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Note per uscire dall’impasse teorica

Gianfranco La Grassa
 
1. Premessa
 
In quella che si autodefinisce, e si percepisce ancora, come sinistra, è in atto un processo
degenerativo profondo; quest’ultimo colpisce, sia chiaro, ogni schieramento sociale e politico –
quindi anche quello di destra – ma a me sembra, forse perché da qui provengo, che la malattia sia
particolarmente grave a sinistra. Il fenomeno non è soltanto italiano, e tuttavia nel nostro paese esso
ha un andamento assai più devastante a causa della forma specifica, la “berlusconite”, che ha
assunto ormai da dieci anni. In pratica, salvo che nel centro dell’Impero, negli USA, dove sia negli
ambienti più reazionari che in quelli apparentemente più moderati esistono pensatoi di qualche
rilievo, altrove la situazione della politica – non parlo nemmeno della geopolitica, bensì di quella
ultraprovinciale e legata alle “cose di casa nostra” – è nel più completo dissesto (teorico e pratico).
Anzi, la politica in senso proprio, sia quella estera che quella nazionale e in particolare la
politica economica, è nella sostanza assente, nel senso che viene passivamente attuata da forze di
Governo o di opposizione – del tutto indistinte a tal riguardo – grosso modo secondo le medesime
direttrici di fondo. La lotta tra destra e sinistra si risolve in uno scambio di colpi più o meno bassi,
riguardanti tutto ciò che non comporti scelte politiche vere e proprie. Tali schieramenti, in realtà, si
configurano come due bande, costituite da gruppi di politici e di intellettuali, con al seguito masse
sempre meno numerose (mentre i più si disinteressano dei litigi da “galli in pollaio”) di chiassosi e
dementi tifosi, che solo in linea di larga massima possono essere divise secondo la loro
appartenenza a questo o quel raggruppamento (ceto) sociale. Non c’è più alcuna discussione reale in
merito ad opzioni decisive di politica (appunto: estera, nazionale, economica, ecc.); esiste solo
pettegolezzo, reciproche accuse di indegnità morale, scelta del “bianco” quando l’altra banda dice
“nero” (e viceversa), intrallazzi con strane alleanze trasversali tra l’una e l’altra, nel tentativo di
impadronirsi dell’intero governo della cosa pubblica e di influenzare al meglio l’opinione della
gente, al fine di godere di tutti i vantaggi e le prebende che ciò comporta.
Lo scadimento dell’intelligenza, la corruzione, il degrado culturale, il rimbecillimento di settori
crescenti di questa gente, avanzano in progressione esponenziale; e a tale processo, non si può
semplicemente dire che la banda di sinistra partecipa attivamente, perché in realtà, in quasi tutti i
paesi europei, il politically correct e il “buonismo”, in quanto cifra specifica del “popolo di sinistra”
(in realtà di minoranze intellettuali e politiche), sono all’avanguardia nel provocare la devastazione
in oggetto. Si tratta ormai di un cancro che corrode a fondo il corpo della società europea, ma che è
nettamente più virulento nel nostro paese; tale processo, secondo tutte le apparenze, dovrebbe
durare ancora abbastanza a lungo. L’interrogativo è dunque questo: il processo cancerogeno correrà
al suo fine – la morte dell’organismo – o si formeranno in tempo gli anticorpi (e di quale tipo?) che
lo distruggeranno? Non vi è risposta univoca e sicura a tale domanda. E’ comunque utile porre
alcune basi essenziali per comprendere meglio la posta in gioco.
 
2. Il dibattito attuale: solo ideologia
 
Innanzitutto, è indispensabile sgombrare il campo da una serie di equivoci e di falsi – almeno
secondo la mia opinione – problemi. La banda di sinistra – lo ricordo: con membri sia politici che
intellettuali – finge di condurre in profondità la critica all’avversario, accusato di neoliberismo,
mentre essa sostiene di essere almeno keynesiana; e alcuni suoi membri lo sono veramente (volendo
concedere loro la buona fede, malgrado sorgano talvolta seri dubbi in proposito). Tuttavia, se la
critica al neoliberismo concerne solo l’asserita, da quest’ultimo, avversione all’eccessivo intervento
dello Stato in economia con conseguente espansione della spesa pubblica, la critica non coglie
l’obbiettivo poiché, in effetti, tutti i dichiarati neoliberisti – dall’amministrazione Reagan a quella di
Bush jr., ad esempio – non si sono mai attenuti ai principi affermati, dovendo sviluppare al massimo
la spesa militare (e non solo) onde affrontare, da posizioni di supremazia schiacciante,
l’imperialistica lotta per le sfere di influenza a livello mondiale. Resta quindi, come finalità di
sinistra, un generico keynesismo sociale, una spesa pubblica con scopi di modesta redistribuzione
del reddito, nonché la difesa (debole) del sistema pensionistico e dell’organizzazione sanitaria
tipiche del cosiddetto capitalismo renano. Del resto, oggi ormai si deve parlare non più di difesa,
bensì di smantellamento cauto e prudente, come dimostra l’attuale politica del Governo di sinistra
tedesco, appena un po’ più lento in tale direzione di quello di destra francese.
In realtà, dunque, la maggior parte delle bande di sinistra ha ormai, a tal proposito, introiettato in
gran parte le critiche neoliberiste all’eccessiva spesa statale per fini sociali, mentre verrebbe troppo
sacrificato l’aiuto – diretto, mediante sovvenzioni, o indiretto, con riduzione dell’imposizione
fiscale – alle imprese, considerate da tutti il vero perno dello sviluppo della competitività e della
produzione (capitalistica, ovviamente). Perfino nella lontana (non solo geograficamente) Cina, si è
riconosciuta al massimo livello, addirittura con modifica della Costituzione, la funzione
eminentemente sociale dell’imprenditorialità (privata) in merito all’eccezionale sviluppo di quel
paese. Mentre in Francia, la banda di destra, senza lasciarsi intimorire da manifestazioni e scioperi –
e aiutata anche da contromanifestazioni di forze liberiste che sarebbe errato sottovalutare – ha
condotto in porto una, pur modesta, revisione delle pensioni, in Germania, la banda di sinistra ha
effettuato una, altrettanto modesta ma significativa in termini di direzione indicata, riforma della
sanità con appesantimento del costo della stessa riversato sulle spalle dei suoi beneficiari. Sempre in
Germania, si è resistito al tentativo sindacale di estensione delle 35 ore settimanali, facendo fallire
dopo un mese lo sciopero della IG Metal (con dimissioni del suo presidente Zwickel). Ed è di questi
giorni la proposta di un nuovo giro di vite al Welfare, soprattutto relativamente alle pensioni.
In Italia, la banda di destra non riesce a mantenere le sue promesse di fare lo stesso “sporco”
lavoro, ricevendo per questo le critiche (neoliberiste) del Governatore della Banca d’Italia, critiche
applaudite dalla sinistra, i cui sindacati però si oppongono a qualsiasi ritocco della spesa pubblica
per pensioni e sanità (tanto per sottolineare la schizofrenia di questa banda, ma anche la debolezza e
l’incapacità di fare alcunché che caratterizza l’altra). In queste condizioni, che riguardano l’intera
Europa, chiunque voglia sostenere che la banda di destra è liberista mentre quella di sinistra è
almeno keynesiana (nel senso della volontà di mantenere in piedi il sedicente Stato sociale), sta
evidentemente alterando la verità di fatto.
Deve essere affermato con decisione che ogni forma di mero economicismo – il ragionare in
termini di dati e flussi relativi a quantità economiche, di compatibilità e competitività produttive, di
redistribuzione del reddito, di partite di spesa di questa o quella entità, erogate in questa o in quella
direzione (discutendo la loro maggiore o minore efficacia ai fini dello sviluppo o dell’equità sociale,
e altre chiacchiere consimili) – è un limite gravissimo per ogni modo di pensare; e neoliberismo e
neokeynesismo sono tipiche forme dell’economicismo. Si tratta in fondo di ideologia, nel suo
specifico significato di falsa coscienza, che influenza e conforma il pensiero sia dei raggruppamenti
dominanti, i cui intellettuali la propalano, sia dei ceti sociali subordinati.
Il fatto grave è dunque che anche i dominati – o comunque i non dominanti – sono avvolti in
queste fumisterie ideologiche, e quando (pochissimi di loro) credono di liberarsene mediante il
marxismo, apriti cielo: precipitano in un abisso economicistico non dico peggiore ma speculare e
simmetrico al precedente. In primo luogo, essi sono convinti di individuare il reale e oggettivo
soggetto della trasformazione sociale in coloro che manterrebbero, con il loro lavoro produttivo,
l’intera società. I lavoratori capitalistici sarebbero simili ai dominati (e sfruttati) di altre formazioni
sociali (schiavismo, feudalesimo, ecc.) in cui l’estorsione del pluslavoro (e dunque plusprodotto)
sarebbe però stata più diretta e immediata, mentre invece nel capitalismo essa è mascherata dalla
forma di valore e di merce, ecc., avvenendo comunque sostanzialmente come in quelle società, pur
se in base alla proprietà dei mezzi di produzione e non della terra o del corpo stesso del lavoratore.
Come mai i lavoratori – schiavi e servi della gleba – il cui sfruttamento era così immediato e
visibile non fossero in grado di compiere la trasformazione rivoluzionaria della società di
appartenenza, mentre ciò sarebbe il compito precipuo della classe il cui pluslavoro sarebbe estorto
secondo modalità celate e mascherate dall’eguaglianza formale (dello scambio mercantile), è
problema che si può tentare di spiegare in base ad arzigogoli vari che mi sembrano interessare oggi
assai poco.
 
