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Ministero dell’Università e della Ricerca Alta Formazione


Artistica e Culturale

CONSERVATORIO DI MUSICA

“G. Martucci” - SALERNO

Corso di diploma accademico di I livello

Tesi di Laurea
In

Canto Jazz

“LA MISSIONE DI UN’ARTISTA: Nina Simone”

RELATORE CANDIDATO
M° Carlo Lomanto Chiara Della Monica

CORRELATORE
M° Sandro Deidda Matr. 7690

Anno Accademico 2016/2017

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A mia madre…

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INDICE:

Introduzione 1

Biografia 3

Capitolo I Il piccolo prodigio 6

1.1 Il piano, l’anima 6


1.2 L’amore per Bach 8
1.3 L’obiettivo, il sogno 9

Capitolo II Contaminazione 13

2.1 Origini 13
2.2 Come nasce “Nina Simone”? 15
2.3 La voce 17
2.4 La sacerdotessa del Soul 18
2.5 Perché Jazz? 20

Capitolo III Contrasti 22

3.1 Revolution 23
3.2 La sua posizione 28

Capitolo IV Brani 33

4.1 Little Girl Blue 33


4.2 Four Women 42
4.3 My Baby Just Cares For Me 48

Discografia 57

Fonti (Bibliografia, Sitografia, Filmografia) 59

Conclusioni 62

Ringraziamenti

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INTRODUZIONE

La presente tesi di laurea tratterà la carriera musicale di Nina Simone, nome d'arte di Eunice
Kathleen Waymon, cantante, pianista, compositrice e attivista per i diritti civili
statunitense.

L’arte di Eunice “Nina Simone” Waymon, sfugge a ogni classificazione di genere, sebbene
sia stata soprannominata “La Sacerdotessa del Soul”.

In pochi anni, a partire dalla seconda metà dei ’50, una timida, talentuosa ragazzina, pianista
e poi anche cantante, nata nel ’33 a Tryon, North Carolina, diviene una delle figure più
importanti e carismatiche della storia del Jazz e della Black Music, ma non solo.

Dato il suo impegno per i diritti civili e razziali, per alcuni anni è anche la “voce del
Movimento”, poco propensa a porgere l’altra guancia (“NON sono NON violenta” dirà a
Martin Luther King), più vicina alle idee di Malcolm X e Stokeley Carmichael.

Grande talento e passione per la musica classica, messi al servizio di un’arte che tocca temi
quali amore, solitudine, spiritualità, dignità, diritti, fino alla reincarnazione. Compone molto
anche in proprio e rielabora con grande inventiva alcune scritture di autori di diverso rango
e stile, piegate alle sue esigenze espressive.

Passa dall’esaltazione e sicurezza di sé, allo sconforto, al senso di solitudine, costretta a


difendersi dagli attacchi di paranoia e dal frenetico e famelico mondo dello showbiz.

Provocatoria, contestatrice, combattiva, Nina Simone aveva tutti quei tratti di carattere che
raramente si perdonano ad una donna. Ha lottato contro i mulini a vento per diventare la
prima concertista nera di pianoforte classico, anche se le circostanze poi l’hanno spinta

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verso un’altra direzione: essere una delle poche donne nel mondo del jazz a emergere non
solo come cantante ma anche come arrangiatrice, strumentista, compositrice e attivista.

La furia di Nina Simone era imprevedibile ma non capricciosa, lontana dal riflettere le
velleità di una diva, nasceva da radici molto profonde.

Al suo debutto come pianista classica, a dieci anni, si rifiutò di iniziare a suonare, fino a
che, alla sua famiglia non fu concesso di occupare di nuovo i posti in prima fila, che aveva
dovuto lasciare, in quanto composta di gente dalla pelle nera.

Da ricordare che, con una smorfia di disprezzo, trasformò “My Way” in un inno femminista
e alterò “Revolution” fino a fare a pezzi il messaggio reazionario di John Lennon.

La storia di questo affascinate personaggio, è di una solitudine inconsolabile, di un’autrice


tormentata e schiacciata dalla forza della distruzione. I colpi del destino e la depressione
l’hanno resa nemica di se stessa, le sue ferite, le cui cicatrici hanno continuato a riaprirsi a
intervalli regolari, via via che la malattia o le disillusioni affondavano le sue speranze di
concordia e di felicità ritrovata, hanno contribuito a rendere una storia unica, quella di una
bambina prodigio, il cui corpo, simile a una crisalide, ospitava l’anima di una delle grandi
protagoniste tragiche del secolo: Nina Simone.

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BIOGRAFIA

Il 21 febbraio 1933, a Tryon, borgo della Carolina del Nord, veniva al mondo la figlia del
diacono John Divine Waymon e di sua moglie, la reverenda Mary Kate Waymon, Eunice
Kathleen Waymon, in arte Nina Simone.

Fin da bambina rivela un grande talento per la musica che la porta a suonare e cantare in
chiesa con le due sorelle, con il nome di "Waymon Sisters". Ma il pregiudizio razziale del
profondo Sud negli anni quaranta la condizionerà per molto tempo.

Prende lezioni di piano, pagate dalla comunità di colore locale che promuove una
fondazione per consentirle di proseguire gli studi musicali a New York.

Nei primi anni cinquanta lavora come pianista-cantante in vari club, ispirandosi a Billie
Holiday; si orienta verso il jazz, cambia il suo nome in Nina Simone (in onore di Simone

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Signoret, di cui era ammiratrice) ed esegue I Loves You, Porgy, cover di un brano di George
Gershwin (da Porgy and Bess) che vince il Grammy Hall of Fame Award 2000.

Il suo album di debutto, datato 1958, comprende I Loves You, Porgy e My Baby Just Cares
for Me. Nel 1960 il singolo Ain't Got No, I Got Life raggiunse la seconda posizione nel
Regno Unito, la prima in Olanda per 6 settimane e la decima nelle Fiandre in Belgio. Lavora
per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, inizia a lavorare stabilmente con
la Philips.

È in questo periodo che registra alcune delle sue canzoni più incisive, come Old Jim Crow e
Mississippi Goddam, che diventano inni per i diritti civili. È amica ed alleata di Malcolm X
e di Martin Luther King.

Nel 1969 il suo singolo To Love Somebody raggiunge la quinta posizione nel Regno Unito.

Lascia gli Stati Uniti verso la fine degli anni sessanta, accusando sia l'FBI che la CIA di
scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Negli anni successivi gira il mondo,
vivendo a Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, nei Paesi Bassi e in Svizzera. In
seguito al polemico abbandono degli Stati Uniti, i suoi album vengono pubblicati solo di
rado. Nel 1974 abbandona per qualche anno la discografia lasciando poche notizie di sé.
Ritorna nel 1978 con un album che prende il titolo da un brano di Randy Newman,
successivamente si eclissa di nuovo fino agli anni ottanta.

Dopo che “Channel” usa, negli anni ottanta, la sua My Baby Just Cares For Me per una
pubblicità televisiva, molti riscoprono la sua musica e Nina Simone diventa un'icona del
jazz.

Nel 1987, My Baby Just Cares For Me (brano di quasi trent'anni prima) entra
prepotentemente nelle classifiche inglesi, olandesi, svizzere, austriache e francesi. Si
moltiplicano antologie e ristampe dei suoi dischi. Dopo i successi ottenuti negli anni ottanta,
torna con un nuovo album, Nina's Back, del 1989, seguito da Live & Kickin, live registrato
qualche anno prima a San Francisco.

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Nina si è sposata due volte e ha avuto una figlia nel 1964, Lisa Celeste Stroud, cantante nota
col nome d'arte Lisa Simone.

Nina Simone ha vissuto una vita difficile e travagliata. Ha avuto rapporti difficili con
uomini potenti e violenti, ed è risaputo che il marito manager la picchiasse.

Ha avuto una relazione con Earl Barrowl, primo ministro di Barbados. Nel 1980 il suo
amante C.C. Dennis, importante politico locale, è stato ucciso da un criminale.

Muore il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet per le complicanze dovute a un
tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia.

Seguendo le sue volontà, viene cremata e le sue ceneri vengono sparse in vari luoghi
dell'Africa, terra d'origine dei suoi antenati.

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CAPITOLO 1

IL PICCOLO PRODIGIO
Eunice, bambina di colore, possedeva un talento ineguagliabile. A due anni e mezzo
suonava a orecchio i salmi sull’armonium di famiglia, a quattro accompagnava sua madre,
reverenda, all’organo della chiesa di Tryon, a sei iniziava la sua formazione classica con
un’insegnante bianca. A vent’anni, decisa a diventare la prima concertista classica
americana di colore, in un paese che continuava a praticare apertamente la segregazione,
venne rifiutata dalla commissione - bianca - di un conservatorio: Eunice Waymon è morta
quel giorno, portando le illusioni con sé nella tomba. Ma la rabbia mai scomparsa, crebbe a
dismisura, fino a far nascere una nuova creatura, bellicosa, carismatica, risoluta ed
estremamente dotata: Nina Simone. Un’artista in missione.

1.1 IL PIANO, L’ANIMA

Nel suo grosso borgo natale, a pochi chilometri dalla linea Mason-Dixon, la nostra piccola
Waymon fu soprannominata “il piccolo prodigio”. Era insieme di attrazione, oggetto di
curiosità, segno della volontà di Dio e speranza per la comunità nera della città. Quella
bambina non era forse la prova che le preghiere rivolte al Signore da generazioni di
afroamericani erano giunte a destinazione?

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Tuttavia la madre, Mary Kate, si guardò bene dal mostrare una qualsiasi superiorità. Per lei
quel dono era davvero il segno di una volontà divina e non bisognava esserne fieri. Al
contrario. Ci si doveva mostrare umili e riconoscenti.

Così Eunice, a soli cinque anni, era già pianista ufficiale della sua parrocchia, la cappella
metodista di Tryon. Lì apprese il senso del ritmo, la comprensione istintiva di alcune
vibrazioni mistiche che userà in seguito. Di lì a poco conoscerà la Chiesa della Santità che
spesso ospitavava dei “revival”, cerimonie neopentecostali, durante le quali i fedeli
affermavano la loro fede con rituali mistici, di “trance”, e con fenomeni di glossolalia,
ovvero, si esprimevano in lingue immaginarie. Qui prese coscienza del potere ipnotico della
musica, dei fenomeni che si verificavano intorno a lei, come il piacere sul volto dei fedeli o
le loro contorsioni. Eunice Waymon assistette a questi culti fin dall’infanzia.
Non aveva ancora sei anni quando vi prese parte. Era un’unione di musica, anima,
esperienza comunitaria, religione, istruzione mistica; lei stessa affermò: “Nel corso degli
anni, quel sapere mi è entrato nella pelle tanto da far parte di me.” Insomma, riconobbe
quel sentimento che si manifestava nel suo corpo e nella sua anima in quei momenti, come
se fosse insito in lei da sempre.

