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Dialogo sulla pena di morte

di Pietro Alotto

Immanuel Kant Cesare Beccaria

All’origine questo scritto avrebbe dovuto essere una breve ricerca su: i filosofi e la
pena di morte. Anzi, proprio questo era il titolo che avevo pensato di darle. Poi,
però, mi sono domandato a chi poteva servire una mera sequenza di considerazioni
teoriche e di prese di posizione contrastanti, per quanto autorevoli. Se non si
corresse il rischio di rafforzare la convinzione che, nascondendosi dietro le parole di
Kant, piuttosto che di Beccaria o Stuart Mill, ognuno, alla fine, in questa materia
si sentisse autorizzato a pensarla come vuole.
Esporre le diverse posizioni filosofiche, discutendone le argomentazioni a sostegno
non era possibile in così breve spazio, e senza correre un ulteriore rischio: quello di
assommare la mia povera voce a quella ben più forte e potente dei grandi filosofi.
Da qui l’idea del dialogo.
Il dialogo rende possibile il confronto e lo scontro delle diverse posizioni su un
terreno aperto, quello della disfida delle buone ragioni.
Questo escamotage mi ha permesso di presentare le argomentazioni dei
sostenitori della pena di morte e quelle degli abolizionisti, di valutarne la diversa
solidità argomentativa, di evidenziarne quelli che, a mio avviso, sono i punti deboli
e i punti di forza.
Gli argomenti a sostegno delle due posizioni sono quelli prevalenti nel dibattito
sulla pena di morte. Ho provato a riportarli nel modo più obiettivo, cercando di
renderli più solidi e convincenti che ho potuto.
Gli studenti che si sono cimentati nella produzione degli elaborati su questo tema
riconosceranno in molte di queste argomentazioni, alcune delle loro idee (questo a
testimonianza del fatto che si può essere filosofi senza saperlo), e vi potranno
trovare e valutare anche le possibili obiezioni ai loro argomenti. A loro continuare
il gioco con le possibili contromosse.
Questo dialogo vuole essere un modesto esempio di discussione razionale di un
tema che si presta facilmente a prese di posizione emotive. Quello che ho cercato di
fare, è di esplicitare le diverse posizioni sul tema, di rendere visibili le loro
conseguenze logiche, il loro significato e le ricadute sul piano etico, sperando di
alimentare se non altro il seme del dubbio, in ragazzi che troppo spesso tendono a
manifestare ostinate certezze.

Era una notte buia e tempestosa. I due amici, entrambi prof. e


colleghi-rivali presso la medesima università, sorseggiavano
stancamente il loro vino rosso di Sicilia, davanti al camino acceso,
quando ad uno di loro, Cesare, venne la brillante idea di chiedere….
Cesare. Ma è vero che stai preparando un articolo in difesa della
pena di morte?
Emanuele. Sì, chi te l’ha detto.
C. Un uccellino. Ma come ti salta in mente!
E. Cosa ci trovi di così strano? Sono stufo di tutti questi piagnistei
ipocriti attorno alla sorte di criminali recidivi, crudeli fino all'atrocità,
insensibili di fronte alle sofferenze e al destino delle loro vittime. E’
giusto che paghino il fio delle loro colpe. E poi, non vedi come la
criminalità diviene sempre più arrogante, aggressiva, spavalda ed
efferata? Bisogna porre un freno a tutto ciò, e sicuramente non lo
sono le pene miti, l’abbreviazione delle pene e l’eccessiva
preoccupazione per la rieducazione ed il reinserimento dei criminali.
La pena di morte è una forma di pena come un’altra, una pena giusta
oltreché utile!
C. Mi sorprende sentirti dire queste cose. Ma davvero ritieni che la
pena di morte sia una forma efficace di deterrenza? Davvero pensi
che reintroducendo la pena di morte, la criminalità diverrà meno
arrogante, aggressiva, spavalda ed efferata? Mi piacerebbe sapere con
quali argomenti pensi di giustificare la tua tesi, nell’articolo che ti
proponi di scrivere.
E. D’accordo, a condizione che tu t’impegni a cercare di confutarli,
così saprò che genere di attacchi dovrò aspettarmi per il mio articolo.
C. Benissimo, inizia pure.
E. Innanzitutto, facciamo il punto della questione.
E’ compito dello Stato proteggere i suoi cittadini dalla criminalità; è
questo uno dei fondamenti del contratto sociale. Lo Stato può e deve
punire chi si macchia di un reato. E’ questo un principio che tutti noi
accettiamo incondizionatamente.
E’ altresì acquisito dalla civiltà giuridica dei paesi democratici che la
pena serve come giusta punizione per la violazione della legge, e come
deterrente affinché i crimini non avvengano o non vengano reiterati. E’
giusto, poi, che la pena sia commisurata al crimine commesso e che
non sia crudele, che non ecceda, cioè, il fine che noi vogliamo
raggiungere (la protezione della società).
Sono queste le due concezioni tradizionali della funzione della pena:
quella retributiva e quella preventiva o utilitaristica. La prima si fonda su
una concezione della giustizia come eguaglianza. La seconda sul
principio utilitaristico secondo cui un atto, una pratica sono
giustificati se aumentano la quantità di felicità per il maggior numero
di persone possibile (se porta ad un saldo positivo la felicità sociale vs
l’infelicità). Ed è evidente che se la pena (la minaccia della pena)
scoraggia le possibili azioni dannose, la felicità sociale aumenta.
Ora, il dibattito sulla pena di morte ruota attorno alla questione se sia
lecito moralmente e giuridicamente allo Stato condannare e mettere a
morte un accusato. In altre parole: è la condanna capitale una pena
uguale alle altre? E, se si, è la pena capitale una punizione giusta? È
anche utile? O è giusta e utile insieme? E ancora, è evidente che se la
vita delle persone è un diritto inalienabile, lo Stato non potrà alienarla.
Infine, che diritto morale ha lo Stato di fare lecitamente ciò che vieta
di fare ai suoi cittadini?
Ebbene, la mia risposta è, come ho già anticipato, affermativa: la pena
di morte è giusta e utile, anche se deve essere, a mio avviso, limitata ai
crimini di omicidio e strage. Chiarirò più avanti la mia posizione
riguardo alle due ultime questioni.
La mia posizione può essere definita retributivista e utilitarista insieme.
Io accetto il principio (retributivista) per cui la pena deve essere
innanzitutto finalizzata a rendere giustizia, e che una pena giusta è una
pena proporzionata al danno provocato, al delitto, alla colpa.
Dunque, nel caso della pena capitale: la vita del condannato per quella
della vittima. La vita è il nostro massimo bene, se qualcuno ce la
toglie deve essere punito togliendogli il massimo dei suoi beni, cioè la
vita.
C. E’ l’antica legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente!
E. Precisamente. Nella versione data dal codice di Hammurabi:

