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LE AVANGUARDIE EUROPEE

Nel primo ventennio del 900 in Europa si affermano le avanguardie che nascono da un
intento di rottura, di intervento attivo in campo ideologico e politico oltre che artistico e
letterario.
Le avanguardie si distinguono anche per l’internazionalità poiché si sviluppano in tutti gli
stati europei e per l’interartisticità in quanto riguardano tutte le forme d’arte e
promuovono un’interazione tra esse. Gli intellettuali che vi aderiscono si organizzano in
gruppi e redigono dei programmi detti manifesti per esprimere con chiarezza i loro principi
non facilmente comprensibili a causa dell’uso di forme linguistiche sperimentali, audaci e
insolite.
Dopo l’espressionismo che non rappresenta una vera avanguardia ma solo una
propensione a essa, si susseguono veri movimenti come il futurismo italiano, il cubo
futurismo russo, il dadaismo e il surrealismo.
Sorto in Italia e poi diffusasi in Europa, il futurismo è la prima delle avanguardie storiche
che darà impulso a quelle successive; come si evince dal primo manifesto scritto da Filippo
Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909, in francese sul quotidiano parigino ‘’Le Figarò ’’,
il futurismo italiano esalta la macchina, la velocità, l’automobile, il treno, la civiltà moderna
e industriale. Tuttavia mentre i futuristi russi insieme all’industrializzazione celebrano
anche la classe operaia e sostengono la rivoluzione socialista, il movimento italiano rifiuta il
socialismo e il femminismo aderendo all’ideologia imperialista; elogia pertanto
l’aggressività, il militarismo violento e la guerra intesa come ‘’igiene del mondo ’’. Marinetti
condanna la cultura del passato e suggerisce di distruggere tutti gli istituti che la
diffondono come le scuole, le accademie, i musei e le biblioteche. Nella prima fase che si
sviluppa dal 1909 al 1912, i futuristi italiani pur essendo influenzati dal simbolismo e dal
verso libero, criticano la poetica romantica e decadente come rivela il manifesto
‘’uccidiamo il chiaro di luna’’ del 1909.
Nella seconda fase compresa tra il 1912 e il 1915, il movimento modifica radicalmente le
modalità di espressione come rivelano tre manifesti: ‘’manifesto tecnico della letteratura
futurista’’ del 1912; ‘’distruzione della sintassi’’ del 1913; ‘’lo splendore geometrico e
meccanico’’ del 1914. Viene abbandonata la tradizionale struttura sintattica dell’enunciato
e formulata la teoria delle parole in libertà che consiste nella disposizione libera dei
sostantivi senza un impianto concettuale nell’uso di uno stile paratattico con frasi brevi,
nell’utilizzo dei verbi all’infinito, della sinestesia, dell’onomatopea nonché
nell’eliminazione della punteggiatura.
Dal 1915 al 1920 il futurismo italiano assume carattere politico appoggiando inizialmente
movimenti anarchici e democratici e in seguito soprattutto il fascismo. Il futurismo italiano
è un fenomeno complesso e contradditorio poiché ammette la mercificazione dell’arte,
esalta la civiltà industriale, l’imperialismo e si oppone al passato pur avallando il
simbolismo e l’impegno militante di guida degli artisti e degli scrittori.
Il suo vero nome è Aron Ector Smit e vive tra il 1861 e il 1928, è un intellettuale, uno
scrittore molto diverso dal letterato italiano tradizionale e questo dipende dalla città in cui
egli nasce e si forma : Trieste che fino alla prima guerra mondiale (1918) non faceva parte
dello stato italiano ma dell’impero asburgico; trieste è una città di confine, crocevia di
popoli e culture diverse in cui convergono la civiltà italiana, quella slava e quella tedesca.
Lo stesso scrittore utilizzando lo pseudonimo di Italo Svevo intende evidenziare, porre in
luce le due culture che confluiscono in lui: quella italiana e quella sveva. Egli è fortemente
influenzato dalla cultura mitteleuropea: dell’Europa centrale e quindi del territorio
asburgico; risente del pensiero di Freud, dell’influenza di Joyce con cui instaurerà un solido
rapporto d’amicizia.
Nasce a Trieste nel 1861 da una ricca famiglia borghese, il padre era un commerciante
austriaco mentre la madre era italiana; entrambi i genitori erano di religione ebraica, fin
dall’adolescenza egli viene spinto dal padre a compiere studi commerciali, dapprima in un
istituto a Trieste e poi in seguito in Germania dove apprende la lingua tedesca; rientrato in
Italia nel 1880 a causa del fallimento dell’attività paterna egli passa rapidamente dall’agiata
condizione borghese alle ristrettezze economiche ed è costretto a trovare un impiego
presso una banca di Trieste. Intanto affiorano il suo interesse e la sua passione per la
letteratura che lo inducono a leggere le opere dei grandi romanzieri francesi come Balzac,
Flobert, Zolà. In questo periodo egli si avvicina al naturalismo , al positivismo in ambito
filosofico e letterario mentre politicamente al socialismo. In questo periodo scrive sulla
rivista ‘’critica sociale’’; intanto egli scrive il suo primo romanzo pubblicato con il titolo
‘’Una vita’’ e con lo pseudonimo di Italo Svevo usato per la prima volta.