Il suo talento musicale venne notato dalla famiglia dei Miller, presso cui lavorava come
domestica la madre e proprio questa famiglia decise di sostenere le spese della sua
educazione musicale per un anno.

Farà quindi il suo ingresso, nella vita di questa bambina, “Miz Mazzy” ovvero Muriel
Massinovitch, una maestra di pianoforte della regione, a cui si rivolse la signora Miller,
donna raffinatissima, bianca e insieme a lei le si presenterà un mondo totalmente differente
rispetto a quello da cui proveniva. Questa donna la introdurrà alla lettura della musica, allo
studio della tecnica classica, del solfeggio ma soprattutto le farà scoprire la musica di
Johann Sebastian Bach.

Fino a dodici anni, per andare a lezione di piano, avrebbe attraversato tutti i sabato mattina,
la strada verso la casa nei boschi, a tre chilometri di distanza da casa sua e si sarebbe

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fermata nei pressi di una drogheria, per poter mangiare un panino al formaggio che avrebbe
consumato fuori, per via delle leggi che vietavano anche ad un bambino di colore, di sedersi
a tavola o di utilizzare i bagni. Chissà se Eunice si faceva già delle domande a riguardo,
visto che in seguito avrebbe compreso le conseguenze di queste leggi.

Durante le lezioni di piano con Mazzy, Eunice imparò l’ABC della musica classica.
Imparò a decodificare uno spartito, a leggere e scrivere le note, a comprenderne il ritmo, a
cantare una melodia. La piccola era talmente brava ed imparava così velocemente che
l’insegnante dovette “bypassare” alcune tappe del suo metodo di insegnamento.
La iniziò ad alcuni compositori sin da subito, la introdusse alle opere giovanili di Mozart, le
presentò Czerny, Liszt e soprattutto Bach, la immerse nelle Invenzioni a due voci e nella
scrittura contrappuntistica, studiarono le Toccate, i Preludi e L’arte della fuga.

1.2 L’AMORE PER BACH

Nina Simone sosterrà che proprio lo studio di Bach aveva rappresentato lo stimolo a fare
della musica la sua vita, aveva alimentato il suo sogno di diventare una concertista classica,
nelle sue memorie scriverà: “Bach ha fatto sì che votassi la mia vita alla musica”.
Attraverso Bach, la piccola Eunice ritrovò un’emozione che la sua esperienza in chiesa le
aveva già donato, un sentimento che andava al di là della musica, che toccava l’anima.
Come una forza ultraterrena che veniva sprigionata dalla combinazione di note che suonava,
l’accesso ad un’altra dimensione che lei sentiva fortemente come sacra.

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Attraverso Bach e alle sue geometrie, era come se potesse penetrare anche un po’ nella
psiche dei bianchi, così facendo, inconsciamente, scavò un fossato, se anche impercettibile,
tra sé e la sua comunità. Erano due mondi contrastanti, il rigore di Bach e le vertigini del
gospel, la purezza e il misticismo, la disciplina e lo spirito, come sacro e profano.
Anni dopo, in un’intervista alla BBC, la ormai affermata Nina Simone, dichiarerà:

“Ammiro Bach più di qualunque compositore al mondo. Sul piano tecnico era puro. Non
una sola nota arbitraria. E oltre alla perfezione tecnica, era perfetto sul piano emozionale.
Ma il colmo è che era distaccato dalla sua musica. E’ il compositore più complicato da
suonare. Quell'uomo partiva dalle cose semplici, bisogna farsele entrare in testa per
ascoltarle, prendeva solo una melodia e la circondava di cinque o sei voci. Ma per suonare
bene quella melodia bisogna cambiare clima emozionale per ogni nuova voce che entra. E
questo richiede una disciplina terribile. E’ un maestro, ci vuole molta disciplina per suonare
bene Bach. Se non si è in grado di suonare Bach correttamente, sembra solo una gran
confusione di note. Ma quando lo si suona come si deve, le stesse note ripetute assumono un
significato profondo. Ed è questo il difficile. Quando interpretate un brano solo per voi
stessi, vi lasciate trasportare dall’emozione tanto da non prestare più attenzione alla
tecnica, e questo vi provoca turbamento. Ma se al tempo stesso vi trovate a trascendere da
voi stessi, a mettervi al posto degli ascoltatori e a sentire quello che sentono loro, ecco che
è perfetto. Per me Bach è questo. Credo che Bach fosse in grado di ‘suonare Bach’
prendendo uno spartito qualunque, senza essere necessariamente in un particolare stato
emotivo”.

1.3 L’OBIETTIVO, IL SOGNO

Fu sempre la sua insegnante, Miz Mazzy, a creare il Fondo Eunice Waymon per raccogliere
soldi utili a pagare gli studi musicali di Eunice in un istituto.
Al termine del liceo Eunice frequentò un corso estivo alla prestigiosa Julliard School, un
mese intensivo di lezioni per preparare l’ammissione al conservatorio, il Curtis Institute.
Il sogno di diventare la prima concertista classica di colore in America in quel momento
sembrava a portata di mano, ma nessuno sa in realtà cosa accadde all’esame, non sappiamo
se fu rifiutata perché nera o per un pessimo esame, ma di fatto la ragazzina prodigio, il
talento, venne scartata, deludendo non solo le aspettative di tutte le persone che avevano

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intravisto in lei possibilità di successo, ma in primo luogo se stessa, aprendo una ferita nel
suo cuore e nella sua mente, tale da essere destinata a non rimarginarsi mai.
Nina Simone è stata un’artista variamente etichettata come cantante jazz o soul, ma Eunice
Waymon sognava di portare la musica di Bach, Mozart, Liszt sui palcoscenici di tutto il
mondo.
Dopo questo affronto, questa delusione, che lei stessa definirà “il primo stupro”, non
avrebbe assolutamente potuto rientrare nei ranghi, accontentarsi di trascorrere una vita
svolgendo un lavoro ordinario e tacere per il resto dei suoi giorni, dimenticando quegli anni
di studio matto e disperato, anni duri e sacrificanti per una ragazzina che si è vista privata di
qualunque svago o amicizia per poter portare avanti un sogno nel quale erano riposte le
speranze di molti, della sua famiglia e fondamentalmente di un’intera comunità che
attraverso lei avrebbe voluto riscattarsi. Troppa era la responsabilità di quel dono, cosiddetto
divino, perché non si nasce eletti per poi rimanere anonimi. Un corpo dotato di uno spirito
in missione. Eunice sentiva un potere dentro di sé. Anche Mary Kate lo sapeva.
La madre, fortemente delusa da quell’evento e con la quale aveva un rapporto molto
particolare, di estremo distacco in superficie e profondo amore nascosto, sapeva che la figlia
era destinata a qualcosa di molto grande, solo sbagliava sulla direzione del destino a cui era
promessa. Eunice cercò una soluzione al suo incidente di percorso. Avrebbe continuato a
studiare e a perfezionarsi, fino a quando si sarebbe presentata una nuova opportunità.
Il suo obbiettivo in quel momento era di passare l’esame d’ammissione al Curtis Institute
l’anno successivo. Perché Eunice Waymon non demordeva, aveva intenzione di vendicare
l’affronto subito, provare alla comunità, alla sua famiglia, ai professori, alla commissione e
agli allievi del conservatorio, che niente avrebbe allontanato Eunice dal suo obiettivo. E’
sorprendente scoprire oggi che alla fine quella giovane donna, non è mai stata ingenua o
fragile come amerà ricordare lei in età adulta. Perché il fallimento del Curtis rivelò la sua
profonda natura, quella di una guerriera la cui arma sarebbe stata la musica. Ma a quel
tempo ignorava e non avrebbe potuto immaginare, gli ostacoli che ancora le si sarebbero
presentati e l’avrebbero portata a rivelarsi completamente.
La giovane Waymon, diciottenne, si ostinò, ritrovando la sicurezza necessaria per
convincersi di nuovo, malgrado lo schiaffo ricevuto, che sarebbe stata davvero “la prima
concertista nera, a qualunque costo”. Forse si fece delle illusioni.
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Per autofinanziarsi, svolse vari lavoretti, tutti che l’annoiavano terribilmente e ad ogni
modo, che non le davano il giusto guadagno per potersi pagare gli studi musicali che man
mano diventavano più impegnativi e importanti.
Nel 1953, trovò un impiego presso Arlene Smith, una maestra di canto che cercava una
pianista per accompagnarla durante le lezioni. Era un lavoro ingrato, pagato miseramente
(un dollaro l’ora), appena il minimo sindacale americano dell’epoca. Tuttavia dai mesi che
trascorse con lei, Eunice trasse dei vantaggi, sopratutto artistici, perché durante le lezioni
familiarizzò con le arie di moda su cui i giovani bianchi si esercitavano, “tutti assolutamente
incapaci”, a suo dire. Memorizzò velocemente un repertorio fatto di ballate e canzoni di
varietà per cui provava solo disprezzo ma che l’avrebbero aiutata in seguito. L’orecchio
assoluto. Una memoria di cui presto si sarebbe servita. Come anche si sarebbe ricordata
delle nozioni di canto e delle tecniche insegnate dalla sua datrice di lavoro. Ecco perchè,
avrebbe sopportato, otto ore al giorno per cinque giorni la settimana, quei bambini che più
che cantare, sbraitavano.
Eunice, versava la metà del suo salario alla famiglia, investiva il resto nelle lezioni di piano
e riusciva anche a risparmiare qualche soldo. Infatti, all’inizio del ’54, solo un anno più
tardi, era riuscita a mettere da parte del denaro per potersi permettere l’affitto di un piccolo
monolocale a Philadelphia, all’angolo tra la 57ª e Master. Niente di eccezionale, una stanza
vuota ma perfetta per fare da camera la notte e da studio per le lezioni di canto il giorno.
Perché a vent’anni, dopo un anno passato al servizio di Arlene Smith, Eunice Waymon si
mise in proprio, portandosi via una buona parte della clientela della Smith, circa otto allievi.
Le due donne non erano mai state amiche, solo buoni rapporti di lavoro, come si può bene
intuire, litigarono. Eunice, sicura delle sue capacità di insegnante, dopo mesi passati a
seguire le lezioni private della sua datrice di lavoro, aveva tutto da guadagnare. Chiedeva un
quarto della tariffa di Arlene e facendo tutto da sola, le bastava. Riusciva a pagare tutto,
l’affitto, le lezioni, il versamento alla famiglia. Insomma, era proiettata ancora una volta
verso il grande sogno e il grande riscatto.
Per questo suo rimuginare sempre sugli stessi temi: la sua ambizione calpestata, il desiderio
di rivalsa e la volontà di riuscire, capì che il trauma era ancora aperto. Si fece seguire da uno
psicanalista, il dottor Gerry Weiss. L’episodio del Curtis ormai risaliva a quattro anni prima
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ma continuava a crederci, preparando con il Maestro Sokhaloff il prossimo esame
d’ammissione all’accademia di musica di Philadelphia - esame che, alla fine, non avrebbe
mai superato e a causa del quale, tutto sarebbe andato in fumo nuovamente, facendo
ribollire ancora una volta la lava che quella ragazza portava dentro.
Dopo un anno, Eunice, colpita ancora nell’animo ma ormai stanca, scelse di interrompere le
sedute di analisi. Lo psicanalista, il dottor Weiss, non scoprì niente riguardo la sua paziente,
tutto ciò lascia ancora interdetti molti, ma all’epoca molti disturbi psichici, come quello che
più tardi avrebbe tormentato la nostra Nina, non erano ancora stati scoperti a fondo. In
seguito, in tarda età si sarebbe scoperto che soffriva di un disturbo bipolare, vicino alla
schizofrenia ossia di un disturbo psichico che lascia uscire, a tratti, tutta la sua rabbia senza
freni.
Quando all’età di sette anni non ha iniziato a suonare in un locale fino al momento in cui i
suoi genitori, seduti in ultima fila secondo le leggi razziali degli anni ’40 e ’50 in America,
si sono accomodati davanti al palco, Nina ha capito che con la musica poteva dare voce alla
sua rabbia e perchè no, ottenere ciò che voleva. Infatti, nonostante molti suoi sogni, sin
dall’infanzia e poi nell’adolescenza, fossero stati perseguitati dal dolore delle delusioni e
ridotti in frantumi, sarebbe stato così, con la musica avrebbe ottenuto quello che voleva,
avrebbe raggiunto lo scopo e l’obiettivo reale per cui era stata eletta divina, con quel dono,
sarebbe diventata da lì a poco: Nina Simone.

