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Mod.

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Introduzione alla psicologia dei gruppi.

Il gruppo è uno spazio intermedio tra l’individuale ed il sociale, nonostante il gruppo sia
fondamentale per la socialità umana, è qualcosa di difficilmente pensabile: Kaes attribuiva
l’impensabilità del gruppo alla generale tendenza a considerare le relazioni sociali non come gruppo
ma come relazioni intersoggettive.
La complessità del gruppo è data dall’ambivalenza tra la capacità dei gruppi di definire l’identità del
singolo e l’ansia e la paura di perdere la propria individualità nell’insieme indifferenziato del gruppo.
Il concetto di gruppo si associa all’idea di circolarità come superamento dell’interscambio reciproco,
gruppo come “Polis”: spazio di confronto plurale, dove circolano fantasie e pensieri diversi.
Pratt fu il primo ad usare i gruppi in campo terapeutico all’inizio del 900, con pazienti tubercolotici
(come facilitazione socioemotiva).
Burrow è uno dei fondatori della terapia di gruppo negli anni 40, che si sviluppa in 3 dimensioni:
analisi in gruppo, analisi di gruppo e analisi mediante il gruppo.
Il gruppo e la massa nel modello freudiano.
Le Bon in “Psicologia delle folle” evidenzia che nella massa, a differenza del gruppo, non
necessariamente c’è interazione reciproca tra i soggetti. Secondo Le Bon nella massa l’individuo
regredisce ad uno stato primitivo, ad uno stadio di sviluppo infantile. Le idee che circolano nella
massa gli fanno perdere la propria individualità amalgamandolo e fondendolo con essa.
Freud basa la sua elaborazione dei concetti di gruppo e massa sul lavoro di Le Bon. Per Freud
l’individuo ha una posizione di priorità rispetto al gruppo, cioè gli individui vengono prima e dopo
formano un gruppo. Questa riunione in gruppo comporta una trasformazione nel comportamento
dell’individuo che può essere anche radicale.
Per Freud l’irruzione del sociale nella vita psichica degli individui avviene tra i 3 e i 5 anni, a seguito
degli aventi della fase edipica, cioè in fase tardiva e solo quando il bambino ha già sviluppato parte
del funzionamento e delle caratteristiche psichiche della sua personalità. In “Introduzione alla
psicoanalisi” descrive la massa come una unione di singoli che hanno assunto nel Super–io la
medesima persona, identificandosi l’un l’altro nel proprio Io in base a questo elemento comune.
Crea una profonda connessione tra individuo e gruppo, gettando le basi per gli sviluppi del modello
psicoanalitico relazionale.
In “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, Freud riconosce che nella vita psichica del singolo l’altro
è regolarmente presente come modello, oggetto, soccorritore, nemico ecc., quindi la psicologia
individuale è fin dall’inizio psicologia sociale.
(Klein e Spitz avanzano l’ipotesi che il sociale influisca sulla costituzione della psiche del bambino in
una fase precoce e non tardiva come riteneva Freud, bensì nelle primissime fasi dello sviluppo).








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Mod. 2

Il gruppo e la società: gruppi sociali e famiglia.
Le caratteristiche del gruppo familiare: la famiglia come gruppo primario:

“La Teoria familiare strutturale” di Minuchin:
Per Minuchin la vita psichica di un bambino è influenzata dal contesto e dai gruppi sociali in cui vive,
in particolare è importante il contesto familiare in cui ogni membro costruisce il proprio senso di
identità, attraverso il senso di appartenenza e il senso di differenziazione.
Il senso di appartenenza si forma sin da bambino con l’adattamento al proprio gruppo familiare e
l’appropriarsi dei modelli transazionali della struttura familiare.
Il senso di differenziazione, con la partecipazione a differenti sottosistemi familiari o a gruppi
extrafamiliari che permettono al soggetto di realizzare un proprio spazio personale, di apprendere
nuove modalità relazionali definendo un’identità propria, ma senza perdere il senso di
appartenenza.
Nel processo di differenziazione, la famiglia può promuovere lo sviluppo di un’identità propria, con
relazioni che facilitano l’autonomia, oppure può inibire lo sviluppo con relazioni che ostacolano la
differenziazione.
La struttura della famiglia è un sistema socio-culturale aperto, in costante trasformazione e con
propri confini interni ed esterni. Ogni componente ha un suo ruolo, sentimenti ed emozioni propri,
ma risente della vita dell’altro.
Con i modelli transazionali preferiti, il sistema famiglia conserva se stesso, ma deve essere anche
in grado di adattarsi ai cambiamenti, utilizzando modelli transazionali alternativi, ma senza perdere
il senso di appartenenza.
Minuchin, nel sistema famiglia, individua dei sottosistemi che raggruppano i membri per funzioni e
caratteristiche: gli individui, la coppia di partner, la coppia di genitori, i fratelli sono sottosistemi.
I sottosistemi sono delimitati tra di loro da confini.
Nel modello strutturale le dimensioni strutturali fondamentali della famiglia sono:
- la gerarchia generazionale
- i confini tra i sottosistemi
La gerarchia familiare riguarda le regole che stabiliscono i diversi livelli di potere nei sottosistemi.
I confini riguardano le regole che definiscono i ruoli di ciascun sottosistema.
Nelle famiglie funzionali i confini tra sottosistemi sono chiari, definiti e flessibili, permettono a
ognuno di svolgere le proprie funzioni senza interferenze e di entrare in contatto reciprocamente.
Nelle famiglie disimpegnate, invece, i confini sono rigidi e impenetrabili, è presente il disimpegno.
La comunicazione è difficile e la famiglia appare poco strutturata, con scarse gerarchie.
I membri sembrano reciprocamente autonomi, ma è un’autonomia apparente, in realtà sono
incapaci di lealtà e di appartenenza nei confronti della famiglia, questo perché l’individuo non ha
potuto sperimentare la dipendenza.
Le famiglie invischiate sono caratterizzate da estrema intensità emotiva tra i membri. I confini tra i
sottosistemi sono fragili, non ci sono segreti tra i membri e l’emozione di uno diventa l’emozione di
tutti. I componenti sono intrusivi, poco rispettosi dei pensieri e sentimenti altrui. La famiglia appare
chiusa in un piccolo mondo tutto suo.
Nelle situazioni che richiedono un cambiamento, la famiglia invischiata risponde con eccessiva
velocità ed intensità, mentre la famiglia disimpegnata tende a non rispondere, nonostante sia
necessario. In entrambi i casi, comunque, in modo non funzionale e creano dei problemi.

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La famiglia invischiata studiata da Minuchin è la famiglia psicosomatica: caratterizzata da
invischiamento, iperprotettività, evitamento del conflitto, rigidità.
Invischiamento: è la tendenza dei membri alla intrusione nei pensieri, nei sentimenti nelle azioni e
nella comunicazione degli altri, non ci sono spazi personali, con compromissione dello sviluppo
dell’autonomia e dell’identità personale.
Iperprotettività: è la tendenza alla preoccupazione e all’interesse reciproco tra i membri della
famiglia, specialmente per il benessere fisico.
Preoccupazione e atteggiamento protettivo hanno la funzione di nascondere difficoltà e conflitti
che la famiglia ha paura di affrontare.
Evitamento del conflitto: tendenza dei membri della famiglia ad evitare che la conflittualità venga
fuori. Quando la tensione diventa minacciosa uno dei membri, spesso il paziente, attira su di sé
l’attenzione di tutti.
Rigidità: ripetizione delle stesse regole di relazione, per la difficoltà ad accettare le trasformazioni.
Si tende a non esprimere le emozioni; i membri si controllano a vicenda, ognuno irrigidito nel
proprio ruolo.
Dinamiche all’interno dei gruppi familiari: la relazione triadica.
Bowen definisce il triangolo l’elemento base strutturante la famiglia vista come un sistema emotivo
relazionale: ogni famiglia è formata da una serie di triangoli interconnessi, di relazioni a tre, le cui
dinamiche ne svelano il funzionamento. Le dinamiche relazionali nei triangoli emotivi vengono
definite triangolazioni.
Per Bowen le triangolazioni si formano a partire dall’ansia sistemica di due persone che, per
mantenere una relazione stabile, coinvolgono un terzo personaggio; entro un certo limite, la
triangolazione è funzionale, ma quando persiste stabilmente ostacola l’autonomia del soggetto
triangolato e favorisce l’insorgenza di sintomi. E’ importante la detriangolazione: ossia la capacità
di restare nel triangolo senza farsi triangolare, riuscendo a mantenere un contatto emotivo con
entrambe le parti, senza essere preso nel conflitto.
Il contributo di Minuchin:
Per Minuchin la triangolazione è la deviazione di un conflitto da un sottosistema ad un altro, favorita
da una disfunzione nei confini e nelle gerarchie generazionali. Ha formulato il concetto di triade
rigida: una struttura triadica in cui il confine genitori/figlio è diffuso, e il confine esterno
estremamente rigido.
Minuchin ha evidenziato 3 tipologie di triade rigida: coalizione genitore-figlio, triangolazione,
deviazione.
La coalizione genitore-figlio: è l’unione di due persone a danno di un terzo. A differenza
dell’alleanza in cui due o più individui si uniscono per il raggiungimento di un determinato scopo, e
quindi funzionale, la coalizione è disfunzionale, perché l’interesse dei membri coalizzati è di
danneggiare un terzo.
E’ frequente nelle famiglie separate, spesso coalizione madre-figlio, e in questi casi i figli possono
anche rifiutare ogni forma di dialogo con l’altro genitore.
La triangolazione: è una coalizione instabile che si ha quando ciascun genitore chiede al figlio di
parteggiare per lui contro l’altro e quando il figlio si schiera con uno dei genitori, l’altro lo considera
un tradimento. Il figlio rimane come paralizzato, in quanto ogni sua mossa è vista dall’altro genitore
come un attacco.
La deviazione: i genitori spostano il loro conflitto sul figlio, per cui il conflitto è nascosto e il
sottosistema coniugale mantiene una apparente armonia. La deviazione può essere di attacco se il
comportamento del figlio è considerato distruttivo e i genitori in disaccordo si uniscono per
combatterlo, oppure di appoggio se il figlio viene considerato bisognoso di aiuto e i genitori in
conflitto si associano per proteggerlo (famiglia psicosomatica).

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Il contributo di J Haley:

Haley definisce triangolo perverso: (coalizione intergenerazionale) quello in cui le persone
interagenti nel triangolo non sono pari, ma una appartiene ad una generazione diversa, la persona
di una generazione forma una coalizione con quella dell’altra generazione contro il proprio pari, la
coalizione tra le due persone è negata e dissimulata.
La caratteristica che rende perversa questa relazione è che la separazione tra generazioni è
scavalcata e misconosciuta con conseguente perversione e confusione di ruoli.

Il contributo del gruppo di Milano:

Il gruppo di Milano ha evidenziato due tipi di triangolazione disfunzionale: l’imbroglio e l’istigazione.
L’imbroglio: si ha quando un genitore coinvolge il figlio nella contesa con il proprio coniuge,
ostentando un rapporto privilegiato con il figlio che di fatto non c’è, ma è solo una strategia
strumentale contro il partner.
L’istigazione: si ha quando un membro della triade viene spinto, in modo sotterraneo, ad agire
contro l’altro, ma si vede negare l’alleanza quando il gioco viene scoperto. Alla base della comparsa
del sintomo vi è il senso di tradimento.

Il triangolo come evento normativo.
Il triangolo primario:
Il gruppo di Losanna propone il concetto di triangolazione normativa: si tratta di triangolazioni
funzionali, in cui i genitori si alleano in favore del bambino, in una leadership parenterale
collaborativa che ne favorisce lo sviluppo psicosociale. Esiste una competenza triadica innata che dà
origine al triangolo primario madre-padre-figlio, le cui interazioni influenzano profondamente lo
sviluppo del bambino e le dinamiche del sistema familiare.
Per indagare tali dinamiche il gruppo ha proposto l’LTP che consente l’osservazione sistematica delle
interazioni familiari nella relazione triadica durante il gioco.
Per raggiungere lo scopo triadico i membri della famiglia devono soddisfare 3 funzioni: la
partecipazione, l’organizzazione e la focalizzazione.
Per il gruppo di Losanna, la struttura familiare che funziona implica una forte alleanza coniugale e
parenterale, mentre una struttura familiare che non funziona implica una forte coalizione
transgenerazionale.