Nel 1892 muore il padre e in quello stesso anno egli inizia una relazione con la cugina Livia
Veneziani che sposa nel 1896; il rapporto con Livia Veneziani è causa di un profondo
disagio e malessere per lo scrittore in quanto la donna è figlia di un ricco imprenditore
proprietario di una fabbrica che produceva vernici per navi.
Nel 1898-99 egli lascia il suo impiego presso la banca triestina, dopo 19 anni, ed entra a far
parte dell’azienda della famiglia Veneziani, questa scelta è accompagnata dalla decisione di
distaccarsi dall’attività letteraria anche se dal 1899 al 1918 egli continua a scrivere opere
letterarie e teatrali sebbene non vengano pubblicate. In questi anni egli si dedica
soprattutto al lavoro, alle dipendenze dell’aziende di proprietà del suocero, compie molti
viaggi all’estero e perfeziona il suo inglese; conosce a Trieste Joyce frequentando il corso di
inglese che tra il 1906 e il 1907 egli teneva in città e instaura con lui un rapporto di amicizia
molto forte. Influenzato da Joyce si avvicina al pensiero di Freud, il padre della psicoanalisi.
Durante la prima guerra mondiale con la sua abilità nel campo degli affari fa in modo che
l’azienda Veneziani non subisca conseguenze economiche negative riuscendo anzi a
incrementarne i guadagni.
Nel 1919 vi è la ripresa dell’attività letteraria con la stesura del suo capolavoro ‘’ la
coscienza di Zeno’’ che inizia a scrivere nel 1919 e pubblica quattro anni dopo nel 1923.
In seguito l’opera viene conosciuta anche in Francia con l’aiuto di Joyce che nel frattempo
si era trasferito a Parigi e viene successivamente pubblicato in lingua francese.
Nel 28 egli muore dopo un incidente stradale.

Svevo è coevo di d’annunzio in quanto è vissuto nel suo stesso periodo però è
estremamente diverso da lui per una serie di aspetti che riguardano l’ideologia, la
concezione della vita, dell’opera letteraria e anche lo stile utilizzato difatti d’annunzio crea
una corrispondenza tra arte e vita e fonda quest’ultima su criteri estetici mirando alla
spettacolarizzazione della vita, inoltre per d’annunzio l’opera letteraria è considerata come
artificio e come espressione della condizione privilegiata dell’artista da lui visto
anacronisticamente come poeta vate, come detentore dell’antica aureola; egli inoltre mira
al sublime e alla rappresentazione di una realtà raffinata, aristocratica. Svevo invece ha
ormai accettato il declassamento dell’artista, non tende al sublime ma al basso,
rasentando persino l’umoristico, il comico, inoltre la vita da lui non è concepita come
artificio ma come svolgimento interiore e la letteratura è da lui vista come una sorta di
scrittura privata con una funzione quasi terapeutica ( la coscienza di Zeno è un racconto
che il protagonista fa della propria esistenza su indicazione del proprio psicoanalista
funzione terapeutica). Mentre d’annunzio è ancora uno scrittore ottocentesco e
rappresenta la fine di un’epoca, con Svevo invece se ne inizia un’altra e si apre la strada
alle avanguardie novecentesche, al tempo stesso però egli si differenzia anche da queste
ultime (avanguardie) e in particolare dagli intellettuali che aderiscono alle tendenze
espressioniste e le esprimono attraverso la rivista ‘’la voce’’, sono i cosiddetti ‘’vociani’’
poiché mentre questi ultimi si oppongono ai generi letterari tradizionali, tra cui il romanzo,
Svevo non lo rifiuta ma lo rinnova radicalmente, difatti i protagonisti dei suoi romanzi non
sono più personaggi statici, ben definiti ma sono personaggi problematici, estremamente
complessi inoltre come accade nel romanza ‘’la coscienza di Zeno’’ la narrazione si fonda
sulla sfera dell’inconscio; svevo rappresenta il padre, il fondatore del romanzo
novecentesco e d’avanguardia italiano e dev’essere anche considerato il primo scrittore
italiano interamente europeo perché egli recepisce tutte le novità narrative provenienti
dall’Europa (da scrittori come Mosille, Joyce, Proust)

La produzione letteraria di Svevo si fonda su una base culturale molto ampia composta da
spunti tratti da autori diversi e anche antitetici, in contrapposizione tra loro; egli instaura
con i grandi maestri della filosofia e della letteratura un rapporto critico in quanto non ne
accetta integralmente il pensiero ma soltanto alcuni aspetti o alcune teorie, punto di
riferimento fondamentale per svevo fu il filosofo Schopenhauer del quale egli respinge il
concetto di noluntas, di rinuncia alla volontà, di repressione degli impulsi vitali però accetta
invece la concezione della pluralità dell’io, del soggetto non come unità ma costituito da
tanti stati in un libero fluire da Schopenhauer egli trae la tendenza a smascherare gli
autoinganni che i personaggi dei suoi romanzi si costruiscono per nascondere a se stessi le
reali motivazioni delle proprie azioni, per crearsi degli aliby, mettere a tacere i sensi di
colpa e sentirsi innocenti. Inoltre svevo risente dell’influenza di Nietzsche di
cui respinge però la deformazione dannunziana, la teoria superoministica e lo slancio
dionisiaco ma accetta invece la critica ai valori borghesi.
