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Sulle categorie di destra e di sinistra e sulla loro evoluzione storica

Note per favorire l’apertura di una indispensabile discussione razionale


Costanzo Preve
 
A poco a poco, tutti i nodi vengono al pettine. Non si può impedirlo. Si può solo ritardalo. La storia
ci insegna che i ritardi teorici producono gravi costi politici. La politica ha inevitabilmente un certo
carattere “bellico”, perché ha a che fare con rapporti di forza, anche quando i rapporti di forza
vengono utilizzati per una risoluzione pacifica dei conflitti. Ed allora quando studiamo i rapporti di
forza su carte geografiche invecchiate è probabile che la sconfitta sarà il prezzo che dovremo
pagare.
In estrema sintesi, tre sono i nodi già venuti al pettine ma che ci si ostina a rimuovere ed a ignorare.
Si tratta dello statuto teorico del marxismo, del bilancio storico del comunismo storico
novecentesco come fenomeno mondiale, ed infine della validità o meno della polarità fra Destra e
Sinistra come codice di orientamento storico-politico. Sui primi due nodi, anche se è difficile, è
talvolta possibile iniziare una discussione razionale. Ma sul terzo nodo questo si rivela quasi sempre
impossibile, perché evidentemente dietro ci sta un “non detto” psicologico e simbolico terribile.
Eppure, il rimosso che si vuole colpevolmente rimuovere ritorna sempre, ed il ritorno del rimosso è
implacabile.
Non è neppure difficile capire il perché di tutto questo. A proposito dello statuto teorico del
marxismo, i marxisti si sono spesso abituati a vere e proprie mezze misure, come la critica su punti
specifici di illustri marxisti del passato (lo stesso Marx, Lenin, Gramsci, Stalin, Trotzky, Althusser,
ecc), oppure il trattamento di singoli punti teorici (lo statuto della dialettica, il rapporto Marx-Hegel,
la trasformazione dei valori in prezzi di produzione, l’importanza relativa della sovrastruttura
rispetto alla struttura, la neutralità o meno dello sviluppo delle forze produttive, ecc.). Ma i marxisti
devono capire che dopo quanto è successo questo livello del confronto (pur da proseguire) è ormai
insufficiente, e bisogna fare ciò che è già stato fatto molte volte nella storia della scienza e della
filosofia, e cioè un’interrogazione globale sul paradigma scientifico, sulla crisi scientifica e sulla
rivoluzione scientifica. Nella fattispecie, una interrogazione sul paradigma marxista originario,
stabilito da Engels fra il 1875 ed il 1895, e da allora sostanzialmente mai modificato. Ogni
intervento “a monte” di questo paradigma (e cioè la ricerca di un’impossibile purezza e completezza
di Marx) oppure “a valle” di questo paradigma stesso (la critica che parte dai successori, da Lenin a
Mao, da Stalin a Trotzky, da Gramsci ad Althusser, ecc.) è di fatto condannato al fallimento. E’
proprio la diga che perde, ed è inutile intervenire solo a monte o a valle. Mi rendo conto (e me ne
sono reso conto in questi ultimi trenta anni) che questa interrogazione radicale sul paradigma
scientifico marxista complessivo (anche se consigliata da stimati epistemologi come Kuhn) provoca
reazioni a volte addirittura isteriche. Ma qualche volta un clima di razionalità riesce ad essere creato
(anche se difficilmente produce frutti).
Lo stesso si può dire per la questione del bilancio storico e teorico del comunismo storico
novecentesco. So bene che questo scatena identità ferite, appartenenze consolidate, ecc. So bene che
vi sono scuole, come quella staliniana e quella trotzkista, che pensano di sapere già tutto, di avere
capito già tutto, e perciò non sono assolutamente interessate a confrontare ed a incrociare i rispettivi
punti di vista. Ma al di fuori di questi fondamentalismi non scalfibili, emergono sempre più due
punti di vista, quello che definirei “critico” e quello che definirei “giustificazionista” (anche se so
bene che neppure questi due aggettivi non verrebbero accettati senza discussione), che sono disposti
almeno a legittimarsi reciprocamente come entrambi pertinenti. Senza legittimazione reciproca
nessun dibattito può avere luogo. E siamo forse (ma senza nessuna facile illusione) alla soglia di
questa preventiva legittimazione reciproca.
Nulla di tutto questo è ancora avvenuto per la terza questione aperta, e cioè la questione del
problema del mantenimento e/o del superamento delle polarità di Destra e di Sinistra. Per molti
anche solo evocare questo problema è una bestemmia. In realtà non è affatto una bestemmia. In
linguaggio filosofico, si tratta solo di una sorta di dubbio iperbolico cui far seguire una catena di
dubbi metodici. Questo breve saggio vorrebbe favorire il passaggio dalla bestemmia al dubbio. Per
favorire questo passaggio, ed anche per favorire una eventuale discussione razionale (argomenti, e
non anatemi), proporrò un’esposizione ragionata. Esaminerò prima le cinque ragioni (ma ce ne sono
molte altre che ho volutamente ignorato) che bloccano generalmente la presa in esame del
problema. Passerò poi a tre problemi decisivi di carattere storico, e cioè la definizione corretta del
presente in cui siamo oggi immersi, la comprensione della natura storica del Novecento, ed infine la
comprensione della natura storica del cosiddetto Sessantotto. Esaurita la segnalazione di questi tre
problemi storici, cercherò di indicare le due dinamiche dissolutive, distinte ma convergenti, della
Destra e della Sinistra (italiana ed europea-occidentale, non mondiale) nell’ultimo trentennio. Dopo
l’esame storico-politico di queste due dinamiche dissolutive, tenterò una doppia ipotesi filosofica,
per cui la patologia comune delle due posizioni polari è in entrambi i casi un deficit di
universalismo, sia pure per ragioni diverse e quasi sempre opposte. E questo ci costringe a ricercare
un nuovo terreno universalistico. A questo punto la discussione è soltanto impostata. Non solo non
è finita, ma deve addirittura cominciare.
 
1. Il tabù della messa in discussione della polarità storica fra Destra e Sinistra. Cinque ipotesi
metodologiche per cominciare
 
