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Napoli boom riassunto

Letteratura italiana contemporanea (Università degli Studi di Napoli L'Orientale)

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NAPOLI BOOM

Il romanzo della città (1958 -1978)

PRIMA PARTE: IL ROMANZO E LA CITTÀ

1° CAPITOLO: <<IL GENERE DELLA CITTÀ”


NAPOLI, REALTÀ E METAFORA

• LA CITTÀ COME GENERE LETTERARIO

La diffusione del tema città in narrativa e nella poesia, coincise con la nascita della metropoli.
La rappresentazione letteraria della città oscilla tra una descrizione molto astratta, metafisica e una più conforme
alla realtà. Quindi l'artista fornirà una descrizione più o meno conforme alla realtà, ma influenzata dalla propria
percezione di essa.
In Italia, più di quanto accade in Europa, il racconto della città è ispirato alla sua caratteristica regionale (diversa
da quella di altre regioni) e per questo motivo non è possibile formulare un discorso critico uniforme
prescindendo dai localismi.
Gli elementi da considerare per l'interpretazione del genere città sono quindi un luogo ed un arco di tempo
determinati e la varietà di sguardo che contraddistingue la rappresentazione del paesaggio urbanistico nella
letteratura italiana.

• UN GENERE NAPOLI?

Il periodo del boom economico rappresenta un momento cruciale per la percezione della trasformazione dello
spazio urbano e della sua simbolica. In ambito narrativo, infatti, questo periodo coincide con l'aumento del tema
città.
Gran parte degli autori che trattano la nuova fisionomia della metropoli e le relative forme di disagio
(come Calvino, Pasolini, Volponi, Biancardi, Moravia) si soffermano su Milano e Roma, anche se dalla seconda
metà del secolo Milano condivide l'egemonia intellettuale con Torino.
Il secondo Novecento vede un progressivo impoverimento sul mercato letterario di Bologna, Firenze e Napoli,
complice anche la concentrazione del mercato editoriale nelle regioni del Nord.
Nonostante Napoli abbia avuto un ruolo marginale in termini di mercato editoriale, la sua produzione letteraria e
la scena editoriale è caratterizzata da esperienze ed iniziative di pari rilievo a quelle delle città del nord.
Al tramontare della politica di Lauro, la città divenne territorio di grandi investimenti industriali: vaste aree
periferiche e provinciali vengono trasformate in sobborghi industriali, mentre il centro della città viene ridisegnato
in seguito ad interventi di edilizia pubblica. Il dibattito politico sulla trasformazione del paesaggio e sui
cambiamenti sociali ad esso associati coinvolgerà anche gli intellettuali e divenne mezzo di rinnovamento dei
contenuti letterari e dei suoi strumenti espressivi.
Infatti fu in aumento il numero di opere che trattavano questo <<genere>> e ci fu un ampio dibattito a riguardo su
diverse riviste dell'epoca, tra cui <<Le ragioni narrativa>>, un periodico che aveva come idea quella di rifondare il
romanzo contemporanea attraverso una prospettiva più umanistica. Questo periodico fu curato da Prisco,
Icoronato, Pomilio e Rea.
La maggior parte degli autori, però, mirò ad un rinnovamento esclusivamente tematico, a cui non corrisponde una
rimotivazione stilistica e linguistica. Lo scopo principale degli scrittori sarà quello di abbattere gli stereotipi del
passato che oscillavano tra la rappresentazione pittoresca della città e la denuncia sociale (ad esempio la
prospettiva di città-inferno da Serao, quella decadente e impressionistica di Di Giacomo, quella di città amara
rappresentata dal teatro di Viviani e quella della città-mondo inscenata da Eduardo).
Anna Maria Ortense fece notare come alcuni autori si riunissero intorno alle riviste letterarie con lo scopo di
promuovere la vocazione conoscitiva del romanzo, attraverso“Sud”, tra cui Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni
Griffi, Gianni Scognamiglio, Antonio Ghirelli, Micco Spadaro. La rivista, che fu fondata per contribuire al
rinnovamento artistico-culturale di Napoli attraverso una nuova estetica che potesse affacciarsi sulla dimensione
europea con una prospettiva umanistica, restando autonoma rispetto ai precetti politici, ebbe vita breve (solo un
anno), poiché alcuni degli autori che la curarono lasciarono Napoli.

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Lo scenario metropolitano e il relativo immaginario cambiarono rapidamente. Infatti già negli anni sessanta gli
autori si lasceranno alle spalle l'ispirazione cronachistica.

Furono gli scrittori della “generazione degli anni difficili” a fare del tema città un punto di osservazione del
presente e libero da “ideologismi”.

• <<GLI SCRITTORI DEGLI ANNI DIFFICILI>>

L'etichetta fu data da Ettore Albertoni nell'omonimo libro inchiesta del 62 (che raccoglie anche le testimonianze
di Ottieri e Pomilio, che nati e cresciuti in epoca fascista, nei primi anni 60 abbandonano l'ideologia di sinistra e si
cimenteranno in una letteratura del disimpegno) si riferiva a quegli autori italiani cresciuti sotto il regime fascista
e che, attraversando l'esperienza antifascista e il trauma della guerra, si sono ritrovati nei valori espressi dalla
Resistenza e dalla Liberazione, quali la fiducia nella storia e gli ideali democratici, smarrendoli però tra gli anni
cinquanta e sessanta, quando la realtà del processo di modernizzazione rivelò l'illusione di un progresso
utopistico. Gli ideali della Ricostruzione artistica, infatti non trovarono spazio in una società di consumi, proprio
come fa notare Calvino nella prefazione al Sentiero dei nidi di ragno (Il romanzo è un prodotto commerciale con
una sua domanda e poiché la gran fetta dei lettori non erano lettori esigenti e non richiedevano testi impegnativi,
ma erano di largo consumo i testi di livello medio, si perde lo spirito con cui si tentò una ricostruzione letteraria )
Gli autori degli anni difficili, quindi fanno parte di una generazione di crisi, che rifiuta la storia, l'ideologia, la
società e il mondo collettivo e continua a considerare la letteratura come mezzo per interrogarsi sul presente,
anche se esso non fornisce risposte univoche e definitive.

• UNA GENERAZIONE <<SENZA MAESTRI>>

L'etichetta fu coniata da Raffaele La Capria, quando intervenne nel libro di Antonio Ghirelli <<Napoli
Sbagliata>>. Per generazione senza maestri, La Capria (facendo particolare riferimento a se stesso e ai suoi
amici Antonio Ghirelli, Francesco Rosi e Giuseppe Patroni Griffi, ma il discorso può essere esteso anche a Luigi
Compagnone,Michele Prisco, Mario Pomilio e Domenico Rea) intendeva quegli autori che nati, cresciuti o
formatisi nell'epoca fascista hanno subito un doppio condizionamento, ovvero un isolamento critico e culturale
dell'Italia dal resto dell'Europa e quello di una Napoli chiusa in una dimensione propria rispetto al resto del Paese.
Questa sarà la motivazione che spingerà questi autori ad abbandonare l'impegno civile e a cimentarsi in una
letteratura volta ad analizzare gli effetti generati dalla cultura neo-capitalista.
. Gli autori che curarono <<Le ragioni narrative>> tentarono, attraverso un romanzo che trattasse la realtà del
dopoguerra e il boom economico con le sue tendenze.
Lo rileverà anche Mario Pomilio che sottolineerà la necessità di capire quale sia l'identità della sua generazione.
Le sue parole saranno supportate da Domenico Rea, che recensendo nel <<Corriere della Sera>> il suo libro
<<Le contestazioni>>, evidenzia l'esigenza dell'autore di interrogarsi ancora sulla Storia e sui conflitti nati in
seguito alla Liberazione, per prendere le distanze sia dal “prospettivismo” marxista che dal “formalismo” degli
scrittori della neo avanguardia.
Negli anni Novanta, Prisco ritornerà sull'argomento affermando che gli autori senza maestri sono una schiera di
autori napoletani che costituiscono una generazione in quanto l' immagini collettive che fornivano, forse per
esperienze simili, li accomunano.
L'ansia di ricognizione identitaria e morale comune sarà espressione diretta di questi autori nati negli anni 20.

• IL LABIRINTO, LA MAPPA, LA SPIRALE

Nel 1967, alla conferenza di <<Semiologia e Urbanistica>> organizzata al Grenoble di Napoli, intervenne Roland
Barthes, il quale affermò che la città è un discorso e in quanto discorso ha un vero e proprio linguaggio. La città
può essere quindi interpretata mediante l'identità e la simbologia che essa fornisce all'osservatore.
Nel 1974 Pasolini tenne un breve documentario per la RAI, intitolato <<La Forma della Città>>, nel quale
discuterà della perdita di centralità del nucleo della città, che è minacciato dalle crescenti costruzioni edilizie. Il
rapporto tra la forma della città e la natura circostante viene corrotto dalla crescente urbanizzazione, che è
conseguenza dei modelli consumistici dilaganti. Per avvalere il suo pensiero riprenderà la città di Orte e la valle
circostante, occupata dalle case popolari. Pasolini proseguirà, muovendo critiche contro la speculazione edilizia e
il degrado estetico causato dai principi della società di consumi.
Nel 900 gli autori che rappresenteranno la topografia urbana lo faranno mediante dei simboli. In letteratura
saranno usate le metafore del labirinto, della mappa e della spirale.
Il labirinto è la forma che meglio esplica la trama intricata dell'universo e la vocazione conoscitiva dell'uomo.

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Il labirinto sarà una metafora usata anche da Calvino per rappresentare lo smarrimento dovuto alla crisi dello
storicismo e delle grandi narrazioni. Nelle Cosmicomiche Vecchie e Nuove (1984) per rappresentare l'universo
evocherà, invece, l'immagine della spirale, che in sé può contenere il concetto d'infinito. Nelle Città Invisibili,
invece saranno utilizzate sia l'immagine della mappa che quella del labirinto. Le città fittizie di Marco Polo
saranno infatti schematizzate col modello del labirinto e saranno inserite nella scacchiera di Kublai Kan, che
rappresenta la sua mappa del mondo.

Nel romanzo napoletano prevarrà invece il paesaggio urbano e la periferia, che diventerà emblema del conflitto tra
Natura e Storia. Alcuni autori napoletani, influenzati dalla narrativa pasoliana, forniranno l'immagine di un'Italia
del boom economico, che estenderà il suo sguardo alla periferia, oggetto di contraddizioni sociali e punto di
criticità dei principi del modello consumistico.
Tra i romanzi che vertono in questa direzione ci sono Donnarumma all'assalto di Ottieri, Era l'anno del sol
quieto di Bernari e L'amara scienza di Compagnone.
Il conflitto tra l'individuo e lo spazio che lo circonda è affrontato in modo più originale da Raffaele La Capria, che
con Ferito a Morte, si distacca dall'intento di un indagine sociale e punta sulla creazioni di miti come “la Bella
Giornata”, “la Foresta Vergine” e “la Ferita storica”.
Prisco (con La spirale di nebbia) e Striano (con Indecenze di Sorcier), invece forniranno una descrizione della
città che perderà la sua conformità con la realtà, dando maggior spazio al labirinto interiore, fatto di principi
morali ed etici, che fanno parte dell'uomo nella sua interezza di fronte alla realtà inafferrabile.

• LINGUA, DIALETTO E GERGO. LO STILE DEL ROMANZO

Durante il periodo di rinnovamento del romanzo, ci fu un ripensamento agli ideali gramsciani della letteratura
nazionale – popolare (un tipo di letteratura che faceva dell'autore esponente dell'identità popolare, e quindi
nazionale. Questo tipo di letteratura tendeva quindi a ricucire lo spazio che si crea tra l'autore e il pubblico) e alle
contraddizioni nate in seno alla diffusione del Realismo socialista (sviluppatosi in Unione Sovietica e vede l'apice
della diffusione durante il periodo dello Zdanovismo, pensiero che alcuni autori del PCI e del PSI adottarono. Le
opere del realismo socialista alimentavano il mito della rivoluzione comunista).
Nel passaggio dal <<tipo>> al <<personaggio>> consegue il rinnovamento dello stile, dei temi e della lingua.
La questione della lingua fu ampiamente dibattuta in molte riviste letterarie, tra cui il secondo fascicolo de “Le
ragioni narrative”. Mario Pomilio pubblicò un saggio sulla questione, in cui sintetizzava i punti di redazione del
romanzo, partendo dal pensiero espresso da Pasolini sull'argomento. Pasolini, che voleva imprimere nel romanzo
gli ideali della letteratura nazionale popolare, affermò che per il romanzo d'ambientazione borghese sarebbe stato
più adeguato utilizzare la lingua, mentre per il romanzo d'ambientazione popolare sarebbe stato appropriato l'uso
del dialetto.
Mario Pomilio contesterà il pensiero di Pasolini, spiegando i motivi per cui l'alternanza lingua/dialetto non è una
soluzione davvero popolare. Il rinnovamento non può avvenire attraverso la mimesi del gergo. Necessaria è bensì,
una ricostruzione del piano metaforico della lingua letteraria. L'argomentazione seguirà i seguenti punti:

– Non è possibile associare in modo assolutistico la lingua o il dialetto ad una delle due classi sociali,
poiché anche la borghesia si esprime col dialetto.
– Il dialetto non garantisce la ricezione nazionale popolare
– Tendere verso la lingua nazionale non significa riprodurre la parlata popolare, bensì lavorare sul piano
metaforico della lingua letteraria
– La lingua ha più possibilità di espressione
– Il dialetto è servito a svecchiare la lingua dall'accademismo
– Il romanzo e il suo linguaggio è già mezzo di comunicazione aperto con l'uomo e quindi non è l'uso del
dialetto a rendere popolare un romanzo, bensì il messaggio che esso trasmette

Pomilio per sostenere il suo pensiero porterà come esempio i romanzi verghiani, in cui il rinnovamento non si
riduce ad una semplice mimesi del gergo.
Questa prospettiva è condivisa da Michele Prisco e Luigi Incoronato, i quali, come Pomilio propongono l'uso
esclusivo della lingua.