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CAPITOLO 2

CONTAMINAZIONE

Nina Simone, grazie alle sue orgogliose radici afroamericane, era capace di cogliere
sfumature nelle sue canzoni che, ancora oggi, dopo tanti anni, rendono ogni ascolto di un
suo pezzo sempre nuovo e ricco. Come se fosse la prima volta.

Le note tipiche della sua tradizione, si uniscono a moltissimi anni di studio di piano
classico, rendendo i suoi pezzi un connubio di difficile definizione. E mai la critica riuscì a
metterle delle catene nemmeno nella definizione del suo genere musicale.

La sua musica divenne presto una cassa di risonanza perfetta degli avvenimenti che
dilaniavano l’America dei suoi anni: un mix di jazz, classica, gospel, folk e ballate, che essa
stessa definì “Black Classical Music”, una formula che cercava di scuotere la coscienza
bianca e che esprimeva la fierezza di un’intera comunità di artisti e militanti neri.

Tutto quello che, invece, da spettatori, critici, musicisti o semplicemente ascoltatori e


appassionati, possiamo dire sulla questione della collocazione musicale di Miss Simone, è
che in lei tutto era contaminato e si mescolava così bene da poter avere una sola definizione:
quella di essere Nina Simone.

2.1 ORIGINI

Nina Simone ha delle origini davvero ben miscelate con culture che normalmente sono
lontane in spazio e tempo. Facendo qualche passo indietro, proviamo a risalire ai suoi
antenati, per ben comprendere da quale sbalorditiva magia è avvolta la sua figura.

Partiamo dalla madre, la reverenda, Mary Kathleen Waymon. Le sue radici risalgono
all’unione di un’indiana della Carolina del Sud e di uno schiavo nero, un matrimonio
meticcio come era pratica usuale a quei tempi tra le minoranze asservite. La coppia diede i
natali a una figlia meticcia, la bisnonna di Eunice Waymon. Questa meticcia sposò a sua
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volta uno schiavo e insieme ebbero un figlio. Questi, il nonno di Eunice, nacque schiavo.
Morì in giovane età e non conobbe mai sua nipote. Quell’uomo, di sangue misto africano e
indiano, sposò una schiava meticcia - africana e irlandese - nata da una relazione considerata
all’epoca contro natura.

[Evocando questi fatti non si può non fare riferimento a una strofa della canzone Four
Women di Nina Simone: “La mia pelle è caffellatte, i miei capelli sono lunghi, il mio posto
è tra due mondi, mio padre era ricco e bianco, una sera violò mia madre”.]

Nel 1902 questa coppia ebbe una figlia: Mary Kathleen, madre della piccola Eunice,
meticcia dalla pelle chiara nata da sangue africano, irlandese e indiano.

Sposò John Divine Waymon, nel 1922, a Inman, nella Carolina del Sud. Non si sa nulla
delle origini di suo marito e quindi delle origini del padre della piccola Waymon, se non che
era figlio di uno schiavo anche lui. Pur avendo perso le tracce dell’albero genealogico di
quest’uomo, si possono comunque considerare le condizioni dell’epoca e asserire che
sicuramente anche da parte del Signor Waymon, le origini sono intrinseche di contaminatio.

John Divine Waymon era analfabeta ma, secondo il parere comune, una persona molto
intelligente, onesta e un gran lavoratore. Sapeva farsi
amare e rispettare e anche il rapporto con i figli, con
Eunice in particolare, era amorevole.

A Tryon era soprannominato il “fischiatore” perché


sapeva fischiare su due toni contemporaneamente e lo
si sentiva di frequente fischiare intere melodie. Passò la
giovinezza sulle strade esibendosi come ballerino e
cantante professionista, e qui torniamo alla ricerca sui
geni artistici di Nina, lavorò anche nei varietà dei teatri
di Pendleton. Si mise in riga quando sposò Mary Kate
nel 1917, sistemandosi nella Carolina del Sud, dove poi divenne predicatore.

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Sono questi fattori genealogici, alcuni tra i tanti dettagli, che ci portano a riflettere su una
molto probabile componente artistica tramandata geneticamente alla piccola Nina,
attraverso i geni della sua discendenza così ricca di culture diverse.

2.2 COME NASCE “NINA SIMONE” ?

Abbiamo finora argomentato una vita, quella della bambina di colore nata a Tryon, abbiamo
raccontato il vissuto della giovane Eunice, messa a dura prova dalla vita, adesso proveremo
a narrare una nuova storia, quella della stella e icona del Soul/Jazz, Nina Simone, che nasce,
metaforicamente, in un bar umido del New Jersey con il pavimento ricoperto di segatura per
assorbire l’alcol rovesciato a terra. Una bettola come ce ne sono centinaia, con l’aria satura
di sigaretta.

E’ stata una prostituta d’alto borgo a iniziare la nostra giovane ragazza, apparentemente
asociale, alle cose di questo mondo. Faith Jackson, una escort di Philadelphia, conosciuta
nel suo ambiente con il nome di Kevin Mathias, prese Eunice sotto la sua ala protettiva, la
invitò ai ricevimenti, le presentò i suoi amici e sopratutto le fece conoscere l’universo
maschile. Grazie a Faith, Eunice fu proiettata in un mondo sconosciuto, dal quale lei era
molto affascinata. Non si sa niente dell’incontro tra Faith ed Eunice, ma si sa che nell’estate
del 1954, Faith la invitò a seguirla nel New Jersey, ad Atlantic City, una delle capitali
americane del gioco d’azzardo, ma Eunice poteva pensare di partire solo se fosse stata
sicura di potervi lavorare. Impossibile concedersi qualche giorno di riposo, la sua
sopravvivenza finanziaria era troppo precaria. Eunice venne a conoscenza del fatto che
alcuni locali di Atlantic City pagavano i loro pianisti fino a ottanta dollari la settimana.
Quasi il triplo di quello che guadagnava dando lezioni nel suo studio. Così, un suo allievo,
la mise in contatto con un agente che immediatamente le offrì un posto come pianista presso
il “Midtown Bar & Grill” proprio ad Atlantic City, lei accettò l’offerta senza immaginare
dove stesse andando a finire ma partì senza informare la famiglia Waymon, si può solo
immaginare la reazione della madre bigotta ad una simile rivelazione.

Nel luglio del ’54, Eunice Waymon, ormai ventunenne, era lontana dal sospettare la
metamorfosi che avrebbe subito salendo sul palco di una lurida bettola. “Ero prima di tutto
una pianista. Sono diventata cantante unicamente per guadagnare” racconterà. “Ero
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programmata per diventare una stella del pianoforte classico, ma ho dovuto accettare una
lavoro in un night club. Appena sono arrivata mi hanno chiesto se cantavo. Ho detto di no
ma hanno preteso che cantassi se volevo tenere il lavoro. Allora ho cantato. Così è iniziata
la mia carriera nello show business.”

La pianista appena arrivata al locale, nella sua prima serata, evocò Bach, citò i cantici,
cosparse il tutto di gospel e di aree alla moda. Lasciò che ogni brano si dispiegasse a volte
per più di mezz’ora, senza mai emettere un suono vocale.

Aveva diritto a quindici minuti di pausa ogni due ore e quella sera, in quella sua prima
pausa, andò verso il bar in un silenzio in cui poteva sentire un misto di violenza, razzismo,
stupore, alcol e desiderio. Chiese un bicchiere di latte, intorno a lei tutti scoppiarono a
ridere. Quanto coraggio servì a quella ragazza per sopportare quei minuti…poi venne il
momento di tornare in scena.

Una volta che il Midtown si fu svuotato dei clienti, la raggiunse il proprietario e le disse che
alcuni clienti si erano lamentati e che se non avesse iniziato a cantare nel prossimo live,
l’avrebbe licenziata.

Tornò a casa esausta, contò i pochi soldi guadagnati, si struccò e guardandosi allo specchio,
la donna che vedeva riflessa si chiamava Nina Simone. Eunice in realtà è sempre stata Nina,
non era affatto la bambina ingenua e indifesa come pretenderà in seguito di farsi ricordare.

