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Karl Korsch

Perché sono marxista (1935)

Invece di discutere il marxismo in generale, propongo di trattare subito alcuni dei punti più concreti e
qualificanti della teoria e della pratica marxista. Solo un approccio di questo tipo è coerente con il principio
del pensiero marxiano. Per il marxista non esiste qualcosa come «il marxismo» in generale più di quanto non
c’è una «democrazia» in generale, una «dittatura» o uno «Stato» in generale. Esiste solo uno Stato borghese
o una dittatura fascista ecc. Ed anche questi esistono solo in determinati stadi dello sviluppo storico, con
corrispondenti caratteristiche storiche innanzitutto economiche, ma condizionate in parte da fattori
geografici, di tradizione ed altri ancora. Con i differenti livelli di sviluppo storico, con i diversi ambienti
geografici, con le ben note differenze di credo e di tendenza delle varie scuole marxiste, esistono a livello
nazionale e internazionale diversissimi sistemi teorici e movimenti pratici che vanno sotto il nome di
marxismo. Invece di discutere l’intero corpo dei princìpi teorici, dei punti di vista d’analisi, dei metodi di
procedimento, conoscenza storica e norme d’azione che Marx e i marxisti hanno tratto in più di ottant’anni
dall’esperienza delle lotte della classe proletaria e saldato unitariamente in teoria e movimento
rivoluzionario, cercherò da parte mia di individuare quegli specifici atteggiamenti, proposizioni e tendenze
che possono essere utilmente adottati come guida del nostro pensare e agire oggi, qui ed ora, nelle condizioni
esistenti dell’anno 1935 in Europa, negli USA, in Cina, in Giappone, India e nel nuovo mondo dell’URSS.
 
In questa maniera, la questione «perché sono marxista» si pone primariamente per il proletariato, o piuttosto
per le parti più vive e avanzate della classe proletaria. Può essere posta anche per settori della popolazione
che, come lo strato in declino delle classi medie, il gruppo di recente formazione degli impiegati, i contadini
e agricoltori ecc., non appartengono né alla classe capitalistica dominante né a quella proletaria vera e
propria, ma possono associarsi al proletariato con l’obiettivo di una lotta comune. La questione può porsi
persino per quei settori della borghesia la cui vita è minacciata dal «capitalismo monopolistico» o
«fascismo». Certamente si pone per gli ideologi borghesi (studiosi, artisti, ingegneri, ecc.) che sotto la
pressione complessiva della società capitalistica in declino stanno indirizzandosi individualmente verso il
proletariato. Enuncerò ora in forma concisa quelli che mi paiono i punti più essenziali del marxismo:
 
1. Tutte le affermazioni di principio del marxismo, anche quelle apparentemente generali, sono
specifiche.
 
2. Il marxismo non è positivo ma critico.
 
3. Il suo oggetto non è la società capitalistica esistente nel suo stato affermativo, ma la società
capitalista in declino, come si rivela nelle tendenze al crollo e alla rovina in modo dimostrabile.
 
4. Il suo fine principale non è il piacere contemplativo del mondo esistente, ma la sua attiva
trasformazione (praktiscbe Umwälzung).