Se un costruttore costruisce una casa per qualcuno, non la


costruisce in modo appropriato e la casa crolla uccidendo il suo
proprietario, allora il costruttore dovrà essere messo a morte. Se ad
essere ucciso è il figlio del proprietario, allora sarà il figlio del
costruttore a dover essere messo a morte.

C. Ma chi ti dice che la vita sia il massimo dei beni che un uomo può
perdere?
E. Ce lo dice, p. e., Kant nella Metafisica dei Costumi:

Se egli ha ucciso egli deve morire. Non c’è nessun paragone


possibile fra una vita, per quanto penosa, e la morte, e in
conseguenza nessun altro compenso fra il delitto e la punizione,
fuorché nella morte giuridicamente inflitta al criminale […].

Ed io sono pienamente d’accordo con lui. Ma lasciami continuare. La


pena di morte, a mio avviso, è giusta per altre due ragioni: perché è
l’unica punizione che risarcisce i familiari della perdita del loro caro;
perché compensa il male fatto.
C. Mi piacerebbe sapere a quali condizioni tu abbandoneresti questa
tesi. Se io per es. ti dimostrassi che questa presunta uguaglianza non
sempre c’è o che porta ad alcune incoerenze ed assurdità?
E. Vediamo queste incoerenze e queste assurdità.
C. Iniziamo, con l’assurdità. Se applichiamo il principio in modo
coerente (come fa il codice di Hammurabi) dovremmo fare al
condannato quello che lui ha fatto alla vittima: rapire i rapitori,
torturare i torturatori, uccidere con le stesse modalità chi ha ucciso,
facendogli passare le stesse sofferenze, ecc., il che o è praticamente
impossibile (non tutti i tipi di danno possono essere contraccambiati)
o non avviene di fatto e non ci si propone generalmente di fare, in
quanto la severità della punizione, nei paesi civili, ha dei limiti,
imposti dal senso di giustizia e dal nostro comune senso della dignità
umana. Inoltre, la cosa diviene assurda, nel momento in cui il
condannato è accusato di strage: quante volte bisogna farlo morire
per raggiungere la giusta proporzione?
E. Io credo che tu confonda le cose. Non puoi mettere sullo stesso
piano il rapimento e l’assassinio. La concezione retributiva della pena
richiede soltanto che la pena sia adeguata al danno, e che, quindi,
crimini di gravità minore siano puniti con pene di minore gravità. Ma
l’assassinio, essendo il più grave dei crimini, va punito nel modo più
grave.
C. Bene, ma perché allora ritenere che solo e soltanto la pena di
morte sia la forma di punizione adeguata all’assassinio? In fondo, che
la morte non sia paragonabile a nient'altro che alla morte è
un’affermazione di Kant non provata e perciò contestabile. Stuart
Mill, p.e., riteneva che la pena di morte fosse meno grave della
condanna ai lavori forzati a vita, e giustificava il suo favore nei
confronti della pena di morte come un atto di umanità nei riguardi dei
condannati.
E. Qualsiasi cosa si possa dire, io ritengo che non ci sia niente che
faccia paura più della morte. Basta pensare al sollievo che la morte di
un assassino porta ai familiari della vittima. Nessun’altra forma di
condanna rende soddisfazione, ai parenti delle vittime, li risarcisce più
della pena capitale.
C. Ma allora, hanno ragione quei critici che sostengono che la pena di
morte si fonda non tanto su elementari principi di giustizia, quanto
invece sul sentimento di vendetta. D’altra parte, sarai d’accordo con
me che niente, nemmeno la morte dell’assassino, potrà riportare in
vita la vittima: e questa è l’unica forma di compensazione che
potrebbe riportare le cose al loro ordine iniziale.
E. Il sentimento di vendetta dei familiari è comprensibilissimo e
condivisibile. Mettiti nei loro panni!
C. Non sto affermando che la vendetta non sia un sentimento
naturale, quanto che affidarsi ad essa significhi tornare indietro a
