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ESAME DI STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA

Il termine Medioevo fa riferimento a quel lungo periodo della storia della civiltà occidentale che va dalla disgregazione
del mondo antico al configurarsi di una società di tipo urbano. Il concetto di Medioevo nacque dalla riflessione degli
umanisti quattro -cinquecenteschi che giudicavano negativamente i secoli della storia europea seguiti alla caduta
dell’impero romano d’Occidente, vedendoli come un’interruzione della tradizione classica, come un lungo periodo di
tenebre che era stato superato soltanto dalle loro moderne esperienze, tese a ripristinare i valori autentici della
cultura antica. L’accezione negativa del concetto di Medioevo andò accentuandosi nei secoli successivi: prima per
effetto della Riforma protestante, che vide in quell’età il trionfo della Chiesa di Roma e del suo potere temporale; poi
per effetto dell’Illuminismo, che nel secolo XVIII interpretò i secoli del Medioevo come dominati dalla barbarie,
dall’irrazionalità e dalla superstizione religiosa che ostacolavano il cammino dell’umanità verso la ragione. Questa
immagine si è affermata nella comune coscienza culturale ed è penetrata nel linguaggio corrente, dove i termini
Medioevo e medievale mantengono una generica valenza negativa e vengono riferiti ad ogni forma di arretratezza
sociale. È molto difficile fissare i limiti cronologici dell’universo storico medievale. Il punto di partenza si potrebbe
identificare con il crollo dell’Impero romano d’Occidente e la dissoluzione del mondo antico tra i secoli IV e VI d.C. Per
individuare una fine del Medioevo si possono scegliere vari criteri. Se si accetta il punto di vista degli umanisti, la
frattura tra Medioevo ed Età moderna si colloca fra Trecento e Quattrocento, quando operano i primi umanisti italiani,
tra cui Petrarca. Il punto di vista della storia politica si spinge invece più avanti, fino al 1453, data della caduta
dell’Impero bizantino, o al 1492, data della scoperta dell’America. Per ciò che riguarda la storia della letteratura,
questo periodo si caratterizza per due dati determinanti: la presenza di un’ampia unità culturale determinata dall’uso
del latino nei diversi paesi dell’Occidente cristiano; il concreto svilupparsi delle diverse lingue volgari che a poco a
poco frantumano quell’unità e portano alla formazione delle letterature nazionali.

In Italia, la letteratura volgare nasce in un momento di forte espansione della civiltà comunale: un espansione che
riguarda soprattutto l’economia e che conduce molte città italiane, come Firenze, Venezia, Genova e Milano a
diffondere le proprie imprese e i propri commerci all’estero, soprattutto in Oriente. Anche dal punto di vista sociale e
culturale, questo nuovo mondo appare più aperto di quello dei secoli precedenti, disposto a mutazioni e
sperimentazioni. Si accettano convergenze e incroci fra codici diversi e tutto ciò contribuisce, nel secolo XIII, alla
nascita della letteratura scritta in volgare italiano i cui testi però sono in stretto rapporto con i testi in latino, che
continua ad essere la lingua della comunicazione colta e da luogo a una produzione letteraria ancora ricchissima. Si
tratta però di una produzione che circola solo entro gruppi sociali limitati, ovvero i pochi veramente in possesso della
cultura latina, che comunicano sempre meno con le numerose realtà locali e quotidiane. Proprio l’esigenza di
comunicare con quanti non comprendono il latino rende possibile l’inserirsi del volgare anche in ambiti quali la
diplomazia, la politica, la corrispondenza epistolare e la cultura religiosa. Il bisogno di adeguarsi alla vivacità e alla
mutevolezza della realtà sociale contemporanea conducono all’affermazione di una poesia e di una prosa letteraria in
volgare, ma la varietà dei dialetti crea molte difficoltà perché nessun volgare locale ha la capacità di circolare e
diffondersi su tutta la penisola. Comincia così la ricerca di un modello linguistico assoluto che costituirà una costante
nella storia della cultura italiana. Un altro limite che ostacola la piena diffusione del volgare italiano è anche la radicata
presenza di altri volgari romanzi, dotati già di una tradizione letteraria. Ne è un esempio il francese antico, lingua nella
quale sono scritte due tra le opere più importanti della letteratura italiana del secolo: il Tresor di Brunetto Latini e il
Milione di Marco Polo. I principali centri in cui ha luogo l’elaborazione della cultura sono le corti signorili, specie quelle
dei grandi feudatari del nord: i marchesi di Monferrato (Piemonte), i signori della Marca Trevigiana (Treviso), i
marchesi Malaspina nella Lunigiana ( regione divisa tra Liguria e Toscana).

Molto più complessa è però la vita culturale nella Magna curia, la corte meridionale di Federico II, che nella prima
metà del secolo aggrega attorno a sé molteplici forme di sapere ed esperienze di scrittura legate a lingue e tradizioni di
diversa origine. Palermo e la Sicilia costituiscono il vero centro del sistema imperiale di Federico, ma la sua corte è in
continuo movimento poiché segue l’imperatore in tutte le sue imprese militari e diplomatiche. Federico dà impulso
notevole alle conoscenze tecniche e scientifiche e favorisce lo svolgersi di una letteratura poetica latina, di una cultura
araba filosofica e letteraria, di una cultura normanna in lingua d’oil (d’oil*: centro – nord della Francia; d’oc*: centro –
sud),di una cultura greco – bizantina e di una cultura tedesca; ha poi il merito per noi fondamentale di aver sostenuto
lo sviluppo della nuova poesia in volgare siciliano. Facendo convivere tante differenti tradizioni, Federico II intende
dimostrare la straordinaria capacità unificante del proprio potere. Il punto di riferimento per numerose istituzioni
culturali resta la Chiesa, le cui confraternite creano nuovi modi di produzione e di trasmissione della cultura religiosa.
Nei Comuni troviamo invece i palazzi signorili, dove il signore fa della propria residenza una piccola corte, in cui ospita
intellettuali spesso costretti a fuggire dalla loro città per le violente lotte di fazione. Ne è un esempio l’esule Dante, che
all’inizio del secolo XIV fu ospitato da Cangrande della Scala a Verona e Guido da Polenta a Ravenna. Nelle città
rivestono un ruolo importante le università, tra cui predominano Bologna e Padova per i progressi realizzati nel campo
della medicina e del suo insegnamento. Nella società comunale i rapporti civili sono determinati essenzialmente dal
corretto uso della parola all’interno delle istituzioni. Viene perciò riconosciuto un rilievo particolare alla retorica, l’arte
della parola, le cui scuole svolgono un ruolo determinante nella formazione dei ceti politco – amministrativi comunali.
Un forte contributo per lo sviluppo della retorica e della prosa volgare viene dal notaio fiorentino Brunetto Latini,
impegnato nella vita politica della sua città. Brunetto crea la figura dell’intellettuale civile, che fa convergere il proprio
fare letterario con l’esistenza individuale e l’attività politica. L’uomo colto si riconosce così nel modo in cui applica il
suo sapere per intervenire moralmente sul mondo: in ciò consiste il senso dell’insegnamento trasmesso da Brunetto a
Dante, che lo ricorda nel canto XV dell’Inferno. Un altro importante carattere della cultura nel secolo XIII di cui si
hanno pochissime tracce nella documentazione scritta è la poesia popolare e giullaresca, affidata alla tradizione orale.
Caratteristica di questa poesia è la ripetizione di forme e motivi costanti. La sua elaborazione si intreccia con il canto,
la musica e la danza e ha luogo soprattutto durante le feste. I professionisti dello spettacolo sono i giullari, che fanno
da mediatori tra cultura popolare e cultura superiore. Egli infatti si adegua al suo pubblico, che comprende un po’ tutti
gli strati sociali. Le prime espressioni di poesia popolare in volgare sono in Italia molto precoci. Ne è un esempio il
cosiddetto Ritmo laurenziano, conosciuto anche come Cantilena giullaresca. Fu ritrovato in un codice della Biblioteca
Mediceo laurenziana di Firenze. Questo componimento è rivolto ad un vescovo pisano di nome Villano, al quale un
giullare pronostica il pontificato per ottenere un cavallo in dono.

La lirica volgare del Duecento è giunta fino a noi attraverso canzonieri, organizzati sempre a una certa distanza dal
momento della composizione dei testi. L’origine toscana dei manoscritti a nostra disposizione pone notevoli problemi
di interpretazione linguistica: tutti i testi, e in particolare i più antichi testi siciliani, hanno subito una fortissima
toscanizzazione, riconducibile al ruolo di lingua letteraria dominante che il toscano cominciava ad assumere alla fine
del Duecento. Fu Dante, nel De vulgari eloquentia, a dare una prima sistemazione alla storia della lirica del Duecento,
distinguendola in tre momenti: -creazione di una lingua letteraria illustre da parte dei poeti siciliani della corte
meridionale; -svolgimento di una poesia cortese in Toscana, ma in forme stilisticamente confuse e municipali per
opera di Guittone d’Arezzo e dei guittoniani; - ripresa di più adeguate forme illustre nella poesia del bolognese
Guinizzelli e del gruppo fiorentino di Dante e dei suoi amici.

A differenza della lirica cortese in lingua d’oc strettamente intrecciata alla musica in quanto i trovatori provenzali sono
poeti e musicisti, nella lirica italiana si ha un divorzio tra musica e poesia (nonostante riprende temi,schemi e
strutture metriche dalla provenzale). La preminenza attribuita alla scrittura comporta una più sistematica elaborazione
delle forme metriche con strutture più articolate. Le forme liriche essenziali della letteratura italiana sono la canzone e
il sonetto. La canzone è modellata su una forma provenzale e si articola in una serie di stanze, cioè di strofe. Le stanze
hanno in genere una struttura costante, fatta di endecasillabi o settenari e sono sempre seguite da un congedo finale.
Una stanza si compone di una prima parte chiamata fronte e di una seconda parte chiamata coda. Tra la fronte e la
coda può esserci un verso di collegamento, detto chiave; infine il congedo. Il sonetto, a differenza della canzone, è una
creazione tutta italiana e siciliana. Esso è formato da 14 endecasillabi raggruppati in due quartine, che
corrisponderebbero alla fronte della stanza di canzone e in due terzine, che corrisponderebbero alla coda. La nuova
lirica cortese in volgare italiano sorge intorno agli anni Trenta del secolo XIII alla corte di Federico II : gli autori sono
funzionari del governo imperiale; ne è un esempio il celebre Pier delle Vigne, maestro insuperato di prosa aulica. Essi
decidono di trapiantare nel volgare di Sicilia i modelli della lirica cortese provenzale e in questo passaggio vengono
eliminati i riferimenti alla vita cortigiana. La poesia dei siciliani ha essenzialmente una funzione sociale; essa affronta
la tematica amorosa soprattutto dal punto di vista feudale e mette al centro la donna, nobile signora e padrona,da
servire con dedizione. I poeti siciliani individuano nel vedere il tramite principale del rapporto con la donna. La
comunicazione amorosa si svolge attraverso un succedersi di visioni di oggetti fisici che hanno però la valenza di entità
astratte. L’esperienza poetica si configura come esperienza nobilitante in quanto il poeta mette alla prova e accresce il
proprio valore; il suo servire l’amata lo rende socialmente più degno. Il primo e maggiore esponente della scuola
siciliana è il notaio Giacomo da Lentini. Egli esprime con misurata eleganza la gioia, il dolore, il turbamento d’amore,
concentrandosi sulla funzione che tale sentimento assume attraverso l’immagine. Una parodia dell’amore cortese e
del suo linguaggio è il Contrasto di Cielo d’Alcamo. Egli domina perfettamente le formule linguistiche cortesi e utilizza
questa maestria per contrapporre le forme auliche della poesia siciliana a una ambientazione di genere comico. Esso è
costruito come un dialogo tra un giullare e una fanciulla, che prima reagisce duramente al corteggiamento dell’uomo,
ma poi cede alle sue insistenze; il fondo linguistico è siciliano. Quando la morte di Federico II e il crollo della casa di
Svevia determinano la fine della corte meridionale, si ha un vero e proprio trapianto della nuova lirica volgare
nell’Italia comunale e in particolare in Toscana. L’esponente più importante di questa poesia municipale toscana è
Guittone d’Arezzo. Nella sua vasta produzione si possono distinguere una poesia amorosa e una poesia civile e morale.
Nella poesia amorosa Guittone descrive,come i siciliani, l’alternarsi della gioia e del dolore ed esalta la donna come
fonte di ogni virtù. Per i vari poeti che tentavano esperienze analoghe si usa l’etichetta di poeti cortesi siculo – toscani
o di guittoniani ( Bonagiunta Orbicciani, Chiaro Davanzati). I principali centri di produzione furono Lucca, Pisa, Pistoia,
Firenze e Bologna. L’espressione dolce stil novo, che non è una scuola,designa una nuova poesia d’amore di ambizione
intellettuale che taglia i legami con la lirica cortese municipale. Il bolognese Guinizzelli è il padre di questa nuova
poesia, che trova però la sua definizione più articolata a Firenze per opera di Cavalcanti, Dante e altri amici. La
denominazione di dolce stil novo si ricava a posteriori dalle parole che Dante, nel canto XXIV del Purgatorio, fa dire a
uno dei principali esponenti della lirica cortese, Bonagiunta Orbicciani, che espia la sua pena nel girone dei golosi. Di
fronte al rimatore lucchese Dante espone la propria poetica, che collega la scrittura allo spirare di Amore; la poesia per
lui è notazione e trascrizione di quello che Amore ditta dentro: “ I’ mi son un che quando/ amor mi spira, noto, e a
quel modo/ ch’è ditta dentro vo significando”. Nell’ottica di Dante, sono in primo piano la novità dell’atteggiamento e
la funzione di Amore che spira e ditta dentro. Il poeta deve notare gli effetti di quello spirare e definirli in termini
razionali. Il linguaggio dello stil novo crea una comunicazione tra pochi spiriti privilegiati.