3. Basta con la deformazione economicistica
 
Il fatto “grossolanamente empirico” è che i subordinati, i lavoratori e produttori diretti, ecc.,
dopo secoli di capitalismo, non muoiono di fame e di pestilenze, non vivono in casupole
rudimentali, nel fango e nel freddo, non faticano più, in termini quasi bestiali, dall’alba al tramonto,
e via dicendo. Prima in Inghilterra e poi, via via, in Europa continentale, negli Stati Uniti, in
Giappone – e il processo continua ad allargarsi per ondate (epoche dello sviluppo capitalistico)
successive – l’enorme aumento della produttività del lavoro e, conseguentemente, del saggio del
plusvalore farebbe si che ormai il salariato, così ci assicura il teorico rivoluzionario, lavora pochi
minuti, forse istanti, per sé e dà tutto il resto della sua giornata lavorativa al proprietario, che con
questo pluslavoro compie nefandezze di tutti i generi, fra cui corrompere gran parte della società e
farla pesare sul lavoratore stesso. Quest’ultimo, certo stupidamente, non se ne rende conto, non
apprende la dimostrazione che di questo “fatto” dà il teorico rivoluzionario, ed è convinto che,
mediamente, di generazione in generazione, è riuscito a vivere meglio. Convinzione in larga parte
errata, dice sempre il critico-critico, poiché è stata pagata con una devastazione ambientale sempre
maggiore, con un degrado culturale pressoché spaventoso, ecc. Affermazioni, queste ultime,
nient’affatto destituite di fondamento, ma che già spostano in un campo del tutto diverso le
argomentazioni del “rivoluzionario” e non correggono, se non marginalmente, le convinzioni del
lavoratore salariato del capitalismo, anche per certe ingenuità catastrofiste e da fine del mondo
dell’ambientalista e dell’uomo “colto”.
Si è allora tentato di dimostrare, sempre da parte del teorico rivoluzionario, che il capitalismo
crea una società mondiale in cui una minoranza della popolazione vive a spese della stragrande
maggioranza, povera e disperata (i “dannati della Terra”). Prima le “tigri asiatiche”, ma poi paesi
come la Cina e, da dieci anni, l’India – che, da sole, rappresentano il 40% della popolazione
mondiale – sono entrate in fase di forte sviluppo (eccezionale quello cinese). Naturalmente è ovvia,
come in qualsiasi processo di sviluppo, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito; è tuttavia
una sciocchezza (e menzogna) evidente negare che la gran parte della popolazione di questi due
enormi paesi vive meglio anche solo di vent’anni fa (per non parlare di 50 anni o di un secolo fa). E
adesso, superata la fase del capitalismo selvaggio susseguente al disastro sociale provocato dal
socialismo reale – la società ritenuta, per poco meno di un secolo, alternativa al capitalismo – si
stanno movendo sempre più speditamente Russia e paesi est-europei (quanto meno Polonia,
Ungheria, Repubblica ceca). Cosa resta delle tesi capaci di sostenere che un quinto della
popolazione mondiale si arricchisce, mentre quattro quinti sono destinati a morire di fame e
malattie? Solo la superficiale ideologia dei “buonisti di sinistra”, che credono di far la rivoluzione
convincendo piccole torme di “sfigati” che si sta avvicinando “er giorno der Giudizzio”.
Le estreme difese che qualcuno vorrebbe allestire sono peggiori delle precedenti; anche da
questo, si nota che una stagione – un’epoca storica dell’attuale formazione sociale – è ormai
irrimediabilmente passata, ed è sempre più urgente imboccare una strada completamente nuova, che
per il momento assomiglia a un rebus. Comunque, solo per dovere di cronaca, accenno alla volontà
di qualcuno di voler convincere le masse della necessità di superare il capitalismo per una società
migliore, facendo riferimento alle senza dubbio enormi spese per armi sostenute in tutto il mondo
(ma soprattutto dagli USA); l’osservazione è che se queste spese andassero a vantaggio dei poveri,
si starebbe meglio. Esattamente come io starei meglio, e sarei più lieto, se avessi trent’anni di meno.
Il capitalismo è la formazione sociale che ha già dimostrato di poter superare ogni altra – anche agli
occhi delle classi subordinate – in tema di dinamicità e di potenza, che consentono di conseguire più
alti livelli (certo “materiali”) di vita. Piaccia o non piaccia, questo è il dato di fatto da cui prendere
le mosse. Tuttavia, quel tipo di dinamicità esige la competitività, fondata sulla volontà di prevalere
e di superare (non sportivamente) l’avversario. L’ideologia dominante tenta di accreditare l’idea che
tale competitività è virtuosa, fa leva sulla scienza e la tecnologia, sull’organizzazione dei processi
lavorativi, sull’innovazione di prodotto, insomma sulla creazione di organismi produttivi più
efficienti e che producono beni migliori con costi sempre più bassi. Si tratta di sciocchezze. La
competizione esige l’impiego di ogni “arma”; dunque, in ultima analisi, anche delle armi vere e
proprie. Ogni marxista sensato sa del resto che organizzazione sociale capitalistica e politica
imperialistica, in quanto specifica manifestazione di conflitto tra più formazioni sociali particolari,
sono due facce della stessa medaglia. E’ inutile tentare scorciatoie per evitare la difficoltà specifica
dei comunisti di tutti i tempi: pensare ed essere in grado di orientare la trasformazione dell’attuale
forma di società in una diversa che sappia superare la precedente in ogni senso, pur fondando la sua
nuova organizzazione sulla cooperazione e solidarietà.
Il problema della distribuzione è completamente errato, in quanto si tratta di una particolarmente
arretrata e superficiale considerazione economicistica. Pensiamo ad esempio al rozzo discorso di un
“comunista” della distribuzione. Oggi, nel mondo, si produce abbastanza per dare da mangiare a
tutti. Basterebbe distribuire meglio ciò che è già prodotto. Se si produce 100, invece di dare 80 a 20
e 20 a 80, diamo, grosso modo, uno a ognuno dei cento; o almeno convinciamo i più a dirigersi
verso questo obiettivo. Equidistribuiamo il prodotto insomma. Si dà il caso, intanto, che
l’equidistribuzione del prodotto richiede quella dei mezzi di produzione, a meno di non pensare che
chi ha più mezzi di produzione, e quindi produce di più, sia animato solo da spirito squisitamente
evangelico e produca per quelli che hanno una quantità minore di mezzi di produzione.
L’equidistribuzione dei mezzi di produzione era quella che in fondo caratterizzava il socialismo
(definito romantico e reazionario da Marx) predicato da Sismondi. Marx lo irrideva in base alla
semplicissima considerazione che: 1) dopo un po’ di tempo si sarebbe tornati alla crescente
concentrazione dei mezzi di produzione; 2) l’equidistribuzione dei mezzi è pensabile per i semplici
strumenti artigianali, non certo per macchinari e tecnologie complessi, proprio quelli che hanno
consentito l’enorme sviluppo delle forze produttive, senza il quale – sempre secondo Marx e il
marxismo serio, cioè non religioso – il comunismo, pur se fosse stato possibile attuarlo, sarebbe
stato solo una distribuzione della povertà e miseria delle epoche precapitalistiche.
In realtà, però, su questa base ogni comunismo (“a ciascuno secondo i suoi bisogni”) era
considerato – sempre da Marx e dal marxismo – del tutto impossibile. E anche nella, solo prevista e
sperata ma mai realizzata, fase inferiore della società comunista – “a ciascuno secondo il suo
lavoro” – Marx non pensava ad alcuna equidistribuzione, poiché si rendeva realisticamente conto
che essa avrebbe comportato il blocco della produzione. E oggi, siamo stellarmente lontani da ogni
fase inferiore del comunismo. Non è che se si produce cento, sia possibile immaginare una
distribuzione tendenzialmente egualitaria; perché, se si andasse in tale direzione, la produzione
cadrebbe a cinquanta e poi a venticinque, ecc. Non vi è alcuna produzione, nella società moderna e
fortemente dinamica che conosciamo, che non si sviluppi secondo dissimmetrie e diseguaglianze,
sia a livello territoriale che sociale. La Cina si sviluppa rapidamente perché il suo Governo lascia
indietro – ma sa che è una soluzione provvisoria – una buona parte del territorio e il settore delle
grandi imprese statali (circa 3000) ormai decotte e improduttive. Quel Governo appronta certo
determinati ammortizzatori sociali per compiere ogni tentativo di evitare scollamenti sociali,
conflitti di grande ampiezza. Ma non si tratta di intento equidistributivo, bensì solo di attenuazione
dei peggiori effetti di un processo, che si ritiene utile e necessario al grande impulso produttivo. Il
tutto è orientato dalla consapevolezza che vi è una sorta di corsa tra due processi i cui tempi si cerca
di sincronizzare: da una parte, lo squilibrio economico, e anche distributivo, è essenziale ai fini di
uno sviluppo accelerato del sistema nel suo complesso; dall’altra, intere parti del territorio e del
settore industriale (quello statale) dovranno restare a lungo al palo, con gravi problemi sociali che si
fa il possibile di contenere, fino a quando l’impulso dei territori e settori in sviluppo non cominci
eventualmente a diffondere i suoi effetti anche nei confronti dei “ritardatari”. Questo è ciò che è già
avvenuto in tutti i paesi capitalistici ad alto sviluppo, a cominciare dall’Inghilterra.
Smettiamola quindi con i discorsi sciocchi e inconcludenti. Ancora una volta, è inutile eludere,
facendo appello a buonismi redistributivi, il problema centrale che è quello della trasformazione
sociale su cui, ammettiamolo una buona volta, non abbiamo nulla di serio da dire dopo il fallimento
della proprietà collettiva dei mezzi di produzione e della pianificazione socialista; dopo cioè che
tale trasformazione sociale era stata considerata in modo piattamente economicistico come si
trattasse semplicemente di produrre (nel senso stretto del termine) in modo diverso secondo
strutture proprietarie da trasformare tenendo semplicemente conto del loro assetto giuridico-
formale.
 
