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CLASSICI ITALIANI

COLLEZIONE FONDATA E DIRETTA DA


FERDINANDO NERI E MARIO FUBINI

CON LA DIREZIONE DI
GIORGIO BÁRBERI SQUAROTTI

2
LUDOVICO ARIOSTO

ORLANDO FURIOSO
e
CINQUE CANTI
A cura di
REMO CESERANI e SERGIO ZATTI

UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE TORINESE

3
© De Agostini Libri S.p.A. - Novara 2013
UTET
www.utetlibri.it
www.deagostini.it

ISBN: 978-88-418-8874-2

Prima edizione eBook: Marzo 2013


© 1997 Unione Tipografico-Editrice Torinese corso Raffaello, 28 - 10125 Torino

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La casa editrice resta a disposizione per ogni eventuale adempimento riguardante i diritti
d’autore degli apparati critici, introduzione e traduzione del testo qui riprodotto

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INDICE DEL VOLUME

Introduzione
Nota biografica
Nota bibliografica

ORLANDO FURIOSO I–XXVI


Canto primo
Canto secondo
Canto terzo
Canto quarto
Canto quinto
Canto sesto
Canto settimo
Canto ottavo
Canto nono
Canto decimo
Canto undecimo
Canto duodecimo
Canto terzodecimo
Canto quartodecimo
Canto quintodecimo
Canto sestodecimo
Canto decimosettimo
Canto decimottavo
Canto decimonono
Canto ventesimo
Canto ventesimoprimo
Canto ventesimosecondo
Canto ventesimoterzo
Canto ventesimoquarto
Canto ventesimoquinto

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Canto ventesimosesto

ORLANDO FURIOSO XXVII-XLVI

Canto ventesimosettimo
Canto ventesimottavo
Canto ventesimonono
Canto trentesimo
Canto trentesimoprimo
Canto trentesimosecondo
Canto trentesimoterzo
Canto trentesimoquarto
Canto trentesimoquinto
Canto trentesimosesto
Canto trentesimosettimo
Canto trentesimottavo
Canto trentesimonono
Canto quarantesimo
Canto quarantesimoprimo
Canto quarantesimosecondo
Canto quarantesimoterzo
Canto quarantesimoquarto
Canto quarantesimoquinto
Canto quarantesimosesto et ultimo

CINQUE CANTI

Canto primo
Canto secondo
Canto terzo
Canto quarto
Canto quinto

Indici dell’Orlando Furioso

Indice dei Cinque Canti

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INTRODUZIONE

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RITRATTO DI LUDOVICO ARIOSTO

1. Nonostante le apparenze, c’è qualcosa di inafferrabile nella figura umana e


poetica di Ludovico Ariosto. L’immagine che ci è stata consegnata da lui stesso
nelle sue opere e da tutti quelli che lo conobbero corrisponde a quella di un
personaggio buono, ricco di umanità, con la mente piena di sogni e di storie
romanzesche, costretto dalla vita (e cioè: dalla durezza dei tempi, dalle necessità
della famiglia, dagli interessi dei suoi signori, dalle invidie delle corti) a occuparsi di
tante faccende pratiche, per cui non sarebbe stato tagliato.
Fondamentale, nel fissare questa immagine dell’Ariosto, è stato il ruolo svolto
dalle Satire, un’opera per tanti aspetti eccezionale nella letteratura umanistica,
caratterizzata com’è dall’esibizione di vicende private, problemi vizi virtù
idiosincrasie e aspirazioni tutti strettamente personali, da parte di un poetacortigiano
che in ogni altra occasione, nei gesti e negli scritti (dalle Lettere al Furioso), si è
sempre fatto conoscere come particolarmente schivo e reticente. È come se il fine e
suadente moralista degli esordi ai canti del poema, incontratosi con l’abile
cortigiano-attore che, messa la maschera teatrale, usciva a recitare, nelle feste di
corte, il prologo delle sue commedie, avesse improvvisamente deciso di buttare la
maschera, rinunciare alla voce pacata, ironica, superiore alla mischia, personalizzata
solo quel tanto per consentirsi qualche ammicco sorridente, per rivelarsi e dar sfogo
ai suoi umori più segreti (in un’opera, del resto, che egli non pensò di dare alle
stampe).
In realtà, se ben si guarda, anche nelle Satire la maschera il poeta continua
sistematicamente a indossarla: è, questa, una maschera precisa, basata
fondamentalmente su quella di Orazio satirico, e rimodellata secondo la tradizione
della poesia «comica» tre e quattrocentesca e della letteratura umanistica cortigiana.
Eppure, tale è stata la forza di seduzione di quella autorappresentazione ironica di
un altro se stesso – gli aneddoti sulla «persona » comica, le movenze del «poeta»
di corte: distratto, scontento, brontolone, innamorato di amore cortese eppure
disincantato osservatore dei costumi amorosi di corte, saggio di saggezza
proverbiale e favolistica, infastidito di questo e di quello, frequentatore di stanze e
studi di potenti ma conoscitore anche troppo familiare del mondo, delle corti e della
diplomazia e politica degli stati italiani, dotto di umanistica dottrina ma conoscitore
tra scandalizzato e comprensivo dei vizi umani degli umanisti, ecc. –, tale è stata
quella forza, che tutti i biografi, chi più chi meno, han finito per accogliere gli spunti
di questa apparente biografia. A cominciare dal figlio Virginio, al quale risalgono dei
preziosi Appunti sulla figura del padre, una serie di annotazioni sommarie, spesso
pure intitolazioni di capitoletti da scrivere per una «vita» del poeta, qua e là rimasti
incompleti, forse destinati a uso privato, forse notazioni a margine dopo la lettura di

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qualche vita o elogio considerati lacunosi o inesatti, forse promemoria di notizie a
favore di altri (e infatti sono in rapporto assai stretto con la Vita dell’Ariosto scritta
da Giovan Battista Pigna nel 1554).
Nelle parole del figlio Virginio si avverte spesso come ai ricordi diretti e personali
continuamente si affianchino e sovrappongano quelli indiretti, ricavati dalle Satire
(che del resto proprio da Virginio furono ritrovate e fatte stampare). Ciò è evidente,
per esempio, quando Virginio racconta che il padre «appetiva le rape » (cfr. Satira
III, 43-45), o quando parla dei rapporti con il cardinale Ippolito o del trasferimento
al servizio del duca Alfonso (cfr. Satire I e III). Quanto al famoso appunto XII di
Virginio, che contiene l’aneddoto sul viaggio compiuto dall’Ariosto in pianelle da
Carpi a Ferrara ed è, insieme con un passo corrispondente della Vita del Pigna,
all’origine delle tante leggende sull’Ariosto distratto, bisogna precisare che Virginio
racconta l’aneddoto per dimostrare la gagliardia fisica del padre e le sue qualità di
buon camminatore e non accenna neppure alla distrazione. L’aneddoto, del resto,
nelle parole di Virginio, è assai scarno: «Come era di complessione robusta e sana,
salvo che di un catarro; di statura grande; a camminare a piedi gagliardo in modo,
che partendosi da Carpi venne in un giorno a Ferrara in pianelle, perché non aveva
pensato di fare cammino».

2. La storia dei ritratti dell’Ariosto è già essa una manifestazione emblematica di


quel che di sfuggente c’era nella sua realtà biografica. Per un singolare destino egli,
pur vissuto all’interno di una grande civiltà figurativa e in un momento in cui il
ritratto pittorico era un costume sociale diffuso e toccava i vertici della perfezione
artistica, è stato spesso immaginato sulla base di ritratti inesatti o addirittura, come
continua a capitare ancor oggi, raffigurato, sui frontespizi delle sue opere o delle
monografie critiche, o a corredo delle notizie su di lui nei manuali e nelle
enciclopedie (a cominciare dalla Enciclopedia italiana) con un’immagine splendida
di gentiluomo rinascimentale, dipinta da Tiziano, ora conservata alla National
Gallery di Londra, che ha il solo torto di non essere l’immagine di Ludovico
Ariosto.
La situazione, infatti, dei ritratti di Ariosto a noi pervenuti è abbastanza intricata.
Una prima immagine sua è quella che comparve nell’edizione del Furioso stampata
a Venezia nel 1530 dal noto tipografo (e cantastorie) ferrarese Nicolò d’Aristotele
detto Zoppino. L’edizione, molto rara, prima a portare stampe in legno, aveva sul
frontespizio un ritratto dell’Ariosto di profilo (rivolto a sinistra), in veste di panno e
berretto, con una barba appuntita, i capelli abbastanza lunghi e fluenti, l’aria seria e
pensosa, e sullo sfondo due rami di alloro e le iniziali «L. A.». Il ritratto, più piccolo
di quello successivo e molto più noto del 1532, meno inciso nei particolari, più
approssimativo, presenta un Ariosto più giovane di quanto potesse essere nel 1530.
Esso ebbe scarsissima circolazione e ricomparve solo altre due volte in edizioni
ariostesche. Se ne ignora l’autore e non si riesce a stabilire collegamenti né con i
ritratti pittorici né con le più tarde medaglie.
Un secondo, e assai più importante, ritratto è quello contenuto nel recto della
penultima carta dell’edizione definitiva del Furioso, stampata a Ferrara nel 1532 da

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Francesco Rosso da Valenza. Il ritratto, sicuramente ricavato da un disegno di
Tiziano, è stato inciso dal silografo veneziano Francesco Marcolini, che l’ha incluso
dentro una precedente bordura di cui era autore il savoiardo Francesco di Nanto.
L’Ariosto vi è rappresentato di profilo (rivolto a destra), in età avanzata, con un
volto scavato, percorso da rughe, la fronte ampia, ben distinta dalla testa calva,
l’aria rappacificata e quasi si direbbe irrigidita: un Ariosto in posa, fluente però nei
capelli e nella barba, dolce nell’occhio, reticente nella bocca, classicamente e
nobilmente atteggiato, che consegna se stesso alla fama ormai sicura dei posteri. È
evidente, nella posa e nel taglio del ritratto, il gusto delle monete e delle medaglie.
L’incisione è fine, senza secchezze e chiaroscuri troppo forti, e il tutto ha una sua
dolcezza contenuta e sfumata, e una sua dignità. La grandezza di Tiziano ritrattista
vi è riconoscibile, e anche la mano abile del Marcolini. È l’Ariosto dell’ultimo
Furioso, che ha curato con grande scrupolo la stampa della sua opera in tutti i
particolari, e si consegna ai posteri con qualcosa di definitivo e monumentale.
È quasi altrettanto certo che Tiziano «dipinse» precedentemente un ritratto del
poeta: la data post quem è il 1516, quando egli cominciò ad avere rapporti assai
stretti con la corte ferrarese. È anche possibile, e anzi probabile che – pur tenendo
conto della riservatezza dell’Ariosto, ma rapportandola ai gusti e alle esigenze di
una vita e di un ruolo come quelli di un cortigiano della corte estense in quel tempo
– altri pittori gli facessero in altri momenti della vita il ritratto. Quel che è sicuro è
che la famiglia possedeva, a metà Cinquecento, almeno un ritratto di Ludovico:
sappiamo per esempio che nel 1554 Virginio, allora a Padova, aveva mandato un
incaricato a Ferrara a prendere il ritratto che lì si conservava del padre e abbiamo
testimonianza che quel quadro probabilmente fece tappa a Venezia e forse lì si
fermò.
Pochi anni dopo, forse non casualmente, uscì a Venezia una nuova edizione del
Furioso, curato da G. Ruscelli e preceduto dalla Vita del poeta di Giovan Battista
Pigna, nella quale, rispetto alla versione precedente contenute nei suoi Romanzi, c’è
una pagina aggiunta, contenente una specie di «ritratto letterario», scritta quasi in
gara con il ritratto pittorico, che si conclude proprio con un’allusione diretta al
ritratto di Tiziano:
In quanto alla forma e all’aspetto del corpo, egli ebbe la statura alta, il capo
calvo, i capelli neri e crespi, la fronte spaziosa, i cigli alti e sottili, gli occhi in dentro,
neri vivaci, e giocondi, il naso grande, curvo e aquilino, le labra raccolte, i denti
bianchi e uguali, le guance scarne, e di color quasi olivastro, benché il corpo nel
resto fosse bianchissimo; sì come anco non era peloso, la barba un poco rara che
non cingea il mento infino a gli orecchi. Il collo ben proporzionato, le spalle larghe,
e piegate alquanto, quali sogliono aver quasi tutti quelli, che da fanciullo hanno
cominciato a stare in su i libri. Le mani asciutte, i fianchi stretti, e gli stinchi che
aveano dell’inarcato, et egli dipinto di mano dell’eccellentissimo Tiziano pare che
ancor sia vivo.
È impossibile dire se il ritratto inviato nel 1554 a Virginio fosse proprio quello del
Tiziano e se esso sia restato a Padova o Venezia o sia invece ritornato a Ferrara.

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C’è infatti una testimonianza del giureconsulto padovano Gregorio Montagnana, il
quale nel 1572 si recò appositamente a Ferrara «solo per satisfare la vista e
l’intelletto di vedere, o sentir cose attinenti all’Ariosto». A lui un lontano
discendente del poeta, cultore delle memorie ariostesche, «fece vedere il ritratto dal
naturale dell’Ariosto, fatto per mano del Tiziano, ed alcuni scritti et opere, di man
propria, et gli donò una medaglia, cavata, pare dal naturale». Non sappiamo se si
tratta del quadro spedito a Virginio e ritornato a casa oppure se, oltre a quello
spedito a Virginio, ci fosse un altro quadro di Ariosto a Ferrara e se entrambi
fossero di mano di Tiziano oppure uno a lui erroneamente attribuito. Sappiamo, in
ogni caso, che nel 1648 un ritratto dell’Ariosto attribuito a Tiziano si trovava a
Venezia, dove fu visto e descritto con abbondanza di particolari in casa di Nicolò
Renier. Secondo Carlo Ridolfi sarebbe stato proprio Tiziano, che era legato da
amicizia e ammirazione con il poeta, a fare quel ritratto di lui «in maestosa maniera
con veste di velluto nero foderato di pelle di lupi cervieri apparendogli nel seno con
gentil sprezzatura le crespe della camiscia». Quel quadro andò probabilmente
disperso nel 1666, come tutta la collezione del Renier, e tuttavia ancora all’inizio del
Settecento si parla di un «Ariosto dipinto da Tiziano» visto presso i signori Vianoli
in Venezia a San Casciano. Copie di questo o quel ritratto di Ariosto si trovavano,
inoltre, sparse qua e là per l’Italia.
Tutto questo ha messo in grosse difficoltà gli studiosi di storia dell’arte, i quali
hanno cercato di identificare, nei ritratti conservati presso i musei di tutto il mondo,
quello ariostesco o quelli ariosteschi dipinti da Tiziano ed eventualmente quelli
eseguiti da altri pittori. Alla National Gallery di Londra, oltre al bellissimo ritratto di
gentiluomo di Tiziano erroneamente identificato in un primo tempo con l’Ariosto e
poi troppe volte riprodotto come tale, ce n’è un altro, entrato nella galleria nel 1860,
che nei successivi cataloghi della galleria è stato dato come «ritratto dell’Ariosto di
Tiziano» e «ritratto di un poeta del Palma» fino al catalogo più recente, di Cecil
Gould, che lo definisce «ritratto di un poeta, probabilmente l’Ariosto, di Palma il
Vecchio»; Gould dimostra che questo ritratto non può coincidere con nessuno dei
due visti a Venezia nel Sei e Settecento, l’uno in casa Renier e l’altro in casa
Vianoli. Se veramente di Ariosto si tratta, si tratta di un Ariosto che è stato definito
«alquanto languido» (Cavalcalselle-Crowe) e con un’« espressione dolcemente
meditativa e quasi trasognata» (Firpo). Potrebbe essere l’Ariosto del primo Furioso
(e questo sarebbe il volume che tiene in mano: il che fisserebbe la data del ritratto
almeno al 1516), più giovanile e malinconico, più femmineo si direbbe di quanto ci
si potrebbe aspettare: un Ariosto più incline al romanzesco che al classicheggiante,
con la testa un po’ piegata, gli occhi che guardano lontano, i vestiti e gli ornamenti
straordinariamente sfarzosi. Al qual proposito possiamo ricordare che i documenti
studiati dagli specialisti sulle spese di corte del cardinale Ippolito registrano frequenti
prelievi, da parte dell’Ariosto, di stoffe preziose.
Un altro «ritratto dell’Ariosto» si trova alla biblioteca comunale di Ferrara,
ricevuto in dono nel 1920 quand’era bibliotecario Giuseppe Agnelli, il quale lo
esaminò, ne ricostruì l’origine e in un primo tempo si disse convinto trattarsi di
un’immagine del poeta forse dipinta dal grande coetaneo Dosso Dossi. Egli lo

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collocò in bella vista nella sala ariostea, scrisse un saggio sui ritratti dell’Ariosto, ma
poi, a poco a poco, riesaminandolo attentamente, si accorse che la testa era stata
dipinta da una mano più esperta di quella che aveva dipinto il resto. Quando poi,
nel 1925, per fortunata combinazione, gli fu mostrato un altro ritratto sino allora
ignoto dell’Ariosto, assai più piccolo di dimensioni, molto rovinato dal tempo,
posseduto in Ferrara da Ugo Oriani, si accorse che anche la testa del dipinto della
biblioteca era una copia, e appunto del ritratto Oriani. Sottoposto all’esame degli
esperti il ritratto venne attribuito successivamente a Sebastiano del Piombo,
Bassano il Vecchio, Tiziano e, da Giovanni Piancastelli che lo restaurò, a Dosso
Dossi, del che restò convinto anche Agnelli.
Questo ritratto, disperso durante la seconda guerra mondiale e oggi visibile solo
in riproduzioni fotografiche, sia esso da attribuire a Dosso, a Tiziano o ad altro
pittore, sia esso un originale o una copia, sembra essere all’origine o vicino
all’origine di un’immagine da cui derivò tutta una serie di ritratti e copie di ritratti
dell’Ariosto, fra cui quello, ampliato a tutta figura anche se rozzamente eseguito,
oggi nella biblioteca ferrarese. Esso, o l’originale da cui deriva, può essere stato
considerato dai familiari il ritratto del poeta eseguito da Tiziano e può avere ispirato
alcune descrizioni cinquecentesche, fra cui quella del Pigna; e però non corrisponde
con quello che era conservato a Venezia in casa Renier. In ogni caso, purtroppo, ci
consegna un’immagine incerta, cancellata dal tempo, anche se molto suggestiva e
potente, molto vicina all’Ariosto quale possiamo presumere che realmente fosse.
C’è, infine, ancora un «ritratto di Ariosto di Tiziano», che si trova dal 1947 nella
galleria del John Herron Art Institute di Indianapolis. Secondo un autorevole
studioso di Tiziano, Hans Tietze, esso sarebbe sicuramente l’Ariosto dipinto dal
pittore veneziano attorno al 1515 e identificabile con il quadro veneziano di casa
Renier. Alcuni tizianisti si sono dichiarati d’accordo con Tietze, mentre altri, fra cui
H. E. Wethey, il più autorevole studioso vivente del pittore veneziano, escludono
qualsiasi rapporto con il quadro di casa Renier e qualsiasi somiglianza con i ritratti
certi del poeta ferrarese.
Il risultato del gran lavoro di ipotesi e attribuzioni degli specialisti fa sì che
l’immagine dell’Ariosto rimanga ancor oggi per noi molto sfuggente: a parte la
silografia del 1532 (e quella precedente del 1530) ci resta un non del tutto
convincente, anche se affascinante, Ariosto di Palma il Vecchio, mentre l’Ariosto di
Tiziano (che dovette sicuramente esistere) viene dal più recente catalogo dell’opera
tizianesca, curato dal Wethey, posto fra le opere perdute, e l’Ariosto di casa Oriani,
ritenuto da alcuni di Tiziano e da altri del Dossi (e comunque, per ora, anch’esso
scomparso) viene dal più recente studioso del Dossi, il Gibbons, declassato a copia.
Insomma, per ritrovare l’immagine fisica dell’Ariosto dobbiamo tentare di risalire
dalle incisioni ai perduti disegni, dalle copie (o dalle fotografie) ai perduti originali, e
lavorare d’intuizione.

3. Quello di Ariosto soggetto, come diceva Barotti, a «gagliarda astrazione» è


stato a lungo un luogo comune, un’immagine resistente, e i biografi moderni sono
riusciti solo in parte a correggerlo. Quest’immagine, rafforzata dall’idea stessa,

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prima umanistica e poi romantica, del poeta come homo distractus e sognatore,
divenuta quasi proverbiale nelle biografie sette e ottocentesche, è ricomparsa pari
pari, caricandosi di nuovo significato, nel De Sanctis. Anzi, nel De Sanctis sono
presenti due diverse immagini dell’Ariosto, quella delle lezioni zurighesi del 1858-59
e quella della Storia della letteratura italiana, che sono fra loro diverse non solo
per la diversa situazione del critico e per il robusto schema dialettico che, nella
Storia, irrigidisce l’immagine ariostesca, affidandole un ruolo esemplare di
interprete di tutta la coscienza etica e artistica del Rinascimento, ma anche, si
direbbe, perché il De Sanctis doveva aver davanti, nei due momenti, documenti
biografici e iconografici diversi.
Nelle lezioni il ritratto, tutto di maniera e lontano anche dai ritratti tradizionali, è
evidentemente rifatto dal critico sulla sua interpretazione dell’opera ed è, da un
punto di vista biografico, persino ingenuamente romantico:
Chi guarda il suo ritratto con quel volto sereno e quelle labbra sorridenti, e legge
il suo Orlando, gli suppone un carattere leggiero; eppure la sua vita fu tragica. Era
malaticcio, sottile, con un affanno di petto che gli rendeva di quando in quando
impossibile il lavoro. Il padre morì lasciandolo giovane con quattro fratelli e cinque
sorelle da provvedere e la sua vita fu impiegata a provvedere non solo a sé ma a
questi; in tale ingrata e prosaica lotta con le necessità della vita concepì l’Orlando.
Possedeva un fondo inesausto di buon umore.
Nella Storia il De Sanctis attribuisce all’Ariosto un ruolo e un significato diversi,
facendone la personificazione, non più romantica ma, se vogliamo, tendenzialmente
realistica, del poetacortigiano tipico del Rinascimento. Questo nuovo Ariosto era
una «buona pasta d’uomo», da tutti considerato distratto, perché «la vita era per lui
una distrazione, un accessorio, e la sua occupazione era Parte». Il tipo è quello
dell’«uomo mezzano e borghese come quasi tutti i letterati di quel tempo, nella sua
bontà e tranquillità facilmente stizzoso, e che non sa conquistare la libertà e non sa
patire la servitù, e, tutto impiccinito e ritirato tra le sue contrarietà e le sue miserie,
si fa spesso dar la baia per le sue distrazioni e le sue collere».
Le due personalità dell’Ariosto venivano da De Sanctis divaricate al massimo: da
una parte l’Ariosto uomo, quello delle Satire lette in chiave romanticamente
autobiografica, «con una sua propria fisionomia nella scala de’ Sancio Panza e de’
don Abbondio », dall’altra l’artista che insegue un suo ideale di perfezione, la cui
arte si accende (proprio in contrapposizione alla sua vita grigia e meschina) e si fa
splendida quand’egli fantastica e compone. Come Carducci che più o meno in
quegli stessi anni, oltre a dedicarsi a lungo alla poesia latina di Ariosto e a progettare
una biografìa del grande ferrarese che poi non scrisse mai, componeva per la donna
amata il sonetto Dietro un ritratto dell’Ariosto, anche De Sanctis doveva avere
davanti la silografia tizianesca, quando rappresentava questo Ariosto: «Il suo
sguardo s’illumina, la sua faccia è ispirata, si sente un Iddio. Là, su quella fronte,
vive ciò che è ancora vivo in Italia: l’artista». La fronte era al centro anche
dell’attenzione di Carducci, sia nel sonetto famoso sia nelle pagine critiche: «Anche
giovane – scriveva nello studio sulla giovinezza latina del ferrarese – l’Ariosto è il

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sublime smemorato, con l’alta fronte e con l’occhio tardo pieni dello stupore de’
suoi grandi sogni».
Quest’immagine, e le contraddizioni interiori che essa implicava (la vita piena di
grigiore e la mente piena di sogni, la realtà fitta di frustrazioni e l’amore colmo di
premi), è ritornata migliaia di volte negli studi su Ariosto. Essa è tranquillamente alla
base anche della biografia monumentale di Michele Catalano e ciò nonostante che
quella stessa biografia sia piena di documenti e notizie, molti nuovi e inediti,
riguardanti questioni di economia domestica della casa degli Ariosto, eredità e
spartizioni, compravendite e prestiti, condotte quasi tutte da Ludovico, primogenito
e presto capofamiglia, e condotte con una notevole capacità di districarsi fra le mille
difficoltà. Giunto alla fine della sua lunga fatica, il Catalano lasciava finalmente
libero l’animo suo severo di studioso e, quasi dimenticandosi del materiale raccolto,
tornava a dare di Ariosto il solito ritratto poetico:
A differenza di altri poeti, pei quali le traversie economiche e politiche furono
pungolo a sfruttare i doni di natura, l’Ariosto avrebbe forse prodotto di più se non
fosse stato oppresso dalle contingenze della vita pratica. Questo è il dramma
tormentoso ed estenuante che pesava sulla vita artistica del Poeta, trascorsa fra il
desiderio di straniarsi dal mondo per abbandonarsi ai sogni geniali e la pesante
giornea di cortigiano, che lo obbligava a consumare senza costrutto un tempo
quanto mai prezioso per le sue magnifiche creazioni.
Un forte stimolo a superare queste contraddizioni e dicotomie è venuto, nel
1931, a un anno solo dalla pubblicazione della biografia del Catalano, da Riccardo
Bacchelli con un suo bel libro, pieno di tensione drammatica, intitolato La congiura
di don Giulio d’Este. Muovendo dalla ricostruzione storica della congiura di
famiglia che minacciò di togliere il potere ad Alfonso d’Este e che ispirò nel 1506
una famosa ecloga all’Ariosto e, successivamente, due stanze del Furioso (III, 61-
62), il Bacchelli tratteggiava un affresco colorito della corte estense e ricostruiva,
con gusto di plastica rappresentazione dei gesti e dei motivi profondi delle grandi
personalità del passato, l’azione diplomatica e politica dispiegata da Ercole, da
Ippolito, da Alfonso per organizzare il loro Stato e tenerlo al riparo dalle minacce
espansionistiche degli altri Stati italiani, e rivendicava all’Ariosto un ruolo
importante non solo nell’azione diplomatica svolta al servizio dei suoi signori e in
particolare, almeno in un primo tempo, del più energico e spregiudicato fra di essi,
Ippolito, ma anche nella lucida capacità di comprensione della vita politica del suo
tempo, anche nelle pieghe più drammatiche e nelle motivazioni riposte, e gli
attribuiva una rara forza intuitiva nel seguire l’utile proprio, e, sin che vi si
identificava, quello dello Stato dei suoi signori: dava, per esempio, una spiegazione
tutta politica e utilitaristica del passaggio dell’Ariosto dal servizio di Ippolito a quello
del duca, in concomitanza con l’affermarsi di quest’ultimo sul fratello e del
passaggio, nel governo dello Stato, da una diarchia di fatto al dominio di un solo.
Ne veniva fuori, inattesamente, l’immagine di un Ariosto tutto politico, o
perlomeno tutto diplomatico, assai vicino, per la passione intellettuale di conoscere
il mondo dell’azione e del potere, al contemporaneo Machiavelli, e forse ancor più

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al Guicciardini, e diplomaticamente capace di trovare un suo posto in quel mondo.
La trasformazione subita dal ritratto ariostesco nelle pagine del Bacchelli (secondo
la formula «distratto sì, ma diplomatico l’Ariosto; e i diplomatici sanno, non meno
dei poeti moralisti, che la distrazione vera e finta è un’arte e un artificio: fa parte
dello stile») agì da stimolo, soprattutto negli anni del dopoguerra e in quelli più
recenti, sugli studiosi di Ariosto, portandoli gradualmente a rivedere
l’interpretazione della vita e della personalità del poeta ferrarese e a formulare
nuove ipotesi. Walter Binni, Lanfranco Caretti e Cesare Segre – i maggiori ariostisti
italiani degli ultimi decenni – si sono impegnati nei loro studi a reinterpretare tutta la
documentazione storica e filologica, a rileggere con maggior circolarità l’intera
opera, a mettere al lavoro una buona psicologia empirica. Caretti, per esempio, ha
respinto decisamente ogni divaricazione fra vita e poesia nell’Ariosto e ha attribuito
al poeta una «scelta consapevole» nel condurre la sua vita secondo i modi
particolari che storicamente gli erano consentiti. L’Ariosto era, secondo Caretti, «un
uomo che tenacemente e con assidua coerenza perseguiva un suo ideale di intimità
tanto affettuosa quanto composta, evitando ogni forma di dispersione generica, di
facili suggestioni emotive, mirando a concentrare e ad approfondire quei doni di
umanità ricca e cordiale di cui la natura non era stata certo avara con lui». In quella
interiore serietà e capacità di «armonia etica», in quel profondo impegno
conoscitivo Caretti ritrovava le radici profonde della varietà e complessità della
poesia ariostesca. Segre, a sua volta, studiando attentamente le opere minori
accanto al poema e soffermandosi in particolare sulle preziosissime lettere che ci
sono pervenute e che costituiscono uno dei più interessanti epistolari del
Cinquecento, insisteva sulla profonda «moralità» ariostesca. «La moralità
dell’Ariosto, tesa all’universale nelle commedie e nel Furioso, posata sull’estuario
della meditazione nelle Satire, nelle lettere è ancora tutta carica del sentimento che
l’ha infiammata, erta e vibrante». Dalle lettere emerge anche, secondo il Segre,
sorprendentemente, una «coscienza combattiva» dell’Ariosto, che si concretizza in
una scrittura che è «quadro di situazioni rigorosamente spoglio, definizione di
programmi, rimprovero schietto e coraggioso al principe»; e quindi «diventa, e sono
le cose più belle, accorato consuntivo morale, abbattimento, esortazione. Il
carattere dell’Ariosto ci si apre […] senza alcuna mediazione letteraria, e tuttavia
con un vigore di stile proporzionato alla statura umana dello scrittore. È un carattere
al quale, a costo di smentire l’Ariosto stesso, l’attitudine all’azione dev’essere
riconosciuta in alto grado. Gli Estensi sapevano valutare i loro uomini».

4. Un tentativo può essere fatto di ricavare dal materiale biografico diretto e


indiretto (le allusioni autobiografiche attentamente interpretate, le notizie che
vengono dai documenti notarili e dalle tante altre testimonianze raccolte e vagliate
dal maggior biografo moderno dell’Ariosto, Michele Catalano, le testimonianze del
figlio Virginio, del Pigna e di altri contemporanei) un «ritratto critico», sia pur
problematico, di Ludovico Ariosto uomo cortigiano e poeta, che cerchi di spiegarne,
tendenzialmente, la personalità complessa e sfuggente, i comportamenti spesso
contraddittori, i crucci interni e forse l’esistenza di situazioni conflittuali profonde.

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Sulla costituzione fisica dell’Ariosto le testimonianze dei contemporanei sono
univoche: egli era «per natura sua sanissimo e robustissimo del corpo» (Pigna), «di
statura grande, a camminare gagliardo» (Virginio). Queste testimonianze insistono
sul vigore delle lunghe membra, sul piacere che Ludovico provava a muoverle (era
tutt’altro, quindi, che un sedentario!). Le testimonianze iconografiche (anche se non
sempre sicure) e un accenno del Pigna dicono anche che la schiena, le spalle e i
fianchi accennarono precocemente a piegarsi. Le testimonianze, inoltre, concordano
nel registrare una sua continua irrequietezza, come un’ansia che lo spingeva a fare e
muoversi. Questo sembra essere il significato vero di alcuni aneddoti raccontati da
Virginio:
Mangiava presto e assai, e non facea distinzione di cibi. E tosto che giungeva a
casa, se trovava preparato il pane, ne mangiava uno passeggiando, e fra tanto si
portava la vivanda in tavola; il che come vedea, si iacea dar l’acqua alle mani e
mangiava la cosa che più vicina gli era. Mangiava spesso un pane dopo che avea
intralasciato il mangiare. Io penso che non si ricordasse quello che facesse, perché
avea l’animo intento a qualche cosa o di composizione, o di fabbrica. Intesi che
essendogli sopraggiunto un forestiere a casa nell’ora che s’era desinato, gli mangiò
tutto quello che se gli portò innanzi, mentre che ’l forestiero si stava ragionando, e
forse con rispetto e vergogna, e poi dopo la partita del forestiero fu ripreso dal
fratello ch’avesse mangiato quello che si era posto al forestiero, e non rispose altro
se non ch’era stato suo danno e che doveva mangiare […] mai non si satisfaceva
de’ versi suoi e li mutava e rimutava […]
Nelle cose de’ giardini teneva il modo medesimo che nel far de’ versi, perché mai
non lasciava cosa alcuna, che piantasse, più di tre mesi in un loco; e se piantava
anime di persiche, o semente di alcuna sorte, andava tante volte a vedere se
germogliava, che finalmente rompea il germoglio. E perché avea poca cognizione
d’erbe, il più delle volte prossumea che qualunque erba che nascesse vicina alla
cosa seminata da esso fosse quella; la custodiva con diligenzia grande fin tanto che
la cosa fosse ridotta a’ termini che non accascava averne dubbio. I’ mi ricordo
ch’avendo seminato de’ capperi, ogni giorno andava a vederli, e stava con una
allegrezza grande di così bella nascione. Finalmente trovò ch’erano sambuchi e che
de’ capperi non n’eran nati alcuni.
Questa ansiosa irrequietezza sembra avere, come controparte, non tanto la
svagatezza sognante e le distrazioni su cui sono state basate tante facili ricostruzioni
psicologiche, ma un’incertezza profonda, un’instabilità, un’incapacità – o grande
incertezza – a decidere tra scelte troppo vincolanti («Come né stole, io non vuo’
ch’anco annella / mi leghin mai»: Sat. II, 115-16). Sarà anche vero quello che
hanno sostenuto alcuni studiosi cui si deve una ricostruzione sociologicamente
attenta della carriera di Ariosto, che egli, quando aveva cominciato il suo servizio
nella corte di Ippolito, si era preparato dei piani razionali e un «progetto di vita», e
che la delusione provata per l’impossibilità oggettiva di attuarlo spiega la crisi degli
anni 1516-20 e anche il nuovo equilibrio, con ripiegamenti e rinunce, ottenuto negli
ultimi anni; ma sotto quella capacità intelligente di fare piani o dietro la baldanza

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vigorosa con cui l’Ariosto seppe farsi e «fabbricarsi» ben presto un posto eminente
nella corte e fra i letterati italiani, e costruirsi una carriera, e anche, con la stessa
energia e capacità di far piani, elevare la costruzione straordinaria del Furioso,
c’era anche un’irrequietezza e un’indecisione di fondo, che si manifestava sia nelle
cose più piccole sia in quelle più grandi, e non solo nel crescer piante, ma anche,
per esempio, nell’iniziativa importante, per lui, di costruirsi la parva domus:
Ma perché nel principio, che cominciò a fabbricare, l’intenzion sua non era di
stanziarvi; ma avendo poi preso amore a quel giardino, si deliberò di farvi la casa. E
perché male corrispondevan le cose fatte all’animo suo, solea dolersi spesso che
non fosse così facile il mutar le fabbriche come li suoi versi; e rispondeva agli
uomini che gli dicevano che si maravigliavano ch’esso non facesse una bella casa,
essendo persona che così ben dipingeva i palazzi; a’ quali rispondeva, che faceva
quelli belli senza denari (appunto di Virginio).
Ma dilettandosi molto d’edificare, e facendo poca spesa, fu una volta
soprappreso da chi gli disse, che si maravigliava di lui che avesse nel suo libro varii
edificii descritto, e magnifichi, e superbi, ch’egli poscia s’avesse fatto una casetta
così poco conforme con gli scritti suoi. Egli dandogli questa festevole risposta, che
porvi le pietre, e porvi le parole, non è il medesimo, il condusse nell’entrata d’essa
sua casa… Intorno a questa sua casa non si contentando mai d’una cosa fatta,
facea spesso rifarla, dicendo d’essere ancora tale nel far versi, essendo che molto li
mutava, e rimutava (aneddoto riferito da Virginio).
L’irrequietezza manifestata da Ariosto nelle cose materiali (nei gesti e movimenti
del corpo, nell’atto del nutrirsi) trovò una corrispondenza nelle incertezze e
indecisioni della carriera. Sarà anche vero quello che sostengono alcuni storici dello
Stato ferrarese, come il Gundersheimer, che il dominio degli Este era basato
sostanzialmente su un consenso implicito fra signori, cortigiani e popolo – poiché,
se i primi sfruttavano il popolo in modo energico e sistematico, il popolo dal canto
suo era «disposto a essere sfruttato e accettava tale sfruttamento come prezzo
necessario per le forme particolari di sicurezza di cui aveva urgentemente bisogno»
– ma le visioni troppo trionfalistiche ed entusiastiche dei successi della politica
estense, e in particolare della splendida politica culturale messa in atto da quei
signori risultano diffìcilmente applicabili a molti aspetti particolari e contraddittori
della storia di quegli anni e sicuramente delle vicende particolari di Ludovico
Ariosto. Quel che risulta sulla base non solo delle lettere e delle Satire di Ariosto,
ma anche del materiale abbondante raccolto (e non sempre interpretato a fondo) dal
Catalano, o da un’analisi dei comportamenti di altri cortigiani, a cominciare dai
familiari stessi dell’Ariosto, il padre, gli zii, i fratelli, i cugini, e poi dagli amici e
colleghi, fra cui alcuni furono fedelissimi agli Este come Celio Caleagnini e Antonio
Costabili e altri loro nemici dichiarati come l’amico strettissimo della gioventù di
Ludovico, il signore di Carpi Alberto Pio, è che il rapporto intercorso fra l’Ariosto,
il cardinale Ippolito e il duca Alfonso non fu mai del tutto pacifico. A parte le lunghe
controversie giuridiche che egli ebbe, come capo della famiglia, contro gli stessi suoi
signori per questioni di proprietà e interessi, deve pur significare qualcosa che, nella

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generazione immediatamente precedente a quella di Ludovico, tra i protagonisti, e
forse i promotori, di un tentativo di congiura intessuto con Venezia ai danni di
Ercole d’Este c’erano i membri della famiglia Ariosto, e in prima fila gli zii
Francesco Brunoro e Ludovico, ma quasi sicuramente anche Niccolò.
Il concetto, così frequente nelle Satire, della «libertà», espresso com’è nei
termini convenzionalmente letterari della tradizione umanistica antitirannica, cela
dietro di sé, molto probabilmente, una concreta realtà sociologica che non è certo
l’aspirazione romantica e individualistica all’indipendenza spirituale e politica, ma è
il frutto dell’esperienza concreta di una classe di funzionari e intellettuali nobili o
provenienti dalla borghesia ricca, organizzati di solito attorno ad alcune grandi
famiglie, impegnati a conquistarsi potenza economica e politica nelle città e nelle
campagne, costretti a muoversi, mano a mano, con manovre sempre più rischiose,
dentro una trama complicata di rapporti fra le famiglie, le signorie e gli Stati, sempre
più coartati dalla situazione a cercare protezione presso il potere dispotico dei
signori e a funzionare, come ceto intellettuale, da mediatori nei rapporti esterni e
soprattutto in quelli interni, fra l’amministrazione sempre più complessa e
accentrata (proiettata verso grandi investimenti di capitali sia in opere di
urbanizzazione e sistemazione dei suoli sia in opere di prestigio e di lusso, non
escluse le molte manifestazioni di snobismo sfrenato) e i ceti popolari direttamente
impegnati nelle attività produttive, portata quindi a reagire in vari modi alle pressioni
sempre più esigenti della realtà difficilmente controllabile: dall’integrazione totale,
fatta in nome dell’interesse familiare e tradotta spesso in atteggiamenti di duro e
spietato egoismo, perfettamente funzionale alle necessità repressive del signore (è
questo il caso di Niccolò Ariosto, il padre del poeta), alla ribellione segreta o aperta
(è il caso dell’amico di gioventù Alberto Pio), alla ricerca di spazi, in vario modo
conquistabili, di autonomia (ricerca di alternative, rivendicazione letteraria della
«libertà», scissioni e tormenti interiori, che psicologicamente si esprimono in sfoghi
di umore o in evasioni estetistiche e ideologicamente in distaccata saggezza e
moralità «realistica»).
È alla luce di questi elementi che può trovare una spiegazione convincente la
cosiddetta « crisi », che si manifestò nella biografia e nella carriera di Ariosto
attorno al 1515-16 e si risolse, dopo il distacco dal primo signore, il cardinale
Ippolito e i tentativi falliti di una sua diversa sistemazione cortigiana (a Roma,
presso il nuovo papa fiorentino e mediceo Leone X), nel nuovo servizio presso il
duca Alfonso e l’accettazione della realtà politica e sociale ferrarese. Ariosto visse
quegli anni con partecipazione diretta e con un intuibile grosso sforzo di
comprensione e di analisi dei mutamenti profondi e drammatici che avevano
investito gran parte della scena politica italiana (sulla quale egli stesso era stato, in
alcune occasioni, con un suo ruolo non grande, un attore). Egli preparò con cura
una diversa sistemazione cortigiana, prendendo le distanze dal cardinale quando si
accorse che ormai egli non era più al centro della politica ferrarese e che al governo
diarchico da lui esercitato insieme con il fratello Alfonso si stave ormai sostituendo
quello del solo Alfonso. Dopo una intensa rete di coinvolgimenti fiorentini e medicei
(dei quali peraltro sappiamo assai poco, anche se comportarono suoi soggiorni

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molto lunghi nella città toscana), quando il partito mediceo riuscì a portare un suo
rappresentante sul soglio pontificio, l’Ariosto cercò decisamente di ottenere una
sistemazione romana, nella corte papale. Quando alle speranze subentrò la
delusione, egli seppe reagire con fermezza. La trasformazione, interiore e di
comportamento, dovette essere molto profonda, ma egli fu molto attento a non
lasciarne mai segni troppo espliciti. Rientrò nella dimensione ferrarese, si impegnò
con serietà, ma anche con amarezza e distacco, nei servizi richiesti dal suo signore
(come fece quando fu inviato governatore in Garfagnana), pose mano al
consolidamento della sua famiglia e delle sue personali fortune. L’irrequietezza
manifestata da Ariosto nelle cose materiali trovò anche una corrispondenza, per
quel che se ne può intuire sotto la gran discrezione che circonda tali argomenti,
anche nelle cose d’amore, almeno sino all’incontro rappacificante (ammesso che
veramente rappacificante esso sia stato) con Alessandra Benucci, un incontro che
avvenne proprio negli anni della crisi e che ebbe come sfondo proprio la realtà
sociale e politica fiorentina e i tentativi di Ludovico di dare una svolta nuova e
diversa alla sua carriera. Certo i dati, sia pure scarsi, che abbiamo su Alessandra
non sono tali da farne un modello né di dolcezza, né di affettuosità materna. La
vediamo donna bella che, adorna di splendide vesti si muove nella società elegante
prima fiorentina e poi (avendo seguito il poeta nella sua città) ferrarese. La
immaginiamo, sulla base dei documenti, dedita a certi suoi lavori di ricamo e a
piccoli traffici mercantili (che sfiorano l’usura), poco generosa a dir poco verso i
figli avuti dal primo matrimonio e poi, col passare degli anni, sempre più chiusa in
una sua gretta avarizia. Alessandra dovette avere anche qualità che i documenti
(notarili o d’affari) o le lettere ai parenti fiorentini sui fastidi recatile dai figli (scritte
probabilmente sotto sua dettatura da Ludovico) non ci mostrano, ma che possono
spiegare il legame molto stretto e fedele che l’Ariosto ebbe con lei. Certo, quando
l’Ariosto consegnava ad Alessandra gioie, denari e copie del Furioso (e però non
andava a vivere stabilmente con lei) sembra quasi che ne privilegiasse le qualità
protettive. E lo stesso brusco salto, dai molteplici amori della gioventù a questo
amore lungo, fedele, segreto, desiderato eppur tenuto a distanza, non sembra
neppur esso indicare una situazione di placido equilibrio.
L’irrequietezza manifestata da Ariosto nelle cose materiali trovò infine
corrispondenza nell’attività poetica, nel linguaggio indiretto della rappresentazione
artistica, in quello ironico e amaro delle Satire, in quello prospettico della scena
teatrale, in quello immaginario dei ripensamenti, dei rifacimenti e delle giunte al
poema: in quegli scritti egli diede forma, trasponendole nel linguaggio dell’arte, alle
sue riflessioni sulle vicende vissute e alla sua nuovamente approfondita conoscenza
degli uomini.
Se, dell’irrequietezza ariostesca, del resto ampiamente motivata dalle ragioni
esterne, dai mutamenti profondi, di tipo sociale e culturale, che stava subendo
l’ambiente storico in cui si trovò a operare, si vuol cercare un qualche aggancio
anche privato e personale, psicologico o addirittura psicofisico, pur sapendo quanto
rischiosi siano queste speculazioni, fatte per di più su un personaggio appartenente a
tutt’altri tempi e anche a tutt’altra cultura medica e naturale, bisogna puntare sugli

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acciacchi fisici di cui sappiamo che egli sofferse, tutti collegati a quanto pare con le
disfunzioni della digestione e anche con la malattia di cui morì in età non molto
avanzata. Il Catalano, accomodando un po’ troppo facilmente le cose in omaggio a
certo suo moralismo, e restando anche troppo stretto alla lettera delle Satire, così
descrive la situazione: «gli strapazzi causati dai numerosi viaggi, la cattiva digestione
per la fretta del mangiare durante le frequenti astrazioni, qualche comune malattia
venerea mal curata, forse anche gli eccessi sensuali e il tormento di non poter
dedicare maggior tempo alle sue creazioni artistiche, gli travagliarono la forte fibra,
abbattendolo ai confini della vecchiaia».
Conviene attenersi alle parole dei medici che, anche se sono formulate secondo
le cognizioni del tempo, vengono da testimonianze dirette e da una cerchia di
scienziati-naturalisti che, oltre a esser stati amici dell’Ariosto e a lui legati da comuni
interessi culturali, erano gli esponenti di una delle scuole mediche allora più
avanzate d’Europa. Riferisce Giambattista Giraldi che l’Ariosto fu sovrappreso da
gravissima infermità, che con acerbissimi dolori il tormentò di membro in membro,
sotto la cura dell’Eccellentissimo M. Giovanni Mainardi, il quale… [insieme con gli
altri medici] sin dal principio giudicò la infermità incurabile che lo tormentò per più
di un anno.
E il Pigna, su notizie presumibilmente raccolte dagli stessi ambienti, spiega:
Et il suo mangiar con fretta fu cagione, per quanto dissero i medici, che i cibi
pochissimo masticati avessero maggior difficoltà nella digestione, e che per esser
ella cattiva ne fosse seguita una ostruzzione nel collo della vessica, alla quale
volendo essi con acque aperitive porger rimedio, gli guastarono lo stomaco. E
soccorrendosi con altre medicine a quest’altra indisposizione, tanto s’andò
travagliando, ch’egli cadde nell’etica. Et ove per natura sua sanissimo e
robustissimo del corpo, al sopragiungerlo di questa infermità parve tutto l’opposto.
Quanto allo sfondo familiare, dobbiamo ricordare che anch’esso fu, nonostante
le apparenze, assai tormentato. Ariosto era nato nel Palazzo del Capitano della
Cittadella di Reggio (oppure, ma meno probabilmente, nella casa dei nonni materni
Malaguzzi nella stessa città). Pochissimo si sa della madre, Daria Malaguzzi.
Ludovico ha un accenno affettuoso a lei in una satira (I, 213-15) e più estesamente
a lei accenna Gabriele nell’Epicedio per il fratello. I documenti, interrogati dal
Catalano, dicono assai meno di quanto lo studioso voglia far loro dire. La vita di
una donna come Daria, sposa a vent’anni e madre di dieci figli, in quel tempo, era
inevitabilmente consegnata al silenzio. Quel che dice di lei Giosue Carducci è
puramente induttivo (anche se forse non privo di una sua verità psicologica,
ricavata intuitivamente da alcuni lati del carattere di Ludovico, non importa se
espressa, poi, in termini di retorica ottocentesca):
Che la Daria fosse donna non della volgare schiera ce ne persuaderemo
facilmente, ripensando e notando che i grandi poeti soglion tenere fisiologicamente
molto dalle madri, o almeno che le madri loro hanno pregi o d’animo o d’ingegno o
di forza e bontà d’indole insigni o più insigni che non i padri.

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Del padre Niccolò, invece, si sa molto. Tralasciando di giudicare moralmente
(come hanno fatto in tanti) certi atti poco limpidi della sua attività di funzionario
estense, bisogna però dire che i dati che abbiamo su di lui ne fanno una personalità
molto dura e decisa, spregiudicata (come del resto i suoi fratelli) nell’azionare le
leve del potere e decisa a farsi strada negli uffici dello Stato ferrarese, fedele
soprattutto, come del resto si richiedeva a un esponente della piccola nobiltà che
voleva emergere e diventare potente, al proprio utile immediato, non molto abile
forse nel trattare la gente per il verso giusto, anzi troppo scopertamente duro (e per
questo odiato e combattuto) e non sempre vincente: una figura anche troppo
esemplare di padre rigido e autoritario, il cui autoritarismo si manifestò, almeno una
volta, toccando la sfera sessuale e familiare, in un incidente a Lugo di Romagna,
con caratteristiche di gratuita ferocia e sadismo: in quell’occasione egli fece
torturare un marito che aveva colto la moglie in adulterio ma voleva soffocare lo
scandalo, per strappargli il nome dell’offensore. Non meraviglia che il figlio
oscillasse non poco nel far proprio o respingere il modello paterno, sia cercando di
modellare, nella vita, il proprio comportamento su quello del cugino Pandolfo, che
era più vecchio di lui, sia, nelle Satire, con lucida autoanalisi, contrapponendo alla
figura severa del padre quella dolce del buon maestro, e altro padre, Gregorio da
Spoleto.
Nel corso della sua esistenza Ludovico Ariosto trasmigrò varie volte da una
dimora all’altra. Se si tiene presente l’importanza e la centralità della casa, o del
palazzo, e dell’istituto stesso della famiglia nella società e cultura del tempo, sembra
di cogliere anche qui non poche incrinature (dovute a interventi del destino, ma
anche a inquietudini ariostesche) dell’immagine tradizionale del poeta «casalingo».
A sei anni l’Ariosto seguì i genitori a Rovigo, e lì di nuovo abitò in una fortezza, di
cui il padre era capitano e da cui prima lui, i fratelli e la madre, e poi il padre stesso,
sconfitto dai Veneziani, dovettero fuggire nel 1482. Alla fortezza finita in mani
nemiche subentrava la casa dei Malaguzzi, a Reggio. A nove anni, finalmente,
Ludovico si trasferì nella sua Ferrara, vedendola probabilmente allora per la prima
volta: andava ad abitare nella grande casa di famiglia in S. Maria in Bocche, nella
quale vivevano gli zii Francesco e Ludovico, canonico del duomo (e a entrambi
Ludovico fu poi molto affezionato). Poi la famiglia di Niccolò si trasferì nella casa
dello zio Brunoro, che sorgeva lì vicino nella stessa via, e, infine, nel 1486, in una
casa nuova, di recente acquistata attigua anch’essa alla «magna domus » degli zii.
Qui, nelle case dei fratelli Ariosto, collettivamente designate come «magna domus»,
distribuendosi variamente nel tempo la famiglia, l’Ariosto trascorse molti degli anni
seguenti, di volta in volta con i genitori, gli zii (quando i genitori si recarono a
Modena dal 1489 al 1492), o i fratelli o presso uno dei fratelli (quando la famiglia si
divise), o da solo, o con Virginio (ma vanno messi nel conto i soggiorni a Canossa,
a Reggio, in Garfagnana e i viaggi). Solo nel novembre del 1529 l’Ariosto si
trasferì, con Virginio, nella nuova casa che si era fatto adattare in via Mirasole, la
«parva domus». Alessandra continuò, anche dopo il matrimonio clandestino
(avvenuto verso il 1528-29) e dopo la costruzione della «parva domus», a vivere in
una sua casa: qui il poeta si recava, trascorreva a volte la notte, teneva i danari, gli

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oggetti preziosi e le copie del Furioso (che però volle, nel testamento, fossero
consegnate dopo la sua morte a Virginio).
Come si vede il poeta casalingo non ebbe mai, se non negli ultimissimi anni, una
sua vera casa, e anzi ebbe di volta in volta centri diversi d’interesse: i luoghi
dell’infanzia, la fortezza finita in mano ai nemici, il bel Mauriziano dei cugini, la
«magna domus » (che è la casa degli ultimi anni della madre, del fratello Gabriele
paralitico, ed è la casa di cui si parla nelle Satire), la casa della donna amata, la
«sua» piccola ultima casa, così poco goduta.
Se si torna a pensare a Ludovico Ariosto, alla sua vicenda terrena, all’ambiente
in cui visse, ai suoi comportamenti e progetti e dubbi e tormenti, quasi
inevitabilmente accade che il ritratto di lui divenga non più unico e coerente, ma
una serie di ritratti diversi, che si rimandano a specchio o si replicano e moltiplicano
in un gioco complesso di mascherature e autoanalisi, assunzione di ruoli e
confessioni, proiezioni di sé e sfoghi improvvisi. Con in più l’impressione che l’uno
o l’altro ritratto continui a celare qualcosa e la tentazione di scavare più a fondo.

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IL LAVORO DI TUTTA UNA VITA: L’ELABORAZIONE DEL
FURIOSO E I CINQUE CANTI

1. L’elaborazione del Furioso, verosimilmente intrapresa nei primissimi anni del


secolo (1504-1505), ha accompagnato l’Ariosto lungo tutto, o quasi, l’ultimo
trentennio della sua vita. Le prime testimonianze certe lo ricordano alla corte di
Mantova nel febbraio del 1507 impegnato a intrattenere «cum piacere grandissimo
» la sorella del duca estense, la marchesa Isabella Gonzaga, «cum la naratione de
l’opera eh’ el compone»; le ultime, di amici come il Giraldi Cinzio, ce lo mostrano
ancora affaticato in tarda età a correggere e limare l’opera, da poco stampata per la
terza volta, in vista di una nuova, e chissà mai se negli intenti definitiva, edizione:
obbiettivo frustrato dal sopraggiungere repentino della morte (6 luglio 1533). Questa
cura assidua è stata scandita dalle tre tappe editoriali del 1516, 1521 e 1532, in cui
il magma del Furioso si è sedimentato in forme ogni volta mutate. Esse ci
restituiscono il volto mobile di un’opera che, presto recepita nei canoni del
«classico», quale suprema incarnazione della Forma rinascimentale, esibisce in
realtà la storia travagliata di un incessante work in progress.
A rendere più accidentata questa fisionomia si aggiunge il fatto che il Furioso è
giunto a noi non solo depositando a stampa le varianti del proprio evolversi, ma
anche conservando le tracce dei suoi residui e dei suoi materiali di scarto, pure
questi accuratamente documentati e vagliati dalla vivacissima filologia ariostesca.
Fare la storia del Furioso significa oggi dunque riconoscere la progettualità
mutevole della sua forma a partire anche dalle opzioni alternative che, credute a
lungo possibili, Ariosto ha lasciato poi cadere dal testo o mantenuto nel testo
destinandole ad altra funzione.
La prima stampa (A) ebbe luogo, come le due successive, a Ferrara e, come
quelle, fu personalmente seguita dall’autore: il 22 aprile del 1516 il maestro
Giovanni Mazocco dal Bondeno pubblicava l’Orlando Furioso in quaranta canti,
frutto di almeno una decina d’anni di intenso lavoro, con dedica «allo illustrissimo e
reverendissimo cardinale donno Ippolito d’Este suo signore». Mentre l’opera
conosce un’immediata e larga fortuna (come ci testimonia anche Machiavelli nella
lettera all’Alamanni del dicembre 1517), il lavoro di Ariosto tuttavia non si
interrompe, indirizzandosi in due direzioni principali: l’allargamento della tela del
poema e la sua revisione linguistica. Quanto al primo aspetto, sappiamo da una
famosa lettera a Mario Equicola che nell’autunno del 1519 il poeta sta lavorando a
un «poco di giunta », che con tutta probabilità è da identificare con i cosiddetti
Cinque Canti successivamente esclusi dalla stampa. D’altra parte, la scrittura è
improntata a un ibridismo linguistico, risultante dalla patina dialettale del volgare
padano venata delle sue radici ancora fortemente latineggianti, che l’Ariosto, per

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sua personale sensibilità di gusto, già prima della codificazione bembesca, si
preoccupa di affinare nel senso del toscano illustre.
In vista di una nuova edizione del poema (di cui, sull’onda di un successo
clamoroso, correvano stampe scorrettissime), Ariosto viene depositando il suo
meticoloso lavoro di ripulitura linguistica su una copia della prima stampa. È questo
il più vistoso, e non minimale, risultato del secondo Furioso (B), che il poeta affida
per la pubblicazione (13 febbraio 1521) al tipografo milanese Giovanni Battista da
la Pigna, ma preoccupandosi, oltre che di sostenere le spese, della diffusione e
persino dello smercio dell’opera. I rari spostamenti e le rare soppressioni di ottave
sparse qua e là, bilanciata da esigue aggiunte – fra cui spiccano le tre ottave di
XXXVIII, 20-22 B (= XLII, 20-22 C) in onore dei Fregoso – non mutano
sostanzialmente la fisionomia del primo Furioso, così che solo formalmente
plausibile suona il vanto editoriale che proclama il nuovo poema «quasi tutto
formato di nuovo e ampliato». Anche perché in questa seconda stampa non trova
posto quella «giunta» che probabilmente proprio in vista di un tale progetto era
stata pensata e di cui si era diffusa, insieme con l’eco, l’aspettativa.

2. Più vasto e complesso il lavoro che conduce all’ultima redazione del Furioso,
quella in cui noi oggi leggiamo l’opera. La revisione ariostesca muta
consistentemente forma e struttura del poema, accentuando certe caratteristiche che
lo allontanano dalla dimensione più tradizionalmente «romanzesca» e lo avvicinano
a forme più apertamente classicizzanti. Queste caratteristiche di novità, che peraltro
procedono nel solco di alcune acquisizioni narrative già del primo Furioso,
andranno esaminate ora con attenzione, per tentare poi una ricostruzione
storicamente plausibile dell’intenzione artistica dell’Ariosto e del suo travaglio
creativo.
Dal punto di vista linguistico, l’evento decisivo di quegli anni è la legislazione
della lingua letteraria attuata dal Bembo con le Prose della volgare lingua (1525).
L’Ariosto vi trova la conferma della sua personale ricerca di stile e di lingua, e uno
stimolo a intervenire con assiduità quasi ossessiva sul suo testo, che egli sottopone
«a molti begli ed eccellenti ingegni d’Italia, per averne il loro giudizio»: fra questi
probabilmente il Bembo medesimo, quando ormai (febbraio del ’31) siamo a
ridosso della nuova stampa. Dalla koiné padana del primo Furioso, l’Ariosto si
allontana sempre più radicalmente, mirando a far proprio il modello linguistico dei
grandi autori del Trecento toscano, e in particolare a trasferire il sistema espressivo
petrarchesco dal genere nobile della lirica al genere «basso» del poema
cavalleresco. Proprio in questo consiste la novità linguisticamente rivoluzionaria del
terzo Furioso: nell’aver integrato la tradizione canterina, a lungo radicata nelle
culture della Padania, dentro l’alveo toscano e nazionale della poesia d’amore che
la normativa bembesca, non senza il concorso correttorio degli stampatori, andava
stabilizzando.
Ma è l’incremento della materia, che porta il poema all’attuale consistenza di 46
canti, a definire la novità sostanziale del terzo Furioso. Tralasciando le singole
acquisizioni locali e le frequenti aggiunte di ottave dedicate a personaggi

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contemporanei e a fatti di carattere storico-politico, spiccano le quattro grandi
creazioni nuove: la storia di Olimpia, che si situa fra i cc. IX-X-XI e comprende la
famosa invettiva contro le armi da fuoco, quella di Bradamante e dei tre re nordici
alla rocca di Tristano (cc. XXXIIXXXIII) con l’importante ekphrasis politica delle
pitture di Merlino che profetizzano rovesci militari per i Francesi che invaderanno
l’Italia, quella del tiranno Marganorre e della casta e fedele Drusilla, che occupa un
canto interamente di nuova fattura, il XXXVII, e infine la più lunga, quella del
principe greco Leone che, situandosi negli ultimi tre canti (di cui il XLV nuovo)
costituisce l’ultima complicazione romanzesca prima che si sciolga il nodo delle
nozze dinastiche fra Bradamante e Ruggiero.
Come già per l’edizione del ’21, l’Ariosto consegna al nuovo stampatore
Francesco Rosso da Valenza, una copia della precedente stampa corredata di
fittissime varianti autografe «et di sopra et di sotto et dalle bande et tra mezzo»
(Pigna), a cui è costretto ad allegare alcuni quaderni a parte per contenere le oltre
settecento ottave di nuova creazione. Nel marzo è così intento alla revisione delle
prove di stampa che, come scrive a Giovan Giacomo Calandra, non può «attendere
ad altro». Questa, che è l’ultima edizione (C) curata personalmente dall’autore,
vede la luce il primo ottobre del 1532. Tracce di una inesausta quête personale, si
possono rilevare i segni di estremi interventi operati quando il testo era già in
composizione. La stampa è corredata di un ritratto dell’Ariosto ricavato da un
disegno di Tiziano e di un’impresa mutata rispetto alle edizioni precedenti, dove si
raffiguravano le api scacciate dal fuoco del villano ingrato accompagnate dal
famoso motto Pro bono malum. Qui invece si vedono due bisce, l’una con la lingua
mozza, l’altra in procinto di subire la stessa sorte da una mano minacciosa, con il
motto Dilexisti malitiam super benignitatem. Il vecchio motto non scompare del
tutto, ma sopravvive in alcuni esemplari spostato alla fine, dopo l’explicit
dell’ultimo verso. L’Ariosto, insoddisfatto del risultato editoriale in cui gli pareva
«d’esser stato mal servito… et assassinato » (come ricorda il figlio Galasso al
Bembo), riprese immediatamente l’opera correttoria, seguendo la consueta prassi di
lavorare con varianti e postille sulla copia stampata, in vista di una nuova
pubblicazione. Gliene mancò il tempo per la grave infermità che lo affliggeva e che
lo condusse a morte nel giro di pochi mesi.

3. Il quadro del Furioso non risulterebbe completo senza una ricostruzione


dell’intenzione artistica di Ariosto che tenesse conto anche di quelle parti che,
previste nel piano dell’opera, vennero dall’autore escluse in diversi stadi di
elaborazione per una serie di ragioni che si cercherà ora di indagare. Preziosissima
per lo studioso ariostesco è la pubblicazione di Santorre Debenedetti dei Frammenti
autografi del Furioso (Torino 1937), ovvero i manoscritti di pugno dell’Ariosto che
documentano il suo lavoro creativo e correttorio sulle quattro aggiunte del ’32. Un
famoso studio di Contini sulle varianti soprattutto metriche e stilistiche fìssa alcune
linee di tendenza del labor ariostesco: Ariosto non parte da una traccia in prosa, ma
direttamente da un’idea ritmica che gli detta avvii e princìpi del verso; mira nelle
varianti a rassodare il corpo centrale del verso, isolando una nuova entità di ritmo

25
per trovare un tempo forte in più. Sul piano della tradizione del «genere», egli
punta a mantenere la conquista lirica del Poliziano senza perciò rinunciare al
carattere narrativo proprio dell’ottava romanzesca; quanto infine alla prassi
correttoria, per lui si riassume in una impeccabile «arte del levare». Per parte sua,
Segre sottolinea come, col conforto dell’autorità bembesca, l’opera di
regolarizzazione linguistica e stilistica venga proseguita con maggior rigore e
convinzione: il toscano letterario si afferma sempre più egemone rispetto ai residui
dialettali o latineggianti, che pure vengono saltuariamente conservati per scopi
espressivi. In effetti la direzione bembesca non è affatto imperativa: basti guardare,
per esempio, al fatto che, accanto al modello petrarchesco (studiato da Bigi e
Cabani) si afferma largamente un meno canonico uso di Dante (studiato da Segre e
Blasucci) Altri interventi ariosteschi riguardano la sintassi, che tende a eliminare le
tracce più vistose della tecnica canterina (ripresa interstrofìca di parole, rime facili
in clausola d’ottava); e la metrica, dove l’enjambement prosastico si riduce
progressivamente a favore di una maggior armonia fra sintassi e metro. Questi e
altri, più minimali, fenomeni adombrano nel loro complesso un sostanziale
cambiamento di paradigma: ovvero, il passaggio dal codice della tradizione
cavalleresca alla lezione di Petrarca e Boccaccio.

4. Dei vari tentativi di ampliamento del poema, esclusi poi dal testo, restano
documenti soltanto parziali, quasi tutti pubblicati dal Debenedetti in appendice ai
Frammenti autografi. Le 84 stanze comunemente intitolate Per la storia d’Italia
(di recente edite dal Casadei) descrivono, scolpite in bassorilievo sullo scudo di
Ullania, le sventure d’Italia dal 300 al 1300 originate dalla translatio imperii da
Roma a Bisanzio. Il corpus tramandato dalle stampe cinquecentesche consta in
realtà di due frammenti relativamente indipendenti (ottave 1-20; 21-84), tanto è
vero che il primo gode di un’autonoma tradizione manoscritta. Questo è legato alla
composizione dell’episodio di Eulalia (poi Ullania) che fu parzialmente riutilizzato
dall’Ariosto nel terzo Furioso (c. XXXIII), là dove si fa la storia, effigiata negli
affreschi profetici di Merlino, degli interventi in Italia dei Francesi, presentati in
un’ottica piuttosto partigiana. Tale sostituzione si spiega forse anche tenendo conto
del mutato atteggiamento politico degli Estensi dopo il 1527, e in particolare del loro
distacco da Francesco I e del loro riavvicinamento a Carlo V. Il secondo frammento
narra la vicenda dello scudo (da assegnare al «miglior cavallier che cinga spada »)
già presente nell’abbozzo autografo ariostesco detto della Regina Elisa. Nelle 15
ottave del cosiddetto Scudo della regina Elisa, lo scudo di Ullania viene
esplicitamente introdotto come uno strumento, escogitato da Alcina e da Gano, per
portare la discordia nel campo cristiano, un tema affine ai Cinque Canti, cui
peraltro il frammento doveva essere connesso. E in effetti questo delle invidie, degli
intrighi e delle macchinazioni sembra essere il soggetto attorno a cui Ariosto pensò
di costruire una continuazione del poema, la cui materia riflettesse in chiave
fantastica la situazione politica dell’Europa cinquecentesca divisa dalle lotte religiose
e dalla rivalità fra Francesco I e Carlo V. L’Ariosto lavorò a questo progetto a varie
riprese, ma non riuscì che a prepararne dei frammenti parziali, i quali furono poi

26
utilizzati e inseriti nel terzo Furioso senza alterarne la struttura generale. Il più
vistoso e importante di questi frammenti è quello appunto dei Cinque Canti, che
qui si pubblicano, con commento e introduzione, «di seguito » al poema secondo le
indicazioni originarie delle prime stampe.
Sotto questo titolo furono divulgate dalla postuma tradizione a stampa un gruppo
cospicuo di ottave rimaste a lungo confuse tra le carte ereditate dal figlio Virginio.
Circa dieci anni dopo la morte del padre, questi affidò la copia, che aveva tratto da
quei fogli disordinati, lacunosi e senza titolo, alla più illustre tipografia veneziana
delPepoca, i Manuzio; e fu appunto «in casa de’ figliuoli di Aldo» che nel 1545
vide la luce la prima e unica edizione del Furioso impressa nella loro officina
recante in appendice il nuovo materiale. Il frontespizio annunciava: «Orlando
Furioso di Messer Ludovico Ariosto et di più aggiuntovi in fine più di cinquecento
stanze del medesimo autore, non più vedute»; mentre il fascicolo di ventotto carte
posto in coda al volume dichiarava a sua volta trattarsi dei «Cinque Canti di un
nuovo libro di Messer Ludovico Ariosto, i quali seguono la materia del Furioso». Di
questo nuovo libro si aggiunge anche che «manca il principio del primo canto»,
oltre a numerose altre lacune solo in parte sanate dal successivo restauro filologico.
Il testo autonomo dei Cinque Canti, separato dal Furioso, fu ristampato ancora a
Firenze nel 1546 dai Giunti, mentre due anni dopo a Venezia Giolito de’ Ferrari
pubblicò, in appendice al Furioso, una stampa dipendente da quella aldina, con
l’ausilio di un altro testimone che servì a colmare le lacune dell’edizione Manuzio,
ma anche con qualche manipolazione editoriale (Trovato). L’autografo di Virginio
servì poi a un lontano cugino del poeta per trarne una preziosa copia riesumata solo
nel secolo scorso: si tratta del cosiddetto codice Taddei che è il solo a riportare la
ottava iniziale alfa omessa dalle stampe, e che si trova ora alla Biblioteca Comunale
Ariostea di Ferrara.

5. I problemi posti dai Cinque Canti alla critica ariostesca sono sostanzialmente
quelli della loro datazione e destinazione. Quanto alla cronologia, in assenza di
prove documentarie certe, sono state avanzate ipotesi anche molto distanti fra loro,
soprattutto nell’ultimo quarantennio di studi ariosteschi battezzato dall’edizione
critica di Segre (1954). La maggioranza degli studiosi concorda oggi col Dionisotti
nel fissare al ’19 il termine alto, e con Segre nell’individuare il periodo del ’26-28
come quello dell’ultimo ritocco linguistico prima della rinuncia definitiva al progetto.
Le ragioni addotte dal Dionisotti sono di ordine storico e riposano su una minuta
indagine documentaria: in questa sede sarà sufficiente ricordare che certe allusioni a
fatti o personaggi menzionati nei Cinque Canti convergono solidalmente verso il
periodo 1518-19, che si propone dunque come plausibile termine post quem. I
riferimenti alla missione diplomatica del Bibbiena cardinale in Francia (II, 52, 2) e
alla candidatura imperiale di Francesco I (II, 53, 6) sono comprensibili soltanto
prima della morte delPamico letterato (1520) e dell’elezione di Carlo V (giugno
1519); la sprezzante menzione dei genovesi Doria e Adorno come pirati del mare
(III, 71, 5-8) deve verosimilmente risalire a un periodo precedente la crescita di
influenza e di potere di Andrea Doria in Genova e, soprattutto, la nomina a Doge

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(giugno 1522) di Antoniotto Adorno che, rientrato dall’esilio dopo la disfatta
francese, aveva preso il posto di Ottaviano Fregoso, amico dell’Ariosto; infine, il
celebre episodio di Astolfo inghiottito nel ventre della balena (IV, 13-16; 32 sgg.) è
in concomitanza con un episodio analogo trattato da un poeta minore ferrarese,
cortigiano estense e amico dell’Ariosto, Cassio da Narni, il quale, nel suo poema La
morte del Danese, si era rifatto alla medesima fonte lucianea, la Storia vera. Anche
se non è cogente l’ipotesi dionisottiana che sia il minore a imitare il maggiore, resta
indicativa, come possibile termine per fissare la stesura dell’episodio ariostesco, la
data della stampa ferrarese del Danese (6 novembre 1521).
Segre, che in un primo tempo aveva sostenuto una datazione bassa in base
all’analisi linguistica dei Cinque Canti, ha sostanzialmente acceduto alla proposta di
Dionisotti, mantenendo fermo però che proprio quelle ragioni formali inoltrano fino
al periodo ’26-28, dopo il rientro dalla Garfagnana del poeta, l’ultima revisione dei
Cinque Canti prima del sacrificio in favore delle nuove addizioni del ’32. Dal
confronto comparativo con le diverse redazioni del Furioso, con i frammenti
autografi dello stesso e con le Satire risulta che l’assetto linguistico dei Cinque
Canti è posteriore al ’25 e anteriore di poco alla stesura delle giunte. 11 loro
accantonamento sarebbe confermato dalla ripresa di situazioni narrative dei Cinque
Canti nelle aggiunte del ’32 (Rajna, Fontana) e dal flusso di versi e schemi ritmici
dal frammento ai nuovi episodi (Casadei), che sarebbero dunque i relitti di un
irreversibile naufragio.

6. Venendo al secondo punto in discussione, resta tuttora non chiarito il problema


cruciale se i Cinque Canti costituiscano una continuazione del Furioso o un nuovo
libro autonomo, alternativa che già divideva i primi critici cinquecenteschi vicini
all’Ariosto, il Giraldi e il Pigna. L’ipotesi da sempre minoritaria della loro autonomia
di romanzo è stata di recente rilanciata dalla Beer che, in uno studio sui modelli di
narrativa cavalleresca utilizzati nei Cinque Canti, li ha ricondotti al popolare ciclo
delle storie di Rinaldo. Troppi sono tuttavia i fili narrativi che intrecciano le due
scritture per non credere che i Cinque Canti appartengano allo stesso ambito
progettuale del Furioso. Con tutta probabilità sarebbero stati proprio i Cinque
Canti ad assicurare al Furioso il suo ruolo di «giunta» all’Innamorato, portando a
conclusione con la morte di Ruggiero la tela interrotta del Boiardo (cfr. Innam., III,
1, 3, 5-8).
Se davvero i Cinque Canti rappresentano un’ipotesi di ampliamento della trama
del Furioso, si tratta di stabilire quale fosse verosimilmente il loro punto di innesto
narrativo. Casadei ha recentemente avanzato in questo senso una proposta
convincente che modifica le precedenti ricostruzioni. Se l’ottava iniziale dei Cinque
Canti, la cosiddetta alfa del codice Taddei, corrisponde all’ottava XL, 45 del
secondo Furioso (= XLVI, 68 C) saldando indiscutibilmente i Cinque Canti con
l’ultimo canto del poema; è anche vero però che ciò non avviene senza
incongruenze: prima fra tutte, il fatto che nei Cinque Canti Ruggiero e Bradamante
risultano già sposati, mentre il loro matrimonio è narrato in XL, 46 (= XLVI, 73 C),
ovvero al di là del presunto punto di sutura. Ma pure l’ottava I, 59 dei Cinque

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Canti rinvia chiaramente al canto finale del Furioso, e precisamente al passo di
XL, 47-48 (= XLVI, 74-75 C) che narra i festeggiamenti per le nozze dei due
progenitori estensi. Ne risulta che l’Ariosto non poteva scrivere quest’ottava dei
Cinque Canti senza presupporre quelle del Furioso, e che quelle stanze, con tutto
ciò che le segue (ovvero la scena fuori di Parigi fino al duello di Ruggiero e
Rodomonte) devono precedere I, 59. Se le cose stanno così, allora è da prendere
alla lettera l’indicazione delle prime stampe, e cioè che i Cinque Canti «seguono »
il Furioso; e il punto di sutura sarà quell’ottava XL, 45 non più mantenuta
all’interno del poema, ma dislocata, con qualche opportuno aggiustamento, all’inizio
di un nuovo canto, il primo dei Cinque Canti appunto. «Una volta spostata questa
stanza, si ottiene un ordinamento assai lineare: gli interi Cinque Canti si collocano
dopo la fine di XL». Nelle intenzioni dell’Ariosto rimase probabilmente il proemio
di questo primo canto «in cui doveva essere introdotto, dopo una più o meno
sommaria indicazione degli avvenimenti seguiti alla morte di Rodomonte, il nuovo
tema da sviluppare: il tradimento di Gano».
Alla luce di queste osservazioni è verosimile ipotizzare che i Cinque Canti siano
nati nel periodo 19-21, negli anni delle deluse ambizioni di una rapida carriera
curiale e della rottura col cardinale Ippolito; e definitivamente accantonati intorno al
’28, quando cominciarono ad essere parzialmente sfruttati come materia dei nuovi
episodi. Pensati come «giunta» del poema, per offrire una novità editoriale nel ’21
allorché si imponeva probabilmente la necessità di una stampa sollecita prima
dell’«esilio» garfagnino, essi non poterono essere inseriti, prima di ogni altra ragione
artistica, per la materiale arretratezza della loro elaborazione. In seguito i Cinque
Canti furono ripresi, forse più volte, ma la loro integrazione dovette apparire
sempre più problematica, e non tanto, o non solo, per la vena cupa che li attraversa
e li rende «inconciliabili» (Segre) col poema maggiore: dopo la grande svolta delle
lotte fra Carlo V e Francesco I, dopo l’apparizione della «grammatica» bembiana e
dei nuovi canoni letterari, l’intero quadro culturale cui il Furioso del ’16-21 aveva
fatto riferimento cambia radicalmente. I Cinque Canti si muovono ancora
nell’orbita del primo Furioso, stretti fra l’arcaismo del progetto ancora boiardesco e
l’urgenza di un’attualità politica che li proietta oltre quei valori e quegli ideali ormai
al tramonto: un ibrido di cui Ariosto non seppe, o non volle, mai venire a capo.

7. L’ampia digressione sul frammento ci consente di ritornare ora - fra dati di


fatto accertati ed ipotesi critiche da verificare – a una valutazione globale dell’intero
progetto narrativo ariostesco tenendo conto delle sue opzioni, delle sue perplessità e
dei suoi ripensamenti.
Ha rilevato Dionisotti la tendenza della critica a schiacciare il primo Furioso –
opera che egli giudica già un capolavoro assoluto – sotto l’ottica del terzo, che ne
differisce strutturalmente in maniera palese. Non si deve sottovalutare, dentro la
prospettiva in progress, la differenza di orizzonte culturale riconoscibile all’interno
dei due testi. Le correzioni storiche e linguistiche documentano il passaggio da un
ambito municipale ad uno di più larga prospettiva nazionale (Segre), che collega
l’opera ariostesca al processo di rinnovamento letterario promosso a partire dagli

29
anni ’20 del nuovo secolo. La scelta del genere cavalleresco, che poteva non
apparire all’altezza di quelle ambizioni (Dionisotti), è tuttavia praticata con
strumenti nuovi, con la coscienza di un approccio stilistico e ironico alla materia che
colloca Ariosto decisamente sul versante dei moderni. In questa prospettiva si può
leggere l’insoddisfazione per i Cinque Canti, cresciuta fino alla drastica decisione di
cancellarli dal poema. La veste linguisticometrica dei Cinque Canti non è la sola del
resto a mostrare una sostanziale arcaicità. Tutta la materia del frammento, per così
dire, guarda all’indietro: da certi espedienti narrativi che rimandano alle tecniche
proprie dei cantari e dei poemi di fine 400, al riflusso della materia dentro l’alveo
boiardesco e persino pulciano. Se infatti i costanti riferimenti narrativi
all’Innamorato fanno pensare ai Cinque Canti come prevista continuazione del
Furioso che avrebbe dovuto portare a termine il disegno boiardesco con i
tradimenti di Gano e la conseguente morte di Ruggiero (e questo punto d’arrivo
basterebbe da solo a giustificare l’atmosfera cupa in cui si svolgono), in effetti
proprio questi intrighi trovano nel Morgante, e in ispecie negli ultimi cantari, il
referente più prossimo e, come dimostrerà il commento, più largamente utilizzato.
Dentro questa tendenza «regressiva» si spiega la perdita dei due fondamentali
princìpi della tecnica narrativa ariostesca nel ’16: l’entrelacement, che viene
rimpiazzato da un racconto che procede come un blocco unitario e compatto; e
l’ironia, che scompare insieme con l’espressione dei valori della cortesia
cavalleresca, cui faceva da controcanto tonale.
Questi due fenomeni sembrerebbero restituire il romanzesco a una dimensione
più austeramente epica; e in parte è così, ma si tratta di un’epica in qualche modo
di ritorno – di segno diverso da quella che condurrà alle scelte classicheggianti del
’32 – perché si tratta di una riconversione preboiardesca del genere, che restaura
una dimensione «carolingia» da chanson de geste o da cantare quattrocentesco
(peraltro in tendenza comune con altre continuazioni dell’Innamorato). Non si
tratta, come pure alcuni hanno ritenuto, talora estremizzando, di un precoce
annuncio del modello eroico dell’epica tassiana (Firpo), ma semmai della ricorrente
tensione ariostesca, attiva ad ogni stadio di evoluzione dell’opera, a disciplinare
secondo canoni di classica chiusura la natura di romance aperto e polimorfo del
primo Furioso. L’ambizione coltivata da Ariosto, nella quale si combinano la sua
educazione classicista e i paradigmi bembiani e petrarcheschi, è di conformare a
un’ideale armonia di strutture, tanto linguistiche che narrative, un materiale legato a
tradizioni di stile popolaresco, di ibridismo linguistico, di sintassi impressionistica e
paratattica (Segre).
Né andranno sottovalutate le ragioni storico–biografiche che si intrecciano
indissolubilmente con le scelte artistiche. Per l’Ariosto sono gli anni amari
rispecchiati nelle Satire: quelli che vanno dal congedo da Ippolito e dalla partenza
per il governatorato della Garfagnana alla caduta delle speranze nel papa mediceo, e
quelli dell’esplosione su scala europea del conflitto religioso e politico. Eventi come
la battaglia di Pavia (1525) e il Sacco di Roma (1527) segnano una svolta
irreversibile nelle sorti dell’Italia e dell’Europa, chiudendo quella stagione di
incertezze ma anche di fervide attese di cui il primo Furioso era stato partecipe. Il

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convergere di disillusioni personali e politiche scavano invece nella attività del poeta
un’ampia frattura (Dionisotti), che artisticamente si situa fra la prima stampa del
poema e la rifinitura delle Satire passando per l’espunzione dei Cinque Canti
dall’edizione del 1521.
D’altra parte, nella seconda metà degli anni ’20, quando Ariosto compie alcune
scelte decisive per il suo poema, la crisi europea ha investito nel profondo l’assetto
politico e culturale del teatro continentale e, in rapporto a questo, del piccolo
scenario estense. L’egemonia di Carlo V era stata sancita dalla Lega di Cambrai, e
anche Alfonso d’Este, da sempre favorevole ai Francesi e avverso a Venezia e al
Papa, aveva dovuto adeguarsi alle mutate circostanze correggendo
avventurosamente il tiro della sua linea politica per salvaguardare le sorti precarie
del ducato. L’Ariosto del terzo Furioso non rinuncia alla passione politica che
anima fortemente i Cinque Canti e percorre tutti i frammenti, inclusi o rifiutati; ma
la decanta, piuttosto, in una visione più globale e distaccata che supera l’urgenza
(ma non la sollecitudine) delle passioni più contingenti e «patriottiche». La sua
prospettiva include ormai orizzonti più vasti della politica e della cultura, a
dimostrare che la sprovincializzazione dell’opera non è un fatto circoscritto alle
scelte linguistiche.
Tuttavia l’atteggiamento resta con ogni evidenza contraddittorio, e comunque
non confinato a un solo stato d’animo. Da un lato, certo, egli deve registrare, con
l’eclissi delle fortune francesi e il trauma del Sacco, il tramonto definitivo
dell’ideologia cavalleresca che aveva nutrito il primo Furioso, e consegna la sua
amarezza alla digressione insolitamente risentita contro le armi da fuoco; dall’altro,
però, si mostra consapevole e dei nuovi orizzonti culturali che si vanno delineando,
come ci indicano, per esempio, le nuove ottave dedicate ai grandi pittori e ai grandi
scrittori, e dell’avvento di un’epoca siglata dagli assolutismi politico-religiosi e dalla
magnificenza imperiale, come documentano le ottave consacrate ai nuovi
Argonauti: il panegirico delle Scoperte e degli esploratori (Colombo, Vasco,
Magellano) – potenziale esaltazione dell’Avventura romanzesca – vira subito in
panegirico della Conquista, cioè di Carlo V e dei suoi invitti capitani. Ma al di là dei
fini encomiastici contingenti, Ariosto sembra voler coinvolgere nella sua impresa la
più illustre società contemporanea, quella in parte raffigurata dal pubblico eletto
che, nell’ultimo canto del Furioso, attende l’arrivo in porto della nave del poema.
Se si tiene conto che l’ampliamento dei Cinque Canti fu giudicato praticabile
ancora nel periodo ’26-28, la scelta delle giunte è da mettere in relazione con
l’abbandono contestuale di quel progetto che, come si diceva, rinviava il Furioso
nel solco delle varie continuazioni dell’Innamorato. L’episodio di Ruggiero e Leone,
l’ultima e più corposa aggiunta, costituisce anche l’ultima peripezia romanzesca
della storia con il compito di accentuare la componente eroico-cortese e di
preparare il grande finale di marca virgiliana. Ruggiero assume le sembianze di un
Enea che prima si salva grazie all’intervento di Melissa-Venere che scioglie l’obbligo
di riconoscenza a Leone, e poi respinge l’orgogliosa sfida finale di Rodomonte-
Turno. Tutto il finale ne esce modificato nei suoi equilibri a vantaggio della
componente epica. Alla classicizzazione della lingua corrisponde per così dire una

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classicizzazione della struttura, rilevabile anche per altre vie. Vanno probabilmente
valutati in questa ottica certi procedimenti di simmetria strutturale introdotti dalle
nuove giunte: da un lato, il salvataggio di Olimpia da parte di Orlando, che prelude a
quello di Angelica ad opera di Ruggiero, mette in «parallelo antagonistico» (Segre) i
due eroi del poema e conferisce a Orlando una nobilitazione prima mancante, così
come al testo l’occasione di un contrappunto tonale; dall’altro, i quattro episodi
aggiunti sono compartiti in modo che le diverse fasi della follia di Orlando si
distribuiscano perfettamente al centro del libro di 46 canti, fra la fine del XXIII e
l’inizio del XXIV. A queste tendenze andrà accostata la scomparsa dell’ironia dalle
giunte, che non è semplicemente la testimonianza di un atteggiamento più cupo e
pessimistico, ma l’instaurazione di un diverso rapporto col «genere» che si
conforma ad ambizioni espressive più alte. Questi processi di simmetria, linguistica
sintattica e strutturale, dimostrano l’assimilazione in profondo della lezione di
Petrarca e dei classici, così come la valorizzazione nell’epilogo del modello
virgiliano sembra ad Ariosto lo strumento più adatto per chiudere gli «errori » del
codice romanzesco, per disciplinare la tendenza digressiva di un testo che, da
subito, ricordiamolo, a dispetto della precoce canonizzazione, si situa sui limiti di un
genere e di una tradizione. Come dirà infatti il Tasso nella sua Apologia, «Ariosto
s’assomigliò a gli epici molto più degli altri che avevano scritto innanzi» e «formò il
suo poema quasi animai d’incerta natura e mezzo fra l’uno e l’altro». L’inserzione
tarda della storia di Leone sembra rispondere a questa volontà di peripezia infinita
che concede al romance un ultimo sussulto prima della definitiva liquidazione.
Romanzo che tuttavia resiste là dove avevano fallito anche le istanze di chiusura dei
Cinque Canti: la morte di Ruggiero. Nel susseguirsi dei colpi di scena finali ogni
apparente conclusione si rivela per meramente prolettica di una più vera e tragica
conclusione, che però sta fuori del racconto – ancora una volta, e questa volta per
sempre, rinviata.

