum
pag. 257 Incisione di Lavielle. Collezione privata. Foto © Mondadori Paul Gauguin, Ta matete (Il mercato), 1892. Basilea, Kunstmu-
Portfolio / Leemage seum
pag. 271 Alexandre Groethendieck. Foto © Erika Ifang pag. 309 Andrea Mantenga, Compianto su Cristo morto, 1475. Milano,
Pierre Deligne. Foto © Mondadori Portfolio / Photoshot Pinacoteca di Brera
Salvador Dalí, L’Ascensione, 1958. Messico, Collezione JAPS.
pag. 272 Il generale Charles Denis Santer Bourbaki. Londra, The Print
© Salvador Dalí, Gala-Salvador Dalí Foundation – by SIAE
Collector. © 2012 Foto The Print Collector / Heritage Images
2012
/ Scala Firenze
Shigeo Fukuda, Piano Underground, 1984. © Wikipedia Com-
Riunione di Bourbakisti a Besse en Chandesse, Puy de Dome,
mons / Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0
1935. Foto © Archives Charmet / The Bridgeman Art Libra-
ry / Archivi Alinari pag. 310 Illustrazione della camera oscura tratta Sketchbook on milita-
ry art, including geometry, fortifications, artilery, mechanics, and
pag. 274 Scena da Infinities. Foto © Marcello Norberth / Piccolo Teatro
pyrotechnics (XVII sec.)
di Milano
pag. 311 Canaletto, quattro disegni raffiguranti Campo San Giovanni
pag. 275 Elaborazione frattale del ritratto di David Hilbert realizzata
e Paolo a Venezia ottenuti con camera oscura. Venezia, Gal-
da Andrew Pike. © per gentile concessione di Andrew Pike
lerie dell’Accademia
pag. 277 Jean Béraud, Al bistrot, 1891. Foto © Sotheby’s / AKG Ima-
ges / Mondadori Portfolio pag. 312 Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1600. Roma, San Luigi
dei Francesi
pag. 279 Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911. L’Aja, Gemeentemuseum. Caravaggio, Madonna di Loreto (Madonna dei Pellegrini), 1604-
© 2012 Mondrian / Holtzman Trust c/o HCR International 06. Roma, Basilica di Sant’Agostino
USA. Foto Mondadori Portfolio / AKG Images
Caravaggio, Bacchino malato, 1593. Roma, Galleria Borghese
Piet Mondrian, Melo in fiore, 1912. L’Aja, Gemeentemuseum.
© 2012 Mondrian / Holtzman Trust c/o HCR International Caravaggio, Giove, Nettuno e Plutone (part.), 1597. Roma, Ca-
USA. Foto Mondadori Portfolio / AKG Images sino dell’Aurora Ludovisi. Foto © Raffaello Bencini / Archi-
vi Alinari
pag. 280 Claude Monet, Ponte giapponese, 1918-24. Parigi, Musée Mar-
mottan. Foto © Mondadori Portfolio / AKG Images pag. 313 Velázquez, Las Meninas, 1656. Madrid, Prado
Claude Monet, Ponte giapponese, 1923-25. Minneapolis, Min- pag. 314 Velázquez, Venere e Cupido (Venere Rokeby), 1648-51. Londra,
neapolis Institute of Art. Foto © Mondadori Portfolio / AKG National Gallery. Foto © The Bridgeman Art Library / Archi-
Images vi Alinari
Fonti iconografiche 361

pag. 315 E. Manet, Il bar delle Folies Bergère, 1882. Londra, Courtauld pag. 328 Maschera di Agamenone, Atene, Museo Archeologico
Institute Galleries Nazionale
Sacra Sindone (part.). Torino, Duomo
pag. 316 Jan Vermeer, Lezione di musica, 1662 ca. Londra, St. James Pa-
lace, Royal Collection pag. 329 István Orosz, Cupola (Anamorfosi), 2007 © per gentile conces-
sione dell’artista
pag. 317 Il tetto della Chiesa di Sant’Ignazio a Roma, da Maurice Pi-
renne Optics, Paintings & Photography, 1970, Cambridge Uni- pag. 330 Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini, 1434 e particolare del-
versity Press lo specchio. Londra, National Gallery
Raffaello, particolare della Scuola d’Atene, Stanza della Se- pag. 331 Francesco Mazzola detto il Parmigianino, Autoritratto in uno
gnatura. Roma, Musei Vaticani. © 2012 Foto Scala specchio convesso, 1524. Vienna, Kunsthistorisches Museum.