Questo gruppo di eletti non si definisce né in una corte regia, né in un contesto municipale. Quindi non hanno una
precisa collocazione sociale ma si riconoscono in una scelta: nella decisione comune di intendere l’esperienza amorosa
e poetica come un valore assoluto che si dissocia dai ruoli sociali. A differenza della signora delle corti e dei castelli
provenzali, la donna dello stil novo appare in circostanze molto più comuni e informali. Il rapporto amoroso è fatto di
fuggevoli incontri ed emozioni che producono effetti sconvolgenti sul poeta, che vede arrestarsi tutte le sue facoltà
fisiche e psichiche. L’obiettivo di questo amore non è la realizzazione di un desiderio, ma la continua tensione verso un
desiderio inafferrabile. Il manifesto dell’amore stilnovista è la celebre canzone Al cor gentil rempaira sempre Amore di
Guinizzelli. Egli pone sempre in primo piano il valore della donna e lo stupore per il suo manifestarsi. L’apparizione
della donna e la sua luce hanno una forza benefica che elimina ogni cattivo pensiero. I due modi con cui la donna si
rivolge all’esterno sono lo sguardo e il saluto e la più alta espressione dell’amore del poeta è la lode che egli fa di lei.
Nella sua poetica Guinizzelli afferma la stretta solidarietà tra Amore e gentilezza, che sono come due diverse qualità
della stessa sostanza determinate dalle influenze che i corpi celesti esercitano sul mondo terreno. Un altro importante
stilnovista è Guido Cavalcanti, di pochi anni più anziano di Dante, suo primo amico e compagno di esperienza umana
e letteraria. La sua poesia estremamente melodica si caratterizza per un accurato lavoro retorico e per la capacità di
creare versi che sanno fissare immagini nel loro subitaneo apparire. Una delle sue canzoni più famose Donna me
prega mostra l’azione dell’amore sulle diverse facoltà dell’anima umana: dalla bellezza della donna l’amore ricava un
immagine astratta che agisce sull’anima e provoca effetti fisici e psichici incontrollabili. La donna è provvista di una
forza quasi magica che costringe il poeta a servire esponendolo anche all’angoscia e alla minaccia della morte. La
poesia di Cavalcanti è fitta di figure, di personificazioni che si intrecciano tra loro. La stessa immagine della donna si
moltiplica in immagini diverse e dappertutto si muovono gli spiriti. Un altro celebre componimento è la ballatetta
Perch’io non speri di tornar giammai dove il poeta, trovandosi fuori dalla Toscana e lontano dalla sua donna, si sente
solo e non fa che pensare a lei. Per inviare un messaggio all’amata, egli si rivolge direttamente alla ballatetta affinché
raggiunga l’amata evitando tutte le altre donne. A lei confermerà che il poeta continua ad adorarla come un fedele
servo. Si sviluppa anche un tipo di poesia giocosa ad opera di Cecco Angiolieri. I suoi sonetti esibiscono un repertorio
di provocazioni: egli si fa beffa del lavoro, dell’onestà, dell’amore, dei valori familiari e della morale. Tre sono i temi
principali su cui ruotano i sonetti dell’Angiolieri: l’amore per Becchina, presentato come parodia dell’amore stilnovista;
l’odio per il padre vecchio e avaro; il bisogno di denaro, visto come unica fonte di felicità.
DANTE ALIGHIERI (1265 – 1321)

Dante Alighieri è il sommo poeta italiano. Con la sua figura, egli sintetizza le tendenze essenziali della letteratura del
secolo XIII e crea allo stesso tempo modelli determinanti per tutta la letteratura italiana. Di solito si ha la tendenza a
porre Dante in relazione con il passato, a sottolineare le radici medievali della sua cultura ma è necessario anche
affermare la forza innovatrice dell’opera dantesca, e in primo luogo della Commedia. Fin dalle prime prove poetiche,
Dante rivela una passione sperimentale che non trova riscontro nei suoi contemporanei. Egli non segue un solo
modello stilistico, ma adotta modi di scrittura diversificati e ciò è ben visibile in una serie di rime legate alla recente
tradizione della lirica amorosa dove confluiscono ancora gli schemi guittoniani e quelli della lirica cortese toscana. Di
poco successive a queste rime sono quelle dedicate a Beatrice, la donna amata da Dante, tra le quali acquista valore la
canzone Donne ch’avete intelletto d’amore, vero e proprio manifesto delle nove rime. È a questo punto che si
affermano i caratteri più originali dello stil novo dantesco, che insiste sul legame tra amore e gentilezza e vede nella
donna un assoluto miracolo, fonte di ogni salute e grazia. La bellezza di Beatrice si riflette nel mondo circostante; essa
è l’annuncio di una salvezza, di un riscatto di quanto di negativo e di non degno c’è nell’esistenza. Beatrice è un
immagine che non può essere ben definita: appare fragile, disincarnata, si muove con gesti essenziali, evocata da un
linguaggio lieve e razionale, talvolta impreciso. Salvo qualche eccezione, le rime di Beatrice furono poi raccolte nella
Vita nuova. In quest’opera, ai testi poetici si accompagna una prosa che narra vicende, descrive situazioni e fornisce
commenti dei testi stessi. L’intento di Dante è di narrare una vicenda autobiografica – quella del suo amore per
Beatrice – e gli interventi in prosa servono a rendere manifesti i complessi significati delle liriche. Dopo la morte di
Beatrice, Dante si immerge negli studi filosofici e teologici. Saranno poi le liriche composte in precedenza a indicargli
una possibilità di salvezza; anzi in esse Dante riconosce chiaramente il proprio destino. Sulla sua storia di uomo e di
poeta l’immagine della donna amata si proietta come una guida sicura. La Vita nuova consta di 42 capitoli. Il titolo
allude alla rivelazione di un esperienza assoluta che da nuovi significati alla vita e la rinnova. La narrazione inizia dal
primo incontro di Dante con Beatrice, quando il poeta aveva 9 anni (in questo modo l’autore intende dare all’intera
vicenda il senso di una predestinazione). Il successivo incontro con Beatrice avverrà 9 anni dopo: Dante riceve allora il
suo saluto. Dopo un sogno, nel quale Amore invita la donna a cibarsi del cuore del poeta, Dante scrive il suo primo
sonetto, concepito come saluto a tutti i fedeli d’Amore. Per qualche tempo, nel timore che si giunga a identificare in
Beatrice la donna amata, Dante corteggia prima una e poi un’altra donna. Beatrice, offesa, nega a Dante il suo saluto.
A questo punto il poeta decide di manifestare apertamente i suoi desideri e, in seguito alla conversazione con una
donna che gli fa avvertire come la sua beatitudine possa trovarsi solo in quelle parole che lodano la donna sua. Così
nascono la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore e i sonetti incentrati sull’esaltazione di Beatrice. Tutta la parte
centrale della Vita nuova insiste sul tema della loda, ma vi sia affacciano anche situazioni dolorose come la morte di
Beatrice, che Dante non narra direttamente. Egli insiste solo sul proprio smarrimento, sul senso di perdita legato
all’assenza dell’amata. Passato un anno dalla morte di lei, Dante inizia a provare interesse per un’altra donna e si
sente in conflitto finché gli appare Beatrice con lo stesso aspetto di quando Dante la vide per la prima volta. Grazie a
questo episodio Dante comprende che è inutile cercare consolazione altrove e comprende quale sia il suo
compito:esaltare la figura di Beatrice di fronte al mondo e trasformare il proprio pensiero in uno spirito peregrino
capace di raggiungere il cielo per contemplarla da vicino. L’opera si conclude con l’accenno a una mirabile visione che
Dante evita di descrivere. Egli afferma soltanto il proposito di non scrivere più di Beatrice finché non sarà in grado di
parlarne più degnamente, dicendo di lei quello che mai non fu detto d’alcuna. Dunque la Vita nuova rimane in sospeso
e troverà il proprio coronamento nella Commedia.

Il Convivio è un’opera in volgare concepita come commento in prosa di canzoni dottrinali. Il progetto originario era
molto ambizioso: prevedeva 15 trattati, di cui il primo introduttivo e gli altri dedicati al commento di altrettante
canzoni. Dante si fermò però ai primi 4 trattati, commentando soltanto tre canzoni. All’interno dell’opera si
susseguono riflessioni e digressioni che spaziano dall’etica alla metafisica, alla cosmologia alla politica. L’intenzione
principale è quella di illuminare e tradurre in termini razionali i significati più indeterminati e allusivi delle canzoni.

Al centro di questa razionalizzazione figurano la filosofia di Aristotele e il pensiero aristotelico del XIII secolo di cui
Dante segue diversi indirizzi. Per quanto riguarda i destinatari dell’opera, Dante si propone di raggiungere un pubblico
vasto, di cui fanno parte anche coloro che non hanno potuto dedicarsi agli studi. Il Convivio fonda così la prosa
filosofica alla prosa volgare. Risulta essenziale anche il rapporto con la prosa latina, da cui Dante ricava una sintassi
assai rigorosa. Il primo trattato, dopo aver definito la scienza come l’ultima perfezione de la nostra anima, giustifica il
fine e il titolo stesso dell’opera: è un convivio che offre a chi ha desiderio di conoscenza una difficile vivanda (le
canzoni), accompagnata da un pane (il commento) che ne illustrerà i significati, facilitandone l’assimilazione. Dante
intende anche prevenire alcune possibili critiche, riguardanti sia il fatto che egli parla di sé e della propria esperienza,
sia la difficoltà dell’opera. Alle vicende autobiografiche egli fa riferimento per difendersi dalle accuse che avevano
segnato la sua condanna all’esilio; quanto alla difficoltà, essa è giustificata dall’intenzione di dare all’opera più
autorità. Un’ altra critica potrebbe riguardare anche l’uso del volgare. Dante accetta che il latino sia una lingua nobile e
perpetua, ma sceglie il volgare per allargare la cerchia dei lettori. Il secondo trattato fa da commento alla canzone Voi
che ‘ntendendo il terzo ciel movete, e si apre con una definizione dei diversi sensi che può assumere la scrittura
(letterale,allegorico,morale,anagogico). Il terzo trattato commenta la canzone Amor che ne la mente mi ragiona, che è
una lode della donna gentile, allegoria della filosofia. Il quarto trattato commenta una canzone dottrinale Le dolci
rime d’amor ch’i solia. Dopo aver giustificato l’abbandono delle rime d’amore, Dante prende posizione nella disputa,
piuttosto accesa nel Duecento, sulla nobiltà, che egli definisce seme della felicità messo da Dio nell’anima ben posta, e
analizza il concetto di autorità imperiale. All’interno del Convivio notiamo che il sapere, secondo il punto di vista
aristotelico, è la manifestazione più alta di quel bisogno di perfezione che realizza la vera felicità dell’uomo. Dante
lasciò interrotto il Convivio quando ebbe l’idea di scrivere un opera del tutto diversa, la Commedia, dove il cammino
verso la perfezione si realizza non attraverso la riflessione filosofica ma con la poesia. Contemporaneo al Convivio è il
De vulgari eloquentia (Sull’eloquenza volgare), che dà uno sviluppo sistematico alla digressione sul volgare svolta nel
primo trattato del Convivio. L’opera non ha intenti divulgativi, ma ricorrendo allo strumento linguistico preferito dai
dotti (la retorica), ha lo scopo di convincerli del valore della lingua volgare. Il progetto originario del De vulgari
comprendeva almeno 4 libri, con l’analisi delle possibili forme di uso letterario del volgare. Ma Dante interruppe
bruscamente l’opera al capitolo XIV del secondo libro per dar vita al progetto della Commedia. Il trattato è impostato
sulla questione di una lingua italiana unitaria, questione che ha provocato discussioni secolari. Il primo libro inizia
affermando il carattere naturale della lingua volgare, in quanto appresa spontaneamente fin dall’infanzia; per questa
sua naturalità il volgare è dichiarato più nobile del latino, che è invece una lingua artificiale. Per giustificare la sua
mutata posizione (rispetto a quella del Convivio), Dante traccia una rapida storia delle lingue umane. La lingua del
primo uomo, Adamo, fu a lui attribuita dalla grazia divina e si conservò, come lingua sacra, presso il popolo ebraico,
anche quando, in seguito alla punizione che Dio inflisse agli uomini per aver edificato la torre di Babele, si formò una
molteplicità di lingue in continua trasformazione. Quella propria dell’Europa meridionale si distinse poi in tre lingue
diverse ma vicine, che permettono di parlare di un idioma triforme: la lingua d’oil, la lingua d’oc e la lingua del sì. Dopo
aver definito le caratteristiche di queste lingue, Dante si chiede quale possa essere tra questi il più illustre, ma nessuno
gli sembra in grado di elevarsi a questo rango. Il volgare illustre deve essere anche cardinale, cioè cardine comune di
tutti gli altri volgari; aulico, tale da poter essere parlato in una vera aula, cioè reggia, italiana, se questa esistesse;
curiale, perché le sue regole andrebbero elaborate dalla curia d’Italia, riunita attorno a un sovrano. Mancando però
queste condizioni, il valore unitario del volgare può manifestarsi solo grazie all’opera degli scrittori, che costituiscono
una curia ideale anche se fisicamente dispersa. Partendo dal presupposto che la poesia sia superiore alla prosa, nel
secondo libro Dante tratta dell’uso del volgare illustre nella poesia. La forma più nobile e degna appare quella della
canzone, il cui stile va costruito imitando il rigore tecnico dei poeti latini. Seguendo la distinzione tradizionale fra stile
tragico, comico ed elegiaco, Dante afferma che al volgare illustre della canzone conviene lo stile superiore, cioè quello
tragico; mentre alla commedia, genere inferiore, conviene il volgare sia mediocre sia umile, e all’elegia, stile della
miseria e della disperazione, soltanto il volgare umile. Con la Monarchia, trattato in latino suddiviso in tre libri, Dante
interviene nella polemica politico – giuridica sul rapporto tra Impero e Papato. La sua ostilità al potere temporale della
Chiesa è di vecchia data. Nel coinvolgimento dell’autorità pontificia nella politica mondana egli da sempre riconosce
uno dei motivi principali della degenerazione della vita contemporanea. Con la Monarchia egli intende difendere il
punto di vista dell’autorità civile più ampia e universale, quella dell’Impero.

Il discorso prende l’avvio da principi generali per giungere poi a verità particolari e circostanziate: il procedimento
logico fondamentale è dato dal sillogismo aristotelico, di cui Dante si serve per dimostrare la fallacia delle tesi
avanzate dagli avversari dell’Impero. Il primo libro fa leva sulla necessità della monarchia universale: il fine della civiltà
umana consiste per Dante nell’attuazione di tutte le possibilità dell’intelletto umano; si può tendere a questo fine solo
a condizione di un governo unitario e coerente, in grado di favorire una concordia autentica tra gli uomini e il pieno
esplicarsi del libero arbitrio. Il secondo libro mostra l’origine divina dell’Impero romano. L’unificazione del mondo
antico nel segno di Roma fu voluta proprio da Dio, per farsi che la parola di Cristo potesse diffondersi. Il terzo libro
affronta il problema del rapporto tra i due grandi luminaria dell’umanità, il Papato e l’Impero. Dante confuta le
argomentazioni di quanti sostenevano che l’autorità imperiale fosse subordinata a quella papale per volontà divina e
afferma che l’autorità imperiale deriva direttamente da Dio. L’uomo persegue essenzialmente due fini: la felicità della
vita terrena e quella della vita eterna. Al primo si giunge affidandosi alla conoscenza filosofica, al secondo attraverso la
fede.