Molto complesso è il rapporto con Freud in quanto egli utilizza la psicoanalisi come
strumento di conoscenza per indagare le ambiguità e le tortuosità della psiche umana e
quindi anche come tecnica narrativa mentre la rifiuta come terapia, ciò accade anche
perché svevo non intende portare i nevrotici, i malati alla salute, egli ritiene i malati
superiori rispetto ai cosiddetti ‘’normali’’ poiché la nevrosi deriva da un non adattamento
alle convenzioni e alle regole della società borghese che svevo ritiene alienante; egli
difende l’inettitudine, il malato, il diverso perché è l’unico in grado di resistere a
quell’alienazione dell’individuo legata all’adesione alle regole imposte dalla società
borghese. L’inetto, colui che non è integrato nella società borghese è colui che non ha
soffocato i suoi impulsi vitali, i suoi desideri che vengono invece repressi dalle regole
imposte dalla società borghese. Svevo considera soprattutto nelle ultime opere (non nei
primi due romanzi) la letteratura e la scrittura come una forma di salvaguardia e di
recupero della vita. Egli nel romanzo ‘’le confessioni del che scrive intorno al
1928 e che resta incompiuto, teorizza la letteraturizzazione della vita; egli afferma che
soltanto attraverso la scrittura l’esperienza vissuta può non considerarsi morta e soltanto
attraverso la letteratura e la scrittura, l’individuo può dare spazio ai suoi impulsi vitali, ai
suoi desideri che invece vengono soffocati nella realtà dalle convenzioni borghesi.
Svevo per la formazione della sua poetica risente dell’influenza di scrittori realisti come
Flaubert, naturalisti come Zola e questa influenza è presente soprattutto nei primi due
romanzi ‘’una vita’’ e ‘’senilità’’ in cui utilizza delle forme narrative tradizionali; inoltre
l’influenza degli scrittori naturalisti e realisti è presente nei primi due romanzi anche nella
critica che egli rivolge ai protagonisti che hanno caratteristiche romantiche, sono dei
sognatori poco ancorati alla realtà. Egli nell’ultimo periodo risente anche dell’influenza di
Freud e Joyce, tuttavia l’influenza di Joyce è limitata all’ambito culturale poiché egli lo
spinge ad analizzare l’inconscio come fa anche la lettura delle opere di Dosteiewski però la
tecnica narrativa usata da svevo nell’ultimo romanzo è molto diversa da quella utilizzata da
Joyce nell’ Ulisse infatti nella coscienza di Zeno l’autore fa ricorso alla confessione mentre
Joyce utilizza nell’Ulisse la tecnica del flusso di coscienza. Ù
STUDIARE DA PAG 738 A 743, PAG 744 LEGGERE IL TESTO ‘LA LETTERATURIZZAZIONE
DELLA VITA’’ , SCHERMA PAG 743
Svevo è autore di tre romani, i primi due sono ‘’una vita’’ e ‘’senilità’’ pubblicati
rispettivamente nel 1892 e nel 1898 mentre l’ultimo romanzo viene dato alle stampe
molto tempo dopo ossia nel 1923 ‘’la coscienza di Zeno’’. I primi due romanzi sono molto
simili tra loro e pertanto per diversi motivi si contrappongono all’ultimo. In tutti i romanzi
sveviani vi è il tema dell’autoinganno e degli alibi che il protagonista si crea per nascondere
a se stesso la verità e le proprie paure mettendo a tacere la propria coscienza, tuttavia
mentre nei primi due romanzi è il narratore esterno alla vicenda e che la racconta in
maniera oggettiva, a smascherare gli autoinganni del protagonista, nell’ultimo romanzo
invece questa rivelazione avviene in maniera meno chiara e diretta ma più complessa e
sottile, difatti l’ultimo romanzo si differenzia dai primi due anche perché non vi è la
narrazione oggettiva delle vicende condotta da una voce narrante esterna né vi è la
contrapposizione tra il punto di vista del narratore e quello del personaggio principale
poiché personaggio e voce narrante coincidono in quanto la storia del protagonista è
raccontata da egli stesso in prima persona attraverso la sua confessione
Nei primi due romanzi è evidente l’influenza del naturalismo poiché essi vengono
composti negli anni ’90 quando questa corrente letteraria era ancora influente, inoltre è
anche lampante la diversa condizione dell’autore che si riverbera/riflette nelle prime due
opere e nell’ultima, difatti in tutti e tre i romanzi i protagonisti sono degli inetti ma mentre
nei primi due appartengono al ceto piccolo borghese parallelamente alla condizione di
Svevo che in quel periodo era impiegato presso una banca di Trieste, l’inetto dell’ultimo
romanzo è invece un uomo dell’alta finanza che risulta essere una sorta di alter-ego
dell’autore che alla fine dell’800 aveva compiuto un salto di classe divenendo manager e
dirigente di una grande industria qual era quella di vernici per navi di proprietà della
famiglia Veneziani alla quale apparteneva la moglie.