Nessuno di questi caratteri fondamentali del marxismo è stato riconosciuto adeguatamente o applicato dalla
maggioranza dei marxisti. Ripetutamente i cosiddetti marxisti «ortodossi» sono ricaduti nel modo di pensare
«astratto» e «metafisico» che Marx stesso – dopo Hegel – aveva ripudiato nel modo più netto, e che è stato
invero decisamente respinto dall’intera evoluzione del pensiero moderno negli ultimi cento anni.
Recentemente un marxista inglese ha tentato ancora una volta di « salvare » il marxismo dagli attacchi di
Bernstein e altri, secondo i quali il corso della storia moderna devierebbe dallo schema di sviluppo tracciato
da Marx, con la misera scappatoia che Marx avrebbe tentato di scoprire «le leggi generali del mutamento
sociale non solo dall’analisi della società nel diciannovesimo secolo, ma anche dallo studio dello sviluppo
sociale a partire dall’inizio della società umana» ed è pertanto «assolutamente possibile» che le sue
conclusioni «siano vere per il ventesimo secolo quanto lo furono per il periodo nel quale è arrivato ad esse»
(1). È evidente che una difesa del genere distrugge il vero contenuto della teoria marxiana più drasticamente
di qualunque attacco revisionista. Nondimeno questa è stata la sola risposta data negli ultimi trent’anni
dall’ortodossia marxista tradizionale alle accuse dei riformisti che l’una o l’altra parte del marxismo era
invecchiata. Per altri motivi, c’è la tendenza presso i cittadini dello Stato sovietico marxista a dimenticare il
carattere specifico del marxismo. Essi accentuano la validità generale e universale delle principali
proposizioni marxiste per canonizzare le dottrine che stanno alla base dell’attuale costituzione del loro Stato.
Così uno degli ideologi minori dello stalinismo attuale, L. Rudas, tenta in nome del marxismo di porre in
discussione il progresso storico fatto da Marx operando novant’anni fa il capovolgimento (Umstülpung) della
dialettica idealistica hegeliana nella sua dialettica materialista. Sulla base di una citazione di Lenin, che era
stata usata in un contesto completamente diverso contro il materialismo meccanicistico di Bucharin e che
significa una cosa molto diversa da quanto afferma Rudas, costui trasforma la contraddizione storica tra
«forze produttive» e «rapporti di produzione» in un principio «metastorico», che vuole applicare anche al
lontano futuro della società senza classi pienamente sviluppata. Nella teoria di Marx sono colte tre
contraddizioni fondamentali come aspetti della concreta unità storica del movimento rivoluzionario pratico.
Esse sono: nell’economia, la contraddizione tra «forze produttive» e «rapporti di produzione»; nella storia, la
lotta tra le classi sociali; nel pensiero logico, l’opposizione tra tesi e antitesi. Di questi tre aspetti, tutti
egualmente storici, del principio rivoluzionario scoperti da Marx nella natura della società, capitalistica,
Rudas, nella sua trasfigurazione metastorica della concezione totalmente storica di Marx, lascia cadere il
termine di mezzo: considera il conflitto vivente delle classi in lotta come mera «espressione» o risultato di
una forma storica transitoria della contraddizione essenziale «più profonda» e mantiene come unico
fondamento della «dialettica materialista» – ora enfiata a legge eterna di sviluppo cosmico  –  l’opposizione
tra «forze produttive» e «rapporti di produzione». Facendo così, arriva all’assurda conclusione che
nell’economia sovietica odierna la contraddizione fondamentale della società capitalista esiste in forma
«invertita». In Russia – scrive – le forze di produzione non si ribellano più contro rapporti di produzione
rigidi, ma è invece la relativa arretratezza delle forze di produzione rispetto ai rapporti di produzione già
raggiunti, a «spingere avanti l’Unione Sovietica ad un ritmo di sviluppo intenso senza precedenti» (2).
Dai rappresentanti delle due frazioni del marxismo ortodosso tedesco e russo è stata respinta unanimemente
la tesi da me avanzata nell’edizione che ho curato del Capitale secondo la quale tutte le affermazioni
contenute in quest’opera, e specialmente quella sull’«accumulazione primitiva» come è trattata nell’ultimo
capitolo del libro, rappresentano solo una traccia storica dell’ascesa e dello sviluppo del capitalismo
nell’Europa occidentale e «hanno valore al di là di ciò solo nello stesso modo in cui ogni conoscenza
pienamente empirica di forma naturale e storica si applica più che al caso singolo considerato». Di fatto,