Ottieri e Bernari ricorreranno lievemente al dialetto nei romanzi che tematizzavano l'industria e mimeranno il
linguaggio settoriale legato alla fabbrica.
Domenico Rea, invece, in Una vampata di rossore , farà un uso molto controllato del dialetto. Sfrutterà le risorse
della lingua letteraria e le verterà in una direzione sperimentale e deformante. Il linguaggio assumerà toni

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grotteschi e si riscontreranno delle forme sintattiche contorte.


Rea sviluppa la sua poetica in un perfetto equilibrio tra lingua e dialetto. Egli attingerà alla tradizione letteraria
partenopea, ma prendendo le distanze dai canoni della lingua borghese. Come farà notare La Capria, i modelli
linguistici di Rea sono quelli di Galliani per la lingua e quelli di Basile per il dialetto.
La Capria invece, rivisiterà in modo più originale la questione del bilinguismo. Il processo di innovazione non
consiste nell'uso del gergo, ma in una forma particolare di sintassi e morfologia, che riprodurrà le strutture e i
ritmi della parlata locale. Quindi utilizzerà una forma di italiano regionale recondito da metafore (La Bella
Giornata, le Sabbie Mobili, la Foresta Vergine, La Ferita Storica), non dando voce alla <<napoletanità borghese>>
(il concetto di napoletanità, una forma di civiltà che esiste solo a Napoli, che si incarna nel dialetto. Ma il dialetto
è diviso in due: quello moderato e levigato della borghesia e quello verace e tosto del popolo), ma proponendo
immagini mentali capaci di afferrare qualcosa di nuovo sulla città. La Capria, infatti, intende riaffermare la
vocazione conoscitiva del romanzo.

Con gli anni Settanta lo scenario cambierà nuovamente. L'impegno che tendeva verso la letteratura nazionale
popolare è sorpassato e il bilinguismo diventa una strategia condivisa.

Luigi Compagnone continua a rifiutarsi di esprimersi nel dialetto medio e condurrà un lavoro all'interno della
lingua, che accoglierà in chiave grottesca il linguaggio musicale, pubblicitario e politico.

Il lavoro di Giuseppe Patroni Griffi, che va inquadrato soprattutto in drammaturgia, si svolgerà attorno al concetto
di <<napoletanità>> nella sua essenza identitaria e simbolica. Ripulirà la lingua letteraria dai suoi accademismi
per adattarla ad un'ambientazione di realtà quotidiana. L'autore rifiuterà di adattarsi ai canoni espressivi borghesi
in favore della spontanietà del dialetto. L'interesse di Patroni Griffi, infatti, volgerà negli anni Settanta al teatro di
Viviani.
Scende Giù Per Toledo è caratterizzato dallo sperimentalismo e dalla mescolanza di una lingua elitaria, fatta ci
citazione ed espressioni sofisticate ed una popolare, fatta di espressioni volgari.

Enzo Striano invece attingerà dalle risorse offerte dalla lingua, che a seconda dei personaggi e dell'ambientazione,
accoglie diverse suggestioni.
Ne “I giochi degli eroi” utilizzerà il linguaggio legato all'economia, ne “Il delizioso giardino”, utilizzerà “l'anti
parola” (citazionismo, proverbi, aforismi) misto al dialetto napoletano, in Indecenze di Sorcier userà la strategia
della pastiche, attingendo anche al patrimonio lessicale ibero-americano.

2° CAPITOLO
NAPOLI NEL ROMANZO D'AREA
DEGLI ANNI SETTANTA

• DALLA PROVINCIA ALLA PERIFERIA

Gran parte della narrativa di questo periodo si concentra sulla trasformazione della città in seguito
all'inglobamento della provincia nella periferia urbana. Questa trasformazione evidenzierà i segni della frattura
causati dal processo di modernizzazione. Gli autori che si volgeranno al presente, rifletteranno sulla
contemporaneità, a partire dalla lettura della città che offre delle risposte ad alcuni interrogativi sul processo di
americanizzazione che prende piede nelle metropoli.
La trasformazione urbana ne L'amara scienza di Compagnone e Ferito a Morte di La Capria, sarà l'elemento
centrale per problematizzare il disagio davanti ad una realtà inafferrabile. Nei suddetti romanzi saranno, inoltre
messe in luce le nuove forme di economia di mercato, di alienazione e di integrazione.
In alternativa ci sarà l'immaginario letterario frammentario dei romanzi legati al settore dell'industri di Ottieri e
Bernari.
Pomilio e Rea si concentreranno invece sul rapporto tra la città e la provincia e sulla ridefinizione di concetto
topografico, oltre che a dare risalto all'atmosfera di chiusura della provincia in cui, molto lentamente, si faranno
largo i primi segnali dell'americanizzazione culturale.

• RITRATTI DI PROVINCIA E DI PERIFERIA IN DONNARUMMA ALL'ASSALTO ( Ottieri)

Donnarumma all'assalto fu redatto da Ottieri tra il 54 e il 57 e pubblicato nel 59.


Il protagonista-ambiente è la città di Santa Maria (Pozzuoli), provincia napoletana attigua alla periferia idustriale
di Castello (Bagnoli) che è descritta come “un paese sepolto dalla natura e dalla storia”. La rappresentazione della

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cittadina diventerà metonimia dell'identità metropolitana tout cout.


Santa Maria è destinata a diventare un'appendice industriale di Castello, che se da un lato soffre il processo di
tecnicizzazione, dall'altro soffre l'azione passiva della Natura.
Nelle descrizioni gli elementi del paesaggio urbanistico compaiono in luoghi in cui, una volta, prevaleva la natura.
Nel conflitto tra Natura e civiltà industriale sembra quindi che la prima soccomba alla seconda. Ottieri non
nasconderà il suo disappunto per la tecnicizzazione della metropoli che tende a segnare l'identità di un luogo.
La narrazione si velerà di nostalgia quando il protagonista evocherà l'immagine di un paesaggio non ancora
corrotto dal processo di modernizzazione. La nostalgia però si abbina all'autocoscienza che lo stato d'animo
doloroso è dovuto a queste presenze “estranee” nel paesaggio. La narrazione procederà con la descrizione della
fabbrica in cui lavora il protagonista, Olivetti (in cui lavorò anche l'autore), che con la sua rete di reparti i quali
ricordano un labirinto, è un entità autosufficiente, che “assorbe” tutto ciò che la circonda nel suo perimetro.
L'autore fornisce così la prospettiva dell'industria mondo che è metafora di una realtà inafferrabile e
onnicomprensiva.
La narrazione si chiude con un sentimento di rimpianto per la vita di campagna soppiantata per la realtà
industriale.
In Donnarumma all'assalto, la periferia diventa quindi oggetto di denuncia sociale.

• DOMENICO REA E L'INFERNO DI NOFI


Una vampata di rossore fu pubblicato nel 1959 da Domenico Rea.
Protagonista è la famiglia Rigo che sarà destabilizzata da un cancro che colpisce la madre di famiglia.
La vicenda si svolge a Nofi, una provincia tra Salerno e Napoli che, per la sua conformazione geografica è
riconducibile a Nocera Inferiore.
Nofi è una tradizionale provincia del Sud, in cui i campi agricoli e i ritmi lenti della comunità infondono un senso
di conforto dato dai persistenti valori della Natura agreste. Il protagonista però ci fornirà la descrizione di una
provincia pettegola, fatta di convenzioni sociali da seguire rigidamente, pena l'isolamento.
L'immagine che ci viene fornita è quella di una provincia-inferno, in cui il protagonista, Assuero, si sente
intrappolato.
Il paesaggio di Napoli comparirà in chiave di paragone socio-culturale tra la chiusura dell provincia e l'atmosfera
cosmopolita di Napoli.
La narrazione assumerà un velo nostalgico quando Assuero ritrova una città trasformata la cui completa identità
non è più afferrabile.
Il romanzo si chiude con una corrispondenza tra una mappa di Toledo e la radiografia dell'utero della moglie
devastato dal tumore. Questa corrispondenza, che potenzia il linguaggio espressivo dell'autore e fornisce la sua
idea di realismo, rappresenta il dramma di Napoli, ovvero quello di una città trasfigurata.
• LA NATURA DELLA CITTÀ
Ferito a morte di La Capria si concentra sulla natura antropica e naturale della Napoli metropoli. Il paesaggio e la
geografia saranno pervasivi nella narrazione per manifestare il conflitto tra Natura e Storia. Ferito a morte è un
romanzo di riflessione sulla città d'origine di La Capria. Il paesaggio urbano sarà il cuore della narrazione affidata
a Massimo, protagonista alter-ego dell'autore.
Nella prima parte del romanzo Massimo, in uno stato di dormiveglia ricorda gli eventi della gioventù. Gli
avvenimenti biografici sono legati ad una geografia intima e conflittuale, che vede contrapposte la potenza della
Natura e il progressismo della Storia. La storia, quindi il divenire storico si compie ciclicamente e in modo fatuo,
poiché la natura vanifica ogni sformo umano, e l'immagine del Palazzo Medina che affonda in seguito al
bradisismo ne è figurazione emblematica. Dinanzi all'azione della Foresta Vergine (la natura) che vanifica gli
sforzi umani (La Grande Occasione Mancata nella storia), il protagonista per sfuggire al senso d'impontenza a cui
lo costringe la città di Napoli, deciderà di vivere secondo le leggi della Natura, ciò in cui consiste il mito della
<<La Bella Giornata>>, ovvero provando ad inserirsi nel proprio tempo emigrando.
Nella seconda parte del romanzo però, quando il protagonista tornerà dovrà fare i conti con la trasformazione
subita dalla città. La città perde la sua lucentezza che viene sostituita dal grigiore delle nuove costruzioni edilizie.
L'argomento sarà registrato nell' ottavo capitolo, quando Massimo discorrerà con un suo amico di gioventù,
Rossomalpelo. L'omonimia col personaggio verghiano non è un caso. Entrambi i personaggi sono capaci di

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indignarsi di fronte alla realtà. Napoli, che continua a subire interventi edilizi e ad espandersi sotto gli occhi della
borghesia indifferente, viene paragonata ad una giungla (immagine della realtà labirintica in cui si trovano i
personaggi alla metamorfosi di Napoli che conduce anche allo smarrimento dell'individuo).
Nel romanzo, il piano onirico è alternato con quello razionale, elevando il romanzo da un ambito di mera denuncia
sociale ad un livello universale.
La manipolazione del tempo, l'alternanza dei punti di vista e le frequenti digressive fanno di Ferito a Morte un
romanzo saggio, scorrevole e musicale.
Il piano razionale è supportato da una modulazione ritmica di iterazione e fonosimbolismo.
Quello onirico invece è supportato da immagini-mito come la Bella Giornata, la Foresta Vergine e le Sabbie
Mobili, costruite attraverso la manipolazione del tempo e l'uso della polifonia.
Il conflitto tra l'individuo e lo spazio circostante non verge verso un indagine sociale, bensì verso la vocazione
conoscitiva, attingendo quindi dalla tradizione letteraria europea del primo novecento.
Nel romanzo, la città di Napoli, come fa notare Geno Pampaloni, incarna il concetto di tempo. Il protagonista è
quindi ferito dal tempo che passa e dalle conseguenti disillusioni.
Nella scena in cui il fondale marino viene paragonato ad una mappa dai confini non più riconoscibili, l'autore
converte un'osservazione naturalistica in riflessione.
Napoli diventa rappresentazione topografica del dilemma conoscitivo, in cui il protagonista, non riuscendo ad
afferrare la realtà, viene sopraffatto da un senso di smarrimento.
Quindi, all'impossibilità di decifrare la realtà si affianca lo smarrimento dell'identità individuale, che per sfuggire
alla “nullificazione” esistenziale, si crogiolerà nel consumismo.
Dalla riflessione sul consumismo, l'autore ne deriverà un'altra sui concetti di scarto e rifiuto verso le pagine finali.
Il filo del discorso sarà, in questo caso, tenuto da un altro personaggio, Sasà che è personaggio-simbolo di una
generazione passata. Sasà, farà resistenza allo spreco attraverso un piccolo gesto: fumare le sigarette fino
all'ultimo.
Con queste ultime pagine La Capria sembra non accettare la realtà in modo passivo, ma attraverso lo strumento
creativo intende incidere nella storia.