4. Conflitto strategico: non proprietà o dominanza dell’economico
 
Non sono in grado di rimediare al fallimento di circa un secolo di esperimenti sedicenti
comunisti. Non sono nemmeno capace di liberarmi in modo adeguato di decenni di personale
formazione fondata sul marxismo, con tutto il suo carico di economicismo, con le sue
semplificazioni nell’individuare i soggetti della cosiddetta rivoluzione. Per ragioni di spazio dirò
poche cose, per il momento troppo sintetiche ma spero abbastanza chiare.
Come in qualsiasi altra formazione sociale storicamente conosciuta, anche in quella fondata sul
cosiddetto modo di produzione capitalistico (quando entreremo in possesso di una terminologia più
idonea?) l’elemento centrale e fondante è il conflitto strategico, non veramente la proprietà o meno
dei mezzi di produzione, pur nella versione ammorbidita della scuola althusseriana (e delle analisi
del socialismo reale compiute da Bettelheim) che parlavano di potere di disposizione sui suddetti
mezzi. La proprietà – privata o dello Stato-partito, ecc. – o invece, in altre epoche storiche, il
controllo manageriale, ecc. sono forme di estrinsecazione di tale conflitto.
Ho una qualche idea circa le situazioni in cui può svilupparsi questa o quella forma di
manifestazione, ma non è qui la sede per diffondermi su tale problema. Così pure – per la verità non
solo per ragioni di spazio, ma anche per troppo deboli conoscenze storiche – non posso accennare
alle differenti forme esistenti in società precapitalistiche (o in quella che pretendeva di sostituire il
capitalismo). Ho solo l’impressione che nel modo di produzione antico (come, per altri versi e in
altre forme, nel socialismo reale) il conflitto strategico – tutto interno ai dominanti – si sviluppasse
con modalità tali da non intaccare apparentemente l’unità fondamentale della “casta” appunto
dominante; mentre nel feudalesimo e nel capitalismo, pur in forme nettamente differenti, tale
conflitto si mostra in tutta la sua evidenza, dividendo i dominanti, in diverse sfere sociali, in tante
frazioni apertamente avversarie le une rispetto alle altre, pur nell’ambito di specifiche regole del
gioco comunemente accettate e condivise, che consentono comunque la riproduzione sociale
dell’insieme secondo quella “storicamente determinata” forma delle interrelazioni (e interazioni) tra
gruppi sociali differenti. Solo la non accettazione di tali regole da parte di determinati gruppi – ed è
evidente che non si tratta di una scelta e decisione meramente volontarie, ma in un certo senso
ormai storicamente obbligate – fa entrare una forma di società in fase di transizione ad altra.
Nella forma capitalistica, in base alla considerazione della preminenza della sfera economico-
produttiva dove si approntano le merci, per troppo tempo la classe dominante in questa sfera –
trattata solo in quanto proprietaria dei mezzi di produzione – è stata ritenuta la vera padrona della
società: classe dominante, dirigente, egemonica, ecc. I gruppi politici, spesso racchiusi nella
sintetica dizione di Stato, e quelli ideologico-culturali – anche in tal caso trasfigurati nella loro veste
“cosale” rappresentata dagli apparati ideologici – venivano quasi trattati da superfetazioni di quelli
economico-proprietari. Ogni tanto, per salvarsi la coscienza, si accennava a qualche azione di
ritorno del sovrastrutturale (politica e ideologia) sulla base economica. Tutto lì.
D’altronde, vi era una logica in tutto questo. Nelle società precapitalistiche, i dominanti si
appropriavano del plusprodotto creato dal lavoro dei dominati, situandosi tuttavia all’esterno della
sfera economico-produttiva; essi conducevano i loro conflitti nel mondo delle sovrastrutture in
piena autonomia, godendo del completo controllo e prendendo ogni decisione in merito a tutto ciò
che concerneva le direzioni d’uso del plusprodotto. Nel capitalismo, i dominanti esercitano i
controlli e assumono le decisioni all’interno stesso della sfera in cui nasce il plusprodotto (pur nella
forma di valore); come dice Marx (Glosse a Wagner), essi contribuiscono a creare ciò che poi
“prelevano” dai produttori diretti (i lavoratori salariati). I proprietari (capitalisti), agenti
nell’economico-produttivo, sarebbero dunque gli autentici dominanti; i “sovrastrutturali”
godrebbero solo formalmente di autonomia, nella sostanza dovrebbero essere considerati dei loro
dipendenti. Quando infine, con la centralizzazione della proprietà, questa diventerebbe un orpello,
anch’essa una sorta di sovrastruttura (finanziaria) rispetto all’organismo produttivo – dove ormai
funzionerebbe il lavoratore collettivo cooperativo con tutti i suoi bei rappresentanti del general
intellect, in grado di realizzare direttamente controllo e decisioni in relazione alle modalità e
direzioni di utilizzo del plusprodotto – apparirebbe in piena evidenza la reale superfluità di tutti i
sovrastrutturali, ivi compresi a quel punto i capitalisti finanziari. La rivoluzione sarebbe allora
ormai nelle cose, sarebbe il famoso parto già pronto nelle viscere del capitalismo; non ci sarebbe
più bisogno della politica in senso proprio, perché la “levatrice di un parto ormai maturo” non fa
vera politica; ma nemmeno ci sarebbe bisogno di una effettiva lotta ideologico-culturale, perché
l’evidenza della ormai autonoma ed esaustiva funzione produttiva del lavoratore collettivo, e quella
del parassitismo finanziario di una proprietà centralizzata, squarcierebbero senza difficoltà il velo
ideologico, sarebbero il Sole che ormai discioglie le brume dell’alba dell’Umanità (la famosa
“preistoria” di cui parla Marx).
Non è così. I dominanti, sempre – in ogni formazione sociale, ma con forme storicamente
diversissime che vanno studiate – controllano e decidono non tanto in merito alle direzioni d’uso
del plusprodotto, quanto alle modalità di esercizio e agli indirizzi del conflitto strategico per il
dominio (di questa o quella loro frazione). La differenza specifica del capitalismo sta nel fatto che
dette strategie si avvalgono, come ogni altra scelta in questa forma di società, dell’impiego di beni e
servizi che sono merci, espresse in un equivalente generale, che bisogna procurarsi e gestire. Anche
la produzione abbisogna di equivalente generale per acquistare merci (mezzi di produzione e forza
lavoro), e per procurarselo deve appunto approntare e vendere le merci (mezzi di produzione e di
consumo). Pure il consumo, per esercitare le sue scelte (“sovrane” per certe correnti ideologiche
della scienza economica), ha bisogno dell’equivalente generale, e se lo procura vendendo altre
merci (in particolare, l’insieme dei “servizi” insiti nelle capacità del corpo umano, nel braccio e
nella mente).
Non sono tuttavia né i consumatori né i “produttori” – quel coacervo di dirigenti tecnici, quadri
intermedi, lavoratori esecutivi, ecc. che è indicato da tale termine nell’ambito dell’impresa – a
dominare la società capitalistica; non la dominano perché non esercitano né direzione sociale
complessiva né egemonia. Solo l’economicismo è invischiato nelle fumisterie del dibattito se sia il
consumo (la domanda) o la produzione (l’offerta) a trainare la società (e il suo sviluppo), ridotta ad
una sorta di grande organismo produttivo. Certo, l’ideologo filocapitalistico sa che la competizione
è fondamentale in questo tipo di società (come in altre pur se in forme diverse), ma la riduce a
prezzi e costi, a innovazioni organizzative e di prodotto, ecc.; la riduce cioè in ultima analisi alla
formuletta “la concorrenza è l’anima del commercio”. Ma non ci sarebbe né produzione né
commercio (e nemmeno consumo) se non ci fosse qualcosa d’altro che espleta certe funzioni
secondo regole da (quasi) tutti accettate – e che reggono ogni ambito della vita sociale perché fan
parte del nostro senso comune, anche quando crediamo di ribellarci ad esso – senza le quali la
società (in questo caso, quella capitalistica) non potrebbe riprodursi, entrerebbe in disgregazione e
putrefazione.
Questo qualcosa è il conflitto strategico. Ognuno di noi, quando esce di casa in questa società, è
invischiato in esso. Non eseguiamo esclusivamente – anche se questo aspetto è importante – un
calcolo di mezzi e di fini nel senso del risparmio dei primi, e in testa a tutti del tempo, per
conseguire il massimo dei secondi. Dobbiamo aggirare ostacoli, nascondere i pensieri, dire una cosa
e farne un’altra, puntare a un luogo per poi divergere su un altro, in date occasioni – e come
extrema ratio – battere il pugno sul tavolo (o su altra superficie), per conseguire i nostri fini. E
questi non sono sempre belli, puliti, morali, ecc. Basterebbe solo osservare la conflittualità, e i
mezzi vergognosi utilizzati in essa, nell’ambito delle organizzazioni che si pongono alti fini come il
comunismo, o almeno la difesa dei consumatori, o l’aiuto ai diseredati, e via dicendo. Naturalmente,
tutti questi raggiri e manifestazione di volontà e potenza non li possiamo eseguire da soli; da qui
nasce l’esigenza delle alleanze, della parziale e interessata solidarietà, dei fini comuni, del senso di
appartenenza a dati insiemi, ecc. Quindi anche, nel migliore dei casi, dell’amicizia, della lealtà, del
rispetto degli obblighi e via dicendo. Tutto però sempre finalizzato non a scopi generali, riguardanti
l’intera l’Umanità – salvo che, in qualche caso, nelle dichiarazioni di intenti, avvolte nella falsa
coscienza ideologica – ma a quelli perseguiti da sezioni, purtroppo non mai molto estese, d’essa.
Senza i soggetti – in realtà i ruoli che questi ricoprono senza appiattirsi in essi – delle strategie
per il conflitto ai fini del dominio, nella società – “divisa in classi”, cioè in tutte quelle che finora
abbiamo conosciuto ed esperito (anche soltanto in senso storico) – non funzionerebbe alcuna
riproduzione della sua specifica struttura di rapporti, che implica quello fondamentale tra dominanti
e dominati. In quella innervata dal modo di produzione capitalistico, gli agenti (i soggetti che
ricoprono i ruoli) delle strategie imprenditoriali occupano il primo posto – soltanto in senso logico-
sistemico – tra gli addetti al conflitto strategico d’insieme, per il fatto già messo in luce che, nella
sfera economica, si producono merci e dunque si genera quell’alimento, il loro equivalente
generale, necessario all’espletamento (“materiale”) delle attività sociali fondamentali.
La sfera economica dunque, più ancora che dominante (o determinante), produce l’elemento
primario e pervasivo della riproduzione dei rapporti sociali, il “lubrificante” generale di
quest’ultima. L’azione conflittuale viene in essa necessariamente svolta da coloro che occupano i
ruoli della direzione strategica d’impresa. Essi – che siano proprietari, manager, ecc. – non hanno
come specifico compito quello relativo alla razionalità strumentale, quella del minimo dei mezzi o
del massimo risultato (che detta razionalità sia pensata senza o invece con limiti legati
all’imprevedibilità del futuro e al caso, ha pochissima importanza in questa sede). Questo obiettivo
è di competenza dei ruoli più strettamente interni alla direzione (diciamo tecnica) dell’organismo
produttivo capitalistico per eccellenza (l’impresa). I ruoli della direzione delle strategie di conflitto
usano altri mezzi, quelli sintetizzati nella dizione “raggiro e potenza”, attacco diretto per schiacciare
e sentiero tortuoso per aggirare (sempre con commistione, in varie proporzioni a seconda delle
congiunture, tra i due).
 