UNA VITA
Nel primo romanzo ‘’una vita’’ protagonista è Alfonso Nitti, un intellettuale dotato di
grande cultura che vive con frustrazione e senso di alienazione il lavoro in banca monotono
e ripetitivo che egli è costretto a svolgere; egli si ritiene superiore a coloro che lo
circondano tuttavia a causa della sua inettitudine e dell’incapacità di imporsi egli risulta
sconfitto difatti nonostante avesse iniziato una relazione con Annetta Maller, figlia del
proprietario della banca, il protagonista preferisce fuggire invece di cogliere l’ottima
occasione che gli si era presentata di mutare la propria cognizione sociale, pertanto egli si
reca a far visita alla madre morente senza dare più notizie di sé ad Annetta; rientrato poi
sul posto di lavoro egli subisce un declassamento ed è costretto ad accettare il
fidanzamento della donna con Macario, un giovane molto diverso da lui poiché più
energico e intraprendente. La lettera da lui indirizzata ad Annetta per chiarire le sue ragioni
viene interpretata come tentativo di minaccia e ricatto e pertanto per non fronteggiare il
fratello della donna che lo aveva intanto sfidato in duello, egli preferisce rinunciare a
vivere e a lottare suicidandosi.
In questo romanzo vi è l’influenza del naturalismo e del verismo poiché quest’opera
narrativa con la descrizione dettagliata della realtà della banca può annoverarsi nel genere
del romanzo d’ambiente. Inoltre in questo romanzo l’autore critica attraverso il
personaggio principale il ruolo dell’intellettuale che ritiene superiore e lo rappresenta
ormai declassato e privo di quella funzione privilegiata che ricopriva nell’estetismo
decadente.
In questo romanzo compare la figura dell’intellettuale, inetto, di estrazione piccolo
borghese che sarà centrale in tutta la narrativa del primo 900 come è testimoniato anche
dal romanzo ‘’il fu mattia pascal’’ di Pirandello; inoltre già in questo primo romanzo appare
il giudizio critico di Svevo che investe sia il protagonista che il suo rivale Macario senza
però che l’autore suggerisca un’alternativa ideologica .
Nel primo romanzo compare già, attraverso il personaggio del proprietario della banca: il
vecchio Maller, la figura del padre che inibisce maggiormente il protagonista aggravando il
suo senso di inettitudine.
T1 PAG 747
Questo capitolo lo scrittore triestino pone in contrapposizione il protagonista Alfonso Nitti
e il suo rivale Macario molto diverso da lui poiché spavaldo e sicuro di sé. Le due diverse
personalità emergono chiaramente durante una gita in barca poiché mentre Alfonso è
pronto a rinunciare a causa del forte vento, Macario si mostra invece temerario e insiste
per compiere quell’uscita in barca. Durante i momenti trascorsi con Alfonso, Macario
vedendo i gabbiani nutrirsi dei pesci si abbandona a una riflessione sulla vita che risente
fortemente della teoria dell’evoluzione e della selezione naturale di Darwin difatti Macario
afferma che i gabbiani pur avendo un cervello piccolo, riescono, con il vigore delle proprie
ali, ad imporsi sui pesci nutrendosi di loro.
Questa considerazione ha un valore metaforico poiché Svevo intende dar voce attraverso
le parole di Macario al declassamento e alla condizione d’inferiorità dell’intellettuale che
deve soccombere difronte alla forza. Svevo inoltre mostra di risentire anche dell’influenza
di Schopenhauer poiché ritiene che la condizione degli uomini sia immutabile e che le ali,
se non si possiedono dalla nascita, non si possono acquisire in seguito, dal filosofo egli trae
anche la concezione degli uomini divisi in due distinte categorie: predatori/lottatori da una
parte e prede dall’altra.
STUDIARE DA PAG 745 A PAG 750
La coscienza di Zeno, registrazione 18/05
Il romanzo viene pubblicato nel 1923, molti anni dopo Senilità in uno scenario
profondamente mutato non solo per l’autore, divenuto intanto un dirigente d’industria di
successo ma anche per la cultura dato che il positivismo e il naturalismo risultano
surclassati dalla psicoanalisi, dalla teoria della relatività nonché dalle avanguardie letterarie
e artistiche.
All’apertura di Trieste alle moderne tendenze europee si deve la conoscenza della
psicoanalisi da parte di Svevo e l’uso di essa nel suo romanzo prima che si diffondesse nel
resto d’Italia. L’opera è tipicamente 900esca per il tema dell’inettitudine già presente in
Una vita e in Senilità ma innovativa perché incentrata non su un individuo ma sulla sua
interiorità. La tecnica ottocentesca e naturalistica impiegata nei primi due romanzi,
caratterizzata da un narratore esterno e da focalizzazioni interne ai personaggi viene
sostituita da una impostazione auto diegetica (il narratore è anche il protagonista della
storia da lui stesso raccontata) poiché la narrazione è condotta dal protagonista mediante
un ordine non cronologico ma tematico.
L’intreccio tipico del romanzo tradizionale, imperniato sul racconto oggettivo e lineare
degli eventi viene soppiantato dal monologo interiore e da memorie che si sviluppano in
sette capitoli riguardanti legami problematici nella vita e nella psiche del protagonista-
narratore, i rapporti con il vizio del fumo, con il padre, con la moglie, con l’amante e con la
stessa psicoanalisi.
