Sei sulla pagina 1di 10

Capitolo 5

Giuseppe,
la replica di Dio al peccato dei costruttori della torre di Babele
mediante la rieducazione alla carità e alla speranza
Genesi 37,2-50,26

«Non nacque un altro uomo come Giuseppe, capo dei fratelli, sostegno del popolo; perfino le sue
ossa furono onorate» (Sir 49,15). Nella storia sapienziale e agiografica di Giuseppe, Israele legge la
conclusione culminante e il compimento perfetto della storia patriarcale, come storia della sua vo-
cazione alla santità, teologale e morale insieme.
Se si legge il libro della Genesi come un’anticipata carta topografica comprensiva di tutto il di-
segno di Dio in tutta la storia dell’uomo – e così noi lo leggiamo -, si comprende la storia conclusi-
va di Giuseppe come il vertice sapienziale della storia patriarcale, lo sbocco finale del principio teo-
logale della storia di Abramo.
Il «primato» di Giuseppe consiste nel fatto che in lui la santità teologale del credente fa germo-
gliare finalmente la santità morale del sapiente. In lui la fede diventa sapienza e santità dell’uomo.
Un nuovo tipo di «morale» emerge, fondato non sull’interesse proprio procurato con l’astuzia e la
furberia, ma frutto del «timore di Dio»: «Io temo Dio!» (Gen 42,18). E’ questo il vertice del dono
messianico dello «Spirito del Signore» (Is 11,2d).
Una prima serie di insegnamenti, su questo tema, si può trarre dall’episodio in cui si narra della
resistenza di Giuseppe alla tentazione di seduzione da parte della sua padrona, la moglie di Potifar,
un egiziano consigliere del faraone e comandante delle guardie (Gen 39). Prima di tutto, Giuseppe
non fa alcuna aggressiva ostentazione maschilista della sua bellezza di forma e avvenenza di aspetto
(v. 6), che non è semplicemente una dote umana, ma segno di un gradimento da parte di Dio (come
quella di Mosè, di Giuditta, di Ester, di Israele e di tutti gli eletti del Signore)1. Giuseppe non appro-
fitta minimamente del fascino che esercita sulla sua padrona per architettare un’avventura con lei,
che non sembra troppo soddisfatta del suo marito egiziano, come si può dedurre dal modo con cui
parla agli altri domestici e allo stesso marito (vv. 14.17-19). Il servo ebreo sa fuggire, invece,
l’occasione che, in un certo momento, si presenterebbe favorevole:
«Essa lo afferrò per la veste, dicendo: “Unisciti a me!”. Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e uscì»
(v. 12: il destino di Giuseppe è significato sempre da una veste! cf. vv. 13-18).
In secondo luogo, questa fortezza di ripetuto comportamento casto (cf. vv. 7-8a.10) deriva in
Giuseppe da un orizzonte di giustizia nei confronti del suo padrone, in cui egli vive abitualmente:
«E disse alla moglie del suo padrone: “Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua
casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proi-
bito nulla, se non te, perché sei sua moglie”» (vv. 8b-9ab).
Il senso di giustizia che presiede e presidia la castità di Giuseppe, nasce in lui dal timore di Dio,
che lo custodisce sempre nella verità di tutte le sue relazioni: «E come potrei fare questo grande
male e peccare contro Dio?» (v. 9c).
La bellezza della sincerità e della verità del comportamento di Giuseppe verso ogni essere uma-
no risplende in tutta la sua storia, nella casa di Potifar (Gen 39,2-6.8-9) e nella prigione egiziana
(Gen 39,21-23; 40,6-8); alla corte del faraone e in tutto il paese di Egitto (Gen 41, 37-46), dove il
racconto si distingue per un’atmosfera di cordialità e generosità accogliente (Gen 45,16-20; 46,5-
7.28-47.12.27; 50,3-14).
Ma è nei confronti di suo padre e dei fratelli che risplende modo specialissimo la pietà di Giu-
1
Cf. Es 2,2; Gdt 8,7; 10,7-9.19: 11,20; Est 2,7.15.17; 5,1; At 7,20; Eb 7,23; ecc.
seppe. E’ stato pronto a commuoversi e a intenerirsi, fino al pianto, nei confronti dei suoi familiari2.
Delicatissimi sono i suoi sentimenti nei confronti del padre3 e, in modo del tutto speciale, verso il
fratello Beniamino4.
La «giustizia» (= santità), però, della sua «fraternità» rifulge soprattutto nel perdono accordato
ai fratelli, in cui Giuseppe si rivela costantemente e spontaneamente ispirato da purissimi sentimenti
neotestamentari5. Anche il perdono si iscrive nella «giustizia» di Giuseppe. La «verità», infatti, del-
la relazione di pietà familiare e fraterna è così forte in lui che essa regge, tiene, e rimane incrollabile
nonostante tutte le prove contrarie. Abbiamo qui un’esatta catechesi «evangelica» sul perdono. Il
perdono è vero quando non si limita alla sfera dei sentimenti soggettivi (=d esiderio sincero di per-
donare), ma effettivamente ricrea una nuova e oggettiva relazione di comunione riconciliata tra chi
perdona e chi è perdonato.
E’ da notare che l’etica del sapiente – impersonata da Giuseppe - è molto di più di un comporta-
mento secondo ragione, o secondo natura. Per la Bibbia, infatti, la sapienza non è semplicemente il
frutto dell’uomo che fa funzionare la testa, ma è il risultato di una certa partecipazione – resa possi-
bile per grazia – alla santità e all’intelligenza stessa del Signore: «Siate santi, perché io, il Signore,
Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2; Dt 4,5-8; cf. Mt 5,48; Lc 6,36; 1Pt 1,15-16). E’ un dono divino
interiore all’uomo, ma che discende in lui dall’alto attraverso la fede, e ne permea interamente la
psiche, pacificandola armonicamente e facendosi sorgente di spontaneità, mitezza e «naturalezza»
nuove (cf. Gc 1,16-18; 3,13-18).
La sapienza come frutto del timore del Signore, viene esaltata solennemente nella terza sezione
della Bibbia6.
Il timore e la sapienza di Giuseppe rappresentano la risposta al primo sorgere del peccato umano
nel giardino di Eden (ove appunto tale timore è venuto meno) e all’insipiente presunzione dei co-
struttori della torre di Babele «concordi soltanto nella malvagità» (Sap 10,5ab; cf. Gen 11,4).

