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)'ANTROPOLOGIA

£ IN RELAZIONE CONTRO LE TEORIE:


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DELLA MIA VITA?


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oinvolge tutta la persona nelle sue scelte.


ositiva - di scelta - fa crescere - libertà per
legativa - non fa crescere - libertà da
a = libertà di: movimento, espressione, politica, religiosa.

= libera scelta tocca tutta la persona

one come essere in relazione con:

ANTONIO
1
NAPOLIONI
La strada
dei giovani
Prospettive di
pastorale giovanile
Presentazione del
card. Eduardo
Pironio
ANTONIO NAPOLIONI, nato a Camerino (Macerata) nel 1957, è
sacerdote della diocesi di Camerino-San Severino Marche. Ha
conseguito il dottorato in teologia pastorale presso l'Università
Pontificia Salesiana di Roma. Attualmente è docente di pastorale
giovanile e metodologia catechetica presso il Pontificio Istituto
Pastorale dell'Università La-teranense, e vicerettore del Seminario
Regionale Marchigiano di Ancona. E assistente ecclesiastico
centrale dell'Agesci. Collabora con numerose riviste di carattere
pedagogico-pastorale.Tra le sue pubblicazioni ricordiamo
Federico Sargolini, pre te dei giovafiì (Ave, Roma 1992) e
una collana di sussidi catechistici per fanciulli: Sulle tracce di
Gesù (Fiordaliso, Roma 1990-1992).
Antonio Napolioni

LA STRADA DEI GIOVANI


Prospettive di pastorale giovanile

Prefazione del cardinale


EduarUg Pironio

SAN PAOLO
© EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 1994
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Mil
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. Corso Regina
Margherita, 2 - 10153 Torino
PREFAZIONE

Alla vigilia della celebrazione della X Giornata mondiale


della gioventù, indetta dal Santo Padre Giovanni Paolo II, a
Manila, nel cuore dell'Asia, il continente più popoloso del
mondo, culla di civiltà e frontiera del futuro, la Chiesa tutta è
chiamata a mobilitarsi per un rinnovato impegno nella pastorale
giovanile.
Il recente incontro, promosso dal Pontificio consiglio per i
laici nel maggio scorso, con i responsabili della pastorale
giovanile delle Chiese d'Europa, ha messo in luce il fervore di
iniziative, la pluralità di esperienze in atto, ma anche l'esigenza
di una riflessione più approfondita, da parte di sacerdoti,
religiosi e religiose, fedeli laici che, nei diversi ambiti, entrano
in contatto con le giovani generazioni.
La nuova evangelizzazione esige, infatti, nuovi operai del
vangelo, che il Papa ravvisa, profeticamente, nei giovani. Essi
aderiscono con entusiasmo al suo invito a diventare
«comunicatori di speranza in un mondo non di rado tentato
dalla disperazione, comunicatori di fede in una società che
sembra talora rassegnarsi all'incredulità; comunicatori di amore
fra avvenimenti quotidiani spesso scanditi dalla logica del più
sfrenato egoismo» {Messaggio per la X Giornata mondiale
della gioventù, n. 4).
Il lavoro che ho il piacere di presentare, rappresenta un pre-
zioso contributo in questa direzione. È tempo, infatti, di ripen-
sare la feconda tradizione di educazione dei giovani alla fede e
di elaborare una vera teologia della gioventù — sempre nel
contesto di una vera ecclesiologia di comunione missionaria —
per dare fondamento e incisività agli sforzi che generosamente
si vanno moltiplicando. L'autore è riuscito a coniugare in ma-
niera originale e stimolante la preoccupazione sistematica e di-
dattica con le esigenze pratiche e operative, mettendo nelle no-
stre mani un sussidio utile per lo studio e per l'impegno quoti-
diano di animazione cristiana del mondo giovanile.
L'immagine che fa da guida al testo è quanto mai indovinata
e propizia: la strada. La stessa strada che unisce gli incontri e i
messaggi che, in questi ultimi dieci anni, hanno ritmato una
crescente sintonia tra l'annuncio coraggioso del Santo Padre e
la risposta spontanea e corale di milioni di giovani, in ogni par-
te del mondo. Un grande pellegrinaggio, che impegna continua-
mente a ripartire, cercare nuovi compagni di strada e mettersi
con loro alla ricerca del volto di Dio. «Anche noi, mettendoci
in cammino, diamo espressione a questa nostalgia e, con il pel-
legrino di Sion, ripetiamo: "Il tuo volto, Signore, io cerco" (Sai
27,8)» {Ibidem, n. 1).
Il Papa non può essere lasciato solo a provocare e alimentare
questo dialogo coi giovani in cammino verso la «civiltà dell'a-
more»; la Chiesa intera deve essere compagna di viaggio (cfr.
Ibidem, n. 4), mediatrice della verità di cui i giovani sono affa-
mati e assetati. La formazione degli operatori diventa una prio-
rità irrinunciabile, e ben vengano tutti gli sforzi accademici e
pastorali per favorirla e sostenerla.

8
Siamo grati a don Antonio Napolioni per questa sua fatica,
maturata attraverso lo studio appassionato e l'insegnamento
presso il Pontificio Istituto Pastorale dell'Università
Lateranense. Al lettore non sfuggirà il costante riferimento al
linguaggio pedagogico dello scautismo: ove egli è stato educato
e ove svolge un ministero a livello nazionale.
Nello scautismo è familiare l'immagine della strada. Agli
stessi scout cattolici dell'Agesci, Giovanni Paolo II — in una
memorabile celebrazione sui monti d'Abruzzo (9 agosto 1986)
— ebbe a ricordare l'esempio dei grandi viandanti della fede,
Abramo, l'esploratore per eccellenza, Paolo, l'apostolo delle
genti,

9
indicando la strada che conduce all'esperienza di Cristo. La
strada che conduce al Tabor, a Emmaus, ma anche quella che
passa per il Calvario. La strada su cui ancora oggi risuona vivo
e vitale il suo appello: «Giovani, ponetevi in cammino sulle
strade del mondo: Cristo cammina con voi!».
Le parole di Gesù: «Io sono la via, la verità, la vita» (Gv
14,6) costituiscono la tesi fondamentale di questo studio. «La
strada dei giovani» possa essere Cristo, cui conduce la carità
testimoniata dei ministri della Chiesa e di tutti gli educatori;
affinché i giovani possano essere, uomini dell'oggi e del
domani, la via del futuro della fede e della comunità dei
credenti (cfr. RH 14). Maria, la Vergine del cammino, renda
fecondo questo sforzo di don Antonio Napolioni e ci
accompagni tutti a fare insieme un cammino di amore, di
speranza.

EDUARDO F. CARD. PIRONIO


Presidente del Pontificio consiglio per i laici

10
La strada come prospettiva
Linee introduttive

L'impostazione della ricerca .

Finalmente, da qualche anno, si parla con più frequenza e


passione di pastorale giovanile, non solo per lamentarne
carenza e urgenza, bensì per elaborare progetti, destinare
energie, attuare iniziative, coglierne il significato per il
cammino complessivo della comunità ecclesiale. A ricercare le
ragioni di questa stagione favorevole — segnata dai
pronunciamenti e dai gesti profetici del Santo Padre Giovanni
Paolo II, che hanno suscitato crescente interesse negli
episcopati nazionali, come appare dai loro piani pastorali 1 — ci
si incontra con un mondo in grande fermento, ma non sempre
oggetto di ponderata riflessione e studio sistematico.
La pastorale giovanile, al crocevia di discipline e approcci
diversi o non sempre efficacemente convergenti, domanda di
essere accostata con un impianto culturale e metodologico
sempre più adeguato alle provocazioni complesse e, a volte,
drammatiche che le vengono mosse dalla fa-

1
Basti segnalare le importanti indicazioni date dalla CEI negli orientamenti pastorali per
gli anni '90 Evangelizzazione e testimonianza della carità, ai nn. 44-46, che certamente
fanno eco al successo delle Giornate mondiali della gioventù, volute da Giovanni Paolo II e
animate dal Pontificio consiglio per i laici.
tica quotidiana dell'edificazione del Regno. Sono nati a questo
scopo Istituti specializzati, riviste e collane di studi che
dedicano accurata attenzione alle problematiche sociologiche e
psicologiche, al dialogo con le scienze dell'educazione,
all'elaborazione più propriamente catechistica e pastorale, alla
recensione di modelli ed esperienze vissute concretamente in
comunità parrocchiali e diocesane, gruppi e associazioni.
Rischia di crearsi un vuoto pericoloso tra il versante pratico
e quello dell'approccio più teoretico e sistematico, dove
viceversa dovrebbe esserci spazio per il dialogo e la speri-
mentazione, la verifica e la sollecitazione a elaborare nuove
prospettive. Per non fermarsi al già consolidato, e tanto meno
limitarsi a rimpiangere nostalgicamente le certezze del passato.
Il rapido modificarsi dei fenomeni strutturali e culturali, che
influiscono anche sui giovani, impone di guardare avanti, senza
perdere il contatto con il bagaglio di esperienze positive
accumulate nel tempo. E appunto questione di prospettiva, di
ottica con cui interpretare il disegno di Dio sulle giovani
generazioni del nostro tempo. Particolarmente oggi, quando
tutta la Chiesa si sta mobilitando per un rinnovato sforzo di
evangelizzazione alle soglie del terzo millennio di esperienza
cristiana.
Su questo sfondo e da queste esigenze, nasce il presente
contributo.