Con il titolo Commedia Dante fa evidente riferimento alla tripartizione degli stili tragico,comico,elegiaco di cui tratta
anche nel “De vulgari eloquentia”. Per tragedia intendiamo lo stile superiore,per commedia quello inferiore,per elegia
quello dei miseri. Sempre nel De vulgari eloquentia,inoltre, Dante assegna allo stile tragico la lingua volgare illustre e a
quello comico il volgare mediocre alternato con il volgare umile. Stando all’epistola a Cangrande della Scala,la
differenza fra tragedia e commedia riguarderebbe in particolar modo la diversa materia narrativa: la tragedia è placida
all’inizio,ma paurosa alla fine, mentre la commedia,iniziando da situazioni difficili,termina con un lieto fine. E’ questo il
caso del poema, che inizia dalla situazione paurosa e oscura dello smarrimento nella selva e si conclude positivamente
con la visione di Dio e il ritorno del pellegrino sulla retta via. Il titolo del poema indica quindi uno stile dove il registro
linguistico alto e aulico si incontra e coesiste con quello basso e realistico. La ricercatezza linguistica e i latinismi si
mescolano ai volgarismi e alla rime aspre prevalenti nei canti infernali. Nel 1294 Dante concluse la Vita Nuova, il cui
capitolo finale sembra recare un annuncio della futura scrittura della Commedia. Qui infatti si consuma il ritorno
poetico e umano di Dante a Beatrice e questo ritorno coincide anche con la definitiva presa di coscienza del poeta di
aver attraversato una lunga crisi,tradotta all’inizio del poema nelle immagini dello smarrimento. Proprio nel poema
sacro,nei suoi canti centrali, compare Beatrice come personaggio sostituto di Virgilio nel ruolo di guida attraverso il
Paradiso. Dante inizia la composizione del poema quasi certamente nei primi anni dell’esilio. Sulla base di alcuni
documenti Giorgio Petrocchi ha individuato le date di composizione delle tre cantiche: -1304/1308 per l’Inferno;
-1309/1312 per il Purgatorio; -1316/1321 per il Paradiso. L’unicità del poema dantesco risiede nella volontà del suo
autore di rispecchiare in un’opera letteraria, l’intero universo, attraverso la descrizione dei tre mondi ultraterreni,dal
luogo più basso dell’inferno fino alla vetta del paradiso. Il poema è costruito secondo una perfetta armonia e grazie a
simmetrie altamente significative sul piano simbolico. Tali simmetrie sono realizzate a livello macrotestuale nella
divisione dell’opera in tre cantiche,di 33 canti ciascuna più uno -il primo- proemiale. Analogo ordine si coglie a livello
micro testuale nel ricorso alla forma metrica della terzina,fondata sulla ripetizione dinamica del numero 3. Il poema
dantesco descrive e riproduce anzitutto l’ordinamento geometrico del cosmo tolemaico. Al centro dell’universo c’è la
Terra,circondata dalle sfere concentriche dei nove cieli. Essa è il luogo più distante dall’Empireo e da Dio,nelle cui
viscere profonde fu scagliato dall’ira divina Lucifero: il suo impatto con la crosta terrestre ha prodotto il cono
dell’inferno e contemporaneamente della montagna della redenzione, il Purgatorio. Le terre emerse abitate
dell’emisfero boreale hanno al loro centro Gerusalemme,che collega il luogo del sacrificio di Cristo e il monte della
salvazione. E’ in questa cornice che si realizza il valore allegorico del viaggio ultraterreno in quanto Dante pellegrino,in
cerca di salvezza e redenzione,diventa una figura esemplare per il destino dell’umanità. Egli rappresenta ogni
individuo nella condizione terrena e mortale. In tal modo coincide l’aspetto biografico individuale con un valore
universale. Dunque dal punto di vista del genere, la Commedia appartiene alla letteratura allegorico-didattica.
L’allegoria era all’epoca lo strumento atto a esplorare la realtà per riconoscere l’impronta del creatore e la
provvidenzialità in ognuna delle cose create. La storia letterale del poema, quella che viene chiamata la fictio, riguarda
lo smarrimento di Dante personaggio in una selva, e il lungo viaggio attraverso inferno,purgatorio e paradiso grazie al
quale ritrova la dritta via e la salvezza. A questo livello è possibile che la storia alluda a una reale esperienza biografica
dell’autore, a uno smarrimento esistenziale; tanto che il momento della presa di coscienza e l’inizio del viaggio sono
collocati nella primavera del 1300, quando il protagonista ha 35 anni.

Tuttavia il viaggio è anche figura di un destino collettivo: adombra infatti lo smarrimento dell’intera umanità,perduta
nel suo cammino verso la terra promessa; cosi come la data del viaggio, la Pasqua del 1300, possiede un alto valore di
salvezza poiché il 1300 è l’anno del giubileo indetto da Bonifacio VIII. Allo stesso modo Dante rivive il dramma
dell’esodo ebraico, la traversata del deserto di questa vita, il passaggio del Mar Rosso. Infatti il mare,il deserto e
l’immagine del naufrago appena scampato all’annegamento sono al centro del primo canto del poema. Anche Virgilio
e Beatrice appartengono per ragioni diverse appartengono alla biografia di Dante: il primo è l’autore preferito,il
modello letterario; la seconda è la giovane donna fiorentina che aveva ispirato a Dante la Vita Nuova. Al contempo
essi sono anche allegorie. Virgilio è allegoria della ragione, che con il suo fedele consiglio guida verso il limite concesso
all’essere umano e che terminerà il suo magistero alla soglia del paradiso terrestre; Beatrice è invece allegoria della
sapienza teologica, che è tramite verso il soprannaturale. Il viaggio di Dante è un esperienza individuale e collettiva,
che rappresenta il travaglio dell’umanità contemporanea smarrita. La ragione di questo smarrimento collettivo è da
individuarsi nella corruzione delle due istituzioni guida dell’umanità, l’Impero e la Chiesa,alla cui crisi corrisponde il
declino dei valori civili. Le città italiane sono sfigurate. Dunque è chiaro perché il discorso dantesco assuma spesso i
modi dell’invettiva politica verso gli imperatori, dimentichi dei loro doveri e verso gli uomini di Chiesa,incuranti della
dispersione del gregge dei fedeli. Il ricorso alla profezia, affidata ad alcune anime incontrate nel viaggio, consente a
Dante -personaggio di anticipare la drammatica evoluzione che il Dante scrittore vede dispiegarsi sotto i suoi occhi.
Nella Commedia sono dunque disseminate molte profezie post- eventum, che riguardano fatti della biografia
dell’autore o collettivi. Il nucleo del messaggio che Dante si incarica di recare dall’aldilà ai contemporanei risiede
anche nell’annuncio di un misterioso piano provvidenziale secondo il quale i responsabili della catastrofe morale
saranno puniti (l’avida Curia romana,il re di Francia). I papi contemporanei saranno destinati all’Inferno,un cielo nuovo
e una terra nuova sono prossimi all’orizzonte. Dante tornerà dal suo pellegrinaggio con questo messaggio collettivo
inviato da Dio agli uomini. ( anche a Enea e a S. Paolo è stato concesso il privilegio di visitare da vivo le tombe dei
morti). Culmine dell’esperienza biografica e letteraria dantesca, la Commedia è concepita come un opera
totalizzante,una summa del pensiero e della letteratura medioevali. Attraverso l’allegoria figurale, Dante recupera e
valorizza la cultura classica in senso cristiano. Ad esempio i personaggi di Virgilio, di Stazio,di Catone stanno a
significare proprio la rielaborazione degli alti valori umani espressi dalla cultura pre-cristiana,che agli occhi di Dante
culminava nell’ Eneide. L’originalità di quest’opera consiste anche nella creazione di un impianto linguistico e stilistico
inedito ed è per questo che si usano le espressioni plurilinguismo e pluristilismo. La lingua del poema scardina ogni
barriera che la teoria dei trattati linguistici assegnava ai singoli stili, e contemporaneamente si allontana da quell’idea
di volgare illustre,curiale,aulico e cardinale che doveva essere depurato dalle inflessioni dialettali,che lui stesso voleva
ricercare. L’uso del fiorentino,come idioma di base, non esclude dunque l’impiego degli altri dialetti,toscani e non
toscani,del latino,del provenzale. Nella lingua della Commedia di deposita cosi tutta la tradizione letteraria precedente
e quando questa non è sufficiente a esprimere l’inesprimibile entra in gioco la capacità dantesca di creare neologismi.
Ad esempio all’esordio del Paradiso troviamo una delle più note neoformazioni di Dante, quel “trasumanar” che indica
l’ascesa del pellegrino alle sfere celesti e che appunto “significar per verba non si poria”. In questo viaggio Dante si
confronta con una quantità di autori e poeti che sono stati i suoi padri culturali, i classici dell’antichità, gli amici di un
tempo o suoi rivali. Ognuno di questi incontri fornisce a Dante l’occasione per una profonda riflessione critica
dell’autore su se stesso.

FRANCESCO PETRARCA (1304-1374)

Francesco Petrarca nasce ad Arezzo ai principi del ‘300. Egli prende parte alla corte avignonese che si presenta come
un ambiente cosmopolita e moderno e influisce sulla sua formazione. Nel 1327, come data Petrarca stesso, avviene
l'incontro con Laura, l'evento più importante della sua vita. Petrarca assume lo stato di chierico, dandosi alla carriera
ecclesiastica. Successivamente  il poeta affronta diversi viaggi, in particolare Parigi e Roma, città importante per
l'elaborazione del mito della classicità da parte di Petrarca. Quando nasce il figlio Giovanni , decide di comprare una
casa a Valchiusa in Provenza, che diventerà l'epicentro del suo mondo poetico. La sua crescente fama di letterato e
umanista lo porta a un gesto innovativo per l'epoca: si sottopone a un certame poetico, che gli viene fatto dal re di
Napoli, Roberto D'Angiò, che vaglia la sua preparazione umanistica e poetica e lo incorona con l'alloro sul
Campidoglio. Continua i suoi studi di carattere filologico e i suoi viaggi per monasteri e biblioteche alla ricerca di
manoscritti rari di autori classici (sua è la scoperta di alcune epistole di Cicerone e sua è la prima raccolta delle 4
decadi delle Storie di Livio). Il suo metodo di ricerca, il suo studio degli autori antichi e la sua passione per la classicità
rendono Petrarca un precursore dell'Umanesimo. Nel 1348 in Europa scoppia la peste nera. Durante la peste, tra i
conoscenti di Petrarca, muore anche Laura, la donna amata del poeta. Negli anni successivi Petrarca entra in contatto
con nuovi ambienti intellettuali e culturali, a Firenze conosce Boccaccio. L'ambiente della corte pontificia appare al
poeta sempre più soffocante e si stabilisce in Italia, a Milano alla corte dei Visconti, da cui poi si allontana. Ricomincia
un nuovo periodo di peregrinazioni in Veneto e Petrarca si stabilisce a Padova. Petrarca muore per un attacco di
febbre, mentre sta completando l'opera in volgare a cui ha dedicato la vita intera, il Canzoniere.

Petrarca è stato uno scrittore, poeta e filosofo italiano, considerato il fondatore dell'umanesimo e uno dei fondamenti


della letteratura italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il Canzoniere, patrocinato quale modello di
eccellenza stilistica da Pietro Bembo (cardinale,grammatico e umanista) nei primi del '500. Egli ha rappresentato per
tutta la tradizione letteraria italiana un modello essenziale di comportamento intellettuale e un punto di riferimento
fondamentale per moltissimi dei nostri scrittori e letterati. Infatti il sistema linguistico,tematico e simbolico del suo
Canzoniere è stato alla base di tutta la poesia amorosa moderna,in Italia e all’estero;e il suo intervento è stato
determinante anche per la definizione delle forme metriche del sonetto e della canzone. Scendendo nell’analisi
dell’universo petrarchesco, una prima caratteristica che distingue il suo operato è la singolare scissione tra latino e
volgare,due codici letterari distinti e destinati a funzioni diverse. Si parla dunque di un vero e proprio bilinguismo. Alle
opere latine egli affida la propria immagine di scrittore e tenta di imporre questa lingua equilibrata e armonica come
lingua internazionale dei dotti e come veicolo di tutto ciò che conta nella cultura e nella politica europea. Al contrario il
volgare toscano della sua poesia è percepito come lingua pura e assoluta orientata verso l’analisi più acuta dell’anima
individuale. Petrarca fa dunque una scelta opposta a quella di Dante,in quanto quest’ultimo utilizzava il volgare come
espressione dell’esperienza quotidiana. Anche dal punto di vista del lavoro la sua posizione è opposta a quella di
Dante e al suo procedere sperimentale,che faceva di ogni opera scritta lo specchio di una nuova esperienza umana e
intellettuale sempre pronta ad andare oltre. Invece il procedimento essenziale di Petrarca è quello della riscrittura:
egli parte da alcuni testi e ritorna su di essi infinite volte,con aggiunte e nuove stesure. Proprio per queste continue
revisioni non è possibile legare le opere di Petrarca a momenti specifici. Oltre che letterato, Petrarca è stato un grande
filologo e umanista. Infatti la sua scrittura mostra un rapporto profondo con i valori umani della classicità propugnati
dagli scrittori antichi. Secondo Petrarca, bisogna trarre frutto dall’insegnamento di quei grandi scrittori(i cui
rappresentanti più perfetti sono Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia) imitandone la forma,la lingua e lo stile.
L’impegno di Petrarca per il risorgimento dei classici è dovuto anche al fatto che egli avverte quanto il suo presente sia
scarso e lontano da quell’ideale passato,quanto sia caduta in basso la dignità del mondo e quanto siano indifferenti i
contemporanei all’insegnamento dei classici. Inoltre l’umanesimo del Petrarca ha un sostegno essenziale nell’attività
di filologo,che egli svolge ad altissimo livello,in contatto con i maggiori studiosi d’Europa e frequentando le principali
biblioteche religiose in cui spesso egli ha fatto delle vere e proprie scoperte. Possiamo citare ad esempio alcune lettere
di Cicerone ritrovate a Verona. Un’altra caratteristica che rende Petrarca molto rivoluzionario rispetto ai suoi
contemporanei è il cosmopolitismo e il rifiuto delle radici municipali e cittadine. E’ soprattutto la formazione ad
Avignone a porlo subito in una dimensione internazionale. Determinante per la sua formazione di letterato è la
conoscenza del pensiero di Agostino che lo induce a indagare gli abissi della coscienza e le contraddizioni del
comportamento umano. Per quanto riguarda la poetica dello scrittore,distinguiamo: le raccolte epistolari, gli scritti
latini in versi e in prosa, l’opera incompleta I Triumphi e le opere maggiori,ovvero il Canzoniere e il Secretum .

Le raccolte epistolari contengono lettere in latino,scambiate con amici ed esponenti della cultura contemporanea.
Alcune invece non derivano da una corrispondenza,ma sono state elaborate appositamente dall’autore per definire
meglio l’immagine che egli voleva lasciare di sé. Tutte le lettere infatti sono frutto di grande cura letteraria e creano
nel loro insieme un vasto orizzonte di interessi umani,culturali,politici e religiosi. La raccolta più ampia reca il titolo di
Familiares e si compone di 350 lettere che descrivono viaggi e incontri,luoghi e persone. Dalla raccolta furono escluse
19 lettere politiche abbastanza polemiche che avrebbero potuto causare non pochi guai politici ai destinatari,per cui
furono raccolte a parte con il titolo Sine nomine. Nella raccolta Seniles prevale invece il ripiegamento su di sé e
l’amara riflessione sul trascorrere degli anni. A chiudere la raccolta doveva essere un epistola ai posteri, nella quale
egli intendeva presentare se stesso e la propria vita, ma restò incompiuta. L’intreccio tra narrazione autobiografica e
meditazione morale e religiosa trova l’esempio più alto nella lettera a Dionigi di Borgo San Sepolcro, tratta dalle
Familiares, in cui Petrarca narra un ascensione sul monte Ventoso effettuata insieme al fratello Gherardo . La lettera
trasforma l’episodio in un immagine simbolica dell’ascensione dell’anima a Dio,degli ostacoli che si trovano in questa
salita,della necessità dell’indagine interiore rivelatagli da un passo delle Confessioni di Agostino che,una volta arrivato
sulla cima del monte,l’autore avrebbe letto aprendo a caso il volume che portava con sé. “E gli uomini vanno ad
ammirare gli alti monti e i flutti vasti del mare e dei larghi letti dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle,
e trascurano se stessi.”

Gli scritti latini in versi sono perlopiù una possibilità non approfondita perché,andando avanti con gli anni, Petrarca
s’accorse che il suo impegno poetico era indirizzato verso la scrittura in volgare. A questa categoria di scritti risalgono il
poema epico in esametri Africa,letto in parte da Roberto D’Angiò e a lui dedicato. Si tratta di nove libri dove vi si
narrano le vicende della seconda guerra punica,con l’intenzione di esaltare la grandezza della Roma repubblicana e
l’eroe Scipione l’Africano. Un calco delle Bucoliche di Virgilio è il Bucolicum carmen,una raccolta di 12 egloghe. Ci sono
poi le 66 Epistole metrice, poesie soprattutto di corrispondenza e infine i Psalmi penitentiales,preghiere in versi
prosastici. Gli scritti latini in prosa possono essere distinti in tre gruppi: i trattati storico-eruditi, i trattati morali, gli
scritti polemici. Essi presentano alcuni caratteri generali: la passione per la storia antica; la tendenza a concepire la vita
dell’intellettuale come un valore supremo; la necessità di conoscere se stessi e di volgere la conoscenza all’interno
dell’animo umano; l’identificazione della virtus in ciò che è saldo e sicuro; il privilegio attribuito alla poesia tra tutte le
forme di espressione dell’uomo. Il primo gruppo di trattati sono legati all’esaltazione degli eroi e degli antichi. Nei
trattati morali Petrarca si interroga sul rapporto tra la propria prospettiva umanistica e la realtà sociale e collettiva.
Infine gli scritti polemici si legano ad occasioni particolari e segnano con chiarezza il suo distacco da alcuni caratteri
della cultura contemporanea.