1. Il rapporto di Giuseppe con Dio


La storia di Giuseppe si distingue dalle precedenti per la sua «secolarità». Il timore di Dio, che
accompagna l’intera esistenza del protagonista, non conta su alcun intervento o manifestazione
divina straordinaria, ma presiede a un’interiorizzazione sincera della fede nell’esistenza del
credente. Lo «straordinario», il «miracolo» di questa storia sta nella sua «ordinarietà». Dio parla
spesso ad Abramo, un poco meno a Isacco e a Giacobbe, e non parla mai a Giuseppe. E’ vero,
Giuseppe ha dei sogni, ma di essi non sembra percepire un messaggio divino. Li racconta
ingenuamente: «Ascoltate questo sogno che ho fatto… Ho fatto ancora un sogno, sentite…» (Gen
37,6.9). Sono sogni sconcertanti che attirano l’invidia e l’odio dei fratelli, come pure la meraviglia e
i rimproveri del padre, che pure lo ama e lo predilige: «Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo
forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?» (Gen 37,10).
Solamente alla fine della storia, quando i fratelli si gettano a terra davanti a lui, ancora una volta
confessando la loro colpa e chiedendo perdono, ci si accorgerà che quei sogni annunciavano la
realtà, perché venivano da Dio (Gen 50,15-18).
Dunque nella storia di Giuseppe Dio è talmente sempre presente, che tutto sembra svolgersi
come se Egli non ci fosse, come direbbe D. Bonhoeffer. Se la presenza del Signore si riducesse alle
manifestazioni straordinarie e soprannaturali, con le quali essa si rivela scandita dalle teofanie che
hanno luogo nella vita dei padri, Dio sarebbe assente dalla storia di Giuseppe, che potrebbe apparire
come una sequela di fatti casuali.

2
cf. Gen 42,21.24; 43,30-31; 45,2.14-15; 46,29; 50,1.10.17.
3
Gen 43,7.27; 45,3.9-13.23; 46,29-30; 47,29-31; 50,1-2.
4
Gen 42,15-16.20; 43,29.34; 45,14.22.
5
cf. Mt 5,43-48; Lc 6,27-38; 23,34; At 7,60; Rm 12,17-21; ecc.
6
Cf. Sir 1,2; 9,16; 10,22; Gb 1,1.8-9; 28,28; Sal,28; Sal5,8; 22,24; 25,12; 31,20; 33,8; 34,8.10.12; 61,5-6; 66,16; 86,11;
102;16; 111,10; 115,11; 118,4; 119,38; 135,20; Pr 1,7; 37; 8,12-13; 9,10; 15,33; Qo 3,14; 5,6; 7,18; 8,12-13; 23,13; ecc.

2
I fratelli lo invidiano, lo odiano, lo disprezzano, e se ne liberano, e Dio non interviene. E’
calunniato e falsamente denunciato dalla moglie di Potifar, come uno sporco extracomunitario, è
messo in prigione, e Dio non interviene (Gen 39,13-20). Nel carcere egiziano, egli interpreta i sogni
del capo dei coppieri e del capo dei panettieri del faraone, e quando il capo dei coppieri, reintegrato
nel suo ufficio dal sovrano, non si ricorda più di lui, Giuseppe viene dimenticato in prigione ancora
per due anni. In questi anni nessuno pensa a lui, e Dio non interviene. Ma ecco che la Genesi subito
annota: «Ma il Signore fu con Giuseppe» (Gen 39,21). Dove? In prigione, nella sua disgrazia e
questa è certamente una straordinaria rivelazione per noi che continuiamo a dire: «Ma Dio dov’era
ad Aushwitz? Dio dov’era nel momento in cui il Figlio è salito in croce? Dov’era nei campi di
concentramento e di sterminio?».
Quale vantaggio comporta allora per Giuseppe questo essere del Signore con lui nel carcere
egiziano? È questo il premio per la sua virtù?
Per un uomo di fede matura non esistono premi per la virtù ad ogni tappa della corsa. L’uomo
sapiente e giusto non fa il male unicamente perché è male e non pecca contro Dio perché Dio è Dio,
anche quando nessun premio brilla all’orizzonte. La sapienza insegna a non prendere la virtù come
merce di scambio neppure con Dio e a non attendersi alcun guadagno da essa. Uno dice: «Io mi
sono sempre fatto il segno della croce, ho sempre pregato e poi mi capita questa disgrazia ? Ma
allora non valeva proprio la pena di farsi il segno di croce e di andare a messa la domenica!».
Quante volte si sentono fare tali discorsi?
Giuseppe ha una coscienza molto lucida: egli coglie in modo continuo la presenza del Signore e
la percepisce, senza che Dio gli si renda visibile mediante fatti straordinari. Fa risalire a Lui tutti gli
eventi, felici e infelici, della sua esistenza7 e apertamente confessa di temere Dio (Gen 42,18).

