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Patrick Robinson

SCIMITAR SL-2
Scimitar SL-2 - © 2004

PERSONAGGI PRINCIPALI

Comando supremo
CHARLES MCBRIDE (presidente degli Stati Uniti, democratico, Rhode Island)
PAUL BEDFORD (vicepresidente, democratico, Virginia)
CYRUS ROMNEY (consigliere per la sicurezza nazionale)
SENATORE EDWARD KENNEDY (decano della commissione per le Forze
Armate del Senato)
BILL HATCHARD (capo di gabinetto del presidente McBride)
AMMIRAGLIO ARNOLD MORGAN (comandante supremo dell'operazione Alta
Marea)

National Security Agency


CONTRAMMIRAGLIO GEORGE R. MORRIS (direttore)
CAPITANO DI CORVETTA JAMES RAMSHAWE (assistente del direttore)

Alti ufficiali della US Navy e comandanti militari


GENERALE TIM SCANNELL (presidente del comitato dei capi di stato
maggiore riuniti)
AMMIRAGLIO ALAN DICKSON (capo di stato maggiore della Marina)
AMMIRAGLIO DICK GREENING (comandante in capo della Flotta del
Pacifico [CINCPACFLT])
AMMIRAGLIO FRANK DORAN (comandante in capo della Flotta
dell'Atlantico [CINCLANT])
CONTRAMMIRAGLIO FREDDIE CURRAN (comandante della flotta
sottomarini del Pacifico [COMSUBPAC])
GENERALE KENNETH CLARK (comandante del Corpo dei marine degli Stati
Uniti)
GENERALE BART BOYCE (comandante supremo delle forze NATO)
CONTRAMMIRAGLIO JOHN BERGSTROM (comandante dello
SPECWARCOM (Special War Cottimanti)

Comandanti sul campo


CONTRAMMIRAGLIO GEORGE GELLMORE (comandante del gruppo di
ricerca, Task Group 201.1, USS Coronado)
CAPITANO DI VASCELLO JOE WICKMAN (comandante, USS Simpson)
CAPITANO DI VASCELLO C.J. SMITH (comandante, USS Elrod)
CAPITANO DI VASCELLO ERIC NIELSEN (comandante, USS Nicholas)
CAPITANO DI VASCELLO CLINT SAMMONS (comandante, USS Klakring)
MAGGIORE BLAKE GILL (comandante delle batterie di missili Patriot)

Piloti dei Seahawk della Marina americana


TENENTE DI VASCELLO PAUL LUBRANO
TENENTE DI VASCELLO IAN HOLMAN
TENENTE DI VASCELLO DON BRICKLE

Alto comando del Medio Oriente


AMMIRAGLIO MOHAMMED BADR (comandante in capo della Marina
iraniana)
GENERALE RAVI RASHOOD (comandante supremo combattente di
Hamas)
CAPITANO DI CORVETTA SHAKIRA RASHOOD (puntamento di precisione,
ufficiale addetto alla navigazione speciale, Barracuda II)
AMMIRAGLIO DI DIVISIONE BEN BADR (comandante, Barracuda II)

Equipaggio del Barracuda II


CAPITANO DI VASCELLO ALI AKBAR MOHTAJ (comandante in seconda)
CAPITANO DI FREGATA ABBAS SHAFII (sommergibilista anziano della
Marina iraniana e specialista nucleare)
CAPITANO DI FREGATA HAMIDI ABDOLRAHIM (responsabile propulsione
nucleare)
TENENTE DI VASCELLO ASHTARI MOHAMMED (ufficiale di rotta)
CAPO DI SECONDA CLASSE ALI ZAHEDI (aiutante di bordo)
CAPO DI SECONDA CLASSE ARDESHIR TIKKU (specialista ai controlli
dei computer nucleari)
MAGGIORE AHMED SABAH (combattente per la libertà e guardia del corpo
personale del generale Rashood)

Strateghi internazionali
COLONNELLO DAE-JUNG (comandante delle operazioni nucleari, base di
Kwanmo-bong, Corea del Nord)
CAPITANO DI VASCELLO HABIB ABDU CAMARA (comandante in capo
della Marina del Senegal)

Personaggi civili
PROFESSOR PAUL LANDON (vulcanologo, University College, Londra)
DAVID GAVRON (ambasciatore israeliano a Washington, ex capo del Mossad)
TONY TILTON (presidente della Seattle National Bank e principale testimone)
KATHY MORGAN (moglie dell'ammiraglio Arnold Morgan, richiamata alla
Casa Bianca)
SUA ECCELLENZA MARK VOLLMER (ambasciatore degli Stati Uniti a
Dubai)

PROLOGO
■ Giovedì 8 maggio 2008, ore 22.30. Kensington, Londra.

Il professor Paul Landon, noto a un'intera generazione di studenti


universitari con il soprannome di «Lava» Landon, varcò rapidamente la
porta del pian terreno della Royal Geographical Society e s'immerse
nell'oscurità dell'ampia e alberata Exhibition Road, il vialone principale
della vasta zona di musei a sud di Hyde Park.
Si fermò un istante sullo scalino d'ingresso in roccia vulcanica, un punto
nel quale molti altri grandi uomini avevano posato il piede prima di lui: gli
esploratori, il comandante Scott della spedizione in Antartico ed Ernest
Shackleton; i primi conquistatori dell'Everest, Sir Edmund Hillary, che
aveva raggiunto la vetta, e Lord Hunt, che aveva guidato la storica
spedizione del 1953.
Al pari del professor Landon erano stati anch'essi famosi accademici
della Royal Geographical Society e, come lui, avevano tutti tenuto un ciclo
di stupende conferenze di primavera all'interno del grande edificio. Come
lui avevano colmato la sala, e avevano ammaliato il loro pubblico.
La differenza principale tra i grandi avventurieri del XX secolo e il
professor Lava Landon era l'argomento. Laddove Scott, Shackleton,
Hillary e Hunt avevano illustrato racconti di sopravvivenza umana in
condizioni estreme, il professore aveva soltanto spiegato come sarebbe
avvenuta la fine del mondo. Nessuna data precisa, ovviamente. Come tutti
i maestri di geofisica globale, il professor Landon operava con intervalli di
tempo di approssimazione pari a diecimila anni.
Era giunto alla conclusione che l'imminente catastrofe avrebbe avuto
luogo probabilmente settemila anni dopo. «Ma, dopotutto», aveva
aggiunto, «potrebbe verificarsi anche venerdì prossimo, poco dopo
pranzo.»
La tipica folla della Royal Geographical, l'erudita élite britannica
controllata e facoltosa convenuta per la sua esposizione, aveva apprezzato
la conferenza. Era stata pianificata in modo meticoloso e presentata senza
errori, con un'ottima grafica e filmati accattivanti.
Il professore aveva mostrato le violente eruzioni dei vulcani in tutto il
mondo, i terrificanti effetti dei maremoti sulle coste, le devastazioni
indotte dai terremoti. Ma si era concentrato principalmente sulle immani
eruzioni del passato, come quella che aveva spaccato in due il Krakatoa in
Indonesia nel 1883, spazzando via trentaseimila abitanti di Giava e
Sumatra.
Aveva raccontato l'impressionante eruzione del vulcano del parco di
Yellowstone, nel Wyoming, che aveva lanciato magma e cenere sino in
California, in Texas e addirittura sul fondo marino dei Caraibi. L'evento
risaliva a seicentocinquantamila anni prima, ma Lava Landon l'aveva
narrato come se fosse accaduto l'estate precedente.
Aveva mostrato uno studio grafico dell'esplosione polverizzante del
monte St. Helens, nello Stato di Washington, quando il fianco
settentrionale si era trasformato in un'enorme sfera di lava prima di
esplodere, mandando in pezzi la parete della montagna e cancellando oltre
mille chilometri quadrati di foresta.
Con la narrazione di quel fatto, avvenuto nel 1980, il professor Landon
era giunto al fulcro del suo discorso: la possibilità di uno tsunami, il
termine giapponese con cui si indica la serie di onde grandi come
montagne generate da un terremoto o, con maggiore probabilità, da una
grande frana di corpi vulcanici nelle profondità oceaniche.
L'interesse del professor Landon si stava concentrando sulla nuova
potenziale frana vulcanica sulla costa sudoccidentale di La Palma, la più
nordoccidentale delle isole Canarie. La Palma, che emerge dalle profonde
acque dell'Atlantico, si trova a trecentosettantacinque miglia dalla costa
meridionale del Marocco. Il fatto era, aveva spiegato, che un gigantesco
blocco di roccia vulcanica, lungo diversi chilometri, posto su una linea di
frattura della crosta terrestre, nel corso degli ultimi quaranta-cinquant'anni
era scivolato verso il basso di circa quattro metri sulla ripida scogliera,
staccandosi dal fianco occidentale. Da qualche parte dietro quel colossale e
instabile frammento roccioso si trovava, potenzialmente, il cuore ribollente
dell'enorme vulcano Cumbre Vieja.
«Se quello si spezza, crolla tutto», aveva affermato in tono brillante il
professor Landon. «Spedirebbe una roccia di incredibili dimensioni, di vari
chilometri cubi, a schiantarsi al largo del fianco occidentale del vulcano,
dritto nell'Atlantico, a più di trecento chilometri orari e arrivando sul fondo
dell'oceano a una velocità pari forse ai seicento orari. Sto parlando di una
delle più grandi frane degli ultimi milioni di anni. In realtà mi riferisco al
crollo totale della parte sudoccidentale di La Palma.»
L'uditorio gremito di ex militari e ufficiali di Marina, scienziati,
accademici e rampolli di vecchie famiglie possidenti che avevano sempre
mostrato interesse in questioni scientifiche di quel genere aveva ascoltato
con gli occhi sbarrati mentre il professore spiegava la creazione di enormi
colonne d'acqua che sarebbero risalite in superficie dal fondo del mare,
avanzando fino a raggiungere velocità pari a ottocento chilometri orari,
con un'altezza di forse sessanta metri quando avrebbero raggiunto le basse
acque costiere.
Descriveva come il mostruoso moto ondoso avrebbe spazzato via grandi
porzioni delle coste meridionali di Inghilterra, Spagna e Africa
occidentale. E poi, entro nove ore dall'impatto del blocco roccioso con il
fondo dell'Atlantico al largo della costa sudoccidentale di La Palma,
l'enorme muro d'acqua avrebbe attraversato l'Atlantico distruggendo
l'intera costa orientale degli Stati Uniti.
«Se il Cumbre Vieja esplode, tutto questo accadrà», aveva sottolineato.
«Un raro, tremendo e colossale tsunami. La ricerca scientifica ha stimato
un numero di onde enormi, forse ancora alte cinquanta metri, che si
rovescerebbe nelle strette vie d'acqua a sud di Manhattan per poi radere al
suolo la zona di Wall Street al primo impatto.
«Questa ondata trascinerebbe i detriti dalle strade e livellerebbe il
terreno, mentre la successiva serie di onde demolirebbe gli edifici sino
probabilmente a quindici isolati di distanza dalla costa. E queste onde
giganti - ciascuna alta più di trenta metri - continuerebbero ad arrivare,
progressivamente, fino a quando tutta New York City non fosse distrutta.
«Il più grande tsunami a memoria d'uomo. E tutto per colpa di un solo
vulcano.»
Il professor Paul Landon era uno dei vulcanologi più eminenti del
mondo, professore di geofisica presso il Benfield Greig Hazard Research
Centre dello University College di Londra e direttore del centro rischi
della stessa università.
Aveva lavorato sui pendii di decine dei vulcani più pericolosi del
mondo, sovente prevedendo con successo potenti eruzioni.
Il suo soprannome era ben meritato. E le capacità del professore nel
valutare temperatura e intenzioni del magma erano eguagliate solo dalla
sua brillantezza quale conferenziere.
Uomo barbuto di media statura, con chiari occhi azzurri, l'inevitabile
giacca sportiva in tweed, camicia a quadretti e cravatta college, aveva
quarantaquattro anni, era all'apice nel suo settore e le sue conferenze erano
richieste in tutto il mondo.
Lava Landon viveva fuori Londra nella cintura dei pendolari del
Buckinghamshire con sua moglie Valerie, un avvocato della City. I loro
due figli, uno di quindici e l'altro di quattordici anni, ritenevano entrambi
che il padre fosse più o meno pazzo, dato che ogni giorno della loro
giovane vita si erano sentiti dire che la settimana successiva ci sarebbe
stata la fine del mondo.
Il loro scetticismo non turbava affatto il professor Landon; come molti
dei suoi colleghi accademici, era straordinariamente egocentrico e a prova
di critiche. Mentre calpestava le impronte dei grandi Scott, Shackleton,
Hillary e Hunt, ripensava al lavoro serale ben svolto.
Sapeva di aver suggestionato l'intera platea. Tuttavia non sapeva che
aveva partecipato anche un ascoltatore particolare. Seduto fra il mare di
volti affascinati, in fondo all'auditorio, un ventitreenne combattente per la
libertà palestinese, Ahmed Sabah, aveva preso appunti, attento a ogni
parola e a ogni diagramma.
Dopo la conferenza il giovane era scivolato fuori in fretta, e adesso stava
aspettando tranquillamente nella scura zona della Albert Hall, la splendida
sala per concerti circolare di Londra, posta a pochi metri dalla Royal
Geographical Society.
Mentre Lava Landon camminava lungo Kensington Gore, svoltando nel
cortile della grande sala di musica - che prendeva il nome dal principe
Alberto, il consorte della regina Vittoria -, alcune migliaia di fan
iniziavano a uscire dai portoni al termine di un concerto dedicato ai
complessi famosi degli anni '80.
A Paul Landon occorsero quattro minuti per raggiungere la cima della
lunga e larga serie di scalini che portava dalla sala alla strada laterale
notoriamente poco illuminata. Le centinaia di fan che avanzavano sugli
scalini nella stessa direzione del grande geofisico quasi lo travolsero.
Proprio sotto di lui poteva vedere una Range Rover nera, parcheggiata in
divieto di sosta e contromano, vicino al marciapiede, senza luci e priva di
guidatore.
Ahmed Sabah e i suoi due colleghi scelsero quel momento per colpire da
dietro. Infilarono con abilità un sacchetto in tela nera sulla testa di Paul
Landon, tenendolo in una morsa d'acciaio, e lo trascinarono per gli ultimi
due scalini gettandolo sui sedili posteriori del veicolo in attesa.
Non ci fu tempo né per gridare né per reagire. Una voce dal pesante
accento continuò a sibilargli nell'orecchio di rimanere tranquillo se non
voleva morire, mentre il professore sentiva contro il rene sinistro
l'inconfondibile pressione di un grosso coltello.
Era strano come la folla di gente assorta non avesse visto assolutamente
nulla di ciò che stava avvenendo. Doveva essere per la risoluta
determinazione di tornare a casa: la caccia ai taxi o agli ultimi autobus,
sperando di giungere alla stazione della metropolitana di South Kensington
in tempo per uno dei rari treni della tarda sera.
Nessuno aveva notato l'incidente, di certo non i due poliziotti di
pattuglia con il grosso pastore tedesco di nome Roger, trascinati anch'essi
dalla folla in uscita dalla sala da concerto in cima alla scalinata, dieci metri
sopra la scena del rapimento. Fedeli alle moderne abitudini della polizia
londinese, non avevano notato il crimine ma si erano subito diretti verso la
macchina parcheggiata in sosta vietata, facendosi largo sulla scalinata per
fermare il conducente della Range Rover mentre le mani armeggiavano
rapidamente alla ricerca del test di alcolismo.
Quando arrivarono, il sedile di guida era occupato. Seduto al volante, gli
occhi nascosti dagli occhiali scuri, c'era l'ex maggiore del SAS Ray
Kerman, noto ormai come generale Ravi Rashood, il comandante supremo
delle forze rivoluzionarie di Hamas e con ogni probabilità il terrorista più
pericoloso e ricercato del mondo. Proprio in quel momento mandò su di
giri il motore, spingendo gli agenti a lasciar andare il grosso cane, che
raggiunse l'auto in due balzi, con le fauci spalancate, puntando al braccio
destro del guidatore attraverso il finestrino aperto.
Grave errore, Roger. Dal sedile posteriore della Range Rover, Ahmed
Sabah gli staccò in pratica la testa con una raffica di Skorpion silenziata. Il
primo dei due agenti non riusciva a credere a ciò che aveva visto con i
propri occhi, e si fermò a tre metri dal veicolo, dove il defunto cane Roger
giaceva sul terreno privo di vita.
L'arma automatica di Ahmed cantò nuovamente in silenzio, tre colpi
sordi attutiti, e una breve serie di colpi attraverso la fronte fece cadere il
poliziotto all'indietro, morto.
Il secondo poliziotto, vedendo il cane ma non ancora il collega caduto,
corse d'istinto verso il conducente. Troppo tardi. Il generale, sceso sul
marciapiede, prese il braccio destro sollevato dell'attonito poliziotto,
facendolo cadere con un unico movimento fluido, con la testa praticamente
sul sedile. Lo prese per la gola e gli spinse la testa verso il montante della
portiera. Un istante più tardi Ahmed sbatté lo sportello con violenza,
sfondando il cranio dell'agente.
Ravi girò quindi il poliziotto e con il dorso della mano guantata sferrò
un tremendo pugno dal basso verso l'alto contro il naso già sanguinante. La
sua forza fece penetrare l'osso dritto nel cervello, il classico colpo usato
dal SAS nel combattimento a mani nude. L'agente era già morto prima
ancora di crollare sul marciapiede.
Gli uomini di Hamas si erano preparati per settimane all'operazione
«difensiva» e non c'erano stati errori. Solo la presenza del cane poliziotto li
aveva sorpresi. Ma non a lungo. Dalla «cattura» del professore alla rapida
fuga trascorsero solo diciassette secondi.
La Range Rover compì un'inversione completa, sempre a fari spenti, e si
diresse verso Exhibition Road, con il prigioniero sul sedile posteriore
ignaro della carneficina che andava rimpicciolendosi nello specchietto
retrovisore.
Ci vollero almeno cinque minuti prima che due o tre persone della folla
del concerto pop si rendessero conto che era successo qualcosa. No, Roger
non stava facendo un riposino. Sì, si trattava davvero di sangue. Sì, il
poliziotto steso a terra sul fianco era stato colpito a morte da colpi d'arma
da fuoco. E, sì, il tizio vestito di blu riverso faccia a terra nel canale di
scolo era di certo un altro agente. E, no, non era ubriaco. Al pari di Roger e
del collega, era morto anche lui.
Due poliziotti e il loro cane, ammazzati ai piedi della grande scalinata in
pietra, sul lato sud della Albert Hall.
Finalmente, circa sette minuti dopo che la Range Rover se n'era andata,
qualcuno chiamò da un cellulare il numero di emergenza di Londra, il 999.
Nel giro di altri cinque minuti due autopattuglie giunsero sul posto. A quel
punto il generale Rashood e i suoi uomini avevano già cambiato macchina
e stavano guidando con calma attraverso la zona ovest di Londra, diretti a
un «rifugio» assolutamente sicuro di proprietà di alcuni fratelli musulmani
nel sobborgo di Hounslow.
Adesso le mani del professor Landon erano legate insieme con nastro
adesivo, e lui si trovava sempre nel sacco, sotto tutti i punti di vista. Era
seduto fra due dei più pericolosi fondamentalisti islamici del mondo e
come risposta alle sue suppliche spaventate di sapere cosa stesse
succedendo - dato che di certo i suoi rapitori avevano preso l'uomo
sbagliato - gli era stato detto: «Stia tranquillo, professor Landon, vogliamo
solo parlarle, poi la lasceremo andare».
La prima parte era corretta. Quasi. La seconda era una bugia. Lava
Landon sapeva già decisamente troppe cose.

Sulla scena del crimine, due ambulanze stavano trasportando i corpi


degli agenti assassinati al St. Mary's Hospital, a Paddington, mentre un
furgone della società protezione animali stava caricando il corpo di Roger
in una cassa e la polizia era alla disperata ricerca di testimoni.
Nessuno, disgraziatamente, aveva udito i colpi d'arma da fuoco. Era
impossibile identificare il tipo esatto di autovettura su cui si erano
allontanati i criminali. Nessuno aveva preso il numero di targa.
Qualcuno pensava di averla vista allontanarsi a fari spenti. Qualcun altro
riteneva che avesse svoltato a destra, lungo Exhibition Road. Qualcun altro
ancora pensava che avesse girato a sinistra. Non c'era nessuna indicazione
coerente sull'aspetto fisico dei suoi occupanti.
Si trattava del più brutale assassinio di agenti di polizia verificatosi a
Londra da circa mezzo secolo, da quando una notte alcuni banditi avevano
sparato a tre poliziotti a Shepherd's Bush, tre chilometri a ovest della
Albert Hall.
Ma in quell'occasione nel giro di cinque minuti dalla sparatoria la polizia
era abbastanza sicura dell'identità dei colpevoli. Questa volta non ne aveva
la benché minima idea. Non c'erano tracce, né testimoni, e nessun movente
su cui lavorare. E ovviamente non aveva la minima idea che una persona
famosa era stata vittima di rapimento e adesso era tenuta prigioniera sui
sedili posteriori di una macchina in fuga.
L'interrogatorio del professor Landon iniziò alle 1.00. Gli era stato tolto
dalla testa il cappuccio scuro, gli erano stati liberati i polsi e gli era stato
offerto del caffè su un ampio tavolo da pranzo in una stanza bianca senza
finestre. Di fianco alla porta c'erano due guardie. Mediorientali,
indossavano blue jeans, anfibi neri e giacche in pelle. Entrambi avevano
un AK-47.
Di fronte al professore sedeva un uomo dalle spalle larghe, simile a un
ufficiale dell'Esercito britannico, vestito in modo più formale. Si era tolto
gli occhiali da sole. Anch'egli aveva un aspetto mediorientale, ma la sua
voce e il suo tono non potevano essere stati formati in nessun altro posto al
mondo se non in una delle migliori scuole private inglesi.
La discussione riguardava i vulcani.
«Quante eruzioni naturali si sono verificate nel mondo negli ultimi
anni?»
«Probabilmente un centinaio dal 2002, forse qualcuna in più.»
«Può citarmene qualcuna?»
«Certo... Montserrat, nelle Indie Occidentali... Karangetang, Indonesia...
San Cristóbal, Nicaragua... Tangkubanparahu a Giava... almeno tre nella
penisola di Kamčatka, in Siberia... Fuego nel Guatemala... Stromboli in
Italia... Kavachi Seamount, nelle isole Salomone... l'isola di Chuckinadak,
in Alaska...»
«Quante negli ultimi dodici mesi?»
«Intende eruzioni serie o solamente brontolii?»
«Quante esplosioni?»
«Be', Colima, in Messico... l'Etna in Sicilia... Fuego, in Guatemala...
quella delle isole Salomone, e tutt'e tre quelle grosse in Kamčatka... più
Killauea nelle Hawaii... Maman in Papua Nuova Guinea... sempre le
Soufrière Hills a Montserrat... con qualche grido dal monte St. Helens
nello Stato di Washington. E anche qualche grosso brontolio nelle isole
Canarie... il più grave di tutti.»
«A causa dello tsunami?»
«Certamente.»
Alle 7.00 il professor Landon era sempre più preoccupato. Entro un'ora
sarebbe dovuto andare in ufficio, nello splendido edificio dalle colonne
bianche del Benfield Greig su Gower Street, nei pressi di Euston Square.
Quale titolare di cattedra del dipartimento di scienze geologiche dell'UCL,
la sua assenza dall'aula del secondo piano sarebbe stata di sicuro notata.
Ma le domande proseguivano e lui non aveva altra scelta se non
rispondere.
«Cosa ci vuole per far esplodere un vulcano in attività? Un ordigno di
grandi dimensioni? Forse un paio di missili da crociera dritti dentro il
cratere?»
«Be', il magma è molto vicino alla superficie nel vulcano di Montserrat
sul lato occidentale dell'isola. Penso che quello potrebbe essere innescato
con una bomba a mano ben lanciata. In realtà non ha mai smesso di
eruttare negli ultimi cinque anni.»
«Quanto al monte St. Helens?»
«Più difficile. Ma nei mesi scorsi vi sono state numerose piccole
esplosioni e moltissimi brontolii. E si ricordi che quando il St. Helens
eruttò nel 1980 rilasciò ogni secondo una forza pari a quattro Hiroshima.
Adesso è molto pericoloso e sta peggiorando. Direi che quattro grossi
missili da crociera al posto giusto sul suo lato meridionale vulnerabile
farebbero quasi certamente fuoriuscire di nuovo il magma.»
«E il Cumbre Vieja?»
«Intende causare il colossale tsunami di cui parlavo ieri sera? Nessuna
esplosione convenzionale riuscirà a far cadere quell'enorme blocco di
roccia dal lato della scogliera. Ci vorrebbe l'eruzione del vulcano. E perché
ciò avvenga dovreste usare un'esplosione nucleare di notevole potenza.»
«Intende dire una vera e propria bomba nucleare?»
«No, no. Non così grossa. Ma lei ha citato i missili da crociera. E se
stava pensando a missili a corto raggio, non balistici, direi che una testata
nucleare di medie dimensioni dovrebbe provocare un buco abbastanza
grosso da rilasciare il magma.»
«E provocare l'inizio della frana sul fondo dell'oceano?»
«No. No. Non da sola. Vede, quella fila di vulcani a sud di La Palma
contiene una grande quantità d'acqua nelle profondità delle montagne. Il
rilascio del magma che risale in superficie crea un calore enorme
all'interno della roccia. Questo a sua volta provoca l'ebollizione di diversi
chilometri cubi d'acqua, che si espande, come una pentola a pressione. È
questo che farà andare in mille pezzi la montagna, e quasi certamente farà
crollare l'intera parte meridionale di La Palma in mare. Una frana di
dimensioni mai viste sulla terra da milioni di anni.»
«Quindi se si lancia un missile contro il punto vulnerabile del Cumbre
Vieja, che lei ha sostenuto ieri sera essere il più attivo, bisogna penetrarne
la superficie e quindi farlo esplodere a grande profondità nel sottosuolo.»
«Prima di esplodere dovrà colpire con violenza e perforare lo strato di
roccia che protegge la lava. Il magma che verrà rilasciato risalirà dal ventre
della terra ed erutterà quindi nell'atmosfera, trascinando dietro di sé
miliardi di tonnellate di magma. I laghi sotterranei inizieranno a bollire e si
trasformeranno in vapore. E a quel punto che l'intera catena montuosa
esploderà.»
All'ex maggiore Ray Kerman il professor Landon piaceva. Era un uomo
che capiva a fondo le esplosioni, sia naturali sia artificiali, e che era quasi
entusiasmato dall'argomento. E non si perdeva in divagazioni. Parlava in
modo franco, da vero scienziato. Dritto al punto. Senza preoccuparsi delle
ovvie implicazioni degli altrettanto ovvi terroristi che lo tenevano
prigioniero. Ciò che interessava al professor Landon era la scienza.
Sì, al generale Rashood piaceva proprio. Quell'intera faccenda era
davvero un peccato.
«Grazie, professore», disse il generale di Hamas. «Grazie mille. Adesso
facciamo la prima colazione, poi parleremo ancora.»

1
■ Giovedì 8 gennaio 2009. Casa Bianca, Washington.

La nuovissima amministrazione democratica, fresca di una vittoria


elettorale ottenuta per pochi punti, si stava trasferendo nell'Ala Ovest. A
eccezione del presidente, consapevole che avrebbe dovuto lasciare
comunque la carica al termine del suo secondo mandato, ogni ora di ogni
giorno rappresentava un trauma per i repubblicani che se ne andavano. Per
i pezzi grossi dell'establishment militare e governativo era un'esperienza
terribile cedere le redini del potere a quelli che, per la maggior parte, erano
considerati un branco di progressisti radical-chic, ingenui, senza
esperienza, guidati da un giovane presidente idealista del Rhode Island che
per ottenere un posto da dirigente in una qualsiasi azienda seria sarebbe
dovuto ricorrere a una raccomandazione.
E quello era probabilmente il giorno peggiore di tutti. L'ammiraglio
Arnold Morgan, il consigliere del presidente per la sicurezza nazionale,
prossimo alla pensione, stava per lasciare la Casa Bianca per l'ultima volta.
La sua scrivania in stile marinaro del XIX secolo era stata liberata e
rimossa, e ormai gli restavano solo pochi saluti. La porta dell'ufficio era
spalancata e l'ammiraglio, accompagnato dalla sua splendida segretaria
Kathy O'Brien, era pronto ad andarsene. Erano presenti il segretario di
Stato Harcourt Travis, il presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti, generale Tim Scannell, il capo di stato maggiore della Marina,
ammiraglio Alan Dickson, il direttore della National Security Agency,
contrammiraglio George Morris, e il suo assistente personale, il capitano di
corvetta James Ramshawe, americano di nascita ma di origini australiane.
In occasione del congedo di Morgan si era riunita la piccola «famiglia»,
veterani negli ultimi cinque anni di alcune delle più brutali operazioni
segrete mai condotte dalle Forze Armate statunitensi. La loro devozione
nei confronti di Arnold era cresciuta insieme con una serie di trionfi sulla
scena internazionale dovuti, quasi interamente, all'energia intellettuale
dell'ammiraglio.
Al pari di Cesare, l'ammiraglio Morgan non era una persona da amare -
fatta eccezione per Kathy -, ma la sua comprensione della politica
internazionale, degli intrighi, del gioco del poker, delle minacce e delle
controminacce, della propaganda machiavellica e della condotta di
operazioni militari segrete non era seconda a quella di nessuno. Oltre a
tutto ciò era un virtuoso, guidato da un inesorabile senso di patriottismo.
Durante il suo regno nell'Ala Ovest aveva intimidito, coccolato, messo nel
sacco e tormentato alcuni degli uomini più potenti del mondo. Il suo credo
era combattere e ancora combattere, senza mai abbassare la spada fino alla
vittoria. I suoi idoli erano i generali Douglas MacArthur e George Patton.
E adesso l'ammiraglio se ne stava andando, lasciando affranti i suoi amici
intimi di Washington, convinti che ci sarebbe voluta una vita prima di
avere un altro uomo così.
Molti dei civili di rango elevato se ne sarebbero andati a loro volta nel
giro di poche settimane per lasciare il posto ai democratici subentranti, ma
nessuno in modo tanto ignominioso quanto l'ammiraglio Morgan. Aveva
ricevuto una telefonata dalla signorina Betty-Ann Jones, una progressista
del Sud che non era mai stata a Washington prima d'allora, che gli aveva
detto: «Il presidente McBride ritiene sia meglio che lei dia le dimissioni
immediatamente, dal momento che pensa che lei e lui non possiate andare
d'accordo».
Arnold Morgan non aveva avuto bisogno che gli ripetessero l'invito.
Cinque minuti dopo aveva dettato a Kathy la sua breve lettera di
dimissioni e dieci minuti più tardi stavano lavorando entrambi alla data
delle loro nozze, dal momento che al loro progetto da tempo rimandato
non si opponeva più il colossale carico di lavoro di consigliere per la
sicurezza nazionale.
Al pranzo di saluto di Arnold, nel suo ristorante preferito a Georgetown,
il segretario Travis, con la sua tipica ironia e il suo scanzonato senso dello
humour, era arrivato a tavola canticchiando con tono teatralmente alto il
motivo di Those Wedding Bells Are Breaking up That Old Gang o/Mine.
Di lì a poco sarebbe tornato a Harvard dove avrebbe assunto una cattedra.
I componenti militari del circolo ristretto di Arnold sarebbero rimasti più
o meno ai loro posti, alle dipendenze di un nuovo comandante in capo.
L'ammiraglio Morgan si trovava adesso davanti alla grande porta in
quercia del suo ufficio. Esitò un istante e indirizzò un secco cenno alla
stanza vuota. Quindi si avviò lungo il corridoio, dove lo attendevano gli ex
colleghi. Sorrise con una certa difficoltà. «Vi sarò grato se ognuno di voi
venisse e mi prendesse per mano.»
Venne così il momento degli addii, tutti consumati dall'intimo senso di
fiducia che ognuno di loro provava nei confronti del consigliere per la
sicurezza nazionale. L'ultima stretta di mano fu per il più giovane fra loro,
il capitano di corvetta Ramshawe, con cui l'ammiraglio Morgan aveva un
rapporto quasi da padre a figlio.
«Mi mancherai, Jimmy.»
«Anche lei mi mancherà, signore», rispose il giovane ufficiale. «Non
riuscirà mai a immaginarsi quanto.»
«Grazie, ragazzo», disse l'ammiraglio in modo informale. Quindi si girò
sui tacchi, con addosso un vestito grigio scuro meravigliosamente tagliato,
scarpe in pelle nera lucide con i lacci, una camicia blu e una cravatta
dell'accademia navale.
Camminò in modo deciso, le spalle all'indietro, dritto, pieno di dignità, e
con al fianco la sua futura sposa, Kathy. Avanzò fra i ritratti degli ex
presidenti, facendo come sempre un ampio cenno davanti a quello del
generale Eisenhower. Camminò non come un uomo che se ne stava
andando, ma come un giovane ufficiale che aveva appena prestato
giuramento davanti alla bandiera. Nella sua mente correva una vita di
pensieri, una vita al servizio del suo Paese. Correvano le sue diverse
identità... comandante di un'unità di superficie e poi di un sottomarino
nucleare di base a Norfolk, Virginia... lo zar dell'intelligence, a capo della
National Security Agency nel Maryland... e infine il braccio destro di un
esitante presidente repubblicano che aveva terminato il proprio mandato
senza conoscere né la lealtà né il patriottismo. Poco importava. Arnold ne
aveva a sufficienza per tutti e due.
Camminando lungo i corridoi familiari, l'ammiraglio sentì una volta
ancora lo sciabordio dell'acqua sullo scafo di una nave che usciva da un
porto minacciato dirigendosi nelle grandi onde dell'oceano, il rumore
metallico della catena dell'ancora, i precisi ordini dell'aiutante di bordo e,
nei meandri più profondi della sua mente, le grida e gli ordini dei SEAL
della US Navy scomparsi, che non aveva mai visto né incontrato. Che
obbedivano ai suoi ordini. Obbedivano sempre. Come lui obbediva ai
propri. Quasi sempre.
Sentiva ancora la campana del corpo di guardia, che segnava le ore. E lo
scivolare fluido del periscopio del sottomarino. Sapeva che non appena
uscito avrebbe inevitabilmente alzato lo sguardo nella gelida brezza
invernale e l'avrebbe vista garrire con orgoglio, proprio sopra di lui. La
bandiera, sempre la bandiera.
Non indossava soprabito, mentre Kathy era bene avviluppata in un
elegante shearling lungo di colore marrone chiaro. Poco prima di svoltare a
sinistra verso la porta principale che conduceva alla veranda dell'Ala
Ovest, lei protese la mano destra per prendere la sua, confermandogli
ancora una volta che non sarebbe rimasto solo dopo aver lasciato per
sempre il ponte di comando e aver fatto virare la nave verso i lunghi anni
della pensione. L'ammiraglio Morgan aveva sessantaquattro anni.
Nessuno dei presenti avrebbe mai dimenticato la partenza di Arnold
Morgan. Tutti coloro che si trovavano nel corridoio inferiore provarono la
sensazione che il controllo scivolasse via, come se una gigantesca nave da
guerra avesse perso il suo timoniere. Erano già corse voci di civili che
avrebbero rimpiazzato le guardie dei marine alla Casa Bianca. Giovanotti
pacati sulla trentina scuotevano il capo e parlavano in modo triste dei modi
primitivi delle Forze Armate statunitensi sotto l'amministrazione
repubblicana. I nuovi e giovani ideologi provenivano da un mondo
diverso, il mondo del futuro, dove la cosa più importante era educare il
Terzo Mondo. Dove non c'era nessun diavolo ma solo ignoranti. Dove la
morte e la distruzione dovevano essere sostituite da un maggiore aiuto
finanziario, dove bisognava insegnare ai tiranni i metodi occidentali, non
assassinarli. E dove bisognava soccorrere i poveri e gli inermi, e gli
americani addestrati dovevano mettere mano alla loro carenza di
autostima. E dove non si sarebbe dovuto fare del male a nessuno nel modo
più assoluto in nome della vendetta, della conquista o della distruzione di
un regime pericoloso.
All'orizzonte si profilavano tagli massicci per la Marina e le Forze
Armate. Il presidente Charles McBride era un sostenitore
dell'internazionalismo, certo nella propria testa che la ragione, la ragione e
la pietà, avrebbero sempre avuto il sopravvento, per quanto malavveduto
potesse sembrare un nemico. Ma come il presidente Clinton, e Carter
prima di lui, McBride era una persona che vacillava, un politico di carriera
abituato ai compromessi, sempre alla ricerca di posizioni moderate. Era un
uomo dalle sole convinzioni politiche, destinato a rimanere una nullità per
tutta la vita. Ed era cronicamente inesperto degli aspetti più crudi della
diplomazia internazionale. Il presidente neoeletto McBride non avrebbe
riconosciuto un uomo di Stato intrigante e calcolatore a un metro di
distanza.
La cosa di cui tuttavia Charles McBride era convinto era l'inutilità dello
spendere miliardi di dollari per la difesa se non ci si preparava a
combattere. Nessuno gli aveva ancora insegnato l'antico mantra del saggio:
«Se vuoi la pace, prepara la guerra. E, se non lo fai, finirai per pagarlo con
sangue, dolore e lacrime». Oppure, come avrebbe detto il presidente Mao:
«Il vero potere viene dalla canna di un fucile».
La maggior parte degli uomini che si trovavano ancora in quel corridoio
aveva una vaga idea della verità di quel credo. E molti di loro pensavano
che probabilmente fosse giusto. E che tutto sarebbe andato bene fino a
quando gli USA avessero avuto il fucile più grosso di tutti. Ma, se c'era un
presidente degli Stati Uniti che avrebbe dovuto impiegare Arnold Morgan
in quell'incarico, quello era il quarantasettenne Charles McBride.
E, mentre il rumore dei passi di Arnold svaniva dall'edificio, il generale
Scannell mormorò: «Gesù, non so cos'accadrà adesso».
E Harcourt Travis aggiunse: «Nemmeno io, generale».

Qualche ora più tardi il contrammiraglio Morris e il capitano di corvetta


Ramshawe erano seduti sconsolati sui sedili posteriori dell'auto di servizio
della Marina che li riportava alla sede della National Security Agency a
Fort Meade, nel Maryland.
«E' difficile pensare che se ne sia andato, Jimmy», grugnì il direttore
dell'agenzia.
«Mi sembra impossibile riuscire ad accettarlo.»
«Anche a me.»
«Non sarà più la stessa cosa, non pensa?»
«Nulla lo sarà. Sarà peggio. Perché abbiamo un nuovo presidente che
non capisce il genere di minacce che questo Paese si può trovare ad
affrontare. Pensa che siamo tutti pazzi.»
«Lo so. Ci pensa, signore? Chiedere a una segretaria di telefonare e dire
all'ammiraglio Morgan che è licenziato. È una maledetta bestemmia.»
«Solo Dio sa chi diavolo prenderà il suo posto.»
«Oh, tirerà fuori probabilmente un qualche bell'operatore sociale, un
capo del Peace Corps o qualcosa di simile... Gesù, non posso credere a ciò
che sta succedendo.» Jimmy Ramshawe scosse il capo.
«Il problema con l'intelligence è che c'è bisogno di qualcuno nel governo
che inizi a credere che non siamo una banda di stupidi coglioni e che ci
ascolti, sapendo che parliamo sulla base di quell'esperienza che lui
semplicemente non ha. Altrimenti non c'è una ragione per avere una vasta
rete di intelligence, il cui funzionamento costa miliardi. Non se gli
operativi al massimo livello devono passare metà del loro tempo a cercare
di dimostrare l'impossibile a gente che teoricamente dovrebbe stare dalla
loro stessa parte.»
«Lo so, signore. Questa era la cosa migliore dell'ammiraglio Morgan.
Non respingeva mai per partito preso ciò che gli riferivamo, quantomeno
lo prendeva sempre in considerazione. Era un tipo giusto, non trova? Il
migliore che abbia mai incontrato.»
«E il migliore che incontrerai mai, giovane James.»
I due uomini viaggiarono in un silenzio cordiale ma cupo lungo la
periferia nordoccidentale di Washington e quindi attraverso la campagna
sino a Fort Meade. Giunti a destinazione il direttore si avviò verso il suo
ufficio, mentre il capitano di corvetta Ramshawe si ritirò nella confusione
della sua tana piena di carta per uno dei momenti preferiti della settimana.
Il giovedì pomeriggio. Per il trentenne Ramshawe ciò significava un
piacevole paio d'ore di studio. Era il giorno in cui arrivavano i suoi
quotidiani personali: il Daily Mail e il Telegraph da Londra, l'Age da
Melbourne, il Morning Herald da Sydney e il Toronto Globe.
Erano tutti pieni di frammenti di notizie riguardanti la diplomazia, le
Forze Armate, i governi, la società, la finanza: cose che non si trovavano
necessariamente nel Washington Post né tantomeno nel Wall Street
journal.
Vi era poi una pagina che Jimmy preferiva alle altre. Era la pagina
«Corte e società» del londinese Daily Telegraph, una sorta di miscuglio di
eventi esoterici a partire dalla vita quotidiana della regina e dei vari
membri della sua famiglia pagati dalla Civil List del governo britannico.
Vi erano elencati i suoi appuntamenti al pari di quelli del principe Filippo
e del principe Carlo. Era riportata inoltre ogni sorta di oscuri eventi
didattici e di nomine nelle principali scuole private britanniche e nelle
università di Oxford, Cambridge e Londra. C'erano un elenco di
partecipanti ai principali funerali, una lista di onorificenze, di premi, e di
nomine in Marina, Esercito e Aeronautica, comprese quelle nelle Forze
Armate del Commonwealth. Vi erano resoconti di raduni militari,
l'annuncio dei fidanzamenti, dei matrimoni e dei funerali importanti. E una
colonna di necrologi nella quale le famiglie dei militari ricordavano ogni
anno coloro che erano morti in combattimento, anche fino a sessant'anni
prima.
Jimmy divorava regolarmente quella pagina, prendendo appunti che
avrebbe poi trasferito nel suo file privato sul computer. Per un nuovo
comandante dei sottomarini della Royal Navy avrebbe per esempio
inserito il nome del nuovo personaggio e i punti salienti della sua carriera,
nel caso Fort Meade ne avesse avuto bisogno in futuro. Un rapido
rimando. Una consultazione istantanea. Il capitano di corvetta Ramshawe
era un provetto professionista dell'intelligence.
Nel Telegraph di lunedì 5 gennaio c'era qualche notizia che lo fece
divertire e qualcun'altra che lo indusse a prendere subito qualche appunto.
Ma soprattutto vide una parola che quasi gli fece rovesciare il caffè:
«assassinato». Proprio lì, nella più noiosa delle sezioni dedicate alle
università. Un piccolo paragrafo nella rubrica che annunciava la nomina di
un nuovo professore emerito al Benfield Greig Hazard Research Centre
dello University College di Londra. Il dottor Hillary Betts, un vulcanologo,
prendeva «il posto del professor Paul Landon, trovato assassinato nella
zona occidentale di Londra nel maggio scorso».
«Assassinato! Cazzo», sbottò James. «Mai visto questa maledetta parola
su questa pagina prima d'ora. È come vedere una spogliarellista illustrare
un libro di preghiere.»
Istintivamente si collegò a Internet, cercò il sito del Telegraph di Londra
e digitò la ricerca riguardante il professor Paul Landon. Con sua sorpresa
comparve un titolo di notevoli dimensioni nel sommario della prima
pagina dell'edizione di lunedì 12 maggio.

SCOMPARSO IL PROFESSOR PAUL LANDON


Il maggior esperto mondiale di vulcani scompare dopo una conferenza
alla Royal Geographical

Seguiva un dettagliato resoconto sul professor Landon e sui risultati da


lui ottenuti, cui si aggiungeva il rapporto della polizia circa il fatto che non
fosse tornato a casa nel Buckinghamshire dopo aver tenuto una conferenza
alla Royal Geographical Society la sera dell'8 maggio.
Vi erano citazioni del segretario generale della Royal Geographical
Society, di colleghi dello University College e ovviamente di sua moglie.
Ma nessuno aveva la minima idea di cosa gli fosse accaduto.
Il capitano di corvetta Ramshawe lo scoprì ben presto da solo. Il titolo
sopra l'articolo di prima pagina su otto colonne di giovedì 15 maggio
recitava:
IL PROFESSOR PAUL LANDON TROVATO MORTO
Ritrovato sulla riva di un'isola del Tamigi - Due proiettili nel cervello

Secondo il patologo della polizia, Paul Landon era stato colpito due
volte «come in una esecuzione», quindi gettato nel fiume. Il timoniere di
un «otto con» di un club di canottaggio londinese aveva avvistato il
cadavere spinto dalla corrente di marea su Chiswick Eyot, un'isoletta usata
quale punto di riferimento per le imbarcazioni da canottaggio, a metà
strada lungo il percorso della gara Oxford-Cambridge, fra Putney e
Mortlake.
Non c'era ancora nessun indiziato, ma nella mente della polizia
metropolitana non vi erano dubbi. Si trattava di un omicidio a sangue
freddo, anche se il motivo per cui qualcuno volesse uccidere un professore
apparentemente innocuo rimaneva un mistero assoluto.
Al capitano di corvetta Ramshawe piacevano i misteri e per tutta l'ora
successiva passò in rassegna varie edizioni del Telegraph che andavano
dall'inizio dell'estate all'autunno. Vi trovò l'indagine, il funerale, un pezzo
sul settore di competenza del professor Landon. Ma non trovò nessuna
traccia di perché diavolo qualcuno avrebbe potuto volerlo uccidere.
Passò quindi al Daily Mail, un tabloid a buon mercato più audace, che
poteva aver tirato fuori qualche idea diversa e più originale. Non ebbe
fortuna. Nella settimana successiva alla sparizione del professore il Mail si
occupava principalmente dell'uccisione di due poliziotti di Londra e del
loro cane:

IL VALOROSO ROGER UCCISO IN AZIONE


AL FIANCO DEI SUOI PADRONI
L'uccisione dei poliziotti sconcerta Scotland Yard

La notizia colpì anche Jimmy Ramshawe. Tuttavia l'unico paragrafo che


lo interessava era quello che esordiva così: «Si ritiene che la polizia
metropolitana abbia richiesto l'intervento della Special Branch, date le
modalità della morte di uno dei due agenti, ma la scorsa notte ciò non era
stato ancora confermato».
Per quanto ne sapesse Jimmy ciò significava MI5, o addirittura MI6,
l'equivalente britannico della CIA. E, anche se l'assassinio di due agenti
londinesi non era affare suo né, tantomeno, quello di un professore
dell'UCL, ciò nonostante registrò un lungo appunto circa la strana e
misteriosa morte di Paul Landon.
Faticò a cancellare quell'incidente dalla testa. E alla fine della giornata,
mentre si dirigeva verso l'ambasciata australiana a Washington dove
avrebbe cenato con la sua fidanzata, Jane Peacock, la figlia
dell'ambasciatore, ci stava ancora pensando. Erano quasi le 20.00 quando
arrivò, e accettò con piacere dalla signorina Peacock un boccale di birra
Foster gelida prima di unirsi ai genitori di lei nella sala da pranzo. Jimmy
era sempre stato in ottimi rapporti con l'ambasciatore John Peacock. La sua
famiglia e quella di Jane erano amiche da molti anni e i genitori di Jimmy,
che vivevano a New York, sarebbero arrivati per soggiornare in
ambasciata di lì a due settimane.
Aspettò di essere al piatto principale, un'ottima costoletta di vitello, cotta
alla perfezione e accompagnata da un vino rosso australiano
particolarmente pregiato, un Clonakilla Shiraz, prodotto nel distretto di
Canberra, sulle sue colline temperate, trecento chilometri circa a sud di
Sydney. John Peacock era da tempo collezionista di buoni vini e nella sua
casa che guardava sul porto di Sydney possedeva un'ottima cantina. Quale
ambasciatore australiano negli USA era previsto che servisse vini del
proprio Paese, e non ne perdeva occasione.
Jimmy attese che fossero tutti tranquillamente al secondo bicchiere
prima di affrontare l'argomento che non era riuscito a togliersi dalla testa
nelle sei ore precedenti.
«John, non ha mai letto nulla circa un professore di vulcanologia di
Londra assassinato nel maggio scorso?»
«Forse sì. Chi era?»
«Il professor Paul Landon.»
«No, aspetta un momento. Ho visto qualcosa al riguardo perché doveva
venire a parlare in due o tre università australiane, e una di queste era
Monash, a Melbourne, dove ho studiato. Penso si tratti della stessa
persona. Me lo ricordo perché il quotidiano di Sydney aveva realizzato un
articolo importante sulla sua morte. Perché me lo chiedi?»
«Oh, semplicemente perché oggi ho trovato qualcosa su Internet.
Sembrava un assassinio molto strano, senza capo né coda né movente.
Nessuno ha mai scoperto perché sia stato ucciso. E nessuno è stato
accusato di nulla che potesse esservi collegato.»
«No. Ora ricordo. Non era un esperto solo di vulcani. Lo era di tutta la
gamma di disastri naturali: terremoti, maremoti, collisioni fra asteroidi e
Dio solo sa cos'altro. Mi ricordo che aveva appena tenuto una conferenza
sugli effetti di un enorme maremoto, ha un maledetto nome cinese...
Lasciami pensare... chop suey o qualcosa del genere. Comunque si tratta di
una montagna d'acqua.»
Jimmy ridacchiò. Gli piaceva proprio, il suo futuro suocero, che
insisteva perché lo chiamasse John fin da quando Jimmy era un ragazzino
al liceo. «La parola che stiamo cercando è 'tsunami'. È giapponese. Sono
quasi diventato un esperto di questo argomento dalle 14.15 di oggi.»
«Sì, è quella», convenne l'ambasciatore. «È quando un mucchio di pietre
casca da una montagna e finisce in mare provocando un'ondata fantastica
mentre rotola sul fondo dell'oceano, giusto, esperto?»
«Esatto, ritengo che questo sia un riassunto corretto e ponderato»,
osservò Jimmy, aggrottando la fronte e facendo una voce saputa. «Molto
bene. Penso che in futuro mi rivolgerò a lei chiamandola 'Splash' Peacock,
un'autorità nel campo degli tsunami.»
Tutti si misero a ridere. Ma l'ambasciatore non aveva ancora finito. «Ti
dirò qualcos'altro che mi ricordo circa quell'articolo. Il professore stava
venendo in Australia proprio per parlare di queste enormi ondate, che si
sono manifestate nelle isole del Pacifico a nord del nostro Paese. È quella
la zona a rischio, vero? Il tuo professore, Jimmy, sapeva un mucchio di
cose circa gli effetti di una di quelle sull'isola di New Britain al largo di
Papua Nuova Guinea. Era sprofondata nell'oceano e la faccenda aveva
portato all'annegamento di circa tremila persone nelle isole vicine.»
«Per essere uno che non lo dice, lei ne sa maledettamente tanto sugli
tsunami!» approvò Jimmy.
«Dammi un paio di settimane, e dominerò anche il mondo», scherzò
John Peacock.
«Allora, perché pensa che qualcuno abbia assassinato il professore?»
«Chi lo sa? Penso possa essersi trattato di un errore di persona.»
«Forse», replicò Jimmy. «Ma la polizia crede che la cosa assomigli a
un'esecuzione.»

■ Venerdì 9 gennaio 2009. Pentagono, Washington.

Iniziavano a giungere i primi promemoria dall'amministrazione entrante.


Era chiaro che il presidente intendeva imporre tagli brutali alla difesa,
specie alla Marina. Considerava la spesa di miliardi di dollari per le unità
da guerra di superficie e per i sottomarini un folle spreco di denaro. E
riteneva, non senza ragione, di essere stato eletto proprio per fare ciò. La
gente non desiderava creare eserciti e flotte da battaglia. Voleva cure
mediche più efficaci e condizioni di vita migliori per i propri figli. Le
recenti elezioni lo avevano dimostrato appieno. McBride non aveva
schiacciato i repubblicani. Di fatto era stato eletto alla Casa Bianca per
poco, ed entrambi i rami del Congresso erano ancora in mano ai suoi
avversari.
Ma la gente si era espressa. Aveva recepito il suo messaggio di speranza
e di una vita migliore per le proprie famiglie. Lo avevano ascoltato
scagliarsi contro il loro Paese, nel quale la gente poteva essere ridotta sul
lastrico, veder svanire i propri risparmi, solo per il fatto di ammalarsi.
Avevano ascoltato Charles McBride giurare su Dio che avrebbe cambiato
tutto ciò. Sì, la gente si era espressa, su quello non c'erano dubbi.
La cosa aveva avuto i suoi effetti, specie sul quartier generale del
veterano presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti al
secondo piano del Pentagono. Il generale Tim Scannell, nel grande ufficio
posto esattamente sotto quello del segretario alla Difesa uscente, Robert
MacPherson, non era un uomo felice.
«Non so quanto rimarrà al potere. Spero soltanto per quattro anni. Ma è
probabile che quel bastardo farà più danni alla flotta statunitense di quanti
non ne fece Yamamoto.»
Tra coloro che sedevano di fronte al presidente del comitato c'era
l'ammiraglio Alan Dickson; il capo di stato maggiore della Marina non
sorrideva. «Già in passato mi sono trovato in situazioni simili», disse.
«Non si tratta solo delle faccende principali. Sapete quanto me che
profondi tagli alla difesa hanno un effetto su tutto quanto, perché ovunque
ci sarà gente che cercherà di ridurre i costi. E vanno solitamente un passo
troppo in là: nessuno capisce davvero la realtà delle cose. Fino a quando
non è troppo tardi. Specie nella Marina. Si inizia con il ritirare dal servizio
le portaerei, mettere in naftalina le unità anfibie, porre in disarmo
cacciatorpediniere e fregate, e si crea un grosso buco nella richiesta di
gente di prima scelta da parte della US Navy. E quando pensano di non
essere necessari non si presentano più ad Annapolis.»
«I politici di sinistra non lo capiscono mai», intervenne l'ammiraglio
Dick Greening, il comandante in capo della Flotta del Pacifico. «Tutte
quelle maledette città che vivono sui contratti della difesa. Se smetti di
costruire navi da guerra non vedi soltanto crollare le città, vedi anche
svanire le rare capacità di quella zona. Ben presto si finisce per diventare
come alcuni porti del Terzo Mondo e si acquista tecnologia dall'estero.»
Nella stanza cadde il silenzio.
«Sapete cosa mi offende dei governi?» domandò l'ammiraglio Dickson.
«Le cose che nessuno spiega alla gente.» Nessuno parlò.
«Il fatto è che i governi non hanno denaro proprio», proseguì
l'ammiraglio. «Hanno solo quello che prendono al popolo e alle società
americane. Pertanto, quando dicono alla gente che una portaerei è troppo
costosa, stanno dicendo delle assolute cazzate. Loro non spendono nel
senso stretto del termine. Non fanno altro che ridistribuire. Prendono il
denaro da una qualsiasi fonte alla quale possono attingere, senza provocare
una guerra civile generale, e quindi lo ridistribuiscono nell'economia. Loro
non spendono. Fanno solamente girare i soldi di tutti.» Il comandante in
capo della Marina fece una pausa. Quindi riprese: «Metà dei soldi del
lavoro va a chi costruisce le navi, buste paga per persone che ne rendono
immediatamente un terzo al governo. Non dicono alla gente che il resto
viene speso nella comunità, generando lavoro per altre persone, che a loro
volta ne restituiscono un terzo al governo. Non dicono mai che una gran
parte del denaro finisce alla US Steel, alle società di elettronica qui negli
USA, ai sistemi missilistici, ai cantieri del Maine, del Connecticut e della
Virginia, che pagano tutti le tasse sulle società. Parte dei soldi va al
personale della Marina, che paga le tasse al governo, al pari dei dipendenti
della US Steel. Tutta la faccenda è un carosello. La maledetta portaerei
non è costosa, è gratis. E non si tratta comunque dei dannati soldi del
governo. Loro non fanno altro che farli girare».
«C'è già qualche indicazione riguardo ai tagli?» chiese con tono grave il
contrammiraglio Curran.
«Nessuno ha detto nulla di preciso. Ma abbiamo diramato una specie di
massima allerta non ufficiale per iniziare a tagliare. Ho dato ordine di
congelare la conversione di quei quattro sottomarini lanciamissili nucleari
SSBN classe Ohio.»
L'ammiraglio Dickson faceva riferimento al programma di rimozione dei
missili Trident dai vecchi battelli lanciamissili strategici da 16.600
tonnellate per trasformarli in piattaforme armate con missili da crociera,
capaci di trasportare ognuno centocinquantaquattro Tomahawk. Tutti e
quattro i sottomarini dovevano essere aggiornati con un sonar di
infiltrazione Acoustic Rapid già disponibile.
«Non so nemmeno se manterremo la luce verde per altre due portaerei
classe Nimitz. Probabilmente le CVN 77 e 78 verranno cancellate.»
«Gesù», disse il comandante in capo della Flotta dell'Atlantico,
ammiraglio Frank Doran. «Questa sarà una brutta botta. Alcuni di questi
colossi stanno giungendo alla fine della loro vita operativa. Abbiamo
bisogno di navi nuove, e ne abbiamo bisogno ora. E cosa ne sarà del
programma per i caccia Arleigh Burke?»
«Come sapete dovremmo averne trentasei e ne abbiamo ventiquattro.
Non sono sicuro degli ultimi dodici.»
«Gesù. Odio l'idea di essere a corto di unità lanciamissili... E di certo mi
sentirei meglio se il Grand'Uomo fosse ancora alla Casa Bianca.»
Si trattava di un gruppo composto da ufficiali al vertice della Marina e
dal capo del Pentagono, molto preoccupati sotto ogni punto di vista.
Preoccupati non per loro stessi ma per la futura capacità delle navi da
guerra statunitensi di continuare a proteggere gli oceani del mondo. Nel
momento in cui ve ne fosse stato bisogno.
E il Grand'Uomo si trovava lontano.

■ Martedì 27 gennaio 2009, ore 11.30. Tenerife, isole Canarie.

La signora Morgan aveva trascorso le ultime ore della sua luna di miele
da sola. Abbandonata su una sdraio nella piscina bassa dell'imperioso Gran
Hotel Bahìa del Duque, all'estremità meridionale dell'isola, stava leggendo
tranquillamente.
Alle sue spalle due agenti di scorta stavano giocando a carte, e di tanto
in tanto un cameriere veniva a chiederle se desiderasse altro succo
d'arancia o caffè. Una trentina di metri più sopra vi era suo marito,
sistemato in un osservatorio in cima a una torre; stava guardando il mare
attraverso un telescopio molto più potente di quello che avrebbe usato la
maggior parte delle persone.
Le Canarie, con il loro terso cielo atlantico, attraevano gli astronomi di
tutto il mondo e su ognuna delle sette isole erano stati costruiti degli
osservatori dotati di telescopi giganti. Lo strumento del Gran Hotel Bahia
del Duque era stato pensato per gli astronomi ed era di norma puntato sulla
volta celeste. Quel giorno, però, osservava la superficie delle acque
profonde e blu a sud della costa Adeje, dove il fondo declinava dolcemente
sino a raggiungere quasi milleseicento metri.
Kathy si augurava che il marito tornasse giù a chiacchierare con lei. La
solitudine non si addiceva all'ex dea dell'Ala Ovest. Si rituffò nel suo libro,
dando di tanto in tanto un'occhiata agli splendidi dintorni del Gran Hotel a
cinque stelle, un grande complesso lungo la riva, dalle linee che per un
verso ricordavano le caratteristiche architettoniche veneziane e per un altro
rimandavano allo stile vittoriano, circondato da un giardino botanico
semitropicale. Il suo nuovo marito adorava quella grandiosità e prima di
partire le aveva dato dolcemente istruzioni, con il suo abituale fascino da
vecchio mondo, affinché cercasse un posto e prenotasse due settimane per
loro due. «Ascolta, Kathy, vedi di smettere d'infastidirmi obliquamente
con quella maledetta letteratura sugli alberghi, e cerca di prenotare in
qualche maledetto posto, Casa Luxurious. E... en seguida», aveva aggiunto
allungandole la carta di credito. Che in spagnolo significa «di corsa».
Ovviamente era del tutto incorreggibile e Kathy lo perdonava soltanto
perché trattava tutti così. In qualità di sua segretaria per sei anni alla Casa
Bianca aveva visto diplomatici delle più potenti nazioni del mondo tremare
davanti ai suoi attacchi. Specie i cinesi e quasi altrettanto sovente i russi.
Era lei che aveva avuto l'idea di quella piccola collezione di isole
spagnole che sorgevano nelle acque pure dell'Atlantico al largo della costa
africana. Quando era molto più giovane aveva vissuto in Europa e sua
cognata, Gayle, che viveva nella Spagna meridionale, le aveva suggerito le
Canarie per via del clima di gennaio, che era caldo, molto più caldo di
quello della Spagna continentale, mille miglia a nord-est. Ma il motivo
principale per cui Kathy aveva scelto Tenerife era che aveva voluto una
benedizione cattolica per il loro matrimonio, che fino a quel momento era
stato solo formalizzato legalmente da un giudice di pace americano a
Washington.
Gayle aveva trovato la chiesina perfetta, sull'isola di Gran Canaria, la
Iglesia de San Antonio Abad, giù lungo la spiaggia di Las Palmas, il centro
principale dell'isola. Aveva organizzato in modo che un prete che parlava
inglese s'incontrasse con Arnold e Kathy il venerdì mattina e celebrasse
una breve funzione privata.
Kathy disse al marito solo dopo il loro arrivo che San Antonio, poco
attraente, dipinta di bianco e in stile romanico, era la stessa chiesa in cui
Cristoforo Colombo aveva invocato l'aiuto divino prima di salpare per le
Americhe.
Il Grande Patriota Americano Moderno e il Grande Avventuriero
Europeo: due comandanti di Marina uniti in qualche modo allo stesso
altare, separati dai secoli, ma non nello spirito. Sì, pensò Kathy, ad Arnold
piacerà. Gli piacerà moltissimo, dato che in fondo è un romantico.
Così fu deciso. Una luna di miele alle Canarie. E anche il globalmente
sofisticato Arnold si era lasciato sbalordire dall'opulenza dell'hotel, dagli
esterni in terracotta, dalle cinque piscine, dalla perfetta zona ristorante al
fresco sulle terrazze che sovrastavano le soffici spiagge sabbiose.
Ed eccolo lì, in cima a quella stupida torre, per il quarto giorno di fila,
pensò Kathy. Con quel telescopio, probabilmente alla ricerca del nemico.
Proprio in quel momento l'ex consigliere per la sicurezza nazionale del
presidente degli Stati Uniti fece la sua provvidenziale comparsa sul bordo
della piscina.
«Oh, ciao, caro», disse Kathy. «Stavo proprio pensando che è come
essere in luna di miele con Lord Nelson, con te lassù con quel ridicolo
telescopio.»
«È meglio, te lo assicuro», grugnì Arnold. «L'ammiraglio Nelson ha
perso un braccio nella battaglia di Santa Cruz, circa quaranta miglia a nord
di qui. In questo momento saresti seduta in terapia intensiva aspettando di
vedere se sopravvivo o ci lascio le penne.»
Kathy non poté fare a meno di ridere per la sua mente vivace e il suo
sapere enciclopedico.
«E comunque», aggiunse Arnold, «Lord Nelson non era esperto in lune
di miele. Non ha mai sposato Lady Hamilton, giusto? Probabilmente
cercava di evitare di fare una brutta fine quando è stato beccato mentre
usava il suo telescopio.»
Kathy scosse il capo. Sapeva che era impossibile incastrare Arnold
Morgan perché lui vinceva sempre, era impossibile cercare di convincerlo
perché aveva maggiori conoscenze, impossibile arrabbiarsi con lui perché
sapeva trovare una battuta, una frecciatina ironica, o addirittura una farsa
per ogni possibile occasione. Se n'era innamorata fin da quando era entrato
come un lampo nella sua vita, ordinandole di chiamare il capo della
Marina russa e di dirgli che era un bugiardo bastardo.
Ovviamente era una persona impossibile. Lo sapevano tutti. Ma era
anche più eccitante, divertente e stimolante di qualsiasi altro uomo che lei
avesse incontrato. Aveva oltre vent'anni più di lei, era più basso di un paio
di centimetri ed era la persona più sicura di sé di tutta la Casa Bianca. Non
gli interessava il grado, ma la verità. L'ex presidente era spaventato da lui,
spaventato dalla assoluta fedeltà di quell'uomo alla bandiera, alla nazione e
alla sua sicurezza.
Quando Arnold Morgan si alzava in tutto il suo metro e settantatré, alla
signorina Kathy O'Brien pareva fosse alto tre metri. Pensava, così come
molti altri, di aver sposato il gigante più basso del mondo.
Sembrava incredibile che avesse lasciato l'Ala Ovest. Kathy, una
veterana della squadra di segretarie della Casa Bianca, non riusciva
semplicemente a immaginarsi come sarebbe stato senza il leone in gabbia
nell'ufficio del consigliere per la sicurezza nazionale del presidente che
assorbiva le critiche, le tensioni e formulava leggi riguardo a «ciò che è
giusto per questo dannato Paese».
Chiunque il nuovo presidente avesse deciso di nominare per quel posto,
avrebbe dovuto essere una sorta di ibrido fra John Wayne, Henry Kissinger
e Douglas MacArthur. E non lo avrebbe trovato. L'unico esemplare in
cattività si trovava in quel momento sdraiato di fianco a Kathy, tenendole
la mano e dicendole quanto l'amava, e che era la persona più splendida che
avesse mai incontrato o potesse mai incontrare.
Quindi annunciò che sarebbe andato a farsi una nuotata. Quattro giorni a
Tenerife sembravano avergli già fatto acquisire una buona abbronzatura,
che contrastava nettamente con i suoi capelli grigi tagliati corti. Pur
avvicinandosi alla terza età Arnold aveva ancora gambe poderose, braccia
molto muscolose e una vita che mostrava solo un poco la sua duratura
devozione ai panini al roast beef con maionese e senape.
Anche nell'acqua si muoveva in modo fluido. Kathy lo osservò nuotare a
stile libero, freddo, quasi da professionista, respirando ogni due bracciate,
girando la testa nella scia di corrente quel tanto che bastava per ispirare a
pieni polmoni. Sembrava che potesse, se necessario, nuotare in quel modo
per un anno intero.
Kathy decise di raggiungerlo e si tuffò in piscina mentre passava,
riemergendo vicino a lui e mettendosi a nuotare al suo fianco con una certa
difficoltà. Come sempre, era difficile star dietro all'ammiraglio.
Quando finalmente tornarono a riposarsi sulle sdraio dell'albergo,
Arnold fece un ulteriore annuncio: «Domani ti porterò a vedere qualcosa.
Il posto dove gli scienziati prevedono vi sarà il più grande disastro naturale
mai visto sulla terra».
«Mi sembrava tu avessi detto che questo si verificherà il mese prossimo
alla Casa Bianca.»
«Già, allora il secondo per importanza», rettificò, ridacchiando per
l'impertinenza della sua mogliettina.
«Di cosa si tratta?» chiese lei distrattamente, rituffandosi nel libro.
«Di un vulcano», rispose lui, con tono lugubre.
«No, un altro!» mormorò Kathy. «Ne ho appena sposato uno.»
«È troppo chiederti di prestarmi attenzione?»
«No, sono pronta. Sono tutta orecchie. Vieni al dunque, ammiraglio.»
«Bene, a sessanta miglia da qui, in direzione nord-ovest, c'è il vulcano in
attività dell'isola di La Palma. L'isola è grande solo un terzo di Tenerife ed
è a forma di pera, leggermente allungata verso sud...»
«Mi sembri una guida turistica.»
«Be', non proprio, ma quel libro che ho trovato vicino al telescopio è
interessante.»
«Quale libro?»
«Cara, per favore. Kathryn Morgan, per piacere, presta attenzione. Ho
appena letto, con una certa cura, un resoconto molto affascinante sulla
vicina isola di La Palma e sembra che questa possa influenzare il futuro
del mondo. Avrai pensato che mi stessi solo gingillando guardando
attraverso il telescopio. Ma non è così.»
«Hai abbandonato il telescopio! C'è da meravigliarsi che nel giro delle
ultime due ore Tenerife non sia stata attaccata. È tutto ciò che posso dire.»
La signora Kathy Morgan stava ridendo per la propria battuta. E così suo
marito.
«Se non stai maledettamente attenta verrai attaccata», disse. «Vuoi che ti
racconti della fine del mondo o no?»
«Oh, sì, per favore, caro. Sarà meraviglioso.»
«Bene. Allora ascolta.» Sembrava proprio il vecchio comandante di
sottomarino nucleare del passato. Serio, concentrato, pronto a ribattere al
modo di rispondere arrogante di chiunque. Salvo Kathy, che lo disarmava
sempre. «La parte meridionale di La Palma ha una sorta di spina dorsale.
Un costone, che corre verso sud proprio nel mezzo. Questa linea di frattura
vulcanica, lunga circa cinque chilometri, prende il nome dal suo vulcano
principale, Cumbre Vieja, che si eleva per seimilaquattrocento metri dal
fondo del mare, anche se solo i duemila finali sono visibili. Negli ultimi
cinquecento anni si sono verificate sette eruzioni. La linea di frattura, che
corre lungo la cresta, si è formata dopo l'eruzione del 1949. In pratica il
maledetto lato occidentale della catena montuosa sta cadendo nel dannato
mare da grande altezza.»
Kathy ridacchiò al suo modo sempre colorito di descrivere qualsiasi
evento, militare, economico, storico o, in quel caso, geofisico.
«Stai attenta», continuò l'ammiraglio. «Ora, più a sud c'è il vulcano San
Antonio, un enorme cratere nero. Hanno appena terminato di costruire un
nuovo centro per i visitatori dal quale si ha una vista ravvicinata
incredibile. Poi si può andare a sud per vedere il vulcano Teneguia, che è
l'ultimo, e che ha eruttato nel 1971. Se vuoi si può salire fino in cima e
dare un'occhiata dentro il cratere.»
«No, grazie.»
«Ma quello principale è il Cumbre Vieja stesso, una dozzina di
chilometri a nord. È questo quello più grosso, e negli scorsi anni ha
borbottato. Secondo il libro, se dovesse eruttare provocherebbe il più
grande disastro a livello mondiale da un milione di anni a questa parte...»
«Arnold, ogni tanto tendi a esagerare. E per questo ti faccio una
semplice domanda. Come può la caduta di una roccia in questa lontana e
solitaria isola atlantica provocare un disastro come quello che stai
descrivendo?»
L'ammiraglio preparò la sua sciabola e quindi tagliò con essa
metaforicamente l'aria. «Tsunami, Kathryn. Un colossale tsunami.»
«Stai scherzando?» disse lei. «Pane di segale o pane nero?»
«Gesù Cristo!» esclamò l'ex consigliere per la sicurezza nazionale. «In
questo momento, Kathy, sono a una sorta di bivio per decidere se lasciarti
qui, con un aspetto sensazionale in quel bikini ma sopraffatta
dall'ignoranza, o se guidarti sulle assolate alture della conoscenza. Dipende
molto da come ti comporti.»
Kathy si piegò in avanti e prese la sua mano. «Portami sulle alture. Sai
che ti sto solo prendendo in giro. Vuoi un po' di quel succo d'arancia? È
favoloso.» Si alzò flessuosamente, fece tre passi e gliene versò un
bicchiere. Le arance spagnole erano buone quanto il frumento della Florida
e l'ammiraglio scolò il bicchiere prima di iniziare quello che definiva un
tentativo di sconfiggere l'ignoranza più profonda.
«Fresco», disse, con tono di approvazione. «Ti assomiglia molto.»
La terza - e la più bella - signora Morgan si chinò nuovamente e lo
baciò.
Cristo, pensò. Come diavolo ho fatto a essere così fortunato?
«Tsunami», ripeté. «Sai che cos'è uno tsunami?»
«Non proprio. Di cosa si tratta?»
«È la più grande onda di marea del mondo. Un muro d'acqua che giunge
rotolando dall'oceano e non frange nelle acque basse come un'onda
normale: continua ad avanzare, mantenendo la propria forma, dritto
attraverso qualunque dannata cosa si trovi sulla sua strada. L'onda può
essere alta anche sedici metri.»
«Intendi dire che se una di queste colpisse Rehobeth Beach o qualche
altro posto nei pressi della nostra piatta costa del Maryland si frangerebbe
sulle strade e sulle case?»
«È esattamente ciò che voglio dire.» Fece una pausa. «Ma c'è di peggio.
Si tratta di un megatsunami. E può mettere termine alla vita nel senso in
cui la intendiamo noi. Perché, secondo il libro vicino al telescopio, queste
onde potrebbero essere alte cinquanta metri. Un megatsunami potrebbe
spazzare via l'intera costa orientale degli USA.»
Kathy era pensierosa. «Come farebbe?» chiese con calma, sentendosi in
un certo senso colpevole per il modo frivolo con cui aveva trattato le
nuovissime conoscenze di Arnold. «Continuo a non capire come un
vulcano possa provocare un tale pandemonio: non si tratta solo di affari
vecchi e lenti con un mucchio di rocce fuse che corrono piano piano lungo
i pendii?»
«Ah-ha. È qui che entra in gioco La Palma... L'ultima eruzione del
Cumbre Vieja risale a circa quarant'anni fa, e in seguito gli scienziati
hanno scoperto un grande distacco della parete rocciosa sul lato
occidentale, verso il mare. Circa quattro metri all'ingiù.»
«Non è molto.»
«Lo è se il fronte roccioso è lungo oltre dodici chilometri e scivola tutto
a una grande altezza dal fondo del mare, facendo cadere miliardi di
tonnellate di roccia a velocità terrificante, dritto verso il fondo dell'oceano.
Si tratterebbe del più grande tsunami mai visto al mondo.»
«Ne sono sicuri?»
«Al cento per cento. Ci sono un paio di università in America e, penso,
in Germania con interi dipartimenti che sperimentano le possibili
conseguenze di un megatsunami che si sviluppi dalle isole Canarie.»
«Una di queste ha pubblicato questa roba nel libro che hai letto?»
«No. Quello è stato scritto da un paio di professori inglesi dell'università
di Londra. Sembra che siano entrambi dei pezzi grossi. Uno di loro si
chiama Day, l'altro Sarandon, mi pare. Sembrava fossero persone che
sapevano ciò di cui parlavano.»

■ Il giorno dopo, ore 9.00.

Dietro l'insistenza dei due agenti di scorta armati, l'ammiraglio e sua


moglie noleggiarono un aereo privato per andare a La Palma, un vecchio
turboelica ATR-72 poco più silenzioso e comodo di un incidente
ferroviario. Decollarono dal piccolo aeroporto Reina Sofia, a otto
chilometri dal loro albergo, e passarono tremando, sobbalzando e
rombando sopra la costa occidentale di Tenerife, oltre la zona dei villaggi
turistici e lungo la magnifica costa. Prima dell'estremità nordoccidentale di
punta Teno virarono verso il mare, sorvolando le acque dell'Atlantico
profonde quasi tremila metri. Atterrarono nel piccolo aeroporto sei
chilometri a sud di Santa Cruz de la Palma alle 9.25.
Una macchina con autista li aspettava. In realtà due macchine e un
autista. Gli agenti, che li avevano accompagnati, li avrebbero seguiti nella
seconda automobile. Una clausola del precedente incarico dell'ammiraglio
Morgan alla Casa Bianca era che per un minimo di cinque anni dal
momento in cui fosse andato in pensione avrebbe avuto protezione
ventiquattr'ore al giorno. Negli Stati Uniti aveva una scorta di quattro
agenti che lavoravano a turno, ventiquattr'ore al giorno. Due di loro erano
stati designati per accompagnare l'ex direttore della NSA in luna di miele.
Adesso l'ammiraglio era un uomo ricco. La sua pensione intera da
ammiraglio di squadra era stata rivalutata da quando aveva lasciato la
Marina, circa dieci anni prima. Non aveva figli da far studiare, niente
alimenti da pagare, niente mutuo. Aveva venduto la sua casa nel Maryland
e si era trasferito in quella ben più imponente di Kathy a Chevy Chase.
Anche quella non aveva mutuo; Kathy aveva un fondo fiduciario libero,
messo a disposizione da un ricco ma infedele primo marito, e anche lei
aveva potuto mettere in banca gran parte del proprio stipendio nel corso
dei sei anni precedenti, dato che l'ammiraglio Morgan provvedeva alle
spese correnti. Insieme Arnold e Kathy avevano un capitale di svariati
milioni di dollari. A sufficienza perché l'ammiraglio potesse gettare nel
cestino due offerte da cinque milioni di dollari per le sue memorie da parte
di due case editrici di New York. Non avevano nemmeno avuto il piacere
di una risposta.
Scendendo sulla pista, vestito con una polo blu scuro, calzoni corti grigi
ben stirati, mocassini di Gucci senza calze e panama bianco in testa,
l'ammiraglio non poteva non sembrare ciò che era, un uomo potente, già
appartenente al governo e alla Marina, con cui era meglio non scherzare.
Niente cazzate.
«La macchina è lì», disse Harry, uno degli agenti del servizio segreto da
lungo tempo con Arnold. «È la prima di quelle tre Mercedes nere
parcheggiate fuori dall'edificio.»
Attraversarono a piedi la pista già calda sotto un cielo blu senza nuvole.
Harry aprì la portiera posteriore. L'ammiraglio salì per primo e scivolò sul
sedile. L'agente tenne aperta la porta per Kathy e fece un cenno con il
capo. «Signora Morgan.»
Dieci anni prima, l'agente Harry aveva chiesto alla snella Kathy O'Brien,
da poco divorziata, se le avrebbe fatto piacere uscire a cena con lui. Lei
aveva educatamente declinato, e adesso il pensiero di quell'innocente ma
svenevole errore di valutazione provocava a Harry grossi brividi nelle rare
occasioni in cui si lasciava andare al ricordo di quell'evento.
Una volta che la signora Morgan fu al sicuro a bordo l'autista uscì
lentamente dall'aeroporto mentre Harry, adesso al volante della seconda
Mercedes, lo seguiva, dritto di poppa come insisteva a dire l'ammiraglio.
Guidarono verso sud, in direzione dell'estremità di La Palma, seguendo per
una quindicina di chilometri la strada costiera, prima di giungere nella
piccola cittadina di Fuencaliente de La Palma, che un tempo era sede di
terme, punteggiata da sorgenti calde. La recente eruzione del 1971 le
aveva sepolte, ed erano diventate grandi laghi nelle caverne sotterranee di
magma raffreddato.
Adesso l'avamposto bianco calce di Fuencaliente serviva quale area di
controllo missione del vulcano, con cartelli da tutte le parti che indicavano
la strada verso la grande linea di crateri e montagne che facevano la
guardia con pazienza al futuro del pianeta terra.
Il grande cartello bianco che indicava il vulcano San Antonio posto
sopra una freccia nera catturò immediatamente l'occhio dell'ammiraglio.
«Dritto su di lì, Pedro», disse all'autista verificando il settore di poppa
attraverso il finestrino posteriore per controllare che Harry fosse ancora in
convoglio.
Kathy, che stava giocherellando con la macchina fotografica digitale
appena regalatale da Arnold, completa di tutti i possibili accessori fra i
quali persino un teleobiettivo, gli chiese distrattamente come facesse a
sapere che si chiamava Pedro.
«Be', non ne sono sicuro al cento per cento. Ma molta gente in Spagna si
chiama Pedro o Miguel, come Peter e Michael negli Stati Uniti.»
«Che Dio mi aiuti», sospirò Kathy. «Amore, non puoi andare in giro a
dare i nomi alla gente. È maleducato. Come se io improvvisamente ti
chiamassi Fred.»
«Sono d'accordo che non lo si può fare con gli americani. Ma in Spagna
le probabilità sono a tuo favore. O in qualsiasi posto nel mondo arabo.
Mohammed, Mustafà o Abdul. Non si può sbagliare.»
«È comunque maleducato. Così come non dovresti andare in giro
chiamando ogni persona con la pelle scura un 'testa di stracci'.»
L'ammiraglio Morgan mormorò qualcosa e, pur non volendo, Kathy si
mise a ridere. Quindi diede un colpetto sulla spalla dell'autista. «Mi scusi.
Può dirmi come si chiama?»
«Oh, certo, seńora. Mi chiamo Pedro.»
«Come facevi a saperlo?» chiese al marito, sentendo puzza di bruciato e
voltandosi a guardarlo.
«Me lo ha detto Harry», rispose l'ammiraglio.
Kathy alzò gli occhi al cielo.
Che era più o meno dov'erano diretti. La Mercedes si stava adesso
arrampicando per una ripida salita, attraverso i pini, in direzione della
voragine che si apriva sull'estremità del grande cono nero in cima alla
montagna.
I recenti borbottìi all'interno del vulcano dormiente da sessant'anni
avevano portato i responsabili a chiudere l'accesso all'orlo del cratere ai
visitatori. Ma Harry era già sceso e stava parlando con la guardia per
spiegarle l'esatta identità dell'uomo con il panama in testa.
La guardia fece passare l'ammiraglio Morgan e sua moglie, che
passeggiarono tranquillamente fino al bordo del cratere, guardando giù
nell'abisso. Davanti a loro potevano vedere un altro gruppo di quattro
persone, tutti uomini, che scattavano fotografie della zona e che si
dirigevano palesemente verso nord, seguendo i sentieri turistici, lungo la
grande catena montuosa. Nei pressi erano parcheggiate due vetturette da
golf.
«Possiamo prenderle?» chiese l'ammiraglio.
«Mi lasci verificare con la guardia», rispose Harry, che ritornò tre minuti
più tardi con la buona notizia che dal centro visitatori stava arrivando una
vetturetta più grande, a quattro posti.
«Splendido», commentò Arnold. «Così potremo salire sul Cumbre
Vieja, da dove poi mi piacerebbe scendere in macchina fino alla strada
costiera per vedere le scogliere sopra l'oceano.»
L'escursione con l'auto mostrò loro alcuni paesaggi spettacolari, lungo i
campi di lava, la Ruta de Los Volcanos, attraverso l'accidentata catena
montuosa, a volte ricoperta con i fitti pini delle Canarie color verde chiaro,
altre unicamente una landa di sassi, su cui la vetturetta da golf sobbalzava
e barcollava attraverso il terreno che meno di quarant'anni prima era stato
roccia fusa. Da molti posti in cima alla catena era possibile vedere
l'Atlantico sia a est sia a ovest. Ma non erano sicuri che la batteria della
vetturetta elettrica fosse in grado di portarli lungo tutto il percorso fino alla
costa occidentale, quindi decisero di tornare indietro, riprendere la
macchina e recarvisi più comodamente. Novanta minuti più tardi
parcheggiarono in cima a una gigantesca scogliera di roccia basaltica nera,
che dominava una strana spiaggia di sabbia scura alcune decine di metri
più in basso, battuta dalle onde infinite dell'Atlantico.
Avevano parcheggiato in un grande spiazzo brullo e piatto, nel quale
c'era solamente un'altra macchina, un'altra Mercedes nera, proprio dietro di
loro. Le stesse quattro persone che avevano visto sul bordo del vulcano
San Antonio stavano fotografando la scogliera. Erano tutte di carnagione
scura, con capelli neri e ricci, ma non avevano l'aria spagnola. E
nonostante le numerose macchine fotografiche che pendevano al loro collo
non erano nemmeno giapponesi. Sembravano arabi.
«Cosa diamine...?» borbottò Arnold. «Cosa stanno facendo qui,
fotografano il paesaggio e ci stanno fra i piedi?»
«Qui non ti posso davvero aiutare, caro», disse Kathy. «Non hanno
nemmeno lasciato in macchina il programma della gita...»
«Maledetti teste di...» grugnì l'ammiraglio, ma in segno di rispetto per
sua moglie si trattenne e ingoiò A resto della sua esclamazione.
Due minuti dopo l'altra Mercedes partì, dirigendosi in fretta verso sud. E
quando Pedro iniziò a sua volta a dirigersi da quella parte individuarono
l'auto davanti a loro, di nuovo parcheggiata, con i suoi occupanti intenti a
effettuare riprese sia con telecamere sia con macchine fotografiche.
«Accosta, Pedro», disse l'ammiraglio. «Diamo un'altra occhiata al
panorama. Parcheggia il più vicino possibile all'altra macchina ma senza
esagerare.»
Senza dubbio i fotografi avevano trovato un altro punto di riresa
ottimale. C'era una leggera mezzaluna che si dirigeva verso nord, verso la
baia, che offriva una vista spettacolare da uno dei unti più elevati della
costa occidentale.
Arnold non era molto tranquillo: il suo lavoro era ormai penetrato
profondamente nella sua personalità e nella sua mente. In are l'ammiraglio
aveva la paranoia dei sottomarini, e sulla terraferma, dopo l'11 settembre,
non era in grado di guardare un arabo senza pensare: Maledetto terrorista.
Di sicuro molti altri agenti segreti dell'intelligence statunitense
ragionavano in maniera simile, ma, trattandosi di Arnold, lui doveva
assolutamente fare qualcosa.
Non appena l'auto si fermò, Arnold Morgan saltò giù e si diresse verso
Harry e l'altro agente. Le sue istruzioni erano chiare. Prendere la macchina
fotografica sul sedile posteriore della sua auto e iniziare a scattare foto di
lui e di Kathy. Usare il teleobiettivo e realizzare delle foto belle e da vicino
di quei tizi.
«Sissignore.»
I due gruppi erano separati da trenta metri circa e Harry fece il suo
lavoro in modo ammirevole. Gli arabi sembrarono notare che la macchina
fotografica degli altri visitatori era puntata verso di loro, perché si
voltarono rapidamente. Ma non abbastanza. Harry li aveva fotografati tutti
in modo chiaro, salvo uno che era riuscito a riprendere solo di lato e da
dietro. Ma in un modo o nell'altro tutti e quattro erano adesso registrati
nitidamente nella macchina digitale di Kathy.
«Potrei sapere cosa sta succedendo?» chiese Kathy mentre iniziavano a
dirigersi verso l'aeroporto passando per l'estremità meridionale.
«Vedi, credo che quei tizi non fossero proprio dei turisti», rispose
l'ammiraglio. «Niente mogli, niente ragazze. Molto seri. Ho avuto
l'impressione che avessero un obiettivo. Sai, quello di fermarsi e fare un
mucchio di foto alla scogliera.»
«Be', è possibile che stessero preparando un libro. Le grandi coste
dell'Atlantico», disse Kathy. «Oppure stavano facendo una ricognizione
per un film. O lavoravano per l'ufficio turistico delle Canarie e
preparavano un nuovo dépliant. O lavoravano per un albergo o per una
società di sviluppo, alla ricerca di nuovi punti con una vista splendida
sull'oceano. Dopotutto ci trovavamo in cima a una delle più grandi catene
di vulcani del mondo...»
«Sì, lo so», replicò Arnold. «E non credo che nessuno intenda costruire
molto da quelle parti, non con il Cumbre Vieja che borbotta sotto i nostri
piedi. È un modo rapido per perdere il tuo albergo, non trovi? Non so. Ho
solo avuto una sensazione a proposito di quei tizi... per come continuavano
a comparire. E ora possiedo un piccolo ricordo di loro. E potrei chiedere al
giovane Ramshawe di darci un'occhiata per cercare di identificarli.»
«Può farlo?»
«Non se sono totalmente sconosciuti. Ma non si sa mai...»

2
■ Mercoledì 27 maggio 2009, ore 15.00. Autostrada della costa
orientale. Corea del Nord.

