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DISSENSI

DE DONATO EDITORE
...:1
u
L'assedio dei grattacieli alla Valle dei Templi, la
melma d'Arno sui manoscritti della Nazionale, le
tele dei grandi maestri nella cronaca nera dei quo­
tidiani: quando, direttore generale delle Antichità
e Belle Arti (AA., BB. AA. e B.C. - che sta per
Antichità, Belle Arti e Beni Culturali - è l'ironi-
ca riduzione di una funzione civile alla sua sigla
burocratica), intraprese la ricostruzione dei monu­
menti e dei musei distrutti dalla guerra, Bianchi
Bandinelli non prevedeva che le ruspe della specu­
lazione edilizia e la latitanza degli organi di governo.
avrebbero sfigurato il patrimonio storico e artistico
italiano piu irreparabilmente della guerra.
Con la lettera di dimissioni dalla Direzione generale
delle AA., BB. AA. ha inizio questo singolare vo­
lume, tra biografia di un combattente e storia inor­
ridita di uno scempio nazionale, in cui l'altissima
educazione artistica, la passione civile e il sarcasmo
« toscano » alimentano una denuncia che si leva a

condanna di una classe dirigente e della sua estra­


neità alla migliore tradizione storica nazionale.
Questo « dissenso » non è però solo una denuncia:
contro la storia tragica e grottesca delle devasta­
zioni, lo sviluppo della coscienza democratica del
paese ha aperto un nuovo terreno di lotta nel quale
stanno crescendo le iniziative delle Regioni, dei par­
titi, degli studiosi e dei giovani. A queste è affidata
la speranza di un rinnovamento che arresti << il sacco
d'Italia».

Ranuccio Bianchi Bandinelli è nato a Siena nel 1900. JÒ


membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei e dirige la
rivista << Dialoghi di Archeologia>>. Fra le sue numerosis­
sime pubblicazioni ricorè·iamo Archeologia e cultura, Milano­
Napoli 1961; Roma, l'arte rommta nel centro del potere,
Milano 1969; Roma, la fine dell'arte aulica, Milano l9i_Q;
Etruschi e italici prima dei romani, Milano 1973, e il
volume da noi recentemente riproposto Storicità dell'ar/P
classica.
lire duemila ( 1887
Dissensi 51
De Donato editore

m
© 1974, De Donato editore SpA
Lungomare N. Sauro 25 Bari
CL 07.0177-7
Ranuccio
Bianchi Bandinelli .

AA., BB. AA. e B.C.


L' Italia storica e artistica
allo sbaraglio
In luogo di prefazione

On. Senatore
Prof. Dr. Giuseppe Medici
Ministro della Pubblica Istruzione
Roma
Roma, 28 maggio 1960

Oggetto: Consiglio Superiore


Antichità e Belle Arti
Dimissioni

Onorevole Signor Ministro,


ho atteso, ·prima, che la crisi di governo fosse,
almeno formalmente chiusa e poi che la I sezione
del Consiglio, alla quale appartengo, si fosse di nuo­
vo riunita per informare i Colleghi della mia deci­
sione � ·per indirizzarLe l a presente lettera, che già
da tempo avevo in animo di scrivere e con la quale
ho l'onore di presentarLe le dimissioni da compo­
nente il Consiglio Superiore di Antichità e Belle
Arti.
Potrei motivare, Signor Ministro, questa decisione
con il sovraccarico di lavoro o con ragioni di salute
senza alterare il vero e il mio scritto potrebbe aver
termine a questo punto rispettando una opportuna
brevità. Ma commetterei un atto di insincerità, ·che
mi sarebbe del tutto inconsueto. Le mie dimissioni
sono dovute, in effetti, al disgusto per il modo come
il Consiglio Superiore, che nel linguaggio burocra­
tico è tuttavia designato come « Alto Consesso »,

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viene fatto funzionare, con discredito per questo
organo; e alla volontà di non condividere piu oltre,
anche in parte minima, la responsabilità che l'Am­
ministrazione delle Antichità e Belle Arti è costretta
ad assumersi, e si assume, nella progressiva distru·
zione delle caratteristiche della civiltà artistica ita­
liana. Ho trovato nell'esperienza conferme anche
troppo esplicite, infatti, alle ragioni che mi avevano
reso esitante nell'accettare la nomina al Consiglio Su­
periore, quando ne ebbi la designazione del tutto
inattesa e non cercata, e tali esitazioni esposi al­
l'on. Aldo Moro, che in quel tempo reggeva il Dica­
stero della P.I., con lettera dell'l! febbraio 1958.
Se, infatti, si fosse voluto porre realmente un
argine alla distruzione, ampiamente documentata,
delle bellezze d'Italia, si sarebbe sentito il bisogno
di rafforzare il Consiglio Superiore, rivedendone la
legge istitutiva e il regolamento. Ma .anche con l'at­
tuale legislazione si potrebbe ottenere una salva­
guardia molto piu efficace, ove da parte della Dire­
zione Generale e del Gabinetto vi fosse la effettiva
e costante volontà di opporsi agli attentati che da
tante parti vengono portati alle caratteristiche delle
nostre città e del paesaggio italiano.
Chi Le scrive, Signor Ministro, non è, come Ella
potrebbe credere (poiché non ho l'onore di essere
conosciuto da Lei)" un archeologo 'polveroso ', ma
uno studioso proteso piu verso il futuro che verso
il passato e che ha qualche esperienza a proposito
di queste faccende, avendo retto per quasi tre anni
la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti
nell'immediato dopoguerra. Conosco perciò le pres­
sioni che da parte . di tutte le autorità della classe

6
dirigente italiana (gruppi finanziari, autorità eccle­
siastiche, prefetti, sindaci e parlamentari) vengono
esercitate sui locali uffici e sul Ministero, sempre in
un solo senso: perché, cioè, si déroghi alle leggi pre­
disposte per la rutela artistica, storica e panoramica;
so che i funzionari regionali delle nostre Soprin­
tendenze conducono con tenacia e coscienza una lotta
impari con�ro queste pressioni e che la Direzione
Generale potrebbe trovare il piu valido appoggio nel
Consiglio Superiore.
Ma il cosrume oggi invalso ha troppe volte mo­
strato, iD casi importanti, che il Consiglio Superiore
non è tenuto quale orgario attraverso il quale alcuni
competenti specialisti sono chiamati ad affiancare e
orientare le direttive ministeriali, ma piuttosto quale
strumento per avallare e coprire decisioni già prese,
spesso provocate da pressioni che possono dirsi poli­
tiche solo nel senso deteriore del termine, cioè del
tutto particolaristico e clientelistico. L'esperienza,
sempre piu aggravata negli ultimi dieci anni, ha mo­
strato che nessuna seria garanzia è data ai compo­
nenti del Consiglio Superiore di trovare nell'autorità
ministeriale la massima tutelatrice e interprete della
legge nell'interesse comune: infatti l'appoggio del
Consiglio Superiore non viene cercato nella misura
che sarebbe possibile e sovente vengono demandate
all'« Alto Consesso» questioni spicciole e affatto se­
condarie, mentre non vengono ad esso sottoposte,
con pretesti burocratici e protocollari, questioni gra­
vissime, anche quando il semplice portarle a cono­
scenza del Consiglio dovrebbe essere normale prassi
e anche quando le sezioni del Consiglio abbiano fatto
esplicita richiesta di essere informate. Oppure si pone

7
il Consiglio Superiore dinanzi a decisioni già · prese
e a impegni già assunti nello stesso momento nel qua­

le al Consiglio viene richiesto di pronilnziarsi in meri­


to. I casi del villaggio CEP di Sorgane e del cosiddetto
Parco della via Appia sono, di tale: prass i , solo gli
esempi piu clamorosi; ma . la prassi si estende anche
a · casi innocui e modesti. Tutto ciò pone in evidenza·
che da parte degli uffici ministeriali �i è timorosi
maggiormente delle pressioni esterne che non della
propria responsabilità verso il patrimonio artistico e
culrurale italiano o verso l'applicazione e il rispetto
delle leggi di tutela e che forte è nelle istanze mini­
steriali la repugnanza a una prassi effettivamente
democratica.
Non ho nessuna illusione, Signor Ministro, che
queste mie dimissioni possano avere qualche efficace
risonanza. La Direzione Generale, se da . Lei verrà
interpellata, presenterà senza dubbio un appunto dal
.
quale risulterà che tutto va bene nel migliore dei
modi possibile, perché si ritiene buona norma che
gli uffici non abbiano mai torto. Ma tu tti coloro che
hanno sensibilità storica e artistica e senso della de­
cenza e che si preoccupano anche dell'importanza che
nel nostro Pa�se assume l'elemento ruristico, sanno,
in Italia e ormai purtroppo anche fuori d'Italia, che
l'Italia si sta distruggendo giorno ·per giorno, e che
tal � distruzione solo in casi isolatissimi è inevitabile
conseguenza dei mutamenti tecnici, economici e strut­
turali della civiltà moderna: nella maggior parte dei
casi è conseguenza del prevalere degli interessi della
speculazione privata e della grossolanità Culturale del­
la attuale classe dirigente italiana.
I · due anni di appartenenza al Consig lio, mi · hanno

8
convinto della assoluta inefficacia della: mia appar­
.
tenenza a tale organismo � quindi ne traggo le 'lo­
giche e oneste conseguenze.
Voglia accogliete, On; Signor Ministro, l'espres­
sione del mio doveroso osseqùio.

(Prof. Dr. Ranuccio"Bianchi Bapdinelli)


I. L'Italia storica
e artistica allo sbaraglio
La lettera che è stata posta in luogo di prefazione,
con la quale motivavo le mie dimissioru dal Consi­
glio superiore delle Antichità e Belle Arti (sigla bu­
rocratica: AA. e BB. AA.) l'ho ritrovata tra le mie
carte in una copia ciclostilata, segno che a suo tem­
po (1960) fu diffusa con una certa larghezza a co­
loro che potevano avere qualche interesse a leggerla,
oltre al destinatario. Ma non ebbe nessun effetto.
Il Ministro, naturalmente, non rispose e nessun al­
tro si dimise, perché anche l'ombra del potere scalda
le viscere dei professori.
Eppure, era una bella lettera, che (mi sembra
ancor oggi) metteva il dito sulla piaga. La piaga è,
infatti, che ai politici stanno piu a cuore le clientele
politiche che non il patrimonio artistico e culturale
della nazione e che la burocrazia, in tradizionale al­
leanza con i notabili locali, vede queste cose unica­
mente da un punto di vista giuridico-amministrativo
nella sostanza e, nella prassi quotidiana, in pratiche
(< da emarginare» (il che significa metterei sopra una
copertina con un numero di protocollo).
Un povero parroco di campagna mi scrisse una
volta (quando ero alla Dir�ione generale), una di­
sperata lettera personale, ·perché il campanile, forte­
mente lesionato durante la guerra, minacciava di crol­
lare sulla sua chiesa al primo fortunale: la Soprin­
tendenza non provvedeva perché il valore artistico
era modesto; il Genio Civile nemmeno, e le sue
lettere agli uffici ministeriali erano rimaste senza ri-

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sposta. Feci presente questo fatto al capo-divisione
competente (per modo di dire) e questi mi fece os­
servare che sf, per il prete si trattava di un campa­
nile che crollava, ma che per il suo ufficio era una
«pratica >> come un'altra, che doveva fare il suo
« iter >> e aspettare il suo turno. Gli osservai che,
tuttavia, iter e turno venivano immediatamente scon­
volti non appena dal piano superiore, dove risiedeva
il Gabinetto del Ministro e quello del «Sotto»
(ossia sottosegretario), venisse fatta una telefonata.
In tale evenienza mi veniva subito portata la mi­
nuta per un << appunto » da inoltrare al piano su­
periore, nel quale appunto avrei dovuto esprimere
in merito il mio << subordinato parere ». E io cancel­
lavo sistematicamente l'aggettivo << subordinato », re­
siduo del passato regime fascista, perché il mio era
un parere « tecnico » e spettava al ministro di va­
lutare se le sue esigenze « politiche >> erano tali da
sopravanzarlo e· impartire disposizioni contrarie, che
sarebbero state eseguite.
Poste cosf le cose, in genere il ministro non si
assume la responsabilità; sicché una burocrazia che
fosse fedele piu allo Stato e alla Costituzione che al
governo in carica, avrebbe una gran forza. Ma è pro­
prio ciò che non si vuole, come ha chiaramente
mostrato il decreto sull'«alta dirigenza» emesso dal
governo Andreotti (30.6.1972) e applicato nono­
stante fosse stato respinto dalla Corte dei Conti.
Dalla mia triennale esperienza (con ministri di tre
diverso colore politico) derivò la convinzione che un
problema di fondo per la tutela dei valori storici e
culturali era di dare maggiore autonomia ai «tecni­
ci» cioè ai funzionari competenti di storia, di ar-

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cheologia, di storia dell'arte. Questa convinzione sus­
siste, ma è avversata dai poliùci e dai burocraù:
« Ce que le Budget déteste le plus, c'est qu'on fasse

semblant d'avoir des idées » diceva Stendhal1•


Una riforma che andava (cautamente) in questo
senso attribuendo maggiori poteri decisionali agli
ispettori tecnici centrali e ai soprintendenti, propo­
sta al mio arrivo alla Direzione generale nell'aprile
del 194 5, non fu presa in considerazione (ma fu poi
realizzata in Francia nello stesso anno). « Purtroppo
alla sua attuazione in Italia ha fatto ostacolo la
generale insensibilità dei nostri organi politici verso
questi problemi >> dichiarai in una intervista alla
<< Fiera letteraria >> del 21 agosto 1947, allora diretta

da G. B. Angioletti, quando mi ero dimesso dalla


carica di direttore generale e stavo per rientrare nel­
l'insegnamento universitario, a Cagliari . La mia cat­
tedra fiorentina era stata· infatti soppressa e sosti­
ruita con un'incarico e avevo rifiutato una cattedra
ad personam, offertami a Roma da quello stesso mi­
nistro che si era opposto a ogni mio progetto di
miglioramento di condizioni· e a ogni aumento di
organico del personale delle AA. BB. AA. che gli
prospettavo prevedendo che, in capo a pochi anni,
l'Italia non avrebbe piu avuto a chi affidare con ef­
ficacia il proprio patrimonio ·artistico, perché i mi­
gliori elementi avrebbero disertato una carriera dif­
ficile, irta di responsabilità, mal retribuita e non
sorretta dall'appoggio morale della classe dirigente

l Testamento datato do Romo, 17 febbroio 1835, do! ma­


noscritto del Lucien Leuwen e relativo o questo romanzo,
riportato nello edizione di Henri Mortineou, Hazon, Poris
1950, p. XXVII.

15
né dai funzionari ministeriali. E avendo dimostrato
che anche triplicando (ed era il minimo necessario)
il numero dei posti in organico ed equiparando la
retribuzione dei soprintendenti a quella dei profes­
sori universitari,, non si sarebbe messo in pericolo
il bilancio dello Stato, dato il loro numero' sempre
ristretto, il ministro mi aveva risposto che era un

problema del quale nessuno si sareqbe mai occupato,


perché quella categoria limitata << non rappresentava
una forza elettorale ».
Fu una risposta, questa, molto istruttiva per me,
ingenuo intellettuale tardivamente entrato in contatto
con la politica. Prima di tutto portò a maturazione
il proposito di dimissioni, che mi si era andato for­
mando a seguito del modo col quale, da parte del
ministro, veniva sistematicamente intralciato il mio
lavoro da quando le sinistre erano state estromesse
dal governo. (Il che non toglie che lo stesso perso­
naggio, incentrandomi oltre vent'anni dopo, mi di­
cesse in pubblico: << Se Lei non mi avesse abban­
donato, le cose delle Belle Arti non sarebbero al
punto di sfacelo in cui sono, perché ricordo certe
sue proposte del 1947 ... ». Al che io risposi osser­
vando che una cosi buona memoria doveva anche ri­
cordare che egli aveva validamente contribuito alla
mia decisione di !asciarlo.)
Inoltre quel comportamento mi confermò, data
l'autorevolezza della qualle godeva allora il perso­
naggio, che nel partito di maggioranza relativa che
allora conquistò e che ancora detiene il governo in
Italla, vi erano, in realtà, ben pochi veri uomini
politici in rapporto alla massa dei politicanti inca­
paci di andare oltre all'orizzonte dell'opportunità

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spicciola e settoriale. Al tempo stesso intravvidi come
si andava formando un ceto di burocrati ai quali ve­
niva assicurata, attraverso l'adesione politica e il su­
pino conformismo, la continuità della dirigenza entro
una torpida routine; un sistema di degenerazioni
clientelari volto alla conquista del massimo di po­
tere personale e di partito entro un sistema feudale
di gruppi di pressione e un apparato di amministra­
tori corrotti.
Oggi, dopo venucmque anni, se ne vedono gli
effetti in tutti i campi, con un paese dissestato,
scarso, nella maggioranza, di tensione ideale e morale.
Non molto diversamente andavano le cose (e que­
sto fu un insegnamento che io recepii come storico)
nel tardo impero romano, la cui rovina· fu facilitata
dal clientelismo amministrativo e dal caos legislati­
vo, e non dalle orge del Satiricon. Potrebbe essere
istruttivo leggere quanto è esposto nel secondo vo­
lume della traduzione italiana dell'opera del com­
pianto professore di Oxford A. Hugo M. Jones;
Il tardo impero romano 2 che potrebbe dirsi, tanto
è pieno di cose, un rapporto sullo stato dell'im­
pero tenuto da un alto funzionario del tempo.
Ma torniamo ai nostri montoni, come dicono i
francesi (e come potrebbero suggerire le tante teste
di montone che ornano l'attico del ministero della
P.I. in viale Trastevere).
Che le cose vadano male in I talia nel reggimento
di quelli che adesso vengono chiamati ·« Beni cultu-

2 Edizione Il Saggiatore, Milano 1973. Il secondo volume


è in corso di stampa (il primo contiene l'esposizione degli
avvenimenti storici generali).

17
rali » (sigla B.C., come quella di un noto fumetto)
non è dunque mia convinzione di oggi. Gli articoli
qui raccolti segnano alcune manifestazioni di questa
convinzione, ormai largamente condivisa. Si può dire,
anzi, che essa fa parte della opinione pubblica; e
questo è un fatto positivo, un grande progresso, fon­
damento a possibili rimedi. Ciononostante non si
sono ancora effettuate quelle riforme legislative e di'
struttura che valgono a contrastare la distruzione di
un patrimonio comune di civiltà, che differenzia l'Eu­
ropa - e il nostro paese in particolare - dai paesi
delle praterie e delle savane.
Ma che i governi democristiani succedutisi in que­
sti venticinque anni non abbiano, sinora, fatto nulla
in proposito, può dirsi, in fondo, un bene. I propo­
siti via via avanzati erano, come vedremo, un « tacon
pèso del sbrego ». Altre soluzioni possono oggi pro­
spettarsi.
Non sarebbe stato troppo diflicile prevedere che
passando l'Italia da un'economia prevalentemente
agraria a una economia industriale avanzata, si sa­
rebbero posti nuovi e gravissimi problemi di natura
ecologica e culturale. L'aumento del benessere nella
<< civiltà dei consumi » doveva condurre a uno svi­

luppo edilizio che, in un tessuto urbano storico pre­


zioso e variatissimo, come quello italiano, avrebbe
portato a distruzioni pesanti e irreparabili. Del re­
sto, ciò era già parzialmente avvenuto al raggiungi­
mento della unità nazionale e gli errori compiuti al­
lora (per esempio nel centro di Firenze e nel tessuto
urbano di Roma) ormai riconosciuti e deplorati uni­
versalmente come tali, erano là a dimostrarlo. Ma
nessuno in sede responsabile avverti il pericolo, nes-

18
suno si preoccupò di prevedere nuovi strumenti le·
gislativi. Del resto, l'incapacità di programmazione
della borghesia italiana sembra una nostra caratteri­
stica nazionale.
Il turismo di massa fu visto come importante fat­
tore· economico, ma non furono avvertite le esigenze
nuove che esso poneva in confronto col turismo di
élite di una volta, se non per venire incontro proprio
ai lati deteriori di esso: alla sua inevitabile grosso­
lanità, alla sua invadenza numerica, alla .sua man­
canza di discernimento e di cultura, che non ci si
preoccupò di poter modificare.
Partecipando alla << I Conferenza nazionale dei cen­
tri economici per la ricostruzione>> (21-31 mag­
gio 1947) avevo cercato di far comprendere che una
revisione dei nostri servizi artistici non era uno de­
gli ultimi punti da tener presenti nel quadro di un
programma di ricostruzione; ma mi persuasi subito
che era un discorso che non suscitava eco alcuna.
Chi scrive queste pagine crede nell'Europa come
·

fattore di civiltà, non solo del passato, ma anche del


futuro. Già si avvertono segni di stanchezza e di
disgusto di fronte all'esaltazione dell'efficienza tecni­
ca e della corsa al profitto e al mercato. E dobbiamo
riconoscere - con tutta la simpatia che. possiamo
avere per certi indubbi valori del popolo degli Stati
Uniti d'America - che non si era mai visto sfatarsi
e disperdersi cosi rapidamente, nonostante il predo­
minio economico degli UsA nel mondo, un mito
come quello dell'american way of !ife, cioè del modo
di vivere americano, che i giovani soldati degli eser­
citi vittoriosi avevano con entusiasmo e ingenuità
prospettato ai massacrati e affamati europei del 1945.

19
Chi scrive queste pagine è convinto che cultura
non significa erudizione, ma significa essenzialmente
capacità di comprendere il presente attravers� la co­
noscenza del passato. Il che equivale a dire che vei­
colo fondamentale della cultura è la storia, ma che
questa conoscenza storica va sempre rinnovata e vista
sotto diverse angolazioni per farla nostra.
Non è una novità, questa, di certo. E già il vec­
chio Wolfgang Goethe faceva dire al suo Faust, nel
lungo soliloquio iniziale << was du ererbt von deinen
Vatern hast - erwirb es um es zu besitzen »
(vv. 682-683 ): il che significa che l'eredità del pas­
sato, ricevuta dai padri, deve essere sempre di nuovo
acquisita alla nostra coscienza per possederla, noi,
in modo fecondo. Spero che mi venga perdonata
questa citazione quasi banale e forse di sapore sco­
lastico, che mi è venuta spontanea alla penna. Essa,
del resto, corrisponde a ciò che Vladimir Ilic Lenin,
raccomandava: di incorporare nella nuova cultura ri­
voluzionaria tutto ciò che di utilizzabile era stato
raggiunto dalla cultura tradizionale. Purtroppo il suo
successore segui altri prindpi. Ma lo stesso con­
cetto sulla importanza della conoscenza ed acquisi­
zione del passato lo troviamo espresso anche da
Mao Tse-tung in uno scritto Sulla nuova democrazia
pubblicato nel 1940 3•
Nella problematica della tutela e della fruizione
del patrimonio artistico e storico si inserisce anche
quello del distacco delle nuove generazi�ni dalla cul­
tura tradizionale delle generazioni anziane. Ma io lo

3 Sulla rivista pubblicata a Yenan « La Culrura cinese �.


n. l.

20
ritengo· un falso problema, che scompare non appe­
na si . imposti diversamente la trasmissione dei veri
valori della cultura storica. Il distacco delle nuove
ge�erazioni è giustificato dal fallimento che la cul­
tura tradizionale. ha pà.Iesato dinanzi alle situazioni
piu gravi, alle piu inumane, della recente storia in
quell'Europa che era la culla e il centro di quella
cultura. E non solo fallimento, ma in molti casi
diretta responsabilità. Il distacco è giustificato dalla
.
insuf!icienz!l della scuola che (tranne nei casi indivi­
duali di insegnanti d'eccezione, che si sono fo�mati
da se stessi una nuova coscienza) appare come un
organismo del tutto inadeguato ai tempi, privo di una
viva coscienza dei fini da raggiungere, astrattamente
distaccato dai problemi piu concreti che interessano
le nuove generazioni.
Invece la conoscenza del passato, che sia non sola
nozione, ma anche e soprattutto comprensione, eser­
cita anco�a un'attrattiva, talora addirittura un fa­
scino, anche per le nuove generazioni.
Tùtto può accadere, in un mondo che sta matu­
rando mutamenti profondi per le vie diverse e sem­
pre intricate della storia, alla quale si affacciano oggi
protagonisti di altre civiltà che non quella europea.
Potrebbe accadere, anche, che si ripetessero episodi
simili a quello che accadde a Firenze, quando nel
1732 le grandi potenze avevano deciso che la To­
scana sarebbe toccata all'Infante di Spagna, Don Car"
los come successore dei Medici, la cui famiglia si
·
stava estinguendo (poi, invece, Don Carlos ebbe Na­
poli e in Toscana vennero i Lorena). Il giovane
principe, posto sotto la tutela di Gian Gastone, ulc
timo dei Medici, ·giunse a Firenze con una guarni-

21
gione di soldati spagnuoli e con il suo precettore­
confessore, un frate francescano. Questi venne invi­
.
tato a visitare quel massimo monumento . della cul­
tUra. europea che è la Biblioteca Laurenziana. Mas­
siino e venerabile monumento, non tanto per la ar­
chitettura di Michelangelo quanto per il fatto di
contenere la scelta piu eccezionale di codici di au­
tori greci e latini, fatti raccogliere in Oriente e in
Occidente, attraverso i quali il pensiero, il sapere
e la poesia dell'antichità ci sono stati trasmessi, e,
accanto ad essi, i manoscritti della prima generazione
di umanisti, quando umanesimo voleva ancora dire
pensiero moderno, progressivo, anticonformista, « il
piu grande rivolgimento progressivo che l'umanità
avesse fino allora vissuto >>, come lo aveva definito
Engels.
Accolto dalle persone piu colte della città (e dopo
aver apprezzato una raffinata colazione), il france­
scano si fermò sulla porta e chiese: « Signor biblio­
tecario, c'è qui il Libro delle Sette Trombe? ». Nes­
suno dei presenti conosceva questo libro. « Allora »,
disse il frate voltando il dorso per andarsene, « tutta
la vostra biblioteca non vale una pipa di tabacco ».
( Il Libro delle Sette Trombe non aveva certo nulla
.
in comune col Triginta sigillorum explicatio di Gior­
dano Bruno: non era che una raccolta di racconti
edificanti, tutti chiaramente apocrifi, tradotta dal la­
tino in spagnuolo 4. )
Nel trapasso di civiltà che si è avviato oggi nel
.
4 Cfr. Pierre Jean Grosley, Observations sur l'lttJ!ie et sur
/es Italiens données en 1764 sous le nom de dr•ux Gentils­
hommes Suédois, Nouvelle édition, voli. 1-4, Londres (Paris)
1774, vol. IV, pp. 417-9.

22
mondo, ha dunque, a mio avviso, decisiva impor­
tanza l'opera di divulgazione che faccia uscire la cul­
tura dalla élite ristretta alla quale appartiene an­
cora, e ne renda accessibile la piu profonda sostanza,
i piu concreti valori al piu vasto pubblico possibile.
L'essere tagliati fuori, esclusi dalla possibilità di com­
prendere certi valori culrurali è, per la classe ope­
raia, una ingiustizia e una sofferenza non minore di
quella dovuta alla diseguaglianza economica e so­
ciale. Il nostro grande sindacalista Giuseppe Di Vit­
torio ha detto e scritto a questo proposito, rifacen­
dosi alla propria personale esperienza, cose che non
si possono dimenticare.
Ma intorno al 1950 l'opinione pubblica era ancora
sorda ai problemi della tutela dei beni artistici e
culturali. Ricordo, che nel gennaio 1952, Piero Cala­
mandrei formò con Roberto Longhi e. con me un
<< Comitato per la difesa delle opere d'arte» sotto
l'impulso dell'allarme che la << guerra fredda », al­
lora imperante, potesse trasformarsi in guerra calda.
Si chiedevano provvedimenti per la salvezza delle
opere d'arte e delle carte di archivio in caso di guer­
ra, allontanamento di obiettivi militari (caserme, ecc.)
dalle zone monumentali e, sopratrutto, che fosse re­
vocata la scelta di Firenze come sede di uno dei piu
importanti comandi della difesa europea. Il nostro
appello non raccolse molte adesioni e fu accolto con
particolare freddezza dall'on. Segni, allora ministro
.
della P.I., al quale Io presentammo. In quell'occa­
sione mi tornava in mente quel vecchio contadino
che, nei giorni del luglio 1944, nei quali la linea del
fronte passava per le colline chiantigiane, incentran­
domi mi disse: << O signor professore, o che gli sem-

23
bran posti questi, per venirci a fare la· guerra? ».

In questo volumetto saranno raccol ti gli articoÌi


da me scritti e gli interventi da me tenuti in conve­
gni, collegandoli tra loro con un testo che documenti
le successive tappe della battaglia delle sinistre per la
salvezza dei beni culturali.

L'articolo che seg�e fu pubblicato sul giornale


« l'Unità >> domenica 4 ottobre 1953. Esso segna,
se non altro, il progresso che da allora ad oggi si è
compiuto dalla opinione pubblica in fatto di sensi­
bilità verso i problemi della tutela dei beni cultu­
rali. Si può dire che l'attenzione dell'opinione pub­
blica per questi problemi cominciò a svegliarsi in
quell'anno: su molti giornali furono pubblicati ar­
ticoli analoghi.

AS SALTO ALL'ITALIA ARTISTICA

Un mese fa circa, un settimanale liberale pubblicò


l'articolo di un giovane archeologo e giornalista 5 che
denunziava un nuovo e gravissimo delitto che si
sta consumando contro l'integrità del nostro patri-

s Antonio Cederna su « Il Mondo», 17 novembre 1953,


ripubblicato con molti altri scritti sullo stesso argomento,
ricchi eli dati e eli elementi critici, nel volume I Vandali in
casa, Laterza, Bari 1956. Sullo stesso argomento:· Corrado Al­
varo sul « Corriere della Sera », 8 elicembre 1953. L'archi­
tetto Luigi Cosenza aveva intanto pubblicato su « l'Unità,.
del 25 novembre 1953 un articolo sulla funzione degli enti
locali in questo rapporto: LA difesa del paesaggio � compito
dei cittadini.

24
monio d'arte, di storia e di civiltà. Questo patrimo­
nio forma non solo un vanto dell'Italia, ma anche
una delle poche sue «materie prime » se è yero che
questo è il « giardino d'Europa » e che il . turismo
.
serve non scarsamente ad attivizzare la nostra bi­
lancia commerciale.
L'articolo in questione riguardava la imminente e
già iniziata distruzione della via Appia a Roma; cioè
la distruzione di uno dei «pezzi » -piu famosi ·d'Ita­
lia, di uno dei p�esaggi piu evocativi del mondo.
Bellezza di monumenti e di natura vi si uniscono,
infatti, in modo mirabile . . Il trovare quei resti della
.
civiltà antica, coi segni dei millenni che hanno ·ad­
dosso, cosi familiarmente a portata di mano, non
chiusi e catalogati in un museo (che ha sempre qual­
che cosa di freddo), nia inseriti nella . vita di ogni
giorno e in, mezzo �i campi lavorati (una trattrice che
lavora accanto a un ;epolcro romano, non dà nessun
fastidio, ·anzi acuisce e pre�isa .coi contrasto il senso
del passato), ha (ormai quasi ·possiamo dire aveva)
un grande pÒ tere di suggestione e di commozione.
A ciascuno piace riguardare le immagini del proprio
padre e del proprio nonno, e le fotografie di. se
stesso nei momenti piu lontani della propria vita, ove
ciascuno si riconosce pur mentre si sente diverso e
ove ciascuno vede "ritornare attorno a sé altre im-·
magini e altre memorie collegate con quelle. Cosi
è per un popo io il cci!Jtemplare le vestigia del pro­
prio passato, umile o glorioso che esso sia; cosi .è
per l'uomo non incolto, non rozzo, il vedere dinanzi
a sé, vive e tangibili le memorie dei passato: un
passato- che ci appartiene, come ci appartengono i
J?-Ostri vecchi, e al quale, allo stesso modo, noi appar-

25
teniamo. È attraverso queste radici della storia che
noi acquistiamo coscienza di noi e la saldezza neces­
saria per affrontare, con certezza di successo, la co­
struzione di un avvenire migliore.
Pochi luoghi, non solo in Italia, ma al mondo,
avevano un potere evocativo e suggestivo come la
via Appia a Roma, fuori porta San Sebastiano. Nei
suoi monumenti si leggono pagine salienti della sto­
ria antica, dalla fine della repubblica romana all a fine
dell'impero, all'inizio del cristianesimo e alle sue
leggende (le catacombe, la cappella del « qua vadis »
sono su ·questa via). La veduta delle mura e della
porta San Sebastiano era ancora quella stessa che per
due millenni le genti provenienti dal Mezzogiorno,
avevano veduto come prima immagine della città di
Roma, centro del mondo occidentale. Ora tutto que­
sto sta per essere disttutto e sommerso da una ma­
rea di villini, sacrificato a niente altro che all'avidità
di speculazione.
Vi sono leggi che tutelano il patrimonio artistico e
storico e il paesaggio. Ma le leggi sono inerti e im­
potenti, se manca la seria volontà di farle rispettare.
In questo caso, e in cento altri simili, la colpa non
è di una inerzia burocratica: sta assai piu in alto, nei
responsabili di governo e sta assai piu a fondo nella
classe dirigente che essi rappresentano.
È sintomatico, infatti, che nessun organo della
grande stampa borghese abbia raccolto l'allarme che
è stato lanciato per la distruzione della via Appia.
E nessuno si muove, in cento altri casi simili.
.Tutto il nostro incomparabile patrimonio di arte e
di civiltà minaccia rovina. Sono le ville del Veneto,
dove sale affrescate dal Tiepolo vengono ridotte in

26
stalle; sono le città italiane, che in tUtto il mondo
vengono celebrate come gioielli di bellezza e èome
testimonianze di una altissima civiltà popolare, che
stanno trasformandosi rapidamente in qualche cosa
di ibrido, di rozzo, di rumoroso e di coloniale come
certe città dell'interno _sud-americano. (E già i turisti'
si affrettano a visitare i monumenti d'obbligo per
sfuggire al piu presto da città cosi poco accoglienti
per chi è in vacanza). Sono resti e testimonianze
delle nostre antichità etrusche, forse insostituibili per
la scienza, che saltano in aria sotto il vomere dei
trattori dell'Ente Maremma, in olocausto a una de­
magogica truffaldina 'riforma ' agraria. (Nell'Unione
Sovietica, il terreno che doveva essere coperto dai
grandi bacini d'acqua, lungo il canale Volga-Don, è
stato per due anni minutamente esplorato da mis­
sioni archeologiche, prima di iniziare i lavori! )
Ma chi volesse fare un elenco degli attentati che
si compiono con successo contro il patrimonio . arti­
stico italiano, avrebbe da riempire un volume. E non
varrebbe contrapporre ad esso un altro volume di
<< opere di salvataggio » compiute dagli uffici di so
printendenza artistica e da altri istituti preposti alla
tutela: sappiamo bene che questi uffici fanno quello
che possono e in condizioni di lavoro talvolta quasi
eroiche. E ogni- soprintendente potrebbe raccontare
molte storie sulle pressioni ricevute da parte delle
autorità, specialmente ecclesiastiche, perché le leggi di
tutela non vengano applicate e come le sue resistenze
trovino sempre
. piu scarso appoggio nelle autorità
centrali.
Il fatto è che anche questa, della tutela del patri­
monio artistico e storico, è una di quelle bandiere

27
che la borghesia tenne alte nel tempo della propria
ascesa, e che oggi ha lasciato cadere. Una di quelle
bandiere che spetta agli esponenti . avanzati della
classe operaia, classe dirigente in ascesa, di racco­
gliere e di portare avanti. Essi sono i soli che pos­
sono oggi combattere con efficacia anche per questa
.
bandiera: e saranno in questo caso sicuri di trovarsi
accanto molti esponenti, i migliori, delle classi me­
die, che soffrono per quanto avviene e non hanno
né il coraggio né la forza di opporvisi.
Le leggi e gli istituti creati in passato, oggi sono
inoperanti, di fronte all'assalto degli speculatori piu
ingordi, che vanno all'attacco, sicuri delle piu alte
protezioni e connivenze. Non si conosce altra legge
se non quella dei danée, i danari; demagogia, ipo­
crisia e retorica fanno il resto. Che cosa si può spe­
rare altro da questa classe dirigente, che non pensa
piu a dirigere, ma solo a arraffare?
Non vorrei, tuttavia, che in qualche lettore po­
tesse nascere l'equivoco di credere che si sostenga qui
il feticistico culto del vecchio, dell'antico, del polve­
roso. Niente affatto; le esigenze della vita attuale e
soprattutto le esigenze di un miglioramento delle
condizioni di vita di larghe masse del popolo ita-
. liano, impongono, specialmente nei ce.ntri abitati, tra­
sform�ioni che rappresentano esigenze imprescindi­
bili (ma non sono davvero queste a far mutar volto
alla via Appia: gli abitanti di baracche verranno
scacciati, ma non abiteranno di certo i villini che vi,
si stanno costruendo). Necessariamente le città mu­
.
tano volto, perché esse sono organismi viventi; voler
arrestare questa trasformazione, sarebbe ·come voler
fermare la crescita di un essere umano, perché non

28
si trasformi, da bel bambino che era, it:i brutto omac­
cione: come è accaduto a noi tutti. Il punto è di
creare una coscienza dell'esigenza di fare il nuovo con
intelligente rispetto per l'antico; perché og� cosa
antica che si distrugge è una voce della storia che si
chiude per sempre; e prima di prendere la decisione
di farla tacere, occorre pensarci. Il punto è di respin­
gere al margine il criterio della speculazione, che oggi
è il solo che valga e che ha già rovinato irreparabil­
mente alcune delle nostre città piu rinomate per
bellezza.
La bellezza delle città italiane non è dovuta a
un caso pittoresco, ma (quasi sempre) a una precisa
volontà, a precise direttive che sono state seguite
per generazioni da governi comunali, che erano di­
retta espressione del popolo. L'esempio forse piu
tipico di questa volontà e di questa continuità, è
dato ritrovarlo nei documenti del comune medievale
di Siena, dove dalla metà del 1200 alla metà del
secolo successivo si ha una lunga serie di statuti e
di deliberazioni che prescrivono norme edilizie « per
il decoro della città » e facilitazioni a chi contri­
buisce ad accrescerlo: e la città di Siena è ancora
oggi uno dei piu preziosi monumenti urbanistici del
passato, oggetto di ammirazione e di studio in tutto
il mondo. Anche a Verona, nello statuto del 1276 è
detto che nessun magistrato o ufficio poteva iniziare
una costruzione senza il consenso del ·Consiglio del
Popolo e il parere degli « o.lliciali dell'ornato». Di
questo patrimonio di civiltà il popolo italiano ha an­
cora coscienza: ma occorre che questa coscienza, per
divenire attiva, sia precisata, popolarizzata e sor­
retta.

29
Il problema non è facile; è anzi, spesso, maledet­
tamente difficile. Perciò è un problema che dobbia­
mo proporci di studiare attentamente. Durante il
fascismo, l'avidità della speculazione edilizia si ma­
scherò della piu bolsa retorica, sia che questa reto­
rica squarciasse il tessuto urbanistico di Roma e di
altre città in nome dei « rinnovati destini imperia­
li >>, sia che si abbattessero antichi quartieri in odio
al « pittoresco che noi non amiamo >> o in omaggio
ai ricordi del futurismo marinettiano che costituiva­
no una delle poche esperienze culturali (e anche que­
sta, quanto mai provinciale!) dell'' uomo della prov­
videnza '. Accadde talora che negli indugi che gli or­
gani di tutela cercavano di infrapporre nel disperato
intento di salvare un edificio storico questo venisse
demolito da notturne squadracce comandate con gio­
vanile baldanza da qualche panciuto federale. Quello
di ·risolvere tali non facili questioni con un rap­
porto di forza è tipico, ieri e oggi, della mentalità
fascista. Ma oggi non si ricorre neppure piu al man­
tello della retorica; oggi la speculazione edilizia, che
·impegna i suoi danée al 300%, abilissima nel tro­
vare le piu strane combinazioni per sfuggire a con­
trolli, finanziari e tecnici, parte all'assalto senza ma­
schera, sicura dell'impunità, anzi della connivenza
di chi detiene il potere e la aiuta a sfuggire ai vincoli
imposti dai piani regolatori di sviluppo urbanistico e
alle limitazioni che le leggi di tutela artistica e paesi­
stica potrebbero imporre. Uno dei primi sfregi mas­
sicci alla via Appia fu dato dalla Pia Casa Santa
Rosa, alla quale fu consentito di infrangere tutte le
regole stabilite << per deferenza alla benefica istitu­
zione >>. E probabilmente per deferenza all 'insigne

30
personaggio è stato consentito al sindaco di Roma
di costruirsi una villa in un'area che il piano rego­
latore destinava a parco pubblico.
Nessun'altra volontà, se non quella della parte piu
avanzata e responsabile del popolo, potrà arrestare
questa rovina e fermare la mano a questa gente.

In questo articolo si parlava di bandiete lasciate ca­


dere dalla borghesia e raccolte dalla classe operaia,
dai comunisti. Era una immagine usata da Stalin; e
in questo caso, aveva ragione lui. Vedremo che que­
sta immagine può veramente essere trasformata in
realtà; ma contro di essa stanno molti pregiudizi,
taluni anche in buona fede.
Quando Hitler, affacciandosi su Firenze dal Piaz­
zale Michelangelo diceva « se fossero venuti al po­
tere i comunisti tutto questo sarebbe stato distrut­
to >> 6 - Alles xerstort - non faceva che ripetere
uno slogan propagandistico (salvo dare ordine, sei
anni dopo, lui stesso, di distruggere tutto veramente,
facendo saltare con le mine i ponti e i Lungarni).
Ma questa idea del comunismo distruttore della cul­
tura è radicata da lungo tempo nella mentalità bor­
ghese. Persino Heinrich Heine lo pensava e già ve­
deva i manoscritti delle sue poesie usati per farne
cartocci per il tabacco da naso - ma dichiarava di
essere disposto a sopportare anche questo, purché la
rivoluzione trionfasse 7• I suoi compatrioti non glielo

6 Cfr. il mio libro Dal diario di un borghese, II ed., Il Sag·


giatore, Milano, p. 189.
7 Vedi la Prefazione all'edizione francese di Lutetia (1855:
forse il suo ultimo scritto).

31
hanno ancora perdonato, in fondo; sicché il povero
Heinrich, in Occidente è ancora odiato per questa
sua ansia rivoluzionaria e in Oriente non è abbastanza
apprezzato perché, pur essendo stato in corrispon­
denza con Karl Marx, non era divenuto un vero
marxista. Ahimè!

Ora dobbiamo soffermarci un momento a parlare di


Siena (la città, tra parentesi, nella quale sono nato
e che perciò non amo in modo particolare; ovvero,
amo tutte le sue mura, e per esse ho anche fatto
qualche sacrificio del mio tempo; ma dentro quelle
mura abita troppa gente che riesco difficilmente a
sopportare). Comunque, Siena è stata ·la prima tra
le città italiane, a darsi un piano regolatore con lo
scopo di salvarne il centro storico e di indirizzare in·
modo ragionevole la sua vivace espansione moderna.
Siena è costruita su tre colline che formano una
Y e le estremità delle aste di questa lettera sono
congiunte tra loro da un cerchio di mura. Queste la­
sciano, quindi, degli spazi liberi, ossia delle piccole
valli, coltivate a orti e a campi di viti e di ulivi.
In queste piccole zone verdi si volevano co�truire
tanti « villini », e i progetti erano già stati avan­
zati, sostenuti naturalmente dalla cosiddetta << stam­
pa indipendente » locale. Queste costruzioni avreb­
bero portato come conseguenza inevitabile l'abbatti­
mento delle mura almeno per larghi tratti e, Soprat­
tutto grave, la confluenza di un trafli.co aumentato nel
vecchio centro. A questo fatto qualcuno già pensava
di ovviare perpetrando degli sventramentL Siena, che
è conosciuta nel mondo come uno straordinario mo­
numento urbanistico, sarebbe stata distrutta. Non lo

32 .
è stata perché ha avuto una ammrmstrazione di si­
nistra e alcuni sindaci comunisti che non hanno te­
muto l'impopolarità bloccando le nuove costruzioni,
facendo approvare un piano regolatore di severa sal­
vaguardia del centro storico, togliendo il parcheggio
dalla sua magnifica piazza del Campo e poi togliendo,
prima fra tutte le città italiane, la circolazione moto­
rizzata dal vecchio centro. A questi problemi a quel
tempo tutti da risolvere, faceva riferimento quanto
pubblicai su << l'Unità » nella cronaca locale del
29 aprile 1954.

IL CASO DELLA CITTÀ DI SIENA

L'amministrazione comunale popolare di Siena ha af.


frontato uno dei problemi piu delicati e piu impe­
gnativi, quello del piano regolatore della città e de­
gli immediati dintorni fino al limite comunale. E lo
ha affrontato con un senso di responsabilità che ha
riscosso negli ambienti competenti sia dal punto di
vista tecnico che da quello artistico, i piu favorevoli
commenti. Infatti, anziché attendere da parte del
ministero dei Lavori Pubblici (che ha una sezione
specialmente dedicata all'urbanistica) una sollecita­
zione o addi�ittura un intervento, l'amministrazione
comunale di Siena si è fatta iniziatrice della prepa­
razione dei dati e dei rilievi tecnici necessari e della
convocazione di una commissione, nella quale rappre­
sentanti di maggioranza e di minoranza del Consi­
glio comunale, sotto k presidenza del sindaco, si af.
fiancano ai funzionari tecnici dei due ministeri com­
petenti, Lavori Pubblici e Istruzione (Belle Arti), e

.n
a architetti urbanisti tra i piu stimati in Italia.
La creazione di questa commissione fu ampiamen­
te discussa al Consiglio comunale, e fu poi votata
all'unanimità. Questa commissione non deve fare il
piano regolatore (e questo non tutti sembrano averlo
capito) ma solo fissare i criteri direttivi sui quali im­
postare il futuro piano regolatore. La strada scelta
non deve sembrare troppo lunga perché si tratta di
impostare e determinare lo sviluppo della città per
parecchi anni. Una impostazione errata potrebbe pre­
giudicare in modo assai grave l'avvenire di Siena.
Questo lo capiscono tutti, e perciò le polemiche non
sono mancate e non mancheranno. E noi diciamo che
è bene che esse ci siano: prima di ·tutto queste po­
lemiche mostrano che Siena è un organismo vivo,
che partecipa con passione alle questioni che la toc­
cano da vicino; e poi siamo della opinione che ogni
discussione, prolungandosi, finisce per far sedimen­
tare le opinioni sbagliate.
Un piano regolatore è sempre fonte di discussioni
divergenti: chi abita, per esempio, in una casa che si
affaccia sopra uno spazio libero vuole che quello spa­
zio rimanga sempre aperto; ma il proprietario di
quel terreno libero avrà tutto il desiderio e l'inte­
resse a che quel terreno venga dichiarato fabbricabile;
e cosi il proprietario di una casa che dovesse essere
demolita per farvi passare una strada, troverà sem­
pre che quella strada è perfettamente inutile. In­
fatti ogni piano regolatore è sempre seguito da una
quantità di ricorsi, che ne ritardano e talora ne ren­
dono vana addirittura l'esecuzione. È preferibile per­
ciò che una discussione che preceda l'esecuzione del
piano, metta in luce quali sono i veri e legittimi in-

34
teressi generali da tutelare. (La discussione è bene
che preceda la progettazione definitiva del piano; ma
se pretendesse di precedere aèldiritrura la raccolta de­
gli elementi sui quali basare i criteri direttivi in base
ai quali si dovrà svolgere il piano, non ci sarebbe
materia di discussione, ma, evidentemente, solo da
fare quattro chiacchiere al caffè su opinioni o fanta­
sie personali.)
Per Siena il problema del piano regolatore è par­
ticolarmente delicato, e difficile per varie ragioni. In­
tanto si tratta di una città conformata a Y, che si
stende sulla dorsale di colline separate da dislivelli
anche assai forti: se questa conformazione è uno de­
gli elementi fondamentali del suo. carattere pittore­
sco, che ne fanno una ,città celebre nel mondo, essa
è anche fonte di notevoli difficoltà per il suo am­
pliamento e per la congiunzione dei vari punti estre­
mi dell'abitato via via che esso si accresce. Una cre­
scita caotica e indisciplinata, moltiplicherebbe la dif­
ficoltà e la spesa dei servizi pubblici di ogni genere
inerenti ai nuovi gruppi di abitazioni. D'altra parte,
questa stessa conformazione difficoltosa del terreno,
ha preservato finora Siena da quell'accrescimento
spontaneo « a macchia d'olio >>, cioè attorno al vec­
chio centro, che avviene naturalmente nelle città in
pianura e che rappresenta una delle difficoltà mag­
giori da superare quando si intraprenda a studiare il
modo di adattare alle esigenze della vita moderna
il piano regolatore di una vecchia città. Infatti l'ac­
crescimento attorno al vecchio centro porta a far
convergere il traffico sempre nel medesimo punto, e
la inevitabile conseguenza è che a un dato momento
il vecchio centro « scoppia »: le demolizioni diven-

.35
gono inevitabili. E quando si comincia a demolire, non
si sa dove si va a finire: in pochi anni la città si tra­
sforma completamente. Si comincia con qualche « pru­
dente » e « indispensabile » demolizione,' tanto per
fare un po' di largo; ma subito c'è qualcuno che si
accorge che demolendo, si liberano delle aree fabbri­
cative di alto valore commerciale, e che ricostruen­
dole, anche solo in parte, si fa presto a centuplicare
il reddito della vecchia casa demolita. Accade allora
che gli << sventratori » si impadroniscono della città,
e poiché i denari fanno gola, a piangere sulle rovine
non ci restano che i poeti e gli artisti, eternamente
illusi ed eternamente poveri. Queste cose sono acca­
dute ovunque il problema si sia imposto in questo
aspetto: e tutti sanno e vedono i disastri che, dal
punto di vista dell'arte, ma anche della razionale
urbanistica, sono stati fatti, per esempio a 'Roma e a
Firenze. Per poter mettere le mani senza paura nel
tessuto di una vecchia città, bisognerebbe che si fosse
in un'èra nella quale fosse abolito l'aff arismo e la
·speculazione: non ci sembra, veramente, che in Ita­
lia oggi si sia in un clima di questo genere.
Siena ha poi anche un triste privilegio: di essere
una delle città italiane nelle quali la mortalità per
tubercolosi è piu alta. Il male si annida nelle case mi­
serrime e marce di certi rioni popolari, nelle viuzze
anguste dove il sole . non arriva. A questo occorre
P<>rre rimedio ed è il problema piu difficile. Le sta­
tistiche mostrano, per alcune città del centro e nord­
Europa, eh�; la mortalità generale diminui ne;! giro
di alcuni anni da 6 e fino a lO punti per mille dopo
che la superficie delle zone libere e verdi fu aumen­
tata a trenta metri quadri per abitante, di contro alla

36
media di 7 o 10 metri quadri esistenti attorno al
1900. (Nelle nostre città a vecchia strutrura, la mor­
talità è del 14 ed anche del 17 per mille; mentre
è del 6 per mille nelle città-giardino inglesi.) Perciò,
prima di decidere di alterare il rapporto tra zone
verdi esistenti in una città, e zone costruite, biso­
gna . essere in possesso di dati statistici precisi e di
varia natura. Cosf pure per poter prendere dei prov­
vedimenti per migliorare le condizioni del traffico
nelle· strade interne della città, bisogna essersi resi
conto, mediante indagini, di che narura è questo
traffico: cioè in quale misura si tratta di traffico per­
manente e in quale misura di traffico occasionale;
quante persone, cioè, affluiscono giornalmente nella
città dalla provincia per ripartirne alla sera, e dove
questo afflusso è diretto (ospedali, uffici, mercati,
ecc.). Il piano regolatore di Siena è ancora a questa
fase di documentazione, ed è quindi assai premaruro
fantasticare di « città satelliti » o altre cose del ge­
nere. Senza contare che la spinta demografica senese
è modesta e che non si tratterà di costruire delle
« città nuove >> alle porte di Siena vecchia, ma solo
di stabilire dove estendere la rete stradale attorno
alla quale potranno sorgere gruppi di nuove abita­
zioni. Non siamo, certo, nelle condizioni di Roma,
dove la popolazione sta accrescendosi di sei unità
all'ora, sulle 24 ore, secondo i dati piu recenti, sic­
ché ogni anno si aggiunge a quella esistente la po­
polazione di una nuova città!
Ma a complicare di molto le cose a Siena (e i se­
nesi ne sono consapevoli e fieri)," oltre alle diflicoltà
accennate, c'è il fatto che rutta la città nel suo com­
plesso è un monumento unico al mondo. E come

37
tale interessa gli uomini civili di ogni paese. Non
si tratta qui di « salvare » qualche palazzo, qualche
chiesa, per il loro valore artistico; si tratta di pre­
servare il complesso urbanistico antico nella sua to­
talità.
I libri che esaltano in tutte le lingue la bellezza
di Siena, formano una biblioteca, e non è il caso di
cominciare a citare. Ma ho sul tavolo due opere,
che sono particolarmente interessanti e per ragioni
diverse.
Una è un libro di uno studioso tedesco, sull Arte '

dell'urbanistica medievale in Toscana (W. Braunfels,


Mittelalterliche Stadtbaukunst in der Toskana, Ber­
lin 1913) dal quale risulta molto evidente quanto
sia prevalente, anche sulle altre belle città toscane,
l'interesse che Siena suscita nello studioso, e come
questa città rappresenti, per le particolari ragioni che
ne hanno a un certo momento arrestato lo sviluppo
storico, l'unico modello vivente di città medievale.
Ma risulta anche, dai documenti posti qui in evi­
denza, come dice l'autore, che « Siena sorpassò tutte
le altre città toscane nella politica urbanistica ». Il
che significa che la bellezza e singolarità di Siena non
è dovuta al caso o al capriccio, ma è la conseguenza
di una precisa volontà dei suoi cittadini. Una spe­
ciale commissione di « ofliciali per l'ornato » riferiva,
generalmente in una seduta di maggio, al Consiglio
del Popolo che reggeva la città, sui provvedimenti
che venivano consigliati per regolare le costruzioni
cittadine nuove o migliorare quelle esistenti. Ab­
biamo ancora il resoconto di tali sedute, tenute il
5 maggio 1292, il 9 maggio 1296, il 10 maggio 1297,
1'1 1 maggio 1298, il 1° maggio 1303, il 2 mag-

38
gio 1304 e cosf via per ogni anno del XIV secolo.
Queste deliberazioni presentano il quadro di un pro­
gramma urbanistico che considera in egual modo que­
stioni tecniche, economiche, giuridiche e estetiche.
Nessun magistrato o ufficio poteva iniziare una co­
struzione di uso pubblico senza il consenso del Con­
siglio del Popolo. Scorrendo questi documenti, con
il commento che ne fa l'autore del libro, si assiste
quasi anno per anno al crescere della città, si com­
prendono le ragioni per le quali essa prese certi
determinati aspetti: si seguono le infinite discussioni
intorno al dove e al come costruire il Palazzo Pub­
blico, che si volle alla confluenza dei terzieri, si volle
in mattoni come le case degli artigiani e del popolo
anziché in pietra da taglio come i palazzi dei grandi
mercanti e la cui torre dovette slanciarsi cosf alta,
data l'ubicazione del palazzo nel fondo valle, pe1
raggiungere l'altezza di quella del Duomo e asserire
l'autorità del potere popolare accanto e non inferiore
a quella del potere religioso. Lo slancio che portò
cosi in alto la rocca della Torre del Mangia non fu
tanto uno slancio artistico quanto uno slancio poli­
tico.
Se il libro di questo srudioso tedesco ci fa seguire .
lo svolgimento storico del divenire urbanistico di
Siena, un altro libro, di due autori sovietici, ci rivela
i motivi funzionali e tecnici del suo aspetto. Si tratta
di un manuale, di A. V. Bunin e M. G. Kruglova
sulla Architettura dei complessi urbanistici nel Me­
dioevo e nel Rinascimento (Architektura gorodiskich
Ansamblei, Moskva 1935) dove il tema che viene con­
siderato in generale nello svolgimento europeo, è
poi in realtà centrato sull'esempio di tre città prin-

39
cipali: Venezia, Firenze e Siena. Oltre quindici fi..
gure (vedute e soprattutto piante e originali studi di
dettaglio della pianta) sono dedicate a Siena in que­
sto volume (inoltre sette illustrazioni si riferiscono a
S. Gimignano e cinque a Pienza); si studiano, di
Siena, ben 44 edifici di importanza architettonica
(contro 50 per Firenze). Bastano questi cenni a dirci
quale importanza venga assegnata alla nostra città.
Ma soprattutto, seguendo le pagine dedicate ai vari
aspetti della urbanistica senese antica, si arriva a
comprendere meglio il valore di certe soluzioni esi­
stenti, e che noi saremmo pronti a ritenere casuali.
Per esempio, vi è una acuta analisi delle str�de prin­
cipali e del modo come viene risolta la loro uscita
dalla città, fissando sempre, in immediata prossimità
della porta, un punto di arresto, un nodo architet­
�onico che richiama l'attenzione dello spettatore.
Il carattere di cittadelle chiuse una per una entro
la città, che i rioni avevano nel Medioevo, si allenta
col cadere dell'economia feudale: ma rimane il ca­
rattere fondamentale di strade a elementi chiusi, che
invece nel Rinascimento e piu ancora in età barocca
verrà, in altre città, trasformato con apertura verso
punti focali di vedute prospettiche. Ma a Siena, e
solo qui, l'elemento chiuso della strada medievale
trova improvvisamente respiro nelle inattese vedute
sulla campagna, che penetra nel cuore della città:
tratto questo che viene posto in evidenza come una
caratteristica specialissima.
Se da ogni parte del mondo Siena viene conside­
rata come una città singolare, degna di studio par­
ticolareggiato, è da credersi che i senesi si rendano
conto della responsabilità che essi hanno quando si

40
tratta di operare sul vivo di un complesso cosf ec­
cezionale. Sono privilegi che debbono essere saputi
meritare, quelli di vivere in una città come Siena.

Intanto, in rutto il paese anche l'opinione pubblica


si era andata svegliando ai problemi della tutela
del patrimonio storico e artistico e, di conseguenza,
cominciarono a interessarsene quasi rutti i partiti
politici. Ci vorrà ancora qualche anno perché si ar­
rivi a comprendere che la sola tutela non completa
il problema, e che ad essa va aggiunta la messa in
valore e la fruizione, cioè l'attrezzarura dei musei,
le pubblicazioni, i cataloghi e l'avvicinamento al piu
largo pubblico. In questo clima di risvegliato inte­
ressamento mi giunse ( debbo dire, alquanto, inatteso)
l'invito a contribuire a una inchiesta condotta dalla
rivista « Concretezza », diretta dall'on. Giulio An­
dreotti, sulle condizioni del patrimonio artistico na­
zionale e, nel caso mio, in particolare sul patrimonio
archeologico.
Il testo qui riprodotto è quello che era stato in­
viato alla rivista « Concretezza », dove però non ven­
ne pubblicato integralmente, ma · ritagliato e mesco­
lato con altri testi, con un montaggio che lo facesse
apparire integrato in una discussione nel corso di
una tavola rotonda. Questo modo di procedere ha
piu della disinvolrura che della « concretezza », mi
sembra. Ma non c'è da meravigliarsene 8 •

8 Ripubblicai il mio testo originario su un fascicolo della


rivista « Ulisse ,. (1957, fase. :xxvn ) dedicato ai problemi della
ricerca archeologica, che avremo ancora occasione di men­·

zionare.