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NOTA BIOGRAFICA

Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia da Nicolò Ariosto e Daria Malaguzzi


l’8 settembre 1474. La madre apparteneva ad una nobile e ricca famiglia reggiana.
Il padre Niccolò, discendente da una nobile famiglia bolognese trasferitasi a Ferrara
nel Trecento, era un importante funzionario dei duchi di Ferrara e si trovava in quel
tempo a Reggio come capitano della cittadella e comandante della guarnigione.
La fanciullezza dell’Ariosto fu prevalentemente serena e felice. Non dovettero
tuttavia mancare avvenimenti che venissero a turbare quella dominante serenità. Si
può anzi facilmente immaginare che Ludovico dovette sperimentare assai presto
quanto fossero fragili i confini fra la tranquilla cerchia familiare e il mondo esterno
più rumoroso, popolato d’uomini d’arme e di toga, entro cui il padre svolgeva i suoi
uffici.
Nel 1481 Niccolò fu trasferito a comandare la cittadella di Rovigo ed è probabile
che portasse con sé la famiglia. Il piccolo Ludovico si trovò quindi, quand’aveva
solo sei anni, nel 1482, nel bel mezzo della guerra tra Ferrara e Venezia. La famiglia
del Capitano fu però subito trasferita a Reggio ed anche Niccolò dovette fuggire
poco più tardi, quando la città cadde in mano ai Veneziani. Quelli del 1483 e 1484
furono anni tempestosi e disastrosi per lo Stato ferrarese, agitato dalla guerra con
Venezia e dalle congiure. Niccolò Ariosto superò tuttavia abilmente, e con la
spregiudicatezza che era tipica di molti suoi pari, la tempesta e nel 1484 si trasferì
con la famiglia a Ferrara ove egli fu prima collaterale dei soldati e poi giudice dei
Dodici Savi, cioè, praticamente, capo della amministrazione comunale di Ferrara.
Niccolò, che era stato scelto alla carica per mettere in atto una politica di pressione
fiscale capace di riassestare le finanze ferraresi dopo la guerra rovinosa, non
guadagnò certo popolarità. Fu costretto a dimettersi nel 1489 e fu per tre anni
capitano di Modena. Tornò in Ferrara nel 1492 e per tre anni si dedicò a ordinare
l’amministrazione dei suoi beni privati. Nel 1496 ritornò alla vita pubblica e fu
nominato commissario di Romagna, l’ufficio più importante e più remunerativo del
ducato. Perdette però nuovamente l’impiego a causa di uno scandalo (a seguito
della brutalità con cui era intervenuto in un caso di adulterio) e si ritirò di nuovo a
Ferrara, ove trascorse gli ultimi anni fino alla morte, che avvenne nel 1500.
Durante tutti questi anni il giovane Ludovico non si allontanò mai da Ferrara,
neppure quando il resto della famiglia seguì il padre a Modena: in quella occasione
egli visse nella grande casa degli Ariosto, presso gli zii. Aveva già da tempo iniziato
gli studi, sotto la guida di vari precettori e nel 1489 fu dal padre avviato agli studi di
legge.
Dei precettori privati (un Domenico Catabene, studente di legge, e probabilmente
un Luca Ripa, umanista e insegnante di «grammatica»), così come dei maestri

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d’università, l’Ariosto preferì non conservare memoria. Ricordò invece sempre con
affetto gli insegnamenti di Gregorio da Spoleto, monaco agostiniano e dotto
umanista, le cui lezioni egli seguì insieme ad Alberto Pio dopo che, nel 1494, aveva
abbandonato gli studi di legge. L’Ariosto ricordò Gregorio da Spoleto come «colui
che mi rendette liscio e lucido, mentre prima io ero simile a un rozzo legno… colui
che mi diede più che il mio padre stesso, perché mi insegnò a vivere nobilmente,
mentre quello solo mi insegnò a vivere tra le genti mortali » (trad. Segre). E di una
cosa sola ebbe a lamentarsi, di non aver potuto profittare completamente degli
insegnamenti di Gregorio e imparare, oltre al latino, anche il greco, sì da divenire un
perfetto umanista.
Di quegli anni brillanti della giovinezza, l’Ariosto ricordò, oltre al maestro,
l’amico indivisibile Pandolfo Ariosto, suo cugino, e gli amici letterati Alberto Pio ed
Ercole Strozzi. Furono anni felici ed eleganti, condotti spesso nel cerchio della corte
di Ercole (l’Ariosto entrò al servizio del Duca verso il 1497, ma già prima aveva
avuto rapporti stretti e frequenti colla corte). Furono anni allietati dalle feste, dagli
spassi, dalle rappresentazioni teatrali (l’Ariosto, che si era scoperto un talento per il
teatro fin da fanciullo, fece più volte parte delle compagnie che allestivano
spettacoli per la corte). Furono inoltre anni occupati dapprima da certi tentativi
letterari in volgare (certe «baie» scritte probabilmente sul modello dei sonetti del
Pistoia, a noi non pervenute), impegnati poi dagli amorosi esperimenti della lirica
latina (la gioventù dell’Ariosto fu «latina», come disse il Carducci, e certo la gran
parte dei carmi a noi pervenuti risale al periodo 1494- 1503), occupati infine di
nuovo, operosamente, da una molteplice e varia attività di composizioni in volgare,
incoraggiata soprattutto dalla presenza del Bembo a Ferrara nel periodo 1498-1499
e in quello 1502-1503.
La morte del padre, nel 1500, non segnò un cambiamento brusco e totale nella
vita dell’Ariosto, ma pose fine alla spensieratezza di quegli anni giovanili. Primo di
numerosi fratelli, Ludovico dovette incaricarsi dell’amministrazione familiare, della
sistemazione dei fratelli e delle sorelle, della sistemazione di se stesso.
Tramontata l’idea di dedicarsi totalmente a tranquilli studi umanistici, Ludovico
cercò il modo di conciliare tale desiderio con una attività remunerativa nell’àmbito
della corte ferrarese. L’impressione che da questo momento in avanti ci sia una
duplicità nella figura dell’Ariosto, che la sua vita pratica e la sua passione poetica si
avviino su due strade diverse, è un’impressione di maniera a cui ha contribuito
l’Ariosto stesso quando ha scritto le Satire. Sarà bene non credere ciecamente a
quell’opera che ha le sue ragioni letterarie, oltre a quelle autobiografiche; e sarà
bene non prendere troppo alla lettera gli aneddoti sull’Ariosto distratto e
fantasticatore. In realtà Ludovico Ariosto doveva essere un uomo saggio e pratico.
Lo dimostrò già in questo primo periodo della sua vita (che fu anche –non lo si
dimentichi – il periodo poeticamente più creativo). Allora egli si diede molto da fare,
elaborò programmi ambiziosi, esplorò vie diverse per crearsi una posizione
soddisfacente. Tentò dapprima di seguire l’esempio del padre e di inserirsi nella
struttura laica dello Stato ferrarese e fu capitano della rocca di Canossa dal 1501 al
1503 (e in questo periodo, da una relazione con una certa Maria, una domestica

34
che s’era portato con sé nel soggiorno a Canossa, gli nacque il primo figlio:
Giambattista). Presto però egli dovette accorgersi che non era fatto per la vita
militare: abbandonò quindi il suo ufficio e si ritirò per un soggiorno estivo nella villa
dei cugini Malaguzzi, il Mauriziano, presso Reggio; e durante quel soggiorno è
probabile che ponesse mano a un frammento di poema epico su Obizzo d’Este.
Tornato a Ferrara, e mancatogli l’aiuto dello zio Ludovico, fu costretto nuovamente
a cercarsi un impiego, e decise di tentare un’altra carriera, che immaginò potesse
essere a lui più congeniale e potesse offrirgli maggior agio agli studi, anche se
poteva alla fine metterlo di fronte al dilemma se farsi una famiglia, secondando la
sua aspirazione più sincera e profonda, oppure sottomettersi agli obblighi poco
graditi della carriera ecclesiastica.
Nel 1503 l’Ariosto prese gli ordini minori e nel 1504 entrò al servizio del
cardinale Ippolito d’Este. Il cardinale era uomo ambizioso, spesso crudele e
impulsivo, di gusti a volte grossolani a volte sfarzosi, di cultura tutt’altro che
mediocre. Il servizio presso di lui non fu all’Ariosto completamente gradito, anche
perché consisteva spesso nelle incombenze più umili, mentre a volte gli imponeva di
affrontare viaggi e ambasciate piuttosto rischiosi. Esso aveva però anche parecchi
vantaggi. Permise all’Ariosto di crearsi a poco a poco una buona posizione
economica, attraverso una complicata vicenda di acquisti, permute e traffici di
benefìci ecclesiastici. Gli diede tempo, pur fra le numerose incombenze, di accudire
alle cose familiari (nel 1509 gli nacque un secondo figlio, Virginio, da una modesta
donna di nome Orsolina che poi diventò la moglie di Antonio Malagigi, fattore degli
Ariosto); gli diede inoltre tempo, non solo di scrivere le sue prime commedie per le
rappresentazioni della corte estense: la Cassaria in prosa (1508), i Suppositi in
prosa (1509); ma anche di scrivere la prima redazione del Furioso (1504-1516). E
gli diede modo anche, partecipando come fece, spesso con funzioni assai delicate,
nella complessa trama della politica del cardinale Ippolito e del duca Alfonso,
andando spesso ambasciatore a Mantova, Firenze e Roma, trovandosi a dover
sfidare più volte, per incarico dei suoi signori, le ire del papa Giulio II, sentendosi
spesso sfiorato dagli avvenimenti bellici assai drammatici di quel periodo: non solo
di conoscere e sperimentare da vicino i modi e gli umori della multiforme vita
cinquecentesca, ma anche di mettersi in relazione con molti letterati, diplomatici e
uomini politici influenti e di crearsi degli amici e dei protettori potenti, fra cui
soprattutto i Medici. Egli intensificò infatti in quegli anni i rapporti con una serie di
famiglie fiorentine e soggiornò più volte a Firenze.
Perciò quando, nel 1513, l’amico Giovanni de’ Medici fu eletto papa col nome di
Leone X, l’Ariosto intravide la possibilità di dare un diverso sbocco alla sua carriera
e di inserirsi nella corte papale, magari con la promozione a una sede vescovile, o
comunque con il conferimento di più sicuri benefici ecclesiastici. La linea di
sviluppo della carriera a cui stava lavorando è chiara: attraverso Firenze, puntava a
Roma, la città che si stava sempre più presentando come il centro più importante e
avanzato della cultura di quel tempo. Le speranze dell’Ariosto andarono deluse ed è
probabile che la delusione fosse assai più forte di quanto non appaia dalla satira II.
Tuttavia l’Ariosto non era uomo da imprimere svolte brusche e drammatiche alla

35
propria vita, e dopo la missione sfortunata a Roma nel 1513, si limitò a tornare a
Ferrara, al servizio degli Este. È però certo che questo avvenimento, assieme a
quello, psicologicamente ad esso legato, del rifiuto di seguire il cardinale Ippolito nel
suo viaggio in Ungheria e la conseguente rottura del 1517, segnino il passaggio,
nella vita dell’Ariosto, da una fase di ambizioni aperte, di esperimenti volonterosi
(ed è anche la fase della creazione del Furioso), ad una fase di ripiegamento e di
ripensamento. Testimonianza del ripiegamento sono, pare, i Cinque Canti,
singolarmante «monocromi» (come li ha definiti il Segre), e comunque privi della
bella libertà narrativa del Furioso, dominati dalla guerra e dalla figura di Gano
traditore. Testimonianza del ripensamento, ma anche del superamento della crisi,
sono le Satire (composte fra il 1517 e il 1525), le nuove giunte al Furioso, i
rifacimenti delle vecchie e la composizione delle nuove commedie: la Lena (1528-
1529), il Negromante (1528), i Suppositi in versi (1529-1531), la Cassaria in versi
(1531), gli Studenti (iniziata nel 1518-1519 e rimasta incompiuta).
Le Satire soprattutto, pur fìtte come sono di piccole vendette private, di
scherzosi ritratti di se stesso e degli altri, non mancano di prudenti riesamine delle
esperienze passate e di chiari segni della raggiunta disincantata maturità. «Come né
stole, io non vuo’ ch’anco annella Mi leghin mai», proclama PAriosto,
riproponendosi il vecchio dilemma se farsi prete o metter su famiglia. Ma intanto ha
già dato il cuore ad Alessandra Benucci, una gentildonna fiorentina incontrata prima
a Ferrara, poi a Firenze nel 1513 e in altre occasioni, poi di nuovo a Ferrara, e di
cui il poeta s’innamorò ancor prima che morisse, nel 1515, il marito di lei Tito
Strozzi. (E naturalmente l’amore per la Benucci è a sua volta collegato
psicologicamente col rifiuto di seguire il cardinale Ippolito in Ungheria).
L’Ariosto, che si vedeva a poco a poco disciogliere la famiglia attorno, dopo la
morte della madre verso il 1520-1521, ebbe accanto a sé soltanto il fratello
Gabriele, a cui un’infermità non aveva impedito di crearsi una numerosa famiglia, e
il figlio Virginio la cui educazione egli seguì amorevolmente. Nel frattempo
madonna Alessandra si stabilì a Ferrara e la relazione con il poeta prese l’aspetto di
un amore calmo e costante e si regolarizzò in un matrimonio celebrato in segreto
nel 1527. Tale segretezza non fu imposta dall’Ariosto, il quale da tempo aveva
risolto il suo dilemma e rinunciato alla condizione di presbiter, ma piuttosto dalla
Benucci, che non volle perdere la tutela dei figli avuti dal primo matrimonio. I due
coniugi, ad ogni modo, non vissero mai insieme e anche quando Ludovico riuscì a
crearsi un nido tutto per sé, a costruirsi la sua Parva domus, egli volle a fargli
compagnia soltanto il figlio Virginio.
Nelle Satire l’Ariosto ha più volte espresso la propria insofferenza per la
«servitù» estense, e il proprio amore per la libertà. Ma anche a questo riguardo,
intervenne con la maturità il prudente, disincantato compromesso. Pochi mesi dopo
la partenza di Ippolito per l’Ungheria, l’Ariosto entrò infatti al servizio del duca
Alfonso. E se tale servizio fu caratterizzato da onori e da incarichi sempre più
ragguardevoli, non fu però privo di amarezze e di disagi economici (anzi, ci fu
addirittura una lite fra l’Ariosto e il Duca, riguardante l’usurpazione della bella
tenuta delle «Arioste»), e di una parentesi tutt’altro che tranquilla, quando tra il

36
1522 e il 1525 l’Ariosto fu governatore della Garfagnana: un governatore
coscienzioso, responsabile e non privo di generosità.
Se mai ci fu un contrasto nella vita dell’Ariosto tra le esigenze pratiche e la
passione della poesia, tale contrasto scomparve totalmente in questi ultimi anni: la
vita e la poesia fecero tutt’uno. La cura e l’amorevolezza dedicate alla nuova casa
«parva sed apta mihi», ad Alessandra, al figlio Virginio, alle rappresentazioni
teatrali, alle missioni diplomatiche, agli incarichi amministrativi e ai rapporti con i
molti amici letterati sono la stessa cura e la stessa amorevolezza dedicate alla
continua rassettatura e ripulitura del Furioso. L’Ariosto degli ultimi anni è un uomo
che ha imparato, e dagli insegnamenti di Gregorio da Spoleto, e da quelli più ruvidi
dell’esperienza, a «vivere nobilmente».
Ludovico Ariosto si spense il 6 luglio 1533, quando la sua fama di poeta era
ormai vasta in Italia e in Europa. E la morte lo colse nell’intimità della famiglia,
mentre ancor progettava di migliorare e modificare il Furioso.

37
NOTA BIBLIOGRAFICA

IL TESTO

L’edizione moderna fondamentale dell’Orlando furioso è stata procurata da S.


DEBENEDETTI (Bari, Laterza, 1928) e si basa sull’ultima stampa curata dal poeta e da
lui personalmente seguita nella tipografia, portata a termine a Ferrara il 1° ottobre
1532 (edizione C). L’edizione di Debenedetti tiene però anche conto delle varianti
che esistono persino fra le poche copie rimaste di quell’antica, preziosa edizione –
segno delle attenzioni riservate dall’autore al suo libro anche nel corso della stampa
– oltre che dei numerosi refusi e dei non facili problemi derivanti dalle abitudini
ortografiche ariostesche. Lo stesso S. DEBENEDETTI ha dato alle stampe nel 1937, a
Torino, presso Loescher, i Frammenti autografi dell’«Orlando furioso», molto
importanti per una ricostruzione completa dell’elaborazione del testo.
Il lavoro critico del Debenedetti, interrotto dalla morte, è stato successivamente
ripreso, corretto e pubblicato da C. SEGRE in una nuova edizione critica del Furioso
(Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1960). Tale edizione è particolarmente
utile perché registra tutte le varianti, rispetto all’edizione del 1532, di quelle del
1516 e del 1521. Il testo qui riprodotto segue fedelmente quello dell’edizione critica
definitiva curata dallo stesso C. SEGRE, Tutte le opere di Ludovico Ariosto. I.
Orlando furioso, Milano, Mondadori, 1964, che apporta alcune correzioni al testo
precedente. Il testo dei Cinque canti segue anch’esso quello dell’edizione curata da
C. SEGRE in L. ARIOSTO, Opere minori, Milano-Napoli, Ricciardi, 1954, ma accoglie
i suggerimenti di correzione di L. FIRPO in Cinque canti, Torino, UTET, 1963.

COMMENTI

Il presente commento del Furioso corregge, integra e aggiorna il precedente


commento curato da R. CESERANI in questa stessa collana nel 1962, aggiungendovi,
a cura di S. ZATTI, quello dei Cinque Canti. Esso tiene conto del secolare lavoro
esegetico compiuto sui testi ariosteschi. Fra i commenti al Furioso, si ricordano
anzitutto le preziose chiose dei commentatori cinquecenteschi: DOLCE (Venezia,
1542), FÒRNARI (Firenze, 1549), P IGNA (Venezia, 1554), RUSCELLI (Venezia, 1556),
T OSCANELLA (Venezia, 1574), LAVEZUOLA (Venezia, 1584), GALILEI (ed. Chiari,
Firenze, 1943). Fra i moderni: G. A. BAROTTI (Venezia, 1766), A. P ANIZZI (Londra,
1834), G. CASELLA (Firenze, 1877), P.P APINI (Firenze, Sansoni, 1903; nuova ed.
con presentazione di G. NENCIONI, ibid., 1957), N. ZINGARELLI (Milano, Hoepli,
1934), N. SAPEGNO (Milano, Principato, 1941), L. CARETTI (Milano-Napoli,
Ricciardi, 1953; nuova ed. Torino, 1968), C. SEGRE (Milano, Mondadori, 1964, 1°
vol. di Tutte le opere, poi ristampato nella collana «I Meridiani», 1982), G.
INNAMORATI (Bologna, Zanichelli, 1967), L. P AMPALONI (Firenze, La Nuova Italia,
1971), N. BORSELLINO (Roma, Bulzoni, 1972), M. T URCHI, con presentazione critica

38
di E. SANGUINETI (Milano, Garzanti, 1974), E. BIGI, con indice dei personaggi a cura
di P. FLORIANI (Milano, Rusconi, 1982). Quest’ultimo commento è il più ampio e
autorevole che sia stato sinora proposto: esamina accuratamente fatti linguistici,
stilistici e retorici, indica molte fonti letterarie sinora ignorate, discute
l’interpretazione di singoli passi, a volte proponendo di essi una nuova lettura. Del
commento di Bigi, e anche di osservazioni parziali su questo o quel passo avanzate
dagli studiosi del poema, particolarmente numerose negli ultimi due decenni,
abbiamo tenuto largamente conto nella revisione. Per i Cinque canti, che hanno
una tradizione esegetica assai più povera, sono stati tenuti presente i commenti di
C. SEGRE (in L. ARIOSTO, Opere minori, cit.), L. FIRPO (L. ARIOSTO, Cinque canti,
cit.) e L. CARETTI (L. ARIOSTO, Cinque canti, Venezia, Corbo & Fiore, 1974).
Utilissime, per il commento del poema e dei Cinque canti, oltre agli studi sulle
fonti, sullo stile e le varianti stilistiche, sui rapporti fra Ariosto e i poeti della
tradizione di cui diamo indicazione particolareggiata più avanti, e anche agli studi su
singoli episodi o singole questioni testuali, di cui è stata data indicazione a suo
luogo, sono state naturalmente le concordanze del Furioso, del Morgante e
dell’Innamorato consultabili presso il C.N.U.C.E. di Pisa. Concordanze e rimari dei
tre grossi poemi sono state apprestate anche (e sono utilizzabili sia su microfìche sia
su computer), a cura di D. ROBEY e M. DORIGATTI, dall’Oxford University
Computing Service, con il sussidio della British Academy. Tutti e tre i poemi (e
molti altri testi) sono anche integralmente registrati su CD-ROM e sono analizzabili
(per stabilire occorrenze di parole o stringhe di parole, prefissi suffissi, rime ecc.)
nella LIZ. Letteratura italiana Zanichelli, a cura di P. STOPPELLI ed E. P ICCHI,
Bologna, Zanichelli, 1994. Per i riferimenti storico-geografici, molto utile è stato
l’indice di N. ZINGARELLI all’ediz. cit. del Furioso e anche gli Studi critici sopra la
geografia nell’«Orlando Furioso» di V. M. VERNERO, Torino, Tipografia palatina,
1913; più moderno e aggiornato il saggio di A. DOROSZLAÏ, Les sources
cartographiques et le «Roland Furieux»: Quelques hypothèses autour de
l’«espace réel» chez l’Arioste, in Espaces réels et espaces imaginaires dans le
«Roland Furieux», citato più avanti tra le raccolte collettive, pp. 11-46.
Per le altre opere di A. si sono tenute presenti, oltre all’ediz. delle Opere minori,
a cura di C. SEGRE, Milano-Napoli, Ricciardi, 1954 e all’ediz. critica di Tutte le
opere di Ludovico Ariosto, a cura di C. SEGRE, Milano, Mondadori, 1964, rimasta
interrotta (dopo il Furioso, a cura di C. SEGRE, 1965, sono usciti un volume di
Commedie, a cura di A. CASELLA , G. RONCHI, E. VARASI e un volume contenente
Satire, Erbolato, Lettere, a cura di C. SEGRE, G. RONCHI, A. STELLA , 1984), il
volume III della presente collana delle Opere: Carmina, Rime, Satire, Erbolato,
Lettere, a cura di M. SANTORO, Torino, UTET, 1989 (per il teatro è previsto un
ulteriore volume apposito). Delle Satire è uscita una nuova ediz. critica e
commentata a cura di C. SEGRE, Torino, Einaudi, 1987.

BIBLIOGRAFIE E STORIE DELLA CRITICA

39
Il repertorio bibliografico fondamentale è quello di G. FATINI, Bibliografia della
critica ariostesca (1510-1956), Firenze, Le Monnier, 1958. Esso va integrato con:
D. MEDICI, La bibliografia della critica ariostesca dal Fatini ad oggi (1957-
1974), in L. Ariosto: il suo tempo la sua terra la sua gente, Estratto dal
«Bollettino storico reggiano», 7, n. 27, 1974, pp. 63-150, e con la bibliografia
ragionata e selettiva di R. J. RODINI-S. DI MARIA , Ludovico Ariosto. An Annotated
Bibliography of Criticism (1956-1980), Columbia, University of Missouri Press,
1984; su cui C. CORDIÈ, Le bibliografie ariostee Fatini (1510-1956) e Rodini-Di
Maria (1956-1980). Osservazioni e aggiunte, in «Paideia», XLIII (1988), pp. 46-
49.
Fra le storie e rassegne della critica ricordiamo: W. BINNI, Storia della critica
ariostesca, Lucca, Lucentia, 1951; R. RAMAT, La critica ariostesca, Firenze, La
Nuova Italia, 1954 (rifuso in I classici italiani nella storia della critica, a c. di W.
BINNI, Firenze, La Nuova Italia, 1954, I, pp. 279-324; II ediz. ivi, 1960, pp. 359-
417); A. BORLENGHI, Ariosto, Palermo, Palumbo, 1961; E. T UROLLA , Rassegna
ariostesca, in «Lettere italiane», XI, 1959, pp. 94-103; R. FRATTAROLO, Ariosto
1974, in «Accademie e biblioteche d’Italia », 42, n. 6, 1974, pp. 426-66; P.
P AOLINI, Situazione della critica ariostesca, in «Italianistica», 3, n. 3, 1974, pp. 3-
22; M. SANTORO, Il «nuovo corso» della critica ariostesca, in «Cultura e scuola»,
13, n. 52, 1974, pp. 20-31; G. BALDASSARRI, Tendenze e prospettive della critica
ariostesca nell’ultimo trentennio (1946-1973), in «La rassegna della lett. italiana»,
s. VII, 79, nn. 1-2, 1975, pp. 183-201; G. RATI, L. Ariosto e la critica (1974-
1985), in «Cultura e scuola», XXV (1986), pp. 23-35 e 27-34; C. BADINI,
Rassegna ariostesca (1976-1985), in «Lettere italiane», XXXVIII (1986), pp. 104-
24; A. FRANCESCHETTI, Contemporary American Re-Readings of the «Furioso», in
A. Toscano, Interpreting the Italian Renaissance. Literary Perspectives, Stony
Brook, NY, Forum Italicum, 1991, pp. 151-61; J. A. CAVALLO, L’«Orlando
furioso» nella critica nordamericana (1986-1991), in «Lettere italiane», XLV,
1993, pp. 129-49.

BIOGRAFIE

Resta fondamentale, per la grande quantità di notizie e documenti, la biografia di


M. CATALANO, Vita di L. Ariosto, Genève, Olschki, 1930. Ancora utili, tra i lavori
precedenti: G. BARUFFALDI, Vita di L. Ariosto, Ferrara, 1808; G. CAMPORI, Notizie
per la vita di L. Ariosto, Modena, Vincenzi, 1871 e la raccolta di Documenti
inediti per servire alla vita di L. Ariosto, a cura di G. SFORZA , «Monumenti di
storia patria delle provincie modenesi », tomo unico, Modena, 1926.
Hanno dato contributi fondamentali al rinnovamento dell’interpretazione della
biografìa ariostesca R. BACCHELLI con il libro La congiura di don Giulio d’Este,
Milano, Mondadori, 1931 (ripubblicato, insieme con altri scritti ariosteschi, in La
congiura di don Giulio dEste e altri scritti ariosteschi, Milano, Mondadori, 1958)
e C. DIONISOTTI con il saggio Chierici e laici nella letteratura italiana del primo

40
Cinquecento (pubblicato negli atti di un convegno nel 1960 e poi raccolto in
Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967).
Buono l’apparato documentario e quello iconografico nel volume dedicato al
grande pubblico Ludovico Ariosto nella collana «I giganti», delle edizioni
Mondadori, Milano, 1968. Ha un valore piacevolmente divulgativo la biografia di
A. FLAMIGNI-R. MANGARONI, Ariosto, Milano, Camunia, 1989.
Su aspetti ed episodi della vita: G. FUSAI, L. Ariosto in Garfagnana e le sue
relazioni con la repubblica di Lucca, in «Atti della Accad. Lucchese di Se., lett. ed
arti», n. s., IV (1937), pp. 808-19; A. MORSELLI, L. Ariosto tra Ippolito d’Este e
Alberto Pio, in «Atti e Mem. della Accad. di Se., lett. ed arti di Modena», serie V,
II, 1937, pp. 73-92; R. CESERANI, Benucci, Alessandra, in Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, voi. VIII, 1966, pp. 649-
51.
Sull’ambiente sociale e culturale ferrarese: E. G. GARDNER, The King of Court
Poets, A Study of the Work, Life and Times of L. Ariosto, London, Constable,
1906 (ristampa New York, Haskell, 1968); C. VON CHLEDOWSKI, Dwór w Ferrare,
Lwów, Wende, 1907 (trad. tedesca: Der Hof von Ferrara, München, Müller,
1919); H. HAUVETTE, L’Arioste et la poésie chevaleresque à Ferrare, Paris,
Librairie Champion, 1922; A. P IROMALLI, La cultura a Ferrara al tempo
dell’Ariosto, Firenze, La Nuova Italia, 1953 (nuova ediz. Roma, Bulzoni, 1975);
G. GETTO, La corte estense luogo d’incontro di una civiltà letteraria, in
Letteratura e critica nel tempo, Milano, Marzorati, 1954, pp. 325-57;
R.LONGHIOfficina ferrarese, Roma, Le edizioni d’Italia, 1934 (più volte ristampato
negli anni successivi, da altri editori); E. GARIN, Motivi della cultura ferrarese nel
Rinascimento, in La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze, 1961;
E. SESTAN, Gli Estensi e il loro stato al tempo dell’Ariosto, in «La rassegna della
letteratura italiana», LXXIX (1975), pp. 19-33; AA. VV., Ferrara, a cura di R.
RENZI, Bologna, 1974; L. CHIAPPINI, Gli Estensi, Varese, 1967; W. L.
GUNDERSHEIMER, Ferrara. The Style of a Renaissance Despotism, Princeton,
University Press, 1973; F. ERSPAMER, La biblioteca di don Ferrante: Duello e
onore nella cultura del Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1982; AA. VV., La corte e lo
spazio: Ferrara estense, a cura di G. P APAGNO e A. QUONDAM, Roma, Bulzoni,
1982; R. CESERANI, L’Ariosto e la cultura figurativa del suo tempo, in AA. VV.,
Studies in the Italian Renaissance. Essays in Memory of A. B. Ferruolo, Napoli,
Società Editrice Napoletana, 1985; D. LOONEY, Ariosto’s Ferrara: A National
Identity between Fact and Fiction, in «Yearbook of Comparative and General
Literature», XXXIX (1990-1991), pp. 25-34.

ICONOLOGIA

G. AGNELLI, I ritratti dell’Ariosto, in «Rassegna d’arte antica e moderna », IX,


1922, pp. 82-98; IDEM, Il ritratto dell’Ariosto di Dosso Dossi, in «Emporium»,
77, 1933, pp. 275-82, G. GRONAU, Titian’s «Ariosto», in «Burlington Magazine»,

41
63, 1933, pp. 275-82; W. D. P EAT, Portrait of A Man (Ludovico Ariosto), in «The
Art Quarterly», X, 1947, pp. 65-67 (su un ritratto oggi al museo di Indianapolis,
che però per molti studiosi di Tiziano non può essere identificato con Ariosto); R.
CESERANI, Dietro i ritratti di Ludovico Ariosto, in «Giorn. Storico della Lett.
Ital.», CLIII (1976), pp. 243-295; G. FRAGNITO, Intorno alla «religione»
dell’Ariosto. I dubbi del Bembo e le credenze ereticali del fratello Galasso, in
«Lettere Italiane », XLIV (1992), pp. 208-39.

MONOGRAFIE COMPLESSIVE

M. MARTI, L. Ariosto, in Letteratura italiana. I Maggiori, Milano, Marzorati,


1956, I, pp. 307-406; N. SAPEGNO, L. Ariosto, in Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. IV, 1962, pp. 172-88; L.
CARETTI, L. Ariosto, in Storia della letteratura italiana, diretta da E. CECCHI e N.
SAPEGNO, Milano, Garzanti, III, 1966, pp. 787-895, G. INNAMORATI, Ariosto, in I
protagonisti della storia universale, vol. 5, n. 39, pp. 309-336, Milano, C.E.I.,
1965; R. CESERANI, in Grande dizionario enciclopedico, Torino, UTET, II, 1966,
pp. 157-63; E. BIGI, in Dizionario critico della letteratura italiana, a cura di V.
BRANCA , Torino, UTET, I, 1973, pp- 113-33 (nuova ediz. 1986, I, pp. 112-31); N.
BORSELLINO, Lettura dell’ «Orlando furioso», Bari, Laterza, 1973; C. P. BRAND, L.
Ariosto. A preface of the «Orlando furioso», Edinburgh, University Press, 1974.

RACCOLTE COLLETTIVE DI SAGGI PER ANNIVERSARI, CELEBRAZIONI, ECC.

«L’ottava d’oro». Celebrazioni ariostesche, Ferrara, 1928; Milano, Treves, 1930


e quindi Mondadori, 1933; Numero dedicato all’Ariosto di «Notiziario culturale
italiano», Istituto italiano di cultura, Parigi, XV, 3 (1974); Per l’Ariosto, numero
speciale di «Italianistica», 1974, n. 3, a cura di R. NEGRI, pubblicato anche come
fascicolo a sé, Milano, Marzorati, 1976; L. Ariosto: il suo tempo la sua terra la
sua gente, Atti del Convegno di studi organizzato dalla Deputaz. di Storia Patria per
le antiche provincie modenesi, Sez. di Reggio Emilia, 27-28 aprile 1974, in
«Bollettino storico reggiano», numero speciale, 25-30; Convegno internazionale L.
Ariosto, Roma-Lucca-Castelnuovo di Garfagnana-Reggio Emilia-Ferrara, Atti dei
Convegni Lincei, 6, Roma, Accademia Naz. dei Lincei, 1975; Ludovico Ariosto:
lingua, stile e tradizione, Atti del Congresso organizzato dai comuni di Reggio
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LINGUA, STILE E METRO

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Convegno, cit., Roma, 1975, pp. 1-25; K. O. MURTAUGH, Ariosto and the Classical
Simile, Cambridge (USA), Harvard Univ. Press, 1980; A. STELLA , Note
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44
STUDI CRITICI SUL « FURIOSO »

Fra i contributi critici più significativi, nella secolare ppera di lettura e


interpretazione del poema, segnaliamo, a cominciare dall’Ottocento: U. FOSCOLO,
Narrative and Romantic Poems ofthe Italians (1819), in Saggi di letteratura
italiana, in Opere, Ediz. naz., vol. XI, Firenze, Le Monnier, 1958, parte II, pp. 1-
199 e particolarmente pp. 119-157; V. GIOBERTI, Del primato morale e civile degli
italiani (1843), parte II, cap. VII, in Opere, a cura di U. REDANò, Ediz. naz., vol.
VIII, Milano, Bocca, 1939; F. DE SANCTIS, Corso sulla poesia cavalleresca (1858),
in La poesia cavalleresca e scritti vari, a cura di M. P ETRINI, Bari, Laterza, 1954,
oppure Verso il realismo, a cura di N. BORSELLINO, Torino, Einaudi, 1965; Storia
della letteratura italiana (1870), a cura di B. CROCE, Bari, Laterza, 1925 oppure a
cura di N. GALLO, Torino, Einaudi, 1958, capitoli XII e XIII; A. SALZA , Studi su L.
Ariosto, Città di Castello, Lapi, 1914; G. CARDUCCI, Su l’«Orlando furioso»
(1881), in Opere, Ediz. naz., XIV, Bologna, Zanichelli, 1936, pp. 57-116; G. A.
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pp. 29-55; B. CROCE, Ariosto, in Ariosto, Shakespeare e Corneille, Bari, Laterza,
1920; A. MOMIGLIANO, Saggio sull’«Orlando furioso», Bari, Laterza, 1928; G.
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ZOTTOLI, Dal Boiardo all’Ariosto, Lanciano, Carabba, 1934; E. CARRARA , Due
storie del «Furioso», Torino, Ediz. dell’Erma, 1935 (ristampato in parte in Studi
petrarcheschi ed altri saggi raccolti da amici e discepoli, Torino, Bottega
d’Erasmo, 1959, pp. 243-368); E. CARRARA , Marganorre, in «Annali della Scuola
Norm. Sup. di Pisa», s. II, IX (1940), pp. 1-20; E. LI GOTTI, L’Ariosto narratore e
Il linguaggio poetico dell’«Orlando furioso», in Saggi, Firenze, 1941, pp. 63-73 e
77-81; W. BINNI, Metodo e poesia di L. Ariosto, Messina, D’Anna, 1947; G. DE
ROBERTIS, Idea dell’«Orlando», in «La rassegna d’Italia», 1949, pp. 646-50; G. DE
ROBERTIS, Lettura sintomatica del Primo dell’«Orlando», in «Paragone», 1950, n.
4, pp. 12-17; G. DE BLASI, L’Ariosto e le passioni, in «Giornale storico della lett.
italiana», 1952, pp. 318-62; 1953, pp. 178-203; R. RAMAT, L’«Orlando furioso»,
in Per la storia dello stile rinascimentale, Messina-Firenze, D’Anna, 1953, pp. 1-
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C. SEGRE, Esperienze ariostesche, Pisa, Nistri-Lischi, 1966; C. DIONISOTTI, Fortuna
e sfortuna del Boiardo nel Cinquecento, in Il Boiardo e la critica contemporanea.
Atti del Convegno di studi su M. M. Boiardo, a cura di G. Anceschi, Firenze, 1970,
pp. 221-41; I. CALVINO, L’«Orlando furioso» raccontato da I. Calvino, Torino,
Einaudi, 1970; E. DONATO, «Per selve e boscherecci labirinti»: Desire and
Narrative Structure in Ariosto’s «Orlando furioso», in «Barroco», 4, 1972
(riprodotto anche in AA. VV. Renaissance Theory/Renaissance Texts, a cura di P
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XXVII (1975), pp. 286-307 (anche in Ariosto 1974 in America, cit., pp. 1-29); L.
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XXVI (1971), pp. 135-50 e La guerra nell’«Orlando furioso», ibidem, XXVI
(1971), pp. 627-52; M. SANTORO, Letture ariostesche, Napoli, Liguori, 1973; G.
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internazionale L. Ariosto, cit., 1975, pp. 73-92; A. FICHTER, Poets Historical.
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dell’Olimpia ariostesca: I contributi della filologia germanica, ibid., pp. 329-44;
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pp. 445-54; N. LAZZARO-FERRI, Incanto, scienza e «virtù» e la conclusione
dell’«Orlando furioso», in «Selecta. Journal of the Pacific Northwest Council on
Foreign Languages», III (1982), pp. 105-111; M. SHAPIRO, Revelation and thè
Vials of Sanity in the «Orlando furioso», in «Romance Notes», XXII (1982), pp.
329-34; Id., Perseus and Bellerophon in «Orlando furioso», in «Modem
Philology», LXXXI (1983), pp. 109-130; ID., From Atlas to Atlante, in
«Comparative Literature», XXXV (1983), pp. 323-50; J. T. CHIAMPI, Between
Voice and Writing. Ariosto’s Irony According to Saint John, in «Italica», LX
(1983), pp. 340-50; K. H. STIERLE, Die Komik des Objekts in Ariosts «Orlando
furioso», in K. H. GOLLER (a cura di), Spätmittelalterliche Artusliteratur,
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di Angelica, Napoli, Federico & Ardia, 1983; G. DALLA P ALMA , Le strutture
narrative dell’«Orlando furioso», Firenze, Olschki, 1984; G. SAVARESE,
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L’ELABORAZIONE DEL «FURIOSO» E I «CINQUE CANTI»

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III, 1936, pp. 429-46; S. DEBENEDETTI, ed. critica de I frammenti autografi
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soggetto dell’«Orlando furioso», cit., pp. 119-56; L. CARETTI, Storia dei «Cinque
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Renaissance, Paris, Univ. de la Sorbonne Nouvelle, 1984, vol. II, pp. 227-45; F.
ZEMPLENYI, Krise im Wunderland. «I cinque canti» und der Übergang von der
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in «Giornale storico della lett. italiana», CLXV (1988), pp. 161-79 e Notizie
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LA FORTUNA ITALIANA E INTERNAZIONALE DEL POEMA

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FUCILLA , European Translations and Imitations of Ariosto, in «Romantic Review»,
XXV (1934); A. CIORANESCU, L’Arioste en France, des origines à la fin du XVIIIe
siècle, Paris, 1939; M. P RAZ, Ariosto in Inghilterra, in Convegno internazionale,
cit., pp. 511-25; H. RÜDIGER, Ariosto nel mondo di lingua tedesca, ibidem, pp.
489-509 (e, nello stesso volume, saggi di altri studiosi sulla fortuna di Ariosto in
Francia, Spagna, Polonia, Russia); O. MACRÌ, L’Ariosto e la letteratura spagnola,
in «Letterature moderne», III (1952), pp. 511-25; B. WEINBERG, The Quarrel over
Ariosto and Tasso, in A History of Literary Criticism in the Italian Renaissance,
Chicago, 1961, voi. II; M. CHEVALIER, L’Arioste en Espagne (1530- 1650).
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Rezeptionsforschung als Heuristik der Interpretation, Stuttgart, Steiner, 1987; D.
JAVITCH, Proclaiming a Classic: The Canonization of «Orlando furioso»,
Princeton, University Press, 1991.

50
ORLANDO FURIOSO I-XXVI

51
Nei lettori, a cominciare da non pochi dei contemporanei, l’Orlando furioso ha
lasciato un’immagine di sé straordinariamente forte e seducente: un’impressione di
perfezione, di completezza e armonia strutturale, di levigatezza stilistica. Il poema
già nel Cinquecento conobbe una fortuna immensa: moltissime edizioni, ampia
produzione di commenti dichiarativi e interpretativi e di chiavi allegoriche,
imitazioni, traduzioni (nelle principali lingue, in alcuni dialetti). Il Furioso, che mal
si inseriva nelle classificazioni dei generi poetici formulate dai teorici di scuola
neoaristotelica, divenuti potenti nel Cinquecento, continuò ciononostante ad attirare
lettori. Esso alimentò controversie, come quella assai lunga fra i sostenitori del
poema ariostesco e i sostenitori della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso,
che appariva opera assai più regolare e conforme ai principi della poetica
aristotelica. Esso spinse alcuni degli autori di poetiche del Cinquecento a rivedere la
teoria dei generi per fare un posto al romanzesco. Ariosto godette anche di una
larga fama europea ed ebbe fra i suoi lettori ed estimatori molti personaggi, da
Galileo a Spenser, da Voltaire a Goethe, da Hegel a De Sanctis.
La fortuna di Ariosto non restò ristretta dentro le cerehie dei letterati. Molte delle
storie da lui raccontate e dei personaggi inventati divennero proverbiali ed entrarono
nel linguaggio comune: «sei un Sacripante!», «sei un Rodomonte!»; la conoscenza
di molti episodi discese anche negli strati più bassi della popolazione, sino a rivivere
in spettacoli popolareggianti come i «maggi », recitati in villaggi dell’Appennino, o
come le chiassose commedie rappresentate dal teatro dei «pupi» in Sicilia.
Eppure, nonostante tutto questo, la sensibilità di noi moderni si è trovata in
qualche difficoltà nell’accettare e far propria non tanto la poesia di Ariosto (che ha
continuato a trovare lettori), quanto l’immagine, così diffusa, della sua perfezione
canonica e «classica», del suo stile sempre «adeguato», della struttura dell’opera
sempre «nobilmente armoniosa». Si pensi alla descrizione del Furioso come poema
dell’armonia sostenuta in un famoso saggio critico di Benedetto Croce; si pensi a
molte altre letture critiche novecentesche (spesso condotte per frammenti, in modo
antologico), che si possono forse definire «platoniche», basate sull’idea delle
corrispondenze: dall’armonia delle sfere all’armonia del cosmo all’armonia delle
passioni all’armonia della singola ottava del poema ariostesco, concepita come un
vero microcosmo in cui si riflette il macrocosmo. Tali descrizioni hanno rischiato,
paradossalmente, di allontanare da quest’opera i lettori moderni, forniti di una
sensibilità assai più inquieta e lacerata, e di trasformare il Furioso in un classico
bello, perfetto, ma imbalsamato, irraggiungibile.
Esemplare mi sembra l’episodio del libro scritto e annunciato, e mai interamente
pubblicato, del critico anglo-americano D. S. Carne-Ross. Egli, che di professione
era studioso delle letterature classiche, ha scritto negli anni Sessanta un’analisi
molto raffinata e interessante del primo canto del Furioso, facendola seguire da
molte osservazioni critiche acute su altri canti ed episodi del poema. E tuttavia il
suo studio The One and the Many: A Reading ofthe «Orlando furioso», progettato
originariamente come libro, è stato pubblicato solo parzialmente: una prima parte,
con il titolo Cantos 1 and 8, uscì sulla rivista «Arion» nel 1966; una seconda parte,
condensato degli ultimi due terzi del libro originario, uscì sulla rivista dieci anni

52
dopo, nel 1976. In una nota introduttiva, Came-Ross spiegò che quando aveva
scritto quello studio egli ancora pensava che
l’artificio della civiltà, benché assai traballante, continuasse a tenere e l’alta cultura
da cui tanto dipende questo poema potesse ancora essere invocata, magari solo per
onesta finzione. Pensavo che la tradizione europea fosse ancora aperta per noi.
Oggi, in questo periodo di «post» (post-letteratura, post-cristianità, post-tutto), le
cose appaiono diversamente. Il Rinascimento, insieme con gran parte delle nostre
grandi eredità, sembra quasi irraggiungibile, una vasta regione incantata nella quale
non abbiamo più diritto di passaggio. Il compito oggi, a me pare, è di cercare di
andare alle radici, cioè al mondo greco primitivo. In modo da esssere in grado, in
qualche inimmaginabile futuro, di ricominciare tutto da capo. Il fiore non è per noi1.

Sugli stessi concetti, applicati in particolare allo stile e alla lingua dell’Ariosto,
Carne-Ross è ritornato in una pagina significativa che si legge in una sua successiva
raccolta di saggi:
La letteratura classica dell’Europa occidentale appartiene al suo punto specifico
del tempo storico conosciuto, e quando la si allontana da quel punto riesce
sfigurata. Amleto, in traduzione almeno, non può portare i jeans e rimanere
Amleto. E tuttavia Dante resta importante per noi, anche se non possiamo tradurlo.
Lo leggiamo, in un modo in cui non riusciamo oggi a leggere Ariosto o Tasso o
Góngora o, per la stessa ragione, Milton, un poeta nel quale tantissime delle più
profonde ambizioni della poesia del Rinascimento assumono la forma più grandiosa.
C’è qualcosa, in tutti questi poeti, che ci respinge. Sembrano collocati nell’angolo
sbagliato dell’universo. Considerate una dichiarazione famosa che echeggia in un
modo o nell’altro in numerosi testi della letteratura e dell’arte rinascimentali: «Ma
l’uomo è un nobile animale, splendido nelle ceneri e trionfante nella tomba». Un
modo di parlare così superbo non ha posto nel nostro mondo. Persino l’umiltà
cristiana è più facile da accettare, e certamente il sermo humilis del Medioevo è più
vicino ai nostri modi del «grande» stile di tanti scrittori del Rinascimento… È una
questione di lingua e di atteggiamento verso la lingua2.

Carne-Ross cita la descrizione della morte di Dardinello nel Furioso (XVIII, 153-
54), si sofferma sulla similitudine virgiliana che lì viene impiegata, e commenta:
Quel che colpisce in questo linguaggio è la sua adeguatezza. Benché l’ottava sia
densa di elette memorie, il tono grave e cerimonioso, la scrittura estremamente
formale, ciononostante l’azione e i sentimenti che l’azione propone a propria
reazione scivolano dentro il rivestimento linguistico con la stessa facilità con cui un
giovane corpo entra nella sua pelle. L’armonia della costruzione, senza segno
apparente di sforzo (due quartine, ciascuna delle quali divisa in due parti bilanciate
e rapportate fra loro) sembra riflettere un rapporto ugualmente armonioso fra i
mezzi espressivi e ciò che deve essere espresso, fra gesti ed emozioni. Questa è, nel
significato datole da Hegel, una poesia genuinamente classica. Possiamo dire, di

53
questi versi, che essi dimostrano una grande fiducia nella capacità della lingua di
rendere e «stare per» l’esperienza umana. Possiamo forse anche dire che ci vuole
una grande fiducia nella vita per saper disporre i frammenti e pezzi di esperienza in
una struttura così nobilmente armoniosa. Noi abbiamo un modo di pensare diverso
della vita, e della morte, e per conseguenza ci sentiamo esclusi dai versi di Ariosto.
È arduo immaginare che chiunque sapesse ora tradurli in poesia vivente3.

Ciò su cui Carne-Ross ci invita a riflettere è la qualità, soprattutto linguistica, di


perfetta chiusura in sé, grandiosità monumentale, armoniosa levigatezza stilistica del
Furioso, in poche parole la sua qualità di opera canonica e di classico,
impenetrabile dalla sensibilità moderna, buono soltanto per il museo.
Può sembrare una tipica situazione di impasse, nella quale si sono trovate anche
altre grandi opere considerate, proprio perché classiche e perfette, troppo remote da
noi moderni e dal nostro gusto: è capitato, per esempio, al Paradiso perduto di
Milton, che è incappato nelle riserve di un grande poeta moderno e modernista
come T. S. Eliot. Come si esce da una simile impasse? O insistendo
volontaristicamente sul valore dei classici, sulla necessità di saltare oltre l’abisso del
tempo e dei cambiamenti di gusto, per leggerli, continuare a leggerli, anzi
«rileggerli», come vuole la definizione di Italo Calvino, che proprio così concepisce
i classici: come opere che non si leggono, ma sempre si rileggono4. Oppure anche
rimettendo in discussione, volta per volta, per i singoli testi, proprio quel giudizio di
levigatezza, perfezione formale, armonia.
È quel che è successo, per fortuna sua e di noi, all’Ariosto. La critica più recente,
dopo aver sottoposto a nuove analisi l’opera intera di Ariosto e in particolare il
Furioso, ne ha scoperto la reale disarmonia e la forte irrequietezza di fondo,
recuperandola anche per questa via al gusto moderno (una cosa analoga è successa
per Milton). A dar corpo a quella disarmonia e irrequietezza hanno contribuito una
serie di caratteristiche dell’opera messe in rilievo dal lavoro dei filologi, dei critici e
degli interpreti (fra cui parecchi studiosi stranieri, francesi, tedeschi, numerosi
americani): una costituzione nel tempo fatta di pentimenti, aggiunte, revisioni; un
legame assai stretto, nonostante le apparenze, con i drammatici avvenimenti del
primo Cinquecento; una presenza, sotto la superficie apparentemente levigata, di
temi contraddittori, ambigui, trasgressivi; una acutissima autocoscienza dello
scrittore e una sua capacità di rapportarsi ironicamente alle tradizioni letterarie che
lo rendono, sotto questo aspetto, molto vicino alla sensibilità contemporanea, si
potrebbe addirittura dire postmoderna.
Non è un caso che molte delle scuole critiche più avanzate, in Italia, in
Germania, negli Stati Uniti (sino alle tendenze più recenti dei cosiddetti
«decostruzionisti») abbiano dedicato tanta attenzione all’opera di Ariosto. Non si
può dimenticare, per esempio, il ruolo importante svolto, come lettore attento e
molto sensibile del Furioso, da Italo Calvino, il quale, ariosteggiando non poco nei
suoi stessi scritti, ha dimostrato nei fatti che il libro di Ariosto è tutt’altro che morto,
anzi che può parlare con particolare efficacia proprio a noi postmoderni. E si può
anche fare il nome dello scrittore inglese David Lodge, autore di un romanzo

54
intitolato Small World (1984), nel quale l’Orlando furioso funziona come uno dei
principali sottotesti e addirittura come ispiratore di alcune delle trame principali: nel
romanzo c’è una impiegata delle linee aeree British Airways addetta al check-in
dell’aeroporto di Heathrow che legge sottobanco l’Orlando furioso e, quando si
presentano allo sportello i passeggeri, assegna loro posti, destinazioni e coincidenze
secondo delle sue intuitive trame combinatorie, e li lancia così verso incontri e
avventure.
C’è stato, nella critica ariostesca degli ultimi decenni, un netto rovesciamento
delle strategie interpretative. Le cose sono talmente cambiate che è possibile, da un
certo punto di vista, perfino recuperare le formule crociane contro cui la critica
italiana postcrociana aveva polemizzato. Basta intendere in modo diverso formule
come quelle dell’armonia, identificata con il sentimento dominante del poema, o
dell’ironia, identificata con l’atteggiamento principale di Ariosto narratore; basta
dare tutto il peso che meritano a concetti e situazioni caratteristici di una certa
cultura e sensibilità rinascimentali, riassumibili con parole come inquietudine,
scetticismo, umor malinconico, trasgressività. Basta rileggere l’ironia non come
atteggiamento di superiore distacco estetico e contemplazione dei giochi del caso e
del contrasto, collegandola con la contemplazione della bellezza, ma come formula
freudiana di compromesso, turbamento e rovesciamento, collegandola con la
nostalgia di una bellezza forse mai esistita, faticosamente da cercare.
Ci si è chiesti, riprendendo una domanda che ha percorso tutta quanta la storia
della ricezione del Furioso fra il Cinquecento e oggi, a che genere appartiene il
poema ariostesco. La risposta, anche in questo caso, è stata sempre meno pacifica.
Si è parlato sempre più frequentemente, per definire il Furioso, di poema epico-
romanzesco, intendendo indicare, con quel termine costituito da due elementi legati
da una lineetta, la struttura peculiare su cui è costruito il poema. La formula, che ha
buone ragioni per giustificarne l’impiego, rischia di nascondere una quantità di
problemi: da un certo punto di vista effettivamente il Furioso rappresenta la fine
delle narrazioni di tipo romanzesco e il ricorso a una struttura tematica e narrativa
che rileva molto dell’epico; dall’altra, esso continua a mantenersi fedele ad alcuni
modi tipici del romanzesco, e per questo è divenuto il bersaglio di molte critiche
mosse nel Cinquecento in nome dell’ortodossia neoaristotelica. Usando la formula
del poema epico-romanzesco, i critici intendono sottolineare il suo carattere di testo
misto, instabile e provvisoriamente attestato, la sua natura di formazione di
compromesso, all’interno della dinamica dei generi e dei modi narrativi in uso nel
Cinquecento. Eppure, paradossalmente, proprio dalla complicata origine strutturale
del poema, proprio da questo suo carattere misto deriva il moderno interesse
straordinario che proviamo per esso: le sue contraddizioni e tensioni strutturali lo
rendono più vicino ai nostri gusti e alla nostra sensibilità. Inescapable romance, si
intitola un bel libro della studiosa americana Patricia Parker, Il «Furioso» fra epos
e romanzo si intitola un libro più recente del critico italiano Sergio Zatti5.
La rilettura che la Parker conduce dell’ Orlando furioso avviene all’interno di
una ricostruzione assai più ampia, ed estesa a parecchi altri testi della letteratura
europea (da Spenser, a Tasso, a Milton), dello sviluppo del modo romanzesco.

55
Mentre le considerazioni di Carne-Ross sullo stile «chiuso» e perfetto del Furioso
partivano da una identificazione fra letteratura rinascimentale e classicismo e da una
impressione di irrecuperabilità per l’uomo moderno della perfezione «chiusa» del
linguaggio poetico rinascimentale, la prospettiva adottata dalla Parker muove dalla
modernità e risale, attraverso la letteratura romantica, sino a Milton e alla letteratura
del Rinascimento, sino a quella romanzesca. Il percorso è compiuto tenendo conto
delle ricette di gusto e di poetica messe in circolazione dal critico canadese
Northrop Frye, grande riscopritore del romanzesco in Shakespeare, nella letteratura
medievale e moderna, persino nella Bibbia. Quel percorso è compiuto anche
tenendo conto del movimento di riscoperta della letteratura romantica, considerata
quasi parte integrante della modernità, promosso dallo stesso Frye e sostenuto con
forza dai critici del cosiddetto «decostruzionismo», Paul de Man in testa. E anche
se la Parker a un certo punto cita Erich Auerbach, come studioso del romanzo
cortese, mi sembra chiaro che la trafila di esperienze letterarie a cui lei fa
riferimento è alternativa a quella che fa da asse portante del libro di Auerbach
Mimesis. Auerbach infatti, analizzando il romanzesco nei poemi medievali di
Chrétien de Troyes, ne metteva in rilievo rigidezze e stilizzazioni, e lo collegava con
episodi sostanzialmente evasivi rispetto al lento affiorare e imporsi, nella cultura
occidentale, dei modi più pieni e densi, esistenzialmente pregnanti, della
rappresentazione mimetica.
Si ha così nella Parker un rovesciamento di posizioni rispetto a quelle di Carne-
Ross. L’Orlando furioso prende un posto importante e vitale nella formazione della
sensibilità letteraria moderna e postmoderna. Esaminato in questa prospettiva,
sembra addirittura, molto più di altri testi rinascimentali, anticipare alcuni dei
problemi fondamentali della testualità moderna: il rapporto fecondamente
contraddittorio fra digressione e chiusura (closure) testuale, la consapevole
esplorazione di tutte le duplicità e molteplicità, di tutti gli «errori» del linguaggio e
della narrazione, la piena coscienza di tutti i pericoli e le potenzialità
dell’intertestualità. E infatti la Parker trae tutti i vantaggi interpretativi possibili dal
fatto, in sé significativo, che l’uso ariostesco della parola-tema «differire», l’arte
sua stessa narrativa che su tale parola-tema è fondata, sembrano precorrere e
prefigurare una delle più famose parole d’ordine dell’ermeneutica derridiana e
decostruzionistica: la differance.
L’analisi della Parker si basa su una serie di passi molto significativi e ben scelti
del poema e su una rete di termini, immagini e procedimenti ricorrenti: «errore»,
«svisamento», «deviazione», «varia tela», «differimento», reductio ad absurdum.
Il tema principale del suo saggio è enunciato già nel titolo: Gli errori del
romanzesco. Si tratta di una rassegna, graduata in intensità, di errori:
dall’utilizzazione e imitazione ariostesca dei percorsi divaganti, o «errori», dei suoi
cavalieri «erranti»; alla tensione che si instaura nel testo del Furioso fra una
narrazione divagante e la necessità di una chiusura narrativa; alla selva di allusioni
che rivelano il continuo ricorrere di «errori» o deviazioni nella storia letteraria; alla
rivelazione, che avviene sulla Luna, dell’errore di ogni costruzione poetica o
«versione autorizzata», comprendendo addirittura, tra le versioni autorizzate, i

56
poemi di Virgilio e Dante, e il Vangelo.
A sommare in sé tutte queste spinte contrastanti, centrifughe e centripete, c’è la
grande tensione strutturale che sottende a tutto il testo, fra due modi narrativi a
confronto: quello romanzesco (divagante) e quello epico (che punta alla chiusura).
Uno degli apporti più originali della Parker sta nell’aver riconosciuto quella tensione
in elementi di spazializzazione dei movimenti narrativi, nei quali il «divertimento»
romanzesco viene rappresentato sotto forma di deviazione, diversione, digressione
narrativa; oppure, sul piano delle immagini, in elementi della figurazione, come il
labirinto, l’intreccio dei sentieri, la scelta fra vie diverse da percorrere («di qua, di
là, di su, di giù»), l’uscir di strada come uscire di sé, e così via. Una configurazione
spaziale ha anche, secondo la Parker, l’atteggiamento del narratore del poema. Non
è solo, come è stato più volte messo in rilievo dai critici, che il narratore ariostesco
ama intrecciare le sue storie con un gusto strutturale attento alle variazioni, alle
analogie, ai contrasti fra i vari modelli di comportamento umano («altri… altri.,
altri»; «a chi… a chi… a chi»; «or… or… or»; «far mi convien come fa il buono /
sonator sopra il suo instrumento arguto / che spesso muta corda, e varia suono, /
ricercando ora il grave, ora l’acuto»; «Di molte fila esser bisogno parme / a condur
la gran tela ch’io lavoro»). Si tratta, secondo la Parker, di una visione dall’alto,
aerea, dei personaggi, dei loro rapporti e distanze, dei loro movimenti, con un
impiego cosciente di forza manipolativa e una continua decostruzione delle trame
narrative, e introduzione di elementi di attesa, sorpresa, sospensione e
rovesciamento rispetto ai modelli tradizionali. Il gioco costante che Ariosto compie
su «errare» ed «errore» porta all’estremo le qualità più frequentemente condannate
del romanzesco, e il modo in cui introduce elementi di chiusura fra gli incantamenti
del poema suggerisce l’emulazione studiata di un genere poetico assai venerato. Ma
altri, più sotterranei, elementi del suo poema si pongono in una direzione più
apertamente sovvertitrice, verso la decostruzione dell’idea stessa di una finzione
narrativa priva di «errore», di un genere letterario fornito di autorità o privilegiato.
È quest’ultima probabilmente l’idea più interessante e originale suggerita dalla
Parker: Ariosto non è soltanto il tessitore della grande tela narrativa, che lavora in
accordo con il principio della variatio; è anche «un tessitore di echi da altri testi» e
«la molteplicità stessa di questi echi toglie sostegno a qualsiasi priorità di una singola
autorità letteraria e di un singolo genere». Non saremmo, nel caso di Ariosto, di
fronte alla tipica situazione descritta da Viktor Sklovskij per spiegare l’innovazione
nella storia letteraria: l’uccisione di un padre (Boiardo) accompagnata dalla
rivalutazione di uno zio (Virgilio). L’operazione ariostesca è molto più complessa e
profondamente, ironicamente conoscitiva (si tratta, come è ovvio, di ironia
romantica).
Affrontando nel libro citato Il «Furioso» fra epos e romanzo lo stesso nodo
problematico, Sergio Zatti ricorre a una metodologia critica di tipo tematologico e
psicanalitico. E infatti non è tanto sul terreno tradizionale della storia dei generi
quanto su quello più sottile e ambiguo delle modalità narrative e letterarie, che si
possono cogliere frutti critici interessanti e forse arrivare più vicini a carpire il
segreto di una contradditorietà cercata, sperimentata, sofferta, eppure nascosta,

57
occultata. Voglio solo accennare a un aspetto, qui, di queste contraddizioni celate, di
queste potenzialità trasgressive che si presentano con l’apparenza della conformità,
delParmonia. Si tratta di contraddizioni che derivano dall’impianto stesso del
poema, dalla molteplicità dei modelli, dal continuo gioco di rimandi fra l’elemento
romanzesco e l’elemento epico. Dal punto di vista della trama, del plot, sappiamo
tutti che l’elemento romanzesco si manifesta sotto la forma della ciclicità, della
ripetitività, della digressione, dell’entrelacement, della apertura e continuità infinita
delle storie raccontate e possibili, mentre l’elemento epico si manifesta sotto la
forma della struttura regolata, controllata, mirata su un preciso sviluppo e una
precisa conclusione, chiusa e finita. Ebbene, credo che sia necessario continuare a
cercare, sotto gli elementi della chiusura epica, che sembrano prevalere e
lentamente imporsi nel Furioso – soprattutto a mano a mano che ci si avvicina alla
fine e si dissolvono le magie, scompaiono gli ippogrifi e le incantagioni, la follia
lascia il posto alla saggezza, viene in primo piano l’impresa virtuosa dell’eroe epico
e dinastico – continuare a cercare tutti gli elementi di dispersione, le storie che non
si concludono, i fili della trama che sfuggono alla tessitura e ai nodi finali. Non è
solo questione di una quantità di personaggi e di storie che sembrano perdersi sullo
sfondo, pronti per essere raccolti e sfruttati dagli autori che continueranno a
praticare le storie romanzesche in pieno Cinquecento: la storia di Angelica è a
questo punto esemplare (ma si potrebbe aggiungerne parecchie altre). Più
interessanti mi sembrano gli episodi di questo tipo che non si collocano, diciamo
così, sullo sfondo del poema, come in dissolvenza, con un effetto di allontanamento
dei personaggi verso altri paesaggi, altre storie, ma si collocano nel tessuto stesso
testuale, vengono lì impiantati e lì lasciati, promettendo o lasciando intravedere uno
sviluppo che poi non viene mai.
Un caso già abbastanza interessante riguarda Ruggiero e Doralice. Doralice,
come si sa, è la bella andalusa che rappresenta la donna passionale e volubile, la
donna «mobile», pronta a qualsiasi accoppiamento amoroso. Dopo il duello fra
Mandricardo e Ruggiero, nel canto XXX, che si conclude con Mandricardo morto e
Ruggiero ferito e curato da dame gentili, Doralice si trova in un dilemma (XXX,
71): le è stato ucciso l’uomo con cui si era recentemente e volubilmente accoppiata,
non sarebbe il caso di buttarsi nelle braccia dell’altro? Si apre, per il narratore, lo
spiraglio per un intervento registico malizioso e ironico; potrebbe effettivamente
dare il via a una storia fra Doralice e Ruggiero:
E Doralice istessa, che con duoli
piangea l’amante suo pallido e bianco,
forse con l’altre ita sarebbe in schiera,
se di vergogna un duro fren non era.

Io dico forse, non ch’io ve l’accerti,


ma potrebbe esser stato di leggiero:
tal la bellezza e tali erano i merti,
i costumi e i sembianti di Ruggiero.
Ella, per quel che già ne siamo esperti,

58
sì facile era a varïar pensiero,
che per non si veder priva d’amore,
avria potuto in Ruggier porre il core.

Doralice, in realtà, scompare a questo punto del poema. L’Ariosto si lascia


volutamente sfuggire, dopo avere giocato un po’ con l’idea, la possibilità di
complicare in questo modo la vicenda di Ruggiero e Bradamante. Era già successo
con Alcina e Angelica, ma in quel caso era stato il personaggio a scegliere, magari
suo malgrado, la strada virtuosa; qui è il narratore che ci fa intravedere una
possibile ulteriore prova per Ruggiero, accenna a gettare il sasso poi si rimette la
mano in tasca.
Un esempio di questi procedimenti ancora più interessante è offerto da un altro
episodio che riguarda (credo non a caso) Ruggiero: è lui il personaggio che avrà la
responsabilità di portare sino in fondo la soluzione epica, dinastica ed epitalamica
del poema; ma è anche quello che più a lungo è stato circondato dalle incertezze
dell’Ariosto, dai progetti di complicazione e di aggiunta. Ebbene, c’è un’aporia
grossa nel poema che riguarda proprio Ruggiero, una storia a lungo preparata e
annunciata e deliberatamente lasciata cadere, avvolta in un silenzio che riesce un
poco perturbante.
Fin dai primi canti del poema viene annunciata, riguardo a Ruggiero, una
conclusione, che poi non verrà mai elaborata, verrà lasciata allusivamente nel
futuro, e la storia di lui sarà volutamente conclusa con il duello finale e il
matrimonio con Bradamante. I maghi e i conoscitori del futuro impiantano nel
testo, a cominciare già dai primi canti, una storia che mai verrà rappresentata e
raccontata.
Già nel canto III (24) veniamo a sapere che Ruggiero sarà ucciso dai Maganzesi;
nel canto IV (29, 7-8), Atlante diventa più preciso e introduce un’indicazione
temporale:
come il ciel mi mostra, in tempo breve
morir cristiano a tradimento deve.
Nel canto XXXVI (64, 4) la profezia viene ripetuta:
tra’ cristiani a tradigion morrai.
Nel canto XLI (61-62), avvicinandoci alla fine, l’eremita diventa molto più
preciso e dà il plot generale della nuova storia:
Avea il Signor, che ’l tutto intende e vede,
rivelato al santissimo eremita,
che Ruggier da quel dì ch’ebbe la fede,
dovea sette anni, e non più, stare in vita;
che per la morte che sua donna diede
a Pinabel, ch’a-llui fia attribuita,
saria, e per quella ancor di Bertolagi,
morto dai Maganzesi empi e malvagi.

59
E che quel tradimento andrà sì occulto,
che non se n’udirà di fuor novella;
perché nel proprio loco fia sepulto
ove anco ucciso da la gente fella:
per questo tardi vendicato et ulto
fia da la moglie e da la sua sorella.
E che col ventre pien per lunga via
da la moglie fedel cercato fia.
Forse ancora a questo fatto allude Marfisa nel canto XLV (114, 1-2), nel pieno
della vicenda di Leone, là dove dice:
Con ciò sia ch’esser non possa
d’altri costei, fin che ’l fratei mio vive.
Naturalmente dietro a questa specie di storia celata o mancata, che riguarda una
vicenda di rivalità interna alla feudalità cristiana, una vicenda di tradimenti e
assassini, c’è tutta la questione dell’atmosfera peculiare e caratteristica dei Cinque
canti, ma c’è anche la spia di una possibile percezione, nella struttura stessa del
poema, così apparentemente armoniosa, equilibratissima, di possibili incrinature
interne profonde. Così come la lunga, faticosissima, impegnatissima storia della
elaborazione del poema può essere, ed è stata letta, sia come la progressiva
conquista di un dominio superiore, concluso, classico su tutte le trame, i temi, i
motivi del poema, sia come il segno di una mai totalmente appagata
insoddisfazione, di continui pentimenti, rovelli e rinunce, di una tensione vitale e
artistica che, reagendo a un’epoca storica piena di contraddizioni e rovesciamenti
drammatici, ha continuato a manifestarsi, sostanzialmente irrisolta, fino e oltre
l’ultima edizione. Al punto che non sono mancati i critici i quali hanno spesso
affacciato un dubbio e una domanda: non sarà forse che la prima versione del
poema, quella del 1516 in quaranta canti, sia da considerare un libro tutto sommato
migliore, più fuso, più unitario?
Ci sono altri aspetti del poema di Ariosto a cui ci si è tradizionalmente riferiti per
riaffermare la grande capacità del poeta ferrarese di risolvere armoniosamente, in
grande classico stile, i motivi ispiratori e i modelli letterari diversi che aveva a
disposizione. Un caso tipico è costituito dai discorsi sull’ottava ariostesca,
considerata la soluzione metrica armoniosa e perfetta, un vero e proprio miracolo di
equilibrio se confrontata con le diverse e più acerbe ottave di Poliziano e Boiardo e
la anch’essa diversa, manieristica e tormentata, ottava del Tasso. E tuttavia anche
in questo caso gli studiosi moderni della metrica (essi stessi divisi in scuole diverse)
hanno fornito analisi assai più problematiche dello strumento espressivo di Ariosto,
insistendo sulla flessibilità della sua ottava, più che sulla sua uniforme perfezione,
mettendone in rilievo la dinamicità e le tensioni interne, la notevole energia e i
cambiamenti improvvisi di ritmo, portando in primo piano i fenomeni derivanti
dall’attrito fra elementi uditivi e musicali ed elementi visivi e iconici nell’esercizio
metrico dell’autore del Furioso. Qualcuno ha anche invitato a riflettere sulla
possibilità di collegare la strutturazione spaziale dell’ottava, l’iconicità come valore

60
scoperto e riscoperto della dizione poetica (così come l’accentuata visività e
figuralità di molti tratti allegorici dell’affresco del poema) con l’introduzione e lo
sviluppo dell’arte della stampa, avvenuta nei decenni precedenti la composizione
del Furioso, e con i mutamenti nella pratica della lettura, e quindi anche della
scrittura, che ne derivarono. Quella dell’Ariosto si presenta come una poesia da
leggere, da vedere, che risente della novità della composizione del testo a caratteri
fìssi sulla pagina bianca e della volontà entusiastica di sfruttarne tutte le possibilità.
L’entusiasmo cederà, nel corso del secolo, ad altri atteggiamenti e con un poeta
come Tasso troverà espressione un diverso sentimento di dissociazione fra elementi
visivi ed elementi musicali e la tendenza a prendere un cammino diverso, in
direzione della musicalità e della melodiosità.
Se si prendono, infine, in esame questioni fondamentali come il rapporto tra il
Furioso e le sue cosiddette «fonti», cioè la partitura intertestuale del poema, o
come la sua struttura narrativa e tematica, la scelta si fa ancora più pressante e
drammatica: fra un’interpretazione che insista sul suo carattere di opera
classicamente perfetta e chiusa e un’interpretazione opposta che dia importanza alle
crepe interne a tanta compattezza, alla struttura labirintica della narrazione, ai giochi
teatrali delle prospettive, agli effetti di sovraimpressione sulla razionalità estraniante
della monumentalità allegorica e della parodia lucianesca di tanti episodi.
Un elemento costante, nel rapporto fra Ariosto e le sue fonti, è il modo singolare
in cui egli è andato a pescare le storie da raccontare, o riraccontare, dentro le
mitologie e i patrimoni narrativi più arcaici, o esotici, o marginali (sino a toccare,
sorprendentemente, come è noto, la mitologia germanica). Nei grandi depositi della
letteratura passata Ariosto va a cercare le storie curiose, gli episodi rari, le versioni
non canoniche dei grandi miti (con questo affiancandosi in modo originale ad
atteggiamenti umanistici ed eruditi a lui familiari, da Poliziano a Lilio Gregorio
Giraldi).
Un altro elemento costante, nel rapporto fra Ariosto e le sue fonti, è il
procedimento di fusione. Ariosto non racconta mai una storia sola, ma mette
insieme tante storie. Questa è una legge quasi costante della struttura compositiva
del poema. Il gusto è quello di sovrapporre l’uria all’altra le varie storie e di fondere
in un unico personaggio tanti personaggi diversi. Normalmente gli elementi ricavati
dal grande patrimonio classico si combinano e sovrappongono con gli elementi
ricavati dalla letteratura romanza, dal patrimonio folclorico, dalla realtà
contemporanea. Orlando era ormai un personaggio fìsso e consumato, soprattutto
nelle storie della tradizione italiana. Boiardo facendolo diventare «innamorato» e
Ariosto facendolo diventare «furioso» lo rinnovavano dall’interno, lo caricavano di
nuovi significati. Ma Ariosto, mentre da una parte concentrava in lui una serie di
elementi della tradizione bretone e cortese, facendone l’eroe della sublimazione
amorosa e facendo comparire allusivamente, nelle sue fissazioni sognanti, nervose e
tenaci, e nei suoi percorsi labirintici e perduti, quelli del grande Tristano; dall’altra
parte, già attraverso l’allusione del titolo, gli faceva sorgere accanto, nella fissazione
virtuosa, nel destino inesorabile, la figura di Ercole. Le storie di Ercole6, d’altronde,
affiorano nel poema anche a proposito di altri personaggi, in particolare di Ruggiero.

61
A ciò spingeva, come si può ben capire, il legame dinastico fra Ruggiero e la casa
d’Este, i cui signori contavano, al tempo dell’Ariosto, un Ippolito «erculea prole»
(ma anche, possibilmente, prole di Teseo e dell’amazzone Antiope) e un Alfonso,
che veniva fra due Ercoli: il padre e il figlio. Ma accanto alle storie di Ercole
affiorano nel poema, collegate con questi e altri personaggi, le storie di Vulcano.
Dietro a Rodomonte, poi, che scavalca le mura di Parigi, c’è l’omerico Pirro; dietro
Ruggiero che libera Angelica c’è l’ovidiano Perseo, così come dietro a Olimpia c’è
Arianna. Favole omeriche, virgiliane, ovidiane, lucianesche: è un continuo alludere,
ripescare, far intravedere altri personaggi e altre vicende.
Il poema, da questo punto di vista, risulta organizzato su tre diversi strati: c’è uno
strato centrale, che riguarda le storie di Carlo Magno, dei suoi feudatari e paladini e
delle loro lotte contro Agramante saraceno e Marsilio di Spagna e i loro campioni.
Le vicende si riferiscono al periodo storico dell’impero carolingio e dei primi scontri
fra i regni feudali d’Europa e i regni mussulmani. Su queste vicende, con violenza
storica già presente e motivante nelle chansons de geste, si proiettano i riflessi di
avvenimenti storici successivi, in particolare di quelli delle crociate e dei grandi
scontri diretti e ampi fra eserciti cristiani e mussulmani.
Sullo strato centrale si innestano storie relative a periodi precedenti, anche
lontanissimi nel tempo, attraverso il sistema dei paragoni e dei riferimenti classici. È
sempre possibile dire che il personaggio A si comporta come il personaggio B e così
rievocare una serie di vicende molto precedenti nel tempo a quelle di cui parla il
poema e rese esemplari dalla loro appartenenza a un patrimonio mitologico ormai
sistematizzato ed esemplare o a una storia ormai considerata perfetta e assoluta
nella sua nobile monumentalità.
Sullo strato centrale si innestano inoltre molte storie relative a periodi posteriori,
avvenute nel tratto di tempo intercorso fra l’epoca di Carlo Magno e quella in cui
viene scritto il poema o addirittura in contemporanea con l’atto stesso della scrittura
e recitazione del poema. Ciò è reso possibile dal sistema, ereditato dalla tradizione
epica e romanzesca, delle profezie, dei vaticini e degli auguri, e anche dal fatto che
l’autore si riserva, in quanto voce narrante e recitante, un suo proprio spazio di
intervento, di uomo che vive in una corte rinascimentale del primo Cinquecento, in
rapporto con signori e potenti e con tanti altri letterati e artisti del proprio tempo.
Nella complessa costruzione del poema, i due strati estremi tendono a convergere
sullo strato centrale, anche in questo attraverso una generosa tendenza alla fusione,
che mira a fare intravedere, dietro ogni personaggio della finzione narrativa
principale, un personaggio della tradizione mitica o storica classiche, allo scopo di
dargli dignità e monumentalità, valenza simbolica, anche a volte una valenza
allegorica; oppure mira a fare intravedere, sovrapposti a quel personaggio, i tratti e
le passioni di uomini dell’Italia e dell’Europa cinquecentesche. L’anacronismo,
come è noto, è tendenza diffusa dell’epoca. Ed era pratica comune del teatro e
delle feste di corte quella di rappresentare storie mitologiche o allegoriche, di
contenuto leggendario o storico, comiche o tragiche, con personaggi vestiti nei
costumi del proprio tempo, motivati nei gesti dalla cultura propria e dei propri
spettatori.

62
L’operazione che ho descritto tende a dare molta rotondità ai personaggi, molto
spessore. Dalla tradizione cavalleresca essi venivano in gran parte piatti e
stereotipati. Ariosto, moltiplicando i loro tratti, complicando le loro storie, compie
un’opera di investimento semantico, li arricchisce di significati.
Procedimenti non del tutto diversi, e altrettanto significativi, si hanno nel modo in
cui Ariosto costruisce l’ampia tela narrativa del poema. Tutti sanno che l’autore del
Furioso ha utilizzato un procedimento narrativo largamente sperimentato, quello
dell’entrelacement. Tutti sanno anche che nella tradizione cavalleresca questo
procedimento aveva uno scopo puramente tecnico, di seguire contemporaneamente
personaggi che si muovevano in direzioni diverse su uno sfondo assai ampio, e uno
scopo narrativo, di intrecciare le storie per tener viva l’attenzione di lettori e
spettatori. Questo procedimento nel Furioso è divenuto complesso ed esso stesso
investito di significato. Molti hanno espresso il loro stupore per la straordinaria
ricchezza di rimandi interni e di parallelismi, contrapposizioni, corrispondenze fra le
storie. Vien da pensare che Ariosto avesse una mente computerizzata. Già collegare
esplicitamente tanti fili doveva richiedere la presenza, nel suo laboratorio di artista,
di una gran carta su cui far muovere tutti i personaggi, senza perderli di vista, per
riportarli al punto giusto nel momento giusto. Ma il sistema implicito delle
corrispondenze fa pensare a una grammatica narrativa e generativa divenuta
linguaggio naturale interiore, sistema logico raffinato eppure chiarissimo, ma anche
duttile ed elastico e capace di adattarsi a nuove situazioni e a funzionare anche nelle
fasi dei rifacimenti e delle aggiunte. Qualcuno ha tentato di ricostruire quella
grammatica; Giuseppe Dalla Palma, in particolare, ha allestito un’ampia e
chiarissima mappa, dalla quale risulta molto bene come nel poeta sia in atto
un’operazione sistematica di risemantizzazione di storie ed episodi, che si caricano
di significati attraverso i rapporti che hanno con le altre storie e gli altri episodi7.
Eppure a me pare che il lavoro di Dalla Palma, perfetto nel suo funzionalismo
strutturalistico, vada accompagnato, in sede di analisi interpretativa, dall’impiego di
strumenti critici più complessi, e non solo di quelli psicanalitici, a cui egli tende
prevalentemente a ricorrere, ma anche di quelli della storia culturale, delle ideologie
letterarie, dei procedimenti retorici, dei sistemi rappresentativi.
Faccio un esempio. Fra i collegamenti e rimandi interni del Furioso c’è un caso
che ha spesso lasciato perplessi i lettori. Nel poema ci sono due personaggi che
hanno il nome di Melissa: la maga che protegge Ruggiero e si adopera per realizzare
l’unione fra Ruggiero e Bradamante, e la donna mantovana, conoscitrice di incanti,
che si è invaghita del cavaliere del nappo e ha ordito la trama in seguito alla quale
egli ha perso la donna amata. Si tratta dello stesso personaggio o di due personaggi
diversi? Pio Rajna, davanti a due tipi diversi di fate – la fata buona e la fata cattiva
–, l’una collegata con vicende romanzesche, bretoni e carolinge a un tempo, l’altra
con una vicenda di origine ovidiana, protestava in nome della coerenza psicologica
del personaggio: «i contrari si conciliano, o piuttosto si confondono. Non è, a dir
vero, da lodarne il poeta»; e, a proposito della Melissa mantovana: «non ci
aspetteremmo, per verità, di veder rappresentata da lei la parte che qui le è

63
commessa» 8. Qualcun altro, proprio per salvare la coerenza psicologica dei
personaggi, si è sforzato di dimostrare che erano fra loro diversi9.
In realtà i due personaggi hanno attributi simili (le conoscenze di magia, la
capacità di trasformarsi fisicamente e di trasformare anche altre persone) e c’è da
domandarsi se non svolgano funzioni narrative simili. Gli schemi di Dalla Palma
sembrerebbero escludere questa possibilità. La prima Melissa svolge le sue funzioni
all’interno della fabula di Bradamante, nella quale compare come adiuvante maga,
«destinata a proteggere regolarmente il carattere di disegno provvidenziale che ha la
ricerca amorosa dell’eroe», a suggerirgli i modi per superare gli ostacoli, a dargli un
aiuto decisivo contro il mago antagonista Atlante10. La seconda Melissa compare in
una diversione della fabula di Rinaldo, eroe da Dalla Palma considerato
«complementare» a Orlando. La diversione, che in due storie successive, tutt’e due
ispirate allo stesso modello ovidiano, svolge il tema della fedeltà femminile dentro il
matrimonio, ha, secondo Dalla Palma, un «legame debole» con la fabula principale:
«non c’è né l’inserimento decisivo dell’eroe nella diversione, né un immediato
rapporto paradigmatico di complementarità: a meno di non rilevare, come già
faceva lo Zingarelli11, che due storie in cui c’è il richiamo alla saggezza sono
raccontate a un eroe che da una parte è appena stato liberato dalla soggezione a un
oggetto d’amore indegno e perciò fatto saggio, e dall’altra si comporta realmente in
modo saggio (rifiuta la prova del nappo)» 12. La soluzione al dilemma va
probabilmente cercata stabilendo rapporti diversi, rispetto a quelli indicati da Dalla
Palma, fra il sistema delle funzioni narrative del poema e quello dei significati
profondi, tra modelli narrativi e modelli culturali.
Vista la qualità delle storie che compongono la «diversione» nella fabula di
Rinaldo, vista la presenza di un personaggio come il cavaliere del nappo che è fra i
pochi a fare la comparsa nel poema senza avere un nome, visto lo sfondo
geografico costituito dai luoghi che saranno popolati e governati dalle dinastie
mantovane e ferraresi, nei rami principali e secondari, vista la allusione non esplicita
ma sicura al dramma mitologico-allegorico Fabula di Cefalo di Niccolò da
Correggio, ricavato dalla stessa fonte ovidiana e rappresentato con successo in
quegli stessi ambienti cortigiani pochi anni prima che a essi si rivolgesse Ariosto con
il suo poema, visto che l’episodio del cavaliere del nappo è preceduto da una
vicenda, con a protagonista Rinaldo, che è chiaramente allegorica e fa entrare in
scena un personaggio del tutto allegorico, il cavaliere che ha nome Sdegno – può
essere forte la tentazione di usare, nell’interpretazione di questo e di altri tratti del
poema, lo strumento della critica allegorica.
Devo anzi dire, a questo proposito, che ci sono nel poema ariostesco personaggi
ed episodi che chiaramente appartengono a una specie di quarto strato, rispetto ai
tre precedentemente descritti: lo strato atemporale, figurativamente plastico e
monumentale dell’allegoria. Ciò può avere irritato tanti lettori dal gusto
sostanzialmente romantico, attirato giudizi negativi, distolto l’attenzione critica da
alcuni degli episodi del poema. Ma chi abbia un po’ di familiarità storica con la
produzione letteraria del Quattro e Cinquecento, e non ignori gli studi di C. S.

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Lewis e di altri sull’allegoria medievale, quelli di Walter Benjamin sull’allegoria del
teatro barocco o quelli di Paul De Man sull’allegoria romantica, può legittimamente
chiedersi: che differenza c’è, in un poema come quello ariostesco, fra personaggi
allegorici e personaggi «reali»? Non sono tutti, e gli uni e gli altri, volutamente privi
di caratterizzazione storica e profondità psicologica, tutti realizzati nei propri gesti,
nei propri comportamenti, nei propri attributi, nelle relazioni che intrecciano con gli
altri personaggi? Non sono tutti, più o meno esplicitamente, ricavati dal grande
serbatoio delle storie mitologiche, o narrative classiche e romanzesche? Non sono
tutti indistintamente sottoposti allo stesso procedimento di investimento semantico e
chiamati ad agire dentro l’universo ariostesco dei significati e con esso confrontarsi?
Il problema è delicato. Da una parte mi sembra giusto, dopo tanti anni in cui la
critica ha considerato con antipatia e trascurato gli episodi allegorici del poema,
riequilibrare la situazione e dare il dovuto rilievo a questa dimensione retorico-
rappresentativa. D’altra parte mi sembra opportuno non porsi sulla scia di tanta
facile critica allegorizzante (che ha investito prima il poema dantesco, poi la
produzione petrarchesca e da ultimo si è buttata sullo scrittore «realistico» per
eccellenza, Boccaccio) ed evitare di cadere nell’eccesso opposto. Credo, in altre
parole, che sia un errore ridurre al semplice strato dei valori simbolici e allegorici un
universo di significati così complesso come quello del Furioso.
L’episodio di Melissa e del cavaliere del nappo, in ogni caso, introduce un
ulteriore elemento di tensione interna del poema, quello fra modalità realistica e
modalità allegorica, che va a unirsi a quello fra modalità epica e modalità
romanzesca. Esso, inoltre, pone in questione, sul piano dell’organizzazione
strutturale del poema, la distinzione tra fabula e diversione. Siamo proprio sicuri
che la fabula ariostesca di Rinaldo faccia di costui un personaggio costantemente (e
secondo tradizione) complementare di Orlando? Siamo proprio sicuri che i due
episodi del cavaliere del nappo e del giudice mantovano siano in rapporto debole
con la fabula di Rinaldo o con quella di altri personaggi? Siamo proprio sicuri che
tema principale di questi episodi sia, come sembrerebbe indicare l’esordio del canto
XLIII, quello dell’avarizia?
Le domande di questo tipo si affollano e servono anch’esse a darci del Furioso
un’immagine tutt’altro che unitaria e compatta. Chi è il vero protagonista del
poema?
Orlando, come sembra indicare il titolo, oppure Ruggiero, la cui storia di
formazione, maturazione e realizzazione epica campeggia nella seconda parte del
poema, oppure, che so, Astolfo, o Rinaldo? Se poi si guarda alla tessitura
complessiva del poema, quali sono i temi dominanti, quelli che vanno a costituirne
la grande rete semantica e a realizzare concretamente i modelli ideologici e culturali
che lo ispirano? C’è, per esempio, un rapporto decisamente conflittuale fra il
modello dell’amore cortese che presiede alla modalità romanzesca presente nel
poema, ha rapporti con un preciso contesto storico e una precisa tradizione
letteraria, viene spesso ricondotto all’esperienza personale e biografica dell’autore e
a correnti ideologiche molto diffuse negli ambienti cortigiani del suo tempo, e il
modello dell’amore coniugale (che è poi quello che nel poema guida la storia di

65
Ruggiero e Bradamante), presiede alla modalità epica, genealogica ed epitalamica
presente soprattutto nella seconda parte del Furioso, e ha rapporti con un diverso
contesto storico e una diversa tradizione letteraria (latina e classicheggiante).
Per un poeta come Ariosto, grande creatore di spazi metaforici e discorsi
comicamente rovesciati, la possibilità di costruire con grande serietà e impegno
retorico il nuovo spazio letterario e narrativo dell’amore coniugale doveva
necessariamente accompagnarsi alla libera possibilità di confrontarlo continuamente
con tutte le altre fenomenologie dell’amore, in tutto il loro ampio e bizzarro
dispiegamento, e anche di costruirgli a fronte gli spazi lucidi e prospettici su cui
proiettarlo, per scrutarne attentamente le componenti, le manifestazioni, i trionfi e le
catastrofi. Così come, in un certo punto del Furioso, il mondo perfetto e idealizzato
della corte può per un momento scorgere, sulla faccia fredda e lucida della luna, la
propria immagine rovesciata nella follia, non mancano nel poema ariostesco (ma
anche fuori da esso, basta pensare a quel controcanto ironico e amaro dell’amore
coniugale che è la satira V) i momenti in cui il grande tema dell’amore coniugale è
trattato nei suoi eccessi virtuosi, nei suoi interni tormenti (la gelosia), e anche nei
suoi comici rovesciamenti.
Come si vede, anche rispetto ai grandi modelli culturali che la ispirano, l’opera di
Ariosto si presenta più come un’occasione di tensione e confronto, che di sintesi e
risoluzione armoniosa.

1. D. S. CARNE-ROSS, The One and the Many: A Reading of the «Orlando furioso», in
«Arion», n. s. 3 (1976), p. 146.
2. D. S. CARNE-ROSS, Institutions. Essays in and out of Literature. Pindar to Pound,
Berkeley-Los Angeles, University of California Press, 1979, p. 136.
3. D. S. CARNE-ROSS, Institutions, cit., p. 137.
4. I. CALVINO, Perché leggere i classici, Milano, Mondadori, 1991, pp. 11-19. L’idea è stata
ripresa, e trasformata in una teoria dei classici, da M. CALINESCU, Rereading, New Haven, Yale
University Press, 1993.
5. P A. PARKER, Inescapable romance. Studies in the Poetics of a Mode, Princeton, N. J.,
Princeton University Press, 1979; S. ZAT T I, Il «Furioso» fra epos e romanzo, Lucca, Pacini-Fazzi,
1991.
6. Non si tratta tanto dell’Hercules furens di Seneca, un testo la cui presenza nel poema
ariostesca mi sembra scarsa, quanto semmai dell’Hercules oetaeus o dell’Ercole di altre narrazioni
e figurazioni antiche e moderne.
7. G. DALLA PALMA, Le strutture narrative dell’«Orlando furioso», Firenze, Olschki, 1984.
8. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso», Firenze, Sansoni, 1975 (riediz. a cura di F.
Mazzoni), pp. 132 e 571.
9. D. INT ERNOSCIA, Are there two Melissas, both enchanteress, in the «Furioso»?, in «Italica»,
XXV, 1948, pp. 217-26.
10. DALLAPALMA, Le strutture narrative cit., p. 98.
11. Cfr. N. ZINGARELLI, Introduzione a L. ARIOST O, Orlando furioso, Milano, Hoepli, 19596, p.
LXV.
12. DALLAPALMA, Le strutture narrative cit., p. 48.

66
ORLANDO FURIOSO *
DI MESSER LUDOVICO ARIOSTO
ALLO ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO
CARDINALE DONNO IPPOLITO DA ESTE
SUO SIGNORE

*Orlando Furioso: il titolo è foggiato su quello del poema del Boiardo, l’Orlando Innamorato,
di cui esso vuole essere una continuazione. L’Ariosto ebbe presente anche il titolo di una tragedia di
Seneca, l’Hercules Furens. Onde Furioso, usato nel senso latino di «pazzo», nobilita e classicizza il
nome romanzo Orlando.

67
CANTO PRIMO

Proposizione della materia, invocazione e dedica a Ippolito d’Este. Angelica, dopo


la rotta dei Cristiani, fugge dal campo di Carlo Magno e s’imbatte prima in Rinaldo,
poi in Ferraù. I due cavalieri vengono a duello per disputarsi l’amore di Angelica.
La donna riprende la fuga. I due cavalieri interrompono il duello e si dànno
all’inseguimento. Ferraù tenta di ripescare l’elmo che gli è caduto in un fiume. Gli
appare l’ombra dell’Argalia. Frattanto Angelica incontra Sacripante e lo accetta
come suo difensore. Sopraggiunge un ignoto cavaliere (Bradamante), che abbatte
Sacripante. Sopraggiunge Baiardo, il cavallo di Rinaldo, e Sacripante se ne
impossessa con l’aiuto di Angelica. Sopraggiunge Rinaldo, che sfida Sacripante.
Trepidazione di Angelica, mentre i due cavalieri si affrontano.

1. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,


le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo Pire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

2. Dirò d’Orlando in un medesmo tratto


cosa non detta in prosa mai né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

3. Piacciavi, generosa Erculea prole,


ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte, e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono;
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

68
4. Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensier cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

5. Orlando, che gran tempo inamorato


fu de la bella Angelica, e per lei
in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti et immortai trofei,
in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alla campagna,

6. per far al re Marsilio e al re Agramante


battersi ancor del folle ardir la guancia,
d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
l’altro, d’aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si pentì d’esservi giunto;

7. che vi fu tolta la sua donna poi:


ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperii ai liti eoi
avea difesa con sì lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.
Il savio imperator, ch’estinguer vòlse
un grave incendio, fu che gli la tolse.

8. Nata pochi dì inanzi era una gara


tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo;
che ambi avean per la bellezza rara
d’amoroso disio l’animo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

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9. in premio promettendola a quel d’essi
ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
degli infideli più copia uccidessi,
e di sua man prestassi opra più grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
ch’in fuga andò la gente battezzata,
e con molti altri fu ’l duca prigione,
e restò abbandonato il padiglione.

10. Dove, poi che rimase la donzella


ch’esser dovea del vincitor mercede,
inanzi al caso era salita in sella,
e quando bisognò le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella
dovea Fortuna alla cristiana fede:
entrò in un bosco, e ne la stretta via
rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.

11. Indosso la corazza, l’elmo in testa,


la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
e più leggier correa per la foresta,
ch’ai pallio rosso il villan mezzo ignudo.
Timida pastorella mai sì presta
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch’a piè venia, s’accorse.

12. Era costui quel paladin gagliardo,


figliuol d’Amon, signor di Montalbano,
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
per strano caso uscito era di mano.
Come alla donna egli drizzò lo sguardo,
riconobbe, quantunque di lontano,
l’angelico sembiante e quel bel volto
ch’all’amorose reti il tenea involto.

13. La donna il palafreno a dietro volta,


e per la selva a tutta briglia il caccia;
né per la rara più che per la folta,
la più sicura e miglior via procaccia:
ma pallida, tremando, e di sé tolta,
lascia cura al destrier che la via faccia.
Di su di giù, ne l’alta selva fiera
tanto girò, che venne a una riviera.

70
14. Su la riviera Ferraù trovosse
di sudor pieno e tutto polveroso.
Da la battaglia dianzi lo rimosse
un gran disio di bere e di riposo;
e poi, mal grado suo, quivi fermosse,
perché, de l’acqua ingordo e frettoloso,
l’elmo nel fiume si lasciò cadere,
né l’avea potuto anco rïavere.

15. Quanto potea più forte, ne veniva


gridando la donzella ispaventata.
A quella voce salta in su la riva
il Saracino, e nel viso la guata;
e la conosce subito ch’arriva,
ben che di timor pallida e turbata,
e sien più dì che non n’udì novella,
che senza dubbio ell’è Angelica bella.

16. E perché era cortese, e n’avea forse


non men dei dui cugini il petto caldo,
l’aiuto che potea, tutto le porse,
pur come avesse l’elmo, ardito e baldo:
trasse la spada, e minacciando corse
dove poco di lui temea Rinaldo.
Più volte s’eran già non pur veduti,
m’ al paragon de l’arme conosciuti.

17. Cominciâr quivi una crudel battaglia,


come a piè si trovâr, coi brandi ignudi:
non che le piastre e la minuta maglia,
ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi.
Or, mentre l’un con l’altro si travaglia,
bisogna al palafren che ’l passo studi;
che quanto può menar de le calcagna,
colei lo caccia al bosco e alla campagna.

18. Poi che s’affaticar gran pezzo invano


i duo guerrier per por l’un l’altro sotto,
quando non meno era con l’arme in mano
questo di quel, né quel di questo dotto;
fu primiero il signor di Montalbano,
ch’al cavallier di Spagna fece motto,
sì come quel c’ha nel cor tanto fuoco,
che tutto n’arde e non ritrova loco.

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19. Disse al pagan: – Me sol creduto avrai,
e pur avrai te meco ancora offeso:
se questo avvien perché i fulgenti rai
del nuovo sol t’abbino il petto acceso,
di farmi qui tardar che guadagno hai?
che quando ancor tu m’abbi morto o preso,
non però tua la bella donna fia;
che, mentre noi tardian, se ne va via.

20. Quanto fia meglio, amandola tu ancora,


che tu le venga a traversar la strada,
a ritenerla e farle far dimora,
prima che più lontana se ne vada!
Come l’avremo in potestate, allora
di ch’esser de’ si provi con la spada:
non so altrimenti, dopo un lungo affanno,
che possa riuscirci altro che danno. –

21. Al pagan la proposta non dispiacque:


così fu differita la tenzone;
e tal tregua tra lor subito nacque,
sì l’odio e l’ira va in oblivione,
che ’l pagano al partir da le fresche acque
non lasciò a piedi il buon figliol d’Amone:
con preghi invita, et al fin toglie in groppa,
e per l’orme d’Angelica galoppa.

22. Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!


Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi.
Da quattro sproni il destrier punto arriva
ove una strada in due si dipartiva.

23. E come quei che non sapean se l’una


o l’altra via facesse la donzella
(però che senza differenzia alcuna
apparia in amendue l’orma novella),
si messero ad arbitrio di fortuna,
Rinaldo a questa, il Saracino a quella.
Pel bosco Ferraù molto s’avvolse,
e ritrovossi al fine onde si tolse.

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24. Pur si ritrova ancor su la riviera,
là dove l’elmo gli cascò ne l’onde.
Poi che la donna ritrovar non spera,
per aver l’elmo che ’l fiume gli asconde,
in quella parte onde caduto gli era
discende ne l’estreme umide sponde:
ma quello era sì fitto ne la sabbia,
che molto avrà da far prima che l’abbia.