Si trovavano poco a nord della città portuale di Wonsan e l'autoarticolato


ad alta mobilità di costruzione cinese rombava lungo la strada stranamente
deserta. Sulla destra si estendeva una vasta zona costiera frastagliata,
protetta dalle grandi onde del mar del Giappone solo da qualche isoletta,
che si poteva avvistare in lontananza.
Era uno scenario aspro, e l'«autostrada» si spingeva in direzione nord per
trecento chilometri verso l'estremo Nord-est dove Cina, Corea del Nord e
Russia si toccavano, centoventi chilometri a sud di Vladivostok.
Il generale di Hamas sul sedile anteriore del passeggero era
accompagnato dalla sua guardia del corpo personale, suo cognato e
comandante combattente veterano di Hamas Ahmed Sabah, che, seduto
tranquillo sul sedile posteriore, cullava il suo AK-47 pronto al fuoco. Il
generale guardava fuori dal finestrino senza parlare. La lingua era troppo
strana, la gente troppo bizzarra, il Paese troppo differente dal suo per
cercare d'intavolare una chiacchierata con l'autista dell'Esercito coreano.
Ravi Rashood era intontito dalla noia. In quella che poteva essere
considerata la nazione più riservata del mondo, uno Stato di polizia che
faceva ritornare agli anni bui del comunismo, si sentiva così fuori posto,
così lontano da qualunque cosa a lui nota, da perdere ogni prospettiva. Si
girò a guardare l'autista, sulla cui uniforme non vi era nessun segno
militare fatta eccezione per un piccolo distintivo metallico che mostrava il
ritratto del «Caro Leader», Kim Jong II, ritenuto pazzo dal mondo
occidentale ma presenza quasi divina per gli abitanti della Corea del Nord.
Il distintivo era bordato di rosso, a indicare il suo grado militare.
Il padre di Kim Jong II, il defunto Kim Il-Sung, era ritenuto il più grande
capo mai esistito nella storia del mondo, anche considerando personalità
quali Gengis Khan, Alessandro il Grande, Giulio Cesare, George
Washington, Carlo Magno, Napoleone, Mao, Gandhi e Churchill. I
bambini nordcoreani dovevano imparare un inno a Kim - Il più grande
genio che il mondo abbia mai conosciuto - e cantarlo ogni giorno. I suoi
grandi ritratti ornavano le città, le cittadine, i villaggi e i parchi. Le sue
parole erano ancora considerate il Volere del Paradiso.
Il figlio grassoccio di Kim, Kim Jong II, aveva pareggiato rapidamente
la quasi immortalità di suo padre e gli altoparlanti proclamavano
l'indiscussa grandezza della sua famiglia nelle strade, nelle cittadine e nelle
città sparse nel territorio. Indiscussa a meno che non si volesse affrontare
la prigione o l'esecuzione. Il regime del XXI secolo di Kim Jong II non
tollerava il dissenso in nessuna delle sue forme. Cosa che almeno
semplificava il problema: «Ama il Caro Leader oppure...»
L'autista del camion dell'Esercito era il rappresentante fedele di una
popolazione terrorizzata. E dietro il suo enigmatico mezzo sorriso c'era
l'espressione vuota e da zombi di persone il cui morale era stato fatto a
pezzi, il cui amor proprio era scomparso e la cui unica speranza di
sopravvivenza era attenersi agli ordini e adorare il dio Kim. Accertandosi
sempre che vi fosse un suo grande ritratto in casa, pronto per l'ispezione,
come previsto dalla legge.
La Corea del Nord era un incubo orwelliano, sempre al limite della vera
e propria carestia e con migliaia di persone già morte per malnutrizione.
Era come la Russia in inverno mezzo secolo prima, con procedure
staliniane. Malgrado ciò il popolo affollava le strade inneggiando al Caro
Leader mentre il piccolo mostro grassoccio passava, zar vivente di una
delle nazioni sovrane peggio gestite dal Medioevo. E ogni giorno - tutto il
giorno e tutta la notte - il governo di Kim Jong II trasmetteva il «vero
sapere», e cioè che quel Paese era intrinsecamente ed etnicamente
superiore a qualsiasi altro.
Il generale Rashood era inorridito dalla Corea del Nord. E odiava
davvero concludere affari con quel Paese. Ma nel suo ramo c'erano ben
pochi posti dove poter fare affari. Una parte del suo lavoro lo trasformava
in mercante d'armi internazionale, e di specie rara: un mercante di armi
nucleari, un ambiente quasi muto, clandestino e illegale, nel quale
praticamente nessuno ammetteva di voler comprare e di certo nessuno
ammetteva di voler vendere.
Se si escludeva una parte alquanto misera della Bosnia, la Corea del
Nord era in pratica l'unica soluzione. Quello Stato piccolo, malvagio,
senza amici ed emarginato, intrappolato fra Cina, Russia e Giappone,
aveva prodotto per molti anni componenti per armi nucleari e non gliene
importava nulla del trattato internazionale di non-proliferazione nucleare
(NPT).
Per anni, fin dal 1974 quando era entrata per la prima volta a far parte
dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), la Corea era
stata un evidente e ovvio problema per l'Occidente, dal momento che
aveva costantemente cercato di produrre plutonio e provato senza sosta a
fabbricare missili balistici da vendere in Medio Oriente.
Ma nel 1985, contro le più ottimistiche previsioni di tutti, Kim Il-Sung
aveva firmato il trattato di non-proliferazione, promettendo di non
produrre nessuna bomba e di aprire tutti i siti nucleari alle ispezioni.
Lo stesso anno i nordcoreani iniziarono a costruire un reattore da
duecento megawatt in grado di produrre plutonio a sufficienza per
fabbricare da sette a dieci bombe l'anno. E quello stesso anno diedero
inizio ai lavori per realizzare un enorme impianto di lavorazione per
trasformare il plutonio nella forma necessaria per produrre armi.
Dodici mesi più tardi avevano in linea un reattore da trenta megawatt per
la produzione di plutonio. Nel 1987 non rispettarono la prima scadenza di
diciotto mesi per l'ispezione internazionale. Pochi mesi più tardi
consegnarono cento missili Scud-B all'Iran.
Nel 1992 l'AIEA giunse alla conclusione che le ultime dichiarazioni da
parte della Corea del Nord - circa novanta grammi di plutonio! - erano
false e richiese l'accesso a Yongbyon, l'impianto nucleare sotterraneo
ultrasegreto ottanta chilometri a nord della capitale Pyongyang. Non lo
ottenne.
Un anno dopo sia la Cina sia la Russia avevano sospeso ogni aiuto alla
Repubblica della Corea del Nord. Gli Stati Uniti richiesero che Kim Il-
Sung dicesse la verità e denunciasse le proprie risorse nucleari al pari di
tutti gli altri Paesi. La Corea del Nord bloccò tutti gli ispettori dell'AIEA e
minacciò contemporaneamente di uscire dall'NPT.
Infine, a metà del 1994 la Corea del Nord uscì dall'AIEA. Il presidente
Clinton, sempre pronto al compromesso, strinse un accordo in base al
quale gli Stati Uniti avrebbero fornito alla Corea del Nord due reattori ad
acqua leggera e cinquecentomila tonnellate di nafta l'anno se il nuovo Caro
Leader, l'odioso Kim Jong II, fosse rientrato nell'AIEA e nell'NPT e avesse
«normalizzato le relazioni economiche» fra Corea del Nord e Stati Uniti. Il
costo annuo per il contribuente americano sarebbe oscillato fra i venti e i
trenta milioni di dollari e tutto ciò fu definito «schema concordato».
Nel 1995, a meno di un anno dall'accordo con Clinton, il capo della CIA,
John Deutsch, stimò che il nuovo missile nordcoreano Nodong-1 sarebbe
entrato in servizio entro un anno e che i nordcoreani stessero continuando
nella massima segretezza a lavorare su testate nucleari, chimiche e
biologiche. Gli avvertimenti continui della comunità dell'intelligence
statunitense furono praticamente ignorati dall'amministrazione.
Nella primavera del 1997 la situazione si era deteriorata. Era evidente
che Kim Jong II stesse producendo plutonio.
Le prove si accumulavano. Un disertore, un generale nordcoreano di
notevole importanza, fuggì in Cina e pubblicò un documento che
confermava come il suo ex Paese possedesse davvero armi nucleari, che
avrebbero potuto essere usate contro la Corea del Sud e il Giappone.
L'ottimo satellite statunitense Big Bird scattò fotografie eccezionali
dell'intensa attività nell'impianto nucleare di Yongbyon, che andava
espandendosi in modo disordinato e gran parte del quale si trovava sotto
terra. Gli avvertimenti di un altro disertore, Choon Sun Lee, un ufficiale di
grado elevato nella gigantesca infrastruttura militare della Corea del Nord,
circa una produzione ultrasegreta di plutonio e uno sviluppo di armi erano
quasi certamente esatti.
Nel giugno 1998 il governo di Kim Jong II dichiarò che avrebbe
continuato a sviluppare e a esportare missili in grado di trasportare testate
nucleari. La comunità dell'intelligence statunitense, ormai fuori di sé per la
preoccupazione, emise un avvertimento dopo l'altro segnalando come la
Corea del Nord avesse costruito un grande impianto sotterraneo che poteva
essere sia un reattore nucleare sia un impianto di rilavorazione, mentre un
rapporto del dipartimento dell'Energia di Bill Richardson sosteneva di
avere le prove che la Corea del Nord stesse senza ombra di dubbio
lavorando a tecniche di arricchimento dell'uranio. Il che significava più o
meno trasformare quella letale sostanza in esplosivo adatto per le armi.
Quattro mesi più tardi la National Security Agency di Fort Meade, nella
persona dell'aggressivo ammiraglio Arnold Morgan, urlò in pratica al
telefono al presidente che la Corea del Nord possedeva fra i venticinque e i
trenta chili di plutonio idoneo alla preparazione di armi, abbastanza per
produrre diverse testate nucleari.
Nel 2002 le cose da moderate si erano trasformate in diaboliche. Era
ormai chiaro come Kim Jong II avesse prodotto un formidabile arsenale di
missili balistici da vendere a chiunque ne avesse bisogno.
Gli scritti di Choon Sun Lee tornarono rapidamente ad assillare tutti
coloro che erano coinvolti nella faccenda. Choon aveva giurato che la
grande montagna di Chun-Ma era stata svuotata per ospitare un impianto
segreto di lavorazione dell'uranio. Lo descriveva come un grande tunnel
che penetrava per oltre un chilometro e mezzo nella montagna e dava
accesso a impianti sotterranei ospitati in cavità scavate nella roccia. In una
di quelle c'era un impianto per la trasformazione dell'uranio in concentrato
uranifero, il primo passo verso il suo arricchimento per l'impiego bellico.
I servizi informazione statunitensi consideravano le osservazioni di
Choon troppo dettagliate per essere false, oltre al fatto che esse
collimavano perfettamente con le loro osservazioni satellitari circa
l'esistenza di grandi e misteriosi scavi, ventidue in tutto, nelle montagne
della Corea del Nord. Se si credeva a Choon, l'Occidente stava ammirando
un impero nucleare operante sotto il regno di Kim Jong II.
E Choon non aveva certo finito. Descrisse ogni aspetto del trasporto
della roccia metallifera con autocarri o elicotteri fino a un impianto
sotterraneo in una valle nascosta. Si fece avanti un terzo importante
disertore, che nel 2002 annunciò che la grande montagna di Kwanmo-
bong, quattrocentotrenta chilometri a nord-est di Pyongyang, che con i
suoi duemilaseicento metri era la seconda in altezza del Paese, era stata
svuotata da un esercito di migliaia di persone, di notte, un'ingente quantità
di terra alla volta, per ospitare un altro impianto nucleare segreto.
Nel dicembre 2002 tutto sfociò in una situazione di stallo glaciale. Gli
americani individuarono una nave da carico coreana nei pressi dell'isola di
Socotra, al largo della costa dello Yemen, e chiesero a una vicina nave da
guerra spagnola di fermarla. Qualche ora dopo gli spagnoli spararono
diversi colpi a prua della nave, obbligandola a fermarsi, e quindi
l'abbordarono. Sorprendentemente la So-San, che non batteva nessuna
bandiera, trasportava quindici missili Scud, nascosti con cura sotto un
carico
di quarantamila sacchi di cemento nordcoreano. Inoltre vi erano quindici
testate convenzionali, ventitré contenitori di acido nitrico (propellente per i
razzi) e ottantacinque bidoni di prodotti chimici non identificati.
Finalmente gli uomini di Kim erano stati colti con le mani nel sacco.
Ma, prima che gli Stati Uniti potessero urlare la loro disapprovazione, la
Corea del Nord annunciò che avrebbe subito riattivato i propri reattori a
Yongbyon e ripreso la produzione di elettricità. Una bugia assoluta. Non
avevano mai interrotto le operazioni e ciò che producevano realmente i
reattori era plutonio: plutonio per testate nucleari. Kim sembrava pensare
che potesse gestire al meglio l'economia del proprio Paese diventando un
mercante illegale di armi nucleari, vendendo plutonio trattato per uso
bellico, missili a corto e medio raggio e testate. Era difficile immaginare
un piano commerciale più ostile, appositamente progettato per far infuriare
gli americani, specie un'amministrazione repubblicana che si era rotta le
scatole degli Stati canaglia e che non cooperavano, degli stranieri
rompiballe.
Gli ispettori internazionali sostenevano ormai di non essere in grado di
proseguire il monitoraggio degli impianti nordcoreani. E Kim Jong II li
espulse tutti nel giro di pochi giorni.
Mentre si andava concludendo il primo decennio del XXI secolo, i
reattori di Yongbyon continuavano a sfornare plutonio e a Fort Meade
giungevano quotidianamente rapporti secondo i quali l'ingranaggio
principale della ruota nucleare coreana era senza dubbio la grande
montagna di Kwanmo-bong, nel remoto Nord-est, a soli quaranta
chilometri dal confine cinese.
Era verso quell'impianto sotterraneo nascosto che era diretto il generale.
Nelle profondità di quella montagna sperava vi fosse l'unica arma che
avrebbe buttato fuori per sempre gli odiati americani dal Medio Oriente.
Non cercava nemmeno di capire la mentalità orientale. Tutto ciò che
sapeva era che la Corea del Nord era nota per le consegne puntuali e senza
domande. I suoi prodotti non erano a buon mercato, di fatto gravava su
tutto un sovrapprezzo per il rischio, per compensare cioè i coreani per le
conseguenze deplorevoli che sarebbero potute derivare dalla loro politica
produttiva.
Pochissime persone del mondo esterno erano state ammesse a visitare gli
impianti nucleari nordcoreani e certo non all'interno delle grandi caverne
che ospitavano quell'impianto. Ma il generale di Hamas, che i coreani
avevano identificato rapidamente quale buon cliente, aveva insistito sui
termini rigorosi per l'accettazione del prodotto.
Avrebbe sottoscritto le condizioni franco-fabbrica. Non appena il suo
ordine avesse lasciato l'impianto, sarebbe diventato di proprietà di Hamas,
che sarebbe stata anche responsabile del suo viaggio fino al porto
d'imbarco. I coreani non avrebbero assunto nessuna responsabilità per
eventuali incidenti.
Secondo il generale Rashood ciò significava che, se l'intera fornitura
fosse scomparsa accidentalmente da qualche parte sull'autostrada, i coreani
si sarebbero comunque tenuti i soldi. Aveva detto loro che sarebbe stato
d'accordo solo se i suoi uomini e lui avessero potuto osservare e
sovrintendere al caricamento e viaggiare con il prodotto attraverso la
Corea del Nord sino alla nave in attesa. Alla fine aveva accettato che vi
sarebbe stato soltanto un autista coreano per il viaggio di oltre cinquecento
chilometri fino al porto occidentale di Nampo.
Gli era stato detto che la Corea del Nord, che era grande quanto lo Stato
del Mississippi, aveva una popolazione di ventiquattro milioni di persone,
metà delle quali viveva a Pyongyang. Ma dopo aver viaggiato per metà del
Paese, chilometro dopo chilometro attraverso un paesaggio disabitato e
brullo, non aveva idea di dove vivessero le altre. Solo di tanto in tanto
poteva vedere qualche piccolo villaggio di pescatori raggruppato alla sua
destra, sulle spiagge del mar del Giappone.
Ravi non aveva potuto farsi nessuna idea né avere nessuna informazione
prima di entrare nel Paese. Non esistevano fotografie né opuscoli
promozionali che dimostrassero l'eccellenza della produzione coreana. Gli
erano stati dati solamente una mappa del Paese che mostrava le città e le
strade principali, e un autista per portarlo sino alla fabbrica all'interno di
Kwanmo-bong.
Le uniche altre cose che il generale sapeva sulla Corea del Nord erano di
carattere militare, e cioè che quel ridicolo Paese emarginato e
sottosviluppato possedeva il terzo esercito al mondo per dimensioni, con
1.200.000 uomini alle armi rispetto ai 650.000 presenti nel Sud. Un quarto
del prodotto interno lordo della Corea veniva speso ogni anno per le sue
Forze Armate e nonostante ciò la Marina era molto modesta e
l'Aeronautica era numerosa ma in prevalenza obsoleta.
A Ravi quel posto dava i brividi. Ma non aveva il tempo di
preoccuparsene. Nel giro di un paio d'ore avrebbe dovuto trovarsi nello
stato di massima allerta e guardò dritto davanti a sé, pensoso, mentre il
pesante autocarro dell'Esercito avanzava rumorosamente lungo l'autostrada
costiera.
Attraversarono rombando le città di Hamhung e Pukchong e seguirono
la ferrovia nordorientale fino a Kilju e Chilbosan. Un'altra trentina di
chilometri e l'autista avrebbe sterzato a sinistra lasciando la strada
principale per quella che sembrava essere una pista. Si trattava
effettivamente di una pista lunga più di una ventina di chilometri ai piedi
delle montagne, e in seguito sarebbe penetrata attraverso la catena di
granito. Ogni ottocento metri c'erano delle garitte in legno con sentinelle
su entrambi i lati. Lungo quella sinistra autostrada non era possibile
sottrarsi alla vista delle pattuglie armate. Era, senza dubbio, la più segreta
di tutte le strade e si confaceva alla più segreta di tutte le nazioni.
Per il generale Rashood ciò significava la fine di un lungo viaggio,
iniziato in pratica a Mosca, anche se non vi si era recato di persona. Lì la
richiesta formale da parte della Marina iraniana di acquistare un certo
numero di missili da crociera SS-N-21 Raduga, due dei quali dotati di
testata nucleare da duecento kiloton, era stata accolta con un silenzio
glaciale e con una sola domanda: «Intendete installarli sul vostro
sottomarino Barracuda?»
Per gli iraniani i rapporti con la Marina russa erano importanti e non
intendevano replicare con una palese bugia. La loro risposta affermativa
aveva portato la Marina russa a informarli che non sarebbe stato possibile
fornire i Raduga in nessuna circostanza.
Fermata successiva Beijing. Gli iraniani avevano chiesto se non era
possibile produrre un missile copiando esattamente il Raduga. La domanda
aveva suscitato un'immensa quantità di esitazioni da parte dei cinesi; alla
fine quelli avevano ammesso che, essendo stati coinvolti così da vicino
nella missione di Hamas con il Barracuda I negli USA, l'ultima cosa di cui
avevano bisogno era che gli americani scoprissero adesso il Barracuda II
con missili a capacità nucleare costruiti in Cina, in palese violazione del
trattato di non-proliferazione.
In termini generali i cinesi non erano contrari ad assistere i loro amici e
clienti mediorientali. Avevano un estremo interesse nei campi petroliferi
della zona del golfo ed erano pronti a correre certi rischi aiutando di tanto
in tanto uno dei cosiddetti «regimi canaglia». Ma tali rischi non
comprendevano armare il secondo Barracuda affinché quei selvaggi del
Medio Oriente provocassero confusione. Troppo pericoloso. Non era una
buona prospettiva per gli affari. Gli americani potevano rivalersi con
violenza sui musulmani. Ma non la Cina. Inoltre non avevano comunque
nessun missile adattabile in tempi brevi e convertibile alle dimensioni del
Raduga. Possedevano probabilmente il software di guida e di
tracciamento, acquisito con l'inganno dagli americani negli anni '90, ma
avevano meno fiducia nel proprio hardware, specie nel campo dei missili
da crociera a corto raggio.
Ciò lasciava al generale Rashood poche opzioni, la meno probabile
quella della Serbia, dove si riteneva che la Jugoimport, una conglomerata
pubblica di Belgrado, avesse lavorato con l'Iraq allo sviluppo di un missile
da crociera. Secondo alcune relazioni la Jugoimport aveva lavorato anche
con la società militare Orao Arms, con sede a Bijeljina, la seconda città per
dimensioni della Repubblica serba di Bosnia.
La Orao aveva sostenuto di aver aiutato a riparare i velivoli da
combattimento iracheni, ma vi erano prove schiaccianti sul fatto che si
occupasse di missili da crociera ed era ovvio che la Orao sapesse: a) come
costruire un missile e b) come farlo volare per distanze assai lunghe. Ogni
mercante d'armi del Medio Oriente sapeva che aveva una notevole
esperienza nel settore delle testate. E per tale motivo il generale Rashood
vi si era recato dalla Siria.
Ma c'erano stati troppi problemi. Il personale della Orao era efficiente e
ambizioso. Avevano scienziati che lavoravano notte e giorno per
perfezionare le testate nucleari. Ma non c'erano ancora riusciti. Erano
ottimi nel campo della propulsione e molto competenti nel software di
guida. Ma il generale Rashood voleva precisione, lavorazione garantita,
che funzionasse alla prima, ogni volta.
Il generale pretendeva pesanti clausole di penale nel caso ci fossero stati
dei malfunzionamenti. I bosniaci pensarono a lungo e intensamente alla
grossa somma legata all'operazione di Hamas, ma il rischio era troppo
elevato. Era ovvio che Hamas avrebbe avuto dei problemi nel convincere
un tribunale internazionale a far valere i termini di consegna del contratto.
Ma i dirigenti della Orao avevano la sgradevole sensazione che, se non
fossero riusciti a risarcire i malfunzionamenti, quel capo militare
mediorientale dagli occhi di ghiaccio non avrebbe esitato a cancellarli
dalla mappa.
Sotto quel punto di vista avevano ragione, ma alla fine si lasciarono in
amicizia. Le ultime parole dette da uno degli scienziati al generale
Rashood prima che questi ripartisse in volo per Damasco furono: «Deve
andare nella Corea del Nord. Lì possono venderle ciò che desidera.
Possiedono la tecnologia e hanno molta più esperienza di noi».
Adesso stava attendendo la svolta a sinistra, verso la pista attraverso le
pendici della catena dello Hamgyong-Sanmaek, quella che portava al
complesso nucleare all'interno di Kwanmo-bong.
Il generale Rashood aveva l'aria cupa mentre pensava alla lunga lista di
controllo: dimensioni, necessità di carburante, software per la detonazione.
E soprattutto il costo. Stava per spendere quasi cinquecento milioni di
dollari per un carico di missili, diciotto da crociera con testata
convenzionale. Due con testate nucleari, duecento kiloton di esplosivo
ognuna.
Il Barracuda I era stato acquistato con una dotazione completa di missili
da crociera Raduga già a bordo, quindi il generale conosceva alla
perfezione quale doveva essere il loro aspetto. I grossi missili russi erano
di colore grigio con la scritta SS-N-21 SAMPSON (RK-55 Granat) in
piccoli caratteri cirillici dipinta sul lato inferiore.
Erano lunghi 8,1 metri, con un diametro di 51 centimetri, con un peso al
lancio di oltre 1750 chili. Trasportavano una singola testata nucleare da
200 kiloton. Il Raduga vola a Mach 0,7, ossia circa 860 km/h, a 60 metri
dalla superficie, e ha un raggio d'azione di 1620 miglia nautiche. Una volta
lanciato da un tubo lanciasiluri standard da 533 mm, non appena esce
dall'acqua dispiega le ali montate verso la coda. Il missile viene usato in
prevalenza per l'attacco contro obiettivi terrestri e opera grazie a un
sistema di inseguimento del terreno grazie a un altimetro radar. Ha una
precisione di circa cento metri. Più che sufficiente per gli scopi del
generale Rashood.
In un mondo di grandi affari, nessuno era più grande del suo. Nessuno
era più violento. E nessuno più pericoloso. Lui sperava solo che adesso i
tecnici nordcoreani potessero giustificare i loro inchini, i sorrisi fiduciosi e
le promesse che aveva visto l'ultima volta che era andato lì.
Mentre si avvicinavano al primo cancello lungo la pista, non attendeva
con impazienza nessuna parte della sua visita. A parte il valutare la
capacità dei tecnici nordcoreani di replicare in modo fedele il missile
Raduga di cui aveva bisogno, al momento era molto più preoccupato delle
loro procedure di sicurezza in quello che era ovviamente l'ambiente tossico
all'interno di Kwanmo-bong.
Il generale Rashood non era un esperto nucleare. Ma conosceva la
materia e, soprattutto, le qualità dell'uranio, i suoi tre isotopi altamente
radioattivi, con i loro nuclei di elementi instabili, U-238, U-235 e U-234,
con l'U-238 prevalente che rappresentava oltre il 99 per cento del totale.
L'U-235, indispensabile per le armi, era solo lo 0,711 per cento.
Era l'U-235 l'isotopo che contava. Perché non solo aveva la capacità di
fissione - ossia di separarsi in due frammenti più leggeri quando veniva
bombardato dai neutroni -, ma era anche in grado di sostenere una reazione
a catena, con ogni fissione che generava un numero di neutroni sufficiente
a innescarne un'altra, eliminando così la necessità di qualsiasi altra fonte di
neutroni. Quel moltiplicarsi violento di energia nel bombardamento dei
neutroni, che colpivano e spezzavano gli atomi per milioni di volte, era di
fatto una bomba nucleare. L'U-235 era raro e difficile da produrre, ma
generava un impatto che faceva sembrare il normale TNT un gioco da
bambini.
Dal canto suo il normale U-238 non se la cavava bene nell'industria
bellica. Non poteva produrre la reazione a catena mortale dell'U-235 ma
riusciva a farlo se convertito in plutonio-239. Tale sostanza, di fatto non
esistente in natura, era al centro della bomba atomica che distrusse
Nagasaki il 9 agosto 1945.
Il generale aveva trascorso un'infinità di ore nella sua casa di Damasco a
studiare l'energia nucleare e ne aveva compreso appieno la produzione.
L'estrazione dell'uranio, il processo di «macinazione» nel quale l'ossido di
uranio viene estratto dal minerale grezzo per formare il concentrato
uranifero, quella polvere gialla o marrone composta quasi interamente
dall'ossido. Quindi c'è l'enorme volume di scarti, alcuni dei quali
rimangono radioattivi per settantacinquemila anni.
Ravi non aveva idea se parte di quella roba si fosse infiltrata nelle acque
sotterranee delle sorgenti montane attorno a Kwanmo-bong, ma era deciso
a non correre rischi. Qualsiasi liquido doveva essere pieno di radio-226 e
di metalli pesanti quali manganese e molibdeno. Era quasi sicuro che
quello Stato comunista miscredente non avesse adottato sistemi di
sicurezza, che in Occidente erano obbligatori per legge.
All'interno dell'enorme montagna c'era un grande impianto di
arricchimento dell'uranio, che convertiva gli elementi in una forma
chimica, l'uranio esafluoride, che rappresentava un pericolo altamente
tossico e radioattivo per chiunque gli si avvicinasse. Gli impianti di
arricchimento avevano subito diversi incidenti, tutti riguardanti
l'esafluoride, e Ravi non era certo impaziente di essere nelle vicinanze di
quella morte vivente.
Scuotendosi dai suoi tristi pensieri si girò e, sorridendo in segno
d'incoraggiamento al giovane Ahmed Sabah, il beneamato fratello della
moglie, si concentrò invece sui missili. Sarebbero stati in grado i
nordcoreani di mantenere fede alle promesse di usare la loro tecnologia per
convertire il loro missile monostadio a medio raggio Nodong-1 in un
Raduga lanciabile da un sottomarino? Avevano circa le stesse dimensioni
ed erano stati venduti con successo agli iraniani con il nome Shahab-3 ma
restava ancora da vedere se i nordcoreani sarebbero riusciti a costruire il
più raffinato motore a razzo, le ali automatiche del missile e le corrette
componenti per aggiungervi una testata nucleare.
Avevano giurato di poterlo fare ed erano stati abbastanza onesti da
ammettere che il loro punto debole riguardava il software per la guida
automatica. Ma Ravi aveva trattato con successo con i cinesi e loro
avevano accettato di dare quei tocchi finali anonimi ma costosi e critici ai
computer di navigazione pre-programmati del missile. Gran parte della
tecnologia era di origine americana.
Secondo le informazioni ricevute da Ravi i missili erano ormai completi,
pronti per essere imbarcati nel porto nordcoreano di Nampo. Tutto ciò che
gli rimaneva da fare era concludere i pagamenti e accettarne la consegna. I
coreani potevano essere latitanti dalla comunità internazionale ma il loro
metodo di condurre gli affari e la loro affidabilità non erano mai stati
messi in discussione da nessuno.
Il sole scendeva ormai rapidamente dietro le montagne e stava iniziando
a piovere. Davanti a loro Ravi e Ahmed potevano vedere le luci di quella
che sembrava una lunga e alta recinzione. Erano sballottati su una
superficie sconnessa e ondulata e potevano vedere i cancelli chiusi e
illuminati attraverso la pista, la pioggia che brillava sul metallo e le
guardie armate di fronte alla grande struttura in acciaio. Ci sarebbe voluto
un carro statunitense M60 lanciato a piena velocità per aprirsi la strada ed
era meglio non puntare i propri risparmi sul successo dell'operazione.
L'autista di Ravi fece fermare il pesante autocarro e abbassò il finestrino
dal lato del guidatore. La guardia, che evidentemente stava aspettando il
mezzo militare, tese la mano per prendere i documenti, li infilò nel proprio
impermeabile e si avviò a piedi davanti e dietro il mezzo per verificarne la
targa. Quindi si diresse al corpo di guardia e osservò gli ordini sotto una
lampada, all'asciutto, prima di tornare e restituirli. Altre due guardie
stavano già aprendo i pesanti cancelli. Il primo militare fece loro cenno di
passare e il conducente proseguì lungo la pista sotto la pioggia battente e
nell'oscurità totale.
Superarono vari posti di guardia su entrambi i lati della pietrosa strada
rialzata che portava a Kwanmo-bong e dopo una decina di chilometri si
fermarono davanti a un'altra serie di alti cancelli metallici. Le procedure
d'ispezione furono molto simili a quelle precedenti; di nuovo furono fatti
passare e avanzarono rumorosamente verso la montagna.
Gli ultimi otto chilometri erano di sicuro i più difficili. La pista
diventava più ripida e la pioggia, se possibile, aumentava, sferzando da
nord-ovest, dritta contro il parabrezza del camion militare. Non si
sentivano molti complimenti per le macchine prodotte dalla fabbrica di
automobili di Qingming sita nella vecchia capitale cinese di Chongqing.
Ma, mentre avanzavano verso Kwanmo-bong, Ravi provò un nuovo
rispetto per quella fabbrica d'auto cinese.
«Ahmed», disse in inglese, «credo che quei ragazzi a Chongqing
sappiano come si costruisce una buona automobile. Questo affare ha preso
un bel mucchio di colpi e in qualche modo continua ad andare.»
«Non sapevo nemmeno che i cinesi costruissero automobili», replicò
Ahmed. «Pensavo che ne comprassero interi carichi di seconda mano,
ammucchiati sui ponti delle navi provenienti dagli USA.»
«No, quelli sono i russi. I cinesi hanno una grossa fabbrica d'auto a
Chongqing.»
«Dove diavolo è questo posto, Ravi?» chiese Ahmed.
«Si trova in profondità, nell'interno. A Sichuan. Hanno costruito quella
dannata grande città a mezza costa su una montagna che domina la valle
dove s'incontrano i fiumi Yangtzechiang e Jialing. Si trova in mezzo al
nulla, a millecento chilometri da Shanghai e a milletrecento da Beijing. Ci
vivono oltre quindici milioni di persone, e producono un mucchio di
automobili e di camion.»
«Come fai a sapere tutte queste cose?»
«Ci sono stato.»
«Non sapevo che tu fossi andato nella Cina centrale.»
«Nemmeno i cinesi lo sanno.»
Ahmed rise e scosse la testa. «Hai molte sorprese di cui nessuno sa
nulla, generale Ravi.»
«Anch'io cerco di non parlarne troppo», disse il comandante in capo di
Hamas, «dato che intendo continuare a respirare.»
Secondo l'opinione umile ma giovanile di Ahmed il generale era senza
alcun dubbio l'uomo più intelligente, duro e spietato che avesse mai
incontrato. Lo aveva visto uccidere senza battere ciglio, distruggere senza
un attimo di pietà per il morto o il sofferente. E lo aveva visto riversare
sulla sua splendida sorella palestinese Shakira una devozione e
un'ammirazione di fatto sconosciute nel mondo arabo.
Ahmed era stato loro testimone di nozze. Ahmed era stato la guardia del
corpo personale di Ravi in numerose missioni contro gli israeliani e gli
occidentali. E Ahmed era rimasto di sasso quando un giovane e avventato
palestinese aveva attaccato il generale prima di una missione, cercando di
colpire la mascella di Ravi con il calcio del suo AK-47.
La velocità con la quale Ravi aveva reagito era stata sorprendente.
Aveva spezzato il braccio del giovane in due punti e gli aveva fratturato il
collo, quindi aveva piazzato un calcio con l'anfibio nella gola del ragazzo
mentre questi era a terra e aveva detto tranquillamente: «Ho ucciso uomini
per molto meno. Portalo all'ospedale, Ahmed».
Durante il tragitto il giovane Sabah aveva spiegato che il comandante in
capo di Hamas, nativo dell'Iran, era stato uno dei più temuti comandanti
del SAS dell'Esercito britannico e probabilmente il miglior esponente del
reggimento nel combattimento a mani nude. Per un miracolo, l'ex
maggiore Ray Kerman si era trovato dalla parte sbagliata durante una
sanguinosa battaglia nella città santa di Hebron, dov'era stato salvato da
Shakira.
La donna lo aveva portato da Hamas. Quindi lui aveva cambiato il suo
nome riassumendo quello di origine. Si era riconvertito alla religione
islamica della sua infanzia. E così facendo aveva dato all'organizzazione il
più importante comandante sul campo musulmano dai tempi di Saladino
ottocento anni prima. O almeno quello era il modo in cui l'alto comando di
Hamas sfruttava il suo nome per attirare nuove reclute.
E adesso combatteva al fianco dei suoi fratelli arabi, con i quali aveva in
comune gli antenati. Quale terrorista più ricercato al mondo, aveva
abbracciato nuovamente la religione musulmana e sposato Shakira, la sua
adorata sorella.
«È stato Allah in persona a mandarcelo», aveva detto Ahmed lungo il
percorso verso l'ospedale. Il ragazzo con il braccio e il collo rotti riteneva
che anche Satana avesse avuto un ruolo nella faccenda.
Il camion fabbricato a Chongqing affrontò la parte più pericolosa del suo
viaggio negli ultimi due chilometri. La pendenza sembrava quella del
monte Everest e il motore rombava, mentre le quattro ruote motrici
riuscivano ad aggrapparsi alla superficie fangosa del granito, reso viscido
da un fiumiciattolo che sgorgava dalla montagna.
La strada era ben illuminata e l'ultimo chilometro era in discesa, dentro
una depressione, con una rete di recinzione sormontata da una concertina
in acciaio che l'attraversava. «Imprendibile», fu l'unica parola che il
generale Rashood trovò per descriverla.
Alla sinistra e alla destra del cancello principale c'erano due altane,
ognuna costruita su sei pali delle dimensioni di quelli telegrafici. Si
elevavano tre metri al di sopra degli spuntoni affilati come rasoi sistemati
attorno alla parte superiore della struttura. All'interno della postazione vi
erano due cellule fotoelettriche e due guardie armate, ognuna assegnata a
una mitragliatrice pesante. Il generale Rashood non riusciva a capire se il
loro compito fosse fermare la gente che cercava di entrare o quella che
cercava di scappare.
Una squadra di otto uomini, suddivisa in due gruppi da quattro, che
pattugliava l'esterno, stazionava all'aperto su entrambi i lati del cancello,
che piovesse o picchiasse il sole. Oltre il cancello Ravi non riusciva a
vedere nessun'altra luce, fatta eccezione per quella che veniva da una
normale porta alta due metri. Non vi erano altri fanali fra i grandi cancelli
esterni e ciò che vi era dietro. Ravi e Ahmed rimasero fermi e aspettarono.
Il comandante della guardia ordinò di aprire il cancello principale e il
loro autista avanzò con i fari abbaglianti accesi dritto verso quello che
sembrava un robusto muro di pietre. Fu solo quando giunsero piuttosto
vicini che Ravi vide che il muro era fatto in realtà in solido acciaio.
Nell'acciaio vi era una porta aperta e all'improvviso l'intero muro
scomparve, scivolando verso destra nella parete rocciosa.
Di fronte a Ravi si apriva una scura caverna, senza traccia di luci. Fu
come entrare in un'enorme tomba. L'autocarro avanzò e la grande porta in
acciaio alle sue spalle scivolò silenziosa tornando al suo posto. Ravi la
sentì chiudersi saldamente e provò il brivido dell'essere rinchiuso da forze
ben al di là del suo controllo.
Si erano fermati da pochi secondi quando l'intero locale fu illuminato da
un'esplosione di corrente elettrica. Non si trattava di una tomba né di una
caverna. Era la strada principale di Kwanmo-bong, con luci stradali, righe
bianche centrali, e luci per le officine, gli uffici e i laboratori. La strada
proseguiva diritta e si snodava nella montagna a perdita d'occhio.
Il generale fece delle ipotesi circa la fonte di elettricità: energia nucleare
di cui si era perso il controllo. Il più grande impianto nucleare della Corea
del Nord, scavato nella dura roccia.
Un'impresa di certo titanica, ma a che prezzo era stata costruita? si
chiese Ravi. Alzò lo sguardo verso il soffitto che, in alcuni punti, era
ancora roccia grezza. Le pareti erano invece in cemento e anche in quel
momento, attraverso i finestrini del camion, il generale poteva sentire il
leggero ronzio dei generatori che permeava l'intera struttura sotterranea.
Da qualche parte, dietro o sotto quella grande grotta rinforzata in cemento,
doveva esserci un grosso reattore nucleare che forniva l'energia.
E se qualcuno avesse voluto spegnerlo, sigillato com'era dal mondo
esterno, sotto i duemilaseicento metri dell'alta cima di Kwanmo-bong,
avrebbe dovuto usare quasi certamente una bomba atomica. Pensò che
fosse molto probabile che le uniche persone in grado di distruggere
l'impianto nucleare sotto quella montagna fossero le stesse che l'avevano
costruito. «Gesù Cristo», sussurrò.
Avanzarono per mezzo chilometro, poi l'autocarro iniziò una difficile
curva in retromarcia verso quella che sembrava essere una piattaforma di
carico. Il conduttore spense il motore e aprì la sua portiera, e a quel punto
comparvero quattro funzionari nordcoreani. Due di loro indossavano
camici bianchi da laboratorio, gli altri quella strana tenuta militare degli
ufficiali dell'Estremo Oriente: pantaloni verde oliva e camicia aperta sul
collo, dello stesso colore, con una cerniera centrale al posto dei bottoni,
spalline e polsini arrotolati.
Il generale Rashood e Ahmed si unirono al conduttore sul liscio
pavimento in cemento e furono accolti, in inglese, da colui che era con
ogni evidenza il comandante, ancora in piena attività nonostante l'ora tarda
della giornata.
«Volete vedere la vostra merce?» domandò, inchinandosi leggermente
due volte. Come un doppio domo giapponese. Quindi allungò la mano e
disse: «Buongiorno, generale. Le diamo il benvenuto qui. Spero sia la
prima di molte visite».
Presentò se stesso come il colonnello Dae-jung e i suoi colleghi. Quindi
guidò il gruppo attorno all'angolo dal quale era arrivato, dentro un ampio
ingresso ben illuminato, dov'erano di servizio due guardie armate e uno
scritturale.
Tutti gli uomini scattarono sull'attenti e salutarono il colonnello, che
adesso faceva loro strada lungo un corridoio e su per un piano di scale fino
a un ampio magazzino illuminato dotato di gru a ponte, circondato da cavi
che conducevano a grandi porte in acciaio che scorrevano verso l'alto. Di
fronte a loro vi erano due cilindri luccicanti in acciaio inossidabile alti
circa cinque metri e con un diametro di un metro e ottanta, che nella
trattativa erano stati definiti «flask»: contenitori costruiti in Occidente il
cui unico ruolo sulla terra era quello di trasportare materiale radioattivo.
Erano stati messi a punto in Inghilterra dalla British Nuclear Fuels ed
erano solitamente considerati il tipo a maggior prova di guasto. Prodotti
con acciaio spesso due centimetri e mezzo, i flask erano rinforzati con
schermature integrate per ridurre le radiazioni, rendendoli così sicuri per
chi vi passava accanto e meno vulnerabili agli attacchi terroristici.
«Qui dentro, generale», disse il comandante coreano, «vi sono le due
testate nucleari che ci ha ordinato. Ognuna è assemblata come previsto e
comprende gli inganni. Entrambe le testate sono pronte per essere fissate ai
nuovi missili, che sono imballati separatamente - gli ingegneri cinesi
esperti di guida e navigazione potrebbero aver bisogno di lavorare
all'interno dell'ogiva del missile -, così non c'è materiale nucleare fra i
piedi. Di solito la testata viene fissata all'ultimo momento, prima di
sigillare il missile e imbarcarlo sul sottomarino.»
Ravi annuì. «Posso vedere le testate?»
«Certamente. C'è una finestrella, in vetro spesso dieci centimetri,
attraverso cui può vedere all'interno.» Guidò Ravi verso l'oblò di quindici
centimetri nel flask e illuminò l'interno con una torcia. Ravi sbirciò dentro
e riuscì appena a vedere la forma del cono dietro i traversi e i cavi che la
tenevano ferma.
«Le garantisco che nessuno rimarrà deluso», disse il colonnello. «Si
tratta di una testata da duecento kiloton. Fatta scoppiare come si deve
provocherà i danni che intendete causare...»
I nordcoreani erano noti per la loro onestà in tali faccende e Ravi non ne
dubitava. «E i missili convenzionali?» chiese. «Le copie dei Raduga.»
«Sono imballati laggiù», disse il comandante, facendogli strada. «Uno di
loro non è sigillato in modo che lo possa vedere.»
Ravi osservò le casse lunghe più di otto metri, ognuna pesante due
tonnellate. «Queste testate convenzionali sono già assemblate e
installate?»
«Esatto.»
«Nessun problema nel copiare quelli russi?»
«Assolutamente nessuno. Abbiamo due Raduga russi qui in fabbrica. La
riproduzione è stata facile. Abbiamo degli involucri di missili per certi
Scud e per il Nodong-1 che sono pressoché identici.»
«Non proverò nemmeno a chiederle come avete fatto a ottenere quei
Raduga», disse il generale ridacchiando.
«No. Meglio di no», replicò il comandante senza ridere. «Ma abbiamo
installato nel missile un motore prodotto in Corea. Riteniamo che sia
leggermente migliore del motore russo e di sicuro più affidabile. Funziona
con l'abituale propellente ad acido nitrico.»
Ravi annuì. Contò le casse, ne ispezionò una, si chinò e toccò il freddo
contenitore metallico.
«I moli di Nampo sono adatti a un carico pesante come questo?»
«I moli di carico di Nampo non sono secondi a nessuno al mondo»,
rispose il comandante modestamente. «Siamo esperti nel carico e nel
trasporto dei missili e delle testate. Lo facciamo da molto tempo ormai.
Mai nessun errore.»
«Ne avete fatto uno al largo della costa dello Yemen qualche anno fa»,
obiettò Ravi.
«Mai nessun errore nell'area dell'Asia nordorientale», ribatté il
comandante. «Ciò è più importante. È questo ciò che lei deve sapere.»
«Su questo ha ragione», convenne Ravi. «È la cosa più importante.»
«È soddisfatto del carico?»
«Sì. Le va bene se concludiamo ora i dettagli del pagamento?»
«Molto bene, generale. Poi possiamo mangiare qualcosa e quindi potrete
partire. Tre dei nostri autocarri viaggeranno in convoglio. Un'autobotte si
trova ora in fabbrica. Carburante più che sufficiente per portarvi fino a
Nampo.» «Gliene sono grato», disse Ravi.
Le modalità di pagamento erano state stabilite molti mesi prima:
centocinquanta milioni di dollari come anticipo, e il saldo di
trecentocinquanta milioni di dollari pagabile al completamento, franco-
fabbrica. Erano stati presi accordi con la Korea Exchange Bank di Seul, a
sud del confine, e i soldi erano stati depositati direttamente da Teheran
diverse settimane prima.
La banca di Seul avrebbe ricevuto una parola d'ordine dal generale
Rashood via telefono, fax o e-mail. Solo dopo che la North Pacific
Exchange avesse confermato ciò con la Teheran National Bank, i fondi
sarebbero stati accreditati su un conto intestato al governo nordcoreano.
Quella notte tutti erano in attesa del comunicato milionario da parte del
generale di Hamas.
Si sedette di fronte a un computer collegato in rete nell'ufficio del
comandante e batté la frase in persiano, se-panjah bash-e, che significava
più o meno «tre-e-cinquanta, tutto a posto». Pochi istanti dopo il codice fu
trasmesso ottomila chilometri più a ovest e sei ore prima in termini di fuso
orario alla Banca Melli nel centro di Teheran, proprio sulla principale via
commerciale, Kheyabun-e Ferdosi, di fronte all'ambasciata tedesca.
La risposta giunse a Seul nel giro di pochi istanti: Liberare i fondi per il
Nord. Quindi, in meno di cinque minuti, trecentocinquanta milioni di
dollari passarono di mano e il brutale terrorista di Hamas prese in
consegna le sue prime armi nucleari.
La cena con i nordcoreani superò le aspettative di Ravi. Servirono un
ottimo sinsollo, uno speciale piatto nazionale fatto con carne rossa bollita,
pesce e verdure, condito con dweonjang (pasta di fagioli) e gotchu
(peperoncino), simile sotto certi aspetti allo shabu shabu giapponese ma
più saporito e molto più salato. Quello di Ravi fu servito con pasta di
grano saraceno e frittatine. Bevvero solo acqua minerale che il generale
sperava sinceramente non provenisse dal sottosuolo nei pressi della zona
radioattiva di Kwanmo-bong.
Declinò l'offerta di un giro dei laboratori ma non poté non notare decine
di tecnici che si muovevano vestiti interamente di bianco, compresi
cappellino e guanti. Confidava nel fatto che stessero ben lontani dal
vecchio esafluoride e che i dirigenti di quell'incredibile complesso
sotterraneo avessero regole e norme di sicurezza e un ambiente sicuro per
il loro nocivo materiale grezzo.
Prima che se ne andasse, il comandante gli diede alcune informazioni:
«Ricordi, qui a Kwanmo-bong effettuiamo l'intero processo nucleare.
Arricchimento, raccolta del plutonio e raffinazione dell'U-235. Fino al
materiale adatto a scopi bellici. Giù, in fondo, a circa due chilometri da
qui, produciamo i razzi e i missili: Scud-B; Hwasong-5 a corto raggio;
Hwasong-6 a corto raggio, simile allo Scud-C; il Nodong a medio raggio;
il Taep'o-dong-1, simile all'SS-4 sovietico; l'NKSL-l/Taep'o-dong-1 a
raggio intermedio per il lancio dei satelliti; e i grossi missili balistici a
lungo raggio, Taep'o-dong-2 e NKSL-X-2/Taep'o-dong-2. Da quest'ultimo
deriviamo lo Shahab per l'Iran, simile all'SS-5 sovietico per il lancio dei
satelliti. Produciamo ciò che desidera. Missili a due o tre stadi. Grosso
carico utile. Nessun problema. Molto bello, no?»
«Eccellente», rispose il generale Rashood. «Davvero impressionante.»
Proseguirono ed entrarono nell'area di carico dei grossi autocarri. Il
comandante aveva ragione. Adesso c'erano tre grossi camion nordcoreani,
parcheggiati fra le grosse travate delle gru a ponte. Una squadra di giovani
soldati stava lavorando attorno ai veicoli, fissando nuovamente i teloni
impermeabili sopra i cassoni che erano adesso carichi dei missili da otto
metri.
Ravi notò che l'autocarro con il quale era arrivato conteneva i due flask
in acciaio inossidabile con le testate nucleari. I diciotto missili erano
impilati negli altri due, nove in ognuno; tre pile di tre, leggermente lontane
l'una dall'altra, separate da pezzi di legno e palette ma unite insieme con
bande di acciaio armonico.
Ravi considerò il peso, probabilmente diciotto tonnellate a veicolo, e
andò di nuovo a quanto aveva pensato nel lungo viaggio verso nord-est:
Fanno davvero dei buoni autocarri a Chong-qing.
I tre conduttori avviarono i motori e in convoglio si diressero all'ingresso
principale. L'intera area venne totalmente oscurata prima che le grandi
porte si ritirassero dentro la roccia. Tutti e tre i camion avevano adesso i
fari abbassati, e non si vedeva nessun'altra luce nell'assoluta oscurità di
Kwanmo-bong.
Avanzarono dritti, sotto la pioggia, dirigendosi verso i cancelli, che
erano già stati aperti. Le guardie in servizio salutarono mentre i camion
passavano oltre sulla pista diretta a sud e si allontanavano con rumore dalla
fabbrica sotterranea.
Nonostante la presenza di due testate nucleari di buona potenza
assolutamente illegali alle sue spalle, quando iniziarono il loro viaggio il
generale si sentiva piuttosto bene. Stava pianificando qualcosa di diabolico
ma la sua gente aveva una causa giusta ed era pronta a combattere e morire
per ciò in cui credeva, per il diritto di autogoverno delle antiche
popolazioni della Palestina e di altre nazioni oppresse del Medio Oriente,
attualmente obbligate a marciare al passo del tamburo americano. Quanto
ai nordcoreani essi non erano altro che dei ricattatori. Non avevano nessun
piano, nessuna lealtà, nessuna morale, nessun credo né fede, nessun
alleato. Volevano solo contante in cambio di armi, armi del peggior tipo
possibile per chiunque intendesse commettere un crimine contro l'umanità.
Il grande Allah aveva mostrato di stare dalla parte dei combattenti di
Hamas. E lo aveva dimostrato in molte occasioni. Ravi sapeva che li
avrebbe accompagnati in tutte le grandi missioni contro l'Occidente. Su
quello non aveva dubbi.
I tre autocarri rombavano e scivolavano lungo la discesa, sbandando
nelle curve dove la pista cercava di seguire il profilo della montagna. Il
fondo era sconnesso, la pendenza variabile e la pioggia non cessava mai. E
non lo avrebbe fatto per tutto il percorso fino all'incrocio in cui la pista
proibita per Kwanmo-bong si congiungeva con l'autostrada della costa
orientale.
Ma a ogni posto di controllo i cancelli erano già pronti e aperti per loro,
e non furono mai fermati dalle guardie. Non fecero altro che guidare senza
sosta, quindi svoltarono verso sud, e a quel punto la pioggia cessò quasi
all'istante. Si diressero verso la capitale Pyongyang e aggirarono la
metropoli a sud, prima d'imboccare la nuova strada veloce per il porto di
Nampo, quaranta chilometri a sud-ovest. Al generale Rashood dispiaceva
non vedere l'urbanizzazione selvaggia di Pyongyang, ma capiva che
sarebbe stato alquanto bizzarro fare una deviazione nella zona turistica
lungo il fiume Taedong con tre autocarri carichi di testate nucleari e di
missili.
Il piccolo convoglio continuò nella notte diretto alle coste del mar
Giallo. Ormai era quasi l'alba e il sole si stava aprendo la via verso
l'orizzonte. La luce del giorno sorse mentre superavano i cancelli del
cantiere di Nampo, il più grande porto sulla costa occidentale. Ravi e
Ahmed, stanchi e affamati, furono sorpresi dalle dimensioni dei moli, tutti
occupati da grandi navi portacontainer, ormeggiate fra le enormi gru a
portale. La maggior parte di esse batteva le bandiere delle nazioni dell'Asia
sudorientale e dell'Africa, ma ce n'erano tre mediorientali e una europea.
Le navi da carico non avevano problemi per entrare e uscire dal porto di
Nampo, a prescindere dalla loro stazza, dato che la costruzione delle
chiuse aveva fatto innalzare parecchio il livello dell'acqua e migliorato in
misura notevole le capacità di ormeggio.
Il convoglio di Ravi si affiancò a una nave molto più piccola, un vecchio
cargo da 500 tonnellate, di colore blu scuro, con tracce di ruggine lungo
tutto lo scafo. Il numero 81, appena visibile sotto la vernice, si notava
poco, ma il cargo vecchio di trentasei anni era in realtà una vecchia nave
ausiliaria classe ASU costruita in origine per la Marina giapponese, dotata
di diesel su due assi, che sembrava ormai ai suoi viaggi finali.
La sovrastruttura prodiera aveva un urgente bisogno di qualche mano di
pittura, così come il singolo fumaiolo. L'area poppiera era piatta e dotata di
una gru dall'aspetto robusto, che in passato aveva sollevato gli elicotteri
della Marina giapponese. C'era anche un piccolo ponte di volo, adesso
convertito quale piattaforma per i carichi su breve percorso.
Le lettere pitturate in rosso sul lato sinistro della poppa erano appena
leggibili sia in coreano sia in inglese: YONGDO. Ravi non aveva idea di
cosa significasse. A poppa batteva la bandiera nordcoreana con la grande
stella, che garriva nella brezza mattutina.
Tutto il personale del molo era militare e il generale Rashood capì che si
trovava in una zona isolata solo dopo che i tre autocarri si furono fermati
in piazzole accuratamente segnate con la vernice e dopo essere sceso dal
mezzo. Dietro di loro era stato chiuso un grande cancello in ferro. Era
evidente che non ci fosse nessuna via d'uscita e, come ovvio, nessuna di
entrata.
Il comandante della nave, il capitano di vascello Cho Joong Kun, della
Marina nordcoreana, attendeva il loro arrivo.
«Benvenuti a Nampo», disse in inglese. «Prego, salite subito a bordo.
Ho preparato la prima colazione e le cabine. Salperemo questa notte, con
la marea, attorno alle 24.00. Come sapete il viaggio durerà due giorni.»
Ravi diede un'occhiata ai gradi sulla manica dell'ufficiale, due strisce
nere su fondo dorato, con tre stelle d'argento allineate verso il basso. In
quella Marina per avere quattro stelle bisognava diventare commodoro.
«Buongiorno, comandante Cho», disse. «È un piacere vederla. Abbiamo
viaggiato tutta la notte.»
«Sì, me lo hanno detto. Potete dormire per gran parte del giorno, se lo
desiderate. Quando vi sveglierete avremo terminato il carico. La gru qui
sopra sarà pronta per noi fra circa tre ore. Ci vorrà un po' di tempo. Avete
un carico molto delicato.»
«Molto delicato», convenne Ravi. «E costoso.»

■ Lo stesso giorno, giovedì 28 maggio 2009, ore 19.00. 27° 00' N, 124°
20' E. Profondità 130 metri. Velocità 25 nodi.

Il Barracuda II navigava veloce verso nord, in ottocentotrenta metri di


oceano, ottanta miglia a nord-ovest di Okinawa, ormai libero dalla lunga
catena delle isole Ryukyu, dove finalmente terminavano gli antichi territori
del Giappone imperiale.
Si stavano avvicinando alla linea della corrente del Giappone, che
fornisce alla Cina una frontiera per il lato del mar Cinese Orientale che si
affaccia sul Pacifico. Il neopromosso ammiraglio di divisione Ben Badr
intendeva rimanere il più a lungo possibile nelle acque profonde sul lato
giapponese della corrente. Come la maggior parte dei sommergibilisti
mediorientali e orientali preferiva navigare in profondità non appena
possibile, lontano dagli occhi indiscreti dei satelliti americani.
Il fatto che un ammiraglio di divisione prestasse servizio quale
comandante era cosa strana, ma Ben nella successiva missione avrebbe
avuto a bordo un capitano di vascello e la sua autorità in quel battello era
equivalente. In ogni caso Hamas non era conservatrice circa le tradizioni
delle Marine di altre nazioni. Stava per formarne una propria.
Il Barracuda aveva mollato gli ormeggi a Zhanjiang, sede del comando
della Flotta Meridionale cinese, la sera di martedì, navigando in superficie,
sotto gli occhi degli eventuali interessati. Si era immerso poco prima dello
stretto di Luzon, che separava Taiwan dalle Filippine, e adesso si trovava
circa a metà strada del suo viaggio di duemilaquattrocento miglia verso
nord.
Si trattava del secondo dei due Barracuda che Hamas aveva acquistato in
gran segreto dalla Russia. E, se gli americani potevano avere seri sospetti
su chi fosse in realtà il proprietario, essi sapevano solamente tre cose. Uno,
la Russia non aveva ammesso di aver venduto quel particolare Barracuda a
nessuno; due, la Cina non aveva ammesso di possederlo; e, tre, nessun
altro lo aveva fatto.
Il destino del primo Barracuda, distrutto a Panama, era noto agli
americani, ma si trattava di un argomento classificato top secret e
Washington era muta quanto Beijing e Mosca.
L'ammiraglio Ben Badr era consapevole che la visione del Barracuda II
che lasciava tranquillamente Zhanjiang diretto Dio sapeva dove avrebbe di
sicuro attirato l'attenzione dei servizi d'informazione navali statunitensi. E
a Fort Meade la stessa vecchia domanda sarebbe senza dubbio riaffiorata:
«Chi diavolo è il proprietario di quel maledetto affare?»
Il Barracuda II, un sottomarino d'attacco di costruzione russa da 8000
tonnellate, lungo centosei metri, stava navigando verso la sua prima
missione. La sua destinazione iniziale era l'ultrasegreta base della Marina
cinese di Huludao, in profondità nel mar Giallo, l'oceano chiuso dove la
Cina approntava e conduceva le prove dei suoi più grandi sottomarini
lanciamissili balistici intercontinentali.
«Venire dieci gradi a dritta», ordinò il comandante. «Rotta tre-cinque-
zero. Velocità 25, profondità settanta metri.»
Il mar Giallo era notoriamente poco profondo e l'ultima parte del
viaggio, verso le acque più proibite della Cina, avrebbe dovuto essere
completato in superficie, proprio sotto i satelliti americani.
Il comandante sperava di condurre la navigazione osservato il meno
possibile, ma, in fondo, cosa importava? Un sottomarino costruito in
Russia, diretto a una base cinese, in prevalenza in acque internazionali:
nessuno era obbligato a dire nulla a Washington. Dopotutto il Pentagono
non era il padrone degli oceani del mondo. Cina e Russia avevano pieno
diritto di far muovere i loro battelli subacquei e di visitare i porti l'una
dell'altra.
L'ammiraglio Badr sorrise arcigno. Quantomeno fino a quando non
scoprono qual è la nostra destinazione finale, pensò.
In genere provava piacere nel manovrare i grandi sottomarini. Il loro
scafo in titanio, che li aveva resi così costosi in origine, aiutava nel ridurre
il rumore irradiato, ma si era rivelato molto caro da completare e i costi di
funzionamento sarebbero stati ancora maggiori.
Di fatto non aveva mai preso il mare fino a un anno prima.
Aveva compiuto un lungo, lento e monotono viaggio facendo metà del
giro del mondo, e da allora era rimasto nei cantieri della Flotta
Meridionale cinese per una lunga e completa manutenzione. Si comportava
come un battello nuovo, il suo reattore nucleare funzionava alla
perfezione, fornendo tutta la potenza necessaria e consentendogli di
rimanere sott'acqua senza emergere per mesi se fosse stato necessario.
Quando era armato il Barracuda poteva infliggere colpi terribili. Era un
battello dotato di ordigni guidati e lanciava gli ottimi missili da crociera
russi di tipo «lancia e dimentica» SS-N-21 Granat da sotto la superficie. In
quel momento il suo magazzino era vuoto, una situazione cui si sarebbe
posto rimedio non appena avesse raggiunto Huludao.
L'ammiraglio Badr, iraniano di nascita e figlio del comandante in capo
della Marina degli ayatollah a Bandar Abbas, era un esperto comandante di
sottomarini nucleari. Diresse il Barracuda II verso nord, attraversando la
linea della corrente del Giappone lungo il 30° parallelo, avanzando in
acque profonde un centinaio di metri, acque amiche, pattugliate dai suoi
compagni cinesi.
Per quanto riguardava Ben Badr, fino a quel momento la navigazione era
stata piacevole, fra colleghi che conosceva bene, e con i quali aveva
combattuto e trionfato a bordo del Barracuda I. Non vedeva l'ora che
giungessero i mesi successivi. E le parole di suo padre gli tornavano
sempre alla memoria: «Rimani in profondità il più possibile, il più
silenzioso possibile e, quando giunge il pericolo, il più lento possibile. In
quel modo le probabilità che tu venga individuato in quel grosso
sottomarino nucleare sono prossime allo zero».
Erano ormai quasi le 23.00 nel buio mar Cinese Orientale sferzato dalla
pioggia, e il Barracuda manteneva rotta tre-cinque-zero circa trecento
miglia a sud di Shanghai. Erano diretti più o meno dritti verso la splendida
isola subtropicale di Jejudo, i resti lunghi una ventina di chilometri di un
vulcano da lungo tempo inattivo, posto all'estremità sudoccidentale della
Corea del Sud.
Ben Badr intendeva lasciare quel paradiso turistico baciato dal sole, «le
Hawaii della Corea», sessanta miglia a dritta al traverso e proseguire verso
nord nel mar Giallo, dove la vita sarebbe diventata ben più tesa e rimanere
all'erta sarebbe stato di primaria importanza.
La parte meridionale del mar Giallo era una zona particolarmente
affollata. Si trattava di una vera e propria autostrada per le petroliere e le
navi da carico che giungevano dai porti occidentali dirette a Seul e all'altro
grande porto di Kunsan, e per il traffico di superpetroliere e quello
commerciale da e per Nampo. Inoltre vi era un costante traffico di
pescherecci, anch'esso dalla Corea del Sud, per non citare le navi della
Marina cinese della Flotta Orientale e di quella Settentrionale. In quelle
acque il sonar di qualsiasi comandante di sottomarino doveva essere
permanentemente in stato di massima allerta.
Adesso, mentre la campana della guardia suonava quattro rintocchi
segnalando le 24.00 a bordo del sottomarino, il cargo coreano Yongdo
stava per superare le chiuse della baia della Corea Occidentale al largo del
porto di Nampo, quattrocentoventi miglia più a nord, mentre i vecchi
diesel facevano girare i suoi assi gemellati con un brivido che avrebbe
potuto essere una protesta.
C'era un contrasto stridente con il ronzio leggero delle turbine del
Barracuda, che sospingevano velocemente il sottomarino nel mar Giallo a
soli trenta metri sotto la superficie dell'oceano battuta dalla pioggia.
Il generale Rashood e Ahmed avevano dormito per gran parte del
giorno, cenato con il comandante e il suo primo ufficiale, e si trovavano
adesso sulla plancia dello Yongdo quali ospiti d'onore. Non capitava tutti i
giorni di vendere un carico di missili e due costose testate nucleari.
Nemmeno nella Corea del Nord.
Il viaggio dello Yongdo sarebbe stato poco superiore alle quattrocento
miglia, e in qualche punto nelle distese settentrionali di quel mare proibito
sarebbe stato superato dal Barracuda il cui ormeggio a Huludao era
previsto per le prime ore di sabato sera. Ravi si chiese se lo avrebbe visto
passare vicino, dato che avrebbe navigato sicuramente in emersione. Era
buffo pensare che il suo vecchio compagno di bordo e grande amico Ben
Badr stesse percorrendo lo stesso pezzo di oceano in cui si trovavano lui e
Ahmed.
Potevano vedere ben poco nell'oscurità, ma le onde erano notevoli e ben
presto il cargo iniziò a rollare e beccheggiare. Il comandante Cho disse di
non preoccuparsi, non peggiorava mai più di così, ma ciò nonostante il
generale Rashood ebbe una breve sensazione di terrore. Sarebbe stata una
vera seccatura se il suo prezioso cargo fosse affondato. Per ovvi motivi
non era stato possibile assicurarlo a dovere, e i termini di consegna erano
franco-fabbrica. Se i missili fossero finiti sul fondo la perdita sarebbe
ricaduta sui nuovi proprietari.
Si trovavano duecentoquaranta miglia a ovest di Bo Hai Haixia - lo
stretto del mar Giallo - e lì la navigazione era molto complessa. Lo stretto
braccio di mare fra le province di Shandong a sud e il promontorio rivolto
verso il golfo di Liaodong a nord era sorvegliato dai cinesi tanto quanto la
Casa Bianca era protetta dagli americani.
Si trattava di una strettoia, nella quale vi erano due zone assolutamente
proibite alla navigazione, e dove i cinesi potevano senza problemi arrestare
un intruso. Nemmeno il più audace comandante di sottomarino avrebbe
tentato un passaggio subacqueo nel centro del canale, dove l'acqua era
profonda meno di venticinque metri.
Le carte sembravano un percorso a ostacoli: vietata la pesca, vietato
l'ancoraggio, oleodotti, acque militari. Motovedette di pattuglia l'una dopo
l'altra. Rocce, relitti, secche e onnipresenti cartelli di INGRESSO
VIETATO. Non c'era nemmeno da pensarci. I cinesi, con un programma di
costruzione di unità nucleari in pieno svolgimento sulle lontane coste
settentrionali, avevano molte cose da proteggere dall'Occidente, o per
meglio dire da nascondere.
Anche il piccolo cargo amico nordcoreano Yongdo sarebbe stato scortato
dalla Marina nelle prime ore del mattino di venerdì. E così il Barracuda,
alcune ore più tardi.
Lo Yongdo sarebbe stato il primo, alle 24.00 di giovedì, con il Barracuda
che lo avrebbe seguito in velocità, recuperando terreno ogni ora. Ancora in
immersione, in quarantasette metri d'acqua, Ben Badr sapeva che ben
presto sarebbe dovuto risalire a quota periscopica man mano che il fondo
si alzava dentro lo stretto e poi nella parte chiusa del mar Giallo.
A ogni miglio che coprivano era sempre più soddisfatto del proprio
equipaggio. Nei due anni precedenti avevano imparato tutti molte cose:
l'addestramento con i russi ad Araguba, gli interminabili corsi di fisica
nucleare, reattori nucleari, turbine, propulsione, ingegneria, elettronica,
idrologia, armi e sistemi di guida.
Al suo fianco non c'erano più dei pivelli ma dei sommergibilisti provetti.
C'era il suo numero due, il comandante in seconda, capitano di vascello Ali
Akbar Mohtaj, già ingegnere nel compartimento reattore, che aveva
comandato quel battello per metà del giro del mondo.
C'era il capitano di fregata Abbas Shafii, un altro ingegnere, specialista
nucleare, originario di Kerman, la provincia natale del generale Rashood.
Avrebbe assunto il comando della zona di controllo. C'erano l'aiutante di
bordo, il capo di seconda classe Ali Zahedi, e il capo di seconda classe
Ardeshir Tikku, che avrebbero assunto il controllo assoluto dei tre pannelli
principali dei computer nel compartimento di controllo del reattore.
A bordo vi era anche un elettronico di prim'ordine, un capitano di
corvetta di Teheran, con tre turni a bordo dei battelli diesel elettrici Kilo
iraniani; era prezioso dato che l'anno prima aveva navigato con il
comandante Mohtaj da Araguba a Zhanjiang.
Oltre alla sempre confortante presenza del generale Rashood, c'era
quella della sua euforica guardia del corpo personale Ahmed Sabah, che
dava una notevole mano nei rapporti con l'equipaggio, facendo i
complimenti in modo allegro agli uomini che lavoravano. Era come se le
sue parole provenissero direttamente dal capo militare di Hamas in
persona, e Ben Badr sapeva che servivano molto al morale della gente che
lavorava sotto stress, trascorrendo settimane intere senza poter vedere il
mondo esterno.
Quindi, ovviamente, la splendida, snella Shakira dagli occhi color
acciaio, la moglie del generale, sorella di Ahmed, uno degli elementi di
maggior fiducia dell'intera Hamas; la combattente per la libertà palestinese
che aveva salvato la vita al maggiore Ray Kerman quando questi era
rimasto intrappolato senza speranza nella mortale sparatoria di Hebron.
In cambio il generale Rashood aveva lasciato mano libera al talento di
sua moglie, incoraggiandola a sviluppare la propria qualità principale, la
raccolta e l'ordinamento di una grandissima quantità di dettagli, in
particolare nel settore delle mappe, delle carte e della topologia. Secondo
Ravi nessuno poteva tracciare un piano con maggiori dettagli di Shakira,
specie per la navigazione dei missili da crociera. Alla fine aveva ceduto
alle sue richieste di poter prestare servizio a bordo di un sottomarino. E si
era trattato di una decisione saggia.
Quella splendida donna araba dai capelli neri, adesso ventisettenne,
aveva un cervello che assomigliava a una trappola per orsi. E il suo lavoro
a bordo del Barracuda I nel campo della programmazione dei missili era
stato ineccepibile. Al punto che Ravi aveva quasi dimenticato il suo
riassunto finale prima che lui le permettesse di diventare la prima donna in
assoluto che prestava servizio su un sottomarino: «O andiamo entrambi, o
non ci va nessuno. Non morirai senza di me...»
Adesso li aspettava nel porto di Huludao, e l'ammiraglio Badr non
vedeva l'ora di incontrarla, anche se forse non con la stessa intensità del
grande cliente dei nordcoreani, che condivideva la plancia con Ahmed
Sabah in un silenzio amichevole, osservando le acque infinite del mar
Giallo, un paio di centinaia di miglia più a nord.
Per entrambe le unità il viaggio trascorse senza incidenti. Scortate
attraverso lo stretto, nessuna dovette colpire e nemmeno schivare nessun
ostacolo. Il Barracuda ormeggiò attorno alle 19.00 di sabato sera. Lo
Yongdo giunse dodici ore più tardi, la domenica mattina.
I doganieri cinesi, tutti con l'uniforme della Marina, salirono a bordo
prima che qualcuno potesse lasciare la nave. Insistettero per ispezionare
almeno due dei nuovi missili e identificarli sulla base dei documenti forniti
dal loro proprietario, il generale Rashood.
Furono sbullonate due casse, una delle quali contenente il missile che
avrebbe portato una delle testate nucleari sigillate nei flask in acciaio
inossidabile luccicante, fissate a prua del ponte del cargo.
Il generale Rashood sapeva che stavano osservando uno dei due missili
da crociera nucleari, perché poteva vedere il codice a poppa, in inglese,
che mostrava trattarsi di un'arma Mark 2 che era possibile lanciare da un
sottomarino, costruita appositamente per un certo genere di vascello.
Il missile era stato battezzato da Shakira in onore dell'antica lama
ricurva dei musulmani: la sciabola, forgiata a Damasco, usata da Saladino
in persona, quando affrontò i cristiani di Riccardo Cuor di Leone alle porte
di Gerusalemme nel XII secolo.
Il nome era chiaro, dipinto su richiesta di Shakira con caratteri in oro. Si
stagliavano contro la curva grigio scuro dell'involucro del missile:
SCIMITAR SL-2.

3
■ Giovedì 4 giugno 2009, ore 11.30. National Security Agency. Fort
Meade, Maryland.

Sembrava che l'ufficio del capitano di corvetta fosse stato messo a


soqquadro. I fogli di carta ricoprivano ogni centimetro quadrato della
superficie: sulla scrivania, sul «tavolo di ricerca», nei pressi della
stampante, sulla stampante stessa e su tutto il pavimento. C'erano
voluminose pile, piccoli mucchi e fogli singoli. C'era carta colorata e
normale. Parte del materiale era nei raccoglitori, altro era tenuto insieme
da un elastico. Alcuni documenti recavano scritto SEGRETO, altri TOP
SECRET, altri ancora CLASSIFICATO, altri infine RISERVATO.
L'ultima pila era quella più grossa.
Tuttavia, contrariamente alla prima impressione, il posto non era stato
messo sottosopra da un incurante curioso, era soltanto lo stile di
Ramshawe. Tutti gli uffici che aveva occupato avevano avuto lo stesso
aspetto. Il suo capo, il direttore nazionale per la sicurezza,
contrammiraglio George Morris, lo attribuiva a una mente attiva.
Ramshawe operava di solito su circa diciassette fronti diversi.
Maledettamente efficiente. «Cerco», aveva detto una volta, «di stare dietro
alle cose più importanti, oltre a qualcun'altra che potrebbe diventarlo.»
In quel preciso istante stava seguendo una faccenda molto significativa e
un'altra, che aveva messo da parte. Quella «molto significativa» doveva
essere trattata quel giorno, dato che coinvolgeva un sottomarino nucleare.
La busta messa da parte doveva essere trattata il giorno precedente, dal
momento che era appena giunta dall'ammiraglio Arnold Morgan.
Il solo nome dell'ormai pensionato consigliere per la sicurezza nazionale
era ancora in grado di generare brividi a tutto il complesso di Fort Meade.
Jimmy Ramshawe aveva appena aperto la busta con un coltello da
caccia dalla lama larga con l'impugnatura ricoperta in pelle di canguro.
Nella busta esterna c'era una cartelletta anonima con sei fotografie in
bianco e nero 24x30. Allegato c'era un breve appunto dell'ammiraglio:
Quattro arabi fotografati in cima a un vulcano alle isole Canarie. Quando
hai un momento cerca di identificarli. Ritengo possa essere utile. AM.
Jimmy studiò le immagini. In ogni inquadratura c'erano quattro uomini.
Le foto erano state scattate in cima a una scogliera sullo sfondo
dell'oceano. Tre degli individui si distinguevano bene, uno con maggiore
difficoltà. Ma anche la quarta figura era bene a fuoco e mostrava l'uomo
perfettamente di profilo, ripreso in differenti scatti da entrambi i lati.
L'ultima foto era stata ripresa alle sue ore sette o, come avrebbe detto
l'ammiraglio, «proprio al suo giardinetto di sinistra».
Se la richiesta fosse giunta da una persona qualsiasi, Jimmy Ramshawe
l'avrebbe relegata nella zona più oscura di tutte le cose accantonate. Ma le
richieste dell'ammiraglio Morgan, anche se rare, non rappresentavano una
richiesta. Erano un ordine.
Jimmy prese la busta e si diresse verso l'ufficio del suo superiore diretto,
contrammiraglio Morris, che vi si trovava da solo seduto alla scrivania
intento a leggere uno degli infiniti mucchi di rapporti dal campo.
«'Giorno, capo», disse il capitano di corvetta. «Ho appena ricevuto una
busta dal Grand'Uomo; nel caso desiderasse vederla...»
L'ammiraglio Morris si mise subito in allarme. «Di cos'ha bisogno?»
chiese, mentre estraeva già le immagini dalla cartelletta. «Solo
dell'impossibile», rispose Jimmy. «Pregasi identificare quattro arabi su una
popolazione di oltre un miliardo di loro correligionari sparsi in diciannove
Paesi di origine, più altri cinquecento milioni che vivono in altre nazioni.»
«Mmm», disse l'ammiraglio. «Ritengo che pensi si tratti di gente
importante, o quantomeno un paio di loro. Non ci chiederebbe di
identificare un gruppo di cammellieri, non credi?» George Morris studiò
per qualche istante le immagini, quindi assentì. «Bene, sono foto di buona
qualità, il che significa che Arnie non le ha scattate di persona. Con una
macchina fotografica moderna avrebbe un'esposizione di circa cinque
secondi e mezzo... Bene. Queste saranno state scattate da Harry. Ti ricordi
quelle della festa per il saluto dell'ammiraglio?»
«Sì. Non potrei dimenticarle. Ce n'era una che ha fatto dire a Jane che
sembravo un maledetto vagabondo, capelli appiccicaticci, camicia fuori
dai calzoni, con una pinta di Foster, mentre chiedevo alla signora Morgan
di concedermi un ballo.»
«Sì. L'ho vista. E qui ci sono altri quattro tizi che hanno l'aria di non
voler essere fotografati. Di nuovo perfettamente a fuoco. Più distinti di te,
ovvio, ma molto ben a fuoco.»
Ridacchiarono entrambi. Ma l'ammiraglio Morris non stava prendendo
la faccenda alla leggera. «Okay, Jimmy. Fanne fare delle copie. Diciamo
cinquanta. Quindi scrivi un appunto e inviale per posta normale a chi
potrebbe darci qualche risposta.»
«Per esempio?» chiese il capitano di corvetta Ramshawe.
«Be', potremmo iniziare con le nostre ambasciate in Iran, Iraq, Siria,
Egitto, tutti gli Emirati Arabi, Arabia Saudita, Giordania, Libano, Israele.
Poi diremo al Pentagono di farne altre copie e di inviarle ai nostri
comandanti in tutte le basi militari e navali in Medio Oriente. Metteremo
al lavoro l'FBI e la CIA. Poi chiederemo ai britannici, MI5, MI6, Scotland
Yard...»
«Cristo, signore, è un bel po' di lavoro.»
«Fortunatamente siamo assistiti da una squadra molto numerosa. Ti
suggerisco di evitare di mettere qualsiasi cosa in rete. Niente Internet,
niente computer né posta elettronica, se non le linee interne criptate.
Dopotutto le fotografie sono state scattate da un privato cittadino. E non
c'è nessuna sensazione di urgenza. La luna di miele di Arnold risale a
cinque mesi fa. Ci ha messo tanto tempo a spedirle. Ma, se il Grand'Uomo
desidera che si faccia una verifica, noi gliela concederemo. Al meglio che
possiamo.»
«Bene, signore. Me ne occuperò immediatamente.» E Jimmy Ramshawe
si ritirò nella sua stanza piena di carta mormorando: «Un dannato privato
cittadino. Fa qualche foto durante le vacanze, le infila nella posta, e metà
del mondo va in caduta libera».
Si aprì la strada attraverso i mucchi di carta e studiò di nuovo le
fotografie con il suo stile. Bene, sono state scattate in cima a un vulcano,
ma non lo si vede... si può vedere solamente la cima di quella collina...
molto alta... proprio lungo la costa delle isole Canarie... quindi il vulcano
si deve trovare dietro il fotografo... mi chiedo che aspetto abbia... penso
sia inattivo... non ci starebbero attorno, non se il bastardo stesse
vomitando magma in tutta la zona... Non sapevo nemmeno ci fossero dei
vulcani nelle Canarie.
Ma non aveva tempo per fantasticherie. Chiamò qualcuno perché facesse
le copie e qualcun altro perché compilasse una lista di tutte le ambasciate
statunitensi in Medio Oriente. Chiamò il capitano Scott Wade dell'Esercito
alla divisione informazioni militari e gli chiese come poter far circolare le
fotografie nelle basi statunitensi del Medio Oriente. Quindi chiamò il
tenente di vascello Jim Perry e gli chiese di avviare l'intera operazione.
Buttò giù lui stesso la lettera di richiesta, la inviò per posta elettronica a
Jim e gli disse di scaricarla, stamparla e distribuirla, unitamente alle foto,
non appena esse fossero state pronte il mattino seguente. Quindi rivolse la
propria attenzione a qualcosa che riteneva davvero importante.
C'era una fresca immagine satellitare del National Surveillance Office
relativa a un sottomarino nucleare Barracuda di costruzione russa, che
navigava verso nord nel mar Giallo, presumibilmente in direzione della
base navale cinese di Huludao, dal momento che all'estremità chiusa del
mar Giallo non c'era molto altro che potesse interessare qualcuno.
Aveva anche una foto di tre giorni prima in cui si vedeva il Barracuda
superare la diga foranea al largo della base di Zhanjiang, il comando della
Flotta Meridionale cinese.
Il satellite aveva scattato due foto del sottomarino, la seconda a circa
venticinque miglia dalla base, poco prima che s'immergesse. Le istantanee
successive di quel tratto di oceano non mostravano assolutamente nulla, e
Jimmy si era chiesto dove diavolo fosse diretto quel battello.
Esisteva solo un Barracuda operativo in tutto il mondo, e la nuova
immagine del sottomarino in emersione diretto a nord significava che
quello nel mar Giallo era lo stesso che aveva lasciato Zhanjiang quattro
giorni prima.
Jimmy continuava a non sapere di chi fosse. I russi non ammettevano di
averlo venduto ai cinesi, e i cinesi avevano semplicemente rifiutato di
rivelare a una potenza occidentale qualsiasi informazione circa la loro
flotta sottomarina, nemmeno agli USA, al cui denaro tanto ambivano.
Era quindi improbabile avere una risposta definitiva. Jimmy Ramshawe
intendeva scrivere un breve appunto e tenere d'occhio da vicino quelle foto
dell'Asia nordorientale, pronto per il momento in cui il Barracuda sarebbe
nuovamente salpato per Dio solo sapeva dove.
Ripensò ancora una volta al mistero del Barracuda. Perché diavolo quel
dannato affare stava andando a Huludao... Quella è la loro base
missilistica nucleare, dove hanno costruito i loro due sovradimensionati e
praticamente inutili battelli ICBM classe Xia. Mi fanno impazzire. Il
'Cuda è troppo piccolo per un ICBM. Forse questa volta i russi lo stanno
davvero vendendo.
Ma che senso ha, avrebbero potuto benissimo venderlo a Zhanjiang.
Perché farlo navigare verso nord per altre duemilacinquecento miglia?
Cosa c'è a Huludao di cui il Barracuda possa avere bisogno?... Forse
assistenza specializzata per il suo reattore nucleare... forse, e ancor più
probabilmente, missili. I cinesi producono missili da crociera, lassù... non
lo so... sarà meglio che lo osservi bene quando lascerà il porto...
Scorse di nuovo le fotografie, estraendo un ingrandimento di Huludao e
dei suoi moli. Era un luogo affollato, pieno di navi da carico, in uno scalo
marittimo progettato per gestire oltre un milione di tonnellate di merci
l'anno. Il posto brulicava di petroliere e di navi da carico mercantili.
Seguì l'attività della base di Huludao per i due giorni successivi, grato
all'NSO per le chiare fotografie del Barracuda che vi arrivava e si dirigeva
direttamente verso un molo coperto.
La serie successiva di stampe mostrava l'insolita immagine di un cargo
civile, con un lungo ponte merci piatto, ormeggiato proprio ai moli dei
sottomarini. Probabilmente porta pezzi di ricambio, pensò, non sapendo
che il letale carico illegale dello Yongdo era stato scaricato in un altro
molo coperto due ore prima del passaggio del satellite.
Spedì una richiesta, di pura routine, alla CIA affinché identificasse
quell'unità, ma non ebbe molta fortuna. Langley disse che si trattava di una
nave piuttosto datata, forse appartenente in origine alla Marina giapponese
ma poi convertita, come numerosissime unità in Estremo Oriente, a cargo
mercantile. Non erano certi dell'identità dell'armatore, ma ritenevano che
fosse ancora giapponese, oppure, addirittura, nordcoreano.
Probabilmente trasporta un paio di fottute bombe atomiche da spedire
poi agli arabi, pensò con ironia. Niente di serio. Solo la fine di questo
maledetto mondo.
Trascorse un'altra settimana senza che accadesse nulla. Da allora del
Barracuda nessuna traccia, e nessuno era riuscito a identificare il cargo di
costruzione giapponese ormeggiato ai moli dei sottomarini di Huludao.
Quindi accadde qualcosa di affascinante. L'ambasciatore degli Stati Uniti a
Dubai, che aveva prestato servizio in precedenza presso l'ambasciata di
Teheran, inviò un appunto dicendo che aveva riconosciuto due dei quattro
uomini delle fotografie dell'ammiraglio Morgan.
Sua eccellenza Mark Vollmer, diplomatico di carriera originario di
Marblehead, Massachusetts, ne era assolutamente certo. Il suo appunto
recitava: Durante il mio soggiorno in Iran ho seguito in prima persona le
pratiche di concessione del visto a due illustrissimi professori del
dipartimento di fisica della terra dell'università di Teheran. Uno di essi si
chiamava Fatahi Mohammed Reza, e l'altro era Hatami Jamshid,
entrambi originari di Teheran.
L'ambasciatore Vollmer si ricordava che avevano entrambi seguito un
corso post laurea di un anno presso la University of California a Santa
Cruz. Entrambi gli uomini erano specialisti in vulcanologia e nelle
conseguenti frane che potevano devastare le zone vicine dopo l'eruzione.
Aveva segnato con cura sulle fotografie quali fossero i due professori.
Jimmy Ramshawe ritenne dal linguaggio del corpo che il professor Hatami
fosse il più importante dei due, mentre l'aspetto serio e aggrottato del
professor Fatahi suggeriva che fosse anch'egli un esperto in quel campo.
Una telefonata dell'ambasciatore Vollmer all'università di Teheran
confermò che erano entrambi ritornati in Iran, erano membri della facoltà e
insegnavano al dipartimento di fisica della terra. Abitavano tutti e due a
Teheran e viaggiavano sovente, osservando e ricercando il comportamento
delle forze sotterranee che di tanto in tanto mutano l'aspetto del pianeta.
«Uau», disse Jimmy. «Quel Vollmer dovrebbe lavorare qui, non
gironzolare in mezzo al deserto con una banda di nomadi.»
Era sia sollevato sia sorpreso dal fatto che la questione si fosse chiarita
così facilmente, e con un certo senso di orgoglio preparò un appunto per il
Grand'Uomo.
Il suo messaggio di posta elettronica terminava con un'infiorettatura: Un
paio di professori di vulcanologia che si occupano della loro materia...
così finisce il mistero degli arabi in cima alla montagna.

Kathy aprì la posta elettronica, come faceva sempre. Il suo neomarito


minacciava ogni volta di gettare il costoso computer portatile nel Potomac
(«È così maledettamente lento»).
Arnold lesse l'appunto con grande interesse e ringraziò Jimmy,
chiedendogli di tenere d'occhio da vicino qualsiasi eventuale informazione
sulle due figure anonime delle immagini riprese da Harry in cima alla
scogliera.
«Tipico dell'ammiraglio Arnie», riferì Jimmy al contrammiraglio Morris
più tardi nel corso della giornata. «Trionfa dieci milioni a uno ma vuole
saperne ancora di più. Uno penserebbe che i due professori siano più che
sufficienti. Che la cosa sia sistemata. Semplicemente quattro vulcanologi
che stanno dando un'attenta occhiata al loro oggetto di studio.»
«Lo conosci bene quanto me», replicò George. «Non è colpa sua. È il
suo cervello. Quel maledetto non riesce a rilassarsi se le domande cui dare
risposta non sono esaurite. E desidera sapere chi sono quegli altri due tizi...
non riesce a farne a meno.»
«Ce la farà», disse Jimmy.
Parole davvero profetiche.
Quattro giorni più tardi giunse sulla scrivania del capitano di corvetta
Ramshawe un messaggio criptato della CIA. Il suo appunto elettronico
aveva fatto il giro del mondo. L'MI5 di Londra ha inoltrato la sua
richiesta datata 4 giugno alle forze speciali dell'Esercito britannico. Il
colonnello Russell Makin, comandante del 22° SAS, sostiene che l'uomo
all'estrema destra, quello che non guarda la macchina fotografica, è il
maggiore Ray Kerman, in forza al SAS ma dato per scomparso diversi
anni fa. Quattro altri ufficiali del SAS confermano. Il signore e la signora
Kerman verranno a Stirling Lines domani. Pregasi inviare al più presto
data, ora e luogo delle fotografie.
Il capitano di corvetta Ramshawe non stava quasi nella pelle.
Percorse rapidamente il corridoio, bussò ed entrò nell'ufficio del
contrammiraglio George Morris. La stanza era vuota, quindi corse di
nuovo fuori e trovò la segretaria dell'ammiraglio.
«È in giro da qualche parte, signore. Vuole che la faccia chiamare?»
«Gli dica di venire nel mio ufficio. Ho qualcosa che gli farà diventare le
palle delle dimensioni di quelle di una lepre americana...» James
Ramshawe non riusciva a contenere la propria eccitazione, figuriamoci il
suo linguaggio.
Dieci minuti più tardi George Morris si fece largo fra i mucchi di carta
sul pavimento, si sedette e lesse l'appunto.
Annuì con fare compito. «Bene, Jimmy, abbiamo appena provato ciò
che già sapevamo. Primo, il maggiore Kerman era davvero vivo cinque
mesi fa e, secondo, ignoriamo tutti a nostro rischio l'istinto di Arnold
Morgan. Sono certo che avrai considerato il fatto che è stato lui a
sospettare per primo qualcosa di quei tizi, è stato lui a farli fotografare ed è
stato lui a suggerirci di scoprire di chi si trattasse.»
«È così, signore. È esattamente ciò che ho fatto negli ultimi quindici
minuti.»
«Non glielo hai ancora detto?» «No, signore.»
«Bene, non farlo. Lo chiamerò io e gli proporrò che tu e io facciamo un
salto da lui a parlare di questo in serata. Con un po' di fortuna Kathy ci
chiederà di rimanere a cena.»
«Sono d'accordo su tutto, signore. Ritengo che una chiacchierata con
l'ammiraglio in questo momento sarebbe un'ottima cosa. Potrebbe tirare
fuori qualcos'altro.»
«Nel frattempo trova tutto ciò che riesci su quei due professori. Se
stanno lavorando con il maggiore Kerman ci deve essere sotto una
congiura. E se c'è di mezzo lui deve essere importante. E sai bene che è
probabile che Arnie faccia un mucchio di domande.»
«Okay, signore. Mi metto subito al lavoro.» Per le quattro ore successive
navigò incessantemente in Internet, iniziando dalla University of
California. Scoprì un importante dipartimento di geofisica e, con sua
sorpresa, un'area speciale tutta dedicata al fenomeno su cui aveva discusso
con il futuro suocero pochi mesi prima. Gli tsunami. Vi erano numerosi
modelli digitali universalmente noti di grandi tsunami del passato generati
da attività vulcanica, e diverse ricerche molto approfondite su quelli che si
sarebbero potuti verificare in futuro.
Molti di essi indicavano punti caldi nel Pacifico meridionale, specie
attorno alle isole Hawaii. Cosa assai interessante, un'intera sezione trattava
di quella che sarebbe potuta essere potenzialmente una delle più grandi
frane dell'intera storia del mondo: l'estremità sudoccidentale dell'isola di
La Palma nelle Canarie. Uno dei più prestigiosi professori statunitensi
aveva pubblicato uno studio in cui affermava chiaramente che, a causa
delle dimensioni e della forma del fianco instabile del Cumbre Vieja, le
onde avrebbero mantenuto con ogni probabilità una percentuale
significativa della loro energia mentre si allontanavano dalle Canarie,
dirigendosi verso gli USA, l'Europa e il Brasile settentrionale. La frana
avrebbe prodotto inizialmente una cupola d'acqua con un'altezza iniziale di
circa un chilometro e lo tsunami si sarebbe diretto a ovest ad alta velocità -
quanto un aereo di linea a reazione -, quindi le onde avrebbero rallentato e
si sarebbero accumulate, incrementando la propria altezza mentre
giungevano sui bassi fondali. Considerando la presenza provata di grossi
macigni sottomarini e di altri depositi al largo della costa delle Bahamas,
generati dall'ultimo tsunami che si era sviluppato dalle Canarie alcune
migliaia di anni prima, quelle onde sarebbero state alte circa cinquanta
metri.
La conclusione irrevocabile di quel modello computerizzato,
perfezionato nel corso di anni di studio, era la stessa che Arnold Morgan
aveva descritto a Kathy: da sei a nove ore dopo la frana iniziale di La
Palma, il crollo del Cumbre Vieja avrebbe provocato la devastazione della
costa orientale degli Stati Uniti.
Il sito web forniva degli splendidi grafici, che si riferivano in particolare
all'altezza delle onde, con fasce rosse, blu e punteggiatura gialla. Jimmy
Ramshawe aveva gli occhi sgranati.
«Cinquanta metri», sospirò. «Cristo, non rimarrà in piedi nessuna città
della costa da Boston a Miami. Non c'è da meravigliarsi di cosa cercassero
i maledetti arabi. Ma non so cosa ci facesse il maggiore Kerman... a meno
che non stia pianificando di spazzare via metà degli USA in un colpo
solo...» Ma poi si ricompose. «No, non può farlo... colpire una centrale
elettrica o una raffineria e disintegrarle poteva avere un senso... ma questa
faccenda è diversa. Qui si tratta della gigantesca potenza proveniente dal
cuore stesso della terra. Qui si tratta di Dio, e Cristo solo sa cosa. Questa è
una potenza superiore a quanto la razza umana abbia mai visto. Qui si sta
parlando del pugno dell'Onnipotente, non di un branco di terroristi del
cazzo... O almeno credo.»
A parte le sue scoperte sul sito web della University of California
c'erano pochi dati sui due professori iraniani, e nulla circa il maggiore
Kerman, che non si vedeva in Occidente fin dalla sua «diserzione» di
cinque anni prima. C'erano alcune dichiarazioni riluttanti del ministero
della Difesa di Londra, ma nulla che facesse luce su dove si trovava e di
certo nemmeno su quali fossero le sue future intenzioni.
La signora Kathy Morgan si comportò esattamente come l'ammiraglio
Morris aveva sperato e li invitò entrambi a cena nella loro casa di Chevy
Chase. I due uomini aspettavano con ansia il momento, dato che nessuno
di loro vedeva il Grand'Uomo da parecchi mesi.
Giunsero alle 20.00 nella residenza piuttosto grandiosa dei Morgan, che
aveva fatto parte degli accordi di divorzio di Kathy. L'ammiraglio venne
alla porta d'ingresso e li accolse molto calorosamente, invitandoli a entrare
e annunciando che avrebbe cucinato di persona la cena, fuori sul barbecue.
Avrebbe versato da bere e poi avrebbero potuto sganciare su di lui la
bomba che George Morris gli aveva promesso durante il pomeriggio. Tutti
e tre presero uno scotch con soda e ghiaccio, e uscirono nella calda notte
estiva per il primo punto saliente della serata.
«Okay, Arnie», esordì il contrammiraglio. «Preparati per lo shock. Il
tizio sulla destra della tua fotografia, quello che Harry non ha mai ripreso
di fronte, è il maggiore Ray Kerman, già del SAS britannico. Cosa ne
dici?»
«Mi stai prendendo in giro?» disse Arnold. «Quel piccolo bastardo si
trovava a meno di dieci metri da me su quella dannata scogliera...
Maledizione, se lo avessi saputo lo avrei ucciso con le mie mani!»
«Se avesse saputo chi era lei l'avrebbe forse uccisa per primo», osservò
Jimmy ridendo, senza sapere quanto le sue parole fossero vicine alla
verità. Quindi spiegò a Morgan come avevano avuto conferma
dell'identificazione del terrorista più ricercato del mondo.
«Questo, George, è davvero qualcosa di importante», riprese
l'ammiraglio Morgan. «Ma la cosa ancora più importante è cosa diavolo ci
facesse in cima al vulcano insieme con quegli arabi.»
«Be', penso proprio che sia questo il problema», rispose George. «E la
cosa è molto difficile perché non c'è nessuna traccia che questi uomini
siano di fatto dei fondamentalisti islamici... sono accademici la cui vita è
studiare i vulcani.»
«Se dovessi dire la mia», intervenne Jimmy, «la questione è: perché La
Palma? Fra tutti i vulcani del mondo, perché il più crudele dei capi
terroristi dell'universo ha un maledetto incontro con un paio di scienziati
sui pendii del vulcano potenzialmente più pericoloso della terra?»
Arnold Morgan fece una smorfia divertita. «Come fai a saperlo?»
«Oh, sono diventato un esperto di vulcani attorno alle 17.00 di oggi... ho
verificato il vecchio Cumbre Vieja in rete... sul sito web della University
of California. È in quell'istituto di Santa Cruz che i due professori iraniani
hanno seguito un corso post laurea.»
«Maledetta Internet», disse Arnie. «Ho dovuto viaggiare e arrivare
dall'altra parte del mondo spendendo un mucchio di soldi per imparare
qualcosa sulla catena di La Palma. E tu hai saputo le stesse cose in circa
cinque minuti spendendo più o meno cinque dollari...»
«Cinque centesimi», precisò Jimmy. «Carta da stampa non compresa.»
Proprio in quel momento Kathy uscì dalla casa con un grosso piatto di
portata sul quale si trovavano quattro bistecche di controfiletto newyorkese
da mezzo chilo l'una, frollate e preparate.
«Ciao, George», disse, passando il piatto a suo marito. «Jimmy...
saranno abbastanza?»
«Oh, buonasera, signora Morgan», rispose il capitano di corvetta. «Direi
che andranno benissimo.»
Kathy, come sempre, era assolutamente stupefacente. I capelli rossi
erano sciolti, tagliati alle spalle, e il trucco si limitava al rossetto e a poco
altro. Indossava una camicetta di seta rosso rubino con calzoni bianchi. Al
collo aveva un ciondolo con due delfini in oro, stilizzati come nella pittura
greca, ma che era in realtà un distintivo adattato della divisione
sottomarina della Marina degli Stati Uniti.
Arnold infilzò le bistecche con una lunga forchetta e le mise sulla
griglia, provocando quattro forti e incoraggianti sfrigolii: l'inno nazionale
del suo Stato di origine, il Texas.
«Avanti, cagnolini», borbottò il vecchio comandante di sottomarini,
manovrando le bistecche in posizione a prua, poppa, sinistra e dritta. Evitò
di chiudere il coperchio, mantenendo alto il gas della griglia. «È così che si
cuociono, ragazzo», disse a Jimmy. «Proprio come mi ha insegnato mio
papà. Tanto calore, occhio attento e riflessi pronti. È quello che ci vuole
per una bistecca alla griglia.»
«E nella vita», ribatté Jimmy, ridacchiando. «Gira la schiena e rischi di
rimanere bruciato.»
«Speriamo non da un maledetto vulcano», disse Arnold. «Mi sto proprio
chiedendo cos'abbiamo in mente quei bastardi là.»
«Magari nulla», intervenne George Morris. «Magari quel Kerman è solo
interessato alla materia. Magari ha fatto un viaggio sul terreno con i due
professori. Magari sta facendo il giro dei vulcani del mondo.»
«Non credo», replicò Arnold, in modo assai prevedibile. «La gente di
quel genere non ha hobby. Sono fanatici, trascorrono ogni ora di ogni
giorno, quando non dormono, secondo il loro programma. Non mi fido di
quei bastardi... specie di quel Kerman... Voglio dire che, se ha fatto solo la
metà di ciò che pensiamo abbia fatto, sta raggiungendo Attila e gli unni ed
è di gran lunga peggiore del colonnello Gheddafi.»
«Questo pomeriggio stavo considerando il problema del Cumbre Vieja»,
disse Jimmy. «Non esiste un'esplosione al mondo abbastanza forte da far
cadere un blocco di montagna da quattro milioni di metri cubi
nell'oceano.»
«Lo so, Jimmy», replicò l'ammiraglio. «Ma non è l'eruzione del vulcano
a fare da catalizzatore. È la risalita del magma in superficie, che scalda i
laghi sotterranei e provoca un'enorme esplosione di vapore.»
«Ho visto una vecchia foto della caldaia di una locomotiva esplosa. Ha
distrutto l'intera stazione, e si trattava di un grosso terminale ferroviario.
Ma ci vorrebbe di certo una forza incredibile per innescare questo tipo di
reazione a catena, vero?» rifletté Jimmy. «Un professore ha detto che
fortunatamente l'intero scenario dovrebbe essere un atto di Dio, e
l'Altissimo non ha fatto nulla di questo genere da molti secoli.»
«Spero abbia ragione», digrignò Arnold, girando le bistecche con abilità.
«Solo che non mi fido di nessun arabo né di quella maledetta montagna,
tutto qui. Stanno per combinare qualcosa. Stanno sempre per combinare
qualche fottuta cosa.» Sorseggiarono amichevolmente i loro drink, ma
quella notte d'estate era carica di tensione. George Morris sapeva che
Arnold non era contento del fatto che il superterrorista Ray Kerman
fraternizzasse con quei vulcanologi. E la mente di Arnold girava a ruota
libera analizzando il problema, chiedendosi cosa fare e cosa potesse
riservare il futuro.
L'ammiraglio aveva lasciato la Casa Bianca e, in pratica, era un civile.
Le ansie e le preoccupazioni derivanti dalla sua vecchia carica sarebbero
dovute appartenere al passato. Lui e sua moglie meritavano di
programmare le proprie vacanze, i propri viaggi e le visite agli amici. E lo
facevano. Ma Arnold Morgan aveva sempre trattato i problemi degli Stati
Uniti come se fossero i propri, ed era una vecchia abitudine, difficile da
infrangere.
Anche Kathy era tranquilla. Odiava quando suo marito si comportava
come se fosse ancora il consigliere per la sicurezza nazionale del
presidente. Ma sapeva che nulla avrebbe cambiato più di tanto le cose.
Quindi sperava semplicemente che passasse il cattivo umore. Cercò allora
di distrarlo, chiedendogli in modo premuroso se il vino che stavano
servendo fosse abbastanza vicino alla temperatura ambiente.
Era una domanda che funzionava quasi sempre. L'ammiraglio corse in
casa ad assaggiare il corposo Pomerol del 1998, Chàteau de Valois, e
qualche istante dopo sembrava aver dimenticato il maggiore Kerman e
illustrava ai suoi ospiti il superbo rosso Bordeaux che si accingevano a
bere.
«Riva destra del 1998, eh, Jimmy», disse Arnold.
«E cioè?» domandò il capitano di corvetta.
«Il 1998 è stato un ottimo anno per il Bordeaux, ma era affidabile
solamente su un lato dell'estuario della Gironda.»
«Dove sarebbe?»
«Oh, dove i fiumi Gironda e Dordogna sgorgano nel golfo di Biscaglia
nella Francia occidentale, e sul lato sinistro di quell'estuario c'è gran parte
dei migliori Chàteaux di Francia. Sull'altra riva ci sono altri grandi vigneti
di Bordeaux, St-Emilion e Pomerol. Nel 1998 piovve molto, proprio poco
prima della vendemmia: la pioggia scese dai Pirenei, cadde sulle rive sulla
sinistra dell'estuario e inzuppò il Médoc. Ma non si sa come risparmiò St-
Emilion e Pomerol, che ebbero una vendemmia fantastica. Ne ho aperto un
paio di bottiglie per questa sera. In seguito alla chiamata di George ho
provato a chiedere al tuo futuro suocero di unirsi a noi, ma credo che tutta
la famiglia sia fuori città.»
«Sì, sono con i miei a New York. È un peccato che John non sia qui...
sarebbe stato felice di assaggiare il vino.» Jimmy s'interruppe per un
istante. Poteva immaginare la mente di Arnold che girava a tutta velocità.
«Signore, non so quando ha letto qualcosa sull'argomento l'ultima volta,
ma questo pomeriggio ho fatto un tentativo riuscito. So che gli scienziati
hanno formulato tremende premonizioni circa La Palma, ma, in tutta
onestà, la maggior parte di loro ritiene che il big bang sia lontano ancora
centomila anni...»
«Così sembra», convenne l'ammiraglio Morgan. «Ma preferirei
maledettamente che Ray Kerman fosse morto.»

■ Lunedì 6 luglio 2009, ore 5.00 (locali). Molo dei sottomarini.


Huludao.

Dopo un mese nel grande bacino di carenaggio nella base navale cinese,
l'intero carico di missili nordcoreani del Barracuda era in perfetto ordine.
Gli ingegneri elettronici cinesi avevano testato i sistemi di ogni missile e
installato le testate nucleari su due di essi.
Il «cervello» di guida e di navigazione nell'ogiva del più mortale dei
missili da crociera Danmo-gang era stato testato e verificato più volte.
Sarebbe uscito dall'acqua e quindi avrebbe seguito la rotta tracciata e
programmata dal capitano di corvetta Shakira Rashood.
Tutti e diciotto i missili erano stati caricati correttamente nel magazzino
del Barracuda II. Adesso per quel lavoro i cinesi avrebbero presentato un
conto spropositato alla Marina iraniana, in qualità di intermediaria e non di
proprietaria: otto milioni di dollari USA. Nessuno aveva mai sostenuto che
i cinesi non sapessero concludere affari. Ovviamente in quella parte del
mondo la loro esperienza non aveva prezzo. E i loro scrupoli erano scarsi.
Lo Scimitar SL-2 era pronto a partire. Avevano iniziato a «estrarre le
barre» la sera precedente e, alle 3.00, le turbine erano state dichiarate
pronte dal direttore di macchina, il capitano di fregata Abdolrahim, il
principale specialista nucleare di bordo. Il veterano sommergibilista
iraniano era stato di servizio per tutta la notte, per controllare le sottili
barre di afnio che venivano estratte a gruppi dal cuore di uranio
potenzialmente mortale del reattore. Ogni qualche minuto veniva data ai
neutroni una maggiore libertà di dividere e di aumentare la fissione,
facendo salire la temperatura del sistema e creando quella massa critica
autosostentante che era la base dell'energia nucleare.
Il capitano di fregata Abdolrahim aveva il pieno controllo della
situazione e regolava il calore attraverso il circuito pressurizzato
all'incredibile livello operativo di 175 chili per centimetro quadrato,
rispetto alla pressione di 1,05 chili per centimetro quadrato cui sono
abituati a vivere gli esseri umani.
Con la temperatura dell'acqua sufficientemente elevata le turbine da
quarantasettemila cavalli vapore erano pronte a funzionare, alimentate
dalla colossale energia contenuta nell'impenetrabile cilindro in acciaio
inossidabile che ricopriva il nucleo di U-235 il quale, debitamente
arricchito, formava l'estremità attiva di una bomba nucleare. La cupola era
di fatto sigillata nelle pareti in piombo solido spesse venti centimetri del
locale reattore. Lì il capitano Hamidi Abdolrahim comandava una squadra
di cinque uomini, tutti iraniani.
Due ore prima dell'alba il sottomarino di Hamas era stato trainato fuori
dal bacino coperto da due rimorchiatori cinesi.
L'intero equipaggio del battello era formato da professionisti appartenuti
un tempo alla Marina iraniana o a Hamas, addestrati a Bandar Abbas, in
Cina o in Russia.
Avevano appena superato la diga frangiflutti esterna e avanzavano con
la propria forza propulsiva. Il comandante in seconda, capitano di vascello
Ali Akbar Mohtaj, era ai comandi, e il capo di seconda classe Ardeshir
Tikku era in piedi, alle spalle dei suoi operatori principali, nel locale
controllo reattore separato.
Sovrintendevano alle operazioni mentre il Barracuda accelerava a 8
nodi, osservando i tre pannelli critici dei computer, propulsione, reattore e
ausiliario.
L'aiutante di bordo, il capo di seconda classe Ali Zahedi, si trovava con
il comandante Mohtaj mentre la zona navigazione era occupata dal tenente
di vascello Ashtari Mohammed, un iracheno nato in Gran Bretagna la cui
famiglia era fuggita dal brutale dittatore Saddam Hussein negli anni '90. In
Ashtari batteva un cuore rivoluzionario, e a sua volta era fuggito dal
Regno Unito per unirsi a Hamas ed era finito alla scuola di guerra a
Bandar Abbas.
Le sue capacità di gestire il locale navigazione di un sottomarino
nucleare erano state affinate presso la scuola di addestramento navale
cinese di Qingdao, duecentotrenta miglia a sud lungo la costa occidentale
del mar Giallo. Aveva fatto parte della missione del Barracuda I ed era
stato scelto per quell'operazione alla luce dell'ottimo lavoro svolto in
precedenza.
Mentre navigavano in modo preciso lungo il canale, nelle acque dragate
ma basse in maniera preoccupante, sulla plancia del Barracuda si
trovavano l'ammiraglio Ben Badr insieme con il generale Rashood e il
capitano di corvetta Shakira Rashood. Dritto di fronte a loro il cielo
orientale assumeva un colore rosato e profondo, mentre il sole cercava di
aprirsi la strada oltre l'orizzonte. Il mare era piatto come l'olio, con un
alone rosso rubino nei primi minuti dell'alba.
I rimorchiatori cinesi che scortavano il battello nucleare da 8000
tonnellate nel mar Giallo rallentarono, virarono a dritta e i loro comandanti
agitarono il braccio in segno di saluto. Adesso il Barracuda era solo. Ma
gli uomini a bordo avevano già fronteggiato insieme il pericolo in passato
e ognuno di loro aveva fiducia nel compito che lo attendeva. Solo Shakira,
stringendo il braccio di Ravi nella calda aria del mattino, ebbe un tremito
mentre viravano verso est, portandosi a 12 nodi sulla superficie dell'acqua
profonda solo diciassette metri.
Si trovavano nelle acque severamente proibite della baia di Liaodong,
una zona sigillata lunga ottanta miglia e larga sessanta, pattugliata in modo
intenso dalle unità della Marina cinese, in cima all'angolo nordoccidentale
del mar Giallo.
Poco prima delle 7.30 l'ammiraglio Badr scese e ordinò un cambiamento
di rotta verso sud, in direzione della strettoia che si trovava a centoventi
miglia di distanza. In quella zona l'acqua era troppo bassa perfino per
portarsi a quota periscopica. Ed erano continuamente osservati dai loro
protettori della Marina cinese.
Ma quelli della Flotta Settentrionale dell'Esercito e della Marina di
Liberazione Popolare non erano gli unici occhi che li osservavano. Alle
7.45, quasi subito dopo il loro cambio di rotta, il Big Bird, il satellite
militare statunitense, aveva scattato diverse immagini del Barracuda
rilevandone immediatamente velocità e direzione. A Washington erano le
18.00 del giorno precedente. Le fotografie del National Surveillance
Office sarebbero giunte sulla scrivania del capitano di corvetta Ramshawe
alle 8.00 ora locale.
A quel punto, ovviamente, il Barracuda si sarebbe trovato ben dentro lo
stretto di Bo Hai, il percorso a ostacoli cinese a guardia della zona
operativa del mar Giallo. E da lì avrebbe potuto immergersi, poco sotto la
superficie a una profondità di cinquanta metri, non del tutto invisibile ma
quasi.
Nel frattempo, mentre la giornata si faceva più calda, Ravi e Shakira
rimanevano in plancia. Ahmed Sabah portò loro del caffè mentre il resto
dell'equipaggio effettuava i consueti controlli quotidiani dell'attrezzatura.
L'ammiraglio Badr si appartò nella zona di navigazione con Ashtari
Mohammed, chino sulle carte nautiche aperte, intento a tracciare la rotta
fra la miriade di isole attorno alla costa sudorientale del Giappone, la loro
rotta per il Pacifico settentrionale.

■ Lunedì 6 luglio 2009, ore 8.00 (locali). Fort Meade, Maryland.

Il capitano di corvetta Ramshawe studiò le fotografie del Barracuda II


che navigava verso sud nel mar Giallo. «E dove cazzo credi che stia
andando?» borbottò a nessuno in particolare.
Stava osservando le coordinate 40° 42' N, 121° 20' E. L'NSO aveva
premurosamente identificato il sottomarino come l'unico battello classe
Barracuda esistente che stava lasciando la base navale cinese.
È incredibile, disse Jimmy fra sé. Non sappiamo ancora di chi sia
davvero quel maledetto affare. I russi rifiutano di ammettere di averlo
venduto ai cinesi, sostenendo che non si tratta di affari nostri. E i cinesi
evitano di dire qualsiasi cosa, presumibilmente per lo stesso motivo.
Richiamò sul suo computer una mappa del mar Giallo e del mar del
Giappone e osservò lo schermo. A un certo punto nel giro dei due giorni
successivi quel maledetto battello si sarebbe immerso in profondità una
volta superato lo stretto di Bo Hai, e non lo avrebbero più visto per Cristo
solo sapeva quanto.
Potrebbe dirigersi a nord attraverso lo stretto di Corea nel mar del
Giappone. Potrebbe andare a destra girando attorno al Giappone
orientale fino al Pacifico, da dove potrebbe poi dirigersi a nord, sud o est.
O potrebbe continuare in immersione fino a Zhanjiang da dov'è venuto,
cosa che farebbe sospettare che il proprietario sia la Cina. Potrebbe fare
qualsiasi cosa, e non lo sapremo fino a quando non sarà riemerso, cosa
che potrebbe accadere fra sei mesi. Cazzo.
Al capitano di corvetta Ramshawe non piacevano i vicoli ciechi. In
particolar modo non gli piacevano il mar Giallo e tutto ciò che vi aveva a
che fare. E il Barracuda si trovava lì, nelle acque meno accessibili
all'Occidente, che navigava tranquillo sulla superficie illuminata dal sole,
con il palese aiuto e sotto la protezione dei cinesi, se non con un
equipaggio di quel Paese.
Richiese qualche ingrandimento delle immagini perfettamente a fuoco, e
un'ora più tardi poté vedere le tre figure in plancia. Ma indossavano tutte
dei berretti, e le foto erano scattate in pratica sulla verticale, rendendo
impossibile l'identificazione di chiunque di loro, anche per quanto atteneva
al loro grado e alla loro nazionalità.
«Non c'è nulla che possiamo fare», borbottò. «Sarà meglio che le mostri
al capo, ma non posso fare nessun passo avanti. Posso solo continuare a
osservare le immagini dei satelliti fino a quando non s'immergerà... ma ho
ancora la sensazione che la Cina abbia acquistato quel maledetto
sottomarino per conto di qualcun altro... Medio Oriente, Pakistan, Corea
del Nord? Chi diavolo lo sa?»
Si alzò e si avviò verso la porta, uscendo nel corridoio che portava verso
l'ufficio del direttore, all'ottavo piano dell'edificio OPS-2B, con le sue
grandi pareti specchiate da un lato e le pattuglie di guardie armate
ventiquattr'ore al giorno.
«Spero solo», mormorò mentre camminava, «che non abbiamo scattato
senza saperlo un'altra foto di quel fottuto maggiore Ray Kerman, proprio là
fuori sulla plancia del dannato Barracuda. Perché, se così fosse, ciò
significherebbe grossi guai proprio dietro l'angolo, e questo nuovo
presidente ci odierebbe ancor più di quanto già non faccia.»