questa mia affermazione ripete solo ed accentua un principio che Marx stesso cinquant’anni fa aveva
esplicitamente formulato correggendo il sociologo idealista russo Michajlovskij nel suo fraintendimento del
Capitale. Si tratta, in verità, di un’implicazione necessaria del principio fondamentale di ricerca empirica che
oggi è negata solo da qualche ostinato metafisico. Quanto limpida, chiara e definita, a confronto del rifiorire
di questa dialettica pseudofilosofica nelle opere di marxisti «moderni» come Rudas, era la posizione di quei
vecchi marxisti come Rosa Luxemburg e Franz Mehring che videro come il principio della dialettica
marxista, quale è incarnata nell’economia marxiana, non significa altro che il rapporto specifico di tutti i
termini e proposizioni economiche ad oggetti storicamente determinati.
Tutte le questioni accanitamente dibattute nel campo del materialismo storico – questioni che se formulate
nella loro forma generale sono insolubili e addirittura prive di senso come le famose dispute scolastiche
attorno alla precedenza dell’uovo o della gallina – perdono il loro carattere misterioso e sterile se vengono
espresse in modo concreto, storico, specifico. F. Engels, ad esempio, nelle sue famose lettere sul
materialismo storico, scritte dopo la morte di Marx, ha di fatto modificato la dottrina di Marx per eccesso di
riguardo all’obiezione di unilateralità sollevata dai critici borghesi e presunti marxisti contro l’affermazione
di Marx che «la struttura economica della società forma la base reale sulla quale si innalzano sovrastrutture
giuridiche e politiche e alla:quale corrispondono determinate forme di coscienza sociale». Engels
sconsideratamente ammise che a lungo raggio possono aver luogo cosiddette «reazioni» (Rückwirkungen) tra
la sovrastruttura e la base, tra lo sviluppo ideologico e lo sviluppo economico e politico. In questo modo ha
creato una confusione completamente inutile nei fondamenti del nuovo principio rivoluzionario. Infatti,
senza una esatta determinazione quantitativa di quanta «reazione» ha luogo e senza una esatta indicazione
delle condizioni sotto le quali si verifica l’una e l’altra, la teoria marxiana dello sviluppo storico
della”società, così come è interpretata da Engels, diventa inutile, anche come ipotesi di lavoro. Non offre la
più piccola indicazione se la causa di un mutamento nella vita sociale debba essere cercata nell’azione
(Wirkung) della base sulla sovrastruttura o nella reazione (Rückwirkung) della sovrastruttura sulla base. Né la
logica della questione è toccata da scappatoie verbali: come fattori «primari» e «secondari» o dalla
classificazione di cause in «prossime», «medie» e «ultime», ovvero quelle che si rivelano decise «in ultima
istanza». L’intero problema scompare non appena al posto della questione generale dell’effetto
dell’«economia come tale» sulla «politica come tale» o «il diritto, l’arte e la cultura come tali» e
viceversa facciamo una descrizione dettagliata delle relazioni che esistono tra fenomeni economici
determinati ad un determinato livello storico di sviluppo e determinati fenomeni che appaiono
simultaneamente o di seguito in ogni altro campo dello sviluppo politico, giuridico e intellettuale.
Questo è il modo in cui va posto il problema secondo Marx. Lo schema di un’introduzione generale alla sua
Critica dell’economia politica, pubblicato postumo, è un’impostazione chiara e altamente significativa
dell’intero complesso problematico, nonostante il suo carattere schematico. La maggior parte delle obiezioni
avanzate più tardi contro il suo principio materialistico sono qui anticipate e risolte. Questo è particolarmente
vero per il problema molto sottile del «rapporto ineguale tra lo sviluppo della produzione materiale e la
creazione artistica», messo in evidenza nel fatto ben noto che «certi periodi del più alto sviluppo dell’arte
non stanno in alcuna diretta relazione con lo sviluppo generale della società o la base materiale della sua
organizzazione». Marx mostra il duplice aspetto sotto il quale questo sviluppo ineguale prende definita forma
storica: «la relazione tra differenti forme d’arte nell’ambito dell’arte stessa» e «la relazione tra l’intero
campo dell’arte e il complesso dello sviluppo sociale». «La difficoltà consiste solo nel modo generale in cui
queste contraddizioni sono espresse. Non appena divengono specifiche e concrete, esse divengono nel
contempo chiarite».
 