41
SiTUAZIONE DELL'ARCHEOLOGIA ITALIANA

Delle cinque domande rivoltemi in tale occasione, ho


creduto che bastasse rispondere alla quinta, nella qua­
le si chiedeva se le soprintendenze fossero per nu­
mero, competenza e operosità sufficienti a garantire
la migliore conservazione delle opere d'arte del no­
stro paese. In tale risposta ho cercato di dimostrare
una volta di piu, che il problema di fondo di tutta
la complessa e grave situazione nella quale si trova
la tutela degli edifici monumentali, delle gallerie, dei
musei e degli scavi archeologici, dei centri urbanistici
antichi e della tutela del paesaggio, può riassumersi
nella scarsità dei ruoli tecnici e nella diflicoltà e po­
vertà della carriera offerta ai funzionari delle so­
printendenze. Per la scarsità, basta ripetere che i
funzionari laureati, storici dell'arte, archeologi, archi­
tetti, ai quali è affidata la tutela di tutti i musei,
gallerie, scavi, monumenti, paesaggi, in tutta Italia,
sono, nei ruoli, 179 ( 177 + 2): centosettantanove
per tutta l'Italia, che è senza dubbio il paese piu
ricco di materiale artistico e archeologico e, propor­
zionalmente al suo territorio, anche di bellezze na­
turali, di contro ai piu che 300 laureati che formano
lo staff tecnico di uno solo dei grandi musei s tra­
nieri (dal Metropolitan di New York all'Ermitage
di Leningrado ). Per la d.if!icoltà della carriera, ba­
sterà ricordare che essa si svolge dal grado VIII al
V, mentre quella universitaria si svolge dal VII al
III, per valutare il sacrificio di coloro che riman­
gono nell'amministrazione delle Belle Arti, per giu­
stificare coloro che evadono appena è possibile, e
passano all'insegnamento, e per denunziare il peri-

42
colo che vada delineandosi una selezione alla rove­
scia nell'ambito dei funzionari tecnici delle soprin­
tendenze. Questo stato di cose, già evidente dieci
anni fa, a chi fosse stato un po' addentro al pro­
blema, è divenuto oggi cosi grave da imporsi all'at­
tenzione generale. Sarebbe stato meglio non farlo ar­
rivare all'attuale punto di esasperazione. Se ne rende
conto, per prima, la Direzione generale delle Anti­
chità e Belle Arti, anche se, per suo cosrume, si sente
in dovere di smussare gli spigoli e di mostrarsi otti­
mista: « il faut bien mentir un peu, quand on est
éveque >>, diceva il buon Fénélon. Ma autorevoli sru­
diosi hanno già sollevato l'allarme anche in campo
archeologico.
Questo è il motivo di fondo, dunque, di rutto il
problema; e va affrontato coraggiosamente e reali­
sticamente da parte di persone che sappiano tener
presente il lato amministrativo e giuridico, ma anche
quello scientifico e culturale. Sarebbe uri bel guaio
affidarlo, come nel 19 39, ai soli esperti di legisla­
zione che siedono negli uffici ministeriali. Non sono
però d'accordo nemmeno con alcuni colleghi, che vor­
rebbero sottoporre i soprintendenti a una rutela del
cattedratico universitario. Date respiro ai soprinten­
denti, ora schiacciati dalle responsabilità burocrati­
che, e torneranno ad essere ottimi studiosi. Ma una
collaborazione, fra soprintendenza e università, do­
vrebbe essere possibile, specialmente nel campo della
redazione dei cataloghi; campo nel quale i nostri mu­
sei sono in uno stato di arretratezza paurosa, rispetto
agli altri paesi, venendo meno, cosi alla fùnzione
scientifica e pubblica del museo.
(Un museo senza cataloghi è come una biblioteca

4.3
senza schedari; la sua possibilità di utilizzazione re­
sta praticamente affidata al buon volere e alla buona
grazia personale del direttore; e ve ne sono di quelli
che si compiacciono di abusare di questa loro po­
tenza, alla quale però non hanno diritto, dovendo in­
tendersi il museo anche come un servizio pubblico.)
Il problema dell'archeologia in Italia si innesta
dunque su questo stato di cose generale, sui pro­
blemi di fondo qui accennati. Ma esso ha anche
aspetti particolari, che sarà bene esporre a coloro che
sono fuori dal campo specialistico, perché soltanto
se certe situazioni si fanno presenti in un cerchio piu
largo, si può sperare di creare in coloro che possono
decidere in merito, e che specialisti non sono, la
comprensione di talune esigenze. Sia ben chiaro, per­
ciò, che in ciò che qui diremo, non vi è nessuna in­
tenzione personalistica, né per biasimare l'uno o lo­
dare l'altro, né per appoggiare situazioni favorevoli
o contrarie a persone o a fazioni. Accade spesso, tra
noi, purtroppo, che le critiche contenute, per esem-·
pio, in una recensione, vengono accolte con la do­
manda: << ma che cosa ti ho fatto? ». Ed è difficile
convincere chi fa la domanda che nulla ha fatto a
noi personalmente ma che abbiamo sentito il dovere
di rilevare quelli che riteniamo errori, perché solo
cosi facendo si fan progredire la scienza e la cultura,
cose che ci san sempre state maggiormente a cuore
che non i rapporti personali.
Vorremmo dunque parlare a cuore aperto del pro­
blema della ricerca archeologica in Italia, come oggi
esso si presenta.
Fissiamo, innanzitutto, una prospettiva teorica: il
problema visto di fuori. Abbiamo dinanzi a noi un
44
·paese di ricchissime vicende storiche, di grande va­
rietà etnografica, nel quale la unificazione dell'età
imperiale romana dette una vernice comune a pro­
fonde diversità culturali e artistiche. Il problema del­
l'archeologia italiana è, da un lato, mettere in luce
gli elementi materiali per ricostruire la storia di que­
ste singole entità, che affondano le loro radici nella
preistoria e che poi si unificano nel comune denomi­
natore. romano.
Questo è il problema scientifico, oltremodo com­
plesso, come può valutare chiunque si fermi a riflet­
tere sulla varietà di genti e sulle vicende intricate
dell'Italia antica. Dall'altro, vi è il problema della
conservazione dei monumenti e delle opere d'arte,
sopravvissuti alla rovina o post( in luce dagli scavi.
Sono due problemi distinti; i quali, però, nella pra­
tica, si congiungono, specialmente nel caso dei gran­
di centri di scavo, quali Pompei, Ercolano, Paestum,
Ostia, p�r citare solo i piu noti. Ma teniamoli pure
distinti, per il momento.
Se consideriamo l'Italia come un vasto e com­
plesso campo. di esplorazione, con · una infinità di pro­
blemi non ancora risolti, ma risolvibili, . almeno in
gran parte, d� una metodica ricerca archeologica, che
cosa dovremmo stabilire? Dovremmo certamente sta­
bilire un piano generale di azione, individuare certi
problemi da risolvere, graduare nel tempo la ricerca
della loro soluzione e provvedere ad affidare tale ri­
cerca a specialisti competenti, i quali abbiano chiara
la problematica specifica alla zona ad essi affidata.
La cosa da fare preliminarmente sarebbe dunque una
pianificazione della ricerca, come fa qualunque mis­
sione di scavo all'inizio del proprio lavoro. Nella

4.5
realtà, invece, che cosa accade? Ispettori e soprin­
tendenti vengono assunti e dislocati nei vari u.flici
regionali secondo criteri puramente burocratici come i
ricevitori del registro o gli u.fliciali della finanza, e
trasferiti secondo il grado che assurdamente è stato
attribuito con la legge del l" giugno 1939 n. 1089,
in misura diversa alle diverse soprintendenze. Ora
non v'è chi non veda che l'archeologia della regione
veneta ha problemi ben diversi da quelli dell'Etruria
e della Sicilia, e l'archeologia della Sardegna presenta
problemi ben diversi da quelli dell'archeologia di
Pompei; ma che, nella specifica competenza, non vi
può essere differenza di grado gerarchico, come non
vi è differenza fra chi insegna filosofia del diritto a
Sassari o a Roma. Oggi si richiede che il soprinten­
dente debba essere enciclopedico e preparato a reg·
gere qualsiasi soprintendenza. Praticamente poi fi.
nisce per essere non tanto enciclopedico quanto << bon
à tout faire », perché spesso si trova a essere il solo
elemento a preparazione scientifica nel suo u.flicio;
che comporta, oltre al resto, ben precise e gravi re­
sponsabilità amministrative e di direzione del perso­
nale subalterno. Invece di affinare uno specialista, la
carriera ne fa un generico.
D'altra parte, poiché certe competenze specifiche
finiscono per imporsi da se stesse, si vengono a creare
qua e là situazioni di privilegio insostenibili e in­
giuste, favorite anche dalla tendenza all'accentramen­
to e all 'esaltazione dell'autorità personale di alcuni
soprintendenti, i quali fanno di tutto per escludere
i propri ispettori dalla collaborazione e per non al­
levarsi dei successori. Quando dovranno andarsene
da un posto di specifica competenza, non potranno

46
esser sostituiti che da un incompetente. Questa pro­
spettiva servirà forse a far risplendere ancora un po',
per contrasto, la loro personalità; ma non serve cer­
tamente agli scopi della tutela monumentale né alla
scienza archeologica. E lo Stato dovrebbe evitare, an­
ziché favorire, che si creino tali situazioni.
Manca poi al nostro sistema un qualunque centro
coordinatore, nel quale vengano discusse e decise le
ricerche da fare, i piani di lavoro e i restauri piu
impegnativi. La Direzione generale è un organo am­
ministrativo; il Consiglio superiore può anche non
venir investito delle questioni piu gravi ed è sola­
mente consultivo per le decisioni ministeriali. L'Isti­
tuto nazionale di archeologia, del quale fan parte
professori universitari e soprintendenti, potrebbe es­

1
sere il naturale punto di incontro per una tale azione
di coordinamento; ma nel suo statuto (che è poi una
specie di araba fenice) questa azione non è previst-
né mai si è fatta nessuna riunione dei suoi memb1
che lo sono di diritto, ma non di fatto. Forse ancl
alla categoria di Archeologia in seno all'AccadeDll
dei Lincei (composta di 9 soci nazionali e 9 corri­
spondenti professori e soprintendenti) potrebbe es­
sere affidata una tale indispensabile funzione di pia­
nificazione, senza la quale la ricerca archeologica in
Italia, è lasciata, per la maggior parte, al caso dei
fortuiti ritrovamenti. Si spiega cosi, per contrasto,
il successo e l'importanza che vengono ad assumere
le attività delle missioni di scavo concesse a studiosi
stranieri, o quelle promosse da iniziative private
(come quell a del santuario del Sele presso Paestum),
le quali svolgono, appunto, un lavoro sistematico e
continuativo, come non possono svolgerlo, per un

47
assurdo stato di cose, le nostre soprintendenze.
Assurdo stato di cose, e non solo mancanza di
fondi : questi due motivi congiunti, da un lato pa­
ralizzano l'opera dei soprintendenti, dall 'altro li spin­
gono a iniziative incontrollate. Tanto che ci si trova
talvolta a deprecare che i fondi non siano sempre
cosi esigui da costringere all'inattività.
Fondi privati o fondi di enti ( Cassa del Mezzo­
giorno, Regioni a statuto speciale), anche ingenti,
non sono infatti mancati in questi ultimi tempi; ma
l'abbondanza dei mezzi si è urtata con la scarsa at­
trezzatura di personale degli uffici di soprintendenza;
sicché a dirigere gli scavi si è dovuto mettere perso­
nale improvvisato e quindi non sufficientemente com­
petente; mentre si è sottoposto il personale di ruolo
a un caotico accrescimento di lavoro.
A importanti restauri architettonici ci si è accinti
con baldanzosa impreparazione, col risultato di ele­
vare, forse, suggestive scenografie (che possono in­
contrare il momentaneo favore di un pubblico assue­
fatto dal cinematografo a un « antico » di maniera)
ma anche di compromettere in modo irrimediabile
sia il monumento restaurato, che il buon nome della
archeologia italiana. Restauri, per esempio, come
quelli del lago del Canopo di Villa Adriana o del
grande tempio di Selinunte, non dovrebbero essere
lasciati alla improvvisazione, ma eseguiti soltanto
dopo approfondita discussione collegiale fra compe­
tenti. Non so se a ciò si sia creduto di apporre ri­
medio con una circolare che prescrive il controllo
tecnico-amministrativo delle Soprintendenze ai Mo­
numenti (solitamente rette da un architetto) sulle
Soprintendenze Archeologiche che abbiano ricevuto

48
i larghi fondi speciali della Cassa del Mezzogiorno o
dell'Ente della Regione · siciliana. Il provvedimento,
avvilente ·per gli archeologi, non . sembra che possa
evitare errori, quando si son visti architetti non ar­
cheologi che restaurano un anliteatro antico sullo
schema di uno stadio moderno. Occorrerebbe, invece,
un ruolo di architetti specialiZzati con preparazione
archeologica; invece, proprio nel campo degli archi­
tetti, la inadeguatezza della carriera delle soprinten­
denze si palesa piu crudamente, perché . piu ampie
sono in tal campo le possibilità della professione li­
bera: nell'ultimo concorso solo due posti di archi­
tetto si son potuti coprire sui cinque disponibili.
Il problema creato dalle grandi disponibilità di
mezzi messi a disposizione dalla Regione alle tre
soprintendenze, archeologiChe della Sicilia merita un
cenno a parte. Si tratta, dal 1950 in poi, di oltre
due miliardi. Con questo denaro si · son fatti scavi un
po' dappertutto, piu o meno bene; la storia primi­
tiva della Sicilia sta mutando completamente sotto i
nostri occhi. Sicché tutto quello che era stato scritto
finora in proposito da studiosi eminenti, dovrà es­
ser sottoposto a profonda revisione. Questo risultato
è di grande importanza culturale, e perciò l'opera non
può esser né lasciata a mezzo né abbandonata. Oggi
si fanno ampie ricerche di scavo; ma poi, coi miseri.
fondi ordinari delle soprintendenze, si dovrebbe prov­
vedere al restauro e alla manutenzione, che non ven­
gono previsti nella concessione dei fondi. Praticamen­
te ciò è impossibile; e allora le documentazioni poste
oggi in · luce sono destinate al deperimento e alla
distruzione, dopo. aver servito a fare un po' di bat­
tage elettorale.

49
Resteranno le pubblicazioni, si dice, ma anche
queste non è facile condurle in porto, coi magri
fondi disponibili per le stampe da parte delle nostre
accademie. Si rischia di fare come per il passato,
come è accaduto per il Foro Romano, per l'Etruria
meridionale, per la Cirenaica: scavare, battere un po'
la grancassa, e poi non pubblicare; si hanno presenti,
cioè, interessi turistici, personali, piu che scientifici.
E questo si sente rimproverare da piu parti all'ar­
cheologia italiana.
I libri scientifici, e non romanzati o puramente
figurati, di archeologia, non sono di grande vendita:
mille copie coprono il fabbisogno mondiale, e sono
libri costosi per le molte illustrazioni, anche senza
voler fare l'esagerato e pacchiano lusso di certa no­
stra editoria. In realtà, nessuna sana editoria può
sopportarne il peso. Perciò, o si pubblicano a cura
di organi accademici, o si crea un fondo di sussidio
da concedere agli editori, come fu fatto in Germania
a partire dalla prima grande inflazione monetaria, con
la « Notgemeinschaft » finanziata da contributi obbli­
gatori e volontari delle grandi industrie, per tutte
le pubblicazioni scientifiche.
Ma anche gli interessi turistici (in nome dei quali
Regione e Cassa dànno i loro contributi) non sono
tutelati in modo adeguato, quando si è costretti, per
mancanza di personale, ad affidare zone archeologi­
che o piccoli musei che sorgono in seguito agli scavi,
ad assuntori di custodia analfabeti, e non si ha tempo
per pubblicare un catalogo-guida. Quando poi non
accadono le violente e idiote distruzioni del paesag­
gio archeologico e della sua suggestione, ponendo per
esempio un tempio sull'asse di una camionale, an-

50
ziché !asciarlo nel suo isolamento, come è avvenuto
ad Agrigento, o distruggendo in parte il monumento
stesso come è avvenuto con la strada condotta at­
traverso la necropoli di Pantàlica, per tacere di altre
malaugurate « strade panoramiche » o di altre « mes­
se in valo�e >> a fondo speculativo.
I mezzi straordinari non continueranno in eterno.
Intanto si sarà andata formando, negli scavi siciliani,
una mano d'opera specializzata, che sarebbe vera­
mente sciocco disperdere, quando c'è tanto bisogno
di accrescere i quadri delle nostre soprintendenze
anche nei ruoli inferiori. Sembra invece che questi
ruoli debbano essere ricoperti soltanto dai residui
della smobilitazione del ministero dell'Africa Italia­
na, che aggiungono all'incompetenza la mala voglia di
cambiar sede e mestiere e sono piu un aggravio che
un sollievo per gli uffici ai quali vengono assegna ti.
Ma non voglio entrare nei dettagli, anche per ra­
gione di spazio. Quello che va detto, ripetuto e sot­
tolineato è che la ricerca archeologica, come attual­
mente si svolge, è caotica, disordinata, antiscientifica.
Essa ha bisogno di essere riorganizzata tenendo pre·
senti tre punti fondamentali: l. l'ampliamento dei
ruoli dei funzionari, e il miglioramento della car­
riera; 2. la pianificazione scientifica collegiale delle
ricerche e dei restauri; 3. il rendere piu facile e spe­
dita la pubblicazione, ma imporre al ricercatore una
scadenza, oltre la quale scada il suo diritto di prece­
denza: troppi sono ormai i casi, già da altri denun­
ziati, di materiale di scavo rimasto inedito e reso
quindi pressoché inservibile. Tra i miglioramenti di
carriera bisognerebbe inserire anche questo: che ogni
archeologo funzionario di soprintendenza, non risie-

51
dente a Roma, sia esso ispettore, direttore o soprin­
tendente, possa chiedere, oltre al normale mese di
ferie, un altro mese di ferie dall'ufficio, per trascor­
rerlo nelle biblioteche di Roma. Roma è oggi il cen­
tro mondiale meglio attrezzato per lo studio dell'ar­
cheologia, grazie alle biblioteche specializzate italiane
e straniere e agli archivi fotografici che vi hanno
sede. Le soprintendenze sonò invece spesso prive di
ogni mezzo di studio, o ne hanno a disposizione di
assolutamente inadeguati allo sviluppo della scienza
odierna. Chi sta in una soprintendenza è praticamente
condannato a divenire uno studioso provinciale, e
questo non è nell'interesse del lavoro che egli deve
compiere, mentre è uno degli incentivi principali a
disertare i ruoli delle soprintendenze, appena se ne
presenta l'occasione, per passare ai ruoli universitari.
Giacché, anche se non tutti sono disposti a crederlo,
esistono ancora in numero notevole i giovani ap­
passionati al lavoro scientifico, disposti a sacrificare
ogni personale vantaggio e comodità pur di poter la­
vorare e studiare. Ma non bisogna che lo Stato spe­
culi su questo spirito di sacrificio fino a trasformare
questi giovani in impiegati disgustati e avviliti, e,
per conseguenza, inefficienti; come oggi avviene.
II. L'archeologia ·

e le commissioni d'indagine
Dovremo sostare alquanto sulle questioni relative al­
l'archeologia, dato che chi scrive ha la quali.6ca di
archeologo.
In realtà, io intendevo fare un altro mestiere; ma
questo mestiere non esiste : quello dello storico del­
I'arte greca e romana �ompresa fra il l 000 a. C. e
il 500 d. C. Non esiste, questo mestiere, perché ciò
che passa, in genere, per storia dell'arte dell' anti­
chità è una cosa diversa da quella che avrei voluto
fare io.
L' archeologo ricerca sul . terreno i resti materiali
del passato, li descrive, li classifica, cerca di trarne
conclusioni storiche. Questo non è il mio mestiere.
Ma I' archeologo scopre anche oggetti di valore ar­
tistico, talora di altissimo valore artistico, e allora
si mette a fare la storia dell' arte.
Sotto questo nome si fanno descrizioni delle opere
d'arte, ricerche di iconografia, classificazioni secondo
una botanica degli « stili », secondo esteriori aspetti
definiti con alcuni aggettivi-etichette, che possono
servire solo a sostenere cattivi esami mnemonici uni­
versitari. L'unica ricerca seria, in questa cosiddetta
storia dell'arte sono le ricerche di cronologia. Que­
ste ultime sono anche l' unico punto di contatto fra
l' archeologo e lo storico dell' arte, perché la crono­
logia è strettamente in rapporto col dato di scavo e
serve di ossatura storica alla ricerca critica. La sto­
ria dell' arte come la intendo io è una cosa diversa
e assai piu complessa, che io stesso ho raramente

55
avuto l'ozio di tent11re, senza pertanto riuscire a rea­
lizzarla 1 •
Il seguente articolo si connette strettamente con
quanto è detto nelle pagine immediatamente · pre­
cedenti.

SICILIA ARCHEOLOGICA E TURISTICA 2

Da alcuni anni non ero stato in Sicilia, e la Sicilia


sta cambiando aspetto. Nonostante tutto, nonostan­
te la politica antipopolare dei governi regionali che
si sono succeduti, i frutti dell'esistenza dell'autono­
mia regionale si cominciano a vedere, e forse sono
particolarmente avvertibili a chi compie una rapida
corsa attraverso tutta l'isola, poiché in tale visione
di sintesi le opere di bonifica, i chilometri di con­
dutture di irrigazione saltano agli occhi piu di quanto
non salti al naso il tanfo dei grossi centri abitati an­
cor privi di acqua, di fognature e di pavimentazione
stradale. Ma non le bonifiche, le fognature, la si­
tuazione sociale saranno oggi il nostro argomento.

l Mi è vc:nuto fatto eli saiv""e questa parola « ozio ,., nd


senso dd latino otium, che può sembrare strana in questo
contesto. Ma non la scancello perché corrisponde al sc:nti­
mento che ho, eli non av"" avuto realmente mai il tempo per
approfondire e precisare quella ricerca (in realtà si è trattato
invece, io credo, eli mancanza eli capacità), preso come sono
stato sempre anche da altri interessi, anche da altri dov""i
che la mia coscienza m'imponeva. In quanto a ciò che io
intc:ndo per storia dell'arte non è c""to il caso eli tc:ntare
qui nemmc:no l'accenno a uno dei problemi piu discussi
e mc:no risolti che si presc:ntino oggi nd campo degli studi
storici.
2 c l'Unità •, 12 . settembre 1958, p. 3.

56
Bensl, spogliati di ogni passione di parte, i monu­
menti archeologici, che sono anch'essi un argomento
che rientra nel tema dell'autonomia regionale. In­
fatti la Regione dà e ha dato per gli scavi archeo­
logici somme ingenti, miliardi, dove nel resto d'Ita­
lia si parla di milioni. E in conseguenza di questi
mezzi, la storia antichissima dell'isola sta mutando
volto, giacché i numerosi scavi stanno mostrando
aspetti nuovi, insospettati, tanto della colonizzazione
greca che della civiltà indigena preesistente. Tutta�
via, nell'archeologia siciliana, proprio a causa della
abbondanza- di mezzi, si creano problemi e disagi
che occorre avvertire per poterli ovviare. Per lo piu ;
va detto, i problemi archeologici sono visti dalle au­
torità regio-nali soltanto come problemi di incremento
turistico. Ma c'è un'iniziativa turistica bene intesa,
che oltre ad essere fonte di incremento economico
è anche strumento educativo, culturale; e c'è inizia­
tiva turistica male intesa, la quale violenta monu­
menti e paesaggi che intendeva valorizzare e che
finisce per essere azione_ anticulturale, diseducativa,
invito alla rozzezza mentale. Non vogliamo_ toccare
qui l'argomento spinoso dell'equivoco al quale il tu­
rismo si presta quando viene preso a pretesto per
deviarvi dei fondi che si intendevano stanziati per
opere di bonifica e di redenzione sociale e che, in­
dirizzati al loro fine originario, avrebbero disturbato
privilegi e consuetudini. Per ciò sorge il pericolo
che il turismo e l'archeologia vengano visti di mal
occhio da chi, giustamente, reclamerebbe quei denari
per gli scopi di riforme di struttura che portassero
di conseguenza un miglioramento nelle condizioni
del popolo, ai quali la legge istitutrice di casse e di
enti intenzionalmente li destinava. Ma in questi casi,
la colpa non è da darsi all'archeologia e al rurismo,
bensl agli uomini di governo e di parte legati a quei
privilegi, a quelle consuetudini, al loro vecchio co­
stume di prepotenza.
Ottima, dal punto di vista tecnico, anche se de­
ludente da quello pittoresco, è la sistemazione che si
sta dando alla villa dei mosaici a Piazza Armerina.
Quando, tra un anno, la sistemazione sarà completa,
si avrà in questo luogo una delle piu sorprendenti
meraviglie del passato. Varrà la pena di venirci da
lontano. Un complesso di quasi tremila merri quadri
di mosaici di ottima conservazione, straordinariamen­
te ricchi di figurazioni diverse, che mostrano come
questo complesso fosse stato eseguito su una base
larghissima di repertori dell'artigianato musivo pre­
valentemente africano (proveniente cioè dall'odierna
Tunisia e Algeria). Sono mosaici databili a quel
« tardo impero >> che una volta si considerava, con

gusto accademico, epoca di decadenza, e che oggi si


è riconosciuto come un periodo di intensa proble­
matica artistica; nella quale problematica si · riflet­
tono le varie esperienze di una società in crisi di
profonda trasformazione. E poiché una delle mani­
festazioni piu tipiche di questo periodo è la ricerca
dell'espressione intensa, che si manifesta attraverso
le alterazioni della correttezza classica del disegno e
attraverso la forza e la varietà del colore, questi
mosaici rappresentano uno dei documenti piu vivi
e piu festosi che ci abbia lasciato l'arte antica. Le
pareti della villa sono crollate e non ne restano che
muretti alti poco piu di un metro, tranne ·in qualche
punto, come nelle terme, dove sono abbastanza alti

58
per paterne permettere addirittura un consolidamen­
to ricostruttivo. Il di.flicilissimo problema della con­
servazione dei mosaici si sta risolvendo nel modo piu
brillante che si potesse immaginare. Sottili strut­
ture metalliche sostengono tettoie e pareti di ma­
teria plastica trasparente, che daranno al visitatore
una immagine, appena accennata, ma tecnicamente
ineccepibile come un'assonometria, di quelle che era­
no le masse e i volumi della costruzione antica. E
non credo che nessuno vorrà tanto indulgere al fa­
cile romanticismo delle rovine, da rimpiangere la
libera visione dei muretti fatiscenti. Sui muretti,
invece, saranno collocate passerelle; e cosi il visita­
tore potrà godersi in pieno i mosaici, da conveniente
altezza, e senza bisogno che essi vengano interrotti
con strisce di stuoia o di tappeto, sulle quali poter
camminare. Gli elementi tecnici moderni stanno be­
nissimo con l'antico, anche perché nell'antico il fon­
damento tecnico e artigiano è sempre vivissimo. Bi­
sogna soltanto badare a che il moderno non sopra­
vanzi sull'antico, non metta questo a proprio ser­
vizio, come è avvenuto di recente in alcuni musei
statali, dove le vetrine e le raffinate invenzioni di­
stributive finiscono per contar piu che non gli og­
getti che le vetrine contengono, e per imporsi sfron­
tatamente al visitatore.
Anche a Gela, il moderno e l'antico vanno d'ac­
cordo. Per quanto il nuovo museo sappia un po'
troppo di stile centroeuropeo 1930 e nell'arredamen­
to interno si stia indulgendo a qualcuna di quelle
irritanti raffinatezze che consistono nel voler apparir
rozzi e primitivi, e che sono tipiche, nel campo di­
verso ma affine della moda, del falso rustico per

59
certi ristoranti. Dove invece la tecnica moderna se­
gna una sua vittoria, è nel gran muro dell'antica
.

Gela. Città contesa piu volte, le sue mura sono riap­


parse da sotto alle dune di sabbia del litorale, per
un gran tratto, rendendo conto, con le variazioni
delle loro strutture, dei vari episodi della sua storia,
con una tale esatta coincidenza con quanto sappiamo
dalle fonti letterarie antiche, che il godimento della
bellezza delle strutture murarie si mescola a una pro­
fonda suggestione, come accade ogni volta che si
riesca veramente a sentirei partecipi e « contempo­
ranei » di un avvenimento storico, a sentirei << vi­
vere nella storia >>; il che è come sentirsi d'un tratto
non piu soli ed eflimeri, ma profondamente ancorati
nel mondo che gli uomini si sono andati· e si vanno
costruendo. L'ultima parte di queste mura è in matto­
ni non cotti: un rarissimo esempio di conservazione di
una tecnica antica che era abbastanza diffusa, ma
deperibile. Per salvare questa parte, la si è rinchiusa
entro lastre di vetro unite con borchie di bronzo e la
si è protetta con una aerea pensilina di struttura
puramente funzionale. Soluzione indovinatissima, che
non disturba affatto (come non disturba, perché l'ine­
vitabilità la rende accettabile, il fatto che un oggetto
si debba vedere dentro un museo e dentro una ve­
trina, anche se la sua destinazione originaria non era
certo quella). Le mura si distendono nella prossimità
di un ciglio che cade verticalmente sul mare. Affac­
ciandosi all'orlo si scopre, li presso, in ba�so, una
breve insenatura con un luco di lido sabbioso che si
prolunga in un molo in costruzione. Sul lido sab­
bioso appare improvvisa la cucina del diavolo: grossi
pentoloni di alluminio, torrette, tubi enormi, com-

60
pongono una fantasia alla Hieronimus Bosch: è la
raffineria del petrolio che l'ENI estrae dalla piana di
Gela. Dalla parte opposta, dietro al museo, le alte
colonne luminose trasformano, di notte, l'agreste pae­
saggio siciliano in un mondo di favola, dove si com­
battono tra loro i piu potenti mostri della civiltà
contemporanea.
Ad Agrigento la visione dei templi dalla pietra cor­
rosa e colore del miele torna ogni volta ad essere
amareggiata dalla « strada turistica >>, piaga ormai
vecchia, ma sempre dolente, che ha tolto il tempio
della Concordia al suo ambiente naturale per porlo
sull'asse di una a·rteria asfaltata, degradandolo cos! al
.ruolo dei falsi templi greci dei quali gli architetti
dell'Ottocento hanno popolato le città quando han­
no costruito musei, chiese, borse merci e stazioni
ferroviarie. Ci vuole un po' di tempo perché, avvi­
cinatisi al tempio, esso riprenda il sopravvento, ri­
trovi il suo valore. I nuovi scavi del quartiere ur­
bano di età ellenistica consolano il visitatore, senza
scancellare il rancore verso chi costru! quella strada.
E il rancore ha un'eco verso chi, recentemente, ha
distrutto,. con un'altra << strada turistica >> il paesag­
gio della necropoli di Pantalica 3 •
L'esempio piu grave di iniziativa sbagliata è però
offerto ora dalla ricostruzione del tempio E di Se­
linunte. Si è speso assai oltre i cento milioni; si sono
fatti, da parte della direzione dei lavori, miracoli di
ingegnosità tecnica, che s9lo un'intelligente passione
3 Non era ancora scoppia to lo scandalo del « sacco di Agri­
gento », che si palesa a partire dal rifiuto di osservare i vin­
coli proposti nel piano paesistico territoriale pubblicato il 23
febbraio 1964 (architetti Berardi e Chiurazzi). Or. pp. 150 e
169-70.

61
per il monumento antico poteva dettare; e tutto ciò
per un risultato deplorevole. Deplorevole da vari
punti di vista. Si è alterato un paesaggio ormai clas­
sico, sul quale sono state scritte pagine di alta poe­
sia, un paesaggio che aveva ormai un suo valore
culturale cosf come esso era; e questa distruzione di
un valore culturale (evidentemente non sentito o
ignoto a chi ha voluto il ripristino) avrebbe potuto
essere giustificato, tutt 'al piu, da un preciso inte­
resse scientifico archeologico, in modo che la per­
dita di un valore culturale fosse compensata dalla
acquisizione di un altro. Invece, ricostruendo, come
si è fatto, senza prima aver eseguito il rilievo dei
frammenti pezzo per pezzo, si sono distrutte le pos­
sibilità di accertamento e di studio di quei parti­
colari strutturali dell'architettura antica, che sono an­

cora oggetto di indagine e di discussione, special­


mente per precisare i rapporti complessi e in parte
ancora ignorati tra Grecia e Sicilia. Culturalmente
e archeologicamente, quindi, il risultato è del tutto
negativo. Esteticamente, poi, la purezza suprema di
un tempio dorico arcaico è venuta a trasformarsi in
una cosa informe; le colonne che, in antico certa­
mente davano l'illusione di essere di un sol pezzo,
oggi,. nella corrosione dei singoli racchi che le com­
pongono, dove le parti in restauro si mescolano, ma
non possono fondersi, con l'antico, sembrano for­
mate da enormi polpette poste una sull'altra. Un er­
rore. Turismo rozzo, spettacolare e diseducativo; am­
bizioni personali mal consigliate; queste sono state le
ispiratrici di questa infelice iniziativa, ormai quasi
condotta a termine. Altri due templi giacciono li
presso nel gigantesco e caotico disordine della distru-

62
zione. Bisogna che sia ben chiaro che occorre op­
porsi decisamente a ogni ulteriore smania restaura­
trice - e sembra strano che si debba ancora insi­
stere su concetti che sembravano, proprio in Italia,
esser divenuti da tempo norma per le autorità pre­
poste alla rutela artistica; che ogni restauro, anche
quello architettonico, deve esser puramente di conser­
vazione e non di ripristino. E se, nel campo archeo­
logico, qualche ripristino si può fare, purché sia puro
e semplice raddrizzamento di elementi architettonici
caduti e di sicura collocazione nel posto originario,
dovrebbe esser chiaro che ciò non sia mai fatto senza
un preliminare srudio particolareggiato, accompagna­
to da una ricostruzione grafica, che sia sostenuta da
valide pezze di appoggio e che sia stata collegialmente
discussa in sede competente. Altrimenti si cade negli
errori di Selinunte (o in quelli, non meno disonore­
voli, di Villa Adriana presso Tivoli, o ·nelle fantasie
turistiche del teatro di Sabratha).
Se questo discorso va fatto soprattutto alle autorid.
centrali preposte, a Roma, alle Belle Arti, a quelle
regionali
. a Palermo va fatto presente, oltre a questo,
che il dare somme ingenti allo scavo archeologico, e
allo scavo soltanto, può essere dannoso. Perché uno
scavo è meglio non farlo, se dopo non si hanno i
mezzi per operare il restauro conservativo dei monu­
menti posti in luce e i mezzi per pubblicare in ren­
diconti scientifici i risultati dello scavo stesso, in
modo che possano essere inseriti nella nostra ·cul­
tura. Uno scavo non pubblicato non solo è come
una invenzione il cui segreto segue l'inventore nella
tomba, cioè una invenzione inutile; ma è, peggio, la
pratica distruzione di una documentazione non recu-

63
perabile. Equivale all'incendio di un archivio. Dal
momento che i resti antichi sono posti in luce, essi
cominciano a deperire: occorre dunque legare al­
l'opera di scavo quella del restauro per conservare
il piu possibile, e quella della pubblicazione per fis­
sare quegli elementi di osservazione, quelle conco­
mitanze di oggetti, che non sono conservabili e . che
servono a dare al monumento i suoi certificati di
anagrafe e di cittadinanza.

Questo articolo, specialmente per quanto riguarda la


ricostruzione del tempio E di Selinunte, può ricolle­
garsi con il tema, toccato all'inizio di questo libro,
della inefficienza del Consiglio superiore delle AA .
BB. AA. Infatti esso fu scritto a seguito del sopra­
luogo che la sezione archeologica del Consiglio era
stata incaricata di effettuare per esprimere il proprio
parere sul restauro dei tempio. Tutti i componenti la
sezione erano d'accordo per riconoscere che il re­
stauro effettuato era uno scempio; ma chi la presie­
deva, Amedeo Maiuri, dettò una relazione di appro­
vazione << per riguardo al collega Soprintendente »
che aveva diretto i lavori. E gli altri firmarono. lo
redassi una relazione di minoranza (che · certamente
non sarà rimasta negli atti del Ministero) nella quale
contestavo il restauro fatto, il procedimento avven­
tato e privo di senso di responsabilità scientifica e
il fatto che il Consiglio superiore non fosse stato in­
vitato ad esprimersi prima che il restauro venisse ini­
ziato, ma solo a cose fatte, quando non vi era piu
rimedio. Che i lavori, affidati a una ditta appalta­
trice (in realtà molto efficiente) fossero stati condotti

64
con irresponsabile leggerezza, fu dimostrato qualche
ami.o piu tardi anche dal fatto che notevoli fra=enti
di cornici e di altre parti architettoniche originali
vennero rinvenuti, coperti da poca terra, nei pressi
del tempio dove intanto erano stati sostituiti da) ce­
mento armato t.

Col passare degli anni , siamo cosf giunti a un mo­


mento nel quale anche le autorità di governo si sen­
tirono obbligate a prendere qualche iniziativa per
affrontare i problemi della tutela storica e artistica.
Con legge n. 310 del 26.4.64 fu cosi costituita la
Commissione d'indagine nota col nome del suo p�e­
sidente on. Francesco Franceschini 5•
Questa vasta commissione fu composta di 16 par­
lamentari (9 senatori e 7 deputati) di tutti i partiti 6,
di funzionari ministeriali e di << esperti �. cioè stu-

� L'opinione diffusa fra il pubblieo, che esaltava questo


• restauro • come una gran bella cosa, Si trovò rispecch.iata
anche, in un artieolo di G. Frasca . Polara su « l'Unità » di
domenica 4 aprile 1965, p. 6.
5 L'on. Franceschini presiedette e diresse i lavori di questa
complessa Commissione con molto impegno e eon vera pas­
sione; evidentemente per la Dc l'essersi dedicato a questi
problemi non eostituiva un merito che valesse una eon­
ferma del mandato parlamentare nelle successive elezioni.
6 La Commissione era composta dagli onorevoli Fraoce­
schini, Bisori, Maiet, Luigi Russo, Tessitori, Lucifredi, Sca­
rascia Mugn02Za, Vedovato per la Dc; Granata, Loperfido,
Seroni per il Pcx; Carlo Levi (gruppo misto); Tullia Caret­
toni (sin. indip.); Marangone (Psx); Bergamaseo (Pu); Grilli
(Msx). Sorprende l'assenza di un rappresentante della social­
democrazia, che ha nell'nn. Preti un cosi strenuo apostolo
culturale (quale presidente dell'UIPC, che forse non tutti
conoscono come l'Unione Italiana per il Progresso della
Cultura).

6.5
di�si qualificati. Il mio nome, proposto dal Per per
tale categoria, fu ovviamente ·rifiutato. E fu un bene;
perché io avrei insistito che i rappresentanti del
Per presentassero una relazione di minoranza, e avrei
cos( disturbata questa occasione di mostrarsi accet­
tabili conviventi, atteggiamento politico al quale si
attribuiva evidentemente particolare valore. La Com­
missione Franceschini lavorò bene e rimane un fatto
importante, sotto due punti di vista, quello positivo
e quello negativo. Positivo, perché fu la prima volta
che alle istanze governative fu posta sotto gli occhi
la situazione di sfacelo amministrativo alla quale si
sarebbe giunti e quella di grave pericolo che correvano
i monumenti dell'arte italiana, le città, i musei, le
documen tazioni del passato ancora celate sotto terra
e quelle già poste in luce dagli archeologi, l'assalto
cinicamente condotto contro ogni salvaguardia da
certe forze economiche, lo stato di carenza delle bi­
blioteche e degli archivi, la distruzione dell'ambiente.
Fu da allora che entrò in uso per designare tutti
questi diversi aspetti, la locuzione (( beni culturali »

che intendeva comprenderli tutti. È una locuzione


spiacevole, ma comoda e non starei a perderei at­
torno tanto tempo come fanno i dotti giuristi, per
circoscriverne una definizione esatta. (Le definizioni
troppo esatte sono sempre imbarazzanti, quando si
deve operare ancora sul vivo e si è in fase de iure
condendo. ) Accanto a questo lato positivo, che si
può ritrovare nei tre volumi pubblicati nel 1967 col
titolo Per la salvezza dei Beni Culturali in Italia (Casa
editrice Colombo), vi è il lato negativo 7 • E ciò che

7 Merita di esser ricordato l'articolo di P. F. Listri Cara


è questo (c Fiero Letterario » del 25 aprile
Italia, il Catalogo

66
Io rende grave è che il lato negativo sta proprio nelle
soluzioni proposte. In queste proposte aleggia una
mai esplicitamente espressa tendenza alla privatizza­
zione della tutela e della fruizione dei « Beni Cul­
turali » (da qui in avanti B.C.). Fu proposta la crea­
zione di un Ente o di una Amministrazione Auto­
noma che dovrebbe gestire tutto. senza passare attra­
verso le secche delle norme di contabilità dello Stato.
Queste sono, effettivamente, insopportabili e inappli­
cabili al caso specifico; per poter agire, spesso i so­
printendenti debbono compiere dei veri e propri atti
illeciti (imputando una spesa a un capitolo impro­
prio del bilancio, ecc.), spesso con autorizzazione te­
lefonica da parte della Direzione generale, salvo poi
essere posti sotto accusa dalla Finanza. Ma queste
norme potevano essere modificate. Con l'aggiorna­
mento delle norme contabili si era inoltre sicuri di
avere il consenso corporativo di tutti i soprinten­
denti. La gestione autonoma doveva essere affidata
a qualche importante personaggio e si prevedevano
utili di bilancio. Il principio della libera conoscenza
delle opere d'arte, invocato dal Consiglio d'Europa e
dall'UNEsco, sostenuto (come è ovvio) dalle asso­
ciazioni dei mercanti d'arte, veniva largamente (an­
che se surrettiziamente) accolto. È stato dunque un
bene che i suggerimenti della Commissione France­
schini non siano stati realizzati.
Per realizzarli, o riesaminarli, furono poi con­
vocate due successive commissioni (Papaldo I e

1968, a commento dei volwni della Commissione Franceschini


« dei quali nessuno si � accorto, usciti fra l'indifferenza dei
cittadini, delle autorità e degli uomini di cultura "·

67
Papaldo II): Queste lasciatono cadere (o per lo
meno non rievocarono) la proposta autonomia e pie­
figurarono una strutrura amministrativa quanto mai
verticistica e rigidamente burocratica. Doveva, forse,
già circolate lo spirito del fururo capolavoro del de­
creto sulle « alte dirigenze ». Ma poiché di rutto
questo si parla negli scritti che da qui in avanti si
riproducono, è inutile entrate in particolari. Per
quanto rifiutato come componente della commission�
- per mia e altrui forruna - fui invitato a prepa­
rate una relazione sulla ricerca archeologica e a par­
tecipare a una discussione. La relazione era la se­
guente, inviata in data 27 aprile 1965.

SITUAZIONE E PROSPETIIVE
DELLA RICERCA ARCHEOLOGICA IN ITALIA

La ricerca archeologica, in Italia, come in ogni altro


paese, presenta tre momenti distinti, i quali rutti,
però, concorrono insieme al medesimo scopo, che è
(e in principio non deve essere altro) di conservate
ed esplorate i resti materiali ed artistici della civiltà
del passato ai fini di una documentazione dalla quale
ricavate la ricostruzione integrale della storia: storia
sociale, economica, politica e storia della culrura ar­
tistica. L'unica d.i.fferenza che passa fra l'Italia e ogni
altro paese eW:opeo o extraeuropeo è una d.i.fferenza
di qualità: l'Italia è infatti il paese piu ricco di ogni
altro di materia)i archeologici di culrure varie. Dalla
preistoria all'alto medioevo (che . deve essere incluso
nella ricerca archeologica) la varietà e l'intreccio di
civiltà diverse nella nostra penisola non ha l'uguale

68
in nessun altro luogo, senza contare il fatto fonda­
mentale che essa fu per cinque secoli il centro poli­
tico di un impero della vastità dell'impero romano.
Da questa caratteristica quantitativa deriva, natural­
mente, una particolare difficoltà; ma questa non giu­
stifica, in sostanza, la grave carenza dell'organizza­
zione archeologica italiana. È augurabile che di que­
sta carenza la Commissione parlamentare d'indagine
istituita con la legge 26 aprile 1964 n. JÌO voglia
e sappia rendersi conto, reagendo allà diffusa consue­
tudine che tutto va bene nel migliore dei modi e nel
migliore dei mondi.
I tre momenti distinti dei quali si è fatto cenno,
sono tutti della medesima importànza e vanno quin­
di affrontati tutti, perché basta la carenza di uno di
essi per vanificare anche gli altri. Essi sono:
l. la conservazione dei documenti esistenti;
2. La ricerca di nuove documentazioni attraverso
lo scavo;
3. La pubblicl\Zione, scientificamente condotta,
della documentazione esistente e di quella ottenuta
con la ricerca sul terreno.
Per la soddisfazione di queste tre esigenze, e per
ciascuna di esse, occorre, evidentemente, un corpo
di ricercatori e di studiosi adeguatamente preparati.
Tale preparazione, al livello che il progresso degli
studi in campo internazionale esige, non può essere
lasciata alla iniziativa individuale, tanto piu se si
tiene. presente la situazione economica generale. Si
deve pertanto aggiungere un quarto momento ai tre
già indicati, e anche questo deve essere tenuto pre­
sente nella organizzazione della ricerca archeologica
e considerato di primaria impprtanza, perché è evi-

69
dente che una errata impostazione della preparazione
specifica può portare a conseguenze disastrose per
ciascuno dei momenti della conservazione, della ri­
cerca, della pubblicazione scientifica. Dovremo dun,
que richiamare la particolare attenzione degli orga­
nismi responsabili sul punto:
4. Preparazione scientifica e tecnica. Scuole di
perfezionamento in archeologia.
Si cercherà qui di seguito di indicare nel modo piu
succinto possibile le piu gravi carenze e i rimedi pos­
sibili, non con l'intento di delineare un astratto mo­
dello di perfezione, ma tenendo conto delle reali pos­
sibilità attuali, concretamente raggiungibili purché lo
si voglia e purché i problemi siano affrontati secondo
le loro esigenze e non secondo interessi settoriali .

l. LA conservazione del patrimonio archeologico

Il problema rientra nel quadro generale della conser­


vazione e tutela del patrimonio storico e artistico,
la fondamentale esigenza del quale è l'aumento del
personale, cioè l'ampliamento dei quadri, sia del per­
sonale scientifico che di quello amministrativo e d'or­
dine. Fino a che tutto l'immenso patrimonio artistico
italiano, dalla preistoria alla età contemporanea, sarà
affidato ad un numero di persone specificamente pre­
parate che equivale al personale scientifico di un solo
museo negli altri paesi (escludendo i musei grandis­
simi, quali il British Museum o l'Ermitage, che ne
hanno molto di piu ), è inutile chiedere maggiori
fondi, è inutile accordarli, inutile disporre nuove leggi
di tutela. Perciò il primo punto rimane l'aumento

70
del personale. Da una indagine condotta, si nt1ene
che tale aumento debba superare di assai quello pro­
posto dal disegno di legge presentato nel 1958 dagli
on. Marangone e Macrelli, che portava il personale
direttivo scientifico da 179 a 284 complessivamente
nei tre ruoli: degli archeologi, degli storici d'arte,
degli architetti. Si ritiene che il numero complessivo
dovrebbe raggiungere almeno le 700 unità, delle quali
200 nel ruolo degli archeologi. ·
Senza entrare in dettagli e dis tinzioni, è chiaro che
un tale aumento dei ruoli non possa avvenire se non
gradualmente e che la questione rimanga stretta­
mente connessa, sia al trattamento economico e allo
sviluppo di carriera dei funzionari, sia ai modi della
loro preparazione. Di questa sarà fatta parola al
punto quarto. Circa il trattamento economico e la
carriera, si fa riferimento alle esigenze da tempo
avanzate dalle categorie interessate per un adegua­
mento dei ruoli delle Antichità e Belle Arti ai ruoli
universitari, esigenze che si ritengono pienamente le­
gittime e conformi all'interesse generale di assicurare
ai ruoli personale qualitativamente ottimo.
Si ritiene necessaria all'adeguato adempimento del­
la conservazione una suddivisione dei compiti, oggi
troppo accentrati nella persona del soprintendente;
suddivisione che possa giungere in qualche caso an­
che alla autonomia di taluni complessi · monumentali
o museali di particolare importanza. Per diretta espe­
rienza sappiamo che una tale suddivisione di com­
piti è generalmente poco bene accetta da parte degli
attuali funzionari direttivi. Ma, a parte il superiore
interesse della collettività, è da ritenersi che quando
ai funzionari dell'amministrazione delle BB.AA. "fos-

71
se dato il modo di espletare con pienezza di possi­
bilità, adeguate ai compiti e ai problemi che si pon­
gono, la propria attività direttiva e scientifica, essi
stessi sarebbero porta ti meno di adesso a cercare sod­
disfazione personale nel prestigio nominale o in at­
tività collaterali.
Per fare un esempio (che non ha, si badi, nessun
riferimento personale agli attuali funzionati in sede),
si pensi alla assurdità del fatto che un solo dirigente
debba essere responsabile della conservazione dei mo­
numenti archeologici di una regione come la Cam­
pania, comprendente zone di particolarissima impor­
tanza quali Pompei , Ercolano, Castellammare, Baiae,
Cuma, Pozzuoli, Capua ed avere in piu la responsa­
bilità di un museo, tra i piu ricchi del mondo, che
dovrebbe avere cinque sezioni con a capo uno o due
funzionari scientifici, se volesse adempiere al com­
pito di un grande museo, che non è soltanto quello
di conservare un archivio, ma di renderlo accessibile
agli studiosi mediante pubblicazioni, cataloghi, ser­
vizi fotografici, ecc. L'accennata esigenza di decentra­
mento si è sentita soltanto nel caso di Roma (anche
se .fu effettuata piu per ragioni di opportunità dei
funzionari che per una priorità di esigenza scienti­
fica). Infatti a Roma esistono la soprintendenza del
Foro Romano e Palatino e . la soprintendenza agli
Scavi di Ostia: l'uno e l'altro di questi complessi
non sono certamente piu impegnativi della zona di
Pompei; ma la conseguenza è che Foro Romano, Fa­
latino e Ostia Antica, si trovano in buono ( anche se
non ottimo) stato di conservazione e manutenzione,
mentre Pompei sta distruggendosi e il suo stato di
deperimento costituisce uno dei piu gravi casi di ina-

72
dempienza e di rimprovero verso l'Italia da parte
della scienza archeologica internazionale. Pompei, in­
.
fatti, non può essere soltanto un'attrazione per tu­
risti fre ttolosi in cerca di sensazioni inedite; essa è,
insieme a Ercolano, il massimo d ocumento archeolo­
gico dell'età ellenistico-romana, della vita e dell 'arte
di quell'età, che esista al mondo.
Riassumendo; le esigenze maggiori della conserva­
.
zione si concretano, ci sembra, in questi due punti:
aumento del personale dei ruoli direttivi scientifici,
e dei ruoli amministrativi, tecnici, esecutivi e di cu­
stodia; decentramento direttivo con suddivisione dei
compiti.

2. La ricerca archeologica sul terreno

Questo è il punto piu delicato e piu grave e sul quale


esistono oggi i maggiori malintesi, a mio avviso, an­
che da parte di qualificati archeologi.
Le condizioni estremamente difficili e precarie fat­
te sinora in Italia alla ricerca scientifica (in ogni
campo) in confronto ad altri paesi, unitamente alle
varie pressioni che il ritmo e il carattere della vita
moderna come attualmente si presenta fra noi, han­
no di molto attenuato il gusto alla ricerca disinteres­
sata e la silenziosa dedizione scientifica, spingendo
gli studiosi verso un attivismo che talora di scienti­
fico non ha se non il pretesto, mentre la vera spinta
è data dalla prospettiva di una affermazione della
propria personalità e dalla conquista di posiziocl di
prestigio. (Ciò del resto è naturale, in un paese dove
nulla si raggiunge di concreto, �ul piano ufficiale, se

73
non si ha una postz!One di potere dalla quale isti­
tuire una partita di dare ed avere con altre posizioni
di potere.) Nel caso della ricerca archeologica, è evi­
dente che una scoperta di nuovi documenti (storici
o artistici) richiama assai piu l'attenzione generale
che non l'approfondimento di un problema storico o
critico attraverso una pubblicazione di studi scienti­
fici. Perciò prevale la tendenza a scavare molto, trop­
po. Poi, dopo una sommaria notizia alla stampa, alla
televisione, o in pubblicazioni che travestono da li­
bri semplici articoli di preliminare rapporto, si passa
ad altre ricerche, e Io sfruttamento storico integrale
dei materiali reperiti viene rimandato ad altro mo­
mento. E accade spesso che questo momento non
venga mai. Sicché noi abbiamo i musei e i depositi
pieni di oggetti dei quali non si sa piu la provenieitza
esatta, le concomitanze, i dati anagrafici, insomma, e
che finiscono per diventare inservibili, del tutto inu­
tili, a men·o che non abbiano un valore artistico tale
da poter valere solo per quello.
Per meglio chiarire questa situazione è il caso di
citare la condizione della ricerca archeologica in Etru­
ria. La maggior ·parte delle grandi necropoli etrusche
(Tarquinia, Vulci, Perugia , Volterra, Chiusi) fu sca­
vata verso la metà del secolo scorso senza alcun me­
todo scientifico. Tali scavi, da tutti riconosciuti e
deplorati come una depredazione, hanno riempito i
musei d'Europa di ceramiche greche e di oggetti
etruschi, ma ci hanno fornito una conosceitza ancora
molto imperfetta dello svolgimento dell'arte etrusca
e d�Ila civiltà etrusca, perché gli oggetti, distaccati
dal loro contesto e dalle loro concomitailZe, privi di
dati precisi di scavo, non consentono il loro collega-

74
mento in serie cronologiche se non per· via induttiva
e quindi con continue incertezze e discussioni. Al­
l'inizio del secolo attuale furono eseguite grandi cam­
pagne di scavo a Cerveteri, a Civita Castellana. An­
che di queste purtroppo, e per varie ragioni, non si
è mai avuta una relazione di scavo e una pubblica­
zione scientifica dei materiali, sicché il progresso delle
nostre conoscenze storiche e artistiche è assai infe­
riore a quello che avrebbe dovuto risultare dalla
massa dei materiali posti in luce. Oggi, in modo del
tutto assurdo, si continua a ripetere lo stesso errore
di ammassare materiale senza che esso abbia una
adeguata pubblicazione scientifica; anzi, in molti casi,
la situazione è tale che esclude la possibilità di qual­
siasi pubblicazione scientifica anche in futuro, per­
ché parte degli oggetti vengono ·dispersi, dato che
parte delle ricerche sono affidate a imprese private,
le quali esercitano legalmente il diritto della sparti­
zione in natura degli oggetti avviandoli alla disper­
sione. L'unico modo di datare oggetti e opere d'arte
etrusca è la loro concomitanza con oggetti di cera­
mica greca. Ma se tale concomitanza viene distrutta
con la dispersione degli oggetti e la mancanza di
precise relazioni di scavo, un elemento importante
della ricerca viene annullato. Oggi si grida spesso
contro il danno prodotto dagli scavatori clandestini;
ma sembra che l'unico rimedio che si sappia trovare
contro il danno che questi producono, sia quello di
organizzare piu rapidamente e piu tecnicamente un
analogo depredamento, quasi che l'importante fosse
di mettere in luce il maggior numero di oggetti e
non quello di condurre lo scavo con precise finalità,
per risolvere determinati problemi storici.

75
Non mancano, naturalmente, anche scavi condotti
bene 8 ; ma, se si guarda alla reale importanza culturale
di essi, si vedrà che si tratta, in genere, di scavi di
limitata ampiezza. Non è la quantità delle ricerche,
che importa, ma la loro qualità. E deve essere se­
gnalato come esempio di senso di responsabilità e di
equilibrio, oltre che di coscienza scientifica, il caso
di un soprintendente alle antichità che per il corrente
esercizio finanziario non ha chiesto alcun fondo per
gli scavi, intendendo dedicarsi allo studio e all'or­
dinamento dei materiali già scoperti. (Senza dubbio, i
giornali e la televisione non parleranno di questo
soprintendente; non solo, ma c'è anche il rischio che
egli riceva dall'amminis trazione centrale una nota di
qualifica meno favorevole, perché avrà dimostrato mi­
nore attività.) Tutto questo è detto per far com­
prendere due cose: a) che è inutile, anzi dannoso,
accrescere i mezzi per la ricerca sul terreno, se non
vi è la possibilità di assicurare la sollecita pubblica­
zione scientifica (difetto verifica tosi, per esempio, co­
stantemente con i mezzi posti a disposizione dalla
Cassa del Mezzogiorno o dalla Regione siciliana); e
che quindi sono da frenare, piuttosto che da favo­
rire, gli attivismi in questa direzione; b) che anche
mezzi limitati possono raggiungere buoni risultati
purché la ricerca di scavo venga predisposta in modo
organico con piani regionali e nazionali, ponendo fine
al caotico disordine e· al casuale modo di procedere
attuale. Per questo fine potrebbe esercitare una azione

8 Dal 1965, data della relazione, a oggi, alrune cose sono


cambiate in meglio in questo campo e taluni scavi importanti
e ben condotti sono stati anche adeguatamente pubblicati
(come quelli eli Veio, Ostia, Pyrgi, Gravisca, Sibari).

76
assai benefica il CNR, dal quale potrebbe partire una
oculata vi�ione d'insieme dei problemi scientifici che
occorre risolvere e della loro gradazione nel tempo.
Ma avviene tutto il contrario. Nell'archeologia ita­
liana vi sono problemi della preistoria e protostoria;
problemi della colonizzazione greca; problemi delle
culture « italiche >> e della cultura etrusca; problemi
della topografia e dell'amministrazione romana; del­
l'arte romana di età repubblicana e imperiale; e que­
sti a loro volta si congiungono con i problemi del­
l'archeologia cristiana e protobizantina e poi alto
medievale : se ciascuna di queste sette-otto sezioni
formulassero un proprio piano di ricerche volte a
chiarire i punti salienti o ancora piu controversi, e
poi l'attuazione di tali piani venisse suddivisa o:el
tempo in base ai mezzi finanziari e scientifici esistenti,
si avrebbe finalmente una ricerca archeologica seria
e veramente fruttuosa. (Da qualche parte ci si pro­
pone, invece, di scavare rapidamente tutto il suolo
archeologico italiano, il che significherebbe distrug­
gere completamente ogni futura possibilità di con­
trollo della ricerca storica, dandoci in cambio grandi
magazzini stivati di �ggetti inutili. Tali assurdi pro­
getti non farebbero, in definitiva, che incrementare il
commercio antiquario e sono, per il momento, sol­
tanto la manifestazione estrema di una mentalità pra­
ticistica e anticulturale, che scambia l'ammasso di
numerosi reperti con la ricerca archeologica, la quale
deve invece avere come fine soltanto il chiarimento
di problemi storici o, quanto meno, la accurata ra­
colta di dati che possano servire a tale fine 9.)

9 Inoltre, per quanto si riconosca giusta l'esigenza che la


scienza italiana partecipi alla esplorazione dei Paesi del vicino

77
3. La pubblicazione delle scoperte e dei monumenti

Questo punto esce alquanto dai problemi dei quali


deve occuparsi la Commissione parlamentare. La sua
organizzazione spetta agli istituti scientifici, univer­
sitari e nazionali, che non rientrano nei temi della
inchiesta presente. Tuttavia si reputa di fondamen­
tale importanza che il problema della pubblicazione
scientifica dei monumenti esistenti e dei reperti della
ricerca archeologica sia presente come necessità, ad­
dirittura come finalità estrema, a chi deve fare pro­
poste per la riorganizzazione dell'archeologia italiana.
Si è già accennato a scavi che rimangono inediti e
perdono con ciò ogni valore. Si potrebbe menzionare
il fatto, non certo di valore positivo per l'archeolo­
gia italiana, che, per esempio, dei principali monu­
menti di Roma stessa, i pochi che hanno ricevuto
adeguata pubblicazione (l'Arco di Costantino, la Co­
lonna Traiana, prossimamente l'Arco di Settimio Se­
vero al Foro, i templi del Foro Olitorio) debbono la
loro edizione critica a srudiosi stranieri.
In questo campo si tratta, oltre che di mancanza
di organizzazione (ma a questo non sarebbe difficile
ovviare) veramente di mancanza di mezzi finanziari
adeguati. Non occorre creare istiruti nuovi; quelli

e medio Oriente, verso i rui problemi storici si è oggi trasfç­


rito il maggior interesse degli studi archeologici, sembra tut­
tavia abbastanza .assurda (e ispirata a fini puramente stru­
mentali) la tendenza di taluni organismi ulliciali a sostenere
con ampiezza che appare eccessiva, le ricerche sulle origini
delle civiltà" orientali, quando eosl gravi problemi scientifici
e urgenti interventi di ricerca e di tutela attendono, in Italia
stessa, un adeguato impegno di mezzi e di uomini (cfr.
p. 284).

78
esistenti sarebbero perfettamente adeguati, ove po­
tessero disporre di mezzi su.flicienti a garantire una
regolare serie di pubblicazioni.

4. Preparazione dei funzionari e degli studiosi

Anche per questo argomento· sono valide le conside­


razioni fatte per le necessità della ricerca e della con­
servazione ed anche per questo argomento non va
perduta di vista la finalità cui deve servire la conser­
vazione del patrimonio archeologico, che è essenzial­
mente una finalità culturale, di ricerca storica, anche
se da un punto di vista praticistico ed economico va
senza dubbio tenuta in conto la finalità turistica,
importante in un paese come !'I tali a che trae dal
turismo una delle sue maggiori risorse (e anche per­
ciò la tutela monumentale e paesistica non deve piu
oltre subire gli affronti che ha subito in questi ul­
timi anni, dovuti al prevalere di interessi privati e
speculativi, ma anche, sovente, ad un male inteso e
pretestuoso sviluppo turistico). Comunque, nella pre­
parazione delle giovani leve occorre tener presente,
innanzi a tutto, la possibilità di dare ad esse un so­
lido fondamento di cognizioni storiche e filologiche,
senza le quali le cognizioni tecniche a poco altro ser­
vono, se non ad espletare il già deprecato attivismo.
La ricerca archeologica vale in quanto parte da pre­
supposti che impostino in modo chiaro e fondato un

problema storico che valga a orientare ·e a dirigere la


ricerca stessa e a stabilirne le scelte. Il lato piu stret­
tamente tecnico dello scavo stratigrafico, della rac­
colta dei reperti, della loro inventarizzazione, della

79
loro conservazione e dell'eventuale restauro, forma
un corredo di cognizioni pratiche facilmente acqui­
sibili anche da chi non abbia una preparazione storico­
scientifica; ma soltanto chi abbia tale preparazione
può guidare il lavoro dei tecnici a risultati validi.
Perciò anche lo studioso di formazione storica deve
avere cognizioni tecniche; ma queste non possono,
e non debbono prevalere sulle prime.
Da queste considerazioni (del resto ovvie) deriva
la persuasione che le scuole di perfezionamento di
archeologia debbano funzionare nell'ambito delle uni­
versità e con carattere universitario. Sono assoluta­
mente da respingere come esiziali alla serietà della
preparazione scientifica necessaria, i progetti che con­
siderino le scuole di perfezionamento soltanto come
scuole di addestramento per futuri funzionari delle
soprintendenze. I giovani che si dedicano alla car­
riera archeologica debbono ricevere innanzitutto una
seria e rigorosa preparazione filologica, storica e me­
todologica. Potranno, collateralmente, seguire corsi
pratici, di scavo, di restauro, ecc. coloro che inten­
dono seguire la carriera degli uflici di soprinten­
denza, mentre altri seguiranno la via della pura ri­
cerca scientifico-storica nell'ambito universitario. Ma,
per tutti, base insostituibile è la formazione di un
corredo di cognizioni e, soprattutto, di una menta­
lità scientifica e critica, che non si acquisisce se non
esercitandosi sotto la guida diretta di un docente
universitario, al quale tali cognizioni e tale menta­
lità non dovrebbero mai mancare. (Conduce a porre
qui un condizionale la constatazione che circolano
progetti, avvallati anche da parte di docenti univer­
sitari, che pongono l'accento principale sulla prepà.-

80
razione tecnica e pratlclstlca e disconoscono l'essen­
ziale valore formativo della ricerca condotta in
équipe tra docenti ed allievi nei cosiddetti « semi­
nari ». Si deve infatti constatare, purtroppo, che nel
nostro campo di studi il « seminario >> è stato sem­
pre troppo poco coltivato, spesso addirittura frain­
teso nel modo di esercitarlo, o trovato fastidioso per
l 'impegno che esso richiede al docente e per il con­
fronto al quale il docente si trova esposto con le
generazioni piu giovani, spesso [ per fortuna! ] , poco
rispettose delle idee acquisite e del principio di auto­
rità sul quale si fonda ancora troppa parte del nostro
insegnamento universitario.)
Nelle singole università possono aver luogo « corsi
di perfezionamento » annuali; ma tutti sanno che tali
corsi hanno in genere valore soprattutto formale e
amministrativo. La Scuola nazionale di Archeolo­
gia deve essere unica e articolata su due istituti -in­
dispensabili che si integrano tra loro: la Scuola di
Roma e la Scuola di Atene. Il corso di perfe­
zionamento, triennale, dovrebbe svolgersi per due
anni a Roma e per un anno a Atene obbligatoria­
mente per tutti gli allievi . Oggi la scuola archeolo­
gica è, per la iscrizione ai suoi corsi e la partecipa­
zione ad essa, essenzialmente un fatto amministra­
tivo; dovrebbe invece esservi una selezione · (esame
di ammissione) ed un numero fisso massimo di iscrit­
ti, i quali dovrebbero tutti godere di una borsa di
studio sufficiente a poter assicurare la frequenza alla
scuola senza doversi distrarre dallo studio per tro­
vare altri mezzi di sussistenza. Oggi la scuola archeo­
logica è essenzialmente articolata su esami, alla cui
preparazione provvede l'allievo con ben poca assi-

81
stenza da parte del docente. Oçcorre annullare la
differenza oggi esistente fra gli allievi della scuola
archeologica italiana di Roma e gli allievi delle scuo­
le archeologiche straniere che a Roma hannò sede
e fanno di questa città il maggior centro mondiale di
studi archeologici. (Hanno infatti loro istituti di per­
fezionamento in archeologia, a Roma, la Germania,
la Francia, l'Inghilterra, la Svezia, la Norvegia, la
Olanda, il Belgio, gli Stati Uniti d'America, la Spa­
gna, oltre agli istituti piu genericamente, storici
della Danimarca, Finlandia, Austria e Svizzera.)
La differenza consiste nel fatto che gli allievi delle
scuole straniere sono tutti borsisti, abitano nelle ri­
spettive scuole e sono seguiti da docenti che non
hanno altro compito al di fuori del funzionamento
degli istituti stessi. Se, come sarebbe ovvio, anche i
giovani italiani dovessero avere uguale trattamento
e uguali possibilità di studio, si porrebbe, come pri­
ma e fondamentale esigenza, che il direttore della
scuola archeologica di perfezionamento dovrebbe es­
sere un docente universitario temporaneamente di­
staccato dalla sua cattedra d'insegnamento a ricoprire
questo ufficio e a svolgere questo compito (per un
triennio o un quinquennio), mentre insegnanti uni­
versitari di varie università, e anche stranieri, do­
vrebbero essere chiamati a svolgere seminari di ri­
cerca su argomenti di loro specifica competenza. Que­
sta esigenza comporta che la scuola archeologica ita­
liana abbia una sua sede ( con alloggio per il suo di­
rettore e foresteria per i docenti temporanei e per
gli allievi), come hanno, infatti, gli istituti stranieri
consimilari esistenti a Roma: e non si vede perché,
nella spesso conclamata importanza di questi studi per

82
il nostro paese, una tale richiesta debba apparire ec­
cessiva o assurda (come apparve quando dallo scri­
vente fu posta, già vent'anni or sono, alle autorità
responsabili e, purtroppo vanamente, anche a colle­
ghi).