5. La razionalità strategica e i suoi agenti: economici, politici, culturali
 
Dunque, la razionalità decisiva, quella dei dominanti, non è quella strumentale, bensì quella
strategica, in ogni caso più flessibile. La teoria dei giochi cerca di matematizzarla, ma con
semplificazioni assai rudimentali; vi sono oggi teorie matematiche tese ad incorporare variabili
d’ordine, diciamo, “emozionale”, ma non so francamente quali risultati esse raggiungano
effettivamente. Mi sembra che, in definitiva, coloro che trattano in modo complesso di strategie – in
particolare nel campo decisivo e assai ampio della geopolitica – cerchino di essere coadiuvati dal
calcolo matematico, ma concedano ancora molto, anzi la maggior parte del ragionamento,
all’aspetto qualitativo.
Se gli agenti dominanti sono quelli strategici, ho già detto che vengono – in quanto sequenza
logico-sistemica – in primo piano, e ne ho indicato i motivi, quelli addetti alle strategie d’impresa,
quelli dominanti nella sfera economica, dove si produce l’alimento generale (ma anche il più
generico) delle strategie, cioè il denaro nelle sue varie figure monetarie e finanziarie. Tuttavia, la
visione di detti agenti è spesso abbastanza limitata, tesa al problema della conquista della massima
potenza economica, cioè delle quote di mercato e del controllo finanziario. Il problema del
conseguimento di tale tipo di potenza non può essere risolto se lo si isola dal dominio complessivo
(le sfere di influenza controllate da interi insiemi, nel contempo economico-imprenditoriali e
politici) e dall’egemonia culturale, cioè dalla capacità di rendere generale o quasi l’accettazione di
determinate regole sociali che favoriscano la riproduzione dell’intera società, a livello mondiale,
sotto la direzione predominante di questo o quello di tali insiemi economico-politici. Precisando
che, malgrado tutte le chiacchiere intorno alla fine delle nazioni, gli insiemi in questione appaiono
ancora oggi caratterizzati, almeno principalmente, in senso nazionale.
Gli agenti dominanti di prima istanza (logico-sistemica), quelli strategico-imprenditoriali, sono
dunque sempre accompagnati da quelli di tipo politico – con le appendici militari, specializzate
nell’uso più diretto e immediato della forza – e da quelli ideologico-culturali; dagli agenti, cioè,
considerati tradizionalmente sovrastrutturali (e che continuerò a chiamare, per semplicità, i
sovrastrutturali). Questi ultimi, proprio per il “luogo” (sociale) in cui si trovano ad agire,
possiedono in molti casi una più ampia visione in merito alle strategie di dominio complessivo dei
già indicati insiemi economico-politici (tendenzialmente nazionali). Tuttavia, non credo che,
nell’ambito di una articolazione dei tre strati di agenti (delle tre sfere cui pertengono), sia
concettualmente individuabile lo strato realmente dominante; questo è un problema di fattualità
concreta, empirico-storica, non di mera definizione teorica. La teoria deve soltanto indicare il
superamento di quella economicistica considerazione che rendeva dominanti, in definitiva, solo gli
agenti nella sfera produttiva (in quanto proprietari capitalistici dei mezzi di produzione, che poi si
trasformavano in semplici capitalisti finanziari nella forma della proprietà azionaria), mentre i
sovrastrutturali venivano trattati come una sorta di loro dipendenza.
Vi sono momenti storici del tipo di quelli attraversati dopo il 1945, e ancor oggi, dai paesi
capitalistici avanzati da me definiti non centrali (Europa occidentale e Giappone in prima fila), in
cui – a causa di una struttura dei blocchi dominanti connessa al Welfare e al capitalismo
imprenditoriale assistito – la relazione tra dominanti strutturali e sovrastrutturali è fortemente
instabile, aperta a molti cambiamenti nei loro rapporti di forza (ad es., oggi in Italia, è fin troppo
evidente una netta supremazia degli agenti strutturali). Nel paese centrale (USA), invece, il blocco
dominante – un tempo definito complesso industriale-militare – è più compatto, e vi è un notevole
equilibrio tra i due tipi di dominanti; sarebbe perciò puerile sostenere la semplice sottomissione di
questi a quelli o viceversa. E’ significativo che, proprio nel paese esercitante il predominio centrale,
vi sia una più netta separazione tra gran parte delle élites intellettuali invischiate nell’ideologia
economicistica – elaborata ad uso e consumo dei dominati (e dei comunque non dominanti; si scusi
l’insistenza su questa espressione in negativo, che in un certo senso si riferisce ai cosiddetti ceti
intermedi), ma di cui sono schiavi anche coloro che la “producono” e propagandano – e ristrette
cerchie di pensatori in grado di porsi i più complessivi problemi strategici, di tipologia geopolitica
(e, in subordine, geoeconomica).
Nei paesi non centrali avviene l’esatto contrario. Qui domina ancora, praticamente incontrastata,
la falsa coscienza (ideologica) che blatera di globalizzazione, di competitività generale legata a
“compatibilità” economiche e finanziarie (e monetarie) dei vari sistemi economico-imprenditoriali,
che semina e coltiva l’idea di un mercato unico in cui le merci circolino “liberamente”; e vincerebbe
chi è più abile nell’organizzazione industriale (e commerciale), chi produce merci “migliori” a
prezzi più bassi e con costi di produzione che lascino i maggiori margini possibili di profitto. Il
mezzo di lotta fondamentale, oltre alla suddetta organizzazione e allo stabilirsi, ad opera
dell’Autorità politica, di regole sicure per una concorrenza “virtuosa” in sempre più vaste aree di
libero commercio, sarebbe rappresentato dalle innovazioni di processo – che i marxisti, fornendo il
loro “prezioso” contributo allo sviluppo dell’ideologia economicistica, prendono ossessivamente in
considerazione nella rozza e semplicistica figura di un sempre maggiore sfruttamento con i metodi
del plusvalore relativo – e da quelle di prodotto. Queste ultime sono in realtà l’elemento di cerniera
tra la visione puramente economicistica, la parte più subordinata e “volgare” dell’ideologia
dominante, e la più ampia e precisa individuazione (geopolitica) degli elementi caratterizzanti
l’autentica conflittualità intercapitalistica (intradominanti) per la supremazia.
L’innovazione di prodotto (naturalmente quella vera, non il semplice perfezionamento e
modificazione di prodotti già in uso) – ivi compresa quella concernente fonti di energia
completamente nuove – subordina a sé la semplice razionalità strumentale, del minimo mezzo o del
massimo risultato, subordina tutte le azioni relative alla “virtuosa” competizione, azioni mirate alla
regolare normazione della stessa, all’organizzazione e innovazione tecnica nei processi lavorativi,
alla pressione per allargare le quote di mercato a vantaggio della propria impresa o coalizione di
imprese, ecc. L’innovazione di prodotto rompe con il quadro precedentemente dato e ristruttura il
campo della competizione nonché tutte le “variabili economiche” della stessa, che debbono quindi
essere ricalcolate (dai gruppi di direzione tecnico-produttiva, cioè dai non dominanti, pur se non
proprio dominati).
Tuttavia, l’elemento decisivo della competizione per il predominio – in atto tra le varie frazioni
in cui si suddividono gli strati dominanti di tipologia economico-produttiva, politico-militare e
ideologico-culturale – si situa nel “luogo strategico” della società ove si svolge la lotta più
complessiva per le sfere di influenza (conflitto per la supremazia politico-militare) e per l’egemonia
(conflitto per la supremazia ideologico-culturale). Come già detto, in tale tipo di lotta, assai più
decisivo e pervasivo (e penetrante), la razionalità è tesa, in ultima analisi, all’uso della forza e
all’eventuale esercizio di violenza; ma, prima, si manifesta in astuzia, raggiro, inganno, corruzione,
in attitudine insomma alla flessibilità tattico-strategica, la cui forma apparente è la contrattazione e
la mediazione, ma mai semplicemente per comporre il conflitto (altra visione legata alla falsa
coscienza ideologica), bensì per collocarsi in una posizione di vantaggio – o di riduzione di uno
svantaggio o di resistenza di fronte ad una temporanea difficoltà – da cui ripartire in futuro per
nuovi conflitti.
In definitiva, una ormai necessaria più consistente e ampia visione della competizione
intercapitalistica (intradominanti) deve saper considerare insieme, pur distinguendo e articolando le
distinzioni, i tre strati di agenti dominanti: economico-imprenditoriali, politici (con appendice
militare, in senso stretto e lato), culturali. Naturalmente, tenendo conto che l’azione di questi agenti
precipita cosalmente nella formazione di apparati economico-finanziari (imprese comunque), di
apparati politici (in prima istanza, lo Stato, ancor oggi monopolizzatore del potere di imposizione e
dell’uso della forza; e poi partiti, lobbies, associazioni varie), di apparati ideologici di molti generi
(scuola, stampa e mass media, a sfondo religioso, ecc.). L’idea che il potere economico sia sempre
del tutto preminente, che “gli industriali” comandano e i “politici” eseguono, è banale e
superficiale, ancorché possa essere realistica in determinate congiunture storiche (come l’attuale, e
in certi paesi con una determinata struttura degli apparati e dei blocchi di potere).
Ultima considerazione in merito. In specifiche congiunture di crisi, si verifica uno scollamento e
un’accesa conflittualità non solo, più generalmente, tra frazioni delle classi dominanti (frazioni
costituite dai tre strati di agenti sopra indicati), bensì, più specificamente, tra questi diversi strati. In
particolare, si può sviluppare una lotta decisiva tra gruppi particolarmente forti e in ascesa di agenti
politici e una parte assai consistente, perfino maggioritaria, di quelli economici (si pensi al fascismo
e, ancor più, al nazismo); oppure tra quelli politici e quelli culturali (con minori sconvolgimenti,
credo; comunque non so trovare un esempio forte). In contingenze simili, si producono, in paesi
capitalistici avanzati, fibrillazioni e sconquassi sociali notevolissimi, finora mai sfruttati da agenti
politici legati ai dominati, che intendessero realmente fuoriuscire dal sistema sociale capitalistico;
dato che la rivoluzione russa e, ancor più, quella cinese, ecc. sono state d’altro genere, si sono
sviluppate in paesi non dotati di forti strutture compiutamente capitalistiche.