Caratteristiche dei gruppi sociali.
Merton definisce il gruppo un insieme di individui in diretto ed immediato rapporto, che si
influenzano reciprocamente e sperimentano un senso di appartenenza che li fa sentire membri del
gruppo stesso.
Mentre nei piccoli gruppi, detti anche faccia a faccia, il contatto è diretto e immediato, nei gruppi
sociali l’interazione non è indispensabile.
Diversi gruppi sociali formano la collettività.
Maisonneuve precisa che i gruppi sociali si basano sull’identificazione sociale, ossia sulla memoria
collettiva, o condivisione di valori, credenze, riti ecc., che genera il legame tra gli individui nei gruppi
sociali.
Turner definisce il gruppo sociale come individui che condividono un’identificazione sociale
comune. Nel gruppo le valenze individuali si intrecciano con valenze sociali. Il singolo cerca il
sostegno degli altri e nello stesso tempo una difesa dall’ansia e la paura del contatto con l’estraneo.

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Nei gruppi sociali vi è ambivalenza nel rapporto individuo-gruppo: bisogno di sicurezza e affiliazione
da una parte, momento regressivo, rinuncia alla propria soggettività dall’altra.
Lewin, con la teoria del campo, identifica il gruppo come soggetto sociale, fenomeno a se stante,
che non si riduce alla somma dei suoi membri, ma è una totalità dinamica in cui tutte le parti sono
in reciproca interazione ed interdipendenza, quindi il cambiamento di una sua parte implica il
cambiamento in tutte le altre parti. E proprio l’interdipendenza fa da collante tra i membri del
gruppo, nel quale coesistono forze, tensioni, conflitti in continua trasformazione, il cui punto di
equilibrio viene costantemente modificato dalle forze interne ed esterne che agiscono sul gruppo.

Lo sviluppo delle norme del gruppo:
Il processo di normalizzazione è la tendenza dei membri di un gruppo a stabilire delle norme che
regolino i rapporti tra i membri. Secondo Sherif il processo di normalizzazione emerge quando, in
presenza di un compito nuovo, gli individui di un gruppo si influenzano reciprocamente fino ad
accordarsi su una norma comune. Il suo esperimento del campo estivo vuole evidenziare che il
conflitto tra i gruppi si genera per conflitto di interessi, ossia soggetti che spontaneamente si
riconoscono simili e collaborano, se separati e messi in una situazione competitiva si riconoscono
simili ai membri del proprio gruppo e trovano differenze con i membri degli altri gruppi, divenuti
ostili.
Fergusson e Kelly evidenziano che anche gruppi che lavorano fianco a fianco, non
competitivamente, sviluppano favoritismo “ingroup”.
L’identità sociale di un individuo consiste se stessi in quanto membri di un gruppo, col significato
emozionale che deriva da tale appartenenza, e Taifel afferma che l’identità sociale si basa sui
fenomeni di favoritismo dell’“ingroup” e discriminazione dell’“outgroup”, nell’ordinare il mondo in
“noi e loro”.
In una situazione di confronto tra gruppi, si attiva in ognuno di essi il bisogno di affermare la
specificità positiva del proprio gruppo a discapito dell’’altro, con comportamenti che discriminano
l’altro gruppo e favoriscono il proprio.
Il conflitto intergruppi può essere dovuto sia alla competizione per acquisire risorse materiali, sia
per acquisire o difendere prestigio e status.















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Mod. 3

Setting e parametri di gruppo.
Cerruti evidenzia che bisogna intendere la complessità del gruppo non come complicazione, ma da
“complexus”: ciò che è tessuto insieme, cioè come un intreccio di trame personali, esperienze,
emozioni, vissuti.
I parametri del gruppo:
Per realizzare un gruppo è necessario definire chiaramente il set(ting) e il contesto in cui il lavoro si
svolge. E’ fondamentale chiarire il dispositivo con cui si lavora.
I parametri, sono una descrizione dettagliata delle variabili che intervengono nella fondazione e nel
processo del gruppo e definiscono differenti tipi di gruppo.
Per ciascuna tipologia di gruppo i parametri descrivono obiettivi, domanda, committenza, utenza i
vari aspetti del setting, l’eventuale uso di farmaci, la fase di fondazione, la processualità di un gruppo
ed il tipo di conduzione. I parametri riguardano anche la dimensione istituzionale e aspetti legati
alla corporeità.

Il setting di gruppo:

Il setting comprende tutti i fattori attinenti al terapeuta e quindi obiettivi, modello operativo,
formazione ecc.
Il set(ting) riguarda tutto ciò che contribuisce alla costruzione del campo gruppale, che viene prima
costruito nella mente del terapeuta e poi via via co-costruito con i pazienti.
I diversi aspetti del setting sono: il numero di partecipanti che varia a seconda del tipo di gruppo, le
regole di ingresso e di uscita (gruppi semi-aperti o gruppi chiusi), il tempo del percorso (gruppi a
tempo limitato o in cui la fine del percorso non è prestabilita), il luogo fisico in cui si svolge il gruppo,
durata e frequenza degli incontri (per es. frequenza settimanale o mensile e durata da 60 a 120
min), il campo mentale su cui si fonda il lavoro e che riguarda anche il tipo di formazione del
conduttore, gli aspetti legati al pagamento.
Spazio e tempo del gruppo:
lo spazio del gruppo evoca la figura del cerchio che distingue un dentro da fuori, con un senso di
appartenenza a ciò che è del gruppo e di differenziazione da ciò che non è del gruppo. E’ insieme un
luogo fisico, affettivo, emotivo. Per Rouchy, in gruppo, il soggetto può accedere al suo spazio interno
più profondo ed impensabile e proiettarlo nello spazio contenitivo del gruppo. Corrao chiama
questa funzione gamma, analoga alla funzione Alpha di Bion nella relazione madre-bambino.
Il tempo del gruppo evoca la figura della spirale, come in una spirale il tempo nel gruppo ha in
andamento circolare, con movimenti progressivi o regressivi, col ripetere modalità e dinamiche già
sperimentate in punti diversi del percorso del gruppo.
La fondazione del gruppo:
(Per Di Maria e Lo Verso) il gruppo nasce prima nell’immaginazione del terapeuta e di chi ne fa
parte, inizialmente è una struttura semivuota o spazio virtuale, in cui sono definiti solo i ruoli del
conduttore, dei membri, dell’osservatore. In seguito, con la rete di interazioni, sarà possibile
ricostruire eventi passati e inconsci, ed avviare il gioco delle identificazioni, si acquisisce un senso di
appartenenza al gruppo. Nella fondazione del gruppo, inizialmente prevale una fantasia di
indifferenziazione in cui l’individuo prova l’angoscia della perdita della propria identità individuale,
poi si ha una fase di recupero della soggettività che porta a vivere il legame di gruppo come
appartenenza.

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Il corpo del gruppo:
Nel gruppo, la dimensione corporale è rilevante, perché in gruppo ci si osserva reciprocamente,
entrano in gioco la postura, il linguaggio non verbale, il corpo comunica con immediatezza. Sul piano
simbolico, il gruppo è spesso rappresentato come una sorta di guscio, di utero materno.
Per Kaes l’immagine del corpo come gruppo rimanda l’immagine del gruppo come corpo, il gruppo
è il doppio del corpo. Entrambi forniscono i fondamenti narcisistici della identificazione e questo
gioco di equivalenza è fondamentale per il transfert, nel gruppo, del narcisismo e delle
identificazioni che lo sostengono.
Tipologie di gruppo:
Lo Verso descrive dei parametri relativi a tre tipologie di gruppo:
Gruppo di terapia analitica (standard, soggettuale)
Gruppi a tempo limitato e/o monosintomatici
Gruppi di medicina generale.


Descrivere i parametri relativi al “gruppo di terapia analitica” (Standard,
soggettuale).

Il gruppo di terapia analitica ha come obiettivo la trasformazione del self e il superamento della
psicopatologia, il conseguimento di adeguate capacità relazionali, superamento delle matrici
familiari sature.
Questa tipologia di gruppi richiede tempi lunghi, adeguate competenze del conduttore, colloqui
preliminari, con una valutazione per l’inserimento in un gruppo specifico.
Di solito si tratta di gruppi con circa 4-8 partecipanti, con sedute di una o due volte a settimana, o
due sedute consecutive, per almeno tre anni.
Il lavoro di fondazione richiede impegno ed attenzione poiché è la base dello sviluppo del futuro del
gruppo.
La processualità del gruppo consiste in comunicazioni visibili ed invisibili. Nel riportare nel gruppo
pensieri ed esperienze esterne ad esso, che implicano supporto, che è dato dai pazienti stessi.
Quindi il fattore terapeutico più rilevante nel processo di gruppo è la relazione.
Bisogna anche considerare la centralità del corpo e della comunicazione non verbale.
Il setting deve risultare strutturato e stabile dopo la fase di fondazione, con attenzione alla famiglia,
ai sintomi specifici.
E’ molto importante che si realizzi la coesione nel gruppo. Può essere necessario anche un iniziale
trattamento farmacologico.
Il terapeuta deve facilitare il processo gruppale, promuovendo il lavoro sul singolo attraverso il
gruppo, con interventi volti all’attivazione della comunicazione e del processo gruppale, con
attenzione al rapporto tra comunicazione inconscia e relazionale, e con apertura a nuove
problematiche.

In generale:

La formazione del conduttore: avviene tramite training gruppoanalitico, studio teorico-clinico,
terapia personale analitica di gruppo ed individuale, partecipazione a workshop.



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Gruppi in medicina generale.

I gruppi di medicina generale mirano all’integrazione delle cure sanitarie con interventi gruppali, per
un approccio più sereno ai trattamenti sanitari e un aiuto ai pazienti e familiari a sentirsi meno soli
nell’affrontare situazioni angoscianti.
Gli utenti di questa tipologia di gruppi sono pazienti con patologie specifiche.
Il numero dei partecipanti è variabile, così come la cadenza degli incontri, in genere in realtà
ospedaliere.
Il setting deve risultare strutturato e stabile dopo la fase di fondazione, eventuali uscite o
inserimenti di altri pazienti. L’attenzione si concentra principalmente su come viene vissuta la
malattia, le paure, le angosce.
La durata del lavoro è molto variabile e può durare anche dopo la fine del ricovero.
Questo tipo di gruppo può contribuire molto alla gestione più serena della malattia.
La fondazione del gruppo va condivisa con i referenti sanitari ed il ruolo del terapeuta in questa fase
è fondamentale per aiutare i soggetti coinvolti a comprendere il senso e l’utilità del gruppo.
Solitamente, dopo le prime sedute, il lavoro viene agevolato dai pazienti stessi che spesso si sentono
ascoltati per la prima volta.
E’ importante che il terapeuta condivida le angosce. L’empatia del terapeuta ha un’importante
effetto terapeutico.
La condivisione e la comunicazione sono i principali fattori terapeutici, resi possibili da una buona
formazione analitica e un lavoro su di sé che dia capacità ai terapeuti di guardare in faccia la morte
e la malattia.
La conduzione richiede una relativa direttività e il conduttore deve porre al centro l’altro e la sua
sofferenza. Non deve avere schemi prefissati, ma decidere di volta in volta ciò che è opportuno,
quindi possono esserci variazioni nel setting e nella conduzione.
Il lavoro con questi gruppi richiede forte trasparenza e correttezza etica del conduttore.

Il candidato descriva quali sono gli elementi che caratterizzano i gruppi a tempo
limitato/monosintomatici.

Spesso sono gruppi di pazienti con disturbi alimentari o tossicodipendenze, con l’obiettivo di
superare le problematiche legate al sintomo e alle difficoltà relazionali nella vita quotidiana, il
numero di partecipanti varia da 4 a 10, le sedute, con cadenze di una o due volte a settimana, si
svolgono in centri specializzati privati o pubblici, studi professionali ecc.
Il setting deve risultare strutturato e stabile dopo la fase di fondazione ed è importante che si realizzi
la coesione nel gruppo. La durata del lavoro a volte è medio/lunga. La fase di fondazione è delicata
per la diffidenza di questi pazienti e le loro difficoltà a condividere il setting.
Si basa inizialmente sul legame pazienti/analista e successivamente sulla condivisione dei sintomi.
La processualità del gruppo consiste nel riportare nel gruppo pensieri ed esperienze che implicano
sostegno, dato dai pazienti stessi. E’necessaria molta attenzione ai sintomi e alla famiglia: alla sua
storia, segreti, bisogni.
Il terapeuta deve facilitare il processo di gruppo con interventi che favoriscano la comunicazione e
stimolino la capacità associativa e introspettiva, deve essere data più attenzione alle dinamiche
interpersonali rispetto alle dimensioni inconsce.
Il setting va adottato ad ogni tipo di gruppo monosintomatico: (psicotici, disturbi alimentari, attacchi
di panico ecc.), con molta attenzione alla funzionalità gruppale, e vanno valutati i rischi nel lungo
periodo, se la iniziale coesione identificatoria non viene superata.