Gli obiettivi. Gli obiettivi che guidano questo studio e il suo


inserirsi nella trama più feconda della pastorale giovanile «sul
campo» possono essere così riassunti:
— esprimere e documentare, in maniera più evocativa e
provocatoria che descrittiva ed esaustiva, l'impegno cordiale
della Chiesa per la crescita dei giovani in umanità e santità;
— offrire alcuni strumenti interpretativi e metodologici per
imparare a muoversi con maggior consapevolezza e
competenza nel variegato mondo della pastorale giovanile;
— individuare le categorie biblico-teologiche essenziali a
dirigere, come autentici criteri teologico-pastorali, l'au-
torealizzazione della Chiesa nella sua missione tra i giovani;
— proporre un possibile itinerario educativo-pastorale,
rispetto al quale confrontare e rinnovare le esperienze vissute
nei diversi contesti pastorali;
— segnalare alcune opzioni di metodo e soprattutto l'e-
sigenza di un linguaggio caratterizzante in maniera unitaria ed
eloquente tutto l'impianto dato alla riflessione sulla prassi: il
linguaggio della strada.
Emerge così il percorso dei capitoli seguenti, dai quali
traspare implicitamente — come in filigrana — la ormai
classica tripartizione della riflessione teologico-pastorale:
1. dalla descrizione/interpretazione dei dati della realtà
scaturisce una prospettiva fenomenologica e critica (provo-
cazioni, sfide, attese, nodi...),^
2. dalla rilettura dell'esperienza e della fede cristiana, fonte
di imperativi teologico-pastorali per il presente, deriva una
prospettiva normativa (princìpi che diventano criteri
normativi),
3. dalla necessità di elaborare progetti e interventi, corredati
di strumenti e risorse, nasce una prospettiva proget-tativa,
operativa2.

L'itinerario metodologico. Quello che ci accingiamo a


percorrere è un itinerario empirico, in quanto originato dalle
esigenze della prassi per il suo stesso rinnovamento; critico, in
quanto elaborato rigorosamente con l'apporto dia-

2
Già il Vaticano II, specie nella GS (cfr. poi anche la Sollìcìtudo rei socialis, i documenti
di Puebla ecc.), aveva usato il cosiddetto metodo del « vedere-giudicare-agire », come
attenzione e interpretazione dei segni dei tempi, per cogliervi gli imperativi dello Spirito. Più
analiticamente Midali parla di: «analisi valutativa della situazione data (o fase kairologica); la

13
fase progettativa della prassi desiderata (o fase progettuale); la fase programmatrice del
passaggio dalla prassi vigente alla nuova prassi (o fase strategica) », con un chiaro riferimento
alla fede e ai criteri teologici ricavati dal vangelo (cfr. M. Midali, Teologia pastorale, in M.
Midali - R. Tonelli [cur.], Dizionario di pastorale giovanile, Ldc, Torino-Leumann 1989, p.
1054; d'ora in poi citato con la sigla DPG). S. Lanza, Introduzione alla teologia pastorale.
1. Teologia dell'azione ecclesiale, Querinia-na, Brescia 1989, parla di dimensioni
kairologica, criteriologica, operativa, offrendo interessanti puntualizzazioni.

lettico di diverse discipline; teologico per il costante rife-


rimento a criteri ed esiti di fede.
E evidente il contributo, inizialmente preponderante, delle
scienze umane descrittive e interpretative. Quindi del ricorso
alla teologia pastorale, che in questo lavoro è fortemente
caratterizzata dalle risonanze bibliche del tema della strada.
Infine, l'uso di strumenti tipici delle scienze progettative e
metodologiche, accostate spesso col gusto dell'esperienza
vissuta oltre che con la sistematicità dello studio a tavolino.
La ricerca e le proposte racchiuse in questo testo sono mosse
da un evidente sguardo di fede, sapendo che ogni prassi
orientata e animata dalla fede acquista una valenza teologica, di
cui propriamente fa oggetto lo studio teologico-pastorale. La
verità che scaturisce da tale percorso è quindi una verità
teologica, chiamata a misurarsi con la prassi che coerentemente
ne manifesta l'efficacia storica; perciò ricorre ai medesimi
luoghi teologici della Bibbia, della tradizione, del magistero
pastorale, della prassi credente dei cristiani, sottopone il
proprio operato alla verifica logica della consistenza degli
asserti che la caratterizzano e alla verifica empirica della loro
corrispondenza alla realtà.
L'analisi della realtà problematica è mossa da precom-
prensioni teologiche e pastorali, che consentono di far scaturire
dalla medesima realtà gli obiettivi e gli orientamenti per
rinnovarla. E la precomprensione di fede, l'apertura al mistero e
la capacità di riconoscerlo, una precomprensione forte, perché
basata sulla saldatura tra soggettività umana del credente e
oggettività del mistero di salvezza incontrato in Cristo.
Per lo stesso motivo, alcuni aspetti della realtà diventano
sfide da raccogliere necessariamente perché la vicenda della
salvezza coinvolga anche qui e ora uomini e giovani, nella loro
vita quotidiana. La realtà è accostata con un'ansia specifica,
non solo educativa, ma pastorale, salvifica. È l'ansia per la
buona notizia da donare, che rende attenti e solleciti per i
problemi dei giovani, distinguendo quelli veri e reali da quelli
falsi, immaginari, e parziali.
La pastorale giovanile non ha necessità di operare sue
specifiche ricerche per conoscere la realtà, ma la interpreta in
chiave di educazione della fede, riconoscendo i problemi che la
interpellano e la muovono a una rinnovata progettualità. E
questo l'esercizio del discernimento cristiano e della lettura dei
segni dei tempi che, basandosi su analisi precise e scientifiche,
non possono essere ridotti al livello di mera constatazione.
Guardare alle sfide pastorali del mondo giovanile in prospettiva
«kairologica» non è solo diagnosticare, ma già disporsi alla
progettazione e alla realizzazione. E sperimentare e verificare,
con schiettezza e fiducia. Specie la realtà giovanile è già nel
suo presente così carica di futuro, di «attese», di «ad-ventura»,
da generare immediatamente slanci prospettici e generosità di
impegno.
In tale quadro si fa riferimento a princìpi che diventano
criteri orientativi, e scaturiscono progetti e decisioni co-
raggiose, che prolungano e attualizzano la riflessione: la
teologia pastorale diventa pastorale sul campo, praticabile e
verificabile. L'adozione di un tema generatore, di un linguaggio
unificante è, in tal senso, una necessaria scelta di campo e non
una mera operazione di rifinitura estetica. Un attento studioso
della pastorale giovanile come R. To-nelli giunge, su questa
base, a scegliere la chiave di lettura della sua proposta di
pastorale giovanile: «dire la fede in Gesù Cristo nella vita
quotidiana»3.

14
Condividendone l'impostazione, ci siamo messi in cammino
per la nostra strada che, pur attraversando realtà e contesti
analoghi, ha colto man mano diverse prospettive di riflessione
e di lavoro per la pastorale giovanile. Come avviene quando si
cammina, e a ogni svolta si scoprono panorami nuovi, così il
prisma dell'educare i giovani alla

5
Cfr. R. Tonelli, Pastorale giovanile. Dire la fede in Gesù Cristo nella vita quotidiana,
Las, Roma 19823.

fede rivela dimensioni inesplorate, tesori da recuperare nella


memoria ecclesiale, nuovi interrogativi cui rispondere, risorse
di metodo e di linguaggio da valorizzare.
Questa preoccupazione è comune a studiosi e operatori pa-
storali, che possono così condividerne l'impresa, tra teoria e
prassi, magari proprio scorrendo queste pagine ciascuno con la
propria specifica intenzionalità. Se il lettore attento dovesse
meravigliarsi della duplice titolazione data ai capitoli, ora ne
pup comprendere il senso e la sfida: consentire una ricerca più
pratica, sostenuta da un linguaggio quasi evocativo e sim-
bolico, e nello stesso tempo introdurre le categorie fondamen-
tali di una proposta pastorale teologicamente fondata.
Una parola infine sul contesto. L'ascolto del dato rivelato e
la riflessione teologica sul suo significato per la vita e l'azione
della Chiesa possono avere connotazioni oggettive e universali.
Non altrettanto si può dire dell'attenzione al contesto umano,
sociale, religioso ed ecclesiale che deve dare realismo e
incisività a uno studio e ancor più a un progetto pastorale.
Per questi motivi, è bene affermare con chiarezza sin da ora
che l'analisi e l'interpretazione del mondo giovanile, l'in-
dividuazione delle sue principali sfide pastorali, la recensione
dei maggiori modelli di azione emergenti, risentono del punto
di osservazione storico e culturale in cui si è formato e opera
l'autore, ossia del contesto italiano e occidentale. Dato che
l'esperienza è stata utilmente messa a confronto, in diverse sedi
accademiche, con studiosi e operatori di altri contesti, si
potranno utilmente aprire delle finestre su contenuti e piste di
lavoro più universalmente valide, specie quando si ricercherà la
corretta criteriologia per la definizione dei progetti di pastorale
giovanile.

