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MARGARET WEIS & TRACY HICKMAN

I DRAGHI DEL SOLE MORENTE


(Dragon Of A Fallen Sun, 2000)
DEDICATO CON RICONOSCENZA A PETER ADKISON,
CHE HA RIPORTATO IN VITA LA MAGIA
DI DRAGONLANCE

LA GUERRA DELLE ANIME


VOLUME PRIMO

La canzone di Mina

Il giorno se n'è andato senza che noi potessimo fermarlo.


I petali si chiudono sul fiore.
La luce svanisce nell'ora
dell'ultimo respiro del giorno.

L'oscurità della notte circonda


le anime distanti di stelle ora splendenti.
Lontano da questo mondo di dolore, paura e morte,
al quale siamo legati.

Dormi, amore; dormi per sempre.


La notte proteggerà la tua anima.
Abbraccia l'oscurità profonda.
Dormi, amore; dormi per sempre.

L'oscurità avvolgente s'impadronisce delle nostre anime,


racchiudendoci in un gelido abbraccio,
nella profondità del vuoto della Signora che tiene
il nostro destino nelle sue mani.

Sognate, guerrieri, il buio sopra di voi,


e sentite la dolce redenzione
della Consorte della Notte e del suo amore
per coloro che sono nel suo cerchio.
Dormi, amore; dormi per sempre.
La notte proteggerà la tua anima.
Abbraccia l'oscurità profonda.
Dormi, amore; dormi per sempre.

Chiudiamo gli occhi, riposiamo le menti,


sottomettiamo i nostri desideri al suo ordine.
Confessiamo le nostre debolezze,
e pieghiamoci al suo volere.

La forza del silenzio colma il cielo,


la sua profondità oltre me e te.
Nelle sue braccia voleranno le nostre anime,
e là cesseranno paura e dolore.

Dormi, amore; dormi per sempre.


La notte proteggerà la tua anima.
Abbraccia l'oscurità profonda.
Dormi, amore; dormi per sempre.