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Mod. 4

Modello gruppoanalitico

Per il modello gruppoanalitico di Foulkes, è il sociale che agisce sulla formazione della psiche del
bambino. Ogni individuo nasce e cresce in un contesto familiare, all’interno di una rete di relazioni
sociali che, interiorizzate, formano i suoi oggetti interni, il suo inconscio sociale. L’uomo è visto come
animale sociale, la cui spinta primaria è l’appartenenza, Foulkes precisa che l’individuo ha senso solo
in relazione al gruppo e il gruppo esiste in relazione ad altri gruppi, cioè al contesto sociale in cui è
inserito. La mente è concepita come relazionale, nata per soddisfare il bisogno relazionale dell’uomo
e gli individui sono i nodi di una rete di comunicazioni, che quando è disfunzionale provoca il
disturbo nevrotico.
Foulkes definisce “matrice” l’ipotetica rete di comunicazione e di rapporti in un dato gruppo, e
distingue:
matrice di base: che consente l’immediata possibilità di comprendersi in un gruppo etnico;
matrice dinamica: creata in uno specifico gruppo e consente di cogliere il “qui ed ora” della
relazione ed è in continua trasformazione;
matrice personale: l’esperienza interiorizzata dell’individuo del suo far parte di un dato gruppo,
come il gruppo familiare.
La matrice dinamica o matrice di gruppo, è importante per Foulkes perché è la rete inconscia di
comunicazioni di uno specifico gruppo in continua trasformazione, che da significato al qui ed ora
della relazione nel gruppo: si determina una cultura interpretativa che consente al paziente una più
sana riorganizzazione del sé, rompendo i nuclei patogeni della sua matrice familiare attraverso la
decostruzione e ricostruzione dei codici affettivi, dei valori e della capacità di dare significato agli
eventi.
La clinica gruppoanalitica:
Il disturbo nevrotico è il risultato dell’interazione di più persone che fanno parte dell’ambiente
dell’individuo, il quale diventa il punto nodale di una rete di comunicazione disfunzionale. Si può
osservare l’individuo sia attraverso reti sincroniche: il “qui e ora” del soggetto, la famiglia, i vari
gruppi di appartenenza; sia reti diacroniche: il “là e l’allora” delle generazioni precedenti, momento
passati che hanno lasciato un sedimento, quindi la psicopatologia può essere vista sia in una
dimensione verticale transgenerazionale, come una forma di eredità culturale, sia in una
dimensione orizzontale attuale, come sfondo alle interazioni nella rete di appartenenza.
La gruppoanalisi è una forma di terapia, praticata dal gruppo nei confronti del gruppo, che produce
il cambiamento nell’individuo proprio attraverso l’elemento creativo che nasce dall’incontro tra la
matrice personale e la matrice dinamica o interpretativa del gruppo, capace di riattivare aspetti
relazionali interiorizzati che emergono e vengono proiettati nel “qui ed ora” del gruppo, che li
accoglie empaticamente, diventando esso stesso il principale strumento di cura.
Il gruppo di psicoterapia: è formato da 5 a 8 persone che si incontrano periodicamente in presenza
di uno psicoterapeuta per analizzare i propri sintomi, modi di interagire, sogni ed emozioni.
Il compito del conduttore è fondamentale nella composizione del gruppo, quando deve valutare
l’opportunità di inserire determinati pazienti e nelle fasi inziali della terapia.
La fase di fondazione è molto importante, in quanto il conduttore deve impegnarsi nella costruzione
di una matrice di gruppo, che deve poi mantenere attiva con l’aiuto del gruppo stesso.

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Nel corso della terapia sono importanti dinamiche quali il rispecchiamento: il soggetto rivive con il
conduttore ed il gruppo il suo bisogno infantile di un oggetto che lo accetti
E lo confermi pienamente, così come da bambini si ricercava nei genitori l’appagamento del sé
grandioso e onnipotente. Inoltre, attraverso il rispecchiamento, un individuo, vedendo lo stesso tipo
di sofferenza che lui vive, potrà riconoscere parti di sé che aveva rimosso.

Gruppi interni e universi relazionali: il contributo di Napolitani

Descrivere il processo creativo di Napolitani.
Napolitani distingue i concetti di individualità biologica: indica che ogni individuo è unico, in quanto
dotato di un proprio corredo genetico e di antigeni propri.
Individualità psicologica: l’esito di un insieme di identificazioni per cui l’essere umano, grazie alla
sua disponibilità ad apprendere, assume come propri tratti mentali, affetti, comportamenti che gli
trasmette il proprio ambiente.
Napolitani individua nel processo creativo, un elemento di rottura dell’identificazione e
l’affermazione di una identità propria, autonoma.
Secondo Napolitani, l’esperienza individuale si basa su tre concetti fondamentali:
1) l’identità dell’uomo si fonda sull’interiorizzazione di aspetti relazionali dell’ambiente in cui il
bambino nasce e cresce, che formano quella “gruppalità interna” che, modificata dalla creatività,
dà luogo ad una identità propria.
2) con il concetto di “gruppi interni” descrive come lo sviluppo psichico dell’individua avvenga
attraverso un processo di identificazioni con le figure che fanno parte del mondo del soggetto,
identificazioni vissute e introiettate.
3) la tecnica terapeutica di gruppo è capace di riattivare gli universi relazionali del singolo, che così
possono emergere e venire proiettati.

Napolitani e i suoi tre universi relazionali:
Per Napolitani, l’esperienza umana comprende 3 universi relazionali:
Il primo, universo “P” o sistema protomentale: si riferisce ad una modalità di esperienza
precoscienziale, in cui il Sé e il non Sé, il mentale e il corporeo, l’interno e l’esterno sono intrecciati
insieme. Si tratta di una condizione presente in tutto l’arco della vita. Modalità che richiama la
“mentalità di gruppo” di Bion, cioè quell’insieme di stati mentali, emozioni, desideri, impulsi inconsci
che in un dato momento caratterizzano il clima di gruppo. Nell’universo P, attraverso
l’accoppiamento, emerge una prima dipendenza, un perdersi nel “noi” analogamente a quanto
accade nell’innamoramento. Il secondo sistema relazionale o universo simbolico “S”, è la modalità
dell’immaginario e del potere desiderante che ha origine dalla consapevolezza del bambino di
dipendere dagli altri per la sua stessa sopravvivenza. L’apprendimento identificatorio del bambino
riguarda tutto l’apparato desiderante del genitore, con i suoi dispositivi manipolatori. Trasgredire
significa acquisire autonomia, costruirsi un sapere soggettivo, in contrasto con l’accettazione
passiva di un codice desiderante altrui.
Il terzo sistema, o universo relazionale “R”, si riferisce alla consapevolezza che un individuo ha di
avere una identità propria. La sua modalità di vita non è più sopravvivenziale ma esistenziale. E’ un
sistema relazionale non più transpersonale ma interpersonale, nelle relazioni adesso l’individuo è
soggetto, può dare un un proprio senso autonomo alle relazioni.



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Matrici sature e insature.

Nella famiglia sana si realizza una matrice familiare insatura, ossia un campo mentale organizzato
in moda da dare significato ad avvenimenti nuovi, e soprattutto fornire al bambino in crescita non
significati predeterminati, ma capacità di pensiero autonomo. E’ una matrice di significazione aperta
che crea le prime relazioni mentali tra percezioni, sensazioni, emozioni, favorendo la creatività e
l’autonomia di pensiero.
Spazio transazionale dove il bambino può trasformare simbolicamente la cultura familiare in nuovi
significati. Invece, una famiglia caratterizzata da una matrice satura non offre all’individuo uno
spazio mentale che gli consenta di pensarsi come “altro” rispetto alla matrice stessa, non consente
differenziazioni, ostacola il processo di individuazione ed apre alla psicopatologia. La sofferenza
psichica nasce dalla saturazione del pensiero, dalla coercizione al pensiero unico che ostacola
l’autonomia della persona.
E’ una matrice che non consente al bambino la trasformazione dei temi culturali in eventi simbolici,
l’incapacità di simbolizzare produce buchi di significato, aree senza senso con la conseguenza di una
sindrome psicopatologica o un disturbo di personalità. Il gruppo ha la potenzialità di modificare le
matrici sature che ostacolano spazi di riflessione e l’autonomia di pensiero.
E’ una cultura interpretativa che consente all’individuo una più sana riorganizzazione del sé,
rompendo i nuclei patogeni della sua matrice familiare, attraverso la decostruzione e ricostruzione
dei codici affettivi, dei valori e della capacità di dare significato agli eventi.



















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Mod. 5

Modello psicoanalitico

Il contributo di Bion e gli assunti di base.
Bion, esponente centrale del modello psicoanalitico, prende spunto da Mc Dougall che vede il
gruppo come aspetto degradante dell’individualità, il gruppo rende l’individuo brutale ed impulsivo,
ma solo con la partecipazione ai gruppi un soggetto diventa umano. L’organizzazione rende il gruppo
un aiuto e annulla le tendenze degradanti. Bion riprende quest’idea nei concetti di gruppo di lavoro
e di mentalità primitiva.
Il concetto di gruppo di lavoro indica che lo stare in gruppo prevede una fase di apprendimento per
contribuire a raggiungere l’obiettivo del gruppo, ma mancano i legami profondi, il calore per
colmare il senso di solitudine dell’individuo.
Nel gruppo dominato dalla mentalità primitiva, c’è una tendenza ad agire impulsivamente, che
limita lo spazio per l’individuo, il gruppo funziona come un’unità indistinta, con stati mentali
collettivi, l’atmosfera è ravvivante, ma porta al fallimento dei propri fini.
Per Bion la mentalità primitiva è dominata da 3 fantasie dominanti:
- Assunto di base di coppia: è una forma di eccitamento condiviso dal gruppo. Quando due
partecipanti discutono tra loro, gli altri stanno in silenzio. E’ una relazione a due che assume
aspetti di sessualità, come se il gruppo si aspettasse la nascita di un messia dall’incontro tra
i due.
- Assunto di base di dipendenza: il gruppo proietta sul conduttore il bisogno di un leader
onnipotente. Predomina l’immaturità delle relazioni, la paura, i membri sono sempre sul
punto di fuggire.
- -Assunto di base di attacco –fuga: il gruppo vive sotto costante minaccia di un nemico
esterno da cui difendersi combattendo o fuggendo, mentalità paranoica del gruppo. Il leader
sarà ascoltato solo quando le sue richieste sono percepite come occasioni di attacco o fuga
e verrà ignorato quando le sue richieste non sono di questo tipo.
Bion parla anche di valenza, cioè la disposizione dell’individuo alla condivisione nel gruppo. Esistono
individui con alta valenza e individui con bassa valenza.

Modello psicoanalitico di gruppo oggi (Neri e Correale).

Secondo Neri durante la seduta, il conduttore deve tenere presenti 4 elementi:
le persone: Neri paragona un partecipante ad un elemento d’orchestra il cui suono deve essere
udibile dal direttore d’orchestra anche quando quel suono non c’è, cioè quando non parla.
Le relazioni interpersonali: richiamano la relazione transferale tipica della psicoanalisi, ma analisi in
parallelo, perché il gruppo è composto da 3 o più membri. Un fenomeno gruppo-specifico è la
risonanza: quel fenomeno per il quale i membri di un gruppo colgono aspetti del vissuto della
persona che parla, ma deformati dalle forti identificazioni e dalle emozioni con cui ciascun membro
li coglie.
Si tratta quindi di un fenomeno di contagio emotivo, ossia la tendenza alla generalizzazione, alla
diffusione inconscia delle emozioni nel gruppo.
Il rapporto che lega ogni membro al gruppo è importante per la processualità. A livello
comunicativo il discorso di gruppo può fluire in continuità, a catena, oppure a stella, con un punto
di raccordo centrale per tutte le comunicazioni.

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Fenomeni trans-personali: Neri indica l’atmosfera di gruppo, il medium, la mentalità primitiva.
L’atmosfera di gruppo è data dalle emozioni, sensazioni, vissuti, condivisi in un dato momento dai
partecipanti del gruppo.
Si tratta della tonalità di sentimento nella vita di gruppo.
Il medium è il mezzo con cui si comunica nel gruppo: diversi mezzi influenzano la comunicazione,
per es. quando qualcuno manca, questa assenza è percepita come un cambiamento del medium.
La mentalità primitiva: si riferisce alla tendenza ad agire impulsivamente, che limita lo spazio
dell’individuo e quindi il gruppo funziona come un’entità indistinta, con stati mentali collettivi.