■ Mercoledì 8 luglio 2009, ore 14.00. Mar Giallo (meridionale). 32° 50'
N, 125° 28' E. Velocità 12 nodi. Rotta 112.
Si trovavano ben a sud-est di Jejudo, la grande isola turistica al largo
dell'estremità più meridionale della Corea del Sud. Il Barracuda stava per
entrare in acque più profonde, in media centotrenta metri, ampi tratti là
dove il mar Giallo incontra il mar Cinese Orientale. Si sarebbero immersi
proprio in quel punto, facendo rotta decisamente verso sud-est, dritti in
direzione delle isole sparse che si estendevano per centinaia di miglia
all'estremità della terraferma giapponese di Kyushu.
Uscire da quell'arcipelago era cosa assai complessa, ma esistevano delle
ampie vie di acqua profonda che avrebbero permesso al Barracuda di
rimanere fuori dalla portata dei satelliti americani. Una volta superate
quelle isole li attendeva una corsa diritta nel Pacifico occidentale profondo
più di tremila metri, dove sarebbero diventati invisibili.
La scelta di quella particolare rotta aveva occupato diverse ore del loro
tempo nella settimana che aveva preceduto la partenza. Il generale
Rashood aveva insistito per virare a nord-est e risalire lungo l'angusto e
basso stretto di Corea per entrare poi nel mar del Giappone, praticamente
circondato dalla terra. Il suo piano di massima era di uscire da quel mare
seicento miglia più in là attraverso lo stretto La Pérouse, quindi dritti
attraverso il mare di Ohotsk russo, e provare a passare attraverso le isole
Curili fino alle acque aperte del Pacifico. Rimanendo lungo tutta la rotta in
acque riparate e protette.
Ma Ben Badr aveva obiettato con insistenza su circa dieci diversi punti.
E, cosa ancor più grave, Shakira gli aveva dato ragione. E così il capitano
di vascello Mohtaj.
La chiave del problema era che nel corso dei due anni precedenti Ben
Badr era diventato un ufficiale sommergibilista molto serio, che agiva
sempre con lo stesso senso del pericolo che caratterizzava tutti i
comandanti di sottomarino.
«Guardate semplicemente il mar del Giappone. So bene che è grande, so
che è largo quattrocentottanta miglia e lungo mille, e so pure che è molto
profondo proprio attraverso il bacino di Yamato. Ma è una trappola
mortale. Se ci entriamo e ci imbattiamo in una nave da guerra americana
non possiamo sfruttare la nostra velocità per andarcene. Ci individuerebbe
e saremmo come un topo in trappola, perché non potremmo raggiungere
l'oceano aperto. Dovremmo o fare dietrofront e ripassare lo stretto di
Corea, oppure dirigerci verso quello di La Pérouse, una tipica strettoia, un
bel po' a nord di Sapporo e all'estremità dell'isola di Hokkaido.
«Ravi, ci affonderebbero. E, se cercassimo di affondarli, invierebbero
altre navi dalla loro base di Okinawa, e non potremmo di nuovo andarcene.
Non possiamo davvero infilarci là dentro.»
«Bene, capisco la remota possibilità di essere individuati dagli USA»,
replicò il generale. «Ma se ci insinuiamo silenziosamente e raggiungiamo
lo stretto La Pérouse potremo entrare in silenzio nel mare di Ohotsk, che è
molto vasto, e scivolare sulla destra attraverso uno di quei varchi fra le
isole Curili fino all'oceano aperto.»
«Ravi, in realtà io guardo al mare di Ohotsk con ancor più
preoccupazione di quanto non faccia per il mar del Giappone,
principalmente perché è considerato dai russi il loro oceano privato. Ed è
pieno di loro navi da guerra e sottomarini. Non so se vi siano o no gli
americani, ma se ci fossero ci individuerebbero, ci troveremmo in un
oceano chiuso dalla terra - russa - su tre lati, con una fila di isole russe che
ci sbarrano la nostra sola rotta di fuga verso il Pacifico.
«Se gli americani stanno guardando da una qualche parte in questa zona
del mondo, questa è il passaggio fra le Curili. A mio parere cercare di
scappare da quella parte sarebbe un potenziale suicidio. È un po' più lungo
ma abbiamo tempo, e punteremo direttamente verso il Pacifico. Lasciamo
perdere il mar del Giappone e quello di Ohotsk. Rimaniamo soltanto alla
larga da questi pazzi comunisti, fino all'oceano aperto, e dirigiamoci verso
le nostre destinazioni. Siamo a bordo di un battello molto veloce, e odio
vederci sprecare questo vantaggio in oceani chiusi.»
Il generale Rashood capì le ragioni dell'argomento ma continuò a
ritenere che Ben Badr fosse in qualche modo troppo cauto.
Tuttavia anche Shakira fu chiara. «Non affrontiamo già troppi rischi?
Che senso ha correrne di ulteriori se non ce n'è bisogno? Inoltre non voglio
che il nostro comandante operativo compia un viaggio sottomarino
interamente contro la sua volontà. So bene che mio marito ha il comando
globale dell'operazione, ma di certo non desidero mettere ulteriore
pressione su Ben. Dopotutto, se fossimo individuati, toccherebbe a lui
tirarci fuori.»
«Penso che i mari interni sarebbero un grosso errore, Ravi», sottolineò
l'ammiraglio Badr. «Ma so che la parola finale è la tua. E mi atterrò alle
tue decisioni.»
Il generale sorrise e disse: «Andiamo, Ben, avanti tutta...»
«Per quale rotta, signore?»
«Dritti verso il Pacifico settentrionale.»
«Sissignore.»
Accelerarono quindi verso sud-est, prendendo una rotta a sud delle isole
principali di Yaku Shima e Tanga Shima. Attraversarono la linea che
segna la corrente Giapponese e si mantennero a cinquanta metri di
profondità. Lasciarono i rilievi oceanici di Gaja Shima e Yakana Shima a
dritta, portandosi due volte a quota periscopica poco prima di giungere a
130° E. Avvistarono il faro di Gaja e quindi più a sud quello di
avvertimento di Yakana.
Dopo di che le cose furono più semplici. L'oceano digradava sino a
profondità superiori ai tremila metri, e quando l'ammiraglio Badr chiamò il
cambio di rotta la sua voce era sollevata. «Venire a sinistra di quaranta
gradi, su rotta zero-sette-zero... prua giù di dieci gradi, portarsi a duecento
metri di profondità. Velocità 12 nodi.»
Mantennero una rotta interna, circa sessanta miglia al largo delle lingue
di terra di Ahizuri, Stiono e Nojima, l'ultima delle quali si trovava
cinquanta miglia a sud di Tokyo. Lungo quelle zone il fondo saliva e
scendeva e l'acqua era notoriamente «rumorosa», con una profondità mai
inferiore a milleseicento metri e un complesso incrocio di correnti. Il
capitano di vascello Mohtaj aveva portato il battello là dove voleva, in un
mare profondo e turbolento, pieno di pesce e di cavità sottomarine, dove i
misteriosi antri degli echi e degli echi ripetuti profondi provocavano
enorme confusione in tutti gli operatori sonar.
Il Barracuda proseguì la sua navigazione verso nord-est, duecento metri
sotto la superficie, con il locale sonar sempre in stato di massima allerta
per i pescherecci e le loro profonde reti a strascico. Al largo di Nojima
Saki l'ammiraglio Badr ordinò un nuovo cambio di rotta: «Venire a dritta
di settanta gradi, su rotta tre-sei-zero, mantenere profondità duecento
metri... velocità 12».
Quando effettuarono la loro virata in direzione della grande isola
triangolare giapponese di Hokkaido, a nord del 40° parallelo, si trovavano
sessanta miglia al largo, a millequattrocentoquaranta miglia e cinque giorni
da Huludao. Da lì avrebbero iniziato a spingersi a dritta, verso est, lontani
dalle pattuglie russe lungo le Curili. Quando raggiunsero l'avamposto
settentrionale della vecchia flotta sovietica del Pacifico, Ravi insistette nel
mantenere una buona distanza fra loro e la penisola di Kamčatka.
La prima terraferma che avrebbero trovato sarebbe stata l'isola di Attu,
appartenente all'Alaska, che si trovava all'estremità delle Aleutine, proprio
nel bel mezzo del Pacifico settentrionale, dal lato opposto e a est della base
navale russa di Petropavlovsk, separata da sole cinquecento miglia di
oceano.
Le Aleutine si estendevano in uno stretto arco che andava dall'estremità
esposta al mare del grande corridoio sudoccidentale dell'Alaska, fino a più
di metà strada nell'oceano Pacifico, e dividevano il più grande oceano del
mondo dal mare di Bering, che si trovava a nord delle isole. Le condizioni
meteorologiche lungo l'arcipelago delle Aleutine erano in prevalenza
diaboliche, un inferno gelido e spazzato dalle tempeste per otto mesi
l'anno.
Non che ciò preoccupasse il generale Rashood e i suoi uomini, che
avrebbero effettuato il viaggio attraverso le isole nel caldo comfort del loro
albergo subacqueo, ben sotto le burrasche e l'oceano in tempesta.
Per millecinquecento miglia navigarono verso nord-est allontanandosi
dalla costa giapponese a sud di Tokyo. Rimasero in profondità, lasciando il
piccolo gruppo delle isole russe di Komandorskije centoventi miglia a
nord, al traverso sulla sinistra. Quelle isole remote si trovavano
centoquaranta miglia al largo della Kamčatka, con il loro punto più a sud-
est a sole centottanta miglia dalla più esterna delle isole dell'Alaska, Attu.
Il comandante del Barracuda II decise di rimanere sul lato occidentale
dell'insolito pendio oceanico di Stalemate Bank, dove il Pacifico
settentrionale dal fondale quasi infinito risaliva da seimila metri a soli
trenta, nessun problema per le unità di superficie ma un muro di mattoni
per un sottomarino in profondità. Per poco non era la vera isola più esterna
delle Aleutine, e forse un tempo lo era stato.
L'ammiraglio Badr sapeva che era bene tenersi alla larga dallo Stalemate
ma considerava il suo lato orientale troppo vicino all'isola di Attu. Per
attraversare il canale profondo quattrocentodieci metri fra i due avrebbero
dovuto portarsi decisamente troppo vicino al sistema di sorveglianza
oceanico americano di cui conoscevano l'esistenza. Attu era una stazione
di ascolto molto sensibile per la US Navy, dal momento che era stata la
prima linea di difesa contro le navi della Russia sovietica per molti, molti
anni.
Secondo Shakira avrebbero dovuto effettuare una lenta virata a nord e
iniziare quindi il loro viaggio di mille miglia lungo la catena delle isole.
Era venerdì 17 luglio, era da poco passato mezzogiorno e stavano
navigando poco a nord del 53° parallelo, diretti verso est attraverso il
bacino di Bowers, profondo tremila metri, che si trovava a nord di Attu.
Fra il gruppo di Attu e il successivo gruppetto delle isole Rat vi era una
lunga via marittima quasi deserta, e secondo tutti i dati raccolti da Shakira
la sorveglianza navale statunitense, sia radar sia sonar, era estremamente
attiva in tutte quelle acque. Aveva parlato a lungo con l'ammiraglio Badr
ed erano giunti alla conclusione che avrebbero dovuto tenersi ben alla
larga da Attu passando a nord, rimanendo a una distanza di
cinquecentoquaranta miglia, a una profondità di duecento metri e a una
velocità non superiore a 7 nodi.
Ciò avrebbe permesso loro di passare oltre la successiva stazione di
ascolto principale statunitense dell'isola di Atka, in una zona a nord della
baia di Nazan. In seguito le Aleutine comprendevano le ben più grosse
isole, sempre lunghe e strette, di Umnak, Unalaska e Unimak, su tutt'e tre
le quali Shakira sosteneva che gli Stati Uniti disponessero di un'intensa
sorveglianza.
Avevano accolto la valutazione di Shakira circa l'impossibilità di
scegliere la rotta meridionale, dal momento che la giovane si era dichiarata
del tutto certa della presenza di almeno uno, ma forse due, sottomarini
nucleari classe Los Angeles che pattugliavano costantemente la fossa delle
Aleutine, il lungo e profondo «fossato» che si trovava fra i sensibili cavi
del sistema SOSUS della US Navy a sud e le coste meridionali delle isole
Aleutine.
Nella precedente missione il capitano di corvetta Shakira Rashood aveva
sostenuto che avrebbe preferito abbandonare l'intera operazione piuttosto
che rischiare di vedersi sparare addosso nella fossa delle Aleutine da un
sottomarino statunitense che avrebbe lanciato siluri di precisione mortale,
fatali per qualsiasi intruso.
Superarono a bassa velocità l'isola di Attu, duecento metri sotto la
superficie, con il grosso scafo in titanio del Barracuda che attutiva i giri
delle turbine. Alla longitudine 175° E da Greenwich Ben Badr rischiò una
leggera accelerazione, non eccessiva, solo da 5 a 8 nodi. In quel momento
il sistema idraulico dei piani poppieri ebbe un guasto, lasciandoli angolati
a scendere.
La prua si abbassò immediatamente e il Barracuda proseguì seguendo
una ripida discesa verso il fondo del mare. Gli allarmi nella sala controllo
lampeggiarono, la profondità aumentava, l'angolo del battello era sbagliato
e i piani poppieri si rifiutavano di muoversi.
L'aiutante di bordo, Ali Zahedi, ebbe una visione istantanea del
sottomarino che si dirigeva fin sul fondo e gridò: «Indietro tutta... Indietro
tutta!»
Le turbine da quarantasettemila cavalli rallentarono, quindi agitarono
furiosamente l'acqua, spingendone il flusso sullo scafo nella direzione
sbagliata e provocando la cosa più prossima a un cataclisma subacqueo
che un grande e silenzioso battello nucleare potesse generare.
La grande elica girò, prima fermando la corsa in avanti, quindi facendo
retrocedere il battello da 8000 tonnellate. Ma l'angolo era ancora sbagliato.
«Svuotare le casse di zavorra prodiere!» La voce del capo Zahedi
denotava urgenza ma non panico.
Ben Badr giunse di corsa in sala controllo, in tempo per sentire
l'ufficiale addetto alla propulsione riferire: «Piani anteriori ancora
inefficienti, signore. Problema idraulico, probabilmente una guarnizione
saltata... sto passando sul sistema secondario proprio ora, signore. Trenta
secondi».
Tutti sentirono le casse prodiere che espellevano la zavorra, provocando
molto più rumore di quanto avrebbe desiderato l'ammiraglio. Il
sottomarino si raddrizzò. Pochi istanti dopo entrò in funzione il sistema
secondario e i piani bloccati si mossero in maniera corretta. Due ingegneri
stavano già lavorando alla sostituzione della guarnizione cercando
disperatamente di non far rumore, stringendo con attenzione le chiavi
inglesi ricoperte di gomma, ben sapendo che l'impatto di qualsiasi cosa con
il ponte in metallo avrebbe potuto essere sentito a miglia di distanza. Tutti
a bordo conoscevano la perenne regola del silenzio che non doveva mai
essere infranta, la necessità di muoversi in punta di piedi nell'oceano, per
essere certi che nessuno, da nessuna parte, potesse mai sentire qualcosa.
Malauguratamente la fortuna non era dalla loro parte. Una stazione di
ascolto ed elaborazione statunitense all'estremità orientale di Attu rilevò il
suono, a quarantacinque miglia. Si trattava di un segnale forte, ben più di
una fugace «pennellata» sul sonar. Il giovane operatore americano cadde
quasi dal suo sgabello tanto forti erano i segnali delle turbine del
Barracuda che venivano bruscamente fatte girare al contrario. Quindi vide
l'inconfondibile segnatura delle grosse casse di zavorra che venivano
svuotate.
«Cristo!» esclamò. «Si tratta di un maledetto sottomarino... e dal suono
sembra che stia affondando o che abbia subito una collisione.»
I suoni sottomarini andarono e vennero per circa un minuto. L'operatore
aveva chiamato il proprio supervisore in tempo perché questi assistesse
all'espulsione della zavorra. Ma all'improvviso tutto ritornò tranquillo.
Avanzando a soli 5 nodi, il Barracuda scomparve, ronzando attraverso le
profondità nere come la pece e gelate del mare di Bering.
«Si è trattato di un transiente, signore. Non ho la minima idea di chi si
trattasse, ma era un sottomarino, e non americano. Non abbiamo nulla,
lassù... con un po' di fortuna lo sentiremo di nuovo.»
Non fu così. Il Barracuda, mantenendo una velocità di 5 nodi mentre si
allontanava dall'isola di Attu, fu particolarmente accorto a non accelerare.
Ciò nonostante gli americani erano sospettosi, e inviarono
l'informazione attraverso le reti di comunicazione: 171750LUG09
Contatto transiente a nord della stazione dell'isola di Attu a ovest delle
Aleutine approssimativamente 53° 51' N, 175° 01' E... turbina nucleare,
probabilmente un Delta russo. Contatto ha compreso svuotamento casse
di zavorra e alti giri motore per un minuto. Non riacquisito... nessuna
correlazione con sottomarini su reti amiche.
Il messaggio fu inviato attraverso i normali canali della Marina
statunitense e sarebbe stato letto quel pomeriggio presso la National
Security Agency nel Maryland. Nel frattempo l'ammiraglio Badr
proseguiva la sua lenta navigazione verso est, a nord delle isole che
fronteggiavano il più grande Stato d'America.
Non furono più individuati lungo tutto il percorso di settecentoventi
miglia fino all'accesso del canale di Unimak, attraverso il quale avrebbero
cercato di effettuare un passaggio sicuro dalla parte meridionale delle
Aleutine seguendo una nave da carico, prima di virare a sinistra nel golfo
di Alaska. Il viaggio fino al varco durò sino alla notte di giovedì 23 luglio,
e durante quel periodo il tempo in superficie fu tremendo, con una
burrasca da nord-est cui si aggiungevano poggia battente e una fitta coltre
di nebbia, che si rifiutava di andarsene nonostante il vento. Assunsero la
stessa posizione di sicurezza che avevano preso l'anno prima, a dieci
miglia dal segnale lampeggiante dell'estremità settentrionale dell'isola di
Akutan.
In superficie la visibilità era inferiore ai trecento metri e affrontarono
una lunga e frustrante attesa, nel tentativo d'individuare una nave
mercantile o una petroliera di dimensioni sufficienti, sulla poppa della
quale avrebbero potuto seguire a quota periscopica, con il loro albero
oscurato dalla scia della nave che apriva la via, il tipico subdolo trucco dei
sommergibilisti.
La notte di quel mercoledì era tranquilla. Individuarono due navi da
carico di medie dimensioni che si dirigevano verso il canale, ma non erano
abbastanza grandi, avevano un carico pesante e si muovevano a bassa
velocità senza quasi provocare scia. Ben Badr voleva una grossa nave
portacontainer o una superpetroliera che dovessero attraversare in fretta il
golfo dell'Alaska.
Ma il traffico rimase leggero per tutta la notte. I turni di guardia si
succedevano, i marinai dormivano e mangiavano, e il reattore funzionava
tranquillamente. Ravi e Shakira si erano ritirati nella loro piccola cabina
alle 2.00 dopo avere atteso invano un paio d'ore. Il generale ordinò
all'aiutante di bordo, il capo di seconda classe Ali Zahedi, di chiamarlo
subito se avessero avvistato qualcosa, ma non accadde nulla e il Barracuda
attese seguendo una rotta circolare, risalendo di tanto in tanto a quota
periscopica per una verifica GPS, per osservare e quindi tornare sotto la
superficie.
Se possibile il tempo peggiorò. La nebbia si era alzata ma la pioggia
stava continuando a cadere, con una visibilità di un paio di miglia. Alle
9.15 il sonar individuò un possibile contatto in avvicinamento da nord-
ovest. Con una rapida occhiata dal periscopio Ali Zahedi scorse una grossa
petroliera carica di greggio che avanzava rapidamente verso il canale, la
grande via di mare larga dieci miglia fra le isole.
«Eccola, signore», chiamò. «Una concreta possibilità... tre-zero-zero...
ma è vicino... solo due miglia... sono trentacinque a dritta della sua prua...»
«Abbassare il periscopio!»
L'ammiraglio Badr si avvicinò. «Fammi dare un'occhiata, AH...»
«Sollevare il periscopio!»
«Tre-tre-cinque», chiamò.
«Ora si dirige... valutato a ventiquattro metri... a quanto siamo, un
miglio e mezzo... mettetemi venticinque a dritta della sua prua... rotta
bersaglio... uno-due-zero.»
«Abbassare il periscopio!»
«Virare a dritta, zero-sei-zero...»
«Eccola, signore.»
«Sollevare il periscopio!»
Nel corso dei tre minuti successivi continuarono a sollevare e abbassare
l'albero, aumentando infine la loro velocità dietro la nave mercantile, con
un'accelerata a 12 nodi, prima di ridurre ai 9 nodi della petroliera
diventando invisibili nella sua scia.
«E russa, signore», annunciò Ali Zahedi. «Greggio siberiano,
immagino.»
Nella stazione d'ascolto di capo Sarichet, la punta rivolta verso il mare
più a nord-ovest dell'isola Unimak che sovrastava gli approcci del
passaggio, il radar americano individuò l'albero del Barracuda in
accelerazione a diciotto miglia in direzione ovest.
Ma altrettanto rapidamente l'eco svanì dopo tre battute, lasciandosi
dietro il mistero. Avevano davvero rilevato il periscopio di un
sottomarino? O si trattava soltanto di relitti che galleggiavano in acqua? E,
se si fosse trattato di un periscopio, apparteneva allo stesso sottomarino
che la stazione di Attu aveva sentito e riportato la sera del venerdì
precedente?
In una situazione normale la stazione di Unimak non avrebbe riferito
nulla delle fortuite «battute» radar rilevate su una via di navigazione
mercantile quale era il canale. Ma in quel contatto c'era qualcosa di strano,
la perfetta chiarezza della battuta, la sua improvvisa comparsa dal nulla e
la sua altrettanto improvvisa scomparsa. Che andavano ad aggiungersi al
rapporto da Attu del venerdì precedente.
Decisero di inserire in rete le informazioni: 231127LUG09 Possibile
contatto radar transiente rilevato stazione Unimak. Cinque secondi, tre
battute sullo schermo. Susseguente al contatto sottomarino stazione Attu
171750LUG09. Il rilevamento di Unimak era coerente con una
navigazione subacquea alla velocità di 5 nodi da Attu al canale di Unimak.
Era un messaggio che, nel giro di poche ore, avrebbe fatto suonare i
campanelli d'allarme nella testa del capitano di corvetta Ramshawe a Fort
Meade. E avrebbe fatto girare vorticosamente la sua mente alla disperata
ricerca del Barracuda scomparso. Nonostante ciò doveva ammettere che
non era in grado di dire dove si trovasse nemmeno con un'approssimazione
di diecimila miglia. Ma non era la prima volta che s'interrogava circa il
passaggio clandestino di un sottomarino lungo la rotta settentrionale delle
isole Aleutine. E in quel momento avrebbe dato qualunque cosa per
conoscere la posizione esatta di quel misterioso battello subacqueo, e
l'identità dei suoi proprietari.
Nel frattempo l'ammiraglio Badr aveva messo il suo sottomarino alla
distanza esatta dalla poppa della petroliera russa, una manovra più simile a
un'operazione di geometria che a una di navigazione. Erano separati da
circa cento metri di acqua bianca vorticosa, e avevano un baglio allineato
con la luce sull'albero della nave mercantile.
L'angolo giusto era tredici gradi. Se diminuiva si stavano allontanando,
fuori dalla scia che li proteggeva dai radar statunitensi. Se l'angolo
aumentava, ciò significava che si stavano avvicinando troppo. E la
petroliera, che ignorava beatamente l'arsenale nucleare che seguiva nella
sua scia, continuava ad avanzare. Il capitano di vascello Mohtaj, il
comandante in seconda, prese di persona il timone durante quella parte
così difficile del loro viaggio e li guidò con precisione a poppa della nave
che li precedeva.
«Novantacinque giri... velocità rispetto a terra 9,2 da GPS... 8,6 rispetto
all'acqua, signore.»
Quando raggiunsero il punto GPS 54° 15' N, 165° 30' O, non ebbero più
bisogno di rimanere nell'ombra. Si sganciarono e scesero a cento metri,
dirigendosi verso un punto sessanta miglia a sud-est dell'isola di Sanak,
dove Ben Badr aveva ordinato di modificare la rotta puntando a est.
Finalmente avevano disimpegnato il lungo e ampio arco delle Aleutine e
navigavano a 8 nodi lungo la linea del 54° parallelo, dritti nel golfo
dell'Alaska.
Giù nel locale navigazione il generale Rashood stava bevendo una tazza
di caffè con Shakira e Ashtari Mohammed. Il capitano di corvetta arabo e
il navigatore erano chini sulle grandi carte e cercavano, come sempre, di
indovinare le mosse delle difese statunitensi.
Il generale Rashood era seduto a un'alta scrivania con una pila di appunti
illuminati da una lampada da lettura regolabile. Suddivisi per colore,
numerati e rilegati, contenevano dettagli minuziosi circa gli strati
geologici, lo spessore delle rocce e i possibili punti deboli in certe zone
della crosta terrestre. Liste di attività vulcanica. Liste di vulcani «moderni»
pronti a eruttare. C'erano carte dettagliate di grandi montagne che nel corso
dei cinque anni successivi avrebbero potuto accumulare del magma al loro
interno. C'erano stime dei danni potenziali, delle zone di pericolo e una
speciale sezione sui vulcani terrestri, oltre a due interi capitoli da diciotto
pagine sui vulcani marini.
Ravi aveva redatto lui stesso quel documento, lo aveva battuto, aveva
archiviato e catalogato ogni specifica sezione, e apposto i rimandi a tutti i
vulcani che lo potevano interessare. Era un progetto prezioso che
rappresentava le fondamenta del suo piano per buttare fuori per sempre il
Grande Satana dal Medio Oriente.
Ogni aspetto, ogni dettaglio, era stato raccolto dalla conoscenza e dalla
ricerca della più famosa autorità mondiale in tema di rischi geofisici, il
professor Paul Landon. A Ravi Rashood spiaceva che la loro amicizia
londinese fosse stata così breve.

4
■ Venerdì 24 luglio 2009, ore 3.00. 53° 30' N, 161° 48' O. Profondità
170 metri. Velocità 5 nodi. Rotta 080.

Il Barracuda avanzava lento verso est-nordest attraverso le ripide pareti


sottomarine all'estremità orientale della fossa delle Aleutine, dove il
gigantesco fossato del Pacifico a guardia degli approcci meridionali delle
isole finalmente risaliva in modo dolce, avvicinandosi alla costa nel golfo
dell'Alaska.
Lì, nonostante le enormi profondità superiori a tremila metri, l'oceano
diventava sempre meno profondo, inclinandosi verso le isole costiere
dell'Alaska. Da quella parte, l'estremità statunitense più amichevole, i
nemici erano praticamente sconosciuti, a differenza dell'altro lato, quello
verso le Aleutine occidentali, la Russia e la Cina, dove i comandanti dei
sottomarini americani rimanevano sempre in campana.
Ravi e Ben considerarono a basso rischio la loro lenta spedizione nella
parte tranquilla della fossa; in realtà non si trattava di un luogo in cui la US
Navy si sarebbe aspettata delle grane, principalmente per via delle
considerevoli difficoltà a giungervi... attraverso le acque pattugliate della
fossa (fuori discussione, a meno di non contemplare il suicidio); attraverso
il canale di Unimak o quello di Samalga (impossibile per via dei radar
statunitensi); o attraverso il bacino del Pacifico oppure attraverso il golfo
stesso, passando sopra i letali e sempre attivi fili d'inciampo elettronici del
SOSUS, altra scelta suicida.
Sia Ravi sia Ben ritenevano che nelle acque orientali della fossa il
Barracuda fosse al sicuro, e che a quella velocità bassissima avrebbero
sentito qualsiasi sottomarino statunitense ben prima che questi potesse
individuarli.
All'inizio era sembrato logico attraversare nel mezzo il golfo dell'Alaska
largo mille miglia, in acque mai più basse di quattromila metri. Ma Ben
Badr era esasperato al solo pensiero del mortale sistema di sorveglianza
sonoro della Marina statunitense, e nelle risposte a ogni domanda del
generale Rashood che valutava le possibilità della ben più breve rotta
diretta diceva semplicemente: «Scordatelo, Ravi. Ci sentirebbero». Quindi
aggiungeva l'inevitabile «dobbiamo rimanere vicino a terra, sottocosta,
nelle acque rumorose, dove ci sono grandi banchi di pesce, dove l'oceano è
mosso, dove c'è la risacca dell'isola, dove le profondità cambiano e dove
c'è quella corrente diretta a nord. È lì che siamo al sicuro, lì fuori, insieme
con il traffico mercantile, le navi da carico, le petroliere e i pescherecci,
che generano un diavolo di rumore mentre noi avanziamo lentamente
centosettanta metri sotto la superficie».
Ravi aveva osservato con intensità la carta. «Intendi dire quassù,
attraverso lo stretto di Shelikof, fra l'isola di Kodiak e la costa della
terraferma?»
«Proprio così», disse Ben. «E ritengo tu abbia notato come per tutto il
tragitto lungo l'isola per circa centotrenta miglia vi siano duecento metri di
profondità. Tuttavia puoi vedere che lo stretto termina proprio all'ingresso
del Cook Inlet, che porta ad Anchorage. Temo non faccia al caso nostro.
Shakira dice che è pieno di radar, con un traffico superiore a quello di
Teheran e con una profondità di soli settanta metri.»
«Non fa per noi», ammise Ravi. «Cosa facciamo? Passiamo al largo di
Kodiak?»
«Certamente», rispose Ben, osservando la carta. «Ancora più al largo di
così. Dobbiamo rimanere al di fuori della linea dei duecento metri... vedi?
Proprio qui... entreremo nella corrente dell'Alaska e faremo rotta per zero-
sette-zero.»
Ravi osservò la carta. «Se stiamo fra le cinquanta e le sessanta miglia al
largo durante tutta la navigazione lungo la costa staremo in acque profonde
più di tremilacinquecento metri. Fino a Prince William Sound. Cosa dice
Shakira della sorveglianza statunitense in quella zona?»
«Ritiene che abbiano numerosi radar costieri, che non ci preoccupano
perché saremo in profondità. E pensa che ci siano delle pattuglie in
superficie nella grossa baia oltre lo stretto, ma anche queste non ci
toccano. Non ha invece nessuna traccia di un aumento delle pattuglie
subacquee in quella zona. E, conoscendo gli enormi costi della
sorveglianza subacquea mobile, sarei sorpreso se schierassero un paio di
battelli nucleari in quella zona a protezione in pratica delle petroliere
straniere. I sottomarini impiegati in modalità difensiva, in una zona dove
non vi è una guerra, come l'Alaska, servono solo a proteggersi da altri
sottomarini. E dobbiamo ammettere che le possibilità che un sottomarino
d'attacco straniero entri in quelle acque con intenti offensivi sono pari a
zero.»
Ravi sorrise. «Nemmeno noi», disse.
«Nemmeno noi», convenne l'ammiraglio Badr. «Le attraverseremo
soltanto, molto silenziosamente, in modo molto discreto. Non ci sono
pattuglie subacquee statunitensi e c'è un sacco di rumore. Andrà tutto
bene.»
Si diressero quindi verso il golfo, accostando a nord-est, in profondità.
Impiegarono quattro giorni per raggiungere la vecchia colonia russa di
Kodiak, che lasciarono cinquanta miglia a sinistra. Navigarono lentamente
oltre l'isola brulla e montagnosa, sulla quale vivevano più di duemila orsi
bruni Kodiak da settecentocinquanta chili, i più grossi plantigradi della
terra, sulla più vasta isola dell'Alaska.
Le acque gelide che s'infrangevano su Kodiak non erano soltanto la casa
di una flotta di pescherecci di duemila imbarcazioni, ma anche quella del
granchio reale gigante. Le grandi colonie di quei mostri da sette chili dalla
robustissima corazza, che a volte raggiungevano il diametro di oltre un
metro, rendevano di tanto in tanto la città di Kodiak il principale porto
commerciale di pesca degli Stati Uniti.
E gli abitanti dell'Alaska conservavano con diligenza le loro preziose
riserve. La principale stazione della guardia costiera statunitense dello
Stato operava con quattro grossi cutter, con equipaggi al completo, dalla
vecchia base navale americana di Kodiak. Pattugliavano quelle acque di
notte e di giorno, sequestrando in modo inflessibile qualunque barca da
pesca non autorizzata. E Shakira Rashood mise in guardia i suoi
comandanti: «Se è vero che non cercano sottomarini, potrebbero però
fischiare molto forte se pensassero di averne sentito uno».
Alle 24.00 di martedì 28 luglio, ben al di sotto degli orsi ma alcune
centinaia di metri sopra le corazze dei granchi reali, il Barracuda stava
indugiando silenziosamente verso nord-est a soli 6 nodi. Di tanto in tanto
sentivano sopra di loro il rumore di una petroliera carica che navigava
verso ovest in direzione di Anchorage dal nuovo terminal di Takutat, ogni
tanto quello del traghetto di Stato, il Tustumena, proveniente da Seward
sulla penisola di Kenai, e meno sovente il ruggito dei potenti diesel della
guardia costiera.
Tre ore prima dell'alba Shakira entrò in camera di manovra e portò caffè
bollente e toast a Ben e a Ravi, annunciando loro che si trovavano novanta
miglia a sud-est del porto di Kodiak e navigavano con la corrente
dell'Alaska a favore in quasi mille metri, mantenendosi a ovest della secca
di Kodiak Seamount.
Portò con sé anche un frammento delle sue nozioni per stupire i due
ufficiali più alti in grado presenti a bordo. «Qualcuno di voi sapeva che il
porto di Kodiak è stato praticamente raso al suolo non più tardi del 1964?»
«Io no», ammise Ravi.
«Io nemmeno», disse Ben.
«L'intera zona centrale della città», confermò lei, «tutta la flotta di
pescherecci, gli impianti di lavorazione e centosessanta abitazioni. Lo
hanno chiamato il 'terremoto del Venerdì Santo', e ha scosso l'intera isola
da un'estremità all'altra.»
«Come ha fatto un terremoto a distruggere la flotta di pescherecci?»
chiese il pratico generale Rashood che indagava sempre. «Perché non si
sono diretti nella baia come fa ogni altra imbarcazione quando inizia un
terremoto?»
«Perché non è un terremoto quello che li ha colpiti», rispose Shakira. «Si
trattava di uno tsunami, la grande onda di marea che si sviluppa quando
mezza montagna crolla per centinaia di metri nel mare... ed eccoci qui,
caro, al tuo argomento favorito, servito su un piatto.»
Ravi sorrise. «Te lo avevo detto. Quelle onde di marea, quando si
formano, sono dei veri killer...»
«Secondo i miei appunti su quest'area», riprese Shakira, «quello tsunami
si è sviluppato molto rapidamente. Quando l'onda si è presentata nel porto
di Kodiak, ha sollevato tutte le imbarcazioni e le ha gettate da grande
altezza nelle strade, distruggendo ogni edificio... trasformando tutto quanto
- navi, rimesse per imbarcazioni e negozi - in legna per fiammiferi.
Fortunatamente gran parte della gente ha avuto giusto il tempo per
scappare in macchina fin sulle alture. Coloro che non ce l'hanno fatta sono
scomparsi per sempre.»
«Allah», sospirò Ben Badr. «Ritengo che questa sia l'unica cosa positiva
di uno tsunami. Ci mette un po' di tempo per organizzarsi. C'è un
avvertimento. E vicino a terra l'onda si sposta solo a 30 o 40 nodi.
Probabilmente dà a ciascuno mezz'ora per scappare.»
«In alcuni casi anche molto di più», disse Ravi, pensoso. «Alcune di
quelle ondate nel Pacifico generate da terremoti o vulcani nelle isole
Hawaii hanno impiegato ore per raggiungere coste molto distanti... dove
hanno inflitto i danni peggiori.»
«Se vuoi sapere qualcosa sugli tsunami chiedi al mio intelligentissimo
marito», rise Shakira. «Sa tutto. O quantomeno pensa di saperlo.»
«A differenza di voi due io ho ricevuto lezioni, istruzione e sapere da un
grande maestro», replicò Ravi. «Il professor Paul Landon, la principale
autorità mondiale in tema di vulcani, terremoti e onde di marea, mi ha
preso sotto la sua ala per alcuni giorni. E ha creato la mia conoscenza dal
nulla.»
«Ottimo», commentò l'ammiraglio Badr. «Non abbiamo molto tempo,
ora.»
Navigarono lungo Kodiak e attraversarono le rotte marittime che
portavano al Cook Inlet e al porto di Anchorage. Il giorno dopo stavano
navigando in oltre duemila metri d'acqua, a sud di Prince William Sound,
centosettanta metri sotto la superficie.
Seguendo la grande curvatura del golfo modificarono la loro rotta,
accostando gradualmente verso sud-est, rimanendo nella corrente
dell'Alaska, fuori dalla linea dei duecento metri, evitando con attenzione le
Yakutat Roads, giù verso il Dixon Entrance, a nord dell'isola di Graham.
Erano acque in cui entrambi i comandanti di grado più elevato avevano già
lavorato.
La distesa protetta e rumorosa dello stretto di Hecate, che si estendeva
fra l'isola di Graham lunga duecentoquaranta chilometri e la terraferma
canadese, era allettante. Ma i suoi fondali erano traditori. Proprio lì
l'oceano correva verso sud oltre il grande arcipelago formato da centinaia
di isole, sulla costa brulla e violenta dove le Montagne Rocciose
digradavano nel mare. Era un ambiente rumoroso, quasi paradisiaco, se
non fosse stato per le elevate probabilità di fare uno squarcio nello scafo
sul fondo in granito del mare profondo dieci metri.
«Ho qualche timore a passare al largo dell'isola», disse Ben Badr. «È
profondo e, secondo Shakira, quasi certamente pieno di cavi del SOSUS. È
la solita nostra storia: molto piano, con molta attenzione, lungo i
milleduecento chilometri della costa canadese, oltre le isole Regina
Carlotta, oltre l'isola di Vancouver, quindi oltre il grande Stato americano
di Washington. Dovremmo raggiungere la nostra area di operazioni il 6
agosto. Quindi sarà quasi tutto nelle mani di Shakira.»
E nessuno lo sapeva meglio della splendida donna che lavorava senza
sosta alla sua postazione nel locale navigazione. Di tanto in tanto
l'ammiraglio Badr portava il Barracuda in superficie per fare il punto con il
satellite, ricevere in silenzio i messaggi dal centro comunicazioni su nel
cielo, e riferire rotta e posizione a Bandar Abbas attraverso il centro di
comando della Marina cinese a Zhanjiang.
Il loro obiettivo era ridurre al massimo i rischi, e il loro modus operandi
non prevedeva di fornire il minimo barlume di informazioni, nemmeno sui
satelliti militari cinesi, ai detective dagli occhi aguzzi di Fort Meade quale
il capitano di corvetta Jimmy Ramshawe.
Ravi e Ben non conoscevano l'esclamazione preferita di Jimmy: «Cristo,
ecco l'intera centrale elettrica di Shanghai». Quell'espressione assai
misteriosa era derivata dall'abituale modo di dire «gettare un raggio di
luce» (su un problema) e George Morris aveva trovato l'inventiva
linguistica di Ramshawe così divertente che la frase si era diffusa in tutto
l'ottavo piano dell'OPS-2B. Per gran parte della gente conteneva un
maggior tocco di stile del semplice «Raggio di Luce», lo stesso tipo
d'infiorettatura spionistica del Sarto di Panama di John le Carré.
Ravi e Ben non intendevano dare un solo ampère di credibilità alla
centrale elettrica di Shanghai. Accedevano al satellite solamente ogni
quattro o cinque giorni, con una media di ventiquattro secondi di
esposizione dell'albero ogni ventiquattro ore. Rimasero in profondità e a
bassa velocità per tutto il loro viaggio verso sud, lungo la costa canadese.
Non appena superarono la frontiera invisibile a ovest dello stretto Juan de
Fuca, nelle acque nordamericane al largo dello Stato di Washington,
scivolarono a duecento metri di profondità.
Là fuori dove navigava il Barracuda, a quarantacinque miglia dalla
costa, le acque non erano ufficialmente americane, ma nel mondo del
terrorismo internazionale quelle grandi distese marine al largo dello Stato
sempreverde erano americane quanto la Quinta Strada; erano pattugliate in
modo inflessibile dalle navi da guerra statunitensi, che operavano dalle
grandi basi navali di Everett e Bremerton, in fondo al Puget Sound, posto a
guardia della grande metropoli nordoccidentale di Seattle.
Il parere di Shakira era di restare ben lontani dal vasto paesaggio marino
che frangeva sulle coste dello Stato di Washington. Lo considerava la parte
più pericolosa del loro lungo viaggio, un luogo dove poteva esserci
qualche sottomarino statunitense in pattugliamento, e molte più navi di
superficie estremamente sensibili equipaggiate tutte con sistemi di
rilevamento e sorveglianza antisommergibili allo stato dell'arte.
A suo parere dovevano rimanere in profondità sino a quando non fossero
stati ben a sud dei veloci e letali predatori delle basi navali statunitensi di
Bremerton ed Everett. Quei predatori non avrebbero mostrato la minima
pietà per un intruso, specie un inatteso sottomarino nucleare di costruzione
russa che li aveva sconcertati per varie settimane. E non vi era nessun
dubbio, di certo non nella mente del generale Rashood, che gli americani si
stessero di sicuro ponendo un mucchio di domande su di loro.
L'ammiraglio Badr consultò per tutto il percorso le carte piene di
annotazioni di Shakira, sempre d'accordo con lei e con il suo senso di
cautela. Avanzarono lenti, con il possente reattore usato al minimo che
girava costantemente e tutti i sistemi che funzionavano alla perfezione
nell'intero sottomarino. A Ravi e Shakira sarebbe piaciuta una cabina più
grande, ma non era possibile. Lavoravano e dormivano esausti, saldati dal
fuoco dell'amore e dalla vendetta contro il Grande Satana e il diavolo
israeliano.
Superarono il 48° parallelo, che attraversava la foresta settentrionale
dello Stato di Washington, quindi il 47°, dopo mezza giornata. Il 5 agosto
si trovavano ben a ovest dell'estuario del grande fiume Columbia, la via
d'acqua lunga quasi duemila chilometri che nasceva da un torrente pieno di
neve e pioggia nelle montagne del British Columbia, correva in direzione
sud, quindi girava verso ovest per formare gran parte del confine tra lo
Stato di Washington e quello dell'Oregon.
Il Columbia era il fiume più grosso degli Stati Uniti occidentali e
produceva un terzo dell'energia idroelettrica dell'intero Paese. La Chief
Joseph, la Grand Coulee, la John Day e la Bonneville erano le più grosse
delle undici possenti dighe poste lungo il corso principale. E i nomi delle
ultime due erano stati attentamente segnati sulle carte di Shakira, cerchiati
di rosso, il suo codice personale per indicare un potenziale pericolo.
Secondo Shakira quei due giganti idrici, posti a monte del centro
commerciale di Portland nell'Oregon, erano pesantemente protetti contro
attacchi terroristici e le probabilità che vi fossero dei radar installati in
quota che sorvegliavano i cieli sopra le dighe erano elevatissime. Ciò che
Shakira intendeva evitare in particolare era l'individuazione di un missile
da parte delle difese radar statunitensi, soprattutto perché lo riteneva un
pericolo inutile e di sicuro più che evitabile.
I dati pre-programmati nel computer dello Scimitar SL-Mark 1 (con
testata esplosiva di semplice TNT e non con quelle nucleari dei Mark 2)
avrebbero guidato i missili a valle delle grandi dighe protette, sorvolando il
British Columbia nella campagna solitaria e quasi desertica.
Ma l'intero progetto la rendeva nervosa, e Shakira aveva difficoltà a
dormire, per cui camminava nel locale navigazione a tutte le ore della
notte richiamando sugli schermi dei computer di navigazione satellitare le
carte della costa dell'Oregon.
Anche Ravi era consapevole dell'importanza del progetto che stavano
per mettere in atto, ma era concentrato sui dettagli della zona del bersaglio.
Passava in rassegna gli appunti del defunto professor Landon e agognava
ogni giorno il lusso di un collegamento satellitare, che avrebbe fornito i
dettagli della situazione in continua evoluzione dei massicci vulcani
appartenenti alle catene montuose dei grandi Stati costieri dell'America
nordoccidentale.
Aveva intere pagine di dati sul monte St. Helens, il «Fuji degli Stati
Uniti», quasi identico per via della sua forma simmetrica al leggendario
vulcano giapponese. O almeno lo era stato prima della sua ultima eruzione
dalla forza incredibile del 18 maggio 1980, quando fece sussultare l'intera
zona sudoccidentale dello Stato di Washington, mandando un tremore
dritto attraverso le montagne della gigantesca catena delle Cascate.
L'esplosione distrusse completamente gli abeti americani fino a una
ventina di chilometri dal vulcano, e annientò oltre mille chilometri
quadrati di foresta primaria. Morirono cinquantasette persone. Colate di
fango si riversarono nei fiumi. La cenere del vulcano piovve dal cielo
oscurato fino in Montana, mille chilometri più a est.
La colossale eruzione fece esplodere l'intera celebre cima ricoperta di
neve di uno dei più spettacolari picchi montani degli Stati Uniti. Prima del
18 maggio il monte St. Helens si elevava per qualche migliaio di metri
sopra qualunque collina e montagna che si trovava nei dintorni,
dominando il paesaggio. La sua cima svettava serena e pacifica a 2950
metri di quota. Dopo l'esplosione si elevava meno orgogliosamente a soli
2550 metri. La sua grande cresta bianca luccicante era del tutto scomparsa;
assomigliava ormai a un fuoco d'artificio spento.
Nella cima della montagna era incassato un vasto cratere circolare
inclinato, di diametro superiore ai tre chilometri. Dall'estremità più bassa,
tagliata nella parete nord, l'orlo del cratere era segnato da una V
gigantesca, attraverso cui era schizzato il flusso piroclastico. La lava fusa
era ormai trasformata in una grottesca autostrada di basalto nero che
correva giù lungo la montagna, dividendosi in un'ampia biforcazione
quando raggiungeva la base larga una decina di chilometri. La colata
occidentale si era rovesciata nelle chiare e rinfrescanti acque del lago
Spirit; il resto era sceso lungo la splendida valle innevata del fiume Toutle.
Era come una miniera di carbone a cielo aperto nel giardino della fabbrica
di Babbo Natale.
Ravi conosceva alla perfezione i fatti. Ma la parte che lo aveva
maggiormente affascinato era un particolare dettaglio dello scoppio. La
«ciminiera» centrale del monte St. Helens era bloccata da centinaia di
tonnellate di lava dall'eruzione precedente e il nuovo magma che ribolliva,
e risaliva nel vulcano, non aveva nessun posto dove andare. Infine si era
aperto una strada nella parete nord più alta, spingendo verso l'esterno e
formando un gigantesco rigonfiamento, una cupola di roccia, cenere
vulcanica e detriti vari.
Quei grandi duomi erano caratteristici del monte St. Helens. Si
formavano sovente nei vulcani in attività. Ma poco prima dell'eruzione
quello aveva assunto dimensioni notevoli: un chilometro e mezzo di
diametro e quaranta metri di altezza. Non fu infine il magma che risaliva a
mandare in pezzi la grossa protuberanza ma un terremoto relativamente
piccolo, che aveva destabilizzato del tutto la parete nord della montagna.
La cupola, incrinata su tutti i lati, era esplosa pochi minuti dopo il
terremoto ed era crollata lungo il fianco della montagna come una frana.
L'enorme peso, che superava i trecentottantamila metri cubi di roccia, non
gravava più sul flusso ascendente del magma e l'istantanea
decompressione dei gas aveva provocato una detonazione simile a quella
di una bomba, cancellando ogni albero a vista d'occhio.
Era il duomo sul quale Ravi si concentrava. Secondo il professor Landon
se ne stava formando un altro sulla stessa sconvolta parete nord del monte
St. Helens, proprio nel vecchio cratere, 46° 20' N, 122° 18' O secondo le
coordinate GPS, per essere assolutamente precisi.
Dai primi anni '90 si era avuta per diversi anni una forte produzione di
vapore, con occasionali eruzioni di vapore e ceneri, flussi piroclastici
meno frequenti e «rigonfiamenti» intermittenti sulla parete nord della
montagna. Una proiezione ben più violenta di vapore e cenere, il primo
luglio 1998, aveva provocato il panico fra gli abitanti del luogo prima che
sembrasse nuovamente calmarsi. Il nuovo duomo lungo oltre un
chilometro e mezzo aveva iniziato a svilupparsi nel 2006, proprio nel
mezzo di quel grande e sinistro cratere che sfregiava la - un tempo -
splendida parete nord.
Mentre attraversavano la linea 46° 20' N di latitudine, Shakira sapeva
che erano posizionati proprio di fronte al loro obiettivo, davanti all'estuario
del fiume Columbia largo sei chilometri. Si trovavano duecento miglia al
largo, duecento metri sotto la superficie, con rotta uno-otto-zero, dritti
lungo il meridiano 127°. Il monte St. Helens si elevava centodieci
chilometri a est dell'estuario. In quel momento si muovevano a bassa
velocità e si trovavano esattamente a centonovantacinque miglia dal loro
bersaglio, una semplice formalità per i missili Scimitar SL-1 di costruzione
nordcoreana, che riposavano minacciosi nel magazzino del Barracuda II.
In quel punto il Pacifico era poco più profondo di milleseicento metri e
il suo fondo era liscio, come quello di una pianura appena ondulata. In
superficie l'onda era lunga, con un'altezza di tre metri, ma là, nelle
tranquille profondità del freddo e oscuro oceano, non c'era nulla, se non la
rete di cavi del SOSUS della Marina statunitense, che riposavano come
cobra neri e adirati disposti in formazione militare sul fondo dell'oceano,
pronti a sputare un tradimento velenoso e fatale su qualunque intruso
sospetto.
L'ammiraglio Badr consigliò di navigare verso sud per altre cento
miglia, una posizione che li avrebbe messi facilmente a tiro della grande
montagna deturpata del Sud-ovest dello Stato di Washington. La rotta del
missile di Shakira fu tracciata e approvata. Il generale Rashood aveva
deciso che non c'era motivo per allontanarsi troppo. La sua strategia
complessiva era basata sulla sorpresa: avrebbe ordinato un lancio di
giorno, anziché sfruttare le ore della notte nelle quali tutti si sentivano più
tranquilli, anche, se protetti nel loro battello a duecento metri di
profondità, non c'era la minima differenza fra giorno e notte, estate o
inverno, né fra un giorno della settimana e l'altro.
Quando Shakira volle conoscerne il motivo, la spiegazione di Ravi fu
succinta. «Perché, quando esce dall'acqua, un grosso missile da crociera
lascia dietro di sé una grossa scia. La si può vedere per chilometri, specie
al buio. Se lanciamo di giorno sarà molto, molto meno visibile.»
«Ma in precedenza abbiamo lanciato di notte.»
«Questo perché non volevamo che i missili fossero visti dalle guardie di
sicurezza sull'obiettivo. Qui la cosa è diversa. Spariamo nel vuoto.
Nell'aperta natura, dove non ci sono guardie, non c'è sorveglianza, non c'è
gente.»
«Mmm», borbottò Shakira, irritata perché non ci aveva pensato da sola.
«Il nostro solo rischio in questa missione», continuò suo marito, «è di
essere individuati da una nave da guerra in transito, qui fuori nella notte,
mentre l'oceano viene illuminato come un maledetto parco dei divertimenti
dai nostri motori a razzo.»
«Il missile può comunque essere visto anche durante il giorno, nel caso
ci sia qualche nave di passaggio», fece notare Shakira.
«Non ce ne saranno», ribatté Ravi.
«Come fai a saperlo?»
«Perché intendo lanciare dove c'è nebbia sulla superficie dell'oceano. E
intendo usare il sonar passivo e i miei occhi per accertarmi che non ci sia
niente in giro.»
«Ma comunque non puoi ordinare la nebbia.»
«No, ma questa parte dell'America nordoccidentale è famosa per la
pioggia che spazza il Pacifico. E dove c'è pioggia e ci sono basse
temperature, interrotte da correnti d'aria calda, c'è nebbia.»
«Ma potrebbe non esserci, non nel preciso istante in cui la vogliamo
noi», insistette Shakira.
«Aspetteremo.»
Shakira Rashood gli chiese se desiderasse il tè, e il marito rispose che la
considerava un'ottima idea, giocherellando per un momento con la
tentazione di farle notare quanto fosse entusiasta che lei avesse deciso di
tornare alle cose che sapeva fare bene. Ma vi rinunciò rapidamente, dato
che non desiderava ritrovarsi con tutto il contenuto della teiera rovesciato
sulla testa.
Alzò invece lo sguardo e sorrise. «Ti sono molto grato, cara, per il modo
con cui obblighi la gente a spiegarsi.»
«Sei troppo intelligente», disse lei, simulando il broncio. «Sempre
troppo intelligente. Sono contenta di stare dalla tua parte.»
«Sei un buon ufficiale, Shakira. Pronta a discutere quando non hai capito
sino in fondo. Ma alla fine rispettosa del tuo comandante. Come dobbiamo
essere tutti.»
«Sono un buon ufficiale», convenne lei, seriamente, ma sorridendo. «Ma
spero tu pensi che sono una moglie ancora migliore. Perché conto di
esserlo per molto più tempo.»
«Se continui a fare ciò che ti dico, almeno fino a quando ci troviamo su
questo battello in missione per conto di Allah, sarai mia moglie ancora per
lungo tempo. Di solito so cosa faccio, e come tenerci al sicuro.»
«Vedi?» rise lei. «Non hai nemmeno un comandante. Stabilisci tu le tue
regole.»
«Io ho un comandante», ribatté lui. «E spero ci protegga entrambi.»
Shakira guardò con palese adorazione quel possente ex maggiore
britannico, con l'eleganza dell'ufficiale addestrato a Sandhurst e
l'intelligenza strategica di un comandante del SAS. E che ciò nonostante
era rimasto un arabo, con la sua pelle scura e abbronzata, i suoi dolcissimi
occhi marrone e la forza d'animo innata dei suoi avi beduini.
E Shakira ringraziava Allah per il giorno in cui era fuggita insieme con
lui, terrorizzata, attraverso le macerie di Hebron distrutta, mentre attorno a
loro si sentivano solamente gli scoppi delle granate, il fischiare delle
pallottole e le grida dei feriti. Ringraziò Allah per la forza che aveva avuto
nel portarlo nel nascondiglio con i combattenti per la libertà di Hamas.
Guardando indietro, quando ne aveva il coraggio, verso la devastazione
di quella casa in cemento distrutta nel distretto palestinese, poteva ancora
vedere i suoi bambini uccisi, il sangue che sgorgava dalle ferite dei
sergenti del SAS, che colava sull'uniforme da combattimento di Ravi, sui
suoi figli, sulle sue mani e sul suo vestito. E si ricordava di come il suo
piccolo Ravi fosse rimasto immobile nella polvere, accanto alla sorellina, e
di come Ray le avesse salvato la vita commettendo due brutali omicidi.
Non c'era nulla, pensò, che potesse valere tutto ciò. Ma l'ex maggiore
Ray Kerman ci era quasi riuscito. Non poteva immaginare nessuno che
amasse di più una persona. Lo avrebbe seguito fino alle porte dell'inferno.
Di fatto Ray seguì lei fino all'ingresso della cambusa, dalla parte vuota,
dove i cucinieri non erano al lavoro, e la baciò con ardore dietro gli
scaffali della frutta in scatola.
«Hai detto che è per questo che le ragazze non sono ammesse sui
sottomarini», ridacchiò Shakira, allontanandosi nel caso qualcuno entrasse
e li scoprisse.
«La gente deve fare solamente ciò che dico», puntualizzò lui. «Non ciò
che faccio.»
«Vedi - te lo dico sempre -, tu fai quello che vuoi perché non hai
nessuno che ti comanda.»
Ravi osservò la moglie con ammirazione, la sua bellezza inalterata anche
nella maglietta blu d'ordinanza della Marina, e disse soltanto: «Non penso
che Allah intenda abbandonare nessuno di noi in questa missione. Ci ha
dato il potere delle divinità del mondo antico e ci guiderà fino alla vittoria.
Stiamo lavorando per lui».
«E pensare», disse Shakira, scuotendo il capo e fingendo incredulità,
«che eri un infedele... Uno o due cucchiaini di zucchero?»
Il generale Rashood ridacchiò, ringraziando in silenzio per la capacità di
Shakira di ridurre la tensione in quella grande missione, anche se solo per
pochi istanti.
Si avviarono verso il locale navigazione. Shakira portava la teiera e tre
bicchieri già contenenti lo zucchero, nel caso il tenente di vascello Ashtari
fosse al lavoro. Erano ormai quasi le 24.00.
Trovarono Ashtari chino su una carta del Pacifico orientale che tracciava
la loro rotta verso sud. Si alzò e si stirò, grato per il tè. «L'ammiraglio Badr
ritiene che dobbiamo navigare ancora per un giorno, forse un po' meno,
quindi virare a est verso il nostro obiettivo.»
Ravi fece un cenno di assenso e diede un'occhiata alla carta di Shakira.
C'erano così tante annotazioni da renderla quasi incomprensibile. Ma la
riga che aveva tracciato dal meridiano 127° O mostrava quattro netti cambi
di rotta in vari punti di contatto dal 47° parallelo alla posizione 46° 20' N,
122° 18' O.
Ravi aveva bevuto solo due sorsi del suo tè bollente quando una voce
calma giunse dall'interfono del battello: «Il generale Rashood in camera di
manovra... il generale Rashood in camera di manovra».
Ravi prese il suo tè e si diresse verso la zona posta sotto la plancia, dove
Ben Badr lo stava aspettando.
«In che punto desideri iniziare la ricerca delle navi di superficie?
Attualmente ci troviamo circa cento miglia a nord del punto di
riferimento... Pensavo che cinquanta miglia potesse andar bene... Ritengo
che non dovremmo emergere, giusto?»
«No, meglio di no. Ma dovremo risalire il più possibile, magari a quota
periscopica, ogni paio d'ore, solo per dare un'occhiata a giro d'orizzonte.
Nel frattempo, quale strumento principale di sorveglianza, useremo il
nostro sonar passivo. Non possiamo rischiare di essere avvistati. Nessuno
sospetta una missione simile e sarebbe ridicolo allertare chiunque circa la
nostra presenza...»
«Sono d'accordo, Ravi, quindi cinquanta miglia dalla nostra posizione di
lancio vanno bene?»
«Sì, vanno bene. Se ci fosse qualcosa in giro potremmo seguirlo per un
paio di giorni... per essere certi che si trovi a debita distanza. Nel frattempo
speriamo nella nebbia.»
Il Barracuda proseguì, navigando silenzioso per tutta la notte e fino a
metà pomeriggio di giovedì 6 agosto. Alle 16.30 l'ammiraglio Badr ordinò
all'addetto all'assetto di alzare la prua di dieci gradi, portandoli dolcemente
a quota periscopica. L'ammiraglio in persona diede un'occhiata a giro
d'orizzonte e il tenente di vascello Ashtari Mohammed chiamò tutti i dati,
43° N, 127° O.
Il capitano di corvetta Shakira Rashood li riportò sulla sua carta, segnò il
punto dove la linea di latitudine intersecava quella di longitudine, verificò
le distanze con il compasso e scrisse con un pennarello blu: 290 miglia
all'obiettivo.
Pochi secondi più tardi Ben Badr ordinò di immergersi: «Prua giù dieci,
portarsi a duecento metri». Non c'era nessun messaggio dal satellite e non
c'era nessuna nave nelle vicinanze. La loro zona di Pacifico era una distesa
deserta illuminata dal sole, senza nessun motore e senza nebbia. L'unico
pericolo era rappresentato dagli onnipresenti cobra neri sul fondo del mare,
che non dovevano essere disturbati. L'ammiraglio Badr ordinò di navigare
secondo un circuito, a 5 nodi, contando sul fatto che i cobra erano sordi a
un così basso numero di giri su un battello silenzioso come il Barracuda.
Per due giorni e due notti, fino alle 3.00 di domenica, attesero che una
pioggia estiva sferzante si dirigesse verso est attraverso l'oceano,
proveniente da nord-ovest. La rilevarono sul sonar e si mossero
silenziosamente verso l'alto, attraverso le nere profondità, fino a quota
periscopica per un'occhiata diretta. Vi rimasero solo diciassette secondi, il
tempo sufficiente affinché l'aiutante di bordo, il capo di seconda classe Ali
Zahedi, riferisse la presenza di un forte acquazzone in superficie e
visibilità molto ridotta, non superiore ai cento metri.
Il generale valutò la possibilità di lanciare immediatamente. Ma sapeva
che sulla costa poteva ancora esserci bel tempo, e non gli andava di
lanciare dei missili con scie incandescenti su zone disabitate, nemmeno
alle 3.00. No, avrebbe atteso la nebbia diffusa, che era certo sarebbe giunta
non appena le normali correnti calde estive si fossero scontrare con le
folate di vento freddo del Pacifico che facevano da cornice al temporale.
All'alba verificarono di nuovo, risalendo lentamente a quota periscopica.
Ravi aveva avuto ragione. Sull'oceano c'era un grande banco di nebbia,
con visibilità non superiore ai cinquanta metri. Il generale ritenne
probabile che si fosse esteso fin sulla terraferma e che la bianca coltre
umida avesse ricoperto pesantemente le montagne della catena costiera
dell'Oregon.
«Ci siamo, vecchio mio», disse a Ben Badr.
«Sissignore», rispose il giovane ammiraglio iraniano.
«Preparare i tubi da uno a quattro... direttore dei missili e capitano di
corvetta Shakira nel locale missili... addetto all'assetto, prua a salire dieci
fino a sessanta metri... rotta zero-tre-zero... velocità 5... locale sonar,
verificare assenza di contatti... direttore missili, verifica finale procedure
pre-lancio e regolazioni.»
Tutti avvertirono che il sottomarino sollevava la prua, quindi sentirono
Ravi chiamare l'equipaggio alla preghiera. Coloro che non stavano
correndo verso il locale missili s'inginocchiarono sui ponti in acciaio alla
maniera musulmana. Gli uomini saltarono giù dalle brande, i meccanici
posarono gli attrezzi e tutti ascoltarono il comandante della missione che li
avvertiva del prossimo tumulto, invitandoli a prepararsi a sentire gli angeli
suonare per tre volte le trombe. A quel suono, disse, solo i giusti avrebbero
attraversato il ponte per giungere fra le braccia di Allah. Stavano
lavorando per conto di Allah, erano i suoi figli, e quel giorno vivevano in
quella grande macchina da guerra per conto di Allah. Era stata costruita
per lui e loro erano nati per servirlo.
Quindi lesse dal Corano:

Te invochiamo in aiuto:
guidaci per la retta via,
la via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia.*

* Le citazioni dal Corano sono tratte da Il Corano, a cura di A. Bausani,


Rizzoli, Milano, 2001. (N.d.R.)

Il generale Rashood terminò come spesso faceva con una lode immortale
ad Allah: «Ho girato il mio volto solo verso l'Essere Supremo che ha
creato i cieli e la terra... possa Tu essere la gloria... Sia Tu il nome più
propizio. Sia Tu esaltato e Tu, solamente Tu, meriti la fede».
Pregarono in silenzio per alcuni secondi, quindi tornarono ai loro
compiti.
Shakira riferì al direttore missili e verificò nuovamente i programmi
preimpostati dello Scimitar: «Zero-tre-zero dal lancio fino a latitudine 46°
05' N. Quindi cambio di rotta per zero-nove-zero fino a longitudine 127°
O... poi cambio di rotta per tre-sei-zero per trenta miglia nautiche... quindi
cambio di rotta finale per due-uno-zero a quindici miglia dalla posizione
esatta dell'obiettivo».
Erano le 6.30 quando il generale Rashood diede l'ordine: «Pronti tubi da
uno a quattro!» Quindi, pochi secondi più tardi: «Tubo uno, fuori!»
E il missile in acciaio da otto metri, che a maggio era stato trasportato su
un autocarro dell'Esercito dalle viscere di Kwanmo-bong, era in volo.
Il Barracuda II vibrò leggermente mentre il missile lasciava il lanciatore,
saliva in verticale fino in superficie, rompeva le onde del Pacifico e
accendeva i suoi motori, con la vampa incandescente della sua scia
oscurata dalla nebbia.
Schizzò verso l'alto, crepitando nel cielo mattutino, corresse la rotta e
livellò a duecento metri sopra la superficie del mare. A 600 nodi entrarono
in funzione le turbine a gas, eliminando così la scia rilevatrice nel cielo,
mentre volava sempre sulla sua rotta in direzione nord-est, con la sua
inappuntabile precisione, merito dei lavoratori di Kwanmo-bong.
Mentre si apprestavano a lanciare dal tubo due, il comandante in capo
era tranquillo sapendo che i coreani avevano giurato di costruire una
replica fedele del vecchio Raduga russo, e che lo Scimitar sarebbe stato
all'altezza delle sue prestazioni sotto ogni punto di vista. Il nuovo motore a
razzo migliorato non avrebbe presentato problemi, e le ali automatiche
posteriori si sarebbero aperte non appena il missile fosse stato in volo.
In quel preciso istante i nordcoreani stavano ottenendo il loro successo
mentre il missile da crociera che avevano creato si lanciava in diagonale
verso le lontane coste settentrionali dello Stato americano dell'Oregon. Si
trovava a trecentotrenta chilometri dal punto di caduta, e avrebbe superato
la linea di costa di lì a ventun minuti.
In quel momento altri tre missili identici, sotto il controllo del
sequenziatore di lancio del Barracuda, sarebbero sfrecciati, in linea di fila,
dietro di lui. Stessa rotta. Attraverso la nebbia. Destinazione: l'incrinata e
sconvolta parete nord del monte St. Helens.
Il primo missile superò urlando la brulla costa poco a nord di capo
Tillamook alle 6.54. Si scagliò tuonando attraverso il picco alto novecento
metri della Saddle Mountain, salendo e scendendo, seguendo il profilo del
terreno. Superò il parco statale di Clatsop ed entrò nella contea di
Columbia, a una velocità di 600 nodi mentre superava l'ampio fiume,
quindi il confine dello Stato, trenta chilometri a valle della città di
Portland.
Si trattava di un altopiano, che sorgeva fra le cime torreggianti della
parte meridionale della catena delle Cascate. Il cervello elettronico pre-
programmato dello Scimitar, che leggeva il radar altimetro, stava facendo
gli straordinari per seguire il livello del terreno che cambiava
continuamente. Ma i tecnici cinesi avevano lavorato bene per il generale
Rashood.
Il grosso missile Mark 1 lacerò l'aria varcando l'interstatale 5 e urlò
attraverso i picchi della contea di Cowlitz, diretto lungo la valle del fiume
Kalama fino alla diga di Swift Creek dove virò
verso nord, puntuale sul programma. Ormai la grande torre del monte St.
Helens si trovava a una dozzina di miglia sulla sinistra, e il missile la
superò a gran velocità, sempre diretto verso nord. Volò velocemente sopra
le grandi foreste della catena delle Cascate, e poco dopo la cittadina di
Gifford effettuò la sua virata, girando a sinistra secondo un grande
semicerchio.
La natura sotto di lui era silenziosa, ma dai picchi elevati si sarebbe
potuto sentire il sibilo dell'aria smossa violentemente, mentre lo Scimitar
virava verso sud-ovest. Assunse rotta due-uno-zero, puntando con
precisione contro il gigantesco duomo instabile, che spuntava dal fondo
del cratere del vulcano, nei pressi della cima della montagna.
Giunse molto rapidamente, aumentando la propria velocità man mano
che perdeva quota, raggiungendo quasi 700 nodi mentre fendeva l'aria del
mattino sopra le pendici del monte Hughes, dove nasceva il Green River, a
est del Coldwater Creek.
Pochi istanti più tardi si lanciò nei cieli sopra le acque blu dello Spirit
Lake nascoste dalla nebbia.
Attraversò in un lampo la fitta coltre di umida foschia e superò la riva
settentrionale ancora a più di 600 nodi, quindi cabrò bruscamente per
seguire gli erti pendii del monte St. Helens. Compì un arco nell'aria,
impiegando meno di nove secondi per coprire i duemilacinquecento metri
dell'ascesa fino alla cima, dove s'inclinò e si fece strada dritto verso il
centro del cratere.
Programmato per esplodere due secondi dopo l'impatto, l'ogiva appuntita
e in acciaio rinforzato del missile penetrò nella base instabile formata da
rocce sparse e cenere del cratere, infilandosi per cinque metri sotto la
superficie prima di esplodere con effetto dirompente. Rocce e cenere
volarono a un'altezza superiore a trenta metri.
La testata dello Scimitar provocò delle crepe simili a lampi in profondità
nella crosta terrestre, aprendo gli strati che si stavano già muovendo, fin
giù dove il magma ribolliva e si agitava, sempre alla ricerca di una via
d'uscita. Di per sé il primo Scimitar non poteva provocare l'eruzione del
monte St. Helens. Ma ce n'erano altri tre che seguivano, e il grande
vulcano, se lo avesse saputo, si sarebbe preparato per il fulmine artificiale
che stava per arrivare.
In realtà un grande sbuffo di vapore schizzò verso il cielo, ma gli
abitanti del posto non colsero l'avvertimento; nemmeno gli autisti dei
camion che guidavano nella foschia lungo le strade locali, 503 o 90, o a
sud sulla 25 da Gifford. Anche in condizioni di buona visibilità non era
sempre facile vedere la cima della montagna dalle strade costeggiate dagli
alberi, e quasi tutti avevano visto lassù in precedenza degli sbuffi di vapore
e anche l'occasionale getto incandescente di cenere.
Cinquantacinque secondi più tardi il secondo missile colpì, esattamente
nello stesso punto, 46° 20' N, 122° 18' O. Penetrò in profondità nel foro
appena aperto, a meno di tre metri dal primo missile. Si spinse nel magma
in ebollizione, esplodendo con incredibile forza in una parte della
montagna marcia fino al midollo, un mucchio di frammenti rocciosi neri
instabile e franoso.
La furia dell'esplosione, sebbene attutita per gli autoveicoli a otto
chilometri di distanza, fu sufficiente a provocare delle lunghe e profonde
crepe nel condotto superiore del camino. Ormai 3 magma, bianco per il
calore, iniziava a ribollire attraverso gli scisti neri, riuscendo per il
momento a uscire solo dalle fessure assai strette, ma risalendo
costantemente.
Meno di un minuto più tardi vi fu una svolta. Il terzo missile giunse
urlando con una forza sufficiente ad abbattere tre grattacieli. Altro magma
incandescente risalì attraverso i canali sotterranei; non ancora
un'esplosione, ma quasi. Il magma iniziò a riversarsi nel cratere, e il
vapore e il fuoco schizzarono nel cielo nebbioso.
Giunse infine il quarto missile, puntando dritto nel magma ed
esplodendo all'istante, con la stessa forza degli altri, nello stesso posto e
con effetti simili. L'involucro in metallo si fuse, ma la testata di TNT fece
il suo lavoro, provocando un'ampia apertura nel crepaccio e rilasciando
miliardi di metri cubi di gas compressi. Alle 7.06 di domenica 9 agosto
2009 il monte St. Helens eruttò con forza selvaggia per la seconda volta in
meno di trent'anni.
L'esplosione distrusse migliaia di abeti americani nell'arco di un
semicerchio di venti chilometri di raggio verso nord. Il cratere, che
conteneva il duomo instabile, era già rivolto verso quel lato, e quando
giunse l'esplosione lasciò la zona alle sue spalle, verso sud e verso ovest,
più o meno intatta, fatta eccezione per un «acquazzone» di cenere.
Così come era avvenuto nel 1980, il grande flusso piroclastico di magma
scese dai pendii più alti del monte, un terrificante fiume incandescente
spesso tre metri di roccia fusa proveniente dal centro stesso della terra.
Sembrava muoversi piano, ma correva a oltre sessanta chilometri orari
mentre crepitava e brontolava dirigendosi verso lo Spirit Lake, bruciando
qualsiasi cosa lungo il suo percorso, spazzando via la vegetazione del lago,
facendo ribollire l'acqua e gettando nella nebbia vapore caldo.
Dei campeggiatori sul lato settentrionale del lago e sui bassi pendii della
foresta di pini della montagna, in prevalenza bambini e studenti di liceo,
nessuno ebbe la possibilità di salvarsi. Una manciata di polvere bruciata
sepolta in profondità nella roccia vulcanica sarebbe stato tutto ciò che
rimaneva dei soldati di una guerra sadica e crudele che nessuno avrebbe
nemmeno mai saputo fosse stata combattuta.
Ormai la nebbia si era diradata attorno alle cittadine di Glenoma, Morton
e Mossyrock lungo le strade 12 e 508, e attraverso la foschia della vetta era
appena possibile intravedere la cima del monte St. Helens che eruttava
fuoco e lanciava in aria migliaia di tonnellate di roccia e ceneri roventi a
un'altezza di centinaia di metri.
Era una visione terrificante e, come molte manifestazioni della natura,
troppo spaventosa da contemplare. Ma ogni uomo, donna e bambino di
quelle pittoresche cittadine dello Stato di Washington sapeva di essere
testimone di una catastrofe, di una distruzione senza pietà e della tragica
perdita di vite umane. Tutti coloro che osservavano inermi sapevano che
quella sera avrebbero potuto esserci moltissimi posti vuoti a tavola in tutto
il Nord-ovest dell'America.
La lava travolse in tutto quindici automobili parcheggiate lungo il
perimetro del lago, e i detriti roventi della valanga caddero nel ramo
settentrionale del fiume Toutle, creando in alcuni punti delle vere e proprie
dighe. Bloccò completamente il Coldwater Creek. Una vasta superficie di
depositi laterali dell'esplosione, migliaia di tonnellate di cenere, si sparse
su un'area di oltre cinquecentocinquanta chilometri quadrati, intasando i
fiumi, ricoprendo le foreste e le fattorie isolate.
La calda e tranquilla domenica del 9 agosto sarebbe stata ricordata per
sempre in tutto quell'angolo rurale solitario del 42° Stato come il giorno in
cui il monte St. Helens, la svettante sentinella ricoperta di neve della
foresta nazionale Gifford Pinchot, all'improvviso, senza preavviso,
s'imbizzarrì e distrusse la stessa terra che gli aveva dato i natali.
Quella domenica mattina coloro che non avevano visto la sconvolgente
eruzione del 1980 osservarono la vera natura della montagna. E quella
aveva ben poco a che vedere con la sua maestosità o con la grande cima
silenziosa, che avevano dominato quella parte meridionale delle montagne
dello Stato di Washington: il bastione della forza, la regina della catena
delle Cascate.
Quello era il vero St. Helens, un colossale mucchio instabile e nero alto
duemilacinquecento metri di breccia vulcanica marcia che eruttava cenere
rovente grigio scuro, rocce incandescenti, fumo nero e magma,
vomitandoli dalle fondamenta dell'inferno. Deciso a bruciare tutto quanto
poteva raggiungere.
Pochi minuti dopo la prima grossa eruzione - poco dopo lo Scimitar
numero quattro - iniziò l'incendio. I giganteschi blocchi di roccia fusa e
una densa pioggia di cenere rossa incandescente atterrarono sulle foreste di
pini. Gli aghi secchi sulla superficie della foresta presero fuoco
immediatamente, e gli alberi impiegarono solo qualche momento in più
per bruciare. La resina infiammabile all'interno degli aghi, dei rami e dei
tronchi degli abeti americani crepitava e scoppiettava in un gigantesco
incendio facilmente udibile. Da lontano l'incendio risuonava come lo
strano brontolio di un campo di battaglia.
Migliaia di acri bruciavano con ferocia, espandendosi a incredibile
velocità grazie al vento da ovest che soffiava dolcemente dal Pacifico,
disperdendo la nebbia e alimentando le fiamme. Dalla cima giungeva ogni
cinque minuti un nuovo boato cupo e furioso, un altro pennacchio di fuoco
e cenere lacerava il cielo blu, e un altro osceno fiotto di magma usciva dal
cratere e scendeva sul fianco della montagna.
Alle 8.30 ogni famiglia, ogni macchina piena di turisti, ogni autobus
carico di sportivi nel raggio di quaranta chilometri sapevano che il monte
St. Helens aveva eruttato. Le emittenti radio stavano mettendo insieme alla
meglio dei notiziari basandosi su nient'altro se non il fatto incontrovertibile
che la dannata montagna aveva fatto saltare la propria cima. Ancora una
volta.
Venivano convocati elettronicamente e intervistati gli esperti di vulcani
di tutta la zona. Ammisero tutti il loro completo sbalordimento e alle 9.00
le redazioni di radio e televisioni erano alla disperata ricerca di notizie. La
polizia dello Stato aveva posto il divieto di sorvolo per gli elicotteri dei
mezzi d'informazione e non c'era modo di avvicinarsi alla montagna.
Era impossibile trovare gli esperti che monitoravano in permanenza il
vulcano e i gruppi di studio universitari, che raccoglievano i dati alle
pendici della montagna sotto il cratere, erano morti. La maggior parte dei
posti di osservazione sul lato nord della montagna era stata devastata, gli
edifici sui costoni più in alto ridotti a macerie fumanti, quelli più in basso
travolti dal magma che inceneriva tutto.
Gli alberi abbattuti dallo scoppio giacevano in posizioni assurde
appoggiati a quelli che avevano resistito all'esplosione. L'insieme formava
adesso delle alte piramidi chiuse di rami secchi di pino combustibili, accesi
dall'interno mentre il fuoco si propagava fra gli aghi di pino secchi sul
fondo della foresta.
Dall'alto assomigliavano a fornaci sparse, che bruciavano come punti
luminosi roventi, appiccando istantaneamente il fuoco a qualunque cosa
fatta in legno e resina si trovasse a distanza di scintilla.
All'ora di pranzo il presidente aveva dichiarato l'area sudoccidentale
dello Stato di Washington zona disastrata e gli aiuti federali si erano messi
rapidamente in moto. Tuttavia il problema con i vulcani era che non
c'erano mezze misure, niente feriti, nessuna persona traumatizzata; e
nessun testimone. La furia di quel tipo di assalto al pianeta era troppo
imponente.
Se uno si trovava abbastanza vicino da poter gettare luce sull'evento che
si era prodotto da una posizione prossima, le sue probabilità di
sopravvivenza erano vicine allo zero. Le cose stavano in quel modo anche
alla base del monte St. Helens quella domenica mattina... fatta eccezione
per un grosso veicolo fuoristrada che era rimasto parcheggiato tutta la
notte sulla costa nordoccidentale dello Spirit Lake. Conteneva una serie di
fucili da caccia e canne da pesca, e ospitava quattro appassionati, tre dei
quali del posto e uno della Virginia.
Il capo di quella piccola spedizione era Tony Tilton, un ex procuratore
di Worcester, Massachusetts, al momento presidente della Seattle National
Bank. Insieme con lui vi era il leggendario commerciante di arte navale
della costa orientale Alan Granby, che si era trasferito all'Ovest con la
moglie Janice dopo che una venale società privata aveva minacciato di
costruire una centrale a energia eolica di fronte al giardino posteriore della
loro casa sulle coste dello stretto di Nantucket.
Il terzo membro del gruppo, anch'egli originario della costa orientale, era
il famoso giornalista e commentatore politico Don McKeag, che aveva
finalmente abbandonato il suo programma su una radio locale di Cape Cod
per un contratto con una grande rete che lo obbligava a vivere e lavorare a
Seattle, la Voice of Northwest.
Il quarto serio sportivo in quel gruppetto di persone raffinate era il
pescatore d'altura, cacciatore d'anatre e pilota di automobili Jim Mills di
Middleburg, Virginia. Stavano trascorrendo una battuta di caccia e pesca
di una settimana, ed erano rimasti accampati sulle rive del lago per tutta la
notte, pronti per dare la caccia alle superbe trote che avevano eletto a loro
domicilio lo Spirit Lake.
Fra quei quattro uomini e il resto degli sportivi sparsi attorno al lago nei
caldi mesi estivi c'era una grossa differenza. Nel 1997 Tony Tilton e sua
moglie Martha si trovavano in crociera nei Caraibi orientali quando era
esploso il vulcano Montserrat, seppellendo due città, distruggendo l'intera
parte meridionale dell'isola e ricoprendo con una spessa e soffocante coltre
di cenere vulcanica tutto ciò che si trovava nel raggio di sessanta
chilometri. Tony Tilton era sulla prua dello yacht che aveva noleggiato e
aveva visto il violento inferno vomitare fuoco dalle Soufrière Hills.
Nella mente di Tony era rimasta impressa la velocità con cui la
montagna aveva rovesciato la sua collera sull'isola. Aveva visto
l'esplosione, osservato il rombante pennacchio di cenere ardente e fumo
salire in cielo per centinaia di metri. Quasi contemporaneamente aveva
visto il grande e ardente diavolo di magma iniziare la sua fatale discesa
lungo i tre fianchi della montagna. Aveva la padronanza dei fatti dell'ex
procuratore e l'occhio per i dettagli del banchiere. Secondo Tony c'erano
circa quattordici minuti per scappare lontano da quella montagna oppure
morire.
E adesso, dodici anni più tardi, nelle prime ore di quella mattina di
domenica sulle rive dello Spirit Lake, Tony aveva sentito un vento strano e
improvviso, un v-u-u-u-u-s-c attraverso la densa aria nebbiosa sull'acqua.
Aveva alzato istintivamente lo sguardo ma non aveva visto nulla.
Meno di dodici secondi più tardi aveva sentito un debole rombo attutito
provenire dall'alto della montagna, ma di nuovo non era riuscito a vedere
niente su per i pendii attraverso la nebbia. Aveva sentito nuovamente il
vento e un altro sussulto lontano dalla cima della montagna. Questa volta
era più forte, ma forse solo perché Tony era già in notevole allarme.
Ciò bastava per il presidente della Seattle Bank. Si era girato verso Don
McKeag e aveva detto sbrigativamente: «Salta in macchina, Donnie. E non
fare domande. Salta solo a bordo». Quindi si era girato verso la tenda e
aveva urlato: «Alan, Jimmy... alzatevi e saltate in macchina... subito...
Siamo in grossi pasticci!»
Alan Granby, un uomo corpulento ma che si muoveva con la grazia del
defunto Jackie Gleason, saltò subito a bordo. Lui e Jimmy avevano
dormito vestiti ed entrambi giunsero correndo dalle loro tende, allarmati
per la palese tensione che traspariva dalla voce di Tony Tilton.
Il motore del veicolo stava già rombando, e balzarono entrambi sui sedili
posteriori. Tony premette l'acceleratore e bruciarono i pneumatici lungo le
calde rive del lago, diretti verso ovest attraverso la breve pista nella foresta
che portava alla strada 504. La pista era quasi dritta e relativamente poco
accidentata e il fuoristrada era lanciato a quasi cento chilometri orari
quando udirono la terza esplosione proprio dietro di loro, seguita poco
dopo da un'altra.
«Che cosa diavolo è stato?» chiese Don McKeag.
«Nulla di speciale», rispose Tony. «Salvo il fatto che penso che il monte
St. Helens abbia appena eruttato.» Avevano intanto raggiunto la strada
provinciale diretta a nord verso Glenoma e la più veloce strada 25. Attorno
a loro si vedevano ardere strane luci che ricadevano fra gli alberi come una
pioggia di meteore.
Ma la luminosità del giorno era scomparsa. Alan Granby diede
un'occhiata al cielo. «Se dovessi indovinare, direi che si è trattato di
un'eclisse parziale del sole.»
In quel momento sentirono un rombo scuotere la terra sotto le ruote del
veicolo, e un vento urlante attraversare come un uragano la foresta. Tony
lanciò il fuoristrada lungo la deserta strada 12, diretta a nord, consapevole
dei frammenti incandescenti che di lì a poco avrebbero iniziato a ricadere
sulla strada. «Speriamo di non mettere per sbaglio la marcia indietro»,
mormorò. «Ho la sensazione che tutti coloro che sono rimasti laggiù non
se la caveranno.»
I chilometri scorrevano sotto le ruote, e adesso il cielo si stava scurendo
sotto una fìtta, alta e grigia nube sopra di loro. Ciò nonostante attraverso il
finestrino posteriore potevano vedere un terribile bagliore nel cielo. In
undici minuti avevano messo venti chilometri fra loro e le pendici del
monte St. Helens. Di fronte a loro sembrava essere un po' più chiaro e
Don, con il suo spirito giornalistico, propose di fermarsi dopo qualche
chilometro e dare un'occhiata indietro alla montagna, alle fiamme e alla
terra bruciata da cui erano riusciti in qualche modo a fuggire.
«Qualcuno di voi ragazzi sogna un breve viaggio di caccia e pesca in
Indonesia il prossimo anno?» chiese Tony. «Sapete... un bel piccolo campo
base alle pendici del Krakatoa... Sto diventando un vero professionista
nella fuga dai vulcani...»

■ Tre ore più tardi.

Buongiorno a tutti, qui Don McKeag che vi riferisce dal vivo


dalla prima linea della catastrofe che ha colpito il nostro Stato.
Durante l'improvvisa e devastante eruzione del monte St. Helens
mi trovavo in un campeggio di caccia proprio alle pendici del
vulcano che stava per esplodere.
Posso dire in tutta onestà che è grazie a una specie di miracolo
se sono qui a parlarvi questa mattina... perché sono stato strappato
dalla morte certa dal rapido pensiero del mio amico Tony Tilton
che ci ha di fatto portato verso la salvezza... attraverso il fuoco e
la cenere vulcanica... scappando di fronte alla lava... e alla
catastrofica esplosione.
Sapete dal mio normale programma mattutino nei giorni feriali
che accetto telefonate e discuto le politiche di questo grande
Stato... ma oggi cambierò il format... Voglio solo restare qui
seduto, riprendere fiato, e cercare di spiegare che cosa vuol dire
sfuggire letteralmente alle fauci dell'inferno... Finora giungono
notizie di un centinaio di nostri concittadini che non ce l'ha fatta...
alle loro famiglie desidero porgere il mio più profondo dolore e
cordoglio... avrei potuto molto facilmente essere uno di loro...

Mentre Don parlava, con tono misurato ma per forza drammatico, ogni
pompiere della parte sudoccidentale dello Stato di Washington era
impegnato a combattere gli incendi alla periferia di quello principale. Non
aveva nemmeno senso pensare di avventurarsi nella zona interna sotto la
parete nord della montagna o inviare in quell'inferno una flotta di
ambulanze. Non vi sarebbero stati feriti.
L'unica cosa che si poteva fare in quel momento era cercare di arginare
la foresta in fiamme, bloccare l'espansione del fuoco che poteva provocare
caos e miseria fra gli ignari proprietari di case. Ben presto si sarebbero
alzati in volo gli aerei da lavoro agricolo per riversare centinaia di
tonnellate d'acqua sulle zone di foresta rimaste intatte. Altri vigili del
fuoco erano già al lavoro pompando e spruzzando acqua su grandi tratti di
foresta, cercando di evitare che il calore bruciante potesse far evaporare
l'acqua prima ancora che giungesse il fuoco.
A metà pomeriggio di quella domenica il disastro era la principale
notizia nazionale. La CNN, al pari di Fox News e delle altre reti, ne
mandava in onda le immagini. La sera di domenica tutti i canali che
trasmettevano ventiquattr'ore al giorno si stavano battendo su quella
notizia. Non disponevano di informazioni aggiornate, di nuovi fatti né di
opinioni rivelatone. Quella domenica mattina il monte St. Helens si era
prodotto in una gigantesca eruzione. C'era un mucchio di fiamme e di
furore, cenere, rocce fuse e lava. Chiunque fosse rimasto intrappolato nelle
immediate vicinanze della montagna era certamente morto. E Dio solo
sapeva quanti incendi di foresta stavano infuriando nei territori
settentrionali, oltre il vulcano. Testimoni prossimi? Zero, fatta eccezione
per Don McKeag e i suoi tre amici.
Tradizionalmente i vulcani fanno tutto ciò che vogliono, impedendo
ogni possibile editoriale indignato che proclama come consuetudine
consacrata dal tempo: «Ecco perché ciò non dovrà più accadere», oppure:
«Sono forse morti invano?» o ancora: «Era possibile prevedere questo
incidente?» o, addirittura, quel preferito e imbarazzante titolo: «Devono
cadere delle teste!» Le redazioni dei notiziari e dei servizi speciali si
rivolgevano invece, chiaramente con un misto di riluttanza e sollievo, agli
esperti, molti dei quali erano morti sulla montagna, ma alcuni di loro erano
pronti a gettare luce su un avvenimento di cui non avevano la più pallida
idea.
Nelle settimane precedenti c'era stata, era vero, qualche perdita di vapore
e anche di gas dalla sommità del cratere. C'era stato qualche segnale di
fuoco, ceneri e fumo nero che si era sprigionato nell'atmosfera. E non
sarebbe stata un'enorme sorpresa se il monte St. Helens avesse eruttato nei
cinque anni seguenti. Quel gigantesco duomo era effettivamente un
elemento indicativo.
Ciò che aveva sconcertato i professori era l'assoluta velocità
dell'eruzione; così improvvisa, così inattesa, così del tutto senza preavviso.
Si trattava di un concetto nuovo per i vulcanologi di tutto il mondo.
Nessuna esplosione maligna preventiva, nessun torrente di scintille o
brontolii sinistri, nemmeno un segno di magma che tracimasse dal bordo
del cratere. Nulla. Si era trattato della morte sussurrante del monte St.
Helens. Invisibile. Inattesa. Non annunciata.
La CNN improvvisò un commento da parte di un giovane vulcanologo
della University of California di Santa Cruz. Non aveva mai visto il monte
St. Helens e non era ancora nato quando quello aveva eruttato nel 1980.
Suo padre non era ancora nato quando nel 1914 si era prodotta l'unica altra
eruzione vulcanica paragonabile degli Stati Uniti, quella del Lassen Peak.
Ma il fresco laureato Simon Lyons della contea di Orange parlò con la
risoluta autorità di coloro che sono abbastanza giovani da conoscere le
risposte a tutto.
«Qualunque studente appena mediocre di situazioni di pericolo
geologico doveva sapere che quel vulcano poteva eruttare da un momento
all'altro», dichiarò. «Quel duomo stava crescendo a velocità elevata, circa
ottocento metri in diametro nel corso degli ultimi due anni. Quello è il
segno che andiamo tutti cercando. È il segno del magma che si accumula,
risalendo dal centro della terra. Quando si vede un duomo che viene
alimentato a forza dal magma sottostante, si osserva un vulcano che si sta
apprestando a scoppiare.»
«Quindi dà la colpa a quei gruppi di studio che facevano base sulla
montagna, che avrebbero in teoria dovuto monitorarla a beneficio di tutti
noi... usando fondi federali?»
«Sissignore. Certamente. Incompetenza. Ignoranza del valore dei dati.
Un probabile anatema per qualsiasi vero scienziato.»
Il professor Charles Delmar, della University of Colorado, era più
anziano, più esperto e più prudente. Fox News riuscì ad aggiudicarselo e fu
lui il primo ad ammettere di non poter fare molta luce sull'eruzione.
Disse che le fotografie mostrate facevano pensare che l'esplosione della
domenica mattina in vetta alla montagna fosse stata diretta verso nord, il
che faceva ritenere che il duomo stesso avesse ceduto sotto la pressione del
magma sottostante. Il professor Delmar trovava la cosa «molto strana» per
il semplice fatto che non erano stati riferiti sintomi di eruzione da quel
preciso punto. C'erano state tracce di fuoriuscite di vapore e di un po' di
fumo, ma secondo i rapporti quelle provenivano dalla cima della montagna
e non dalle crepe nel duomo, cosa che avrebbe evidenziato un indizio di
pressione sotto la cupola di roccia lavica.
Di conseguenza il professor Delmar riteneva «molto strano» che quello
si fosse annientato all'improvviso e «cosa ancora più strana» che avesse
ceduto in modo così totale, così rapido, e che la terza grande eruzione
vulcanica degli Stati Uniti in un centinaio d'anni fosse avvenuta,
letteralmente, in pochi istanti.

Il Barracuda II navigava lento verso sud nel Pacifico, seguendo il


meridiano 127° O per altre cento miglia. Erano ormai quasi le 3.00 quando
il sottomarino si portò di nascosto in superficie, alzò l'albero ESM e
trasmise via satellite un messaggio composto da una singola parola al
proprio quartier generale, nella lontana Bandar Abbas, nello stretto di
Hormuz.
La parola era Saladin. E il messaggio fu inoltrato via posta elettronica
lungo una via crucis formata da computer, nella parte musulmana di
Gerusalemme, la stessa strada lungo la quale si dice che Cristo avesse
trascinato la sua croce in direzione del Calvario.
Nel giro di pochi istanti una lettera chiusa, con i francobolli di posta
aerea già attaccati, fu affidata alle mani di un messaggero, che corse
rapidamente attraverso la città vecchia fino all'ufficio postale centrale di
Schlomzion Street.
Era indirizzata all'Ammiraglio Arnold Morgan, Casa Bianca, 1600
Pennsylvania Avenue, Washington, DC, USA. RISERVATA PERSONALE.
Il generale Rashood sapeva che l'ammiraglio non lavorava più nell'Ala
Ovest, ma era certo che il gigantesco ufficio postale dell'amministrazione
statunitense, cinquantamila lettere alla settimana, avrebbe trovato il modo
per far proseguire quella lettera all'indirizzo privato di casa
dell'ammiraglio.

5
■ Venerdì 14 agosto 2009. Chevy Chase, Maryland.

Harry, il capo degli agenti di scorta dell'ammiraglio Arnold Morgan,


firmò la ricevuta per le quattro lettere consegnate dal corriere della Casa
Bianca. Si avviò quindi a piedi fino alla cassetta postale appositamente
installata sotto il porticato, la vuotò e si diresse verso l'alto cancello che
proteggeva l'ingresso della zona della piscina, la grande chiazza
rettangolare di acqua blu.
Tre degli alti muri in pietra che la circondavano erano in stile
spagnoleggiante color rosa salmone; tutt'attorno c'erano giganteschi vasi in
terracotta traboccanti di arbusti. Il quarto lato era costituito da un recinto in
legno lungo il quale si trovava una piccola cabana con un bar in legno di
teak lucidato e quattro sgabelli.
«Signore», gridò Harry. «Desidera che le porti la posta?»
«Dato che continueresti a rovinarmi la giornata con queste maledette
banalità, è meglio che me la porti», disse la voce stentorea dell'ammiraglio
dall'alto della staccionata.
«Sissignore», disse Harry, entrando e dirigendosi verso il tavolino con il
ripiano in vetro dove l'ammiraglio Morgan era seduto su una sedia con lo
schienale in tela, simile alla poltrona di un regista, con le ciglia aggrottate,
come faceva quasi sempre, leggendo le idee politiche del New York Times.
Così come molti quotidiani americani, quel giornale stava godendo di un
periodo di gloria e si congratulava con lo splendido nuovo presidente
democratico Charles McBride.
«Gesù Cristo», grugnì Arnold. «Non mi sono mai reso conto che fosse
possibile mettere così tante teste di cazzo sotto il tetto di un'unica
redazione. Salvo forse al Washington Post... che non ho ancora letto, dato
che sto cercando di tenere sotto controllo la mia pressione.»
«Sissignore», disse Harry, appoggiando sul tavolo la posta
dell'ammiraglio. «Ha visto la vittoria degli Orioles la notte scorsa?»
«L'ho vista», rispose l'ammiraglio. «E hanno commesso due errori. Nel
solito punto. Proprio nel maledetto centro. Te l'ho già detto, da quando se
n'è andato Bordick gli manca un'interbase di ottimo livello. E fino a
quando non ne troveranno una non raggiungeranno mai i play-off...»
«Ha seguito la partita, signore?»
«Solo l'ultimo paio di inning, dopo cena. Di conseguenza mi sono perso
tutti i punti. Ho visto solamente gli errori. Per un attimo ho pensato che gli
Yanks potessero riprenderci.»
«Già. Anch'io. Quel ragazzo giapponese ha fatto una buona chiusura. Ci
ha salvato il culo, non crede, signore?»
«Lo ha fatto davvero... Ora, cosa sono tutte queste stronzate che mi hai
portato? Vai dentro e procurami un sacchetto di plastica, ti dispiace? Ho la
sensazione che questa consegna sia al 99 per cento carta straccia.»
«Bene, signore... torno subito.»
L'ammiraglio osservò le prime quattro lettere, quelle provenienti dalla
Casa Bianca. Una era del dipartimento pensioni, due erano inviti, la quarta
proveniva da qualcuno in Medio Oriente, a giudicare dal ritratto dello
sceicco sul francobollo.
Arnold riusciva di rado a osservare una fotografia o un ritratto di un
arabo anziano senza ricordarsi, automaticamente, delle torri del World
Trade Center otto anni prima. Prese la lettera e strappò con impazienza la
busta color crema. Il singolo foglio di carta che conteneva non riportava
nessuna intestazione. Era vuoto. Nessuna data. Nel centro c'erano tre righe
scritte a macchina, più una firma di una sola parola in stampatello. Nulla di
personale.

Ammiraglio Morgan, non avrà creduto


per un solo attimo che l'eruzione del monte
St. Helens fosse un incidente, vero?
HAMAS

Arnold sgranò gli occhi. Girò il foglio, controllò la busta. Non c'era
nessun'altra indicazione, da nessuna parte. Solo quella domanda sfrontata,
piena di minacce. Avrebbe potuto anche trattarsi di uno scherzo.
Ai vecchi tempi avrebbe convocato immediatamente il contrammiraglio
Morris e quindi sarebbe andato subito nello Studio Ovale, senza bussare.
Quel giorno tuttavia, seduto sul bordo della piscina alle 11.00 di una
calda giornata, civile in tutti i sensi, le cose erano molto diverse. Quali
erano i suoi compiti? Cos'avrebbe dovuto decidere? La risposta a entrambi
i quesiti era: niente. Non aveva il dovere di decidere nessuna dannata cosa,
e trovò quel fatto impossibile da accettare.
Kathy era fuori dal parrucchiere. Osservò distrattamente Harry che
ritornava con il sacchetto di plastica nel quale avrebbe riposto gran parte
della posta. Ma la busta di Hamas gli bruciava in mano come un carbone
ardente. Osservò Harry uscire dal cancello della piscina, si versò una tazza
di caffè e meditò.
Alla fine decise che la cosa giusta da fare fosse prendere la lettera,
metterla in una busta, dire a Harry di chiamare il corriere della Casa
Bianca e mandare il plico all'uomo che aveva preso il suo posto quale
consigliere per la sicurezza nazionale del presidente. Lasciare che fosse il
suo successore a preoccuparsi di quella dannata faccenda. Non era più un
problema che riguardava lui, Arnold. Entrò quindi in casa, ne fece con
cura un paio di copie e si comportò esattamente come aveva deciso. Dopo
aver messo la lettera in una busta di plastica, allegò un breve appunto per il
suo successore, Cyrus Romney, già professore di arti liberali a Berkeley e
partecipante a tutte le dimostrazioni pacifiste «più fuorviami, stupide e
maledette che la costa occidentale avesse visto in tutta la sua storia
recente».
Se Arnold Morgan avesse potuto fare a modo suo, Cyrus Romney
avrebbe ricevuto l'ordine di mettersi in viaggio per la Mongolia Esterna e
rimanervi. Arnold Morgan non riteneva affatto che il californiano fosse la
persona migliore per occupare quell'importante incarico che, fra l'altro,
doveva in primo luogo alla sua amicizia di una vita con il collega pacifista
Charles Mc-Bride.
La lettera di Arnold era molto asciutta: Caro Cyrus... mi è arrivata
questa, per errore, quest'oggi, probabilmente da qualcuno che non è al
corrente dei cambiamenti occorsi quest'anno nel governo statunitense. Ne
faccia ciò che vuole. Saluti, Arnold Morgan.
Arnold sapeva che la nota personale del vecchio leone dell'Ala Ovest
avrebbe con ogni probabilità ricevuto scarsa attenzione sia da Cyrus sia dal
suo capo. Gli importava ciò che pensavano loro? Proprio nulla.
Gli importava ciò che l'implicita minaccia di Hamas significava per gli
Stati Uniti d'America? Su una scala da 1 a 1000 l'ammiraglio Morgan si
trovava dalle parti del 999. Si recò nuovamente nella piscina, prese il
cellulare e fece una chiamata sulla linea privata del contrammiraglio
Morris a Fort Meade.
«George... Arnie... hai tempo per una breve chiacchierata in privato?»
Mezz'ora più tardi era in viaggio lungo la circonvallazione, con Harry al
volante della nuova automobile dell'ammiraglio, il nuovo capolavoro a
trazione integrale della General Motors, l'Hummer H2A 2009, un diretto
erede del vecchio cavallo di battaglia del deserto, l'Humvee. Il grande
amico di Arnold Morgan, Jack Smith, segretario all'Energia dell'ultima
amministrazione repubblicana ed ex presidente della General Motors, gli
aveva detto: «Questa cosa è fatta apposta per te, soprattutto perché Kathy
la può guidare con facilità e tu ci puoi andare in guerra».
«Sarebbe piaciuta al generale Patton?» aveva domandato Arnold.
«Probabilmente il generale Patton ci avrebbe vissuto dentro!» aveva
risposto Jack.
Due altri agenti armati lo seguivano di poppa in un'auto privata della
Casa Bianca. Anche quella dotata di finestrini antiproiettile.
Svoltarono a nord verso il viale alberato e attraversarono in fretta la
campagna che si estendeva attorno alla National Security Agency. Al
cancello principale una guardia si avvicinò al posto di guida e chiese i
lasciapassare. Non ebbe quasi nemmeno il tempo di finire la frase.
«Salti su e mi scorti immediatamente nell'ufficio del direttore, nell'OPS-
2B.»
La guardia riconobbe l'ex zar di Fort Meade e capì che se non fosse stata
attenta i seguenti avrebbero potuto essere i suoi ultimi tre minuti di lavoro
della sua carriera. «Signore, sissignore!» scattò il sergente dell'US Army, e
salì subito sul sedile posteriore. Harry conosceva la strada e il militare
saltò giù e sussurrò alla guardia successiva alla porta principale: «Chuck, è
il Grand'Uomo, lo sto accompagnando dal contrammiraglio Morris».
«Subito, signore», fece l'altro, e aprì la porta mentre Arnold stava
scendendo dall'auto. Lui e la sua scorta salirono fino all'ottavo piano con
l'ascensore privato del direttore.
«Dica a Harry di riaccompagnarla, e quindi di aspettarmi fuori... e,
grazie, soldato.»
«Prego, signore», rispose questi, tenendo aperta la porta e aspettando
che l'ammiraglio Morris accogliesse il Grand'Uomo, come sapeva che
avrebbe fatto.
«Arnie, che piacere vederti... entra e siediti. È tanto tempo che non ci
vediamo.»
Di fatto erano circa due mesi. Troppo. Per entrambi i vecchi navigatori.
E per la prima volta l'ammiraglio Morgan non andò a sedersi nella Grande
Sedia, che aveva occupato un tempo lui stesso. Accettò l'offerta di un
caffè, rifiutò il pasto e si sedette in una grossa sedia in legno da
comandante di fronte alla scrivania del direttore.
Solennemente infilò la mano nella tasca interna della giacca e gli porse
una copia della lettera che aveva ricevuto un paio d'ore prima.
George Morris la osservò e inarcò le sue sopracciglia cespugliose.
«Gesù... Quando è arrivata?»
«Questa mattina.»
«Come?»
«Posta ordinaria.»
«Da dove?»
«Medio Oriente. Tutti i timbri erano sbiaditi. Ma penso che i francobolli
fossero palestinesi, quelli speciali emessi in alcune zone di Israele.
Avevano impresso il ritratto di uno sceicco.»
«Lo hai detto a qualcuno?»
«Certo. Ho mandato l'originale alla Casa Bianca, al mio successore. Gli
ho spiegato che la lettera era stata inviata a me per errore.»
L'ammiraglio Morris annuì. «Non hai menzionato le nostre discussioni
precedenti circa i terroristi arabi e i vulcani?»
«Diamine, no. Sarebbero stati felici di avere un motivo per sostenere che
sono una vecchia reliquia paranoica della guerra fredda... e in ogni caso
non ho l'energia per discutere con i coglioni.»
«Sì che ce l'hai.»
«Lo so. Ma non ne ho voglia.»
George Morris osservò di nuovo il messaggio di Hamas. E ripensò alla
loro serata insieme con Jimmy Ramshawe a Chevy Chase, un paio di mesi
prima.
«Ovviamente so a cosa stai pensando, Arnie... la montagna della tua
luna di miele alle Canarie lo scorso gennaio, vero? Uno di loro era quasi di
sicuro un comandante sul campo di Hamas, giusto? Abbiamo la foto che
gli hai scattato, in compagnia dei vulcanologi di Teheran. E adesso questo:
sette mesi dopo, Hamas ti manda un appunto... sottintendendo che ha fatto
saltare in aria il monte St. Helens. I conti sembrano tornare.»
«Be', una coincidenza un po' evidente. Anche se mi rendo conto che non
si può andare in giro a far saltare i vulcani. Nessuno lo ha mai fatto per
quanto mi ricordi. Non in tutta la storia, e i vulcani ne hanno una lunga
migliaia di anni.»
«Già, ma quelli che contano davvero sono solo gli ultimi sessanta»,
replicò George. «Prima di allora nessuno aveva esplosivo sufficiente per
farlo.»
«Hai letto nulla circa ricadute nucleari nella zona del monte St. Helens?»
«Non ho guardato. Ma se così fosse stato ci avrebbero informato.
Ritengo che la montagna sia ancora decisamente troppo calda perché
qualcuno possa fare dei controlli.»
«Non mi convince», rifletté l'ammiraglio Morgan. «Non riesco a credere
che qualcuno abbia messo una bomba nel cratere. E comunque, una bomba
non avrebbe avuto forse quell'effetto. Non esplode verso il basso. Per far
saltare in aria un vulcano bisogna di sicuro infilarla sotto terra, a una certa
profondità, e poi farla esplodere.»
«Cristo. Immagina un po'. Scavare nel camino principale di un vulcano,
probabilmente per varie centinaia di metri, sapendo che quel dannato
affare può eruttare da un momento all'altro e friggerti.»
«Cosa ne pensi di un missile?» suggerì all'improvviso Arnold. «Un
missile che giunge ad alta velocità con un'ogiva appuntita, progettata per
aprirsi la strada nella roccia del fondo del cratere.»
«Be', chi lo sa? Ci vorrebbe un'indagine piuttosto ampia per scoprire se
ciò sarebbe possibile, come quanto spesso fosse il fondo del cratere... sai,
avrebbe potuto essere impenetrabile. E, comunque, da dove poteva arrivare
il missile? Ritengo tu non stia parlando di un ICBM, un missile balistico
intercontinentale, non è vero?»
«Be', non da Hamas. Dio ci aiuti se ne hanno. Ma stavo pensando a un
missile da crociera diretto nel cratere. O due. O tre. O di più.»
«Lanciati da dove?»
«Dal solito posto, George. Probabilmente dal secondo Barracuda che
sembra essere svanito dalla faccia della terra.»
«Be', ritengo che sia tutto possibile. Ma con questa nuova
amministrazione non possiamo sprecare molto tempo a dare la caccia a
simili teorie. Ci stanno già chiedendo di ridurre il personale in tutti i
dipartimenti, ci saranno enormi tagli di bilancio e hanno i loro programmi,
in prevalenza miranti a farci sospendere la nostra caccia universale ai
terroristi immaginari.»
«Mmm. Pensi che reagiranno in qualche modo alla lettera di Hamas?»
«Romney la cestinerà considerandola uno scherzo. E il presidente sarà
d'accordo con lui. A mio parere non arriverà mai fin qui. Anche se
potrebbero inviarne una copia alla CIA.»
«E se non si trattasse di uno scherzo? Se avessero davvero colpito il
monte St. Helens? Se si trovassero davvero in quel fottuto sottomarino
nucleare, stracarico di missili, e stessero pianificando Dio solo sa cosa? Se
avessero davvero inviato una lettera di avvertimento?»
«Penso che lo sapremo abbastanza presto», disse George.
«Cosa intendi dire?»
«Be', quella lettera non era finita», fece notare George. «'Non avrà
creduto per un solo attimo che l'eruzione del monte St. Helens fosse un
incidente... perché non lo era... siamo stati noi... e ciò che è più...'» La sua
voce si spense. «È questo ciò che significa realmente, sei d'accordo?»
«Proprio così. E, se la lettera aveva una qualsiasi concretezza, ne
risentiremo parlare, esatto?»
«Ci scommetterei, Arnie, vecchio amico mio.»
«Okay. Ma nel frattempo sarei felice se tu chiedessi al giovane
Ramshawe di fare qualche indagine, di cercare qualche cosa per me...
Vorrei mostrargli la lettera, se tu sei d'accordo.»
«Nessun problema. Ti accompagno nel suo ufficio. In questi giorni ha
meno da fare. Come tutti noi.»
I due ammiragli finirono il caffè e si avviarono verso l'ufficio
dell'assistente del direttore. Il capitano di corvetta Ramshawe era chino su
una pila di carte, ma il suo ufficio assomigliava meno del solito a una
discarica pubblica, segno chiaro ed evidente della riduzione del carico di
lavoro.
Era tutto cambiato nel mondo dell'intelligence internazionale. Laddove
un tempo la gente alla Casa Bianca e al Pentagono saltava per aria al primo
segno di avvertimento emesso da Fort Meade, adesso c'era soltanto
cinismo. I sospetti della NSA venivano rapidamente accantonati. I
principali elementi operativi della nuova amministrazione seguivano la
strada del loro presidente, pensando cioè che nella CIA, nell'FBI, fra i
militari e nella National Security Agency c'era un gruppo di spie vecchia
maniera, ormai fuori dalla realtà, che vivevano in una sorta di tenebroso
passato delle guerre fredde, di quelle calde e del terrorismo fortuito.
Il mondo moderno, alla fine del primo decennio del nuovo millennio, era
un luogo completamente diverso. Ciò che contava era l'amicizia, la
cooperazione, e non il concentramento di mezzi militari, le cacce alle
streghe di dittatori presumibilmente corrotti, e gli attacchi feroci da parte
delle forze speciali americane contro coloro che contrariavano o entravano
in conflitto con gli Stati Uniti.
Gente come il vecchio Arnold Morgan, perfino il generale Scannell,
l'ammiraglio Dickson e di certo i contrammiragli John Bergstrom
(SPECWARCOM) e George Morris, erano considerati dei dinosauri. I
giovani dirigenti della Casa Bianca avevano iniziato a usare la definizione
«Jurassic Park» quale sorta di nome in codice per iniziati per indicare il
grande complesso intelligence di Fort Meade. L'alto comando del
Pentagono era definito «Gli psicopatici». E il presidente McBride aveva
fatto sapere che non amava essere circondato da militari, non all'interno
della Casa Bianca. E ciò benché di fatto quel luogo fosse gestito dalla
Marina, le auto e gli autisti fossero forniti dall'Esercito, le comunicazioni
dal dipartimento della Difesa, mentre l'Aeronautica forniva tutti gli aerei e
la Marina gli elicotteri.
Un presidente poteva emarginare i militari. E poteva ignorarli
considerandoli irrilevanti per i suoi programmi. Ma in qualità di
comandante in capo avrebbe turbato ammiragli e generali a proprio rischio
e pericolo. Nessun presidente degli Stati Uniti si era spinto al punto di
perdere fiducia nel Pentagono.
Per adesso Charles McBride stava solo giocherellando. Ma stava già
avendo i suoi effetti e ben presto i giovani ufficiali quale il capitano di
corvetta Jimmy Ramshawe avrebbero potuto decidere di lasciarsi allettare
dal mondo civile. Ma non ancora.
«'Giorno, signori», accolse i due ammiragli. E si alzò per stringere la
mano a Morgan. «Tranquilla pensione, signore? Non le manca ancora la
fabbrica?»
Arnold ridacchiò, divertito dal fatto che Jimmy si ricordava ancora come
egli si riferisse abitualmente alla Casa Bianca chiamandola «la fabbrica».
L'ammiraglio Morris si congedò dicendo: «Jimmy, l'ammiraglio vuole
fare due chiacchiere con te. Devo andare a quella riunione. Non
preoccuparti. Resta qui e parla con Arnold. Ha delle cose interessanti da
farti vedere».
«Come sempre», replicò il capitano di corvetta mostrando il suo sorriso
sghembo australiano. «A dopo, signore. Okay, ammiraglio, sono tutto
orecchie.»
Arnold Morgan tirò fuori la copia della lettera di Hamas, gliela passò e
lo osservò leggere.
«Merda», mormorò Jimmy. «Mi sembra di capire che quei bastardi
hanno appena fatto saltare in aria il monte St. Helens.»
«Forse», disse Arnold, con prudenza.
«Be', se non sono stati loro, allora cosa vuol dire questa?»
«Buona domanda, James. Buona domanda. Anche se non dobbiamo
escludere la risposta elementare che si tratti di uno dei soliti scherzi, di
quelli che riceviamo tutti i giorni da ogni genere di fottuto pazzoide.»
«Già. Ma questo è un po' troppo sottile per un pazzoide, signore.
Tendono maggiormente a scrivere frasi come: 'Ascoltatemi, teste di cazzo.
Ho appena fatto saltare in aria quel maledetto vulcano e sto pensando di
farlo ancora. Dio mi ha ordinato di ripulire il pianeta. Ah, ah, ah! '»
«Lo so. È vero. E mi fa piacere che tu provi una sensazione di autenticità
in questo appunto. Come me. È il modo in cui è formulato. E George è
giunto alla conclusione che sembra trattarsi di un lavoro incompleto: 'Non
avrà creduto per un attimo che fosse un incidente... perché non lo era...
siamo stati noi... e ci faremo risentire...' Era quello il tono. Non lo diceva,
ma avrebbe benissimo potuto terminare affermando: '... ci faremo
risentire...'»
«È anche la mia sensazione. Senza alcun dubbio», convenne Jimmy.
«Bene, tagliamo corto un mucchio di chiacchiere», disse Arnold.
«Diamo per certo che abbiano fatto saltare il monte St. Helens. Una bomba
non potrebbe averlo fatto. Il che ci porta a un missile o a dei missili. Come
al solito sembrano provenire dal nulla. Come sempre devono essere venuti
da un sottomarino. Lo sai, missili da crociera fabbricati appositamente, con
ogive coniche appuntite in grado di perforare il fondo del cratere. Per
quanto mi sforzi di immaginare, questa è l'unica possibilità. Quindi,
Jimmy... dove si trova il secondo Barracuda?»
«Aspetti un attimo, signore. Mi lasci accedere al computer.»
Batté diversi tasti, lo schermo lampeggiò alcune volte e il capitano entrò
nel file richiesto. «Signore, le leggerò questa roba, solamente le parti
importanti... potrebbe aver bisogno di prendere qualche appunto mentre lo
faccio. Qui ci sono un blocco e una penna... è pronto?»
«Fuoco a volontà», rispose l'ammiraglio, entrando nello spirito della
cosa.
«Giorno 6 luglio, il Barracuda viene individuato mentre naviga verso
sud lungo il mar Giallo, al largo di Huludao, dove è rimasto per un mese in
un bacino coperto. Lo abbiamo rilevato a 40° 42' N, 121° 20' E diretto allo
stretto di Bo Hai. Da quel momento in poi nessuno ne ha saputo più nulla.
«Potrebbe aver attraversato lo stretto di Corea o essere passato
all'esterno del Giappone ed essersi diretto a nord, a sud, a est o a ovest. O
anche essere ritornato a Zhanjiang, dov'era rimasto per diversi mesi. Le
foto satellitari hanno mostrato tre piccole figure sulla plancia. Ho fatto un
appunto chiedendo a Cristo che uno di loro non fosse il maggiore Ray
Kerman, altrimenti siamo davvero nei guai!
«Si è immerso non appena le acque sono diventate abbastanza profonde,
al largo della Corea del Sud, quindi è scomparso. Ma ho altri due appunti...
il 17 luglio una stazione SOSUS sull'isola di Attu, all'estremità occidentale
delle Aleutine, ha riportato un contatto transiente a 53° 5Y N, 175° 01' E.
Ritengono si trattasse di una turbina nucleare. Credevano anche fosse
russa. Hanno sentito un mucchio di rumore, espulsione della zavorra, alti
giri per un minuto. Poi più nulla.
«Ma abbiamo rilevato qualcosa il 23 luglio, sei giorni più tardi,
esattamente coincidente con un sottomarino che avesse effettuato un
passaggio alla velocità bassissima di 5 nodi per settecentoventi miglia fino
al canale di Unimak. Si è trattato solo di un contatto radar... cinque
secondi... tre pennellate sullo schermo.
«Quindi è scomparso. A dire la verità, signore, la cosa non avrebbe
avuto grande importanza. È stata solo la durata del transito a insospettirmi,
centoventi miglia al giorno per sei giorni, a una media di 5 nodi, proprio i
numeri esatti che ci si aspetterebbe da un subdolo piccolo figlio di puttana,
giusto?»
«Passando a nord delle Aleutine, eh?» rifletté l'ammiraglio. «Cosa mi
dici del suo passaggio dal mar Giallo ad Attu? Rientra nello schema?»
«Maledizione, sì, signore. Dieci giorni, senza problemi. Penso che si
muovessero con parecchia attenzione. Era possibile che si trattasse del
Barracuda. Inoltre ho verificato i dati e non c'è nessun altro maledetto
sottomarino nell'arco di un migliaio di miglia, a eccezione del nostro di
pattuglia nella fossa delle Aleutine.»
«Chissà», mormorò Arnold Morgan. «Chissà. È possibile che quei
piccoli bastardi abbiano fatto esplodere un grande vulcano? Dovremmo
dubitarne. Ma, con quel fottuto Ray Kerman, chi può saperlo? E l'ultima
volta che l'ho visto stava verificando il più pericoloso vulcano del mondo.
Jimmy, penso sia bene che contattiamo il massimo esperto di vulcani e
scopriamo una volta per tutte se fosse possibile fare esplodere il monte St.
Helens. Poi dobbiamo scoprire se c'è qualcosa anche di lontanamente
sospetto circa quell'eruzione. Magari verifica con la polizia locale e con
l'FBI. Poi dobbiamo gettare un'occhiata approfondita su qualsiasi articolo
sui vulcani apparso nel corso dell'ultimo anno. Qualunque cosa possa
mostrare i tizi attivi in questo settore...»
«Signore, dovremo accontentarci di uno dei massimi vulcanologi, e non
del massimo vulcanologo.»
«D'accordo, ma perché?»
«Perché il migliore è stato trovato assassinato a Londra lo scorso
maggio. Era il professor Paul Landon. Gettato a riva nel bel mezzo del
Tamigi, su un'isola a metà strada lungo il percorso della sfida di
canottaggio fra le università, secondo l'articolo del Daily Telegraph di
Londra...»
«Cristo», esclamò Arnold. «Brutta cosa. Doveva trattarsi di Chiswick
Eyot, poco a monte del ponte di Hammersmith, è l'unica isola da quelle
parti.» L'ammiraglio ridacchiò, sempre felice di sconcertare il giovane.
«Conosco piuttosto bene il fiume. Tanto tempo fa sono stato il vogatore di
punta per Annapolis alla Henley Regatta nella Thames Cup. E qualche
anno dopo ho fatto un paio di turni per aiutare ad allenare l'otto.»
«Ah, bene, Landon era il migliore di tutti nel suo campo. Non penso che
la polizia abbia mai scoperto chi è stato o perché l'ha fatto. Sembra che
abbiano archiviato la cosa come uno scambio di persone o cose simili. Non
ne sarei stato così sicuro. Il professore è stato giustiziato, due pallottole
alla nuca. Non assomiglia molto a un incidente.»
«Jimmy, ti spiace dare un'altra occhiata a questa faccenda? Parla con
qualcuno circa la fattibilità di far saltare in aria il monte St. Helens. E
scopri se c'è gente che abbia un qualunque sospetto circa l'eruzione... Nel
frattempo io devo... salutami George e tienilo al corrente.»
«Okay, signore, l'accompagno da basso.»
«Non ce n'è bisogno, ragazzo. Andavo avanti e indietro in questo posto
quando tu stavi ancora muovendo i modellini di carro armato nella tua
stanza.»
Risero entrambi, si strinsero la mano e l'ammiraglio Morgan uscì.
Quattro ore più tardi una copia della lettera di Hamas giunse sulla
scrivania di George Morris. Proveniva dalla Casa Bianca, recava scritto
per vostra conoscenza ed era firmata da Cyrus Romney. In fondo vi era
una nota scritta a mano che informava l'ammiraglio che sia Cyrus sia il
presidente la consideravano uno scherzo palese e che non sarebbe stato
necessario fare nulla, né sprecare tempo in indagini.
L'ammiraglio Morgan, che nelle due ore precedenti era rimasto chiuso in
riunione insieme con il capitano di corvetta Ramshawe, si limitò a
borbottare: «Ah, capisco... signor Romney? Questo è il risultato dei suoi
cinque mesi di esperienza in terrorismo internazionale? Testa di cazzo».
Nel frattempo in fondo al corridoio il capitano di corvetta Ramshawe era
in caccia. Per prima cosa si era occupato dell'omicidio di Londra, perché là
erano avanti di cinque ore e, se aveva bisogno di parlare con qualcuno quel
giorno stesso, doveva fare in fretta.
Era entrato in Internet e aveva cercato scrupolosamente altre
informazioni sul professore. Non aveva trovato nulla oltre all'articolo sul
corpo restituito dal fiume e un servizio del Telegraph circa il successivo
funerale a Londra, cui avevano partecipato i più noti accademici britannici.
Ma aveva già letto qualcosa di simile nella pagina «Corte e società»
qualche mese prima.
Scorse il sito web che mostrava le prime pagine del Telegraph, del Daily
Mail, del Times e del Financial Times. Lo aveva trovato utile in passato, e
quindi controllò ogni edizione dal 9 maggio dell'anno precedente - data
della scomparsa del professor Landon - in poi.
Jimmy aveva già controllato in precedenza il Mail e il Telegraph, ma ciò
risaliva a sette mesi prima, quando non interessava a nessuno. Adesso lo
fece in modo molto più approfondito. Mentre a gennaio aveva insistito
solo sui giornali della settimana seguente la scomparsa del professore,
adesso andò oltre. E verificò con attenzione quelle prime pagine.
Fu l'edizione del 18 maggio del Daily Mail ad attrarre la sua attenzione.
C'era uno strillo a piena pagina che recitava:

SCOTLAND YARD SCONCERTATA DAL MASSACRO


DELLA ALBERT HALL

Sotto lo strillo, sulla sinistra, c'era un titolo su tre righe modello fine del
mondo che chiedeva:

CHI HA UCCISO
QUESTI UOMINI LA SERA
DELL'8 MAGGIO?