LIBRO PRIMO

I IL CANTO DELLA MORTE

I mani chiamavano la valle Gamashinoch - il Canto della Morte. Nessu-


no dei viventi ci metteva piede di sua spontanea volontà. Chi vi entrava lo
faceva per disperazione, urgente bisogno, o perché ne aveva ricevuto l'or-
dine dal proprio comandante.
I Cavalieri ascoltavano il «canto» da ore, mentre la loro avanzata li por-
tava sempre più vicini alla valle desolata. Era angoscioso, terribile. Le pa-
role, mai chiaramente udibili, mai del tutto distinguibili - almeno non con
le orecchie - parlavano della morte, e peggio. Il canto parlava di catture,
frustrazioni amare, tormenti infiniti. Era un lamento, un'espressione di de-
siderio per un luogo che l'anima ricordava, un porto di pace e di beatitudi-
ne ormai irraggiungibili.
Nel sentire per la prima volta quel lugubre suono, i Cavalieri avevano ti-
rato le redini dei destrieri, allungando la mano verso le spade; si guardava-
no intorno con apprensione, gridando: «Che succede?» e «Chi va là?»
Ma non c'era nessuno. Nessuno dei viventi. I Cavalieri fissarono il co-
mandante che, ritto sulle staffe, esaminava le rupi a strapiombo su di loro,
a destra e a sinistra.
«Non è niente», disse questi, infine. «Solo il vento fra le rocce. Andate
avanti.»
Spronò il cavallo sulla strada che correva sinuosa attraverso i monti noti
come Signori del Fato. La pattuglia seguì in colonna; il passaggio era trop-
po stretto perché gli uomini potessero procedere affiancati.
«Ho già sentito il vento, mio signore», osservò un Cavaliere, burbero, «e
deve ancora acquisire voce umana. Questo canto ci avvisa di stare lontani.
Faremmo meglio a dargli ascolto.»
«Sciocchezze!» Il caposquadra Ernst Magit si girò sulla sella per trafig-
gere con lo sguardo il suo ricognitore e comandante in seconda, che veniva
dietro di lui. «Sproloqui superstiziosi! Del resto, voi minotauri siete famosi
perché vi aggrappate a idee e costumi vecchi e superati. È tempo che entri
nell'epoca moderna. Gli dei se ne sono andati, e meno male, dico io. Noi
esseri umani governiamo il mondo.»
Una sola voce, una voce di donna, aveva dapprima intonato il Canto del-
la Morte. Ora le si aggiunse uno spaventoso coro di uomini, donne e bam-
bini, innalzato in una tragica nenia di disperazione, rovina e tormento che
riecheggiava fra le montagne.
A quel suono luttuoso, diversi cavalli si fermarono, rifiutando di prose-
guire; e, a dire la verità, i loro padroni non fecero molto per incitarli.
Il cavallo di Magit s'impennava e scartava. Magit gli conficcò gli speroni
nei fianchi, lasciando grossi incavi sanguinolenti, e la bestia avanzò rilut-
tante, con la testa bassa e le orecchie scosse da spasmi. Il caposquadra ca-
valcò per circa mezzo miglio, prima di accorgersi che non sentiva rumore
di altri zoccoli. Guardandosi intorno, vide che era il solo a procedere. Nes-
suno degli uomini l'aveva seguito.
Furibondo, Magit si girò, tornando al galoppo dai suoi. Trovò metà pat-
tuglia a terra, e l'altra metà che, con aria imbarazzata, stava in sella a ca-
valli tremanti.
«Le bestie hanno più cervello dei loro padroni», disse il minotauro, in
piedi sulla strada. Pochi cavalli permettevano a un minotauro di montarli, e
meno ancora avevano la forza e la stazza necessarie per portare uno dei più
grossi. Galdar era alto più di due metri, contando le corna. Teneva il passo
con la pattuglia, correndo agevolmente accanto alle staffe del comandante.
Magit sedeva sul suo cavallo, le mani sul pomo della sella, il viso rivolto
agli uomini. Era un tipo alto, esageratamente magro, le cui ossa sembrava-
no legate insieme con il filo d'acciaio, perché era molto più forte di quanto
non dicesse il suo aspetto. Gli occhi, di un azzurro acquoso, erano scialbi,
senza intelligenza, senza profondità. Era famoso per la sua crudeltà, per la
sua disciplina inflessibile - molti l'avrebbero detta irragionevole - e per la
sua devozione completa e totale a un'unica causa: se stesso.
«Monterete sui vostri cavalli e mi seguirete», intimò freddamente, «o vi
denuncerò tutti quanti al capobanda. Vi accuserò di codardia, ammutina-
mento, e tradimento della Visione. Come sapete, la pena per anche uno so-
lo di questi crimini è la morte.»
«Lo può fare?» bisbigliò un Cavaliere novello, che era alla sua prima
missione.
«Certo», risposero i veterani, cupi. «E lo farà.»