25. Con un gran ramo d’albero rimondo,


di ch’avea fatto una pertica lunga,
tenta il fiume e ricerca sino al fondo,
né loco lascia ove non batta e punga.
Mentre con la maggior stizza del mondo
tanto l’indugio suo quivi prolunga,
vede di mezzo il fiume un cavalliero
insino al petto uscir, d’aspetto fiero.

26. Era, fuor che la testa, tutto armato,


et avea un elmo ne la destra mano:
avea il medesimo elmo che cercato
da Ferraù fu lungamente invano.
A Ferraù parlò come adirato,
e disse: – Ah mancator di fé, marano!
perché di lasciar l’elmo anche t’aggrevi,
che render già gran tempo mi dovevi?

27. Ricordati, pagan, quando uccidesti


d’Angelica il fratei (che son quell’io),
dietro all’altr’arme tu mi promettesti
gittar fra pochi dì l’elmo nel rio.
Or se Fortuna (quel che non volesti
far tu) pone ad effetto il voler mio,
non ti turbare; e se turbar ti dèi,
turbati che di fé mancato sei.

28. Ma se desir pur hai d’un elmo fino,


trovane un altro et abbil con più onore;
un tal ne porta Orlando paladino,
un tal Rinaldo, e forse anco migliore:
l’un fu d’Almonte, e l’altro di Mambrino:
acquista un di quei duo col tuo valore;
e questo, c’hai già di lasciarmi detto,
farai bene a lasciarmi con effetto. –

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29. All’apparir che fece all’improviso
de l’acqua l’ombra, ogni pelo arricciossi,
e scolorossi al Saracino il viso;
la voce, ch’era per uscir, fermossi.
Udendo poi da l’Argalia, ch’ucciso
quivi avea già (che l’Argalia nomossi),
la rotta fede così improverarse,
di scorno e d’ira dentro e di fuor arse.

30. Né tempo avendo a pensar altra scusa,


e conoscendo ben che ’l ver gli disse,
restò senza risposta a bocca chiusa;
ma la vergogna il cor sì gli traffisse,
che giurò per la vita di Lanfusa
non voler mai ch’altro elmo lo coprisse,
se non quel buono che già in Aspramonte
trasse del capo Orlando al fiero Almonte.

31. E servò meglio questo giuramento,


che non avea quell’altro fatto prima.
Quindi si parte tanto malcontento,
che molti giorni poi si rode e lima.
Sol di cercare è il paladino intento
di qua di là, dove trovarlo stima.
Altra ventura al buon Rinaldo accade,
che da costui tenea diverse strade.

32. Non molto va Rinaldo, che si vede


saltare inanzi il suo destrier feroce:
– Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede!
che Tesser senza te troppo mi nuoce. –
Per questo il destrier sordo a lui non riede,
anzi più se ne va sempre veloce.
Segue Rinaldo, e d’ira si distrugge:
ma seguitiamo Angelica che fugge.

33. Fugge tra selve spaventose e scure,


per lochi inabitati, ermi e selvaggi.
Il mover de le frondi e di verzure,
che di cerri sentia, d’olmi e di faggi,
fatto le avea con subite paure
trovar di qua di là strani vïaggi;
ch’ad ogni ombra veduta o in monte o in valle,
temea Rinaldo aver sempre alle spalle.

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34. Qual pargoletta o damma o capriuola,
che tra le fronde del natio boschetto
alla madre veduta abbia la gola
stringer dal pardo, o aprirle ’l fianco o ’l petto,
di selva in selva dal crudel s’invola,
e di paura triema e di sospetto:
ad ogni sterpo che passando tocca,
esser si crede all’empia fera in bocca.

35. Quel dì e la notte e mezzo l’altro giorno


s’andò aggirando, e non sapeva dove.
Trovossi al fine in un boschetto adorno,
che lievemente la fresca aura muove.
Duo chiari rivi, mormorando intorno,
sempre l’erbe vi fan tenere e nuove;
e rendea ad ascoltar dolce concento,
rotto tra picciol sassi, il correr lento.

36. Quivi parendo a lei d’esser sicura


e lontana a Rinaldo mille miglia,
da la via stanca e da l’estiva arsura,
di riposare alquanto si consiglia:
tra’ fiori smonta, e lascia alla pastura
andare il palafren senza la briglia;
e quel va errando intorno alle chiare onde,
che di fresca erba avean piene le sponde.

37. Ecco non lungi un bel cespuglio vede


di prun fioriti e di vermiglie rose,
che de le liquide onde al specchio siede,
chiuso dal sol fra l’alte quercie ombrose;
così vòto nel mezzo, che concede
fresca stanza fra l’ombre più nascose:
e la foglia coi rami in modo è mista,
che ’l sol non v’entra, non che minor vista.

38. Dentro letto vi fan tenere erbette,


ch’invitano a posar chi s’appresenta.
La bella donna in mezzo a quel si mette;
ivi si corca, et ivi s’addormenta.
Ma non per lungo spazio così stette,
che un calpestio le par che venir senta:
cheta si leva, e appresso alla riviera
vede ch’armato un cavallier giunt’era.

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39. Se gli è amico o nemico non comprende:
tema e speranza il dubbio cor le scuote;
e di quella aventura il fine attende,
né pur d’un sol sospir l’aria percuote.
Il cavalliero in riva al fiume scende
sopra l’un braccio a riposar le gote;
e in un suo gran pensier tanto penètra,
che par cangiato in insensibil pietra.

40. Pensoso più d’un’ora a capo basso


stette, Signore, il cavallier dolente;
poi cominciò con suono afflitto e lasso
a lamentarsi sì soavemente,
ch’avrebbe di pietà spezzato un sasso,
una tigre crudel fatta clemente.
Sospirando piangea, tal ch’un ruscello
parean le guancie, e ’l petto un Mongibello.

41. – Pensier – dicea – che ’l cor m’aggiacci et ardi,


e causi il duol che sempre il rode e lima,
che debbo far, poi ch’io son giunto tardi,
e ch’altri a corre il frutto è andato prima
? a pena avuto io n’ho parole e sguardi,
et altri n’ha tutta la spoglia opima.
Se non ne tocca a me frutto né fiore,
perché affliger per lei mi vuo’ più il core ?

42. La verginella è simile alla rosa,


ch’in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
né gregge né pastor se le avicina;
l’aura soave e l’alba rugiadosa,
l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:
gioveni vaghi e donne inamorate
amano averne e seni e tempie ornate.

43. Ma non sì tosto dal materno stelo


rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia e bellezza, tutto perde.
La vergine che ’l fior, di che più zelo
che de’ begli occhi e de la vita aver de’,
lascia altrui côrre, il pregio ch’avea inanti
perde nel cor di tutti gli altri amanti.

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44. Sia vile agli altri, e da quel solo amata
a cui di sé fece sì larga copia.
Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
trionfan gli altri, e ne moro io d’inopia.
Dunque esser può che non mi sia più grata?
dunque io posso lasciar mia vita propia?
Ah, più tosto oggi manchino i dì miei,
ch’io viva più, s’amar non debbo lei! –

45. Se mi domanda alcun chi costui sia,


che versa sopra il rio lacrime tante,
io dirò ch’egli è il re di Circassia,
quel d’amor travagliato Sacripante;
io dirò ancor, che di sua pena ria
sia prima e sola causa essere amante,
e pur un degli amanti di costei:
e ben riconosciuto fu da lei.

46. Appresso ove il sol cade, per suo amore


venuto era dal capo d’Orïente;
che seppe in India con suo gran dolore,
come ella Orlando sequitò in Ponente:
poi seppe in Francia che l’imperatore
sequestrata l’avea da l’altra gente,
per darla all’un de’ duo che contra il Moro
più quel giorno aiutasse i Gigli d’oro.

47. Stato era in campo, e inteso aveva di quella


rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo:
cercò vestigio d’Angelica bella,
né potuto avea ancora ritrovarlo.
Questa è dunque la trista e ria novella
che d’amorosa doglia fa penarlo,
affligger, lamentare e dir parole
che di pietà potrian fermare il sole.

48. Mentre costui così s’affligge e duole,


e fa degli occhi suoi tepida fonte,
e dice queste e molte altre parole,
che non mi par bisogno esser racconte;
l’aventurosa sua fortuna vuole
ch’alle orecchie d’Angelica sian conte:
e così quel ne viene a un’ora, a un punto,
ch’in mille anni o mai più non è raggiunto.

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49. Con molta attenzïon la bella donna
al pianto, alle parole, al modo attende
di colui ch’in amarla non assonna;
né questo è il primo dì ch’ella l’intende:
ma dura e fredda più d’una colonna,
ad averne pietà non però scende;
come colei c’ha tutto il mondo a sdegno,
e non le par ch’alcun sia di lei degno.

50. Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola


le fa pensar di tor costui per guida;
che chi ne l’acqua sta fin alla gola,
ben è ostinato se mercé non grida.
Se questa occasione or se l’invola,
non troverà mai più scorta sì fida;
ch’a lunga prova conosciuto inante
s’avea quel re fedel sopra ogni amante.

51. Ma non però disegna de l’affanno


che lo distrugge alleggierir chi l’ama,
e ristorar d’ogni passato danno
con quel piacer ch’ogni amator più brama:
ma alcuna finzïone, alcuno inganno
di tenerlo in speranza ordisce e trama;
tanto ch’a quel bisogno se ne serva,
poi torni all’uso suo dura e proterva.

52. E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco


fa di sé bella et improvisa mostra,
come di selva o fuor d’ombroso speco
Dïana in scena o Citerea si mostra;
e dice all’apparir: – Pace sia teco;
teco difenda Dio la fama nostra,
e non comporti, contra ogni ragione,
ch’abbi di me sì falsa opinïone. –

53. Non mai con tanto gaudio o stupor tanto


levò gli occhi al figliuolo alcuna madre,
ch’avea per morto sospirato e pianto,
poi che senza esso udì tornar le squadre;
con quanto gaudio il Saracin, con quanto
stupor l’alta presenza e le leggiadre
maniere e il vero angelico sembiante,
improviso apparir si vide inante.

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54. Pieno di dolce e d’amoroso affetto,
alla sua donna, alla sua diva corse,
che con le braccia al collo il tenne stretto,
quel ch’al Catai non avria fatto forse.
Al patrio regno, al suo natio ricetto,
seco avendo costui, l’animo torse:
subito in lei s’avviva la speranza
di tosto riveder sua ricca stanza.

55. Ella gli rende conto pienamente


dal giorno che mandato fu da lei
a domandar soccorso in Orïente
al re de’ Sericani e Nabatei;
e come Orlando la guardò sovente
da morte, da disnor, da casi rei;
e che ’l fior virginal così avea salvo,
come se lo portò del materno alvo.

56. Forse era ver, ma non però credibile


a chi del senso suo fosse signore;
ma parve facilmente a lui possibile,
ch’era perduto in via più grave errore.
Quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibile,
e l’invisibil fa vedere Amore.
Questo creduto fu; che ’l miser suole
dar facile credenza a quel che vuole.

57. «Se mal si seppe il cavallier d’Anglante


pigliar per sua sciochezza il tempo buono,
il danno se ne avrà; che da qui inante
noi chiamerà Fortuna a sì gran dono:»
tra sé tacito parla Sacripante
«ma io per imitarlo già non sono,
che lasci tanto ben che m’è concesso,
e ch’a doler poi m’abbia di me stesso.

58. Corrò la fresca e matutina rosa,


che, tardando, stagion perder potria.
So ben ch’a donna non si può far cosa
che più soave e più piacevol sia,
ancor che se ne mostri disdegnosa,
e talor mesta e flebil se ne stia:
non starò per repulsa o finto sdegno,
ch’io non adombri e incarni il mio disegno».

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59. Così dice egli; e mentre s’apparecchia
al dolce assalto, un gran rumor che suona
dal vicin bosco gl’intruona l’orecchia,
sì che mal grado l’impresa abbandona:
e si pon l’elmo (ch’avea usanza vecchia
di portar sempre armata la persona),
viene al destriero e gli ripon la briglia,
rimonta in sella e la sua lancia piglia.

60. Ecco pel bosco un cavallier venire,


il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero:
candido come nieve è il suo vestire,
un bianco pennoncello ha per cimiero.
Re Sacripante, che non può patire
che quel con l’importuno suo sentiero
gli abbia interrotto il gran piacer ch’avea,
con vista il guarda disdegnosa e rea.

61. Come è più presso, lo sfida a battaglia;


che crede ben fargli votar l’arcione.
Quel che di lui non stimo già che vaglia
un grano meno, e ne fa paragone,
l’orgogliose minaccie a mezzo taglia,
sprona a un tempo, e la lancia in resta pone.
Sacripante ritorna con tempesta,
e corronsi a ferir testa per testa.

62. Non si vanno i leoni o i tori in salto


a dar di petto, ad accozzar sì crudi,
sì come i duo guerrieri al fiero assalto,
che parimente si passâr gli scudi.
Fe’ lo scontro tremar dal basso all’alto
l’erbose valli insino ai poggi ignudi;
e ben giovò che fur buoni e perfetti
gli osberghi sì, che lor saivaro i petti.

63. Già non fêro i cavalli un correr torto,


anzi cozzaro a guisa di montoni:
quel del guerrier pagan morì di corto,
ch’era vivendo in numero de’ buoni;
quell’altro cadde ancor, ma fu risorto
tosto ch’al fianco si sentì gli sproni.
Quel del re saracin restò disteso
adosso al suo signor con tutto il peso.

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64. L’incognito campion che restò ritto,
e vide l’altro col cavallo in terra,
stimando avere assai di quel conflitto,
non si curò di rinovar la guerra;
ma dove per la selva è il camin dritto,
correndo a tutta briglia si disserra;
e prima che di briga esca il pagano,
un miglio o poco meno è già lontano.

65. Qual istordito e stupido aratore,


poi ch’è passato il fulmine, si leva
di là dove l’altissimo fragore
appresso ai morti buoi steso l’aveva;
che mira senza fronde e senza onore
il pin che di lontan veder soleva:
tal si levò il pagano a piè rimaso,
Angelica presente al duro caso.

66. Sospira e geme, non perché l’annoi


che piede o braccia s’abbi rotto o mosso,
ma per vergogna sola, onde a’ dì suoi
né pria, né dopo il viso ebbe sì rosso:
e più, ch’oltre al cader, sua donna poi
fu che gli tolse il gran peso d’adosso.
Muto restava, mi cred’io, se quella
non gli rendea la voce e la favella.

67. – Deh! – diss’ella – signor, non vi rincresca!


che del cader non è la colpa vostra,
ma del cavallo, a cui riposo et esca
meglio si convenia che nuova giostra.
Né perciò quel guerrier sua gloria accresca;
che d’esser stato il perditor dimostra:
così, per quel ch’io me ne sappia, stimo,
quando a lasciare il campo è stato primo. –

68. Mentre costei conforta il Saracino,


ecco col corno e con la tasca al fianco,
galoppando venir sopra un ronzino
un messaggier che parea afflitto e stanco;
che come a Sacripante fu vicino,
gli domandò se con uno scudo bianco
e con un bianco pennoncello in testa
vide un guerrier passar per la foresta.

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69. Rispose Sacripante: – Come vedi,
m’ha qui abbattuto, e se ne parte or ora;
e perch’io sappia chi m’ha messo a piedi,
fa che per nome io lo conosca ancora. –
Et egli a lui: – Di quel che tu mi chiedi,
io ti satisfarò senza dimora:
tu dei saper che ti levò di sella
l’alto valor d’una gentil donzella.

70. Ella è gagliarda, et e più bella molto;


né il suo famoso nome anco t’ascondo:
fu Bradamante quella che t’ha tolto
quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. –
Poi ch’ebbe così detto, a freno sciolto
il Saracin lasciò poco giocondo,
che non sa che si dica o che si faccia,
tutto avvampato di vergogna in faccia.

71. Poi che gran pezzo al caso intervenuto


ebbe pensato invano, e finalmente
si trovò da una femina abbattuto,
che pensandovi più, più dolor sente;
montò l’altro destrier, tacito e muto:
e senza far parola chetamente
tolse Angelica in groppa, e differilla
a più lieto uso, a stanza più tranquilla.

72. Non furo iti duo miglia, che sonare


odon la selva che li cinge intorno,
con tal rumore e strepito, che pare
che triemi la foresta d’ogn’intorno;
e poco dopo un gran destrier n’appare,
d’oro guernito, e riccamente adorno,
che salta macchie e rivi, et a fracasso
arbori mena e ciò che vieta il passo.

73. – Se l’intricati rami e l’aer fosco –


disse la donna – agli occhi non contende,
Baiardo è quel destrier ch’in mezzo il bosco
con tal rumor la chiusa via si fende.
Questo è certo Baiardo, io ’l riconosco:
deh, come ben nostro bisogno intende!
ch’un sol ronzin per dui saria mal atto,
e ne viene egli a satisfarci ratto. –

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74. Smonta il Circasso et al destrier s’accosta,
e si pensava dar di mano al freno.
Colle groppe il destrier gli fa risposta,
che fu presto a girar come un baleno;
ma non arriva dove i calci apposta:
misero il cavallier se giungea a pieno!
che nei calci tal possa avea il cavallo,
ch’avria spezzato un monte di metallo.

75. Indi va mansueto alla donzella,


con umile sembiante e gesto umano,
come intorno al padrone il can saltella,
che sia duo giorni o tre stato lontano.
Baiardo ancora avea memoria d’ella,
ch’in Albracca il servia già di sua mano
nel tempo che da lei tanto era amato
Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.

76. Con la sinistra man prende la briglia,


con l’altra tocca e palpa il collo e ’l petto:
quel destrier, ch’avea ingegno a maraviglia,
a lei, come un agnel, si fa suggetto.
Intanto Sacripante il tempo piglia:
monta Baiardo, e l’urta e lo tien stretto.
Del ronzin disgravato la donzella
lascia la groppa, e si ripone in sella.

77. Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira


venir sonando d’arme un gran pedone.
Tutta s’avvampa di dispetto e d’ira;
che conosce il figliuol del duca Amone.
Più che sua vita l’ama egli e desira;
l’odia e fugge ella più che gru falcone.
Già fu ch’esso odiò lei più che la morte;
ella amò lui: or han cangiato sorte.

78. E questo hanno causato due fontane


che di diverso effetto hanno liquore,
ambe in Ardenna, e non sono lontane:
d’amoroso disio l’una empie il core;
chi bee de l’altra, senza amor rimane,
e volge tutto in ghiaccio il primo ardore.
Rinaldo gustò d’una, e amor lo strugge;
Angelica de l’altra, e l’odia e fugge.

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79. Quel liquor di secreto venen misto,
che muta in odio l’amorosa cura,
fa che la donna che Rinaldo ha visto,
nei sereni occhi subito s’oscura;
e con voce tremante e viso tristo
supplica Sacripante e lo scongiura
che quel guerrier più appresso non attenda,
ma ch’insieme con lei la fuga prenda.

80. – Son dunque, – disse il Saracino – sono


dunque in sì poco credito con vui,
che mi stimiate inutile, e non buono
da potervi difender da costui?
Le battaglie d’Albracca già vi sono
di mente uscite, e la notte ch’io fui
per la salute vostra, solo e nudo,
contra Agricane e tutto il campo, scudo? –

81. Non risponde ella, e non sa che si faccia,


perché Rinaldo ormai lè troppo appresso,
che da lontano al Saracin minaccia,
come vide il cavallo e conobbe esso,
e riconobbe l’angelica faccia
che l’amoroso incendio in cor gli ha messo.
Quel che seguì tra questi duo superbi
vo’ che per l’altro canto si riserbi.

1. – I. Le donne, i cavallier ecc.: l’Ariosto si propone di trattare, con ispirazione uniforme, la


materia arturiana (le donne… gli amori… le cortesie) e quella carolingia (l’arme… l’audaci
imprese). La fusione fra le due materie era già stata iniziata in molti cantari, nell’Orlando, nella
Spagna e nel Morgante, e attuata pienamente nell’Orlando Innamorato (Innam.), dove
compaiono le coppie «amori» e «battaglie» (III, v, 2, 1-2) e «amore» e «mirabil prove» (I, 1, 1, 5-
7), così come compaiono in una delle prime ottave del Mambriano (I, 5, 6-7) o addirittura nel
frontespizio della stampa del poema, definito «Libro d’arme e d’amore». Per i due primi versi cfr. il
classico proemio virgiliano «Arma virumque cano» (Aen., I, 1) e la più comprensiva e ariosa
formula romanza dei due versi danteschi «Le donne i cavalier gli affanni e gli agi, Che ne invogliava
amore e cortesia» (Purg., XIV, 109-110), che appare anche in una ballata per musica di E.
Deschamps, col ritornello «Armes, amours, dames, chevaliers» (Oeuvres complètes, Paris,
1878, I, p. 243). Il modulo era già stato accolto da Poliziano nelle Stanze I, 7, 8: «io canto l’amor
di Iulio e l’armi» e dallo stesso Ariosto nell’Obizzeide (Rime, cap. II, 1-2): «Canterò l’arme,
canterò gli affanni D’amor, ch’un cavallier sostenne gravi». – 3. al tempo ecc.: le indicazioni
cronologiche e l’impresa stessa sono puramente leggendarie. Secondo la sistemazione datale da
Andrea da Barberino (Aspromonte, Reali di Francia), e seguita anche dal Boiardo, le linee
principali di tale leggenda erano le seguenti: l’uccisione di Barbante, re di Biserta, discendente da

84
Alessandro Magno, ad opera di Carlo Magno, diede origine alla prima guerra fra i Saraceni
d’Africa e i Franchi. Il figlio di Barbante, Agolante, sbarcò in Calabria per vendicare il padre e
insieme coi figli Almonte e Troiano assalì Risa (Reggio) governata da Ruggiero II. Galaciella, figlia di
Agolante, durante un duello si innamorò di Ruggiero II, si fece cristiana e lo sposò. Un fratello di
Ruggiero II, Beltramo, si innamorò della cognata e a sua volta tradì i parenti consegnando Risa ad
Agolante. Durante l’attacco alla città morirono Ruggiero II e Milone (il padre di Orlando). Galaciella
fu catturata e per punizione messa in una barca e abbandonata; essa però approdò in Libia ove
partorì Ruggiero III e Marfisa. Carlo Magno allora scese in Calabria, attaccò e vinse Agolante ad
Aspromonte, mentre Troiano e Almonte caddero uccisi da Orlando. Agramante, figlio di Troiano e
ventiduenne re d’Africa, decise allora a sua volta di passare il mare e vendicare la morte del padre.
È a quest’ultima guerra che qui si fa riferimento.
2. – 1. Orlando: figlio di Milone, governatore della Marca di Bretagna, protagonista eroico e
severo dei poemi francesi, a cominciare dalla Chanson de Roland; la sua figura aveva subito un
processo di adattamento e riduzione al tipo arturiano del cavaliere di ventura in alcuni cantari italiani;
il Boiardo poi l’aveva presentato come «innamorato»; l’Ariosto si appresta ora a farlo diventare
«furioso» d’amore; tratto: momento. – 2. cosa: la pazzia; non detta… rima: cfr. ORAZIO, Carm.,
III, 1, 2-3: «carmina non prius audita»; e DANT E, Vita Nova, XLII, 8; cfr. anche E. R. CURT IUS,
Lett. eur. e Medio Evo lat., Firenze, 1992, pp. 100-101; il topos era presente anche nella
tradizione romanzesca: La Geste Francor, ediz. Rosellini [Brescia, 1986], CCLXI, 9023-24: «tel
cose oldirés da qui avant parler Qe vu meesme v’en avri merviler»; L’Entrée d’Espagne,
CCXXXI, 5484: «Segnor jamais nuls de vos a nul dis»; XIV, 365-67: «Segnor car escoltez ne
soit ne criz ne hu gloriose cançonc c’onques sa pier ne fu Ne vos sambleront mie de les flabes
d’Artu». - 5-8. se da… promesso: se la donna che amo (sicuramente Alessandra Benucci; cfr. M.
CATALANO, Vita, I, pp. 418-419; e R. CESERANI, Diz. bio. ital., Roma, 1966, ad vocem), che mi
consuma (lima) e che quasi mi ha reso pazzo come Orlando, mi lascerà tanto senno che io possa
mantenere la promessa di condurre a termine il poema. Si noti il tono da complimento madrigalesco
di questi versi, che furono aggiunti quando il Furioso era quasi tutto finito. Neppure l’invocazione
alla donna amata (anziché alle muse o altre deità) è una novità nella tradizione poetica. Cfr. l’esordio
del c. II del 1. II dell’Innam. e inoltre BOCCACCIO, Filostrato, I, 1-5 e ARIOST O, Obizzeide (Rime,
cap. II, 4-9). L’espressione lima del v. 6 è di origine provenzale, già ripresa da Dante (nella canz.
petrosa Così nel mio parlar, 22) e Petrarca (Canz., LXV, 5; CCLII, 3; CCXCIII, 7).
3. – 1. generosa Erculea prole: il poema è dedicato al card. Ippolito d’Este (1479-15 20), figlio
di Ercole I e fratello di Alfonso I duca di Ferrara; generosa vale qui nobile per origine (lat.
generosus) e per virtù e doti eccellenti; Erculea ha il senso di «discendente da Ercole I», ma anche
quello di «gagliarda come Ercole», secondo una figura di antonomasia tipica della poesia
encomiastica (cfr. n. a XIII, 62, 2), anche se qui potrebbe celare un sottile accento malizioso. – 2.
ornamento… nostro: cfr. OVIDIO, Ex. Pont., II, VIII, 25: «saecli decus indelebile nostri». – 5-6.
di parole… d’inchiostro: cfr. PET RARCA, Canz., XXVIII, 67: «Or con la lingua, or co’ laudati
incostri», e anche, per il concetto, ORAZIO, Carm., IV, VIII, 11-12. – 8. quanto… dono: cfr.
PLINIOIL GIOV., Ep., Ili, 21, 6: «Dedit enim mihi, quantum maximum potuit».
4. – 1. Voi sentirete ecc.: Cfr. BOIARDO, Innam., II, 1, 4, 1-4: «Voi odirete la inclita prodezza E
le virtuti de un cor pellegrino… Che ebbe Ruggier». – 3-4. Ruggier. Ruggiero III, figlio di Ruggiero
II di Risa e di Galaciella (cfr. n. a I, 3); egli secondo la leggenda seguita dal Boiardo e dall’Ariosto,
fu il capostipite (ceppo vecchio) della dinastia estense, (ceppo era vocabolo dantesco: Par., XVI,
106). – 5. gesti: gesta. – 7. alti pensier. preoccupazioni di carattere politico, ecclesiastico e anche
militare; cedino: si ritraggano. Il congiuntivo cedino è indipendente dal se del v. 6, ha valore

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esortativo (Bigi), esprime fiducia ma anche, contemporaneamente, un tocco di dubbio elegante. – 8.
abbiano loco: trovino posto.
5. – 1. Orlando, che ecc.: l’Ariosto riassume rapidamente (in una serie di ottave narrative agili e
legate) le vicende raccontate dal Boiardo e procura di familiarizzare il lettore con la scena principale
del poema, Parigi, da cui gli eroi si disperdono e a cui periodicamente ritornano, e con i due
protagonisti principali: Orlando vittima d’amore e Angelica, la bella figlia di Galafrone, re del Cataio
(India), che con la sua bellezza seducente è la causa motrice di tanti viaggi e inseguimenti. Orlando
infatti, innamorato di Angelica, l’aveva seguita in Oriente, dove aveva combattuto per lei alla rocca
di Albraccà contro il re Agricane, uccidendolo; poi, quando essa aveva voluto ritornare in Europa
per amore di Rinaldo, Orlando l’aveva seguita. Una volta giunta in Francia, tuttavia, essa aveva
bevuto alla fontana del disamore, e aveva cessato di amare Rinaldo, proprio nello stesso momento
in cui Rinaldo, avendo bevuto alla fontana dell’amore, si era invaghito di lei. – 3. India… Media…
Tartaria: l’India indicava anticamente tutta l’Asia meridionale, dall’Oceano fino al golfo Persico; la
Media era la regione centrale dell’Asia a sud del Caspio, abitata anticamente dai Parti; la Tartaria
era la grande regione a occidente a nord del Cataio (Cina settentrionale), cioè gran parte
dell’odierna Siberia. – 7. Lamagna: Germania.
6. – 1. Marsilio: leggendario re saraceno di Spagna, alleato di Agramante. – 2. battersi…
guancia: amaramente pentirsi, come già avevano fatto in occasione di precedenti sconfitte. La
mimica stilizzata del gesto ricorda i modi cari alla narrazione canterina, fatti propri anche dal Pulci e
dal Boiardo; cfr. Spagna, III, 24; XXXVII, 7, 2-3; Morgante, XI, 109, 4; XX, 94, 6; Innam., II,
11, 7, 7-8; XXIV, 23, 5. – 3. l’un: Agramante. – 5. l’altro: Marsilio. – 7. a punto: al momento
opportuno.
7. – 1. che vi fu tolta: perché qui gli fu tolta. – 2. ecco… erra: il giro della frase, ma esso
soltanto, è petrarchesco; cfr. Canz., CX, 7: «se ’l giudicio mio non erra». – 3. dagli… eoi:
dall’occidente (dove spunta la stella Espero), all’oriente (dove sorge l’aurora, gr. eos). La perifrasi
era classica e petrarchesca; cfr. anche ARIOST O, Rime, cap. XIV, 7. – 7. vòlse, volle. – 8. un grave
incendio: la discordia fra Orlando e Rinaldo.
8. – 2. Rinaldo: uno dei figli di Amone di Chiaramonte (che era fratello di Milone, padre di
Orlando). Ebbe gran parte nelle leggende carolingie, come vassallo ribelle e perseguitato
dall’imperatore, tanto da doversi trasformare in brigante. L’Ariosto, che pure accenna qua e là (cfr.
II, 4, 3-4) ai tratti tradizionali, ha fatto di lui un personaggio serio e austero. – 4. amoroso disio:
sintagma di provenienza lirica, mediato probabilmente da G. BOCCACCIO, Dee., II, 2, 39: «la donna,
che tutta d’amoroso desio ardeva» (e più volte anche nelle altre sue opere) (Sangirardi). – 8. duca
di Bavera: il vecchio Namo, uno dei più autorevoli consiglieri di Carlo Magno, che qui ricorda il
Nestore omerico.
9. – 2. giornata: battaglia campale. Cfr. MACHIAVELLI, Discorsi, II, 17, 1: «zuffe campali
(chiamate ne’ nostri tempi con vocabolo francioso giornate, e dagli Italiani fatti d’arme)». – 5.
successi: eventi, accadimenti. – 8. il padiglione: la tenda di Namo.
10. – 3. inanzi al caso: prima della sconfìtta dei Cristiani. – 4. bisognò: venne il momento
opportuno. – le spalle diede: cfr. l’espressione latina terga dedit già ripresa da Dante (Inf, XXXI,
117) e Petrarca (Tr. Pud., 102). – 5. rubella: ostile (cfr. PET RARCA, Canz., XXIX, 18 e BEMBO,
Asolani, canz. Sì rubella d’Amor). – 7-8. entrò in un bosco ecc.: con questi due versi, con
l’«alzarsi del sipario» (Sapegno) sul mondo magico della selva, inizia il racconto originale
dell’Ariosto (anche se la fuga di Angelica e l’incontro con Ferraù erano già stati introdotti
dall’Agostini nella continuazione all’Innam., IV, IX, 99 segg.).
11. – 4. pallio: il drappo che, nelle corse a piedi, si dava in premio al vincitore (cfr. DANT E, Inf.,

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XV, 121-122). Alcuni affreschi ferraresi testimoniano la voga di quel gioco nel mondo
rinascimentale. – 5-6. Timida pastorella ecc.: cfr. VIRGILIO, AenII, 378-381; OVIDIO, Fasti, II,
341-342. – 7. il freno torse: diede di volta al cavallo.
12. – 1-2. paladin… Montalbano: Rinaldo, uno dei dodici paladini (comites palatini) di Carlo
Magno e signore di Montalbano; cfr. n. a I, 8, 2. – 3. pur dianzi: aveva raccontato il Boiardo
(Innam., III, IV, 26-30; 36-40) che Rinaldo, in uno scontro con Ruggiero, era sceso da cavallo, per
mettersi alla pari con l’avversario. Quando poi aveva cercato di rimontare in sella per portare aiuto
ai Cristiani sconfìtti, il suo cavallo (il famoso baio Baiardo, celebre per le sue prodezze) s’era messo
a correre e a sfuggirgli, in direzione di una «selva oscura». – 8. amorose reti: metafora petrarchesca
(Canz., CLXXXI; CCLXIII), già ripresa più volte da Ariosto nelle sue Rime.
13. – 1. La donna ecc.: il tema, centrale nella vicenda del Furioso, degli amanti che si
avventurano si perdono e si incontrano nella selva viene qui trattato per la prima volta con alcune
significative riprese (segnalate da Sangirardi) di motivi, giri verbali e sintattici della novella
boccaccesca di Pietro Boccamazza e dell’Agnolella, Dee., V, 3, 11 e 20: «e come seppe, verso una
selva grandissima volse il suo ronzino, e tenendogli gli sproni stretti al corpo, attenendosi all’arcione.
Il ronzino, sentendosi pugnere, correndo per quella selva ne la portava… La giovane fuggendo,
come davanti dicemmo, non sappiendo dove andarsi, se non come il suo ronzino stesso dove più gli
pareva ne la portava, si mise tanto fralla selva, che ella non poteva vedere il luogo donde in quella
entrata era». – palafreno: i paladini cavalcavano un ronzino quand’erano in viaggio; si servivano
invece di un destriero per la battaglia. Palafreno era il cavallo da parata. Ma spesso l’Ariosto usa
destriero e palafreno come sinonimi. – 2. il caccia: lo spinge alla corsa. – 3. rara… folta: sott.
«selva». – 5. di sé tolta: fuori di sé. – 7. fiera: inospitale, inculta; cfr. ORAZIO, Serm., II, vi, 92:
«feris… silvis». – 8. riviera: fiume (francesismo).
14. – 1. Ferraù: Ferraguto nell’Innam. (1, 11, 10-11; ili, 62-67); cavaliere saraceno di Spagna,
figlio di Falsirone e nipote del re Marsilio; era innamorato di Angelica e per lei aveva combattuto col
fratello di Angelica Argalia e l’aveva ucciso. Il morente gli aveva chiesto di gettare nel fiume il suo
corpo ricoperto di tutta l’armatura. Ferraù aveva chiesto di poter trattenere l’elmo per quattro
giorni; ma poi non l’aveva mai restituito.
15. – 1. Quanto… forte: da unire a gridando del v. seg. – 4. e nel viso la guata: cfr. DANT E,
Purg., V, 58. – 5-8. e la conosce… bella: in alcune di queste ottave di rapida narrazione è usata la
sintassi un po’ saltellante, propria dei canterini e del Boiardo.
16. – 2. dei dui cugini: Orlando e Rinaldo; caldo: cfr. I, 8, 4. – 7. Più volte: avevano già
duellato nell’Innam. (II, XXIV, 43 segg.; XXIX, 53 segg.) e nella continuazione dell’Agostini (IV, X,
28 segg.). – 8. paragon: prova.
17. – 3. piastre… maglia: di piastre, cioè di lamine d’acciaio, era costituita l’armatura pesante,
al di sotto della quale veniva portata una maglia sottile di ferro; l’Ariosto usa spesso la coppia di
parole per designare genericamente l’armatura del guerriero. – 4. gl’incudi: le incudini (lai).
L’immagine iperbolica era cara alla tradizione canterina. – 6. studi: affretti; cfr. DANT E, Purg.,
XXVII, 62; ARIOST O, Cassaria, atto II, se. 1: «studiamo il passo». – 7-8. quanto può…
campagna: riprende il tema della fuga di Angelica (cfr. anche Innam., I, in, 78), trasferendolo
questa volta in chiave di linguaggio popolaresco, che «tradisce il sorriso ariostesco» (Nardi).
18. – 3. quando: poiché. – 4. questo… dotto: cfr. AGOST INI, continuazione all’Innam., IV, 1,
22, 6: «questo di quel, né quel di questo cura». – 8. non ritrova loco: non trova pace. Nell’Innam.
(I, 1, 34, 1-2) Ferraù innamorato era descritto vivacemente che «or su l’un piede or su l’altro se
muta, Grattasi il capo e non ritrova loco».
19. – 1. pagan: nei romanzi cavallereschi designava genericamente i non cristiani; creduto avrai:

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sott. «offendere», cioè danneggiare. – 3. questo: duello. – 3-4. i fulgenti… nuovo sol: gli occhi di
Angelica. Le espressioni sono petrarchesche (Canz., CXCIV, 8; CCXLVI, 10; CCXLVIII, 3;
CCCVI, 1), già però presenti in Orazio, Carm., II, 12, 15: «fulgentis oculos». – 6. morto: ucciso. –
8. tardian: indugiamo.
20. – 7. altrimenti: facendo diversamente.
21. – 3. tal tregua: diverso l’esito del duello in Boiardo, Innam., I, III, 79-80. – 4. va in
oblivione: vengono dimenticati, scompaiono dalla memoria (lat.). – 7. invita: ogg. sott. «Rinaldo».
22. – 1. Oh gran… antiqui: pausa di riflessione e sereno commento. I romanzi francesi recavano
in buona fede molti esempi di simili cortesie (cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit.,
pp. 71 segg.); e già BOIARDO, Innam., II, 1, 2; II, XIII, 2; II, X, 1; II, XXIV, 2-3; II, XXVI, 1-3. – 3.
iniqui: straordinari, violenti (lat). – 4. per tutta la persona: cfr. BOCCACCIO, Dec., VIII, 3, 52. – 5.
obliqui: traversi, pericolosi (lat. iter obliquum). – 6. senza… aversi: senza diffidare l’uno
dell’altro.
23. – 4. novella: recente. – 5. ad arbitrio di fortuna: il caso è la forza che provoca e dissolve
tante avventure nel Fur. – 7. s’avvolse: si aggirò; cfr. BOCCACCIO, Dec., V, 3, 20: «per lo salvatico
luogo s’andò avvolgendo» (Sangirardi). – 8. onde si tolse: da dove era partito: al fiume.
24. – 1. Pur. nonostante tutto, malgrado i suoi sforzi (Bigi).
25. – 1. albero: pioppo. Per indicare l’albero in senso generico l’Ariosto usa invece,
sistematicamente, il termine «arbore» (Segre). – 3. tenta: scandaglia. – 8. insino… uscir,
l’improvvisa apparizione ricorda quelle degli dèi fluviali della mitologia classica (per es. quella dello
Scamandro che sorge a sgridare Achille in Il., XXI, 211 segg., o quella di Tiberino che compare per
rassicurare Enea in Aen., VIII, 31 segg.; cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., p.
74).
26. – 6. marano: parola spagnola che letteralmente vale «porco» e qui, più genericamente,
«traditore». – 7. t’aggrevi: ti pesa, ti riesce di cruccio; cfr. DANT E, Inf, XIII, 56: «voi non gravi»;
PET RARCA, Canz., XXXVII, 37: «più m’aggravi».
27. – 1. Ricordati: cfr. n. a I, 14, 1. – 4. fra pochi dì: nel giro di pochi giorni. – 6. pone ad
effetto: fa in modo che si realizzi.
28. – 1. fino: pregiato. – 5. Almonte. era stato ucciso da Orlando ad Aspromonte (cfr. n. a I, 1,
3), il quale gli aveva tolto l’elmo, la spada Durindana, l’armatura fatata e il cavallo Brigliadoro;
Mambrino: le storie italiane di Rinaldo raccontano diffusamente le imprese di Rinaldo e dei fratelli
contro il re pagano Mambrino d’Ulivante e la conquista dell’elmo quando Rinaldo finalmente uccise
il re (cfr. P. RAJNA, Rinaldo da Montalbano, in «Propugnatore», 1870, pp. 60-61). – 8. con
effetto: di fatto.
29. – 2. ogni… arricciossi: cfr. DANT E, Inf, XXIII, 19 e BOIARDO, Innam., I, 11, 4, 3-4. – 3. e
scolorossi… viso: cfr. DANT E, Inf, V, 131. La descrizione echeggia versi di Ovidio, Met., III, 99-
100. – 4. la voce… fermossi: cfr. VIRGILIO, Aen., II, 774; III, 48. – 7. improverarse: rinfacciarsi.
30. – 5. Lanfusa: madre di Ferraù; cfr. XXV, 74, 5.
31. – 1. servò: mantenne. – 3. Quindi: di qui. – 4. rode e lima, cfr. BOIARDO, Amor., CXLVIII,
8: «Che per se stesso il cor se rode e lima». – 5. il paladino: Orlando.
32. – 2. feroce: focoso (lai). – 3. Ferma… piede!: cfr. POLIZIANO, Stanze, I, 109, 3. – 5. Per
questo: ciononostante.
33. – 1. Fugge tra selve…: riprende il tema della fuga di Angelica, in un’ottava armonicamente
orchestrata, che si vale di un lessico e di una sintassi di impronta chiaramente petrarchesca (cfr. una
«fuga» diversa per tono e stile nell’Innam., II, VII, 62, 3-8). – 2. per… selvaggi: cfr. PET RARCA,
Canz., CLXXVI, 1: «Per mezz’i boschi inhospiti et selvaggi». – 3. verzure: i commentatori

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spiegano «teneri virgulti», ma per Bigi «non c’è bisogno di dare un significato specifico a questo
termine, poiché esso qui forma una specie di endiadi col precedente frondi, o piuttosto una coppia
sinonimica di valore essenzialmente ritmico». – 4. sentia: Angelica sentiva il muoversi delle fronde
degli alberi. – 6. trovar… vïaggi: prendere a caso, correndo qua e là, insolite vie (viaggio per
«via» anche in DANT E, Inf, I, 91; XVI, 27; ecc.). – 8. temea… spalle: cfr. BOIARDO, Innam., II,
XVI , 8, 8; II, XXI , 6, 2-6; AGOST INI , continuazione all’Innam., IV, X, 4.
34. – 1. Qual… capriuola: come una giovane daina o capriola; cfr. ORAZIO, Carm., I, 23, 1-8;
cfr. PET RARCA, Canz., CCLXX, 20 e CXXVII, 36 (dove pure pargoletta ha funzione di aggettivo);
POLIZIANO, Stanze, II, 31, 5. – 4. pardo: ghepardo. Nel Cinquecento si addestravano tali animali
per la caccia.
35. – 3. boschetto adorno: il tema tradizionale del «locus amoenus» (cfr. E. R. CURT IUS, Lett.
eur. cit., pp. 218-223) è ripreso con freschezza di grazia idillica ed idealizzato nel mondo poetico
dell’Ariosto; cfr., per il tessuto linguistico, PET RARCA, Canz., CLXXVI, 9-14. – 5. Duo chiari rivi
ecc.: cfr. PET RARCA, Canz., CCCXXIII, 37-39: «Chiara fontana… et acque fresche e dolci…
soavemente mormorando», e anche ARIOST O, Rime: cap. XII, 4-6. – 6. erbe… nuove: cfr.
BOIARDO, Innam., III, Ix, 24, 6, «erbette nove». – 8. rotto… lento: cfr. VIRGILIO, Georg., I, 109-
110: «illa cadens raucum per levia murmur saxa ciet».
36. – 1. Quivi parendo…: per la situazione di Angelica in questo episodio è possibile la memoria
(suggerita da Bigi) di un’elegia di Pontano (Parth., II, Ix, 53-64): « Quercus erat late patula
densissima ramis, Dives et intacto vertice sacra comam;… Huc dea post aestus venandi fessa
labore Venerat et molli lassa quierat humo, Cui labor et strepitus rivi salientis et umbra
Optatos somnos et levis aura facit».
37. – 2. prun: biancospini. – 3. liquide: limpide (lat.). – 4. chiuso: riparato. – 8. non che…
vista: e tanto meno lo sguardo (vista) dell’uomo, che non è così penetrante come quello del sole.
Ma vista, come fa notare Bigi, sulla base per esempio di Dante (Par., XXIII, 30 e XXX, 9)
potrebbe voler significare anche «astro».
39. – 2. dubbio: dubbioso. Il v. ne ricorda altri di Virgilio (Aen., I, 218: «spemque metumque
inter dubii…»), del Petrarca (Canz., CCLIV, 4: «sì ’l cor téma e speranza mi puntella») e del
Poliziano (Stanze, I, 64, 5-6). – 7. e in un suo ecc.: le copie più attendibili dell’ed. C, contenenti i
quinterni rivisti dal poeta durante la stampa, hanno la lezione «E in suo gran pensier tanto penetra»,
che parve «bella» al Debenedetti ed è stata difesa dal Gilbert. Sono restio ad accettarla poiché ha
tutta l’apparenza di un refuso. Il Gilbert rimanda a XXIX, 42, 3; XXXV, 64, 1; e anche a Innam., I,
XVII , 56, 8; II, v, 53, 5; xx, 7, 5, ecc. – 8. insensibil pietra: oltre a Dante «petroso», vien da
pensare al Petrarca di parecchi luoghi del Canzoniere (su cui CESERANI, Petrarca: il nome come
auto-reinvenzione poetica, in «Quaderni petrarcheschi», IV [1987], pp. 121-137).
40. – 2. Signore: Ippolito d’Este, a cui l’Ariosto si rivolge spesso come al primo fra i suoi
ascoltatori e lettori. – 3. afflitto e lasso: cfr. PULCI, Morg., XIX, 2, 7. – 4. a lamentarsi ecc.: cfr.
Innam., I, XII, 18, 6-8: «Prasildo sì soave lamentava… Che avria spezzato un sasso di pietade». Le
immagini iperboliche del sasso e della tigre eranodel resto patrimonio di tutta la tradizione lirica. La
scena nell’insieme della malinconia sfogata in un bosco solitario, oltre ad avere un parallelo nel loc.
cit. dell’Innam., aveva moltissimi modelli brettoni (cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso»
cit, pp. 75 segg.). – 8. un Mongibello: un vulcano (propriamente Mongibello era l’Etna). Per
questa metafora cfr. PET RARCA, Canz., CLVII, 14; CCCXVIII, 10; PULCI, Morg., XXV, 55, 5-6;
Boiardo, Innam., I, xxI, 28, 7-8.
41. – 1. aggiacci: agghiacci; cfr. PET RARCA, Canz., CXXXIV, 2; CL, 6; Tr. Am., III, 168;
ARIOST O, Rime, Son. XXII, 11; XII, 8. – 2. rode e lima: cfr. I, 31, 4. – 3. che debbo far. cfr.

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PET RARCA, Canz., CCLXVIII, 1: «Che debb’io far?». – 4. a côrre il frutto: a godere dell’amore di
Angelica. La metafora del fiore (o delle foglie) e del frutto, assai comune nella letteratura medievale,
era già negli stilnovisti (cfr. GUINIZELLI, Canz. «Con gran desio», vv. 21-22); ed aveva acquistato un
significato più direttamente sensuale già nell’Angiolieri: «salì su l’albor de l’Amore. Ed a la sua mercé
colsi quel fiore, Ch’io tanto disiava d’odorare. E po’ ch’i’ fu’ di quell’albero sceso, Sì volsi per lo
frutto risalire…» (son. XXXV, 6-10; e già qui c’era il ricordo della favola della volpe e dell’aquila).
La metafora godette una nuova e assai ampia stagione di fortuna nella letteratura degli strambotti e
dei madrigali: si cfr. per esempio un rispetto già attribuito a Poliziano (LXIII): «El bel giardin che
tanto cultivai Un altro il tiene, e si ricava il frutto; E la preda ch’io presi e guadagnai Un altro a torto
me n’ha privo in tutto. E pascomi di pianti e doglie e guai, Perché chi può mi vuol così distrutto. E ho
perduto il tempo e la fatica, E son in preda della mia nemica». Ma cfr. anche Ariosto, Rime, Cap.
XXVI, 79-81 e Mambriano, XXXIV, 43, 3. – 6. spoglia opima: ricco bottino (lat. spolia opima).
42. – 1. La verginella ecc.: la similitudine da Catullo: « Ut flos in saeptis secretus nascitur
hortis, Ignotus pecori, nullo convolsus aratro, Quem mulcent aurae, firmai sol, educai imber,
… Multi illum pueri, multae optavere puellae; Idem cum tenui carptus defloruit ungui, Nulli
illum pueri, nullae optavere puellae; Sic virgo, dum intacta manet, dum cara suis est: Cum
castum amisit polluto corpore florem. Nec pueris iucunda manet, nec cara puellis» (Carm.,
LXII, 39-47). Nella struttura e nelle immagini tratte dalla fonte classica vengono «assorbiti e
nobilitati echi di moduli popolareggianti» (Bigi), e cioè varie movenze della poesia quattrocentesca di
strambotti e rispetti. La stessa similitudine, usata però a sostegno di una tesi opposta e
moraleggiante, si legge in AGOST INI, continuazione all’Innam., IV, VII, 39. – 6. favor, grazia; cfr. I,
43, 4. – 8. e seni e tempie, la costruzione alla latina (e… e), introduce un’ulteriore variatio nel
sapiente gioco di asindeti e polisindeti (l’aura e l’alba; l’acqua, la terra, ecc.).
43. – 5-6. di che… aver de’: del quale deve aver più cura che degli occhi e della stessa vita. La
rima all’occhio (aver de’) non era rara nella tradizione letteraria; cfr. DANT E, Inf, VII, 28; XXVIII,
123; ecc.
44. – 2. larga copia: generoso dono; cfr. BOCCACCIO, Dee., VI, 7, 15: «io di me stessa gli
concedeva intera copia» (Sangirardi). – 4. inopia: privazione. – 6. propia: propria (anche in
Petrarca, pure in rima con inopia): Canz., XXIV, 11.
45. – 1. Se mi domanda…: il vezzo di mantenere per qualche tempo l’incognito al personaggio e
di introdurre la rivelazione con una formula di questo tipo era assai comune nei romanzi cavallereschi
(«Et se aucuns me demandoit qi li chevaliers estoi, je diroie q’il estoit…»; cfr. P. RAJNA, Le
fonti dell’«Orlando Furioso» cit., p. 85). – 4. Sacripante, già nell’Innam. era presentato come
fedele sfortunato amante di Angelica. L’Ariosto, presentando il suo amore con toni elegiaci e
maliziosamente erotici, intende differenziarlo (così come fa con altri mezzi con Rinaldo e Ferraù)
dall’amore più intenso e tormentoso di Orlando per Angelica.
46. – 1. Appresso… cader, in Occidente. – 2. dal capo d’Orïente, dall’estremo Oriente. – 8.
Gigli d’oro: stemma della casa di Francia.
47. – 8. di pietà ecc.: cfr. n. a I, 40, 4. Ma cfr., in particolare, ARIOST O, Rime, Cap. XI, 75.
48. – 2. tepida fonte: espressione petrarchesca (Canz., CLXI, 4). – 6. conte. conosciute. – 7-
8. e così… raggiunto: e così in un momento gli capita di ottenere ciò che in altre occasioni o da altri
non viene ottenuto neppure in mille anni o addirittura mai; cfr. il proverbio latino «accidit in puncto
quod non sperabatur in anno» e ORAZIO, Epist., I, IV, 10: «grata superveniet quae non
sperabitur hora».
49. – 3. non assonna: non è pigro, non cessa. Il verbo è dantesco (Par., XXXII, 139), ma
l’espressione non assonna, con questo preciso significato, compare in PUCCI, Centil., LXXIII,

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31. – 5. dura… colonna, cfr. PET RARCA, Tr. Pud., 120.
50. – 5. se l’invola: le sfugge. – 7. a lunga prova: Angelica aveva avuto occasione di conoscere
la fedeltà di Sacripante durante le avventure narrate nell’Innam.
52. – 1. oscuro e cieco, i due aggettivi sono qui sinonimi (cfr. DANT E, Inf, IV, 13 ecc.). – 3.
speco: grotta. – 4. Dïana… Citerea: la prima era dea della caccia; la seconda, Venere, dea
dell’amore. L’Ariosto allude, con la sua passione di uomo di teatro, a cui erano care le astuzie
sceniche, le apparizioni improvvise, ecc., alle rappresentazioni mitologico-pastorali che erano in
voga nelle corti cinquecentesche. – 6. teco: presso di te. – 7. comporti: permetta.
53. – 6. alta presenza: nobile portamento. L’accoppiamento di alta presenza e leggiadre
maniere era già in BOCCACCIO, Dec., II, 8, 57: «l’alta bellezza e le laudevoli maniere della nostra
Giannetta» e in ARIOST O, Rime, Canz. II, 47-49: «contra l’alto Sembiante e le divine Manere».
54. – 5. patrio regno: il Catai. – 6. l’animo torse: volse il pensiero. – 8. stanza: dimora.
55. – 1. gli rende conto ecc.: Angelica gli racconta ciò che le è accaduto dal momento in cui (cfr.
Innam., II, v), trovandosi assediata nella fortezza di Albracca dal pretendente Agricane, re dei
Tartari, aveva inviato Sacripante a chiedere aiuto a Gradasso, re di Sericana. – 4. Sericani e
Nabatei: erano popolazioni orientali, che abitavano gli uni (i Seres di TOLOMEO, Geog., VI, 16, 1
segg.) le regioni centrali dell’Asia, a sud della Tartaria e a ovest del Cataio, gli altri la Nabatea (cfr.
PLINIO, Nat. Hist., XXI, XVIII, 72), parte dell’Arabia Petrea. Il Boiardo aveva immaginato che
Gradasso avesse conquistato l’India, Taprobana, e «La Persia con l’Arabia lì da lato» (Innam., I,
IV, 23, 5); cfr. C. SEGRE, Nota al testo, p. 1656. – 8. alvo, ventre (la rima alvo: salvo già in
DANT E, Purg., XXVII, 23-25 e in PET RARCA, Tr. Fama, III, 47-49).
56. – 4. in via… errore. nel turbamento derivato da amore; cfr. VIRGILIO, Ecl., VIII, 41;
PET RARCA, Canz., I, 3: «in sul mio primo giovenile errore». – 7-8. ’l miser… vuole: proverbio lat.:
« Quod nimis miseri volunt, Hoc facile credunt» (SENECA, Her. fur., 313-314); cfr. anche
BOIARDO, Egl., VII, 76-78.
57. – 1. il cavallier d’Anglante: Orlando. Anglante era il titolo del padre di Orlando, Milon
d’Anglant. – 2. pigliar… buono: approfittare dell’occasione favorevole.
58. – 2. tardando… potria: se indugiassi a coglierla, perderebbe la sua freschezza (stagion). Il
concetto non è della letteratura cortese; d’origine classica (P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando
Furioso» cit., pp. 86-87 rimanda a parecchi scrittori latini e cita l’epigramma 646 dell’Anth. lat.,
ed. RIESE: « Collige, virgo, rosas, dum flos novus et nova pubes, Et memor esto aevum sic
properare tuum»), esso si diffuse nella letteratura umanistica; cfr. POLIZIANO, ballata I’ mi trovai,
fanciulle, vv. 31-32; LORENZO, Corinto, 193: «Cogli la rosa, o ninfa, or ch’è il bel tempo». – 8.
adombri… disegno: realizzi pienamente il mio proposito, così come fanno i pittori con i loro disegni,
che prima delineano, poi ombreggiano, poi coloriscono.
60. – 4. pennoncello: i commentatori, dopo aver ricordato che con questo termine di solito era
indicata la banderuola posta in cima alla lancia, avanzano l’ipotesi che esso qui indichi il pennacchio
posto in cima all’elmo. Ma Bigi fa notare che nella prima redazione Ariosto aveva scritto «quel dal
scudo bianco, Che la bandiera candida avea in testa» e che anche nel Boiardo viene descritto un
cavaliere, Gradasso, che ha «per cimiero una bandiera bianca» (Innam., I, v, 39, 7); ne deduce
trattarsi qui proprio di una banderuola. Il colore bianco, naturalmente, simboleggia la giovinezza e
l’innocenza del cavaliere. – 6. sentiero: passaggio, che viene a tracciare una linea di separazione fra
Sacripante e Angelica.
61. – 3. stimo: «è introdotta l’opinione personale del Poeta, come in altri casi» (Caretti). – 4. ne
fa paragone, dà prova colle armi di non essere da meno di lui in valore. – 6. resta: ferro applicato
all’armatura sul petto, contro cui si appoggiava il calcio della lancia, preparandosi all’assalto. – 8.

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testa per testa: di fronte (frane, tête à tête); cfr. Innam., I, ix, 53, 7-8: «Ma Brandimarte cadde
con tempesta, E scontrarno e destrier testa per testa».
62. – 1. in salto: nel bosco (lat.); oppure, più probabilmente, «in caldo», cioè in amore. La
similitudine dei primi due versi è classica; cfr. OMERO, II., VII, 255-257; VRGILIO, Aen., XII, 715-
724: «Ac velut ingenti Sila summove Taburno Cum duo conversis inimica in proelia tauri
Frontibus incurrunt…; Illi inter sese multa vi volnera miscent Cornuaque obnixi infigunt et
sanguine largo Colla armosque lavant; gemitu nemus omne remugit: Non aliter Tros Aeneas
et Daunius heros Concurrunt clipeis; ingens fragor aethera complet»; e appare anche in
Petrarca, Tr. Pud., 19-20: «Non con altro romor di petto dansi Duo leon feri» e nel Mambriano, I,
96, 1-6: «Né con altro romor si dan di petto Due fier leoni… Ovver due tauri…». – 8. osberghi:
armature del busto.
63. – 2. cozzaro… montoni: cfr. VIRGILIO, Georg., II, 526; DANT E, Inf., XXXII, 50-51. – 3. di
corto: poco dopo. – 5. fu risorto: si raddrizzò.
64. – 3. stimando avere assai: ritenendo di avere ottenuto abbastanza. – 6. si disserra: si
slancia; cfr. Innam., I, 11, 52, 8: «nel corso tutto se disserra»; II, xx, 26, 3: «Ma ’l conte adosso a
un altro se disserra» (in rima con terra e guerra). La partenza repentina del cavaliere e il rossore di
Sacripante ripetono situazioni analoghe della letteratura brettone (cfr. P. RAJNA, Le fonti
dell’«Orlando Furioso» cit., pp. 88-89); ma una vicenda simile ha per protagonista, nel Morgante
di Pulci (VII, 57-60) Ulivieri, che viene disarcionato sotto gli occhi di Meridiana. Nel Mambriano
(VI, 81), si ha l’episodio in cui Viviano rivela a Sinodoro che è stato gettato a terra da una donna,
per l’appunto Bradamante.
65. – 1. istordito e stupido: stordito e attonito. Anche questa similitudine è di ascendenza
classica; cfr. OMERO, Il., XIV, 414-419; OVIDIO, Tristia, I, III, 11-12; e anche ARIOST O, Carmina,
XIV, 8-13. – 5. senza fronde… onore, senza l’ornamento delle fronde. – 8. Angelica presente
ecc.: ablativo ass. solennemente comico.
66. – 1. l’annoi: gli rechi molestia. – 2. mosso: slogato. – 3. a’ dì suoi: in vita sua.
67. – 3. esca: cibo. – 8. quando: dal momento che.
68. – 2. tasca: borsa per i dispacci; il messaggero, con i suoi contrassegni di corno, tasca e
ronzino era personaggio tipico dei romanzi cavallereschi.
70. – 3. Bradamante: figlia di Amone e sorella di Rinaldo; era innamorata di Ruggiero, del quale
stava andando alla ricerca; era destinata (già nell’Innam., II, XXI) a dar origine, con Ruggiero, alla
dinastia estense. Personaggio tipico di giovane Amazzone, essa però celava, sotto la virile armatura,
una femminilità gentile, che prenderà rilievo più avanti nel poema.
71. – 1-4. Poi che… sente: la sintassi gracile e saltellante, come nei cantari popolari, è qui usata
a creare un effetto umoristico. – 5. l’altro destrier. quello di Angelica. – 7. e differilla: e la
conquista di Angelica, la rimandò.
72. – 1. sonare: risuonare. Cfr. DANT E, Inf, IX, 65-70. – 5. gran destrier. Baiardo, il prodigioso
cavallo di Rinaldo, dotato di intelligenza e memoria. – 7-8. a fracasso… mena: schiantando
trascina con sé. Cfr. BOIARDO, Innam., I, IV, 9, 5.
73. – 2. contende, impedisce di vedere; cfr. PET RARCA, Canz., CCC, 3 e Tr. Am., I, 46-47. – 4.
si fender, si apre. «L’espressione usata dall’Ariosto fa sentir meglio la violenza selvaggia e il terribile
impeto del cavallo» (Sapegno).
74. – 3. Colle groppe: voltandogli le terga; cfr. Innam., I, VII, 25, 8: «Presto le groppe quel
destrier rivolta». – 5. apposta: dirige, mira.
75. – 5-8. Baiardo ancora ecc.: nel tempo in cui Angelica era innamorata di Rinaldo, mentre egli
l’odiava (cfr. n. a 5, 1), durante un’assenza del paladino impegnato in una impresa contro Gradasso,

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Angelica aveva accolto e amorosamente servito Baiardo. Cfr. BOIARDO, Innam., I, XXVIII, 44, 1-2.
Più tardi i rapporti fra Angelica e Rinaldo si erano rovesciati, avendo ella bevuto alla fontana
dell’odio e lui a quella dell’amore (cfr. I, 78, 1).
76. – 5. il tempo piglia: coglie il momento opportuno. – 6. l’urta… stretto: lo spinge con gli
sproni e al tempo stesso lo trattiene con la briglia, secondo la più perfetta tecnica equestre. – 7-8.
Del ronzin… sella: Angelica lascia la groppa, ove di Sacripante, e si colloca più comodamente sulla
sella, dove prima sedeva il cavaliere.
77. – 2. un gran pedone: un guerriero a piedi, prestante e robusto. È il padrone del gran
destrier (I, 72, 5). – 4. il figliuol… Amone: Rinaldo.
78. – 1. due fontane, si tratta delle due fontane di cui aveva parlato il Boiardo (Innam., I, III,
32-40; II, XV, 26, 55-63; xx, 44-45), l’una propriamente fontana dell’odio, l’altra «riviera»
dell’amore. Egli ne aveva ricevuto l’idea da modelli classici (OVIDIO, Met, I, 466 e segg.) e dal
Tristan (cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., pp. 91-95) e le aveva collocate nella
prestigiosa selva di Ardenna (v. 3), fra il Reno e la Mosa, classico teatro di gesta leggendarie (cfr.
CESARE, De bel. gal., V, ni; PET RARCA, Canz., CLXXVII). – 2. effetto: efficacia. – 3. lontane, può
intendere fra di loro (cioè che sono l’una vicina all’altra) oppure dal punto in cui si sta svolgendo
l’azione, in tal caso si dovrebbe dedurre che la selva in cui si inizia il poema è proprio quella favolosa
e mitica di Ardenna. – 4. d’amoroso… core. cfr. Innam., II, XV, 59, 1-2: «Perché de amore amaro
il core accende A chi la gusta l’acqua delicata» e, per amoroso disio, cfr. I, 8, 4.
79. – 4. nei… oscura: cfr. PET RARCA, Canz., CXLIX, 4: «e degli occhi leggiadri meno oscura».
– 7. appresso: vicino.
80. – 6. la notte ecc.: cfr. BOIARDO, Innam., I, IX, 34-44: una notte, durante l’assedio di
Albracca, Agricane era riuscito a penetrare nella fortezza. Sacripante allora, benché ferito e
giacente, lo aveva affrontato e gli era andato incontro «vestito di camicia e il resto nudo».

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CANTO SECONDO

Esordio: ingiustizia di Amore, che ci fa adorare chi ci odia, e ci rende indifferenti a


chi ci ama. Continua il duello fra Rinaldo e Sacripante. Angelica ne approfitta per
riprendere la fuga. Incontra un eremita negromante che, per aiutarla, evoca uno
spirito infernale e lo manda a sviare i due contendenti. Rinaldo si riprende Baiardo e
vola verso Parigi, dove crede di trovare Angelica. Appena giunto a Parigi, Carlo
Magno lo invia per aiuti in Inghilterra. Una violenta tempesta coglie la nave su cui
si trova il paladino. Frattanto Bradamante, che va in cerca dell’amato Ruggiero, si
imbatte in Pinabello di Maganza: il quale le racconta come Gradasso e Ruggiero
siano stati catturati da un negromante (Atlante di Carena) che possiede un cavallo
alato e che li ha rinchiusi in un castello. Bradamante si fa guidare verso il castello,
ma il traditore maganzese, per via, la fa precipitare in una caverna.

1. Ingiustissimo Amor, perché sì raro


corrispondenti fai nostri desiri?
onde, perfido, avvien che t’è sì caro
il discorde voler ch’in duo cor miri?
Gir non mi lasci al facil guado e chiaro,
e nel più cieco e maggior fondo tiri:
da chi disia il mio amor tu mi richiami,
e chi m’ha in odio vuoi ch’adori et ami.

2. Fai ch’a Rinaldo Angelica par bella,


quando esso a lei brutto e spiacevol pare:
quando le parea bello e l’amava ella,
egli odiò lei quanto si può più odiare.
Ora s’affligge indarno e si flagella;
così renduto ben gli è pare a pare:
ella l’ha in odio, e l’odio è di tal sorte,
che più tosto che lui vorria la morte.

3. Rinaldo al Saracin con molto orgoglio


gridò: - Scendi, ladron, del mio cavallo!
Che mi sia tolto il mio, patir non soglio,
ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo:
e levar questa donna anco ti voglio;
che sarebbe a lasciartela gran fallo.

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Sì perfetto destrier, donna sì degna
a un ladron non mi par che si convegna. –

4. – Tu te ne menti che ladrone io sia –


rispose il Saracin non meno altiero
– chi dicesse a te ladro, lo diria
(quanto io n’odo per fama) più con vero.
La pruova or si vedrà, chi di noi sia
più degno de la donna e del destriero;
ben che, quanto a lei, teco io mi convegna
che non è cosa al mondo altra sì degna. –

5. Come soglion talor duo can mordenti,


o per invidia o per altro odio mossi,
avicinarsi digrignando i denti,
con occhi bieci e più che bracia rossi;
indi a’ morsi venir, di rabbia ardenti,
con aspri ringhi e ribuffati dossi:
così alle spade e dai gridi e da Tonte
venne il Circasso e quel di Chiaramonte.

6. A piedi è l’un, l’altro a cavallo: or quale


credete ch’abbia il Saracin vantaggio?
Né ve n’ha però alcun; che così vale
forse ancor men ch’un inesperto paggio;
che ’l destrier per instinto naturale
non volea fare al suo signore oltraggio:
né con man né con spron potea il Circasso
farlo a voluntà sua muover mai passo.

7. Quando crede cacciarlo, egli s’arresta;


e se tener lo vuole, o corre o trotta:
poi sotto il petto si caccia la testa,
giuoca di schiene, e mena calci in frotta.
Vedendo il Saracin ch’a domar questa
bestia superba era mal tempo allotta,
ferma le man sul primo arcione e s’alza,
e dal sinistro fianco in piede sbalza.

8. Sciolto che fu il pagan con leggier salto


da l’ostinata furia di Baiardo,
si vide cominciar ben degno assalto
d’un par di cavallier tanto gagliardo.
Suona l’un brando e l’altro, or basso or alto:
il martel di Vulcano era più tardo

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ne la spelunca affumicata, dove
battea all’incude i folgori di Giove.

9. Fanno or con lunghi ora con finti e scarsi


colpi veder che mastri son del giuoco:
or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi,
ora coprirsi, ora mostrarsi un poco,
ora crescere inanzi, ora ritrarsi,
ribatter colpi, e spesso lor dar loco,
girarsi intorno; e donde l’uno cede,
l’altro aver posto immantinente il piede.

10. Ecco Rinaldo con la spada adosso


a Sacripante tutto s’abbandona;
e quel porge lo scudo, ch’era d’osso,
con la piastra d’acciar temprata e buona.
Tagliai Fusberta, ancor che molto grosso:
ne geme la foresta e ne risuona.
L’osso e l’acciar ne va che par di ghiaccio,
e lascia al Saracin stordito il braccio.

11. Quando vide la timida donzella


dal fiero colpo uscir tanta ruina,
per gran timor cangiò la faccia bella,
qual il reo ch’ai supplicio s’avvicina;
né le par che vi sia da tardar, s’ella
non vuol di quel Rinaldo esser rapina,
di quel Rinaldo ch’ella tanto odiava,
quanto esso lei miseramente amava.

12. Volta il cavallo, e ne la selva folta


lo caccia per un aspro e stretto calle:
e spesso il viso smorto a dietro volta;
che le par che Rinaldo abbia alle
spalle. Fuggendo non avea fatto via molta,
che scontrò un eremita in una valle,
ch’avea lunga la barba a mezzo il petto,
devoto e venerabile d’aspetto.

13. Dagli anni e dal digiuno attenuato,


sopra un lento asinel se ne veniva;
e parea, più ch’alcun fosse mai stato,
di conscïenza scrupolosa e schiva.
Come egli vide il viso delicato
de la donzella che sopra gli arriva,

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debil quantunque e mal gagliarda fosse,
tutta per carità se gli commosse.

14. La donna al fraticel chiede la via


che la conduca ad un porto di mare,
perché levar di Francia si vorria
per non udir Rinaldo nominare.
Il frate, che sapea negromanzia,
non cessa la donzella confortare
che presto la trarrà d’ogni periglio;
et ad una sua tasca diè di piglio.

15. Trassene un libro, e mostrò grande effetto;


che legger non finì la prima faccia,
ch’uscir fa un spirto in forma di valletto,
e gli commanda quanto vuol ch’el faccia.
Quel se ne va, da la scrittura astretto,
dove i dui cavallieri a faccia
a faccia eran nel bosco, e non stavano al rezzo;
fra’ quali entrò con grande audacia in mezzo.

16. – Per cortesia, – disse – un di voi mi mostre,


quando anco uccida l’altro, che gli vaglia:
che merto avrete alle fatiche vostre,
finita che tra voi sia la battaglia,
se ’l conte Orlando, senza liti o giostre,
e senza pur aver rotta una maglia,
verso Parigi mena la donzella
che v’ha condotti a questa pugna fella?

17. Vicino un miglio ho ritrovato Orlando


che ne va con Angelica a Parigi,
di voi ridendo insieme e motteggiando
che senza frutto alcun siate in litigi.
Il meglio forse vi sarebbe, or quando
non son più lungi, a seguir lor vestigi;
che s’in Parigi Orlando la può avere,
non ve la lascia mai più rivedere. –

18. Veduto avreste i cavallier turbarsi


a quel annunzio, e mesti e sbigottiti,
senza occhi e senza niente nominarsi,
che gli avesse il rivai così scherniti;
ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi
con sospir che parean del fuoco usciti,

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e giurar per isdegno e per furore,
se giungea Orlando, di cavargli il core.

19. E dove aspetta il suo Baiardo, passa,


e sopra vi si lancia, e via galoppa,
né al cavallier, ch’a piè nel bosco lassa,
pur dice a Dio, non che lo ’nviti in groppa.
L’animoso cavallo urta e fracassa,
punto dal suo signor, ciò ch’egli ’ntoppa:
non ponno fosse o fiumi o sassi o spine
far che dal corso il corridor decline.

20. Signor, non voglio che vi paia strano


se Rinaldo or sì tosto il destrier piglia,
che già più giorni ha seguitato invano,
né gli ha possuto mai toccar la briglia.
Fece il destrier, ch’avea intelletto umano,
non per vizio seguirsi tante miglia,
ma per guidar dove la donna giva,
il suo signor, da chi bramar l’udiva.

21. Quando ella si fuggì dal padiglione,


la vide et appostolla il buon destriero,
che si trovava aver vòto l’arcione,
però che n’era sceso il cavalliero
per combatter di par con un barone,
che men di lui non era in arme fiero;
poi ne seguitò l’orme di lontano,
bramoso porla al suo signore in mano.

22. Bramoso di ritrarlo ove fosse ella,


per la gran selva inanzi se gli messe;
né lo volea lasciar montare in sella,
perché ad altro camin non lo volgesse.
Per lui trovò Rinaldo la donzella
una e due volte, e mai non gli successe;
che fu da Ferraù prima impedito,
poi dal Circasso, come avete udito.

23. Ora al demonio che mostrò a Rinaldo


de la donzella li falsi vestigi,
credette Baiardo anco, e stette saldo
e mansueto ai soliti servigi.
Rinaldo il caccia, d’ira e d’amor caldo,
a tutta briglia, e sempre invêr Parigi;

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e vola tanto col disio, che lento,
non ch’un destrier, ma gli parrebbe il vento.

24. La notte a pena di seguir rimane,


per affrontarsi col signor d’Anglante:
tanto ha creduto alle parole vane
del messaggier del cauto negromante.
Non cessa cavalcar sera e dimane,
che si vede apparir la terra avante,
dove re Carlo, rotto e mal condutto,
con le reliquie sue s’era ridutto:

25. e perché dal re d’Africa battaglia


et assedio v’aspetta, usa gran cura
a raccor buona gente e vettovaglia,
far cavamenti e riparar le mura.
Ciò ch’a difesa spera che gli vaglia,
senza gran diferir, tutto procura:
pensa mandare in Inghilterra, e trarne
gente onde possa un novo campo farne;

26. che vuole uscir di nuovo alla campagna,


e ritentar la sorte de la guerra.
Spaccia Rinaldo subito in Bretagna,
Bretagna che fu poi detta Inghilterra.
Ben de l’andata il paladin si lagna:
non ch’abbia così in odio quella terra;
ma perché Carlo il manda allora allora,
né pur lo lascia un giorno far dimora.

27. Rinaldo mai di ciò non fece meno


volentier cosa; poi che fu distolto
di gir cercando il bel viso sereno
che gli avea il cor di mezzo il petto tolto:
ma, per ubidir Carlo, nondimeno
a quella via si fu subito volto,
et a Calesse in poche ore trovossi;
e giunto, il dì medesimo imbarcossi.

28. Contra la voluntà d’ogni nocchiero,


pel gran desir che di tornare avea,
entrò nel mar ch’era turbato e fiero,
e gran procella minacciar parea.
Il Vento si sdegnò, che da l’altiero
sprezzar si vide; e con tempesta rea

99
sollevò il mar intorno, e con tal rabbia,
che gli mandò a bagnar sino alla gabbia.

29. Calano tosto i marinari accorti


le maggior vele, e pensano dar volta,
e ritornar ne li medesmi porti
donde in mal punto avean la nave sciolta.
– Non convien – dice il Vento – ch’io comporti
tanta licenzia che v’avete tolta –;
e soffia e grida e naufragio minaccia,
s’altrove van, che dove egli li caccia.

30. Or a poppa, or all’orza hann’ il crudele,


che mai non cessa, e vien più ognor crescendo:
essi di qua di là con umil vele
vansi aggirando, e l’alto mar scorrendo.
Ma perché varie fila a varie tele
uopo mi son, che tutte ordire intendo,
lascio Rinaldo e l’agitata prua,
e torno a dir di Bradamante sua.

31. Io parlo di quella inclita donzella,


per cui re Sacripante in terra giacque,
che di questo signor degna sorella,
del duca Amone e di Beatrice nacque.
La gran possanza e il molto ardir di quella
non meno a Carlo e tutta Francia piacque
(che più d’un paragon ne vide saldo),
che ’l lodato valor del buon Rinaldo.

32. La donna amata fu da un cavalliero


che d’Africa passò col re Agramante,
che partorì del seme di Ruggiero
la disperata figlia d’Agolante:
e costei, che né d’orso né di fiero
leone uscì, non sdegnò tal amante;
ben che concesso, fuor che vedersi una
volta e parlarsi, non ha lor Fortuna.

33. Quindi cercando Bradamante già


l’amante suo, ch’avea nome dal padre,
così sicura senza compagnia,
come avesse in sua guardia mille squadre:
e fatto ch’ebbe il re di Circassia
battere il volto de l’antiqua madre,

100
traversò un bosco, e dopo il bosco un monte,
tanto che giunse ad una bella fonte.

34. La fonte discorrea per mezzo un prato,


d’arbori antiqui e di bell’ombre adorno,
ch’i vïandanti col mormorio grato
a ber invita e a far seco soggiorno:
un culto monticel dal manco lato
le difende il calor del mezzo giorno.
Quivi, come i begli occhi prima torse,
d’un cavallier la giovane s’accorse;

35. d’un cavallier, ch’all’ombra d’un boschetto,


nel margin verde e bianco e rosso e giallo
sedea pensoso, tacito e soletto
sopra quel chiaro e liquido cristallo.
Lo scudo non lontan pende e l’elmetto
dal faggio, ove legato era il cavallo;
et avea gli occhi molli e ’l viso basso,
e si mostrava addolorato e lasso.

36. Questo disir, ch’a tutti sta nel core,


de’ fatti altrui sempre cercar novella,
fece a quel cavallier del suo dolore
la cagion domandar da la donzella.
Egli l’aperse e tutta mostrò fuore,
dal cortese parlar mosso di quella,
e dal sembiante altier, ch’ai primo sguardo
gli sembrò di guerrier molto gagliardo.

37. E cominciò: – Signor, io conducea


pedoni e cavallieri, e venia in campo
là dove Carlo Marsilio attendea,
perch’al scender del monte avesse inciampo;
e una giovane bella meco avea,
del cui fervido amor nel petto avampo:
e ritrovai presso a Rodonna armato
un che frenava un gran destriero alato.

38. Tosto che ’l ladro, o sia mortale, o sia


una de l’infernali anime orrende,
vede la bella e cara donna mia;
come falcon che per ferir discende,
cala e poggia in uno atimo, e tra via
getta le mani, e lei smarrita prende.

101
Ancor non m’era accorto de l’assalto,
che de la donna io senti’ il grido in alto.

39. Così il rapace nibio furar suole


il misero pulcin presso alla chioccia,
che di sua inavvertenza poi si duole,
e invan gli grida, e invan dietro gli croccia.
Io non posso seguir un uom che vole,
chiuso tra’ monti, a piè d’un’erta roccia:
stanco ho il destrier, che muta a pena i passi
ne l’aspre vie de’ faticosi sassi.

40. Ma, come quel che men curato avrei


vedermi trar di mezzo il petto il core,
lasciai lor via seguir quegli altri miei,
senza mia guida e senza alcun rettore:
per gli scoscesi poggi e manco rei
presi la via che mi mostrava Amore,
e dove mi parea che quel rapace
portassi il mio conforto e la mia pace.

41. Sei giorni me n’andai matina e sera


per balze e per pendici orride e strane,
dove non via, dove sentier non era,
dove né segno di vestigie umane;
poi giunse in una valle inculta e fiera,
di ripe cinta e spaventose tane,
che nel mezzo s’un sasso avea un castello
forte e ben posto, a maraviglia bello.

42. Da lungi par che come fiamma lustri,


né sia di terra cotta, né di marmi.
Come più m’avicino ai muri illustri,
l’opra più bella e più mirabil parmi.
E seppi poi, come i demoni industri,
da suffumigi tratti e sacri carmi,
tutto d’acciaio avean cinto il bel loco,
temprato all’onda et allo stigio foco.

43. Di sì forbito acciar luce ogni torre,


che non vi può né ruggine né macchia.
Tutto il paese giorno e notte scorre,
e poi là dentro il rio ladron s’immacchia.
Cosa non ha ripar che voglia tôrre:
sol dietro invan se li bestemia e gracchia.

102
Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene,
che di mai ricovrar lascio ogni spene.

44. Ah lasso! che poss’io più che mirare


la ròcca lungi, ove il mio ben m’è chiuso?
come la volpe, che ’l figlio gridare
nel nido oda de l’aquila di giuso,
s’aggira intorno, e non sa che si fare,
poi che l’ali non ha da gir là suso.
Erto è quel sasso sì, tale è il castello,
che non vi può salir chi non è augello.

45. Mentre io tardava quivi, ecco venire


duo cavallier ch’avean per guida un nano,
che la speranza aggiunsero al desire;
ma ben fu la speranza e il desir vano.
Ambi erano guerrier di sommo ardire:
era Gradasso l’un, re sericano;
era l’altro Ruggier giovene forte,
pregiato assai ne l’africana corte.

46. «Vengon» mi disse il nano «per far pruova


di lor virtù col sir di quel castello,
che per via strana, inusitata e nuova
cavalca armato il quadrupede augello».
«Deh, signor, » dissi io lor «pietà vi muova
del duro caso mio spietato e fello!
Quando, come ho speranza, voi vinciate,
vi prego la mia donna mi rendiate».

47. E come mi fu tolta lor narrai,


con lacrime affermando il dolor mio.
Quei, lor mercé, mi proferiro assai,
e giù calaro il poggio alpestre e rio.
Di lontan la battaglia io riguardai,
pregando per la lor vittoria Dio.
Era sotto il castel tanto di piano,
quanto in due volte si può trar con mano.

48. Poi che fur giunti a piè de l’alta ròcca,


l’uno e l’altro volea combatter prima;
pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca,
o pur che non ne fe’ Ruggier più stima.
Quel Serican si pone il corno a bocca:
rimbomba il sasso e la fortezza in cima.

103
Ecco apparire il cavalliero armato
fuor de la porta, e sul cavallo alato.

49. Cominciò a poco a poco indi a levarse,


come suol far la peregrina grue,
che corre prima, e poi vediamo alzars
alla terra vicina un braccio o due;
e quando tutte sono all’aria sparse,
velocissime mostra l’ale sue.
Sì ad alto il negromante batte l’ale,
ch’a tanta altezza a pena aquila sale.

50. Quando gli parve poi, volse il destriero,


che chiuse i vanni e venne a terra a piombo,
come casca dal ciel falcon maniero
che levar veggia l’anitra o il colombo.
Con la lancia arrestata il cavalliero
l’aria fendendo vien d’orribil rombo.
Gradasso a pena del calar s’avede,
che se lo sente addosso e che lo fiede.

51. Sopra Gradasso il mago l’asta roppe;


ferì Gradasso il vento e l’aria vana:
per questo il volator non interroppe
il batter l’ale e quindi s’allontana.
Il grave scontro fa chinar le groppe
sul verde prato alla gagliarda alfana.
Gradasso avea una alfana, la più bella
e la miglior che mai portasse sella.

52. Sin alle stelle il volator trascorse;


indi girassi e tornò in fretta al basso,
e percosse Ruggier che non s’accorse,
Ruggier che tutto intento era a Gradasso.
Ruggier del grave colpo si distorse,
e ’l suo destrier più rinculò d’un passo:
e quando si voltò per lui ferire,
da sé lontano il vide al ciel salire.

53. Or su Gradasso, or su Ruggier percote


ne la fronte, nel petto e ne la schiena,
e le botte di quei lascia ognor vote,
perché è sì presto, che si vede a pena.
Girando va con spazïose rote,
e quando all’uno accenna, all’altro mena:

104
all’uno e all’altro sì gli occhi abbarbaglia,
che non ponno veder donde gli assaglia.

54. Fra duo guerrieri in terra et uno in cielo


la battaglia durò sin a quella ora,
che spiegando pel mondo oscuro velo,
tutte le belle cose discolora.
Fu quel ch’io dico, e non v’aggiungo un pelo:
io ’l vidi, i’ ’l so; né m’assicuro ancora
di dirlo altrui; che questa maraviglia
al falso più ch’ai ver si rassimiglia.

55. D’un bel drappo di seta avea coperto


lo scudo in braccio il cavallier celeste.
Come avesse, non so, tanto sofferto
di tenerlo nascosto in quella veste;
ch’immantinente che lo mostra aperto,
forza è, chi ’l mira, abbarbagliato reste,
e cada come corpo morto cade,
e venga al negromante in potestade.

56. Splende lo scudo a guisa di piropo,


e luce altra non è tanto lucente.
Cadere in terra allo splendor fu d’uopo
con gli occhi abbacinati, e senza mente.
Perdei da lungi anch’io li sensi, e dopo
gran spazio mi rïebbi finalmente;
né più i guerrier né più vidi quel nano,
ma vóto il campo, e scuro il monte e il piano.

57. Pensai per questo che l’incantatore


avesse amendui colti a un tratto insieme,
e tolto per virtù de lo splendore
la libertade a-lloro, e a me la speme.
Così a quel loco, che chiudea il mio core,
dissi, partendo, le parole estreme.
Or giudicate s’altra pena ria,
che causi Amor, può pareggiar la mia. -

58. Ritornò il cavallier nel primo duolo,


fatta che n’ebbe la cagion palese.
Questo era il conte Pinabel, figliuolo
d’Anselmo d’Altaripa, maganzese;
che tra sua gente scelerata, solo
leale esser non vòlse né cortese,

105
ma ne li vizii abominandi e brutti
non pur gli altri adeguò, ma passò tutti.

59. La bella donna con diverso aspetto


stette ascoltando il Maganzese cheta;
che come prima di Ruggier fu detto,
nel viso si mostrò più che mai lieta:
ma quando sentì poi ch’era in distretto,
turbossi tutta d’amorosa pietà;
né per una o due volte contentosse
che ritornato a replicar le fosse.

60. E poi ch’ai fin le parve esserne chiara,


gli disse: - Cavallier, datti riposo;
che ben può la mia giunta esserti cara,
parerti questo giorno aventuroso.
Andiam pur tosto a quella stanza avara
che sì ricco tesor ci tiene ascoso;
né spesa sarà invan questa fatica,
se Fortuna non m’è troppo nemica. –

61. Rispose il cavallier: – Tu vòi ch’io passi


di nuovo i monti, e mostriti la via?
A me molto non è perdere i passi,
perduta avendo ogni altra cosa mia;
ma tu per balze e ruinosi sassi
cerchi entrar in pregione; e così sia.
Non hai di che dolerti di me poi
ch’io tei predico, e tu pur gir vi vòi. –

62. Così dice egli, e torna al suo destriero,


e di quella animosa si fa guida,
che si mette a periglio per Ruggiero,
che la pigli quel mago o che la ancida.
In questo, ecco alle spalle il messaggiero,
ch’: - Aspetta, aspetta! – a tutta voce grida,
il messaggier da chi il Circasso intese
che costei fu ch’all’erba lo distese.

63. A Bradamante il messaggier novella


di Mompolier e di Narbona porta,
ch’alzato li stendardi di Castella
avean, con tutto il lito d’Acquamorta;
e che Marsilia, non v’essendo quella
che la dovea guardar, mal si conforta,

106
e consiglio e soccorso le domanda
per questo messo, e se le raccomanda.

64. Questa cittade, e intorno a molte miglia


ciò che fra Varo e Rodano al mar siede,
avea l’imperator dato alla figlia
del duca Amon, in ch’avea speme e fede;
però che ’l suo valor con maraviglia
riguardar suol, quando armeggiar la vede.
Or, com’io dico, a domandar aiuto
quel messo da Marsilia era venuto.

65. Tra sì e no la giovane suspesa,


di voler ritornar dubita un poco:
quinci l’onore e il debito le pesa,
quindi l’incalza l’amoroso foco.
Fermasi al fin di seguitar l’impresa,
e trar Ruggier de l’incantato loco;
e quando sua virtù non possa tanto,
almen restargli prigioniera a canto.

66. E fece iscusa tal, che quel messaggio


parve contento rimanere e cheto.
Indi girò la briglia al suo vïaggio,
con Pinabel che non ne parve lieto;
che seppe esser costei di quel lignaggio
che tanto ha in odio in publico e in secreto:
e già s’avisa le future angosce,
se lui per maganzese ella conosce.

67. Tra casa di Maganza e di Chiarmonte


era odio antico e inimicizia intensa;
e più volte s’avean rotta la fronte,
e sparso di lor sangue copia immensa:
e però nel suo cor l’iniquo conte
tradir l’incauta giovane si pensa;
o, come prima commodo gli accada,
lasciarla sola, e trovar altra strada.

68. E tanto gli occupò la fantasia


il nativo odio, il dubbio e la paura,
ch’inavedutamente uscì di via:
e ritrovossi in una selva oscura,
che nel mezzo avea un monte che finia
la nuda cima in una pietra dura;

107
e la figlia del duca di Dordona
gli è sempre dietro, e mai non l’abandona.

69. Come si vide il Maganzese al bosco,


pensò tôrsi la donna da le spalle.
Disse: – Prima che ’l ciel torni più fosco,
verso uno albergo è meglio farsi il calle.
Oltra quel monte, s’io lo riconosco,
siede un ricco castel giù ne la valle.
Tu qui m’aspetta; che dal nudo scoglio
certificar con gli occhi me ne voglio. –

70. Così dicendo, alla cima superna


del solitario monte il destrier caccia,
mirando pur s’alcuna via discerna,
come lei possa tor da la sua traccia.
Ecco nel sasso truova una caverna,
che si profonda più di trenta braccia.
Tagliato a picchi et a scarpelli il sasso
scende giù al dritto, et ha una porta al basso.

71. Nel fondo avea una porta ampia e capace,


ch’in maggior stanza largo adito dava;
e fuor n’uscia splendor, come di face
ch’ardesse in mezzo alla montana cava.
Mentre quivi il fellon suspeso tace,
la donna, che da lungi il seguitava
(perché perderne Torme si temea),
alla spelonca gli sopragiungea.

72. Poi che si vide il traditore uscire,


quel ch’avea prima disegnato, invano,
o da sé torla, o di farla morire,
nuovo argumento imaginossi e strano.
Le si fe’ incontra, e su la fe’ salire
là dove il monte era forato e vano;
e le disse ch’avea visto nel fondo
una donzella di viso giocondo,

73. ch’ a’ bei sembianti et alla ricca vesta


esser parea di non ignobil grado;
ma quanto più potea, turbata e mesta,
mostrava esservi chiusa suo mal grado:
e per saper la condizion di questa,
ch’avea già cominciato a entrar nel guado;

108
e che era uscito de l’interna grotta
un che dentro a furor l’avea ridotta.

74. Bradamante, che come era animosa,


così mal cauta, a Pinabel diè fede;
e d’aiutar la donna disïosa,
si pensa come por colà giù il piede.
Ecco d’un olmo alla cima frondosa
volgendo gli occhi, un lungo ramo vede;
e con la spada quel subito tronca,
e lo declina giù ne la spelonca.

75. Dove è tagliato, in man lo raccomanda


a Pinabello, e poscia a quel s’apprende:
prima giù i piedi ne la tana manda,
e su le braccia tutta si suspende.
Sorride Pinabello, e le domanda
come ella salti; e le man apre e stende,
dicendole: - Qui fosser teco insieme
tutti li tuoi, ch’io ne spegnessi il seme! –

76. Non come vòlse Pinabello avenne


de l’innocente giovane la sorte;
perché, giù diroccando, a ferir venne
prima nel fondo il ramo saldo e forte.
Ben si spezzò, ma tanto la sostenne,
che ’l suo favor la liberò da morte.
Giacque stordita la donzella alquanto,
come io vi seguirò ne l’altro canto.