un’epoca di barbarie giuridica. La nostra civiltà giuridica comincia a
muovere i suoi primi passi proprio nel momento in cui alla legge del
taglione si sostituisce la lex salica, che prevede che il danno arrecato
possa essere riparato attraverso un pagamento in denaro o
l’espiazione. E’ la sublimazione e la razionalizzazione della punizione
intesa come retribuzione del danno, di cui lo Stato si fa il tramite e
che sostituisce la vendetta personale. Io ritengo che lo Stato non
possa farsi strumento dei sentimenti di vendetta dei familiari, ma solo
di un interesse supremo di giustizia.
E. Ma è proprio questo il punto: non c’è giustizia senza
compensazione del danno arrecato; e la morte è la sola
compensazione possibile per un assassinio.
C. Mi pare che siamo arrivati ad una prima impasse. Andiamo avanti
con un’altra questione. Può uno Stato arrogarsi il diritto di togliere la
vita ad una persona? Come la mettiamo con il principio del diritto
naturale alla vita? Cesare Beccaria sosteneva che un individuo - dal cui
accordo con gli altri (contratto sociale) deriva la società politica - non
può in alcun modo avere volontariamente ceduto ad altri uomini
“l’arbitrio di ucciderlo”. E’ vero, lo Stato nasce nel momento in cui
un cittadino, entrando a farne parte, rinuncia ad una porzione della
propria libertà, ma in questa rinuncia non può rientrare il massimo dei
beni, la vita.
E. E’ il vecchio argomento contrattualistico. Ebbene, tu hai citato il
tuo Beccaria ed io ti rispondo con altri due padri della teoria
contrattualistica, Locke e Rousseau. Locke ritiene che un cittadino nel
momento in cui commette un qualsiasi crimine, perde con ciò i suoi
diritti; e la società può e deve punirlo sia perché egli merita
(retribuzione) di essere punito, ma anche per difendersi (utilitarismo);
e, quello che è più importante, la pena può arrivare fino alla morte.
Rousseau, nel Contratto sociale, sostiene che il cittadino nel momento in
cui accetta il contratto sociale non si riserva alcun diritto alla vita: “E’
per non essere vittima di un assassinio che si acconsente a morire se
tale si diventa”.
C. Sono opinioni autorevoli, ma sempre opinioni. Io sto dalla parte di
Beccaria: perché dovrei rinunciare al mio diritto alla vita per ottenere
la garanzia di non essere assassinato? E chi mi può dare questa
garanzia? Solo la cieca fiducia nell’effetto deterrente che la minaccia
di morte può avere, potrebbe spingermi ad un tale passo, ma questo è
un punto ancora contestato. Soltanto se mi si proverà con assoluta
certezza che tale effetto deterrente esiste realmente, potrò dare una
qualche ragione alle convinzioni di Locke e Rousseau.
Io ritengo che uno Stato che mette a morte un cittadino si macchi
della stessa colpa che vorrebbe correggere. E’ un argomento di
giustizia che ad atti uguali devono essere assegnati gli stessi attributi o
le stesse valutazioni.
E. Io credo che tu ti sbagli. Non si possono mettere sullo stesso
piano gli atti individuali e gli atti dello Stato. Sarai d’accordo con me
che “il tutto viene prima delle parti”, e che quindi la vita dello Stato,
dell’intero corpo sociale valga più di (è un bene superiore rispetto a)
quella di una delle sue parti. Mi ero scritto questa citazione dalla
Summa Theologica di S. Tommaso:
Ogni parte è ordinata al tutto come l’imperfetto al perfetto […]
Noi vediamo a causa di ciò che se l’asportazione di un membro
giova alla salute dell’intero corpo umano […] è lodevole e
salutare sopprimerlo. Ora ogni persona considerata a parte si
pone in rapporto alla comunità come la parte rispetto al tutto.
Di conseguenza se un uomo costituisce un pericolo per la
comunità […] è lodevole e salutare metterlo a morte per salvare
il bene comune.