I Cavalieri rimontarono in sella e incitarono i cavalli con gli speroni. E-
rano costretti a girare intorno al minotauro, Galdar, che restava in piedi in
mezzo alla strada.
«Ti rifiuti di obbedire al mio ordine, minotauro?» domandò rabbiosa-
mente Magit. «Pensaci bene, prima. Sarai anche il pupillo del Protettore
del Teschio, ma dubito che persino lui potrebbe salvarti se ti deferissi al
Consiglio per codardia e violazione di giuramento.»
Piegandosi sul collo del cavallo, Magit parlò con finta confidenza. «E da
quel che sento, Galdar, il tuo padrone potrebbe non essere più tanto ansio-
so di proteggerti. Un minotauro con un braccio solo. Un minotauro guarda-
to con pietà e disprezzo dalla sua stessa gente. Un minotauro ridotto al ran-
go di "ricognitore". E sappiamo tutti che ti hanno assegnato quel ruolo tan-
to per farti fare qualcosa. Anche se ho sentito suggerire che ti mettessero a
pascolare nei campi con il resto delle pecore.»
Galdar strinse il pugno che gli rimaneva, conficcando nella carne le un-
ghie acuminate. Sapeva molto bene che Magit lo stava provocando, ade-
scandolo in una lite, lì, dove ci sarebbero stati pochi testimoni. Lì, dove
Magit avrebbe potuto uccidere il minotauro storpio, e ritornare a casa so-
stenendo che il combattimento era stato equo e glorioso. Galdar non era
particolarmente attaccato alla vita, non da quando la perdita del braccio
l'aveva trasformato da temibile guerriero a goffo ricognitore. Ma che fosse
dannato se doveva morire per mano del comandante: non voleva dargli
quella soddisfazione.
Il minotauro si fece strada a spallate oltre Magit, che lo guardò con un
ghigno di disprezzo sulle labbra sottili.
La pattuglia continuò verso la meta, sperando di raggiungerla con la luce
del giorno, se così si poteva chiamare il freddo, grigio chiarore che non ri-
scaldava nulla. Il Canto della Morte risuonava lugubre e lamentoso. Una
delle reclute cavalcava con le guance rigato di lacrime. I veterani procede-
vano curvi, con le spalle alzate sulle orecchie, come per escludere quel
suono terribile. Ma anche con le orecchie piene di stoppa, anche con i tim-
pani rotti, l'avrebbero sentito comunque.
Il Canto della Morte riecheggiava nel cuore.
La pattuglia entrò nella cosiddetta valle di Neraka.
Nella notte dei tempi, la dea Takhisis, Regina delle Tenebre, aveva posa-
to all'estremità meridionale della valle una prima pietra, salvata dall'esplo-
sione del tempio del Sommo Sacerdote di Istar. La pietra aveva cominciato
a crescere, attraendo vitalità dal male del mondo; diventò un tempio, vasto
e imponente; un tempio di oscurità orrenda e grandiosa.
Takhisis contava di usarlo per ritornare al mondo da cui era stata scac-
ciata da Huma Dragonbane, ma l'amore e l'abnegazione le bloccarono la
strada. Tuttavia, conservava un grande potere, e sferrò contro il mondo una
guerra che quasi lo distrusse. I suoi perfidi comandanti, come un branco di
cani selvatici, si misero a litigare fra loro. Sorse una coorte di eroi che,
guardandosi nel cuore, trovarono il potere di contrastarla, sconfiggerla e
umiliarla. Il tempio di Neraka fu fatto a pezzi dalla rabbia della regina per
la sua disfatta.
Le pareti esplosero, e piovvero dai cieli in quel giorno terribile: massi
neri, enormi che schiacciarono la città di Neraka. Fuochi purificatori di-
strussero gli edifici del luogo maledetto, bruciarono i mercati e i recinti per
gli schiavi, e i numerosi corpi di guardia, riempiendo di cenere le vie tor-
tuose, labirintiche.
Oltre cinquant'anni dopo, non rimaneva più traccia della città originaria.
I frammenti dell'ossatura del tempio costellavano il fondo della parte meri-
dionale della valle di Neraka. Da tempo, il vento aveva soffiato via la ce-
nere. Qui, non cresceva nulla: i vortici di sabbia avevano coperto ogni se-
gno di vita.
Restavano solo i massi neri, i resti del tempio. Erano una vista orrenda, e
persino il caposquadra Magit, posandovi lo sguardo per la prima volta, si
chiese in cuor suo se la sua decisione di addentrarsi in quel luogo fosse sta-
ta intelligente. Avrebbe potuto aggirarlo, ma così avrebbe aggiunto due
giorni al viaggio, ed era già in ritardo, avendo trascorso qualche notte in
più con una nuova prostituta arrivata al suo bordello preferito. Doveva re-
cuperare tempo, e aveva scelto come scorciatoia questo percorso attraverso