Il problema epistemologico della pastorale giovanile

La nostra ricerca ha una prospettiva specifica, centrata sui


giovani come soggetti di un cammino di fede e di esperienza
cristiana. È bene, tuttavia, richiamare preventivamente il senso
globale del fare pastorale e del riflettere sistematicamente, in
chiave teologica, su tale opera ecclesiale. E il problema della
natura e del metodo della teologia pastorale. Senza ripercorrere
tutta la vicenda, non priva di difficoltà, del graduale
riconoscimento di un pieno statuto teologico alla riflessione
rigorosa sulla prassi pastorale4, bisogna ricordare che fino a
pochi decenni fa la teologia pastorale consisteva solo nella
parte pratica e applicativa della dogmatica, del diritto, della
morale. Il rinnovamento operato con il Vaticano II offre un
nuovo sguardo sulla prassi che, analizzata teologicamente, è
fonte di indicazioni pastorali, attraverso le quali la Chiesa
attualizza, ad intra e ad extra, la sua missione, la sua identità.
Soprattutto nel contesto della geologia tedesca, si preferisce il
termine «teologia pratica», per mostrare che il soggetto è la
comunità ecclesiale nella sua complessità, più che il singolo
pastore d'anime. Oppure si parla di «teologia dell'azione
ecclesiale»5.
Pastorale è l'insieme delle azioni della comunità ecclesiale,
animata dallo Spirito Santo, per l'attuazione nel tempo del
progetto di salvezza di Dio sull'uomo e sulla sua storia, in
riferimento alle concrete situazioni di vita. La teologia

15
pastorale è la riflessione teologica sull'azione della comunità
ecclesiale, in vista di un progetto organico, in cui il momento
della fede e quello della prassi si esigono vicendevolmente e si
fondono dinamicamente, alla luce della storicità della
Rivelazione stessa.
La pastorale è, dunque, tutta mossa dal compito missionario
dell'attuazione della salvezza nel tempo, nel qui e ora che ogni
comunità ecclesiale vive e sente con passione e

4
Cfr. alcuni studi recenti che documentano puntualmente tale vicenda: M. Mida-li,
Teologia pastorale, in DPG 1048-1064; M. Midali, Teologia pastorale o pratica, Las, Roma
1985; B. Seveso, Edificare la Chiesa, Ldc, Torino-Leumann 1982; F. Marinelli (cur.), La
teologia pastorale, Edb, Bologna 1990; S. Pintor, L'uomo via della Chiesa. Elementi di
teologia pastorale, Edb, Bologna 1992.
5
È la definizione preferita da S. Lanza, Introduzione, op. cit., p. 366.

concretezza6. Una salvezza né intramondana né rinviata alle


realtà eterne, ma posta nel cuore delle attese dell'uomo,
trascendentalmente strutturato per il dialogo con Dio, il quale a
sua volta si comunica e sorprende ogni creatura con i doni della
sua grazia. Desiderio e dono costituiscono, insieme, in
pienezza di senso la vita dell'uomo, la sua storia: Cristo ne è la
manifestazione e il centro, la Chiesa la mediazione storica in
vista del compimento del Regno. Il Vaticano II ha presentato la
Chiesa come «universale sacramento di salvezza» (LG 1),
mediazione efficace e germe del Regno, cioè del progetto di
salvezza che Dio attua in Gesù Cristo per lo Spirito Santo a
vantaggio degli uomini e della loro storia. Un segno
sacramentale, che contiene e comunica efficacemente l'evento
di salvezza, domandando un coinvolgimento libero e decisivo.

Lo specìfico della pastorale giovanile. Dentro l'unica azione


pastorale con cui la comunità cristiana esprime la sua
vocazione e missione di evangelizzazione ed edificazione del
Regno, l'attenzione alle diverse situazioni genera progetti,
opzioni teologiche e metodologiche che incarnano l'unico
annuncio nelle varie culture, in relazione a destinatari
differenziati, o magari esprimendo il pluralismo attuale
dell'intelligenza della fede.
La pastorale giovanile è uno di questi modelli, misurato sulle
problematiche tipiche di adolescenti e giovani, e nell'attenzione
a essi la Chiesa si edifica in maniera particolare. Un servizio
rivolto ai giovani, ma anche un'occasione propizia per ricevere
dai giovani stimolo a una più piena autorealizzazione della
Chiesa stessa. La carità pastorale esige che questa riflessione
sia pratica, orientata da un inte-

6
« Secondo una lunga (ma non ininterrotta) tradizione tanto cattolica quanto evangelica,
questa disciplina si riflette sull'attuale divenire storico della Chiesa in vista della sua
realizzazione nell'oggi. Ciò è stato espresso con varie formule: "l'autorealizzazione della
Chiesa nel presente" (K. Rahner), e il suo "rinnovamento permanente" (Liégé), la sua
"attuazione vitale" (Klostermann), la sua mediazione della salvezza più aderente al qui-ora
della situazione storica (Cardaropoli) » (M. Midali, Teologia pastorale, in DPG 1052).

resse preciso, da uno sguardo di fede. L'esperienza e la sua


interpretazione si condizionano reciprocamente, consentendo
alla teologia di operare al cuore del vissuto ecclesiale, e di
partecipare creativamente all'illuminazione della fede che si
interroga sul proprio pensare e sul proprio agire 7.
E una proposta mossa da sfide che, al loro interno e al di là
di se stesse, urgono l'annuncio della buona notizia. Il problema
della vita e della sua emergenza, o della sua qualità, del fare i
conti quotidianamente o definitivamente con la morte, la crisi
dei valori e delle speranze, mettono in questione la possibilità
di proclamare ancora il vangelo come buona notizia. A meno
che proprio le sfide della vita quotidiana consentano al vangelo
di Gesù di risuonare oggi come buona notizia:^ dire la fede in
Gesù Cristo nella vita quotidiana» per «assicurare vita e
speranza in questo tempo di morte...»8.
Analizzando la recente vicenda della pastorale giovanile,
emerge una domanda sui giovani che non può essere relegata in

16
un settore specifico, riduttivamente considerato di carattere
educativo, ma che invece esige un insieme articolato di
interventi di tutta la comunità ecclesiale, riscoperta dal
Concilio come soggetto primario di ogni azione pastorale,
educativa, catechistica. Alcuni, su questa base, giungono
perfino a contestare l'opportunità di una pastorale giovanile
specifica, affermando la centralità degli adulti come soggetto
della pastorale globale, dunque anche della maturazione delle
giovani generazioni nella comunità cristiana. Senza escludere
questa tensione alla maturità della fede, altri considerano la
pastorale giovanile come «l'insieme delle azioni che la
comunità ecclesiale, animata dallo Spirito Santo, realizza con e
per i giovani (soggetti in età evolutiva), per attuare in essi il
progetto di salvezza

7
Cfr. S. Lanza, Introduzione, op. cit., p. 170.
CELAM, L'evangelizzazione nel presente e nel futuro dell'America Latina, Puebla
8

1979, 1205.

di Dio, in riferimento alle loro concrete situazioni di vita... La


pastorale giovanile è quindi un momento di autorealizzazione
della Chiesa, in quanto presenza premurosa, accogliente,
sollecitante, dell'unica comunità ecclesiale tra i giovani, i figli
che ha generato e che vuole riconsegnare in modo definitivo
alla vita»9.

Teologia, scienze umane e pastorale giovanile. Oggi il dialogo


tra la vita della Chiesa e i problemi del mondo è generalmente
considerato il luogo proprio di ogni riflessione teologica, anche
di carattere dogmatico e sistematico. La teologia pastorale è
diventata riflessione scientifica, in chiave pratica,
sull'attuabilità del mistero di Cristo e della missione della
Chiesa nelle dimensioni della storia e nel vissuto di concrete
porzioni di popolo di Dio. Se dunque l'oggetto materiale di
tutta la teologia è sempre l'evento salvifico, mutano le modalità
di approccio.
La teologia dogmatica coglie il mistero di Dio e del suo
dialogo salvifico con l'uomo in Cristo e per lo Spirito, in una
dimensione storica oggettiva, con uno sguardo globale alla
storia della salvezza e ai messaggi di cui è portatrice per
sempre; mentre la teologia pastorale attualizza questi dati
oggettivi nel dialogo con le domande concrete degli uomini
contemporanei, assumendo dal dogma gli imperativi necessari
affinché la comunità, in uno sforzo di conversione permanente,
sia capace delle azioni più adeguate a realizzare qui e ora la
salvezza per ogni uomo.
Il riferimento alle concrete situazioni di vita impone inoltre
di coinvolgere le scienze umane, superando timori ed equivoci,
difficoltà di linguaggio, eccessi di autonomia. La pastorale
giovanile è chiamata ad affrontare un compito complesso e
unitario nello stesso tempo: come educazione alla fede non può
essere elaborata solamente in base a indicazioni teologiche o
pedagogiche o metodologiche, ma richiede il concorso di tutti
questi elementi, confrontan-

9
R. Tonelli, Pastorale giovanile, in DPG 669-670.

dosi con i diversi modelli educativi e con l'opera di altre


agenzie di educazione e socializzazione. L'unitarietà è d'al-
tronde esigita dalla centralità del giovane concreto, del cui
destino di salvezza ogni processo educativo si pone al servizio.
La salvezza cristiana, oggetto della teologia, rinnova l'orizzonte
globale della vita dell'uomo e pertanto chiede anche alla
pastorale giovanile di allargare il suo spettro su tutte le
dimensioni della crescita e dell'esperienza giovanile.
Ne consegue un approccio multidisciplinare, o meglio
interdisciplinare. Scienze descrittive e interpretative (so-
ciologia, psicologia, antropologia ecc.) consentono di co-

17
noscere la realtà e coglierne attese e domande. Il compito
educativo coinvolge il contributo delle scienze dell'educazione,
del linguaggio e della comunicazione, delle metodiche
progettative ecc. Il confronto fra le diverse discipline è
possibile se c'è attenzione, uirìiltà e apertura, conoscenza della
competenza di ciascuna in ordine al problema da affrontare, e
se c'è un punto di incontro che regoli il confronto e la
convergenza: nel nostro caso, il servizio alla maturazione del
giovane credente. Atto pastorale e atto educativo, pur avendo
obiettivi, ambiti e mezzi diversi, si incontrano nel medesimo
soggetto/oggetto: il giovane.
Tale impostazione, concentrata sull'attenzione pastorale al
giovane e al suo incontro vivo con Gesù Cristo, assicura un
autonomo statuto scientifico alla pastorale giovanile: scienza e
prassi di pastorale giovanile costituiscono una sintesi nuova
rispetto ai molteplici e indispensabili apporti culturali che la
costruiscono.