C. Questo richiamo a S. Tommaso e alla veneranda concezione


organicistica dello Stato mi stupisce in un laico come te. Comunque,
ad essa si può opporre la teoria contrattualistica della Stato che porta
a considerare le cose in modo differente: lo Stato non è prima
dell’individuo, ma nasce dopo. Non basta, io contesto anche l’uso di
luoghi comuni come il luogo della quantità di aristotelica memoria,
secondo cui una cosa vale più di un’altra per ragioni quantitative, o
quello dell’ordine che afferma la superiorità dell’anteriore sul posteriore.
E. Che lo Stato sia superiore all’individuo è indubitabile, lo prova
anche l’esistenza (fin qui mi pare non contestata), della dottrina della
ragion di stato, che si fonda sul principio che nella condotta dello Stato
sono concesse deroghe alle norme generali che valgono per i privati.
Ecco allora che non si vede perché allo Stato non debba essere
concesso ciò che è normalmente concesso ai cittadini, il diritto, p.e.,
di legittima difesa. La legittima difesa (insieme allo stato di necessità) è una
ragione che può giustificare un reato; ed è un motivo di
giustificazione accolto dal diritto penale di tutti i paesi. Ora, uno degli
argomenti a favore della pena di morte si fonda proprio sul principio
della difesa sociale. Lo Stato ha l’obbligo di difendere la società dai
criminali che ne minano la sopravvivenza, così come il singolo
individuo ha il diritto di difendere se stesso dalla minaccia alla propria
vita.
Questa considerazione mi porta anche a riprendere il tema del diritto
alla vita. Il diritto alla vita, come prova il riconoscimento del principio
di legittima difesa, non è un diritto assoluto, perché altrimenti non
potrebbe essere mai violato, neanche per proteggere la propria vita.
Accettare come valido tale principio significa ammettere che un
individuo può perdere il diritto alla vita per aver messo a repentaglio
la vita di un altro. Ecco che allora non si può condannare la pena
capitale basandosi su questo principio.
C. Non sono d’accordo. Per intanto il principio della ragion di stato si
giustifica solo quando non vi sono alternative legali per assicurare gli
stessi obiettivi. E, nel nostro caso, occorre valutare se la pena di
morte sia l’unico mezzo possibile per raggiungere gli obiettivi che con
essa si vogliono raggiungere. La pena di morte è solo una delle
possibili pene che uno Stato ha a disposizione per punire un reato ed
assicurare la difesa sociale. Qualcuno ha scritto:

Fuori della società civile, se un nemico accanito viene ad


attentare ai miei giorni, e, respinto venti volte, ritorna a
distruggere il campo che le mie mani hanno coltivato, poiché io
non posso che opporre le mie forze individuali alle sue, bisogna
che io perisca o che uccida, e la legge della difesa naturale mi
giustifica e mi approva. Ma nella società, quando la forza
generale è armata contro un solo individuo, qual principio di
giustizia può autorizzare a dar la morte? Quale necessità può
assolverla? Un vincitore che fa morire i suoi nemici, presi
prigionieri è chiamato barbaro! Un uomo che fa sgozzare un
bambino, ch'egli può disarmare e punire, parrebbe un mostro!
Un accusato che la società condanna non è per essa che un
nemico vinto ed impotente; le è dinanzi un uomo adulto, ma più
debole di un fanciullo. Così agli occhi della verità e della
giustizia, queste scene di morte che essa ordina con tanto
d'apparecchio, non sono altro che vili assassinii, che dei delitti
solenni, commessi, non dagli individui, ma dalle nazioni intiere,
con delle forme legali.

