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PROJECT

SANREMO

ISBN: 978-88-99947-57-6

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Via A. Fratti 18 – 18038 Sanremo (IM)
www.edizionileucotea.it
FRANCESCO BOER

LABIRINTO INTERIORE
FIABA PER ADULTI CHE HANNO PERSO L’ANIMA
Capitolo I

Se ripenso a ciò che ero un tempo mi pare di osservare un estraneo. La mia


vita era così banale e grigia, priva di stimoli e soddisfazioni, senza né scopo
né significato.
Quando era successo? Da giovane leggevo molto e mi allenavo
regolarmente nella squadra di atletica leggera del mio paese. Avevo grandi
speranze per il futuro. Avrei trovato un buon lavoro ed una bella ragazza, ci
saremmo sposati e saremmo andati a vivere in una bella casetta, con un
giardino ben curato, e poi avremmo fatto un figlio, e forse un altro ancora.
E poi è andata proprio così. Non avevo alcun diritto di lamentarmi, lo so,
specialmente se si pensa a tutti coloro che ancora oggi muoiono di fame
senza nemmeno un tetto sotto cui ripararsi.
Eppure ero sempre più insoddisfatto. Le giornate di lavoro erano
gradualmente diventate un tedio insopportabile. Avevo un impiego di tutto
rispetto, in un ufficio di una ditta affermata. La paga era buona e non ci si
spaccava certo la schiena di fatica. Cercavo di convincermi di esser fortunato.
C’è chi consuma la propria vita in fabbrica, con ritmi estenuanti fra
macchinari pericolosi. C’è anche chi è disoccupato e non sa come mantenere
la propria famiglia. Ma nessun ragionamento riusciva a persuadermi di essere
felice. Il capo ed i colleghi pren-devano sul serio questioni che a loro
sembravano della massima importanza ma che a me parevano futilità prive di
sostanza. Li osservavo con un certo distacco, mentre si affaccendavano
attorno a me con tutto l’impegno di cui erano capaci. Mi sembravano
scimmie ammaestrate, il numero di un circo di seconda categoria. Non
sapevo se ridere o piangere. Mi trovavo in mezzo a loro, ma avevo la
sensazione di essere lo spettatore di un incubo insensato, una farsa a cui però
gli attori credevano con tutta la loro convinzione.
Sulle prime mi sforzai di continuare a lavorare, ma capirete che questo
disincanto finì per compromettere la mia attività lavorativa.
Pian piano tagliai tutti i rapporti personali con i colleghi e mi chiusi in
ufficio, come dentro un sepolcro. Lasciavo le luci della stanza sempre spente
e le tende chiuse, perché anche la luce del sole mi dava fastidio. Quando era
troppo buio accendevo soltanto la lampada da tavolo, simile ad un lumino di
fronte ad una lapide. All’inizio cercavo di far passare il tempo distraendomi
su internet, ma poi mi ridussi semplicemente a fissare lo schermo del
computer, ogni giorno per otto ore al giorno, pensando solamente a quanto
desideravo tornare a casa.
Scoccava infine l’ora di timbrare il cartellino, ma quando arrivavo a casa
iniziava un nuovo ed ancor più crudele tormento giornaliero. Aspettavo ogni
giorno il momento di rientrare nella pace familiare, ma la gioia si guastava
non appena aprivo la porta.
Mia moglie mi salutava e i bambini mi correvano incontro per
abbracciarmi. Poveri, ce la mettevano tutta per tirarmi su di morale. Avevano
capito che c’era qualcosa che non andava, qualcosa che si era spezzato dentro
di me, nel profondo. Cercavano di salvarmi, ma io con loro ero gelido, arido,
odioso. Il fatto è che per me erano diventati degli sconosciuti. Osservavo il
loro viso e riconoscevo i loro lineamenti, collegavo ai volti un nome e dei
ricordi che un tempo erano stati felici ma che ora si erano fatti più amari della
morte. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo più a provare sentimenti nei loro
confronti. Né amore né odio, come quelle persone anonime che si incrociano
per strada e che ti scivolano oltre le spalle senza nemmeno lasciare una
traccia nella memoria.
Allora non vedevo l’ora che suonasse la sveglia per strapparmi dal letto in
cui passavo le notti a sudare senza chiuder occhio. Alla fine tornare in ufficio
significava una fuga da quella estenuante impostura domestica.
Sul lavoro le cose andavano sempre peggio. Le scadenze non venivano
rispettate, le urgenze rimanevano senza alcun riscontro, le email di sollecito
ed i rimproveri del capo non ricevevano da parte mia nessuna risposta. Tutti
pensavano che fossero affari della massima serietà, ma io mi accorgevo che
in fin dei conti non c’era in essi niente di importante. Anche se non li
seguivo, cosa cambiava? Le conseguenze mi sembravano ugualmente
assurde, spauracchi privi di una realtà concreta. Arrivavano sanzioni,
perdevamo clienti, e allora?
Non durò molto, ma non so quanto, perché avevo smesso di contare il
tempo. Le giornate scivolavano lente e stanche, tutte uguali e spente, come
foglie che cadono ad una ad una dai rami di un albero morto. Un giorno il
capo decise di licenziarmi. Era dispiaciuto, perché si ricordava di un tempo in
cui anch’io riuscivo a farmi coinvolgere dai loro miraggi. Ricordo la sua
bocca mentre si muoveva ed emetteva suoni che io non raccoglievo. Non
c’era collera nel suo sguardo, in quegli occhi che pure i miei colleghi
temevano come se fossero quelli di un dio. C’era piuttosto una certa
compassione nei miei confronti, ed anche una traccia di senso di colpa, come
se si vergognasse di lasciarmi andare senza aiutarmi. Aveva ragione, in fin
dei conti: stavo colando a picco, e se mi fossi aggrappato a qualcuno l’avrei
trascinato con me nell’abisso.
Capitolo II

Quella sera fatidica mi trovavo nel centro di Monfalcone. Non mi ricordo


come mai ero lì. Per quale motivo un uomo vorrebbe mai andare in un posto
così spaventoso?
Era novembre. La sera non era ancora calata, ma il sole non riusciva a
filtrare in quell’umidità schifosa, a metà strada fra la nebbia ed una pioggia
fina e freddissima. Il marciapiede sembrava un binario morto, schiacciato fra
le grigie pozzanghere ai lati delle strade e le buie vetrine di negozi ormai
chiusi da anni. Ero solo col traffico, che scorreva pesante ed infastidito, il
preludio di un infarto nelle arterie stradali.
In lontananza riecheggiava il fischio monotono ed insistente di un allarme
antifurto. Da quanto tempo stava suonando? Nessuno sembrava dargli bada.
A pensarci bene è sempre così.
Volevo tornare a casa, ma non sapevo come fare. Non ricordavo dove
avevo lasciato la macchina, anzi, non sapevo nemmeno come ero arrivato lì.
In quale via mi trovavo? Erano tutte così simili, vuote e prive di identità. Non
c’era nessun passante a cui chiedere indicazioni. Le macchine sulla strada
erano come scatole chiuse, roccaforti inaccessibili in cui l’individuo si
trincera, e forse scompare.
Fu allora che la vidi per la prima volta. Veniva dall’altro lato della strada,
passeggiando fra l’ingorgo di automobili con la stessa calma di chi cammina
in un prato fiorito. Era esile e pallida. Mi parve bellissima, anche sotto la luce
fredda e straniante dell’illuminazione pubblica, che trasforma in grigio il
calore della pelle. I capelli le scendevano sulle spalle come i rami di un salice
piangente. Non riuscivo a capire se erano di un biondo chiarissimo oppure del
tutto bianchi. Nonostante la sua bellezza, non provai alcuna attrazione
sessuale nei suoi confronti. Mi colse piuttosto una sorta di affetto fraterno,
come se quella donna dall’età indefinibile fosse stata una sorella che non
avevo mai conosciuto.
Era avvolta in un pesante scialle nero e la lunga gonna amaranto la copriva
fino alle caviglie. Posò i piedi nella pozzanghera fra la strada ed il
marciapiede, ma l’acqua non si mosse: nemmeno una libellula, quando sfiora
l’acqua, sa esser così leggera. Quando giunse di fronte a me mi sorrise, ma io
non trovai niente di meglio da dire se non: «Sto sognando?»
Mi guardò perplessa, forse anche delusa.
Ma io continuai a vaneggiare: «Se è un sogno, è confuso e noioso.» Indicai
con la mano i condomini fatiscenti di Monfalcone: «Questa città, schiacciante
come una trappola, mi pare piuttosto un incubo. Eppure tu sei così libera,
come se tutto questo cemento e questo asfalto e questa umidità non ti
sfiorassero nemmeno. Come se tu fossi altrove! Non puoi portarmi con te, in
un luogo nuovo dove il sole ed i colori non siano ancora spenti?»
Mi rispose, quasi rimproverandomi: «Molti si fanno un’i-dea distorta del
sogno. Credono che il mondo onirico sia un paradiso di fantasia sfrenata,
fatto di forme bizzarre e tinte sgargianti. Ma i sogni degli uomini, di fatto,
sono il più delle volte molto banali. Sono costruiti con materiale quotidiano e
dozzinale, e forse proprio questo li rende profondi e spaventosi. Non troverai
l’essenza del sogno nel chiasso di Dalì e Max Ernst, ma nei crepuscoli di
Grimshaw, o nella solitudine di Hopper.»
«Non sono d’accordo», obiettai.
«Che tu sia d’accordo o meno, non importa: il sogno verrà comunque ad
imporsi sulla tua volontà.»
«Ma se mi accorgo che sto sognando, non posso forse prendere io il
comando, e guidare il sogno come mi pare?»
«No, questo è un altro preconcetto errato. Non puoi comandare il sogno. Al
limite il sogno ti lascia credere di essere in comando, ma è una cosa ben
diversa. Se ti accorgi veramente di sognare vuol dire che ti sei svegliato, ma
in quel caso il sogno finisce. Ciò, ad ogni modo, risponde alla tua domanda.
Non stai sognando, perché da questo non puoi svegliarti.»
Un brivido freddo mi addentò la schiena: «Vuoi dire che... sono morto?»
Esitai, e poi: «Tu sei la Morte?»
Questa volta era proprio arrabbiata. Mi diede uno schiaffo: «Ma come ti
permetti?»
«Scusa, non volevo offenderti. È che ultimamente non sono più sicuro di
niente.»
«Che banalità: sei morto ma non ti sei ancora accorto di esserlo. Dev’essere
il rigurgito di qualche sciocco film americano che hai visto. No, non sei
morto, ma non sei neanche vivo. E non stai sognando, perché non dormi,
eppure non sei nemmeno sveglio. Sei in un limbo, un confine critico, più
pericoloso della morte stessa. Anzi, la morte al confronto sarebbe una
liberazione. Ma io posso aiutarti, anzi, sono venuta fin qui apposta per farlo.
E tu mi chiedi se sono la Morte! Te lo meriteresti, altroché.»
Capitolo III

Effettivamente dare della Morte ad una ragazza appena incontrata non era il
massimo dell’educazione.
«Ti chiedo scusa nuovamente. Ma dimmi, qual è il tuo nome?»
La sua bocca si piegò in un sorriso beffardo.
«Prima dimmi il tuo.»
Volevo risponderle, ma il fiato mi morì in gola. Come mi chiamavo? Esitai,
ma ad ogni secondo che passava la frustrazione si faceva sempre più penosa.
Infine mi arresi. «Non me lo ricordo.» Poi continuai, come una confessione,
come se ammettessi a me stesso una verità che fino ad allora non volevo
accettare. «Non ricordo nulla.» In quel momento tutto era scomparso, come
se quella nebbia di novembre avesse divorato la mia memoria,
confondendone le forme e sbiadendone i colori.
«Non ricordo nulla», ripetei.
«Non è vero», rispose lei.
«Ma che ne sai, tu? Chi sei? Mi conosci? Sai chi sono?». Rimase in
silenzio, e continuai. «Ho un’amnesia, non vedi? Aiutami, se puoi.»
«Ma che amnesia ed amnesia. Davvero, guardi troppi telefilm, quella roba ti
rovina il cervello. Non è vero che non ricordi nulla. La verità è ben peggiore:
non hai nulla da ricordare. Niente che abbia lasciato il segno, niente che
meriti davvero di rimanere impigliato nelle reti della memoria. Non è vero
che non ricordi più il tuo nome. Il fatto è che non ce l’hai proprio più. Il tuo
nome è appassito, perché non lo nutrivi come si deve, e ad un certo punto
dev’essere caduto. Ormai non c’è più niente da fare.»
«Non ho più un nome?» Per un istante ci pensai su, ma mi sembrava una
cosa assurda. «Beh, non mi sembra così grave...»
«Se fosse soltanto quello! L’anonimato è il sintomo di una condizione ben
più grave, anzi, la più grave di tutte: hai perduto l’anima.»
L’anima? La guardai perplesso. Mi sembrava una parola ormai fuori moda,
soppiantata da concetti meno romantici e più precisi. «Ma è davvero così
grave, si? In fin dei conti non so nemmeno bene che cosa sia, quest’anima.»
«Immagina che il tuo corpo sia una lucerna, una di quelle antiche, in
terracotta. La tua vita è l’olio contenuto in essa, e l’anima è la fiammella che
lo tramuta in luce e calore. Se la fiamma si spegne l’olio non si consuma più.
Perdi la possibilità di morire, ma è come se la tua vita si fermasse lì. La
tenebra inizia ad avvolgerti, e tutto ciò che ti circonda diventa opaco e grigio.
Non hai più alcun senso di appartenenza, ti senti estraneo a chiunque, persino
a te stesso. Non provi più gioia né dolore. Per te nulla ha più significato, e la
tua stessa esistenza ti appare come un insulso scherzo del destino, la recita di
un copione demente da cui però non riesci a sottrarti. Non è così?»
Non avevo la forza di ammetterlo, ma il mio silenzio era più eloquente di
qualsiasi risposta. Balbettai soltanto: «Io...»
«Anche “io” è un’esagerazione, nel tuo caso. Sei un’om-bra, un corpo privo
di anima, una scorza priva di contenuto. Pensi davvero di poter dire “io”,
nelle tue condizioni?»
Mi sarebbe venuto da piangere, ma non ero più capace nemmeno di quello.
Gli occhi rimasero aridi. La ragazza mi sorrise, tendendomi la mano. La
presi, come un bimbo che cerca la madre.
«Non temere, sono qui per aiutarti. Vieni.»
Non aggiunse altro, e si incamminò, sempre stringendomi la mano.
Scendemmo lungo la via e poi svoltammo a sinistra, in un vicolo secondario.
Proseguì trascinandomi fino all’in-crocio e poi girò di nuovo a sinistra. Dopo
alcuni metri svoltò di nuovo a sinistra, inforcando un’altra via secondaria.
Ero convinto che andando avanti saremmo tornati alla strada iniziale, ma
chissà come mi trovai in un luogo del tutto diverso. Questa strada era molto
più silenziosa, e gli edifici erano più nobili ed antichi.
La ragazza non mi diede spiegazioni, ma continuò a tirarmi per la mano.
Tre volte girammo attorno all’isolato, e tre volte giungemmo in un luogo
diverso, sempre più remoto nel tempo e distante dal mondo degli uomini.
Infine mi disse: «Ecco, siamo arrivati. Basta che oltrepassi quel ponte.»
Era un ponte stradale, che attraversava un corso d’acqua liscio e silenzioso.
Non c’erano automobili, già da tempo avevamo lasciato alle spalle il traffico
della città dei vivi. La nebbia, però, c’era ancora, e mi impediva di scrutare
l’altra sponda.
«Dove siamo? È il canale Valentinis?»
«Di là ritroverai la tua anima. Non posso dirti com’è fatta, ma quando la
incontrerai la riconoscerai al primo sguardo.»
Capitolo IV

«Mi accompagnerai anche oltre il ponte?»


«Dovrai andare avanti da solo, e ricorda, non devi assolutamente voltarti
indietro. Ma io ti seguirò, e ti starò sempre accanto.»
Iniziai l’attraversata, timido ed impaurito. Cosa mi aspettava sull’altro lato
del fiume? Il ponte era largo e solido, ma l’acqua di sotto era scura e
minacciosa. Scorreva lenta e pesante, come se fosse stata una melassa nera,
un miele corrotto e vischioso. Affrettai il passo. Il canale era più largo di
quanto pensassi.
Dopo una decina di metri notai che il manto stradale iniziava a deteriorarsi.
Nell’asfalto del ponte si aprivano buche che mostravano la superficie
sottostante, fatta di vecchie tavole in legno. Proseguendo le buche si facevano
sempre più frequenti, e l’asfalto si diradava fino a terminare del tutto. Più
avanti anche il legno mostrava segni di cedimento, qua e là si vedevano pezzi
di tavole marcie e buchi che lasciavano vedere la spaventosa acqua nera.
Avevo paura, la riva opposta ancora non si vedeva, ma ormai non potevo
tornare indietro.
Osservando i buchi notai che sotto il tavolato c’erano delle putrelle di
acciaio che sostenevano l’intera struttura. Decisi di camminare sopra di esse,
per evitare di mettere i piedi in fallo su un pezzo di legno marcio. Pian piano
anche le assi sane iniziarono a farsi sempre più rare, e la trama del ponte si
fece via via più esile, lasciando trasparire del tutto l’ordito d’accia-io.
Mi fermai e scrutai nella nebbia che avevo di fronte. Lì davanti non c’era
forse una luce, che filtrava a malapena nell’aria densa e grigia? Forse era
proprio la mia anima, che attendeva speranzosa oltre la riva.
Decisi di proseguire, anche se ormai dovevo camminare in equilibrio: del
ponte non erano rimaste che le travi d’acciaio. La riva però continuava a
sfuggirmi, ed oltretutto le putrelle andavano assottigliandosi man mano che
andavo avanti. Si fecero talmente sottili da diventare taglienti, tanto da
impaurirmi. Se continuava così, avrei perso prima la suola delle scarpe, e poi
i piedi.
E lì, tutto d’un tratto, persi l’equilibrio. Fu come se qualcuno mi avesse
spinto. Era la ragazza? Era ancora dietro di me?
Gridai mentre cadevo, ma fu un urlo breve. L’acqua mi inghiottì con un
abbraccio gelido e materno.
Capitolo V

L’acqua mi risucchiò come se avesse una propria forza, determinata a


trattenermi lì sotto. Non riuscire a respirare è una sensazione davvero
orrenda!
Cercai di trattenere il fiato, ma non durò nemmeno un minuto. L’acqua
schiacciava per entrare, come se pesasse più del piombo. Quando arrivai al
limite, spalancai la bocca per prendere fiato. Un riflesso istintivo, tanto antico
quanto inutile, perlomeno nella mia situazione. Quell’acqua perversa, densa e
nera, mi invase la gola, schiantò i polmoni e spinse verso il cuore, come se
volesse cingerlo d’assedio. Sentivo fin troppo vivamente i dolori
agghiaccianti del soffocamento. All’inizio mi agitai, preso dal panico, ma poi
mi accorsi che anche senza respirare rimanevo in vita.
Forse “vita” era un’esagerazione: non morivo, ecco. A pensarci bene, era un
esito ben peggiore. Sentivo l’agonia dell’apnea, senza fine, senza potermi
spegnere, senza la pietosa via di fuga della morte.
Mi guardai attorno, in cerca di un appiglio per sfuggire a quella lenta
corrente. Nonostante l’oscurità, l’acqua era pur sempre trasparente, e quando
i miei occhi si abituarono al buio iniziai a discernere forme e contorni. Tutto
era nero, ma ora lo distinguevo chiaramente: il canale era anche un deposito,
in cui venivano accatastate alla rinfusa tutte le cose ormai inutili e rotte che la
città allontanava da sé, nascondendole dalla vista. Ombrelli strappati, vecchie
biciclette, bottiglie vuote, lavatrici, borsette rubate, lampadine bruciate,
scatole, televisori con il vetro dello schermo spezzato, pezzi di giocattoli.
C’erano addirittura persone, persone buttate via, uomini-spazzatura: anziani,
stranieri, disadattati, ubriaconi. Qualcuno di loro aveva persino costruito una
casa, un riparo disperato fra l’immondizia. Notai che anche loro non
respiravano affatto. Avevano perso l’anima, come me?
Cercai di gridare, di chiamarli, ma l’acqua mi zittì e mi trascinò via. Il
canale era ampio, come se fosse un grande fiume di pianura. Ogni tentativo di
lottare contro la sua corrente era disperato e vano. Era come un vento che mi
spingeva in avanti, o forse era più simile al tempo, che oltre a trascinare ti
morde fino a sfinirti. Ma la ragazza dov’era? Mi aveva cacciato in questo
pasticcio e poi era scomparsa, abbandonandomi. Era rimasta sul ponte? Non
poteva davvero far nulla per salvarmi? Sì, forse era proprio lei che mi aveva
spinto.
In quell’abisso nero notai qualcosa di bianco che nuotava al mio fianco. Da
quanto tempo era lì?
L’osservai meglio: era lo scheletro di una tartaruga. Dal carapace ormai
scolorito faceva capolino un teschio con le orbite vuote, al posto delle zampe
spuntavano dei fragili ossicini. Mi parlò, ma senza usare la voce. Sentivo le
sue parole dentro di me, come un diapason che risuona in armonia con una
nota.
«Smettila di agitarti. Se ti opponi alla corrente non otterrai altro che
dolore.»
Cercai di rispondere, ma non sapevo né cosa dire né come dirlo. Appena
schiusi la bocca, l’acqua crudele entrò con rinnovata forza, sferrandomi un
pugno in gola.
«Ecco, vedi?» Continuò il chelone. «Smetti di combattere, lasciati andare.»
Forse era un araldo della Morte? Ogni sforzo era inutile, smettere di lottare
mi sembrò una tentazione sensata. Purtroppo non raggiunsi l’estrema
consolazione, ma la tartaruga aveva ragione. Il dolore cessò, o meglio, si
trasformò in una sensazione strana ma non del tutto sgradevole, come se un
fuoco freddo stesse cucinando quel che restava del mio corpo.
Capitolo VI