Il Secretum, scritto in latino, (Sul segreto conflitto delle mie preoccupazioni) si presenta come un analisi interiore
dell’anima, un confronto dell’autore con sé stesso. Il punto di partenza è dato da un motivo tradizionale della
letteratura moralistica medievale: allo scrittore in meditazione appare una figura femminile, la Verità, per aiutarlo a
uscire dall’errore; a lei si aggiunge subito Sant’Agostino che, in presenza della Verità,inizia un dialogo con
Francesco,articolato in tre libri. Nel primo libro si mette in evidenza la contraddizione che caratterizza l’attaccamento
di Francesco alle cose terrene. Agostino gli indica la via di un’autentica vita religiosa sottolineando l’apparenza del
mondo materiale e la certezza del divino. Ma Francesco non riesce ad affidarsi totalmente alla volontà di Dio e l’unica
cosa di cui crede aver bisogno è la quiete e il silenzio. Nel secondo libro vengono presi in esame i vizi che assediano
Francesco e di cui egli vorrebbe liberarsi: la superbia,l’avarizia,l’ambizione e la lussuria. Ma il più insidioso di tutti è
l’accidia, la tendenza a vedere ovunque ostacoli e fastidi. Nella sottile analisi dei dialoganti questo vizio si pone come
una vera malattia intellettuale che rende impossibile la conciliazione tra l’io dello scrittore e la realtà del mondo che lo
circonda. Nel terzo libro si giunge all’analisi delle due catene a cui Francesco è strettamente legato, cause principali
del suo male: l’amore e la gloria. Francesco rivendica la purezza del suo amore per Laura,immagine dello splendore
divino che gli ha fatto scoprire il proprio valore di uomo e di poeta; ma secondo Agostino quell’amore ha trascinato il
poeta nell’abisso,deviando il suo desiderio da Dio verso una creatura. Anche per quanto riguarda la gloria intellettuale,
Agostino ne mostra la vanità che risiede nel desiderio di farsi lodare da quel mondo che egli disprezza. Può sembrare
che Agostino e Francesco rappresentino due punti di vista opposti ma in realtà essi mostrano due aspetti diversi e tra
loro intrecciati della coscienza di Petrarca. Agostino incarna le sue certezze ideologiche e i suoi ideali morali e religiosi
mentre Francesco rappresenta il suo comportamento reale e il forte attaccamento alle cose terrene. Il dialogo quindi
non è un esame di coscienza ma un conflitto irrisolto tra due poli essenziali della personalità di Petrarca. Al termine del
dialogo con Agostino, Francesco non promette una conversione risolutiva ma solo di impegnarsi ad approfondire la
conoscenza di sé, raccogliendo gli sparsi frammenti della sua anima.

Questa raccolta di frammenti sparsi si realizza nel Canzoniere. Il titolo originale dell’opera era Frammenti di cose
volgari di Francesco Petrarca ma con gli anni i titoli di maggiore diffusione sono stati quelli di Canzoniere,Rime o di
Rime sparse. Si tratta di 366 componimenti, numerati dallo stesso autore e per la precisione:317 sonetti,29 canzoni,9
sestine,7 ballate e 4 madrigali, scritti in tutto l’arco della sua vita. Il senso generale del libro viene definito dal sonetto
iniziale “voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”, che invita i lettori a seguire un percorso che va dal primo giovenile
errore del poeta,dominato da un amore fatto di vane speranze e di dolore, fino alla vergogna per questa schiavitù
amorosa e per la scoperta della vanità delle cose mondane. Queste due fasi spiegano anche la suddivisione interna del
libro: la prima parte, che giunge fino al numero 263, è incentrata sull’amore per Laura ma contiene anche diverse rime
di argomento politico; la seconda parte, che inizia con la canzone “ I’vo pensando, et nel penser m’assale” e termina
con l’invocazione alla Vergine, è caratterizzata dal turbamento dovuto in larga parte alla morte di Laura. E’ bene
precisare che il Canzoniere non è una storia d’amore, bensì un intreccio di situazioni frammentate vissute dall’autore
che creano una gamma di corrispondenze, simmetrie e richiami. Tuttavia Laura è sicuramente la figura poetica
dominante, concepita da Petrarca non nella sua concretezza fisica ma su un piano quasi astratto. Tutto ciò che è
riportato nel libro, atti,gesti,situazioni diventano segni di un esperienza interiore. Vediamo infatti che lo stesso nome
della donna apre la strada a una serie di associazioni simboliche che alludono alla poesia e alle ambizioni culturali del
Petrarca: Laura infatti si identifica con il lauro, la pianta di Apollo e della poesia, la pianta trionfale con cui lo stesso
Petrarca venne coronato poeta nel ’41. Per questo già alcuni contemporanei pensarono che l’amore per Laura e il suo
stesso nome fossero fittizi; ma fu lo stesso Petrarca a rispondere a queste illazioni rivendicando la realtà del suo
amore. Dunque, se anche Laura non fosse un finzione, c’è da dire che Petrarca costruì intorno a questa figura un
proprio sistema simbolico e poetico instaurando anche precise simmetrie cronologiche (legate alla tradizione
stilnovistica). Ne è un esempio la data del suo primo incontro con Laura e la data della morte di lei;la prima avviene il 6
aprile 1327 e la seconda il 6 aprile 1348. Presenta un’ analogia con lo Stilnovo anche l’affermazione del valore che la
donna conferisce al poeta e alla sua poesia. Mentre per Petrarca questo valore è interno all’individuo, per Dante esso
è dato da una superiore forza salvatrice. A differenza di Beatrice, Laura non provoca mutamenti nell’amante; è invece
l’immagine di un desiderio incolmabile che diventa una ragione di vita. Grazie ad essa infatti l’io riconosce sé stesso.
Nel Canzoniere Petrarca semplifica e trasforma tutto il repertorio della lirica amorosa volgare. Infatti i dati psicologico
-fisiologici tanto cari alla poesia stilnovistica vengono ridotti al minimo. E’ invece marcato il carattere contraddittorio
del rapporto con la donna, che è dolce nemica, che consola e distrugge. In questo sistema l’io poetico sospende ogni
rapporto con la vita esterna ma allo stesso tempo è turbato dal forte attaccamento all’effimera bellezza di Laura. Dal
punto di vista linguistico e stilistico c’è da dire che in Petrarca è essenziale la perfezione formale. Utilizza un linguaggio
molto ricercato, dolce e armonico, lontano da ogni immediatezza. Viene rifiutato ogni plurilinguismo e ogni
interferenza .Siamo dunque su un piano opposto a quello dello sperimentalismo dantesco, al suo continuo confronto
tra linguaggi,forme,livelli stilistici diversi: la lingua poetica petrarchesca tende a una forma pura e incontaminata e il
suo lungo lavoro di correzione e perfezionamento dei testi è orientato da questo ideale. Mentre il volgare di Dante si
costruisce per arricchimento, quello di Petrarca opera per riduzione, puntando sulla ripetizione di alcune formule
perfette.

I Triumphi è un poema scritto in volgare e in terza rima, a cui lavorò per circa vent’anni e che è rimasto incompiuto.
Petrarca cerca qui di ripercorrere a suo modo la strada della Commedia dantesca, facendo del suo amore un punto di
riferimento per uno sguardo generale sulla cultura, sulla storia e sul destino dell’uomo. Il poema intende delineare un
processo di ascensione verso una verità sicura e incrollabile, verso l’annullamento dell’umano nell’eternità di Dio. Nel
tracciare la struttura di quest’opera, l’autore seguì lo schema di un recente poema in terza rima dell’amico Boccaccio,
l’Amorosa visione, in cui il processo ascensionale era dato da una serie di trionfi. Nell’opera petrarchesca il primo
trionfo è quello di Amore, che il poeta vede su un carro infuocato, seguito da una processione di amanti celebri:
attratto dall’apparizione di una giovane, anch’egli segue il carro, che giunge Cipro, l’isola di Venere, dove l’autore
viene chiuso in carcere essendo schiavo d’Amore e dei suoi conflitti. Ma grazie alla resistenza di Laura, sull’amore
trionfa la Castità. Su questa si impone però la Morte, che distrugge ogni cosa terrena: viene narrata la morte di Laura
e si descrive un lungo colloquio che ella ha avuto con l’amante mostrandogli la sua beatitudine e ricordandogli il casto
amore che ha avuto per lui. La Morte a sua volta viene superata dalla Fama, e i tre canti ad essa dedicati presentano
una lunga galleria di personaggi illustri in tre schiere, due di grandi uomini d’azione e una d’intellettuali. Viene poi il
Tempo a svelare la vanità della stessa Fama, cancellando con la sua azione ogni clamore delle civiltà umane. Ma, al di
la del rovinoso movimento del Tempo, si afferma alla fine l’immobilità e la certezza dell’eterno in cui ogni turbamento
viene annullato. Questa contemplazione della bellezza eterna è tuttavia anche attesa della bellezza di Laura, che
tornerà intera nella gloria del cielo. Al culmine dell’ascensione si ritrova così l’ultima manifestazione di un amore che,
nonostante tutto, resta legato alle sue origini terrene.

GIOVANNI BOCCACCIO (1313-1375)

Giovanni Boccaccio può ben essere considerato il padre della prosa volgare italiana, e insieme a Dante e Petrarca, il
più importante scrittore del XIV secolo sia in Italia che in Europa. Dopo i primi studi a Firenze si trasferisce a Napoli,
alla corte di Roberto d’Angiò, dove si dedica ai classici latini, alla letteratura italiana e francese e proprio qui vedono la
luce le sue prime opere: il Filocolo, il Filostrato, il Teseida, la Caccia di Diana e le Rime. Durante vari soggiorni a
Firenze compone il Ninfale d’ameto, Ninfale fiesolano, l’Amorosa visione e il Decameron, la sua opera principale. È
proprio negli anni di composizione del Decameron che stringe amicizia con Petrarca e si dedica allo studio dell’opera
dantesca. Negli ultimi anni della sua vita fu infatti incaricato di svolgere, in una chiesa fiorentina, una lettura pubblica
con commento della Commedia di Dante della durata di un anno e morì senza aver portato a termine l’incarico. In
tutta la ricca produzione volgare di Boccaccio si mescolano un atteggiamento cortese, che ha il suo punto di
riferimento nella corte angioina, e un atteggiamento comunale e municipale, che si rapporta alla vita di Firenze. Ma,
muovendo da tali premesse, lo scrittore sa poi allargare lo sguardo all’intero mondo civile contemporaneo. Oltre che
nei suoi scritti, Boccaccio manifesta la sua apertura anche nell’attività di suscitatore di cultura. Egli infatti opera come
un vero mediatore di modelli letterari, dando impulso a un notevole lavoro di trascrizione e diffusione di manoscritti
che va dalle opere della tradizione romanza e popolare a Dante, a Petrarca, ai classici che più interessano nella nuova
prospettiva umanistica. In questo senso, il suo atteggiamento è assai diverso da quello di Petrarca. Egli non pone in
antitesi lo studio dell’antichità e il mondo contemporaneo, anzi aspira a integrare e legare le due prospettive. In
questo modo egli si configura come punto di riferimento essenziale per lo sviluppo dell’Umanesimo municipale
fiorentino. Una caratteristica che accomuna tutte le opere di Boccaccio, sia quelle del periodo napoletano che quelle
del periodo fiorentino, è il destinatario: Boccaccio si rivolge prettamente ad un pubblico cortese, in cui acquistano un
grande rilievo soprattutto le donne. Boccaccio infatti mette sempre in rilievo, nelle sue opere, la bellezza femminile
concentrandosi molto sulla fisicità che sui tratti psicologici. L’unica opera e anche l’ultima in cui capovolge totalmente
la sua concezione della donna è il Corbaccio, una sorta di satira crudele contro l’universo femminile. Una sintesi dei
motivi amorosi, cortesi e classicistici della produzione giovanile di Boccaccio è l’ Elegia di Madonna Fiammetta. In
quest’opera è proprio una voce femminile a prendere la parola, che sotto forma di lettera si rivolge alle innamorate
donne mostrando la propria disperazione per essere stata abbandonata e cerca conforto nella altre donne. Fiammetta
è il grande amore napoletano dello scrittore; essa ci dice del suo amore per un giovane fiorentino, Panfilo (ritratto
dell’autore), che la tradisce lasciando Napoli per tornare a Firenze. Attraverso questo scambio delle parti, Boccaccio
esprime il suo dolore per la perdita di tutto ciò che il solo nome di Fiammetta rappresenta. Con questa struttura si
costruisce il primo romanzo psicologico della nostra letteratura.

La composizione del suo capolavoro, il Decameron, inizia subito dopo la terribile peste che infuriò a Firenze nel 1348.
La parola Decameron è modellata sul greco, riferentesi alle dieci giornate in cui le cento novelle sono distribuite ed è
ricalcata sul titolo di un trattato di Sant’ Ambrogio, Hexaemeron. Con il nascere della stampa, il Decameron divenne
uno dei libri più stampati e diffusi e a ciò contribuì anche il fatto che il Bembo fissò in quest’opera il modello perfetto
della prosa volgare. Successivamente fu censurato e inserito tra i libri proibiti a causa di alcuni passi ritenuti
scandalosi. La narrazione comincia dalla descrizione della città di Firenze in preda alla peste. L’epidemia sconvolge la
città e i pochi sopravvissuti rovesciano tutte le abitudini e i costumi, non prestando più attenzione al pudore e alle
convenienze. La narrazione della peste è una delle maggiori nella storia letteraria. Precedenti furono quelle dello
storico greco Tucidide e del poeta latino Lucrezio nel De Rerum natura. Seguiranno a Boccaccio quelle di De Foe ne La
peste di Londra e di Manzoni ne I promessi sposi.