E. Non sarà quello che sto pensando? Certo che potresti sceglierti
meglio i tuoi compagni di strada! Citare in difesa dell’abolizione della
pena di morte un passo tratto da un discorso all’Assemblea Nazionale
di M. de Robespierre, è come citare una perorazione di Hitler a
favore degli ebrei.
C. Mi rendo conto che ha un po’ dell’umorismo nero, eppure
Robespierre, come ci attesta anche Bobbio, è stato uno dei più
efficaci difensori dell’abolizione della pena di morte! Proseguiamo.
L’analogia dell’individuo con il “corpo sociale” è discutibile. E’
improprio parlare di diritti riferendosi allo Stato: solo gli individui
hanno diritti non le istituzioni.
Per finire, la legittima difesa è riconosciuta come una valida
giustificazione per un reato, soltanto nel caso in cui il reo non avesse
altre vie d’uscita (come la fuga). E questo non sembra il caso dello
Stato. Lo Stato ha una molteplicità di vie alternative (come
l’ergastolo) per difendersi e infliggere la pena. Inoltre, com'è stato più
volte rilevato, la pena di morte viene comminata dopo un lungo processo,
eseguita a freddo ed in modo premeditato.
E. Tu dai per scontate troppe cose. La principale è questa: tu sostieni
che gli stessi obiettivi (la difesa sociale) lo Stato li può ottenere nello
stesso modo con pene alternative, ma come fai a dirlo? Io credo che
la pena di morte sia l’unica forma di pena adeguata agli scopi che
vogliamo raggiungere: la giusta punizione del reo, la difesa dell’ordine
sociale e l’effetto-deterrenza.
Per quanto riguarda la giusta punizione abbiamo già detto. Veniamo
alla difesa dell’ordine sociale. Punire un assassino con la morte serve
per impedire che una volta rimesso in circolazione quest’individuo
possa rifarlo. Le cronache sono piene di casi di omicidi efferati
commessi da persone condannate per omicidio e rimesse in libertà
per le più svariate ragioni. Eliminare i condannati evita questo rischio.
E’ un atto di pulizia sociale: la società sarà migliore senza
quest'individuo.
C. Mi chiedo da dove proviene tutta questa rabbia. La tua è una
visione sociale terrificante, quella di uno Stato che difende la società
da tutti quegli elementi che possono disturbarne l’ordine. Mi chiedo
che tipo di Stato possa venirne fuori, anzi lo so già: è lo Stato di
Polizia, che tiene d’occhio e punisce anche preventivamente coloro i
quali possono turbare in qualche modo l’ordine costituito. Ma chi
stabilirà che cosa è bene per la società e quale ordine sia il più
adeguato?
Se portiamo con coerenza alle estreme conseguenze la tua tesi,
arriveremo a tenere in carcere per tutta la vita chi si sarà macchiato di
qualsiasi colpa, ritenuta gravemente dannosa per l’ordine sociale. Se
un assassino può essere recidivo, lo potrà essere anche il rapitore, lo
stupratore, il ladro e così via. Chi può negare che una società non
sarebbe migliore se non ci fossero ladri, assassini, stupratori ecc.?
La paura, la rabbia e la frustrazione sono un mix deleterio per la
Ragione. Impediscono di pensare con lucidità, e fanno rincorrere le
facili soluzioni, che tali non sono. La morte di un uomo, ormai
costretto in galera e quindi non in grado di nuocere, forse diminuisce
il nostro senso di frustrazione, ma non elimina in alcun modo il
pericolo di rimanere vittima di altri criminali. Salvo che esso non
riesca ad avere un'efficacia deterrente.
E. E’ evidente che la paura di perdere la vita sia l’unica minaccia
plausibile, talmente grave da impedire che persone ragionevoli, in
grado di intendere e volere, commettano un grave reato. Quanto alla
rabbia ed alla frustrazione, è vero sono arrabbiato e frustrato, e penso
che siano sentimenti legittimi, in una società impazzita come questa,
sempre più preda della piccola e grande criminalità, dell'efferatezza e
crudeltà dei delitti, della mancanza di rispetto per la vita delle persone
innocenti! Tuttavia, non è vero che sostenere che la società sarà
migliore con un criminale in meno, porti per coerenza a simpatizzare
per lo Stato di polizia.
C. Ma è possibile che nella tua visione della pena non vi sia nessuno
spazio per la possibilità del recupero, della rieducazione, del rimorso e
del pentimento?
E. Dammi una sola ragione per la quale dovrei essere interessato al
pentimento, al rimorso, alla rieducazione di un assassino? Ha
commesso il crimine più grave, ha con ciò perso il diritto al rispetto
dei suoi diritti, la società non gli deve più niente. Egli con il suo atto
ha rotto il patto che lo legava agli altri cittadini, ha seriamente minato
il fondamento della comunità politica, il rispetto dei diritti altrui e, in
particolare, del più sacro di tutti, il diritto al rispetto della vita. Perché la
società dovrebbe prendersi cura di lui? Cosa ne può venire di buono
alla società dalla sua rieducazione, dal suo rimorso o dal suo
pentimento? Parlo naturalmente di chi si macchia del più grave dei
reati, diverso è il discorso per coloro che si sono macchiati di delitti
non gravi, per i quali è utile alla società rieducare in vista di un
reinserimento.
C. Io nella tua argomentazione vedo, ancora una volta, soltanto un
concentrato di rabbia, di paura e di frustrazione. Il compito dello
Stato non è solo quello di garantire la sicurezza dei cittadini, ma è
anche quello di garantire una civile e umana convivenza. Una forma
di convivenza fondata non solo sul freddo rispetto dei diritti e dei
doveri, ma anche sul sentimento di “simpatia”, di altruismo, di
benevolenza e di solidarietà nei confronti dell’altro. Non già soltanto
perché è bene provare questi sentimenti, ma anche perché è utile alla
società. Una società di indifferenti fa paura. L’individuo
nell’indifferenza degli altri è solo ad affrontare le sue paure, le sue
difficoltà, gli imprevisti della vita. Prendersi cura dell’altro è un valore
sociale che va difeso e che lo Stato, in primis, deve tenere sempre alto.
Ora, prendersi cura dell’altro significa innanzitutto tenere per sacri il
benessere e la vita altrui, e questo comporta il non sacrificarli senza
necessità. E questo vale per qualsiasi vita, anche per quella degli
assassini!
Io non sono di quelli che ritengono che il diritto alla vita sia un diritto
assoluto. Ci sono casi in cui occorre scegliere fra la vita di chi è già e
quella di chi sta per nascere; fra la propria vita e quella di un
aggressore e via dicendo… Tuttavia, ritengo che nessuna vita debba
essere distrutta se non è assolutamente necessario.
Ebbene è assolutamente necessario sacrificare la vita di un criminale? E se
si, quale messaggio dà lo Stato ai suoi cittadini, uccidendo un
assassino? Io credo che abbia ragione Beccaria quando parla de:

[…] l’esempio di atrocità che [lo Stato] dà agli uomini,


apparendo un assurdo che le leggi che sono l’espressione della
pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne
commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini
dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.