Pian piano la corrente iniziò a rallentare: probabilmente ero arrivato in mare


aperto, nel golfo di Panzano, oltre la Fincantieri ed il Lisert. L’acqua si era
fatta più limpida, ed ora scorgevo persino una timida luce che filtrava in
profondità. Quanto tempo era passato? Era già mattina?
C’era qualcosa che non mi tornava. I raggi di sole sembravano arrivare dal
basso. Già da un po’ mi ero reso conto di non esser sicuro di quale fosse la
superficie e di dove fosse il fondale.
Ora che la corrente si era calmata, avrei anche potuto riemergere e prendere
una boccata d’aria. Avevo però il timore che se avessi nuotato verso l’alto
non avrei mai raggiunto il cielo, ma mi sarei perso in una distesa di acqua
senza fine. No, dovevo scendere. Se c’era una via per rivedere il sole, passava
per forza di lì, attraverso quel fondale melmoso e sporco. Ma come fare? Non
potevo certo scavare in quel putridume.
Avevo ormai abbandonato ogni illusione, quando notai in lontananza la
sagoma di un pozzo. Non sembrava un oggetto morto, come gli altri che
avevo visto prima. Quelli erano spenti ed opachi, mentre la roccia di questo
era bianca e viva. Sì, un candore del genere non poteva che aver radici nel
mondo di sopra.
Raggiunsi il pozzo, nuotando verso il fondale con le mie ultime forze. Mi
aggrappai all’arco di ferro, e guardai nel cerchio di pietra. Lì, nel fondo,
brillava una luce. Era il riflesso della luna! Sembrava che alla base del pozzo
ci fosse dell’ac-qua, ma non aveva senso: ero già sott’acqua. Doveva per
forza essere il chiarore di una bolla d’aria.
L’idea di una boccata di ossigeno mi ridonò le forze. Nuotai
disperatamente, spingendomi dentro la bocca del pozzo, e giù nella sua gola.
Aria, finalmente! Non mi ero mai reso conto di quanto fosse bello respirare.
Ero confuso. Fino ad un secondo prima nuotavo a testa in giù, ma ora
quello che mi sembrava il basso era l’alto. Ma ormai non aveva nessuna
importanza. Finalmente ero uscito da quell’inferno liquido.
Quando passò l’euforia iniziale, mi resi conto che la mia situazione era
tutt’altro che rosea. Ero pur sempre in fondo al pozzo e dovevo ancora scalare
fino alla superficie. La pietra carsica era bagnata e consumata da secoli di
umidità, e fino all’uscita del pozzo c’era un salto di almeno cinque metri.
Infilai le mani nelle strette fessure che separavano una roccia dall’altra. La
pietra era fredda e scivolosa, come le scaglie di un pesce. Cercai in qualche
modo di arrampicarmi. Non ero salito nemmeno di un metro, quando il piede
mi scivolò, e caddi di schiena nell’acqua gelida e severa. Decisi allora di
togliere le scarpe, per avere una maggior presa sulla roccia: questa volta
giunsi quasi a metà salita, ma poi persi un’altra volta la presa ed il pozzo mi
inghiottì nuovamente.
A quel punto tolsi anche ciò che restava dei miei vestiti: erano bagnati e
pesanti, e l’acqua nera del canale li aveva resi viscidi come l’olio. Senza
quell’untuosa zavorra arrivai quasi alla cima, ma quando mancava appena un
metro le forze mi abbandonarono. Cadendo andai a sbattere contro le rocce
del pozzo, e lo schiaffo dell’acqua mi diede il colpo finale. Per poco non
persi i sensi. Riuscii a malapena a rimanere a galla.
Rimasi così, a mollo nell’acqua buia in fondo a quel buco ingordo. Non
riuscivo a pensare ad una soluzione, anzi, non riuscivo proprio a pensare. Poi,
improvvisamente, compresi il mio errore. Sfidavo il pozzo con un assalto
frontale, cercando di salire come se fosse stato una scala, o una palestra di
roccia. Era un approccio troppo semplice, troppo arrogante.
A ripensarci adesso possono sembrare pensieri del tutto illogici. Molto
probabilmente è così, ma quando si è immersi nel delirio l’assurdità si fa così
affascinante da convincere sin nel profondo.
Puntai i piedi contro le pietre, e spinsi fino a far aderire le spalle alla parete
dietro di me. Allargai le braccia, e iniziai a muovermi ondeggiando, salendo
in una lenta spirale. Le mani non afferravano più la pietra con un morso
aggressivo. Ora l’intero corpo l’assecondava, come una carezza. Quando
raggiunsi la superficie, provai quasi un senso di nostalgia nel separarmi dal
pozzo.
Capitolo VII

L’aurora mi risvegliò, trafiggendomi con i suoi raggi dorati. Ero ancora nei
pressi del pozzo. Appena uscito ero crollato di stanchezza e mi ero
addormentato così, nudo sotto le stelle, senza alcun riparo. La luce del
mattino mi entrava negli occhi ardendo dolorosamente, per cui mi trascinai
sul lato d’ombra del pozzo. Osservai i dintorni: un prato ai margini del bosco
ed una strada sterrata che portava ad un villaggio. Era un borgo piccolo e
povero, una manciata di vecchie case di pietra arroccate su una collina.
Non potevo rimanere molto. Ormai era mattina, e presto sarebbe venuto
qualcuno per attingere acqua dal pozzo. Chissà, forse venendo dal canale
avevo intorbidito quell’acqua, rendendola un micidiale veleno. È il coraggio
dell’incoscien-za: lanciano un secchio nell’abisso, ma non sanno a quali
oscure profondità si accostano.
Passai la mano fra i fili d’erba, per raccogliere la rugiada che li imperlava, e
poi la portai alla bocca, per bagnarmi le labbra. Quel briciolo d’acqua era un
dono del cielo e mi ridiede la forza necessaria per alzarmi in piedi ed
allontanarmi.
Comunque sia, non era certo il caso di farmi sorprendere da qualcuno nel
misero stato in cui mi trovavo. Decisi di allontanarmi dal villaggio e mi
incamminai stancamente.
Il paese era ad ovest, quindi iniziai a camminare in direzione opposta,
nonostante la tagliente luce di quel sole giovane e superbo.
Attraversai una radura in cui le capre al pascolo avevano divorato ogni
singolo filo d’erba. Quando mi videro scapparono terrorizzate, lanciando un
verso stridente, che pareva quasi un pianto umano. Giunsi in cima ad una
collina, e da lì ridiscesi sul declivio opposto, fino ad arrivare ad un ruscello
che costeggiai fino quando il sole fu alto nel cielo.
Colsi in lontananza un vociare giocoso, ed incuriosito volli cercarne
l’origine. In quel tratto il ruscello si infilava fra due colline, creando anse
tortuose in cui l’acqua si raccoglieva in pozze limpide e profonde. Sembrava
un tempio creato dalla natura stessa. Una purezza cristallina, protetta
gelosamente dai salici e dai rovi. Scostai la vegetazione per guardare meglio,
ma udii solamente un urlo di spavento, un coro di voci giovani e femminili.
Non riuscii a scorgere chi era che si bagnava in quelle acque. Chiunque fosse
stato, era scappato così velocemente da sembrare quasi un uccello palustre
che si leva in volo.
Peccato per loro, ma meglio per me. Potevo immergermi in
quell’incantevole pozza, senza nessuno che mi disturbasse.
L’acqua era fredda, ma incantevole. È strano, pensai: ero appena fuggito da
una tomba d’acqua, ed ora tornavo a desiderarla di nuovo, come se l’aria e la
terra ferma, in qualche modo, non mi appartenessero. Ma qui era del tutto
diverso, questa era un’acqua gentile e viva, liscia e delicata come una
preghiera sussurrata.
Mi abbandonai, lasciandomi avvolgere da quella pace suadente. La mia
tranquillità, però, non durò a lungo.
Capitolo VIII

Iniziò come una vibrazione appena percettibile, ma crebbe velocemente nel


ritmo incalzante di un cavallo al galoppo. L’eroe mi si parò di fronte
all’improvviso, scendendo con un balzo dal suo cavallo bianco,
elegantemente adornato da un drappo azzurro ricamato d’oro.
Il cavaliere si tolse l’elmo per farsi il segno della croce. Rimasi senza
parole: mi sembrò di essere di fronte ad uno specchio. Il paladino aveva il
mio stesso volto. I lineamenti, l’espressione, lo sguardo, ogni dettaglio era in
tutto e per tutto identico. L’unica differenza era quella sorta di chiarore che
sembrava illuminarlo da dentro. Il mio viso già da tempo era adombrato da
un’amara consapevolezza, ed ora si era ormai incrinato in una confusa
oscurità. L’eroe invece era risoluto e convinto, era sicuro di ciò che doveva
compiere e sapeva bene come l’avrebbe eseguito.
Mi illusi che mi avrebbe aiutato a scoprire chi ero, o per lo meno cos’ero
diventato. «Chi sei? Sai chi sono?»
«Sei un vile drago, e fra poco morirai. Non ti serve sapere chi sono.»
Sguainò la spada e la puntò verso di me. I suoi occhi non tradivano la
minima traccia di pietà o di compassione. Che colpa avevo commesso per
meritarmi tanto odio?
Il cavaliere credeva fermamente di essere dalla parte del bene, ed era
altrettanto convinto che io fossi un’incarnazione del male, ma evidentemente
c’era un equivoco. Nel petto sentivo la paura mescolarsi alla collera. Cercai
di farlo ragionare: «Aspetta, ti stai sbagliando, non sono un drago.»
Questo, almeno, è quel che avrei voluto dirgli. Quando aprii la bocca mi
salì invece un urlo ancestrale, dal profondo, un ringhio così cupo che pareva
provenire direttamente dagli inferi. Il guerriero accettò la sfida e balzò verso
di me, menando un fendente con tutta la sua forza. Levai il braccio, cercando
in qualche modo di proteggermi. Mi aspettavo che la lama mi fracassasse le
ossa o che addirittura amputasse l’avambraccio. Con sorpresa e sollievo mi
accorsi invece che ero riuscito a parare il colpo, rimanendo del tutto indenne.
Guardai attonito il mio braccio. Era intero, sì, ma la pelle era completamente
annerita e ricoperta di scaglie. Quand’era diventato così? Ma non era soltanto
il braccio: l’intero corpo era ricoperto da quella pelle oscura e fredda, dura
come l’acciaio. Non mi ero accorto di questa schifosa trasformazione. Chissà,
forse avevo cambiato pelle già prima di uscire dal pozzo.
Il cavaliere, intanto, continuava a tempestarmi di colpi. La mia scorza dura
non aveva minimamente smorzato il suo entusiasmo.
«Tu sei il male», tuonò, «la marea nera che sale dall’abis-so per sovvertire
la pace del nostro mondo!»
Continuai a difendermi, ma in breve il suo zelo iniziò a stufarmi. Pensai:
«Se davvero sono un drago come costui sostiene, forse sono anche in grado
di sputare fuoco.»
Spalancai la bocca e soffiai con tutta la mia forza, ma non furono fiamme
ad uscire dalle mie fauci, bensì una nube torva e densa come caligine. La
riconobbi immediatamente: era la stessa morte stanca e rassegnata che mi
aveva avvolto nel fondo del canale, la fine ingloriosa di quel mondo buio e
bagnato.
Il cavaliere morì sul colpo. Non ebbe nemmeno il tempo di esalare un
ultimo lamento. Il veleno lo stroncò con la forza e la velocità di un fulmine.
La furia distruttiva continuò però ad imperversare anche dopo la sua morte. Il
gas continuava a corrodergli la carne, come se fosse un acido diabolico. In
breve le sue ossa rimasero del tutto spolpate, poi persino queste si
sbriciolarono, lasciando una chiazza di polvere sporca e sottile.
Il cavallo dell’eroe galoppava distante e non aveva alcuna intenzione di
fermarsi. Evidentemente aveva avuto l’accor-tezza di darsela a gambe non
appena il combattimento era iniziato.
La pozza d’acqua, che prima era così pura e verginale, era ora ridotta ad un
acquitrino laido, un morbo liquido esiziale e contagioso. Delle piante che lo
contornavano non restava che una poltiglia color cenere.
Il cavaliere era persuaso che io fossi il male. Lo avevo colpito per
difendermi, convinto del contrario, ma ora che avevo vinto non ne ero più
così sicuro. Un uomo senz’anima: non è forse la definizione stessa di “male”?
Anche gli uomini che possiedono un’anima, in fin dei conti, sono
pericolosamente vicini all’ingiustizia e alla corruzione. Figuriamoci un
guscio vuoto, com’ero io! Lì giaceva la prova che mi incolpava. Non avevo
forse distrutto quell’essere di luce, quell’eroe giusto ed intransigente come un
angelo antico?
Il veleno del mio alito sembrava non aver requie. Dopo aver sbriciolato il
corpo del cavaliere iniziò a corrodere la sua armatura d’oro.
Da quel cumulo di limatura metallica mista a schegge di ossa trapelava un
riflesso brillante che attirò la mia attenzione. Infilai la mano fra la polvere e
nei tirai fuori una catena esile ma pesante, come se sotto la ruggine che la
ricopriva si celasse una solida tenacia.
Decisi di tenerla con me. Non so se fu per avidità, o per serbare qualcosa di
concreto che mi ricordasse costantemente il mio crimine. Forse entrambe le
cose. Siccome ero nudo e non sapevo dove riporla, decisi di avvolgerla
attorno al collo. Non servì nemmeno annodarla o fissarla in altra maniera. La
catena rimase avvinta come un serpente che stringe le sue spire sul ramo di
un albero.
Capitolo IX

Portavo nel petto la distruzione, violenta ed insensata, eppure fuggivo


impaurito dalla devastazione che mi lasciavo alle spalle.
La traccia del mio cammino si incideva nel paesaggio come una lunga e
macabra scia. L’erba che calpestavo si seccava ed ingialliva, gli alberi a cui
mi avvicinavo perdevano le foglie. Passeri e merli si alzavano in volo,
fuggendo da me quando ancora ero distante da loro, come se avvertissero
istintivamente un pericolo mortale. Attorno a me, e dentro di me, regnava la
solitudine più dura.
Camminai per giorni in questo deserto di mia creazione. Non mangiavo né
bevevo nulla, ma non sentivo né sete né fame, e ciò mi terrorizzava più della
morte stessa.
Man mano che proseguivo le colline si erano fatte più aspre ed inospitali.
La prateria cedeva gradualmente il passo ad una macchia di arbusti ed
alberelli, che copriva la visuale e rendeva incerto il cammino. Avrei potuto
distruggerli, solamente sfiorandoli, ma mi rifiutai di farlo. Sentivo che ad
ogni rovina esteriore che provocavo corrispondeva una ferita sempre più
grave dentro di me.
Non mi restava dunque che aggirare gli ostacoli, anche a costo di perdermi.
In fin dei conti il mio vagare non aveva alcuna direzione. Ma poi, perché
continuavo a camminare? Non certo per raggiungere una meta. Piuttosto,
fuggivo da qualcosa che non volevo affrontare, una realtà che non riuscivo ad
accettare.
Questo mio contorto vagare mi aveva infine portato in una valle fredda ed
umida. I ripidi versanti ostacolavano la luce del sole ed anche a giorno
inoltrato gravava su quel luogo un’ombra pesante, come una sera d’autunno.
A mezza costa c’era un antro, una rientranza scavata dall’acqua nella roccia
grigia e scura. Qualcuno aveva costruito in quell’anfratto un riparo povero e
precario, fatto di pietre e tronchi d’albero. Da un buco nel tetto si alzava un
filo esile di fumo.
Rimasi ad osservarlo a distanza. Avevo bisogno di riposo ed un rifugio del
genere faceva proprio al mio caso. Se però al suo interno ci fosse stato
qualcuno, l’avrei senza dubbio ucciso, anche avvicinandomi soltanto.
Mentre riflettevo sul da farsi, vidi un uomo uscire da quel tugurio. Era
anziano, debole e malfermo, ormai privo di capelli, ma con una barba lunga,
bianca e rovinata. Addosso portava uno straccio ormai consumato dagli anni
e dalla muffa. Mi salutò agitando la mano. Non mostrava alcuna paura, anzi,
mi sembrò quasi che mi stesse aspettando.
«Vieni, fuori fa freddo. Non ho molto da offrirti, ma puoi almeno scaldarti
accanto al fuoco.»
Era da giorni che non parlavo con qualcuno. All’inizio rimasi in silenzio.
Temevo che aprendo la bocca ne sarebbe uscito nuovamente un ringhio
spaventoso. Poi risposi, cercando per quanto possibile di controllarmi: «Non
posso. Porto con me la morte. Se mi avvicinassi per te sarebbe la fine.»
Il vecchio non badò al mio avvertimento, ma anzi si mosse verso di me con
passi lenti e stentati. Avrei potuto allontanarmi, ma rimasi fermo lì, come
incantato dalla sicurezza d’animo che guidava il gracile corpo di quell’uomo.
Mi raggiunse e mi mise una mano sulla spalla, con un gesto paterno.
«Visto? Non c’è nulla da temere. Vieni. In questa valle il gelo regna per
tutto l’anno, e tu non hai alcun vestito.»
Rimasi senza parole. Quell’uomo sembrava così fragile, eppure in qualche
modo era immune al mio veleno. Decisi di seguirlo ed entrai nel suo rifugio.
Compresi subito che l’anziano era un eremita. Il suo romitorio era misero e
stretto. Sul pavimento non c’era che un sasso, che doveva servire come sedia
durante il giorno e come duro guanciale per le notti. In un angolo era stata
ricavata una nicchia, in cui bruciava un fuoco stentato alimentato da rami
secchi. Nella pietra sopra l’incavo, posta come una piccola architrave, era
stata scolpita rozzamente una piccola croce a braccia uguali, iscritta dentro un
cerchio.
«Quello è il mio altare ed il mio focolare», disse l’uomo quando notò che
osservavo la fiamma. «È lì che brucio le mie preghiere. Avvicinati pure,
scaldati.»
«Tu sei un uomo di Dio, vero?»
L’anziano annuì con fare serio.
«Allora io e te siamo nemici. Io sono il male incarnato.»
«Ti sbagli: il bene non è l’opposto del male.»
La sua risposta mi spiazzò. «Cosa intendi?»
«Gli uomini si chiedono spesso: perché Dio, se è veramente buono, tollera
il male? Se davvero è onnipotente, come può lasciare che esista il male? Ma
forse è proprio questa la bontà di Dio. Se non tollerasse il male, secondo me,
non esisterebbero proprio gli uomini. La severità priva di misericordia
sarebbe insostenibile anche per il santo più puro.»
«Quindi, anche se mi biasimate, mi lasciate in vita lo stesso? Eppure ho
incontrato un cavaliere che non era dello stesso parere. Anch’egli era
religioso: prima di cercare di uccidermi si è fatto il segno della croce.»
«Ostentare di essere religiosi è ben diverso da essere veramente religiosi.
Gli uomini giudicano il prossimo, e così credono di essere più giusti di Dio
stesso. In realtà criticare gli altri è un modo per distogliere lo sguardo da se
stessi e dalle proprie colpe. Vedi, è anche per colpa di questa diffusa ipocrisia
che il popolo si allontana sempre di più dalla fede.»
«Ma quindi, tu non combatti il male? Lo lasci agire così com’è?»
«No, non lo combatto, ma non lo lascio nemmeno agire indisturbato.
Diciamo che tento di curarlo, ecco.»
«Ma quale salvezza può esserci, per me?»
«Tu non sei il male. Però è vero che il male ti possiede. Il male ti ha in
pugno.»
Smise di parlare, e mi fissò a lungo, come per studiarmi. Infine mi disse:
«Chi ti ha dato quella collana crudele, che ti azzanna la gola?»
«Era dell’eroe che ha cercato di uccidermi. Gli ho reso pan per focaccia, e
questo è il bottino della mia vittoria.»
«Capisco, capisco. Quel cavaliere era un’incarnazione del giudizio, la legge
che stabilisce chi è buono e chi è malvagio. Ti sei ribellato alla sua
imposizione, ma poi l’hai assunta dentro di te, come una voce tormentosa che
ti biasima in continuazione. È normale che tu sia così cupo e contaminato, ti
pare?»
«Quindi devo smettere di tormentarmi? Devo disfarmi della catena?»
«No, anche questa sarebbe una scelta irta di pericoli. Lascia che ti aiuti.»
Schioccò la lingua, come se stesse chiamando un animale. La catena allentò
la presa, e si avventò contro l’eremita, come un serpente che attacca la preda.
Il sant’uomo però la prese al volo e la lanciò sul fuoco con un colpo secco
della mano.
«Riposa, adesso. La notte sarà lunga, e io ho molto lavoro da fare.»
Mi prese un capogiro e la luce sfuggì dai miei occhi. Per quanto lottassi,
non riuscivo a rimanere sveglio. Prima di abbandonarmi al sonno, vidi il
vecchio chinato sul fuoco. Recitava alle fiamme una strana preghiera, una via
di mezzo fra una concitata supplica ed una violenta lotta.
Capitolo X

L’eremita mi scosse dal sonno, ma era ancora molto buio.