Il perché di un linguaggio originale

Forse originale non sembrerà proprio a tutti, specie con-


statando la grande diffusione dell'immagine della strada, del
cammino, delle vie... nella rivelazione biblica come nella
sapienza popolare, più ancora negli scritti di carattere pe-
dagogico e spirituale. La scelta di un linguaggio capace di
unificare e collegare costantemente i diversi momenti di
approccio scientificamente fondato all'esperienza ecclesiale
della pastorale giovanile è tuttavia il segno di una sensibilità
precisa, che diventa modo di ragionare e progettare, spiritualità
e stile di vita.
D'altronde, proprio in questo sta la peculiarità del fare e
studiare pastorale: scegliere, non arbitrariamente ma dopo
sofferta e matura ricerca, un tema generatore che assolva ai
diversi compiti di precomprensione necessaria alla lettura della
realtà, sintesi delle sfide che vi emergono, criterio teologico-
pastorale che presieda la progettazione e le concrete decisioni
che la attuano nel tempo, segno distintivo della prassi
ecclesiale rinnovata in tal senso.
Accogliere e incontrare i giovani nel dinamismo storico e
spaziale simboleggiato dalla strada (cap. 1); riconoscere che
essi sono strutturalmente creati per camminare e crescere (cap.
2); farsi raccontare dalla storia della salvezza e dal vissuto
ecclesiale come si è cercato di rilanciare sempre nuovi itinerari
educativi e pastorali (cap. 3); riconoscere e scegliere le vie del
Signore come norma di una vera ed efficace progettualità
cristiana per il nostro tempo (cap. 4); rischiare mettendosi
personalmente in cammino nella proposta di un itinerario da
sperimentare e vivere (cap. 5); dedicare attenzione adeguata
alla necessità di camminare in gruppo e al ruolo dell'animatore
di pastorale giovanile (capp. 6-7); fino a guardare indietro per
riconoscere che questa prospettiva non è solo servita a fare, ma
ha segnato l'essere di persone e comunità: la spiritualità della
strada (cap. 8).
Si tratta di un percorso concreto, che apre delle prospettive,
tra le tante possibili: in ogni momento è come porsi da un dato
punto di vista, scegliendo il quale si rinuncia a tanti altri, ma
dal quale tuttavia tutto l'orizzonte è percepibile, con un certo
senso di proporzione e luminosità, con una particolare
attenzione a determinati oggetti piuttosto che ad altri.
Prospettive su cui confrontarsi camminando, non restando
inerti a fare interminabili discussioni preliminari. Il mondo dei
giovani non lo consente. Sono questi da servire, quelli di oggi,
che domani saranno già adulti. Impongono l'urgenza
dell'evangelizzazione, perché esprimono l'attualità degli appelli
del Regno.

18
Le radici bibliche. Il campo semantico individuabile nei
termini: odòs, odegòs, odeghéo, methodìa, eìsodos, éxodos,
diéxodos, euodòo è particolarmente vasto e ricco di significati
interessanti10.
Lasciando ad altri l'approfondimento dell'uso di queste
parole e immagini nella letteratura greca classica 11 e in altri
contesti culturali e religiosi, notiamo innanzitutto che nei LXX
odòs ricorre circa 880 volte, quasi sempre traducendo l'ebraico
derek. E usato spesso in senso proprio, per indicare vie,
sentieri, strade, *c|ie congiungono città e villaggi, strade di
diversa dimensione e importanza, strade nascoste (cfr. Os 2,8) e
strade nel deserto (cfr. Is 43,19). Oppure rientra in espressioni
che non si riferiscono a una strada determinata, ma al viaggio,
al percorso, all'andare, anche in veri e propri modi di dire.
Frequentissimo è l'uso metaforico, per indicare:
—■ la vita dell'uomo, nel suo insieme o nelle sue diverse
parti, nel suo destino (cfr. Dn 5,3; Gb 31,4; Is 40,27);
— le decisioni, i piani dell'uomo, che egli deve affidare a
Dio e ai suoi angeli (cfr. Sai 139,3; Sai 37,5; Sai 91,11);
— la condotta, il comportamento, il modo di vivere (cfr. Es
18,20; ISam 8,3-5);
— le vie di Dio: cammino voluto e rivelato da Dio per
l'uomo (cfr. Gn 7,23; Es 32,8; Sai 119; Dt 8,6; IRe 3,14),

10
Cfr. W. Michaelis, Odòs, in GLNT Vili, 117-326.
11
Con queste parole si indicano i diversi tipi di strada o di cammino, in senso fi-
gurato il «modo» o «metodo» per compiere o ottenere qualcosa, fino al «modo di vi-
vere, stile di vita ». In particolare meritano di essere ricordate le « due vie » presenti
nella favola del giovane Ercole al bivio: «quando Ercole passò dalla fanciullezza all'a-
dolescenza, nella quale i giovani, divenuti già autonomi, dimostrano se prenderanno
la via alla vita (che passa) per la virtù o quella (che passa) per il vizio, uscito in luogo
solitario e sedutosi, si chiedeva quale delle due dovesse prendere» (W. Michaelis, Odòs,
op. cit., 124). Vie che esprimono anche i diversi destini dopo la morte, l'ascesa dell'ani-
ma al mondo celeste attraverso la gnosi, il retto pensare, la pietà.

chiamato perciò a osservare i suoi comandamenti. È questa la


via buona, giusta, vera ed eterna, via della sapienza, via della
vita (cfr. Ger 6,16; Tb 1,3);
— le vie che gli uomini possono rifiutarsi di percorrere,
preferendo le proprie vie, cattive e tortuose (cfr. Pro 10,17; Sap
5,6-7; Pro 2,13; Sai 1,1.6). Tuttavia Dio conosce le vie
dell'uomo (cfr. Ger 16,17; Pro 5,21) e interviene come guida al
retto cammino (cfr. Is 2,3; 48,17; Sai 25,9; 86,11);
— le vie di Dio sono anche quelle che egli stesso percorre,
rivelando il suo modo di agire, i suoi progetti e pensieri (cfr. Dt
32,4; 2Sam 22,31; Os 14,10), fino alla chiara rivelazione della
novità delle vie di Dio: «i miei pensieri non sono i vostri
pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8);
— l'antica immagine delle due vie (che anche la Bibbia
recepisce e sviluppa), davanti alle quali l'uomo deve scegliere,
come tra luce e tenebre, vita e morte (cfr. Pro 4,18-19; 15,19;
Ger 21,8), fino alla rilettura fattane da Gesù nel vangelo (cfr.
Mt 7,13-14).
Camminare, specialmente dietro un segno potente della
vicinanza di Dio, è esperienza che occupa un posto privilegiato
nell'economia della salvezza: l'esodo di Israele è guidato da una
nube, o una colonna di fuoco (Es 13,18.21; Sap 18,3), i Magi
seguono la stella che li guida a Betlemme (Mt 2,9-10). Altre
volte sono angeli ad accompagnare gli amici di Dio (Tb 6,1), o
i profeti a preparare le vie del Signore (basti ricordare Isaia e il
Battista: Is 40,3; Mt 3,3).
Gesù stesso propone la sua via, stretta (Mt 7,13-14), dif-
ficile, mediata dal suo stesso esempio. È possibile percorrere
anche una via così impegnativa, perché egli fa strada per
primo, chiama alla sequela, conduce al traguardo.
Senza soffermarsi particolarmente sui particolari geografici
delle vie percorse da Gesù di Nazareth, i sinottici insistono nel
vedere Gesù «trovarsi per via». Il vangelo è certo annunciato
ovunque, ma in modo particolare lungo la strada (cfr. Me
6,6.12; Le 13,22), ove — ad esempio

19
— avvengono la professione di fede di Pietro (Me 8,27) e
l'annuncio della passione (Mt 20,17-18). La strada acquista
forte valore simbolico e teologico, è quella che porta verso
Gerusalemme, il luogo della salvezza, da cui ripartiranno le
strade della Chiesa, la prima delle quali è quella dei due
discepoli di Emmaus (cfr. Le 24,13-35)12.
Nel suo insegnamento, Gesù si serve dell'immagine della
strada, cogliendo, nella parabola del seminatore (cfr. Mt
13,4.19) anche l'ambiguità di questo terreno, impermeabile al
seme della Parola, che così può essere portato via dagli uccelli.
Viceversa, per le piazze e le vie della città il servo è inviato a
chiamare nuovi invitati al banchetto del Regno (cfr. Le 14,21-
23): la salvezza sulla strada è offerta a tutti, anche ai pagani e
agli ultimi; gli incontri lungo la strada sono occasione di carità
e di testimonianza vissuta dei valori del vangelo (cfr.'^Mc
10,46); lungo la strada si scopre chi è il prossimo da amare e
servire (cfr. Le 10,29-37).
11 culmine si raggiunge quando Gesù stesso si presenta
ed è annunciato come la via, unica e vera. Portando a com-
pimento il nuovo esodo, lungo la via della croce (cfr. Le
9,23; 24,26), schiude l'ingresso al vero santuario (cfr. Eb
9,8; 10,19-20) e si offre così come risposta piena e sovrab-
bondante al desiderio dei discepoli di conoscere la via per
seguirlo eternamente: «Io sono la via, la verità e la vita»
(Gv 14,6). Solo Gesù è la via al Padre e alla comunione
con lui, all'esperienza della verità contemplata e della vita
condivisa in pienezza, per sempre. Gesù è insieme la meta
e la via, il metodo per raggiungerla, e da ciò trarremo im-
portanti conseguenze teologico-pastorali13.

12
Cfr. cap. 6.
13
Intorno a questo centro vivo, nel Nuovo Testamento si irradiano altri concetti:
la via della pace e della vita, la via della salvezza, la via cristiana, cioè la forma di vita
caratterizzante chi ha accolto il vangelo. E via di verità e di giustizia, che ancora una
volta esige prese di posizione coraggiose e coerenti (cfr. 2Pt 2,15.21; Mt 21,32). Tutta
la vita della comunità cristiana viene proposta come una via, anzi la via per eccellenza
(cfr. At 9,2; 19,23; 24,14), in cui le vie inaccessibili di Dio si fanno vicine e concreta-
mente percorribili.