© 2012 Foto Scala, Firenze / BPK, Bildagentur für Kunst und
pag. 318 Susy Caramazza, Cristo morto. Fotografia digitale 2009. © Susy
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Caramazza 2009
M.C. Escher, Mano con sfera riflettente, 1935. © M.C. Escher
pag. 319 Patrick Hughes, Vanishing Venice, 2007
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pag. 321 Andrej Rublev, La Santa Trinità, Mosca, Galleria Statale
pag. 332 Dick Termes, Finishing an Escher, 1977. © Dick Termes
Tret’jakov
www.termespheres.com
pag. 322 Particolare di mosaico romano. Roma, Museo Nazionale Ro-
pag. 333 Termesfere appese nello studio di Dick Termes. © Dick Termes
mano, Palazzo Massimo alle Terme. Foto © Alamy / Mile-
www.termespheres.com
stone Media
Victor Vasarely, Ond-Cheyt, serigrafia 1971. Collezione pri- pag. 334 Victor Vasarely, Zebra, 1940. © Victor Vasarely - by SIAE 2012
vata. Foto © The Bridgeman Art Library / Archivi Alinari. pag. 335 Julian Stanczak, Provocative Current, 1965. Cleveland Mu-
© Victor Vasarely – by SIAE 2012 seum of Art
M.C. Escher, Concavo e convesso, 1955. © M.C. Escher Com- pag. 336 Victor Vasarely, Planetary Folklore Participants n.1, 1969. Uni-
pany-Holland. All rights reserved. www.mcescher.com versity of East Anglia, Norfolk / UEA Collection of Abstract
pag. 323 Marcel Duchamp, Apolinére smaltato, 1916-17. Locandina pub- and Constructivist Art / The Bridgeman Art Library / Ar-
blicitaria dipinta a smalto. Philadelphia Museum of Art. © chivi Alinari. © Victor Vasarely – by SIAE 2012
Succession Marcel Duchamp – by SIAE 2012 Victor Vasarely, Vega 200, 1968. © Victor Vasarely – by SIAE
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M.C. Escher, Belvedere, 1958. © M.C. Escher Company-Hol-
land. All rights reserved. www.mcescher.com pag. 337 Max Ernst, Euclide, 1945. Menil Collection. Houston, Texas.
© Max Ernst – by SIAE 2012
pag. 324 Pieter Bruegel il Vecchio, La gazza sulla forca, 1568. Darm-
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land. All rights reserved. www.mcescher.com
pag. 326 Guido Moretti, Cubo tribarra, 1997. © Per gentile concessione
dell’artista www.guidomoretti.it
pag. 327 Sandro Del Prete, Das gekrümmte Schachbrett (La scacchiera
impossibile), 1975. © Sandro Del-Prete www.sandrodelprete.
com
362 Abbasso Euclide! Ringraziamenti 363

Ringraziamenti

Come già per C’è spazio per tutti e Una via di fuga, neppure la
realizzazione di Abbasso Euclide! sarebbe stata possibile senza la
collaborazione del dream team editoriale composto dagli ormai
affiatati tre moschettieri: l’iconografa Annamaria Biffi, la redat-
trice Marina Buttarelli e il disegnatore Sergio Pellaschiar. Ancor
più che nei precedenti volumi, la loro pazienza è stata messa a
dura prova, e il loro contributo è risultato indispensabile e deter-
minante. Un ultimo, doveroso e sentito ringraziamento a tutti e
tre, per aver portato a termine un’opera ambiziosa che, senza di
loro, sarebbe rimasta soltanto un progetto ambizioso.