• APRAGOPOLI E L'UTOPIA INDUSTRIALE

Nel 1964 fu pubblicato Era l'anno del sol quieto di Bernari, che si concentrava sulle problematiche della società
italiana del dopoguerra.
Il titolo, con la sua congiunzione astrale, sembra presagire il successo del protagonista, Orlando Rughi, intento ad
aprire una distilleria in una provincia del Sud, Apragopoli, (che per alcuni indizi topografici è riconducibile ad
Afragola) sfruttando il programma di finanziamento messo a punto dal governo per la crescita del Mezzogiorno.
Sarà però per la stessa congiunzione astrale che il progetto di Rughi fallirà: i meccanismi burocratici e politici
ostacoleranno il progetto, che fallirà completamente quando un guasto idraulico intaccherà lo stabilimento.
La “quiete” del sole riflette l'immobilismo degli uffici bancari.
Come farà notare Michele Prisco, Bernari scrive un libro sulla responsabilità e di come una società riesca ad
andare avanti in misura a quanto la stessa riesca a sostenere tale responsabilità. La provincia in cui Orlando
Rughi decide di avviare il suo progetto è collocata al Sud, un sud che fa parte di un intero Paese. La provincia-
ambientazione è Apragopoli, non lontana dalla metropoli. Napoli, nel romanzo, assume nel primo capitolo le
fattezze di figure geometriche affastellati su un territorio vociante, si rivelerà in seguito per alcuni indizi naturali
come il vulcano, il mare, la grotta di Virgilio, e antropici come il porto, il Circolo Nautico, le nuove costruzioni
sulla collina. Napoli appare come presenza sovrapposta ad Apragopoli, che da area caratterizzata dalla prevalenza
della natura, si appresta a diventare appendice mobile del polo industriale che si sviluppa sull'Autostrada del Sole.
Il personaggio risulta spaesato dinanzi all'inferno capitalista in cui affonda con i suoi ideali umanistici utopistici
nati dopo la seconda guerra mondiale.
La causa di disagio del personaggio non risiede nell'ambientazione, ma dall'incapacità di decifrare la realtà e dal
conseguente smarrimento di sé stesso nel suo labirinto interiore. Se egli non riuscirà ad entrare nella logica delle
banche e della politica, si appresterà ad ulteriore fallimento. L'attenzione sarà quindi spostata sul “dramma” che

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vive l'individuo, la cui identità è divisa tra la tensione conoscitiva e l'inafferrabilità della realtà.
Il romanzo, quindi, non vergerà verso la soluzione della denuncia sociale di un sistema politico/burocratico
malfunzionante, ma verso una riflessione sconsolata sulla Storia e sull'uomo.

• LA CITTÀ IN TRASFORMAZIONE. NAPOLIMEGALOPOLI


Il titolo del romanzo di Compagnone allude sarcasticamente ai fondamenti filosofici di Nietzsche, L'amara
scienza che fu raccolto nel catalogo della Vallecchi.
La narrazione ruota intorno alle peregrinazioni dei figli di Don Augusto Alinei, Isidro, Egidio e Lucia, che nel
giorno del miracolo di San Gennaro, si addentrano nelle vie di “Napolimegalopoli” alla ricerca del denaro
necessario a salvare la famiglia dai debiti. Se da una parte l'azione è condensata in un arco temporale di
ventiquattro ore, dall'altro è diluita dallo sviluppo nello spazio articolato della città.
La vicenda degli Alinei inizia dal quartiere di origine della famiglia, una rete di vicoli chiamata “il budello”.
La città storica subirà delle trasformazioni che cambieranno il suo volto.
Compagnone definisce la vicenda degli Alinei una “caccia nella foresta”, in cui i fratelli scoprono un “labirinto”
senza confini ed Isidro finisce per perdersi.
In Lucia invece,lo smarrimento dovuto alla trasformazione svanirà presto.
La descrizione del paesaggio cederà poi il posto alla riflessione con l'entrata in scena di Egidio, la “tipica” figura
di un giovane meridionale intellettuale e disoccupato. Vagando per le strade della città egli riflette sulle recenti
teorie sociologioche, ovvero “ La folla solitaria” di Riesman, “L'immaginazione sociologica” di Mills e percorrerà
gli avamposti della città laurina, come la Muraglia Cinese,, la City del nyovo rione Carità, il Grattacielo della
Cattolica e concluderà con una denuncia contro il conformismo della società che si piega al modello americano e
alle speranze illusorie del boom.
Il tema della riflessione di Egidio è la natura mortificata, che però non viene espresso in toni lirici e affranti delle
opere di Compagnone del primo dopoguerra. La prosa del romanzo, attingerà dalle risorse del racconto
giornalistico e gli conferirà un ritmo cadenzato ed eurofico che manifesta da una parte il fermento, dall'altra
l'ansia nostalgica che deriva dalla prospettiva futura.
Il romanzo che fa della trasformazione antropologica della società il tema centrale, mira non solo a criticare la
società di consumi, ma diventa strumento di indagine per agire nella realtà e descrivere la condizione di
smarrimento prodotta dalla civiltà del benessere.
Quando i protagonisti si perdono nelle strade della città, si ripropone il tema della ricerca della verità e con essa la
vocazione conoscitiva del romanzo. Tuttavia l'opera è permeata sia dalla prospettiva investigativa dell'intellettuale
impegnato che da quella dello scrittore che evoca immagini.

• LA PROVINCIA COME STATO DELL'ANIMA


Nel romanzo Compromissione pubblicato nel 1965, in cui vengono esaminate le speranze illusorie del boom
economico, la rappresentazione della città di Teramo, che fa da sfondo al racconto, non contiene elementi della
sua reale topografia urbana. Mentre gran parte degli autori napoletani di questo periodo tematizzano la metropoli,
Pomilio, pur considerandosi napoletano d'adozione per la partecipazione alla vita culturale della città, non scriverà
un romanzo in cui Napoli farà da sfondo. Piuttosto ambienterà il suo romanzo a Teramo, città provincia e sfondo
adatto per mettere in risalto la crisi del protagonista, Marco Berardi, che farà luce sugli eventi che lo hanno
condotto ad uno stato di corruzione morale, definito da lui stesso “compromissione”. La cittadina descritta nel
romanzo ha parvenza immobile e in questo spazio sempre uguale il protagonista proverà a comprendere le ragioni
della sua noia. Lo stato di “indolenza” della cittadina corrisponde alla sensazione di apatia che prova il
protagonista, che non si riconosce nei valori espressi dalla Chiesa e dal partito.
La noia che prova Berardi ricorda il senso di apatia, associato ad un senso di frustrazione per l'incapacità di
distaccarsi da una visione della società borghese del protagonista de la “Noia” di Moravia. Mentre in
quest'ultimo, però il concetto di proprietà borghese ha effetti drammatici e ossessivi sulla coscienza e sulle azioni
del personaggio (il binomio sesso-denaro sono il simbolo della cultura del possesso borghese ed attraverso essi si
verifica il processo di alienazione dell'uomo che riuscirà ad esercitare il proprio potere solo attraverso il sesso e la
mercificazione materiale), Pomilio demonizza il processo di “compromissione”, che il protagonista presenta come
forza negativa capace di eliminare qualsiasi inibizione morale.

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I temi di Moravia vengono quindi rivisitati spostando la riflessione da un piano ideologico (Marxismo e
psicanalisi) a quello morale e spirituale.
Il protagonista di Pomilio, dunque, assumerà la caratteristica di uomo “passivo” dinanzi al resto della città
conquistata dagli effimeri simboli del benessere.

• IL ROMANZO DI UNA CRISI


Come abbiamo visto, tra gli autori partenopei degli anni è constatabile la centralità della rappresentazione del
paesaggio urbano. La maggioranza dei romanzi di questo periodo fornirà, da diverse angolazioni, un'immagine
dell'Italia del boom economico. Questi romanzi estenderanno la propria attenzione all'urbanizzazione della
nascente periferia e quindi alla rivisitazione dei temi legati al binomio città/provincia, si aggiunge la nuova
simbolica legata al binomio città/periferia. Con il processo di urbanizzazione della periferia, e quindi il confine
dissolto tra città e campagna, la topografia del romanzo contemporaneo si caratterizza come spazio in cui la
contaminazione del paesaggio naturale e quello dello sviluppo industriale vengono presentate come mappa in
continuo mutamento.
Un'altra caratteristica comune dei romanzi partenopei del periodo di riferimento è quella di combattere una sovra-
esposizione di Napoli e da qui deriva la necessità di rinominare i luoghi descritti o cambiarne la fisionomia (come
la Napolimegalopoli di Compagnone, la Apragopoli di Bernari, l'immaginario di La Capria della Bella Giornata, la
Foresta Vergine e le Sabbie Mobili).
Per quanto concerne il discorso linguistico, la maggioranza degli autori si rivolgeranno alla lingua italiana, anche
se alcuni scrittori lavoreranno sulla sperimentazione.
Nel caso di Donnarumma all'assalto e Era l'anno del sol quieto, Ottieri e Bernari attingono dal lessico settoriale
(quello dell'industria, della burocrazia e dell'economia). Nel caso di Bernari però, l'uso del linguaggio settoriale
non ha funzione mimetica, ma viene ricercato il processo di invenzione per elevare la scrittura dalla semplice
funzionalità comunicativa.
La Capria nel suo romanzo invece, farà uso della lingua italiana accompagnata da una prosa ricca di dialettismi
volta ad imitare la parlata provando a riprodurre la caratteristica timbrica dell'alta borghesia napoletana.
Domenico Rea nel suo romanzo si servirà della lingua letteraria e di una sintassi barocca, che abbinate alla
rappresentazione di Nocera Inferiore gli conferisce un'alta intensità espressiva.
Nonostante il periodo di riferimento sia florido per quanto riguarda il romanzo partenopeo, mostrandosi vicino
alle problematiche discusse in ambito letterario nazionale, le opere risulteranno poco incisive in termini di
riscontro sul mercato e i pochi romanzi che emergeranno dall'area campana saranno rilevanti solo per i premi
letterari ad essi accordati (Domenico Rea., Una vampata di rossore – Premio Napoli 1959. Raffaele La Capria,
Ferito a Morte - Premio Strega 1961. Compagnone. L'amara scienza – Premio Chianciano 1965. Pomilio, La
compromissione – Premio Campiello) .
Una delle ragioni è la conformazione geopolitica dell'industria incentrata nelle regioni settentrionali e inoltre
pochi scrittori. Inoltre pochi scrittori riusciranno a confrontarsi con la nascente realtà culturale legata alla nuova
realtà industriale.
Solo qualche anno più tardi,quando la tematica industriale diverrà una premessa per un'esplorazione più profonda
della condizione umana, il romanzo del genere studiato riuscirà a diventare espressione valida dei risvolti
storici,umani e culturali.