Ma Eunice, oggettivamente, diventò Nina Simone perché doveva celarsi dietro ad uno
pseudonimo, la madre Kathleen doveva ignorare anche solo l’idea che la figlia potesse
suonare e cantare quella che lei avrebbe chiamato “la musica del diavolo”.

Nina Simone, diventò una maschera che nel corso degli anni eclisserà il suo nome di
battesimo e con cui entrerà nella storia.

Nina come niña,“bambina”, il soprannome che le avrebbe dato un fidanzato latino di cui
non si sa nulla.

Simone come la Simone Signoret in Casco d’oro, film che la pianista aveva visto in un
cinema di quartiere a Philadelphia e che l’aveva colpita.
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Bisogna ammettere che il nome di battaglia che si è inventata Eunice suona bene, è
intrigante e misterioso e anche al pubblico che non la conosceva, suscitava curiosità quando
lo leggeva per la prima volta sulla locandina affissa sulla porta del Midtown.

2.3 LA VOCE

“Da bambina, ho cantato insieme a mia madre e alle mie sorelle in chiesa”, spiegherà Nina
Simone. “Ma cantavo sempre a voce bassa. E non sapevo che con così poco avrei potuto
emozionare qualcuno. Avevo il vantaggio di avere un ottimo orecchio e di saper suonare
nelle mie tonalità. Perché ho una voce e una tessitura limitate.”

Quando cominciò a cantare al Midtown, Nina


Simone si lanciò, avanzando in un territorio
sconosciuto, adattando le lezioni apprese da
Arlene Smith e insegnate a sua volta. Scopriva
così, le potenzialità della sua voce, della sua
tessitura, del suo timbro. Si concesse qualche
libertà con i testi delle canzoni che interpretava,
spesso improvvisando, quando doveva creare un
legame tra due temi. Tutto ciò, era come una
fonte che scaturiva da lei senza sforzo, come se il
canto fosse sempre stato in lei, in attesa di essere
rivelato. Una voce. Due ottave grezze da affinare,
concerto dopo concerto, ma la sostanza c’era,
calda e rabbiosa. La sua voce poteva farsi setosa e
profonda. Se in seguito avesse espresso attraverso
quella voce con foga, la sete d’amore, il dolore e la collera, a quel tempo la giovane donna
non sapeva ancora nulla riguardo i sentimenti che generalmente segnano la vita, si
accontentava di incanalare le ondate di emozione che sgorgavano in lei e di fare conoscenza
con quella sconosciuta battezzata da poco, Nina Simone.

20
Il segreto, probabilmente, del successo che avrebbe avuto Nina come cantante, sta nel fatto
che quest’artista, lascia scorrere liberamente la sua voce, al di là di ogni impostazione
convenzionale del canto, ottenendo un'intensità drammatica che non ha confronti nella
musica di oggi. Il suo modo di cantare è talmente diretto, non mediato da alcuna
sovrastruttura stilistica da provocare
nell'ascoltatore un emozionante
disagio, quell'imbarazzo che si prova
quando ci vengono presentate verità
troppo brutali, e per di più disadorne,
non addolcite da forme retoriche. Una
geniale semplicità dunque, per usare
un'immagine cara alla cultura
afroamericana, sembra che per Nina
Simone il tragitto dall'anima all’espressione vocale sia il più diretto immaginabile, non
elaborato, non arricchito strada facendo da quegli “effetti” che più o meno tutti i cantanti
adoperano per imbellire la propria emissione vocale. Per trovare qualcosa di simile
dovremmo tornare indietro a Billie Holiday, anche se le due voci sono completamente
diverse, simili solo in questa capacità di superare con geniale semplicità gli aspetti più
convenzionali e artificiosi del canto.

2.4 LA SACERDOTESSA DEL SOUL

Per poter accomunare in parte il


termine Soul a Nina Simone,
dobbiamo inevitabilmente rendere
noto qualche dettaglio su che cosa
sia il Soul:

Soul, che letteralmente significa


"anima" in inglese, è un termine
essenzialmente usato per riferirsi
ad un tipo di musica sviluppata

21
dagli anni sessanta dagli afroamericani.

La “musica dell'anima” nacque dalla fusione delle sonorità del jazz e del gospel con i modi
della canzone pop.

La musica soul fu il risultato dell'urbanizzazione e commercializzazione del rhythm and


blues negli anni sessanta.

Il termine emerse per definire una serie di generi basati sullo stile R&B. Dai gruppi
orecchiabili e melodici sotto la Motown Records, alle band guidate dai fiati della Stax/Volt
Records, esistevano molte varianti all'interno della musica soul.

Durante la prima parte degli anni sessanta, il soul rimase strettamente legato alle radici del
R&B. Tuttavia, in seguito i musicisti spinsero la musica in direzioni differenti; spesso,
diverse regioni dell'America davano alla luce diversi tipi di soul.

Nei centri urbani come New York, Philadelphia, e Chicago, la musica era concentrata sugli
interventi vocali e produzioni molto morbide e melodiche.

A Detroit, la Motown si concentrò nel creare un sound orientato particolarmente sul pop
influenzato in parti uguali dal gospel, jazz, R&B e Rock and Roll.

Nel sud invece, assunse tratti più duri, le voci erano grezze, le espressioni del genere in
questa particolare regione erano estremamente intrinseche di verità, crude ed immediate
grazie alla sincerità dell’esposizione, infatti non sarà un caso se qui possiamo collocare la
figura di Nina Simone.

Sappiamo che incise circa venti album e ricevette importanti riconoscimenti dentro e fuori
gli Stati Uniti, che nonostante la crudezza del suo canto, fu considerata da molti come la
cantante più raffinata di quegli anni, dotata di una straordinaria presenza scenica e di
un’enorme capacità di legarsi al suo pubblico, venne chiamata The High Prestiess of Soul,
la grande sacerdotessa dell’anima e da qui il riferimento con la locuzione “Soul”.

Ma è piuttosto importante evidenziare che, nonostante ciò, Soul nei confronti dell’artista è
più una sottolineatura della sua intensità, che un’appartenenza a un genere.
22
Più volte infatti, abbiamo asserito che l’artista, nessuno mai e in nessun tempo sia riuscito a
catalogarla in un genere musicale preciso.

2.5 PERCHE’ JAZZ?

Nina, si presentava sul palco con una scarsissima formazione, un quartetto più tipicamente
rock che jazz. Una chitarra, un basso, una batteria ed un pianoforte. Lei appariva oltre che la
sacerdotessa del soul, un’icona del jazz di
quei tempi ed effettivamente lo era in tutti i
sensi: nel suonare, nel cantare, nell’animo; ma
a lei in fondo importava la musica, non si
soffermava a pensare a quale fosse lo stile più
adatto a lei, soprattutto dopo che non ebbe più
la speranza di poter diventare una concertista
classica. Nina, cantava e basta, suonava
quello che sentiva dentro, il suo genere era se
stessa, ricca di contaminazioni e la infastidiva quasi l’essere soggetta a classificazione
musicale, proprio per questo si può dire che il “Jazz” era semplicemente in lei, un qualcosa
di profondamente naturale. Fu l’immaginario comune ad associarla al mondo del jazz.

23
La natura dell’uomo quando non comprende l’unicità di un soggetto necessita di collocarlo
nella dimensione a lui più familiare. Questo è un processo psicologico molto frequente, dal
quale sono nate le basi e si è sviluppato il processo commerciale mondiale, a cui fanno
riferimento gli studi del marketing odierno.

Diverse furono le sue interpretazioni di standard jazz o di brani di natura estremamente


swing, come la sua spiazzante interpretazione di
Strange Fruit, lo swing Love me or leave me, la
sua My baby just care for me, Summertime e The
look of love, la moltitudine di blues, spesso di sua
composizione e tanti altri ancora.

Nel 1957 pubblica il suo primo album "Little Girl


Blue", ma è con "I Loves You Porgy" di Gershwin,
che entra ufficialmente a far parte del mondo della
musica Jazz.

La riproduzione della Simone di “I Loves You Porgy”, presto iniziò a scalare le classifiche
radiofoniche, diventando Top 20 negli USA nel 1959.

Inoltre, circa quarant’anni dopo, riceverà il Grammy Hall of Fame Award nel 2000 per
l’interpretazione del medesimo brano.

La cantante, nella sua portentosa carriera, ha ricevuto 15 nomination ai Grammy Award.

Nina, come accennavamo poc’anzi, nonostante fosse reputata


all’epoca una raffinatissima cantante di Jazz, asserì in una delle
sue memorie:

”Non mi piace essere messa in una scatola con altri cantanti di jazz
perché la mia musica è completamente diversa, e a suo modo anche
superiore”, per niente modesta la nostra Nina, parlava e scriveva
sempre in modo schietto di sé e di come la pensava e continuò infatti a
scrivere nella sua autobiografia, I Put A Spell On You: “Mi sembrava
una cosa razzista questa concezione: " Se è nera deve essere una
cantante jazz” ciò mi sminuisce.”

24
CAPITOLO 3

CONTRASTI

Cresciuta in una cittadina e in un ambiente in cui la segregazione delle persone di colore è


un elemento scontato ma non particolarmente accentuato, con l'età adulta si avvicina al
movimento per i diritti civili e al femminismo, specie a partire dal 1963, a seguito di eventi
come l'uccisione dell'attivista nero Medgar Evers e il celebre discorso di Martin Luther King
I Have a Dream. La nuova consapevolezza che ne consegue le fa dare una nuova lettura
della sua stessa carriera, convincendola di non essere diventata una pianista classica di
successo a causa della sua identità di donna di colore.
La sua posizione di attivista si avvicina a quella di
Malcolm X e del Black Power più che a quella del
non-violento Martin Luther King, ed è influenzata
dall'amicizia con la drammaturga e attivista Lorraine
Hansberry e altre personalità del movimento per i diritti dei neri negli Stati Uniti.
Diverse canzoni testimoniano di questo impegno, a partire da Mississippi Goddamm, scritta
per reazione all'omicidio di quattro ragazze in un attentato dinamitardo a sfondo razziale
presso Birmingham, eseguita in pubblico la prima volta alla Carnegie Hall nel 1964 e il cui
linguaggio esplicito di protesta le vale il fatto di non essere trasmessa da diverse stazioni
radio. L'interpretazione di Pirate Jenny, canzone tratta da L'opera da tre soldi di Bertolt
Brecht e registrata per la prima volta per l'album In Concert, fa della sguattera protagonista
del racconto, l'evidente metafora di una donna che invita alla rappresaglia contro il
razzismo. In Four Women, Nina Simone esprime nel ritratto di quattro donne afroamericane
il conflitto interiore a cui la donna nera è soggetta nella società del suo tempo.