Questo è il punto.
E. Non so perché, ma quest’ultimo argomento non mi ha mai
convinto. L'imprigionamento non legittima il rapimento, né una
multa legittima la rapina. La differenza tra omicidio ed esecuzione o
tra il rapimento e l’imprigionamento è che il primo è illegale e
immeritato, il secondo una legittima e meritata punizione per un atto
illegale. La somiglianza fisica delle due punizioni è irrilevante.
D’altra parte, se è vero che la vita è il più sacro dei diritti lo è a
maggior ragione quella degli innocenti. Non ha forse calpestato
proprio il più sacro dei diritti anche il criminale?
Vedo che su questo punto non c’è possibilità di accordo, ma voglio,
per amore di discussione accettare la tua provocazione.
Mi chiedi se sia proprio necessario uccidere un assassino. Ebbene io ti
rispondo di sì. Innanzitutto perché è l’esempio più efficace, è il
messaggio più forte che può essere dato ai cittadini: la vita è sacra, chi
la viola perde la propria. In secondo luogo, perché è il mezzo più
efficace e definitivo per eliminare il pericolo della recidività. In terzo
luogo, perché è il solo modo per ripristinare l’ordine violato, secondo
quanto diceva anche Hegel; la crudeltà di certi delitti manifesta
l’ingresso del Male nel mondo, e il Male deve esserne cacciato fuori
negandolo. E ancora, perché è il modo più efficace e più adeguato di
rispondere all’esigenza di giustizia dei cittadini e dei familiari delle
vittime. Potrei aggiungere che è un mezzo deterrente molto efficace,
ma so che è un argomento facilmente contestato dagli abolizionisti e
non lo userò. Gli abolizionisti citano statistiche su statistiche per
dimostrare che dove la pena di morte è stata abolita il crimine non è
aumentato; tuttavia, chi ci assicura che con la pena di morte esso non
sarebbe diminuito? Per quante persone abbiano potuto commettere
omicidi senza preoccuparsi della pena, noi non sapremo mai quanti
sono stati fermati sull’orlo dell’omicidio dalla minaccia della pena di
morte. Io, comunque, pur ritenendo che la minaccia della morte sia
un ottimo deterrente, sostengo che, anche se non lo fosse, gli altri
argomenti che ho citato bastano e avanzano per provare la necessità
etica e (questa sì) civile della pena di morte.
C. Innanzitutto, tu fai una distinzione discutibile fra esecuzione legale
e meritata ed omicidio illegale e immeritato. Il problema è proprio
questo: può uno Stato che voglia essere giusto dare veste di legalità alla
messa a morte di un cittadino? Agendo in questo modo, non va
contro uno dei suoi compiti fondamentali: la tutela della vita di tutti i
suoi cittadini? Soltanto se rispondiamo sì alla prima domanda e no
alla seconda, il tuo argomento funziona, altrimenti cadi in una
tautologia. Un'esecuzione capitale è sicuramente legale se prevista dalla
Legge di uno Stato, ma è meritata soltanto se prima abbiamo
convenuto che la pena di morte è una giusta compensazione per il
reato che la prevede? Ciò che io sostengo è che la pena di morte in
quanto ingiusta è una forma di omicidio legalizzato. Ergo, vale quanto
sostiene Beccaria.
Andiamo avanti. Visto che parli di sacralità della vita delle vittime
innocenti, come la mettiamo con la vita degli innocenti condannati
alla pena di morte? Chi ci assicura che la pena venga comminata ai
soli colpevoli? Anzi, la storia giudiziaria degli Stati Uniti riporta molti
casi d'innocenti condannati e salvati sull’orlo della sedia elettrica o
puniti, malgrado la loro innocenza sia poi risultata evidente. La
possibilità se non l’inevitabilità dell’errore umano è un forte
argomento contro la pena di morte. La vita di un innocente
condannato ingiustamente non è equivalente a quella della vittima di
un omicidio?
Certo, si può obiettare che la pena di morte è e deve essere ristretta ai
soli casi in cui la colpevolezza sia palese, conclamata, ma, ripeto:
quanti sono i casi in cui c’è l’evidenza della colpa? Quante volte la
presunta evidenza si è dimostrata non essere tale? E una volta fatto e
riconosciuto l’errore come si fa a rimediare se la sentenza è stata
eseguita?
Voglio leggerti un’altra citazione da Robespierre su questo argomento
che a me piace molto:

Ascoltate la voce della giustizia e della ragione; essa ci grida che


i giudizi umani non sono mai abbastanza certi, perché la società
possa condannare a morte un uomo condannato da altri uomini
soggetti ad errare. Se anche voi aveste immaginato il più perfetto
ordinamento giudiziario, se aveste trovati i giudici più integri e
più illuminati, sarà sempre possibile un errore, non evitereste
assolutamente la prevenzione. Perché impedire il mezzo di
riparare? Perché condannate all'impossibilità di tendere una
mano soccorritrice all'innocente oppresso? Che importano gli
sterili rimpianti, le riparazioni illusorie che voi accordate ad
un'ombra vana, ad una cenere insensibile? Essi sono tristi
testimonianze della barbara temerità delle vostre leggi penali.
Togliere all'uomo la possibilità di espiare il suo malfatto col
pentimento o con degli atti di virtù, chiudergli senza pietà il
ritorno alla virtù, alla stima di sé stesso, adoperarsi per farlo più
presto scendere, per così dire, nel sepolcro ancora tutto avvolto
dalla macchia recente del suo delitto, è ai miei occhi una delle più
raffinate crudeltà.

C’è di più, l’apparato giudiziario non sempre opera in modo giusto.