2. Il rapporto di Giuseppe con i fratelli


Nei confronti dei suoi fratelli, Giuseppe è un soggetto di elezione, come Giacobbe nei confronti
di Esaù Egli vive a sue spese tale elezione, portandone tutte le costose conseguenze. La sua
esistenza è una faticosa lotta con gli uomini, di cui solo alla fine gli viene svelata tutta la portata e il
senso (cf. Gen 45,4-8; 50,10-21). Facendosi condurre dalla sua storia di grazia, egli si ritrova a esser
diventato lo strumento della benedizione per tutti i suoi fratelli. Non solo, ma con i suoi fratelli
diventa il polo della benedizione per tutti gli altri popoli. Si realizza il fine della creazione:
l’umanità diventa una cosa sola intorno a Israele, e Israele/Chiesa intorno al suo capo
Giuseppe/Cristo. E’ questa la profezia dell’ultima Gerusalemme (Ap 21-22).
In questo senso la storia di Giuseppe è una profezia di Gesù. Colui che è, insieme, uno di noi e
differente da noi, che è Figlio di Dio – nel modo in cui nessuno di noi lo è, né può esserlo (cf. Gv
1,18) – è colui nel quale noi possiamo diventare figli (cf. Gv 1,12). Un tale «Uomo», assolutamente
singolare (cf. Gv 19,5), è colui che permette la comunione finale e fraterna di tutti gli esseri umani
intorno al Padre.

2.1. Inviato dal padre per «cercare» i fratelli


Fin dall’inizio della storia, ci viene fornita una preziosa chiave di lettura di essa:
«Israele disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni ti voglio mandare da
loro”. Gli rispose: “Eccomi”» (Gen 37,13).
Quell’«Eccomi» esprime la sua prontezza di Giuseppe nel rispondere alla chiamata del padre che
lo invia in cerca dei fratelli. Nella lettera agli Ebrei questo stesso «Eccomi» viene applicato a Gesù:
«Ecco, io vengo a fare la tua volontà» (Eb 10,9). Giacobbe manda nel mondo uno dei due figli avuti
dall’amatissima moglie Rachele per cercare altri figli. Dio, come ci dice la lettera ai Galati, ha
mandato suo Figlio amatissimo nel mondo e così capiamo che anche Gesù è venuto per diventare un
7
Cf. Gen 40,8; 41,16.25.28.32.37-39; 43,23; 45,5-9; 48,9; 50,17-20.24.

3
cercatore di fratelli.
Poi la Scrittura prosegue: «Va’ a vedere come stanno i tuoi.fratelli e come sta il bestiame, poi
torna a riferirmi». Giuseppe aveva diciassette anni e non avrebbe mai potuto immaginare quanto gli
sarebbe costata e quanto a lungo sarebbe durata l’obbedienza al padre. Incontra lungo il cammino
un uomo che gli dice: «Che cerchi?» (Gen 37,15); sono le identiche parole pronunciate da Gesù ai
due che lo seguono e che poi diventeranno suoi discepoli (cfr. Gv 1,38). Cosa risponde Giuseppe in
questo caso? Traducendo letteralmente il testo si ha la frase: «Cerco fratelli» (Gen 37,16).
Fra Giuseppe e Gesù c’è quindi una sorta di parallelismo. San Bernardo ha un’espressione molto
bella, quando dice: «Spogliate Giuseppe e troverete Gesù».
Tutta la vita di Giuseppe sarà una appassionata ricerca di fratelli che durerà circa quindici anni.
Durante questo tempo egli sarà sottoposto a tutte le peripezie, che costituiscono il suo cammino, il
suo pellegrinaggio. Chiunque cerchi appassionatamente dei fratelli deve, in qualche modo,
ripercorrere il suo stesso pellegrinaggio, il suo stesso cammino, perché esso è normativo. Se si
vogliono cercare dei fratelli senza però subire prove o sofferenze – come ha fatto Gesù che ci ha
amati fino alla morte -, forse sarà meglio rinunciarvi perché, a questo prezzo, molto difficilmente si
troveranno. E’ il costo dell’amore!

2.2. L’invidia dei fratelli di Giuseppe


Il testo biblico dice chiaramente che Giacobbe amava Giuseppe più degli altri fratelli. Per lui
aveva fatto fare una tunica dalle maniche lunghe. In oriente i vestiti dicono tutto di una persona,
soprattutto il suo rango sociale, per cui una tunica dalle maniche lunghe significa che il possessore è
esentato da alcuni lavori di casa.
C’è allora questa predilezione del padre e c’è questa esagerazione da parte di Giacobbe che i
fratelli sono chiamati ad accogliere, ma che al contrario ha il risultato di suscitare l’invidia e la
gelosia. Il vero problema sta nel non saper accettare le differenze, quello dell’elezione di un fratello
col quale se la prendono per gelosia, perché non possono prendersela col padre, ma che non ha
nessuna colpa al riguardo. E’ la stessa gelosia ed invidia che Caino provava nei confronti di Abele.
Cos’è l’invidia? È il fatto che io non ho quello che l’altro ha, il bene che l’altro ha io non l’ho e
questo mi rende triste. L’invidia e la gelosia si legano sempre al possesso, al misurarsi su una scala
quantitativa. Ma, se l’amore definisce la persona ed essa si realizza nell’amore, ogni persona ha
l’amore necessario per realizzare la propria vita. Non c’è bisogno di confrontarsi con gli altri.
Invece c’è sempre la tentazione di guardare sotto le dita di Dio per vedere se fa bene, se distribuisce
ugualmente le cose. Lo si vuole controllare e in qualche modo sottomettere alla nostra meschina
cultura segnata dalla logica della gelosia (cfr. Mt 21,38; 22,35; Mc 8,11-12, Lc 11,16 ecc.) che ci
spinge a volte a godere della disgrazia altrui, dell’abbassamento dell’altro al nostro misero livello
(«mal comune, mezzo gaudio»).
Anche Gesù, mandato dal Padre per cercare altri fratelli, sarà messo a morte per invidia da
parte dei sommi sacerdoti (Mc 15,10; Mt 27,18).
Nella storia di Giuseppe, a peggiorare la situazione si aggiunge la faccenda dei sogni, due dei
quali vengono raccontati subito (cfr. Gen 37,5-11): uno dove i covoni vanno ad inchinarsi davanti al
covone di Giuseppe e l’altro nel quale il sole, la luna e undici stelle vanno ad inchinarsi davanti a
lui. Di fronte alla predilezione paterna e ai sogni Giuseppe sembra che non faccia nulla per evitare
l’invidia dei fratelli, anzi sembra quasi che, ingenuamente, ostenti queste cose. Così, non appena si
presenterà l’occasione propizia, i fratelli di Giuseppe si avventano contro di lui:
«Ecco, il sognatore arriva. Orsù uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: ‘Una bestia
feroce l’ha divorato’. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni”» (Gen 37,19)
I fratelli vogliono togliere a Giuseppe non solo la tunica (cosa peraltro facile) ma vogliono
spogliarlo anche dei suoi sogni, ne vogliono demolire la personalità. Questo, nel libro della Genesi,
è presentato come una sfida rivolta - ed ora lo vedremo - direttamente a Dio. L’eliminazione del
fratello intende colpire il padre che è il vero responsabile dell’ingiustizia.