Malcom X Stokely Carmichael

25
3.1 REVOLUTION

“Non sono una non violenta”, queste le parole aspre e piene di rabbia, della sacerdotessa,
rivolte al Pastore King, leader dei diritti civili.

26
Erano gli anni ’60 e una parte del popolo degli Stati Uniti, quella formata prevalentemente
da afroamericani, ormai stanca delle ingiustizie e dei soprusi, che l’avevano tormentata da
oltre un secolo, aveva cominciato a rivendicare i propri diritti con lotte violente e non.

Prima della Guerra Civile americana, quasi quattro milioni di neri non avevano diritto alla
libertà né tanto meno al voto, considerato che per la quasi totalità erano ridotti in schiavitù.
Soltanto gli uomini bianchi con una
certa proprietà e un certo senso
potevano votare e successivamente
il Naturalization Act, la legge sulla
naturalizzazione del 1790, limitò la
cittadinanza (e con essa la
partecipazione alla vita politica) ai
soli bianchi.

A seguito della Guerra Civile, a


metà dell'Ottocento, furono approvati
tre emendamenti costituzionali, tra cui il 13° Emendamento del 1865, con il quale si
concluse ufficialmente la schiavitù, dopo le pressioni fatte dal presidente Abramo Lincoln,
successivamente assassinato per il suo operato.

Il 14° Emendamento del 1868 diede la cittadinanza anche agli afroamericani e ci furono
diverse proposte di riformare il Congresso per includere le popolazioni del Sud.

L'altro emendamento, il 15° del 1870, diede ai cittadini afroamericani maschi il diritto di
voto, tenendo conto che all'epoca le donne, sia bianche che nere, non potevano votare. Dal
1865 al 1877, negli Stati Uniti si ebbe una turbolenta "era di ricostruzione" (Reconstruction
Era) cercando a tutti i costi di garantire il lavoro e i diritti a tutti i cittadini, ma soprattutto
garantire i diritti civili anche ai liberti del Sud, una volta conclusasi la schiavitù. Purtroppo,
molte comunità bianche, abituate alla schiavitù, resistettero ai cambiamenti sociali che,
seppur radicali, non impedirono il proliferare di movimenti ribelli quali il Ku Klux Klan, i
cui membri tentavano di mantenere intatta la supremazia della razza bianca.

27
Ai primi anni del 1870, gruppi per la supremazia bianca si fecero avanti e ci si accorse della
profonda spaccatura tra la comunità bianca e quella nera, specialmente delle disuguaglianze
esistenti nei confronti del suffragio.
Nel 1876 furono contestate le elezioni e si pose fine al periodo della Ricostruzione. Con le
truppe federali allo sbaraglio e senza più l'appoggio locale, i bianchi del Sud ripresero il
pieno controllo politico entro la fine del secolo, dopo aver intimidito o violentemente
attaccato i neri e i loro sostenitori, sia prima che a seguito delle elezioni.
Dal 1890 al 1908, gli Stati del Sud approvarono Costituzioni speciali e leggi per privare gli
afroamericani del diritto di voto (disfranchise) mediante la creazione di vari ostacoli per la
registrazione degli elettori. I risultati di affluenza alle urne e le opposizioni diminuirono
drasticamente mentre i neri furono costretti, mano a mano, ad abbandonare la politica. Se da
una parte si stavano compiendo alcuni progressi, specialmente al Nord, negli stati del Sud
queste legislazioni rimasero in vigore fino alla metà degli anni Sessanta del Novecento,
quando finalmente il diritto di voto, senza discriminazioni, fu esteso ovunque.
Per più di 60 anni, quindi, i neri del Sud non poterono votare qualcuno che difendesse i loro
interessi al Congresso o nel governo locale. Per di più, dato che non potevano votare, non
potevano neppure fare parte di giurie locali.
In questo periodo, il Partito Democratico dominato dai bianchi, mantenne il controllo
politico del Sud. Poiché la maggior parte dei suoi iscritti si dimostravano ostili nei confronti
della popolazione nera, tale partito ebbe un grande successo nel Sud e rappresentò a lungo
un potente blocco politico in fatto di voti al Congresso.
A tal proposito, è importante evidenziare che il reale problema della segregazione razziale,
apparteneva, come già detto, agli stati del sud, poiché mentre gli stati del nord si
impegnavano a progredire industrialmente e democraticamente, gli stati del sud, per
mantenere gli interessi economici legati all’agricoltura, tendevano a conservare l’ideologia
della supremazia razziale.
Nel 1901, il presidente Theodore Roosevelt invitò Booker T. Washington a cena alla Casa
Bianca, facendo di lui il primo afroamericano a partecipare ad una cena ufficiale. L'invito fu
aspramente criticato da politici meridionali e vari giornali. Washington convinse il
presidente a nominare più neri per i posti federali nel Sud e a cercare di aumentare la
leadership afroamericana nelle organizzazioni repubblicane statali.
28
Tuttavia, questo gesto a favore dell'integrazione vide la netta opposizione dei Democratici
bianchi e dei Repubblicani bianchi, entrambi straordinariamente d'accordo quando si
trattava di tenere alla larga i neri dalla politica del Paese, un tentativo da essi reputato come
"un'intrusione" in questioni che non li riguardavano.
Tutto questo clima di tensione, sfociò in un grande malcontento che alimentò una sommossa
popolare, creando il movimento per i diritti civili, noto anche come Movimento per i diritti
civili degli anni sessanta (1960s Civil Rights Movement) che comprende tutti quei
movimenti sociali negli Stati Uniti, i cui obiettivi, erano porre fine alla segregazione
razziale e alla discriminazione contro gli afroamericani, per garantire il riconoscimento
legale e la protezione federale dei diritti di cittadinanza elencati nella Costituzione.
Generalmente, la leadership di questi movimenti era nelle mani di un esponente
afroamericano, ma gran parte del sostegno politico e finanziario provenne dai sindacati, da
alcune associazioni religiose e da importanti uomini politici bianchi.
Il movimento è stato caratterizzato da importanti campagne di resistenza civile.
Tra le forme di protesta e/o di disobbedienza civile è degno di nota il boicottaggio degli
autobus a Montgomery (1955-1956) in Alabama, così come il "sit-in" del 1960 a
Greensboro in North Carolina e i vari cortei, tra cui la Marcia da Selma a Montgomery
(1965) in Alabama.
Importanti traguardi
raggiunti grazie a questi
movimenti includono il
disegno di legge Civil
Rights Act del 1964, che
vietò la discriminazione
basata sulla razza, il colore
della pelle, la religione, il
sesso o le origini in ogni
pratica di lavoro, per non
parlare della fine della
diseguale registrazione degli elettori e della segregazione nelle scuole, sul posto di lavoro e
nelle aree pubbliche.
29
L'anno seguente, nel 1965, fu approvato il Voting Rights Act, che restaurò la tutela del diritto
di voto esteso a tutti i cittadini americani; dello stesso anno sono anche la legge
sull'immigrazione, che ha aperto un ingente flusso di immigrati provenienti da diverse aree
del Nord Europa e il Fair Housing Act del 1968 che vietò la discriminazione nella vendita o
la locazione di abitazioni.
Nonostante tali movimenti si siano registrati prevalentemente nel Sud, le proteste ispirarono
i giovani di tutti gli Stati Uniti e del resto del mondo, guidando molte associazioni europee
alle rivolte degli anni Sessanta. Molte rappresentazioni popolari del movimento sono
incentrate sulla leadership e sulle predicazioni di Martin Luther King, che vinse il Premio
Nobel per la Pace nel 1964 per il suo ruolo nel movimento e fu una guida ed una fonte di
ispirazione per molti altri leader a venire, ma nacquero, come già detto, anche tanti gruppi di
rivolta per niente pacifisti e la nostra Nina, in quel momento era proiettata nettamente verso
le ideologie e sui “piani d’azione” di questi ultimi.

30
3.2 LA SUA POSIZIONE

Nina Simone, il 28 agosto 1963, aveva seguito in televisione il famoso discorso di King e
per questo motivo fu presa da sensi di colpa, poiché non aveva potuto prendere parte di
persona al corteo dei manifestanti a causa della preparazione di una serie di concerti.
Quando il 15 settembre venne a sapere che
quattro ragazzine di colore - Denise McNair,
undici anni, Cynthia Wesley, Carol Robertson,
Addie Mae Collins, di quattordici anni - che si
preparavano a seguire un corso di istruzione
religiosa in una chiesa nera di Birmingham
avevano trovato la morte in un attentato
dinamitardo, esplosione che ferì gravemente
molti altri bambini, rimase scioccata.
“Birmingham divenne Bombingham, cittadella
del razzismo e dell’odio.”

Era sbalordita. Fu invasa dall’odio. Quando a fine giornata, Andrew Stroud, marito di Nina
Simone, venne a cercare la moglie nel suo studio dove quel giorno stata lavorando ai suoi
brani, la trovò per terra
indaffarata a mettere
insieme dei pezzi di ferro e
le chiese: “ Che cosa stai
facendo?” e lei rispose:
“Mi costruisco una
pistola!”
Era sommersa da un
bisogno irreprimibile di
azione e di violenza: “Volevo uscire per strada e uccidere qualcuno”, raccontò nella sua
biografia, “non sapevo chi, ma qualcuno di cui conoscessi con certezza l’opinione contraria
al fatto che il mio popolo ottenesse giustizia per la prima volta in tre secoli”.
31
Così quella data, il 15 settembre del ’63, Nina Simone fece il grande salto, entrando per la
prima volta in uno spazio in cui la musica diventava per lei un modo di prender parte alla
lotta. Lei stessa scrisse nelle sue memorie che a partire da quel giorno seppe che si sarebbe
dedicata “per tutto il tempo necessario alla lotta, perché i neri ottenessero giustizia, libertà
e uguaglianza di fronte alla legge, e questo fino alla vittoria finale”. Ma se la vittoria non
fosse arrivata?
Quel giorno, sedendosi al piano,
una melodia nacque spontanea.
In un’ora compose la sua prima
canzone contestataria:
Mississippi Goddam (“Maledetto
Mississippi”).
Dirà: “E’ uscita da me più
velocemente di quanto non potessi scriverla”. Da quel momento in poi e solo con qualche
rara eccezione, tutte le canzoni
che Nina comporrà nella sua
carriera saranno delle protest
songs al servizio della lotta.
Mississippi Goddam ovvero il
talento di Nina Simone di
trasformare il terrore in musica.
Una delle canzoni più dirette che
abbia mai registrato, che lascia
da parte ogni manierismo
classico per tenere l’ascoltatore
col fiato sospeso e andare dritto
allo scopo fino a un finale
minaccioso: “Non siete obbligati
a vivere accanto a me, ma datemi semplicemente la mia uguaglianza”.
Altrimenti…

32
Altrimenti avrebbe imbracciato le armi e si sarebbe fatta giustizia da sola. E se non ci fosse
riuscita, il destino si sarebbe incaricato della sorte di quell’America: “ Per me Mississippi
Goddam è una canzone profetica. Credo che l’America stia morendo”. Verrà uccisa o si
suiciderà? “E’ lo stesso.”
Se Nina si tuffò così nel movimento, fu anche perché la carriera che si era costruita non le
bastava più. Il suo ingresso nella rivolta rappresentava la rivincita della ragazzina di Tryon
umiliata dalla commissione di un conservatorio bianco, figlia di una madre che per tutta la
vita aveva chinato il capo di fronte alle ingiustizie, figlia di un padre che aveva rischiato di
morire di fatica quando la sopravvivenza della sua famiglia dipendeva dal suo lavoro.
L’ingresso in politica era anche dovuto al suo ruolo di madre, Nina aveva uno sguardo
spaventato verso un mondo che prometteva un giorno di schiacciare la sua unica figlia, Lisa.