Indice dei nomi

Abbott, Edwin Abbott, 7, 10-16, 21-22, Blom, Piet, 43


27-28, 30, 35 Boccioni, Umberto, 20
Alberti, Leon Battista, 144 Bohr, Niels, 150
Alessandro Magno, 123, 130 Bolyai, János, 234
Alexander, James, 99, 147, 154, 181 Bolzano, Bernhard, 157, 175-176, 202
Alighieri, Dante, 28-30 Bonaparte, Napoleone, 179
Anderson, Gary, 71 Bonnet, Pierre Ossian, 108
Antoine, Louis, 181 Boole, George, 13
Apollonio di Perga, 63, 164 Borges, Jorge Luis, 12-13, 59, 71
Archimede, 289-290, 300 Borromeo, Federico, cardinale, 123
Archita di Taranto, 62 Bose, Raj Chandra, 254-255, 258
Aristotele, 278, 321 Bosman, Albert, 160
Artin, Emil, 270 Bourbaki, Charles, 272
Ashley, Clifford, 127 Bourbaki, Nicolas (collettivo), 3-4, 271,
Asimov, Isaac, 102 272
Asimov, Daniel, 102 Bowen, Bruce, 83
Avogadro, Amedeo, 226 Boy, Werner, 88-89, 96
Avron, Joseph, 180 Boyle, Amanda, 274
Botticelli, Sandro, 330
Bach, Johann Sebastian, 73 Brahana, Henry, 101
Bachelier, Louis, 198 Braque, Georges, 24
Baglione, Giovanni, 312 Brooks, Robert, 218
Balla, Giacomo, 20, 22 Brouwer, Luitzen, 85
Banchoff, Thomas, 40 Brown, Robert, 197
Barbaro, Daniele, 311 Bruck, Richard, 259
Barden, Dennis, 122 Bruegel, Pieter il Vecchio, 324
Barrow, John, 58, 274 Burger, Dionys, 14
Bartolomeo Des Bosses, 165 Burns, Anne, 173
Batterson, Steve, 120 Bussey, William, 253, 255, 259-260, 270
Bellavitis, Giusto, 241
Beltrami, Eugenio, 295, 301 Calvino, Italo, 33-34, 79
Béraud, Jean, 277 Canaletto (Giovanni Antonio Canal), 310
Berko, Edward, 174 Cantor, Georg, 178-181, 189-190, 201-202,
Bernoulli, Jakob, 63, 162 204, 213, 302
Bill, Max, 70, 72 Cantor, Moritz, 179
366 Abbasso Euclide! Indice dei nomi 367

Cao Xueqin, 169 Efimov, Vitaly, 151 Graves, John, 243 Jordan, Camille, 66
Caramazza, Susy, 318 Ehlinger, Ladd, 15 Gregory, Richard, 326 Josipovici, Gabriel, 73
Caravaggio (Michelangelo Merisi), Einstein, Albert, 57, 118, 197 Grignani, Franco, 71 Julia, Gaston, 214-216, 221, 223, 231
310-312 El Greco, Domenikos Theotokopoulos, Grothendieck, Alexander, 271
Carroll, Lewis, 81, 127 detto, 44, 45 Guamán Poma deAyala, Felipe, 129 Kandinskij, Vasilij, 256
Cartan, Henri, 272 Emmer, Michele, 15 Guglielmo di Occam, 295 Kant, Immanuel, 278
Cartesio, Renato (René Descartes), 106- Erdös, Paul, 248 Guth, Alan, 59 Kendrew, John, 154
109, 164, 291, 301 Ernst, Max, 337 King, Katie, 7, 8
Cassini, Giovanni Domenico, 63, Escher, Maurits Cornelis, 58, 70, 90, 133, Hagen, Margaret, 306 Kirkman, Thomas, 146, 263-268
Castelnuovo, Guido, 237 135, 165-166, 167, 185, 194, 322-323, Haken, Wolfgang, 118 Kitaoka, Akiyoshi, 335, 336
Cavalieri, Bonaventura, 177 325, 327, 332-333 Hamilton, Richard, 118-119 Klee, Paul, 127
Cayley, Arthur, 231, 243, 264-265, 267-268 Euclide, 3-4, 60, 160, 163-164, 234, 236, Hamming, Richard, 241 Klein, Felix, 61, 65, 76-77, 79-81, 83-84,