Con tale testo Svevo si impone come scrittore modernista avvicinandosi al romanzo
sperimentale europeo di Proust e Joyce. Al memoriale scritto per fini terapeutici da Zeno
Cosini su sollecitazione del Dottor Esse lo scrittore friulano antepone una prefazione
fingendo che fosse stata redatta dallo psicanalista. In essa il medico spiega di aver
pubblicato l’autobiografia del suo paziente per vendicarsi della sua decisione di
interrompere la cura e afferma che nella sua ricostruzione il malato mescola verità e
menzogne. La prefazione è significativa perché fa comprendere al lettore l’inaffidabilità del
nevrotico che tende a rimuovere gli eventi traumatici e costruisce degli alibi ma anche
dello stesso psicanalista che appare come una figura caricaturale in quanto non rispettoso
del codice deontologico, difatti invece di tutelare il proprio paziente si vendica
pubblicandone il testo senza consenso, cerca di trarne profitto dalla vendita e non si
attiene rigorosamente al metodo di Freud. Dalla scarsa attendibilità delle due voci narranti
e dei due opposti punti di vista deriva l’indefinitezza del testo che pertanto appare affidato
alle personali interpretazioni critiche del lettore. Decadono la veridicità e l’oggettività dei
fatti su cui si basava il romanzo naturalista.
Il titolo stesso appare enigmatico e aperto a varie accezioni poiché il termine coscienza può
assumere un significato morale o essere inteso come consapevolezza razionale, ma al
contempo, essendo riferito a un nevrotico, che per la malattia da cui è affetto tende a
mentire e a nascondere potrebbe avere anche valore ironico alludendo in realtà
all’incoscienza o alla falsa coscienza di Zeno.
LEGGI LA PREFAZIONE
La coscienza di Zeno è un romanzo singolare e innovativo poiché ha un carattere
ambivalente, ambiguo, inoltre non vi è una critica diretta da parte dell’autore verso gli
aspetti familiari e sociali che emergono dalla narrazione ma mediante delle scelte formali.
Inoltre alle tecniche narrative adottate in questo romanzo si deve anche il suo carattere
aperto, indefinito difatti la narrazione è affidata a due narratori che sin dall’inizio appaiono
inaffidabili poiché uno è un nevrotico che per la malattia da cui è affetto tende a mistificare
e a mentire mentre l’altro è uno strano psicoanalista molto discutibile sia per la personalità
che per la professionalità pertanto il lettore è indotto sin dall’inizio ad assumere un
atteggiamento critico e a decodificare soprattutto le affermazioni del protagonista Zeno
Così. Svevo non interviene mai per giudicare i personaggi né i fatti e non esprime alcuna
opinione anche sulla vita e sull’esistenza. Manca nell’opera un’ideologia precisa come
traspare dall’affermazione del protagonista che definisce la vita ne brutta ne bella. L’opera
è dunque caratterizzata da ambiguità, ambivalenza e anche dall’ironia. La coscienza di
Zeno si presenta più come il racconto dell’origine e dello sviluppo della malattia del
protagonista che come una autobiografia; difatti nell’opera manca una narrazione delle
vicende della propria vita secondo un ordine cronologico come avveniva nelle opere
autobiografiche, nei romanzi autobiografici ottocenteschi ma vi è l’adozione di un tempo
soggettivo che si potrebbe definire misto in quanto nel racconto del protagonista il passato
ossia il tempo del vissuto, si intreccia al presente che affiora continuamente e che
rappresenta il tempo del racconto. Il protagonista Zeno obbedendo al suo analista
ricostruisce la sua vita per risalire all’origine della sua nevrosi procedendo per tappe
fondamentali della sua esistenza, pertanto egli organizza la narrazione in base a nuclei
tematici e dunque nei diversi capitoli vengono trattati eventi in alcuni casi contemporanei
ma che appartengono a sezioni tematiche diverse. La narrazione di Zeno Cosini è
caratterizzata da un movimento incessante tra passato e presente perché segue
l’andamento della sua coscienza e l’affiorare dei ricordi. Il protagonista narratore
raccontale vicende fondamentali della sua esistenza dopo la prefazione del dottor effe e il
preambolo che costituisce il primo capitolo in cui Zeno pensa di ricostruire la propria
infanzia, nei capitoli successivi egli tratta del vizio del fumo e dei tentativi di liberarsene,
del rapporto con il padre, del proprio matrimonio, del rapporto con la moglie Augusta e
con la giovane amante, della società commerciale istituita con il cognato Guido e infine
nell’ultimo capitolo ‘’psicoanalisi’ dichiara di essere guarito ed esprime il suo odio,
risentimento nei confronti dello psicoanalista.
782- LEGGI PARAGRAFETTO PAG 783 – 784- 802

Nell’ultimo romanzo è trattato il tema dell’inettitudine già affrontato nei romanzi


precedenti ma con una variante poiché il protagonista inetto non appartiene al ceto
piccolo-borghese ma all’alta borghesia commerciale. Zeno Cosini è figlio di un agiato
commerciante e fin dalla giovinezza rivela la sua incapacità di realizzarsi sia nello studio,
poiché cambia continuamente facoltà universitaria senza laurearsi, che nel lavoro. Egli ha
con il padre un rapporto duplice poiché pur nutrendo affetto nei suoi confronti
infliggendoli sofferenze con la sua condotta inconcludente egli rivela una inconscia
avversione nei suoi confronti; a essa è legata anche l’origine del vizio del fumo che
scaturisce dall’uso di Zeno di un sigaro del padre per impossessarsi della sua forza e delle
sue capacità.