33
Era un’artista che urlava vendetta per la sofferenza sopportata dal suo popolo e che ora,
brandendo la sua musica come una spada, reclamava che il danno venisse riparato.
Ideologicamente, Nina Simone si sentiva vicina allo
Sncc (pronuncia “snick”), Student Nonviolent
Coordinating Committee, in italiano “Comitato per la
coordinazione non-violenta degli studenti” che fu una
delle più importanti organizzazioni negli Stati Uniti
legate al Movimento per i diritti civili degli
afroamericani negli anni Sessanta.
Nonostante il nome di questa organizzazione faccia
pensare ad un movimento pacifista perché cita la
“coordinazione NON violenta”, il suo discorso politico
era ben presto scivolato verso una concezione radicale
della lotta, che ovviamente Nina abbracciava: “Ogni mezzo è buono per raggiungere lo
scopo”. Lei di questo, ne era convinta: “Sarebbe venuto un giorno in cui avremmo dovuto
prendere le armi e combattere per i nostri diritti”. Era pronta a farlo, aveva reso i suoi
concerti delle vere e proprie tribune in favore del Movimento. In scena, era una regina
africana (gioielli pesanti d’argento, trecce tirate su in un alto chignon, tunica di seta o vestito
di un spesso tessuto bianco), una guerriera che chiamava alla lotta armata, che interrompeva
il concerto per chiedere quanti membri dello Sncc erano presenti in sala, Nina cercava di
stimolare il pubblico, convincerlo di quanto credesse nella lotta.
La sua musica diventò in quegli anni l’esatto riflesso dei suoi cambiamenti, colonna sonora
perfetta degli avvenimenti che dilaniavano l’America: “ Un mix di pop, gospel, classica,
jazz, folk e ballate” che Nina battezzò Black Classical Music. “Black Classical Music”
come Black Power (il termine, che più tardi
sarebbe apparso come slogan politico), una
formula shock, che cercava di scuotere la
coscienza bianca e che intendeva esprimere
la fierezza “comunitaria” degli artisti e dei
combattenti neri.

34
Interprete di un crossover musicale, icona del Movimento, che incarnava la voce degli
oppressi, Nina Simone poteva finalmente rispondere ai rimproveri di cui la ricopriva sua
madre: “Perché canti in giro per il mondo quando potresti lodare Dio?”
“Per difendere la dignità del mio popolo.”

35
CAPITOLO 4

BRANI

In questo capitolo approfondiremo e analizzeremo tre brani, che a mio modesto parere,
rappresentano chiaramente le tre fasi fondamentali della vita artistica di Nina Simone.

4.1 Little Girl Blue

“Little Girl Blue” è uno standard


frequentatissimo: l’hanno inciso Ella
Fitzgerald, Louis Armstrong, Chet Baker, Stan
Getz, Keith Jarrett, Janis Joplin e infiniti altri.
La canzone, come tantissimi altri standard
jazzistici, proviene da un musical, nella
fattispecie “Jumbo”, scritto nel 1935 da
Richard Rodgers e Lorenz Hart, due dei più
prolifici e geniali autori della Broadway di
quegli anni (hanno scritto capolavori come
“Blue Moon”, “My Romance”, “My Funny Valentine” e “The Lady Is A Tramp”).
Il musical racconta la vita degli artisti di un circo scalcagnato e sempre in bolletta e “Little
Girl Blue” è uno dei pezzi centrali, quello in cui la protagonista, seduta da sola in mezzo
alla scena vuota, ripensa alla sua vita, ai suoi sogni infranti, e nel momento di più profonda
disperazione invoca l’amore, il principe azzurro che la salverà.
E’ forse il brano che meglio dipinge la prima fase dell’artista, in questo brano è viva
l’essenza di Eunice, anche grazie all’interpretazione resa dalla nostra Nina, con quell’intro
di pianoforte decisamente classico e struggente, il magone riprodotto dalla tessitura vocale
infinitamente espressiva, in questo brano è presente davvero la “bambina triste” di cui narra
il testo, infatti, “essere blu” in inglese significa “esser giù di morale”, quindi il titolo della
canzone lo si potrebbe proprio tradurre come “bambina triste”. Nina è riuscita a raccontare
attraverso un brano non di sua produzione, facendo affidamento esclusivamente alle sue

36
capacità espressive, la storia dei suoi sogni infranti, delle disillusioni finora narrate, di una
vita che non ha vissuto come avrebbe voluto e di una ricerca infinita dell’amore di cui aveva
bisogno.

Testo:

“Sit there and count your fingers


What can you do?
Old girl you're through
Sit there, count your little fingers
Unhappy little girl blue

Sit there and count the raindrops


Falling on you
It's time you knew
All you can ever count on
Are the raindrops
That fall on little girl blue

Won't you just sit there


Count the little raindrops
Falling on you
'Cause it's time you knew
All you can ever count on
Are the raindrops
That fall on little girl blue

No use old girl


You might as well surrender
'Cause your hopes are getting slender and slender
Why won't somebody send a tender blue boy
To cheer up little girl blue”

37
LITTLE GIRL BLUE
Words by LORENZ HART
Music by RICHARD RODGERS

Slowly
60 N.C.

With pedal

B m7

E 7sus

cresc. poco a poco

Copyright © 1935 by Williamson Music and Lorenz Hart Publishing Co. in the United States
Copyright Renewed
All Rights Administered by Williamson Music, a Division of Rodgers & Hammerstein: an Imagem Company
International Copyright Secured All Rights Reserved

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38
2

A E /G Fm B m 11 E 7

Sit there and count your fin - gers;

sub.

6
A G ma 7 /A A 13 9 D (add9) D 9

what can you do? Oh girl, you’re

G 13 A Fm B m7

through. Sit there, count your lit - tle

E 7sus E E 7sus E 7

fin - gers, un - hap - py lit - tle girl

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39
3

N.C.

blue.

Sit there and count the rain - drops

G ma 7 /A A 7

fall - ing on you.

D ma 9 B m7

It’s time you knew

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40
4

A /E Edim7 Fm7 E /G B m 11

all you can ev - er count on are

B m 7 /E E D /E E 7

the rain - drops that fall on lit - tle girl

Fm N.C.

blue.

Won’t you

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41
5

A E /G Fm7 B m 11 E 7

just sit there, count the lit - tle rain - drops

A G ma 7 /A A 13 9

fall - ing on you;

(add9) 6
D D 9 B m 11

’cause it’s time you knew

A /E Fm7 B m7

all you can ev - er count on are

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42
6

E 9 E D /E E 7

the rain - drops that fall on lit - tle girl

Freely, with motion


Fm7 N.C. C7sus/G C7 N.C.

blue. No use, old girl; you might as well sur -

Fm N.C.

-ren - der, ’cause your hopes are get - ting

Gm11 5

slen - der and slen - der.

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43
7

C9 Cm7 5 /F F B m7 D /E E 13 9

Why won’t some - bod - y send a ten - der

Slower
55 sus2
A D B m 11 A B m7 D (add9) /E

blue boy to cheer up lit - tle girl blue?

A D ma 7 B m9 A7 5 D /A A B m 7 /A A

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44
4.2 Four Women

“Four Women”, è la canzone che racconta il


cambiamento progressivo dalla sottomissione
alle leggi dei bianchi fino al ribaltamento
incontenibile verso la violenza.
Ma per molti aspetti Four Women costituisce,
in quattro strofe senza ritornello, una biografia
precisa del percorso di Eunice Waymon. La
sua sottomissione fino all’invenzione del suo
alter ego Nina Simone, i primi passi di quella
creatura fino all’insorgere del suo desiderio di
vendetta e al compimento della sua missione.
Questo brano fu registrato il 30 settembre del 1965 a New York, in quei giorni Nina
rientrava dall’Europa e si manifestavano le sue prime turbe psichiche. Messa da parte per
quasi un anno dalla Philips, la canzone fu finalmente fatta uscire nell’album Wild is the
Wind.
Per la ferocia del suo testo, la dignità e l’infinita tristezza della sua interpretazione, Four
Women può tranquillamente essere assimilata a Strange Fruit. Possiede la stessa forza, lo
stesso minimalismo, la stessa qualità di scrittura messa al servizio una spaventosa denuncia.
Qui si tratta in qualche modo di un linciaggio di anime.
La Simone esplora i sentimenti di quattro donne nere. Il loro colore va dal più chiaro al più
scuro, “cosa che mette in risalto la loro concezione di bellezza e del loro valore” e attraverso
di loro traccia un ritratto caustico della sottomissione della donna nera americana, che per
sopravvivere è schiava della sua bellezza o della sua situazione sociale.

Nina sembra dire che finché le donne di colore non sapranno accettare la propria bellezza
africana al posto di quella dettata dai bianchi, non potranno mai uscire dal loro
asservimento.

45
Canzone femminista per eccellenza, Four Women è anche l’esplorazione da parte di Nina di
tutte quelle maschere, di tutti quei visi. Perché lei stessa è stata ognuna di quelle quattro
donne.

La prima evoca l’immagine di Mary Kate, o la donna che sarebbe diventata Eunice se il
destino non l’ avesse strappata alla sua condizione di bambina prodigio sacrificata: una
donna nera in preda al dolore, una donna africana presa in trappola in un mondo che esigeva
la sua distruzione.