Le fasi del processo di gruppo

La fase iniziale del gruppo psicoanalitico è distinta da Neri in due momenti:
lo stato gruppale nascente: caratterizzato da una aspettativa illusoria con aspetti euforici,
gratificanti, narcisistici, che fa da collante e risponde all’esigenza dei membri di stare insieme
quando ancora non sono in grado di stare in rapporto. I partecipanti sperimentano fenomeni di de-
personalizzazione e di de-individualizzazione, una perdita dei confini del sé, che porta a sentire
vissuti, emozioni come riferibili non a sé ma al contesto del gruppo.
Invece, lo stadio della comunità di fratelli si ha quando il gruppo è percepito come soggetto
collettivo, ossia quando i membri hanno raggiunto uno stato di fusione tale da riferirsi a se stessi
usando il “noi”, e a questo punto i partecipanti sono più disposti a mettersi in gioco, diminuisce la
dipendenza dal leader e comunicano sempre di più tra di loro.
Gli individui percepiscono gli altri simbolicamente come fratelli e si sentono parte di una comunità
di fratelli.
In questo stadio il gruppo forma anche uno spazio del gruppo, un confine “noi-voi” che Anzieu
definisce come noi-pelle: come la pelle di un individuo, il gruppo è un involucro che tiene insieme
gli individui e racchiude pensieri, parole, azioni, così il gruppo può costruire uno spazio interno e
una sua temporalità.

Clinica della terapia psicoanalitica di gruppo:

Da un punto di vista psicoanalitico, un disturbo psicopatologico dipende da disconnessione con la
realtà, ossia distorsione del rapporto col mondo esterno, causata da fantasie, sentimenti che fanno
parte del mondo interno dell’individuo.
Obiettivo della terapia psicoanalitica di gruppo non è modificare il comportamento dell’individuo,
ma comprendere cosa genera quel comportamento, in modo da accrescere l’autoefficacia dei
partecipanti al gruppo, (mentre nei gruppi interpersonali il cambiamento è dovuto ad una forma di
apprendimento interpersonale, nel gruppo psicoanalitico le interazioni sono un modo per esplorare
cosa accade interiormente). Il processo di gruppo è fatto di comunicazioni spontanee, si tratta di
condividere emozioni, pensieri, fantasie il più liberamente possibile.
Non vi sono contenuti prestabiliti da affrontare, ma ognuno è incoraggiato a dire quanto più
possibile di se stesso e dei suoi stati interni. In questo modo i membri si aiutano l’un l’altro a far
emergere aspetti di loro stessi fino a quel momento sconosciuti.





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Compiti del terapeuta:
Per condizioni iniziali adeguate, il terapeuta deve curare la composizione e la preparazione del
gruppo: devono essere membri capaci di prestare attenzione agli altri, capaci di mentalizzare e di
attenersi agli aspetti formali del contratto. Inoltre deve curare la stipula del contratto in cui si
stabilisce che qualsiasi cosa detta o che accade in gruppo, è soggetta ad esplorazione, precisando
che il contratto stesso può essere violato, ma che eventuali violazioni saranno soggette ad
esplorazione analitica.
Nell’avvio di seduta, il terapeuta aspetta che uno dei membri parli perché il processo ha inizio dal
silenzio iniziale, importante come comunicazione, lo sforzo non è far parlare le persone, ma capire
perché nessuno sta parlando. Successivamente deve preoccuparsi di evitare interruzioni ed
interferenze, favorendo la libera circolazione della parola e dei pensieri. Nella fase di chiusura, è
importante che il terapeuta solleciti l’esplorazione delle ansie da separazione e di come vengono
gestite.

Gruppo e campo:

M. e W. Baranger definiscono il campo bi-direzionale del setting psicoanalitico, non come la
semplice somma dei due protagonisti, ma un terzo elemento a se stante, indipendente dalle
intenzionalità dei singoli membri della coppia.
A. Correale ha esteso il concetto di campo al gruppo distinguendo un campo attuale, risultante
dall’insieme di pensieri, affetti, emozioni presenti nel gruppo in questo momento, dal campo storico
(o campo del gruppo), inteso come lento deposito di relazioni affettive, vicende ideative ed
emozionali.
Il campo è dunque una situazione fluida che influenza gli individui che partecipano al gruppo.

Pensiero di gruppo:

Il pensiero di gruppo è un pensare insieme. Spesso nel gruppo il discorso ha la forma di una catena
associativa in cui una parola provoca un pensiero, che suscita un’emozione in un altro membro, che
la verbalizza o la mette in atto.
La prima funzione terapeutica del pensiero di gruppo è la capacità di metabolizzare l’ansia e
l’angoscia, è una funzione disintossicante, che consente di liberare l’individuo dalle tensioni
eccessive.
Altra funzione terapeutica del gruppo è quella di offrirsi quale pensiero per il singolo. Quando il
singolo non si sente pronto a condividere pensieri, emozioni, ascoltando gli altri, può trovare un
legame tra quanto viene discusso nel gruppo e i suoi pensieri e sentimenti.
La terza funzione terapeutica del gruppo consiste nella sua capacità di ascolto come farebbe una
madre sensibile. I partecipanti si sentono contenuti dal gruppo come utero.









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Antigruppo:

Durante il processo di gruppo, possono verificarsi momenti difficili, come episodi di silenzio e di
ritiro dall’interazione, oppure il manifestarsi di forze distruttive e disgreganti che Nitsun chiama
l’antigruppo: ossia forze negative che minacciano il gruppo; fantasie distruttive o resistenze nate
dalla conflittualità tra il gruppo visto come spazio trasformativo e gli antichi legami di appartenenza.
Può esserci un capro espiatorio, se è esterno, la stabilità del gruppo non è intaccata, si verifica una
situazione di attacco/fuga con vissuti emozionali potenti e contagiosi. L’effetto è una maggiore
aggregazione. Invece, quando il capo espiatorio è interno al gruppo, si attiva l’ostilità del gruppo
fino all’espulsione, con emozioni di impotenza, il gruppo è vissuto come un contenitore fragile e
questo può portare alla sua morte. Un altro processo distruttivo è dato dalla cultura del “non detto”,
cioè un attacco alla regola di riportare in gruppo tutto ciò che avviene dentro e fuori di esso. Il “non
detto” tra i membri mina la fiducia nel gruppo.


Transfert:

Il transfert è evidente dal modo in cui i pazienti interagiscono con gli altri, per es. la reazione ostile
o arrabbiata di alcuni membri nei confronti del terapeuta quando lo sentono come incapace di
rispondere alle loro esigenze. Nel gruppo il transfert è soggetto alle risposte di tutti gli altri membri
e del terapeuta e spesso viene reso visibile al paziente in modo diretto e crudo.




















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Mod. 6

Il modello interpersonale e la teoria dell’attaccamento di gruppo:
Modello interpersonale
Il modello interpersonale di gruppo si basa sull’apprendimento reciproco tra i membri del gruppo.
Il gruppo rappresenta un “microcosmo sociale” nel quale i membri, attraverso interazioni “qui ed
ora” con scambio di feedback, l’uso di fattori terapeutici di gruppo, l’osservazione, possono
comprendere in che modo funziona il loro mondo relazionale, recuperare un senso di efficacia
interpersonale e quindi migliorare le relazioni con gli altri. L’interazione personale è alla base
dell’apprendimento interpersonale, nel gruppo l’individuo ha l’opportunità di imparare “con” e
dagli altri. Le modalità relazionali dell’individuo sono influenzate dall’attaccamento, da bambino,
con le figure di riferimento. Per Sullivan, nelle fasi inziali dello sviluppo del sé, la mancanza di una
buona sintonizzazione con il caregiver, potrà determinare ansie intense e disorganizzanti,
“esperienze non-me”, con angosce di abbandono e di rifiuto che generano credenze patogene e
disadattive su cui si basa poi tutto il mondo relazionale del soggetto. Quindi l’ipotesi di base della
psicopatologia riguarda una rigidità interpersonale e rigida applicazione di schemi relazionali
patologici.
Il gruppo terapeutico è lo strumento che può abbattere le credenze patogene del paziente e
costruire nuovi schemi interpersonali adattivi. Per Yalom l’agente di cambiamento è la validazione
consensuale: confrontando le proprie convinzioni interpersonali con quelle degli altri, si può
diventare consapevoli delle proprie distorsioni ed apprendere nuove modalità relazionali, quindi
apprendimento interpersonale esplicito e diretto.
Il gruppo assume la stessa funzione dei caregiver, si crea il gruppo per aver cura e protezione, il
gruppo come base sicura, in cui l’empatia, la comprensione reciproca, i feedback interpersonali
favoriscono un’esperienza emotiva correttiva. Nel gruppo, dall’intreccio dei propri modelli operativi
interni con quelli degli altri membri, si attiva uno scambio di esperienze interiorizzate, che
modificate dalle interazioni di gruppo, riparano le parti di sé emotivamente danneggiate.

Compiti del terapeuta:
Nella fase iniziale il terapeuta informa i membri sulle dinamiche psichiche e sul funzionamento del
gruppo, deve inoltre creare un ambiente rassicurante, favorevole ad u clima contenitivo in cui i
pazienti possano esplorare le proprie rappresentazioni interne e i vissuti emersi durante le
interazioni.
Il terapeuta deve spingere ad un alto grado di coesione, per un attaccamento di gruppo sicuro e
deve offrire occasioni di confronto attraverso interazioni sul “qui ed ora” con scambio di feedback,
l’uso di fattori terapeutici di gruppo, l’osservazione, affinché i pazienti possano comprendere in che
modo funziona il loro mondo relazionale, ed apprendere nuove modalità più adattive.
Un lavoro attivo e strutturato, soprattutto nelle fasi iniziali e conclusive del gruppo favoriranno una
maggiore coesione, apprendimento interpersonale e guarigione.
Nel modello interpersonale, l’agente di cambiamento è la validazione consensuale:
l’apprendimento interpersonale esplicito e diretto che si realizza con l’interazione personale tra i
membri del gruppo.




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La teoria dell’attaccamento che si sviluppa nella relazione con i caregiver nei primi anni di vita,
influenza tutte le esperienze interpersonali nell’età adulta, e quindi anche le dinamiche e la
processualità di un gruppo, in cui i membri si lasciano guidare dai loro modelli operativi interni
(MOI), appresi nelle primarie esperienze di attaccamento.
Il gruppo assume la stessa funzione dei caregiver, si cerca il gruppo per avere cura e protezione, il
gruppo come base sicura per vivere una nuova esperienza riparativa dove le emozioni possono
essere esplorate, gestite e comprese.
Nello stare in gruppo, gli gli individui con uno stile di attaccamento sicuro, si sentono sicuri nella
relazione e contribuiscono attivamente e positivamente al processo di gruppo.
Invece, le persone con un attaccamento ansioso hanno una negativa rappresentazione di sé come
membri del gruppo, considerano minacciose le interazioni, ma nello stesso tempo ricercano nel
gruppo sostegno e rassicurazioni. Tendono ad essere compiacenti ed attraenti per ottenere affetto
e protezione mostrandosi vulnerabili e bisognosi di affetto, e quindi gli altri membri si sentono utili,
più forti e capaci. I soggetti preoccupati sono quelli che più tengono al gruppo.
Nel mostrarsi bisognosi provocano risposte supportive, ma essi stessi danno supporto agli altri.
Gli individui con attaccamento evitante hanno un modello negativo degli altri, tendono ad evitare
le relazioni e l’interdipendenza e si difendono dal mostrarsi vulnerabili co atteggiamenti di auto
sufficienza e superiorità che li porta all’isolamento.
In gruppo sono oppositivi e tendono ad interrompere la terapia, mentre i soggetti
spaventati/evitanti appaiono disorganizzati, per cui oscillano tra evitamento e accudimento, e
questo genera negli altri membri del gruppo confusione e disorientamento.

(I MOI costituiscono le rappresentazioni che ogni individuo ha di sé e degli altri, e che influenzano il
modo in cui l’individuo organizza la realtà.
Per Boulby i sistemi comportamentali che favoriscono lo sviluppo dei MOI sono l’attaccamento e
l’esplorazione. Il sistema di attaccamento si attiva quando il bambino è in una situazione di pericolo
o di stress, la risposta del caregiver determina il tipo di attaccamento. I bambini con attaccamento
sicuro ai propri caregiver, riescono meglio a regolare l’ansia e nell’esplorazione, inoltre ricercano il
caregiver quando si sentono stressati. I bambini insicuri evitano il conforto dei caregiver oppure si
stringono a loro rinunciando al gioco e all’esplorazione. I legami di attaccamento si hanno anche in
età adulta: legami amorosi, verso il terapeuta, all’interno di un gruppo).