la parte meridionale della valle.
Forse a causa della forza dell'esplosione, la roccia nera che aveva forma-
to le pareti esterne del tempio aveva acquisito una struttura cristallina. I
massi che si ergevano dalla sabbia non erano scabri, rugosi; erano lisci,
con piani nettamente definiti culminanti in punte sfaccettate. Immaginate
cristalli di quarzo nero che sporgano dalla sabbia grigia, alcuni alti quattro
volte un uomo. Questi potrebbe vedere il suo riflesso nei loro lucidi piani,
un riflesso deformato, distorto, e tuttavia completamente riconoscibile.
Questi uomini si erano uniti di buon grado all'esercito dei Cavalieri di
Takhisis, spinti dalla promessa del bottino e degli schiavi vinti in battaglia,
dalla loro gioia nell'uccidere e nell'opprimere, dal loro odio per elfi, ken-
der, nani, o qualunque altro essere diverso da loro. Questi uomini, da tem-
po insensibili ai buoni sentimenti, guardarono nei piani lucenti dei cristalli
e furono atterriti dalle immagini che ritornavano loro, poiché si videro a-
prire la bocca, per intonare quel canto terribile.
La maggior parte rabbrividì, e distolse rapidamente lo sguardo. Galdar
non li imitò. Nel vedere i cristalli neri ergersi da terra, aveva abbassato gli
occhi, e bassi li tenne, per reverenza e rispetto; o superstizione, come sicu-
ramente avrebbe detto Ernst Magit. Gli dei non erano in quella valle. Gal-
dar sapeva che era impossibile: erano stati scacciati da Krynn più di
trent'anni prima; ma il loro spirito aleggiava in quel luogo, ne era certo.
Magit guardò il suo riflesso nella roccia; e proprio perché ne rifuggiva
internamente, si costrinse a fissarlo fino a dominarsi.
«Non mi farò spaventare dalla mia ombra!» esclamò, con un'occhiata si-
gnificativa a Galdar. «Come una stupida pecora.» Magit aveva da poco in-
ventato questo humour "ovino". Lo considerava estremamente buffo e al-
tamente originale, e non perdeva occasione di farvi ricorso. «Capito, mino-
tauro?», concluse con una risata.
Il Canto della Morte la raccolse, e le conferì melodia e tono: cupi, di-
scordanti, opposti alle sue altre voci. Il suono era così orribile che Magit fu
scosso. Tossì e inghiottì la risata, con grande sollievo dei suoi uomini.
«Tu ci hai portato qui, caposquadra», ribatté Galdar. «Abbiamo visto
che questa parte della valle è disabitata, che nessuna forza solamnica vi si
nasconde, pronta a piombare su di noi. Possiamo procedere verso il nostro
obiettivo, sicuri che da questa direzione non abbiamo nulla da temere dalla
terra dei vivi. Ora lasciamo questo posto, e in fretta. Torniamo a fare rap-
porto.»
I cavalli erano entrati nella valle meridionale con tanta riluttanza che in
certi casi i Cavalieri erano stati costretti a smontare di nuovo, a coprire lo-
ro gli occhi e a guidarli, come nella fuga da un edificio in fiamme. Sia gli
uomini sia gli animali erano evidentemente ansiosi di andarsene. I cavalli
si diressero piano verso la strada da cui erano arrivati, affiancati dai Cava-
lieri.
Ernst Magit voleva lasciare quel luogo tanto quanto gli altri. E proprio
per questa ragione decise che sarebbero rimasti. Nel profondo del cuore,
era un codardo; e lo sapeva. Per tutta la vita, aveva compiuto imprese per
provare a se stesso il contrario. Niente di veramente eroico. Magit evitava
il pericolo non appena poteva; anche per questo stava di pattuglia, e non si
era unito agli altri Cavalieri di Neraka, che assediavano la città di San-
ction, controllata dai Solamnici. intraprendeva azioni futili, di poco conto,
le quali non lo esponevano a rischi, ma avrebbero dimostrato a lui e ai suoi
che non aveva paura. Azioni tipo trascorrere la notte in quella valle male-
detta.
Guardò ostentatamente il cielo, che era di un giallo pallido e malsano,
una strana tinta che nessuno dei Cavalieri aveva mai visto.
«Ormai, è il crepuscolo», annunciò in tono sentenzioso. «Non voglio
farmi sorprendere dalle tenebre fra le montagne. Ci accamperemo qui e ri-
partiremo domattina.»
I Cavalieri lo fissarono increduli, inorriditi. Il vento era cessato. Il canto
non riecheggiava più nei cuori. Sulla valle era sceso il silenzio, dapprima
accolto con gioia, poi sempre più odiato man mano che si protraeva. Il si-
lenzio pesava su di loro, li opprimeva, li schiacciava. Nessuno parlava.