Lo prova la quantità di gente di colore e di ispanici in attesa nelle celle
della morte rispetto ai bianchi. Alcune corti di fronte agli stessi reati
non usano lo stesso metro con ispanici, afro-americani e bianchi.
Inoltre non tutti i cittadini possono spesso permettersi un’adeguata
difesa per gli alti costi degli avvocati. L’imperizia di un avvocato è
sempre grave, ma lo è maggiormente in caso di pena capitale.
E. Lasciamo perdere Robespierre, che predicò bene e razzolò molto
male! Questo argomento non mi sembra molto sensato: è come se
uno giudicasse ingiusto il sistema penale italiano perché la
maggioranza delle persone condannate per mafia è di origine siciliana!
E’ evidente che nel caso d'ispanici e di afro-americani, si tratta di
quelle fasce marginali della società che più delle altre, per le
condizioni socio-economiche e l’ambiente in cui si trovano a vivere,
sono più portate a delinquere.
Inoltre, che qualche bianco possa farla franca (nel senso di essere
condannato alla prigione piuttosto che alla pena capitale) non esclude
che chi viene condannato giustamente per omicidio possa meritare la
morte.
Che la pena di morte sia maldistribuita tra chi, comunque, la merita, e
soggetta a capricci o discriminazioni, è irrilevante ai fini della moralità
o giustizia della pena stessa, e non ne giustifica l’abolizione. D’altra
parte la maldistribuzione non è connaturata con la sola pena di morte,
ma con tutte le forma di pena.
L’eguaglianza di trattamento è meno importante della giustizia e la
giustizia è indipendente dalla distribuzione ineguale. La Giustizia
richiede soltanto che siano puniti quanti più colpevoli sia possibile,
senza badare se altri hanno evitato la punizione.
Per quanto riguarda l’argomento della fallibilità dei giudici, contro di
esso l’unica cosa che si può dire è che il gioco vale la candela; il
rischio di mandare a morte un innocente vale la posta in gioco: la
giustizia complessiva o la sicurezza sociale.
C. Ma tutto il sistema giuridico dello Stato di diritto non è fondato
intorno al principio che è peggio un innocente in galera che un
colpevole in libertà?
E. Qui stiamo parlando di un potenziale assassino.
C. Le garanzie di legge valgono sempre, anche nei processi per
omicidio: negli Stati Uniti bisogna arrivare ad un verdetto di
colpevolezza votato all’unanimità, ogni altro caso è a favore
dell’imputato.
E. Bene, questo testimonia che il sistema penale di uno Stato di
diritto garantisce il più possibile anche gli accusati di omicidio.
C. Ciò non toglie che errori non solo siano possibili, ma ci siano
anche stati (pensa al caso di Sacco e Vanzetti)!
Comunque, mi pare di capire che tu non sia molto sensibile a
quest'argomento, perciò continuiamo con gli altri.
Tu affermi che la pena capitale è importante per il messaggio che dà
alla società: la vita è inviolabile. A me pare il tipico argomento che
commette l’errore di autofagia. Chi uccide per far comprendere che
non si deve uccidere è in contraddizione con se stesso, né più né
meno che il padre che picchia il figlio per fargli entrare in testa che
non deve picchiare i suoi compagni di scuola!
Il secondo argomento, che la morte dell’assassino evita il pericolo che
una volta fuori possa rifarlo, a me pare molto debole. L’ergastolo o il
carcere a vita sono mezzi che permettono di raggiungere lo stesso
fine, ed in più sono rimediabili in caso di errore giudiziario.
Il terzo argomento, mi lascia perplesso. Gli abolizionisti potrebbero
opporre che rispondere al Male con il Male aumenta piuttosto che
annullare la quantità del Male esistente! Non è più adeguato negare il
Male con il Bene, non scendendo allo stesso livello del criminale,
dandogli la possibilità di vivere con la propria colpa, di aver modo di
meditare sul male fatto?
Io, più prosaicamente, affermo che il male (con la minuscola) esiste
perché esiste l’uomo, essere imperfetto, soggetto a vizi, tentazioni, ed
istinti malvagi. Tutte cose da contenere, cui porre riparo, ma che non
possono essere esorcizzate eliminando l’agente occasionale: uccidere
tutti gli assassini in atto (se anche fosse possibile) non eliminerà tutti
gli assassini potenziali e futuri.
Prima di affrontare il quarto argomento voglio brevemente
soffermarmi sull’effetto-deterrenza. Tu stesso ammetti che è un
argomento controverso e controvertibile; veramente i dati che
abbiamo a disposizione sembrerebbero attestare la non efficacia della
pena capitale come deterrente. D’altra parte, più che provare la
deterrenza della pena capitale, la questione vera è stabilire se
l’imprigionamento a vita non abbia un uguale o maggiore effetto
deterrente. Se così fosse, una società civile dovrebbe scegliere la pena
meno crudele. Il punto vero è che chi si nasconde dietro la
deterrenza, lo fa per non ammettere che, in realtà, ciò che non gli va
giù è che un assassino possa non essere punito adeguatamente, con la
perdita della vita. E questo ci porta all’ultimo argomento. Tu sostieni
che la pena capitale è quella che meglio risponde all’esigenza di
giustizia e di riparazione dei cittadini e dei familiari delle vittime. Non
sono del tutto convinto. Anche negli Stati Uniti ci sono stati casi di
familiari di vittime di gravi crimini che si sono pronunciati contro la
pena di morte. E nei paesi in cui la pena di morte non vige, non mi
sembra che i cittadini e i familiari delle vittime si sentano defraudati di