• 3° CAPITOLO
DUE ITINERARI DELLA NAPOLI LITTORIA

• IL ROMANZO E LA STORIA
I romanzi degli anni del boom economico, sono caratterizzati, per la maggior parte dei casi, da trame, personaggi
e ambientazioni legate all'attualità. La tendenza cronachista che fu legata al neorealismo e sopravvisse fino ai
primi anni sessanta, manifestava una concezione letteraria legata alla lezione del fatto.
Tra i romanzi d'area partenopea pubblicati tra il 1958e il 1956 solo due non rappresentano la contempoaneità:
Giornale di adolescenza di Enzo Striano e La dama di piazza di Michele Prisco. Entrambe le opere si discostano
dalla tendenza letteraria neorealista e rientrano nel genere del realismo d'ispirazione storica mediante il racconto

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della Napoli fascista. La città, in queste opere si contrappone al Tempo (poiché la città rievoca il passato che ha la
possibilità di essere cambiato nel presente, come se le due dimensioni temporali si trovassero su uno stesso
piano)e diverrà punto di osservazione per riflettere sui cambiamenti in una prospettiva temporale.
Prisco e Striano troveranno riscontro nel panorama nazionale in cui si rinnovava l'interesse per il componimento
misto (Un tipo di componimento che interessa l'intera comunità del secondo dopoguerra. Questa tendenza si
sviluppa dopo il secondo conflitto mondiale, quando la moderna borghesia si insedia nella letteratura e riesce ad
influenzare gli altri generi letterari con le sue caratteristiche tragico-quotidiano).
Seppur i testi dei due autori s'ispiravano alle recenti teorie di Lukàcs (il superamento della tendenza cronachista in
favore della storia), diffuse nei periodici di orientamento marxista, questi se ne distaccheranno nell'essenza e nelle
intenzioni per il loro stile e le loro tematiche, mostrando un' autonomia creativa che li porta ad abbandonare
l'impegno civile in favore della ricerca della verità, utilizzando come strumento d'indagine il divenire storico
impresso nei luoghi.

• LA CITTÀ-CONCHIGLIA DI MICHELE PRISCO


Nella Dama di Piazza (1961) Michele Prisco affronterà alcuni argomenti discussi dal filosofo marxista Lukàcs in
quel periodo. La teoria di Lukàcs si incentrava su due punti:
– la necessità dello scrittore di concentrarsi sul personaggio tipico (un tipo di personaggio che fonde
insieme tutti i momenti determinanti, umanamente e socialmente, di un periodo storico. Il realismo
racchiude in sé tutti gli elementi essenziali di un'epoca storica e ne caratterizza le tendenze di sviluppo più
significative) che incarni gli ideali di un'intera classe sociale e le caratteristiche del periodo storico di
riferimento
– la necessità di praticare un tipo di realismo in cui l'oggettività del dato storico si armonizza con il giudizio
dell'autore sul presente
Prisco, pur rifiutando il materialismo storico, crea un'opera fondata “sulla regola del commento costante e
uniforme” (sincronismo temporale) che attraverso l'indagine e la ricreazione finzionale del passato, interpreta il
presente.
La trama del romanzo racconta la storia di una famiglia nel periodo compreso tra le prime agitazioni sindacali del
1919 e la fine della seconda guerra mondiale.
La centralità del concetto storico è constatabile dal titolo originario del romanzo “Gli anni delle bandiere”
(allusione allo scontro fascisti- anti/fascisti), che fu poi sostituito per la volontà dell'autore di riportare l'attenzione
sulla protagonista in “La Dama di Piazza” , un'antica espressione che indicale donne iscritte ai seggi della nobiltà
cittadina”.
Aurora, la protagonista è un personaggio tipico, ma non nei termini lukàcsiani. Infatti ella non incarna gli interi
valori di una comunità, impersona bensì il quadro geografico del momento. L'animo della protagonista rispecchia
infatti la città di Napoli negli anni del fascimo. Questo rispecchiamento ha l'obiettivo di legare le ragioni delle
azioni del personaggio alle dinamiche sociopolitiche del periodo di riferimento. (Lo scopo di legare lo stato
d'animo al paesaggio circostante si aggiunge alle riflessioni dell'autore contenute sulla rivista “Le ragioni
narrative”, in cui affermava la necessità di ri-attribuire al romanzo contemporaneo, la funzione conoscitiva in
contrapposizione con gli sperimentalismi Neoavanguardistici).
Dalle prime pagine la protagonista appare in uno stato di indolenza, incapace di coinvolgimento emotivo rispetto
alle situazioni del suo mondo . Infatti, questa indifferenza sarà la causa della fine della storia d'amore con Lillino,
che al contrario, si fa coinvolgere dalla situazione politica di quegli anni.
Lo stato d'indifferenza della protagonista continuerà anche quando la famiglia la indirizzerà vero un nuovo e più
vantaggioso fidanzamento. Infatti la protagonista accetterà passivamente di sposare Basilio e tornerà nel suo status
di indolenza anche dopo la separazione con quest'ultimo.
L'indifferenza e l'apatia della protagonista vengono enfatizzate da un correlativo geografico, l'area della Salita di
Pontecorvo, definita come spazio separato ed isolato rispetto alla vivacità del resto della città.
La vita del quartiere resta bloccata anche dopo i bombardamenti rispetto al resto della città. Questo immobilismo
trova corrispondenza con lo stato di rassegnazione ed umiliazione che investe la protagonista (e anche Alfredo, il
suo primo marito che subisce lo stesso stato di assopimento della città durante il periodo della propaganda fascista
, ma a differenza della protagonista, Alfredo prende azione decidendo di arruolarsi per una guerra, fino a quel
momento disprezzata).

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Tuttavia seppure il temperamento di Aurora corrisponde all'atmosfera di Via Pontecorvo, farà delle considerazioni
ambigue sul quartiere: se da una parte ella si riconosce in quel luogo, dall'altro risente di un sottile risentimento
per l'atmosfera di chiusura dello stesso.
La protagonista pur non mostrando interesse per gli accadimenti che sopraggiungono nella città, tenterà di
sfuggire all'apatia dei luoghi, nei quali si riconosce, attraverso relazioni sentimentali torbide ed occasionali,nelle
quali ritrova il sentimento di vitalità. Tuttavia, i suoi tentativi di “evasione”, mediante matrimoni o passioni
travolgenti, falliscono, lasciando la protagonista in uno stato di infelicità e inappagamento, causato dalla sua stessa
passività di fronte al corso degli eventi e dalla speranza che un cambiamento possa avvenire dall'esterno.
I temi di inezia e apatia di Prisco trovano corrispondenza con quelli delle recenti opere di Moravia e Pomilio, la
cui caratteristica è il legame tra l'immobilismo dei personaggi e quello dei luoghi da essi vissuti.
Come nelle opere di Moravia e Pomilio,anche ne “La dama di piazza” vi è una ricchezza cartografica volta a
situare vari episodi significativi in luoghi precisi.
La seconda parte del romanzo comincia con il giorno che precede il primo discorso di Mussolini al San Carlo e si
sofferma sulla parata dei fascisti lungo via Toledo;
La terza parte, che vede la partenza di Alfredo è situata nei pressi della stazione marittima e del Littorio.
La quarta parte ritrae il percorso di Hitler e la sua marcia durante la sua visita a Napoli, nelle vie di San
Ferdinando.
Il romanzo si chiude sulla veduta di Napoli dal belvedere di San Martino, dalla cui altezza Aurora stenta a
riconoscere il volto della propria città.
Nel finale del romanzo, la linearità e la precisione dei reticoli urbani stravolgono l'intera logica che fino a quel
momento ha guidato il racconto, focalizzandosi sullo smarrimento della protagonista di fronte al groviglio di
viuzze che compongono la città e quindi concentrandosi sulla visione mobile (non più indifferente) di Aurora.
Questo passaggio si traduce la impossibilità di ridurre l'immagine di un luogo ad una mappa regolare e
razionalmente decifrabile.
Nello sguardo della protagonista si uniscono due visioni convergenti, quella della “città- formicaio” e della “città-
conchiglia”. Prisco, dunque fornisce la visione di una Napoli che fa fatica ad essere interpretata in una visione
univoca, infatti proprio come la sua protagonista-specchio, che per la gran parte del romanzo appare in uno stato
di apatia, non rinuncia alla possibilità di comprenderla e di sentirla partecipe del mondo.
La Storia, che ancora pesava sulla coscienza della società degli anni 60, diviene un mezzo per ragionare e dare un
proprio giudizio sul presente in termini di “rispecchiamento”. Prisco in questo modo riesce a prendere le distanze
dalla tendenza cronachista.

• UNA <<MARCIA NELLA LUCE>>. NAPOLI LITTORIA NEL RACCONTO DI ENZO


STRIANO
Giornale di adolescenza è uno dei romanzi che meglio seppe reagire alla necessità di rinnovamento degli anni
Cinquanta e Sessanta. Tuttavia, il libro resta inedito per oltre quarant'anni ed ha trovato un'accoglienza condivisa
solo negli ultimi anni.
Al tempo, la pubblicazione del romanzo fu ostacolata dalla ritrosia di alcuni consulenti delle case editrici del nord,
e ciò condusse Striano a rinunciare alla stampa della sua opera.
Il romanzo narra le vicende di Mario Morrone, un ragazzo di umili origini, studente di un prestigioso Liceo nel
periodo compreso tra il 1936 e il 1940. Il narratore fa coincidere il periodo della sua formazione con i fatti
accaduti durante gli anni del regime fascista visti dalla prospettiva di Mario. L'originalità della scelta sarà molta
apprezzata da Pratolini, che scelse una soluzione stilistica simile alcuni anni prima. Tuttavia a differenza di
Pratolini (che confidava nel racconto per un progresso della società, come da principi della cultura di sinistra ),
Striano rifiutava le strutture che alimentavano la propaganda del realismo socialista e si affida ad un realismo
capace di fornire un'analisi di come il fascismo agisse sulle aspirazioni della piccola borghesia (l'autore lascia il
PCI e procede la sua attività critica e letteraria rivendicando l'autonomia ideologica). Il proposito realistico si
realizza quindi con la visione prospettica.
La narrazione in terza persona procede per episodi significativi, mantenendo compattezza grazie alla centralità
della visione di Mario, un protagonista “tipico” perché incarna sia le caratteristiche di una precisa classe sociale
sia i valori di un'intera generazione. La lettura della Storia risulta efficace grazie alla capacità dell'autore che

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riesce a far emergere la realtà attraverso le parole e le azioni del protagonista, anziché commentare e giudicare.
La rappresentazione dello spazio e della sua connotazione metaforica diventano elementi centrali per la resa
realistica.
A differenza dell'opera di Prisco, le ambientazioni del romanzo sono prevalentemente chiuse.
Salvo rare eccezioni, infatti, il racconto procede nella casa del protagonista. L'autore insiste sul ritratto del giovane
, che da dietro ad una finestra, osserva il mondo di fuori come uno spettatore.
(La finestra è uno dei topos descrittivi più usati nella letteratura dell'ottocento. Essa segnala al lettore
l'introduzione di una descrizione e rende realistici i dettagli e l'ordine degli ambienti riprodotti)
La casa del protagonista ha caratteristiche ambivalenti. Infatti se in parte è un guscio che opprime, dall'altro lo
rassicura. Il protagonista vive in un ambiente permeato di energie contrapposte: quello della madre indolente e
premurosa e quella del padre che cerca negli studi del figlio, i riscatti dei propri sacrifici. L'equilibrio sarà
spezzato alla vigilia del 1937, quando i comandi fascisti invadono la città e Mario, preso dall'euforia, comincerà a
disobbedire alle decisioni del padre, il quale non accettava che il figlio si distraesse dagli studi per frequentare il
mondo esterno e proverà nei suoi confronti un risentimento, per la sensazione di soffocamento che egli attribuiva
alle pressioni del padre.
Mario inizierà a frequentare i suoi amici di scuola che si riuniscono al Fascio del Rione Arenaccia e sarà travolto
da un entusiasmo totalizzante in contrasto al periodo malinconico del suo passato.
Il trasporto provato da Mario per le file dei reparti in marcia e per la partecipazione al sogno collettivo, non
coinvolge anche la città, che si presenta indifferente alla luce dell'ideologia che avrebbe condotto l'Italia alla
guerra civile.
Il protagonista, nel corso dei seguenti mesi, perderà interesse per le riunioni del Fascio e percepirà la deriva
irreversibile del regime, proprio nell'ambiente scolastico, dinanzi alla traccia di un tema di italiano.
Mario che fino a quel momento aveva vissuto il fascismo con ingenuità ed entusiasmo, con l'avvento della guerra
avverte il senso di rottura. Il fascismo per lui è stato solo un inganno capace di distrarlo dalla sensazione di vuoto
avvertita in passato e sarà dinanzi al tema scolastico che prenderà coscienza di essere nel mondo e di accettare una
realtà inafferrabile nella sua mutevolezza.
Il finale evidenzia le percezioni di Mario e sulla sua incapacità di riconoscere lo spazio esterno, risolvendo il suo
percorso di crescita con l'identificazione si sé nello spazio.
La realtà indecifrabile vista dal sottosuolo è sentita come un brusio lontano. Il brusio assume la connotazione
metaforica di modernità.
L'autore nell'epilogo porta a termine un'operazione di rispecchiamento,e mentre critica il regime fascista
attraverso la prospettiva di Mario, si apre al presente, alle speranze riposte nella ricostruzione (identificabile nel
fremito che sente il protagonista dopo i bombardamenti).