Nell’opera l’autore parla in prima persona soltanto in tre punti: all’inizio in un breve proemio e nell’introduzione alla
prima giornata, nell’introduzione alla quarta giornata e in una breve conclusione. Per il resto la voce di Boccaccio
tende a mettersi da parte affidandosi ad una scrittura oggettiva. Le cento novelle sono inserite in una complessa
struttura, chiamata cornice, che le connette ad una situazione precisa e ad alcune figure di narratori. Mentre la città è
in preda al caos, sette fanciulle e tre giovani si incontrano nella chiesa di Santa Maria Novella. Le donne sono chiamate
Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile, Elissa. Ogni nome rivela la qualità di ciascuno. È Pampinea
a proporre alle altre di abbandonare la città per rifugiarsi in campagna, a sole due miglia da Firenze. A loro si
aggiungono i tre giovani chiamati Panfilo, Filostrato e Dioneo. Il gruppo organizza una vita di svaghi e di diletti,
tenendo lontana ogni cattiva notizia che arriva da fuori, e decide di eleggere, a turno tra i dieci, una regina o un re che
regoli la vita di ogni giornata. Per dieci giorni, ognuno dei giovani racconta una novella. Dieci per uno, alla fine cento in
tutto e i temi delle novelle da narrare in giornata sono scelti dalla regina o dal re. Solo il venerdì e il sabato non si
raccontano novelle. Questo piacevole passatempo è in realtà una risposta allo sconvolgimento che la peste ha causato
in città. La vita della brigata si afferma infatti come immagine ideale di una rinnovata dimensione civile, come un
mondo stilizzato e composto. Tra la cornice e la successione delle storie intercorrono numerose corrispondenze e
richiami tra esse da un punto all’altro del libro che rivelano una struttura coerente ed equilibrata che si riallaccia alla
tradizione medievale, anche se l’uso di cornici attorno a raccolte di novelle costituisce uno schema presente anche
nella cultura araba, ad esempio nella raccolta delle Mille e una notte. I temi delle novelle, tralasciando il tema libero
della prima giornata, sono: fortuna e peripezie; ingegno e abilità; amori tragici; amori a lieto fine; i motti di spirito;
beffe ai mariti; beffe di vario tipo; cortesia e liberalità. Boccaccio lascia spazio anche alla tematica religiosa, in quanto
il clero e la religione sono componenti fondamentali della vita contemporanea. Egli utilizza questa prerogativa per
lanciare qualche frecciata contro l’ipocrisia degli uomini di chiesa e la loro condotta inconseguente. Il rapporto più
universale è quello amoroso, che Boccaccio rappresenta in tutte le sue possibili variazioni. All’amore si lega sempre la
giovinezza, e l’opera esalta l’autenticità degli istinti che guidano i giovani. Molto vasto è lo spazio storico e geografico
del Decameron: la maggior parte delle novelle sono ambientate nella Toscana contemporanea, ma numerose si
collocano nelle più varie regioni d’Italia o d’Europa con proiezioni anche nell’Oriente islamico sia nel presente che ne
passato. Questi elementi nutrono quello che la critica suole definire il realismo di Boccaccio, che da vita ad un mondo
concreto. Due caratteri che contraddistinguono quest’opera sono il pluristilismo e il plurilinguismo. La sua scrittura ha
la capacità di far propri i livelli stilistici più diversi, dal sublime al patetico, all’eroico, al tragico, al comico, al grottesco: i
suoi poli estremi sono da una parte l’alta retorica tragica, che si affida ad una lingua sublime; dall’altra una prosa che
rispecchia la realtà più banale e volgare e ricorre quindi al linguaggio più basso e concreto. Nel Decameron è
determinante il metodo comico di Boccaccio, la cui ricchezza di sfumature costituiscono una novità nell’ambito della
letteratura volgare. Suo strumento essenziale è l’ironia, con la quale riesce a rappresentare i caratteri storici del
mondo in cui si cala.

LA LETTERATURA UMANISTICA (fine 300-400)

Il termine umanista designa ogni uomo di cultura che si dedichi a una attività letteraria in latino, facendo costante
riferimento ai classici antichi mosso dalla volontà di riscoprirne i valori originari.. Dal lavoro degli umanisti si origina a
partire dalla fine del Trecento e per tutto il secolo successivo un vasto movimento intellettuale definito Umanesimo.
La visuale umanistica attribuisce un valore completamento nuovo all’individuo, ponendo in primo piano la letteratura
e l’educazione letteraria. In particolare assumono un peso determinante la perfezione formale, l’eleganza della parola,
la ricerca di equilibrio che sono percepite come dirette espressioni della virtù e del valore dell’individuo. In questa
visione, la forma di espressione privilegiata è la poesia. In netto contrasto con l’aristotelismo, gli umanisti vogliono
studiare l’uomo, la sua parola, il suo comportamento, e non più il cosmo o le essenze metafisiche. L’umanista cerca di
affermarsi nel mondo che lo circonda e di raggiungere posizioni di prestigio sociale: ha quindi bisogno di procurarsi
l’appoggio di principi e signori e per questo ne esalta le virtù. Molte volte capita che per insoddisfazione passi da una
corte all’altra.

All’interno dell’Umanesimo nell’età signorile occorre fare numerose distinzioni: troviamo un Umanesimo
repubblicano, diffuso soprattutto a Venezia e Firenze e mira a connettere letteratura ed impegno civile;
un Umanesimo cortigiano, diffuso in tutta la penisola e concepisce la letteratura come sostegno del potere signorile;
un Umanesimo laico che tende ad esaltare la vita terrena e le aspirazioni dell’uomo; un Umanesimo cristiano che
approfondisce l’esperienza religiosa affermando la solidarietà tra i valori della cultura classica e quelli cristiani; un
Umanesimo filologico che mira a ricostruire i testi antichi basandosi essenzialmente sugli aspetti storici e letterari; un
Umanesimo filosofico che elabora una nuova visione del mondo partendo da un nuovo rapporto con la filosofia antica.
Nell’attività degli umanisti è in primo piano la filologia, termine che indica l’amore per la parola e per le lettere.
Questa disciplina si è configurata come amore per i testi classici e come impegno per recuperarli, per riportarli al loro
stato originario, rimediando alle corruzioni avutesi nel Medioevo. Per gli umanisti la filologia è un modo di ricreare lo
spirito degli antichi, da far circolare nel mondo contemporaneo. La letteratura umanistica si fonda sul principio
dell’imitazione e si sviluppa quasi interamente partendo dalle tematiche e dal linguaggio dei grandi scrittori antichi.
Ma questo principio viene interpretato in modi vari:alcuni puntano sull’imitazione di autori diversi, ponendo l’accento
sul canone della varietà; altri puntano sull’imitazione di un solo autore esemplare preso come modello assoluto di
scrittura perfetta perciò che riguarda la prosa,il supremo esemplare classico viene individuato in Cicerone;in quanto
alla poesia la scelta degli autori da imitare va da Virgilio a Orazio da Catullo a Marziale. Ma i generi che caratterizzano
più autenticamente la letteratura umanistica sono l’ epistolografia, il dialogo l’invettiva, la storiografia. Le epistole si
richiamano al modello di Petrarca ed esprimono gran parte delle problematiche contemporanee. Il dialogo collega la
ricerca della verità alla presentazione di situazioni concrete dove i personaggi esprimono il proprio punto di vista su
qualche problema di particolare interesse. L’invettiva è uno scritto polemico dove l’umanista prende posizione in
particolari situazioni ostili. La storiografia è un genere che si focalizza sulle origini della civiltà contemporanea e cerca
di individuare le ragioni che hanno condotto alla decadenza medievale.

LA NUOVA LETTERATURA DELLA FIRENZE MEDICEA

Negli anni della signoria di Lorenzo il Magnifico ( succeduto nel 1464 al padre Cosimo de Medici) la letteratura
fiorentina trova espressioni originali, sia in latino sia in volgare: il platonismo del Ficino, il gioco di deformazione di
Pulci e del suo Morgante, la poliedricità dello stesso Lorenzo, la versatilità del Poliziano, la presenza di Pico della
Mirandola. Per mantenere il suo potere all’interno di Firenze, Lorenzo si rese un garante dell’equilibrio tra gli stati
italiani, imponendo il prestigio culturale della sua città. Egli contribuì alla fioritura intellettuale fiorentina, facendo del
suo palazzo un luogo di raccolta per molti artisti. Sostenne anche la tradizione municipale e ciò contribuì alla nascita di
un nuovo mito di Firenze, vista come novella Atene. Lorenzo è un signore che ha piena coscienza dei significati e delle
aspirazioni di quella cultura che egli sostiene e promuove in quanto nella sua personalità coincidono il signore e
l’intellettuale, la cultura e il potere. Tra le opere di Lorenzo possiamo ricordare La nencia di Barberino , un poemetto in
venti ottave sul modello della satira del villano. Quest’ultima è la rappresentazione negativa della figura del contadino,
descritto come un essere bestiale e rozzo. Lorenzo,per accattivarsi le simpatie del popolo, non mancava di organizzare
spettacoli e divertimenti di massa. Un genere letterario legato a questi festeggiamenti è quello dei canti
carnascialeschi. Tra questi c’è la celeberrima Canzona di Bacco. Al consolidamento della Signoria de Medici
corrisponde, nella cultura umanistica fiorentina, uno spostamento di interessi dalla problematica civile a quella
filosofica e metafisica che trova la sua espressione fondamentale nel platonismo di Marsilio Ficino. Egli tradusse in
latino molti testi di Platone e della tradizione neoplatonica tra cui i cosiddetti testi ermetici e volle fare della sua
filosofia un modello di vita per gli intellettuali che si riunivano intorno a Lorenzo: si trattava di far convergere tutte le
tradizioni religiose e filosofiche dell’antichità in una pia philosophia. Per Ficino l’uomo può sfuggire alla desolazione
dell’esistenza se scopre, attraverso la contemplazione, il significato autentico della vita dell’universo. L’amore è
fondamentale per il compimento di questo processo: l’uomo che ne è posseduto comunica con la forza amorosa che
circola nell’universo, fino a identificarsi nell’amore supremo di Dio. La ricerca di una continuità con la tradizione
volgare fiorentina da vita a un modello opposto a quello ficiniano, basato su un linguaggio basso di cui il miglior
rappresentante è Luigi Pulci, un personaggio burlesco, sempre pronto a mettere in luce i lati deformi e grotteschi della
realtà attraverso un linguaggio comico e forme gergali. Amava recitare in pubblico, coinvolgendo anche tutti gli amici
radunatisi intorno a Lorenzo e promuovendo così una poesia di gruppo. Pulci diede la massima prova del suo ingegno
nel poema eroico in ottave Il Morgante. L’opera è ispirata ai cantari popolari, in particolare a quelli centrati sulle gesta
di Carlo Magno e dei suoi Paladini che rappresentavano l’immagine del trionfo cristiano contro gli infedeli. Il Morgante
elabora uno schema basato sulla ripetizione di formule fisse. La narrazione è dominata tuttavia dalla sproporzione.
Non a caso il gigante Morgante è il personaggio più caratteristico dell’opera. Ad esempio nel racconto della sua morte
si narra che egli, dopo aver salvato da un naufragio i Paladini, sostituendosi all’albero della nave, e aver ucciso una
balena, muore per la puntura di un granchio. Sulla dismisura è basato anche l’episodio più celebre del poema: quello
dell’incontro di Morgante con Marguette, un gigante-nano. I due vivono avventure dominate dalla voracità
alimentare, fino a quando Marguette muore per un attacco di risa a causa di una bertuccia. La sua figura è la
proiezione fantastica di una vita aperta all’imprevedibile ed estranea all’irrazionalità. Pulci usa un linguaggio di origine
popolare e lo adegua ad una poesia in cui tutto può essere visto a rovescio, eccessivo o sproporzionato. Un’altra figura
di rilievo nella Firenze medicea è Angelo Poliziano, un poeta e filologo molto prestigioso che ebbe l’incarico di istruire
i figli di Lorenzo. Egli compose le Stanze per la giostra del magnifico Giuliano de’ Medici,un vero e proprio poema
mediceo nel quale si intrecciano la letteratura volgare e la celebrazione dei suoi signori, in particolare la vittoria
ottenuta dal fratello minore di Lorenzo, Giuliano, in una giostra militare tenutasi a Firenze. Con l’esaltazione di
Lorenzo e della famiglia Medici si glorifica la poesia stessa, secondo la simmetria Lorenzo – lauro (come per la Laura
del Petrarca, viene chiamato in causa l’alloro, simbolo di poesia. Per il suo poema Poliziano si serve di temi
neoplatonici assai diffusi nella cultura fiorentina (come la ricerca di valori divini nascosti nella poesia) per delineare
una successione di immagini che esaltino la gloria del suo eroe. Quest’ultimo si colloca in una dimensione mitica, dove
trionfa una natura rigogliosa. Lo stile e il linguaggio delle Stanze richiamano molto la classicità, elemento del tutto
nuovo nella letteratura volgare. Inoltre il Poliziano attinge ad un repertorio molto vario, passando dal corrente toscano
a sottili riprese di Dante, Petrarca e soprattutto Boccaccio, punto di riferimento per il lavoro che egli compie
sull’ottava. In questa poesia così carica di sapienza letteraria si fissava il sogno della Firenze laurenziana, di una
coincidenza perfetta tra valori umani e potere. Dopo la congiura dei Pazzi, in cui fu coinvolto Giuliano de’ Medici,
Poliziano lasciò Firenze e si stabilì a Mantova, dopo compose, probabilmente per uno spettacolo, la Favola di Orfeo,
primo esempio di letteratura drammatica. Si tratta della messa in scena della vicenda di Orfeo, emblema della natura
divina della poesia. Seguendo Virgilio e Ovidio, Poliziano rappresenta la morte di Euridice, il dolore di Orfeo e la sua
discesa negli inferi, dove egli ottiene la liberazione dell’amata a condizione che egli non si volti a guardarla. Il mancato
rispetto della condizione fa si che Euridice muoia per sempre. Orfeo, disperato viene punito dalle Baccanti che
lacerano il suo corpo. Il testo appare come una critica alla fiducia nella potenza della poesia. Quando Poliziano, per
volere di Lorenzo, ritornò a Firenze, non esercitò più la funzione di precettore né di poeta ma esordì come grande
intellettuale che gode di uno spazio personale del tutto autonomo e che con il suo insegnamento rafforza il prestigio
dei Medici. Egli si impegna nello studio della filosofia e applica il metodo filologico umanistico alla ricostruzione e
interpretazione di molti testi greci e latini, convinto che in ogni parola dell’uomo sia depositato un profondo sapere
storico.

LA LETTERATURA DELL’ITALIA PADANA: BOIARDO

Verso la fine del XV secolo nelle corti dell’Italia padana (Ferrara, Bologna, Mantova, Milano) si sviluppa una nuova
letteratura volta all’intrattenimento e allo spettacolo. Il genere dominante è la lirica amorosa caratterizzata dal gusto
cavalleresco cortigiano, che alla corte di Ferrara da origine ai capolavori del Boiardo e dell’Ariosto. L’Orlando
innamorato di Matteo Maria Boiardo è un grande poema narrativo in ottave, dedicato alle armi e agli amori. Esso
interpreta la passione per la poesia cavalleresca, molto viva nella corte estense, seguendo un modello che si affida
alla vitalità della narrazione e non a intenzioni ideologiche. Questa spontaneità caratterizza anche la lingua del poema,
che segue le forme ibride della lingua comune dell’Italia padana dove spicca una ricca varietà lessicale in cui dominano
forme dialettali e vi si affacciano alcuni latinismi). La grande fortuna del poema di Boiardo sollecitò l’Ariosto a
continuarne la narrazione con l’Orlando furioso. Nell’ Innamorato troviamo quella fusione tra i caratteri dell’epica
carolingia e del romanzo bretone che era già presente in molti cantari toscani del secolo XV. Oggetto della sua
narrazione sono le gesta dei Paladini di Francia; ma con le loro imprese militari si interseca la tematica amorosa e
magica caratteristica dei romanzi arturiani. Novità assoluta è il fatto che l’innamorato che dà il titolo al romanzo sia
proprio Orlando, l’eroe epico per eccellenza, il più forte dei paladini di Carlo Magno, simbolo della fede, che mai da
nessuno era stato presentato in preda alla passione d’amore.