La strada dei giovani. Il rapidissimo excursus dei testi biblici


evoca il mondo di temi, la mole di provocazioni che la strada
offre al cuore e alla mente di chi vuole pensare e rinnovare
l'azione ecclesiale.
Strada vuol dire: mondo, territorio, spazio su cui muoversi e
incontrarsi, geografia della vita e della cultura di popoli e
singoli. Perfino geografia della fede, nata e cresciuta sulle
montagne che avvicinano a Dio, diffusa e a volte anche confusa
dall'intrecciarsi di strade e fiumi che hanno generato sempre
nuovi fenomeni umani. Strada vuol dire ferialità e secolarità,
storia di popolo, con tutta la provvisorietà e il dinamismo vitale
che consente di credere al futuro, nonostante le lezioni del
passato e i drammi del presente. Strada che rende nomadi,
pellegrini dell'eterno nel tempo. Nomadi, affascinati dalla terra,
dalla sua ospitalità, ma attratti sempre dal nuovo e dalPoltre.
Nomadi che tante volte diventano sedentari, cittadini,
affezionati a un territorio cui si lega la vita di un gruppo
umano. Strade che cosi diventano luogo di incontro o confine
di separazione. Strade non prive di oscurità e di pericoli. Strade
e piazze che sono luogo di politica, oltre che di pastorale,
domanda di comunicazione sempre più reale e potente. Spe-
cialmente oggi, che il sistema di interdipendenza totale rende il
mondo un villaggio globale, nel quale il territorio in cui
ciascuno vive può impegnarlo senza isolarlo.
La strada come sfondo e teatro della vita, ma più ancora
proprio come vita. Per tutti l'esperienza della strada, fisica e
spirituale, educa e trasforma, libera, misura e arricchisce.
Lungo la strada ci si alleggerisce del superfluo, ci si incontra, si
diventa veri, adulti, uomini e donne capaci di incidere nella
storia.

20
Vivere è camminare, crescere, comportarsi; per un credente
è seguire. Sempre sulla strada, chiave di lettura coerente con le
esigenze della teologia e del linguaggio dell'incarnazione (cfr.
GS 22; RH 1,11,13-14): tutta la teologia pastorale del post-
Concilio ricorda infatti che l'umanità è il linguaggio
privilegiato di Dio. Ciò suggerisce di

21
andare incontro ai giovani, protagonisti della strada della vita e
del futuro dell'umanità, con lo spirito di Cristo, che al loro
cammino prospetta orizzonti di verità e di vita piena.
Facendo strada anche concretamente coi giovani, le in-
tuizioni della teologia pastorale hanno acquistato pregnanza e
vivacità, suggerendo un'ipotesi di lavoro che qui viene offerta
al confronto e all'approfondimento. Quasi in un continuo
sovrapporsi del tono esperienziale e della preoccupazione
sistematica, i classici capitoli di uno studio introduttivo alla
pastorale giovanile possono essere cosi accostati tanto dal
lettore desideroso di riflettere, anche per la prima volta, su un
campo di azione che lo appassiona e lo coinvolge, quanto da
chi si sta impegnando in più specifici curricoli di formazione
teologico-pastorale. Da tale dialogo tra fronti diversi ma non
distanti questo lavoro è nato, e a esso vuole ritornare, con la
consapevolezza che la verifica quotidiana nella riflessione e nel
lavoro pastorale potrà completare e mettere a punto quanto in
queste pagine fosse troppo rapidamente accennato.
Con la gratitudine dell'autore per chi lo ha incoraggiato in
questo sforzo, per Riccardo Tonelli che lo ha introdotto al
metodo di una più matura riflessione pastorale sul mondo
giovanile, per il tessuto vivo di condivisione quotidiana di
responsabilità educative che ha reso verificabili e concrete idee
e ipotesi di lavoro.

22
1

Giovani sulla strada


II mondo giovanile e le sue sfide

Diverse discipline scientifiche esplorano il pianeta giovani,


contribuendo a darne un'immagine complessa e articolata: la
storia, la biologia e la fisiologia, gli studi etno-antropologici, le
varie scienze psicologiche e pedagogiche, nonché gli approcci
di tipo socio-politico-culturale1.
Muovendosi soprattutto su quest'ultima linea, G. Milanesi 2
propone di combinare diversi metodi di lettura della realtà
giovanile. Una lettura strutturale analizza soprattutto condizioni
e situazioni oggettive, processi in-

1
Approccio biofisiologico: studia i mutamenti fisiologici, ormonali e somatici relativi
all'età giovanile.
Approccio psicologico-evolutivo: i problemi della condizione giovanile come derivati dalle
trasformazioni dello psichismo e del suo sviluppo.
Approccio demografico: l'espansione e/o la contrazione delle fasce giovanili della po-
polazione.
Approccio storico: origine e sviluppo delle diverse tendenze culturali interne alla con-
dizione giovanile.
Approccio etno-antropologico: lo sviluppo della condizione giovanile nelle culture primitive
o diverse da quelle delle società moderne industrializzate.
Approccio pedagogico: gli interventi pedagogici per l'educazione della persona attraverso
strategie e obiettivi intermedi.
Approccio politico: politica dei giovani, soggetto attivo e destinatario di interventi
istituzionali.
Approccio sociologico: la condizione giovanile come sottosistema sociale (aspetto strutturale
e culturale).
Cfr. R. Mion, Rassegna storico-bibliografica delle più importanti ricerche empiriche in
sociologia della gioventù, in Orientamenti pedagogici 5 (1985) 1031.
2
Cfr. G. Milanesi, Giovani, in DPG 384-403.

27
terni a sistemi, istituzioni, gruppi... che influiscono in vario
modo sulla vita dei giovani e la descrivono nell'ambito delle
categorie di età, sesso, scolarizzazione, occupazione, estrazione
sociale ecc., offrendo un'immagine dei giovani «come sono».
Un'analisi culturale coglie invece il vissuto giovanile come
somma di modelli di comportamento o di comportamenti
soggettivi reali che, attraverso le percezioni che i giovani stessi
hanno di sé, genera una vera «cultura» giovanile, certo non
necessariamente omogenea e unitaria. Più spesso si parla di
subculture giovanili, non tanto in contrapposizione al mondo
adulto, quanto per meglio descrivere modelli e tendenze
caratteristiche di una realtà sempre variegata e composita.

1.1 Chi sono i giovani?

Il concetto di gioventù è dunque necessariamente relativo,


mutevole nella storia e fortemente legato alle variabili bio-
psicologiche che caratterizzano tempi e contesti diversi.
D'altronde, oggi nei paesi del terzo mondo i giovani sono la
maggioranza della popolazione, mentre nei paesi più sviluppati
rappresentano una minoranza in forte calo. E i diversi contesti
non incidono soltanto sul piano quantitativo, ma anche «dentro
il giovane», condizionando in vario modo le trasformazioni
psicologiche della personalità adolescenziale e giovanile.
I giovani sono coloro che si trovano nell'età di formazione
della personalità, in un dato frammento del tempo e dello
spazio, per cui l'aspetto psicologico è profondamente
condizionato da quello socioculturale. La pastorale giovanile
esige l'attenzione alla concretezza dell'«essere giovane qui e
ora». I giovani sono «sulla strada» perciò in molti sensi: sono
uomini e donne in cammino, nel divenire della vita, mutevoli e
dinamici per definizione e vocazione; sono soggetto e più
ancora oggetto di influssi spesso contrastanti dei diversi
fenomeni economici e politici, sociali e culturali; sono alla
ricerca di spazi di libertà e autonomia, alternativi a famiglia,
scuola e altre agenzie educative tradizionali. Sulla strada
andiamo a osservarli e ascoltarli, per cercare di comprenderli,
accoglierli e sostenerli nel cammino, per camminare insieme:
avanti a loro per indicare la direzione con il coraggio
dell'esempio, poi accanto a loro per condividerne gioie e
difficoltà, infine dietro di loro per assecondare la profezia che
palpita in essi.

Le definizioni. Cos'è dunque la gioventù? Per rispondere a


questa domanda, vengono elaborate diverse ipotesi
interpretative:
— «Un gruppo di età, un gruppo generazionale»: categoria
che non descrive sufficientemente l'identità di cui il gruppo di
età è portatore. «G\nerazione» è un concetto pressoché
abbandonato.
— «Una cultura, una subcultura»: ma i giovani oggi non
possono essere considerati come un soggetto unitario e
omogeneo, a meno che non si abbia a che fare con gruppi ben
definiti nel loro contesto e nel loro vissuto.
— «Una classe, una quasi classe»: le categorie marxiste non
possono essere applicate tecnicamente ai giovani, che non
rivestono una posizione specifica nel quadro dei processi
produttivi né mostrano la coscienza esplicita di tale ruolo
politico. La frantumazione della condizione giovanile mostra
che i giovani reali appartengono a diverse classi e ne
rispecchiano interessi, orientamenti di valore, progetti.
— «Strato sociale»: categoria più generica ed elastica, data
da un insieme di caratteristiche, di scelte valoriali e culturali,
comuni a un gran numero di giovani, senza costringerli entro
un'identità definita. Soprattutto nelle società più articolate e
specializzate, i giovani costituiscono uno strato di popolazione,

25
la cui delimitazione per età dipende dalle diverse dinamiche
sociali e produttive.
' D'altra parte, partendo da alcuni dati del 1989, in Europa e in
Italia si va verso un invecchiamento progressivo della
popolazione: i giovani dai 15 ai 24 anni sono il 15,8 per cento
della popolazione totale in Europa; presto in tutta l'Europa gli
ultra 65enni saranno più numerosi delle persone al di sotto dei
15 anni. In Italia la previsione di vita alla nascita è assai
aumentata: 71 anni per i maschi, 77,7 per le femmine. Calano i
tassi di nuzialità e di fecondità e il numero dei figli. Uno studio
particolarmente interessante è quello attuato, in ambito italiano,
dall'Istituto Iard con le tre indagini sulla condizione giovanile
in Italia svolte nel 1983, nel 1987 e nel 1992 3, con l'accortezza
di consentire la comparabilità nel tempo dei tre campioni.
Un'interessante osservazione di sintesi contenuta nell'ultimo di
questi rapporti nota che «talvolta si ritiene, a torto, che le nuove
generazioni costituiscano un mondo a parte rispetto al resto
della società, che esse siano portatrici di esigenze, bisogni,
aspettative proprie, qualitativamente differenti da quelle dei
loro genitori. In realtà la condizione giovanile non è altro che il
riflesso della società "adulta" e, dunque, studiare come
cambiano i giovani significa portare un contributo alla
comprensione dei fenomeni che stanno trasformando la nostra
società»4. In tal senso, accostare e conoscere sulla strada il
mondo, le attese e le speranze dei giovani può aiutarci ad aprire
nuove strade per tutta la collettività: una prospettiva di
rinnovamento sociale ed ecclesiale.