4
2.3. Giuseppe gettato nella cisterna e venduto dai fratelli
«… lo spogliarono della sua tunica, quella tunica… poi lo afferrano e lo gettarono nella cisterna: era una
cisterna vuota, senz’acqua» (Gen 37,23-24).
Come Gesù Cristo, Giuseppe è stato spogliato della tunica, privato della regalità. Ma a noi questa
tunica è stata regalata come segno dell’amore. Spogliano allora Cristo dell’amore, si impossessano
dell’espressione dell’amore.
Nella cisterna in cui Giuseppe è gettato non c’è acqua. C’è il buio, e Giuseppe è destinato a
morire, inghiottito dalla notte. La cisterna di Giuseppe è una vera tomba, ed è proprio da tale notte
che sale la salvezza. Il nesso con Cristo è evidente: Egli vince la morte lasciandosi inghiottire da
essa, ma ciò avviene all’interno dell’amore trinitario, dove essa è stata annientata da una luce
inaccessibile, dall’amore del Padre per il Figlio e per lo Spirito che dà la vita. In questo senso
spirituale, noi vediamo che in questa semplice, ma drammatica immagine di Giuseppe nel buio della
cisterna, si cela la grande sapienza della maturazione per la vera vita. Proprio nel momento in cui si
chiudono le porte, in cui all’uomo sembra che tutto sia finito, si apre il giorno, proprio quando un
abisso insormontabile di solitudine circonda l’uomo, si aprono vie inaspetate e si gettano ponti. E’
la logica della pasqua.
E’ importante ricordare qui un rischio della vita spirituale: la persona non può gettarsi da sola
nella cisterna, sperando che questo atto, come momento di ascesi e di dolore, sia la via per l’esito
positivo e la gioia finale. Non si possono scegliere i sacrifici o le vie dove si prevedono i sacrifici,
pensando che questa scelta sia il cammino della croce e che pertanto porti sicuramente alla
risurrezione. Bisogna piuttosto essere sicuri di trovarsi sulla scia dell’amore, cioè trovarsi sulla scia
del volere divino. Chi si muove in questa dinamica non si procura da solo notti, sacrifici,
mortificazioni, ma accetta quelli che gli procurano la vita stessa e gli altri. Ed è la fede e la speranza
a convincere l’intelligenza che dopo la notte della cisterna verrà il giorno della risurrezione e a
rafforzare la persona con fedeltà e perseveranza. La pasqua non ce la procuriamo da soli, ma ce la
preparano gli altri.
Possiamo allora chiederci come Giuseppe viva questa esperienza. Il testo non ci dice nulla, però
più avanti, al cap. 42, ci illumina il versetto: «Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro
fratello, perché abbiamo visto la sua angoscia quando ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato» (v.
21). Quindi, l’angoscia di questo fratello che li supplica in maniera inerme, senza difese, rimane
impressa nella loro memoria e non la possono più cacciare.
Noi intanto possiamo chiederci: dove trova Giuseppe il coraggio di vivere? Tradito da quei
fratelli ai quali certamente voleva bene, non è forse questa la peggior doccia fredda che possa fare
uno che cerca la fraternità? Un po’ alla volta uno potrebbe perdere la fiducia negli altri, ma questo è
l’incredibile: Giuseppe, fino alla fine della sua vita, cerca ancora fratelli perché crede nella
fraternità.
Quando ci si trova nella fossa, o si è finiti, oppure si continua a sperare e sperare contro ogni
speranza, come dice la lettera ai Romani parlando di Abramo. Il seguito degli avvenimenti ci fa
capire che è proprio questo l’atteggiamento di Giuseppe: questa sua capacità di sperare contro ogni
speranza. Ed anche quando viene calunniato da Potifar per avere tentato di unirsi a sua moglie, non
fa nulla per difendersi e non si lamenta, ma cerca solo, nelle situazioni concrete, ciò che può
aiutarlo a risollevarsi, a rimettersi nella linea della persona saggia che fa la volontà di Dio.
La lettera ai Romani dice:
«Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza
una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato
riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato» (Rm 5,3-5).
Giuseppe è solo un adolescente; eppure è chiamato a sperare contro ogni speranza.
Un’altra immagine si sovrappone a questa di Giuseppe: quella del salmo 22, che Cristo gridò ad
alta voce nell’ora della croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; Mt

5
27,46). E’ un salmo che esprime fiducia nella disperazione. Giuseppe, spogliato della tunica,
lontano dal padre, abbandonato dai fratelli, è proprio l’immagine del giusto che grida tali parole del
salmo.
Giuseppe è venduto dai fratelli a dei mercanti madianiti o ismaeliti per venti sicli (esattamente
come Gesù è poi venduto per trenta sicli) e consegnato nelle loro mani - ovvio parallelo con Gesù
che viene consegnato nelle mani degli uomini, e all’interno di ciò egli stesso si consegna a loro -.