(Elementi cardine del gruppo interpersonale:
Gli elementi cardine attraverso cui si attua il cambiamento in un gruppo interpersonale sono:
coesione, gruppo come microcosmo sociale, lavoro sul “qui e ora”, apprendimenti interpersonale).

(Distorsioni paratattiche:
Yalom ritiene che l’individuo tende a deformare le proprie percezioni degli altri e della realtà
interpersonale (distorsioni paratattiche), ossia spesso la relazione con un’altra persona non si basa
su attributi reali di questa ma su una fantasia simile al processo di transfert. L’agente di
cambiamento per Yalom è la validazione consensuale, confrontando le proprie convinzioni
interpersonali con quelle degli altri si può diventare consapevoli delle proprie distorsioni).




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Fattori terapeutici di Yalom:
Yalom ha evidenziato 11 fattori terapeutici interdipendenti che si attivano nel processo di
cambiamento:
Infusione della speranza, la speranza di poter ricevere aiuto è necessaria per trattenere il paziente
in terapia ed è collegata ad un esito positivo.
Universalità, spesso i pazienti si sentono gli unici portatori di sofferenza psichica e credono che
nessuno li possa capire, convinzione che nel gruppo può essere smentita dalla condivisione,
comunanza e somiglianza delle problematiche.
Informazione, comprende sia l’istruzione didattica data dal terapeuta sul funzionamento del
gruppo, sia i consigli dati dal terapeuta e o dagli altri membri del gruppo. Permette di superare lo
spaesamento iniziale.
Altruismo, il senso di autoefficacia nel sentirsi utili agli altri, rafforza l’autostima.
Ricapitolazione correttiva del gruppo primario familiare, il gruppo è vissuto dai membri come
l’equivalente della famiglia. Il terapeuta funge da figura genitoriale autoritaria e gli altri membri
ricordano i fratelli o altre persone significative. Nel gruppo si mettono in atto le modalità relazionali
che i soggetti vivono nel loro ambiente di vita, con la possibilità di osservarle, valutarle e migliorarle.
Socializzazione, partecipare ad un gruppo terapeutico rende più adattive le capacità di stare in
relazione.
Comportamento imitativo, il gruppo fa da modello per il paziente che sperimentandosi in una realtà
contenitiva può trovare un adattamento più funzionale.
Apprendimento interpersonale, nel gruppo il paziente ripropone i modelli interpersonali
disfunzionali. Il gruppo, attraverso il feedback degli altri membri e l’autosservazione, favorisce la
consapevolezza del proprio modo di stare in relazione e dell’impatto che ha sugli altri.
Coesione, è la forza di attrazione che il gruppo esercita su ogni membro ed è in stretta relazione con
il senso di appartenenza dei membri al gruppo come insieme. Quando la coesione è forte, il soggetto
è disponibile a modificare modalità relazionali criticate dal gruppo, ma anche il gruppo può
modificare la propria valutazione, dando inizio alla spirale adattiva.
Catarsi è la possibilità d rivelare fatti intimi ed esprimere i propri sentimenti in un clima di
accoglienza e accettazione, potenzia la coesione.
Fattori esistenziali, spesso nel gruppo trovano ascolto empatico tematiche universali come la
solitudine, la morte, la sofferenza e il loro impatto sulla vita.













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Mod. 7

Modello della psicologia del sé.
Introduzione:

Kohut: sviluppo del narcisismo e teoria del doppio asse.
Nel gruppo di terapia si possono attivare relazioni di oggetto d’amore e di odio, sia verso il
conduttore, sia verso gli altri membri del gruppo.
Queste relazioni presuppongono l’esistenza di un oggetto separato verso cui dirigere le spinte
pulsionali.
Kohut osserva che nei primi anni di vita, parallelamente a relazioni con oggetti separati esistono
relazioni con oggetti non separati da sé, i cosiddetti “oggetti sé”, fondamentali per uno sviluppo
sano del sé.
Nelle prime fasi di vita del bambino è fondamentale che i genitori svolgano le funzioni specifiche di:
- oggetto sé speculare: ossia appagamento del sé grandioso e onnipotente del bambino.
- imago parenterale idealizzata: cioè un modello ideale da imitare.
Kohut aggiunge poi la funzione del sé-gemellare, con cui il bambino appaga il bisogno di sentirsi
simile ad un altro essere umano amato e amabile.
Un’iniziale fase di empatia verso il bambino, lo renderà capace di tollerare progressivamente le
frustrazioni e i propri e gli altrui limiti (frustrazione ottimale), questo permetterà un progressivo
abbandono degli oggetti-sé, e una internalizzazione trasmutante delle funzioni prima svolte dai
genitori, con conseguente sviluppo di strutture interne proprie che hanno la funzione di regolazione
delle emozioni e di adattamento all’ambiente, per cui il bambino acquista una propria autonomia
rispetto all’oggetto-sé).
Invece, quando l’esperienza con l’oggetto-sé non è empatica, lo sviluppo narcisistico non si
completa, i bisogni espressi rimangono arcaici, il sé è fragile e vulnerabile, (questi pazienti
presentano profondi sentimenti di vuoto, sensazioni vaghe di non essere reali e completamente
vivi).
Kohut sviluppa la teoria del doppio asse: mentre per Freud il narcisismo è uno stato egocentrico
tipico dell’infanzia, che è necessario abbandonare per raggiungere una maturazione, per Kohut,
invece, i bisogni narcisistici permangono per tutta la vita parallelamente all’amore oggettuale, si
mantengono stabili nel tempo, con un percorso differente rispetto alla libido oggettuale.
La libido oggettuale riguarda oggetti veri, realmente separati dal soggetto e porta all’amore
oggettuale.
La libido narcisistica riguarda oggetti intesi come un’estensione del sé e porta all’amore di sé detto
narcisismo.
Una persona sana, anche in età adulta avrà bisogno di mantenere relazioni specifiche con oggetti-
sé mostrando sempre l’esigenza di un rispecchiamento da parte degli altri o di una relazione con
altri significativi.
(Il modello di sviluppo proposto da Kohut focalizza alcuni concetti chiave del sé arcaico,
utili per comprendere le dinamiche di gruppo:
- L’esibizionismo e la grandiosità infantili sono parti importanti dello sviluppo dell’autostima.
- Arresti nel processo di sviluppo porteranno alla ricerca continua di qualcuno capace di fornire
rispecchiamento alla grandiosità dell’individuo.
- Nel transfert l’altro non sarà visto come un oggetto separato ma come oggetto-sé con la funzione
di rispecchiarne la grandiosità.
Altre forme arcaiche del sé grandioso sono:

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fantasia di gemellarità, in cui l’altra persona è vissuta come un alter-ego, un gemello esattamente
uguale al paziente e fantasia di fusione in cui il soggetto sente un forte desiderio di unità e di
appartenenza e, insieme, intensi sentimenti di paura legati al perdere la propria individualità).

Concetto di transfert narcisistico e le fasi.
Stone ritiene che, durante la terapia di gruppo, in alcuni momenti il leader, i vari membri del gruppo
o il gruppo nel suo insieme, sembrano supplire alle parti mancanti del sé dell’individuo, cioè
funzionano come oggetti sé, piuttosto che come oggetti separati con cui si entra in relazione.
E’il caso dei soggetti con disturbi narcisistici che generalmente tendono a monopolizzare il gruppo
e/o rifiutare l’aiuto.

Gruppo come insieme: oggetto, soggetto, oggetto-sè

Il gruppo come insieme è visto come:
Il gruppo come un “oggetto”: il gruppo è paragonabile ad un oggetto interno, per es. idealizzato
come seno buono o come seno persecutore.
Il gruppo come “soggetto”: rimanda all’idea di un gruppo con una sua propria mente, capace di
agire.
Il gruppo come “oggetto–sé”: le relazioni sono investite narcisisticamente. Come oggetto-sé il
gruppo attiverà transfert di tipo idealizzante e di tipo speculare.

Transfert narcisistico in gruppo:
Il transfert idealizzante è collegato all’oggetto-sé arcaico imago parenterale idealizzata, il
conduttore e il gruppo sono visti come il genitore perfetto grazie all’empatia nei confronti
dell’individuo.
Il transfert speculare collegato al sé grandioso, il paziente rivive nel rapporto con il conduttore e il
gruppo, il suo bisogno infantile di un oggetto che lo accetti e lo confermi pienamente. Nella forma
più immatura gli altri diventano pretesto per sfoggio di esibizionismo e di potere, nella forma più
matura l’altro è vissuto come nettamente separato e fonte di gratificazione.
Il conduttore deve favorire lo sviluppo appropriato dei transfert narcisistici aiutato dal gruppo che
funge da “arena accogliente” in cui mostrare le spinte grandiose ed esibizionistiche.

Le fasi di sviluppo del gruppo:
Si distinguono 4 fasi di sviluppo del gruppo:
Fase iniziale: l’ingresso in un gruppo attiva dei modelli interni appresi nella propria famiglia e poi
modificati nei vari contesti di vita. (le persone entrano in gruppo con l’obiettivo di apprendere
qualcosa del loro mondo interno e per modificare pattern di comportamento disfunzionali).L’inizio
di un gruppo è contraddistinto da ansie legate al fatto di dover rivelare parte di sé ad estranei e di
dover entrare in relazione più o meno intima con loro. I membri tendono a gestire questa ansia
idealizzando il terapeuta, cioè vedendolo come colui che fornisce sicurezza e salvezza.
Quando il conduttore non si presta ad essere idealizzato, i membri possono rivolgersi ad altri
membri oggetti-sè da idealizzare. Il conduttore in questa fase avrà il ruolo di lasciare fare al gruppo
e di facilitare tali fantasie.
Altra dinamica della fase iniziale è l’esperienza dell’oggetto sé gemellare: alcuni individui ricercano
somiglianze con gli altri per contrastare il senso di isolamento, di solitudine e di impotenza. Il
transfert gemellare rafforza la coesione e l’unità del gruppo nel suo insieme.

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In questa fase i compiti del conduttore sono: facilitare la creazione di un gruppo funzionale dove i
membri possano sentirsi rispettati e sicuri, fornire un modello empatico e mantenere il focus sugli
obiettivi della terapia: lavorare sul cambiamento dei membri e impedire il ritorno agli schemi
disfunzionali familiari.
Storming: la seconda fase si presenta solo quando i membri si sentono ignorati, fraintesi, disprezzati
o offesi narcisisticamente, proprio quando dovrebbe crescere la coesione, con conseguenti reazioni
di rabbia e ribellione. Spesso trovano le norme troppo restrittive e hanno reazioni ostili, di rivalità e
di ansia con gli altri membri del gruppo. Il transfert sviluppa dinamiche di protesta, e le interazioni
sono caratterizzate da un mix di paura del rifiuto e di disapprovazione.
La terza fase di performing, si verifica quando il gruppo ha lavorato in modo soddisfacente e i
membri hanno interiorizzato valori, ideali e metodi di lavoro del gruppo, acquisendo anche
un’immagine interna del gruppo e degli altri membri come oggetto-sé positivo e migliorativo.
Le ripetute esperienze di sentirsi compreso hanno rinforzato la capacità dell’io di fronteggiare le
offese narcisistiche.
Ora tutti i membri sono più capaci di empatizzare con gli altri e di mentalizzare le loro stesse
emozioni. Si accresce non soltanto il sé individuale, ma anche il sé del gruppo.
In questa fase è possibile distinguere tra sé individuale e sé del gruppo.
Nella fase finale del gruppo, i membri devono gestire il dolore narcisistico legato alla perdita e alla
separazione.
I membri dovranno fare ricorso alle esperienze di oggetto-sè “riparatorie” vissute in gruppo per
affrontare questa fase.