Il prolungamento della gioventù. In molte culture la maturità


sociale viene fatta coincidere con quella fisiologica, escludendo
di fatto l'esistenza di una adolescenza-giovinezza e iniziando
direttamente il fanciullo alla vita adulta. Ne consegue l'ipotesi
che adolescenza e giovinezza siano in realtà dei prodotti
sociali, legati a un determi-

3
Cfr. Aa.vv., Giovani oggi. Indagine Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mu-
lino, Bologna 1984; A. Cavalli - A. De Lillo, Giovani anni 80. Secondo rapporto Iard sulla
condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 1988; A. Cavalli - A. De Lillo (cur.),
Giovani anni 90. Terzo rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino,
Bologna 1993.
4
A. Cavalli - A. De Lillo (cur.), Giovani anni 90, op. cit., pp. 11-12.

nato processo di sviluppo, piuttosto che fasi naturali del


divenire della persona.
Il prolungamento dell'adolescenza e della giovinezza appare
come necessità fisiologica delle società complesse, che
riconoscono maturità sociale all'individuo che ha acquisito un
numero crescente di conoscenze, competenze, atteggiamenti.
Infatti, soprattutto i giovani studenti, che entrano appieno in
tale logica, manifestano più degli altri giovani i problemi
connessi al prolungamento artificioso della giovinezza. Le
diverse forme connesse di disadattamento giovanile sarebbero
pertanto da ricondurre più a fattori sociali che a fattori bio-
psico-fisiologici:
— lo sviluppo complessivo del sistema sociale (moderno e
postmoderno, industrializzato, scientifico, urbanizzato,
burocratizzato...);
— i modelli di organizzazione\della vita sociale (società
permissiva e democratica, capitalista, pluralista...);
— l'appartenenza sociale (alle classi più alte);
— in certi casi anche il sesso (condizione problematica delle
donne);
— nonché la struttura demografica della società (quando i
giovani sono in decremento o in minoranza).
Nelle società meno evolute, viceversa, si assiste a una sorta
di negazione dell'adolescenza: condizioni economiche, sociali e
culturali delle famiglie e della società non possono permettersi

26
il lusso di un'età di transizione, protetta e improduttiva,
nonostante magari si affermi il suo valore e la sua necessità.
Il catecheta francese D. Piveteau affermava, in un inte-
ressante saggio del 1977, che «concentrarci sul "malessere dei
giovani" potrebbe essere un alibi per distoglierci dai problemi
reali. La verità è che tutti, uomini, donne, professori, alunni,
sacerdoti, religiosi, laici, siamo immersi in un eco-sistema le
cui variazioni attuali sono tali che ci coinvolgono nelle loro
conseguenze»5.

5
D. Piveteau, Aprire i giovani alla fede, Ldc, Torino-Leumann 1979, p. 31.

Occorre studiare ciò che matura nel mondo giovanile per


comprendere che l'educazione della fede riguarda tutta la vita
dell'uomo. Oggi in particolare emerge l'eccessiva sensibilità per
il presente, per l'istante, che rende l'uomo insensibile alle
dimensioni del passato e del futuro, alla tradizione e alla storia,
alle scelte decisive per la vita, che rende l'individuo pluralista e
instabile, riducendo tutta la società in una condizione
adolescenziale, senza veri adulti (anche nella fede!). Cambiano
i valori: l'interesse per il lavoro è sostituito dall'interesse per la
felicità; è in crisi il valore della fedeltà; «la vita dell'uomo non
è più una linea retta, senza soluzione di continuità, ma piuttosto
una successione di segmenti, un seguito di punti che riescono a
stento a disegnare una traiettoria» 6. C'è grande difficoltà a
impegnarsi. Tale percezione del tempo si riflette in quella dello
spazio: diminuisce la coscienza delle frontiere, per giungere da
una parte a un sincretismo confusionario, dall'altra
all'esasperazione di localismi e corporativismi.
Le indagini sociologiche e l'esperienza educativa confer-
mano il generale ritardo con cui si varcano mediamente tutte le
soglie di accesso alla vita adulta. Ne sono un segno i percorsi
scolastici più lunghi, le difficoltà per la prima occupazione, il
protrarsi della coabitazione coi genitori, talvolta anche dopo il
matrimonio, che peraltro avviene sempre più tardi, la nascita di
pochi figli7. La pastorale giovanile di questo scorcio di secolo
non può non tenerne conto.

1.2 Guardare dentro la condizione giovanile

Esploriamo rapidamente i principali ambiti ove si gioca il


presente e il futuro dei giovani8, allo scopo di concre-

6
Ibid., p. 38.
7
II dato è ancor più accentuato in Italia che nel resto d'Europa: «non c'è società in
Europa dove i giovani abbandonano cosi tardi la casa materna-paterna, cosi come non c'è
società in Europa che abbia sperimentato un calo così repentino e così intenso della natalità»
(A. Cavalli - A. De Lillo, Giovani anni 90, op. cit., p. 236).
8
Cfr. G. Milanesi, 1 giovani nella società complessa, Ldc, Torino-Leumann 1989.

tizzare le affermazioni precedenti e sensibilizzare a un costante


e accurato monitoraggio della situazione specifica dei giovani
di ciascun contesto umano e sociale, punto di partenza per una
puntuale progettazione e azione pastorale. Ne scaturisce,
implicitamente, una possibile griglia di analisi. Esemplificando
alcune rilevazioni sulla situazione italiana, si facilita il
confronto con la realtà giovanile di altri contesti.

Famiglia. Il nostro tempo moltiplica le voci allarmate sulla


situazione e sul futuro della famiglia, sia per i fenomeni
emergenti (divorzio, convivenze, aborto, coppie aperte, coppie
omosessuali, singles...) sia per la mentalità che guarda alla
sessualità come linguaggio da liberare più che come esperienza
umana da vivere secondo valori etici profondi. La denatalità, la
delega defilé responsabilità educative, la precarietà di
situazioni socioeconomiche ecc. completano un quadro assai
preoccupante.
Si deve parlare però di cambiamento, non di declino: la
famiglia resta luogo di stabilità emotiva e sociale, magari in

27
chiave narcisista e di diffidenza verso l'esterno. Nei sondaggi
tra i giovani, la famiglia è, negli anni '80, la cosa che conta di
più nella vita.
Nel rapporto dei giovani con la famiglia esistono ancora
alcune disparità: maggiore autonomia ai ragazzi, e anche alle
ragazze delle classi sociali più elevate. La figura paterna è
sempre più debole, soprattutto nelle classi basse. La
comunicazione interna alla famiglia raramente tocca i problemi
di fondo, si parla pochissimo di sessualità, religione e politica.
La graduale svalutazione del matrimonio come garanzia di
unione felice e duratura fa crescere la simpatia giovanile verso
le convivenze libere, l'esperienza affettiva e sessuale è una tra
le tante, anche se permane la ricerca di valori come la
comunicazione, la tenerezza, la responsabilità verso l'altro.
Il momento del matrimonio segna, con modalità diverse, il
distacco dalla famiglia di origine, ma è anche rinviato
abbastanza, anche per problemi economici e strutturali. L'80
per cento dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni risiede
comunque in famiglia, e anche dopo il matrimonio si favorisce
spesso la coabitazione di generazioni diverse, con spazi
concordati di autonomia e collaborazione. Conseguentemente
la paternità e la maternità sono prospettive dilazionate, oltre
che diradate.
In sintesi, i giovani pensano alla famiglia come a un luogo di
affetto e serenità, un rifugio sicuro, magari per attenuare i
disagi della vita. Non manca, ovviamente, una significativa
minoranza che invece pensa alla famiglia in termini di
progettualità: è una decisione importante che apre a nuovi
impegni e valori. La crescente attenzione testimoniata dalla
Chiesa nel 1994 al tema della famiglia, con documenti, sussidi
e interventi precisi9, stimola a un maggiore investimento
pastorale in questa direzione.