Sulla destra c'erano tre fotografie che mostravano gli agenti di polizia
Peter Higgins e Jack Marlow e quindi il professor Paul Landon. Al centro
della pagina, molto più piccola, c'era una fotografia del cane d'attacco di
razza pastore tedesco Roger... La didascalia recitava: «Ammazzato con
un'arma da fuoco: una fine crudele per il coraggioso Roger».
Al capitano di corvetta Ramshawe venne quasi un infarto. Il Daily Mail
aveva sorvolato su un fatto molto significativo: che la Special Branch era
stata chiamata a investigare sull'uccisione di uno dei poliziotti. Jimmy
sapeva che ci dovevano essere dei sospetti di terrorismo.
Il Daily Mail sapeva tuttavia qualcosa di davvero importante, della quale
Jimmy Ramshawe era stato fino a quel momento del tutto ignaro: tutti e tre
gli omicidi erano stati commessi nel giro di pochi metri l'uno dall'altro ed
esattamente allo stesso momento.
Jimmy si sedette e riacquistò la sua compostezza. Si versò una tazza di
caffè freddo e si sistemò per leggere ogni parola dell'articolo del giornale.
Lentamente, mentre leggeva la storia, i fatti divennero chiari. La notte
dell'8 maggio il professor Landon aveva tenuto la sua conferenza alla
Royal Geographical Society di Londra, quindi si era diretto a sud-ovest
verso la sua macchina. Il veicolo era stato ritrovato in seguito nelle
vicinanze, parcheggiato nella zona riservata dell'Imperial College, nei
pressi di Queen's Gate. Il professore era stato visto da uno dei suoi uditori
mentre se ne andava di fretta scendendo l'ampia scalinata sul retro della
Albert Hall.
Era l'ultima volta che Lava Landon era stato visto vivo. Quella sera non
era mai tornato a casa, e sei giorni più tardi, nel pomeriggio del 14 maggio,
il suo corpo era stato ritrovato sull'isola del Tamigi. Il patologo della
polizia non era certo dell'ora e nemmeno del giorno della morte, dato che il
corpo era rimasto per parecchio tempo nel fiume.
La stessa sera della conferenza i due poliziotti erano stati assassinati
nella zona proprio dietro la Albert Hall, lungo l'esatto percorso che portava
alla macchina del professor Landon e nel momento preciso in cui il
docente si trovava sulla scalinata. Il Daily Mail aveva abilmente collegato i
due fatti e, prendendo esempio dal temperamento di Roger, si era gettato
con ansia nella mischia annunciando «il massacro della Albert Hall».
Dopotutto c'erano ben tre cadaveri. Più Roger.
Ovviamente un ufficiale addetto alle informazioni avrebbe posto subito
la domanda cruciale: chi ha detto che il professore è stato assassinato, al
pari dei poliziotti, sulla scalinata dietro la Albert Hall? Era evidente che il
professore poteva essere stato sequestrato e portato ovunque, per poi
essere giustiziato in qualunque posto. Non c'era la minima prova che
mostrasse che era morto sugli scalini della Albert Hall.
Se davvero così fosse stato, i killer avrebbero con ogni probabilità
lasciato il suo corpo sul posto, insieme con quello dei poliziotti.
Secondo Jimmy il Daily Mail era sulla traccia giusta. La sconcertante
coincidenza di luogo e tempo dei crimini era semplicemente eccessiva.
Doveva esserci un legame di qualche tipo e il grande quotidiano londinese
lo aveva capito, anche se Scotland Yard non era stata in grado di scoprirne
la ragione.
Jimmy riteneva probabile che il professore fosse stato catturato vivo e
che i due agenti fossero stati uccisi per aver interferito. Adesso la domanda
era: cosa diavolo aveva a che fare la Special Branch con un crimine civile?
«Bene, non si trattava di un sequestro di persona normale», meditò
Jimmy. «Altrimenti ci sarebbe stata una richiesta di riscatto. Chiunque
abbia catturato Landon desiderava da lui qualcos'altro. Lo hanno portato
via vivo e lo hanno ucciso in seguito. Sono maledettamente sicuro di
questo.»
Rifletté sul problema, chiamò qualcuno e chiese cosa doveva fare se
voleva una tazza di caffè caldo. E se c'era qualcuno nel palazzo cui
importava in qualche misura se lui continuasse a cercare di salvare il
mondo o se, invece, dovesse morire di sete. Il responsabile della cucina dei
dirigenti che funzionava ventiquattr'ore al giorno all'ottavo piano aveva un
debole per l'affabile capitano di corvetta australiano, anche se pensava
segretamente che Jimmy stesse diventando giorno dopo giorno sempre più
simile al terribile ammiraglio Arnold Morgan.
«Sarò subito da lei, signore... desidera dei dolci o altre cose?»
«Queste sono le parole di un maledetto cristiano», rispose Jimmy, con il
suo miglior accento australiano. «Portali qui.»
Riagganciò lentamente il telefono, chiedendosi ancora cos'avesse di
preciso a che fare con l'indagine sugli omicidi di Londra la Special Branch
di New Scotland Yard.
Non era la prima volta che decideva di chiamare un suo vecchio collega
di Marina, Rob Hackett, alla CIA a Langley, solo per verificare che non
avesse nulla su quegli omicidi. La risposta fu secca. Niente. Si trattava di
un crimine strettamente britannico e la CIA non aveva fatto indagini.
L'amico di Jimmy non era nemmeno in grado di aiutarlo circa la
domanda sulla Special Branch, ma si disse subito disponibile a fare
qualche telefonata. Nel giro di quarantacinque minuti Rob richiamò.
«Mo-o-o-o-olto interessa-a-a-ante», disse lentamente l'uomo della CIA,
imitando Hercule Poirot o qualche altro investigatore europeo. «La Special
Branch è stata convocata a causa del modo in cui è stato ucciso uno dei
poliziotti... non quello cui hanno sparato. Quell'altro cui è stato rotto il
cranio.»
«Cosa?» domandò Jimmy. «Non sapevo nemmeno che gli avessero rotto
il cranio.»
«Eccome!» disse Rob. «Dritto in mezzo alla fronte, come se fosse stato
colpito da una maledetta ascia. E qui viene la parte più interessa-a-a-ante.
Ciò che lo ha ucciso è stato un tremendo colpo alla radice del naso, che ha
infilato direttamente l'osso nel cervello. Secondo il mio contatto a Londra
si è trattato di un colpo che può essere stato portato soltanto da un esperto
delle forze speciali addestrato al combattimento a mani nude. È per questo
motivo che hanno coinvolto la Special Branch. Oltre ai ragazzi
dell'antiterrorismo. Scotland Yard non ne ha mai fatto parola.»
Jimmy Ramshawe rimase congelato sulla sua sedia. «C'è già stato
qualcosa di simile in precedenza, Rob?»
«Certo. Tre anni fa. Quel membro del Parlamento, Rupert non so chi, è
stato ucciso esattamente nello stesso modo. Anche se con una frattura
meno lunga sulla fronte.»
«Non c'è da meravigliarsi che i ragazzi dell'antiterrorismo fossero
presenti», commentò Jimmy. «Ehi, Rob, grazie mille...»
«Di niente, Jimmy», ridacchiò l'uomo della CIA. «Adesso non
cominciare a correre ovunque e a sommare due più due per fare sei.»
«Non io, vecchio mio. Sto per sommare le cose per arrivare almeno fino
a quattrocento, forse di più.» Riagganciò lentamente la cornetta ed espulse
in modo rumoroso l'aria dalle guance, il suono universale della sorpresa
assoluta.
«Merda santa!» disse alla stanza vuota. «Quel fottuto Lava Landon è
stato sequestrato dal maggiore Ray Kerman. O almeno così penso. Gli ha
spiegato come far saltare in aria un vulcano. E lui lo ha messo
maledettamente in pratica. E, cosa ancor peggiore, ci ha appena detto che è
stato lui. M-e-r-d-a s-a-n-t-a!...»
Si ricompose e raffreddò la sua eccitazione. I pensieri si affollavano
nella sua mente: Cosa devo fare per prima cosa? Chiamo George? Chiamo
l'ammiraglio Morgan? Scrivo un appunto? Chiudo gli occhi? Bevo un'altra
tazza di caffè? Quanto è urgente? Calma, Jim... cerca di riprendere il
controllo...
Aveva ricevuto tre compiti dall'ammiraglio Morgan e ne aveva portati a
termine due: aveva verificato la faccenda dei vulcani e il coinvolgimento
della Special Brandi. E in entrambi i casi aveva fatto centro in pieno.
Conclusione: il professor Paul Landon, il maggior esperto di
vulcanologia del mondo, era stato sequestrato a Londra dal maggiore
Kerman e dai suoi uomini. Nel corso di quell'operazione avevano dovuto
uccidere due agenti che si erano intromessi e un cane d'attacco. Kerman
aveva quindi interrogato e poi soppresso il professore. Quindici mesi dopo,
per conto di Hamas, l'ex maggiore del SAS aveva informato
tranquillamente gli Stati Uniti che aveva fatto esplodere il monte St.
Helens.
Il terzo e più difficile compito che rimaneva a Jimmy era di verificare
con la polizia dello Stato di Washington se ci fosse qualcosa che potesse
far ritenere che un missile fosse stato lanciato nel maledetto cratere in cima
alla montagna.
Tenendo conto che la costa occidentale era tre ore indietro, alzò il
telefono e chiese al centralinista di metterlo in contatto con qualcuno
presso il comando della polizia di Stato che avesse informazioni di prima
mano sul fascicolo relativo al monte St. Helens. Ci volle un po' per fare la
chiamata perché l'operatore di Fort Meade, ben addestrato, passò da una
persona all'altra fino a quando non ne trovò una in grado di soddisfare un
investigatore di alto livello della National Security Agency. Quindi questi
dovette richiamare per verificare la validità della chiamata proveniente
dalla NSA.
Quando Jimmy alzò la cornetta una voce disse: «Signore, sono l'agente
Ray Suplee. Cosa posso fare per lei?»
«Agente, sono il capitano di corvetta Jimmy Ramshawe, assistente del
direttore della National Security Agency di Fort Meade, Maryland.
Ritengo che lei sia stato coinvolto nei primissimi rapporti sul disastro del
monte St. Helens, giusto?»
«Sissignore. Ero di pattuglia lungo la strada 12 diretto a sud verso la
montagna quando questa ha eruttato. È successo tutto molto in fretta e ho
potuto vedere la scena da un punto soprelevato della strada. L'ho anche
sentita. Una grande esplosione, seguita dal vento, mentre il cielo sembrava
pieno di cenere che ha subito bloccato i raggi del sole.»
«Si è avvicinato?»
«Nossignore. Era impossibile. Era troppo caldo. Ci siamo resi
rapidamente conto che chiunque si fosse trovato nelle vicinanze della
montagna non poteva essere sopravvissuto allo scoppio, al calore e, dieci
minuti più tardi, al magma. Il nostro compito è diventato di
contenimento... guidare gli autocarri dei pompieri a estinguere il fuoco
nella foresta... invitare la gente a evacuare le proprie case dove temevamo
si potesse espandere l'incendio della foresta. Quasi nessuno di coloro che si
trovavano nei pressi dell'eruzione poteva essere sopravvissuto per
parlarne.»
«Capisco, agente. Ritengo che nel 1980 ci sia stato più tempo per
allontanarsi.»
«Certamente. Hanno lavorato a un piano di evacuazione per diversi
giorni prima che la montagna cominciasse a eruttare. Questa volta non c'è
stato nemmeno un minuto. Quella dannata roba è esplosa. Senza
avvertire...»
«Agente, lei ha detto che quasi nessuno di coloro che si trovavano nelle
vicinanze è sopravvissuto. Cosa intende dire? Intende forse assolutamente
nessuno?»
«Signore, intendo quasi. Perché c'era un fuoristrada con degli sportivi
che in qualche modo è riuscito a fuggire. Quattro persone, tre di esse del
posto. Ma non ho sentito parlare di nessun altro.»
«Li avete interrogati?»
«Nossignore. Ho sentito la notizia alla radio, circa quattro ore dopo
l'esplosione. Uno di loro è il noto commentatore radiofonico Don McKeag,
della Voice of Northwest. Lo ascoltano tutti, ma di solito non la domenica.
Sa, di solito trasmette nei giorni feriali, nella fascia dalle 8.00 alle 11.00,
notizie e politica.»
«Aveva da raccontare molte cose?»
«Tantissime. Ha descritto con molta precisione com'era scappato,
correndo in macchina nella foresta in fiamme, cercando di stare lontano
dal fuoco... era come ascoltare un romanzo giallo.»
«Quella gente ha sentito la prima eruzione?»
«Certo. Erano accampati alle pendici della montagna. Da ciò che hanno
detto a un paio di chilometri dalla cima.»
«Don ha detto come hanno fatto a scappare così in fretta verso la
salvezza?»
«Certo. Uno dei quattro è un tizio piuttosto noto nell'ambito finanziario
dello Stato di Washington. Il signor Tilton, presidente della Seattle
National Bank. Tony Tilton. Pare che si trovasse su uno yacht nei Caraibi
quando quel vulcano è esploso distruggendo quasi l'intera isola, dieci o
dodici anni fa.»
«Montserrat?»
«Esatto, signore. Il signor Tilton stava guardando la scena da qualche
miglio al largo. L'imbarcazione è stata coperta di cenere e la dovette lavare
via con una pompa. E comunque sapeva meglio di chiunque altro quanto
maledettamente veloce bisogna scappare da un vulcano in eruzione.»
«Sembra che sia stato un grosso scoop per Don.»
«Maledizione, sì. Ma ho sentito una cosa che il signor Tilton ha citato
durante la trasmissione che ho ritenuto un po' insolita. Ha detto di aver
sentito la montagna eruttare tre volte, su in cima nel cratere. Ma prima
dell'esplosione iniziale ha sentito una strana raffica di vento sopra il lago,
attraverso la foschia. Non so. Non mi sembra che possa avere una
relazione. Una forte folata non fa saltare un vulcano, non trova? E non si
sarebbe certo inventato qualcosa del genere, non il signor Tilton. Gode di
grande rispetto nello Stato di Washington. C'è gente che dice che potrebbe
candidarsi come governatore.»
«Agente, può trovare il modo di farmi parlare con il signor Tilton?»
«Certamente, signore. Mi metto subito in contatto con la banca e la
richiamo al più presto.»
«Grazie mille», disse Jimmy. «Mi è stato di grande aiuto.»
«Bene, signore. La richiamo subito.»
Il capitano di corvetta Ramshawe riagganciò il telefono pensoso. Tony
Tilton aveva davvero sentito un paio di missili da crociera in volo a bassa
quota diretti verso il cratere crepato del monte St. Helens?
Non ci volle molto per saperlo. Cinque minuti più tardi l'agente della
polizia di Stato Ray Suplee era di nuovo al telefono. «Fra venti minuti,
signore. Il signor Tilton aspetterà la sua chiamata a questo numero.»
Jimmy scribacchiò il numero e decise di aspettare di aver completato la
sua investigazione in tre punti prima di dire all'ammiraglio Morris ciò che
sospettava. Si tolse l'orologio e lo mise di fronte a sé, un'abitudine presa da
suo padre, quindi buttò giù con attenzione i suoi appunti.
Alle 18.10 compose il numero e fu messo istantaneamente in
collegamento con un telefono color avorio a quattromilacinquecento
chilometri di distanza, in una spaziosa torre per uffici con aria
condizionata, nel centro di Seattle, dov'erano soltanto le 15.10.
«Tilton», disse una voce all'altro capo della linea privata.
«'Giorno, signor Tilton. Parla il capitano di corvetta Ramshawe. Sono
l'assistente del direttore della National Security Agency di Fort Meade,
Maryland. Credo aspettasse la mia chiamata...»
«Sì. Circa venti minuti fa mi ha chiamato la polizia di Stato. Cosa posso
fare per lei? Dev'essere riguardo il vulcano; non c'è mai stata tanta gente
che vuole parlarmi, tutta dello stesso argomento.»
Il capitano di corvetta giunse subito al cuore del problema: «L'agente mi
ha detto che ha rilasciato un'intervista alla radio e che ha menzionato un
forte vento proprio prima dello scoppio».
«Più o meno. Ciò che ho sentito, in sequenza, è stata quella strana e
improvvisa raffica d'aria, proprio sopra il lago, nella foschia. Era il suono
che si può sentire in una vecchia casa nel bel mezzo di un temporale... sa,
quando si alza all'improvviso un forte vento e genera quella specie di
gemito che fa accapponare la pelle. Solo che non c'era in pratica nemmeno
una bava d'aria sul lago, quel mattino. Soltanto quell'improvvisa corrente
d'aria.»
«Non l'ha udita nessun altro?»
«No, sono stato l'unico a sentirla. Di fatto ho alzato gli occhi, guardando
sopra l'acqua: era un rumore talmente insolito.»
«E poi?»
«Qualche secondo più tardi, intendo dire una decina di secondi, c'è stato
quel tonfo sordo, attutito, di urto in alto sulla montagna. Questo ha
davvero attirato la mia attenzione, e quella di Don, dato che come saprà
dopo Montserrat sono molto sensibile ai vulcani, quindi abbiamo fatto
uscire gli altri due dalle tende. Poi l'ho sentito di nuovo, circa un minuto
più tardi... quel vento. Seguito da un'altra e più evidente esplosione. Là in
cima.»
«Ha sentito una quarta esplosione?»
«No, ma di certo l'abbiamo notata. L'intera zona ha tremato. Quindi il
cielo si è coperto... e ha iniziato a cadere fra gli alberi tutta quella roba
incandescente. Il primo incendio che abbiamo visto, sulla destra, si trovava
davanti a noi, forse a un migliaio di metri. È quella la distanza alla quale è
stata lanciata. A quel punto noi ci trovavamo sulla strada... direi almeno a
dieci chilometri dalla montagna...»
«Signor Tilton», disse Jimmy, «non so davvero come ringraziarla. Ci è
stato di grande aiuto.»
«Non c'è di che, capitano», rispose il presidente della banca. «Ma, mi
dica, come mai la National Security Agency s'interessa di quello che è
palesemente un atto di Dio?»
«Oh, si tratta solo di un controllo di routine. Diamo sempre un'occhiata a
queste cose. Sa, terremoti, grandi incendi, onde di marea... Grazie per il
suo aiuto, signor Tilton.»

■ Martedì 18 agosto 2009, ore 11.30. Casa Bianca, Washington.

Il presidente McBride, un uomo allampanato, magro, stempiato, con


capelli ricci grigio-castano, era irritato. Qualche istante prima non vedeva
l'ora di dedicarsi alla sua insalata, e adesso quello. Un dettagliato rapporto
di tre pagine direttamente da Jurassic Park - in copia a Cyrus Romney -
che delineava la possibilità che una o più persone ignote avessero fatto
saltare in aria il monte St. Helens da un sottomarino posizionato a quanto
sembrava a qualche chilometro di distanza, sul fondo di quel dannato
oceano Pacifico.
Assurdo, era proprio il tipo di allarmismo strampalato pseudomilitare
che il presidente aveva giurato di eliminare. «Anni e anni buttati via in
pazzesche avventure militari, miliardi di dollari dei soldi del contribuente,
a caccia di ombre, spie a caccia di streghe, Reagan e Bush, a minacciare la
gente, a bombardarla... e per cosa?»
Le idee del presidente McBride erano ben note. Considerava
impensabile la prospettiva di una guerra, di qualsiasi guerra. Era noto che
avesse detto: «Se dovessimo combattere allo scopo di mantenere la nostra
posizione nel mondo moderno, dovremmo rinunciare e diventare
isolazionisti».
Il presidente prese il rapporto cui aveva appena dato una rapida occhiata,
scosse il capo e resistette alla tentazione di gettarlo nel cestino. Cyrus
aveva detto a Fort Meade di non perderci del tempo. Ovviamente avevano
fatto l'esatto contrario, e adesso quello. Premette il pulsante per chiedere al
suo consigliere per la sicurezza nazionale di raggiungerlo per discutere la
faccenda. Si sentiva sempre meglio dopo aver chiacchierato con Cyrus.
Vecchi amici, avevano marciato fianco a fianco a Washington protestando
contro le guerre in Medio Oriente. Erano entrambi «illuminati», non
imprigionati nel passato oscuro e ostile.
Cyrus bussò leggermente alla porta ed entrò. «Buongiorno, signor
presidente», disse con allegria. «Quale orrendo tumulto questo mondo
egoista ha riversato su di te quest'oggi?» Nel tempo libero Cyrus scriveva
poesie.
«Questo, vecchio amico mio», rispose l'uomo seduto sulla sedia
presidenziale. «Questa pazza stronzata proveniente da Jurassic Park.
Pensano ci sia un qualche strano mostro di Waterworld che se ne va a
zonzo sul fondo dell'oceano Pacifico premendo pulsanti e facendo
scatenare i nostri vulcani americani. Credi a queste stronzate?»
«Per essere onesto ho appena iniziato ad aprire la posta. Ritengo me
l'abbiano mandata in copia.»
«Sì, lo hanno fatto. Si basa su quella lettera scherzosa circa il monte St.
Helens. L'ammiraglio Morris sembra ritenere che ci possa essere qualcuno
là fuori che lancia missili contro lo Stato di Washington.»
«Gesù Cristo», mormorò Cyrus. «Che gente. Avrebbero dovuto scrivere
romanzi.»
«Tutto ciò che so è che nello Stato di Washington ci sono due
gigantesche basi navali americane e adesso quei pagliacci di Fort Meade
mi dicono che, nonostante i tanti milioni di milioni di dollari di sistemi di
sorveglianza che spazzano il Puget Sound e tutti i punti a ovest, sull'acqua,
sopra l'acqua e sotto l'acqua, c'è un dannato grosso sottomarino nucleare
che vaga sotto le nostre navi sparando roba contro i vulcani. Ora, o non
riesco a capire qualcosa, oppure questo è un ammasso di merda di cavallo
su scala mai vista in precedenza.»
«Be', non l'ho ancora letto, Charlie. Ma suona piuttosto inverosimile.»
«Il nocciolo della faccenda sarebbe che una qualche organizzazione
terroristica ha sequestrato un vulcanologo nelle strade di Londra il maggio
dell'anno scorso, quindi lo ha assassinato. Pensano che abbia spiegato a
Hamas come far eruttare i vulcani dormienti e questo è ciò che avrebbero
fatto i terroristi un paio di settimane fa, proprio qui negli USA.»
«Hanno catturato gli assassini? Nessun accusato? Prove?»
«Diamine, no. I britannici non hanno arrestato nessuno. Ma Fort Meade
sembra pensare che ci siano dei collegamenti con il Medio Oriente.»
«Bene, e allora cosa vogliono che facciamo?»
«Vogliono che tutta la Marina sia posta in stato di massima allerta e
vogliono che le loro teorie vengano prese sul serio. Vogliono che noi
crediamo che quei tizi esistono davvero e sanno come si fa a far saltare in
aria i vulcani.»
«Quella gente a Fort Meade è fuori di testa. Lo sai, vero? Vuoi che butti
giù una risposta?»
«Era più o meno ciò che avevo in mente. E, Cy... per l'amor del cielo,
scrivi loro di evitare queste storie che fomentano la paura. Non fanno bene
a nessuno.»
«Okay, capo. Leggo questa roba e la preparo.»
Cyrus se ne andò e più tardi nel pomeriggio l'ammiraglio George Morris
ricevette un'ironica risposta al minaccioso scenario che aveva prospettato
loro in mattinata.

Caro contrammiraglio Morris, mi dispiace che abbia scelto di


ignorare il mio parere circa quella lettera scherzosa di Hamas
inviata all'ammiraglio Morgan. Allora ero del parere, e lo sono
tuttora, che si trattasse di una semplice dichiarazione grottesca
che riguardava il potere di Dio. Ritengo che lei abbia notato come
coloro che sono realmente dementi invochino il potere
dell'Altissimo, specie quando rivendicano disastri globali.
Ho parlato con il presidente di questo argomento e il suo parere
è simile al mio. In particolare riteniamo che non vi sia una
minima prova concreta che leghi i terroristi mediorientali con
quegli omicidi di Londra. Ci è quindi difficile vedere come lei
possa giungere alla conclusione che, prima di morire, il professor
Landon abbia scritto una specie di guida all'eruzione dei vulcani e
l'abbia consegnata a un mucchio di combattenti per la libertà
arabi.
Di certo non ci sono qui prove sufficientemente serie per
accettare le conseguenze di ciò che non è altro che una lettera
eccentrica.
Mi dispiace, ammiraglio. Il presidente è stato chiaro. Siamo
scettici.
Ricordi sempre che stiamo spendendo i soldi dei contribuenti e
che questi hanno votato il presidente McBride proprio per evitare
gli evidenti eccessi finanziari delle Forze Armate. Oggi, nel terzo
millennio, la gente vuole aver voce in capitolo su come vengono
spesi i suoi soldi.
Cordiali saluti.
Cyrus Romney

Ramshawe alzò lo sguardo sull'incredulità del suo capo.


«Abbiamo dei problemi, vecchio mio», disse l'ammiraglio Morris.
«Grossi problemi. Sono contro di noi prima ancora di iniziare, prima
ancora di leggere le nostre opinioni e i nostri consigli.»
«Diciamo al Grand'Uomo qual è lo stato della battaglia?» «Certamente.
Gli raccontiamo tutti i dettagli delle nostre indagini. E lo diciamo anche al
generale Scannell. Non m'importa di essere messo in ridicolo dal
presidente e da quell'ignorante del suo consigliere per la sicurezza
nazionale. Ma, se per caso ritenessi che il presidente sta volontariamente
mettendo in pericolo il nostro Paese, allora è mio dovere denunciarlo.
Potrà anche essere il presidente, ma si tratta soltanto di un maledetto
politico. E non lo resterà a lungo. Noi apparteniamo a un'organizzazione
permanente che è stata creata specificamente per mantenere sicuri gli Stati
Uniti d'America. In massima parte facciamo ciò che desidera il presidente.
Ma esiste un limite e se lui lo supera lo fa solo con grave rischio per se
stesso.»
«Ritiene che lo abbia appena fatto?» chiese Jimmy.
«Ho letto il suo rapporto, comandante. Sono certo che lo ha appena
fatto.»
Il contrammiraglio Morris e il suo assistente ebbero di nuovo fortuna.
Jimmy Ramshawe chiamò Arnold Morgan a casa e gli chiese un incontro
privato il più presto possibile riguardo un argomento che Morris riteneva
di «massima priorità».
«Non può aspettare fino a domani?» chiese l'ex consigliere per la
sicurezza nazionale.
«Sì. È possibile. Ma il contrammiraglio ritiene che ci dobbiamo vedere
adesso, e come sa non capita sovente che diventi sovreccitato.»
L'ammiraglio Morgan lo sapeva. E fece una pausa prima di parlare di
nuovo. «Senti, Jimmy, questa sera porto fuori a cena Kathy nel suo
ristorante preferito di Georgetown. Non posso annullare la cosa a
quest'ora, quindi penso sia meglio che tu e il tuo capo vi uniate a noi.»
«Ne è sicuro, signore?» chiese un Jimmy Ramshawe estremamente
felice.
«No, non lo sono. Ma mi avete messo alle corde. Le Bec Fin. Ritengo tu
sappia dove si trova; ci ho incontrato John Peacock qualche volta.»
«Sissignore», rispose Jimmy. «Ci sono stato per il compleanno di Jane.
A che ora desidera vederci?»
«Alle 20.00. Alla fine della guardia, e non siate in ritardo.»
«Nossignore», disse Jimmy, ridendo fra sé per l'infinito senso
dell'umorismo del vecchio sommergibilista, così sovente camuffato da
intolleranza di comandante brontolone.
Alle 20.00 la macchina di servizio di Fort Meade accostò davanti al
ristorante. Trovarono Arnold e Kathy seduti l'uno di fronte all'altra in
un'ampia e comoda saletta privata sul retro della sala da pranzo principale.
George fu fatto sedere di fianco all'ammiraglio, Jimmy di fianco a Kathy.
«Mi dispiace davvero per questa faccenda», disse il giovane capitano di
corvetta. «Ma prima che possiamo parlare devo far leggere all'ammiraglio
Morgan un breve documento. E lungo circa tre pagine e non è colpa mia. Il
colpevole di questo disagio è seduto di fronte a me, ed è un pesce troppo
grosso perché io ci possa discutere.»
La frase servì abilmente a rompere l'eventuale ghiaccio che avrebbe
potuto galleggiare a causa dell'invito forzato. Arnold e Kathy risero
entrambi e l'ammiraglio versò a tutti e quattro un bicchiere di Borgogna.
Non aveva l'abitudine di chiedere alla gente cosa desiderasse bere. Come
su molte altre cose, riteneva di conoscere il meglio. E, come per molte
altre cose, aveva ragione. Il Borgogna color paglierino chiaro era ottimo,
del Domarne Chandon de Briailles, un blanc Pernand-Vergelesses del
1998. Quando lo assaggiò Jimmy Ramshawe conobbe ciò che usava
descrivere come «paradisiaco».
«Lo giuro, è proprio un ottimo bicchiere di vino», azzardò.
«Silenzio, Ramshawe. Sto leggendo.»
«Sissignore.»
Ci vollero cinque minuti perché l'ammiraglio finisse il rapporto
sull'eruzione del monte St. Helens. Quando ebbe terminato buttò giù un
lungo sorso da marinaio del suo vino. «Madre di Dio», sospirò. «Di nuovo
il nostro vecchio amico maggiore Kerman. E da come suonano le cose ha
appena iniziato. Il vulcano era solo uno spettacolo secondario, altrimenti
non mi avrebbe inviato quella lettera di autocongratulazioni, non credete?»
«No, non lo avrebbe fatto», convenne George Morris. «A mio parere
avremo di nuovo sue notizie.»
«Anche secondo me», disse Arnold. «Ma, nel frattempo, dove diavolo si
trova? Perché sono d'accordo con Jimmy: penso che abbiamo sentito due
volte quel maledetto Barracuda in lenta navigazione, a nord delle Aleutine.
E, pochi giorni dopo, quella che sembra essere una persona molto
affidabile sente un paio di missili diretti verso il monte St. Helens, pochi
secondi prima che l'intera montagna esploda. A mio parere basta: si tratta
di Kerman e si trova là fuori, sott'acqua, e prepara Dio solo sa cosa.»
«Anche secondo me basta», convenne George. «Tuttavia al nostro
presidente e al suo principale consigliere non basta.» A quel punto allungò
ad Arnold una copia della lettera che aveva ricevuto da Cyrus Romney.
Di nuovo Arnold lesse, con evidente preoccupazione. «Tutto ciò che ho
sempre temuto circa un presidente molle e di sinistra», commentò. «Tutto
in una pagina, scritto da una delle più grosse teste di cazzo di questo
pianeta. Gesù Cristo. Romney è un maledetto figlio dei fiori vestito in
giacca e cravatta. Il New York Times ha pubblicato il mese scorso una di
quelle sue tremende poesie. Maledizione, abbiamo il Wordsworth della
Casa Bianca che guida le difese degli Stati Uniti contro uno dei terroristi
più pericolosi che abbiamo mai incontrato... 'uno stuolo di narcisi dorati...
la stagione della bruma e della frutta matura...'»
«Amore, si dà il caso che questi siano i versi di due differenti poeti», lo
interruppe Kathy.
«Ottimo», commentò l'ammiraglio. «Significa che avremo a che fare con
due diverse teste di cazzo.»
Per poco il capitano di corvetta Ramshawe non si fece andare su per il
naso il Pernand-Vergelesses del 1998, ma proprio in quel momento giunse
il cameriere e sviò l'attenzione di tutti verso il menu.
«Penso che ci servano altri cinque minuti», disse Arnold, e
immediatamente ritornò all'argomento principale. «George, in primo luogo
voglio fare i complimenti a Jimmy per questo eccellente lavoro d'indagine.
E, secondo, voglio dirti che non sono mai stato così preoccupato dagli
uomini che occupano i posti chiave nell'amministrazione della Casa
Bianca.
«La lettera che ti ha mandato quel buffone di Romney è, a mio parere,
niente di meno che un'indecenza. Al capo della nostra National Security
Agency, a un ammiraglio, a un ex comandante di un gruppo da
combattimento di portaerei della Marina degli Stati Uniti? Sono
assolutamente scioccato. Ma tutto ciò scompare di fronte al vero problema.
E cioè alla riluttanza di questa amministrazione ad agire nel vero interesse
della nostra nazione.
«Anche se il presidente non ci crede personalmente, deve far fronte al
fatto che questi terroristi potrebbero forse aver già ucciso un centinaio di
nostri cittadini lassù nello Stato di Washington. E rifiutare i fatti può
significare che Charles McBride stia seriamente infrangendo il giuramento
della sua carica.»
«Quindi cosa facciamo?»
«Per il momento rimaniamo molto tranquilli. Ma voglio mettere in
allarme il generale Scannell e l'ammiraglio Dickson. Se sta accadendo
qualcosa di tanto grave voglio essere sicuro che le autorità idonee ne siano
al corrente. Probabilmente dovremo dir loro di tenere un occhio vigile su
un lento sottomarino nucleare russo, in un qualsiasi punto delle acque che
bagnano la nostra costa occidentale.»
«Arnie, cosa ci raccomandi di fare se dovessimo localizzare il Barracuda
da qualche parte nel Pacifico, al largo, ma forse non in quelle che
possiamo definire strettamente le nostre acque territoriali?»
«Affondalo, George», rispose l'ammiraglio. «Affonda quel figlio di
puttana, se possibile in acque maledettamente profonde. Non c'è bisogno di
giustificarsi. Nega di sapere qualsiasi cosa.»
«Molto bene, signore», disse Jimmy, sorridendo. «Questo è lo spirito
giusto.» E in quel momento tutti e tre avrebbero voluto che l'ammiraglio
Morgan occupasse ancora il suo vecchio posto nell'Ala Ovest.

■ Martedì 18 agosto 2009, ore 12.00 (locali). Oceano Pacifico. 24° 30'
N, 113° 00' O.

Il Barracuda incrociava lentamente verso sud-sudovest, seguendo la


costa degli USA e quindi del Messico, circa cinquecento miglia al largo,
duecento metri sotto la superficie. Si era allontanato ancora più a ovest
mentre transitava di fronte alla grande base navale statunitense di San
Diego, quindi aveva accostato a sinistra riavvicinandosi alla costa.
Apparentemente nessuno gli dava la caccia. Non avevano sentito
nessuna trasmissione e non ne avevano fatta nessuna. Non erano risaliti in
superficie per più di una settimana e adesso navigavano paralleli alla
grande penisola messicana di Baja California, lunga oltre milleduecento
chilometri. Si stavano dirigendo ormai verso il parallelo del tropico del
Cancro, di fronte all'estremità meridionale della penisola.
Davanti a loro c'era il percorso di ottomila miglia lungo tutta la costa
occidentale dell'America Latina, attorno a capo Horn e quindi su per
l'Atlantico. All'attuale velocità di soli 5 nodi ciò avrebbe significato oltre
due mesi. Ma l'oceano di fronte a loro era deserto, in massima parte non
pattugliato dalla Marina statunitense e non fotografato con assiduità dai
satelliti americani.
Laggiù, lungo le selvagge e contorte coste del Perù e poi del Cile,
avrebbero potuto tenere una velocità ben superiore. Avrebbero potuto
aumentare il ritmo delle grandi turbine sino forse a 15 nodi, in acque
molto, molto profonde, dove il Pacifico meridionale scendeva ripidamente
a ovest della colossale catena montuosa delle alte e scoscese Ande.
Il generale Rashood trascorreva la giornata, al pari degli altri, con stato
d'animo attento ma rilassato. Lui e Shakira cenavano insieme assai tardi in
serata, mentre Ben Badr era al comando del battello. E Shakira andava a
dormire attorno alle 24.00.
Erano quasi le 2.00 quando Ravi ordinò di portare il Barracuda a quota
periscopica. Risalirono dolcemente dalle nere profondità e alzarono subito
l'albero ESM. Non inviarono nessun rapporto al satellite. Nei sei secondi
in cui l'albero rimase visibile mandarono soltanto un rapido messaggio di
un paio di parole:
SALADIN DUE

6
■ Mercoledì 19 agosto 2009, ore 1.30. Base navale di Bandar Abbas.
Stretto di Hormuz, Iran.

Il messaggio via satellite del generale Rashood giunse in perfetto orario.


E l'ammiraglio Mohammed Badr lo accolse con un certo sollievo. Erano
ancora operativi. E il suo amato figlio, Ben, era salvo.
Il pacchetto di documenti sigillato vicino al suo telefono bruciava al
punto di fare quasi un buco nella sua scrivania. L'ammiraglio si alzò
rapidamente e uscì accolto dall'abbraccio della notte. Un'auto di servizio lo
portò fuori dalla base, lungo una strada diretta a nord, quindi il veicolo
svoltò in modo brusco a ovest diretto all'aeroporto, a meno di quattro
chilometri dall'ufficio del generale.
Sulla pista, con i motori accesi, c'era già un piccolo aviogetto privato
della Syrian Arab Airlines. La macchina dell'ammiraglio Badr lo portò
direttamente all'aereo, e lui consegnò di persona il plico al pilota.
Quindi rimase lì in piedi a osservare il piccolo velivolo che decollava
urlando nel cielo nero e caldo, virando a nord-ovest per il viaggio di
duemila chilometri attraverso il golfo, lungo il confine fra Arabia Saudita e
Iraq, fino alla Giordania, quindi verso nord fino a Damasco.
Un capitano di corvetta della Marina iraniana lo avrebbe atteso e
avrebbe portato personalmente il plico all'ambasciata saudita in Al Jala'a
Avenue. Lì sarebbe stato infilato nella valigia diplomatica del regno e
inviato all'ambasciata siriana al 2215 di Wyoming Avenue NW,
Washington, DC.
Si trattava di un plico del quale non sarebbe stato possibile identificare
la provenienza in nessun modo. Sarebbe giunto nel centro di smistamento
della posta della Casa Bianca con il servizio di corriere diplomatico
speciale, indirizzato al presidente degli Stati Uniti. Ufficiale. Molto
ufficiale. Ma dalle origini ignote.
L'ammiraglio Badr era orgoglioso, e a ragione, del tortuoso percorso che
aveva programmato per farlo pervenire nello Studio Ovale.

■ Venerdì 21 agosto 2009, ore 11.00. Casa Bianca, Washington.

Il capo di gabinetto del presidente McBride, Big Bill Hatchard, l'ex


lineman della Yale University che aveva sempre reso al di sotto delle
aspettative, bussò piano alla porta dello Studio Ovale. Il presidente era al
telefono ma Bill era abituato ad aspettare l'ex rappresentante al Congresso
del Rhode Island, avendo lavorato per lui al Congresso, fatto per lui da
autista, scritto i suoi discorsi, fatto da sua guardia del corpo e infine
guidato la sua campagna per la presidenza. Charlie McBride lo trattava
come un fratello.
Finalmente sentì il vecchio e familiare invito: «Vieni avanti, Bill, cosa
c'è?»
Bill entrò, stringendo il plico proveniente dalla base navale di Bandar
Abbas, che aveva aperto e cui aveva dato una scorsa. Solo i plichi che i
collaboratori del presidente ritenevano di eccezionale importanza
giungevano direttamente al capo di gabinetto della Casa Bianca. E quello
aveva un aspetto molto importante, essendo giunto via corriere
diplomatico, indirizzato all'attenzione specifica del presidente
(RISERVATO E PERSONALE).
Tuttavia nulla di ciò che era diretto al capo dell'esecutivo poteva evitare
di passare fra le mani di Big Bill Hatchard. Contrariamente alla sua assai
disastrosa carriera di giocatore di football americano, dal suo ufficio
nell'Ala Ovest poteva placcare qualunque cosa o qualsiasi persona.
Hatchard «mani sicure», quello era Bill.
Ma quel mattino un'espressione preoccupata offuscava il suo volto
ampio e solitamente allegro. Era un'espressione molto familiare per i suoi
colleghi sulla panchina di Yale, ma molto meno conosciuta alla Casa
Bianca. Una parte delle direttive presidenziali per Bill prevedeva che
mantenesse alto il morale nel palazzo, mettesse la gente di buonumore,
combattesse lo stress e prendesse i problemi alla leggera.
«Qualunque cosa tu abbia in mano, giovane William, ti sta provocando
grosse preoccupazioni», disse il capo. «Se non si tratta di una minaccia
diretta di morte, sarà necessario che ti metta io di buonumore.»
Bill rise a denti stretti. «Signore, potrebbe essere molto peggio di una
minaccia diretta di morte. E vorrei che la leggesse tutta. Si tratta solamente
di due pagine. Le dispiace se bevo un goccio di caffè?»
«Serviti pure, amico mio, e preparane una tazza anche per me, ti spiace?
Intanto darò un'occhiata alle cattive notizie che mi porti.»

Signor presidente,
si sarà ormai reso conto che l'eruzione del monte St. Helens non
è stata un incidente. E stata davvero perpetrata dai combattenti
per la libertà di Hamas, come ho annunciato nel mio comunicato
all'ammiraglio Morgan. Sono ora pronto a illustrarle le mie
richieste, alle quali dovrà obbedire, al fine di evitare che
distruggiamo l'intera costa orientale degli Stati Uniti, comprese
Boston, New York e Washington.
Intendiamo farlo generando la più grande onda di marea che il
mondo abbia mai visto a memoria d'uomo.
Riteniamo che quando si abbatterà su New York, dritta
attraverso Wall Street, fino a sommergere Manhattan, l'onda avrà
un'altezza di circa cinquanta metri. Proseguirà di sicuro per più di
trenta chilometri verso l'interno attraverso il New Jersey, prima di
infrangersi e finalmente ritirarsi verso la costa. Tuttavia sarà
seguita da una seconda onda di pari altezza e quindi da un'altra
ancora. Una quindicina in tutto, ognuna di esse alta più di
venticinque metri.
Nessuna città potrà sopportare un tale impatto proveniente
dall'oceano e temo che una volta che questo immane tsunami sarà
finalmente terminato sarà rimasto ben poco della vostra costa
orientale.
Lei può dubitare della nostra capacità di provocare un tale
cataclisma. Ma è abbastanza semplice ed è successo più volte
nella storia del nostro pianeta.
Vi sono diversi luoghi nei quali è possibile provocare un tale
effetto sull'oceano, ma ne abbiamo scelto uno che non può fallire.
Sono certo che ammetterà che, se siamo in grado di far esplodere
il più grande vulcano degli Stati Uniti, siamo probabilmente in
grado di provocare una grande caduta di massi nel bel mezzo
dell'oceano. Non ne dubiti, signor presidente.
Ciò mi porta allo scopo di questa lettera. Al fine di evitare che
mettiamo in atto la nostra minaccia, lei dovrà prendere le seguenti
misure:
1) Evacuare tutto il personale militare statunitense e rimuovere
tutti i depositi di artiglierie, bombe, missili, munizioni e altro
materiale bellico dalle vostre basi illegali in Kuwait, Arabia
Saudita, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti e Gibuti. Tutte le navi
da guerra e tutti gli aerei dovranno lasciare Bahrain e la base di
proprietà britannica di Diego Garcìa. Tutti e tre i vostri gruppi da
battaglia di portaerei e tutte le altre forze navali in navigazione
nel golfo dell'Iran e nei mari adiacenti dovranno lasciare
immediatamente la zona. Rimuoverete gli aerei e il materiale di
supporto dalla base aerea turca di Incirlik.
Le nostre scadenze non sono flessibili. Desideriamo vedere
subito movimenti di truppe, navi e aerei entro sette giorni. Il ritiro
definitivo dovrà essere completato entro sei settimane, anche se
ciò dovesse significare abbandonare parte del materiale.
2) Il governo di Israele dovrà immediatamente riconoscere uno
Stato palestinese indipendente, democratico e sovrano, basato sui
territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza, occupati dalle
forze israeliane fin dal 4 giugno 1967. Saranno anche siglati
subito degli accordi per il ritiro di tutte le truppe israeliane dai
territori occupati. Richiediamo inoltre un immediato impegno del
governo degli Stati Uniti per obbligare Israele a conformarsi alle
richieste di Hamas senza alcun rinvio.
Il mancato rispetto delle condizioni sopra elencate significherà
la distruzione certa delle grandi città di Boston, New York e
Washington, così come del resto della costa orientale degli Stati
Uniti.
Riteniamo che riceverete questo documento il 21 agosto. Avete
fino alle 24.00 di giovedì 8 ottobre per giungere alla fase finale
della vostra completa evacuazione dal Medio Oriente. Se non
avremo chiari segni che ciò sta accadendo, provocheremo lo
tsunami entro ventiquattr'ore da quella data.
Sono sicuro che i suoi esperti le confermeranno l'assoluta
fattibilità delle nostre intenzioni. Siamo perfettamente in grado di
provocare una frana attorno al 9 ottobre 2009.
Non perda tempo. Con il grande Allah che combatte al nostro
fianco, desideriamo vedervi per sempre fuori dal Medio Oriente.
Solo Lui ci può assicurare la vittoria. Non ci fermeremo davanti a
nulla pur di raggiungere i nostri obiettivi.
Hamas

Il presidente McBride sospirò. «Bill, questa lettera è scritta da un pazzo.


Salta fuori con la brillante idea di sostenere di aver fatto esplodere il monte
St. Helens, ovviamente dopo che ciò è accaduto. Cosa che avrebbe potuto
fare chiunque.
«Quindi usa l'assurda pretesa che qualcuno possa averlo creduto in modo
da trarre il massimo vantaggio da quelle supposizioni insultanti. Ma dubito
sia abbastanza pazzo da pensare che possiamo iniziare a evacuare l'intera
forza militare degli Stati Uniti dalla parte più instabile del mondo. Solo
perché ha minacciato di allagare New York City.»
«Lo penso anch'io, signore», convenne Hatchard. «Ma, Cristo... non
penserà che questo tizio possa fare sul serio, vero?»
«Diamine, no. Lascia che ti dica una cosa. Ogni volta che si verifica un
disastro naturale - un vulcano, un terremoto, un'alluvione, un incendio o
una carestia -, si riceve una pioggia di lettere da una massa di dementi che
sostiene di averlo causato, iniziato o predetto. Billy, nessuno dà retta a
quelle comunicazioni stravaganti. Non è come se qualcuno chiamasse il
giorno prima annunciando: 'Farò saltare il monte St. Helens domani
attorno alle 7.30'. E lo fa. Perché questo sarebbe assai difficile. I pazzi
come questo aspettano che accada qualcosa e poi dicono: 'Va bene, sono
stato io'.»
«Bene, signore, se questa è la sua decisione. Nel frattempo vuole che
faccia delle copie di questa lettera e le invii alle varie parti interessate nelle
Forze Armate e nei servizi informativi, forse al segretario alla Difesa, al
segretario di Stato?»
«Non penso sia necessario, Bill.»
«Okay, signore. Però stiamo attenti. Nella sola probabilità su un milione
che qualcuno abbia davvero fatto saltare il monte St. Helens e stia ora
pianificando di allagare la costa orientale, cosa ne dice di far girare questo
documento con una breve lettera di accompagnamento? Giusto per
informare la gente che lei intende considerare questa faccenda come uno
scherzo. In questo modo ci pariamo il culo. Sono certo che non succederà
nulla, ma se dovesse accadere allora non sarà colpa sua. Sarà colpa di
quegli inutili militari non essersene occupati fin dalle prime fasi... In
politica, sempre pararsi il culo... giusto, signore? Se archivia così quel
documento e poi accade qualcosa, allora non ci sarà nessuno cui dare la
colpa se non lei. Perché rischiare? Mi dia retta, signore, pariamoci il
culo...»
«Okay, amico mio. Ma, se improvvisamente ci ritroveremo con l'ufficio
pieno di ammiragli e generali rabbiosi che morderanno il freno per
attaccare gli arabi, allora darò a te la colpa.»
«Bene, signore. È suo diritto.»
Bill Hatchard se ne andò e fece varie copie della lettera dell'ammiraglio
Badr. Inviò poi una breve nota a ogni destinatario:

Il presidente ritiene che questo sia uno scherzo o provenga da


una persona eccentrica. Fa notare come la pretesa dell'autore di
aver fatto eruttare il monte St. Helens non sia giunta che alcuni
giorni dopo l'evento e mi ha chiesto di informarvi che, in questo
momento, in qualità di comandante in capo, non ha nessuna
intenzione di attuare il completo ritiro delle nostre forze militari
dal Medio Oriente, come richiesto.
Ciò nonostante desidera che vediate questo documento, per
quanto possa valere, e vi terrà informati se seguiranno nuovi
comunicati.
Cordiali saluti.
Bill Hatchard, capo di gabinetto
Il documento fu spedito al segretario alla Difesa e al segretario di Stato,
che si dissero entrambi totalmente d'accordo con il loro capo. Fu inviato al
contrammiraglio Morris che dissentì; al generale Tim Scannell che aveva
letto il rapporto del capitano di corvetta Jimmy Ramshawe e
all'ammiraglio Alan Dickson, il capo di stato maggiore della Marina che,
al pari di Scannell, non condivideva affatto la valutazione del presidente.
L'ammiraglio Arnold Morgan non era nella lista dei destinatari di Bill
Hatchard, ma ne ricevette una copia via corriere da George Morris. Alan
Dickson ne inviò copia all'ammiraglio Dick Greening (comandante in capo
della Flotta del Pacifico, CINCPACFLT), al contrammiraglio Freddie
Curran (comandante della flotta sottomarini del Pacifico, COMSUBPAC)
e al contrammiraglio John Bergstrom (comandante delle forze speciali,
SPECWARCOM).
A metà pomeriggio, ora della costa orientale, tutti i maggiori
responsabili di grado elevato della Marina militare dell'area operativa del
Pacifico avevano ricevuto istruzioni di leggere il rapporto di Ramshawe
prima di leggere l'ultimo comunicato di Hamas.
Giunsero tutti alla conclusione che le coincidenze erano troppe. Non vi
erano dubbi che ci fossero numerose prove per collegare il presunto capo
terrorista di Hamas maggiore Ray Kerman all'attuale problema del
vulcano. Secondo Ramshawe, l'ammiraglio Morgan aveva fotografato
Kerman, insieme con i principali vulcanologi iraniani, sulla cima del
Cumbre Vieja, che molti di loro capirono essere, dopo aver letto il
rapporto di Ramshawe, l'obiettivo più probabile per il genere di evento
minacciato nella lettera.
Nel frattempo sembrava probabile che il secondo Barracuda potesse
navigare in quel momento in silenzio nel Pacifico orientale al largo delle
coste occidentali dell'America. O, in alternativa, aprirsi in fretta la strada
attorno a capo Horn fino all'Atlantico e dirigersi direttamente verso la
torreggiante e instabile costa sudoccidentale di La Palma, nelle Canarie. Se
i militari interessati avessero potuto dare una risposta collettiva, senza
alcun dubbio quella sarebbe stata qualcosa di simile a: «M-e-e-e-e-r-d-a s-
a-a-a-n-t-a!!!»
Presidente o non presidente, il generale Scannell, il presidente del
comitato dei capi di stato maggiore riuniti, convocò una riunione
d'emergenza al Pentagono per la mattina di lunedì 24 agosto, alle 10.30. Si
sarebbe trattato di una riunione strettamente militare, altamente segreta,
cui il generale aveva invitato anche gli ammiragli Morgan e Morris, oltre
al giovane Sherlock Holmes di Fort Meade, il capitano di corvetta Jimmy
Ramshawe.
Il compito era quintuplo. Uno, esaminare la lettera di Hamas e chiamare
un esperto per valutare le condizioni psicologiche di chi l'aveva redatta.
Due, valutare la situazione e discutere un possibile piano di difesa nei
confronti di un attacco contro il vulcano Cumbre Vieja. Tre, discutere la
possibilità che i terroristi scegliessero un obiettivo diverso dal Cumbre
Vieja. Quattro, discutere in modo preliminare la possibile evacuazione di
New York City, Boston e Washington. E, cinque, consigliare al presidente
degli Stati Uniti l'immediato intervento della protezione civile in quelle
città.
Il generale Scannell chiamò George Morris e gli chiese di portare con sé
i dati che delineavano ciò che sarebbe potuto servire ai terroristi per
abbattere una scogliera in granito lunga oltre sei chilometri. Sarebbe anche
stato utile disporre di un esperto universitario americano che potesse
spiegare le ramificazioni di una tale frana, per fornire un'opinione
competente sulle reali possibilità che si generasse uno tsunami di quelle
proporzioni.
Il giorno seguente, sabato, pranzò con Arnold Morgan, l'ammiraglio
Dickson e il contrammiraglio Curran, in trasferta, al fine di provare a
tracciare un piano operativo navale nell'Atlantico orientale, quasi
certamente per circondare la costa occidentale di La Palma con un gruppo
da combattimento statunitense, dotato di moderne capacità missilistiche
superficie-aria.
Il generale Scannell infranse una lunga tradizione del Pentagono
invitando l'ammiraglio Morgan, in pensione, a presiedere l'incontro, in
base alla sua lunga esperienza di stratega e comandante, e in virtù del fatto
che era coinvolto da mesi con la minaccia terroristica relativa al vulcano.
L'ammiraglio Morgan accettò, fingendo di essere seccato, sostenendo
che ormai era ritenuto in pensione e divertendosi moltissimo per quello.
«Allora sei in pensione o no?» chiese l'ammiraglio Dickson, allungando
una carta preliminare delle profonde acque attorno a La Palma.
«Ci puoi scommettere che lo sono», rispose Arnold, osservando la
mappa dettagliata delle profondità oceaniche. «E, adesso, dove troviamo
questi fottuti arabi subacquei?»
Il Grand'Uomo non aveva perso il suo tocco, su quello non c'erano
dubbi, e i tre alti ufficiali seduti al tavolo con lui, nella sala riunioni privata
del generale Scannell, sentirono tutti una punta di nostalgia per i vecchi
tempi non troppo remoti, quando il mondo era un posto più semplice.
Meno di un anno prima, quella riunione non si sarebbe svolta in privato,
e di sabato. Avrebbe avuto luogo nella sala operativa dell'Ala Ovest della
Casa Bianca, con il pieno appoggio e probabilmente con la partecipazione
del presidente che aveva fiducia in loro. Lì era diverso. La riunione era al
limite della sovversione. L'attuale presidente non si fidava del loro
giudizio.
«Penso che siamo tutti d'accordo sul fatto che il monte St. Helens sia
stato fatto esplodere di proposito e che è probabile sia stato colpito da
missili da crociera giunti attraverso la foschia mattutina, esatto?»
L'ammiraglio Morgan stava rapidamente tracciando il profilo della
situazione.
Tutti annuirono.
«E quei missili devono essere stati lanciati da un sottomarino, che
abbiamo fotografato mentre lasciava il mar Giallo, e sentito due volte, a
nord delle Aleutine. Nessun altro sottomarino del mondo corrisponde alla
traccia acustica e di tutti gli altri abbiamo un resoconto di posizione. Le
date corrispondono. La velocità corrisponde. E il possibile attacco al
monte St. Helens corrisponde.
«Abbiamo anche il testimone perfetto, un affidabilissimo e rispettato
presidente di banca di Seattle che si trovava sulle pendici della montagna.
Si tratta di un banchiere e di un avvocato, pagato per avere sospetti, ma
non un'immaginazione avventata.» L'ammiraglio Morgan fece una pausa.
«Signori, non si tratta di fatti sicuri al cento per cento, non abbiamo una
garanzia assoluta. Ma sono decisamente troppo fondati per poter essere
ignorati. Siete d'accordo?»
Di nuovo, tutti annuirono.
«Quindi», proseguì l'ammiraglio, «alla luce della lettera ricevuta da
Hamas, dobbiamo fronteggiare la possibilità che vi sia un carico di
terroristi mediorientali imbarcati su un battello subacqueo decisi a fare un
grosso buco nella scogliera di La Palma. Militarmente qualsiasi altra linea
di pensiero è puerile. È per questo che siamo qui, maledizione. Per tenere
al sicuro il Paese. E non abbiamo il diritto di andarcene in giro a fare
ipotesi del cazzo che possono non avverarsi. E io penso che accadrà, a
meno che non riusciamo a metterci tra i loro fottuti missili e quella
scogliera.»
«Esatto», convenne il generale Scannell. «Spero che siamo tutti
d'accordo su questo punto... signori?»
Ancora una volta gli ammiragli Dickson e Curran annuirono in segno di
accordo.
«Quanto all'obiettivo di questa riunione», continuò il generale Scannell,
«dobbiamo concentrarci sul modo per prenderli. Cosa che probabilmente
non sarà facile. Lo abbiamo imparato nel modo più difficile.»
«In sostanza stiamo cercando un missile da crociera lanciato da un
sottomarino», intervenne l'ammiraglio Dickson. «Ritengo non si tratti di
un grosso ICBM, che individueremmo a grande distanza. Ho detto che si
tratta di uno da crociera, che verrà probabilmente lanciato a una distanza di
circa cinquecento miglia. Lo si può anche lanciare da mille miglia, ma così
ci darebbero troppo tempo per localizzarlo. Potrebbero voler stare più
vicini, magari a duecentocinquanta miglia... venticinque minuti
dall'obiettivo. Non più vicini di così, Freddie?»
Il comandante della flotta sottomarini del Pacifico stava aggrottando la
fronte. «Questo significherebbe una maledetta gran quantità d'acqua,
signore. Se consideriamo una distanza ottimale con un allineamento nord-
sud di cinquecento miglia sopra e sotto la costa di La Palma... che forma
un quadrato, in mezzo all'Atlantico alle due estremità... con il vulcano
Cumbre Vieja nel mezzo... poi prendiamo un punto cinquecento miglia a
ovest della montagna... parliamo più o meno di duecentomila miglia
quadrate di oceano. Se il Barracuda navigasse ancora più distante,
sarebbero molte di più. Ma in quel caso avremmo più tempo per
localizzare un missile in avvicinamento...» Fece un attimo di pausa, quindi
aggiunse: «Se dovessi lanciare e scappare, probabilmente mi porterei a
trecento miglia dal mio obiettivo... quindi, se creassimo un cordone a
cinquecento miglia, dovremmo metterlo in trappola... a meno che quel
piccolo figlio di puttana non ci passi proprio sotto, a velocità molto bassa
in acque molto profonde e scompaia. Come ha già fatto un paio di volte».
«Di quante unità avremmo bisogno?» chiese il presidente del comitato.
«Be', se ne avessimo in tutto un centinaio, venti sottomarini oltre a
fregate, caccia e incrociatori, dovrebbero occuparsi ognuno di duemila
miglia quadrate, all'incirca un quadrato di quarantacinque miglia di lato a
testa.»
«Gesù, Freddie... non avevamo così tante navi nel Pacifico nel 1944»,
commentò Arnold Morgan.
«Ma il nostro nemico non aveva sottomarini nucleari, che possono
raggiungere grandi profondità, rimanervi a tempo indeterminato e navigare
silenziosamente come questo bastardo», ribatté il COMSUBPAC. «E le
dirò un'altra cosa. Nonostante questa flotta imponente, potremmo
comunque non prenderlo. Con meno di cento navi direi che potremmo
essere certi di mancarlo.»
«E, se anche lo prendessimo, ci sono molte probabilità che abbia già
lanciato uno dei suoi missili», meditò l'ammiraglio Morgan.
«Questo non mi preoccupa più di tanto», replicò l'ammiraglio Curran.
«Dal momento che ritengo che possiamo beccare quel missile. Ma,
signore, sono maledettamente certo che sia meglio beccare l'arciere
piuttosto della freccia.»
Quella era una delle vecchie politiche preferite dell'ammiraglio Morgan,
e Arnold sorrise divertito. «Proprio così, Freddie. Ma dare la caccia ai
sottomarini in tanti è una cosa molto difficile.»
«Dovremo usare un sistema di scatole», suggerì l'ammiraglio Curran.
«Dando a ogni sottomarino statunitense una zona nella quale rimanere...
altrimenti finirebbero per spararsi addosso l'un l'altro...»
«E anche qui rimane sempre un problema», osservò Arnold. «Scopri il
nemico e lo segui fino al limite della tua zona, quindi o infrangi le regole e
lo insegui nella zona di qualcun altro, oppure lo lasci andare nella speranza
che il tuo collega più vicino lo scopra anche lui.»
«A dire il vero, signore, stavo pensando a un'unica zona di ricerca.
Propongo che i comandanti dei nostri sottomarini ricevano l'ordine di
aprire il fuoco e affondare subito il nemico.»
«Freddie, ritengo che ciò sia assolutamente giusto», approvò Arnold. «Il
che significa che non possiamo avere i nostri che si scatenano nelle zone di
competenza degli altri. A conti fatti il sistema delle scatole è in genere il
migliore. Tuttavia una volta ho sentito che l'alto comando dei sottomarini
della Royal Navy non era molto felice quando uno dei loro sottomarini
aveva rilevato un battello argentino da qualche parte a nord delle Falkland
e lo aveva lasciato andare perché aveva raggiunto il limite della propria
zona di pattugliamento.»
«Penso che questo sia sempre stato lo svantaggio di questo sistema»,
commentò pensoso l'ammiraglio Curran. «Ma in termini generali lo
scenario peggiore sarebbe se uno dei nostri battelli nucleari ne colpisse un
altro dei nostri.»
«Bene», disse il generale Scannell. «Sarei molto contento se voi ragazzi
poteste mettere a punto un piano di flotta per la riunione di lunedì... ma
vorrei sapere se abbiamo abbastanza navi!»
«Non c'è problema», rispose l'ammiraglio Dickson. «Attualmente
abbiamo i gruppi delle portaerei che pattugliano la zona settentrionale del
golfo, l'estremità orientale dello stretto di Hormuz, il golfo Persico
settentrionale, e uno pronto a intervenire a Diego Garcìa. Ce n'è un quinto
che si sta apprestando a lasciare Pearl Harbor. Tutti questi possono
raggiungere l'Atlantico centrale in meno di tre settimane. Si tratta di
cinquantacinque navi.»
«Okay. Ritengo che il resto si trovi già nell'Atlantico, o a Norfolk, o a
New London, o da qualche parte sulla costa orientale.»
«Esatto, signore. Non abbiamo problemi a far giungere tutte le unità
necessarie nell'area operativa.»
«Quanto al Barracuda ovviamente non abbiamo nessuna idea di dove si
trovi», disse il presidente del comitato.
«Certo che ne abbiamo, a centinaia», ribatté Arnold Morgan. «Ma
nessuna di esse è affidabile. Tuttavia, secondo me, se quel bastardo ha
lanciato una salva di missili da crociera contro il monte St. Helens, da
qualche parte al largo dello Stato di Washington, o perfino dell'Oregon, ai
primi di questo mese, ora dovrebbe trovarsi sulla sua rotta verso l'Atlantico
orientale.
«Non vorrà fare il giro più lungo. Non quello da cui è venuto passando a
nord delle Aleutine, quindi giù lungo la costa dell'Asia e poi attraverso
l'oceano Indiano. È troppo lungo. Oltre ventimila miglia, gran parte delle
quali a bassa velocità. Gli ci vorrebbero circa tre mesi.» Arnold Morgan
s'interruppe un momento. Quindi proseguì, parlando con calma ai tre
uomini di grado elevato che non riuscivano ad accettare che lui non fosse
più il loro capo spirituale: «E quel piccolo e abile figlio di puttana non
vorrà certo prendere la rotta più corta attraverso il bacino del Pacifico.
Come sapete, è pieno di cavi del nostro SOSUS. Nossignore. Lo sa di
certo. E li eviterà.
«E non può evidentemente usare il canale di Panama. Il che significa che
la sua rotta più probabile è quella lungo la costa dell'America Latina, che
non è molto pattugliata né sorvegliata dalle nostre navi e dai nostri satelliti.
È più corta, più sicura e molto più tranquilla, se sta cercando di
raggiungere l'Atlantico... Ricordiamoci, ha colpito il monte St. Helens la
mattina di domenica 9 agosto. Oggi è il 22. Ciò significa tredici giorni, per
dieci dei quali ha probabilmente navigato solo a 7 nodi, ma ora nelle acque
deserte può farne anche 15. Il che significa che ha messo circa tremila
miglia fra se stesso e il punto iniziale. Quando raggiungerà l'estremità del
Cile navigherà ancora più veloce. Quel maledetto Barracuda doppierà capo
Horn nel giro di due settimane».
«Non c'è modo di mettere una trappola subacquea giù da quelle parti... e
cercare di evitare che entri in Atlantico?» Il generale Scannell si stava
scervellando.
«Signore, si tratta di una distesa di mare molto vasta e profonda»,
rispose l'ammiraglio Curran. «Avremmo bisogno di un elevato numero di
unità e se lo mancassimo, cosa molto probabile, ci troveremmo a
rincorrerlo verso le isole Canarie... e potremmo perdere la gara. E quel
Barracuda può lanciare i suoi missili contro la parete della scogliera in
modo molto rapido. Signore, ritengo che sia meglio disporci in linea di
battaglia qui dove conta, a ovest di La Palma. Sappiamo che sta andando
lì.»
«Sono d'accordo anch'io», dichiarò l'ammiraglio Dickson. «Non mi
sembra un posto dove rischiare in nessun modo.»
«Capisco», disse il presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti. «Ho solo un'altra annotazione da fare prima di lasciare la cosa agli
ammiragli... a mio parere abbiamo una falla nella nostra credibilità. La
reale esistenza dei missili da crociera. Abbiamo un testimone
assolutamente attendibile, ma non lo abbiamo sfruttato abbastanza.
Signori, suggerisco di far arrivare qui da Seattle il signor Tilton per la
riunione di lunedì. In modo che possa dimostrare a ognuno di noi che ciò
che ha sentito era il suono reale di un missile in arrivo.»
«Sono d'accordo su questo punto», convenne Arnold Morgan. «Sapete
che il presidente e i suoi sciocchi consiglieri cercheranno di screditare la
teoria del missile. Stavo addirittura pensando di filmare il signor Tilton in
modo che la sua prova possa essere conservata e, se necessario, mostrata al
presidente.»
«Nessun problema, nemmeno per questo», disse il generale Scannell.
«Adesso andiamo a cercare qualcosa da mangiare e decidiamo una
formazione approssimativa delle navi e di qualsiasi altro sistema di
sicurezza di cui abbiamo bisogno sulla costa sudoccidentale di La Palma.
Chi si occupa di cercare il signor Tilton un sabato mattina a Seattle?»
«Ci penso io», si offrì l'ammiraglio Morgan. «Dite a qualcuno di
chiamare Fort Meade, di parlare con il capitano di corvetta Ramshawe e
pregarlo di chiamarmi su questo numero privato. Lo farà nel giro di dieci
minuti.»
La stima era esagerata. L'ammiraglio si era appena imbarcato in un
racconto allarmante su come a metà della sua luna di miele si fosse
«ritrovato a camminare sullo stesso vulcano con l'uomo più ricercato del
pianeta...» quando suonò il telefono. Rispose il generale Scannell.
«Buongiorno, signore. Sono il capitano di corvetta Ramshawe della
National Security Agency. Chiamo a seguito di una telefonata...»
«Aspetti un momento... Arnie... è il tuo uomo...»
«Salve, Jimmy. Ti ricordi del presidente della banca con cui hai parlato a
proposito dei missili del monte St. Helens?»
«Sissignore, Tony Tilton. Seattle National.»
«Proprio lui. Vorrei che si unisse a noi per la riunione di lunedì
mattina.»
«Potrebbe volerci un po' di tempo. Penso che la banca sia chiusa questa
mattina. Ma lo troverò.»
«Sei in ufficio?»
«Sissignore.»
«Okay. Cerchiamo di farlo arrivare domenica sera. Partirà da Seattle
attorno alle 9.00 ora locale. Dritto a Andrews.»
«Come viaggerà, signore?»
«Aereo militare, cosa pensavi? Quella fottuta navicella spaziale?»
«Eh, nossignore.»
L'ammiraglio ridacchiò. «Jimmy, digli di tenersi pronto, quindi
richiamaci e ti daremo i dettagli del suo viaggio. Può alloggiare a casa
mia.»
«Okay, signore. La richiamo al più presto.»
Il capitano di corvetta Ramshawe premette per primo quello che
chiamava «il pulsante ovvio». L'elenco del telefono. Trovò un Tony e
Martha Tilton a Magnolia e compose il numero lui stesso, evitando a tutti
il problema di un'ulteriore terza persona da mettere al corrente di un
argomento classificato.
Non rispose nessuno. Erano le 8.56 ora locale di quel sabato mattina.
Jimmy lasciò un messaggio, ben sapendo che le parole «National Security
Agency, Fort Meade» avrebbero messo un razzo nel sedere a chiunque.
Il razzo impiegò tre minuti. Tony Tilton fu immediatamente messo al
corrente, accettò di recarsi a Washington il giorno successivo per un
incontro al Pentagono il lunedì mattina e gli fu detto di non parlarne con
nessuno. Jimmy gli disse che lo avrebbe richiamato di lì a poco con i
dettagli del viaggio, quindi chiamò l'ufficio del presidente del comitato dei
capi di stato maggiore riuniti.
«Verrà, signore. Avrei bisogno dei dettagli del suo viaggio. Sta
aspettando vicino al telefono.»
Ci vollero altri venti minuti, ma il giorno dopo, alle 8.30 della domenica
mattina, il presidente della banca si recò al lavoro nel suo abituale
grattacielo nei pressi dell'incrocio fra Union Street e la Sesta Strada.
Nell'atrio lo attendevano due ufficiali di Marina in uniforme che lo
scortarono fino all'ampio tetto piatto dell'edificio, trenta piani sopra il
livello stradale. Lì si trovava, con i rotori in moto, un grosso elicottero
della Marina, un Sikorsky HH-60H Seahawk che in tempi meno pacifici
trasportava missili antinave e antiaerei.
Quella mattina il cielo era limpido, l'elicottero non era armato ed era già
pronto al decollo. Tony Tilton era l'unico passeggero, oltre ai tre uomini
d'equipaggio. Decollarono praticamente in verticale quindi si diressero a
nord verso il Puget Sound a circa tremila piedi dall'acqua, per il
trasferimento di una decina di minuti.
Scesero dolcemente nel cielo senza vento e si posarono sulla piattaforma
elicotteri della base aeronavale di Whidbey Island, circa cinquanta
chilometri a nord del centro di Seattle e a uguale distanza dalla grande
base navale di Everett.
Un uomo dell'equipaggio sbarcò non appena atterrati e aiutò il
passeggero civile a scendere sulla zona immediatamente retrostante la
pista di volo. A meno di trenta metri vi era un jet della Marina, un
Lockheed EP-3E Aries, con i motori accesi e la scaletta abbassata, che
attendeva l'arrivo del signor Tilton.
Questi salì a bordo, un giovane ufficiale si recò nella zona posteriore per
verificare che avesse allacciato la cintura, quindi si mossero subito verso la
zona di decollo. Mezzo minuto più tardi erano in volo, il jet che urlava
sulla pista, tagliando l'aria calda e afosa sopra le calme acque della Marina
statunitense al largo dello stretto Juan de Fuca.
Quattordici minuti prima Tony si trovava sul marciapiede della Sesta
Strada, di fronte all'edificio della National Bank.
«Cristo, a Boston ho sprecato più tempo in coda... per acquistare solo il
biglietto di un volo navetta», osservò Tony, mentre l'aereo effettuava una
secca virata a sinistra e, sempre facendo quota, si dirigeva decisamente
verso l'interno, a est, volando a quattrocento nodi sul terreno che andava in
fretta scomparendo.
Il tenente di vascello seduto al suo fianco si mise a ridere. «Lo credo
proprio, signore. Il fatto è che nel nostro gioco non abbiamo molto tempo
per le lungaggini. Ci muoviamo ad alta velocità. Desidera del caffè?»
Il presidente della banca accettò con piacere mentre superavano le alte
cime della catena delle Cascate. La loro rotta li avrebbe portati verso sud-
est attraverso Montana e Wyoming, sopra le Montagne Rocciose, lungo il
confine tra Nebraska e Kansas, quindi verso est, a sud di Cincinnati, fino a
Washington.
Durante le sei ore di viaggio il giovane tenente di vascello portò altro
caffè e un panino con l'arrosto e alle 18.00, ora locale, atterrarono alla base
aerea di Andrews, a sud-est della capitale.
Un'auto di servizio nera della Marina li attendeva: il conducente prese la
borsa di Tony, la appoggiò sul sedile anteriore e aprì lo sportello posteriore
per l'uomo che era sfuggito alla distruzione del monte St. Helens.
Pochi istanti dopo erano diretti ad alta velocità lungo la strada 95 e sulla
circonvallazione. Aggirarono la parte settentrionale della città, svoltarono
all'uscita 33 ed entrarono nell'elegante quartiere periferico di Chevy Chase.
Il resto del viaggio durò cinque minuti e gli agenti dell'ammiraglio Morgan
lo accolsero al cancello della grande casa in stile coloniale dove vivevano
l'ex consigliere per la sicurezza nazionale e la sua nuova moglie, Kathy.
Erano solo le 18.45 di una calda serata estiva e l'ammiraglio indossava
dei bermuda bianchi, una polo blu scuro e un panama. Accolse in modo
caloroso Tony Tilton e lo ringraziò per essere venuto. Arrivò Harry e si
offrì di accompagnare l'ospite alla sua stanza al piano superiore, mentre
Arnold disse a Tony di tornare rapidamente giù in modo da poter bere un
paio di drink.
Tilton si tolse giacca e cravatta, infilò una polo verde scuro e si diresse
verso l'ampio patio nei pressi della piscina.
L'ammiraglio era seduto in una grossa e comoda sedia e fece cenno a
Tony di raggiungerlo. Sul tavolo fra di loro c'erano i drink, ed entrambi gli
uomini bevvero un lungo sorso di fresco e rilassante whisky scozzese con
ghiaccio e soda.
«Penso che il capitano di corvetta Ramshawe le abbia spiegato perché
volevamo che venisse a Washington.»
«Sì, certo... la riunione di domattina al Pentagono, immagino.»
«Esatto. Ma le posso dare qualche informazione in più... e per prima
cosa, se non le dispiace... posso ritenere che lei sia repubblicano?»
«Può farlo.»
«Lo pensavo... un banchiere della costa occidentale. Capitalista. Dai
denti e dagli artigli rossi. Si definirebbe orientato a destra o a sinistra?»
«A destra. In questo periodo abbiamo uno Stato molto repubblicano.
Pieno di gente indipendente, di imprenditori e di ragazzi di campagna
ostinati e autosufficienti, che si guardano da Washington, paranoici circa
l'attuale amministrazione. I liberal della costa orientale non sono molto di
moda dove vivo. Nossignore.»
«Questa è un'ottima cosa da sentire», sentenziò l'ammiraglio. «Può
immaginare come si può stare al Pentagono in questo momento?»
«Certamente.»
«E questo ci riporta dritti al monte St. Helens. Posso chiamarla Tony?»
«Certamente.»
«Ormai sono civile. Quindi per lei io sono Arnie... comunque, il
capitano di corvetta Jimmy Ramshawe mi ha detto che lei ha capito alla
perfezione che abbiamo gravissimi sospetti circa quella particolare
eruzione, è esatto?»
«Be', mi ha chiamato da una delle più importanti agenzie governative del
Paese chiedendomi con grande dovizia di dettagli notizie sulle due folate
di vento in quella mattinata tranquilla sulla riva del lago... penso che ci
siano dei sospetti... è difficile giungere a conclusioni diverse.»
«Non se uno lavora nello Studio Ovale», grugnì l'ammiraglio.
Tony Tilton ridacchiò. «Devo dirle che il capitano di corvetta
Ramshawe non mi ha rivelato nulla circa l'indagine. Ho solamente fatto
congetture su ciò che stava cercando di sapere.»
«Capisco», disse l'ammiraglio. «Ma, dal momento che ritengo che lei sia
una persona di cui ci possiamo fidare, le fornirò delle informazioni più
dettagliate e poi lei dovrà di nuovo spiegarmi dall'inizio ciò che ha
osservato quella domenica mattina. In seguito potrei chiederle di ripetere
esattamente le stesse cose nella sala riunioni domattina.»
«Va bene.»
«Okay, Tony Tilton. Butti giù un altro sorso di Dewar's e faccia
attenzione...»
«Mi dica, ammiraglio...»
«Arnie...»
«Oh, mi scusi», disse Tony scuotendo la testa. «Questa abitudine alla
formalità... difficile togliermela dalla testa... posso avere il numero del suo
conto in banca?»
Ciò fu troppo per l'ammiraglio, che scoppiò a ridere e bevve quindi
un'altra sorsata di Dewar's. Pochi minuti più tardi Morgan terminò il drink
e riprese: «Un sottomarino. Mi segue?»
«Certo, Arnie. E lei pensa che ciò che ho sentito fossero quei missili?»
«Proprio così, Tony. È precisamente ciò che penso.»
«Si possono lanciare da sotto la superficie? Più di uno alla volta?»
«Sicuro. Si chiamano SLCM, missili da crociera lanciati da sottomarini.
Si possono lanciare uno alla volta, ma in rapida successione, a meno di un
minuto l'uno dall'altro. Viaggiano a velocità elevata, ben oltre 600 nodi, a
circa centosettanta metri da terra.»
«Come hanno fatto a non schiantarsi contro le montagne lassù?»
«Seguono automaticamente il profilo del terreno, salendo e scendendo
secondo le istruzioni dell'altimetro di bordo.»
«E lei pensa che li abbia sentiti mentre si avvicinavano?»
«Penso che abbia sentito i primi due...»
«Se fossero stati gli ultimi due non credo saremmo riusciti a scappare da
lì.»
«Mi può dire esattamente che cosa ha sentito?»
«Temo che non sarà molto più di ciò che ho detto a Don McKeag o al
capitano di corvetta Jimmy Ramshawe...»
Proprio in quel momento la portafinestra si aprì e fece il suo ingresso la
signora Kathy Morgan, camminando con passo svelto e indossando una
gonna rosa a fiori in cotone, italiana, con una camicetta estiva rosa; era a
piedi nudi e aveva un ciondolo in oro a forma d'ancora appeso a una
catenella attorno al collo. I suoi lucenti capelli rossi erano sciolti e portava
un grande vassoio sul quale si trovava una grossa zampa di agnello al
burro che stava ancora marinando.
Si trattava, stranamente, del piatto preferito di suo marito: i texani
dovrebbero dimostrare la tradizionale devozione del mandriano per la
carne bovina, data l'abitudine dei cowboy a deridere gli sforzi degli
allevatori di ovini.
Ma Arnold adorava la zampa di agnello al burro e, con grande fortuna di
Tony Tilton, gli piaceva specialmente la domenica sera, quando apriva con
gioia un paio di bottiglie di ottimi Bordeaux imbottigliati nei migliori
chàteaux, come gli aveva raccomandato il suo principale consigliere, l'ex
segretario di Stato Harcourt Travis, che adesso - con fare un po'
presuntuoso - insegnava storia politica moderna agli studenti
dell'università di Harvard.
L'ammiraglio Morgan presentò la moglie al principale testimone per il
«processo» e le versò un bicchiere di fresco Borgogna bianco. «Tony,
Arnold mi ha raccontato come è riuscito a scappare dal vulcano.
Dev'essere stata una cosa spaventosa... Penso che sarei svenuta per la
paura.»
«Kathy, quando uno ha la paura che avevo io, è incredibile ciò che può
fare», disse il suo ospite, «La mattina era molto tranquilla. Niente vento,
solo poche persone che passeggiavano lungo il lago, non più di una mezza
dozzina di tende. Quasi tutti dormivano. Sull'acqua c'era foschia, una
foschia alta, neanche un'increspatura. Non si poteva vedere nulla, né verso
l'alto né attraverso il lago. Era uno di quei momenti tranquilli, silenziosi,
che possono esserci nella natura al mattino presto. Così tranquilli che ci si
ritrova a parlare sottovoce; perfino il mio amico Don, e lui è abituato a
gridare le sue opinioni sul mondo.»
Arnold Morgan ridacchiò e bevve un altro sorso di Dewar's. «Continui,
Tony», disse. «Mi piace.»
«A un certo punto ho sentito un vento improvviso. Non un ululato, ha
presente, nulla di teatrale. Ma un suono davvero raccapricciante, come un
lamento, più simile a quello che nasce in una vecchia casa quando
all'esterno c'è una tempesta. Era veramente un rumore insolito come... u-u-
u-u-u-s-c! In una mattinata immobile. E non si trattava di un suono statico
nel punto in cui ci trovavamo: ci stava passando vicino, come se fosse
diretto verso la montagna. Mi sono ritrovato a guardare in alto verso la
cima e quindi a quell'altezza c'è stato quel suono grave, come
un'esplosione sotterranea... Qualche momento più tardi ho sentito di nuovo
quel maledetto rumore.»
«Quanto tempo dopo, Tony?»
«Meno di un minuto. Ma non di molto. E l'ho sentito passare vicino.
Stesso suono. In un attimo ho guardato sopra il lago, ma non ho visto
nulla, nemmeno per un attimo per via della nebbia. Ma il suono era
identico. E dieci secondi più tardi c'è stata un'altra esplosione del monte St.
Helens. Questa volta si trattava di un suono molto più evidente, un vero
impatto... sa... Cher-r-r-r-bam! Come si immagina possa fare una bomba,
anche se non ne ho mai sentita una.»
«E quindi?»
«Ho messo in moto la macchina e siamo scappati via. È in quel
momento che ho sentito la terza esplosione. Questa era davvero forte e
all'improvviso il fuoco e la cenere hanno iniziato a piovere sulla foresta.
Gli alberi s'incendiavano e Dio solo sa cos'altro. Abbiamo semplicemente
continuato a correre, guidando più veloce di quanto abbia mai fatto in vita
mia.
«La quarta esplosione è stata più forte di tutte le altre tre messe insieme,
non l'abbiamo vista ma la strada ha tremato. Quindi il cielo ha iniziato a
scurirsi... penso siano state scagliate nell'atmosfera tonnellate e tonnellate
di cenere e detriti. Hanno nascosto il sole. Se non avessi visto esplodere
quell'altro vulcano tanti anni fa, penso che quando il magma avesse
iniziato a scendere lungo la montagna sarei rimasto lì impalato a guardare
come un allocco il monte St. Helens. Divora tutto.»
«Compreso il mezzo gallone di Dewar's, secondo il suo amico
McKeag», ridacchiò Arnold.
«Già. Se lo immagina... una piccola sezione di roccia vulcanica, di
colore ambrato, in mezzo a tutto quel grigio... Dewar's Rock. Questa sì che
sarebbe una pietra miliare.»
■ Lunedì 24 agosto 2009, ore 10.30. Secondo piano, Pentagono.

A uno a uno giunsero nella sala riunioni privata del presidente del
comitato dei capi di stato maggiore riuniti. Erano presenti il
contrammiraglio Morris e il capitano di corvetta Ramshawe, l'ammiraglio
Alan Dickson, il contrammiraglio Freddie Curran, l'ammiraglio Morgan e
Tony Tilton. Il generale Scannell aveva invitato il capo di stato maggiore
dell'Aeronautica, generale Cale Carter, oltre al generale Bart Boyce,
comandante supremo delle forze NATO, e al generale Stanford Hudson
(comando di prontezza dell'US Army).
Non era presente nessun politico. Ma secondo il modo di pensare dei
militari si trattava di un gruppo di persone concreto, nel cuore del più
segreto sancta sanctorum della pianificazione del Pentagono, proprio sopra
l'ufficio di quella colomba del segretario alla Difesa del presidente
McBride, Milt Schlemmer, già appartenente all'Agenzia internazionale per
l'energia atomica e alla campagna per il disarmo nucleare. Il semplice
nome di quell'uomo faceva agitare Arnold Morgan.
C'erano solo due uomini estranei all'alto comando militare statunitense,
un colonnello dell'Aeronautica appartenente al quartier generale dello US
Aerospace Command, che attendeva nella sala d'aspetto, e Tony Tilton.
Fuori dalla sala c'erano due guardie dei marine, mentre altre quattro erano
in servizio nel corridoio sette, che portava direttamente all'anello E, la
grande autostrada esterna del Pentagono.
I dieci uomini erano seduti attorno al grande tavolo da riunione e il
generale Scannell aprì l'incontro informando tutti i presenti che si trattava
di un colloquio ai massimi livelli di segretezza, e che nessuno, proprio
nessuno, doveva nemmeno essere informato del fatto che fosse stato
convocato.
Per motivi che sarebbero divenuti poi evidenti, dichiarò che la riunione
sarebbe stata presieduta dall'ammiraglio Morgan, e citò il lungo e
dettagliato coinvolgimento di Arnold con l'argomento del giorno. Spiegò
pure che il contrammiraglio George Morris era «sul caso» da un paio di
mesi, e che il capitano di corvetta Jimmy Ramshawe, l'assistente del
direttore di Fort Meade, aveva «di fatto condotto l'indagine non ufficiale».
Il generale Scannell aveva inviato solo un briefing sommario via posta
elettronica criptata agli ufficiali superiori seduti attorno al tavolo. Ma ogni
uomo ne sapeva abbastanza da capire i pesanti sospetti che riguardavano
ormai l'eruzione del monte St. Helens, e a ognuno di loro era stata data una
copia della lettera di Hamas che richiedeva l'evacuazione formale degli
Stati Uniti dal Medio Oriente.
«Ognuno di voi capisce», disse il generale Scannell, «l'elevata
probabilità che quel cratere, posto in quota sul monte St. Helens, sia stato
colpito da quattro missili da crociera la mattina del 9 agosto. Solo un uomo
si trovava sufficientemente vicino per poter fornire una qualche
testimonianza di questo evento, o quantomeno solo un uomo che è
sopravvissuto. Questa mattina si trova qui con noi; si tratta del signor Tony
Tilton, presidente della Seattle National Bank.
«Ora, dato che vorrei consentirgli di tornare in volo a casa il più presto
possibile, lo invito a prendere la parola e a spiegarci esattamente ciò che ha
osservato alle pendici del monte St. Helens quella mattina. Il signor Tilton
ha già illustrato la cosa all'ammiraglio Morgan, quindi chiederei ad Arnold
di guidare il nostro ospite attraverso il suo racconto dell'incidente.»
L'ammiraglio Morgan presentò formalmente Tony al gruppo e lo invitò a
raccontare, nel modo più dettagliato possibile, tutto ciò che gli aveva detto
la sera precedente. E così fece, con la chiarezza dell'avvocato. Al termine
del suo racconto l'ammiraglio Morgan chiese se qualcuno desiderava porre
delle domande al signor Tilton, ma non ce ne fu nessuna. Il presidente di
banca e l'ex consigliere per la sicurezza nazionale avevano insieme fornito
una prestazione dettagliata e magistrale.
Lo ringraziarono per essere venuto e l'ammiraglio Morgan si alzò e lo
scortò fuori dalla stanza. Due giovani ufficiali di Marina lo stavano
aspettando per portarlo sino alla piattaforma degli elicotteri per il viaggio
di cinque minuti fino a Andrews e il volo di ritorno al Puget Sound.
Intanto al secondo piano del Pentagono i convenuti stavano ascoltando il
riassunto dello psichiatra dell'Aeronautica che aveva esaminato la lunga
lettera di Hamas. Le sue conclusioni erano chiare. «Se da un lato le
richieste della lettera sono palesemente scandalose, non rilevo nessun
segno di isteria né di demenza di nessun tipo. Questa lettera non è stata
scritta da una persona squilibrata. È opera di un uomo colto, la cui lingua
nativa era di sicuro l'inglese. Non ho individuato nessun caso di difficoltà
o confusione nello scrivere tempi verbali passati o futuri, che
rappresentano il chiaro indizio di uno straniero che sta cercando di scrivere
in un'altra lingua. E nemmeno casi di parole discordanti, né tantomeno
delle espressioni che non useremmo. E neanche la minima distorsione di
un modo di dire abituale. In tutto lo scritto non vi è nemmeno un indizio di
un aumento di eccitazione. Il linguaggio è diretto anche nelle richieste...
'vedere subito'... 'immediato impegno'. Parla di 'giungere alla fase finale'.
Desidera vedere 'chiari segni'.
«C'è una frase nella quale mette in evidenza come, se lui e i suoi uomini
sono stati 'in grado di far esplodere il più grande vulcano degli Stati Uniti',
sono 'probabilmente in grado di provocare una grande caduta di massi nel
bel mezzo dell'oceano'.
«La parola chiave, signori, è 'probabilmente'. Perché rappresenta
l'ironia, che è forse il più sfuggente dei meccanismi del pensiero, la
capacità di minimizzare conseguendo però lo stesso effetto. Si ritiene a
volte che agli americani manchi questa sagacia. I britannici colti, invece,
sembrano in pratica conviverci.
«E voglio anche ricordarvi la frase 'ho annunciato nel mio comunicato'.
Si tratta delle parole di un ufficiale addestrato o finanche di un
diplomatico. Questa frase avrebbe potuto essere scritta da qualunque
persona presente in questa stanza.
«Signori, questa lettera è stata scritta da un individuo molto serio. Sano
di mente. Dotato di molto sangue freddo. Ritengo che ignorare questo tizio
significherebbe farlo a nostro rischio e pericolo. E, per quanto può valere,
se l'autore di questa lettera mi dicesse che ha appena fatto saltare in aria il
monte St. Helens, non avrei nessun motivo per non credergli.»
Lo psichiatra fu seguito dal capitano di corvetta Ramshawe che illustrò
il problema del Barracuda scomparso, mise in evidenza i più recenti
avvistamenti e rilevamenti, e giunse alla conclusione che il battello era
probabilmente in rotta lungo la costa occidentale dell'America Latina.
Quindi il generale Scannell portò la discussione sulle richieste dei
terroristi, e chiese al generale Hudson del comando di prontezza di
illustrare lo schieramento di personale e le riserve di materiali e munizioni
nel golfo.
Il generale consegnò immediatamente un singolo foglio di carta a tutti
gli uomini seduti attorno al tavolo, e lo lesse, a beneficio di tutti:
«Bahrain. Comando della Quinta Flotta USA, 4500 persone. Si tratta del
centro nevralgico per tutte le navi da guerra statunitensi schierate nel mar
Rosso, nel golfo Persico e nel mare Arabico.
«Kuwait. Comando dell'US Army, circa 12.000 militari. Disponiamo di
una grossa base addestrativa a Camp Doha, che è la nostra area
addestrativa desertica preferita. Stiamo costruendo un'infrastruttura quasi
identica ad Arifjan. L'Aeronautica impiega le basi aeree di Ali al Salem e
Ahmed al Jabar.
«Arabia Saudita. Riaperto. Comando dell'US Air Force, circa 10.000
uomini. Aerei da combattimento, compresi caccia e ricognitori. Abbiamo
degli E3 AWAC e dei velivoli da rifornimento in volo di stanza sulla base
aerea Prince Sultan, protetti da due batterie di missili Patriot.
«Qatar. Circa 4000 persone. Possiamo disporre della base aerea di Al
Udeid, che è munita della pista di atterraggio più lunga della regione. Vi
abbiamo costruito degli shelter e vi operiamo degli aerei cisterna KC10 e
KC135. A Camp as Sayliyah è stato creato il comando centrale di tutte le
forze nel golfo.
«Oman. Usiamo le banchine e l'aeroporto internazionale Al Seeb quali
punti di transito per i movimenti diretti in Afghanistan o nel golfo. Vi sono
di stanza circa 3000 persone.
«Emirati Arabi Uniti. Qui abbiamo circa 500 persone di stanza, in larga
maggioranza dell'Aeronautica.
«Gibuti. Più a sud nel golfo di Aden. Fino a 3000 persone delle forze
speciali, dei marine e dell'Aeronautica, tutte appartenenti alla task force
antiterrorismo. È la base per i velivoli non pilotati Predator della CIA.
«Diego Garda. Qui ci sono circa 1500 militari statunitensi. È la nostra
base per i bombardieri pesanti B-52 modernizzati e per i bombardieri
invisibili B-2.
«Inoltre abbiamo sempre avuto in questa zona, a rotazione, tre gruppi da
battaglia di portaerei, in funzione del clima politico».
Il generale Scannell lo interruppe: «Il che significa un numero infernale
di persone e di materiali da portare via da quella zona per la semplice
richiesta di un combattente per la libertà mediorientale».
«A meno che», intervenne l'ammiraglio Morgan, «quel combattente per
la libertà non abbia davvero la capacità di distruggere l'intera costa
orientale degli Stati Uniti. In quel caso, è ovvio, evacuare le nostre Forze
Armate dal Medio Oriente sarebbe un prezzo estremamente basso da
pagare.»
«Non è possibile. Non è proprio possibile», protestò il generale Boyce.
«'Se siamo in grado di far esplodere il più grande vulcano degli Stati
Uniti, siamo probabilmente in grado di provocare una grande caduta di
massi nel bel mezzo dell'oceano'», intonò l'ammiraglio Morgan. E per
alcuni secondi tutto il tavolo rimase in silenzio. Quindi l'ammiraglio
riprese a parlare: «Signori, vediamo di affrontarlo, dobbiamo partire dal
principio che questo tizio non sta scherzando. E le nostre scelte sono molto
limitate. La priorità numero uno è prendere e distruggere quello stronzo.
Giusto?» Diede un'occhiata attorno al tavolo. Nessuno dissentiva. «Di
conseguenza la numero due è dar vita a un piano di schieramento della
flotta. Numero tre, dobbiamo nominare il comandante in capo di quella
flotta. Numero quattro, cercare di far sì che il presidente - il comandante in
capo di tutte le Forze Armate statunitensi - accetti un tale schieramento.
L'ultimo punto è di gran lunga quello più difficile.»
«Desideri una valutazione raffinata?» chiese l'ammiraglio Morris.
«Sempre», rispose Arnold Morgan.
«Non accetterà, né ora né mai, di mettere il suo Paese sul piede di guerra
per quella che ritiene essere una lettera priva di reale fondamento. E non ci
ascolterà. Né ora né mai.»
Il silenzio avvolse il tavolo. «Allora», dichiarò il generale Scannell,
«potremmo dover andare avanti senza di lui.»
«Cosa che sarebbe assai poco ortodossa», fece notare l'ammiraglio
Dickson.
«Forse», disse il presidente del comitato. «Ma non possiamo
abbandonare in modo consapevole la popolazione di questo Paese, quando
crediamo tutti che vi sia il reale pericolo che qualcuno cancelli la costa
orientale degli Stati Uniti. Ritengo che il capitano di corvetta Ramshawe
abbia dato a ognuno di voi un breve e conciso appunto sulle valutazioni
fatte dagli esperti circa il vulcano dell'isola di La Palma.»
«Immagino che non vi sia modo di fermare l'onda di marea una volta
che è stata generata, vero?» chiese il generale Boyce.
«Sembra di no», rispose Arnold Morgan. «Perché quando si svilupperà
avremo a che fare probabilmente con la più grande forza sulla terra, che
viaggerà sul fondo del mare alla velocità di un aereo a reazione. Nel giro
di nove ore raggiungerà New York, con onde che si formeranno lungo
tutto il percorso.»
«Gesù Cristo», mormorò il generale.
«Per quanto possa vedere», continuò l'ammiraglio, «abbiamo due
possibilità. La prima remota, la seconda migliore, ma non infallibile.
Facciamo salpare verso le isole Canarie una flotta di cento navi e
cerchiamo il Barracuda scomparso, che probabilmente non troveremo. Non
se il suo comandante è in gamba quanto credo che sia.
«Seconda possibilità, creiamo uno schermo difensivo di unità di
superficie a ovest di La Palma, mirante a colpire e distruggere il missile, o
i missili, a metà del loro volo. Sarebbe ovviamente utile sapere più o meno
da dove li lanceranno. Ma non lo sappiamo.»
«Be', a prescindere da tutto, dovremmo comunque spostare l'intera flotta
della costa orientale ben lontano dalle nostre basi navali», disse
l'ammiraglio Curran. «Un'onda di quel genere la spazzerebbe via. Non
possiamo lasciare in porto nemmeno una nave. Abbiamo preparato un
piano di massima, che penso l'ammiraglio Dickson desideri mostrare a
ognuno di voi... per capire se siamo tutti d'accordo circa la concretezza
della minaccia. Siamo tutti convinti che dobbiamo mettere in atto un piano
navale per contrastare questa minaccia, indipendentemente dalle opinioni
dei nostri capi politici? Alzate la mano destra, per favore.»
Nove mani destre si alzarono in modo solenne.
«Non abbiamo nessuna scelta», osservò il generale Scannell.
«Assolutamente nessuna scelta.»
«Okay. Allora, oggi è il 24», proseguì Arnold Morgan. «Ciò significa
che abbiamo quarantasei giorni per mettere in riga le cose. Propongo che
ci inventiamo qualche prossima esercitazione navale in Atlantico e
iniziamo a mettere le navi quantomeno in preallerta per lo schieramento.
Ritengo che il Medio Oriente sia abbastanza tranquillo per trasferire il
gruppo della portaerei in Atlantico senza provocare troppa agitazione.
Cosa ne pensi, Alan?»
«Va bene.»
«Okay. Ora forse dovremmo ascoltare il piano preliminare che, da
quanto ho capito, Alan e Freddie hanno messo a punto nei due giorni
scorsi...»
L'ammiraglio Curran allungò a ognuno degli uomini un singolo foglio di
carta. Quindi iniziò a parlare: «In qualità di sommergibilista, mi è stato
chiesto di spiegare la prima parte del piano, prima di passare la parola
all'ammiraglio Dickson. Sono certo che siete al corrente delle intrinseche
difficoltà nel condurre la caccia subacquea con i sottomarini, dato che
rischiano di spararsi l'uno contro l'altro se non si sta maledettamente
attenti.
«Il mio suggerimento è di creare una 'scatola' di cinquecento miglia da
nord a sud, che vada sopra e sotto lungo la linea di costa di La Palma, per
cinquecento miglia a ovest nell'Atlantico. Si tratta di un'area vastissima di
duemilacinquecento miglia quadrate e prevediamo che il Barracuda lanci i
suoi missili contro la scogliera da un punto dentro quella zona.
«Non è impossibile che lanci da una posizione più a occidente, forse
fino a mille miglia di distanza da La Palma. Ma personalmente ne dubito.
Il suo comandante saprà che lo stiamo cercando in forze ed è con ogni
probabilità ben consapevole dei nostri ottimi sistemi difensivi missilistici
superficie-aria. È probabile che non voglia che i suoi uccellini rimangano
in volo troppo a lungo. Se dovessi tirare a indovinare direi che lancerà a
meno di trecento miglia dalla costa di La Palma. Ma non possiamo
rischiare. Dobbiamo coprire fino al limite estremo del suo raggio
d'azione».
«Quanti missili pensi, Freddie?» chiese Arnold Morgan.
«Probabilmente venti missili da crociera, per essere certo di abbattere la
scogliera. A meno che non vada sul nucleare. In quel caso ne basterebbero
due.»
«Può avere dei missili nucleari?»
«Non credo», intervenne l'ammiraglio Morris. «E questo solo perché
non riesco a immaginare dove avrebbe potuto prenderli. Devono essere
adattati appositamente al Barracuda e i russi non lo aiuterebbero fino a
quel punto. Non ammetterebbero nemmeno di aver venduto il Barracuda a
qualcuno se non alla Cina. E i cinesi non ammetterebbero nemmeno di
esserne i proprietari. Di certo è improbabile che ammettano la loro
complicità con un branco di terroristi che cercano di distruggere la costa
orientale degli Stati Uniti d'America. I cinesi potranno essere furbi e
ambigui, ma non sono certo stupidi.»
«Potrebbero essere riusciti a comprarli in quel posto in Serbia», suggerì
Arnold Morgan. «Ma sarei sorpreso se una nazione europea fosse
d'accordo, specie una appartenente alla NATO o alla UE.»
«Quanto alla Corea del Nord?» chiese l'ammiraglio Morris.
«È possibile. Anche se non sono certo che abbiano sviluppato la
sofisticata tecnologia necessaria a costruire un missile a testata nucleare in
grado di essere imbarcato su un grosso sottomarino russo.»
«Speriamo di no», commentò l'ammiraglio Dickson. «Ma ritengo che in
fin dei conti non importi dove hanno ottenuto la testata. Dobbiamo
fermarla, che sia stata costruita in Corea, a Belgrado o da Macy.»
«Okay», disse Arnold. «Ascoltiamo da Freddie questo schema di
schieramento della flotta.»
«Dovremo assolutamente usare un sistema di 'scatole' per la nostra forza
subacquea», illustrò l'ammiraglio Curran. «Il mio suggerimento è di
formare uno schermo dalla linea delle cinquecento miglia, che si muova
verso la costa fino a quella delle trecento. Ognuno dei quindici battelli avrà
la responsabilità di un quadrato di circa quaranta miglia per quaranta
miglia e ognuno impiegherà il suo sensore rimorchiato, alla ricerca di un
qualsiasi suono nell'acqua. Tutti insieme potranno occuparsi di un'area di
ventiquattromila miglia quadrate.
«Il mio parere personale è che il Barracuda non andrà a zonzo
nell'oceano a ovest di La Palma, in primo luogo perché penserà che ci
siamo noi, in forze e veloci, e in secondo perché proverrà da sud e
potrebbe dover coprire una grande distanza a bassa velocità. Le nostre
migliori probabilità sono di scoprirlo in avvicinamento, anche se non
penso che commetterà quel tipo di errore di cui abbiamo bisogno per
individuarlo.
«Raccomando quindi di prendere cinque altri sottomarini e di
posizionarli in scatole più vicine a riva, lunghe quaranta miglia. L'acqua lì
è molto profonda e c'è la possibilità che il Barracuda vi entri in silenzio di
notte per lanciare a vista oltre che con il GPS.
«Non voglio dire che questo sia uno scenario più probabile degli altri.
Ma sarebbe ridicolo avere degli schermi difensivi ben al largo, mentre il
nostro nemico incrocia sotto di noi, in un oceano profondo più di tremila
metri, e apre il fuoco a distanza ravvicinata, dandoci un tempo limitato per
intercettarlo.»
Il generale Hudson si scusò e chiese il permesso d'interrompere, per
ricordare al gruppo che avrebbero potuto benissimo piazzare in cima alla
scogliera, attorno al bordo dei vulcani, uno schermo di missili Patriot.
«Dobbiamo solo sperare che lanci qualcosa che vola alto e non a pelo
dell'acqua», concluse. «Per consentirci di sparargli per bene.»
L'ammiraglio Curran annuì in segno di assenso. Propose che la forza
subacquea rispondesse direttamente al quartier generale di SUBLANT,
ovunque si fosse trovato. Era ormai del tutto certo che stavano
considerando l'evacuazione di tutti i posti comando navali e militari sulla
costa orientale degli Stati Uniti, mentre la scadenza del 9 ottobre andava
avvicinandosi.
L'ammiraglio Alan Dickson illustrò molto brevemente lo schieramento
della flotta di superficie, sostenendo come fosse necessaria un'altra
ottantina di navi per la sorveglianza al largo, che avrebbe potuto salvare la
costa orientale. «Pensiamo a una forza di circa quaranta fregate, moderne
unità missilistiche dotate di sonar rimorchiato, che ascoltino ciò che
accade sott'acqua nella zona centrale fra le due forze subacquee.
«Stiamo parlando di circa duecentomila miglia quadrate di area di
pattugliamento per ottanta navi, e cioè duemilacinquecento miglia
quadrate ognuna, un quadrato di cinquanta miglia di lato, che
percorreranno da cima a fondo, di giorno e di notte, in attesa
dell'aggressore. Se è bravo, potremmo non sentirlo mai. Ma se anche una
sola volta non fa attenzione, nei pressi di una delle nostre navi, allora è un
relitto.
«Se questo consesso è d'accordo, inizieremo immediatamente il lavoro
sul dispositivo difensivo, e sarà meglio incominciare a muovere in quella
zona le navi dal Medio e dall'Estremo Oriente.»
«Sono d'accordo», dichiarò Arnold Morgan. «Ma rimango preoccupato
circa la tempistica e circa il fatto che Hamas osserverà le nostre attività
nelle basi attorno al golfo nelle prossime due settimane. Se si accorgono
che non stiamo facendo assolutamente nulla in risposta alla loro richiesta
di evacuazione, potrebbero esserne frustrati e colpire la scogliera, o alzare
in qualche modo la posta. Vorrei cercare di evitarlo.»
«Intende dire iniziare a muovere della roba, come se stessimo
obbedendo loro?»
«A mio modo di vedere», rispose Arnold, «questa è l'unica possibilità
che abbiamo per guadagnare tempo. Se vedono che stiamo reagendo alle
loro minacce, potrebbero esserne soddisfatti e lasciarci più tempo. E ne
abbiamo bisogno. Un'operazione difensiva di questo tipo richiede tutto il
tempo possibile.»
«Signore», intervenne il capitano di corvetta Ramshawe. «Mi chiedo se
posso fare una domanda.»
«Certo, Jimmy, parla.»
«Pensa che quei tizi cercheranno di colpire con un'arma ad alto
potenziale la scogliera e farla cadere in mare, oppure pensa che
cercheranno d'infilare un paio di grosse testate nucleari dritto nel vulcano
Cumbre Vieja, squarciarlo e lasciare che la natura faccia il suo corso con
l'esplosione di vapore?»
«Buona domanda», rispose l'ammiraglio. «In una situazione normale
direi che un qualsiasi terrorista in quella circostanza vorrebbe lanciare il
missile, colpire la scogliera e fuggire verso la libertà, magari da trecento
miglia al largo.
«Ma questo bastardo è diverso. Riteniamo che sia un esperto in vulcani.
L'opzione due, colpire il cratere, si svilupperà in un tempo maggiore, ed è
più difficile da eseguire, ma è anche molto più letale. Complessivamente
un progetto più spaventoso e terrificante. Penso che sceglierà la seconda
opzione. Non ha paura delle difficoltà e cercherà di ottenere il massimo
effetto.»
«Proprio come ha fatto al monte St. Helens», rifletté il capitano di
corvetta.
«Esattamente così», convenne l'ammiraglio Morgan.
«Il che ci riporta al problema del tempo», fece notare il generale
Scannell. «Qualcuno di voi pensa che sia possibile organizzare una
partenza discreta dalle basi del golfo?»
«Non penso sia possibile, non fino a quando il presidente McBride pensa
che siamo tutti pazzi.» Il generale Boyce, il comandante supremo delle
forze NATO, era palesemente deluso. Scosse il capo e disse due volte:
«Non so proprio».
Il generale Tim Scannell era più coraggioso. «Bart», disse, «penso di
averlo già detto in precedenza. Questa volta potremmo doverci muovere
senza di lui.»
E gli otto ufficiali di alto grado seduti attorno al grande tavolo nella sala
riunioni del presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti
sentirono il brivido di un potenziale ammutinamento, guidato - cosa
impensabile - dal comando più elevato delle Forze Armate degli Stati
Uniti.