A lungo si è affermato che chi negava la validità della dicotomia opposizionale fra Destra e Sinistra
era in realtà di Destra, e voleva affermare questa sua identità in modo particolarmente astuto ed
indiretto. Fino a qualche tempo fa (ed ancora oggi in molti paesi del mondo, dalla Colombia alle
Filippine, dal Messico alla stessa India) si trattava di una affermazione plausibile, ed anzi
sostanzialmente esatta. La Sinistra, infatti, aveva in generale una posizione apertamente
conflittualista ed emancipazionista, affermava che non ci poteva essere un punto di vista “neutrale”
sulle differenze sociali fra sfruttati e sfruttatori (e questo sia che adottasse un metodo di analisi
marxista sia che adottasse altri punti di vista populistici, religiosi, ecc.), e che dunque solo una presa
di posizione apertamente di “parte” (la parte degli oppressi) avrebbe potuto favorire
un’emancipazione universale. La Destra, invece assumeva spesso punti di vista organicistici e
tecnocratici, difendendo sia la divisione in classi della società (con i due classici argomenti della
tradizione e/o della divisione funzionale del lavoro) sia l’esistenza di un punto di vista tecnico,
neutrale, per cui la società doveva essere diretta con metodi analoghi a quelli di un chirurgo o di un
ingegnere, la cui professionalità appare “neutra” rispetto ai valori sociali di riferimento.
Questo argomento però non funziona più, e viene solo ripetuto per pigrizia e mistificazione, da
quando i gruppi fondamentali della sinistra di tipo politico-elettorale ed intellettuale-culturale hanno
cessato di rappresentare (più o meno contraddittoriamente) un punto di vista conflittualista ed
emancipazionista ed hanno variamente adottato un punto di vista di aperta integrazione politico-
culturale e di gestione sistemica. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Ci si può chiedere, allora,
come sia possibile che si sia ciechi, sordi e muti davanti a questo fenomeno storico e culturale
macroscopico, e si continui a feticizzare la dicotomia fra Destra e Sinistra al di là della congiuntura
storica in cui questa dicotomia effettivamente coglieva elementi reali ed indiscutibili. Una risposta
soddisfacente a questa domanda cruciale è ancora impossibile. In questo paragrafo inizierò ad
esaminare soltanto cinque ipotesi preliminari.
Il primo punto è che la dicotomia opposizionale fra Destra e Sinistra risponde ad un bisogno
primario, antropologico prima ancora che politico, che ha l’uomo moderno in alcune (non tutte)
parti del mondo di conseguire una identità ed una appartenenza che strutturi simbolicamente la
propria percezione, quasi sempre largamente intuitiva e prerazionale, della totalità sociale in cui
vive. Come è noto, la strutturazione simbolica e dicotomica di Destra e Sinistra non è affatto
originaria, ed ha solo circa due secoli di vita. Trattandosi di una strutturazione simbolica orizzontale
(si è infatti a destra o a sinistra su di un piano politico), essa sostituisce la precedente strutturazione
simbolica verticale di tipo religioso. Alla vecchia dicotomia Ortodossia/Eresia si sostituisce la
nuova dicotomia Destra/Sinistra, ma questa sostituzione non cancella affatto gli elementi simbolici
ed immaginari precedenti, ma semplicemente li secolarizza in forme solo apparentemente nuove.
Abbandonare la dicotomia, allora, equivale per molti alla caduta nella più completa insensatezza ed
irrilevanza. Il mondo sociale apparirebbe un caos in cui non c’è più nessun principio di
comprensione e di collocazione possibile, dal momento che con la vecchia dicotomia spaziale
religiosa viene abbandonata anche la nuova dicotomia laicizzata e secolarizzata. Non ci si può
allora stupire che molti difendano questa dicotomia opposizionale in modo feroce e talvolta
irrazionale. Ognuno cerca come può di difendere la propria identità individuale e la propria
appartenenza collettiva contro la minaccia del caos percepita come insostenibile ed intollerabile.
Il secondo punto, connesso con il primo, di cui è una derivazione psicologica (e potenzialmente
paranoica) è quello che chiamo il paradigma della infiltrazione. Il paradigma della infiltrazione, che
è a sua volta una modalità della difesa della purezza, considera ogni sconvolgimento del
rassicurante modello dicotomico di strutturazione identitaria del mondo come un pericoloso
complotto di “infiltrati”. Così, se l’originariamente “sinistro” Adriano Sofri è schierato per i
massacri sionisti ed americani e per i bombardamenti dell’interventismo umanitario, mentre
l’originariamente “destro” Alain de Benoist è schierato contro, questo fatto non è interpretato
dialetticamente come una normale evoluzione di posizioni, ma come un’astuta e perfida manovra
della destra eterna di “infiltrarsi” nelle pure file della parte sana della società politica. A prima vista,
si tratta di una stupidità tale da chiedersi come sia possibile qualcosa di simile. In realtà, il
paradigma della infiltrazione nelle nostre file del nemico eterno è una modalità patologica di difesa
psicologica (ed anzi psicoanalitica) della propria identità minacciata. Il pensare che questa identità
venga minacciata dall’esterno, infatti, è molto più tranquillizzante e rassicurante del pensiero
inquietante per cui in realtà essa si sta disgregando dall’interno.
Il terzo punto consiste nella tentazione irresistibile di trasformare la dicotomia opposizionale fra
Sinistra e Destra, che è una dicotomia integralmente storica e politica, in una manifestazione di una
più profonda opposizione di tipo categoriale e metafisico. Così Umberto Eco parla di Urfascismus
(e cioè di fascismo archetipico ed originario), Norberto Bobbio individua nella eterna opposizione
fra Eguaglianza e Diseguaglianza la radice della dicotomia fra Sinistra e Destra, e Marco Revelli
ormai da decenni stila elenchi di categorie opposizionali astoriche (Libertà/Eguaglianza,
Progresso/Conservazione, Mito/Utopia, ecc.) nell’impossibile tentativo di rendere la dicotomia in
qualche modo “corazzata”.
Questa tentazione astorica fallisce sempre quando si tenta di inserirla nel processo storico reale.
Non una sola di queste categorie opposizionali funziona, ma sempre le eccezioni sono talmente
numerose da falsificare regolarmente le presunte “regole”. Questa via “trascendentale” del
ristabilimento della dicotomia appare una via bloccata che vorrebbe interrompere i processi
dialettico-evolutivi della storia reale con classificazioni scolastiche buone solo per (cattivi) seminari
universitari di scienze politiche.
Il quarto punto discende direttamente dal terzo. Se infatti io faccio concessioni ad una immagine
astorica e trascendentale, valoriale e categoriale, della dicotomia opposizionale fra Destra e Sinistra,
che è invece integralmente storica, andrò interminabilmente in cerca della Vera Sinistra,
contrapposta alle innumerevoli “false sinistre” che incontriamo ovunque. Ma la vera Sinistra è come
la vecchia Araba Fenice di Metastasio: che ci sia, ciascun lo dice/ove sia, nessun lo sa. E allora,
naturalmente, tutte le centinaia di Blair, D’Alema, Jospin, Cossutta, Bertinotti, ecc., non sono
“veramente” di sinistra, mentre lo sono soltanto gli individui che lo affermano ed i loro più stretti
sodali, parenti e familiari. Già Hegel scrisse cose terribili, sempre di attualità, contro i sostenitori
dell’arbitrio soggettivo nella valutazione dei fenomeni storici (da lui correttamente definiti Spirito
Oggettivo). Milioni di elettori di sinistra votano liste di sinistra i cui eletti si schierano per i sionisti
assassini, per i bombardamenti del Kosovo del 1999 e dell’Irak 2003 (impedire un genocidio
prima ed imporre una vera democrazia poi, in entrambi i casi sulla base di sfacciate e palesi
menzogne), ecc. Ma essi non sono mai “veramente di sinistra” per i “veri sinistri”. L’intera storia
diventa così un deplorevole e tragicomico equivoco. Non sarebbe forse meglio cambiare apparato
interpretativo?
Il quinto ed ultimo punto, pur essendo quello teoricamente meno interessante, è però quello
praticamente più rilevante. Da tempo ormai il campo elettorale non è più un vero e proprio luogo di
rappresentanza di interessi economici e tantomeno storici, ma è una protesi artificiale di apparente
pluralismo che nasconde in realtà il dominio assoluto di una feroce oligarchia finanziaria
parzialmente globalizzata (ma ancora fortemente radicata in alcuni stati imperialisti potentemente
armati). Si tratta allora di predisporre ad ogni scadenza elettorale due imbuti elettorali in cui
convogliare schede anonime di individui privati di vera sovranità sulla loro vita e sul loro futuro,
ma che devono avere l’illusione di scontrarsi per giganteschi sistemi di valori morali contrapposti.
Nell’imbuto elettorale di “sinistra” può allora andare il voto del miliardario sionista, del
bombardatore di popoli, del fantoccio dell’impero americano, eccetera, insieme al voto
dell’operaio e dell’impiegato pacifista.
Cinque punti da discutere. Ma se la discussione su ogni punto non comincia, e viene bloccata dai
feticismi identitari irrazionali, non li discuteremo mai.
 