II
 
Altrettanto duramente, come è avvenuto per la mia tesi sul carattere specifico, storico e concreto di ogni
proposizione, legge e principio della teoria marxiana, comprese quelle apparentemente universali, è
contestata anche la mia seconda affermazione che il marxismo è essenzialmente critico, non positivo. La
teoria di Marx non costituisce né una filosofia materialistica positiva né una scienza positiva. Dall’inizio alla
fine è una critica teorica non meno che pratica della società esistente. Naturalmente il termine «critica»
(Kritik) deve essere inteso in quel senso comprensivo e pur preciso in cui venne usato da tutti gli hegeliani di
sinistra, Marx ed Engels inclusi, nei pre-rivoluzionari anni Quaranta del secolo scorso. Non deve essere
confuso con la connotazione che ha il termine odierno di criticism. «Critica» non deve essere intesa in un
senso meramente idealistico, ma come critica materialistica. Essa implica, dal punto di vista dell’oggetto,
un’investigazione empirica di tutte le sue relazioni e sviluppi, «condotta con la precisione di una
scienza naturale», e, dal punto di vista del soggetto, un esame di come i desideri impotenti, le intuizioni
e le esigenze di singoli soggetti si sviluppano in un potere di classe storicamente efficace che guida alla
«pratica rivoluzionaria» (Praxis). Questa tendenza critica, che gioca un ruolo tanto preminente in tutte le
opere di Marx ed Engels fino al 1848, è ancora viva nelle fasi successive dello sviluppo della teoria
marxiana. L’opera economica del periodo maturo è legata ai precedenti scritti, filosofici e sociologici, più
strettamente di quanto non siano disposti ad ammettere i marxisti ortodossi. Ciò è evidente dai titoli stessi dei
libri della maturità e della giovinezza. La prima opera importante che i due amici scrissero insieme già nel
1846 per mostrare l’opposizione delle loro idee politiche e filosofiche all’idealismo hegeliano di sinistra
contemporaneo, era intitolata Critica dell’ideologia tedesca. E quando nel 1859 Marx pubblicò la prima
parte della vasta opera economica che aveva in programma la intitolò Critica dell’economia politica, quasi
per metterne in rilievo il carattere critico. Questo titolo divenne poi il sottotitolo dell’opera principale , Il
Capitale. Critica dell’economia politica. I marxisti ortodossi dell’ultima ora dimenticarono o negarono la
preminenza dell’impostazione critica nel marxismo. Nel migliore dei casi, quelle tendenze critiche avevano
per essi un valore del tutto estrinseco e irrilevante rispetto al carattere «scientifico» delle tesi di Marx, in
particolare nel campo che a loro parere era la scienza fondamentale del marxismo: l’economia. Questa
revisione trovò la sua espressione più grossolana nel famoso Capitale finanziario del marxista austriaco
Rudolf Hilferding, che considera la teoria economica del marxismo come una semplice fase nell’interrotta
continuità delle teorie economiche, completamente staccata dagli obiettivi socialisti, e quindi senza alcuna
implicazione per la pratica. Dopo aver formalmente affermato che la teoria sia economica sia politica del
marxismo «è libera da giudizi di valore», l’autore sottolinea che:
«è pertanto concezione errata, anche se diffusa intra et extra muros identificare senz’altro marxismo e
socialismo. Poiché, considerato logicamente, visto soltanto come sistema scientifico – prescindendo cioè
dalla sua efficacia storica – il marxismo è solo una teoria delle leggi del divenire della società: leggi che la
concezione marxista della storia formula in generale, e l’economia marxista applica all’epoca della