2.4. Tutti i fratelli siedono alla stessa mensa (Gen 43,15-34)


Divenuto ormai la seconda persona più importante in Egitto, Giuseppe, prima di rivelarsi ai
fratelli che erano venuti da lui a causa della carestia per avere del grano, li mette alla prova. Lo fa
una prima volta trattenendo in carcere Simeone e inviando gli altri a prendere Beniamino (Gen 42).
Lo farà una seconda volta in Gen 44 (vedi sotto).
Al centro del cap. 43 c’è il pranzo di Giuseppe con i fratelli.
«Quando Giuseppe ebbe visto Beniamino con loro, disse al suo maggiordomo: “Conduci questi uomini in
casa, macella quello che occorre e prepara, perché questi uomini mangeranno con me a mezzogiorno”. Il
maggiordomo fece come Giuseppe aveva ordinato e introdusse quegli uomini nella casa di Giuseppe» (vv.
16-17).
Da una parte c’è la figura di Giuseppe che si muove dominando la situazione; non dice una
parola di più e, come dice la lettera di Giacomo, «chi non pecca nel parlare è perfetto»; dall’altra
abbiamo i fratelli che emergono in tutta la loro rozzezza, tutte le loro paure, la necessità di dover
riprendere in mano una vita fatta di peccato. La scena è volutamente creata con questi contrappunti
e serve a dare una descrizione dei fratelli che vivono nell’angoscia, nel terrore, nella paura del
potente. Se Giuseppe li accogliesse realmente come potente li schiaccerebbe e questo sarebbe anche
l’ultimo gesto in cui si potrebbe calare, il peggiore di tutti i pozzi. Ma Giuseppe non agisce così e li
invita a tavola (segno della fraternità).
Quando la lettera ai Filippesi ci dice: «... ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri
superiori a se stesso» (2,3), cioè, se volete fare fraternità, «abbiate in voi gli stessi sentimenti che
furono in Gesù Cristo» (2,5). Se qui Giuseppe, che è figura di Cristo, si considerasse anche per un
momento superiore ai fratelli, la vocazione e missione che Dio gli ha dato si spezzerebbe, perché lui
può trovare se stesso unicamente in relazione a quei fratelli.
«Allora si avvicinarono al maggiordomo della casa di Giuseppe e parlarono con lui all’ingresso della
casa; dissero: “Mio signore, noi siamo venuti già un’altra volta per comperare viveri”» (v. 19)
e si scusano perché pensano che li abbiano portati lì a causa del denaro trovato nei sacchi (cf.
Gen 42,35). Il gesto di ospitalità di Giuseppe in questo momento per loro può funzionare solo come
rimorso, che si esplicita nel riprendere in mano una vita della quale avevano gettato via dei pezzi
importantissimi. Il maggiordomo, però, li tranquillizza.
«Quando Giuseppe arrivò a casa, gli presentarono il dono che avevano con sé, e si prostrarono davanti a
lui con la faccia a terra. Egli domandò loro come stavano e disse: “Sta bene il vostro vecchio padre di cui
mi avete parlato? Vive ancora?”. Risposero: “Il tuo servo, nostro padre, sta bene, è ancora vivo”, e si
inginocchiarono prostrandosi. Egli alzò gli occhi e guardò Beniamino, suo fratello, il figlio di sua madre,
e disse: “È questo il vostro fratello più giovane, di cui mi avete parlato?” e aggiunse: “Dio ti conceda
grazia, figlio mio!”. Giuseppe uscì in fretta perché si era commosso nell’intimo alla presenza di suo
fratello e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e pianse. Poi si lavò la faccia, uscì e,
facendosi forza, ordinò: “Servite il pasto”» (vv. 24-31).
Talvolta il pianto è una forma altissima di espressione, ma spesso è anche vero che non saper
dominare le proprie emozioni può guastare il cammino che si è cominciato e che sta procedendo
bene. Allora, non è che Giuseppe voglia dissimulare, tanto è vero che quando la storia arriva al cap.
45 piange apertamente, non ha più nessun pudore, ma è ancora necessario trattenersi e saper stare
nella situazione. Chi consola, per poter consolare deve essere sereno. Se infatti, davanti ad un

6
malato terminale, uno non ha mai affrontato con serenità il problema della morte, non potrà mai
consolarlo.
Nel momento del pianto, in Giuseppe irrompe tutta la sua storia ed egli si sente
contemporaneamente egiziano ed ebreo, figlio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. La sua
emozione nasce dal voler mettere insieme e tenere uniti, tutti questi pezzi della sua storia; è la
partecipazione profonda con i fratelli che vede davanti a lui pieni di amarezza e di angoscia. Ma
d’altra parte capisce anche che non è ancora giunto il momento pieno della liberazione: si è solo
intravista l’alba di una giornata radiosa.
Giuseppe fa finalmente servire il pasto (v. 31), disponendo tutti i commensali in tre tavole
diverse (v. 32): una per lui (è sempre il “visir” d’Egitto!), una per i suoi fratelli e la terza per gli
egiziani. E qui pone un segno che deve aver suscitato meraviglia nei fratelli: li dispone «davanti a
lui dal primogenito al più giovane, ciascuno in ordine di età» (v. 33). Poi mette in atto una
“preferenza affettiva” nei confronti di Beniamino, facendogli portare una porzione «cinque volte
più abbondante di quella di tutti gli altri» (v. 34), cosa che però non fa scattare la gelosia dei fratelli.
E’ un segno del loro cambiamento? O è a motivo del timore di compiere gesti fuori luogo alla
presenza del “visir” che li fa desistere da ogni commento?