2. Note sulla comprensione corretta della situazione storica presente
 
Non esiste, e non può esistere, una sola interpretazione soddisfacente della situazione storica
presente, e questo per molte ragioni. Primo perché lo sviluppo ineguale anche se combinato del
sistema mondiale capitalistico impedisce la costituzione globalizzata di un’unica situazione storica
eguale per tutti gli individui, le classi ed i popoli del pianeta. Secondo, perché l’interpretazione della
situazione storica presente non può essere “decretata” da un’autorità religiosa, politica o filosofica,
ma è oggetto di una fisiologica discussione libera, dialogica e plurale.
Tuttavia, almeno una cosa è possibile dirla, e cioè che oggi prevale nel mondo degli intellettuali una
visione deformata della realtà storica presente, che la vede come una sorta di Post Universale. Noi
saremmo, in poche parole, “postumi” alla irreversibile delusione della fallita costruzione
emancipazionistica del comunismo storico novecentesco, ed anche postumi di ogni illusione
metafisica per cui esisterebbe pur sempre una “verità” delle cose non riducibile all’accertamento
scientifico dei fenomeni trattati dalle scienze naturali (e parzialmente dalla medicina). Si tratta in
realtà di un momento congiunturale della storia, che durerà probabilmente a lungo, ma che resta
comunque congiunturale. Il ceto sacerdotale degli intellettuali (diviso in modo non essenziale nelle
due convergenti categorie del ceto universitario e del ceto giornalistico) confonde (Marx avrebbe
detto “ipostatizza”) la propria delusione ideologica e la propria corruzione morale con una
situazione mondiale presunta oggettiva ed irreversibile.
Non ne usciremo presto, ovviamente. Questo ceto corrotto ha un dominio pressoché assoluto su
quelli che a suo tempo Althusser aveva definito “apparati ideologici” (sbagliando però nella loro
elencazione). Il primo passo, dunque, consiste nello “smarcarsi” da questo ossessivo pensiero unico
che si maschera da apparente pluralismo multicolore. Occorre ribadire con testarda cocciutaggine
che l’aspetto principale della situazione presente resta il dominio della produzione capitalistica, e di
qui bisogna partire.
La produzione capitalistica, ovviamente, non nasce come un fungo dopo la pioggia, ma è inserita in
una generale concezione delle pratiche sociali. Scrisse nel 1996 Cornelius Castoriadis: “L’occidente
moderno, da secoli, è animato da due immaginari sociali del tutto contrapposti, quantunque si siano
a volte mescolati. Vi è il progetto di autonomia individuale e collettiva, la lotta per l’emancipazione
dell’essere umano, che è ad un tempo materiale, intellettuale, spirituale ed affettiva.
E vi è il progetto capitalista, demenziale, di espansione illimitata di uno pseudodominio
pseudorazionale che ha cessato da molto tempo di concernere soltanto le forze produttive e
l’economia per diventare un progetto globale (e perciò ancora più mostruoso) di dominazione
integrale di ogni realtà fisica, biologica, psichica, sociale, culturale. La stessa razionalità
strumentale del capitalismo classico, nata sulla base del riconoscimento della penuria, si fa in questo
progetto irrazionalità ed assurdità totale”.
Il linguaggio di Castoriadis può piacere o meno, e neppure io lo trovo del tutto convincente. Ma è
indubbio che Castoriadis colga il punto essenziale, e cioè che contestualmente alla sua vittoria
storica non solo sul comunismo storico ma su tutte le tendenze che hanno voluto in qualche modo
sottomettere l’economia alla razionalità della politica (e quindi anche la socialdemocrazia, il
populismo, ecc.) il capitalismo ha fatto un salto di qualità, in cui la sua specifica razionalità
parziale, nata originariamente all’interno di un contesto solo economico (l’economia politica inglese
classica di Smith, Ricardo, ecc.) vuole imporsi come razionalità globale ed estendersi a tutte le
modalità antropologiche e psicologiche della vita. Se è così, e mi sembra che sia proprio così, allora
l’individuazione del capitalismo come nemico principale appare razionalmente fondata. Ed il suo
fondamento razionale sta in ciò, che l’estensione di una modalità di razionalità parziale (discutibile
o meno, è un’altra faccenda) di produzione delle merci ad un modello di razionalità universale di
mercificazione globale e totalitaria del mondo è un incubo tale da far diventare solo piccoli
apprendisti stregoni Hitler o Mussolini, Pol Pot o Beria.
Se partiamo da questa premessa, ne discendono molte conseguenze, di cui ne segnalerò qui solo
due. In primo luogo, non è possibile fermarsi alla constatazione di questo scenario futuribile da
incubo di mercificazione totalitaria dell’intero legame sociale umano senza individuare quali sono
le forze storiche che intendono portarlo avanti e realizzarlo. Ed allora non possiamo non imbatterci
nell’impero americano potentemente armato, che non è solo un impero capitalistico come i passati
imperi coloniali (Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, ecc.), ma è anche un impero ideologico
ed ideocratico a vocazione messianica conquistatrice. Per questa ragione, e non solo per le sue
terribili armi di distruzione di massa con cui ricatta il mondo intero, esso è oggi il nemico
principale. In caso contrario, se pensassimo che il sistema capitalistico si riproduce senza la
presenza di stati imperialistici potentissimi e territorializzati in stati-nazione colonialistici,
dovremmo o aderire all’utopia liberale per cui il capitalismo si riproduce armoniosamente con la
“mano invisibile” della legge virtuosa della domanda e dell’offerta, oppure pensare come un
vecchio anarcosindacalista spagnolo che il capitalismo si riproduce solo per autosuggestione.
Questa seconda concezione, che mi ricorda il surrealismo, Bunuel e Salvador Dalì, è oggi
diffusissima nel vasto mondo della sinistra confusionaria, nella nota variante tardoperaista di Negri
e di Hardt.
In secondo luogo, coloro che scrivono e dicono che Marx, Lenin e Gramsci avevano già detto tutto,
capito tutto e basta chiosarli per capire dove siamo, devono essere considerati a piacere ignoranti,
arroganti, deficienti e comunque persone che hanno perduto il senno. E’ evidente (e personalmente
l’ho fatto per quaranta anni e spero di poter continuare ancora a farlo) che bisogna continuare a
commentare ed a chiosare Marx, Lenin, Gramsci ecc. Ma questi maestri e “spiriti magni” sono
vissuti prima di quel salto storico nello sviluppo capitalistico di cui parla Castoriadis, ed allora è
necessario rivolgersi anche a maestri del pensiero che hanno cercato di mettere al centro questo
passaggio totalitario. Ed allora ecco Adorno ed i migliori esponenti della scuola di Francoforte.
Ecco Marcuse. Ecco Guy Debord ed il situazionismo. Ecco Christopher Lasch e la sua geniale
analisi dell’antropologia indebolita del suddito eterodiretto del capitalismo totalitario. Ecco
Bauman, che ha analizzato in modo mirabile la costituzione della vita quotidiana del moderno
capitalismo. Ecco Jameson e Harvey, e le loro analisi sulla fase postmoderna della civiltà
capitalistica. E potrei aggiungere anche molti altri autori, ma ciò che conta è far capire dove sta il
problema, che è quello del salto di qualità totalitario nella stessa storia della produzione
capitalistica.
Personalmente, ritengo che siamo stati fino ad oggi troppo tolleranti e pazienti verso gli idioti, non
importa se in buona o in mala fede, che ogni tanto sputano veleno contro coloro che tentano di
cogliere gli aspetti del moderno capitalismo, e dicono che tanto in Marx, Lenin o Gramsci c’è già
tutto, ed il resto è solo chiacchiera narcisistica di sofisti. C’è un limite per l’idiozia, compresa
l’idiozia in buona fede. E questo limite ormai è stato ampiamente superato.
 