7
■ Venerdì 4 settembre 2009, ore 8.00. 56° 18' S, 67° 00' O. Profondità
100 metri. Velocità 15 nodi.

L'ammiraglio di divisione Ben Badr manteneva il Barracuda stabile su


rotta due-sette-zero, venticinque miglia a sud di capo Horn, sotto le sue
acque turbolente, flagellate dal vento forza otto che soffiava dall'Antartide.
Stava attraversando lo stretto di Drake in quattromilacinquecento metri
d'acqua, dopo avere terminato il suo lungo viaggio verso sud, oltre la
miriade di isole e di fiordi che proteggono il Cile continentale dai violenti
marosi del Pacifico.
Aveva attraversato a velocità sostenuta il bacino del Pacifico
sudorientale e la platea di Mornington e adesso si stava dirigendo a est,
tenendo a dritta il gruppo delle Shetland australi, nelle acque fredde e
infide dove si protendeva la penisola antartica, slanciandosi oltre i ghiacci
della banchisa.
Badr si stava dirigendo verso l'estremità più vicina della stupefacente
catena sottomarina dorsale della Scotia, tenendosi nella parte orientale
della forte corrente delle Falkland. La successiva correzione di rotta gli
avrebbe permesso di superare i famigerati bassifondi di Burdwood Bank,
rimanendo ben a est delle stesse Falkland.
Erano acque praticamente deserte, di rado pattugliate dalla Marina
argentina, e ancora più di rado da quella inglese, ancora costretta a vigilare
gli accessi a quelle isole per cui duecentocinquantatré militari britannici
avevano combattuto ed erano morti nel 1982.
A quelle latitudini era metà inverno e, sebbene fossero praticamente due
mesi che non vedevano la luce del sole, Ben Badr aveva assicurato
all'equipaggio di non avere nessuna intenzione di rompere la regola
proprio in quel momento. Non con una tempesta artica che infuriava sopra
le loro teste e con un oceano impegnato a dimostrare che la cattiva fama di
capo Horn era assolutamente meritata.
I sottomarini non amano viaggiare in superficie quasi in nessuna
condizione. Non sono fatti per rollare sulle onde. Ma, cento metri sotto la
superficie, il Barracuda era nel suo elemento e a quella profondità si
muoveva in modo agile e con facilità, un cilindro nero, affusolato e
maligno, messaggero di distruzione imminente, ma anche rifugio caldo e
confortevole per chi vi si trovava a bordo.
Ormai erano otto settimane che il suo propulsore nucleare da
quarantasettemila cavalli funzionava senza intoppi; non era uno sforzo
eccessivo per un dispositivo che avrebbe potuto funzionare, se necessario,
per otto anni consecutivi. Il reattore ad acqua pressurizzata VM-5, di
fabbricazione russa, poteva provvedere alla propulsione del sottomarino, al
suo riscaldamento, alla fornitura d'acqua potabile e all'alimentazione dei
dispositivi elettronici per un periodo indefinito. Incidenti a parte, l'unica
ragione che avrebbe potuto spingere il Barracuda a emergere era
l'esaurimento delle scorte di cibo.
Il reattore VM-5 era identico a quelli che i russi avevano utilizzato sui
loro giganteschi sottomarini balistici classe Tifone. Questi ultimi, i più
grandi sottomarini mai costruiti, con un dislocamento in immersione di
26.000 tonnellate, ne montavano due, ma erano assolutamente identici a
quello del Barracuda: lo stato dell'arte, nel campo dei reattori ad acqua
pressurizzata.
Il Barracuda, con il suo scafo in titanio, era il sogno di ogni
sommergibilista. Poteva colpire con i suoi missili, del tutto inatteso, e
nessuno avrebbe mai potuto stabilire con esattezza da dove aveva lanciato.
Era incredibilmente silenzioso, quanto i più recenti classe Los Angeles
della Marina degli Stati Uniti. Escludendo errori da parte del comandante,
sotto i 7 nodi era assolutamente impossibile individuarlo. Era un vero
fantasma degli abissi.
In quel momento, il generale Rashood e Ben Badr stavano guardando la
mappa su cui era tracciata la rotta del lungo viaggio verso nord che li
attendeva. Erano più di quattromila miglia, fino all'equatore, e ne avevano
percorse già due terzi, viaggiando costantemente a 15 nodi attraverso i
freddi e solitari oceani dell'emisfero australe, non coperti dalla
sorveglianza sottomarina della flotta statunitense e in pratica mai battuti
dalle navi da guerra di qualsiasi nazionalità.
Rimanevano da percorrere ancora mille miglia, a centosettanta metri di
profondità, lungo la costa dell'Argentina attraverso il grande bacino
sudamericano fino a raggiungere la latitudine dell'ampio estuario del Rio
de la Piata, con i suoi duecento chilometri di larghezza. L'estuario si
trovava alla confluenza dei fiumi Paranà e Uruguay e ospitava alcune delle
più affollate rotte commerciali del mondo, che conducevano le navi ai
porti di Buenos Aires, dalla parte argentina, e Montevideo da quella
uruguayana.
Lì, Ben Badr si sarebbe tenuto ben al largo, restando a ovest della
dorsale di Rio Grande, e puntando a nord verso l'isola di Ascensión. Ben
prima di raggiungere le sue acque avrebbe ridotto la velocità e sarebbe
entrato nelle zone turbolente sovrastanti i rilievi scoscesi della dorsale
Medio-Atlantica, superando così, senza farsi scoprire, la base militare
statunitense installata su quell'isola dal paesaggio lunare, ancora sottoposta
alla sovranità della Gran Bretagna.
Quello era, probabilmente, l'unico punto di tutto l'Atlantico centrale e
meridionale in cui avrebbero potuto essere individuati. L'avrebbero quindi
oltrepassato con la massima prudenza, lentamente, molto lentamente, a soli
6 nodi, e a una profondità maggiore del consueto, oltre duecento metri. Su
tutti i ponti del Barracuda regnava un silenzio di morte: il capitano di
corvetta Rashood nella stretta sala navigazione, l'ammiraglio Badr e il
generale di Hamas in sala controllo, ad ascoltare il pulsare regolare del
sonar attivo.
Venerdì 18 settembre, il Barracuda attraversò l'equatore, la linea
invisibile che separa il Nord dal Sud del mondo e che si trova al centro
della griglia di navigazione terrestre, la linea degli 0° che attraversa
l'Atlantico e il Brasile, poche miglia a nord del delta del Rio delle
Amazzoni.
Il sottomarino di Hamas aveva davanti a sé altre mille miglia da
percorrere e le superò a buona velocità, coprendo la distanza in poco meno
di tre giorni. Il mezzogiorno di lunedì 21 settembre, raggiunsero il punto
d'incontro concordato e iniziarono a incrociare lentamente a quota
periscopica, otto miglia al largo del porto di Dakar, nella ex colonia
francese del Senegal, proprio di fronte all'ampia curvatura che l'Africa
settentrionale traccia in direzione dell'oceano.

■ Lo stesso giorno, lunedì 21 settembre 2009, ore 11.00 (locali). Chevy


Chase, Maryland.

Arnold Morgan stava chiacchierando con un vecchio amico, il nuovo


ambasciatore israeliano a Washington, il sessantaduenne generale David
Gavron, già capo del più temuto servizio d'informazione esistente al
mondo, il Mossad.
I due si erano conosciuti e avevano avuto modo di collaborare sette anni
prima, quando Gavron prestava servizio come addetto militare
dell'ambasciata israeliana e si erano poi tenuti in contatto, per ragioni di
servizio, durante il periodo trascorso dall'ammiraglio Morgan alla Casa
Bianca, dopo che il generale aveva assunto la guida del Mossad.
Quello di quel giorno era un incontro informale. David Gavron, come
chiunque operasse a livello internazionale nel mondo dei servizi
d'informazione, sapeva che l'ammiraglio non faceva più parte dello staff
della Casa Bianca, ma ciò non aveva diminuito il suo enorme prestigio, né
la sua conoscenza enciclopedica delle dinamiche che presiedevano le lotte
per il potere mondiale.
Il generale Gavron immaginava, a ragione, che gli Stati Uniti si
trovassero di fronte a qualche serio problema. Per anni era stato amico
intimo e confidente non solo di Ariel Sharon ma anche del generale
Abraham «Bren» Adan, ex comandante della 162a divisione corazzata
della riserva durante la guerra del Kippur. Con ogni probabilità, era l'uomo
più degno di fiducia che si potesse trovare in tutto Israele.
Era un vero israeliano, un puro sabra, nato pochi chilometri a sud-ovest
del mare di Galilea, nei pressi di Nazareth. Il 6 ottobre 1973, il primo
giorno della guerra del Kippur, come comandante di battaglione, aveva
marciato sul Sinai proprio al fianco di Bren Adan. In quel terribile giorno,
centinaia di giovani israeliani, sopraffatte dall'inatteso attacco della 2a
armata egiziana, avevano combattuto ed erano morte nel deserto.
Per due giorni e due notti, David Gavron aveva servito sulla linea del
fuoco, insieme con gli altri giovani comandanti di Adan che, con le
uniformi lorde di sangue, avevano respinto, ondata dopo ondata, le
divisioni corazzate egiziane. Ferito due volte, colpito a un braccio poi
caduto nella sabbia mentre cercava di salvare l'equipaggio di un carro in
fiamme, era stato decorato personalmente dalla signora Golda Meir. Sulla
medaglia erano incise le stesse parole dell'ambita Victoria Cross
britannica: AL VALORE.
Era proprio il tipo d'uomo di cui l'ammiraglio Morgan aveva bisogno.
Solo un uomo come David Gavron, che si fosse trovato faccia a faccia con
un esercito invasore, poteva dirgli con la necessaria autorevolezza se il suo
piccolo Paese assediato avrebbe mai accettato la richiesta americana di
sgombrare la sponda occidentale del Giordano.
Fino a quel momento, i segnali emersi nel corso di colloqui non ufficiali,
ma comunque probanti, non erano stati buoni. Tel Aviv non aveva
manifestato nessun entusiasmo. I vertici delle Forze Armate israeliane
avevano scosso la testa alla prospettiva di uno Stato palestinese. I falchi
della Knesset, del Mossad e dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno,
avevano detto che si trattava di un favore troppo grosso.
Arnold Morgan guardò la cicatrice sulla parte sinistra del volto
dell'israeliano. Sapeva che era il ricordo di una vecchia battaglia di carri. E
sapeva pure che quella cicatrice scendeva in profondità. La reazione di
David Gavron all'educata richiesta di porre fine alle ostilità con i
palestinesi avrebbe avuto un effetto profondo sui successivi passi della
politica statunitense.
L'ammiraglio Morgan non capiva con precisione quanto sapesse il
generale Gavron, ma sospettava che Hamas avesse informato direttamente
anche il Mossad delle minacce rivolte agli Stati Uniti e della richiesta che
Israele si ritirasse dalla Cisgiordania, per dare ai suoi nemici arabi uno
Stato in cui vivere.
Era un caldo giorno d'autunno e i due sedevano sulla veranda attorno
alla piscina. Arnold beveva caffè, studiando i freddi occhi azzurri dell'alto
e prestante diplomatico israeliano, i suoi capelli rasati e la pelle
abbronzata.
«David», esordì, «voglio che tu mi risponda sinceramente.»
«Come sempre», replicò il generale.
«Siete a conoscenza delle minacce fatte al mio Paese dall'alto comando
di Hamas?»
«Sì.»
«Conoscete entrambe le richieste, evacuare tutto il Medio Oriente e
forzare voi ad accettare la formazione di uno Stato palestinese all'interno
degli attuali confini di Israele?»
«Sì. Conosciamo perfettamente entrambe le richieste.»
«Benissimo. Siete anche a conoscenza del fatto che abbiamo iniziato a
ritirare truppe e materiali dalle nostre basi in Medio Oriente?»
«Sì.»
«Secondo te, Hamas è convinta che intendiamo accettare le sue
richieste?»
«Ne dubito.»
«Perché?»
«Perché sa che, probabilmente, state facendo poco o nulla di concreto.
Che state solo prendendo tempo, mentre vi preparate ad annientare il
nemico, secondo la più sana tradizione americana.»
«È maledettamente difficile annientare un nemico come Hamas, un
nemico invisibile.»
«Non è necessario che tu me lo dica. Per noi è molto più visibile, eppure
non riusciamo a sbarazzarcene lo stesso.»
«Bene, David. Il punto è proprio questo. Noi possiamo accelerare i
nostri piani d'evacuazione in modo che siano più credibili, ma abbiamo
bisogno della vostra collaborazione per dimostrare che vi abbiamo
convinto a raggiungere una pace duratura con i palestinesi, attraverso la
ridefinizione delle frontiere della Cisgiordania e della striscia di Gaza.»
David Gavron non replicò, e ciò, ad Arnold, suonò piuttosto sinistro.
«E, per questo, ho due domande da farti», continuò l'ammiraglio. «La
prima è legata alla ben nota esperienza che hai dei terroristi del tuo Paese...
Pensi che dobbiamo prendere sul serio le minacce di Hamas?»
«Vuoi dire quella di provocare una gigantesca frana, seguita da un
maremoto capace di sommergere la vostra costa orientale?»
«Proprio quella, David.»
«La mia risposta è sì. Hamas si è fatta molto pericolosa negli ultimi due
o tre anni. Avrai notato anche tu alcuni dei suoi spettacolari successi,
qualcuno a vostre spese, qualcun altro alle nostre...»
«Naturalmente. E adesso ci stanno minacciando ancora. Maledizione,
David. Eppure non sono mai stati tanto pericolosi.»
«No. Ma poi hanno trovato un uomo addestrato a Sandhurst come
comandante in capo della divisione militare d'assalto.»
«Vuoi dire quell'ufficiale del SAS che ha disertato dall'Esercito
britannico?»
«Proprio lui, Arnold. Saprai di certo anche tu che è saltato dall'altra parte
del muro durante la battaglia di Jerusalem Road, a Hebron.»
«In effetti, David, le mie informazioni erano che avesse girato attorno al
muro e non che lo avesse saltato.»
«Sempre molto preciso», ammise il generale Gavron sorridendo.
«Evidentemente abbiamo le stesse fonti. In ogni modo, da quel giorno il
nostro uomo è sparito e da allora Hamas non è stata più la stessa.»
«Non so cosa dirti. Resta il fatto che, adesso, ci troviamo di fronte a
questa faccenda del vulcano.»
«Per caso, hai saputo pure che, nel maggio dello scorso anno,
quell'uomo ha rapito e ucciso un professore a Londra? Un'autorità
mondiale in fatto di vulcani e terremoti», disse l'israeliano.
«L'ho saputo solo da poco», rispose Arnold.
«Forse, in questo caso, noi a Tel Aviv siamo un po' più rapidi.
Sapevamo che a Londra c'era una cellula attiva dell'alto comando di
Hamas. Però ci sono sfuggiti. Un giorno prima e, forse, ci saremmo
risparmiati tutti un sacco di problemi.»
«O vi sareste trovati di fronte a una mezza dozzina di killer...»
«Sì, c'è sempre questa possibilità quando si ha a che fare con gente
simile», convenne il generale Gavron. «In ogni caso, se fossi in te,
prenderei dannatamente sul serio le minacce di quell'uomo... Dalle sue
attività a Londra, possiamo dedurre che, adesso, è anche un esperto in
vulcani. E il capo dei nostri agenti a Damasco ci ha informato
dell'esistenza di piani per provocare un'eruzione del monte St. Helens. Non
abbiamo mai avuto conferma di tale voce ma la coincidenza è un po'
strana.»
«E lascia la nostra costa orientale sotto la spada di Damocle della
distruzione», disse Arnold. «Mi sono documentato, ed è vero. Un'eruzione
del Cumbre Vieja potrebbe effettivamente provocare un immenso tsunami.
E questo, con ogni probabilità, significherebbe dire sayonara a tutta New
York...»
«D'altra parte, la vostra strategia è chiara. Cercate di guadagnare tempo
muovendo le truppe in Medio Oriente per far sembrare che siate sul punto
di andarvene ma, in realtà, state approntando una grande flotta
nell'Atlantico per trovare e distruggere il sottomarino o per intercettare il
missile mentre è in volo per La Palma.»
«Come diavolo fate a sapere che c'è di mezzo un sottomarino?»
«Per favore, Arnold, concedici un po' di credito... Sappiamo che sono
scomparsi dei Barracuda. Sappiamo che ne avete trovato uno, che era stato
affondato. E sappiamo che l'altro è in giro da qualche parte. È evidente che
non esiste altro modo di colpire il vulcano se non con un missile lanciato
da un sottomarino. Un aeroplano è fuori discussione, così come è fuori
discussione una nave di superficie. Lanciare da terra, poi, dal cuore
dell'Africa nera, vorrebbe dire solo farsi individuare subito dai satelliti
americani.
«No, Arnold. Visto quello che intendono fare, è abbastanza chiaro che
l'attacco sarà lanciato da un sottomarino in navigazione da qualche parte
nell'Atlantico settentrionale, al largo delle coste dell'Africa. Ed essendo il
Barracuda l'unico sospetto... Il resto sono discorsi accademici.»
«Esatto. Se non riusciremo a dimostrare che lo Stato di Israele è pronto a
aderire alle nostre richieste, devo, quindi, immaginare che Hamas aprirà il
fuoco e si tratterà di vedere se saremo capaci di fermarlo. Mi preme, però,
avvertirti che, in una simile eventualità, la Knesset non dovrà più aspettarsi
nessun aiuto dagli Stati Uniti... Finanziario o militare.»
«Me ne rendo conto», replicò il generale Gavron. «Onestamente,
Arnold, io ho fatto il possibile per tenermi fuori da questa faccenda. So che
non c'è ancora niente di ufficiale, ma questo genere di notizie circola in
fretta. Sappiamo benissimo che, prima o poi, dovremo rispondere a una
domanda molto seria che ci verrà posta dagli Stati Uniti.»
L'ammiraglio Morgan versò a entrambi dell'altro caffè. Si alzò e fece
qualche passo avanti e indietro. «David», disse. «Qual è stata la tua
reazione personale alla richiesta di Hamas di riconoscere immediatamente
uno Stato palestinese indipendente, democratico e sovrano, nei territori
della Cisgiordania e della striscia di Gaza... come dicono loro: 'occupati
dalle forze di Israele dal 7 giugno 1967'? Penso tu sappia che questa
richiesta implica anche il ritiro immediato delle truppe israeliane da quei
territori.»
«La richiesta è la stessa di sempre, Arnold. Ma significa anche chiedere
ai governanti di Israele di commettere un suicidio politico. Sai quello che
ha detto in proposito il tuo grande eroe, Sir Winston Churchill?»
«Non mi viene in mente. Che cosa ha detto?»
«Il problema dei suicidi politici è che dopo, in genere, si sopravvive
abbastanza a lungo da pentirsene...»
Arnold Morgan sorrise, nonostante la serietà dell'argomento. Si risedette
e sorseggiò, pensieroso, il suo caffè.
«Arnold», riprese Gavron. «Ci sono migliaia di famiglie i cui congiunti
sono morti per dare a Israele una nuova terra, per difenderla dagli
aggressori arabi. Mio nonno è stato ucciso nel Sinai nel 1967; la mia
coraggiosa e adorata nonna è morta mentre, insieme con altri civili, stava
passando munizioni ad alcuni nostri carri armati sulle alture del Golan,
sempre nel 1967.I due fratelli di mio padre sono stati uccisi nella battaglia
per il Sinai del 1967 e mia nipote di undici anni è stata uccisa da una
bomba palestinese in un supermercato, dodici anni fa.
«Mi dispiace, Arnold, ma io non potrei mai accettare di veder nascere
uno Stato palestinese all'interno dei nostri confini. Nessuno può obbligarci
a cedere la terra per la quale abbiamo combattuto contro le forze
enormemente superiori dei nostri nemici arabi. Se le pressioni degli Stati
Uniti fossero abbastanza forti, il mio governo potrebbe anche cedere. Ma
non io. Io non potrei mai farlo.»
Arnold rivolse un sorriso triste al vecchio soldato. «E noi, David?»
chiese. «Noi, che tanto abbiamo fatto per la sicurezza del tuo Paese.
Pensate di abbandonarci, adesso che ci troviamo nel momento del
bisogno?»
«Arnold, la costa orientale degli Stati Uniti è molto lontana da quelle di
Israele. Più di cinquemila miglia. E, per una volta, non siamo noi a essere
minacciati da un nemico armato. Nel mio Paese, ci sono molti giovani che
non erano ancora nati quando l'Egitto ha forzato la linea Bar-Levi e ci ha
attaccato, nel giorno più sacro del nostro calendario. Come si può chiedere
loro di sostenere il governo nel cedere vasti tratti dell'unico Paese che
abbiano mai conosciuto? E di cederli ai palestinesi? È da pretese come
queste, Arnold, che nascono le guerre civili.»
«Intendi dire che Israele non sarebbe mai favorevole alla nascita di uno
Stato palestinese democratico, che non si ritirerà mai dai territori
occupati?»
«No, non voglio dire quello. Non 'mai'. Ma, probabilmente, non nelle
prossime tre settimane. Ci state chiedendo una cosa impossibile. E per
risolvere un problema che non è nemmeno nostro. Ricorda. Sono gli Stati
Uniti a essere minacciati. Non Israele.»
«Per un diplomatico, è una risposta piuttosto miope», obiettò
l'ammiraglio Morgan.
«Nient'affatto. Per voi, potrebbe essere piuttosto difficile esercitare su di
noi pressioni sufficientemente efficaci. Nessun presidente è mai disposto a
rischiare di perdere in massa i voti degli ebrei di New York.»
«Ma non stavo pensando alla possibilità, per gli Stati Uniti, di esercitare
su Israele pressioni abbastanza forti», puntualizzò Arnold.
«Oh... E a cosa pensavi?»
«Pensavo a una cosa diversa. Se fossimo effettivamente colpiti da un
gigantesco maremoto, ciò potrebbe crearci problemi, almeno per qualche
tempo. E, poiché voi non avreste fatto nulla per aiutarci, con ogni
probabilità rischiereste di trovarci un po' troppo occupati, per potervi
aiutare a nostra volta.»
«Ma noi non abbiamo bisogno di aiuto, Arnold. Nessuno ci minaccia.»
«Se le basi della Marina e delle altre Forze Armate dislocate lungo la
costa orientale degli Stati Uniti fossero effettivamente disabilitate per un
periodo di diversi mesi, quanto tempo credi che ci metterebbe Hamas a
sfogare su Israele la sua rabbia così a lungo repressa?»
David Gavron si fece pensieroso. Rimase in silenzio per qualche istante,
poi rispose: «Hamas è un'organizzazione che agisce essenzialmente con la
tattica del mordi e fuggi. Sono dei terroristi. Non hanno il nostro
addestramento, né il nostro grado di prontezza operativa e non hanno
mezzi per contrastare la nostra artiglieria pesante. Israele è più che capace
di affrontare una minaccia di tipo terroristico. Lo è sempre stato. La
faccenda è semplice. Hamas non è abbastanza forte per avere ragione di un
Paese come il nostro».
«Forse questo era vero tre anni fa», obiettò Arnold. «Ma adesso non è
più così. Adesso hanno un generale, come hanno dimostrato sul campo e
come tutti noi stiamo vedendo da qualche tempo a questa parte...»
«Quel maledetto Kerman?»
«Lui, David. Proprio lui.»

■ Lunedì 21 settembre 2009, ore 15.30 (locali). Oceano Atlantico. 14°


43' N, 17° 30' O. Quota periscopica. Velocità 5 nodi. Rotta non
confermata.

Il Barracuda navigava in mezzo ai tonni dalle pinne blu, appena sotto la


superficie, nelle acque calde meno di dieci miglia al largo del porto più
occidentale dell'Africa. Dakar era in piena stagione umida e la calda
pioggia tropicale sferzava le acque calme e profonde dell'Atlantico per
molte miglia.
Erano quasi quattro ore che aspettavano e la pioggia non aveva mai
smesso di cadere. Ogni quindici minuti, Ben Badr aveva ordinato di alzare
il periscopio e di controllare in superficie, alla vana ricerca del
pattugliatore della Marina senegalese che doveva giungere in zona verso
mezzogiorno.
Quando, finalmente, la nave comparve, poco prima delle 16.00, sia lui
sia Ravi stavano cominciando a mostrare segni di nervosismo. Incrociare
in superficie, anche in acque dove la Marina statunitense non aveva nessun
interesse, era snervante. Sapevano che i satelliti statunitensi, se puntati
nella giusta direzione, potevano individuarli da un momento all'altro.
La pioggia incessante riduceva la visibilità, e i senegalesi erano a meno
di un miglio, quando Ben Badr li vide. Immediatamente, ordinò al
Barracuda di emergere. I cassoni di zavorra si svuotarono rombando e la
nave si riempì del rumore delle turbine che salivano di giri, poi il
Barracuda emerse all'aria fresca, per la prima volta da dieci settimane. Era
la prima luce naturale che l'equipaggio vedeva da quando si era immerso,
poco a sud dell'isola giapponese di Yaku Shima, e aveva fatto rotta per il
Pacifico settentrionale.
L'imponente sottomarino comparve sulle acque azzurre dell'Atlantico
orientale e quasi si fermò, la prua rivolta a sud, in attesa del pattugliatore
senegalese che l'avrebbe affiancato.
A parte le due unità navali, l'oceano era deserto. Il personale sul ponte
del Barracuda segnalò alla nave in avvicinamento di accostare a dritta. Una
lunga passerella sporgeva dal ponte incrostato dell'unità senegalese. Gli
uomini del Barracuda lanciarono alcune cime per aiutare i colleghi africani
a sistemare il collegamento fra le due navi.
Il generale Rashood, in piedi sul ponte insieme con Shakira, osservava
con un certo disgusto le condizioni del pattugliatore classe Peterson Mark
4 di costruzione americana, 22 tonnellate di dislocamento, vecchio almeno
di una ventina d'anni, il cui scafo aveva un disperato bisogno di una mano
di vernice. Il ponte, un tempo bianco, era tutto rugginoso, e altre chiazze di
ruggine screziavano lo scafo. Un paio di vecchi copertoni era poggiato alla
sovrastruttura. Sebbene fosse una nave della Marina militare, sembrava un
qualsiasi peschereccio proveniente da un Paese del Terzo Mondo. D'altra
parte, era l'unico modo di sbarcare inosservati. I senegalesi, che
condividevano la loro stessa fede musulmana, erano stati ben lieti di
aiutarli, ma Ravi era anche convinto che Bandar Abbas avesse pagato
profumatamente la loro collaborazione per quel breve viaggio di dieci
miglia. Forse anche l'intero valore di quel rottame.
A bordo del pattugliatore, vi erano tre marinai sorridenti, neri come il
carbone, i denti bianchi e lucidi, senza uniformi, ma con indosso solo
magliette bianche e jeans. Fecero ampi cenni di saluto e lanciarono le cime
di prua e di poppa all'equipaggio del Barracuda perché provvedesse ad
assicurarle.
«Dobbiamo veramente salire su quell'affare?» sussurrò Shakira.
«Temo di sì», rispose Ravi. «Per adesso, è tutto ciò che abbiamo.»
In piedi, sotto la pioggia, salutarono Ben Badr, il fratello di Shakira,
Ahmed e il comandante in seconda, capitano di vascello Ali Akbar
Mohtaj. Sapevano tutti che, a Dakar, il generale e sua moglie sarebbero
sbarcati. Eppure, nella loro partenza, vi fu lo stesso una buona dose di
tristezza.
Adesso, la missione del Barracuda sarebbe entrata nella sua fase più
strettamente operativa. I piani erano pronti, la rotta tracciata, i missili
imbarcati, le loro traiettorie di volo impostate. Ciò che serviva, adesso, era
un comando attento, ridurre la velocità al minimo quando si fossero trovati
a passare vicino a qualche altra nave, e mantenere una rotta stabile in
acque profonde e defilate.
Il sottomarino sarebbe rimasto in contatto via satellite con Bandar
Abbas, e la sua missione sarebbe stata seguita, passo dopo passo, dal
generale Rashood. Per l'ammiraglio Ben Badr era un sollievo non da poco.
Ma era un sollievo ancora maggiore sapere che, se fosse stato necessario
modificare in qualsiasi modo i piani, ciò sarebbe stato realizzato
personalmente dal generale, il vertice stesso della struttura militare di
Hamas. Presto, la partita a poker con gli americani sarebbe ricominciata e
sarebbe stato il generale a giocarla, sui segnali dei satelliti. Ormai erano
entrati nella fase finale dell'operazione che avrebbe cacciato per sempre gli
Stati Uniti dal Medio Oriente, e non c'era motivo che Ravi restasse a bordo
del Barracuda.
Shakira abbracciò il fratello, baciò Ben Badr su entrambe le guance e
strinse la mano al capitano di vascello Mohtaj. Ravi strinse la mano a tutti
e tre, poi guidò la moglie verso la passerella. Shakira portava con sé una
grossa sacca blu da marinaio in cui aveva stipato i suoi trucchi, delle
camicie, dei jeans di ricambio, un po' di biancheria e un AK-47
Kalashnikov.
Il generale Rashood la guardò percorrere la stretta passerella tenendosi
saldamente al corrimano, poi lasciò a sua volta il ponte del Barracuda, per
la prima volta da quando erano partiti dal porto cinese di Huludao, sul mar
Giallo, e si diresse prudentemente verso il quindici metri della Marina
senegalese Matelot Oumar Ndoye, qualsiasi accidente di cosa significasse
quel nome.
Per riportare a bordo la passerella ci vollero tutti e sei gli uomini che
formavano l'equipaggio del pattugliatore. L'operazione fu condotta fra alte
grida e risa sguaiate. Per almeno due volte la passerella rischiò di cadere
fuori bordo e, prima ancora che fosse stata del tutto assicurata, il
Barracuda era già scomparso, scivolando silenziosamente sotto la
superficie del vasto oceano che divideva il continente africano da quello
americano.
Per il momento, avrebbe puntato a ovest, verso le ampie pendici della
dorsale Medio-Atlantica, muovendosi leggero a una profondità di duecento
metri, attraverso le opache distese del suo mondo oscuro, lontano dagli
occhi avidi dei satelliti americani, alti nel cielo.
Ravi e Shakira sedettero su due seggiolini sotto un vecchio telo
protettivo teso a poppa della nave, dietro il sostegno della mitragliera. Il
comandante, un muscoloso ex pescatore, aveva fatto un vago tentativo di
presentazione, ma parlava solo francese e con il pesante accento dei
Wolof. Alla fine, tra le risate generali, erano riusciti in qualche modo a
capire che il suo nome era comandante Rémé e che «li avrebbe avuti
ancorati dentro grande porto di Dakar dentro trenta minuti».
A quanto pareva, il comandante Rémé conosceva solo due velocità:
avanti tutta e fermo. Adesso era nella fase «avanti tutta» e la nave tremava
da prua a poppa, mentre i suoi vecchi motori diesel si sforzavano di far
girare le eliche alla massima velocità possibile.
Per fortuna, il mare era assolutamente calmo, a parte una specie di lunga
ondulazione proveniente dal largo, e il Matelot poteva filare, sebbene
scosso dalle continue vibrazioni, i 20 nodi della sua velocità di punta,
diretto verso Dakar, la grande città musulmana le cui bianche e
torreggianti moschee (o, almeno, alcune di esse) possono rivaleggiare in
bellezza e splendore con quelle di Istanbul o di Teheran. Il Senegal ha
sempre tenuto un piede in Medio Oriente e uno in Africa settentrionale e
Dakar è famosa come il crocevia in cui Africa nera, islam e cristianità si
sono incontrati per secoli, talvolta collidendo ma riuscendo sempre, alla
fine, a fondersi. Il prodotto su cui si basa l'economia di sussistenza del
Paese (e il bilancio della sua Marina militare) è l'olio di arachidi. Il
governo degli Stati Uniti spende più per il personale addetto alle pulizie
del Pentagono di quanto non spenda quello senegalese per tutta la sua
Marina militare.
Il comandante Rémé si dimostrò uomo di parola. Il Matelot toccò terra
in trenta minuti esatti. I vecchi motori diesel non erano riusciti a mandarlo
a pezzi e Ravi e Shakira poterono, così, sbarcare su un molo del porto
militare. Quasi tutta la gettata era ingombra di reti per gamberi e altre
attrezzature da pesca, che davano alla missione un'aria in qualche modo
più rilassata di quella dell'operazione svoltasi sulle sponde del mar Giallo,
dieci settimane prima. Ma, che Ravi e Shakira avessero preso terra in un
porto militare, non c'erano dubbi. Al molo accanto erano ormeggiati un
pattugliatore da 450 tonnellate di costruzione francese, il Naimbur,
vecchio di ventisei anni e armato di cannoni leggeri, e, accanto a quello, un
pattugliatore costiero di costruzione canadese, una cannoniera classe
Interceptor, anche quello vecchio di trent'anni. Nessuno dei motori era in
moto. Era evidente che la Marina senegalese non aveva in programma di
scendere sul sentiero di guerra, almeno nell'immediato futuro.
I due ospiti appena sbarcati furono accolti dal comandante in capo della
Marina senegalese, un ufficiale di colore di circa quarant'anni e dalle
larghe spalle. I denti del capitano di vascello Camara erano bianchi quanto
la camicia a maniche corte della sua uniforme. Salutò e li informò in un
inglese impeccabile di quanto fosse lieto di accoglierli nel suo umile
comando. Aveva parlato con il suo amico, l'ammiraglio Badr, in Iran,
proprio quella mattina e tutto era pronto, come da programma.
Li avrebbe condotti personalmente, disse, all'aeroporto, che si trovava a
soli cinque chilometri di distanza. Ma, prima, era certo che avrebbero
gradito un tè. Il loro aeroplano li attendeva per le 18.00, quindi dovevano
ammazzare il tempo per una mezz'ora.
Così, nel sole di un pomeriggio ormai caldo, il generale e la signora
Rashood, giunti finalmente a terra, si trovarono a passeggiare lungo un
tranquillo lungomare africano, il cuore pulsante della sonnolenta Marina
militare senegalese. Mancavano giusto un paio di settimane al giorno in
cui avevano programmato di distruggere l'intera costa orientale degli Stati
Uniti d'America e a nessuno dei due sfuggiva quel contrasto.
Il tè con il capitano di vascello Camara costituì un piacevole diversivo.
Seduti all'aperto, guardarono passare le piccole navi che attraversavano il
porto, sorseggiando tè zuccherato ma senza latte, in alti bicchieri dal
manico d'argento. Il capitano non fece nessuna domanda sul lungo viaggio
del Barracuda, anche se era chiaro che aveva capito che, in quella
missione, c'era un aspetto oscuro ed eversivo.
Sapeva di avere per ospiti persone importanti e sapeva che erano arrivati
lì a bordo di un sottomarino che poi era scomparso. Ma era anche convinto
che quello non fosse né il tempo né il luogo per indagare nelle faccende
dei suoi correligionari, tanto più che quelli sarebbero, presto, partiti per
attraversare il deserto del Sahara, la vasta distesa di sabbia a nord-est di
Dakar.
Aveva visitato quella remota e riarsa regione una sola volta e provava
nei suoi confronti una vera e propria ripugnanza, come accadeva alla
maggior parte dei neri africani. Era, però, consapevole che quella distesa di
sabbia senza fine rappresentava il tessuto stesso di cui era formato il
mondo musulmano. Era consapevole, remotamente, che la piccola
comunità costiera di cui lui faceva parte era legata, in qualche modo, alle
grandi comunità islamiche dell'Egitto, della Siria, della Libia, dell'Iran,
dell'Iraq e degli Stati del golfo proprio dalle dune mobili del deserto. Ed
era consapevole che era un legame senza tempo. E che era importante. E
anche per quello rispettava i suoi ospiti, giunti a Dakar dalle più lontane
propaggini del mondo musulmano.
Il capitano Camara osservò che il generale Rashood aveva un accento
britannico molto pronunciato e chiese se, come lui, avesse studiato in Gran
Bretagna.
Le ragioni che vennero in mente a Ravi per non raccontare a nessuno del
suo passato furono almeno mille. Il generale, inoltre, era terribilmente
stanco dopo un viaggio di ventimila miglia, iniziato nella lontana Cina
comunista. Ma sorrise e scelse una risposta atta a seminare la maggior
confusione possibile. «No, capitano. Ho studiato in Svizzera. È lì che mi
hanno insegnato a parlare così.»
«Capisco», disse Camara. «Ma mi aspettavo che lei notasse che anch'io
parlo al suo stesso modo, e io ho studiato in Inghilterra. Charterhouse. E,
da lì, sono andato a Oxford, all'università... Ho studiato ingegneria a St.
Edmund Hall ma il mio massimo risultato è stato giocare a golf per
l'università contro Cambridge. Due volte. Una come caposquadra.»
Ravi, che stava quasi per addormentarsi nell'umido caldo africano che
aveva seguito la pioggia, tentò di reggere la conversazione. «Quindi, lei è
un cartusiano e ha giocato a golf per i Blue. Stupefacente.»
«In effetti, sì», disse Camara, stupito per un istante dal fatto che il suo
ospite avesse immediatamente afferrato il carattere elitario della sua
educazione e, soprattutto, dal fatto che Ravi sapesse, per qualche strana
ragione, che i vecchi studenti di Charterhouse fossero chiamati
«cartusiani». Ma proseguì: «Mi hanno insegnato a scuola a giocare, e
quando sono arrivato a Oxford ho scoperto di essere uno dei giocatori
migliori. Mi sono proprio divertito... Gran bella gente. Sembrerà strano,
ma l'unica cosa che non sono mai riusciti a comprendere esattamente è il
mio nome completo, che è Habib Abdu Camara. Quando ogni settimana
esponevano la lista della squadra, avevano preso l'abitudine di inserirmi
come L'Uomo Nero».
«Cristo, se facessero oggi una cosa simile passerebbero dei guai seri»,
commentò Ravi sorridendo.
Il capitano di vascello Camara rise. «Penso di sì, ma non lo facevano per
cattiveria. E anch'io lo trovavo divertente. Sono rimasti tutti miei buoni
amici.»
«Vi vedete ancora?» chiese Ravi.
«Be', ho lasciato Oxford diciassette anni fa. Ma ci siamo rivisti per
diversi anni al torneo di golf degli allievi delle scuole private... Ha
presente? L'Halford Hewitt Tournament, al Royal Cinque Ports di Deal.
Naturalmente, giocavamo tutti per scuole diverse ma a Oxford, quando
eravamo in squadra insieme, abbiamo battuto Cambridge due volte e ne
andiamo piuttosto orgogliosi.»
«E ha smesso anche di andare all'Halford Hewitt?»
«Non del tutto. La carriera in Marina mi ha impedito per diversi anni di
giocare per Charterhouse, ma sarò nuovamente a Deal l'anno prossimo. Fa
piacere vedere le stesse persone che, un anno dopo l'altro, continuano a
giocare per la loro vecchia scuola. Sono stato per tre volte in semifinale
contro Harrow e non credo che la loro squadra sia mai cambiata di molto.»
Nel sentir nominare la sua vecchia scuola, Ravi s'irrigidì, e quel
chiacchierone di capitano di vascello della Marina senegalese colse
l'occasione al volo per continuare a illustrare la sua carriera golfistica a
qualcuno che sembrava sapere di cosa stava parlando. «Contro gli
harroviani, abbiamo giocato delle grandi partite. Il loro capitano era un
tizio di nome Thumper Johnston. Il suo vero nome era Richard Trumper-
Johnston. Era un giocatore veramente in gamba. Mi ha battuto due volte,
tutt'e due le volte per due a uno, con un lancio lungo sul green della
diciottesima buca... Ma non era così bravo quando si giocava in quattro.»
Ravi era, ancora una volta, sul punto di assopirsi. Riuscì a raddrizzarsi
sulla sedia e ad assumere l'espressione di chi stesse ascoltando. E,
stranamente, se ne uscì con un'affermazione incauta: «Thumper Johnston?
Sì, è tornato a Harrow come docente. Insegna matematica».
«È certo di non essere andato a scuola in Inghilterra?» chiese di nuovo
Camara. «Vi conosco, voi ufficiali mediorientali. Amate molto il segreto.
Non volete rivelare mai nulla. Ma molti di voi hanno studiato in
Inghilterra, specialmente a Harrow... Thumper Johnston e re Hussein, eh?
Ah, ah, ah!» Il largo viso del capitano di vascello Camara si aprì in un
sorriso a pieni denti. «Credo di averla stanata, generale. Ma un amico di
Thumper è anche mio amico. E non rivelerò a nessuno il suo segreto.»
«Non ho detto di essere suo amico», ribatté Ravi. «Ho solo sentito
parlare di lui. Lo conosce mio padre.»
«Quindi suo padre ha studiato a Harrow?» insistette Camara. «Per
conoscere Thumper, qualcuno deve essere stato a Harrow... Lui non ha
mai lasciato veramente la scuola, se non per andare a giocare a golf.»
Ravi sorrise. Sapeva che doveva ammettere qualcosa. Qualsiasi cosa, per
far tacere quell'idiota. «Mio padre era inglese e penso che abbia giocato
con Johnston nell'Halford Hewitt. Mi ricordo giusto il nome.»
«Suo padre giocava per Harrow?» chiese il capitano Camara.
Era un momento critico. «No, per Bradfield», rispose Ravi.
Il capitano di vascello ci pensò su per un po' (dubbioso, secondo Ravi),
valutando quanto potesse essere assurda l'idea che un inglese di nome
Rashood fosse rimasto così impressionato dal modo di giocare a golf di un
avversario, Thumper Johnston, nell'Halford Hewitt, da erudire il figlio
riguardo alla sua carriera d'insegnante.
No, non credo che questa la berrà, pensò il generale.
Ma, ancora una volta, il capitano di vascello Camara scoppiò in una
risata. «Mi dispiace», disse. «Ma sono proprio convinto di averla stanata.
Lei è un vecchio harroviano, sommergibilista, qui per una missione
segreta... Oggi se ne esce dal nulla... Dal fondo dell'oceano... Poi, l'anno
prossimo, finisce che la ritrovo in Inghilterra, magari con Thumper in
persona... E, adesso, ancora tè per i miei amici che vengono dal fondo del
mare.»
Shakira, che era anche più stanca di Ravi, si era addormentata e aveva
perso tutta la conversazione. Si svegliò giusto in tempo per sentire il
marito che diceva: «Avrebbe dovuto fare l'investigatore, capitano, ma
questa volta ha preso un granchio...»
«E allora come fa a conoscere Thumper, il preside di matematica di
Harrow?» esclamò Camara di rimando, ridendo fragorosamente. «L'ho
messa sotto. L'Uomo Nero di Oxford l'ha messa sotto... Ah, ah, ah!»
Anche Ravi rise, imprecando dentro di sé per la sua sbadataggine.
Rifiutò un'altra tazza di tè e chiese se potevano avviarsi verso l'aeroporto,
poiché Shakira era tanto stanca che, probabilmente, avrebbe dormito per
tutto il viaggio di ritorno.
«Naturalmente», rispose il capitano di vascello scattando, energico, in
piedi. «Venite... Chiamo Tomas per portare i vostri bagagli... La macchina
è parcheggiata proprio qui sotto.»
Percorsero il molo e raggiunsero una Mercedes nera, un'automobile di
servizio della Marina, che portava ai lati del cofano due piccole bandierine
mosse dalla brezza della sera, il tricolore nero, giallo e rosso del Senegal
con un'unica stella verde al centro.
Camara guidò rilassato fino all'aeroporto, posto sulla penisola a nord del
porto militare, dove li attendeva un Orion P-3F della Lockheed con la
livrea dell'Aeronautica militare iraniana. Il capitano di vascello parcheggiò
l'automobile e insistette per accompagnare i suoi ospiti fino ai piedi della
scaletta e per portare il bagaglio di Shakira. Poi, Shakira salì la scaletta ed
entrò nell'apparecchio seguita da Ravi, che aveva preso i bagagli di
entrambi.
Fecero un cenno di saluto al loro accompagnatore e lo guardarono
allontanarsi in direzione dell'automobile. Improvvisamente, Ravi tornò
indietro, si affacciò alla scaletta e gridò: «Capitano... Torni indietro... Ho
un piccolo pensiero per lei, qui nella mia sacca... Me ne ero dimenticato».
Il capitano di vascello Camara sorrise e si voltò tornando verso
l'aeroplano, come Ravi sapeva avrebbe fatto. Salì rapido a bordo, a passi
agili. Gli ultimi che avrebbe fatto. I passi che lo avrebbero portato alla
morte.
Entrò nella cabina e si diresse verso il fondo dell'apparecchio, dove Ravi
stava frugando nella sacca. Con la velocità della luce, il capo di Hamas si
voltò e abbatté con terribile violenza l'impugnatura del suo coltello da
combattimento in mezzo agli occhi del capitano di vascello, schiantandogli
la parte inferiore della fronte.
Poi, colpì con la parte inferiore della mano destra le narici dell'uomo,
spingendogli il setto nasale nel cervello. Il capitano di vascello Camara
aveva giocato la sua ultima partita. Morì prima ancora di toccare terra.
Shakira si alzò, guardando stupita l'ufficiale senegalese così orgoglioso del
suo passato sportivo, sdraiato a braccia aperte nel mezzo del corridoio,
probabilmente già in viaggio per il grande green del cielo.
Il pilota, che non aveva visto ciò che era successo, accorse, anch'egli
stupito, e si diresse verso il centro del corridoio insieme con il suo
secondo.
«Il generale Rashood?» chiese, salutando. Nessuna domanda. Disciplina
militare.
«Mi spiace di avere sporcato», disse Ravi. «Gli faccia infilare testa e
spalle in un sacchetto per l'immondizia, per cortesia. Lo getteremo fuori
sul deserto o sul mar Rosso. Le farò sapere.»
«Signorsì.»
«Oh, comandante. Lei sa che si tratta di un'operazione segreta.
Quell'uomo sapeva troppo. Era una minaccia per l'Iran e un pericolo per
l'islam. Inoltre, stava per rivelare ai britannici la mia identità di
comandante di Hamas. E questo è fuori discussione. Chiaramente.»
«Signorsì. Capisco. Ma dovrò rallentare e scendere di quota se dovremo
aprire il portello posteriore. Mi faccia sapere quando sarà pronto.
Viaggeremo a un'altitudine di circa ventottomila piedi. Ho del caffè caldo
a bordo e dei sandwich. Potrò procurare qualcosa di meglio verso l'una,
quando faremo scalo ad Assuan.»
«Grazie, comandante. Adesso credo sia meglio andarcene da qui. Prima
che qualcuno inizi a cercare il comandante in capo della locale Marina
militare.»
Ravi e Shakira si diressero verso la parte anteriore del velivolo e si
sistemarono nei comodi seggiolini in pelle solitamente occupati, durante le
missioni di pattugliamento svolte dall'Orion nell'area del golfo Persico,
dagli osservatori e dagli operatori ai computer.
Il pilota, capitano Fahad Kani, portò rapidamente l'aeroplano in zona
decollo, lanciò un'occhiata davanti a sé, alla pista deserta, e diede manetta
senza nemmeno attendere il consenso della torre di controllo. L'Orion si
slanciò rombando in avanti, prese velocità e si alzò sopra l'Atlantico, nel
cielo chiaro della sera.
Virò a destra, verso nord, sopra la Mauritania, poi, nuovamente, su una
rotta pochi gradi a nord-ovest, dirigendosi sul Sahara meridionale. La rotta
li avrebbe condotti sopra le aride e misere regioni dell'Africa interna, il
Mali, il Niger e il Ciad, poi sopra il Sudan settentrionale. Ore dopo,
sarebbero atterrati nella verde e fertile valle del Nilo, molte centinaia di
chilometri a sud del Cairo, ad Assuan, dove sorgeva la grande diga.
Ravi non riusciva a decidersi se sbarazzarsi del corpo di Camara fra le
sabbie roventi del Sahara, sperando che fosse divorato dalle poiane o
sepolto dalla prima tempesta di sabbia, o se scaricarlo in mare, dove il
sangue uscito dal suo setto nasale frantumato avrebbe certamente
richiamato gli squali, spingendoli a portare a termine il loro sporco lavoro
con molta maggiore affidabilità.
Il problema era che non era sicuro che vi fossero squali nel mar Rosso, e
che, quindi, il corpo rischiasse di arenarsi intatto a riva. Inoltre, sapeva che
il fattore tempo era di cruciale importanza quando ci si trovava su un
aeroplano veloce come quello, e che spingere il cadavere fuori dal portello
non sarebbe stato facile. L'idea di commettere un errore non lo attirava per
nulla, così come non lo attirava l'idea di far schiantare il corpo dell'ex
comandante in capo della Marina senegalese nel bel mezzo di Gedda.
Scelse, quindi, le poiane.
Sia lui sia Shakira erano troppo stanchi anche solo per mangiare
qualcosa. Ma il caffè era buono e presero tutti e due un piccolo sandwich
di pollo e pomodoro, prima di cadere addormentati.
Due ore dopo, Ravi, che non aveva mai dormito tanto, si svegliò e andò
a verificare con il pilota la loro posizione. Avevano appena sorvolato la
frontiera della Mauritania ed erano entrati in Mali. Ravi aveva consultato il
Traveller's Atlas, un libretto tascabile dalla copertina in pelle e dalle
pagine filettate in oro, un regalo di Shakira. E aveva scelto il punto dove
scaricare amara.
Ci sarebbero volute altre tre ore e mezzo per raggiungerlo. Chiese al
secondo pilota di svegliarlo una volta in zona, poi di far rallentare
l'apparecchio e di farlo scendere fino a circa cinquemila piedi, quota alla
quale sarebbe stata effettuata l'eiezione.
Tornò da Shakira, ancora addormentata, e le prese la mano, ma si
concesse solo un breve sonno mentre sorvolavano le montagne del Ciad
settentrionale. Pochi minuti dopo, entrarono nello spazio aereo sovrastante
il deserto libico, una delle parti più inospitali del Sahara, oltre un milione
di chilometri quadrati, estesi fra il Sudan nordoccidentale, l'Egitto
occidentale e la Libia orientale.
Ravi aveva scelto, come luogo ove scaricare il corpo del capitano di
vascello Camara, una zona di dune di sabbia non mappate fra le oasi di
Ma'Tan Bishrah e Ma'Tan Sarah. Non c'erano città, in nessuna direzione,
per una distanza di centocinquanta chilometri. Sotto, nell'arida e riarsa
regione di Al Kufrah, la temperatura si aggirava attorno ai quarantacinque
gradi. Solo il GPS poteva indicare al pilota la sua effettiva posizione, e il
capitano Kani controllava l'apparecchiatura con attenzione. Ravi, insieme
con il secondo pilota, trascinò il cadavere fino al portello posteriore mentre
l'aeroplano scendeva a diecimila piedi e raggiungeva la velocità minima di
sostentamento. Ravi e il secondo pilota erano in piedi, legati nelle
imbracature di sicurezza fissate alla fusoliera. Ormai erano vicini al punto
scelto dal generale. Sentirono la voce del capitano annunciare: «Un
minuto!»
Il secondo pilota sbloccò il portello e lo tirò da parte, aprendolo. Il
rumore era assordante e il vento si abbatteva con violenza nell'apertura. I
due uomini si aggrapparono alle imbracature, spingendo con i piedi il
cadavere verso il portello.
«Ora!» gridò Kani. Con altre due spinte, Ravi e il secondo pilota fecero
rotolare il cadavere dell'ex capitano della squadra di golf di Oxford fuori,
nell'atmosfera. Guardarono per un attimo il corpo cadere verso il deserto,
poi chiusero rapidamente il portello.
«A posto, capitano... Quando vuole!» gridò Ravi, ed entrambi sentirono
l'Orion inclinarsi leggermente verso l'alto e accelerare verso la sua quota di
crociera. Del tutto esausta, Shakira non si era nemmeno mossa. A riprova
del suo profondo sollievo per avere evitato qualsiasi contatto di quel
senegalese chiacchierone con i suoi amici dell'Harrowian Golf Society,
Ravi si versò un'altra tazza di caffè.
Il capitano Kani sorvolò a gran velocità il quarto Paese più grosso
dell'Africa e si diresse verso la frontiera egiziana, che distava circa
ottocento chilometri dalla valle del Nilo. «Poco più di un'ora per Assuan»,
annunciò. «E ci saremo messi i primi quattromilacinquecento chilometri
dietro le spalle.»
«Quanto a casa?» chiese Ravi.
«Dal Nilo a Bandar Abbas sono più o meno duemilatrecento chilometri.
Circa altre tre ore e mezzo di volo. Faremo scalo ad Assuan per circa
un'ora.»
Ravi dormì di nuovo mentre l'Orion sorvolava il deserto e si svegliò solo
in vista del lago Nasser, una distesa d'acqua lunga oltre cinquecento
chilometri che si era formata dietro la parete meridionale della grande
diga, quando quella aveva alterato il corso naturale del Nilo.
Sorvolarono i duemilacinquecento chilometri quadrati del lago
artificiale, poi il terreno nudo, bruno e desolato a ovest di quello,
atterrando, infine, in un piccolo aeroporto a venticinque chilometri dalla
città più meridionale dell'Egitto. In Senegal era l'una di notte, ma tre fusi
orari più avanti, nella terra dei faraoni, erano già le 4.00.
Per la cena dei suoi stimati passeggeri, il capitano Kani aveva fatto
preparare un tipico piatto egiziano, il kushari, che fu portato direttamente a
bordo su un carrello di servizio dorato, con gli omaggi dell'Aeronautica
militare iraniana. Ravi e Shakira, ancora esausta, guardarono dapprima con
una certa preoccupazione i grandi piatti contenenti quel tanto favoleggiato
intruglio di spaghetti, riso, lenticchie nere, cipolle fritte e salsa di
pomodoro. In fondo, era ancora buio pesto; ma, d'altra parte, loro avevano
perso ormai da molto la cognizione del tempo e il kushari aveva un'aria
squisita. Lo divorarono, quindi, accompagnandolo con pane caldo e succo
d'arancia. Prima di sparecchiare, l'attendente attese che avessero finito
tutto. Teheran era famosa per il catering che serviva a bordo dei suoi aerei
radar.
Dopo aver fatto rifornimento ed essersi rinfrescati, ripresero il volo poco
dopo le 5.00, ora locale, alla volta del mar Rosso e della penisola Arabica.
Il punto di non ritorno era l'estremità occidentale del famigerato Rub al
Khali, il «quadrante vuoto», il più inospitale deserto del mondo. Da lì,
puntarono su Dubai e attraversarono il golfo poco a ovest dello stretto di
Hormuz, atterrando a Bandar Abbas alle 10.00 di martedì 22 settembre.
Un'automobile di servizio della Marina prese a bordo il generale e la
signora Rashood, arrestandosi sulla pista nel momento stesso in cui il
capitano Kani spense i motori dell'Onori. Ravi e Shakira furono portati
direttamente alla base navale e alloggiati nella suite che la Marina iraniana
riservava ai dignitari in visita. Era il massimo che si potesse desiderare in
fatto di comfort e di aria condizionata, con il suo vasto bagno dal
pavimento in marmo, pieno di saponi, shampoo, dopobarba e acque di
colonia e con il suo ampio letto king size.
Nella suite, c'erano anche due attendenti della Marina, impeccabili nelle
loro uniformi immacolate, le camicie con le spalline, i pantaloni corti e le
lunghe calze bianche. Avevano già riempito la vasca da bagno di acqua e
olio profumato e avevano preparato due morbidi accappatoi verde scuro.
Sul letto, giacevano due pigiami di seta neri.
Nel guardaroba c'era un ampio assortimento di vestiti. Pantaloni corti
stirati di fresco, calzoni sportivi, gonne blu, camicie, calze, biancheria e
scarpe da uomo e da donna. Shakira osservò che, una volta uscita dalla
vasca, con quegli abiti addosso, avrebbe avuto tutta l'aria di un mozzo
ripulito e Ravi le ricordò che era stata proprio lei a chiedergli il permesso
di entrare in Marina.
Gli attendenti avevano sistemato una grossa coppa di macedonia sul
tavolo della sala affacciata sul porto. C'erano, poi, del caffè appena fatto,
del tè e un assortimento di paste. La televisione era stata accesa ed era già
sintonizzata sulla CNN. Due giornali - uno in arabo, l'altro in inglese -
erano stati sistemati sul tavolino, in mezzo a due comode poltrone.
Il paragone con l'alloggio che il generale aveva da poco lasciato, a bordo
del Barracuda, era favorevole sotto tutti gli aspetti.
A Shakira Rashood sembrava di essere arrivata in paradiso. Rimase
immersa nella vasca per quasi un'ora, lavandosi tre volte i capelli «per
togliersi di dosso la puzza di sottomarino».
I due attendenti smontarono di servizio a mezzogiorno, portando con sé
la biancheria da lavare. Prima di uscire, uno dei due abbassò una tenda e
suggerì agli ospiti di provare a riposare un po', informandoli che
l'ammiraglio Badr aveva convocato una riunione nel suo ufficio alle 16.30
del pomeriggio. «Passerà qualcuno a prendervi direttamente qui», disse.
«L'ammiraglio vi augura buona giornata.»
Davanti alla porta c'era un picchetto di quattro guardie armate della
Marina. Ai piedi delle scale ce n'erano altre due e un secondo picchetto di
quattro uomini era di servizio fuori, sotto il sole. L'ammiraglio Badr era
ben consapevole dell'importanza dei suoi ospiti. Ed era cosciente del fatto
che mezzo mondo sarebbe stato pronto a pagare una taglia principesca per
sapere dove si trovasse, in quel momento, il comandante della divisione
militare d'assalto di Hamas.
Ravi e Shakira furono svegliati dal telefono alle 16.00 e informati che
un'automobile sarebbe passata a prenderli dopo trenta minuti. Si vestirono,
quindi, con calma, si versarono del caffè dalla caraffa termica e scesero le
scale per raggiungere l'automobile che li stava attendendo.
L'ammiraglio Mohammed Badr li accolse calorosamente e li informò
dell'emozione che aveva provocato nella base la notizia dell'eruzione del
monte St. Helens. «Per noi, è stato un momento meraviglioso, dopo tutti
quei mesi di preparazione. Ma dagli americani non è ancora giunta nessuna
risposta alle nostre richieste. Né alle nostre minacce.»
«Per la verità, non mi aspettavo di ricevere una risposta», replicò Ravi.
«Mi aspetto, piuttosto, segni di attività nelle loro basi in Medio Oriente. E
forse anche un comunicato di Israele ai principali Paesi arabi e del golfo,
fra cui l'Iran.»
«È proprio questo l'oggetto della nostra riunione», disse l'ammiraglio.
«L'Iran non è stato informato di nessuna iniziativa riguardo alla
Cisgiordania. E lo stesso gli altri Paesi arabi e del golfo. Ho, comunque,
una lista dei movimenti di uomini e mezzi nelle basi americane in Medio
Oriente.»
«Perfetto», disse Ravi. «Diamole un'occhiata, poi decideremo quali
iniziative intraprendere.»
«Mi pare giusto», convenne l'ammiraglio. «Ho qui tutte le
informazioni... Ma, prima... mio figlio? Come se la cava al comando del
sottomarino?»
«Ben è grande», rispose Ravi. «È diventato un comandante di
sottomarini nucleari di prima classe; ha sempre la situazione sotto
controllo e tutto l'equipaggio lo stima. Il battello, poi, si sta comportando
molto bene. A parte qualche dettaglio di scarsa importanza, non ha mai
dato fastidi e sono convinto che riuscirà a completare senza intoppi il
piano programmato. Sono convinto inoltre che, al termine della missione,
l'equipaggio del Barracuda non avrà problemi a tornare sano e salvo a
casa. Se fossimo costretti a lanciare il nostro attacco finale, potrebbe essere
però necessario che rimangano nascosti, in immersione, per qualche
settimana.»
«Come avevamo previsto fin dall'inizio», osservò l'ammiraglio. «È
semplicemente impossibile individuare il Barracuda. Anche in acque
ostili.»
«Sì. Soprattutto se è al comando di un asso come Ben», disse Ravi.
«Perché Ben è diventato davvero un comandante eccezionale. Niente di
meno. Ha portato quel sottomarino in acque pericolose, con metà della
Marina degli Stati Uniti a dargli la caccia. Ma, a quanto ne so, nessuno ha
mai avuto il minimo sentore della sua presenza.»
«Queste sono parole un po' presuntuose, riferite a un sommergibilista»,
fece notare l'ammiraglio sorridendo. «Ma mi fa piacere sentirgliele dire...
Vogliamo vedere come va l'evacuazione delle basi americane, adesso?»
«Prego, proceda. Io prenderò appunti.»
«Benissimo. Prima di tutto, il Bahrain, sede del comando della Quinta
Flotta. Due settimane fa, vi si trovava il gruppo da battaglia della portaerei
Constellation che è salpato da tre giorni. Undici navi, compresi due
sottomarini. Abbiamo seguito la loro rotta nel golfo e attraverso lo stretto
di Hormuz. Abbiamo rilevato anche piccole riduzioni nelle forze di stanza
nel Paese; probabilmente cinquecento uomini della Marina hanno lasciato
il Bahrain in volo, diretti a Incirlik, in Turchia.
«Secondo, il Kuwait. Qui hanno sede una grossa base dell'Esercito e un
campo di addestramento. In tutto, oltre dodicimila soldati. Abbiamo
rilevato la partenza di alcuni caccia dell'Aeronautica alla volta di Diego
Garčia, ma nessun trasferimento sostanziale di truppe via mare.
«Terzo, l'Arabia Saudita, dove è stata appena riaperta una base
dell'Aeronautica. La presenza americana è, oggi, di diecimila uomini,
proprio come prima che la base fosse chiusa. Più un numero variabile ma
notevole di caccia e ricognitori. Nessun cambiamento apprezzabile in
nessuna delle componenti.
«Quarto, il Qatar. Lì, i movimenti sono stati significativi. Dei
quattromila militari di stanza nel Paese ne sono rimasti solo duemila. Sono
stati evacuati anche molti aeroplani. Questo è un dato che possiamo
confermare perché i grossi hangar, che sono stati appena costruiti, adesso
sono vuoti. Non abbiamo rilevato movimenti di truppe via mare, ma certo
molte centinaia di uomini sono partite per via aerea.
«Quinto, l'Oman. Le Forze Armate americane hanno sempre fatto un uso
intensivo sia dei suoi porti sia dell'aeroporto internazionale Al Seeb.
Normalmente, nel Paese sono di stanza quattromila uomini. Non abbiamo
rilevato nessun cambiamento.
«Sesto, gli Emirati Arabi Uniti. Qui è dislocato un piccolo contingente
dell'USAF. Non abbiamo rilevato cambiamenti.
«Settimo, Gibuti. C'è un campo d'addestramento delle forze speciali
americane molto attivo. In varie occasioni abbiamo stimato una forza di
tremila effettivi. Nessun cambiamento.
«Ottavo, Diego Garčia. Una base della Marina e una grande base aerea.
Vi sono schierati bombardieri pesanti B-52 e bombardieri invisibili B-2.
Nessun cambiamento nel numero degli aerei. Diego Garčia è anche un
attivo porto di transito. Nessun cambiamento visibile.»
«Probabilmente, vedono una buona dose di nervosismo dietro la nostra
richiesta di evacuare anche quella base, che si trova a molte migliaia di
miglia dal golfo», osservò Ravi. «In ogni caso, il suo elenco è piuttosto
sconfortante. E chiaro che gli Stati Uniti non prendono sul serio le nostre
minacce e che stanno solo cercando di guadagnare tempo. Per inciso:
quante portaerei hanno in zona, in questo momento?»
«Una nel mare Arabico settentrionale, nessuna nel golfo e una,
suppongo, in rotta per Diego Garčia.»
«E la Constellation?»
«Esattamente.»
«Non si stanno comportando come chi stia per avere metà delle sue
coste cancellata dalla faccia della terra, o sbaglio?»
«No, Ravi. Certamente no.»
«Nessuna presa di posizione ufficiale da parte del presidente McBride?»
«Non abbiamo saputo nulla. Ciò potrebbe significare che sta lavorando
nell'ombra per cercare di distruggerci. Ma, con maggior probabilità,
significa che non crede alle nostre minacce.»
«Personalmente, propendo per la seconda ipotesi», affermò Ravi. «È un
noto liberal e un pacifista. Quel genere di persone, di solito, preferisce
nascondere la testa nella sabbia. Il pericolo, per noi, è quando nei centri del
potere siedono persone come l'ammiraglio Morgan, che, invece,
rispondono scalciando. O, peggio, che scalciano per prime, addosso a
chiunque percepiscano come nemico.»
«Allora, quali sono le sue conclusioni?»
«Penso che dovremmo passare alla seconda parte del piano,
ammiraglio.»
«Ero convinto che sarebbe stata quella, la sua decisione, generale. E
sono d'accordo con lei. Adesso siamo abbastanza forti da costringerli a
piegarsi alla nostra volontà. O, almeno, dovremmo esserlo. Ha già
preparato il testo del prossimo comunicato?»
«Sì. E so già esattamente cosa fare. Prima, però, bisogna che dia a Ben
l'ordine di muoversi. Ha avuto istruzioni precise e non si porterà di sua
iniziativa in acque pericolose. La prossima mossa sarà piuttosto facile, ma
sono certo che ci permetterà di ottenere risultati migliori di quelli ottenuti
sinora.»
L'ammiraglio Badr sorrise. «Allora vada, figliolo. Che Allah sia con
lei.»

■ Martedì 22 settembre 2009, ore 14.30 (locali). 14° 45' N, 18° 00' O.
Velocità 7 nodi. Rotta di attesa.

Il Barracuda procedeva lentamente, duecento metri sotto la superficie


dell'Atlantico, quaranta miglia a ovest del Senegal. Dalle 12.00, ora locale,
l'ammiraglio Ben Badr era in attesa degli ordini che avrebbero dovuto
essergli trasmessi da un satellite della Marina cinese. Gli ordini sarebbero
pervenuti direttamente da Bandar Abbas, dove si doveva svolgere
l'incontro fra suo padre e Ravi Rashood.
Ogni due ore, nelle solitarie acque subtropicali, il sottomarino era
risalito a quota periscopica, aveva alzato l'antenna ESM e si era collegato
con il satellite, chiedendo di trasmettergli i segnali ricevuti. Entrambe le
volte, l'intera operazione aveva richiesto meno di sette secondi per essere
completata, tempo al termine del quale il battello era tornato nuovamente
in immersione. Né alle 12.00 né alle 14.00 (che Badr sapeva corrispondere
alle 18.30 nella zona dello stretto di Hormuz), però, avevano ricevuto nulla
e Ben Badr stava cominciando a sentirsi sempre più inquieto.
Trascorsero altri trenta minuti. L'ammiraglio ordinò per la terza volta di
riempire d'aria i cassoni di manovra e di portare il Barracuda a quota
periscopica. Alzarono l'antenna e si collegarono di nuovo al satellite.
Questa volta, da ventidue miglia sopra l'oceano, giunse un segnale:
Dirigersi a 57° O, 16° 50' N... Lanciare 282400SET09. Il messaggio in
codice, invece, recitava: Dirigersi a 151° E, 56° 50' N... Pranzo
301400NOV11. Le indicazioni relative a data e ora del lancio erano state
semplicemente aumentate di due (quattordici nel caso dell'ora). Le
coordinate di riferimento erano, invece, codificate come concordato, come
se fossero relative a un appuntamento per un pranzo di lavoro in un
ristorante lungo la costa orientale della penisola di Kamčatka, sulle sponde
del mare di Ohotsk, alla fine di novembre 2011.
Avevano sei giorni per raggiungere il punto di lancio, distante poco più
di duemilacento miglia. Ciò significava che il padre di Ben Badr aveva
calcolato una velocità media di 12 o 13 nodi: ragionevole per le acque
desolate di quella parte dell'Atlantico centrale. Desolate nel senso di prive
di navi da guerra. Avrebbero attraversato l'oceano proprio nella sua zona
centrale, mantenendosi in profondità, a circa 17 nodi, poi, giunti a mille
miglia dalla base navale americana di Puerto Rico, avrebbero rallentato.
Non sarebbero andati oltre.
Ben raggiunse la sala navigazione, dove, senza Shakira, il tenente di
vascello Ashtari Mohammed sembrava quasi sperduto. La donna aveva
comunque lasciato delle mappe aggiornate sul suo ampio tavolo da lavoro
e i due uomini poterono verificare rapidamente la posizione dove
avrebbero dovuto incrociare, in attesa del successivo lancio.
Le coordinate del bersaglio, 16° 45' N, 62° 10' O, erano già state
trasmesse al locale missili e impostate nei computer degli Scimitar SL-
Mark 1. Ben Badr annotò con cura le coordinate dell'area di
stazionamento, 16° 50' N, 57° 00' O, e lasciò l'appunto al tenente di
vascello Mohammed. L'area prescelta si trovava circa trecentottanta miglia
a est del bersaglio, mezz'ora circa fra il momento del lancio e quello
dell'impatto. Nessun problema.
Ben Badr tornò in sala controllo e diede all'equipaggio gli ordini
necessari: «Virare su rotta due-sette-due... Velocità 17 nodi... Profondità
duecento metri».

■ Giovedì 24 settembre 2009, ore 11.30. Pentagono, Washington.

Il generale Tim Scannell provava l'inconfondibile sensazione di essere


appena stato preso per il naso. Aveva chiamato il presidente degli Stati
Uniti sulla linea privata che collegava il suo ufficio, al secondo piano del
Pentagono, con lo Studio Ovale e, per la prima volta a memoria d'uomo, il
presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti era stato messo in
contatto con il capo di gabinetto della Casa Bianca, anziché con il
presidente in persona.
Big Bill Hatchard era stato educato e accondiscendente, ma ciò non
bastava a coprire il fatto che una telefonata fra il responsabile operativo
delle Forze Armate degli Stati Uniti e il loro comandante in capo era stata
intercettata. Peggio ancora, Bill Hatchard aveva voluto sapere esattamente
quale fosse l'oggetto della telefonata. Il generale Scannell aveva obiettato
che quella era, a suo avviso, un'inaccettabile intrusione, ma Hatchard gli
aveva fatto intendere con garbo che o gli diceva la ragione della telefonata,
o il presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti non avrebbe
mai parlato con 0 presidente McBride.
Per la prima volta nella sua lunga e onorata carriera, il generale Scannell
era stato costretto ad arrendersi. «Riferisca che si tratta del messaggio
giunto da Hamas», aveva tagliato corto, la rabbia nemmeno troppo
repressa. «E di richiamare non appena ha finito di fare quell'accidente che
sta facendo.»
Il generale aveva sbattuto giù il telefono. All'altro capo del filo, ciò che
Hatchard aveva assaporato non era stato, però, il dolce gusto del trionfo.
Al contrario, era stato piuttosto un senso d'apprensione vagamente
snervante. Sapeva di essersi appena inimicato il più importante e riverito
fra i comandanti delle Forze Armate statunitensi, un uomo che non
provava nessuna simpatia né per lui né per il suo capo. E ciò non era un
bene.
Bill Hatchard sapeva come andavano le cose. Gli alti papaveri del
Pentagono erano potenti e, ciò che più contava, molto più duraturi degli
inquilini della Casa Bianca. Il generale Scannell sarebbe rimasto al suo
posto ancora a lungo dopo che il presidente McBride avesse lasciato
l'incarico. E lo stesso valeva per molti dei generali e degli ammiragli che lo
circondavano, con le loro spalline dorate. Bill decise quindi, fra sé, di non
fare parola a nessuno del sangue cattivo che aveva iniziato così presto a
scorrere fra lui e il presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti e di far finta di niente fino a quando non fosse riuscito a mettere in
chiaro la faccenda con il generale.
Ciò era accaduto quarantacinque minuti prima. E, dallo Studio Ovale, il
generale non era stato ancora richiamato. Scannell era furente. Senza
dubbio, però, lo sarebbe stato molto di più se avesse avuto modo di
ascoltare la breve e secca conversazione svoltasi mezz'ora prima fra il
presidente e lo stesso Hatchard. In linea di massima, la conversazione si
era svolta in tali termini: «Signore, mi chiedo se non sia il caso di
richiamare l'ufficio del presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti, al Pentagono».
«Che cosa vuole?»
«Qualcosa che ha a che fare con la faccenda di Hamas.»
«Si è saputo qualcosa di nuovo?»
«Non so, signore. Non ha voluto parlarne con me. Voleva lei.»
«Richiamalo e chiedigli se ci sono novità tali da disturbarmi. Se non ce
ne sono, non mi infastidire. Sono terribilmente impegnato.»
«Sissignore.»
Ma i nervi saldi, che non avevano mai tradito il calmo e poderoso
difensore di Yale nelle decine di partite giocate per la sua università, in
quel frangente erano venuti meno. Molto semplicemente, Hatchard non
riusciva a convincersi a chiamare il presidente del comitato dei capi di
stato maggiore riuniti e a metterlo sotto. Tatto ed empatia non c'entravano
niente. Era pura e semplice paura. Bill Hatchard non se la sentiva di
affrontare il generale Tim Scannell in campo aperto. E, come molti
sedicenti operativi che si erano venuti a trovare di colpo in acque troppo
calde o troppo profonde, aveva deciso... di non fare niente.
Era quella la cosa che faceva oltremodo rabbia al generale Scannell, che
al Pentagono era stato sul punto di scoppiare e che adesso era al telefono
con l'ammiraglio Morgan. La sola persona, qui attorno, che comprende
con esattezza quello che sta succedendo.
I due parlarono a lungo. Secondo l'ammiraglio Morgan, il Barracuda
doveva trovarsi ormai nell'Atlantico meridionale, da qualche parte in una
zona d'oceano vasta un milione di miglia, al largo delle coste orientali
dell'Argentina.
L'ammiraglio ascoltò, poi, con interesse quanto il generale Scannell gli
disse sui movimenti di truppe in Medio Oriente, e fu lieto di apprendere
che non vi erano più gruppi da battaglia nel golfo. Sia lui sia il generale
Scannell erano convinti che la richiesta di Hamas di evacuare la base di
Diego Garčia fosse oltremodo insolente. Dopotutto, Diego Garčia era
ufficialmente colonia britannica ed era migliaia di miglia più vicina
all'India, in massima parte induista, che all'Iran o all'Iraq musulmani.
Quello che, però, preoccupava maggiormente i due uomini era sapere
che l'attacco terroristico era annunciato per il 9 ottobre e che, a quella data,
mancavano solo quindici giorni. Ad Arnold, poi, non piaceva l'idea che
cento navi da guerra fossero state schierate nel medio Atlantico senza che
il comandante in capo delle Forze Armate degli Stati Uniti ne sapesse
nulla. Peggio ancora: che si rifiutasse ostinatamente di saperne nulla.
Al generale Scannell e all'ammiraglio Morgan non interessava niente
della moralità di quella missione. Con le parole di Arnold, «una missione
militare non può essere giusta perché lo dice il presidente. E non può
diventare ingiusta perché il presidente si rifiuta di considerarla altrimenti.
Il suo valore, giusta o sbagliata, è quello che è, a prescindere da quello che
ne pensa lui».
Il fatto era che entrambi credevano sinceramente che gli Stati Uniti
fossero in pericolo. Un pericolo che poteva tradursi nella morte di milioni
di persone e nella distruzione di molte delle loro città principali, salvo che
le Forze Armate non fossero intervenute presto e con decisione. Secondo il
generale Scannell, «se c'è anche solo una possibilità su venti che questo
maremoto si scateni, dobbiamo essere pronti a impedire che si concretizzi.
Nel frattempo, dobbiamo mettere al sicuro tutti i nostri principali apparati
difensivi. Ogni altra linea d'azione rappresenterebbe una grossolana
violazione dei nostri doveri di condotta».
Viste le prove che aveva a disposizione, il generale calcolava che le
probabilità di un attacco letale contro le scogliere di granito di La Palma
non fossero una su venti, ma fossero, almeno, alla pari. Il problema era
convincerne il presidente.

■ Lunedì 28 settembre 2009, ore 1.00. Centrale comunicazioni,


Pentagono, Washington.

L'ufficiale di servizio guardò lo schermo, premette il tasto di download e


lanciò la stampa. Il messaggio e-mail, decrittato, era indirizzato
personalmente:

Al presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti,


Pentagono, Washington, USA.
Egregio signore, evidentemente non avete preso sul serio il
nostro ultimo comunicato. State attenti, stanotte, 28 settembre,
poco dopo le 24.00, e vedrete quello che siamo in grado di fare.
Poi, forse, cambierete idea.
Hamas

Il maggiore Sam MacLean, un veterano di fanteria che aveva combattuto


nella seconda guerra del Golfo, si attivò subito. Ordinò di tracciare la
provenienza dell'e-mail, poi, dopo aver controllato l'orologio, chiamò
l'ufficiale di servizio nella sala operazioni dell'Esercito, al terzo piano.
La parola «Hamas», nonché «terroristi», fece sì che il messaggio fosse
inoltrato immediatamente alla CIA, a Langley, Virginia, e alla National
Security Agency, a Fort Meade, Maryland.
In entrambe le sedi, esso fu fatto circolare tra il personale della sala
operazioni del turno di notte e trasmesso in copia all'assistente del
direttore, capitano di corvetta Jimmy Ramshawe, che era ancora in ufficio
a sudare sulle immagini e sui rilevamenti che avrebbero potuto tradire le
peregrinazioni dell'elusivo Barracuda.
Il colonnello dell'Esercito che reggeva la postazione al Pentagono all'una
del mattino non ebbe nessuna esitazione. Aprì il collegamento diretto con
la residenza del presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti e
riferì il messaggio al generale Scannell parola per parola. Jimmy
Ramshawe era già in contatto con Chevy Chase, dove l'ammiraglio
Morgan si risvegliò dal sonno con l'effetto di un petardo nella notte del 4
luglio.
Scrisse un breve appunto e chiamò Tim Scannell, che era già al telefono
con il suo ufficio. Alle 1.30, tutti i principali interessati erano già stati
informati delle nuove minacce dei terroristi. Il generale Scannell convocò
un incontro al Pentagono per le 7.00.
Intanto, la centrale comunicazioni del Pentagono, che aveva tracciato la
provenienza dell'e-mail, era riuscita a giungere a una soluzione, seppur
vaga. Il messaggio era partito da qualche parte in Medio Oriente:
Damasco, la Giordania, Baghdad o forse il Kuwait. Certo non a est del mar
Rosso, né a sud o a est della penisola Arabica. L'indicazione era così
frammentaria che il maggiore MacLean la trasmise solo alla CIA, in attesa
di eventuali futuri chiarimenti.
Alle 7.00, sul Pentagono, regnava un diffuso senso di disagio.
Inevitabilmente, da qualche parte era trapelata la notizia che c'erano state
nuove minacce di Hamas. E che si trattava di minacce non specificate.
Poteva trattarsi di qualsiasi cosa, anche di un altro pazzo che lanciava un
volo di linea contro l'edificio. Mentre la riunione aveva inizio, il livello di
sicurezza stava raggiungendo quello di allarme rosso.
Nella sala privata del presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti fu, ancora una volta, l'ammiraglio Morgan a presiedere la riunione.
Nessuno credeva che il messaggio di Hamas non fosse da prendere
terribilmente sul serio.
«Immagino che non ci sia niente in rete che ci permetta di gettare un po'
di luce su questa faccenda del Barracuda, o sbaglio?» chiese Arnold.
«Voglio dire, un possibile contatto, in qualche parte del mondo?»
«Niente, signore», rispose il capitano di corvetta Ramshawe. «Ho
passato la notte a controllare, ma non c'è un accidenti di niente. La sola
cosa di qualche interesse presente sulla rete della Marina arriva dalla
Francia. Pare che il comandante in capo della Marina senegalese sia
scomparso.»
«Probabilmente è stato mangiato da un fottuto leone», ringhiò
l'ammiraglio Morgan. «In ogni caso, fra diciassette ore sapremo che cosa
sono in grado di fare questi tizi. Se non succede niente, forse ha ragione il
presidente. Forse, tutte le prove che abbiamo in mano non sono altro che
coincidenze.»
«Impossibile, Arnold», obiettò l'ammiraglio Morris. «Sta per succedere
qualcosa da qualche parte. E tu lo sai.»
«Allora, è meglio far muovere il culo al presidente degli Stati Uniti
d'America», ribatté Arnold Morgan. «Qualcuno gli comunichi che saremo
da lui alle 9.00 e che, questa volta, farà meglio a starci ad ascoltare.»

8
■ Lunedì 28 settembre 2009, ore 9.00. Casa Bianca, Washington.

Il generale Tim Scannell e il generale Bart Boyce, insieme con gli


ammiragli Dickson e Morris, raggiunsero l'entrata dell'Ala Ovest della
Casa Bianca senza essere stati annunciati, a bordo di due vetture di
servizio del Pentagono. Tre di loro portavano l'uniforme, come richiesto
dal presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti; solo l'ex
comandante di gruppi da battaglia, contrammiraglio George Morris,
indossava un impeccabile completo grigio scuro.
I due agenti del servizio segreto ebbero qualche dubbio se trattenere i
quattro illustri ospiti, in attesa che fossero rilasciati loro i tesserini di
visitatore, o se accompagnarli subito nel salottino d'attesa dello Studio
Ovale.
Come tutto il personale di guardia, gli agenti erano rigidamente
indottrinati a comportarsi sempre «secondo manuale», nello specifico ad
attendere il rilascio dei tesserini. Ma quello era un caso particolare. Si
trattava del presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti e del
comandante supremo delle forze NATO - due generali a quattro stelle -,
del capo di stato maggiore della Marina e del direttore della National
Security Agency. I due agenti giunsero alla stessa conclusione. Muoversi.
Non c'era tempo di aspettare i tesserini.
Accompagnarono i quattro ufficiali nel salottino d'attesa dello Studio
Ovale, e informarono puntualmente la segretaria riguardo a chi fosse
giunto per parlare con il presidente. Tempo un minuto, il capo di gabinetto
del presidente, Bill Hatchard, comparve sulla scena, invitando gli ospiti ad
accomodarsi nel suo ufficio, in fondo al corridoio.
«Volete vedere il presidente?» chiese con una certa amabilità.
«Esattamente», rispose il generale Scannell.
«Questa mattina sarà molto difficile», replicò Hatchard. «Il presidente
McBride ha un'agenda molto affollata di appuntamenti.»
«Benissimo. Allora facciamo così. Lei ha cinque minuti di tempo,
trascorsi i quali o noi entriamo nello Studio Ovale o io ordinerò ai marine
di servizio di rastrellare l'edificio e di trovare il presidente», disse il
generale Scannell. «Si muova!»
«Signore?» domandò Bill Hatchard, con uno sguardo disperato. «Si
tratta forse di un'emergenza nazionale?»
«Trovi il presidente», rispose il generale Scannell. «Subito.»
Bill Hatchard non era un tipo particolarmente brillante ma aveva
imparato da molto tempo a riconoscere i guai a fiuto. E sapeva riconoscere
un problema quando se lo trovava davanti. Se avesse continuato a menare
per il naso i quattro ufficiali più importanti delle Forze Armate degli Stati
Uniti, con ogni probabilità per l'ora di pranzo sarebbe stato disoccupato;
inoltre, se la situazione era seria come sembrava, il presidente non sarebbe
riuscito lo stesso a sfuggire a lungo a quei quattro. Gesù, gente simile non
si fa mica vedere tutta insieme, se non è successo qualcosa di grosso.
Si alzò. «Torno subito. Vi farò sapere qualcosa», disse, pronunciando le
parole in fretta.
«Non vogliamo informazioni, soldato», ribatté il generale Scannell. Nel
tono della sua voce c'era l'esperienza di una vita nel dare ordini ai
subalterni. «Ci porti il presidente.»
Bill Hatchard uscì dalla porta come un proiettile. Tornò tre minuti dopo.
«Il presidente è pronto a ricevervi», annunciò in tono trionfale.
«Buon lavoro, soldato», esclamò il generale Scannell. «Ha completato la
missione con quarantacinque secondi d'anticipo. Prima di essere rimosso
dall'incarico.»
«Signorsì», disse Bill Hatchard. «Prego, seguitemi da questa parte.»
Raggiunsero lo Studio Ovale, dove li attendeva il presidente McBride.
«Signori, che piacevole sorpresa. Ho ordinato del caffè. Volete
accomodarvi?»
I quattro sedettero nelle ampie sedie in legno dello studio. Il generale
Scannell trasse di tasca una copia dell'ultimo messaggio di Hamas.
«Possiamo presumere che lei abbia letto questo messaggio, signor
presidente?»
«Potete.»
«E possiamo chiederle cosa ne pensa?»
«Naturalmente. Ho già visto il messaggio, attribuito a Hamas, con cui
qualcuno ci informava, una settimana dopo il fatto, di avere appena fatto
esplodere il monte St. Helens. A quanto pare, adesso, la stessa persona ha
scritto di nuovo, per suggerire l'idea che, da qualche parte, stanotte, stia per
far succedere qualcos'altro.»
«Esattamente, signore», disse il generale Scannell, rivolgendosi al
presidente come al comandante in capo delle Forze Armate degli Stati
Uniti. «E lei ha già un'idea di quali iniziative prendere, se ne dobbiamo
prendere?»
«Naturale. I due messaggi sono chiaramente il parto di una mente malata
e la mia risposta a simili deliri è non fare niente. Quando ci si trova ai
vertici di uno Stato come gli Stati Uniti d'America, non si può sprecare il
proprio tempo dando la caccia a qualsiasi pazzo pensi di potersi mettere
sulla nostra strada.»
«In realtà, signore, come lei sa, i messaggi sono tre... E, tutti insieme,
tracciano un quadro un po' diverso da quello che lei ha descritto.
Suggeriscono che sia stato il loro autore a provocare l'eruzione del monte
St. Helens e richiedono l'evacuazione delle nostre basi in Medio Oriente;
in caso contrario, il mittente minaccia di far esplodere un vulcano
nell'Atlantico orientale e di distruggere, così, la costa orientale degli Stati
Uniti. Il mittente ci avverte, infine, che ignoriamo le sue richieste a nostro
rischio e pericolo. E che stanotte ci mostrerà esattamente quale sia questo
pericolo.»
«Non abbiamo lo straccio di una prova che questi messaggi siano veri.
Quindi, perché dovrei mettere il mondo sottosopra ed evacuare le truppe
statunitensi schierate su metà del globo?»
«La risposta è semplice, signor presidente», rispose il generale Scannell.
«Perché esiste sempre la possibilità che i messaggi siano veri. Forse chi li
ha mandati ha veramente provocato l'eruzione del monte St. Helens. Forse
stanotte combinerà veramente qualcos'altro. E, forse, è veramente in grado
di provocare un enorme maremoto e di seppellire New York e Washington
sotto venti metri d'acqua.»
«Be', io non lo credo. Io sono convinto che abbiamo a che fare solo con
un pazzo.»
«Signore, nell'Esercito ci è stato insegnato a pensare esattamente
all'opposto. E se lo facesse? E se New York fosse sommersa?»
«E se, generale? E se? E se? È quello che dice un uomo in preda al
panico. E se... Vorrei ricordarle che non è stato agitandomi come un
isterico che sono riuscito a sedermi su questa poltrona. Sono riuscito ad
arrivare qui, per parlare il suo linguaggio, affrontando il nemico... Lei
crede veramente che un uomo solo possa provocare il cataclisma e le
distruzioni che minaccia?»
«Sì, signor presidente, lo credo. Tanto per cominciare, abbiamo la prova
che alcuni missili da crociera possono essere stati lanciati contro il monte
St. Helens. E che, se sono stati lanciati, sono stati lanciati da un
sottomarino.»
«Stando ai documenti che ho letto, queste sue prove sarebbero, in
pratica, solo le parole di un funzionario di banca che si era scolato quasi
due litri di Dewar's Scotch.»
«Il funzionario di banca è, in realtà, il presidente di una delle più grosse
istituzioni finanziarie dell'Occidente», obiettò l'ammiraglio Dickson. «Una
persona che, probabilmente, si candiderà alla carica di governatore dello
Stato nelle prossime elezioni. Il mezzo gallone di Dewar's, poi, non era
stato nemmeno aperto. La prova che ha davvero sentito ciò che dice di
avere sentito sta nel fatto che è stato l'unico a fuggire dalle pendici della
montagna e che nessun altro l'ha fatto.»
«Quello che ha udito è stato solo un colpo di vento e non certo un vento
abbastanza caldo da spingermi a rischierare metà del nostro Esercito, della
nostra Marina e della nostra Aeronautica.»
«Signore, siamo venuti qui per formulare la nostra opinione su una
questione che riguarda la sicurezza nazionale. Se il nemico ha
effettivamente in programma di compiere qualcosa stanotte, qualcosa che
rischia di essere più grave dei fatti dell'11 settembre e dell'ultimo attacco
che Kerman ha condotto contro il territorio degli Stati Uniti, bisogna
attivare lo stato d'allarme. Non c'è bisogno di dirle che il Pentagono lo ha
già fatto. Suggeriamo, piuttosto, che anche la Casa Bianca lo imiti.
«Chiediamo, inoltre, la sua autorizzazione a schierare la flotta
nell'Atlantico orientale, per dare inizio alla ricerca del sottomarino, che
potrebbe essere armato di missili nucleari, e ad avviare l'evacuazione su
larga scala delle nostre truppe e della nostra Aeronautica di stanza nelle
basi in Medio Oriente. In buona sostanza, quello che vogliamo fare è
cercare di guadagnare tempo per poter individuare la nave di Hamas.»
«Sono convinto che tutte queste manovre non servirebbero ad altro che a
dare la caccia alla nostra stessa coda, generale. Autorizzazione rifiutata. A
entrambe le proposte. Attendiamo le 24.00 e vediamo quello che succede.»
«Devo avvertirla, signore, che se alle 24.00 qualcosa di drammatico
dovesse accadere, a noi o ad altri, sarà necessario che lei rivaluti con molta
attenzione la posizione assunta in questo momento. Si ricordi: a differenza
dei politici, i militari non sono abituati a mentire.»
«Generale, la sua affermazione è offensiva...»
«Davvero? Allora impieghi le prossime quattordici ore per pensare bene
a cosa dire... in caso i suoi giudizi si rivelassero sbagliati. Buongiorno,
signore.»
Con ciò, i due generali e i due ammiragli si alzarono e presero congedo.
Rimasto solo nello Studio Ovale, il presidente scosse il capo, borbottando
fra sé: «Maledetta paranoia militare... Non succederà niente... Quelli sono
pazzi...» Chiamò Bill Hatchard con l'interfono. Era arrivato il momento di
affrontare in maniera più ragionevole quelli che erano i veri problemi
all'ordine del giorno.

■ Lunedì 28 settembre 2009, ore 23.00. 16° 45' N, 56° 59' O. Atlantico
occidentale. Profondità 170 metri. Velocità 6 nodi. Rotta 270.

Il Barracuda dell'ammiraglio di divisione Ben Badr procedeva lento al


largo dei Caraibi. Stava puntando a est, verso le isole Leeward, oltre le
quali, a due giorni di viaggio, a quella velocità, si trovavano i paradisi dei
ricchi e dei famosi: St. Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda.
Il suo bersaglio si trovava venticinque miglia oltre Antigua, nelle
Piccole Antille. Non era certo un paradiso, come le isole più grandi,
punteggiate di palme. Una sua buona metà era stata anzi obliterata da due
terribili eruzioni vulcaniche, nel 1996 e nel 1997.
Era Montserrat, un'isola scabra, polverosa, quasi completamente spoglia.
Montserrat, che quella notte dormiva pacifica sotto la luna dei Caraibi. I
suoi abitanti avevano sempre vissuto nella speranza che, un giorno, il
cuore grande e incandescente che ardeva sotto le Soufrière Hills si
chetasse e tornasse allo stato di sonno, sotto il quale erano vissute intere
generazioni di isolani.
Sino a quelle fatali ore del 1997, quando sulla parte meridionale
dell'isola si era abbattuta un'autentica pioggia di rocce e magma e la
montagna era esplosa con la violenza di una bomba atomica. Da quel
momento, niente era stato più lo stesso e gli isolani avevano iniziato a
vivere con il terrore che succedesse di nuovo. E con la speranza che il
magma ribollente, un giorno o l'altro, finalmente si calmasse.
Ma i vulcanologi non erano così ottimisti. Gli ultimi abitanti dell'isola
erano stati invitati più volte a trasferirsi, ma troppi di loro non avevano
altri posti dove andare e così si erano limitati a rifugiarsi nella parte
settentrionale di Montserrat, lontano dalle pericolose lande meridionali,
dove si trovava il vulcano. E il vulcano delle Soufrière Hills aveva
continuato a ruggire e a eruttare vapore, fumo nero e, ogni tanto, magma
con inquietante regolarità.
Sotto i picchi torreggianti, sulla costa occidentale dell'isola, la città di
Plymouth, già sede del governo locale, giaceva ormai virtualmente
distrutta sotto una spessa coltre di cenere. La sua unica cabina telefonica,
rossa, in stile britannico, era scomparsa da un pezzo. L'orologio che
sorgeva alto sopra il monumento ai caduti adesso si trovava quasi a fil di
terra, in un paesaggio urbano fatto di polvere e sassi.
Come aveva detto il professor Paul Landon al generale Rashood, in una
casa della parte ovest di Londra, cinque mesi prima: «Montserrat!
Probabilmente, riuscirebbe a far saltare in aria quella dannata cosa anche
con una bomba a mano. Può esplodere da un giorno all'altro».
Mancava solo un'ora all'esecuzione del piano elaborato da Ravi Rashood
per gettare il Pentagono nel panico e spingere gli Stati Uniti a soddisfare le
richieste di Hamas. Il lancio sarebbe stato effettuato alle 24.00, ora dei
Caraibi orientali, un'ora avanti rispetto a Washington. Il generale aveva
calcolato trentacinque minuti di volo del missile, più altri venticinque circa
perché la notizia dell'eruzione raggiungesse i media.
L'ammiraglio Badr era fiducioso. Gli ordini erano di lanciare quattro
missili Scimitar SL-1 con testate convenzionali dritti nell'alto cratere del
vulcano delle Soufrière Hills. Nel 1996, durante l'eruzione, l'intera isola
che, vista dal mare, aveva grossomodo la forma di una piramide, aveva
dato l'impressione di essere avviluppata da un fuoco artificiale che
esplodesse nella notte.
Al pari del monte St. Helens, il vulcano delle Soufrière Hills si ergeva
come una regina, torreggiarne e orgoglioso, sopra la sua isola, un tempo
verdeggiante. Ma, come il suo gemello nel lontano Stato di Washington,
dentro era invece una puttana infida e pericolosa, marcia fino al midollo,
incapace di controllarsi, un ammasso di magma scuro in perenne
agitazione, raggrumato in gigantesche bolle rapprese che ogni tanto
esplodevano lasciando fuoriuscire il loro contenuto.
L'ammiraglio Badr incrociava con il Barracuda ai margini della zona di
lancio, controllando l'orologio.
Nelle ore precedenti aveva verificato decine di volte le impostazioni dei
missili e le procedure di lancio. Il capitano di corvetta Shakira Rashood
aveva supervisionato personalmente l'inserimento dei dati nei computer
degli Scimitar. Gli stessi valori erano adesso visualizzati sul piccolo
schermo che indicava le coordinate del bersaglio. Erano gli stessi per tutti
e quattro i missili: 16° 45' N, 62° 10' O, il cuore del vulcano delle
Soufrière Hills, sull'isola di Montserrat.
Vista la competenza dei tecnici nordcoreani e degli ingegneri elettronici
di Huludao, i quattro Scimitar non potevano mancare il bersaglio.
Sarebbero caduti tutti e quattro dentro il cratere, a tre metri l'uno dall'altro,
penetrando profondamente negli strati superiori di roccia e aprendo ampie
linee di frattura nello strato di pomice che tratteneva la lava infuocata
all'interno del vulcano.
Non sapendo quale fosse l'esatta posizione delle stazioni d'ascolto
statunitensi poste nella vecchia base navale di Roosevelt Roads, a Puerto
Rico, o nei suoi pressi, Shakira aveva scelto come rotta d'approccio dei
missili quella da sud.
Gli Scimitar si sarebbero discostati di venti gradi dalla rotta ideale,
quella dritta verso ovest, e avrebbero attraversato il canale di Guadalupa
passando cinque miglia a nord di Port Louis, all'estremità settentrionale
dell'isola francese; avrebbero poi compiuto un'ampia virata verso nord una
volta giunti al largo dell'isola e, infine, avrebbero puntato su Montserrat da
sud-ovest.
Avrebbero sorvolato la città fantasma di Plymouth, semidistrutta, e
percorso la famigerata via seguita dal magma nel 1997, tre chilometri e
mezzo a una velocità di 600 nodi, seguendo il profilo in salita del terreno,
dritti verso il Chance's Peak, prima di tuffarsi nel cratere.
Questa volta non ci sarebbe stato nessun Tony Tilton là sotto, un
testimone che potesse udire il sibilo acuto dei missili che fendevano l'aria.
Quel giorno, come ormai da molto tempo, la parte meridionale di
Montserrat era deserta. Faceva parte del piano di Shakira, che nessuno
vedesse né sentisse nulla. Fino a quando la montagna non fosse esplosa di
nuovo.
Ben Badr compì un giro d'ispezione nel locale sonar, poi ordinò di
portare il sottomarino a quota periscopica per effettuare un rapidissimo
controllo in superficie. Il mare era deserto e il radar non segnalava nessuna
presenza, cosa di estrema importanza quando si stava per lanciare missili
che, all'uscita dall'acqua, si lasciavano dietro vampe di coda visibili a
miglia e miglia di distanza.
Il Barracuda s'immerse di nuovo e Badr effettuò un ultimo controllo con
il direttore di lancio. A un minuto dalle 24.00 (ora locale), ordinò di dare
inizio alla procedura di lancio. Il direttore di lancio si era già sistemato
dietro il suo schermo. Il Barracuda aveva la prua rivolta a ovest e filava
lentamente cento metri sotto la superficie.
«Tubi da uno a quattro, pronti per il lancio...»
«Tubi pronti, signore.»
«Tubo uno... Lanciare!»
Il primo Scimitar uscì dalle acque nere puntando verso l'alto e partì
ruggendo nell'aria tiepida della notte. Salì alto nel cielo, lasciandosi dietro
una lunga vampa frastagliata, fino a raggiungere la quota di crociera di
centosettanta metri e assestarsi su una rotta stabile in direzione del canale
di Guadalupa. A quel punto, le turbine a gas (ultimo ritrovato in quanto a
tecnologia) entrarono in azione e la vampa, che avrebbe potuto tradire la
presenza dell'arma, scomparve dal cielo.
Lo Scimitar SL-1 era partito e non c'era nulla, in quella desolata parte di
Atlantico occidentale, che lo potesse fermare. Mentre il primo missile
correva alto sopra le onde, l'ammiraglio Badr ordinò di lanciare il secondo,
poi il terzo e, infine, a soli tre minuti dall'inizio delle operazioni, il quarto.
Il bizzoso, lunatico vulcano delle Soufrière Hills stava per risvegliare, per
l'ennesima volta, gli abitanti di Montserrat.
Venticinque minuti dopo l'inizio della sequenza di lancio, il primo
missile sorvolava sibilando le acque a nord di Guadalupa e quattro minuti
dopo raggiungeva il lungomare di Plymouth, abbandonato ormai da dodici
anni, all'ombra del profilo frastagliato del Chance's Peak.
Sorvolò il monumento ai caduti, semidistrutto, e il suo grande orologio,
adesso solo a un metro e mezzo da terra. Percorse George Street, con i suoi
negozi e le case a due piani; superò il palazzo del governo, i campi di
cricket e si diresse verso le montagne.
Oltre la città, effettuò una correzione di rotta, virando a destra, in
direzione nord-est, lungo la strada che proveniva dall'aeroporto, sulla costa
orientale dell'isola. A un chilometro e mezzo dal cratere, effettuò un'altra
correzione, virando ancora a destra per l'approccio finale, poi si abbatté
dall'alto, dritto contro Gage's Mountain.
Alle 0.36 di martedì 29 settembre, il primo Scimitar SL-1 del generale
Rashood, gentilmente fornito dalle fabbriche d'armi illegali della Corea del
Nord, penetrava per due metri e mezzo nella roccia che chiudeva il cratere
fumante del vulcano delle Soufrière Hills, sull'isola di Montserrat.
L'esplosione della sua testata ebbe sull'ammasso di scorie compresso
all'interno del cratere un effetto simile a quello di una spallata attutita,
sotterranea, proprio come nel caso del primo missile lanciato contro il
monte St. Helens. Meno di un minuto dopo, però, anche il secondo
Scimitar si schiantava nel centro del cratere e anch'esso esplodeva con
furia selvaggia, aprendo quasi in due lo squarcio, già ampio, provocato
dalla prima esplosione.
Fu più che sufficiente. Per un attimo, il vulcano sembrò quasi inspirare
profondamente, poi scagliò nel cielo una colonna di fuoco e di cenere alta
alcune centinaia di metri. Infine, con un rombo che scosse la terra, iniziò a
eruttare con violenza inconcepibile, scagliando a un'altezza di decine di
metri migliaia di massi e lapilli roventi e illuminando a giorno l'intera parte
orientale delle isole Leeward.
Il terzo missile lanciato dall'ammiraglio Badr si abbatté come una saetta
in mezzo al fuoco e alla furia del vulcano in eruzione e raggiunse il
bersaglio, prima di esplodere per l'incommensurabile calore del magma. Il
quarto missile, invece, si fuse ed esplose mentre era ancora in volo, fra i
gas che bruciavano nell'atmosfera per settecento metri sopra la cima della
montagna.
Un gigantesco fiume di magma iniziò a scorrere lungo le pendici
sudoccidentali di Gage's Mountain e una densa coltre di cenere avvolse
l'intera zona. La colata proveniente dalle pendici superiori della montagna
puntò dapprima verso i terreni agricoli, un tempo coltivati ma mai
veramente recuperati dopo l'eruzione del 1996, quindi, superati quelli,
verso la città semidistrutta di Plymouth.
Nel complesso l'eruzione appariva ancora più violenta di quella di tredici
anni prima, quando le ceneri erano state scagliate a un'altezza di
dodicimila metri, mettendo a rischio la sicurezza di tutti i voli commerciali
che si trovavano a passare in zona. Questa volta, l'altezza raggiunta dalla
cenere e dai lapilli non fu tanto grande ma, per comune consenso, il calore
fu maggiore, le fiamme più dense, e il flusso di magma che scendeva dalle
pareti della montagna più profondo e ugualmente caldo.
La seconda, più consistente, parte dell'eruzione ebbe inizio dieci minuti
dopo, quando le grosse cupole di magma rappreso che costellavano la
parte nordorientale del Chance's Peak esplosero all'improvviso. Secondo
quanto successivamente affermato dai geologi, ciò fu provocato dal flusso
di magma montante all'interno del vulcano che non era riuscito a trovare
una via di sfogo attraverso il cratere principale.
Nuovi getti di roccia fusa si alzarono nel cielo fino a un'altezza di
sessanta metri, in un uragano di gas, lapilli e ceneri infuocate. Dagli
squarci così formatisi cominciò subito a fluire nuovo magma proveniente
direttamente dal cuore del vulcano, dalle profondità stesse dell'inferno.
Le colate iniziarono a scendere anche lungo le pendici nordorientali
delle Soufrière Hills, attraverso i crepacci e lungo la valle del fiume Tar,
dirigendosi verso l'aeroporto. Qualsiasi cosa esse toccassero,
l'incenerivano all'istante. Fondevano l'asfalto delle strade, appiccavano il
fuoco a ogni albero e ogni arbusto che trovavano sulla loro strada,
distruggevano i cottage e le capanne, la maggior parte dei quali,
fortunatamente, abbandonata.
Avanzando a una velocità di sessanta chilometri orari, il magma scese
rotolando verso il mare e si abbatté sulla cittadina di Spanish Point,
schiantando e bruciando anche le ultime vestigia del vecchio aeroporto.
L'area costiera era ormai completamente nera e una nube di cenere
infuocata oscurava la luna e le stelle. Sottocosta, l'oceano iniziò a ribollire,
mentre il magma incandescente terminava la sua corsa fra le dolci onde dei
Caraibi.
Nove minuti dopo la scomparsa dell'ultimo metro di pista dell'aeroporto,
il Chance's Peak eruttò nuovamente, questa volta dal lato sud. Vi fu una
seconda, devastante esplosione e, ancora una volta, massi e rocce furono
scagliati nel cielo per centinaia di metri per poi ricadere sul villaggio
abbandonato di St. Patrick's, incendiando qualsiasi cosa si trovasse entro
un raggio di quindici metri dal loro punto d'impatto.
Anche questa volta il magma fuoriuscito dal vulcano seguì, grossomodo,
la strada aperta da quello delle eruzioni del 1996 e del 1997. Il fiume
incandescente puntò quindi verso sud per dividersi in due rami presso il
piccolo villaggio di Great Alps Falls. Il ramo principale proseguì la sua
corsa oltre la strada, puntando dritto su St. Patrick's; quello secondario
piegò a sinistra, seguendo la strada stessa, per defluire in mare un paio di
chilometri più a est. A St. Patrick's non era rimasto più nulla da
distruggere. Il piccolo porticciolo era stato letteralmente cancellato dalla
faccia
della terra. Alle 1.00 sull'isola non c'era più nessun abitante
addormentato. A onor del vero, non c'era più nessun abitante addormentato
dalla costa settentrionale di Guadalupa a quella sudoccidentale di Antigua,
nelle città di Falmouth e di Charleston e sulla vicina isola di Nevis.
La donna che faceva funzionare praticamente da sola la stazione radio di
Montserrat era sveglia e stava trasmettendo già sette minuti dopo la prima
grande esplosione di Gage's Mountain. La stazione si trovava in un edificio
accanto a casa sua, nella parte sicura dell'isola, a nord della linea che dal
1997 segnava il limite della zona di esclusione.
Dallo studio sulle Central Hills, la notizia partì alle 0.48, ora locale. Il
gigantesco vulcano delle Soufrière Hills aveva iniziato a eruttare senza
preavviso. L'osservatorio fatto costruire sulla parete della montagna, nei
pressi della vecchia città di Salem, dal gruppo di studio internazionale che
teneva sotto controllo la situazione a Montserrat, non aveva registrato
nessun segno di attività anticipatrici, così come nessun segno di tali attività
era stato rilevato dai sismografi e dagli oscillografi installati per
monitorare continuamente quella petulante montagna di fuoco.
I sismografi avevano fornito segnali molto precisi, e con molto anticipo,
nel caso delle catastrofi che si erano scatenate nel 1996 e nel 1997. I loro
aghi si erano quasi staccati dai cilindri rotanti, mentre il magma rombava e
ruggiva sotto terra, pronto a scatenarsi.
Quella volta, invece, non c'era stato assolutamente nulla. I computer
installati all'osservatorio non avevano registrato neanche il più flebile
tremore. Né l'avevano fatto apparecchiature che rappresentavano i più
moderni ritrovati della tecnologia e che gli scienziati, presenti in pianta
stabile sull'isola, avevano fatto installare per misurare costantemente i
movimenti della crosta terrestre lungo le pendici della montagna e attorno
alle bolle di magma in formazione o, per chiamarle con il loro nome
scientifico, ai duomi.
Nel campo della vulcanologia, l'osservatorio di Montserrat è uno dei
centri studio più avanzati al mondo. Studenti, docenti e specialisti vi
giungono, ogni anno, da tutti e cinque i continenti, per fare pratica di prima
mano di quelli che sono i rischi, a livello geofisico, legati alla convivenza
con una montagna che già in passato si è dimostrata capace di distruggere
mezza isola.
I suoi sistemi di rilevamento non hanno rivali. Ogni tremore sotterraneo,
getto di gas o di fiamme, o tonnellata di magma sfuggita al vulcano sono
tutti meticolosamente registrati. Il vulcano delle Soufrière Hills è il
chilometro e mezzo quadrato di crosta terrestre più presidiato al mondo,
Wall Street compresa.
Eppure, quella notte di settembre, illuminata dalla luna, quello stesso
vulcano era esploso con una violenza senza precedenti e nessuna scossa né
tremolio aveva segnalato la catastrofe imminente. L'eruzione era arrivata
dal nulla, facendosi beffe, almeno per il momento, dei vulcanologi di tutti i
migliori dipartimenti di geofisica delle migliori università del mondo.
Quella notte di settembre, nemmeno i responsabili della sicurezza di
Montserrat - la polizia, i vigili del fuoco e le ambulanze - erano in stato di
allerta. Almeno fino a quando le prime convulsioni del vulcano non ebbero
praticamente fatto a pezzi l'isola. A quel punto, però, era rimasto poco che
potessero fare. I membri della Royal Montserrat Police Force si
precipitarono subito agli hangar degli elicotteri, ma lì trovarono ad
attenderli i vulcanologi, intenti a stimare i possibili rischi derivanti
dall'alzarsi in volo in un'area coperta di fumo e ceneri roventi. Alla fine, fu
proprio il capo della polizia a vietare tutti i voli fino a quando il cielo non
fosse stato sgombro.
Questa volta, comunque, non vi furono tragici casi di agricoltori costretti
dal mare di magma avanzante a fuggire dai campi, né di gente incenerita in
casa. Si trattò di un'operazione pulita e spettacolare, dalla precisione
chirurgica, che illuminò a giorno i Caraibi orientali fino alle coste delle
Leeward. Ai vertici delle Forze Armate degli Stati Uniti, però, a qualcuno
rischiò di venire l'infarto.
Poco prima delle 24.00 (EST, ora standard della costa orientale), la
notizia dell'eruzione di Montserrat iniziò a raggiungere i network
statunitensi. La stazione radio di Antigua era stata la prima ad andare in
onda, raccontando lo spettacolo così come lo si vedeva dall'isola. I suoi
tecnici avevano cercato di mettersi in contatto con Radio Montserrat e il
loro segnale era stato captato dai ricevitori dell'Eastern Caribbean
Network, a sua volta monitorato dagli uffici di Puerto Rico di un network
statunitense.
Pochi istanti dopo, la notizia era arrivata a Miami, Florida, e dopo altri
tre minuti la CNN, ad Atlanta, ci si era buttata sopra. Le immagini
provenienti da Falmouth, Antigua, erano di scarsa qualità ed erano
leggermente posteriori rispetto al momento dell'esplosione iniziale, ma
erano disponibili anche le spettacolari riprese fatte dalle telecamere degli
scienziati operanti presso l'osservatorio di Salem.
Alle 0.05 (EST), grazie alla CNN di Atlanta, le sensazionali immagini di
un vulcano in piena eruzione erano sugli schermi televisivi di tutto il
mondo.
Quando quelle immagini andarono in onda, il capitano di corvetta
Jimmy Ramshawe era sprofondato in una poltrona del lussuoso complesso
del Watergate, a Washington, di proprietà dei suoi genitori.
La sua fidanzata, la surfista Jane Peacock, era a letto e leggeva, senza
prestare la minima attenzione alle fosche previsioni fatte da Jimmy
riguardo il grosso evento che sarebbe dovuto accadere attorno alle 24.00.
Il primo dubbio le venne quando vide Jimmy schizzare in piedi,
completamente nudo, indicando il televisore e gridando: «Merda! L'ha
fatto... Quel maledetto bastardo non stava scherzando!»
Poi Jimmy corse al telefono e chiamò il contrammiraglio George Morris
a casa, a Fort Meade, come concordato. Il direttore della National Security
Agency, reduce da una cena ufficiale, stava già russando come un elefante.
Gli ci vollero un paio di minuti buoni per sentire il telefono e rispondere,
ma la notizia che Jimmy gli diede lo scosse visibilmente.
«Quanto tempo fa è successo, Jimmy?» chiese l'ammiraglio.
«Penso mezz'ora», rispose il suo assistente. «Che facciamo?»
«Be', per adesso non possiamo fare molto. Faremo meglio, però, a
mettere in programma di cominciare molto presto, domattina. Diciamo alle
6.00 nel mio ufficio.»
«D'accordo, signore. Vuole che chiami il Grand'Uomo? O lo fa lei?»
In quello stesso istante, il telefono sull'altra linea, a casa del
contrammiraglio, cominciò a squillare rabbiosamente. Era il generale
Scannell. George Morris disse a Jimmy di parlare con Arnold Morgan,
mentre lui si occupava del presidente del comitato dei capi di stato
maggiore riuniti e dell'ammiraglio Dickson.
Il capitano di corvetta Ramshawe, ancora nudo, compose il numero
dell'ammiraglio Morgan, a Chevy Chase. Arnold stava seguendo le notizie
sulla CNN.
«Be', signore, immagino che da questo po' po' di faccenda abbia già
tratto un sacco di conclusioni, o sbaglio?»
«Puoi dirlo forte, ragazzo», rispose l'ammiraglio Morgan. «Ma, per
adesso, ho deciso solo di starmene qui a vedere come va a finire... Magari
si riesce a tirare fuori qualche indizio. Sono convinto che sia la cosa
migliore da fare. Poi, dovremmo cercare di vederci non appena...»
«L'ammiraglio Morris ha programmato una riunione nel suo ufficio alle
6.00 di domani e io sono convocato. Poi vorrei dare uno sguardo al
materiale della CIA, se ce n'è. Potremmo restare d'accordo di vederci da
qualche parte verso le 9.00. Il mio capo, in questo esatto momento, è al
telefono con il generale Scannell... Facciamo così, signore: le lascio un
messaggio in segreteria per farle sapere dove possiamo incontrarci... Penso
al Pentagono, ma glielo confermo.»
«D'accordo, Jimmy. Tieni occhi e orecchie aperti. Questo bastardo fa sul
serio. Ha appena lanciato dei missili contro un vulcano, e il megatsunami
si fa di minuto in minuto più vicino. Non ho nessun dubbio.»
«Nemmeno io, signore.»
«Cosa è successo? Vuoi dirmi, per favore, cosa è successo?» Ormai,
anche Jane Peacock aveva perso ogni interesse per la rivista che stava
leggendo.
«Passami quel blocco, per favore», le disse Jimmy. «E quella penna. E
fammi mettere addosso almeno un pigiama. Credo che dovrò passare un
paio d'ore a guardare le notizie.»