1. – 1-2. perché… desiri: perché così raramente (raro, avv. alla lat.) fai che i desideri di noi
amanti siano concordi. Cfr. DANT E, Par., III, 74: «Foran discordi li nostri desiri». Il tema qui
trattato, di origine classica (ORAZIO, Carm., I, XXXIII), era stato già rielaborato anche da Boiardo
(cfr. Innam., II, xv, 55, 1-2). – 5-6. Gir non mi lasci ecc.: non mi lasci passare dove il guado è
facile e l’acqua limpida (amore corrisposto), e mi trascini invece dove l’acqua è profonda, torbida e
pericolosa (amore tormentato).
2. – 5. si flagella: si angustia. – 6. renduto… parer: gli è resa la pariglia (lat. par pari referre).
Cfr. BOIARDO, Innam., II, xv, 54, 1-4.
3. – 2. ladron: lo scambio di ingiurie, il battibecco e il duello chiassoso erano un luogo obbligato
dei cantari e dei poemi del Pulci e del Boiardo. L’Ariosto trova ugualmente il modo di rinnovarlo con
un’arte nitida, robusta e controllata. – 4. costallo: costarlo. Cfr. PET RARCA, Canz., CCXLVII, 8;
PULCI, Morg., XX, 11, 7-8. – 8. si convegna: si addica, gli spetti.
4. – 1. te ne menti: la formula della smentita, il rovesciamento dell’accusa, la sfida a provare con
le armi la legittimità dell’ingiuria erano anch’essi consuetudine nei poemi cavallereschi. – 4. per

109
fama: Rinaldo aveva per davvero fama di «pubblico ladrone» nella tradizione; cfr. PULCI, Morg.,
XI, 19-20; BOIARDO, Innam., I, XXVI, 33, 1; XXVII, 15, 7; XXVIII, 5-7 ecc.; BELLO, Mambriano, I,
14. – 5. La pruova or si vedrà: cfr. Innam., I, xxvi, 64, 1: «La prova vederemo incontinente». –
7-8. convegna… degna: è, rispetto ai vv. 7-8 dell’ottava precedente, una «vera risposta per le
rime» (Segre).
5. – 4. occhi… rossi: cfr. DANT E, Inf., III, 109: «con occhi di bragia». Inf, VI, 91: «Li diritti
occhi torse allora in biechi». Per la similitudine cfr. OVIDIO, Met, VIII, 284-285. – 6. ribuffati
dossi: con i peli irti sul dorso. – 7. onte: ingiurie.
6. – 1. A piedi: secondo il codice di cavalleria, Sacripante è qui reo di fellonia. – 5. per instinto
naturale, cfr. Innam., I, XXVI, 26-27.
7. – 1. cacciarlo: spronarlo alla corsa. – 2. corre, galoppa. – 4. giuoca di schiene. inarca la
groppa, s’impenna, per scavalcarlo. – 6. allotta: allora. – 7. primo arcione: l’arcione anteriore
della sella, che aveva forma alta e arcuata.
8. – 4. par. coppia; nell’Innam. (Ili, 11, 39, 5) Mandricardo e Gradasso sono definiti un «par…
gagliardo». – 7. ne la spelunca: la fucina di Vulcano si riteneva posta nella cavità del monte Etna. La
similitudine era già nel BOIARDO, Innam., I, xvI, 22: «Sì come alla fucina in Mongibello Fabrica troni
il demonio Vulcano, Folgore e foco batte col martello, L’un colpo segue a l’altro a mano a mano;
Cotal se odiva l’infernal flagello Di quei duo brandi con romore aitano, Che sempre han seco
fiamme con tempesta…».
9. – 1. lunghi: colpi a fondo; scarsi: colpi corti. – 3. altieri: eretti. – 5. crescere inanzi:
protendersi in avanti. – 6. dar loco: scansarsi, così che i colpi cadano a vuoto. – 7. cede: si ritira.
10. – 2. s’abbandona: si spinge in un a fondo. Analoga la mossa di Ranaldo in Innam., I, v, 42,
2: «Sopra del colpo tutto se abandona». – 5. Fusberta: la spada di Rinaldo. – 6. ne geme…
risuona: cfr. VIRGILIO, Aen., V, 149-150; XII, 722; Innam., II, XXI, 5, 3-8. – 7- par di ghiaccio:
è fragile come ghiaccio. Immagine iperbolica tradizionale nella poesia cavalleresca: Spagna,
XXXIV, 19, 2; XXXVI, 23; PULCI, Morg., XII, 61, 4-6; XXII, 130, 5; BOIARDO, Innam., Ili, m,
39, 8. – 8. stordito: intormentito, indolenzito.
11. – 6. rapina: preda. – 8. miseramente, perdutamente (lat. misere), oppure, più
probabilmente, «senza speranza».
12. – 1. Volta ecc.: toma il tema della fuga di Angelica, con le stesse parole e rime; cfr. I, 13 e
33, 7-8. – 6. un eremita: questa figura riprende il «vecchio di mala semenza, Incantatore e di
malizia pieno», che in Innam., I, xx sorprende Fiordelisa e Brandimarte e usando una radice che fa
«per forza addormentare» riesce a rapire la fanciulla, e anche il vecchione subacqueo della
continuazione di Agostini. – 7-8. lunga… aspetto: cfr. il Catone dantesco in Purg., I, 32 e 34-35.
13. – 1. attenuato: assottigliato, estenuato. – 7. debil: si riferisce a conscïenza e sottintende un
doppio senso malizioso, secondo i modi della poesia giocosa. – 8. se gli commosse: gli si ridestò.
14. – 3. levar, partire. – 5. sapea negromanzia: conosceva i segreti delle arti magiche.
15. – 1. mostrò… effetto: compì una nuova prova prodigiosa. – 2. faccia: pagina (cfr. DANT E,
Purg., III, 126). – 5. da la scrittura astretto: costretto dal potere magico di quelle parole. Uno
spirito demoniaco evocato da un «libretto» magico e inviato a compiere una falsa ambasceria si
trova anche nell’Innam. (I, v, 32 segg.). – 7. non stavano al rezzo: non stavano all’ombra, al
fresco, a riposare (cfr. PULCI, Morg., X, 39, 5); ma si affrontavano apertamente.
16. – 2. vaglia: giovi. – 3. merto: compenso. – 8. fella: feroce.
17. – 5-6. or quando… lungi: mentre non sono ancora troppo lontani.
18. – 3. senza occhi… nominarsi: proclamarsi ciechi e stolti. – 6. sospir… usciti: infiammati
dalla rabbia; cfr. I, 40, 7 e in particolare per l’espressione qui usata PET RARCA, Canz., CLVII, 14;

110
CCCXVIII, 10; BOCCACCIO, Filostrato, IV, III. – 8. giungea: raggiungeva; cavargli il core. cfr.
PULCI, Morg., XI, 71, 8; XXII, 22, 4; BOIARDO, Innam., 1, III, 27, 5; Mambriano, VI, 56, 3;
XVIII, 5, 4, ecc.
19. – 1. passa: si reca. – 6. ’ntoppa: incontra. – 8. decline, devii (lat).
20. – 1. Signor, cfr. n. a I, 40, 2. – 5-6. Fece… seguirsi: Baiardo, dotato come era di
intelligenza, non si fece inseguire per bizzarria. – 8. da chi… udiva: dal quale l’aveva udito invocare
bramosamente.
21. – 1. padiglione, del duca Namo; cfr. I, 8-10. – 2. appostolla: la fissò e distinse
perfettamente mentre fuggiva. – 5. con un barone: con Ruggiero; cfr. n. a I, 12, 3.
22. – 5. Per lui: per merito suo. – 6. mai non gli successe: non gli riuscì mai di averla in suo
potere.
23. – 2. falsi vestigi: tracce false. – 5. il caccia: lo sprona alla corsa; caldo: infiammato; cfr. I,
8, 4.
24. – 1. di seguir rimane, interrompe l’inseguimento. – 2. signor d’Anglante. Orlando; cfr. I,
57, 1. – 4. cauto: astuto. – 5. dimane: mattina. – 6. che: finché; la terra: la città (Parigi). – 7.
rotto e mal condutto: sconfitto e ridotto in cattive condizioni. – 8. reliquie sue. i resti del suo
esercito. Il ripiegamento dei francesi a Parigi era stato raccontato in Innam., III, IV, 46-49.
25. – 3. buona gente truppe valenti. – 4. cavamenti: fossati. – 8. campo: esercito.
26. – 1. alla campagna: in campo aperto. – 3. Spaccia: invia. – 4. Bretagna: i romanzieri
facevano risalire la conquista dell’Inghilterra a Carlo Magno, mentre la storia attribuisce tale impresa
a Guglielmo il Conquistatore (sec. XI). – 7. allora allora: immediatamente.
27. – 4. gli avea… tolto: questa, come quella precedente del viso sereno (v. 3), è espressione
petrarchesca; cfr. Canz., CV, 69; CXI, 1; CCXXXVI, 6; ecc. – 7. Calesse: Calais.
28. – 1-3. Contra… fiero: l’ostinazione di Rinaldo a volersi mettere in mare ricorda quella di
Rodamonte nell’Innam., II, VI, 3-4. – 4. gran procella: la tempesta di mare è un ingrediente
immancabile nei romanzi d’avventure. Cfr. n. a XVIII, 141, 5. Qui si avvertono, soprattutto per la
personificazione allegorica del Vento, echi classici di tempeste marine (per esempio VIRGILIO, Aen.,
canto I). – 8. gli mandò… gabbia: bagnò marinai e nave fino al posto di vedetta. La gabbia era
una gerla appesa all’albero su cui si appostava la vedetta. Cfr. BOIARDO, Innam., Ili, 111, 57, 5-6:
«e l’onda diè tal tuffolo, Che saltar fece l’acqua in su la gabbia».
29. – 2. le maggior vele: le vele più grandi. – 4. in mal… sciolta: avevano salpato in un
momento poco propizio.
30. – 1. Or a poppa ecc.: sbandando la nave, ora hanno il vento che li colpisce da poppa, ora
dalla parte opposta, la prua (orza propriamente era la corda che controllava la vela latina; spesso
tale termine indicava anche il punto in cui essa era legata; orza! gridava anche il comandante per far
mettere le vele in modo che la prua accostasse dalla parte del vento; qui non c’è dubbio che significa
«prua»). – 3. con umil vele: a vele in parte ammainate, terzaruolate o, come dice il Pulci (Morg.,
XX, 35, 4): «temperate». – 4. vansi aggirando: volteggiano in balia del vento; cfr. PULCI, Morg.,
loc. cit., 31, 4; «e vanno volteggiando un’ora o dua». – 6. ordire-, infatti il poema risulta dall’attenta
e fine orditura (tessitura) di trame diverse. Cfr. Petrarca, Canz., XL, 2: «a la tela novella ch’ora
ordisco» (Cabani). – 7-8. lascio… e torno a dir. è questa la formula tradizionale attraverso cui
veniva realizzato nei romanzi l’intreccio (entrelacement) delle molte e diverse storie che
componevano la fabula. Ariosto riprende la formula narrativa tradizionale e altre simili, ma le
riutilizza all’interno di una generale e ampia strategia di «orditura» funzionale delle sue storie.
31. – 1. inclita donzella: Bradamante, sorella di Rinaldo (di questo signor… sorella, v. 3); cfr.
I, 70, 3. – 7. paragon… saldo: prova sicura.

111
32. – 1. un cavalliero: Ruggiero; figlio di Ruggiero II di Risa e di Galaciella (la disperata figlia
d’Agolante, v. 4); cfr. I, 1, 3 e 4, 3. – 7-8. vedersi… parlarsi: cfr. Innam., III, v, 38 segg.
33. – 6. l’antiqua madre: la terra; l’espressione, classica e usata già dal Petrarca (Ir. Mor., I,
89), è qui ripresa con intento umoristico (ma già Mambriano, XVI, 1, 2). – 8. ad una bella fonte:
ritorna il motivo paesistico del «luogo ameno» (cfr. n. a I, 35, 3) e l’idillico incontro con Pinabello
ricorda quello di Angelica con Sacripante; ma poi le avventure prenderanno un diverso corso.
34. – 1. discorrea: scorreva qua e là (lat.). – 5. culto: coltivato. – 6. difende: tiene lontano (lat);
cfr. ARIOST O, Rime, cap. XII, 2-3: «o culto monticel che mi difendi L’ardente sol».
35. – 2. verde ecc.: l’elencazione «partita» e preziosamente decorativa dei colori era della
tradizione lirica; cfr. PET RARCA, Canz., XXIX, 1: «Verdi panni, sanguigni oscuri o persi»; Tr. Am.,
IV, 122-123: «ed erano le sue rive Bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle»; POLIZIANO, Stanze, I,
55, 7-8: «Ma l’erba verde, sotto i dolci passi, Bianca gialla vermiglia azzurra fassi»; BOIARDO,
Amor., CXLV, 35-37. – 4. liquido cristallo: l’acqua limpida (lat. liquidus) come cristallo; cfr.
PET RARCA, Canz., CCIXIX, 3: «e ’l mormorar de’ liquidi cristalli»; POLIZIANO, Stanze, I, 89, 2:
«vivente e tenero cristallo». – 7. molli: bagnati di pianto.
36. – 1. disir. la curiosità. – 2. novella: notizia. – 5. l’aperse, rivelò la cagione.
37. – 3. là dove, ai piedi dei Pirenei dove Carlo Magno attendeva l’assalto di Marsilio. – 4. del
monte, l’altura di Montalbano, da cui doveva scendere Marsilio (cfr. Innam., II, xxii, 61; xxm, 15);
inciampo: ostacolo. – 7. Rodonna: l’antica Rodumna, posta secondo Tolomeo (Geog., II, 8, 14)
sul fiume Liger, a nord di Tolosa. – 8. un… destriero alato: un ippogrifo; cfr. IV, 18, 1.
38. – 5. poggia: s’innalza; tra via: senza fermarsi. – 6. getta le mani: stende in avanti le mani.
39. – 4. croccia: crocchia; è il verso della chioccia (cfr. il lat. crocitare). – 6. chiuso: mentre io mi
trovo chiuso. – 7. muta… i passi: muove i passi a stento (cfr. BOIARDO, Innam., II, v, 35, 7-8).
40. – 3. quegli altri miei: i miei compagni. – 4. rettore, comandante. – 5. manco rei: meno
ripidi. – 8. mio conforto… pace: espressioni della poesia lirica.
41. – 2. strane: selvagge, desolate. – 4. né… umane: neppure una traccia o un’orma d’uomo;
cfr. OVIDIO, Met., 225-27: « ea turba cupidine praedae Per rupes scopulosque aditusque
carentia saxa, Quaque est diffìcilis, quaque est via nulla, sequuntur»; BOCCACCIO, Dec., V, 3,
15: «Ma non vedendo per la selva né via né sentiero, né pedata di cavai conoscendovi»; PET RARCA,
Canz., XXXV, 4. – 5. giunse: giunsi. – 6. ripe, dirupi scoscesi; tane, caverne. – 7. un castello:
per la rappresentazione del castello di Atlante, l’Ariosto ha preso lo spunto dal giardino sul monte di
Carena, descritto nell’Innam., II, 111, 28; XIV, 17 e nella continuazione dell’Agostini, IV, I, 67 e
segg.
42. – 1. lustri: risplenda. – 3. illustri: rilucenti, raggianti (lat.). – 5. industri: operosi. – 6. da
suffumigi… carmi: evocati per mezzo di fumigazioni e di formule magiche. – 8. all’onda… foco:
nelle acque infuocate dello Stige, fiume infernale; cfr. XIX, 84, 7-8.
43. – 4. s’immacchia: si rintana, si nasconde. È neologismo ariostesco; cfr. s’inselva di XXXIII,
88, 5. – 5. Cosa… tôrre, non c’è cosa che il ladrone voglia prendere, che riesca a sfuggirgli. – 6.
gracchia: strepita. – 8. ricovrar. ricuperare.
44. – 3-4. la volpe… l’aquila: cfr. FEDRO, I, 28. – 7-8. erto… augello: cfr. DANT E, Purg., III,
45 e 54; BOIARDO, Innam., II, v, 29, 7-8; XVI, 20, 8.
45. – 2. duo cavallier. Ruggiero e Gradasso. Anche questo episodio aveva avuto inizio
nell’Innam. (Ili, vii, 37-55); un nano si era presentato ad Orlando, Brandimarte, Gradasso e
Ruggiero chiedendo aiuto contro un fellone. Gradasso e Ruggiero avevano preso a seguirlo verso
una «torre» (un castello): a questo punto il Boiardo aveva interrotto l’avventura. – 3-4. la
speranza… desir. cfr. PET RARCA, Ir. Temp., 55: «Segui’ già le speranze e ’l van desio» (Cabani). –

112
6. Gradasso: il re di Sericana (per cui cfr. n. a I, 55, 4); nell’Innam. era descritto come coraggioso
e «smisurato» e conservava certa sua favolosa, asiatica barbarie; nell’Ariosto perderà gran parte di
quelle caratteristiche fiabesche.
46. – 3. per via… nuova: attraverso l’aria. «I tre aggettivi fanno sentire, con insistenza, la
meraviglia del narratore» (Sapegno). – 4. quadrupede augello: l’ippogrifo; cfr. IV, 18, 1. – 6.
fello: atroce. – 7. Quando: qualora.
47. – 2. affermando: dimostrando, confermando. – 3. proferiro assai: fecero molte promesse
di aiuto. – 8. quanto… mano: quanto si può coprire con due colpi successivi di sasso.
L’espressione, di origine omerica, si trova nei latini e in DANT E, Purg., III, 69.
48. – 3-4. pur… stima: tuttavia tocca a Gradasso, sia che ciò fosse stabilito per sorteggio, sia
che Rinaldo, a un certo momento, rinunciasse a dare importanza a tale precedenza.
49. – 2. la peregrina grue: la gru migratrice. Il paragone già in Pulci, Morg., XXV, 225, 5-8. –
5. sparse: librate.
50. – 2. vanni: ali. – 3. casca: piomba giù; maniero: da caccia. Questo tipo di falcone veniva
addestrato a scendere senza richiamo sulla mano del cacciatore. Il paragone col volo veloce del
falcone era comune nei poemi cavallereschi: cfr. per es. PULCI, Morg., XIV, 48; XXXIII, 22;
Mambriano, VIII, 91, 4-6. Per le rime piombo:colombo:rombo, cfr. POLIZIANO, Stanze, I, 121. –
5. arrestata: in resta; cfr. I, 61, 6.
51. – 2. ferì… vana: cfr. BOIARDO, Innam., II, XIV, 53, 8. – 4. quindi: di qui. – 5. le groppe: la
groppa. – 6. alfana: robusta cavalla araba. Anche nell’Innam. Gradasso cavalca un’alfana.
52. – 5. si distorse: si piegò.
53. – 3. vòte: a vuoto, date al vento. – 6. accenna: fa mostra di voler colpire. – 7. abbarbaglia:
abbaglia violentemente, acceca. È neologismo petrarchesco (Canz., LI, 2) «ricorrente nel Furioso»
(Cabani).
54. – 4. tutte… discolora: similmente VIRGILIO, Aen., VI, 272: «et rebus nox abstulit atra
colorem». – 5. Fu… dico: a questo punto avvenne proprio quello che sto per raccontare. – 6.
m’assicuro: mi arrischio (cfr. Dante, Inf, XXVIII, 113-115: «vidi cosa, ch’io avrei paura, Sanza più
prova, di contarla solo; Se non che coscienza m’assicura»). – 7-8. questa… rassimiglia: cfr.
Dante, Inf, XVI, 124-127.
55. – 2. celeste, che si muoveva per il cielo. – 7. e cada ecc.: cfr. DANT E, Inf., V, 142. Già il
Pulci aveva introdotto l’espressione dantesca nel poema cavalleresco; cfr. Morg., XXII, 244, 2.
56. – 1. piropo: carbonchio; cfr. OVIDIO, Met., II, 2: «flammas imitante pyropo»; PET RARCA,
Tr. Fama, I, 43: «Poi fiammeggiava a guisa d’un piropo». Per lo scudo dagli effetti meravigliosi, cfr.
PLAUT O, Miles glor., I, 1; LUCANO, Phars., IX, 669; BOIARDO, Innam., I, XII, 31 e 34. – 4. senza
mente, senza conoscenza.
57. – 2. colti: colpiti. – 5. che… core, che teneva prigioniera la donna del mio cuore. – 6. le
parole estreme, l’estremo saluto; cfr. PET RARCA, Canz., CXXVI, 13.
58. – 3. Pinabel: figlio d’Anselmo d’Altaripa (nell’Innam., Anseimo della Riva) e nipote del
«traditore» per eccellenza, Gano di Maganza, e, come tutti i Maganzesi, nemico giurato dei
Chiaramontesi. – 8. adeguò: eguagliò.
59. – 1. diverso: mutevole, conformantesi ai diversi punti del racconto. – 5. in distretto: in
prigione. – 6. pieta: angoscia. Le rime cheta:lieta:pieta hanno colore dantesco (Inf.,I, 19-21) e
petrarchesco (Canz., CXXVI, 32-33).
60. – 1. chiara: chiaramente informata. – 3. giunta: venuta. – 4. aventuroso: fortunato. – 5.
avara: che tiene per sé ciò che possiede; cfr. PET RARCA, Canz., CCC, 1: «avara terra».
61. – 2. i monti: Pirenei. – 3. molto non è: non è cosa molto grave; perdere i passi: cfr.

113
Petrarca, Canz., LIV, 6; LXXIV, 11: «perdendo inutilmente tanti passi».
62. – 5. il messaggiero: cfr. I, 68-70. – 7. da chi: da cui; il Circasso: Sacripante.
63. – 2-4. Mompolier… Acquamorta: Montpellier, Narbonne e il litorale provenzale di Aigues-
Mortes avevano alzato le bandiere di Castiglia, cioè si erano date a Marsilio. – 6. guardar,
difendere.
64. – 2. ciò… siede, la Provenza; siede è voce dantesca (Inf, V, 97; Par., IX, 16). – 3-4. alla
figlia… Amon: a Bradamante.
65. – 1. Ira sì e no: cfr. DANT E, Inf, VIII, 111; PET RARCA, Canz., CLXVIII, 8. – 3. quinci: da
una parte; debito: dovere; le pesa: le sta a cuore. – 4. quindi: dall’altra parte. – 5. Fermasi:
decide.
66. – 1. messaggio: messaggero. – 2. cheto: soddisfatto, persuaso. – 7. s’avisa: s’immagina. –
8. conosce-, riconosce.
67. – 1. Chiarmonte. casata cui aveva dato nome Chiaramonte, discendente di Ettore e
Andromaca. Suo fratello Bernardo aveva avuto tre figli: Ottone d’Inghilterra, padre di Astolfo;
Milone d’Anglante, padre di Orlando; Amone, padre di Rinaldo Bradamante Ricciardetto Alardo e
Guiscardo. L’Ariosto, dopo aver descritto con elegiaca simpatia la figura di Pinabello amante
sventurato ora si avvale di uno dei topoi tradizionali della letteratura cavalleresca, l’odio tra i
Maganzesi e i Chiaramontesi, per operare una improvvisa variazione: dal Pinabello dolente al
Pinabello astuto e freddo traditore («l’orditura e un gran numero di particolari» dell’episodio del
tradimento derivano dal Palamedés; cfr. P RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso», cit., pp. 129
segg.): l’Ari osto compone secondo una sua armoniosa sintassi di temi, e non secondo la coerenza
psicologica dei personaggi. – 7. commodo gli accada: gli si presenti l’occasione propizia.
68. – 2. nativo: innato. – 4. ritrovossi… oscura: cfr. DANT E, Inf, 1, 2. – 7. Dordona: castello
della Francia sud-occidentale, sul fiume Dordogne, di cui era signore Amone.
69. – 2. tôrsi… spalle, liberarsi di Bradamante. – 4. farsi il calle, aprirsi la via. – 7. nudo
scoglio: la «nuda cima» fatta di «pietra dura»; cfr. II, 68, 6.
70. – 7. a picchi… scarpelli: a colpi di piccone e di scalpello. – 8. al dritto: a picco.
71. – 4. montana cava: caverna.
72. – 1-2. uscire… invano: andare a vuoto. – 4. argumento: stratagemma. – 6. vano: vuoto. –
8. giocondo: festevole, piacente.
73. – 6. ch’avea… guado: egli aveva già provato a tentare la prova (entrar nel guado), ad
avventurarsi nella caverna. – 7. l’interna grotta: la «maggior stanza» di 71, 2. – 8. dentro…
ridotta: aveva ricondotta dentro la fanciulla a viva forza.
74. – 8. declina: cala (lat.).
75. – 1. raccomanda: affida. – 2. s’apprende: si aggrappa. – 3. tana: caverna. – 6. come ella
salti: se sappia saltare.
76. – 3. diroccando: precipitando di roccia in roccia; neologismo, forse sugge-rito (pensa il Bigi)
dal «si diroccia» di Dante, Inf., XIV, 115; ferir, battere. – 8. seguirò: continuerò a raccontare.

114
CANTO TERZO

Invocazione ad Apollo, perché aiuti il poeta a celebrare degnamente le glorie


della casa d’Este. Pinabello fugge, portando con sé il cavallo di Bradamante.
Frattanto Bradamante entra nella caverna e incontra una maga benefica (Melissa),
che le fa visitare la tomba di Merlino. La voce del mago esce dalla tomba e predice a
Bradamante che sposerà Ruggiero e che da loro discenderà una stirpe gloriosa (gli
Estensi). Evocati da Melissa, sfilano i fantasmi di alcuni dei discendenti di
Bradamante e Ruggiero. Poi Melissa guida Bradamante verso il castello di Atlante.
Le dà consigli sul modo di vincere il mago e liberare Ruggiero: dovrà uccidere il
perfido ladro Brunello e impadronirsi di un anello incantato. Bradamante si pone in
viaggio. Giunge ad un albergo, ove incontra Brunello.

1. Chi mi darà la voce e le parole


convenïenti a sì nobil suggetto?
chi l’ale al verso presterà, che vole
tanto ch’arrivi all’alto mio concetto?
Molto maggior di quel furor che suole,
ben or convien che mi riscaldi il petto;
che questa parte al mio signor si debbe,
che canta gli avi onde l’origine ebbe:

2. di cui fra tutti li signori illustri,


dal ciel sortiti a governar la terra,
non vedi, o Febo, che ’l gran mondo lustri,
più glorïosa stirpe o in pace o in guerra;
né che sua nobiltade abbia più lustri
servata, e servarà (s’in me non erra
quel profetico lume che m’inspiri)
fin che d’intorno al polo il ciel s’aggiri.

3. E volendone a pien dicer gli onori,


bisogna non la mia, ma quella cetra
con che tu dopo i gigantei furori
rendesti grazia al regnator de l’etra.
S’instrumenti avrò mai da te migliori,
atti a sculpire in così degna pietra,
in queste belle imagini disegno

115
porre ogni mia fatica, ogni mio ingegno.

4. Levando intanto queste prime rudi


scaglie n’andrò con lo scarpello inetto:
forse ch’ancor con più solerti studi
poi ridurrò questo lavor perfetto.
Ma ritorniamo a quello, a cui né scudi
potran né usberghi assicurare il petto:
parlo di Pinabello di Maganza,
che d’uccider la donna ebbe speranza.

5. Il traditor pensò che la donzella


fosse ne l’alto precipizio morta;
e con pallida faccia lasciò quella
trista e per lui contaminata porta,
e tornò presto a rimontare in sella:
e come quel ch’avea l’anima torta,
per giunger colpa a colpa e fallo a fallo,
di Bradamante ne menò il cavallo.

6. Lasciàn costui, che mentre all’altrui vita


ordisce inganno, il suo morir procura;
e torniamo alla donna che, tradita,
quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura.
Poi ch’ella si levò tutta stordita,
ch’avea percosso in su la pietra dura,
dentro la porta andò, ch’adito dava
ne la seconda assai più larga cava.

7. La stanza, quadra e spazïosa, pare


una devota e venerabil chiesa,
che su colonne alabastrine e rare
con bella architettura era suspesa.
Surgea nel mezzo un ben locato altare,
ch’avea dinanzi una lampada accesa;
e quella di splendente e chiaro foco
rendea gran lume all’uno e all’altro loco.

8. Di devota umiltà la donna tocca,


come si vide in loco sacro e pio,
incominciò col core e con la bocca,
inginocchiata, a mandar prieghi a Dio.
Un picciol uscio intanto stride e crocea,
ch’era all’incontro, onde una donna uscio
discinta e scalza, e sciolte avea le chiome,

116
che la donzella salutò per nome.

9. E disse: – O generosa Bradamante,


non giunta qui senza voler divino,
di te più giorni m’ha predetto inante
il profetico spirto di Merlino,
che visitar le sue reliquie sante
dovevi per insolito camino:
e qui son stata acciò ch’io ti riveli
quel c’han di te già statuito i cieli.

10. Questa è l’antiqua e memorabil grotta


ch’edificò Merlino, il savio mago
che forse ricordare odi talotta,
dove ingannollo la Donna del Lago.
Il sepolcro è qui giù, dove corrotta
giace la carne sua; dove egli, vago
di sodisfare a lei, che glil suase,
vivo corcossi, e morto ci rimase.

11. Col corpo morto il vivo spirto alberga,


sin ch’oda il suon de l’angelica tromba
che dal ciel lo bandisca o che ve l’erga,
secondo che sarà corvo o colomba.
Vive la voce; e come chiara emerga,
udir potrai da la marmorea tomba,
che le passate e le future cose
a chi gli domandò, sempre rispose.

12. Più giorni son ch’in questo cimiterio


venni di remotissimo paese,
perché circa il mio studio alto misterio
mi facesse Merlin meglio palese:
e perché ebbi vederti desiderio,
poi ci son stata oltre il disegno un mese;
che Merlin, che ’l ver sempre mi predisse,
termine al venir tuo questo dì fisse. –

13. Stassi d’Amon la sbigottita figlia


tacita e fissa al ragionar di questa;
et ha sì pieno il cor di maraviglia,
che non sa s’ella dorme o s’ella è desta:
e con rimesse e vergognose ciglia
(come quella che tutta era modesta)
rispose: – Di che merito son io,

117
ch’antiveggian profeti il venir mio?–

14. E lieta de l’insolita aventura,


dietro alla maga subito fu mossa,
che la condusse a quella sepoltura
che chiudea di Merlin l’anima e l’ossa.
Era quella arca d’una pietra dura,
lucida e tersa, e come fiamma rossa;
tal ch’alla stanza, ben che di sol priva,
dava splendore il lume che n’usciva.

15. O che natura sia d’alcuni marmi


che muovin l’ombre a guisa di facelle,
o forza pur di suffumigi e carmi
e segni impressi all’osservate stelle
(come più questo verisimil parmi),
discopria lo splendor più cose belle
e di scultura e di color, ch’intorno
il venerabil luogo aveano adorno.

16. A pena ha Bradamante da la soglia


levato il piè ne la secreta cella,
che ’l vivo spirto da la morta spoglia
con chiarissima voce le favella:
– Favorisca Fortuna ogni tua voglia,
o casta e nobilissima donzella,
del cui ventre uscirà il seme fecondo
che onorar deve Italia e tutto il mondo.

17. L’antiquo sangue che venne da Troia,


per li duo miglior rivi in te commisto,
produrrà l’ornamento, il fior, la gioia
d’ogni lignaggio ch’abbi il sol mai visto
tra l’Indo e ’l Tago e ’l Nilo e la Danoia,
tra quanto è ’n mezzo Antartico e Calisto.
Ne la progenie tua con sommi onori
saran marchesi, duci e imperatori.

18. I capitani e i cavallier robusti


quindi usciran, che col ferro e col senno
ricuperar tutti gli onor vetusti
de l’arme invitte alla sua Italia denno.
Quindi terran lo scettro i signor giusti,
che, come il savio Augusto e Numa fenno,
sotto il benigno e buon governo loro

118
ritorneran la prima età de l’oro.

19. Acciò dunque il voler del ciel si metta


in effetto per te, che di Ruggiero
t’ha per moglier fin da principio eletta,
segue animosamente il tuo sentiero;
che cosa non sarà che s’intrometta
da poterti turbar questo pensiero,
sì che non mandi al primo assalto in terra
quel rio ladron ch’ogni tu o ben ti serra. –

20. Tacque Merlino avendo così detto,


et agio all’opre de la maga diede,
ch’a Bradamante dimostrar l’aspetto
si preparava di ciascun suo erede.
Avea de spirti un gran numero eletto,
non so se da l’inferno o da qual sede,
e tutti quelli in un luogo raccolti
sotto abiti diversi e varii volti.

21. Poi la donzella a sé richiama in chiesa,


là dove prima avea tirato un cerchio
che la potea capir tutta distesa,
et avea un palmo ancora di superchio.
E perché da li spirti non sia offesa,
le fa d’un gran pentacolo coperchio;
e le dice che taccia e stia a mirarla:
poi scioglie il libro, e coi demoni parla.

22. Eccovi fuor de la prima spelonca,


che gente intorno al sacro cerchio ingrossa;
ma come vuole entrar, la via l’è tronca,
come lo cinga intorno muro e fossa.
In quella stanza, ove la bella conca
in sé chiudea del gran profeta l’ossa,
entravan l’ombre, poi ch’avean tre volte
fatto d’intorno lor debite volte.

23. – Se i nomi e i gesti di ciascun vo’ dirti, –


dicea l’incantatrice a Bradamante
- di questi ch’or per gl’incantati spirti,
prima che nati sien, ci sono avante,
non so veder quando abbia da espedirti;
che non basta una notte a cose tante:
sì ch’io te ne verrò scegliendo alcuno,

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secondo il tempo, e che sarà oportuno.

24. Vedi quel primo che ti rassimiglia


ne’ bei sembianti e nel giocondo aspetto:
capo in Italia fia di tua famiglia,
del seme di Ruggiero in te concetto.
Veder del sangue di Pontier vermiglia
per mano di costui la terra aspetto,
e vendicato il tradimento e il torto
contra quei che gli avranno il padre morto.

25. Per opra di costui sarà deserto


il re de’ Longobardi Desiderio:
d’Este e di Calaon per questo merto
il bel domìno avrà dal sommo Imperio.
Quel che gli è dietro, è il tuo nipote Uberto,
onor de l’arme e del paese esperio:
per costui contra barbari difesa
più d’una volta fia la santa Chiesa.

26. Vedi qui Alberto, invitto capitano


ch’ornerà di trofei tanti delubri:
Ugo il figlio è con lui, che di Milano
farà l’acquisto, e spiegherà i colubri.
Azzo è quell’altro, a cui resterà in mano,
dopo il fratello, il regno degl’Insubri.
Ecco Albertazzo, il cui savio consiglio
torrà d’Italia Beringario e il figlio;

27. e sarà degno a cui Cesare Otone


Alda, sua figlia, in matrimonio aggiunga.
Vedi un altro Ugo: oh bella successione,
che dal patrio valor non si dislunga!
Costui sarà, che per giusta cagione
ai superbi Roman l’orgoglio emunga,
che ’l terzo Otone e il pontefice tolga
de le man loro, e ’l grave assedio sciolga.

28. Vedi Folco, che par ch’ai suo germano,


ciò che in Italia avea, tutto abbi dato,
e vada a possedere indi lontano
in mezzo agli Alamanni un gran ducato;
e dia alla casa di Sansogna mano,
che caduta sarà tutta da un lato;
e per la linea de la madre, erede,

120
con la progenie sua la terrà in piede.

29. Questo ch’or a nui viene è il secondo Azzo,


di cortesia più che di guerre amico,
tra dui figli, Bertoldo et Albertazzo.
Vinto da l’un sarà il secondo Enrico,
e del sangue tedesco orribil guazzo
Parma vedrà per tutto il campo aprico;
de l’altro la contessa glorïosa,
saggia e casta Matilde, sarà sposa.

30. Virtù il farà di tal connubio degno;


ch’a quella età non poca laude estimo
quasi di mezza Italia in dote il regno,
e la nipote aver d’Enrico primo.
Ecco di quel Bertoldo il caro pegno,
Rinaldo tuo, ch’avrà l’onor opimo
d’aver la Chiesa de le man riscossa
de l’empio Federico Barbarossa.

31. Ecco un altro Azzo, et è quel che Verona


avrà in poter col suo bel tenitorio;
e sarà detto marchese d’Ancona
dal quarto Otone e dal secondo Onorio.
Lungo sarà s’io mostro ogni persona
del sangue tuo, ch’avrà del consistono
il confalone, e s’io narro ogni impresa
vinta da lor per la romana Chiesa.

32. Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi,


ambi gli Enrichi, il figlio al padre a canto;
duo Guelfi, di quai l’uno Umbria suggiunghi,
e vesta di Spoleti il ducal manto.
Ecco che ’l sangue e le gran piaghe asciughi
d’Italia afflitta, e volga in riso il pianto:
di costui parlo (e mostrolle Azzo quinto)
onde Ezellin fia rotto, preso, estinto.

33. Ezellino, immanissimo tiranno,


che fia creduto figlio del demonio,
farà, troncando i sudditi, tal danno,
e distruggendo il bel paese ausonio,
che pietosi apo lui stati saranno
Mario, Siila, Neron, Caio et Antonio.
E Federico imperator secondo

121
fia per questo Azzo rotto e messo al fondo.

34. Terrà costui con più felice scettro


la bella terra che siede sul fiume,
dove chiamò con lacrimoso plettro
Febo il figliuol ch’avea mal retto il lume,
quando fu pianto il fabuloso elettro,
e Cigno si vestì di bianche piume;
e questa di mille oblighi mercede
gli donerà l’Apostolica sede.

35. Dove lascio il fratel Aldrobandino?


che per dar al pontefice soccorso
contra Oton quarto e il campo ghibellino
che sarà presso al Campidoglio corso,
et avrà preso ogni luogo vicino,
e posto agli Umbri e alli Piceni il morso;
né potendo prestargli aiuto senza
molto tesor, ne chiederà a Fiorenza;

36. e non avendo gioie o miglior pegni,


per sicurtà daralle il frate in mano.
Spiegherà i suoi vittorïosi segni,
e romperà l’esercito germano;
in seggio riporrà la Chiesa, e degni
darà supplicii ai conti di Celano;
et al servizio del sommo Pastore
finirà gli anni suoi nel più bel fiore.

37. Et Azzo, il suo fratei, lascierà erede


del dominio d’Ancona e di Pisauro,
d’ogni città che da Troento siede
tra il mare e l’Apenin fin all’Isauro,
e di grandezza d’animo e di fede,
e di virtù, miglior che gemme et auro:
che dona e tolle ogn’altro ben Fortuna;
sol in virtù non ha possanza alcuna.

38. Vedi Rinaldo, in cui non minor raggio


splenderà di valor, pur che non sia
a tanta essaltazion del bel lignaggio
Morte o Fortuna invidïosa e ria.
Udirne il duol fin qui da Napoli aggio,
dove del padre allor statico fia.
Or Obizzo ne vien, che giovinetto

122
dopo l’avo sarà principe eletto.

39. Al bel dominio accrescerà costui


Reggio giocondo e Modona feroce.
Tal sarà il suo valor, che signor lui
domanderanno i populi a una voce.
Vedi Azzo sesto, un de’ figliuoli sui,
confalonier de la cristiana croce:
avrà il ducato d’Andria con la figlia
del secondo re Carlo di Siciglia.

40. Vedi in un bello et amichevol groppo


de li principi illustri l’eccellenza:
Obizzo, Aldrobandin, Nicolò zoppo,
Alberto, d’amor pieno e di clemenza.
Io tacerò, per non tenerti troppo,
come al bel regno aggiungeran Favenza,
e con maggior fermezza Adria, che valse
da sé nomar l’indomite acque salse;

41. come la terra, il cui produr di rose


le diè piacevol nome in greche voci,
e la città ch’in mezzo alle piscose
paludi, del Po teme ambe le foci,
dove abitan le genti disïose
che ’l mar si turbi e sieno i venti atroci.
Taccio d’Argenta, di Lugo e di mille
altre castella e populose ville.

42. Ve’ Nicolò, che tenero fanciullo


il popul crea signor de la sua terra,
e di Tideo fa il pensier vano e nullo,
che contra lui le civil arme afferra.
Sarà di questo il pueril trastullo
sudar nel ferro e travagliarsi in guerra;
e da lo studio del tempo primiero
il fior riuscirà d’ogni guerriero.

43. Farà de’ suoi ribelli uscire a vòto


ogni disegno, e lor tornare in danno;
et ogni stratagema avrà sì noto,
che sarà duro il poter fargli inganno.
Tardi di questo s’avedrà il Terzo Oto,
e di Reggio e di Parma aspro tiranno,
che da costui spogliato a un tempo fia

123
e del dominio e de la vita ria.

44. Avrà il bel regno poi sempre augumento


senza torcer mai piè dal camin dritto;
né ad alcuno farà mai nocumento,
da cui prima non sia d’ingiuria afflitto:
et è per questo il gran Motor contento
che non gli sia alcun termine prescritto;
ma duri prosperando in meglio sempre,
fin che si volga il ciel ne le sue tempre.

45. Vedi Leonello, e vedi il primo duce,


fama de la sua età, l’inclito Borso,
che siede in pace, e più trionfo adduce
di quanti in altrui terre abbino corso.
Chiuderà Marte ove non veggia luce,
e stringerà al Furor le mani al dorso.
Di questo signor splendido ogni intento
sarà che ’l popul suo viva contento.

46. Ercole or vien, ch’ai suo vicin rinfaccia,


col piè mezzo arso e con quei deboi passi,
come a Budrio col petto e con la faccia
il campo volto in fuga gli fermassi;
non perché in premio poi guerra gli faccia,
né, per cacciarlo, fin nel Barco passi.
Questo è il signor, di cui non so esplicarme
se fia maggior la gloria o in pace o in arme.

47. Terran Pugliesi, Calabri e Lucani


de’ gesti di costui lunga memoria,
là dove avrà dal re de’ Catalani
di pugna singular la prima gloria;
e nome tra gl’invitti capitani
s’acquisterà con più d’una vittoria:
avrà per sua virtù la signoria,
più di trenta anni a lui debita pria.

48. E quanto più aver obligo si possa


a principe, sua terra avrà a costui;
non perché fia de le paludi mossa
tra campi fertilissimi da lui;
non perché la farà con muro e fossa
meglio capace a’ cittadini sui,
e l’ornarà di templi e di palagi,

124
di piazze, di teatri e di mille agi;

49. non perché dagli artigli de l’audace


aligero Leon terrà difesa;
non perché, quando la gallica face
per tutto avrà la bella Italia accesa,
si starà sola col suo stato in pace,
e dal timore e dai tributi illesa;
non sì per questi et altri benefìci
saran sue genti ad Ercol debitrici:

50. quanto che darà lor l’inclita prole,


il giusto Alfonso e Ippolito benigno,
che saran quai l’antiqua fama suole
narrar de’ figli del Tindareo cigno,
ch’alternamente si privan del sole
per trar l’un l’altro de l’aer maligno.
Sarà ciascuno d’essi e pronto e forte
l’altro salvar con sua perpetua morte.

51. Il grande amor di questa bella coppia


renderà il popul suo via più sicuro,
che se, per opra di Vulcan, di doppia
cinta di ferro avesse intorno il muro.
Alfonso è quel che col saper accoppia
sì la bontà, ch’ai secolo futuro
la gente crederà che sia dal cielo
tornata Astrea dove può il caldo e il gielo.

52. A grande uopo gli fia l’esser prudente,


e di valore assimigliarsi al padre;
che si ritroverà, con poca gente,
da un lato aver le veneziane squadre,
colei da l’altro, che più giustamente
non so se devrà dir matrigna o madre;
ma se pur madre, a lui poco più pia,
che Medea ai figli o Progne stata sia.

53. E quante volte uscirà giorno o notte


col suo popul fedel fuor de la terra,
tante sconfitte e memorabil rotte
darà a’ nimici o per acqua o per terra.
Le genti di Romagna mal condotte,
contra i vicini e lor già amici, in guerra,
se n’avedranno, insanguinando il suolo

125
che serra il Po, Santerno e Zannïolo.

54. Nei medesmi confini anco saprallo


del gran Pastore il mercenario Ispano,
che gli avrà dopo con poco intervallo
la Bastìa tolta, e morto il castellano,
quando l’avrà già preso; e per tal fallo
non fia, dal minor fante al capitano,
che del racquisto e del presidio ucciso
a Roma riportar possa l’aviso.

55. Costui sarà, col senno e con la lancia,


ch’avrà l’onor, nei campi di Romagna,
d’aver dato all’esercito di Francia
la gran vittoria contra Iulio e Spagna.
Nuoteranno i destrier fin alla pancia
nel sangue uman per tutta la campagna;
ch’a sepelire il popul verrà manco
tedesco, ispano, greco, italo e franco.

56. Quel ch’in pontificale abito imprime


del purpureo capel la sacra chioma,
è il liberal, magnanimo, sublime,
gran Cardinal de la Chiesa di Roma
Ippolito, ch’a prose, a versi, a rime
darà materia eterna in ogni idioma;
la cui fiorita età vuol il ciel iusto
ch’abbia un Maron, come un altro ebbe Augusto.

57. Adornerà la sua progenie bella,


come orna il sol la machina del mondo
molto più de la luna e d’ogni stella;
ch’ogn’altro lume a lui sempre è secondo.
Costui con pochi a piedi e meno in sella
veggio uscir mesto, e poi tornar iocondo;
che quindici galee mena captive,
oltra milPaltri legni, alle sue rive.

58. Vedi poi l’uno e l’altro Sigismondo.


Vedi d’Alfonso i cinque figli cari,
alla cui fama ostar, che di sé il mondo
non empia, i monti non potran né i mari:
gener del re di Francia, Ercol secondo
è l’un; quest’altro (acciò tutti gl’impari)
Ippolito è, che non con minor raggio

126
che ’l zio, risplenderà nel suo lignaggio;

59. Francesco, il terzo; Alfonsi gli altri dui


ambi son detti. Or, come io dissi prima,
s’ho da mostrarti ogni tuo ramo, il cui
valor la stirpe sua tanto sublima,
bisognerà che si rischiari e abbui
più volte prima il ciel, ch’io te li esprima:
e sarà tempo ormai, quando ti piaccia,
ch’io dia licenzia all’ombre, e ch’io mi taccia. –

60. Così con voluntà de la donzella


la dotta incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli spirti allora ne la cella
sparirò in fretta, ove eran Possa chiuse.
Qui Bradamante, poi che la favella
le fu concessa usar, la bocca schiuse,
e domandò: – Chi son li dua sì tristi,
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?

61. Veniano sospirando, e gli occhi bassi


parean tener d’ogni baldanza privi;
e gir lontan da loro io vedea i passi
dei frati sì, che ne pareano schivi. –
Parve ch’a tal domanda si cangiassi
la maga in viso, e fe’ degli occhi rivi,
e gridò: – Ah sfortunati, a quanta pena
lungo instigar d’uomini rei vi mena!

62. O bona prole, o degna d’Ercol buono,


non vinca il lor fallir vostra bontade:
di vostro sangue i miseri pur sono:
qui ceda la iustizia alla pietade. –
Indi soggiunse con più basso suono:
Di ciò dirti più inanzi non accade.
Statti col dolcie in bocca, e non ti doglia
ch’amareggiare al fin non te la voglia.

63. Tosto che spunti in ciel la prima luce,


piglierai meco la più dritta via
ch’al lucente castel d’acciai’ conduce,
dove Ruggier vive in altrui balìa.
Io tanto ti sarò compagna e duce,
che tu sia fuor da l’aspra selva ria:
t’insegnerò, poi che saren sul mare,

127
sì ben la via, che non potresti errare. –

64. Quivi l’audace giovane rimase


tutta la notte, e gran pezzo ne spese
a parlar con Merlin, che le suase
rendersi tosto al suo Ruggier cortese.
Lasciò di poi le sotterranee case,
che di nuovo splendor l’aria s’accese,
per un camin gran spazio oscuro e cieco,
avendo la spirtal femina seco.

65. E riuscirò in un burrone ascoso


tra monti inaccessibili alle genti;
e tutto ’l dì senza pigliar riposo
saliron balze e traversar torrenti.
E perché men l’andar fosse noioso,
di piacevoli e bei ragionamenti,
di quel che fu più conferir soave,
l’aspro camin facean parer men grave:

66. di quali era però la maggior parte,


ch’a Bradamante vien la dotta maga
mostrando con che astuzia e con qual arte
proceder de’ se di Ruggiero è vaga.
– Se tu fossi – dicea – Pallade o Marte,
e conducessi gente alla tua paga
più che non ha il re Carlo e il re Agramante,
non dureresti contra il negromante;

67. che, oltre che d’acciar murata sia


la ròcca inespugnabile, e tant’alta;
oltre che ’l suo destrier si faccia via
per mezzo l’aria, ove galoppa e salta;
ha lo scudo mortai che, come pria
si scopre, il suo splendor sì gli occhi assalta,
la vista tolle, e tanto occupa i sensi,
che come morto rimaner conviensi.

68. E se forse ti pensi che ti vaglia


combattendo tener serrati gli occhi,
come potrai saper ne la battaglia
quando ti schivi, o l’aversario tocchi?
Ma per fuggire il lume ch’abbarbaglia,
e gli altri incanti di colui far sciocchi,
ti mostrerò un rimedio, una via presta;

128
né altra in tutto ’l mondo è se non questa.

69. Il re Agramante d’Africa uno annello,


che fu rubato in India a una regina,
ha dato a un suo baron detto Brunello,
che poche miglia inanzi ne camina;
di tal virtù, che chi nel dito ha quello,
contra il mal degl’incanti ha medicina.
Sa de furti e d’inganni Brunel, quanto
colui, che tien Ruggier, sappia d’incanto.

70. Questo Brunel sì pratico e sì astuto,


come io ti dico, è dal suo re mandato
acciò che col suo ingegno e con l’aiuto
di questo annello, in tal cose provato,
di quella ròcca dove è ritenuto,
traggia Ruggier, che così s’è vantato,
et ha così promesso al suo signore,
a cui Ruggiero è più d’ogn’altro a core.

71. Ma perché il tuo Ruggiero a te sol abbia,


e non al re Agramante, ad obligarsi
che tratto sia de l’incantata gabbia,
t’insegnerò il remedio che de’ usarsi.
Tu te n’andrai tre dì lungo la sabbia
del mar, ch’è oramai presso a dimostrarsi;
il terzo giorno in un albergo teco
arriverà costui c’ha l’annel seco.

72. La sua statura, acciò tu lo conosca,


non è sei palmi; et ha il capo ricciuto;
le chiome ha nere, et ha la pelle fosca;
pallido il viso, oltre il dover barbuto;
gli occhi gonfiati e guardatura losca;
schiacciato il naso, e ne le ciglia irsuto;
l’abito, acciò ch’io lo dipinga intero,
è stretto e corto, e sembra di corriera.

73. Con esso lui t’accaderà soggetto


di ragionar di quelli incanti strani:
mostra d’aver, come tu avra’ in effetto,
disio che ’l mago sia teco alle mani;
ma non monstrar che ti sia stato detto
di quel suo annel che fa gl’incanti vani.
Egli t’offerirà mostrar la via

129
fin alla ròcca, e farti compagnia.

74. Tu gli va dietro: e come t’avicini


a quella ròcca sì ch’ella si scopra,
dàgli la morte; né pietà t’inchini
che tu non metta il mio consiglio in opra.
Né far ch’egli il pensier tuo s’indovini,
e ch’abbia tempo che l’annel lo copra;
perché ti spariria dagli occhi, tosto
ch’in bocca il sacro annel s’avesse posto. –

75. Così parlando, giunsero sul mare,


dove presso a Bordea mette Garonna.
Quivi, non senza alquanto lagrimare,
si dipartì l’una da l’altra donna.
La figliuola d’Amon, che per slegare
di prigione il suo amante non assonna,
camino tanto, che venne una sera
ad uno albergo ove Brunel prim’era.

76. Conosce ella Brunel come lo vede,


di cui la forma avea sculpita in mente;
onde ne viene, ove ne va, gli chiede;
quel le risponde, e d’ogni cosa mente.
La donna, già prevista, non gli cede
in dir menzogne, e simula ugualmente
e patria e stirpe e setta e nome e sesso;
e gli volta alle man pur gli occhi spesso.

77. Gli va gli occhi alle man spesso voltando,


in dubbio sempre esser da lui rubata;
né lo lascia venir troppo accostando,
di sua condizion ben informata.
Stavano insieme in questa guisa, quando
l’orecchia da un rumor lor fu intruonata.
Poi vi dirò, Signor, che ne fu causa,
ch’avrò fatto al cantar debita pausa.

1. – 1. Chi mi darà ecc.: cfr. Innam., I, XXVII, i: «Chi mi darà la voce e le parole…». – 4.
arrivi… concetto: sia degno del mio proposito, la celebrazione delle glorie Estensi; cfr. BOIARDO,
Amor., I, XV, 1-4: «Chi troverà parole e voce equale, Che giugnan nel parlar al pensier mio? Chi
darà piume al mio intelletto ed ale Sì che volando segua el gran desio?». – 5. furor: estro poetico. –
7. mio signor. Ippolito d’Este; cfr. I, 3, 1; si debbe: è dedicata.
2. – 1. di cui: dei quali avi. – 2. sortiti: destinati. – 3. lustri: illumini: cfr. VIRGILIO, Aen., IV, 607:

130
«Sol, qui terrarum flammis opera omnia lustras»; ORAZIO, Carm. saec., 9-12: «Alme Sol…
possis nihil urbe Roma Visere maius». Il sole (Febo) era patrono della poesia e delle arti. – 5. più
lustri: per più tempo. Le rime etimologiche ed equivoche illustri: lustri: lustri sono di derivazione
petrarchesca: cfr. Tr. Temp., 103-105 (Cabani). – 6. servata: conservata. – 8. fin che… s’aggiri:
fino a quando il cielo continuerà a girare attorno al polo, fin che esisterà il mondo.
3. – 3-4. tu dopo… etra: Febo, dopo la vittoria di Giove, re del cielo (regnator de l’etra; cfr.
STAZIO, Silv., I, II, 135-136: «aethrae Rector»), sui giganti, ne cantò le lodi; cfr. TIBULLO, II, 9-10:
«qualem te memorant Saturno rege fugato Victori laudes concinuisse Iovi». La precisa eco da
Tibullo si sovrappone a una più generica reminescenza dantesca: l’invocazione ad Apollo di Par., I,
13-15. – 6. degna pietra: la storia estense è come una pietra che il poema intende scolpire, per
trame immagini celebrative.
4. – 1. Levando ecc.: continua la metafora della scultura: il poeta intende per lo meno cominciare
ad abbozzare il suo soggetto. – 3. ancor, più tardi; solerti: diligenti (lat.). – 5. quello: Pinabello,
contro cui Bradamante prenderà più tardi giusta vendetta; cfr. XXII, 97 e XXIII, 2-4.
5. – 2. alto: profondo. – 4. per lui: da lui. – 6. torta: perversa.
6. – 1-3. Lasciàn… torniamo: cfr. II, 30, 7-8 e nel caso specifico Mambriano, XVIII, 72, 1-5:
«Ma l’uom che trade, rare volte invecchia, Perché il suo proprio inganno alfin l’uccide. Lasciam
costui che ’insidie apparecchia Contra se stesso, e tardi se ne avvide; Torniamo a dir d’Astolfo…».
– 2. il suo morir, cfr. n. a III, 4, 5. – 8. cava: caverna.
7. – 3. rare: preziose. – 4. bella architettura: «Anche in questa atmosfera misteriosa e magica,
l’Ariosto conserva il suo ideale estetico di armoniosa simmetria» (Sapegno). – 8. all’uno… loco: a
questa stanza e a quella antecedente.
8. – 5. crocca: cigola. – 6. una donna: la maga Melissa, il cui nome verrà rivelato solo più avanti
(VII, 66, 6); è un personaggio inventato dall’Ariosto e unisce al nome preziosamente classico
(Melissa era una sacerdotessa di Demetria secondo LAT TANZIO, Divin. Inst., I, 22, commento a
Pindaro) e ad alcuni attributi della mitologia ed epica classica, altri attributi propri invece delle fate
brettoni e dei negromanti dei poemi carolingi (cfr. P RAJNA, Le fonti dell’Orlando Furioso» cit.,
pp. 130 segg.). – 7. discinta e scalza: come erano le sacerdotesse antiche; cfr. VIRGILIO, Aen., IV,
509 e 518; OVIDIO, Met., VII, 182-183; per la forma e il ritmo del verso, cfr. PET RARCA, Canz.,
XXXIII, 6: «Discinta et scalza, et desto avea ’l carbone» (Cabani).
9. – 1. generosa: cfr. I, 3, 1. – 2. non giunta ecc.: cfr. VIRGILIO, Aen., II, 777: «Non… sine
numine divum»; DANT E, Inf, XXI, 80-82. Tutto l’episodio che segue utilizza, trattandoli però
molto personalmente, luoghi virgiliani e danteschi. – 4. Merlino: profeta e mago, maestro del re
Artù, molto spesso ricordato nelle leggende brettoni. L’Ariosto ripete qui quanto era raccontato
nella Historia o Vita di Merlino, resa in prosa italiana: Merlino aveva costruito, per sé e per l’amata
Donna del Lago, nella selva di Brocchian, un’arca incantata, entro cui i loro corpi avrebbero potuto
riposare incorruttibili; ma la donna, che non corrispondeva il suo amore, lo indusse a scendere per
primo nel sepolcro («cimiterio» dice la Historia e ripete l’Ariosto, 12, 1), poi pronunciò la formula
magica che sigillò per sempre la tomba. Da allora lo spirito di Merlino rinchiuso nella tomba predice
l’avvenire a chi lo interroga: «et la sua carne puza, et el suo spirito è serrato qui entro; et mai non
uscirà infìno al novissimo giorno» (cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., pp. 132-
133). – 5. sante: inviolabili.
10. – 3. talotta: talvolta. – 7. glil suase: lo persuase a fare ciò (costr. lat.). – 8. vivo… morto:
l’antitesi, che viene ripresa all’inizio dell’ottava seguente, è di origine petrarchesca (cfr. Canz.,
CCCXX, 8: «nel qual io vivo, et morto giacer volli»).
11. – 2. sin ch’oda ecc.: fino al giorno del giudizio universale; cfr. DANT E, Inf., VI, 95: «di qua

131
dal suon dell’angelica tromba». – 4. corvo… colomba: nera anima di dannato o anima candida di
beato.
12. – 2. remotissimo paese. Mantova. – 3-4. perché… palese, perché Merlino mi spiegasse un
profondo mistero attinente ai miei studi magici. – 8. fisse, stabilì.
13. – 5. rimesse: abbassate; vergognose: timide.
14. – 6. lucida e tersa: cfr. DANT E, Purg., IX, 95: «bianco marmo era sì pulito e terso».
15. – 1-2. O che… facelle: o fosse la particolare virtù di alcune pietre, che disperdono le
tenebre come se fossero fiaccole. – 3. suffumigi e carmi: fumate d’incenso e formule magiche; cfr.
II, 42, 6. – 4. segni… stelle: segni astrologici tracciati dopo avere osservato le stelle. – 7. color,
pittura.
16. – 3. vivo… morta: cfr. 10, 8 e 11, 1. – 7. del cui ventre ecc.: l’Ariosto fedele ad un intento
di schietta celebrazione dei suoi signori, fedele anche al programma classicheggiante di seguire i
modelli dell’epica antica, volle porre qui, proprio all’inizio del poema, quest’episodio che, in uno
scenario suggestivo, contiene l’elogio dei prìncipi estensi. Già il Boiardo, rifacendosi a tradizioni
leggendarie e ad ambizioni genealogiche assai antiche (lui che aveva anche tradotto la Istoria
imperiale di Riccobaldo), aveva celebrato l’origine troiana degli Este (cfr. Innam., II, XXI, 56
segg.). L’Ariosto seguì in più punti il Boiardo, ma si avvalse probabilmente di nuove fonti e si fece
interprete di un umanesimo più consapevole e dichiarato: infatti la principale differenza fra le due
genealogie sta nel fatto che, mentre per il Boiardo la fase germanica della storia estense fu lunga e
importante, per l’Ariosto essa corrispose solo a un allontanamento parziale dell’Italia (cfr. P. RAJNA,
Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., pp. 133-137). È probabile inoltre che a tale variazione non
fossero estranei gli orientamenti della politica estense del momento.
17. – 1-2. L’antiquo… commisto: la leggenda boiardesca faceva risalire l’origine della famiglia
estense dalla riunione delle famiglie di Bradamante (Chiaramonte) e di Ruggiero (Mongrana), le quali
discendevano per diverse vie, attraverso Astia-natte ed Ettore, dalla più alta nobiltà troiana; cfr.
XXXVI, 70 segg. Il primo verso è formato da due emistichi danteschi; cfr. Purg., XI, 61; Inf., I,
74. – 3. l’ornamento… gioia: cfr. Innam., II, XXI, 55, 7-8: «Amore e legiadria e stato giocondo,
Tra quella gente fiorita nel mondo». – 5-6. tra l’Indo… Calisto: in tutto il mondo, circondato dai
quattro fiumi estremi: l’Indo, il Tago, il Nilo e il Danubio [Danoia), e compreso fra il polo antartico
e l’artico (Calisto, figlia del re Licaone, era stata trasformata da Giunone in un’orsa e da Giove
assunta a costellazione: l’Orsa maggiore).
18. – 5. Quindi terran: da te usciranno quelli che terranno. – 6. Numa: Pompilio, il secondo re
di Roma, sotto il cui regno, secondo la leggenda, il tempio di Giano rimase sempre chiuso. – 8.
ritorneran: restaureranno.
19. – 1-2. si metta… te: si realizzi per mezzo tuo. – 4. segue, segui. – 8. rio ladron: Atlante.
20. – 5. spirti: la rassegna degli spiriti è modellata su quella di VIRGILIO, Aen., VI, 752 segg.
21. – 1. chiesa: cfr. III, 7, 1-2. – 2. tirato: tracciato. – 3. la potea capir, poteva contenere
Bradamante. – 4. et avea… superchio: e aveva ancora un palmo di spazio d’avanzo. – 6.
pentacolo: arnese magico in forma di stella a cinque punte, che qui viene posto sulla testa di
Bradamante per proteggerla da effetti maligni. Per tutta la cerimonia, cfr. CELLINI, Vita, I, 64. – 8.
scioglie il libro: apre il libro magico; cfr. II, 15, 5.
22. – 2. ingrossa: si affolla. – 3. tronca: impedita dall’incantesimo. – 5. conca: sarcofago. – 7-8.
poi ch’avean… volte: dopo aver compiuto i tre giri rituali intorno al cerchio che protegge
Bradamante.
23. – 1. i gesti: le gesta; vo’ dirti: volessi dirti. Questa mossa iniziale del discorso si rifa ai
modelli dell’epica classica: cfr. Virgilio, Aen., 1, 372-74. – 3. per… spirti: attraverso l’assunzione

132
della loro forma compiuta dagli spiriti infernali evocati per incantesimo. – 5. quando… espedirti:
quando potrei lasciarti libera (lat.).
24. – 1. Vedi quel primo: cfr. VIRGILIO, Aen., VI, 760: «Ille vides… qui». Il primo è Ruggierino
o Ruggieretto, figlio di Ruggiero e Bradamante. – 5. del sangue di Pontier. Ruggierino vendicherà il
padre ucciso dai Maganzesi (cfr. XLI, 61 segg.) versando il sangue dei nemici (Pontieri, o Ponthieu
era il feudo di Gano di Maganza).
25. – 1. deserto: sconfitto, distrutto. – 3-4. d’Este… Imperio: per il merito della vittoria su
Desiderio, otterrà in feudo (domino per dominio era forma già usata da Boiardo e Pulci) da Carlo
Magno (sommo Imperio) i castelli d’Este e di Calaone; cfr. XLI, 64-65. – 5. Uberto: personaggio
immaginario, come altri fra quelli che sono nominati più sotto. – 6. paese esperio: l’Italia.
26. – 2. delubri: templi (lai). – 3. Ugo: pare che fosse conte di Milano nel 1021. – 4. colubri: i
serpenti (lat.), che erano dipinti nello stemma di Milano, al tempo dei Visconti però. – 6. il regno
degl’insubri: il territorio milanese, anticamente abitato dagli Insubri. – 7. Albertazzo: Alberto Azzo
II, principe storico; non storico è il fatto che gli si attribuisce, quello di aver dato a Ottone il savio
consiglio di scendere in Italia contro Berengario I e il di lui figlio Adalberto.
27. – 2. Alda: secondo fonti storiche egli sposò invece Cunizza o Cunegonda figlia di Guelfo III
di Baviera; aggiunga. congiunga. – 3. un altro Ugo: si riferisce a un terzo figlio di Alberto Azzo II.
– 6. emunga: tolga; accenna a vicende che involsero papa Gregorio V e l’imperatore Ottone III; ma
Ugo non vi ebbe parte.
28. – 1. Folco: storicamente, il capostipite degli Estensi, figlio, con Ugo e Guelfo, di Alberto
Azzo II. Non è però vero che abbandonasse il ducato italiano al fratello Ugo e si recasse in
Sassonia. L’impresa tedesca fu opera del fratello Guelfo, che riunì sotto di sé le case di Carinzia e di
Baviera. – 5. Sansogna: Sassonia; così anche nell’ Innam., II, XXI, 56, 1.
29. – 1-3. il secondo Azzo… Bertoldo et Albertazzo: personaggi immaginari. – 4. il secondo
Enrico: l’imperatore Enrico IV, ma II di Franconia, fu sconfitto presso Parma non da Bertoldo ma
da Alberto Azzo II d’Este. – 5. guazzo: palude; cfr. DANT E, Inf., XII, 139. – 8. Matilde, di
Canossa, la quale sposò veramente un Este, ma non Albertazzo, bensì Guelfo V.
30. – 2. a quella età: Guelfo V si sposò davvero giovanissimo. – 3. di mezza Italia: i domini
della Contessa erano, come è noto, molto estesi. – 5. il caro pegno: il figlio; cfr. VIRGILIO, Ecl.,
VIII, 92: «pignora cara»; PET RARCA, Canz., XXIX, 57: «caro pegno». – 6. Rinaldo: personaggio
immaginario; l’onor opimo: il ricco vanto (lat.). – 7. riscossa: liberata.
31. – 1. un altro Azzo: l’Ariosto fa confusione fra due Estensi: Azzo VI fu podestà di Verona nel
1207 e marchese di Ancona nel 1208, per investitura di Innocenzo III; Azzo VII fu marchese di
Ancona nel 1218, per investitura di Onorio III. – 6-7. del consistono il confalone: la carica di
gonfaloniere della Chiesa, cioè di capitano degli eserciti papali.
32. – 1. Obizzo… Folco ecc.: solo in parte si accenna a personaggi storici. – 7. Azzo quinto: in
realtà fu Azzo VII a sconfiggere Ezzelino.
33. – 1. Ezellino: da Romano (1194-1259), la cui ferocia fu proverbiale, così come lo fu il
soprannome di «figlio del diavolo». – 2. che… demonio: BOIARDO, Innam., II, xxv, 47, 5-6: «Che
non se crede che de patre umano, Ma de lo inferno sia quello assassino». – 3. troncando i sudditi:
accenna all’eccidio compiuto da Ezzelino a Padova nel 1226. – 4. il bel… ausonio: l’Italia. – 5.
apo lui: in confronto a lui (lat. apud). – 6. Caio: Caligola. I personaggi della storia romana qui
elencati facevano parte di una tipica lista di esempi umanistici di crudeltà e tirannide (cfr., per
esempio, PET RARCA, Tr. Mort., II, 43). – 7. Federico… secondo: l’imperatore fu sconfìtto a Parma
nel 1148 dai guelfi, fra cui era Azzo VII.
34. – 1. con più felice scettro: Azzo VII governerà con più sicuro potere che non suo padre

133
Azzo VI. – 2. la bella terra: Ferrara; siede: giace; cfr. II, 64, 2. – 3-6. chiamò ecc.: Fetonte, figlio
di Febo, ottenne dal padre di guidare il carro del sole (il lume) per un giorno, ma poi non seppe
reggere i cavalli e li condusse così vicino alla terra, che Giove lo fulminò e fece cadere nell’Eridano
(Po). La sua morte fu pianta dal padre e addolorò le sorelle Eliadi, che furono trasformate in pioppi,
stillanti dalla corteccia lagrime d’ambra (elettro), e anche da Cicno, favoloso re della Liguria, che fu
trasformato in un cigno. Cfr. OVIDIO, Met., II, 47 segg. – 6. Cigno… bianche piume-, oltre
all’episodio ovidiano, van tenuti presenti, per il tessuto verbale, due passi petrarcheschi: Canz.,
XXIII, 51: «l’esser coverto poi di bianche piume» e 60: «ond’io presi col suon color d’un cigno». –
7.8. e questa… sede: e come ricompensa dei molti aiuti ricevuti la Chiesa investì gli Estensi del
feudo di Ferrara. L’Ariosto, memore delle molte minacce avanzate dai papi del suo tempo di
revocare l’investitura e invadere Ferrara, insiste qui volutamente sui mille oblighi che la Chiesa
aveva verso gli Este.
35. – 1. Dove… Aldrobandino: la mossa iniziale sintattica è esemplata su VIRGILIO, Aen., VI,
841: «Quis te, magne Cato, tacitum aut te, Cosse, relinquat?» (Segre). – 3. contra Oton ecc.:
il riferimento alle campagne di Aldobrandino, fratello di Azzo VII, compiute nel 1215 contro Ottone
IV e i ghibellini conti di Celano, che s’erano ribellati al papa, in Umbria e nelle Marche, ha
fondamento storico.
36. – 1. gioia: tesori. – 2. per sicurtà… mano: per ottenere l’aiuto finanziario di Firenze,
Aldobrandino lasciò il fratello Azzo VII in ostaggio alla città. – 4. romperà: sconfiggerà. – 8.
finirà… fiore, morirà ancor giovane.
37. – 2. Pisauro: Pesaro (lat. Pisaurum). – 3-4. d’ogni città… Isauro: della Marca d’Ancona,
comprendente le città di Ancona e Pesaro e delimitata dai fiumi Tronto e Foglia (lat. Isaurus) e
dall’Appennino. – 8. in virtù: contro la virtù. Una delle questioni fondamentali della letteratura
umanistica riguardava appunto il rapporto fra la fortuna e la virtù nelle cose umane.
38. – 1. Rinaldo: figlio di Azzo VII. – 1-2. in cui non minor ecc.: il quale sarebbe stato
destinato a far eccellere la virtù della sua gente, se non avesse avuto contro la fortuna e la morte
invidiose. – 5-6. Udirne… fia: dovrò percepire il dolore, che si proverà per la sua morte, da
Napoli fin qui. Rinaldo fu dato come ostaggio (statico) all’imperatore Federico II e fu avvelenato
nel 1251 da Corrado. – 7. Obizzo: Obizzo II, figlio di Rinaldo; giovinetto: successe all’avo Azzo
VII nel 1264, quando aveva solo 17 anni.
39. – 1-2. Al bel dominio ecc.: Obizzo II conquistò nel 1288 Modena (che l’Ariosto chiama
feroce, perché la città rimase fieramente avversa agli Estensi; cfr. ARIOST O, Satire, V, 29; Lena, I,
1107) e nel 1289 Reggio (che egli chiama giocondo per i dolci ricordi della sua giovinezza). – 6.
confalonier… croce: gonfaloniere della Chiesa. – 7. il ducato dAndria: fu invece Azzo VIII a
ottenere in dote la contea d’Andria, vicino a Bari, dalla moglie Beatrice, figlia di Carlo II d’Angiò.
40. – 1. groppo: schiera. – 3-4. Obizzo… Alberto: Obizzo III, figlio d’un fratello di Azzo VIII, e
i suoi tre figli, Aldobrandino III, Niccolò II detto lo Zoppo e Alberto V. – 6. Favenza: Faenza. – 7.
Adria: che diede il nome al mare Adriatico, fu tenuta dagli Este più a lungo di Faenza.
41. – 1. la terra: Rovigo, il cui nome latino Rhodigium si è voluto collegare col greco rodon:
rosa. – 3. la città: Comacchio è posta in luogo fortunoso, fra i due rami del Po di Primaro e di
Volano. – 5-6. disïose… atroci: perché in tali circostanze i pesci si rifugiano dal mare entro le valli
paludose di Comacchio. – 7. Argenta… Lugo: borgate, l’una presso Ferrara, l’altra presso
Ravenna.
42. – 1. Nicolò: Niccolò III, che successe ad Alberto V. – 3. Tideo: probabile allusione al
tentativo di un usurpatore (forse un Taddeo, lontano parente di Niccolò). – 6. sudar nel ferro:
addestrarsi nelle armi.

134
43. – 5. il Terzo Oto: Ottobone Terzi, signore di Parma e Reggio, ucciso presso Rubiera nel
1409, dopo aver tentato di sostituirsi a Niccolò III. – 7. spogliato: privato; cfr. VIRGILIO, Aen., VI,
168: «illum vita… spoliavit».
44. – 1. sempre augumento: sempre nuovi accrescimenti. – 5. il gran Motor. Dio. – 6. alcun
termine, alcun limite alla sua prosperità. – 8. ne le sue tempre: gli accordi armoniosi prodotti dai
movimenti delle sue sfere (il termine è dantesco).
45. – 1. Leonello: figlio di Niccolò V, tenne il dominio Estense dal 1441 al 1450. – 2. Borso:
fratello e successore di Leonello, fu il primo a ottenere il titolo di duca (duce, v. 1), fu amante delle
lettere e della pace (siede in pace, v. 3: governa in pace). L’immagine di Marte e del Furore da
VIRGILIO, Aen., I, 293-296.
46. – 1. Ercole: Ercole I, che successe a Borso nel 1471. Il suo vicin è Venezia che nel 1492
mosse guerra a Ercole I, ingrata e dimentica della parte che egli aveva avuto nella battaglia della
Molinella, presso Budrio, in cui era stato storpiato a un piede. – 6. Barco: il parco, luogo di diporto
e di delizie degli Estensi, poco fuori della città di Ferrara.
47. – 3. dal re de’ Catalani: Alfonso I di Napoli, al cui servizio Ercole militò durante la sua
gioventù. In quel periodo egli si distinse in un duello con un gentiluomo napoletano, Galeazzo
Pandone. – 8. più di… pria: Ercole era figlio legittimo di Niccolò III, ma prima di lui regnarono i figli
illegittimi Leonello e Borso.
48. – 3. non perché ecc.: allusione alle attività di bonifica promosse da Ercole I; cfr. ARIOST O,
Carm., LIII, 51-65. – 5. non perché ecc.: allusione agli interventi urbanistici in Ferrara.
49. – 1. non perché ecc.: allusione alla guerra contro Venezia, il cui simbolo era il leone alato di
San Marco. – 3. non perché ecc.: allusione alla neutralità ferrarese durante la discesa di Carlo VIII
(la gallica face, v. 3). L’Ariosto ne fece l’elogio anche in Carmina, IV, 45-58.
50. – 1. quanto che. quanto perché (lat. quam quod). – 2. Alfonso: che successe al padre come
Alfonso I; Ippolito: il cardinale a cui è dedicato il Furioso (cfr. I, 3, 1). – 3-6. quai Vantiqua ecc.:
saranno come Castore e Polluce, figli gemelli di Leda, la quale si era unita a Tindaro e a Giove in
forma di cigno. Poiché Polluce era immortale e Castore invece mortale, Polluce ottenne da Giove di
alternarsi col fratello, abitando a turno nell’Ade (aer maligno; cfr. DANT E, Inf, V, 86) e nell’Olimpo;
cfr. ARIOST O, Carmina, LXII, 5-10 (scritto per la morte d’Ippolito, il 2 settembre 1520). Il
paragone con i figli di Leda era di origine virgiliana (Aen., VI, 121-122), ed era già stato ripreso da
Poliziano nelle Stanze (1, 3, 7), applicato a Lorenzo e Giuliano de’ Medici.
51. – 8. Astrea: la Giustizia, che sembrerà tornata sulla terra, dove vige il regime delle alterne
stagioni; l’espressione il caldo e il gielo è dantesca (Inf., III, 87) e petrarchesca (Canz., XI, 13).
52. – 1. A grande… fia: gli sarà oltremodo necessario. – 5. colei: la Chiesa. Il papa Giulio II si
alleò con Venezia contro Ferrara. Matrigna sarà quindi la Chiesa per i duchi di Ferrara; o, se
madre, una madre crudele come Medea o come Progne, che uccisero i propri figli. La
contrapposizione è forse dantesca: Par., XVI, 58-60.
53. – 5-6. mal condotte… guerra: trascinate per loro sventura nella guerra contro i vicini
Ferraresi. – 7-8. il suolo… Zannïolo: presso la fortezza di Bastia (nel triangolo fra il Po, il Santerno,
fiume di Imola, e il canale Zanniolo) nel 1511 gli Estensi sconfissero le truppe pontificie.
54. – 1-8. Nei medesmi ecc.: nello stesso anno 1511 un esercito mercenario spagnolo, assoldato
dal papa e con a capo il Navarro, conquistò il forte di Bastia e trucidò il capitano rappresentante del
duca, Vestidello Pagano. Quando poi Alfonso riconquistò il forte e fece uccidere tutti gli occupanti,
nessuno aveva l’ardire di portare la notizia a Roma; cfr. XLII, 3-5.
55. – 1. col senno e con la lancia: cfr. DANT E, Inf., XVI, 39: «col senno… e con la spada». –
2. nei campi di Romagna: nella battaglia di Ravenna (1512) le artiglierie di Alfonso decisero la

135
vittoria dei Francesi contro Giulio II e gli spagnoli; cfr. XIV, 3, 3-8. – 7-8. ch’a sepelire ecc.: la
quale campagna non sarà bastante per accogliere le sepolture di tanti soldati diversi.
56. – 1. Quel: il cardinale Ippolito; cfr. I, 3, 1; imprime: copre (lat.). – 8. un Maron: un nuovo
Virgilio Marone, il gran poeta dell’età d’Augusto, magnificatore delle gesta del suo imperatore. È
possibile che l’Ariosto accenni, con tono tra iperbolico e malizioso, all’improvvisatore Andrea
Marone che visse alla corte estense (cfr. Sat., I, 115 e 171). È possibile anche, ma ancor meno
probabile, che egli accenni scherzosamente a se stesso, proclamandosi nuovo Virgilio.
57. – 1-3. Adornerà… stella: egli sarà luminoso ornamento della sua stirpe, così come il sole è il
più bell’omamento dell’universo (la machina del mondo; cfr. LUCREZIO, De rer., V, 96: «machina
mundi»), più luminoso della luna e delle stelle. – 6. tornar iocondo: per la vittoria nella battaglia
della Polesella (1509) contro Venezia, riportata dalle forze ferraresi, guidate da Ippolito, nonostante
la loro inferiorità numerica. Cfr. XV, 2. Il ruolo avuto dal cardinale Ippolito nella vittoria sui Veneziani
è sottolineato anche da GUICCIARDINI, Storia d’Italia, VIII, 14.
58. – 1. l’uno… Sigismondo: rispettivamente il fratello e il figlio di Ercole I. – 2. i cinque figli:
Ercole II, Ippolito II, Francesco (avuti da Lucrezia Borgia), Alfonso e Alfonsino (avuti da Laura
Dianti). – 3. ostar, interporsi. – 5. Ercol secondo: marito di Renata di Francia, figlia di Luigi XII. –
7. Ippolito: divenne anche lui cardinale; minor raggio: cfr. 38, 1-2.
59. – 4. sublima: esalta.
60. – 1. voluntà: consenso. – 7. li dua sì tristi: sono Giulio e Ferrante, fratelli di Alfonso e
Ippolito. Artefici di una congiura contro i fratelli, furono scoperti e condannati al carcere perpetuo;
cfr. ARIOST O, Ecl., I, dove l’argomento scottante è trattato diffusamente, ma con altro tono: là
l’accusa era spietata qui è temperata dalla richiesta di clemenza. Sull’argomento, cfr. R. BACCHELLI,
La congiura di don Giulio d’Este, Milano, 1958 e anche C. DIONISOT T I, Documenti letterari di
una congiura estense, in «Civiltà moderna», 1937, pp. 327-340.
61. – 1-2. Veniamo… privi: cfr. VIRGILIO, Aen., VI, 862: «sed frons laeta parum et deiecto
lumina voltu»; DANT E, Inf., VIII, 118-119: «Li occhi alla terra e le ciglia avea rase D’ogni
baldanza, e dicea ne’ sospiri…». – 6. fe’… rivi: espressione della poesia lirica, anche petrarchesca.
– 8. lungo instigar, ecc.: l’Ariosto sostiene qui la tesi ufficiale di casa d’Este, secondo cui i
congiurati furono istigati da malvagie persone, soprattutto da Albertino Boschetti. Fa notare il
Dionisotti (art. cit.) che qui non c’è nessuna manifestazione di opportunismo, l’opportunità sarebbe
stata semmai di non parlarne più. L’Ariosto invece vuol riparlare ancora una volta di quel dramma,
chiarirlo a se stesso e ai lettori, riviverlo ora da una certa distanza, porlo sotto il governo delle forze
che regolano la vita morale dell’uomo: la Giustizia e la Pietà.
62. – 2. non vinca… bontade: non vi induca l’errore di Giulio e Ferrante a rinunciare alla vostra
istintiva bontà. – 6. non accade, non è il caso, non conviene. – 7-8. non ti doglia… voglia: non ti
spiaccia se non ti racconto le vicende della congiura: non voglio, dopo il racconto di tanti gloriosi
avvenimenti, amareggiarti alla fine.
63. – 1. la prima luce: l’alba. – 2. dritta: breve. – 5. duce: guida (DANT E, Inf., VII, 78:
«ministra e duce»). – 6. aspra: cfr. DANT E, Inf., I, 5.
64. – 3-4. le suase… cortese: la persuase a prestare (costr. lat.) subito cortese soccorso a
Ruggiero. – 5-6. di poi… che. dopo che; sotterranee case: DANT E, Inf., VIII, 120: «dolenti case».
– 7. gran spazio: per un lungo tratto. – 8. spirtal: che aveva commercio con gli spiriti.
65. – 7. di quel… soave: di ciò che sembrò più gradevole a trattarsi. – 8. l’aspro camin ecc.:
per il concetto, cfr. il proverbio lat. «Facundus in itinere comes prò vehiculo est»; e inoltre
VIRGILIO, Ecl., IX, 64; Aen., VIII, 309: «varioque viam sermone levabat»; BOCCACCIO, Decam.,
VI, nov. I; PULCI, Morg., XXV, 310; BOIARDO, Innam., II, xxvi, 20, 8: «Perché parlando se ascurta

136
il camino».
66. – 1. di quali: dei quali ragionamenti. – 4. vaga: desiderosa di averlo per sé. – 5. Pallade:
Atena, dea della guerra. – 6. conducessi… paga: avessi truppe al tuo soldo. – 8. dureresti:
resisteresti, terresti testa.
67. – 1. d’acciar murata: cinta di mura d’acciaio; cfr. IV, 12, 2. – 5. mortai: che tramortisce.
68. – 4. ti schivi: ti debba sottrarre ai colpi. – 5. abbarbaglia: cfr. II, 53, 7. – 6. far sciocchi:
rendere vani.
69. – 1. Il re Agramante ecc.: episodio ripreso dall’Innam. (II, v): Agramante aveva appreso
che non avrebbe potuto vincere Carlo Magno senza l’aiuto di Ruggiero, che era tenuto prigioniero
da Atlante. Aveva anche appreso che per liberare Ruggiero era necessario un anello magico
posseduto da Angelica. L’anello (cfr. Innam, II, III, 28-30), portato al dito, annullava ogni
incantesimo; messo in bocca, rendeva invisibili. Agramante decise di mandare l’abile nano Brunello a
rubare l’anello di Angelica e poi spedì lo stesso Brunello a liberare Ruggiero. – 3. a un suo baron:
Brunello era di umili origini, ma per ricompensa al servizio reso, Agramante lo creò re di Tingitana
(cfr. Innam., II, XVI, 14-15).
70. – 5. ritenuto: tenuto prigioniero.
71. – 2. ad obligarsi: a essere grato. – 6. mar. il golfo di Guascogna, che sta per apparire.
72. – 1. La sua statura ecc.: cfr. il ritratto che ne aveva dato il Boiardo: «Lungo è da cinque
palmi, o poco meno, E la sua voce par corno che suona; Nel dire e nel robbare è senza freno…
Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto» (Innam., II, III, 40, 4-8). – 3. fosca: molto scura. – 8.
corriero: messaggero.
73. – 1. t’accaderà soggetto: ti si presenterà l’occasione. – 4. sia… mani: si scontri con te in
combattimento.
74. – 3. né… inchini: e non lasciarti influenzare dalla compassione. – 6. lo copra: lo renda
invisibile. – 8. sacro: incantato.
75. – 2. Bordea: Bordeaux; metter, sfocia. – 6. non assonna: non è pigra, non perde tempo; cfr.
I, 49, 3. – 8. prim’era: era già arrivato.
76. – 3-4. onde… risponder, la rapidità è oraziana: «“Unde venis?” et “Quo tendis?” rogat
et respondet» (Serm., I, IX, 62-63). – 5. prevista: preavvisata. – 7. setta: religione.
77. – 4. condizion: indole. – 8. cantar, era il termine tecnico con cui i cantampanca designavano
ciascun canto, o puntata, della loro storia.

137
CANTO QUARTO

Esordio: non è bello simulare, ma talora può essere necessario. Bradamante


assiste al volo del mago Atlante sull’ippogrifo. Brunello si offre di guidarla al
castello del mago. I due si incamminano; quando giungono in vista del castello,
Bradamante lega Brunello a un albero e gli toglie Vanello incantato. Poi sfida il
mago a battaglia e lo sconfigge. Rotto Vincantesimo, il castello scompare e i
prigionieri, tra cui è Ruggiero, vengono liberati. Atlante però interviene con un altro
incantesimo e fa in modo che Ruggiero sia rapito dall’ippogrifo e scompaia nel cielo.
Dolore di Bradamante che parte, portando con sé Frontino, il cavallo di Ruggiero.
Frattanto Rinaldo giunge in Scozia: apprende dai monaci di una badia la storia di
Ginevra, figlia del re di Scozia, che è ingiustamente calunniata. Decide di andare a
combattere in sua difesa. Per strada libera una donzella (Dalinda), che stava per
essere uccisa da due malandrini.

1. Quantunque il simular sia le più volte


ripreso, e dia di mala mente indici,
si truova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefìci,
e danni e biasmi e morti aver già tolte;
che non conversiam sempre con gli amici
in questa assai più oscura che serena
vita mortai, tutta d’invidia piena.

2. Se, dopo lunga prova, a gran fatica


trovar si può chi ti sia amico vero,
et a chi senza alcun sospetto dica,
e discoperto mostri il tuo pensiero;
che de’ far di Ruggier la bella amica
con quel Brunel non puro e non sincero,
ma tutto simulato e tutto finto,
come la maga le l’avea dipinto?

3. Simula anch’ella; e così far conviene


con esso lui di finzïoni padre;
e, come io dissi, spesso ella gli tiene
gli occhi alle man, ch’eran rapaci e ladre.
Ecco all’orecchie un gran rumor lor viene.

138
Disse la donna: – O glorïosa Madre,
o Re del ciel, che cosa sarà questa? –
e dove era il rumor si trovò presta.

4. E vede l’oste e tutta la famiglia,


e chi a finestre e chi fuor ne la via,
tener levati al ciel gli occhi e le ciglia,
come l’ecclisse o la cometa sia.
Vede la donna un’alta maraviglia,
che di leggier creduta non saria:
vede passar un gran destriero alato,
che porta in aria un cavalliero armato.

5. Grandi eran l’ale e di color diverso,


e vi sedea nel mezzo un cavalliero,
di ferro armato luminoso e terso;
e vêr ponente avea dritto il sentiero.
Calossi, e fu tra le montagne immerso:
e, come dicea l’oste (e dicea il vero),
quel era un negromante, e facea spesso
uel varco, or più da lungi, or più da presso.

6. Volando, talor s’alza ne le stelle,


e poi quasi talor la terra rade;
e ne porta con lui tutte le belle
donne che trova per quelle contrade:
talmente che le misere donzelle
ch’abbino o aver si credano beltade
(come affatto costui tutte le invole)
non escon fuor sì che le veggia il sole.

7. – Egli sul Pireneo tiene un castello –


narrava l’oste – fatto per incanto,
tutto d’acciaio, e sì lucente e bello,
ch’altro al mondo non è mirabil tanto.
Già molti cavallier sono iti a quello,
e nessun del ritorno si dà vanto:
sì ch’io penso, signore, e temo forte,
o che sian presi, o sian condotti a morte. –

8. La donna il tutto ascolta, e le ne giova,


credendo far, come farà per certo,
con l’annello mirabile tal prova,
che ne fia il mago e il suo castel deserto;
e dice a l’oste: – Or un de’ tuoi mi trova,

139
che più di me sia del vïaggio esperto;
ch’io non posso durar, tanto ho il cor vago
di far battaglia contra a questo mago. –

9. – Non ti mancherà guida, – le rispose


Brunello allora – e ne verrò teco io:
meco ho la strada in scritto, et altre cose
che ti faran piacere il venir mio. –
Vòlse dir de l’annel; ma non l’espose
né chiarì più, per non pagarne il fio.
– Grato mi fia – disse ella – il venir tuo –;
volendo dir ch’indi l’annel fia suo.

10. Quel ch’era utile a dir, disse; e quel tacque,


che nuocer le potea col Saracino.
Avea l’oste un destrier ch’a costei piacque,
ch’era buon da battaglia e da camino:
comperollo, e partissi come nacque
del bel giorno seguente il matutino.
Prese la via per una stretta valle,
con Brunello ora inanzi, ora alle spalle.

11. Di monte in monte e d’uno in altro bosco


giunseno ove l’altezza di Pirene
può dimostrar, se non è l’aer fosco,
e Francia e Spagna e due diverse arene,
come Apennin scopre il mar schiavo e il tosco
dal giogo onde a Camaldoli si viene.
Quindi per aspro e faticoso calle
si discendea ne la profonda valle.

12. Vi sorge in mezzo un sasso che la cima


d’un bel muro d’acciar tutta si fascia;
e quella tanto inverso il ciel sublima,
che quanto ha intorno, inferïor si lascia.
Non faccia, chi non vola, andarvi stima;
che spesa indarno vi saria ogni ambascia.
Brunel disse: – Ecco dove prigionieri
il mago tien le donne e i cavallieri. –

13. Da quattro canti era tagliato, e tale


che parea dritto a fil de la sinopia.
Da nessun lato né sentier né scale
v’eran, che di salir facesser copia:
e ben appar che d’animal ch’abbia ale

140
sia quella stanza nido e tana propria.
Quivi la donna esser conosce l’ora
di tor Pannello e far che Brunel mora.

14. Ma le par atto vile a insanguinarsi


d’un uom senza arme e di sì ignobil sorte;
che ben potrà posseditrice farsi
del ricco annello, e lui non porre a morte.
Brunel non avea mente a riguardarsi;
sì ch’ella il prese, e lo legò ben forte
ad uno abete ch’alta avea la cima:
ma di dito l’annel gli trasse prima.

15. Né per lacrime, gemiti o lamenti


che facesse Brunel, lo vòlse sciorre.
Smontò de la montagna a passi lenti,
tanto che fu nel pian sotto la torre.
E perché alla battaglia s’appresenti
il negromante, al corno suo ricorre:
e dopo il suon, con minacciose grida
lo chiama al campo, et alla pugna ’I sfida.

16. Non stette molto a uscir fuor de la porta


l’incantator, ch’udì ’l suono e la voce.
L’alato corridor per l’aria il porta
contra costei, che sembra uomo feroce.
La donna da principio si conforta,
che vede che colui poco le nuoce:
non porta lancia né spada né mazza,
ch’a forar l’abbia o romper la corazza.

17. Da la sinistra sol lo scudo avea,


tutto coperto di seta vermiglia;
ne la man destra un libro, onde facea
nascer, leggendo, l’alta maraviglia:
che la lancia talor correr parea,
e fatto avea a più d’un batter le ciglia;
talor parea ferir con mazza o stocco,
e lontano era, e non avea alcun tocco.

18. Non è finto il destrier, ma naturale,


ch’una giumenta generò d’un grifo:
simile al padre avea la piuma e l’ale,
li piedi anterïori, il capo e il grifo;
in tutte l’altre membra parea quale

141
era la madre, e chiamasi ippogrifo;
che nei monti Rifei vengon, ma rari,
molto di là dagli aghiacciati mari.

19. Quivi per forza lo tirò d’incanto;


e poi che l’ebbe, ad altro non attese,
e con studio e fatica operò tanto,
ch’a sella e briglia il cavalcò in un mese:
così ch’in terra e in aria e in ogni canto
lo facea volteggiar senza contese.
Non finzïon d’incanto, come il resto,
ma vero e naturai si vedea questo.

20. Del mago ogn’altra cosa era figmento;


che comparir facea pel rosso il giallo:
ma con la donna non fu di momento;
che per l’annel non può vedere in fallo.
Più colpi tuttavia diserra al vento,
e quinci e quindi spinge il suo cavallo;
e si dibatte e si travaglia tutta,
come era, inanzi che venisse, instrutta.

21. E poi che esercitata si fu alquanto


sopra il destrier, smontar vòlse anco a piede,
per poter meglio al fin venir di quanto
la cauta maga instruzïon le diede.
Il mago vien per far l’estremo incanto;
che del fatto ripar né sa né crede:
scuopre lo scudo, e certo si prosume
farla cader con l’incantato lume.

22. Potea così scoprirlo al primo tratto,


senza tenere i cavallieri a bada;
ma gli piacea veder qualche bel tratto
di correr l’asta o di girar la spada:
come si vede ch’all’astuto gatto
scherzar col topo alcuna volta aggrada;
e poi che quel piacer gli viene a noia,
dargli di morso, e al fin voler che muoia.

23. Dico che ’l mago al gatto, e gli altri al topo


s’assimigliâr ne le battaglie dianzi;
ma non s’assimigliâr già così, dopo
che con l’annel si fe’ la donna inanzi.
Attenta e fissa stava a quel ch’era uopo,

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acciò che nulla seco il mago avanzi;
e come vide che lo scudo aperse,
chiuse gli occhi, e lasciò quivi caderse.

24. Non che il fulgor del lucido metallo,


come soleva agli altri, a lei nocesse;
ma così fece acciò che dal cavallo
contra sé il vano incantator scendesse:
né parte andò del suo disegno in fallo;
che tosto ch’ella il capo in terra messe,
accelerando il volator le penne,
con larghe ruote in terra a por si venne.