Descrivere il ruolo del conduttore nella psicologia del sé.
Il conduttore deve avere la capacità di favorire lo sviluppo appropriato dei transfert narcisistici,
aiutato dal gruppo che funge da arena accogliente, in un clima di appartenenza.
Nella fase iniziale di un gruppo spesso è idealizzato come antidoto allo stress di dover costruire i
legami di gruppo poi, quando è il gruppo stesso coeso, ad essere idealizzato, dovrà facilitare queste
fantasie.
Il terapeuta deve lavorare alla creazione di un gruppo funzionale: dovrà definire la struttura iniziale
del gruppo indicando i confini tra il gruppo ed il mondo esterno, fornire un modello empatico,
mantenere il focus sugli obiettivi della terapia: lavorare sul cambiamento dei membri ed impedire il
ritorno agli schemi familiari disfunzionali.
Nella seconda fase, definita storming, il terapeuta deve contenere la rabbia e l’oppositività quando
i membri del gruppo percepiscono le norme troppo restrittive e hanno relazioni ostili, di rivalità e di
ansia con gli altri membri del gruppo.
Deve bilanciare gli stati negativi mediante la comprensione empatica, piuttosto che spiegarli, perché
la spiegazione potrebbe essere vista come mancanza di rispecchiamento e accettazione da parte
del terapeuta.
Nella fase finale dovrà aiutare i membri a gestire il dolore narcisistico legato alla perdita e alla
separazione.







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( Il sé del gruppo:
Kohut definisce il sé del gruppo come una parte del Sé individuale che contiene ideali familiari e
culturali compatibili con quelli dell’individuo. Come parte del Sé individuale, dà luogo ad esperienze
di oggetto-sé.
Per Stone il sé del gruppo rappresenta la terza prospettiva attraverso cui guardare il gruppo come
insieme, o gruppo come un tutto.
Cohen e Etting: hanno separato due aspetti del sé del gruppo: uno riguarda la propria personale
identità come membro del gruppo, l’altro riguarda il gruppo come “altro” avente un Sé con propri
attributi).


(Il sé del gruppo come progetto:
Il sé del gruppo può essere concepito come un progetto nel quale gli individui si identificano con gli
obiettivi del gruppo stesso.
Il sé del gruppo è la struttura conscia ed inconscia che dà corpo al progetto del gruppo e contiene
motivazioni razionali (per es. interesse per il tema trattato) e motivazioni inconsce (per es. bisogno
di attaccamento).

Mentalizzazione.

La capacità riflessiva o mentalizzazione, si riferisce alla capacità dell’individuo di rappresentarsi
mentalmente aspetti di sé e dell’altro, e di riflettere sugli stati mentali, propri e altrui, è una funzione
riflessiva che consente di interpretare i propri ed altrui comportamenti in termini di stati mentali.
Secondo Fonagy e Target, la capacità riflessiva non è innata, ma si costruisce con l’interazione tra il
bambino piccolo e il caregiver, il suo sviluppo è legato all’esperienza che il bambino fa nel percepire
i suoi stati mentali come “capiti e pensati”, grazie ad interazioni affettuose con il genitore.
E’ fondamentale la capacità di rispecchiamento della madre, perché un sistema relazionale
abusante, incurante, priva il bambino della base emotivo-cognitiva necessaria per lo sviluppo sano
del sé e il risultato è l’incapacità di rappresentarsi le idee in quanto idee e di comprendere
l’intenzionalità dell’altro.
I gruppi di mentalizzazione sono particolarmente adatti ai pazienti borderline, i quali hanno una
specifica carenza nella capacità di mentalizzazione, ossia nella capacità di rappresentarsi aspetti di
sé e dell’altro, di riflettere sugli stati mentali propri e altrui, dovuta a relazioni infantili in un
ambiente non sufficientemente in grado di mentalizzare l’esperienza affettiva. I pazienti borderline
mostrano gravi problemi interpersonali, il loro funzionamento psichico è caratterizzato da
un’uguaglianza tra mondo interno e mondo esterno, distacco dalla realtà, impossibilità di
interpretare pensieri e affetti in assenza di un’evidenza fisica.










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Gruppo per pazienti borderline:
Il gruppo MBT-G vuole essere un gruppo di training per aumentare la capacità di mentalizzzazione:
ognuno è incoraggiato a riportare in gruppo contenuti personali ed interpersonali sui quali lavorare,
esplorandoli, per imparare a riconoscere e riflettere sui propri ed altrui stati mentali.
E’ un approccio psicodinamico, ma con una condizione molto più strutturata, per contrastare
l’aggressività nel gruppo, causata dalle mozioni non mentalizzate e caotiche che i pazienti portano
nel gruppo.

Nella fase iniziale, il terapeuta deve curare la composizione del gruppo, dare le opportune
informazioni sul modo in cui si svolgerà il processo e le regole da seguire e creare le condizioni per
un clima di coinvolgimento nell’esplorazione dei racconti dei pazienti, spiegando che sarà dato
ampio spazio all’esplorazione di eventi importanti e che nella narrazione devono risultare chiari gli
attori coinvolti, le emozioni predominanti e se sono state gestite o meno.
Il terapeuta, all’inizio di una seduta, riprende dal lavoro precedente, incoraggia il rispetto dei turni
dei pazienti e sollecita i partecipanti alla partecipazione, deve coinvolgere l’intero gruppo nella
discussione sugli aspetti positivi e sui fallimenti della mentalizzazione emersi dal racconto, deve
lavorare sulle reazioni emotive in modo da facilitare il riconoscimento sia delle emozioni sia del
significato che l’evento narrato ha per il singolo e per il gruppo. Deve, inoltre, adottare specifiche
strategie per contrastare la conflittualità e l’aggressività dell’intero gruppo.
Nella fase di chiusura il conduttore dovrà aiutare i pazienti a gestire l’ansia da separazione.

(La terapia psicodinamica classica è di solito uno strumento poco strutturato, dove il terapeuta
attende che il gruppo attivi qualcosa che diventerà oggetto di analisi.
Invece la terapia per i pazienti borderline necessita di un alto grado di strutturazione, perché la
fragilità emotiva di questi soggetti può favorire dinamiche tendenzialmente distruttive.
Per questi pazienti spesso vengono utilizzati setting integrati, individuale più gruppo, con un lavoro
in sinergia: il gruppo si presta ad esplorare le problematiche del funzionamento sociale di questi
pazienti, invece, il lavoro individuale si occupa di tematiche intrapsichiche, connesse all’esperienza
di gruppo.
Se la terapia bimodale non può essere condotta dallo stesso terapeuta, è necessario un continuo
confronto tra i due terapeuti coinvolti.
Spesso passa molto tempo prima che questi pazienti imparino a fidarsi del gruppo, soprattutto
quando hanno sentimenti di colpa o di invidia perché pensano che qualcuno abbia più attenzioni
dal gruppo.
Inoltre in questi pazienti prevalgono meccanismi difensivi arcaici come scissione, proiezione o
diniego, che possono essere agiti nel gruppo con l’effetto di “sentirsi fuori luogo” e quindi di
continue assenze da parte d questi soggetti).
(Disturbo di personalità borderline è caratterizzato (Batman e Fonagy) da un funzionamento
psichico con tre modalità pre-mentalizzanti o non integrate:
L’equivalenza psichica: uguaglianza tra mondo interno e mondo esterno, ogni fantasia è sentita
come reale.
Modalità di far finta: c’è un distacco, una disconnessione con la realtà, quindi la comprensione della
mente dell’altro non è legata alla realtà, in quanto manca la naturale incertezza che normalmente
si ha quando si attribuiscono all’altro i propri pensieri. Questa modalità è alla base dei fenomeni
dissociativi.
Modalità teleologica: gli oggetti della realtà esterna sono strettamente legati a quel che si vede,
non sono veramente mentali (rappresentazioni di ). Quindi vi è impossibilità di interpretare pensieri
ed affetti in assenza di una evidenza fisica concreta).

23
Mod. 8

I gruppi in ambito organizzativo e lavorativo, gruppi mediani e large group:
Gruppi di lavoro.
Il gruppo di lavoro è un insieme di membri che hanno una meta comune e lavorano in una
organizzazione, può essere temporaneo oppure no.
Sono gruppi formali perché hanno norme precise, un responsabile e ruoli definiti
dall’organizzazione, ed etero-centrati perché strutturati intorno ad un compito.
L’efficacia lavorativa è determinata dalla rete emotiva e relazionale del gruppo e dal contributo del
singolo. Sul piano individuale le esigenze ed i bisogni del singolo possono interferire al
raggiungimento di un obiettivo, sul piano gruppale l’appartenenza a un gruppo e il lavoro sono
bisogni che fanno da motivatori.
Per Mayo (anni 30) il lavoro e il gruppo sono centrali per la strutturazione dell’identità
dell’individuo. Introduce il “fattore umano” come elemento fondamentale all’interno della vita
organizzativa e concepisce l’organizzazione formata da gruppi più che da individui.
Sviluppa un metodo di intervento “Organization Development” che utilizza le scienze umane per
migliorare l’organizzazione del lavoro.
La teoria del campo di Lewin considera il gruppo come una totalità di enti interdipendenti, in uno
spazio ed un tempo definiti, un campo di influenza tra più persone, una totalità dinamica di cui
l’individuo si sente parte.

T- Group.
Il T-Group (Training group), elaborato da Lewin, è un metodo di apprendimento delle relazioni
interpersonali attraverso la esperienza diretta, che incoraggia la comunicazione piena e libera,
l’espressione dei sentimenti e utilizza il consenso per risolvere i conflitti. Ha obiettivi semplici e
generali come potere, leadership, conflitto, espressione emotiva.
Nel rapporto con gli altri, l’aumentata comprensione del sé, degli altri e delle relazioni, genera il
cambiamento nella vita organizzativa (teoria del cambiamento di Lewin).
Tali gruppi sono anche definiti gruppi di sensibilizzazione, perchè all’interno dei T-group, nessun
evento viene letto con riferimento alle tensioni o ai comportamenti reali della organizzazione.
In genere il T- group è composto da 8-14 membri e dura da 3 a 15 gg; il gruppo è condotto da uno
staff di trainer esperti e da un osservatore silenzioso che fornisce feedback ai trainer.
Lewin ha anche creato un modello di intervento: l’action research in 3 azioni principali:
- analisi del contesto e dell’utenza, progettazione di interventi e setting
- valutazione della congruenza tra obiettivi e processi
- revisione e ristrutturazione di progetto e processi.

Caratteristiche del gruppo di lavoro:
Gli elementi base che caratterizzano il gruppo di lavoro sono:
Obiettivo: è il risultato atteso dal gruppo di lavoro, che deve essere ben definito, chiaro, perseguibile
e valutabile. Un obiettivo ben definito sviluppa motivazione, creatività, minore conflittualità.
Metodo: è l’insieme dei principi e dei criteri relativi all’attività del gruppo.
Ruolo: indica le parti assegnate a ciascuno nel gruppo e individua comportamenti prescritti e
proibiti. I ruoli sono caratterizzati da interdipendenza e da uno spazio di flessibilità personale per
l’individuo. La definizione precisa dei ruoli aumenta l’efficacia del lavoro e riduce i conflitti.
Si distinguono:

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ruoli relativi al compito: facilitano il lavoro di gruppo (per es. il coordinatore di lavoro)
ruoli relativi alla vita socio-affettiva: promuovono un clima migliore aiutando a risolvere i conflitti
(ad es. il mediatore)
ruoli relativi alla vita collettiva: facilitano la coesione, l’efficienza (per es. l’uomo squadra)
ruoli individuali: uso del gruppo per soddisfare i propri bisogni (per es. il manipolatore, l’arrivista)
La dinamica dei ruoli è fondamentale nella evoluzione della vita dei gruppi.

Le variabili in gioco sono:
Leadership: non è solo autorità e potere, ma è anche capacità di influenza sociale. La leadership
influenza le prestazioni e il clima del gruppo. Un leader formale è quello nominato
dall’organizzazione, un leader informale è quello condiviso dal gruppo.
Comunicazione: all’interno dei gruppi la comunicazione è importante, perché può promuovere o
inibire la creatività e il cambiamento. Nel gruppo è possibile osservare differenti stili di
comunicazione, di cui due opposti sono:
lo stile supportivo: caratterizzato da ascolto attivo
lo stile difensivo: caratterizzato da distanza e mancanza di scambio.
Una comunicazione efficace è trasparente e coerente con l’obiettivo da raggiungere.
Clima: è l’insieme di opinioni, sentimenti, percezioni dei membri che determina la qualità
dell’ambiente del gruppo. Si parla di atmosfera, di tonalità di sentimento nella vita di gruppo.
Norme, valori e stili comportamentali influenzano il clima del gruppo. (Gli indicatori per valutare il
clima di gruppo sono: sostegno, calore, riconoscimento dei ruoli).
Si ha un clima ottimale quando c’è il giusto sostegno e calore tra i membri, quando i ruoli sono
riconosciuti e valorizzati, la comunicazione è aperta e autentica con feedback chiari e accettabili.