3. Note sulla comprensione storiografica razionale del Novecento

E’ assolutamente evidente che non esiste, non può esistere, e non esisterà mai un’unica teoria sul
significato storico globale del Novecento. Questo delirio da pensiero unico accomuna soltanto due
categorie di persone, gli schiavi spirituali di un modello autoritario di pensiero unico amministrato e
normalizzato, e gli studenti pigri che vorrebbero che il loro manualetto di storia portasse una, ed una
sola, interpretazione per non doverne memorizzare molte. Ma al di là di queste due categorie
estreme è evidente che ogni periodo storico è fisiologicamente un campo illimitato ed interminabile
di interpretazione storiografica.
Si vorrebbe però una cosa sola, e cioè che le interpretazioni storiografiche razionali prevalessero
sulle interpretazioni di tipo metafisico, in cui un intero secolo è liquidato come portatore di una
diabolica essenza negativa. Purtroppo questo secondo tipo di interpretazioni è il più diffuso, ed è
quello che ha più successo nel vasto mondo dei confusionari, dei pigri e dei conformisti da salotto.
Ed allora ecco l’interpretazione del Novecento come secolo della manifestazione del delirio di
onnipotenza produttivistica dell’eterno Homo Faber, delirio che si manifesta sul piano tecnologico
come fordismo, sul piano ideologico come nazifascismo e sul piano produttivistico-organizzativo
come comunismo. Potrei continuare con queste interpretazioni, ma il fastidio che mi provocano è
tale da non averne nessun piacere.
Trovo invece del tutto legittimo proporre, in modo problematico e del tutto privo di arroganza
assolutistica, interpretazioni del Novecento di tipo comunque razionale. Ed allora proporrò la mia.
A me sembra che il Novecento, interpretato alla Eric Hobsbawm come secolo breve (1917-1989) o
alla Massimo Bontempelli come secolo brevissimo (1914-1975 circa) possa essere interpretato
globalmente come un periodo storico in cui furono messi in opera alcuni tentativi, quasi sempre
opposti ed incompatibili, di imporre il primato della politica sull’economia, più esattamente della
decisione politica sugli autonomismi impersonali dell’economia, ed ancora più esattamente della
volontà politica organizzata in partiti politici di vario tipo e di diversa e spesso opposta base sociale
sulla semplice logica oligarchica dell’autoriproduzione del capitalismo. Insomma, nel Novecento
vari partiti della “politica” hanno cercato di opporsi al partito “unico” dell’“economia”, e sono stati
alla fine sconfitti tutti quanti. Da circa vent’anni, forse un poco di più o forse un poco di meno, il
partito unico dell’economia sembra aver provvisoriamente vinto su scala mondiale. Ora, che questo
possa definirsi rivoluzione industriale, globalizzazione, eccetera, è certo interessante, ma è
secondario rispetto all’individuazione del vero problema, che è quello della chiusura di un ciclo
storico in cui la politica tentò di imporre il proprio primato sull’economia, ed in cui alla fine questo
tentativo fu sconfitto.
Il Novecento ha conosciuto molti tentativi di imposizione del primato della politica sull’economia, a
partire dal 1914 e dal fatto che allora furono gli stessi capitalisti a permettere ed a favorire per
ragioni belliche un più stretto legame fra istanze politico-militari ed istanze economico-produttive
(pianificazione e gestione politica delle risorse, ecc.). In questo senso, e su questo ho sempre meno
dubbi, la prima guerra mondiale è stata molto più importante della seconda, anche se la seconda è
quella più presente nell’immaginario collettivo (antifascismo, resistenza, divisione dell’Europa in
due blocchi, Hiroshima, Auschwitz, ecc.). In estrema approssimazione, i più importanti tentativi
novecenteschi di imporre il primato di una razionalità politica su di una razionalità esclusivamente
economica (la cui logica – ricordiamo la precedente citazione di Castoriadis – è comunque la più
completa irrazionalità) sono stati quattro: il comunismo storico novecentesco (che è ovviamente
stato il fenomeno di gran lunga più importante), le varie forme di nazifascismo a base sociale
piccolo-borghese, i populismi in gran parte terzomondistici (Vargas, Peròn, Nasser, Sukarno, ecc.),
ed infine la socialdemocrazia classica di redistribuzione fiscale in alleanza o meno con una specifica
borghesia di stato.
Elenchiamo ancora scandalosamente questi quattro differenziati fenomeni storici: comunismo
storico novecentesco, fascismi storici a base piccolo-borghese nazionalistica, populismi dello
sviluppo, socialdemocrazie della redistribuzione. A questo punto inevitabilmente qualche lettore
virtuoso e politicamente corretto vorrà ricordarmi che si tratta di quattro fenomeni diversissimi
l’uno dall’altro e diversissimi anche al loro interno, e diversissimi per ragioni politiche, filosofiche,
etiche, morali, sociali, eccetera. Vorrei assicurarlo che credo di esserne perfettamente a conoscenza,
e che tengo in gran conto queste differenze, al punto per esempio di rifiutare qualunque proposta di
equazione fra il comunismo storico novecentesco, compreso quello in variante staliniana, ed il
nazionalsocialismo tedesco, proposta di equazione comune a tutto il pensiero antitotalitario (da
Adriano Sofri ad Alain de Benoist, salvo errore o omissione). Io ho qui inteso fare una voluta
operazione di “taglio” storiografico, cercando di cogliere l’elemento comune di alcuni giganteschi
fenomeni novecenteschi, e cioè appunto il tentativo di imporre il primato della politica (organizzata
in forme diversissime, dal pluralismo partitico socialdemocratico al partito monocratico di tipo
comunista, fascista o populista) sulla logica autonomizzata dell’economia capitalistica pura.
Questo è il punto. Se poi vogliamo fare giochi estivi di nessuna importanza, e mi si chiede
soggettivamente in che ordine “morale” e politico metto questi fenomeni, allora risponderò subito
così: al primo posto metto il comunismo storico novecentesco nel suo insieme (nonostante
bestialità, crimini, ecc.), poi metto il populismo terzomondista (Peròn, Nasser, ecc.), poi al terzo
posto metto l’onesta socialdemocrazia (Palme, ecc., con esclusione della socialdemocrazia
imperialista, interventista e bombardatrice alla D’Alema), ed al quarto ed ultimo posto metto il
nazifascismo (di cui considero particolarmente imperdonabili il colonialismo razzista ed il razzismo
di sterminio e quindi l’Etiopia di Mussolini del 1935 e lo Auschwitz di Hitler del 1942).
Naturalmente questo non è affatto un gioco, ma è una cosa serissima. Il fatto che faccia questa
classifica, e non un’altra, ha ovviamente dietro nel mio caso mezzo secolo di riflessioni di tipo
storico, filosofico, storiografico e soprattutto morale. Quello che però voglio dire è che non basta
accanirci interminabilmente in questi esercizi di storia passata. Perché il fatto è che questa storia è
fondamentalmente storia passata. So bene che esiste il passato che non passa mai e la cosiddetta
“lunga durata”. Ma il punto essenziale sta nel fatto che tutti e quattro questi fenomeni storici,
diseguali e moralmente distinti, fanno ormai parte essenzialmente del passato.
Concludiamo allora su questo punto, e teniamoci bene a mente la conclusione. Il Novecento, secolo
lungo, breve o brevissimo che sia, è stato sopra ogni altra cosa un periodo caratterizzato (anche se
non esclusivamente) da un fenomeno largamente unitario, e cioè dal tentativo di imporre in forme
diverse il primato della volontà politica organizzata sul meccanismo anonimo ed impersonale del
primato dell’economia capitalistica. Questa gigantesca battaglia è stata provvisoriamente vinta
dall’economia contro la politica, e questa vittoria provvisoria è stata religiosamente consacrata da
una orribile generazione di intellettuali corrotti con una teoria sacrale della fine della storia. Per
favore, non ditemi che gli alberi sono molti diversi gli uni dagli altri. Ne sono a conoscenza. Non
bisogna mai perdere di vista la foresta guardando solo gli alberi.
A questo punto, il più è fatto. Ma prima di passare alla analisi della doppia e convergente
dissoluzione, non della destra e della sinistra metafisiche in generale, ma della concreta Destra
Novecentesca e Sinistra Novecentesca, bisogna ancora occuparci di un fenomeno storiografico
sostanzialmente sgradevole: il famoso mitico Sessantotto.
 