6. I “soggetti della trasformazione”: masse ed élites (o avanguardie)


 
Spero che il lettore mi perdonerà qualche salto logico, dovuto alla tirannia dello spazio. Mi
auguro che comunque abbia seguito fin qui con attenzione il discorso. L’ideologia economicistica
impedisce di considerare in tutta la sua ampiezza e complessità – economica, politica, culturale – il
conflitto strategico per il dominio di queste o quelle frazioni della classe dominante, di questi o
quegli strati di agenti dominanti. Nel contempo, la medesima ideologia oscura pure la
configurazione e articolazione dei dominati, in particolare dei possibili agenti di una trasformazione
radicale della formazione sociale data, nel caso in oggetto quella capitalistica.
Il marxismo ha sempre teso a individuare un ruolo oggettivo ricoperto dai soggetti della
rivoluzione, la cosiddetta classe (rivoluzionaria) in sé. L’oggettività del ruolo rinvierebbe al posto
occupato da detti soggetti nell’ambito dei rapporti di produzione, in definitiva nel processo di
formazione del prodotto e del plusprodotto (nel capitalismo, in forma di merce e di valore).
Quest’ultimo sarebbe appunto fornito dai dominati, in un primo tempo dai lavoratori più subordinati
e in genere di tipo esecutivo, ma in seguito, con la centralizzazione dei capitali, dall’intero corpo
lavorativo, ivi comprese le funzioni direttive da questo espresse. “Imborghesitasi”, nei paesi a
massimo sviluppo capitalistico, la classe operaia (in senso più stretto), processo inteso come
formazione di “aristocrazie operaie”, corrotte dai capitalisti grazie ai frutti del dominio
imperialistico (spesso confuso con il dominio coloniale tout court); non avvenuta mai in modo
effettivo la saldatura tra lavoro direttivo e lavoro esecutivo nei processi produttivi capitalistici; si è
allora trasferita la funzione rivoluzionaria dalla classe operaia ai soggetti che ricoprivano i ruoli
incardinati negli anelli subordinati della catena imperialistica (quegli anelli rappresentati dai paesi
dominati colonialmente o, nel secondo dopoguerra, neocolonialmente; la considerazione del vero e
proprio assetto imperialistico è stata sempre la grande assente nelle varie teorie critiche dell’ultimo
sessantennio).
Nessuno di questi soggetti, situati in posizioni oggettivamente date e precise del processo
produttivo nell’ambito della formazione sociale capitalistica – prima nel modo di produzione
capitalistico in senso stretto, poi nell’insieme del processo sociale produttivo a livello mondiale – ha
mai corrisposto alle attese, almeno per quanto concerne il definitivo abbattimento del capitalismo e
una stabile transizione ad altro tipo di formazione sociale. Mi risparmio le successive ipotesi ad hoc
– l’ultima quella della moltitudine – perché non ha più senso seguire gli orfani di un processo
rivoluzionario mai andato a buon fine, e che ormai, magari in buona fede, stanno sempre più
elaborando ideologie di nascondimento del dominio imperialistico centrale da parte degli USA.
Le “masse” – frazioni svariate di popolo (mischiate a mera plebe) in genere del livello più
dominato e subordinato, che occupano posizioni spesso ambigue nel processo di riproduzione
sociale, e che non hanno univoci interessi né tanto meno finalità omogenee (ammesso che ne
perseguano qualcuna di individuabile) – si mettono certo, in determinate congiunture storiche, in
movimento con maggiore o minore radicalità e perseveranza nel voler rovesciare uno stato di cose
che ormai si scarica su di loro creando “disagio” e crollo delle credenze nelle regole della
riproduzione sociale fino allora comunemente accettate. Non credo che questo disagio debba essere
sempre rappresentato dalle peggiori condizioni materiali di vita, da fame e miseria; l’importante è la
completa perdita di sicurezza, un forte senso di precarietà, l’abbandono della speranza che tutto si
possa risolvere tornando alla situazione di prima, caratterizzata dalle suddette regole
precedentemente almeno non messe in dubbio né discusse e tanto meno avversate.
Quando il disagio, e dunque il movimento di massa, abbia raggiunto un “punto critico” – che
non è mai dato nella sua intensità e durata, giacché queste sono “fatti” casuali e difficilmente
determinabili e tanto meno controllabili come si trattasse di variabili relative ad esperimenti
scientifici – esso determina forti reazioni nell’organismo sociale, nel cui ambito agiscono, se si sono
formate, particolari élites (o, se qualcuno lo preferisce, avanguardie). L’anarchia e il caos non
possono durare una eternità, perché la formazione sociale non può altrimenti riprodurre le basi
minime della sua sopravvivenza (non in senso letterale, ovviamente), dunque della sopravvivenza
dei suoi membri costitutivi. Sono allora queste eventuali avanguardie a consentire, nella situazione
di “massima crisi” (di congiuntura), o la formazione di nuove regole, che tuttavia, in molti casi, non
fanno altro che riavviare la riproduzione dei rapporti sociali lungo binari certo diversi, ma che
consentono la restaurazione sostanziale dei vecchi insiemi di ruoli dominanti e dominati (pur magari
con un notevole ricambio dei soggetti empirici che ricoprono i primi) e delle regole, appena
riverniciate, relative al mantenimento delle loro rispettive posizioni; oppure una formazione di
realmente nuove regole riproduttive diverse che dovrebbero caratterizzare la cosiddetta transizione
ad altra formazione sociale, situazione comunque mai verificatasi finora nei paesi a capitalismo
avanzato.
Nè le masse in movimento, né a maggior ragione le élites, sono costituite da precisi e
oggettivamente individuabili gruppi di soggetti occupanti ruoli determinati – e in genere subordinati
(sia dominati che, comunque, non dominanti) – per cui si possa supporre che il movimento in
questione è chiaramente indirizzabile verso il conseguimento di definiti obiettivi corrispondenti ai
reali, e anche questi individuabili a priori, interessi delle suddette masse e delle suddette élites. I
“gradi di libertà” del movimento delle prime e dell’azione comunque orientata delle avanguardie
sono in genere ampi, e la tattica e la strategia di queste ultime non sono univoche e
deterministicamente stabilite, anche se debbono basarsi su una analisi “conseguente e adeguata”
della complicata situazione di crisi venutasi a creare; ovviamente, la consequenzialità e
l’adeguatezza debbono essere in ogni caso teoricamente definite in base ad una approfondita
elaborazione e conoscenza – non solo della cosiddetta situazione concreta, ma anche delle
categorie interpretative della stessa – e vanno però poi “provate sul terreno”.
Tra le masse è più probabile la maggioritaria presenza dei dominati – ai gradini bassi della scala
gerarchica sociale (pur tenendo conto della mobilità in senso verticale tipica del capitalismo) – e dei
comunque non dominanti: agenti tecnico-direttivi e specialisti intermedi inseriti nelle varie fasi del
