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Domenica II Quaresima “B” Morolo 2006-03-12

“Il Signore, dopo aver predetto ai suoi discepoli la sua passione, li invitò a seguirlo. Ora,
perché uno possa continuare diritto per la sua strada, è necessario che in qualche modo ne conosca il
fine in anticipo: sull’esempio del arciere il quale non può lanciar bene la freccia se non guarda
prima l’oggetto da colpire. Di qui le parole di Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai, e come
possiamo sapere la via?» Ciò è particolarmente necessario quando la via è difficile e ardua, il
cammino faticoso ma il fine attraente. Ora Cristo, per mezzo della sua passione, arrivò alla gloria,
non solo dell’anima, che già possedeva fin dal principio del suo concepimento, ma anche del corpo,
secondo l’affermazione dell’Evangelista: «Era necessario che il Cristo patisse tutto questo, e così
entrasse nella sua gloria». A codesta gloria egli conduce anche coloro che seguono le orme della sua
passione, come si esprimono gli Atti degli Apostoli: «Attraverso molte tribolazioni ci è necessario
entrare nel regno dei cieli»”1

La Domenica scorsa, Iª di Quaresima, vedevamo il Deserto, la prova delle tentazioni, il


combattimento, la lotta: la purificazione per la quale necessariamente incomincia il nostro cammino
quaresimale, e anche il nostro cammino spirituale. L’inizi sono sempre di ascetica, di esercizio, di
forte pratica, di sacrificio. Io non posso salire una montagna senza un minimo di allenamento. Però,
se non conosco il fine in anticipo, se non so dove sia la vetta, come faccio a salire? È quello che si
dice in filosofia: “quello che è primo nell’intenzione, è l’ultima cosa nell’esecuzione”, cioè, per
primo ho presente il fine, e poi i mezzi per raggiungerlo. Questo è la IIª Domenica di Quaresima: la
gloria, la meta alla quale dobbiamo arrivare, la fine del cammino, il riposo! Maestro, è bello per noi
stare qui, facciamo tre tende!

Ci sono, dunque, le due estremi del cammino: il punto di partenza, e il punto di arrivo;
Passione e gloria, Deserto(o Calvario) e Tabor, la lotta e la conora, il sacrificio e il riposo, la morte
e la risurrezione!Oggi, come in tante altre cose, si fa una falsa dialettica, un’opposizione che in
realtà non esiste, tra morte e risurrezione: Sono due momenti della stessa via, l’iniziale e il finale.
Non possiamo incominciare dal finale, non possiamo ricevere la corona senza combattere. Maestro,
è bello per noi stare qui, facciamo tre tende! No, Pietro, non è così, bisogna incominciare da capo,
senza omettere nessuna tappa!

Non c’è opposizione, bensì supposizione, complemento: non si può risuscitare se non si
muore, e la morte senza la risurrezione non avrebbe senso, sarebbe una sconfitta. Tante volte si
oppone falsamente la giustizia all’amore (ad esempio, un padre che punisce un figlio, non significa
che non lo ami, anzi, se non lo correggerebbe sarebbe un padre crudele); la fermezza e la dolcezza,
la fortezza e la mansuetudine, la santa ira e la pazienza, la purezza e il grande affetto, la
magnanimità e l’umiltà, la prudenza e il coraggio, la allegria e la penitenza(si può vivere l’allegria
del risorto e essere penitente), ecc.

Il Papa si riferisce a due tipi di amore, quello mondano, l’eros, che è ascendente, egoista,
amore possessivo, affascinato per la promessa di felicità pretende la felicità a tutti costi(un po’
come Pietro che non sapeva quel che diceva: faciamo tre tende); e l’amore cristiano, l’agape, amore
discendente, amore oblativo, che diventa cura dell’altro, rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo
cerca.

Queste due estremi del cammino vengono collegati anche nella stessa liturgia della Parola di
oggi: la prima ci parla di un sacrificio, il sacrificio di Abramo, al quale Dio risparmiò la vita, ma
come dice l’Apostolo nella seconda lettura, Egli (Dio) che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma
lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?Cioè, la prova che il Padre ci
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SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th., III, 45, 1

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ama, è che risparmiò la nostra vita, ma non perdonò al proprio Figlio. Quando Isacco chiese a
Abramo, abbiamo la legna, il coltello, ma l’agnello? Dov’è l’angello papà? Dio provvederà
l’Angello, figlio mio! E Dio ci ha dato suo Figlio, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo!