Questo sentimento, unito alla gentilezza e alla cortesia procura l’onore e fa degli antichi cavalieri e delle loro dame dei
modelli di comportamento perfetto, in cui si rispecchiano gli ideali della nobiltà contemporanea. Molti personaggi
sono ripresi dai cantari, ma non mancano figure nuove d’invenzione del Boiardo, come quella di Angelica. In essa
l’autore concentra tutto il fascino inafferrabile, magico e irrazionale della bellezza femminile. Infatti Angelica viene
cercata e desiderata non come un immagine ideale, ma come una bellezza corporea. Tuttavia ella non si lascia mai
afferrare. La narrazione dell’Innamorato si presenta sempre come qualcosa di spontaneo ed immediato, scorrevole ed
energico in netta contrapposizione con gli atteggiamenti umanistici che tendevano a caricare ogni parola di profonde
valenze culturali. All’interno del poema si inseriscono poi vere e proprie novelle colorate da una componente comica,
che contribuisce a rendere vivaci le avventure di dame e cavalieri.

Contesto storico: 1494-1559 Gli equilibri dell’Italia signorile vengono distrutti dalle invasioni straniere e si apre una
lunga fase di lotte tra Spagna e Francia per il controllo della nostra penisola. Queste guerre segnano la fine
dell’indipendenza degli stati italiani. Ciò avviene in coincidenza con una radicale mutazione della vita sociale e
culturale: riforma protestante, nuova ideologia di corte, la stampa, il rilievo delle arti, le strutture della Chiesa.

LUDOVICO ARIOSTO (1474-1529)

Ludovico Ariosto e il suo Orlando furioso sono stati tradizionalmente riconosciuti come l’autore e l’opera più
rappresentativi della cultura umanistico – rinascimentale. Egli è stato un grande cortigiano presso le corti di Ferrara,
città a cui è rimasto sempre molto legato. Ma il suo rapporto con la corte fu molto diverso da quello del
Boiardo,signore feudale che non avvertiva nessuna contraddizione tra la sua passione letteraria e il legame con gli
Estensi. Ariosto invece, si trovava in una condizione molto più subordinata di fronte ai suoi signori, in quanto non
aveva spazi di autonomia. La critica più recente ha ridimensionato l’immagine di Ariosto come uomo capace di
guardare il mondo con atteggiamento sorridente e indulgente, e quella di Orlando furioso come un’opera costruita sul
concetto di armonia: come l’animo del poeta è spesso tormentato e inquieto, così anche il poema è segnato di
frequente dall’irruzione della disarmonia, della trasgressione, del lato oscuro di situazioni e personaggi. Bisogna
dunque riconoscere ad Ariosto e alla sua opera, una complessità e una ricchezza che difficilmente si lasciano
etichettare. Ariosto è un grande osservatore della realtà e questo è evidente in tutte le sue opere, sia che parli della
propria esperienza d’amore, come avviene nelle Rime (caratterizzate dai capitoli in terza rima), sia che inserisca nelle
sue commedie (La Cassaria; I Suppositi; Il Negromante; La Lena) personaggi e vicende della Ferrara contemporanea,
sia che ritragga con ironia i vuoti rituali cortigiani in cui si ritrova suo malgrado coinvolto, come accade nelle Satire.
Questo realismo, che mira a cogliere gli aspetti immutabili dell’animo umano, si ritrova nel poema maggiore ed è
tanto più mirabile perché applicato alla pura invenzione fantastica, a personaggi volutamente poco «credibili» in
quanto poco elaborati sul piano psicologico. I tanti personaggi di Orlando furioso sono dei «tipi», nessuno di loro è
realmente il protagonista del poema, perché è l’intera umanità a esserlo. Accanto a questa dimensione realistica va
sottolineato il classicismo ariostesco, anch’esso profondamente originale, anche se strettamente legato alla cultura
del suo tempo. La lettura dei classici si ritrova come una costante in tutta l’opera, da Catullo e Properzio per le Rime, a
Plauto e Terenzio per le commedie fino al prediletto Orazio, modello per le Satire e a Omero, Virgilio e Ovidio, che
hanno tra le fonti del Furioso un posto fondamentale. Si tratta, anche in questo caso, del classicismo più
autenticamente umanistico, dell’atteggiamento per cui il classico viene assorbito e reinventato personalmente. Un
discorso analogo vale per i grandi classici del Trecento italiano: Dante riceve da Ariosto dei tributi continui, dalla scelta
della terzina come metro delle Satire, all’omaggio contenuto nel primo verso del Furioso, che riprende un verso
del Purgatorio; Petrarca  offre a sua volta immagini e stilemi non solo alla lirica amorosa, ma anche al poema maggiore
e infine l’utilizzo dell’ottava e il realismo boccacciano si ritrova nel teatro o in alcune parti del poema, per esempio
nelle lunghe novelle che vengono narrate dai personaggi. In questo quadro troviamo anche l’adesione di Ariosto alle
teorie di Bembo , che spinge il poeta a compiere una revisione linguistica del poema in senso petrarchista. Ciò va
letto come volontà di fare uscire il poema da un ambito locale per fargli assumere notorietà a livello nazionale. Ariosto
iniziò l’Orlando furioso intorno al 1505. È un opera in ottave di 46 canti, in cui la celebrazione degli Estensi ( in
particolare di Ippolito d’Este) si somma alla passione per il romanzo cavalleresco che a Ferrara aveva trovato la
massima espressione nell’Orlando innamorato di Boiardo. Egli parte dal punto in cui quest’ultimo era rimasto
interrotto e ne continua e amplia la trama creando un nuovo poema, che mira a imporsi all’intera società italiana.
Infatti, a differenza del poema di Boiardo, il furioso non muove dal semplice piacere di narrare ad un pubblico ma è la
prima opera ad essere stata pensata e curata in vista di una più vasta diffusione attraverso la stampa. L’opera fu
redatta in varie fasi. La prima edizione uscì a Ferrara, in 40 canti, nel 1516; la seconda subì varie correzioni e uscì nel
1521; la terza e definitiva edizione, rivista secondo il modello suggerito dal Bembo, uscì nel 1532. Attraverso
quest’opera Ariosto vuole delineare un grande modello eroico e dar vita a un supremo ideale di equilibrio e controllo
sul mondo. Da tante storie romanzesche intende ricavare dei valori eroici da proporre alla società contemporanea,
magnificando le forme della vita cortigiana. Tuttavia si scorge anche una sotterranea funzione critica a quegli stessi
valori che egli esalta, facendo riferimento soprattutto alla sua persona e ai suoi contrasti con la vita di corte. L’opera è
organizzata in un accurato disegno globale ricco di suspense e di ironia, dove i molteplici episodi si intrecciano tra loro
secondo una serie di sospensioni e riprese. Nell’Orlando furioso nulla è casuale. Le mille vicende del poema (i cui temi
sono definiti nel celebre inizio: “ Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori/ le cortesie, l’audaci imprese io canto ” )si
possono ricondurre a tre nuclei: - la guerra mossa da Agramante contro Carlo Magno, che oppone cavalieri cristiani e
saraceni (con il trionfo dei primi); - la passione di Orlando per Angelica e la tenace ricerca dell’amata,che da origine
alla follia del paladino in seguito alla fuga di Angelica con Medoro; - l’amore di Ruggiero e Bradamante che si snoda
attraverso varie peripezie e si conclude con la conversione di Ruggiero al Cristianesimo, le nozze tra i due e l’uccisione
di Rodomonte, l’ultimo eroe saraceno rimasto. Il primo nucleo, quello relativo alla guerra, fa da polo di attrazione per
tutto il poema, il cui centro geografico è costituito da Parigi, capitale dell’impero di Carlo e obiettivo degli assalti
saraceni. Da Parigi prende avvio la fuga di Angelica con cui inizia il poema, e a Parigi ha luogo il duello finale tra
Ruggiero e Rodomonte. Dunque possiamo dire che i temi essenziali dell’opera ariostesca sono: l’eroismo, la pazzia, il
desiderio e la magia. Il tema dell’eroismo percorre l’intero poema dove risaltano le gesta e i valori degli eroi. All’
eroismo si affianca la pazzia, che colpisce in primo piano Orlando, colui che dovrebbe essere il savio per eccellenza.
Alle radici di questa follia, che è carattere costitutivo dell’uomo, c’è il desiderio di ciò che è irraggiungibile e
soprattutto, il desiderio amoroso, che per Orlando è incarnato da Angelica. La follia domina ogni momento
dell’esistenza, e la vera saggezza sta nel comprendere che il giudizio umano è sempre minacciato dall’errore. Al ruolo
della pazzia e del desiderio si collega la magia, capace di creare immagini ingannevoli che illudono i personaggi e
conducono inevitabilmente alla perdita di senno.

Dopo la prima edizione dell’Orlando furioso, l’Ariosto affrontò un nuovo genere poetico, quello della satira,
ricollegandosi alle Satire e alle Epistole di Orazio. Ariosto scrisse 7 satire di varia misura, indirizzandole a parenti ed
amici. Esse costituiscono un modello satirico in terza rima pieno di elementi autobiografici, di spunti di riflessione
morale sia leggeri e cordiali, sia aggressivi e risentiti. Nella Satira prima giustifica il proprio rifiuto di seguire il cardinale
in Ungheria e rivendica la propria libertà. Nella Satira seconda esprime il suo rifiuto di intraprendere la carriera
ecclesiastica e critica la Curia romana. Nella Satira terza Ariosto spiega che il nuovo lavoro gli consente maggiore
libertà e che continua a difendere il suo onore. Nella Satira quarta descrive la propria difficile vita di governatore della
Garfagnana e manifesta il desiderio di essere a Ferrara. Nella Satira quinta riprende alcuni motivi tradizionali sulle
difficoltà della vita matrimoniale. Nella Satira sesta si rivolge al Bembo riflettendo sull’educazione umanistica e sulla
funzione civilizzatrice della poesia. Nella Satira settima il poeta giustifica il proprio rifiuto di diventare ambasciatore
estense a Roma e afferma il desiderio di ritornare a Ferrara. Le satire sottolineano il distacco tra l’umanità dello
scrittore e i clamori della società. In questa dimensione espressiva egli trova la sua libertà, può difendere le sue scelte
confrontandosi anche con i suoi destinatari. Nonostante la vita sociale pone allo scrittore notevoli ostacoli pratici ed
economici egli sa sempre riaffermare la propria libera figura umana.

NICCOLO’ MACHIAVELLI (1469-1527)

Niccolò Machiavelli è uno storico, filosofo, scrittore, politico e drammaturgo italiano. Egli inizia la sua attività a


Firenze, nel periodo in cui, dopo la fuga dei Medici, viene instaurato un regime repubblicano retto dal domenicano
Savonarola, a cui Machiavelli si mostra ostile. Dopo la sua caduta, inizia l’esordio politico. Si occupa dell’attività
militare e diplomatica e riveste un ruolo di grande responsabilità. Per svolgere le numerose missioni che gli vengono
affidate, Machiavelli viaggia in varie zone d’Italia e d’Europa e da questi viaggi ricava una conoscenza essenziale delle
strutture statali e militari di quel tempo, rendendosi soprattutto conto di tutte le difficoltà in cui, in una situazione di
conflitti internazionali, veniva a trovarsi uno Stato debole come quello fiorentino. Dalla biografia di Machiavelli e dai
suoi scritti emerge l’immagine di un uomo fortemente legato all’orizzonte culturale di Firenze che cerca di studiare la
possibilità, per l’uomo, di agire con successo nell’universo politico. Machiavelli è noto infatti come il fondatore
della scienza politica moderna, i cui principi base emergono dalla sua opera più famosa, Il Principe, nella quale è
esposto il concetto di ragion di stato e la concezione ciclica della storia. Secondo Machiavelli la politica è il campo nel
quale l'uomo può mostrare nel modo più evidente la propria capacità di iniziativa, il proprio ardimento, la capacità di
costruire il proprio destino secondo il classico modello del homo faber fortunae suae. Nel suo pensiero si risolve il
conflitto fra regole morali e ragion di Stato che impone talvolta di sacrificare i propri princìpi in nome del superiore
interesse di un popolo. La politica deve essere autonoma da teologia e morale e non ammette ideali, è un gioco di
forze finalizzate al bene della collettività e dello stato. La politica, svincolata da dogmatismi e princìpi teorici, guarda
alla realtà effettuale. Si tratta di una visione antropocentrica che si richiama all'Umanesimo quattrocentesco ed
esprime gli ideali del Rinascimento. Tuttavia nel suo epistolario, Machiavelli definisce un immagine del
comportamento umano ben lontana dai tradizionali modelli umanistici. Il gruppo di lettere più ricco è quello dedicato
a Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino a Roma, a cui egli presenta riflessioni e giudizi sulla politica
contemporanea. In particolare, nella lettera scritta il 10 dicembre 1513, Machiavelli descrive una giornata nel suo
podere dell’Alberagaccio, ricca di occupazioni che vanno dalle cure per il podere alla lettura dei poeti, ai giochi
all’osteria, all’isolamento della sera quando si spoglia dei panni quotidiani e si veste di panni curiali, dedicandosi allo
studio e alla riflessione politica. La giornata dell’Alberagaccio diventa l’immagine del rapporto tra uomo e fortuna,un
modo di reagire alla malignità della sorte. Machiavelli ritiene che il giusto atteggiamento da assumere sia quello di
vivere con leggerezza sia gli aspetti della vita quotidiana che quelli dell’impegno intellettuale. In un’altra lettera
sottolinea il carattere vario della sua corrispondenza con l’amico, il suo passare da cose gravi a cose leggere e vane.
Questa diversità è degna di lode in quanto in essa si imita la natura, che è varia. Il ritratto umano che risulta da questo
epistolario è aperto a due prospettive: l’uomo non si riconosce come figura unitaria, secondo la prospettiva
umanistica, ma come figura doppia che sa passare dalla serietà alla vanità e che, nella varietà del proprio
comportamento aspira a trovare un riscontro con la varietà della natura.

Il Principe è un celebre trattato politico scritto durante il suo esilio all’Alberagaccio nel 1513, a cui Machiavelli diede in
origine il titolo di De Principatibus. Egli indirizzò l’opera a Lorenzo de’ Medici (nipote di Giuliano) nel tentativo di
mostrare ai nuovi signori la propria competenza tecnica e la propria eventuale disponibilità a collaborare per la
realizzazione di un principato mediceo. Si tratta di uno scritto composto di 26 capitoli. Lo scopo iniziale è quello di
fornire una classificazione generale dei diversi tipi di principato: nei primi capitoli si distingue tra principati nuovi e
principati ereditari, e più in particolare tra principati misti (che si formano sopra preesistenti sistemi repubblicani),
principati acquistati avvalendosi delle armi e della virtù, principati civili (in cui il principe riceve il potere dagli stessi
cittadini), principati ecclesiastici (in cui il potere si identifica con l’autorità religiosa). Questa classificazione è connessa
all’intento di risolvere il problema della stabilità e della sicurezza del principato. Il principe prudente deve saper
controllare una realtà complicata e mutevole, piena di inconvenienti a cui occorre porre rimedio: le possibili soluzioni
devono essere attinte agli esempi della storia antica e delle vicende politiche più recenti, devono servirsi
dell’imitazione. Ma è fondamentale soprattutto la virtù individuale, da esercitare sempre per rendere lo Stato stabile e
duraturo e per suscitare consenso nel popolo. Nell’opera viene poi affrontato il problema militare. Machiavelli critica
le truppe mercenarie e favorisce invece l’esercito, che deve essere strettamente legato al principe. Quest’ultimo deve
assumere determinati comportamenti affinché riesca a dominare l’universo politico e mondano. Per ottenere il
consenso sociale occorre imporre ai sudditi la propria reputazione. Il principe savio deve infatti dominare le apparenze
sociali, mostrandosi dotato delle migliori qualità; ma deve saper assumere, se le circostanze lo richiedono, anche
comportamenti moralmente negativi. Egli deve saper usare la bestia e l’uomo (come mostra una figura mitica molto
cara a Machiavelli, quella del centauro), e deve sapersi valere sia dei metodi della volpe (astuzia) sia di quelli del leone
(forza).