■ Martedì 29 settembre 2009, ore 2.30 (locali).

Il Barracuda si stava allontanando rapidamente dalla zona di lancio, a


centosettanta metri di profondità. Erano trascorse tre ore e mezzo da
quando aveva lanciato l'ultimo Scimitar. Adesso stava puntando a est, a 15
nodi, nelle acque scure. L'ammiraglio Ben Badr sapeva di poter tenere
quella velocità ancora per due, massimo tre giorni, forse anche meno. Non
aveva paura che le navi della Marina degli Stati Uniti potessero mettersi
sulle sue tracce; il problema era, piuttosto, che Shakira non era
completamente sicura della posizione dei rilevatori SOSUS, che
nell'Atlantico settentrionale erano più fitti.
Ormai, il sottomarino di Hamas si trovava a cinquanta miglia dalla zona
di lancio e a circa quattrocento dalle coste meridionali di Montserrat. Ben
Badr si stava dirigendo a velocità sostenuta verso le acque turbolente che
sovrastavano la dorsale Medio-Atlantica, una zona dove il rumore di fondo
avrebbe reso molto difficile la loro individuazione. Raggiunta la dorsale,
avrebbero ridotto la velocità a 6 o 7 nodi, avrebbero superato la barriera e
puntato sulle Canarie tenendosi in mare aperto, dove sarebbe stato
impossibile localizzarli: il Barracuda sarebbe stato simile a un puntino
sperduto nella vastità dell'oceano.
Avevano undici giorni di tempo per arrivare alla zona di lancio
successiva. Per tre giorni avrebbero viaggiato alla massima velocità,
impiegando trentatré ore per raggiungere la dorsale, e altre quaranta per
risalire a nord lungo il crinale frastagliato della catena sottomarina. Poi,
per otto giorni si sarebbero mossi in punta di piedi fra i sensori
ultrasensibili del sistema SOSUS, progettato apposta, come aveva detto
Shakira, per scattare nel caso in cui un sottomarino intruso avesse cercato
di attraversarlo. Raggiunta una latitudine di 28° o 29° N, circa trecento
miglia a nord di Miami, all'altezza di Daytona Beach, Jacksonville e Cape
Canaveral, avrebbero virato a est e si sarebbero allontanati dalla dorsale
Medio-Atlantica, per prendere finalmente posizione a est di La Palma,
scegliendo il punto esatto in base alla disposizione dello schieramento
difensivo che Ben Badr era certo gli americani avrebbero messo in campo.
Secondo il capitano di corvetta Rashood era impossibile che la Marina
degli Stati Uniti lasciasse un sottomarino libero di vagare a suo piacimento
nell'Atlantico, a nord del 25° parallelo, senza che la cogliesse la voglia di
sapere cosa intendesse fare.
Adesso che era rimasto senza il suo navigatore in seconda nonché asso
del puntamento di precisione, l'ammiraglio Badr era, quindi, intenzionato a
essere estremamente cauto. Non vedeva l'ora di mettersi di nuovo in
contatto con il satellite. Senza dubbio, in quell'occasione, gli avrebbero
fatto sapere anche se era riuscito o no a spazzare via l'isola di Montserrat
dalla faccia della terra.

■ Martedì 29 settembre 2009, ore 6.00. National Security Agency. Fort


Meade, Maryland.

La CIA aveva lavorato per tutta la notte. E, sostanzialmente, non era


giunta a capo di niente, così come non erano giunte a capo di niente le
redazioni dei network televisivi e dei giornali del pomeriggio: l'eruzione
del vulcano più instabile di tutto l'emisfero occidentale continuava a
rimanere un fatto inatteso e inspiegabile. Nessuna ragione. Nessun segnale.
Nessuna teoria.
L'agenzia era stata debitamente informata sia delle minacce e delle
richieste avanzate dai «combattenti per la libertà» di Hamas, sia delle
opinioni espresse in proposito dai vertici militari del Paese.
Al caso erano stati assegnati, quindi, venti agenti che, da quando era
giunta la notizia dell'eruzione, erano stati impegnati in una complessa
attività di raccolta e verifica di qualsiasi elemento potesse indicare che
contro Montserrat era stato sferrato un attacco missilistico. Ma non era
emerso nulla, se non il completo sbigottimento degli scienziati operanti
sull'isola, i cui strumenti non avevano rilevato assolutamente nulla fino a
quando la prima esplosione non aveva squassato Gage's Mountain.
Il rapporto preliminare era arrivato alla National Security Agency verso
le 5.00 e il capitano di corvetta Ramshawe l'aveva letto con molto
interesse. Soprattutto l'ultimo paragrafo, scritto dal responsabile del gruppo
d'analisi: La completa assenza di segnali preliminari è considerata, dagli
esperti, un fatto senza precedenti. Ogni vulcano tradisce all'esterno anche
i più piccoli movimenti che si compiono al suo interno e in particolare
ogni riflusso magmatico. Questa volta non vi è stato nulla di simile. E, a
nostro avviso, ciò suggerisce che l'eruzione sia stata prodotta dalla
detonazione di un ordigno costruito dall'uomo.
Jimmy Ramshawe rilesse il rapporto e più leggeva più gli appariva
chiaro che il Barracuda aveva colpito ancora. Di solito i sismografi
segnalavano anche piccole eruzioni di vulcani relativamente innocui. Gli
strumenti installati sulle Soufrière Hills, poi, erano estremamente
sofisticati ed erano collegati a un sistema informatico, giù all'osservatorio,
anch'esso nuovo di zecca.
Nel rapporto si accennava inoltre all'enorme quantità di cenere che
copriva gli edifici di Montserrat anche nella parte settentrionale dell'isola,
quella ritenuta sicura. Sembrava che, su ogni edificio dal tetto piatto, vi
fossero fra i trenta e i quarantacinque centimetri di quella roba: cenere
spessa, pesante, più simile a farina che ai residui leggeri e volatili di un
incendio.
Quella cenere copriva i giardini sulla costa sudoccidentale di Antigua,
specialmente a Curtain Bluff e a Johnson's Point. Guadalupa si era
svegliata sotto una cappa grigia e calda che ricopriva l'intera Port Louis.
Le spiagge meridionali di Nevis apparivano chiaramente di colore bianco
sporco. E la parte meridionale di Montserrat era in fiamme. Chilometri e
chilometri di vegetazione stavano ancora bruciando, da un capo all'altro
della zona di esclusione. La devastazione del Sud dell'isola era pressoché
completa. Anche le vecchie gettate in disuso continuavano ad ardere, alte
sull'oceano.
Durante la mattinata, le immagini assunsero un peso sempre maggiore
nella descrizione dell'evento. I network televisivi fecero alzare i loro
elicotteri già alle prime luci dell'alba, per riprendere la scena. Era la
seconda esplosione di un grande vulcano, in America, negli ultimi due
mesi, e ogni caporedattore, in ogni redazione del Paese, sapeva per istinto
che si trattava di una storia grossa. Nessuno di loro, però, aveva un'idea
precisa di quanto fosse grossa.
Non appena giunto a Fort Meade, l'ammiraglio Morris sintonizzò il suo
televisore a quarantotto pollici sulla CNN. C'erano anche altre notizie
interessanti, ma nessuna poteva rivaleggiare con le immagini in diretta di
quella che sembrava l'esplosione di una bomba atomica in un paradiso
tropicale.
Morris e il capitano di corvetta Jimmy Ramshawe impiegarono solo
dieci minuti a scorrere i rapporti accumulati sulla scrivania del direttore e
molti di meno a giungere all'inevitabile conclusione che Hamas aveva
colpito, proprio come aveva minacciato di fare.
State attenti... Vedrete quello che siamo in grado di fare... Poi, forse,
cambierete idea. Le parole del messaggio erano incise nella mente di
entrambi. Precisissimi, praticamente al minuto, avevano fatto saltare un
altro vulcano. Adesso tutti i tasselli andavano al loro posto. I missili
segnalati da Tony Tilton erano veri. Erano stati quegli ordigni a colpire il
monte St. Helens. La notte appena passata ne avevano dato la prova.
Ormai era chiaro: gli Stati Uniti si trovavano davanti alla minaccia più
grave che avessero mai dovuto affrontare nella loro lunga storia di guerre e
di battaglie.
L'ammiraglio Morris prese il telefono e chiamò Arnold Morgan per
comunicargli l'appuntamento nell'ufficio del generale Scannell alle 8.00.
Arnold era stato sveglio quasi tutta la notte a studiare una mappa
dell'Atlantico e a chiedersi dove potesse trovarsi il Barracuda, dove fosse
diretto e come avrebbero potuto acciuffarlo. In trent'anni, George Morris
non l'aveva mai sentito così preoccupato, così terribilmente ansioso.
Lui e il capitano di corvetta Ramshawe raccolsero tutte le carte e tutti i
documenti rilevanti e, alle 7.00, salirono su un'automobile di servizio che,
facendosi largo nel traffico, raggiunse il Pentagono alle 7.50. Nell'ufficio
del generale Scannell, il senso di diffusa preoccupazione che regnava fra i
presenti fu accresciuto dalla notizia dall'arrivo di un nuovo comunicato
proveniente dal Medio Oriente. Era stato trasmesso per e-mail e, in base al
tracciato ricostruito, era partito dalla Siria, dalla Giordania, dall'Iraq o
dall'Iran. Ancora una volta, il tracciato era inutilizzabile.
Il messaggio era giunto alle 4.15 e il suo tono era, come sempre,
assolutamente formale: Al presidente del comitato dei capi di stato
maggiore riuniti, Pentagono, Washington, DC... Come avete potuto
vedere, noi non minacciamo a vuoto. Ritirate subito le vostre Forze
Armate dal Medio Oriente. E rimettete in riga Israele. Avete esattamente
undici giorni. Hamas.
L'ammiraglio Morgan era già al suo posto, al capo del lungo tavolo da
conferenze del generale Scannell. Al suo fianco, sedevano il generale Bart
Boyce e il presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti. Erano
presenti anche il generale Hudson, l'ammiraglio Dickson e il comandante
in capo della Flotta dell'Atlantico, ammiraglio Frank Doran, ex
comandante del Lake Erie, un incrociatore lanciamissili da 10.000
tonnellate di stanza a Norfolk, in Virginia.
Seduto al tavolo c'era, inoltre, il generale Kenneth Clark, comandante
del Corpo dei marine degli Stati Uniti; l'ammiraglio Dickson informò i
presenti di aver chiesto al comandante della flotta sottomarini
dell'Atlantico di tenersi pronto a raggiungerli in volo da Norfolk, nel caso
in cui la sua presenza si fosse dimostrata necessaria.
L'ammiraglio Morgan aprì la discussione. «Signori, sapete tutti
perfettamente che Hamas ha fatto esplodere un secondo vulcano. Eravamo
convinti al 99 per cento che fossero stati loro a provocare l'eruzione del
monte St. Helens. A questo punto, penso che dovremmo esserlo al cento
per cento. Infatti, la scorsa notte, proprio come annunciato, hanno fatto
esplodere Montserrat. Immagino che ciò significhi punto, gioco e partita
per loro. Con una partita ancora da giocare... Mi preme ricordare a tutti voi
il pericolo in cui ci troviamo. Si tratta di uno scenario che, inizialmente,
poteva apparire remoto, poi è diventato molto più probabile... e ora è una
maledetta certezza. Concordiamo tutti, in linea di massima, con questa
ricostruzione dei fatti?»
Tutti i presenti annuirono.
«Ci troviamo di fronte, quindi, a tre esigenze prioritarie. La prima è
avviare l'evacuazione di Washington, Boston e New York. La seconda è
inchiodare il Barracuda, se e quando questo metterà fuori il naso. La terza
è intercettare e distruggere il missile, o i missili, se e quando sarà, o
saranno, lanciati contro il Cumbre Vieja.»
«Non è possibile evacuare le nostre basi in tempo per fare qualche
differenza?» chiese l'ammiraglio Morris, che voleva esplorare tutte le
possibili opzioni.
«Non nei pochi giorni che ci sono rimasti», rispose secco l'ammiraglio
Morgan. «Non abbastanza da convincere Hamas della nostra buona fede.
Hamas che, in ogni caso, vuole anche il trattato di pace con Israele firmato
e implementato, con il riconoscimento dello Stato palestinese, entro la data
dell'ultimatum. Il che è impossibile. Gli israeliani, poi, hanno già
dichiarato di non avere nessuna intenzione di collaborare, fatto che mette
la questione fuori causa, anche se avessimo più tempo a disposizione.»
«Visto, soprattutto, che il presidente non vuole essere coinvolto nei
negoziati», intervenne il generale Scannell.
«E che non intende interessarsi alle misure difensive che dobbiamo
prendere per evitare la distruzione delle nostre coste», aggiunse
l'ammiraglio Morgan. «A questo punto, l'unica cosa da fare è incontrarlo
oggi stesso, illustrargli le nostre intenzioni e spiegargli perché siamo
convinti che ormai debba accettare di affrontare il problema.»
«E se si rifiutasse di farlo?»
«Allora dovrà essere sollevato dall'incarico», rispose il generale
Scannell. «Non vedo altra soluzione. Nella costituzione degli Stati Uniti
non è prevista la possibilità di dichiarare lo stato di legge marziale senza
passare per tutta la trafila congressuale. E noi non abbiamo abbastanza
tempo. Quindi, qualche giorno fa, ho chiesto ad Arnold di vagliare le
possibilità che ci si prospettano, nel caso il presidente continui a rifiutarsi
di agire. E, sebbene io speri sinceramente che non ci sia bisogno di
spingersi tanto avanti, sono certo che lui sarà ben lieto di esporvi il
risultato delle sue riflessioni.»
Gli occhi di tutti i presenti si spostarono sull'ammiraglio Morgan che,
senza alcun segno di emozione o turbamento, disse: «Secondo l'articolo II,
capo I, della costituzione degli Stati Uniti d'America, il presidente può
essere sollevato dall'incarico. L'articolo stabilisce che ciò può avvenire per
causa di morte, dimissioni, 'o inabilità a esercitare i poteri e i doveri che
l'ufficio comporta'. Esso stabilisce inoltre che, in questo caso, i suoi poteri
e doveri sono trasferiti al vicepresidente. A questo proposito l'articolo è
molto chiaro. Qualora anche il vicepresidente sia successivamente
scaricato, spetta al Congresso definire il nome di un sostituto».
James Madison aveva davvero usato il termine «scaricato»? s'informò
l'ammiraglio Morris.
«No. Si è sempre attenuto alla formula 'sollevato'», rispose Arnold. «Sto
solo cercando di fare un po' di chiarezza.»
«Grazie, ammiraglio», disse George Morris. «Era per la precisione.»
«La precisione è il tuo forte, George. Tienitela cara.»
Anche in un momento tanto grave per il Paese, Arnold Morgan riusciva
a toccare le corde giuste.
«Signori», aggiunse. «Non abbiamo altra scelta che cacciare quell'uomo
dallo Studio Ovale. Dal momento che si conformerebbe perfettamente ai
nostri obiettivi poter contare sulla collaborazione del vicepresidente Paul
Bedford e sulla sua disponibilità a fare quanto gli chiederemo, ho ritenuto
opportuno invitarlo a partecipare a questa riunione. Sarà qui a momenti.
Voi tutti capite di sicuro che mi sono convinto a un passo tanto grave solo
perché abbiamo al massimo una settimana per fare le nostre mosse, in
sostanza per mettere l'intera costa orientale sotto legge marziale in vista
della sua evacuazione, e non c'è tempo di stare qui seduti ad aspettare,
mentre al Congresso continuano a girare in tondo come una banda di
scolarette.
«Per come la vedo io, se Hamas riuscirà a lanciare un paio di missili
nucleari contro il Cumbre Vieja, la montagna crollerà in mare e noi ci
troveremo di fronte al megatsunami che è stato minacciato. Ogni dannato
scienziato che ho consultato mi ha dato questa stessa risposta. Quindi
dobbiamo essere pronti a distruggere il nemico o ad affrontare l'inferno
che questo ci scatenerà addosso.
«Ricordate. Hamas non ci ha fatto un'offerta chiedendoci se siamo
d'accordo. Ci ha chiesto di soddisfare le sue richieste. E subito. L'uomo
che siede nello Studio Ovale ci ha già fatto perdere molte settimane.
Adesso, il tempo sta per finire. Molto, molto in fretta. Quei tizi sono già
quasi pronti.»
Tutti i presenti sapevano benissimo che il presidente aveva scelto come
suo vice un senatore della destra democratica, per guadagnarsi il sostegno
degli Stati del Sud. Non che, nel suo nuovo incarico, Paul Bedford avesse
agito particolarmente bene, ma era pur sempre molto meno liberal di
qualsiasi altro accolito di Charlie McBride. Ed era stato ufficiale di Marina
per cinque anni, compreso il periodo della prima guerra del Golfo.
Era un uomo dalla discreta parlantina e aveva già iniziato a scivolare ai
margini della grande corrente liberal che dominava la Casa Bianca di
McBride. Nelle redazioni del Washington Post e del New York Times, il
talora sarcastico virginiano era considerato alla stregua di un rinnegato, per
il risoluto sostegno che aveva offerto al presidente repubblicano che aveva
dichiarato guerra all'Iraq nel 2003.
Il suo arrivo al Pentagono fu annunciato dal giovane tenente dei marine
di servizio davanti alla porta dell'ufficio del presidente del comitato dei
capi di stato maggiore riuniti. Quando il vicepresidente entrò nella stanza,
tutti si alzarono per accoglierlo. Il generale Scannell lo presentò, poi
raggiunse l'antica console che fronteggiava per metà della sua lunghezza il
tavolo da conferenze e versò caffè per tutti. Non c'erano subalterni a quella
riunione, nessuno che potesse occuparsi di simili questioni banali, a
eccezione, forse, del capitano di corvetta Ramshawe che però era troppo
occupato anche solo per alzare la testa dalle sue carte e dai suoi appunti.
Quando Arnold Morgan chiese al vicepresidente quanto sapesse
esattamente della questione che veniva lì affrontata, la risposta di Paul
Bedford fu un semplice: «Nulla». Era la tacita ammissione di come
quell'abile ex ufficiale di una fregata lanciamissili fosse stato già
estromesso dal giro dei collaboratori più stretti del presidente.
L'ammiraglio Morgan si assunse l'incarico di aggiornare il
vicepresidente riguardo il fantomatico sottomarino terrorista che, con i
suoi missili, riusciva a far esplodere i vulcani. A ogni frase, i presenti
potevano vedere gli occhi di Bedford farsi sempre più ampi. Arnold gli
illustrò il viaggio compiuto dal Barracuda scomparso, l'attacco da questi
lanciato contro il monte St. Helens, le minacce e le richieste di Hamas,
l'esplosione di Montserrat e il messaggio giunto al Pentagono qualche ora
prima.
«È dei nostri?» chiese infine.
«Se intende dire se ho capito, ammiraglio, la risposta è, chiaramente, 'sì'.
Ma non mi ha detto nulla delle reazioni del presidente. Ne è al corrente?»
«Naturalmente sì», rispose Arnold, il volto impassibile. «E ha respinto
tutti e tre gli appelli che gli sono stati rivolti dai vertici militari del Paese.
Per favore, ascolti. È necessario prendere delle precauzioni, predisporre
delle cose, procedere all'organizzazione della nostra difesa. Il presidente
sostiene che i messaggi provengono da un pazzo e che tutta la faccenda è
solo un parto della nostra fantasia. Ovviamente, non c'è bisogno di
spiegarle che non siamo mai stati, non siamo, e non saremo mai d'accordo
con un simile modo di vedere le cose.»
«Naturalmente no», convenne il vicepresidente, nel cui comportamento
stava già cominciando a riemergere l'innato rispetto dell'ex ufficiale di
Marina nei confronti di un superiore. «Gli avete fatto leggere l'ultimo
messaggio?»
«No, signore. Non lo abbiamo fatto», disse Arnold. «Il presidente è
convinto, forse anche in buona fede, che noi siamo tutti una manica di
pazzi. Ma, se lei volesse avere la cortesia di avvicinarsi un po', sono pronto
a mostrarle quanto pazzi siamo.»
Paul Bedford si avvicinò all'ammiraglio Morgan. Arnold tracciò un
cerchio di circa venti centimetri di raggio sulla mappa che aveva davanti.
«Da qualche parte, qui, Paul», spiegò, «c'è un grosso sottomarino
nucleare di costruzione russa, che porta a bordo uno, forse due, missili da
crociera, dotati di testate nucleari, che, come lei sa, hanno un potenziale
mille volte maggiore di quello di qualsiasi testata convenzionale sia mai
stata sganciata.
«Fra undici giorni, questo sottomarino lancerà i suoi confetti contro
questa catena montuosa, questa qui, su quest'altra mappa... Qui... A La
Palma, nelle Canarie... Probabilmente da distanza ravvicinata. Ciò
provocherà la più gigantesca frana che il mondo abbia visto negli ultimi
diecimila anni. Una frana che piomberà dritta nell'Atlantico, da un'altezza
enorme.
«Il maremoto, o tsunami, come è normalmente chiamato, che ne
deriverà produrrà una serie di ondate successive alte circa cinquanta metri,
che si abbatteranno sulla costa orientale degli Stati Uniti nove ore dopo.»
«Quanto saranno alte, quelle onde, nel momento in cui impatteranno
sulla costa?»
«Fra i trentacinque e i quarantacinque metri.»
«E si abbatteranno su New York?»
«Esattamente.»
«S'infrangeranno sulla città?»
«No, signore. Lo tsunami proseguirà la sua corsa. Con ogni probabilità,
riuscirà ad avanzare fra i quindici e i ventitré chilometri verso l'interno.»
Paul Bedford inspirò rumorosamente. «Avete chiesto a qualche
scienziato se sia davvero possibile produrre un maremoto del genere?»
«Naturale.»
«Quanti ne avete interpellati?»
«Una ventina.»
«E quanti di loro pensano che sia davvero possibile?»
«Tutti.»
«Cristo!» imprecò il vicepresidente. «Allora è certo. A meno di non
riuscire a fermarli.»
«Esattamente. E non possiamo fermarli con il negoziato o accettando le
loro richieste, perché abbiamo a che fare con due partner che non vogliono
collaborare: Israele e il presidente degli Stati Uniti. E, in ogni caso, non
avremmo abbastanza tempo. Ci troviamo, quindi, a dover affrontare due
compiti essenziali: evacuare le grandi città della costa orientale e tentare di
distruggere o i missili in volo o il sottomarino, oppure gli uni e l'altro.»
«Prevede che, per fare ciò, sarà necessario aggirare il presidente?»
«No. Prevedo che sarà necessario sollevarlo dall'incarico.»
Bedford alzò di colpo la testa. «Quando?»
«Oggi pomeriggio. Subito dopo pranzo.»
«Lei si renderà conto che io ricopro l'incarico di vicepresidente e che ho
giurato fedeltà a Charles McBride fino a quando continuerà a ricoprire
fedelmente l'incarico di presidente, e d'impegnarmi al meglio delle mie
capacità per preservare, proteggere e difendere la costituzione», replicò
Paul Bedford citando le parole del giuramento prestato il giorno in cui
aveva avuto inizio il suo mandato.
«Presumo che permettere che la costituzione sia sommersa da cinquanta
metri di onda anomala significhi in qualche modo contravvenire
all'impegno di preservarla e proteggerla», ribatté Arnold Morgan.
«Ammiraglio, lo scenario che mi ha delineato configura una totale
negligenza nell'assolvimento dei propri doveri. Ma lei deve dare al
presidente McBride un'ultima possibilità di prendere sul serio l'intera
faccenda. E tenga presente che la mia posizione m'impedisce di giocare
qualsiasi ruolo nella rimozione del presidente dal suo incarico.»
«Ne siamo consapevoli, signore», intervenne il presidente del comitato
dei capi di stato maggiore riuniti. «Ma dobbiamo comunque avvertirla di
tenersi pronto alla possibilità di diventare, oggi pomeriggio, presidente
degli Stati Uniti.» Certe volte, vi era una solennità immensa nel modo in
cui il generale Scannell ricopriva l'incarico di presidente del comitato. E
quella era senza dubbio una di tali volte. Aggiunse: «Nessuno, fra i
presenti, vuole che ciò accada. Non vogliamo sollevare il presidente
dall'incarico, per costituire una giunta militare da Paese del Terzo Mondo.
Ma il pericolo che abbiamo di fronte è terribilmente serio e solo le Forze
Armate degli Stati Uniti possono evitare che si materializzi o, se questo
accadrà, fare sì che il Paese sia pronto ad affrontarlo. Ricordi che il
presidente ha già rifiutato, in modo esplicito, di impegnare la Marina in
una serie di operazioni antisom nell'Atlantico orientale».
«Avete già in programma qualcosa del genere? Di dispiegare in zona
delle forze navali?» Bedford spostò lo sguardo da uno all'altro dei presenti.
«Naturalmente, signore. Ma non possiamo procedere. Non contro la
volontà del nostro comandante in capo.»
«No, non potete. Lo capisco.» Il vicepresidente stava iniziando ad
apparire più preoccupato di Arnold Morgan, che era aggrattato proprio
come doveva esserlo il generale Custer a Little Big Horn.
L'ex consigliere per la sicurezza nazionale terminò di delineare le
enormi incombenze che attendevano le Forze Armate. «Paul», disse. «Qui
non si tratta di evacuare solo milioni di cittadini, ma anche il Tesoro dello
Stato, il suo apparato di governo e il cuore del suo sistema economico. Da
qui, da Washington, dobbiamo spostare grandi opere d'arte, praticamente
l'intero contenuto della Smithsonian Institution, per non parlare dei
documenti storici conservati presso la biblioteca del Congresso, la Casa
Bianca e Dio solo sa dove altro.
«Da New York, bisogna trasferire tutte le opere dei grandi musei. E lo
Stock Exchange, tutto, hardware e software, oltre la portata dello tsunami.
Dobbiamo evacuare ospedali, scuole, università e, soprattutto, la gente. Ed
è necessaria la presenza di un forte contingente militare, per evitare razzie
e saccheggi.»
«Capisco», disse il vicepresidente.
«Per completare queste operazioni è necessario che le Forze Armate
assumano il controllo del traffico ferroviario, della metropolitana di New
York, degli autobus e forse anche che requisiscano tutti i camion e le
automobili private. Si tratta di un'emergenza nazionale e dobbiamo essere
preparati. Se permettiamo a quel bastardo di lanciare i suoi missili,
dobbiamo essere pronti ad accettare la possibilità che New York, Boston e
Washington subiscano distruzioni paragonabili a quelle subite da Berlino
durante la seconda guerra mondiale.»
Nella stanza scese il silenzio per qualche secondo. Paul Bedford era
pensieroso. «Solo le Forze Armate degli Stati Uniti possono prendere in
mano una situazione del genere», dichiarò infine il vicepresidente. «Avete
già pensato alla catena di comando?»
Il generale Scannell alzò la testa. «Propongo di nominare l'ammiraglio
Morgan a capo dell'intera operazione, signore. È stato il primo a segnalare
il problema e, a tempo debito, a sostenere che si trattava di un pericolo
serio. Insieme con l'ammiraglio Morris e il capitano di corvetta Ramshawe,
è stato l'ammiraglio Morgan a mettere in moto tutto.
«E un abile ufficiale di Marina, ha un'ampia esperienza in campo
politico e possiede le capacità necessarie a elaborare un piano che ci
consenta di inchiodare l'aggressore. Non avrei esitazioni a nominarlo
comandante in capo dell'operazione speciale Alta Marea e consigliere
particolare del presidente. Cosa più importante, l'ammiraglio Morgan gode
di grande rispetto in tutte le branche delle Forze Armate, nei servizi
d'informazione e nel mondo politico. Ogni altro corso d'azione sarebbe
inaccettabile.»
«E dove suggerisce di stabilire la sua sede operativa?» chiese Bedford,
anche se già pensava di conoscere la risposta.
«Alla Casa Bianca, senza alcun dubbio, visto che sarà lui a dare tutti gli
ordini. Con ogni probabilità, questo stato di cose si protrarrà solo un paio
di settimane, se riusciremo a muoverci in maniera coordinata e a catturare
il Barracuda. In queste due settimane, però, la velocità costituirà l'elemento
essenziale. Non ci dovranno essere opposizioni, dibattiti né resistenze.
Tutti quanti dovranno muoversi in fretta e senza esitazioni. L'ammiraglio
Morgan dovrà ottenere obbedienza immediata e, se proprio gliela devo
dire tutta, credo che gli sarà più facile ottenerla se sarà seduto nello Studio
Ovale, come una specie di presidente facente funzione, prima che lei
subentri dopo il termine dell'operazione.»
L'ultima affermazione, più di tutto quello che era stato detto in
precedenza, aprì gli occhi di Paul Bedford sulla gravità della situazione: un
militare seduto nello Studio Ovale, alla poltrona di comando. Ma non si
poteva fare altrimenti. Se ne rendeva conto.
«Dovrò assumere qualche potere reale durante il periodo transitorio?»
chiese semplicemente. Tutti i presenti trassero un sospiro di sollievo. Il più
era fatto.
«Meglio di no», rispose il generale Scannell. «Intendiamo chiedere una
volta ancora la collaborazione del presidente, dopo di che procedere a
sollevarlo dall'incarico. Avremo già pronto un comunicato stampa secondo
cui il presidente sarebbe stato vittima di un grave collasso nervoso e si
sarebbe temporaneamente ritirato a Camp David con la famiglia. Come
ovvio, lì sarà tenuto 'agli arresti domiciliari', senza nessuna possibilità di
contatto con l'esterno.
«Prima di diffondere il comunicato stampa, faremo arrivare alla Casa
Bianca un giudice nominato dalla corte suprema, e lei potrà prestare
giuramento nel nuovo incarico.»
«E i collaboratori del presidente? Contate di sbarazzarvene?»
«Quell'idiota del segretario alla Difesa e il consigliere per la sicurezza
nazionale dovranno andarsene subito», rispose il generale Scannell.
«Prima ancora che Arnold occupi il suo posto. Probabilmente, poi, lei
vorrà nominare un suo capo di gabinetto, e anche quel buffone di Hatchard
sarà costretto a fare le valigie.»
A bassa voce, Paul Bedford si scoprì a pronunciare parole che non
avrebbe mai pensato di poter dire: «È giusto. Romney e Schlemmer
devono andarsene immediatamente. Spiegherò io a Hatchard che, ora che
il suo capo se ne deve andare, è finito anche il suo regno nell'Ala Ovest».
Parlando a nome di tutti i presenti, il generale Scannell disse: «Signore,
le siamo tutti quanti grati per avere compreso. Non possiamo starcene qui
seduti e permettere che quel pagliaccio nello Studio Ovale lasci
distruggere le nostre città. Non possiamo. E non vogliamo».
«Vi capisco», disse il virginiano. «E io, a mia volta, ringrazio voi, per la
vostra lungimiranza e per avere fiducia in me. Soprattutto l'ammiraglio
Morgan, dal quale, lo confesso, sono stato a lungo terrorizzato.»
«Suvvia, Paul», protestò Arnold con voce roca, «se non mi ha mai
incontrato prima di oggi!»
«Le assicuro, ammiraglio, che la sua reputazione l'ha preceduta. E io non
vedo l'ora di iniziare a lavorare con lei... Ehm... Insomma, credo di non
vedere l'ora.»
Risero tutti quanti, il riso contratto che nasce dalla tensione e dalla
paura. Ma l'una e l'altra non sarebbero durate ancora a lungo. Quando il
vicepresidente lasciò l'ufficio per tornare alla Casa Bianca, tutti quanti,
istintivamente, controllarono gli orologi. Erano le 10.04 di martedì 29
settembre 2009. Era il momento in cui l'ammiraglio Arnold Morgan era
diventato de facto presidente degli Stati Uniti d'America.
■ Lo stesso giorno, la stessa ora, 19.34 (locali). Quartier generale della
Marina iraniana. Bandar Abbas.

Il generale Rashood e il comandante in capo della Marina iraniana,


ammiraglio Mohammed Badr, stavano cercando di decidere se fosse il
caso d'inviare a Washington un altro messaggio. Gli americani pensavano
forse che l'alto comando di Hamas non avesse intenzione di fare realmente
quanto minacciava, per timore che l'opinione pubblica internazionale gli si
rivoltasse contro?
In tal caso, bisognava assolutamente rimettere il Pentagono in riga. Il 9
ottobre, Ben Badr avrebbe lanciato i suoi due Scimitar SL-2 contro il
Cumbre Vieja. Senza se, ma o però.
Ravi aveva preparato una bozza di messaggio e l'aveva già quasi finita.
Suonava così: Al presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti, Pentagono, Washington, DC. Adesso non c'è più niente che
possiate fare per fermarci. Ci dispiace che abbiate ignorato le nostre
istruzioni. Quando i nostri fratelli palestinesi si solleveranno nuovamente,
voi sarete ancora sommersi. Concordarono di spedire il messaggio
l'indomani, mercoledì 30 settembre.

■ Martedì 29 settembre 2009, ore 10.05. Pentagono, Washington.

Un minuto dopo che Paul Bedford ebbe lasciato la stanza, il generale


Scannell si scusò con i presenti e raggiunse il suo ufficio uscendo da una
porta laterale. Prese il telefono e, dalla linea privata, chiamò la Casa
Bianca, chiedendo di essere messo in contatto con il presidente.
«Mi dispiace, generale. In questo momento, il presidente è estremamente
occupato. Posso farla richiamare?»
«No, non può», rispose il generale. «Mi metta in contatto subito.»
Un minuto dopo, sentì l'inconfondibile voce del presidente McBride dire
in tono tranquillo: «Generale, queste interruzioni inattese del mio
programma di lavoro stanno cominciando a infastidirmi. In ogni caso, mi
rendo conto della condizione privilegiata che il suo status nelle Forze
Armate le garantisce. Posso dedicarle cinque minuti...»
«Grazie, signor presidente. Avrà certo saputo che Hamas ha mantenuto
la sua promessa, e che attorno alle 24.00 ha fatto esplodere un altro
vulcano.»
«Be', sì, in effetti mi è stato detto che c'è stata un'eruzione a Montserrat,
se è a quella che si riferisce, ma, da quanto mi risulta, quel vulcano erutta
praticamente su base mensile...»
«Non come ha fatto l'altra notte, signore. Si fidi. È stata una delle più
grandi eruzioni vulcaniche da molti anni a questa parte. Disastrosa quasi
quanto quella del monte St. Helens...»
Il presidente lo interruppe, impaziente. «E allora, cosa vuole che faccia?
È evidente che tutto ciò non ha nessuna relazione con noi. È avvenuto a
seimila chilometri da qui, in un Paese straniero. Penso di averle detto,
l'ultima volta che ne abbiamo parlato, che ritengo le sue teorie solo una
grossa perdita di tempo e che non vedo nessuna ragione per mettere il
Pentagono e la Casa Bianca in stato d'allerta...»
Adesso toccava a Scannell interromperlo. Vedeva bene la piega che la
conversazione stava prendendo e non aveva intenzione di sprecare altro
fiato.
«L'ha fatto, signore. Hamas, però, non aveva minacciato di attaccarci
direttamente, solo di mostrarci ciò che era in grado di fare, sperando con
questo di convincerci a cambiare idea e a lasciare il Medio Oriente. A
questo punto direi che, per la seconda volta in così poco tempo, quei
terroristi hanno confermato di avere a loro disposizione tutti i mezzi
necessari a concretizzare le loro minacce.»
«E io continuo a non esserne convinto. Penso, piuttosto, che l'eruzione
del monte St. Helens abbia dato a qualche svitato l'idea di indirizzare ai
vertici militari del Paese dei messaggi minatori che, per qualche strana
ragione, hanno finito per coincidere con l'esplosione di un vulcano
instabile da qualche parte giù nei Caraibi. Tutto ciò non è sufficiente per
chiedere al presidente degli Stati Uniti di impiegare l'intera Marina in una
costosa battuta di caccia oceanica su larga scala, di ritirare, con un costo
ancora maggiore, tutte le forze schierate in Medio Oriente e di dire a
Israele di evacuare tutti i suoi insediamenti in Terrasanta entro la prossima
settimana. Si rende conto, generale, che questo sarebbe un comportamento
isterico? Si tratta di richieste assolutamente abnormi, quasi impossibili da
concepire, prive di qualsiasi fondamento. Nessun presidente potrebbe
pensare di accettarle senza coprirsi di ridicolo.»
«Signore, devo informarla per l'ultima volta che i vertici militari del
Paese prendono le minacce di Hamas sul serio. Pensiamo che Hamas abbia
i mezzi e l'intenzione di far esplodere quel vulcano nelle Canarie,
provocando così, e non sarebbe la prima volta, un'onda anomala capace di
allagare l'intera costa orientale degli Stati Uniti. Nessuno dei vulcanologi
consultati ha affermato che ciò sia impossibile. Tutto ciò che occorre è che
quei tipi colpiscano il cratere del Cumbre Vieja con un missile grosso a
sufficienza, probabilmente nucleare. La frana conseguente sarebbe
assicurata e, a quel punto, nessuno potrebbe più impedire il formarsi di uno
tsunami.»
«Per piacere», disse il presidente in tono di sarcastica implorazione. «Mi
risparmi altri ammiragli, generali e scienziati. Tutti insieme, voialtri,
provocate più inutili seccature di chiunque altro al mondo. Lei mi ha fatto
una domanda definitiva e io le darò una risposta definitiva. Sono convinto
che le sue teorie siano frottole. Fino a ora ho dimostrato di avere ragione e
non ho nessun dubbio che continuerò a dimostrare di avere ragione.»
La discussione era chiusa. La sua mente era certo già impegnata da altre,
più importanti questioni di Stato.
«Per quanto riguarda le spropositate misure che mi chiede di prendere, le
ripeto di no, generale. Nego la mia autorizzazione a battere l'Atlantico su
larga scala in caccia di un sottomarino che non esiste, con un costo di circa
un miliardo di dollari l'ora. Non evacuerò le nostre Forze Armate dal
Medio Oriente. E nemmeno chiamerò il primo ministro israeliano per
chiedergli la creazione immediata di uno Stato palestinese. Sono stato
chiaro?»
«Temo di sì, signore. Temo di sì.»
Il generale Scannell riagganciò il telefono e tornò in sala conferenze.
«Ho parlato di nuovo con il presidente. La sua posizione non è cambiata.»
L'espressione dell'ammiraglio Morgan era grave ma non sorpresa.
«Allora si tratta di porre in essere il nostro piano per un trasferimento dei
poteri. Oggi. Signori, so che dobbiamo prepararci per l'evacuazione di
questa città, ma ciò che conta veramente è trovare e distruggere quel
fottuto sottomarino.»
«Arnold», chiese l'ammiraglio Dickson, «hai già un piano per lo
spiegamento delle forze nell'Atlantico? Voglio dire, si tratta di una
manovra complessa, che può arrivare a coinvolgere un centinaio di navi.»
«Ci ho pensato su molto, Alan. Se quel sottomarino imbarca dei missili
da crociera standard, di fabbricazione russa, ultimo modello, allora la loro
portata è di milleduecento miglia nautiche. A mio modo di vedere, il
comandante ha deciso di operare in tutta prudenza, lanciando contro il
bersaglio da cinquecento, al massimo mille miglia. Assumiamo, quindi,
una gittata dei missili di mille miglia nautiche. Tanto per cominciare,
penso che dovremmo effettuare un pattugliamento ricerca d'area con gli
SSN o con le TAFF.»
L'ammiraglio Morgan, come tutti gli ufficiali superiori della Marina, si
rivolgeva ai suoi interlocutori utilizzando il suo normale gergo tecnico.
Non gli era mai passato per la mente che non tutti sapessero che un SSN
era un sottomarino d'attacco o che una TAFF era una fregata che
imbarcava un sonar filato, o che i misteri delle lunghe e sensibili
apparecchiature elettroniche che quelle navi si trainavano dietro potevano
non essere compresi in modo chiaro da tutte le persone che vivevano o
lavoravano a Washington. In ogni caso, c'era troppo poco tempo per
spiegare.
«Probabilmente», aggiunse, «i sonar non rileveranno nulla a meno che il
Barracuda non commetta uno sbaglio o diventi all'improvviso troppo
rumoroso, cosa di cui dubito. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare.
Bisogna fare qualcosa. Questa è la minaccia più seria che gli Stati Uniti
abbiano mai affrontato. Da sempre.
«Ora, gli ufficiali di Marina presenti a questo tavolo sanno che il
rendimento dei sonar filati è molto variabile... Con un sonar filato, a una
velocità di 10 nodi e operando su settori di ricerca circolari di dieci miglia
di raggio... si possono coprire trecento miglia quadrate l'ora. La nostra area
di ricerca è di circa tre milioni di miglia quadrate. Ciò significa che un
sonar può coprirla per intero in diecimila ore e che cinquanta sonar
potrebbero farlo in otto giorni.»
Si guardò attorno.
«Se cominciamo domani, abbiamo dieci giorni a disposizione. Il mio
calcolo non comprende le acque sottocosta, che sono molto estese ed
estremamente difficili da controllare. Per queste, servirebbe una flotta di
elicotteri dotati di sonar a immersione, per coprire tutti i punti in cui la
profondità è di ventisette metri o superiore, fino alla linea dei novanta
metri.
«Immagino si possa sempre sperare che gli impulsi dei sonar attivi
spingano il sottomarino verso le acque profonde, dove i sonar filati hanno
più possibilità di individuarlo. Ma ripassare sullo stesso punto solo ogni
otto giorni... Gesù Cristo... Le probabilità di successo sono insignificanti.»
Si alzò e si diresse alla carta nautica appesa al muro, indicando la vasta
distesa d'acqua di cui stava parlando.
«No. Le nostre possibilità di successo dipendono tutte dalla capacità di
giungere in zona prima del Barracuda. Se riusciremo a farlo, e se ne
saremo certi, allora potremo creare una specie di anello esterno, attraverso
il quale quella fottuta nave dovrà passare. La lunghezza totale dell'anello
sarebbe di seimila miglia nautiche (3,142 per il diametro). Cinquanta sonar
filati possono coprire duemila miglia. Quindi, perché la strategia sia
efficace, dobbiamo essere ragionevolmente sicuri della direzione da cui
arriverà il sottomarino... Intendo dire, restringerla a un settore non più
ampio di centoventi gradi.
«Non voglio insistere troppo su questo punto, signori, ma siamo
impegnati in una caccia terribilmente difficile. Le nostre probabilità di
successo si aggirano, nella migliore delle ipotesi, attorno al 5 per cento. Il
che, visto lo sforzo, è un pensiero deprimente, a voler essere buoni. Si
tratta di porre in essere un massiccio spiegamento di forze antisom a fronte
di un'eventualità estremamente remota di riuscire a intrappolare quel
piccolo bastardo, anche supponendo di avere a disposizione settimane e
settimane per continuare le ricerche. Temo che dovremo prestare molta
attenzione a questo punto.»
Tornò a sedersi. L'espressione del suo viso era sempre più preoccupata.
«Ovviamente, noi dobbiamo comunque far uscire le nostre navi da
guerra dai porti, a meno di non volerle vedere schiantate e capovolte dal
maremoto. Ma non possiamo mandarle in giro per l'Atlantico, nelle fauci
dello tsunami, se mai ci sarà.
«Sono costi che sono pronto ad affrontare... Lo sapete: carburante,
viveri, personale... Ma non senza essere certo di avere almeno una
possibilità di farcela. E la prospettiva di mettere in moto un'operazione di
caccia tanto massiccia mi dà i brividi. Ricordate: in tanti mesi non siamo
mai riusciti a individuare con esattezza quel maledetto Barracuda. Il suo
comandante è maledettamente in gamba e sappiamo che ha fra le mani
un'ottima nave. È riuscito a scivolare silenzioso sotto il naso delle nostre
fregate senza essere mai individuato. Dobbiamo tenerlo presente, signori.»
«Un discorso piuttosto pessimista, Arnold», osservò cupo l'ammiraglio
Morris. «Illuminante ma pessimista. Per l'amor di Dio, non ripeterlo
davanti al presidente, oggi pomeriggio. Sono convinto che lo prenderebbe
come un segnale che anche tu, in un modo o nell'altro, ti sei imbarcato sul
carrozzone dei liberal.»
«George», lo rimbeccò scherzosamente Arnold, «se mai arriverà quel
giorno, mi chiuderò nella mia stanza insieme con un revolver e farò quello
che devo fare, la cosa più onorevole per un ufficiale e per un gentiluomo.»

9
■ Martedì 29 settembre 2009, ore 13.30 (locali). Oceano Atlantico. 18°
00' N, 53° 00' O.
Il Barracuda filava 15 nodi nelle acque profonde a est della fossa di
Puerto Rico, duecento metri sotto la superficie, con
quattromilacinquecento metri d'acqua sotto lo scafo. Poco prima dell'alba
era risalito a quota periscopica per il consueto collegamento di sette
secondi con il satellite, e il segnale che li attendeva, trentamila chilometri
sopra la terra, aveva confermato rotta e missione... Un mare crudele per
gli uccelli canori...
Il generale Ravi Rashood, che continuava a pianificare e a dirigere la
missione dalla lontana Bandar Abbas, non considerava
l'autocompiacimento come un peccato di cui soffrisse. Ma anche lui aveva
una sua piccola vanità: si compiaceva di saper elaborare splendidi
messaggi in codice... E considerava Un mare crudele per gli uccelli
canori, concordato con Ben Badr, uno dei migliori. Era pieno di
indicazioni nascoste. Un mare crudele, il famoso libro di Nicholas
Monsarrat, voleva indicare che l'attacco contro Montserrat era stato un
completo successo... Il riferimento agli «uccelli canori» significava,
invece, «Avanti, miei bravi! Verso le Canarie!» Due parole per spiegare
che il sensazionale attacco degli Scimitar contro le Soufrière Hills era stato
preciso, devastante e aveva riempito le prime pagine di tutti i notiziari del
mondo. Altre quattro parole per confermare la successiva missione del
Barracuda e per suggellare il destino dell'arrogante Satana che dominava il
Medio Oriente. Per non parlare del resto del mondo.
Una sorta di estasi riempiva l'ammiraglio Ben Badr e il suo equipaggio
mentre procedevano silenziosi lungo la via del fato che Allah aveva
tracciato per loro. Fino a quel momento, tutto era andato secondo il piano.
Il Barracuda si trovava adesso a cinquecentosessanta miglia dall'isola di
Montserrat, su rotta zero-otto-tre, in acque aperte approssimativamente a
metà strada fra l'isola caraibica ancora devastata dagli incendi e la relativa
sicurezza della dorsale Medio-Atlantica.
L'ammiraglio Badr e il suo sottufficiale anziano, il capo di prima classe
Ali Zahedi, si trovavano nel locali missili. Bevevano caffè controllando
l'arsenale rimasto a bordo: dieci missili da crociera Scimitar, otto dei quali
dotati di testata convenzionale e due Mark 2 dotati di testata nucleare da
duecento chilotoni. Duecento chilotoni; l'equivalente di duecentomila
tonnellate di tritolo. Dieci testate convenzionali da duecentocinquanta chili
l'uria messe insieme avevano un potenziale equivalente a quello di appena
un paio di tonnellate di tritolo.
Ben fece scorrere cautamente un dito sull'affilata ogiva d'acciaio del
Mark 2 più vicino, poi passò la mano leggera, esitante, sul corpo dell'arma,
come se stesse carezzando un pericoloso leone. Raggiunse la scritta dorata
SCIMITAR SL-2 e mormorò: «È il volere di Allah». Con gli occhi della
mente, stava già contemplando il successivo impatto dell'arma nel cuore
del Cumbre Vieja.

■ Martedì 29 settembre 2009, ore 15.00. Casa Bianca, Washington.

Il presidente Charles McBride aveva accettato con non celata irritazione


di incontrare brevemente il generale Tim Scannell e il capo di stato
maggiore della Marina, ammiraglio Alan Dickson. Aveva accettato perché
non aveva altra scelta. Anche il capo del suo staff, Bill Hatchard, aveva
scosso la testa massiccia quando McBride aveva cercato di sfuggire
all'incontro con il presidente del comitato. «Se lo scordi, signore», aveva
sibilato dall'altro capo dello Studio Ovale. «Lo deve ricevere.»
Per qualche minuto, Big Bill aveva ricordato al presidente come né lui
né nessun altro al suo posto potesse evitare un incontro con il presidente
del comitato dei capi di stato maggiore riuniti.
«E semplice, signore», aveva detto, senza peraltro che ciò fosse
necessario, perché se non fosse stato semplice lui stesso avrebbe avuto
problemi con il concetto. «Se il generale Scannell ha qualche informazione
davvero importante da riferirle e lei si rifiuta di incontrarlo, e accade il
peggio, lui si trova in mano la possibilità di farla mettere in stato d'accusa.
Lei deve incontrarlo. E questo è tutto.»
Charles McBride aveva concesso al generale Scannell e al responsabile
esecutivo della Marina degli Stati Uniti un appuntamento di dieci minuti
alle 15.05. I due ufficiali giunsero alla Casa Bianca con cinque minuti
d'anticipo, a bordo di due automobili di servizio, dato che i loro
accompagnatori erano molto più numerosi di quanto il presidente non si
aspettasse.
Nel sedile posteriore della prima automobile sedeva, infatti, il presidente
del comitato insieme con l'ammiraglio Arnold Morgan, mentre nel sedile
del passeggero anteriore sedeva il generale Kenneth Clark, comandante del
Corpo dei marine degli Stati Uniti.
Nella seconda vettura sedeva, invece, l'ammiraglio Dickson insieme con
l'ammiraglio Frank Doran, comandante in capo della Flotta dell'Atlantico,
e con il generale Bart Boyce, comandante supremo delle forze NATO.
Tranne l'ammiraglio Morgan, tutti vestivano l'uniforme.
Giunsero alla Casa Bianca da West Executive Avenue e si fermarono
davanti alla scalinata che conduceva all'accesso dei rappresentanti
diplomatici, la porta «anteriore» dell'Ala Ovest. Poi salirono la scalinata in
formazione serrata, scortati da quattro marine, che erano in attesa del loro
arrivo.
Raggiunsero il posto di guardia all'ingresso dell'Ala Ovest, dove un
lucido picchetto, con l'alta uniforme rossa e blu ornata di galloni dorati,
scattò in un rigido attenti e salutò con tono asciutto: «Buongiorno,
signore». Il saluto era rivolto al generale Clark, che sorrise e fece un cenno
d'assenso, mentre il marine abbassava la maniglia d'ottone per aprire la
porta.
All'interno, il «comitato d'accoglienza» della Casa Bianca, un ex
sottufficiale di Marina alto più di un metro e novanta e uno degli agenti del
servizio segreto distaccato presso l'edificio, era chiaramente pronto a
ricevere l'imponente schieramento di alti papaveri. L'agente si spinse al
punto di chiedere al presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti se potesse essergli utile.
«Due cose», rispose il generale Scannell. «Fra dieci minuti, un elicottero
della Marina proveniente dalla base di Andrews atterrerà in giardino. Si
assicuri che il comando militare ne sia informato. Comunichi poi al
responsabile del centralino, accanto alla sala tattica, nell'Old Executive
Building, che è in corso un'esercitazione d'emergenza della massima
segretezza e che nessuna chiamata deve entrare o uscire dall'edificio per
mezz'ora a partire da adesso.»
«Subito, signore», disse l'agente, un ex capitano dell'Esercito. «Oh...
Ehm... Ammiraglio Morgan, signore... Le serve un pass da visitatore?»
«Lascia perdere, Tommy... Ho da fare.»
Nonostante tutto, l'agente, che aveva sempre avuto dell'ex consigliere
per la sicurezza nazionale l'immagine di un semidio, rise. E rispose con la
frase favorita dell'ammiraglio, quella che aveva sentito tante volte durante
i cinque anni in cui aveva prestato servizio nell'Ala Ovest: «E niente
cazzate, vero, signore?»
«Niente cazzate, Tommy.»
E, con quello, i sei, insieme con un marine di scorta, si avviarono lungo
il corridoio verso l'ufficio del presidente degli Stati Uniti.
Fuori dallo Studio Ovale, Bill Hatchard stava parlando con la segretaria
del presidente. La donna rivolse al generale Scannell un educato «Buon
pomeriggio», poi guardò incuriosita il gruppetto di uomini che aveva
davanti. Non aveva capito che a un incontro così breve avrebbe partecipato
un numero così elevato di persone, disse in tono di scusa.
«Non si preoccupi.» Il generale Clark si voltò verso uno dei due marine
di guardia alla porta dello Studio Ovale e gli ordinò di far venire nel
corridoio almeno altri otto suoi commilitoni.
«Signore! Signorsì, signore!» rispose secca la guardia, eseguendo
l'ordine in modo rapido e istintivo. La segretaria del presidente aveva
adesso un'aria vagamente preoccupata e la sua preoccupazione crebbe
ancor più quando il generale Clark disse all'altra guardia: «Vada al
centralino principale e si assicuri che non passino nessuna chiamata, né in
entrata, né in uscita. L'ordine di sospendere tutti i servizi all'interno e
all'esterno della Casa Bianca è già stato emanato».
«Signore! Signorsì, signore!» fece l'uomo, e si diresse immediatamente
verso l'Old Executive Building, dove una schiera di centralinisti
proteggeva il presidente e i suoi collaboratori più stretti da tutte le
telefonate indesiderate.
Il generale Scannell passò rapido davanti alla segretaria adesso allibita e
aprì la porta che conduceva al santuario più celato della politica americana.
Charles McBride era seduto alla sua scrivania e stava leggendo delle carte.
Alzò gli occhi, sorpreso, mentre i cinque ufficiali più alti in grado delle
Forze Armate entravano nello studio alle spalle di Tim Scannell.
«Generale, questo è inaccettabile. Ho acconsentito a ricevere due
persone, non sei. Per favore chieda a quattro di voi di andarsene.»
Il presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti lo ignorò.
«Signor presidente, questa mattina, alle 10.00, lei mi ha informato che non
avrebbe concesso l'autorizzazione alle Forze Armate degli Stati Uniti di
prendere provvedimenti per prevenire o per fronteggiare le minacce poste
dall'organizzazione terroristica mediorientale Hamas. Devo presumere che,
nel frattempo, non abbia cambiato idea?»
«Esattamente. Si tratta solo di un cumulo di sciocchezze. Ora, se questo
è tutto ciò che aveva da dirmi, la prego di andarsene.»
«Questo non era affatto tutto ciò che avevo da dirle, signore. Devo
confermarle che il capo di stato maggiore della Marina, il capo di stato
maggiore dell'Esercito, il comandante supremo delle forze NATO, il
comandante in capo della Flotta dell'Atlantico e il comandante del Corpo
dei marine degli Stati Uniti, oltre all'ammiraglio Morgan, pensano
unanimemente che lei si stia sbagliando.
«Tutti noi siamo convinti che, a causa di un nemico spietato, sulle città
della costa orientale degli Stati Uniti gravi un pericolo mortale. Lei non sta
solo rifiutandosi di assumere le sue responsabilità. Lei sta vanificando i
nostri sforzi di proteggere i cittadini degli Stati Uniti e le loro proprietà.
Per non parlare dei documenti storici e dei tesori di questo Paese, che sono
conservati in quelle importanti città.»
«Mi stia a sentire, generale! È a me che spetta il compito di prendere
queste decisioni... Non a lei, né a nessun alto ufficiale del Pentagono.»
«Signore, le assicuro che, se pensassimo che il Paese sia in pericolo e
che alla Casa Bianca sieda un presidente incompetente, allora sarebbe lui
ad andarsene, non noi. Noi siamo i guardiani permanenti della nazione. E
sono certo che, in un simile frangente, sarebbe facile anche per lei
accorgersi che i cittadini degli Stati Uniti si fidano molto più di noi che dei
politici.»
Il presidente lo fissò con un'espressione di stupore dipinta sul viso.
«Come osa parlarmi in questa maniera? Ne ho abbastanza, mi ha capito?
Ne ho abbastanza! Adesso fuori tutti, prima che vi faccia scortare fuori
dalle guardie.»
«Devo forse ricordarle, signore, che la Casa Bianca è vigilata da guardie
del Corpo dei marine, e che il comandante del corpo si trova qui, accanto a
me...»
Il presidente lasciò cadere un pugno sul tavolo. «Lo vedremo...» gridò
alzando il telefono. Ma la linea era muta, come tutte le altre della Casa
Bianca. E tali sarebbero rimaste per altri venticinque minuti.
McBride riagganciò la cornetta. Le mani gli tremavano. Con brevi scatti
rabbiosi, quasi sconnessi, e con un tono troppo acuto sibilò: «Ho sempre
pensato che foste tutti pazzi... Mi state chiedendo l'impossibile... Non
posso far evacuare tutta la costa orientale... Non posso convincere Israele
a collaborare... Non capisco nemmeno che necessità ci sia di dispiegare la
flotta... Perché state facendo questo? Perché diavolo non mi lasciate in
pace? A fare ciò per cui sono stato eletto...»
«Signore, a nostro modo di vedere, lei è incapace di guidare il Paese in
una crisi come quella che ci troviamo a fronteggiare. Il presidente deve
parlare alla nazione... Oggi... E chiaramente non può farlo lei.
«A nome delle Forze Armate degli Stati Uniti, la rilevo dall'incarico. Per
i prossimi dieci minuti, il Paese sarà sotto legge marziale autoimposta.
Quindi, il nuovo presidente presterà giuramento... Come lei sa, in base alla
costituzione, nuovo presidente sarà il suo vice, Paul Bedford...»
«Voi non potete farlo!» gridò Charles McBride.
«Non possiamo?» replicò il presidente del comitato dei capi di stato
maggiore riuniti. «Generale Clark, chiami una guardia di quattro
uomini...»
«Signorsì.» Il generale Clark raggiunse la porta e ordinò a quattro
marine armati di entrare nello Studio Ovale. «Mettetevi accanto alla sedia
del presidente e state pronti, in caso faccia qualche gesto avventato»,
ordinò.
«Signore», disse il generale Scannell, «questo foglio è la sua lettera di
dimissioni dall'incarico. Come vede, è già stato impresso il sigillo
presidenziale... Legga e firmi.»
Il presidente lesse. Con la presente, mi dimetto dall'incarico di
presidente degli Stati Uniti d'America a causa di un peggioramento del
mio stato di salute. Così mi firmo, di mia propria mano, addì 29 settembre
2009.
«E se mi rifiutassi...?»
«La faremo mettere agli arresti per avere deliberatamente e
intenzionalmente messo in pericolo la vita di cittadini degli Stati Uniti, per
essersi rifiutato di assumere misure militari davanti alle minacce del
nemico. Ciò significa, come ovvio, immediata messa in stato d'accusa e
decadenza dall'incarico. Firmi, signore, e firmi subito. Poi la faremo
portare via. Il tempo stringe, almeno per noi.»
«Ma non potete semplicemente nominare un nuovo...»
«Zitto, McBride!» ruggì l'ammiraglio Morgan. «Ha parlato abbastanza.»
Il presidente ammutolì. Sotto gli occhi dei generali, firmò la lettera di
dimissioni.
«Adesso sarà scortato da un elicottero della Marina che l'attende in
giardino e trasferito a Camp David, dove rimarrà agli arresti domiciliari
fino a quando non avremo sistemato la faccenda di Hamas... La First Lady
è alla residenza? E gli altri membri della famiglia?»
«Solo la First Lady... È di sopra.»
«Sarà accompagnata immediatamente all'elicottero. A Camp David sarà
impedito a entrambi di avere qualsiasi contatto con l'esterno. I telefoni
saranno scollegati e i cellulari confiscati.» Il generale Scannell diede
un'occhiata all'orologio e borbottò: «Portatelo via. Noi raggiungiamo
l'ufficio del nuovo presidente. Il giudice Moore è già all'Old Executive
Building per il giuramento».
Fino a quel punto, l'operazione era stata condotta con la massima
precisione.
Il comando supremo delle Forze Armate degli Stati Uniti aveva la fama
implicita di dire sempre la verità e di operare obiettivamente, senza
condizionamenti dal mondo politico o da quello civile. I membri della
corte suprema lo sapevano benissimo e i due giudici cui era stato chiesto di
autorizzare il giudice Moore a ricevere il giuramento del nuovo presidente
si erano adeguati subito alle richieste del Pentagono.
Il solo politico informato di quel «golpe» di palazzo era stato il senatore
Edward Kennedy, il decano della commissione per le forze armate del
Senato, il cui patriottismo era fuor di dubbio e le cui motivazioni, nell'agire
sempre negli interessi degli Stati Uniti, erano impeccabili.
In quel frangente, inoltre, l'ammiraglio Morgan aveva garantito il pieno
supporto del senatore dato che, aveva detto, le proprietà di famiglia dei
Kennedy si trovavano sulle rive del Nantucket Sound, dritte sulla rotta
dell'eventuale tsunami.
«Ma io conosco Teddy», aveva aggiunto. «Se anche vivesse in cima alle
maledette Montagne Rocciose, si comporterebbe esattamente come ha
fatto adesso. Ci conosce. E conosce la Marina. È stato presidente della
sottocommissione per le questioni navali. E sa che non abbiamo gonfiato
la storia. Si fida di noi e ci darà tutto il suo appoggio. Potete contarci.»
Charles McBride si alzò, tenuto ai gomiti da due marine, e fu scortato
fuori dalla porta dello Studio Ovale. Intanto, al piano superiore, la signora
McBride veniva accompagnata con qualche riguardo in più lungo il
corridoio, con in mano solo una borsetta. I loro effetti personali sarebbero
stati trasferiti a Camp David in prima serata. Entro un'ora, l'annuncio delle
dimissioni sarebbe stato dato a una nazione scioccata, nel corso di una
trasmissione televisiva in cui il neopresidente Bedford avrebbe accennato
al collasso nervoso che aveva colpito McBride.
I sei visitatori seguirono i marine fino alla porta di un patio che dava sul
giardino. Novanta metri più avanti si vedevano i grandi rotori
dell'elicottero già in moto. La signora McBride apparve a un'altra porta. Il
generale Clark rimase a guardare l'elicottero della Marina che decollava,
accompagnando il presidente e la First Lady lontano dai centri del potere.
Gli altri si diressero subito verso l'ufficio del vicepresidente Paul Bedford.
Volevano evitare i lacci e laccioli del venticinquesimo emendamento che,
sostanzialmente, trattava del trasferimento dei poteri al vicepresidente nel
caso in cui il presidente fosse incapacitato o comunque non in grado di
svolgere i propri compiti. Il venticinquesimo emendamento era stato
applicato solo due volte, una quando avevano sparato al presidente Reagan
e l'altra quando il presidente Bush era stato posto sotto anestesia totale,
nell'aprile 1989.
In quel caso, era stato deciso che il vicepresidente avrebbe giurato
subito. Dopotutto, non c'era nessuna possibilità che McBride ricomparisse
sulla scena.
Il senatore Kennedy aveva già raggiunto l'ufficio del vicepresidente e il
giudice Moore aveva intonato le sacre parole che tutti i presidenti
dovevano recitare: «Giuro solennemente di ricoprire con lealtà l'ufficio di
presidente degli Stati Uniti d'America e di agire al meglio delle mie
possibilità per preservare, proteggere e difendere la costituzione degli Stati
Uniti».
Da quel momento, il capo II della costituzione rendeva Paul Bedford
comandante in capo dell'Esercito e della Marina degli Stati Uniti.
Poco dopo, lo stesso Bedford procedeva a predisporre l'atto di nomina
dell'ammiraglio Arnold Morgan a suo consigliere speciale per la gestione
della crisi di Hamas e firmava senza esitazioni la clausola del documento
che insediava l'ammiraglio nello Studio Ovale come comandante supremo
di tutte le Forze Armate coinvolte nell'operazione Alta Marea, «con poteri
civili della massima portata, per quanto necessario alla sicura evacuazione
dei cittadini delle aree interessate».
Il generale Clark, l'unico fra i presenti che sapesse usare una fotocamera
digitale, immortalò l'intera scena a futura memoria, riuscendo
contemporaneamente a sbarazzarsi, non si sa come, di quattro immagini
prese dalla signora McBride a Camp David, il fine settimana precedente.
In quel modo, poterono fare a meno della presenza di un fotografo
ufficiale e, così, evitare la possibilità sempre presente che di quella piccola
cerimonia privata giungesse notizia ai media.
Sbrigate le formalità di rito, il senatore Kennedy tornò rapidamente al
Campidoglio per anticipare ai presidenti delle commissioni del Senato
l'imminente deflagrazione della bomba politica. Il resto del Congresso
avrebbe appreso del cambio della guardia più o meno alla stessa ora in cui
l'avrebbero saputo i media e, con quelli, l'intera nazione. I vertici militari
erano convinti che Teddy, con la sua leggendaria bonomia e quel certo
grado di autorità che era il suo marchio di fabbrica, sarebbe riuscito a
convincere i rappresentanti eletti dei cinquanta Stati dell'Unione che il
Paese si trovava di fronte a un pericolo mortale.
Nel frattempo, nell'Ala Ovest della Casa Bianca, bisognava avvertire i
membri dello staff presidenziale e indurli al silenzio fino a quando la
stampa non avesse dato la notizia. L'ammiraglio Morgan, tornato nello
Studio Ovale insieme con il generale Scannell, ordinò che tutti i funzionari
anziani si presentassero nella sala tattica che il presidente Reagan aveva
fatto costruire appositamente nel sottosuolo dell'Ala Ovest. Si sarebbe
rivolto loro l'ammiraglio in persona e sarebbe stato mostrato loro il
messaggio alla nazione letto alla televisione dal nuovo presidente degli
Stati Uniti d'America. Una guardia di quattro marine fuori dalla porta
avrebbe garantito che nessuno lasciasse la stanza e tutti i telefoni cellulari
avrebbero dovuto essere consegnati all'ingresso, man mano che i
funzionari fossero entrati.
«È importante che Paul racconti la storia nel modo giusto», sottolineò
Arnold Morgan. «Non vogliamo certo che qualche stronzetto della sala
stampa si metta a speculare sulla faccenda e a saltare alle conclusioni.
Questa amministrazione ha già una pessima fama quanto a fughe di
notizie, e noi non vogliamo che nessuno lasci trapelare nulla fino a quando
non saremo pronti e non avremo la situazione bene in pugno.»
Diede un'occhiata all'orologio. Segnava le 15.55. Uscì dallo Studio
Ovale e disse alla segretaria dell'ex presidente di fare il giro dell'edificio e
dire ai responsabili dei vari dipartimenti di presentarsi subito in sala tattica.
Dal momento che i sistemi di comunicazione interna erano inattivi, ordinò
inoltre a uno dei marine di guardia alla porta di raggiungere la sala stampa
e informare tutti i presenti che ci sarebbe stata una comunicazione del
presidente di lì a venti minuti, nella sala conferenze.
A quel punto, anche gli ammiragli Dickson e Doran, insieme con i
generali Boyce e Clark, erano giunti nello Studio Ovale. Arnold Morgan,
già seduto dietro l'unica scrivania disponibile, quella dell'ex presidente,
stava scrivendo rapidamente qualcosa su un blocco di fogli protocollo, lo
stesso su cui il precedente inquilino dello studio poco prima stava
preparando la bozza del discorso che avrebbe letto alla riunione
dell'iniziativa per il Terzo Mondo.
Senza smettere di scrivere e senza alzare nemmeno la testa disse: «Okay.
Frank Doran verrà con me in sala tattica dove, con la dovuta enfasi,
illustrerò ai funzionari anziani della Casa Bianca il ruolo che attende la
Marina. Penso sia invece meglio che tutti gli altri vadano con il presidente
Bedford e gli stiano dietro, a sinistra e a dritta: i generali Scannell e Boyce
a ore quattro, l'ammiraglio Dickson e il generale Clark a ore otto. Stiamo
parlando del capo del Pentagono, di quello della NATO, di quello della
Marina e di quello dei marine degli Stati Uniti. Quindi, massicci. Mi
raccomando».
Proprio in quell'istante, entrò Paul Bedford. Immediatamente Arnold
Morgan si alzò, fece un cenno con il capo e disse: «Signor presidente...
Stavo stendendo qualche nota per lei... Solo qualche nota... Ma non
abbiamo tempo... Il discorso dovrà farlo lei, ma non sarebbe male se
volesse attenersi a questa traccia...
«Enfatizzi il collasso nervoso e le conseguenti dimissioni del presidente
che attualmente si trova a Camp David per sottoporsi a cure mediche...
Dica che siamo tutti sotto shock... Poi tiri fuori le minacce di Hamas,
racconti tutta la storia, non in dettaglio, ma cominci con il monte St.
Helens e le richieste dei terroristi...» Fece scorrere il dito sul foglio. «Poi la
minaccia che ci ha spinto ad agire quando hanno fatto esplodere
Montserrat. Spieghi il terribile pericolo, il silenzioso sottomarino terrorista
con i missili da crociera e le testate nucleari, la vulnerabilità di Cumbre
Vieja e la certezza dello tsunami. Se colpiscono il vulcano.»
Paul Bedford annuì con tutta l'energia che gli riuscì di trovare. In quel
momento, nella sua mente, non riusciva a vedersi come il presidente degli
Stati Uniti, quanto piuttosto come un guardiamarina che fosse stato
chiamato a rapporto, per ricevere istruzioni di vitale importanza da uno
degli ammiragli più anziani che avessero mai servito il Paese.
Arnold strappò la pagina dal blocco e la porse al neopresidente. Aveva
scritto tutto in grosse lettere maiuscole, le prime due frasi del discorso e
una chiara sintesi del resto.
«È tutto?» chiese Bedford.
«Il meglio che siamo riusciti a fare», rispose Arnold in tono conciliante.
«Andrà in scena fra quindici minuti. Io, invece, sparirò subito. Insieme con
Frank.»
«Perfetto, signore», disse Paul. «Seguirò la sua traccia.»
«In questa stanza mi può chiamare come vuole», replicò Arnold. «Ma,
per l'amor di Dio, non mi chiami 'signore' in pubblico!»
«No, signore», rispose Paul Bedford ridendo nonostante la gravità della
situazione.
«E, signor presidente...» disse Arnold dirigendosi verso la porta. «Si
ricordi un'altra cosa... Quando Sir Winston Churchill chiese di procedere
alla riorganizzazione completa della Flotta dell'Atlantico settentrionale...
disse al Primo Lord del Mare che, se non fosse riuscito a far stare l'intero
progetto sulla facciata di un foglio, allora significava che non ci aveva
riflettuto sopra abbastanza.»
E con quello se ne andò, seguito dal comandante in capo della Flotta
dell'Atlantico, ammiraglio Frank Doran.
«Gesù», mormorò il presidente Bedford. «Quell'uomo è un ciclone o
cosa?»
Con gran sorpresa di tutti, l'ammiraglio Morgan ricomparve sulla porta.
«Oh, Paul. Me ne stavo dimenticando. Farebbe meglio a silurare
immediatamente il segretario alla Difesa Schlemmer e il consigliere per la
sicurezza nazionale Romney, e anche Hatchard, subito dopo la fine della
riunione con me. Lettera a mano, ringraziandoli per tutto quello che hanno
fatto. Sulla facciata di un foglio, ricordi.»
«D'accordo, Arnie. Già fatto», rispose il presidente degli Stati Uniti,
scivolando senza accorgersene nella comoda informalità di quanti si
trovino a condividere una grande tensione. «È un problema se mi siedo
alla sua scrivania?»
Sogghignando, l'ammiraglio Morgan si diresse verso il sottosuolo
dell'Ala Ovest, dove lo attendeva una scena di straordinaria agitazione. I
capi dei vari dipartimenti della Casa Bianca erano già quasi tutti arrivati.
Protocollo, servizio segreto, comunicazioni, ristorazione,
approvvigionamenti, sicurezza, trasporti, sala stampa, dipartimento di
Stato, Bill Hatchard, la stessa segretaria dell'ex presidente si erano stipati
tutti dentro la sala. E tutti quanti chiedevano informazioni, volevano sapere
cosa stava succedendo. Quattro marine avevano preso posizione fuori dalla
porta e altri due sorvegliavano l'ascensore. Avevano l'ordine di lasciar
entrare chiunque avesse le credenziali in regola, ma di non lasciar uscire
nessuno. Almeno fino a quando non fosse terminato il messaggio alla
nazione che il presidente avrebbe letto in televisione. I cellulari requisiti
formavano una piccola catasta sul tavolo dietro il picchetto principale.
Arnold Morgan e l'ammiraglio Doran entrarono nella sala insonorizzata,
dalle pareti rivestite di pannelli di teak. Oltre al tavolo centrale, la sala
conteneva numerosi tavolini per il personale di segreteria, computer e
telefoni collegati a dispositivi di videoconferenza. In quel momento,
nessuno di tali sistemi era attivo, anche se il personale accalcato nella sala
aveva lottato accanitamente per occupare i vari tavolini, dato che era
evidente che non sarebbe stato possibile per tutti trovare posto attorno a
quello principale.
L'ammiraglio Morgan raggiunse la grossa sedia che era stata una volta
occupata dal presidente Reagan. Trascinò una seconda sedia accanto a sé e
vi fece accomodare il comandante in capo della Flotta dell'Atlantico, poi
richiamò i presenti all'ordine calando la mano piatta sul lucido piano del
tavolo da conferenze.
«A qualcuno di voi, pochi peraltro, sembrerà di essere tornato un po' ai
vecchi tempi. Per gli altri, il mio nome è Arnold Morgan, ex ammiraglio
della Marina degli Stati Uniti, ex direttore della National Security Agency
ed ex consigliere presidenziale per la sicurezza nazionale.
«Non so esattamente con che velocità le voci circolino in questi giorni,
ma vorrei informarvi che un'ora fa il presidente Charles McBride ha dato
le dimissioni per motivi di salute. In base al dettato costituzionale, il
vicepresidente si è subito insediato nello Studio Ovale e ha giurato nelle
mani della persona a tal fine nominata dalla corte suprema degli Stati
Uniti, il giudice Moore. La cerimonia ha avuto luogo nell'Old Executive
Building e il presidente Paul Bedford ha giurato di difendere la
costituzione degli Stati Uniti.
«Sono stati testimoni il senatore Edward Kennedy... il presidente del
comitato dei capi di stato maggiore riuniti, generale Scannell... il capo di
stato maggiore della Marina, ammiraglio Alan Dickson... il comandante in
capo della Flotta dell'Atlantico, ammiraglio Frank Doran che è seduto qui
accanto a me... il comandante supremo delle forze NATO, generale Bart
Boyce... il comandante del Corpo dei marine degli Stati Uniti, generale
Kenneth Clark... e il sottoscritto.
«La stampa sarà informata del cambio di governo fra dieci minuti e, fra
breve, voi stessi avrete modo di vedere dagli schermi di questa stanza il
messaggio che il presidente rivolgerà alla nazione.
«Ci saranno, naturalmente, cambiamenti nello staff, ma nessuno di
questi riguarderà quanti, nella vecchia amministrazione, si sono dimostrati
degni di fiducia. La cosa più importante che ho da dirvi è, però, che la
costa orientale di questo Paese è attualmente soggetta alla più grave
minaccia terroristica della storia degli Stati Uniti. Incomparabilmente più
grave di quella dell'11 settembre 2001.
«E stata questa minaccia a provocare in Charles McBride ciò che i
medici diagnosticano essere un grave collasso nervoso. Di fronte alla
pressione montante, il presidente McBride, con grande senso del dovere, si
è volontariamente fatto da parte, consapevole di essere assolutamente
privo di esperienza militare e del fatto che il suo vice, Paul Bedford, che ha
servito come ufficiale addetto alla navigazione a bordo di una fregata
lanciamissili durante il suo periodo di servizio di cinque anni nella Marina
degli Stati Uniti, possa rappresentare una guida migliore per il Paese in
questo momento di crisi.
«L'ex presidente si trova attualmente a Camp David sotto controllo
medico. La First Lady è con lui, e nessuno di loro farà ritorno alla Casa
Bianca.
«Per quanto concerne la minaccia che ci troviamo a fronteggiare, in
parole povere si tratta di un sottomarino nucleare di costruzione russa
incrociarne nell'Atlantico, condotto da un equipaggio dell'organizzazione
terroristica Hamas.»
Mentre l'ammiraglio Morgan parlava, un silenzio assoluto regnava sulla
sala tattica. Arnold scosse il capo. «E sappiamo dagli eventi degli ultimi
due mesi», proseguì, «che Hamas ha la capacità di porre in essere le sue
minacce. Ha fatto esplodere il monte St. Helens e la scorsa notte ha fatto,
con esattezza cronometrica, ciò che aveva minacciato di fare
successivamente: ha fatto esplodere l'isola di Montserrat, nei Caraibi.
L'ultimo messaggio che abbiamo ricevuto annuncia che il prossimo
bersaglio sarà La Palma, il 9 ottobre.
«Dobbiamo trovare quel sottomarino e questa è la cosa più importante.
Ma, nel frattempo, abbiamo già mosso i primi passi per l'evacuazione della
costa orientale verso l'interno, in caso non riuscissimo a farlo. Entro
stasera, l'Esercito, la guardia nazionale e la polizia metropolitana
sorveglieranno discretamente le strade per evitare manifestazioni di panico
dopo il messaggio televisivo del presidente. Dal momento dell'eruzione del
Cumbre Vieja, passeranno nove ore prima che lo tsunami si abbatta sul
porto di New York. E le onde non si infrangeranno... Continueranno ad
avanzare verso l'interno.
«Il nuovo presidente mi ha nominato comandante supremo di tutte le
Forze Armate degli Stati Uniti impegnate in questa operazione nelle
prossime due settimane. In questo periodo, procederemo all'evacuazione
dei tesori nazionali, dei musei, dei documenti storici, dello Stock
Exchange di New York e delle scuole. Lavorerò dallo Studio Ovale, a
stretto contatto con il presidente Bedford e con i cinque comandanti che
hanno presenziato alla cerimonia del giuramento, un'ora fa.
«Adesso non risponderò a nessuna domanda e vorrei che qualcuno
accendesse i televisori della sala e li sintonizzasse su qualche canale
informativo, in modo da sentire il messaggio presidenziale... L'ammiraglio
Doran e io resteremo qui a sentirlo con voi.»
I presenti nella sala tattica erano allibiti. Nessuno parlò. Qualcuno si
spostò rapidamente per prendere posto davanti ai teleschermi.
Nel frattempo, di sopra, nella sala conferenze, i cinquanta o sessanta
giornalisti accreditati presso la Casa Bianca, quelli che il giornalista
Marlin Fitzwater chiamava «i leoni», si facevano di minuto in minuto più
agitati. Nessuno di loro aveva anche un solo indizio a disposizione per
comprendere quello che stava accadendo e sebbene alcuni fotografi
apparissero chiaramente annoiati da tutto quel movimento e ciondolassero
oziosi in quarta fila, dal fondo della stanza, dove si trovavano i cronisti
delle radio e delle televisioni, si sentiva provenire un inconfondibile
brontolio.
Il fatto che la convocazione a una conferenza stampa giungesse con soli
venti minuti di preavviso era molto strano. I cronisti erano raccolti in
capannelli e discutevano animatamente di quali potessero esserne le
ragioni. L'ipotesi più gettonata era che il presidente McBride aveva
riconosciuto lo stato d'emergenza per l'isola di Montserrat e aveva deciso
di inviare degli aiuti. Una faccenda grossa.
Quelli più dotati di spirito d'osservazione avevano, però, notato il
picchetto di otto marine schierato di fronte al podio di legno scuro. E
quello suggeriva qualcosa di più di un semplice annuncio di aiuti a
Montserrat. Ma non suggeriva l'imminente comunicazione della notizia più
importante dell'anno.
Trascorse ancora qualche minuto, mentre l'agitazione continuava a
crescere. Era sempre così, a ogni pasto. I leoni iniziavano a perdere la
calma se il domatore era in ritardo. In realtà, non era il ritardo a essere
importante. Era la percezione del ritardo che il gruppo dei cronisti aveva a
essere importante.
Dove diavolo si trova?... Cristo, sta diventando tardi per l'edizione della
sera... Comunque, è un'ora stupida per convocare una conferenza
stampa... Chi diavolo se ne frega se ha deciso di mandare a Montserrat un
po' dei soldi dei contribuenti?
Alle 16.25, la sala brulicava di conversazioni che nemmeno l'improvvisa
comparsa di Lee Mitchell, il portavoce del neopresidente Bedford, riuscì a
interrompere. Ma, quando il nuovo arrivato raggiunse il podio, accese il
microfono e chiese l'attenzione dei presenti, quelli, seppure riluttanti, gliela
concessero.
Mitchell, un giovane alto, ex corrispondente politico dell'Atlanta
Constitution, arrivò subito al punto. «Sono qui per annunciare
formalmente che Charles McBride ha dato le dimissioni dall'ufficio di
presidente degli Stati Uniti meno di un'ora fa. Alle 15.53 minuti, come
espressamente richiesto dalla costituzione, il vicepresidente Paul Bedford
ha prestato giuramento come nuovo presidente.»
La sala conferenze esplose dello stridulo, disperato, quasi terrorizzato
rumore di cinquanta cronisti politici presi fra l'incudine del chiedere
maggiori dettagli e il martello di mettersi in contatto con le rispettive
redazioni.
Dimissioni! Cosa significa «dimissioni»? Quando?... Dove?...
Perché?... Come?... Dove si trova? È ancora alla Casa Bianca? Cosa lo
ha spinto a dimettersi?
Ci vollero due minuti buoni perché la confusione si placasse e ciò
avvenne solo perché era chiaro che Lee Mitchell non aveva la minima
intenzione di aggiungere anche una sola parola fino a quando non fosse
tornato a regnare il silenzio fra i leoni che era stato incaricato di nutrire.
«Grazie», disse cauto. «In questa conferenza stampa non saranno
ammesse domande. Ma posso dirvi che l'ex presidente McBride si trova a
Camp David sotto controllo medico. Sembra abbia sofferto di un collasso
nervoso e potrebbe non riprendersi del tutto per alcune settimane. La First
Lady è accanto a lui. Date le circostanze, ha compreso di non poter fare
altro che rassegnare le dimissioni.»
La furia apparentemente placata dei leoni si scatenò ancora una volta.
Senza curarsi del proclamato rifiuto di rispondere a qualsiasi domanda, i
cronisti si alzarono rumoreggiando: E' una questione d'importanza
nazionale... I cittadini hanno diritto di sapere... Cosa pensa che
racconterò ai miei lettori?... Che genere di collasso nervoso?... E da molto
tempo che è malato?... Siamo in America, non nella Russia degli zar...
Coraggio, Mitchell. Lei è pagato per dirci cosa diavolo sta succedendo al
presidente degli Stati Uniti...
I giornalisti hanno un certo potere e alcuni di loro anche un certo
cervello, ma nessuno era all'altezza di comprendere i retroscena del piano
architettato in modo magistrale da Morgan, Scannell e Bedford. A quel
punto si ebbe un cambio di scena. Mitchell si fece da parte per accogliere
formalmente il presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti,
poi, in rapida successione, il capo di stato maggiore della Marina, il
comandante supremo delle forze NATO e il comandante del Corpo dei
marine degli Stati Uniti, che si sistemarono nei posti loro assegnati da
Arnold Morgan, a destra e a sinistra del podio.
Il trambusto dei leoni si quietò, sostituito da un brusio più dignitoso.
Dagli altoparlanti giunse il suono familiare e inconfondibile della banda
dei marine che suonava Hail to the Chiefs, quadrata, robusta, infondendo
nel petto di tutti gli americani presenti nella sala un senso incontenibile di
patriottismo.
Le linee telefoniche della Casa Bianca avevano ripreso a funzionare e
l'edificio era tornato a essere collegato al mondo esterno. Le telecamere
ronzavano, i commentatori parlavano, i cronisti delle agenzie stampa
stavano inviando i loro servizi dal fondo della sala. Tutti gli altri, confinati
nelle rispettive poltrone dal protocollo e dalla tradizione, prendevano
appunti.
Ad alimentare ulteriormente la frenesia della stampa, entrò nella sala il
calvo e massiccio virginiano, Paul Bedford, percorrendo il breve tragitto
che lo separava dal podio a ritmo della banda.
Si rivolse ai cronisti affollati con la massima calma, con accanto i vertici
delle Forze Armate e davanti a sé il picchetto dei marine. Fissò la falange
di microfoni schierati di fronte a sé, poi disse con voce ferma: «Ho l'onore
di annunciarvi di essere diventato, un'ora fa, il quarantacinquesimo
presidente degli Stati Uniti d'America. Come penso vi sia stato detto, il
presidente McBride è stato costretto da problemi di salute a dare le
dimissioni con un preavviso minimo. Si è trattato di una decisione
spiacevole e inattesa, e tutti noi gli auguriamo una pronta e completa
guarigione.
«Però, nel frattempo, gli affari del governo devono continuare ed è mio
sgradito dovere informarvi che oggi ci troviamo di fronte a quella che è
forse la più grave minaccia che abbia mai gravato sul capo della nazione.
Non risponderò a nessuna domanda, ma cercherò di evidenziare le
proporzioni dell'attacco terroristico che temiamo possa accadere...»
«C'è qualche legame fra questo attacco e le dimissioni del presidente...?»
gridò qualcuno.
«Vuole essere tanto gentile da informare il mio segretario riguardo alla
sua lingua madre?» rispose il presidente. Aveva letto l'unica risposta che
Arnold Morgan gli aveva dato per sbarazzarsi delle domande indesiderate.
Le risate cessarono e Paul Bedford riprese, senza aver perso il colpo:
«Un mese e mezzo fa, abbiamo ricevuto un comunicato in cui
l'organizzazione terroristica Hamas si assumeva la responsabilità
dell'eruzione del monte St. Helens, nello Stato di Washington. Nostre
indagini successive hanno accertato che ciò era vero.
«Siamo stati in seguito informati che avevamo poche settimane di tempo
per evacuare completamente le nostre Forze Armate di stanza in Medio
Oriente e per convincere Israele a ritirarsi dai territori occupati della
Cisgiordania. L'amministrazione, è inutile dirlo, ha accolto queste richieste
con scetticismo, ma anche con prudenza, e ha posto in essere alcuni
movimenti di truppe e di unità navali.
«Abbiamo ricevuto un terzo comunicato e questo conteneva un nuovo,
minaccioso dettaglio: se non avessimo ottemperato alle richieste, un
vulcano delle isole Canarie sarebbe andato incontro allo stesso destino del
monte St. Helens».
Un silenzio di morte era sceso sulla sala conferenze, mentre i giornalisti
attendevano ansiosi che il presidente Bedford riprendesse la parola.
Bedford fece una breve pausa. Avrebbe ardentemente desiderato che ci
fossero Winston Churchill o Arnold Morgan alle sue spalle, a passargli le
minute di quel discorso. Ma al diavolo i fogli e le facciate. Riprese a
parlare, affrontando in breve gli aspetti scientifici del problema.
«Il presidente McBride era scettico. Era leggermente preoccupato; i
vertici militari, invece, erano molto preoccupati. È stato a questo punto che
è giunto il comunicato finale, che diceva: 1) alle 24.00 di lunedì 28 vi
faremo vedere cosa siamo in grado di fare e, 2), colpiremo il vulcano nelle
Canarie attorno al 9 ottobre.»
«Avete consultato degli scienziati americani riguardo alla realizzazione
di questo piano?»
«Naturalmente no», rispose il presidente, sorvolando per una volta la
regola del «nessuna domanda». «Non ci abbiamo proprio pensato.»
Il cronista dell'Associated Press fu così ridotto a mero zimbello. Per la
seconda volta, il presidente non aveva perso il colpo.
«E così, signore e signori, adesso ci troviamo di fronte a due obiettivi da
perseguire. Il primo è scovare e affondare il sottomarino che siamo certi
abbia lanciato i suoi missili da crociera contro il monte St. Helens e contro
Montserrat. Il secondo è iniziare a evacuare la costa orientale. Per motivi
prudenziali, in caso si dimostri impossibile conseguire il primo obiettivo.»
«E i sonar?» gridò un giornalista, apparentemente dotato di una certa
conoscenza dei reconditi misteri della guerra navale. «Non possiamo usare
i sonar per individuarlo?»
«In tutta franchezza preferiremmo usare delfini addestrati apposta, ma
non ne abbiamo abbastanza», ribatté il presidente. «Vi ho chiesto di non
interrompermi, soprattutto se è solo per gettare ancora un po' di luce su
quanto è già ovvio.» Quella uscita, tagliente e sardonica, spinse la stampa
a essere un po' più cauta con il nuovo presidente di quanto inizialmente
non si aspettasse di dover essere. «In ogni caso», proseguì Paul Bedford,
«questa manovra difensiva sarà affidata al cento per cento alle Forze
Armate. Per questo ho nominato l'ex consigliere per la sicurezza nazionale,
ammiraglio Arnold Morgan, alla guida sia della missione di ricerca e
affondamento del sottomarino, sia del programma d'evacuazione.
L'ammiraglio Morgan gode del pieno sostegno dei vertici delle Forze
Armate degli Stati Uniti, che si trovano qui alle mie spalle.
«Per adesso, signori, questo è tutto ciò che ho da dirvi. Spero che vorrete
spingere i vostri lettori e i vostri spettatori a fornire, in questo momento di
grande difficoltà, la loro piena collaborazione. C'è tempo perché tutti
possano essere evacuati ma è necessario rimanere calmi e muoversi in
maniera organizzata. Naturalmente, sarete tenuti informati giorno per
giorno dell'andamento delle operazioni nelle diverse città. Consigliamo a
tutti di spostarsi a ovest, verso le colline e di sistemarsi lì con gli amici e i
parenti. Se l'onda anomala, lo tsunami, si abbatterà sulla costa orientale,
non ci saranno superstiti. Tutti quanti devono lasciare la costa, sotto la
guida dell'Esercito... Grazie.»
Il presidente Bedford si voltò e lasciò la sala, accompagnato dai generali
Clark e Boyce. L'ammiraglio Dickson rimase con il presidente del
comitato dei capi di stato maggiore riuniti, che aveva raggiunto il podio.
«Per chi non lo sapesse, sono il generale Tim Scannell e sono qui per
fornire il mio sostegno alle parole del presidente. Sarò lieto di rispondere a
cinque o sei domande riguardanti l'aspetto militare della questione che ci
troviamo ad affrontare, quindi siate pertinenti, dato che siamo molto
occupati, come potete ben immaginare.»
«Signore, ci sarà un ricambio generale nelle posizioni chiave della Casa
Bianca, segretario di Stato, eccetera?»
«Questa non è questione che riguardi aspetti militari, ma mi sembra di
aver capito che il presidente Bedford conta di nominare domani un nuovo
segretario alla Difesa.»
«Può descriverci la scala delle operazioni di ricerca che avranno luogo
nell'Atlantico?»
«Non del tutto. Ma posso dirle che abbiamo ritenuto che una ricerca a
tappeto su un'area di un migliaio di miglia al largo delle Canarie abbia
poche possibilità di successo. L'ammiraglio Dickson, qui presente, ritiene
che un sottomarino nucleare ben condotto possa riuscire a sfuggire per un
periodo indefinito anche a un centinaio di unità americane che gli diano la
caccia.»
«Come fate a sapere che si tratta di un sottomarino nucleare?»
«È una nostra valutazione della situazione.»
«Se è così, come hanno fatto i terroristi a impadronirsene?»
«Non posso darle una risposta in proposito. Ma posso dirle che, se non
fosse stato un sottomarino nucleare, a quest'ora lo avremmo già trovato o
che lo cattureremmo certamente entro i prossimi dieci giorni.»
«Non è possibile individuarlo attraverso i sonar? Abbiamo sempre
sentito parlare del grado di sviluppo tecnologico della Marina degli Stati
Uniti.»
«Un moderno sottomarino nucleare che viaggi a una velocità inferiore a
8 nodi è pressoché invisibile. Se poi viaggia in profondità, sotto i
centosettanta metri, è assolutamente invisibile... Se qualcuno ha altre
domande da fare riguardo al sottomarino, l'ammiraglio Dickson sarà lieto
di rispondere.»
«Signore, come si può sviluppare uno tsunami in seguito all'eruzione di
un vulcano?»
«Siamo di fronte a una parete rocciosa con un volume di circa cinquanta
chilometri cubi, che si schianta nell'oceano che in quel punto ha un'altezza
di qualche centinaio di metri. Toccherà il fondale, diciamo, a circa
settecento metri di profondità, dopo di che le onde cominceranno a rotolare
in direzione ovest a una velocità di oltre ottocento chilometri orari, come i
cerchi in uno stagno quando vi si lancia dentro una grossa pietra.»
«E quanto tempo sarà necessario alla prima onda per raggiungere New
York?»
«Secondo gli scienziati, voglio dire tutti gli scienziati, ciò accadrà circa
nove ore dopo l'impatto.»
«I terroristi possono essere fermati?»
«Forse.»
«Può illustrarci il piano per individuare e distruggere il sottomarino?»
«No.»
«Ciò significa che non esiste ancora un piano?»
«No, esiste. Ma illustrarlo a voi significa illustrarlo all'equipaggio del
sottomarino e a chi lo guida.»
«Può fornirci i dettagli del piano di evacuazione?»
«Assolutamente. Fra breve informeremo il pubblico delle misure di
evacuazione e delle loro modalità d'attuazione. Grazie per il vostro tempo.
Le domande sono finite.»
Il generale Scannell e l'ammiraglio Dickson lasciarono il podio e
tornarono allo Studio Ovale, lasciando il Fourth Estate per tornare a
dedicarsi a una delle principali imprese politiche e militari del mondo
moderno.
Erano accompagnati da una scorta di quattro marine e lungo la strada
s'imbatterono in Henry Wolfson, addetto stampa di Charles McBride e uno
dei molti funzionari che sarebbero rimasti al loro posto anche con la nuova
amministrazione.
Wolfson strinse la mano ai due ufficiali e si presentò. «Immagino che le
nostre strade, prima, non si siano mai incrociate», disse. «Ma ho
l'impressione che, da questo momento, le cose siano destinate a cambiare.»
«Giusto, Henry», disse il generale Scannell. «Contiamo su di te per
cercare di tenere la situazione sotto controllo. L'obiettivo è prevenire
un'esplosione di panico generalizzato senza con ciò nascondere la serietà
della situazione. Di questo parleremo dopo più approfonditamente, ma una
cosa è certa: Hamas ha lanciato una bordata di missili da crociera contro il
monte St. Helens ad agosto e contro Montserrat l'altra sera.
«Per far esplodere il vulcano delle Canarie sarà necessario qualcosa di
più, ma una testata nucleare montata su un missile da crociera a media
gittata dovrebbe probabilmente bastare. Quei bastardi lanciano da un
sottomarino in immersione e ciò li rende molto difficili da individuare. Stai
andando a parlare con il presidente?»
«Signorsì. E con l'ammiraglio Morgan. E questo mi terrorizza.»
«Non ti preoccupare, quando morde è peggio di quando abbaia. Anche a
noi parlargli terrorizza ogni volta, ma sono contento che ci sia anche lui
sulla barca.»
«Mi sembra che sia l'opinione generale, signore», disse Henry Wolfson.
«Pare che riesca a dare a tutti quanti un po' più di fiducia.»
«Si suppone che i militari non facciano politica», disse il presidente del
comitato dei capi di stato maggiore riuniti, «ma per noi le cose sono
sempre un po' più facili quando c'è un repubblicano al timone.»
Raggiunsero lo Studio Ovale. I generali Boyce e Clark stavano per
partire e il generale Scannell si unì a loro per il viaggio di ritorno verso il
Pentagono. Nel frattempo, Arnold Morgan aveva trasformato il più sacro
dei centri di potere del mondo occidentale in una sala tattica. Adesso, nel
centro della stanza, c'era un tavolo coperto di mappe dell'Atlantico.
L'ammiraglio aveva ordinato che fosse portato lì dall'ufficio del consigliere
per la sicurezza nazionale. Aveva un piano in teak scuro e lucido e si
trovava in quell'ufficio fin dai giorni in cui era occupato dallo stesso
ammiraglio Morgan.
Cyrus Romney, il professore di arti liberali di Berkeley, aveva reagito
con una certa irritazione alla comparsa dei facchini della Casa Bianca e
aveva chiesto di sapere dove stessero portando il mobile.
«Nello Studio Ovale. Ordine dell'ammiraglio Morgan», era stata la
risposta.
Romney, che aveva captato le voci che giravano per gli uffici, aveva
saggiamente deciso di non approfondire la questione, consapevole del fatto
che, entro le due ore successive, anche lui, come il tavolo, avrebbe dovuto
lasciare l'ufficio, su due piedi e con la stessa rapidità.
Nei trenta minuti seguenti, il tavolo aveva visto ruotare attorno a sé
molta più attività di quanta non ne avesse vista nel corso di molti mesi. Sul
suo piano erano state stese mappe dell'Atlantico occidentale, degli
approcci all'arcipelago delle Leeward e dell'Atlantico centrale, nella zona
della dorsale Medio-Atlantica.
C'erano, inoltre, mappe degli approcci occidentali alle Canarie e tre
mappe dello stesso arcipelago, di cui una che mostrava tutt'e cinque le
isole, da Gran Canaria a El Hierro, incluse Tenerife, Gomera e La Palma.
Un'ultima mappa, infine, mostrava le altre due grandi isole di Lanzarote e
Fuerteventura, molto più a est, la seconda solo sessanta miglia al largo
della costa nordoccidentale del Marocco.
L'intero arcipelago si estendeva, da est a ovest, per duecentocinquanta
miglia, ma Arnold Morgan aveva segnato un solo punto su tutta quella
grande distesa: un piccolo cerchio a 28° 37' N, 17° 50' O, il cratere
principale della grande linea di frattura del Cumbre Vieja.
In quel momento, l'ammiraglio stava in piedi accanto al presidente
Bedford, studiando la profondità del fondale attorno all'isola di La Palma,
circa tremila metri cinquanta miglia a est, mille-settecento metri su tutta la
linea dei mille metri, sessanta metri più sottocosta e circa trenta metri, a
scendere rapidamente a ovest, proprio sotto la scogliera. Quasi su quella
maledetta spiaggia.
Alzò la testa e vide l'ammiraglio Dickson che gli si avvicinava; il
presidente si era allontanato verso il fondo della stanza per parlare con
Henry Welfson. Era già chiaro che lo Studio Ovale stava per trasformarsi
nella sala tattica dell'ammiraglio Morgan, e che un battaglione di dieci o
dodici addetti alle pulizie sarebbe dovuto entrare in azione due volte al
giorno per mantenere anche solo una parvenza di ordine.
La segretaria dell'ex presidente, Betty-Ann Jones, la stessa signorina che
aveva suggerito di silurare Arnold Morgan non appena fossero stati noti i
risultati delle elezioni, stava sgombrando la scrivania e si stava preparando
a partire per la sua casa in Alabama. Aveva deciso di restare non più di due
ore al suo posto di potere fuori dallo Studio Ovale, dato che già iniziavano
a circolare voci che la signora Arnold Morgan stesse per arrivare alla Casa
Bianca, essenzialmente per prendersi carico della vita del marito mentre
questi cercava di combattere la minaccia di Hamas.
Ma Betty-Ann non avrebbe dovuto preoccuparsi. Arnold Morgan
trattava tutti allo stesso modo: presidenti, ammiragli, generali,
ambasciatori, imperatori e camerieri. Generalmente con impazienza,
talvolta con irritazione, ma di rado con malizia. Non avrebbe rivangato il
modo in cui era stato sollevato dal suo ufficio; solo il fatto che il Paese da
lui amato era stato abbandonato nelle mani di persone che lui giudicava
non all'altezza dei compiti che erano chiamate ad affrontare. Era quella la
cosa che quasi gli spezzava il cuore. Telefonate di segretarie non
rientravano nell'equazione. Ma voleva avere la sua abile moglie a portata
di mano in quel difficile momento.
«Dove diavolo è Kathy?» ruggì all'ammiraglio Doran.
«Chi è Kathy?» domandò a sua volta il comandante in capo della Flotta
dell'Atlantico.
Arnold alzò la testa dalle mappe e sospirò. «Kathy? Oh, mi scusi, Frank,
stavo parlando fra me e me... Una frase piuttosto comune, per quanto mi
riguarda... Probabilmente la incideranno sulla mia tomba... Dove diavolo è
Kathy?»
«E' la signora Morgan?»
«Sì. La miglior segretaria che abbia mai avuto e la donna più bella che
mi abbia mai rivolto la parola. La migliore delle mie tre mogli. E di
molto.»
Frank Doran sogghignò. «La sta aspettando, signore?»
«Esatto. Le ho detto che doveva tornare al lavoro e di raggiungermi qui
nell'Ala Ovest. Volando.»
«Ha detto che sarebbe venuta?»
«In realtà, ha detto che voleva pensarci un po' su, prima di rimettersi a
lavorare per l'uomo più sgarbato che avesse mai incontrato. Ma di non
stare con il fiato sospeso.»
Questa volta, l'ammiraglio Doran rise apertamente e si azzardò a
osservare che sarebbe stato meglio trattenersi dall'impulso di parlare di
moglie e figli come se si fosse trattato di bassa forza.
Arnold stava per rispondergli quando Kathy Morgan entrò a lunghi passi
nell'ufficio, bella e splendente come al solito.
Senza nemmeno alzare la testa, Arnold ordinò secco: «Alla buon'ora!
Caffè! Poi chiama l'ambasciatore iraniano e digli che è un bastardo
mentitore figlio di puttana».
L'ammiraglio Doran era allibito. Dickson, che aveva avuto già modo di
assistere a scene simili, si limitò a scuotere la testa. Arnold si staccò dal
tavolo e abbracciò la moglie davanti agli occhi di tutti i presenti.
Per tutti gli anni che gli aveva fatto da segretaria, Kathy era sempre
rimasta stupita dagli ordini che lui le aveva dato... Chiama il capo di
questo, il capo di quello, ambasciatori e diplomatici, e di' loro le cose più
tremende. Per Arnold Morgan, chiedere a uno dei più importanti
ammiragli russi di dare rapidamente una risposta suonava: «Di' a Nikolaj
Comesichiama di muovere il culo...»
L'improvviso ordine riguardo all'ambasciatore iraniano era, per Kathy,
un semplice «Bentornata». D'altra parte, lei aveva accettato la richiesta di
Arnold solo in base alla sua promessa che l'impegno non sarebbe durato
più di due settimane.
Arnold le presentò Frank Doran, poi le ordinò di dire alla signora là
fuori, Betty Qualchecosa, che sarebbe stata la benvenuta se avesse voluto
lavorare come sua assistente, nel piccolo ufficio, per un paio di settimane.
Se non avesse accettato, si togliesse dai piedi immediatamente e si trovasse
un sostituto.
La ex Kathy O'Brien conosceva come tutti il modo in cui andavano le
cose alla Casa Bianca, ma a quelle parole sbarrò gli occhi. «Caro, ma io
non posso arrivare qui e cominciare a silurare la gente.»
«D'accordo», concesse Arnold tornando alle mappe dell'Atlantico
orientale. «Lo farà Frank.»
«Ma io non posso silurare la segretaria del presidente McBride!»
protestò l'ammiraglio Doran.
«Va bene, va bene», si arrese Arnold. «Lo farò io.» E senza dire altro
uscì e spiegò a Betty-Ann che la segretaria che aveva lavorato con lui per
molti anni era arrivata alla Casa Bianca e che avrebbe preso il suo posto.
Adesso, Betty-Ann doveva sgombrare, ma sarebbe stata più che benvenuta
se avesse voluto essere l'assistente della nuova arrivata, nel piccolo ufficio,
fino a quando se la sentiva ed era in grado di farlo.
L'ammiraglio Morgan non perse altro tempo in chiacchiere. Avendo
definito la linea di comando, tornò nello Studio Ovale, lasciando che le
faccende della segreteria si sbrigassero da sé.
Si sedette a capo del suo nuovo tavolo e suggerì agli ammiragli Dickson
e Doran di prendere posto accanto a lui, in modo da poter guardare tutti
quanti la mappa. «Sarà meglio far portare caffè e biscotti», disse a Kathy.
«Nessuno di noi ha mangiato. E procuraci un paio di compassi, una
bussola, delle righe, delle calcolatrici, qualche blocco per gli appunti e
delle matite.»
«Cosa ne pensi anche di un sestante e di un cannocchiale, visto che
sembra tu stia per rimetterti in mare?» La signora Morgan non aveva perso
un grammo del suo spirito.
In quel momento, il presidente rientrò nello studio e Arnold lo presentò
alla moglie. «Lei è molto telegenico, signore», disse lei. «Bello anche il
modo in cui ha messo quei cronisti in riga.»
«Detto dalla moglie dell'ammiraglio Morgan questo è un grande
complimento», replicò lui, sorridendo. «Lei non è certo meno severa di
lui... Anche se molto più piacevole d'aspetto.»
Arnold invitò Paul Bedford ad accomodarsi insieme con loro. «Stavo
cominciando a illustrare la nostra prima mossa per intrappolare quel
sottomarino», spiegò. «Affronteremo domani la questione
dell'evacuazione. Per cominciare, voglio qualche unità pesante nella zona
in cui pensiamo che quel bastardo sia diretto.
È possibile che, per pura fortuna, si finisca con lo sbatterci contro e io
non mi voglio precludere subito questa possibilità.»
«Quante unità, ammiraglio?»
«Penso che per il momento sia meglio mandare solo una dozzina di
fregate. Possiamo utilizzare le unità lanciamissili classe Oliver Hazard
Perry. In seguito, potremo spostare in zona anche una portaerei,
ovviamente con il ponte zeppo di elicotteri.
«Credo che l'ammiraglio Dickson sia d'accordo con me nel ritenere
molto più facile individuare quel bastardo dal cielo piuttosto che in
immersione, con i sottomarini. Sapete tutti che è molto difficile dare la
caccia a un sottomarino con altri sottomarini. In questi casi, di solito, i
cacciatori finiscono, per sbaglio, con il lanciare i loro siluri gli uni contro
gli altri.»
«Abbiamo già in zona il gruppo da battaglia di qualche portaerei?»
«Sì. Quello della Ronald Reagan si trova nel Mediterraneo orientale a
tre giorni di navigazione circa. Le fregate, invece, possono arrivare in zona
in sei giorni. Cinque di loro si trovano già a metà strada, le altre sono
pronte a lasciare Norfolk stanotte, fra cinque ore.»
«L'ex presidente lo sapeva?»
«Assolutamente no. Se avessimo dato ascolto a lui, non saremmo certo
stati così pronti.»
«Solo un punto, Arnold. I messaggi dei terroristi non hanno mai
menzionato il Cumbre Vieja, o sbaglio? Siamo certi che sia il vulcano
giusto?»
«Per esserlo, bisognerebbe essere i maghi della vulcanologia», lo schernì
in modo bonario Arnold. «Scherzi a parte, Hamas ha parlato di Atlantico
orientale e, in questo caso, parlare di onda anomala significa
automaticamente parlare di Canarie. Per l'altezza delle loro montagne e la
profondità dell'oceano circostante. Uno tsunami non si potrebbe sviluppare
in nessun altro punto dell'Atlantico. Delineando un simile scenario a un
vulcanologo, prima ancora di aver finito di parlare, questo dice: Cumbre
Vieja, Canarie. È già successo, in passato, e un giorno o l'altro succederà
ancora.
«E non è nemmeno per l'altezza delle montagne o la profondità
dell'oceano. E per l'enorme volume delle acque sotterranee, dei laghi che
esistono sotto l'area vulcanica di quelle isole. Sono queste acque che
faranno precipitare in mare le rocce delle scogliere... se quei bastardi
riusciranno a colpire il Cumbre Vieja con un missile a testata nucleare.
«E, signor presidente, noi siamo in possesso di chiare immagini che
mostrano il comandante in capo di Hamas sul Cumbre Vieja, quest'anno,
insieme con un noto vulcanologo iraniano, intento a studiare il terreno.
Hamas ha anche rapito, interrogato e poi assassinato la massima autorità
mondiale nel campo della vulcanologia, a Londra, nel maggio dell'anno
scorso.»
Il presidente Bedford annuì. «Immagino si tratti di un fatto decisivo.»
Arnold spiegò la grande mappa dell'Atlantico e iniziò a ricapitolare i
termini del problema. «Prendendo un punto a quattrocento miglia dall'isola
di Montserrat... ipotizziamo che il sottomarino si trovasse lì alle 24.00
circa... Ventiquattr'ore dopo si sarebbe trovato circa in questa zona,
ipotizzando che abbia attraversato quest'area non presidiata a una velocità
fra 12 e 15 nodi... Quindi, stanotte dovrebbe trovarsi circa in questa
posizione e domani notte circa in questa... Nella zona coperta dalla rete
SOSUS deve muoversi molto lentamente, a circa 6 nodi, in tutta
quest'area... Ciò significa appena centocinquanta miglia al giorno... Non
potrà raggiungere la zona di lancio prima del 9 ottobre... In perfetto orario,
figlio di puttana...»
«La domanda è, signore», intervenne l'ammiraglio Dickson, «si spingerà
mai tanto avanti? Non è anche possibile che si fermi molto prima e lanci i
missili, diciamo, da mille miglia di distanza?»
«Non dobbiamo permettergli di farlo, Alan», rispose Arnold Morgan.
«Non dobbiamo permetterglielo.»
«Difficile immaginare come.»
«Difficile ma non impossibile. Punto uno: qual è il sistema di guida dei
missili?»
«Si appoggiano al sistema GPS, il sistema globale di navigazione»,
rispose l'ammiraglio Dickson. «Loro ci si agganciano e un satellite fa il
resto. Inserisci le coordinate, lanci e te ne dimentichi.»
«Punto due, Alan: chi controlla il sistema GPS?»
«Essenzialmente noi. Ci sono ventisette satelliti, che percorrono
un'orbita completa ogni dodici ore. Sono tutti satelliti militari americani,
messi a disposizione di tutti quanti. Guidano tutto e tutti, amici e nemici.»
«Esatto. Quindi, ecco il punto tre: come possiamo impedire a quei
bastardi di agganciare i loro missili ai nostri satelliti in modo che li guidino
verso il cratere del vulcano?»
«Be', immagino che potremmo disattivarli tutti, in modo che nessuno
possa accedervi.»
«Giusto, Alan. E questo li costringerà a fare esattamente quello che
voglio io: spingersi sottocosta. Perché, quando si porteranno in superficie
per controllare il GPS, sullo schermo apparirà la scritta Satellite
attualmente non operativo. E allora non avranno altra scelta. Dovranno
lanciare a vista, e per fare questo dovranno portarsi a venticinque miglia
circa da La Palma. È da lì che saranno costretti a lanciare calcolando a
vista traiettoria e distanza.
«Ed è lì che noi avremo la nostra possibilità. Perché avremo in zona le
fregate e gli elicotteri. Quando si porterà in superficie per fare il punto
avremo la prima occasione d'individuarlo. E, anche se riuscirà a lanciare i
missili, avremo due minuti e mezzo di tempo di volo per individuarli e
abbatterli con i missili di bordo delle nostre navi. Se non dovessimo
riuscirci con quelli, dovremo fare affidamento su missili terra-aria,
probabilmente Patriot posizionati come un anello d'acciaio attorno al
vulcano... Dobbiamo abbatterli prima che colpiscano il loro bersaglio.»
«Bisognerà trovare un bel po' di gente coraggiosa per presidiare tutte
quelle batterie in cima al vulcano», osservò il presidente.
«Ma noi abbiamo un bel po' di gente coraggiosa», replicò asciutto
Arnold Morgan.
«La testata nucleare non detonerà se colpita in volo da un Patriot?»
chiese il presidente.
«Probabilmente no, signore», rispose Arnold. «Quegli affari non
esplodono per l'impatto. Bisogna farli esplodere con una procedura dalla
precisione cronometrica, scagliando due blocchi di uranio 235
direttamente l'uno contro l'altro con dell'esplosivo ad alto potenziale, con
una forza incredibile, e calcolando i tempi al centesimo di secondo.
Qualche decina di chili di tritolo studiata per sbriciolare un missile al
momento dell'impatto non è capace di garantire una simile precisione. Ma
è sicuramente capace di far fuori quei maledetti affari e farli finire in
mare.»
«Come sono le nostre probabilità di successo?»
«Una volta disattivato il sistema GPS, molto buone.»
«Stavo per arrivarci», disse il presidente Bedford. «Immagino non sia
sufficiente girare un interruttore e lasciare che le cose vadano come
vadano, o sbaglio? Voglio dire, e tutti quelli che ci si appoggiano per la
navigazione... Cristo, tutto il mondo si riempirà di navi arenate, o no?»
«Se disattivassimo il sistema GPS, signore», rispose Arnold, «sono
pronto a scommettere che, tempo cinque ore circa, ci troveremmo con un
paio di dozzine di superpetroliere arenate da una parte o dall'altra. Le altre
si troverebbero a girare in larghi cerchi, guidate dalle tecnologie più
vecchie o dalla loro mancanza.»
«Su questo punto hai ragione», convenne l'ammiraglio Dickson. «La
maggior parte degli ufficiali di rotta delle navi mercantili non è nemmeno
in grado di uscire dal porto senza l'ausilio del sistema GPS. La maggior
parte di loro è diventata grande insieme con questo sistema. I nostri
satelliti erano attivi già all'inizio degli anni 70. L'ufficiale di rotta medio di
una grossa nave da carico o di una petroliera non conosce altro. E, in giro
per gli oceani, ci sono più o meno quattromila proprietari di yacht che
dipendono completamente dal sistema GPS per riuscire a trovare la strada
di casa.»
«Chi è responsabile del funzionamento del sistema GPS?» chiese il
presidente.
«La seconda squadra operativa spaziale, 15° reparto spaziale, base aerea
di Falcon, Colorado», rispose Arnold. «Il nome completo del sistema è
Navstar GPS. Si tratta di una costellazione di satelliti in orbita attorno alla
terra, di un sistema di posizionamento radio basato su questi e di un
sistema di rilevazione dei tempi e degli spostamenti. Fornisce dati
incredibilmente accurati su posizione, velocità e tempo. In linguaggio
commerciale, dati PVT.
«Nel corso degli anni, è diventato una griglia di riferimento mondiale,
facilmente convertibile in riferimento locale, passiva, operante in tutte le
condizioni atmosferiche; fornisce informazioni continue e in tempo reale
ed è in grado di sopravvivere in un ambiente ostile. Fornisce servizi di
navigazione ventiquattro ore al giorno. Ed è completamente americana,
controllata in tutto e per tutto dal Colorado. Anche i satelliti sono lanciati
da noi, a bordo di vettori espandibili Delta II, da Cape Canaveral, in
Florida.»
«E possiamo anche disabilitare il sistema?»
«Possiamo fare qualsiasi accidente di cosa ci vada di fare», rispose
Arnold. «Ma dobbiamo dare alla comunità internazionale ampio preavviso,
altrimenti le conseguenze potrebbero essere terribili.»
«Mi fa impazzire l'idea di aver messo una simile infrastruttura militare a
disposizione di tutti», disse il presidente. «Dato soprattutto che quella
dannata cosa è tanto precisa.»
«Se fosse stato per i militari, questo non sarebbe mai successo. Ma il
vice di Clinton, il grande benefattore universale, ha insistito.
Naturalmente, i militari erano furiosi, ma il suo capo non se n'è curato e
così, oggi, ci troviamo con una manica di musulmani degradati in
condizione di lanciare con la massima precisione missili dove più aggrada
loro.»
Nonostante una certa fedeltà di bandiera verso l'ex collega democratico,
anche Paul Bedford rise davanti a quel vecchio tormentone tipico
dell'ammiraglio.
«Quindi, Arnold, quando potremo disattivarlo?»
«Be', se il sottomarino fila seicento miglia al giorno, e conta di lanciare
subito e poi allontanarsi immediatamente, direi che, per le 24.00 del 7
ottobre, dovrebbe trovarsi a circa duecento miglia dalla zona di lancio. È
probabile che controllerà la sua posizione nelle prime ore della mattina
dell'8, poi riprenderà ad avvicinarsi alla sua area operativa. Penso che la
cosa migliore da fare sia disattivare il sistema GPS alle 24.00 di mercoledì
7 ottobre e mantenerlo inattivo fino a quando o noi non avremo distrutto il
sottomarino o lui non avrà lanciato i suoi missili.»
«Quindi quarantotto ore di blackout del sistema», concluse Paul
Bedford.
«Corretto», convenne Arnold Morgan. «Ma almeno la gente avrà otto
giorni per imparare a usare un sestante, guardare le stelle, studiare la
posizione del sole e calcolare l'ora rispetto al meridiano di Greenwich. Le
farà bene. Impareranno a fare i marinai sul serio.»
«Nessuna alternativa?» replicò il presidente.
«Nessuna che riesca a immaginare. Dobbiamo disattivare la rete GPS.
Renderli ciechi. Spingerli sottocosta. Costringerli a salire a quota
periscopica.»
«Da che parte dell'isola?» chiese il presidente Bedford sbirciando una
mappa.
«Arriverà da est, o sbaglio, Alan? Frank?»
«Su questo non ci sono molti dubbi», disse l'ammiraglio Doran.
«Almeno, questo è ciò che farei io. Primo perché non vorrei trovarmi sulla
rotta dello tsunami, cosa che succederebbe se mi trovassi a ovest del punto
d'impatto dopo la frana della scogliera. Secondo, perché da ovest sarebbe
più facile imbucarmi...» Con una matita, Frank indicò una zona sulla
mappa a nord-ovest dell'isola di Gomera. «Esattamente qui. Ci sono
trecento metri di profondità e la terra alle spalle. La ricerca sonar non
riesce mai bene quando è indirizzata verso terra. Ed è qui che cercherei di
sfuggire alla caccia di altri sottomarini.
«Prima di tutto, cercherei di rendergli la vita difficile viaggiando
lentamente e in profondità. Poi passerei di qua; la mappa indica una
profondità di oltre duemila metri; sempre lentamente. Risalirei a quota
periscopica, farei il punto sull'isola usando come riferimento uno di questi
picchi montuosi, calcolerei traiettoria e distanza, poi m'immergerei di
nuovo. Qui, a venticinque miglia dalla costa, farei di nuovo il punto e poi
lancerei. Due missili. In successione rapida. Poi andrei a cercarmi un bel
nascondiglio, probabilmente dietro Gomera o anche Tenerife. Lontano
dallo tsunami.»
«Gesù», esclamò Paul Bedford. «Sono lieto che lei sia dalla nostra
parte.»
«Il solo problema, signor presidente», disse l'ammiraglio Morgan, «è che
tutto questo splendido piano ha un piccolissimo difetto.»
«Me lo illustri.»
«Oltre alla rete GPS, esiste anche un piccolo sistema di posizionamento
satellitare, che noi non controlliamo. È la rete GPS europea, il progetto
Galileo, che in confronto al nostro è ancora un nanerottolo. Ma esiste e
funziona. E permette a tutti di avvalersi del suo sistema di navigazione.
Immagino che i nostri nemici di Hamas sappiano della sua esistenza. E
sanno pure che noi tenteremo tutti i trucchi per fottere i loro piani. Quindi
dobbiamo tenere presente il problema. Può darsi che tentino di effettuare
l'avvicinamento a La Palma basandosi solo sulla rete europea.»
«Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per accecare il nemico»,
ribatté il presidente.
«Il che significa, signore, che mi tocca affidarle un incarico piuttosto
sgradevole... Il satellite centrale che dobbiamo ridurre al silenzio si chiama
Helios. È francese, e bisogna che qualcuno se ne occupi. E ha ben idea di
quanto i francesi sapranno dimostrarsi cooperativi dopo aver ricevuto una
telefonata da Washington che gli chiede di spegnere la loro rete GPS...
«Sacré bleu e tutte quelle stronzate galliche», aggiunse Arnold. «E c'è
un'altra seccatura che rischia di essere ancor più significativa. Quando gli
europei hanno iniziato a lavorare al progetto Galileo, sei anni fa, hanno
coinvolto la Cina per una quota del 10 per cento. Quattrocento milioni di
dollari. E, non contenti di aver dato vita al sistema di navigazione
satellitare globale euro-cinese, hanno anche concordato che il centro di
cooperazione e addestramento tecnico avesse sede a Beijing. E la Cina è il
nostro rivale geostrategico del futuro.»
«La Cina. Sempre la maledetta Cina», imprecò il presidente. «E lei sta
cercando di dire che io mi devo districare in questo ginepraio? Perché sa
benissimo che i francesi mi diranno subito che devono chiedere a
Beijing...»
«Be', potremmo anche chiedere alla stazione di controllo principale della
base aerea di Falcon di inviare per prima cosa una richiesta a Parigi»,
suggerì Arnold. «Poi, potremmo cercare di fare loro un po' di paura
dicendogli che lo tsunami allagherà anche la costa della Bretagna, cosa
che, peraltro, è vera. Infine, potremmo attivare un canale diretto fra lei e il
presidente francese.» Arnold Morgan fece una pausa a effetto. «E se
nessuna di queste strade funziona, signor presidente, saremo costretti, su
richiesta della nazione, sia moralmente sia eticamente, in base alla legge
umana e a quella di Dio Onnipotente, ad abbattere quel satellite e fare
piazza pulita nella stratosfera.»