5. Il Consiglio superiore delle AA. e BB.AA.

Lo scrivente ritiene che nella auspicata riforma della


amministrazione delle Antichità e Belle Arti una at­
tenzione particolarissima la. Co=issione parlamen­
tare debba dedicare a due problemi di fondo, che qui
non vengono trattati perché non specifici all11 ricerca
archeologica, ma solamente enunciati: il primo è la
riforma del Consiglio superiore delle Antichità e
Belle Arti, che esige un ampliamento della sua costi­
tuzione per accogliervi anche rappresentanti del CNR
e degli enti am.ministrativi regionali; ma che deve
divenire, soprattutto, da organismo meramente con­
sultivo a disposizione delle autorità ministeriali, or­
ganismo di consultazione obbligatoria e vincolante; il .
secondo è la esigenza di studiare varie forme che
rendano possibile la partecipazione diretta alla tu tela
del patrimonio artistico e storico anche degli organi
amministrativi locali. Lo scrivente si è in passato di­
chiarato contrario al passaggio della conservazione e
della ricerca in questo campo agli organismi regio­
nali previsti, ritenendo che un tale passaggio sarebbe
denso di gravissimi pericoli. Ma ritiene che gli orga­
nismi locali possano e debbano esser chiamati a col­
laborare con gli uffici responsabili della tutela mo­
numentale e paesaggistica rimasti alle dipendenze del-

83
l'amministrazione centrale dello Stato, retti da fun­
zionari appartenenti ad un corpo preparato e selezio­
nato dagli organismi statali, respingendo ogni alletta­
mento che possa indurre ad a.llidare questa importan­
tissima funzione culturale ad enti o altri organismi
non sottoposti al controllo e alla responsabilità sta­
tale, e piu facilmente influenzabili, altrimenti, da in­
teressi settoriali o addirittura personali.
Lo scrivente ritiene di aver succintamente toccato
tutti i punti piu importanti inerenti al grave pro­
blema di un risanamento degli organismi responsa­
bili della conservazione e della ricerca nel campo del
patrimonio archeologico e storico nazionale. In tale
esposizione ha ritenuto di dover essere breve e sche­
matico per quanto possibile, e da ciò può esser deri­
vata qualche affermazione che forse apparirà a talWlo
eccessiva e troppo cruda o troppo pessimistica. Lo
scrivente è consapevole di ciò, ma può affermare che
ognuno degli accenni fatti a carenze o impostazioni
che egli ritiene per sua esperienza e convinzione me­
ditata, inadeguate o pregiudizievoli, potrebbero essere
puntualizza ti con fatti documentabili e individuabili,
la cui ravvicinata presa di conoscenza non potrebbe
che accrescerne il peso negativo. Egli spera che di
questa sommaria ed improvvisata relazione si voglia
prender conoscenza. Essa proviene da chi, ritiratosi
definitivamente nell'ambito dei propri studi e delle
proprie ricerche, ha rifiutato deliberatamente ogni
« posizione di forza », e quindi non ha situazioni
personali da difendere o da far prevalere, ma ancora
sente in modo vivo e segue da vicino l'ansia di rin­
novamento che anima i miglior.i rappresentanti delle
giovani generazioni, alle quali egli augura di poter

84
operare nel campo degli studi storico-archeologici e
nel campo della tutela del nostro ineguagliabile pa­
trimonio artistico, in condizioni migliori, piu aperte,
piu efficienti (e meno provinciali) di quanto fu pos­
sibile alle generazioni precedenti.

Conviene dire qualche cosa di piu, oltre a quanto


accennato in questa relazione e in quella che si può
leggere piu avanti, presentata ai Lincei, sulle scuole
di perfezionamento, argomento che sfugge alla infor­
mazione di coloro che non sono professionalmente
interessati ad .esse.
Ciascuno degli istituti stranieri esistenti in Roma
e indicati nella relazione ha una s�de, talora son­
tuosa, il piu spesso situata in una zona verde e non
rumorosa ( come Valle Giulia). Essi ospitano gli stu­
diosi di passaggio e i giovani ai quali è stata con­
cessa una borsa di studio sufficiente per vivere, sia
pure modestamente, a Roma per almeno un anno,
spesso per due o tre. Ai borsisti viene impartito un
insegnamento con « seminari » e con visite ai monu­
menti e ai musei di Roma, di Ostia, di Pompei, della
Sicilia, ecc. e spesso con partecipazione a scavi ar­
cheologici in base a concessioni del ministero italiano
e del Consiglio superiore (uno dei pochissimi casi nei
quali il parere del Consiglio è obbligatoriamente ri­
chiesto) e sotto la sorveglianza (piu o meno effettiva­
mente esercitata) della soprintendenza territorialmente
competente.
L'insieme di questi istituti ( tra i quali primeggiano
per importanza l'Istituto Germanico, fondato sin dal
1829, con biblioteca e fototeca ricchissime, l'École

85
Française, l'Accademia Americana e l'Accademia Bri­
tannica) contribuisce a far si che Roma sia il centro
mondiale per gli studiosi di archeologia classica.
Fra tutti questi istituti manca la presenza di un
consimile istituto italiano.
Questa è la realtà. Ma sulla carta, per la burocra­
zia ministeriale, un Istituto nazionale di Archeologia
e Storia dell'arte esiste.
Fondato nel 1922 per iniziativa di Corrado Ricci,
mediocre studioso, ma intelligente, energico e pro­
duttivo organizzatore, al quale si deve un primo as­
setto della amministrazione AA. e BB.AA. (fu diret­
tore generale dal 190 6 al 1919) sulla via indicata
dalla legge del 20 giugno 1 909 n. 364 10 (contrastata,
anche allora, dagli antiquari e dalla speculazione)
esso prevedeva un presidente, un vice presidente e
un consiglio formato da dieci membri, tutti di no­
mina governativa, mentre tutti i professori di archeo­
logia e di storia dell'arte delle universid. italiane
erano membri dell'Istituto 11• Prima cura di Corrado
Ricci fu di organizzare con larghi e oculati acquisti
di biblioteche private una biblioteca specializzata che
abbracciasse l'archeologia e la storia dell'arte fino al­
l'età contempòranea. Fu data vita a una rivista e a se-
·
10 Si veda Michele Cantucci, Le cose d'interesse artistico

e storico nella giurisprudenza e nella dottrina, Jovene, Napoli


1968 (oon il testo, il regolamento delle leggi e le decisioni dd
Consiglio di Stare).
11 L'Istituto fu regolato dalla legge 15-1-1922 n. 10 e dal

R. d=eto 10.1 1-1924, n. 2359 che dette i m=i pa realiz­


zase la biblioteca. Lo statuto, formulato ool R. decreto
24-5-1926 n. 1 113 fu modi.6cato da quello dd 5-S-1929 n. 1841
nel senso di una maggiore dipendenza di tutti gli organi
disettivi dal centro governativo (che è la tendenza borbo­
nica tutrora affiorante in ogni progetto di riforma).

86
rie di pubblicazioni di « Monumenti ». E fu all 'inizio
un'ottima biblioteca, che venne sistemata nel Palazzo
Venezia che, restitu tito dall'Austria all'Italia dopo il
1918, fu attrezzato, nei piani superiori, a importante
museo d'arte e di artigian�to artistico, soprattutto
medioevale. Scomparso Corrado Ricci nel 1 934, tolta
la biblioteca dalla diretta giurisdizione dell'Istituto
e inserita nel ruolo delle biblioteche nazionali, essa
ebbe subito a soffrire nel carattere specialistico che
doveva avere. Poi l'Uomo della Provvidenza, che
si era vantato di non aver mai messo piede in un mu­
seo, andò ad abitare a Palazzo Venezia. Perché l'amo­
re del popolo non lo soffocasse, furono chiusi i lo­
cali pubblici, che davano sulla piazza e fu dato lo
sfratto alla biblioteca. Purtroppo prevalse anche in
questo caso, dopo la guerra, la tendenza a tornare al
pre-fascismo, anziché quella di proporre nuove e mi­
gliori soluzioni, e la biblioteca di archeologia e storia
dell'arte fu riportata a Palazzo Venezia, dove la man­
canza di spazio e la limitatezza dei fondi a disposi­
zione per gli acquisti l'hanno resa ormai quasi inu­
tilizzabile.
Durante il mio triennio di funzionario ministe­
riale, ero riuscito a far cedere alla P.l. il Palazzo
Vidoni in Corso Vittorio Emanuele con l'intento di
situarvi la biblioteca e l'Istituto; ma il ministro vi
insediò subito una · sua particolare Commissione. An­
che un tentativo di sistemare l'Istituto nel Palazzetto
Venezia, visto che la biblioteca ritornava nel Palazzo,
non riusd, a profitto di altre istituzioni. Un progetto
di nuovo statuto, che fu allora proposto, fece tanta
paura ai venerati colleghi romani, collegati con la
burocrazia, che esso non è stato ancora né approvato

87
né modificato e che l'Istituto è ancora, a 28 anni
dalla fine della guerra, retto da un commissario no­
minato dal ministero, sicché non si è mai ricosti­
tuita né la Presidenza né il Consiglio .
Il mio progetto di riforma non si fermava certo
alla parte logistica. Esso prevedeva un Istituto . retto
da un consiglio eletto da tu tti i docenti e soprin­
tendenti, che avesse due compiti essenziali:
l. pianificare la ricerca archeologica secondo cri­
teri e necessità scientifiche e dirigere al contempo
le grandi pubblicazioni;
2. costituire il centro dal quale avrebbero do­
vuto dipendere la Scuola nazionale di Archeologia
(a Roma) e la Scuola Italiana di Atene, aperte alla
partecipazione anche di altri docenti oltre a quelli
della facoltà di Roma e al direttore di Atene.
La Scuola nazionale è ancora oggi una scuola di
perfezionamento della facoltà · di Lettere dell'univer­
sità di Roma, praticamente un mero fatto ammini­
strativo per il cui accesso basta aver pagato una tas­
sa; i docenti delle varie materie archeologiche sono
tenuti a fare otto lezioni ( ché tante ne vengono com­
pensate a parte) per il << perfezionamento »; lezioni
che, praticamente, non differiscono da quelle che ve­
nivano tenute nel corso annuale. Alla fine della scuo­
la è prevista l'elaborazione di un lavoro in base al
'quale si ottiene un diploma. Ma quasi nessuno degli
iscritti si cura di ottenerlo. Quando io frequentai
l'università di Roma ( 1920-1923) il livello dell'inse­
gnamento archeologico era forse particolarmente in­
soddisfacente e la Scuola nazionale di perfeziona­
mento mi apparve del tutto inutile. Ma quando,
trentaquattro anni dopo, io fui docente a Roma e

88
in · turno per assumerne la direzione triennale,
trovai la Scuola allo stesso livello e rifiutai di
dirigere quella scuola, avendo i colleghi respinto ogni
proposta di discutere con loro un nuovo statuto, che
prevedesse una selezione per l'ammissione e di con­
seguenza borse di studio per tutti gli allievi am­
messi e un impegno per corsi speciali, soprattutto
in forma di _seminario.

Il 1957 fu l'anno del mio trasferimento alla catte­


dra di Roma, avvenuto nonostante il voto contrario
di tutti i colleghi del gruppo archeologico che avevo
già prima turbati con il modo diverso di affrontare la
storia dell'arte antica 12 e poi soprattutto scandaliz­
zati e intimoriti con la mia adesione al Partito comu­
nista italiano. Nel 1957 la Scuola nazionale · dispo­
neva di una sola borsa di studio di complessive
L. 70.000 all'anno, per due anni, conferita in base
a esami scritti e orali dinanzi a una commissione di
cinque professori. Da allora, dispone di due borse
di 300.000 o di una di 600.000 all'anno per due
anni, residuo di un maggiore impegno che ero riuscito
a strappare per accrescere successivamente il numero
e l'entità delle borse, impegno che non fu mante­
nuto dal Ministero non per scarsità di bilancio, ma
per la opposizione di taluni docenti della Scuola.
Questi preferiscono, evidentemente, eh� il giovane non
abbia l'autonomia che gli darebbe una concreta borsa
di studio e dipenda, invece, unicamente da essi per
quegli aiuti economici e quei privilegi che un cat-
12 Storici/il dell'arte cianica, 1943 (Il ediz. ampliata, 1950;
III ediz., De Donato, Bari 1973 ).

89
tèdratico feudatario può attenergli per altre vie.
La Scuola di Atene, invece, funziona, con un nu­
mero limitatissimo di allievi, tutti borsisti, con corsi
di insegnamento, visita della Grecia, partecipazione
a scavi (tra i quali sono stati di importanza interna­
zionale quelli di Festos a Creta e quelli di Lemnos).
Ma al direttore della Scuola, nominato di concerto
dal ministero della P .I. e dal ministero degli Esteri,
non è previsto alcun avvicendamento, sicché viene a
costituirsi, anche in questo caso, un feudo chiuso,
privo di qualsiasi cont� ollo scientifico, privo di con­
tatto con gli altri studiosi che lavorano in Italia e
ai quali sarebbe tanto utile un periodico contatto
con i monumenti della Grecia.
Evidentemente, nell'archeologia italiana serpeggia il
complesso del << matador ». Esso è forse inevitabile
e anche necessario, dato il cattivo funzionamento del­
l'apparato statale, ma è inerente alla profonda man­
canza di senso democratico che caratterizza la bor­
ghesia italiana. I colleghi dovettero temere, quando
avanzai le proposte di riforma dell'Istituto nazio­
nale, che io volessi assumere a mia volta il ruolo
del matador di turno - mentre io già preparavo il
mio ritiro nella modesta cattedra di Cagliari, con una
decisione che non ho mai rimpianto. Fare il matador
.
comporta il sacrificio dei propri inter� ssi di lavoro
scientifico a profitto del potere. Per conto mio potrei
dire, con Vittorio Alfieri, che << l'obbedir pesa e il
comandar ripugna ». L'unica cosa che mi sta vera­
mente a cuore è di conservare intatta la mia libertà
interiore. E questa si salva solo sfuggendo a qual­
siasi ambizione di potere. E in queste pagine, vi è
senza dubbio, troppo di personale. Me ne scuso. Ma

90
il problema di un Istituto nazionale per l'Archeolo­
gia e Storia dell'arte sussiste tuttora, come sussiste il
problema delle scuole di perfezionamento. (Si veda
anche Appendice Il.)

Intanto il tempo passava e ai lavori delle Commis­


sioni ministeriali non seguiva nessuna proposta legi­
slativa nonostante che il governo fosse stato vinco­
lato da una delega parlamentare a emanare provve­
dimenti di riforma entro sei mesi dalla conclusione
dei lavori della Commissione Franceschini. I governi
democristiani hanno imparàto dall a storia della San­
ta Sede apostolica il potere del rinvio. Quando non
si può ottenere subito ciò che si vuole e discutere
le opinioni altrui può essere pericoloso, si rinvia.
Il cielo aiuterà - e intanto il sottogoverno prospera
e mette radici sempre piu profonde.
In alcuni incontri all'Accademia dei Lincei, Ro­
berto Longhi ed io parlammo dei pericoli che po­
tevano nascondersi in questi indugi, e finimmo per
auspicare la convocazione di un convegno tra . soci
lincei su questi problemi. Naturalmente dovemmo
associare al progetto anche il collega Mario Salmi,
che era vice-presidente del Consiglio superiore. Vo­
lemmo che il convegno fosse limitato ai soci del­
l'Accademia per evitare burocrati e politici; un con­
vegno non solo di tecnici della storia dell'arte e
della archeologia, ma anche di storici, di giuristi, di
naturalisti e geologi per le questioni ecologiche 13•

13
l Lincei avevano già tenuto nel 1964 un convegno
su La protezione della natura e del paesaggio ( « Problemi at­
tuali », n. 70, Roma 1964 ).

91
Questa limitazione trovò qualche resistenza; ma fu
poi accolta dall'ufficio di presidenza; però il conve­
gno si dovette rimandare dal 1968 al marzo del 1969.
Il presidente dell'Accademia (prof. Beniamino Se­
gre) ne dette in anticipo notizia nella relazione finale
dell'anno accademico, che si svolge nel giugno alla
presenza del Presidente della Repubblica, di rappre­
sentanti del Governo e del corpo diplomatico. Con
sua sorpresa ricevette di li a poco una lettera di se­
vero rimprovero dal ministro della Pubblica Istru­
zione (on. Gui), che non gradiva che l'Accademia
nazionale intervenisse in queste faccende. « Ragaz­
zini, !asciateci lavorare! ». In paesi meno strani di
quello che non sia l'Italia ufficiale, probabilmente sa­
rebbe stato affidato all'Accademia il compito di rac­
cogliere dati e proposte. Ma nonostante ·questa repri­
menda (della quale il prof. Segre dette esplicita e
sorprendente notizia all'apertura del convegno: vedi
Atti, << Problemi attuali », n. 146, Roma 1970, p. 8 )
i l convegno ebbe luogo. L'on. Gui era intanto pas­
sato dall'Istruzione alle Forze Armate ed app ariva
improbabile che spedisse una compagnia di baschi
neri a occupare i locali dell'Accademia.

PROBLEMI DELLA TUTELA DEL PATRIMONIO


ARTISTICO, STORICO, BIBLIOGRAFICO E PAESISTICO 14

Il mio tema è, nel quadro degli « Strumenti e aspetti


tecnici della tutela del patrimonio storico e cultu-

14 Relazione al Convegno linceo (Roma, 6-7 mano 1969).


Dagli Alti del convegno, Roma 1970.

92
rale >>,- considerare i particolari aspetti relativi al pa­
trimonio archeologico. Intendo rinunziare del tutto a
ogni enunciazione teorica, anche se ufficio delle ac­
cademie è, di solito, prospettare principi e contri­
buire alla sistemazione teorica dei problemi. Ma, al
livello al quale è ormai giunta e, possiamo dini,
maturata, nel nostro paese, la discussione e, soprat­
tutto, l 'urgenza di avviare a soluzione le questioni
inerenti .alla tutela del patrimonio storico, mi sembra
piu necessario cercare di fare il punto sulle effettive
possibilità· che esistono di arrivare a concrete propo­
ste per una tutela piu. efficace di quella attualmente
in atto.
Mi impongo, anche, di rinunziare quasi totalmente
ad esporre idee personali e ad avanzare ,nuove propo­
ste; di « idee geniali » ne abbiamo anche troppe.
Importa, invece, concentrare la nostra attenzione sul­
le proposte che hanno già trovato largo consenso e
insistere sulla loro · attuazione e al tempo stesso chie­
dere appoggio nel respingere i pericoli che hanno al­
larmato molti di noi. Unico contributo positivo che
si possa dare in questo momento è, a me pare, par­
tire dall'esame delle proposte che sono ufficialmente
dinanzi agli organi governativi che dovranno elabo­
rarle e approvarle, ed esprimere su queste la nostra
franca e disinteressata opinione. Una opinione che
non potrà discostarsi dalla norma di ritenere come
superiori e preminenti, su ogni altro, gli interessi
della scienza, della cultura e della collettività na­
zionale.
La Commissione d'indagine per la tutela e la
valorizzazione del patrimonio storico, archeologico,
artistico e del paesaggio, istituita con legge 24 apd-

93
le 1964 n. 3 1 0 (indicata in questo contesto come
Commissione d'indagine), presentò, come è noto,
le sue conclusioni nel · marzo 1966. Dal 1967 sono
disponibili i tre volumi Per la salvezza dei beni cul­
turali in· Italia, che raccolgono non solo le proposte
della Commissione d'indagine, ma un vasto mate­
riale documentario. Emerge da tale raccolta anche il
numero ingente di << voti >> e di « appelli >> emessi da
convegni promossi da istituti e da associazioni nazio­
nali e di categoria , da centri e gruppi di studio, non­
ché dalla Comunità Europea e dall 'UNEsco. Sembra
vano, pertanto, ripetere cose già dette o aggiungere
agli altri un nuovo generico « appello >>. Se il nostro
convegno accademico - e io mi onoro di esserne
stato uno dei promotori e assertori - deve avere un
significato, esso deve differenziarsi dagli altri prece­
denti; e può differenziarsene.
Innanzitutto, è questo un luogo nel quale sono
riunite ad alto livello competenze diverse: compe­
tenze storiche e critiche, giuridiche, economiche,
scientifiche e largamente culturali, accanto a compe­
tenze piu specifiche di archeologia e di storia del­
l'arte. Ed io confido altres.i che questo sia un luogo,
anzi l'unico luogo, nel quale questi problemi possano
e debbano esser discussi al difuori di considerazioni
men che oggettive. Altri convegni possono esser stati
promossi seguendo linee politiche o interessi di cate­
goria o, addirittura, considerazioni e ambizioni per­
sonali. Noi dobbiamo avere, nelle nostre discussioni,
la certezza che l'esame dei problemi sottoposti alla
nostra attenzione sia condotto con la piu assoluta
obiettività; ; ma anche spregiudicatezza. Solo cosi la
voce dei Lincei potrà avere un valore, un significato;

94
potrà essere, cioè, una indicazione valida per coloro
che dovranno proporre e per coloro che dovranno
approvare le nuove leggi di tutela, sull a cui urgenza
tutti si dichiarano d'accordo; e potrà anche essere
un richiamo e un avvertimento per coloro che voles­
sero invece distorcere. questi problemi a fini e inte-
ressi settoriali .
La Commissione d'indagine ha compiuto un la­
voro di non scarsa importanza. Per la prima volta
abbiamo a disposizione una documentazione tanto
ricca di elementi di giudizio, sia sullo stato del pa­
trimonio archeologico in Italia, sia sulla problema­
tica della tutela. Coordinatore di questi materiali è
stato, per l'archeologia, il collega Massimo Pallottino,
al quale dobbiamo essere grati per questo vasto e
costante impegno di lavoro . I risultati e le proposte
contenute nei volumi pubblicati dalla Commissione
d'indagine formeranno, perciò, la base concreta . dalla
quale muoveranno le considerazioni contenute in que­
sta mia relazione.
Prima, tuttavia, di entrare nel vivo dei singoli
problemi, vorrei richiamare alla attenzione di tutti i
partecipanti un dato fondamentale, che non va mai
perduto di vista. E cioè, che le disposizioni di tu­
tela esistenti (risalenti alla legge 1° giugno 1939
n. 1089 Tutela delle cose d'interesse artistico e
storico ) non erano, a suo tempo, state affatto mal
concepite. I principi informatori dai quali esse di­
scendono sono da considerarsi in massima parte an­
cora fondamentalmente buoni e validi. Ma queste
leggi sono divenute praticamente insufficienti, la loro
applicazione è divenuta praticamente inattuabile a
causa dei grandi mutamenti che si sono verificati

95
nella realtà della società italiana e nelle relazioni in­
tereuropee nell'ultimo venticinquennio. Da ciò di­
scende l'urgenza di un adeguamento. L'attuale con­
statato sfacelo nel campo della tutela e l'attuale ca­
renza legislativa non sono· dovuti tanto a incapacità,
insipienza o inerzia, come genericamente si ripete;
ma ai profondi mutamenti della situazione oggettiva.
Ciò che occorrerebbe fare, praticamente, non sa­
rebbe altro che adattare gli stessi principi informatori
della vecchia legislazione alla mutata realtà. Ma la
mutata realtà comporta due elementi fondamentali,
di natura diversa: da un lato una maggiore comples­
sità dei problemi storici posti oggi alla ricerca ar­
cheologica; dall'altro una maggiore aggressività degli
elementi di faùo che sono in contrasto con gli inte­
ressi della tutela dei beni archeologici, non meno che
di quelli storici e ambientali .
. Riveste perciò una particolare importanza quanto è
detto al cap. I Jella Indagine sui beni archeologici
compiuta dal gruppo specifico di studi della Commis­
sione, quando vi si affermano gli scopi strettamente
scientifici della ricerca archeologica « quale reperi­
mento e studio delle testimonianze materiali del pas­
sato, ai fini della conoscenza storica delle civiltà an­
tiche ». E non va dimenticato che nella Dichiarazione
XXX, la Commissione d'indagine affermava che « i
beni archeologici costituiscono un patrimonio cultu­
rale della nazione, il cui valore è apprezzabile essen­
zialmente in funzione di una rilevazione critica del
suo contenuto storico ».
Nella prima di queste affermazioni è contenuta una
opposizione al superato concetto di archeologia come
<.< attività avente come fine essenziale la raccolta di

96
oggetti antichi », un vecchio concetto empmco che
traspariva tuttora nell'art. 43 della legge del 1939,
dove le ricerche archeologiche sono definite « opere
per il ritrovamento di cose di interesse artistico,
storico o archeologico » e dove era previsto che lo
scavo poteva avere anche finalità scientifiche. Dalla
dichiarazione citata, inoltre, discende direttamente
l'esigenza, largamente sentita, di dare ai funzionari
delle soprintendenze una preminente caratterizzazio­
ne di ricercatori scientifici e non, come oggi, di bu­
rocrati e amministratori.
Quanto fossero necessarie, ancora oggi, le affer­
mazioni dei fini strettamente scientifici della ricerca
e la fondamentale importanza della loro rilevazione
critica, appare evidente quando ricordiamo come an­
cora nel maggio del 1962 fosse stato promosso dal
CNR, dalla Fondazione Lerici e dalla Fondazione Cini
un convegno a Venezia, nel quale fu necessario riaf­
fermare con forza e confermare autorevolmente que­
sti due principi e, insieme ad essi, il diritto-dovere
dello Stato di esserne il garante. E ciò di contro alle
proposte di una abdicazione da parte dello Stato,
perché tale compito fosse affidato alla organizzazione
privata. Questa si proclamava in grado di indivi­
duare e poi scavare in un limitato numero di anni
addirittura tutte le antichità del sottosuolo archeo­
logico italiano, mirando, evidentemente, soltanto alle
necropoli, ricche di oggetti di pregio. Non è chi non
veda come un tale disegno meramente attivistico
fosse profondamente antiscientifico, e quanto arre­
trati fossero i concetti che lo muovevano, nonostante
la estrema modernità dei mezzi tecnici che ci si pro­
poneva di impiegare. Anche l'Indagine sui beni ar-

97
cheologici afferma, giustamente, che sarà sempre op­
porruno lasciare una parte di un terreno archeolo­
gico senza esplorarlo per consentire una furura in­
dagine con mezzi migliori di quelli attualmente in
nostro possesso e, soprattutto, anche con una diversa
problematica critica. Sembra a questo proposito op­
portuno richiamare alla mente il danno gravissimo
che le nostre conoscenze storiche sulla civiltà etrusca
hanno subito dai grandi scavi della prima metà del­
l'Ottocento, quando furono saccheggiate le vaste ne­
cropoli di Chiusi, di Tarquinia e particolarmente
quelle di Vulci (scavi del Principe di Canino), di­
struggendo per sempre una infinità di dati insosti­
ruibili per la ricostruzione della cronologia e quindi
del tessuto storico dell'Italia preromana. Sorte non
molto diversa, con l'aggravante dei tempi piu re­
centi, ha poi subito gran parte della necropoli di
Cerveteri.
Dall'affermazione degli scopi scientifici della esplo­
razione archeologica discendono gli importantissimi
riconoscimenti contenuti nelle dichiarazioni XXII,
XXIV, XXVI e XXX della Commissione d'indagine_
Particolarmente importante la XXVI che prevede, da
parte di un << Comitato nazionale per l'archeolo­
gia » (organismo facente parte di un Consiglio na­
zionale sostirutivo dell'atruale Consiglio superiore
delle Antichità e Belle Arti) la annuale pianificazione
delle ricerche di scavo, al di fuori della quale piani­
ficazione non sarebbero ammesse altre ricerche, se
non quelle rese necessarie da scoperte forruite. lo
ritengo che noi dobbiamo, in questa sede, riaffermare
esplicitamente questo principio della programmazio­
ne, che potrà far compiere grandi progressi ai pro-

98
blemi storici dell'Italia antica ed evitare anche di­
spersione di fondi. In alua occasione o sede potrà
discutersi sugli organi che debbono proporre tale
programmazione. Tra questi anche la nostra Acca­
demia potrebbe trovare il suo posto.
In armonia con il concetto della programmazione,
le dichiarazioni XXII e XXIV prevedono la costi­
tuzione di zone archeologiche costituenti « Bene Ar­
cheologico » unitario e inscindibile. Anche questo
principio dovrebbe, in un paese come il nostro, che
è forse il piu ricco di testimonianze di civiltà diverse,
sembrare addirittura ovvio. Eppure ci ricordiamo
come, ancora non molti anni or sono, fu impossibile
a una delegazione recatasi a questo fine a colloquio
con un autorevolissimo ministro di Stato che era in
quel momento passato dal dicastero dell'Agricoltura
a quello della Pubblica Istruzione, .ottenere l'assicu­

razione che nei programmi di attività affidali dal


ministero dell'Agricoltura ai vari enti di bonifica
venisse prevista la esclusione dai comprensori di « bo­
nifica integrale » di quelle aree urbane antiche chia­
ramente individuate da cinte di mura o da aggeri
ancora esistenti.
Non basta, tuttavia, enunciare questo ottimo prin­
cipio della costituzione di (( riserve )) archeologiche;
occorre anche provvedere a che esso divenga applica­
bile e che venga rispettato. Nella attuale legislazione,
due sono le difficoltà che vi si oppongono e che pos­
sono essere eliminate: l'una, l'obbligo a che i terreni
da comprendere nella zona archeologica vengano no­
tificati a ogni singolo proprietario, il che comporta
un lavoro sovente diflicile e sempre assai lungo; l'al­
tro che, ove dal comprensorio archeologico vincolato

99
si voglia passare all 'esproprio per pubblica utilità,
questa può essere impugnata dai proprietari se en­
tro cinque anni non sia stata utilizz ata ai fini pre­
visti della ricerca; mentre è evidente l'importanza che
può avere l'acquisto di zone archeologiche per sot­
trarle a ogni possibile manomissione, rimandando a
tempi opportuni l'esplorazione. Sarebbe di grande im­
portanza potere, nel giro di pochi anni, stabilire una
carta di queste aree di riserva, la cui conoscenza evi­
terebbe gli attuali frequenti conflitti tra interessi in­
dustriali e commerciali e interessi scientifici, con­
flitti nei quali questi ultimi sono regolarmente i per­
denti. Ce lo ricorda, questo, anche uno dei casi piu
recenti, quello della piana di Sibari, destinata ad im­
pianti industriali, o quello della zona della necropoli
di Metaponto fra Basento e Cavane, destinata a im-.
pianti di villaggi turistici.
In ;ealtà, le due di.flicoltà lamentate sono facil­
mente eliminabili applicando alle zone e agli espro­
pri archeologici le norme esistenti per i piani urba­
nistici, che prevedono la notifica mediante affissione
all 'albo (senza, cioè, individuazione dei singoli pro­
prietari ) e l'esproprio a tempo indeterminato. Vanno
infatti tenute distinte le dichiarazioni di riserva o
comprensorio archeologico, che comporta una noti­
fica, ma, fatti presenti alcuni obblighi, lascia il go­
dimento dell'immobile al proprietario e, da un altro
lato, gli atti di esproprio. Vero è che in merito al­
l'esproprio è stata di recente emessa dalla Corte Co­
stituzionale una sentenza, giuridicamente inoppugna­
bile, che ostacola grandemente l'applicazione di tale
atto e che, poco tempo innanzi, avevamo udito pro­
prio qui tra noi levarsi in merito una autorevole

100
voce, tutta volta a difesa del diritto della proprietà
privata.
Sta in realtà qui uno dei punti che vorremmo chia­
rire e sentire affermare con l'autorità che può deri�
vare in materia alla nostra Accademia: affermare che
non è possibile arrivare a una tutela efficace del pa­
trimonio archeologico, storico, artistico e ambientale,
senza riconoscerne il preminente interesse per la col­
lettività e, di conseguenza, il principio di una limi­
tazione (persino drastica in qualche caso) dei diritti
della proprietà privata e di quella degli Enti di fatto
ed ecclesiastici. Le documentate informazioni che si
.
hanno sui lavori della Co=issione ministeriale di
studio per la revisione e il coordinamento delle norme
di tutela relative ai beni culturali ( che àesigneremo
da qui in avanti come Commissione di studio),
confermano che questo rimane uno dei punti di piu
difficile risoluzione tra le varie tendenze. Tra le dif­
ficoltà che i mutamenti avvenuti nella società ita­
liana negli ultimi vent'anni oppongono all'opera de­
gli organi preposti alla tutela, che nella stragrande
maggioranza dei casi sono retti da funzionari inte­
gerrimi, competenti e animati da grande dedizione
al proprio ufficio, dobbiamo tener presente la resi­
stenza che oppongono coloro che vogliono tenace­
mente salvaguardare privilegi costituiti e mantenere
o affermare il pieno rispetto degli interessi privati­
stici; sicché ci si dibatte, ormai da anni, nella im­
possibile conciliazione di questi interessi con una
affermazione efficace della tutela.
Per tornare piu specificamente ai problemi dell'ar­
cheologia, è bene tener presente il rapporto Pallot­
tino (del 1966) alla segreteria del Consiglio d'Eu-

101
rapa (Commissione d'indagine, vol. III, pp. 122-7),
risultato di una inchiesta internazionale alla quale par­
teciparono 17 paesi europei. Ne risultano due indi­
rizzi fondamentali. L'uno tendente a esercitare un
controllo di tutela, anche in modo rigoroso, da parte
dello Stato, circa la proprietà, la circolazione e l'espor­
tazione dei materiali archeologici, con desto interesse
per una regolamentazione internazionale della rutela.
Questo indirizzo si precisava da parte dei paesi piu
ricchi di patrimonio archeologico ( Italia, Grecia, Tur­
chia). L'altro indirizzo prevede, invece, strutture di
protezione piu semplici e talora decentrate, con pre­
ferenza per una legislazione piu liberale e un regime
imperniato soprattutto sul diritto privato per quanto
riguarda il commercio, le collezioni, l'importazione ed
esportazione. Questa tendenza risultava propria dei
paesi nordici e anglosassoni, con particolare preoccu­
pazione per ottenere che accordi internazionali garan­
tissero le prerogative dei privati e degli stati singoli.
Come copertura ideologica a tali tesi ci si serve del
principio della proprietà universale dei beni culrurali
e del diritto di ogni popolo e di ogni individuo allo
scambio, godimento e possesso dei beni culturali (rap­
porto Brichet).
Tutte · queste affermazioni sono senza dubbio belle;
ma non toccano il problema nostro, che è un altro:
è il pr�blema, cioè, del dovere che ha lo Stato ita­
liano e la comunità degli italiani di salvaguardare,
per sé e . per rutti gli altri, per il progresso delle
scienze storiche e non solo per il « godimento », l'in­
tegrità del patrimonio archeologico i..m.J:!lobile e di
controllare la dispersione ( deleteria ai lini scientifici)
di quello mobile che via via viene posto in luce.

102
È evidente che altri sono gli in teressi e i doveri
di uno Stato che potremmo definire anche· << produt­
tore >> di antichità e altri quelli di Stati che potrem­
mo dire << consumatori >> · e che tendono talora, attra­
verso i loro . stessi studiosi, a considerare l'Italia ( e
altri paesi) ·come luoghi dove si trovano giacimenti
di oggetti archeologici da scavare ed esport�e, per il
<< godimento >> e anche per lo studio, da parte di altri.
Sembra ora che si assista a questa singolarità: che
l'Italia, che ha il piu cospicuo patri,monio da difen­
dere, tenda a schierarsi dalla parte delle nazioni che
hanno piu interesse a tutelare il commercio e il col­
lezionismo èhe non lo scarso patrimonio di materiali
antichi che posseggono. Questa singolare tendenza cle­
ri va forse in parte del desiderio di aderire a un con­
cetto. di « europeismo >>, che in questo caso sarebbe
veramente male inteso; ma non va dimenticato che
in Italia e nei paesi d'oltralpe una costan.te pressione
viene esercitata da operatori economici il cui perso­
nale e privato interesse è di avere la maggior pos­
sibile libertà di commercio 15• E non si venga a dire
che la nostra opposizione a questa tendenza risente
di situazioni arcaiche, anteriori all'affermazione del
liberismo, perché Adamo Smith, . Ricardo e Stuart

15 Una caratteristica difesa · del libero scambio commer­


ciale e del collezionismo privato, ben mascherata sotto affer­
mazioni di alto valore culrurale, fu pubblicata alcuni anni or
sono, insieme a scritti di tendenza opposta, nella rivista
« Ulisse •, aprile 1966: L'avvenire dell'archeologia, da G.
Weill Goudchoux, presidente di un « Centro per la va­
·

lorizzazione degli oggetti archeologici •· Lo si cita solo per


indicare come gli interessi commerciali sappiano abilmente
mascherarsi e come essi si preoccupino di estendere la loro
opera di persuasione.

103
Mill non c'entrano proprio nulla in questa faccenda,
e ne=eno c'entrano, se non come copertura prete­
stuosa, i princfpi e i trattati della Comunità Europea
e del MEc.
È su questo contrasto fra dovere dello Stato ita­
liano di tutelare gli interessi scientifici universali e il
proprio patrimonio storico e artistico (legato, d'altra
parte, proprio anche a importanti interessi finanziari
dello Stato attraverso il turismo), che occorre pren­
dere una posizione definitiva, al di fuori di ogni falsa
copertura. Sarebbe di grande importanza, io ritengo,
che in questa sede venisse
. detta una parola chiari-
ficatrice.
Dobbiamo fare ancora riferimento ad alcune altre
dichiarazioni della Commissione d'indagine: le dichia­
razioni XXIII, XXVIII, XIX e XXX .
La dichiarazione XXIII afferma che tutti i « beni
archeologici >> mobili ed immobili, a chiunque appar­
tenenti, debbono essere catalogati ai fini della pub­
blicazione scientifica. Questo principio è senza dub­
bio da approvarsi in pieno. Ma se noi guardiamo
allo stato delle cose, alla massa ingente dei mate­
riali archeologici in Italia, alla lentezza sconfortante
con la quale è finora proceduta la catalogazione nei
nostri musei (per la maggior parte del tutto ine­
sistente nonostante che una certa ripresa avesse avu­
to inizio negli anni cinquanta), dobbiamo anche ren­
derei conto che per attuare tale ottimo principio, oc­
corre prendere in considerazione nuove strutture
scientifiche e amministrative che lo possano rendere
effettivo e lo facciano discendere dal limbo della
teoria e delle buone intenzioni. Dovremo dunque

104
fare un cenn,o di alcune strutture scientifiche e 3.1:!1-
ministrative, . giacché tutto si collega.
Le dichiarazioni XXVIII, XXIX e XXX sono di­
rettamente collegate anche al principio ora enunciato.
La XXVIII, infatti, riferendosi alla catalogazione,
enuncia molto opportunamente che « la qualità di
bene culturale è propria di tutti i beni archeologici
in quanto testimonianza di civiltà, prescindendo da
qualsiasi altro valore (artistico, economico) e da cri­
teri selettivi ». E si riafferma che tutti questi beni
debbono essere catalogati, sia quelli << dichiarati »
con documento-tipo (vi è un modello di scheda pro­
posto dall'UNEsco) corrispondenti a ciò che nella
legislazione vigente si dice « notificati », sia quelli
liberi. A noi sembra che, accogliendo ·questo impor­
tante principio, non dovrebbe esser diflicile compiere
anche un passo ulteriore, che renderebbe immedia­
tamente operante la tutela senza attendere la lunga,
lunghissima opera di catalogazione. E . cioè, ricono­
sciuta la qualità di bene culturale a ogni oggetto o
monumento archeologico quale documento valido, a
prescindere da ogni possibile classifica, si dovrebbe
poter giungere al riconoscimento che la tutela e il
vincolo siano impliciti, inerenti al << bene archeolo­
gico >> e si effettuino quindi ope legis, anche prima
di ogni catalogazione e che questa, successivamente,
operi la distinzione tra beni « dichiarati » e beni •

« liberi >>.

Risulta che tale questione sia già stata proposta


in seno alla Commissione di studio attualmente ope­
rante, e che sia stato discusso se diverso o uguale
dovesse essere il limite di tutela dei beni culturali
« presunti » e di quelli « dichiarati ». Sembrerebbe

105
evidente che sino al momento della distinzione in
beni « dichiarati >> e beni « liberi >>, i beru· « presunti »

debbano avere una piena tutela.


Del resto, il concetto di un vincolo ca� telativo ine­
rente alla natura stessa di taluni << beni >> sembra con­
tenuto anche nella dichiarazione XXIX della Commis­
sione d'indagine, sia pure limitatamente alle cose di
nuovo rinvenimento, che debbono restare << indispo­
nibili finché non catalogate >>. Questo principio sa­
rebbe da estendere dalle cose di nuovo rinvenimento
a tutto quanto il patrimonio archeologico. Ma quella
stessa dichiarazione propone anche una importante
novità rispetto alla legislazione vigente, la quale non
può non !asciarci dubbiosi e perplessi e che sarà pro­
babilmente stata oggetto di ampia discussione anche
in seno alla Commissione d'indagine. Avvenuta, in­
fatti, la catalogazione, gli oggetti di nuovo rinveru­
mento, se « dichiarati >> (« notificati >> ) e presso pri­
vati, non sono trasferibili altro che a istituti, 'italiani
o stranieri ; e ciò assicurerebbe suflicientemente la
loro reperibilità ai fini scientifici. Ma, se riconosciuti
« liberi >>, la vendita ne verrebbe consentita anche se
di proprietà statale.
Questa proposta, che ci risulta contenuta anche
nel testo provvisorio presentato (in data 17 otto­
bre 1968) dal gruppo archeologico della Commis­
sione di studio, ci lascia molto perplessi.
.
È noto che una richies ta in questo senso è stata
piu volte avanzata dalle organizzazioni dei commer­
cianti antiquari, sia per quanto riguarda i depositi
dei musei archeologici che per quanto riguarda i
depositi delle gallerie e raccolte d'arte medievale e
moderna. Ed è innegabile che nei depositi dei musei
.

106
archeologici si accumulano in numero talvolta ingente
e imbarazzante piccoli · oggetti (specialmente vasco­
lari) che, scientificamente, non hanno se non un valore
statistico e che sono anche di mediocrissimo valore
commerciale : Ed è proprio tale mediocrità che induce
sospetto, perché la pressione esercitata in questo sen­
so dagli interessi commerciali non può aver di . mira
questa, chiamamola pure, paccottiglia archeologica.
Evidentemente quello che interessa è di Jar accet­
tare nella nostra legislazione il principio della alie­
nabilità degli oggetti, anche se di proprietà statale.
Si dirà che la eventuale alienazione sarà circondata
da particolari e accurati controlli; ma ciò non basta
a rassicurarci. Ricordiamo (fra gli altri) un caso,
abbastanza recente, quando una rara ceramica greca
(attribuibile a una delle individualità centrali della
prima generazione di pittori a figure rosse) preziosa
non solo per valore artistico, ma anche: quale indizio
cronologico, fu fermata all'ufficio di esportazione di
Roma e proposta per l'acquisto secondo il diritto di
prelazione previsto dalla legge. Ma il Ministero di­
chiarò improponibile l'acquisto perché l'oggetto, asse­
gnato al privato scavatore secondo la legale (ma fa-·
coltativa) attribuzione del premio di rinvenimento, in
natura, cioè con rilascio di parte delle cose rinve­
nute anziché in denaro, essendo stato assegnato allo
scavatore, dov�va per ciò stesso considerarsi libero
da ogni vincolo . E non è mai stato possibile di sa­
pere se nell'avvenuta ripartizione un pezzo equiva­
lente era stato attribuito alle collezioni statali o se
l'attribuzione allo scavatore fosse avvenuta senza aver
avvertita l'importanza dell'oggetto stesso.
Cade qui opportuna l'occasione per ricordare che

107
da qualche parte è stata caldeggiata la proposta di
abolire del tutto la facoltà di attribuire allo sca­
vatore il premio in natura anziché in denaro. Questa
proposta sarebbe certamente favorevole a una piu
sicura tutela del contesto dei trovamenti, cosi impor­
tante ai fini scientifici, ed è senza dubbio da appog­
giare. Ma se, adducendo un troppo grave onere fi­
nanziario per lo Stato (poiché è sempre sulle esi­
genze culturali che si fanno le economie), non la si
ritenesse accettabile, sembra quanto meno opportuno
che la prassi della ripartizione in natura venisse li­
mitata a casi particolari e che venisse accresciuto il
controllo sul modo nel quale vengono effettuate le
ripartizioni.
Comunque, se già l'attribuzione del premio di rin­
venimento fatta unicamente in base alle proposte di
un soprintendente poteva e può dar luogo a incon­
venienti anche gravi, ancor piu delicata diverrebbe
la scelta per la dichiarazione di bene « libero » tra
i materiali di proprietà sta tale, quando a tale dichia­
razione fosse collegata la possibilità di vendita attra­
verso il commercio antiquario. Ritengo che a questa
proposta sia da opporre un netto rifiuto. Indispensa­
bile, ad ogni modo, qualora la possibilità di vendita
di oggetti di proprietà dello Stato dovesse entrare
nella nuova legislazione, che ad essa venisse imposta
la limitazione già prevista dalla Commissione d'in­
· dagine e dalla Commissione di studio per altri casi,
che l'alienazione potesse avvenire soltanto a favore
di istituti scientifici, musei e collezioni di enti pub­
blici, italiani e stranieri, escludendo in ogni caso i
privati collezionisti.
La dichiarazione XXX della Commissione d'inda-

108
gine affe.rma un altro princ1p1o, la cui realizzazione
sarebbe oltremodo auspicabile: quello della prescri­
zione di un termine .perentorio entro il quale la pub­
blicazione dei risultati di una campagna di scavo, sia
pure in forma preliminare, deve avvenire e quello del
divieto di riserve di pubblicazione dei vecchi scavi
al di là di un periodo di cinque anni .
La scienza archeologica italiana ha accumulato in
passato non pochi e gravi debiti in questo campo.
Oggi gli studiosi sentono di piu l'obbligo . morale
della pubblicazione, in mancanza della quale ogni ri­
cerca rimane sterile. Ma vi sono, anche in questo
campo, strutture evidentemente inadeguate se, per
esempio, il << Bollettino d'Arte del ministero », curato
dalla Direzione generale delle Antichità e Belle Arti,
è in ritardo di oltre due anni nella pubblicazione dei
suoi fascicoli (sono usciti adesso i fascicoli gennaio­
giugno 1966) e la « Rivista dell'Istituto nazionale di
Archeologia e Storia dell'Arte » si trova in ritardo ad.
dirittura di sei anni, essendo apparso il suo ultimo
fascicolo (che riuniva due annate ! ) nel 1963.
La nostra Accademia che, con rinnovata solerzia,
pubblica le « Notizie degli Scavi » e i « Monumenti
Antichi >>, è direttamente interessata a questo pro­
blema. Ma non si può, trattando questo argomento,
non cogliere l'occasione - e io proporrei che si ri­
volgesse un appello a questo fine - per · auspicare
che all'Istituto nazionale di Archeologia e Storia del­
l'Arte, ancora retto, dalla fine del secondo conflitto
mondiale, con regime commissariale, venga dato fi­
nalmente un assetto che lo ponga in condizioni di
funzionare come organismo scientifico, al quale po­
trebbero essere demandate, oltre a tutto, alcune delle

109
incombenze che le proposte della Commissione di in­
dagine prevedeva come indispensabili, ma per le quali
si prevedeva la istituzione di nuove strutture. Il man­
cato funzionamento di questo istituto si è 'fatto gra­
vemente sentire nel trascorso ventennio e diviene tan­
to piu increscioso, anche all'infuori dei suoi riflessi
scientifici, per il fatto che a Roma quasi tutte le
nazioni che hanno una tradizione di cultura posseg­
gomi i loro istituti storici e archeologici, che qui
operano come vivi centri di ricerca scientifica e ospi­
tano, con borse di studio, numerosi giovani.
Chi ha l'onore di stendere la presente relazione,
trovandosi allora a capo de!l'Amministrazione delle
Antichità e Belle Arti propose, in accordo con le
altre Direzioni generali del ministero della Pubblica
Istruzione, un nuovo statuto per l'Istituto nazionale
di Archeologia e Storia dell'Arte fin dal 1947, su
basi non di inferiorità rispetto agli analoghi istituti
stranieri. Quello statuto fu avversato e respinto; il
che in sé non è grave . Grave è che poi, in oltre
venti anni, non si sia fatto nulla per far corrispon­
dere · l'istituto alle sue funzioni istituzionali e non si
sia ricostituito il suo normale Consiglio direttivo.
E mi sia concesso anche di esprimere, a questo
proposito, una opinione del tutto personale. Io ri­
tengo che il riassetto dell'Istituto nazionale, quale isti­
tuto unico, oppure diviso in due istituti paralleli, uno
per l'archeologia e l'altro per la storia dell'arte (di­
scipline che, effettivamente, si sono sempre piu an­
date differenziando in questi ultimi decenni), do­
vrebbe esser visto congiuntamente all'altro fondamen­
tale problema delle scuole di perfezionamento per
l'archeologia e per la storia dell'arte. Problema ur-

1 10
gente, anche questo, perché è esigenza universalmente
riconosciuta che qualsiasi assetto amminis trativo si
voglia dare agli organi di tutela del patrimonio ar­
cheologico, artistico e ambientale, occorre almeno tri­
plicare il numero del personale specializzato (per ta­
cere qui delle altre categorie) oggi in organico per
questi servizi . Questo personale è oggi inferiore in
numero, per tutta l'Italia, dalla preistoria all'arte con­
temporanea, a quello che opera in uno solo dei
grandi musei europei o americani. È evidente che
non si può pensare a una immissione in massa di
nuovo personale specializzato e che occorre distri­
buire nel tempo le nuove assunzioni . Ma la prepa­
razione di questo personale è urgente, mentre le
strutture oggi esistenti sono del tutto inadeguate,
inefficienti. E ben scarsa fiducia di serietà sembra che
possano ispirare talune recenti iniziative che sane
sorte in qualche università, con percorso abbreviato c

strutture per lo meno singolari .


Se questi problemi di natura didattica esulano
dalla piu stretta tematica del nostro convegno dedi­
cato ai provvedimenti di tutela (ma non v'è chi non
veda come essi siano strettamente collegati tra loro),
piu direttamente inerente al nostro tema è la que­
stione della riforma dell'attuale Consiglio superiore
delle Antichità e Belle Arti, che della tutela do­
vrebbe essere il massimo garante. Quasi tutte .le pro­
poste della Commissione d'indagine, del resto, han­
no come presupposto inevitabile una riforma di tale
organismo. Ciò che fa difetto all'attuale struttura del
Consiglio superiore delle Antichità e Belle· Arti non
è certo, per le persone che lo compongono, l'auto­
revolezza, ma l'autorità. Pochissime sono, infatti, le

111
decisioni per le quali il parere del Consiglio supe­
riore è obbligatorio e, tranne quella della concessione
di scavi a privati cittadini o a istituti stranieri, le
altre sono di ben scarso rilievo. Per tutto il resto
il Consiglio superiore viene interpellato a discrezione
degli organi amministrativi della Direzione generale
e i pareri espressi non sono vincolanti, ma pura­
mente consultivi. La conseguenza è che nelle piu
delicate questioni inerenti alla conservazione del no­
stro patrimonio storico, decisivi non sono i pareri
degli uomini di cultura specialisti in materia, ma
quelli dei funzionari amministrativi e dei politici, che
spesso ostentatamente si compiacciono di ignorare i
primi.
La Commissione d'indagine ha proposto la crea­
zione di un « Consiglio nazionale >>, presieduto dal
ministro, che dovrebbe assorbire non solo le funzioni
dell'attuale Consiglio superiore, ma essere il vero or­
ganismo dirigente che determini gli indirizzi della
Amministrazione dei Beni Culturali e sia garante
della effettiva tutela dei beni archeologici e storico­
artistici. Tale Consiglio nazionale, operante in assem­
blea plenaria e in Comitati nazionali di almeno 9
membri, in parte elettivi, in parte rappresentanti di
istituzioni e in parte nominati dal ministro, dovrebbe
possedere sufficiente garanzia di democraticità e di
rappresentanza regionale, oltre che di specifica com­
petenza. Senza voler entrare qui nell'esame delle pro­
poste che la Commissione d'indagine avanzava a que­
sto proposito nelle dichiarazioni LX, LXI e LXVI,
è mia opinione che sulla urgenza di una riforma del
Consiglio superiore delle Antichità e Belle Arti il
nostro convegno dovrebbe esprimersi. Ed io, perso-

112
nalmente, auspico che voglia farlo nel senso che a
·

tale consesso siano attribuiti maggiori poteri decisio­


nali e piu latga rappresentanza.
Avendo conosciuto da vicino il funzionamento de­
gli uffici periferici, cioè delle soprintendenze, sia per
averne fatto parte (anche se per breve tempo) nei
gradi inferiori del personale scientifièo, sia per es­
sere stato poi a capo dell'Amministrazione centrale,
non vorrei tralasciate di esprimere alcune considera­
zioni su talune circostanze piu elementari, di quo­
tidiana esperienza, che, negli attuali ordinàmenti ren­
dono particolatmente di.flicile e talora impossibile
l'azione di rutela.
Uno degli ostacoli principali è dato dalle norme
per la contabilità dello Stato, che mal si applicano
alle particolati esigenze delle soprintendenze. Limi­
tandomi a considerare le sole soprintendenze atcheo­
logiche, l'obbligo di presentare per ogni lavoro da
intraprendere un dettagliatissimo preventivo e di at­
tendere che esso venga approvato (il che comporta
qualche mese), pone sovente il soprintendente nel­
l'alternativa o di dover rinunziate ad un intervento
di recupero o di tutela, o ·a commettere un falso in
atti d'ufficio, attingendo ai fondi di un diverso ca­
pitolo di bilancio. Questo ripiego, manifestamente il­
legale, fu a lungo non solo tollerato, ma sovente
suggerito dagli stessi organi centrali, sino a che nu­
merosi soprintendenti non si trovarono denunziati
all'autorità giudiziaria da parte degli organi di con­
trollo. Da queste di.flicoltà contabili nacque il propo­
sito, negli ambienti amministrativi delle Belle Arti,
di proporre la creazione di una Amministrazione au­
tonoma ( inizialmente addirittura di un Ente auto-

1 13
nomo) che consentisse di sottrarsi a taluni controlli
contabili. Non intendo affatto, in questa relazione,
entrare nell'esame del progetto di Amministrazione
autonoma del quale mi sono presenti sia i vantaggi
che i pericoli. Osservo solo che le innegabili e gravi
difficoltà contabili si possono superare, sia mediante
norme integrative di applicazione, come già avviene
per altre amministrazioni dello Stato (Lavori Pub­
blici, Amministrazione Militare), sia, per il caso par­
ticolare delle necessità di un rapido intervento, con
la concessione di un fondo di cassa da amministrare
in base a rendiconto anziché a preventivo. Una tale
modifica alle norme attuali non dovrebbe essere di
difficile attuazione.
Che una tale modifica ovvierebbe a molti inconve­
nienti, Io si comprende facilmente se si riflette a
uno solo dei casi che frequentemente si presentano:
quello di una scoperta di documenti archeologici,
mobili o immobili, nel corso di lavori di carattere
edilizio o stradale, da parte di una impresa privata.
TI soprintendente archeologico, se avvertito, non ha
altro potere, se il trovamento ha qualche importanza,
che di ingiungere la sospensione dei lavori e di com­
pilare sollecitamente il preventivo di spesa occorrente
alla esplorazione resa necessaria dalla scoperta, Si
comprende fa,ilmente come, di fronte al rischio di
una sospensione che può protrarsi per mesi, in at­
tesa che il preventivo venga approvato, la impresa
privata abbia il preciso in teresse di non render nota
la scoperta e, possibilmente, di distruggerne rapida­
mente le testimonianze. È perciò di fondamentale
importanza ai nostri fini porre gli uffici di tutela
nella possibilità di intervenire immediatamente e

114
sotto la propria diretta responsabilità. Vi sono stati
casi particolarmente gravi di distruzione volontaria.
Ma mi piace citare, invece, un caso che può dirsi,
in fin dei conti, particolarmente fortunato, anche se
accompagnato da parziale distruzione di un monu­
mento: voglio dire quello della grande villa romana
dei Volusii presso Feronia, investita dal tracciato
dell'autostrada del Sole a poca distanza dall'inizio del
tratto Roma-Nord. Di fronte al rischio di dover so­
spendere i lavori e mutare il tracciato, la Società
Concessioni e Costruzioni Autostrade, ottenuto il con­
senso a tagliare alcuni tratti dell'impianto romano ( e
questo non mi scandalizza, perché il mondo moderno
ha le sue esigenze e un .eccessivo rigorismo non può
essere che controproducente), si è assunta la spesa
dello scavo e del restauro, con mezzi assai piu larghi
e moderni di quelli dei quali normalmente può di­
sporre una soprintendenza. Di ciò vien reso conto
(finanche con eccessivo entusiasmo) nella pubblica
zione sontuosa e dettagliata apparsa nel fascicolo di
agosto 1968 della rivista << Autos trade » ( mentre nulla
è finora apparso nelle pubblicazioni scientifiche spe­
cializzate, dove è da auspicarsi che trovino ulteriore
svolgimento i non pochi argomenti che lo scavo della
villa dei Volusii suscita sia nel campo storico e pro­
sopografico che in quello storico-artistico).
Il caso della villa dei Volusii, scavata e restaurata
a spese della Società Autostrade nel corso dei cui la­
vori fu scoperta, mi suggerisce di attirare l'attenzione
su una disposizione vigente in qualche stato stra­
niero: secondo tali norme la spesa per la eventuale
esplorazione archeologica che si rendesse necessaria,
fa carico per legge agli enti che eseguono un deter-

1 15
minato lavoro; questi debbono assicurare i fondi oc­

correnti anche per Io studio e la documentazione


completa (pubblicazione ); sono escluse da tale ob­
bligo le singole persone private (Legge della Repub­
blica di Bulgaria approvata con deliberazione del
Consiglio dei Ministri n. 165 del 5 agosto 1958).
Poiché i bilanci delle amministrazioni delle Anti­
chità e Belle Arti sono, in ogni paese del mondo,
sempre al di sotto del fabbisogno, sarebbe un grande
vantaggio a favore della tu tela dei beni culturali, se
una parte dei lavori di esplorazione archeologica po­
tesse esser fatta gravare sui bilanci di altri enti pub­
blici o su grandi imprese private. (Esperienze in que­
sta direzione furono, del resto, realizzate con suc­
cesso anche da noi in Italia nel periodo 1945-47 a
Pompei e a Pozzuoli ).
La richiesta di un fondo a disposizione per il
pronto intervento di tutela è già stata avanzata in
altri convegni 16 unitamente ad altre richieste di non
difficile attuazione e di indubbia efficacia per la tu�
tela. Sarebbe opportuno che queste richieste, che
non implicano sensibili dif!icoltà per la loro attua­
zione, potessero essere rapidamente portate innanzi in
sede legislativa e potessero, intanto, trovare l'auto­
revole appoggio di un consenso da parte della nostra
Accademia, pur conservando intatto il nostro giusto
proponimento di non enuare nel minuto dettaglio

16 Per esempio nell'incontro tra parlamentari ed esperti

indetto dal gruppo Sinistra indipendente del Senato della


Repubblica sui problemi legislativi di tutela del patrimonio
artistico, dei centri storici e del paesaggio, svoltosi a Firenze,
Palazzo Medici-Riccardi il 14 e 15 dicembre 1968, sotto la
presidenza del senatore Ferruccio Puri.

1 16
degli eventuali provvedimenti legislativi, non essendo
questi materia di nostra competenza.
Riassumendo, infine, le questioni considerate, io·
ritengo che noi dovre=o esprimerci sui seguenti
punti :
l. Ria.ffermare la priorità assoluta dell'interesse
scientifico generale e della collettività nazionale nella
tutela del patrimonio archeologico di contro agli in­
teressi privatistici e di mercato e al contempo la ne­
cessaria rivalutazione della figura di ricercatore scien­
tifico dei funzionari degli uffici che esercitano la
tutela.
2. Riaffermare il principio della progra�azio­
ne delle ricerche archeologiche.
3. Riaffermare la necessità e l'urgenza della ca­
talogazione dei beni archeologici e suggerire mezzi
per conseguirla effettivamente.
(Nelle questioni di questi due punti, 2 e 3, la
nostra Accademia potrebbe anche trovare spazio per
una diretta collaborazione con altri organismi.)
4. Riaffermare la urgenza della costituzione di
zone archeologiche, con il suggerimento di facilitarne
la . definizione mediante opportuni ritocchi
. alle norme
legislative .
5. Esprimere il proprio parere sulla proposta
tutela ope legis di tutti i documenti archeologici.
6. Esprimere il proprio parere (che mi auguro
negativo) sulla proposta di alienabilità degli oggetti
di proprietà dello Stato dichiarati « liberi » e sulla
proposta di abolire o almeno limitare al massimo la
prassi del reparto in natura degli oggetti pro�enienti
da scoperte fortuite o da concessioni di scavo a
privati.