Cézanne, Paul, 25 276, 281-285, 287-291, 293-295, 301- Harriot, Thomas, 107, 218 86-89, 91-92, 96, 104, 109, 111, 122, 139
Chevalier, Auguste, 242 302, 337 Hasse, Helmut, 270 Klein, Ives, 192
Chevalley, Claude, 272 Eudosso, 290 Hausdorff, Felix, 199-201, 203-204 Koch, Helge von, 176-178, 182, 187, 193,
Clarke, Arthur, 273 Eulero (Leonhard Euler), 36, 51, 66- Hawking, Stephen, 58 195, 202-203, 216
Clifford, William, 31, 54 67, 102-104, 105, 106-109, 112, 130, Heawood, Percy, 65, 84 Kontsevič, Maxim, 150-151
Coleman, Ornette, 157, 158 253-255 Heegard, Paul, 101 Kubrick, Stanley, 273
Cosmati, famiglia, 184 Everett, Hugh III, 59 Heilbronner, Edgar, 74
Cranach, Lucas, il Vecchio, 128 Heinlein, Robert, 43 Lacan, Jacques, 83, 145
Cremer, Hubert, 216 Fano, Gino, 233, 237-244, 253, 261-264, Helmholtz, Hermann von, 149 Lagrange, Joseph-Louis, 18
Crookes, William, 7-8, 269 Hess, Edmund, 52 Laing, Ronald David, 127
Fatou, Pierre, 214-216, 231 Hesse, Otto, 248, 269 Lam, Clement, 259
D’Alembert, Jean Baptiste, 18, 127 Feigenbaum, Mitchell, 211-214, 220, 228 Hilbert, David, 56, 60, 88, 191-193, 198, Lavieille, Eugène, 257
Dalí, Salvador, 42, 98, 165, 206, 309 Ferguson, Helaman, 70, 104, 138 202-203, 273-278, 283-288, 290-291, Lehmer, Derrick, 243
de Possel, René, 272 Fermat, Pierre de, 301 293-295, 297, 300-304 Lehmer, Emma, 243
Dedekind, Richard, 281-282, 290, 302 Franklin, Philip, 84 Hinton, Charles, 7, 12-16, 21-22, 27-28, Leibniz, Gottfried Wilhelm, 164-165
Dehn, Max, 101, 146-148, 290 Freedman, Michael, 121, 143 35, 47 Lem, Stanislaw, 273-274
Del, Klaus, 194 Frege, Gottlob, 277 Hiroshige, Utagawa, 20 Leonardo da Vinci, 127, 128, 310
Del Prete, Sandro, 327 Fukuda, Shigeo, 309, 333 Hobbes, Thomas, 178 Leopold Wilhelm, arciduca d’Austria, 167
Delaunay, Robert, 26, Furniss, Harry, 81 Hockney, David, 311, 316 l’Huilier, Simone Antoine, 66, 107
Deligne, Pierre, 233, 271 Hogarth, William, 324 Li, Tien-Yen, 211
Delsart, Christophe, 89 Galilei, Galileo, 218 Hokusai, Katsushika, 18, 19, 171, 216, 217 Listing, Johann Benedict, 68, 74, 123,
Desargues, Girard, 237, 244, 246-247, Gallai, Tibor, 248-249 Holtom, Gerald, 238 130, 137
250, 267 Galois, Évariste, 242, 269-270 Hopf, Heinz, 31, 53, 138-142, 151, 152 Lobačevskij, Nikolaj, 234
Deutsch, Armin, 71 Gauguin, Paul, 307, 308 Hoppe, Reinhard, 46 Lord Kelvin (William Thomson), 149-150
Dewdney, Alexander, 14 Gauss, Johann Carl Friedrich, 4, 108 Hubbard, John, 219
Dick, Philip, 209 Gecchelin, Tommaso, 71 Hudson, Richard, 198 Luecke, John, 131
Diderot, Denis, 127 Gehry, Frank, 208, 209 Hughes, Patrick, 318, 319, 320, 333 Luminet, Jean-Pierre, 114
Dieudonné, Jean, 3-4, 272 Geis, Irvin, 154 Hulet, Randy, 151
Doré, Gustave, 29, 113 Ginzburg, Carlos, 174 Huntington, Edward, 282 Maclaurin, Colin, 248
Douady, Adrien, 219 Giotto, 166, 320 Hurewicz, Witold, 198 Malevič, Kazimir, 20, 23, 24, 191