10
Nel frattempo, l'evacuazione della costa orientale aveva avuto inizio.
La Federai Emergency Agency (FEMA) aveva suddiviso quel titanico
sforzo in cinque aree d'azione: popolazione; Stato e governo federale;
cultura e patrimonio; commercio e industria; e servizi pubblici e
d'emergenza.
Il presidente Bedford aveva annunciato lo stato d'emergenza nazionale e
autorizzato la FEMA a supervisionare le operazioni d'evacuazione. Il
presidente aveva, inoltre, ceduto ai governi degli Stati costieri il potere di
mobilitare le unità della guardia nazionale di stanza nelle aree minacciate.
Una parte importante dei compiti di quelle unità era pattugliare le aree
urbane e «mantenere il controllo del territorio».
Era chiaro infatti che, non appena la popolazione si fosse resa conto
della gravità della situazione, il panico diffuso sarebbe stato inevitabile, un
panico da cui l'elemento criminale sarebbe stato rapido a trarre vantaggio.
Il presidente aveva sottolineato esplicitamente come, in caso di razzie, in
particolare a danno di proprietà federali, la guardia nazionale dovesse
avere pieno potere di aprire il fuoco.
Fin dalle prime ore della giornata era stato, così, avviato il processo di
valutazione strategica della situazione e del pericolo complessivo che
gravava sul Paese; erano stati elaborati i piani d'azione da adottare in
situazioni contingenti e alcuni battaglioni dell'Esercito si erano avviati
rombando sulle autostrade diretti verso Washington e le tre città di Boston,
New York e Philadelphia.
Il nuovo discorso del presidente, al momento in fase di febbrile
elaborazione da parte di Henry Wolfson, avrebbe messo in guardia il Paese
contro gli effetti di un muro d'acqua alto cinquanta metri che si fosse
abbattuto sulla costa e avesse invaso le strade delle città. Morte e
distruzione, recitava il testo, sarebbero state simili a quelle provocate dalla
terribile esplosione del vulcano Krakatoa nel 1883. La marcia dell'acqua
sarebbe stata inarrestabile e devastante e avrebbe significato morte certa
per tutti quelli che si fossero trovati sulla sua strada.
Il caos sarebbe stato generale, l'acqua avrebbe raso al suolo praticamente
tutto ciò che avesse incontrato. Dopo l'impatto iniziale, onde enormi
avrebbero continuato a lungo ad abbattersi sulla costa. Grandi estensioni di
territorio, forse anche per ventitré chilometri oltre le spiagge, sarebbero
state spazzate via, le reti per la distribuzione dell'energia danneggiate, le
comunicazioni messe a repentaglio e ci sarebbero stati diffusi allagamenti
dovuti all'acqua salata, fatali per infrastrutture e installazioni, come le
centrali elettriche e gli acquedotti. Henry Wolfson si stava davvero
impegnando, nel tentativo di terrorizzare anche se stesso.
Il nocciolo di quella prima relazione era che, di fronte a una simile
minaccia, tutti i cittadini avevano dei doveri nei confronti del loro Paese.
Ogni famiglia avrebbe dovuto cercare un posto dove trovare rifugio,
raggiungendo amici e parenti che abitavano sulle colline o nell'entroterra,
ma qualcuno sarebbe dovuto anche rimanere nelle città quanto possibile,
per aiutare gli addetti a imballare e trasportare tutti gli oggetti di valore,
specialmente quelli del governo federale, ma anche quelli delle imprese
commerciali. Era stato costituito un dipartimento ad hoc per tenere traccia
delle famiglie che avevano lasciato le loro abitazioni e del luogo ove si
erano trasferite in vista della catastrofe.
L'evacuazione delle aree più povere costituiva un problema se possibile
ancora maggiore, specialmente nel caso di quelle sottoposte al controllo
delle autorità di pubblica sicurezza. Molte persone non avevano mezzi di
trasporto, né un posto dove andare a stare. Le autorità locali avevano
ricevuto l'ordine di mettere a disposizione, in qualsiasi modo, sia gli uni sia
gli altri: autobus, treni e aree di raccolta, utilizzando scuole e centri sociali
localizzati oltre il limite dei trenta chilometri dalla costa. Erano inoltre
state contattate città grandi e piccole nelle contee vicine, a ovest e a nord-
ovest, nella zona in cui le Blue Ridge Mountains lasciavano il territorio
della Virginia per entrare in quello del Maryland.
L'effetto del discorso presidenziale delle 19.00 fu drammatico. La
popolazione della costa orientale, già colpita dalla notizia delle dimissioni
del presidente McBride, si trovò messa brutalmente di fronte alla
mostruosa eventualità del megatsunami, un'idea quasi oltraggiosa per
gente che sembrava incapace di comprendere il senso di una simile
intrusione nella tranquillità della sua vita: lo spettro della distruzione
dell'intera costa orientale degli Stati Uniti era inaccettabile e
inimmaginabile.
La gente sedeva come trasognata davanti agli schermi dei televisori,
mentre il presidente elencava le misure preliminari che tutti erano chiamati
a prendere per sopravvivere e salvare ciò che poteva essere salvato.
I primi segni di panico si ebbero appena dopo il termine del discorso. Il
centralino della Casa Bianca fu inondato da migliaia di chiamate. Le reti
televisive furono sommerse dalle telefonate del più gran numero di
spettatori che memoria d'uomo potesse ricordare, tutte per chiedere
maggiori informazioni. Nonostante l'ora, le stazioni di servizio furono
prese d'assalto, e lungo tutta la costa si formarono file e file di persone in
attesa di fare il pieno e di poter partire verso l'interno, subito, 9 ottobre o
no.
A seguito del messaggio presidenziale, il dipartimento dei Trasporti
annunciò che, a partire da lunedì 5 ottobre, i porti e gli aeroporti della
costa orientale sarebbero stati chiusi per tutte le navi e gli aeromobili in
arrivo, tranne che per gli aeroplani specificamente destinati alle operazioni
di evacuazione.

I giornali di Londra, cinque ore avanti rispetto a quelli di Washington,


diedero il via alla grande abbuffata mediatica, legando impietosi le due
grandi novità d'oltre Atlantico. In tutte le strade, alle 2.00 di mercoledì 30
settembre, ora della costa orientale, il londinese Daily News, con il suo
tipico stile «fine del mondo», strillava a piena pagina:

MAC CROLLA SOTTO IL PESO DELLA MINACCIA TERRORISTICA

Subito sotto, il sottotitolo recitava:

USA: il presidente McBride lascia -


La Casa Bianca richiama il tiranno Morgan

Un'unica, grande fotografia del nuovo presidente portava la seguente


didascalia: «Paul Bedford presta giuramento. Accanto a lui, l'ammiraglio
Arnold Morgan».
Si trattava davvero di una prima pagina a effetto, e già prima delle 3.00
era stata mostrata da tutti i canali americani che trasmettevano notizie
ventiquattro ore al giorno. Il Mail dedicava sei pagine alla storia, la prima
delle quali scritta dalla star della stampa politica, Tony Pina.

Ieri, in uno splendido pomeriggio di settembre, un pomeriggio


di puro teatro politico, Charles McBride ha dato le dimissioni da
quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, ed è partito in
segreto, a bordo di un elicottero della Marina atterrato nel prato
antistante lo Studio Ovale.
Qualche minuto dopo, il vicepresidente Paul Bedford ha
prestato giuramento davanti a un gruppo selezionato di membri
delle Forze Armate, comprendente l'ex consigliere per la
sicurezza nazionale, ammiraglio Arnold Morgan, il presidente del
comitato dei capi di stato maggiore riuniti, generale Tim Scannell,
e i vertici della Marina e del Corpo dei marine degli Stati Uniti.
Anche il senatore Edward Kennedy era fra i presenti alla
cerimonia, che è stata presieduta dal giudice David Moore,
appositamente nominato dalla corte suprema.
Quindici minuti dopo, il presidente Bedford ha convocato i
rappresentanti della stampa accreditati presso la Casa Bianca nella
sala conferenze e ha spiegato che il suo predecessore aveva subito
un grave collasso nervoso ed era stato trasferito a Camp David
sotto controllo medico.
Ha quindi rivelato che gli Stati Uniti sono stati fatti oggetto di
una minaccia apocalittica da parte di un gruppo terroristico
mediorientale, che ha già provocato l'eruzione del monte St.
Helens, il gigantesco vulcano nello Stato di Washington, e quella
dell'instabile vulcano attivo sull'isola caraibica di Montserrat,
lunedì notte.
La minaccia che grava sugli Stati Uniti è di provocare
un'eruzione del Cumbre Vieja, nell'isola di La Palma, Canarie,
innescando così un gigantesco tsunami, capace di spazzare via
l'intera costa orientale del Paese e di danneggiare gravemente
quelle dell'Europa occidentale e del Nord Africa, a meno che il
presidente degli Stati Uniti non accetti di trasferire tutte le unità
militari al momento stanziate nelle basi del golfo Persico e non
costringa Israele a consentire la costituzione di uno Stato
palestinese indipendente, evacuando i territori occupati della
Cisgiordania.
A quanto si sa, gli Stati Uniti non hanno compiuto nessun passo
per andare incontro a tali richieste ed è diffusa la convinzione che
stiano, invece, per intraprendere una massiccia azione di ricerca
nell'Atlantico per individuare il sottomarino nucleare sul quale
sarebbero apparentemente imbarcati i terroristi e i loro missili da
crociera, dotati di testate nucleari.
È convinzione diffusa che questa minaccia, l'orrenda
prospettiva di un enorme tsunami, sia stata troppo per il
presidente McBride, che, secondo quanto riferito, avrebbe avuto
un collasso nell'apprendere la notizia che sarebbero stati proprio i
terroristi a colpire Montserrat lunedì, realizzando quasi al minuto
quanto avevano minacciato in precedenza di fare.
Il presidente Bedford ha promesso di riuscire a individuare il
sottomarino e di distruggerlo e ha annunciato piani per evacuare
le città di Boston, New York e Philadelphia.
Gli scienziati affermano che, dal momento dell'impatto in mare
delle scogliere di La Palma, saranno necessarie appena nove ore
prima che New York sia sommersa da un muro d'acqua alto più di
trenta metri.

Nella pagina accanto vi era una grossa fotografia dell'ammiraglio


Morgan in uniforme della Marina, sotto il titolo: «Il ritorno dell'uomo
d'acciaio». L'articolo iniziava con le seguenti parole:

L'ammiraglio Arnold Morgan, l'ex comandante di sottomarini


nucleari che, con la sua azione, è riuscito a tenere insieme l'ultima
amministrazione repubblicana, è stato richiamato ieri dal suo
buon ritiro e convocato alla Casa Bianca dal nuovo inquilino
democratico che la abita.
La Casa Bianca ha confermato che l'ammiraglio è stato
nominato comandante supremo dell'operazione Alta Marea, il
nome in codice della massiccia caccia al sottomarino attualmente
in corso nell'Atlantico, per localizzare ed eliminare la nave dei
terroristi...

Poiché il presidente del comitato dei capi di stato maggiore riuniti era
stato riluttante ad ammettere che vi fosse qualche legame fra le dimissioni
di McBride e le minacce di Hamas, i network televisivi statunitensi
avevano avuto, inizialmente, più riserve a collegare le due storie. Il modo
in cui la stampa britannica aveva trattato la questione aveva dato loro il
coraggio necessario a farlo e per l'ora di colazione ogni ombra di dubbio
era stata già cancellata dalla mente degli americani. Charles McBride era
crollato, e se l'era squagliata di soppiatto dallo Studio Ovale perché
tormentato all'idea di ordinare alla flotta di scendere in campo per
distruggere un aggressore. Peggio ancora, perché non si sentiva abbastanza
coraggioso da ordinare l'evacuazione delle grandi città e delle comunità
costiere. Vari giornali ed emittenti televisive si riferivano già ad Arnold
Morgan come all'«uomo di cui il governo degli Stati Uniti sembra non
poter fare a meno». Anche molti titoli ruotavano attorno allo stesso tema:

L'AMMIRAGLIO MORGAN: IL LEONE DELL'ALA OVEST


IL GIORNO IN CUI L'AMMIRAGLIO MORGAN HA UMILIATO LA CINA
ARNOLD MORGAN: UN UOMO PER I TEMPI DURI
L'AMMIRAGLIO MORGAN: PATRIOTA O RE DELL'AZZARDO GLOBALE?
MORGAN: L'UOMO CHE FA FLETTERE I MUSCOLI ALL'AMERICA

Ciò che nessuno scrisse, in nessuna parte del mondo, fu che il presidente
McBride era stato accompagnato fuori dallo Studio Ovale come un
prigioniero, in mezzo a due uomini del Corpo dei marine degli Stati Uniti,
mentre il loro comandante si limitava, tranquillo, a guardare.
Era stato un golpe militare di quelli che normalmente accadevano nei
tormentati Paesi che pagavano dazio alle crisi economiche, al narcotraffico
e ai dittatori affamati di potere. Ma con la differenza che era accaduto
negli Stati Uniti, la terra della libertà, dove il golpe, anche ammesso che il
termine potesse essere usato, era durato appena dieci minuti, dopo di che
l'ordine era stato ripristinato, senza che la sua bandiera fosse mai
ammainata.
Mercoledì mattina, 30 settembre, vide un drastico cambiamento di passo
a Washington. L'intera città era nelle mani delle Forze Armate, della
guardia nazionale e della polizia. Tutte le attività non necessarie erano
state interrotte, i processi civili e penali sospesi, ed erano stati presi accordi
per l'evacuazione del personale dei tribunali. In due casi era stato
necessario isolare le giurie, certamente per nove giorni, forse anche per un
periodo maggiore. I college e le scuole si preparavano a chiudere i battenti
al termine della giornata. Gli ospedali avevano cancellato le operazioni
programmate, stavano cercando di dimettere il maggior numero possibile
di pazienti e si stavano preparando per evacuare i casi più gravi.
L'Esercito era già nei corridoi, per aiutare a trasferire le apparecchiature
di maggior valore. In alcune delle strutture più grosse, vi erano fino a sei
nove assi parcheggiati davanti alle entrate dei pronto soccorso, su cui i
soldati caricavano, dopo averle inventariate, apparecchiature diagnostiche
fantascientifiche, pronte a iniziare il loro viaggio per le basi aeree dislocate
nell'interno.
Gli alberghi e i motel della costa orientale rifiutavano tutte le nuove
prenotazioni e gli ospiti già presenti erano invitati a partire il prima
possibile. Dopotutto, le minacce non provenivano da un gruppo di persone
ragionevoli e educate. Si trattava di un manipolo di criminali
mediorientali, che non si sarebbero fermati davanti a nulla e che
rischiavano di farsi prendere dal panico e far esplodere il Cumbre Vieja
con quattro o cinque giorni d'anticipo, dato che era ormai chiaro che gli
Stati Uniti non potevano, o non volevano, venire incontro alle loro
richieste.
Se ci fosse stato un megatsunami, qualsiasi oggetto pesante non ancorato
stabilmente al suolo, come automobili, carrozze ferroviarie, imbarcazioni
da diporto o anche aeroplani leggeri, sarebbe stato sollevato e scaraventato
in giro come un giocattolo. Una simile osservazione si applicava anche a
strutture più stabili come pali telegrafici, statue, pannelli per le affissioni,
piloni dell'elettricità e alberi.
Era quindi essenziale che ogni cittadino lasciasse le zone a rischio. La
FEMA stava già elaborando piani per la requisizione da parte del governo
delle attrezzature e delle aree di stoccaggio delle società di traslochi, anche
di quelle attive al di fuori dell'area, e per il loro impiego a sostegno delle
attività di evacuazione. Sarebbe stato tenuto a disposizione anche il
materiale delle compagnie ferroviarie, sia quello impiegato per il traffico
passeggeri, sia quello utilizzato per il traffico merci.

Nel frattempo, Arnold Morgan era alle prese con il difficile problema di
come convincere i testardi e non cooperativi francesi a disattivare per un
paio di settimane il satellite Helios, su cui poggiava la rete GPS europea.
La questione era stata palleggiata avanti e indietro all'interno dello Studio
Ovale per tre ore.
Alla fine, era stato deciso di avanzare direttamente al governo francese,
attraverso la stazione di controllo principale della base di Falcon, in
Colorado, la richiesta formale di disattivare il satellite per quarantotto ore,
come sarebbe stato fatto con la rete americana. La richiesta sarebbe stata
giustificata con la necessità di testare significativi miglioramenti introdotti
nel sistema, miglioramenti che, come ovvio, sarebbero stati condivisi, a
tempo debito, con gli europei.
Tutti e tre gli ammiragli erano concordi nel ritenere che la risposta della
loro controparte d'oltreoceano sarebbe stata un sonoro «No». A quel punto,
gli Stati Uniti avrebbero esposto la vera ragione del blackout della rete
GPS.
Arnold Morgan aveva in mano dati scientifici che illustravano la
traiettoria che avrebbe seguito lo tsunami, dal momento della caduta della
frana a quello, nove ore dopo, in cui le onde si sarebbero abbattute sulla
costa orientale degli Stati Uniti. Dopo tre ore, una grande onda a
mezzaluna avrebbe solcato le acque del medio Atlantico dirigendosi anche
verso nord, mentre gigantesche onde anomale avrebbero già raggiunto il
golfo di Biscaglia.
Secondo gli scienziati, con ogni probabilità lo tsunami si sarebbe
abbattuto sulla base navale francese di Brest tre ore e mezzo dopo il crollo
delle scogliere. Le onde non sarebbero state alte come quelle che
avrebbero attraversato l'Atlantico, ma avrebbero comunque formato un
muro d'acqua alto più di quindici metri, che si sarebbe aperto la strada
come un maglio attraverso le tormentate coste dell'estremità
nordoccidentale della Francia.
Gli americani sapevano che avrebbero dovuto illustrare ai francesi la
minaccia terroristica con un certo dettaglio, ma era inevitabile se volevano
trovare il Barracuda prima che New York fosse spazzata via.
Le mappe che Arnold Morgan aveva sullo sviluppo dello tsunami
contenevano un memento agghiacciante di quelle che erano le sue capacità
distruttive. Il Cumbre Vieja era una rara bomba geologica a tempo, una
bomba capace di seminare morte e distruzione in un Paese al capo opposto
del mondo. Studi recenti sui poco conosciuti megatsunami avevano spinto
gli scienziati a guardare con preoccupazione ai fondali marini nella zona
delle Hawaii, e quegli stessi scienziati erano rimasti sbalorditi da quanto
avevano scoperto: i resti giganteschi di antichissime frane, vecchi di
milioni di anni. Il punto d'impatto di quel primo tsunami abbattutosi
sull'emisfero occidentale doveva essere stato lungo le coste settentrionali
del Brasile, sei ore dopo la frana che lo aveva provocato, e le onde
dovevano essere state alte quasi quaranta metri. Un'ora dopo, lo tsunami si
era abbattuto sulle Bahamas e sulle isole più esterne dei Caraibi.
Dopo altre due ore, la gigantesca onda aveva raggiunto la baia del
Massachusetts e Boston, se fosse esistita, sarebbe stata colpita da un'onda
alta quarantacinque metri, che l'avrebbe probabilmente spazzata via per
intera. Lo tsunami si era poi abbattuto sulla costa degli Stati Uniti,
colpendo i punti dove sarebbero sorte New York, Philadelphia,
Washington, per scivolare, da ultimo, lungo le coste quasi completamente
piatte del North Carolina, del South Carolina, della Georgia e della
Florida, giù fino a Miami e alle isole Keys.
Gli studi contenuti nel dossier di Arnold Morgan stimavano che la prima
onda sarebbe stata alta sessanta metri e si sarebbe prodotta mezzo miglio a
ovest di La Palma, dopo il gigantesco riflusso prodotto dall'impatto di
mezzo trilione di tonnellate di roccia che precipitavano in acqua a trecento
chilometri l'ora. Pur viaggiando ad alta velocità, duecentocinquanta
chilometri nei primi dieci minuti, l'onda avrebbe perso forza durante la
traversata dell'oceano ma sarebbe stata pur sempre alta una cinquantina di
metri al momento dell'impatto sulla costa orientale degli Stati Uniti.
Dall'altra parte dell'Atlantico, sulle coste del Sahara occidentale si
sarebbero abbattute onde alte novanta metri; a seconda della posizione in
cui ci si fosse trovati nel momento in cui lo tsunami avrebbe avuto inizio,
sarebbe stato però possibile cercare di trovare rifugio lungo le coste
sottovento delle due isole più grandi delle Canarie, Lanzarote e
Fuerteventura.
Gli scienziati erano unanimi anche nel ritenere che un megatsunami al
largo delle Canarie provocato da un'improvvisa eruzione vulcanica
avrebbe prodotto le onde più grandi registrate a memoria d'uomo. Anche la
costa meridionale della Gran Bretagna, se pur non direttamente sulla loro
traiettoria, sarebbe stata soggetta a gravi inondazioni.
Secondo le opinioni dei principali esperti mondiali di rischi geologici,
disposte sul tavolo da lavoro che Arnold Morgan aveva richiesto indietro
dal suo successore, il Cumbre Vieja rappresentava una certezza assoluta.
Tutte le condizioni erano ideali: le cime torreggianti dei picchi montuosi,
la loro altezza colossale, la profondità dell'oceano, il borbottare sonoro del
vulcano, l'ultima esplosione solo sessant'anni prima, dal cratere
meridionale, a provare che era ancora attivo, che il magma si trovava non
troppo sotto la superficie. I laghi sotterranei, pronti a ribollire fuori (dai
loro alvei) al momento dell'eruzione. E, naturalmente, l'enorme linea di
frattura a cresta, che aveva già causato uno scivolamento di quattro metri
nella parete rocciosa fronteggiante l'oceano.
I rapporti più recenti sottolineavano con preoccupazione come l'ultima
volta che un vulcano aveva eruttato con una violenza tale da provocare uno
tsunami come quello del Cumbre Vieja fosse stato quattromila anni prima
sull'isola di Réunion, territorio francese dal 1643, situato quattrocentoventi
miglia a est del Madagascar, nell'oceano Indiano.
Un rapporto dell'Istituto federale svizzero di tecnologia, che possedeva
apparecchiature all'avanguardia per realizzare modelli delle onde
provocate dalle frane, recitava chiaro e netto: «Se il Cumbre Vieja dovesse
collassare come un blocco unico, ciò provocherebbe uno tsunami
colossale».
Per quanto ne sapevano gli scienziati, i vulcani della parte
sudoccidentale di La Palma eruttavano ogni duecento anni circa. E non
c'erano prove che qualcuna di quelle eruzioni avesse mai causato il crollo
delle scogliere. In effetti, per ottenere un risultato simile, ce ne sarebbero
volute cinque, di eruzioni. Ovviamente in nessuno dei rapporti c'era un
capitolo dedicato agli effetti che avrebbero avuto un paio di testate
nucleari da duecento chilotoni che fossero esplose all'interno del cratere
del Cumbre Vieja.
L'ammiraglio Morgan disponeva di un altro inquietante ausilio alla sua
presentazione: un modello in scala, sessanta centimetri di lato per
quarantacinque d'altezza, del sistema vulcanico della parte sudoccidentale
di La Palma. Veniva dalla University of California, era arrivato in volo a
Andrews a bordo di un velivolo dell'Aeronautica militare ed era stato
portato alla Casa Bianca in elicottero.
Il modello mostrava uno spaccato della zona, dal fondale marino alla
sommità dei picchi, compresa la ripida parete rocciosa che scendeva dalle
montagne, giù fino alla superficie dell'acqua. La linea di costa si staccava
chiaramente, evidenziata dal brusco precipitare della scogliera nelle
profondità dell'oceano. Il modello mostrava le zone da cui avrebbero
potuto staccarsi le frane, e illustrava in modo lampante l'impatto tremendo
che una simile valanga avrebbe avuto sulle acque circostanti.
Sopra l'intero modello torreggiavano gli alti picchi del Caldera de
Taburiente, del Cumbre Nueva e, appena sotto quello, alla sommità di un
massiccio di rocce corrugate, del Cumbre Vieja, seicento metri sopra
l'oceano, che il modello indicava profondo, in quel punto, milleduecento
metri.
«Gesù Cristo», commentò l'ammiraglio Doran. «Quell'affare getta una
bella luce su tutta la faccenda, eh?»
«Guardi la posizione del Cumbre Vieja, là, alla sommità di quella
muraglia di rocce», rispose Arnold. «Immagini quello che potrebbe
combinare una testata nucleare... Merda! Dobbiamo assolutamente trovare
quel bastardo!»
«Sto giusto leggendo un bel libro di Simon Winchester sul Krakatoa»,
disse l'ammiraglio Dickson. «Erano anni che pensavo di farlo. Quella è
stata una bella esplosione... Una maledetta montagna che va in pezzi
scavando un buco nel bel mezzo dell'oceano, distruggendo trecento città e
villaggi e uccidendo trentaseimila persone. E la sapete una cosa? Quasi
tutti i danni, e tutti i morti, sono stati provocati dallo tsunami. E quel figlio
di puttana non era niente rispetto alla prospettiva che abbiamo davanti.»
«Gesù, Alan. Mi rendi nervoso», protestò Arnold. «Ma immagino si
debba guardare in faccia la realtà, altrimenti finiremo tutti a Camp David
sotto controllo medico.»
«D'accordo», ammise Alan Dickson. «Abbiamo sistemato il presidente.
Abbiamo sistemato i francesi. Quasi. Adesso possiamo occuparci della
Marina. Forse Frank può cominciare con il darci qualche indicazione sullo
stato attuale della Flotta dell'Atlantico.»
«Perfetto», concordò Arnold. «Ma prima lasciatemi chiamare il
presidente. È meglio che ci sia anche lui. Visto che è comandante in capo
delle Forze Armate da ben quattro ore.»
Chiamò il piano superiore, la residenza privata del presidente, e dopo
cinque minuti Paul Bedford fu di nuovo nello Studio Ovale, intento ad
ascoltare il rapporto dell'ammiraglio Doran sullo stato della flotta. Non
aveva mai dimenticato gli anni passati a bordo di una fregata e ricordava
spesso il senso d'eccitazione che gli aveva dato il fatto di essere un giovane
ufficiale, nella notte, al timone di una nave da guerra degli Stati Uniti
d'America.
E, com'era prevedibile, fece delle domande che nessun civile si sarebbe
mai sognato di fare. «Frank, queste fregate classe Oliver Hazard Perry...
Quando ero in servizio erano nuove di pacca... Ma poi mi sono congedato.
Sono buone navi?»
«Eccellenti, signore... 3600 tonnellate, quarantunmila cavalli... Due
grosse turbine a gas, elica singola, quattromilacinquecento miglia di
autonomia a 28 nodi. Avranno bisogno di rifornirsi dopo aver raggiunto la
zona d'operazioni, ma questo non è un problema. Sono anche piuttosto
bene armate... Quattro missili guidati Harpoon della McDonnel Douglas,
con autonomia di settanta miglia a Mach 0,9... e siluri antisom.»
«Splendido», disse il presidente Bedford. Ed era proprio ciò che voleva
dire. «Quindi, se quel figlio di puttana mette fuori la testa, è morto,
giusto?»
«Se solo riusciamo a vederlo», rispose l'ammiraglio Doran. «Per questo,
facciamo molto affidamento sugli elicotteri... Lei certo sa che ogni fregata
imbarca due eccellenti Sikorsky SH-60R Seahawk... E che questi sono
equipaggiati con sistemi d'arma LAMPS Mark III allo stato dell'arte. Sono
grandi macchine, capaci di volare senza sforzo a lunga autonomia.
«Sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno... Piattaforme aeromobili
per la guerra sottomarina. Se il Barracuda sarà dove noi pensiamo, lo
troveremo. Gli elicotteri sono dotati di sonar a immersione eccezionali,
degli Hughes AQS-22 a bassa frequenza.
«Sono dotati di processori acustici USY-2, sistemi ESM modernizzati e
dispositivi di autodifesa integrati. Oltre che di radar di ricerca APS-124... e
di ventiquattro boe acustiche. Gli elicotteri sono armati con tre siluri Mk-
50, un missile Hellfire AGM-114R/K e un Penguin Mark 2.»
«A questo punto, spero solo che i francesi collaborino», disse il
presidente.
«In ultima analisi, non saranno un problema», intervenne Arnold
Morgan. «Se non disattiveranno il loro maledetto coso, ci penseremo noi.
Non stavo scherzando, prima, quando l'ho detto. Siamo pronti ad
abbatterlo. Non abbiamo altra scelta.»
«Ciò significa», chiese il presidente, «che ha abbandonato del tutto l'idea
di una caccia su larga scala nell'Atlantico, a ovest delle Canarie?»
«Lo ripeto. Non abbiamo scelta», replicò Arnold. «Anche con cento navi
in mare, non gli sarebbe difficile sfuggirci. L'area di ricerca è troppo vasta.
Sono centinaia di migliaia di miglia quadrate d'oceano. Quindi, meglio
distaccare una piccola forza di una dozzina di fregate più il gruppo da
battaglia della portaerei. Forse, Frank, potrebbe informare il presidente di
quello che è l'attuale schieramento della flotta.»
«Certamente», disse l'ammiraglio Doran scorrendo le pagine del suo
block-notes. «Abbiamo appena dirottato due unità dal golfo del Maine
lungo una rotta da sud-est verso le Canarie; si tratta della USS Elrod, al
comando del capitano di vascello C.J. Smith, e della USS Taylor, al
comando del capitano di vascello Brad Willett.
«La Kauffman e la Nicholas si trovano entrambe nell'Atlantico
settentrionale e da tre giorni stanno facendo rotta a sud. Il capitano di
vascello Joe Wickman, con la Simpson, si trovava al largo del North
Carolina e gli è stato ordinato di fare rotta a est due giorni fa. Stanotte, alle
24.00, altre sette fregate inizieranno a lasciare Norfolk.
«Si tratta della vecchia Samuel B. Roberts, comandata dal capitano di
vascello Clay Timpner: ovviamente è stata ricostruita, avendo urtato
contro una mina durante la prima guerra del Golfo; della USS Hawes, al
comando del capitano di fregata Derek DeCarlo; della Robert G. Bradley,
al comando del capitano di fregata John Hardy, dell'Arizona, un giovane
ufficiale appena promosso; e della USS De Wert, al comando del capitano
di vascello Jeff Baisley.
«La mia vecchia nave, la Klakring, partirà subito dopo. Adesso è
comandata dal capitano di vascello Clint Sammons, della Georgia, che
probabilmente diventerà contrammiraglio il prossimo anno. La Doyle è già
partita, al comando del capitano di fregata Jeff Fiorentino. La USS
Underwood, comandata dal capitano di vascello Gary Bakker, sarà l'ultima
a partire, essendo rientrata in porto solo ieri mattina.»
«E gli elicotteri che dovranno essere imbarcati sulla portaerei?»
«La Harry S. Truman sta per lasciare Norfolk con cinquanta Seahawk a
bordo. Saranno trasferiti al ponte di volo della Ronald Reagan non appena
possibile e la Truman rientrerà in porto dopo aver imbarcato i velivoli ad
ala fissa.»
«Così avremo oltre settanta Seahawk attivi in zona d'operazione?»
«Esatto, signore. Avremo in volo diverse pattuglie sopra le isole fin
dalle 24.00 del 7 ottobre. Se quel bastardo tirerà fuori il periscopio per più
di qualche secondo, nei due giorni successivi, lo beccheremo. E, senza il
satellite, gli servirà tempo per calcolare con precisione la distanza di
lancio.»
«Con quanta precisione devono essere lanciati quei dannati missili?»
«Se sono missili nucleari, e ne siamo praticamente certi, è sufficiente
che cadano entro un raggio di mezzo miglio dal Cumbre Vieja. E il loro
impatto sarà comunque terrificante. Ma, personalmente, sono convinto che
vorranno lanciarli proprio dentro il cratere. Si ricordi: ciò che vogliono
fare è mandare in pezzi il vulcano. Non stanno solo cercando di far
precipitare delle rocce... non sarebbe abbastanza. Vogliono far eruttare il
Cumbre Vieja. E per effettuare un puntamento tanto preciso serve tempo.
Su questo si basano le nostre possibilità di successo... spazzare la
superficie dell'acqua con i radar di ricerca per individuare il suo
periscopio.»
«C'è un bel margine di rischio, Frank», disse il presidente. «Un margine
dannatamente alto. Dipende tutto dalla professionalità e dall'intelligenza
dei suoi ragazzi.»
«Sissignore. Ma, se è possibile farcela, ce la faranno. Di questo non ho
dubbi.»

Il presidente Bedford e l'ammiraglio Morgan rifiutarono di concedere


tutte le interviste loro richieste dall'ufficio stampa della Casa Bianca. Era
stata attivata una linea calda fra lo Studio Ovale e la National Security
Agency. E il capitano di corvetta Ramshawe era costantemente impegnato
nel tentativo di far combaciare la miriade d'intercettazioni raccolte dal
servizio d'informazioni statunitensi per cercare di scoprire qualche indizio
sulle peregrinazioni del Barracuda fantasma.
Alle 11.00 del primo giorno della presidenza Bedford riuscì a trovarne
uno: vago, criptico e, per molti, non troppo utile. Ma la stazione d'ascolto
statunitense delle Azzorre aveva individuato qualcosa in arrivo dal satellite
della Flotta Meridionale della Marina cinese. Un breve segnale, trasmesso
alle 5.00 (DST) di martedì mattina: Mare crudele per gli uccelli canori.
C'era qualcosa in quel messaggio che catturò subito l'attenzione di
Ramshawe. Lo guardò per un po', cercando di valutarne i possibili
significati. Mare crudele... Un mare crudele... Il mare crudele... Racconto
sulla Marina... Nicholas Monsarrat! Merda! Il giorno in cui è esploso il
vulcano su quell'isola.
Il capitano di corvetta Ramshawe non immaginava minimamente che
esistesse una differenza nella grafia dei due nomi. Avrebbe potuto essere il
messaggio di chiunque per chiunque. Ma era in inglese e proveniva da un
satellite della Marina cinese. E doveva significare qualcosa per qualcuno.
Ma chi sono i fottuti uccelli canori? Non perse troppo tempo a pensarci.
Chiamò al telefono il suo capo, contrammiraglio George Morris, e gli riferì
la scoperta. George ci pensò a lungo. Poi, alla fine, parlò: «È una cosa
interessante, Jimmy. Soprattutto se saltasse fuori che gli uccelli sono dei
canarini».
«Ehi! Questo è un colpo di genio, signore. È perfetto. Non so cosa
significhi esattamente ma certo suggerisce l'idea che il maledetto
Barracuda sia in rotta per La Palma.»
Né Jimmy né l'ammiraglio Morris sapevano, però, che un nuovo segnale
aveva appena raggiunto il satellite cinese. Anche quello breve: Vecchia
Bocca Affilata 71 ° 30' N, 96° 00' E. Il generale Rashood, a Bandar Abbas,
non poteva immaginare che gli americani avevano decrittato già da molti
mesi il codice «Barracuda/Bocca affilata». Gli americani che avessero
intercettato il nuovo segnale non avrebbero però compreso la posizione
indicata con una propria codifica. I valori 71° 30' N, 96° 00' E
collocavano, infatti, il sottomarino sulla terraferma, da qualche parte sulle
colline del bassopiano siberiano settentrionale.
In realtà, i valori avrebbero dovuto essere letti 21° 30' N (meno
cinquanta gradi), 48° 00' O (diviso due), collocando così il Barracuda
esattamente nel punto in cui l'aveva portato Ben Badr... filando 15 nodi
sopra la scarpata orientale della dorsale Medio-Atlantica, esattamente
sopra la faglia di Kane, più di novecento miglia a nord-nordest dell'isola di
Montserrat. In rotta diretta per le Canarie.
Quando, dopo aver ricevuto il segnale, si fosse immerso di nuovo, Ben
Badr avrebbe ordinato di ridurre la velocità, scendendo a 9 nodi, a
duecento metri di profondità, nelle acque rumorose sovrastanti la dorsale.
L'avrebbe ridotta ulteriormente quando si fosse trovato un po' più a est, in
modo da passare silenzioso sopra l'intrico dei sensibilissimi cavi
sottomarini del SOSUS.
«Bene, ammiraglio», disse Jimmy. «Almeno adesso sappiamo dove è
diretto quel piccolo bastardo. Chiama lei il Grand'Uomo o vuole che ci
pensi io?»
«Vai avanti tu, Jimmy... Io, per adesso, devo occuparmi dei sistemi di
comunicazione dell'unità comando... Sarà la Coronado; è una veterana, ma
è stata riconvertita da poco.»
Si riferiva a un'ex nave da sbarco classe Austin da 17.000 tonnellate che
era stata l'ammiraglia delle forze di stanza in Medio Oriente fin dal 1980.
La Coronado era stata l'ammiraglia delle forze navali statunitensi durante
la prima guerra del Golfo, e quella della Terza Flotta, alle Hawaii, negli
anni '80.
Entrata in servizio nel 1970, nella sua lunga vita era passata attraverso
tre riconversioni principali. Una ricostruzione su larga scala, alla fine degli
anni '90, l'aveva vista risorgere praticamente nuova. I suoi ponti erano stati
trasformati in uffici, con una centrale comando di tre piani e alloggi per
quattro ufficiali generali.
Era stata anche trasformata in un'unità a due eliche, con gli alberi
accoppiati ad altrettante turbine da ventiquattromila cavalli. I sistemi per il
controllo del combattimento erano allo stato dell'arte e comprendevano, fra
l'altro, un sistema automatizzato per il controllo aereo e un sistema
commerciale a banda larga. Era dotata, inoltre, di un sistema Raytheon
SPS-10P plus per la ricerca di superficie in banda G e disponeva di due
elicotteri.
Al volgere del secolo, la Coronado era divenuta il laboratorio
galleggiante della Marina degli Stati Uniti, per fungere da banco di prova
«dal vivo» dei più avanzati sistemi informatici.
Alle 9.00 di quella stessa mattina, il capo di stato maggiore della
Marina, ammiraglio Alan Dickson, aveva annunciato dal Pentagono che il
contrammiraglio George Gillmore, già comandante di sottomarini nucleari
d'attacco, era stato nominato comandante del gruppo di ricerca, il Task
Group 201.1. Il contrammiraglio Gillmore avrebbe riferito direttamente
all'ammiraglio Frank Doran (CTF 201 - CINCLANT), che sarebbe stato il
collegamento con la prima linea attraverso cui Arnold Morgan sarebbe
stato informato a sua volta di tutti gli sviluppi registrati nelle Canarie.
Ai suoi tempi, il contrammiraglio Gillmore era stato un sommergibilista
di valore, insieme con il collega di Cape Cod, capitano di vascello Cale
«Boomer» Dunning. Assunto il comando della sua prima unità di
superficie, la fregata Rodney M. Davis, George si era subito dimostrato
uno dei migliori ufficiali antisom della Marina, confermandosi un
fuoriclasse praticamente in tutte le esercitazioni svolte.
Aveva tutte le qualità giuste per riuscire, compresa la capacità di
mantenere per ore la concentrazione e la freddezza di reagire
istintivamente anche solo al sospetto di avere individuato un contatto
sommerso, per non parlare del coraggio di agire con decisione, una volta
sicuro di averne trovato uno. I lunghi anni trascorsi sott'acqua gli erano
stati utili. Il contrammiraglio Gillmore poteva sempre ricordarsi di quello
che avrebbe fatto se fosse stato la preda e non il cacciatore. E aveva una
certezza pressoché granitica di fare valutazioni esatte. Cattive notizie, per
l'ammiraglio di divisione Badr e i suoi uomini.
Alto e con la barba di prammatica, George era inquadrato nella Flotta
dell'Atlantico ed era partito da Norfolk alla volta delle Canarie nelle prime
ore del mattino di martedì, due giorni avanti, diverse ore prima che il
presidente McBride lasciasse la Casa Bianca. Era un fatto che un simile
atto di sfida nei confronti di un presidente in carica fosse necessario ed era
stato quello a convincere Arnold Morgan e il generale Scannell che
McBride non aveva altra possibilità che andarsene.
Il compito del contrammiraglio Gillmore era quello di coordinare
l'attività di ricerca delle fregate, degli elicotteri e delle navi del gruppo da
battaglia in un'operazione intensa e complessa, che poteva trasformarsi in
azione in qualsiasi momento. In quello sarebbe stato assistito da uno staff
di oltre cento uomini e diciotto ufficiali.
Nel momento in cui l'ammiraglio Dickson dava alla stampa l'annuncio
ufficiale, Gillmore stava, quindi, familiarizzando con i nuovi sistemi di
bordo della Coronado. Nel suo giro della sala tattica della nave era
accompagnato da due capitani di corvetta e tre tenenti di vascello, che lo
assistevano nell'ispezione dei sistemi di comunicazione, del locale sonar,
del radar, dell'area di navigazione e del sistema GPS, che solo lui sapeva
che sarebbe stato disattivato alle 24.00 di mercoledì 7 ottobre.
Nel momento in cui l'ufficio stampa della Marina emetteva il
comunicato in cui si annunciava la nomina del contrammiraglio Gillmore,
poche porte più avanti lungo il corridoio, nell'ufficio del capo di stato
maggiore, c'era, invece, una certa baraonda. Era appena giunto un
comunicato dalla Francia. Per nessuna ragione, Parigi avrebbe disattivato
la rete GPS europea. Il comunicato citava le conseguenze che ciò avrebbe
avuto sul traffico marittimo, i rischi che avrebbe comportato per la nautica
da diporto e la prospettiva di vedere le petroliere e le grosse navi da carico
arenarsi a decine. In coscienza il governo francese non poteva, quindi,
aderire alla richiesta di Washington.
Immediatamente l'ammiraglio Dickson si preparò a mettere in moto il
piano B, che avrebbe implicato che l'ammiraglio Morgan parlasse, o
meglio strillasse, con il ministro degli Esteri francese, sulla linea diretta
con Parigi.
L'ammiraglio Dickson era praticamente certo che Arnold fosse capace di
terrorizzare i francesi al punto di renderli obbedienti, cosa che, in quelle
circostanze, avrebbe rappresentato il corso d'azione più saggio. Non
c'erano dubbi nella mente di Alan Dickson che Arnold avrebbe fatto
abbattere il satellite Helios dalla stratosfera se non fosse riuscito a ottenere
l'immediata collaborazione della Francia.

Mentre il programma d'evacuazione procedeva, emerse presto il fatto


che i numerosi tesori posseduti a Washington rappresentavano un grosso
problema, soprattutto perché la capitale era incaricata di conservare il
patrimonio nazionale e tutto ciò che la nazione aveva di più caro. Dei
settecentocinquantamila residenti di Washington, il 70 per cento erano
impiegati del governo federale. Ciò significava l'esistenza di un'ampia
struttura per la disseminazione anticipata delle informazioni e l'attuazione
dei piani di evacuazione.
In città, la preoccupazione di gran lunga maggiore era rappresentata
dall'enorme quantità di opere d'arte, documenti e oggetti d'inestimabile
valore che registravano la nascita, lo sviluppo e la storia del Paese.
Dall'altra parte del Potomac, al Pentagono, negli spazi riservati alla
Marina, era stata istituita una sala operativa speciale. Un enorme schermo
di computer occupava un'intera parete e due capitani di corvetta stavano
tracciando su di esso, in direzione ovest-nordovest, la rotta che avrebbe
seguito l'incombente tsunami nella sua corsa attraverso l'Atlantico. Allo
stato attuale delle cose, tutto ciò che potevano dire con sicurezza era che
l'impatto iniziale sarebbe stato concentrato sulla penisola che si estendeva
a sud di Salisbury.
Il percorso dello tsunami avrebbe attraversato le isole esterne, lungo le
coste orientali del Maryland; un'onda alta quarantacinque metri avrebbe
sommerso completamente Salisbury. Da lì, l'onda sarebbe scivolata senza
ostacoli sul terreno pianeggiante, allagando il parco nazionale di
Blackwater e l'ampio estuario di Chesapeake Bay. Velocità: circa
quattrocentocinquanta chilometri orari, causando ampie inondazioni
mentre proseguiva la sua corsa verso nord, lungo il canale principale e
provocando un'ondata secondaria lungo il Potomac alta non meno di
trentacinque metri, se la protuberanza della penisola di Pautuxet fosse
riuscita a smorzare parte del suo impatto. Fino a quel momento, l'onda
avrebbe spianato probabilmente cinquanta fra paesi e cittadine.
Pochi minuti dopo, la grande città di Washington sarebbe stata
sommersa. Scienziati della University of California in contatto con la sala
operativa del Pentagono avevano detto che ci si sarebbe dovuti attendere
un aumento di almeno quindici metri del livello del fiume Potomac fino
all'altezza di Bethesda, da dove quello avrebbe iniziato a discendere, fino a
raggiungere i soli sei metri all'altezza di Brunswick.
Naturalmente il livello dell'acqua sarebbe sceso dopo qualche giorno, ma
i danni sarebbero stati incalcolabili, quindi nulla poteva essere lasciato al
caso. La stessa Washington si trovava a una quota sul livello del mare
particolarmente bassa. Il Lincoln e il Jefferson Memorial erano stati
costruiti su terreni un tempo paludosi. Alcuni dei principali edifici cittadini
avrebbero potuto sopravvivere all'inondazione, ma non molti, e di certo
nessun essere umano.
Il Tesoro, la corte suprema, il dipartimento della Difesa e la sede
dell'FBI si trovavano fuori dalla portata dell'inondazione e sarebbero stati
subito pronti a riprendere l'attività. La CIA, la cui sede era
pericolosamente situata appena a nord di Georgetown Pike, sulla riva
occidentale del Potomac, dove il fiume faceva un'ansa sulla destra, aveva
già avviato una massiccia opera di messa in salvo dei suoi documenti più
sensibili, oltre che delle costosissime attrezzature e degli archivi che, se
per caso depositati nel posto sbagliato dall'onda di piena, avrebbero potuto
far scoppiare una nuova guerra mondiale.
Come i loro colleghi degli uffici del governo federale, stavano
imballando e traslocando computer, dischi fissi, documenti e materiale
d'archivio. Il personale stava sistemando il tutto in casse dell'Esercito,
numerate e registrate, prima di essere trasportate sotto scorta armata alla
base aerea di Andrews, nella contea di Georges. Da lì, le casse, sempre
sotto scorta armata, sarebbero state trasferite a bordo di giganteschi
velivoli da trasporto C-17 in una serie di basi selezionate dell'Aeronautica,
situate fuori dalla portata della piena. Lì, le casse sarebbero state stipate in
hangar dell'Aeronautica e sorvegliate ventiquattro ore al giorno da agenti
federali armati, con l'ordine di sparare a vista.
Lungo Independence Avenue, una grandiosa opera di trasloco era in atto
anche alla biblioteca del Congresso. Lì, le cose erano state relativamente
calme da quando la struttura si era trasferita nella nuova sede, nel 1897.
Ma la biblioteca non era nuova alle catastrofi, essendo del tutto bruciata
per ben due volte, quando aveva sede nel Campidoglio, durante la prima
metà del XIX secolo. In quei giorni l'attività era quasi frenetica, mentre gli
avieri arrivati da Andrews aiutavano il personale a imballare più di
ottantaquattro milioni di documenti informativi, in quattrocentosettanta
lingue.
La biblioteca del Congresso è la più grande del mondo. I suoi libri,
opuscoli, microfilm, spartiti e mappe sono stipati in tre grandi edifici di
pietra, vere arche del sapere, che portano il nome dei tre Padri Fondatori
della nazione, di tre presidenti: il Thomas Jefferson Building, il principale,
sfarzosamente decorato in stile rinascimentale, il James Madison
Memorial Building, e il John Adams Building, tutti e tre situati dietro
l'edificio della corte suprema degli Stati Uniti.
Nelle grosse casse da imballaggio, gli avieri e il personale della
biblioteca stavano accumulando i primi volumi dei più inestimabili
documenti del Paese, la fonte di conoscenza cui attingono i membri del
Congresso, i senatori e ricercatori selezionati provenienti da tutto il
mondo.
A complicare ulteriormente il compito, negli stessi edifici aveva sede lo
US Copyright Office, con il suo patrimonio unico di dati economici di
rilevanza critica. Ci sarebbero voluti turni di lavoro quotidiani di
ventiquattro ore fino al giorno in cui l'oceano non si fosse abbattuto sulla
città per spostare anche solo la metà dei materiali contenuti nei grandi
edifici di Independence Avenue.
Su Pennsylvania Avenue, dietro le gigantesche colonne in pietra dei
National Archives, si stava svolgendo un'operazione ancor più delicata.
Curatori e militari stavano lavorando nel deposito ultimo di tutti i
documenti del governo degli Stati Uniti, raccogliendo carte di valore
inestimabile, la dichiarazione d'indipendenza, la costituzione, il Bill of
Rights, tutti destinati alla base aerea di Andrews, da dove sarebbero stati
trasferiti a installazioni militari sicure e sorvegliati giorno e notte.
Sulla Quattordicesima Strada e su C Street era in corso l'evacuazione
globale dell'ufficio incisioni e stampe, dove ogni giorno si stampano
banconote di Stato per un controvalore di trentacinque milioni di dollari
solo per sostituire quelle usurate. Nell'ufficio incisioni e stampe vengono
anche prodotti francobolli, titoli di Stato, atti di licenza e marche da bollo.
Per la sua protezione, era stata distaccata una guardia di oltre cento marine,
che formavano un cordone attorno a tutto l'edificio, all'interno del quale
erano in corso lo smontaggio delle macchine da stampa e il trasferimento
sui camion in attesa di tutti i beni d'importanza vitale.
La stessa storia si ripeteva in tutta la vasta zona del Mall. L'evacuazione
era in atto. Camion militari allineati lungo le strade, posteggiati in doppia
fila fuori dallo stesso Campidoglio e perfino dentro il complesso della
Casa Bianca. Ritratti storici, ornamenti, mobili e soprammobili, tutto
quanto veniva caricato dai marine insieme con i documenti e le carte
presidenziali.
Gli uffici governativi essenziali continuavano a rimanere aperti e
all'interno dello Studio Ovale l'ammiraglio Morgan e l'ammiraglio Frank
Doran lottavano con il problema rappresentato dalla Marina militare degli
Stati Uniti. Le unità dovevano essere trasferite, presto, da tutti i bacini
della costa orientale, che sarebbero stati certo fatti a pezzi dal cataclisma.
E non potevano essere inviate a est per partecipare alla battuta di caccia in
corso attorno alle Canarie. Non in bocca allo tsunami. Dovevano essere
trasferite in acque tranquille e i due ammiragli stavano sudando sette
camicie sopra le mappe. Nemmeno le banchine dei sottomarini a New
London, nel Connecticut, erano al sicuro.
Ed era certo un rischio eccessivo inviare diversi miliardi di dollari in
sottomarini nucleari in acque profonde, nella speranza che le enormi onde
dello tsunami passassero loro sopra. Nessuno sapeva quali profondità
raggiungessero le turbolenze di quelle onde. Era quindi chiaro che i
sottomarini avrebbero dovuto seguire la stessa rotta delle fregate, dei
cacciatorpediniere, delle portaerei e delle altre unità della Flotta
dell'Atlantico verso un ancoraggio più sicuro.
Frank Doran aveva valutato la possibilità di trasferire le navi più a nord,
nella baia di Fundy, profonda trenta miglia, che separa la parte meridionale
della Nova Scotia dal New Brunswick, sulla terraferma canadese.
«In questo periodo dell'anno, il ghiaccio non è un problema», disse. «La
flotta può spingersi a nord fino a Chignecto Bay... Così, metteremmo una
lingua di terreno collinoso largo novanta chilometri fra le navi e
l'Atlantico. Lì la flotta dovrebbe essere al sicuro.»
Ma Arnold Morgan temeva un riflusso delle onde da sud-ovest e aveva
paura che lo tsunami potesse in qualche modo girare attorno al capo di
Fundy e risalire lungo la baia, mandando le navi a schiantarsi sulla riva. In
tal caso, nelle acque basse e costrette di Chignecto, la flotta non avrebbe
avuto scampo. Inoltre, in linea generale, Arnold preferiva che le navi si
spostassero verso sud.
«Ma nei Caraibi il rischio sarebbe maggiore che in qualunque altra
parte», obiettò Frank. «Secondo questo documento della University of
California, l'onda anomala si abbatterà anche sulle coste del Messico, per
non parlare di quelle della Florida.»
«Lo so», rispose l'ammiraglio Morgan. «Ma la Florida è un gran bel
pezzo di terra. Nel suo punto più stretto è larga più di centocinquanta
chilometri, e gli scienziati non si aspettano che lo tsunami penetri
nell'interno per più di diciotto o ventitré chilometri al massimo, una volta
toccata terra. Secondo me, dovremmo far scendere la flotta a sud, aggirare
le Keys, poi farla risalire nuovamente a nord, nel golfo del Messico, forse
anche fino a Pensacola... In qualsiasi punto l'acqua è abbastanza
profonda... In modo che possa trovare riparo nella curvatura della costa
occidentale della Florida... È d'accordo?»
«Sì», rispose l'ammiraglio Doran. «Da buon marinaio, preferisco andare
a sud piuttosto che a nord.»
«Lei non andrà da nessuna parte», disse l'ammiraglio Morgan, «se non
nel suo ufficio a Norfolk. Dirigerà lo spettacolo da lì, fino a quando quei
missili non voleranno fuori dall'oceano. Cioè se i suoi ragazzi non riescono
a beccare prima il sottomarino. Avrei voluto che attaccassero da qualsiasi
parte sulla terra, ma non da un sottomarino nucleare. Da qualsiasi parte,
contro qualsiasi bersaglio. Preferirei che attaccassero dallo spazio,
piuttosto che da un sottomarino nucleare in immersione.»
«Lo preferirei anch'io», convenne l'ammiraglio Doran. «In ogni caso,
adesso è meglio che torni a Norfolk. Ogni volta che mi guardo attorno,
penso all'onda anomala e all'inferno che provocherebbe. Secondo gli
scienziati, quell'accidente sarebbe in grado di portarsi via una portaerei da
100.000 tonnellate. E, se anche non lo fosse, potrebbe sempre mandarla a
schiantarsi contro le gettate.
«So che le città sono in pericolo, ma lo tsunami potrebbe anche spazzare
via l'intera flotta militare della costa orientale. Arrivando da sud-ovest
andrà a impattare dritto su Virginia Beach e si porterà via i tre ponti/tunnel
di Hampton Roads. Quella è una zona completamente piatta: un intrico di
moli, bacini, rigagnoli, laghi e fiumi, giù fino all'Atlantico.»
«Non me lo ricordi, Frank. E i cantieri navali di Newport News e
Norship fanno parte dello stesso complesso... Cristo! In quei cantieri ci
sono due portaerei in completamento... Non potremmo spostarle neanche a
provarci... Forse con dei rimorchiatori... Ma non sulla costa occidentale
della Florida.»
Frank Doran scosse la testa. «E dobbiamo far evacuare Kings Bay, in
Georgia. Ci sono quattro unità classe Ohio e Dio sa quanti missili Trident
C4. Probabilmente abbastanza da far saltare in aria tutto il dannato
universo. E noi siamo qui a perdere tempo per trovare dei tizi con un
asciugamano in testa che se ne vanno in giro sott'acqua.»
L'ammiraglio Morgan sogghignò. Gli piaceva Frank Doran, e gli piaceva
il suo insospettabile senso dell'umorismo. Il compito che si trovavano
davanti era immane e dovevano combattere per non cedere alla
rassegnazione. Ma entrambi sapevano di poter inchiodare il Barracuda se
quello si fosse portato a quota periscopica. Se non lo avesse fatto e avesse
lanciato i suoi missili dritti verso il vulcano, potevano cercare di abbatterli
con delle armi terra-aria. Fallito anche quel tentativo, restava l'ultima linea
di difesa, l'anello d'acciaio dei Patriot attorno al Cumbre Vieja, che
avrebbero potuto colpirli. Se fosse rimasto abbastanza tempo per farlo.
Se anche quella possibilità fosse fallita, per molto tempo la vita non
sarebbe stata più la stessa sulla costa orientale degli Stati Uniti.
«Bene, signore. Io vado. Darò immediatamente il via all'operazione di
evacuazione della flotta nel golfo del Messico. Partiranno tutte le unità in
grado di stare a galla e con propulsione sufficiente. Credo inoltre sia
meglio imbarcare gli ICBM e trasferirli a sud il più in fretta possibile. Sarà
necessario requisire qualche nave commerciale per evacuare la base di
supporto dei sottomarini. Là c'è un milione di tonnellate di roba, fra missili
e altre attrezzature. Ed è vulnerabilissima, situata com'è sulla costa
atlantica, protetta solo da un paio di secche.»
«Non me lo dica, Frank. Ci ho lavorato», replicò Arnold scuotendo il
capo. «Un maledetto incubo o sbaglio?»
L'ammiraglio Doran si diresse verso la porta dello Studio Ovale.
«Torna domani?» chiese Arnold.
«Uhm... in mattinata. Può darsi che per allora ci sia qualche buona
notizia.»

Venerdì 2 ottobre 2009, ore 19.30 (locali). Damasco, Siria.

Ravi e Shakira erano tornati a casa, a Sharia Bab Touma. L'ammiraglio


Mohammed Badr aveva deciso che i segnali trasmessi via satellite fra la
base della Marina iraniana di Bandar Abbas e il Barracuda erano troppo
vulnerabili alle intercettazioni americane, quindi il loro contributo non era
più necessario. Tutto ciò che restava da fare era attendere.
Gli americani potevano intercettare tutto, con l'abilità assoluta posseduta
dalla National Security Agency di captare ogni cosa, ovunque e in ogni
momento. Poco poteva essere trasmesso dalle basi navali di Paesi
potenzialmente ostili senza che Fort Meade ne giungesse a conoscenza.
Quindi, il generale e la signora Rashood avevano dovuto lasciare il loro
lussuoso alloggio di Bandar Abbas ed erano rientrati in volo a Damasco. E
lì, nell'appartamento che avevano abitato nei primi tempi del loro
matrimonio, avevano fatto installare un impianto ricevente allo stato
dell'arte e un impianto, sempre allo stato dell'arte, di trasmissione
satellitare. Il percorso dei segnali in partenza era Damasco-satellite-
Teheran-satellite-Zhanjiang-satellite-Barracuda.
Sulla via del ritorno, il segnale percorreva, all'inverso, la stessa strada, il
tutto in forma criptata. Ravi scese la scala, portando con sé l'ultimo
messaggio trasmesso da Ben Badr. Recitava semplicemente 72° 30' N, 76°
00' E. Il generale decodificò rapidamente i dati, ricavò la posizione reale
del sottomarino e ne segnò la posizione su una mappa dell'Atlantico.
Da martedì mattina, Ben aveva filato circa 10 nodi, percorrendo circa
settecento miglia lungo la dorsale Medio-Atlantica. Adesso il Barracuda si
trovava all'incirca sulla linea del tropico del Cancro e stava strisciando ad
appena 5 nodi sopra i cavi del sistema SOSUS. Si trovava a circa
settecentosettantacinque miglia dalla sua area operativa. Alla velocità cui
viaggiava poteva percorrere centoventi miglia al giorno. Mancavano,
quindi, sei giorni e mezzo prima che raggiungesse la zona di lancio. Le
dita di Ravi scorrevano sui tasti della calcolatrice. Adesso, nel punto in cui
si trovava il Barracuda, era circa mezzogiorno di venerdì. La nave avrebbe
dovuto, quindi, raggiungere la sua zona di lancio nelle Canarie attorno alle
24.00 di giovedì 8 ottobre.
«Giusto in tempo per il lancio», mormorò Ravi. «Preghiamo solo Allah
che gli Scimitar funzionino ancora una volta.»
«Mi sembra di sentire qualcuno che borbotta», disse Shakira, che era
comparsa sulla porta della cucina. «Vuoi del tè? Magari ti fa bene ai
nervi.»
«Grazie. Sarebbe l'ideale», rispose Ravi. «Per inciso, ho appena ricevuto
un messaggio dal Barracuda. Buone notizie. Nessuna malattia e nessuna
perdita, sono in orario, rotta perfetta, nel medio Atlantico, a
settecentosettantacinque miglia da La Palma.»
«Stavo giusto guardando la CNN», disse Shakira. «Gli americani sono
molto preoccupati. Il presidente ha parlato già due volte alla nazione e
l'evacuazione della costa orientale è in piena azione. Sembra abbiano
capito che la nostra è una minaccia seria.»
«Hanno detto niente di preciso riguardo alle misure difensive? Hai
presente, tipo uno schieramento navale attorno alle isole?»
«Non molto. Solo che sta per essere avviata un'operazione di ricerca su
larga scala per individuare il Barracuda il prima possibile.»
«Mmm», commentò Ravi. «Possono mettere in campo capacità di
ricerca notevoli ma non credo che riusciranno mai a individuare Ben.
Lancerà da trecento miglia, standosene al largo, verso sud-est. Per quanto
mi riguarda, dubito che qualcuno possa mai trovarlo in acque tanto alte.
Almeno se continua a procedere lentamente e in immersione e lancia da
settanta o cento metri di profondità.»
«Mi sembra che, fino a ora, non abbiamo mai sbagliato nulla», osservò
Shakira, pensierosa. «Credi che la nostra fortuna durerà ancora?»
«Non è fortuna. E programmazione», rispose Ravi. «Elaborare piani a
lungo termine.»
«Credi sappiano per certo che si tratta di un sottomarino? Che i missili
sono stati lanciati contro i vulcani da sotto la superficie dell'oceano?»
«Accidenti, sì!» sbottò il generale Rashood. «Lo sanno.»
«Bene. E allora tu, se fossi in loro, cosa faresti?»
«Evacuerei la costa», disse Ravi. «Il più in fretta possibile.»
«Niente azioni militari o navali? Nessuna manovra aggressiva?»
«Be', certo manderei delle navi a dare la caccia al sottomarino, ma
l'Atlantico è grande. Non ci farei molto conto.»
Shakira era ancora pensierosa. «Sai, tesoro, ho speso molto tempo a
tracciare e programmare le rotte di lancio dei missili. Si basano su dati
satellitari, lo sai.»
«Il normale sistema GPS.»
«E se gli americani riuscissero in qualche modo a interferire con il suo
funzionamento? A renderlo non operativo?»
«Be', sono convinto che il sistema si basi su almeno una trentina di
satelliti, e ho sempre pensato che quegli affari non fossero legati solo al
funzionamento del sistema GPS ma anche alla trasmissione dei segnali
televisivi, alle telecomunicazioni e a tutta quella sorta di cose. Inoltre, tutte
le navi del mondo dipendono dal GPS per la navigazione. Penso che
nemmeno gli americani possano in qualche modo spegnere una rete da cui
dipendono navigazione e comunicazioni in tutto il mondo. Avrebbero
troppa paura delle conseguenze legali. Le richieste di danni
ammonterebbero, probabilmente, a miliardi di dollari.»
«Speriamo», disse Shakira versando il tè in due bicchieri dotati di un
piccolo manico d'argento. «Altrimenti, Ben rischia di mancare il
bersaglio.»

■ Venerdì 2 ottobre 2009, ore 12.00 (locali). National Security Agency.


Fort Meade, Maryland.
I decodificatori di Fort Meade avevano quasi terminato il loro lavoro.
Non appena avuta l'intercettazione del messaggio proveniente dal satellite
della Marina cinese, l'ammiraglio Morris aveva tracciato un ampio cerchio
su una mappa dell'Atlantico settentrionale.
«Pensiamo si trovi qui», disse. «Da qualche parte in questa zona. E
siamo praticamente certi che le cifre 71° 30' N, 96° 00' E indichino la sua
posizione esatta. Cercate di ricavarne qualcosa, d'accordo?»
Il giorno precedente, poco prima di mezzogiorno, la sala codici aveva
fornito una risposta pressoché definitiva. «Per quanto riguarda la prima
cifra, pensiamo vada semplicemente sottratto 50... Forse 49 o 48, ma non
di più. Per quanto riguarda la seconda, la E, per est, va letta O, per ovest. E
siamo praticamente certi che la cifra 96 vada divisa per due. Il risultato
finale sarebbe 21° 30' N, 48° 00' O, grossomodo al centro del cerchio da
lei tracciato.»
L'ammiraglio Morris e il suo assistente personale furono oltremodo
soddisfatti della soluzione e si misero in ansiosa attesa di un nuovo
messaggio. Alle 12.30, il capitano di corvetta Ramshawe riuscì a
individuare qualcosa di nuovo sul satellite cinese. Vecchia Bocca Affilata
72° 30' N, 76° 00' E.
Jimmy sottrasse cinquanta al primo valore e divise il secondo per due,
sostituì ovest per est e produsse le coordinate 22° 30' N, 38° 00' O.
Controllò sulla sua dettagliata mappa computerizzata dell'Atlantico
centrale e segnò il punto esatto che pensavano il Barracuda avesse
raggiunto, probabilmente tre ore prima. Controllò le coordinate precedenti
e rilevò come il sottomarino si trovasse, adesso, settecento miglia più a est
di quanto non si trovasse il martedì mattina.
Calcolò la velocità e, proprio come aveva fatto il generale Rashood
dall'altra parte del mondo, la valutò attorno a 10 nodi. Se continua così,
nelle prossime ore finirà certo con l'incappare in un rilevatore SOSUS.
Con il passare dei minuti, la fiducia di Jimmy Ramshawe cresceva. Il
sottomarino si trovava leggermente più a nord, forse sessanta miglia, ma la
differenza tra le due posizioni rilevate era di sicuro di settecento miglia.
Era in rotta diretta per le Canarie.
Chiamò l'ammiraglio Morris, che stimò ci volessero quattro ore perché i
pattugliatori antisom raggiungessero la posizione in cui pensavano si
trovasse il Barracuda. In quelle quattro ore, il sottomarino avrebbe potuto
percorrere ancora settanta miglia circa. Ma non c'era nessuna indicazione
riguardo alla sua rotta, che avrebbe potuto cambiare in ogni momento, e
ciò allargava di molto la potenziale area di ricerca, rendendola ampia più
di cinquemila miglia quadrate.
George Morris chiamò l'ammiraglio Morgan che seguì la conversazione
sulla mappa computerizzata che, nel frattempo, era stata installata su una
parete dello Studio Ovale. Arnold ordinò di trasmettere subito i dati
all'ammiraglio Doran, presso il comando della Flotta dell'Atlantico, a
Norfolk, e al capo di stato maggiore della Marina, al Pentagono.
«Siamo davanti al problema di sempre, George», disse Arnold. «Un'area
di ricerca troppo vasta, nel mezzo dell'Atlantico, e in pratica nessuna
possibilità d'individuare il sottomarino, se rimane immerso e silenzioso.
Inoltre non sappiamo quando il Barracuda ha trasmesso il messaggio.
«Sono convinto che Jimmy abbia ragione. Probabilmente è stato tre ore
prima che noi l'abbiamo intercettato. Ma potrebbe anche averlo trasmesso
ieri. Abbiamo di fronte dei bastardi molto furbi. Nota che sul messaggio
non ci sono né data né ora. Immagino sia stato trasmesso a una scadenza
programmata e, fino a quando il Barracuda non dice nulla, i suoi capi
sanno che tutto sta procedendo come da programma.
«Ma io continuo a pensare che una ricerca su vasta scala in qualche
remota area dell'Atlantico sia senza speranza. Non saremo in grado di
trovare quel figlio di puttana fino a quando non saremo riusciti a farlo
venire sottocosta. A quel punto, però, le nostre probabilità saranno
ottime.»
Dieci minuti dopo, l'ammiraglio Doran era in linea con lo Studio Ovale.
Il suo parere era identico a quello di Arnold. «Riserveremmo di perdere un
sacco di tempo e di fare un sacco di fatica inutile. E avremo solo un 5 per
cento di probabilità di trovarlo. Il valore del messaggio è di confermare
l'esistenza del Barracuda. E di confermare, grossomodo, dove si trova, o si
trovava, e la sua rotta. E, ovviamente, la sua destinazione. A questo punto,
non ci resta che cercare di spingerlo sottocosta... È andata bene, con i
francesi?»
«Devo parlare con il loro ministro degli Esteri fra mezz'ora, Frank. Ma,
a questo punto, non ho più molte speranze. Credo ci toccherà passare il
canale diretto presidente-presidente. Ma farò il possibile per fare una bella
paura a quel figlio di puttana di Parigi.»
L'ammiraglio Doran riagganciò. Ordinò a qualcuno di informare le navi
nell'Atlantico dei presunti movimenti del Barracuda, poi tornò a dedicarsi
al titanico sforzo di evacuare i bacini di Norfolk.
Un'ora dopo, con mezz'ora di ritardo, Kathy riusciva ad avere al telefono
il ministro degli Esteri francese. Arnold non lo conosceva, quindi decise
che quella di una garbata cortesia fosse la strada migliore da seguire. Si
presentarono formalmente. Il francese parlava un buon inglese e
l'ammiraglio decise di andare dritto al punto.
«Signor ministro», esordì, «lei probabilmente conosce già il motivo
della mia telefonata. Avrà letto sui giornali della minaccia dei terroristi,
giusto?»
Il ministro francese confermò e comunicò all'ammiraglio la sua
apprensione in merito.
Il suo governo aveva appena ricevuto un rapporto dall'Istituto federale
svizzero di tecnologia riguardo ai probabili effetti di uno tsunami
provocato dall'esplosione del Cumbre Vieja, ed era molto preoccupato per
l'apparente gravità della situazione. Non era, però, ancora del tutto
convinto che il pericolo fosse reale; contrariamente a quello degli Stati
Uniti, il suo governo non aveva avuto prove concrete che fosse possibile
provocare una simile esplosione.
Arnold gli chiese semplicemente di accettare, sulla fiducia, l'opinione in
materia dei vertici militari statunitensi. «Tenga presente che è nostra
intenzione fare tutto il possibile per fermarli», aggiunse. «E che non
stiamo chiedendo assistenza a nessuno, anche se lo tsunami provocherà
danni alle coste e alle città di molti altri Paesi.»
«Sì. Il rapporto degli scienziati svizzeri conferma che i danni
interesseranno un'area molto estesa», fu la risposta.
«E, naturalmente, anche la vostra costa della Bretagna potrebbe essere
colpita da un'onda anomala di proporzioni rilevanti, alta forse anche
venticinque metri, proprio nella zona in cui si trova la base navale di Brest.
Sarebbe un guaio non molto diverso da quello in cui verremmo a trovarci
noi quattro ore dopo.»
«Capisco», disse il francese esitante. «Le domande che dovremmo porci
sarebbero, quindi: in primo luogo: dobbiamo prendere seriamente la
minaccia dei terroristi? In secondo luogo: dobbiamo pensare sia
abbastanza seria da spingerci a smantellare l'intero sistema GPS europeo?
Mi dispiace dirle che, su questo secondo punto, la risposta sarebbe no.»
«In effetti, quello che chiediamo non è che il sistema sia smantellato
completamente», precisò Arnold. «Solo che sia disattivato per quarantotto
ore, nel caso in cui non sia stato possibile localizzare e distruggere il
sottomarino prima. Si renderà certo conto che noi stessi ci siamo impegnati
a disattivare i nostri satelliti, che pure rappresentano l'infrastruttura su cui
si basa il 90 per cento della rete GPS attualmente operativa.»
«Non fatico a crederlo, ammiraglio. Ma, visti i rapporti che avete sempre
avuto con gli Stati del Medio Oriente, temo che il governo francese non
possa approvare nessuna vostra mossa che interessi Paesi posti a est del
canale di Suez.»
«Sono allora obbligato a informarla delle conseguenze di una simile
posizione. Per prima cosa, perdereste tutta la flotta di stanza lungo la
vostra costa occidentale, dal momento che l'intera Bretagna subirà
inondazioni catastrofiche. In secondo luogo, perdereste per molto, molto
tempo il favore degli Stati Uniti. E se dovesse esserci un'eruzione a La
Palma, con tutti gli effetti che questa potrebbe avere, noi non esiteremmo
un minuto a rendere pubblico il fatto che è stata la Francia, in ultima
analisi, a causarla, rifiutando anche la minima collaborazione per evitare
un disastro di proporzioni mondiali.
«In terzo luogo, il presidente degli Stati Uniti chiederà al Congresso di
approvare una legge per elevare al cento per cento il dazio sulle
importazioni francesi. In quarto luogo, infine, faremo in modo di escludere
le vostre compagnie dai mercati petroliferi dell'Iraq e dell'Arabia Saudita,
entrambi sotto il nostro controllo. Sinceramente, mi sembra un peccato che
tutto ciò accada solo per non voler tenere spento un fottuto interruttore un
paio di giorni.»
«Riferirò le sue parole, e le sue minacce, al presidente», replicò il
ministro degli Esteri francese.
Ma Arnold aveva già chiuso la comunicazione. «Vive la France,
stronzo», ringhiò, con una certa sorpresa di Kathy, che era apparsa in quel
momento sulla porta con un panino di roast beef, senape e maionese.
«Tutto in ritardo, oggi: il ministro, il panino... Mi si tratta come
l'impiegato che smista la posta.»
Kathy rise. «Fortunato, con Parigi?»
«No. Fa' venire qui subito l'ambasciatore francese. Devo cercare di fargli
capire un paio di cose.»
«Adesso?»
Il livello di ironia di quella conversazione era il più basso da molti e
molti mesi. Fuori dalla porta, gli operai stavano portando via dal corridoio
mobili e lampade di valore inestimabile. Camion dell'Esercito erano
allineati fuori dall'edificio e ufficiali in divisa controllavano passo passo
gli spostamenti di ogni singolo pezzo. Il Pentagono aveva praticamente
monopolizzato i network televisivi della costa orientale che trasmettevano
ventiquattro ore al giorno dalla sala stampa dell'edificio, a quattro porte di
distanza dall'ufficio del presidente del comitato dei capi di stato maggiore
riuniti.
I portavoce del governo sollecitavano le famiglie che non avevano
membri impiegati presso le strutture governative a lasciare la città, in
modo da evitare ingorghi dell'ultimo minuto. Il traffico era dirottato lungo
le statali a nord e a ovest della città, mentre le interstatali 66 e 270 erano
riservate ai convogli federali e al traffico di servizio.
L'ambasciata francese si trovava a poco più di tre chilometri di distanza,
su Reservoir Road, a nord del campus della Georgetown University.
Arnold Morgan attese l'arrivo dell'ambasciatore con crescente impazienza.
Alla fine, Gaston Jobert giunse alla Casa Bianca, alle 14.20, e Kathy lo
fece entrare subito nello Studio Ovale, dove l'ambasciatore si trovò di
fronte sia ad Arnold Morgan, sia al presidente in persona.
Kathy portò a tutti del caffè, poi Monsieur Jobert si sedette ad ascoltare
la cronologia degli eventi, dall'inizio alla fine. Arnold non tralasciò nulla,
dal missile che era stato sentito puntare contro il monte St. Helens
all'eruzione di Montserrat. Elencò le richieste di Hamas e perché non fosse
possibile soddisfarle, poi illustrò la strategia che la Marina degli Stati Uniti
aveva deciso di adottare. Soprattutto, si dilungò sulla natura critica che il
sistema GPS svolgeva in tutta quella faccenda.
«A grandi linee», disse, «i missili sono lanciati sfruttando, per la loro
guida, i nostri satelliti. Se non riuscissero a localizzarli, cercherebbero di
localizzare quelli europei. E, se riuscissero a localizzarli, li sfrutterebbero.
«Se la rete fosse completamente disattivata, il sottomarino sarebbe,
invece, costretto a spingersi sottocosta, per lanciare a vista. E così che
contiamo d'individuarlo. Non c'è bisogno di dire che sono disorientato
dall'atteggiamento del suo governo e che l'ho invitata qui essenzialmente
perché lei possa indurlo alla ragione.»
«Il mio governo è a conoscenza dell'intera storia, del sottomarino, dei
missili e di tutto il resto?»
«Praticamente sì.»
«Be', ho compreso molto... chiaramente... Capisco che per la Francia
sarebbe una brutta cosa se... se si sapesse... che, ehm... vi ha impedito
d'individuare quel sottomarino prima che distruggesse le vostre coste, e
parte delle nostre, naturalmente. Che sarebbe davvero pazzesco...»
«Signor Jobert, questo noi lo sappiamo già, ma temo che il suo ministro
degli Esteri non lo abbia compreso con la sua stessa chiarezza», fece
notare il presidente.
L'ambasciatore Jobert, un uomo magro, scuro, gioviale, di circa
cinquant'anni e molto francese nel suo modo di fare, rispose: «Monsieur
Jean Crépeau?»
«Lui», confermò Arnold. «Un piccolo, spocchioso antiamericano. In
effetti, qualcosa di assurdo, al mondo d'oggi. Riesce a immaginare noi che
ci rifiutiamo di aiutare Parigi, se fosse sottoposta a un attacco terroristico
di tale gravità?»
«No, ammiraglio Morgan. Non riesco. Ma io vivo qui da molti anni. E
gli americani mi piacciono molto. E tutta questa faccenda m'imbarazza
parecchio, come credo imbarazzerà molto il mio governo.» Monsieur
Jobert fece una pausa e bevve un sorso di caffè. «Essendo un diplomatico,
adesso tocca a me parlare. Lei è stato franco. Monsieur Crépeau è un uomo
le cui ambizioni politiche eccedono di molto le abilità. E il nostro primo
ministro non è molto migliore. Ma il presidente, Pierre Dreyfus, è un uomo
di alta statura morale e di assai maggior buonsenso... Forse un po' troppo
orgoglioso delle sue qualità. Ma è intelligente e ha giudizio. Molti nel mio
governo lo temono... Io no, soprattutto perché è marito di mia sorella,
Janine. Lo conosco da quando tutti e due avevamo circa quindici anni.
«Ho già parlato con lui della questione e credo che una telefonata
personale del presidente Bedford, domattina, consentirà di uscire piuttosto
in fretta da questa impasse. In ultima analisi, la Francia non ha molta
scelta, dato che, se ci rifiutassimo di disattivare il sistema, voi ci
abbattereste il satellite, n'est ce pas?»
L'ammiraglio Morgan fece un sorriso sghembo. «Non ci lascereste molta
scelta», rispose. «Città come Washington e New York contro il vostro
piccolo Sputnik? Non c'è gara.»
Monsieur Jobert si alzò. «Lasciate fare a me, signori», disse. «Parlerò al
presidente al massimo stasera. Gli dirò che rifiutare la vostra richiesta
comporterebbe troppi problemi... Credo che lei abbia detto che sarebbe 'un
peccato che tutto ciò accada solo per non voler tenere spento un fottuto
interruttore un paio di giorni...'»
«Esatto», confermò Arnold Morgan.

11
■ Sabato 3 ottobre 2009, ore 8.00. Atlantico centrale. 23° 00' N, 38° 40'
O. Profondità 200 metri. Velocità 6 nodi.