Il gruppo allargato:
Per Anzieu e Martin, il gruppo allargato è un insieme di 25/50 persone che si riuniscono per
esprimere opinioni su un tema comune.
De Marè definisce gruppo allargato quello che comprende da 30 a centinaia di persone riunite.
Per il numero elevato, l’intimità della relazione è impossibile, il singolo partecipante si trova in una
massa amorfa e caotica (fase iniziale) dove ancora non ci sono relazioni interpersonali.
La numerosità dei partecipanti provoca fenomeni “psicotizzanti”. I membri avvertono una minaccia
all’identità individuale e provano forti angosce e stato di confusione, che aumentano i bisogni di
dipendenza, ma anche l’aggressività.
De Marè individua nell’odio la dimensione emotiva del gruppo che provoca, nella fase nascente e
caotica, meccanismi di difesa arcaici, come scissione, proiezione, introiezione, regressione,
distorsione.
Secondo De Marè, attraverso il dialogo, il gruppo viene percepito positivamente come mezzo di
confronto e di condivisione.
Il dialogo è lo strumento che consente al soggetto di abbandonare i comportamenti difensivi e di
confrontarsi con gli altri riscontrando somiglianze e differenze. Attraverso il dialogo con l’esterno
viene ristrutturato il dialogo con l’interno, quindi il fine ultimo del gruppo allargato è apprendere a
comunicare e dialogare con l’altro sviluppando la condivisione e il confronto.
Altro merito di De Marè è aver evidenziato che nel gruppo allargato possono emergere tutte le
influenze del contesto socioculturale di appartenenza, dall’incontro tra la dimensione micro e quella
macrosociale nasce la nuova cultura della cittadinanza. Il gruppo allargato diventa luogo relazionale
di cambiamento quando, per poter tollerare la situazione caotica iniziale, i partecipanti passano da
un codice di appartenenza familiare utilizzato inizialmente, a forme più complesse di pensiero e ad
un codice di appartenenza sociale.

25
Il gruppo e le istituzioni:
Le istituzioni sono fenomeni sociali impersonali e collettivi che assicurano la coesione sociale,
favoriscono l’integrazione e la permanenza.
Gli elementi che formano la struttura delle istituzioni sono: l’affettività, la storia, il linguaggio e la
memoria.
Con storia e memoria si intende che l’istituzione non è solo l’insieme dei rapporti nel gruppo “qui e
ora”, ma è anche la storia di questi rapporti, la loro evoluzione nel tempo.
Il linguaggio: un insieme di trasformazioni linguistiche frutto della storia del gruppo.
L’affettività: il senso di appartenenza, lo spirito di gruppo, l’identificazione con il compito, sono
affetti che hanno un’influenza potente sui membri dell’istituzione.

Lavorare con i gruppi in ambito organizzativo:
L’organizzazione è un insieme di persone e di gruppi associati che mettono in comune risorse e
strumenti per produrre beni e servizi o per finalità culturali.
Caratteristica peculiare è la specializzazione (a differenza della comunità) - (Come spazio sociale,
l’organizzazione è definita in base alle sue finalità, regole, criteri e storie; in prospettiva psicologica
è intesa come contenitore e regolatore relazionale per il raggiungimento di un obiettivo).
Analizzando il gruppo come organizzazione all’interno della società Cooley distingue:
I gruppi primari: sono l’unità fondativa di tutte le società; sono caratterizzati da interazione diretta
tra i membri, un numero ristretto di persone, legami intimi. Gruppi primari sono la famiglia, il
gruppo di pari. Ogni società è costituita da un insieme di gruppi primari.
Gruppi secondari: si formano per un obiettivo da raggiungere, quindi le relazioni tra i membri sono
indirette e formali di tipo contrattuale. Gruppi secondari sono gli enti economici, scolastici,
ospedalieri ecc.
Anzieu e Martin definiscono il gruppo allargato un insieme di 25/50 persone che si riuniscono per
esprimere opinioni su un tema comune. Pe il numero elevato l’intimità della relazione è impossibile,
questo produce un senso di minaccia, con sentimenti negativi verso il conduttore o il “capro
espiatorio” e sentimenti positivi verso altri membri del gruppo.

Aspetti importanti dell’organizzazione gruppale sono: la cultura, il contesto, il setting.
La cultura è l’insieme delle specifiche modalità affettive e cognitive con cui ci relazioniamo con il
mondo.
Il contesto è l’insieme delle relazioni entro cui si svolge l’esperienza di un soggetto. Il setting è
l’insieme dei parametri visibili e invisibili che definiscono e vincolano lo specifico campo di
osservazione.
E’ formato da aspetti manifesti come il tempo, il luogo, gli strumenti, le regole esplicite, e aspetti
impliciti come la professionalità dello staff, la teoria della tecnica ecc.

Gruppi mediani e large group:
La dimensione istituente si riferisce alla situazione o alla istituzione/organizzazione in cui nasce un
gruppo.
Il gruppo di lavoro non può essere pensato senza una dimensione istituente che dà vita al gruppo e
il cui contesto influenza il processo di gruppo: comunità terapeutica, associazioni professionali o
scientifiche, comitati scientifici ecc., ma anche un singolo o un gruppo di fatto.
Lavorare con i gruppi allargati comporta un costante rapporto sia con la dimensione culturale che
ha formato il gruppo, sia con i temi culturali propri dei partecipanti.

26
Foulkes ha distinto 3 ampi obiettivi che definiscono il setting dei gruppi allargati:
- quelli centrati sul problema (socioterapia nelle comunità terapeutiche)
- quelli centrati sull’esperienza (studio del comportamento e dei vissuti in gruppo)
- quelli centrati sulla terapia (large group psicoterapeutico).
De Marè distingue piccoli gruppi, gruppi intermedi e gruppi allargati sulla base del numero di
partecipanti: 5/12 persone per il piccolo gruppo, 12/30 per il gruppo intermedio, da 30 a centinaia
per il gruppo allargato. E ogni gruppo si caratterizza per la dimensione culturale corrispondente:
bio-culturale, psicoculturale, socio-culturale, politico-culturale.
La psicoanalisi esplora l’inconscio individuale.
Il piccolo gruppo esamina la famiglia.
Il gruppo intermedio riguarda il contesto socio-culturale, sviluppa il tema delle relazioni tra persone
e società e si pone come spazio intermedio tra la dimensione familiare del piccolo gruppo e la
dimensione politico-comunitaria del gruppo allargato.
Nutunan-Shtvartz-Shay individuano una delle dimensioni principali per comprendere le
caratteristiche del gruppo allargato nel contesto organizzativo: la relazione tra contesto e gruppi,
ossia quei contenuti nascosti che emergono nel gruppo e che si riferiscono alle organizzazioni cui i
partecipanti appartengono e al contesto più ampio in cui sono inseriti.

Altre 3 importanti dimensioni sono:
le interazioni sociali: le difficoltà di comunicazione provocano frustrazione, ostacolano il dialogo e
rendono difficile lo scambio di feedback;
contenuto inconscio: il senso di caos e di confusione generato dal gruppo allargato, aumentano il
bisogno di dipendenza verso il conduttore o nuovi sottogruppi con cui identificarsi, ma questo può
portare anche ad aggressività ed emozioni non accettabili verso gli altri sottogruppi e il conduttore
stesso, e quindi altro caos;
pensiero e dialogo: i partecipanti dovrebbero apprendere il dialogo per superare le barriere
psichiche attivate dal gruppo allargato e poter comprendere quanto avviene nel processo di gruppo.
I gruppi allargati transculturali: sono caratterizzati dalla presenza di partecipanti con diversa
provenienza, con un contatto tra matrici culturali diverse, ma senza che vi sia una vera
trasformazione e integrazione.
Le Roy li considera dispositivi clinici per il trattamento dell’angoscia innescata dai traumi culturali.













27
Mod .9
La ricerca in psicoterapia di gruppo:

Introduzione e aspetti metodologici.
Il gruppo è sempre più utilizzato come strumento di cura per diverse tipologie di pazienti, ma la
valutazione dell’efficacia della terapia di gruppo è più problematica rispetto a quella individuale, per
la molteplicità delle relazioni in gruppo, che influenzano il modo in cui il gruppo funziona.
Non si possono valutare i singoli membri come se fossero indipendenti gli uni dagli altri, ma si deve
tener conto di quanto essi siano in relazione tra loro, e quanto questa relazione possa influenzare
le variabili. A livello metodologico, l’indice di correlazione interclasse (ICC) misura l’ampiezza della
dipendenza nelle osservazioni sui membri di uno stesso gruppo e aiuta a capire quanto i soggetti
sono dipendenti tra loro, aspetto importante quando si misura l’esito di un trattamento, che
altrimenti risulta falsato.
La ricerca sul caso singolo studia un soggetto (o un gruppo di soggetti) con rilevazioni ripetute nel
tempo per analizzare il trend di miglioramento del singolo paziente, metodo usato prevalentemente
nelle terapie individuali, meno frequente nei setting gruppali.
Le griglie di osservazione sono uno strumento che consente di osservare le molteplici variabili del
campo gruppale.
Sono un metodo idoneo per rilevare cosa si fa, perché si fa, con quali parametri, scopi e rischi. Sono
utili per organizzare in termini più rigorosi l’intervento.

L’ effectiveness dei gruppi terapeutici:
Uno dei metodi più semplici per valutare la ricerca sui gruppi è valutare l’efficacia e l’effectiveness
basandosi sul tipo di disturbo: disturbi dell’umore, disturbi di attacco di panico, disturbi ossessivo-
compulsivi, fobia sociale, bulimia nervosa.
(disturbi dell’umore: la meta-analisi sugli studi riguardanti questi disturbi ha rilevato un consistente
miglioramento nei pazienti trattati con un’ampia gamma di modelli di trattamento;
attacchi di panico: la ricerca ha rilevato buoni risultati del trattamento di gruppo, anche se il
cambiamento non può essere con certezza attribuito alla terapia di gruppo;
fobia sociale: è risultato migliore il protocollo cognitivo-comportamentale;
bulimia nervosa: sono riscontrati maggiori risultati, se la terapia di gruppo è integrata con quella
individuale e farmacologica).















28
La relazione terapeutica in psicoterapia di gruppo:

Molti studi empirici si sono focalizzati sui trattamenti terapeutici e il loro funzionamento in
psicoterapia di gruppo. Nel lavoro della Johnson vengono valutate le definizioni (i costrutti della
relazione terapeutica) di “clima di gruppo”, “coesione”, “alleanza”, ed “empatia” in studi di esito e
di processo.

Clima, coesione, alleanza: descrivere le differenze e gli strumenti per misurarli.
(titolo di faq)
Il clima di gruppo si riferisce all’atmosfera esistente all’interno di un gruppo, ai modelli di
comportamento dei suoi membri e al senso di appartenenza al gruppo percepito dai suoi
componenti: è misurato dal “Questionario sul clima di gruppo” GCQ di Mackenzie, nella versione
breve con 3 sottoscale:
coinvolgimento: si riferisce ad un’atmosfera positiva di lavoro e al livello di coinvolgimento dei
membri quando ci sono problemi da risolvere.
conflitto: misura il conflitto interpersonale, l’ostilità e la sfiducia.
evitamento: riguarda la tendenza dei membri del gruppo ad evitare la responsabilità dei loro
processi di cambiamento.
(Negli studi riportati da Johonson è risultato che i gruppi con un clima positivo hanno altri processi
di gruppo positivi e, in particolare, un alto livello di coinvolgimento sembra associato ad altri aspetti
positivi della relazione terapeutica).
La coesione indica l’insieme di forze che tengono insieme il gruppo e si riferisce ai legami relazionali
tra i suoi membri, ai legami tra loro ed il terapeuta, e con il gruppo nel suo insieme, esprime il senso
di connessione del gruppo, (Yalom la considera la precondizione necessaria per una terapia
efficace). E’ misurata con:
Group/Member/Leader Cohesion Scale costituito da 3 questionari self-report che valutano
rispettivamente la coesione nei confronti del terapeuta, del gruppo nel suo insieme e dei singoli
partecipanti al gruppo.
Cohesiveness subscale, che fa parte del TFI base empirica dei fattori terapeutici di Yalom.
(Johonson ha indicato un legame positivo tra percezione individuale della coesione e riduzione della
sintomatologia, raggiungimento degli obiettivi. Marziali ed altri hanno riscontrato un’influenza della
coesione e dell’alleanza sull’esito in gruppi di terapia per i pazienti borderline. Diversi studi provano
l’influenza positiva della coesione sull’esito della terapia, ma ve ne sono altri che indicano una scarsa
associazione tra coesione ed esito, le opinioni differiscono in base allo strumento utilizzato dai
ricercatori).
L’alleanza è il legame affettivo che lega il paziente al terapeuta e l’accordo per il raggiungimento
degli obiettivi della terapia.
Il modo più semplice per valutarla all’interno di un gruppo è quello di misurare l’alleanza dei membri
del gruppo con il conduttore, alleanza di gruppo come somma di alleanze individuali con il
conduttore.
(Può contribuire all’aumento dell’autostima dei membri, a supportare i pazienti fragili, a tollerare
gli errori del terapeuta e a motivare all’impegno nel lavoro terapeutico. Schereiber osserva che: una
buona alleanza terapeutica è un fattore di protezione contro l’evitamento di una situazione nuova).
Empatia: è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di riconoscerne pensieri e sentimenti e di
comprenderne le cause. E’ considerata dai teorici utile a stabilire un setting contenitivo che
consenta di affrontare l’ansia provocata dalla vergogna e dai sensi di colpa. E’ misurata da Empathy
Scale (ES): 10 item, valuta la percezione di un paziente riguardo il calore, l’empatia, il prendersi cura
da parte del terapeuta.