qualcosa, se il criminale viene condannato all’ergastolo. Al più
chiedono che al condannato non vengano concessi sconti di pena o
agevolazioni di alcun tipo. Ma, quand’anche fosse così, uno Stato
deve rispondere sempre e comunque ai sentimenti, che tu definisci di
giustizia, io di vendetta, dei suoi cittadini?
Uno Stato di diritto deve essere giusto ma non vendicativo, efficiente
nell’arrestare e severo nel punire il reo, ma non prepotente. Uno Stato
di diritto deve riparare al vulnus perpetrato dal delitto, ma senza
esasperare le pene rendendole crudeli. Se questo è vero, allora la pena
di morte deve essere abolita.
La pena di morte deve essere bandita perché nessuno può “trucidare i
suoi simili”. La pena di morte non può essere un “diritto” dello Stato,
perché nessun cittadino, senza tradire la propria natura, glielo può
riconoscere. Inoltre, la paura della pena di morte non diminuisce i
delitti, perché non ha nessun effetto in coloro che sono spinti dal
fanatismo, politico o religioso. Non ha nessun effetto in coloro che
uccidono senza premeditazione. Non ha nessun effetto su coloro che,
per problemi psichici, sono portati all’omicidio. Non ha nessun
effetto su coloro che non sono in grado di comprendere pienamente
le conseguenze delle loro azioni (è il caso di coloro che uccidono
sotto l’effetto di qualche droga): insomma, non agisce come
deterrente proprio in quelle situazioni per le quali essa viene ritenuta
indispensabile. Dal punto di vista della giusta retribuzione del danno,
io ritengo adeguata “la perdita della libertà” per un numero congruo
di anni (sia esso l’intera vita o i 30 anni); una pena che anche molti
sostenitori della pena di morte, come Stuart Mill, fra l’altro ritengono
ben più spietata e crudele. La pena di morte trascende le necessità di
una giusta salvaguardia della società, e, perciò, si configura come una
sorta di accanimento crudele e vendicativo su uomini che ormai non
sono più in grado di arrecare danni. Inoltre, checché se ne possa dire,
essa è rifiutata dalla coscienza umana, come dimostra il “disprezzo
con cui ciascuno guarda il carnefice”. E, per finire, si tratta di una
pena definitiva ed irreversibile che pone seri interrogativi se solo
pensiamo a quanto sia fallibile l’uomo, prigioniero dei propri
pregiudizi, della propria emotività e di possibili errori di giudizio.
Mi sono sempre chiesto quale angoscia nel cuore e quale senso di
solitudine possa provare un Giudice, che abbia un minimo di scrupoli
morali e che si trovi a dover emettere una sentenza di condanna a
morte. Mi chiedo, inoltre, quanti di quelli che tanto si battono per la
pena di morte, se la sentirebbero di fare loro da Giudici o da
carnefici.
Non dico niente di nuovo, molte di queste cose le aveva già scritte
Cesare Beccaria nel Dei delitti e delle pene. Non mi pare che tu abbia
portato argomenti nuovi che possano modificare le sue conclusioni.
E. Bene, credo che siamo giunti ad un punto morto. Guardiamo gli
stessi fatti e vediamo cose differenti. A questo punto l’unica soluzione
possibile è che uno di noi due si converta alla posizione dell’altro, e non
credo che sia questo il caso.
C. Penso anch’io che sia arrivato il momento di finire il nostro vino e
andare a dormire. Posso solo prevedere una vita molto travagliata per
il tuo articolo e per la tua reputazione. Mi auguro soltanto, che i tuoi
argomenti non diano una giustificazione razionale alle reazioni
emotive e irrazionali che montano nella nostra società e che non
vengano sfruttate da qualche politico in cerca di facili consensi. Mala
tempora currunt!
E. Le idee sono di chi se le prende! Spero anch’io che non cadano in
mani sbagliate, ma tant’è. Buonanotte!
C. Buonanotte anche a te.
Materiali per riflettere
I materiali qui di seguito citati mi sono stati utili per articolare il
dialogo. A parte il testo di Bobbio, tutto il resto, assieme a tanto altro
materiale (più o meno interessante) può essere recuperato su Internet.
Chi si prenderà la briga di leggere i testi qui citati, vi ritroverà alcuni
degli argomenti e dei controargomenti che ho messo in bocca a
Cesare ed Emanuele. Ho provato a rafforzarli quando mi sembravano
deboli e a cercare poi di confutarli come potevo. La razionalità
filosofica, in fondo, si basa su un principio semplice: una tesi
filosofica è buona finché non viene confutata, falsificata; provare a
confutarla è, quindi, l’unico metodo per provarne la solidità.

N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1992


C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, Armando, Roma 1998
Ernest van den Haag, The ultimate punishment: a defense,
http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/angel/procon/haagarticl
e.html
M. de Robespierre, Discorso sulla pena di morte
http://www.geocities.com/Athens/Olympus/3656/robes.htm
M. Arena, Non uccidere. Perché abolire la pena di morte?
http://www.giuristi.thebrain.net/zaleuco/arena.htm
J. Stuart Mill, Speech in favor of capital punishment
H. Bedeau, The case against capital punishment
E. A. Linehan, Executing the innocent
Tutti e tre questi testi, assieme a molti altri, si possono leggere in
Ethics Updates: Punishment and the Death Penalty
http://ethics.acusd.edu/death_penalty.html
J. Fieser , Capital Punishment, in Internet Encyclopedia of Philosophy
http://www.utm.edu/research/iep/c/capitalp.htm

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