La seconda donna è meticcia, bella e abbandonata a un limbo tra due mondi. Nessuno dei
due vorrà mai accoglierla, si sa e Nina sembra rimandarci alle sue speranze calpestate di
pianista classica, mai al posto giusto, in preda a tutte le ambiguità, tutti gli antagonismi.

In seguito, racconta la donna che era stata fino al giorno prima. Sottomessa, giudiziosa, che
si annulla nei capricci degli uomini, purché le promettano denaro o una vita migliore.

Infine, Nina è nel momento stesso in cui scrive l’ultima strofa di Four Women quella donna
nera divorata dalla collera, che esige riscatto, pronta a uccidere. Troppe sofferenze
sopportate, il peso impossibile della storia dei suoi antenati da portare. Tutto nella sua
condizione in quel momento la rimanda al suo desiderio di vendetta.

46
Testo:

My skin is black
My arms are long
My hair is woolly
My back is strong
Strong enough to take the pain
inflicted again and again
What do they call me
My name is AUNT SARAH
My name is Aunt Sarah

My skin is yellow
My hair is long
Between two worlds
I do belong
My father was rich and white
He forced my mother late one night
What do they call me
My name is SAFFRONIA
My name is Saffronia

My skin is tan
My hair is fine
My hips invite you
my mouth like wine
Whose little girl am I?
Anyone who has money to buy
What do they call me
My name is SWEET THING
My name is Sweet Thing

My skin is brown
my manner is tough
I'll kill the first mother I see
my life has been too rough
I'm awfully bitter these days
because my parents were slaves
What do they call me
My name is PEACHES

47
Four women

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Nina Simone

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& ‰ œœ œ Ó ∑
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Ϫ J Ϫ J Ϫ J Ϫ J

48
4.3 My Baby Just Care For Me

“My Baby Just Care For Me”, l’ultimo brano di


cui andremo a trattare, è forse il brano più famoso
che Nina abbia mai interpretato, quello che riscosse
maggiore successo e nel minor tempo, infatti era
lontano dai temi politici e dalle vicende cruente
della sua vita. Sicuramente si può dire che
rappresenti il suo più grande successo commerciale.
Scritto da Walter Donaldson e con le parole di Gus
Kahn. Fu composta nel 1930 in occasione della
versione cinematografica omonima del musical del
1928 Whoopee!, con Eddie Cantor e Ruth Etting.
La Simone registrò il brano per il suo album di debutto Little Girl Blue, ma il brano rimase
relativamente sconosciuto fino al 1987, l'anno in cui fu scelto come colonna sonora della
campagna pubblicitaria televisiva del profumo Chanel n°5.
In seguito alla grande popolarità degli spot, la traccia fu pubblicata come singolo
dall'etichetta Charly Records, riuscendo ad entrare nella classifica dei singoli britannici, il
31 ottobre 1987 raggiungendo la posizione numero cinque, e diventando uno dei più
conosciuti dell'artista.
Per l'occasione fu realizzato un video musicale con la tecnica claymation prodotto dalla
Aardman Animations e diretto da Peter Lord.

49
3

A6 D6 D/E A6 D6 D/E

Liz Tay - lor is not his style, and e - ven La - na Tur -ner’s smile

A6 D6

some -thing he can't see.

G 7

My ba - by don’t care

A6 G7 F 7

who knows it,

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50
My Baby Just Cares For Me Words by Gus Kahn
Music by Walter Donaldson

Easy Swing
116 A6 D6 Bm7 /E

A6 D6 Bm7 /E

dim.

A6 D6

My ba - by don’t care for shows,

© Copyright 1930 Bregman, Vocco & Conn Incorporated, USA.


EMI Music Publishing Limited.
All Rights Reserved. International Copyright Secured.

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51
2

A6 D6 Bm7 /E

my ba - by don’t care for clothes,

A6 D6 Bm7 E7

my ba - by just cares for me.

C m7 F m7

My ba - by don’t care for cars and ra - ces,

B9 E9 sus4 N.C.

my ba - by don’t care for high - tone pla - ces.

cresc.

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52
Testo:

My baby don't care for shows


My baby don't care for clothes
My baby just cares for me
My baby don't care for cars and races
My baby don't care for high-tone places

Liz Taylor is not his style


And even Lana Turner's smile
Is somethin' he can't see
My baby don't care who knows
My baby just cares for me

Baby, my baby don't care for shows


And he don't even care for clothes
He cares for me
My baby don't care
For cars and races
My baby don't care for
He don't care for high-tone places

Liz Taylor is not his style


And even Liberace's smile
Is something he can't see
Is something he can't see
I wonder what's wrong with baby
My baby just cares for
My baby just cares for
My baby just cares for me

53
4

Bm7 E9 A6 D6 E9 sus4

my ba - by just cares for me.

A6 D6 E9 sus4 A6 D6 D/E

A Bm7

E7 C 7 sus4

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54
5

C 7 F m

B7

E7

A6

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55
6

Bm7 E7 A6

Bm7 Esus4 A

G 7 A A/G

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56
7

F 7 Bm7 E9

cresc.

A F m7 Bm7 E9 A6 D6 D/E

My ba -by, my ba - by don’t

A6 D6 D/E

care for shows, and he don’t e - ven care for clothes,

A6

he cares

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57
8

Bm7 E7 C 7

for me. My ba - by don’t care

F m7 B9

for cars and - a ra - ces, ba - by don’t care for

E9 sus4 N.C. A6 D6 D/E

he don’t care for high - tone pla - ces. Liz Tay - lor is not his style,

A6 D/E A6

and e - ven Lib - e - ra - ce’s smile some - thing he can’t

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58
9

D6 G 7

see, is some -thing he can’t see. I won -der what’s wrong

A6 G7( 5) F 7 Bm7 E13

with ba - by, my ba - by just cares for,

A/C C m 7( 5) F 7 Bm7

my ba - by just cares for, my ba - by just cares

E13 A

for me.

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59
DISCOGRAFIA

Etichetta Bethlehem (1958-1959)


• 1958 - Little Girl Blue - Jazz as played in an exclusive side street club
• 1959 - Nina Simone and Her Friends

Etichetta Colpix (1959-1964)


• 1959 - The Amazing Nina Simone
• 1959 - Nina Simone at Town Hall
• 1961 - Nina Simone at Newport
• 1961 - Forbidden Fruit
• 1962 - Nina at the Village Gate
• 1962 - Nina Simone Sings Ellington!
• 1963 - Nina's Choice Raccolta
• 1963 - Nina Simone at Carnegie Hall
• 1964 - Folksy Nina
• 1966 - Nina Simone with Strings

Etichetta Philips (1964-1967)


• 1964 - Nina Simone in Concert
• 1964 - Broadway-Blues-Ballads
• 1965 - I Put a Spell on You
60
• 1965 - Pastel Blues
• 1966 - Let It All Out
• 1966 - Wild Is the Wind
• 1967 - High Priestess of Soul

Etichetta RCA (1967-1974)


• 1967 - Nina Simone Sings the Blues
• 1967 - Silk & Soul
• 1968 - 'Nuff Said!
• 1969 - Nina Simone and Piano!
• 1969 - To Love Somebody
• 1970 - Così ti amo (versione italiana dell'album To Love Somebody)
• 1970 - Black Gold
• 1971 - Here Comes the Sun
• 1972 - Emergency Ward!
• 1974 - It Is Finished

Etichette diverse (1975-1993)


• 1975 - The Great Show Live in Paris
• 1976 - Live at Montreux 1976
• 1978 - Baltimore
• 1982 - Fodder on My Wings
• 1984 - Backlash
• 1985 - Nina's Back
• 1985 - Live & Kickin
• 1987 - Let It Be Me
• 1987 - Live at Ronnie Scott's
• 1993 - A Single Woman

61
FONTI

Bibliografia, Sitografia , Filmografia:

“Nina Simone, Una Vita” - David Brun-Lambert, traduzione di Laura Cecilia Dapelli.
Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2005.

“Nina Simone: Il piano, la voce e l'orgoglio nero”, di Gianni Del Savio. Volo libero
edizioni- Milano 2016.

“Nina Simone, romanzo” - Gilles Leroy, traduzione a cura di Marcello Oro. Gremisse
International s.r.l.s. - Roma, 2016.

What happened, Miss Simone?, Alan Light, traduzione di E. Montemaggi. Il saggiatore


Editore, 2016.

I Put A Spell On You: The Autobiography Of Nina Simone, in lingua originale (inglese),
with Stephen Cleary, 2003

“Nina Simone - Wikipedia”

Nina Simone, la voce diretta dall’anima, di Gino Castaldo (www.ricerca.repubblica.it)

La vera storia di Nina Simone, tra “Pantere Nere”, pistole e follia, di Selena Marvaldi
(www.chemusica.it)

Non sono qui per fare dell’intrattenimento, di Carlos Bouza, traduzione di Nicoletta Salvi
(www.pikaramagazine.com)

Nina Simone, la voce dei diritti, di Marco Napoli (www.tribunodelpopolo.it)

Sito ufficiale, (ninasimone.com)

Memorial Project Eunice Waymon - Nina Simone, (ninasimoneproject.org)

Nina Simone Database, tutta la discografia, le sessioni, le canzoni, le parole


(www.boscarol.com)

62
For Nina Simone: biografia e interpretazioni, (amalteo.wordpress.com)

Sito ufficiale di Simone Kelly, (simonesworld.com)

Jazzitalia (www.jazzitalia.net)

Dispense redatte dal M° Sandro Deidda:

- Nuova storia del jazz - Alyn Shipton, a cura di Vincenzo Martorella, 2011 Giulio
Einaudi Editore.Titolo originale “A New History of Jazz”, Contiunuum International
Publishing, 2007

- Come il jazz può cambiarti la vita – Wynton Marsalis., 2008. Traduzione di Edoardo
Fassio, 2010 Saggi , Universale Economica Feltrinelli

- Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana - Arrigo Polillo, 1975,


Arnoldo Mondadori Editore

- Jazz. Dagli anni sessanta a oggi – Tratto dall’opera a fascicoli “Jazz & dintorni”,
1997-2000 RCS Collezionabili S.p.A. Milano.