processo di riproduzione sociale; mentre nelle élites dovrebbero essere ampiamente rappresentati
strati di conoscitori delle appena indicate fasi della produzione e riproduzione sociale. Su questo
punto, è bene riflettere.
Nel movimento del ’68 – e anche nella rivoluzione culturale cinese – furono presenti istanze che
richiedevano l’autocritica dei quadri specialisti (in genere scienziati e tecnici, anche quelli direttivi
dei processi lavorativi) e la loro saldatura politica e sociale con la “classe operaia che doveva
dirigere tutto”. A parte che tale saldatura fu parziale, molto superficiale e poco duratura, la visione
risentiva della deformazione del marxismo dell’epoca, basato – almeno nell’occidente capitalistico
– sulla presunta preminenza sia delle trasformazioni tecnico-organizzative dei processi produttivi
(lavorativi, in realtà), che delle specializzazioni in alcuni settori della riproduzione sociale, come la
medicina (e psichiatria), l’universo carcerario, ecc. e poi nei mass media, con la preminenza
assegnata alle problematiche della informazione e della comunicazione, e via dicendo (ancor oggi
risentiamo ampiamente di simili deformazioni). I teorici del general intellect, ad es., sono dentro
quest’ottica di derivazione “operaistica”; definita così ormai solo perché privilegia appunto le
tecnologie, l’organizzazione del lavoro, anche in ambiti non strettamente produttivi in senso
marxiano, e anzi proprio in questi, dove vien posta in primo piano la conoscenza specialistica in
alcuni settori, considerati cruciali, dei servizi detti “sociali”.
Così facendo, si salta una fase essenziale, appunto quella della transizione, di cui infatti gli
“operaisti” non vogliono sentir parlare, preferendo sognare l’esistenza già attuale del comunismo,
ancora non riconosciuta da larghe masse che però, si dice, se ne accorgeranno tramite i movimenti.
Non si rivoluziona invece il capitalismo – in questo l’insegnamento di Marx e Lenin, ecc. è ancora
decisivo – se non si assicura la riproduzione dei suoi rapporti, accettando per una lunga fase storica
la presenza di larghi lasciti di tale società. Se ricordiamo che in essa le innovazioni di prodotto
(quelle vere) rappresentano la cerniera tra visione economicistica e più ampia e complessiva
valutazione dei processi sociali, comprendiamo che i cosiddetti specialisti, eventualmente
rappresentati nelle élites (di “rivoluzionari”), dovrebbero semmai essere gli scienziati e i tecnici (la
tanto vituperata, e imprecisamente definita, tecnoscienza), in grado di assicurare comunque
l’apertura di nuovi fronti dello sviluppo e non semplicemente il micragnoso gioco redistributivo a
somma zero (che in realtà poi, come più sopra rilevato, produce arretramento vistoso) poiché,
chiunque giocherà a questo gioco, finirà triturato, e a mio avviso del tutto giustamente, dalla società
capitalistica così com’essa è oggi.
Ma le innovazioni di prodotto sono appunto solo una cerniera, e le direzioni da esse seguite sono
nettamente influenzate, dunque dipendenti, dalle azioni di altri “soggetti” che, come già visto, sono
nel capitalismo quelli strategico-imprenditoriali, quelli politici (e militari in ultima istanza), quelli
culturali. Ebbene, se gli agenti di prima istanza – i primi nell’ordine logico-sistemico – restano
quelli della sfera economica, configurata in base alla prevalente competizione mercantile delle
imprese, è ovvio che il mezzo decisivo per l’attuazione delle strategie di dominio resterà sempre
l’acquisizione dell’equivalente generale; dunque anche l’azione dei sovrastrutturali – pur potendo
entrare in contrasto strategico-tattico, in specifiche congiunture (epoche o fasi) storiche, con le più
miopi finalità degli agenti strutturali – mirerà alla conquista, mediante più o meno aspro conflitto,
sia di ampie sfere di influenza per il proprio insieme economico-politico (lo ripeto, tendenzialmente
ancora di carattere nazionale), sia della egemonia, nel senso del far rispettare ai più quelle regole
della riproduzione complessiva della formazione sociale, tendenzialmente mondiale, che
favoriscano la supremazia di questa o quella formazione sociale particolare.
In ogni caso, la riproduzione resterà affidata a quei caratteri fondamentali – raggiro e potenza,
schiacciamento e mediazione (ai fini della preminenza) – che sono caratteristici di tutte le società
finora conosciute, “divise in classi”, e che hanno particolare evidenza e forza distruttiva nell’attuale
società capitalistica (quella senza il dominio culturale borghese, che aveva ancora qualche remora al
riguardo). E’ allora evidente che anche nelle eventuali élites o avanguardie dei dominati (o
comunque non dominanti) dovranno avere netta preminenza gli agenti sovrastrutturali, non i
semplici innovatori di prodotto e tanto meno i tecnico-direttivi (e gli scienziati) o gli specialisti di
particolari aspetti della riproduzione sociale, poiché quest’ultima continuerà altrimenti ad essere
caratterizzata dal conflitto basato, come appena detto, sul raggiro e potenza, ecc., al massimo con
qualche ammorbidimento di “buona volontà” (rimedio peggiore del male, perché perpetua
l’inganno, lo rende a volte più accettabile), se non verrà condotta una lotta specifica, appunto
sovrastrutturale, per un suo riorientamento – in direzione della solidarietà e cooperazione generali,
socialmente complessive, pur se non completamente prive di aspetti (subordinati) competitivi – che
non potrà mai verificarsi in tempi brevi, evitando una lunga fase di transizione.
Come videro con grande lungimiranza Lenin e Mao, tale transizione esige la politica al posto di
comando; e politica in tal caso significa anche lotta ideologico-culturale per l’egemonia. E altra
decisiva intuizione di Lenin fu quella relativa alle élites – che si ponessero il compito della
trasformazione del capitalismo fondandosi sul movimento, certo caotico, dei dominati (e dei
comunque non dominanti) – in quanto formate da rivoluzionari di professione, cioè da tipici
sovrastrutturali. Rivoluzionari non in quanto fautori di anarchia e caos, ma invece capaci di
intervenire nel movimento di massa, in una congiuntura di crisi legata al forte disagio detto sopra
(nel caso della Russia del 1917, si trattava però di vera miseria e fame), sapendo che bisogna
assicurare la ripresa dei processi sociali di produzione e riproduzione, accettando anche le stimmate
della precedente società (da non cancellare di colpo), gestendole, modificandole gradualmente e con
cautela, e soprattutto promuovendo una intensa lotta politica e ideologico-culturale – in URSS e nel
“socialismo reale” poi fallita clamorosamente per motivi che qui si tralasciano, ma che sono di
fondamentale rilievo – per un riorientamento più drastico, eppur non immediato, del “raggiro e
potenza” in direzione della “solidarietà e cooperazione”.
 