4° CAPITOLO
UNA TOPOGRAFIA DELLA CRISI

• LA CITTÀ, IL MITO, L'APOCALISSE


Con l'approssimarsi degli anni Settanta, il romanzo d'ambientazione partenopea tende a rappresentare l'immagine
della metropoli maledetta. L'interesse ideologico per la nascente periferia sarà superato in favore di una mappa
urbana la cui funzione metaforica si rapporta ai limiti della conoscenza dell'uomo, accompagnandosi al mito
dell'apocalisse. L'immagine che ricorre e che troveremo in Patroni Griffi, Striano e Pugliese, è quella di una città
infernale associata al processo di distruzione e ricreazione.
Analogamente si diffonde la tendenza a proporre una rappresentazione del paesaggio priva di elementi mimetici,
che pretende di esprimere la verità nella sua stessa forma. In questa chiave stilistica troviamo la spirale di nebbia
che pervade la città (e il romanzo) di Prisco e la città “in progress” ritratte in Indecenze di Sorcier di Enzo Striano.
La scrittura letteraria di questo periodo rivisita in maniera critica i temi principali dell'immaginario letterario
nazionale ed europeo, anche grazie alla ritrovata flessibilità linguistica. Infatti le varietà di soluzioni adottate nel
romanzo, raggiungono un grado di efficacia espressiva tale da riuscire a distaccarsi totalmente dalle caratteristiche

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localiste o borghesi.

• CITTÀ COME METAFORA. UNA SPIRALE DI NEBBIA


Con <<Una spirale di nebbia>> (1966) Prisco rinnova la sua produzione letteraria, sia per quel che concerne
l'aspetto compositivo che per le tematiche, dando quindi inizio ad una nuova stagione narrativa caratterizzata da
una sperimentazione formale più marcata e su un percorso “esistenzialista”.
Nell'opera permane il modulo narrativo che vede la tendenza a sviluppare l'azione a partire dal legame che unisce
il paesaggio e il personaggio e di conseguenza si attribuisce un'attenzione prioritaria all'elemento visivo.
La trama del romanzo è ambientata nella cittadina di Cales, una provincia tra Napoli e Caserta e vede protagonista
i coniugi Valeria e Fabrizio Sangermano.
Durante una partita di caccia organizzata per gli amici, Valeria viene uccisa da un proiettile proveniente dal fucile
del marito. La narrazione ricostruisce i giorni seguenti l'omicidio attraverso i resoconti familiari e di amici, che
vengono chiamati a testimoniare ed ognuno di loro fornisce la sua personale “verità” sull'accaduto di quella
giornata.
La trama verte sull'incapacità dei personaggi di decifrare la realtà; in particolare sulla difficoltà del giudice Marino
di riuscire a scoprire le dinamiche e il movente dell'omicidio. L'indagine,dalla connotazione metaforica in termini
conoscitivi, è volta a districare i fili di una vicenda ardua da districare che si risolve in un empasse (vicolo cieco)
intensificato dallo scenario nebuloso ritratto da elementi come la pioggia e i toni grigio cupi della natura.
La luce, infatti è completamente assente dalla rappresentazione, mentre la nebbia la pervade, riducendo il campo
visivo,celando la realtà e risucchiando i protagonisti in un nulla indistinto che travolge passione e sentimenti e
infonde sensazioni di solitudine e sgomento. La nebbia diventa quindi un elemento altamente simbolico ed indica
la conoscenza negata, l'insondabilità che riveste i rapporti sentimentali e l'incapacità di giungere ad una certezza
univoca (La nebbia,è un topos della letteratura otto-novecentesca ed è metafora della crisi conoscitiva dell'uomo).
Il matrimonio dei coniugi Sangermano, infatti, presenta molti lati oscuri e il giudice Marino, che si concentra a
capire i motivi per cui Fabrizio ha sparato a sua moglie, paragonerà gli elementi di mistero della vicenda alla
coltre di nebbia.
Tuttavia, proseguendo col racconto, si giunge ad un ragionamento più ampio riguardante i condizionamenti che
regolano i comportamenti umani.
L'immobilità del paesaggio diventa simbolo sfondo di un' inchiesta che non produce risultati.
Nel romanzo, le caratteristiche del genere poliziesco vengono usate per rendere centrali nella narrazione la
precarietà dell'uomo e il bisogno della verità, a cui però corrisponde la consapevolezza della vanità degli sforzi per
raggiungerla (come si evince dalle riflessioni di Marino).
L'urgenza (insoddisfatta) di scoprire la verità e ciò che si nasconde dietro la realtà portano Marino a ragionare sul
cambiamento che ha investito la società, sulla trasformazione del paesaggio travolto dai simboli del benessere
(luci al neon, insegne pubblicitarie ecc.) e sul loro valore fatuo e ingannevole.
Gli emblemi “luccicanti” del boom economico si rivelano la loro essenza di vuoto illusorio, che dissuadono
l'attenzione dalla ricerca del senso, che ossessiona Marino.
La sensazione di vuoto, però, non è geograficamente circoscritta, infatti, l'autore rivela che non è il grigiore della
periferia a suscitare l'insensatezza del vivere, ma si tratta di uno stato d'animo umano. Infatti, proseguendo con la
corrispondenza tra paesaggio e personaggio, l'autore inserisce gli elementi del paesaggio di Cales (come lanebbia
e la pioggia )anche nell'unico ritratto di Napoli presente nel romanzo.
Per Prisco quindi la rappresentazione simbolica del paesaggio, in questo romanzo, è prioritaria rispetto a quella
naturalistica, poiché adotta la scelta di utilizzare una geografia urbana volta a descrivere il vuoto dell'uomo
contemporaneo (centralità di riflessione sull'uomo).
L'espansione della nebbia nella forma geometrica della spirale, enfatizza l'incapacità descrittiva e conoscitiva,
presente anche nella Dama di Piazza, ma in questo caso, non viene restituita la visione impressionistica (duplice)
di un singolo personaggio sulla realtà, bensì l'immagine della città è metafora di una condizione esistenziale
permanente e diffusa. La nebbia, si dissolverà infatti, soltanto nei luoghi del cimitero dove viene tumulata Valeria
Sangermano.
• CITTÀ E L'ANTICITTÀ. LE NOTTI DI GLASGOW
La trama de<<Le notti di Glasgow>> (1970) è intrecciata alla geografia urbana. Ogni episodio, infatti, è legato ad

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un determinato quartiere di Napoli. In questo romanzo viene raccontata una città senza centro e in continua
espansione, allungando la prospettiva del narratore alle periferie. Il romanzo narra la storia d'amore conflittuale e
turbolenta di un libraio del centro storico e una donna residente del Rione Traiano, quartiere della periferia ovest
di Napoli.
Compagnone si sofferma spesso sulla rappresentazione di una periferia “lager”. Il Rione Traiano, periferia attigua
ma contemporaneamente separata dal centro, diviene emblema del sobborgo moderno che in sé contiene una
“realtà parallela e opposta” a quella del centro; una dimensione che quindi assume le caratteristiche di quello che
l'immaginario moderno avverte come spazio dell'”Anticittà”.
Attraverso il personaggio femminile, l'autore esplora l'anticittà, rimarcando il rapporto di reciprocità che unisce
l'identità della donna e il grigiore di cui è circondata. La protagonista si ritroverà preda del consumismo, spinta
dalla sua intima frustrazione e la tensione dell'omologazione sociale.
L'antagonismo tra i due protagonisti diventa espressione figurata dei concetti antitetici di Città e Anticittà.
L'Anticittà è però, pur sempre parte della città. Nel corso del racconto, infatti, i due riusciranno a ri-conoscersi e a
superare le tensioni reciproche,anche attraverso la nascita del loro bambino, che armonizzerà le loro pulsioni
contrastanti.
La nascita del figlio si accompagna però a presagi infernali. Infatti viene definito come “un inferno di figlio” ,
un”frutto ” di una città che richiama alla memoria il violento degrado del centro scozzese degli anni 70.
I protagonisti non accettano passivamente un ipotetico degrado del loro bambino e cercheranno di scongiurare
quei mali, in modo speranzoso, chiamando il loro figlio Angelo.
Compagnone sfiora, quindi, solo in parte i temi connessi al dibattito sull'istituzione matrimoniale.
Egli lascerà trasparire piuttosto un maggiore interesse per la “mutazione antropologica” della società, che proverà
a sviluppare mediante delle risorse offerte dal racconto grottesco.
Nel romanzo, l'autore, prendendo le distanze dallo stile cronachista a lui congeniale, si aprirà alla narrazione
facendo uso del paradosso e dell'ironia.

• LA CITTÀ IDROFOBA. SU E GIÙ PER TOLEDO


Il romanzo Scende giù per Toledo (1975) ritrae una Napoli in miseria, popolata da prostitute e travestiti. La
protagonista, Rosalinda Sprint è uno di questi. La tipologia di personaggio fu già usata da Patroni Griffi nella
commedia teatrale <<Persone normali e strafottenti>> (1974), in cui la sceneggiatura si fondava sui concetti di
“travestimento”,simbolo letterario della diversità e di “napoletanità”, intesa come fattore culturale ed identitario,
che sarà unmezzo per “cogliere i valori della diversità”.
Rosalinda Sprint, nel romanzo, è icona della napoletanità . La sua vicenda non prevede svolte o traguardi, ma è
caratterizzata da azioni ripetute che incarnano ciò che il travestito rappresenta.
Patroni Griffi intende ripristinare nel romanzo le atmosfere dirette di Viviani. Infatti le vicende della protagonista
si svolgono nel quartiere di Montecalvario e Toledo. Ad essi si affiancano i luoghi della Napoli borghese: il
lungomare Caracciolo e il litorale Posillipo. La scena della passeggiata in barca a Posillipo ripropone
l'attraversamento dei luoghi dell'alta borghesia, gli stessi che aveva ritratto La Capria in Ferito a Morte.
La passeggiata in barca è un vero e proprio topos nella narrativa di Patroni Griffi. Infatti fu proposto già nel suo
primo racconto D'estate con la barca. A differenza dello scenario lucente proposto da La Capria, però, in Scende
giù per Toledo si assiste ad uno scenario deformante e iper-realistico (i rifiuti che sporcano il mare e la folla di
barche che si accalcano). Come suggerisce La Capria, la storia di Rosalinda svela il volto di una Napoli-Babilonia,
un'immagine cruda della città, in cui si fondono passione e morte in una forza distruttiva.
Il legame tra protagonista e paesaggio si coglie fin dalle prime pagine.
Patroni Griffi ritrae un paesaggio “idrofobo”. Infatti, il lungo mare, che è scenario pittoresco della città, viene
rappresentato in tempesta e diventa scenario apocalittico. L'espressività della descrizione, che mescola in maniera
grottesca l'orrido e il deforme è la soluzione stilistica dominante del racconto, e sarà usata per esaltare il
sentimento nostalgico di una bellezza perduta.
Raffaele La Capria, che commentò la visione inedita della Napoli di Patroni Griffi, attribuì allo stile del romanzo
un espressionismo di matrice barocca. Questo stile investirà sia il piano dell'immaginazione sia quello del
linguaggio che ritroverà la propria autenticità confrontandosi con la più alta tradizione partenopea, sia attraverso
la forma gergale e popolare, sia con l'uso di procedure più sofisticate, quali l'abbondanza di immagini metaforiche,

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la sperimentazione sintattica e l'uso espressivo della punteggiatura.


La protagonista del romanzo è un personaggio fuori dal comune; una fusione di grazia e perversione che
l'accomunano all'irregolarità della natura primordiale.
Da qui si evince la sottomissione alla volontà della Natura e al suo ciclo di vita e morte, senza compromettere la
capacità di una creatura che riesce a rifiorire dopo un processo di decadimento.