25. Lascia all’arcion lo scudo, che già posto


avea ne la coperta, e a piè discende
verso la donna che, come reposto
lupo alla macchia il caprïolo, attende.
Senza più indugio ella si leva tosto
che l’ha vicino, e ben stretto lo prende.
Avea lasciato quel misero in terra
il libro che facea tutta la guerra:

26. e con una catena ne correa,


che solea portar cinta a simil uso;
perché non men legar colei credea,
che per adietro altri legare era uso.
La donna in terra posto già l’avea:
se quel non si difese, io ben l’escuso;
che troppo era la cosa differente
tra un deboi vecchio e lei tanto possente.

27. Disegnando levargli ella la testa,


alza la man vittoriosa in fretta;
ma poi che ’l viso mira, il colpo arresta,
quasi sdegnando sì bassa vendetta;
un venerabil vecchio in faccia mesta
vede esser quel ch’ella ha giunto alla stretta,
che mostra al viso crespo e al pelo bianco
età di settanta anni o poco manco.

28. – Tommi la vita, giovene, per Dio –,


dicea il vecchio pien d’ira e di dispetto;
ma quella a torla avea sì il cor restio,
come quel di lasciarla avria diletto.
La donna di sapere ebbe disio

143
chi fosse il negromante, et a che effetto
edificasse in quel luogo selvaggio
la ròcca, e faccia a tutto il mondo oltraggio.

29. – Né per maligna intenzïone, ahi lasso! –


disse piangendo il vecchio incantatore
– feci la bella ròcca in cima al sasso,
né per avidità son rubatore;
ma per ritrar sol da l’estremo passo
un cavallier gentil, mi mosse amore,
che, come il ciel mi mostra, in tempo breve
morir cristiano a tradimento deve.

30. Non vede il sol tra questo e il polo austrino


un giovene sì bello e sì prestante:
Ruggiero ha nome, il qual da piccolino
da me nutrito fu, ch’io sono Atlante.
Disio d’onore e suo fiero destino
l’han tratto in Francia dietro al re Agramante;
et io, che l’amai sempre più che figlio,
lo cerco trar di Francia e di periglio.

31. La bella ròcca solo edificai


per tenervi Ruggier sicuramente,
che preso fu da me, come sperai
che fossi oggi tu preso similmente;
e donne e cavallier, che tu vedrai,
poi ci ho ridotti, et altra nobil gente,
acciò che, quando a voglia sua non esca,
avendo compagnia, men gli rincresca.

32. Pur ch’uscir di là su non si domande,


d’ogn’altro gaudio lor cura mi tocca;
che quanto averne da tutte le bande
si può del mondo, è tutto in quella ròcca:
suoni, canti, vestir, giuochi, vivande,
quanto può cor pensar, può chieder bocca.
Ben seminato avea, ben cogliea il frutto;
ma tu sei giunto a disturbarmi il tutto.

33. Deh, se non hai del viso il cor men bello,


non impedir il mio consiglio onesto!
Piglia lo scudo (ch’io tei dono) e quello
destrier che va per l’aria così presto;
e non t’impacciar oltra nel castello,

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o tranne uno o duo amici e lascia il resto;
o tranne tutti gli altri, e più non chero,
se non che tu mi lasci il mio Ruggiero.

34. E se disposto sei volermel tôrre,


deh, prima almen che tu ’l rimeni in Francia,
piacciati questa afflitta anima sciorre
de la sua scorza, ormai putrida e rancia! –
Rispose la donzella: – Lui vo’ porre
in libertà: tu, se sai, gracchia e ciancia;
né mi offerir di dar lo scudo in dono,
o quel destrier, che miei, non più tuoi sono:

35. né s’anco stesse a te di tôrre e darli,


mi parrebbe che ’l cambio convenisse.
Tu di’ che Ruggier tieni per vietarli
il male influsso di sue stelle fisse.
O che non puoi saperlo, o non schivarli,
sappiendol, ciò che ’l ciel di lui prescrisse:
ma se ’l mal tuo, c’hai sì vicin, non vedi,
peggio l’altrui c’ha da venir prevedi.

36. Non pregar ch’io t’uccida, ch’i tuoi preghi


sariano indarno; e se pur vuoi la morte,
ancor che tutto il mondo dar la nieghi,
da sé la può aver sempre animo forte.
Ma pria che l’alma da la carne sleghi,
a tutti i tuoi prigioni apri le porte. –
Così dice la donna, e tuttavia
il mago preso incontra al sasso invia.

37. Legato de la sua propria catena


andava Atlante, e la donzella appresso,
che così ancor se ne fidava a pena,
ben che in vista parea tutto rimesso.
Non molti passi dietro se la mena,
ch’a piè del monte han ritrovato il fesso,
e li scaglioni onde si monta in giro,
fin ch’alia porta del castel salirò.

38. Di su la soglia Atlante un sasso tolle,


di caratteri e strani segni insculto.
Sotto, vasi vi son, che chiamano olle,
che fuman sempre, e dentro han foco occulto.
L’incantator le spezza; e a un tratto il colle

145
rimane deserto, inospite et inculto;
né muro appar né torre in alcun lato,
come se mai castel non vi sia stato.

39. Sbrigossi dalla donna il mago alora,


come fa spesso il tordo da la ragna;
e con lui sparve il suo castello a un’ora,
e lasciò in libertà quella compagna.
Le donne e i cavallier si trovâr fuora
de le superbe stanze alla campagna:
e furon di lor molte a chi ne dolse;
che tal franchezza un gran piacer lor tolse.

40. Quivi è Gradasso, quivi è Sacripante,


quivi è Prasildo, il nobil cavalliero
che con Rinaldo venne di Levante,
e seco Iroldo, il par d’amici vero.
Al fin trovò la bella Bradamante
quivi il desiderato suo Ruggiero,
che, poi che n’ebbe certa conoscenza,
le fe’ buona e gratissima accoglienza;

41. come a colei che più che gli occhi sui,


più che ’l suo cor, più che la propria vita
Ruggiero amò dal dì ch’essa per lui
si trasse l’elmo, onde ne fu ferita.
Lungo sarebbe a dir come, e da cui,
e quanto ne la selva aspra e romita
si cercâr poi la notte e il giorno chiaro;
né, se non qui, mai più si ritrovaro.

42. Or che quivi la vede, e sa ben ch’ella


è stata sola la sua redentrice,
di tanto gaudio ha pieno il cor, che appella
sé fortunato et unico felice.
Scesero il monte, e dismontaro in quella
valle, ove fu la donna vincitrice,
e dove l’ippogrifo trovaro anco,
ch’avea lo scudo, ma coperto, al fianco.

43. La donna va per prenderlo nel freno:


e quel l’aspetta fin che se gli accosta;
poi spiega l’ale per l’aer sereno,
e si ripon non lungi a mezza costa.
Ella lo segue: e quel né più né meno

146
si leva in aria, e non troppo si scosta;
come fa la cornacchia in secca arena,
che dietro il cane or qua or là si mena.

44. Ruggier, Gradasso, Sacripante, e tutti


quei cavallier che scesi erano insieme,
chi di su, chi di giù, si son ridutti
dove che torni il volatore han speme.
Quel, poi che gli altri invano ebbe condutti
più volte e sopra le cime supreme
e negli umidi fondi tra quei sassi,
presso a Ruggiero al fin ritenne i passi.

45. E questa opera fu del vecchio Atlante,


di cui non cessa la pietosa voglia
di trar Ruggier del gran periglio instante:
di ciò sol pensa e di ciò solo ha doglia.
Però gli manda or l’ippogrifo avante,
perché d’Europa con questa arte il toglia.
Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo;
ma quel s’arretra, e non vuol seguitarlo.

46. Or di Frontin quel animoso smonta


(Frontino era nomato il suo destriero),
e sopra quel che va per l’aria monta,
e con li spron gli adizza il core altiero.
Quel corre alquanto, et indi i piedi ponta,
e sale inverso il ciel, via più leggiero
che ’l girifalco, a cui lieva il capello
il mastro a tempo, e fa veder l’augello.

47. La bella donna, che sì in alto vede


e con tanto periglio il suo Ruggiero,
resta attonita in modo, che non riede
per lungo spazio al sentimento vero.
Ciò che già inteso avea di Ganimede
ch’ai ciel fu assunto dal paterno impero,
dubita assai che non accada a quello,
non men gentil di Ganimede e bello.

48. Con gli occhi fissi al ciel lo segue quanto


basta il veder, ma poi che si dilegua
sì, che la vista non può correr tanto,
lascia che sempre l’animo lo segua.
Tuttavia con sospir, gemito e pianto

147
non ha, né vuol aver pace né triegua.
Poi che Ruggier di vista se le tolse,
al buon destrier Frontin gli occhi rivolse:

49. e si deliberò di non lasciarlo,


che fosse in preda a chi venisse prima;
ma di condurlo seco, e di poi darlo
al suo signor, ch’anco veder pur stima.
Poggia Paugel, né può Ruggier frenarlo:
di sotto rimaner vede ogni cima
et abbassarsi in guisa, che non scorge
dove è piano il terren né dove sorge.

50. Poi che sì ad alto vien, ch’un picciol punto


lo può stimar chi da terra il mira,
prende la via verso ove cade a punto
il sol, quando col Granchio si raggira;
e per l’aria ne va come legno unto
a cui nel mar propizio vento spira.
Lasciànlo andar, che farà buon camino,
e torniamo a Rinaldo paladino.

51. Rinaldo l’altro e l’altro giorno scórse,


spinto dal vento, un gran spazio di mare,
quando a ponente e quando contra l’Orse,
che notte e dì non cessa mai soffiare.
Sopra la Scozia ultimamente sorse,
dove la selva Calidonia appare,
che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri
s’ode sonar di bellicosi ferri.

52. Vanno per quella i cavallieri erranti,


incliti in arme, di tutta Bretagna,
e de’ prossimi luoghi e de’ distanti,
di Francia, di Norvegia e de Lamagna.
Chi non ha gran valor, non vada inanti;
che dove cerca onor, morte guadagna.
Gran cose in essa già fece Tristano,
Lancillotto, Galasso, Artù e Galvano,

53. et altri cavallieri e de la nuova


e de la vecchia Tavola famosi:
restano ancor di più d’una lor pruova
li monumenti e li trofei pomposi.
L’arme Rinaldo e il suo Baiardo truova,

148
e tosto si fa por nei liti ombrosi,
et al nochier comanda che si spicche
e lo vada aspettar a Beroicche.

54. Senza scudiero e senza compagnia


va il cavallier per quella selva immensa,
facendo or una et or un’altra via,
dove più aver strane aventure pensa.
Capitò il primo giorno a una badia,
che buona parte del suo aver dispensa
in onorar nel suo cenobio adorno
le donne e i cavallier che vanno attorno.

55. Bella accoglienza i monachi e l’abbate


fêro a Rinaldo, il qual domandò loro
(non prima già che con vivande grate
avesse avuto il ventre ampio ristoro)
come dai cavallier sien ritrovate
spesso aventure per quel tenitoro,
dove si possa in qualche fatto eggregio
l’uom dimostrar, se merta biasmo o pregio.

56. Risposongli ch’errando in quelli boschi,


trovar potria strane aventure e molte:
ma come i luoghi, i fatti ancor son foschi;
che non se n’ha notizia le più volte.
– Cerca – diceano – andar dove conoschi
che l’opre tue non restino sepolte,
acciò dietro al periglio e alla fatica
segua la fama, e il debito ne dica.

57. E se del tuo valor cerchi far prova,


t’è preparata la più degna impresa
che ne l’antiqua etade o ne la nova
giamai da cavallier sia stata presa.
La figlia del re nostro or se ritrova
bisognosa d’aiuto e di difesa
contra un baron che Lurcanio si chiama,
che tor le cerca e la vita e la fama.

58. Questo Lurcanio al padre l’ha accusata


(forse per odio più che per ragione)
averla a mezza notte ritrovata
trarr’un suo amante a sé sopra un verrone.
Per le leggi del regno condannata

149
al fuoco fia, se non truova campione
che fra un mese, oggimai presso a finire,
l’iniquo accusator faccia mentire.

59. L’aspra legge di Scozia, empia e severa,


vuol ch’ogni donna, e di ciascuna sorte,
ch’ad uom si giunga, e non gli sia mogliera,
s’accusata ne viene, abbia la morte.
Né riparar si può ch’ella non péra,
quando per lei non venga un guerrier forte
che tolga la difesa, e che sostegna
che sia innocente e di morire indegna.

60. Il re, dolente per Ginevra bella


(che così nominata è la sua figlia),
ha publicato per città e castella,
che s’alcun la difesa di lei piglia,
e che l’estingua la calunnia fella
(pur che sia nato di nobil famiglia),
l’avrà per moglie, et uno stato, quale
fia convenevol dote a donna tale.

61. Ma se fra un mese alcun per lei non viene,


o venendo non vince, sarà uccisa.
Simile impresa meglio ti conviene,
ch’andar pei boschi errando a questa guisa:
oltre ch’onor e fama te n’aviene
ch’in eterno da te non fia divisa,
guadagni il fior di quante belle donne
da l’Indo sono all’Atlantee colonne;

62. e una ricchezza appresso, et uno stato


che sempre far ti può viver contento;
e la grazia del re, se suscitato
per te gli fia il suo onor, che è quasi spento.
Poi per cavalleria tu se’ ubligato
a vendicar di tanto tradimento
costei, che per commune opinïone,
di vera pudicizia è un paragone. –

63. Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose:


– Una donzella dunque de’ morire
perché lasciò sfogar ne l’amorose
sue braccia al suo amator tanto desire?
Sia maledetto chi tal legge pose,

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e maladetto chi la può patire!
Debitamente muore una crudele,
non chi dà vita al suo amator fedele.

64. Sia vero o falso che Ginevra tolto


s’abbia il suo amante io non riguardo a questo:
d’averlo fatto la loderei molto,
quando non fosse stato manifesto.
Ho in sua difesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un chi mi guidi presto,
e dove sia l’accusator mi mene;
ch’io spero in Dio Ginevra trar di pene.

65. Non vo’ già dir ch’ella non l’abbia fatto;


che noi sappiendo, il falso dir potrei:
dirò ben che non de’ per simil atto
punizïon cadere alcuna in lei;
e dirò che fu ingiusto o che fu matto
chi fece prima li statuti rei;
e come iniqui rivocar si denno,
e nuova legge far con miglior senno.

66. S’un medesimo ardor, s’un disir pare


inchina e sforza l’uno e l’altro sesso
a quel suave fin d’amor, che pare
all’ignorante vulgo un grave eccesso;
perché si de’ punir donna o biasmare,
che con uno o più d’uno abbia commesso
quel che l’uom fa con quante n’ha appetito,
e lodato ne va, non che impunito?

67. Son fatti in questa legge disuguale


veramente alle donne espressi torti;
e spero in Dio mostrar che gli è gran male
che tanto lungamente si comporti. –
Rinaldo ebbe il consenso universale,
che fur gli antiqui ingiusti e male accorti,
che consentirò a così iniqua legge,
e mal fa il re, che può, né la corregge.

68. Poi che la luce candida e vermiglia


de l’altro giorno aperse l’emispero,
Rinaldo l’arme e il suo Baiardo piglia,
e di quella badia tolle un scudiero,
che con lui viene a molte leghe e miglia,

151
sempre nel bosco orribilmente fiero,
verso la terra ove la lite nuova
de la donzella de’ venir in pruova.

69. Avean, cercando abbrevïar camino,


lasciato pel sentier la maggior via;
quando un gran pianto udîr sonar vicino,
che la foresta d’ogn’intomo empia.
Baiardo spinse l’un, l’altro il ronzino
verso una valle onde quel grido uscìa:
e fra dui mascalzoni una donzella
vider, che di lontan parea assai bella;

70. ma lacrimosa e addolorata quanto


donna o donzella o mai persona fosse.
Le sono dui col ferro nudo a canto,
per farle far l’erbe di sangue rosse.
Ella con preghi differendo alquanto
giva il morir, sin che pietà si mosse.
Venne Rinaldo; e come se n’accorse,
con alti gridi e gran minaccie accorse.

71. Voltaro i malandrin tosto le spalle,


che ’l soccorso lontan vider venire,
e se appiattâr ne la profonda valle.
Il paladin non li curò seguire:
venne a la donna, e qual gran colpa dàlie
tanta punizïon, cerca d’udire;
e per tempo avanzar, fa allo scudiero
levarla in groppa, e torna al suo sentiero.

72. E cavalcando poi meglio la guata


molto esser bella e di maniere accorte,
ancor che fosse tutta spaventata
per la paura ch’ebbe de la morte.
Poi ch’ella fu di nuovo domandata
chi l’avea tratta a sì infelice sorte,
incominciò con umil voce a dire
quel ch’io vo’ all’altro canto differire.

1. – 1. il simular: sulla necessità della simulazione in molte situazioni eticopolitiche, il rinvio è al


pensiero di Machiavelli: Principe, XV e XVIII; Discorsi, III, XL (Bigi). – 2. dia… indici: sia indizio
di spirito malvagio. – 5. tolte: evitate. – 6. non conversiam: l’Ariosto introduce la nota
autobiografica con molto garbo, mascherandola «nel tono generico e sentenzioso» (Sapegno). – 7-

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8. oscura… piena: qualche eco di parole ed espressioni dantesche (Inf., VI, 49-51) e
petrarchesche (Canz., VIII, 5, 10: «per questa Vita mortal… senza sospetto… vita altra serena»;
Tr. Mort., II, 28-29: «quest’altra serena Ch’à nome vita»).
2. – 1-2. Se, dopo… vero: cfr. XIX, I, 1-4. – 7. simulato: falso (lat. simulator). – 8. le l’avea:
glielo aveva.
3. – 2. di finzïoni padre: cfr. DANT E, Inf., XXIII, 144: «padre di menzogna». – 3. come io dissi;
cfr. III, 77, 1-2. – 6-7. 0 glorïosa ecc.: le invocazioni e le esclamazioni di questo tipo erano
frequenti nei poemi cavallereschi (cfr. per es. Innam., II, xn, 10, e xvm, 52); qui essa rivela il
carattere femmineo e borghese che è sempre lievemente sottinteso in Bradamante e nello stesso
tempo, di riflesso, introduce all’atmosfera stupita del canto. – 8. presta: sollecita, svelta.
4. – 1. famiglia: familiari e servitù. – 6. di leggier. facilmente.
5. – 1. di color diverso: di vario colore, variopinte; PET RARCA, Tr. Am., I, 26-27: «Ma sugli
omeri avea sol due grand’ali Di color mille». – 4. dritto: diretto; sentiero: la traiettoria del volo. – 8.
varco: passaggio.
6. – 3. con lui: con sé. – 6. o aver si credano: «rapido inciso scherzoso» (Sapegno). – 7.
come… invole: come se egli le rapisse tutte quante, senza alcuna scelta. – 8. sì… sole, durante il
giorno.
7. – 1. sul Pireneo: sui monti Pirenei; un castello: cfr. II, 41-42. – 6. del… vanto: può vantarsi
d’essere riuscito a tornarne. – 8. presi: fatti prigionieri.
8. – 1. le ne giova: ne è contenta, se ne compiace (lat.). – 4. deserto: privato dei suoi prigionieri.
– 7. durar: resistere; vago: desideroso.
9. – 3. in scritto: disegnata su una carta. – 5. Vòlse dir: intendeva alludere. «Tutta la scena è una
breve ma efficace esemplificazione di quel principio della “onesta” simulazione, che l’A. aveva
esposto e difeso nel proemio del canto» (Bigi). – 8. volendo dir: si arricchisce la commedia dei
reciproci inganni di Brunello e Bradamante; indi: da allora in poi; oppure: a causa, di conseguenza
alla venuta di Brunello (che le avrebbe permesso di impossessarsi dell’anello).
10. – 3. un destrier: il suo era stato rubato da Pinabello; cfr. III, 5. – 4. buon… camino: cfr. n. a
I, 13, 1. – 6. il matutino: l’aurora.
11. – 1. Di monte in monte: PET RARCA, Canz., CXXIX, 1. – 2-6. ove Valtezza ecc.: sulla
cresta dei Pirenei (Pirene, alla lat.), da cui si può vedere, quando l’aria è limpida, la Francia e la
Spagna sui due versanti, e le spiagge del Mediterraneo e dell’Atlantico alle due estremità della
catena; a quel modo stesso che dalla vetta appenninica del Falterona, sopra l’eremo di Camaldoli, si
possono vedere in lontananza i due mari, l’Adriatico (il mar schiavo, che bagna la Schiavonia) e il
Tirreno (il tósco, che bagna la Toscana). Per una simile discussione umanistica sull’altezza e vastità
d’orizzonte di una montagna, cfr. la lettera sul monte Ventoso, del PET RARCA, Fam., IV, 1.
12. – 1. un sasso: una rupe rocciosa; cfr. II, 41, 7. – 3. sublima: erge; il verbo, con questo
significato, è dantesco (Par., XXVI, 87). – 5. Non faccia… stima: non s’illuda. – 6. ambascia:
fatica.
13. – 2. dritto… sinopia: tagliato a perpendicolo, come seguendo un filo tinto di sinipia (che era
terra rossa usata dai falegnami per tracciare linee sul legno da tagliare); cfr. PULCI, Morg., XXII,
214, 5; XXVII, 80, 5. – 4. facesser copia: offrissero il modo (lat.).
14. – 2. un uom: su Brunello, BOIARDO, Innam., II, 111, 39, 6 e segg. Anche per Yatto vile un
possibile modello è nell’Innam., II, XXVI, 60, 1-2.
15. – 4. la torre: il castello. – 6-7. corno… grida: erano i mezzi tradizionali di lanciare una sfida.
16. – 6. le nuoce: le può nuocere. – 7. mazza: asta corta, nodosa e ferrata.
17. – 3. un libro: cfr. II, 15, 1. – 4. l’alta maraviglia: certe prodigiose illusioni, come, ad

153
esempio…. – 5. la lancia… correr, giostrare con la lancia. – 7. stocco: spada corta e appuntita.
18. – 2. grifo: animale favoloso, aquila nella parte anteriore del corpo (capo, becco, ali, zampe
anteriori), leone nella parte posteriore; cfr. PULCI, Morg., XIV, 61, 8; XXI, 109, 3. L’idea
dell’accoppiamento d’un grifo con una cavalla (giumenta; cfr. XI, 10, 3) l’Ariosto la trovava in
VIRGILIO, Ecl, VIII, 27. Lo strano animale che ne risulta, mezzo cavallo e mezzo grifo (ippogrifo) è
sapiente miscuglio, originale come sono tutte le invenzioni ariostesche, di elementi classici (a
leggendari cavalli alati accenna PLINIO, Nat. Hist., VIII, XXI, 30; molti scrittori avevano trattato la
leggenda di Pegaso; cfr. OVIDIO, Met., IV, 785-786; Virgilio aveva accennato, in un’immagine
poetica, come esempio di cosa impossibile, a simili connubi mostruosi: Ecl., VIII, 27: «iungentur
iam gryphes equis», su cui Servio nel suo commento: « Gryphes, genus femrum in Hyperboreis
nascitur montibus; omni parte leones sunt, alis et facie aquilis similes…») e di elementi romanzi
(cfr. PULCI, Morg., XIII, 51, 6: «un gran cavai co’ denti e colle penne»; BOIARDO, Innam.,
descrizione e prodigi di Rabicano: I, XIII, 4; XIV, 4); cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando
Furioso» cit., pp. 114, segg. Nel poema di Boiardo (III, v, 37, 3-4), inoltre, come ricorda Segre,
Ruggiero accenna a simili elementi favolosi nelle esperienze della sua infanzia: «E mi ricorda già che
io presi in caccia Grifoni e pegasei, benché abbiano ali». – 4. grifo: rostro. – 7. monti Rifei: la
leggendaria catena di monti, patria anche dei grifi, detti a volte Iperborei, che gli scrittori antichi
ponevano vagamente nel freddo settentrione d’Europa; cfr. TOLOMEO, Geog., III, v, 12, 22 e anche
VIRGILIO, Georg., I, 240; IV, 517-18; DANT E, Purg., XXVI, 43; ARIOST O, Sat., I. 44-45.
19. – 6. senza contese: senza resistenza.
20. – 1. figmento: finzione (lat.). – 3. non fu di momento: non ebbe utilità alcuna. – 5. Più
colpi… vento: finge però di vibrare (diserra; cfr. PULCI, Morg., XVII, 85, 5; BOIARDO, Innam., I,
iv, 4, 5) alcuni colpi a vuoto. – 8. instrutta: istruita da Melissa; cfr. III, 66 segg.
21. – 4. cauta: astuta. – 6. che… crede: poiché non sa che vi sia, né crede che vi possa essere,
un riparo contro il suo scudo incantato. – 7. lo scudo: cfr. II, 55-56. Anche per lo scudo ci sono
fonti classiche (la testa della Gorgone, che pietrifica, spesso rappresentata al centro di uno scudo
dalla superficie lucentissima) e fonti romanze (la targa del Veglio della Montagna nel Viaggio di
Carlo Magno in Ispagna); cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso», cit., pp. 120 segg.
22. – 3-4. qualche… spada: qualche bel colpo fatto giostrando con la lancia (1correr l’asta; cfr.
IV, 17, 5) o vibrando la spada a mulinello.
23. – 6. nulla… avanzi: non ottenga alcun vantaggio. – 7. aperse, scoperse.
24. – 4. vano: la cui magia ormai era vana. – 8. con larghe ruote, cfr. DANT E, Inf., XVII, 98.
25. – 3. reposto: nascosto (lat). – 8. il libro… guerra: il libro magico che creava l’illusione del
combattimento.
26. – 8. un deboi vecchio: improvvisa trasformazione psicologica e stilistica, che fa di Atlante
uno dei simboli più evidenti del mondo delle Metamorfosi ariostesche. Si tenga tuttavia presente che
«l’aspetto nobilmente patetico» (Bigi) era già una caratteristica della figura di Atlante nell’Innam.: II,
XVI, 19-20, 35, 53-54; XXI, 41, 56-61.
27. – 6. giunto alla stretta: messo alle strette. – 7. crespo: rugoso.
28. – 1. Tommi: toglimi. – 6. a che effetto: a qual fine. – 8. a tutto il mondo: a tutti
(francesismo).
29. – 5. ritrar… passo: sottrarre alla morte (cfr. PET RARCA, Canz., CCCLXVI, 107). – 6.
gentil: nobile; mi mosse amore: cfr. DANT E, Inf., II, 72: «amor mi mosse». – 8. morir… deve:
Ruggiero si convertirà al Cristianesimo e morrà per tradimento dei Maganzesi; cfr. LXI, 61 segg.
30. – 1. austrino: australe; cfr. i primi due versi con III, 17, 5-6. – 2. prestante: eccellente (lat.).
– 4. Atlante: già il Boiardo aveva narrato dell’amore paterno di Atlante per Ruggiero e dei suoi

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sforzi per trattenerlo dal seguire Agramante verso una morte sicura e per convincerlo a restare nel
giardino incantato costruito per lui sul monte Carena (Innam., II, XVI, 19-54; XXI, 25-61); cfr.
anche Fur., XXXVI, 59 segg.
31. – 6. ridotti: condotti prigionieri. – 7. quando… esca: anche se non può uscire a suo
piacimento.
32. – 2. cura mi tocca: mi prendo cura.
33. – 2. consiglio: proposito. – 6. tranne: tirane fuori. – 7. chero: chiedo.
34. – 3. sciorre: liberare (è, riferito all’anima, termine petrarchesco: Canz., XXV, 4; CCLVI, 10;
ecc.). – 4. scorza… rancia: corpo ormai decrepito e avvizzito. Scorza per corpo è usato più volte
dal PET RARCA, Canz., CLXXXI, 1; CCLXXVIII, 3; CCCLXI, 2. Per rancia, cfr. DANT E, Purg.,
II, 7-9. – 5. Lui: proprio lui. – 6. se sai: quanto sai; gracchia: strepita; cfr. II, 43, 6.
35. – 1. s’anco… te: se anche spettasse a te. – 3. per vietarli: per evitargli, per allontanare da
lui. – 4. male, cattivo. – 5. schivarli: ha lo stesso significato di vietarli (v. 3).
36. – 2-4. se pur vuoi ecc.: la sentenza, che ha sapore senechiano (cfr. Phaedra, 877: «Mori
volenti desse mors numquam potest»), accentua il carattere eloquente e classicheggiante di questo
discorso. Come altri discorsi del Furioso esso è modellato sulla «tradizione letteraria», specie della
storiografia e della novellistica dal XIV al XVI secolo» (Sapegno). – 5. sleghi: sciolga, liberi,
uccidendoti. – 7-8. e tuttavia… invia: e intanto che parla spinge il mago verso la rupe su cui sorge
il castello.
37. – 4. rimesso: mansueto, docile. – 6. il fesso: l’apertura, che dà su una scala a chiocciola
(scaglioni: gradini). Simile è la «salita» descritta da Boiardo, Innam., II, v, 29, 1-2; II, XVI, 38, 3-
7.
38. – 2. caratteri: figure magiche. – 3. olle: pentole. Cfr. Novellino, in Novellino e conti del
Duecento, a cura di S. LO NIGRO, Torino, 1963, p. 189: «In Lombardia e nella Marca si chiamano
le pentole, ole». – 6. rimane deserto: con altrettanta rapidità svaniscono le opere d’incanto di
Falerina e Dragontina (Innam., II, v, 13; I, XIV, 47); inospite: inabitabile (cfr. PET RARCA, Canz.,
CLXXVI, 1).
39. – 1. Sbrigossi: si sottrasse. – 2. ragna: rete per la caccia; cfr. PULCI, Morg., IX, 71, 6;
XXII, 40, 3; 90, 3-4; ecc.; Mambriano, III, 28, 8: «Daranno come i tordi ne la ragna». – 4.
compagna: compagnia. – 7. Molte: «Il rammarico è maliziosamente riserbato alle donne» (Caretti).
– 8. franchezza: liberazione.
40. – 1. Gradasso: cfr. III, 45, 6; Sacripante: che, dopo il duello con Rinaldo (cfr. II, 19, 3-4),
era evidentemente finito nelle mani di Atlante. – 2-4. Prasildo… Iroldo: personaggi dell’Innam. (I,
XII-XVII); modelli di vera amicizia, di pagani s’erano fatti cristiani e avevano seguito Rinaldo in
Occidente; che fossero finiti nelle mani di Atlante è invenzione ariostesca. – 4. par. coppia.
41. – 1-3. più che gli occhi ecc.: cfr. I, 77, 5. Queste espressioni, proprie del linguaggio
popolaresco dei rispetti, erano già state nobilitate dagli umanisti, che, spinti anche da alcuni esempi
classici (CAT ULLO, Carm., XIV, I; LXXXII), le avevano introdotte nella poesia amorosa in latino;
cfr. A. NAVAGERO, Carm., «Ad Hyellam», vv. 1-2: «Dispeream, nisi tu mihi carior ipsa Atque
anima, atque oculis es, mea Hyella, meis». – 3-8. dal dì che ecc.: il Boiardo (Innam., III, V-VI)
aveva narrato dell’incontro tra Ruggiero e Bradamante; come la donna gli avesse mostrato il suo
viso; e come venisse ferita in quel momento da un saracino; e come nell’inseguire il feritore si fosse
smarrita. Dopo quell’episodio i due amanti non si erano più incontrati.
42. – 2. redentrice: liberatrice.
43. – 4. si ripon: torna a posarsi; 7-8. come fa la cornacchia ecc.: la similitudine è già nel
Morg., del Pulci (XXIV, 95, 1-3): «Hai tu veduto il can con la cornacchia, Come spesso beffato

155
indarno corre? Ella si posa, e poi si lieva e gracchia…». Per secca arena cfr. VIRGILIO, Georg., I,
388-389: «cornix… sola in sicca secum spatiatur barena».
44. – 3. chi di su… ridutti: alcuni scendendo, altri salendo per la costa del monte, sono andati ad
appostarsi; di su… di giù: l’espressione dantesca (Inf., V, 43) è il leit-motiv del tema di Atlante e,
si può dire, di tutte le avventure del Fur.; cfr. XII, 10, 5; 18, 5; 19, 2, ecc.
45. – 3. instante: imminente (lat.). – 6. con questa… toglia: egli (Atlante) riesca ad allontanarlo
per mezzo di questo stratagemma.
46. – 1. Frontin: era stato il cavallo di Sacripante, di nome Frontelatte, baio di colore con la testa
bianca, e dotato di intelligenza (cfr. Innam., II, 11, 69); Brunello l’aveva rubato e donato a
Ruggiero, che l’aveva chiamato Frontino (Innam., II, XVI, 56). – 4. adizza: aizza (termine
dantesco: Inf., XXVII, 21; come il successivo ponta: Inf, XXII, 3; ecc.). – 7-8. ’l girifalco…
augello: il falcone reale, ammaestrato per la caccia, a cui il falconiere (mastro) tiene sugli occhi un
cappuccio e lo toglie solo quando c’è in vista una preda (cfr. DANT E, Par., XIX, 34: «quasi falcone
ch’esce dal cappello»).
47. – 3-4. non… vero: non torna in sé, al senso della realtà, per lungo tempo. – 5. Ganimede:
bellissimo giovane, figlio del re di Troia, che Giove in forma d’aquila rapì da Troia (paterno impero,
v. 6) al cielo per fame un coppiere degli dèi; cfr. OVIDIO, Met., X, 156-161. Il paragone era già in
Dante, Purg., IX, 23-24.
48. – 6. pace né triegua: PET RARCA, Canz., LVII, 9; CCLXXXV, 14; CCXVI, 1.
49. – 5. Poggia: sale. Il PET RARCA, Canz., XXIII, 165, parla dell’aquila come dell’«uccel che più
per l’aer poggia».
50. – 3-4. prende… raggira: si dirige verso quella parte dell’orizzonte dove tramonta il sole
quando si trova nella costellazione del Cancro (Granchio), cioè verso la Spagna e l’oceano
Atlantico. L’itinerario dell’ippogrifo segue infatti, nella direzione presa anche da C. Colombo, il
tropico del Cancro, così come era segnato nelle carte del tempo, assai più vicino allo stretto di
Gibilterra, di quanto non sia veramente. – 5. come legno unto: come una barca ben spalmata di
pece e perciò velocissima; ricorda l’«uncta carina» e l’«uncta abies» di VIRGILIO, Aen., IV, 398 e
VIII, 91, e i «legni spalmati» del PET RARCA, Canz., CCCXII, 2.
51. – 1. scórse: percorse, andando qua e là. – 3. contra l’Orse: verso Settentrione. – 4. che: il
vento (v. 2) che. – 5. Sorse: approdò o, più propriamente, gettò l’ancora; il termine è marinaresco.
– 6. la selva Calidonia: la «Silva Caledoniae» degli antichi (cfr. TACIT O, Agr., X, XI, XXV,
XXXI) che l’Ariosto, seguendo il suo solito gusto di classicizzare personaggi e luoghi romanzi,
elegge qui a teatro delle avventure di tipo brettone di Rinaldo. (Le foreste dei romanzi arturiani si
chiamavano invece Broceliande, Brequehan e Darnantes). E si noti anche come l’Ariosto abbia
saputo abilmente immergere nell’atmosfera brettone Rinaldo, che è tipico eroe carolingio e che è
giunto qui spinto dalla missione carolingia di raccogliere aiuti per l’esercito francese (cfr. II, 26). – 8.
Sonar: risuonare.
52. – 4. Lamagna: Germania. – 7-8. Tristano… Galvano: personaggi tutti dei romanzi brettoni:
Tristano e Lancillotto erano i due eroi più famosi, amanti l’uno di Isotta figlia di re Marco di
Comovaglia e l’altro di Ginevra, moglie di re Artù; Galvano era il nipote e consigliere di re Artù;
Galasso il figlio di Lancillotto.
53. – 1-2. la nuova… vecchia: il re Uther Pendragon e il figlio, ancor più famoso, Artù, usavano
convitare i cavalieri brettoni attorno a una tavola rotonda (vecchia quella del padre, nuova quella di
Artù; per cui cfr. Mambriano, I, 52, 7-8: «E quanti cavalier femo mai prova De la tavola vecchia e
de la nova»). – 5. truova: prende. – 7. si spicche: salpi. – 8. Beroicche: Berwick, città portuale al
confine fra l’Inghilterra e la Scozia.

156
54. – 6. dispensa: consuma. – 7. cenobio: convento.
55. – 3. grate: gradite, squisite; 4. ampio ristoro: abbondante conforto. – 6. tenitoro: territorio,
regione. – 8. l’uom: pronome indefinito.
56. – 3. i fatti… foschi: le imprese restano oscure, ignorate. – 8. il debito ne dica: e (la fama)
diffonda le dovute lodi. Il desiderio di gloria è sentimento umanistico; i cavalieri arturiani cercavano
piuttosto di tenere celate le loro imprese e consideravano la modestia come uno dei loro primi
doveri.
57. – 4. presa: intrapresa. – 5. La figlia del re ecc.: inizia qui la storia di Ginevra e Ariodante,
raccontata in stile scorrevole e piacevolmente novellistico («sul tipo del Boccaccio di certe pagine
tragiche o romanzesche, ma più leggero e riposato» [Sapegno]). Come fonti l’Ariosto ebbe
presente, per i nomi e l’ambiente, vari romanzi brettoni (fra cui il Lancelot) e, per l’episodio centrale
dell’inganno di Polinesso (che sarà poi ripreso dal Bandello e dallo Shakespeare di «Much Ado
about Nothing») il romanzo spagnolo di JOHANOT MART ORELL, Tirant lo bianco, cfr. P. RAJNA, Le
fonti dell’«Orlando Furioso», cit., pp. 149, segg.
58. – 5. Per le leggi del regno: a simili leggi barbariche fanno spesso riferimento i romanzi
cavallereschi. Fra i molti esempi portati da P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., pp. 154-
156, quello più vicino al Furioso è il seg. dall’Amadìs: «En aquella sazon era por ley
establecido que cualquiera mujer, por de estado grande è señoris que fuese, si en adulterio se
hallaba, no se podria en ninguna guisa excusar la muerte; y està tan cruel costumbre é
pésuma durò hasta la venida del muy virtuoso rey Artur». Si ricordi anche lo statuto di Prato
(cfr. qui statuti rei a IV, 65, 6) in BOCCACCIO, Decani., VI, VII. – 8. faccia mentire: dimostri che ha
mentito.
59. – 2. di ciascuna sorte: di qualsiasi condizione sociale. – 3. ch’ad uom… mogliera: che
abbia rapporti con un uomo, senz’essere sua moglie. – 6. quando: a meno che. – 7. tolga: si
assuma.
60. – 3. per città e castella: cfr. PET RARCA, Canz., CCVI, 47: «per oro o per cittadi o per
castella»; e cfr. qui, XII, 24, 6; XIV, 62, 6; XV, 60, 4; XVIII, 67, 8; ecc. – 5. l’estingua… fella:
cancelli da lei l’ingiusta accusa. – 7. et uno stato: e riceverà in dote un feudo.
61. – 5. onor… te n’aviene: cfr. DANT E, Par., VI, 114: «perché onore e fama li succeda». – 6.
ch’in eterno… divisa: cfr. DANT E, Inf., V, 135: «questi, che mai da me non fia diviso». – 8. da
l’Indo… colonne, in tutto il mondo, dall’oriente (ove si trova il fiume Indo) all’occidente (ove,
presso il monte Atlante, si trovano le colonne d’Ercole, lo stretto di Gibilterra; cfr. ORAZIO, Carm.,
I, XXXIV, II. «Atlanteus finis»), cfr. III, 17, 5-6.
62. – 3. suscitato: restituito. – 8. paragone, modello.
63. – 6. patire: tollerare. – 7. Debitamente: giustamente. – 8. dà vita: gli dà gioia,
concedendosigli. Le idee espresse da Rinaldo, tutt’altro che ortodosse nel mondo brettone, sono
chiaramente rinascimentali; cfr. anche il ragionamento di madonna Filippa nella cit. novella del
Decameron; sul discorso di Rinaldo: H. RÜDIGER, Eine Episode aus dem Orlando Furioso:
Rinaldos Rede für Ginevra und ihr moralischer Gehalt, in «Italienische Studien», III (1980), PP.
35-44.
64. – 4. quando… manifesto: purché ella avesse fatto in modo che la cosa restasse nascosta;
anche questo è principio della teorica d’amore del Boccaccio, cfr. per es. Decam., IV, 1, 35.
65. – 6. statuti rei: leggi ingiuste: cfr. n. a IV, 58, 5.
66. – 1-2. ardor… disir… inchina e sforza: cfr. PET RARCA, Canz., CLI, 4: «fuggo ove ’l gran
desio mi sprona e ’nchina».
67. – 2. espressi: evidenti. – 4. si comporti: sia tollerata. – 5. universale: di tutti i monaci.

157
68. – 1-2. la luce… emispero: la luce del nuovo giorno rivelò, illuminandola con i colori
dell’Aurora (cfr. XII, 68, 3-4) la volta del cielo. La dittologia candida e vermiglia era già in Dante
(Purg., II, 7-8: «le bianche e le vermiglie guance… de la bella Aurora») e in Petrarca (Canz.,
CCCX, 4: «primavera candida e vermiglia»). – 5. a molte: per molte; 7-8. la terra… pruova: la
città dove la recente questione deve essere sottoposta alla prova delle armi.
69. – 2. la maggior via: la strada maestra. – 7. mascalzoni: masnadieri.
70. – 2. donna 0 donzella: donna sposata o fanciulla. – 4. l’erbe… rosse: nota la bella macchia
di colore; cfr. DANT E, Inf., X, 86 e PET RARCA, Canz., CXXVIII, 50-51. – 6. pietà: la pietà, sotto
forma di Rinaldo.
71. – 3. se appiattâr, andarono a nascondersi. – 5. dàlie: le provochi. – 7. per tempo avanzar:
per guadagnar tempo. Rinaldo aveva fretta; cfr. IV, 69, 1-2.
72. – 1. la guata: la osserva attentamente e s’accorge che. – 2. accorte: cortesi, amabili; cfr.
PET RARCA, Canz., XXXVII, 86: «l’accorte parole». – 7. con umil voce: con voce fioca.

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CANTO QUINTO

Esordio: gli uomini che maltrattano le donne, agiscono contro natura. Dalinda,
cameriera di Ginevra, racconta a Rinaldo la storia della padrona. Il duca d’Albania
Polinesso, amante riamato di Dalinda, s’era servito di lei per entrare nelle grazie di
Ginevra. Questa invece amava il cavaliere italiano Ariodante, ed aveva respinto
tutte le profferte di Polinesso e di Dalinda, che aveva interceduto per lui. Adirato,
Polinesso aveva deciso di organizzare una perfida trama ai danni di Ginevra. Si era
vantato con Ariodante di godere l’amore della principessa e lo aveva invitato una
notte ad assistere al suo incontro con la donna: nel contempo aveva indotto Dalinda
a vestirsi e acconciarsi come la padrona. Ariodante, convinto del tradimento e
disperato, aveva tentato di uccidersi ma era stato prevenuto dal fratello Lurcanio. Si
era poi allontanato dalla reggia e dopo qualche giorno era giunta notizia della sua
morte volontaria in mare. Lurcanio aveva accusato presso il padre Ginevra,
dicendola colpevole della morte di Ariodante. Ora la donna sarà giustiziata, a meno
che si presenti un cavaliere a difenderla contro l’accusa di Lurcanio. Udito il
racconto, Rinaldo si avvia alla corte di Scozia. Colà giunto, interrompe il duello fra
Lurcanio e un ignoto cavaliere che ha assunto la difesa di Ginevra. Rinaldo rivela al
re la trama di Polinesso, poi sfida il colpevole e lo uccide. Polinesso, prima di
morire, confessa la frode. Il cavaliere sconosciuto, su invito del re, si toglie l’elmo.

1. Tutti gli altri animai che sono in terra,


o che vivon quieti e stanno in pace,
o se vengono a rissa e si fan guerra,
alla femina il maschio non la face:
l’orsa con l’orso al bosco sicura erra,
la leonessa appresso il leon giace;
col lupo vive la lupa sicura,
né la iuvenca ha del torel paura.

2. Ch’abominevol peste, che Megera


è venuta a turbar gli umani petti?
che si sente il marito e la mogliera
sempre garrir d’ingiurïosi detti,
stracciar la faccia e far livida e nera,
bagnar di pianto i genïali letti;
e non di pianto sol, ma alcuna volta
di sangue gli ha bagnati l’ira stolta.

159
3. Parmi non sol gran mal, ma che l’uom faccia
contra natura e sia di Dio ribello,
che s’induce a percuotere la faccia
di bella donna, o romperle un capello:
ma chi le dà veneno, o chi le caccia
l’alma del corpo con laccio o coltello,
ch’uomo sia quel non crederò in eterno,
ma in vista umana un spirto de l’inferno.

4. Cotali esser doveano i duo ladroni


che Rinaldo cacciò da la donzella,
da lor condotta in quei scuri valloni
perché non se n’udisse più novella.
Io lasciai ch’ella render le cagioni
s’apparechiava di sua sorte fella
al paladin, che le fu buono amico:
or, seguendo l’istoria, così dico.

5. La donna incominciò: – Tu intenderai


la maggior crudeltade e la più espressa,
ch’in Tebe o in Argo o ch’in Micene mai,
o in loco più crudel fosse commessa.
E se rotando il sole i chiari rai,
qui men ch’all’altre regïon s’appressa,
credo ch’a noi malvolentieri arrivi,
perché veder sì crudel gente schivi.

6. Ch’agli nemici gli uomini sien crudi,


in ogni età se n’è veduto esempio;
ma dar la morte a chi procuri e studi
il tuo ben sempre, è troppo ingiusto et empio.
E acciò che meglio il vero io ti denudi,
perché costor volessero far scempio
degli anni verdi miei contra ragione,
ti dirò da principio ogni cagione.

7. Voglio che sappi, signor mio, ch’essendo


tenera ancora, alli servigi venni
de la figlia del re, con cui crescendo,
buon luogo in corte et onorato tenni.
Crudele Amore, al mio stato invidendo,
fe’ che seguace, ahi lassa! gli divenni:
fe’ d’ogni cavallier, d’ogni donzello
parermi il duca d’Albania più bello.

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8. Perché egli mostrò amarmi più che molto,
io ad amar lui con tutto il cor mi mossi.
Ben s’ode il ragionar, si vede il volto,
ma dentro il petto mal giudicar possi.
Credendo, amando, non cessai che tolto
l’ebbi nel letto, e non guardai ch’io fossi
di tutte le real camere in quella
che più secreta avea Ginevra bella;

9. dove tenea le sue cose più care,


e dove le più volte ella dormia.
Si può di quella in s’un verrone entrare,
che fuor del muro al discoperto uscìa.
Io facea il mio amator quivi montare;
e la scala di corde onde salia,
io stessa dal verron giù gli mandai
qual volta meco aver lo desïai:

10. che tante volte ve lo fei venire,


quanto Ginevra me ne diede l’agio,
che solea mutar letto, or per fuggire
il tempo ardente, or il brumai malvagio.
Non fu veduto d’alcun mai salire;
però che quella parte del palagio
risponde verso alcune case rotte,
dove nessun mai passa o giorno o notte.

11. Continuò per molti giorni e mesi


tra noi secreto l’amoroso gioco:
sempre crebbe l’amore; e sì m’accesi,
che tutta dentro io mi sentia di foco:
e cieca ne fui sì, ch’io non compresi
ch’egli fingeva molto, e amava poco;
ancor che li suo’ inganni discoperti
esser doveanmi a mille segni certi.

12. Dopo alcun dì si mostrò nuovo amante


de la bella Ginevra. Io non so appunto
s’allor cominciasse, o pur inante
de l’amor mio, n’avesse il cor già punto.
Vedi s’in me venuto era arrogante,
s’imperio nel mio cor s’aveva assunto;
che mi scoperse, e non ebbe rossore
chiedermi aiuto in questo nuovo amore.

161
13. Ben mi dicea ch’uguale al mio non era,
né vero amor quel ch’egli avea a costei;
ma simulando esserne acceso, spera
celebrarne i legitimi imenei.
Dal re ottenerla fia cosa leggiera,
qualor vi sia la volontà di lei;
che di sangue e di stato in tutto il regno
non era, dopo il re, di lu’ il più degno.

14. Mi persuade, se per opra mia


potesse al suo signor genero farsi
(che veder posso che se n’alzeria
a quanto presso al re possa uomo alzarsi),
che me n’avria bon merto, e non saria
mai tanto beneficio per scordarsi;
e ch’alia moglie e ch’ad ogn’altro inante
mi porrebbe egli in sempre essermi amante.

15. Io, ch’era tutta a satisfargli intenta,


né seppi o vòlsi contradirgli mai,
e sol quei giorni io mi vidi contenta,
ch’averlo compiaciuto mi trovai;
piglio l’occasïon che s’appresenta
di parlar d’esso e di lodarlo assai;
et ogni industria adopro, ogni fatica,
per far del mio amator Ginevra amica.

16. Feci col core e con l’effetto tutto


quel che far si poteva, e sallo Idio;
né con Ginevra mai potei far frutto,
ch’io le ponessi in grazia il duca mio:
e questo, che ad amar ella avea indutto
tutto il pensiero e tutto il suo disio
un gentil cavallier, bello e cortese,
venuto in Scozia di lontan paese;

17. che con un suo fratei ben giovinetto


venne d’Italia a stare in questa corte;
si fe’ ne l’arme poi tanto perfetto,
che la Bretagna non avea il più forte.
Il re l’amava, e ne mostrò l’effetto;
che gli donò di non picciola sorte
castella e ville e iuridizïoni,
e lo fe’ grande al par dei gran baroni.

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18. Grato era al re, più grato era alla figlia
quel cavallier chiamato Arïodante,
per esser valoroso a maraviglia;
ma più, ch’ella sapea che l’era amante.
Né Vesuvio, né il monte di Siciglia,
né Troia avampò mai di fiamme tante,
quante ella conoscea che per suo amore
Arïodante ardea per tutto il core.

19. L’amar che dunque ella facea colui


con cor sincero e con perfetta fede,
fe’ che pel duca male udita fui;
né mai risposta da sperar mi diede:
anzi quanto io pregava più per lui
e gli studiava d’impetrar mercede,
ella, biasmandol sempre e dispregiando,
se gli venìa più sempre inimicando.

20. Io confortai l’amator mio sovente,


che volesse lasciar la vana impresa;
né si sperasse mai volger la mente
di costei, troppo ad altro amore intesa:
e gli feci conoscer chiaramente,
come era sì d’Arïodante accesa,
che quanta acqua è nel mar, piccola dramma
non spegnerla de la sua immensa fiamma.

21. Questo da me più volte Polinesso


(che così nome ha il duca) avendo udito,
e ben compreso e visto per se stesso
che molto male era il suo amor gradito;
non pur di tanto amor si fu rimesso,
ma di vedersi un altro preferito,
come superbo, così mal sofferse,
che tutto in ira e in odio si converse.

22. E tra Ginevra e l’amator suo pensa


tanta discordia e tanta lite porre,
e farvi inimicizia così intensa,
che mai più non si possino comporre;
e por Ginevra in ignominia immensa
donde non s’abbia o viva o morta a tôrre:
né de l’iniquo suo disegno meco
vòlse, o con altri ragionar, che seco.

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23. Fatto il pensier: «Dalinda mia», mi dice
(che così son nomata) «saper déi,
che come suol tornar da la radice
arbor che tronchi e quattro volte e sei;
così la pertinacia mia infelice,
ben che sia tronca dai successi rei,
di germogliar non resta; che venire
pur vorria a fin di questo suo desire.

24. E non lo bramo tanto per diletto,


quanto perché vorrei vincer la pruova;
e non possendo farlo con effetto,
s’io lo fo imaginando, anco mi giuova.
Voglio, qual volta tu mi dài ricetto,
quando allora Ginevra si ritruova
nuda nel letto, che pigli ogni vesta
ch’ella posta abbia, e tutta te ne vesta.

25. Come ella s’orna e come il crin dispone


studia imitarla, e cerca il più che sai
di parer dessa, e poi sopra il verrone
a mandar giù la scala ne verrai.
Io verrò a te con imaginazione
che quella sii, di cui tu i panni avrai:
e così spero, me stesso ingannando,
venir in breve il mio desir sciemando».

26. Così disse egli. Io che divisa e sevra


e lungi era da me, non posi mente
che questo in che pregando egli persevra,
era una fraude pur troppo evidente;
e dal verron, coi panni di Ginevra,
mandai la scala onde salì sovente;
e non m’accorsi prima de l’inganno,
che n’era già tutto accaduto il danno.

27. Fatto in quel tempo con Arïodante


il duca avea queste parole o tali
(che grandi amici erano stati inante
che per Ginevra si fesson rivali):
«Mi maraviglio» incominciò il mio amante
«ch’avendoti io fra tutti li mie’ uguali
sempre avuto in rispetto e sempre amato,
ch’io sia da te sì mal rimunerato.

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28. Io son ben certo che comprendi e sai
di Ginevra e di me l’antiquo amore;
e per sposa legitima oggimai
per impetrarla son dal mio signore.
Perché mi turbi tu? perché pur vai
senza frutto in costei ponendo il core?
Io ben a te rispetto avrei, per Dio,
s’io nel tuo grado fossi, e tu nel mio».

29. «Et io» rispose Arïodante a lui


«di te mi meraviglio maggiormente;
che di lei prima inamorato fui,
che tu l’avessi vista solamente:
e so che sai quanto è Pamor tra nui,
ch’esser non può, di quel che sia, più ardente;
e sol d’essermi moglie intende e brama:
e so che certo sai ch’ella non t’ama.

30. Perché non hai tu dunque a me il rispetto


per l’amicizia nostra, che domande
ch’a te aver debba, e ch’io t’avre’ in effetto,
se tu fossi con lei di me più grande?
Né men di te per moglie averla aspetto,
se ben tu sei più ricco in queste bande:
io non son meno al re, che tu sia, grato,
ma più di te da la sua figlia amato».

31. «Oh, » disse il duca a lui «grande è cotesto


errore a che t’ha il folle amor condutto!
Tu credi esser più amato; io credo questo
medesmo: ma si può vedere al frutto.
Tu fammi ciò c’hai seco, manifesto,
et io il secreto mio t’aprirò tutto;
e quel di noi che manco aver si veggia,
ceda a chi vince, e d’altro si proveggia.

32. E sarò pronto se tu vuoi ch’io giuri


di non dir cosa mai che mi riveli:
così voglio ch’ancor tu m’assicuri
che quel ch’io ti dirò, sempre mi celi».
Venner dunque d’accordo alli scongiuri,
e posero le man sugli Evangeli:
e poi che di tacer fede si diero,
Arïodante incominciò primiero.

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33. E disse per lo giusto e per lo dritto
come tra sé e Ginevra era la cosa;
ch’ella gli avea giurato e a bocca e in scritto
, che mai non saria ad altri ch’a-llui, sposa;
e se dal re le venia contraditto,
gli promettea di sempre esser ritrosa
da tutti gli altri maritaggi poi,
e viver sola in tutti i giorni suoi:

34. e ch’esso era in speranza, pel valore


ch’avea mostrato in arme a più d’un segno,
et era per mostrare a laude, a onore,
a beneficio del re e del suo regno,
di crescer tanto in grazia al suo signore,
che sarebbe da lui stimato degno
che la figliuola sua per moglie avesse,
poi che piacer a lei così intendesse.

35. Poi disse: «A questo termine son io,


né credo già ch’alcun mi venga appresso;
né cerco più di questo, né desio
de l’amor d’essa aver segno più espresso;
né più vorrei, se non quanto da Dio
per connubio legitimo è concesso:
e saria invano il domandar più inanzi;
che di bontà so come ogn’altra avanzi».

36. Poi ch’ebbe il vero Arïodante esposto


de la mercé ch’aspetta a sua fatica,
Polinesso, che già s’avea proposto
di far Ginevra al suo amator nemica,
cominciò: «Sei da me molto discosto,
e vo’ che di tua bocca anco tu ’l dica;
e del mio ben veduta la radice,
che confessi me solo esser felice.

37. Finge ella teco, né t’ama né prezza;


che ti pasce di speme e di parole:
oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza,
quando meco ragiona, imputar suole.
Io ben d’esserle caro altra certezza
veduta n’ho, che di promesse e fole;
e tel dirò sotto la fé in secreto,
ben che farei più il debito a star cheto.

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38. Non passa mese, che tre, quattro e sei
e talor diece notti, io non mi truovi
nudo abbracciato in quel piacer con lei,
ch’all’amoroso ardor par che sì giovi:
sì che tu puoi veder s’a’ piacer miei
son d’aguagliar le ciance che tu pruovi.
Cedimi dunque, e d’altro ti provedi,
poi che sì inferfor di me ti vedi».

39. «Non ti vo’ creder questo, » gli rispose


Arïodante «e certo so che menti;
e composto fra te t’hai queste cose
acciò che da l’impresa io mi spaventi:
ma perché a lei son troppo ingiurïose,
questo c’hai detto sostener convienti;
che non bugiardo sol, ma voglio ancora
che tu sei traditor mostrarti or ora».

40. Soggiunse il duca: «Non sarebbe onesto


che noi volessen la battaglia tôrre
di quel che t’offerisco manifesto,
quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre».
Resta smarrito Arïodante a questo,
e per l’ossa un tremor freddo gli scorre;
e se creduto ben gli avesse a pieno,
venìa sua vita allora allora meno.

41. Con cor trafitto e con pallida faccia,


e con voce tremante e bocca amara
rispose: «Quando sia che tu mi faccia
veder questa aventura tua sì rara,
prometto di costei lasciar la traccia,
a te sì liberale, a me sì avara:
ma ch’io tei voglia creder, non far stima,
s’io non lo veggio con questi occhi prima».

42. «Quando ne sarà il tempo, avisarotti»,


soggiunse Polinesso, e dipartisse.
Non credo che passâr più di due notti,
ch’ordine fu che ’l duca a me venisse.
Per scoccar dunque i lacci che condotti
avea sì cheti, andò al rivale, e disse
che s’ascondesse la notte seguente
tra quelle case ove non sta mai gente:

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43. e dimostrògli un luogo a dirimpetto
di quel verrone ove solea salire.
Arïodante avea preso sospetto
che lo cercasse far quivi venire,
come in un luogo dove avesse eletto
di por gli aguati, e farvelo morire,
sotto questa finzion, che vuol mostrargli
quel di Ginevra, ch’impossibil pargli.

44. Di volervi venir prese partito,


ma in guisa che di lui non sia men forte;
perché accadendo che fosse assalito,
si truovi sì, che non tema di morte.
Un suo fratello avea saggio et ardito,
il più famoso in arme de la corte,
detto Lurcanio; e avea più cor con esso,
che se dieci altri avesse avuto appresso.

45. Seco chiamollo, e vòlse che prendesse


l’arme; e la notte lo menò con lui:
non che ’l secreto suo già gli dicesse;
né l’avria detto ad esso né ad altrui.
Da sé lontano un trar di pietra il messe:
«Se mi senti chiamar, vien» disse «a nui;
ma se non senti, prima ch’io ti chiami,
non ti partir di qui, frate, se m’ami».

46. «Va pur, non dubitar», disse il fratello:


e così vanne Arïodante cheto,
e si celò nel solitario ostello
ch’era d’incontro al mio verron secreto.
Vien d’altra parte il fraudolente e fello,
che d’infamar Ginevra era sì lieto;
e fa il segno, tra noi solito inante,
a me che de l’inganno era ignorante.

47. Et io con veste candida, e fregiata


per mezzo a liste d’oro e d’ogn’intorno,
e con rete pur d’or, tutta adombrata
di bei fiocchi vermigli al capo intorno
(foggia che sol fu da Ginevra usata,
non d’alcun’altra), udito il segno, torno
sopra il verron, ch’in modo era locato,
che mi scopria dinanzi e d’ogni lato.

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48. Lurcanio in questo mezzo dubitando
che ’l fratello a pericolo non vada,
o come è pur commun disio, cercando
di spiar sempre ciò che ad altri accada;
l’era pian pian venuto seguitando,
tenendo l’ombre e la più oscura strada:
e a men di dieci passi a lui discosto,
nel medesimo ostel s’era riposto.

49. Non sappiendo io di questo cosa alcuna,


venni al verron ne l’abito c’ho detto,
sì come già venuta era più d’una
e più di due fiate a buono effetto.
Le veste si vedean chiare alla luna;
né dissimile essendo anch’io d’aspetto
né di persona da Ginevra molto,
fece parere un per un altro il volto:

50. e tanto più, ch’era gran spazio in mezzo


fra dove io venni e quelle inculte case,
ai dui fratelli, che stavano al rezzo,
il duca agevolmente persuase
quel ch’era falso. Or pensa in che ribrezzo
Arïodante, in che dolor rimase.
Vien Polinesso, e alla scala s’appoggia
che giù manda’gli, e monta in su la loggia.

51. A prima giunta io gli getto le braccia


al collo, ch’io non penso esser veduta;
lo bacio in bocca e per tutta la faccia,
come far soglio ad ogni sua venuta.
Egli più de l’usato si procaccia
d’accarezzarmi, e la sua fraude aiuta.
Quell’altro al rio spettacolo condutto,
misero sta lontano, e vede il tutto.

52. Cade in tanto dolor, che si dispone


allora allora di voler morire:
e il pome de la spada in terra pone;
che su la punta si volea ferire.
Lurcanio che con grande ammirazione
avea veduto il duca a me salire,
ma non già conosciuto chi si fosse,
scorgendo l’atto del fratei, si mosse;

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53. e gli vietò che con la propria mano
non si passasse in quel furore il petto.
S’era più tardo o poco più lontano,
non giugnea a tempo, e non faceva effetto.
«Ah misero fratel, fratello insano, »
gridò «perc’hai perduto l’intelletto,
ch’una femina a morte trar ti debbia?
ch’ ir possan tutte come al vento nebbia!

54. Cerca far morir lei, che morir merta,


e serva a più tuo onor tu la tua morte.
Fu d’amar lei, quando non t’era aperta
la fraude sua: or è da odiar ben forte,
poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa,
quanto sia meretrice, e di che sorte.
Serba quest’arme che volti in te stesso,
a far dinanzi al re tal fallo espresso».

55. Quando si vede Arïodante giunto


sopra il fratei, la dura impresa lascia;
ma la sua intenzion da quel ch’assunto
avea già di morir, poco s’accascia.
Quindi si leva, e porta non che punto,
ma trapassato il cor d’estrema ambascia;
pur finge col fratel, che quel furore
non abbia più, che dianzi avea nel core.

56. Il seguente matin, senza far motto


al suo fratello o ad altri, in via si messe
da la mortai disperazion condotto;
né di lui per più dì fu chi sapesse.
Fuor che ’l duca e il fratello, ogn’altro indòtto
era chi mosso al dipartir l’avesse.
Ne la casa del re di lui diversi
ragionamenti e in tutta Scozia fêrsi.

57. In capo d’otto o di più giorni in corte


venne inanzi a Ginevra un vïandante,
e novelle arrecò di mala sorte:
che s’era in mar summerso Arïodante
di volontaria sua libera morte,
non per colpa di borea o di levante.
D’un sasso che sul mar sporgea molt’alto
avea col capo in giù preso un gran salto.

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58. Colui dicea: «Pria che venisse a questo,
a me che a caso riscontrò per via,
disse: “Vien meco, acciò che manifesto
per te a Ginevra il mio successo sia;
e dille poi, che la cagion del resto
che tu vedrai di me, ch’or ora fia,
ê stato sol perc’ho troppo veduto:
felice, se senza occhi io fossi suto!”

59. Eramo a caso sopra Capobasso,


che verso Irlanda alquanto sporge in mare.
Così dicendo, di cima d’un sasso
lo vidi a capo in giù sott’acqua andare.
Io lo lasciai nel mare, et a gran passo
ti son venuto la nuova a portare».
Ginevra, sbigottita e in viso smorta,
rimase a quello annunzio mezza morta.

60. Oh Dio, che disse e fece, poi che sola


si ritrovò nel suo fidato letto!
Percosse il seno, e si stracciò la stola,
e fece all’aureo crin danno e dispetto,
ripetendo sovente la parola
ch’Arïodante avea in estremo detto:
che la cagion del suo caso empio e tristo
tutta venia per aver troppo visto.

61. Il rumor scorse di costui per tutto,


che per dolor s’avea dato la morte.
Di questo il re non tenne il viso asciutto,
né cavallier né donna de la corte.
Di tutti il suo fratei mostrò più lutto;
e si sommerse nel dolor sì forte,
ch’ad essempio di lui, contra se stesso
voltò quasi la man per irgli appresso.

62. E molte volte ripetendo seco,


che fu Ginevra che ’l fratei gli estinse,
e che non fu se non quell’atto bieco
che di lei vide, ch’a morir lo spinse;
di voler vendicarsene sì cieco
venne, e sì l’ira e sì dolor lo vinse,
che di perder la grazia vilipese,
et aver l’odio del re e del paese.

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63. E inanzi al re, quando era più di gente
la sala piena, se ne venne, e disse:
«Sappi, signor, che di levar la mente
al mio fratei, sì ch’a morir ne gisse,
stata è la figlia tua sola nocente;
ch’a lui tanto dolor l’alma trafisse
d’aver veduta lei poco pudica,
che più che vita ebbe la morte amica.

64. Erane amante, e perché le sue voglie


disoneste non fur, noi vo’ coprire:
per virtù meritarla aver per moglie
da te sperava, e per fedel servire;
ma mentre il lasso ad odorar le foglie
stava lontano, altrui vide salire,
salir su l’arbor riserbato, e tutto
essergli tolto il disïato frutto».

65. E seguitò, come egli avea veduto


venir Ginevra sul verrone, e come
mandò la scala, onde era a lei venuto
un drudo suo, di chi egli non sa il nome,
che s’avea, per non esser conosciuto,
cambiati i panni e nascose le chiome.
Suggiunse che con l’arme egli volea
provar tutto esser ver ciò che dicea.

66. Tu puoi pensar se ’l padre addolorato


riman, quando accusar sente la figlia;
sì perché ode di lei quel che pensato
mai non avrebbe, e n’ha gran maraviglia;
sì perché sa che fia necessitato
(se la difesa alcun guerrier non piglia,
il qual Lurcanio possa far mentire)
di condannarla e di farla morire.

67. Io non credo, signor, che ti sia nuova


la legge nostra che condanna a morte
ogni donna e donzella, che si pruova
di sé far copia altrui ch’ai suo consorte.
Morta ne vien, s’in un mese non truova
in sua difesa un cavallier sì forte,
che contra il falso accusator sostegna
che sia innocente e di morire indegna.

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68. Ha fatto il re bandir, per liberarla
(che pur gli par ch’a torto sia accusata),
che vuol per moglie e con gran dote darla
a chi torrà l’infamia che l’è data.
Chi per lei comparisca non si parla
guerriero ancora, anzi l’un l’altro guata;
che quel Lurcanio in arme è così fiero,
che par che di lui tema ogni guerriero.

69. Atteso ha l’empia sorte, che Zerbino,


fratel di lei, nel regno non si truove;
che va già molti mesi peregrino,
mostrando di sé in arme inclite pruove:
che quando si trovasse più vicino
quel cavallier gagliardo, o in luogo dove
potesse avere a tempo la novella,
non mancheria d’aiuto alla sorella.

70. Il re, ch’intanto cerca di sapere


per altra pruova, che per arme, ancora,
se sono queste accuse o false o vere,
se dritto o torto è che sua figlia mora;
ha fatto prender certe cameriere
che lo dovrian saper, se vero fôra:
ond’io previdi, che se presa era io,
troppo periglio era del duca e mio.

71. E la notte medesima mi trassi


fuor de la corte, e al duca mi condussi;
e gli feci veder quanto importassi
al capo d’amendua, se presa io fussi.
Lodommi, e disse ch’io non dubitassi:
a’ suoi conforti poi venir m’indussi
ad una sua fortezza ch’è qui presso,
in compagnia di dui che mi diede esso.

72. Hai sentito, signor, con quanti effetti


de l’amor mio fei Polinesso certo;
e s’era debitor per tai rispetti
d’avermi cara o no, tu ’l vedi aperto.
Or senti il guidardon che io ricevetti,
vedi la gran mercé del mio gran merto;
vedi se deve, per amare assai,
donna sperar d’esser amata mai;

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73. che questo ingrato, perfido e crudele,
de la mia fede ha preso dubbio al fine:
venuto è in sospizion ch’io non rivele
al lungo andar le fraudi sue volpine.
Ha finto, acciò che m’allontane e cele
fin che l’ira il furor del re decline,
voler mandarmi ad un suo luogo forte;
e mi volea mandar dritto alla morte:

74. che di secreto ha commesso alla guida,


che come m’abbia in queste selve tratta,
per degno premio di mia fé m’uccida.
Così l’intenzi'on gli venia fatta,
se tu non eri appresso alle mie grida.
Ve’ come Amor ben chi lui segue, tratta! –
Così narrò Dalinda al paladino,
seguendo tuttavolta il lor cammino.

75. A cui fu sopra ogn’awentura, grata


questa, d’aver trovata la donzella,
che gli avea tutta l’istoria narrata
de l’innocenzia di Ginevra bella.
E se sperato avea, quando accusata
ancor fosse a ragion, d’aiutar quella,
via con maggior baldanza or viene in prova,
poi che evidente la calunnia truova.

76. E verso la città di Santo Andrea,


dove era il re con tutta la famiglia,
e la battaglia singular dovea
esser de la querela de la figlia,
andò Rinaldo quanto andar potea,
fin che vicino giunse a poche miglia;
alla città vicino giunse, dove
trovò un scudier ch’avea più fresche nuove:

77. ch’un cavallier istrano era venuto,


ch’a difender Ginevra s’avea tolto,
con non usate insegne, e sconosciuto,
però che sempre ascoso andava molto;
e che dopo che v’era, ancor veduto
non gli avea alcun al discoperto il volto;
e che ’l proprio scudier che gli servia
dicea giurando: – Io non so dir chi sia. –

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78. Non cavalcaro molto, ch’alle mura
si trovâr de la terra e in su la porta.
Dalinda andar più inanzi avea paura;
pur va, poi che Rinaldo la conforta.
La porta è chiusa, et a chi n’avea cura
Rinaldo domandò: – Questo ch’importa? –
E fugli detto: perché ’l popul tutto
a veder la battaglia era ridutto,

79. che tra Lurcanio e un cavallier istrano


si fa ne l’altro capo de la terra,
ove era un prato spazïoso e piano;
e che già cominciata hanno la guerra.
Aperto fu al signor di Montealbano,
e tosto il portinar dietro gli serra.
Per la vòta città Rinaldo passa;
ma la donzella al primo albergo lassa:

80. E dice che sicura ivi si stia


fin che ritorni a-llei, che sarà tosto;
e verso il campo poi ratto s’invia,
dove di lui guerrier dato e risposto
molto s’aveano e davan tuttavia.
Stava Lurcanio di mal cor disposto
contra Ginevra; e l’altro in sua difesa
ben sostenea la favorita impresa.

81. Sei cavallier con lor ne lo steccato


eran a piedi, armati di corazza,
col duca d’Albania, ch’era montato
s’un possente corsier di buona razza.
Come a gran contestabile, a lui dato
la guardia fu del campo e de la piazza:
e di veder Ginevra in gran periglio
avea il cor lieto, et orgoglioso il ciglio.

82. Rinaldo se ne va tra gente e gente;


fassi far largo il buon destrier Baiardo:
chi la tempesta del suo venir sente,
a dargli via non par zoppo né tardo.
Rinaldo vi compar sopra eminente,
e ben rassembra il fior d’ogni gagliardo;
poi si ferma all’incontro ove il re siede:
ognun s’accosta per udir che chiede.

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83. Rinaldo disse al re: – Magno signore,
non lasciar la battaglia più seguire;
perché di questi dua qualunche more,
sappi ch’a torto tu ’l lasci morire.
L’un crede aver ragione, et è in errore,
e dice il falso, e non sa di mentire;
ma quel medesmo error che ’l suo germano
a morir trasse, a lui pon l’arme in mano.

84. L’altro non sa se s’abbia dritto o torto;


ma sol per gentilezza e per bontade
in perieoi si è posto d’esser morto,
per non lasciar morir tanta beltade.
Io la salute all’innocenzia porto;
porto il contrario a chi usa falsitade.
Ma, per Dio, questa pugna prima parti,
poi mi dà audienza a quel ch’io vo’ narrarti. –

85. Fu da l’autorità d’un uom sì degno,


come Rinaldo gli parea al sembiante,
sì mosso il re, che disse e fece segno
che non andasse più la pugna inante;
al quale insieme et ai baron del regno
e ai cavallieri e all’altre turbe tante
Rinaldo fe’ l’inganno tutto espresso,
ch’avea ordito a Ginevra Polinesso.

86. Indi s’offerse di voler provare


coll’arme, ch’era ver quel ch’avea detto.
Chiamasi Polinesso; et ei compare,
ma tutto conturbato ne l’aspetto:
pur con audacia cominciò a negare.
Disse Rinaldo: – Or noi vedrem l’effetto. –
L’uno e l’altro era armato, il campo fatto,
sì che senza indugiar vengono al fatto.

87. Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caro


che Ginevra a provar s’abbi innocente!
tutti han speranza che Dio mostri chiaro
ch’impudica era detta ingiustamente.
Crudel, superbo e riputato avaro
fu Polinesso, iniquo e fraudolente;
sì che ad alcun miracolo non fia,
che l’inganno da lui tramato sia.

176
88. Sta Polinesso con la faccia mesta,
col cor tremante e con pallida guancia;
e al terzo suon mette la lancia in resta.
Così Rinaldo inverso lui si lancia,
che disïoso di finir la festa,
mira a passargli il petto con la lancia:
né discorde al disir seguì l’effetto;
che mezza l’asta gli cacciò nel petto.

89. Fisso nel tronco lo transporta in terra,


lontan dal suo destrier più di sei braccia.
Rinaldo smonta subito, e gli afferra
l’elmo, pria che si levi, e gli lo slaccia:
ma quel, che non può far più troppa guerra,
gli domanda mercé con umil faccia,
e gli confessa, udendo il re e la corte,
la fraude sua che l’ha condutto a morte.

90. Non finì il tutto, e in mezzo la parola


e la voce e la vita l’abandona.
Il re, che liberata la figliuola
vede da morte e da fama non buona,
più s’allegra, gioisce e raconsola,
che, s’avendo perduta la corona,
ripor se la vedesse allora allora;
sì che Rinaldo unicamente onora.

91. E poi ch’ai trar de l’elmo conosciuto


l’ebbe, perch’altre volte
l’avea visto, levò le mani a Dio, che d’un aiuto
come era quel, gli avea sì ben provisto.
Quell’altro cavallier che, sconosciuto,
soccorso avea Ginevra al caso tristo,
et armato per lei s’era condutto,
stato da parte era a vedere il tutto.

92. Dal re pregato fu di dire il nome,


o di lasciarsi almen veder scoperto,
acciò da lui fosse premiato, come
di sua buona intenzion chiedeva il merto.
Quel, dopo lunghi preghi, da le chiome
si levò l’elmo, e fe’ palese e certo
quel che ne l’altro canto ho da seguire,
se grata vi sarà l’istoria udire.

177
1. – 1. Tutti gli altri ecc.: usando immagini e linguaggio tradizionali (cfr. VIRGILIO, Aen., III, 147;
IV, 522-523; DANT E, Inf., II, 2: «li animai che sono in terra», con le stesse parole in rima guerra e
erra), l’Ariosto ha costruito un’ottava dal ritmo e dai concetti affatto personali. Il tema della
solidarietà e rispetto fra i sessi ha un’origine ovidiana: Rem. am., 655-659: «Sed modo dilectam
scelus est odisse puellam; Exitus ingeniis convenit iste feris… Turpe vir et mulier, iuncti modo,
protinus hostes» (Cabani). – 4. face: fa (lat.).
2. – 1. Megera: furia, ira. Megera era una delle tre furie infernali. – 4. garrir di: scambiarsi
vociando. – 5. stracciar la faccia: si vede il marito lacerare la faccia alla moglie. Cfr. la descrizione
delle risse d’amore in TIBULLO, I, IX, 51-66. – 6. genïali: nuziali (lat. di Orazio, Virgilio e Catullo).
3. – 1. faccia: agisca. – 4. 0… capello: o anche soltanto a torcerle un capello. Per questo tema,
cfr. TIBULLO, I, X, 59-60: «Ah, lapis estferrumque, suam quicumque puellam Verberat: e caelo
deripit ille deos». – 8. in vista umana: sotto l’apparenza di un uomo.
4. – 5. render le cagioni: spiegare le cause. – 6. fella: crudele. – 8. seguendo: continuando.
5. – 1. La donna ecc.: Questa figura di Dalinda è modellata su quella di Braugain, la fida
cameriera di Isotta nel Tristan, la quale prende il posto della padrona nel letto di Marco per
salvarne l’onore. Isotta in contraccambio, temendo che trapeli il segreto, la vuol fare uccidere da
due scudieri in una profonda foresta; essi però s’impietosiscono e la lasciano legata a un albero; cfr.
P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., pp. 162-163. – 2. espressa: evidente. – 3. Tebe…
Argo… Micene: città famose per i tragici miti di cui furono teatro; Tebe per i fatti di Edipo; Argo per
il delitto delle Danaidi; Micene per la strage di Ifigenia, Agamennone e Clitennestra. – 5-8. se
rotando ecc.: se il sole, nel suo giro, si tiene lontano da queste regioni settentrionali, probabilmente è
perché vuol evitare di vedere popoli così crudeli. (Cfr. VIRGILIO, Aen., I, 567-568).
6. – 5. denudi: riveli (lat.).
7. – 4. buon luogo: un’alta posizione; cfr. BOCCACCIO, Decam., II, VI, 46; III, VII, 75. – 5. al
mio… invidendo: avendo invidia della mia posizione; cfr. PET RARCA, Canz., CCCXV, 12: «Morte
ebbe invidia al mio felice stato». – 7. donzello: paggio, apprendista cavaliere. – 8. Albania: Albany,
nella Scozia.
8. – 3. Ben s’ode… volto: è facile udire i discorsi delle persone e vederne il volto. – 5.
Credendo, amando: cfr. PET RARCA, Tr. Am., II, 124: «tacendo, amando»; che: finché. – 6. non
guardai: non mi preoccupai.
9. – 4. al discoperto: era dunque un balcone esterno non coperto né chiuso da una vetrata; cfr. il
verone della novella boccacciana dell’usignolo, Dec., V, 4, 12 e 21. Dalla stessa novella (V, 4, 29)
proviene probabilmente anche l’elemento della scala. – 8. qual volta: ogni volta che.
10. – 2. quanto… agio: quante Ginevra, colla sua assenza, lo rese possibile. – 3. mutar letto:
cfr. BOCCACCIO, Dec., V, 4, 15-21. – 4. brumal: freddo tempo invernale. – 7. rotte: in rovina; cfr.
per la scena e l’immagine BOCCACCIO, Dec., II, 7, 54; «Era il palagio sopra il mare e alto molto, e
quella finestra, alla quale allora era il prenze, guardava sopra certe case dall’impeto del mare fatte
cadere, nelle quali rade volte e non mai andava persona» (Sangirardi).
11. – 2. amoroso gioco: si noti come Dalinda, per giustificare e nobilitare il suo amore, ricorra
continuamente al linguaggio della lirica cortese e amorosa. – 3-4. m’accesi… foco: cfr. BOCCACCIO,
Decam., X, VII, 13: «dell’amor di lui s’accese un fuoco nell’anima».
12. – 1-2. si mostrò… Ginevra: Polinesso mostrò di avere trasferito il suo amore a Ginevra. –
3-4. inante… mio: prima ancora di amare me. – 4. punto: trafitto (l’espressione è petrarchesca:
Canz., LXI, 7). – 5. in me: verso di me (lat.), venuto: divenuto. – 7. mi scoperse: mi rivelò questo
suo nuovo amore.
13. – 4. imenei: nozze. – 7. sangue… stato: nobiltà di sangue e autorità di dominio; per stato

178
cfr. BOCCACCIO, Decam., I, 1, 15; II, 1, 30; ecc.
14. – 3-4. veder… alzarsi: mi rendevo conto che con un tale matrimonio la sua posizione a corte
sarebbe stata altissima, seconda solo a quella del re. – 5. avria bon merto: sarebbe riconoscente
(cfr. PULCI, Morg., I, 76, 1-2: «e degli onor… Qualche volta, potendo, arà bon merto»).
15. – 1. a satisfargli: a fargli cosa gradita.
16. – 1. core… effetto: intenzioni e opere. – 3. far frutto: ottenere. – 5. che-, perché; indutto:
rivolto. – 7. gentil: nobile.
17. – 1. ben giovinetto: ancora giovanissimo. – 5. ne… effetto: ne diede la prova. – 6. sorte:
valore. – 7. iuridizïoni: diritti feudali.
18. – 1. Grato: caro, ben accetto. – 4. ma più… amante, ma ancor di più perché Ginevra
sapeva che egli era innamorato di lei. – 5. il monte di Siciglia: l’Etna; cfr. I, 40, 8. La serie
iperbolica era tradizionale; cfr. per es. CAT ULLO, LXVIII, 53; ORAZIO, Epod., XVII, 30-33;
BOIARDO, Innam., I, xxi, 28, 7-8: «Ché Mongibel non arde né Vulcano, Più che facesse il sir de
Montealbano». – 8. Arïodante ardea: si noti l’allitterazione e la figura di antonomasia; cfr. Erculea a
I, 3, 1.
19. – 2. fede: devozione. – 3. fe’… fui: fece sì che non si ascoltassero le mie parole quando
cercai di intercedere per il duca d’Albania. – 6. gli… mercede: mi sforzavo di ottenergli il favore di
Ginevra; mercede è voce tecnica della lirica cortese. – 8. se… inimicando: gli diventava sempre più
ostile.
20. – 1. confortai: esortai. – 3. volger: mutare. – 7. quanta… mar: iperbole cara ai poeti
d’amore; piccola dramma: una piccola parte; cfr. PET RARCA, Canz., CXXV, 12-13: «E non lascia
in me dramma Che non sia foco e fiamma».
21. – 5. non pur… rimesso: non solo si distolse da quell’amore. – 7. come superbo: superbo
come era. – 8. si converse: quell’amore (soggetto a senso) si tramutò.
22. – 4. Comporre: pacificare.
23. – 3. tornar: rinascere. L’immagine da ORAZIO, Carm., IV, iv, 57-60. – 6. successi rei:
insuccessi. – 7-8. venire… desire. cfr. BOCCACCIO, Dec., VII, 10, 14: «sperando di dovere alcuna
volta pervenire al fine del suo disiderio»; Teseida, V, VII, 7-8: «e quanti ingegni s’usan per venire
All’amoroso fin di tal desire!» (Sangirardi).
24. – 2. vincer la pruova: cfr. DANT E, Inf., VIII, 122: «io vincerò la prova». – 3. farlo con
effetto: realizzarlo di fatto. – 4. s’io… giuova: il solo illudermi di averlo realizzato, anch’esso mi può
far contento. – 5. qual volta: ogni volta che. – 6. quando allora: dato che ciò avviene di solito
proprio in quel momento in cui. – 8. posta: deposta.
25. – 5. con imaginazione: con l’illusione.
26. – 1-2. divisa… me: completamente separata e fuori di me; «divisa» riferita all’anima turbata e
staccata dal cuore, in PET RARCA, Tr. Am., III, 165; «scevra», per discosta, in DANT E, Par., XVI,
13. – 3. persevra: insiste.
27. – 2. tali: simili. – 4. si fesson: diventassero.
28. – 1. comprendi: conosci (e con questo significato in DANT E, Purg., XXXI, 78 e Par.,
XXXI, 53). – 5. mi turbi: mi ostacoli. – 8. grado: condizione.
30. – 4. se tu… grande: se tu fossi a lei più caro di me; cfr. BOCCACCIO, Decam., V, 11, 1: «ed
egli grande essendo col re». – 6. bande: contrade. – 7. grato: caro, ben accetto.
31. – 4. al frutto: alla prova dei fatti. – 5. fammi… manifestar, rivelami quali relazioni hai con
lei. – 7. manco… veggia: risulti essere meno innanzi nei suoi favori. – 8. d’altro… proveggia: si
cerchi un’altra amante.
32. – 4. mi celi: tenga nascosto per riguardo a me. – 5. scongiuri: giuramenti.

179
33. – 1. per lo giusto… dritto: per filo e per segno. – 5. contraditto: fatta opposizione. – 6-7.
ritrosa… maritaggi: contraria a qualsiasi altro matrimonio.
34. – 8. poi che… intendesse, una volta che il re avesse capito che ciò sarebbe stato gradito alla
figlia.
35. – 2. mi venga appresso: sia vicino a me nel godere i favori di Ginevra. – 4. segno più
espresso: prova più evidente. – 8. bontà: virtù; avanzi: superi.
36. – 2. la mercé… fatica: il premio che si attende come risultato della sua pazienza e delle sue
imprese. – 6. ’l dica: lo ammetta. – 7. del… radice: riconosciuta la base su cui si fonda la mia
felicità.
37. – 2. ti pasce… parole: cfr. PET RARCA, Canz., CCLXIV 58: «di speme il pasce»; POLIZIANO,
Risp. cont, I, 65: «Tu lo pasci di frasche e di parole»; VII, 3: «e pascerlo di sguardi e di parole». –
3. sciocchezza: vana puerilità. – 4. Imputar: attribuire. – 5-6. Io ben… fole: io ho avuto ben più
sicura prova d’esserle caro, che non siano vane parole e favole. – 8. il debito: il mio dovere.
38. – 1. tre… sei: serie numerica suggerita da PET RARCA, Canz., GCVI, 53-54. – 6. le… pruovi:
le vane promesse che tu ricevi da lei. – 7. d’altro ti provedi: cfr. V, 31, 8.
39. – 3. composto fra te: inventato (lat.) di testa tua. – 6. sostener: provare con le armi. – 8. or
ora: subito.
40. – 2-3. la battaglia… di quel: intraprendere un duello per quello. – 6. per Fossa… scorre:
cfr. Virgilio, Aen., II, 120-121: «gelidusque per ima cucurrit Ossa tremor». – 8. venìa… meno:
sarebbe venuta meno in quello stesso momento.
41. – 1-2. Con cor ecc.: cfr. BOIARDO, Innam., I, 1, 29, 5: «Col cor tremante e con vista
cangiata». – 4. rara: incredibile, straordinaria. – 5. di costei… traccia: di smettere di corteggiare
costei.
42. – 4. ch’ordine fu: che fu predisposto fra me e il duca Polinesso. – 5-6. Per scoccar… cheti:
per far scattare la trappola che aveva preparato nascostamente.
43. – 7. sotto… finzion: col pretesto. – 8. quel di Ginevra: quella infedeltà di Ginevra.
44. – 1. prese partito: decise. – 7. cor: coraggio.
45. – 2. con lui: con sé.
46. – 2. cheto: furtivo e senza far rumore. – 3. solitario ostello: casa abbandonata. – 5. fello:
traditore.
47. – 1-2. fregiata… intorno: ornata di fregi dorati in mezzo e agli orli. – 3. rete. o «cuffia a
maglia». Esempi di simili acconciature si vedono in ritratti cinquecenteschi, fra cui quelli famosi di
Anna Sforza e Beatrice d’Este; adombrata: guernita. – 5. foggia: acconciatura. – 8. mi scopria: mi
faceva visibile.
48. – 6. tenendo l’ombre: mantenendosi nell’ombra. – 8. riposto: nascosto.
49. – 4. a buon effetto: al buon fine di trovarmi col mio amante. – 8. un per… volto: il volto
dell’una per quello dell’altra.
50. – 3. al rezzo: all’ombra; cfr. II, 15, 7. – 4. persuase, fece apparire per vero (costr. alla lat.).
– 5. ribrezzo: senso di orrore e di rivolta morale.
51. – 3. lo bacio in bocca: cfr. Innam., I, v, 38, 2: «in bocca l’ha baciato». – 5. si procaccia: si
sforza.
52. – 1. si dispone: decide. – 2. allora allora: all’istante, subito. – 5. ammirazione: stupore.
53. – 4. non faceva effetto: non riusciva (a impedirgli di uccidersi). – 8. ir. scomparire dalla
faccia della terra, dissolversi.
54. – 2. a più tuo onor: a un’occasione più onorevole per te. – 3. Fu… lei: lei fu degna d’essere
amata. – 5. certa: in modo certo. – 6. di che sorte: di quale valore. – 8. a far… espresso: per

180
rivelare, sostenendolo con le armi davanti al re, questo tradimento.
55. – 2. dura: crudele. – 3-4. ma la sua… accascia: ma non muta il suo proposito di morire da
quel che era stato prima, quando aveva preso tale decisione. – 5. Quindi si leva: si allontana di lì;
punto: trafitto.
56. – 5. indòtto: ignaro.
57. – 6. di borea… levante: di tempeste suscitate dai venti. – 7. sasso: rupe. – 8. preso:
spiccato.
58. – 4. il mio successo: quel che mi successe. – 5-6. del resto… fia: di quanto inoltre vedrai
ch’io farò fra poco. – 8. suto: stato.
59. – 1. Eramo: eravamo; Capobasso: un promontorio sulla costa occidentale della Scozia, non
identificato.
60. – 1-4. Oh Dio, che disse ecc.: queste scene di disperazione erano molto comuni nella
letteratura dei cantari e nella narrativa popolare; di là le avevano riprese il Boccaccio (Filocolo, ed.
Battaglia, 1938, p. 232; Decam., II, 8, 22), il Pulci (Morg., III, 9, 7: «graffiossi il volto e straccia i
capei d’oro») e il Boiardo (Innam., II, 11, 7, 7-8: «Battesi ’l petto e battesse la faccia Forte
piangendo, e le sue treccie straccia»). L’Ariosto ha tolto quel che di rigido e di burattinesco c’era in
quelle descrizioni, e le ha rese più dolcemente elegiache, attingendo agli scrittori latini; cfr. per es.
OVIDIO, Met., IV, 138-142; XI, 680-683 e, qui, X, 22, 1-4; 33, 7-8; XXIV, 86, 5-7; XXXII, 17,
7-8. – 3. stola: lunga veste. – 7. empio: crudele.
61. – 1. Il rumor scorse, la fama (lat.) si diffuse. – 3. non… asciutto: cfr. DANT E, Inf., XX, 21:
«tener lo viso asciutto»; PULCI, Morg., I, 86, 6.
62. – 3. bieco: scellerato; cfr. DANT E, Inf., XXV, 31: «opere bieche»; Par., VI, 136: «parole
biece». – 7. di perder… vilipese: non gli importò nulla di perdere il favore del re.
63. – 3. levar la mente, togliere il senno. – 5. nocente: colpevole (lat.).
64. – 2. nol vo’ coprire, non voglio nasconderlo. – 3. meritarla aver: meritare di averla. – 5. il
lasso: lui, Ariodante, ingenuo. – 5-8. le foglie… il frutto: cfr. I, 41, 4.
65. – 1. seguitò: continuò, dicendo. – 4. drudo: amante; di chi: del quale.
66. – 5. fia necessitato: sarà costretto, in osservanza alla legge del luogo. – 7. far mentire,
dimostrare che ha mentito; cfr. IV, 58, 8.
67. – 3-4. si pruova… consorte: si dimostra che si è concessa ad altri che al marito. – 4. far
copia: cfr. I, 44, 2. – 5. Morta: uccisa.
68. – 5-6. Chi per lei… ancora: ancora non si sente dire di alcun guerriero che si presenti in
difesa di lei. – 7. l’un… guata: si studiano l’un l’altro.
69. – 1. Atteso: voluto; Zerbino: cfr. n. a XIII, 6-7. – 3. peregrino: cavaliere errante.
70. – 6. fôra: fosse.
71. – 1-2. mi… fuor, uscii nascostamente. – 2. mi condussi: mi recai. – 3. importassi:
importasse. – 4. al capo d’amendua: per la vita d’entrambi. – 6. a’ suoi conforti: per suo
consiglio.
72. – 1. effetti: prove. – 3-4. s’era… o no: se doveva o no, per questo, avermi cara. – 5.
guidardon: premio. – 6. la gran… merto: la grande ricompensa dei miei meriti verso di lui.
73. – 2. fede: fedeltà, devozione. – 3. sospizion: sospetto (lai). – 4. volpine, cfr. DANT E, Inf.,
XXVII, 74-75: «l’opere mie Non furon leonine, ma di volpe». – 5. cele: mi nasconda. – 6. decline:
diminuisca. – 7. luogo forte: luogo sicuro, castello. – 8. e mi: e invece mi.
74. – 1. di… commesso: ha dato l’ordine segreto. – 4. l’intenzïon… fatta: il suo intento sarebbe
stato realizzato. – 8. seguendo tuttavolta: mentre continuavano a proseguire.
75. – 1. A cui: al quale Rinaldo; grata: gradita, bene accetta. – 5-6. quando… fosse:

181
quand’anche fosse accusata. – 7. via con maggior: con tanto maggiore; viene in prova: affronta il
cimento delle armi.
76. – 1. Santo Andrea: Saint Andrews, antica capitale della Scozia. – 2. la famiglia: il seguito. –
3. battaglia singular. duello. – 4. de la querela: per decidere intorno alla questione d’onore.
77. – 1. istrano: forestiero, e misterioso. – 2. s’avea tolto: s’era assunto il compito.
78. – 2. la terra: la città. – 4. la conforta: la esorta affettuosamente. – 6. ch’importa: che
significa.
79. – 2. ne l’altro capo: dall’altra parte.
80. – 5. e davan tuttavia: e continuavano a scambiarsi dei colpi. – 6. di mal cor disposto:
fieramente ostile in cuor suo.
81. – 1. Sei cavallier: i padrini al seguito dei duellanti. – 3. duca d’Albania: Polinesso. – 5.
gran contestabile: suprema autorità militare del palazzo. – 8. avea… ciglio: cfr. PET RARCA, Tr.
Am., II, 57: «ma col cor tristo e con turbato ciglio».
82. – 6. il fior… gagliardo: cfr. Innam., I, xxv, 36, 7-8: «E qualunque il mirasse in su Baiardo
Direbbe: questo è il fior d’ogni gagliardo». – 7. all’incontro ove: di fronte al luogo dove.
83. – 2. più seguire: proseguire. – 5. L’un: Lurcanio. – 7. germano: fratello, Ariodante.
84. – 5-6. Io la salute ecc.: l’innato amore ariostesco per la giustizia si esprime qui in toni di alta
e dignitosa retorica. – 7. parti: sospendi, dividendo i duellanti.
85. – 7. espresso: manifesto.
86. – 6. vedrem l'effetto: vedremo alla prova delle armi chi dice il vero. – 7. il campo fatto: il
terreno era già stato predisposto per il duello precedente.
87. – 7. ad… fia: non recherebbe meraviglia a nessuno.
88. – 1-2. con la faccia ecc.: cfr. indietro V, 41, 1-2 e nota l’insistenza, in questo episodio, su
tali particolari derivati dalla tradizione novellistica e cavalleresca. – 3. al terzo suon: al terzo squillo
di tromba, dato dagli araldi. – 5. di finir la festa: di dar fine alla giostra, di ucciderlo; cfr. BOIARDO,
Innam., I, I, 85, 8: «Tu in pochi colpi finirà’ la festa»; Mambriano, XIII, 27, 1: «Volea Rinaldo
terminar tal festo» e n. a XXVI, 10, 8.
89. – 1. Fisso nel tronco: tenendolo infilato nel tronco della lancia. – 6. gli domanda mercé: gli
chiede di risparmiarlo; tale era la consuetudine cavalleresca per chi si arrendeva. – 7. udendo:
mentre udiva (gerundio assoluto).
90. – 1-2. in… voce: a metà della parola e del discorso. – 8. unicamente, in modo straordinario.
91. – 3. levò… Dio: non in segno di preghiera, bensì di ringraziamento; cfr. PET RARCA, Canz.,
XXV, 6-7; ARIOST O, Sat., I, 184. – 7. s’era condutto: era giunto qui.
92. – 8. se… udire: mette in scena gli ascoltatori della narrazione, recuperando i modi della
narrazione tradizionale canterina, immettendoli però implicitamente nella nuova situazione della realtà
cortigiana (un pubblico di ascoltatori eletto e complice).