Aspettavano che il comandante dicesse loro che aveva voluto scherzare.
Magit scese da cavallo. «Ci accamperemo qui», ripeté. «Montate la mia
tenda di comando vicino al più alto di quei monoliti. Galdar, ti rendo re-
sponsabile delle operazioni. Spero che saprai affrontare questo semplice
compito.»
Il tono sembrò innaturalmente alto, la voce stridula. Un soffio d'aria,
freddo e pungente, sibilò nella vallata, alzando la sabbia in turbini che vor-
ticarono sul terreno spoglio, e si allontanarono con un sussurro.
«Stai commettendo un errore, signore», osservò Galdar sommessamente,
per disturbare il silenzio il meno possibile. «Qui non siamo voluti.»
«E chi non ci vuole, Galdar?» Il caposquadra sogghignò. «Le rocce?»
Colpì il lato di un monolito di cristallo nero. «Ah! Che pecora stupida e
superstiziosa!» La sua voce s'indurì. «Voi uomini. Smontate da cavallo e
cominciate a piantare le tende. È un ordine.»
Ernest Magit si stiracchiò, fingendosi rilassato. Si piegò su se stesso,
sciolse i muscoli. I Cavalieri, cupi e infelici, eseguirono i suoi comandi.
Metà pattuglia scaricò i rotoli dalle selle e cominciò a montare le tende
piccole, per due persone. Gli altri tolsero dal bagaglio cibo e acqua.
Ogni tentativo di accamparsi fu un fallimento. Nessun martellio, per
quanto protratto, riuscì a conficcare le punte di metallo nel terreno duro.
Ogni colpo di martello rimbombava fra le montagne, e ritornava amplifica-
to cento volte, finché non sembrò che le montagne stesse si accanissero su
di loro.
Galdar buttò a terra il mazzuolo, adoperato goffamente con l'unica ma-
no.
«Che succede, minotauro?» domandò Magit. «Sei così debole che non
riesci a piantare un picchetto da tenda?»
«Provaci tu, signore», replicò Galdar.
Gli altri gettarono il mazzuolo e rimasero a fissare il comandante, con a-
ria ostile e provocatoria.
Magit era livido di rabbia. «Voi uomini potete dormire all'aperto se siete
troppo stupidi per montare una semplice tenda!»
Tuttavia, non tentò di conficcare i picchetti nel suolo roccioso. Si guardò
intorno finché non trovò quattro cristalli neri che formavano un quadrato
rozzo, irregolare.
«Legate la mia tenda a quei quattro massi», ingiunse. «Almeno io dor-
mirò bene stanotte.»
Galdar eseguì l'ordine. Avvolse le corde alla base dei monoliti, borbot-
tando nel contempo un canto magico che, per i minotauri, placava lo spiri-
to dei morti senza pace.
Gli uomini cercarono di legare le bestie alle pietre, ma esse s'impuntava-
no e s'impennavano, prese dal terrore e dal panico. Infine, i Cavalieri tese-
ro una corda fra due monoliti, e vi legarono i cavalli. Questi si strinsero fra
loro, nervosi e agitati, roteando gli occhi e tenendosi il più possibile lonta-
ni dalle rocce nere.
Mentre gli uomini si davano da fare, Ernst Magit prese una mappa dalla
bisaccia e, dopo un'ultima occhiataccia all'intorno per ricordare a ognuno il
proprio dovere, l'aprì e cominciò a studiarla con un'aria attenta e tranquilla
che non ingannava nessuno. Stava sudando, e non aveva lavorato per nulla.
Lunghe ombre si stendevano sulla valle di Neraka, rendendola molto più
oscura del cielo, illuminato da un bagliore giallo-fiamma. L'aria era calda,
più di quando erano arrivati, ma di tanto in tanto vortici di vento freddo
turbinavano da ovest, gelando le ossa fino al midollo. I Cavalieri non ave-
vano portato legna con sé. Mangiarono razioni fredde, o almeno cercarono
di farlo. Ogni boccone era inquinato dalla sabbia; alla fine, gettarono via la
maggior parte del cibo. Seduti sul terreno duro, si guardavano costante-
mente alle spalle, scrutando attentamente nel buio. Tutti avevano la spada
sguainata. Non c'era bisogno di stabilire i turni di guardia: nessuno aveva
intenzione di dormire.
«Ehi! Guardate!» chiamò Ernst Magit in tono di trionfo. «Ho fatto una
scoperta importante! Abbiamo fatto bene a passare un po' di tempo qui.»
Indicò la sua mappa, e poi l'ovest. «Vedete quella catena montuosa? Non è
segnata sulla mappa. Deve essere di formazione recente; lo farò certamente
notare al Protettore. Forse sarà chiamata col mio nome, in mio onore.»
Galdar guardò la catena. Si alzò lentamente, fissando il cielo occidenta-
le. Sicuramente, a prima vista, quella formazione grigio acciaio e blu cupo
sembrava proprio una nuova montagna spuntata dal terreno. Ma, d'un trat-