• DENTRO IL CORPO DI NAPOLI. MALACQUA


Il romanzo di Nicola Pugliese, Malacqua fu pubblicato nel 1977 dalla casa editrice Einaudi grazie alla mediazione
di Italo Calvino.
La trama del racconto trae origine dal conflitto tra Natura e Storia che si concretizza nella narrazione di “quattro
giorni di pioggia nella città di Napoli, in attesa che si verifichi un evento straordinario”. Il procrastinarsi della
pioggia infatti sembra far presagire lo scenario apocalittico della città che subisce crolli stradali e cedimenti di
vario tipo e allo stesso tempo crea aspettativa e una strana euforia tra la gente, che interpreta il fenomeno come il
presagio di un accadimento sconvolgente.
In Malacqua, romanzo intimista e corale allo stesso tempo, la città non viene descritta solo in base alle
consuetudini degli abitanti e la vita in generale, ma diventa vero e proprio personaggio all'azione, con propri gesti
e comportamenti, che come per gli uomini, vengono attuati attraverso attività sensoriali e riflessive. Lo scrittore,
quindi, sembra essere interessato a rappresentare il “corpo” della città, che viene assaltato dalla forza della Natura.
La Napoli di Pugliese è quindi una città che prende le sembianze di un corpo umano, ferito dalla Natura e capace
di conoscere attraverso il proprio sguardo. Ha inoltre un'anima riflessiva che spesso si smarrisce nei pensieri alla
ricerca di possibilità di riconversione. Tuttavia, quando il corpo cede, finisce per abbandonarsi al suo cedimento.
La metafora della città- corpo è molto diffusa in epoca moderna per esaltare il rapporto biunivoco di conoscibilità
tra uomo e città, ma Pugliese insiste viceversa sulla dissoluzione dell'organismo urbano. Ne viene quindi fuori un
ritratto in cui viene reinterpretato il rapporto dell'uomo con lo spazio in una figurazione irregolare e ne è un
esempio la correlazione dello sgretolamento dello scheletro della città con la frantumazione dei pensieri di Carlo
Andreoli . Il senso di precarietà accomunerà quindi il protagonista alla città.
La pioggia è presagio della disfatta di una città in rovina, che potrà in seguito rinascere.
La descrizione della città sommersa dai rifiuti rinvia alle atmosfere di “Scende giù per Toledo” di Patroni Griffi,
ma in questo caso, il miraggio di una “rinascita” si risolve nel nulla.
In Malacqua viene riaffermato il mito dell'”immobilismo” . Il racconto si richiama ai modelli della tradizione
romanzesca europea, avviandosi verso una narrazione dalla consecuzione enigmatica (tipo di narrazione adatta per
i racconti, che ne regge meglio le dinamiche delusorie, in cui i fatti si susseguono senza che ne venga chiarita la
logica o che hanno un epilogo in cui viene svelato un senso diverso da quello che si era immaginato fino a quel
momento),
Il romanzo riprende quindi lo stile modernista, con un vago effetto modernista (pastiche logico ripreso dalla
tradizione novecentesca europea di Kafka, Joyce e Proust) verso il finale.
• LA CITTÀ E IL SUO DOPPIO. INDECENZE DI SORCIER
Con indecenze di Sorcier, Striano adotta una forma “antinarrativa” densa di suggestioni metaletterarie (letteratura
che ha come argomento la letteratura).
Le storie, i personaggi e i luoghi descritti, non hanno dunque alcune corrispondenza con il mondo reale, ma sono
delle rappresentazioni creative della fantasia dello scrittore Sorcier, il protagonista (alter-ego dell'autore), che
attraverso esse cerca una correlazione solo simbolica con la realtà.
L'opera appare quindi come una complessa allegoria che, attraverso procedure iperrealistiche, traduce la visione
cinica e analitica del narratore.
La storia principale è ambientata in una villa sul mare, dove il protagonista trascorre l'estate insieme alla sua
famiglia, dedicandosi ad impartire consigli di scrittura letteraria all'Apprendista scrittore e a realizzare un plastico
che distrugge e ricompone di volta in volta, come fosse la pagina di un romanzo (secondo Sorcier, infatti, la
realizzazione del plastico segue le stesse procedure compositive di un romanzo).
Il plastico-libro raffigura immagini relative all'urbano (come la città, strade,porti) e alla natura (colline, spiagge,
fiumi,alberi ecc.)

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Successivamente su di esso prende piede la configurazione di una città imprecisata, il cui ritratto, contiene
riferimenti precisi alla città di Napoli (il groviglio di vicoli, i viadotti della Tangenziale Ovest, i sobborghi di
Soccavo e Traiano). Questi riferimenti sono però mescolati ad altri elementi che negano la riproduzione mimetica
della città. Questo perché lo scrittore non intende concentrarsi sulla rappresentazione di Napoli, ma offrire una
prospettiva della realtà urbana capace di contenere le riflessioni e le percezioni che la città -metropoli suscita
nell'uomo. Il romanzo mette quindi in risalto le caratteristiche di una topografia immaginaria dietro cui cela il
ritratto di Napoli e delle metropoli capaci di esplicare le percezioni dell'uomo, attraverso un linguaggio simbolico.
Nel rappresentare la città, Sorcier si concentra in particolar modo sugli spazi urbani periferici,emblemi della
trasformazione della civiltà moderna. Il protagonista ricompone quindi un plastico che lo riporta al sobborgo in
cui è nato e ai luoghi della giovinezza, ma anche in questo caso appaiono solo pochi dettagli riconducibili a
Napoli.
Napoli, seppur non è mai nominata è lo scenario su cui si basa la creatività di Sorcier.
Il confronto centro-periferia nel plastico diventa il metodo per rappresentare l'impotenza conoscitiva del
protagonista/autore.
Striano insiste sulla rappresentazione dello spazio suburbano, l'indefinitezza dei tradizionali confini, e sulla
moderna ridefinizione del concetto di confine geografico, perché la sua forma rivela l'indefinita realtà del
presente. Da queste riflessioni scaturisce la “Nostalgia pre-industriale” che Sorcier tenta di applicare sul plastico
mediante la realizzazione di una nuova forma urbana.
La mutevole conformazione del plastico manifesta le riflessioni del protagonista sul senso della Storia e della
letteratura. Nel racconto della memoria (evocato attraverso il richiamo alle pagine di Giornale d'Adolescenza) la
linea del sobborgo urbano è un confine definito dentro il quale si forma la coscienza di un giovane, che associa la
sua maturazione alla separazione del luogo natio.
Il presente è invece è il tempo dei confini imprecisati, la cui simbolica allude all'impossibilità, da un punto di vista
letterario, di riuscire a vincere la sua sfida conoscitiva. Dall'incontro tra presente e passato nasce quel sentimento
nostalgico per il passato che l'autore tenta di storicizzare associandolo al periodo “pre industriale” e che mette
mette a nudo la realtà del mondo circostante attraverso il linguaggio neobarocco (Le rappresentazioni di Sorcier
danno vita ad un artificioso gioco di specchi che mescola il piano della realtà a quello della finzione per svelare gli
inganni del reale preservandone la caratteristica dilettosa. Queste rappresentazioni presentano molti punti in
comune con il barocchismo novecentesco, adottando alcuni fondamenti estetici del Seicento artistico).

5
IL RACCONTO DI NAPOLI CINQUANT'ANNI DOPO
LA <<TOPOGRAFIA SEGRETA>>DI ERMANNO REA

• DAL GIORNALISMO ALLA LETTERATURA


Ermanno Rea (nato nel 1927) fa parte della stessa generazione degli autori fin'ora analizzati, ma inizia la sua
avventura narrativa molti anni dopo. Egli, infatti, pubblica il suo primo romanzo Mistero napoletano, nel 1995
dopo essersi dedicato per lungo tempo al giornalismo e alla fotografia.
Rea scrive una trilogia che vede come protagonista Napoli, città nativa dell'autore abbandonata anni prima e
visitata dopo quarant'anni di assenza per ripercorrere i luoghi dell'infanzia e della giovin. La trilogia intitolata
Rosso Napoli (2008), contiene: Mistero napoletano (1995) e La dismissione (2002) e Napoli ferroviaria (2007).
I tre libri formano insieme un unico romanzo basato su tre storie di donne belle e dannate, i cui destini sono
specchio di Napoli. Anche nel caso delle opere di Rea, viene istituito quindi un rapporto metaforico tra spazio
urbano e personaggio che si ripercuote nei destini e nelle identità delle protagoniste.
I libri di Rea legano, da un punto di vista letterario, la stagione del boom economico e quella del suo declino,
poiché ripercorrono la storia e la geografia della stagione delle speranze del dopoguerra (Mistero napoletano) fino
agli scenari della realtà contemporanea (La dismissione, Napoli ferroviaria).

• NAPOLI, FRANCESCA E IL MITO DI ALCESTI

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Mistero napoletano (1995)è un libro di viaggio in forma di diario e racconta la vicenda pubblica e privata di
Francesca Spada, militante nel PCI napoletano degli anni Cinquanta e legata all'autore da un' amicizia amorosa,
interrotta dal suicidio della donna nel 1961. A distanza di trent'anni, col supporto dei diari della protagonista e le
testimonianze di amici e parenti, l'autore intende riannodare i fili di quella storia per comprendere il movente del
suicidio della donna.
Un'ipotesi potrebbe essere quella di considerare Francesca vittima di una città in cui il tempo, quello della
speranza del dopoguerra, si era bloccato (l'autore insiste spesso sulla staticità del tempo,che diventa simbolo del
ristagno culturale economico e sociale della città di Napoli negli anni del secondo dopoguerra).
Tuttavia, proseguendo con l'indagine della morte di Francesca, l'omologia tra quest'ultima e la città diventa
sempre più nitida. Nella storia di Francesca, infatti, viene rivelato il destino di Napoli nel corso degli anni
Cinquanta.
Con l'inizio della guerra fredda Napoli fu sacrificata agli americani con l'insediamento della base NATO
riducendo quindi il porto a funzione di controllo militare, ostacolandone lo sviluppo e la ripresa economica*.

*(Le due grandi risorse che aveva Napoli erano il porto e le vecchie fabbriche che potevano essere riconvertite.
Cosenza disegnò un piano di rilancio del porto, progetto che Lauro buttò via. Il porto diventa quindi la base
logistica della sesta flotta americana. Il controllo del territorio, da parte di individui loschi, avvenne attraverso la
democrazia cristiana, che si assicurava che le sinistre non andassero al potere, e al contrabbando. )
Analogamente Francesca, sposata con Renzo, viene presa di mira (la donna è sposata con un ex fascista e durante
la seconda guerra mondiale si separa da lui, portando con sé i figli. Sarà quindi processata per abbandono del tetto
coniugale e sarà arrestata per saccheggio avvenuto durante lo stesso periodo) e per compromettere la carriera
politica delmarito, scomodo alla dirigenza del PCI napoletano.
Rea accusa quindi i funzionari di organizzare una campagna diffamatoria ai danni di Francesca, che deciderà di
opporsi alla delegittimazione suicidandosi.
L'ipotesi del suicido come forma di contestazione è sostenuta dal contenuto dell'ultimo messaggio di Francesca a
Renzo: una poesia che si intitola Alcesti (che diventa metafora della capacità di sacrificio, di fierezza e dignità).
Francesca come Alcesti si sacrifica per salvare Renzo dal partito. Così, anche la città di Napoli, per mano dei suoi
governanti, si offre in sacrificio per ricostruire la nazione.
Il pensiero sul presente, però è carico di fiducia. Gli anni Novanta sembrano dare inizio al tempo della ripartenza
(Infatti nel 1989 finisce il controllo del territorio e la democrazia cristiana perde il suo potere) e quindi ad un
percorso di salvezza dall'immobilismo del passato, di cui Bassolino è simbolo.