«Qui l’alba è poco più di una penombra», disse indicando l’uscio del suo
rifugio.
Mi alzai a sedere. Dopo aver dormito tutta la notte sulla roccia nuda,
sentivo il gelo fin dentro le ossa.
«Perché ti ostini a vivere in questo postaccio?»
Il vecchio sorrise, e mi mostrò il risultato del suo lavoro notturno: «È nei
luoghi più disperati che si possono trovare i tesori più preziosi.»
Nell’ossuta e pallida mano stringeva una catena d’oro. Scintillava anche in
quel pallido crepuscolo, come se brillasse di luce propria.
«È la catena che mi stringeva il collo? Prima era del tutto arrugginita. Ma
com’è possibile che l’oro si ossidi in questo modo?»
«Hai ragione, la ruggine non viene prodotta dall’oro. Questa è una
costrizione esterna, una vile prigione che teneva rinchiuso il metallo nobile.
Liberarlo non è stato facile.»
Mi consegnò la catena. Si muoveva ancora, come se fosse viva, ma ora era
molto più docile. Salì avvitandosi lungo il braccio, e tornò ad avvolgermi il
collo. Non era più un giogo stretto e pesante, ma una protezione calda e forte.
«Ora la violenza autodistruttiva che ti avvolgeva come una tempesta si è
acquietata. Potrai avvicinarti anche ad altri uomini, senza ferirli o ucciderli.»
Ringraziai l’eremita, ma egli si affrettò a minimizzare.
«Ho fatto quel che potevo, ma c’è ancora molto lavoro. Voltati e mostrami
la schiena.»
Mi girai, e mi passò la mano sulle vertebre.
«Vedi? La spina dorsale è spezzata. Cinque o sei fratture.»
Mi sembrò impossibile: se era vero, come facevo a camminare? Come
facevo a rimanere in vita? Poi mi ricordai che non ero del tutto vivo.
«Dev’esser stato nel pozzo, quando sono caduto.»
«Già, una caduta», disse l’anziano con fare pensoso. Poi aggiunse: «Ma
questo è il meno. Il vero disastro è che non hai un cuore. Senti!»
Mi prese la mano, e me la pose sul petto. Nessun battito, nessun ritmo,
solamente un silenzio opprimente come una sconfitta.
«Se il cuore si fosse semplicemente fermato, avrei potuto riavviarlo con una
preghiera», disse con tono grave l’eremita. Poi rimase in silenzio, come per
farmi comprendere che il problema era al di sopra della sua portata.
«Ma sei sicuro che non ci sia proprio?»
«Sì, altrimenti sarei in grado di sentirlo, anche se non batte. Qualcuno deve
averlo rubato, oppure ti è scivolato via pian piano, come la sabbia di una
clessidra.»
«Ma non si può proprio rimediare?»
«Non qui, fra queste montagne. Non ho gli strumenti necessari per questa
complessa operazione, che è sia corporea che spirituale. Però puoi rivolgerti
ai miei confratelli, nel convento di Monrupino. È ad est di qui, oltre il mare
della Cernizza. Non serve che tu gli dica nulla, capiranno non appena ti
vedranno.»
Si mise dunque a spostare con fatica una grossa pietra alla base della parete.
Copriva una rientranza, da cui il vecchio cavò un cencio di tela ruvida e
stinta.
«È il vestito del pellegrino. Tienilo, te lo dono. Così non dovrai camminare
nudo, e con il cappuccio potrai coprire la fosca pelle del tuo volto.
Indossai quel saio da penitente. Potevo capirlo benissimo: non era
semplicemente un vestito con cui coprirsi, ma era il simbolo di una
condizione umana, di un impegno preciso. Ora il mio cammino aveva
finalmente una meta.
Capitolo XI

Il colle saliva con un falsopiano costante, per poi terminare bruscamente in


un baratro, un imponente faraglione che costeggiava a perdita d’occhio lo
sconfinato mare verde. Quello che chiamavano il “mare della Cernizza” era
in realtà un bosco, millenario e vastissimo. Per attraversarlo a piedi ci voleva
una settimana di cammino, ma i sentieri intrecciati fra i suoi alberi erano
tortuosi come un labirinto, ed i pericoli che nascondeva erano così tanti e
micidiali che nessuno si sognava di metterci piede.
La via più semplice per arrivare all’altra sponda del mare era noleggiare un
catamarano.
Dal precipizio erano sospesi alcuni moli, ponti di legno appoggiati
precariamente sulla roccia, protesi verso le chiome degli alberi. In quel porto
sospeso le imbarcazioni attendevano i viaggiatori.
Mi diressi vero la barca più vecchia e trasandata. Non avevo il becco di un
quattrino, e se dovevo elemosinare un passaggio, non potevo certo
permettermi di scegliere un’imbar-cazione lussuosa.
Il catamarano era piccolo e malmesso, ma aveva un certo fascino, come
quegli oggetti che dall’uso quotidiano ricevono assieme alla consunzione
anche una certa nobiltà. Si sarebbe detto che anche l’equipaggio condivideva
la stessa sorte: uomini segnati dal lavoro, fin nel profondo, al tempo stesso
modesti e fieri della loro vita.
I lunghi e leggeri scafi di legno erano arcuati come una falce, per meglio
adattarsi alle fitte fronde del bosco. I passeggeri e le merci venivano sistemati
sul ponte che univa le due lame, mentre l’equipaggio si sistemava sugli scafi,
dotati ognuno d’una vela indipendente.
Il capitano era un ragazzo giovane e magro. La fame aveva asciugato il suo
volto, come fa il vento con la roccia delle montagne. Doveva essere
un’erosione giornaliera, durata anni. Non ne aveva rovinato i lineamenti, ma
al contrario aveva portato alla luce la sua essenza. Era spiazzante trovarsi a tu
per tu con una persona che rivelava sul volto la sua anima, invece di
soffocarla d’inganni come si fa di solito.
Lo guardai negli occhi, e non feci in tempo a chiedergli nulla.
Indicò il vestito che mi aveva donato l’eremita, e con un gesto mi invitò ad
avvicinarmi.
«Tu sei un pellegrino, vero? Sali, partiremo fra poche ore.»
Esitai, ma poi il capitano aggiunse: «Non preoccuparti, non dovrai pagare
nulla.»
«Ti ringrazio. Se possibile cercherò di darvi una mano lavorando anch’io.»
L’uomo di mare accettò con un sorriso la mia proposta, e mi indicò alcune
casse da caricare sul ponte della barca. Il catamarano, appresi, era di classe
mercantile, ed io ero l’unico ospite che avrebbe tenuto compagnia ai marinai
durante il viaggio.
Quando il carico fu completamente issato a bordo, il capitano diede l’ordine
di sciogliere gli ormeggi e di issare le vele.
L’imbarcazione iniziò il viaggio con uno strattone, come se fosse un cavallo
che troppo a lungo aveva morso il freno, ed ora era ansioso di sfogarsi.
Il vento scuoteva le chiome degli alberi e la superficie del bosco era
tormentata ed inquieta. Il suo movimento continuo ricordava a tutti gli effetti
le onde di un mare. Gli scafi del catamarano sapevano però tagliare e domare
i sussulti del bosco. Il viaggio filava liscio e veloce.
Il capitano mi spiegò che lì, in mare aperto, l’altezza degli alberi superava i
cento metri. Sono lecci secolari, o forse millenari, sostenne con un certo
orgoglio, come se in qualche maniera quel vanto lo coinvolgesse in prima
persona.
Gettammo l’ancora quando ancora il sole non era calato.
«È meglio non navigare, di notte», mi spiegò uno dell’e-quipaggio. «Ci
sono pericoli che non si possono vedere finché non è troppo tardi. Però se si
rimane fermi e si accendono le fiaccole attorno alla barca, possiamo dormire
sogni tranquilli.»
«Ma non è ancora presto? Abbiamo ancora un paio d’ore di luce.»
«Certo, ma dobbiamo procurarci da mangiare!»
L’equipaggio si procacciava i pasti tuffandosi nelle profondità di quel mare
vegetale. Raccoglievano quel poco che il bosco offriva loro: in massima parte
ghiande di leccio, con cui ricavavano una farina grezza ed insipida. La
usavano per cucinare delle focacce dure e spugnose. Una parte la tostavano al
fuoco, usandola poi come un amarissimo surrogato del caffè.
I tuffatori si legavano con una corda all’albero della nave, e si lanciavano
fra le fronde, con l’agilità di un uccello selvatico.
Offrii il mio aiuto per la raccolta di cibo, ma il capitano intervenne e mi
consigliò di riposarmi: mi aveva assegnato il terzo turno di guardia durante la
notte.
I tuffatori risalirono alla superficie, con una gerla piena di ghiande. Le
macinarono con una piccola mola in pietra e poi le passarono al setaccio.
Impastarono la farina con l’acqua, attinta con parsimonia dalle riserve, infine
cucinarono la focaccia su una pietra arroventata.
Cenammo tutti assieme, seduti in circolo come fratelli. Da quant’era che
non mangiavo qualcosa? La focaccia placava la fame ma era insipida e dura.
Ringraziai i marinai per il pasto, ma non seppi trattenere la curiosità: «Il
viaggio non è poi così lungo. Come mai non vi portate riserve di cibo dalla
terra ferma?»
«Hai ragione, il cibo che il bosco offre non è certo una prelibatezza. Ma
portare vivande da riva è pericoloso. Nel bosco abitano forze selvagge ed
animali feroci. Sentono gli odori a miglia di distanza. Non è certo il caso di
attirarli verso la barca.»
Avevano un timore quasi religioso del mare verde. Eppure durante il
viaggio non s’era visto nulla, se non una distesa sconfinata di rami e foglie.
Anche quella notte, durante il mio turno di guardia, non vidi traccia dei
pericoli che secondo l’equipaggio si agitavano sotto le chiome degli alberi.
Gli altri dormivano, ed io rimasi da solo ad ammirare quel paesaggio
incantato. La luce della luna calante lasciava trapelare la silenziosa distesa
delle stelle. La massa nera del bosco invece si muoveva in continuazione
sotto i colpi del vento, come se non conoscesse pace.
Capitolo XII

Il secondo giorno di navigazione filò liscio, nonostante una fitta pioggia che
dal primo pomeriggio si trascinò fino a sera. Per fortuna le foglie del leccio
sono sufficientemente cerose ed impermeabili. Se così non fosse le fronde si
piegherebbero sotto il peso delle foglie bagnate, facendo incagliare lo scafo.
La seconda guardia notturna fu più dura da sopportare. L’aria era umida e le
nubi velavano il cielo, colorando la luce lunare di un rosso cupo e spettrale.
Il terzo giorno il capitano mi chiese di dare una mano agli altri nella ricerca
di cibo. Mi legarono la cima di sicurezza attorno alla vita. Ero nervoso, ma
ormai mi sentivo parte dell’e-quipaggio e non potevo certo rifiutarmi di
contribuire. Saltai assieme agli altri, lanciandomi dal bordo dello scafo,
scivolando fra le foglie per poi aggrapparmi al primo ramo in grado di
reggere il mio peso.
Sotto la superficie il mare verde era del tutto diverso. La chioma degli
alberi ricordava la volta di una grotta, e la luce che filtrava dalle fronde
donava a quello spazio un’atmosfera sacra, la stessa tinta dorata che nelle
cattedrali si infonde dalle vetrate.
Il resto dell’equipaggio che era rimasto a bordo si occupava di tener tesa la
corda di sicurezza, per evitare che si impigliasse e per facilitare i salti di ramo
in ramo, che richiedevano una certa agilità a cui francamente non ero
abituato.
Per riempire la gerla di ghiande ci voleva pazienza, ma era un lavoro
piacevole. La chioma degli alberi trasmetteva un senso di sicurezza, come un
abbraccio protettivo. L’abisso vertiginoso che attendeva in agguato sotto i
miei piedi non cessava però di inquietarmi. Guardai verso il basso: i tronchi
degli alberi ricordavano un possente colonnato. Non riuscivo però a
scorgerne la base. Il suolo del bosco era ammantato nell’oscurità, e lì sulla
cima degli alberi pareva quasi di essere sospesi in una bolla di tenue luce
sopra un tenebroso vuoto.
Fu allora che scorsi con la coda dell’occhio un piccolo nido d’uccello,
intessuto con rametti e muschio sulla biforcazione d’un ramo. Dentro la
coroncina del nido c’erano tre piccole uova, raccolte e protette come pietre
preziose in un castone. Raggiunsi con un salto la base del ramo e tenendomi
in equilibrio con la corda vi camminai sopra, fin dove riusciva a reggere il
mio peso. Il nido era lì, a portata di mano. Forse era crudele voler rubare
quelle piccole uova, ma l’idea di mangiare per il terzo giorno di fila la
focaccia di ghiande mise a tacere ogni scrupolo morale.
Mi misi a cavalcioni sul ramo e cercai il più possibile di sporgermi,
tendendo le mani verso il nido. Il ramo si ruppe senza nessun preavviso e la
corda di sicurezza si strinse attorno al corpo, soffocandomi. Anche la corda,
però, mi tradì, spezzandosi un istante dopo con uno schiocco improvviso.
Cadevo all’indietro, dando la schiena al suolo. Guardai gli altri ragazzi, che
un istante prima raccoglievano il cibo assieme a me, ed ora scivolavano
distanti, con una velocità inaudita. Non mi venne nemmeno in mente di
urlare.
Capitolo XIII

Mi risvegliai lentamente, un passaggio sofferto dall’inco-scienza alla


veglia. Non riuscivo a muovere le gambe o le braccia, né ad alzare il collo.
Nella caduta dovevo essermi rotto più di un osso, ma questo non mi
spaventava: tanto senz’a-nima non potevo morire. E poi l’eremita non aveva
forse detto che la mia spina dorsale era già fratturata?
Mi meravigliai di questa assenza di spavento, che comunque era ben
diversa dal coraggio. Mi chiesi se non fosse anch’essa un sintomo della
mancanza d’anima.
Rimasi così, disteso, per ore ed ore. Mi accorsi che il fondo del bosco, che
dall’alto pareva avvolto in un’oscurità impenetrabile, era in realtà soffuso di
luce, un lume timido e quasi impalpabile, ma non per questo meno ricco di
colori. C’era il verde in tutte le sue sfumature, dallo smeraldo del muschio al
pastello dei funghi che ricoprivano i tronchi marci. C’era il timido viola
dell’epatica, il giallo intenso della primula e quello più pallido dell’elleboro.
Il suolo, coperto dalle foglie cadute, sembrava un intarsio di legni preziosi.
Mi chiesi se questa mia caduta non fosse un passo indietro, il ritorno ad uno
stadio precedente del mio cammino. Non ero forse sprofondato nel mare
verde, proprio come prima ero precipitato nelle buie acque del canale?
Ma pur essendo in qualche modo simili, i due luoghi non potevano essere
più diversi. Lì la corrente impetuosa schiacciava ogni cosa in una cupa
putrefazione; qui la quiete ed il silenzio lasciavano germogliare la vita. Nel
bosco il tempo mostrava il suo volto benevolo, la sua lenta benedizione.
Anche qui c’era la morte: foglie secche, alberi caduti. Non era però
l’immagine di una fine angosciosa, ma il punto di un grande ciclo di
trasformazione continua, una transizione che apparteneva alla vita stessa.
Siccome non riuscivo a muovermi, mi misi ad osservare nel dettaglio un
enorme tronco che giaceva a pochi passi da me. Doveva esser caduto ormai
mesi, forse anni fa. Era un vero e proprio mondo in miniatura, un’esplosione
di vita. Licheni e muffe lo ricoprivano come un sottile ricamo, e sul suo legno
ormai marcescente crescevano funghi a mensola e funghi gelatinosi. Fra le
scaglie sollevate della sua corteccia si affaccendavano le formiche, qui in
colonna, lì in esplorazione solitaria. All’interno del suo legno, senza dubbio,
lavoravano alacremente le larve dei cerambicidi e degli scolitidi.
Un rumore attutito, poco più di un fruscio, mi strappò dalla contemplazione.
Non riuscivo a voltare la testa, ma con la coda dell’occhio vidi un’imponente
cerva, che si avvicinava con passo cauto, seguita da tre piccoli cerbiatti.
Avevo fame, e pensai che se non fossi stato paralizzato, avrei potuto afferrare
uno dei cuccioli, per farne un sugoso arrosto. Mi osservavano incuriositi. I
loro occhi erano innocenti ed acquosi, come quelli di uno spirito del bosco.
Mi spaventai della mia stessa intenzione. Certo, ero affamato, ma come
potevo pensare di divorare creature così indifese e nobili? Da dove veniva
questa volontà così rozza e volgare? Quello non ero io, eppure ero io. Non
era il mio volere, ma spesso, troppo spesso aveva la meglio, e mi portava ad
azioni sconsiderate, per poi abbandonarmi e lasciarmi solo nel momento del
rimpianto.
Tutto sommato era una fortuna che il mio corpo fosse spezzato, e non
riuscisse a muoversi. Se avessi ucciso la cerva, o uno dei suoi figli, mi sarei
macchiato di un crimine per cui non c’era assoluzione. Era meglio morire
d’inedia. Senza dubbio anche la cerva aveva capito che ero infermo,
altrimenti non si sarebbe avvicinata così.
Poi avvenne un miracolo, che non scorderò mai finché vivo. Fate
attenzione: “miracolo” non è un evento che contraddice le leggi della fisica.
L’ho capito soltanto allora: i miracoli sono piuttosto congiunture particolari,
in cui il mondo che conosciamo si dispone in maniera tale da esprimere un
significato che trascende la semplice esistenza quotidiana, come una sorgente
di luce che irradia e vivifica l’intero universo.
La cerva mi raggiunse e si adagiò proprio vicino al mio volto, mostrandomi
le quattro mammelle gonfie di latte. I cuc-cioli iniziarono a succhiarle e la
cerva mi guardò, come per farmi capire che avevo il permesso di attingere
anch’io a quella sorgente materna.
Tremai di riconoscenza, ma anche di paura. Ero davvero degno di
accostarmi ad un mistero così intimo? Ma rifiutare sarebbe stato un’offesa
ancor peggiore.
Una goccia del latte della cerva cadde sulle mie aride labbra. Fu come la
pioggia attesa da anni, che sa far fiorire il deserto. Ora sentivo il corpo che si
risvegliava pian piano, anche se avevo appena la forza di muovere il collo.
Accostai con gran fatica la bocca alla mammella della cerva ed accettai con
commozione il suo dono.
Non mi ero reso conto di avere una sete così violenta, come un incendio
interiore. Il latte scendeva nella gola come una benedizione. Mi sembrò che
fosse l’essenza del bosco, l’anima stessa della terra, distillata goccia per
goccia con pazienza infinta e raccolta in un vaso puro e vivente.
Quando fui sazio reclinai il capo. La cerva si alzò, per poi balzare oltre il
tronco caduto, seguita dai suoi cuccioli. Scomparve nel bosco in un istante,
come una goccia che si dissolve nel mare.
Chiusi gli occhi nuovamente, e mi abbandonai al sonno. Era diverso dal
tormentato mancamento da cui ero a malapena riemerso. Sentivo che questo
era un torpore capace di sanare il corpo e restituire chiarezza alla mente.
Capitolo XIV

Quando l’alba mi ridestò, mi sembrò di essere rinato. Riuscivo a muovere il


corpo, mi alzai persino in piedi, senza provare alcun dolore. Esplorai i
dintorni e infine decisi di incamminarmi seguendo una pista incerta, un
sentiero appena battuto, che si infilava fra gli alberi con una logica tortuosa e
ferina.
Camminavo ormai da ore, quando dietro di me sentii un fruscio. Forse un
animale selvatico, forse nuovamente un cervo? Tutto tacque, poi nuovamente
lo stesso rumore, soltanto più vicino. Qualunque cosa fosse, non aveva paura
di me, anzi, si comportava come un cacciatore che cerca di ridurre la distanza
con la sua preda. Accelerai il passo. L’inseguitore mi incalzava,
avvicinandosi sempre di più. Iniziai a correre, ma due uomini mi si pararono
davanti, sbarrandomi la strada. Mi voltai. Ogni via di fuga era bloccata. Erano
in sei, ed ero com-pletamente accerchiato. Ma erano veramente uomini?
Erano magri e ricurvi, e se il loro volto era del tutto umano, nel loro sguardo
c’era un che di selvatico, come se il lume della ragione fosse ormai perso da
anni. Non avevano vestiti, ma non si può nemmeno dire che fossero nudi. Il
loro corpo era coperto da una fitta peluria, in cui si erano impigliati rami e
foglie, dando l’impressione di un’esistenza ibrida fra l’animale ed il vegetale.
Uno di loro mi parlò, seppur stentatamente. Trovava le parole con fatica,
come se avesse perso l’abitudine a comunicare.
«Non aver paura. Vieni con noi. Devi imparare a stare nel bosco. Poi potrai
andare nel bosco.»
Avevo mille domande, ma esitai, vista la fatica con cui quello strano essere
aveva pronunciato queste semplici frasi.
Seguii il gruppo di ominidi. Non ero loro prigioniero, ma capivo che non
potevo nemmeno tentare di fuggire. Man mano che proseguivano
raccoglievano funghi e bacche, mostrandomi a gesti quali erano buone e quali
invece era meglio lasciar stare. Quando coglievano qualcosa avevano una
grazia inaspettata, un rispetto ed una gratitudine quasi religiosi.
Dopo molte ore di cammino giungemmo finalmente alla loro tana. Non si
poteva proprio chiamarlo un villaggio. Non c’era nulla di artificiale, né pietre
ammassate né tronchi tagliati, e neppure ripari di fortuna creati con rami
annodati e foglie intrecciate. Si distendevano semplicemente sul suolo,
appoggiandosi l’uno contro l’altro, proprio come un branco di animali. Oltre
ai sei che avevo conosciuto ce n’era un’altra dozzina, che era rimasta a
riposare mentre attendeva l’arrivo dei viveri raccolti dagli esploratori.
Uno di loro si fece avanti e mi salutò, sorridendo e chinando il capo. La sua
schiena era dritta, e la peluria del corpo era rada e corta, al punto che si
copriva le spalle con uno straccio per ripararsi dal freddo. Ero sollevato: nei
suoi occhi c’era ancora un barlume di umanità. Non ero più solo, c’era un
altro uomo assieme a me in questa natura primordiale.
«Buongiorno», gli dissi. «Sai parlare?»
«Sì, mi ricordo ancora come si parla. Sono qui da pochi mesi.»
Quella risposta mi fece capire molte cose. Quegli uomini selvaggi non
erano nati così, ma si erano rifugiati appositamente nel cuore del bosco per
cercare una trasformazione. Fuggivano dalla civiltà, e volevano cancellare
ogni traccia di ciò che li rendeva uomini.
Osservai attentamente il mio interlocutore, e gli chiesi: «Fra un po’
scorderai anche tu come si parla?»
«Prima o poi sì. Non è un processo veloce, ma d’altronde qui non c’è
alcuna fretta.»
«Ma perché?»
«Vogliamo semplicemente tornare alla natura. Non sei anche tu qui per lo
stesso motivo?»
Vide la mia espressione perplessa, ed aggiunse: «Essere uomini è al tempo
stesso faticoso ed insensato. È un peso da portare, ma non c’è alcuna
ricompensa. Anzi, si finisce soltanto per soffrire e ferire chi ci è caro.»
«E qui, nella natura, non c’è sofferenza?»
«Certo che c’è. C’è fame e paura. Ci sono malattie, ma non ci sono le cure
della medicina. C’è la morte, sempre in agguato, nascosta in ogni ombra. Qui
però la sofferenza è parte di un sistema armonioso, è la notte che si alterna al
giorno. Nel mondo degli uomini invece il dolore ed il pericolo non vengono
accettati. La società è un sistema per rimuovere dalla coscienza ogni rischio,
ogni dispiacere. Non che così la sofferenza cessi d’esistere, sia chiaro. Al
contrario! Esce dalla porta e rientra dalla finestra. Ma siccome non viene
accettata, si trasforma in un mostro grigio ed insensato, che rende la vita un
calvario sconclusionato.»
Il suo pensiero non era privo di contraddizioni. Forse i mesi passati nel
bosco avevano già iniziato ad intaccare la sua logica. Tuttavia non si poteva
certo dire che il suo fosse un discorso completamente privo di senso.
«Ma è davvero necessario rinunciare all’umanità? Non potete
semplicemente tornare ad una vita più semplice, in comunione con la natura,
ma rimanendo uomini?»
«L’essenza stessa dell’umanità è una chiusura nei confronti della natura.
Vedi, molti sostengono a parole di amare la natura, ma in realtà quasi tutti ne
hanno terrore. Quando si idealizza la natura come un paradiso terrestre, la si
sta di fatto snaturando, togliendole tutti quegli aspetti sporchi e feroci, che
invece fanno parte della sua essenza. Così diventa una natura addomesticata,
non credi?»
«Capisco. È la stessa differenza che corre fra un prato incolto ed un
giardino curato.»
«Proprio così. Pensa agli animali selvaggi che nel corso della storia
l’umanità ha accolto nelle sue case. Le bestie selvatiche sono state addolcite,
le zanne si sono smussate, la ferocia si è dissolta. I lupi sono diventati cani, e
dai cinghiali siamo arrivati ai maiali.»
«Dicevi che l’umanità è una chiusura nei confronti della natura.»
«È così. I primi villaggi non erano forse protetti da mura e palizzate per
chiudere all’esterno la natura selvaggia? E le stesse case non hanno la forma
di una scatola, in cui l’uomo si protegge dalle influenze esterne? Pian piano,
nel corso di millenni di storia, anche nel cuore dell’uomo è nato un muro, una
ferita che separa ed esclude ciò che in esso ancora rimane di istintivo e
primordiale.»
«Ora capisco: se l’essenza dell’umanità è il rifiuto della natura, per tornare
alla natura è necessario rinunciare ad esser uomini.»
Esitai un istante, poi chiesi: «Ho visto che i vostri esploratori hanno
raccolto soltanto bacche e funghi, eppure mi hanno cacciato come fanno i
lupi. Come mai non vi cibate di carne?»
«È una nostra scelta. L’uomo è un essere ibrido, sospeso fra due poli
opposti. Noi crediamo che la vita di un erbivoro sia più pacifica ed
armoniosa, pur sapendo che così ci esponiamo ad esser predati. C’è invece
chi sceglie di mutarsi in un carnivoro, accettando nella sua vita il sangue e la
morte. Non li biasimo. Non c’è una scelta giusta ed una errata, ma solamente
decisioni con conseguenze ben precise.»
Era la mia occasione per uscire da quella situazione. «Se davvero non ci
sono scelte corrette o sbagliate, allora anche rimanere umani è una scelta
possibile, vero?»
Rimase ad osservarmi con sguardo perplesso. Infine ammise: «Sì, è vero.
Forse è un compito ancor più importante, benché estremamente difficile.
Diventare umani, del tutto umani, fino in fondo. Come ti dicevo l’uomo
attualmente è un ibrido, la via di mezzo di un percorso di cui non si conosce
la meta. Forse l’uomo completo potrebbe riuscire a guardarsi indietro, ed
accettare finalmente la natura da cui si è reso indipendente.»
Gli chiesi allora se conoscesse la strada per uscire dal bosco. Mi rispose che
il mare d’alberi è un labirinto e che nessun uomo può ritrovare da solo la
strada che conduce nuovamente all’esterno. «Ci sono però alcuni animali»,
aggiunse, «che conoscono i limiti del bosco. Specialmente i cinghiali non
hanno alcun timore di avvicinarsi alla frontiera, a volte persino la
oltrepassano.»
Ormai era sera. Dopo aver mangiato la magra e cruda cena procacciata
dagli esploratori, non restava altro da fare se non mettersi a dormire. Il giorno
successivo, però, il mio amico senza nome mi avrebbe affidato alle cure di un
animale guida, capace di condurmi al di fuori dell’immenso bosco della
Cernizza.
Capitolo XV