- Il Nuovo Libro Del Jazz - Joachim Ernst Berendt. Traduzione di L. Luzzatto,


ed.Sansoni- Furenze. Titolo originale dell’opera “Das Neue jazzbuch”, Fischer Bucherei –
Frankfurt am Main, 1959

- Storia del jazz in America - Barry Ulanov, 1965 Giulio Einaudi Editore. Titolo originale
“A History of Jazz in America”, 1950, 1951,1952, The Viking Press, New York

- Il jazz e il suo mondo - Giancarlo Roncaglia, 1988 - nuova edizione ampliata, 2006
Giulio Einaudi Editore

- Il Jazz. Una civiltà musicale afro-americana ed europea – Luca Cerchiari, 1997. Nuova
edizione aggiornata 2005 RCS Libri S.p.A. Milano

- I grandi del jazz - Franco Fayenz, 1962, Nuova Accademia Editrice – Milano

63
- La musica dei neri americani – Eileen Southern, 1997, W.W. Norton & Company, Inc.
Ed. italiana a cura di Melinda Mele; 2007 Gruppo editoriale Il Saggiatore, Milano

- American Popular Song “The Great Innovators” 1900-1950 - Alec Wilder, 1972, Oxford
University Press, New York.

- Il popolo del Blues. Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz - Amiri Baraka
(LeRoi Jones) 1963. Edizione italiana del 2011, ShaKe Edizioni, Milano.

- Black Music. I maestri del jazz - Amiri Baraka (LeRoi Jones), a cura di Marcello Lorrai
2012, ShaKe Edizioni, Milano.

- Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues – Fabrizio Poggi. 2010
edizioni Meridiano Zero, Padova.

- Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz – Enrico Rava. 2011
Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

- Jazz Music – Flavio Caprera, 2006. Ed. Piccola Biblioteca Oscar Mondadori. Arnoldo
Mondadori Editore S.p.A., Milano

- La Musica del Diavolo. Storia del Blues. Giles Oakley, 1976. Edizione Italiana 1978, a
cura di Madalena Fagandini. Traduzione di Umberto Fiori. Gabriele Mazzotta editore.

- Tecnica e arte del jazz - Giorgio Gaslini, 1982, Ricordi Editore, Milano

- La musica dei neri americani - Eileen Southern, 2007, Gruppo editoriale il Saggiatore
S.p.A., Milano

What happened, miss Simone? (Film Documentario sulla vita di Nina Simone a cura di Liz
Garbus e prodotto da Netflix con il coinvolgimento di Lisa Simone Kelly)

Nina (film del 2016 scritto e diretto da Cynthia Mort.)

64
CONCLUSIONI

Nina Simone è, ormai, una leggenda. La sua musica ha risuonato per più di mezzo secolo e
ancora oggi, ci stupisce con tutta
l’immortale modernità di cui questa
donna è stata capace capace.

Agli esordi era sicuramente giovane,


con un dono e nera, ma alla fine, dopo
infinite lotte, il mondo le diede il giusto
riconoscimento. Passione, caparbietà e
un pizzico di follia hanno reso la stella
di questa donna una delle più brillanti
nel cielo della musica.

La morte, giunta a 70 anni il 21 aprile


del 2003, dopo una lunga lotta contro il cancro, ha solo arricchito il grande novero dei
musicisti che non sono più tra noi. Ma una consolazione c’è: chissà che musica divina
ascolteremo in Paradiso. 

Le sue canzoni sono oggi nei grandi repertori di moltissimi musicisti. Ma, alla fine, è bene
“mettersi l’animo in pace”: il talento della Simone è ineguagliabile. Lei, con buona pace di
chiunque voglia fare questo mestiere, era dotata di un talento musicale che era senza ombra
di dubbio un dono divino.

Inoltre, grazie al suo carattere istrionico e alla sua attitudine a punzecchiare e stimolare la
platea, raggiunse l’obiettivo di far amare i suoi concerti a ogni genere di pubblico.

Non vogliamo dover scegliere se ricordare Miss Simone come una guida o come uno spirito
tormentato, era entrambi, ed era soprattutto una donna decisa e audace in un'epoca in cui era
difficilissimo esserlo, figuriamoci col problema di un'identità razziale vissuta
conflittualmente.

65
Il suo ruolo-chiave come apripista sta infatti soprattutto nel modo in cui ha mostrato che si
può essere geniali pur mostrandosi imperfetti.

Per concludere, vorrei spiegare la


mia scelta…

Ho voluto che fosse Nina Simone,


oggetto della mia tesi, non solo
perché ormai un’icona tra le più
importanti jazz singers, ma anche
perché è stata una delle personalità
più irriverenti e particolari della
musica, in cui più mi sono
rispecchiata.

Il mio non vuole essere un folle


paragone nei confronti di una figura
così immensa, portentosa e ricca di storia come quella di Nina Simone ma è semplicemente
il riconoscersi in una storia, in quelle emozioni, il mio piccolo “Nina ti capisco!”, poiché pur
non essendo la mia pelle nera e il mio percorso di vita travagliato quanto il suo, non poche
sono state le ingiustizie sul mio cammino e avrei voluto spesso reagire con quella sua
tenacia che l’ha sempre contraddistinta. In qualche modo, anche per me, la musica è stata
fonte vitale di denuncia, di rivalsa, di riscatto e provo dentro ancora tanta rabbia per quei
momenti, rabbia che ormai trasformo in musica, in note malinconiche o di gioia, d’amore, di
vita, come faceva lei. Leggendo e ascoltando la sua storia, la sua musica, mi sono
emozionata a tal punto da immedesimarmi totalmente, fino a provare i sentimenti che la
invasero e a sentire la forza che ritrovava tra i tasti del piano e le corde della sua voce.

66
RINGRAZIAMENTI

E così, dopo mesi di lunga ricerca, infinite idee, ansie, timori, gioie ed emozioni dalle mille
sfaccettature, finalmente questo giorno è arrivato!
È stato un periodo di profondo apprendimento, non solo a livello musicale ma anche
personale. Scrivere questa tesi ha avuto un forte impatto sulla mia personalità e mi ha
trascinata profondamente.
Da un percorso meraviglioso, cominciato appena tre anni fa, oggi sono giunta ad un primo
traguardo, tante sono le persone e gli eventi che hanno provato ad ostacolarmi ma altrettanti
sono stati coloro sempre accanto a me, che ho ritrovato nei momenti più difficili e tristi,
senza i quali non avrei potuto farcela.

Desidero ringraziare, quindi, le persone che hanno permesso e favorito il raggiungimento di


tale obiettivo e che non hanno voluto abbandonarmi, neanche dopo essersi imbattuti nel mio
“particolarissimo” carattere!

Grazie di cuore al maestro Carlo Lomanto, mio relatore di tesi e al maestro Sandro Deidda,
correlatore: per la loro disponibilità, per i consigli e i preziosissimi insegnamenti, per gli
incoraggiamenti nei numerosi momenti di sconforto e di ansia che mi hanno colta. Per la
loro immensa umanità e artisticità.

Grazie ai maestri tutti, che sono stati fonte d’ispirazione e di enorme crescita in questi tre
preziosi anni, donando se stessi, con sincerità e passione.

Grazie ai musicisti che hanno accettato di essere al mio fianco in questo giorno di forti
emozioni, Emilio Melfi, Antonio De Luise, Massimo Santoro, Ivan Forlenza, Cristian
Forlenza. Grazie per la pazienza, per la professionalità, per la positività trasmessa, per il
bene e la stima che mi hanno sempre dimostrato. E’ un grande onore per me condividere con
loro questo momento importantissimo.

Ringrazio tutti i miei amici di sempre e anche i compagni d’avventura conosciuti in questi
anni da conservatoriale: “ Non potevo chiedere di meglio, abbiamo condiviso tanti momenti
insieme, con ogni tipo di emozione e so che continueremo a farlo. Siete nel mio cuore!”.

Ringrazio Dio, che mi ha regalato due nuove sorelle! Mai avrei creduto di poter incontrare,
in un percorso come questo, due anime e due voci bellissime, che avrebbero arricchito la
mia vita e che l’avrebbero colorata: “Grazie dal profondo del cuore Cristina e Fortunata, la
nostra amicizia è un qualcosa di estremamente puro, come pura è la musica che ci lega,
grazie di essere con me “The Martucci Sisters” e di portare con me la responsabilità di tale
67
cognome adottivo, sono sicura che sapremo spingerlo con onore sempre più in alto. Siete
quegli angeli che mai mi hanno abbandonata, vi siete prese cura di me e della mia felicità e
vi siete fatte carico dei miei dolori e delle mie lacrime quando facevano più male. Ora
ancora una volta siamo giunte insieme ad un traguardo e insieme siamo qui che ci
emozioniamo, vi voglio un bene immenso!”.

Vorrei ringraziare Emilio, per essere qui, come musicista talentuoso e come compagno di
vita. Per essermi stato sempre accanto, per aver condiviso tanti palchi insieme e perché
continui a farlo ancora, per avermi consolata dopo le delusioni della vita e della musica e
per avermi accompagnata “in capo al modo” pur di vedermi felice e realizzare i miei sogni.
Grazie di cuore Mimi!

Ringrazio Daniela Lunelli, senza la quale non avrei scelto tanti anni fa di intraprendere
questa strada: “Sei stata decisiva per la mia formazione musicale e per la mia crescita
artistica ed umana. Grazie infinite per avermi regalato la musica!”

Grazie alla mia famiglia tutta, per avermi resa quella che sono, a mia sorella Simona che sin
da bambina mi vedeva come il suo punto di riferimento, ai nonni che ormai non ci sono più
ma che sono sempre accanto a me, a mio padre e a mia madre, per avermi inculcato i valori
del rispetto e della disciplina, per avermi insegnato a non aver paura di percorrere la mia
strada nonostante le difficoltà, per non avermi mai ostacolata, né obbligata nelle scelte.
Anche voi mi avete regalato la musica e meglio di ogni musicista mi avete insegnato che la
musica corrisponde all’amore e l’amore alla musica. Grazie papà per essere la mia guida, il
mio faro, mi hai trasmesso la tenacia e mi hai insegnato che l’arma più forte al mondo è il
sorriso, sei sempre stato la mia ombra, la mia medicina. Grazie mamma per avermi
tramandato il dono della voce attraverso le “ninna nanna” più belle, fin da quando non
sapessi ancora cosa fosse la luce. Grazie perché nonostante questo anno e mezzo di lotta
contro il grande mostro, hai deciso di vincere tu e ci sei riuscita, grazie perché non sei
andata via…

… questa tesi infatti, piena di forza e di coraggio, questo inno femminista e combattivo, è
dedicato proprio a te e forse anche un po’ a me, a noi due… mia amata mamma Laura, oggi
abbiamo vinto ancora!!!

Chiara

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