• LA FINE DI UN MONDO
La Dismissione (2002) mescolando autobiografia e inchiesta,ripercorre la storia dell'Ilva di Bagnoli, grazie alla
testimonianza di Vincenzo Buonocore (nome fittizio dietro cui si cela l'identità di un reale ex dipendente della
fabbrica) che accompagna l'autore nel suo viaggio per il vecchio impianto industriale napoletano.
Il libro è una trascrizione del racconto orale di questo ex dipendente, che ripercorre la vicenda della dismissione
dal proprio punto di vista, chiamando in causa anche la sua vita privata.
L'obiettivo del libro è quello di trarre il bilancio di un' epoca (anni 80-90) fatta di speranze, ma senza progetti
verosimili per sostenerle.
Il protagonista stringe amicizia con Chung Fu (impiegato inviato a Napoli per seguire la fase di smontaggio degli
impianti acquistati dalla società cinese per cui lavora)e con Marcella, un orfana che si legherà a Vincenzo prima in
un amicizia e poi in una relazione.
Nella Dismissione la città si sviluppa e trasforma unitamente all'identità del personaggio femminile (Marcella).
Nella seconda parte del romanzo, infatti, lo smantellamento della città segue l'insorgenza e la degenerazione della
malattia di Marcella.
La descrizione della malattia della donna fa eco a quelle del ritratto di Napoli nelle pagine successive, che
ritraggono un volto immobile della città, con il suo golfo grigio e vuoto, ben lontano dall'immagine pittografica
della città.
Rea infatti esclude la visione dell'immagine “cartolina” di Napoli per provare a rappresentare la città in un'ottica

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europea.
La Dismissione sembra seguire il percorso della letteratura industriale e l'insistenza di Rea sul declino post-
industriale ne accentua il carattere di romanzo archetipo (poiché Rea si fa cantore dell'epoca che va dalla fine del
Novecento agli inizi del millennio e che è infatti conosciuta come età della “dismissione”). Infatti la scena dello
smantellamento della fabbrica (seguita dal ricovero e dal funerale di Marcella) fa da specchio simbolico alla
perdita delle speranze nutrite.
• LA CITTÀ <<CHE NON SI PUÒ AMARE>>
Con Napoli Ferroviaria (2007) Rea chiude il suo “ciclo napoletano”.
L'autore si ritrova in città per ricoprire un incarico istituzionale, dopo cinquant'anni dopo la sua emigrazione al
Nord e ripercorre i luoghi più significativi della sua vita ridotti ad una condizione di irrevocabile degrado.
Ad accompagnarlo c'è Caracas, un fotoreporter di origine venezuelana convertito all'Islam.
Il romanzo si apre al racconto del legame nocivo che unisce Carcas alla sua ex amante, Rosa la Rosa.
Nome che lascia presagire il destino della donna e per rispecchiamento, quello della città.
(Il nome della donna richiama alla memoria numerose femme fatales protagoniste della letteratura europea di fine
secolo. Tra di esse vi è il Ciclo della Rosa dannunziano che si prefiggeva di celebrare le diverse manifestazione
della voluttà indicibile, servendosi di una figura femminile corruttrice che chiama Rosa dell'Inferno. D'Annunzio
attinge al Roman de la Rose, ma ne reinterpreta l'essenza in chiave mistica e maligna. Nel caso di Ermanno Rea,
il seme della dannazione che porta in sé la donna ha una connotazione patologica).
Anche in questo romanzo si viene a creare una reciproca dipendenza tra l'ambientazione urbana e la storia di un
personaggio femminile dannato.
Nella storia di Rosa La Rosa si legge lo stesso disfacimento della città di Napoli.
La tossicodipendenza della donna diventa metafora, secondo le procedure simboliche dell'immaginario letterario
contemporaneo, di una città volta all'autodistruzione.
Tuttavia Rosa è ben inserita nella società e riesce a fare un uso controllato delle droghe, quindi il rispecchiamento
con la città avviene in modo diverso dai precedenti romanzi. In questo romanzo, infatti non è la città a farsi
metafora del personaggio, ma è nel destino di dannazione della donna che si manifestano le dinamiche della
consunzione della città.

• L'ETICA DELLA SALVEZZA E LA DIMENSIONE DEL RACCONTO

I tre personaggi femminili della trilogia di Rea hanno un legame di tipo trasformativo. I destini delle tre donne
seguono in maniera progressiva le fasi storiche che ha attraversato Napoli dagli anni Cinquanta ad oggi.
Lo sguardo dell'autore giunge quindi ad una conclusione lucida e amara, soprattutto se egli assume il punto di
vista di Carcas, che decide di lasciare definitivamente la donna che ama. La scelta di Rea è analoga a quella del
suo personaggio. Egli infatti deciderà di lasciare nuovamente e definitivamente la città.
L'epilogo della trilogia è proprio l'addio alla città inteso come atto di amara consapevolezza.
Nelle pagine finali, il narratore perde le tracce di Carcas e dopo averlo cercato a lungo per le strade della Ferrovia
si congeda da lui con un messaggio epistolare che attenua la sua visione pessimistica, non rifiutando la possibilità
di una futura salvezza.
L'autore tornerà a riflettere sulla possibilità di una futura salvezza nel racconto La Comunista (2014) in cui si
ritrova difronte lo spettro di Francesca Spada mentre a Napoli scoppia lo scandalo dei rifiuti.
L'ultima parte del racconto intende riaffermare l'utilità della letteratura, al di là di ogni indignazione, infatti, come
fa notare La Capria, Rea intende individuare per primo dei personaggi e collocarli in una situazione politica e
culturale che altri non avevano individuato.

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TRA LE PIEGHE DELL'AVANTESTO
LA COMPROMISSIONE DI MARIO POMILIO

• UN ROMANZO <<GENERAZIONALE>>
Nella narrativa di Pomilio, La compromissione (1965) ha la funzione di raccordo tra la stagione del romanzo
“tradizionale” e la fase “sperimentale”(fine anni 70, dopo la pubblicazione de “Il cane sull'Etna) della maturità
artistica.
La genesi del romanzo risale al 54, come conferma lo stesso autore, dopo la comparsa de <<L'uccello nella
cupola>>.
Il dibattito culturale degli anni Cinquanta, a cui partecipavano intellettuali pressoché di sinistra, accoglievano con
favore le proposte di orientamento marxista, indirizzando il mercato editoriale in una direzione ideologizzata.
Pomilio, seppur vantava una lunga militanza nel Partito Socialista si discosta da questo concetto, sostenendo
l'autonomia del lavoro artistico affinché sia considerato espressione di “verità” e non di ideologia. Inoltre la sua
vocazione teologico-cristiana riscoperta durante la Stesura de <<L'uccello nella cupola>> finisce per essere
relegato ai margini del panorama letterario nazionale e per questo motivo nel 54 abbandona il progetto de La
Compromissione, convinto che l'argomento necessitasse di un distanziamento.
Il romanzo, a lungo pensato, comporta una ridefinizione della materia narrativa che comprenderà anche quella del
titolo. Infatti, come testimonia l'archivio del <<Fondo Pomilio>> dell'università di Pavia il lavoro condotto da
Pomilio subì diverse variazioni. Prima di approdare a La Compromissione, che rappresenta il punto di svolta e la
fine delle incertezze, l'autore cambiò ben 3 volte titolo.
Il proposito dell'autore di legare una vicenda corale ad una prospettiva individuale (espressa dal racconto in prima
persona) viene ripresa con un'intenzione <<narrativa>> e non <<memorialistica>> per ricollegarsi al valore di
senso della <<ricerca>> e non all'autobiografismo cronachista.
Pomilio avverte l'esigenza di rispondere agli interrogativi posti dalle istanze del realismo d'ispirazione marxista,
integrando il racconto dell'ambiente con quello della Storia.
L'autore farà emergere il legame del destino del singolo (Marco Berardi) e della società di cui fa parte (l'Italia
centrista) e fornire un romanzo generazionale capace di raccontare i cambiamenti del presente.
Pomilio intervenne in un'intervista rimarcando i limiti dell'autobiografismo di cui era stato accusato, sostenendo
che si trattasse di autobiografismo non personale, ma di tipo generazionale e quindi la coralità del romanzo viene
subito ripristinata.

• L'EQUIVOCO DEL ROMANZO SAGGIO


Il dibattito critico su La Compromissione, prende piede dalla formula del “romanzo saggio”.
La narrazione infatti si situa nella spazio della coscienza del protagonista che rievoca e analizza fatti, scelte e
azioni che hanno condizionato la sua vicenda civile e morale in una direzione di “compromissione”.
Berardi ricostruisce la storia del suo impegno politico e intellettuale (esperienza dell'antifascismo, gli anni della
Resistenza e l'attivismo dei primi anni della Repubblica) interrogandosi sulle ragioni che lo hanno condotto in una
condizione di indolenza morale a cui corrisponde per rispecchiamento il destino di immobilismo della sua
generazione.
Il romanzo quindi sostituisce il tradizionale plot narrativo con un'investigazione logico- filosofica che mette in
evidenzia l'impronta saggistica dell'opera.
Pomilio con <<La Compromissione>> contravviene al filone della meta-letteratura coniugando il piano della
rappresentazione dell'attualità storica con quello della ricerca esistenziale.
La sostituzione di fabula e intreccio in favore del dibattito di idee espone il romanzo, in seguito alla sua
pubblicazione, a denunce di eccessiva riflessività (dando di conseguenza poco spazio all'immaginazione), da parte
della critica.
Grazie all'esperienza del <<Nuovo Corso>>, definita dall'autore “ideologicamente liberatoria” egli è pronto per

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confrontarsi con la Storia, libero da influenze ideologiche e accetta la formula del romanzo saggio.
Seppur il protagonista (intellettuale di sinistra che abbandona il PSI, ripiegando in uno stato di indolenza) ha dei
tratti in comune con l'autore, quest'ultimo nega l'ipotesi di alter ego.

• IL <<CIELO CHIUSO>> DELLA STORIA E LA <<SPARUTA IRRAZIONALITÀ>> DELLA


MODERNITÀ

Pomilio, nel suo romanzo esplora i fattori che condizionano l'azione morale dell'individuo e l'incidenza che ha, sia
sul piano collettivo che individuale, il potere corruttivo del <<male>>.
La centralità di questo tema trova conferma nella ricorrenza di alcune forme lessicali (come sistema, scelta, verità,
destino).
Il concetto di sistema viene usato da Pomilio per indicare una cerchia ideologica nella quale si definiscono le parti
sociali che ne fanno parte.
Ne <<La Compromissione>> l'autore accusa il Cristianesimo e il Marxismo. Il protagonista infatti sceglierà di
staccarsi da qualunque sistema, rifiutando il “dogmatismo”, e si isolerà dal mondo, ripiegando nella solitudine e in
uno stato di inerzia che lo rende indifferente ai richiami dell'azione.
Le scelte del protagonista, frutto di un sistema di valore in crisi, diventano alla fine previsioni di azioni soltanto
ipotetiche.
L'incertezza del protagonista rispecchia quella della Storia e della religione, che smettono di fornire risposte
concrete e perdono la percezione di stabilità legata al futuro.
Berardi, pur rifiutando gli schematismi non rinuncia alla ricerca della verità che avviene mediante l'investigazione
autoriflessiva.
Il bisogno della verità e del conseguente raggiungimento della libertà spingono Pomilio ad analizzare il messaggio
cristiano <<Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi>>(Giovanni 8, 32) ponendo l'individuo (l'Io) al
centro del giudizio e della ricerca delle verità universali. L'esperienza religiosa intesa come pratica meditativa
riveste un ruolo fondamentale nell'opera, poiché attraverso l'esame di coscienza e la confessione di colpe, il
protagonista può essere riscattato dalla sua aridità spirituale.
Il protagonista esamina, come accade all'Innominato dei Promessi sposi di Manzoni dopo il rapimento di Lucia,
le ragioni che lo hanno allontanato dal Bene.
Manzoni infatti si rivela essere fondamentale nell'apprendistato narrativo di Pomilio, che con lui condivide la
passione per la verità e il rapporto conflittuale con il cattolicesimo.
Un altro autore che influenza la narrativa di Pomilio è Petrarca, autore del Secretum, i cui temi sono “verità, fede e
coscienza”.
La tradizione letteraria influenza quindi i metodi di rappresentazione dell'auto-riflessione nella narrativa di
Pomilio e da essa ha origine anche la figura del “testimone”.
Nella prima parte dell'opera la figura di “giudice” morale è Amelia, ma quando sopraggiunge la crisi del
matrimonio, Berarsi decide di erigersi a testimone morale di sé stesso.
• DALLE CARTE DEL FONDO POMILIO: I MATERIALI RELATIVI ALLA
COMPROMISSIONE
Tra i documenti relativi alla Compromissione, oltre ai dattiloscritti e alla corrispondenza si segnalano:
1. Diversi quaderni contenenti appunti di stesura, schemi, alcuni brani del manoscritto, ritagli di giornale
2. Alcuni bloc-notes contenenti appunti
3. Diversi fogli sparsi contenenti indirizzi e appunti
4. Fogli spillati contenenti appunti variazioni
5. Una cartolina con la scritta <<Teramo-La Cattedrale>> in bianco e nero
6. Due agende

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• I RITAGLI DI GIORNALE
Gli articoli di giornale relativi alla Compromissione sono conservati nel raccoglitore <<Materiale eterogeneo
relativo alla Compromissione>>.
Le pagine raccolte testimoniano il lavoro di approfondimento condotto da Pomilio in fase di stesura del romanzo.
La documentazione è costituita da 12 articoli ritagliati che riguardano casi minori di cronaca politica e giudiziaria
risalenti ai primi anni della repubblica. Tutti gli articoli segnalano episodi di corruzione all'interno
dell'amministrazione pubblica e presentano legami con fatti e personaggi ripresi all'interno del romanzo.

• GLI APPUNTI
Tra gli appunti custoditi nel raccoglitore <<Materiale eterogeneo relativo alla Compromissione>> si trova un
gruppo di fogli bianchi spillati contenente la cronistoria delle vicende politiche italiane, dai giorni successivi alla
proclamazione della Repubblica fino all'adesione al Patto Atlantico.
La cronaca degli avvenimenti è precisa e registra con cura tutte le date di manifestazioni in favore della pace.
Questo materiale sarà usato per sviluppare il I e il VII paragrafo del quinto capitolo, in cui viene descritto il
dissenso dei socialisti e dei comunisti per la decisione di De Gasperi di aderire al Patto Atrlantico e l'elezione di
Marco Berardi a Presidente dei Partigiani della Pace.