1 17
7. Esprimere autorevolmente il voto che l'Isti­
tuto nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte ven­
ga ricostituito in un organico assetto che ne assicuri
il regolare funzionamento come centro promotore e
coordinatore degli studi archeologici e storico-artistici.
8. Esprimere analogo voto sulla riforma del Con­
siglio superiore delle Antichità e Belle Arti nel senso
della maggiore incidenza sulle decisioni in merito alla
tutela e alla ricerca da parte dello stesso consiglio o,
preferibilmente, di un organismo sostitutivo.
9. Appoggiare col proprio consenso talune pro­
poste già da altre parti avanzate, che consentano agli
uffici preposti alla tutela (soprintendenze) una mag­
giore e piu pronta possibilità di intervento.
Esprimo infine l'augurio che la nostra Accademia
con partecipazione numerosa a questo convegno e
sviluppando sui temi esposti un'approfondita discus­
sione, possa smentire un giudizio espresso in un re­
,centissimo libro che per la sua acutezza sta avendo
):.otevole successo nei paesi di lingua inglese e che,
senza nessun preconcetto contrario al nostro paese,
riflette evidentemente una diliusa impressione. Il li­
bro è intitolato The New Europeans di Anthony
Sampson e vi è un passo, dove si constata « la so­
stanziale ostilità che molti italiani sembrano pro­
fessare per le bellezze artistiche e naturali del loro
paese >>. Una constatazione, purtroppo corrispondente
a realtà, sulle cui motivazioni potrebbe essere inte­
ressante compiere una indagine al tempo stesso psi­
cologica e sociologica.

Nelle risoluzioni finali espresse dal convegno alcune

118
delle esigenze qui enunciate trovarono le seguenti
formulazioni 17:

A. Dalla Dichiarazione generale introduttiva:

Dal principio che afferma il prevalente interesse


scientifico e culturale al quale devono ispirarsi gli
ordinamenti concernenti la tutela del prezioso pa­
trimonio storico della nazione per quanto riguarda il
reperimento, la ricognizione, la classificazione, la con­
servazione e la messa a disposizione della collettività
di detti beni costituenti il suo stesso aspetto di
sede di una altissima e antica civiltà (Relazione della
Commissione d'indagine, 1966 ) , consegue la neces­
sità:
di una revisione della legislazione vigente in ma­
teria per adattarla alle mutate condizioni della at­
ruale società italiana;
di un conveniente incremento degli organici del­
le diverse amministrazioni preposte alla tutela, con­
servazione e diffusione dei Beni Culrurali e un ade­
guamento dello stato giuridico dei funzionari addetti
all'importanza effettiva delle loro mansioni;
di una ristru tturazione delle scuola speciali di
qualificazione organizzate nel seno delle università o,
di concerto con esse, da istituti appositi;
di una maggiore efficienza dei Consigli superiori
nell'ambito delle singole amministrazioni, da conse­
guirsi con l'elezione di personalità dotate di sicura
preparazione specifica, di funzionari del ruolo tecnico,

17 C&. pp. 139-47 degli Atti, cit.

119
conferendo inoltre agli stessi Consigli superiori com­
petenza oltre che consultiva, di proposta e di deli­
berazione.
Il Convegno dei Soci Lincei ha confermato l'ur­
genza che nuovi mezzi legislativi vengano approntati
per sopperire all'attuale stato di carenza che ha as­
sunto aspetti allarmanti e dal quale discendono con­
seguenze gravissime per la conservazione dell'incom­
parabile patrimonio culturale italiano.

B. Dai Voti sui problemi della tutela


e dell'amministrazione :
[ . ]
. .

5. Il patrimonio archeologico

Il Convegno ria.fferma la. priorità assoluta dell'inte­


resse scientifico generale e della collettività nazionale
nella tutela del patrimonio archeologico di fronte a

interessi privati e di mercato legati al valore econo­


mico dei singoli oggetti di scavo:
riafferma il principio della programmazione del­
le ricerche archeologiche e della costituzione di com­
prensori archeologici, la · cui rapida definizione do­
vrebbe essere facilitata mediante opportuni ritocchi
alle norme legislative concernenti le notifiche e gli
espropri ;
esprime il proprio parere nettamente contrario
ad ogni possibilità di alienazione dei materiali ar­
cheologici di proprietà dello Stato, pur ammettendo
la possibilità e convenienza di scambi tra istituti pub­
blici anche di paesi stranieri;
si dichiara favorevole alla proposta di limitare

120
al massimo la prassi del reparto in natura degli og­
getti provenienti da scoperte fortuite o da conces­
sioni di scavo a privati, escludendo in ogni caso la
possibilità di un compenso per gli immobili rinve­
nuti, che saranno da valutare unicamente in rapporto
alla diminuzione del valore e del reddito del suolo
sul quale essi sorgono;
sottolinea l'importanza essenziale dello studio e
della edizione delle scoperte come parte integrante
della ricerca archeologica e a tal fine afferma nel modo
piu esplicito che debbano pretendersi, ed essere rese
possibili, la piu rapida divulgazione dei nuovi rinve­
nimenti e la loro sollecita pubblicazione, nelle sedi
idonee e tradizionali, con particolare riguardo alle
<< Notizie degli Scavi >1 e ai << Monumenti Antichi »

dell'Accademia nazionale dei Lincei.

[ . . .]
9. L'amministrazione centrale e periferica

Il Convegno:
riconosce la necessità di conferire nuovo stato
giuridico al personale tecnico dell'amministrazione
delle Antichità e Belle Arti al fine, da un lato, di
dare una tranquillità economica in rapporto con le
funzioni cui detto personale è chiamato e di evitare
l'esodo (già verificatosi nella accertata misura del
10% ); dall 'altro, allo. scopo di qualificare sempre
piu detto personale nelle sue preminenti funzioni
scientifiche;
raccomanda Io snellimento delle procedure am­
ministrative nei riguardi degli organi di controllo,
prevedendo la disponibilità di un fondo a disposi-

121
zione del soprintendente per interventi urgenti, re­
golabile mediante conteggio consuntivo anziché attra­
verso · minuziosi preventivi di assai lenta realizza­
zione;
raccomanda che l'indispensabile aumento dei
fondi in bilancio dell'amministrazione dell'AA.BB.AA,.
avvenga con aumento graduale anziché con destina­
zione di fondi cospicui da ti io una sola volta, il che
può condurre facilmente a una spesa meno ocul�ta
del pubblico denaro;
raccomanda che ogni nuova articolazione e ogni
aumento nel numero degli uffici periferici avvenga
soltanto dopo la nuova qualificazione dello stato giu­
ridico dei funzionari sempre al fine di assicurare la
migliore selezione e che venga effettuata la distin­
zione delle soprintendenze per la tu tela archeologica
e artistica dagli uffici o soprintendeze per i centri
storici le bellezze naturali e il paesaggio, con una ben
precisa affermazione di tutela statale riguardo alle
regioni.

D. Dai Voti particolari:


[ .)
..

Sibari

Richiamando l'attenzione delle autorità competenti e


dell'opinione pubblica sulle responsabilità gravissime
che verrebbe ad assumersi il nostro paese in questo
momento, qualora la piana di Sibari - sede di un
insediamento urbano antico di eccezionale importan­
za storica, legato all'incivilimento stesso dell'Italia
arcaica, di fama universale, ricco di tesori archeolo-

122
gici, in un paesaggio di incomparabile bellezza an­
cora intatto - fosse abb�ndonata alle brutali offese
di una industrializzazione pesante ed inquinante, che
distruggerebbe tra l'altro le possibilità di armonico
sviluppo turistico ed economico della regione,
fa voto instante che tale pericolo sia integral­
mente scongiurato e che si affronti al piu presto
l'esplorazione archeologica di Sibari, sistematica e
progressiva, con mezzi straordinari e come impresa
a carattere nazionale.

Queste furono le proposte, in gran parte coincidenti


con quelle della Commissione d'indagine, approvate
nel convegno linceo del 1969, alcune delle quali sa­
rebbero state di non difficile realizzazione con leg­
gine speciali. Nessuna di queste proposte del piu
autorevole consesso scientifico italiano ha trovato nem­
meno l'inizio di una applicazione fino a questo mo­
mento (novembre 1973) da parte della arroganza go­
vernativa.
Anthony Sampson ha ragione: accanto e come con­
trappunto a tanta vuota retorica che ci ha cosi spesso
disgustato, nei discorsi ufficiali, sulle bellezze · del­
l'arte italiana, sul ruolo di maestra di civiltà che
l'Italia svolse prima del Concilio di Trento, si è
effettivamente diffusa tra noi una sostanziale osti­
lità contro le « bellezze » artistiche e naturali. Ma
bisogna ricercarne le cause, clJe sono molteplici (e
non tutte di segno negativo).
Vi è poi, tra le cause, il modo vessatorio, buro­
cratico, fiscale, col quale le leggi di tutela vengono
applicate, i divieti vengono impartiti, i compensi pre-

123
visti elargiti con grande ritardo. Vi sono località per
le quali il fatto di essere ricche di monumenti pesa
come una maledizione perché limita e talora non con­
sente sviluppi economici né iniziative produttive e
che condanna il luogo alla ripugnante proliferazione
del « ricordo » turistico. Si pone qui un problema
di non facile soluzione, che può essere affrontato,
però, unicamente at traverso pianificazioni intercomu­
nali e compartimentali nell'ambito di iniziative re­
gionali.
Tra i vizi di costume vi .è la smania di « moder­
nità » ereditata dalla ignoranza e presunzione del­
l'èra fascista ( insieme a tante altre cose). Adesso è
indirizzata al modello americano, male inteso. In
molti modesti centri vediamo oggi sorgere ridicole
voglie di grattacieli, non per vere necessità econo­
miche . o speculative e sempre senza alcuna idea ur­
banistica, ma per male inteso << prestigio ». E l'armo­
nia di un paesaggio è distrutta. (Cosi, fatto assai
meno grave, essa è spesso danneggiata dalle pim­
panti fioriture di dischi colorati e oscillanti che
« adornano » molte pompe di benzina e che imitano
senza luce di intelligenza quelle che sono state in­
ventate per rompere i monotoni e infiniti orizzonti
del Texas, ma che sono una assurdità, per esempio,
tra le colline toscane.)
Nel costume rientra anche la volontà di far pre­
valere, contro la legge e con la distruzione di un

« bene culturale », il proprio personale tornaconto.


Quando imprese di costruzione distruggono notte­
tempo col martello elettrico sculture o mosaici o
muri antichi affiorati nel sbttosuolo (e sono decine di
casi che ogni singolo soprintendente potrebbe citare),

124
si potrà dire, a discolpa, che il rispetto delle leggi di
tutela arresterebbe i lavori per lungo tempo e con
grave danno, perché i sopraluoghi sono lenti e le de­
cisioni definitive, che debbono venire da Roma, piu
lente ancora. Ma da anni si sono, infatti, avartzate
proposte da varie parti, che prevedono i moQi per
rendere piu spediti gli accertamenti e per dare ai
soprintendenti piu larghi poteri decisionali. Se vi
fosse stata una volontà politica di mettere freno a
quegli abusi, queste proposte di non difficile attua­
zione anche nel quadro legislativo vigente, sarebbero
già state facilmente convertite in legge. Ma quando
si demolisce deliberatamente un edificio di pregio e
notificato perché non debba intralciare un piano di
sviluppo; quando si incendiano i boschi per creare
il fatto compiuto e disporre di aree fabbricative;
quando si decide di impiantare complessi industriali
proprio là dove gli uffici preposti alla tutela storie!!
hanno chiesto che si riconosca un comprensorio di
rispetto, c'è, al fondo, innanzitutto un fatto di co­
stume che fa anteporre ogni u tile privato a qualun­
que interesse pubblico e collettivo. Ma quando, di­
nanzi a questi fatti, che si configurano spesso in veri
e propri reati perseguibili con le attuali leggi, le au­
torità comunali, provinciali, governative non inter­
vengono o intervengono a difesa del trasgressore, il
fatto di costume diviene problema politico.
La questione delle nuove porte del duomo di Or­
vieto, che ha movimentato la cronaca giornalistica nel­
l'estate del 1970 resta, prima ancora che un fatto arti­
stico, un fatto di costume e di carattere politico. La
decisione del ministro della P.I. di passar sopra ai rei­
terati pareri negativi del Consiglio superiore, discende.

125
in linea diretta dallo scempio della via della Concilia­
zione a Roma. Anche allora, pur sotto il segno del dif­
fuso servilismo fascista, il Consiglio superiore aveva
espresso pareri nettamente contrari alla demolizione
dei borghi antistanti la Piazza di San Pietro. Il
<< duce >>, tenacemente impermeabile alle cose dell'ar­

te, avocò a sé la decisione e dette il via ai lavori


di distruzione che oggi tutti deplorano, tranne forse
coloro che profittarono e profittano di quella grossa
speculazione edilizia. Fu creato allora, per la prima
volta, un precedente di costume politico, dal quale
deriva la decisione del ministro di oggi. E quando il
ministro mostra di non tenere in alcun conto il pa­
rere motivato di un organo di accertata competenza
specifica, esso incoraggia nel singolo privato ogni di­
sconoscimento dell'autorità del funzionario delle so­
printendenze che gli ingiunge un divieto.
Nel caso delle porte del duomo di Orvieto vi era,
dietro alla decisione del ministro, presa di sorpresa
durante le ferie estive, un motivo assai grave : la
volontà dell'autorità ecclesiastica di affermare il prin­
cipio che negli edifici di culto essa può fare ciò che
vuole, anche se allo Stato italiano spettano le cure
di manutenzione e di restauro.
Il problema dei rapporti fra Stato e Chiesa in
merito ai diritti e doveri reciproci che sorgono dal
fatto che nei luoghi di culto è conservata la maggior
parte del piu prezioso patrimonio artistico mobile,
che inoltre si è dimostrato negli ultimi anni partico­
larmente esposto a furti (le cui vicende hanno piu di
una volta lasciato perplessi sul loro effettivo mecca­
nismo ), non sono mai stati affrontati esplicitamente
nelle varie commissioni istituite dal governo . E da

126
questa non-volontà sono venute le piu forti opposi­
zioni al principio del riconoscimento ape legis di ina­
lienabilità di ogni oggetto che potesse essere ricono­
sciuto come « bene culturale »-
Fece qualche rumore (ma poco), il dono fatto dal
papa Paolo VI al metropolita ortodosso di Patrasso
di un reliquario bizantino del X-XI secolo, pezzo di
rarità eccezionale, contenente parte di un cranio at­
tribuito all'opostolo S_ Andrea, che si conservava a
Pienza, e che era stato portato a Roma nel 1462 da
Tomrnaso Paleologo fuggiasco da Patrasso conqui­
stata dai Turchi. Nei Commentari di Pio II ben due
capitoli sono dedicati alle cerimonie fatte in occa­
sione dell'arrivo di questa reliquia a Roma. AI papa
umanista, evidentemente, il rigido reliquiario bizan­
tino non piaceva ed egli ne fece fare uno nuovo da
un orafo fiorentino, Simone di Giovanni, e nel 1463
donò alla cattedrale della sua città natale, Pienza,
il reliquiario primitivo con un frammento della reli­
quia. Con decisione personale del 23 giugno 1964,
Paolo VI fece trasferire a Pienza il reliquiario conser­
vato sino ad allora a Roma, e << restitui » alla chiesa
ortodossa di Patrasso quello originario . Le leggi ita­
liane sulla tutela prevedono in modo tassativo, in
caso di trasferimento da un luogo all'altro, e ancor
piu in caso di alienazione all'estero, il permesso del
·
ministero della P.l. sentito il parere del Consiglio
superiore. E anche nel Concordato fra Stato italiano
e Santa Sede è previsto che i beni esistenti in edifici
ai quali viene riconosciuta, in base al concordato
stesso, la extraterritorialità, debbano conservare la
loro integrità artistica e storica. Non è stato possi-

127
bile sapere se, in questo caso, il Illllllstero · fu avver­
tito o no. Se fu avvertito, si comportò come i citta­
dini di Pienza ai quali una rivista di locale conformi­
smo riconosceva « un pur piccolo merito: quello di
non aver ostacolato minimamente questa realizza­
18•
zione »
· Lo stesso si potrà dire del signor soprintendente
alle Gallerie di Siena.
All'inizio dell'estate 1973 circolò la voce che
l'on. Aldo Moro avesse intenzione di proporre, in
vista di una riforma dell'amministrazione dei Beni
culturali, la restituzione alla Chiesa e agli Ordini Mo­
nastici di tutte le opere d'arte, le biblioteche, gli ar­
chivi che lo Stato italiano aveva incorporato all'atto
della sua creazione unitaria. Non sembra possibile
attribuire tale proposito a urio degli uomini politici
cattolici piu equilibrati e piu aperti; ma è già grave
sintomo che voci in questo senso siano poste in cir­
colazione, perché gli ambienti ecclesiastici hanno dato
infinite prove di scarsa sensibilità verso i valori sto­
rici e artistici, di insufficiente preparazione anche ad
alto livello; e proprio negli anni recenti, col pretesto
della riforma della liturgia, hanno disperso sul mer­
cato an�iquario senza alcuna esitazione tesori di ar-

Il Cfr. « Terra di Siena », Rassegna dell'azienda autonoma

di Turismo di Siena, XVIII, 1964, n. 4, p. JO. Unica protesta


documentata un articolo di Giorgio Grillo su « l'Unità �, 14
marzo .1965, p. J preceduto da un breve trafiletto su « Paese
Sera » del 27 febbraio 1965. Per i festeggiamenti solenni
in occasione dell'ingresso in Roma della reliquia nel 1463,
sono da vedere i capitoli I e Il del Libro VIII dei Com­
mentari di Pio Il, nella traduzione italiana di G. Bernetti,
Cantagalli, Siena 1973, vol. III, pp. 85-115.

128
tigianato artistico che costlttuvano nel loro insieme
e nella loro continuità secolare un docu.men to pre­
zioso della civiltà italiana 19•

19 Cfr. a questo proposito il voto n. 6 espresso dal Con­


gresso dei Lincei (p. 143 degli Atti, cit.).
III. L'intervento degli enti locali
e delle Regioni
Il 4 novembre 1966 Firenze fu investita da una ter­
ribile alluvione. Il disastro si era verificato già una
volta, nello stesso giorno, nel 1333, con la rottura
degli argini nel medesimo punto, dinanzi · al Corso
de' Tintori (Storia Fiorentina di Marchionne di Cop­
po Stefani, libro settimo, rubrica 497); e si era
verificato in altre epoche, una volta ogni cento anni
e in modo sconvolgente; quasi sempre agli inizi del
mese di novembre. Segno, questo, che una serie di
situazioni idrografiche dislocate nel territorio a nord
di Firenze tornavano a concorrere ai medesimi ri­
sultati 1• L'amministrazione provinciale di Firenze
aveva approntato uno studio geologico-idrologico, nove
anni prima dell'ultimo disastro, con un progetto di
regolamentazione delle acque tale da scongiurare il
pericolo. Questo progetto fu recepito dal ministero
dei Lavori Pubblici, che stanziò . qualche milione per
iniziarne la realizzazione; ma pare che quei fqndi fu­
rono poi impiegati in altro modo e · il 4 · novem­
bre 1966 tutto stava come prima. Le conseguenze
dell'alluvione furono cosi gravi che ancora tutti le
ricordano, in Italia e fuori, cosi come ricordano che
le masse popolari fiorentine, di fronte alle i.Ji.erti in­
certezze e al palese smarrimento delle autorità, orga-

l Si veda adesso: Accademia dd Lincei, «Quaderno» n: 169,


Atti dd Convegno internazionale sul tema Piene: loro previ­
sione e difesa del suolo (23-30 nov. 1969), Roma 1972,- in
particolare le relazioni di T. Gazzolo (p. 137) e di A. Piccoli
(p. 155) sulle piene del 1966 in Italia.

133
nizzarono il salvataggio del salvabile con uno slancio
una prontezza e una intelligenza ammirevoli e che
ammirevole fu l'opera dei giovani, studenti e arti­
giani, sia nel recupero dei libri e dei documenti alla
Biblioteca Nazionale, che nei salvataggi delle opere
d'arte nei musei. La città subl danni che ancora si
risentono. In quanto a opere d'arte, la sola irrepara­
bilmente perduta, ma grandissima, è stata quella del
crocefisso dipinto da Cimabue, incunabulo preziosis­
simo e unico della grande pittura italiana all'inizio del
trapasso dal medioevo al rinascimento 2• Questa per­
dita non avrebbe avuto luogo, se il crocefisso fosse
rimasto appeso nella sala della Galleria degli Uffizi
dove aveva la sua collocazione storica e culturale ap­
propriata e non fosse stato, da un sorprintendente
troppo conformista, riconsegnato ai frati di Santa
Croce, che ne volevano fare oggetto di un piccolo
commercio turistico (ammantato di bella retorica pie­
tistica e patriottica ). La distruzione del Cimabue, pa­
gina iniziale di ogni storia della grande pittura ita­
liana, dovrebbe far almeno riflettere all'insano pro­
getto, al quale abbiamo già accennato, di restituire
alle chiese e agli ordini religiosi i beni culturali pas­
sati allo Stato con l'unità d'Italia. Puramente reto­
rica e in mala fede sarebbe un voler abbinare wia
tale decisione con quella di una maggiore ingerenza
delle Regioni nella tutela dei beni culturali.
E proprio un altro dei rarissimi cimeli del Cima­
bue, conservato nella chiesa di S. Domenico ad Arez­
zo, è stato messo in pericolo dalle forti vibrazioni

z Si veda il catalogo deUa mostra Firenze restouro, San­


soni, Firenze 1972, pp. 54-7, figg. 73·6.

134
sonore del nuovo grande organo che i religiosi hanno
collocato proprio dietro al prezioso crocefisso: altro
esempio del pericolo di affidare le opere d'arte ai
preti, i quali, come diceva il Porta, sovente si com­
portano « come el mond el fudess tutt sò de !or » .
Gli allarmi dei competenti, tra i quali anche un ispet­
tore centrale della Direzione generale AA.BB.AA.,
non hanno avuto, infatti, alcun effetto 3•
L'alluvione del 4 novembre 1966 mise in evidenza
come da to nuovo le riserve di energia e di inizia­
tiva che riserbavano le masse popolari e gli enti
locali.
L' l l novembre, l'Istituto Antonio Gramsci a
Roma riunf le proprie sezioni di lavoro e decise di
indire un convegno a Firenze, sotto gli auspici della
Provincia, per una libera discussione. Fu la prima
volta, in questo convegno, che funzionari delle
AA.BB .AA. parteciparono a un dibattito indetto da
un istituto politico del Per e che furono poste le
domande di fondo per una piu diretta partecipazion�
degli enti locali all'opera di tutela e di fruizione.
Esso ci confermò le risapute insufficienze della bu­
rocrazia delle soprintendenze e il loro distacco (salvo
casi isolati) dalla vita culturale della città e la man­
canza di collegamento fra loro 4•

l Si vedano gli articoli del cnuco d'arte Nello Ponente


su << Paese Sera » del 28 maggio e del '!8 luglio 1972.
4 Cfr. Giovanni Previtali, in « Rinascita », 51, 24-12-1966,
p. 22. Un terzo convegno dell'Istituto Gramsci fu tenuto nel
gennaio 1967 per porre in discussione le proposte della Com­
missione Franceschini, con la partecipazione di parlamentari.

1 35
LA COSCIEN.GA DELL'ITALIA 5

L'l l novembre le sezioni di lavoro dell'Istituto


Gramsci si riunirono, a una settimana di distanZa
dal giorno dell'alluvione, per esaminare la situazione
creatasi nel patrimonio culturale nazionale dopo il
disastro.
Per quanto i dati oggettivi fossero ancora impre­
cisi - � dobbiamo riconoscere che lo sono tut­
tora - non fu difficile giungere alla constatazione
che il già insoddisfacente stato di cose nel campo
della tutela artistica e della organizzazione culturale
nel nostro paese, aveva mostrato tragicamente la gra­
vità delle sue carenze e che si imponeva con asso­
luta urgenza il problema non solo di riparare fin dove
fosse possibile· il danno subito, ma, e in special modo,
quello di predisporre un piano di interventi e di rea­
lizzazioni che rendessero impossibile il ripetersi di
cosi gravi dall!leggiamenti, qualunque potesse essere
la causa del pericolo. Ma per giungere a questo, la
premessa indispensabile era che i rappresentanti qua­
li6cati e responsabili della cosa pubblica in Italia
.
esprimessero la sincera volontà di riconoscere il va­
lore preminente, sostanziale per un paese come il
nostro, dei beni culturali e artistici.
Una tale assicurazione non è venuta, né sono
venuti quei provvedimen t i di emergenza che pote­
vamo attenderci: il piu si è lasciato al volontariato,
specialmente dei giovani, e anche questo è stato ta-

s Relazione al convegno nazionale indetto a Firenze dal­


l'Istituto Gramsci il 10-ll dicembre 1966; fu pubblicata sulla
rivista " Rinascita ,. dd 17 dicembre 1966, o. 50, pp. 15 sgg.

1.36
lora ostacolato (come è avv�nuto da parte del Prov­
veditorato agli studi & Roma). Dalle labbra dei piu
alti esponenti della cos_a pubblica, abbiamo sentito
parole generiche di circostanza, abbiamo registrato,
se mai, una tendenza a minimizz are le conseguenze
delle << vicende · contingenti », e abbiamo avvertito ,"
come tono di fondo di tutti i discorsi ufficiali, soprat­
tutto la preoccupazione di dare assicurazione che
nulla di sostanziale sarà cambiato nel· proposto pian�
di sviluppo economico.
Si sono presi, naturalmente, dei provvedimenti fi­
nanziari e assistenziali (la cui portata e natura sarà
da esaminare), ma non si è sentito, da parte degli
organi di governo, un esplicito riconoscimento della
situazione di allarme, una esplicita volontà di ri­
correre a provvedimenti eccezionali e di urgenza per
porre fuori della ordinaria amministrazione il pro­
blema della sopravvivenza della sola vera ricchezza
che ha l'Italia: la sua cultura, i suoi tesori d'arte, i
suoi paesaggi.
È dinanzi a questa costatazione che l'Istituto
·

Gramsci ha ritenuto di indire questo convegno, per­


ché da esso esca non una recriminazione - non è
questo che qui ci interessa - ma una forte ed espli­
cita indicazione delle carenze, dei pericoli e dei pos­
sibili rimedi, con la persuasione che· occorre una
forte spinta dell'opinione pubblica · piu larga possi­
bile, sorretta da affermazioni e indicazioni compe­
tenti, per far comprendere e imporre · una adeguata
valutazione dei nostri be.tii culturali e della nostra
tradizione storica - una valutazione, si badi, che
non è soltanto morale e non è affatto s�timentale,
ma è anche economica e politica.

137
Firenze è oggi prostrata dalla sciagura e vede di­
nanzi a sé lo spettro della degradazione economica
e culturale: per. quanto tempo le sue biblioteche, i
suoi musei, funzioneranno in modo ridotto?
Venezia, meno colpita oggi, vede dinanzi a sé lo
spettro, ancor piu terribile, del totale annientamento
ove una piena d'acqua, come quella del novembre,
dovesse ripetersi prima che siano riparate le difese
che si oppongono al mare e le opere attrezzate per
mantenere l'equilibrio delle acque lagunari.
Ma se Firenze e Venezia sono oggi sulla ribalta
di questo dramma, bisogna rendersi conto e dire chia­
ramente che tutta l'I talia è in pericolo, non per
questa alluvione, ma per lo stato di grave, perma­
nente deficienza delle sue attrezzature di conserva­
zione e di tutela dei beni artistici, storici e biblio­
grafici, che sono ovunque esposti alle piu dolorose
perdite.
Né ci si venga a dire che noi siamo degli allar­
misti: la documentazione di queste carenze è ormai
amplissima e ha, tra l'altro, assunto autorità ufficiale,
consegnata come è nelle pagine della relazione della
Commissione parlamentare di indagine sulla tutela
dei beni culturali, alla quale dovremo piu oltre ri­
chiamarci per valutarne talune conclusioni.
E nemmeno ci si rimproveri di occuparci delle
opere d'arte e dei libri, dei documenti archeologici
e archivistici mentre ci sono problemi di assistenza
fisica e materiale, di disoccupazione, di rovina eco­
nomica. Il trovarmi qui, in Palazzo Riccardi, mi fa
ricordare il tempo dell'agosto 1944, quando, anche
allora, qui ci riunivamo. Ricordo che un ufficiale in­
glese espresse la sua meraviglia perché già nei primi

138
numeri della « Nazione del Popolo » noi avessimo
aperta la discussione sul restauro e recupero delle
opere d'arte, quando a Firenze mancava tutto, la
luce, l'acqua, il pane, i medicin ili . E ci fu un arti­
giano, che era con noi, il quale rispos � a quell'uffi­
ciale : che alla energia elettrica, all'acqua, alla farina,
ai medicinali , le autorità alleate che reggevano i ter­
ritori appena liberati ci avrebbero sicuramente pen­
sato e avrebbero aiutato a provvedere - ma alle
opere d'arte, alla ricostruzione del Ponte a Santa Tri­
nita, no; a quelle potevamo pensare e provvedere sol­
tanto noi, perché quelle erano veramente le cose no­
:
stre, che soltanto noi potevamo adeguatamente in­
tendere e valutare.
Ricordo quanto fu colpito da un cosl civile ragio­
namento quell'ufficiale straniero. Oggi noi dobbiamo
rivolgere lo stesso discorso ad altri italiani e forse
con minor speranza di essere intesi. (Ma forse, come
allora, si tratta di una guerra perduta dall'I talia uf­
ficiale, che altri italiani debbono trasformare in una
liberazione.)
È infatti umiliante, oggi, dover leggere sui giornali
stranieri - inglesi o svedesi - o vedere alla TV
francese, poste in evidenza le insufficienze, le len­
tezze, gli errori degli interventi dei poteri pubblici
in questo frangente.
Chi vi parla non è un uomo politico - ma spera
di poter essere ancora considerato un uomo di cul­
tura. Ora, è mia profonda persuasione che non si
possa oggi fare un discorso su problemi· della cul­
tura, che non sia anche un discorso politico, e che
non si possa fare una politica senza che questa im­
plichi immediatamente una scelta di cultura: si tqltti

139
dei problemi del Mezzogiorno· contadino o dei pro­
blemi della scuola.
· Noi non potremo superare l'attuale stato di disa­
gio e di incertezza, se non . arriviamo ad individuare
le cause di certe inerzie da parte degli organi dello
Stato e a scoprirne le connessioni con certe precise
.
scelte politiche ed economiche.
Io mi auguro che nel corso di questo convegno
qualcuno possa toccare specificamente questo punto.
· Cosi io lascio, naturalmente, che di Venezia par­
lino i veneziani e di Firenze i fiorentini, che hanno
vissuto direttamente questa tragedia e che conoscono
assai meglio le necessità piu impellenti di questa
città: la tragedia di Firenze, del suo patrimonio ar­
tistico danneggiato, delle biblioteche fuori uso, delle
case e�itrici paralizzate, degli istituti di istruzione e
di ricerca scientifica impos sibilitati (per quanto tem­
po non sappiamo) a funzionare, della sua tradizione
artigiana compromessa nella sua esistenza. Ma vor­
rei so!tanto accennare ad alcune possibili conseguenze
di questo stato di cose qui a Firenze: su Firenze in­
combe il pericolo di una degradazione culturale; il
pe�icolo, cioè, di scadere, da centro tipico per tutto
il mondo civile, di una determinata cultura storica
é artistica, a scolorita città di provincia, con scuole
e istituti di tipo corrente, in un ambiente di medio
benessere economico. Ma Firenze non deve potersi
equiparare ad una città del middle-west americano,
dove senza dubbio la gente vive in un buon livello
di benessere materiale e di comodità, ma vive una
vita che a noi sembra non meriti di esser vissuta.
Occorre stare attenti alle prossime scelte e alle pros­
sime decisioni . Potrebbe essere facile dimostrare, ci-

140
fre alla mano, che l'artigianato artistico fiorentino
rappresenta nel suo insieme una struttura economica
meno redditizia di quello che potrebbe rappresentare
una grande industria di produzione standardizzata,
ma con l'artigianato se ne andrebbe un pezzo non
trascurabile del nostro essere un popolo di una de­
terminata civiltà; se ne andrebbe una buona parte
di quello che costituisce la caratteristica, il vanto,
della civiltà dell'uomo toscano, alla quale si ritorna
sempre (quando si viene da altrove a questa terra,
a questa città) con la felicità di ritrovare un bene
che temevamo perduto, perché altrove nel mondo
effettivamente è perduto. Ma sono queste le cose
che fanno dell'Italia un paese che desta ancora delle
grandi speranze per quello che essa può dare di ci­
viltà agli uomini di domani.
E vi può essere un altro pericolo: che tutta la
città racchiusa nella sua terza cerchia storica -·cioè
la città antica - quella che è stata invasa dalle
acque, venga giudicata una città da buttar via, da
svecchiare, da trasformare profondamente, cogliendo
l'occasione di certe sue fatiscenze, Il pericolo di
questo caso è reso piu grave dal fatto Che nella no­
stra attuale cultura circolano molti equivoci e che
un'ansia, in sé salutare, di rinnovamento e di pro­
gresso, assumendo aspetti radicali e irrazionali, pos­
sa trovarsi a coincidere nelle proposte con interessi,
del tutto materiali e sordidi, di speculaziene edilizia.
Il pericolo esiste e il caso non sarebbe nuovo: que­
sto mio allarme è infatti dettato dall'esperienza,
un'esperienza fatta negli anni '45, '46, '47, dopo le
distruzioni causate dalla guerra, quando ressi la Di-

141
rezione generale delle Antichità e Belle Arti e vidi
in atto l'esistenza di questo pericolo.
Questo pericolo investe ora Firenze; e incombe da
anni su Venezia.
Occorre che una larga opinione pubblica venga por­
tata a rendersi conto di quello che significherebbero
certe scelte. Occorre far comprendere che le opere
d'arte, l'aspetto storico delle nostre città, il loro
antico assetto urbanistico, non hanno soltanto un
valore estetico, non sono soltanto venerabili per la
loro antichità o per il loro valore di documento, non
sono soltanto uno spunto a commozioni sentimentali
o, come volgarmente si suoi dire << poetiche », èhe
può essere giustificatissimo di considerare risibili; ma
sono qualche cosa di molto piu importante, hanno
valori molto piu profondi, sono le cose che non solo
esprimono, ma formano il nostro animo, la nostra
personalità, la nostra piu intima civiltà, il nostro
essere a ogni livello diversi dagli uomini circondati
soltanto dalle manifestazioni di una civiltà mecca­
nica e utilitaria; dentro la cui scorza non si ritro­
vano che alcuni luoghi comuni e alcune insipide
formule di comportamento esteriore. E sono queste
formule, questi luoghi comuni all'interno di un gu·
scio standardizzato che hanno come conseguenza non
solo la piattezza, il conformismo, la noia, ma anche
una interiore insicurezza : l'insicurezza di non sapere
quello che siamo e quello che vogliamo, che è il piu
tragico aspetto dell'alienazione prodotta dalla civiltà
moderna, là dove essa non trae sostanza da profonde
radici. E quelle radici sono qui, da noi.
Di questo dobbiamo persuadere noi stessi e gli
altri: che i , beni artistici e culturali, che noi siamo

142
qui per difendere, non li difendiamo da estèti (quali
non siamo) e, se volete, in ultima analisi, nemmeno
da studiosi (anche se questo è l'ufficio che ci siamo
scelti), ma li difendiamo per ragioni morali, per ra­
gioni umane, perché non vogliamo che vada perduta
con essi la nostra essenziale sostanza umana.
Debolezza culturale è anche debolezza morale. Dob­
biamo far comprendere l'inscindibiltà di questo bino­
mio alla classe politica del nostro paese, anche se
moralismo e politica non hanno a che vedere tra
loro. Ma qui non si tratta di moralismo, bensi di
coscienza civica.
La tragica realtà di queste. settimane ha posto in
evidenza a tutti l'insu.fficienz� , l'arretratezza e il di­
sordine delle strutture difensive e conservative, sia
nel campo tecnico idrogeologico, sia nel campo or­
ganizzativo delle collezioni artistiche e delle biblio­
teche.
Io non so nulla di questioni idrogeologiche, ma
sono andato a leggere in questi giorni i Discorsi sulle
piene dell'Arno del Viviani e ' a rileggere la voce
Arno: << L'Arno questo fiume storico che tanto male
e tanto bene apportò con le . immense sue alluvio­
ni .. >>, in quella mirabile opera del nostro Repetti,
.

il Dizionario geografico fisico storico della Toscana,


pubblicato fra il 1833 e il 1846. I problemi idro­
geologici del corso dell'Arno vi si trovano già tutti;
chiaramente esposti, evidenti; eppure oggi ancora
l'Arno è un fiume << classificato » solo dopo il suo
quarto bacino, cioè dopo Firenze. Come è possibile
che con tali precedenti di intelligenza, si sia giunti
alla presente arretratezza? nello stesso momento in
cui si costruisce l'autostrada Firenze-Bologna; una

143
delle piu belle d'Europa? Se riuscissimo ad indicare
le cause di questo regresso, noi troveremmo anche i
rimedi; ma per trovarle occorre un processo storico
alla classe politica che ha prodotto troppe volte e
troppo � lungo << governi che erano espressioni di
alcuni interessi costituiti e ristretto monopolio di
alcuni gruppi sociali che ne erano i beneficiari » (e
non sono parole mie, ma parole scritte pochi giorni
or sono da uno scrittore vicino a una parte dell'at­
tuale compagine governativa) e che oggi ha prodotto
(è sempre lo stesso scrittore) << la sensazione di un

governo che non funziona, che non interpreta i bi­


sogni e le aspettative del paese, che non esprime né
un'attività morale né un'efficiente azione amministra­
tiva ».
Se tanti libri preziosi dovevano essere ammassati
nel sottosuolo della Biblioteca nazionale e tanti qua­
dri in depositi al piano terra, ciò non era per errore
dei bibliotecari o dei soprintendenti, ma perché gli
istituti che ospitano libri e opere d'arte sono insuf­
ficienti. In tutto il mondo le biblioteche e i musei
hanno depositi; ma non è obbligatorio che siano sot­
terranei. E vi è di piu: quanti dei nostri libri pre­
ziosi e dei nostri codici non sono stati riprodotti in
microfilm, quanti dei nostri documenti d'archivio,
quanti degli oggetti dei nostri musei archeologici e
delle nostre raccolte numismatiche non sono inven­
tariati (e quindi non si sa nemmeno ciò che può es­

sere andato perduto), e quanto pochi, pochissimi,


sono. i cataloghi delle nostre gallerie? Noi archeo­
logi, per citare un tipo monetale, dobbiamo rifarci
costantemente ai cataloghi del British Museum e per
illustrare un'opera è molto piu spedito rivolgerei ai

144
musei europei e americani, che hanno servizi foto­
grafici a disposizione del pubblico, che non a musei
italiani che generalmente sono concepiti soltanto come
luoghi dove- si conservano le opere d'arte e solo ra­
ramente anche come servizi culturali a disposizione
degli studiosi e del pubblico.
Di chi la colpa? Solo raramente la colpa è dei
direttori, dei soprintendenti. La colpa è del modo
.
come questi istituti sono concepiti e amministrati e
della scarsità del personale scientifico e tecnico, una
scarsità che sarebbe ridicola se non fosse vergognosa.
In questi ultimi anni è stato piu volte denunziato
il fatto che il personale direttivo, con preparazione
specialistica, che regge e cura tutto il patrimonio ar­
tistico e storico italiano, dalla preistoria all 'arte con­
temporanea, dai centri di scavo come Pompei alle
grandi gallerie come gli Uflizi di Firenze o l'Accade­
mia di Venezia, a tutti gli edifici monumentali e al
paesaggio, è costituito da un organico che supera
appena le 200 persone - che fino a poco fa erano
addirittura 170 - molto meno, cioè, di quante ne
comprenda l'organico di uno solo dei grandi musei
fuori d'I talia, dal Louvre di Parigi, al Metropolitan
Museum di New York, dal British di Londra, al­
l'Ermitage di Leningrado .
Se non ci sono cataloghi né inventari la colpa non
è di una categoria di funzionari, che, tranne pochis­
sime eccezioni, ha sempre dimostrato capacità e
straordinario attaccamento al proprio lavoro, sentito
spesso come una missione. La colpa è della insuffi­
ciente considerazione che i governi hanno dato a que­
ste cose.
Voci di denunzia di questo stato di cose, da lungo

145
tempo alzatesi da piu parti, hanno portato l'attuale
governo a costituire, come è noto, una Commissione
di indagine formata da parlamentari e da esperti; e
questa commissione ha reso ora note le sue conclu­
sioni, sicché si è in attesa dei decreti legislativi che
ne pongano in esecuzione le proposte. Ma molti di
noi, che ci occupiamo di questi problemi, non siamo
affatto tranquilli. Da un lato temiamo che, come è
avvenuto per la Commissione di indagine per la
scuola , le proposte della commissione non vengano
seguite che in parte e non nelle piu importanti, e poi
le stesse proposte della commissione, accanto a cose
buone, contengono elementi che a molti di noi ap­
paiono estremamente pericolosi.
La commissione ha accolto la esigenza di un note­
vole allargamento dell'organico del personale delle
Antichità e Belle Arti, personale scientifico, tecnico
� di custodia, ed ha avanzato un piano di finarizia­
mento che potrebbe essere giudicato favorevolmente
qualora venisse integralmente accolto e realizzato dal
governo (e di ciò ci sia lecito dubitare per prece­
denti esperienze sia nel campo specifico della tutela
artistica, sia in altri campi). È di ieri, vorrei ricor­
dare, la relazione del Consiglio superiore dei lavori
pubblici nella quale si denuncia il fatto che degli
849 miliardi approvati nel 1952 per lavori, da ese­
guirsi in un decennio, di opere idraulico-forestali e
idraulico-agrarie, dichiarate urgenti e « assolutamente
prioritarie », poi aggiornati nel 1965 a 2200 mi­
liardi, ne sono stati effettivamente erogati a tutt'oggi,
cioè dopo 14 anni, 289 dei quali soltanto 38 erano
inseriti in normali stanziamenti di bilancio.II Con­
siglio superiore dei lavori pubblici concludeva con

146
un'accusa di << colpevole leggerezza » e di << miopia po­
litica ed economica >> . E ancora nel bilancio del 1967
vi era su tale capitolo soltanto uno stanziamento sim­
bolico.
Tanto piu mi sembra lecito dubitare che le propo­
ste di finanziamento vengano accolte, che non si è
allatto sentito il bisogno di rivedere gli staoziamenti
del piano di sviluppo economico alla luce delle pro­
poste della commissione; il che equivale già a un
fin de non-recevoir.
Ammessa, tuttavia, l'ipo�esi piu favorevole, che le
propos te della commissione vengano accolte e re,iliz­
zate per quanto riguarda l'organico del personale e
gli stanziamenti finanziari, gravi perplessità riman­
gono, a mio parere, su due punti fondamentali delle
proposte approvate dalla co=issione ; uno di questi
punti è che alla base di tutta la prevista azione a fa­
vore del patrimonio artistico è stato posto non il
conce tto di conservazione e tutela, ma il concetto
di << conoscibilità ». Da questo concetto possono di­
scendere cose buone, come una migliore organizza­
zione dei servizi di catalogazione e· di fotografia. Ma
possono discendere anche gravi pericoli, quando, in
nome di questo principio, si intenda liberalizzare il
commercio delle opere di arte antica, come chiedono
le organizzazioni di mercanti d'arte e come chiedono
anche (e questo è preoccupante) i centri del MEc e
dell'UNE sco e talune organizzazioni private come il
<< Centro di Studi Arké per la conservazione e va­

lorizzazione degli oggetti archeologici », sorto a Pa­


rigi nel 1965, « per adeguare l'archeologia alle circo·
stanze della vita moderna » 6•
6 Guy Weill Goudchaux, « Ulisse », LVII, aprile 1966.

147
L'altro punto, che io personalmente mi ostino a
ritenere assai pericoloso, è non tanto la trasforma­
zione della Direzione generale delle Antichità e Belle
Arti in una amministrazione autonoma ( clelia quale
si auspica uno snellimento burocratico - e speriamo
che ciò non significhi, in realtà, amministrazione al­
legra), ma il modo col quale tale amministrazione
autonoma verrebbe costituita, ponendo a capo di essa
persone di diretta nomina ministeriale, senzll alcuna
garanzia di scelta democratica e competente. Non
occorre soffermarsi ad indicare quali pericoli si na­
scondono in queste proposte, sapendo quanto facil­
mente trovano credito pseudo-competenze, appena si
presentino un po' brillantemente.
E proprio questi due punti, cioè la creazione del­
l'Amministrazione autonoma e i provvedimenti che
pongano in atto il principio della << migliore cono­
scibilità », sono per esser quelli che, tra le proposte
della Commissione di indagine, hanno piu probabilità
di esser realizzati con i provvedimenti legislativi che
si stanno preparando.
Non ci accontenteremo, dunque, di starcene zitti
in attesa di queste provvidenze, ma conviene rima­
nere vigilanti sulla natura dei provvedimenti che
saranno proposti.
Né ci dobbiamo stancare a reclamare l'attuazione
di quella legge urbanistica, che oramai da 3.nni viene
posta nei programmi governativi e che ogni tanto
fa capolino, per rientrare poi nell'ombra di quel
limbo nel quale preferiscono tenerla i santi padri
della speculazione edilizia.
Troppe volte, in questi ultimi tempi, sentiamo dif­
fondersi voci che tendono ad incolpare di ritardi e

148
di inadempienze il Parlamento o la burocrazia. Ma
in realtà non sono qu�ste le forze ritardatrici: le
forze ritardatrici stanno nella stessa compagine gover­
nativa. Oramai i casi sono divenuti troppi, per po­
terli ignorare - i casi nei quali dalla burocrazia e
dal Parlamento erano stati lanciati fondati allarmi
che non si sono voluti o saputi ascoltare. La tragedia
del Vajònt, come l'attuale dra=a dell'alluvione,
aveva trovato uomini e istanze tecniche . che avevano
ammonito sulla pericolosità di talune iniziative, e
sulla urgenza di talune opere di sistemazione del
suolo. Un provveditore alle Opere pubbliche, l'in­
gegnere Natoni, aveva chiaramente delineato in una
sua relazione la situazione di pericolo esistente per­
manentemente nel bacino dell'Arno. Un piano gene­
rale fu formulato nel 1949 dal Centro regionale per
la ricostruzione; ma di esso è stato realizzato solo
.
un dettaglio: quello che interessava la Società elet­
trica del Valdarno, aggravando in tal modo lo squi­
librio.
Anche per la sistemazione dei fiumi del compren­
sorio senese-grossetano esisteva un piano che preve­
deva la spesa di 50 miliardi. I 50 miliarc:li non sono
stati spesi, e ora ne occorrono molti di piu per ripa­
rare i danni alle strade (la superstrada in costruzione
ha perduto i tre viadotti principali), alle ferrovie,
alle installazioni agricole dell'Ente Maremma, le cui
opere di bonifica sono state pressoché annullate dal­
l'alluvione di oltre 5000 et tari di terreno agrario.
Anche in questo caso il progetto dell'Ente di svi­
luppo (ingegnere Colosimo), presentato nel 1949, ri­
preso nel 1950 e poi nel 1961 con modifiche, rivolto
a un efficace potenziamento della riforma agricola in

. 149
via d'attuazione, è stato lasciato cadere per mutati
·
orientamenti politici e per una specie di disprezzo
verso le iniziative degli enti locali in . genere e in
particolare quando essi sono retti dalle sinistre.
Anche l'altra, scandalosa, tragedia di Agrigento era
stata precedu ta da un decreto del 20 dicembre 1945
(n. 892) che, sentito il Comitato tecnico delle opere
pubbliche locali, includeva l'abitato di Agrigento fra
quelli da consolidare a cura e a spese dello Stato; e
vi fu poi la relazione dell'ing. Messina, ingegnere al
Comune, che denunziava i pericoli del mancato con­
solidamento e delle progettate costruzioni; vi furono
altre, oramai notissime, relazioni tecniche e ammini­
strative, ma di tutto ciò non si tenne conto, e si la­
sciò che si proseguisse nell'opera di speculazione edi­
lizia sfrenata e di deturpamento di uno dei paesaggi
piu celebri del mondo, deturpamento già iniziato
dalla costruzione di una strada turistica con la quale
si potesse arrivare fin dinanzi ai gradini degli antichi
templi.
·
Si ritorna sempre allo stesso punto: ignoranza e
avidità speculativa si alleano e trovano protezione
nella debolezza culturale e morale di una classe po­
litica basata sul clientelismo come nel tardo impero
romano.
E toccando il dolorosissimo tasto di Agrigento,
non posso ·fare a meno di ricordare qui con com­
mozione, il nome di un · uomo, di un amico, di uno
degli organizzatori precipui dell'Istituto Gramsci, il
nome di Mario Alleata, scomparso a soli 48 anni,
improvvisamente, cinque giorni or sono. Il suo ul­
timo discorso pubblico, fu tenuto, pochi giorni pri­
ma, qui a Firenze; il suo ultimo appassionato di-

150
scorso al Parlamento fu dedicato ad Agrigento, po­
chissime ore prima di essere colpito dalla morte:
<< Questi avvenimenti hanno fatto comprendere a
tutti l'entità dei pericoli che minacciano la struttura
fisica del paese e la sopravvivenza stessa di città
come Firenze e Venezia le quali, come Agrigento,
rappresentano anelli insostituibili di un processo sto­
rico e culturale di fronte al quale non si dovrebbe
essere insensibili, se si è animati da quel senso della
storia che all'uomo moderno è o dovrebbe essere
proprio >> .
Un elemento comune ai casi di Agrigento e di Fi­
renze era indicato da Alicata nel fatto che << per fa­
vorire un certo tipo di sviluppo economico nel nostro
paese si sono calpestati i diritti della natura e della
storia, si sono volutamente ignorate le caratteristi­
che fisiche e storiche dell'Italia, costruendo un falso
gigante dai piedi di argilla, l'Italia industrializzata
degli anni cinquanta >>.
Questo mi sembra un punto che deve entrare nella
coscienza di tutti: che è profondamente sbagliato
voler fare del nostro paese un falso gigante, che non
solo abbia i piedi di argilla, ma che suona vuoto,
se Io esploriamo da presso. Siamo ·ancora il paese
che non sa darsi un assetto scolastico nel quale si
possa veramente insegnare e veramente apprendere.
Siamo il paese nel quale la spesa pro-capite per
la ricerca scientifica è di 4 dollari (2500 lire) all'an­
no, mentre in Francia è di 27 dollari (17 .000 lire,
oltre 6 volte quella dell'Italia) e negli
. Stati Uniti
di 94 dollari (57 .000 lire).
Siamo il paese nel quale si ha la minore percen­
tuale di territorio destinato a parco nazionale: lo

151
0,58 per cento, contro 1'1,14 dell'Olanda, il 3,8 del­
l'Inghilterra, il 2,96 della Cecoslovacchia; e dove
queste poche superfici destinate a parco vengono de­
gradate da speculazioni assurde e ignobili, come è
avvenuto al Circeo, a Pescasseroli e in altri luoghi
del Parco nazionale d'Abruzzo.
Siamo il paese nel quale esiste una sola facoltà
di Scienze Forestali (e ce ne sono 5 in Jugoslavia);
dove il secondo Piano verde, or ora approvato, stan­
zia 4,5 miliardi per la bonifica montana contro i
100 richiesti dai tecnici ministeriali; dove nascono
città mostruose e inabitabili come la Rom a di que­
sto dopoguerra, che h a 2 metri quadrati di spazio
verde per abitante, quando vecchie città europee
come Amsterdam ne hanno 25.
Tutte queste cose si sanno, vi sono scrittori, gior­
nalisti e associazioni ( come (< Italia Nostra » ) che
le denunziano; ma queste denunzie non approdano
a nulla, perché i nemici d'I talia, cioè coloro che
contribuiscono per avidità di speculazione a distrug­
gere il nostro piu prezioso patrimonio, la nostra ci­
viltà, e creano condizioni di vita insalubr.i - e sono
quindi giustamente da chiamarsi nostri nemici (come
lo sono i sofisticatori di generi alimentari e i pro­
d u ttori di taluni generi di mangimi per gli anima­
li) - tutti questi nostri nemici hanno molti amici
potenti e, se non li ha�o. sanno come procurarseli .
Occorre una persuasione, piu forte, per vincere
questa lotta, una persuasione che sgorghi dall'intimo
convincimento di larghi strati di persone, portata
avanti da uomini autorevoli che, dalle piu diverse
provenienze culturali e politiche, si uniscano per que­
sta opera di salvataggio.

15 2
Dobbiamo chiedere non solo che si facciano dei
piani di tutela della natura, di rafforzamento degli
organici delle Antichità e Belle Arti in ogni ordine
e grado, di risana.mento conservativo dei centri sto­
rici; ma, al tempo stesso, non dobbiamo cessare di
chiedere se tali piani, una volta formulati, vengano
anche attuati, · e mantenuti in continuata efficienza.
Se il disastro dell'alluvione può essere l'occasione
che dia una vigorosa spinta a prender coscienza da
parte di tutti dell'assurdo stato di cose nel quale ci
troviamo, dobbiamo anche proporci di insistere per­
ché questa coscienza non torni, di qui a poco, ad
assopirsi.
Molto è stato salvato, a Firenze e altrove, dal­
l'opera dei volontari. Ma quest'opera non può non
avere una durata limitata. Resteranno poi i funzio­
nari di prima, gli organici di · prima, a restaurare i
quadri, gli oggetti del museo archeologico, a ricom­
porre i cataloghi e le collezioni della biblioteche?
Questo significherebbe lunghi anni di parziale inef­
ficienza di istituti che già in tempi normali non ave­
vano sufficiente personale che accudisse al pieno fun­
zionamento di essi.
A questi istituti colpiti dal disastro occorrono or­
ganici straordinari provvisori, la cui costituzione non
dovrebbe presentare difficoltà amministrative, dato
che le proposte della Commissione di indagine già
prevedono notevoli ampliamenti di organico (il che
renderebbe assai facile il futuro assorbimento del
personale straordinario). È .un punto, questo, che
merita di essere discusso e, se approvato, portato in­
nanzi con concrete proposte· che smuovano le auto­
rità ministeriali dalla loro timorosa esitazione verso

1.53
ogni atto di amministrazione non squallidamente or­
dinaria.
Quando il Consiglio direttivo dell'lstiruto Gramsci
ha preso l'iniziativa di questo convegno, ne è deri­
vato che toccava a me, quale presidente dell'lstiruto,
tenere una relazione introduttiva, anche se altri sa­
rebbero stati assai piu confacenti a questo compito,
perché piu direttamente immersi nel vivo dei pro­
blemi che qui vengono toccati. Ma, sia pure in modo
insufficiente e vincendo la naturale riluttanza (accre­
sciuta dagli anni) che ho di esibirmi a qualsiasi ri­
balta, ho sentito di accettare questa incombenza come
un dovere di civiltà e di civismo, come un dovere,
in particolar modo, verso Firenze, centro della To­
scana alla quale appartengo, sede per non pochi anni
della mia attività di docente, e il cui volto doloroso
di oggi mi riporta a quella estate del 1944 quando,
in questo palazzo, partecipavo alla prima ricostru­
zione civile della città. Ricordo lo slancio di quei
tempi, e le speranze. E soprattutto ricordo con quan­
ta unità di intenti si partecipava allora, rappresen­
tanti di cinque partiti antifascisti, alle discussioni e
alle decisioni di interesse comune e generale. Qual­
che cosa di quella unità di fervore e di opere si è
tornata a verificare anche adesso, sopratrutto nelle
opere di soccorso popolare. Facciamo che non vada
perduta.
Io credo che una nuova unità di base (anche se
non al vertice ) sia possibile e sia indispensabile per
salvare, non a parole, ma con fatti precisi e precisi
impegni, il nostro patrimonio culrurale. Lo slancio
dimostrato dalla popolazione fiorentina, il fatto stes­
so che noi siamo qui ospiti della Provincia, sono

154
indicazioni a favore di una maggiore . partecipazione
degli enti locali alla soluzione dei problemi qui ac­
cennati e contraria alle tendenze di accentramento
del vertice che possiamo riscontrare nelle proposte
delle commissioni mlnisteriali.
Non si tratta soltanto di restaurare e di ripristi­
nare; si tratta di qualche cosa di piu, perché il solo
ripristino dello status quo ante non scongiura i fu­
turi pericoli, come non ne ha preservato in passato.
Occorre non un ripristino, ma un rinnovamento vero
e proprio nelle istituzioni, negli· ordinamenti, nella
legislazione. Noi non potremo fare molto in questo
convegno - ma possiamo uscire da qui piu decisi
di prima a contribuire a questo rinnovamento, a
contribuire a diffondere una migliore coscienza ci­
vica riguardo alle opere del patrimonio culturale -
e dovremo, io credo, formulare un documento che
esprima esplicitamente la richiesta di provvedimenti
straordinari di contingenza e la richiesta di rapida
attuazione di nuove leggi di tutela culturale, artistica,
storica e urbanistica, ispirate a quel senso della st�
ria che è la conquista piu alta della cultura morale
dell'uomo moderno.

Il rileggere, a distanza di anni, questa relazione può


indurre piu a tristezza che a speranze. Ma la ri­
sposta dell'artigiano fiorentino al maggiore inglese
riportata in questa relazione dimostra che l'impe­
gno prodigato dal popolo in occasione dell'allu­
vione non aveva solo un movente utilitario perso­
nale, ma trascendeva al di là di questo per una co­
scienza, profondamente ancorata, del valore insosti-

155
tuibile di una tradizione e di un costume di civiltà.
E questa coscienza , talora latente, velata dalle stra­
ti.ficazioni tecnologiche e produttivistiche della odier­
na civiltà dei consumi, è pronta a riaffermarsi nei
casi di speciale emergenza travalicando anche l'utile
particolare e personale; ma può anche essere de­
stata da un'azione di richiamo condotta su vasto rag­
gio non a parole, non con conferenze o appelli, ma
ponendo larghe masse e non solo di giovani, a con­
tatto con la realtà del retaggio storico. Questo si è
verificato largamente nei comuni emiliani dove, come
diremo piu avanti, è stato organizzato il rilevamento
e l'inventario delle testimonianze dell'arte e della cul­
tura del passato.
Di particolare importanza è, a questo proposito,
il procedere attraverso l'organizzazione di un lavoro
sistematico, programmato da persone competenti ( in
questo caso i dirigenti tecnici della soprintendenza),
giacché possono crearsi devianti equivoci affidandosi
solo allo spontaneo (e non durevole) entusiasmo.. Il
sorgere, un po' dovunque, di « gruppi spontanei »,
specialmen te interessati all'archeologia, è un fenome­
no che non si può giudicare del tutto positivo, come
diremo piu avanti. Ma va ricordato, a proposito del­
l'interessamento degli enti locali, che già nel mag­
gio del 1 965 la Federazione comunista della pro­
vincia di Siena, aveva inviato ai sindaci dei comuni
il cui centro avesse caratteristiche storiche ò paesag­
gistiche, un pro-memoria per richiamare i consigli
comunali a considerare l'importanza che quelle ca­
ratteristiche non venissero manomesse, informandoli
al tempo stesso della situazione esistente in rapporto
alla Commissione Franceschini. In tal modo la cono-

156
scenza dei problemi inerenti ai B.C. veniva ampia­
mente diffusa in un ambiente popolare già di per sé
portato a esser sensibilizzato in fatto di cose inerenti
all'arte.
Mi piace, prima di procedere, di raccontare la se­
guente piccola storia, che mi sembra esemplare.
Nella città di Siena, rione di Camollia, piazzetta
Paparoni, stava, pochi anni or sono, di bottega un
falegname. Era un vecchio artigiano che lavorava per
lo piu da solo ed era espertissimo nel restauro di
mobili antichi. Un giorno un importante signore gli
porta un piede da tavolo, tornito a forma di ele­
mento da balaustra, rigonfio al centro e terminante
in basso con tre riccioli di appoggio. Un piede ti­
pico per i tavoli rotondi, col piano impiallicciato,
sovente a scacchiera, d'attorno al 1850-60. Il signore
chiede di adattare a questo piede un piano di tavolo
rettangolare, di centimetri tanti per tanti, con un fi­
letto di intarsio. Il falegname obietta che quel piede
richiedeva un tavolo rotondo e che un piano rettan­
golare ci stava male. Il signore dice : « Lo so; ma a
me fa comodo rettangolare >> . Ritorna dopo una ven­
tina di giorni e il tavolo non è stato fatto; ritorna
dopo altri quindici, e il tavolo non è stato fatto.
Allora si arrabbia· e strappa al falegname un impe­
gno formale per i prossimi quindici giorni. Ritorna;
il tavolo è pronto: ma il piano è rotondo. Escande­
scenza del signore importante. L'artigiano tranquillo,
si giustifica: « Lo so che lei lo voleva rettangolare,
ma che le devo dire: e' m'è venuto tondo! ».
A me questa istorietta sembra un bellissimo esem­
pio di come l'artigiano, e cioè il popolo," quando sia
giunto a certe consapevolezze, conservi verso la rea!-

157
tà delle cose del passato, nella loro essenza genuina
� e quindi anche storica - una aderenza che è
totalmente andata perduta nella classe dirigente e,
quel che piu conta, una aderenza gelosa, combat­
tiva, che ha la forza, ad un certo punto, di supe­
rare il proprio contingente interesse.
L'importante signore badava soltanto alla propria
convenienza e infrangeva scientemente un rapporto
di armonia formale e storica che l'ar tigiano, contro
il proprio interesse, e senza dubbio con tormento in­
teriore, non si era sentito l'animo di infrangere e di
superare.
Purtroppo a far perdere quella consapevole ade­
renza contribuiscono largamente anche le cosiddette
scuole e istituti d'arte, dove non si insegna piu né
una tecnica né un mestiere, e dove, per lo piu, si
spingono gli allievi a ricerche di una attualità che
vorrebbe apparire originale e non è che falso-moderno
suggerito da una superficiale presa di conoscenza di
illustrazioni su riviste italiane e straniere.
Naruralmente, tutta la tendenza tecnologica e con­
sumistica della nostra at ruale società, porta al di­
stacco, alla incapacità di valutazione e di compren­
sione dei valori contenuti nelle testimonianze del
passato, e in modo particolare di quelle minori, che
pure formano il tessuto connetti vo di una grande
civiltà artistica, come è stata quella italiana. Ma una
colpa indiretta, tra noi, è da attribuire anche a Be­
nedetto Croce, per tanti anni ispiratore indiscusso
della cultura umanistica italiana. Il concetto crociano
che abbia valore e importanza soltanto l'individuale
capolavoro artistico, rutto sorto dall'intima inruizione
e senza rapporto con rutto il resto della società, ha

158
1spuato malamente i riformatori delle scuole d'arte,
i dirigenti della tutela artistica, ed ha portato alla
distruzione e dispersione dei documenti dell'artigia­
nato artistico, che in altri paesi d'Europa sono stati
raccolti e preservati.
Anche questo è un tema che soltanto gli enti locali
possono riprendere e svolgere per quel poco che è
ancora salvabile.
L'Istituto Gramsci convocò un terzo convegno
(a Roma) il 23 gennaio 1967, nel quale fu formu­
lato un documento, redatto da una commissione de­
legata, della quale fecero parte studiosi, un membro
del Consiglio superiore delle Belle Arti, un ispettore
generale degli Archivi di Stato, architetti, parlamen­
tari e funzionari delle soprintendenze. In questo do­
cumento si raccomandava che nel futuro progetto di
legge si desse la preminenza, sia come istituzione che
come poteri, ad un Consiglio nazionale dei B.C., e
che venisse presentata una legge globale, la quale
creasse ima amministrazione dei B.C. di autentica
impronta democratica e fornita di una propria au­
tonomia a livello ministeriale. Intanto venne diffuso
un testo di disegno di legge, che non aveva nessun
crisma ufficiale, ma che pervenne a varie istanze in­
teressate. Esso allarmò l'opinione piu ·responsabile.
I quattro parlamentari delle sinistre, già membri
della Commissione Franceschini, organizzarono una
discussione alla Casa della Cultura (23 luglio 1967)
contro tale progetto di legge, che « tradiva » le pro­
poste stesse della Commissione d'indagine. L'associa­
zione « Italia Nostra », che aveva già convocato un
convegno sotto il titolo Nuove leggi per l'Italia da
salvare auspicando, appunto, la riforma dell'amrnini-

159
strazione delle AA.BB.AA., indisse una·· conferenza
stampa (27 luglio 1967) sotto il titolo Nuove leggi
per l'Italia da distruggere. Se prima del convegno
l'Associazione aveva ricevuto qualche ammonizione
dal ministero, con questa conferenza stampa si po­
neva in aperta polemica contro i disegni della buro­
crazia ministeriale che, insieme a qualche difensore
di interessi privati, aveva ispirato il progetto che
alterava anche le conclusioni della Commissione Fran­
ceschini.
Che l'ispirazione venisse dalla burocrazia ministe­
riale Io si vide chiaramente quando il dr. Nevio De­
grassi, ispettore centrale e presidente dell'Associazio­
ne dei funzionari, inviò il 14 luglio 1967 una lettera
ai soci, nella quale si approvava il progetto, con
l'esplicito accordo del direttore generale Molajoli e
poi, con deliberazione del Consiglio direttivo del
25 luglio indisse per i giorni 5-7 settembre, ed even­
tualmente ad oltranza a partire dal 12 settembre,
uno sciopero per premere sul Consiglio dei ministri
onde affrettare la presentazione del progetto di legge
alle Camere. Contro tale insano modo di usare l'arma
dello sciopero, insorsero i funzionari iscritti al sin­
dato CGrL e alcuni gruppi organizzati da studiosi
( « Dialoghi di Archeologia >>, « Associazione archivi­
stica italiana », << Associazione italiana biblioteche »)
e Io sciopero venne disdetto ( l settembre 1967). Il
disegno di legge in questione non venne . mai formu­
lato ufficialmente né il Parlamento mai investito della
questione.