2.5. Giuseppe mette alla prova i suoi fratelli (Gen 44)


Nel cap. 44 si racconta invece di come Giuseppe, prima che i fratelli partano con il grano
dall’Egitto, faccia mettere dal maggiordono nel sacco del fratello più giovane, una coppa d’oro
insieme al denaro del suo grano.
Con questo espediente Giuseppe ottiene quel che desidera: rimettere i «dieci fratelli» di fronte a
uno di loro che gode di particolari attenzioni affettive anzitutto dal padre, ma anche dallo stesso
Giuseppe, per vedere se si ripete quanto successo a lui (eliminazione del fratello).
Il maggiordomo, raggiunto il gruppo lungo la strada, li accusa di aver rubato la coppa del suo
signore. La tentazione di sbarazzarsi di Beniamino (nel suo sacco viene trovata la coppa), restando
con le mani pulite, ci può essere stata... Ma prevale la solidarietà. Assistiamo dunque alla svolta
decisiva: la scelta dei «dieci fratelli» è quella di restare uniti al fratello minore nella
schiavitù/sofferenza (v. 13). Tutti si stracciano le vesti in segno di dolore (per Giuseppe l’aveva
fatto solo Ruben e il padre, anche se con motivi diversi; cfr. 37,29.34). Tutti assieme ritornano in
città, solidali con Beniamino! Le sofferenze ingiuste subite da uno hanno fatto ricuperare la
solidarietà tra tutti i fratelli. E’ come se tutti fossero toccati dal vivo, in qualcosa di estremamente
importante ed essenziale per la vita di tutti. I «dieci fratelli» non sono più toccati nella loro
immagine e nel loro orgoglio come quando si sono trovati in una posizione subalterna rispetto a
Giuseppe (cf. cap. 37). Neppure si sentono toccati nei loro interessi materiali (cf. capp. 42-43): è
vero, sono in ristrettezze economiche per la carestia, ma avvertono che c’è qualcosa di più urgente
(e che dove ancora essere esplicitato)! Tutto questo grazie alla sofferenza, anzi al torto che subisce
uno di loro. Anni prima non si erano commossi di fronte alle suppliche di Giuseppe (cfr. 42,21) e al
dolore del padre (cfr. 37,31s). Ora davanti all’ingiustizia che uno di loro subisce riescono
finalmente a ricuperare l’unità fraterna. Soffrire con il proprio fratello: è questo il prezzo da pagare
per scoprirsi veramente e autenticamente fratelli! La relazione Caino-Abele è finalmente recuperata:
non più «io non sono custode di mio fratello», ma «noi siamo custodi di nostro fratello». Sono così
pronti all’incontro con il “visir” Giuseppe.
«Allora, Giuda e i suoi fratelli vennero nella casa di Giuseppe, che si trovava ancora là, e si gettarono a
terra davanti a lui» (v. 14)
ed è la terza prostrazione che compiono davanti a lui, com’egli aveva visto tanti anni prima nel
suo sogno.
«Giuseppe disse loro: “Che azione avete commessa? Non sapete che un uomo come me è capace di
indovinare?”» (vv. 14-15).