I capitoli sui modi di comportamento del principe sono seguiti da una riflessione sulle cause del crollo dei principi
italiani di fronte alla invasioni straniere, che Machiavelli fa risalire alla loro incapacità di prevedere i tempi difficili che
si stavano delineando. Ciò induce a porre il problema del rapporto tra virtù e fortuna, e cioè tra la capacità di
controllo e gli imprevedibili mutamenti della realtà politica. Partendo dalla convinzione di Machiavelli che gli uomini
siano incapaci di mutare carattere, egli sostiene che il successo sarebbe garantito proprio se si fosse capaci di mutare
natura con i tempi e con le cose, e quindi di adottare una condotta adeguata al variare della fortuna. Il trattato si
chiude con una riflessione teorica. Citando la canzone di Petrarca All’Italia, Machiavelli invita i Medici a prendere le
armi e a mettersi alla guida dei principi italiani per liberare l’Italia dagli stranieri. Sono state proposte molte
interpretazioni di questo capitolo finale e gli storici hanno sottolineato l’illusorietà e la irrealizzabilità di questo
programma di liberazione dell’Italia, date le condizioni storiche del periodo. In quest’opera Machiavelli ribalta in
modo rivoluzionario la concezione umanistica dell’uomo, basata sull’idea di una piena trasparenza del
comportamento dell’uomo. La saviezza del principe è invece legata alla capacità di dominare le apparenze, di far
coesistere atteggiamenti contrastanti. Il bene e il male si pongono come necessità nella lotta per il dominio e anche il
negativo appare costitutivo per la stessa vita sociale dell’uomo.

I tre libri dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio prendono spunto dai primi dieci libri della storia di Roma e
affrontano vari problemi della vita degli Stati. Il postulato di partenza è quello della necessità dell’imitazione degli
antichi. I Discorsi furono dedicati a due giovani esponenti del gruppo aristocratico degli Orti Oricellari (i giardini del
palazzo Rucellai). L’argomento trattato riguarda la vita delle repubbliche, lo sviluppo delle loro strutture civili e
istituzionali, in cui la partecipazione collettiva del popolo riveste un ruolo preminente. Machiavelli individua nell’antica
Roma il modello supremo di regime repubblicano. All’impostazione repubblicana si collega un orientamento
umanistico, evidente dalla forza con cui si insiste sulla necessità di imitare i Romani e dalla particolare interpretazione
dell’opera di Livio. Passando dal modello monarchico del Principe a quello repubblicano dei Discorsi, Machiavelli
mostra soprattutto la sua curiosità verso nuove esperienze e soluzioni diverse. Costante, in tutte e due le opere, è
però la ricerca del successo politico, individuato nella solidità e nella stabilità delle strutture statali. Nei Discorsi la
durata dello Stato repubblicano appare garantita essenzialmente dai principi e dagli ordini su cui esso si fonda, che
dovrebbero rimanere immutati. Ma la storia non rimane immutata, anzi si muove attraverso le infinite mutazioni delle
fortuna e dunque quelle stesse virtù positive iniziali si consumano, si impoveriscono e si corrompono. Allo stesso
modo gli Stati. La storia è quindi regolata da un movimento ciclico. Tenendo sempre presente il modello della Roma
antica, Machiavelli cerca la soluzione in una compresenza dei contrari. Così la stabilità e la potenza di Roma viene
motivata proprio con la presenza di un continuo conflitto tra forze contrarie e cioè tra patrizi e plebei. Dunque
sebbene lo Stato incontrerà sempre debolezza e crisi, riuscirà a sottrarsi alla rovina solo ricostruendo senza fine i suoi
fondamenti originari.

Il senso di delusione per l’impossibilità di realizzare in pratica i progetti elaborati dalla ragione domina il dialogo
Dell’arte della guerra, in sette libri. Machiavelli presenta sinteticamente le sue riflessioni sul problema militare,
risalendo anche alla sua passata esperienza in politica. In primo piano c’è la polemica contro le armi mercenarie e
l’esigenza di collegare l’attività militare alla vita civile dello Stato per il rafforzamento della pace. Viene poi rivendicata
la funzione essenziale della fanteria secondo il modello militare dell’antica Roma. L’interesse del dialogo consiste nel
confronto tra la perfezione di quel modello e la difficoltà di concretizzarlo. Nella sua vita Machiavelli si misura anche
come poeta e drammaturgo. Possiamo ricordare il Decennale, poemetto in terza rima costruito seguendo il modello
linguistico della Commedia di Dante, in cui si riassume la storia di Firenze e d’Italia e la Mandragola, la commedia
capolavoro di tutto il teatro del ‘500, in cui manifesta il suo interesse per il comico. La vicenda si svolge a Firenze, dove
il giovane Callimaco tenta di conquistare Lucrezia, moglie del vecchio Nicia. Prendendosi gioco di lui che vuole a tutti i
costi avere dei figli, Callimaco gli fa credere che Lucrezia avrà la fecondità solo se berrà una pozione di erba
mandragola, che causerà la morte del primo uomo che giacerà con lei. Così viene preso un garzone dalla strada e
condotto nelle stanze di Lucrezia, ma sotto i suoi panni si nasconde lo stesso Callimaco, che svela alla donna la sua
identità e la convince del suo amore. La commedia si chiude con la ritrovata fecondità di Lucrezia, la gioia del vecchio
Nicia, che accoglie in casa come compare Callimaco, ignorando il rapporto instauratosi tra i due. La commedia mostra
il limite tra la saviezza di chi conosce la natura degli uomini e sa farne uso, e la stupidità di chi non ha coscienza e può
soltanto essere usato.

IL CLASSICISMO

Nel periodo delle guerre d’Italia, con la progressiva perdita della libertà degli Stati italiani e la disgregazione politica e
sociale del paese, gli intellettuali tendono a cercare sicurezza e continuità nella definizione di un’identità letteraria e
linguistica comune per tutti i centri italiani. Si origina così la questione della lingua: si cerca una lingua che superi la
frantumazione delle esperienze quattrocentesche e si imponga con caratteri ben definiti in tutta la penisola. Nei primi
decenni del nuovo secolo vengono elaborati due nuovi grandi modelli classicistici, quello linguistico e letterario del
Bembo e quello cortigiano del Castiglione. L’opera che impegnò quest’ultimo per gran parte della vita è il Libro del
Cortigiano,dialogo in 4 libri. L’uomo di corte è il modello più compiuto e integrale di uomo, che sa armonizzare
capacità tecniche e attitudini pratiche, relazioni sociali e immagine della propria persona, il tutto a sostegno del potere
dei nuovi stati assolutistici. Il dialogo è ambientato nel palazzo di Urbino nel 1507. Mentre il duca Guidubaldo, malato,
è nelle sue stanze, la duchessa Elisabetta intrattiene una conversazione a cui partecipano illustri personaggi tra cui
Ludovico da Canossa, Ottaviano e Federico Fregoso, Giuliano de’ Medici e Pietro Bembo. Si cerca prima di tutto un
gioco di società che allieti i convenuti e su proposta di Federico Fregoso si decide di formar con parole un perfetto
cortigiano, di definire cioè le forme e le norme del comportamento del perfetto uomo di corte. Ludovico da Canossa
definisce nel primo libro l’immagine fisica e morale del perfetto cortigiano; nel secondo libro Federico Fregoso mostra
in qual modo e maniera e tempo il cortegiano debba usar le sue bone condizioni, nel terzo libro Giuliano de’ Medici
delinea i caratteri della perfetta donna di palazzo; nel quarto Ottaviano Fregoso esamina i rapporti tra il cortigiano e il
principe, e il dialogo viene concluso dal Bembo con una esaltazione dell’amore come via verso il bene divino. Il
Castiglione prende posizione sulla questione della lingua affermando che la lingua è un organismo mobile e lo scrittore
di corte deve regolarsi sul bon giudizio, che si costruisce su rapporti sociali aperti e comporta una scelta moderna,
lontana dall’orizzonte chiuso dei linguaggi locali. Tutti gli aspetti della vita del cortigiano si richiamano a questo criterio
fondato sulla relatività e la variabilità. Sul bon giudizio si dovrà costruire anche la grazia e la disinvoltura,qualità
essenziali per imporre con successo la propria immagine agli altri.

LA CRISI DELLA CULTURA FIORENTINA E TOSCANA: FRANCESCO GUICCIARDINI

Francesco Guicciardini è uno storiografo e politico fiorentino. Egli opera in un periodo che va dalla crisi delle strutture
municipali fiorentine al definitivo passaggio al Principato mediceo. Guicciardini, membro dell’aristocrazia cittadina,
occupa posizioni prestigiose anche fuori dello Stato fiorentino( in Spagna,a Modena,in Romagna,a Bologna e a Roma),
al servizio dei pontefici medicei, intervenendo nella politica della sua città, di cui affronta le problematiche nel
Dialogo del reggimento di Firenze. A Roma scrive le polemiche Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli che
criticano vari punti della sua opera; in particolare Guicciardini dissente dal suo continuo richiamo agli antichi e dalla
tendenza a enunciare regole politiche universali. Durante la sua vita Guicciardini compose numerosi scritti a titolo di
riflessione personale, che non furono mai pubblicati, fatta eccezione per il suo capolavoro, Storia d’Italia e la raccolta
Ricordi. Quest’ultima si presenta come una raccolta di raccomandazioni morali prive di sistematicità dirette ai
membri della famiglia. Questi brevi pensieri ebbero un grande successo, ponendosi come punto di riferimento
classico per lo sviluppo della massima e dell’aforisma. Guicciardini non enuncia regole di validità universale in quanto
è consapevole che esse sono ingannevoli e illusorie. Cerca invece di suggerire comportamenti consoni alla
mutevolezza del reale. Egli osserva la realtà per capire come debba agire un individuo che voglia accrescere la propria
reputazione e la posizione sociale della famiglia. L’unica regola che si dovrebbe seguire è quella della discrezione, cioè
la capacità di orientarsi e adattarsi agli infiniti casi proposti dall’esperienza. L’uomo dotato di discrezione sa che i
rapporti sociali sono condizionati dall’apparenza e dall’ostinazione a seguire falsi valori. Come Machiavelli, anch’egli
pensa che il politico savio sia colui che sa rendersi conto di questi caratteri del comportamento umano e sa usare a
proprio vantaggio i giochi di simulazione; ma a differenza di Machiavelli egli non crede nel superiore valore positivo
dello Stato. Secondo Guicciardini in un mondo dominato dalla negatività occorre limitarsi a difendere il proprio
particolare, cioè la propria posizione e mantenere salda la reputazione. Quest’immagine è stata fortemente criticata
da Francesco De Sanctis che ha espresso il suo giudizio sull’uomo del Guicciardini, nel quale ha visto un immagine
della corruzione dell’Italia rinascimentale, priva di tensioni ideali e concentrata nel culto dell’interesse personale.
Guicciardini è considerato il progenitore della storiografia moderna, per il suo pionieristico impiego di documenti
ufficiali a fini di verifica del suo capolavoro Storia d'Italia, opera in 20 libri che rappresenta le vicende italiane tra il
1492 ( anno della morte di Lorenzo il Magnifico) e il 1534 (anno della morte di Papa Clemente VII). La Storia
d'Italia nasce dalla necessità di Guicciardini di verificare tramite l'esperienza della realtà storica, le riflessioni condotte
nei suoi Ricordi, in cui tra gli altri argomenti tratta dell'impossibilità di cogliere nella storia, leggi e modelli assoluti che
permettano di prevedere l'andamento degli eventi, ponendosi in contrasto con il pensiero umanista e con
il Machiavelli. L’esperienza personale di Guicciardini, le informazioni raccolte sugli eventi narrati e la consultazione di
materiali d’archivio gli permettono di seguire la parabola che aveva portato l’Italia dalla libertà della fine del 400 alla
sottomissione straniera. A partire dall’età di Lorenzo il Magnifico, vista come momento di supremo equilibrio, egli
individua l’inesorabile susseguirsi di errori e sconfitte che tolgono ogni iniziativa autonoma agli Stati italiani, lasciandoli
in balia dei barbari. Proprio dalla presenza degli stranieri, principi e governanti italiani credevano di trarre dei vantaggi,
e in realtà hanno causato la tragedia di un intero paese. La narrazione di Guicciardini segue una logica di causa- effetto
che costruisce una storiografia sulle aspirazioni, le illusioni e le violenze che si manifestano nei rapporti tra gli uomini.
Guicciardini dunque individua le ragioni della rovina d’Italia in un concorso di forze, in una rete di rapporti
internazionali alimentata dalla presunzione degli uomini e ne ricava la negazione di ogni valore assoluto e il rifiuto dei
principi di comportamento della cultura quattrocentesca, che vede smentiti dalle guerre contemporanee.

TORQUATO TASSO (1544-1595)