7. Conclusioni
 
Due brevi conclusioni; una più generale, l’altra relativa alle possibilità dell’epoca che si è aperta
o si sta aprendo. Innanzitutto, è ormai evidente, almeno per me, la necessità di ricostruire una teoria
critica della società capitalistica facendo ricorso ancora una volta a quel fondo nient’affatto esaurito,
costituito dalla teoria di Marx, e dal marxismo più in generale. E’ però ormai non rinviabile, sempre
secondo me, un’autentica rivoluzione copernicana della teoria in oggetto. Dopo aver ripreso in
mano alcuni scritti di Lenin, mi sono convinto che egli la stava già compiendo, ma si arrestò, se così
si può dire, a metà. E sarebbe del tutto ridicolo fargliene una colpa, visto che in seguito il marxismo
arretrò di un bel po’. Naturalmente, poiché vedo la debolezza e la degenerazione del marxismo nel
suo pesante carico di economicismo, si potrebbe pensare che alcuni altri marxisti, o intellettuali
influenzati dal marxismo, abbiano apportato grosse correzioni in merito: da Lukàcs a Bloch alla
scuola di Francoforte a quella althusseriana, e a molti altri ancora. Ci mancherebbe altro che mi
mettessi qui – ma anche in altre sedi più opportune – ad analizzare e valutare le varie correnti
marxiste o vicine al marxismo.
Ritengo più che sufficiente – e spero di poterla fare in futuro – un’attenta lettura di Lenin, con
spirito profondamente libero e sciolto da ortodossie, così come ho fatto da anni con Marx. Lenin
inizia già il riorientamento di cui ho appena scritto. E si ferma per ovvii motivi legati all’epoca in
cui era necessario tener duro su Marx contrastando l’ormai imponente corrente revisionista, che
aveva il suo centro nel pensiero kautskiano, ma con molte altre diramazioni. “Revisionismo” è
diventato una parolaccia, per cui se si cerca di ripensare il marxismo classico (e Marx in testa), i
preti di tale dottrina, ormai una religione del tutto cristallizzata, effettuano l’immediata scomunica;
però sono pochi e lasciamoli nei loro covi ad affilare armi dell’età paleolitica. Il revisionismo era in
realtà una forma assai dura di ortodossia, rigida su certi presunti principi onde poi adattarli
opportunisticamente agli interessi di corrotte oligarchie del sedicente movimento operaio, ormai
entrate nei giochi di potere delle classi dominanti capitalistiche, con conseguente completa
accettazione della forma di società che si fingeva di voler cambiare e con il rifiuto di ogni radicale
riformulazione del marxismo per adattarlo a compiti rivoluzionari, perfino quando il movimento
delle masse – in seguito alla prima guerra mondiale e avvenimenti successivi – si fece pressante da
occidente a oriente.
Lenin fu un autentico “revisionista”, nel senso di un teorico – oltre che politico e rivoluzionario
– capace di opporsi alla mummificazione del marxismo. Purtroppo condusse la sua battaglia, in
completa buona fede, convinto di ripristinare una improbabile ortodossia (contro appunto i
revisionisti), con l’atteggiamento di chi combatte all’interno di una “Chiesa” di cui non si possono
discutere – per timore di sbandamenti tra i “fedeli” – alcuni “principi intoccabili”. Egli, tuttavia,
andò in realtà ben oltre tali principi. Ho già detto sopra della politica al posto di comando e dei
rivoluzionari di professione. Ricordo ancora, come in precedenti scritti, tutte le considerazioni
intorno al sistema di contraddizioni molteplici che caratterizza ogni data situazione, sistema in cui si
devono individuare quella principale e le secondarie, da cui derivano i problemi del nemico
principale e delle alleanze da perseguire al fine di concentrare i propri sforzi contro quest’ultimo;
dove principale e secondarie sono mobili, dipendono da una costellazione di forze, che deve essere
attentamente indagata, ad essa adeguando la strategia, pur senza i deteriori tatticismi del momento
per momento.
Lenin mantenne fissi alcuni presunti principi del “marxismo” (di Kautsky più che di Marx; sì,
proprio del revisionista Kautsky, considerato un grande marxista fino ad una certa data) trattandoli
da determinazioni d’ultima istanza ; ricorse all’in sé per giustificare l’adesione a tali “sacri” principi
in difetto di effettivo carattere rivoluzionario della classe operaia nel capitalismo avanzato, ma si
permise nei fatti di pensare la pluralità dei soggetti rivoluzionari – non tutti dati secondo oggettive e
rigide posizioni occupate nei processi sociali di insieme – di cui articolare l’alleanza allo scopo di
ribaltare il potere delle classi dominanti. Egli affrontò inoltre il decisivo nodo delle élites nella
forma del partito (dei rivoluzionari di professione appunto) in cui si “depositava” la coscienza
evidentemente mancante alla classe, cui si era convinti fosse oggettivamente, ineluttabilmente,
demandata la missione universale dell’emancipazione dell’intera Umanità.
Per ottenere tali risultati, Lenin dette la prevalenza al concetto di formazione economico-sociale
rispetto a quello classico di modo di produzione; in quanto la prima, essendo articolazione di più
modi di produzione, consentiva appunto di individuare la pluralità dei soggetti di cui sopra,
mantenendo il principio della loro ben definita posizione nel processo sociale di produzione,
presunta garanzia della loro intrinseca rivoluzionarietà, senza la quale ci si sentiva disorientati, si
temeva di abbandonare l’idea della deterministica necessità della trasformazione rivoluzionaria,
della “missione storica da compiere”, della sicura, perché inscritta nelle cose, vittoria finale. Se mi
si permette un po’ di ironia, diciamo che la formazione economico-sociale è un modo di produzione
capitalistico che si vergogna, perché continua a predire quanto non si è mai verificato proprio nei
punti alti del suo sviluppo. Dobbiamo liberarci di formule cristallizzate, in fondo tutte legate al
determinismo economicistico. La rivoluzione copernicana va portata a fondo, ma credo che Lenin
sia un ottimo punto di partenza, e cercherò di sondare questa convinzione in futuro.
Senza questa rivoluzione, intanto teorica ma che penso possa avere ricadute non solo tali, quelle
che pretenderebbero di essere avanguardie dei dominati nei paesi a capitalismo altamente sviluppato
faranno una brutta fine. Non prestissimo, in relazione ai tempi della nostra vita individuale, ma a
scadenza non troppo lontana secondo i tempi della storia. Dubito che, non la sedicente “Europa
unita”, ma importanti suoi paesi, assieme alla Russia, accetteranno di trovarsi nel bel mezzo di un
conflitto per la supremazia mondiale tra Stati Uniti e Cina. Sono convinto che tali paesi entreranno
infine da protagonisti nel conflitto intradominanti per l’egemonia complessiva, poiché hanno molte