4. Note sulla comprensione storiografica razionale del famoso Sessantotto
 
Chiariamo subito di che cosa stiamo parlando, per non cadere in tragicomici equivoci. Nel 1968, e
più esattamente nel quinquennio 1967-1972, ci furono in Italia, in Francia, in Germania, ed in
alcuni altri (pochi) paesi occidentali alcuni movimenti di massa rivendicativi a prevalente carattere
studentesco ed operaio. Questo è un fatto. Nel 1968 io avevo personalmente venticinque anni, e ne
sono stato per così dire un “testimone oculare”. Ma so bene che le testimonianze personali sono
sempre fuorvianti, e so anche che sulla sostanziale inattendibilità dei testimoni oculari c’è una
grande letteratura, da Tolstoj a Stendhal. So anche che nella memorialistica e nella inconsulta ed
alluvionale produzione fotografico-apologetica è prevalsa un immagine del Sessantotto come
Supermercato della Rivoluzione (movimento studentesco americano contro la guerra del Vietnam,
maggio francese, primavera di Praga, lotte studentesche ed operaie italiane, rivoluzione culturale
cinese, moti in Jugoslavia ed in Polonia, sanguinosa strage a Città del Messico con l’inevitabile
testimone del tempo Oriana Fallaci, Che Guevara e l’eroico popolo vietnamita, e via centrifugando
fenomeni storici del tutto diversi ed incompatibili), ma so anche che questo inconsulto
Supermercato della Rivoluzione è solo la narcisistica autorappresentazione apologetica di una
generazione disgraziata e fallita che in mancanza di fatti li ha sostituiti con immagini. Il punto è che
il Sessantotto è divenuto un vero e proprio mito di fondazione, e come mito di fondazione
(fantasmatico) deve essere interpretato. La sua interpretazione è integrativa e complementare a
quella ben più importante del Novecento proposta nel paragrafo precedente.
Il Sessantotto è stato vissuto dai suoi agenti storici (con falsa coscienza necessaria, avrebbe detto
Karl Marx) come riproposizione dell’orizzonte della rivoluzione comunista nei paesi capitalistici
avanzati, come ringiovanimento delle prospettive di emancipazione sociale egualitaria, come
solidarietà internazionalista verso i popoli dell’Asia, dell’Africa e soprattutto dell’America Latina in
lotta contro il colonialismo imperialistico, ed infine come alleanza sociale fra la classe operaia
metropolitana e la piccola borghesia studentesca rivoluzionaria. Nonostante la falsa coscienza con
cui tutto questo era vissuto, è giusto rivendicare integralmente la generosità morale di tutti coloro, e
furono numerosissimi, che parteciparono a questo movimento. Dico questo per chiarire subito che
non ho nulla a che fare con la variopinta letteratura reazionaria che da trent’anni insulta in tutti i
modi il Sessantotto in nome di una concezione tradizionalistica e repressiva dei costumi sociali e
familiari, oppure di una facile critica sociologica alle fragili basi piccolo-borghesi dei contestatori.
Il tradizionalismo elitistico mi è estraneo come il bordighismo operaistico. Qui c’è ben altro in
gioco. In gioco c’è il problema di capire se ed in quale misura questa autorappresentazione
rivoluzionaria degli agenti storici direttamente impegnati nelle pratiche di contestazione
(contestazione scambiata infantilmente per rivoluzione) corrispondesse alla realtà, o fosse solo una
forma particolarmente elaborata ed ingannatoria di falsa coscienza in senso marxiano.
Ed infatti io penso che in senso marxiano si trattasse di falsa coscienza. Dietro l’apparenza della
contestazione globale al capitalismo ci stava in realtà solo la contestazione di una peculiare forma
storica protocapitalistica già per conto suo in dissoluzione interna, e cioè il capitalismo
protoborghese fondato sulla autorità paterna simboleggiata dal barbuto Superio freudiano. Il
capitalismo era arrivato per conto suo ad uno di quei passaggi storici che ne caratterizzano
strutturalmente l’evoluzione, in cui proprio l’allargamento della mercificazione di tutte le forme di
vita esigeva il superamento e la messa in archivio delle precedenti forme culturali borghesi di
autorità e di consumo. Bisognava infatti fare dei significativi passi in avanti sulla via della
“liberalizzazione”, in particolare nel campo delicatissimo dei rapporti familiari e sessuali, dal
momento che il tradizionale modello patriarcale protoborghese e veterocapitalistico era ormai di
ostacolo all’allargamento del mercato ed alla autonomizzazione individualistica delle scelte
individuali. Alla luce del modello teorico del materialismo storico ciò è addirittura ovvio e banale.
Ma solo chi confonde questo modello con la critica radicale (nel senso di Pannella, non di Marx) ai
costumi veteroborghesi e clericali (confusione ovviamente sovrana nel 95% del popolo di sinistra)
poteva confondere lo spinellaggio e la scopata generalizzata con l’anticamera della rivoluzione
comunista. Incidentalmente, tutti i cicli veramente rivoluzionari (il 1640 inglese, il 1789 francese, il
1917 russo, il 1949 cinese, ecc.) hanno sistematicamente conosciuto forme di ascetismo morale e di
autocontrollo rivoluzionario.
Il Sessantotto fu dunque sostanzialmente un momento importante di modernizzazione strutturale dei
costumi sociali in direzione di un supermercato capitalistico del fai-da-te individualizzato che si
visse però soggettivamente con falsa coscienza necessaria come la ripresa occidentale della
prospettiva rivoluzionaria degli anni Venti e Quaranta. Da qui ovviamente derivano gli
innumerevoli ripescaggi del giovane Gramsci, del giovane Lukács, di Rosa Luxemburg, dei giovani
partigiani del 1943, e via ripescando. Come tutti i fenomeni storici complessi, esso presenta
ovviamente aspetti tragici e aspetti comici. L’aspetto tragico, che consumò poi numerose vite, fu
l’illusione neopartigiana della lotta armata, in cui i governi del capitalismo maturo erano scambiati
con una demenziale analogia pseudostorica per regimi di tipo fascista e neofascista (e questo
dimostra ancora una volta che la pigrizia analogica in questo campo è pericolosissima, e non è mai
innocente e priva di conseguenze). Ma l’aspetto prevalente fu quello comico, con il passaggio
sistematico del 90% dei contestatori da una prima fase ultrarivoluzionaria ad un rapido adattamento
culturale e sociale nelle strutture ideologiche di comando del nuovo capitalismo “liberalizzato” e
depatriarcalizzato.
A questo punto possiamo iniziare veramente l’analisi della recente dissoluzione convergente non
certo della Destra e della Sinistra in generale (che non esistono), ma delle due particolari e
determinate Destra Storica Novecentesca e Sinistra Storica Novecentesca, con l’ulteriore rilievo che
non stiamo parlando del mondo intero, e dunque non stiamo parlando della Colombia o delle
Filippine, eccetera, ma solo ed esclusivamente di un piccolo pezzo di mondo limitato alla Francia
ed all’Italia, e parzialmente alla Spagna ed alla Germania (già per la Grecia, ad esempio, paese che
conosco molto bene, questo discorso non vale, o vale solo con molte precisazioni).
 
5. Elementi fondamentali per la comprensione della dinamica della recente dissoluzione della
Sinistra Storica Novecentesca europeo-occidentale
 