7
Apparentemente dovrebbe dir loro che non si fanno azioni come quelle che sono accusati di aver
compiuto, invece è molto più profondo e con questa frase dice: «voi non vi potete sottrarre al mio
sguardo». Allora Giuda dice:
«Che dovremmo dire al mio Signore? Come parlare? Come giustificarci? Dio ha scoperto la colpa dei
tuoi servi... Eccoci schiavi del mio signore, noi e colui che è stato trovato in possesso della coppa» (v. 16).
Noi siamo veramente colpevoli, dice Giuda. Siamo colpevoli di aver rubato la coppa, ma
soprattutto colpevoli di un altro delitto che avevamo cercato di nascondere e che ora Dio e le
circostanze hanno evidenziato.
L’unica volta che hanno ragione (sanno di essere innocenti, ma non lo possono provare), essi
riconoscono di aver torto. Noi, invece, facciamo le guerre per quell’unica volta che abbiamo
ragione e non c’è niente di peggio che trovarsi davanti ad uno che ha ragione. Il cammino è
capovolto perché uno si accusa quando ha ragione. Gesù poteva dire: «Visto che sono buono mi
posso prendere metà della colpa: metà io e metà voi, mezzo calvario per ciascuno», ma non è questo
il modo in cui Dio opera la salvezza. Siamo colpevoli e ci abbiamo impiegato tanto tempo a
riconoscerlo perché preferivamo non pensarci, preferivamo non parlarne, ma ora le vicende ci
hanno portato ad ammettere che siamo veramente colpevoli di un delitto, perché abbiamo ucciso un
fratello.
Quella che segue è una delle pagine più belle di oratoria dell’Antico Testamento.
«Allora Giuda gli si fece innanzi e disse: ‘Mio signore, sia permesso al tuo servo di far sentire una parola
agli orecchi del mio signore; non si accenda la tua ira contro il tuo servo, perché il faraone è come te! Il
mio signore aveva interrogato i suoi servi: Avete un padre o un fratello? E noi avevamo risposto al mio
signore: Abbiamo un padre vecchio e un figlio ancor giovane natogli in vecchiaia, suo fratello è morto ed
egli è rimasto il solo dei figli di sua madre e suo padre lo ama. Tu avevi detto ai tuoi servi: Conducetelo
qui da me, perché lo possa vedere con i miei occhi. Noi avevamo risposto al mio signore: Il giovinetto
non può abbandonare suo padre: se lascerà suo padre, questi morirà. Ma tu avevi soggiunto ai tuoi servi:
Se il vostro fratello minore non verrà qui con voi, non potrete più venire alla mia presenza. Quando
dunque eravamo ritornati dal tuo servo, mio padre, gli riferimmo le parole del mio signore. E nostro padre
disse: Tornate ad acquistare per noi un po’ di viveri. E noi rispondemmo: Non possiamo ritornare laggiù:
se c’è con noi il nostro fratello minore, andremo; altrimenti, non possiamo essere ammessi alla presenza
di quell’uomo senza avere con noi il nostro fratello minore. Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: Voi
sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da
allora non l’ho più visto. Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste
scendere con dolore la mia canizie nella tomba. Ora, quando io arriverò dal tuo servo, mio padre, e il
giovinetto non sarà con noi, mentre la vita dell’uno è legata alla vita dell’altro, appena egli avrà visto che
il giovinetto non è con noi, morirà e i tuoi servi avranno fatto scendere con dolore negli inferi la canizie
del tuo servo, nostro padre. Ma il tuo servo si è reso garante dei giovinetto presso mio padre: Se non te lo
ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita. Ora, lascia che il tuo servo rimanga invece del
giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! Perché, come potrei
tornare da mio padre senz’avere con me il giovinetto? Ch’io non veda il male che colpirebbe mio padre!»
(vv. 18-34).
Qui c’è il capovolgimento totale! Giuda parla e fa un discorso pieno, totale, assumendosi tutta la
responsabilità della fratellanza e parlando a nome di una fraternità di cui lui è soltanto l’interprete,
una fraternità che si sta ricostruendo. Riassume la storia e fa un racconto dell’accaduto assumendosi
personalmente la colpa, con tutte le conseguenze. Egli ha superato la prova e con lui la superano
tutti i fratelli. Mentre Giuseppe dice: «Deve pagare solo uno, il colpevole», lui dice: «No, pago io
che sono innocente!». E’ cambiata totalmente la logica che lo guida nelle scelte: non è più «mors
tua – vita mea» («la tua morte è la mia vita»; così al cap. 37), ma «mors mea – vita tua» (= la mia
morte è vita per te).
Che cosa è mutato? Prima l’invidia verso il fratello era il rifiuto del padre, ora l’idea che il padre
possa morire di crepacuore è la molla che lo rende disposto a pagare di persona purché il fratello
minore sia libero e il padre non soffra. Non solo si è ricreato un legame di responsabilità, di

8
solidarietà e di fratellanza, ma è anche nato un rapporto nuovo di amore per il padre che era stato la
causa determinante della divisione antecedente. Ora manca solo che Giuseppe si unisca a loro,
dichiarandosi e scoprendosi formalmente perché dopo tutti i segni ambigui, avvenuti prima, essi
sono pronti a poterlo riconoscere.
Sottoponendoli alla prova, Giuseppe ha quindi svolto verso i fratelli un vero e proprio ruolo di
educatore. E questo sia in forza della stessa missione che ha ricevuto: «cercare i fratelli» non solo
materialmente, ma soprattutto «convertendoli» alla fraternità. Giuseppe stesso per svolgere questo
compito è stato messo alla prova da Dio e, dalla situazione iniziale di fanciullo ingenuo, semplice,
un po’ sciocco, vanesio, attraverso la scuola ed il crogiolo dell’umiliazione, è stato reso sapiente da
Dio, cioè capace di leggere in termini positivi l’intervento di Dio nella sua vita. Chi è veramente
arrivato a questa sapienza ha il diritto e il dovere di rieducare i fratelli alla fratellanza.

2.6. Giuseppe si fa riconoscere (Gen 45)


Al termine del discorso di Giuda, Giuseppe non può più trattenersi e grida: «Uscite tutti dalla
mia presenza» (v. 1). L’ordine viene dato agli egiziani e significa che Giuseppe è tornato ad essere
insieme ai suoi fratelli quello che era chiamato ad essere, non più un forestiero; quest’ordine
rappresenta in modo chiaro il suo distacco dall’ambiente, quell’ambiente nel quale si era tuffato e
che gli aveva fatto dimenticare la casa di suo padre. Allora, facendosi riconoscere dai fratelli, piange
e stavolta non ha vergogna; piange così forte che lo sentono tutti, anche fuori. Fa un discorso (vv. 9-
15) che è una mescolanza di emozioni, ragionamenti e motivazioni, dichiarazioni di fratellanza
quasi trattenute. Questo è uno dei momenti della storia biblica in cui siamo maggiormente travolti
dal flusso delle emozioni, in cui è fondamentale l’inizio del discorso: «Io sono Giuseppe», frase che
ci fa pensare ai racconti della Resurrezione dove Gesù dice: «Io sono». «Io sono» colui che, messo
a morte da voi, è in mezzo a voi come origine e causa della vostra salvezza. Gli apostoli sono presi
dal terrore per la sua presenza (cfr. Lc 24,37). Successivamente però, alla parola di pace di Gesù,
cessa la paura, c’è una situazione totalmente nuova e tutti riescono a diventare se stessi davanti al
Risorto ed a stare gli uni davanti agli altri, finalmente da fratelli. Giuseppe non provoca più né
timore né condanna perché non è lì per condannare i fratelli. Se la paura c’è stata, ora è scomparsa e
tutti possono stare davanti a Giuseppe e davanti gli uni agli altri in modo nuovo, nella verità. C’è
stata la confessione pubblica del peccato e c’è la presenza del fratello che non è lì per recriminare o
accusare ma per consolare, per offrire il dono di Dio. Giuseppe è veramente diventato benedizione
per tutti, lui che era maledizione.
«Io sono Giuseppe, il vostro fratello che avete venduto per l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi
crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in
vita»”(vv. 4-5).
Il protagonista visibile mette in evidenza il protagonista invisibile; è la trama che conduce tutti
questi capitoli.
I vv. 6 e 7 sono da uomo sapiente che ha imparato a comprendere i disegni di Dio: «Dio mi ha
inviato qui» - notate come sia una delle poche volte in cui il nome di Dio appaia sulla bocca di
Giuseppe – «prima di voi, per preparare un posto a voi» - e questa è esattamente la funzione del
Salvatore che sale in cielo per preparare un posto anche a noi. «Mi ha inviato perché procurassi
sopravvivenza a voi in questo paese e salvassi la vostra vita». È un fiume di emozioni che escono
dal cuore di Giuseppe che finalmente può rivelarsi.