Gli uomini selvatici non dormivano l’intera notte, come la gente civilizzata.
Si alzavano spesso e girovagavano attorno alla tana con fare inquieto,
guardandosi attorno ed annusando gli sfuggenti odori portati dal vento.
Qualcuno si distendeva e chiudeva gli occhi per qualche minuto, ma subito
un altro si destava dal sonno precario e si agitava, come se ci fosse un
pericolo costantemente in agguato. Era questa la vita di una preda? L’armonia
che speravano di trovare meritava davvero di esser pagata con un’esistenza
così precaria?
Inutile dire che quella notte non riuscii a riposare benissimo. Anche la
colazione non fu un granché. Mi diedero una manciata di radici bianche e
filiformi. Bisognava masticarle a lungo, tanto che il pasto finiva non per
sazietà ma perché ci si stufava di ruminare.
Il mio amico mi chiamò e mi chiese di seguirlo. Gli chiesi come si
chiamasse, ma mi rispose che per entrare nella foresta bisognava lasciarsi alle
spalle il proprio nome. Mi domandai se anche quegli uomini selvatici fossero
privi d’anima, come me. Se era così, avevano rinunciato volontariamente a
ciò che io avevo perso per negligenza. Forse il motivo della mia caduta era
proprio questo: senza un’anima non si può rimanere sulla superficie del
bosco, perché l’abisso verde ti attira a sé con una forza irresistibile.
Dopo pochi minuti di cammino giungemmo ad un piccolo avvallamento, in
cui il terreno spoglio formava una piccola conca. C’era un cinghiale legato ad
un albero. Era imponente sia nelle dimensioni che nell’espressione, in cui si
sommavano l’esperienza dell’anzianità ed un vigore fisico ancora impetuoso.
Il pelo era chiaro, un argento lunare, ma sulla schiena aveva alcuni riflessi
biondi, come il riflesso di una fiamma.
«Ecco», disse l’uomo selvatico, «lui saprà guidarti fino al limitare del
bosco. Da lì potrai tornare al mondo in cui gli uomini si coprono il corpo di
stracci e si chiudono in prigione da soli.»
Mi avvicinai. Il cinghiale mi osservò trapassandomi con gli occhi, come se
il suo sguardo fosse una domanda troppo profonda per poterla esprimere a
parole. Mi fu subito chiaro che si trattava di un tranello, o meglio di un esame
a cui gli uomini del bosco mi sottoponevano prima di lasciarmi andare.
Non montai in groppa al cinghiale, ma al contrario slacciai la rudimentale
sella e tolsi i morsi che stringeva in bocca, tramite i quali era legato
all’albero. La belva non scappò, ma mi guardò con riconoscenza. Non
mostrava arie di superiorità, né segni di sottomissione. Mi considerava un suo
pari, e io lo ritenni un grande onore, al punto che cercai per quanto possibile
di replicare il suo contegno.
L’uomo selvatico mi salutò con un sorriso: «Addio. Chissà che un giorno tu
non decida di tornare nel profondo del bosco.»
Il cinghiale iniziò a camminare ed io lo seguii. A dire il vero non sembrava
avere una direzione ben precisa. Curvava spesso senza un apparente criterio
logico, e a volte tornava sui suoi passi. A tratti si affrettava con un trotto
sostenuto, poi rallentava o addirittura si fermava per scavare il suolo con il
grifo. Se trovava dei bulbi li masticava con un sorriso soddisfatto e non
ripartiva finché non aveva terminato.
Questo cammino tortuoso non era soltanto faticoso ma anche frustrante,
considerato che procedendo in linea retta avremmo sicuramente impiegato
metà del tempo.
Pian piano però mi resi conto che l’incedere del cinghiale non era insensato.
La logica lineare, che collega due punti con la via più dritta e breve possibile,
non appartiene al mondo naturale. Mi venne in mente il volo delle mosche,
quell’arabesco che a noi sembra del tutto inutile. Forse la mosca conosce
strade nell’aria che noi non riusciamo a vedere, sentieri di densità minore in
cui il volo è più leggero. Allo stesso modo il fiume non procede in linea retta,
ma scava il suo percorso con anse e ristagni. Anche il fulmine si abbatte con
una linea contorta, eppure chi è più veloce di lui?
Alzai gli occhi, ed osservai la geometria della foresta. Non c’era nessuna
linea retta, né angoli ortogonali o poligoni esatti, eppure la sua precisione era
viva e musicale, come mai potrebbe esserlo un sistema lineare e rigoroso.
Dicono che la foresta sia un labirinto, un caos in cui è impossibile
orientarsi. È vero, ma forse lo è solamente se la si affronta con la ferrea e
banale logica dell’uomo civile.
Capitolo XVI

Il cinghiale mi accompagnò in una regione del bosco in cui la luce


penetrava più vivacemente attraverso il fogliame. Riuscivo a scorgere la cima
degli alberi. I tronchi non erano più così grossi, ad occhio l’altezza non
superava i venti metri.
A quel punto la mia animalesca guida mi abbandonò improvvisamente. Si
mise a correre senza alcun preavviso e in un attimo scomparì dalla vista. Ero
dunque giunto a destinazione?
Mi fermai per studiare la situazione. Il terreno si alzava gradualmente fino a
diventare una riva scoscesa che lasciava allo scoperto la roccia madre, bianca
ed imperiosa. Doveva per forza essere la riva del mare. Arrampicarsi su quel
bastione naturale non era affatto facile, ma c’era un tronco abbattuto, forse
schiantato dal vento, che si posava sul costone roccioso. Doveva esser caduto
da poco. Il legno era ancora sano, e i rami portavano ancora foglie verdi. Mi
arrampicai su di esso come se fosse una scala. Quando giunsi vicino alla
cima, notai una struttura artificiale innestata nella roccia. Era l’impalcatura di
un molo.
Provai una strana sensazione nel vedere nuovamente qualcosa creato dalla
mano dell’uomo. Era un senso di sollievo, come un naufrago che finalmente
torna a riva, ma anche un certo fastidio, quasi che quella costruzione fosse
una rozza intromissione in un terreno sacro.
Continuai l’arrampicata salendo lungo le travi del pontile. Quando
finalmente giunsi a superficie, dovetti sedermi a terra. Provavo una sorta di
vertigine, una strana euforia mista a paura.
Mentre risalivo mi era venuto un dubbio tremendo: non è che avevo girato
in tondo, ed ero uscito dal bosco proprio nel versante da cui ero partito? Poi
osservai il paesaggio, e mi tranquillizzai. Il porto era circondato da montagne
alte e severe, del tutto diverse di quelle da cui ero partito. Su una delle cime,
in lontananza, si scorgeva un castello, arroccato sulle rocce e circondato da
solide mura difensive.
Pensai di chiedere informazioni ad uno dei marinai delle tante barche
attraccate, ma poi vidi qualcosa che non mi andava. C’era una squadra di
militari, che si aggirava per il porto con fare prepotente. Perquisivano le
imbarcazioni, ad una ad una, e interrogavano le persone con modi violenti ed
intimidatori.
Avevano un’uniforme completamente nera, fatta salva una riga rossa a V,
sulla schiena e sul petto. Li sentii urlare. Dissero di essere la Guardia Civile,
e a quanto pare cercavano clandestini. Sembra che per portare passeggeri sui
catamarani occorresse un permesso speciale, e che fosse poi obbligatorio
trasmettere tempestivamente la lista dei viaggiatori all’auto-rità locale. «Non
importa se sono pellegrini!» Esclamò stizzito uno di loro. I muscoli del suo
volto erano tesi come l’acciaio, e i suoi occhi erano del color della ruggine.
Era il momento di tagliare la corda. Mi allontanai dal porto con passo
spedito, dirigendomi verso il castello.
Capitolo XVII

Le pietre del selciato erano levigate, come se secoli e secoli di passi le


avessero consumate, lentamente ed inesorabilmente. Forse un tempo vi
passavano cittadini e stranieri, contadini, operai, carovane di mercanti. Ora
però la strada sembrava abbandonata. Fra i suoi solchi cresceva l’erba ed i
rovi avevano iniziato la loro strisciante invasione.
Man mano che procedevo l’ambiente circostante si mostrava sempre più
pallido e trasandato. Oltre i muretti in pietra, ormai divorati dall’edera,
giacevano orti e vigne incolti da anni. La gramigna e gli arbusti spontanei
avevano riconquistato questi territori che l’uomo aveva un tempo strappato
alla selva. Ora però il rancore della vegetazione si era smorzato in
malinconia, e la sterpaglia appariva secca e malaticcia.
Incontrai un anziano viaggiatore che camminava nella direzione opposta
dalla mia. Cercò di dissuadermi dal proseguire: «Torna indietro, qui avanti
non c’è che la disperazione.»
Gli chiesi cosa mai ci fosse di tanto terribile, avanti su quella strada. Si fece
ancora più serio, e rispose: «È la città di Aurisina, la tenebrosa. È coperta da
una notte eterna che non conosce l’alba. Fra le sue strade c’è un’oscurità così
fitta che non si riuscirebbe a vedere la propria mano nemmeno se la si tenesse
davanti agli occhi. Pensa, un tempo la chiamavano “la città d’oro”: era un
mercato di frontiera, fiorente e ricco.»
Si fermò a sospirare, come se il gusto dei ricordi fosse al tempo stesso dolce
ed amaro. Infine continuò, senza aspettare che gli chiedessi alcunché: «Un
giorno i confini chiusero, e le vie di scambio del commercio vennero
sostituite da muri e fili spinati. Si parlava di una guerra. C’era paura, anche se
non c’era alcuna notizia concreta. Senza il mercato era difficile sbarcare il
lunario, e molte famiglie decisero di abbandonare il paese, in cerca di
maggior fortuna.»
«Ma l’oscurità?»
«Quella venne dopo. Calò sui tetti delle case, come una nube di fuliggine.
Forse è una maledizione, per chissà quale colpa. Da allora non si è più
dileguata. Sporca i muri di nero, e tinge persino la pelle, lasciando una sorta
di livido che non passa mai. Per i pochi abitanti che hanno scelto di rimanere
ormai non c’è più salvezza, mentre i forestieri che vi passano devono uscire
in fretta, prima di venir ottenebrati. Uscire ovviamente non è semplice, dato
che è tutto buio. Faresti meglio a fare il giro da un’altra parte, ti dico.»
Gli avvertimenti di quello strano viandante non fecero che incuriosirmi, e
così tirai dritto, in direzione di Aurisina.
Mi aspettavo di trovarmi di fronte ad una città schiacciata dal buio,
prigioniera di una cupola d’oscurità, ma con una certa sorpresa constatai che
si trattava di un paese all’apparenza del tutto normale, per quanto
semiabbandonato.
Il ricco splendore della piazza apparteneva ormai al passato, e rendeva
quella desolazione ancora più penosa. Gran parte delle case erano
abbandonate. Le porte erano state sfondate a calci dai ladri, ma il loro bottino
doveva esser stato magro. I vetri delle finestre erano stati presi a sassate,
forse dai bambini del paese, cresciuti abbandonati a se stessi, senza nessuna
scuola. Le tegole cadevano dai cornicioni. Alcuni tetti soffrivano, piegati
sotto il peso degli anni, altri erano proprio crollati, lasciando la casa indifesa
di fronte alla pioggia. C’era una chiesa, anzi, c’erano le rovine d’una chiesa.
Doveva averla divorata un incendio, già molti anni fa, e da allora nessuno
aveva posto mano per ricostruirla o per sgombrarne le macerie. Nel centro
della piazza c’era una fontana, un semplice tubo circondato da una vasca
circolare. Nessuna acqua, però, zampillava da quella fonte.
Per le strade non incontrai nessuno, fatta eccezione per un uomo che se ne
stava in silenzio, seduto per terra, con la schiena appoggiata ad una delle
case. Lo avvicinai e lo salutai. Quando sentì la mia voce ebbe un sussulto,
come se fino ad allora non si fosse nemmeno accorto della mia presenza.
Era un signore sulla cinquantina, corpulento, con dei capelli biondi ed unti,
i lineamenti affaticati di chi vive nel freddo e si ripara nel vino. Indossava
scarpe consumate dall’in-curia, pantaloni sudici e bucati ed una camicia
verde a quadri piena di macchie. Soltanto quando mi avvicinai notai però la
cosa più raccapricciante: sul suo volto erano posate delle falene. Saranno
state una dozzina, di specie e colori diversi. L’uomo non faceva nulla per
mandarle via e sembrava anzi ignorarle del tutto. In particolare due falene
coprivano i suoi occhi. Erano più grosse delle altre e di un colore bianco latte.
L’uomo sollevò le mani, cercando goffamente di proteggersi il volto, e poi
gridò: «Chi è là? Chi o cosa si avvicina, strisciando in queste tenebre?»
Lo salutai, e lo invitai a calmarsi. «Non c’è niente da temere. Non c’è
nessun pericolo ed anzi, non c’è neppure alcuna oscurità. Lascia che ti aiuti.»
Quel povero disgraziato tremava di terrore. Mi avvicinai, e scacciai con le
mani le falene. Mi chiesi se l’uomo non fosse cieco. Forse la maledizione
dell’oscurità era in realtà un’e-pidemia, un’infezione contagiosa che portava
alla perdita della vista. Sul suo volto però non c’era traccia di gonfiori o
arrossamenti, né di qualsiasi altro sintomo che potesse far pensare ad una
patologia. Incuriosito, provai a sollevare con le dita le palpebre.
L’uomo mi fissò per un istante, e poi si mise ad urlare, disperato. Soltanto
allora mi fu tutto chiaro: quello sciagurato non era cieco, ma aveva scelto di
non guardare più nulla, aveva chiuso gli occhi di sua spontanea volontà. Il
suo era un disperato rifiuto della verità.
In fondo potevo capire le ragioni della sua scelta. Quando si osserva
qualcosa ormai è troppo tardi. Non si può più sperare che sia diverso, perché
ormai lo si è visto. Chiudere gli occhi significa opporsi alla conoscenza, e
rimanere dunque in quell’indeterminatezza che somiglia vagamente ad una
libertà, uno stato sospeso in cui i propri desideri non si sono ancora infranti
contro la realtà.
La maledizione non era conseguente ad un delitto o ad una colpa, ma era
stata ricercata dalle vittime stesse. Forse col tempo avevano scordato di esser
loro stessi gli artefici della propria oscurità. Anche l’oblio è una forma di
cecità.
Era a questo che alludeva l’enigmatico viaggiatore che avevo incontrato?
Aveva parlato di confini chiusi, di muri eretti per proteggersi da ciò che è
oltre il confine. Forse si riferiva proprio a questa estrema forma di reclusione,
una separazione invalicabile fra il mondo interno dell’individuo e quello
esterno della realtà condivisa. Eppure questo esilio interiore non era certo uno
stato di beatitudine. Il commercio con le terre oltre confine porta alla
prosperità, mentre l’au-tarchia conduce a povertà e languore. Senza la
fantasia la realtà diviene grigia, tediosa ed invivibile, ma senza la realtà anche
la fantasia si trasforma in un incubo di incertezza e delirio. Sbaglia chi crede
di poter controllare completamente il proprio mondo interiore. Per poter
vivere degnamente occorre unire questi due mondi, in maniera tale che le loro
luci si sommino e le loro fiamme si addolciscano a vicenda.
Il non vedente viveva miseramente, la sua notte eterna era avvolta di
confusione e paura. Per capirlo bastava guardarlo, e forse anche per questo
aveva reagito con tanto terrore quando gli avevo aperto forzatamente gli
occhi.
Ah, che ingenuo ero stato! Avevo pensato di poter salvare quest’uomo e gli
altri come lui. Gli avevo imposto brutalmente proprio quella verità da cui
fuggiva, ed ero pure convinto di compiere una buona azione. Pensavo forse
d’essere un medico in grado di curare i malati, o un santo capace di
illuminare chi è perso? Eppure avrei dovuto capirlo: quella situazione parlava
anche di me. Il monito dell’anziano viaggiatore era giunto troppo tardi. La
maledizione, in un certo senso, mi aveva già colpito, ben prima che io
entrassi nella tenebrosa Aurisina. Un cieco che pretende di far guida ad un
altro cieco, ecco cos’ero.
L’uomo rimase rannicchiato a terra, nascondendo la testa fra le ginocchia.
Piangeva come un bambino. Si calmò solamente quando le falene tornarono a
posarsi sul suo volto. Prima una, sulla guancia, poi altre sulla fronte, ed
ancora altre, finché giunsero le due falene bianche a stendere le ali candide
sopra le sue palpebre.
Cercai di chiedergli scusa, ma egli rispose bruscamente: «Chi è là? Chi o
cosa si avvicina, strisciando in queste tenebre?»
Lo abbandonai, senza nemmeno dirgli addio. Osservai nuovamente gli
edifici in rovina della piazza. Quanti, come quell’uomo, si nascondevano fra
quelle macerie, seduti in un angolo più buio di mezzanotte, tragicamente
chiusi dentro se stessi?
Mi feci forza, e continuai il cammino. Come potevo pensare di aiutare gli
altri, se non riuscivo nemmeno a portare in salvo me stesso?
Capitolo XVIII