Lavoro e scuola. «Essere giovani è sempre meno un processo


orientato a un fine, cioè al fine di diventare adulti, iniziare a
lavorare e assumersi le responsabilità della vita adulta, ed è
invece sempre più una condizione sociale che può durare per
anni»10. Nella ricerca del primo lavoro i giovani mostrano
diversi atteggiamenti, di incertezza o di sperimentazione, o
anche di maggiore pragmatismo realistico, spesso anche per la
scarsa preparazione specifica data in tal senso dal curricolo
scolastico.
La disoccupazione giovanile in Italia dura almeno due anni e
prevale al sud (nel 1990 su 10 giovani non occupati, 9
risiedevano nel mezzogiorno) e fra le donne, fra i giovani più
scolarizzati e quindi candidati a un impiego nel terziario. Più
recentemente, la disoccupazione è stata par-

9
Basti ricordare la Lettera alle famiglie inviata da papa Giovanni Paolo II il 2 febbraio
1994 in occasione dell'anno internazionale della famiglia, come pure l'articolato sussidio della
Conferenza Episcopale Italiana, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia,
Fond. di religione «Santi Francesco d'Assisi e Caterina da Siena», Roma 1993, diffuso e
accompagnato nel 1994 anche da un ricco libro di preghiera per le famiglie.
10
A. Cavalli - A. De Lillo (cur.), Giovani anni 90, op. cìt., pp. 43-44.

zialmente mitigata dalle politiche di flessibilizzazione dei


rapporta di lavoro, per cui il prolungamento della fase stu-
dentesca è spesso accompagnato parallelamente da prime
esperienze, parziali, di lavoro e formazione. Il mercato del
lavoro giovanile è assai «sui generis»: parziale, marginale e
marginalizzante.
Anche in base alla crisi dell'ethos borghese e marxista del
lavoro, cresce la disaffezione dei giovani dal lavoro, che non è
più sentito come fattore decisivo di identità e realizzazione
personale. Soprattutto per la difficoltà di accedere al «posto»
giusto, che offra loro una nuova qualità della vita. Ci si deve
adattare, e quindi il lavoro è sentito da alcuni come valore, e da
quelli più in difficoltà come realtà necessaria e periferica
rispetto al centro dell'esistenza: «il lavoro viene collocato "al

28
terzo posto in ordine di importanza, dopo la famiglia e le
amicizie/1'amore. Il lavoro conta più del tempo libero, dello
studio e della cultura, dell'impegno sociale, religioso e
politico»11. Le modificazioni tecnologiche, che oggi ci pongono
in una società «post-industriale», rendono sempre più
marginale l'impiego diretto dell'uomo e delle sue facoltà, dando
al tempo di non lavoro una preminenza crescente in ordine alla
realizzazione personale.
Particolare attenzione merita la condizione femminile, non
più identificata con il lavoro domestico, ma evolutasi verso il
diritto a un lavoro di pari dignità e rilevanza rispetto a quello
degli uomini. Un'istanza che si è di fatto scontrata con la
riduzione del mercato del lavoro e con quelle situazioni di
sfruttamento e disumanità che tuttora persistono 12. Le giovani
del sud tra i 14 e i 29 anni hanno un tasso di disoccupazione
quattro volte più alto delle loro coetanee del centro-nord.
Nella scuola italiana degli anni '80, su 100 iscritti alla prima
media, 88 raggiungono la licenza media, 35 il di-

11
Ibid., p. 66.
12
Cfr. G. Campanini, Lavoro, in DPG 489-498.

ploma delle superiori e solo 3 o 4 arrivano alla laurea. Gli


itinerari di formazione professionale sono i più deboli. Glo-
balmente il sistema formativo italiano si conferma fortemente
selettivo, specie in connessione ai fattori del sesso, della classe
sociale, della scolarità familiare, delle dimensioni delle località
di residenza.
Nei confronti della scuola, i giovani sono consapevoli che
essa è distante dall'ingresso nel mondo del lavoro, tuttavia è
positivamente considerata come opportunità di socializzazione
(più con i compagni che con gli insegnanti) e acquisizione di
cultura (più che di competenze). Disponibili e disincantati, i
giovani chiedono a scuola e lavoro di integrarsi maggiormente
per meglio sostenere il loro futuro di adulti13. E lo chiedono
anche con rinnovate, seppur sporadiche, forme contestative
(Jurassic school nel 1994), a riprova dell'incapacità da parte
della scuola di elaborare una cultura che sappia integrare
efficacemente studio e lavoro, apprendimento e
socializzazione.

Morale. Fino agli anni '60, valori e comportamenti erano in


sostanziale continuità con il passato, con la tradizione, centrata
sul rispetto della persona, in un quadro di solidarietà a carattere
familiare. Verso il '68, emergono fattori di cambiamento e
novità: una moralità sociale e politica, più secolare, una
moralità giovanile attenta ai valori della natura, della comunità,
della vita pubblica, della gratuità, della giustizia e della
tolleranza. Il '68 porta i giovani, soprattutto studenti e del ceto
medio, a sposare l'idea della «rivoluzione a sinistra», a dare alla
politica il ruolo di nuovo valore totalizzante: si enfatizzano la
partecipazione diretta, la critica alle istituzioni, la
secolarizzazione, l'eclissi del privato e del sacro.
Gli anni '70, viceversa, segnano la crisi delle illusioni
politiche e il riemergere del privato, dal quale si approda

13
Per sviluppare questa riflessione, cfr. Educazione e scuola: quale scuola per l'e-
ducazione, in NPG 5 (1992).

a due possibili esiti: l'individualismo o il personalismo. La


ricerca dell'identità individuale è resa più sofferta dalla
frammentarietà e dal soggettivismo, che indeboliscono la
percezione del senso della vita. Ad esempio, l'etica sessuale
costituisce un tipico punto di rottura rispetto alla morale
tradizionale: liberalizzazione dei comportamenti, mercifi-
cazione, banalizzazione... anche se la sessualità resta un valore
importante nella costruzione di sé, nell'apertura all'esperienza
di coppia, seppur caratterizzata da crescente instabilità.

29
La percezione giovanile delle norme sociali si va modi-
ficando: maggiore permissività per i rapporti prematrimoniali,
la convivenza e il divorzio, mentre rimangono tabù
l'omosessualità e le relazioni extraconiugali. Considerando però
questi parametri dal punto di vista della concreta moralità
individuale, gli stessi giovani diventano assai più tolleranti. La
scala dei valori dei giovani italiani mantiene al primo posto la
famiglia, seguita dagli altri affetti, a testimonianza della
prevalenza della sfera privata, unita per una certa minoranza a
valori di impegno religioso e sociale.

Partecipazione politica. Davanti ai frequenti tentativi di


privarli della loro soggettività, i giovani reagiscono esa-
sperandola, in termini di individualismo consumista, o at-
traverso una nuova esigenza di personalismo. Per questo e per
la crescente crisi di credibilità di partiti e istituzioni, aumenta
una disaffezione nei confronti della politica, un ambivalente
rapporto con le istituzioni, valutate in funzione della propria
ricerca di identità. Inizialmente si riscopre il prepolitico,
l'azione nel piccolo gruppo, l'esigenza di formazione
sistematica prima di fare esperienze politico-amministrative. In
Italia, in particolare, dal 1987 al 1992 il rapporto dei giovani
con la politica è diventato più diretto e più conflittuale, a
prevalenza sia di impegno sia di disgusto, e con minore
propensione alla delega in bianco. Quanto alle opinioni
politiche espresse nelle consultazioni elettorali, si nota il
declino delle culture politiche tradizionali (marxista e cattolica)
a vantaggio di un'area laica tendenzialmente maggioritaria
(incarnata soprattutto nei partiti di più recente formazione),
creando nel 1994 una situazione assolutamente nuova nel
dopoguerra.
Le decisioni fondamentali vengono sempre più rinviate e
differenziate, slegate l'una dall'altra, creando conseguentemente
una globale crisi di progettualità. Il volontariato si diffonde
come cerniera tra pubblico e privato, come risposta creativa ai
bisogni sociali, caratterizzata da gratuita e precarietà.

Tempo libero e linguaggi di massa. Innanzitutto bisognerebbe


chiarire cosa si intende per «tempo libero» in rapporto a quello
considerato « tempo pieno » o « tempo occupato » (lavoro,
scuola, famiglia). Di fatto è aumentato artificiosamente e
perdendo senso: tempo per riempire i vuoti creati dalle ina-
dempienze delle agenzie di socializzazione, tempo di consumo
di musica, cultura, sport, vestiti, mezzi di trasporto, sesso,
religione ecc. Tempo libero vissuto a volte nella precarietà e
nella lotta per la sopravvivenza, tempo volto a compensare le
risorse spese nel lavoro, tempo esuberante, evasivo,
disimpegnato o finalizzato, tempo oggetto di nuova e creativa
progettualità, tempo che in futuro potrebbe però diventare
sempre più luogo privilegiato per la definizione della propria
identità, attraverso la scelta di attività diverse per la
realizzazione personale e attraverso interventi educativi che
sappiano tener conto di tali opportunità.
In questo ambito si collocano consumi tipicamente giovanili:
l'ascolto di musica, l'andare in discoteca o ai concerti rock (in
ordine di diffusione decrescente); lo sport (praticato
attivamente dal 50 per cento circa dei giovani). La televisione
ha l'effetto di ridurre la lettura dei giornali, mentre sembra
recuperare terreno tra i giovani il mercato del libro.
Sinteticamente, se ne può derivare una tipologia di giovani
ludici, colti, o esclusi da tali modelli di consumo14.

14
Cfr. A. Cavalli - A. De Lillo (cur.), Giovani anni 90, op. cit., pp. 173-177.

Si impongono fin da ora alcuni obiettivi educativi per il


tempo libero: far recuperare le energie psico-fisiche individuali,
stimolare il gusto del «ri-crearsi», incentivare spirito
d'iniziativa e tensione progettuale, riscoprire il senso della festa

30
e del gioco, fortificare le capacità comunicative, relazionali,
partecipative15.
In questo contesto si colloca anche l'associazionismo gio-
vanile, notevolmente aumentato negli ultimi anni: quello del
tempo libero e dello sport, quello dedito alla comunicazione
sociale, quello formativo/educativo, specie cattolico (il 7-8 per
cento). Comunque la partecipazione associativa è caratterizzata
dall'impegno per obiettivi immediati, da un blando senso di
appartenenza, adesioni non definitive, gestione sostanzialmente
democratica.
Non mancano dei «cani sciolti», o piccoli gruppi informali
di giovani, specie nelle granai periferie urbane, da cui viene il
popolo degli stadi, delle discoteche, delle manifestazioni
pacifiste... o dei giovani di strada16.
La musica, rock e non solo, è ciò che assorbe una larga parte
del consumo giovanile, è la forma più popolare di divertimento,
è l'attività cui si dedica più tempo dopo la scuola. Perché
costituisce uno strumento di facile identificazione collettiva e
generazionale (genera subculture, condiziona amicizie,
abbigliamento ecc.). Sarebbero interessanti le variabili: sesso,
età, studenti/lavoratori ecc. Come pure sarebbe significativa
una ricerca sui riferimenti cosi diversi che vengono certamente
fatti alla strada, al cammino, nelle canzoni di successo presso i
giovani.