L'Amministrazione Provinciale di Firenze andava sem-

160
pre piu caratterizzandosi come sede di convegni e di
discussioni sui problemi inerenti ai B.C. e in tale
direzione va ricordato anche l'« Incontro fra parla­
mentari ed esperti » promosso dal gruppo Sinistra
Indipendente del Senato e ospitato dalla Provincia
di Firenze il 14-15 dicembre 1968, sotto la presi­
denza di Ferruccio Parri. Scopo dell'incontro era
principalmente, di fare il punto della situazione e
porre i parlamentari nelle condizioni di contribuire
con piena competenza alla elaborazione delle auspi­
cate leggi di riforma (che sembravano imminenti).
L'interesse del convegno stava nel fatto che l'ini­
ziativa fosse stata presa da un organismo politico.
I lavori furono introdotti da tre relazioni, di Giulio
Carlo Argan, di Giuseppe Samonà e mia, e prosegui­
rono in due commissioni, una per l'urbanistica e i
centri storici, l'altra per il patrimonio artistico. · Da
parte mia cercai di insistere sul fatto che il problema
non era soltanto tecnico-finanziario, ma essenzialmen­
te politico. Nelle conclusioni si auspicava che il Par­
lamento volesse, in attesa della generale riforma,
promuovere d 'urgenza alcuni provvedimenti legisla­
tivi: per migliorare le condizioni economiche del per­
sonale di ogni grado delle AA.BB.AA.; per assicu­
rare alle soprintendenze fondi a disposizione per in­
terventi immediati e urgenti (evitando la lunga via
dei preventivi da far approvare di volta in volta);
per modificare le disposizioni relative agli espropri,
sia snellendone il procedimento, sia abolendo la di­
sposizione che rende caduca l'espropriazione ( p . es.
di un'area di interesse archeologico, che dovrebbe
costituire una sorte di demanio storico) ove i lavori
di ricerca non siano stati eseguiti entro un dato ter-

161
mine. In contrasto con quanto da me ripetuto nella
mia relazione il convegno espresse un voto di mag­
gioranza (determinato soprattutto dai funzionari delle
AA.BB.AA. presenti) a favore dell'Amministrazione
autonoma dello Stato per i B.C., come proposta
dalla Commissione Franceschini (che era intesa quale
cosa diversa dalla creazione di un ministero dei B.C.,
contro la quale non avrei avuto obiezione).
Il gruppo parlamentare rappresentato al convegno
presentò poco dopo un disegno di legge relativo alle
notifiche e agli espropri . Ma di questo, come delle
altre proposte, il governo non tenne conto alcuno,
anche se i provvedimenti sarebbero stati di facile at­
tuazione.
Finora, in queste pagine non abbiamo fatto parola
dei furti di opere d'arte che si sono susseguiti in
modo impressionan te. Particolarmente inquietanti i
furti di opere sicuramente invendibili perché troppo
celebri e universalmente conosciute, le quali venivano
regolarmente ritrovate qualche tempo dopo, dal nu­
cleo speciale dei carabinieri istituito dal ministero
della P�I.. previo sborso di qualche milione. È chiaro
che nel caso di opere assicurate per una somma ele­
vata, le compagnie di assicurazione preferiscano pa­
gare una somma minore e ottenere la restituzione
delle opere . Ma i quadri conservati nelle chiese non
sono, generalmente, assicurati, sicché questo tra.flico
ha assunto aspetti poco chiari.

162
CORRIAMO A VEDERE I CAPOLAVORI D 'ARTE
PRIMA CHE LI RUBINO 7

Di fronte alla gravità dei piu recenti furti di opere


d'arte (inaudito quello commesso nella chiesa dei
SS. Giovanni e Paolo a Venezia sotto lo sguardo
corrucciato del Colleoni), l'opinione pubblica insor­
ge, persone autorevoli scrivono lettere ai ministri,
giornalisti fanno interviste. Si viene sollecitati a scri­
vere. Ma che cosa c'è da scrivere, che cosa c'è da
dire che non sia già stato detto e scritto cento volte?
Si può solo dire che i fatti dimostrano ancora una
volta l'assoluta indifferenza o l'assoluta inettitudine
(da questo dilemma non si esce) dell'attuale governo
di fronte a uno stato di cose che dura esatta.nlente
quanto ha durato fin qui l'attuale classe politica al
potere.
Può esserne data testimonianza. Qualche mese fa,
nei son tu osi saloni di un'ambasciata straniera incon­
trai, dopo 24 anni, l'ex ministro della P.I. al quale
avevo presentato, a suo tempo, le mie dimissioni da
direttore generale delle Antichità e Belle Arti. Mi
accolse dicendo: « Se Lei non mi avesse abbandonato,
le cose non sarebbero arrivate a questo punto, perché
ricordo che Lei, nel 1947 già mi diceva che biso­
gnava ristrutturare i servizi delle Belle Arti e accre­
scerne gli organici! ». Non potei fare a meno di re­
plicare che la sua buona memoria appariva mancante
di un lato della questione: che me ne ero andato
proprio per il suo rifiuto di farmi affrontare questo
argomento. Infatti, secondo quanto allora ebbe a dire,

7 « l'Unità •, 15 settembre 1971.

163
esso non era di · quelli che portano voti elettorali :
nessuno, perciò, se ne sarebbe mai occupato seria­
mente. E purtroppo debbo riconoscere che aveva ra­
gione.
Dovremo dunque essere grati ai ladri, se ora, an­
che l'argomento della tutela artistica potrà diventare
un tema della propaganda elettorale? Ma anche se lo
diventasse, ci sarebbe poco da sperare, con questa
gente. Il maggior numero dei furti avviene, noto­
riamente, nelle chiese. E la mancanza .di tutela delle
opere d'arte custodite (si fa per dire) nelle chiese
deriva fondamentalmente dal fatto che non è stato
chiarito nell'unico modo possibile il rapporto fra Sta­
to e Chiesa in merito alle opere d'arte che si tro­
vano nei luoghi di culto. Tali opere d'arte sono sotto
la tutela dello Stato ed è Io Stato che paga i re­
stauri; ma provatevi a sostenere che esse apparten­
gono al patrimonio pubblico della nazione, prova­
tevi a voler limitare la piena e assoluta disponibilità
su di esse da parte delle autorità ecclesiastiche, e vi
troverete dinanzi a un fronte di opposizione piu
compatto e unanime che per la questione del divor­
zio. Tanto che può sorgere, qualche volta, il sospetto,
quando si tratta di un furto avvenuto in una chiesa,
che i ladri abbiano trovato qualche interessata com­
piacenza all'interno di essa. (E il lungo elenco di
vendite illegali di opere d'arte e di suppellettili arti­
stiche fatte dal clero toglie ogni intenzione di ca­
lunnia a un 'tale sospetto .)
È vero, si ruba anche nei musei e il problema re­
lativo al personale della vigilanza notturna è tutt'al­
tro che risolto. Ma non sarebbe in sé un problema
difficile; ed estendere tale vigilanza alle chiese piu

164
ricche di opere d'arte non sarebbe impossibile, se ne
venisse ammesso il principio. (Non è un problema
difficile, perché sostanzialmente finanziario; e i quat­
trini ci sono sempre, quando si vuole trovarli.) In­
vece, anche le proposte delle varie Commissioni mi­
nisteriali che da ormai quasi un decennio si sono
susseguite, appaiono assai reticenti sulla questione
delle opere d'arte in custodia della Chiesa, e, se
mai, vi si possono trovare accenni a una accresciuta
ingerenza ecclesiastica.
Del resto, in fondo al brutto pasticciaccio delle
porte del Duomo d'Orvieto vi è stata, piu che altro,
una questione di voluta affermazione della supre­
mazia delle autorità ecclesiastiche sugli organi tecnici
statali. Tale questione non potrà mai risolversi in
modo positivo per la tutela delle opere d'arte esi­
stenti nelle chiese finché perdura l'attuale « con­
giura della mediocrità e dell'incoltura » (citazione dal
discorso di Aldo Moro del 22 luglio) che caratterizza
oggi il partito di maggioranza relativa che ci go­
verna. E forse nemmeno dopo.
Qualche speranza si potrebbe avere se taluni com­
piti della tutela artistica venissero affidati agli orga­
nismi regionali, dove una maggiore sensibilità po­
trebbe trovarsi, in alcuni anche solo su base campa­
nilistica, in altri per una effettiva e diretta sensibi­
lità culturale. Ma anche in questo campo, come già
in quello universitario, la opposizione viene da una
mentalità tradizionalista, timorosa e priva di inven­
tiva, che è . propria anche a taluni fra i migliori fun­
zionari tecnici; dall'altra è prevedibile una sorda lotta
della burocrazia centrale e delle autorità di governo
contro ogni affermazione di autonomia regionale.

165
Comunque, quanto è trapelato sinora delle inten­
zioni ministeriali è, per inefficacia, semplicemente
ridicolo.
Il capo dell'uf!icio Recupero opere d'arte, Rodolfo
Siviero, in una intervista a un · giornale milanese ha
ora parlato di << malia dei furti di opere d'arte ,..
Data la sua lunga e sofferta esperienza e la capacità
di indagine che ha ampiamente dimostrata, c'è da
prestar fiducia alle sue affermazioni. In questo caso
si dovrà aggiungere un altro racket alla lista di quelli
esistenti e contro i quali finora ci si è dimostrati
impotenti? Se cosi fosse veramente, non ci resta
altro che affrettarsi a visitare le nostre maggiori rac­
colte d'arte prima che vengano saccheggiate, cos{
come qualche anno fa ci si è dovuti affrettare a visi­
tare alcuni dei piu bei panorami d'I talia prima che
fossero sommersi dalla speculazione del cemento.
Funzione delle Regioni

Il 15 aprile 1971 la Provincia di Firenze promosse


un incontro fra studiosi e parlamentari sul tema
I beni culturali 1967-197 1 , nel quale furono parti­
colarmente discusse le proposte delle Commissioni go­
vernative. Poi, nel novembre 1971 ospitò una mo­
stra dell'attività che la Provincia di Bologna, con
l'appoggio del Comune, della Soprintendenza alle
Gallerie, e degli organi che si stavano costiruendo
attorno alla Re.gione, stava svolgendo per la salvezza
del patrimonio artistico, sotto il titolo Beni culturali
ed enti locali: la tutela, la conservazione e la valo­
rizzazione come pubblico servizio. Già da questo ti­
tolo appare una impostazione nuova dei problemi ine­
renti ai beni culturali, adeguata al loro inserimento
nella vita culturale del paese e non piu entità astratte
chiuse in una ristretta cerchia di interessi accademici
o burocratici; non solo conservazione, ma pubblico
servizio attivo.
La mostra mise in evidenza l'importantissimo la­
voro svolto per un sistematico rilevamento fotogra­
fico e inventariale condotto in modo capillare anche
sulle architetture minori, sui documenti epigrafici in­
seriti nelle strutrure antiche, sulle opere di artigia­
nato. Il 60% della provincia di Bologna era già stato
percorso e inventariato. Carte topografiche mostra­
vano il dislocamento dei centri didattici ai quali era
possibile far capo per appoggiare l'opera dei ricer­
catori, e da tutto l'insieme scaruriva con chiarezza
quanto era possibile ottenere per questa via, attra-

167
verso gli enti locali, per una effettiva tutela· dei beni
culturali e per il loro . inserimento attivo nella vita
culturale del paese.
Contemporaneamente (giugno 197 1 ) il Comune di
Bologna aveva pubblicato, in preparazione di un piano
per il centro storico, una ricerca sullo stato delle
abitazioni e sulla struttura della popolazione ( a cura
di Claudio Claroni ), che si ricollegava alla grande
mostra del 1970 il cui ampio catalogo ( ediz. Alfa,
1970) rimane prezioso documento di come possa es­
ser condotta una sistematica indagine prima di af­
frontare in concreto ed effettuare praticamente qual­
siasi intervento sopra un centro storico, unendo l'in­
dagine storica a quella monumentale e a quella so­
ciologica.
Oggi la ristrutturazione del centro storico di Bo­
logna, in corso di attuazione, è citata ad esempio
anche fuori d'I talia e al Comune di Bologna è stato
attribuito, nella persona dell'architetto Pier Luigi Cer­
vellati, il premio Feltrinelli 197 3 -per l'urbanistica,
riservato a cittadini italiani, da parte dell'Accademia
dei Lincei, che non è certamente sospettabile di par­
ticolari simpatie verso un'amministrazione di sinistra.
Il criterio che sta al fondo di questa operazione è
di operare un restauro degli immobili minori del
centro, spesso fatiscenti e deturpati da superfetazioni
e di riportarvi, dopo il restauro, gli stessi abitanti
che lo occupavano prima, in modo da mantenere al
centro il suo carattere proprio e di evitare che la
sua originaria e naturale popolazione venga respinta
alla periferia (come largamente avviene, per es.; a

Roma, il cui centro storico non è solo manomesso,


ma alterato profondamente nel suo carattere socio-

168
economico perché gli immobili vengano trasformati
in eleganti e preziosi alloggi da affi ttare di preferenza
a stranieri).
Dinanzi a questo intelligente e civile comporta­
mento dell'amministrazione comunale di Bologna, che
è stata sin dal 1945 in mano ai partiti di s inis tra ,
non si può evitare il confronto con ciò che è acca­
duto ad Agrigento e di ciò che è accaduto e accade
a Palermo sotto amministrazioni costantemente rette
dalla Dc. La relazione della Commissione d'indagine
su Agrigento, istituita con decreto ministeriale 3 ago­
sto 1966 n. 12795 dopo che il caos edilizio aveva
prodotto rovinose frane nei nuovi complessi edilizi,
nel presentare al ministro dei Lavori Pubblici la sua
relazione ( 8 ottobre 1966) cosi si esprimeva:

Gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e


pervicacemente, sotto il profilo della condotta ammini­
strativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di re­
sponsabili della cosa pubblica e come privati operatori.
Il danno di questa condotta intessuta di colpe coscien­
temente volute, di atti di prevaricazione compiuti e su­
biti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di
spregio della condotta democratica, è incalcolabile per la
città di Agrigento.
Enorme nella sua consistenza fisica e ben di.flicilmente
valutabile in termini economici, diventa incommensura­
bile sotto l'aspetto sociale, civile ed umano.
[ ... ] Ma ancora piu delicato si prospetta il problema. dei
rapporti umani che, con l'accertamento e la punizione di
colpe, esige che sia posto fine alle sofferenze della popo­
lazione agrigentina a lungo vessata dall'arbitrio.
t;: per questi profondi motivi che la Commissione ri­
tiene di aver assolto nel rispetto del vero, della legge e
dei principi della umana convivenza, il proprio mandato
e di aver fornito elementi per un sereno giudizio e per
efficaci proposte.

169
La gravità dei fatti rilevati pone, senza dubbio, la si­
tuazione di Agrigento al limite delle possibili combina­
zioni negative dei molteplici fattori che concorrono alla
formazione di una città, alla sua crescita ed alla sua
guida . E l'evento franoso verificatosi in questa città,
potrebbe dirsi in un certo senso coerente con questa
aberrante situazione urbanistico-edilizia 8•

Nelle Proposte e considerazioni generali (cap. X della


citata relazione), è detto che

gli accertamenti in merito alla situazione urbanistico­


edilizia determinatasi nella città di Agrigento hanno di­
mostrato uno stato diffuso e generalizzato di illegalità,
la colpevole inerzia dell'amministrazione a vari livelli,
l'assenza di qualsia si cura per la realizzazione di un
assetto urbanistico civile, lo scempio di un paesaggio
che per il felice innesto di un complesso archeologico
tra i piu celebrati, può considerarsi unico.

E piu avanti (paragrafo 8) vengono enumerate le re­


spons abilità penali delle autorità comunali e delle
ditte costruttrici e dello stesso Genio Civile a comin­
ciare dalla sparizione della planimetria allegata alle
delibere di adozione del Regolamento edilizio del
1958 e le continue sistematiche violazioni di norme

a La relazione, ampiamente illustrata, fu pubblicata nel


fase 48 della rivista « Urbanistica », organo ufficiale dell'Isti­
.

tuto nazionale di Urbanistica, dicembre 1966, pp. 24-166 e


allegati I-LI. La Commissione era composta da Michele
Martuscelli, direttore generale dell'Urbanistica, presidente,
dal prof. Bruno Molajoli, direttore generale delle AA.BB.AA.
dai sig.ri Amintore Arnbrosetti, Nicola di Paola, ing. Angelo
Russo, ing. Cesare Valle e dagli architetti Giovanni Astengo,
Sergio Basile, Giov. Crispo CiccareUi, Michele Migliaccio,
Luciano Pontuale e dai dott. Raffaele Saluzzi, Domenico
Scuma, Alessandro Taradel, funzionari del Ministero e della
Regione Siciliana.

170
inderogabili sia del Regolamento comunale che delle
norme di rutela paesistica e monumentale.
E ancora oggi (ottobre 1973 ), leggiamo che la
spiaggia di San Leone, il sobborgo balneare di Agri­
gento, è stata invasa da una selva di edifici abusivi,
nonostante che il processo per Io scempio edilizio
precedente abbia portato alla incriminazione 24 per­
sone fra tecnici, costruttori e amministratori comu­
nali. Il sindaco atruale ha ordinato che alcuni degli
edifici abusivamente costruiti a San Leone vengano
demoliti, e qualche demolizione è stata effettiva­
mente eseguita; ma non sembra che questa decisione
sia del tutto limpida e che si sia decisi a percorrere
.Ja via di un sano criterio urbanistico, dato che la
città è tenuta tuttora priva di un piano regolatore.

L'esempio della Regione Emilia-Romagna e della Re­


gione Toscana hanno posto con forza il problema
del passaggio alle regioni delle responsabilità di ru­
tela dei beni artistici e s torici : un problema, tutta­
via, che appare complesso, sopratrutto per il divario
di sviluppo culturale e di consapevole coscienza ci­
vile che può insorgere tra regione e regione come
fattore praticamente decisivo.
Come è noto, il Parlamento approvava finalmente,
nel 1971, la creazione dell 'ordinamento regionale sta­
bilito dalla Costituzione del 1946, ma sempre disat­
teso dai governi democristiani, che dopo averlo soste­
nuto in sede di Costiruente, vedevano ora in esso un
ostacolo alla propria concezione esclusivistica del po­
tere, sempre piu basato sul vasto impero clientelare.
In modo particolare si voleva ritardare che si co-

171
stituissero in Emilia, Toscana e Umbria, regioni
« rosse » rette da amministrazioni a maggioranza di

sinistra.
Queste si sono, come era previsto, costituite e
per l'argomento che ci interessa in questo volumetto,
Emilia e Toscana si sono poste all'avanguardia nella
tutela dei Beni Culturali.
Con decreto del Presidente della Repubblica del
15.1 .1972, n. 8 sono state trasferite alle regioni a
statuto ordinario le funzioni amministrative statali
in materia di assistenza scolastica, musei e bibliote­
che di enti locali e del relativo personale ed uffici.
Questo decreto, che concerne direttamente musei e
biblioteche in aggiunta al potere decisionale, già at­
tribuito alle regioni, in materia di urbanistica, pone
concretamente il problema di un nuovo assetto legi­
slativo relativamente a questa materia, giacché la
definizione di musei e biblioteche di interesse locale
non è di per sé evidente e le questioni urbanistiche
si intrecciano strettamente con le attribuzioni delle
soprintendenze ai monumenti.
Come risulta dalla mia relazione alla Commissione
Franceschini (pp. 83-4) nel 1964 io nutrivo ancora
molte riserve sulla opportunità di affidare agli enti
locali poteri decisionali in fatto di conservazione del
patrimonio artistico e ambientale. Alcune di queste
riserve non sono affatto cadute. Ritengo, infatti, che
vi siano tre pu� ti fondamentali irrinunciabili da pre­
disporre in una nuova legislazione che apporti alle
Regioni una larga ingerenza in materia. Questi tre
punti sono i seguenti:
l. Esistenza, al centro, su piano nazionale, di
un organismo di controllo munito della capacità di

172
severo intervento contro decisioni avventate o ad­
dirittura distruttive e liquidatorie che potrebbero es­
sere proposte in sede regionale. In questo organi­
smo le istanze tecniche (scientifiche) debbono a�ere
la prevalenza, accanto a esponenti degli uffici mini­
steriali e a rappresentanti regionali. Sostanzialmente
un << Consiglio superiore » ampliato, il cui controllo
e il cui parere sia, in determinati casi, obbligatorio
e dirimente.
2. Esistenza, presso la Regione, di un organi­
smo ampiamente rappresentativo degli enti locali e
delle istanze socio-economiche, fornito tuttavia di una
giunta a prevalente composizione tecnica (scientifi­
ca), responsabile di fatto della tutela dei beni cul­
turali, mentre l'organismo piu ampio .dovrebbe dare
gli indirizzi per la messa in valore e la fruizione
pubblica di essi.
3. Esistenza di una qualifica (che può concre
tarsi nell'istituzione di un albo) tecnico-scientifica na
zionale per funzionari (suddivisi in categorie corri·
spendenti agli odierni ruoli degli ispettori-direttori­
soprintendenti delle AA.BB.AA., degli archivisti, dei
bibliotecari), acquisita mediante concorsi nazionali,
giudicati da commissioni costituite in assoluta mag­
gioranza da specialisti delle materie. Coloro che, at­
traverso tale concorso, abbiano acquisito la qualifica,
potranno essere chiamati ad assumere posti di dire­
zione negli organici regionali (che dovranno preve­
dere adeguati sviluppi di carriera) e a far parte della
giunta responsabile prevista dal punto 2.
Con queste premesse fondamentali si garantisce
(al punto l ) un competente controllo centrale pur
avendo eliminato il paralizzante fardello dell'attuale

173
amm1rustrazione burocratica centrale che fa capo ai
poteri decisionali di un ministro. Al punto 2 si ga­
rantisce la formazione di un organismo regionale am­
piamente autonomo nelle proprie decisioni e nei pro­
pri sviluppi. E al punto 3 si garantisce, contro le
tentazioni possibili del dilettantismo locale, la forma­
zione di un corpo di specialisti di sicura preparazione,
al quale dovrebbe essere assicurato anche l'adeguato
prestigio economico entro i ruoli dei funzionari re­
gionali. Che al dilettantismo, del resto, una volta
imperante in provincia, non si intenda piu lasciare spa­
zio, lo dimostra l'istituzione di corsi per operatori di
musei, archivi e biblioteche, già istituiti dalla Re­
gione Emilia-Romagna. Il punto 4 offre anche la so­
luzione a quella che appare una di.fli.coltà che si op­
pone oggi ai progetti regionali, quella, cioè, della
sorte delle odierne soprintendenze, i cui funzionari
affacciano interessi corpora tivi contro un assorbimen­
to dei propri uffici e al passaggio dal ruolo statale a
quello regionale.
Il ruolo regionale avrebbe il vantaggio di assicu­
rare ai funzionari tecnico-scientifici la permanenza in
un ambiente conforme alla propria specializzazione
e alle proprie preferenze di studio. Essi non corre­
rebbero piu il rischio di vedersi trasferire di punto
in bianco (come è avvenuto poco prima della caduta
del governo Andreotti) da una sede nella quale in
decenni di attività avevano perfezionato la propria
competenza specifica ad una sede di ambiente sto­
rico e culturale del tutto diverso, con evidente danno
della loro efficienza di funzionari e della propria
personalità di studiosi. La burocrazia ministeriale non
sa rendersi conto che un soprintendente alle AA. e

174
BB.AA. non è soltanto un funzionario amministra­
tivo, ma è anche, e soprattutto uno studioso, che ha
scelto quella strada per interessi culturali e non per
avere un qualsiasi impiego e che una competenza
formatasi attraverso anni di attività in territorio per
fare un esempio, di civiltà etrusca, non può essere
applicata che parzialmente in Magna Grecia (e vice­
versa), o che una competenza speciEca di pittura ve­
neta non è intercambiabile senz'altro con quella sull a
pittura napoletana.
La partecipazione responsabile ad una giunta di­
rettiva in seno all'organismo regionale, porrebbe fine
alla assurda situazione odierna che trova nei centri
direzionali tre soprintendenze: alle Antichità, alle
Gallerie, ai Monumenti. Queste tre soprintendenze
operano in assoluta mancanza di contatto tra di loro
(e talora in contrasto di direttive), il che è cosa evi·
dentemente assurda poiché il tessuto storico di ur
ambiente e di un territorio è un fatto unitario 9•
Anche se le competenze fra Antichità (competente
per l'archeologia) e Gallerie (opere d'arte mobili)
sono diverse, il problema della tutela e della frui­
zione è il medesimo; mentre strettissime sono le re­
lazioni tra « Gallerie » e << Monumenti », quest'ul­
timo uflicio dovendo creare la parte architettonica
di edifici che contengono anche opere d'arte mo­
bili. Nella odierna situazione le soprintendenze ai
Monumenti debbono sorvegliare anche l'assetto ur-

9 Si vedo o questo proposito anche l'articolo di Mario


Torelli, Appunti per una nuova politica dell'archeologia, nello
rivista � Problemi » direua da G. Petronio, n. 31, gennaio­
marzo 1972, con il quale largamente concordo anche nel
resto.

175
banistico, lo sviluppo edilizio, la difesa del paesag­
gio, compiti estremamente complessi che richiedono
organismi piu completi e differenziati per poter es­
sere affrontati seriamente.
L'attuale ordinamento che a.flida a un. architetto
la direzione della soprintendenza ai Monumenti, si
è troppo spesso dimostrato deleterio, perché se l'ar­
chitetto ha una formazione personale creativa manca
troppo spesso di una adeguata sensibilità storica:
affermazione, questa, che potrebbe essere puntual­
mente documentata da una lunga e dolorosa serie di
errori commessi lungo tutta l'Italia e, purtroppo, per
la loro stessa natura, irreparabili. La competenza
tecnica dell'architetto è indispensabile, preziosa: ma
il potere decisionale di un restauro o di una demo­
lizione deve essere riservato alla competenza storico­
10•
artistica
Accanto alla qualifica nazionale per far parte del
corpo di funzionari direttivi addetti ai beni cultu­
rali, dovrebbero formarsi dei ruoli regionali per le
funzioni amministrative (economi) e tecniche subor­
dinate: geometri, restauratori, fotografi, assistenti agli
scavi, personale di custodia.

Queste sono le esigenze che a me sembrano irrenuncia­


bili e alcune delle possibilità che intravedo nel pas­
saggio della tutela dei B.C. alle regioni.

IO Parigi e altre maggiori città francesi sono state suddi­


vise in quartieri, ognWio dei quali ha un suo « architetto pro­
tettore ,. , con il compito di segnalare sia alle autorità che ai
consigli di quartiere le iniziative che possono snaturare il ca­
rattere della zona, ma che non ha potere decisionale.

176
Premesse queste esigenze, e posto di fronte agli
esempi positivi che venivano dati, in Toscana, in
Emilia e altrove da parte degli enti locali e, per
contro, alla sempre piu grave inefficienza della buro­
crazia centrale e del governo, accettai di far parte
della commissione nominata dalla Regione Toscana
per preparare una iniziativa legislativa delle Regioni
per la riforma dell'Amministrazione dei beni cul­
turali.
La commissione elaborò, con successive varianti,
un progetto di legge, che venne definitivamente ap­
provato dalla Giunta regionaie toscana nella seduta
del 31 luglio 1973. Vedremo piu innanzi se e quanto
tale progetto corrisponda alle esigenze da me sopra
enunciate.
Intanto enti locali ·minori e associazioni culturali
si erano posti in movimento. La « Società Storica .
della Valdelsa », riprendendo, in parte, una IniZia­
tiva che nel 1969 si era svolta sotto gli auspici del
gruppo parlamentare del Per di Siena, dell'Ammi­
nistrazione provinciale e dei sindaci dei centri sto­
·
rici della provincia, indisse un convegno di zona , che
si svolse il 30 settembre 1972 sotto il titolo Prote­
zione e salvaguardia dei monumenti, d�lle opere
d'arte e del paesaggio Valdelsano, nel palazzo comu­
nale di San Gimignano 11• Nella relazione di aper-

n Nella sala maggiore del Comune di San Gimignano, detto


Sala di Dante, adorna di pitture trecentesche, si può leggere,
in un cartiglio, il seguente ·avvenimento a chi presiede un
Consiglio: Preposto: odi benigno ciascun che propone l
rispondi grotioso et a ragione E nel palazzetto comunale
. .

di Certaldo, dall'altra parte della valle, nella saletto dove il


podestà rendeva giustizia, una iscrizione dipinta consiglia:
Odi anche l'altero porte - e credi pocho (sic) . Antica sag-

177
tw:a che fui incaricato di tenervi, si trovano deli­
neati alcuni dei punti principali del progetto della
Regione Toscana, allora in fase di elaborazione. Vi s i
trovano anche ripetizioni di cose già dette altrove,
anche in questo volumetto; ma ho preferito lasciare
il testo come fu presentato ad un pubblico in parte
non del tutto al corrente delle vicende che si erano
svolte in questi anni in proposito del tema trattato,
aggiungendovi solo qualche nota.

12
RELAZIONE DI SAN GiMIGNANO

Ai partecipanti a questo Convegno, che mi rifiuto di


chiamare « convegnisti » per rispetto, almeno qui,
della lingua italiana, non credo che occorra illustrare
con molte parole né la situazione fallimentare nella
quale si trovano gli istituti preposti alla tutela del
patrimonio storico, artistico e bibliografico del nostro
paese, né la gravità dei problemi connessi con l'eco­
logia, cioè con la possibilità di sopravvivenza della
natura nelle sue qualità e caratteristiche specifiche 13•

gezza, antico senso di democrazia, Je rui testimonianze pos­


sono scomparire sotto una mano di calce o di aailico.
u Cfr. � Il Contemporaneo », in « Rinascita » 39 dc:l 6
ottobre 1�72. pp. 19-21.
Il Si vedano gli atti del Convegno Uomo, natura, società,
ecologia e rapporti sociali indetto dall'Istituto Gramsci a
Roma nel novembre 1971. In quella occasione si parlò per la
prima volta del comune grossetano di Scarlino, la cui ammi­
nistrazione popolare si ero opposta alla pur proficua installa­
zione di uno stabilimento della Montedison per la produzione
di biossido di titanio, se non fosse stato contemporanea­
mente installato uno stabilimento per il reciclaggio delle scorie,
cioè per un procedimento disinquinante, e ciò nonostante che

1 78
Ogni giorno i giornali ci portano notizie ed allarmi
e questi due temi sono ormai penetrati profonda­
mente nell'opinione pubblica, che si è resa consa­
pevole della gravità dell'attuale situazione e della
inefficienza delle autorità governative in proposito 14•
L'opinione pubblica si è resa consapevole dell'im­
portanza che questi due problemi hanno per un paese
come l'Italia; ma non è ancora sufficientemente orien­
tata sui mezzi che occorre mettere in opera e sulle
forze che si possono mettere in moto per porre un

riparo.

la prospettiva di dar lavoro a 450 persone fosse risolutiva·


per il problema operaio n Scarlino. Ma la potente Montedison
ottenne dal Governo il permesso « provvisorio � di scaricare in
mare 2500 tonnellate al giorno di scorie, i famosi « fanghi
rossi >> che hanno provocato le proteste dei pescatori della
Corsica e, finalmente, un sequestro delle navi scaricanti. Ma
ora (ottobre 1973) sappiamo che il sequestro è stato tolto e
che lo scarico continua e abbiamo appreso dolla testimonianza
di un ex dirigente della Montedison ( « l'Europeo � del
4-10·1973, pp. 23 sgg.) che oltre olia pervicacia e oll'immnn­
cabile appoggio governativo contro gli interessi della collet­
tività, sono anche stati commessi grossolani errori tecnici e
amministrativi.
14 In questo tempo erano sorti vivissimi allarmi per la sta­
bilità di alcuni monumenti romani, compreso il Colosseo, oltre
al Palatino e al Foro Romano, dove erano avvenuti dei
crolli. Anche il Duomo di Milano presentava una pericolosa
inclinazione causata dalla alterazione della falda freatica a
livello delle fondazioni, provocata dagli scavi in profondità
eseguiti per la costruzione di grandi immobili in cemento
armato elevati nel centro storico. In provincia di Caserta
gli affreschi romanici della chiesa benedettina di S. Angelo in
Formis, esempio unico e preziosissimo nel loro genere (oltre
che di grande bellezza), venivano minacciati nella loro inte­
grità conservativa dal continuo brillamento di mine nelle
adiacenze per una estrazione mineraria (nonostante che la zona
fosse vincolata). Per la gravità della cosa vi fu anche un'in­
tervento dell'UNEs co, ecc .

179
L'Italia era un tempo decantata come .c il giardino
d'Europa »; ma molte parti di questo << giardino »
sono state rese oggi inabitabili dalla speculazione
edilizia e industriale. L'Italia è, d'altra parte, consi­
derata giustamente come il paese piu ricco di monu­
menti artistici, segni visibili di una altissima civiltà,
che un tempo fu di insegnamento e di modello al­
l'Europa; il paese dove piu fitte e piu dense sono
le tangibili stratificazioni storiche. Dalle primitive ci­
viltà italiche, agli etruschi, ai romani, ai bizantini e
poi su, su, dai longobardi ai rappresentanti dell'im­
pero romano di stirpe germanica, ai gloriosi Comuni
di artigiani e di mercanti, alla Chiesa Cattolica e ai
grandi movimenti religiosi, poi alle Signorie del Ri­
nascimento e all'èra moderna, tutti hanno lasciato
la loro impronta ancora visibile; e questa strati­
ficazione storica ha lasciato ovunque una traccia cosi
ricca, che non ha uguali in nessun altro paese. È
questa strati.ficazione che conferisce all'Italia e agli
italiani (e a noi toscani specialmente) un partico­
lare modo di essere, l'essenza stessa delle nostre
personalità. Ma occorre di questo prendere coscienza.
Vorrei, infatti, sottolineare subito l'importanza che
deve assumere per ciascuno di noi la valutazione sto­
rica delle tracce di questo nostro passato.
In genere siamo stati abituati a esaltare il valore
estetico, la bellezza di una statua, di una pittura, di
un edificio, di un paesaggio. E a reclarnarne la difesa
in nome, appunto, di questa bellezza.
Ma il concetto di bellezza, e anche di arte, da
epoca a epoca varia profondamente: il. Rinascimento
negò ogni valore estetico alle opere del medioevo;
gli scrittori del periodo neoclassico criticarono acer-

180
bamente Michelangelo, e, di conseguenza, quel Ba­
rocco che, nonostante i suoi capolavori, ancor oggi
sembra dover essere condannato alla distruzione nel­
l'opinione di un certo numero di soprintendenti ai
Monumenti ( e . non faccio nomi) 15•
Invece il concetto di valore storico, di documento
di civiltà e cioè di un modo di essere nella società
e nei rapporti fra gli uomini, è un concetto stabile.
La facoltà di giungere alla valutazione storica è il
miglior frutto della cultura europea, messo sempre di
nuovo a repentaglio da evasioni irrazionalistiche, che
minacciano di riportare indietro le capacità critiche
dell'uomo di oggi.
È da quello stabile concetto di valore storico che
scaturisce con reale forza di convinzione il valore e

15 Ma i nomi sono stati fatti e i fatti sono stati vivamente


deplorati dall'autorevole rivista inglese « Burlington Maga­
zine >> del dicembre 1970 con un articolo di B. Nicolson, che
denunzia i gravissimi errori commessi a Firenze da << archi­
tetti che non hanno alcuna cognizione dei recenti sviluppi del
metodo storico-artistico ». L'articolo è stato rradotto e pub­
blicato nella rivista « Paragone », n. 257, del luglio 1971
insieme a un editoriale che estende la problematico dell'arti­
colo inglese, ed è seguito da alrri scritti sul restauro architet­
tonico, fra i quali la. traduzione del Catechismo per la tutela
dei monumenti di Marx Dvorak, che è del 1916 ed è tuttora
attuale (diffuso anche da « Italia Nosrra » sul medesimo
testo). Si veda anche la impressionante documentazione foto­
grafica raccolta nel n. 4 di « BolaBiarte » de) novembre 1970,
pp. 25 sgg., con testi di G. Mascherpa, M. Calvesi, G. Te­
stori. Molto rumore fece anche lo scempio della basilica di San·
ta Maria di Collemaggio all'Aquila, perperrato dal soprinten·
dente architetto Mario Morerti, che provocò anche un interven·
to di censura del Consiglio superiore: ma quando arrivò la cen­
sura, il finto medioevo aveva già disrrutto l'autentico e bel­
lissimo barocco dell'interno, confermando l'effettiva impo­
tenza dell '« Alto Consesso ».

181
l'intangibilità di un edificio e del suo contenuto
artistico, della singola opera d'arte, ma anche di un
paesaggio. Specialmente in Italia e particolarmente
da noi in Toscana, dove il paesaggio è tutto fatto
dall'uomo, in millenni di fatica contadina e di inge­
gnosità artigiana. Qui veramente gli uomini sono stati
i creatori del paesaggio ed esso diviene per ciò stesso
un « bene culturale >> da preservare.

È verso la conoscenza storica - e in questo caso


conoscenza equivale apprezzamento - che io vorrei
sollecitare specialmente i giovani, cominciando dalla
conoscenza delle vicende e dei monumenti del pro­
prio luogo natio.
Non occorre certo che proprio a San Gimignano si
venga a spiegare il valore di documento storico che
- al di fuori e, direi, al di sopra dell'importanza
artistica - assume l'aspetto di una città e di un
paesaggio. Qui ogni pietra è un documento che sa­
rebbe delittuoso distruggere, ma non meno delittuoso
falsare con malintesi ripristini. Anche questo dei
« ripristini >> è un punto che va tenuto presente, per­

ché, pur agendo con la migliore volontà e intenzione,


si possono arrecare danni gravissimi, che privano l'og­
getto di ogni interesse e valore. In forma di slogan
si potrebbe dire « restauro conservativo, si; ripri­
stino, no! >>. Da tutto ciò emerge quanto sia diffi­
cile, pieno di responsabilità e di problemi concreti
il far vivere un centro storico, quale per esempio
proprio San Gimignano, Certaldo e tanti altri della
nostra regione ; difficoltà e responsabilità che rica­
dono sulle spalle degli amministratori comunali, che
noi vorremmo, anche con l 'odierno Convegno, confor­
tare e aiutare.

182
Vorrei portare ancora qualche esempio del valore
culturale vivo, presente, del documento storico che
si può leggere nei monumenti e nel paesaggio.
Se percorriamo l'autostrada del Sole tra Roma e
Firenze, o anche se facciamo il percorso in ferrovia,
vediamo le cittadine del Lazio e del Viterbese carat­
terizzate ciascuna da un castello e da una chiesa,
mentre tutti gli altri edifici si ammassano attorno
modesti, spesso informi. In questo aspetto noi leg­
giamo subito la situazione storica e sociale di quelle
terre, per secoli (e in gran parte fino ad oggi) in
mano a dominanti feudali ed ecclesiastici spesso in
lotta fra di loro per il possesso della campagna ro­
mana con l'appoggio di capitani di ventura, ma sem­
pre uniti ai danni del povero 16 • •
Arriviamo in Toscana, ed ecco che nei nostri pae­
si, nelle nostre città, grandi o piccole, non è il ca­
stello che sovrasta, ma il palazzo comunale o Palazzo
del Popolo e da esso si alza la torre che sarà sempre
piu alta di ogni altra torre signorile. È cosi che si
afferma il libero Comune ed è questo il messaggio
storico che il suo aspetto ci trasmette, tanto piu va­
lido oggi in questo faticoso e contrastato avvio di
autonomie regionali. È in questo messaggio storico
il suo piu grande valore, assai piu grande e piu uni­
versalmente comprensibile che non l'aspetto arti­
stico.

16 Vivissimo quadro di tale situazione si trova per gli anni

successivi al 1460, nei Commentari del Pupa Pio II Piccolo­


mini, dei quali ora è stata pubblicata una volenteroso tradu­
zione in italiano (a cura di G. Bernetti, ediz. Cantagalli,
Siena, 3 voll., 1971-1973; un quarto volume è otteso). Si
vedano particolarmente (vol. Il) i libri IV e V.

183
E qui permettetemi di ripetere cose già altre volte
dette (ma, come . diceva un grande scrittore francese,
bisogna sempre ripetere le stesse cose, perché nes­
suno sta a sentire). Se penso alla mia Siena, la Torre
del Mangia è bellissima nel suo straordinario slan­
cio. Ma essa non fu creata cosf per ragioni di bel­
lezza . I 12 cittadini, nominati sin dal 1282 e depu­
tati a studiare « bene e diligentemente » 17 il pro­
blema della costruzione del palazzo per il comune,
presentarono le loro proposte il 10 maggio 1297.
Non si può dire che, anche allora, le commissioni
lavorassero in fretta; ma la democrazia è sempre piu
lenta della dittatura che costruisce sul vuoto. Essi
scrissero, nella loro relazione, che avevano scelto un
luogo nel quale si incontravano i tre terzieri della
città, in modo che nessuno potesse vantarsi che il
palazzo fosse sul suo terreno; che il luogo poteva
apparire in situazione troppo bassa rispetto ai quar­
tieri della città, ma che a ciò si sarebbe dovuto
ovviare costruendovi una torre che raggiungesse l'al­
tezza stessa del campanile del Duomo posto sull'al­
tura, perché si sarebbe visto in tal modo da tutti che
l'autorità civica non era inferiore a quella ecclesia­
stica. E in piu si propose che il Palazzo non fosse
costruito in pietra squadrata come i palazzi dei ban­
chie�i e dei grandi mercanti, ma in mattoni, come

17 « Qui ben� �� d.iligenter debeant invenire et ordinare


locum et modum et formam quomodo et qualiter palatium
pro comuni, haberur et fiat », dice il documento (Archivio
di Stato di Siena, Consiglio Generale, 27, c. 6 v.).
Nel 1297, quando la costruzione del Palazzo Pubblico entra
in fase esecutiva, cessa di progredire la fabbrica dd Duomo
(facciata di Giovanni Pisano ferma dal 1927 al 1316).

184
le case degli artigiani; perché quella doveva essere la
casa di rutto il popolo. Quel popolo al quale una
iscrizione ancora esistente nel palazzo comunale si
rivolgerà, piu tardi, con un « evviva », quale (dice
l'iscrizione) << difensore in eterno- della Libertà e
della Giustizia ».
Ecco che il Palazzo Comunale e la Torre del Man­
gia ci divengono cari e si avvicinano a noi non solo
e non tanto come opere d'arte, quanto come docu­
menti ed esempi di costume e di storia politica. E
mentre non a rutti è dato di apprezzare un ;opera
d'arte, tutti comprendono il fatto storico, una volta
che ne abbiamo preso conoscenza.
Quanto ho detto sin a qui vuoi avere un senso:
essere, cioè, un appello e un monito ad estendere e
approfondire la conoscenza della storia fra rutti i
cittadini, a coltivare il senso di responsabilità che la
conosc.enza della storia porta come conseguenza, a
non prendere decisioni solo in base a impressioni
scaturite sul momento e senza conoscenza dei fatti
precedenti. La maggior parte; degli errori che si com­
mettono in buona fede sono errori di ignoranza. Ma
sappiamo bene che accanto agli errori in buona fede
ci dobbiamo difendere, e sopratrutto, dagli errori
fatti in malissima fede da coloro che non rispondòno
a nessuna sollecitazione né culrurale né sociale, ma
solo e sempre alla voce dei propri particolari inte­
ressi di guadagno e di successo.
Contro costoro dovrebbero agire le leggi; ma la
difesa del nostro patrimonio artistico e paesaggistico
non può basarsi soltanto su disposizioni di . legge
(e parleremo subito anche di queste). Le leggi non
servono a nulla se non vi è la coscienza dei cittadini

18.5
che le sorreggono e che ne impongono il rispetto
contro chiunque.
Nel triennio nel quale ressi la Direzione generale
delle Antichità e Belle Arti ho ricevuto parecchie
centinaia di persone, investite di autorità o semplici
cittadini, e tutti venivano a chiedere eccezioni alle
leggi di tutela. Una sola volta in tre anni, ebbi la
richiesta di tener fermo, di applicare la legge. Ed
era venuta dal sindaco comunista di un paese del
mezzogiorno situato sulla costa, dove la Cassa per
il Mezzogiorno voleva costruire una strada panora­
mica « per incrementare il turismo ». Quel sindaco
aveva capito che la strada turistica avrebbe distrutto
la principale attrattiva paesaggistica del luogo, per­
ché lungo la strada sarebbero fatalmente sorte case
e ville e villette, che del resto erano il vero scopo
della proposta.
Ha perciò un suo senso particolare che a questa
riunione partecipino sindaci della Valdelsa e i rap­
presentanti della Pro·Loco e che a indirla sia stata
la Società Storica. La difesa è il frutto di una co­
scienza che nasce da un approfondimento culturale.
Acquisita la nozione e la persuasione della necessità
di una partecipazione di massa alla rutela storica
artistica ed ecologica, dobbiamo vedere come questa
può articolarsi.
Lasciamo per il momento da parte i problemi rela­
tivi al patrimonio bibliografico e archivistico, che pur
hanno grande importanza, e fermiamoci ai problemi
della tutela delle opere d'arte e del paesaggio. Que­
sti sono affidati oggi agli uffici di soprintendenza di­
pendenti dal ministero della P.l., Direzione generale
delle Antichità e Belle Arti e si articolano in tre

186
categorie: Soprintendenza alle Antichità (per l'ar­
cheologia� cioè dalla preistori� alle invasioni barba­
riche ), per le Gallerie (che concerne ope�e d'arte mo­
bili, cioè quadri, sculture e raccolte di opere . d'arte
dall'età bizantina all 'età contemporanea ) e per i Mo­
numenti (cioè per gli immobili di ogni genere, po­
steriori all'età antica). A quest'ultima categoria, cioè
alle soprintendenze ai Monumenti, è devoluta anche
la tutela del paesaggio e la conservazione urbanistica
dei centri storici.
Per quanto io sia archeologo, vorrei lasciare da
parte ora le soprintendenze alle Antichità, le cui
funzioni hanno caratteristiche particolari. Quelle che
maggiormente vengono a contatto con il grande pub­
blico e con i problemi quotidiani della tutela sono
le altre due soprintendenze, e specialmente
. quella ai
Monumenti.
Va subito detto - ed è esperienza quotidiana -
che questi uffici sono oggi divenuti del tutto inade­
guati alle loro funzioni. E ciò nonostante le capacità
e talora l'abnegazione della maggior parte dei fun­
zionari ad esse preposti. Io conosco bene il fun.
zionamento delle soprintendenze e ho sempre difeso
i funzionari, soprintendenti e ispettori, che, nella
grandissima maggioranza dei casi sono elementi ot­
timi per capacità, laboriosità e onestà. I pochi casi
negativi, le poche pecore nere non debbono gettare
ombre sulla categoria. Tuttavia, -le soprintendenze
oggi non funzionano. Di ciò sono ben convinti tutti,
pubblico e funzionari. Il difetto sta dunque nelle
strutture.
Ora a me sembra sintomatico il fatto che nessuna
delle commissioni istituite dal governo negli ultimi

187
dieci anni abbia prospettato di cambiare l'articola­
zione degli organi di tu tela e che da parte di esse
si sia sempre prospettato il mantenimento delle so­
printendenze cosf come sono state costituite dapprima
dalla legge del 1909 e poi riformate da quella del
1939 che ancora è in vigore. Si è, tutt'al piu, au­
mentato un poco il loro numero - e sempre sol­
tanto'per motivi elettoralistici e clientelari.
Come è noto, con legge 26 aprile 1964 fu istituita
una « Commissione d'indagine per la tutela e la va­
lorizzazione del patrimonio storico, archeologico, ar­
tistico e del paesaggio » che è nota col nome del suo
presidente prof . Franceschini (a quel tempo deputato
della Dc). Questa commissione presentò il 10 mar­
zo 1966 le proprie conclusioni e poi nell'ottobre 1967
pubblicò tre ponderosi volumi, che contengono i ri­
sultati delle proprie indagini (e che servirono a do­
cumentare autorevolmente talune situazioni disastro­
se), e le proprie proposte. Il governo era impegnato
a disporre entro sei mesi, in base a queste proposte,
una riforma. E una volta tanto possiamo rallegrarci
che i termini e gli impegni siano stati disattesi. La
proposta di fondo consisteva, infatti, nella creazione
di una Amministrazione autonoma dei Bèni Cultu­
rali, che avrebbe costituito un enorme e lucroso car­
rozzone di sottogoverno.
Il Governo non si pronunziò esplicitamente in
merito a tale proposta e nell'aprile del 1968 istitu.i
una nuova « Commissione di studio per la revisione
ed il coordinamento delle norme di tutela relative
ai Beni Culturali >>. Questa commissione è nota come
Commissione Papaldo, dal nome del suo presidente,
presidente del Consiglio di Stato. Questa commis-

188
sione non doveva piu entrare in merito ai fatti po­
"
sti in luce dalla Commissione Franceschin i, ma tra­
durre in schema di legge i mezzi ritenuti idonei alla
tutela. Essa presentò le proprie conclusioni nel feb­
braio del 1970, accompagnate da una autorevole re­
lazione di minoranza 18 di una parte dei suoi mem­
bri. Nel maggio del 1971 fu quindi costituita una
seconda Commissione Papaldo che, part�ndo dalle
<< norme di tutela >> elaborate dalla prima, doveva

dettarne le << norme organ iZzative >>. Anche questa


commissione ha da tempo presentate le proprie con­
clusioni. Ma, per buona sorte, il governo non ha piu
avuto la possibilità di tradurle in leggi operanti.
Ho creduto opportuno di ricordare brevemente la
situazione di fatto nella quale oggi ci troviamo dal
punto di vista legislativo per obbligo di chiarezza,
anche se questi dati di fatto sono stati ormai cosi
spesso ripe tuti, che dovrebbero essere universalmente
noti.
Non entrerò, invece, e per questo stesso motivo,
in una analisi di dettaglio delle proposte delle varie
commissioni governative, ma intendo !imitarmi sol­
tanto a qualche breve osservazione conclusiva.
Non possiamo accusare il governo di non essersi
reso conto dell'esistenza di questi problemi, né le
commissioni di non aver lavorato con maggiore ce­
lerità. Dobbiamo, se mai, rallegrarci che non si sia
giunti a nessuna riforma. Perché le proposte elabo­
rate sono, a nostro giudizio, inficiate da una imposta­
zione profondamente errata e del tutto pericolosa,

18 Pubblicata sulla « Rassegna degli Archivi di Stato ,.,


n. l, gennaio-aprile 1971.

189
oltre che, nella maggior parte dei casi, inefficiente.
Le commissioni hanno lavorato da un punto di
vista essenzialmente burocratico, accentratore, verti­
cistico, con mentalità vorrei quasi dire poliziesca da
un lato, dall'altro proponendo norme che appaiono
dettate dalla· preoccupazione di non limitare i diritti
della proprietà privata (che invece dovrebbe passare
in seconda linea dinanzi a èosf rilevanti questioni
di interesse collettivo e direi universale), nonché di
favorire taluni interessi commerciali dell'antiquaria­
to, ipocritamente appoggiandosi su direttive impar­
tite dall'Organizzazione Comunitaria Europea 19•
Secondo noi le risul tanze della commissione Pa­
paldo sono nettamente da respingere e da combat­
tere. Anche i partiti politici della sinistra (che si mo­
strarono, a mio parere, troppo arrendevoli in occa­
sione della Commissione Franceschini) vorrei sperare
che si impegnino adesso a contrastare le risultanze
di queste commissioni, ove se ne presentasse l'oc­
casione in sede parlamentare.
Nel corso dei lavori delle Commissioni Papaldo
avvenne in Italia un fatto nuovo di grande impor­
tanza: la istituzione delle Regioni a statuto ordina­
rio. Di questa importantissima realizzazione costi­
tuzionale, la Commissione tenne conto in un solo
modo: proponendo la istituzione di « Provveditorati
regionali ai beni culturali ». Proponendo, cioè, una
ulteriore istanza di controllo dal centro, una specie
di ' Prefettura culturale ', affiancata agli uffic i di so­
printendenza dipendenti, come sempre, dal potere cen-

19 Si veda a questo proposito quanto detto nella relazione


al Convegno dei Lincei, qui pp. 92 sgg.

190
trale. Basterebbe questa proposta per mostrare con
quale spirito antidemocratico e con quale mancanza
di contatto e di conoscenza della realtà del paese
abbiano lavorato queste commissioni.
Nelle proposte Papaldo, alle rappresentanze locali
e regionali non veniva, inoltre, concesso niente di
piu che la partecipazione ad alcuni organi puramente
consultivi (Consiglio nazionale, Comitati regionali).
Una delle principali cause della ine11i.cienza dell'at­
tuale amministrazione delle AA. e BB.AA., è che il
Consiglio superiore (a differenza dei consigli facenti
capo ad altri ministeri) ha solamente poteri consul­
tivi restando ogni decisione demandata al ministro;
tale situazione veniva mantenuta e rafforzata.
I Comitati regionali, poi, avrebbero dovuto essere
compos ti da rappresentanti delle diocesi, del Provve­
ditorato agli studi, da un avvocato di Stato, dai sin·
daci. Si vede in ogni particolare la preoccupazione
di respingere ai margini gli autentici rappresentanti
dei cittadini e, direi, soprattutto, gli elementi tecni­
ci. Infatti i soprintendenti non vengono configurati
altro che come esecutori dei programmi decisi al cen­
tro; gli ispettori, destituiti di ogni capacità decisionale.
Nei consigli vengono introdotti interessi privati (e
cioè di antiquari) col pretesto di « premiare i bene­
fattori »: col regalo di un quadro gli antiquari ver­
rebbero ad avere in mano le chiavi della esporta­
zione di opere d'arte.
Come si vede, dunque, mentalità accentratrice, in­
teressi personali e di gruppo che prevalgono sulle
reali necessità di salvaguardia e, soprattutto, una
gran paura dell'intervento popolare, cioè dei veri e
diretti rappresentanti della nazione. È la stessa paura

191
che ha già portato tanti guai al nostro paese a par­
tire dall'8 settembre 1943, quando l'Italia fu gettata
allo sbaraglio per salvare interessi di casta e di clas­
se, come noi vecchi che eravamo nella resistenza
ci ricordiamo bene.
A questo punto della situazione interviene il De­
creto presidenziale 15 gennaio 1972, n. 8 sul « tra­
sferimento alle Regioni delle funzioni amministrative
statali in fatto di urbanistica, viabilità, acquedotti e
lavori pubblici ». Lavori pubblici e urbanistica toc­
cano direttamente i nostri problemi di tutela sto­
rica, artistica e paesistica. Istituzionalmente spettano
già alle Regioni i musei e le biblioteche degli Enti
locali (iegge 16 maggio 1970, n. 2 8 1 ), e l'art. 4 dello
Statuto dice che « La Regione concorre alla tutela
del paesaggio e del patrimonio storico ed artistico
e ne promuove la piena valorizzazione ».

Non esito a ripetere, come fu già detto in un con­


vegno tenuto un anno fa per iniziativa delle Pro­
vince di Firenze e di Bologna, non esito a dire che
nell'intervento delle regioni è da vedersi l'ultima spe­
ranza che ci rimane di poter salvare qualche cosa
del nostro patrimonio storico e paesistico. E lo ripeto
in piena coscienza, pur sapendo i timori che già
il Decreto 15 gennaio 1972 e piu ancora le proposte
venute dalle Regioni hanno sollevato fra alcuni ve­
ramente sinceri e appassionati tutori di questi beni
culturili e fra la maggior parte dei soprintendenti, e
fra questi non soltanto per motivi che potremmo
chiamare corporativi. Tutti questi temono, infatti,
che in talune regioni il potere decisionale in fatto
di beni culturali porti alla distruzione completa di
tutto, alla svendita delle opere d'arte e allo stupro

192
del paesaggio e dei centri storici. Considerando che
in taluni luoghi ciò è effettivamente avvenuto nono­
stante l'esistenza di leggi e di uffici statali di tutela
(e basti ricordare la svendita del museo di Messina e
la rovina di Agrigento) effettivamente questa preoc­
cupazione può essere condivisa. Ma ciò non può e
non deve impedire che quelle regioni che dimostrino
una maturità culturale e una provata capacità orga­
nizzativa possano darsi ordinamenti tali da assicurare
veramente la tutela e la valorizzazione del proprio
patrimonio storico. Dobbiamo aggiungere che anche
nelle regioni meno preparate a queste funzioni, le
cose difficilmente potrebbero andare peggio di come
vanno adesso. Senza contare che un organismo. cen­
trale di controllo potrebbe e dovrebbe sussistere in
ogni caso. Per contro, io credo che anche in quelle
regioni che appaiono oggi meno preparate, dinanzi
alla assunzione di responsabilità dirette, lo stesso
angusto spirito campanilistico agirebbe da incentivo
e creerebbe nelle popolazioni un moto di interesse
nel senso di una magari rabbiosa salvaguardia. Ed è
compito delle organizzazioni culturali trasformare il
campanilismo in coscienza storica. Ma è ora che pas­
siamo a considerare le proposte che sono state avan­
zate, anche per incarico di altre regioni, in seno alla
Regione Toscana e le attività che già sono state
svolte nella Regione Emilia-Romagna.
Sarebbe molto opportuno, io credo, che questo
documento fosse largamente conosciuto, perché ri­
tengo che da un lato fugherebbe molti timori che
il possibile diretto intervento regionale ha suscitato
e dall'altro mostrerebbe tutte le possibilità che un
concreto impegno da questa parte potrebbe realizzare

193
ai fini che ci proponiamo e anche il senso di respon­
sabilità delle proposte.
Non posso, naturalmente, dare qui lettura di que­
sto documento né entrare nel dettaglio delle propo­
ste. Ma basterà elencare gli organismi che si preve­
dono.
A li vello nazionale un « Consiglio nazionale » pre­
sieduto da un ministro dei Beni Culturali a.fliancato
da un « Consiglio scientifico-tecnico-amministrativo »

con una propria giunta esecutiva. Questi organi cen­


trali avrebbero compiti di orientamento generale (sia
tecnico che amministrativo), di approvazione delle
strutturazioni degli organismi interregionali, di rati­
fica degli organici e il compito di bandire i concorsi
relativi a tutti gli istituti e uffici inerenti ai Beni
Culturali sul territorio della repubblica. La selezione
del personale tecnico sarebbe dunque assicurata a li­
vello nazionale con tutte le garanzie per la prepara­
zione scientifica e tecnica.
A livello regionale sono previsti: un Consiglio re­
gionale con due organi di gestione: il Consiglio scien­
tifico-tecnico-amministrativo di gestione culturale e
una Giunta esecutiva. Da questi organi dovrebbero
dipendere gli Uffici territoriali per la tutela dei beni
artistici, archeologici, storici, ambientali e · naturali,
archivistici e librari, l'Istituto regionale per il re­
stauro e il Centro regionale per la catalogazione.
Io sono convinto che grande vantaggio arreche­
rebbe il fatto che sarebbe superato quell 'operare a
compartimenti stagno che adesso caratterizza le tre
soprintendenze, i cui interessi scientifici spesso si
sovrappongono e, mancando la discussione, si urtano
(quando non si creino addirittura rivalità personali ).