182
CANTO SESTO

Esordio: i delitti non rimangono a lungo ignorati. Fra la generale letizia della
corte scozzese, si scopre che il cavaliere sconosciuto è Ariodante, che si era gettato
in mare, ma poi si era salvato a nuoto. Frattanto Ruggiero giunge con l’ippogrifo
divisola della maga Alcina. Scende a terra e lega il destriero a un mirto. Dall’albero
esce una voce umana: è quella d’Astolfo, che è stato irretito dalla maga Alcina, e
dopo esserne stato l’amante, è stato da lei tramutato in mirto. Egli esorta Ruggiero a
non lasciarsi a sua volta irretire. Ruggiero si avvia verso la rocca della sorella di
Alcina, la buona maga Logistilla, ma giunto nei pressi della città di Alcina, si imbatte
in una torma di mostri. Ne uccide parecchi; sta per essere sopraffatto, quando
escono dalla città due donzelle, che lo invitano a entrare e lo pregano di combattere
con la gigantessa Erifilla, che sta a guardia del ponte.

1. Miser chi mal oprando si confida


ch’ognor star debbia il maleficio occulto;
che quando ogn’altro taccia, intorno grida
l’aria e la terra istessa in ch’è sepulto:
e Dio fa spesso che ’l peccato guida
il peccator, poi ch’alcun dì gli ha indulto,
che sé medesmo, senza altrui richiesta,
innavedutamente manifesta.

2. Avea creduto il miser Polinesso


totalmente il delitto suo coprire,
Dalinda consapevole d’appresso
levandosi, che sola il potea dire:
e aggiungendo il secondo al primo eccesso,
affrettò il mal che potea differire,
e potea differire e schivar forse;
ma se stesso spronando, a morir corse:

3. e perdé amici a un tempo e vita e stato,


e onor, che fu molto più grave danno.
Dissi di sopra, che fu assai pregato
il cavallier, ch’ancor chi sia non sanno.
Al fin si trasse l’elmo, e ’l viso amato
scoperse, che più volte veduto hanno:

183
e dimostrò come era Arïodante,
per tutta Scozia lacrimato inante;

4. Arïodante, che Ginevra pianto


avea per morto, e ’l fratei pianto avea,
il re, la corte, il popul tutto quanto:
di tal bontà, di tal valor splendea.
Adunque il peregrin mentir di quanto
dianzi di lui narrò, quivi apparea;
e fu pur ver che dal sasso marino
gittarsi in mar lo vide a capo chino.

5. Ma (come aviene a un disperato spesso,


che da lontan brama e disia la morte,
e l’odia poi che se la vede appresso,
tanto gli pare il passo acerbo e forte)
Arïodante, poi ch’in mar fu messo,
si pentì di morire; e come forte
e come destro e più d’ogn’altro ardito,
si messe a nuoto e ritornossi al lito;

6. e dispregiando e nominando folle


il desir ch’ebbe di lasciar la vita,
si messe a caminar bagnato e molle,
e capitò all’ostel d’un eremita.
Quivi secretamente indugiar volle
tanto, che la novella avesse udita,
se del caso Ginevra s’allegrasse,
o pur mesta e pietosa ne restasse.

7. Intese prima, che per gran dolore


ella era stata a rischio di morire
(la fama andò di questo in modo fuore,
che ne fu in tutta l’isola che dire):
contrario effetto a quel che per errore
credea aver visto con suo gran martire.
Intese poi, come Lurcanio avea
fatta Ginevra appresso il padre rea.

8. Contra il fratei d’ira minor non arse,


che per Ginevra già d’amore ardesse;
che troppo empio e crudel atto gli parse,
ancora che per lui fatto l’avesse.
Sentendo poi, che per lei non comparse
cavallier che difender la volesse

184
(che Lurcanio sì forte era e gagliardo,
ch’ognun d’andargli contra avea riguardo;

9. e chi n’avea notizia, il riputava


tanto discreto, e sì saggio et accorto,
che se non fosse ver quel che narrava,
non si porrebbe a rischio d’esser morto,
per questo la più parte dubitava
di non pigliar questa difesa a torto);
Arïodante, dopo gran discorsi,
pensò all’accusa del fratello opporsi.

10. – Ah lasso! io non potrei (seco dicea)


– sentir per mia cagion perir costei:
troppo mia morte fora acerba e rea,
se inanzi a me morir vedessi lei.
Ella è pur la mia donna e la mia dea,
questa è la luce pur degli occhi miei:
convien ch’a dritto e a torto, per suo scampo
pigli l’impresa, e resti morto in campo.

11. So ch’io m’appiglio al torto; e al torto sia:


e ne morrò; né questo mi sconforta,
se non ch’io so che per la morte mia
sì bella donna ha da restar poi morta.
Un sol conforto nel morir mi fia,
che se ’l suo Polinesso amor le porta,
chiaramente veder avrà potuto
che non s’è mosso ancor per darle aiuto;

12. e me, che tanto espressamente ha offeso,


vedrà, per lei salvare, a morir giunto.
Di mio fratello insieme, il quale acceso
tanto fuoco ha, vendicherommi a un punto;
ch’io lo farò doler, poi che compreso
il fine avrà del suo crudele assunto:
creduto vendicar avrà il germano,
e gli avrà dato morte di sua mano. –

13. Concluso ch’ebbe questo nel pensiero,


nuove arme ritrovò, nuovo cavallo;
e sopraveste nere, e scudo nero
portò, fregiato a color verdegiallo.
Per aventura si trovò un scudiero
ignoto in quel paese, e menato hallo;

185
e sconosciuto (come ho già narrato)
s’appresentò contra il fratello armato.

14. Narrato v’ho come il fatto successe,


come fu conosciuto Arïodante.
Non minor gaudio n’ebbe il re, ch’avesse
de la figliuola liberata inante.
Seco pensò che mai non si potesse
trovar un più fedele e vero amante;
che dopo tanta ingiuria, la difesa
di lei, contra il fratei proprio, avea presa.

15. E per sua inclinazion (ch’assai l’amava)


e per li preghi di tutta la corte,
e di Rinaldo, che più d’altri instava,
de la bella figliuola il fa consorte.
La duchea d’Albania, ch’ai re tornava
dopo che Polinesso ebbe la morte,
in miglior tempo discader non puote,
poi che la dona alla sua figlia in dote.

16. Rinaldo per Dalinda impetrò grazia,


che se n’andò di tanto errore esente;
la qual per voto, e perché molto sazia
era del mondo, a Dio volse la mente:
monaca s’andò a render fin in Dazia,
e si levò in Scozia immantinente.
Ma tempo è ormai di ritrovar Ruggiero,
che scorre il ciel su l’animal leggiero.

17. Ben che Ruggier sia d’animo constante,


né cangiato abbia il solito colore,
io non gli voglio creder che tremante
non abbia dentro più che foglia il core.
Lasciato avea di gran spazio distante
tutta l’Europa, et era uscito fuore
per molto spazio il segno che prescritto
avea già a’ naviganti Ercole invitto.

18. Quello ippogrifo, grande e strano augello,


lo porta via con tal prestezza d’ale,
che lascieria di lungo tratto quello
celer ministro del fulmineo strale.
Non va per l’aria altro animai sì snello,
che di velocità gli fosse uguale:

186
credo ch’a pena il tuono e la saetta
venga in terra dal ciel con maggior fretta.

19. Poi che l’augel trascorso ebbe gran spazio


per linea dritta e senza mai piegarsi,
con larghe ruote, ornai de l’aria sazio,
cominciò sopra una isola a calarsi,
pari a quella ove, dopo lungo strazio
far del suo amante e lungo a lui celarsi,
la vergine Aretusa passò invano
di sotto il mar per camin cieco e strano.

20. Non vide né ’l più bel né ’l più giocondo


da tutta l’aria ove le penne stese;
né se tutto cercato avesse il mondo,
vedria di questo il più gentil paese,
ove, dopo un girarsi di gran tondo,
con Ruggier seco il grande augel discese:
culte pianure e delicati colli,
chiare acque, ombrose ripe e prati molli.

21. Vaghi boschetti di soavi allori,


di palme e d’amenissime mortelle,
cedri et aranci ch’avean frutti e fiori
contesti in varie forme e tutte belle,
facean riparo ai fervidi calori
de’ giorni estivi con lor spesse ombrelle;
e tra quei rami con sicuri voli
cantando se ne gìano i rosignuoli.

22. Tra le purpuree rose e i bianchi gigli,


che tiepida aura freschi ognora serba,
sicuri si vedean lepri e conigli,
e cervi con la fronte alta e superba,
senza temer ch’alcun gli uccida o pigli,
pascano o stiansi rominando l’erba;
saltano i daini e i capri isnelli e destri,
che sono in copia in quei luoghi campestri.

23. Come sì presso è l’ippogrifo a terra,


ch’esser ne può men periglioso il salto,
Ruggier con fretta de l’arcion si sferra,
e si ritruova in su l’erboso smalto;
tuttavia in man le redine si serra,
che non vuol che ’l destrier più vada in alto:

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poi lo lega nel margine marino
a un verde mirto in mezzo un lauro e un pino.

24. E quivi appresso ove surgea una fonte


cinta di cedri e di feconde palme,
pose lo scudo, e l’elmo da la fronte
si trasse, e disarmossi ambe le palme;
et ora alla marina et ora al monte
volgea la faccia all’aure fresche et alme,
che l’alte cime con mormorii lieti
fan tremolar dei faggi e degli abeti.

25. Bagna talor ne la chiara onda e fresca


l’asciutte labra, e con le man diguazza,
acciò che de le vene il calore esca
che gli ha acceso il portar de la corazza.
Né maraviglia è già ch’ella gl’incresca;
che non è stato un far vedersi in piazza:
ma senza mai posar, d’arme guemito,
tre mila miglia ognor correndo era ito.

26. Quivi stando, il destrier ch’avea lasciato


tra le più dense frasche alla fresca ombra,
per fuggir si rivolta, spaventato
di non so che, che dentro al bosco adombra:
e fa crollar sì il mirto ove è legato,
che de le frondi intorno il piè gli ingombra:
crollar fa il mirto e fa cader la foglia;
né succede però che se ne scioglia.

27. Come ceppo talor, che le medolle


rare e vòte abbia, e posto al fuoco sia,
poi che per gran calor quell’aria molle
resta consunta ch’in mezzo l’empìa,
dentro risuona, e con strepito bolle
tanto che quel furor truovi la via;
così murmura e stride e si coruccia
quel mirto offeso, e al fine apre la buccia.

28. Onde con mesta e flebil voce uscio


espedita e chiarissima favella,
e disse: – Se tu sei cortese e pio,
come dimostri alla presenza bella,
lieva questo animai da l’arbor mio:
basti che ’l mio mal proprio mi flagella,

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senza altra pena, senza altro dolore
ch’a tormentarmi ancor venga di fuore. –

29. Al primo suon di quella voce torse


Ruggiero il viso, e subito levosse;
e poi ch’uscir da l’arbore s’accorse,
stupefatto restò più che mai fosse.
A levarne il destrier subito corse;
e con le guancie di vergogna rosse:
– Qual che tu sii, perdonami, (dicea)
o spirto umano, o boschereccia dea.

30. Il non aver saputo che s’asconda


sotto ruvida scorza umano spirto,
m’ha lasciato turbar la bella fronda
e far ingiuria al tuo vivace mirto:
ma non restar però, che non risponda
chi tu ti sia, ch’in corpo orrido et irto,
con voce e razionale anima vivi;
se da grandine il ciel sempre ti schivi.

31. E s’ora o mai potrò questo dispetto


con alcun beneficio compensarle,
per quella bella donna ti prometto,
quella che di me tien la miglior parte,
ch’io farò con parole e con effetto,
ch’avrai giusta cagion di me lodarte. –
Come Ruggiero al suo parlar fin diede,
tremò quel mirto da la cima al piede.

32. Poi si vide sudar su per la scorza,


come legno dal bosco allora tratto,
che del fuoco venir sente la forza,
poscia ch’invano ogni ripar gli ha fatto;
e cominciò: – Tua cortesia mi sforza
a discoprirti in un medesmo tratto
ch’io fossi prima, e chi converso m’aggia
in questo mirto in su l’amena spiaggia.

33. Il nome mio fu Astolfo; e paladino


era di Francia, assai temuto in guerra:
d’Orlando e di Rinaldo era cugino,
la cui fama alcun termine non serra;
e si spettava a me tutto il domino,
dopo il mio padre Oton, de l’Inghilterra.

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Leggiadro e bel fui sì, che di me accesi
più d’una donna; e al fin me solo offesi.

34. Ritornando io da quelle isole estreme


che da Levante il mar Indico lava,
dove Rinaldo et alcun’altri insieme
meco fur chiusi in parte oscura e cava,
et onde liberate le supreme
forze n’avean del cavallier di Brava;
vêr ponente io venia lungo la sabbia
che del settentrfon sente la rabbia.

35. E come la via nostra e il duro e fello


distin ci trasse, uscimmo una matina
sopra la bella spiaggia, ove un castello
siede sul mar, de la possente Alcina.
Trovammo lei ch’uscita era di quello,
e stava sola in ripa alla marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito, che volea.

36. Veloci vi correvano i delfini,


vi venia a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli coi vécchi marini
vengon turbati dal lor pigro sonno;
muli, salpe, salmoni e coracini
nuotano a schiere in più fretta che ponno;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon del mar con monstruose schiene.

37. Veggiamo una balena, la maggiore


che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de Fonde salse le spallaccie grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch’era ferma e che mai non si scosse:
ch’ella sia una isoletta ci credemo,
così distante ha l’un da l’altro estremo.

38. Alcina i pesci uscir facea de l’acque


con semplici parole e puri incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s’a un parto o dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
l’aspetto mio, come mostrò ai sembianti:

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e pensò con astuzia e con ingegno
tòrmi ai compagni; e riuscì il disegno.

39. Ci venne incontra con allegra faccia,


con modi grazïosi e riverenti,
e disse: «Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non ha stelle il cielo.

40. E volendo vedere una sirena


che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quell’altra arena,
dove a quest’ora suol sempre tornare».
E ci mostrò quella maggior balena
che, come io dissi, una isoletta pare.
Io che sempre fui troppo (e me n’incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.

41. Rinaldo m’accennava, e similmente


Dudon, ch’io non v’andassi: e poco valse.
La fata Alcina con faccia ridente,
lasciando gli altri dua, dietro mi salse.
La balena, all’ufficio diligente,
nuotando se n’andò per l’onde salse.
Di mia sciochezza tosto fui pentito;
ma troppo mi trovai lungi dal lito.

42. Rinaldo si cacciò ne l’acqua a nuoto


per aiutarmi, e quasi si sommerse,
perché levossi un furïoso Noto
che d’ombra il cielo e ’l pelago coperse.
Quel che di lui seguì poi, non m’è noto.
Alcina a confortarmi si converse;
e quel dì tutto e la notte che venne,
sopra quel mostro in mezzo il mar mi tenne.

43. Fin che venimmo a questa isola bella,


di cui gran parte Alcina ne possiede,
e l’ha usurpata ad una sua sorella
che ’l padre già lasciò del tutto erede,
perché sola legitima avea quella;
e (come alcun notizia me ne diede,

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che pienamente instrutto era di questo)
sono quest’altre due nate d’incesto.

44. E come sono inique e scelerate


e piene d’ogni vizio infame e brutto,
così quella, vivendo in castitate,
posto ha ne le virtuti il suo cor tutto.
Contra lei queste due son congiurate;
e già più d’uno esercito hanno instrutto
per cacciarla de l’isola, e in più volte
più di cento castella l’hanno tolte:

45. né ci terrebbe ormai spanna di terra


colei, che Logistilla è nominata,
se non che quinci un golfo il passo serra,
e quindi una montagna inabitata,
sì come tien la Scozia e l’Inghilterra
il monte e la riviera, separata;
né però Alcina né Morgana resta
che non le voglia tor ciò che le resta.

46. Perché di vizii è questa coppia rea,


odia colei, perché è pudica e santa.
Ma, per tornare a quel ch’io ti dicea,
e seguir poi com’io divenni pianta,
Alcina in gran delizie mi tenea,
e del mio amore ardeva tutta quanta;
né minor fiamma nel mio core accese
il veder lei sì bella e sì cortese.

47. Io mi godea le delicate membra:


pareami aver qui tutto il ben raccolto
che fra i mortali in più parti si smembra,
a chi più et a chi meno e a nessun molto;
né di Francia né d’altro mi rimembra:
stavomi sempre a contemplar quel volto:
ogni pensiero, ogni mio bel disegno
in lei finia, né passava oltre il segno.

48. Io da lei altretanto era o più amato:


Alcina più non si curava d’altri;
ella ogn’altro suo amante avea lasciato,
ch’inanzi a me ben ce ne fur degli altri.
Me consiglier, me avea dì e notte a lato,
e me fe’ quel che commandava agli altri:

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a me credeva, a me si riportava;
né notte o dì con altri mai parlava.

49. Deh! perché vo le mie piaghe toccando,


senza speranza poi di medicina?
Perché l’avuto ben vo rimembrando,
quando io patisco estrema disciplina?
Quando credea d’esser felice, e quando
credea ch’amar più mi dovesse Alcina,
il cor che m’avea dato si ritolse,
e ad altro nuovo amor tutta si volse.

50. Conobbi tardi il suo mobil ingegno,


usato amare e disamare a un punto.
Non era stato oltre a duo mesi in regno,
ch’un novo amante al loco mio fu assunto.
Da sé cacciommi la fata con sdegno,
e da la grazia sua m’ebbe disgiunto:
e seppi poi, che tratti a simil porto
avea mill’altri amanti, e tutti a torto.

51. E perché essi non vadano pel mondo


di lei narrando la vita lasciva,
chi qua chi là, per lo terren fecondo
li muta, altri in abete, altri in oliva,
altri in palma, altri in cedro, altri secondo
che vedi me su questa verde riva,
altri in liquido fonte, alcuni in fiera,
come più agrada a quella fata altiera.

52. Or tu che sei per non usata via,


signor, venuto all’isola fatale,
acciò ch’alcuno amante per te sia
converso in pietra o in onda, o fatto tale;
avrai d’Alcina scettro e signoria,
e sarai lieto sopra ogni mortale:
ma certo sii di giunger tosto al passo
d’entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso.

53. Io te n’ho dato volentieri aviso;


non ch’io mi creda che debbia giovarte:
pur meglio fia che non vadi improviso,
e de’ costumi suoi tu sappia parte;
che forse, come è differente il viso,
è differente ancor l’ingegno e l’arte.

193
Tu saprai forse riparare al danno,
quel che saputo mill’altri non hanno. –

54. Ruggier, che conosciuto avea per fama


ch’Astolfo alla sua donna cugin era,
si dolse assai che in steril pianta e grama
mutato avesse la sembianza vera;
e per amor di quella che tanto ama
(pur che saputo avesse in che maniera)
gli avria fatto servizio: ma aiutarlo
in altro non potea, ch’in confortarlo.

55. Lo fe’ al meglio che seppe; e domandolli


poi se via c’era, ch’ai regno guidassi
di Logistilla, o per piano o per colli,
sì che per quel d’Alcina non andassi.
Che ben ve n’era un’altra, ritornolli
l’arbore a dir, ma piena d’aspri sassi,
s’andando un poco inanzi alla man destra,
salisse il poggio invêr la cima alpestra.

56. Ma che non pensi già che seguir possa


il suo camin per quella strada troppo:
incontro avrà di gente ardita, grossa
e fiera compagnia, con duro intoppo.
Alcina ve li tien per muro e fossa
a chi volesse uscir fuor del suo groppo.
Ruggier quel mirto ringraziò del tutto,
poi da lui si partì dotto et instrutto.

57. Venne al cavallo, e lo disciolse e prese


per le redine, e dietro se lo trasse;
né, come fece prima, più l’ascese,
perché mal grado suo non lo portasse.
Seco pensava come nel paese
di Logistilla a salvamento andasse.
Era disposto e fermo usar ogni opra,
che non gli avesse imperio Alcina sopra.

58. Pensò di rimontar sul suo cavallo,


e per l’aria spronarlo a nuovo corso:
ma dubitò di far poi maggior fallo;
che troppo mal quel gli ubidiva al morso.
– Io passerò per forza, s’io non fallo –,
dicea tra sé, ma vano era il discorso.

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Non fu duo miglia lungi alla marina,
che la bella città vide d’Alcina.

59. Lontan si vide una muraglia lunga


che gira intorno, e gran paese serra;
e par che la sua altezza al ciel s’aggiunga,
e d’oro sia da l’alta cima a terra.
Alcun dal mio parer qui si dilunga,
e dice ch’ell’è alchimia: e forse ch’erra;
et anco forse meglio di me intende:
a me par oro, poi che sì risplende.

60. Come fu presso alle sì ricche mura,


che ’l mondo altre non ha de la lor sorte,
lasciò la strada che per la pianura
ampia e diritta andava alle gran porte;
et a man destra, a quella più sicura,
ch’ai monte già, piegossi il guerrier forte:
ma tosto ritrovò l’iniqua frotta,
dal cui furor gli fu turbata e rotta.

61. Non fu veduta mai più strana torma,


più monstruosi volti e peggio fatti:
alcun’ dal collo in giù d’uomini han forma,
col viso altri di simie, altri di gatti;
stampano alcun’ con piè caprigni l’orma;
alcuni son centauri agili et atti;
son gioveni impudenti e vecchi stolti,
chi nudi e chi di strane pelli involti.

62. Chi senza freno in s’un destrier galoppa,


chi lento va con l’asino o col bue,
altri salisce ad un centauro in groppa,
struzzoli molti han sotto, aquile e grue;
ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa;
chi femina è, chi maschio, e chi amendue;
chi porta uncino e chi scala di corda,
chi pai di ferro e chi una lima sorda.

63. Di questi il capitano si vedea


aver gonfiato il ventre, e ’l viso grasso;
il qual su una testuggine sedea,
che con gran tardità mutava il passo.
Avea di qua e di là chi lo reggea,
perché egli era ebro, e tenea il ciglio basso;

195
altri la fronte gli asciugava e il mento,
altri i panni scuotea per fargli vento.

64. Un ch’avea umana forma i piedi e ’l ventre,


e collo avea di cane, orecchia e testa,
contra Ruggiero abaia, acciò ch’egli entre
ne la bella città ch’a dietro resta.
Rispose il cavallier: – Nol farò, mentre
avrà forza la man di regger questa! –
e gli mostra la spada, di cui volta
avea l’aguzza punta alla sua volta.

65. Quel monstro lui ferir vuol d’una lancia,


ma Ruggier presto se gli aventa addosso:
una stoccata gli trasse alla pancia,
e la fe’ un palmo riuscir pel dosso.
Lo scudo imbraccia, e qua e là si lancia,
ma l’inimico stuolo è troppo grosso:
l’un quinci il punge, e l’altro quindi afferra:
egli s’arrosta, e fa lor aspra guerra.

66. L’un sin a’ denti, e l’altro sin al petto


partendo va di quella iniqua razza;
ch’alia sua spada non s’oppone elmetto,
né scudo, né panziera, né corazza:
ma da tutte le parti è così astretto,
che bisogno saria, per trovar piazza
e tener da sé largo il popul reo,
d’aver più braccia e man che Brïareo.

67. Se di scoprire avesse avuto aviso


lo scudo che già fu del negromante
(io dico quel ch’abbarbagliava il viso,
quel ch’all’arcione avea lasciato Atlante),
subito avria quel brutto stuol conquiso
e fattosel cader cieco davante;
e forse ben, che disprezzo quel modo,
perché virtude usar vòlse, e non frodo.

68. Sia quel che può, più tosto vuol morire,


che rendersi prigione a sì vil gente.
Eccoti intanto da la porta uscire
del muro, ch’io dicea d’oro lucente,
due giovani ch’ai gesti et al vestire
non eran da stimar nate umilmente,

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né da pastor nutrite con disagi,
ma fra delizie di reai palagi.

69. L’una e l’altra sedea s’un lïocorno,


candido più che candido armelino;
l’una e l’altra era bella, e di sì adorno
abito, e modo tanto pellegrino,
che a l’uom, guardando e contemplando intorno,
bisognerebbe aver occhio divino
per far di lor giudizio: e tal saria
Beltà, s’avesse corpo, e Leggiadria.

70. L’una e l’altra n’andò dove nel prato


Ruggiero è oppresso da lo stuol villano.
Tutta la turba si levò da lato;
e quelle al cavallier porser la mano,
che tinto in viso di color rosato,
le donne ringraziò de l’atto umano:
e fu contento, compiacendo loro,
di ritornarsi a quella porta d’oro.

71. L’adornamento che s’aggira sopra


la bella porta e sporge un poco avante,
parte non ha che tutta non si cuopra
de le più rare gemme di Levante.
Da quattro parti si riposa sopra
grosse colonne d’integro diamante.
0 vero o falso ch’all’occhio risponda,
non è cosa più bella o più gioconda.

72. Su per la soglia e fuor per le colonne


corron scherzando lascive donzelle,
che, se i rispetti debiti alle donne
servasser più, sarian forse più belle.
Tutte vestite eran di verdi gonne,
e coronate di frondi novelle.
Queste, con molte offerte e con buon viso,
Ruggier fecero entrar nel paradiso:

73. che si può ben così nomar quel loco,


ove mi credo che nascesse Amore.
Non vi si sta se non in danza e in giuoco,
e tutte in festa vi si spendon Pore:
pensier canuto né molto né poco
si può quivi albergare in alcun core:

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non entra quivi disagio né inopia,
ma si sta ognor col corno pien la Copia.

74. Qui, dove con serena e lieta fronte


par ch’ognor rida il grazïoso aprile,
gioveni e donne son: qual presso a fonte
canta con dolce e dilettoso stile;
qual d’un arbore all’ombra e qual d’un monte
o giuoca o danza o fa cosa non vile;
e qual, lungi dagli altri, a un suo fedele
discuopre l’amorose sue querele.

75. Per le cime dei pini e degli allori,


degli alti faggi e degl’irsuti abeti,
volan scherzando i pargoletti Amori:
di lor vittorie altri godendo lieti,
altri pigliando a saettare i cori
la mira quindi, altri tendendo reti;
chi tempra dardi ad un ruscel più basso,
e chi gli aguzza ad un volubil sasso.

76. Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato,


forte, gagliardo, e tutto di pel sauro,
ch’avea il bel guemimento ricamato
di prezïose gemme e di fin auro;
e fu lasciato in guardia quello alato,
quel che solea ubidire al vecchio Mauro,
a un giovene che dietro lo menassi
al buon Ruggier, con men frettosi passi.

77. Quelle due belle giovani amorose


ch’avean Ruggier da l’empio stuol difeso,
da l’empio stuol che dianzi se gli oppose
su quel camin ch’avea a man destra preso,
g]i dissero: – Signor, le virtuose
opere vostre che già abbiamo inteso,
ne fan sì ardite, che l’aiuto vostro
vi chiederemo a beneficio nostro.

78. Noi troveren tra via tosto una lama,


che fa due parti di questa pianura.
Una crudel, che Erifilla si chiama,
difende il ponte, e sforza e inganna e fura
chiunque andar ne l’altra ripa brama;
et ella è gigantessa di statura,

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li denti ha lunghi e velenoso il morso,
acute l’ugne, e graffia come un orso.

79. Oltre che sempre ci turbi il camino,


che libero saria se non fosse ella,
spesso, correndo per tutto il giardino,
va disturbando or questa cosa or quella.
Sappiate che del populo assassino
che vi assalì fuor de la porta bella,
molti suoi figli son, tutti seguaci,
empii, come ella, inospiti e rapaci. -

80. Ruggier rispose: - Non ch’una battaglia,


ma per voi sarò pronto a fame cento:
di mia persona, in tutto quel che vaglia,
fatene voi secondo il vostro intento;
che la cagion ch’io vesto piastra e maglia,
non è per guadagnar terre né argento,
ma sol per farne beneficio altrui,
tanto più a belle donne come vui. –

81. Le donne molte grazie riferirò


degne d’un cavallier, come quell’era:
e così ragionando ne veniro
dove videro il ponte e la riviera;
e di smeraldo ornata e di zafiro
su l’arme d’or, vider la donna altiera.
Ma dir ne l’altro canto differisco,
come Ruggier con lei si pose a risco.

1. – 1-2. Miser chi ecc.: il concetto è della saggezza comune; ma ha riscontri clasici, come, per
es., in CICERONE, De finibus, I, XVI, 50: «Etsi vero [humana mens] molita quippiam est,
quamvis occulte fecerit, numquam tamen id confidet fore semper occultum» e in TIBULLO, I,
IX, 23-24: «nec tibi celandi spes sit peccare paranti: Est deus, occultos qui vetat esse dolos»;
si confida: si illude. – 2. malefìcio: delitto. – 4. in ch’è sepulto: in cui il delitto è nascosto (sepulto
in questo senso anche in DANT E, Par., VII, 58). Forse l’Ariosto pensava alla leggenda delle
orecchie d’asino sepolte da Mida; cfr. OVIDIO, Met., XI, 183-193. – 5-8. e Dio fa ecc.: e Dio,
dopo aver concesso al peccatore qualche giorno, perché possa pentirsi, vedendolo renitente, fa in
modo che egli stesso involontariamente si accusi.
2. – 1. miser. cfr. I, 1: ora applica al caso particolare la sentenza generale. – 3-4. d’appresso
levandosi: togliendo di mezzo. – 5. eccesso: delitto. – 8. se stesso spronando: agendo con troppa
precipitazione; a morir corse: cfr. PET RARCA, Tr. Am., II, 124: «Tacendo, amando quasi a morte
corse».
3. – 1. stato: la sua eminente posizione sociale. – 8. lacrimato: pianto come morto.

199
4. – 5-6. Adunque… apparea: dunque sembrava avesse mentito il pellegrino che aveva recato la
notizia del suo suicidio: cfr. V, 57. – 7. e fu pur ver. eppure fu vero. – 8. a capo chino: cfr. V, 57,
8.
5. – 2. brama e disia la morte: cfr. PET RARCA, Canz., CV, 30: «altri dì et notte la sua morte
brama». – 4. il passo: dalla vita alla morte; cfr. PET RARCA, Canz., XXXVI, 7; CXXVI, 22;
CCCXXIII, 9-11: «passo… acerba morte». – 5. fu messo: si fu gettato. – 6. e come: e come
quello che era.
6. – 1-2. folle il desir. cfr. PET RARCA, Canz., VI, 1: «’l folle mi’ desio». – 3. molle: fradicio. – 4.
ostel: ricovero.
7. – 3. di questo: del suo dolore. – 3-4. in modo… che ne fu… che dire: così che ci fu modo di
commentare il fatto in tutta l’isola. – 8. fatta… rea: accusata.
8. – 3. Parse: parve. – 4. ancor che: benché. – 5. Comparse: comparve. – 8. avea riguardo:
evitava, si schermiva.
9. – 1. n’avea notizia: lo conosceva. – 2. discreto: giudizioso, assennato. – 7. discorsi:
riflessioni.
10. – 4. inanzi a me. prima di me. – 5. Ella… dea: cfr. PET RARCA, Canz., CCCLXVI, 98: «Or
tu, Donna del ciel, tu nostra Dea». – 6. questa… miei: cfr. PET RARCA, Canz., CCXLVI, 11: «li
occhi miei che luce altra non hanno». – 7. a dritto e a torto: avendo ragione o anche avendo torto;
«indipendentemente dalla giustizia o ingiustizia della causa non c’è alternativa per Ariodante»
(Caretti).
11. – 1. m’appiglio: mi rivolgo, mi attengo; cfr. PET RARCA, Canz., CCLXIV, 136: «et al peggior
m’appiglio». – 3. se non ch’io so: se non fosse ch’io so. «Ariodante non si rammarica per sé ma per
la donna, perché dalla morte del cavaliere sarà ritenuta comprovata la colpevolezza di Ginevra»
(Caretti). – 5. Un sol conforto: cfr. PET RARCA, Canz., VIII, II: «un sol conforto, e de la morte,
avemo»; CCCXLVIII, 12.
12. – 1. espressamente: manifestamente. – 6. il fine: il risultato; assunto; impresa.
13. – 3. Sopraveste: leggera tunica che si indossava sopra la corazza; nere… nero: simbolo di
lutto o dolore. – 4. Verdegiallo: il colore delle foglie appassite, simbolo di dolore e disperazione; cfr.
n. a XXXII, 46, 7.
15. – 3. instava: insisteva, incalzava. – 5. duchea: ducato. – 7. discader: rimaner vacante.
16. – 2. di tanto… esente: impunita per la sua colpa ch’era pur grande. – 5. Dazia: da
identificarsi colla Dania o Danimarca. – 7. tempo è ormai: cfr. n. a II, 30, 7-8.
17. – 1. Constante: risoluto, coraggioso. – 3-4. tremante… com cfr. XVIII, 80, 7; la situazione
tra di spensierato ardimento e di inquieta perplessità sarà uno dei motivi poetici del personaggio di
Ruggiero nell’episodio che segue; un personaggio che l’Ariosto assume a tipo stilizzato e di cui si
serve per comporre una variazione allegorica sul tema dell’amore. – 6-8. fuore… invitto: al di là
delle colonne poste da Ercole a Gibilterra, come segno occidentale di confine ai naviganti; cfr.
DANT E, Inf., XXVI, 108: «Dov’Ercule segnò li suoi riguardi»; PULCI, Morg., XXV, 130: «i segni che
Ercule già pose Acciò che i navicanti sieno accorti Di non passar più oltre».
18. – 4. celer ministro: l’aquila, che portava il fulmine a Giove; cfr. ORAZIO, Carm., IV, 4, 1:
«ministrum fulminis alitem».
19. – 1. trascorso: percorso. – 3. con larghe ruote: cfr. IV, 24, 8. – 5-8. pari a quella ecc.:
simile alla Sicilia. Secondo la favola antica, la ninfa Aretusa cercò un rifugio all’amore del dio fluviale
Alfeo, attraversando il mare dalla Grecia alla Sicilia. Appena giunta, però, Diana la trasformò in
fonte, per sottrarla all’inseguitore; ma invano (v. 7), poiché Alfeo la raggiunse, mescolando le sue
con le acque di lei. (Cfr. VIRGILIO, Aen., III, 692-696; OVIDIO, Met., V, 564-641). La reminiscenza

200
classica aiuta fin dall’inzio a caratterizzare l’isola d’Alcina come luogo dalla geografia in parte
immaginaria, anche se essa è identificabile con una delle isole, simili al Cipangu di cui parla Marco
Polo, dell’Asia orientale, o India (cfr. VII, 39, 8), di cui si favolava non poco, e a cui credeva
d’essere approdato anche C. Colombo. La letteratura offre numerosi esempi di simili paesaggi ideali
di terre felici e senza peccato: l’Eden, i Campi Elisi, le Esperidi, l’isola dei Feaci, l’isola d’Avalona, il
«paradiso deliziano», i giardini d’amore, ecc. (Cfr. A. GRAF, Miti, leggende, ecc., Torino, 1925;
LEONARDO OLSCHKI, Storia letteraria delle scoperte geografiche, Firenze, 1937, pp. 34-55; E. R.
CURT IUS, Lett. eur., cit., p. 223; P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., pp. 164-169).
Come modelli letterari più diretti l’Ariosto ebbe presente i giardini del Decameron, da quello
incantato di Madonna Dianora (X, V) a quelli fra cui trascorre la cortese brigata, e poi l’isola di
Carandina nel Mambriano, il giardino di Falerina nell’Innam. (II, IV, 21-23) e le descrizioni di
Cipro in Petrarca, Tr. Am., IV, 100-129 e nelle Stanze del Poliziano (I, 70, segg.).
20. – 1. giocondo: piacente, gradito; cfr. PET RARCA, Tr. Etern., 24: «E rifarne un più bello e più
giocondo». – 4. gentil: leggiadro, ameno. – 5. di gran tondo: con larghe ruote. – 7-8. culte
pianure ecc.: pianure coltivate e colli dal pendio dolce, acqua limpida e prati intrisi di rugiada; cfr. i
chiari rivi di I, 35, 5 e poi VIRGILIO, Ecl., X, 42: «mollia prata»; PET RARCA, Tr. Am., IV, 101:
«un’isoletta delicata e molle»; BOIARDO, Innam., II, IV, 23, 1: «Dolce pianure e lieti monticelli»; ecc.
21. – 1. Vaghi: graziosi; allori: la botanica dell’Ariosto, pur essendo essenzialmente letteraria e
stilizzata, è più coerentemente latina e mediterranea, meno miscidata, di quella dei suoi modelli: cfr.
per es. POLIZIANO, Stanze, loc. cit., 82-83; BOIARDO, Innam., I, 111, 37, 8: «un faggio, un pino ed
una verde oliva». – 2. amenissime: dal profumo piacevole. – 4. contesti: intrecciati. – 6. con…
ombrelle. col folto intreccio dei loro rami; ombrelle è latinismo virgiliano (Ecl., IX, 42, già ripreso
dal POLIZIANO, Stanze, I, 84, 5). – 7. sicuri: dalle insidie dei cacciatori.
22. – 4. con la fronte… superba: cfr. POLIZIANO, Stanze, I, 34, 2-3: «una cervia altera e bella,
Con alta fronte, con coma ramose». – 7. capri: caprioli; cfr. BOIARDO, Innam., II, IV, 23, 5-8:
«Conigli e caprioli e cervi isnelli, Piacevoli a guardare e mansueti, Lepore e daini correndo d’intorno,
Pieno avean tutto quel giardino adorno».
23. – 3. si sferra: si libera, saltando giù. – 4. l’erboso smalto, il prato; cfr. DANT E, Inf, IV, 118:
«Sopra ’l verde smalto»; PULCI, Morg., XVI, 109, 4; XXIV, 135, 5. – 7. nel… marino: sulla riva
del mare. – 8. a un verde… pino: «L’Ariosto anche qui predispone i dati della sua visione con un
senso tutto suo di essenziale sobrietà e di ordine armonioso, e in pochi tratti ti dà lo schema della
“composizione”, alla maniera di un pittore» (Sapegno).
24. – 1. surgea: sgorgava. – 2. feconde: buone a far frutto. – 6. alme: ristoratrici, benefiche.
25. – 2. asciutte: riarse. – 6. non è stato… piazza: la sua non è stata impresa così facile, come
quando si fa la giostra in piazza. – 8. tre mila: il numero può essere indeterminato (come a XIII, 40,
2, XV, 4, 1, ecc.), a rendere la lontana favolosità del luogo; non si dimentichi però che i geografi del
tempo, anche dopo Colombo, facevano il giro del tropico più corto di quanto esso sia in realtà.
26. – 2. frasche… fresca: allitterazione voluta. – 4. adombra: i commentatori spiegano
variamente questo verbo: «getta ombra» oppure «fa adombrare, impaurire, il cavallo». Forse si tratta
di un’ambiguità voluta, che prepara, insieme coll’allitterazione precedente, all’atmosfera colma di
meraviglia e stupore dell’episodio seguente che esteriormente, ma solo esteriormente, è esemplato
su quelli analoghi di Polidoro in Virgilio (Aen., III, 22 segg.), di Pier della Vigna in Dante (Inf, XIII)
e di Fileno e Idalogo nel Boccaccio (Filocolo, IV e V).
27. – 1. Come ceppo talor ecc.: cfr. DANT E, Inf, XIII, 40-44. – 3. molle: umida. – 4. consunta:
consumata. – 6. tanto… via: fino a che quel bollore trova un’uscita di sfogo.
28. – 1. Onde: dalla quale; con mesta… voce: cfr. un episodio del Filocolo di Boccaccio (V, 6,

201
3), in cui Idalogo, trasformato in pino e colpito da un dardo scagliato da Filocolo, gli si rivolge «con
dolorosa voce». – 2. espedita: sciolta. – 4. presenza: aspetto. – 6. ’l mio… flagella: la mia propria
sventura mi tormenti.
29. – 1. suon… torse: cfr. DANT E, Purg., IV, 100: «Al suo di lei [cioè di una voce] ciascun di noi
si torse». Per il gesto di meraviglia, cfr. BOCCACCIO, Filocolo, IV, 2, 4: «A questa voce [di Fileno
trasformato in fonte] Filocolo tutto stupefatto tirò indietro la mano». – 7. Qual che tu sii ecc.: cfr.
DANT E, Inf, I, 66: «Quel che tu sii, od ombra od omo certo». – 8. boschereccia dea: ninfa dei
boschi.
30. – 4. vivace, vivente (lat.); secondo Bigi è da intendersi nell’altro senso latino di rigoglioso.
Rinvia a DANT E, Purg., XXIV, 103 e a BOCCACCIO, Dec., VII, Intr. 7. – 6. orrido et irto: ispido e
pungente; cfr. VIRGILIO, Aen., III, 23: «horrida myrtus». – 8. se… schivi: che il cielo ti scampi
sempre dalla grandine; il se ha valore deprecativo; nota come l’Ariosto sia inesauribile nello sfruttare
i lati meravigliosi e sorridenti della sua nuova invenzione.
31. – 1. dispetto: offesa dolorosa. – 3. bella donna: Bradamante. – 5. con… effetto: colle
parole e colle opere; cfr. V, 16, 1.
32. – 2. allora tratto: appena tagliato. – 4. ripar: difesa, resistenza. – 7. converso: trasformato.
33. – 1. Astolfo: personaggio dei poemi francesi e italiani, era duca di Langres e detto Langrois,
onde per errore l’Anglois, l’inglese. Fu poi considerato figlio di Ottone re d’Inghilterra e quindi,
poiché Ottone era fratello di Milone e di Amone, cugino di Orlando e Rinaldo. Amicissimo di
Orlando era presentato, anche nell’Innam., come personaggio bizzarro (leggermente albionico),
aggraziato ed elegante, ma imbelle e inutilmente vantatore, spesso motteggiatore e comicamente
pazzo. Nel Furioso perde quasi tutti i caratteri popolareschi, è cavaliere compiuto e signorile, gli
resta però lo spirito avventuroso e la vena di follia (cfr. XXXIV, 84-86). – 4. la cui… serra: formula
cara ai canterini. – 7. leggiadro e bel: cfr. BOIARDO, Innam., I, 1, 60, 1-4: «Astolfo lo Inglese Non
ebbe di bellezze il simigliante…; Leggiadro e nel vestir e nel sembiante».
34. – 1. Ritornando ecc.: avventure già narrate nell’Innam. (II, XII e XII): la fata Morgana aveva
rapito Ziliante, figlio di Monodante, re delle Isole Lontane (isole estreme, v. 1) nell’oceano Indiano
(che… il mar Indico lava, v. 2), e non l’avrebbe reso se non in cambio di Orlando. Il re allora fece
catturare quanti cavalieri poteva, sperando di prendere Orlando e alla fine lo ebbe nelle sue mani,
insieme a Prasildo, Iroldo, Dudone, Astolfo e Rinaldo. Orlando riuscì a liberarsi, ma si recò
ugualmente da Morgana, mise in salvo il giovinetto e lo riportò a Monodante, che allora lasciò liberi
tutti i prigionieri, compreso Astolfo. Questi poi, giunto nel giardino della fata Alcina, fu da essa
invitato a salire sul dorso di una balena. – 6. cavallier di Brava: Orlando, uno dei cui feudi era
Brava (nella Chanson de Roland «Blaive») e cioè Blaye-sur-Gironde nel Saintorge, città in cui
ancor si mostra la tomba di Orlando. Altrove (XXVII, 101, 6) l’Ariosto scrive Blaia credendo
trattarsi di due città diverse. – 7. sabbia: il deserto dell’emisfero boreale, spazzato dal vento di
settentrione.
35. – 2-4. uscimmo una matina ecc.: cfr. Innam., II, XIII, 54, 7-8: «E cavalcando gionse una
matina Al castel falso de la fata Alcina». Alcina, che l’Ariosto sceglie a rappresentare il simbolo
malizioso della seduzione, già nei modelli dell’Innam., e del Mambriano (Carandina) era esemplata
sulla Calipso omerica e su Didone e Circe di Virgilio. – 6-8. e stava sola ecc.: cfr. Innam., loc. cit.,
56, 6-8, 57-59: «la fata sopra alla marina Facea venir con arte e con incanti Sin fuor de l’acqua e
pesci tutti quanti».
36. – 1. Veloci vi correvano…:, cfr. l’elenco di BOIARDO, Innam., II, XIII, 57: «Quivi eran tonni
e quivi eran delfìni, Lombrine e pesci spade una gran schiera; E tanti ve eran, grandi e piccolini,
Ch’io non scio dire il nome o la manera. Diverse forme de monstri marini, Rotoni e cavodogli assai

202
vi ne era; E fisistreri e pistrice e balene Le ripe avevano a lei d’intorno piene». – 3. vécchi marini:
vitelli marini, foche (cfr. PULCI, Morg., XIV, 65, 1). – 4. pigro sonno: cfr. CAT ULLO, LXIII, 37;
PET RARCA, Canz., LIII, 15. – 5. muli: triglie; coracini: corvòli; tutte e quatto le specie ricordate in
PLINIO, Nat. Hist., IX, xvi, 18, 51 e xvm, 32, 68. – 7. pistrici: mostri marini, pesci sega, ecc.;
fisiteri: nome scientifico dei capidogli; orche: cetacei simili ai delfìni.
37. – 3. undeci passi: circa sedici metri; nell’Innam. (loc. cit., 58, 4) era invece,
iperbolicamente, due miglia di lunghezza. – 4. spallaccie. cfr. DANT E, Inf, XVII, 91. – 5. in uno
errore: nel medesimo errore. – 7. credemo: crediamo.
38. – 1. Alcina i pesci…: cfr. BOIARDO, Innam., II, xm, 59, 1-4: «Or, come io dico, la fata
pescava, E non avea né rete né altro ordegno: Sol le parole che all’acqua gettava, Facea tutti quei
pesci stare al segno». – 3. Morgana: era già nell’Innam.; qui è simbolo dell’ira. – 4. s’a un…
inanti: se sorella gemella o maggiore o minore. – 7. ingegno: inganno.
39. – 4. far… alloggiamenti: alloggiare oggi con me.
40. – 1. volendo: se volete; una sirena: già nell’Innam., loc. cit., 62, 1-4: «Oltre a quella isoletta
è una sirena: Passi là sopra chi la vôi mirare. Molto è bel pesce, né credo che apena Dece sian visti
in tutto quanto il mare». – 8. volonteroso: pronto a tentare nuove avventure.
41. – 4. salse: salì, o, più probabilmente, saltò: cfr. BOIARDO, Innam., II, XIII, 63, 7-8: «Come
salito sopra il pesce il vide, [Alcina] Dietro li salta e de allegrezza ride». – 5. all’ufficio diligente:
pronta a eseguire il comando della fata.
42. – 1. Rinaldo ecc.: cfr. Innam., loc. cit., 65 e XIV, 3-8. – 3. Noto: vento di mezzogiorno. –
6. si converse: si rivolse.
43. – 3. sua sorella: Logistilla, simbolo della ragione e della virtù (Segre suggerisce un rapporto
con la figura di Logistica dell’Hypnerotomachia Poliphili del Colonna). – 7. instrutto: informato. –
8. altre due: Morgana e Alcina.
44. – 6. instrutto: ordinato, allestito (lat.: instruere aciem).
45. – 1. ci terrebbe: possederebbe nell’isola. – 3-4. quinci… quindi: da una parte e dall’altra. –
5-6. sì come… separata: così come i monti Cheviot e il fiume Tweed costituiscono una barriera
naturale tra la Scozia e l’Inghilterra. – 7-8. resta… voglia: desistono dal proposito di volerle.
46. – 4. e seguir: e narrarti poi di seguito. – 7. né… accese: cfr. PET RARCA, Canz., XXIII, 164:
«ma fui ben fiamma ch’un bel guardo accense» (Cabani).
47. – 1. le delicate membra: cfr. PET RARCA, Canz., CXXVI, 2: «le belle membra» (in rima con
«rimembra»). – 2-5. pareami aver ecc.: mi sembrava di aver qui riunite tutte le gioie felici che sono
di solito spartite fra gli uomini in quantità maggiore o minore, ma a nessuno comunque in quantità
notevole. – 7-8. ogni… segno: tutti i miei pensieri e desideri si rivolgevano a lei e trovavano
appagamento nel possesso di lei, né cercavano altro (cfr. Mambriano, I, 40, 7-8: «E più non si
ricorda del suo regno, Tanto ha sopra costei fermo il disegno».
48. – 2. altri: nota la parola che rima tre volte con sé stessa, a ribadire l’orgoglioso esclusivo
possesso di Astolfo. – 6. me fe’… altri: mi servì mentre dagli altri si faceva servire. – 7. a me si
riportava: si rimetteva al mio giudizio.
49. – 1-2. piaghe… medicina: immagini appartenenti alla tradizione amorosa; cfr. n. a XXXI, 5,
1-8. – 4. estrema disciplina: una punizione tormentosa. – 7. si ritolse: si riprese.
50. – 1. mobil ingegno: indole volubile. Dice il Petrarca che «femina è cosa mobil per natura»
(Canz., CLXXXIII, 12). – 2. a un punto: tutto d’un tratto (cfr. PET RARCA, Tr. Am., III, 46:
«Dell’altro, che ’n un punto ama e disama»). – 3. in regno: padrone del suo cuore. – 6. disgiunto:
allontanato. – 7. a simil porto: a simile fine.
51. – 5-6: secondo… me: nella forma in cui mi vedi, in mirto. – 7. liquido fonte: cfr. II, 35, 4. La

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fiaba classica delle metamorfosi operate da Circe (VIRGILIO, Aen., VII, 20; cfr. anche APULEIO,
Met., II, V e Mambriano, XXXVIII, 24) è rievocata dall’Ariosto in un linguaggio elegante e
musicale, ricco di echi petrarcheschi.
52. – 1. per non usata via: quella del cielo. – 3. alcuno amante: uno degli amanti presenti di
Alcina che verrà scacciato e sostituito da te. – 4. tale: come sono io, un mirto. – 7. al passo: al
momento (leggermente diverso il significato in PET RARCA, Canz., CCCXXIII, 9: «che ’n poco
tempo la menare al passo», dove passo, in rima con sasso, è il varco della morte).
53. – 2. non… giovarte: benché io non creda che il mio consiglio possa giovarti. Astolfo ha
appunto chiamato fatale (VI, 52, 2) l’isola d’Alcina, a sostenere (d’accordo probabilmente con
l’Ariosto) che, di fronte alle lusinghe fascinose d’amore, l’uomo è ineluttabilmente debole e
impotente. – 3. improviso: impreparato. – 5-6. come… l’arte: come hanno aspetto diverso, così
possono avere diversa l’indole e l’accortezza.
54. – 2. alla sua donna: a Bradamante. – 3. grama: misera, afflitta.
55. – 5-6. un’altra… sassi: la via che porta alla ragione è aspra e difficile. L’allegoria delle due
vie, risalente alla favola di Predico su Ercole al bivio, era già stata più volte ripresa in ambiente
umanistico e, per il tramite della poesia allegorico-didattica in volgare, anche nel Mambriano
(XXVI, 81); cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., p. 175.
56. – 3-4. incontro… intoppo: si scontrerà con un numeroso, selvaggio branco di gente arida,
che gli farà violento impedimento. Si noti come in questo passo le rime tendano ad avere una forte
consistenza: sono quasi tutte parole-rima dantesche e la serie troppo:intoppo:groppo si incontra
anche in PET RARCA, Tr. Fama, II, 14-18 e in Mambriano, V, 13. – 4. fiera compagnia: cfr.
DANT E, Inf, XIII, 14. – 5. per… fossa: in luogo delle mura e del fossato. – 6. groppo: laccio,
potere. – 8. dotto et instrutto: perfettamente ammaestrato.
57. – 3. l’ascese: lo montò. – 7. disposto e fermo: fermamente risoluto. – 8. che… sopra: per
impedire che Alcina acquistasse potere su di lui.
59. – 1. Lontan si vide: vide lontano da sé. – 3. s’aggiunga: giunga. – 4. d’oro: cfr. POLIZIANO,
Stanze, I, 71, 1. – 5. dal mio parer… dilunga: è di parere diverso dal mio. Si noti il sapiente gioco
su quelle espressioni «par» «parer» ecc., con cui l’Ariosto suggerisce la natura doppia di Alcina e al
tempo stesso sottolinea la propria posizione di distaccato sorriso di fronte a quel mondo di
«apparenze». – 6. alchimia: opera di alchimia, cioè dell’arte di mutare i metalli.
60. – 2. sorte, qualità, valore. – 7. l’iniqua frotta: dei mostri, simbolo dei diversi vizi e tentazioni.
Le allegorie, descritte con arte lucida e distaccata, derivano dai molti esempi medievali (Dante, il
Quadriregio del Frezzi, per non dire dei molti bestiari), nobilitati e lievitati da inserzioni di mitologie
classiche. – 8. dal cui… rotta: dall’assalto furibondo di essi la strada gli fu impedita e interrotta; cfr.
ORAZIO, Carm., III, 27, 5: «rumpat… iter».
61. – 4. simie: scimmie; simbolo dell’adulazione; gatti: i simulatori. – 5. alcun’: i satiri (cfr.
ORAZIO, Carm., II, 19, 4: «capripedum Satyrorum»; II, XIX, 4; POLIZIANO, Stanze, I, III, 3-4:
«par, che l’alta rena stampino Satiri e Bacchi»): simbolo di libidine. – 6. atti: snelli (cfr. DANT E, Inf.,
XII, 76). I centauri rappresentano la violenza.
62. – 1. senza freno: come chi pecca per smoderatezza. – 2. lento: è chi pecca per difetto.
L’asino e il bue potrebbero significare l’amore secondo e contro natura (cfr. PULCI, Morg., XVIII,
129, 4). Le calvacature che seguono saranno simboli di altri vizi: gli struzzi (struzzoli, v. 4) della
viltà; le aquile e le grue dell’orgoglio. – 5. il corno rappresenta la millanteria e la coppa la crapula.
– 7-8. uncino ecc.: gli arnesi dei ladri; cfr. PULCI, Morg, XVIII, 132-133.
63. – 1. il capitano: l’Ozio, la cui figura è ricalcata su quella tradizionale di Sileno; cfr. OVIDIO,
Ars. am., I, 543-548; POLIZIANO, Stanze, I, 112. – 4. mutava… passo: muoveva i passi; cfr. II,

204
39, 7.
64. – 1. Un ch’avea ecc.: un cinocefalo, simbolo di maldicenza. – 5. mentre: finché.
65. – 3. trasse: vibrò. – 6. stuolo: esercito; cfr. DANT E, Inf., VIII, 69; XIV, 32; Par., VI, 64. –
8. s’arrosta: si schermisce, agita attorno a sé la spada per allontanare gli assalitori, come fa chi agita
la «rosta» per allontanare le mosche; cfr. DANT E, Inf., XV, 39; Spagna, V, 30; XXXXVIII, 39; ma
soprattutto PULCI, Morg., VII, 19, 2; XII, 47, 4; XIX, 41, 8; ecc.
66. – 1. L’un sin ecc.: il tema della strage, trattato con ingenuità iperbolica dai canterini, con
gusto bizzarramente parodistico dal Pulci, con comicità gagliarda dal Boiardo, è ripreso dall’Ariosto
di tanto in tanto (cfr. IX, 68-70; XIII, 35-40; XIV, 121-125; XVI, 22-27; XXV, 11-18; XXVI,
13-25; ecc.) con sereno distacco: esso «fa macchia» nel complesso armonioso del poema, ravviva il
ritmo e aguzza le rime dell’ottava, rievoca i miti delle età eroiche. – 2. partendo: tagliando. – 4.
panziera: armatura che proteggeva la pancia. – 5. trovar piazza: farsi largo intorno; espressione
usata spesso nei poemi cavallereschi. – 8. Briareo: mitico gigante dalle cento braccia; cfr. VIGILO,
Aen., X, 565-66; DANT E, Inf., XXXI, 98-99; PULCI, Morg., X, 144, 1.
67. – 1. avesse… aviso: avesse pensato, ritenuto opportuno. – 3. abbarbagliava: cfr. II, 53, 7;
il viso: la vista (lat.). – 4. quel… Atlante: cfr. IV, 25, 1-2. – 5. conquiso: sconfitto. – 7. e forse…
modo: e forse anche disprezzo giustamente quel modo sleale di combattere. – 8. vòlse: volle.
69. – 1. liocorno: unicorno, favoloso cavallo con un corno in fronte: simbolo della purezza. – 2.
armelino: ermellino (cfr. PET RARCA, Tr. Mort., I, 20: «un candido ermellino»). – 4. pellegrino: raro,
raffinato (lat. petrarchesco). – 5-7. che a l’uom… giudizio: anche l’uomo che fosse attento e le
contemplasse da ogni lato, dovrebbe avere un intuito divino per fare una scelta, esprimere un
giudizio di preferenza fra l’una e l’altra (una seconda possibile interpretazione: per esprimere su di
esse un giudizio esatto, scoprire che sotto quell’apparenza innocente si cela il male; a favore della
prima interpretazione sta la variante dell’ediz. 1516: «a far tra lor giudicio»). Bellezza e Leggiadria si
presentano all’uomo sotto forme seducenti e lo adescano e spingono verso Alcina, la Voluttà. – 8.
Beltà… Leggiadria: cfr. POLIZIANO, Stanze, I, 45, 8: «Beltà la mostra a dito e Leggiadria».
70. – 3. si levò da lato: si trasse da parte. – 6. umano: benignamente cortese.
71. – 1. L’adornamento: il fregio ornamentale (per questo particolare, cfr. POLIZIANO, Stanze, 1,
97, 1-3). – 3. non si cuopra: non sia ricoperta. – 6. d’integro diamante. tutte di diamante; cfr.
POLIZIANO, Stanze, I, 95, 5; «sopra colonne adamantine». – 7. o vero… risponda: sia vero o falso
ciò che appare all’occhio; cfr. VI, 59, 5-8.
72. – 2. lascive: scherzose; cfr. VIRGILIO, Ecl., III, 64: «lasciva puella». – 3. i rispetti… donne:
quelle regole di riserbo e pudore che si addicono alle donne. – 6. frondi novelle, cfr. DANT E, Purg.,
XXIX, 93: «coronati ciascun di verde fronda».
73. – 2. ove… Amore: è così confermata l’analogia con il regno di Venere descritto nelle Stanze
del Poliziano. – 5. canuto: serio, senile; cfr. PET RARCA, Tr. Pud., 88: «penser canuti in giovenile
etate». – 7. inopia: povertà (lat.). – 8. la Copia: l’Abbondanza, rappresentata anche in molti
affreschi cinquecenteschi nell’atto di versare da un corno frutta e fiori; cfr. ORAZIO, Carm. saec.,
59-60: «beata pieno Copia cornu».
74. – 2. rida… aprile: cfr. POLIZIANO, Stanze, I, 88, 3: «ride primavera»; grazïoso: è detto aprile
perché concede grazie e felicità. La rima aprile:stile è petrarchesca (Canz., LXVII, 12-14); così
pure sono petrarcheschi il vocabolario e la costruzione che segue: «qual… qual» (Canz., CXXVI,
46-52). – 6. vile: rozza, villana. – 8. querele: lamenti (termine petrarchesco).
75. – 2. irsuti: dalla foglie aghiformi e pungenti. – 3-6. volan scherzando ecc.: cfr.
POLIZIANO, Stanze, 1, 73, 1-4; 123, 1-8: «Sopra e d’intorno i piccioletti Amori Scherzavon nudi
or qua o là volando: e Qual con ali di mille colori Giva ecc.»; quindi: dalle cime degli alberi. – 8.

205
volubil sasso: che ruota su se stesso, una mola; cfr. ORAZIO, Carm., II, vm, 14-16.
76. – 1. corsier: cavallo. – 2. tutto… sauro: dal pelo di colore uniforme, bruno chiaro. – 4. fin
auro: oro puro. – 6. vecchio Mauro: Atlante, che risiedeva sul monte di Carena, in Mauritania (cfr.
PET RARCA, Canz., CXCVII, 5). – 8. frettosi: frettolosi (cfr. BOCCACCIO, Amor, vis., XX, 28:
«frettosa pressa»).
77. – 1. amorose: ispiranti amore. – 5. virtuose: valorose.
78. – 1. lama: stagno, canale (lat. dantesco). – 3. Erifilla: simbolo dell’avarizia; forse dal nome
di Erifile, moglie di Anfiarao, che tradì il marito per amore di un gioiello e che già in PET RARCA, Tr.
Am., I, 144 era definita «avara». – 4. sforza: arresta con la forza; fura: deruba (lat.).
79. – 1. Oltre… camino: oltre al fatto che ci impedisce sempre la via. – 7. molti suoi figli: cfr.
DANT E, Inf., I, 100: «Molti son li animali a cui s’ammoglia», riferito all’Avarizia.
80. – 5. vesto… maglia: faccio la professione delle armi; cfr. I, 17, 3. – 6. argento: denaro (cfr.
DANT E, Inf., I, 103: «questi non ciberà terra né peltro»).
81. – 1. riferiro: resero (lat.: referre gratias). – 4. la riviera: il canale, lo stagno. – 8. si pose a
risco: l’affrontò.

206
CANTO SETTIMO

Esordio: chi non vede, non crede. Ruggiero abbatte Erifilla ed entra nella reggia
incantata di Alcina. Conquistato dalle lusinghe della maga, egli dimentica
Bradamante. Frattanto Melissa rivela a Bradamante dove si trovi Ruggiero. Si fa
consegnare l’anello che rende invisibili e, con arti magiche, si reca in brevissimo
tempo nell’isola di Alcina. Si presenta a Ruggiero sotto le sembianze del mago
Atlante: lo rimprovera della sua lascivia e, per mezzo dell’anello, rompe l’incanto e
fa vedere a Ruggiero l’aspetto lurido di Alcina incantatrice. Ruggiero esce dalla
città, dopo aver ucciso i guardiani, e fugge verso l’isola di Logistilla.

1. Chi va lontan da la sua patria, vede


cose, da quel che già credea, lontane;
che narrandole poi, non se gli crede,
e stimato bugiardo ne rimane:
che ’l sciocco vulgo non gli vuol dar fede,
se non le vede e tocca chiare e piane.
Per questo io so che l’inesperïenza
farà al mio canto dar poca credenza.

2. Poca o molta ch’io ci abbia, non bisogna


ch’io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro.
A voi so ben che non parrà menzogna,
che ’l lume del discorso avete chiaro;
et a voi soli ogni mio intento agogna
che ’l frutto sia di mie fatiche caro.
Io vi lasciai che ’l ponte e la riviera
vider, che ’n guardia avea Erifilla altiera.

3. Quell’era armata del più fin metallo,


ch’avean di più color gemme distinto:
rubin vermiglio, crisolito giallo,
verde smeraldo con flavo iacinto.
Era montata, ma non a cavallo;
invece avea di quello un lupo spinto:
spinto avea un lupo ove si passa il fiume,
con ricca sella fuor d’ogni costume.

207
4. Non credo ch’un sì grande Apulia n’abbia:
egli era grosso et alto più d’un bue.
Con fren spumar non gli facea le labbia,
né so come lo regga a voglie sue.
La sopravesta di color di sabbia
su l’arme avea la maledetta lue:
era, fuor che ’l color, di quella sorte
ch’i vescovi e i prelati usano in corte.

5. Et avea ne lo scudo e sul cimiero


una gonfiata e velenosa botta.
Le donne la mostraro al cavalliero,
di qua dal ponte per giostrar ridotta,
e fargli scorno e rompergli il sentiero,
come ad alcuni usata era talotta.
Ella a Ruggier, che tomi a dietro, grida:
quel piglia un’asta, e la minaccia e sfida.

6. Non men la gigantessa ardita e presta


sprona il gran lupo e ne l’arcion si serra,
e pon la lancia a mezzo il corso in resta,
e fa tremar nel suo venir la terra.
Ma pur sul prato al fiero incontro resta;
che sotto l’elmo il buon Ruggier l’afferra,
e de l’arcion con tal furor la caccia,
che la riporta indietro oltra sei braccia.

7. E già, tratta la spada ch’avea cinta,


venia a levarne la testa superba:
e ben lo potea far, che come estinta
Erifilla giacea tra’ fiori e l’erba.
Ma le donne gridâr. – Basti sia vinta,
senza pigliarne altra vendetta acerba.
Ripon, cortese cavallier, la spada;
passiamo il ponte e seguitian la strada. -

8. Alquanto malagevole et aspretta


per mezzo un bosco presero la via,
che oltra che sassosa fosse e stretta,
quasi su dritta alla collina già.
Ma poi che furo ascesi in su la vetta,
usciro in spazïosa prateria,
dove il più bel palazzo e ’l più giocondo
vider, che mai fosse veduto al mondo.

208
9. La bella Alcina venne un pezzo inante
verso Ruggier fuor de le prime porte,
e lo raccolse in signoril sembiante,
in mezzo bella et onorata corte.
Da tutti gli altri tanto onore e tante
riverenzie fur fatte al guerrier forte,
che non ne potrian far più, se tra loro
fosse Dio sceso dal superno coro.

10. Non tanto il bel palazzo era escellente


perché vincesse ogn’altro di ricchezza,
quanto ch’avea la più piacevol gente
che fosse al mondo e di più gentilezza.
Poco era l’un da l’altro differente
e di fiorita etade e di bellezza:
sola di tutti Alcina era più bella,
sì come è bello il sol più d’ogni stella.

11. Di persona era tanto ben formata,


quanto me’ finger san pittori industri;
con bionda chioma lunga et annodata:
oro non è che più risplenda e lustri.
Spargeasi per la guancia delicata
misto color di rose e di ligustri;
di terso avorio era la fronte lieta,
che lo spazio finia con giusta meta.

12. Sotto duo negri e sottilissimi archi


son duo negri occhi, anzi duo chiari soli,
pietosi a riguardare, a mover parchi;
intorno cui par ch’Amor scherzi e voli,
e ch’indi tutta la faretra scarchi,
e che visibilmente i cori involi:
quindi il naso per mezzo il viso scende,
che non truova l’Invidia ove l’emende.

13. Sotto quel sta, quasi fra due vallette,


la bocca sparsa di natio cinabro;
quivi due filze son di perle elette,
che chiude et apre un bello e dolce labro:
quindi escon le cortesi parolette
da render molle ogni cor rozzo e scabro;
quivi si forma quel suave riso,
ch’apre a sua posta in terra il paradiso.

209
14. Bianca nieve è il bel collo, e ’l petto latte;
il collo è tondo, il petto colmo e largo:
due pome acerbe, e pur d’avorio fatte,
vengono e van come onda al primo margo,
quando piacevole aura il mar combatte.
Non potria l’altre parti veder Argo:
ben si può giudicar che corrisponde
a quel ch’appar di fuor quel che s’asconde.

15. Mostran le braccia sua misura giusta;


e la candida man spesso si vede
lunghetta alquanto e di larghezza angusta,
dove né nodo appar, né vena escede.
Si vede al fin de la persona augusta
il breve, asciutto e ritondetto piede.
Gli angelici sembianti nati in cielo
non si ponno celar sotto alcun velo.

16. Avea in ogni sua parte un laccio teso,


o parli o rida o canti o passo muova:
né maraviglia è se Ruggier n’è preso,
poi che tanto benigna se la truova.
Quel che di lei già avea dal mirto inteso,
com’è perfida e ria, poco gli giova;
ch’inganno o tradimento non gli è aviso
che possa star con sì soave riso.

17. Anzi pur creder vuol che da costei


fosse converso Astolfo in su l’arena
per li suoi portamenti ingrati e rei,
e sia degno di questa e di più pena:
e tutto quel ch’udito avea di lei,
stima esser falso; e che vendetta mena,
e mena astio et invidia quel dolente
a lei biasmare, e che del tutto mente.

18. La bella donna che cotanto amava,


novellamente gli è dal cor partita;
che per incanto Alcina gli lo lava
d’ogni antica amorosa sua ferita;
e di sé sola e del suo amor lo grava,
e in quello essa riman sola sculpita:
sì che scusar il buon Ruggier si deve,
se si mostrò quivi incostante e lieve.

210
19. A quella mensa citare, arpe e lire,
e diversi altri dilettevol suoni
faceano intorno l’aria tintinire
d’armonia
dolce e di concenti buoni.
Non vi mancava chi, cantando, dire
d’amor sapesse gaudii e passïoni,
o con invenzïoni e poesie
rappresentasse grate fantasie.

20. Qual mensa trionfante e suntuosa


di qual si voglia successor di Nino,
o qual mai tanto celebre e famosa
di Cleopatra al vincitor latino,
potria a questa esser par, che l’amorosa
fata avea posta inanzi al paladino?
Tal non cred’io s’apparecchi dove
ministra Ganimede al sommo Giove.

21. Tolte che fur le mense e le vivande,


facean, sedendo in cerchio, un giuoco lieto:
che ne l’orecchio l’un l’altro domande,
come più piace lor, qualche secreto;
il che agli amanti fu commodo grande
di scoprir l’amor lor senza divieto:
e furon lor conclusïoni estreme
di ritrovarsi quella notte insieme.

22. Finîr quel giuoco tosto, e molto inanzi


che non solea là dentro esser costume:
con torchi allora i paggi entrati inanzi,
le tenebre cacciâr con molto lume.
Tra bella compagnia dietro e dinanzi
andò Ruggiero a ritrovar le piume
in una adorna e fresca cameretta,
per la miglior di tutte l’altre eletta.

23. E poi che di confetti e di buon vini


di nuovo fatti fur debiti inviti,
e partir gli altri riverenti e chini,
et alle stanze lor tutti sono iti;
Ruggiero entrò ne’ profumati lini
che pareano di man d’Aracne usciti,
tenendo tuttavia l’orecchie attente,

211
s’ancor venir la bella donna sente.

24. Ad ogni piccol moto ch’egli udiva,


sperando che fosse ella, il capo alzava:
sentir credeasi, e spesso non sentiva;
poi del suo errore accorto sospirava.
Talvolta uscia del letto e l’uscio apriva,
guatava fuori, e nulla vi trovava:
e maledì ben mille volte l’ora
che facea al trapassar tanta dimora.

25. Tra sé dicea sovente: - Or si parte ella -;


e cominciava a noverare i passi
ch’esser potean da la sua stanza a quella
donde aspettando sta che Alcina passi;
e questi et altri, prima che la bella
donna vi sia, vani disegni fassi.
Teme di qualche impedimento spesso,
che tra il frutto e la man non gli sia messo.

26. Alcina, poi ch’a’ preziosi odori


dopo gran spazio pose alcuna meta,
venuto il tempo che più non dimori,
ormai ch’in casa era ogni cosa cheta,
de la camera sua sola uscì fuori;
e tacita n’andò per via secreta
dove a Ruggiero avean timore e speme
gran pezzo intorno al cor pugnato insieme.

27. Come si vide il successor d’Astolfo


sopra apparir quelle ridenti stelle,
come abbia ne le vene acceso zolfo,
non par che capir possa ne la pelle.
Or sino agli occhi ben nuota nel golfo
de le delizie e de le cose belle:
salta del letto, e in braccio la raccoglie,
né può tanto aspettar ch’ella si spoglie;

28. ben che né gonna né faldiglia avesse;


che venne avolta in un leggier zendado
che sopra una camicia ella si messe,
bianca e suttil nel più escellente grado.
Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesse
il manto; e restò il vel suttile e rado,
che non copria dinanzi né di dietro,

212
più che le rose o i gigli un chiaro vetro.

29. Non così strettamente edera preme


pianta ove intorno abbarbicata s’abbia,
come si stringon li dui amanti insieme,
cogliendo de lo spirto in su le labbia
suave fior, qual non produce seme
indo o sabeo ne l’odorata sabbia.
Del gran piacer ch’avean, lor dicer tocca;
che spesso avean più d’una lingua in bocca.

30. Queste cose là dentro eran secrete,


o se pur non secrete, almen taciute;
che raro fu tener le labra chete
biasmo ad alcun, ma ben spesso virtute.
Tutte proferte et accoglienze liete
fanno a Ruggier quelle persone astute:
ognun lo reverisce e se gli inchina;
che così vuol l’innamorata Alcina.

31. Non è diletto alcun che di fuor reste;


che tutti son ne l’amorosa stanza.
E due e tre volte il dì mutano veste,
fatte or ad una ora ad un’altra usanza.
Spesso in conviti, e sempre stanno in feste,
in giostre, in lotte, in scene, in bagno, in danza.
Or presso ai fonti, all’ombre de’ poggietti,
leggon d’antiqui gli amorosi detti;

32. or per l’ombrose valli e lieti colli


vanno cacciando le paurose lepri;
or con sagaci cani i fagian folli
con strepito uscir fan di stoppie e vepri;
or a’ tordi lacciuoli, or veschi molli
tendon tra gli odoriferi ginepri;
or con ami inescati et or con reti
turbano a’ pesci i grati lor secreti.

33. Stava Ruggiero in tanta gioia e festa,


mentre Carlo in travaglio et Agramante,
di cui l’istoria io non vorrei per questa
porre in oblio, né lasciar Bradamante,
che con travaglio e con pena molesta
pianse più giorni il disïato amante,
ch’avea per strade disusate e nuove

213
veduto portar via, né sapea dove.

34. Di costei prima che degli altri dico,


che molti giorni andò cercando invano
pei boschi ombrosi e per lo campo aprico,
per ville, per città, per monte e piano;
né mai potè saper del caro amico,
che di tanto intervallo era lontano.
Ne l’oste saracin spesso venia,
né mai del suo Ruggier ritrovò spia.

35. Ogni dì ne domanda a più di cento,


né alcun le ne sa mai render ragioni.
D’alloggiamento va in alloggiamento,
cercandone e trabacche e padiglioni:
e lo può far, che senza impedimento
passa tra cavallieri e tra pedoni,
mercé all’annel che fuor d’ogni uman uso
la fa sparir quando l’è in bocca chiuso.

36. Né può né creder vuol che morto sia;


perché di sì grande uom l’alta ruina
da l’onde idaspe udita si saria
fin dove il sole a riposar declina.
Non sa né dir né imaginar che via
far possa o in cielo o in terra; e pur meschina
lo va cercando, e per compagni mena
sospiri e pianti et ogni acerba pena.

37. Pensò al fin di tornare alla spelonca


dove eran Possa di Merlin profeta,
e gridar tanto intorno a quella conca,
che ’l freddo marmo si movesse a pietà;
che se vivea Ruggiero, o gli avea tronca
l’alta necessità la vita lieta,
si sapria quindi: e poi s’appiglierebbe
a quel miglior consiglio che n’avrebbe.

38. Con questa intenzïon prese il camino


verso le selve prossime a Pontiero,
dove la vocal tomba di Merlino
era nascosa in loco alpestro e fiero.
Ma quella maga che sempre vicino
tenuto a Bradamante avea il pensiero,
quella dico io, che nella bella grotta

214
l’avea de la sua stirpe instrutta e dotta;

39. quella benigna e saggia incantatrice,


la quale ha sempre cura di costei,
sappiendo ch’esser de’ progenitrice
d’uomini invitti, anzi di semidei;
ciascun dì vuol saper che fa, che dice,
e getta ciascun dì sorte per lei.
Di Ruggier liberato e poi perduto,
e dove in India andò, tutto ha saputo.

40. Ben veduto l’avea su quel cavallo


che reggier non potea, ch’era sfrenato,
scostarsi di lunghissimo intervallo
per sentier periglioso e non usato;
e ben sapea che stava in giuoco e in ballo
e in cibo e in ozio molle e delicato,
né più memoria avea del suo signore,
né de la donna sua, né del suo onore.

41. E così il fior de li begli anni suoi


in lunga inerzia aver potria consunto
sì gentil cavallier, per dover poi
perdere il corpo e l’anima in un punto;
e quel odor, che sol riman di noi
poscia che ’l resto fragile è defunto,
che tra’ l’uom del sepulcro e in vita il serba,
gli saria stato o tronco o svelto in erba.

42. Ma quella gentil maga, che più cura


n’avea ch’egli medesmo di se stesso,
pensò di trarlo per via alpestre e dura
alla vera virtù, mal grado d’esso:
come escellente medico, che cura
con ferro e fuoco e con veneno spesso,
che se ben molto da principio offende,
poi giova al fine e grazia se gli rende.

43. Ella non gli era facile, e talmente


fattane cieca di superchio amore,
che, come facea Atlante, solamente
a darli vita avesse posto il core.
Quel più tosto volea che lungamente
vivesse e senza fama e senza onore,
che, con tutta la laude che sia al mondo,

215
mancasse un anno al suo viver giocondo.

44. L’avea mandato all’isola d’Alcina,


perché oblïasse l’arme in quella corte;
e come mago di somma dottrina,
ch’usar sapea gl’incanti d’ogni sorte,
avea il cor stretto di quella regina
ne l’amor d’esso d’un laccio sì forte,
che non se ne era mai per poter sciorre,
s’invechiasse Ruggier più di Nestorre.

45. Or tornando a colei, ch’era presaga


di quanto de’ avvenir, dico che tenne
la dritta via dove l’errante e vaga
figlia d’Amon seco a incontrar si venne.
Bradamante, vedendo la sua maga,
muta la pena che prima sostenne,
tutta in speranza; e quella l’apre il vero:
ch’ad Alcina è condotto il suo Ruggiero.

46. La giovane riman presso che morta,


quando ode che ’l suo amante è così lunge;
e più, che nel suo amor periglio porta,
se gran rimedio e subito non giunge:
ma la benigna maga la conforta,
e presta pon l’impiastro ove il duol punge;
e le promette, e giura, in pochi giorni
far che Ruggiero a riveder lei torni.

47. – Da che, donna (dicea), l’anello hai teco,


che vai contra ogni magica fattura,
10 non ho dubbio alcun, che s’io l’arreco
là dove Alcina ogni tuo ben ti fura,
ch’io non le rompa il suo disegno, e meco
non ti rimeni la tua dolce cura.
Me n’andrò questa sera alla prim’ora,
e sarò in India al nascer de l’aurora. –

48. E seguitando, del modo narrolle


che disegnato avea d’adoperarlo,
per trar del regno effeminato e molle
il caro amante, e in Francia rimenarlo.
Bradamante l’annel del dito tolle;
né solamente avria voluto darlo,
ma dato il core e dato avria la vita,

216
pur che n’avesse il suo Ruggiero aita.

49. Le dà l’annello e se le raccomanda;


e più le raccomanda il suo Ruggiero,
a cui per lei mille saluti manda:
poi prese vêr Provenza altro sentiero.
Andò l’incantatrice a un’altra banda;
e per porre in effetto il suo pensiero,
un palafren fece apparir la sera,
ch’avea un piè rosso, e ogn’altra parte nera.

50. Credo fusse un Alchino o un Farfarello,


che da l’inferno in quella forma trasse;
e scinta e scalza montò sopra a quello,
a chiome sciolte e orribilmente passe:
ma ben di dito si levò l’annello,
perché gl’incanti suoi non le vietasse.
Poi con tal fretta andò, che la matina
si ritrovò ne Pisola d’Alcina.

51. Quivi mirabilmente transmutosse:


s’accrebbe più d’un palmo di statura,
e fe’ le membra a proporzion più grosse;
e restò a punto di quella misura
che si pensò che ’l negromante fosse,
quel che nutrì Ruggier con sì gran cura.
Vestì di lunga barba le mascelle,
e fe’ crespa la fronte e l’altra pelle.

52. Di faccia, di parole e di sembiante


sì lo seppe imitar, che totalmente
potea parer l’incantatore Atlante.
Poi si nascose, e tanto pose mente,
che da Ruggirò allontanar l’amante
Alcina vide un giorno finalmente:
c fu gran sorte; che di stare o d’ire
senza esso un’ora potea mal patire.

53. Soletto lo trovò, come lo volle,


che si godea il matin fresco e sereno
lungo un bel rio che discorrea d’un colle
verso un laghetto limpido et ameno.
Il suo vestir delizïoso e molle
tutto era d’ozio e di lascivia pieno,
che de sua man gli avea di seta e d’oro

217
tessuto Alcina con sottil lavoro.

54. Di ricche gemme un splendido monile


gli discendea dal collo in mezzo il petto;
e ne l’uno e ne l’altro già virile
braccio girava un lucido cerchietto.
Gli avea forato un fil d’oro sottile
ambe l’orecchie, in forma d’annelletto;
e due gran perle pendevano quindi,
qua’ mai non ebbon gli Arabi né gl’indi.

55. Umide avea l’innanellate chiome


de’ più suavi odor che sieno in prezzo:
tutto ne’ gesti era amoroso, come
fosse in Valenza a servir donne avezzo:
non era in lui di sano altro che ’l nome;
corrotto tutto il resto, e più che mézzo.
Così Ruggier fu ritrovato, tanto
da Tesser suo mutato per incanto.

56. Ne la forma d’Atlante se gli affaccia


colei, che la sembianza ne tenea,
con quella grave e venerabil faccia
che Ruggier sempre riverir solea,
con quello occhio pien d’ira e di minaccia,
che sì temuto già fanciullo avea;
dicendo: – È questo dunque il frutto ch’io
lungamente atteso ho del sudor mio?

57. Di medolle già d’orsi e di leoni


ti porsi io dunque li primi alimenti;
t’ho per caverne et orridi burroni
fanciullo avezzo a strangolar serpenti,
pantere e tigri disarmar d’ungioni,
et a vivi cingial trar spesso i denti,
acciò che, dopo tanta disciplina,
tu sii l’Adone o l’Atide d’Alcina?

58. È questo, quel che l’osservate stelle,


le sacre fibre e gli accoppiati punti,
responsi, augùri, sogni e tutte quelle
sorti, ove ho troppo i miei studi consunti,
di te promesso sin da le mammelle
m’avean, come quest’anni fusser giunti:
ch’in arme l’opre tue così preclare

218
esser dovean, che sarian senza pare?
56. – 1. se gli affaccia: gli si presenta.

59. Questo è ben veramente alto principio


onde si può sperar che tu sia presto
a farti un Alessandro, un Iulio, un Scipio!
Chi potea, ohimè! di te mai creder questo,
che ti facessi d’Alcina mancipio?
E perché ognun lo veggia manifesto,
al collo et alle braccia hai la catena
con che ella a voglia sua preso ti mena.

60. Se non ti muovon le tue proprie laudi,


e l’opre escelse a chi t’ha il cielo eletto,
la tua successïon perché defraudi
del ben che mille volte io t’ho predetto?
Deh, perché il ventre eternamente Claudi,
dove il ciel vuol che sia per te concetto
la gloriosa e soprumana prole
ch’esser de’ al mondo più chiara che ’l sole?

61. Deh non vietar che le più nobil alme,


che sian formate ne l’eteme idee,
di tempo in tempo abbian corporee salme
dal ceppo che radice in te aver dee!
Deh non vietar mille trionfi e palme,
con che, dopo aspri danni e piaghe ree,
tuoi figli, tuoi nipoti e successori
Italia tomeran nei primi onori!

62. Non ch’a piegarti a questo tante


e tante anime belle aver dovesson pondo,
che chiare, illustri, inclite, invitte e sante
son per fiorir da l’arbor tuo fecondo;
ma ti dovria una coppia esser bastante:
Ippolito e il fratei; che pochi il mondo
ha tali avuti ancor fin al dì d’oggi,
per tutti i gradi onde a virtù si poggi.

63. Io solea più di questi dui narrarti,


ch’io non facea di tutti gli altri insieme;
sì perché essi terran le maggior parti,
che gli altri tuoi, ne le virtù supreme;
sì perché al dir di lor mi vedea darti
più attenzïon, che d’altri del tuo seme:

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vedea goderti che sì chiari eroi
esser dovessen dei nipoti tuoi.

64. Che ha costei che t’hai fatto regina,


che non abbian mill’altre meretrici?
costei che di tant’altri è concubina,
ch’ai fin sai ben s’ella suol far felici.
Ma perché tu conosca chi sia Alcina,
levatone le fraudi e gli artifici,
tien questo annello in dito, e toma ad ella;
ch’aveder ti potrai come sia bella. –

65. Ruggier si stava vergognoso e muto


mirando in terra, e mal sapea che dire;
a cui la maga nel dito minuto
pose l’annello, e lo fe’ risentire.
Come Ruggiero in sé fu rivenuto,
di tanto scorno si vide assalire,
ch’esser vorria sotterra mille braccia;
ch’alcun veder non lo potesse in faccia.

66. Ne la sua prima forma in uno instante,


così parlando, la maga rivenne;
né bisognava più quella d’Atlante,
seguitone l’effetto per che venne.
Per dirvi quel ch’io non vi dissi inante,
costei Melissa nominata venne,
ch’or diè a Ruggier di sé notizia vera,
e dissegli a che effetto venuta era;

67. mandata da colei, che d’amor piena


sempre il disia, né più può starne senza,
per liberarlo da quella catena
di che lo cinse magica violenza:
e preso avea d’Atlante di Carena
la forma, per trovar meglio credenza.
Ma poi ch’a sanità l’ha ormai ridutto,
gli vuole aprire e far che veggia il tutto.

68. – Quella donna gentil che t’ama tanto,


quella che del tuo amor degna sarebbe,
a cui, se non ti scorda, tu sai quanto
tua libertà, da lei servata, debbe;
questo annel che ripara ad ogni incanto
ti manda: e così il cor mandato avrebbe,

220
s’avesse avuto il cor così virtute,
come l’annello, atta alla tua salute. –

69. E seguitò narrandogli l’amore


che Bradamante gli ha portato e porta;
di quella insieme comendò il valore,
in quanto il vero e l’affezion comporta;
et usò modo e termine migliore
che si convenga a messaggiera accorta:
et in quel odio Alcina a Ruggier pose,
in che soglionsi aver l’orribil cose.

70. In odio gli la pose, ancor che tanto


l’amasse dianzi: e non vi paia strano,
quando il suo amor per forza era d’incanto,
ch’essendovi l’annel, rimase vano.
Fece l’annel palese ancor, che quanto
di beltà Alcina avea, tutto era estrano:
estrano avea, e non suo, dal piè alla treccia;
il bel ne sparve, e le restò la feccia.

71. Come fanciullo che maturo frutto


ripone, e poi si scorda ove è riposto,
e dopo molti giorni è ricondutto
là dove truova a caso il suo deposto,
si maraviglia di vederlo tutto
putrido e guasto, e non come fu posto;
e dove amarlo e caro aver solia,
l’odia, sprezza, n’ha schivo, e getta via:

72. così Ruggier, poi che Melissa fece


ch’a riveder se ne tornò la fata
con quell’annello inanzi a cui non lece,
quando s’ha in dito, usare opra incantata,
ritruova, contra ogni sua stima, invece
de la bella, che dianzi avea lasciata,
donna sì laida, che la terra tutta
né la più vecchia avea né la più brutta.

73. Pallido, crespo e macilente avea


Alcina il viso, il crin raro e canuto;
sua statura a sei palmi non giungea:
ogni dente di bocca era caduto;
che più d’Ecuba e più de la Cumea,
et avea più d’ogn’altra mai vivuto.

221
Ma sì Farti usa al nostro tempo ignote,
che bella e giovanetta parer puote.

74. Giovane e bella ella si fa con arte,


sì che molti ingannò come Ruggiero;
ma l’annel venne a interpretar le carte,
che già molti anni avean celato il vero.
Miracol non è dunque, se si parte
de l’animo a Ruggiero ogni pensiero
ch’avea d’amare Alcina, or che la truova
in guisa, che sua fraude non le giova.

75. Ma come l’avisò Melissa, stette


senza mutare il solito sembiante,
fin che de Tarme sue, più dì neglette,
si fu vestito dal capo alle piante;
e per non farle ad Alcina suspette,
finse provar s’in esse era aiutante,
finse provar se gli era fatto grosso,
dopo alcun dì che non l’ha avute indosso.

76. E Balisarda poi si messe al fianco


(che così nome la sua spada avea);
e lo scudo mirabile tolse anco,
che non pur gli occhi abbarbagliar solea,
ma l’anima facea sì venir manco,
che dal corpo esalata esser parea.
Lo tolse e col zendado in che trovollo,
che tutto lo copria, sei messe al collo.

77. Venne alla stalla, e fece briglia e sella


porre a un destrier più che la pece nero:
così Melissa l’avea instrutto; ch’ella
sapea quanto nel corso era leggiero.
Chi lo conosce, Rabican l’appella;
et è quel proprio che col cavalliero
del quale i venti or presso al mar fan gioco,
portò già la balena in questo loco.

78. Potea aver l’ippogrifo similmente,


che presso a Rabicano era legato;
ma gli avea detto la maga: – Abbi mente,
ch’egli è (come tu sai) troppo sfrenato. –
E gli diede intenzion che ’l dì seguente
gli lo trarrebbe fuor di quello stato,

222
là dove ad agio poi sarebbe instrutto
come frenarlo e farlo gir per tutto;

79. né sospetto darà, se non lo tolle,


de la tacita fuga ch’apparecchia.
Fece Ruggier come Melissa volle,
ch’invisibile ognor gli era all’orecchia.
Così fingendo, del lascivo e molle
palazzo uscì de la puttana vecchia;
e si venne accostando ad una porta,
donde è la via ch’a Logistilla il porta.

80. Assaltò li guardiani all’improviso,


e si cacciò tra lor col ferro in mano,
e qual lasciò ferito, e quale ucciso;
e corse fuor del ponte a mano a mano:
e prima che n’avesse Alcina aviso,
di molto spazio fu Ruggier lontano.
Dirò ne l’altro canto che via tenne;
poi, come a Logistilla se ne venne.