Abbiamo ora i due elementi teorici fondamentali per capire le ragioni di fondo della dissoluzione
della sinistra storica tardonovecentesca. L’elemento principale sta nella sconfitta storica, epocale
del “partito della politica” contro il “partito dell’economia”, cioè delle tendenze di sviluppo
strategico della produzione capitalistica, che non è mai in quanto tale né di destra, né di centro, né
di sinistra, ma si adatta in modo camaleontico a seconda dai passaggi di fase da eseguire, di “destra”
quando si tratta di gestire periodi di stretta autoritaria o di repressione sociale diretta, e di “sinistra”
quando si tratta di allargare il mercato abbattendo vecchie forme di morale repressiva di origine
generalmente precapitalistica. L’elemento secondario e derivato sta nella generalizzazione della
falsa coscienza sessantottina, che scambia l’edificazione di un capitalismo postborghese (ed
ovviamente anche postproletario) con l’aumento degli spazi di liberazione e di autodeterminazione
individuale. La sinergia di questi due elementi è il “brodo di coltura” della dissoluzione storica
progressiva della sinistra.
Ovviamente, questo discorso non vale (o almeno non vale al 100%) per le situazioni storiche,
geografiche e geopolitiche dei paesi oppressi direttamente dal colonialismo e dall’imperialismo (dal
Congo alla Corea, dalla Colombia alle Filippine, dall’Irak all’Iran). Ma vale per i nostri paesi, in
particolare per l’Italia che è il nostro punto di riferimento più immediato.
Come hanno lungamente chiarito alcuni classici del pensiero, da Hegel a Mao Tse Tung, l’uno si
divide in due, o più esattamente ad un certo punto una costellazione storica produce una scissione
per linee interne. Dal momento che stiamo parlando della sinistra, questa scissione per linee interne
dà luogo alla formazione di una sinistra di maggioranza e di una sinistra di minoranza, che
presentano logiche di sviluppo parzialmente diverse, senza che questo dia affatto luogo alla
mitologia subalterna delle due sinistre, della vera e della falsa sinistra, e così via raccontando(ci)
delle storie.
La sinistra di maggioranza, definita così sul piano sociologico ed elettorale (e non metafisico o
idealtipico), prende atto in modo strategico della sconfitta epocale del partito novecentesco della
politica (versione indifferentemente comunista e socialdemocratica, senza alcuna differenza dunque
fra il tipo D’Alema ed il tipo Blair) e della vittoria epocale del partito novecentesco dell’economia.
Ne prendono atto nella stragrande maggioranza anche i suoi elettori provenienti dalle classi
subalterne, che sono molto meno stupidi dei loro intellettuali boriosi, e registrano semplicemente i
rapporti di forza sfavorevoli, senza sentire affatto il bisogno di ideologizzarli con stupidaggini sul
“progresso”, i “tempi nuovi”, la “terza via”, ed altre costellazioni teoriche buffonesche e
demenziali, ma senza neppure avere la volontà e la speranza di impegnarsi in ricostruzioni militanti
che vengono evitate non certo per ragioni ideologiche, ma perché si prende atto del fatto che
l’investimento di tempo e di energia che richiederebbero finirebbero con il bruciare quel poco che
resta di vita quotidiana dopo aver concluso il tempo della riproduzione salariata. Ma mentre la base
subalterna della sinistra di maggioranza fa solo di necessità virtù, non crede una sola parola delle
idiozie ideologiche dalemiano-blairiane, e semplicemente si ritrae di fronte ad una militanza che si
intuisce come destinata al fallimento dati i rapporti di forza di fase, i gruppi dirigenti di questa
sinistra di maggioranza invece si mettono direttamente al servizio dei vincitori di quello che è stato
definito il partito novecentesco dell’economia.
Ciò è possibile per il fatto che questi gruppi dirigenti della sinistra di maggioranza possiedono
veramente delle competenze professionali specifiche nell’arte di gestione e di manipolazione del
consenso attraverso dosi di demagogia e di retorica sociale, competenze acquisite in decenni di
rappresentanza manipolata delle classi subalterne. Essi sono veri e propri specialisti in classi
subalterne, più esattamente specialisti nella manipolazione amministrativa e retorica di esse,
disponendo delle gigantesche risorse simboliche accumulate nella fase novecentesca precedente, ed
in particolare nelle tre varianti del comunismo, della socialdemocrazia e del populismo (nella sua
variante di sinistra). Questo spiega perché questo ceto politico filosoficamente nichilista e
professionalmente qualificato sia il ceto politico preferito dalle oligarchie economiche che hanno
vinto la grande battaglia novecentesca, e questo accade in Argentina ed in Brasile, in Italia ed in
Francia, in Polonia ed in Ungheria, in Romania ed in Azerbaigian, eccetera. Più o meno lo stesso
avvenne quando i satrapi sconfitti dell’impero persiano, Artaferne e Spitridate, Megabazo e Cosroe,
eccetera, si misero al servizio diretto di Alessandro il Macedone, in particolare quando questo
criminale distruttore della vecchia civiltà ellenica cominciò a fondere i vecchi talenti d’oro in
monete che rendevano possibile l’arricchimento individuale. Mi limito solo a questo pittoresco
esempio a causa della mia specializzazione professionale in antichistica, ma assicuro il lettore che
gli esempi da fare potrebbero essere moltissimi. Al lettore amante dell’esotismo ricordo solo i
cacicchi aztechi ed incas che tradirono i loro sovrani quando videro che ormai erano stati
irreversibilmente sconfitti, e si riciclarono in conquistadores imparando lo spagnolo e diventando
cattolici come fanno oggi i cialtroni di “sinistra” che imparano l’inglese e diventano “democratici”.
Ho parlato finora della parte maggioritaria della sinistra. Come si vede, le spiegazioni in base al
“tradimento” sono insufficienti. Si tratta di un gigantesco fenomeno storico che avviene con
modalità straordinariamente simili in tempi e luoghi diversi, e che segue sempre ogni sconfitta
epocale. E’ invece più interessante, anche se meno importante storicamente, seguire la dinamica
evolutiva della parte minoritaria della sinistra, che ammetto subito essere la parte migliore sul piano
etico e morale, senza che questo sia un certificato di garanzia per la comprensione oggettiva della
realtà storica, che è anzi generalmente percepita meglio dalla parte maggioritaria, che prende atto
almeno dei veri rapporti di forza, anche se li mistifica con indecenti apologie della democrazia
capitalistica, che come è noto è una assoluta non-democrazia.
Questa parte minoritaria resta attaccata alle vecchie forme novecentesche, già epocalmente
sconfitte, che strutturavano organizzativamente e soprattutto ideologicamente la politica
anticapitalistica. Si tratta di una reazione sana e del tutto comprensibile, che però non può durare
oltre un certo periodo (direi che un ventennio è già più che abbastanza) pena l’inevitabile
dissolvimento nella nostalgia e nella patetica coazione a ripetere. Vorrei spiegarmi meglio e non
lasciare adito ad equivoci, perché qui ci stiamo veramente avvicinando al centro della questione che
ci appassiona e ci interessa.
Non mi riferisco qui alle innumerevoli e litigiose correnti neostaliniane, neotrotzkiste e
neobordighiste, eccetera. So perfettamente che esse sono incurabilmente autoreferenziali ed
autoriproduttive, e non sono interessate minimamente al dibattito, perché credono di sapere già
tutto, e si tratta solo di diffondere la sacra dottrina immutabile alle masse provvisoriamente
dormienti. Non mi riferisco neppure alla variopinta tribù operaista, passata dall’operaio-massa
fordista alle moltitudini desideranti e disobbedienti. Mi riferisco in generale al corpo sociale e
culturale di questa parte minoritaria della sinistra, che crede di poter praticare un anticapitalismo del
XXI secolo con le armi organizzative ed ideologiche dell’anticapitalismo del XX secolo, già
ampiamente sconfitto sul campo (e sulle ragioni di fondo di questa sconfitta non mi soffermo qui
per esclusive ragioni di spazio, anche se so bene che si tratta del nucleo della questione).
E qui si profila storicamente un’inevitabile scissione all’interno di un’altra scissione. La prima
scissione è quella già indicata fra parte maggioritaria e parte minoritaria della sinistra (in Italia, per
dirla in sintesi, fra i DS di D’Alema ed i Cobas di Bernocchi, in piena consapevolezza della
sproporzione fra le due forze). Ma all’interno della parte minoritaria si sta profilando, e si profilerà
sempre di più, una separazione fra chi testardamente vorrà riproporre le vecchie forme ideologiche
solo superficialmente riverniciate, e chi invece ha compreso che entriamo in un periodo storico
nuovo, in cui ormai la vecchia separazione fra destra (storico-novecentesca) e sinistra (storico-
novecentesca) non descrive più le attuali linee di scissione, per il semplice fatto che la comune
sconfitta degli opposti progetti di imporre il predominio della volontà politica organizzata sulla
logica totalitaria dell’economia impone una riformulazione integrale di questo programma.
Comune sconfitta. Opposti progetti. La comune sconfitta degli opposti progetti impone non solo di
essere “registrata” sul piano storiografico (benché anche su questo il ritardo sia già pazzesco), ma di
essere messa al centro della riflessione. La terribile forza d’inerzia delle abitudini ideologiche
irrigidite del passato ci ha già fatto perdere un mucchio di tempo. Nessuna illusione, ce ne farà
ancora perdere moltissimo. Ma il processo si sta avviando, ed una volta avviato si trasformerà da
piccolo ruscello in fiume irresistibile.
 