194
Questo isolamento sarebbe infatti superato dal con­
fluire dell'attività di ciascuno nel Consiglio di ge­
stione, che disporrebbe sempre di una visione glo­
bale e diretta dei problemi da risolvere. I funzionari
tecnici, attuali soprintendenti e ispettori, adesso mor­
tificati dalle circolari ministeriali che riflettono sem­
pre un punto di vista burocratico e non tecnico­
scientiEco, stretti entro le pastoie di una contabilità
del tutto estranea e spesso nemica delle loro reali
esigenze, avrebbero finalmente la parola in modo de­
terminante entro gli organismi territoriali.
Sulla opportunità dell'Istituto regionale per il re­
stauro non occorre soffermarsi. La grande Mostra
del restauro svoltasi recentemente a Firenze ne ·ha
già data una dimostrazione; essa concerneva opere
d'arte medievale e moderna 20• Ma solo gli specialisti
sanno che anche nel campo archeologico esiste a Fi­
renze un laboratorio di restauro che in alcune mo­
21
stre limitate ha già dato ottime prove di sé e che
è corredato di un'attrezzatura tecnica per il restauro
degli oggetti di bronzo, che non ha eguale in Italia:
merito del soprintendente Guglielmo Maetzke, che
unisce a qualità non comuni di serietà nel lavoro e
di capacità direttive (che sono capacità di conviven-

"' Firenze Restaura, Guida alla mostra a cura di Umberto


Baldini e Paolo Dal Poggetto (Fortezza da Basso, marzo.
giugno 1972), Sansoni, Firenze 1972.
21 Soprintendenza delle Antichità d'Etruria: Restauri archeo­
logici (Mostra dei restauri sulle opere d'arte danneggiate dal­
l'alluvione del 1966), Olschki, Firenze 1969; Poggio Civitate
(Murlo, Siena), Il santuario arcaico (Mostra Firenze-Siena,
1970), Olschki, Firenze 1970; Nuove lellure di monumonti
<truschi dopo il restauro, Olschki, Firenze 1971.

195
za) il civile ritegno che gli impedisce di farsi pub­
blicità (ragione per cui gliene faccio un poco io in
questo momento, sperando che ciò non gli rechi dan­
no presso le autorità dalle quali dipende ).
Due parole sul Centro regionale della cataloga­
zione. Quando il deperimento ecologico del nostro
patrimonio artistico e la sua vulnerabilità da parte
dei ladri e degli speculatori divenne un fatto di riso­
nanza internazionale, anche in alto loco ci si accorse
che né le soprintendenze, né tanto meno la Direzione
generale delle AA. e BB.AA., conoscevano la consi­
stenza inventariale dei beni sottoposti alla loro tu­
tela. Al ministero non esisteva (e probabilmente non
esiste ancora) ne=eno uno schedario degli edi.fici
dichiarati « monumento nazionale >> e delle opere mo­
bili notificate come di « rilevante valore artistico ,.
e come tali non esportabili . È noto, poi, come i musei
italiani, a diJierenza di quelli degli altri paesi euro­
pei, difettino di cataloghi (e ciò per il modo come
essi sono organizzati e per la scarsità del personale
scientifico). Esistono in genere soltanto sommari in­
ventari, privi di fotografie. Con molte sollecitazioni
esterne si giunse finalmente, alcuni anni fa, a isti­
tuire un Centro nazionale per la catalogazione. Ma
recentemente si è letto in una intervista del suo di­
rettore, che al ritmo attuale ci vorrebbero 600 anni
per catalogare il patrimonio artistico e storico ita­
liano!
Ora, dobbiamo persuaderei che la catalogazione
delle opere, l'inventario degli edi.fici e dei luoghi,
ambienti naturali e panoramici da preservare, è il
primo indispensabile passo da compiere per la loro
tutela e conservazione. E mi sembra evidente che

196
nessuno potrebbe fare questo lavoro meglio di co­
loro che sono nati sul posto e che vi abitano.
Una iniziativa in questo senso è partita dalla Pro­
vincia di Bologna e già un anno fa (non ho i dati
piu recenti) circa il 60% del lavoro di catalogazione
e di inventario fotografico era stato effettuato in
quella provincia ad opera di volontari, indirizzati dal­
l'Ufficio di soprintendenza alle Gallerie (ecco un altro
soprintendente da menzionare all'ordine del giorno,
Cesare Gnudi), e spesati dalla Provincia. È dell'ini­
zio di questo settembre la notizia che la Regione
Emiliana ha varato una legge per la tutela dei B_eni
Culturali, che prevede una iscrizione in bilancio di
45 milioni per il restauro, 70 milioni per i Consorzi
di pubblica lettura e informazione bibliografica, 50 mi­
lioni per la campagna di rilevamento dei beni cultu­
rali. E accanto a queste iniziative vi è quella, impor­
tantissima, che prevede l'istituzione dei corsi per ope­
ratori dei musei, degli archivi e delle biblioteche,
dai quali dovranno uscire elementi professionalmente
formati e preparati a svolgere i vari compiti inerenti
alla conservazione e al restauro.
Oggi, su scala nazionale, non esistono scuole pro­
fessionali per operatori di musei, senza contare la
cronica carenza e insufficienza delle scuole di perfe­
zionamento per archeologi e storici dell'arte a livello
universitario 22• I corsi istituiti dalla Regione Emilia­
Romagna avranno sede presso province e comuni
della Regione.
Anche la Regione Abruzzo . ha, sino dal 1971, pre­
sentato un progetto di legge regionale per la catalo-

22 Cfr. qui pp. 92 sgg.

197
gazione del patrimonio culturale e ambientale e del
relativo inventario.
Si è dunque iniziato un vasto movimento in questo
senso. E questo nostro convegno avrà raggiunto il
suo scopo, se avrà servito a render consapevoli piu
larghi strati di amministratori pubblici a livello co­
munale e di cittadini, dell'importanza di queste ini­
ziative regionali, a richiamare la loro attenzione sulla
gravità della situazione da un lato, e dall'altro sul­
l'importanza, per ciascuno di noi, che i nostri beni
culturali e territoriali vengano preservati, e che non
venga distrutto a favore di un malinteso tecnicismo
ciò che non è soltanto un relitto del passato, ma che
è, in realtà, l'essenza stessa del nostro essere uomini,
ciò che contribuisce a specificarci e a costituire la
base di fondo del nostro progredire.
Il discorso è aperto, in questo convegno, alla di­
scussione e alle proposte.
Noi siamo grati alle autorità che hanno promosso
e favorito questo convegno e in particolare al Co­
mune di San Gimignano che lo ha ospitato. Ma mi
sia consentito, nel chiudere questa relazione intro­
duttiva, di rivolgermi in modo particolare ai giovani,
siano essi studenti, artigiani, operai. lo credo molto
nei giovani. A volte essi, a noi vecchi, << rompono le
scatole » con certi loro atteggiamenti. Ma poi, ri­
flettendo sul perché di quegli atteggiamenti, si arriva
a comprenderne il movente e a dar loro ragione, an­
che se il modo di manifestarsi ci ha urtati. Sostan­
zialmente e, direi, giustamente, dato il mondo che
noi vecchi abbiamo loro preparato, essi si trovano
a disagio e quindi rifiutano la società, cioè il modo
di vivere, . che si è andato costituendo col nostro con-

198
senso, o che noi abbiamo subito e che essi non
vogliono piu subire. E noi non abbiamo veramente
molti motivi di essere fieri di quanto essi hanno tro­
vato. La reazione. piu elementare, piu spontanea, a
questo stato di cose è il rifiuto, il · tirarsi da parte
per timore di essere accalappiati dal sistema. Ma si
tratta di una reazione irrazionale e alquanto egoista,
che non conduce a ciò che veramente importa: cioè
al mutamento dell'attuale sistema.
Io credo che molti giovani oggi abbiano comin­
ciato a capire che il contestare, il rifiutare, non ba­
sta. Occorre fare qualche cosa di piu: comprendere,
cioè, il perché si è formato un mondo nel quale è
pesante di vivere e, una volta compreso il come e
il perché, agire, ciascuno nel proprio campo, ancht
ristretto, per modificarlo ; avere la coscienza della
forza di resistenza e di propulsione che sta nelle
masse formate dall'insieme dei singoli individui. Nel­
la maggioranza dei giovani c'è un gran desiderio di
sincerità e di onestà; ma spesso essi credono che il
manifestarle li esponga alla incomprensione, al ridi­
colo. Perciò si ribellano.
In realtà, questa sincerità e onestà possono avere
una grande forza, se noi mostriamo di aver fiducia
in esse.
Queste cose non sono affatto estranee al tema del
nostro convegno. Infatti io sono sicuro che. proprio
nei giovani potranno essere trovate quelle forze,
quelle energie, quegli entusiasmi, ché sono necessari
per collaborare alle · iniziative locali, provinciali e re­
gionali per la salvezza del nostro grande patrimonio
storico e culturale.

199
L'appello ai giovani (che erano presenti in buon nu­
mero), con il quale avevo chiusa la mia relazione a
San Gimignano, corrispondeva evidentemente a una
diffusa opinione, del resto avallata da quanto si era
verificato nell'azione della Provincia di Bologna. In
base a tale orientamento, la Regione Toscana indisse
un convegno dei « gruppi spontanei di archeologia »
(Firenze, 17 dicembre 1972 ). Come ho già accen­
nato, io non condivido l'entusiasmo per tali gruppi
perché l'archeologia condotta in modo dilettantesco
e irresponsabile può risultare scientificamente dan­
nosa o almeno priva di alcuna utilità e l'attività di
t3:luni di questi gruppi si è piu volte mostrata piut­
tosto dissennata. I giovani possono rendersi utili in
altri generi di ricerche, le quali non hanno, è vero,
quel fascino << misterioso >> che sembra emanare dalla
parola << archeologia >>. E proprio per quel tanto di
irrazionale che vi è in quel fascino, è avvenuto che
i gruppi spontanei sono, in alcuni casi, stati sfruttati
fra l'altro, per la penetrazione tra i giovani da parte
di elementi della estrema destra politica. Il mio in­
tervento in occasione di quel convegno regionale volle
essere soprattutto un richiamo concreto alla respon­
sabilità.
SENSIBILIZZAZIONE DELL'OPINIONE PUBBLICA
IN MERITO' ALL'IMPORTANZA
DEI BENI ARCHEOLOGICI 23

Alla parola << archeologia » il pubblico reagisce in


due modi oppos ti, ambedue sbagliati. Per alcuni « ar­
cheologia >> è sinonimo di vecchiume stantio, di pas­
satismo, di noia subita nei musei dinanzi a vetrine
colme di vasi e vasetti considerati inutili e mania­
cali collezioni di tegami e di pitali. Per altri (e par­
ticolarmente per molte ragazze) archeologia signilica
sogno di romantiche imprese di scavo, preferibil­
mente in terre lontane e solitarie, mistero e scoperta
di oggetti meravigliosi.
L'archeologia, invece, è una cosa seria, di reale im
portanza culturale ed è un mestiere di.flicile, per i
quale occorrono molto studio, molta paziente abne·
gazione, anche se può dare qualche vera soddisfa­
zione a chi sente in modo vivo il legame con la sto­
ria e con la ricostruzione di un passato che appar­
tiene alla nostra civiltà. Bisogna per prima cosa met­
tersi bene in mente che l 'archeologia è una scienza
storica, non è uno sport. Essa ha per fine la ricostru­
zione della storia di una data epoca attraverso i do­
cumenti della vita materiale di quella età: inten­
dendo per storia non le vicende dei grandi uomini
politici, non le guerre e le battaglie, ma il modo di
vivere e di produrre di un popolo, le sile condizioni
economiche e sociali, le sue ideologie. L'archeologia
ricos truisce questa storia, anziché attraverso le fonti
scritte (che sono sempre parziali e contengono già
23 Intervento al Convegno regionale sui gruppi spontanei di
archeologia, Firenze, 17 settembre 1972.

201
un giudizio), attraverso i documenti di vita. Non
deve mai essere praticata al solo fine di raccogliere
oggetti: questo non sarebbe archeologia, ma rapina.
Questa ricerca storica ha una sua particolarjssima
caratteristica che non va mai dimenticata: che nel­
l'atto stesso di compiere l'indagine, cioè di raccO­
gliere i reperti, essa distrugge il documento con­
servato da secoli e millenni. Il documento è infatti
rappresentato dai manufatti di ogni tipo, dal piu
umile al piu prezioso, dal . piu minuto al piu gran­
dioso, conservatisi nel modo nel quale rimasero al
momento nel quale furono abbandonati dagli uomini
che vissero in quel tempo. Non solo gli oggetti in
sé, ma anche la loro reciproca disposizione hanno
un valore ind.iziario, come lo avrebbe per una polizia
scientifica ogni raccoglibile traccia di un delitto svol­
tosi in una stanza chiusa.
Quella disposizione; quel rapporto reciproco, vie­
ne distrutto dallo scavo; viene distrutto irreparabil­
mente, cioè, un elemento fondamentale per l'inda­
gine. È quindi indispensabile eseguire lo scavo con
quegli accorgimenti e quelle tecniche che permettano
in ogni momento di ricostruire idealmente, sulla
carta, il documento originario che si è distrutto.
Non è mio ufficio di parlare qui di tecniche di
scavo. Ma debbo insistere su questa precipua esi­
genza di una severa disciplina perché lo scavo sia
archeologia e non rapina, sia documentazione storica
e non distruzione di un segno irrepetibile. Se non
ci si sente di assoggettarsi alla severa disciplina dello
"
scavo, occorre rinunciarvi. Le cose si conservano be­
nissimo finché sono sottoterra e possono stare. in
attesa di uno scavatore razionale.

202
La passione archeologica, se vera e non soltanto
prurito da boy-scout, si può benissimo soddisfare
anche senza lo scavo, compiendo sopraluoghi per in­
dividuare antichi centri di insediamento e quindi nuo­
vi terreni archeologici, compiendo ricerche e studi su
materiale già scavato. I musei sono pieni di materiali
inediti, e di problemi insoluti (derivazioni tipologi­
che, iconografiche, documentazione di scambi com­
merciali, rapporti di produzione, ecc . ) ce ne sono
moltissimi, ma occorre, certo, possedere già una qual­
che cultura specialistica per affrontarli. (Una buona le­
zione in questo senso è stata data dal laboratorio del­
l'Istituto di archeologia dell'università di Roma in
una recente trasmissione televisiva [ venerdl: l o di­
cembre 1972, ore lll)
L'opera d i sensibilizzazione dell'opinione pubblica
in merito ai beni archeologici va diretta, a mio pa­
rere, soprattutto in questo senso, cioè nel senso di
diffondere il convincimento che qualunque oggetto
di scavo perde gran parte del suo interesse (e anche
del suo valore ), se non è accompagnato da una pre­
cisa documentazione del suo contesto e che è di
grave danno ogni manomissione di un complesso
rinvenuto.
Purtroppo, noi sappiamo ancora troppo poco, per
esempio, della civiltà etrusca nonostante piu di due
secoli di studi. Ne avremmo saputo molto di piu, se
le grandi necropoli (come quelle di Chiusi o di Vu!­
ci) non fossero state saccheggiate nella prima e se­
conda metà dell'BOO, riempiendo i musei del mondo
di oggetti bellissimi ( soprattutto di vasi greci ), ma
precludendoci per sempre la conoscenza di una in.fi.
nità di elementi utili alla ricostruzione della storia e

203
della realtà del popolo etrusco. E infatti gli scavi si­
stematici, che si sono incominciati a fare da non
molti anni, in questo dopoguerra, hanno cominciato
a fornirci una quantità di dati co�creti e spesso del
tutto nuovi. Soprattutto ci stanno dando continua­
mente nuovi elementi per stabilire una cronologia
meno incerta e meno in dipendenza di personali giu'
dizi. Non è chi non comprenda che alla base di ogni
valutazione storica o storico-artistica sta una ossatura
cronologica, quanto meno incerta possibile, e che va
tutta ricostruita in base ai dati archeologici confron­
tati continuamente con quelli storici ricavabili dalle
fonti scritte.
Bisogna persuaderei - per poi persuadere gli
altri - che è stato un errore della tradizionale cul­
tura idealistica far consistere l'interesse dell'oggetto
archeologico nella sua maggiore o minore « bellez­
za >>, nella sua « curiosità >>. Senza dubbio, anche il
criterio di bellezza artistica e di rarità ha il suo peso
e concorre al pregio dell'oggetto archeologico. Ma
occorre mettersi bene in mente che l'importanza mag­
giore dell'oggetto archeologico è il suo carattere di
documento storico e che non vi è frammento di coc­
cio dei piu modesti, dei piu grezzi, che non abbia
la sua importanza. Solo recentemente si è fatto at­
tenzione, per esempio, al vasellame di terracotta grez­
za, priva di ornamenti, di età romana. Si è cessato
di buttarlo via come inutile ingombro e si è comin­
ciato a studiarlo secondo le terre usate, le tecniche,
le forme. Si è cosi giunti a constatare che a partire
dal medio impero sono le fabbriche africane (odierna
Tunisia e Algeria) a fornire il vasellame di usci co­
mune non solo a Roma, ma in tutto l'impero, sino

204
all'Eufrate e che ancora all'inizio del VII secolo, al
tempo dell'imperatore Eraclio, le ultime ceramiche
africane giungevano in Italia e- a Costantinopoli. Da
questo dato emergono importanti elementi di storia
economica, che accompagnano e chiariscono non solo
le strutture, ma anche le sovrastrutture delle pro­
vince africane, che appunto a partire dal medio im­
pero conoscono una fioritura artistica e letteraria di
tipo particolare, connessa con l'esistenza degli im­
mensi latifondi nei quali le officine di cerai:nica co­
stituivano un impiego della mano d'opera servile nei
tempi nei quali -questa non era necessaria al lavoro
agricolo.
Che cosa sappiamo, invece, delle fabbriche di buc­
cheri etruschi e della organizzazione della loro pro­
duzione? Sostanzialmente ancora nulla. Un lavoro si·
stematico è stato appena iniziato.
Dobbiamo, dunque, farci prima di tutto portatori
di questo concetto: che il manufatto archeologico è
importante soprattutto come documento storico. E
come tale, lo dovremmo sentire piu vicino a noi.
Allo stesso modo con il quale si conosce volentieri
la storia del nostro padre o del nonno, per cercare
di comprenderli meglio, ma anche per chiarire aspetti
di noi stessi, noi dovremmo far capire che gli og­
getti della nostra antichità fanno parte di ciò che
siamo oggi, e che un filo continuo di vite umane d
lega ad essi. L'interesse, da individuale, risale alla
curiosità di conoscere meglio il luogo natio e da que­
sto alla conoscenza e comprensione della propria re­
gione, del proprio piu vasto paese, alla conoscenza
e comprensione storica, infine, che rappresenta in
tempi diflicili e dirompenti come quelli nei quali ci

205
troviamo a vivere, una forza che può guidarci al
di sopra delle momentanee reazioni istintive e delle
stesse ideologie.
Come diffondere nel pubblico piu vasto questi
convincimenti? Molto potrebbe fare la scuola, la ra­
dio, la televisione, con brevi documenti, con ripe­
tuta opera di informazione. Che l'informazione sia
oggi inesistente o a un livello di estrema rozzezza
ce lo mostrano in ogni occasione le cronache giorna­
listiche di una qualsiasi scoperta archeologica. A parte
che si confonde sempre Soprintendenza archeologica e
« Soprintendenza alle Belle Arti >> dimostrando quan­
to poco note siano le strutture di fondo della tutela
dei beni culturali e quanto, di conseguenza, sia dif­
ficile far intendere rettamente le esigenze, che noi
sentiamo, di mutare queste strutture, a parte questo,
si nota una totale mancanza di conoscenza della pe­
riodizzazione storica del nostro passato piu remoto,
di ciò che viene prima e di ciò che venne dopo: le
cronologie sono tutte di fantasia e i secoli risultano
intercambiabili a caso. Si dovrebbe dunque fare ope­
ra di elementare chiarificazione; e che questa sia ne­
cessaria dimostra quanto sbagliati siano i criteri sco­
lastici attuali, di poco diversi da quelli dei miei tem­
pi, quando un professore di ginnasio ci obbligava
a recitare la lista dei papi << all'indietrina >>, cioè da
quello felicemente regnante fino a san Pietro, senza
mai farci intravedere che cosa ci fosse in realtà die­
tro a quei nomi. Purtroppo, nonostante riforme e
discussioni, per troppi insegnanti siamo ancora a una
cultura da « Rischiatutto >>; che non è cultura.
Vorrei ripetere in questa occasione che la cultura
si può definire, per taluni aspetti, il saper compren-

206
dere il presente attraverso la conoscenza del passato.
Un mezzo di diffusione della sensibilizzazione po­
polare in merito ai nostri problemi l'ho veduto po­
sto in opera in alcuni paesi dell'est europeo attra­
verso manifesti illustrativi diffusi negli ingressi dei
municipi, dei musei, delle biblio teche, degli uffici
pubblici. Manifesti nei quali si mostravano i tipi dei
manufatti archeologici che potevano essere rinvenuti
casualmente e che occorreva non danneggiare o pre­
sentare agli uffici competenti. Si trattava, in genere,
di manufatti protostorici . Non è certo da negarsi
l'efficacia di simili cartelli e manifesti e qualche co­
mune o provincia potrebbe prendere analoga inizia­
tiva. Ma da noi, in genere, l'opinione popolare è
già al corrente, è già avvertita per secolare espe­
rienza che il reperto archeologico ha un interesse.
La persuasione da diffondere è contro la sua distru­
zione come documento; è, cioè, rivolta già a uno
stadio piu complesso. E poi, non è dalla ignoranza
popolare che vengono i maggiori pericoli, i maggiori
danni, bensf dalla pervicace opposizione dei ceti ab­
bienti e speculanti a riconoscere come doverosa una
limitazione ai loro diritti di proprietà e di specula­
zione finanziaria, dalla insensibilità della classe po­
litica dominante.
Imprese edilizie che distruggono rapidamente con
la ruspa e col martello pneumatico tracce di edifici,
statue, mosaici (si potrebbe fare una lunga lista di
simili operazioni); posizione negativa assunta dai vari
governi quando è stato chiesto di escludere talune
zone (mai di grande ampiezza) dai programmi di
« bonifica integrale », dai programmi di « viabilità
turistica >>. Quando sono stati progettati « parchi ar-

207
cheologici » si è trovata la burocrazia ministeriale
sempre preoccupata piu di non intaccare il diritto
dei privati che di salvaguardare il patrimonio archeo­
logico, pei: effetto di quella Santa Alleanza tra tecno­
crati-burocrati e notabili_
Dinanzi a queste di.flicoltà, a queste tenaci resi­
stenze, gli enti locali, i comuni, le regioni, potranno
fare molto, se sarà possibile vincere i propositi ac­
centratori e verticistici di una burocrazia governativa
che ha impedito per oltre un ventennio l'applicazione
della Costituzione in fatto di decentramento regio­
nale e che oggi ne ostacola in ogni modo il funzio­
namento.

L'attività delle Regioni nella ricerca di una nuova e


piu efficace organizzazione amministrativa per la sal­
vezza dei beni culturali trovò un appoggio in una
presa di posizione del Per a seguito di una riu­
nione della Sezione culrurale e della Sezione riforme
e programmazione, che fu pubblicata su « l'Unità »

di domenica 19 novembre 1972 in terza pagina.


Nessun altro partito politico aveva affrontato con
una dichiarazione ufficiale dei suoi organi direttivi il
problema dei beni culrurali. Il vivo senso di respon­
sabilità, la consapevolezza, la serietà e la esatta co­
noscenza dei problemi , l'assenza di ogni traccia di
pretestuosa o demagogica polemica, danno particolare
importanza a questo documento, che viene qui ripor­
tato perché possa, per caso, essere conosciuto anche
da coloro che non sono lettori del quotidiano comu­
nista o che ritengono che l'Italia possa fare a meno
di questa grande forza politica nella ricerca di una

208
soluzione ai problemi che attanagliano il Paese e

non solo per quelli socio-economici, ma anche per


quelli culturali.

PRESA DI POSIZIONE DEL PCI 24

<( La Sezione culturale e la Sezione riforme e program­


mazione del Pci hanno esaminato e discusso la si­
tuazione attuale della tutela e valorizzazione del pa­
trimonio artistico e culturale del paese, i problemi
che essa pone, gli interventi urgenti che richiede,
le proposte di una nuova necessaria legislazione.
<< Lo stato attuale del patrimonio artistico, culturale,
storico, bibliografico, e quello dell'ambiente naturale
non richiedono ormai lunghe analisi per mostrare a
qual punto di gravità abbia condotto la colpevole poli­
tica dei governi diretti dalla Democrazia cristiana:
la lunga catena di innumerevoli casi (talora clamo­
rosi) di speculazione edilizia e di distruzione del"
l'ambiente, del paesaggio, di gloriosi monumenti; l'in­
curia in cui versano le gallerie d'arte, i musei, le
biblioteche ; la dispersione del patrimonio artistico
mobile (basti ricordare i numerosi furti di opere
d'arte di cui le cronache hanno dato notizia); · la
distruzione dolosa del patrimonio boschivo; lo stato
di decadimento e di insicurezza in cui si trovano
grandi monumenti, sono tutte conseguenze, a tutti
visibili, di quella politica. A ciò va aggiunta la pes­
sima amministrazione del patrimonio artistico, le con­
dizioni in cui si continua a tenere il personale ad-

24 « l'Unità », 17 novembre 1972.

209
detto, la nessuna cura che si pone alla formazione di
personale nuovo; la quasi ridicola esiguità degli or­
ganici del personale di ogni grado e categoria; le
continue promesse di interventi per un rinnovamento
legislativo, sempre disattese, nonostante i precisi im­
pegni di legge, le commissioni .di indagine, le mo­
zioni approvate dal parlamento.
« Di piu, assai di recente, si sono levate voci e di­
chiarazioni, da parte di rappresentanti del governo,
che destano grave allarme e preoccupazione; con la
tendenza che esse esprimono ad una valutazione pu­
ramente economico-commerciale dei « beni cultura­
li >> nel senso di stimarne la portata solo in rela­
zione a quanto possono rendere dal punto di vista
dell'industria turistica; con la voce ampiamente dif­
fusa secondo la quale il governo intenderebbe creare
un ministero dei beni culturali e del turismo cui
àffidare l'amministrazione del patrimonio artistico e
culturale del paese.
« Si finirebbe cosf, ancora una volta, per eludere i
fondamentali nodi che debbono essere sciolti se si
vuole passare dalla situazione attuale (destinata sem­
pre di piu ad aggravarsi) ad un nuovo tipo di am­
ministrazione dei beni culturali.
« È necessario, a nostro parere, che si proceda rapi­
damente ad una operazione di decentramento e di
democratiuazione: essa non esclude, logicamente, un
momento di coordinamento a livello nazionale (che
può anche essere rappresentato da un ministro senza
portafoglio per i beni culturali) ma deve fondamen­
talmente puntare sul ruolo che possono svolgere le
Regioni e su un tipo di gestione dei beni culturali,
che sia in grado di utilizzare tutte le forze disponibili

210
per trasformare la . vecchia concezione della << tute­
la » in una reale circolazione e godimento pubblico
dei beni culturali.
<< Il ruolo delle Regioni in materia, oltre che a mo­

tivi di democrazia e di partecipazione popolare, ri­


sponde tra l'altro a precise esigenze di funzionalità,
se è vero che i problemi della salvaguardia del no­
stro patrimonio artistico - da quello dei centri sto­
rici, a quello in generale della unità di nostri insedia­
menti urbani, a quello della salvezza di gran parte
dei maggiori monumenti minati dall'esplodere incon­
trollato delle metropoli e del traflico - si identifi­
cano in larga misura con quelli della organizzazione
e dell'uso corretto del territorio, riservato fino ad
ora alle forze della speculazione e del profitto anzi­
ché ai bisogni della collettività: coincide, in altre
parole, con gli obiettivi di quella << politica del ter­
ritorio » la cui competenza è ora dalla legge aflidata
alle Regioni.
<< Già alcune Regioni hanno cominciato ad affrontare

i complessi problemi che si pongono in ordine a que­


sta operazione, raccogliendo esperienze di enti locali
(comuni e province ) e facendo tesoro anche delle
esperienze di taluni gtuppi spontanei che si sono
venuti creando, specialmente dopo l'anno della << gran­
de alluvione >>, in seno all'associazionismo culturale
di base.
« La Regione Toscana ha elaborato una relazione
per una proposta di legge da presentare al parla­
mento, sulla quale hanno espresso il loro accordo le
altre regioni. Irrigidirsi in un nuovo tipo di accen­
tramento, quale deriverebbe dalle soluzioni che si pre­
vedono in sede di governo, significherebbe ancora una

211
volta far compiere un disastroso passo indietro alla
situazione e alle proposte che si sono venute ma­
turando in questi anni.
<< Naturalmente, la iniziaùva regionale non esclude
l'iniziativa dei partiti e dei gruppi parlamentari na­
zionali, come non esime il governo dal rispettare im­
pegni già piu volte assunti dinanzi al parlamento:
essenziale è che si riconosca nella Regione il punto
di forza per una azione di rinnovamento efficace nel
settore dei beni culturali. Si tratta, anzitutto, di chia­
rire certe formulazioni restrittive e ambigue che si
trovano nei decreti di trasferimento alle Regioni (spe·
cialmente per quanto attiene alle biblioteche e ai
musei << di interesse locale >> ) e di delegare alle Re­
gioni (in base all'articolo 1 1 8 della Costituzione) al­
cune funzioni che oggi lo stato centralizzato non
riesce ad assolvere.
<< Le Regioni possono e debbono divenire centri pro­
pulsori di iniziative nuove, superando quella cami­
cia stretta che sono ormai diventate le sovrinten­ ·

denze, incapaci pure di esercitare la tutela dei beni


culturali secondo le leggi vigenti, e ciascuna ope­
rante per proprio conto senza alcun coordinamento.
<< Cosi come le Regioni potranno evitare il grave ri­
schio che si preannuncia sempre piu di frequente in
autorevoli dichiarazioni di << svendere >> parte del no­
stro patrimonio artistico, di << privatizzare >> anche in
questo campo.
<< Un'azione rinnovatrice quale noi auspichiamo vuo­
le necessariamente l'apporto di tutte le forze della
cultura e del mondo della scuola e della ricerca; ma
richiede, soprattutto, la partecipazione attiva di tutù
i democratici.

212
« Nel quadro della mesc:hina e retriva politica del

governo di centro-destra la dilapidazione del nostro


patrimonio artistico e culturale può toccare il ter­
mine estremo: è necessaria l'azione di tutti perché
la grande tradizione storica rappresentata dai beni
culturali non solo non vada distrutta, ma si trasformi
in forza vitale capace di sviluppo e in elemento es­
senziale del progresso civile della nazione. »

Nel docu mento pubblica to dal Per si fa cenno della


voce che il governo di centro-destra volesse varare la
riforma dell'Amministrazione delle AA. e BB.AA. co­
stituendo un « ministero dei Beni Culturali e del Tu­
rismo >> dove i valori culturali sarebbero stati consi­
derati, per forza di cose, solo per ciò che potessero
rendere finanziariamente. Una provi della mentalità
che poteva svilupparsi da questo binomio era stat�
già data, del resto, in occasione di una lunga bat ta·
glia condotta nel luglio del 1971 contro il rinnovo
della concessione per lo spettacolo di « Suoni e
luci » al Foro Romano. Lo spettacolo in sé era una
ignobile accozzaglia di elementi di grossolana sugge­
stione pseudo-storica, che già di per sé degradava un
ambiente di altissima evocazione di una storia mille­
natia; ma l'aspetto piu grave era che la installazione
di esso aveva recato e recava danni non superficiali
alle strutture murarie, forate per il passaggio di cavi
elettrici o per l'appoggio di impalcature. Il ministro
della P.l., che aveva già dato il suo assenso al rin­
novo di un contratto decennale, dovette trovare un
espediente per annullare l 'impegno, perché la batta­
glia fu condotta, in quella occasione, non solo dai

213
giovani della contestazione, ma anche da docenti e
dagli stessi funzionari dell'amministrazione delle AA.
e BB.AA. preposti alla soprintendenza del Foro Ro­
mano e Palatino.
Del resto, l'Associazione tra funzionari delle AA.
e BB.AA. ha dato prova di muoversi, in tempi re­
centi, anche per motivi non soltanto corporativi come
testimonia lo sciopero quasi totale sostenuto nel
marzo 1971 (ben diverso da quello che si era ten­
tato nel 1967).

Il seguente articolo fu pubblicato da « l'Unità » del


13 dicembre 1972. Esso riprende anche alcuni dei
terni della relazione di San Gimignano, in partico­
lare quello della valutazione storica, anziché esteti­
stica, dei B.C. con l'intento di portare il problema a
contatto con un pubblico il piu vasto possibile.

LA MERCIFICAZIONE DEI BENI CULTURALI

Nei corridoi rninisteriali e parlamentari corre, fra


gli altri, un piccolo spettro: che entro il 31 dicem­
bre divengano operanti nuove strutture amministra­
tive per i cosiddetti Beni Culturali. Senza dubbio, se
ne aggirano di peggiori; ma questo ci impressiona
in modo particolare. I governi del regime democri­
stiano sono pieni di promesse non mantenute quanto
lo è di pulci un cane randagio; ma metti il caso che
questa volta si tenga fede a ciò che si dice: sarebbe
il definitivo disastro.
Gli uomini di potere sembrano generalmente ne-

214
gati a capire i problemi dell'arte. Non sarebbe un
gran male, purché ne fossero consapevoli e fossero
disposti ad affidarsi al giudizio dei competenti, come
avviene in ogni questione tecnico-scientifica. I com­
petenti esistono, anche se in scarso numero e spesso
troppo propensi all'ossequio. Finché si tratta di arte
contemporanea, si può sempre sperare nella ribel­
lione degli artisti, anche se poi non se ne voglia
tener conto, come i fatti insegnano a livello interna­
zionale. Il guaio si fa piu serio quando si tratta di
avere a che fare con le testimonianze del passato, le
quali per ora non hanno difensori oltre a coloro che,
queste cose conoscono e rispettano come parti vive
di se stessi. E sono pochi: perché uno dei problemi
è, appunto, anche quello di fare in modo che quei
pochi divengano moltissimi. Invece i nemici sono
tanti: speculatori sulle aree fabbricabili, speculatori
sugli impianti industriali, ladri di tombe e di quadri,
enti che intendono il turismo come facilità di rapido
accesso e di tavola calda, sia per ignoranza che per
tornaconto personale.
Da parte governativa si guarda a queste cose, pri­
ma di tutto come a una gran seccatura, e poi con
l'incomprensione che deriva dalla scarsa cultura ge­
nerale che caratterizza il ceto politico dominante e
gli alti gradi della burocrazia (e non mi si chieda, per
carità di patria, di precisare con degli esempi).
Da parte governativa si tende a risolvere tutto
accentuando le strutture burocratiche, senza esser ca­
paci di fare uno' sforzo di immaginazione per cam­
biare sostanzialmente le cose. Si torna a parlare di
un Ente autonomo o di un alto commissariato, pro­
poste che furono il peggior frutto della Commissione

215
Franceschini e si parla di « prefetture culturali >>
secondo le proposte della relazione di maggioranza
della Commissione Papaldo. Vengono del tutto igrio­
rate, volutamente e a priori, le discussioni e le pro­
poste diverse che si sono levate contro quei nefasti
propositi da parte di uomini di cultura ( tra i quali
i Lincei), di organismi tecnici (Consigli superiori delle
Arti e delle Biblioteche) e di enti regionali.
Come ultima proposta c'è quella di unire la tu­
tela dei beni culturali al turismo. E basterebbe que­
sta per mostrare da quale basso livello utilitario e
mercantilistico si considerano questi problemi. Non
per caso, del resto, l'Associazione dei mercanti d'arte
trovò a suo tempo un portaparola niente meno che
in un presidente del Consiglio in occasione di una
mostra dell'antiquariato a Firenze, e non per caso
nelle proposte della Commissione Papaldo si sono
infiltrati elementi che sono una chiara manifestazione
di interessi commerciali. Ancora recentemente questi
interessi trovavano ampio spazio e tortuose ma pe­
rentorie difese nel numero speciale di una lussuosa
rivista che, per appartenere a un gruppo petrolifero,
è certamente sul tavolo di tutti i nostri ministri e
intende anche . essere espressione di taluni indirizzi
turistici.
Del resto, è storia vecchia, che prese avvio subito
dopo la guerra, come sa chi ricorda che il Commis­
sario alleato per l'Italia, ammiraglio Ellery W. Stone,
dovette rivolgere, contro questi interessi, una pro­
testa al governo italiano ai primi di ottobre del 1945.
Per contro, non tutti sanno (ma è stampato agli
Atti) che quando il presidente dei Lincei (nel 1968)
annunziò un convegno tra soci su questi problemi

216
(e cioè tra storici, storici dell'arte, archeologi, giu­
risti, naturalisti, che per la loro posizione scientifica
si potevano supporre competenti e scevri di inte­
ressi particolari) si ebbe dal ministro della P.I. non
una lettera di ringraziamento, ma di severo rim­
provero.
Del resto, un giornale rivolto al concreto come
è << Il Globo » ha già tradotto in soldoni il nostro
patrimonio storico e artistico. Queste cose, dunque,
meritano di essere conservate soltanto per quanto val­
gono e per quanto se ne può ricavare.
Se la mercificazione è arrivata a questo punto, la
colpa di fondo risale alla cultura tradizionale che ha
spesso trattato questi argomenti giuocando sulla re­
torica e sull'accademia senza saper mai affrontare il
problema storico come problema della realtà umana,
dell'uomo che si realizza nelle cose, via via condizio­
nato dalle circostanze. Per rendersi conto di quanto
sia stato svuotato l'interesse per queste cose, basta
richiamare il grande fastidio che provia�o ascoltan­
do i commenti che accompagnano i documentari
d'arte filmati: le immagini sono spesso bellissime,
ma il commentatore mena il can per l'aia; in fondo
non sa che cosa dire.
Ciò dipende dal fatto che si è sempre insistito
che le opere d'arte valevano perché erano belle, che
il paesaggio era bello e che queste cose andavano
preservate in nome della Bellezza. Ma non vi è cop­
cetto piu incerto, piu discutibile e piu mutevole di
quello della bellezza. La moda lo insegna e non vi
è trattato di estetica che ne arresti il mutare. Allora
si va alla ricerca di una motivazione piu concreta e

217
la si trova nel denaro e nel profitto. Tutto diviene
merce.
Invece il vero metro di tutto è la storia, cioè
l'uomo nel suo operare, nel suo vivere; il valore che
ogni edificio, ogni oggetto, ogni scrittura, ma anche
ogni paesaggio da noi in I talia, può avere come do­
cumento di un percorso storico del quale - e questo
è il punto - anche noi, oggi, facciamo parte, che
è ancora in noi anche se non ce ne rendiamo conto.
Il processo di promozione culturale sta appunto nel
rendercene consapevoli. Dopo di che ciascuno di noi
diverrà difensore di questa cosa che a ciascuno di noi
in qualche modo appartiene. D'altro canto, il metro
di valutazione di noi stessi sarà dato dal quanto ci
sentiamo immersi nella storia del nostro paese (e in
certa misura di questa nostra Europa) come continua­
tori e al tempo stesso come innovatori.
Il senso di continuità della storia non crea men­
talità conservatrici, perché la storia è eterno movi­
mento; ma forma mentalità che innovano sul filo di
una concreta dialettica delle forze vive e progressive .
Perciò noi troviamo il miglior rispetto per i docu­
menti del passato realizzato in quei paesi che si ispi­
rano ai principi del marxismo (che non è utopia, ma,
appunto, razionale analisi della dialettica storica).
Tutti riconoscono, anche sull'esperienza di un viag­
gio turistico, il rispetto per i monumenti storici e
per la loro documentazione e conservazione, come
per l'ecologia, che si possono riscontrare nei paesi
dell'est europeo. Non sarà mica un caso?
Ove manchi quel collegamento interiore che è fat­
to di conoscenza e di intelligenza, accade che si fini­
sca in preda ad irrazionalismi di varia natura (infatti

218
il senso storico sempre manca a chi si affida alla
trascendenza), ad avanguardismi di breve durata, ad
appiattimenti culturali, come quelli che ci vengono
prospettati oggi nel campo dei beni culturali da chi
propone di risolvere tutto con formule burocratiche
di vertice. La via giusta è invece quella di promuo­
vere dal basso, su larga base, l'adesione, sia essa cri­
tica o anche soltanto sentimentale, alla conservazione
di un bene comune, che appartiene a tutti.
Gli organismi che possono promuovere questa ade­
sione di massa esistono, e sono le Regioni. Ma sap­
piamo benissimo che nell'attuale governo di centro­
destra predominano le forze contrarie alle Regioni e
sappiamo anche perché. Non ci meraviglia se, allora,
queste forze escogitano il << ministero dei Beni Cul­
turali e del Turismo >>, che non ha altri paralleli in
Europa tranne che nella Grecia dei colonnelli. Sin­
tenia significativa, anche questa (come quella della
proposta sul fermo di polizia, che ha riscontro sol­
tanto nella Spagna di Franco).
Veicolo di una diffusione di corretti principi di
tutela possono, sotto certe condizioni, essere i << grup­
pi spontanei », cioè quei gruppi di giovani che sono
già stati largamente utilizzati in alcune province per
schedare opere d'arte, inventariare, anche fotografi­
camente, monumenti e paesaggi, preparare carte ar­
cheologiche. Gruppi nati, in alcuni luoghi come Fi­
renze, dalle catastrofi quale fu l'alluvione del 1966;
e tutti sanno quanto fu dovuto all'aiuto spontaneo
di quei giovani; gruppi, però, che vanno consigliati
e guidati da organi competenti (come sta accadendo,
appunto a Firenze e a Bologna) e non lasciati a se
stessi o strumentalizzati per sorreggere baronie per-

219
sonati o interessi privati, come sta avvenendo al­
trove.
È significativo che in quest'opera di salvaguardia
da un lato e di educazione dall'altro, siano alla testa
le regioni Emilia-Romagna e Toscana. È �ignificativo
che in uno degli ultimi numeri del noto settimanale
statunitense « Newsweek » (27 novembre) in un ar­
ticolo sull'inquinamento dei mari e in particolare del
Mediterraneo, si poteva leggere che in Italia non vi
erano prospettive per una azione sul piano nazionale
contro la polluzione e che << solo alcune città turi­
stiche della costa adriatica, rette ·da amministrazioni
locali comuniste, avevano reso le loro spiagge sicure
per i bagnanti (con una spesa di 77 milioni di dol­
lari) >>.
Ecologia, salvezza dall'inquinamento, salvezza del
patrimonio storico e culturale: sono tutti problemi
connessi strettamente l'uno con l'altro, che l'attuale
classe dirigente non è e non sarà mai piu in grado di
risolvere.

Nel giugno 197 3 il governo di centro-destra (An­


dreotti) entrava in crisi. Il ministro della P.l. si
trovava in grave dissenso col Consiglio superiore
delle AA.BB.AA. perché l'« Alto consesso » si era
permesso di riunirsi e di discutere senza esser stato
convocato. In quello stesso momento fu deciso di
autorità (cioè senza la partecipazione del Consiglio di
amministrazione) un vasto trasferimento di soprin­
tendenti, che talune circostanze avevano reso neces­
sario. Ma esso fu condotto senza che venisse tenuto
alcun conto delle rispettive competenze e del danno

220
che poteva derivarne al già cosi difficoltoso funzio­
namento degli uffici e comunicato telegraficamente
agli interessati che entro tre giorni avrebbero dovuto
raggiungere le nuove sedi e prenderne le consegne.
Questo « terremoto » negli uffici di soprintendenza
trovò larga eco in tutta la stampa, anche in quella­
che dei beni culturali si era sempre disinteressata;
e ciò, ovviamente, perché erano stati colpiti interessi
personali. « l'Unità » del 26 giugno pubblicò il se­
guente mio articolo.

Lo SFACELO DELLE BELLE ARTI

Quando, un anno fa, il gruppo di giovani studiosi che


si raccoglie attorno alla rivista « Dialoghi di Archeo­
logia >> pubblicò, nell'appendice ad esso . riservata, il
testo del decreto concernente l'ordinamento delle car­
riere dei dirigenti delle amministrazioni dello Stato,
noto come decreto dell'« alta dirigenza », vi fu chi
trovò inutile spreco le pagine dedicate a .cosa che
non sembrava toccare in modo particolare le Anti­
chità e Belle Arti 25• Ma ora si è visto che proprio
in base a quel decreto è stato possibile dare l'ul­
timo calcio al già traballante edificio della tutela dei
beni artistici e archeologici, da parte di un ministro
che stava per lasciare la carica. Deriva infatti da quel
decreto lo sconquasso provocato da un ampio e in­
sensato trasferimento di soprintendenti, del quale
hanno parlato i giornali e i rotocalchi per deplorarne

2J C&. Appendice p. 307.

221
la dissennatezza. Ma tale « dissennatezza » ha una
sua logica precisa. Venticinque soprintendenti hanno
colto le laute possibilità che il decreto offriva e si
sono fatti pensionare ( << esodo volontario » ) stanchi
di operare in un ambiente sempre piu difficile per
l'impossibilità di trovare un appoggio al proprio la­
voro da parte delle autorità di governo, che da oltre
dieci anni propongono riforme per le Belle Arti as­
solutamente sbagliate e (per fortuna) non ne hanno
attuata nessuna.
Venticinque dimissioni, sono venticinque posti che
occorreva ricoprire, e si sono ricoperti col ruolino
alla mano, rispolverando una divisione delle soprin­
tendenze in uffici di primo, secondo e terzo grado,
che la legge del 1 9 39 ( tuttora in vigore per le Anti­
chità e Belle Arti) aveva istituito, ma che lo stesso
ministero non aveva piu applicato, omettendo di clas­
sificare, in base alle categorie, gli uffici di soprin­
tendenza creati in questi ultimi anni (cfr. pp. 45-7).
Alla burocrazia ministeriale non può venire in
mente che il soprintendente negli uffici delle Anti­
chità e delle Belle Arti sia uno studioso, il quale,
con gli anni, si forma una competenza specializzata,
diversissima da un ambiente storico a un altro e che,
nel suo operare, segue un piano di lavoro nel quale
si concreta una sua speficia problematica scientifica.
Per la burocrazia ministeriale il soprintendente è un
funzionario amministrativo, che deve rendere conto
dei denari spesi e che deve fare, quando se ne pre­
senta l'occasione, opera di sorveglianza contro furti,
contro danneggiamenti, contro abusi edilizi perpetrati
da chi non sia in rapporti di amicizia col potere po­
litico. (Non per nulla nella vecchia legge era previsto

222
che lo scavo archeologico potesse avere anche fini
scientifici.)
Quando (al tempo del governo Parri) fui direttore
generale delle Antichità e Belle Arti, dovetti per tre
volte bloccare i rapporti che un ispettore superiore
presentava contro un soprintendente che egli, in oc­
casione di sue visite non preannunciate, non aveva
trovato in ufficio. Non riuscii mai a far capire a

quel vecchio e onestissimo ispettore che il soprin­


tendente faceva il suo dovere compiendo nella città
sopraluoghi agli edifici danneggiati dalla guerra e con­
tenenti opere d'arte. << No - mi rispondeva con bo­
vina ostinazione - esso è un capoufficio e deve stare
seduto nella sua stanza ». E che i funzionari statali
non debbano studiare, ma soltanto badare a rendersi
bene accetti ai superiori, il menzionato decreto del­
l'alta dirigenza lo codifica con precisione, quando sta­
bilisce il punteggio dei titoli da prendere in conside­
razione per l'accesso alla carriera di dirigente: lavori
originali, punti 12; titoli attinenti alla formazione,
qualificazione e cultura professionale, punti 7; rap­
porti informativi, punti 63. Si vuole, evidentemente,
un corpo di dirigenti burocrati non troppo colto, non
troppo attivo, completamente in balia delle « note
informative », servo dell'esecutivo e non servitore
dello Stato.
Nel caso specifico dei soprintendenti . alle Anti­
chità e Belle Arti, anche se la burocrazia fosse stata
sensibile alla loro specificità, pare -che sia stato il
ministro uscente a volere che i perentori telegrammi
di trasferimento fossero inviati prima ancora che si
riunisse il Consiglio di amministrazione che stabili­
sce promozioni e trasferimenti. Che il ministro

223
uscente fosse nemico delle bellezze narurali lo sa­
pevamo, da quando venne alle cronache per aver
coperto, con gesto irruente, le spalle nude di una
signora che sedeva al ristorante in abito da sera
troppo succinto; ma ora ci viene il sospetto che sia
proprio anche nemico dei beni culrurali di carattere
artistico e storico.
La stampa ha segnalato diversi casi particolar­
mente gravi in merito a questo terremoto di trasfe­
rimenti; e lo ha fatto come casi personali di fun­
zionari e di srudiosi benemeriti.
Ma al di là dei casi personali c'è il danno, gra­
vissimo, che ne viene alla tutela dei beni culturali,
interrompendo improvvisamente l'equilibrio, già cosi
diflicile, che un soprintendente capace e attivo sia
riuscito a raggiungere nella propria zona e che di­
pende in gran parte, data la carenza delle leggi, da
prestigio personale, da rapporti con le autorità lo­
cali, e da una approfondita conoscenza del territo­
rio. Tra le cose piu clamorose è da segnalare il fatto
che l'Istiruto centrale del Restauro, a Roma, che
opera su tutto il territorio nazionale ed ha un me­
ritato prestigio internazionale, rimane privo, adesso,
di qualsiasi funzionario specifico per l'archeologia. Chi
si occuperà dei restauri ai bronzi e alle terrecotte di
scavo? Nessuno, oppure degli specialisti competenti
per la pittura del Rinascimento. Per forruna, già
alcune Regioni (Toscana, Emilia) hanno intrapreso
a organizzare scuole e centri di restauro efficienti.
E non è da dire che l'ukase ministeriale non abbia
trovato qualche attenuazione: per evitare taluni tra­
sferimenti è stato declassato a ufficio di secondo grado
qualche ufficio che era di primo grado o elevato a

224
primo grado un ufficio di secondo. E allora, per tutti
gli altri, si deve pensare . a un sentimento di parti­
colare antipatia per tutta una categoria? Non lo sap­
piamo; ma certo si tratta di disprezzo per ·i valori
culturali della tutela del nostro patrimonio storico
e artistico.
In questo ambito caotico e di ignoranza possono
nascere anche invenzioni risibili come la proposta di
legge presentata dall'on. Cervone e altri per la costi­
tuzione di un « Ente Tuscia », che dovrebbe avere
come scopo proclamato « la tutela della ricerca del
patrimonio archeologico per quello che riguarda quel­
lo interessante la civiltà etrusca » e la « costruzione e
gestione del museo etrusco e medievale nazionale in
Tuscania >>. Esisteva già un Comitato per le attività
archeologiche della Tuscia, che ha preso alcune lode­
voli iniziative entro il territorio storicamente ben
delimitato che può rivendicare il nome di Tuscia ro­
mana. Questo progetto, invece, precedu to da una rela­
zione che palesa bene la poca dimestichezza con i pro­
blemi della civiltà etrusca, vuole estendere la propria
azione per tutta l'Etruria e oltre, sino a Lucca, in
base a una cartina topografica che sembra una pelle
di leopardo, perché tocca i luoghi piu noti e lascia
fuori altri meno noti. E poi, quale azione si intende
sotto l'espressione << tutela della ricerca >>? Quella
della caccia al tombaroli, sembrerebbe : ma con quali
strumenti? Questo non è detto. Tutto si limiterà
dunque alla nomina di un presidente. Non merita il
conto di soffermarsi su queste puerilità; ma esse sve­
lano la confusione che regna a proposito delle Belle
Arti e della tutela storica, il disfacimento del tes-

225
suto organizzativ'o che dovrebbe far capo alla Dire­
zione generale delle Antichità e Belle Arti.
Di fronte a tale disfacimento, aggravato dalle' re­
centi iniziative ministeriali, si pone con sempre mag­
gior forza il progetto che, a iniziativa della Regione
Toscana, è stato approntato e posto in discussione
con i rappresentanti delle altre Regioni e con il pub­
blico, ma particolarmente con i tecnici, vale a dire
con i funzionari delle soprintendenze. Il progetto
prevede, come è noto, la sostituzione dell 'attuale
Amministrazione centrale (Direzione generale e Con­
siglio superiore delle Antichità e Belle Arti) con una

consulta nazionale a larga composizione democratica,


tecnica e amministrativa, che dia le direttive program­
matiche e garantisca il livello tecnico-culturale dei
funzionari addetti alla tutela. Questi, riuniti in un
organismo unico (e non diviso in tre specializza­
zioni come nelle odierne soprin tendenze), farebbero
parte di una consulta regionale nella quale tutte . le
forze locali collaborerebbero alla tutela dei beni cul­
turali.
· A questo progetto non è mancata la fattiva colla­
borazione di alcuni soprintendenti, mentre altri si
sono volutamente tenuti in disparte, timorosi di per­
dere talune prerogative, piu supposte che reali, che
deriverebbero loro dall'appartenere all'amministra­
zione centrale dello Stato. II recente terremoto che
li ha scagliati a destra e a sinistra come abbiamo
visto, dovrebbe aver insegnato anche a questi dubi­
tasi a guardare con maggior fiducia a un progetto
di decentramento che darebbe ad essi una garanzia
di maggiore efficienza e di rispetto per le singole
specializzazioni scientifiche acquisite in lunghi anni

226
di permanenza in una determinata area sforica . E
contro il timore che non tutte le Regioni sentireb­
bero con uguale intensità e serietà l'importanza dd
problema dei beni rulturali, l'esistenza, nel progetto,
della Consulta nazionale (che ad altri è potuto anche
sembrare una concessione alle strutture centralizzate)
dovrebbe dare la garanzia di un indirizzo generale
.
vigile e consapevole.
Il disagio creato oggi dagli indiscrirninati trasfe­
rimenti ha fatto sentire a tutti (anche ai . meno av­
vertiti) quanto dil!erenziata sia da regione a regione
la civiltà artistica italiana e la cultura che da essa
emana sui centri storici come sui paesaggi, quanto
sia dannoso non tener conto di queste profonde di­
versità, quanto, invece, il rispetto (tutto ancora da
.
istituire) delle autonomie regionali, possa essere la
sola via per risollevarci, anche in fatto di tutela dei
beni culturali, dall'attuale sfacelo.
Le proposte delle Regioni

Piu che un progetto di legge, la Regione Toscana,


anche per incarico di altre Regioni y, ha elaborato
proposte di direttive legislative che, per esplicita am­
missione, potranno essere ancora discusse e perfezio­
nate. I concetti fondamentali alle quali queste diret­
tive si ispirano sono quelli già accennati negli scritti
raccolti in questo nostro terzo capitolo. Ad una
prima redazione ( 1972) 27 ne è seguita una seconda
(alla cui elaborazione non ebbi modo di partecipare),
piu rigorosa, piu schematica e senza dubbio piu
adatta a servire di base a una concreta discussione in
sede parlamentare. Desidero soffermarmi un istante
ancora su questa proposta (che è quella approvata
dalla Giunta Regionale), per rilevare alcuni punti spe­
cifici che non sono stati sinora toccati e per confron­
tarla con le premesse da me ritenute 28 fondamentali
nel trasferimento alle Regioni dei poteri accentrati
sinora nella Direzione generale delle AA.BB.AA. del
l\1inistero della P .I.
Delle · tre premesse da me ritenute irrinunciabili
per una riforma veramente operante e protetta con­
tro i pericoli che per l'arretratezza provinciale o per
il potere delle clientele di notabili locali potrebbero

11> Cfr. articolo di Sandro Fontana, assessore alla cultura


della Regione lombarda sul « Corriere dcl.la Sera » del 21
settembre 1973, p. 2 (Tribuna aperta).
27 Cfr. « Dialoghi di Archeologia », 1972, IV, in Appen­
dice Il, p. 308, n. 3.
28 Cfr. pp. 172 sgg.

228
sorgere e affermarsi in talune zone, la prima e fon­
damentale era quella della formazione di un orga­
nismo centrale di controllo, largamente permeato di
istanze tecniche (scientifiche). Questa premessa è pie­
namente soddisfatta dalla proposta di istituire la Con­
sulta nazionale dei beni culturali (art. l e 2). Si può
forse osservare che tale organismo risulta alquanto
pletorico (circa 80 componenti), un piccolo parlamen­
to, di non agevole convocazione e di non rapida
decisione . D'altra parte è opportuno che ne facciano
parte i rappresentanti di tutte le regioni e di molti
enti locali, dei sindacati, della burocrazia ministe­
riale, accanto ai competenti tecnico-scientifici e capi
di istituti culturali nazionali (i componenti tecnico­
scientifici raggiungendo 28-30 membri) 29• È previsto,
per ovviare alla difficoltà di far muovere un orga­
nismo cosi complesso, che esso possa articolarsi in
sezioni, il che appare senz'altro indispensabile, data
la varietà delle competenze; ma è assai importante
che tutte le istanze interessate ai beni culturali pos­
sano trovarsi insieme per indirizzare l'azione di tu­
tela e di fruizione sopra u.D. piano nazionale. Impor­
tante anche la proposta che i membri della Consulta
(a eccezione dei rappresentanti delle bùrocrazie mini­
steriali) siano nominati dal Parlamento.
Una osservazione mi sembra necessaria all'art. J,
dove è detto che la Consulta << formula proposte al
ministro dei Beni Culturali »; il che presuppone che

29 Nella tabella A è stato giustamente omesso l'Istituto


nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte (e la relativa bi­
blioteca) istituto dal quale dovrebbero dipendere le scuole di
Perfezionamento (cfr. pp. 69 sgg.), che piu opportunamente
può restaurare alle dipendenze della P.I.

229
la decisione ultima spetti al ministro, come accadeva
sinora rispetto al Consiglio superiore. L'art. 5 con­
ferma che spetta al ministro di << stabilire le diret­
tive generali per la tutela >> e di << adottare i prov­
vedimenti necessari >>.
Perché non si ripeta una situazione che abbiamo
piu volte e fin dall'inizio deplorato in queste pagine,
ritengò che le direttive generali dovrebbero . essere,
piu competentemente, elaborate dalla Consulta, e che,
soprattutto dovrebbero essere fissati già nella legge
.
istitutiva (senza attendere la elaborazione di un re­
golamento, che generalmente non arriva mai) alcuni
provvedimenti sui quali il parere della Consulta ab­
bia valore di decisione e non di mera proposta. Tra
questi mi sembra che dovrebbero essere compresi
almeno i seguenti:
l. alienazione ed esportazione di opere d'arte o
di materiale archivistico e bibliografico;
2. restauri o demolizioni di importanti complessi
architettonici;
J. concessioni di scavi archeologici a privati (ita­
liani o stranieri);
4. intangibilità di parchi nazionali e di com­
prensori di rispetto (archeologico, storico, paesistico)
costituiti o da costituire.
La Consulta nazionale deve fungere anche come
istanza suprema di controllo, alla quale si rivolgano
le consulte regionali nei casi di conflitto tra orga­
nismi regionali e deve avere potere di intervento su
di essi.
L'articolo 4 conferisce alla Consulta quei poteri di
controllo sull'operato degli organi regionali, che ab­
biamo ritenuto indispensabili.

230
La s'eco.nda premessa da . me avanzata riguardava la
formazione degli .specifici: organismi ·regi�nali. Essa è
soddisfatta dalla · istituzione di cònsulte dei. beni cul­
turali a carattere regionale (art. 9 e successivi articoli
operativi) previste in << non meno di 30 membri, in
maggioranza esperti nelle discipline attinenti ai
B.C. >>, rappresentanti degli enti locali, della scuola
e « del ·personale scientifico degli istituti culturali
della regione, designati dalle rispettive istituzioni >> .
L'articolo 10 afferma che « Le soprintendenze alle
"
gallerie, ai monumenti e alle antichità >> (nonché quei-·
le degli archivi e delle b iblioteche) il ��i personale
si intende trasferire ai ruoli regionali, (, costi.tuiscono
gli organi tecnico-operativi regionali >>.
Qui io ritengo che vada esplicitamente previsto un
organismo (giunta, consiglio, comitato) .che · ro10pa
l'attuale e deplorato isolamento delle singole soprin­
tendenze e che obhlighi le varie �qmpet�nze a un
continuo confronto ·dal quale le proposte,. formulate
da tale organismo, possano gii!-Dgere · alia. Consulta
regionale superando le person influenze · dei singoli

funzionari, e quindi con un maggior grado di ·matu-
razione specifica. ,
La terza delle premesse da me formulate riguar­
dava la selezione .su base. nazionale del persònale
tecnico-scientifico che . avrebbe poi operato nelle· re-·
gioni. Questo punto non è toccato dali� proposte· della
Regione Toscana, ed esula, infatti, dalla sua tematica.
Ma dovrà essere, a mio parere, esplicitamente - previsto
·
nella auspicata legislazione di· riforma.

Ritengo utile, ai fini di completare. la nostra docu-

23 1
mentazione e prima di accennare alle proposte della
Regione Emiliana, di riportare larghi passi della rela-.
zione introduttiva alle proposte della Regione Tosca­
na nella formulazione approvata nel luglio 1973.
Esse, oltre a riconfermare il giudizio negativo sulle
proposte sin qui fatte dagli organi governativi pon­
gono in particolare evidenza le · profonde giustifica­
zioni della richiesta di passaggio alle regioni di quanto
riguarda l'amministrazione dei beni culturali e la fi­
·ducia con la quale è lecito guardare a questa sostan­
ziale innovazione. Ed è da sperare che anche l'Asso­
ciazione nazionale tra funzionari delle soprintendenze
delle AA.BB.AA. riesamini le proprie posizioni con­
trarie al decentramento regionale dei suoi quadri.

LA RELAZIONE INTRODUTTIVA
ALLA PROPOSTA DELLA REGIONE TOSCANA

Premesso che il patrimonio culturale di un paese


costituisce in ogni caso un bene comune che im­
porta una responsabilità di fronte all'intera società
civile per il presente e per il futuro; premesso al­
tres! che assicurarne la tutela e il libero studio e go­
dimento è, per un paese, dovere primario; risulta
chiara l'esigenza preliminare di una precisa idea di
quello che siano i beni culturali in questione.
[ .,.] Non può difendersi una· testimonianza storica
di civiltà, se non si riesca a farla vivere come elemento
necessario nel divenire delle generazioni: un museo
e un archivio in quanto mezzi di maturazione umana,
e istituti che producono nuova cultura; un tempio,
un castello, o un palazzo comunale, in quanto ser-

232
vono a educare l'uomo ai suoi compiti, a renderlo
piu consapevole; una biblioteca in quanto scuola,
centro di ricerca e di addestramento.
Non magazzini, .e quasi obitori, ma istituti di pro­
gresso culturale; non centri storici imbalsàmati, ma
punti di equilibrio fra doverosa conservazione di un
patrimonio eccezionale e feconda funzione attiva,
reintegratrice costante con nuove acquisizioni, e nuo­
ve tecniche, di ogni inevitabile usura del tempo; e
non restauro come distruzione delle significative stra­
tificazioni delle epoche.
Purtroppo la visione insufficiente qui appena ac­
cennata, isolando, in partenza, i beni culturali come
<< cose >> preziose staccate spesso dal loro contesto,
non solo ha falsato la funzione reale di quei beni,
ma ha permesso la distruzione e il guasto del tessuto
e degli ambienti da cui emergevano e in cui sola­
mente conservano senso, pericolosamente mettendo in
crisi, alla fine, anche depositi, magazzini e materiali.
Il non avere puntato sul momento dinamico della
conservazione delle testimonianze storiche, il non
avere stabilito con chiarezza e sfruttato con forza il
nesso fra conservazione, godimento e uso, ha contri­
buito da un lato all'infecondità dei beni stessi e,
quindi, non di rado, all'indifferenza nei loro con­
fronti; dall'altro, a una degradazione indiscriminabile
del patrimonio.
Cosi, per fare un solo esempio, vengono consumati,
anzi malamente sperperati, depositi librari insigni,
per non avere tempestivamente avuto una visione
adeguata della funzione delle biblioteche.
Orbene, come la logica di una burocrazia accen­
tratrice è stata, per un paese pluricentrico come l'Ita-

233
lia, tra i fattori piu notevoli di una crisi, è giu�to
attendersi da- un processo di decenttaòiento demO­
cratico, che vuole restituire allç popolazioni la re­
sponsabilità del proprio patrimonio culturale, ·l'avvio
a una ristrutturazione organica di istituti che, ìri una
sempre piu ·larga partecipazione, non solo spezzi le
insidie di privati interessi, ma contribuisca a rista­
bilire quel circolo vitale fra testimonianze del pas­
sato e produzione originale di civiltà, e prima ancora
fra cultura e natura, che è stata caratteristica .delle
epoche felici della storia del nostro paese.
[ . ] Risalendo alle documentazioni pubblicate dalla
..