1. – 2. lontane: diverse. – 3. che: così che; se gli: gli si. – 5. sciocco vulgo: cfr. PET RARCA,
Canz., LI, 11: «vulgo avaro e sciocco». – 6. piane: evidenti. – 7. l’inesperïenza: il fatto che molti
lettori non ne hanno avuto esperienza, non le hanno toccate o vedute.
2. – 1. ch’io ci abbia: che io ne abbia (di credenza, I, 8). – 3. non parrà menzogna: cfr.
PET RARCA, Canz., XXIII, 156: «Vero dirò (forse e’ parrà menzogna)». – 4. ’l lume del discorso: la
capacità di ragionare e riflettere chiaramente. «Aver chiaro il lume del discorso per Ariosto
significava veder come verità quello che per il volgo era menzogna, cioè saper astrarre come lui dalla
vita per guardare le cose dal solo punto di vista dell’arte» (Zottoli). Non manca in tutto l’esordio una
fine nota d’ironia. – 7. Io vi lasciai: cfr. n. a II, 30, 7-8. – 8. Vider: cfr. VI, 81.
3. – 2. distinto: adomato, intarsiato; cfr. OVIDIO, Met., V, 266: «innumeris distinctas floribus
herbas»; DANT E, Par., XVIII, 96: «Pareva argento lì d’oro distinto»; BOIARDO, Innam., I, VI, 47,
7: «Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto». – 3. Crisolito: topazio. – 4. flavo iacinto: ametista
color biondo oro (lat.: flavus hyacinthus). – 6. un lupo: simbolo di cupidigia, come in DANT E, Inf.,
I, 49-54; spinto: spronato, guidato. – 8. ricca… fuor d’ogni costume: di straordinario valore.
4. – 1. Apulia: Puglia, dove si trovavano lupi al tempo di ORAZIO, Carm., I, XXII, 9-16; per la
struttura del verso cfr. DANT E, Inf., XXV, 19: «Maremma non cred’io che tante n’abbia». – 3.
labbia: labbra. – 4. rega: guidi. – 5. color di sabbia: simbolo di infecondità e grettezza; cfr. Innam.,
II, IX, 5, 6: «di color di terra era vestita». – 6. lue: peste, mostro maledetto. Prudenzio chiama
l’Avarizia: «improba lues» (Psychomachia, 509). – 8. vescovi… prelati: allusione satirica, e
dettata da ragioni di attualità politica oltre che di tradizione letteraria, alla proverbiale avarizia della
corte papale.
5. – 2. botta: rospo, ch’era ritenuto bestia avara; qui è l’«insegna» di Erifilla; Bigi rinvia ad
ALBERT O MAGNO, De animalibus, XXVI, 9 e a SALZA, Imprese e divise, 204. – 4. ridotta: venuta.
– 5. rompergli: tagliargli, impedirgli. – 6. talotta: talvolta.

223
6. – 5. sul prato… resta: viene sbalzata già dalla lupa. – 6. l’afferra: la colpisce; cfr. Innam., I,
XVIII , 17, 7; II, XVI , 32, 4: «a l’elmo afferra». – 7-8. e de l’arcion… braccia: cfr. Innam., I, II, 61,
7-8: «E con tanto furor di sella il caccia, Che andò longe al destrier ben sette braccia».
7. – 2. venia a levarne, s’accingeva a tagliarle. – 4. tra’ fiori e l’erba: cfr. XXVI, 76, 7; per la
coppia «fiori» e «erba», cfr. DANT E, Purg., VIII, 100 e PET RARCA, Tr. Am., I, 90.
8. – 1. Malagevole: anche la via del Piacere non è priva, almeno all’inizio, di difficoltà; per la
descrizione cfr. DANT E, Inf., XXIV, 61-63. – 7. palazzo… giocondo: anche l’Alcina dell’Innam. ha
«un castelletto nobile e iocondo» (II, XIII, 55, 7).
9. – 3. raccolse: accolse. – 8. superno coro: il regno degli angeli e dei beati.
10. – 3. quanto ch’avea: quanto perché ospitava. – 6. fiorita etade. giovinezza; espressione
petrarchesca. – 8. sì… stella: anche questa è espressione petrachesca; cfr. pure POLIZIANO, Risp.
spie., X, 1-2: «Così spegne costei tutte le belle, Come ’l lume del sol tutte le stelle».
11. – 1. Di persona ecc.: inizia qui la descrizione minuta e decorosa della bellezza di Alcina (la
seduzione), analizzata parte a parte e in ogni singola parte misuratamente perfetta. «È evidente il
modo seguito dal poeta: mettere insieme a una a una le note più comuni, più convenzionali, che si
sono ripetute le migliaia di volte, dalla poesia popolare alla petrarchesca; ciò che ti rende poetica
quella serie di note è il ritmo, cioè il vivo respiro dal quale escono, il gusto di lieve carezza che è in
ogni tocco, senza alcun peso di sensualità, un godimento olimpico delle forme, una soave
contemplazione» (Ambrosini); cfr. le analoghe descrizioni di Angelica (X, 95 segg.) e di Olimpia (XI,
65 segg.); le fonti letterarie e pittoriche da citare sarebbero numerosissime: si cfr. per es. la
descrizione di Sofonisba nell’Africa (V, 22-56) del Petrarca, quella di Fiammetta nel Decameron
(IV, conci. 4) e di Emilia nel Teseida (XII, 53-63) di Boccaccio; quella di Antea nel Morgante XV,
99, segg.) del Pulci; quella di Simonetta nelle Stanze (I, 42-46) di Poliziano; di figurine miniate, fatte
di bianco, di rubro e di oro era inoltre ricchissima la poesia popolare dei cantari, quella dei rispetti,
quella petrarcheggiante (un catalogo delle «Trenta bellezze di madonna» si deve a Brizio Visconti e
composizione analoghe hanno lasciato il Pucci e Giovanni di Nello), e perfino quella umanistica in
latino. Una specie di canone cinquecentesco della bellezza femminile si trova nei Discorsi delle
bellezze delle donne di A. Firenzuola. – 2. finger: rappresentare; industri: esperti (lat.). – 4. lustri:
risplenda. – 6. ligustri: fiori bianchi, gigli; cfr. OVIDIO, Amor., II, v, 37: «quale rosae fulgent inter
sua lilia mixtae»; CLAUDIANO, Rapt. Pros., II, 130; BOCCACCIO, Decam. e Tes., loc. cit:,
POLIZIANO, Stanze, I, 44, 6: «Dolce dipinto di ligustri e rose». – 8. che… meta: che non si
estendeva oltre il giusto limite, era ben proporzionata; cfr. BOCCACCIO, Tes., XXII, 55, 1-2: «La
fronte sua era ampia e spaziosa, E bianca e piana e molto delicata».
12. – 1. archi: le sopracciglia; nell’Emilia di Boccaccio gli stessi attributi sono assegnati alle ciglia:
cfr. Tes., XII, 55, 3-6; «sotto… Eran due ciglia più che altra cosa nerissima e sottil». – 2. duo chiari
soli: espressione petrarchesca. – 3. pietosi… parchi: benigni nel riguardare e lenti nel girarsi. – 5.
indi: da lì, dagli occhi; tutta… scarchi: cfr. PULCI, Morg., XIV, 90, 4-5: «E’ traboccò giù l’arco e la
faretra E le saette d’Amor tutte quante». – 8. non truova… emende, neppure l’Invidia saprebbe
trovarci alcun difetto da correggere.
13. – 1. vallette: fossette. – 2. natio cinabro: rosso vivo, naturale. – 3. perle elette: perle scelte;
cfr. PET RARCA, Canz., CCXX, 5-6: «le perle in ch’ei [Amore] frange et affrena Dolci parole honeste
et pellegrine» e in molti altri luoghi; BOCCACCIO, Amor. vis., XV, 64-65; Tes., XII, 59, 6-8: «E’ denti
suoi si potean somigliare A bianche perle, spessi e ordinati». – 5. quindi: da qui, dalla bocca. – 6.
scabro: grossolano. – 7-8. quel suave… paradiso: cfr. PET RARCA, Canz., CCXLII, 6-7;
POLIZIANO, Stanze, I, 50; PULCI, Morg., XVIII, 102, 3: «da fare spalancar sei paradisi».
14. – 1. Bianca ecc.: il candore della gola e del seno era canonico; cfr. BOCCACCIO, Tes., XII, 61,

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5-6: «e ’l petto poi un pochetto eminente De’ pomi vaghi per mostranza tondi»; ma vedi anche
ARIOST O, Negromante, 763-764 e 67-69: «Di quelle man, più che di latte candide, Più che di nieve,
è uscita questa lettera?…. – Prima da lo alabastro, o sia ligustico Marmo, del petto viene, Ove fra
picciole et odorate due pome giacevasi». – 4. margo: il margine della spiaggia (lai). – 6. Argo: il
mitico guardiano dai cento occhi. – 7-8. ben si può ecc.: cfr. OVIDIO, Amor., III, II, 35- 36.
15. – 3. lunghetta: come sotto, ritondetto (v. 6) è diminutivo che seconda l’opera tradizionale di
stilizzazione ed è stato forse suggerito da BOCCACCIO, Dee., III, 4, 6 e 9 (Sangirardi); angusta:
stretta. – 4. escede: eccede, sporge. – 6. breve, asciutto: corto e snello. – 7. angelici sembianti:
cfr. PET RARCA, Canz., CCLXX, 84: «angelica sembianza».
16. – 1. Avea… teso: ognuna delle sue bellezze e ognuno dei suoi atti erano un laccio
(espressione petrarchesca) nelle mani di Amore. – 2. o parli… muova: cfr. POLIZIANO, Stanze, I,
46, 7-8: «tanti cori Amor piglia fere o ancide, Quanto ella o dolce parla o dolce ride». – 7. non…
aviso: non gli sembrava credibile.
17. – 2. converso: trasformato. – 3. portamenti… rei: azioni sgarbate e spiacevoli. – 6-8. e che
vendetta ecc.: e che astio, invidia e desiderio di vendetta spingano Astolfo a calunniare
ingiustamente Alcina.
18. – 1. La bella donna: Bradamante; cfr. PET RARCA, Canz., XCI, 1-2: «La bella donna che
cotanto amavi Subitamente s’è da noi partita». – 2. novellamente: or ora, improvvisamente; cfr.
PET RARCA, ibid., XCII, II. «novellamente s’è da noi partito». – 4. ferita: cfr. n. a XXXI, 5, 1-8. – 5.
grava: occupa, imprimendovi la sua immagine.
19. – 1. A quella mensa: «alla mensa che non poteva mancare fra tante accoglienze» (Lisio);
cìtare: cetre. – 4. buoni: gradevoli. – 7-8. o con… fantasie: o che recitasse componimenti poetici o
narrasse storie piacevoli. Il tema del convito era classico (OMERO, Od., libro VIII; VIRGILIO, Aen., I,
740 segg.) e romanzesco (PULCI, Morg., XVI, 24-25; BOIARDO, Innam., I, 1, 12-15; CIECO,
Mambriano, II, 39). Ma qui pare di sentir l’eco dei sontuosi conviti della corte estense. Ai costumi
di quella corte riportano poi senz’altro gli accenni della st. 21 al gioco di società detto dei «segreti»,
allora assai di moda; cfr. CATALANO, Vita, I, pp. 411-412.
20. – 2. Nino: primo re degli Assiri, famoso, lui e i suoi successori (Semiramide, Sardanapalo)
per il lusso e le raffinatezze. – 4. vincitor latino: prima Cesare e poi, soprattutto, Marco Antonio;
cfr. PLUTARCO, Vita di Ant., cap. XXVIII; PLINIO, Nat. hist., IX, 35. – 6. paladino: non in senso
proprio (come in I, 12, 1), ma nel senso di «prode, valoroso». – 7-8. dove… Giove: nell’Olimpo,
dove Ganimede (cfr. IV, 47, 5) mesce il nettare a Giove; cfr. OVIDIO, Met., X, 161: «Iovi nectar
ministrata».
21. – 2. un giuoco: cfr. n. a VII, 19, 7-8; consisteva nello scambiarsi domande all’orecchio; vi
accenna anche il Bembo nel son. «Io ardo, dissi e la risposta in vano…». – 5. fu… grande: offerse
l’opportunità. – 7-8. e furon ecc.: alla fine del gioco combinarono per quella notte un convegno
d’amore.
22. – 1. inanzi: più presto. – 3. torchi: torce. – 6. le piume: un soffice letto.
23. – 1. confetti: paste dolci. I confetti e i buoni vini, in coppia e «a sigla di situazioni
sensualmente o affettivamenti gratificanti» (Sangirardi), erano già più volte in BOCCACCIO, Dec., I, 10,
14; II, 4, 24; III, Intr., 4, ecc. – 2. debiti inviti: le offerte che si devono fare agli ospiti. – 3. chini:
ubbidienti al volere di Alcina. – 6. Amene: mitica tessitrice della Lidia, trasformata poi in ragno; cfr.
OVIDIO, Met., VI. – 8. ancor, già.
24. – 1. Ad ogni piccol moto…: la scena deriva in parte da TIBULLO, I, VIII, 65-66; in parte da
OVIDIO, Her., XIX, 41-56. – 3. sentir credeasi: credeva dentro di sé di sentire. – 8. che… dimora:
che indugiava così a lungo a passare.

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25. – 4. donde… passi: dalla quale egli attende che Alcina esca, per venire da lui. – 7-8. Teme…
messo: spesso teme che qualche ostacolo si frapponga fra lui e l’amore di Alcina; cfr. PET RARCA,
Canz., LVI, 5-8: «Qual ombra è sì crudel che ’l seme adugge Ch’ai disiato frutto era sì presso?…
Tra la spiga e la man qual muro è messo?».
26. – 1-2. poi… meta: quando, dopo molto tempo, pose fine all’operazione di cospargersi di
profumi (odori, lat). – 4. cheta: silenziosa; aggettivo boccaccesco. – 6. via secreta: passaggio
nascosto. – 7. timore e speme: cfr. n. a I, 39, 2. – 8. pugnato insieme: combattuto tra loro.
27. – 2. ridenti stelle: gli occhi di Alcina. – 4. capir… pelle: contenersi; cfr. BOCCACCIO,
Decam., IX, v, 38: «non capea nel cuoio»; ARIOST O, Cassaria, atto III, se. iv: «mi par ch’io non
possa capere ne la pelle». – 5-6. golfo de le delizie: cfr. lat.: sinus deliciarum. – 8. né può…
aspettar, cfr. Innam., I, xix, 60, 6: «quella abbraccia, e non puote aspettare».
28. – 1. faldiglia: gonna di tela sostenuta da cerchi (spagn.). – 2. zendado: drappo di seta sottile.
– 5. cesse: cedette. – 6. rado: trasparente. – 8. più… vetro: più che un vetro trasparente nasconda
le rose e i gigli che contiene; si ricordi che le carni di Alcina avevano appunto il colore delle rose e
dei gigli (II, 6). L’intero passo riprende una similitudine di origine ovidiana (Met., IV, 340-55: «at
ille… nec mora, temperie blandarum captus aquarum Mollia de tenero velamina corpore
ponit… Ille cavis velox applauso corpore palmis Desilit in latices alternaque bracchia ducens
In liquidis translucet aquis, ut eburnea siquis Signa tegat darò vel candida lilia vitro»), che è
stata fatta propria e molte volte variata e rivariata da BOCCACCIO: cfr. per esempio Dec., VI, Conci.,
30: «tutte e sette si spogliarono e entrarono in esso [laghetto], il quale non altramenti li lor corpi
candidi nascondeva che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro»; Fiammetta, I, p. 441: «e vidi lei
[Venere] ignuda, fuori solamente d’un sottilissimo drappo purpureo, il quale avvegna che in alcune
parti il candidissimo corpo coprisse, di quello non altramente toglieva la vista a me mirante, che
posta figura sotto chiaro vetro» (Sangirardi).
29. – 1. Non così ecc.: la similitudine da ORAZIO, Epod., XV, 5-6: «Artius atque hedera
procera adstringitur ilex, Lentis adherens bracchiis»; OVIDIO, Met., IV, 365: «Solent hederae
longos intexere cursus»; DANT E, Inf., XXV, 58-59: «Ellera abbarbicata mai non fue Ad alber
sì…». – 3. si… insieme: cfr. Innam., I, XIX, 61, 1: «Stavan sì stretti quei duo amanti insieme». – 4-
5. de lo spirto… fior: il bacio; cfr. XXII, 32, 7-8. – 5-6. qual… sabbia: profumato più soavemente
di qualsiasi seme di quelle piante che crescono nelle profumate sabbie dell’Arabia Felice, ove
abitano i Sabei; cfr. DIODORO SICULO, III, 38, 46. – 7-8. Del gran piacer… bocca: similmente il
Boiardo (ove, però, meno coerentemente che nell’Ariosto, l’espressione si riferisce alla assai meno
maliarda Fiordiligi): «come ciascun sospira e ciascun geme De alta dolcezza, non saprebbi io dire;
Lor lo dican per me, poi che a lor tocca, Che ciaschedun avea due lingue in bocca» (Innam., I, XIX,
61, 5-8); e cfr., per tutta l’ottava, il capit. VIII delle Rime dell’Ariosto.
30. – 3-4. che raro… virtute: perché di rado il saper tacere fu considerato cosa riprovevole, ma
spesso invece cosa degna di lode; cfr. OVIDIO, Ars am., II, 603-604. – 5. Tutte proferte: profferte
di ogni sorte.
31. – 4. fatte: adatte. – 6. scene: spettacoli teatrali. – 8. antiqui: autori antichi (voce
petrarchesca); amorosi detti: cfr. PET RARCA, Canz., XXVI, 10: «al buon testor degli amorosi detti».
32. – 3. sagaci: dalll’odorato fino; latinismo ripreso già dal Poliziano («sagace nari») e dal
Sannazzaro («sagace oca»). Anche gli altri preziosi aggettivi dell’ottava sono di ascendenza
petrarchesca («ombrose», «lieti», «odoriferi») o polizianesca («paurose»). – 3. folli: spaventati dai
cani e dai cacciatori, tanto da volare in modo cieco e disordinato. – 4. vepri: arbusti spinosi (lat.). –
5. a’ tordi lacciuoli: cfr. ORAZIO, Epod., II, 31-34: «aut trudit acris hinc et hinc multa cane
Apros in obstantis plagas, Aut amite levi rara tendit retia, Turdis edacibus dolos»; ARIOST O,

226
Lir. lat., XXIII, 30-33: « Tunc iuvet audaci lepores agitare Lacone, Caecaque nocturnis ponete
vincla lupis, Inque plagas turdum strepitu detrudere edacem»; veschi: vischi (cfr. PET RARCA, Tr.
Am., III, 60). – 8. i grati lor secreti: i lor graditi recessi.
33. – 2. Carlo… et Agramante: sott.: «stavano». – 5. con travaglio… molesta: nella sapiente
sintassi di temi poetici del Furioso, c’è qui una netta contrapposizione fra la gioia e festa (v. 1) di
Ruggiero e la pena e il travaglio di Bradamante.
34. – 2. cercando invano: cfr. PET RARCA, Canz., CCLXXXVIII, 7: «cercando invano» (in rima
con «piano» e «lontano»). – 3. campo aprico: campagna soleggiata. – 5. amico: uomo amato. – 6.
intervallo: distanza (lat.). – 7. Ne l’oste: nel campo dell’esercito nemico (lat.). – 8. spia: indizio.
35. – 4. trabacche: tende; si trova spesso nei poemi cavallereschi la coppia «trabacche e
padiglioni». – 7. fuor… uso: in modo straordinario.
36. – 2. l’alta ruina: la morie, perdita suprema; cfr. VII, 37, 6. – 3-4. da l’onde… declina:
dall’India, ove scorre il fiume Idaspe (cfr. ORAZIO, Carm., I, XXII, 7-8: «fabulosus… Hydaspes») e
ove sorge il sole, fino in Occidente, ove il sole tramonta (lat.); cioè per tutto il mondo; cfr. III, 17, 5-
6.
37. – 3. gridar: supplicare; conca: tormba; cfr. III, 22, 5. – 6. alta necessità: la morte, che i
Latini avevano definito «ultima, extrema, suprema necessitas». – 7. si sapria quindi: ivi l’avrebbe
saputo. – 8. n’avrebbe: riceverebbe da Merlino.
38. – 2. Pontiero: Pontieri o Ponthieu (Piccardia), feudo del conte Gano di Maganza. – 3. vocal:
parlante (lat.). – 4. fiero: selvaggio; cfr. PET RARCA, Canz., XXXVII, 104: «luoghi alpestri et feri». –
5. quella maga: Melissa; cfr. III, 21 segg. – 8. instrutta e dotta: cfr. VI, 56, 8.
39. – 6. getta… sorte: fa sortilegi per sapere di lei. – 8. in India: in Asia; cfr. n. a VI, 19, 5-8.
40. – 2. sfrenato: non obbediente al freno. – 3. intervallo: distanza; cfr. VII, 34, 6. – 4. sentier.
percorso; cfr. IV, 5, 4. – 6. molle e delicato: cfr. PET RARCA, Tr. Am., IV, 101.
41. – 1. il fior… suoi: cfr. PET RARCA, Canz., CCLXVIII, 39: «fior de gli anni suoi»; Tr. Fama, I,
96. – 4. perdere… punto: allude alla trasformazione cui l’avrebbe sottoposto Alcina. – 5. odor,
buona fama; cfr. XXXV, 24, 5-8; XXXXVII, 16, 8. – 7. che tra’… serba: cfr. PET RARCA, Tr.
Fama, I, 9: «che trae l’umo del sepolcro e ’n vita il serba». – 8. tronco… erba: o troncato o
strappato sul nascere; si riferisce a odor, ma avendo in mente anche il fior del v. 1.
42. – 3. via… dura: la via che conduce al regno virtuoso di Logistilla; cfr. VI, 55. – 5-8. come
escellente medico…: cfr. POLIZIANO, Risp. spicc., 74, 3-4: «crudel veneno posto in medicina Più
volte toma l’uom da morte a vita» (Carducci).
43. – 1. facile: indulgente, arrendevole (lat.). – 2. superchio: soverchio. – 4. a darli vita: a
mantenerlo in vita. – 5. Quel: Atlante.
44. – 7. che… sciorre: che non sarebbe mai riuscito a sciogliersene; immagine petrarchesca. – 8.
Nestorre: l’eroe omerico, la cui vita si protrasse per tre generazioni.
45. – 1. colei: Melissa. – 3. vaga: vagante a casaccio. – 7. apre, manifesta (lat.). – 8. ad Alcina
è condotto: è ridotto in potere di Alcina.
46. – 3. e più… porta: e ancor più rimane smarrita, quando ode che è in pericolo il suo amore. –
6. presta… punge: cfr. DANT E, Inf., XXIV, 18: «e così tosto al mal giunse l’impiastro».
47. – 2. fattura: incantesimo. – 4. fura: rapisce (lat.). – 6. dolce cura: la persona da te amata,
Ruggiero (cura in questo senso era nei latini). – 7. prim’ora: della notte.
48. – 2. d’adoperarlo: di adoperare l’anello. – 3. regno effeminato e molle, cfr. VI, 20, 7-8;
ma qui molle ha senso diverso e vale «tale da indurre a ozio’, a mollezze»; cfr. PET RARCA, Tr. Am.,
IV, 101: «un’isoletta delicata e molle» (Cipro).
50. – 1. Alchino… Farfarello: sono nomi di diavoli danteschi (Inf., XXI, 118, 123); ma

227
l’Ariosto avrà avuto in mente anche i diavoli Astarotte e Farfarello che nel Morg. del Pulci
trasportano Rinaldo e Ricciardetto a Roncisvalle (XXV, 219 segg.). – 3. scinta e scalza: cfr. III, 8,
7; passe, sparse (lat. crinibus passis). – 7-8. Poi con tal fretta ecc.: simili viaggi dalla velocità
prodigiosa sono di regola nella letteratura cavalleresca; cfr. per es. Innam., I, XII, 42, 7-8: «Sì
giorno e notte con fretta camina, Che a Babilonia gionse una matina».
51. – 3. a proporzion: in proporzione alla statura. – 5. ’l negromante. Atlante. – 7. mascelle:
guancie (lat. malae). – 8. crespa: rugosa; cfr. VII, 73, 1; XX, 120, 1.
52. – 4-5. e tanto… che: e stette in osservazione finché. – 7. fu… sorte: fu rara e fortunata
combinazione.
53. – 1. Soletto lo trovò ecc.: il quadretto è classico e ricorda quello di Ercole innamorato di
Omfale (OVIDIO, Her., IX, 55 segg.; SENECA, Hypp., 317-29; Hercules Oetaeus, 371-79), di
Ulisse a Calipso e di Enea a Cartagine; qualche particolare deriva da BOCCACCIO, De claris mul.,
cap. XXI: Iole e dal Mambriano, I, 59-62: «Or stato a questo modo circa un mese, Dormendo un
giorno a l’ombra tutto solo…»; VI, 5 ss. e VII, 77 ss.; cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando
Furioso» cit., pp. 185-187. – 3. discorrea: scorreva qua e là scendendo; cfr. III, 34, 1. – 5.
delizïoso e molle: ricercato ed effeminato; cfr. VII, 48, 3. – 7. de sua man: con le sue stesse mani;
cfr. VIRGILIO, Aen., IV, 263-264; XI, 73-75: « quas illi laeta laborum Ipsa suis quondam
manibus Sidonia Dido Fecerat et tenui telas discreverat auro».
54. – 7. quindi: da quell’annelletto.
55. – 2. odor: profumi (lai); in prezzo: pregiati. – 4. Valenza: la città spagnola aveva fama nel
Cinquecento di essere assai corrotta. – 6. mézzo: fradicio, guasto.
57. – 1-2. Di medolle ecc.: cfr. Innam., II, 1, 74, 7-8: «Però nutrito l’ha, con gran ragione, Sol
di medolle e nerbi di leone»; III, v, 35-37. Già Stazio, a proposito dei nutrimenti concessi ad Achille
da Chirone, parla di «spissa leonum viscera semianimiques lupae… medullas» (Achil., II, 99-
100). – 7. disciplina: educazione severa (lat.). – 8. Adone… Atide: giovani belli ed effeminati;
Adone amato da Venere (OVIDIO, Met., X, 503 segg.) e Attis da Cibele (CAT ULLO, Carm., LXIII).
58. – 1. È questo, quel ecc.: l’eloquente discorso di Melissa è costruito con una sintassi ampia e
armoniosa, in uno stile latineggiante, ricco di interrogazioni sdegnose e di nobile ironia; l’osservate
stelle ecc.: accenno ai vari modi usati per indovinare il futuro: l’astrologia (osservate stelle),
l’aruspicina o esame dei visceri degli animali (sacre fibre), la geomanzia, o interpretazione di linee
tracciate per terra congiungendo alcuni punti segnati a caso (accoppiati punti), il chiedere responsi
e augùri, l’interpretare i sogni, il fare i sortilegi. Tutte queste arti erano ancora in grande onore nel
Cinquecento. – 5. sin da le mammelle: dall’infanzia.
59. – 1. alto principio: degno inizio. – 2. presto: pronto. – 3. Alessandro… Scipio: Alessandro
Magno, Giulio Cesare, Scipione l’Africano, esempi umanistici di eroismo. – 5. mancipio: schiavo;
cfr. PET RARCA, Tr. Fama., I, 25, ove il vocabolo è usato in connessione con Cesare e Scipione. – 7.
la catena: il monile di 54, 1.
60. – 1. Se non… laudi: se non ti stimola il desiderio di fama personale; cfr. un simile inizio di
discorso, rivolto da Mercurio a Enea: «si te nulla movet tantarum gloria rerum… Ascanium
surgentem… respice» (Aen., IV, 272-276). – 2. a chi: a cui. – 5. il ventre… Claudi: tieni chiuso,
condanni a sterilità, il ventre di Bradamante. – 6. per te concetto: concepito da te. – 8. chiara:
gloriosa.
61. – 1. vietar: impedire. – 1-4. che le più nobil… dee. che le anime più nobili create da Dio,
che ora risiedono nelle eterne idee, si incarnino, al momento a loro assegnato, e si rivestano dei
corpi dei discendenti della dinastia estense; l’Ariosto segue qui la dottrina platonica, accolta anche
da VIRGILIO, Aen., VI, 713 segg. – 5. mille trionfi e palme: cfr. PET RARCA, Tr. Pud., 96: «Mille

228
vittoriose e chiare palme». – 6. con che: con cui. – 8. torneran: faranno ritornare.
62. – 1-2. Non che… pondo: non dico che a convincerti ad abbandonare Alcina, dovrebbero
avere influenza (pondo) le tante anime belle. – 5. ti dovria… bastante: dovrebbe bastare a
convincerti. – 6. Ippolito e il fratei: Ippolito e Alfonso d’Este; cfr. III, 50. – 8. per tutti… poggi: in
tutte le condizioni dalle quali l’uomo si innalza (poggi) alla virtù.
63. – 3. le maggior parti: i gradi più alti. – 5-6. perché… seme, perché quando parlavo di loro
vedevo che tu stavi più attento che non quando parlavo di altri tuoi discendenti.
64. – 1. t’hai fatto regina: hai reso tua regina.
65. – 1. vergognoso e muto: cfr. VIRGILIO, Aen., IV, 279: «aspectu obmutuit amens»; DANT E,
Purg., XXXI, 64-65: «Quali i fanciulli, vergognando, muti Con li occhi a terra stannosi». – 3.
minuto: mignolo. – 4. risentire: ritornare in sé: anche il Boiardo usa questo verbo a indicare l’effetto
dell’anello (Innam., I, XIV, 43, 4). – 6. di tanto scorno: da tanta vergogna.
66. – 3. quella: la forma. – 4. seguitone… venne: una volta ottenuto lo scopo per cui era venuta
nella reggia di Alcina. – 6. Melissa: cfr. n. a III, 8, 6; finora l’Ariosto non aveva rivelato il suo nome.
67. – 4. magica violenza: la forza dell’incantesimo. – 6. per… credenza: per essere più
facilmente creduta. – 8. aprire: svelare (lai).
68. – 3. se non ti scorda: se non ti dimentichi. – 4. da lei servata: Bradamante l’aveva liberato
dal castello di Atlante (cfr. IV, 39). – 5. ripara ad: difende contro. – 8. salute: salvezza.
69. – 3. comendò: lodò. – 4. in quanto… comporta: mantenendosi entro i limiti della verità, e al
tempo stesso parlandone con affettuoso calore. – 5. modo e termine: i modi e le parole. – 8. in
che: in cui; soglionsi… orribil cose. cfr. DANT E, Purg., XIV, 27: «pur com’om fa dell’orribili cose»;
BOCCACCIO, Dee., III, 8, 73: «chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili cose».
70. – 3. quando: dal momento che. – 6. estrano: non suo, finto. – 8. feccia: il brutto.
71. – 4. il suo deposto: ciò che aveva depositato. – 8. schivo: schifo.
72. – 7. donna sì laida ecc.: per il motivo della vecchia sordida e brutta cfr. n. a XX, 120, 1.
73. – 1. crespo: rugoso; cfr. XXVIII, 25, 5; macilente: emaciato.
73. – 5. Ecuba… Cumea: Ecuba, moglie di Priamo re di Troia, e la Sibilla Cumana erano esempi
classici di vecchiezza decrepita; cfr. XX, 120, 2. – 7. al nostro… ignote: ironico: le arti del trucco
erano fin troppo note nel Cinquecento. Ma Segre, e con ancor maggior convinzione Bigi, ritengono
qui trattarsi di un’allusione alle arti magiche, o a quelle della simulazione, della menzogna e delle frodi
(su cui il poeta rifletterà nel proemio del canto seguente).
74. – 3. a interpretar le carte: a rivelare il mistero celato nelle carte, a rivelare la verità;
l’immagine filologica riprende con malizia leggermente sacrilega, quella usata dal Petrarca parlando
di Cristo: «vegnendo in terra a ’lluminar le carte Ch’avean molt’anni già celato il vero» (Canz., IV,
5-6).
75. – 1. come l’avisò: seguendo il consiglio datogli da Melissa. – 2. sembiante: atteggiamento. –
6. aiutante: aitante, forte. – 7. se… grosso: se si era ingrassato.
76. – 1. Balisarda: era stata la spada di Orlando, cui l’aveva rubata Brunello, dandola a
Ruggiero; cfr. XXV, 15, 7-8. – 4. abbarbagliar: abbagliare; PET RARCA, Canz., LI, 2. – 5. l’anima:
gli spiriti vitali. – 7. zendado: drappo fine di seta.
77. – 5. Rabican: era stato il cavallo dell’Argalia, poi passato a Rinaldo e quindi ad Astolfo; cfr.
XV, 40-41. – 6-7. cavalliero… gioco: Astolfo, trasformato in mirto e ora battuto dai venti sulla
spiaggia dell’isola.
78. – 5. diede intenzion: promise. – 6. fuor… stato: fuor dal regno di Alcina.
79. – 1. se non le tolle: se non prende l’ippogrifo. – 2. tacita: segreta. – 4. ch’invisibile…
orecchia: che lo seguiva invisibile, dandogli consigli. – 5. lascivo e molle: cfr. VII, 48, 3. – 6.

229
puttana vecchia: cfr. ARIOST O, Suppositi in prosa, atto III, se. 11: «puttana vecchia».
80. – 4. a mano a mano: subito, d’un tratto.

230
CANTO OTTAVO

Esordio: il mondo è pieno di simulazioni. Ruggiero sfugge all’inseguimento d’un


servo di Alcina, che gli avventa contro un cane e un falcone. Alcina prepara una
flotta per assalire il regno di Logistilla. Melissa entra nel regno di Alcina
incustodito, rompe gli incanti e libera i cavalieri prigionieri. Frattanto Rinaldo
ottiene dai re di Scozia e d’Inghilterra gli aiuti richiesti da Carlo Magno. Frattanto
Angelica è perseguitata dall’eremita negromante. Essa lo sfugge, ma cade nelle mani
dei corsari dell’isola di Ebuda. Per vendetta del dio Proteo, un’orca infesta il loro
lido: ed essi vanno predando ovunque giovani donne da offrire in pasto al mostro.
Angelica è legata a uno scoglio ed esposta all’orca. Frattanto, a Parigi, Orlando è
angustiato dalla lontananza di Angelica. Una notte decide di partire segretamente in
cerca della donna amata. Il fedele Brandimarte lo segue e Fiordiligi, a sua volta,
segue Brandimarte.

1. Oh quante sono incantatrici, oh quanti


incantator tra noi, che non si sanno!
che con lor arti uomini e donne amanti
di sé, cangiando i visi lor, fatto hanno.
Non con spirti constretti tali incanti,
né con osservazion di stelle fanno;
ma con simulazion, menzogne e frodi
legano i cor d’indissolubil nodi.

2. Chi l’annello d’Angelica, o più tosto


chi avesse quel de la ragion, potria
veder a tutti il viso, che nascosto
da finzïone e d’arte non saria.
Tal ci par bello e buono, che, deposto
il liscio, brutto e rio forse parria.
Fu gran ventura quella di Ruggiero,
ch’ebbe l’annel che gli scoperse il vero.

3. Ruggier (come io dicea) dissimulando,


su Rabican venne alla porta armato:
trovò le guardie sprovedute, e quando
giunse tra lor, non tenne il brando a lato.
Chi morto e chi a mal termine lasciando,
esce del ponte, e il rastrello ha spezzato:
prende al bosco la via; ma poco corre,

231
ch’ad un de’ servi de la fata occorre.

4. Il servo in pugno avea un augel grifagno


che volar con piacer facea ogni giorno,
ora a campagna, ora a un vicino stagno,
dove era sempre da far preda intorno:
avea da lato il can fido compagno:
cavalcava un ronzin non troppo adorno.
Ben pensò che Ruggier dovea fuggire,
quando lo vide in tal fretta venire.

5. Se gli fe’ incontra, e con sembiante altiero


gli domandò perché in tal fretta gisse.
Risponder non gli vòlse il buon Ruggiero:
perciò colui, più certo che fuggisse,
di volerlo arrestar fece pensiero;
e distendendo il braccio manco, disse:
– Che dirai tu, se subito ti fermo?
se contra questo augel non avrai schermo? –

6. Spinge l’augello: e quel batte sì l’ale,


che non l’avanza Rabican di corso.
Del palafreno il cacciator giù sale,
e tutto a un tempo gli ha levato il morso.
Quel par da l’arco uno aventato strale,
di calci formidabile e di morso;
e ’l servo dietro sì veloce viene,
che par ch’il vento, anzi che il fuoco il mene.

7. Non vuol parere il can d’esser più tardo,


ma segue Rabican con quella fretta
con che le lepri suol seguire il pardo.
Vergogna a Ruggier par, se non aspetta.
Voltasi a quel che vien sì a piè gagliardo;
né gli vede arme, fuor ch’una bacchetta,
quella con che ubidire al cane insegna:
Ruggier di trar la spada si disdegna.

8. Quel se gli appressa, e forte lo percuote;


lo morde a un tempo il can nel piede manco.
Lo sfrenato destrier la groppa scuote
tre volte e più, né falla il destro fianco.
Gira l’augello e gli fa mille ruote,
e con l’ugna sovente il ferisce anco:
sì il destrier collo strido impaurisce,

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ch’alia mano e allo spron poco ubidisce.

9. Ruggiero, al fin constretto, il ferro caccia;


e perché tal molestia se ne vada,
or gli animali, or quel villan minaccia
col taglio e con la punta de la spada.
Quella importuna turba più l’impaccia:
presa ha chi qua chi là tutta la strada.
Vede Ruggiero il disonore e il danno
che gli averrà, se più tardar lo fanno.

10. Sa ch’ogni poco più ch’ivi rimane,


Alcina avrà col populo alle spalle:
di trombe, di tamburi e di campane
già s’ode alto rumore in ogni valle.
Contra un servo senza arme e contra un cane
gli par ch’a usar la spada troppo falle:
meglio e più breve è dunque che gli scopra
lo scudo che d’Atlante era stato opra.

11. Levò il drappo vermiglio in che coperto


già molti giorni lo scudo si tenne.
Fece l’effetto mille volte esperto
il lume, ove a ferir negli occhi venne:
resta dai sensi il cacciator deserto,
cade il cane e il ronzin, cadon le penne,
ch’in aria sostener l’augel non ponno.
Lieto Ruggier li lascia in preda al sonno.

12. Alcina, ch’avea intanto avuto aviso


di Ruggier, che sforzato avea la porta,
e de la guardia buon numero ucciso,
fu, vinta dal dolor, per restar morta.
Squarciossi i panni e si percosse il viso,
e sciocca nominossi e malaccorta;
e fece dar all’arme immantinente,
e intorno a sé raccôr tutta sua gente.

13. E poi ne fa due parti, e manda l’una


per quella strada ove Ruggier camina;
al porto l’altra subito raguna,
imbarca, et uscir fa ne la marina:
sotto le vele aperte il mar s’imbruna.
Con questi va la disperata Alcina,
che ’l desiderio di Ruggier sì rode,

233
che lascia sua città senza custode.

14. Non lascia alcuno a guardia del palagio:


il che a Melissa, che stava alla posta
per liberar di quel regno malvagio
la gente ch’in miseria v’era posta,
diede commodità, diede grande agio
di gir cercando ogni cosa a sua posta,
imagini abbruciar, suggelli tôrre,
e nodi e rombi e turbini disciorre.

15. Indi pei campi accelerando i passi,


gli antiqui amanti ch’erano in gran torma
conversi in fonti, in fere, in legni, in sassi,
fe’ ritornar ne la lor prima forma.
E quei, poi ch’allargati furo i passi,
tutti del buon Ruggier seguiron l’orma:
a Logistilla si salvaro; et indi
tomaro a Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi.

16. Li rimandò Melissa in lor paesi,


con obligo di mai non esser sciolto.
Fu inanzi agli altri il duca degl’Inglesi
ad esser ritornato in uman volto;
che ’l parentado in questo e li cortesi
prieghi del bon Ruggier gli giovâr molto:
oltre i prieghi, Ruggier le diè l’annello,
acciò meglio potesse aiutar quello.

17. A’ prieghi dunque di Ruggier, rifatto


fu ’l paladin ne la sua prima faccia.
Nulla pare a Melissa d’aver fatto,
quando ricovrar l’arme non gli faccia,
e quella lancia d’or, ch’ai primo tratto
quanti ne tocca de la sella caccia:
de l’Argalia, poi fu d’Astolfo lancia,
e molto onor fe’ a l’uno e a l’altro in Francia.

18. Trovò Melissa questa lancia d’oro,


ch’Alcina avea reposta nel palagio,
e tutte l’arme che del duca fôro,
e gli fur tolte ne l’ostel malvagio.
Montò il destrier del negromante moro,
e fe’ montar Astolfo in groppa ad agio;
e quindi a Logistilla si condusse

234
d’un’ora prima che Ruggier vi fusse.

19. Tra duri sassi e folte spine già


Ruggiero intanto invêr la fata saggia,
di balzo in balzo, e d’una in altra via
aspra, solinga, inospita e selvaggia;
tanto ch’a gran fatica riuscia
su la fervida nona in una spiaggia
tra ’l mare e ’l monte, al mezzodì scoperta,
arsiccia, nuda, sterile e deserta.

20. Percuote il sole ardente il vicin colle;


e del calor che si riflette a dietro,
in modo l’aria e l’arena ne bolle,
che saria troppo a far liquido il vetro.
Stassi cheto ogni augello all’ombra molle:
sol la cicala col noioso metro
fra i densi rami del fronzuto stelo
le valli e i monti assorda, e il mare e il cielo.

21. Quivi il caldo, la sete, e la fatica


ch’era di gir per quella via arenosa,
facean, lungo la spiaggia erma et aprica,
a Ruggier compagnia grave e noiosa.
Ma perché non convien che sempre io dica,
né ch’io vi occupi sempre in una cosa,
io lascerò Ruggiero in questo caldo,
e girò in Scozia a ritrovar Rinaldo.

22. Era Rinaldo molto ben veduto


dal re, da la figliola e dal paese.
Poi la cagion che quivi era venuto,
più ad agio il paladin fece palese:
ch’in nome del suo re chiedeva aiuto
e dal regno di Scozia e da l’inglese;
et ai preghi suggiunse anco di Carlo,
giustissime cagion di dover farlo.

23. Dal re, senza indugiar, gli fu risposto,


che di quanto sua forza s’estendea,
per utile et onor sempre disposto
di Carlo e de l’Imperio esser volea;
e che fra pochi dì gli avrebbe posto
più cavallieri in punto che potea;
e se non ch’esso era oggimai pur vecchio,

235
capitano verria del suo apparecchio.

24. Né tal rispetto ancor gli parria degno


di farlo rimaner, se non avesse
il figlio, che di forza, e più d’ingegno,
dignissimo era a chi ’l governo desse,
ben che non si trovasse allor nel regno;
ma che sperava che venir dovesse
mentre ch’insieme aduneria lo stuolo;
e ch’adunato il troveria il figliuolo.

25. Così mandò per tutta la sua terra


suoi tesorieri a far cavalli e gente;
navi apparecchia e munizion da guerra,
vettovaglia e danar maturamente.
Venne intanto Rinaldo in Inghilterra,
e ’l re nel suo partir cortesemente
insino a Beroicche accompagnollo;
e visto pianger fu quando lasciollo.

26. Spirando il vento prospero alla poppa,


monta Rinaldo, et a Dio dice a tutti:
la fune indi al vïaggio il nocchier sgroppa;
tanto che giunge ove nei salsi flutti
il bel Tamigi amareggiando intoppa.
Col gran flusso del mar quindi condutti
i naviganti per camin sicuro
a vela e remi insino a Londra furo.

27. Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone,


che con Carlo in Parigi era assediato,
al principe di Vallia commissione
per contrasegni e lettere portato,
che ciò che potea far la regïone
di fanti e di cavalli in ogni lato,
tutto debba a Calesio traghittarlo,
sì che aiutar si possa Francia e Carlo.

28. Il principe ch’io dico, ch’era, in vece


d’Oton, rimaso nel seggio reale,
a Rinaldo d’Amon tanto onor fece,
che non l’avrebbe al suo re fatto uguale:
indi alle sue domande satisfece;
perché a tutta la gente marzïale
e di Bretagna e de l’isole intorno

236
di ritrovarsi al mar prefisse il giorno.

29. Signor, far mi convien come fa il buono


sonator sopra il suo instrumento arguto,
che spesso muta corda, e varia suono,
ricercando ora il grave, ora l’acuto.
Mentre a dir di Rinaldo attento sono,
d’Angelica gentil m’è sovenuto,
di che lasciai ch’era da lui fuggita,
e ch’avea riscontrato uno eremita.

30. Alquanto la sua istoria io vo’ seguire.


Dissi che domandava con gran cura,
come potesse alla marina gire;
che di Rinaldo avea tanta paura,
che, non passando il mar, credea morire,
né in tutta Europa si tenea sicura:
ma l’eremita a bada la tenea,
perché di star con lei piacere avea.

31. Quella rara bellezza il cor gli accese,


e gli scaldò le frigide medolle:
ma poi che vide che poco gli attese,
e ch’oltra soggiornar seco non volle,
di cento punte l’asinelio offese;
né di sua tardità però lo tolle:
e poco va di passo e men di trotto,
né stender gli si vuol la bestia sotto.

32. E perché molto dilungata s’era,


e poco più, n’avria perduta l’orma,
ricorse il frate alla spelonca nera,
e di demoni uscir fece una torma:
e ne sceglie uno di tutta la schiera,
e del bisogno suo prima l’informa;
poi lo fa entrare adosso al corridore,
che via gli porta con la donna il core.

33. E qual sagace can, nel monte usato


a volpi o lepri dar spesso la caccia,
che se la fera andar vede da un lato,
ne va da un altro, e par sprezzi la traccia;
al varco poi lo senteno arrivato,
che l’ha già in bocca, e l’apre il fianco e straccia:
tal l’eremita per diversa strada

237
aggiugnerà la donna ovunque vada.

34. Che sia il disegno suo, ben io comprendo:


e dirollo anco a voi, ma in altro loco.
Angelica di ciò nulla temendo,
cavalcava a giornate, or molto or poco.
Nel cavallo il demon si già coprendo,
come si cuopre alcuna volta il fuoco,
che con sì grave incendio poscia avampa,
che non si estingue, e a pena se ne scampa.

35. Poi che la donna preso ebbe il sentiero


dietro il gran mar che li Guasconi lava,
tenendo appresso all’onde il suo destriero,
dove l’umor la via più ferma dava;
quel le fu tratto dal demonio fiero
ne l’acqua sì, che dentro vi nuotava.
Non sa che far la timida donzella,
se non tenersi ferma in su la sella.

36. Per tirar briglia, non gli può dar volta:


più e più sempre quel si caccia in alto.
Ella tenea la vesta in su raccolta
per non bagnarla, e traea i piedi in alto.
Per le spalle la chioma iva disciolta,
e l’aura le facea lascivo assalto.
Stavano cheti tutti i maggior venti,
forse a tanta beltà, col mare, attenti.

37. Ella volgea i begli occhi a terra invano,


che bagnavan di pianto il viso e ’l seno,
e vedea il lito andar sempre lontano
e decrescer più sempre e venir meno.
Il destrier, che nuotava a destra mano,
dopo un gran giro la portò al terreno
tra scuri sassi e spaventose grotte,
già cominciando ad oscurar la notte.

38. Quando si vide sola in quel deserto,


che a riguardarlo sol, mettea paura,
ne l’ora che nel mar Febo coperto
l’aria e la terra avea lasciata oscura,
fermossi in atto ch’avria fatto incerto
chiunque avesse vista sua figura,
s’ella era donna sensitiva e vera,

238
o sasso colorito in tal maniera.

39. Stupida e fissa nella incerta sabbia,


coi capelli disciolti e rabuffati,
con le man giunte e con l’immote labbia,
i languidi occhi al ciel tenea levati,
come accusando il gran Motor che l’abbia
tutti inclinati nel suo danno i fati.
Immota e come attonita stè alquanto;
poi sciolse al duol la lingua, e gli occhi al pianto.

40. Dicea: – Fortuna, che più a far ti resta


acciò di me ti sazii e ti disfami?
che dar ti posso ornai più, se non questa
misera vita? ma tu non la brami;
ch’ora a trarla del mar sei stata presta,
quando potea finir suoi giorni grami:
perché ti parve di voler più ancora
vedermi tormentar prima ch’io muora.

41. Ma che mi possi nuocere non veggio,


più di quel che sin qui nociuto m’hai.
Per te cacciata son del real seggio,
dove più ritornar non spero mai:
ho perduto l’onor, ch’è stato peggio;
che, se ben con effetto io non peccai,
io do però materia ch’ognun dica
ch’essendo vagabonda, io sia impudica.

42. Ch’aver può donna al mondo più di buono,


a cui la castità levata sia?
Mi nuoce, ahimè! ch’io son giovane, e sono
tenuta bella, o sia vero o bugia.
Già non ringrazio il ciel di questo dono;
che di qui nasce ogni ruina mia:
morto per questo fu Argalia mio frate;
che poco gli giovâr l’arme incantate:

43. per questo il re di Tartaria Agricane


disfece il genitor mio Galafrone,
ch’in India, del Cataio era gran Cane;
onde io son giunta a tal condizïone,
che muto albergo da sera a dimane.
Se l’aver, se l’onor, se le persone
m’hai tolto, e fatto il mal che far mi puoi,

239
a che più doglia anco serbar mi vuoi?

44. Se l’affogarmi in mar morte non era


a tuo senno crudel, pur ch’io ti sazii,
non recuso che mandi alcuna fera
che mi divori, e non mi tenga in strazii.
D’ogni martìr che sia, pur ch’io ne péra,
esser non può ch’assai non ti ringrazii. –
Così dicea la donna con gran pianto,
quando le apparve l’eremita accanto.

45. Avea mirato da l’estrema cima


d’un rilevato sasso l’eremita
Angelica che giunta alla parte ima
è de lo scoglio, afflitta e sbigottita.
Era sei giorni egli venuto prima;
ch’un demonio il portò per via non trita:
e venne a lei fìngendo divozione
quanta avesse mai Paulo o Ilarïone.

46. Come la donna il cominciò a vedere,


prese, non conoscendolo, conforto;
e cessò a poco a poco il suo temere,
ben che ella avesse ancora il viso smorto.
Come fu presso disse: – Miserere,
padre, di me, ch’i’ son giunta a mal porto. –
E con voce interrotta dal singulto
gli disse quel ch’a lui non era occulto.

47. Comincia l’eremita a confortarla


con alquante ragion belle e divote;
e pon l’audaci man, mentre che parla,
or per lo seno, or per l’umide gote:
poi più sicuro va per abbracciarla;
et ella sdegnosetta lo percuote
con una man nel petto, e lo rispinge,
e d’onesto rossor tutta si tinge.

48. Egli, ch’allato avea una tasca, aprilla,


e trassene una ampolla di liquore;
e negli occhi possenti, onde sfavilla
la più cocente face ch’abbia Amore,
spruzzò di quel leggiermente una stilla,
che di farla dormire ebbe valore.
Già resupina ne l’arena giace

240
a tutte voglie del vecchio rapace.

49. Egli l’abbraccia et a piacer la tocca,


et ella dorme e non può fare ischermo.
Or le bacia il bel petto, ora la bocca;
non è chi ’l veggia in quel loco aspro et ermo.
Ma ne l’incontro il suo destrier trabocca;
ch’al disio non risponde il corpo infermo:
era mal atto, perché avea troppi anni;
e potrà peggio, quanto più l’affanni.

50. Tutte le vie, tutti li modi tenta,


ma quel pigro rozzon non però salta.
Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta;
e non può far che tenga la testa alta.
Al fin presso alla donna s’addormenta;
e nuova altra sciagura anco l’assalta:
non comincia Fortuna mai per poco,
quando un mortai si piglia a scherno e a gioco.

51. Bisogna, prima ch’io vi narri il caso,


ch’un poco dal sentier dritto mi torca.
Nel mar di tramontana invêr l’occaso,
oltre l’Irlanda una isola si corca,
Ebuda nominata; ove è rimaso
il popul raro, poi che la brutta orca
e l’altro marin gregge la distrusse,
ch’in sua vendetta Proteo vi condusse.

52. Narran l’antique istorie, o vere o false,


che tenne già quel luogo un re possente,
ch’ebbe una figlia, in cui bellezza valse
e grazia sì, che poté facilmente,
poi che mostrassi in su l’arene salse,
Proteo lasciare in mezzo l’acque ardente;
e quello, un dì che sola ritrovolla,
compresse, e di sé gravida lasciolla.

53. La cosa fu gravissima e molesta


al padre, più d’ogn’altro empio e severo:
né per iscusa o per pietà, la testa
le perdonò: sì può lo sdegno fiero.
Né per vederla gravida, si resta
di subito esequire il crudo impero:
e ’l nipotin che non avea peccato,

241
prima fece morir che fosse nato.

54. Proteo marin, che pasce il fiero armento


di Nettunno che Tonda tutta regge,
sente de la sua donna aspro tormento,
e per grand’ira, rompe ordine e legge;
sì che a mandare in terra non è lento
l’orche e le foche, e tutto il marin gregge,
che distruggon non sol pecore e buoi,
ma ville e borghi e li cultori suoi:

55. e spesso vanno alle città murate,


e d’ogn’intorno lor mettono assedio.
Notte e dì stanno le persone armate,
con gran timore e dispiacevol tedio:
tutte hanno le campagne abbandonate;
e per trovarvi al fin qualche rimedio
andârsi a consigliar di queste cose
all’oracol, che lor così rispose:

56. che trovar bisognava una donzella


che fosse all’altra di bellezza pare,
et a Proteo sdegnato offerir quella,
in cambio de la morta, in lito al mare.
S’a sua satisfazion gli parrà bella,
se la terrà, né li verrà a sturbare:
se per questo non sta, se gli appresenti
una et un’altra, fin che si contenti.

57. E così cominciò la dura sorte


tra quelle che più grate eran di faccia,
ch’a Proteo ciascun giorno una si porte,
fin che trovino donna che gli piaccia.
La prima e tutte l’altre ebbeno morte;
che tutte giù pel ventre se le caccia
un’orca, che restò presso alla foce,
poi che ’l resto partì del gregge atroce.

58. O vera o falsa che fosse la cosa


di Proteo (ch’io non so che me ne dica),
servosse in quella terra, con tal chiosa,
contra le donne un’empia lege antica:
che di lor carne l’orca monstruosa
che viene ogni dì al lito, si notrica.
Ben ch’esser donna sia in tutte le bande

242
danno e sciagura, quivi era pur grande.

59. Oh misere donzelle che trasporte


fortuna ingiurïosa al lito infausto!
dove le genti stan sul mare accorte
per far de le straniere empio olocausto;
che, come più di fuor ne sono morte,
il numer de le loro è meno esausto:
ma perché il vento ognor preda non mena,
ricercando ne van per ogni arena.

60. Van discorrendo tutta la marina


con fuste e grippi e altri legni loro,
e da lontana parte e da vicina
portan sollevamento al lor martoro.
Molte donne han per forza e per rapina,
alcune per lusinghe, altre per oro;
e sempre da diverse regïoni
n’hanno piene le torri e le prigioni.

61. Passando una lor fusta a terra a terra


inanzi a quella solitaria riva
dove fra sterpi in su l’erbosa terra
la sfortunata Angelica dormiva,
smontare alquanti galeotti in terra
per riportarne e legna et acqua viva;
e di quante mai fur belle e leggiadre
trovaro il fiore in braccio al santo padre.

62. Oh troppo cara, oh troppo escelsa preda


per sì barbare genti e sì villane!
O Fortuna crudel, chi fia ch’il creda
che tanta forza hai ne le cose umane,
che per cibo d’un mostro tu conceda
la gran beltà, ch’in India il re Agricane
fece venir da le caucasee porte
con mezza Scizia a guadagnar la morte?

63. La gran beltà, che fu da Sacripante


posta inanzi al suo onore e al suo bel regno;
la gran beltà ch’ai gran signor d’Anglante
macchiò la chiara fama e l’alto ingegno;
la gran beltà che fe’ tutto Levante
sottosopra voltarsi e stare al segno,
ora non ha (così è rimasa sola)

243
chi le dia aiuto pur d’una parola.

64. La bella donna, di gran sonno oppressa,


incatenata fu prima che desta.
Portaro il frate incantator con essa
nel legno pien di turba afflitta e mesta.
La vela, in cima all’arbore rimessa,
rendè la nave all’isola funesta,
dove chiuser la donna in ròcca forte,
fin a quel dì ch’a lei toccò la sorte.

65. Ma potè sì, per esser tanto bella,


la fiera gente muovere a pietade,
che molti dì le differiron quella
morte, e serbârla a gran necessitade;
e fin ch’ebber di fuore altra donzella,
perdonaro all’angelica beltade.
Al mostro fu condotta finalmente,
piangendo dietro a lei tutta la gente.

66. Chi narrerà l’angoscie, i pianti, i gridi,


l’alta querela che nel ciel penètra?
Maraviglia ho che non s’apriro i lidi,
quando fu posta in su la fredda pietra,
dove in catena, priva di sussidi,
morte aspettava abominosa e tetra.
Io nol dirò; che sì il dolor mi muove,
che mi sforza voltar le rime altrove,

67. e trovar versi non tanto lugùbri,


fin che ’l mio spirto stanco si rïabbia;
che non potrian li squalidi colubri,
né l’orba tigre accesa in maggior rabbia,
né ciò che da l’Atlante ai liti rubri
venenoso erra per la calda sabbia,
né veder né pensar senza cordoglio
Angelica legata al nudo scoglio.

68. Oh se l’avesse il suo Orlando saputo,


ch’era per ritrovarla ito a Parigi;
o li dui ch’ingannò quel vecchio astuto
col messo che venia dai luoghi stigi!
fra mille morti, per donarle aiuto,
cercato avrian gli angelici vestigi:
ma che fariano, avendone anco spia,

244
poi che distanti son di tanta via?

69. Parigi intanto avea l’assedio intorno


dal famoso figliuol del re Troiano;
e venne a tanta estremitade un giorno,
che n’andò quasi al suo nimico in mano:
e se non che li voti il ciel placorno,
che dilagò di pioggia oscura il piano,
cadea quel dì per l’africana lancia
il santo Imperio e ’l gran nome di Francia.

70. Il sommo Creator gli occhi rivolse


al giusto lamentar del vecchio Carlo;
e con subita pioggia il fuoco tolse:
né forse uman saper potea smorzarlo.
Savio chiunque a Dio sempre si volse;
ch’altri non potè mai meglio aiutarlo.
Ben dal devoto re fu conosciuto,
che si salvò per lo divino aiuto.

71. La notte Orlando alle noiose piume


del veloce pensier fa parte assai.
Or quinci or quindi il volta, or lo rassume
tutto in un loco, e non l’afferma mai:
qual d’acqua chiara il tremolante lume,
dal sol percossa o da’ notturni rai,
per gli ampli tetti va con lungo salto
a destra et a sinistra, e basso et alto.

72. La donna sua, che gli ritorna a mente,


anzi che mai non era indi partita,
gli raccende nel core e fa più ardente
la fiamma che nel dì parea sopita.
Costei venuta seco era in Ponente
fin dal Cataio; e qui l’avea smarrita,
né ritrovato poi vestigio d’ella
che Carlo rotto fu presso a Bordella.

73. Di questo Orlando avea gran doglia, e seco


indarno a sua sciochezza ripensava.
– Cor mio, (dicea), come vilmente teco
mi son portato! ohimè, quanto mi grava
che potendoti aver notte e dì meco,
quando la tua bontà non mel negava,
t’abbia lasciato in man di Namo porre,

245
per non sapermi a tanta ingiuria opporre!

74. Non aveva ragione io di scusarme?


e Carlo non m’avria forse disdetto:
se pur disdetto, e chi potea sforzarme?
chi ti mi volea tôrre al mio dispetto?
non poteva io venir più tosto all’arme?
lasciar più tosto trarmi il cor del petto?
Ma né Carlo né tutta la sua gente
di tormiti per forza era possente.

75. Almen l’avesse posta in guardia buona


dentro a Parigi o in qualche ròcca forte.
Che l’abbia data a Namo mi consona,
sol perché a perder l’abbia a questa sorte.
Chi la dovea guardar meglio persona
di me? ch’io dovea farlo fino a morte;
guardarla più che ’l cor, che gli occhi miei:
e dovea e potea farlo, e pur noi fei.

76. Deh, dove senza me, dolce mia vita,


rimasa sei sì giovane e sì bella?
come, poi che la luce è dipartita,
riman tra’ boschi la smarrita agnella,
che dal pastor sperando essere udita,
si va lagnando in questa parte e in quella;
tanto che ’l lupo l’ode da lontano,
e ’l misero pastor ne piagne invano.

77. Dove, speranza mia, dove ora sei?


vai tu soletta forse ancor errando?
o pur t’hanno trovata i lupi rei
senza la guardia del tuo fido Orlando?
e il fior ch’in ciel potea pormi fra i dèi,
il fior ch’intatto io mi venia serbando
per non turbarti, ohimè! l’animo casto,
ohimè! per forza avranno colto e guasto.

78. Oh infelice! oh misero! che voglio


se non morir, se ’l mio bel fior colto hanno?
O sommo Dio, fammi sentir cordoglio
prima d’ogn’altro, che di questo danno.
Se questo è ver, con le mie man mi toglio
la vita, e l’alma disperata danno. –
Così, piangendo forte e sospirando,

246
seco dicea l’addolorato Orlando.

79. Già in ogni parte gli animanti lassi


davan riposo ai travagliati spirti,
chi su le piume, e chi sui duri sassi,
e chi su l’erbe, e chi su faggi o mirti:
tu le palpèbre, Orlando, a pena abbassi,
punto da’ tuoi pensieri acuti et irti;
né quel sì breve e fuggitivo sonno
godere in pace anco lasciar ti ponno.

80. Parea ad Orlando, s’una verde riva


d’odoriferi fior tutta dipinta,
mirare il bello avorio, e la nativa
purpura ch’avea Amor di sua man tinta,
e le due chiare stelle onde nutriva
ne le reti d’Amor l’anima avinta:
io parlo de’ begli occhi e del bel volto,
che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto.

81. Sentia il maggior piacer, la maggior festa


che sentir possa alcun felice amante:
ma ecco intanto uscire una tempesta
che struggea i fiori, et abbattea le piante:
non se ne suol veder simile a questa,
quando giostra aquilone, austro e levante.
Parea che per trovar qualche coperto,
andasse errando invan per un deserto.

82. Intanto l’infelice (e non sa come)


perde la donna sua per l’aer fosco;
onde di qua e di là del suo bel nome
fa risonare ogni campagna e bosco.
E mentre dice indarno: – Misero me!
chi ha cangiata mia dolcezza in tòsco? –
ode la donna sua che gli domanda,
piangendo, aiuto, e se gli raccomanda.

83. Onde par ch’esca il grido, va veloce,


e quinci e quindi s’affatica assai.
Oh quanto è il suo dolore aspro et atroce,
che non può rivedere i dolci rai!
Ecco ch’altronde ode da un’altra voce:
– Non sperar più gioirne in terra mai. –
A questo orribil grido risvegliossi,

247
e tutto pien di lacrime trovossi.

84. Senza pensar che sian l’imagin false


quando per tema o per disio si sogna,
de la donzella per modo gli calse,
che stimò giunta a danno od a vergogna,
che fulminando fuor del letto salse.
Di piastra e maglia, quanto gli bisogna,
tutto guarnissi, e Brigliadoro tolse;
né di scudiero alcun servigio vòlse.

85. E per potere entrare ogni sentiero,


che la sua dignità macchia non pigli,
non l’onorata insegna del quartiero,
distinta di color bianchi e vermigli,
ma portar vòlse un ornamento nero;
e forse acciò ch’ai suo dolor simigli:
e quello avea già tolto a uno amostante,
ch’uccise di sua man pochi anni inante.

86. Da mezza notte tacito si parte,


e non saluta e non fa motto al zio;
né al fido suo compagno Brandimarte,
che tanto amar solea, pur dice a Dio.
Ma poi che ’l Sol con l’auree chiome sparte
del ricco albergo di Titone uscìo,
e fe’ l’ombra fugire umida e nera,
s’avide il re che ’l paladin non v’era.

87. Con suo gran dispiacer s’avede Carlo


che partito la notte è ’l suo nipote,
quando esser dovea seco e più aiutarlo;
e ritener la còlerà non puote,
ch’a lamentarsi d’esso, et a gravarlo
non incominci di biasmevol note;
e minacciar, se non ritorna, e dire
che lo faria di tanto error pentire.

88. Brandimarte, ch’Orlando amava a pare


di sé medesmo, non fece soggiorno;
o che sperasse farlo ritornare,
o sdegno avesse udirne biasmo e scorno:
e vòlse a pena tanto dimorare,
ch’uscisse fuor ne l’oscurar del giorno.
A Fiordiligi sua nulla ne disse,

248
perché ’l disegno suo non gl’impedisse.

89. Era questa una donna che fu molto


da lui diletta, e ne fu raro senza;
di costumi, di grazia e di bel volto
dotata e d’accortezza e di prudenza:
e se licenzia or non n’avea tolto,
fu che sperò tornarle alla presenza
il dì medesmo; ma gli accade poi,
che lo tardò più dei disegni suoi.

90. E poi ch’ella aspettato quasi un mese


indarno l’ebbe, e che tornar noi vide,
di desiderio sì di lui s’accese,
che si partì senza compagni o guide;
e cercandone andò molto paese,
come l’istoria al luogo suo dicide.
Di questi dua non vi dico or più inante;
che più m’importa il cavallier d’Anglante.

91. Il qual, poi che mutato ebbe d’Almonte


le glorïose insegne, andò alla porta,
e disse ne l’orecchio: – Io sono il conte –
a un capitan che vi facea la scorta;
e fattosi abassar subito il ponte,
per quella strada che più breve porta
agl’inimici, se n’andò diritto.
Que che seguì, ne l’altro canto è scritto.

1. – 2. che non si sanno: che non sono conosciuti come tali. – 4. cangiando i visi lor.
dissimulando i loro sentimenti. – 5. constretti: evocati e spinti ad agire per opera d’arte magica.
2. – 4. arte: artificio, incantesimo. – 6. il liscio: il belletto.
3. – 1. dissimulando: celando la sua intenzione di fuggire. «Nel regno della simulazione, anche
Ruggiero ricorre alla arti del fingere» (Caretti). – 3. sprovedute: impreparate. – 6. rastrello:
cancello esterno, posto a qualche distanza dalla porta principale, all’imboccatura del ponte levatoio,
sì che in caso di allarme i difensori avessero tempo di ritirarsi e alzare il ponte. – 8. occorre:
s’imbatte (lat.).
4. – 1. grifagno: di rapina (cfr DANT E, Inf, XXII, 139: «sparvier grifagno», in rima con
«compagno» e «stagno»). – 6. non troppo adorno: poveramente bardato, oppure: «magro,
d’aspetto consunto»; il servo e gli animali rappresentano, con varia allegoria, gli ostacoli che incontra
chiunque voglia seguire la via della virtù.
5. – 6. il braccio manco: sul quale teneva lo sparviero. – 8. schermo: difesa.
6. – 2. avanza: supera. – 3. palafreno: ma prima (4, 6) era un ronzino; cfr. n. a I, 13, 1; sale:
salta (lat.). – 4. tutto a un tempo: nello stesso tempo. – 5. Quel… strale: cfr. DANT E, Inf, XVII,
136; PULCI, Morg., V, 28, 2: «e va pel bosco che pare uno strale»; BOIARDO, Innam., II, XIX, 4, 5-

249
7: «Lui via ne andava sì presto e legiero, Che mai saetta de arco fu mandata Con tanta fretta, o da
ballestra il strale».
7. – 3. il pardo: il ghepardo; cfr. I, 34, 4 e Mambriano, V, 9, 1-2: «Non fu mai pardo, o veltro sì
leggiero, Vista la lepre, come allor fu Orlando». – 5. quel: il servo di Alcina. – 8. si disdegna:
disdegna.
8. – 4. né… fianco: né sbaglia la direzione dei suoi colpi, che raggiungono Ruggiero nel fianco
destro. – 5. gli fa: fa intorno a lui.
9. – 1. il ferro caccia: cava dal fodero la spada. – 6. presa: occupata.
10. – 1. poco… rimane: se indugia là ancora un poco. – 3. di trombe ecc.: cfr. Innam., I, 1, 11,
2: «di trombe, di tamburi e di campane». – 6. falle: sbagli.
11. – 3. esperto: sperimentato (lat.). – 5. deserto: abbandonato. – 6. le penne: le ali.
12. – 5. Squarciossi ecc.: cfr. V, 60, 1-4.
13. – 3. raguna: raduna. – 4. imbarca: fa entrare nelle navi. – 5. sotto… imbruna: cfr. Innam.,
II, XXIX, 3, 2-3: «De le sue vele è tanto spessa l’ombra, Che ’l mar di sotto a loro è scuro e bruno».
14. – 2. stava alla posta: stava in agguato, pronta ad approfittare dell’occasione. – 7-8. imagini
ecc.: strumenti vari di magia, particolarmente di magia omeopatica; le imagini erano figure di cera o
altro materiale che rappresentavano la persona amata, e venivano trafitte con aghi o manipolate in
modo da trasmettere agli amanti l’effetto voluto; i sigilli erano usati per imprimere segni magici su
pietre o su altro materiale; i nodi erano matasse di fili di vario colore, che avrebbero dovuto legare
le menti delle persone amate (cfr. VIRGILIO, Ecl., VIII, 77); i rombi erano speciali circoli magici (cfr.
OVIDIO, Am., I, VIII, 7); i turbini erano specie di trottole che rendevano vani gli incantesimi. Simili
arsenali magici nel Morg. del Pulci, XXI, 48; XXII, 102.
15. – 3. legni: piante; cfr. PET RARCA, Tr. Am., III, 114: «fonti, fiumi, montagne, boschi e sassi». –
5. allargati furo i passi: la via fu aperta. – 8. tomaro a Sciti ecc.: ritornarono ognuno al loro paese.
16. – 2. con obligo… sciolto: con un obbligo di riconoscenza tale che non avrebbe potuto essere
sciolto. – 3. il duca degl’Inglesi: cfr. VI, 33, 1. – 5. ’l parentado: l’essere cugino di Bradamante. –
7. le diè: diede a Melissa.
17. – 4. quando… faccia: qualora non gli faccia anche ricuperare le armi. – 5. quella lancia: la
lancia fatata, invenzione del Boiardo (cfr. Innam., I, II, 18, che forse ne aveva avuto lo spunto da
OVIDIO, Met., VII: lancia fatata di Cefalo): appartenente all’Argalia, era stata trovata da Astolfo, che
con essa aveva scavalcato molti cavalieri.
18. – 4. ne l’ostel malvagio: nel palazzo di Alcina. – 5. il destrier. l’ippogrifo Atlante; moro:
mauro; cfr. VI, 76, 6. – 6. ad agio: comodamente.
19. – 4. aspra ecc.: serie di aggettivi danteschi (cfr. Inf, I, 5: «selva selvaggia e aspra e forte») e
petrarcheschi (cfr. Canz., XXXV, 12: «sì aspre vie né sì selvagge»; CLXXVI, 1: «boschi inospiti e
selvaggi»). Il pretesto allegorico, che la strada della virtù sia difficile e impervia, sembra quasi
dimenticato e dà occasione a una descrizione bellissima della calura estiva. – 5. riuscia: sbucava. –
6. su la fervida nona: nella calda ora del meriggio (lat.: fervidus aestus). – 7. scoperta: esposta. –
8. arsiccia ecc.: la serie di aggettivi è in perfetta funzione simmetrica a quella del v. 4; arsiccia, per
«bruciata», è termine dantesco (Inf, XIV, 74; Purg, IX, 98).
20. – 1. Percuote il sole: cfr. PET RARCA, Canz., CLXII, 7: «ombrose selve, ove percote il sole».
– 2. si riflette a dietro: si riverbera, dopo aver percosso il colle. – 3. bolle: cfr. PET RARCA, Canz.,
XXIV, 9-10: «non bolle la polver d’Ethiopia Sotto ’l più ardente sol». – 4. saria troppo: ne
occorrerebbe meno. – 5. molle: dolce, fresca (lat.); cfr. ARIOST O, Rime, Egl. I, 5: «ombra molle». –
6-8. sol la cicala ecc.: cfr. VIRGILIO, Ecl., II, 12-13: «at mecum raucis, tua dum vestigia lustro,
Sole sub ardenti resonant arbusta cicadi»; Georg., III, 328: «et cantu querulae rumpent

250
arbusta cicadae»; ARIOST O, Rime, Egl. I, 6-7: «Non odi che risuona il pianto e il colle Del canto de
la stridula cicada». – 7. stelo: albero.
21. – 3. aprica: soleggiata. – 5. sempre io dica: sott. «la stessa cosa». – 7. lascerò: cfr. n. a II,
30, 7-8. – 8. a ritrovar Rinaldo: cfr. VI, 16.
22. – 3. che: per la quale. – 7-8. ai preghi… farlo: inoltre alle preghiere di Carlo aggiunse
argomenti giustissimi perché facessero quanto si chiedeva.
23. – 2. di quanto: per quanto. – 6. in punto: in assetto di guerra. – 7. e se non ch’esso: e se
non fosse stato che egli era. – 8. apparecchio: esercito.
24. – 1. tal rispetto: tale motivo, tale considerazione. – 4. dignissimo… a chi: degnissimo di
ricevere tale incarico di governo (costr. alla lat.). – 7. stuolo: esercito.
25. – 2. far cavalli e gente: raccogliere cavalli e milizie. – 4. maturamente: prontamente (lat.
mature). – 7. Beroicche: Berwick, cfr. IV, 53, 8.
26. – 3. sgroppa: scioglie; le tre voci «poppa», «sgroppa» e «intoppa», in rima fra loro, anche in
DANT E, Inf., XII, 95-99. – 4-5. nei salsi… intoppa: il Tamigi entra nel mare, diventando amaro
(amareggiando) perché si mescola con le acque salate; cfr. DANT E, Purg., II, 101: «dove l’acque
di Tevero s’insala». – 6. gran flusso: l’alta marea, che aiuta le navi a risalire la corrente.
27. – 1. re Otone: re d’Inghilterra, il padre di Astolfo. – 3. principe di Vallia: principe di Galles
(Wales); era titolo dato ai prìncipi ereditari inglesi dal 1283; qui è uno dei soliti anacronismi
ariosteschi; egli ha scritto un poema rinascimentale, non medievale. – 4. contrasegni: segni di
riconoscimento, credenziali diplomatiche. – 5. far. dare. – 7. Calesio: Calais.
28. – 6. marzïale: atta alla guerra.
29. – 1. Signor: cfr. I, 40, 2. – 2. arguto: dal suono armonioso e squillante (lat.). – 4.
ricercando: è il vocabolo tecnico della musica polifonica; l’Ariosto usa un’altra (cfr. II, 30, 6) e
ancor più significativa immagine per rappresentare la sua arte fatta di armonia concertante; cfr. M.
MART I, L. Ariosto, in I Maggiori, Milano, 1956, cap. VIII. L’immagine qui usata fu forse suggerita
da ORAZIO, Ars poet., 348-50: «Nam neque chorda sonum reddit quem vult manus et mens,
Poscentique gravem persaepe remittit acutum; Nec semper feriet quodcunque minabitur
arcus». – 7-8. di che… eremita: della quale smisi di raccontare mentre era sfuggita a Rinaldo e
aveva incontrato un eremita; cfr. II, 12-15.
30. – 5. non passando il mar. se non avesse passato il mare.
31. – 2. gli scaldò… medolle. l’immagine era nella tradizione letteraria; Catullo l’aveva presa da
Saffo: «misellae Ignes interiorem edunt medullam» (XXXV, 14-15); cfr. anche VIRGILIO, Aen.,
VIII, 389-390 e PET RARCA, Canz., CXCVIII, 5-6; POLIZIANO, Stanze, I, 41, 1-2; BOIARDO,
Amor., LIV, 13. – 3. gli attese: gli prestò attenzione. – 4. seco: con lui. – 5. offese: spronò. – 6. lo
tolle. riesce a smuoverlo. – 8. stender… sotto: accelerare l’andatura.
32. – 1. dilungata: allontanata. – 2. e poco più: e se si fosse allontanata ancora un po’. – 3.
ricorse… nera: ricorse all’aiuto dei diavoli d’inferno; cfr. PULCI, Morg., XXV, 119, 3: «infernal
grotte». Nella tradizione carolingia c’erano molti esempi di diavoli entrati nei cavalli; cfr. per es.
Morg., XXV, 163 e 211.
33. – 1. sagace: dall’odorato fino; cfr. VII, 32, 3. – 5. lo senteno: sott. «i cacciatori». – 8.
aggiugnerà: raggiungerà.
34. – 1. Che sia: in che cosa consista. Un’avventura analoga, di cui è protagonista un vecchio
eremita mussulmano nell’Innam., I, XX, 1 segg. – 4. a giornate… poco: a tappe ora lunghe ora più
brevi. – 5. si già coprendo: si nascondeva. – 6. come… fuoco: come il fuoco a volte si nasconde
sotto la cenere. – 8. a pena… scampa: a stento si riesce a fuggirne.
35. – 2. dietro… lava: lungo l’Atlantico, che bagna (lat.) la Guascogna. – 4. dove… dava: dove

251
l’acqua portata dall’onda aveva rassodato la sabbia e rendeva più agevole il cammino. – 5. quel: il
destriero; fiero: feroce. – 7. timida: spaventata. Anche Europa, rapita da Giove in forma di Toro
entro i flutti, fu presa da un senso di «timor»; cfr. OVIDIO, Fasti, V, 605-614; Met., II, 870-875.
36. – 1. Per tirar briglia: per quanto tiri le briglie. – 2. in alto: in alto mare (lai). – 3-5. la
vesta… la chioma iva disciolta: i bei particolari pittorici hanno anch’essi modelli letterari; cfr. per
es. la descrizione del ratto di Europa e quello di Proserpina in POLIZIANO, Stanze, 1, 105, 7-8, 106,
1-2, 113, 3-5: «la sua chioma sciolta… La bianca vesta in un bel grembo accolta». – 6. lascivo:
scherzoso; cfr. VI, 72, 2.
37. – 3-4. e vedea il lito ecc.: cfr. VIRGILIO, Aen., III, 72: «terraeque urbesque decedunt». – 5.
a destra mano: diretto sempre a destra, cioè verso il nord. – 6. al terreno: a terra. – 7. scuri…
spaventose: si noti l’allitterazione.
38. – 1. deserto: l’episodio ricorda quello di Arianna quando, abbandonata da Teseo: «desertam
in sola miseram secernat barena» (CAT ULLO, Carm., LXIV, 57); cfr. anche OVIDIO, Her., X – 2.
a riguardarlo… paura: cfr. DANT E, Inf., I, 6: «che nel pensier rinova la paura». – 3. Febo coperto:
il sole tramontato, nascosto alla vista degli uomini. – 7. sensitiva: viva. – 8. o sasso colorito: o
statua dipinta; cfr. CAT ULLO, loc. cit., 61: «saxea ut effigies bacchantis»; OVIDIO, loc. cit., 50: «
Quamquam lapis sedes, tam lapis ipsa futi»; cfr. X, 34, 7-8.
39. – 1. Stupida e fissa: attonita e immobile; incerta: mobile. – 5. il gran Motor. Dio. – 5-6.
l’abbia… inclinati: di aver rivolto contro di lei.
40. – 1. Dicea: – Fortuna ecc.: cfr. OVIDIO, loc. cit., 82 segg. – 2. acciò… disfami: per
appagar la fame che hai di me; per cessare di tormentarmi. – 7-8. ti parve… tormentar. hai voluto
vedermi ancora soffrire.
41. – 4. dove… mai: cfr. CAVALCANT I, canz. Perch’i’ no spero di tornar giammai. – 6. con
effetto: in realtà. – 7. do… materia: offro il pretesto; anche l’Ariosto aveva i suoi dubbi; cfr. I, 56,
1-2.
42. – 4. tenuta: considerata. – 7. morto… Argalia: ucciso da Ferraù; cfr. I, 14, 1.
43. – 1-3. il re… Cane: aveva raccontato il BOIARDO, Innam., I, VI, X-XVIII, come Agricane, re di
Tartaria, avesse mosso guerra al padre di Angelica, Galafrone, che era il Gran Can del Cataio (Cina
settentrionale), regione dell’India (Asia); cfr. n. a I, 5, I e 3. – 8. a che più doglia: a quale altro
tormento.
44. – 1-2. non era… crudel: non ti è sembrata morte abbastanza crudele. – 2. pur… sazii: pur
di appagare il tuo desiderio crudele di tormentarmi. – 5. D’ogni… sia: di qualsiasi martirio.
45. – 2. rilevato sasso: alto scoglio. – 6. non trita: non frequentata (lat.). – 8. Paulo o Ilarïone,
famosi e santi eremiti, l’uno vissuto nella Tebaide, l’altro in Palestina.
46. – 5. Miserere: cfr. DANT E, Inf., I, 65.
47. – 2. ragion… divote: discorsi eloquenti e pieni di santa devozione. – 6. sdegnosetta: il
diminutivo un po’ malizioso è stato suggerito da BOCCACCIO, Dee., X, 8, 52 e Filostrato, I, XXVIII,
1-2 (Sangirardi). – 8. d’onesto… tinge, cfr. OVIDIO, Her., IV, 72: «flava verecundus tinxerat ora
rubor».
48. – 1. tasca: borsa. – 4. la… Amore, la più accesa fiamma d’amore (cfr. PET RARCA, Canz.,
CLXXXVIII, 9-10: «L’ombra che cade da quell’humil colle Ove favilla il mio soave foco»; CXLIII,
2-3: «com’Amor proprio a’ suoi seguaci instilla, L’acceso mio desir tutto sfavilla». . – 5. di quel: di
quell’ampolla di liquore; nell’lnnam. c’è un episodio analogo, ma il sonnifero è fornito da una radice;
cfr. Innam., I, xx, 2-8 e anche I, 1, 45.
49. – 5. il suo destrier. le metafore equestri a doppio senso («il destriero», la «folle cavalcata»,
ecc.) erano tradizionali, come anche la satira pungente della virilità indebolita; esempi se ne possono

252
trovare nei poeti giocosi, soprattutto in RUST ICO DI FILIPPO, son. X e XXVIII, e poi nel BOCCACCIO,
Decam., II, 10, 39; III, 6, 37; IV, 2, 30; ecc., e nei canti carnascialeschi.
50. – 2. rozzon: cavallo vecchio e di cattiva qualità; continua il linguaggio metaforico, dai doppi
sensi abbastanza evidenti. – 6. l’assalta: assalta Agnelica. – 7-8. non comincia… gioco: la
Fortuna, quando comincia a tormentare qualcuno, non la smette poi tanto facilmente; il tema della
Fortuna, di ascendenza medievale e umanistica, era stato trattato in tutte le sue sfumature,
nell’ambito del poema cavalleresco, già dal PULCI, Morg., I, II, 1-2; VII, 59, 2-8; XI, 8, 1-3; XXI,
82, 1-8; ecc.; cfr. anche ARIOST O, Rime, son. VI, 13; canz. V, 60; cap. XIII, 2 e I. WYSS, Virtù und
Fortuna bei Boiardo und Ariosto, Leipzig, 1931.
51. – 2. dal sentier dritto: dal filo principale del racconto. – 4. si corca: giace. – 5. Ebuda:
gruppo di isole (Hebudae) a occidente della Scozia (cfr. TOLOMEO, Geog., II, II, II; PLINIO, Nat.
Hist., IV, XVI; SOLINO, Collect. Rer. Mem), ora Ebridi; sullo sfondo di tali isole lontane l’Ariosto
narra una storia romanzesca che ripete uno schema assai comune (di mostri che si cibano di belle
fanciulle ce ne sono numerosi, anche nella tradizione cavalleresca: v. per es. BOIARDO, Innam., III,
III, 24 ss.); ma che sembra seguire da vicino un episodio narrato da GOFFREDO DI MONMOUT H,
Britanniae Origo, I, 20, forse suggerito dal nome di un altro gruppo di isole, le Orcadi (Orcades):
narra Goffredo che una feroce belva marina venne dai mari dell’Irlanda e divorava gli abitanti delle
coste britanniche; un tiranno di nome Morindo venuto per ucciderla, ebbe la stessa fine (Zingarelli).
Su tale spunto medievale l’Ariosto sembra aver voluto inserire particolari classici, traendoli dalle
storie di Andromeda e Esione, dei Ciclopi e del Minotauro; cfr. P. RAJNA, Le fonti dell’«Orlando
Furioso» cit., pp. 197 segg. – 6. raro: scarso; orca: era nome classico di cetacei e di mostri marini;
cfr. PLINIO, Nat. Hist., IX, VI, 15, 12 e cfr. anche n. a XVII, 29, 3. – 7. l’altro… gregge: gli altri
mostri del mare. – 8. Proteo: dio marino; servo di Poseidone, attendeva ai suoi greggi (le foche
ecc.); a mezzogiorno sorgeva dal mare e dormiva nell’ombra delle rocce; secondo il mito chi
riusciva a prenderlo in tale momento poteva apprendere da lui il futuro, ma Proteo sfuggiva alla
cattura, trasformandosi nelle forme più diverse; cfr. VIRGILIO, Georg., IV, 386 segg.
52. – 2. tenne: governò. – 3-4. in cui… sì: la quale fu così bella e graziosa. – 6. ardente,
d’amore. – 8. compresse: sott.: «la»: la costrinse a soggiacergli (lat. dei comici); cfr. ARIOST O, Rime,
Egl. I, 65: «nascosamente compressa da lui»; di sé… lasciolla: cfr. DANT E, Inf., XVIII, 94:
«Lasciolla quivi, gravida, soletta».
53. – 2. empio e severo: spietatamente severo. – 3-4. la testa… perdonò: le fece grazia della
testa. – 5. si resta: gli esecutori si trattengono; per cui tutto il paese diventa colpevole. – 6. impero:
comando (lat.).
54. – 1-2. Proteo ecc.: cfr. n. a VIII, 51, 8 e VIRGILIO, loc. cit., 394-395: «immania…
Armento, … pascti». – 4. ira: tremende erano le ire dei numi in molti miti; rompe… legger: vìola le
leggi di natura, che aveva separati il regno del mare da quelli terrestri. – 8. cultori suoi: gli abitanti di
quella (lat.).
55. – 4. tedio: la noia delle vigilie.
56. – 5. S’a sua… bella: se sarà bastante bella da soddisfarlo. – 7. non sta: non cessa di
molestarli; se gli appresenti: gli si offra.
57. – 1. la dura sorte, in Petrarca (Canz., CCLIII, 5; CCCXI, 6; CCCXXIII, 12; ecc.) vale
«crudele destino»; ma qui sarà usato nel senso latino di «sorteggio»; cfr. VIII, 64, 8. – 2. grate,
graziose. – 3. si porte, si offra. – 7. foce: imboccatura del porto (cfr. DANT E, Par., XIII, 138).
58. – 3. con tal chiosa: con tale interpretazione, con tale rimando alla leggenda antica. – 6.
notrica: nutre (il verbo è dantesco: Purg., XVI, 78). – 8. pur. bene.
59. – 1. misere: infelici; trasporte: trasporti. – 2. ingiurïosa: ingiusta (cfr. PET RARCA, Canz., LIII,

253
86: «fortuna ingiurïosa»). – 3. accorte, vigilanti. – 4. olocausto: sacrificio (il termine, in rima con
«infausto» e «esausto», in DANT E, Par., XIV, 89-93. – 5-6. che… esausto: poiché, quanto maggiore
è il numero delle straniere morte, tanto meno viene diminuito (esausto) il numero delle loro donne. –
8. per ogni arena: per ogni paese.
60. – 1. Van… marina: percorrono il mare in ogni senso. – 2. fuste… grippi: navi piccole e
leggere, adatte a corseggiare; la marina estense usava navi leggere di quel tipo, gli inventari parlano
infatti di «fuste con antenne» e di «grippi cum l’arbore e timone» (Bertoni). – 4. portan… martoro:
recano donne che serviranno ad alleviare il tormento di dover sacrificare le loro donne.
62. – 3. O Fortuna ecc.: cfr. n. a VIII, 50, 7-8; chi fia chi ’l creda: chi mai potrebbe credere
(cfr. PET RARCA, Canz., CXXIX, 40). – 6-8. ch’in India… morte: aveva narrato il BOIARDO,
Innam., I, VI-XIX, come Agricane, re di Tartaria (o Scizia, lat.) fosse sceso dai suoi paesi e
attraverso le portae Caucasiae (uno stretto passa tra i monti e il Caspio; cfr. PLINIO, Nat. Hist.,
VI, XI, 12, 30), fosse venuto ad assediare Albracca, ove Angelica era rifugiata.
63. – 1. Sacripante: cfr. I, 45, 4, e 80, 6. – 3. signor d’Anglante: Orlando, che per inseguire
Angelica, aveva disertato il campo cristiano; cfr. n. a I, 5, I. – 6. sottosopra voltarsi: andare a
soqquadro; cfr. PET RARCA, Tr. Am., I, 138: «e funne il mondo sottosopra volto»; stare al segno:
seguire ubbidiente i suoi capricci; cfr. PET RARCA, ibid., 102: «’l fa qui star a segno».
64. – 4. turba afflitta e mesta: il gruppo delle donne catturate. – 6. rendé: riportò. – 8. la sorte:
il sorteggio.
65. – 4. a gran necessitade: in caso estremo. – 5. di fuore… donzella: qualche altra fanciulla
straniera. – 6. perdonaro: risparmiarono (costruito come il lat. parcere). Cfr. PET RARCA, Canz.,
LXX, 49: «angelica beltade». – 8. piangendo: «Esprime bene la natura di gente feroce solo per
cieca superstizione» (Casella).
66. – 3. s’apriro: per pietà. – 8. mi sforza… altrove: mi spinge a trattare un altro argomento.
67. – 1. lugùbri: lamentosi (lat. lugubria verbo). – 3. squalidi colubri: i rugosi, orridi serpenti
(lat.). – 4. orba: privata dei figli dal cacciatore; cfr. XVIII, 35. – 5. da l’Atlante… rubri: dalla
catena dell’Atlante al Mar Rosso («litore rubro» in VIRGILIO, Aen., VIII, 686; «lito rubro» in
DANT E, Par., VI, 79; «ciò che di sopra al Mar Rosso èe» in Inf., XXIV, 90), cioè nel deserto
libico, pieno di animali velenosi.
68. – 3. li dui: Rinaldo e Sacripante; cfr. II, 15 segg. – 4. stigi: infernali. – 6. gli angelici vestigi:
le angeliche orme di Angelica. – 7. spia: indizio.
69. – 2. figliuol… Troiano: Agramante; cfr. n. a I, I, 3. Il Boiardo aveva raccontato di un attacco
dei saraceni a Parigi, interrotto da un temporale (Innam., III, VIII, 51). L’Ariosto immagina che,
dopo il temporale, Agramante ponga regolare assedio alla città e rinnovi l’attacco solo dopo due
mesi e più; cfr. XIV, 10 segg. – 5. li voti: le preghiere dei cristiani. – 6. dilagò: allagò, oscura:
perché scesa di notte; cfr. Innam., III, III, 5, 7: «Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura». – 8. il
santo Imperio: il Sacro Romano Impero.
70. – 7. conosciuto: riconosciuto.
71. – 1. La notte ecc.: La vicenda (con l’eccezione dell’episodio del sonno) è modellata su una
analoga in BOIARDO, Innam., I, II, 22-28. – 1-2. alle noiose…assai: fa partecipe il tormentoso letto
(cfr. DANT E, Purg., VI, 150: «non può trovar posa in su le piume»; BOCCACCIO, Filostrato, V, 19,
1-2: «E sé in qua ed or in là volgendo, Sanza luogo trovar per lo suo letto»; BOIARDO, Innam., I,
XII, 10, 1-2: «Ora li par la piuma assai più dura. Che non suole apparere un sasso vivo») del
continuo agitarsi dei suoi pensieri (cfr. PET RARCA, Canz., CCLXXXVI, 1: «’l penser sì veloce»); va
osservato che solo ora appare la prima volta in scena il protagonista del poema, Orlando: la
ritardata presentazione ha lo scopo di «isolare in un rilievo grandioso e solitario la figura e la

254
passione di Orlando» (Sapegno); non solo, nel vario alternarsi dei temi dell’amore, esso viene a
costituire l’esempio estremo e più tipico dell’idealizzazione d’amore, che sconfina già ora con la
pazzia e che nell’episodio della pazzia troverà modo di equilibrarsi in un sentimento tra di
compassione e di ironia. – 3-4. Or quinci… mai: volge il suo pensiero ora a una cosa ora a un’altra,
ora lo concentra in un punto, ma non riesce mai a fermarlo (cfr. PET RARCA, Tr. Am., II, 2: «Or quinci
or quindi mi volgea guardando»; IV, 28; Tr. Fam., la, 55; Canz., LXXXV, 10; CCLXXII, 6;
LXXIII, 53; CCLXX, 85). – 5. qual d’acqua ecc.: la similitudine da Virgilio, che l’usa a proposito
dei pensieri e del sogno di Enea: «Sicut aquae tremulum labris ubi lumen aenis Sole repercussum
aut radiantis imagine lunae Omnia pervolitat late loca iamque sub auras Erigitur summique
ferit laquearia tedi» (Aen., VIII, 22-25).
72. – 2. indi: dalla mente. – 4. nel dì: durante il giorno. – 5. venuta seco: venuta con lui; cfr. I, 5,
1. – 7-8. poi… che: dopo che. – 8. rotto: sconfitto; cfr. II, 24, 7; Bordella: Bordeaux; cfr. III, 75,
2.
73. – 3. Cor mio: questa, come le espressioni usate più sotto: dolce vita mia (VIII, 76, 3),
speranza mia (VIII, 77, 1), era cara ai lirici d’amore e agli autori di rispett; cfr. nn. a IV, 41, 1-3 e a
XXIX, 8, 6-8. – 4. portato: comportato; mi grava: mi tormenta, mi duole. – 7. in man di Namo:
cfr. I, 8, 8.
74. – 1. Non… scusarme: non avevo forse io pretesti per ricusare. – 2. disdetto: opposto un
rifiuto. – 3. se pur… sforzarme: se anche avesse rifiutato, chi poteva costringermi. – 6. il cor del
petto: cfr. II, 27, 4.
75. – 3. Che l’abbia… sorte: mi pare verosimile (mi consona) che l’abbia data a Namo, solo
perché io la perdessi in questo modo. – 5. Chi… persona: quale persona.
76. – 3. come: sei rimasta come; l’immagine della smarrita agnella si rifà, «come per un voluto
riecheggiamento» (Sapegno), a quella della pargoletta damma di I, 34. – 7. tanto che: finché.
77. – 4. senza la guardia: senza la protezione. – 5. il fior: la verginità; cfr. n. a I, 58, 2 e cfr.
anche BOIARDO, Engl., IX, 61-62: «Ma pur da altrui sia còlto il mio bel fiore; Còlto, che dico?,
scalpizato e guasto» e Innam., I, II, 25, nell’episodio a questa parallelo, in cui Orlando esprime il
timore che «Se forse Rainaldo Trova nel bosco la vergine bella… Giamai di man non gli uscirà
polcella».
78. – 3-4. fammi… danno: fammi soffrire per qualsiasi altra sventura, piuttosto che per questa. –
6. danno: condanno a pena eterna.
79. – 1. animanti: esseri animati (lat.); l’immagine è tradizionale; cfr. VIRGILIO, Aen., IV, 522-
528; VIII, 26-27: «nox erat, et terras ammalia fessa per omnis Alituum pecudumque genus
sopor altus habebat»; DANT E, Inf., II, 1-3: «Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno toglieva li
animai che sono in terra Dalle fatiche loro»; PET RARCA, Canz., XXII, 1-6: «A qualunque animale
alberga in terra, … tempo da travagliare è quanto è il giorno; ma poi che ’l ciel accende le sue stelle,
Qual torna a casa e qual s’anida in selva Per aver posa almeno in fin a l’alba»; AGOST INI,
continuazione all’Innam., VIII, 35: «Ogni animai nel bosco aspro e selvaggio Ritorna a riposarsi
umile e piano, Chi sotto un pin, chi sotto un querce o un faggio, Poi che la notte adombra i monti e il
piano». – 6. acuti et irti: come se fossero ortiche; cfr. XXIII, 122, 7-8.
80. – 1. Parea ad Orlando ecc.: la letteratura precedente, classica e romanzesca, offriva
numerosi esempi di sogni e visioni; cfr. P. Rajna, Le fonti dell’«Orlando Furioso» cit., p. 206. – 2.
d’odoriferi… dipinta: cfr. DANT E, Par., XXX, 62-63: «due rive Dipinte di mirabil primavera»;
OVIDIO, Fasti, IV, 429: «Pictaque dissimili flore nitebat humus»; l’aggettivo odoriferi è
petrarchesco. – 3-5. bello avorio… nativa purpura… due chiare stelle: il pallore del viso, il
colore roseo delle guance, gli occhi; tutte immagini derivate dalla tradizione della poesia d’amore,

255
particolarmente petrarchesca. – 5-6. onde… avinta: della cui luce egli alimentava l’anima, avvinta
nelle reti d’Amore (cfr. I, 12, 8). – 8. il cor… tolto: cfr. II, 27, 4; VIII, 74, 6.
81. – 6. quando… levante: quando si scontrano il vento del nord, quello del sud e quello
dell’est. – 7. Parea: gli pareva; coperto: riparo.
82. – 2. aer fosco: cfr. DANT E, Inf., XXIII, 78: «aura fosca»; XIII, 4: «di color fosco»; lo stesso
aggettivo e le stesse rime anche in Petrarca più volte. – 4. fa risonare, cfr. VIRGILIO, Ecl., I, 5. – 5.
Misero me: rima all’occhio, come in I, 43, 6. – 6. tòsco: veleno, amarezza.
83. – 4. i dolci rai: gli occhi di Angelica (espressione petrarchesca). – 5. altronde: da un’altra
parte. – 6. Non… mai: cfr. PET RARCA, Canz., CCL, 14: «Non sperar di vedermi in terra mai».
84. – 1-2. Senza… sogna: senza considerare che sono false le immagini nate da sogni fatti sotto
l’impulso del timore o del desiderio. – 3. gli calse: gli prese pena. – 5. fulminando: con uno scatto
fulmineo; salse: saltò: cfr. VI, 41, 4. – 6. Di piastra e maglia: cfr. 1, 17, 3. – 7. Brigliadoro: il
cavallo che aveva tolto ad Almonte; era così chiamato nell’Innam., mentre nei poemi precedenti il
nome era Vegliantino.
85. – 1. entrare: ha valore transitivo. – 3. insegna del quartiero: l’insegna che aveva tolto ad
Almonte, fatta a quartieri bianchi e rossi; cfr. BOIARDO, Innam., II, XXIX, 14. – 5. nero: in segno di
lutto. – 7. amostante: dignitario arabo; da almustahlaf con suffisso -ante (già in PULCI, Morg, XII,
39, 7 ecc.).
86. – 1. Da mezza notte: verso mezzanotte; si parte: cfr. la scena simile nell’Innam., I, 11, 27-
28. – 3. Brandimarte: figlio di Monodante e fratello di Ziliante (cfr. n. a VI, 34, 1); convertito al
cristianesimo da Orlando, lo segue ovunque fedelmente. A lui si accompagna sempre anche la fedele
sposa Fiordiligi, che era stata allevata con lui nel castello di Rocca Silvana; nell’Innam. essi sono
protagonisti di una delle più fresche e gentili storie d’amore. – 6. albergo di Titone: l’oriente ricco e
favoloso, regno di Titone, lo sposo dell’Aurora; cfr. XII, 68, 3-4 e PET RARCA, Tr. Temp., 1-2: «De
l’aureo albergo con l’Aurora inanzi Sì ratto usciva il Sol cinto di raggi». – 7. e fe’… nera: cfr.
Virgilio, Aen., III, 589: «umentem… Aurora polo dimoverat umbram»; PET RARCA, Tr. Fam., la,
7-8: «Avea già il Sol la benda umida e negra Tolta dal duro volto della Terra».
87. – 4. ritener la còlera: trattenere l’ira; per la reazione di Carlo, cfr. BOIARDO, Innam., I, II,
64-65. – 5-6. a gravarlo… note: a colpirlo con parole di biasimo.
88. – 2. non fece soggiorno: non indugiò a seguire Orlando; similmente nell’Innam., II, II, 36,
7-8; XXVII, 36 segg.
89. – 2. ne fu raro senza: raramente si allontanò da lei. – 3. costumi: modi piacenti. – 8. che lo
tardò: cosa che lo attardò.
90. – 4. si partì: Fiordiligi, che cerca continuamente il suo signore è «come l’Anima che cerca
l’Amore nella favola gentile di Apuleio» (Carrara); cfr. APULEIO, Met., IV, 28; BOIARDO, Innam., II,
XIII, 9. – 6. l’istoria: utilizzando, con un certo distacco ironico, un topos tradizionale delle
narrazioni romanzesche, Ariosto rinvia a un supposto testo autorevole (Turpino), che è la sua fonte
di verità storica e conferisce autorevolezza a veridicità a quanto viene raccontando; cfr. n. a XIII,
40, 2; al luogo suo dicide: espone distintamente a suo luogo. – 7. non vi dico… inante: cfr. II, 30,
7-8.
91. – 2. le gloriose insegne: cfr. VIII, 85, 3-5. – 4. scorta: guardia. – 7. agl’inimici: al campo
saraceno.