L'ammiraglio Ben Badr manteneva il Barracuda su rotta stabile zero-sei-


zero mentre attraversava le scure profondità del bacino di Capo Verde. Il
giovane Ahmed Sabah, fratello di Shakira e ufficiale di Hamas, era
diventato un consigliere fidato del comandante del Barracuda ed era
proprio insieme con lui e il tenente di vascello Ashtari Mohammed, il
navigatore iraniano di origine britannica, che in quel momento Badr stava
studiando una mappa dell'Atlantico orientale.
Niente è mai vero fino a quando non ti ci trovi di fronte e quello che fino
ad allora era sembrato essere un semplice trasferimento alla volta delle
Canarie appariva, adesso, pieno di pericoli.
I tre uomini sapevano ormai che l'ultimatum che il generale Rashood
aveva inviato al Pentagono era stato reso di dominio pubblico.
Chiaramente gli Stati Uniti avrebbero messo in atto uno sforzo imponente
per localizzarli e distruggerli e, quanto più si avvicinavano strisciando alle
Canarie, tanto più le acque si facevano pericolose.
Nessuno dei tre ufficiali aveva la minima idea della forma che avrebbe
assunto lo sforzo americano, ma l'ammiraglio Badr, che era stato sia
sommergibilista sia comandante di unità di superficie, era certo che non
sarebbero stati impiegati sottomarini per dare loro la caccia.
«Non correranno il rischio di lanciare uno contro l'altro, Ahmed», disse.
«È molto più probabile che impieghino fregate e cacciatorpediniere con
sonar filati. Ma, fino a quando continuiamo a procedere lentamente e a
mantenerci a questa profondità, non esiste la minima possibilità che ci
trovino. L'unica mia preoccupazione sono i satelliti. Abbiamo bisogno dei
satelliti per la guida degli Scimitar e il sistema GPS è in pratica tutto in
mani americane.
«Se sono davvero convinti che abbiamo in programma di spazzare via
tutta la loro costa orientale, potrebbero arrivare a disattivare il sistema. Il
che, per noi, sarebbe una brutta cosa. Perché ci troveremmo a disporre
della sola rete europea e non sono certo che i missili vi si possano
collegare. Alla rete americana, invece, hanno accesso tutti.»
«Pensa che gli americani riusciranno a convincere gli europei a
disattivare anche il loro sistema?»
«Be', i britannici sarebbero di sicuro pronti a collaborare, ma i francesi
può darsi di no. In ogni caso, per come la vedo io, non penso che
decideranno di disattivare entrambi i sistemi contemporaneamente...»
«Sì, ma se lo facessero?» Gli occhi di Ahmed erano sbarrati e pieni di
preoccupazione.
«Allora non avremmo alternative. Dovremmo portarci sottocosta,
calcolare a vista traiettoria e distanza e lanciare sul Cumbre Vieja. Gli SL-
2 hanno un vantaggio... Le loro testate nucleari non necessitano del
puntamento accurato che occorre, invece, per le testate convenzionali degli
SL-1. Se riusciamo a far cadere i missili sul bersaglio anche solo con una
precisione di ottocento metri, il vulcano si spaccherà in due. Poi il magma
rovente farà il resto.»
«Quanto dovremo avvicinarci all'isola?»
«Dovremo portarci circa a venticinque miglia. Abbastanza da
distinguere bene il bersaglio nel periscopio ed effettuare un buon
puntamento a vista.»
«Da dove lanceremo?»
«Bisogna vedere. Se il satellite sarà attivo, lanceremo da una distanza di
duecentocinquanta miglia... da questo punto, circa trenta miglia a sud
dell'isola più orientale dell'arcipelago, Fuerteventura. Sono acque molto
profonde... Circa trenta miglia al largo delle coste del Sahara occidentale.
«Dopo il lancio, vireremo a nord e punteremo a tutta velocità verso le
coste meridionali di Fuerteventura... Qui, vedi... al largo della città di Gran
Tarajal. Ci vorrà un'ora, dal punto di lancio. Il missile impiegherà
venticinque minuti a raggiungere il punto d'impatto. Fra l'esplosione
primaria e la frana che provocherà lo tsunami trascorreranno circa dieci
minuti, poi occorrerà un'altra trentina di minuti prima che lo tsunami
raggiunga le coste occidentali della nostra isola... Non quelle orientali,
dove noi avremo trovato riparo... L'ondata ci passerà accanto senza
danneggiarci.
Poi continueremo a incrociare sotto la superficie fino a quando tutto non
si sarà calmato.»
«E se, invece, americani ed europei disattiveranno i satelliti? Cosa
faremo, in quel caso?» Ahmed si stava rendendo rapidamente conto di
quanto fosse pericolosa la situazione in cui rischiavano di trovarsi.
«Allora dovremo avvicinarci alla costa da sud-ovest... Dirigerci verso
questo punto, più o meno.» Ben Badr indicò sulla mappa un punto a una
ventina di miglia dalle coste di La Palma, dove le acque erano molto
profonde, circa duemilacinquecento metri. «Da lì faremo il punto. Per il
calcolo della distanza useremo questi due punti segnati sulla carta... Sono
due fari. Punta Fuencaliente, qui, all'estremità meridionale dell'isola... Poi,
nove miglia più a nord, punta de Arenas Blancas. Dal periscopio,
dovremmo riuscire a distinguere chiaramente entrambi, ti pare?»
«Signorsì, ammiraglio.»
«Il Cumbre Vieja si trova fra questi due punti. Abbiamo tutti i dati che ci
servono, riguardo alla sua posizione, attraverso le immagini satellitari.
Prenderemo un terzo punto, un picco montuoso... E calcoleremo traiettoria
e distanza... Una semplice triangolazione. E, anche con i satelliti
disattivati, potremo tornare in quell'esatto punto dell'oceano
semplicemente dando una rapida occhiata attraverso il periscopio.
«E, quando ci torneremo, sarà per lanciare gli Scimitar SL-2 dritti nel
vulcano. E i missili non potranno sbagliare... Anche ammettendo che ci sia
un certo margine d'errore dovuto alla direzione del vento, alla sua forza,
alla rotazione terrestre e all'aggiustamento di quota... non potranno
mancare il bersaglio... Le testate sono tanto enormi che anche se andassero
fuori bersaglio di ottocento metri riuscirebbero comunque a far esplodere il
vulcano.»
«Ammiraglio, ha pensato, invece, a come faremo ad allontanarci noi,
dopo avere lanciato?»
«Sì, ci ho pensato. E ci ha pensato anche tuo cognato. Da qualche parte,
nell'Atlantico meridionale, in qualche posto sperduto, incroceremo un
mercantile iraniano e lo abborderemo. Il sottomarino salterà in aria
mezz'ora dopo che lo avremo lasciato. Lo faremo affondare nel punto più
profondo che riusciremo a individuare, in modo che i rottami non vengano
mai scoperti. Poi torneremo a casa a bordo del mercantile, sbarcando
qualche uomo in ogni porto, da qui all'Iran.»
«A questo punto, quindi, dobbiamo virare a est?» lo interruppe il tenente
di vascello Mohammed. «Dobbiamo dirigere verso il punto di lancio più
lontano... per verificare se è possibile fare il punto appoggiandosi al
satellite?»
«Esattamente. Ma non occorre apportare poi particolari aggiustamenti...
Appena due gradi di timone a dritta. Ci penserò io a dare gli ordini
necessari ad Ali Zahedi... Almeno fino a quando manterremo la velocità a
5 nodi.»
Il Barracuda continuava ad avanzare, silenzioso, sotto la superficie
dell'acqua, a cinquecentoquaranta miglia circa dalla sua zona operativa. In
alcuni momenti, nei tre giorni successivi, a Ben Badr parve di percepire
vaghi segnali della presenza di unità militari americane. Ma erano sempre
in acque semideserte, molto a sud rispetto alle trafficate rotte commerciali
dell'Atlantico settentrionale.
Sabato mattina, la nave americana più vicina al Barracuda era la fregata
lanciamissili Simpson, del capitano di vascello Joe Wickman, in rotta verso
sud-est, verso l'estremità nordoccidentale di La Palma.
La fregata del capitano di vascello C.J. Smith, la Elrod, anch'essa in
zona, si stava spostando verso est perpendicolarmente alla corrente delle
Canarie per prendere posizione a nord di Tenerife. Lì, la Elrod era attesa
dalla USS Taylor del capitano di vascello Brad Willett, che era giunta in
posizione poco dopo le 24.00.
Era previsto che, entro le due ore successive, anche la Kauffman e la
Nicholas, comandate dai capitani di vascello Josh Deal ed Eric Nielsen,
raggiungessero la loro area di stazionamento, venti miglia al largo della
costa settentrionale di Tenerife, di fronte al frastagliato capo Roque de
Anaga.
La flottiglia delle sette fregate partite da Norfolk stava ancora
procedendo in convoglio attraverso l'Atlantico. Le navi erano state le
ultime a lasciare gli ormeggi e il loro arrivo nelle acque delle Canarie non
era atteso prima di domenica notte. Il gruppo da battaglia della Ronald
Reagan si stava avvicinando a Gibilterra ed era previsto che raggiungesse
la sua area operativa, a nordest di Lanzarote, domenica pomeriggio.
Il contrammiraglio George Gillmore, a bordo della sua meraviglia
elettronica, la USS Coronado, si trovava già a duemilacinquecento miglia
dalla base di Norfolk e a meno di mille miglia dalla zona d'operazioni. Il
suo arrivo era previsto attorno alle 24.00 di domenica.
L'ultima nave ad arrivare sarebbe stata la portaerei Harry S. Truman,
carica di elicotteri e in quel momento impegnata a farsi largo attraverso
una tempesta all'altezza della dorsale Medio-Atlantica, insieme con due
cacciatorpediniere di scorta e un sottomarino nucleare, numero di scafo
770, lo USS Tucson.
Tutte quelle unità si trovavano molto più a nord del Barracuda. La loro
presenza era, quindi, ignota all'ammiraglio Badr e ai suoi uomini che,
sebbene si attendessero di andare incontro a dei problemi, mai avrebbero
pensato a problemi di quella portata. Avanzando lentamente e restando
profondo, sarai sempre al sicuro. Le parole del padre risuonavano chiare
nella mente di Ben. Eppure, da quando erano partiti Ravi e Shakira, si
sentiva vulnerabile.
Quel fine settimana, avrebbe dovuto aprirsi una delle casseforti a tempo
del sottomarino, in cui era stata messa una lettera sigillata, scritta ma non
firmata, e indirizzata a lui, quale comandante della nave, dal dotto
ayatollah che al momento guidava la Repubblica Islamica dell'Iran. Era
stata un'idea di suo padre, per fornire a Ben un'idea precisa del vero scopo
della missione. Nel momento di lanciare i missili, l'avrebbe confermato
nell'idea di avere in pugno la curva lama della spada del Profeta
Maometto.
L'ammiraglio Mohammed Badr aveva anticipato al figlio quello che
sarebbe stato il contenuto della busta. È Ben era particolarmente ansioso di
leggerlo. Aveva già tentato due volte, nel corso della mattina, di aprire la
cassaforte, ma il dispositivo a tempo era tuttora bloccato e lui aveva deciso
di lasciar passare ancora qualche ora prima di provare di nuovo.
Nel frattempo, nello Studio Ovale, l'ammiraglio Morgan aveva ricevuto
un altro «no» da Parigi. In una lettera, il presidente francese lo aveva
informato che, nonostante la lunga conversazione avuta con l'ambasciatore
a Washington, non era ancora convinto della effettiva pericolosità delle
minacce di Hamas e della conseguente necessità di disattivare il sistema
GPS.
Voleva, quindi, rifletterci sopra durante la notte e avrebbe comunicato la
sua decisione definitiva il lunedì mattina. La lettera proseguiva lungo la
linea esposta dal ministro degli Esteri, affermando che, secondo il
presidente, gli americani stavano attribuendo un'importanza esagerata alla
minaccia di un attacco terroristico contro il Cumbre Vieja e che non era
sua intenzione unirsi a un coro che, senza che ciò fosse necessario, avrebbe
messo in allarme il mondo intero, né rendersi responsabile delle morti che
avrebbero potuto derivare dalla disattivazione di una rete da cui dipendeva
l'intero sistema mondiale della navigazione. Il presidente concludeva,
infine, sottolineando come non vedesse quale vantaggio avrebbe potuto
derivare al suo Paese dall'alimentare il sentimento antiamericano diffuso
nell'opinione pubblica mondiale, come sarebbe certamente accaduto nel
caso in cui la minaccia ventilata da Washington si fosse dimostrata
infondata.
Fu la parola «infondata» a far esplodere Arnold Morgan. «Come può
essere 'infondata' quella dannata minaccia?» urlò. «Chi cazzo si crede di
essere questo fottuto dittatorello venuto fuori dal municipio di un paesotto
normanno di quart'ordine? C'è qualcuno che me lo sa dire?»
«Evidentemente crede di essere qualcuno», rispose il presidente Bedford
che, per caso, si trovava a essere la sola persona presente nella stanza.
«Ciò significa che devo parlargli io?»
«Doveva», disse Arnold. «Adesso non ce n'è più bisogno... Kathy!
Voglio-al-telefono-il-presidente-francese! Immediatamente!»
«Per il presidente Bedford?» chiese lei, in piedi sulla soglia, ancora non
del tutto certa sul perché il marito sentisse la necessità di gridare le cose
attraverso una porta chiusa piuttosto che limitarsi a sollevare il telefono e
parlarci dentro.
«Digli così», rispose Arnold. «Poi passalo a me, quel piccolo figlio di
puttana.»
Kathy scosse la testa e diede istruzioni al centralino della Casa Bianca di
contattare il palazzo dell'Eliseo, nella parte nordoccidentale del centro di
Parigi, e di sottolineare che si trattava di una chiamata estremamente
urgente.
Tre minuti dopo, il presidente francese era in linea... Piuttosto confuso...
«Mais je pense que le président Bedford...»
«Signor presidente», lo interruppe Arnold Morgan, «sono qui seduto alla
Casa Bianca proprio accanto al presidente degli Stati Uniti... E sono tre
giorni che stiamo chiedendo la vostra collaborazione per fermare quello
che potrebbe essere il più terribile atto di terrorismo cui il mondo abbia
mai assistito. Dobbiamo intendere che la Francia non è pronta a fornircela?
In altre parole, è otti o è non?»
«Be', in effetti, non ho ancora preso una decisione definitiva sulla
questione.»
«È un non, signor presidente?»
«Be', credo che dovremo trovare qualcosa, forse in qualche giorno...»
«Signor presidente, si tratta di un'azione militare della massima
importanza. Non abbiamo proprio tempo per le vostre esitazioni. O
accettate di disattivare il vostro satellite quando vi diremo di farlo o, tempo
domattina, quel satellite avrà cessato di esistere...»
Sulla linea Washington-Parigi cadde il gelo. «Ammiraglio Morgan, mi
sta forse minacciando?» chiese il presidente.
«No. Le sto solo facendo una promessa. Vogliamo quel satellite inattivo
per quarantotto ore, dalle 24.00 di mercoledì, ora di Parigi. E intendiamo
ottenere quanto chiediamo. O ci pensate voi, con le buone, e lo disattivate,
o lo facciamo noi con le cattive e ci sbarazziamo di voi. Come promesso,
metteremo, inoltre, in atto un bando totale sulle importazioni francesi negli
Stati Uniti. E faremo chiudere la vostra ambasciata ed espellere il
personale diplomatico accreditato a Washington. Ha dieci secondi di
tempo per darmi la sua risposta.»
Morgan percepiva con chiarezza che il presidente francese, come molti
suoi predecessori, se esteriormente appariva tanto rigido nei suoi
atteggiamenti, in realtà mancava di veri principi morali. Ciò cui pensava in
quel momento era l'enorme spesa che sarebbe stata necessaria a mettere in
orbita un nuovo satellite; nella sua mente passavano le immagini del
collasso che avrebbe colpito l'industria dei vini e dei formaggi, dei danni
colossali che si sarebbero abbattuti sulla Citroen e sulla Peugeot...
L'esclusione della Francia da tante assisi internazionali... La pessima
pubblicità a livello internazionale... I sentimenti d'odio che avrebbe
suscitato in milioni di persone, quelle che si era rifiutato di aiutare, quando
gli Stati Uniti, membri come la Francia del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite, gli avevano chiesto ciò che, a confronto, sembrava un
favore insignificante. Sapeva riconoscere la vera immortalità, quando se la
trovava davanti.
«Va bene, ammiraglio Morgan. Questa volta, la sua aggressività le ha
consentito di vincere la battaglia. La rete GPS europea sarà disattivata per
quarantotto ore a partire dalle 24.00 di mercoledì 7 ottobre. I suoi metodi
non mi sono piaciuti. Ma il mio Paese farà ciò che è giusto, come ha
sempre fatto. Per favore, chieda agli emissari del suo governo di
trasmettermi i documenti di rito nella forma appropriata nelle prime ore
della mattina di lunedì.»
«Buon per lei, signor presidente. Ancora due cose: nessun ritardo e non
cercate di prendervi gioco di noi. E, si ricordi... se non fosse stato per noi,
a quest'ora parlereste tedesco...»
Arnold chiuse bruscamente la comunicazione. «Non sono del tutto
sicuro che quell'ultima osservazione fosse davvero vitale», commentò il
presidente Bedford, sorridendo.
«E chi se ne frega?» replicò il comandante in capo dell'operazione Alta
Marea. «Quel fottuto satellite sarà disattivato ed è ciò che ci interessa.
Siamo riusciti a ottenere il blackout completo del sistema GPS e il
Barracuda sarà costretto a portarsi sottocosta, dato che non potrà più
lanciare i suoi missili da lontano. Ed è proprio quello che vogliamo. È li
che potremo giocare le nostre carte.»
«Faccio preparare i documenti che hanno chiesto i francesi? Basta una
telefonata al dipartimento di Stato...» disse il presidente Bedford.
«Perfetto, signore. Vuole, cortesemente, chiamare anche il generale
Scannell e dirgli che i francesi hanno accettato di collaborare? Si occuperà
lui di tutti gli aspetti pratici... Ha presente: il coordinamento dei satelliti, in
modo che siano disattivati tutti nello stesso momento...»
Il presidente annuì e lasciò la stanza. Arnold tornò alla grossa mappa
computerizzata dell'Atlantico. «Est», borbottò. «Deve trovarsi a est.
Qualsiasi punto a ovest di quelle maledette isole si troverebbe dritto sulla
rotta dello tsunami, una volta che questo abbia avuto inizio. Nessuna nave
potrebbe farcela. Il comandante del Barracuda questo lo avrà certamente
compreso.»
«Che c'è?» chiese Kathy, intenta ad aprirsi la strada in mezzo alle pile di
carte che sommergeva la seconda scrivania della stanza.
«Vieni qui», rispose l'ammiraglio. «Voglio mostrarti quello che intendo
dire... Vedi qui? Sono le Canarie... La grossa domanda è: il Barracuda si
manterrà a sud, visto che proviene da un punto a est dei Caraibi? O seguirà
un'ampia rotta circolare in modo da arrivare da nord e prenderci di
sorpresa?»
«Non saprei proprio cosa dire.»
«Be', a nord, per noi, la situazione è migliore. In quel settore abbiamo i
due sottomarini nucleari del gruppo da battaglia della portaerei... Non può
arrivarci senza essere scoperto. No. Sono convinto che si terrà a sud,
puntando verso il Sahara occidentale, per poi virare e portarsi in posizione
di lancio. Satellite o no, al momento del lancio non può trovarsi a più di
duecentocinquanta miglia dal bersaglio... Perché, se non riesce a portarsi in
fretta dietro una delle isole, lo tsunami lo scaricherà dritto dritto sulla
spiaggia di Long Beach, con lo scafo sottosopra e l'elica all'aria.»
Come sempre, Kathy rise in modo sonoro alla nuova sparata del suo
incorreggibile marito.
Intanto, nelle acque scure del bacino di Capo Verde, l'ammiraglio Badr
era riuscito, finalmente, ad aprire la lettera che l'ayatollah gli aveva
indirizzato.

Benjamin, la tua anima è preziosa nella lotta per la causa di


Allah. E presto toccherà a te portare in battaglia la Sua spada.
Questa lettera è per ricordarti la responsabilità di cui sei investito
nella guerra che stiamo combattendo contro il Grande Satana.
Forse dovrei ricordarti che la nostra fede nell'islam nasce,
originariamente, nei grandi deserti dell'Arabia. E che ha sempre
avuto i toni della guerra. Il Profeta è stato anche conquistatore e
statista. Le Sue parole non avevano precedenti. Provenivano
direttamente da Dio e in cento anni hanno distrutto l'impero
persiano e conquistato gran parte di quello di Bisanzio.
A quel tempo, le armate arabe dilagarono in Nord Africa,
spazzando via i cristiani dall'Egitto e dalla Tunisia, la patria del
loro sant'Agostino. Le stesse armate conquistarono la penisola
iberica e penetrarono in Francia. Ah, sì, figlio mio. Sin dall'inizio,
i musulmani sono stati un popolo di guerrieri.
Ricorda inoltre che, per secoli, la scienza e la sapienza
musulmane sono state superiori a quelle dell'Europa. Siamo stati
noi a dare all'Europa l'idea di università, che è stata importata dai
crociati che erano venuti a contatto con noi. Abbiamo conquistato
la Turchia e Costantinopoli, divenuta capitale dell'impero
ottomano.
Solo negli ultimi trecento anni gli infedeli si sono ripresi dalle
sconfitte subite e dalla loro condizione di totale irrilevanza, per
divenire i dominatori del Medio Oriente. Hanno ridisegnato le
nostre frontiere, hanno inventato nuovi Stati, hanno diviso le
nostre terre e saccheggiato le nostre ricchezze, il nostro petrolio, e
li hanno spartiti fra le potenze imperialiste. Ci hanno imposto i
loro costumi e quella che pensano essere la loro cultura.
Dopo tanti trionfi, la conquista del mondo da parte della Vera
Fede sembrava inevitabile. Ma così non è stato e siamo stati
umiliati. Ma oggi Allah ci ha dato il modo di imprimere una
brusca sterzata al corso degli eventi e di porre fine in un colpo
solo a trecento anni di arroganza e di razzie da parte
dell'Occidente.
Ricorda sempre. Questa è la nostra infinita jihad, una guerra che
è, allo stesso tempo, delle armi e dello spirito e che è stata
benedetta dal Profeta. Questa jihad deve essere al centro della vita
di ogni musulmano. Noi non vogliamo appropriarci di ciò che non
è nostro, ma coltiviamo il sogno di un grande impero islamico, un
impero che non sia dominato dagli Stati Uniti d'America.
Figlio mio, quello che noi vogliamo è che gli Stati Uniti lascino
il Medio Oriente, portando con sé il loro modo di vita degenerato.
E, se non potremo piegarli al nostro volere, potremo sempre fare
sì che il conflitto diventi, per loro, ogni giorno più costoso. Prego
per la tua santa missione e prego perché tu e i tuoi valorosi
combattenti possiate riuscire in questa grande impresa. Un giorno,
l'intera comunità islamica comprenderà il valore di ciò che avete
fatto. Invoco la benedizione di Dio sui tuoi Scimitar e possa Allah
essere con voi.

L'ayatollah non aveva firmato la lettera, che però era scritta di suo
pugno. Ben Badr la piegò e se la mise nel taschino della camicia.
Ben era un professionista consumato, a suo agio con l'equipaggio,
consapevole delle sue capacità di comandante e forte di un lungo
addestramento. Non si considerava come il tipico candidato a una missione
suicida ma, nel fondo dell'animo, come un pensiero inespresso e raramente
preso in considerazione, sapeva di essere pronto a morire, se necessario
come un eroe, fino a quando ci fosse stato da combattere per qualcosa in
cui lui e il suo popolo credevano. Era onorato di far parte di
un'avanguardia di eletti. Avrebbe portato il sottomarino a distanza di
lancio dal grande vulcano e avrebbe lanciato i missili che portava a bordo.
Ci sarebbe riuscito o sarebbe morto provandoci. Non sognava la morte, né
ne andava in cerca. Ma, se la morte avesse abbattuto la sua mano sullo
scafo del Barracuda mentre quello era in rotta verso il Cumbre Vieja,
allora avrebbe saputo affrontarla da forte, senza paura.
L'ammiraglio Ben Badr verificò, insieme con il capo di seconda classe
Ali Zahedi, che la rotta fosse esatta e che la velocità si mantenesse sempre
sotto i 6 nodi. Poi scorse la fila di schermi di computer fuori dal
compartimento del reattore, fermandosi a parlare per qualche minuto con il
capo di seconda classe Ardeshir Tikku. Nonostante il lungo e spesso lento
viaggio percorso partendo dalle coste orientali della Cina, tutto funzionava
ancora regolarmente. Era davvero una nave stupenda. Tecnologia russa
nella sua migliore espressione.
Il VM-5 PWA, considerato il reattore nucleare più efficiente mai
prodotto dai russi, era stato progettato e realizzato sulle sponde del mar
Bianco dai tecnici di Arcangelo. Fino a quel momento, chiuso nel ventre
del Barracuda, non aveva mai tradito e aveva continuato senza alcuno
sforzo a produrre il vapore necessario ad alimentare la turbina GT3 A.
Ardeshir Tikku non riusciva a immaginare nemmeno una nave il cui
sistema di propulsione funzionasse con più precisione.
Il nero scafo di titanio scivolava leggero nell'acqua. Tutti i componenti
meccanici presenti a bordo erano montati su cuscinetti di gomma che
smorzavano anche la più piccola vibrazione. Solo ascoltando con
attenzione era possibile sentire un ronzio basso e lontano, come quello di
un computer. Ma non era un computer. Era la turbina da quarantasettemila
cavalli vapore che faceva muovere il grosso battello da 8000 tonnellate
sotto le acque dell'Atlantico.
Man mano che i giorni trascorrevano, Ben Badr avvertiva il crescere
della tensione tra gli uomini che guidavano il Barracuda. Il capitano di
vascello Ali Akbar Mohtaj si era chiuso in se stesso e trascorreva la
maggior parte del suo tempo libero insieme con il capitano di fregata
Abbas Shafii, l'esperto di armi nucleari che avrebbe innescato la
detonazione delle testate degli Scimitar. I due avevano già deciso di
lanciare contro la montagna entrambi gli SL-2, specialmente nel caso in
cui vi fossero stati problemi con i satelliti.
Due SL-2 anziché uno. L'equivalente di quattrocentomila tonnellate di
tritolo era una garanzia sufficiente della distruzione dell'intera parte
sudoccidentale di La Palma. Anche se la loro presenza fosse stata scoperta
e le navi americane avessero lanciato le cariche di profondità, anche se
fossero stati individuati e attaccati dai siluri del nemico, avrebbero
comunque avuto tempo. Secondi. Ma sufficienti al Barracuda per lanciare
due missili, che non potevano essere fermati e che avrebbero provocato
un'onda anomala che sarebbe stata la madre di tutte le onde anomale. Il
capitano di vascello Ali Akbar Mohtaj e il capitano di fregata ci avevano
pensato a lungo. Avrebbero comunque avuto tempo.
Nel frattempo, Washington continuava a prepararsi alla catastrofe. Se i
missili di Ben Badr avessero colpito il Cumbre Vieja, all'ultimo momento
Bedford e i suoi collaboratori sarebbero stati trasferiti in blocco, per via
aerea, nella nuova base segreta di Administration, all'estremità
settentrionale del monte Shenandoah, presso Mountain Falls.
La base, con i suoi sistemi di comunicazione ad alta tecnologia e le linee
dirette che la collegavano al Pentagono e ai governi di numerosi Stati
esteri, era stata edificata all'interno di una struttura militare pesantemente
vigilata. Era un vasto complesso, costruito quasi tutto sotto terra, per
fortuna nella zona delle colline ondulate poste a ovest della valle dello
Shenandoah, varie centinaia di metri sopra il livello del mare.
Noto nei circoli di Washington come Camp Goliath (denominazione
scelta in contrapposizione a Camp David), era sempre stato considerato
come l'ultimo rifugio del governo e dei vertici militari nel caso in cui gli
Stati Uniti avessero subito un attacco con armi nucleari e Washington
fosse stata minacciata. Ci volevano tre giorni per attivare tutti i sistemi di
comunicazione e, in quel momento, la base era ancora isolata, nel suo
segreto splendore, un hotel a cinque stelle con uffici, sale tattiche, servizi
completi di segreteria e ogni possibile accessorio che la tecnologia del
XXI secolo aveva concepito per far procedere le cose del mondo.
Il presidente, insieme con i membri più importanti del suo staff e con i
loro assistenti, avrebbe raggiunto Camp Goliath a bordo di uno dei grossi
Sea Stallion del Corpo dei marine, gli elicotteri trimotore Sikorsky CH-
53E, capaci di trasportare cinquantacinque marine nelle situazioni più
critiche.
Nel caso in cui Hamas si fosse dimostrata più ambiziosa di quanto fino a
quel momento non avesse voluto sembrare, l'elicottero era equipaggiato
con tre mitragliatrici da 12,7 mm. Nel cielo di Washington sarebbe stato
raggiunto da quattro cacciabombardieri Tomcat che lo avrebbero scortato
nell'entroterra, oltre il fiume Shenandoah.
Camp Goliath si trovava ventitré chilometri a sud di Winchester, nelle
colline boscose dove l'animo di ferro dei regolari sudisti di «Stonewall»
Jackson aveva tenuto testa per tanti mesi all'Esercito dell'Unione, negli
anni '60 dell'Ottocento, fino a quando il generale Nathaniel Banks e i suoi
ottomila uomini non erano stati ricacciati oltre il fiume. Era la zona di
Harper's Ferry, alla confluenza dello Shenandoah con il Potomac, dove gli
uomini del generale Jackson avevano catturato tredicimila soldati
unionisti; e di Front Royal, Cedar Ridge e, poco più a nord, del tragico
campo di battaglia di Antietam.
Camp Goliath dominava quelle terre, dove si era combattuta la guerra
civile, lungo il confine fra la Virginia e il Maryland, dove s'incontravano i
grandi fiumi. E, se i missili avessero colpito la montagna, a La Palma, e
quel grande complesso fosse stato attivato, Hamas avrebbe certo sentito
pesare su di sé anche lo spettro di quell'altra, dura generazione di soldati
americani.
L'evacuazione di Washington, intanto, continuava. Domenica mattina, le
migliaia di uomini della guardia nazionale che si erano unite ai militari già
operanti nella capitale furono dirottate su un compito tanto importante
quanto quello di trasferire il governo federale e i suoi beni verso le zone
non minacciate. Furono infatti poste al lavoro per mettere in salvo le
migliaia di manufatti, documenti, libri e quadri che illustravano e
documentavano la nascita e lo sviluppo della nazione.
Molti di quei beni, il cui valore era inestimabile, erano conservati presso
la Smithsonian Institution, un altro grande complesso che, racchiudendo in
sé quattordici musei, era il custode collettivo di milioni di oggetti,
spazianti dai capolavori vecchi di secoli ai più moderni ritrovati della
tecnologia aerospaziale. Solo nel gigantesco Air and Space Museum
c'erano ventitré gallerie, nelle quali erano esposti duecentoquaranta
aeroplani e cinquanta missili, un planetario e un auditorium con uno
schermo alto cinque piani.
Alcuni dei musei avevano compreso che non sarebbero riusciti a mettere
in salvo tutto, con migliaia di pezzi ancora imballati nei depositi e mai
messi in mostra. Tutti quanti avevano chiamato la Casa Bianca, chiedendo
istruzioni. Arnold Morgan era impaziente. «Priorità. Dovete stabilire delle
priorità, mi avete capito?
Concentratevi sui pezzi di effettivo valore storico. Fregatevene di tutte le
collezioni speciali. Abbandonate tutte le copie e tutti i modelli. Prendete
fotografie, riproduzioni o disegni. Ma concentratevi su quello che è
veramente importante. E datevi da fare...»
I curatori del museo nazionale non erano abituati a quel tono brusco e
imperioso. Inoltre, in alcune pinacoteche c'erano tanti quadri che era
impossibile imballarli e spedirli tutti. Bisognava decidere quali lasciare ai
piani superiori degli edifici, sperando che riuscissero a sopravvivere al
primo impatto dello tsunami e che non fossero raggiunti dalla successiva
inondazione.
Catene umane di impiegati e militari percorrevano senza sosta gli
enormi scaloni della National Gallery of Art, cercando di trasferire
capolavori, alcuni dei quali del XIII, XIV e XV secolo, o a bordo dei
camion fermi di sotto, o ai piani superiori, pregando Dio che l'acqua non
arrivasse così in alto.
Ma vi erano anche compiti troppo enormi anche solo da immaginare. Le
navi da guerra, i sottomarini e gli aeroplani in mostra nei tremila metri
quadrati del Memorial Museum, alla Washington Navy Yard, avrebbero
dovuto essere lasciati al loro destino. Lo stesso sarebbe accaduto
all'enorme collezione di macchinari storici, i grossi motori che, in passato,
avevano spinto l'industria pesante del Paese, raccolti al primo piano del
Museum of American History.
Un compito ancora più difficile era posto dal giardino zoologico. Ma la
banca Madison aveva preso particolarmente a cuore la sorte dei suoi ospiti
e aveva fatto allestire una sala operativa nella sua filiale di Du Pont Circle,
dove venti persone spendevano la giornata in frenetica attività, contattando
tutti gli zoo in un raggio di centocinquanta chilometri, verificando la
disponibilità di spazi liberi e cercando di trovare agli animali da trasferire
una sistemazione temporanea e un habitat adatto nel poco tempo a
disposizione.
Erano state noleggiate gabbie da Ringling Brothers, camion da U-Haul
ed erano perfino stati noleggiati due treni merci dalla Southern Railroad.
Tutti volevano fare qualcosa per quelle bestie; solo il presidente della
squadra di baseball di Baltimora oppose un secco rifiuto al giovane zelota
della banca Madison, quando questi gli chiese di trasformare i
quarantottomila posti a sedere dello stadio di Oriole Park, a Camden
Yards, in una gigantesca gabbia per gli orsi.
Entro il pomeriggio, l'evacuazione del giardino zoologico era, quindi,
già a buon punto. L'intera città era costellata dai moniti dell'orrore che
presto si sarebbe abbattuto su di lei. Per ordine dell'ammiraglio Morgan,
tutte le statue di valore storico erano state rimosse e inviate sulle colline
del Maryland.
Quell'ordine aveva provocato la prima seria frizione di tutta l'operazione
perché i funzionari del servizio parchi nazionali, cui era assegnata la
responsabilità sulle statue, ebbero un'alzata di testa e iniziarono a sostenere
che il compito loro affidato sarebbe stato a dir poco impossibile.
«Come sarebbe a dire 'impossibile'?» ribatté la voce raspante che veniva
dallo Studio Ovale. «Chiamate il genio dell'Esercito. Hanno gru pesanti,
macchinari per il sollevamento e camion.»
«Non può funzionare, signore. Praticamente in tutti i casi, le statue
pesano troppo.»
«Be', qualcuno le ha messe sui loro piedistalli, o no? Allora si dovrebbe
riuscire anche a sollevarle.»
«Penso di sì, signore, ma immagino che quella gente, ormai, sia tutta
morta. Ed è un po' difficile mandare fax ai morti, o no?»
Arnold non aveva tempo di rispondere che era una «battuta simpatica
per uno stronzo burocrate».
«Immagino di sì», replicò invece l'ammiraglio. «Meglio provare con
un'e-mail. Ma quelle statue devono essere rimosse. A tutti i costi.» E sbatté
giù il telefono.
Qualche ora dopo, i genieri dell'Esercito lasciavano la loro base di
Craney Island, all'interno del cantiere navale di Norfolk, e iniziavano a
risalire il Potomac a bordo di chiatte su cui erano stati imbarcati tutti i
macchinari necessari. Prima del tramonto, il grande Theodore Roosevelt
Memorial era stato rimosso dall'isola in mezzo al Potomac su cui si
trovava.
I ventiquattro metri dell'Iwo Jima Marine Corps Memorial, una delle più
grandi statue in bronzo mai realizzate, furono sollevati da una gru, insieme
con il loro piedistallo in marmo nero, posto a più di quattrocentocinquanta
metri dalla riva del Potomac, all'estremità settentrionale del cimitero
nazionale di Arlington. La rimozione del monumento attirò un'ampia e
triste folla, venuta a cogliere quella che sembrava essere una delle ultime
immagini del più toccante tributo mai concesso dagli Stati Uniti al
coraggio dei marine.
«Non preoccupatevi», disse un giovane soldato. «Ve la riportiamo
indietro prima della fine del mese.»
In quello stesso momento, ufficiali del genio erano all'interno della
rotonda in stile neoclassico del Jefferson Memorial, che ospitava la statua
alta quasi sei metri del terzo presidente degli Stati Uniti, lo sguardo volto
verso il Tidal Basin. Era un compito difficile ma non impossibile. Fuori,
c'erano quattro gru di diverse dimensioni e cinquanta uomini, tutti esperti
del loro lavoro.
Un giovane tenente, dietro ordine preciso, usò il suo telefono cellulare
per chiamare la Casa Bianca. «Siamo pronti, signore. Jefferson sarà sul
camion prima delle 24.00.»
«Perfetto, ragazzo... Ma che mi dici degli alberi di ciliegio fuori dalla
rotonda?» replicò Arnold Morgan.
«I giardinieri dicono che non è possibile. Moriranno, se li spostiamo.»
«Sicuro come l'oro che moriranno se finiscono sotto quella fottuta onda
anomala», ribatté Arnold.
«Signorsì. L'ho detto ai giardinieri. Be', qualcosa di simile... Ma loro
dicono che le piante possono essere sostituite. Sarebbe una perdita di
tempo.»
«Lieto di sapere che questi giardinieri sanno anche ragionare, eh,
tenente?»
«Signorsì.»
Il Lincoln Memorial, il preferito di Arnold, rappresentava una sfida
ancora più grande. Un'altra statua di quasi sei metri, questa volta tutta di
marmo: Abraham Lincoln, il sedicesimo presidente, seduto su un grosso
scranno che dominava il Reflecting Pool, circondato dalle sue immortali
parole scolpite nella pietra.
Era molto più pesante della statua di Thomas Jefferson, ma i genieri
erano instancabili e, mentre calava la sera, due gru furono spostate in
mezzo alle dodici torreggianti colonne bianche sul fronte dell'edificio.
In città c'erano decine di altre statue, alcune delle quali sarebbero state
abbandonate al loro destino e altre sollevate e rimosse, come l'Ulysses
Grant Memorial, o il gruppo bronzeo di Andrew Jackson a cavallo,
ricavato dalla fusione dei cannoni inglesi catturati nella battaglia di
Pensacola, nel 1812.
La fiamma eterna che ardeva in una lampada di bronzo sulla tomba del
trentacinquesimo presidente, John E Kennedy, non poteva essere spenta e
l'ammiraglio Morgan e il senatore Edward Kennedy decretarono che una
nuova fiamma sarebbe stata accesa da quella originale e in seguito
trasportata in un altro cimitero militare.
Ordinarono, inoltre, che la fiamma, che era bruciata senza interruzione
da quando il presidente era stato sepolto nel 1963, venisse spenta nel
momento in cui la nuova fosse stata accesa in terra consacrata. La tomba e
l'intero memoriale sarebbero stati poi sigillati in un sarcofago di cemento e
acciaio, con la fiamma pronta per essere riaccesa nel momento in cui le
acque dello tsunami avessero cominciato a recedere.
In tale occasione, il senatore Kennedy si dimostrò stranamente timido e
riservato rispetto alla memoria del fratello morto; fu, quindi, Arnold a
esprimere con esattezza ciò che era nella mente di entrambi. «Non voglio
che sia un gruppo di bastardi terroristi a spegnere la fiamma eterna sulla
tomba di quello che fu davvero un grande uomo. Se la fiamma deve essere
spenta, la spegnerà la Marina. E la Marina la riaccenderà quando sarà il
momento di farlo. Così la fiamma non morirà mai, qui, sul suolo
americano. E Teddy la pensa esattamente come me.»
Gli Stati Uniti erano un Paese che onorava i suoi eroi e uno dei più
grossi monumenti da spostare era il muro di marmo nero lucido, lungo
centocinquanta metri, che immortalava i nomi degli uomini caduti o
dispersi durante la guerra del Vietnam. Migliaia di persone vi giungevano
ogni anno in pellegrinaggio, solo per vederlo, toccarlo, leggere un nome.
Arnold Morgan ordinò che fosse rimosso «da uomini robusti, in guanti
bianchi». «Quando sarà ricollocato, non voglio vederci nemmeno un
graffio», concluse.
E una compagnia di genieri era già pronta nei Constitution Gardens ad
avvolgere con cura la lunga fila di lastre nere, ognuna con inciso il nome
di uno dei 58.156 soldati scomparsi. Il monumento si trovava a meno di
duecentocinquanta metri dalla gigantesca, rigida figura di Abraham
Lincoln, che forse più di tutti gli americani avrebbe potuto capire la
crudele perversione di quella guerra, combattuta così lontano da casa.
L'ammiraglio Morgan ordinò di trasferire anche il Peace Memorial,
edificato in onore del personale della Marina scomparso in mare durante la
guerra civile, e di spostare e mettere al sicuro la statua di Benjamin
Franklin, che rappresentava l'anziano statista nella sua lunga redingote,
con in mano il trattato d'alleanza siglato nel XVIII secolo tra Stati Uniti e
Francia.
«Probabilmente, lui sarebbe riuscito a far disattivare quel dannato
satellite in molto meno tempo di quello che è servito a noi», commentò.
Fra le gru, le squadre di genieri al lavoro e il rombo continuo dei camion
che provvedevano all'evacuazione, una coda ininterrotta di mezzi privati
trasportava gli abitanti di Washington verso le colline a nord-ovest della
città.
Fortunatamente, nella capitale non avevano sede molte industrie né
società commerciali. Nelle banche, però, ferveva un'attività intensa, per
mettere al sicuro i registri dei clienti, i depositi e le cassette di sicurezza,
trasferendoli alle filiali dislocate nell'entroterra.
Quella domenica, le banche restarono aperte fino alle 22.00 per
consentire ai clienti che si stavano preparando a lasciare la città alle prime
luci di lunedì mattina di ritirare i propri depositi e i beni di valore custoditi
nelle cassette di sicurezza. Anche molti studi legali e intermediari
finanziari avevano caricato su grossi camion i documenti conservati nei
loro uffici e li avevano trasferiti nell'entroterra.
Praticamente tutte le altre attività commerciali non coinvolte nelle
operazioni di evacuazione o nell'assistere il governo nell'espletamento
delle procedure d'emergenza avevano già chiuso, dopo aver traslocato
quanti più materiali e attrezzature possibili. Anche i teatri e i cinema
avevano chiuso da tempo i battenti.
Le televisioni e le radio locali della zona di Washington avevano
ricevuto l'ordine di continuare a trasmettere il più a lungo possibile, sotto
la continua supervisione del Pentagono e occasionalmente prese di mira
dallo sguardo indagatore dell'ammiraglio Morgan. Avrebbero disattivato
gli impianti solo quando fosse giunta conferma che il Cumbre Vieja era
franato nell'Atlantico. Quello sarebbe stato il momento di chiudere
ufficialmente. Nove ore.
L'evacuazione degli ospedali era stata un'operazione lunga e laboriosa.
Tutte le ambulanze della città avevano lavorato senza interruzione fin dal
venerdì, per trasportare i pazienti meno gravi a casa, in modo da
permettere loro di lasciare la città insieme con le rispettive famiglie e per
trasferire quelli più gravi verso gli ospedali dell'interno, ovunque fosse
stato possibile trovare letti liberi. Non era stato accettato nessun nuovo
paziente, tranne i feriti e altri casi d'emergenza. La situazione si stava
facendo estremamente difficile, perché la maggior parte delle attrezzature
più importanti era già stata portata al sicuro nelle installazioni militari.
In un raggio di centocinquanta chilometri da Washington, qualsiasi
ospedale avesse letti liberi aveva ricevuto l'ordine di accettare i pazienti
provenienti dalla città. Nessuno voleva che i casi davvero gravi venissero
trasportati più lontano di quanto non fosse strettamente necessario, ma le
direttive del Pentagono erano che tutti i pazienti fossero fuori dagli
ospedali entro mercoledì sera. Inoltre, nel momento in cui Ben Badr avesse
lanciato i suoi SL-2, tutte le ambulanze avrebbero dovuto trovarsi ben
lontane dalla città. L'ammiraglio Morgan aveva messo ben in chiaro che
nessuna di esse doveva andare perduta, indipendentemente da quella che
sarebbe stata l'entità dell'inondazione.
Nelle ultime quarantotto ore, l'assistenza medica sarebbe stata garantita
dalle Forze Armate, attraverso le unità di stanza a Fort Belvoir, la
gigantesca base posta a sud di Alexandria, proprio lungo la minacciata riva
occidentale del Potomac. Posti di pronto soccorso presidiati dal personale
della sanità militare erano stati già allestiti a Whitehaven Park,
Constitution Gardens e al Washington Hospital Center.
Una piccola flotta di elicotteri dei marine era pronta a trasferire i casi più
gravi a un ospedale da campo allestito su un'area sicura nei pressi
dell'aeroporto Dulles. I posti di pronto soccorso cittadini sarebbero rimasti
aperti fino a quando non fosse giunta la notizia che i missili di Hamas
avevano colpito il loro bersaglio, sull'isola di La Palma. A quel punto, i
Super Stallion dei marine avrebbero evacuato tutto e tutti all'ospedale da
campo.
Il Dipartimento di polizia in centro città era, molto probabilmente,
quello più indaffarato di Washington. Tutte le licenze erano state sospese,
gli agenti lavoravano a ciclo continuo, soprattutto per strada, in pattuglie di
tre o quattro uomini, concentrate in massima parte nelle zone più
diffusamente evacuate.
Quelle zone non erano solo quelle dei negozi e dei grandi magazzini. La
polizia controllava e vigilava con attenzione anche nei quartieri
residenziali. Lo Studio Ovale, con il sostegno del Pentagono, aveva messo
il punto bene in chiaro. Se fosse stato necessario, le forze dell'ordine erano
autorizzate a sparare a vista sugli sciacalli. «Altrimenti, tutta questa
dannata faccenda rischia di scapparci di mano. Abbiamo, là fuori, un
nemico feroce, e certo non abbiamo bisogno di averne altri in casa. Se ce
ne fossero, non meritano pietà...» E Arnold Morgan non scherzava.
Naturalmente, e il Dipartimento di polizia, per quanto sotto pressione, lo
sapeva benissimo, con il procedere dell'evacuazione anche i problemi di
traffico sarebbero aumentati. Già da tempo gli uffici preposti fornivano ai
cittadini consigli e indicazioni, e provvedevano a scortare i convogli più
importanti. In cielo, inoltre, gli elicotteri della polizia fornivano
aggiornamenti a ciclo continuo, delineando un quadro generale del traffico
nell'area cittadina e aiutando a dirottare le risorse nei punti in cui ve ne era
un maggiore bisogno.
Nell'espletamento delle loro funzioni, le forze dell'ordine erano assistite
da migliaia di uomini della guardia nazionale, nelle strade non solo per
aiutare nella logistica, nei trasporti e nella rimozione dei veicoli, ma anche
per pattugliare la città e controllare gli spostamenti dei cittadini di
Washington. Comunque lo si guardasse, era decisamente un brutto
momento per la malavita della capitale.
Anche le diverse stazioni dei vigili del fuoco avevano ricevuto
disposizione di rimanere attive e di mantenersi all'erta, gli uomini pronti a
intervenire fino all'ultimo momento. Avevano però ricevuto anche l'ordine
di ridurre al massimo il personale. Tutti i mezzi erano già in assetto
operativo, in modo da poter ripiegare in massa lungo le vie di deflusso
privilegiate che erano state istituite non appena fosse giunta la notizia
dell'attacco del Barracuda contro il vulcano.
L'aspetto più problematico del piano di evacuazione elaborato dal
Pentagono era certo quello riguardante le prigioni e lo spostamento in giro
per il Paese dei criminali più pericolosi. Il generale Scannell aveva
incaricato di quel compito tre compagnie della guardia nazionale, trecento
uomini, che avevano avuto a tal fine l'ordine di assistere nel riadattamento
di una base militare dismessa nella Virginia occidentale.
In quello stesso momento, alla luce dei nuovi riflettori che erano stati
installati, gli uomini stavano quindi provvedendo a costruire alte recinzioni
di filo spinato e ad allestire le baracche che sarebbero servite da alloggio.
Il campo sarebbe stato riservato ai criminali considerati socialmente
pericolosi, da tenere sotto la costante sorveglianza di sentinelle armate.
Gli altri reclusi, quelli considerati meno pericolosi, sarebbero stati
invece trasferiti in prigioni normali, ovunque fosse stato possibile trovare
posti liberi, ma era difficile trovare alloggio per i criminali più brutali e
nessuno aveva ritenuto accettabile la soluzione prospettata dall'ammiraglio
Morgan di «sbatterli tutti davanti a un fottuto plotone d'esecuzione e farla
finita». Arnold, da parte sua, aveva aggiunto che stava scherzando. Ma non
del tutto.
Nel frattempo, sul campo, le navi della Marina erano giunte tutte in zona
d'operazioni. Alle 24.00, la USS Coronado raggiunse la sua zona di
stazionamento, quaranta miglia a nord-ovest di Lanzarote. Il
contrammiraglio Gillmore aprì immediatamente le comunicazioni con la
Elrod e la Taylor, che si trovavano a nord di Tenerife, circa sessanta
miglia a ovest della Coronado. Il primo ordine trasmesso alle due fregate
dal comandante della task force fu di procedere verso la costa, iniziando il
pattugliamento della zona delle isole alle prime luci dell'alba del giorno
dopo, lunedì 5 ottobre, quattro giorni prima dell'ora X, l'ora dell'attacco.
Il contrammiraglio Gillmore non sperava d'imbattersi casualmente nel
Barracuda. In realtà, non era nemmeno convinto che il sottomarino di
Hamas si trovasse in zona. Ma aveva a disposizione solo il giorno
successivo, o poco più, per prendere familiarità con le mappe. Voleva
poter contare su rilievi del fondale più affidabili. Erano necessari per
individuare anomalie e punti critici, tipici di quella parte dell'Atlantico
orientale: gorghi sottomarini, strati d'inversione termica, punti di
concentrazione dei banchi di pesce, rocce, canaloni e dorsali, tutta la
miriade di elementi che potevano confondere un addetto sonar.
I contatti diversi dai sottomarini possono comportarsi in due modi:
sparire completamente, se si tratta, per esempio, di banchi di pesce o, se si
tratta di rocce, rimanere solidi al loro posto. I sottomarini, invece, si
muovono, restituendo segnali più consistenti, con un marcato effetto
Doppler.
Il compito principale delle navi cui era stato ordinato di portarsi
sottocosta era di procedere a una ricerca completa dell'area e a una
mappatura del fondale. Se avessero incontrato qualcosa di sospetto,
avrebbero lanciato le loro cariche di profondità; se, al contrario, non
avessero individuato nulla, ci avrebbero pensato i sonar attivi, scandendo
le profondità dell'oceano, a fare allontanare qualsiasi intruso,
costringendolo a ripiegare il più in fretta possibile verso acque più
profonde.
In quelle acque, il contrammiraglio Gillmore aveva inviato altre sei
fregate con i loro sonar trainati, apparecchiature sensibilissime capaci di
captare ogni rumore, anche la sola parvenza di un motore. Loro compito
era quello di solcare le acque effettuando una ricerca in profondità,
mantenendosi in ascolto, in attesa. Il secondo gruppo, in realtà una seconda
linea d'attacco, avrebbe operato a una profondità di cinquantaquattro metri
o superiore, a venticinque miglia dalla costa.
La USS Samuel B. Roberts, la USS Hawes, la Robert G. Bradley, la De
Wert, la Doyle e la Underwood: erano quelle le sei unità che il
contrammiraglio Gillmore aveva destinato a presidiare le acque profonde
e, nel contempo, a controllare che il Barracuda non cercasse di raggiungere
le Canarie da ovest.
La Kauffman e la Nicholas, due delle prime navi a raggiungere le
Canarie, provenendo dall'Atlantico settentrionale, si sarebbero occupate
del pattugliamento sottocosta lungo la parte occidentale dell'arcipelago,
avvicinandosi alle coste delle isole di Tenerife, Gomera, El Hierro e, a
nord, La Palma.
Essendo convinto che, con ogni probabilità, il Barracuda avrebbe
raggiunto la zona d'operazioni da sud, il contrammiraglio Gillmore
riteneva che il sottomarino sarebbe stato individuato a est delle due grandi
isole più vicine alle coste del Nord Africa, Lanzarote e Fuerteventura. Era
quindi lì che aveva voluto schierare le sue navi migliori, la Elrod e la
Taylor.
Le fregate erano comandate da due ufficiali esperti, che lui stesso
conosceva molto bene, C J. Smith e Brad Willett, due veterani delle
operazioni antisom, come lui cacciatori di sottomarini, con mesi e mesi
d'esperienza maturata nelle acque di Griuk Gap, una parte dell'Atlantico
tenuta ancora sotto stretta sorveglianza.
Come l'ammiraglio Morgan e il suo superiore diretto, ammiraglio Frank
Doran, George Gillmore era giunto a una conclusione inconfutabile: il
sottomarino terrorista doveva lanciare da un punto che gli consentisse di
portarsi in fretta al riparo e sfuggire allo tsunami. Prima che la sala
controllo del Barracuda si rendesse conto che i satelliti erano stati
disattivati, quel punto sarebbe stato di sicuro al largo del Sahara
occidentale. Ciò avrebbe permesso al sottomarino di lanciare dalla lunga
distanza, per poi portarsi rapidamente al riparo della costa orientale di
Fuerteventura.
Quando, però, il suo comandante avesse scoperto che non era possibile
accedere alla rete GPS, l'unica cosa che avrebbe potuto fare sarebbe stato
scivolare silenzioso a sud di Gran Canaria, nella zona della Elrod e della
Taylor, per poi spostarsi verso la costa meridionale di Tenerife e, da lì,
verso le acque interne attorno a Gomera. Molto probabilmente, in quella
posizione avrebbe fatto un punto «a vista», poi sarebbe avanzato verso La
Palma per il lancio.
La Elrod e la Taylor avevano quindi la possibilità d'individuare il
Barracuda mentre questi si avvicinava alle Canarie provenendo
dall'oceano, a sud dell'arcipelago, in direzione delle coste del Nord Africa.
Potevano cercare di colpirlo se lo avessero individuato subito, nel
momento in cui gli uomini di Hamas si trovavano a quota periscopica e
cercavano di accedere alla rete GPS. E avrebbero avuto un'altra possibilità
se e quando il sottomarino avesse iniziato a spostarsi a ovest, verso
Gomera.
Quattro navi sottocosta e sei di supporto, venticinque miglia al largo. Il
contrammiraglio Gillmore aveva già tracciato le linee del suo piano. Ogni
fregata avrebbe dovuto pattugliare un'area circolare con un raggio
compreso fra le dieci e le venti miglia nautiche. Un'area, misurata partendo
dal vulcano stesso, che avrebbe permesso alle navi del gruppo più interno
di coprire l'intera fascia delle venticinque miglia. La distanza coperta oltre
quella fascia era di centocinquanta miglia. Il piano concepito dal
contrammiraglio Gillmore permetteva a sei fregate di coprire
continuamente l'intera area. Se il Barracuda si fosse fatto vedere in un
qualsiasi punto di quell'area, le cose si sarebbero fatte subito molto
difficili, per Ben Badr e i suoi uomini.
Al contrammiraglio Gillmore rimanevano così altre due fregate a
disposizione: la Klakring del capitano di vascello Clint Sammons e la
Simpson del capitano di vascello Joe Wickman. Esse sarebbero state
utilizzate per ampliare l'area di ricerca, se fosse stato necessario, per
inseguire eventuali contatti emersi dalla ricerca con i sonar filati o per
infittire la copertura radar sottocosta. George Gillmore sapeva benissimo
che, in un'operazione tanto complessa, era meglio non eccedere in
flessibilità. Gli ordini che aveva diramato alle sue unità erano, quindi,
estremamente stringenti: affondare il Barracuda, comunque, ovunque, e in
qualsiasi momento. Ma presto.
Il gruppo da battaglia della portaerei Ronald Reagan si trovava venti
miglia più a est. L'enorme portaerei si stava preparando per l'appuntamento
con la Harry S. Truman e per lo scambio dei velivoli ad ala fissa che aveva
a bordo con i nuovi elicotteri antisom. Il gruppo da battaglia comprendeva
anche due sottomarini nucleari classe Los Angeles, ma Frank Doran non
aveva nessuna fretta d'impegnarsi in nessun genere di rischiosa caccia
subacquea.
Il contrammiraglio Gillmore lo sapeva bene. Anche lui sentiva che
sarebbero stati gli elicotteri antisom a distruggere il Barracuda. L'arrivo
della Harry S. Truman era atteso per lunedì mattina e le operazioni di
trasferimento dei velivoli sarebbero iniziate subito. Mentre il sole sorgeva
brillante a est nel terso cielo africano, della seconda portaerei non vi era
ancora nessuna traccia, ma tutti sapevano che, ormai, si trovava a meno di
cento miglia dalle Canarie. La Elrod e la Taylor si avviarono per iniziare le
ricerche sottocosta.
Alle 9.00, la Harry S. Truman completò la sua traversata dell'Atlantico,
raggiungendo l'area di stazionamento, trenta miglia al largo della costa
nordoccidentale di La Palma e proseguendo da lì verso est fino al punto
d'incontro con la Ronald Reagan. Il mare era calmo e soffiava una brezza
calda da sud-est, proveniente dalle coste dell'Africa. Nelle tre ore
successive era previsto che il vento girasse a sud-ovest, portando scrosci di
pioggia che sarebbero proseguiti per tutto il pomeriggio. Non erano le
condizioni ideali per il trasferimento di velivoli su larga scala, da una
portaerei all'altra, il cui inizio era previsto per le 14.00.
Poco prima delle 10.30, il contrammiraglio Gillmore terminò
lo schieramento delle sue unità per il pattugliamento sottocosta e le sei
fregate, guidate dalla USS Hawes del capitano di fregata Derek DeCarlo,
iniziarono a battere, ognuna all'interno del rispettivo settore di ricerca, il
braccio di mare fra le isole La Palma ed El Hierro e la striscia di
venticinque miglia che costituiva il limite esterno della loro zona
d'operazioni.
La Kauffman e la Nicholas si portarono invece verso le due isole,
seguendone lentamente le coste e mappandone i fondali, per registrare la
comparsa improvvisa di banchi di pesce o la presenza immobile di scogli e
dorsali, prima di spostarsi verso Gomera e Tenerife, gli occhi degli addetti
sempre fissi agli schermi sonar, in attesa di un segnale che tradisse la
presenza di un sottomarino nucleare intento ad avvicinarsi di soppiatto.

■ Lunedì 5 ottobre 2009, ore 8.00. Atlantico centrale. 27° 30' N,


24°50'O.

Il Barracuda continuava ad avanzare silenzioso, a una velocità inferiore


a 6 nodi, a centosettanta metri di profondità e sempre senza trasmettere
nulla. L'ammiraglio Badr controllò la sua posizione e notò che si trovava a
ducentoquaranta miglia dalle più occidentali delle isole che formavano
l'arcipelago delle Canarie, La Palma ed El Hierro, poste attorno ai 18° 50'
O. La loro rotta, dritta a est, li avrebbe fatti passare circa venti miglia a sud
delle sette isole vulcaniche che si alzavano, l'una accanto all'altra, dal
fondale dell'oceano.
Fino a quel momento, non avevano sentito nessun rumore di sottomarino
che stesse dando loro la caccia, né quello di nessun'altra nave da guerra. Si
erano avventurati un paio di volte a quota periscopica per controllare che il
GPS funzionasse regolarmente e non avevano avuto problemi. Avevano
davanti ancora due giorni di viaggio, prima di scivolare silenziosi nell'area
verso cui, in quel momento, stavano convergendo le navi del
contrammiraglio Gillmore.
Quando il Barracuda fosse passato accanto alla prima delle isole che
avrebbe trovato sulla sua rotta, El Hierro, si sarebbe trovato a circa
diciannove miglia dalla Nicholas, a meno che il capitano di vascello Eric
Nielsen non si fosse già portato lungo la costa meridionale di Tenerife,
nelle acque che l'ammiraglio Arnold Morgan, all'epoca della sua luna di
miele, aveva scandagliato con tanta cura.
Se la Nicholas si fosse spostata, le probabilità che il Barracuda non fosse
ancora individuato sarebbero raddoppiate, visto che la costa meridionale di
Tenerife si trova venticinque miglia buone a nord dell'isola di El Hierro. In
tal modo, il Barracuda si sarebbe venuto a trovare circa quarantaquattro
miglia a sud della nave americana più vicina. Ma il giorno era appena
iniziato e la partita era ancora tutta da giocare.

Tremilacinquecento miglia più a ovest, sopra la costa orientale degli


Stati Uniti, il sole stava lottando per emergere dalla coltre delle nubi. E
non erano solo le grandi città, quelle da cui la gente stava cercando di
allontanarsi. Lungo tutta la costa, un'infinità di comunità rurali stava
portando freneticamente avanti i suoi preparativi per sfuggire alla
catastrofe del maremoto imminente.
Lungo la costa del Maine, rocciosa e punteggiata di alberi, faceva
freddo. La maggior parte dei turisti estivi aveva già levato le ancore e
trasferito le proprie imbarcazioni a sud, lontano dal notoriamente gelido
inverno di quello Stato. Se era possibile, nell'interno il freddo era ancora
maggiore. Di solito, per la prima settimana di novembre, la neve era già
caduta nei campi che circondavano lo stadio di baseball dell'università del
Maine, a Orono, campo di casa della squadra dei Black Bears.
Nelle isole erano rimasti solo i pescatori di aragoste, una delle razze più
intrepide di pescatori che esistessero al mondo. Lungo quella costa non
c'era nemmeno un ormeggio sicuro.
Era necessario o tirare le barche in secca e portarle sulle colline o, scelta
più rischiosa, ancorarle saldamente lungo le coste occidentali di una delle
tremila isole che proteggevano la terraferma dal lato dell'Atlantico. Quelle
isole rocciose e nere di abeti erano, nella maggior parte dei casi, collinose,
grandi masse di granito che uscivano dall'oceano che, se non potevano
arrestare le onde di un maremoto, potevano spezzarne notevolmente la
violenza. Dal lato riparato, era possibile che lo tsunami passasse via senza
fare troppi danni, provocando magari un'onda di marea, ma senza
abbattersi sulle grosse imbarcazioni e schiantarle sulle coste, dieci miglia
più avanti.
Gli abitanti delle isole del Maine, abituati più di altri della costa
orientale a convivere con un clima terribile, da tre giorni erano all'opera
per spostare la loro enorme, frammentata flotta di barche a pesca verso
ancoraggi più sicuri, lontani dalla rotta dello tsunami.
Un flusso continuo di barche da Monhegan, North Haven, Vinalhaven,
Port Clyde, Tennants Harbor, Carver's Harbor, Frenchboro, Isleboro e
Mount Desert si dirigeva verso la costa pregando che, se mai l'onda fosse
davvero arrivata, i grossi bastioni di granito riuscissero in qualche modo ad
attutire la violenza del suo impatto.
Quasi certamente, la stessa preghiera si alzava anche da petti di uomini
molto meno robusti, bibliotecari, politici e contabili, novecento chilometri
più a sud, a Washington. La biblioteca del Congresso, infatti, era costruita
tutta in granito proveniente dalla zona di Mount Desert, così come la
Camera dei rappresentanti e il palazzo del Tesoro.
Nelle acque profonde, quindici miglia al largo, i tre giganteschi
guardiani della possente costa del Maine, i remoti e solitari fari di
Matinicus Rock, Mount Desert Rock e Machias Seal Island, erano stati
abbandonati impietosamente ad affrontare l'impatto. Secondo gli
scienziati, la sommità del megatsunami sarebbe passata almeno trenta
metri sopra le loro coperture. Nessuno sapeva dire se sarebbero stati
ritrovati ancora al loro posto, dopo che le acque si fossero ritirate.
Nel frattempo, i pescatori e le loro famiglie si erano trasferiti sulla
terraferma, dove amici, parenti e volontari li attendevano allineati nei
posteggi strapieni, pronti a portarli al sicuro. Fuori stagione, quelle del
Maine erano comunità isolate, in cui i legami familiari erano molto stretti,
e il totale dei residenti non superava il milione. In occasioni come quelle,
erano tutti fratelli e sorelle.
In tutto lo Stato, la città più in pericolo era Provincetown, all'estremità di
Cape Cod, centonovanta chilometri a sud, nel golfo del Maine. La piccola
e graziosa cittadina, posta all'interno dell'ampia ansa che il capo formava
piegando verso sinistra, era infatti protetta solo da basse dune di sabbia
coperte d'erba. Il lunedì pomeriggio si era già trasformata in una città
fantasma. Chi poteva, aveva rimorchiato la propria barca lungo l'autostrada
che attraversava il capo fino nell'entroterra. Gli altri avevano preso la
stessa strada limitandosi a pregare che le proprie case e le imbarcazioni
riuscissero in qualche modo a sopravvivere al maremoto. I Lloyds di
Londra non sarebbero stati particolarmente ansiosi di ricevere lettere da
Cape Cod, nei mesi a venire.
Lungo la stretta striscia di terra, tutti i residenti erano stati evacuati, sotto
la supervisione della polizia di Stato del Massachusetts. Tutte le strade che
conducevano dalle cittadine del capo alla strada 6A erano state classificate
a senso unico: Wellfleet, Truro, Orleans, Chatham, Brewster, Denisport,
Yarmouth, Hyannis, Osterville, Cotuit e Falmouth. Nessuno vi avrebbe
fatto ritorno fino al segnale di cessato pericolo.
La storica costa era stata completamente evacuata. Entro lunedì sera,
anche il porto baleniero di New Bedford fu del tutto abbandonato e le
piatte terre a est del Rhode Island, con la loro miriade di baie e isolette,
erano pronte per essere spazzate via, nel caso in cui i missili del Barracuda
avessero colpito il loro bersaglio.
All'ombra del torreggiante Newport Bridge, la piccola città marinara era
sull'orlo del delirio collettivo. Alcuni dei più costosi yacht mai custoditi si
trovavano lì per il rimessaggio autunnale e molti non erano ancora stati
portati in secca, né erano già partiti per la Florida o i Caraibi.
La sede del New York City Yacht Club, risplendente sulle acque del
porto, sarebbe stata probabilmente la prima a essere spazzata via se l'onda
anomala si fosse abbattuta oltre Brenton Point. Al largo, Block Island era
stata tutta evacuata entro domenica notte, ed era materia di scommesse se
il Newport Bridge sarebbe riuscito a reggere l'impatto.
Più a sud, sempre lungo la costa, nello stretto territorio dello Stato del
Connecticut, si trovavano altre vittime predestinate del disastro imminente.
Lì la costa era punteggiata di ricchi porticcioli, tanto più ricchi quanto più
ci si avvicinava a New York: Bridgeport, Norwalk, Stamford, Darien e
Greenwich, i sobborghi d'oro del Connecticut, tutti allineati lungo le basse
acque del Long Island Sound. Miliardi di dollari di proprietà
minuziosamente mantenute e di persone che speravano - contro ogni logica
- che proprio la parte centrale di Long Island, con i suoi ventitré chilometri
di larghezza, potesse sopportare l'impatto dello tsunami.
Ma, sempre nel Connecticut, era il porto settentrionale di New London a
causare le maggiori preoccupazioni. New London era una delle più grandi
basi di sottomarini della Marina degli Stati Uniti, e sede dell'Electric Boat,
la società che li costruiva. La vita della città era da sempre legata alla
Marina e, sin dall'inizio del fine settimana, lungo tutte le gettate, l'attività
era stata frenetica per preparare le grandi navi nucleari a prendere il largo e
procedere a tutta velocità verso sud, in direzione della costa occidentale
della Florida. Le unità non ancora completate erano state rimorchiate per
quindici chilometri verso l'interno e ormeggiate ovunque fosse stato
possibile trovare riparo dalla violenza dello tsunami, una volta che quello
avesse colpito le coste indifese della parte settentrionale del Long Island
Sound.
A sud di New York, la piatta distesa della costa del New Jersey, con i
suoi chilometri e chilometri di case per le vacanze, era completamente
indifesa, così come indifesa era la costa orientale del Maryland, formata da
null'altro che da una pianura costiera estesa lungo entrambe le sponde
dell'estuario del Chesapeake, senza alcun rilievo che superasse i trenta
metri di quota e senza nulla che potesse arrestare il tremendo impatto
dell'onda anomala, a parte le piccole isole che la fronteggiavano, non
molto più alte dei cordoni di sabbia antistanti la baia di Chincoteague.
Il lunedì pomeriggio, l'intera zona era in pratica deserta, e centinaia di
autovetture si stavano dirigendo verso nord, seguite da un imponente
corteo di macchine provenienti dal vicino Delaware, la cui costa era
egualmente indifesa.
A sud della Virginia, la pianura costiera del North Carolina era ancor più
vulnerabile di quella del Maryland. La regione di Tidewater era piatta, mal
drenata e acquitrinosa, e si perdeva, verso l'oceano, in un meandro di
piccole isolette sabbiose, l'Outer Bank, separate dalla terraferma da lagune
e da stagni d'acqua salata. Sulla penisola di Beaufort, nelle contee di
Pamlico e Cateret, situate fra due ampi fiumi, il Pamlico e il Neuse, la
domanda non era se il gigantesco tsunami si sarebbe abbattuto, con il suo
strascico di inondazioni, ma se, dopo, i piccoli porti della zona avrebbero
avuto ancora il loro sbocco sull'Atlantico o no.
La base dell'Aeronautica di Myrtle Beach, sulla costa del South
Carolina, stava svolgendo un ruolo centrale nell'evacuazione della regione,
tenendo in cielo un'intera flotta di elicotteri per aiutare la polizia a
monitorare l'andamento del traffico. Centinaia di avieri stavano
contribuendo a evacuare la splendida città di Charleston, uno dei porti più
antichi degli Stati Uniti, dove si trovava Fort Sumter, in cui erano stati
sparati i primi colpi della guerra civile.
Sulla stessa costa si trovava la più vecchia città della Georgia, il porto di
Savannah. Anche lì, diecimila militari stavano contribuendo
all'evacuazione e nessuno osava nemmeno immaginare lo sfacelo che
sarebbe stato dell'antico quartiere coloniale, perfettamente conservato nel
corso dei secoli e adesso del tutto esposto alla furia dell'oceano.
Un ragionamento simile valeva, naturalmente, anche nel caso della
Florida. La sua costa orientale si estendeva, infatti, per seicento chilometri
ed era del tutto scoperta, priva com'era, di fatto, di colline o montagne fino
all'altezza di Miami: Fernandina Beach a nord, poi Jacksonville Beach,
Daytona e Cocoa Beach, Indian Harbor, Vero Beach, Hobe Sound, Palm
Beach, Boca Raton, Fort Lauderdale e Miami.
Proseguendo ancora verso sud, si estendevano, infine, le basse
propaggini delle Keys, partendo dalle Everglades per arrivare al paradiso
dei diportisti, Key West. Anche se le Keys erano abituate alla furia degli
uragani dell'Atlantico, era almeno dal tempo in cui i faraoni governavano
l'Egitto che su di loro non si abbatteva uno tsunami.
La costa orientale degli Stati Uniti era, quindi, del tutto impotente di
fronte a una simile minaccia. Il generale Rashood aveva concepito e
realizzato il suo piano con estrema competenza e non aveva dato agli
abitanti della costa orientale altra possibilità che quella di impacchettare le
loro cose e fuggire, portando con sé solo il minimo indispensabile.
A meno che il contrammiraglio George Gillmore e i suoi uomini non
fossero riusciti a trovare il sottomarino.

12
■ Lunedì 5 ottobre 2009, ore 17.00. Oceano Atlantico. 29° 48' N, 13° 35'
O.
A memoria d'uomo, quella dell'operazione Alta Marea era una delle più
complesse attività di trasbordo di mezzi fra portaerei che fosse mai stata
compiuta. La Harry S. Truman si trovava circa mezzo miglio a sinistra
della prua della Ronald Reagan, sotto una pioggia infernale, che un vento
teso da sud-ovest faceva cadere, spessa come una coperta, sul suo ponte di
volo.
Sulla carta, il compito da portare a termine poteva sembrare semplice:
trasferire cinquanta elicotteri Sikorsky Seahawk dal ponte della Harry S.
Truman a quello della Ronald Reagan. Il problema era che il ponte della
Reagan era già ingombro di gran parte degli aeroplani che aveva
imbarcato, molti dei quali provenienti dalle quattro più note squadriglie
caccia dell'Aeronautica della Marina degli Stati Uniti.
I nuovi cacciabombardieri F-14D Tomcat erano pilotati dai famosi
uomini della VF-2 Bounty Hunters mentre i tre grandi gruppi di F/A 18C
Hornet erano pilotati, rispettivamente, da quelli della VMFA-323 Death
Rattlers, da quelli della VFA-151 Vigilantes e da quelli della VFA-137
Kestrels. Inoltre c'erano i Prowler e i Viking, ma quelli erano
prudentemente parcheggiati lontano dalle piste principali.
Infine c'erano gli enormi E-2C Hawkeye del Gruppo II, i velivoli più
grandi e costosi mai imbarcati su una portaerei: aeroplani per il controllo
radar e la sorveglianza avanzata, i registi della squadra, i primi ad alzarsi
in volo, sempre posteggiati proprio sotto l'isola, con le ali ripiegate, pronti
per essere agganciati alla catapulta di poppa. Nessuna portaerei degli Stati
Uniti avrebbe mai lasciato il porto senza averne imbarcati almeno tre.
Tranne i Prowler, i Viking e gli Hawkeye, tutti gli aeroplani erano pronti
per decollare dal ponte bagnato della nave che per tanto tempo li aveva
ospitati, la portaerei classe Nimitz da 100.000 tonnellate Ronald Reagan.
A bordo della nuova arrivata, la Harry S. Truman, cinquanta elicotteri
Sikorsky Seahawk, i mezzi più recenti in fatto di guerra antisom, erano
allineati, con le pale piegate, lungo il ponte di volo, e sei si stavano
preparando per il decollo. La Marina degli Stati Uniti disponeva di
trecento di quelle macchine, lo stato dell'arte per le operazioni antisom, ma
nessuna di esse aveva mai operato sotto regole d'acciaio come quelle che
erano state impartite la settimana precedente, quando la Truman aveva
lasciato Norfolk.
Il contrammiraglio Gillmore aveva stabilito che fossero i comandanti
delle due portaerei a decidere le modalità con cui procedere allo scambio
dei rispettivi velivoli e i due comandanti avevano deciso che, viste anche
le condizioni atmosferiche, la cosa più sicura da fare era procedere a
gruppi di sei per volta.
Le squadre di manutenzione degli elicotteri furono trasferite
separatamente, a bordo di un elicottero d'attacco e supporto Sikorsky CH-
53D Sea Stallion, trasportato sin da Norfolk apposta per quella parte
dell'operazione. Il Sea Stallion era stato progettato per trasportare i marine,
ma in quell'occasione si era deciso di utilizzarlo come navetta da una
portaerei all'altra, carico soprattutto di parti di ricambio per i Seahawk e
dei tecnici della Marina che avrebbero dovuto eventualmente montarle.
Era stato inoltre deciso che il Sea Stallion avrebbe riportato sulla Truman
il personale delle squadre di manutenzione dei velivoli ad ala fissa, che
sarebbe tornato negli Stati Uniti insieme con i Tomcat e gli Hornet.
Poi fu il turno dei Seahawk. L'ufficiale addetto al ponte di volo della
Harry S. Truman diede il segnale di pista libera e i loro rombanti rotori li
sollevarono nel cielo, l'uno dopo l'altro, quasi verticalmente, poi gli
elicotteri virarono sulla sinistra della portaerei e si allinearono in un lungo
convoglio, dirigendosi, in un'ampia e lenta rotta circolare, alla volta della
Ronald Reagan.
Alzatisi i primi sei elicotteri, sul ponte della Truman si formò, così, lo
spazio necessario affinché potessero atterrare i primi Tomcat sollevatisi da
quello della Reagan. Sul ponte di volo dell'ammiraglia del gruppo da
battaglia, infatti, l'attività ferveva ininterrotta. La luce rossa sull'isola
segnalava: «Quattro minuti al decollo».
Il primo Tomcat fu portato in posizione all'estremità della pista e i
controlli a vista vennero completati. Due minuti dopo, la luce dell'isola
passò al giallo, un uomo dell'equipaggio raggiunse la catapulta e l'agganciò
alla barra di lancio. La luce divenne verde e il tenente di vascello Jack
Snyder, il «lanciatore», alzò la mano destra, puntando un dito verso il
pilota. Poi alzò la sinistra e sollevò due dita («piena potenza»). Aprì la
mano («accendere i postbruciatori»). Il pilota salutò e s'inclinò
leggermente in avanti, preparandosi all'impatto della catapulta che entrava
in azione.
Il tenente Snyder, continuando a guardare verso la cabina di pilotaggio,
salutò a sua volta, poi piegò le ginocchia, alzò le due dita della mano
sinistra e toccò il ponte. Compì un gesto che significava «via!» Un uomo
dell'equipaggio, inginocchiato sulla stretta passerella accanto al caccia,
azionò il pulsante della catapulta, piegandosi in avanti mentre la tremenda
forza dell'apparecchiatura proiettava il jet lungo la pista.
I motori rombanti, il caccia partì, lasciandosi dietro una vampata d'aria
rovente. E, come sempre, i cuori degli uomini sul ponte, sull'isola, nelle
centrali di controllo si fermarono per un attimo. Per un paio di secondi tutti
trattennero il fiato, mentre il Tomcat schizzava in avanti, risaliva la rampa
e si staccava sull'acqua, alzandosi e allontanandosi, dritto di prua, per
iniziare il viaggio che, quaranta chilometri più avanti, si sarebbe concluso
sul ponte di volo della Harry S. Truman che lo avrebbe riportato a casa,
negli Stati Uniti.
Per altre cinque volte gli uomini sul ponte di volo della Ronald Reagan
videro i Tomcat partire sotto la pioggia battente, prima che il controllore di
volo, con la sua tuta impermeabile giallo fosforescente, segnalasse che i
Seahawk si stavano avvicinando.
Intanto, sul ponte di volo della Harry S. Truman, il personale si
preparava all'arrivo del primo F-14, che si era staccato dal gruppo dei sei e
disegnava ampi cerchi a ottomila piedi, trenta chilometri più lontano,
diretto verso la nave.
Si trattava di far atterrare un aeroplano di ventidue tonnellate, che non
scendeva planando elegante su una pista lunga un paio di chilometri, come
facevano i grandi aerei passeggeri. L'atterraggio di un Tomcat su una
portaerei avveniva con l'aeroplano che sobbalzava e sbandava con
violenza, sospinto dal vento, a 160 nodi, e quasi sempre a corto di
carburante, per poi abbattersi pesante sul ponte, con il pilota che pregava
che il gancio di coda trovasse il cavo d'arresto e vi restasse ancorato.
Se ciò non accadeva, il pilota aveva circa un ventesimo di secondo per
ridare manetta e staccarsi nuovamente dal ponte di volo... prima che
quaranta milioni di dollari di aeroplano precipitassero fuori bordo,
scavando un bel buco nella superficie ondulata dell'oceano. Esisteva poi,
sempre, la possibilità della catastrofe assoluta: il gancio che non faceva
presa, il pilota che reagiva con un attimo di ritardo, l'aeroplano che
sbandava e andava a finire la sua corsa contro una quarantina di altri
apparecchi, il tutto in mezzo a milioni di galloni di carburante avio.
Per quante volte un pilota potesse averlo fatto, atterrare con un
cacciabombardiere sul ponte beccheggiante di una portaerei rimaneva
sempre una prova assoluta di autocontrollo e capacità professionale.
Sulla poppa battuta dalla pioggia della Harry S. Truman, l'ufficiale
segnalatore addetto all'atterraggio, un texano alto e magro, Eugene
«Geeno» Espinelli, era già in contatto con il pilota del Tomcat che si stava
avvicinando, il tenente di vascello J.R. Crowell, del West Virginia. Il
binocolo di Espinelli era puntato in direzione dell'aeroplano, per quanto il
tempo lo consentiva, e cercava di seguire la rotta di avvicinamento
dell'apparecchio.
Il guardiamarina Taylor Cobb, addetto al dispositivo d'arresto, gridava
ordini nel telefono, sopra l'urlo del vento, agli addetti al sistema idraulico
che lavoravano al ponte sottostante. Era in piedi a poppa, nella sua lucida
tenuta impermeabile gialla, le cuffie in testa, gli occhi che percorrevano il
ponte in cerca della minima traccia di sporco che potesse essere risucchiata
dentro i motori del Tomcat e danneggiarli. Controllò per la quarta o quinta
volta che il cavo d'arresto non fosse danneggiato; in quel caso avrebbe,
infatti, potuto rompersi e, rimbalzando indietro, uccidere una decina di
uomini, senza contare la perdita certa dell'aeroplano, che sarebbe stato
proiettato oltre la prua.
«Pronti all'atterraggio del Tomcat... Due minuti!»
Un grosso pistone idraulico sosteneva l'impatto controllato del caccia
con il ponte della portaerei. Adesso, ormai, tutti potevano vedere J.R.
Crowell lottare per tenere il Tomcat stabile due gradi sopra l'orizzonte,
nonostante la pioggia e le imprevedibili raffiche del vento.
La Harry S. Truman filava inclinata di tre gradi sulle onde lunghe
dell'oceano, dritta al vento, a una velocità di 18 nodi. Beccheggiando, si
alzava e si abbassava di un grado e mezzo sull'orizzontale, come dire che
fra la posizione della prua e quella della poppa si formava un dislivello di
venti metri ogni trenta secondi circa. Condizioni capaci di mettere alla
prova freddezza e solidità di nervi di qualsiasi pilota.
«Groove!» gridò il guardiamarina Cobb. In gergo, voleva dire: «È
vicino! State pronti...»
Poi, dieci secondi dopo: «Ci siamo!» Era l'ordine critico, quello che tutti
gli addetti al dispositivo d'arresto attendevano.
Sul ponte, i segnalatori si diressero verso un ampio pozzetto imbottito,
in cui sarebbero balzati se il giovane J.R. avesse sbagliato i conti e fosse
andato a cozzare contro la poppa. Adesso l'aeroplano si scorgeva
distintamente, rombante nella pioggia, i motori che gemevano.
«Giù!» gridò il guardiamarina Cobb. Sotto gli occhi di tutti, J.R. impattò
con il Tomcat contro il ponte d'atterraggio e gli uomini d'equipaggio che vi
si trovavano sotto tornarono a respirare, mentre il cavo d'arresto si
agganciava e poi si sollevava sopra il ponte a formare una specie di V
aperta verso poppa. Un secondo dopo, il Tomcat si fermava sul carrello,
quasi invisibile in mezzo alla pioggia e alla nuvola d'acqua sollevata dalla
sua scia.
Gli addetti al ponte partirono dai blocchi come centometristi, dirigendosi
verso l'apparecchio per spingerlo nella sua area di parcheggio. A poppa, il
guardiamarina Cobb, la pioggia che gli grondava lungo il cappuccio, aveva
già preso contatto con il pilota del secondo Tomcat: «Okay uno-zero-otto...
Vento a raffiche a 38... Controlla la linea d'approccio... Da qui sembra a
posto... Giù i flap... Giù il gancio... Ti vedo... Ci sei... Vieni...»
La procedura si ripeté identica per tutti quanti i Tomcat. Poi altri sei
Seahawk si alzarono nella luce declinante. Altri sei Tomcat si staccarono
rombando dal ponte della Reagan e si diressero, trenta chilometri più
avanti, verso quello della Truman. Sei alla volta. Poi gli Hornet, altri
gruppi di sei, tutti con la stessa temeraria procedura, i jet che impattavano
sul ponte, gli assi della squadriglia Death Rattler, i Vigilantes e i Kestrels.
Quei silenziosi eroi della Marina dispiegavano tutte le incredibili abilità
della loro professione quasi in privato, laggiù, nell'Atlantico, lontano dalla
società ossessionata dalla celebrità che cercavano di proteggere.
Furono necessarie sei ore per completare il trasferimento dei velivoli ed
erano quasi le 24.00 quando l'ultimo Hornet atterrò. A quel punto, la
pioggia aveva smesso di cadere e il personale esausto dei ponti di volo
poté ritirarsi nei suoi alloggi. I piloti dei caccia si avviarono verso casa a
bordo della Harry S. Truman insieme con i loro velivoli.
Gli equipaggi dei Seahawk, adesso sicuri a bordo della Ronald Reagan,
erano quasi tutti già andati a dormire. Il loro compito, la faticosa e
temeraria missione di trovare il Barracuda, sarebbe cominciato alle prime
ore dell'alba di martedì 6 ottobre. E ci sarebbe stato poco riposo fino a
quando il sottomarino non fosse stato localizzato. Se mai lo fosse stato.

Un'altra operazione aveva preso il via nello stesso momento,


duemilasettecento miglia più a ovest, nei canyon di cemento di New York.
Dieci volte più vulnerabile di Washington, New York sarebbe stata
colpita direttamente dall'impatto dell'onda anomala. E, anche se le grandi
torri di Wall Street sarebbero state con ogni probabilità la barriera più
robusta contro cui l'onda sarebbe andata a impattare, era chiaro che quelle
non sarebbero comunque state in grado di fermare una forza che avrebbe
senza dubbio spazzato via il ponte Verrazzano, undici chilometri più a
valle, scaraventato il luna park di Coney Island in cima alle colline di
Brooklyn e precipitato la Statua della Libertà in fondo alla Upper New
York Bay.
Il problema se i grattacieli del centro di Manhattan sarebbero
sopravvissuti allo tsunami era stato affrontato da un team di diciotto
scienziati, che avevano analizzato gli edifici da cima a fondo. Le opinioni
erano state le più disparate, e l'unico punto riguardo al quale si era riusciti
a trovare un accordo era stato che nessuno di loro credeva che più di una
mezza dozzina di edifici sarebbe riuscita, in un modo o nell'altro, a
rimanere in piedi.
I quartieri più esterni, con il loro stretto reticolo di torri densamente
popolate che si levavano alte nel cielo, offrivano prospettive ancora
peggiori. Il frangiflutti di Wall Street avrebbe ridotto in misura
significativa l'impatto delle prime due ondate, ma, nonostante ciò, gli
edifici di Midtown sarebbero comunque crollati come castelli di carte.
Alcuni scienziati credevano addirittura che, se due o tre degli edifici più
alti fossero caduti sotto l'impatto dell'acqua, ciò avrebbe potuto innescare
una reazione a catena che, provocando il crollo degli altri, avrebbe presto
trasformato la città in un'unica, enorme spianata.
La cosa più pericolosa erano, però, i due fiumi che scorrevano a est e a
ovest di Manhattan, l'Hudson e l'East River. Risalendo quelle due
importanti vie d'acqua lo tsunami non avrebbe perso un decimo della sua
forza ed entrambi i fiumi si sarebbero gonfiati, inizialmente fino a una
trentina di metri, e milioni di tonnellate di acqua dell'oceano si sarebbero
riversati per le vie della città. Le ondate provenienti da ovest e da est si
sarebbero probabilmente scontrate da qualche parte a metà strada, dalle
parti di Park Avenue, pochi istanti prima che l'onda principale si abbattesse
con inaudita violenza contro il vecchio edificio della Pan American,
grossomodo all'altezza del quindicesimo piano.
New York non sarebbe stata certo un bel posto in cui trovarsi nelle due
settimane successive. Lo stesso valeva per Staten Island e Brooklyn,
Queens e il Bronx. Nelle bassure del New Jersey, però, c'erano posti
ancora peggiori. Bayonne, Jersey City, Hoboken e Union City erano
virtualmente prive della minima protezione: la stessa Newark, con il suo
vasto aeroporto, piatto e a livello del mare, costruito proprio nel punto in
cui il fiume Passaic si apre nella baia di Newark. Era quella la zona in cui
lo tsunami avrebbe dato il suo meglio.
Le operazioni di evacuazione di New York erano cominciate il
mercoledì precedente. Il principale problema della città non erano i
documenti, i libri e i manufatti di valore storico. Era la gente. A New York
arrivavano ogni giorno più visitatori di quanta fosse l'intera popolazione di
Washington e dintorni. Oltre agli otto milioni di residenti, che vivevano
nel sovraffollato tessuto urbano della città e della sua area omogenea, ogni
giorno ottocentomila persone giungevano da tutti gli angoli della terra per
ammirare il più famoso panorama del mondo.
Era un miscuglio colorato e vibrante di razze, religioni e nazionalità, ma
una miscela infiammabile, nei momenti di crisi. Per anni, gli immigranti
erano affluiti a ciclo continuo dall'Estremo Oriente, dall'India e dal
Messico, e molti di loro non avevano nessun contatto al di fuori del gruppo
etnico cui appartenevano. Adesso, quelle persone non avevano modo di
spostare se stesse, le loro famiglie e i loro beni fuori città, verso le colline.
Un paio di giorni dopo il messaggio del presidente alla televisione,
Tammany Hall si era assunta la responsabilità di evacuare due milioni di
residenti di New York City, fornendo cibo e riparo a quanti non ne
avevano e che, molto probabilmente, dopo il passaggio dello tsunami non
avrebbero avuto più nulla cui fare ritorno.
L'esodo da New York era già cominciato e fino a quel momento i
problemi provocati dal solo numero delle persone in movimento verso
ovest erano stati monumentali. La maggior parte di chi si muoveva era
terrorizzata, in preda allo shock e al panico. Le voci correvano
incontrollate. Si formavano code, alternativamente, per le automobili e le
maschere antigas, o per raggiungere più in fretta le autostrade o le strade,
già congestionate. Tutti erano armati, e l'Esercito e la guardia nazionale
riuscivano a malapena a tenere la folla sotto controllo, mentre paura e
ansietà sgorgavano per ogni dove e si espandevano, lente e soffocanti, per
la città. Centinaia di uomini della guardia nazionale erano giunte a New
York da ogni angolo dello Stato, per impedire che scoppiassero sommosse.
Il Dipartimento di polizia aveva chiesto ai personaggi più in vista di
allontanarsi dalla città. Le autostrade erano state trasformate in strade a
senso unico ed erano state individuate corsie obbligate per fuggire dalla
città, indipendentemente dal punto in cui ci si fosse trovati. Per chi si
trovava a Brooklyn o a Long Island, per esempio, la via di fuga passava
per il ponte Verrazzano e per Staten Island, immettendosi da lì, attraverso
l'Outerbridge Toll, adesso completamente aperto, sulle autostrade che
portavano a ovest e a sud-ovest della città.
Ai residenti del Queens e di Manhattan era stato invece ordinato di
prendere il Lincoln o l'Holland Tunnel, per poi immettersi sulle autostrade
in direzione ovest. La grande arteria del George Washington Bridge era off
limits in entrambi i sensi e riservata alla circolazione dei mezzi della
polizia, dell'Esercito e dei funzionari governativi. Grandi convogli di
camion impegnati nell'evacuazione della città la percorrevano
ininterrottamente ventiquattro ore al giorno.
Nel fine settimana emerse una nuova, grave fonte di preoccupazione.
Migliaia di persone, molte delle quali parlavano a malapena inglese, erano
ormai troppo spaventate per attendere che venisse il loro turno di salire sui
mezzi messi a disposizione dall'Esercito, dalla guardia nazionale o dal
Dipartimento di polizia; alcune di loro erano addirittura più spaventate
dall'ultimo evento che dall'imminente maremoto. Come sempre, molti
pensarono dunque di fare da sé, acquistando e riparando alla meglio un
vero esercito di rottami che non solo non erano più in grado di tenere la
strada, ma che, nella maggior parte dei casi, costituivano un vero pericolo
per quanti vi si fossero trovati vicino.
Quella processione di trabiccoli scricchiolanti, senza freni e con i motori
sempre pronti a prendere fuoco, cominciò quindi a muoversi come un
deposito ambulante di sfasciacarrozze nel bel mezzo del traffico che già
congestionava strade e autostrade.
La domenica sera, gli ingorghi del traffico avevano pertanto raggiunto
un livello che di rado, se non mai, si era visto nei Paesi del mondo libero.
La gente sedeva ai lati delle strade accanto ai veicoli strapieni di persone e
mercanzie. Le colonne di autovetture si dirigevano lentamente verso ovest,
arrestandosi non appena una in genere innocua batteria scarica costringeva
a fermarsi il primo mezzo della fila. Sul Triboro Bridge, il ponte della
Cinquantanovesima Strada, entrambi i livelli erano pulsanti di traffico; le
automobili erano bloccate a Whitestone e a Throg's Neck, impedendo così
la circolazione sull'autostrada Westside. Il Lincoln e l'Holland Tunnel e
l'Harlem Road Drive erano ormai diventati enormi aree di sosta.
Lunedì mattina, il sindaco firmò infine un'ordinanza che dava al
Dipartimento di polizia il potere d'emergenza di requisire tutti i carri
attrezzi presenti sul territorio cittadino e di trasferirli alla guardia
nazionale. Le autorità individuarono inoltre una serie di discariche
d'emergenza sotto i ponti e i cavalcavia delle autostrade e fu abbattuta la
recinzione che impediva l'accesso a un campo di baseball. Tutti i veicoli
fermi sui ponti e nei tunnel furono rimossi e scaricati nel primo spazio
disponibile.
Il sindaco decretò inoltre New York possibile area disastrata e chiese
all'Esercito di intervenire per occuparsi della circolazione dei treni della
rete metropolitana, dell'Amtrac e della ferrovia di Long Island.
I treni sarebbero stati impiegati per allontanare la gente da Long Island e
da Manhattan. Ma procedevano molto lentamente e nella Settima e
nell'Ottava Strada, all'altezza della Trentatreesima, si formarono lunghe
code di viaggiatori, che attendevano ore per accedere alla Penn Station.
D'altra parte, i treni costituivano anche un mezzo pratico ed efficiente
per allontanare la gente dalla città e i vertici dell'Amtrac e delle principali
compagnie di trasporto pubblico della città furono convocati in municipio
per coordinare le operazioni.
Un vasto complesso, una sorta di campo profughi, fu allestito sulle
colline del New Jersey, a ovest nel maneggio, nella zona di Far Hills. Era
un'ex base militare e le baracche erano ancora in buono stato. Entro lunedì
sera, erano centomila gli uomini della guardia nazionale e dell'Esercito che
avevano preso servizio per assistere le autorità civili nell'opera di
evacuazione.
Il momento in cui New York più si avvicinò a veder scoppiare una
sanguinosa rivolta fu davanti a una società di autonoleggio, che aveva
cercato di quadruplicare i prezzi. I titolari sostenevano che, con la
catastrofe imminente, non c'era modo di sapere se i loro veicoli si
sarebbero mai più rivisti; i clienti videro invece nella manovra solo un
cinico tentativo di speculare sulle paure dei cittadini terrorizzati. Tre
esagitati avevano già cercato di dare fuoco a un autonoleggio nel Lower
East Side, incendiandone gli uffici e tre furgoni. I pompieri non avevano
fatto in tempo a salvarli e gli uomini della guardia nazionale, giunti in
fretta sul posto, si trovarono ad avere diversi problemi con i proprietari.
Il capo della polizia e il sindaco intervennero rapidamente, decretando
illegali gli aumenti di prezzo e aggiungendo che, se le società di
autonoleggio avessero deciso di sospendere la loro attività, nessun
problema: la guardia nazionale avrebbe ottenuto il potere di procedere alla
requisizione di tutti i camion presenti in città.
Quella iniziativa giunse però qualche ora troppo tardi per impedire una
nuova esplosione di violenza nel Lower West Side, quando centinaia di
fuggitivi s'infuriarono a sentirsi chiedere mille dollari al giorno per il
noleggio di un camioncino. La folla invase gli uffici della società di
autonoleggio, ebbe ragione dei quattro impiegati, fracassò le vetrine, prese
le chiavi custodite in un nascondiglio dietro la casse e s'impadronì di
ventisei camion.
Anche in quell'occasione, la polizia non poté, o non volle, fare molto.
Gli agenti lavoravano in squadra con i militari, sgombrando
sistematicamente gli isolati residenziali, aiutando la popolazione a
trasferire i propri beni, fornendo indicazioni sulle vie di evacuazione... Gli
uomini della guardia nazionale furono convocati in città in numero sempre
maggiore, per assistere anch'essi nell'opera di evacuazione.
Il compito era improbo, soprattutto nelle aree del Middle e dell'Upper
East Side, dove gli edifici residenziali si accatastavano gli uni sugli altri,
lungo le strade a partire dalla Cinquantasettesima, a nord di Sutton Place,
della Prima, della Seconda e della Terza Strada. Più semplici erano le aree
commerciali di Lexington e di Madison, ma, di nuovo, i problemi
riprendevano nelle aree residenziali di Park Avenue e, naturalmente, della
parte est della Quinta Strada.
Quasi tutti i visitatori della città o se n'erano già andati o era no per via,
avvertiti al termine della settimana precedente di par tire senza indugio. Il
sindaco aveva anche ordinato alla polizia e all'Esercito di prendere il
controllo delle società di trasporto pubblico, impiegando i loro autobus per
trasferire migliaia di turisti agli aeroporti.
Tutti i governi stranieri erano stati avvertiti del disastro imminente e
tutte le ambasciate degli Stati Uniti erano state informate del fatto che ai
turisti doveva essere impedito di raggiungere gli aeroporti della costa
orientale. Era stato chiesto alle compagnie aeree straniere di trasferire in
città velivoli vuoti per agevolare l'evacuazione dei turisti dal JFK, da
Newark e da LaGuardia. Gli aeroplani in arrivo carichi di passeggeri erano
stati invece dirottati su Toronto, riforniti e rimandati indietro.
Il porto di New York era stato chiuso, tranne che per le navi in partenza,
che erano state reinstradate verso sud, una manovra necessaria a meno di
non voler vedere qualche grossa nave da carico o da crociera arenata dalle
parti di Times Square.
Tutte le attività economiche non direttamente legate ai trasporti erano
state chiuse. Negozi all'ingrosso e al dettaglio, l'industria dei servizi, le
attrattive turistiche e i luoghi di divertimento. Anche le scuole, i college e
le università avevano chiuso i battenti.
L'obiettivo era, da una parte, ridurre in modo drastico il traffico che
quotidianamente affollava le strade, dall'altra permettere una più agevole
circolazione dei mezzi dell'Esercito e della polizia, nonché dei camion che
trasportavano importanti documenti del governo e delle grandi società con
sede a Manhattan.
La chiusura dei negozi e dei supermercati fece sì che un altro spettro
alzasse la sua testa ghignante nell'ufficio piani di Tammany Hall: il
raggelante ricordo del grande blackout dell'estate 1977, quando un blocco
dell'energia su larga scala gettò la città nel buio pressoché totale. Ai
criminali erano occorsi circa dieci minuti per rendersi conto che tutte le
luci erano spente e gli impianti d'allarme ridotti al silenzio, dopo di che
qualche migliaio di loro si era messo subito all'opera, precipitandosi in
supermercati grandi come città e saccheggiando mercanzie per un valore di
diversi milioni di dollari.
In realtà la situazione attuale non era altrettanto grave. C'erano un sacco
di energia elettrica disponibile e molte migliaia di agenti e di uomini della
guardia nazionale nelle strade. E anche i delinquenti avevano paura di
lasciarci la pelle. Nonostante quello, però, il grande silenzio che regnava
su New York e gli scaffali pieni di merce priva di sorveglianza
costituivano un'attrazione ottima e abbondante per i cattivi soggetti.
La polizia operante in città tendeva a concentrarsi in particolari aree e a
muoversi in grandi gruppi da un isolato all'altro, lasciando dietro di sé
interi quartieri di fatto deserti. Due scassi lungo la Trentaquattresima
Strada Ovest, nei pressi di un negozio Macy's, avevano messo in allarme le
autorità e uomini armati della guardia nazionale erano stati trasferiti nella
zona silenziosa al momento stesso del loro arrivo in città.
Automobili della polizia percorrevano lente le strade, informando
chiunque si preoccupasse di stare ad ascoltare che le varie zone erano
gradualmente dichiarate off limits, chiuse ai pedoni e ai veicoli privati non
autorizzati. L'avvertimento era forte e chiaro: «I razziatori saranno passati
per le armi». Si era in pratica giunti alla legge marziale ma a quel
proposito il capo della polizia era stato chiaro. C'era un solo modo di
gestire una faccenda come quella: «Regole rigide e un'applicazione
spietata. I cittadini devono imparare a fare esattamente ciò che viene detto
loro di fare. Subito. E non sgarrare. È l'unico modo per cavarsela».
Le direttive che si accumulavano sulla scrivania del sindaco di New
York arrivavano direttamente dalla Casa Bianca, dall'onnipotente
ammiraglio Arnold Morgan, ed erano state rifinite dal capo di stato
maggiore dell'Esercito, al Pentagono. Non c'era spazio per discussioni,
obiezioni, interruzioni e piani alternativi. Lo stile era quello dei militari.
Non erano suggerimenti. Erano ordini: «Eseguire! Ed eseguire subito!»
In linea di massima, il sistema aveva funzionato. All'inizio c'erano stati
qualche dissenso e qualche tentativo di furto, ma la vista dei colpevoli
presi, caricati sul retro di un camion dell'Esercito e trasportati Dio sapeva
dove aveva avuto un effetto sedante su chiunque avesse nutrito simili
ambizioni controcorrente.
La polizia lavorava a ciclo continuo, aiutando, proteggendo e spingendo
la gente ad affrettarsi. Lungo l'Upper East Side, qualche ex dirigente
d'azienda e molte ricche vedove trovarono che fosse troppo chiedere loro
di separarsi da un quadro di valore o da un vecchio pezzo di arredamento e
si rifiutarono di partire senza poterli portare con sé. Nella maggior parte
dei casi, gli agenti si dimostrarono comprensivi, spesso anche perché
quella era gente che, in genere, aveva a disposizione due o tre automobili,
complete di relativi autisti, ed era più che lieta di metterle a disposizione
per aiutare nell'evacuazione.
Un problema assai grave era posto dai detenuti e dalle guardie carcerarie
dipendenti dal dipartimento correzionale della città. Al momento, tali
detenuti erano infatti diciannovemila, cui andavano aggiunti poco più di
diecimila agenti in uniforme e millecinquecento dipendenti civili. Dal
dipartimento dipendevano dieci centri situati a Rikers Island, un complesso
grande quasi quanto il Cremlino posto nel bel mezzo dell'East River, oltre
a due centri di detenzione galleggianti ormeggiati all'estremità
settentrionale della stessa isola, in un vecchio traghetto riadattato.
Naturalmente tutte quelle strutture non avrebbero avuto un grande futuro,
nel caso in cui il Barracuda avesse lanciato i suoi missili contro il Cumbre
Vieja. Al contrario, il loro destino più probabile sarebbe stato, in quel caso,
quello di essere, rispettivamente, rasi al suolo e spazzati via dall'onda
anomala che quei missili avrebbero provocato.
C'erano poi altre sei prigioni dipendenti dal dipartimento, una a
Manhattan e una nel Queens, due a Brooklyn e altre due nel Bronx, una
delle quali, con ottocento posti letto, ricavata in una chiatta ormeggiata
nella parte sud del quartiere. Il capo della polizia aveva deciso di rilasciare
subito i detenuti considerati non socialmente pericolosi e quelli che non
potevano pagare la cauzione. I rimanenti sarebbero stati trasferiti nelle
prigioni dell'interno, nello Stato di New York, nel New Jersey, in
Pennsylvania, nel Connecticut e nel Massachusetts, sotto scorta armata, in
treno, dove i problemi della sicurezza erano ritenuti, in qualche misura, più
facili da gestire che sulle autostrade sovraffollate.
A Manhattan, nelle trincee di Wall Street, per cinque giorni aveva
regnato un pandemonio pressoché totale. Dopo l'11 settembre, gli uffici
direttivi di numerose multinazionali, delle grandi corporazioni, delle
società commerciali e manifatturiere e degli istituti finanziari si erano
affrettati a rivedere e aggiornare i loro piani per la gestione della calamità,
avevano posto in essere strategie per riprendere rapidamente l'attività dopo
una catastrofe e avevano provveduto a duplicare strutture e sistemi che
potessero essere attivati in fretta nel caso in cui quelli principali fossero
stati colpiti o disattivati.
Ma non molte di quelle organizzazioni avevano pensato davvero a fondo
a tali piani, e diversi dei problemi che le avevano perseguitate
immediatamente dopo l'11 settembre erano ancora presenti.
Molte società, devastate dal crollo delle Torri gemelle, avevano creato
strutture duplicate, ma sempre a Manhattan, nelle strade vicine, e ciò le
rendeva del tutto inutili, nell'attuale situazione.
Altre avevano cercato di risparmiare affittando strutture in comproprietà
presso fornitori esterni, strutture che potevano essere sufficienti per
ospitare le loro attrezzature informatiche ma che non offrivano abbastanza
spazio per le scrivanie e gli impiegati che avrebbero dovuto contribuire a
salvarle dalla calamità.
Venne così alla luce la possibilità che lo tsunami conducesse al
fallimento su larga scala di gran parte dell'economia della costa orientale,
un fatto che avrebbe spinto fuori mercato molti dei principali istituti
finanziari del mondo. Quel lunedì di inizio ottobre, New York si risvegliò,
quindi, sotto la minaccia di un terribile effetto domino, che avrebbe in
breve tempo condotto al collasso totale dell'intero sistema finanziario
internazionale.
Un segnale forte in tal senso era stato lanciato, subito dopo l'11
settembre, da un organismo di controllo, la Security and Exchange
Commission. In una parte di un suo documento, la SEC aveva imposto alle
principali istituzioni finanziarie il rispetto di specifiche regole, riguardanti,
fra l'altro, tempi di riavvio accettabili delle attrezzature informatiche e
distanze minime per la duplicazione delle strutture.
Alcune società, come l'IBM, si erano affrettate a adeguarsi a quelle
costose regole, tanto da essere in grado adesso di reggere, probabilmente
con successo, all'impatto dello tsunami. L'IBM, in particolare, aveva
battuto palmo a palmo la zona della Kittatinny Mountain, nella parte
occidentale del New Jersey, in cerca di un luogo dove realizzare un
complesso che le avrebbe permesso di garantire, nel gergo della società,
«la completa resilienza delle sue tecnologie informatiche», e di duplicare i
dati archiviati in tutti i propri centri periferici.
Alla fine, il luogo era stato individuato a Sterling Hill e la società aveva
iniziato a investire pesantemente nell'allestimento del suo Business and
Continuity Recovery Center, un intrico di grandi palazzi per uffici
cinquantasei chilometri a nord-ovest di Wall Street, alcuni dei quali
sotterranei, nei tunnel di alcune miniere abbandonate, altri sulle colline e
in mezzo ai boschi. Molti clienti IBM avevano pagato per anni costosi
canoni mensili per garantirsi l'uso di un ufficio di riserva, dotato di
computer e scrivania, e per il back-up di tutti i dati informatici ritenuti
necessari.
La preveggenza dell'IBM aveva spinto molte altre società con sede a
Manhattan a spostarsi verso le colline del New Jersey. Da cinque giorni,
flussi ininterrotti di contabili, bancari, dipendenti di organismi finanziari e
un vero esercito di tecnici informatici si stavano dirigendo verso il New
Jersey. Un gigantesco aumento delle richieste alle centrali elettriche locali
segnalava il loro arrivo, così come l'entrata in linea degli uffici di riserva,
che operavano in parallelo con quelli delle sedi centrali, in una Manhattan
sull'orlo della crisi di nervi.
A combattere negli uffici di una Wall Street semideserta era rimasto,
invece, un battaglione di tecnici informatici, chiamati a recuperare tutto
l'hardware possibile, i grandi server e le apparecchiature di supporto, a
imballarli, a caricarli sui camion e a spedirli lungo le autostrade intasate
verso le catene montuose a est di Poconos.
Quando era stato distrutto il World Trade Center, la Morgan Stanley, il
colosso del mercato mobiliare, era stata costretta a trasferire
tremilasettecento impiegati. Negli anni successivi, la società si era
impegnata largamente nella costruzione di una struttura duplicata allo stato
dell'arte. Aveva selezionato un'area e aveva attivato i propri uffici di
riserva, ventisette chilometri fuori Manhattan, nel 2007. L'unico problema
era che la struttura si trovava a Harrison, poco più di tre chilometri da
Mamaroneck Harbor, lungo la piatta costa settentrionale del Long Island
Sound, dove, si stimava, Fonda anomala sarebbe stata alta circa
venticinque metri. La Morgan Stanley non aveva certo scelto il posto
ideale.
D'altra parte erano pochi gli operatori mobiliari coinvolti
nell'evacuazione della città. Il New York Stock Exchange aveva commesso
un grave errore di valutazione. In risposta alle regole imposte dalla SEC
aveva realizzato una piazza di contrattazione alternativa, da usare come
riserva in caso di disastro a Lower Manhattan. Poteva essere pienamente
operativa in ventiquattro ore, un tempo di molto inferiore anche a quello
richiesto dalla SEC. Il problema era che la piazza alternativa si trovava
sempre a New York. Quella infelice scelta logistica era causa di
preoccupazione tanto a Wall Street quanto alla Casa Bianca. La chiusura
improvvisa della borsa più grande del mondo, molto probabilmente per
diverse settimane, rischiava infatti di avere conseguenze catastrofiche.
Il listino del New York Stock Exchange allineava più di
duemilaottocento società, sia straniere sia multinazionali, che, nell'insieme,
avevano una capitalizzazione di mercato superiore ai quindici trilioni di
dollari. Il funzionamento quotidiano della piazza era fondamentale per la
stabilità dei mercati mondiali. Negli ultimi anni, praticamente tutte le
borse, nazionali e locali, si erano sforzate di elaborare piani per riprendere
l'attività in caso di catastrofe. Al New York Stock Exchange, ogni giorno
le persone direttamente impegnate nelle contrattazioni erano più di tremila
e utilizzavano ottomila linee telefoniche e cinquemilacinquecento
apparecchi elettronici portatili. La costruzione di una piazza di
contrattazione alternativa, dotata di tutte le attrezzature necessarie, era un
progetto da cinquanta milioni di dollari.
Ad aggravare le cose, il New York Stock Exchange non era un
complesso unico. La borsa, nel corso della sua storia, era venuta
progressivamente ampliandosi. Essa aveva iniziato ad allargarsi e a
rimodellarsi nel 1870, partendo dall'originario edificio di cinque piani al
numero 10 di Broad Street. Nel tempo, erano stati aperti nuovi edifici,
l'ultimo dei quali, una quinta sala contrattazioni al numero 30 di Broad
Street, nel 2000, dotato delle più moderne tecnologie di visualizzazione
esistenti al mondo.
Non era facile imballare e trasferire una struttura del genere ed era
pressoché impensabile l'idea di duplicarla da qualche altra parte, sotto un
tetto nuovo. Il trasferimento della borsa era fonte di continua
preoccupazione per molti funzionari governativi d'alto rango. L'ironia era
che, molto probabilmente, lo tsunami avrebbe spazzato via la piazza
alternativa prima ancora di colpire l'edificio principale. Sembrava
necessario portare tutto, armi e bagagli, a Chicago. Philadelphia era fuori
questione, poiché la città dell'amore fraterno si trovava su una penisola, nel
punto in cui il fiume Schuykill confluiva nell'ancora più ampio Delaware e
gli scienziati dell'università della Pennsylvania avevano calcolato che lo
tsunami avrebbe fatto crescere il livello dei fiumi anche fino a sette metri e
mezzo. La locale base della Marina era già stata evacuata delle navi e degli
uomini.
Il terzo e ultimo punto, dopo l'evacuazione delle attività commerciali,
era quello della messa al sicuro dei tesori d'arte della città. Uno dei centri
mondiali dell'arte e della cultura, New York ospitava settantacinque musei
principali, oltre a decine e decine di gallerie d'arte. Il Metropolitan
Museum of Art, il MoMA (il museo d'arte moderna), il Guggenheim, il
Whitney e il Museo di storia naturale, noti in città come i «Big Five»,
erano istituzioni conosciute in tutto il mondo. Le decine di altre presenti in
città, in città più piccole sarebbero state da sole d