Torquato Tasso è una delle personalità più discusse della nostra letteratura, infatti le sue vicende umane diedero
luogo ad un vero e proprio mito biografico: sia la sua figura che la sua opera furono viste come segni estremi
dell’infelicità che il genio incontra nei rapporti con il mondo e con le costrizioni sociali. Questo mito si lega alla stessa
concezione tassiana della letteratura. Egli vide nell’attività letteraria un valore assoluto, ne fece il luogo del supremo
riconoscimento di sé. Infatti si identificava totalmente nelle proprie opere e considerava la corte (in particolare quella
ferrarese di Luigi d’Este) l’unico luogo che avrebbe potuto conferirgli il successo e la gratificazione tanto desiderata.
Ma le norme e le strutture di potere impedirono che un intellettuale subalterno come Tasso potesse ricevere una
contropartita adeguata alle sue aspettative. Dopo aver terminato il suo capolavoro, La Gerusalemme liberata, il suo
equilibrio psicologico si spezza. La gioia del successo si trasforma in insoddisfazione. Egli si accorge dell’impossibilità di
un identificazione completa e felice con l’ambiente a cui si rivolge. Ciò provoca un senso di sradicamento, il desiderio
di fuga, la ricerca di valori perduti. Nel tentativo di sfuggire a questo stato di malinconia, si reca a Roma dove
sottopone il suo poema al giudizio di alcuni amici. Le loro critiche lo spingono a scatti di ribellione e violenza, a manie
di persecuzione e di autopunizione, che in seguito lo conducono alla reclusione nell’ospedale di S. Anna, dove
comunque continua a dedicarsi all’attività letteraria. Lì egli scrive alcune lettere che mostrano come sia possibile
comunicare la condizione di profondo malessere psichico nella scrittura (è una novità nella storia). È proprio il nesso
tra letteratura e instabilità psicologica a giustificare l’interesse che suscita l’inquieta esperienza di Tasso. Tuttavia non
si può parlare dell’opera di Tasso senza tener conto della cultura ferrarese del secolo XVI che, raccolta attorno alla
corte estense, da spazio ad un tipo di letteratura che susciti piacere nel pubblico. La cultura che essa promuove è ricca
di aperture e tiene conto dei modelli classicistici, pur restando animata dal gusto per il romanzesco e le forme
fantastiche. Si sperimentano vari generi, dal poema eroico, alla tragedia, alla favola pastorale. La favola pastorale è un
genere drammatico che si sviluppa dal convergere di diversi modelli. Questa forma raggiunge un perfetto equilibrio
nell’Aminta del Tasso, una favola boschereccia in cui l’autore attua una sintesi tra la dimensione pastorale, semplice
ed evasiva, e mondo cortigiano,frivolo e dedito al piacere: dunque l’immagine tradizionale dei pastori si trasforma in
specchio dell’elegante vita di corte. Tasso mette in scena alcuni personaggi che raffigurano esponenti della corte
ferrarese. Tra questi, Tirsi che rappresenta l’autore, incline alla saggezza e ai piaceri della vita di corte, allo stesso
tempo turbato dall’insoddisfazione. Vi è poi il personaggio femminile di Dafne, immagine di matura dama di corte,
consapevole del consumarsi della bellezza materiale. Infine Elpino, dietro il quale si intravede la figura di Pigna,
capofila della cultura cortigiana ferrarese. Queste figure osservano e guidano la favola, che presenta l’amore
innocente del giovane pastore Aminta per la ritrosa ninfa Silvia. Grazie al loro intervento, dopo varie vicissitudini, tra i
due giovani trionfa l’amore. Nella sua vita Tasso scrive anche una grande quantità di liriche, suddivise in rime
d’amore,rime encomiastiche e rime religiose, tutte caratterizzate dal recupero del rapporto con la musica. Fin
dall’adolescenza l’autore ha sempre mostrato grande interesse per i poemi cavallereschi, accentuato anche
dall’esempio del padre, impegnato nell’elaborazione dell’Amadigi. Egli scrive allora il Rinaldo, un poema cavalleresco
che narra la giovinezza del celebre paladino cugino di Orlando. Molto presto nasce in lui l’idea di un poema sulla prima
Crociata e sulla liberazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme dagli infedeli. Questo tema rispondeva ad aspirazioni
sia religiose che militari, poteva esprimere una ripresa in chiave controriformistica dei valori feudali e cavallereschi,
dare sfogo a una fantasia di rivalsa contro il mondo orientale e soprattutto esorcizzare l’incubo dell’espansione turca.
Alla corte di Ferrara Tasso approfondisce questo progetto, di cui si hanno varie stesure, varie edizioni e revisioni. Il
problema che preoccupa Tasso fin dall’inizio è quello del passaggio dal romanzo cavalleresco della tradizione ferrarese
a un poema eroico moderno, fondato sui canoni dell’epica classica. Mira dunque ad un classicismo moderno. Partendo
dalla nozione di poesia come imitazione delle azioni umane, egli sceglie la materia da narrare tenendo conto del fatto
che la poesia epica deve rappresentare le azioni più nobili e illustri, ricorrendo a contenuti storici integrati anche con
finzioni narrative. Poiché alla poesia è intrinseco il fine del diletto, bisogna aggiungere anche il meraviglioso. Quanto
alla forma, deve essere unica. Il metodo ariostesco della “moltitudine delle azioni” e della varietà viene da Tasso
rifiutato in nome di un esigenza di coerenza e organicità. L’assedio e la conquista di Gerusalemme da parte dei Crociati
nel lontano 1099 si presentava d’altra parte a Tasso come un evento unitario, che fondeva motivi bellici e motivi
religiosi e che, in virtù della sua distanza storica gli avrebbe permesso di arricchire la narrazione con elementi di
finzione. Il tema dava poi ampio spazio al meraviglioso cristiano, chiamando in causa interventi di Dio e degli angeli a
favore dei Crociati, e delle forze infernali a favore degli infedeli. Dato che non si narra interamente la prima Crociata,
ma solo la fase finale, l’azione ha in Gerusalemme (luogo sacro per eccellenza) il suo centro, proprio come Troia era al
centro dell’azione dell’Iliade, modello a cui Tasso si ispirava. La Gerusalemme liberata esibisce con chiarezza il proprio
significato ideologico che oppone le forze del bene e dell’ordine civile, morale e religioso a quelle del male, del
disordine e della barbarie. Protagonista collettivo del poema (suddiviso in 20 canti) è l’esercito crociato, che
rappresenta i valori con cui l’autore si identifica. Tra gli eroi cristiani spiccano il capitano Goffredo e i due giovani
Rinaldo e Tancredi. Goffredo è ispirato in gran parte dall’Enea virgiliano,egli rappresenta il modello di unità che Tasso
cerca di realizzare nel poema: tuttavia il suo rigore è spesso insidiato dal dubbio e dall’insicurezza. Rinaldo rappresenta
invece l’eroismo allo stato puro, la giovinezza rivolta all’azione fisica e all’affermazione. In lui si concentrano gli aspetti
più positivi della tradizione cavalleresca. Tancredi è una figura più malinconica, chiuso in un dramma interiore
generato dall’amore per la guerriera pagana Clorinda, che uccide senza volerlo in duello. In Tancredi si scorge un
immagine quasi cortese dell’eroe vittima dell’amore. Quanto agli eroi pagani, Tasso li fissa in immagini di forza bruta,
priva di moralità e razionalità. In questa prospettiva emergono le due figure di Argante e Solimano. Le eroine pagane
invece hanno la funzione ben precisa di distogliere gli eroi cristiani dai loro obiettivi. Con Clorinda, Armida ed Erminia,
Tasso crea tre figure che corrispondono ad altrettante proiezioni sociali. Clorinda è la donna-guerriera e misteriosa (le
sue origini sono cristiane, chiede il battesimo in punto di morte a Tancredi); Armida è la maga allettatrice, esplicita
immagine erotica (si innamora di Rinaldo, che la rifiuta. Cerca di vendicarsi fino a trasformarsi in una tranquilla
fanciulla che Rinaldo accetta di sposare); Erminia è invece una bellezza chiusa in se stessa, che sceglie di mettersi da
parte (innamorata di Tancredi, vorrebbe prendersi cura dell’eroe ferito). In Tasso possiamo trovare, rispetto ai poemi
cavallereschi precedenti, una maggiore attenzione all'interiorità, alla psicologia dei personaggi, che si presenta come
terreno di scontro tra dovere e desiderio. Le passioni, infatti, sono viste come strumenti delle forze malefiche per
distogliere gli eroi dal loro compito, così come l'amore, che presenta una duplice valenza, da una parte negativa,
mezzo delle forze del male, dall'altra positiva, grande motore dell'azione e l'occasione d'incontro tra diversi
personaggi. L'assurdità della guerra è un ulteriore tema del poema,che viene vista nella sua violenza, nei suoi aspetti
più terribili e brutali. Per la sua opera Tasso sceglie di utilizzare uno stile magnifico e sublime, che possa suscitare
meraviglia nel lettore attraverso sia l’uso di figure retoriche che la ripresa di modelli classici e volgari, come Omero,
Virgilio, Dante e Petrarca.

L’ILLUMINISMO

L’Illuminismo è un movimento culturale originatosi nel corso del XVIII secolo in Francia e poi diffusosi in tutta Europa.
Il concetto di Illuminismo è definito dai philosophes, intellettuali francesi che si impegnano per illuminare l’orizzonte
del mondo contemporaneo e rovesciare valori e norme sociali tradizionali sottoponendo lo sviluppo della realtà al
controllo della ragione, capace di rischiarare ogni ambito della conoscenza. L’Illuminismo non è caratterizzato da un
semplice razionalismo, ma dall’intento di emancipare l’uomo dalla tradizione, di delegargli ogni decisione per il
proprio destino, contribuendo a farlo uscire dallo stato di minorità, secondo la definizione che ne diede Kant nel 1784.
C’è una sostanziale fiducia nelle capacità di progresso dell’uomo, che viene posto al centro dell’universo e in ciò si
riallaccia alla tradizione umanistica. Un ruolo particolare nel processo di conoscenza viene attribuito ai sensi, secondo
l’impostazione filosofica di John Locke. La sua filosofia sottolinea il ruolo centrale che svolge la percezione sensibile
nell’elaborazione delle idee e nella conoscenza della realtà esterna.

L’Illuminismo imprime una svolta radicale alla cultura occidentale, imponendo una nuova concezione dei rapporti tra
cultura, società e realtà, creando in tal modo le premesse della società moderna. È molto forte la spinta
all’unificazione delle varie culture, soprattutto quelle subalterne e locali, in una cultura universale di riferimento. Nel
corso del Settecento, queste nuove tendenze accelerano a tal punto da produrre degli autentici mutamenti strutturali
e avviare una radicale trasformazione della stessa vita quotidiana. Questo processo è molto intenso in Inghilterra e in
Francia; il fenomeno più travolgente è senza dubbio la rivoluzione industriale, che crea i modi e i rapporti di
produzione del moderno capitalismo, modifica lo stesso ambiente fisico in cui si svolge il lavoro degli uomini. Alla
modificazione dell’ambiente, determinata dall’avvento delle macchine e delle tecniche industriali, si aggiunge la
presenza di un nuovo proletariato urbano che offre sul mercato la propria forza lavoro. Muta profondamente la stessa
qualità della vita: il ridursi delle epidemie e carestie, l’espansione della produzione agricola e vari altri fattori portano a
una notevole riduzione della mortalità e a un sensibile aumento demografico in quasi tutto l’Occidente. La tendenza
alla crescita determina anche un forte aumento dell’alfabetizzazione. Questi grandi mutamenti sono legati in primo
piano allo sviluppo della classe borghese che, sempre più libera dal ruolo sociale intermedio occupato nell’Antico
Regime, si pone come soggetto di primo piano della trasformazione economica e produttiva, entrando in contrasto
con tutto il sistema dei valori tradizionali. L’attività autonoma degli intellettuali porta anche a iniziative che si
incontrano con un nuovo spirito di intraprendenza dell’industria libraria: quella più ambiziosa e rivoluzionaria è
costituita dalla grande Encyclopèdie, progettata da d’Alembert e Diderot. L’Encyclopèdie costituisce un risultato
essenziale dell’Illuminismo, con la sua curiosità problematica per tutti i campi della conoscenza, con la sua audacia
teorica e la sua attenzione per ogni nuova tecnica. Le diverse realtà dei paesi europei fanno si che il movimento
illuministico, se pure internazionale e cosmopolita, presenta caratteri diversi nei vari paesi. In Italia c’è una fortissima
presenza dell’Illuminismo francese: vengono letti e analizzati Montesquieu, Voltaire, Rousseau, ma gli illuministi
italiani preferiscono affrontare i problemi che riguardano la vita civile e sociale del paese, di cui avvertono i limiti e
l’arretratezza. Il movimento illuminista si sviluppa in vario modo nei centri della penisola, in particolare nel Piemonte
dei Savoia, nel ducato di Parma, in quello di Modena e nel granducato di Toscana. Nel regno di Napoli passato alla
dinastia dei Borbone, si ha una spinta riformistica molto originale rivolta verso problemi sociali ed economici.
Caposcuola dell’Illuminismo napoletano è l’abate Antonio Genovesi, che elaborò una lunga serie di analisi e di
proposte per un profondo rinnovamento dell’economia meridionale. Egli individuava nei privilegi feudali e nel
protezionismo l’ostacolo maggiore per un’equa distribuzione della ricchezza. Un’altra figura di rilievo è l’abate
Ferdinando Galiani, anch’egli coinvolto nell’amministrazione borbonica oltre che nei salotti parigini, dove si distingue
come dissacratore dell’ottimismo e del progressismo illuministici, con un fondo di scettico realismo conservatore.

IL NEOCLASSICISMO

Il Neoclassicismo è una tendenza artistica e culturale del XVIII secolo che si impone come continuazione del
classicismo illuministico. Tuttavia lo sviluppo della civiltà moderna costringe a riconoscere la distanza che separa il
mondo greco e latino da quello presente. Da questo senso di lontananza si sviluppa l’atteggiamento neoclassico, che si
collega alle nuove forme di sensibilità e inquietudine che percorrono l’Europa. Esso si differenzia dai precedenti tipi di
classicismo in quanto è guidato dallo spirito della ricerca, ambisce a recuperare una classicità autentica, a riscoprire il
mondo greco e latino nella sua purezza ma la volontà di imitare i classici si regge su una passione composta e
misurata. Il campo in cui il Neoclassicismo trova la più ampia diffusione è costituito dalle arti figurative; inoltre
importanti scoperte come quelle delle rovine di Ercolano e di Pompei provocano una serie di studi, da cui si organizza,
nella sua struttura di moderna scienza storica, l’archeologia. L’antichità classica,vista come un mondo di bellezza e
razionalità, si offre all’artista moderno come oggetto di passione e riflessione critica: cercare di recuperarne la bellezza
originaria significa anche affermare valori di moralità che assumono una portata rivoluzionaria nel mondo
contemporaneo. Si aspira al sublime e al piacere estetico, ma con la coscienza che esso va raggiunto attraverso i sensi
e il sentimento. Anche il nostro paese è direttamente coinvolto: un nuovo significato acquistano i tradizionali viaggi in
Italia, che diventano appassionanti pellegrinaggi verso la patria dell’antica bellezza, che permettono il contatto con i
luoghi e gli oggetti del mondo classico e suscitano malinconia per quanto è andato perduto. Roma è più di ogni altra
città italiana la meta privilegiata degli intellettuali europei. Ricordiamo il teorico neoclassico Winckelmann autore
dell’opera Storia dell’arte antica, in cui l’arte classica viene vista come sintesi di libertà, in cui la bellezza della natura si
sublimava in supremo equilibrio morale.

Nel corso del tempo si approda ad atteggiamenti sempre più negativi rispetto ai presupposti illuministici: non c’è più
fiducia nella giustizia e nella ragione, ma insoddisfazione per gli sviluppi della civiltà e per il carattere dei nuovi
rapporti tra gli uomini. Si preferisce dunque soffermarsi ad analizzare gli individui, i loro desideri, la loro personale
aspirazione alla felicità. In questo contesto anche le espressioni artistiche, e in primo luogo la letteratura, tendono a
mettere da parte la semplice funzione sociale,ponendosi come esperienze totali e assolute. Contemporaneamente al
Neoclassicismo si svolgono varie esperienze, solitamente raccolte sotto l’etichetta di Preromanticismo, attraverso le
quali l’inquietudine europea cerca nuove forme di comunicazione, generatrici di vere e proprie mode culturali che
prendono piede anche in Italia. Ricordiamo la moda delle visioni e della comunicazione poetica con l’aldilà; la
diffusione di una poesia della notte e del sepolcro legata al gusto per il macabro, il gotico e il medievale. Questo culto
è dovuto soprattutto all’opera di James Macpherson, che finse di aver ritrovato frammenti di antichi canti epici nella
lingua celtica d’Irlanda e di Scozia, opera di un bardo di nome Ossian, e di averli tradotti in inglese. Si diffuse anche un
nuovo culto per l’opera di Omero, Dante e Shakespeare. Un peso fondamentale ebbero le opere di Rousseau: in esse
era contenuta una critica radicale delle strutture e dei fondamenti della società e dell’educazione. Questa critica trova
la sua più completa affermazione in Germania con il movimento dello Sturm und drang (tempesta e assalto),
denominazione che indica un’assoluta volontà di ribellione contro le norme sociali e culturali, una rivendicazione degli
istinti naturali. Il più grande successo europeo elaborato nel clima dello Sturm und drang è il capolavoro di Goethe,
I dolori del giovane Werther: si tratta di un’analisi di un nuovo modello di comportamento che definisce la spinta
autodistruttiva contenuta in ogni ricerca di affermazione assoluta dell’io, dei suoi istinti e del suo stesso genio. In Italia
invece troviamo la figura di Melchiorre Cesarotti, mediatore essenziale tra modernità e tradizione. Un peso
determinante per i successivi sviluppi del linguaggio poetico italiano ebbe la sua traduzione delle Poesie di Ossian. Con
essa il pubblico italiano poteva far suo il nuovo gusto per il mondo eroico medievale, per le passioni primitive, la
malinconia e i paesaggi oscuri. Cesarotti, lavorando sull’inglese di Macpherson, contribuisce allo sviluppo del
linguaggio della poesia romantica e del melodramma dell’800.

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