256
CANTO NONO

Esordio: Amore può tutto sui suoi soggetti Orlando prosegue l’inchiesta di
Angelica e giunge in Normandia, ove gli vengono descritti i feroci costumi degli
abitanti di Ebuda. Orlando decide di recarsi nell’isola lontana e s’imbarca. Il vento
però respinge la sua nave ad Anversa. Qui viene invitato alla presenza di Olimpia
che gli racconta la sua storia infelice e implora il suo aiuto per liberare l’amato
Bireno, che è prigioniero di Cimosco, re di Frisia. Orlando combatte contro Cimosco,
che si vale di un archibugio. Il paladino uccide il re di Frisia e getta in mare
l’archibugio. Nozze di Olimpia e Bireno, mentre Orlando riparte alla volta di Ebuda.

1. Che non può far d’un cor ch’abbia suggetto


questo crudele e traditore Amore,
poi ch’ad Orlando può levar del petto
la tanta fé che debbe al suo signore?
Già savio e pieno fu d’ogni rispetto,
e de la santa Chiesa difensore:
o per un vano amor, poco del zio,
e di sé poco, e men cura di Dio.

2. Ma l’escuso io pur troppo, e mi rallegro


nel mio difetto aver compagno tale;
ch’anch’io sono al mio ben languido et egro,
sano e gagliardo a seguitare il male.
Quel se ne va tutto vestito a negro,
né tanti amici abandonar gli cale;
e passa dove d’Africa e di Spagna
la gente era attendata alla campagna:

3. anzi non attendata, perché sotto


alberi e tetti I’ha sparsa la pioggia
a dieci, a venti, a quattro, a sette, ad otto;
chi più distante e chi più presso alloggia.
Ognuno dorme travagliato e rotto:
chi steso in terra, e chi alla man s’appoggia.
Dormono; e il conte uccider ne può assai:
né però stringe Durindana mai.

257
4. Di tanto core è il generoso Orlando,
che non degna ferir gente che dorma.
Or questo, e quando quel luogo cercando
va, per trovar de la sua donna l’orma.
Se truova alcun che veggi, sospirando
gli ne dipinge l’abito e la forma;
e poi lo priega che per cortesia
gl’insegni andar in parte ove ella sia.

5. E poi che venne il dì chiaro e lucente,


tutto cercò l’esercito moresco:
e ben lo potea far sicuramente,
avendo indosso l’abito arabesco;
et aiutollo in questo parimente,
che sapeva altro idioma che francesco,
e l’africano tanto avea espedito,
che parea nato a Tripoli e nutrito.

6. Quivi il tutto cercò, dove dimora


fece tre giorni, e non per altro effetto;
poi dentro alle cittadi e a’ borghi fuora
non spiò sol per Francia e suo distretto,
ma per Uvemia e per Guascogna ancora
rivide sin alPultimo borghetto:
e cercò da Provenza alla Bretagna,
e dai Picardi ai termini di Spagna.

7. Tra il fin d’ottobre e il capo di novembre,


ne la stagion che la frondosa vesta
vede levarsi e discoprir le membre
trepida pianta, fin che nuda resta,
e van gli augelli a strette schiere insembre,
Orlando entrò ne l’amorosa inchiesta;
né tutto il verno appresso lasciò quella,
né la lasciò ne la stagion novella.

8. Passando un giorno come avea costume,


d’un paese in un altro, arrivò dove
parte i Normandi dai Britoni un fiume,
e verso il vicin mar cheto si muove;
ch’allora gonfio e bianco gìa di spume
per nieve sciolta e per montane piove:
e l’impeto de l’acqua avea disciolto
e tratto seco il ponte, e il passo tolto.

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9. Con gli occhi cerca or questo lato or quello,
lungo le ripe il paladin, se vede
(quando né pesce egli non è, né augello)
come abbia a por ne l’altra ripa il piede:
et ecco a sé venir vede un battello,
ne la cui poppe una donzella siede,
che di volere a lui venir fa segno;
né lascia poi ch’arrivi in terra il legno.

10. Prora in terra non pon; che d’esser carca


contra sua volontà forse sospetta.
Orlando priega lei che ne la barca
seco lo tolga, et oltre il fiume il metta.
Et ella lui: – Qui cavallier non varca,
il qual su la sua fé non mi prometta
di fare una battaglia a mia richiesta,
la più giusta del mondo e la più onesta.

11. Sì che s’avete, cavallier, desire


di por per me ne l’altra ripa i passi,
promettetemi, prima che finire
quest’altro mese prossimo si lassi,
ch’ai re d’Ibemia v’anderete a unire,
appresso al qual la bella armata fassi
per distrugger quell’isola d’Ebuda,
che, di quante il mar cinge, è la più cruda.

12. Voi dovete saper ch’oltre l’Irlanda,


fra molte che vi son, l’isola giace
nomata Ebuda, che per legge manda
rubando intorno il suo popul rapace;
e quante donne può pigliar, vivanda
tutte destina a un animai vorace
che viene ogni dì al lito, e sempre nuova
donna o donzella, onde si pasca, truova;

13. che mercanti e corsar che vanno attorno,


ve ne fan copia, e più'de le più belle.
Ben potete contare, una per giorno,
quante morte vi sian donne e donzelle.
Ma se pietade in voi truova soggiorno,
se non s te d’Amor tutto ribelle,
siate contento esser tra questi eletto,
che van per far sì fruttuoso effetto. –

259
14. Orlando vòlse a pena udire il tutto,
che giurò d’esser primo a quella impresa,
come quel ch’alcun atto iniquo e brutto
non può sentire, e d’ascoltar gli pesa:
e fu a pensare, indi a temere indutto,
che quella gente Angelica abbia presa;
poi che cercata l’ha per tanta via,
né potutone ancor ritrovar spia.

15. Questa imaginazion sì gli confuse


e sì gli tolse ogni primier disegno,
che, quanto in fretta più potea, conchiuse
di navigare a quello iniquo regno.
Né prima l’altro sol nel mar si chiuse,
che presso a San Maio ritrovò un legno,
nel qual si pose; e fatto alzar le vele,
passò la notte il monte San Michele.

16. Breaco e Landriglier lascia a man manca,


e va radendo il gran lito britone;
e poi si drizza invêr l’arena bianca,
onde Ingleterra si nomò Albïone;
ma il vento, ch’era da meriggie, manca,
e soffia tra il ponente e l’aquilone
con tanta forza, che fa al basso porre
tutte le vele, e sé per poppa tôrre.

17. Quanto il navilio inanzi era venuto


in quattro giorni, in un ritornò indietro,
ne l’alto mar dal buon nochier tenuto,
che non dia in terra e sembri un fragil vetro.
Il vento, poi che furïoso suto
fu quattro giorni, il quinto cangiò metro:
lasciò senza contrasto il legno entrare
dove il fiume d’Anversa ha foce in mare.

18. Tosto che ne la foce entrò lo stanco


nochier col legno afflitto, e il lito prese,
fuor d’una terra che sul destro fianco
di quel fiume sedeva, un vecchio scese,
di molta età, per quanto il crine bianco
ne dava indicio; il qual tutto cortese,
dopo i saluti, al conte rivoltosse,
che capo giudicò che di lor fosse.

260
19. E da parte il pregò d’una donzella,
ch’a lei venir non gli paresse grave,
la qual ritroverebbe, oltre che bella,
più ch’altra al mondo affabile e soave;
over fosse contento aspettar, ch’ella
verrebbe a trovar lui fin alla nave:
né più restio volesse esser di quanti
quivi eran giunti cavallieri erranti;

20. che nessun altro cavallier, ch’arriva


o per terra o per mare a questa foce,
di ragionar con la donzella schiva,
per consigliarla in un suo caso atroce.
Udito questo, Orlando in su la riva
senza punto indugiarsi uscì veloce;
e come umano e pien di cortesia,
dove il vecchio il menò, prese la via.

21. Fu ne la terra il paladin condutto


dentro un palazzo, ove al salir le scale,
una donna trovò piena di lutto,
per quanto il viso ne facea segnale,
e i negri panni che coprian per tutto
e le loggie e le camere e le sale;
la qual, dopo accoglienza grata e onesta
fattol seder, gli disse in voce mesta:

22. – Io voglio che sappiate che figliuola


fui del conte d’Olanda, a lui sì grata
(quantunque prole io non gli fossi sola;
ch’era da dui fratelli accompagnata),
ch’a quanto io gli chiedea, da lui parola
ontraria non mi fu mai replicata.
Standomi lieta in questo stato, avenne
che ne la nostra terra un duca venne.

23. Duca era di Selandia, e se ne giva


verso Biscaglia a guerreggiar coi Mori.
La bellezza e l’età ch’in lui fioriva,
e li non più da me sentiti amori
con poca guerra me gli fèr captiva;
tanto più che, per quel ch’apparea fuori,
io credea e credo, e creder credo il vero,
ch’amassi et ami me con cor sincero.

261
24. Quei giorni che con noi contrario vento,
contrario agli altri, a me propizio, il tenne
(ch’agli altri fur quaranta, a me un momento:
così al fuggire ebbon veloci penne),
fummo più volte insieme a parlamento,
dove, che ’l matrimonio con solenne
rito al ritorno suo saria tra nui,
poi promise egli, et io ’l promisi a lui.

25. Bireno a pena era da noi partito


(che così ha nome il mio fedele amante),
che ’l re di Frisa (la qual, quanto il lito
del mar divide il fiume, è a noi distante),
disegnando il figliuol farmi marito,
ch’unico al mondo avea, nomato Arbante,
per li più degni del suo stato manda
a domandarmi al mio padre in Olanda.

26. Io ch’all’amante mio di quella fede


mancar non posso, che gli aveva data,
e ancor ch’io possa, Amor non mi conciede
che poter voglia, e ch’io sia tanto ingrata;
per ruinar la pratica ch’in piede
era gagliarda, e presso al fin guidata,
dico a mio padre, che prima ch’in Frisa
mi dia marito, io voglio essere uccisa.

27. Il mio buon padre, al qual sol piacea quanto


a me piacea, né mai turbar mi vòlse,
per consolarmi e far cessare il pianto
ch’io ne facea, la pratica disciolse:
di che il superbo re di Frisa tanto
isdegno prese e a tanto odio si volse,
ch’entrò in Olanda, e cominciò la guerra
che tutto il sangue mio cacciò sotterra.

28. Oltre che sia robusto, e sì possente,


che pochi pari a nostra età ritruova,
e sì astuto in mal far, ch’altrui nïente
la possanza, l’ardir, l’ingegno giova;
porta alcun’arme che l’antica gente
non vide mai, né, fuor ch’a lui, la nuova:
un ferro bugio, lungo da dua braccia,
dentro a cui polve et una palla caccia.

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29. Col fuoco dietro ove la canna è chiusa,
tocca un spiraglio che si vede a pena;
a guisa che toccare il medico usa
dove è bisogno d’allacciar la vena:
onde vien con tal suon la palla esclusa,
che si può dir che tuona e che balena;
né men che soglia il fulmine ove passa,
ciò che tocca arde, abatte, apre e fracassa.

30. Pose due volte il nostro campo in rotta


con questo inganno, e i miei fratelli uccise:
nel primo assalto il primo; che la botta,
rotto l’usbergo, in mezzo il cor gli mise;
ne l’altra zuffa a l’altro, il quale in frotta
fuggìa, dal corpo l’anima divise;
e lo ferì lontan dietro la spalla,
e fuor del petto uscir fece la palla.

31. Difendendosi poi mio padre un giorno


dentro un castel che sol gli era rimaso,
che tutto il resto avea perduto intorno,
lo fe’ con simil colpo ire all’occaso;
che mentre andava e che facea ritorno,
provedendo or a questo or a quel caso,
dal traditor fu in mezzo gli occhi còlto,
che l’avea di lontan di mira tolto.

32. Morto i fratelli e il padre, e rimasa io


de l’isola d’Olanda unica erede,
il re di Frisa, perché avea disio
di ben fermare in quello stato il piede,
mi fa sapere, e così al popul mio,
che pace e che riposo mi conciede,
quando io vogli or quel che non vòlsi inante,
tor per marito il suo figliuolo Arbante.

33. Io per l’odio non sì, che grave porto


a lui e a tutta la sua iniqua schiatta,
il qual m’ha dui fratelli e ’l padre morto,
saccheggiata la patria, arsa e disfatta;
come perché a colui non vo’ far torto,
a cui già la promessa aveva fatta,
ch’altr’uomo non saria che mi sposasse,
fin che di Spagna a me non ritornasse:

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34. – Per un mal ch’io patisco, ne vo’ cento
patir (rispondo), e far di tutto il resto;
esser morta, arsa viva, e che sia al vento
la cener sparsa, inanzi che far questo. –
Studia la gente mia di questo intento
tórmi: chi priega, e chi mi fa protesto
di dargli in mano me e la terra, prima
che la mia ostinazion tutti ci opprima.

35. Così, poi che i protesti e i prieghi invano


vider gittarsi, e che pur stava dura,
presero accordo col Frisone, e in mano,
come avean detto, gli dier me e le mura.
Quel, senza farmi alcun atto villano,
de la vita e del regno m’assicura,
pur ch’io indolcisca l’indurate voglie,
e che d’Arbante suo mi faccia moglie.

36. Io che sforzar così mi veggio, voglio,


per uscirgli di man, perder la vita;
ma se pria non mi vendico, mi doglio
più che di quanta ingiuria abbia patita.
Fo pensier molti; e veggio al mio cordoglio
che solo il simular può dare aita:
fingo ch’io brami, non che non mi piaccia,
che mi perdoni e sua nuora mi faccia.

37. Fra molti ch’ai servizio erano stati


già di mio padre io scelgo dui fratelli,
di grande ingegno e di gran cor dotati,
ma più di vera fede, come quelli
che cresciutici in corte et allevati
si son con noi da teneri citelli;
e tanto miei, che poco lor parria
la vita por per la salute mia.

38. Communico con loro il mio disegno:


essi prometton d’essermi in aiuto.
L’un viene in Fiandra, e v’apparecchia un legno;
l’altro meco in Olanda ho ritenuto.
Or mentre i forestieri e quei del regno
s’invitano alle nozze, fu saputo
che Bireno in Biscaglia avea una armata,
per venire in Olanda, apparecchiata.

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39. Però che, fatta la prima battaglia
dove fu rotto un mio fratello e ucciso,
spacciar tosto un corrier feci in Biscaglia,
che portassi a Bireno il tristo aviso;
il qual mentre che s’arma e si travaglia,
dal re di Frisa il resto fu conquiso.
Bireno, che di ciò nulla sapea,
per darci aiuto i legni sciolti avea.

40. Di questo avuto aviso il re frisone,


de le nozze al figliuol la cura lassa;
e con l’armata sua nel mar si pone:
truova il duca, lo rompe, arde e fracassa,
e, come vuol Fortuna, il fa prigione;
ma di ciò ancor la nuova a noi non passa.
Mi sposa intanto il giovene e si vuole
meco corcar come si corchi il sole.

41. Io dietro alle cortine avea nascoso


quel mio fedele; il qual nulla si mosse
prima che a me venir vide lo sposo;
e non l’attese che corcato fosse,
ch’alzò un’accetta, e con sì valoroso
braccio dietro nel capo lo percosse,
che gli levò la vita e la parola:
io saltai presta, e gli segai la gola.

42. Come cadere il bue suole al macello,


cade il malnato giovene, in dispetto
del re Cimosco, il più d’ogn’altro fello;
che l’empio re di Frisa è così detto,
che morto l’uno e l’altro mio fratello
m’avea col padre, e per meglio suggetto
farsi il mio stato, mi volea per nuora;
e forse un giorno uccisa avria me ancora.

43. Prima ch’altro disturbo vi si metta,


tolto quel che più vale e meno pesa,
il mio compagno al mar mi cala in fretta
da la finestra, a un canape sospesa,
là dove attento il suo fratello aspetta
sopra la barca ch’avea in Fiandra presa.
Demmo le vele ai venti e i remi all’acque,
e tutti ci salvian, come a Dio piacque.

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44. Non so se ’l re di Frisa più dolente
del figliol morto, o se più d’ira acceso
fosse contra di me, che ’l dì seguente
giunse là dove si trovò sì offeso.
Superbo ritornava egli e sua gente
de la vittoria e di Bireno preso;
e credendo venire a nozze e a festa,
ogni cosa trovò scura e funesta.

45. La pietà del figliuol, l’odio ch’aveva


a me, né dì né notte il lascia mai.
Ma perché il pianger morti non rileva,
e la vendetta sfoga l’odio assai,
la parte del pensier, ch’esser doveva
de la pietade in sospirare e in guai,
vuol che con l’odio a investigar s’unisca,
come egli m’abbia in mano e mi punisca.

46. Quei tutti che sapeva e gli era detto


che mi fossino amici, o di quei miei
che m’aveano aiutata a far l’effetto,
uccise, o lor beni arse, o li fe’ rei.
Vòlse uccider Bireno in mio dispetto;
che d’altro sì doler non mi potrei:
gli parve poi, se vivo lo tenesse,
che, per pigliarmi, in man la rete avesse.

47. Ma gli propone una crudele e dura


condizïon: gli fa termine un anno,
al fin del qual gli darà morte oscura,
se prima egli per forza o per inganno,
con amici e parenti non procura,
con tutto ciò che ponno e ciò che sanno,
di darmigli in prigion: sì che la via
di lui salvare è sol la morte mia.

48. Ciò che si possa far per sua salute,


fuor che perder me stessa, il tutto ho fatto.
Sei castella ebbi in Fiandra, e l’ho vendute:
e ’l poco o ’l molto prezzo ch’io n’ho tratto,
parte, tentando per persone astute
i guardiani corrumpere, ho distratto;
e parte, per far muovere alli danni
di quell’empio or gl’inglesi, or gli Alamanni.

266
49. I mezzi, o che non abbiano potuto,
o che non abbian fatto il dover loro,
m’hanno dato parole e non aiuto;
e sprezzano or che n’han cavato l’oro:
e presso al fine il termine è venuto,
dopo il qual né la forza né ’l tesoro
potrà giunger più a tempo, sì che morte
e strazio schivi al mio caro consorte.

50. Mio padre e’ miei fratelli mi son stati


morti per lui; per lui toltomi il regno;
per lui quei pochi beni che restati
m’eran, del viver mio soli sostegno,
per trarlo di prigione ho disipati:
né mi resta ora in che più far disegno,
se non d’andarmi io stessa in mano a porre
di sì crudel nimico, e lui disciorre.

51. Se dunque da far altro non mi resta,


né si truova al suo scampo altro riparo
che per lui por questa mia vita, questa
mia vita per lui por mi sarà caro.
Ma sola una paura mi molesta,
che non saprò far patto così chiaro,
che m’assicuri che non sia il tiranno,
poi ch’avuta m’avrà, per fare inganno.

52. Io dubito che poi che m’avrà in gabbia


e fatto avrà di me tutti li strazii,
né Bireno per questo a lasciare abbia,
sì ch’esser per me sciolto mi ringrazii;
come periuro, e pien di tanta rabbia,
che di me sola uccider non si sazii:
e quel ch’avrà di me, né più né meno
faccia di poi del misero Bireno.

53. Or la cagion che conferir con voi


mi fa i miei casi, e ch’io li dico a quanti
signori e cavallier vengono a noi
è solo acciò, parlandone con tanti,
m’insegni alcun d’assicurar che, poi
ch’a quel crudel mi sia condotta avanti,
non abbia a ritener Bireno ancora,
né voglia, morta me, ch’esso poi mora.

267
54. Pregato ho alcun guerrier che meco sia
quando io mi darò in mano al re di Frisa;
ma mi prometta, e la sua fé mi dia,
che questo cambio sarà fatto in guisa,
ch’a un tempo io data, e liberato fia
Bireno: sì che quando io sarò uccisa,
morrò contenta, poi che la mia morte
avrà dato la vita al mio consorte.

55. Né fino a questo dì truovo chi toglia


sopra la fede sua d’assicurarmi,
che quando io sia condotta, e che mi voglia
aver quel re, senza Bireno darmi,
egli non lascierà contra mia voglia
che presa io sia: sì teme ognun quell’armi;
teme quelParmi, a cui par che non possa
star piastra incontra, e sia quanto vuol grossa.

56. Or, s’in voi la virtù non è diforme


dal fier sembiante e da l’erculeo aspetto,
e credete poter darmegli, e tôrme
anco da lui, quando non vada retto;
siate contento d’esser meco a porme
ne le man sue: ch’io non avrò sospetto,
quando voi siate meco, se ben io
poi ne morrò, che muora il signor mio. –

57. Qui la donzella il suo parlar conchiuse,


che con pianto e sospir spesso interroppe.
Orlando, poi ch’ella la bocca chiuse,
le cui voglie al ben far mai non fur zoppe,
in parole con lei non si diffuse;
che di natura non usava troppe:
ma le promise, e la sua fé le diede,
che faria più di quel ch’ella gli chiede.

58. Non è sua intenzion ch’ella in man vada


del suo nimico per salvar Bireno:
ben salverà amendui, se la sua spada
e l’usato valor non gli vien meno.
Il medesimo dì piglian la strada,
poi c’hanno il vento prospero e sereno.
Il paladin s’affretta; che di gire
all’isola del mostro avea desire.

268
59. Or volta all’una, or volta all’altra banda
per gli alti stagni il buon nochier la vela:
scuopre un’isola e un’altra di Zilanda;
scuopre una inanzi, e un’altra a dietro cela.
Orlando smonta il terzo dì in Olanda;
ma non smonta colei che si querela
del re di Frisa: Orlando vuol che intenda
la morte di quel rio, prima che scenda.

60. Nel lito armato il paladino varca


sopra un corsier di pel tra bigio e nero,
nutrito in Fiandra e nato in Danismarca,
grande e possente assai più che leggiero;
però ch’avea, quando si messe in barca,
in Bretagna lasciato il suo destriero,
quel Brigliador sì bello e sì gagliardo,
che non ha paragon, fuor che Baiardo.

61. Giunge Orlando a Dordreche, e quivi truova


di molta gente armata in su la porta;
sì perché sempre, ma più quando è nuova,
seco ogni signoria sospetto porta;
sì perché dianzi giunta era una nuova,
che di Selandia con annata scorta
di navilii e di gente un cugin viene
di quel signor che qui prigion si tiene.

62. Orlando prega uno di lor, che vada


e dica al re, ch’un cavalliero errante
disia con lui provarsi a lancia e a spada;
ma che vuol che tra lor sia patto inante:
che se ’l re fa che, chi lo sfida, cada,
la donna abbia d’aver, ch’uccise Arbante,
che ’l cavallier l’ha in loco non lontano
da poter sempremai darglila in mano;

63. et all’incontro vuol che ’l re prometta


ch’ove egli vinto ne la pugna sia,
Bireno in libertà subito metta,
e che lo lasci andare alla sua via.
Il fante al re fa l’imbasciata in fretta:
ma quel, che né virtù né cortesia
conobbe mai, drizzò tutto il suo intento
alla fraude, all’inganno, al tradimento.

269
64. Gli par ch’avendo in mano il cavalliero,
avrà la donna ancor, che sì l’ha offeso,
s’in possanza di lui la donna è vero
che se ritruovi, e il fante ha ben inteso.
Trenta uomini pigliar fece sentiero
diverso da la porta ov’era atteso,
che dopo occulto et assai lungo giro,
dietro alle spalle al paladino uscirò.

65. Il traditore intanto dar parole


fatto gli avea, sin che i cavalli e i fanti
vede esser giunti al loco ove gli vuole;
da la porta esce poi con altretanti.
Come le fere e il bosco cinger suole
perito cacciator da tutti i canti;
come appresso a Volana i pesci e l’onda
con lunga rete il pescator circonda:

66. così per ogni via dal re di Frisa,


che quel guerrier non fugga, si provede.
Vivo lo vuole, e non in altra guisa:
e questo far sì facilmente crede,
che ’l fulmine terrestre, con che uccisa
ha tanta e tanta gente, ora non chiede;
che quivi non gli par che si convegna,
dover pigliar, non far morir, disegna.

67. Qual cauto ucellator che serba vivi,


intento a maggior preda, i primi augelli,
acciò in più quantitade altri captivi
faccia col giuoco e col zimbel di quelli;
tal esser vòlse il re Cimosco quivi:
ma già non vòlse Orlando esser di quelli
che si lascin pigliare al primo tratto;
e tosto roppe il cerchio ch’avean fatto.

68. Il cavallier d’Anglante, ove più spesse


vide le genti e l’arme, abbassò l’asta;
et uno in quella e poscia un altro messe,
e un altro e un altro, che sembrâr di pasta;
e fin a sei ve n’infilzò, e li resse
tutti una lancia: e perch’ella non basta
a più capir, lasciò il settimo fuore
ferito sì, che di quel colpo muore.

270
69. Non altrimente ne l’estrema arena
veggiàn le rane de canali e fosse
dal cauto arcier nei fianchi e ne la schiena,
l’una vicina all’altra, esser percosse;
né da la freccia, fin che tutta piena
non sia da un capo all’altro, esser rimosse.
La grave lancia Orlando da sé scaglia,
e con la spada entrò ne la battaglia.

70. Rotta la lancia, quella spada strinse,


quella che mai non fu menata in fallo;
e ad ogni colpo, o taglio o punta, estinse
quando uomo a piedi, e quando uomo a cavallo:
dove toccò, sempre in vermiglio tinse
l’azzurro, il verde, il bianco, il nero, il giallo.
Duolsi Cimosco che la canna e il fuoco
seco or non ha, quando v’avrian più loco.

71. E con gran voce e con minaccie chiede


che portati gli sian, ma poco è udito;
che chi ha ritratto a salvamento il piede
ne la città, non è d’uscir più ardito.
Il re frison che fuggir gli altri vede,
d’esser salvo egli ancor piglia partito:
corre alla porta, e vuole alzare il ponte;
ma troppo è presto ad arrivare il conte.

72. Il re volta le spalle, e signor lassa


del ponte Orlando e d’amendue le porte;
e fugge, e inanzi a tutti gli altri passa,
mercé che ’l suo destrier corre più forte.
Non mira Orlando a quella plebe bassa:
vuole il fellon, non gli altri, porre a morte;
ma il suo destrier sì al corso poco vale,
che restio sembra, e chi fugge, abbia l’ale.

73. D’una in un’altra via si leva ratto


di vista al paladin; ma indugia poco,
che toma con nuove armi; che s’ha fatto
portare intanto il cavo ferro e il fuoco:
e dietro un canto postosi di piatto,
l’attende, come il cacciatore al loco,
coi cani armati e con lo spiedo, attende
il fìer cingial che ruinoso scende;

271
74. che spezza i rami e fa cadere i sassi,
e ovunque drizzi l’orgogliosa fronte,
sembra a tanto rumor che si fracassi
la selva intorno, e che si svella il monte.
Sta Cimosco alla posta, acciò non passi
senza pagargli il fio l’audace conte:
tosto ch’appare, allo spiraglio tocca
col fuoco il ferro, e quel subito scocca.

75. Dietro lampeggia a guisa di baleno,


dinanzi scoppia, e manda in aria il tuono.
Trieman le mura, e sotto i piè il terreno;
il ciel ribomba al paventoso suono.
L’ardente strai, che spezza e venir meno
fa ciò ch’incontra, e dà a nessun perdono,
sibila e stride; ma, come è il desire
di quel brutto assassin, non va a ferire.

76. O sia la fretta, o sia la troppa voglia


d’uccider quel baron, ch’errar lo faccia;
o sia che il cor, tremando come foglia,
faccia insieme tremare e mani e braccia;
o la bontà divina che non voglia
che ’l suo fedel campion sì tosto giaccia:
quel colpo al ventre del destrier si torse;
lo cacciò in terra, onde mai più non sorse.

77. Cade a terra il cavallo e il cavalliero:


la preme l’un, la tocca l’altro a pena;
che si leva sì destro e sì leggiero,
come cresciuto gli sia possa e lena.
Quale il libico Anteo sempre più fiero
surger solea da la percossa arena,
tal surger parve, e che la forza, quando
toccò il terren, si radoppiasse a Orlando.

78. Chi vide mai dal ciel cadere il foco


che con sì orrendo suon Giove disserra,
e penetrare ove un richiuso loco
carbon con zolfo e con salnitro serra;
ch’a pena arriva, a pena tocca un poco,
che par ch’avampi il ciel, non che la terra;
spezza le mura, e i gravi marmi svelle,
e fa i sassi volar sin alle stelle;

272
79. s’imagini che tal, poi che cadendo
toccò la terra, il paladino fosse:
con sì fiero sembiante aspro et orrendo,
da far tremar nel ciel Marte, si mosse.
Di che smarrito il re frison, torcendo
la briglia indietro, per fuggir voltosse;
ma gli fu dietro Orlando con più fretta
che non esce da l’arco una saetta:

80. e quel che non avea potuto prima


fare a cavallo, or farà essendo a piede.
Lo séguita sì ratto, ch’ogni stima
di chi noi vide, ogni credenza eccede.
Lo giunse in poca strada; et alla cima
de l’elmo alza la spada, e sì lo fiede,
che gli parte la testa fin al collo,
e in terra il manda a dar l’ultimo crollo.

81. Ecco levar ne la città si sente


nuovo rumor, nuovo menar di spade;
che ’l cugin di Bireno con la gente
ch’avea condutta da le sue contrade,
poi che la porta ritrovò patente,
era venuto dentro alla cittade,
dal paladino in tal timor ridutta,
che senza intoppo la può scorrer tutta.

82. Fugge il populo in rotta, che non scorge


chi questa gente sia, né che domandi;
ma poi ch’uno et un altro pur s’accorge
all’abito e al parlar, che son Selandi,
chiede lor pace, e il foglio bianco porge;
e dice al capitan che gli comandi,
e dar gli vuol contra i Frisoni aiuto,
che ’l suo duca in prigion gli ha ritenuto.

83. Quel popul sempre stato era nimico


del re di Frisa e d’ogni suo seguace,
perché morto gli avea il signore antico,
ma più perch’era ingiusto, empio e rapace.
Orlando s’interpose come amico
d’ambe le parti, e fece lor far pace;
le quali unite, non lasciâr Frisone
che non morisse o non fosse prigione.

273
84. Le porte de le carcere gittate
a terra sono, e non si cerca chiave.
Bireno al conte con parole grate
mostra conoscer l’obligo che gli have.
Indi insieme e con molte altre brigate
se ne vanno ove attende Olimpia in nave:
così la donna, a cui di ragion spetta
il dominio de l’isola, era detta;

85. quella che quivi Orlando avea condutto


non con pensier che far dovesse tanto;
che le parea bastar, che posta in lutto
sol lei, lo sposo avesse a trar di pianto.
Lei riverisce e onora il popul tutto
Lungo sarebbe a ricontarvi quanto
lei Bireno accarezzi, et ella lui;
quai grazie al conte rendano ambidui.

86. Il popul la donzella nel paterno


seggio rimette, e fedeltà le giura.
Ella a Bireno, a cui con nodo eterno
la legò Amor d’una catena dura,
de lo stato e di sé dona il governo.
Et egli, tratto poi da un’altra cura,
de le fortezze e di tutto il domino
de l’isola guardian lascia il cugino;

87. che tornare in Selandia avea disegno,


e menar seco la fedel consorte:
e dicea voler fare indi nel regno
di Frisa esperïenzia di sua sorte;
perché di ciò l’assicurava un pegno
ch’egli avea in mano, e lo stimava forte:
la figliuola del re, che fra i captivi,
che vi fur molti, avea trovata quivi.

88. E dice ch’egli vuol ch’un suo germano,


ch’era minor d’età, l’abbia per moglie.
Quindi si parte il senator romano
il dì medesmo che Bireno scioglie.
Non vòlse porre ad altra cosa mano,
fra tante e tante guadagnate spoglie,
se non a quel tormento ch’abbiàn detto
ch’ai fulmine assimiglia in ogni effetto.

274
89. L’intenzion non già, perché lo tolle,
fu per voglia d’usarlo in sua difesa;
che sempre atto stimò d’animo molle
gir con vantaggio in qualsivoglia impresa:
ma per gittarlo in parte, onde non volle
che mai potesse ad uom più fare offesa:
e la polve e le palle e tutto il resto
seco portò, ch’apparteneva a questo.

90. E così, poi che fuor de la marea


nel più profondo mar si vide uscito,
sì che segno lontan non si vedea
del destro più né del sinistro lito;
lo tolse, e disse: – Acciò più non istea
mai cavallier per te d’esser ardito,
né quanto il buono vai, mai più si vanti
il rio per te valer, qui giù rimanti.

91. O maladetto, o abominoso ordigno,


che fabricato nel tartareo fondo
fosti per man di Belzebù maligno
che ruinar per te disegnò il mondo,
all’inferno, onde uscisti, ti rasigno. –
Così dicendo, lo gittò in profondo.
Il vento intanto le gonfiate vele
spinge alla via de l’isola crudele.

92. Tanto desire il paladino preme


di saper se la donna ivi si truova,
ch’ama assai più che tutto il mondo insieme,
né un’ora senza lei viver gli giova;
che s’in Ibernia mette il piede, teme
di non dar tempo a qualche cosa nuova,
sì ch’abbia poi da dir invano: – Ahi lasso
ch’ai venir mio non affrettai più il passo. –

93. Né scala in Inghelterra né in Irlanda


mai lasciò far, né sul contrario lito.
Ma lasciamolo andar dove lo manda
il nudo arcier che l’ha nel cor ferito.
Prima che più io ne parli, io vo’ in Olanda
tornare e voi meco a tornarvi invito;
che, come a me, so spiacerebbe a voi,
che quelle nozze fosson senza noi.

275
94. Le nozze belle e sontuose fanno;
ma non sì sontuose né sì belle,
come in Selandia dicon che faranno.
Pur non disegno che vegnate a quelle;
perché nuovi accidenti a nascere hanno
per disturbarle, de’ quai le novelle
all’altro canto vi farò sentire,
s’all’altro canto mi verrete a udire.

1. – 1. Che non può far ecc.: il commento bonario del poeta rompe il tono psicologicamente
teso delle ultime ottave del c. VIII: cambiamento di registro, che prepara all’andamento più esteriore
e puramente avventuroso dell’«inchiesta» di Orlando; suggetto: assoggettato. – 7. zio: Carlo
Magno.
2. – 3. languido et egro: fiacco e debole, che è antitesi perfettamente simmetrica di sano e
gagliardo. – 4. il male: la dolce malattia d’amore.
3. – 5. rotto: spossato; cfr. ORAZIO, Serm., I, 1, 5: «fractus membra labore». PET RARCA,
Canz., XVI, 8: «rotto dagli anni». – 8. stringe Durindana: impugna la sua spada: Durindana
(Durendal nella Chanson de Roland); secondo il BOIARDO (Innam., II, XI, 3; III, I, 28) era stata la
spada di Ettore, passata attraverso Pentesilea ai re africani e poi da Almonte a Orlando; cfr. XIV,
43.
4. – 1. core: lealtà cavalleresca. – 3. Or… quando: ora… ora; cercando: esplorando. – 5. veggi:
vegli.
5. – 2. moresco: africano. – 3. sicuramente, con disinvoltura. – 4. arabesco: arabo. – 7.
espedito: pronto, tale da parlarlo speditamente. In tutti i romanzi italiani Orlando era presentato
come un poliglotta; cfr., per es., PULCI, Morg., XXI, 132, 5.
6. – 2. effetto: scopo. – 3. a’ borghi fuora: nei borghi, fuori dalle città. – 4. Francia: l’Ile-de-
France. – 5. Uvernia: Auvergne. – 7. da… Bretagna: ad est (Provenza) a ovest (Brettagna). – 8.
Picardi: la Piccardia era nell’estremo nord; termini di Spagna: i Pirenei, all’estremo sud, ove
segnano il confine con la Spagna.
7. – 1. capo: inizio. – 2-4. che la frondosa… pianta: quando la pianta, tremante per il freddo
(trepida), vede cadere le foglie e il tronco e i rami restare scoperti. – 5. augelli: uccelli migratori;
insembre: insieme (franc. non ignoto ai trecentisti e neppure a Dante, il quale ha pure il plurale
membre per membra). Le due similitudini autunnali, delle foglie e degli uccelli, compaiono
separatamente in DANT E, Inf., III, 112-114 e V, 40-41, e quella delle foglie è anche in BOIARDO,
Innam., II, VII, 17, 2-3: «Quando comincia prima la freddura: L’arbor se sfronda e non vi riman
foglia»; ma erano già unite insieme nella fonte primaria di questi passi, in VIRGILIO, Aen., VI, 309-12:
« Quam multa in silvis autumni frigore primo Lapsa cadunt folia, aut ad terram gurgite ab
alto Quam multae glomerantur aves, ubi frigidus annus Trans pontum fugat et terris immittit
apricis». – 6. inchiesta: è il vocabolo tecnico con cui i romanzieri italiani traducevano il frane,
enqueste, l’impresa avventurosa dei cavalieri brettoni. – 8. stagion novella: la primavera.
8. – 2-3. dove… fiume: dove il fiume Quesnon divide la Normandia dalla Brettagna. – 4. cheto:
tranquillo. – 5. gìa: scorreva; cfr. ORAZIO, Carm., IV, 12, 3-4: «fìuvii… hiberna nive turgidi»;
BOIARDO, Innam., I, X, 53, 2-4: «un fiume… grosso di pioggia e di neve disciolta». – 7. disciolto:
disfatto. – 8. il passo tolto: reso impossibile il passaggio.
9. – 3. quando: dal momento che. – 6. poppe: poppa (lat. puppis); una donzella: l’apparizione

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di una donzella su una barca in un paesaggio solitario o un varco pericoloso è inizio, nei romanzi
brettoni, di una nuova avventura; cfr. anche BOIARDO, Innam., II, IX, 52, 3-5: «A l’altra ripa stava
una donzella… Sopra a la poppa d’una navicella».
10. – 1. carca: da Orlando.
11. – 1-2. Sì… passi: cfr. BOIARDO, Innam., II, IX, 53, 1-2: «E cavallier, che avean molto desire
Di passare oltra e prender suo viaggio»; per me: per mezzo mio. – 5. Ibernia: Irlanda (lat.
Hibernia). – 6. fassi: si aduna.
12. – 1. Voi dovete saper ecc.: cfr. VIII, 51-61.
13. – 2. ve… copia: ne recano ivi in abbondanza; e più… belle, e le più belle in maggior quantità.
– 5. soggiorno: accoglienza. – 6. d’Amor… ribelle: espressione petrarchesca (cfr. Canz.,
CCCXLVIII, 6-7). – 8. effetto: impresa.
14. – 4. gli pesa: gli rincresce. – 8. spia: indizio.
15. – 2. gli tolse: gli fece abbandonare. – 5. si chiuse: tramontò. – 6. San Malò: in Brettagna;
Orlando quindi non passò il fiume, ma tornò indietro verso il porto più vicino. – 8. monte San
Michele: isolotto all’imboccatura del golfo di Saint-Malo.
16. – 1. Breaco: Saint-Brieuc; Landriglier. o Treguien villaggi che si affacciano sul golfo. – 2.
britone: brettone. – 4. Albïone: i Romani connettevano il nome celtico Albion con la bianchezza
delle scogliere (delle rocce propriamente, non dell’arena) di Dover. – 5. meriggie: sud; cfr. DANT E,
Purg., XXV, 2; XXXIII, 104. – 6. aquilone: nord. – 8. e sé… tôrre: e costringe i naviganti a
prenderlo di poppa.
17. – 2. indietro: verso il mare del Nord. – 4. non dia… vetro: non vada a urtare contro gli
scogli e si rompa come se fosse fragile quanto il vetro. – 5. suto: stato. – 6. cangiò metro: cambiò
misura, diventò meno violento. – 8. il fiume d’Anversa: la Schelda. L’episodio d’Olimpia, che inizia
qui e continua nel canto seguente, fu aggiunto dall’Ariosto nell’ultima edizione del poema. Per tale
aggiunta c’erano ragioni di equilibrio strutturale: una volta fatte delle aggiunte alla storia di Ruggiero
(es.: episodio di Leone), era necessario bilanciarle con delle aggiunte alla storia di Orlando.
L’Ariosto sentì inoltre probabilmente la necessità di dare una descrizione più piena del suo
personaggio prima di portarlo alla crisi centrale del poema: messo a contatto con Olimpia, che
rappresenta l’ideale della tenace costanza d’amore, anche Orlando, rivivendo indirettamente la
propria storia d’amore, rafforza la figura ideale del proprio personaggio: quello cioè del cavaliere
nobilmente e perdutamente dedito alla donna amata. Per un’analisi dell’episodio, cfr. F. CATALANO,
L’episodio di Olimpia nell’«O. F.», Lucca 1951.
18. – 2. afflitto: malconcio (lat.). – 3. terra: città. – 4. sedeva: giaceva; cfr. II, 64, 2.
19. – 1. una donzella: Olimpia. La fonte della prima parte dell’episodio, secondo alcuni
germanisti (cfr. O. GRUET ERS, Die Märe von der getreuen Braut, in «Germanisch-Romanische
Monatschrift», 1911, pp. 138 segg.; ID., Kudrun, Südeli, Jasmin, ibid., 1940, p. 163; W.
JUNGANDREAS, Die Gudrunsage, Göttingen, 1948, pp. 151-158; H. FRENZEL-GENUA, L’episodio di
Olimpia e una sua fonte nordica, in «Giornale Italiano di Filologia», 1950, pp. 289-299; ID., Von
der Olimpia-Episode zu den Parerga des Orlando Furioso, in «German.-Roman. Monat.», 1955,
pp. 161-179) sarebbe da rintracciare nella epopea tedesca di Kudrun, che si legge nel ben noto
Kudrunlied. Le somiglianze sono rilevanti, anche se le identificazioni di nomi proposte da Frenzel
(Horants = Orlando, Hartmut = Arbante, ecc.) non sono convincenti (cfr. per i nomi le fini
osservazioni di A. BALDINI, Ariosto e dintorni, pp. 67-75). Il Frenzel ha anche tentato di spiegare
in modo ingegnoso le pur notevoli differenze fra le due storie, e ha avuto cura di additare in fonti
classiche e medievali (quelle storie di Alessandro che presentano la madre sua Olimpia come
crudele assassina del padre) la genesi della parte centrale dell’episodio, l’uccisione di Arbante, che

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non ha equivalenti nel «Lied». La tesi è interessante perché proverebbe la capacità dell’Ariosto di
armonizzare nel suo poema anche i fili narrativi più esotici; essa inoltre trova un sostegno nel fatto
che fonti di origine germanica sembrano presenti anche in altri frammenti e storie composte dopo la
prima edizione (cfr. n. a XXXII, 50, 1); manca però ancora per renderla sicuramente convincente la
prova che l’Ariosto conoscesse, direttamente o indirettamente, in traduzione o per rapporto orale, il
Ms. Ambras che fu fatto preparare nel 1517 dall’imperatore Massimiliano, e che è l’unico a
contenere entrambi i cicli della Brunhildsage e della Gudrunsage.
20. – 3. schiva: evita. – 6. uscì: balzò. – 7. umano: è sinonimo di «cortese».
21. – 1. terra: città. – 4. ne facea segnale: dimostrava. – 5. negri panni ecc.: «c’è la solita
coreografia del dolore, ma c’è anche una segreta rispondenza con Orlando, il quale era partito, pure
lui, avvolto in un ornamento nero» (Catalano). – 6. e le loggie… sale: i porticati e i loggiati esterni
(sostenuti da colonne e pilastri), le stanze da abitare e quelle da ricevere; cfr. BOCCACCIO, Dec., Intr.
90: «un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e con camere»
(Sangirardi). – 7. grata e onesta: benigna e cortese.
22. – 3. prole… sola: figlia unica.
23. – 1. Selandia: Sjelland, isola della Danimarca. – 2. Biscaglia: regione della Spagna. – 3.
l’età… fioriva: l’età giovanile (perifrasi petrarchesche). – 4. li… amori: il fatto che non ero mai
stata innamorata prima di allora (pi. lat. amores). – 5. captiva: prigioniera d’amore. – 7. io credea
ecc.: cfr. DANT E, Inf., XIII, 25; Olimpia ha «un coraggio ragionato dedotto con rigore, con una
logica fermezza» (Catalano); tale è la sua dedizione al proprio amore, che lo analizza minutamente,
come se fosse di un’altra; si notino anche le antitesi (24, 2: contrario… propizio, ecc.), le parentesi,
gli artifici eleganti che infiorano il suo racconto e si riportano, anche stilisticamente, a certa
storiografia e novellistica cinquecentesca.
24. – 2. tenne: trattenne. – 4. così… penne: tanto furono veloci a passare. – 5. parlamento:
colloquio. – 6. dove: durante il quale. – 7. saria: si farebbe.
25. – 3. Frisa: Frisia, la parte più settentrionale dell’Olanda; le indicazioni geografiche
dell’Ariosto sono qui attinte da Plinio e dalla Germania di Tacito: a quel tempo l’Olanda e la Frisia
non erano separate dallo Zuider Zee (che si formò nel sec. XII), ma soltanto da un ramo del Reno. –
7. per. per mezzo.
26. – 1. fede: termine che torna spesso in questo episodio e che significa variamente «promessa»,
«fedeltà», «lealtà», «onestà» e rappresenta coerentemente il personaggio di Olimpia, idealizzazione
della fedeltà eroica. – 5-6. per ruinar… guidata: per troncare le trattative (pratica con questo
senso si trova in molte Storie cinquecentesche e anche nelle Commedie e nelle Lettere dell’Ariosto)
di nozze, che erano già state bene avviate ed erano vicine alla fase conclusiva.
27. – 4. La pratica disciolse: ruppe le trattative. – 8. il sangue mio: la mia famiglia.
28. – 2. a nostra età: nel nostro tempo. – 5. alcun’arme: una certa arma. – 6. né… nuova: né la
gente moderna l’ha mai vista, fuorché in mano a lui; cfr. DANT E, Purg., I, 24: «Non viste mai fuor
ch’a la prima gente». – 7. un ferro bugio: un ferro bucato. L’archibugio in realtà fu inventato solo
nel sec. XIV. Il Frenzel (L’episodio di Olimpia cit., p. 96) osserva che «forse l’introduzione di un
pezzo di artiglieria, novità del tempo, sembrava particolarmente adatto all’ambiente nordico
dell’episodio, dato che l’invenzione veniva dalla Germania». È forse inutile aggiungere che tutto
l’episodio (diplomazia, furbizie, guerre, trattative, ecc.) ha una chiara fisionomia cinquecentesca; da
dua: circa due.
29. – 1. Col fuoco: con la miccia accesa. – 3-4. a guisa… vena: come il medico tocca con dito
e comprime la ferita prima di allacciare la vena. – 5. esclusa: espulsa. – 8. arde ecc.: serie di verbi
che aveva carattere formulario nei cantari; cfr. Cantare di Attila, I, 21: «Urta fra li nemici, apre e

278
fracassa»; e cfr. anche PULCI, Morg., XVIII, 158, 4; CIECO, Mambriano, XIII, 28; XVII, 97; ecc.
30. – 2. inganna, arma insidiosa, contraria a tutti i precetti di cavalleria. – 3. la botta: la palla. –
5. in frotta: insieme con molti altri. – 6. dal corpo… divise: cfr. DANT E, Purg., VI, 19-20: «l’anima
divisa Dal corpo suo». – 7. lontan: da lontano.
31. – 4. ire all’occaso: morire (anche nei latini si trova occasus per la morte). – 5-6. mentre…
caso: mentre andava qua e là per i luoghi di difesa, provvedendo alle varie occorrenze della
battaglia.
32. – 1. Morto: essendo stati uccisi. – 2. isola d’Olanda: i latini (CESARE, De bel. gal., IV, 10;
PLINIO, Nat. Hist., IV, XV, 29, 101; TACIT O, Germ., XXX) la chiamavano. «insula Batavorum».
– 4. di ben… piede, di impadronirsi saldamente.
33. – 1. non sì: non tanto. – 5. come: quanto.
34. – 2. e far… resto: e arrischiare il tutto per tutto. La frase è presa dal gergo dei giocatori. – 6.
fa protesto: minaccia.
35. – 1. protesti: minacce. – 2. vider… dura: cfr. DANT E, Purg., XXVII, 34: «Quando mi vide
star pur fermo e duro». – 3. Frisone: il re di Frisia. – 7. indolcisca… voglie: mitighi i miei ostinati
propositi.
36. – 3-4. mi doglio… patita: mi addoloro di più di non vendicarmi che di ogni ingiuria già patita.
– 5-6. veggio… aita: mi avvedo che solo la simulazione può alleviare il mio dolore. – 7. fingo…
piaccia: non lascio vedere che non mi piace, ma fingo di desiderare.
37. – 3. ingegno: carattere (lat.); cor. coraggio. – 6. citelli: fanciulli. – 7. miei: a me devoti. – 8.
la vita por. sacrificare la vita.
38. – 1. Communico con: comunico a (costr. e grafia lat.). – 3. legno: una nave. – 4. ritenuto:
trattenuto. – 7. armata: flotta.
39. – 2. rotto: sconfitto. – 3. spacciar: inviare.
39. – 6. il resto: del paese. – 8. sciolti: fatti salpare.
40. – 4. rompe… fracassa: cfr. IX, 29, 8. – 6. passa: arriva. – 8. come… sole: non appena
tramonti il sole; altro elegante artificio nel discorso di Olimpia.
41. – 1. Io dietro ecc.: «due ottave costruite con un ritmo uguale: precise e minute, finché alla
fine, nell’ultimo verso, scoppia rapida ed intensa la gioia cruda della vendetta e della liberazione»
(Catalano). – 7. gli… parola: cfr. VIRGILIO, Aen., X, 348: «vocem animumque rapit»; DANT E,
Purg., V, 100: «Quivi perdei la vista e la parola»; BOCCACCIO, Dec., IV, 7, 13: «che egli perdé la
vista e la parola». – 8. segai: tagliai (lat. secare); il gesto ha una violenza concentrata e quasi
voluttuosa che ricorda quello di eroine tragiche antiche (per esempio Medea e Didone).
42. – 2. malnato: nato sciagurato; in dispetto: per vendetta. – 3. fello: crudele traditore.
43. – 1. disturbo: impedimento. – 2. tolto… pesa: prese le cose di maggior valore e di poco
peso.
44. – 3. che: il quale re di Frisa. – 8. scura: orribile, dolorosa; cfr. Innam., I, VI, 1, 2.
45. – 3. non rileva: non giova; cfr. PET RARCA, Canz., CV, 4: «Il sempre sospirar nulla rileva». –
5-8. la parte… punisca: vuole che quella parte della sua mente che doveva essere dedicata al
pianto e al lamento, si faccia una cosa sola con l’odio: affinché odio e cruccio alleati meglio
escogitino il modo di vendicarsi.
46. – 3. a far l’effetto: a compiere il fatto. – 4. li fe’ rei: li pose in stato di accusa (lat. reum
facere aliquem).
47. – 3. oscura: atroce; cfr. IX, 44, 8; qui corrisponde allo strazio di IX, 49, 8. – 4. per forza…
inganno: cfr. PET RARCA, Canz., CCCLX, 65: «Per inganni et per forza».
48. – 6. distratto: dissipato (lat.).

279
49. – 1. I mezzi: gli intermediari, le persone astute di IX, 48, 5. – 3. parole: vane promesse (con
questo senso il lat verba). – 4. sprezzano: non si curano più di me. – 8. schivi: risparmi; consorte:
promesso sposo.
50. – 2. morti: uccisi. – 6. far disegno: fare assegnamento. – 8. lui disciorre: liberare Bireno.
51. – 2. al suo… riparo: altro modo per provvedere alla sua salvezza. – 3-4. por… por. offrire;
si noti la costruzione chiastica.
52. – 3-4. né Bireno… ringrazii: non mantenga la promessa di lasciar libero Bireno, in modo che
lui possa essermi grato del sacrificio da me compiuto. – 5. periuro: spergiuro (lat.). – 7. avrà: avrà
fatto.
53. – 1. conferir con voi: comunicare a voi. – 2. e ch’io: e per la quale io. – 5. d’assicurar, il
modo di ottenere con sicurezza. – 7. ritener, trattenere prigioniero.
54. – 1. meco sia: mi accompagni. – 5. a un tempo: simultaneamente.
55. – 1-2. chi… assicurarmi: chi si assuma l’impegno di farsi lui stesso garante. 3-4. mi
voglia… darmi: Cimosco pretenda di farmi prigioniera, senza liberare in cambio Bireno. – 8. star…
incontra: resistere; per piastra, cfr. 1, 17, 3.
56. – 1. non è diforme: è pari. – 3-4. credete… retto: ritenete di poter assumervi il compito di
consegnarmi a lui e anche di togliermi a lui, qualora non si comporti giustamente, secondo i patti. –
5. siate contento: vogliate. – 6. sospetto: timore.
57. – 4. le cui… zoppe: il cui (di Orlando) desiderio di operare rettamente non fu mai difettoso. –
6. di natura: per natura; cfr. Innam., II, XX, 59, 1-2: «Orlando per costume e per natura Molte
parole non sapeva usare».
58. – 6. sereno: dolce, che porta il sereno; così anche in PET RARCA, Canz., CXCVI, 1: «aura
serena»; l’aggettivo è quindi quasi sinonimo di prospero e risponde al gusto petrarcheggiante delle
formule binarie, armoniose e bilanciate. – 8. isola del mostro: Ebuda.
59. – 1. Or volta all’una ecc.: dopo il tono austero e tagliente del discorso d’Olimpia, ecco
un’apertura diversa, a un’atmosfera di viaggi più liberi e romanzeschi, verso un mondo in cui alla
politica spicciola e alle piccole furberie guerresche si contrappone l’ardore ingenuo e idealistico di
Orlando. – 2. alti stagni: profondi specchi d’acqua limitati dalle isole intorno; nei poeti latini si trova
stagna per distese d’acqua calma e profonda. – 3. scuopre: giunge in vista, scorge; cfr. LUCHINO
DEL CAMPO, Viaggio a Gerusalemme di Niccolò d’Este, p. 130: «tanto che la sera si scoperse
l’isola di Cipro»; Zilanda: Zelanda, regione costiera e insulare della Fiandra olandese; da non
confondersi con Selandia di IX, 23, 1. – 4. a dietro cela: perde di vista. – 7. intenda: apprenda.
60. – 1. varca: passa. – 3. Danismarca: Danimarca. – 4. leggiero: veloce. – 7. Brigliador: il suo
cavallo; cfr. VIII, 84, 7. – 8. Baiardo: il cavallo di Rinaldo.
61. – 1. Dordreche: Dordrecht, nell’Olanda meridionale (lat. Dordracum). – 3-4. sempre…
porta: cfr. VIRGILIO, Aen., I, 563-564; «Res dura et regni novitas me talia cogunt Moliri et late
finis custode tueri»; la sentenza ha sapore di esperienza politica cinquecentesca: cfr. i capp. VI e
VII del Principe di Machiavelli, il quale cita egli stesso i due versi di Virgilio nel cap. XVII, del
Principe.
62. – 8. sempremai: in qualsiasi momento.
63. – 7. drizzò… intento: indirizzò tutti i suoi propositi.
64. – 3-4. s’in possanza… inteso: se è vero che Olimpia è in potere del cavaliere e se il servo ha
capito bene; si notino la prudenza un po’ goffa e la furbizia da piccolo diplomatico. – 5. Trenta
uomini: a trenta uomini (fece costruito come il lat. iussit). – 6. diverso da: discosto da (lat.
diversus ab).
65. – 1-2. dar parole… avea: lo aveva fatto tenere a bada con vane promesse (cfr. IX, 49, 3). –

280
5. come le fere ecc.: le due similitudini da Claudiano, In Ruf., II, 376-79: «Sic ligat immensa
virides indagine saltus Venator; sic attonitos ad litora pisces Aequoreus populator agit
rarosque plagarum Contrahit anfractus et hiantes colligit oras». – 7. Volana: Volano, paese
presso le foci del Po, ove si faceva pesca abbondante; i pesci e l’onda: si noti il perfetto
parallelismo con le fere e il bosco (v. 5).
66. – 5. ’l fulmine terrestre, l’archibugio. – 7. si convegna: occorra.
67. – 3-4. acciò… faccia: per poter catturarne in maggior quantità. – 4. giuoco: consisteva nel
fare svolazzare un uccello legato a un palo; zimbel: consisteva nel fare cantare un uccello chiuso in
gabbia: erano entrambi modi per attirare gli altri uccelli. – 7. al primo tratto: al primo tentativo.
68. – 2. abbassò l’asta ecc.: come sempre in questi casi (cfr. n. a VI, 66, 1) la descrizione della
strage ravviva e rallegra il ritmo dell’ottava ariostesca, le iperboli si fanno più fantastiche, gli occhi
dei canterini (v. 4: sembrâr di pasta) più evidenti e maliziosi. – 3. messe: infilzò. – 7. a più capir: a
contenrne di più.
69. – 1-2. ne l’estrema… fosse: sull’estrema sponda di canali e ruscelli. – 3. arcier: fiocinatore.
– 7. grave: per il peso degli uomini infilzati.
70. – 2. quella… fallo: si noti la cadenza favolosa da canterino. – 3-4. o taglio o punta: menato
di taglio o di punta. – 5. in vermiglio: di rosso, di sangue. – 6. l’azzurro ecc.: i colori delle
sopravvesti dei nemici; cfr. II, 35, 2 e si noti questa parentesi di compiacimento estetico. – 7. la
canna e il fuoco: l’archibugio. – 8. v’avrian più loco: sarebbero più di bisogno.
72. – 2. d’amendue le porte: quella al di qua del ponte e quella al di là di esso, il «rastrello» (cfr.
VIII, 3, 6). – 8. restio: cfr. IX, 60, 4.
73. – 1-2. D’una… paladin: prendendo scorciatoie e vie traverse sfugge a Orlando. – 2.
indugia poco: non sta a lungo lontano. – 5. di piatto: in agguato; cfr. PULCI, Morg., XI, 2, 4. – 6. al
loco: alla posta. – 7. armati: di collari di ferro. – 8. ruinoso: impetuoso, che semina rovina. È
questa la settima similitudine «padana», presa dalla caccia e dalla pesca, nel giro di dieci ottave; se
non fosse che le note paesane sono trattate con tanto classico nitore e distacco, e se non fosse che
dietro a queste similitudini c’è una lunga tradizione letteraria (OVIDIO, Met., IV, 525-28: «Hinc aper
excitus medios violentus in hostes Fertur… Sternitur incursu nemus et propulsa fragore Silva
dat»; DANT E, Inf., IX, 67-72 e XIII, 112-14; BOIARDO, Innam., II, XIV, 21, 5-8: «Quale un cingial
che a furia esce del monte, Che cani e cacciatori extima poco, Fiacca le broche e batte ambo le
zane: Tristo colui che accanto gli rimane»), verrebbe da pensare a certi aspetti del poema
eroicomico.
74. – 8. scocca: esplode.
75. – 4. paventoso: spaventoso. – 6. e dà… perdono: e non risparmia nessuno (costr. lat.). – 7-
8. ma… ferire: ma non va a colpire là dove aveva desiderato Cimosco.
76. – 7. si torse: deviando colpì.
77. – 2. la preme l’un: il cavallo morto preme la terra. – 5. Anteo: il mitico gigante, figlio della
Terra, che combattè contro Ercole. Siccome Anteo, ogni volta che toccava la terra, ricuperava le
sue forze, Ercole, per poterlo vincere, lo sollevò fra le braccia e strise finché l’ebbe soffocato; cfr.
XXIII, 85, 8 e inoltre LUCANO, Phars., IV, 590 segg.; DANT E, Inf., XXXI, 100 segg.
78. – 1. il foco: il fulmine (lat. Ignis lovis). – 2. disserra: vibra; cfr. DANT E, Par., XXIII, 40:
«Come foco di nube si diserra»; PULCI, Morg., XVII, 85, 5; BOIARDO, Innam., I, V, 4, 5: «il gran
colpo disserra». – 3. un richiuso loco: una polveriera. Dello scoppio di una polveriera, avvenuto a
Milano nel 1521, racconta il MURAT ORI, Annali d’Italia, tom. X, p. 122: «Per fulmine, o per altro
fuoco dell’aria, benché fosse tempo sereno, la Torre di quel Castello, dove si teneano i barili di
polve da fuoco, andò in aria con tal forza, che squarciò anche parte del muro… e portò lontano

281
venticinque piedi… pietre, che dieci paia di buoi avrebbero stentato a muovere». – 4. carbon…
zolfo… salnitro: formano insieme la polvere da sparo.
79. – 1. s’imagini: dipende da Chi vide mai (IX, 78, 1): se qualcuno vide mai… s’immagini. –
4. da… Marte: cfr. PULCI, Morg., XXVI, 65, 5; 131, 6: «ché Marte credo paura n’avea». – 8. una
saetta: cfr. VIII, 6, 5.
80. – 3-4. ch’ogni… eccede: che supera quanto può pensare o immaginare chi non lo vide coi
suoi occhi. – 6. fiede: ferisce. – 7-8. gli parte… crollo: gli taglia la testa in due e lo fa cadere a
contorcersi in un ultimo sussulto prima di morire. Le rime baciate collo:crollo, allegre, un po’ prese
da Dante un po’ dal Pulci, suggellano spesso le scene di strage: cfr. XIV, 122, 7-8; XXIII, 59, 7-8;
ecc.
81. – 3. ’l cugin di Bireno: cfr. IX, 61, 6-8. – 5. patente: spalancata; il latinismo era già in
BOIARDO, Innam., I, IV, 36, 3; II, VIII, 13, 7. – 8. senza intoppo: senza trovare resistenza.
82. – 2. che domandi: che cosa voglia. – 4. Selandi: gente di Selandia. – 5. il foglio… porge: dà
carta bianca, si arrende a discrezione. – 8. 7 suo duca: il duca dei Selandi, Bireno; ha ritenuto:
hanno tenuto; il soggetto sconcordato è i Frisoni.
83. – 1. Quel popul: gli Olandesi. – 3. morto: ucciso; il signore antico: il padre di Olimpia. – 7.
le quali: le quali parti, vale a dire Olandesi e Selandi.
84. – 1. le carcere: le carceri. – 7. di ragion: di diritto. – 8. era detta: era chiamata; solo ora ne
apprendiamo il nome.
85. – 2. non con pensier: senza che lei pensasse. – 3. posta in lutto: uccisa. – 5. Lei:
complemento oggetto. – 7. accarezzi: festeggi con atti affettuosi; cfr. BOCCACCIO, Decam., II, 8, 79:
«cominciò… a mostrar amore e a far carezze».
86. – 4. dura: salda, infrangibile. – 6. cura: impresa.
87. – 3-4. fare… sorte: muovendo di là, tentare la sorte e cercare di conquistare il regno di Frisa.
– 5-6. di ciò… forte: aveva la garanzia del successo dell’impresa in ostaggio di grande valore che
aveva in mano. – 7. captivi: prigionieri (lat.).
88. – 3. Quindi: di lì, dall’Olanda; il senator romano: Orlando, era così designato nelle leggende
italiane. – 4. scioglie: salpa (lat. solvit). – 7. tormento: macchina per lanciare proiettili (lat.
tormentum, da torquere): è l’archibugio.
89. – 1. perché lo tolle: per la quale lo prende. – 3. molle: fiacco, vile. – 8. apparteneva:
spettava (lat.).
90. – 1. fuor de la marea: lontano dalla zona della spiaggia, ove più si fa sentire la marea. – 5-6.
non istea… d’esser. non si trattenga dall’essere. – 7-8. né quanto… valer. né l’uomo codardo si
vanti di valere quanto il prode.
91. – 2. tartareo fondo: l’inferno. – 4. per te: per mezzo tuo. – 5. rasigno: restituisco (lat.). – 7.
gonfiate vele: cfr. DANT E, Inf., VII, 13, dove la stessa espressione compare in rima con «crudele».
– 8. alla via: alla volta.
92. – 2. la donna: Angelica; ivi: nell’isola d’Ebuda. – 4. gli giova: gli piace. – 5. Ibernia:
Irlanda, cfr. IX, 11, 5. – 5-6. teme… nuova: teme di offrire l’occasione a qualche nuova
distrazione.
93. – 1. scala: scalo. – 2. sul contrario lito: in Francia. – 4. il nudo arcier. Amore, spesso così
raffigurato (per esempio in PET RARCA, Tr. Amor., I, 24-27). – 6. e voi… invito: garbato e
sorridente appello ai lettori: in quest’episodio, composto più tardi, l’Ariosto si rivolge a tutti i lettori e
non al solo cardinale Ippolito. – 8. fosson: si svolgessero.
94. – 4. non disegno… quelle: non voglio che vi immaginiate di poter assistere a quelle. – 8.
all’altro… udire: la cadenza canterina è qui più accentuata che in altre conclusioni di canto: cfr. V,

282
92, 8.

283
CANTO DECIMO

Esordio: fedeltà di Olimpia e incostanza dei giovani in amore. Bireno si innamora


della giovane figlia di Cimosco e abbandona Olimpia su un’isola deserta.
Disperazione di Olimpia. Frattanto Ruggiero, dopo aver superato nuove difficoltà e
ostacoli, arriva al regno di Logistilla. Alcina, dopo la sconfitta delle sue navi, fugge
ed è privata del regno. Melissa, Astolfo e gli altri cavalieri liberati arrivano al regno
di Logistilla. Logistilla insegna a Ruggiero il modo di governare l’ippogrifo. Viaggio
aereo di Ruggiero dall’isola di Alcina fino in Inghilterra. Presso Londra egli assiste
alla rassegna degli eserciti raccolti da Rinaldo. Ruggiero giunge all’isola di Ebuda e
scorge Angelica, legata nuda a uno scoglio. Il cavaliere tramortisce l’orca marina
per mezzo dello scudo incantato e libera Angelica portandola con sé. Anch’egli
s’accende d’amore per la bellissima donna.

1. Fra quanti amor, fra quante fede al mondo


mai si trovâr, fra quanti cor constanti,
fra quante, o per dolente o per iocondo
stato, fêr prove mai famosi amanti;
più tosto il primo loco ch’il secondo
darò ad Olimpia: e se pur non va inanti,
ben voglio dir che fra gli antiqui e nuovi
maggior de l’amor suo non si ritruovi;

2. e che con tante e con sì chiare note


di questo ha fatto il suo Bireno certo,
che donna più far certo uomo non puote,
quando anco il petto e ’l cor mostrasse aperto.
E s’anime sì fide e sì devote
d’un reciproco amor denno aver merto,
dico ch’Olimpia è degna che non meno,
anzi più che sé ancor, l’ami Bireno:

3. e che non pur non l’abandoni mai


per altra donna, se ben fosse quella
ch’Europa et Asia messe in tanti guai,
o s’altra ha maggior titolo di bella;
ma più tosto che lei, lasci coi rai
del sol l’udita e il gusto e la favella

284
e la vita e la fama, e s’altra cosa
dire o pensar si può più precïosa.

4. Se Bireno amò lei come ella amato


Bireno avea, se fu sì a lei fedele
come ella a lui, se mai non ha voltato
ad altra via, che a seguir lei, le vele;
o pur s’a tanta servitù fu ingrato,
a tanta fede e a tanto amor crudele,
io vi vo’ dire, e far di maraviglia
stringer le labra et inarcar le ciglia.

5. E poi che nota l’impietà vi fia,


che di tanta bontà fu a lei mercede,
donne, alcuna di voi mai più non sia,
ch’a parole d’amante abbia a dar fede.
L’amante, per aver quel che desia,
senza guardar che Dio tutto ode e vede,
aviluppa promesse e giuramenti,
che tutti spargon poi per l’aria i venti.

6. I giuramenti e le promesse vanno


dai venti in aria disipate e sparse,
tosto che tratta questi amanti s’hanno
l’avida sete che gli accese et arse.
Siate a’ prieghi et a’ pianti che vi fanno,
per questo esempio, a credere più scarse.
Bene è felice quel, donne mie care,
ch’essere accorto all’altrui spese impare.

7. Guardatevi da questi che sul fiore


de’ lor begli anni il viso han sì polito;
che presto nasce in loro e presto muore,
quasi un foco di paglia, ogni appetito.
Come segue la lepre il cacciatore
al freddo, al caldo, alla montagna, al lito,
né più Pestima poi che presa vede;
e sol dietro a chi fugge affretta il piede:

8. così fan questi gioveni, che tanto


che vi mostrate lor dure e proterve,
v’amano e riveriscono con quanto
studio de’ far chi fedelmente serve;
ma non sì tosto si potran dar vanto
de la vittoria, che, di donne, serve

285
vi dorrete esser fatte; e da voi tolto
vedrete il falso amore, e altrove volto.

9. Non vi vieto per questo (ch’avrei torto)


che vi lasciate amar, che senza amante
sareste come inculta vite in orto,
che non ha palo ove s’appoggi o piante.
Sol la prima lanugine vi esorto
tutta a fuggir, volubile e inconstante,
e corre i frutti non acerbi e duri,
ma che non sien però troppo maturi.

10. Di sopra io vi dicea ch’una figliuola


del re di Frisa quivi hanno trovata,
che fia, per quanto n’han mosso parola
da Bireno al fratei per moglie data.
Ma, a dire il vero, esso v’avea la gola;
che vivanda era troppo delicata:
e riputato avria cortesia sciocca,
per darla altrui, levarsela di bocca.

11. La damigella non passava ancora


quattordici anni, et era bella e fresca,
come rosa che spunti alora alora
fuor de la buccia e col sol nuovo cresca.
Non pur di lei Bireno s’inamora,
ma fuoco mai così non accese esca,
né se lo pongan l’invide e nimiche
mani talor ne le mature spiche;

12. come egli se n’accese immantinente,


come egli n’arse fin ne le medolle,
che sopra il padre morto lei dolente
vide il pianto il bel viso far molle.
E come suol, se l’acqua fredda sente,
quella restar che prima al fuoco bolle;
così l’ardor ch’accese Olimpia, vinto
dal nuovo successore, in lui fu estinto.

13. Non pur sazio di lei, ma fastidito


n’è già così, che può vederla a pena;
e sì de l’altra acceso ha l’appetito,
che ne morrà, se troppo in lungo il mena:
pur fin che giunga il dì ch’ha statuito
a dar fine al disio, tanto l’affrena,

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che par ch’adori Olimpia, non che l’ami,
e quel che piace a lei, sol voglia e brami.

14. E se accarezza l’altra (che non puote


far che non l’accarezzi più del dritto),
non è chi questo in mala parte note;
anzi a pietade, anzi a bontà gli ê ascritto:
che rilevare un che Fortuna ruote
talora al fondo, e consolar l’afflitto,
mai non fu biasmo, ma gloria sovente;
tanto più una fanciulla, una innocente.

15. Oh sommo Dio, come i giudicii umani


spesso offuscati son da un nembo oscuro!
i modi di Bireno empii e profani,
pietosi e santi riputati furo.
I marinari, già messo le mani
ai remi, e sciolti dal lito sicuro,
portavan lieti pei salati stagni
verso Selandia il duca e i suoi compagni.

16. Già dietro rimasi erano e perduti


tutti di vista i termini d’Olanda
(che per non toccar Frisa, più tenuti
s’eran vèr Scozia alla sinistra banda),
quando da un vento fur sopravenuti,
ch’errando in alto mar tre dì li manda.
Sursero il terzo, già presso alla sera,
dove inculta e deserta un’isola era.

17. Tratti che si fur dentro un picciol seno,


Olimpia venne in terra; e con diletto
in compagnia de l’infedel Bireno
cenò contenta e fuor d’ogni sospetto:
indi con lui, là dove in loco ameno
teso era un padiglione, entrò nel letto.
Tutti gli altri compagni ritomaro,
e sopra i legni lor si riposaro.

18. Il travaglio del mare e la paura


che tenuta alcun dì l’aveano desta,
il ritrovarsi al lito ora sicura,
lontana da rumor ne la foresta,
e che nessun pensier, nessuna cura,
poi che ’l suo amante ha seco, la molesta;

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fur cagion ch’ebbe Olimpia sì gran sonno,
che gli orsi e i ghiri aver maggior noi ponno.

19. Il falso amante che i pensati inganni


veggiar facean, come dormir lei sente,
pian piano esce del letto, e de’ suoi panni
fatto un fastel, non si veste altrimente;
e lascia il padiglione; e come i vanni
nati gli sian, rivola alla sua gente,
e li risveglia; e senza udirsi un grido, fa entrar ne l’alto e abandonare il lido.

20. Rimase a dietro il lido e la meschina


Olimpia, che dormì senza destarse,
fin che l’Aurora la gelata brina
da le dorate ruote in terra sparse,
e s’udîr le Alcïone alla marina
de l’antico infortunio lamentarse.
Né desta né dormendo, ella la mano
per Bireno abbracciar stese, ma invano.

21. Nessuno truova: a sé la man ritira:


di nuovo tenta, e pur nessuno truova.
Di qua l’un braccio, e di là l’altro gira;
or l’una, or l’altra gamba; e nulla giova.
Caccia il sonno il timor: gli occhi apre, e mira:
non vede alcuno. Or già non scalda e cova
più le vedove piume, ma si getta
del letto e fuor del padiglione in fretta:

22. e corre al mar, graffiandosi le gote,


presaga e certa ormai di sua fortuna.
Si straccia i crini, e il petto si percuote,
e va guardando (che splendea la luna)
se veder cosa, fuor che ’l lito, puote;
né, fuor che ’l lito, vede cosa alcuna.
Bireno chiama: e al nome di Bireno
rispondean gli Antri che pietà n’avieno.

23. Quivi surgea nel lito estremo un sasso,


ch’aveano l’onde, col picchiar frequente,
cavo e ridutto a guisa d’arco al basso;
e stava sopra il mar curvo e pendente.
Olimpia in cima vi salì a gran passo
(così la facea l’animo possente),
e di lontano le gonfiate vele

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vide fuggir del suo signor crudele:

24. vide lontano, o le parve vedere;


che l’aria chiara ancor non era molto.
Tutta tremante si lasciò cadere,
più bianca e più che nieve fredda in volto;
ma poi che di levarsi ebbe potere,
al camin de le navi il grido volto,
chiamò, quanto potea chiamar più forte,
più volte il nome del crudel consorte:

25. e dove non potea la debil voce,


supliva il pianto e ’l batter palma a palma.
– Dove fuggi, crudel, così veloce?
Non ha il tuo legno la debita salma.
Fa che lievi me ancor: poco gli nuoce
che porti il corpo, poi che porta l’alma. –
E con le braccia e con le vesti segno
fa tuttavia, perché ritorni il legno.

26. Ma i venti che portavano le vele


per l’alto mar di quel giovene infido,
portavano anco i prieghi e le querele
de l’infelice Olimpia, e ’l pianto e ’l grido;
la qual tre volte, a se stessa crudele,
per affogarsi si spiccò dal lido:
pur al fin si levò da mirar Tacque,
e ritornò dove la notte giacque.

27. E con la faccia in giù stesa sul letto,


bagnandolo di pianto, dicea lui:
– Iersera desti insieme a dui ricetto;
perché insieme al levar non siamo dui?
O perfido Bireno, o maladetto
giorno ch’ai mondo generata fui!
Che debbo far? che poss’io far qui sola?
chi mi dà aiuto? ohimè, chi mi consola?

28. Uomo non veggio qui, non ci veggio opra


donde io possa stimar ch’uomo qui sia;
nave non veggio, a cui salendo sopra,
speri allo scampo mio ritrovar via.
Di disagio morrò; né che mi cuopra
gli occhi sarà, né chi sepolcro dia,
se forse in ventre lor non me lo danno

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i lupi, ohimè, ch’in queste selve stanno.

29. Io sto in sospetto, e già di veder parmi


di questi boschi orsi o leoni uscire,
o tigri o fiere tal, che natura armi
d’aguzzi denti e d’ugne da ferire.
Ma quai fere crudel potriano farmi,
fera crudel, peggio di te morire?
darmi una morte, so, lor parrà assai;
e tu di mille, ohimè, morir mi fai.

30. Ma presupongo ancor ch’or ora arrivi


nochier che per pietà di qui mi porti;
e così lupi, orsi, leoni schivi,
strazi, disagi et altre orribil morti:
mi porterà forse in Olanda, s’ivi
per te si guardan le fortezze e i porti?
mi porterà alla terra ove son nata,
se tu con fraude già me l’hai levata?

31. Tu m’hai lo stato mio, sotto pretesto


di parentado e d’amicizia, tolto.
Ben fosti a porvi le tue genti presto,
per aver il dominio a te rivolto.
Tornerò in Fiandra? ove ho venduto il resto
di che io vivea, ben che non fossi molto,
per sovenirti e di prigione trarte.
Mischina! dove andrò? non so in qual parte.

32. Debbo forse ire in Frisa, ove io potei,


e per te non vi vòlsi esser regina?
il che del padre e dei fratelli miei
e d’ogn’altro mio ben fu la ruina.
Quel c’ho fatto per te non ti vorrei,
ingrato, improverar, né disciplina
dartene; che non men di me lo sai:
or ecco il guiderdon che me ne dai.

33. Deh, pur che da color che vanno in corso


io non sia presa, e poi venduta schiava!
Prima che questo, il lupo, il leon, l’orso
venga, e la tigre e ogn’altra fera brava,
di cui l’ugna mi stracci, e franga il morso;
e morta mi strascini alla sua cava. –
Così dicendo, le mani si caccia

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ne’ capei d’oro, e a chiocca a chiocca straccia.

34. Corre di nuovo in su l’estrema sabbia,


e ruota il capo e sparge all’aria il crine;
e sembra forsennata, e ch’adosso abbia
non un demonio sol, ma le decine;
o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia,
vistosi morto Polidoro al fine.
Or si ferma s’un sasso, e guarda il mare;
né men d’un vero sasso, un sasso pare.

35. Ma lasciànla doler fin ch’io ritorno,


per voler di Ruggier dirvi pur anco,
che nel più intenso ardor del mezzo giorno
cavalca il lito, affaticato e stanco.
Percuote il sol nel colle e fa ritorno:
di sotto bolle il sabbion trito e bianco.
Mancava all’anne ch’avea indosso, poco
ad esser, come già, tutte di fuoco.

36. Mentre la sete, e de l’andar fatica


per l’alta sabbia, e la solinga via
gli facean, lungo quella spiaggia aprica,
noiosa e dispiacevol compagnia;
trovò ch’all’ombra d’una torre antica
che fuor de l’onde appresso il lito uscia,
de la corte d’Alcina eran tre donne,
che le conobbe ai gesti et alle gonne.

37. Corcate su tapeti allessandrini


godeansi il fresco rezzo in gran diletto,
fra molti vasi di diversi vini
e d’ogni buona sorte di confetto.
Presso alla spiaggia, coi flutti marini
scherzando, le aspettava un lor legnetto
fin che la vela empiesse agevol óra;
ch’un fiato pur non ne spirava allora.

38. Queste, ch’andar per la non ferma sabbia


vider Ruggiero al suo viaggio dritto,
che sculta avea la sete in su le labbia,
tutto pien di sudore il viso afflitto,
gli cominciaro a dir che sì non abbia
il cor voluntaroso al camin fitto,
ch’alia fresca e dolce ombra non si pieghi,

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e ristorar lo stanco corpo nieghi.

39. E di lor una s’accostò al cavallo


per la staffa tener, che ne scendesse;
l’altra con una coppa di cristallo
di vin spumante, più sete gli messe:
ma Ruggiero a quel suon non entrò in ballo;
perché d’ogni tardar che fatto avesse,
tempo di giunger dato avria ad Alcina,
che venia dietro et era ormai vicina.

40. Non così fin salnitro e zolfo puro,


tocco dal fuoco, subito s’avampa;
né così freme il mar quando l’oscuro
turbo discende e in mezzo se gli accampa:
come, vedendo che Ruggier sicuro
al suo dritto camin l’arena stampa,
e che le sprezza (e pur si tenean belle),
d’ira arse e di furor la terza d’elle.

41. – Tu non sei né gentil né cavalliero


(dice gridando quanto può più forte),
et hai rubate l’arme; e quel destriero
non saria tuo per veruna altra sorte:
e così, come ben m’appongo al vero,
ti vedessi punir di degna morte;
che fossi fatto in quarti, arso o impiccato,
brutto ladron, villan, superbo, ingrato. –

42. Oltr’a queste e molt’altre ingiurïose


parole che gli usò la donna altiera,
ancor che mai Ruggier non le rispose,
che de sì vil tenzon poco onor spera;
con le sorelle tosto ella si pose
sul legno in mar, che al loro servigio v’era:
et affrettando i remi, lo seguiva,
vedendol tuttavia dietro alla riva.

43. Minaccia sempre, maledice e incarca;


che Fonte sa trovar per ogni punto.
Intanto a quello stretto, onde si varca
alla fata più bella, è Ruggier giunto;
dove un vecchio nochiero una sua barca
scioglier da l’altra ripa vede, a punto
come, avisato e già provisto, quivi

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si stia aspettando che Ruggiero arrivi.

44. Scioglie il nochier, come venir lo vede,


di trasportarlo a miglior ripa lieto;
che, se la faccia può del cor dar fede,
tutto benigno e tutto era discreto.
Pose Ruggier sopra il navilio il piede,
Dio ringraziando; e per lo mar quieto
ragionando venia col galeotto,
saggio e di lunga esperienza dotto.

45. Quel lodava Ruggier, che sì se avesse


saputo a tempo tôr da Alcina, e inanti
che ’l calice incantato ella gli desse,
ch’avea al fin dato a tutti gli altri amanti;
e poi, che a Logistilla si traesse,
dove veder potria costumi santi,
bellezza eterna et infinita grazia
che ’l cor notrisce e pasce, e mai non sazia.

46. – Costei (dicea) stupore e riverenza


induce all’alma, ove si scuopre prima.
Contempla meglio poi l’alta presenza:
ogn’altro ben ti par di poca stima.
Il suo amore ha dagli altri differenza:
speme o timor negli altri il cor ti lima;
in questo il desiderio più non chiede,
e contento riman come la vede.

47. Ella t’insegnerà studii più grati,


che suoni, danze, odori, bagni e cibi;
ma come i pensier tuoi meglio formati
poggin più ad alto che per l’aria i nibi,
e come de la gloria de’ beati
nel mortai corpo parte si delibi. –
Così parlando il marinar veniva,
lontano ancora alla sicura riva;

48. quando vide scoprire alla marina


molti navili, e tutti alla sua volta.
Con quei ne vlen l’ingiurïata Alcina;
e molta di sua gente have raccolta
per por lo stato e se stessa in ruina,
o racquistar la cara cosa tolta.
E bene è amor di ciò cagion non lieve,

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ma l’ingiuria non men che ne riceve.

49. Ella non ebbe sdegno, da che nacque,


di questo il maggior mai, ch’ora la rode;
onde fa i remi sì affrettar per Tacque,
che la spuma ne sparge ambe le prode.
Al gran rumor né mar né ripa tacque,
et Ecco risonar per tutto s’ode.
–Scuopre, Ruggier, lo scudo, che bisogna;
se non, sei morto, o preso con vergogna. –

50. Così disse il nocchier di Logistilla;


et oltre il detto, egli medesmo prese
la tasca e da lo scudo dipartilla,
e fe’ il lume di quel chiaro e palese.
L’incantato splendor che ne sfavilla,
gli occhi degli aversari così offese,
che li fe’ restar ciechi allora allora,
e cader chi da poppa e chi da prora.

51. Un ch’era alla veletta in su la ròcca,


de l’armata d’Alcina si fu accorto;
e la campana martellando tocca,
onde il soccorso vien subito al porto.
L’artegliaria, come tempesta, fiocca
contra chi vuole al buon Ruggier far torto:
sì che gli venne d’ogni parte aita,
tal che salvò la libertà e la vita.

52. Giunte son quattro donne in su la spiaggia,


che subito ha mandate Logistilla:
la valorosa Andronica e la saggia
Fronesia e l’onestissima Dicilla
e Sofrosina casta, che, come aggia
quivi a far più che l’altre, arde e sfavilla.
L’esercit