Commissione Franceschini emerge che dalla data del­


la loro raccol ta, i danni si sono accresciuti, i pericoli
sono aumentati.
Dal loro esame risulta con evidenza che i danni e
i pericoli provengono : dall'accresciuta prepotenza del­
ia speculazione edilizia, industriale, commerciale, che
non esita, per i suoi spesso anche malintesi fini, a
distruggere irrecuperabilmente beni ambientali, pae­
saggistici e storici; dall'accresciuto inquinamento · eco­
logico, che deteriora rapidamente strutture artis.ti­
che che sinora avevano resistito al tempo, · beni fore­
stali e idrici; dall'accresciuto valore commerciale dei
beni culturali, che induce al furto e al trafugamento;
dall'insoluto rapporto di diritti e doveri fra Stato
e Chiesa per la custodia dei beni artistici e storici
conservati nelle chiese, dove, fra l'altro, l'attuale
dispersione degli oggetti, talora preziosi, di artigia­
nato artistico è favorita dalla riforma della liturgia.
Di fronte ai danni e ai pericoli emergenti, stanno
le ineflicienze e le carenze non tanto delle fondamen­
tali . leggi di tutela, quanto della organizzazione cen-

234
trale e periferica (Direzioni generali delle Antichità
e Belle Arti e delle Accademie e Biblioteche presso
il ministero della Pubblica Istruzione, Direzione · ge,
nerale degli · Archivi presso il ministero dell'Interno,
Soprintendenze regionali).
Tali carenze possono riassumersi nelle seguenti
voci :
l. inadeguatezza numerica dei ruoli dei funzio­
nari del personale tecnico e di. custodia preposto
. alla
tutela dei beni cultw:ali;
.
2. inadeguatezza del · trattamento economico e
di carriera offerto ai funzionari e al personale;
3. insufficienza delle strutture didattiche che do­
vrebbero presiedere alla preparazione scientifica e tec­
nica del personale;
4. inadeguatezza dell'attuale ordinamento che di­
vide la tutela archeologica, artistica e ambientale in
tre diversi uffici privi di collegamento reciproco (so­
printendenza alle Antichità, alle Gallerie, ai Monu­
menti), privi di efficace contatto con gli enti locali
e privi al tempo stesso di tempestivo e autorevole
potere d'intervento;
5. inadeguatezza, per quanto piu specificamente
concerne archivi e biblioteche, di un ordinamento
che attribuisce addirittura a ministeri diversi tutela,
conservazione e uso di materiali archivistici e biblio­
grafici per loro· na tura indisgiungibili;
6. inadeguatezza di una burocrazia accentratrice
che pone sotto la diretta gestione dello Stato un nu­
mero soverchio di istituti diversi per livelli e fun­
zioni;
7. insufficienza, per non dire assenza, di un si­
stema di biblioteche di pubblica lettw:a per un uso

235
piu razionale e per la salvaguardia delle · risorse li­
brarie, messe oggi in crisi da un uso caotico;
8. mancanza di un adeguato coordinamento di
istituti quali accademie, università e scuole di vario
livello.
Non si ritiene di menzionare fra le piu dannose
carenze l'inadeguatezza dei fondi messi in bilancio
dallo Stato, perché la fonte dell'attuale disagio non
è prevalentemente finanziaria, ma risiede nelle strut­
ture e nella organizzazione. Se mai, si potrebbe indi­
care come una componente dell'inefficienza la diffi­
coltà di adeguare le necessità degli uffici di tutela alle
norme di contabilità generale, che rendono ·spesso
impossibile il tempestivo intervento.
[ .. ] Senza entrare nell'esame di dettaglio delle pro­
.

poste delle Commissioni Franceschini e Papaldo, ciò


che da piu parti è stato osservato negativamente è
il manifestarsi di una tendenza ad un accresciuto
accentramento e ad una accresciuta burocratizzazione
degli organismi di tutela dei Beni Culturali, nonché
l'inclusione nello schema di provvedimento di talune
norme che appaiono dettate dalla preoccupazione di
non limitare diritti della proprietà privata e di ta­
luni interessi commerciali, con il pericolo di accre­
scere i danni e i rischi di inefficienza degli uffici di
tutela.
[ ... ] In questa situazione di stagnazione e di incer­
tezze, nella quale il nostro patrimonio culturale e natu­
rale va rapidamente degradandosi irreparabilmente, si
inseriscono adesso le proposte della Commissione beni
culturali della Regione Toscana. Queste intendono la
.
Regione come integrazione e non contrapposizione
allo Stato; la Regione quale organismo capace, per

236
la sua stessa natura, di adempiere a talune funzioni
di tutela e valorizzazione con maggior efficacia, con
maggior aderenza ai problemi concreti, con maggior
speditezza di interventi che non l'amministrazione
centralizzata e verticistica, quale è quella proposta
dalle varie co=issioni governative, e di indagine e
di studio, nella quale ogni problema vivo diviene
fatalmente il numero assegnato a una pratica buro­
cratica.
Il vasto campo della tutela e della valorizzazione
dei beni culturali si presenta come pochi altri sto­
ricamente predisposto ad essere coltivato con certezza
di successo dalle istanze regionali, poiché monumenti
artistici ed elaborazioni culturali hanno ricevuto in
Italia impronte regionali indelebili e nette differen­
ziazioni, che solo a livello regionale e territoriale pos­
sono essere pienamente intese, tutelate e promosse. F
solo riportando al loro livello regionale e territorial<
la responsabilità della loro conservazione e del !ore
incremento si potrà rianimare attorno ad esse l'in­
teresse e la partecipazione delle popolazioni che sen­
tiranno questi beni nuovamente appartenenti ad esse.
Oltre alla giustificazione storica di questa migliore
attitudine, si potrebbe invocare anche una giu stifica­
zione politica, giacché nell'ambito dei Consigli regio­
nali le varie componenti . politiche possono piu fa­
cilmente trovare un accordo di fronte alla tutela di
un patrimonio comune, il cui valore non può essere
negato da alcuno, e, al tempo stesso, garantire una
piu diretta partecipazione democratica ai vari livelli
di gestione.
Da un punto di vista ammmistrativo e tecnico,
inoltre, riteniamo che possa essere di indiscutibile

237
effetto positivo l'ingresso nei ruoli di specialisti della
cultura storica e artistica peculiare alla regione e
che piu efficiente possa essere la ripartizione dei fondi
adeguati alle diverse necessità delle diverse regioni,
. Siamo ,sicuri che una responsab.i.li.Zzazione piu am­
pia e piu articolata, che investa la gestione ammini­
strativa dei beni culturali e naturali, non solo tenga
conto dello sviluppo democratico della nostra vita
nazionale, ma sia effettivamente la sola via aperta per
·
assicurare la tutela e la valorizzazione di quei beni
con la dovuta efficacia, superando in modo radicale
le presenti e universalmente constatate e riconosciute
carenze.
Le proposte che vengono formulate nell'articolato
allegato hanno carattere di massima e di indirizzo,
lasciando ampio margine a ulteriore discussione e de­
finizione di dettaglio.
La nostra prima preoccupazione è stata quella di
porre un confine preciso tra le funzioni di effettivo
carattere nazionale e quelle di carattere locale ai vari
livelli territoriali e, contemporaneamente, tra le fun­
zioni e responsabilità politico-amministrative proprie
degli organi costituzionali elettivi e di governo e quelle
prevalentemente consultive attribuite ad organi larga­
mente rappresentativi.
[ :].. Agli organismi centrali previsti nella proposta
rimane affidato, a ·livello massimo, un compito di
orientamento generale, applicando sostanzialmente.
quanto disposto dall'art. 17 della legge 16 mag­
gio 1 970, n. 281, che assegna allo Stato, appunto,
funzioni di indirizzo e coordinamento, lasciando, nel
contempo, alle Regioni e agli enti da esse delegati.
l'autonomo esercizio del potere. A livello regionale

238
si prevedono, inoltre, funzioni e strutture sostanzial­
mente a�aloghe ( art. 9-10).
Con gli art. 1 1-13 si sancisce, infine (ex art. 1 18
Cast.), il trasferimento e la delega alle Regioni di
tutte le funzioni esercitate dagli organi. centrali · .e
periferici dello Stato in ordine a tutti gli istituti cul­
turali di enti locali e di interesse locale e il trasfe­
rimento del relativo personale e del patrimonio, non­
ché lo scioglimento di quegli enti ministeriali o 'pa­
raministeriali che tuttora svolgono attività di esclu­
siva competenza delle Regioni.
Viene cosf eliminata la �stinzione tra musei, bi­
blioteche e archivi dello Stato e degli enti locali, di­
stinzione dovuta a particolari vicende ·storiche, m�
che non ha alcuna ragione di sussistere, pari essendo
le finalità e l caratteri. Tali istituzioni vengono inol­
tre intese come organismi a · sé stanti, distinti in sede
operativa dagli uffici della tutela, con grande van·
taggio, riteniamo, del buon funzionamento di en­
trambi. È questo un punto che sovverte una prassi
esistente sin dalle prime leggi di tutela del 1909, ma
è. da considerarsi un punto fondamentale per . una
costruttiva riforma, anche se è prevedibile una certa
resistenza da parte degli organici oggi in carriera.
Ma tale eventuale resistenza non avrebbe costruttive
motivazioni, bensf soprattutto carattere corporativo . e
personale.
I nostri musei, a differenza di quelli di altri paesi,
mancano quasi totalmente di cataloghi scientifici che
sono gli strumenti indispensabili per rendere usu­
fruibili allo studio i materiali conservati nel museo;
mancano di sale di studio, di organizzazione per po­
ter funzionare come centri culturali attivi. È infatti

239
materialmente impossibile che il personale preposto
agli uffici di tutela possa al tempo stesso provvedere
al funzionamento del museo come servizio pubblico
di promozione scientifica e divulgativa.
Nel migliore dei casi, infatti, i nostri musei sono
luoghi ove le opere d'arte vengono conservate ed
esposte; ma nulla di piu; e siamo già soddisfatti se
vengono conservate bene.
Questa innovazione, che riteniamo di primaria im­
portanza, potrà incontrare alcune diflicoltà oggettive
nel caso dei musei archeologici, dove si ha un con­
tinuo incremento proveniente dall'attività di scavo
e di ricerca, che fa parte dell'attività di tutela terri­
toriale. Ma si tratta di una diflicoltà piu apparente
che reale, piu psicologica che di sostanza, potendosi
u tilmente distinguere quanto appartenga al museo­
istituto di cultura e quanto al deposito-laboratorio di
ricerca.

Come si vede, la relazione introduttiva alla proposta


della Regione Toscana ripropone, in modo approfon­
dito e risolutivo, tutte le richieste essenziali che ri­
sultano avanzate nel corso di queste pagine da. parte
di organismi e di persone responsabili, indipendenti
dalle istanze burocratiche ministeriali.
Sulla questione della autonomia delle grandi gallerie
e dei grandi musei, le cui collezioni hanno per la
loro stessa composizione e anche, talora, disposizione
interna, valore di documento storico di una cultura,
desidero fermarmi un istante.
Le motivazioni recate nella relazione contengono
già i punti essenziali che rendono auspicabile tale

240
autonomia e sono motivazioni nell'ordine della fun­
zionalità del museo come strumento di promozione
scientifica e come servizio pubblico, intendendo con
ciò la pubblicazione di cataloghi della intera consi­
stenza del museo, di piccole guide settoriali, l'orga­
nizzazione di fototeche, l'organizzazione ·di regolari
visite guidate e di periodiche mostre tematiche (ac­
compagnate possibilmente da conferenze), che attrag­
gano al museo anche i cittadini residenti e non solo
i turisti.
Tutto ciò è di impossibile realizzazione ove -il per­
sonale preposto al museo continuasse a essere impe­
gnato nella tutela territoriale. Infatti, l'unico museo
nazionale, che abbia funzionato anche come servizio
pubblico è stato, negli ultimi anni, la Galleria Bor­
ghese a Roma, riconosciuta de facto anche se non
de iure, come un istituto autonomo sotto la spinta
di una direttrice particolarmente attiva (la quale è
stata, senza alcun riguardo a un'opera meritoria per­
seguita con tenacia e successo per lunghi anni, sbal­
zata ad altra sede, con funzioni di tutela, in occa­
sione del << terremoto » dei trasferimenti di cui ab­
biamo parlato).
Ma questa fondamentale riforma incontra oggi la
tenace opposizione da parte dei soprintendenti, come
la incontrò quando la prospettai (nel settembre 1945)
a coloro che erano soprintendenti 25 anni fa. L'obie­
zione che viene avanzata, e che ha un suo fondamen­
to, è che il museo è strettamente collegato al ter­
ritorio, nel quale possono trovarsi opere che, ad un
certo momento, sia opportuno trasferire al museo
(anche se ciò avviene raramente nelle pinacoteche
mentre è prassi costante per i musei archeologici).

241
In realtà sì tratta di una questione di prestigio. Vi
sono baroni e mandarini non �olo nelle università,
ma anche nelle soprintendenze (e ben pochi sono
stati i soprintendenti che hanno accettato di far
funzionare un .Consiglio di soprintendenza composto
dai propri funzionari).
Occorre persuadere i soprintendenti che nessuno
vuoi togliere loro di mano il bastone di maresciallo.
Quello che importa è che vi sia uno sta/J, un gruppo
di funzionari applicati anche solo temporaneamente,
eventualmente con compiti programmati, in modo
esclusivo al museo. Ciò comporta, s'intende, Ul) forte
ampliamento degli organici. Oggi i funzionari delle
Soprintendenze si distinguono in ispettori, direttori,
soprintenden ti, ma si tratta puramente di gradi ge­
rarchici: gli ispettori non ispezionano, i direttori
non dirigono, il soprintendente regna e governa.
Ispettori e direttori non hanno funzioni specifiche e
vengono impiegati via via come e dove · urge la ne­
cessità. Certo, il direttore di un grande museo, come
la Galleria degli UHizi e Pitti, o come il Museo Na­
zionale di Napoli (archeologicò) , non potrebbero es­

sere di grado inferiore a quello · del soprintendente


territoriale. Ma a me sembra che in seno alla Con­
sulta regionale o alla sua auspicabile giunta tecnica,
dovrebbe esser possibile conciliare tale parità di
grado con una funzione coordinatrice riserbata al so­
prin tendente.
Si tratta comunque di una riforma di grande im­
portanza, alla quale occorrerà accingersi con la do­
vuta cautela, ma anche con la fermezza che deriva
dalla consapevolezza che essa toglierebbe i musei ita­
liani da quella condizione di inferiorità nella quale

242
si trovano rispetto alle altre grandi nazioni e che ci
viene spesso rinfacciata. L'intendere la tutela artistiCa
e i musei come servizio pubblico è strettamente col­
legato alla autonomia delle grandi raccolte:
Riprendiamo ancora un passo della relazione della
Regione Toscana:

[ ... ] Particolare rilievo va dato anche alla istituzio­


ne di Centri, regionali o territoriali, per la cataloga­
zione. Ognuna delle varie Commissioni governative ha
posto in evidenza come urgente e primaria l 'esigenza
della catalogazione dei beni culturali, base indispen­
sabile di conoscenza e di discriminazione. È perciò
stato istituito un Centro nazionale per la cataloga­
zione e sono stati acquisiti a tal fine modernissimi
macchinari.
Ma a distanza ormai di alcuni anni, la cataloga­
zione ha progredito in modo sensibile (fino al 60%
del fabbisogno) soltanto nella Regione Eri:illi ana e in
particolare nella provincia di Bologna per la stretta
collaborazione fra l'ufficio di tutela (soprintendenza
alle Gallerie ) e le iniziative della Provincia; in que­
sto senso si è mossa anche la Regione Abruzzo con
un progetto di legge regionale pèr la catalogazione
del patrimonio culturale ed ambientale dell'Abruzzo
ed istituzione del relativo . inventario (7 settembre
197 1 ).
Contro ogni pavida esitazione ad afli4a're alla Re­
gione i compiti complessi della tutela dei beni cul­
turali e naturali esiste già, in questo caso, un pre­
cedente largamente positivo che incoraggia a proce­
dere nel senso di una riforma che costituisce, a nostro

243
parere, l'unica via di salvezza per il nostro patri­
monio storico artistico monumentale e naturale: ren­
dere responsabili i cittadini stessi, le masse democra­
tiche, della conservazione e della promozione del piu
prezioso retaggio ad essi pervenuto dalla propria sto­
ria passata.
Le piu gloriose strutture delle nostre città si sono
formate come espressioni della diretta partecipazione
cittadina, che, in molti casi, aveva saputo Istltm re
sino dal secolo XIII commissioni intitolate « per
l'ornato della città » .

Quasi contemporaneamente alle proposte della Re­


gione Toscana, la Regione Emilia-Romagna formulò
un progetto di legge per la Costituzione dell'Istituto
per i Beni Artistici, Culturali, Naturali della Re­
gione 30 • È questa una proposta di grande interesse,
per la maturità e l'esperienza diretta con la quale i
problemi vengono affrontati. Va anche subito detto
che, con esso, le attuali soprintendenze vengono man­
tenute come organi dell'amminis trazione centrale sta­
tale: il che può facilitare , politicamente, l'adozione
di questa proposta piuttosto che quella, piu radicale,
della Toscana e può esser considerato elemento di
maggior sicurezza rispetto ai possibili sviluppi in re­
gioni meno preparate a gestire i B.C.; ma lascia,
d'altra parte, perplessi circa il conseguente manteni­
mento di un apparato burocratico centrale che ha dato
cosi cattive prove finora.

JO « Bollettino Ulliciale » della Regione, �pplemento spe­


ciale, n. 73 del 31 luglio 1973.

244
Il progetto emiliano propone, secondo una politica
di piano, la costituzione di un Istituto per il censi­
mento dei beni presenti nell'area della regione, ri­
chiamando la legge regionale n. 4 del 15.1 .73 isti­
tutiva di corsi di quali.ficazione e riquali.ficazione per
museologi, bibliotecari e addetti alle attività conser­
vatrici. La catalogazione andrà definita riei termini
corre tti di metodologie unificanti e va subordinata a
una politica di piano che ravvisi nella catalogazione
la fonte primaria di materiali informativi a livello
di elaborazione scientifica, anche la piu raflinata, che
consenta di porre propriamente i problemi dello svi­
luppo sociale economico e culturale della regione.
Viene riconosciuta come urgente e inclifferibile una
corretta attività conoscitiva, prima di procedere oltre
nella condizione conservativa 31 •
L'Istituto previsto rende partecipi del lavoro i Con­
sorzi comprensoriali e le comunità montane (già isti­
tuiti) tramite le Amministrazioni pr�vinciali e i Cen­
tri storici (già riconosciuti come tali) tramite le Am­
ministrazioni comunali, delegando loro parte dei com­
piti e parte degli impegni finanziari .
Ciò che particolarmente impressiona in modo favo­
revole in questa relazione, è la continua consapevo-

·
31 Potrebbe essere interessante ed istruttivo un confronto fra
il modo col quale il problema della catalogazione è stato
impostato dallo Regione Emilio-Romagna e quello dell'Ufficio
ministeriale per il catalogo, pubblicato dall'Ufficio stampo del
ministero della P. I. nel 1972 in occasione di uno conferenza
stampa del sottosegretario Volirutti. Lo conclusione dello con­
ferenza stampo fu, di fronte alle obiezioni avanzate da varie
parti (e in particolare do un giornalista dell'« Europeo »), che
il servizio di catalogazione andava potenziato o abolito.

245
lezza della globalità del patrimonio artistico in ogni
suo aspetto e manifestazione.
Quale organo coordinatore dell'lstiruto è previsto
un Consiglio d'amministrazione composto · di 29 mem­
bri . che durano in carica 5 anni, dei quali 5 sono
eletti dal Consiglio regionale, 8 sono assessori pro­
vinciali (delle varie province comprese nella Regio­
ne), 16 sono assessori dei Centri storici. Il presi­
dente del Consiglio di amministrazione è eletto dal
Consiglio regionale, cosi come i 3 revisori dei conti.
Il Consiglio di amministrazione nomina (per 5 anni ,
rinnovabili) un direttore, che deve essere uno sru­
dioso specialista, il quale cura l'attività amministra­
tiva e quella di studio e di ricerca, è responsabile
dell'attuazione degli studi e delle ricerche effetruate
dai suoi collaboratori, partecipa con voto consultivo
al· Consiglio d'amministrazione e al Comitato con­
scl tivo.
Organi consultivi dell'Istituto sono: il Comitato
regionale dei B.C., le Commissioni comunali presso i
Centri storici, le Commissioni provinciali e le spe­
ciali Commissioni per le zone di confine storico.
Da questi organismi viene formato il Comitato
consultivo composto di 4 assessori regionali, dei pre­
sidenti delle commissioni suddette, degli assessori
delle 8 amministrazioni provinciali, degli assessori
dei 15 Centri storici, dei 7 Sovraintendenti della
rutela statale, di 10 esperti, di 10 rappresentanti di
associaZioni culrurali, sindacali, di istiruti di cre­
·
dito, ecc. di un rappresentante per ciascuna delle
istanze che hanno o possono avere interessi colli­
manti (e cioè: Provveditorato agli Studi, ANAS,
FFSS, ENEL, CNR, deputazione di Storia Patria, Isti-

246
tuto nazionale di Urbanistica, Associazione Italia No­
stra, Commissione diocesana di arte sacr� ); si ag­
giungano 5 delegàti delle Regioni confinanti e 5 col­
laboratori regionali scelti dal presidente della Giunta
fra .gli adde'tti ai dipartimenti interessati. Il Comitato
consultivo è presieduto dall'Assessore ·regionale alla
cultura.
Questo Comitato consultivo corrisponde sostan­
zialmente alla Consulta regionale propos ta nel pro­
getto toscano. Questa era prevista in « non ·meno di
30 membri ,' in maggioranza esperti nell� discipline
attinenti· ai B.C. >>. Al Comitato consultivo del pro­
getto emiliano si potrebbe rimproverare una certa
pletoricità (circa 80 membri) che ne rende difficile il
funzionamento. Rimane incerta, inoltre la qualifica
dei l O << esperti >>, tra i quali possono facilmente
infiltrarsi interessi di categoria e personali o « glorie
locali >> di dubbia competenza.
Mi sembra che i due progetti, quello toscano, che
tende a una vera e propria riforma generale, e quello
emiliano, che propone una istituzione regionale, pos­
sano integrarsi reciprocamente.
Comunque, sia il progetto emiliano che quello to­
scano meritano · la piu attenta considerazione : do­
vremo sperare che questa gli venga rivolta anche da­
gli organi ministeriali (supposto che funzionino ): e
dalle istanze governative, nonostante l'aprioristico ri­
getto che gli uni e gli altri praticano cont�o ogni
proposta che venga avanzata dalle Regioni.
·

Con le proposte contenute nei progetti della Regione


Toscana, della Regione Emilia-Romagna e con le pro­
poste, piu settoriali, avanzate da altre Regioni (Um­
bria, Abruzzi, Puglie ), si apre una problematica dei

247
tutto nuova, che travalica largamente tutte le pro­
poste delle varie commissioni governative e le fa
apparire sclerotiche. A una visione angustai:n:ente bu­
rocratica, timorosa di ledere interessi costituiti, si
oppone qui una visione culturale, aperta a iniziative
che possono risvegliare la partecipazione degli ita­
liani (non piu « nemici ») al salvataggio, alla difesa
contro gli opposti interessi, alla conservazione del loro
patrimonio culturale, facendolo sentire ad essi appar­
tenente e da essi fruibile, impegnandoli quindi in
prima persona.
Quando, per esempio, a Lenola, piccolo centro ar­
roccato sui monti Ausoni, ai confini tra le province
di. Latina e di Frosinone, un largo gruppo di abi­
tanti ha sostenuto per sei giorni ( agosto 1973) uno
sciopero della fame per protestare contro il piano di
fabbricazione approvato dal Consiglio comWlale, che
minacciava di deturpare l'ambiente naturale, vuoi
dire che qualche cosa si è mosso. E si è mosso anche
in zone tradizionalmente inerti e torpide a questi
problemi.
Siamo consapevoli che la ba ttaglia a favore della
adozione di queste proposte, nei loro principi infor­
matori e nelle loro linee principali, non sarà facile.
Ma è una battaglia che va condotta con molto im­
pegno.
Noi vediamo in essa non solo i'Wlica soluzione
concretamente possibile per arrestare l'attuale sfacelo
nel campo della salvezza dei beni culturali. Vediamo
in queste proposte, come è stato detto, la possibilità
di riattivare Wla larghissima sfera di interessi cul­
turali che oggi dormono sotto la coltre dell'inattività
provinciale. Un loro risveglio sarebbe di giovamento

248
non solo alla diretta tutela dei beni culturali, ma
costituirebbe anche, in un paese dove ingegni vivi
e senso di umanità mancano meno che altrove, un
antidoto contro le distorsioni interne ad una civiltà
- quella consumistica di oggi - che si procura i
mezzi per vivere solo distruggendo il senso della
vita.

Vorrei chiudere con una osservazione, che intendo


avanzare piuttosto come storico che come politico:
che non è un caso che le proposte piu concrete per
la salvezza dei beni culturali e della natura proven­
gano da amministrazioni di maggioranza di sinistra,
nelle quali i comunisti hanno la prevalenza. Tutte
le testimonianze, del resto, raccolte in questo volu­
metto portano a questa conclusione. Dovremmo do­
mandarci perché; ma il discorso diverrebbe lungo,
forse superfluo per coloro che hanno capito, inutile
per coloro che si rifiutano di capire. Ma vorrei, al­
meno, ricordare un caso particolare : quello di un
libro, Socialisatio11 de la nature (Stock, Paris 1971 ),
il cui autore, Philippe Saint-Mare, non è un comu­
nista e forse nemmeno un socialista, ma un tranquillo
referendario alla Corte dei conti della Repubblica
francese, il quale, con una analisi puntuale delle diffi­
coltà e delle consapevoli opposizioni che contrastano
una difesa dell'ambiente, dopo aver dimostrato che
non è possibile effettuare un'operazione importante
di salvaguardia della natura senza mettere in causa
interessi immobiliari considerevoli e ncin è oggi
possibile difendere la natura senza farsi dei temibili
nemici giunge alla conclusione che « i principi del

249
liberalismo economico sono assolutamente . inadatti
alla salvagua�dia dell'ambiente naturale; e che solo
i prindpi dei socialismo sono capaci di tutelarlo )) 32•
Qua.nto in questa analisi viene detto e concluso
per la difesa dell'ambiente . naturale, si applica alla
lettera anche alla difesa dei monumenti artistici . e
dei beni culturali. Del resto, tutto il discorso qui
condotto dovrebbe aver dimostrato che il problema
delle AA.BB.AA. e dei B.C., ha, si, importanti ele­
menti tecnici ed economici, ma è, soprattutto un pro­
blema di indirizzo e di volontà politica.

n Si veda un'intervista con Ph. Saint-Mare su « l'Express ,.


del 25-31 ottobre 1971; pp. 72-8.
Post-scriptum

Il materiale che costituisce questo libretto era stato


raccolto agli inizi del mese di luglio 1973 e doveva
essere pubblicato rapidamente. Ma circostanze impre­
vedibili e per me paralizzanti, lo hanno ritardato.
Nel frattempo, con la costitilzione del governo Ru­
mor alla fine di giugno, era stato istituito un mini­
stero dei Beni Culturali, a.llidato al senatore Ripa­
monti (Dc), inizialmente senza portafoglio, ma in
via di trasformazione in un ministero a pieno titolo.
Per quanto si possa essere contrari alla proliferazione
dei ministeri (alcuni dei quali del tutto pretestuosi),
l'istituzione di un ministero dei Beni Culturali po­
teva essere considerata quale un passo avanti verso
una soluzione di questi annosi e spesso dolorosi
problemi, e il fatto che esso non sia · stato aggregato
al Turismo è un segno di resipiscenza rispetto ai
progetti di . un recente passato.
Il sen. Ripamonti fece alcune dichiarazioni al
gruppo interparlamentare « Amici dell'Arte », presie­
duto dal sen. Pieraccini, che induçevano a qualche
ottimismo. Il nuovo ministero (si è letto nel reso­
conto dei giornali) sarebbe nato su basi atipiche, con
criteri innovativi e di rapida funzionalità; sarebbe
stata prevista l'istituzione di un Consiglio nazionale
dei B.C. con funzioni non solo consultive, ma anche
deliberative (e questo è un punto fondamentale) e con
il compito di svolgere azione di orientamento e coor­
dinamento. Se a ciò si aggiunge che il ministro sot­
tolineò la necessità dell a partecipazione degli enti

251
locali e delle forze culturali all'azione di salvaguar­
dia e valorizzazione del patrimonio culturale, si sa­
rebbe potuto supporre che i progetti del ministro
non fossero molto lontani dalle proposte avanzate
in sede regionale per la istituzione di una Consulta
nazionale.
Ma poi le cose si sono rapidamente guastate, non
sappiamo se per intervento di pressioni burocratiche o
di noti personaggi che ambiscono al solito ruolo di ma­
tador, o per l'una e l'altra cosa insieme. Sta di fatto
che circolano, sia pure in. modo non ufficiale, pro­
getti di legge·delega per dar corpo al nuovo mini­
stero, nei quali vengono recepite quasi tutte le pro­
poste delle Commissioni Franceschini e Papaldo già
criticate e respinte dalle istanze piu responsabili, pur
tenendole in formulazioni vaghe che dovrebbero evi­
tare gli allarmi (mentre le proposte piu accettabili
sono formulate in modo esplicito). Siamo dunque an­
cora di fronte a un tenta tivo di mistificazione (cfr.
p. 286 ).
Il fatto che il presidente del Consiglio nazionale
dei Beni Culturali venga previsto nella persona di
un « tecnico », ripropone il pericolo che era insito
nella proposta di una Azienda autonoma avanzata.
dalla Commissione Franceschini, cioè della indiscri­
minata autorità di un personaggio .che non sarebbe,
come lo è il ministro, responsabile dinanzi al Parla­
mento e dal quale dipenderebbe tutto l'orientamento
in fatto di B.C., sul piano nazionale. (Ricordiamo,
per esempio, il danno irreparabile che la incontra­
stata al\torità di Ugo Ojetti negli anni trenta ha por­
tato alle nostre gallerie d'arte m�derna, alle quali
manca tutta la pittura dagli impressionisti in poi,

252
perché Ojetti preferiva i macchiaioli). Il ministero dei
B.C., diverrebbe, praticamente, una azienda privata
e clientelare. Si ha l'impressione che si stia ripetendo,
nella forma esteriore e nella sostanza, il giuoco che
fu tentato nel 1967 quando circolò un progetto legi­
slativo che sollevò la piu vivace opposizione (dr.
pp. 159-60).
Nello schema di progetto in questione si parla di
autonomia amministrativa delle soprintendenze (una
annosa aspirazione), ma poi non si precisa nulla circa
i poteri del soprintendente, sicché l'indicazione ri­
mane puramente retorica.
Rispetto agli enti locali e alle Regioni non si va
oltre al riconoscimento di generiche << rispettive com­
petenze », che evidentemente sono intese nei limiti
del decreto presidenziale 15 gennaio 1972 n. 8 re­
lativo agli istituti degli enti locali, e ogni futura nor­
mativa resta delegata al governo. Nessuna visione
chiara e concreta (quale distanza da quanto è espres­
so nella relazione della Regione emiliana! ) circa i
modi di un intervento organico e globale nel terri­
torio; si sottolinea, anzi, la necessità di smembrare
ulteriormente le competenze fra organismi settoriali
a carattere specialistico.
La tenacia con la quale non si vuoi capire im­
pegna, dunque, nonostante le apparenti « novità »
e nonostante i primi indizi favorevoli, a una decisa
e vivace battaglia culturale e politica, ora che pro­
poste concrete e ricche di possibilità positive sono
state portate innanzi, e sono quelle delle Regioni
culturalmente e politicamente piu avanzate. Ma sap­
piamo bene che i « ministeri della spesa » non sono
disposti a cedere alle Regioni una parte dei fondi

253
iscritti negli stati di previsione dei loro dicasteri pei:
funzioni trasferite agli enti regcinali (e sembra che
abbiano anche trovato il modo di far scomparire
duemila miliardi di residui passivi, 1050 dei quàl.i
dovevano essere attribuiti alle Regioni a statuto or­
dinario).

Mi è giunto in questi giorni un volume (edizioni


De Luca, Roma 1972) con un bel titolo: Il museo
come esperienza sociale. Esso contiene gli atti di un
convegno tenuto in Roma agli inizi di dicembre del
1971 del quale non mi era mai giunta alcuna noti·
zia. Era stato indetto dagli istituti di Pedagogia e di
Storia dell'arte della facoltà di Magistero di Roma;
dalla Commissione ministeriale per la didattica dei
musei, dalla Associazione nazionale dei musei italiani
e da « I talia Nostra ». Il comitato esecutivo era com·
posto dai proff. Pietro Romanelli, Luigi Volpicelli,
Luciano Berti, Paola della Pergola, Luigi Grassi, Raf­
faele Laporta, Serena Madonna, Mario Moretti, Car­
lo Pietrangeli, Franco Russoli e dr. Antonio Thiery.
E il Convegno era posto sotto l'alto patronato del
Presidente della Repubblica e di un imponente Co­
mitato d'onore. Gli Atti contengono una quarantina
di interventi, alcuni dei quali non mancano di os­
servazioni interessanti, di personali esperienze é di
recriminazioni sulle note carenze dell'amministrazione
delle AA.BB.AA.
Ma il fatto che tutto rimanga chiuso nel sistema
vigente rende desolante e inutile la lettura del vo­
lume. Si sente che sotto a ogni intervento vi è una
insoddisfazione e una sfiducia che non si vogliono

254
esprimere. Sicché tutto resta come prima e ogni pa­
rola diviene retorica. E · basti! uno sguardo alle mo­
zioni finali. Che cosa si chiede, si auspica, per mutare
lo stato attuale delle cose, che tutti dichiarano in­
soddisfacente? Che i musei possano essere aperti
anche nel pomeriggio e alla sera (quando si è con­ .

statato che molti musei sono parzialmente . o total­


mente chiusi per mancanza di personale); che si dia
un riconoscimento qualificante alle persone che svol­
gono funzioni di guide didattiche; e si invita il go­
verno a provvedere all'assunzione di almeno 2000
unità di custodia. Non manca, naturalmente, la ri­
petizione del voto annoso (ultradecennale) . per la
sistemazione della Galleria Nazionale in palazzo Bar­
berini, nei locali acquistati a questo scopo dallo Stato
e pervicacemente occupati da un circolo delle Forze
Armate. Sembrano magri risultati per aver movimen·
tato tante illustri persone. Ma questa è la sorte ine·
vitabile di tutte le iniziative ufliciali, sino a che non
si arriverà a un rinnovamento degli indirizzi poli­
tici, degli equilibri interni e dei metodi di governo
dell'attuale partito di màggioranza, o alla fine di tale
sua qualifica.

Le pagine qui raccolte potranno forse contribuire a


orientare qualche l� ttore, a chiarire meglio la na­
tura e la dialettica dei problemi inerenti alla tutela
e alla fruizione dei beni culturali, e, per sopramer­
cato, a far comprendere la natura politica anche di
questi problemi e del blocco di interessi settoriali
che si oppongono a una profonda azione . di risana­
mento degli organismi che li governano .
.
Con tutto ciò debbo dire che, a me, questo libretto

255
non piace, non mi soddisfa. Lo lascio pubblicare con­
tro voglia all'editore che me Io aveva proposto. Ad
esso fa difetto una linea unitaria, un piu continua­
tivo e coerente impegno per la esposizione di tutti i
problemi inerenti. La mia difesa dei B.C. non
ha avuto, infatti, mai un carattere di battaglia pro­
grammatica, ma è stata sempre occasionale; soprat­
tutto per mancanza di fiducia nella efficacia che po­
tevo conseguire. Essa è divenuta piu coerente dopo
che ùna certa dose di fiducia risorse in me per
l'azione promossa dalle Regioni, nella quale trovai
finalmente vero impegno e competente buona vo­
lontà. Se, come è auspicabile, la questione potrà essere
affrontata in sede politica dal Per, forse un passo
avanti decisivo potrà essere fatto, se non altro con­
trapponendo una visione chiara e organica alle vo­
lutamente fumose ed equivoche proposte governa­
tive.
Questi scritti hanno finito, inoltre, per contenere
troppi eleménti personali. Ciò è forse legato al fatto
che le pagine che collegano i testi raccolti sono state
tutte stese (insieme ad altre cose) nell'assoluto iso­
lamento di una lunga degenza ospedaliera, il che
ha, senza dubbio, favorito l'indulgere a una tendenza
memorialistica, che è propria delle persone di età
avanzata, le quali vedono concludersi, ormai a breve
termine, il proprio ciclo di partecipazione alle vicende
del proprio tempo.
r.b.b.
Roma, JO novembre 1973.
Appendice
I. Intermezzo di fantascienza
Le magnifiche sorti e progressive (1 985)1

Ero partito proprio di qua, da Napoli, quindici anni


fa. Si era nel dicembre del 1970. La decisione presa
e le ulrime settimane del distacco mi avevano pro­
strato. Mi ero risolto, perciò, a fare il viaggio per
mare, anziché in aereo, per segnare meglio, a me
.
stesso, che era un capitolo nuovo della mia vita il
quale aveva ora inizio e per toccare geograficamente,
.
starei per dire, la distanza del continente americano
verso il quale ero diretto.
Ricordo bene il senso di quella lontananza. Adesso
sono ritornato, invece, cosi rapidamente, che la di­
stanza mi è sembrata quella tra Mexico City e Cuer­
navaca, che coprivo ogni fine di settimana cop la
mia auto un po' scassata. Ma, mentre appariva la
distesa delle case che doveva essere Napoli, ho avuto
per un attimo la sensazione di essermi sbagliato di
aereo e di trovarmi sopra a Caracas. Invece no, ecco
là il Vesuvio, con il sottile pennacchio di fumo che
si apre in alto a forma di pino, proprio come aveva

1 La rivista « Futuribili », diretta da Pietro Ferraro, dedid)


il fascicolo n. 30.31, gennaio-febbraio 1971, ai problemi della
tutela dei beni culturali. Per suggestione del titolo della
rivista (o anche per la stanchezza di ripetere insistentemente
sempre le medesime cose) il mio contributo ebbe un carattere:
fantascientifico. Su richiesta della direzione della rivista vi
aggiunsi un poscritto nel quale era riassunta la situazione
generale, e che qui è inutile riprodurre perché le stesse cose
sono già dette in olui scritti qui riuniti. Ringraziamo la dire­
zione della rivista per il consenso dato alla riproduzione di
questo scritto.

259
scritto il mio antico Plinio (ho saputo solo piu tardi
che il fumo è artificiale ed ha scopo turistico; ma li
per li mi aveva commosso).
Non avevo riconosciuto null'altro, però, in quel
mare eli edilizia multicolore dal quale emergevano
fitti dei modesti grattacieli lucenti. Nemmeno Castel
dell'Ovo mi era riuscito di vedere.
Sulla terrazza piu alta del mio albergo ho trovato
un posteggio di elicotteri-taxi e ne ho preso uno per
fare un giro su questi luoghi un tempo infelicemente
amati. Infelicemente, dico, perché non ero mai riu­
scito ad abituarmi alla loro eccessiva bellezza. Non
avrei mai potuto vivere a Napoli per lavorarvi: l'ar­
moniosa curva del golfo, la favolosa diversità e biz­
zarria dei luoghi tra Pozzuoli, Baia e Cuma, la stessa
eccessiva ricchezza della vegetazione che si intrec­
ciava e sovrapponeva in varietà di prodotti, dal suolo
su su alle arboree reti delle viti; e gli ulivi, e le
stesse erbe foltissime e diverse lungo le prode e nei
fossi, mi avevano sempre dato l'angoscia di uno spet­
tacolo troppo intenso per esser sopportato di con­
tinuo. A ciò si aggiungeva la passione che io avevo
sempre avuto per il mondo antico: e in nessun luogo
della terra quel mondo antico era altrettanto tangi­
bile, aveva conservato aspetti cosi evocatori e cosi
familiari. L'acropoli di Atene, si, è piu sublime;
Delfi, si, è esaltante; Efeso è piu grandiosamente
pittoresca. Ma qui si sentiva tuttora pulsare la vita di
ogni giorno. I Campi Flegrei evocavano i misteri
dell'Ade e Cuma era, nel mio ricordo, un luogo nu­
minoso piu intenso delle stesse vette nevose dell'Eli­
cona, dove ero passato giovane viandante solitario
tenendo per la cavezza un mulo con il mio bagaglio.

260
E poi Ercolano e Pompei e Stabiae: tre squarci di
vita quotidiana diversissimi tra loro, · documenti uni­
ci al mondo, che, negli ultimi anni precedenti la
mia partenza, avevo con rabbia impotente veduto via
via deperire, sgretolarsi per mancanza di cure conser­
vatrici, per mancanza di mezzi adeguati, per man­
canza, persino, di personale sufficiente. ( Ricordavo
che allora, nel lontano 1969, l'organico del perso­
nale delle An tichi tà e Belle Arti di tutta I tali a non
raggiungeva quello di un grande museo di altri paesi
e che da anni Commissioni di vario grado erano alle
prese con piani di riforma.)
Mi colse d'un tratto un'ansia intensa ·di rivedere
tutte quelle cose, alle quali in questi quindici anni
non avevo piu pensato e che ora risorgevano in me
come mi accadeva, talora, con i volti delle persone
care, che durante la mia vita erano scomparse. (Trop­
pe, e il cui ricordo io cercav� sempre di respingere
da me, cosi come, in questi quindici anni, avevo
sempre respinto ogni aggancio al passato, reciso ogni
6.Io che mi legava al mio paese, cercando volutamente
di ignorare ciò che in esso fosse accaduto.)
Ho. dunque noleggiato un taxi aereo e per un sug­
gerimento inconscio avevo scelto l'apparecchio con
il pilota piu anziano. Non perché lo ritenessi piu
esperto nella guida (che anzi poteva esser vero il
contrario), ma perché Io ritenni (ed ebbi ragione)
piu paziente alle mie domande e piu al corrente dei
fatti avvenuti negli anni del mio volontario esilio.
C'era di piu ancora: il mio genio protettore (che io
scherzosamente chiamo il mio angelo custode) mi
aveva una volta di piu favorito in quest'incontro.
Infatti il mio tassinaro aereo risultò essere stato,

261
fino a pochi anni prima, il pilota personale del capo
dell'A.B.C.-ENASUT, cioè, come egli mi spiegò, del­
l'Azienda Beni Culturali-Ente Nazionale Autonomo
Sviluppo Urbanistico e Turismo. Dopo anni di di­
scussioni, di indagini parlamentari e di tavole rotonde
e quadrate, era stato finalmente costituito in Italia
questo ente per la protezione del nostro (( incompa­
rabile patrimonio storico artistico e archeologico ».
Questo potente ed efficiente organismo aveva rice­
vuto maggiore autorità dal fatto che alla sua testa
era stato posto un uomo che aveva già ricoperto la
funzione di Capitano, la piu alta carica dello Stato.
(E qui non posso non esprimere subito la mia ammi­
razione per questa nuova l tali a che andavo ritro­
vando, cosi dinamica e giovanile anche nelle forme
esteriori. Infatti, nell'America centrale, da dove ve­
nivo, il comando era ancora ai Generali; altrove
c'erano i Colonnelli; ma da noi, vivaddio, si era
giunti ai Capitani, il cui titolo oltre a essere piu gio­
vanile evocava glorie antiche: capitani del popolo,
capitani di ventura, capitani reggenti della Repub­
blica di San Marino.) Il vice presidente dell'A.B.C.
risultò essere al tempo stesso presidente dell'Associa­
zione dei Mercanti d'Arte, che garantiva, perciò stes­
so, la circolazione dei Beni Culturali e la loro valo­
rizzazione. Ciò che vent'anni prima era stato soltanto
accennato vagamente, si trovava oggi felicemente rea­
�ato.
Giuseppe, anzi don Giuseppe (cosi mi suggerf di
chiamarlo riferendomi le battute di un suo collo­
quio ), il mio pilota, era un uomo saggio e informa­
tissimo; ma anche entusiasta. Lo pregai di puntare
subito verso nord-ovest, volevo scorrere a bassa quo-

262
ta su questi luoghi amati, dal promontorio di Cuma
a Punta Campanella nella penisola sorrentina.
A Cuma, tranne poche zone verdi che contenevano
i resti antichi, le villette avevano invaso tutte le
sponde e le pendici . Ma ciò che mi sorprese fu
l'interno, tra Cuma e Pozzuoli e tutto il promonto­
rio di Capo Miseno: era un agglomerato di abita­
zioni, per lo piu in grandi complessi. Dove era srato
il Lago d'Averno e la Solfatara si ergevano emisfe­
riche cupole trasparenti e don Giuseppe mi spiegò
che servivano a captare le esalazioni sulfuree, sia per
scopi industriali che terapeutici. Infatti, abbassandoci
di quota, si scorgevano figure umane, apparente­
mente ignude, che si aggiravano sotto una delle cu­
pole e che sembravano guidate da una qualche melo­
dia musicale. Riconobbi l'anfiteatro di Pozzuoli dall �
sua cavità che faceva buco tra le fitte costruzioni !
Appariva tutto restaurato, rivestito di materie pia
stiche smaglianti e serviva per spettacoli sportivi.
Ma ammirando questo straordinario progresso, que­
sto incredibile sviluppo urbanistico, non potei fare a
meno di chiedere al mio don Giuseppe, se sapeva di
trovamenti di antichità, di scoperte archeologiche
fatte durante questa cosi intensa attività edilizia in
una zona che doveva essere ricca di vestigia antiche.
Don Giuseppe credette di rassicurarmi subito dicen­
domi << Ci provvide Fiascherino ». Poiché io non
capivo, mi spiegò : « Fiascherino » era il nome di
una grande fondazione scientifica, che prendeva il
nome da quella che ai miei tempi era stata una pit­
toresca stazione balneare a sud della Spezia e che
adesso si era estesa, anch'essa, moltissimo, tanto da
fondersi con Lerici . Questa fondazione aveva atte-

263
nuto dall 'A.B.C. una esclusiva per svolgere un grande
programma di prospezione archeologica effettuata su
tutto il territorio nazionale con sonde stratigra.fiche.
In tal modo, tutto il territorio nazionale era stato
esplorato; si erano delimitate alcune zone da sotto­
porre a rapido scavo archeologico, si erano costruiti
grandi capannoni per deposito dei materiali, dopo di
che, essendosi tutto il sottosuolo italiano reso ar­
cheologicamente sterile, non vi erano stati piu im­
pacci all'edilizia intensiva e allo sviluppo industriale.
Mi ricordai, allora, che già prima della mia partenza,
all'inizio di luglio del 1969, era stata diffusa agli
uffici archeologici una circolare che conteneva in ger­
me questo magnifico proge tto. Ma allora, nonostante
l'autorevole avallo del CNR, non era stata presa sul
serio 2•
Mi sembrò, questa, una realizzazione meravigliosa
e solo mi chiedevo, in me stesso, come mai non
avessi avuto nessuna notizia delle certamente straor­
dinarie scoperte archeologiche che dovevano esser
state fatte in Italia in questi anni e dalle quali do­
veva esser discesa qualche soluzione ai tanti vecchi
problemi storici che erano in discussione. Ora dove­
vano essere sicuramente stati risolti; ma forse la
stampa quotidiana e le riviste che mi erano state
accessibili non ne avevano avuto notizia. A meno che
i materiali archeologici, recuperati in fretta e stipati
nei grandi depositi, non avessero dato ancora il loro
responso o non potessero piu darlo.
L'anfiteatro di Pozzuoli mi dava l'unico riferì-

2 Cfr. pp. 300.1, n. 9. Si comprenderà anche perché si


ipotizza la cittA ligure di Lerici.

264
mento topografi.co che fossi in grado di- riconoscere.
Pregai il mio pilota di abbassarsi ancora. E poiché
l'apparecchio era quasi silenzioso, avevo l'impressione
di scorrere volando in pallone o addirittura per im­
pulso proprio. Fini per disorientarmi un singolare
insieme di costruzioni che si spingeva nel mare e che
aveva l'aspetto quasi di una fortezza con alti edifici
torreggianti collegati tra loro da camminamenti e
una larga fascia del tutto libera e vuota attorno,
dalla parte di terra, mentre dalla parte del mare la
platea presentava dei fori dai quali vedevo emer­
gere persone. Compresi che sotto la platea si trovava
' .
il posto delle imbarcazioni, alcune delle quali si
vedevano balzare fuori velocissime, librate sul pelo
dell'acqua. Don Giuseppe (quanto mi sembrava ana­
cronistico il permanere di quel << don » spagnolescc
e antico in tanta modernità ! ), dori Giuseppe mi spieg(
che quel complesso sorgeva dove . un tempo, a Poz­
zuoli, si trovava il rione Terra, il piu vecchio e piu mi­
sero, che si era dovuto evacuare in fretta parecchi
anni prima a seguito di un allarme di moti sismici
che poi si erano fortunatamente arrestati senza dan­
no. Essendo stato sgomberato, il rione era stato poi
bonificato demolendo le vecchie abitazioni dei pe­
scatori, e vi era stato costruito un insieme, del tutto
autonomo, per trentamila persone, che potevano vi­
verci senza aver bisogno di uscirne mai. Vi erano, in­
fatti, st�permarkets, ristoranti, sale di spettacoli, cli­
niche, scuole, tutto, insomma, ciò che occorreva a una
comunità in condizioni di pieno benessere. La co­
munità disponeva, inoltre, di un proprio corpo di
polizia, che faceva la guardia giorno e notte attorno
al complesso, per terra e per mare. Era, disse don Giu-

265
seppe, il modo di vivere ideale per gente danarosa,
e il piu moderno. (Nòn volli ferire il suo amor pro­
prio e il suo patriottismo dicendogli che qualche cosa
di assolutamente simile era stato già realizzato da
oltre quindici anni nell'estuario del Potomac, presso
Washington. )
Mi venne voglia, invece, di domandargli che fine
avessero fatto i pescatori del rione Terra. Mi disse
che molti erano emigrati in Finlandia come manovali
e mi mostrò dietro a certi grandi complessi indu­
striali, dalla parte dell'ospedale psichiatrico, una serie
di capannoni di lamiera zincata dove gli altri erano
stati, provvisoriamente, baraccati. In modo confor­
tevole, da oltre dieci anni.
Proseguimmo. Dall'alto, al di sopra di ciò che
era stato Posillipo, Napoli era irriconoscibile. Un
lungo ponte aereo con una quadruplice corsia di scor­
rimento si staccava dalla collina a metà altezza e sca­
valcava la città fino a Castel dell'Ovo. La massa del
vecchio castello appariva appena, chiusa entro una
gabbia di .strutture metalliche, dalle quali la via
aerea si svincolava in direzione di Sant'Elmo e in
direzione del porto. Questo veniva attraversato come
da una corda, e la via discendeva poi in triplice snodo
verso il Pasconcello, lo Sperone, San Giovanni, Por­
tici, dove si estendeva immensa e abbagliante la
·

città nuova.
. Dall'alto, la città vecchia, la Napoli che io cono­
scevo, appariva grigia e spenta. Il tessuto urbano si
vedeva qua e là interrotto da . macchie incerte che
erano come pustole sopra un'epidermide rugosa. Era­
no zone franate, abbandonate. Gli strettissimi vicoli
che salivano dal centro o si stendevano a ragnatela

266
mi restltmvano l'immagine della Napoli che cono­
scevo, la Napoli dei << bassi .», della miseria e della
sporcizia. Mi stupiva il fatto che, in tanta espansione
edilizia,- il vecchio centro fosse rimasto come prima.
Ma don Giuseppe mi spiegò che non c'era nulla da
fare. « Quella gente » mi disse « ama vivere cosi ».
Napoli era divenuta il piu grande porto militare
internazionale ed era a questo fatto che si doveva,
in massima parte, il boom edilizio che aveva estesa
la febbre del costruire da Cuma a Pompei a Ca­
stellammare. Non c'era stato tempo per preparare
un piano di risanamento e la soluzione era stata la
grande via aerea che tagliava fuori tutta la Napoli
di un tempo e la chiusura della città vecchia entro
una specie di cinta murata, con pochi e sorvegliati
sbocchi. Adesso vedevo anche io le vie interrotte da
una muratura e alcuni dei punti di passaggio, dove si
addensava la gente. Evidentemente il « paravento •>,

come Matilde Serao aveva chiamato il fittizio risa­


namento della città all'inizio di questo secolo, non
era piu stato sufficiente e il problema, già angoscioso
e discusso ai miei tempi, era stato risolto creando
un enorme « ghetto •> per quasi un milione di abi­
tanti, comprendente non solo i yecchi palazzi e gli
antichi vicoli, ma anche i casermoni carcerari co­
struiti nei trent'anni successivi alla seconda guerra
mondiale. Già prima della mia partenza una oculata
speculazione edilizia aveva cominciato a trovare piu
redditizio lasciar crollare il centro e fabbricare su
aree nuove. Il risultato di questa linea « razionale •>,

perseguita per altri quindici anni, stava adesso sotto


i miei sguardi. Era un risultato grandioso dal punto
di vista tecnico. A don Giuseppe la via aerea e

267
l'espansione edilizia ispiravano espressioni di entu­
siasmo, tanto che io non osai esprimere alcune obie­
zioni che mi venivano spontanee considerando le
cose da un punto di vista civile ed umano, Iila, lo
riconosco, arretrato. Non ebbe che sguardi di rim­
provero (giacché l'educazione gli impediva di espri­
merlo a parole) quando io non potei nascondere la
mia angoscia nel vedere Castel dell'Ovo chiuso cosi
entro la sua gabbia d'acciaio e quando, con un

grido, vidi che uno dei piloni della strada aerea si


parava proprio davanti all'arco adorno di sculrure
del Castello Aragonese. << Quelle sono cose antiche »
disse, accompagnando il tono di disprezzo con un

gesto della mano aperta, come a gettarle via. << Ma se


voi volete le cose antiche >>, mi disse, · « a Pompei
·

dobbiamo andare: vedrete il grande capolavoro della


nostra amministrazione, il capolavoro dell'A.B.C., si­
gnore! >> .
L'elico ttero attraversò il golfo a quota elevata,
poi si abbassò e ristette, quasi immobile . Guardai e
non credevo ai miei occhi: sotto di noi tutto il cen­
tro di Pompei, della città antica, era stato ricostruito;
ma non riuscivo a vedere il resto degli scavi, né a
capire perché dall'alto le persone che vedevo muO.
versi nel Foro mi sembrassero quasi gigantesche. Poi
compresi. Non eravamo sopra gli scavi, ma in una
zona verso Torre del Greco dove era stato rico­
struito un quartiere dell'antica Pompei a un terzo del
vero. Ricordai, allora, che qualche cosa di simile era
stato progettato molti anni addietro anche per la
Roma imperiale e che illustri accademici e specialisti
di topografia romana erano entrati a far parte di una
commissione apposita, assicurando la loro collabora-

268
zione. Poi non se ne era fatto piu nulla e si era in­
vece attuato il programma di Son et Lumière nel
Foro Romano. Ecco qui realizzata questa idea vera­
mente utile e istruttiva: c'era il Foro .con la Basi­
lica e i templi, il Macellum, le case, la bettola e,
naturalmente, il lupanare. Don Giuseppe mi assicurò
che tutto era stato riprodotto fedelmente: le pitture,
il mobilio, le argenterie, persino le piante nei peri­
stili e nei piccoli giardini erano state riprodotte
- naturalmente in plastica - basandosi sulle im­
pronte che si erano potute ricavare nelle ceneri del­
l'eruzione. Vi era, verso monte, la riproduzione della
massa di lava avanzante alla distruzione della · città;
una casa appariva investita e in atto di sgretolarsi,
mentre figure di plastica colorata, in atteggiamenti di
spavento e di morte, richiamavano l'aspetto dell'« ul­
timo giorno di Pompei ». Si udivano anche, mi as­
sicurò don Giuseppe, grida e lamenti in latino. Mi·
gliaia di turisti al giorno visitavano questa specie d
« Disneyland >> dell'antichità, di « Madurodam » tra
sferi to dalle dune di Scheveningen alle pendici di
Torre del Greco. Infatti, il grande spiazzo antis'tante
al quartiere antico era gremito di pullman, di eli­
cotteri e di automobili. Don Giuseppe mi propose di
scendere e di visitare la « Pompei viva »; ma io vol­
gevo lo sguardo, disorientato, a cercare la Pompei
morta, quella vera, che da questa altezza e da questo
punto si sarebbe dovuta vedere. Ma non riuscivo a
individuarla: eppure, ecco laggiu il Santuario; ma
intorno non vedevo che alte case moderne in plastica
e vetro, risplendenti. « Ma la Pompei vera, dov'è? »
chiesi a don Giuseppe con voce alterata. « Eh, si­
gnò » mi rispose con un tono misto di compassione

269
e di orgoglio << eh, signò, quello è il capolavoro che
ci dicevo: là sotto stanno, le antichità. E tutto que­
sto fatto in meno di dieci anni! ».
Era, effettivamente, una cosa strabiliante. Tutta
la città antica, le rovine di Pompei, 66 ettari e piu,
era stata coperta con una specie di enorme tettoia che
sosteneva una terrazza. La tettoia « proteggeva » i
resti antichi; e al di sopra si era sviluppato un intero
quartiere residenziale moderno . Chi volesse - ma i
visitatori erano pochi, mi disse don Giuseppe, qual­
che appassionato, qualche studioso, qualche archeo­
logo - chi . volesse poteva visitare quasi tutta la
città antica, illuminata elettricamente, areata da un
grande sistema di condizionamento, il cui macchi­
nario si vedeva vicino all'ingresso, resa asettica e
priva di polvere. Dovetti riconoscere veramente che
l' A.B.C. aveva fatto miracoli. Don Giuseppe mi rac­
contò che vi erano state all'inizio violente polemiche
contro questo progetto; ma la fermezza del Capitano
Presidente dell'Azienda Beni Culturali, congiunta alla
potenza finanziaria e politica dell'Ente Autonomo
Sviluppo Urbanistico e Turismo, l'avevano spuntata.
Il progetto, studiato da due architetti, uno ameri­
cano e uno tedesco, era finalmente stato realizzato
direttamente dall'ENASUT e si era dimostrato di
grande vantaggio finanziario e, al tempo stesso, l'uni­
co che potesse assicurare la perfetta conservazione dei
ruderi antichi.
I due architetti, mi disse pieno di ammirazione
don Giuseppe, erano uomini di idee grandiose. Egli
li aveva avvicinati spesso, quando era ancora in ser­
vizio col . Capitano Presidente. L'Americano gli ave­
va detto che aveva pensato, un giorno, che sarebbe

270
stato bello trasformare tutta l'Italia in un'enorme
penisola di Manhattan. Ma si era poi accorto, ili.imè,
che non era possibile, perché c'erano troppe e impre­
viste montagne.
Un'impennata dell'apparecchio mi portò verso il
monte sui cui fianchi brulli qualche cespo giallo · era
ancora in fiore. E mi risuonarono nell'animo, da
lontananze improvvisamente abolite le parole del­
l' alta poesia che le ginestre del Vesuvio avevano
ispirato al poeta un tempo piu di ogni altro amato
e << le magnifiche sorti e progressive » dell'umanità
da lui ironicamente invocate. Quello che avevo ve­
duto era progresso solo nel senso che era prosegui­
mento di ciò che avevo lasciato, appena agli inizi, alla
mia partenza nel 1 969. Ma io pensavo che un vero
progresso non avrebbe dovuto essere proseguimento,
sibbene mutamento, mutamento profondo.
II. L'attività del Gruppo
dei <<Dialoghi di Archeologia>>

Le carenze nella organizzazione . della ricerca e della


tutela nel campo dell'archeologia, largamente avver­
tita, portò alla costituzione, nel gennaio 1964, di
una << Società degli archeologi italiani » (SAI). L'ini­
ziativa si concretò a seguito di un articolo del
prof. Massimo Pallottino, titolare della cattedra di
Etruscologia e Antichità italiche dell'università di
Roma, saldamente installato nello establishment uf­
ficiale dell'archeologia italiana. L'articolo Per una
coscienza ed un'azione unitaria degli archeologi, pub­
blicato nella rivista << Archeologia Classica » (XIV,
1962, fase. 2), organo della Scuola nazionale di ar­
cheologia, fu largamente diffuso e ricevette nume­
rose adesioni (ibid., XIV, 1962, pp. 261 sgg.; XV,
1963, pp. 113 sgg.). All a SAI aderirono, si può dire,
tutti gli archeologi italiani. Ma essa non doveva di­
mostrarsi uno strumento facilmente manovrabile né
uno stabile piedistallo, ed ebbe breve durata. Un
gruppo di giovani studiosi, di buon livello scientifico
e intellettuale, variamente orientati verso la sinistra
politica, dette battaglia in seno all'associazione contro
le posizioni tradizionali di inerzia, sorrette da conce­
zioni autoritarie. Quando questo gruppo mostrò di
poter prevalere, l'associazione si scisse e si sciolse.
Lo scioglimento avvenne a seguito di una lettera
·
firmata da quattro soci (datata Taranto, 14 otto­
bre 1966 ), che invitava alle dimissioni, avendo ri­
scontrato, come conseguenza della mancata parteci­
pazione della grande maggioranza dei soci alla vita

272
della società, << una concentrazione di potere nelle
mani di un gruppo organizzato di minoranza >> . Su
124 soci, 102 accolsero la proposta di dimissioni.
Essi mostrarono, cosf, di preferire l'inerzia e la rciu­
.
tine alla possibilità di raggrupparsi per partecipare
attivamente alle discussioni. Alla minoranza « orga­
nizzata » si rivolgeva anche . l'accusa di perseguire
« fini immaturi, se non addirittura eversivi >> .