In seguito Zeno assistendo il padre agonizzante poiché affetto da un edema celebrale
riceve da lui un potente ceffone che lo turba profondamente poiché teme che il padre
avesse voluto punirlo e viene tormentato dai sensi di colpa. Successivamente, defunto il
genitore, egli ricerca una figura paterna e protettiva trovandola in Giovanni Palpenti, un
ricco imprenditore ed esponente dell’alta borghesia; dall’ammirazione per lui scaturisce la
decisione di sposare una delle sue figlie; anche in questa circostanza Zeno mostra la sua
ambiguità poiché dapprima rivolge la sua richiesta di matrimonio in momenti consecutivi a
due delle figlie di Palpenti ma con la sua condotta impacciata egli induce le due ragazze a
respingerlo. In seguito sposa augusta, la meno avvenente delle sorelle Palpenti, ma che egli
in realtà nel suo inconscio fin dall’inizio aveva scelto come sua moglie poiché affettuosa e
premurosa.
Augusta incarna la salute borghese, la sanità borghese, in quanto ella è una donna dell’alta
borghesia perfettamente inserita in quel contesto sociale e in quel sistema di valori e
principi, al contrario di Zeno che invece nonostante i suoi sforzi non riesce a integrarsi nella
borghesia. Zeno è malato, affetto da nevrosi e attribuisce la sua malattia/ il suo malessere
al vizio del fumo credendo fermamente che smettendo di fumare egli avrebbe raggiunto la
salute fisica, psichica e morale divenendo un prefetto borghese, cerca più volte di smettere
di fumare ma rinvia continuamente questa decisione senza prenderla mai veramente come
dimostrano le continue annotazioni presenti sul suo taccuino dove comprare l’espressione
‘’’ultima sigaretta’’. Egli inoltre intraprende una relazione con una giovane donna di nome
Carla che però si interrompe in quanto quest’ultima non sopportando più di aver accanto
un uomo divorato dai sensi di colpa verso la moglie, lo lascia/abbandona.
Zeno poi per uniformarsi al modello borghese realizzandosi sia in ambito familiare che in
ambito lavorativo, fonda una società con il cognato Guido Speyer che appare il suo
opposto e dunque il suo antagonista in quanto dotato di qualità come la sicurezza e la
spavalderia che Zeno non possiede. Egli ha anche con il cognato un rapporto ambivalente
poiché ostenta un affetto smisurato nei suoi confronti ritenendolo quasi un fratello ma in
realtà nel profondo del suo inconscio egli prova per lui una grande avversione;
quest’ultima si rivela chiaramente il giorno del funerale di Guido morto suicida in seguito a
un fallimento economico in cui il narratore protagonista sbaglia corteo funebre dando vita
secondo Freud a un atto mancato rivelatore degli impulsi inconsci presenti nell’interiorità
di ogni uomo; infine Zeno divenuto ormai anziano decide di sottoporsi alla cura
psicoanalitica presso il dottor Esse e di redigere quel memoriale che costituisce gran parte
del romanzo. Nell’ultimo capitolo intitolato ‘’psicoanalisi’’ Zeno critica fortemente lo
psicoanalista e la sua terapia e afferma altresì di essere guarito poiché in seguito a
fortunati investimenti compiuti durante la guerra egli si era arricchito; nella parte
conclusiva afferma che in realtà vi è una differenza molto sottile tra malattia e salute e che
l’uomo con le sue invenzioni e ideando mezzi di distruzione di massa provocherà la fine
dell’umanità stessa.
TESTO ‘’LO SCHIAFFO DEL PADRE ‘’ PAG 784
Questo capitolo ha grande importanza perché rivela la causa della nevrosi di Zeno ossia il
rapporto conflittuale con il padre che gli mediante il meccanismo che Freud definisce come
‘’della rimozione’’ cerca di nascondere; nel capitolo terzo Zeno racconta un episodio
cruciale della sua vita e della sua malattia, narra infatti che mentre in ospedale assisteva il
padre malato terminale in quanto affetto da edema celebrale, egli nel tentativo di tenerlo
fermo sul letto riceve da lui un potente mal rovescio. Questo episodio, questo gesto crea in
Zeno un profondo senso di angoscia e turbamento poiché egli teme che il ceffone infertogli
dal padre sia non il gesto inconsulto di un moribondo in uno stato di incoscienza ma riveli
la precisa intenzione del padre di punirlo. In questa circostanza egli ripensa al rimprovero
ricevuto dal medico del padre Coprosich che lo aveva accusato di non nutrire affetto verso
il padre per aver richiesto di interrompere la cura dato che sarebbe morto comunque per
la gravità della sua condizione. egli prova senso di colpa perché crede di aver desiderato la
morte del padre. In questa circostanza Zeno riferisce che lo psicoanalista aveva poi
interpretato il rapporto con il padre sostenendo che gli era affetto dal complesso di Edipo
che pertanto lo induceva a desiderare la morte del genitore e di provare invece amore per
la madre. Secondo Freud indipendentemente dalla veridicità dell’interpretazione del gesto
del padre (casuale o intenzionale) l’aver provato un senso di colpa fa di Zeno un colpevole.
Inoltre questo capitolo evidenzia il trauma che quell’episodio aveva provocato nella psiche
del protagonista e che appare ancora vivo in Zeno anziano che lo racconta dopo molti
anni. Da questo testo traspare come svevo utilizzi nel romanzo uno stile poco curato privo
di abbellimenti retorici, molto diretto e talvolta non esente anche da qualche imprecisione,
ciò non rivela la scarsa capacità di scrivere da pare di svevo come qualche critico ha
insinuato ma è frutto di una scelta precisa dello scrittore triestino che punta all’efficacia e
non alla bellezza della forma.