6. Elementi fondamentali per la comprensione della dinamica della recente dissoluzione della
Destra Storica Novecentesca europeo-occidentale
 
In estrema approssimazione, la destra ha avuto nell’ultimo trentennio una dinamica dissolutiva
convergente con quella della sinistra, e si è cioè divisa in una parte maggioritaria modernista ed in
una parte minoritaria tradizionalista. Ne vedremo ora subito la dinamica. Prima però bisogna
chiarire ancora una volta che vi sono alcune differenze qualitative fra le due dinamiche dissolutive,
di sinistra e di destra, che non bisogna mai dimenticare pena la caduta in un polverone in cui non si
vede poi più niente.
La sinistra è caduta vittima dell’immagine semplificata ed illusoria che si era colpevolmente fatta
del capitalismo e della sua forza riproduttiva, e queste illusioni l’hanno alla fine disintegrata. Per
cento anni ha irresponsabilmente parlato della natura rivoluzionaria e comunista della classe operaia
della fabbrica moderna, come se il fatto dell’estorsione del plusvalore assoluto e relativo e del
conseguente sfruttamento implicasse anche la capacità egemonica globale rivoluzionaria, laddove la
classe operaia metropolitana di fabbrica ha sempre sistematicamente manifestato la sua fisiologica e
sacrosanta natura socialdemocratica, cioè riformistica e distributiva, anche quando (come in Italia)
una commedia terminologica degli equivoci la definiva “comunista”. Il lavoratore collettivo
cooperativo associato previsto da Marx non si è formato, e Gianfranco La Grassa ha suggerito
alcune plausibili ipotesi per spiegare questa non-formazione, che effettivamente falsifica (almeno
provvisoriamente) un’ipotesi strategica di Marx. In quanto al general intellect si è come di fronte
allo Spirito Santo, visibile ed evidente per i credenti, del tutto invisibile ed inesistente per tutti gli
altri. Ma soprattutto la radice di tutti gli errori e di tutte le illusioni, come si è già detto in
precedenza, sta nell’avere creduto che la modernizzazione postborghese dei costumi potesse essere
interpretata come un avvicinamento stadiale al socialismo ed al comunismo, e fosse leggibile come
un indebolimento dell’egemonia capitalistica globale, laddove appunto era esattamente il contrario,
e cioè un allargamento ed un rafforzamento del capitalismo stesso. Scherzi del progressismo e dello
storicismo. Ancora una volta, i nodi vengono al pettine ed il ritardo nel mutamento di paradigma
teorico alla fine si pagano con gli interessi.
La dinamica della crisi ideologica della destra è completamente diversa. Mentre per la sinistra si è
trattato di un progressivo disincanto di una immagine illusoria e fasulla della realtà sociale, per la
destra si è trattato invece della progressiva presa di coscienza del fatto che i valori in gran parte
precapitalistici della destra erano corrosi e dissolti dallo stesso capitalismo, che pure le componenti
fondamentali della destra avevano difeso contro l’attacco della sinistra (anticomunismo, ecc.). La
destra prima ottocentesca e poi novecentesca, al di là delle gigantesche differenze fra le sue varie
correnti, è sempre stata un archivio ed un deposito di valori di tipo precapitalistico, e questo anche
quando non era religiosa e non si ispirava unicamente alla difesa della tradizione. Ma il capitalismo
ha come unico ed esclusivo parametro di riproduzione e di allargamento il valore di scambio delle
merci, che in quanto tale non è né di destra, né di centro, né di sinistra. La sinistra si ispira spesso ad
una prospettiva futuribile di tipo postcapitalistico, e pertanto soffre di tutte le patologie connesse
con il futurismo (fino alla seduzione tecnologica attuale), mentre la destra si ispira ad una critica al
capitalismo ispirata ad una idealizzazione (quasi sempre illusoria e non corrispondente alla realtà
storica effettiva) di valori precapitalistici messi in pericolo da un capitalismo di cui il comunismo
appare solo una sorta di estremizzazione plebea e proletaria. E’ questa un’idea che mi era sempre
sembrata folle e priva di qualunque riscontro con la realtà. Ora sono più cauto e possibilista, dopo
aver visto con quale facilità il capitalismo ha saputo succhiare e divorare il comunismo storico
novecentesco senza essere neppure costretto a combattere, e semplicemente accettando la
tragicomica e vile resa dell’avversario.
La parte maggioritaria della destra, preso atto del fatto che i valori precapitalistici non sono di fatto
conservabili nel capitalismo, ha operato un adattamento integrale al sistema economico. A Julius
Evola è successo Silvio Berlusconi. Gianfranco Fini, in quanto esponente di un ceto politico
professionale specializzato in mediazione sociale ed in integrazione retorica di questa stessa
mediazione, è del tutto indistinguibile da Massimo D’Alema, ed il fatto che il primo sia un ex-
fascista ed il secondo un ex-comunista, che il primo abbia inneggiato in gioventù a Mussolini ed il
secondo abbia in gioventù perfidamente espulso Pintor e la Rossanda per “anticomunismo”,
eccetera, ha un carattere soltanto aneddotico ed archivistico, e non ha nessuna influenza sul presente
politico. L’unica differenza è di tipo lombrosiano e fisiognomico, in quanto il sorriso di sufficienza
di D’Alema manifesta elementi narcisistici e nevrotici molto superiori a quelli del più controllato
Fini. Ma sul piano storico questa differenza fisiognomica non ha un particolare interesse.
La parte minoritaria della destra invece ovviamente tenta di conservare il programma originario di
difesa di valori morali e politici di tipo precapitalistico. Il lettore mi intenda bene. Non alludo
affatto ai cosiddetti “nostalgici” di tipo neonazista che alzano urla oscene in favore dei forni
crematori oppure a coloro che ripropongono l’immagine razzista del mondo verso gli immigrati. E’
bene che si sappia che di costoro non parlo e non intendo parlare. Il posto della merda è nella
cloaca. Non è di questa gente che parlo quando cerco di comprendere la dinamica di sviluppo
ideologico e culturale della destra minoritaria. Inneggiare a chi ha portato gli ebrei nei forni
crematori o organizzarsi in bande di vigliacchi armati per bastonare immigrati poveri che dormono
sulle panchine dei giardini pubblici non ha nulla a che vedere con il problema della destra
tradizionalista, che è appunto quello della compatibilità di alcuni valori di tipo precapitalistico con
la dinamica annientatrice del capitalismo, su cui ho prima intenzionalmente riportato la citazione di
Castoriadis.
Per questa ragione, e solo per questa, in generale la destra è più sensibile della sinistra alla
questione del superamento della vecchia dicotomia fra Destra e Sinistra. Non si tratta allora di una
astuta strategia di infiltrazione (o se questo in alcuni casi è avvenuto, non si tratta di un fatto di tipo
culturale, ma di roba da servizi segreti). Si tratta certo del fatto che ogni persona sensibile e
pensante si rende presto conto che alcune correnti della destra storica novecentesca si sono rese
responsabili di crimini imperdonabili, inescusabili e che non si prestano a strategie retoriche di
contestualizzazione di tipo giustificazionistico (razzismo hitleriano, colonialismo mussoliniano,
ecc.). Questo certo gioca e giocherà un ruolo importante. Ma in questi casi ciò che conta è la
dinamica culturale generale. E questa dinamica, lo si è visto, è sostanzialmente simile sia per la
sinistra sia per la destra. Entrambe vengono minacciate nella propria identità dalla logica
annientatrice del capitalismo. Chi crede che si tratti solo di astute strategie di perfida infiltrazione di
Marco Tarchi e di Alain de Benoist mostra di essere del tutto incapace di analisi culturale strategica.
 