• LE AGENDE
Le due agende risalgono al periodo compreso tra il 1957 e il 1965.
La prima che reca l'intestazione <<Società italiana MADDALENA C-G AGENDA 1965>>, abbraccia un arco
temporale che va dal 1957 al 1965 e contiene appunti e riflessioni.
La seconda agenda reca come intestazione l'anno 1958 e probabilmente il suo contenuto risale al periodo
successivo al 1959.
Entrambe le agende contengono appunti di stesura e schemi narrativi intrecciati a citazioni riflessioni e ricordi.
Lo studio di queste annotazioni rende possibile inquadrare e circoscrivere lo spazio concesso all'autobiografismo
nel romanzo.

• <<ANDIAMO AVANTI PER LACERAZIONI>>. POMILIO E IL MESTIERE DI SCRIVERE


Il contenuto della prima agenda contiene un gran numero di appunti e citazioni che seguono ambiti di riflessioni
diverse e non sempre pertinenti alle problematiche tematiche e compositive della Compromissione.
Uno dei temi ricorrenti dell'agenda riguarda la riflessione sul rinnovato ruolo dello scrittore e sulla caducità del
lavoro letterario.
Le osservazioni di Pomilio nascono dalla necessità di restituire un incarico morale al ruolo dello scrittore.
Lo scrittore, che tradizionalmente era impegnato a rappresentare la realtà esterna, deve svolgere ora un lavoro di
indagine all'interno della coscienza e mantenere separati il piano della realtà da quello della verità.
Tuttavia Pomilio non è immune alla percezione della crisi verificatasi durante gli “anni d'oro” quando la scissura
tra l'intellettuale e la storia ha reso impossibile per l'opera letteraria fornire una visione di “sintesi” del mondo.
L'instabilità degli anni Sessanta determinano una condizione di disorientamento dinanzi al mercato editoriale che
con un'eccessiva espansione mercifica il “prodotto” letterario.
La Compromissione risentì del declino della Vallecchi. La crisi della casa editrice evidenzia la massificazione
dell'editoria italiana e la difficoltà di proporre opere letterarie di rilievo.
Ne consegue da parte dell'autore il disappunto di fronte all'instabilità del ruolo dello scrittore dovuta ad uno stato
della cultura che tende a ridurre lo spazio di senso affidato alla letteratura.
Tuttavia, l'autore continuerà a sostenere la “ricerca della verità” nei prodotti letterari.
• LA COSTRUZIONE DEL PERSONAGGIO

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Nella prima agenda, che si rivela utile per comprendere dove finiscono le caratteristiche autobiografiche e iniziano
quelle fittizie, per quel che riguarda il personaggio di Marco Berardi, l'autore ammette di condividere degli aspetti
con il suo protagonista, anche se durante la stesura del romanzo la definizione del personaggio si distanzierà
gradualmente da lui.
Il rapporto problematico dell'autore col suo personaggio è evidenziato dal carattere interrogativo delle sue
riflessioni che contrastano quello assertivo riguardanti lo stato della letteratura.
Nel confronto tra autore e personaggio, Pomilio se in un primo momento proverà a prendere le distanze dal
protagonista ne ritorna poi a parlare in termini di rispecchiamento.
Dopo la pubblicazione del romanzo, Pomilio tornerà sull'argomento nel 1965, analizzando in modo lucido le
contraddizioni del suo personaggio e risaltandone l'itinerario civile e morale oltre che le questioni riguardanti la
sua vicenda di compromissione che sono la libertà, la scelta e la responsabilità.
• POMILIO, NAPOLI E LA << NAPOLETANITÀ>>
In ambito narrativo Pomilio è solito abbandonarsi alla descrizione della provincia, ritratta nelle sue caratteristiche
reali o trasfigurata in un'immagine simbolica, che evidenzia una sintonia con l'animo dei personaggi.
L'autore arriva alla rappresentazione di Napoli solo alla fine della sua carriera di scrittore, con Una Lapide in Via
del Babuino.
Questa scelta è frutto della sua condizione di “napoletano d'adozione”, che lo porta a non sentirsi veramente
inserito nella città, tanto da narrarla.
Tuttavia, il discorso su Napoli è spesso presente nelle pagine critiche e nelle carte private.
Nella prima agenda, infatti appunta alcune considerazioni su Napoli, sulla sua vita culturale e sulla condizione di
isolamento in cui versa la città.
L'isolamento, per lo scrittore, non è però sinonimo di chiusura, anzi esso spinge alla reazione.
Queste riflessioni, contenute in un articolo dal titolo <<Perché restiamo a Napoli>>, prendono piede da alcune
obiezioni poste a Pomilio da alcuni lettori, che non si spiegano perché uno scrittore meditativo come lui resti in
una città tanto caotica. In risposta l'autore ricorda i personaggi illustri della tradizione filosofica partenopea,
conosciuti e accettati oltre i confini regionali e nazionali, che sono espressione dello spirito “meditativo”
partenopeo.
Pomilio ricorda che Napoli ha subito un forte isolamento politico e culturale. Questo aspetto non rappresenta solo
svantaggi. Infatti la solitudine spinge a guardarsi dentro e una città “isolata” può aiutare uno scrittore a tenersi alla
larga dalle mode letterarie.
Proprio dall'isolamento della città e dal fermento della sua comunità di intellettuali, nascerà il progetto delle
<<Ragioni narrative>> di Prisco, Rea, Incoronato e Pomilio, che avranno come obiettivo quello di rifondare il
mestiere di scrittore, difendendo l'indipendenza ideologica e culturale (pur restando ai confini della letteratura
ufficiale).

7
POMILIO, LA CAPRIA E FERITO A MORTE.
UN CARTEGGIO INEDITO

• FERITO A MORTE E LA NARRATIVA DEGLI ANNI SESSANTA


Ferito a Morte (1961) di Raffaele La Capria fu accolto in modo entusiasta dalla critica e dai lettori.
Le immagini mito del romanzo catturano l'immaginazione del pubblico e mettono da parte ogni titubanza legata
ad una scrittura sofisticata.
La narrativa degli anni Sessanta risentiva delle tendenze provenienti dai nuovi romanzi francesi (il descrittivismo
di Robbe Grillet)e annunciava la crisi del soggettivismo di matrice esistenziale pur conservando una minima
componente naturalista (quella dello scrittore onnisciente)
Le forme del realismo tradizionale contenute nel romanzo sono il probabile motivo per cui questo riceve
un'accoglienza tanto tiepida.

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Gli autori partenopei sono uniti nel decretare il plauso all'opera. Michele Prisco e Mario Pomilio sono tra i primi
ad alimentare la discussione sul romanzo.

• LA CORRISPONDENZA TRA POMILIO E LA CAPRIA


Il dibattito sul romanzo è attestato anche in un vasto corpus di lettere e carteggi. In questa documentazione è
presente il breve carteggio tra La Capria e Pomilio, utile per capire le problematiche legate alla crisi del romanzo
post-moderno.
L'epistolario è composto da sei lettere autografe risalenti al periodo compreso tra il 1961 e il 1969.
Un primo gruppo formato da tre lettere di La Capria e una di Pomilio risale al 1961. Il loro contenuto riconduce ai
mesi successivi alla pubblicazione di Ferito a Morte e alle vicende legate alla candidatura per il <<Premio
Strega>>.
Le altre due lettere risalgono a due episodi specifici: la pubblicazione della Compromissione di Pomilio (lettera di
La Capria a Pomilio9 e la rilettura di Ferito a Morte da parte di Pomilio nel 1969 (lettera di Pomilio a La Capria9

• LA RIVELAZIONE DI UN MONDO
La prima lettera della corrispondenza tra La Capria e Pomilio risale a poche settimane dalla pubblicazione di
Ferito a Morte. La Capria invia un messaggio di ringraziamento a Pomilio, presumibilmente in risposta a parole di
entusiasmo riservate al romanzo dall'autore abruzzese.
Seppur il rapporto dei due scrittori si limitava ad una reciproca stima intellettuale, La Capria avverte un'affinità
con Pomilio, poiché nelle interpretazioni di quest'ultimo vede rispecchiate le sue vere intenzioni.
La Capria chiude precisando la sua presunta “ammirazione” per Robbe Grillet.
In occasione della presentazione del romanzo Nel labirinto, La Capria ha l'occasione di intervistare Robbe Grillet
e approfitterà del confronto diretto per chiarire alcune questioni teoriche di quest'ultimo, che sosteneva la
separatezza della <<forma>> del romanzo dal suo <<significato>> ed esortava i narratori a superare la
tradizionale “profondità” psicologica in favore di una neutralizzazione del segno.
(Rifiuto della soggettività del personaggio e descrizione minuziosa della realtà, che esulando dalla visione
soggettiva dell'uomo, perde significato).
Nel corso del colloquio, La Capria, pur apprezzando l'oggettivismo dell'Ecole du regard, lascia emergere alcune
contraddizioni della visione di Grillet, che chiuse il discorso lasciando in sospeso l'ultima domanda più spinosa,
ma omaggiandolo con una copia del suo libro su cui era apposta una dedica.
La dedica di Grillet desta non pochi dubbi in La Capria e nei suoi conoscenti, tanto che Pomilio, nella successiva
lettera sottolinea l'ambiguità di quel gesto.
La Capria in risposta invia, in allegato alla lettera, il suo articolo su Robbe Grillet.
Pomilio risponde sottolineando ancora una volta quanto fosse “realmente scombussolato” dalla lettura di Ferito a
Morte, e per ribadirne l'originalità lo paragonerà ad alcuni testi, anch'essi candidati al “Premio Strega”.
Pomilio prosegue elencando le qualità di Ferito a morte e, soprattutto l'alto profilo della sua fattura stilistica, con
una lirica che possiede la stessa tensione lirica del Gattopardo di Tomasi Lampedusa.
La forza del romanzo consiste nella sua capacità di integrare l'esigenza della narrativa moderna allo spirito del
romanzo tradizionale novecentesco.
Pomilio rimarcherà inoltre l'abilità di La Capria di manipolare il piano temporale e spaziale fino a farli diventare
un “ipotesi dell'animo”.

• <<VORREI ARRIVARE AD UNO STILE DOVE L'”ABILITÀ” NON C'ENTRA PIÙ>>


La corrispondenza tra Pomilio e La Capria prosegue con una lettera di La Capria in cui, incalzato dalle riflessioni
di Pomilio, spiega gli intenti che lo hanno guidato nella stesura del romanzo.
Egli, nonostante il riscontro positivo dell'amico e della critica, confessa una parziale insoddisfazione per la
formalità del lavoro.

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Dopo la pubblicazione di Ferito a Morte, La Capria ha già chiara la sua idea di stile che vorrebbe adottare per
portare a compimento il libro successivo.
L'autore sente di non aver centrato pienamente il proprio obiettivo, ma di averlo solo sfiorato come fa notare in
un saggio del volume <<Letteratura e salti mortali>>, nel quale, in risposta a chi vedeva nel suo romanzo un
virtuosismo di scuola proustiana, rivendica l'ispirazione compositiva da un racconto di Cechov (La Steppa).
Il gruppo di lettere del 1961 si chiude con una lettera di ringraziamento a Pomilio, quando La Capria si aggiudica
il “ Premio Strega”.
A questo punto il pensiero dell'autore si rivolge ai suoi amici napoletani che lo hanno sostenuto, dimostrando
entusiasmo e prende le distanze dall'entourage intellettuale ed artistico partenopeo di Anna Maria Ortense, con il
quale aveva condiviso l'esperienza di <<Sud>> rivendicando la forza identitaria degli scrittori napoletani.

• FERITO A MORTE, O <<DELLA PERPETUA MALINCONIA DELLA GIOVINEZZA>>


Nel 1969 dopo aver riletto Ferito a Morte, Pomilio scrive a La Capria e gli comunica tutte le emozioni suscitate
ancora dalla rinnovata lettura del romanzo.
La rilettura del romanzo risale al periodo in cui, dopo la pubblicazione della Compromissione, Pomilio ritorna ad
interessarsi della città di Napoli, delle sue contraddizioni e della sua tematizzazione letteraria.
La rilettura del libro gli rivela nuove direzioni interpretative. Anche la composizione del volume, che in passato
aveva destato in lui delle perplessità, ora gli appare coerente con la sua struttura fluida.
Infine l'autore accenna alla situazione difficile del mercato editoriale che vede le grandi opere “oscurate” dalla
proliferazione del prodotto letterario.
Si conclude così il carteggio tra i due autori che costituisce i mutamenti cruciali che in otto anni incidono sul
panorama letterario e critico dell'Italia Repubblicana.

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