STUDIA DA 783 A 786, LEGGI IL CAPITOLO PAG 806
AUDIO PROF ‘’la vita è una malattia’’
Nell’ultimo capitolo il tempo della storia coincide con quello del presente in cui Zeno ormai
anziano scrive, egli terminata la composizione del memoriale inizia quella del diario, il
protagonista narratore sostiene con entusiasmo e tenacia di essere guarito, tuttavia
l’insistenza e la ricorrenza delle affermazioni ‘’sono guarito’’ e ‘’ sono sano’’ (righi 10 e 12),
l’ammissione di soffrire ancora (righi 14-15) nonché il risentimento verso lo psicoanalista
inducono il lettore a credere il contrario. Zeno dichiara di essere guarito poiché ha
conseguito il successo economico mediante il commercio di oro e incenso, dunque
speculando sulla miseria e sulla guerra.
Al rigo 52 egli afferma altresì che la vita stessa è una malattia in quanto inquinata alle
radici. Attraverso la vicenda e la riflessione del suo personaggio, l’autore intende criticare
l’umanità della sua epoca che per sentirsi guarita e in salute utilizza mezzi di oppressione e
sterminio derivanti dal progresso; emerge la visione pessimistica di Svevo secondo cui la
civiltà contemporanea con il capitalismo, le guerre e le armi di distruzione di massa e
impadronendosi degli spazi, degli alberi e degli animali, ha intrapreso un percorso
evolutivo deleterio e non naturale; difatti mentre nella natura vige la legge del più forte e
della verità, nella società attuale l’uomo ricorre all’inganno e alla violenza e appare forte e
debole al contempo. Evidenti sono le influenze di Darwin per la teoria della selezione
naturale e della lotta per l’esistenza; di Nietzsche per la volontà di dominio dell’individuo;
di Leopardi per la critica al progresso e di Marx per il giudizio negativo sul capitalismo
borghese.
AUDIO ‘’scrittura e psicoanalisi’’
Svevo nei primi due romanzi aveva subito fortemente l’influenza del pensiero di Darwin,
Marx e Schopenhauer poiché avvertiva l’esigenza di un’analisi razionale della realtà basata
sui rapporti tra causa ed effetto. In seguito egli si accosta anche alla teoria psicoanalitica di
Freud, determinante per l’ideazione del suo terzo romanzo. Tuttavia, lo scrittore triestino,
non accetta la psicoanalisi ufficiale, ossia quella delle prime opere di Freud che si fondava
sulla convinzione che vi fosse una distinzione molto netta tra il nevrotico e il sano e che
fosse possibile, individuata la causa scatenante della malattia, ottenerne la guarigione.
Svevo non crede nell’efficacia della teoria psicoanalitica e ciò si evince chiaramente dalla
rappresentazione parodica dell’analista attraverso la figura del dottor Esse; il romanziere
difatti respinge la tesi freudiana secondo cui era possibile risalire alla causa scatenante
della nevrosi individuandola in complessi come quello edipico (diagnosticato dal dottor
Esse a Zeno Cosini).
L’autore friulano accoglie solo in maniera molto marginale e superficiale la psicoanalisi
accostandosi al pensiero dell’ultimo Freud e dunque delle opere più mature poiché
contraddistinte da un maggiore relativismo. Difatti Freud nei suoi ultimi scritti sosteneva
che l’interpretazione dell’origine della malattia psichica fosse molto difficile e perciò fosse
necessaria una stretta collaborazione tra medico e paziente impegnati in un’analisi
continua.
Il relativismo traspare dalla guarigione del protagonista, solo apparente e non reale; Zeno
nel capitolo conclusivo del romanzo associa la sua guarigione al successo economico
ottenuto attraverso speculazioni fortunate e investimenti proficui compiuti durante la
guerra. Seguono una riflessione del protagonista sulla vita vista come una malattia e
inquinata alle radici e una profezia sulla futura distruzione dell’umanità derivata dallo
scoppio di ordigni acquistati, venduti e rubati.
Risulta evidente la critica e la condanna dello sviluppo tecnologico e capitalistico in quanto
deleterio per l’uomo.
PIRANDELLO

Luigi Pirandello vive tra il 1867 e il 1936, è originario di Girgenti che nel ’27 diventa
Agrigento; con lui in Italia vengono introdotte le nuove tendenze moderniste che in Europa
avevano come maggiori esponenti Svevo, Kafka; Joyce .
Pirandello elabora tra il 1904 e il 1908 la poetica dell’umorismo che è espressione della
crisi delle ideologie che caratterizza l’inizio del ‘900 e a cui segue l’affermarsi del
relativismo.
Pirandello rifiuta sia il positivismo e dunque la verità oggettiva basata sulla scienza che la
visione soggettiva che è alla base del romanticismo; in cui l’uomo e il poeta si sente
protagonista del mondo e capace di guidare la società, le masse.