produzione delle merci. Il socialismo è la risultante delle tendenze che si sviluppano, e si combinano nella
società produttrice di merci. Ma riconoscere la validità del marxismo (il che implica il riconoscimento della
necessità del socialismo) non significa in alcun modo formulare valutazioni, né tanto meno significa
additare, una linea di condotta pratica. Poiché una cosa è riconoscere una necessità, altra cosa è porsi al
servizio di quella necessità. È possibilissimo infatti che uno, pur essendo convinto della vittoria finale del
socialismo, si schieri contro di esso.» (4)
È vero che teorie marxiste moderne hanno avanzato critiche più o meno efficaci contro questa superficiale,
pseudoscientifica interpretazione del marxismo ortodosso. Mentre in Germania il principio critico, cioè
rivoluzionario, del marxismo veniva apertamente attaccato dai revisionisti alla Bernstein e difeso
fiaccamente da «ortodossi» come Kautsky e Hilferding, in Francia il movimento, di breve durata, del
«sindacalismo rivoluzionario», quale espresso da Georges Sorel, tentava di far rivivere proprio questo
aspetto del pensiero di Marx come uno degli elementi basilari di una nuova teoria rivoluzionaria della lotta di
classe proletaria. Un passo più efficace nella stessa direzione venne fatto da Lenin, che applicò il principio
rivoluzionario del marxismo alla prassi della rivoluzione russa, e nello stesso tempo raggiunse un risultato
non meno importante in campo teorico ripristinando alcuni degli insegnamenti più potentemente
rivoluzionari di Marx.
Ma né Sorel, il sindacalista, né Lenin, il comunista, usarono l’intera forza e impatto della originaria «critica»
marxista. L’impostazione irrazionalistica di Sorel, con la quale egli trasformò in «miti» alcune importanti
dottrine di Marx portò, a dispetto delle sue intenzioni, ad una sorta di «depotenziamento» di queste nella loro
rilevanza pratica per l’azione rivoluzionaria di classe proletaria, e prepararono ideologicamente la strada al
fascismo di Mussolini. La divisione alquanto cruda da parte di Lenin delle tesi filosofiche, economiche, ecc,
in «utili» e «dannose» per il proletariato (risultato della sua preoccupazione troppo esclusiva degli effetti
immediati della loro accettazione o ripudio, con la conseguente troppo scarsa considerazione dei loro futuri e
ultimi possibili effetti) portò a quell’irrigidimento della teoria marxista, a quel declino e in parte a quella
deformazione del marxismo rivoluzionario che rende assai difficile all’attuale marxismo sovietico ogni
progresso fuori dal suo ambito autoritario. Di fatto, il proletariato rivoluzionario non può nella lotta pratica
disinteressarsi della differenza tra le affermazioni scientifiche vere e quelle false. Proprio come il capitalista,
da uomo pratico, «sa cosa deve fare nei suoi affari, anche se non sempre considera ciò che dice fuori dai suoi
affari», come il tecnico nella costruzione di una macchina deve avere esatta cognizione almeno di alcune
leggi fisiche, così il proletariato deve possedere una conoscenza sufficientemente vera in economia, politica
ed altre materie oggettive per poter condurre la lotta di classe rivoluzionaria ad un esito felice. In questo
senso e con questi limiti il principio critico del marxismo materialistico, rivoluzionario implica una
conoscenza rigorosa, empiricamente verificabile, caratterizzata «da tutta la precisione di una scienza
naturale», delle leggi economiche del movimento e sviluppo della società capitalista e della lotta di classe
proletaria.
 