7. Considerazioni conclusive
 
Credo di avere portato alcuni argomenti razionali per mostrare come la progressiva e convergente
disgregazione delle due identità polari della destra e della sinistra novecentesche (limitatamente ad
alcuni paesi imperialisti dell’Europa occidentale) non è una invenzione bizzarra di intellettuali
dimentichi del passato o una astuta strategia di infiltrazione di perfidi neonazisti, ma è il prodotto
storico irreversibile di giganteschi processi di integrazione sociale di ceti politici ed intellettuali e di
esclusione sociale di masse sempre più prive di rappresentanza degna di questo nome.
Trattandosi di un processo storico, è necessario ricordarne le ragioni storiche. Come è già detto, si
tratta della comune sconfitta di due opposti progetti di ricostruzione sociale, che avevano al minimo
comun denominatore il tentativo di imporre il primato della volontà politica sugli automatismi
economici, e che invece presentavano al numeratore concezioni diverse ed incompatibili dei sistemi
etici, morali e culturali. La sconfitta è stata comune perché per ora ha vinto il partito informale della
sovranità assoluta, dispotica e totalitaria dell’economia, partito informale che non è né di destra né
di sinistra, ma utilizza strumentalmente apparati militari e polizieschi con ideologia di “destra”,
apparati di mediazione e di manipolazione politica con pratiche di “centro”, ed infine modelli
antropologici di consumo libertario ed individualizzato di “sinistra”, o meglio modelli che sono il
frutto della lunga critica libertaria all’autoritarismo prescrittivo e repressivo di tipo veteroborghese.
La vittoria provvisoria (ma che rischia purtroppo di segnare un intero lungo periodo storico, certo
non eterno, ma che va oltre la nostra vita, compresa quella dei più giovani) del partito
dell’economia è dunque il fattore storico che impone la destrutturazione prima, e la ristrutturazione
poi, di gran parte dell’immaginario politico e sociale della destra e della sinistra. Vorrei allora
terminare queste note distinguendo per chiarezza i tre livelli del passato, del presente e del futuro.
Per quanto riguarda il passato, o più esattamente il bilancio storico del passato, io non mi considero
affatto indifferente e neutro fra la destra e la sinistra. Io mi considero apertamente di sinistra, e
questo vuol dire che non considero corretta una sorta di “assoluzione generale” della destra e della
sinistra negli ultimi cento anni. In altre parole, penso che la destra abbia molto più da farsi
perdonare di quanto abbia la sinistra. Capisco bene il loro punto di vista, ed in una certa misura lo
rispetto anche, ma non sono disposto a concordare con coloro che mettono un segno di equazione
fra la Auschwitz di Hitler e la Kolyma di Stalin. Il mio punto di vista telegrafico è che entrambe
sono state orribili, ma che i discorsi comparativi sono inutili se non si ha anche il coraggio di
metterci la Hiroshima dell’impero americano. Se qualcuno intende condannare congiuntamente
Auschwitz, Kolyma ed Hiroshima allora anch’io lo farò, ma personalmente non intendo condannare
le prime due e assolvere invece la terza. Per me i massacri ideologici ed i massacri tecnologici
fanno parte della stessa merda. Non voglio neppure lanciarmi sulla questione della difesa degli
interessi di classe, perché ritengo che lo stesso comunismo storico novecentesco ha prodotto società
di classe, anche se magari con differenziali di consumo privilegiato minori di quelli capitalistici
classici (liberali, populisti, socialdemocratici o fascisti). E penso questo non certo sulla base di
analisi di pensatori di “destra”, ma sulla base di pensatori marxisti al 100% come Paul Sweezy o
Charles Bettelheim, per citare solo i due più importanti. Per farla breve, il criterio discriminante in
cui a mio avviso la sinistra è stata storicamente superiore alla destra è stato l’atteggiamento verso il
colonialismo imperialistico, in cui la sinistra è stata generalmente contro e la destra generalmente
per. Tutto il resto deriva da questo, e ne è un’appendice. Se avessi solo quattro parolette a
disposizione per sostenere la superiorità storica della sinistra novecentesca direi: no al colonialismo
imperialistico. Questa è la ragione per cui l’appoggio generalizzato del ceto politico ed intellettuale
detto di “sinistra” alla guerra contro la Jugoslavia del 1999, laddove molti intellettuali detti di
“destra” vi si opposero, simboleggia per me la ripetizione postmoderna del 1914 moderno. Chi
aderisce alla guerra imperialistica, e non solo vi aderisce ma anche la promuove attivamente e la
difende ideologicamente con sofismi infondati e manipolati, passa dalla parte dei nemici assoluti, e
non solo degli avversari cavallereschi.
Questo è il passato. Per quanto riguarda invece il presente, direi che bisogna distinguere fra le due
diverse patologie culturali della sinistra e della destra, che richiedono terapie assolutamente
differenziate. In breve, la patologia principale della sinistra è una pratica profondamente sbagliata
dell’universalismo pur formalmente proclamato, mentre la patologia principale della destra è stat la
programmatica rinuncia ad ogni fondazione universalistica. Il tema è cruciale, e sarà dunque
necessario cercare di essere brevi, ma anche il più chiari possibile.
Il tema dell’universalismo è dunque centrale, ed anzi fondativo. Si tratta di vedere, ovviamente, di
quale universalismo stiamo parlando, e di quali siano le forma politiche e culturali con cui
intendiamo promuoverlo. Per quanto mi riguarda, sono quarant’anni che mi occupo di marxismo, ed
in particolare di filosofia di ispirazione marxista, e sono arrivato alla ferma e solida conclusione per
cui il solo statuto filosofico degno del progetto di emancipazione comunista è una forma di
universalismo umanistico, e non può invece assolutamente essere né una forma di materialismo
dialettico, né una forma di storicismo progressistico, ed infine neppure di una forma di scientismo
inevitabilmente positivistico. Solo una forma di universalismo umanistico può candidarsi ad essere
veramente un pensiero mondiale, ed un pensiero mondiale comunque dialogico e “facoltativo”, non
un pensiero unico o un pensiero omogeneo. Le alte tre forme filosofiche del marxismo storicamente
esistito (materialismo dialettico, storicismo progressistico, scientismo a diverse varianti) non
possono candidarsi ad un vero universalismo, per un insieme di ragioni che ho cercato di esporre
altrove, e che non posso certamente ripetere qui per ragioni di spazio.
La sinistra si è quasi sempre mossa sulla base di intenzioni universalistiche, ma di buone intenzioni
sono piene le fosse. Se la base sociale di partenza presunta universalistica (classe operaia, partito
comunista, ecc.) è in realtà insufficiente, nessun universalismo può essere conseguito, al di là delle
proclamazioni ideologiche soggettive. La sinistra non deve dunque vergognarsi di aver avuto in
passato intenzioni universalistiche (vergogna cui la spingono le varie forme di presenti di “pensiero
debole”, ecc.), ma deve sottoporre ad autocritica radicale le proprie forme specifiche di cattivo
universalismo. Alla fine di questa autocritica radicale, tuttavia, non sarà più propriamente “sinistra”,
ma comincerà appunto ad essere un’altra cosa, e cioè una componente essenziale di una nuova
sintesi futura.
La destra, salvo eccezioni veramente marginali, ha invece sempre imboccato la via del rifiuto
dell’universalismo. Prendiamo ad esempio la cosiddetta “questione nazionale”. La sinistra l’ha
sempre bestialmente ignorata, con la conseguenza del rovesciamento dialettico
dell’internazionalismo proletario conclamato in cosmopolitismo multietnico e di fatto
americaneggiante. Ma la destra, che almeno in genere vagamente capisce che cosa significa
questione nazionale, l’ha poi quasi sempre declinata in modo nazionalistico, esclusivistico ed
imperialistico. Siamo italiani, ma impediamo ai libici, agli etiopici ed agli sloveni di essere tali.
Questa contraddizione antiuniversalistica è talmente scandalosa da diventare di fatto il principale
fattore di disgregazione della coscienza politica della destra tradizionalista. Dal momento che
l’universalismo umanistico, prima di poter diventare una filosofia articolata e complessa, è una
sorta di punto di vista quotidiano intuitivo dell’intelletto razionalmente educato, è evidente che il
punto di incontro fra due tradizioni un tempo opposte è proprio la questione universalistica, nella
sua doppia variante dell’universalismo proclamato ma poi di fatto non applicato, e del rifiuto
dell’universalismo con le conseguenti patologie particolaristiche, egoistiche e razzistiche (di cui
oggi il sionismo è il più scandaloso esempio mondiale).
Dopo il passato ed il presente, c’è anche l’orizzonte di un futuro possibile. Il futuro, sia ben chiaro,
non è mai oggetto di previsione deterministica né tantomeno di prescrizione teleologica. Se
qualcuno pensa che il marxismo sia questo, è bene che ritorni a studiare un poco, ammesso che lo
abbia già fatto in passato. Mi rifiuto di tracciare una mappa di un futuro che non conosco e non
riesco neppure bene ad immaginare. Quel poco che posso ipotizzare è che il futuro prossimo
venturo (lascio a Nostradamus quello più lontano nel tempo) sarà caratterizzato dalla pulsione a
stravincere di quello che ho definito il partito dell’economia. Questa pulsione a stravincere si
accompagnerà necessariamente a momenti di offensiva ed a momenti di stabilizzazione e di
consolidamento, ma è intrinseco al movimento totalitario intrinseco della produzione capitalistica la
pulsione a stravincere. Di fronte a questa pulsione a stravincere le vecchie identità ideologiche
novecentesche di destra e di sinistra, già ora sottoposte alla dialettica di scissione di cui ha parlato in
questo breve saggio, si ridefiniranno e si ristruttureranno in modo che oggi è ancora largamente
imprevedibile nelle sue forme specifiche storicamente determinate.
La sola cosa prevedibile è che questo avverrà. E davanti ai nostri nipoti potremo dire di averlo
pacatamente previsto.