Rupinpiccolo è un paesino minuscolo, accucciato ai piedi del monte su cui


troneggia il monastero di Monrupino. I suoi vicoli si annodano attorno ai
muri in pietra delle case, strette fra di loro come un gregge di pecore che
cerca protezione dal vento.
C’è una locanda gestita dai monaci, in cui i pellegrini possono riposare
dopo il loro faticoso viaggio e prima della lunga salita di penitenza. Arrivano
qui da tutte le direzioni. Già mentre mi avvicinavo al paese ne incontrai un
paio per strada. I nostri cammini convergevano qui, come la confluenza di
molti fiumi in un unico corso.
Quando arrivai il sole stava tramontando. Per giungere al santuario
fortificato occorre salire una lunga ed impervia scalinata, tremila gradini
intagliati nella roccia della montagna. È tradizione che i penitenti la salgano
in ginocchio, portando una candela in mano. Decisi dunque di riposarmi alla
locanda e rimandare la visita al monastero al giorno successivo.
L’alloggio era spartano: una coperta ruvida e consunta, appoggiata in un
angolo del pavimento in legno, in una sala comune. Per i pellegrini il
pernottamento era gratuito, quindi non c’era motivo di lamentarsi. Anche la
cena veniva offerta dal monastero. Pane di segale ed acqua di fonte, nulla di
più e nulla di meno del necessario.
Durante il magro pasto gli altri pellegrini parlavano fra di loro,
raccontandosi le esperienze del proprio viaggio. Rimasi in disparte e
quand’ebbi finito di mangiare mi calai il cappuccio del saio fino a
nascondermi il volto. Cosa avrei potuto dire loro? Se mi avessero chiesto di
parlargli del mio cammino avrei dovuto mentire o dir loro un’agghiacciante
verità, ed entrambe le scelte mi ripugnavano. Non restava che il silenzio.
Dopo cena molti pellegrini si misero a pregare. Pensai di imitarli. In fin dei
conti il giorno dopo mi sarei recato in un luogo santo, e supplicare
l’intercessione divina mi sembrava una buona idea. Congiunsi le mani, ma
non sapevo cosa dire.
Non volevo che gli altri si accorgessero che non ero in grado di pregare,
perciò feci finta di essere assorto in una supplica interiore. Cercai di origliare
le preghiere degli altri pellegrini, e provai a ripetere meccanicamente le loro
parole. La mia, tuttavia, non era una preghiera, ma una recita esteriore, un
uomo che pronuncia sillabe a cui non attribuisce alcun significato.
Cosa significa pregare? Si chiede qualcosa ad un Dio distante, e risponde
solamente il silenzio. È anche logico, dato che si avanzano pretese senza
offrir niente in cambio. Eppure gli altri sembravano così assorti dalle loro
invocazioni. Facevano finta anche loro? No, senza dubbio la differenza fra
me e loro era nell’anima.
“Io nel petto ho un vuoto nero e schifoso, un abisso volgare, mentre loro
dentro hanno un tempio, un calice in cui Dio prende dimora.” Ero io che
pensavo quelle strane parole, o era qualcosa di simile a un sogno? Eppure
ormai non sognavo più. Come si può sognare senza anima? Ma allora, chi mi
parlava, usando la voce dei miei stessi pensieri?
“In questo modo non pregano ad una divinità esterna, seduta su un trono
distante in un cielo irraggiungibile, ma ad un Dio che abita in loro e che non è
separato dalla loro essenza: non un altro, non un estraneo, ma la parte più
vera e profonda di sé.”
Capitolo XIX

I monaci che gestivano la locanda diedero la sveglia quando il sole non era
nemmeno sorto. C’era un catino in cui i pellegrini potevano lavarsi il volto e
le mani, a turno. Quando toccai quell’acqua la sentii bruciare, come se fosse
fuoco liquido. Tolsi la mano spaventato e guardai le scaglie buie e fredde che
mi coprivano la pelle: una maledizione simile alla fuliggine, che tinge di nero
ogni cosa che tocca. L’acqua nel catino però era rimasta limpida. Forse era
acqua santa, ed è per questo che mi ustionava, mentre tutti gli altri
sembravano trarne sollievo.
Cosa mi aspettava al monastero? Forse ero giunto fin qui cercando la morte,
o meglio la fine della mia tormentata esistenza, che non merita il nome di
“vita”. Se così doveva essere, così sia. Ormai ero vicino alla meta, ed ero
disposto ad accettare qualsiasi esito mi avesse riservato.
Mi congedai dalla locanda e raggiunsi la base della lunga scalinata. I
gradini si susseguivano con un ritmo vertiginoso, simile ad una fuga
musicale. Sembrava un torrente di roccia. La salita terminava nel primo dei
tre anelli difensivi del monastero, un possente bastione in pietra coronato da
una merlatura e presidiato da monaci armati. C’era un unico, grande portale
di ingresso, un imponente arco di pietra sbarrato da una porta di legno scura e
pesante. Anche il portale era sorvegliato da un manipolo di guardie. Mi chiesi
se mi avrebbero lasciato entrare, una volta visto il mio aspetto.
All’interno delle prime mura c’erano altri due cerchi protettivi concentrici.
Erano simili a quello esterno, ma più alti e più esili. Al centro di tutto c’era il
monastero, su cui spiccava l’antica chiesa, poggiata sul cocuzzolo.
All’inizio della scalinata c’era un monaco che distribuiva la cera per la
penitenza. Alla locanda mi avevano detto che salendo le scale in ginocchio si
teneva in mano una candela, ma non era esattamente così. Il monaco
prendeva una manciata di cera calda, malleabile ma non ancora liquefatta, e
la schiacciava nelle mani dei pellegrini, congiunte a coppa. La bucava poi con
un punteruolo e vi infilava uno stoppino. Si attendeva quindi che la cera si
solidificasse; allora giungeva un altro monaco per accendere la candela e la
salita poteva iniziare.
Preferivo partire per ultimo, per cui lasciai passare avanti gli altri pellegrini.
Quando venne il mio turno, i primi erano già a buon punto nella loro salita.
Arrampicarsi in ginocchio sulla scalinata era faticoso e doloroso, ma avevo
passato difficoltà ben peggiori. Volevo salire in solitudine, per cui procedevo
lentamente, lasciando che gli altri penitenti proseguissero senza di me.
Quando giunsi a metà, tutti i pellegrini erano ormai spariti all’interno delle
mura del monastero.
Attardandomi andai però incontro ad un problema che non avevo previsto.
La cera della mia candela era ormai del tutto liquefatta e iniziava a
gocciolarmi dalle mani. Per quanto mi sforzassi di stringere le dita ed
accostare strettamente i palmi, lo stillicidio continuava, accorciando così la
vita della mia candela.
Mi voltai ad osservare le gocce di cera che lasciavo come una traccia dietro
me. Sembravano la scia di sangue di un cervo ferito in fuga dal cacciatore. Se
continuava così sarei giunto alla cima con in mano solamente uno stoppino
spento. Mi assalì un dubbio: se mi fossi presentato all’ingresso senza candela
forse mi avrebbero scacciato via. Quel pensiero era del tutto irrazionale,
tuttavia tornava insistentemente, crescendo fino all’angoscia. Così, in preda a
quel tormento, presi una decisione drastica.
Alzai le mani verso il cielo, rovesciando così la cera liquida sulle maniche
del mio saio. Lo stoppino, ancora acceso, cadde sulla stoffa intrisa, che
avvampò come paglia secca.
Il dolore era intenso, come non lo sentivo più da tempo. Mi ricordò la
penetrante scottatura dell’acqua santa, giù alla locanda. Volevo gridare,
rotolarmi, alzarmi e correre, buttarmi giù dalla gradinata, ma con uno sforzo
immane continuai a salire, lentamente, sempre in ginocchio.
Quando finalmente arrivai di fronte alla porta, caddi stremato. Il fuoco che
portavo non si era ancora spento. Una delle guardie mi si avvicinò e gettò un
telo per soffocare le fiamme. Mi osservò con uno sguardo severo, ma paterno,
e mi disse: «Sei stato avventato, ma ce l’hai fatta.»
Il saio era ridotto in brandelli bruciati, che si dissolvevano come cenere
soltanto a sfiorarli. Ero rimasto praticamente nudo.
I monaci guardiani si disposero a cerchio attorno a me. Con la mano sinistra
stringevano un’alabarda, nella destra tenevano un rosario. Osservai la pelle
del mio corpo. Era ancora nera, ma ora non aveva più un aspetto squamoso.
Le bolle ed i rigonfiamenti ricordavano piuttosto l’aspetto delle scorie di
fusione che avvolgono un metallo.
I monaci si misero a sussurrare una preghiera, e poi iniziarono a
percuotermi con le loro armi, con movimenti regolari, quasi sincronizzati.
Non c’era violenza nei loro colpi. Pareva piuttosto un rito musicale, come se
suonassero una campana.
Infine, sotto l’ultimo colpo, la pelle nera si spezzò in frantumi, come se
fosse il guscio d’un uovo. Sotto quella scorza putrefatta c’era una pelle
candida e delicata, come quella d’un bambino. Sentivo il vento che la
sfiorava e la luce che la scaldava, come una carezza ed una benedizione.
Allora le guardie posarono le alabarde e il loro volto severo si distese in un
sorriso di gioia. Mi aiutarono a rialzarmi ed uno di essi mi avvolse in un
panno rosso. Dalla porta uscì allora un altro monaco, che mi prese per mano,
chiedendomi di seguirlo.
Capitolo XX

Attraversammo le tre mura difensive ed entrammo nel cuore del monastero.


Era gremito di pellegrini, ma nonostante la folla vi regnava un intenso
silenzio.
Il monaco che mi guidava era esile e di bassa statura, eppure dalla sua
figura traspariva una dignità fuori dal comune. Anni di lotte spirituali
avevano segnato il suo volto. Non sembrava anziano, ma i suoi capelli erano
brizzolati ed i suoi occhi erano provati dalla fatica, pur mantenendo una
dolcezza e generosità fuori dal comune. Per tutto il tragitto non disse una
parola, eppure era come se parlasse con la sua sola presenza.
Cercai di rompere il silenzio, chiedendogli come mai il monastero fosse
difeso così severamente. «Da chi vi proteggete? Da quelli come me?»
«C’è una guerra in atto», rispose. «Non una battaglia grossolana con armi
ed eserciti, ma una guerra sottile e subdola, le cui sorti coinvolgono tutti.»
Non feci altre domande. Il monaco tornò ad avvolgersi nel silenzio,
facendomi capire che per lui l’argomento era concluso.
Mi condusse dentro il monastero, oltre il chiostro e poi attraverso una
galleria poco illuminata e dalla volta bassa, fino ad arrivare in una piccola
cappella interna. Era una stanza illuminata da candele, con un inginocchiatoio
ed un piccolo altare, sulla cui pala c’era un quadro. Sembrava antico di secoli,
ma quando vidi il soggetto rimasi senza fiato.
I capelli biondi e chiari, quasi bianchi, la bellezza luminosa ed innocente; lo
scialle nero, il vestito rosso scuro. Era proprio lei, non c’era dubbio.
«Chi è il soggetto di questo quadro? Non è Maria, né una santa, vero?»
Il monaco tagliò corto: «Perché me lo chiedi? Non l’hai forse incontrata di
persona?»
Mi invitò dunque ad attendere. Mi spiegò che l’abate era venuto a sapere
del mio arrivo e che di lì a poco avrei dovuto incontrarlo. «Prima però
bisogna preparare tutto», aggiunse.
Passai così più di un’ora di fronte a quell’enigmatico ritratto sull’altare. Sì,
avevo incontrato quella donna, e mi ero fidato di lei, forse incautamente.
Ancora adesso, però, non sapevo chi fosse.
Lo stesso monaco tornò poi a chiamarmi, e mi accompagnò nello studio
dell’abate. Una scala a chiocciola in legno saliva lungo una stretta torre
circolare accostata al muro del monastero.
Salimmo fino all’ultimo piano, entrando poi in una grande sala. Conteneva
una libreria straripante di tomi antichi e manoscritti accatastati l’uno
sull’altro, tanto che non c’era parete che non fosse ricoperta da libri e
pergamene. Il soffitto era annerito dal fumo delle candele, il segno di notti
insonni passate a studiare. L’abate portava un paio di occhiali con le lenti
spesse, un peso costante che gli schiacciava il naso, quasi piegandolo. I suoi
occhi erano piccoli, scuri ed attenti, come quelli di un animale selvatico. Il
volto era coperto di rughe, ed anche quella sembrava un’arcana scrittura
sapienziale, incisa dal tempo su una pergamena vivente. Come tutti gli altri
monaci, anche lui portava una lunga barba canuta, che si confondeva con i
capelli lunghi e candidi. A differenza dei suoi confratelli, vestiti di nero, egli
portava un saio bianco, di un tessuto immacolato e quasi luminoso.
Il monaco che mi aveva accompagnato abbandonò la stanza ed io mi
avvicinai alla scrivania dell’abate. Il pavimento di legno scricchiolava sotto i
miei passi, aumentando la soggezione che provavo di fronte a quella figura
autorevole.
Lo salutai con parole timide e goffe e lui mi rispose con un sorriso. Poi
iniziò a parlarmi, di punto in bianco: «C’è una parola che ha un suono
tragico, “pentimento”. A sentirla vengono alla mente immagini buie e tristi: il
senso di colpa per ciò che siamo, una punizione che ci infliggiamo da soli, il
rammarico, il rimpianto. Nel greco antico per lo stesso concetto si usa invece
la parola metànoia. Tradotto alla lettera significa cambiare il pensiero,
cambiare la mente. È una parola che adoro, non c’è in essa nessuna ombra.
Allude ad un cambiamento, una metamorfosi. In ogni trasformazione è insito
un pericolo, si intende. È un momento critico e delicato. Ma in essa non c’è
contrizione, non c’è dispiacere. Al contrario, il mutamento è l’essenza della
vita!»
Mi squadrò da capo a piedi. Mi avvolsi nel panno rosso, come per
proteggermi; da quando ero entrato nel monastero ero rimasto così, nudo,
coperto solamente da quel telo.
«La dealbatio è completata», disse infine l’abate, «Ma c’è ancora molto da
fare.»
Si avvicinò, e posò la mano sul mio petto. Rimase in ascolto, ma poi
abbassò il capo, sconsolato. «Ti manca il cuore, vero? Cielo santo, che
voragine...»
Annuii mestamente.
«Qui non possiamo fare molto. Posso darti un rimedio, ma non è che un
palliativo, un ripiego in attesa della soluzione corretta. Vieni, siediti qui.»
Mi indicò una vecchia e pesante sedia in legno. Mentre mi sedevo, andò
verso il caminetto in cui c’era un vivace fuocherello che riscaldava la stanza.
L’abate si rimboccò le maniche ed infilò le mani fra le fiamme, estraendone
una brace ardente, grossa come un pugno.
La teneva a mani nude. Gli chiesi sconcertato: «Non le fa male?»
«No, non preoccuparti. Il fuoco intacca solamente ciò che è deperibile,
mentre lascia intatto ciò che è di natura fissa e salda. Te ne sarai accorto
anche tu, credo. Il legno marcisce, e quindi anche brucia, mentre la pietra non
prende fuoco.»
Si avvicinò, con il tizzone ancora in mano. Con la mano libera prese il
panno rosso che mi avvolgeva, e lo scostò dalle spalle, lasciandolo scivolare
fino a scoprire il petto.
«Ecco», continuò, «il carbone è nero, ma il fuoco lo tramuta in una brace
viva, che brilla di luce propria. È più splendente dell’oro, finché è
incandescente è più prezioso di un rubino, non credi?»
Non feci in tempo a rispondere. Con un movimento improvviso l’abate
schiacciò la brace contro il mio stomaco, e poi squarciando la pelle la infilò
dentro, girando il gomito, salendo dentro la cassa toracica. Con la stessa
fulminea velocità ritrasse poi la mano, lasciando però la brace ardente dentro
di me. Osservai allibito la pelle dello stomaco: era intatta, non c’era né ferita
né cicatrice. Lo stupore però passò in fretta, annientato da un’ondata di
assordante dolore.
Caddi a terra, contorcendomi sotto i colpi delle fitte che esplodevano in
ogni parte del mio corpo. L’abate intanto cercava di tenermi fermo e di
calmarmi.
«Non lottare contro il dolore, non averne paura. È il segno della vita: chi è
morto non sente nulla, né gioia né sofferenza. Ascolta, ascoltalo bene. Non è
un tormento, ma è il sangue che torna a circolare grazie al calore, dopo esser
rimasto coagulato così a lungo.»
Capitolo XXI

L’abate mi aveva donato delle vesti nuove: non più il saio del pellegrino,
ma degli abiti laici. Sosteneva che erano destinati al viaggio di ritorno.
Ora stavo molto meglio. La mia pelle era di un colore normale, ed il mio
corpo era caldo, come quello degli altri uo-mini. Il vecchio saggio però mi
avvisò che c’era ancora molto da fare. Per prima cosa aggiustare la colonna
vertebrale, ma poi anche trovare un cuore vero. «Ma questo è impossibile,
finché rimani in questo mondo», aggiunse con un tono pensieroso.
Seguendo i suoi consigli avevo continuato il mio cammino verso est. La
meta finale era la val Rosandra, un tempio naturale, un luogo sacro da
millenni. L’abate mi aveva suggerito semplicemente di recarmi lì, senza
spiegarmi cosa vi avrei trovato né cosa dovevo farci. Disse che una volta
arrivato lì avrei capito tutto da solo.
Mi raccomandò inoltre di fare una tappa presso il lago di Percedol. Era un
piccolo specchio d’acqua, consacrato a san Giorgio. Anche in questo caso fu
avido di spiegazioni: affermò semplicemente che dovevo catturare una biscia
d’acqua, senza dirmi né come prenderla né cosa avrei dovuto farmene una
volta acciuffata.
Non nascondo che quando raggiunsi il luogo provai una certa delusione. Più
che un lago era un piccolo stagno circolare, una pozza nella campagna nei
pressi di un povero paesino rurale. Non era alimentato da fiumi, e la sua
acqua era ferma e melmosa, di un colore fra l’ocra e lo smeraldo. Era
circondato dalle canne palustri, e le sue acque erano completamente invase da
piante acquatiche.
Pensai che per catturare la biscia d’acqua la strategia migliore fosse di
entrare nel suo elemento, perciò mi spogliai e cercai la via per arrivare
all’acqua dello stagno.
Mentre mi avvicinavo alla riva notai il giaggiolo acquatico. Da lontano non
lo si vedeva, nascosto com’era dal canneto, quasi vi cercasse protezione.
Spuntava proprio lì dove la terra cedeva il passo allo stagno: la base del suo
stelo era sommersa dall’acqua fangosa, ma il suo fiore dorato brillava dolce
come il sole.
I piedi sprofondavano nel fango argilloso che ricopriva il fondale.
Procedere era faticoso, ma in breve raggiunsi il centro di quell’acquitrino. Mi
guardai attorno ma non vidi alcuna biscia d’acqua, anzi, non c’era proprio
segno di vita animale.
Rimasi comunque in attesa, immobile, immerso nell’acqua fino al petto. Il
silenzio non durò molto. Iniziò a volarmi attorno un moscerino, a cui subito
se ne aggiunse un altro, e poi altri ancora, finché in breve fui circondato da
una nube viva di piccoli punti neri, che non rimanevano mai fermi. A ciò si
aggiunsero le zanzare, con il ronzio stridente del loro volo e le loro irritanti
punture. Nonostante il fastidio, lottai con tutta la volontà per rimanere fermo
nella mia attesa.
Al concerto delle zanzare si aggiunse un’altra nota, più bassa ed intensa.
Era il volo di una libellula, che sfiorava l’acqua toccandone di tanto in tanto
la superficie, con grazia e precisione. Notai anche la corsa di quei piccoli
insetti, che si muovono pattinando sull’acqua, e vidi persino il ditisco, che
nuotava per tornare a prender fiato. Iniziarono allora a cantare anche le rane,
prima una sola, poi altre a risponderle, con un gracidio corale, dissonante ed
armonioso al tempo stesso. Ora che si facevano sentire, riuscivo anche a
vederle. Scorgevo dapprima l’occhio, aperto in mezzo alla vegetazione
acquatica, poi il contorno del corpo, e la bolla delle guance che si gonfiava e
sgonfiava seguendo il ritmo dei loro richiami.
Dopo il mio ingresso lo stagno si era animato gradualmente, come se fosse
guarito lentamente dal trauma che gli avevo inferto. Se mi fossi mosso
bruscamente, gran parte dei suoi abitanti sarebbero spariti in un guizzo.
Finché rimanevo fermo ed in silenzio, invece, quel piccolo mondo si apriva
con fiducia, mostrandomi tutta la sua ricchezza. Provai persino un brivido di
commozione quando sullo stagno iniziarono a calare in picchiata le rondini.
Volavano con velocità e precisione, fino a lambire l’acqua per cacciare i
moscerini.
Fu allora che vidi nuotare la biscia. Attraversava lo stagno, tenendo la testa
sollevata dall’acqua, e lasciandosi alle spalle una scia simile ad un’onda.
Non sapevo cosa fare. Se mi fossi mosso per afferrarla, avrei spaventato
l’intero stagno, e anche la biscia sarebbe scomparsa. Ci sarebbero volute ore
prima che si decidesse a mostrarsi nuovamente. Se rimanevo fermo, d’altro
canto, non c’erano speranze di poterla catturare.
Mentre riflettevo sul da farsi, la biscia sparì, infilandosi fra le canne della
riva opposta. Decisi infine di rimanere immobile: non potevo cercare di
ghermire la biscia, muovendomi come un predatore lento e goffo. Già entrare
nello stagno era stata una forma di violenza, ma pian piano ero stato
perdonato, come se il silenzio e la quiete fossero una punizione da scontare, o
forse una sorta di segno del mio pentimento. Pentimento, o meglio,
cambiamento, proprio come diceva l’abate.
Chiusi gli occhi, e smisi di pensare alla caccia. Non c’era nessuna fretta, per
cui potevo anche godermi quella sensazione di tranquillità, come se non fossi
un estraneo ma appartenessi anch’io alla quieta vivacità dello stagno.
Quando riaprii gli occhi il sole era quasi tramontato. Nella conca della mia
mano dormiva la piccola biscia, avvolta a spirale. Da quando era lì?
La sollevai per osservarla meglio. Distese lentamente la coda, lasciandola
scivolare fra le mie dita. Poi si raddrizzò, irrigidendosi, ed il suo corpo si
appiattì, mentre le scaglie grigie del suo corpo si lisciavano acquisendo una
lucentezza metallica. La strinsi nella mano, prima che cadesse in acqua; ora si
era trasformata in una lama d’acciaio, un coltello lungo, a metà fra una spada
ed un pugnale.
Il manico era di legno, scuro e liscio, e non c’era nessuna guardia per
proteggere le mani. Evidentemente non era un’arma, ma allora non capivo a
cosa potesse servire. Comunque sia, avevo ottenuto quel che l’abate mi aveva
consigliato di prendere.
Mi mossi per uscire dallo stagno. In un istante il concerto dei suoi abitanti
ammutolì di paura. Dopo essermi rivestito guardai con stupore quel piccolo
stagno che per alcune ore era stato un intero universo, di cui anch’io avevo
fatto parte.
Capitolo XXII