III
La «teoria» marxista non mira ad ottenere una conoscenza obiettiva a partire da un interesse
indipendente, teoretico. È spinta ad acquisire questa conoscenza dalle necessità pratiche della lotta e
può trascurarla solo col grave rischio di fallire il suo obiettivo, al prezzo della sconfitta e dell’eclissi del
movimento proletario che rappresenta. Proprio perché la teoria marxista non perde di vista il suo scopo
pratico, evita ogni tentativo di costringere tutta la esperienza nello schema di. una costruzione
monistica dell’universo per stabilite un sistema unificato di conoscenza. La teoria marxiana non è
interessata ad ogni cosa, né in modo eguale a tutti gli oggetti del suo interesse. La sua sola preoccupazione è
per quelle cose che hanno rilievo per i suoi obiettivi, e sarà tanto più interessata a qualcosa e ad ogni suo
aspetto quanto più questa cosa particolare o il suo aspetto particolare hanno un rapporto con i suoi propositi
pratici.
 
II marxismo, nonostante il suo indiscutibile riconoscimento della priorità (Priorität) genetica della natura
esterna rispetto a tutti gli eventi storici e umani, è interessato primariamente solo ai fenomeni e alle
interrelazioni della vita storica e sociale. Presta innanzitutto attenzione a ciò che – in rapporto alle
dimensioni dello sviluppo cosmico – avviene in un breve lasso di tempo e nel cui sviluppo può entrare come
forza pratica, influente. Che ciò venga ignorato da parte di certi marxisti ortodossi di partito va in conto ai
loro ostinati tentativi di pretendere la stessa superiorità, che indubbiamente la teoria marxista possiede nel
campo della sociologia, anche per quelle opinioni alquanto primitive ed arretrate che sono ancora oggi
sostenute da teorici marxisti nel campo delle scienze naturali. A motivo di questi inutili abusi, la teoria
marxiana è esposta a quel ben noto disprezzo sul suo carattere «scientifico» anche da parte di quegli
scienziati naturali contemporanei che nel complesso non sono ostili al socialismo. Ultimamente, tuttavia, ha
preso corpo un’interpretazione del vero concetto della marxiana «sintesi delle scienze» meno «fìlosofica» e
scientificamente più avanzata tra i rappresentanti più intelligenti e responsabili della contemporanea teoria
marxista-leninista della scienza, le cui espressioni si distinguono da quelle di Rudas & Co., più o meno come
le espressioni del governo sovietico russo da quello delle sezioni non russe dell’Internazionale Comunista.
Così, ad esempio, il prof. V. Asmus ha rilevato nel suo articolo programmatico che, accanto alla «unità
oggettiva e metodologica» delle scienze storiche e naturali, esiste anche la «peculiarità delle scienze storico-
sociali che non permette in linea di principio l’identificazione dei loro problemi e metodi con quelli delle
scienze naturali».
 
Nella sfera dell’attività storico-sociale la ricerca marxista è interessata principalmente solo al modo di
produzione particolare che sta alla base della presente epoca di «formazione economico-
sociale» (ökonomische Gesellschaftsformation), ovvero il sistema di produzione delle merci come base della
moderna «società borghese» (bürgerlische Gesettschaft), inteso nel processo del suo sviluppo storico
effettivo (5). Nella sua indagine di questo specifico sistema sociologico procede, da un lato, più
profondamente di ogni altra teoria sociologica in ciò che concerne i fondamenti economici.  D’altro lato,
però, non si occupa di tutti gli aspetti economici e sociologici della società borghese in modo identico.
Rivolge particolare attenzione alle fratture, crepe, errori e squilibri nella sua struttura. Al marxismo
non interessa il cosiddetto funzionamento normale della società borghese, quanto piuttosto ciò che
appare come la reale condizione normale di questo particolare sistema sociale, cioè la crisi. La critica
marxiana dell’economia borghese e del sistema su di essa fondato culmina in un’analisi critica della sua
«situazione di crisi» (Krisenhaftigkeit), cioè della tendenza sempre crescente del metodo di produzione
capitalistico ad assumere tutte le caratteristiche della crisi, tendenza in atto anche nei periodi di espansione e
ripresa, in sostanza in tutte le fasi del ciclo della società moderna, il cui punto culminante è la crisi
universale. Una sorprendente cecità di fronte a questo orientamento di fondo dell’economia marxista, che
pure è presente in modo così chiaro dappertutto nelle opere di Marx, ha indotto recentemente alcuni marxisti
inglesi a scoprire una «lacuna di una certa importanza» in Marx, per il fatto che avrebbe tralasciato di
stabilire la necessità economica del superamento delle crisi dopo averne dimostrato la necessità del sorgere
(6).
 