du Bois-Reymond, Paul, 178 Girvan, Ray, 227 Husserl, Edmund, 167 Malthus, Thomas, 209
Duchamp, Marcel, 20, 23, 323, 334 Gödel, Kurt, 273, 303-304 Mandelbrot, Benoit, 174-175, 195, 198-
Dumas, Alexandre (padre), 33, 34 Goodman, Sue, 102 Ionesco, Eugene, 73 199, 201-203, 217-218, 220-221, 223,
Duncan, Isadora, 123 Gordan, Paul, 275-276 226-229, 231-232
Dürer, Albrecht, 24, 25, 41, 42, 127 Gordon, Cameron, 131 James, William, 57-58 Mandelbrojt, Szolem, 272
Dyck, Walther von, 101, 104 Gosper, Bill, 193-196, 202-203 Jonas, David, 205 Manet, Édouard, 127, 128, 314, 315, 333
Gran, Lorents, 74 Jones, Vaughan, 123, 147-150, 154 Manganelli, Giorgio, 11
368 Abbasso Euclide! Indice dei nomi 369

Mantegna, Andrea, 309, 318 Paolo di Tarso, 7 Rubin, Jerry, 121 Sossinsky, Alexei, 127
Maometto, 127 Pappo di Alessandria, 244-245, 249, 269, Rublëv, Andrej, 320, 321, 333 Speiser, Andreas, 28
Marcuse, Herbert, 9 292-294 Rucker, Rudy (Rudolf von Bitter Rucker), Spreckelsen, Otto von, 39
Markov, Andrei, 122 Park, Malcom, 314 14, 274 Stanczak, Julian, 334-335
Margheritone d’Arezzo, 125 Parker, Ernst, 255, 257 Ruiz Larrea, Miguel Ángel, 39 Staudt, Karl von, 251, 291
Martin, Eric, 15 Parmigianino (Francesco Mazzola), 330, 331 Rutherford, Ernest, 150 Steiner, Jakob, 264-265, 267-268
Matelski, Peter, 218 Pascal, Blaise, 186, 244, 265-268 Ryser, Herbert, 259 Stewart, Ian, 14
May, Robert, 210 Pasch, Moritz, 284, 286 Stoddart, Fraser, 152
McEwan, Ian, 61-62 Peano, Giuseppe, 157, 190-193, 196, 198, Saccheri, Girolamo, 301 Stoppard, Tom, 227
McMullen, Curtis, 220 202, 237, 274 Sandrat, Joachim von, 311 Strauss, Charles, 40
Mendeleev, Dmitrij, 94, 95 Peletier du Mans, Jacques, 283 Safdie, Moshe, 43 Stringham, William, 51-52
Menger, Karl, 188-189, 203, 295 Penrose, Lionel, 325 Saffaro, Lucio, 160, 182 Swiercz, Stanley, 259
Merton, Robert, 198 Penrose, Roger, 325 Salmon, George, 268 Sylvester, James, 248-249
Meyer, Lothar, 94 Perec, George, 256-257 Scanavino, Emilio, 127
Michelangelo Buonarroti, 140 Perelman, Grigori, 93, 115-116, 119, 122 Scheeffer, Ludwig, 180 Tait, Peter, 145-146, 149-150
Micolich, Adam, 205 Perry, Charles, 70, 72 Schläfli, Ludwig, 33, 47-48, 50-52, 55 Tajiri, Shinkichi, 137
Milnor, John, 118, 122 Perseo, 63 Schliemann, Heinrich, 328 Tanaka, Kanenobu, 151
Minkowski, Hermann, 18, 57, 295 Picasso, Pablo, 25-26 Schmidt, Friedrich Karl, 270 Tarkovskij, Andrej, 273
Möbius, August Ferdinand, 17, 61, 68-71, Pingala, 185-186 Schofield, Alfred, 9 Tarry, Gaston, 254-255
73-75, 77, 79-84, 88, 90-93, 101-102, Pirenne, Maurice, 316 Scholes, Myron, 198 Tarski, Alfred, 281-282
116, 122, 130, 133, 142 Pitagora, 3-4, 55-56, 158, 160-161, 203, Schön, Erhard, 25 Taylor, Richard, 205
Mondrian, Piet, 278, 279 286, 288, 290-291, 296, 298, 302 Schopenhauer, Arthur, 283 Teeteto, 48