15
E. Butturini, Tempo libero, in DPG 103-104, suggerisce di cogliere le opportu-
nità dell'aumento di tempo non occupato, favorendone usi alternativi attraverso una
« strategia delle interconnessioni » tra le diverse realtà operanti nel territorio ove i gio-
vani hanno bisogno di confrontarsi con un'unica comunità educante. Indicazioni per
un intervento pastorale attraverso il gioco e lo sport sono contenuti nel dossier di NPG
4 (1990) 3-48, e in quello sul tempo libero in NPG 7 (1991) 3-46.
16
La strada rivela, infatti, tutta la sua ambivalenza: è un luogo di rifugio per i gio-
vani poveri, per molti è l'unica scuola di vita; per altri è luogo di aggregazione e di
incontro, dove i messaggi si costruiscono, si moltiplicano, o si annullano a vicenda.
Dove hanno facilmente la meglio messaggi che stimolano al godimento dell'immedia-
to, alla massificazione, all'evasione nell'alcol, nella droga e in altre forme di devianza.

Merita particolare attenzione anche il linguaggio giovanile


nelle sue diverse espressioni concrete: conversazioni, graffiti,
diari, poesie e immagini, slogan e gerghi di gruppo ecc. Sempre
più banalizzato, vuoto di contenuti, indulgente al turpiloquio,
all'ironia e al riso, alla violenza. Serve a cercare nuove identità?
Serve a scaricare o a sostituire l'aggressività nascosta?
Il tifo sportivo, con la sua forte ritualità, l'aggressività
collettiva resa spettacolo, offre un illusorio senso di par-
tecipazione. L'evento sportivo è al centro di spinte violente
interne ed esterne. Occorre una vera educazione sportiva, nel
quadro di una più ampia politica della gioventù.

Disagio e devianza. Tutti parlano dell'emergenza giovani,


tanto che le poche iniziative legislative o amministrative prese
in Italia a favore dei giovani nascono sempre dalla
preoccupazione per la prevenzione di droga, Aids, delinquenza,
violenza sessuale, violenza negli stadi ecc. Effettivamente,
nella metà degli anni '80 circa 1*1,5 per cento della
popolazione giovanile italiana si è rivolta a strutture per il
recupero dei tossicodipendenti, mentre circa il 2,5 per cento ha
ricevuto condanne dalla magistratura ordinaria e da quella per i
minorenni. Dall'inizio degli anni '90 la propensione trasgressiva
nei giovani va aumentando, anche perché gli adulti non sanno
riconoscere le esigenze di realizzazione dei giovani, che così
accrescono le proprie frustrazioni e sofferenze. Senza
educazione, il disagio porta presto all'irrazionalità e alla
devianza.
Alla radice del disagio possiamo riconoscere anche l'influsso
decisivo di fenomeni di abbandono, atteggiamenti di
indifferenza, che creano sfiducia nella vita, nel futuro, negli
altri. A partire da ciò che succede ai bambini: violenza fisica
(15.000 casi denunciati ogni anno in Italia... e quelli taciuti?),
abuso sessuale (15/20.000 casi all'anno, per lo più incestuosi),

31
trascuratezza fisica e affettiva, forme di abuso psicologico (sia
come permissivismo che come autoritarismo).

Oggi si Par^a anche di «generazione dell'abbastanza»:


oddisfatti ampiamente i bisogni primari, si perde il gusto di
scoprire nuovi valori, si tende a ciò che è effimero, spet-
tacolare, fatto di parole e immagini senza significato.
Quanto alla droga, cambiano le sostanze sul mercato, e
anche il suo significato per i giovani: da contrapposizione di
valori, a consumismo privo di ideali. Oggi la droga è parte
della vita quotidiana, come meccanismo di fuga o di
compensazione, «controllabile» e privato del carattere di
devianza. Anche in questo campo la valutazione di carattere
sociale è tenuta spesso ben distinta dal coinvolgimento
personale. Ne è una riprova la frequenza con cui i giovani, non
senza un certo eccesso di sicurezza, dichiarano di conoscere e
aver contatti con chi fa uso di droghe.
Tutto ciò, sullo sfondo delle masse giovanili e delle ag-
gregazioni particolari (paninari, punk ecc.) che, coi loro riti,
miti, linguaggi, si diversificano e si contrappongono, oscillando
tra devianza e trasgressione tollerata.

Alcune chiavi interpretative. Studi e documenti hanno cercato


spesso di raccogliere e definire la condizione giovanile intorno
a categorie interpretative sintetiche17.
— Mancanza di storia: soprattutto negli anni della con-
testazione il rifiuto del passato e della tradizione era esplicito,
dichiarato. Oggi si tende solo a perseguire piccoli obiettivi, a
cercare spazi di realizzazione personale, per i quali non è
necessario allargare l'orizzonte sul passato. Si afferma così, di
fatto, il primato dell'esperienza, nel timore delle scelte
definitive.
— Silenzio: silenzio dei giovani tra loro, nei confronti degli
adulti, mancanza di comunicazione, sintomo di disadattamento
e sfiducia.
— Marginalità (categoria usata a partire dal congresso

17
Particolarmente interessante per l'attualità del contenuto e l'incisività della forma è il
documento della Consulta Generale dell'Apostolato dei Laici della CEI, Comunità ecclesiale
e condizione giovanile, 1979, che offre anche un'ampia traccia di analisi sulla realtà
giovanile.

internazionale di sociologia di Varna nel 1970): i giovani


vengono esclusi di fatto da diritti, decisioni, poteri; vengono
isolati e neutralizzati. E un concetto fortemente ideologizzato,
col quale Marcuse assegna alla protesta sessantottesca un ruolo
strategico all'interno di un processo di cambiamento di portata
storica globale. Oggi, caduta tale ipotesi, con la crisi dei vari
spazi di partecipazione aperti negli anni '70, i giovani finiscono
col perdere stima di sé, cadono in un senso di inutilità,
riducono la loro presenza apolitica» ai singoli problemi, alla
soddisfazione dei propri bisogni esistenziali, alimentando una
vera e propria cultura dell'emarginazione.
— Frammentarietà: la società complessa e secolarizzata
non offre più un punto di riferimento centrale, né efficaci
processi di socializzazione controllati dalle tradizionali agenzie
educative. Il vissuto dei giovani viene così privatizzato e
frammentato, senza memoria né futuro. Viene meno una
coscienza collettiva, a vantaggio del piccolo gruppo e
dell'individuo (il «riflusso»). Le esperienze del presente, per lo
più vissute attraverso appartenenze eterogenee se non
conflittuali, non riescono a costruire in unità di senso una storia
di vita. Tuttavia questa ricerca di senso, di ragioni per vivere,
permane, magari più drammatica, e si esprime più nelle
relazioni interpersonali che nei classici luoghi istituzionali.
— Cambiamento culturale: c'è una rivoluzione silenziosa in
atto da parte dei giovani? Forse è un'ipotesi ottimista, sostenuta
soprattutto da chi, usando delicate analisi del profondo, vede la
possibilità di un cambio delle opzioni di fondo su tempi assai

32
lunghi. Dopo la fine della stagione centrata sulla soddisfazione
dei bisogni primari, il post-sessantotto sarebbe caratterizzato da
valori nuovi (post-materialistici, post-borghesi, espressivi),
capaci di rendere praticabile l'utopia sottostante le stesse
istanze politiche del '68.
Probabilmente questa posizione nasconde una riedizione
della tradizionale concezione funzionalista, per cui i giovani
gestiscono quasi fisiologicamente la transizione, per la
freschezza tipica della propria generazione.
— Eccedenza delle opportunità e adattamento: attorno ai
giovani si moltiplicano le opportunità, le proposte per com-
prendere la propria realtà e cercarvi una realizzazione personale
percorrendo itinerari diversi. I giovani infatti, sentendo il
bisogno di fare esperienze diverse senza coinvolgersi
totalmente in nessuna di esse, finiscono col rinunciare a grandi
ideali per convivere con la precarietà. Si adattano, cioè cercano
le soluzioni possibili anche se non sono quelle ottimali,
investendo risorse vitali nel tempo libero, nell'amicizia e
nell'affettività, nelle attività espressive, negli hobbies, nel
volontariato ecc. Convivendo con la precarietà, senza opzioni
fondamentali né gerarchia di valori e di norme, si rischia di
cadere in"un certo pragmatismo, in atteggiamenti labili ed
eclettici, che possono sfociare persino in pericolose
dissociazioni interiori.
— Lotta per l'identità: il conflitto sociale ha ceduto il posto
a un conflitto nel modo di definire bisogni e identità, un
conflitto sulla qualità della vita, sul valore del corpo e della
natura. Il giovane esprime tale esigenza di identità, di
autorealizzazione anche col silenzio, con l'indifferenza, la
rassegnazione alla mediocrità, la mancanza di progetti, il vivere
alla giornata e col rifiuto di chiare scelte di valore e di itinerari
prefabbricati o troppo formalizzati18.
Se i «giovani del '90» sono una generazione che non ha
fretta, che sa che non si può avere tutto in una volta e tende
perciò a rinviare i grandi progetti, se il passaggio all'età adulta
è ritardato e il confronto e il conflitto generazionale cedono il
campo all'omologazione, urgono vere politiche giovanili,
nell'ambito delle quali anche il ruolo

18
I condizionamenti socio-culturali conducono i giovani oggi a una identità debole,
attraverso diverse situazioni: l'inconsistenza personale prodotta dal consumismo e dalle mode,
la ricerca esasperata di gratificazioni affettive, la dipendenza dal gruppo protettivo, la
disaffezione dal lavoro, il disimpegno socio-politico, la religiosità frammentata e
soggettivizzata, l'indecisione o la stagnazione davanti alle scelte di vita. (Cfr. S. De Pieri,
Identificazione, in DPG 427-432).

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