frecce al loro arco, non sono ormai in completo declino, una specie di ammasso di macerie.
Certamente, sono dietro agli USA (ma, per il momento, in vantaggio sulla Cina) con riguardo allo
stato di avanzamento della scienza e della tecnica. Hanno perso tempo per quanto concerne la
cerniera di cui detto sopra, le innovazioni di prodotto, da cui deriva lo sviluppo di alcuni nuovi
settori trainanti dell’odierna “rivoluzione industriale”, settori senza dubbio più robusti negli USA.
Ma se non ci si ferma al solito economicismo, si noterà che il vero punto debole dei paesi europei,
l’elemento in cui per il momento continuano a franare, sono i sovrastrutturali.
Si tratta di agenti ideologici e politici, usciti dal mondo bipolare, in cui nei paesi non centrali del
campo capitalistico si era sviluppata una forma spuria di “keynesismo”, tutta sbilanciata verso certe
forme di “compromesso sociale”, ma soprattutto di industria – non importa se in forma giuridica
pubblica o privata, poiché questa è solo la fantasmagoria creata dall’attrito insulso e inconsistente
tra ideologie “deboli” propalate dagli agenti dominanti culturali – ampiamente assistita dagli
apparati statali, cioè dagli agenti politici totalmente (o quasi) dediti a politiche interne e incapaci di
muoversi in direzione della difesa o acquisizione di sfere di influenza, poiché tale azione era
demandata ai sovrastrutturali del paese centrale del campo capitalistico. Del resto, l’attuale
cosiddetta Europa unita è solo un mercato e un sistema monetario unificati, in cui gli agenti politici,
salvo che nelle chiacchiere di principio, perseguono politiche interne paese per paese, e in ogni
caso, anche se “europee”, tese solo a problemi economici, a contrattare qualche posizione
subordinata, ma settorialmente (in settori non trainanti) privilegiata, con i centrali, senza porsi il
problema di sfere di influenza, di creazione di un’area non solo economica, ma politica, militare e
culturale, in grado di costituire un nuovo polo di influenza imperialistica in aperto conflitto con
quello oggi stra(pre)potente.
Tale situazione non durerà; gli attuali sovrastrutturali europei saranno spazzati via, almeno in
alcuni paesi decisivi. E l’Italia, “anello debole del banditismo europeo” (nel senso delle bande di
destra e di sinistra ancor oggi dilaganti), sarà forse un campo di sperimentazione per questa
“ripulita”. Il problema che si pone è: chi opererà per questa “pulizia”, e come? Essendo già andato
oltre lo spazio assegnatomi, rinvio ad altra occasione la formulazione di ipotesi relative al possibile
movimento strategico di élites filocapitalistiche ma antistatunitensi, che mireranno alla costituzione
di quel polo di cui ho appena detto. Esse mi sembrano avere, in un futuro non prossimo ma
nemmeno lontanissimo, ottime chances per ristrutturare il campo delle classi dominanti in
importanti paesi europei, a partire pur sempre dalla politica (e credibilmente dalla cultura) con però
nuovi orientamenti impressi alla sfera economico-produttiva e tecnico-scientifica. Anche nel caso
dell’eventuale nascita di un nuovo centro imperialistico (la tanto nominata, ultimamente, “potenza
eurasiatica”), avremo dunque la politica al posto di comando. Non sarà la Confindustria (non parlo
nemmeno di quella italiana, meschina accolita di agenti dominanti solo abituati ad essere assistiti) a
promuovere i cambiamenti comunque radicali, che molto probabilmente muteranno l’attuale assetto
del mondo (del capitalismo rimondializzatosi).
Cosa faranno le élites – che oggi per la verità non si vedono, ma che si spera si formino – dei
dominati o dei comunque non dominanti? In un primo momento può essere (forse) accettabile che si
limitino a difendere le conquiste “sociali” e le condizioni di vita dei lavoratori dipendenti, in specie
di quelli inseriti nei ruoli più subordinati (difesa che sarà sempre meno attuata dalle bande di
sinistra europee). Bisogna però essere consapevoli che si tratterà di una battaglia di mera resistenza
e, in un certo senso, di retroguardia, che alla fine verrà battuta – e le forze che la condurranno
saranno disperse perfino con l’appoggio di larghe masse popolari preoccupate del loro incerto
futuro – se non si riuscirà a passare ad una linea di difesa mobile aperta al contrattacco.
Le forze rappresentanti i dominati (o comunque i non dominanti), che si pensino avanguardie o
élites poco importa, dovranno farsi carico dello sviluppo della società, e in particolare dei settori
che incorporano importanti innovazioni, resistendo e contrastando l’odierna preponderanza
statunitense, cercando nel contempo di condurre una lotta (eminentemente sovrastrutturale) per la
sostituzione della competizione fondata su raggiro e potenza con quella caratterizzata – nel
complesso della società e non in sue singole suddivisioni, fra loro in conflitto – da cooperazione e
solidarietà. Nel possibile movimento di massa che potrà essere suscitato, o comunque orientato,
non si può ossessivamente fissarsi su chi occupa certe posizioni oggettive nei processi produttivi,
poiché i soggetti della trasformazione non vengono preparati e confezionati da uno sviluppo ben
preciso e determinato (e determinabile) del modo di produzione capitalistico – o della formazione
economico-sociale come suo derivato appena più flessibile e articolato – ma si formano soprattutto
in quelle date congiunture storiche di aspro scontro intradominanti, con fratture sociali e
sgretolamento degli apparati politico-ideologici (degli agenti sovrastrutturali) capitalisticamente
dominanti.
E’ dunque ovvio che le forze d’avanguardia che intendessero battersi per la trasformazione
anticapitalistica dovranno innanzitutto, per un lungo periodo storico, farsi le ossa e forgiarsi nella
lotta contro l’imperialismo statunitense, non facendosi sopravanzare, nell’irriducibile lotta contro
l’inetto “banditismo” europeo (le già indicate bande di destra e di sinistra), da forze (che
sicuramente nasceranno) anti-USA ma filoimperialismo “nostrano”. Se esse cercheranno invece
alleanze spurie con una delle suddette bande, rimanendo ad una battaglia di resistenza passiva in
favore di alcuni settori lavorativi, nel mentre cresce nelle “masse” europee (dominate e non
dominanti) la preoccupazione di un degrado e di un arretramento della loro attuale situazione (non
semplicemente economica), tali forze assumeranno una coloritura in definitiva reazionaria e
subiranno un processo di inesorabile declino fino alla loro sconfitta definitiva. Il leninismo ben altre
vie può insegnarci, se sapremo apprendere la sua lezione al di fuori di uno sterile attaccamento
dottrinario ad un passato di fu grandezza. Ma questo sarà argomento da discutere in futuro (non fra
secoli, si spera).