Nel suo piccolo, si trattò (come non mancai di far


presente ai dimissionari) di un processo tipico: ogni
progresso, ogni mutamento, sia scientifico che orga­
nizzativo, appare immaturo ed eversivo sino a che
non sia stato realizzato, a coloro che si àttengono
allo statu qua e al quieto vivere. E quando i gruppi
autoritari, a corto di argomenti, si accorgono che col
solo principio di autorità non riescono a prevalere,
dopo aver accusato gli altri di intenzioni eversive,
ricorrono essi all'eversione. .
Nel gruppo di giovani che avevano dato battaglia
si trovavano alcuni che erano stati miei allievi. Que­
sti, con altri, dopo che io ebbi partecipato (unica
volta) al dibattito di una seduta dell'associazione,
vennero a dirmi che sentivano la nècessità di dar
vita a una pubblicazione periodica nella quale affer­
mare e difendere, con la ricerca scientifica e con la
discussione, le loro posizioni di politica culturale nel
campo dell'archeologia; ma che essi vedevano la
.
possibilità di realizzarla solo se io ne avessi assunta
la direzione, perché riconoscevano che la loro batta­
glia era la continuazione di quella condotta da me
negli studi e nella scuola durante i quarant'anni di
insegnamento (che avevo volontariamente lasciato nel
novembre 1964 ).

273
Cosi nacque (con varie vicende) la rivista quadri­
niestrale « Dialoghi di Archeologia » 3• Questo titolo
fu da me proposto (non senza il ricordo dei Dialoghi
del Dolce, uno dei testi coi quali nacque, in Italia, la
storia dell'arte nel sec. XVI), volendo intendere la
parola « archeologia >> nel senso suo etimologico di
« discorso sulle cose dell'antichità >> e nella persua­
sione che la ricerca archeologica vada suettamente
connessa e posta in dialogo con la ricerca degli sto­
rici, dei filologi, degli studiosi di letteratura e di
filosofia antica, perché una ricerca storica completa
non può essere che interdisciplinare.
Alla proposta dei giovani di assumere la direzione
della rivista, posi come condizione di non essere il
solo « anziano >> nella redazione, il che avrebbe po­
tuto far supporre o che io volessi essere in possesso
di un gruppo di manovra (cosa del tutto opposta al
mio modo di comportarmi, ma che alui preferiscono)
o che io fossi uno strumento manovrato. Entrarono
cosi come redattori fissi Francesco Adorno, professore
di storia della filosofia antica, e Antonio La Penna,
professore di letteratura latina. Gli altri redattori
(la maggioranza) sono designati ogni due anni dal
gruppo degli « Amici della Rivista >>, il gruppo dei
giovani che opera in piena autonomia e a partecipare
alle cui riunioni il direttore della rivista può occa-

3 In un primo tempo doveva a.fliancorsi alla rivista di


Robeno Longhi " Paragone », che aveva gii\ due distinte
serie, una dedicata alla storia dell'arte e l'altra alla letteratura.
Ma l'editore Arnoldo Mondadori rifiutb questa proposta e la
rivista fu assunta da Albeno Mondadori nelle edizioni del
Saggiatore. La rivista è oggi (autunno del 1973) entrata
regolarmente nel suo VII anno.

274
sionalmente essere invitato. Il gruppo degli « Amici »

ha il diritto di pubblicare nella rivista, una parte


·
« politica » di Documenti e discussioni,. nella quale
la redazione non interviene come tale ( a meno che
non dovessero insorgere questioni di legalità) .. A dif­
ferenza sostanziale di quasi tutte le riviste minori,
è escluso che questa possa diventare un organo per­
sonale. Tuttavia ho ritenuto opportuno che in questo
volumetto venisse inclusa una informazione sulla ri­
vista e sui materiali raccolti in quella sua parte
<< politica », anche se personalmente non vi ho con­
tribuito e se non sempre sono in accordo con le tesi
che vi sono state sostenute, come non mancherò di
accennare nei commenti a seguito dei riassunti che qui
si danno dei vari contributi pubblicati. Ritengo che
sia utile rendere piu accessibile il dibattito promosso
da questo gruppo di giovani studiosi, i quali (&a
l'altro) pagano il prezzo della loro battaglia con l'osti­
lità (non priva di conseguenze pratiche) dell 'esta­
blishment professorale e burocratico.
<< Dialoghi ·di Archeologia>>
Documenti e Discussioni (riassunti)

1 967, I '
l . Schema di programma per l'in­
serimento della ricerca archeolo­
gica nell'ambito del CNR

Il documento è connesso con la riforma del CNR


( 1963 ) in base alla quale veniva creato e inserito
,

nel CNR un comitato per le scienze storiche, filoso­


fiche, comprendente anche le discipline archeologiche.
I punti chiave su cui si incentra il documento sono:
l'indicare come nuovi organismi di ricerca (nuovi per
l'archeologia, ma sulla base di quanto era già av­
venuto per le altre scienze) gruppi di studiosi orga­
nizzati in équipes; l'inserire l'attività di questi grup­
pi nell'ambito di un programma coordinato della .ri­
cercha archeologica. Concretamente si propone che la
ricerca sia autonoma sia dalle soprintendenze che dal­
le università, le cui carenze vanno risolte in altre
sedi; che la programmazione sia organica .e sappia

4 Come è detto in una Premessa (pp. 130 ss.) i primi tre


documenti qui pubblicati erano stati elaborati in seno alla
Società degli Archeologi Italiani (SAI); quello sulla Scuola
Archeologica aveva ottenuto l'approvazione della maggioranza
ad una assemblea della SAI (Na!ioli-Roma, dicembre 1965);
ma il Consiglio direttivo dichiarò, senza suJiicienti giustifica­
zioni, nulli i deliberati dell'assemblea e decise di inviare
alla Commissione Franceschini questo testo insieme ad altri
che l'assemblea aveva respinto. Dopo di che il testo veniva rie­
laborato per essere adeguato alle nuove istanze sorgenti dai
progetti di riforma universitaria allora discussi.

276
individuare e affrontare, attraverso una discussione
aperta a tutti gli studiosi, i problemi . chiave della
archeologia italiana, cercando di evitare programmi
solo di salvataggio di · monumenti o solo di ricerca ed
orientandosi su temi che contemplino un equo soddi­
sfacimento delle due esigenze; sulla traccia della par­
tizione allora vigente presso il CNR tra « gruppi di
ricerca » e « imprese » a carattere generale, si pro­
pone che alle imprese resti aflidata la pubblicazione
di grandi complessi archeologici ancora inediti, l'edi­
dizione dei Corpora, ecc. riservando invece ai gruppi
di ricerca, inquadrati in 5 settori cron�logico-am­
bientali, !Q studio dei problemi piu propriamente sto­
rici. Per quel che riguarda questi ultimi si propone
che la definizione dei temi sia collegiale e si precisa
che in materia di attività scientifica e di amministra­
zione economica il gruppo di ricerca decidl! colle­
gialmente.
Per le << imprese » a carattere generale si prospett:
l'utilità della creazione di un << centro di stJ:)Jmenta
zione scientifica per la ricerca archeologica », nel qua­
le però si rende necessaria una organizzazione di­
versa da quella dei gruppi di ricerca, anche perché
i dati raccolti ed elaborati possono essere utilizzabili
anche da pa.rte di altre discipline (si pensi agli sto­
rici). Si propone infine che nelle operazioni di va­
glio dei temi proposti, il competente per il settore
archeologico del CNR sia affiancato da un consiglio
di studiosi competenti particolarmente per ciascuno
dei cinque settori cronòlogici in cui è divisa la ricerca
archeologica.

La programmazione, la cui necessità è stata piu volte

277
invocata nelle · pagine che precedono, cosf come qui
proposta avrebbe consentito di provvedere al salvataggio
scientifico di quegli elementi del patrimonio archeolo­
gico che fossero particolarmente minacciati nella loro
conservazione. Ma questo tipo di organizzazione pro­
grammata incontrò l'opposizione da parte di chi inten­
deva e intende conservare talune posizioni di privilegio
e preferisce mantenere le ricerche in un ambito « pri­
vato >> e personale. Cfr. anche il doc. n. 4, fase. 2,
1967.

2. Progetto di statuto per la scuo­


la italiana di Archeologia

Si affronta il problema della riforma della Scuola


nazionale di Archeologia con proposte concrete che
mirano soprattutto ad eliminare, dal punto di vista
didattico, lo << specialismo », inteso tecnicisticamente
come specializzazione limitata a determinate discipli­
ne (ad es. epigrafia, numismatica, topografia ecc.),
cercando di favorire invece una specializzazione in
ambito cronologico ambientale, piu storicamente giu­
stificata. Questo nuovo concetto della specializzazione
comporta un sostanziale mutamento nelle modalità
di accesso alla scuola: l'ammissione non deve avve­
nire piu attraverso la semplice iscrizione, bensi me­
diante un concorso inteso ad accertare non la pre­
parazione manualistica del candidato, ma la sua ma­
turità e attitudine alla ricerca scientifica. Sulla base
delle esperienze che già da tempo si conducono in
altre nazioni, si indicano inoltre nei seminari le uni­
che forme di insegnamento che dal punto di vista
didattico e scientifico rispondono alle esigenze di una
scuola modernamente intesa.

278
La necessità, infine, che ogni allievo di questa scuo­
la usufruisca di una borsa di studio, e, d'altra parte,
la esigenza di limitare l'afflusso alla scuola medesima
attraverso una selezione iniziale, porta a formulare
il concetto, molto dibattuto anche all'interno dello
stesso gruppo, di fissare ogni anno, in seguito ad un
esame dei bisogni reali dell'archeologia italiana nei
suoi diversi settori, il numero dei posti da mettere
a concorso.

Quasi tutte le esigenze qui avanzate corrispondono


alle mie convinzioni: dr. pp. 89-90. Ma questo pro­
getto, che viene a proporre sostanzialmente un istituto
autonomo dipendente direttamente dal Ministero della
P. 1., appare, a mio giudizio, troppo macchinoso [ Con­
siglio, Comitato, Direttore] e di impossibile attuazione
pratica. Esso unisce a norme generali anche disposizioni
di dettaglio che troverebbero miglior collocazione in un
Regolamento. I seminari stabili, proposti in num ero « di
almeno 20 >> sono, per il loro numero elevato e per la
difficilmente realizzabile partecipazione di docenti di tutte
le università italiane, praticamente irrealizzabili.

3. Appunti sulla . relazione della


Commissione parlamentare di
Indagine per la tutela e la valo­
rizzazione del patrimonio storico,
archeologico, artistico e del pae­
saggio

La relazione della commissione p�rlamentare di In­


dagine (Franceschini), sottolineata la situazione allar­
mante in cui si trovano in Italia i beni culturali e la
necessità di riforme radicali, propose ( 1966) alcune
riforme che riguardano i seguenti punti :

279
a) definizione di « bene culturale »;
b) tutela dei beni;
c) creazione di un ente autonomo che ammi­
nistri i beni archeologici, artistici e storici, archivi­
stici e librari.
Il documento fa un esame critico della relazione
con particolare riguardo al settore archeologico.
a) Per quel che riguarda la definizione di « bene
culturale », si rivendica la necessità che esso sia con­
siderato tale di per sé e non acquisti tale valore
solo allorché viene riconosciuto, « dichiarato », sog­
gettivamente da un funzionario, salva restando la ne­
cessità pratica di definire in sede amministrativa la
funzione.
Si rimprovera alla commissione la tendenza a so­
stituire a un tipo di tutela conservativa una tutela
prevalentemente conoscitiva : ma questa tutela docu­
mentaria, necessariamente soggettiva, non può asso­
lutamente sostituire la tutela del bene, che va con­
servato ad ogni costo nella sua integrità, affinché ne
possa essere riproposta in ogni momento la interpre­
tazione.
Il bene culturale non si identifica in alcun modo
con l'opera d'arte, perciò tutti i beni culturali hanno
uguale diritto alla tutela, e soprattutto tutta intera
la documentazione (e non solo i pezzi piu impor­
tanti) va conservata, se si vuole che la tutela abbia
un senso. Va quindi abolito il potere configurato

nella relazione della Commissione parlamentare come


<< dichiarazione negativa », che, operata da un fun.

zionario, sottrae il bene culturale alla tutela e. ne


fa merce di libero scambio.
b) L'amministrazione dei beni culturali, antichi,

280
medievali, moderni e contemporanei; va articolata se­
condo ripartizioni cronologiche e nòn tecnologiche
( materiali sotto· terra o sopra terra), in accordo con
i campi di specializzazicine . proposti nel precedente
documento.
Nell'esercizio della tutela, nonostante la utilità de­
gli interventi programmati, data la disastrosa situa­
zione attuale, va data la priorità assoluta alla salva­
guardia dei beni che corrono pericolo. Pertanto · di
tali esigenze non programmabili si deve tener conto
nell'ampio quadro programmato delle attività da svol­
gere. Agli organi periferici, quindi (le soprintenden­
ze) dovrà essere riconosciuta la necessaria autono-.
mia per esercitare efficacemente la tutela negli inter­
venti di emergenza; ciò presuppone g,nche una di­
retta disponibilità di fondi con bilancio di cassa.
c) Creare un Ente autonomo significa sf prefìgurare
un organo di amministrazione particolarmente dut­
tile, ma comporta anche per lo Stato il pericolo di
perdere ogni controllo sulla tutela dei beni culturali;
e il tipo di Ente autonomo configurato nella rela­
zione parlamentare non è adatto per assolvere i suoi
compiti istituzionali: organismo accentratore, strut­
turato senza alcuna garanzia democratica, paralizzato
nella sua azione dalle piu indiscriminate sollecita­
zioni esterne, con intenzioni produttivistiche.

(Fase. l)

Mi trovo sostanzialmente d'accordo con le osservazioni


qui fatte. Queste note vennero poi presentate come rela­
zione al congresso di « Italia Nostra >> del 18·20 novembre
1966; ma lP mozione generale conclusiva del congresso ri-

281
velava un atteggiamento cntlco nei confronti della rela­
zione. Acrimoniose obiezioni vennero fatte in proposito
dal prof. Pallottino sulla rivista << Palatino ,. X, 1966,
pp. 259 sgg. riaJiermando la prevalenza della tutela cono­
scitiva su quella conservativa, senza dar peso al fatto
che la prima rappresenta un indirizzo direttamente favo­
revole alle aspirazioni dei mercanti d'arte.

4. L'archeologia nel CNR Osser­


-

vazioni sui finanziamenti della


ricerca archeologica

Si cerca di dare un quadro riassuntivo della situa­


zione, a quattro anni di distanza dall'inserimento
della ricerca archeologica nel CNR ( 1 963-1967). Solo
nel 1967 è stato istituito un regolamento, la cui
mancanza non ha favorito un piano organico di ri­
cerca. Secondo il regolamento vengono istituiti i se­
guenti organi di ricerca; istituti, laboratori, centri di
studio, gruppi di ricerca, dei quali solo i gruppi di
ricerca presentano una struttura piu moderna. Si sot-·
tolinea il punto in cui le iniziative del CNR possono
indirizzarsi al di fuori degli organi di ricerca previsti
dal regolamento, riproponendo la possibilità di una
dispersione dei contributi per attività non sufficien­
temente documentate. Oltre che a queste ragioni la
evidente disorganicità dei finanziamenti viene impu­
tata alla mancanza di archeologi nelle commissioni e
comitati CNR e alla inesistenza di un programma
concordato tra tutti gli archeologi. Viene dato un elo­
quente specchietto, con la distribuzione dei finanzia­
menti negli ultimi quattro anni , settore archeologico.
Si ribadisce che le condizioni necessarie per giungere

282
ad una piu equa, utile e controllata · distribuzione
dei fondi sono:
a) tener conto della opinabilità della concessione
di fondi a riclùeste singole e potenziare i gruppi di
ricerca;
b) co adiuv are l'operato del rappresedtante dd
comitato consultivo, con una commissione eletta tra
gli arch eologi italiani;
c) s tabilire un piano organico delle effettive esi­
genze della archeologia in Italia che sostiruisca la
frammentarietà delle ricerche finora finanziate.

Questa nota fu redatta in occasione della pubblicazione dei


decreti concernenti il funzionamento degli organi diret­
tivi e l'istituzione degli organi di ricerca : « Gazz . Uff. »
del 7-2·1967, pp. 709-715. Per quanto riguarda gli squi­
libri nella distribuzione dei fondi, si nota che l'archeologia
orientale ha ricevuto il 43,16% ·delle somme attribuite
nel quadriennio (e a questo si deve aggiungere, per tale
voce, il contributo del Ministero degli Esteri), contro il
3,65% per la preistoria in Italia; il 20,52% per l'archeo­
logia greca; il 29% per l'archeologia romana; nessuna
ricerca per il tardo antico e l'alto medioevo. Per scavi
in Italia attribuiti 76.500.000 pari al 10% dell'assegna­
zione, mentre le assegnaZioni per scavi all'estero superano
il 40% . Vi è, evidentemente, una assurda sperequazione,
dovuta alla prepotenza di gruppi di potere e alla falsa
apparenza di efficienza ottenuta · con pubblicazioni che
travestono da libri quelli che sarebbero normali articoli di
rivista.

283
5. Ancora sulle proposte della Com­
missione di Indagine per la tu­
tela artistica

Si riassumono le diverse reazioni negative suscitate


dalla relazione della Commissione di Indagine, con
osservazioni originali circa le lacune della relazione
stessa.
Un intervento di M. Pallottino su « Palatino »; X,
1966, pp. 259 sgg., chiaramente polemico nei ri­
guardi delle critiche di ogni tipo rivolte alla rela­
zione, offre inoltre l 'occasione per ritornare sull'ar­
gomento, già trattato nel documento n. 3 di questa
stessa annata, ribadendo con piu documentate dimo­
strazioni la pericolosità, sia della cosiddetta << dichia­
razione negativa >> nei riguardi dei beni culturali, che
della abolizione della tassa di esportazione. Si sotto­
linea infatti come la « circolazione scientificamente
controllata dei beni storico-artistici >> a cui con que­
ste innovazioni si vuoi giungere, non è altro che una
definizione neo-capitalistica del traffico di cose d'arte.
Si ribadisce il concetto di tutela come salvaguardia
del patrimonio culturale nella sua concretezza e nella
pluralità dei suoi rapporti di relazione. La circola­
zione internazionale della culrura non può risolversi
d'altra parte in una equa distribuzione o scambio dei
beni culturali, e la liberalizzazione può essere conce­
pibile solo a livello di srudio e non di rutela.
Si propone di trasformare i musei in centri di
cultura.
(Fase. 2 )

284
6. Dalle proposte della Commis­
sione parlamentare d'indagine
per la tutela allo schema di di­
segno di legge

Reazione degli studiosi e dell'opinione pubblica allo


schema di disegno di legge che circolò nel 196 7 in
modo non ufficiale: vedi paragrafi seguenti. Dieci
paragrafi con l'enunciazione delle varie iniziative:
Congresso Gramsci a Roma, 1 1 novembre 1966;
Congresso Nazionale d'Italia Nostra, 18 novembre
1966; secondo Convegno Gramsci a Firenze, 10- 1 1
dicembre 1966 e terzo Convegno Gramsci a Roma,
23 gennaio 1967. In quest'ultimo fu avanzata la pro­
posta della creazione di un Consiglio Nazionale dei
B.C.; riunione alla Casa della Cultura di Roma il
23 luglio 1967 dei parlamentari di sinistra che ave­
vano fatto parte della Commissione Franceschini (Ca­
rettoni, Levi, Loperfido, Marangone) per la critica
al disegno di legge, che « tradiva >> le proposte della
Commissione; conferenza stampa di « Italia No­
stra » del 27 luglio 1967 (« Nuove leggi per l'Ita­
lia da distruggere ») tenuta nonostante gli ammoni­
menti del Ministero; commission� di studio dell'as­
sociazione archivistica italiana e dell'associazione ita­
liana Biblioteche, ecc. (vedi. docc. nn . 8 e 10)_

7. Schema di legge per l'istituzio­


ne dell'Amministrazione autono­
ma dei beni culturali ( 14 arti­
coli)

(Questo schema fu diffuso largamente come prove-

285
niente da fonte governativa, anche se priva di ufli­
cialità.)

8. Critica allo schema di disegno di


legge per l'istiruzione dell'Am­
ministrazione autonoma dei beni
culturali.

Rimane la struttura piramidale che accentra nelle


mani del Consiglio di amministrazione di nomina
ministeriale tutti i poteri e pone alle dipendenze del
Consiglio di amministrazione le soprintendenze ge­
nerali e quelle territoriali : cosicché anche qui il
Consiglio nazionale e i Comitati nazionali di settore
restano organi meramente consultivi.
Punti salienti in cui il progetto di legge peggiora
le proposte della Relazione Franceschini:
l. Consiglio di amministrazione: è prevista la
possibilità di ulteriore riduzione del numero dei mem·
bri; è ammessa l'eventualità che sia composto esclu­
sivamente da membri di competenza amministrativa;
è ipotizzabile la fisionomia del consigliere a vita.
È invece indispensabile che sia composto da un mag­
gior numero di membri ( 13, nella nostra proposta),
eletti, fra i funzionari di ciascun settore, dal Con­
siglio nazionale.
Il Ministro può annullare d'ufficio gli atti del Con­
siglio per ragioni di illegittimità e per gravi motivi
di interesse pubblico generale. Necessario nel caso · di
illegittimità, il potere è esorbitante per i motivi di
interesse pubblico generale e finisce col privare l'am·
ministrazione di ogni autonomia.

286
Il Consiglio è in balia del potere politico; a ciò
si ispirano anche le norme che ne regolano la revoca
da parte del Ministro.
2. Consiglio nazionale: ha compiti meramente
consultivi; · è composto in modo da ·non dare garan­
zia alcuna di competenza; circa i modi di designa­
zione dei membri (che vengono rimandati al Gover­
no) si raccomanda di adottare per quanto . possibile
il sistema elettivo, ma, con aporia estrèmamente in­
diGativa, si conferisce al Ministro il potere di ridi­
mensionare, secondo i propri fini, le risultanze di
un'elezione eventualmente incomoda. È chiaro invece
che il Consiglio nazionale dovrebbe essere composto
esclusivamente dai membri dei cinque Comitati na­
zionali di settore eletti nell'ambito dei Comitati
stessi.
3. Comitati nazionali di settore : hanno anch'es­
si compiti consultivi; anche la loro composizione è
demandata a decreto legge ; le indicazioni relative
sono le piu vaghe e pericolose, mentre l'assenza di
norme di incompatibilità rende possibile il cumulo di
incarichi. I Comitati dovrebbero essere invece la
struttura portante, che predispone i tempi e i modi
dell'attività dell'intera Amministrazione; ciascun Co­
mitato dovrebbe avere alle proprie dipendenze una
Direzione generale di settore, il cui direttore gene­
rale dovrebbe essere il presidente del relativo Cami­
ta to nazionale di settore; dovrebbe esser composto
da funzionari dell'amministrazione autonoma addetti
al rispettivo ramo, da professori universitari di di­
scipline correlate, da un numero limitato di rappre­
sentanti eletti nel proprio ambito dai ricercatori di
istituti statali non universitari di discipline connesse,

287
che partecipano all'elezione dei vari comitati del
CNR.
È prevista nel progetto l'is tituzione di un sesto
Comitato, il Comitato per l'arte contemporanea; ciò
comporta il pericolo che ne venga influenzato nega­
tivamente il farsi stesso dell'arte e che si venga a
creare un'arte ufficiale.
4. Circa la prassi adottata: la via del decreto
legge so ttrae al parlamento la discussione e la ela­
borazione delle norme specifiche, le sole che daranno
un volto concreto all'Amministrazione autonoma.
5. Si enuncia la necessità di un istituto per il ca­
talogo, · con il che si vuole accentrare in un istituto
estraneo alle soprintendenze territoriali quell'attività
scientifica che dovrebbe essere loro peculiare.
6. Si auspica il piu ampio decentramento ammi­
nistrativo contabile, ma intanto precise norme stabi­
liscono l'accentramento di ogni potere al riguardo
nelle mani del Consiglio di amministrazione.
7. Circa il trattamento economico e giuridico del
personale, il progetto prevede per tutte le categorie
un organico massimo da raggiungere, mentre ben di­
versamente impegnativo per il Governo sarebbe sta­
to lo stabilire l'organico iniziale minimo dei singoli
uffici.
È prevista inoltre « la immissione, mediante con­
corso per titoli, nelle varie qualifiche · delle · diverse
carriere dell' A.A. di personale di altre amministra­
zioni o estraneo all'Amministrazione dello . Stato ».
Occorre qui sottolineare la gravità del comma e. rico­
noscerlo come ben funzionale alla istituzione di un
centro politico di potere e di sottopotere.
Si tace infine a proposito di una nuova legisla-

288
zione sulla tutela, e su eventuali provvedimenti legi­
slativi in merito.

Questo testo, che fu una specie di ballon d'essai, è im­


portante, perché rispecchia le vere tendenze e aspirazioni
della burocrazia mioisteriale, che tornano sempre ad af­
facciarsi ad ogni proposito di riforma.
(Fase .3)
.

9 . Tavola rotonda con tr e soprin­


tendenti

All 'invito della rivista aderirono 6 soprintendenti,


ma solo tre parteciparono alla discussione (Valeria
Cianfarani, Abruzzo e Molise; Ercole Cantu, Sassari
e Nuoro; Mario Napoli, Salerno, Avellino e Bene­
vento ); da parte della rivista la discussione fu con­
dotta da Bianchi Bandinelli, Carandini, D'Agostino,
Parise. I partecipanti sottoscrissero il documento
(cfr. doc. n. 10) di critica al progetto di legge for­
mulato dalle commissioni di studio di tre associa­
:i:ioni e ribadirono che i problemi della tutela sono
legati alla riforma delle scuole post-universitarie di
perfezionamento.

10. Documento delle Co=issioni


di studio di tre associazioni (As­
sociazione italiana biblioteche,
Società degli Archeologi italia­
ni, Associazione italiana archi­
visti)

Si riporta integralmente il documento.

289
1 1 . Sull'abolizione della tassa di
esportazione per gli oggetti di
antichità e arte nei confronti
dei paesi aderenti al MEc
La Commissione istruzione del Senato ha approvato
in sede deliberante il d.d.l. 1831, che abolisce, per
i paesi della Comunità europea, la tassa di esporta­
zione degli oggetti di antichità e arte.
Allarme degli studiosi e dell'opinione pubblica;
interventi nella stampa.
Va rilevato che:
già l'art. 36 del Trattato della Comunità eu­
ropea lasciava « impregiudicati i divieti e restrizioni
di importazione e di esportazione o di transito giu­
stificati da motivi di protezione del patrimonio ar­
tistico, storico o archeologico nazionale >> ;
la tassa in questione non è destinata a proteg­
gere gli interessi di una determinata produzione eco­

nomica (non riguarda infatti, beni di consumo);


l'esenzione verso gli stati comunitari significa
l'abolizione della tassa anche verso tutti gli altri
stati, dato che nessuno dei cinque stati del MEc
conosce una tassa equivalente.
Sorge il sospetto che la richiesta degli organismi
comunitari possa esser stata suggerita da ambienti
italiani e stranieri direttamente interessati alla libe­
ralizzazione del commercio antiquario.

12. Ancora sul Museo Archeologico


di Firenze do.po l'alluvione

Al recup�ro e al riordinamento dei materiali delle

290
sale e dei magazzini inondati dall'alluvione del
4 . 1 1 .66· hanno partecipato i funzinari della soprin­
tendenza e studiosi stranieri a titolo gratuito. Se­
guono nomi e relativi settori di lavoro.
Lavori eseguiti successivamente a quello urgente
del recupero.
(Fase. 3) .

1 968, II
l. Sulla riforma dell'ordinamento
universitario

La VIII Commissione permanente della Camera ha


contemplato l'esame delle « modifiche sull'ordina­
mento universitario », proposte dal Ministro della
P.I. col d.d.l. 2314. Nel testo �laborato sono state
mantenute con poche varianti le formulazioni insuf­
ficienti del disegno di legge, che vengono esaminate
e criticate.
L'università che sia « servizio » di interesse pub­
blico, non può prescindere dalle esigenze della col­
lettività nel suo insieme: è pertanto indispensabile
una programmazione.
Per quanto riguarda l'archeoiogia, è evidente che
un completo programma scientifico di conservazione
dei beni culturali e di ricerca, non può prescindere
dalla preparazione, da parte dell'università, di un
adeguato numero di archeologi, determinato, rispetto
alle esigenze immediate e future, da una program­
mazione (nella 2650, art. 70, questa attività è afli­
data al Consiglio nazionale universitario).
La nozione di dipartimento (che le proposte la­
sciano nella penombra) come vero e proprio metodo

2!)1
per la preparazione dei discenti porta ad escludere
la possibilità di diversi gradi di formazione, da rui
di necessità discende l'abolizione delle attuali scuole
di specializzazione . Queste sono tuttavia mantenute
nel d.d.I. ministeriale. Il d.d.l. mantiene pure, accanto
al dottorato di ricerca, l'abilitazione alla libera do­
cenza, il che comporta il rischio di svalutare appieno
il dottorato di ricerca.

2. Epurazione e ripopolamento

Una proposta di modifica all'art. 11 del d.d.l. per


l'istituzione dell'Amministrazione autonoma dei beni
culturali è stata avanzata in una lettera al ministro
della P.I., a nome dell'Associazione Funzionari
AA.BB.AA. dall'allora presidente Nevio Degrassi.
Si riporta, in proposito all'art. 37 dell'abbozzo di
d.d.l. dell'Associazione Funzionari, relativo all'inqua­
dramento del personale nell'Amministrazione auto­
noma: « .. . Il personale ritenuto esuberante o inido­
neo ai servizi dell'Azienda, su giudizio insindacabile
del Consiglio di Amministrazione . . . sarà restituito al
Ministero della P.I. o trasferito ad altri Uffici dello
Stato ... •� -
Un gruppo di cinque persone (ridotte a due dal
d.d.l. di cui sopra ) di nomina ministeriale, dovrebbe
avere il diritto di giudicare dell'idoneità del perso­
nale e di procedere ad una epurazione di esso. Si
creano in tal modo le premesse per una discrimina­
zione incontrollabile. Diviene possibile colpire a man
salva i dipendenti meno disposti a lasciarsi supina­
mente inquadrare.

292
Se si pensa che il Degrassi si era fatto paladino
alla SAI di un progetto per una Scuola archeologica
in cui si proponeva un corso di studi a carattere
schiettamente tecnico professionale, con una forma
di insegnamento d( tipo cattedratico e nozionistico
con forte rilievo dato alle materie tecniche e senza
alcun posto per una reale ricerca scientifica, si rico­
noscerà che certi gruppi portano avanti un disegno
unitario:
a) amministrazione centralizzata;
b) preparazione prevalentemente tecnico-profes­
sionale degli archeologi;
c) conseguentemente amministrazione dei Beni
Culturali affidata a poche persone di nomina rnini­
steriale, magari di nessuna competenza scientifica.
Questo piano sembra che stia per avere il suo coro­
namento con l'istiruzione, a Pisa, di una Scuola spe·
ciale per archeologi, che somiglia fin troppo a quella
scuola tecnico professionale che il Degrassi propo­
neva alla SAI.
È evidente che non ci vorrà molto perché qualche
legge-sanatoria autorizzi l'inserimento nei ruoli scien­
tifici delle Antichità e Belle Arti dei « diplomati »
usciti dalla « scuola speciale » pisana o dalle altre
che la seguiranno (iniziativa consimile a Bari), scuole
queste che possono divenire la fabbrica di tecnici
da sostiruire agli archeologi nei ruoli dell'ammini­
strazione. Dopo l'epurazione si effetruerà il ripopo­
lamento.

293
3. Considerazioni sullo stato attua­
le della cultura in Grecia

Bloccati i miglioramenti embrionali che il governo


Papandreu si era ripromesso di attuare (istituzione
di nuove università, abolizione dell'esame · di ammis­
sione ad esse e del numero chiuso). Il numero chiu­
so è stato trasformato in strumento politico e l'ac­
cesso alle università condizionato alla professione di
lealtà al regime.
Con circolare del Ministro della P.l. Gui, è stato
disposto che gli studenti greci che in tendono imma­
tricolarsi presso le università italiane debbano « a de­
correre dall'a.a. 1967-68 superare apposite prove di
esame >>, fra cui una prova di conoscenza della lin­
gua italiana. Ciò accadeva anche in passato, ma · si
trattava solo di una formalità e le prove si sostene­
vano ad anno accademico già avanzato per permet­
tere di acquistare pratica nella lingua italiana.
Emendamenti apportati ai testi greci classici. Di­
vieto di rappresentare alcune tragedie classiche e le
commedie di Aristofane. Abolizione dell'Istituto di
Pedagogia di recente istituzione; alcuni suoi membri
accusati di incompetenza. Cattedre universitarie e po­
sti di assistente di ruolo assegnati per nomina go­
vernativa. Funzionari statali tenuti a fare professione
di lealtà al regime ecc.
Colpiti dall'epurazione, molti archeologi operanti
nelle università e nei servizi di tutela. Incoraggiati
gli interventi di scavo da parte di missioni straniere.
Agli studiosi greci preclusa la possibilità di parteci­
pare a Congressi internazionali . La Grecia rischia
l'isolamento culturale.

294
4. Agitazioni studentesche e poli·
tica archeologica

Si esamina preliminarmente l'elaborazione teorica dei


vari gruppi studenteschi, usciti dalla crisi delle tra­
dizionali rappresentanze studentesche. Si considera
successivamente il concetto di « cultura » nella so­
cietà attuale, che non è piu « coscienza del presente,
sorre tta e corroborata dalla conoscenza del passato,
ma testimonianza e giustificazione dell 'ordine presen­
te >> . La pseudo oggettività e neutralità della cultura,
la sua separazione dalla politica, la trasformazione del
fatto culturale nel monopolio di una élite costitui­
scono altrettanti aspetti di un sistema repressivo in
cui l'intellettuale borghese assume il ruolo di << me­
diatore del consenso >>. << Il compito precipuo degli
uomini di cultura consiste nel respingere la riduzione
del loro ruolo e del �ignificato delle loro attività
rinunciando soprattutto alla definizione di " proprie­
tari assoluti del sapere >>. Una realizzazione di que­
"

sti principi generali nell'ambito della scienza dell'an­


tichità si avrà in primo luogo con la rinuncia alla
frammentazione in << specialismi >> indipendenti fra
loro, << perché in fondo l'attività della ricerca diventa
azione politica, quando è volta ... a dare ai fatti pas­
sati il loro significato, ad individuare la loro diffe­
renza specifica da quelli presenti e quindi a deluci­
dare gli elementi attivi e non " residui " del conte­
sto storico attuale ».
Nell'ambito didattico, si riscontra l'assenza nella
scuola, a tutti i livelli, di un'ade� ata considerazione
della cultura materiale. Inoltre, l'esasperata fram­
mentazione delle discipline impedisce allo studente

295
di formarsi una v1s1one globale del mondo antico.
(( Ne consegue, ovviamente, un considerare l'archeo­
logia piu . come vagheggiamento intelletruale disim­
pegnato che come disciplina storica ». (( Lo studente
viene spinto a non vedere assolutamente nella ri­
cerca che conduce una soluzione a problemi scaturiti
da esigenze personali. La ricerca diviene fine a se
stessa ». La conclusione è che (( quanto piu l'archeo­
logia sarà isolata e cerebrale, tanto piu l'archeologo
sarà inutile alla sua società; quanto piu l'archeologia
sarà privata di una sua prospettiva, tanto piu l'ar­
cheologo sarà " innocuo ". E ciò sia per l'entità di
ben precisabili interessi che una attività archeologica
aperta e critica potrebbe senz'altro ledere, sia per le
ripercussioni piu genericamente culturali e di forma­
zione che una coscienza della storia antica, basata
su esigenze realmente vive ed operanti, potrebbe pro­
durre >> .
Passando alla considerazione dell'archeologia (( mi
litante >>, si premette che la struttura attuale delle
Antichità e Belle Arti costituisce uno strumento di
repressione autoritaria, che l'attuale establishment
considera come un baluardo da difendere ad ogni
costo: ciò risulta, tra l'altro, dalla presentazione di
progetti di riforma uno piu reazionario dell'altro, ten­
denti a perpetuare l'attuale posizione del funzionario
scientifico, il quale, privo di ogni potere reale, co­
stituisce solo un alibi per il sistema, (( il quale, in
realtà, non ha alcun interesse a che si svolga una
effettiva azione di tutela scientifica ma anzi si preoc­
cupa di rendere per quanto possibile inattuabile una
qualsiasi forma di tutela >>. Tutt'al piu, al funzionario
si richiede l'esecuzione di programmi di (( valorizza-

296
zione >> ai quali in genere non gli è permesso eli col­
laborare, basati su eli una considerazione consumi­
stica del museo e del monumento. Accade cosf che
« perdendosi la serie di correlazioni che ogni oggetto
arcneologico ha con il contesto da cui è .estratto, il
pezzo eli esposizione si isola in un'artificiosa atem­
poralità e diviene idolo: non oggetto eli conoscenza
ma oggetto potenziale di possesso >>. Viceversa, << se ..
.

il monumento antico, destoricizzato, è utilizzabile per


operazioni culturalmente repressive, la conoscenza cri­
tica eli esso... comporta u n esercizio eli metodo che
necessariamente conduce, seppur attraverso una serie
eli mediazioni, allo smascheramento dei miti ideolo­
gici del presente >> . Questa funzione pedagogica po­
trà realizzarsi se i musei si apriranno alla ricerca, e
la didattica sarà affidata a docenti che siano al tempo
stesso ricercatori e conservatori.

5. Associazione Funzionari AA.BB.


AA. e Amministrazione dei beni
culturali

Due lettere eli risposta eli alcuni funzionari delle So­


printendenze ad una lettera « minatoria » del presi­
dente dell'Associazione Nazionale tra i funZionari di­
rettivi scientifico-tecnici delle Antichità e Belle Arti,
Pasquale Rotondi.
(Fase. 2 )

297
6. Situazione universitaria e rifor­
ma della facoltà di Lettere di
Roma

Critica della riforma sperimentale della facoltà di Let­


tere di Roma, elaborata da una commissione di pro­
fessori e approvata dal consiglio di facoltà nc:I luglio
1968. La riforma prevede:
l. la possibilità di concentrare gli studi su tre
discipline fondamentali, da seguire per un biennio;
2. due livelli di attività didattica, uno specia­
listico (sulla base di esercitazioni e seminari) e uno
generico, oltre a un terzo livello, destinato agli stu­
denti lavoratori e ai fuori-sede, che prevede la sosti­
tuzione della frequenza ai corsi con letture perso­
nali.
Traspaiono dal documento, oltre alla demagogica
semplificazione dei corsi, il desiderio di frazionare gli
studenti tra i vari insegnamenti, diminuendo cosf la
frequenza alle materie fondamentali; la volontà po­
litica di ignorare la natura sociale della crisi univer­
sitaria (che viene interpretata come semplice « crisi
di crescita » ) e di trasformare l'università in un'isti­
,

tuzione riservata a una élite di tecnici, apolitici in


apparenza, in realtà asserviti al potere politico. L'im­
postazione autoritaria e classista del provvedimento
risulta, tra l'altro, · dall'esclusione di studenti e assi­
stenti dalle funzioni decisionali; dalla mancanza di
ogni accenno alla creazione dei dipartimenti; dalla
volontà di selezione (economica) che risulta dalla
creazione di tre livelli di studio.

298
7. Un appello dd professar Rag­
ghianti

Si critica l'appello agli uomini di cultura apparso nel


fascicolo 93, anno XV, 1968, di << Critica d'Arte ))
'
appello destinato a protestare per la mancata solu­
zione del problema della salvaguardia del patrimonio
storico e artistico nazionale. << L'appello ... ha il torto
fondamentale di non volere incidere su quelle che
sono le vere cause di certe situazioni. Non si è tenuto
conto che certe scelte sono anzitutto politiche, e che
quindi poco significa appellarsi ad una generica unità
di intenti per salvaguardare tutto ciò che debba es­
sere salvaguardato: perché ciò che si deve salva­
guardare e, soprattutto, il modo in cui tale salva­
guardia deve effettuarsi... dipende esso stesso da un
certo tipo di scelte politiche )).

8. A proposito di un pro-memoria
del Consiglio direttivo dell'Asso­
ciazione Funzionari delle AA.
BB.AA.

Si pubblica e commenta un pro-memoria dell'Asso­


ciazione Funzionari contenente una proposta di mi­
glioramento e sviluppo delle carriere del personale
direttivo e di concetto dell'amministrazione Antichità
e Belle Arti, nel quadro della legge 18 marzo 1968,
n. 249.
Le critiche principali riguardano:
l . la proposta di spostamento dei concorsi di
specializzazione dall'inizio della carriera al momento

299
del passaggio dalla categoria di ispettore a quella di
direttore (la preparazione professionale speciEca deve
avvenire fin dall'università: semmai, gli attuali con­
corsi generici per gli archeologi classici vanno arti­
colati in specializzazioni per ambiti storico-cronologici
definiti);
2. la proposta di creazione di un ruolo di « do­
cumentaristi e assistenti al catalogo » (che finirebbe
per creare una sorta di « scuola di avviamento pro­
fessionale per archeologi >> : la catalogazione è un
compito scientiEco che può essere affidato solo a chi
abbia un'adeguata formazione scientiEca).

9. Ancora il CNR

Appendice al documento sul Consiglio nazionale delle


Ricerche, apparso in DdA I, 2, 1967, pp. 265 sgg.
Spicca fra tutti il finanziamento di 60 milioni, a ca­
rico dei fondi del Consiglio di Presidenza, a favore
della Fondazione Lerici.
(Fase. 3)

Come è noto, la Fondazione Lerici dispone di attrezzature


per la prospezione elettromagnetica sul terreno archeolo­
gico e ha perfezionato tali sistemi, che possono rendere
buoni servizi nella individuazione dei terreni di scavo,
purché usati come mezz i tecnici sotto la direzione dell'ar­
cheologo. La Fondazione Lerici, invece, tende a sovrap­
porsi all'azione del responsabile archeologo e gli effetti
conseguiti sono stati spesso tutt'altro che favorevoli, senza
contare che lo scavo indiscri.minato e la divisione dei ma­
teriali tra scavatore e Stato, in base alle leggi vigenti,
sottrae questi materiali allo studio e alla pubblicazione

300
scientifica. In un Convegno tenuto a Venezia Fondazione
Cini, nel 1962 e patrocinato dal CNR, la Fondazione Lerici
aveva addirittura avanzato un piano di scavo totale di
tutto il sottosuolo archeologico italiano conseguibile entro
un numero limitato di anni - e naturalmente affidato a
questa Fondazione privata -: un progetto che basta per
mettere in luce la mancanza di ogni criterio scientifico
e di ogni comprensione per i problemi storici che presie­
dono a questa Fondazione, che, con metodi modernissimi
perpetua ancora la mentalità del Principe di Canino nel
suo saccheggio della necropoli di Vulci. Le proposte al
Convegno di Venezia furono bloccate in tempo; ma non
dalla Direzione generale delle AA.BB.AA,.

1969, III
l . Per un disegno di legge sulla
tu tela dei beni cui turali archeo­
logici . Proposte

Prevista una figura giuridica differenziata per il bene


archeologico, il quale dev'essere soggetto a tutela
ipso iure, si propone l'istituzione della nuova figura
giuridica del comprensorio archeologico, la cui defi­
nizione viene affidata al soprintendente alle Antichità
territorialmente competente. Il soprintendente opera
o nel quadro dell'elaborazione dei piani urbanistici
e territoriali o con atto autonomo vincolante nei casi
in cui non sia previsto l'obbligo di elaborazione di
tali piani. La definizione di comprensorio archeolo­
gico o di area vincolata impone l'obbligo di esplora­
zione preventiva ad intero onere del proprietario del
suolo, sotto la direzione scientifica della Soprinten­
denza territorialmente competente.
In materia di bilancio e di organizzazione si pro-

301
pone che venga applicata alle soprintendenze alle
Antichità la normativa prevista dalla legge sul de­
centramento amministrativo. Si ritiene indispensabile
p
l'assegnazione alle so rintendenze alle Antichità di
un fondo adeguato per pronto intervento. Ed è,
inoltre, ritenuta pregiudiziale la gestione diretta di
tale · fondo. Si propone, inEne, che i fondi residui
vengano automa ticamente riaccreditati per l'esercizio
successivo.
I beni archeologici di nuovo rinvenimento ed i
beni archeologici immobili sono considerati dema­
niali. Il soprintendente può sospendere i lavori, che
comportino una trasformazione del suolo, nel caso
di rinvenimento (nel corso di essi) di materiali ar­
cheologici. Il soprin tendente ha facoltà d'intervenire
nd.I'area interessata con opere di scavo: il decreto di
occupazione temporanea da lui emesso è in rutto
equipollente ai decreti prefettizi per pubblica utilità.
I beni archeologici mobili e le collezioni archeolo­
giche dello Stato e di enti territoriali sono inaliena­
bili; quest'ultime non possono essere smembrate. I
privati detentori di oggetti e di collezioni archeologici
sono tenuti all'obbligo di notifica, a non smembrare o
alienare i vari complessi, a garantire l'accesso pub­
blico alle raccolte, di concerto con la soprintendenza
territorialmente competente.

Queste proposte contengono affermazioni senz'aluo utili


a una azione scientificamente perfetta e ideale; ma, come
spesso accade in seno al gruppo degli « Amici della Ri­
vista �. di un rigore eccessivo, che le rende astratte e
irrealizzabili e quindi sterili · per deficienza di senso
politico.

302
2. Tutela del patrimonio storico­
artistico e opposizione di sini­
stra

La convergenza, osservabile in seno al convegno or­


ganizzato dalla Sinistra indi�ndente (Firenze, 14-
15 dicembre 1968) sui problemi legislativi· di tutela
del patrimonio artistico, di centri storici e del pae­
saggio, intorno a temi proposti e dibattuti in seno
alla SrA, l'associazione presieduta dal prof. Ragghianti,
dà l'occasione di sottolineare. i punti meno qualifi­
canti della politica. culturale dell'opposizione democra­
tica e di richiamare l'attenzione dei partiti della Si­
nistra italiana sulla necessità di non limitare i propri ·
interventi a suggerimenti parziali e di carattere tecni­
co o funzionale, di non disgiungerli, insomma, dai
disegni politici piu vasti.
A discutere di queste considerazioni gli << amici »
di << Dialoghi >> invitano i rappresentanti di tutta

l'opposizione di sinistra: accettano l'invito i soli rap­


presentanti del. Per, che formulano le proprie con­
trodeduzioni nel corso del dibattito svoltosi alla Casa
della Cultura di Roma. il l O giugno 1969.
Viene criticata l'approvazione all'unanimità delle
risoluzioni della Commissione Franceschini; il preva­
lere, nelle conclusioni del Convegno indetto dalla Si­
nistra Indipendente, di suggerimenti tecnici e ammi­
nistrativi della burocrazia e dei << detentori del po­
tere >> ; l'appoggio dato dalla rivista << Astrolabio >>
all'attività << riformatrice >> del prof. Ragghianti; i
due ordini del giorno del gruppo parlamentare comu­
nista, accolti dal governo, in Commissione istruzione
e BB.AA. per sollecitare l'attuazione delle proposte

303
della Commissione Franceschini (che vengono quali­
ficate come << il piu equivoco e quindi pericoloso do­
cumento >> ) ; le gravi e demagogiche posizioni assunte
a proposito della esplorazione di Sibari che avrebbe
danneggiato gli interessi delle masse operaie e a pro­
posito della metropolitana di Roma, quando << l'Uni­
tà » lamenta che l'indagine archeologica del sotto­
suolo faccia perdere tempo. Si rimprovera, in so­
stanza, alla Sinistra di non saper condurre un di­
scorso di politica culturale originale e veramente di
sinistra.
L'an. Loperfido (del Per) replica a queste critiche,
ammettendo che per il settore dei B .C . il Partito
comunista non parte da una politica cosi precisa, ad
esempio, come quella che esso ha per la politica agra­
ria o per i diritti degli operai nella fabbrica e propone
la formazione di un gruppo nel quale gli << Amici dei
Dialoghi » possa collaborare e discutere con respon­
sabili del Per; ma rimprovera anche, ai giovani dei
« Dialoghi », che i loro discorsi sono spesso viziati da
una presunzione della chiarezza e della purezza con­
cettuale e da un eccessivo statalismo.
(Fase. 1-2)

3. Un progetto di riforma degli or­


ganici AA.BB.AA.

L'ipotesi di un disegno di legge con intenti riforma­


tori della situazione del personale delle AA.BB.AA.,
elaborato in sede ministeriale, con l'approvazione di
fatto del direttivo dell'Associazione FWlZionari, ren­
de esplicita la tendenza sempre piu viva verso una

304
maggiore burocratizzazione dell'amminis trazione (gra­
zie alla concentrazione - secondo la gerarchia -
dell'indennità di studio), e l'altra (piu pericolosa)
verso la neutralizzazione ael funzionario scientifico
(grazie alla trasformazione di funzionari specializzati
per settori cronologico-ambientali in funzionari spe­
cializzati per settori tipologici, operando nel corpo
del patrimonio storico-artistico di tipo antiquario e
collezionistico ) Alle pp. 421 sgg. si riportano gli ar­
_

ticoli della legge che si stava approntando presso la


Direzione generale AA.BB.AA. per la revisione degli
organici.
(Fase. 3)

1970-71, IV-V
l . Sui gruppi archeologici sponta­
nei

Il documento prende in esame il fenomeno dei grup­


pi spontanei, e in modo particolare del GAR, met­
tendo in rilievo da un lato le carenze degli organismi
di tutela dello stato e della scuola, che non permet­
tono ai giovani di entrare in contatto con la realtà
concreta del mondo antico; dall'altro la concezione
della cultura, e in particolare dell'archeologia, che
si è affermata nell'attuale situazione sociale, e che è
alla base della formazione dei gruppi spontanei. La
cultura, cioè, è divenuta qualcosa di simile ad un
hobby o ad uno sport e il bene culturale, in parti­
colare l'oggetto archeologico e d'antiquariato, è di­
ventato un bene di consumo e un segno di prestigio
sociale.

305
Con questa premessa, il pericolq maggiore rappre­
.
sentato dai gruppi spontanei è che essi in poco tem­
po siano messi in. grado di gestire privatamente tutte
le fasi della ricerca archeologica, dallo scavo alla pub­
blicazione e conservazione dei materiali. L'unica so­
luzione del problema sarebbe nella scuola : sensibi­
lizzazione al problema dei beni culturali nella scuola
media, e cambiamento radicale della struttura dell'in­
segnamento nell'università, nonché l'isolamento di
questi gruppi da ogni attività di scavo (cfr. p. 201).

(Fase. l )

2. Sull'abolizione della tassa di


esportazione delle cose di inte­
resse artistico ed archlvistico
(d.d.l. approvato dal Senato il
15. 1 1 . 1 97 1 )

Nella breve presentazione si mette in rilievo il fatto


che la sentenza 10.12.1968 della corte dell'Aia, che
dichlara illegittima la tassa di esportazione delle ope­
re d'arte nei paesi del MEc, e che è alla base della
nuova legge italiana, poteva essere impugnata con
buoni argomenti. Segue il testo del d.d.l.
Nel co=ento si sottolineano gli aspetti piu gravi
dell'articolato e il fatto che all'abolizione. della tassa
non ha fatto seguito nessuna contromisura. In par­
ticolare l'esenzione dall'imposta, di cui all'art. 37 della
L. 1 .6.1939, per le esportazioni verso i paesi del
MEc (esenzione che in pratica si estende anche agli
altri paesi) e il fatto cbe l'applicazione delle nuove
norme significa in pratica l'impossibilità per lo Stato

306
di esercitare il diritto d'acquisto. .
Sullo stesso argomento viene riportato l'articolo
di C. Bertelli pubblicato in « Paragone » XXIII, �63,
1972, pp. 3-10 che coincide nelle linee generali con
il documento di << Dialoghi ».

3. Schema di decreto concernente


l'ordinamento delle carriere
dei dirigenti dell'amministra­
zione dello Stato ( << alta diri­
genza » ). Se ne dà il testo com-
. pleto

Nel commento al testo della bozza di · d.d.l., se ne


osserva in primo luogo la grande portata politica:
la bozza riguarda infatti tutto il personale dell'Am­
ministrazione dello Stato e non solo quello del Mi­
nistero della P.I.
Il suo scopo è di formare, attraverso una sele­
zione che è in pratica uno strumento . di discrimina­
zione politica, una casta p;ivilcgiata per ampiezza di
poteri e per trattamento economico e istituzional­
mente asservita al potere politico.
Per quanto riguarda poi il settore dei beni cul­
turali, una struttura gerarchica di questo tipo ap­
pare particolarmente dannosa perché una volta di
piu ignora completamente la necessità di subordinare
i provvedimenti amministrativi alle esigenze della ri­
cerca scientifica. [ Nel corso del nostro volumetto,
già abbiamo avuto occasione di accennare a questo
gravissimo provvedimento del governo Andreotti. ]

(Fase. 2-3 )

307
1 972, VI
l. Documento approvato dall'Asso­
ciazione nazionale tra i funzio­
nari direttivi scientifici e tecnici
delle AA.BB.AA. ( Roma, 28
maggio 1970) e fatto proprio dal
convegno nazionale sul tema
« Stru trure dell'amministrazione

antichità nel contesto della riso­


luzione di Bruxelles » (Roma,
29-30 maggio 1970)

2. Documento sulla ristrutrurazio­


ne dell'amministrazione dei beni
culrurali approvato dall'assem­
blea · del sindacato provinciale
romano AA.BB.AA. e bibliote­
che CGrL, 1971
-

3. Beni culrurali e narurali - docu­


mento preparatorio per una pro­
posta della Regione Toscana al
Parlamento, maggio 1972

Si riportano i documenti menzionati nei n. 1-3 nel


loro testo integrale.

4. « Restaurazione culturale e ar­

cheologia »

Si prende in esame la responsabilità del partito di

308
maggioranza nel sistematico naufragio di ogni pro­
posta di rinnovamento del settore delle AA.BB.AA.
e nel manifesto accordo tra le forze politiche piu re­
trive e i detentori del potere in quel settore; ven­
gono messi in rilievo i pericolosi ondeggiamenti del­
l'opinione pubblica moderata in favore di un dichia­
rato neofascismo, sostenuto ed incoraggiato dal Ms1�
DN, come mostrano le adesioni ai convegni neofa­
scisti a carattere << culturale » di alcuni nomi del
mondo ufficiale degli studi classici (marzo 1972) ed
alle iniziative della rivista fascista « Intervento >>.
Viene infine sottolineato come questi atteggiamenti,
collegati con il poderoso sforzo di ricerca di « ri­
spettabilità » del segretario del Ms1, trovano riscon­
tro nella fuga dall'Università dei piu eminenti « ba­
roni », verso piu tranquilli centri di potere situati
nelle Accademie e soprattutto nel Cm.

(Fase. l )

5 . Beni cuiturali - Disegno di leg­


ge della Regione Umbria

6. Beni culrurali - Disegno di leg­


ge della Regione Emilia-Roma­
gna

7. Beni culturali - Mozione del


Consiglio regionale della Regio­
ne Puglia

Si riportano, nel loro testo integrale, documenti


menzionati nei n. 5-7.

309
8. Gli appalti nell'amministrazione
AA.BB.AA.

Si esaminano i danni economici e tecnici ( manova­


lanza discontinua e non specializzata) derivanti dal
fatto che la pubblica amminis trazione non possiede
un proprio organico di operai da adibire alla ricerca
archeologica ed a scavi, soprattutto in caso di tro­
vamenti fortuiti; al contrario, lo Stato è costretto dal­
l'attuale sistema a sborsare circa il 20% delle somme
a disposizione per scavi al fine di pagare le �angenti
degli appalti alle ditte fornitrici di mano d'opera.
Le ditte in questione, poi, sono quelle iscritte a una
determinata categoria e l'iscrizione si ottiene in ma­
niera clientelare.

9. Ministero dei Beni Culturali e


Turismo

Si cnuca duramente il progetto, ventilato dal go­


verno Andreotti, di trasferire i B.C. al Ministero del
Turismo, svuotato di parte dei suoi organici e del
suo portafoglio dalla riforma regionale. Se ne mettono
in luce e i pericoli e la rozzezza dell'impostazione
(cfr. pp. 213-20 di questo volumetto). Si afferma che
la tutela sarà inefficace se la conservazione dei B.C.
non avrà come scopo l'uso sociale dei beni stessi,
senza, cioè, una visione dei B.C. non come privilegio
di ristrette categorie, ma come un bene collettivo, la
cui libera fruizione è un diritto democratico, parte
significativa del diritto allo studio.

(Fase. 2-3)

310
Questa giusta impostazione del problema è un forte ar­
gomento a favore dei progetti di decentramento regio­
nale della tutela.

1973, VII
l . Istituto regionale di piano

Questo progetto, elaborato insieme a rappresentanti


dell'Associazione funzionari AA.BB.AA., fu presen­
tato all'incontro promosso dalla Regione Toscana il
7 aprile 1973. Esso prevede l'istituzione di un or­
gano di ricerca che integri le competenze della Re­
gione, dell'Amministrazione centrale e periferica del­
lo Stato e degli organismi di rappresentanza demo­
cratica. È composto di tutti i funzionari delle So­
printendenze e degli Istituti statali autonomi; dei
funzionari tecnici degli enti locali (per l'urbanistic:
e la pianificazione territoriale); dei rappresentanti de
gli organismi della base democratica (non meglio spe­
cificati); dei rappresentanti delle altre amministrazio­
ni dello Stato; dei funzionari degli enti . locali per
argomenti di competenza.
L'Istituto dovrebbe avere come competenze pro­
prie: fornire alla Regione i dati da inviare al Comi­
tato della Programmazione Economica Nazionale per
elaborare il piano economico nazionale; formulare i
piani a livello territoriale; curare la progettazione del
tessuto e dell'assetto urbano. Le sue proposte do­
vrebbero venir adottate con delibera del Consiglio
regionale ed esso funzionerebbe in gruppi ed équipes
che si aggregano spontaneamente.

(Fase. l)

311
Questo progetto pecca, a mio modo di vedere, in modo
particolare di quei difetti che caratterizzano spesso le pro­
poste del gruppo degli « Amici della Rivista »: di essere
macchinose e praticamente irrealizzabili nella situazione
atruale. L'istiruto proposto si affiancherebbe alle soprin­
tendenze e a quegli organismi, come la Consulta Regio­
nale prevista dal progetto toscano o l'Istituto della catalo­
gazione previsto dalle proposte emiliane, creando quindi
un mostruoso complesso di organismi che finirebbero per
funzionare peggio e piu a rilento dell'atruale amministra·
zione centrale; oppure, se si pensasse che questo Istituto
di piano fosse sostirutivo degli organi previsti nei progetti
regionali suddetti, esso sarebbe insu.fliciente a un rinnova­
mento delle funzioni di tutela e limiterebbe, sostanzial­
mente, la sua azione rinviando tutto al Comitato della
Programmazione economica nazionale, che a sua volta
non funziona. Con simili progetti non si esce da una vi­
sione centralistica dello Stato, che ha già dimostrato la
propria incapacità al rinnovamento.
Indice

In luogo di prefazione, p. 5
l. '
L ITALIA STORICA E ARTISTICA ALLO SBARAGLIO,
p. 1 1
Assalto all'Italia artistica, p. 24
Il caso della città di Siena, p. 33
Situazione dell'archeologia italiana, p. 42

II. ' '


L ARCHEOLOGIA E LE COMMISSIONI D INDAGINE, p. 53
Sicilia archeologica e turistica, p. 56
Situazione e prospettive della ricerca archeologica in
Italia, p. 68
Problemi della tutela del pa ttimonio artistico, storico,
bibliografico e paesistico, p. 92

'
III. L INTERVENTO DEGLI ENTI LOCALI ,E DELLE REGIONI,
p. 131
La coscienza dell'Italia, p. 136
Corriamo a vedere i capolavori d'arte prima che li ru·
bino, p. 163

Funzione delle Regioni, p. 167


Relazione di San Gimignano, p. 178
Scnsibilizzazione dell'opinione pubblica in merito all'im·
portanza dei beni archeologici, p. 201
Presa di posizione del Per, p. 209
La merci6cazione dei Beni Culturali, p. 214
Lo sfacelo delle Belle Arti, p. 221

Le proposte delle Regioni, p. 228


La relazione introduttiva alla proposta dello Regione To­
scana, p. 232

313
Post-scriptum, ·p. 251

APPENDICÈ

l. Intermezzo di fantascienza. Le magnmche sorti e


progressive ( 1985 ), p. 259

Il. L'attività del gruppo dei « Dialoghi di Archeolo­


gia », p. 272
« Dialoghi di Archeologia •· Documenti e Discussioni
(riassunti), p. 276
DISSENSI m
l . Viktor Sklovskij
La mossa del cavallo
2. Manifesto di maggio. La nuova sinistra laburista
3. Lev Trockij
La loro morale e la nostra
4. Noam Chomsky
Cosa fanno le teste d'uovo?
5. Franco Fortini
I cani del Sinai

7. Lev Trockij
Compagni di strada
8. Giancarlo De Carlo
La piramide rovesciata
9. Henry David Thoreau
Disobbedienza civile
10. Jurgen Habermas
L'università nella democrazia
1 1 . Rossana Rossanda
L'anno degli srudenti
14. Guy Debord
La società dello spettacolo
15. Dutschke a Praga
16. Richard Schaechner
La cavità teatrale
17. Lucio Magri
Considerazioni sui fatti di maggio
DISSENSI

19. Michail Bulgakov


L'isola purpurea
25. Giuseppe Vacca
Lukacs o Korsch ?
27 . Victor Serge
Lenin 1917
28. Franco Cordero
Il sistema negato. Lutero contro Erasmo
29. Franco Cordero
Risposta a Monsignore
3 1 . Antonio Carlo
Lenin sul partito
32. Max Adler
Democrazia e consigli operai
3 3 . Luigi Cortesi
La rivoluzione leninista
34. Lisa Foa Aldo Natoli
·

La· linea di Mao


3 5. Chiara Saraceno
Dalla parte della donna

36. Franco Botta


Sul capitale monopolistico

.37. Romano Luperini


Marxismo e letteratura

38. Marcello Lelli


Dialettica del baraccato
DISSENSI m
39. Eric Matthias
Kautsky e il kautskismo

40. Lucio Lombardo Radice


Gli accusati

4 1 . Franco Ferraroui
Una sociologia alternativa

42. Marino Folin


La città del capitale

43 . Arcangelo Leone de Castris


L'anima e la classe

44. Giuseppe C otturri


Diritto eguale e società di classi

45. Pietro Barcellona & altri


L'educazione del giurista

46. Carlo Cardia


Ateismo e libertà religiosa in Italia ·

47. Nino Dagrò


La scienza come profitto

48. Gyi:irgy Lukacs


Conversazioni

49. Louis Althusser


Umanesimo e stalinismo

50. Ester Fano Damascelli


La salute mortale

5 1 . Ranuccio Bianchi Band.inelli


AA., BB.AA. e B.C.
Finito di stampare od mese di gennaio 1974
dalla Dedalo !itostampa in Bari
per conto di De Donato editore SpA