La poetica dell’umorismo è espressione della crisi dei valori, del decadere delle certezze,
che si verifica agli inizi del ‘900 e ha la funzione di evidenziare le falsità, le contraddizioni e
le imposizioni che caratterizzano la vita dell’individuo. La poetica umoristica ha la funzione
di svelare il contrasto tra forma e vita: secondo Pirandello la forma è rappresentata da
tutta quella serie di convenzioni, riti, ideali che l’individuo si impone per dare un senso alla
propria esistenza e che la società stessa lo obbliga a rispettare; la vita invece è quella forza,
quell’impulso che sopravvive nell’individuo nonostante l’oppressione della forma e della
società ma che si manifesta nella mente soltanto nei momenti in cui l’uomo non è
imprigionato nei meccanismi sociali, come ad esempio di notte..
Secondo Pirandello, nella società, non vi sono persone ma personaggi, egli fa una
distinzione tra persone e personaggi.
Le persone non ci sono più, per Pirandello nella società contemporanea e sono quelli
individui caratterizzati da coerenza, in cui pensiero e azione coincidono, ragione e
sentimento collimano ; agiscono per soddisfare i loro desideri.
La società contemporanea secondo lo scrittore siciliano, è piena invece di personaggi ossia
maschere che interpretano un ruolo imposto dalla società e pertanto sono dei padri, dei
mariti, impiegati.
Pirandello inoltre fa un’ulteriore distinzione tra maschere e maschere nude: le maschere
sono coloro che si adeguano ai vincoli imposti dalla società in maniera passiva, mentre le
maschere nude sono coloro che pur non potendosi ribellare a tale oppressione, ne hanno
consapevolezza e assumono un atteggiamento critico, riflessivo; essi diventano dei
forestieri della vita, sono estranei alla vita ossia la guardano se stessi e gli altri dall’esterno
e provano pietà.
Secondo Pirandello proprio la riflessione è alla base della differenza tra umorismo e
comicità, difatti, la comicità è, secondo l’autore, derivante da quell’’’avvertimento del
contrario ’’ ossia dalla percezione che qualcosa(una circostanza, un individuo) è l’opposto
di come dovrebbe essere normalmente e ciò provoca il riso; mentre l’umorismo è, secondo
l’autore, ‘’il sentimento del contrario ’’ ossia la riflessione sulle motivazioni che fanno sì
che un individuo o qualcosa sia l’opposto rispetto a ciò che dovrebbe essere.
La poetica dell’umorismo viene elaborata da Pirandello tra il 1904 (anno in cui pubblica il
fu mattia pascal) e il 1908 che vede la pubblicazione del saggio ‘’umorismo’’; in questo
saggio egli spiega la differenza tra umorismo e comicità utilizzando come esempio quello
della vecchia signora imbellettata. Egli afferma che vedendo una signora anziana truccata
eccessivamente e vestita con abiti giovanili vi è l’avvertimento del contrario che suscita il
riso, mentre, se si riflette sulle ragioni che hanno indotto quella donna a usare quel
‘’travestimento’’ e si scopre che si tratta del tentativo disperato di tenere legato a sé un
marito più giovane, lo scherno e il riso cedono il posto alla compassione e alla pietà.
Secondo Pirandello, l’umorismo è proprio quella partecipazione emotiva, quella
compassione verso le sofferenze dell’uomo; la letteratura umoristica non offre delle
soluzioni ma si limita a rappresentare la crisi dei valori, la perdita delle certezze; i
personaggi principali non sono eroi ma inetti, incapaci di agire.

Pag 619- LA DIFFERENZA TRA UMORISMO E COMICITÀ: L’ESEMPIO DELLA VECCHIA


IMBELLETTATA
Da questo testo emerge lo stile che l’autore utilizza: molto semplice, mirato alla
comunicazione.
Dalle opere di Pirandello e dal fu Mattia Pascal emergono due concezioni circa la nascita
dell’umorismo: secondo la prima concezione, quella legata a una visione ontologica,
l’uomo, per un disagio, un malessere derivante dalla sua natura, è indotto a crearsi degli
autoinganni, degli ideali, convenzioni, per dare una senso alla propria esistenza e dalla
volontà di rivelare la falsità di queste convenzioni e svelare gli autoinganni, sarebbe
derivato l’umorismo; secondo l’altra concezione invece, l’origine dell’umorismo è legato ad
un periodo storico preciso, contraddistinto dalla rivoluzione copernicana, che ha messo in
discussione l’antropocentrismo e tutti i valori in cui l’uomo credeva.
D’ANNUNZIO
LE LAUDI pag 407 a 410
ALCYONE pag 442 a 444
TEMI 446
Testi ‘’’la pioggia nel pineto’’ da 450 a 454
‘’nella belletta’’ 462

AVANGUARDIE E FUTURISMO da pag 520 a 522; da 526 a 528 NO MANIFESTO FUTURISMO

SVEVO
DA 738 a 743; 744; da 745 (no il paragrafo 4 ) a 750
LA COSCIENZA DI ZENO da 774 (no scheda) a 780 (approfondimento accennato da lei nella spiegazione)
Da 782 a 786
Da 804 a 809
n.b. fare bene la prefazione a pag. 778

PIRANDELLO
STUDIA DA PAG 605-606 (PARAGRAFO 1) DA 614 A 619 (ESCLUSE LE SCHEDE SI SOTTO) DA 619 A 620

MARTEDì ALLA 4 ORA


MERCOLEDì ALLA 1 ORA
GIOVEDì ALLA 2, 4 E 5 ORA
VENERDì 4 E 5
SABATO LE ORE NOSTRE