3. Il rapporto di Giuseppe con la terra


La novità di Giuseppe nella storia della salvezza risiede nella sapienza amministrativa dei beni,
volta non più ad accaparrare prosperità per sé, con astuzia onesta o disonesta (come aveva fatto suo
padre, Giacobbe), ma a vantaggio di tutta l’umanità. Gen 47 celebra espressamente Giuseppe come

9
«economo del mondo», e la sua politica agraria di capitalismo di stato, lungi dall’esservi minima-
mente criticata (sarebbe anacronistico!), viene elogiata come un piano per salvare la vita del popolo
dalla carestia, assicurando a tutti lavoro e pane. Si noterà che i termini indicanti «pa-
ne»,«nutrimento», «sostentamento», «carestia», «fame»... ricorrono continuamente nel capitolo8. È
importantissimo sottolineare questo disinteresse universalistico del ruolo di Giuseppe e, teniamolo
sempre presente, di Gesù, di cui Giuseppe è il profeta.
Un figlio d’Israele, innocente, venduto dai suoi fratelli per gelosia e invidia per la «unicità della
sua elezione», spogliato del suo primato e della condizione di figlio prediletto del padre, nel paese
d’esilio - senza farsi sedurre dal potere, dal denaro e dalla fortuna - diventa egli stesso «la fortuna»
e «il salvatore», non solo dei suoi, ma di tutto l’Egitto (= la potenza mondiale del momento) e della
comunità di paesi che gravitano intorno ad esso.
Il timore del Signore insegna a Giuseppe a interpretare rettamente la terra, a dominarla e a vivere
in essa secondo tutta la verità della creazione del «sesto giorno» (cf. Gen 1,26-31). La salvezza di
tutti dipende da uno solo, un giusto ingiustamente sofferente, bersaglio del peccato collettivo dei
fratelli, ma per il bene di tutti sostenuto e assunto in alto da Dio solo. La profezia del Servo di
JHWH, specialmente di Is 52,13-53,12 costituisce la chiave di lettura più appropriata della vicenda
di Giuseppe e di Gesù.
Agli egiziani affamati, i quali gridano a lui per avere il pane, il faraone risponde: «Andate da
Giuseppe; fate quello che vi dirà» (Gen 41,55). E da tutti i paesi venivano in Egitto per acquistare
grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra, ma in Egitto c’era il pane (Gen
41,53-57).
C’è un canto nel Nuovo Testamento, che celebri questa storia, più bello dell’inno cristologico di
Fil 2,5-11?
Alla fine, l’itinerario del libro della Genesi - e di tutta la Bibbia - ritrova l’economia del princi-
pio: essere un «vangelo» di benedizione divina e di salvezza per tutta la creazione (cf. il «settimo
giorno»), riscattando la negatività del peccato. Il servizio liturgico e sacerdotale d’Israele e del suo
Messia raggiunge il suo compimento e la sua eterna promozione con Gesù: «E quando tutto gli sarà
stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, per-
ché Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28).
La sapienza di Giuseppe è la qualità di ogni uomo o donna «riuscita», che «sa vivere», cioè
«camminare» nel mondo, nel senso più vero e nobile; un uomo o una donna che, pacificati interior-
mente, si trovino armoniosamente integrati tra gli altri esseri umani, le cose e gli eventi della vita e
della condizione umana; un uomo o una donna esperti, in pratica, della vita e della morte, della
gioia e del dolore, dell’amore, dell’amicizia, della pace e della guerra, della ricchezza e della pover-
tà, del successo e dell’insuccesso; un uomo o una donna capaci di interpretare rettamente, di muo-
versi prudentemente e di impartire un insegnamento valido a proposito di chi sia l’uomo e la donna,
di come si conduca una famiglia e si educhino dei figli, di come si viva e ci si faccia rispettare nella
società, si conducano gli affari e si gestisca il denaro, ecc.
L’elemento specificamente biblico di questa sapienza – lo ribadiamo - sta nel fatto che essa non
è frutto solo di esperienza umana o di innato «buon senso», bensì dono di Dio, del suo Spirito (San-
to) a un uomo o a una donna, o a un intero popolo, che si lascino educare dalla sua Parola. Una sa-
pienza «che viene dall’alto», come la descrive Giacomo:
«Anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità,
senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace» (Gc
3,13-18).

8
vv. 4.12.13.15.16.17.19.20.24; cf. Gen 41,33-36.47-49; ecc.

10