Persino negli ambiti non economici della sovrastruttura politica e dell’ideologia generale della società
moderna, la teoria marxiana si occupa soprattutto di fratture e crepe osservabili, i punti di rottura che
mostrano al proletariato rivoluzionario quei luoghi cruciali nella struttura sociale dove la sua attività
pratica può essere applicata nel migliore dei modi.
Ai giorni nostri ogni cosa sembra essere pregna del suo opposto. Macchine dotate del grande potere di
ridurre il lavoro umano e renderlo più produttivo hanno creato invece fame e surlavoro. Le nuove fonti di
ricchezza sono state trasformate con una singolare formula magica in fonti di povertà. Le vittorie della
scienza sembrano essere ottenute al prezzo della perdita di qualità morali. Nella misura in cui l’uomo
controlla la natura, sembra a sua volta controllato da altri uomini o dalla propria meschinità. Persino la pura
luce della scienza sembra poter brillare soltanto di contro allo sfondo oscuro dell’ignoranza. Tutte le nostre
scoperte e il nostro progresso sembrano aver portato a dotare le forze materiali di vita spirituale e abbruttire
la vita umana a forza materiale. Questo antagonismo tra l’industria moderna e la scienza, da un lato, e la
miseria e il decadimento, dall’altro, questo antagonismo tra le forze di produzione e i rapporti sociali della
nostra epoca è un fatto evidente, indiscutibile, schiacciante. Alcuni, partiti possono lamentarsene, altri
desiderare di liberarsi dalle conquiste tecniche moderne e con ciò dei loro conflitti. Oppure possono pensare
che un progresso così grande nell’industria esige un regresso altrettanto grande nella politica per il proprio
completamento (7).
 
IV
I caratteri specifici del marxismo, come sono stati esposti fino ad ora, insieme al principio pratico implicito
che impegna i marxisti a subordinare ogni conoscenza teorica al fine dell’azione rivoluzionaria, formano
i tratti fondamentali del materialismo dialettico marxiano grazie ai quali si distingue dalla dialettica
idealistica di Hegel. La dialettica di Hegel, il filosofo borghese della restaurazione, elaborata da lui fin nei
più piccoli dettagli come strumento di giustificazione dell’ordine sociale esistente, con una moderata
concessione ad un possibile «ragionevole» progresso, venne trasformata materialisticamente da Marx dopo
una accurata analisi critica in una teoria rivoluzionaria non solo nel contenuto ma anche nel metodo. La
dialettica trasformata e applicata da Marx dimostrò che la «ragionevolezza» della realtà esistente asserita da
Hegel su basi idealistiche possedeva solo una razionalità transitoria che, nel corso del suo sviluppo, risultava
necessariamente «irragionevolezza». Questo stato irragionevole della società sarà a suo tempo
completamente distrutto dalla nuova classe proletaria che, facendo propria la teoria e usandola come arma
della sua «pratica rivoluzionaria», attacca alla radice la «irrazionalità capitalistica».
 
A causa di questo mutamento fondamentale nei suoi caratteri e applicazione, la dialettica marxiana che  –
come giustamente nota Marx – nella sua forma «mistificata» hegeliana è diventata di moda tra i filosofi
borghesi, era ora «scandalo e orrore per la borghesia e i suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione
positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso,
la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del
movimento, quindi anche dal suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e
rivoluzionaria per essenza» (8).
 
Come tutti i particolari aspetti critici, attivistici e rivoluzionari del marxismo sono stati trascurati dalla
maggioranza dei marxisti, analogamente è avvenuto per l’intero carattere della dialettica materialista di
Marx. Anche i migliori di loro hanno ripristinato solo parzialmente il suo principio critico e rivoluzionario.
Dinanzi all’universalità e profondità della crisi mondiale attuale e alla crescente sempre più acuta lotta di
classe proletaria, che supera in intensità ed estensione tutti i conflitti delle fasi precedenti dello sviluppo
capitalistico, nostro compito è dare alla nostra teoria rivoluzionaria marxista forma ed espressione adeguate e
allargare con ciò e attualizzare la lotta rivoluzionaria proletaria.