Carissimi, come sapete che la vostra madre vi ama? Lo sapete perché si sacrifica per voi,
non perché è brava a cuccinare, ma perché passa ore cuccinando per te; no perché sappia cantare
molto bene, ma perché quando eri bambino passava ore accanto alla culla cantando per te! Orbene,
come sappiamo che Dio ci ama? Perché non risparmiò la vita del Figlio Unigenito, l’Amato. Infatti,
dice giovanni, in questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito
Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo stà l’amore: non siamo stati noi ad
amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i
nostri peccati. (1 Gv 4, 9-10). Cioè, quello che dovevamo fare noi, espiare i nostri peccati, lo ha
fatto Gesù, affinché quello che li era propio, la risurrezione, la gloria, come l’ha mostrata nella
trasfigurazione a Pietro, Giacomo e Giovanni, c’è l’ha data a noi.

Ma non possiamo dire, Maestro, è bello per noi stare qui, facciamo tre tende! Non possiamo
andare alla luce senza passare per la croce! Questa è la grande tentazione, voler fare tre tende al
Tabor, saltando il Calvario!

Questi due estremi del cammino li vediamo anche nello stesso Vangelo di oggi, solo nel
Vangelo: abbiamo letto che mentre Gesù si trasfigurava, apparve loro Elia con Mosè, che
discorrevano con Gesù. Su che cosa discorrevano mentre Gesù era avvolto della sua gloria e le sue
vesti devennero splendenti, bianchissime, tanto che nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle
così bianche?

Il Vangelo di Marco non dice nulla, ma quello di Luca viene in nostro aiuto: Ed ecco due
uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua
dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Del suo «passaggio», «della sua
Pasqua», cioè della sua morte e risurrezione, e ascensione. Nell’Ultima Cena, dice Giovanni, Gesù,
sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi
che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Questi è il mio Figlio...ascoltatelo! Che cosa ci ha detto il Figlio Amato? Io sono la


Risurrezione e la Vita, che viene a me non morirà; chi mangia della mia carne avrà la vita e io lo
risusciterò nell’ultimo giorno, io sono il Cammino, la Verità e la Vita.

Ma Gesù ci ha detto pure, Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda
la sua croce ogni giorno e mi segua. Non ha detto se qualcuno vuole venire dietro di me, venga al
Tabor che faremo tre tende! Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria
vita per me, la salverà.

I santi l’hanno capito molto bene. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non
Gesù Cristo, e questi crocifisso.(1 Cor 2, 2); Quanto a me, invece, non ci sia altro vanto che nella
croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso,
come io per il mondo(Gal 6, 14).

E San Pietro: Ma se faccendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà
gradito davanti a Dio. A questo indatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme (1 Pt 2, 20-21)

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Vedete, i santi non amavano la risurrezione, bensì la croce. Se può amare per il premio,
oppure per il puro amore di Dio.

E San Luigi Orione: «A Gesù lo si ama, e lo si serve nella croce e crocifissi con lui, non di
un altro modo.»

E San Luigi Maria di Montfort, nella Lettera Circolare agli Amici della Croce:

«Il capo è coronato di spine, e le membra vorrebbero coronarsi di rose? Il capo è deriso e
coperto di fango sulla via del Calvario, e le membra sarebbero cosparse di profumi in seggi regali?
Il capo non ha un guanciale dove posare la testa, e le membra dormirebbero mollemente adagiate su
materassi di piume? Sarebbe un controsenso inaudito! No, no, cari Compagni della Croce. Non
fatevi illusioni. (...) Se dunque il cielo vi offrisse insieme -come fece a santa Caterina da Siena- una
corona di spine e una corona di rose, come lei sappiate scegliere, senza esitare, la corona di spine e
conficcatevela per bene sul capo, per rassomigliare a Gesù Cristo.»

E nel nostro caricare la croce, con allegria, ci sostiene l’alzare lo sguardo e comtemplare la
gloria del Tabor, la vittoria di Cristo, la su Risurrezione e la sua gloria, di fronte alla quale, tutte le
prove e le difficoltà, tutte le croci di questa vita sono un nulla, perché, ha detto pure San Paolo: il
momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna
di gloria poiché le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che
dovrà essere rivelata in noi!