La strada che porta alla Val Rosandra è lunga, tanto che per arrivare mi ci
vollero due giorni di cammino. Il sentiero si inerpica dapprima sulla riva
d’una montagna boscosa, ma non appena si oltrepassa la sella si vede in
lontananza il mare. Sull’altro versante il vento salato lotta contro la
vegetazione, portando alla luce la roccia grigia e chiara. La stradina continua
così, attraversando pietraie e cespugli di salvia selvatica. Da lassù si vedeva
bene il golfo, circondato da colline più piccole e rotondeggianti, ed una
grande città, e il porto con le navi in attesa alla rada. Su una delle colline, ad
est della città, c’erano due torri, tanto alte quanto tozze. La loro forma era
disadorna e squadrata. Pareva che attorno ad esse aleggiasse un’aria torva di
dolore e rassegnazione. Il terreno che le circondava era stato completamente
disboscato e la poca vegetazione superstite era stentata e secca.
La strada però svoltava verso nord, allontanandosi dalla città. Con una serie
di stretti tornanti il sentiero scendeva la riva d’una collina, per seguire poi il
fondovalle, fino al villaggio di San Dorligo, chiamato anche Dolina. Da lì la
strada proseguiva, giungendo finalmente alla Val Rosandra.
La valle è uno stretto intaglio, scavato da uno dei pochi torrenti della zona.
Nell’interno della valle c’è una cascata, alta una decina di metri. Lì l’acqua
ha modellato la terra, lasciando ai suoi fianchi imponenti pareti rocciose e
torri di pietra. D’inverno il vento cerca le fratture della nuda roccia, ma in
primavera da quei solchi spuntano i fiori, portando il colore della vita anche
fra i più impervi dirupi.
Scendendo, la valle si allarga, ed il corso d’acqua si acquieta. Lì il torrente
passa attraverso un bosco di salici, pioppi ed ontani.
Non appena arrivai mi resi però conto che c’era qualcosa di strano. Non si
udiva il canto degli uccelli, che di solito anima di gioia le foreste. Da lontano
si sentiva invece uno strano ronzio, volgare e violento, e di tanto in tanto
l’orrendo rumore di tronchi che si schiantano, come se gli alberi cadendo
urlassero di dolore. Affrettai il passo.
Che disastro! Un’intera porzione del bosco era stata rasa al suolo. I tronchi
erano stati sfrondati ed accatastati in un angolo, ed il terreno era ridotto a
ghiaia fangosa, pestata dai cingoli delle ruspe. C’era una squadra di uomini al
lavoro, con motoseghe, pale e picconi. Riconobbi la loro divisa nera e rossa:
appartenevano alla Guardia Civile.
Di fronte a quello scempio persi la pazienza. Come osavano portare tanta
devastazione in questo tempio della natura? Corsi verso di loro urlando di
rabbia, mentre sguainavo la daga che avevo ricevuto a Percedol.
Mi aspettavo un combattimento. Non so quanto avrei potuto resistere: io ero
solo ed impugnavo una spada corta, poco più di un pugnale, mentre loro
erano in tanti ed armati di motoseghe.
«Fermo, fermo!» Gridò uno di loro.
«Non può entrare nel cantiere, stiamo lavorando», aggiunse un altro. «Non
ha visto l’ordinanza?»
Non sapevo come rispondere. Mi aspettavo reagissero al mio attacco con
altrettanta violenza, non con questo tono così freddo, quasi burocratico.
Ripresi coraggio: «Se non cessate di distruggere la natura, vi passo a fil di
spada!»
«Ma no, cosa dice. Non stiamo distruggendo proprio nulla. È un intervento
di messa in sicurezza, tutto qui. Stiamo pulendo l’alveo del torrente. Tutti
questi detriti ostacolano il corso d’acqua, quando piove molto c’è il pericolo
di un’eson-dazione.»
«Non proteggiamo solamente il paese a valle, ma anche la natura stessa.
Altro che distruzione!» Concluse uno che sembrava essere il loro capo.
«E comunque abbiamo il permesso delle autorità, si intende. È un
intervento programmato, in regione ne abbiamo già portati a termine molti, e
tutti sono soddisfatti.»
Mi guardò con un sorriso beffardo, e poi disse con tono sprezzante. «E lei,
con quella spada? Ha il porto d’armi?»
Le loro spiegazioni erano convincenti, ma la distruzione che avevano
causato era eloquente. L’istinto mi incitava a scacciarli a colpi di spada, ma la
ragione obiettava: loro sanno quello che fanno, lascia stare, non è affar tuo.
«Cosa credi di fare, Edoardo, con quella spada in mano?» Disse infine uno
dei miliziani. «Stai giocando a fare l’eroe? Su, sii serio, datti una calmata.»
Edoardo.
Ora ricordavo tutto, come se la memoria mi fosse caduta sulle spalle con il
peso di una tonnellata. Edoardo. Perito industriale, con una famiglia ed un
mutuo da pagare, ma senza un lavoro. Cosa ci facevo qua, in questo bosco?
Con una spada in mano, agitandomi contro degli sconosciuti, colpevoli
solamente di fare il loro lavoro...
«Vieni, ti portiamo in ospedale. Sei in stato confusionale, è evidente. Ti
aiuteranno, ti faranno star meglio, vedrai. Non ti preoccupare per la storia
della spada, non ti denunceremo.»
Mi tese la mano, e io stavo per afferrarla, quando l’aria fu attraversata da un
sibilo. Una freccia colpì in pieno volto il militare della Guardia Civile, che
cadde a terra senza nemmeno un lamento. Mi voltai, pronto a combattere, ma
nuovamente la mia furia guerriera morì sul nascere. Era lei, la ragazza che
avevo incontrato a Monfalcone, e che avevo poi rivisto nel dipinto sull’altare
del monastero di Monrupino. Mi sorrise, mentre con un cenno della mano
lanciava all’attacco una mandria di cinghiali.
Le bestie colsero di sorpresa i militari. La squadra si diede alla fuga, ma due
di loro vennero feriti dalle zanne dei cinghiali lanciati all’inseguimento. Un
militare accese la motosega, sollevandola per colpire uno dei cinghiali, ma fu
messo fuori combattimento da un’altra freccia scagliata dalla ragazza.
Udii allora il rumore di un motore. Uno dei militari era salito sulla ruspa e
aveva evidentemente intenzione di travolgere con essa il campo di battaglia.
«Non stare lì impalato!» Mi gridò la ragazza.
Corsi verso la ruspa, prima che il mezzo potesse prendere velocità. Saltai
fra le due grandi ruote, spalancai la porta dell’abitacolo e strattonai il pilota,
gettandolo fuori, a terra. I cinghiali fecero il resto.
Capitolo XXIII

«Sono arrivata tardi. Che disastro!»


La ragazza si guardò intorno sconsolata. «Però abbiamo limitato i danni.»
Mi fissò, e poi aggiunse: «E tu sei salvo, anche se per il rotto della cuffia.»
«Non sono molto convinto che tu mi abbia salvato. Quelli della Guardia
Civile avevano promesso di aiutarmi. E poi grazie a loro ho ricordato il mio
nome. Mi chiamo...»
La ragazza mi tappò la bocca con la mano. Sembrava spaventata.
«No, non accettare quel nome. Sputalo, è velenoso.»
«Non è il mio vero nome?»
«Il nome è l’essenza di un uomo. La società te ne impone uno, e così ti
segna, proprio come una volta si marchiavano a fuoco gli schiavi. È questo il
nome che credi di ricordarti, ma è un nome ormai morto. Se lo indossi
nuovamente sarà la tua condanna.»
«Ma quindi, devo rimanere nudo, senza un nome?»
«No. C’è un altro nome, molto più importante. Non puoi scoprirlo, come se
fosse già pronto. Non è una parola morta che ti viene data, ma è una parola
vivente che devi costruire con le tue mani, giorno per giorno.»
«E i ricordi? Quando mi hanno detto quel nome mi è tornata alla mente la
mia vita. Allora quelle memorie mi sembravano così vivide e reali, ma se ci
ripenso adesso mi sembra anche quella un’illusione evanescente.»
«“Realtà” è una parola insidiosa. È un altro di quegli anelli con cui
l’umanità forgia con le proprie mani le catene che la imprigionano.»
«Cosa intendi dire?»
«Si dice che una cosa è reale, oppure che non lo è: non ci sono vie di
mezzo. Sarebbe invece più utile considerare tutte le sfumature che
intercorrono fra ciò che esiste e ciò che non esiste. Secondo te un’autostrada
esiste?»
«Direi di sì.»
«Ed un’industria? Ed un fiore? Ed un debito nei confronti di una banca?»
«Sì, certo.»
«E la felicità? È reale? Oppure è un’illusione?»
Ci pensai su, ma poi ammisi: «Non saprei.»
«Vedi? Non c’è una risposta netta, o sì o no. Fin dalla nascita ti hanno
insegnato che “reale” è quel che puoi toccare con mano, oppure tutto ciò che
in qualche modo è pratico ed utile, mentre tutto il resto è “soltanto fantasia”.
Non è così?»
«Hai ragione. Sai, per un attimo mi è sembrato che i soldati della Guardia
Civile fossero così... Reali, ecco. Concreti. Più concreti di questo bosco, e
molto più reali di te, che appari e poi scompari per giorni, di te di cui non so
nemmeno il nome.»
«Forse non sono concreta, ma ciò non vuol dire che io non sia vera. In fin
dei conti loro hanno perso la battaglia, non credi?»
Non sapevo che dire. Lei continuò: «Io ho scelto di vedere il mondo in un
modo molto diverso. Per me la bellezza di un fiore è più reale di
un’autostrada e di un’industria, nonostante molti la sminuiscano come una
sensazione soggettiva. La felicità è molto più reale di un’ipoteca o dei tassi
d’interesse, benché molti tralascino la prima per disperarsi con gli altri.»
«Facile a dirsi.»
«Non sto certo dicendo che sia una via semplice. Anzi, è molto più comodo
adeguarsi agli altri e vivere secondo le regole. Ma alla lunga seguire
esclusivamente criteri pragmatici conduce alla morte dell’anima.»
«In effetti molti sono convinti che l’anima non esista proprio.»
«Vedi?» Indicò quindi il bosco ormai distrutto. «Gli uomini della Guardia
Civile agiscono proprio secondo questo criterio di realtà, materiale ed
utilitaristico. Non distruggono per pura malvagità fine a se stessa, anzi,
credono sinceramente di lavorare per il bene della terra e per la sicurezza
della comunità. Se rovinano la bellezza incantata è proprio perché non sono
in grado di vederla.»
Guardai i caduti che giacevano sul campo di battaglia.
«Ma quindi loro sono innocenti?»
«Sono incoscienti, non capiscono la portata di ciò che stanno compiendo.
Ciò non li assolve dalle loro responsabilità. Vedi, c’è un conflitto in atto, una
sanguinosa guerra civile. Loro sono soltanto pedine, ma i veri criminali sono
coloro che li comandano.»
«Una guerra? Fra chi?»
«I loro vertici sono nascosti nell’ombra. Non sappiamo nemmeno se siano
esseri umani, o se si tratti piuttosto di una forza demoniaca che guida
l’umanità verso il disastro, come una corrente, o un destino.»
Come al solito le parole della ragazza erano misteriose e difficili da
comprendere. «Ma cosa vorrebbero ottenere?»
«Vogliono la separazione fra cielo e terra. Dicono che così otterranno
l’indipendenza dell’umanità, ma in realtà la conducono al disastro.»
Osservò il mio volto confuso, e aggiunse: «Con “cielo” e “terra”
ovviamente non intendo l’atmosfera e il terreno. È come il corpo con l’anima:
sono due aspetti diversi della stessa esistenza, ma molti li considerano
separati, e persino indipendenti, al punto che finiscono per non parlarsi più
fra loro. Così si perde l’anima, ed anche il corpo si perde.»
«Anche il mondo ha un’anima?»
«Sì. Ora molti l’hanno scordato, ma i filosofi dell’antichità lo sapevano
benissimo. È al tempo stesso la vita ed il senso della nostra esistenza, è il
fuoco sacro ed impalpabile che riscalda ed illumina ogni cosa. Ma proprio
perché è impalpabile, molti credono che non esista affatto, e così pian piano
l’universo diventa freddo e buio.»
«Ma cosa c’entra l’anima del mondo con questo intervento di messa in
sicurezza?»
«Devi sapere che gli alberi non sono solamente delle piante legnose, ma
sono anche espressioni di un simbolo potente ed antico. L’albero è l’asse che
collega il mondo degli uomini al cielo ed al sottosuolo. È una strada che
mette in comunicazione i mondi, è un’ancora che li lega assieme. Gli
abbattimenti non sono casuali, mirano proprio a recidere questo legame
sottile, eppure essenziale. Pensa agli ulivi estirpati in Puglia per prevenire la
diffusione di patologie vegetali, o a tutti quegli abbattimenti nelle città, sotto
il nome dell’inco-lumità pubblica. Ogni volta c’è una buona ragione, ogni
volta si appellano al buon senso, ma lo scopo finale è tremendo. Nessuno,
però, ci dà bada: in fin dei conti per loro sono “solamente” romanticherie
poetiche.»
«Un mondo senza alberi...»
«Non serve abbatterli tutti. A loro basta eliminare quelli più belli, più
antichi, quelli più amati dalle persone, più carichi di ricordi. L’immagine
degli abbattimenti entra così nel cuore delle persone e lì continua ad agire
autonomamente, come un veleno.»
La ragazza accarezzò la testa di uno dei cinghiali. Dopo la battaglia le si
erano rannicchiati attorno, come bimbi attorno ad una madre.
«Non si accaniscono solamente contro gli alberi. Pian piano stanno
soffocando anche la vita animale. Eliminano ad uno ad uno gli animali
selvatici. Un tempo usavano la caccia, ma era un processo troppo lento. Ora
rimuovono direttamente gli spazi in cui vivono, bonificando le paludi,
trasformando prati in parcheggi e montagne in piste da sci. La sorte degli
animali d’allevamento è ancora peggiore: l’industria li ha resi una merce di
scambio. Per aumentare al massimo l’efficienza economica hanno
trasformato gli allevamenti in luoghi di tortura. Gli animali sono considerati
come macchine prive di un’anima, da sfruttare il più possibile, finché è
possibile. Così anche l’animale, che è un simbolo di salute e libertà, viene
inquinato dalla prigionia e dalla morte.»
«Conosco ciò di cui parli, ma non avevo mai pensato alle controindicazioni
spirituali degli allevamenti intensivi.»
«Certo, chi ci pensa? Un altro loro obiettivo sono i corsi d’acqua. In nome
del progresso industriale li inquinano e poi per preservare la salute pubblica li
interrano, imprigionandoli in tubi di cemento. Capirai che anche fiumi e
torrenti hanno la loro importanza sottile: sono come vene che portano
ossigeno alla terra.»
«Non a caso tutte le città più antiche venivano fondate nei pressi di corsi
d’acqua.»
«Queste tre offensive sono comunque soltanto alcuni dei fronti di un’unica,
immensa guerra. Gli alberi, l’acqua e gli animali sono legati fra di loro, sono
tre espressioni dello stesso fuoco sottile, dell’anima del mondo. Ma ci sono
anche altri attacchi, contro l’arte, contro la memoria storica, contro tutto ciò
che rende la vita degna di questo nome. Pian piano i villaggi vengono
divorati dall’immensa periferia di una metropoli senza centro, e la vita degli
uomini diventa una nevrosi senza via d’uscita.»
«Quindi è per questo che ho perso l’anima? È per questo che i militari
volevano portarmi con loro?»
«Hanno paura. Data la situazione odierna, un uomo che ritrova l’anima
compie un gesto rivoluzionario.»
«Ma non l’ho ancora trovata.»
«Sei a buon punto. Vieni, il bosco è ormai distrutto, ma il cuore della valle
è salvo. Questa volta non ti abbandono, ora possiamo andare assieme.»
Capitolo XXIV

Non c’era alcun sentiero: entrare nella valle era come penetrare un segreto.
Risalimmo il torrente, saltando fra le rocce levigate che affioravano
dall’acqua, fino a giungere alla cascata. Era magnifica: il rivolo si tuffava
dall’alto formando una bianca colonna, un candore che contrastava con le
buie rocce alle sue spalle, perennemente intrise d’umidità, interamente
ricoperte di limo e muschio. Ai piedi della cascata il torrente formava
un’ampia pozza di colore smeraldo, talmente intenso che nei punti più
profondi sfiorava quasi il nero.
Ci arrampicammo sulla parete rocciosa di destra. La salita era ricca
d’insidie: il vapore sollevato dalla cascata aveva reso la pietra liscia e
scivolosa.
Una volta giunti oltre il livello dell’acqua iniziava una macchia di arbusti ed
alberi stentati, che sfumava poi in un ripido ghiaione, costellato da grossi
denti di roccia. La riva di ghiaia cedeva sotto i piedi, come se il baratro dietro
alle spalle ci volesse trattenere a sé. La salita per me era estenuante. La
ragazza invece camminava in tutta tranquillità, come se non avesse un peso.
Giungemmo infine ad un muro di pietra, la roccia madre della cima. La
ragazza mi indicò una piccola chiesa, incastonata su una roccia che sporgeva
dal versante.
Non l’avevo nemmeno notata. Non risaltava nel paesaggio, non sembrava
un oggetto estraneo, imposto dall’uomo alla valle. Era stata costruita
utilizzando le stesse pietre che la montagna offriva, e sembrava perciò un
elemento naturale. Ciò gli conferiva una solennità povera e modesta.
Doveva essere molto antica. Le sue linee erano semplici ed essenziali.
Aveva un campanile a vela, e un piccolo porticato che proteggeva l’ingresso.
Ci avvicinammo all’entrata. La maniglia arrugginita cercò di resistere, ma
poi la porta si aprì, cigolando lentamente sui cardini. Entrai con un certo
timore, ma poi constatai che all’interno non c’era nessuno. La chiesa pareva
anzi del tutto vuota: non c’erano confessionali, né panche o inginocchiatoi.
Camminando si sentiva il riverbero dei passi, riflesso dalle pareti spoglie ed
amplificato dalla volta del soffitto. Solamente nell’abside era rimasto l’altare.
Era uno di quei vecchi altari in legno, alti fino a coprire la parete, come se ne
trovano ancora nelle antiche chiese gotiche dell’Austria e della Slovenia. La
vernice che lo colorava era scrostata e stinta, e i tarli lo avevano traforato
rendendolo fragile come un sospiro.
«È una reliquia di un tempo passato, quando la messa si celebrava ad
orientem», disse la ragazza. «Il sacerdote non si rivolgeva alla comunità di
fedeli, ma versus absidem.»
«Non verso gli uomini, ma verso Dio.»
«Proprio così.»
«Ora però non c’è più nessuno: né i fedeli, né il sacerdote.» Esitai, poi mi
decisi a dire quello che pensavo. «E forse non c’è più nemmeno Dio.»
«Quando l’inverno scende da nord, sembra che tutto sia morto. Il gelo
strappa via il verde della vegetazione, la fame ed il brivido regnano su una
terra deserta. Dove sono finiti i fiori e gli animali? Eppure non sono
scomparsi per sempre. Si riparano nel sottosuolo. Le piante nascondono i loro
bulbi e le loro radici e gli animali entrano in letargo negli anfratti della
montagna. È da lì sotto che in primavera tornerà alla luce la gioiosa invasione
della vita.»
«Non capisco, cosa mi vuoi dire?»
«Le forme superficiali sono destinate a dissolversi, ma le radici profonde
restano vive. Vieni.»
Mi condusse dietro l’altare, nello stretto spazio fra la pala di legno ed il
muro dell’abside. Lì erano stati ammassati i pezzi d’altare caduti sotto il colpi
del tempo e dell’incuria, i frammenti d’intonaco, una trave che forse
apparteneva al soffitto, pezzi di marmo scheggiati, antiche lapidi ormai
illeggibili.
La ragazza mi chiese di aiutarla a spostarli. Sotto quel cumulo di macerie
era nascosta una sorta di caditoia, uno stretto buco quadrato.
«Dovrai entrare da solo.» Mi disse. La guardai contrariato, spaventato al
pensiero che mi potesse nuovamente abbandonare.
«Non preoccuparti», mi rassicurò lei, «ti aspetterò qua. Certi passaggi, però,
bisogna compierli da soli.»
Capitolo XXV

Mi infilai in quella buca buia e profonda. Il pertugio era stretto, al punto che
riuscivo a scendere gradualmente puntellandomi alle pareti con i gomiti e le
ginocchia. Scesi così per un paio di metri, poi i piedi scivolarono nel vuoto.
Cercai di scattare per tornare su, ma il mio movimento non fece che farmi
scivolare più in fretta. Cadere nel buio è una sensazione orribile, ma per
fortuna il salto fu breve, nemmeno due metri.
«Non è niente, non temere!» Gridò dall’alto la ragazza. A dir il vero avevo
preso una bella botta, ma ormai ero abituato a capitomboli ben peggiori.
Mi ripresi in fretta, ed iniziai a tastare i dintorni. Oltre al buco da cui ero
caduto c’era soltanto un’altra apertura, una sorta di galleria dal soffitto basso
scavata nella roccia viva.
Mi feci coraggio e continuai in quella direzione. Camminavo lentamente,
provando con cautela ogni singolo passo. Fu così che mi accorsi che c’era un
gradino, e poi un altro ed un altro ancora. Era una lunga scala intagliata nella
pietra, che scendeva fino al cuore della montagna. Forse la discesa non era
poi così lunga, ma in quell’oscurità umida e fredda mi sembrò interminabile.
Giunsi infine in una sala formata da un’ampia cupola, forse ricavata da una
grotta naturale. Sul soffitto c’era un buco da cui proveniva la luce solare. Mi
chiesi se ero vicino al versante della montagna, o se fosse un’altra galleria,
piccola e stretta, scavata appositamente per portare il sole in questa cripta.
I miei occhi ormai erano abituati all’oscurità. Grazie a questa pur fioca luce
riuscii a vedere la meravigliosa volta a crociera, su cui erano state scolpite
delle stelle, piccole ma a centinaia. Pareva veramente di osservare il cielo
notturno!
Sul fondo della sala c’era un uomo. Era un prete? Sembrava indossare
l’abito talare. Era immobile, in silenzio, con la testa china e le mani congiunte
in preghiera.
Quando mi avvicinai mi accorsi che era morto, e chissà da quanti anni.
Dalle ricche vesti di seta ricamata spuntava la pelle, secca e scura come
cuoio, tesa fino a rivelare le ossa.
Notai qualcosa di brillante sulla sua nuca: era una splendida rosa d’oro. Sia
il fiore che lo stelo e le foglie erano stati realizzati con il prezioso metallo,
con un’abilità artigiana talmente raffinata che pareva quasi la pianta fosse
viva.
Pensai che ero giunto fin lì per far mio quel fiore, come un passaggio di
testimone dalla memoria alla vita. Quando cercai di coglierlo mi resi però
conto che le sue radici erano più salde di quel che credevo. Scostai la stola
del sacerdote: le radici d’oro si intrecciavano alle vertebre del collo, per
ramificarsi poi nella cassa toracica, avvolgendo le costole in una presa
inestricabile.
Decisi allora di strappare la rosa per estirparla da quel corpo morto, ma non
appena tirai lo stelo l’oro si dissolse, come un incanto spezzato da un brusco
risveglio.
Il cadavere del sacerdote cadde a pezzi. Evidentemente era la rosa d’oro a
tenerlo ancora assieme. La pelle scura divenne polvere, e della sua figura non
rimase che un cumulo di ossa avvolte in una veste preziosa.
Avevo cercato di stringere la corolla della rosa nelle mani, sperando che
così almeno questa non evaporasse. Mi resi subito conto che era una misura
del tutto vana.
Non rimasi però a mani vuote. Fra le dita mi era rimasta una minuscola
pietruzza rossa, luminosa e calda. Sembrava un piccolo seme, ma era duro
come la roccia.
Con quel magro bottino tornai nella scala buia, per risalire fino alla
superficie.
Capitolo XXVI