NOTE:

1. A.L.Williams, What is Marxism?, London, 1933, p.27.


2. L.Rudas, Dialectical Materialism and Communism, London, 1934, pp.28 e 29. «Né Marx, né Engels,
né Lenin hanno mai detto che il processo dialettico opera nella società con l’antagonismo delle classi
[…]. Gli antagonismi di classe sono una forza motrice nella società di classe in quanto e solo in
quanto sono l’espressione, il risultato della contraddizione decisiva della società classista […]. Una
volta eliminata questa contraddizione […] rimane contraddizione ma assume un’altra forma. Così ad
esempio nell’Unione Sovietica i rapporti di produzione socialisti richiedono un alto livello di forze
produttive, un livello più alto di quello ereditato dal capitalismo. Questa è una contraddizione
completamente diversa, anzi inversa rispetto a quella esistente nel capitalismo, ma è una
contraddizione […]. Una volta le forze produttive altamente sviluppate richiedevano lo sviluppo di
rivi sociali; in futuro le più alte relazioni sociali daranno spazio all’ulteriore sviluppo delle forze
produttive».
3. R.Hilferding, Das Finanzkapital, Vienna 1909, pp. VII-IX (trad.it. Feltrinelli, Milano 1972, p.6)
4. Marxism and the Synthesis of Sciences, in Socialist Construction in the Ussr, pubblicato da Voks,
vol.V, 1933, p.11.
5. Nelle sue ultime fasi vengono considerati anche certi fenomeni sociali della società primitiva per
poter tracciare analogie tra il comunismo primitivo (Urkommunismus) e la società senza classi di un
remoto futuro.
6. Cfr. R.W.Postgate, Karl Marx, London, 1933, p.79, e le citazioni riportate da G.D.H.Cole, Guide
Through World Chaos, London, 1932.
7. Da un discorso di Karl Marx tenuto nel quarto anniversario della fondazione del cartista «People’s
Paper», il 14 aprile 1856 e pubblicato il 16 aprile.

 
Korsch si preoccupava del fatto che la teoria di Marx stesse perdendo validità e precisione – come se fosse
stata “volgarizzata” dai dirigenti delle organizzazioni socialiste. La sua opera Marxismo e filosofia fu un
tentativo di ristabilire il carattere storico del Marxismo. Essa inizia con una citazione dell’opera
di Lenin “Sull’importanza del materialismo militante”: Dobbiamo organizzare uno studio sistematico della
dialettica hegeliana da un punto di vista materialistico.
Nella teoria di Korsch, Hegel rappresentava l’ideale progresso della borghesia. Accanto all’estinzione
dell’hegelianismo attorno al 1848, la borghesia aveva perso la propria pretesa di avere un ruolo dominante
nella società, e aveva cessato di essere la classe universale. Lo stesso Marx, avendo trasformato
completamente la filosofia di Hegel, rappresentava il passaggio del testimone della rivoluzione dalla
borghesia alla classe operaia.
Le opinioni di Korsch non erano gradite alla struttura ufficiale del Partito Comunista. Pubblicato
nel 1923, Marxismo e filosofia fu aspramente criticato dal Partito Comunista e da molti opinionisti, tra
cui Karl Kautsky e Grigory Zinoviev. Zinoviev disse: “Se arriveranno altri professori a spiegare al mondo
queste loro teorie, saremo perduti”.
Nei cinque anni seguenti, il partito comunista tedesco cacciò gradualmente tutti i dissidenti. Korsch rimase
all’interno di una corrente detta “La sinistra risoluta” fino alla sua espulsione nell’aprile  1926. Continuò
comunque ad essere un deputato comunista nel Reichstag.
http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Korsch