Monet, Claude, 20, 233, 278, 280 Platone, 12, 62, 161 Schröder, Ernst, 231, 323 Teniers, David, il Giovane, 167
Moore, Henry Spencer, 71 Plücker, Julius, 268 Schur, Friedrich, 291, 293 Termes, Dick, 332-333
More, Henry, 7 Pocahontas, 127 Schwarz, Hermann, 110 Tesla, Nikola, 74
Moretti, Guido, 326 Poincaré, Jules-Henri, 110, 112, 114-115, Seckel, Al, 327 Thiel, Larry, 259
Morgan, Henry, 7 119-121, 142 Seeman, Nadrian, 152 Thistlethwaite, Morwen, 132
Morice, Charles, 307 Poisson, Siméon, 199 Segre, Beniamino, 270 Thomson, Joseph, 8
Moseley, Henry, 94 Pollock, Jackson, 157-158, 205-206 Segre, Corrado, 237, 270 Thurston, William, 116-119, 122, 137-138
Mosquera, Gustavo, 71 Pólya, George, 196, 198 Seifert, Herbert, 114, 139 Tiepolo, Giambattista, 124
Mulder, Pieter, 264 Proclo, 63, 244, 281 Sekuła, Andrzej, 34 Tiziano (Tiziano Vecèllio), 314
Musgrave, Ken, 173 Proust, Marcel, 18 Séquin, Carlo Heinrich, 136 Tolomeo, 7
Muybridge, Eadweard, 20, 22 Seurat, George, 233 Torricelli, Evangelista, 177-178
Queneau, Raymond, 277 Sforza, famiglia, 143 Travis, Jeffrey, 15
Nabis, gruppo, 307 Shakespeare, William, 169
Nabokov, Vladimir, 79, 302, 303 Radó, Tibor, 101 Shishikura, Mitsuhiro, 220 Udo di Aachen, 227
Napoleone III, 271 Raffaello Sanzio, 317-318 Siena, James, 132
Necker, Louis Albert, 37, 323 Ray-Chaudhuri, Dwijendra, 264 Sierpiński, Wacław, 182-184, 186-189, Valmiki, Maharishi, 168
Netto, Eugen, 190 Regnault, Jules, 198 202-203 van Doesburg, Theo, 43
Neumann, John von, 56, 148 Réti, Richard, 297 Simon, Barry, 180 van Eyck, Jan, 330
Newcomb, Simon, 35 Reutersvärd, Oscar, 324, 327, 333 Sir Rayleigh (John William Strutt), 8 van Gogh, Vincent, 233
Newton, Isaac, 231, 245 Ricci, Franco Maria, 12 Skora, Richard, 143 Vasarely, Victor, 90, 322, 327, 333-335, 336
Ngnodjom, Yvan, 89 Ricci-Curbastro, Gregorio, 118-119 Slade, Henry, 8-9 Vasarely, Yvaral, 90
Nicola di Bartolomeo da Foggia, 185 Richardson, Lewis, 199-200, 203 Smale, Stephen, 85, 120-121 Vasari, Giorgio, 330
Riemann, Bernhard, 18, 65, 270 Smith, Henry, 178 Vassiliev, Victor, 149
Omero, 168 Riley, Bridget, 334 Smith, John, 127 Veblen, Oscar, 239, 253, 255, 259-260, 270
Olivier, Luc, 272 Riou, Edouard, 34 Snohetta, gruppo, 71 Velásquez, Diego, 313-314
Orosz, István, 329 Robinson, John, 70, 133, 144 Sofri, Adriano, 127 Verhulst, Pierre-François, 210
Ouspensky, Piotr, 9 Rodčenko, Aleksandr, 192 Solženicyn, Aleksandr, 127 Vermeer, Johannes (Jan), 316
370 Abbasso Euclide!

Veronese, Giuseppe, 267, 284 Whitehead, John, 141-142


Vicsek, Tamas, 189, 202-203 Willink, Arthur, 9
Volterra, Vito, 178 Wilson, Richard, 264
Voss, Richard, 174 Witten, Edward, 150-151
Woodhouse, Wesley, 264
Weber, Constantin, 114
Weber, Max, 26 Yoccoz, Jean Christophe, 220
Wedderburn, Joseph, 244 Yorke, James, 211
Weierstrass, Karl, 176
Weil, André, 270-271, 272 Zemeckis, Robert, 59
Wells, Herbert, 16-17, 35 Zöllner, Johann, 9