Questa volta la ragazza non si era dileguata. Mi aveva atteso, e aveva anche
gettato nel pozzo una delle travi ammassate dietro all’altare, per aiutarmi nel
primo pezzo di risalita.
Uscimmo dalla chiesa, e ci sedemmo sui gradini, ad ammirare la vista della
valle dall’alto.
«Cos’hai trovato, lì sotto?»
«C’era una splendida rosa d’oro, ma non era per me. Ho voluto rubarla, ma
non ho fatto altro che distruggerla.»
«E basta?»
«No, ho trovato questo». Le mostrai la pietruzza rossa, e lei rise di gioia.
«Bene, bene!» Esclamò. «Mettilo in bocca, e ingoialo!»
Posai sulla lingua quella sorta di seme minerale. Bruciava, come se fosse un
tizzone ardente.
«Non sputarlo, inghiottilo.»
Lo buttai giù. Mentre scendeva nella gola sentivo un calore sempre
crescente. In breve divenne una fiamma insopportabile.
Il mio stomaco era una fornace da cui schizzavano lingue di dolore che
torturavano l’intero corpo. Guardai la ragazza. Ma poi chi era? Ancora non
sapevo il suo nome. Mi aveva ingannato per avvelenarmi? Ma allora perché
portarmi fin qui, perché questo cammino faticoso? Sarebbe stato meglio se
mi avesse ucciso subito, all’inizio.
Mi aspettavo di vedere sul suo volto il ghigno di trionfo di chi è riuscito ad
ingannare la sua preda, ma mi sbagliavo.
Si chinò e mi prese la mano. Nei suoi occhi non c’era però nemmeno pietà
per il mio dolore. Pareva invece un capomastro dei secoli passati, intento ad
osservare il cantiere da cui sorgerà il nuovo tempio.
Mi sussurrò all’orecchio: «Sta germogliando.» Poi si sedette in disparte,
continuando ad osservarmi.
Il sole scese fino a nascondersi dietro la cima, ed io ancora pativo. Il
tramonto si raffreddò nel buio della notte, e la mia carne bruciava ancora. Le
stelle apparvero ad una ad una e poi vennero scacciate dall’alba, ed io sentivo
ogni singola vena del mio corpo, e mi pareva che fossero fiumi di fuoco.
«Va bene così», disse la ragazza, «sta mettendo radici.»
Il dolore continuò ancora per un giorno intero. La seconda sera iniziò poi
una nausea intensa. In breve crebbe fino a divenire una vertigine, un capogiro
talmente devastante che mi sembrava giungesse a dilaniare persino i muscoli.
Un conato, duro come un pugno nello stomaco. Vomitai una melma
nerastra. Bruciava, ed aveva un odore nauseante, come se fosse asfalto
bollente.
Tesi la mano verso la ragazza, in cerca di aiuto. Mentre soffrivo lei se n’era
rimasta in disparte, seduta su una roccia, osservandomi come un alchimista
che sorveglia una reazione chimica.
«Lascia scorrere. Sono le impurità che ancora ti rimangono in profondità, e
quel carbone nero che avevi al posto del cuore. Ormai era mezzo spento. Non
pensavi che potesse ardere in eterno, vero? Soltanto ciò che è vivo brilla
senza consumarsi.»
L’abate mi aveva avvertito che si trattava solamente di un ripiego, ma non
immaginavo durasse così poco.
Passai così un altro lungo giorno ed un’altra notte straziante, rigurgitando il
fiele cupo e lancinante. La nuova alba segnò finalmente il termine della mia
passione.
La ragazza mi abbracciò ed aggiunse con un sorriso sincero: «Ecco, la rosa
d’oro adesso vive nuovamente. Ha radici in te, e sboccia qui, nel tuo petto.»
Capitolo XXVII

«Ora sei pronto, possiamo affrontare la ricongiunzione finale.»


«Intendi dire che finalmente mi riunirò alla mia anima?»
La ragazza non rispose, ma si limitò a sorridermi.
«L’ultimo passo è anche il più difficile. Il tuo destino ti attende in un luogo
di dolore e amarezza: le torri di Cattinara.»
Mi corse un brivido sulla pelle. «Credo di averle viste dall’alto, mentre
camminavo verso la Val Rosandra. Sono due torri alte ma tozze, sgraziate e
spaventose, vero?»
La ragazza annuì e si incamminò, facendomi cenno di seguirla.
Dalla valle alle torri c’era mezza giornata di cammino. Il viaggio era però
tanto breve quanto angosciante. La verde pace della vegetazione ben presto
era scomparsa, lasciando solamente una desolazione innaturale. Non c’era
traccia di alberi o di erba, persino la terra aveva una tinta giallastra, un colore
di morte.
Mi accorsi che la strada su cui camminavamo era la schiena di una
gigantesca vipera. Lo feci notare alla ragazza, ed ella annuì.
«Hai ragione, anche se certi ti direbbero che non è vero, che è solamente
una strada asfaltata. Ora che hai la rosa d’oro, sei in grado di vedere l’anima
delle cose, l’essenza sottile di ciò che ti circonda. Questa strada ha un’anima
velenosa e perciò ti appare come un lungo serpente grigio, che stringe fra le
sue spire le colline.»
Dopo le sue parole, mi accorsi che le squame della vipera erano
effettivamente l’asfalto del manto stradale.
«Presto ti abituerai», aggiunse la ragazza, «e sarai in grado di vedere al
tempo stesso l’aspetto esteriore delle cose e la loro natura interiore.»
Arrivammo infine alle nere torri di Cattinara. Credevo che per entrare
avremmo dovuto sconfiggere un guardiano, o che saremmo entrati di
soppiatto, come due ladri. La ragazza invece entrò dall’ingresso principale e
camminò con passo spedito attraverso l’ampia sala d’ingresso.
Entrai anch’io, ma rimasi impietrito. L’aria era colma di angoscia, tanto che
non si riusciva a respirare, come se mancasse l’ossigeno, come se mancasse
la speranza. La sala era ben illuminata, ma le sue pareti grigie sembravano
assorbire la luce, evocando un crepuscolo lugubre ed artificiale.
«Aspetta! Non ce la faccio.»
«Fatti coraggio.»
«Cos’è questo posto? Cos’è questa coltre di disperazione che afferra la
gola?»
«Siamo in un ospedale.» Rispose lei dirigendosi verso le scale.
«Ma come? Un ospedale dovrebbe essere una casa di cura. Come si può
guarire, in questo vortice di dolore?»
«Non posso darti torto. In effetti c’è un errore di base. Se una persona è
triste, chiudendola in una stanza con altre dieci persone tristi non la
renderemo certo più felice, non trovi?»
«Sì, ovvio.»
«Qui vale lo stesso discorso: se riuniamo tanti malati in un
unico edificio, concentreremo il male, rafforzandolo.»
«Lo fanno apposta? O anche loro non sono consapevoli delle conseguenze
di ciò che compiono?»
«Lo fanno con tutta la più buona volontà, compiendo grandi sacrifici per
aiutare chi soffre. Il problema è che anch’essi considerano solo il corpo,
curando i malati come un meccanico aggiusterebbe una macchina. La loro
medicina funziona, su questo non c’è dubbio, ma tralascia l’anima, e così
cura solamente per metà. A volte la cura è così dolorosa per l’anima che i
pazienti la rifiutano, rivolgendosi piuttosto a ciarlatani ed imbonitori.»
«Questi invece lusingano l’anima con la speranza, ma non curano il corpo.»
«Proprio così.»
Passammo in una lunga galleria, una successione di porte che davano in
stanzoni silenziosi, tutti uguali fra loro.
«È impossibile orientarsi, qui dentro», constatai. «Non c’è nessun segno
distintivo, tutto è identico, modulare. È come un labirinto così omogeno e
ripetitivo da risultare assolutamente confuso.»
Osservai le stanze. Il muro bianco. Tre letti, tre comodini, un bagno. Le luci
al neon. Il pavimento in linoleum, di un colore indefinito fra il grigio ed il
blu. I pazienti distesi, immobili, con lo sguardo fisso verso il soffitto. Era
tremendo: ora che guardavo bene non erano coperti da un lenzuolo, ma da
una fitta ragnatela, che li teneva avvolti al letto. Dov’era il ragno, quali veleni
aveva in serbo per loro?
«Eccoci, siamo arrivati.»
Entrammo in una delle stanze. Non potete capire quanto sia terribile: lì, nel
letto in fondo, vicino alla finestra, c’ero io.
«Sono... sono io!»
La ragazza scosse il capo, come se ciò che avevo detto non fosse sbagliato,
ma nemmeno del tutto corretto.
Esitai un istante, poi d’improvviso tutto mi fu chiaro. «È il mio corpo.»
«Proprio così. Credevi di non aver l’anima, ed è vero: tu non possiedi
l’anima, tu sei l’anima. Quella volta a Monfalcone ti dissi che avevi perduto
l’anima, ed anche questo era vero: eri tu stesso ad esser perso.»
Mi avvicinai al mio corpo. Ero pallido ed indebolito, ma respiravo ancora.
Sfiorai la mia mano, ed ebbi un sussulto, come un barlume di sogno venuto a
rischiarare l’incoscienza del sonno.
Con un colpo di daga strappai le ragnatele che mi tenevano legato al letto.
La spada si agitò, parve tremare, e riprese le forme della biscia d’acqua.
L’animaletto mi sfuggì di mano, infilandosi dietro la schiena del mio corpo.
Cercai di sollevare la mia schiena per vedere dove si fosse nascosto, ma la
ragazza mi fermò.
«Sta entrando nella nuca, sostituendo la tua spina dorsale.»
«Ma quindi ho veramente le vertebre rotte? È per questo che sono
ricoverato?»
«La colonna vertebrale è il tronco di quell’albero interiore che è il sistema
nervoso. Anch’esso funziona come collegamento fra ciò che è basso e ciò che
alto: terra e cielo, corpo ed anima, energia e controllo. Se il corpo e l’anima si
perdono, quel ponte si spezza.»
Anche la catena d’oro che tenevo attorno al collo si svolse, scendendo sulla
fronte del mio corpo, cingendo le tempie come una corona.
«Perché non mi hai condotto subito qui?»
«L’anima è come un fuoco, ricordi? Ecco, tu eri un fuoco malato, una luce
pallida e tossica. Era necessario purificare e ravvivare le fiamme. Il viaggio,
le esperienze, le conquiste hanno fatto di te un’anima vera, salvandoti dallo
spettro che eri diventato.»
Mentre parlava passò le mani fra le mie costole, come se fosse luce
impalpabile. Ne tolse la rosa d’oro, e dopo averla ammirata con espressione
commossa la pose sul petto del mio corpo. Fu l’ultima volta che la vidi.
Riaprii gli occhi del corpo. La fredda luce dei neon mi schiaffeggiò il volto,
ed il nauseante odore di disinfettante cancellò ogni torpore. Le braccia e le
gambe mi dolevano, come se non le avessi usate per molto tempo. Ma il
dolore è il segno della vita. Risi di felicità, come se fossi stato ebbro.
Finalmente ero guarito, ora ero di nuovo intero.
Capitolo XXVIII

Il giorno dopo il mio risveglio riuscivo già ad alzarmi dal letto. I medici
erano assolutamente contrari, ma a suon di insistere ottenni le dimissioni. Il
pomeriggio tornai a casa, dalla mia famiglia. Non si erano mai arresi, non mi
avevano mai abbandonato, nemmeno nel momento più buio. Finalmente ero
in grado di ricambiare il loro amore. Era di questo che avevo bisogno, non di
medicine.
Molti potrebbero pensare che il viaggio della mia anima sia stato “soltanto”
un’allucinazione nella catatonia, il delirio di una mente in balia di se stessa.
Credano quello che vogliono. Io so che le mie esperienze sono vere, anche se
non sono concrete. È soltanto grazie a questo cammino incorporeo che ho
potuto ravvivare la luce morente dell’anima: cosa potrebbe esserci di più
vero?
Dopo essermi ripreso, ho trovato un nuovo lavoro, in una piccola impresa
che realizza mobili artigianali. È un impiego più modesto del precedente e la
paga è molto più magra, ma ho la soddisfazione di assistere alla creazione di
oggetti dotati di un’anima nobile. Il lavoro è schiavitù soltanto finché appare
insensato, una vana perdita di tempo come contropartita dello stipendio.
Certo, non sempre è possibile individuare un significato nella propria
occupazione. Ora che sono in grado di scorgere la realtà sottile capisco che
certi mestieri sono simili ad un frantoio spirituale, che macina le anime
spezzandole e prosciugandone l’essenza. Mi tengo ben distante da simili
trappole e cerco di mettere in guardia i miei amici, ma pochi mi credono:
«Scherzi? La paga è stratosferica, per non parlare del prestigio!»
Anche il mio atteggiamento nei confronti della vita è cambiato
completamente. Cerco per quanto possibile di tenermi alla larga dal veleno
che devasta la nostra società. Se poteste vedere anche voi la vera essenza di
un centro commerciale vi verrebbero i capelli bianchi al pensiero di tutte
quelle volte che siete entrati di vostra volontà in quell’orrendo inferno.
Non parliamo poi dell’irradiazione di informazioni tossiche con cui ci
tempestano ogni giorno. Ora che riesco a vedere la forma delle idee, capisco
la loro pericolosità. Ci lanciano addosso questi semi, o meglio, queste cisti
amebiche, e se non ci si difende finiscono per attecchire nella nostra anima.
Lì crescono come uno schifoso parassita, cibandosi dei nostri pensieri,
fiaccando la nostra mente. Le pubblicità commerciali, la propaganda politica,
l’incitazione all’odio, il contagio della paura... Quando ho visto miei figli e
mia moglie inermi di fronte a questo bombardamento contagiante mi si è
accapponata la pelle. Anche loro sulle prime stentavano a credermi, ma per
fortuna sono riuscito a convincerli.
Ora sto anche molto attento a non produrre veleno. La forza di questo
sistema perverso siamo noi: sia che ci facciamo influenzare dal suo canto di
sirena, sia che cerchiamo di combatterlo, finiamo anche noi per creare
inquinamento spirituale, contribuendo all’immensa distruzione dell’anima
che ammorba la nostra società. Non si sconfigge la guerra lottando, sarebbe
come gridare contro il rumore. Non bisogna odiare il male, ma cercare di
guarirlo.
Non trascuro il mio corpo, ma cerco soprattutto di curare la mia anima,
coltivandola come fosse un giardino. La nutro con l’arte, con la natura, ma
anche e soprattutto con le piccole gioie della vita: il sorriso degli amici, la
buona cucina, la quiete e lo stupore della quotidianità.
Non fate come me, non aspettate che sia troppo tardi. Ho lasciato che la
rovina mi entrasse nell’anima, e solo allora mi sono reso conto di ciò che
avevo perso. Io sono stato fortunato, ma per molti il disastro è irreversibile.
Ricordate chi siete, ricordate cosa siete veramente, prima di scordarvelo
completamente.
Senefiance

Chiarire i simboli di un racconto è un po’ come spiegare il senso di una


barzelletta a chi non l’ha capita la prima volta.
La forza del simbolo è la sua spontaneità, la sua capacità di coinvolgere
emotivamente, anche (e soprattutto) quando non lo si comprende a livello
intellettivo.
Quest’appendice non vuole quindi essere un’inter-pretazione esaustiva
dell’impianto simbolico che regge la storia, tanto più che uno dei messaggi
che essa vuole trasmettere è proprio che il significato non è una cosa già
pronta, da scoprire, ma un risultato da conseguire creandolo con le proprie
mani.
Ciò che segue non è dunque una lista di soluzioni ad altrettanti indovinelli,
ma una serie di spunti per chi volesse seguire il simbolo fino alle sue radici. Il
cammino porta in una direzione, ma nulla ci vieta di divagare un po’,
attardandoci ad esplorare le deviazioni che esso sfiora.
Capitolo I

La sensazione di non appartenenza e l’angosciosa mancanza di significato


che molti avvertono nella propria vita ed in ogni cosa che li circonda sono
due diffusi sintomi della moderna perdita dell’anima.
Il concetto di “perdita dall’anima” deriva dall’antropolo-gia. È una
credenza ancestrale, diffusa praticamente in ogni angolo del mondo: un
malessere derivante dalla separazione dal corpo del principio vitale. La
perdita viene percepita come un vuoto interiore, un’aridità spirituale che
contagia anche la realtà esteriore, tramutandola in un deserto.
I sentimenti di vuoto, così diligentemente analizzati dal Janet, consistono
nella perdita di autenticità di sé e del mondo, onde il fluire della vita psichica
è accompagnato da un senso di estraneità, di artificialità, di irrealtà e di
lontananza, che colpisce sia il corso dei propri pensieri, sentimenti e azioni,
sia l’esperienza della realtà oggettiva (persone, eventi, cose, situazioni).1
L’idea è antica, e può sembrare ormai relegata al passato, tuttavia la sua
importanza è tutt’ora vivissima.
I sintomi della perdita dell’anima, così diffusi nella nostra società,
rimandano ad un male più profondo, una dolorosa frattura nell’essenza stessa
dell’essere umano, che oggi è più attuale che mai. Lo psicologo Carl Gustav
Jung scrisse a tal proposito:
Non è trascorso neppure troppo tempo - pochi millenni - da che vivevamo
ancora in una condizione spirituale primitiva, con i suoi perils of the soul, la
“perdita dell’anima” e gli stati ossessivi che minacciavano l’u-nità della
personalità, cioè l’Io. Si aggiunga ancora che questi pericoli non sono affatto
superati nella nostra attuale società civilizzata.2
1 Ernesto de Martino, Sud e magia
2 Carl Gustav Jung, Un mito moderno: le cose che si vedono nel cielo,
raccolto nel volume 10.2 delle Opere.
Capitolo II

La perdita della propria identità si riflette nel mondo esterno. Ogni cosa ci
sembra anonima ed indistinta, senza un’individualità che la differenzi dal
resto. Ciò porta ad una tremenda confusione: com’è possibile orientarsi in un
mare omogeneo, privo di punti di riferimento? La città rappresenta qui un
labirinto amorfo, senza centro, privo di un ingresso e di un’uscita.
L’allarme che suona in lontananza è un’eco della consapevolezza, che cerca
invano di avvertirci dell’esiziale pericolo verso cui stiamo precipitando.
Ormai è troppo tardi: solo un intervento miracoloso può salvarci.
La ragazza - che resterà senza nome fino alla fine - è una classica figura di
psicopompo, la guida che conduce l’anima dal mondo dei vivi all’aldilà. Per
come la vedo io l’aldilà non è un altro mondo indipendente in cui la vita
continua dopo la morte; è piuttosto un altro aspetto del mondo in cui viviamo,
lì espresso secondo l’eternità, e qui secondo il tempo. Fra il nostro mondo e
l’aldilà corre quindi lo stesso rapporto che lega una domanda alla risposta.
Capitolo III

Il nome non è semplicemente un modo con cui chiamare la persona. Fin


dall’antichità è ritenuto l’espressione più vera ed intima dell’individualità: nei
miti Egizi, ad esempio, Iside scopre il nome di Ra, e così acquisisce potere su
di lui, come se il nome fosse tutt’uno con l’essenza che esso esprime. È
naturale, dunque, che perdendo l’anima anche il nome scivoli via, lasciando
l’individuo nudo e vuoto.
L’immagine dell’anima come fiamma della lucerna del corpo è ispirata alle
idee espresse da Jacob Böhme nel suo “De Signatura Rerum”.
Capitolo IV

Il ponte stretto rappresenta il passaggio fra i due mondi, dal regno del
tempo all’aldilà. È un simbolo diffuso in diverse culture; su tutti ricorderemo
l’esempio dell’islamico As-Sirāt, il ponte stretto come un capello che ognuno
dovrà attraversare nel giorno del giudizio per poter entrare nel Paradiso. La
strettezza è di per sé un giudizio: solo chi ha l’equilibrio e la leggerezza
spirituale può passare senza cadere.
Capitolo V

La prima delle tre discese ad inferos è anche la più dolorosa ed angosciante.