29
Modelli empirici per pensare il gruppo:
Modelli empirici per pensare il gruppo: (anatomia e fisiologia del gruppo) faq

Burlingame, Strauss e Mackenzie hanno elaborato un modello (anatomico-fisiologico dei piccoli
gruppi) relativo alle diverse componenti del gruppo e le loro influenze reciproche che definisce 5
grandi aree che influenzano l’esito positivo di un trattamento:
- La teoria del cambiamento formale: verifica l’efficacia generale o specifica di alcuni
trattamenti gruppali, in questa grande area è presente la maggior parte dei modelli della
psicoterapia di gruppo.
- Teoria dei principi del processo del piccolo gruppo: indica le caratteristiche specifiche di
questo tipo di gruppo, correlate all’esito terapeutico.
- Il conduttore o leader del gruppo: attributi come l’apertura interpersonale, il calore,
l’empatia del terapeuta sono risultati associati ad un maggior livello di coesione nel gruppo.
- Il paziente: la sua capacità di ascolto e di comprendere, di empatizzare e di aiutare gli altri si
sono dimostrati importanti fattori interpersonali che possono facilitare il miglioramento nei
gruppi.
- “I fattori strutturali del gruppo”: comprendono variabili come il numero, la lunghezza e la
frequenza delle sedute, il setting, la presenza di un co-terapeuta.
I concetti di struttura e di processo di gruppo rappresentano la cornice di questo modello
concettuale sui meccanismi di cambiamento e possono essere descritti: la struttura come
“anatomia di un gruppo”, il processo come “fisiologia di un gruppo”:
(Questa definizione risale a Berne, il quale diceva che un terapeuta deve conoscere il gruppo così
come un medico conosce l’anatomia e fisiologia umana).
L’anatomia di un gruppo riflette la struttura del gruppo, visto come veicolo di cambiamento. Si
distingue in:
Struttura emergente: comprende i modi più o meno imprevedibili di cambiamento del gruppo, per
es. la formazione dei sottogruppi e le norme.
Struttura imposta: comprende la preparazione, composizione e la fondazione iniziale del gruppo.
La fisiologia del gruppo o processo, considera gli scambi interpersonali come meccanismi di
cambiamento. Si distingue in:
Processi emergenti: che includono i fattori terapeutici, il feedback interpersonale, l’autosvelamento,
la coesione e il clima di gruppo, e sono gli unici che possono cambiare imprevedibilmente.
Processi fondativi psicologico-sociali: riguardano il ruolo reciproco, il potere, il conflitto, la
performance, il processo decisionale, caratteristiche di stile del leader, la teoria dell’identità sociale.
Il processo di gruppo: indica che il gruppo è un sistema complesso, i cui membri ed i sottosistemi
sono in interazione dinamica.
Il feedback interpersonale: è l’interazione tra due o più membri del gruppo che si scambiano reazioni
o risposte interpersonali.
Diversi studi hanno trovato una relazione tra il feedback interpersonale e l’aumento della
motivazione al cambiamento.







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Il modello a tre fattori della relazione terapeutica:

(Il candidato descriva il modello empirico a tre fattori sviluppato da Johnson, descrivendo anche
lo strumento di misura della relazione in gruppo relativo a tale modello.) faq

Johnson indaga quattro concetti chiave della relazione terapeutica: Clima di gruppo, coesione,
alleanza ed empatia, concentrandosi sui possibili fattori che hanno in comune.
Ne risultò un modello a tre fattori composto da una “relazione di legame positivo”, che si riferisce
alla coesione e all’attaccamento verso il terapeuta, gli altri membri del gruppo ed il gruppo nel suo
insieme.
“Relazione di lavoro positiva”, che si riferisce all’impegno collaborativo con il terapeuta e gli altri
membri e il gruppo nel suo insieme per raggiungere gli obiettivi della terapia di gruppo.
“Relazione negativa” che si riferisce a quegli aspetti del processo di gruppo, quali i conflitti, la
mancanza di empatia sia da parte del terapeuta che dei membri del gruppo, che possono ostacolare
o impedire il lavoro terapeutico.
Il modello empirico indica che se un membro del gruppo percepisce positivamente la relazione
all’interno del gruppo, percepirà positivamente l’intero gruppo.
Lo strumento di misura relativo a quel modello è il Group Questionnaire (G.Q.): 30 items per
identificare come i membri del gruppo percepiscono la relazione terapeutica. Comprende 3
sottoscale:
Positive Bounding (P.B.) misura il senso di appartenenza, il legame che il paziente ha con il terapeuta,
il gruppo e i suoi membri.
Positive Working (P.W.) misura l’accordo con il terapeuta e gli altri membri del gruppo riguardo i
compiti e gli obiettivi della terapia di gruppo.
Negative Relationship (N.R.) misura la percezione di mancanza di fiducia, autenticità e distanza
interpersonale nella relazione con il terapeuta e gli altri membri del gruppo.

Strumenti per la valutazione della psicoterapia di gruppo:
La CORE-Battery rappresenta un insieme di strumenti per aiutare i clinici nella valutazione degli
interventi terapeutici di gruppo, essa fu sponsorizzata negli anni 80 dall’Associazione Americana di
psicoterapia di gruppo ma si rese necessaria una sua rivisitazione e revisione in quanto gli strumenti
raccomandati erano disponibili soltanto attraverso editori specializzati, a costi elevati; era
necessario monitorare simultaneamente molteplici misurazioni di test, non includeva gli strumenti
di processo e non fu mai realizzato il deposito dati.
La CORE-R risale al 2003 ed è divisa in 3 sezioni:
La prima indica come iniziare un gruppo e preparare i membri al gruppo.
La seconda è volta a valutare gli esiti terapeutici dei membri del gruppo.
La terza è volta a monitorare i processi che hanno luogo all’interno del gruppo.

Strumenti per la selezione dei gruppi:
Per la preparazione dei pazienti per i gruppi la CORE-R raccomanda descrizioni verbali della terapia
di gruppo, per accrescere la comprensione dei benefici e dell’efficacia della terapia in un paziente
che sta entrando in gruppo. Raccomanda inoltre precise misure di sceening per distinguere i pazienti
che possono trarre beneficio dalla terapia di gruppo e quelli che al contrario non possono.



31
Strumenti per la valutazione di entrata e uscita di un gruppo. faq
I due strumenti raccomandati dalla CORE-R per la selezione dei gruppi, sono:
Il Group Selection Questionnaire ed il Group Therapy Questionnaire.
Il GSQ è uno strumento self-report di 20 items, che racchiude 3 dimensioni: aspettativa, capacità di
partecipare e competenze sociali.
E’ uno strumento predittivo dell’esito terapeutico e quindi utile nella selezione dei membri che
hanno più possibilità di beneficiare della terapia di gruppo.
Il GTQ è utile per raccogliere informazioni sulle variabili pre-esistenti nei pazienti, che possono
influenzare il comportamento del gruppo.
Misura: precedenti esperienze di terapia, aspettative verso il gruppo, ruoli familiari, sintomi somatici
ecc.
Diversi item richiedono risposte di tipo narrativo da usare in discussioni per ridurre le aspettative
negative e aumentare il coinvolgimento del paziente.
Per la valutazione in uscita dal gruppo, la CORE-R raccomanda misure brevi, semplici come:
l’Outcome Questionnaire-45, uno strumento self-report che misura i livelli di malessere
sintomatico, funzionamento interpersonale e la partecipazione nel ruolo sociale.
Misure aggiuntive sono: Inventory of Interpersonal Problems, sviluppato per valutare i problemi
nelle relazioni interpersonali e le difficoltà ad eseguire determinati comportamenti.
Rosemberg Self-Esteem Scale: misura l’autostima, il valore globale attribuito a se stessi, e
l’autoaccettazione.
Group Evoluation Scale: misura l’esperienza del paziente in terapia di gruppo: i sentimenti generali
del paziente riguardo al gruppo, la capacità di spiegare i problemi al gruppo, l’utilità degli atri
membri, e se si è sentito compreso, autonomo, e responsabile.
Target Complaints: misura l’esito della psicoterapia individualizzata. Si richiede di identificare 3
obiettivi del trattamento e di valutare ogni obiettivo, su una scala da 5 a 11 punti, in rapporto alla
gravità del malessere e all’aspettativa di miglioramento. L’utilizzo delle quattro scale insieme
all’Outcome Qustionnaire 45, fornisce ai clinici una valutazione completa dei benefici terapeutici
ottenuti da un paziente e delle esperienze vissute in terapia.

Strumenti per il monitoraggio del processo di gruppo:
Il processo di gruppo è l’insieme delle proprietà terapeutiche e delle dinamiche che avvengono
durante una seduta di terapia.
Al suo interno vi sono dimensioni direttamente osservabili, per es. la qualità dell’interazione dei
membri, e dimensioni che si devono dedurre, come la coesione di gruppo.
Le indicazioni della CORE-R riguardo all’analisi del processo si basano sul modello della Johnson, per
cui vengono raccomandate le seguenti misure:
1)Group Questionnaire (GQ) che indica come i membri del gruppo percepiscono la relazione
terapeutica, ed è composto da 3 sottoscale:
Positive Bounding (PB), misura il senso di appartenenza ed il legame che il paziente ha con il
terapeuta, con il gruppo nel suo insieme e con gli altri membri.
Positive Working (PW), misura come il paziente valuta l’accordo con il terapeuta e con gli altri
membri del gruppo riguardo i compiti e gli obiettivi della terapia di gruppo.
Negative Relatioship (NR), misura la percezione di mancanza di fiducia e distanza interpersonale che
caratterizza la relazione con il terapeuta e con gli altri membri del gruppo.
2) Il Working Alliance Inventory (WAI) è raccomandato quando i clinici desiderano soltanto una
valutazione più semplice del processo terapeutico. La WAI fornisce una valutazione globale della
qualità della collaborazione tra membro individuale e conduttore. La sottoscala legame considera
l’attaccamento personale del paziente e del terapeuta.

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La sottoscala compiti valuta il livello di accordo tra il paziente e terapeuta sul comportamento e le
attività della seduta. La sottoscala obiettivi valuta il livello di accordo tra il paziente ed il terapeuta
sugli obiettivi da raggiungere.
3) L’Empathy Scale (ES) valuta la percezione di un paziente riguardo il calore, l’empatia, il prendersi
cura del terapeuta.
4) Il Gorup Climate Questionnaire-Short Form (GCQ-S) valuta tre dimensioni del clima di gruppo:
coinvolgimento, che riflette il grado di apertura e di confronto nell’interazione di gruppo; conflitto,
che riflette il grado di tensione e sfiducia tra i membri del gruppo; evitamento, che riflette il grado
di evitamento, da parte dei membri, di prendersi la responsabilità del lavoro della terapia.
5) La Cohesion Subscale of Therapeutic Factors Inventory è una sottoscala del TFI, (creato per
valutare i fattori terapeutici di Yalom) e riflette il senso di appartenenza del membro del gruppo e
le sue esperienze di accettazione e cooperazione.
6) La Cohesion to the Therapist Scale (CTS) è un indicatore di come il gruppo percepisce le qualità
del conduttore, con 3 sottoscale:
qualità positive, riflette le percezioni dei membri riguardo l’onestà e la simpatia del terapeuta;
compatibilità personale, riflette le percezioni dei membri riguardo la familiarità e l’amicizia del
terapeuta;
insoddisfazione per il ruolo del terapeuta, riflette la percezione dei membri riguardo l’efficacia del
terapeuta.


























33