Qui l’abisso mostra il tremendo volto del divoratore, la bocca della morte che
non cessa d’inghiottire ciò che la corrente del tempo le porta.
Capitolo VI

Il pozzo è un altro aspetto del varco fra i due mondi. Nel caso specifico il
passaggio conduce al sottosuolo, ad un aldilà infero e buio. Risalire dal pozzo
dunque significa tornare alla luce dopo l’immersione nella notte. In termini
psicanalitici questo movimento rappresenta l’elemento inconscio che affiora
alla coscienza: si confronti quest’idea con il dipinto “La vérité sortant du
puits” di Èdouard Debat-Ponsan (1898).
Le tre cadute si riferiscono alla Via Crucis, ed indirettamente alla
simbologia evangelica del numero tre.
Nell’acqua il pozzo sembrava aperto nel fondale, ma una volta tornati alla
superficie l’alto diventa basso, a significare il ribaltamento di prospettiva che
il passaggio da una sfera all’altra comporta. Si può osservare un simile
capovolgimento nella Divina Commedia, quando Dante e Virgilio si
arrampicano sul corpo di Lucifero nel punto più profondo dell’In-ferno:
Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ‘n inferno i’ credea tornar anche.
«Attienti ben, ché per cotali scale»,
disse ‘l maestro, ansando com’uom lasso,
«conviensi dipartir da tanto male».
Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.
Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.3
È solo passando attraverso il fondo dell’abisso che il poeta giunge “a
riveder le stelle”.
3 Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXXIV, 76-93
Capitolo VII

La rugiada rappresenta la benedizione divina, il cielo che dona se stesso


scendendo fino alla terra.
Il cammino porta verso Est, e questa direzione continuerà fino al culmine
del viaggio. L’oriente è il punto dell’alba, il luogo in cui si alza il sole. A
differenza del Nord e del Sud, fissati nei punti polari, l’Est e l’Ovest sono
irraggiungibili: per quanta strada si possa fare, non si arriverà mai
all’orizzonte. La meta dunque non è un punto indefinito, ma è una tensione
verso l’infinito. Così lo scopo ultimo non è un luogo, ma il viaggio stesso.
Le misteriose voci che fuggono all’arrivo del protagonista rimandano alle
ninfe dei miti dell’antica Grecia, il cui bagno all’aperto veniva puntualmente
disturbato dall’arrivo del protagonista di turno. Viene così introdotto il tema
del sacrilegio, della corruzione portata nell’innocenza della natura.
Capitolo VIII

Il combattimento fra il cavaliere ed il drago è in assoluto il simbolo più


conosciuto ed utilizzato per alludere alla battaglia fra il bene ed il male, fra la
luce della ragione e l’ignoranza dell’errore.
Il cavaliere ed il drago qui hanno lo stesso aspetto: il conflitto morale di
fatto è una guerra civile, una lotta fra fratelli. Il giudizio eccessivamente
severo porta ad una frattura interna. La metà superiore si ammanta di gloria,
ma quella inferiore viene condannata al male. È la luce che proietta le ombre,
ed in un certo senso è l’esistenza stessa dell’eroe a generare i mostri che pur
esso combatte.
Capitolo IX

L’eremita offre un approccio diverso al problema del male: non lo affronta


come un nemico da annientare, ma come una ferita da guarire.
Combattere il male come un’entità esterna è una via facile e gratificante,
perché permette di salire sul piedistallo di chi si ritiene giusto ed immacolato.
Curare il male significa invece sporcarsi le mani, rischiare il contagio pur di
lenire il dolore ed eliminare le cause della sofferenza.

“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.”4


Un’esortazione che anche molti che si ritengono fedeli hanno scelto di
dimenticare!
4 Vangelo secondo Matteo 9:12
Capitolo X

L’aurora è nascosta nel termine della notte e nel culmine dell’angoscia


brilla la stella della speranza. Nella valle fredda e buia il protagonista trova il
custode del fuoco.
Il fuoco è l’agente trasformatore in grado di liberare dalla corruzione: un
mutamento che all’inizio è sofferenza, ma che poi diventa rinascita.
La mancanza del cuore e la rottura della schiena non sono menomazioni
fisiche, ma simboli di una patologia spirituale, come verrà abbondantemente
chiarito nel corso della storia.
La meta del pellegrinaggio è solamente un’immagine di quell’oriente
interiore che è necessario raggiungere. Il monastero non è la vera meta del
cammino. Simili obiettivi, concreti e palpabili, sono tuttavia molto
importanti, e permettono di guidare ed incoraggiare il viandante; ciò che
conta è non confondere il segno con il significato che esso esprime.
“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora
vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora
conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.”5
5 Prima lettera di san Paolo ai Corinzi 13:12
Capitolo XI

Il bosco è il mare della terra: entrambi simboleggiano uno spazio


misterioso, fonte sia di cibo che di pericolo, la natura primordiale che è al
tempo stesso madre e belva feroce. Nell’uomo essi rappresentano ciò che gli
psicologi chiamano “inconscio”, il luogo delle pulsioni naturali, quel fuoco
istintuale che è anche energia vitale.
Navigare su un simile mare significa riuscire a dominarlo; si è in grado di
ottenere i benefici che esso dona, pur restando sulla superficie, senza farsi
inghiottire dall’abisso che si cela al di sotto. Si tratta ovviamente di una
condizione che è preclusa a chi è privo di anima, perciò il nostro protagonista
si trova in una situazione precaria, come se le profondità della selva lo
richiamassero a sé.
Capitolo XII

Scendere sotto la superficie porta fatalmente alla seconda delle tre discese
agli inferi.
L’uovo è la tentazione che porta alla caduta, quasi un’eco del frutto proibito
dell’albero della Genesi.
Capitolo XIII

La caduta è traumatica, ma non mortale. Il bosco è simile al mare, ma c’è


una differenza sostanziale che li separa. Se l’acqua soffoca gli uomini,
rendendo gli abissi marini un luogo di morte, la selva si mostra sì inospitale,
ma anche un luogo in cui la vita trionfa in tutta la sua violenta bellezza. In
questa diversità si riflettono i progressi compiuti sin qui dal protagonista:
l’abisso che la prima volta era un luogo tetro e doloroso mostra ora il suo
volto più benevolo e vitale. Si potrebbe dire che non è l’abisso ad essere
cambiato, ma il modo con cui lo si accosta.
Per approfondire le considerazioni sul miracolo rimando al saggio di Pavel
Florenskij “Sulla Superstizione e il Miracolo”:
“Ogni fatto può e deve essere spiegato, ma ogni fatto - in quanto riflesso
dell’Eterno - può evocare nei propri confronti un sentimento di venerazione.
In effetti il vero miracolo deve consistere proprio in un fenomeno spiegabile
razionalmente in senso lato (ma non sbrigativo).”
Il mitema della bestia selvatica che allatta un uomo è antichissimo: fra i
tanti esempi ricorderemo la capra Amaltea che dissetò Zeus e la lupa che
allevò Romolo e Remo.
In particolare la cerva che allatta ricorre nella leggenda greca di Telefo, ma
soprattutto in quella cristiana di sant’E-gidio abate. La cerva sfamava il santo
durante il suo eremitaggio nella foresta della Settimania; Egidio ricambiò
questo favore proteggendo la cerva dai cacciatori, prendendo sul suo corpo
una saetta che era stata scagliata contro la bestia.
Capitolo XIV

L’uomo selvatico è una celebre figura del folklore europeo. Nella nostra
storia rappresenta una sorta di tentazione: se le regole della società hanno
portato alla perdita dell’anima, si potrebbe pensare che la salvezza venga
dall’abbandonarsi alla libertà primordiale della selva. Non si corregge però
un eccesso con l’eccesso opposto. La soluzione è piuttosto nell’inte-grazione
di natura e civiltà, istinto e giudizio, energia e controllo.
Capitolo XV

Come la città, anche il bosco sembra un labirinto in cui ci si perde perché


ogni parte è uguale alle altre. La vicinanza all’animalità risveglia però
l’intuito, in grado di navigare nel mare verde non secondo le rotte rettilinee
della ragione, ma seguendo i sentieri della natura. È una via contorta,
apparentemente priva di significato, ma in realtà dotata di un senso ben più
profondo di quello accessibile alla logica più rigida.
Capitolo XVI

Quando il protagonista riemerge dal mare verde, teme di essere tornato al


punto di partenza. Scopre invece di essere giunto alla riva opposta: ora scorge
la sua meta, seppur in lontananza. La sua caduta dunque non è stata vana.
Anche ciò che può sembrare un errore o una sconfitta è in realtà
un’esperienza in grado di arricchire l’anima.
Capitolo XVII

La città oscura è circondata da una terre gaste, una desolazione che è al


tempo stesso naturale e morale. Anche la cecità dei suoi abitanti non è una
semplice condizione corporea, ma è innanzitutto un rifiuto della verità. Nello
stesso senso vanno intesi i miracoli di Cristo nel Vangelo: la cecità curata da
Gesù è la condizione spirituale di chi non accetta la Luce.
Prima di salvare gli altri, tuttavia, occorre guarire se stessi.
“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non
t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti
che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel
tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene
nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.”6
Il confine è la frattura fra l’anima e il corpo, fra la realtà materiale e la
verità spirituale. Se attualmente è invalicabile è a causa dell’innaturale
condizione dovuta alla perdita dell’a-nima, causa prima della cecità e della
desolazione.
6 Vangelo secondo Luca 6:41-42
Capitolo XVIII

Per pregare si uniscono le mani: è il simbolo della riunificazione di due


metà separate. Destra e sinistra, attivo e passivo, maschile e femminile, anima
e corpo, divino ed umano: sono i due volti di un’unità perduta, una frattura
che torna a ricomporsi.
Ovviamente il gesto esteriore non è sufficiente: se all’ap-parenza non
corrisponde l’essenza, che unità può esserci?
Capitolo XIX

L’ascensione è anche una purificazione graduale. Nell’im-maginario


gnostico l’anima dopo la morte ritorna al cielo passando attraverso i cieli
planetari, e ad ogni stazione abbandona le impurità che aveva assunto su di sé
quando era scesa per incarnarsi nella nascita.
Ritorna qui il tema del fuoco come elemento che purifica e trasforma:
oggetto della trasmutazione è in questo caso l’uo-mo stesso. All’inizio la
materia prima è ricoperta da una veste nera e puzzolente. Un simile simbolo
si incontra nel trattato alchemico “Aureum Seculum Redivivum”, del 1785:
“I suoi abiti però, che ella si era tolta di dosso e gettati ai suoi piedi erano
del tutto odiosi, puzzavano come un veleno, ed ella cominciò a parlare: Ho
gettato il mio vestito, come potrò rimetterlo ancora? Ho lavato i miei piedi,
come potrò ancora insudiciarli? Le guardie che girano per la città mi hanno
trovata, mi hanno battuta e ferita e tolto il mio velo.”
Da quella scorza nera rinasce la materia purificata, come un pulcino che
esce dall’uovo. Si confronti con l’ottavo emblema del “Atalanta Fugiens” di
Michael Mayer:
“Prendi l’uovo e percuotilo con un gladio di fuoco.”
Capitolo XX

La “triplice cinta” del monastero è un simbolo su cui si è scritto molto. Uno


dei riferimenti principali è il capitolo che René Guénon le dedica in “Simboli
della scienza sacra”, sebbene le affermazioni di questo autore spesso
pecchino di riferimenti verificabili in loro supporto. Personalmente mi piace
accostare le tre mura ad alcune significative triplici protezioni naturali, quali
le tre meningi che avvolgono il cervello - dura madre, aracnoide e pia madre -
oppure ai tre veli che proteggono il feto, come li descrive il Corano:
“Vi crea nel ventre delle vostre madri, creazione dopo creazione, in tre
tenebre successive.”7
La guerra a cui si allude è quella di cui parla la ragazza nel capitolo XXIII.
Continua il tema del fuoco come trasformazione e del cambiamento come
essenza della vita. L’eternità statica appartiene alla morte, ma esiste anche
un’eternità viva, ottenuta tramite il continuo mutamento. Una significativa
ricorrenza del simbolo del carbone ardente si trova nelle profezie di Isaia:
“Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone
ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi
disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua iniquità
e il tuo peccato è espiato.”8
San Giovanni Damasceno riprende questa immagine per delineare i rapporti
fra materia e spirito:
“Nel carbone vi sono due nature, e cioè del fuoco e del legno; divise, come
diciamo che altra è la natura del fuoco, altra quella del legno. [...] A causa
del fuoco congiunto al legno io temo di toccare il carbone. A causa della
divinità unita alla carne, del Cristo io venero l’insieme di ambedue.”9
7 Corano 39:6
8 Isaia 6:6-7
9 San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa
Capitolo XXI

Il cuore a cui l’abate si riferisce non è il miocardio, ma è un organo


simbolico, la sede dell’anima all’interno del corpo. Senz’anima il cuore resta
vuoto, e quindi non è veramente un cuore; ma senza cuore l’anima non è che
un soffio, una parola che nessuno sente. Per sua natura il cuore si trova
dunque all’intersezione fra i due mondi, ragion per cui il protagonista non
potrà trovarlo finché rimane oltre la riva che lo separa dal mondo concreto.
Sarà proprio il ritorno, la congiunzione finale, a completare la costruzione del
cuore, simboleggiata nel viaggio.
La spada nel lago è un umile omaggio alle leggende arturiane. Qui lo stagno
rappresenta però anche la mente, ed il concerto spontaneo dei suoi abitanti è
quindi il coro dei pensieri che danzano attorno alla coscienza. Il serpente è in
un certo senso il genius loci dello stagno, e in quanto tale una
personificazione della mente.
L’occhio inesperto può scambiarla per una vipera, ma la biscia d’acqua non
è velenosa: è un errore emblematico, che rappresenta qui la diffusa diffidenza
nei confronti di ciò che emerge dalle profondità.
Per la sua vicinanza all’acqua la biscia rappresenta il tramite fra il mondo
sommerso dell’inconscio e la superficie della coscienza. Da tempo immemore
il serpente è raffigurato mentre si avvolge attorno l’asse del mondo che
collega il cielo alla terra. Per questa funzione di ponte ed unione esso
contribuirà a riparare la frattura fatale fra il corpo e l’anima.
La mente unisce, collegando ed associando fra di loro concetti, oggetti e
sensazioni; è però anche una lama capace di tagliare, ovvero sia di
distinguere, dividere e categorizzare. Usarla come un’arma distruttiva sarebbe
tuttavia un insulto alla sua natura, e si rivelerebbe del tutto controproducente,
aggravando la ferita della divisione interiore.
Capitolo XXII

Esplode qui il conflitto fra natura e civiltà, fra logica ed istinto. È una
guerra che infuria sia nella società umana che nel cuore di ogni singolo
individuo. Apprendiamo così che l’anima individuale è la tessera caduta di un
grande e meraviglioso mosaico, già molto rovinato, e che ora rischia la
distruzione completa.
Capitolo XXIII

Platone descrive così l’Anima Mundi:


“Volendo infatti il dio che tutte le cose fossero buone, e nessuna, per
quanto possibile, cattiva, prendendo così quanto vi era di visibile e non stava
in quiete, ma si muoveva sregolatamente e disordinatamente, dallo stato di
disordine lo riportò all’ordine, avendo considerato che l’ordine fosse
assolutamente migliore del disordine. Non era lecito e non è possibile
all’essere ottimo fare altro se non ciò che è più bello: ragionando dunque
trovò che dalle cose che sono naturalmente visibili non si sarebbe potuto
trarre un tutto che non avesse intelligenza e che fosse più bello di un tutto
provvisto di intelligenza, e che inoltre era impossibile che qualcosa avesse
intelligenza ma fosse separato dall’anima. In virtù di questo ragionamento,
ordinando insieme l’intelligenza nell’anima e l’anima nel corpo realizzò
l’universo, in modo che l’opera da lui realizzata fosse la più bella e la
migliore per natura. Così dunque, secondo un ragionamento verosimile
dobbiamo dire che questo mondo è un essere vivente dotato di anima, di
intelligenza, e in verità generato grazie alla provvidenza del dio.”10
Plotino nelle sue Enneadi enfatizza la relazione fra le anime individuali e
l’anima del mondo:
“Da tutto ciò che si è detto è chiaro che ciascuno degli esseri che sono
nell’universo contribuisce al Tutto conforme alla sua natura e al suo stato,
nel patire e nell’agire, così come in un singolo vivente ciascuna delle parti,
secondo la sua natura e la sua disposizione, contribuisce al tutto e presta il
suo servizio e resta fedele al suo grado e alla sua funzione. Ciascuno dà ciò
che da lui proviene e riceve ciò che proviene dagli altri, entro i limiti di
ricettività della sua natura; e c’è come una coscienza comune del Tutto verso
se stesso e se ciascuna della parti fosse anche un vivente, avrebbe anche
funzioni di vivente, diverse da quelle della parte.
Si rende poi evidente ciò che ci riguarda; anche noi operiamo in qualche
modo nell’universo, non solo come opera un corpo su un altro corpo e
subendo altrettanti influssi, ma apportiamo il contributo di tutto il nostro
essere, essendo connessi alle cose esterne con quanto abbiamo di affine con
esse; e inoltre, con le nostre anime e con le nostre disposizioni veniamo in
contatto - o meglio, siamo già in contatto - con gli spazi vicini, cioè con la
regione dei demoni e con ciò che è al di sopra di essi, e così non c’è modo di
tenere nascosto il nostro vero essere.”11
10 Platone, Timeo, VI
11 Plotino, Enneadi, IV, 4, 45
Capitolo XXIV

L’immagine della cascata nel mezzo della valle mi ricorda il dipinto


“L’origine du monde” di Gustave Courbet. Non c’è malizia in questo quadro,
e se un rimprovero va mosso all’ar-tista è di aver detto ad alta voce un
segreto che andrebbe sussurrato all’orecchio, sebbene tutti già lo conoscano.
In questo senso la risalita dal fondovalle simboleggia la sublimazione
dell’energia erotica. La chiesa rappresenta la religione, ormai abbandonata a
causa della perdita collettiva dell’anima.
Continuare una rappresentazione soltanto formale ed esteriore dei riti del
passato è inutile, e forse anche dannoso; ciò non significa che l’essenza che li
animava sia andata perduta. Abbiamo ereditato un patrimonio importante, ma
è necessario saper guardare oltre la superficie morta per cogliere il nucleo
vivo, la luce eterna che ora più che mai ci è indispensabile.
Capitolo XXV

L’ultima delle discese nell’abisso è anche la più consapevole e proficua. Il


protagonista è ormai pronto, ed è in grado di calarsi nella propria interiorità,
che è anche il patrimonio di memoria collettiva a cui egli appartiene. Non è
un caso che persino nel punto più profondo ora penetri la luce del sole.
La volta stellata sotterranea è un cielo interiore, il firmamento di quel
microcosmo che è l’essere umano.
Il sacerdote è morto, ma fra i suoi resti si trova la rosa d’oro, a confermare
che nelle forme tramontate è ancora nascosta un’essenza eterna.
La rosa d’oro è la forma più pura e raffinata del fuoco trasformatore. È un
fiore effimero, immagine del cambiamento, ma è composta dal metallo
incorruttibile, simbolo d’eternità. Appena sfiorata la rosa si sbriciola, ma di
essa rimane un seme: è l’immortalità della fenice, la capacità di rimanere se
stessi tramite il continuo cambiamento.
Capitolo XXVI

La rosa rinasce all’interno del protagonista, trasformandolo radicalmente e


completando la sua rinascita. Come ogni mutamento, anche questo processo è
doloroso, eppure necessario. La durata di tre giorni è un esplicito riferimento
al “segno di Giona”.
Capitolo XXVII

L’avvicinamento all’ospedale è anche il graduale ritorno alla realtà


materiale. Nei corridoi e nelle stanze riecheggia nuovamente il simbolo del
labirinto amorfo ed omogeneo: è l’aspetto più pragmatico e privo di poesia
della realtà materiale, uno dei fattori che hanno contribuito alla perdita
dell’ani-ma.
I simboli raccolti durante il viaggio riescono però a ricomporre la frattura
fra corpo ed anima. Il serpente diventa la colonna vertebrale, il collegamento
fra l’alto ed il basso. La catena del giudizio diventa la corona
dell’autocontrollo, di chi è in grado di regnare su se stesso. La rosa d’oro
diventa il cuore, colmando il vuoto nel petto. Il fiore è infatti anche un’attesa,
finalmente ricompensata dal ritorno dell’anima.
Capitolo XXVIII

Uno dei sintomi più deleteri della perdita collettiva dell’a-nima è


l’incapacità di concepire l’importanza dell’essenza spirituale. Dei racconti
mitologici si dice ad esempio che «sono solo fantasie», che «sono
palesemente impossibili» e che perciò «non hanno alcuna importanza.» I
simboli dei poeti vengono considerati una vaghezza per chi ha tempo da
perdere, e l’arte non è più il culto della verità e della bellezza, ma una merce
da ostentare per consolidare il proprio prestigio sociale.
A causa di questa cecità spirituale ci si espone alle peggiori insidie, senza
nemmeno accorgersi della devastazione che accogliamo nella nostra vita. La
stessa cecità preclude l’accesso a ciò che potrebbe salvarci. L’Alkaest degli
alchimisti è a portata di mano, ma nessuno lo afferra perché lo si ritiene
assurdo ed inesistente.
I moniti del protagonista sono forse destinati a cadere nel vuoto, come le
profezie di Cassandra. Se però anche soltanto uno di voi riuscisse a capire il
vero valore dell’anima, gli sforzi di una simile predica non sarebbero stati
vani.
Ad ogni modo il proselitismo non è necessario: la rivoluzione più radicale
avviene nel profondo dell’individuo, e da lì si irradia al mondo intero,
ravvivando la luce dell’Anima Mundi a cui tutti sono connessi.
L’Autore
Francesco Boer
Francesco Boer è nato nel 1980 e vive a Ronchi dei Legionari, in provincia
di Gorizia. Da anni esplora il mondo dei simboli, alla ricer-ca di spiragli da
cui osservare la realtà da nuove prospettive.
Per maggiori informazioni visitate il suo sito www.f-boer.com.
DigiLibris
DigiLibris
Creazione ebook a cura di Moriano Selene
per conto di Edizioni Leucotea
www.digilibris.it
Table of Contents
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII
Capitolo VIII
Capitolo IX
Capitolo X
Capitolo XI
Capitolo XII
Capitolo XIII
Capitolo XIV
Capitolo XV
Capitolo XVI
Capitolo XVII
Capitolo XVIII
Capitolo XIX
Capitolo XX
Capitolo XXI
Capitolo XXII
Capitolo XXIII
Capitolo XXIV
Capitolo XXV
Capitolo XXVI
Capitolo XXVII
Capitolo XXVIII
Senefiance
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII
Capitolo VIII
Capitolo IX
Capitolo X
Capitolo XI
Capitolo XII
Capitolo XIII
Capitolo XIV
Capitolo XV
Capitolo XVI
Capitolo XVII
Capitolo XVIII
Capitolo XIX
Capitolo XX
Capitolo XXI
Capitolo XXII
Capitolo XXIII
Capitolo XXIV
Capitolo XXV
Capitolo XXVI
Capitolo XXVII
Capitolo XXVIII
L’Autore
DigiLibris