to, il minotauro notò qualcosa che il caposquadra, nel suo entusiasmo, si
era fatto sfuggire. La montagna cresceva e si espandeva con rapidità allar-
mante.
«Signore!» gridò Galdar. «Quella non è una montagna! Sono nuvole di
tempesta!»
«Sei già una pecora, non fare anche l'asino», ribatté Magit. Aveva rac-
colto un pezzo di roccia nera e lo stava usando a mo' di gessetto per ag-
giungere il Monte Magit alle meraviglie del mondo.
«Signore, da giovane ho passato dieci anni per mare, e so riconoscere
una tempesta. Anche se non ho mai visto niente del genere!»
Ora il banco di nubi s'innalzava a velocità incredibile; con il suo cuore
nero, ribolliva tumultuoso come un mostro vorace dalle molte teste, in-
ghiottendo la cima delle montagne, allungandosi su di esse per consumarle
tutte intere. Il vento gelido si rafforzò, buttando la sabbia negli occhi e nel-
le bocche, e investendo la tenda del comandante, che sbatté violentemente,
lottando contro i legacci.
Il vento ricominciò a intonare lo stesso terribile canto, lo stesso lamento
funebre, lo stesso gemito di disperazione, lo stesso urlo di angoscioso tor-
mento.
Colpiti dal vento, gli uomini cercarono di rialzarsi. «Comandante! Dob-
biamo andarcene!» gridò Galdar. «Ora! Prima che scoppi la tempesta!»
«Sì!» rispose Ernst Magit, pallido e scosso. Si leccò le labbra, sputò del-
la sabbia. «Sì, hai ragione. Dobbiamo andarcene subito. Lasciate stare la
tenda! Portatemi il mio cavallo!»
Un fulmine lampeggiò nell'oscurità, trafisse il terreno vicino al punto in
cui erano legati i cavalli. Esplose il tuono. La scossa fece cadere alcuni
uomini. I cavalli nitrirono, s'impennarono, agitarono gli zoccoli. Chi era
ancora in piedi cercò di calmarli, ma loro non ne vollero sapere; liberatisi
con uno strattone dalla corda che li teneva, galopparono via in preda a un
folle panico.
«Prendeteli!» esclamò Magit, ma gli uomini avevano il loro daffare a re-
stare ritti contro il vento sferzante. Un paio fecero qualche passo traballan-
te verso i cavalli, ma era ovvio che la caccia era completamente inutile.
Le nubi della tempesta correvano nel cielo, combattendo contro la luce,
e sconfiggendola facilmente. Il sole cadde, sopraffatto dalle tenebre.
La notte era scesa su di loro, una notte fitta di sabbia turbinante. Galdar
non vedeva assolutamente nulla, nemmeno la sua unica mano. Un attimo
dopo, ogni cosa all'intorno fu illuminata da un altro fulmine devastatore.
«State giù!» urlò, gettandosi a terra. «Mettetevi distesi! Tenetevi lontani
dai monoliti!»
Le gocce di pioggia cadevano lateralmente, colpendoli come frecce lan-
ciate da un milione di archi. I chicchi di grandine li percuotevano come
fruste dalla punta d'acciaio, lasciando lividi e ferite. Galdar aveva la pelle
dura, i chicchi lo pungevano come morsi di formica; ma gli altri gridavano
di dolore e di terrore. Il fulmine si muoveva in mezzo a loro, scagliando le
sue lance fiammeggianti. Il tuono scuoteva la terra, rombando e rimbom-
bando.
Sdraiato sulla pancia, Galdar lottava contro l'impulso di squarciare la
terra con la mano, per rintanarsi nelle profondità del mondo. Fu stupefatto
nel vedere, durante il lampo successivo, il suo comandante che cercava di
alzarsi.
«Signore, sta' giù!» intimò, e fece per afferrarlo.
Magit imprecò, sferrandogli un calcio alla mano. A testa china contro il
vento, il caposquadra barcollò fino a uno dei monoliti. Vi si mise davanti,
usando la sua grande mole per ripararsi dalla pioggia battente e dalla gran-
dine martellante. Poi, ridendo dei suoi uomini, sedette sul terreno, appog-
giò la schiena contro la pietra e distese le gambe.
Il lampo accecò Galdar. Lo scoppio lo assordò. Con la sua forza, il ful-
mine lo sollevò da terra, poi lo ricacciò giù. Aveva colpito così da vicino
che il minotauro aveva udito lo sfrigolio nell'aria, e sentiva odore di fosfo-
ro e zolfo. Sentiva anche qualcos'altro: odore di carne bruciata. Si strofinò
gli occhi per cercare di vedere attraverso il bagliore frastagliato che li
riempiva. Quando gli tornò la vista, guardò verso il comandante. Con il
lampo successivo, vide una massa informe, rannicchiata ai piedi del mono-
lito.
La carne di Magit rosseggiava sotto una crosta nera, come un pezzo di
arrosto troppo cotto. Da essa si levava del fumo, che il vento soffiava via,
insieme a frammenti carbonizzati. La pelle del viso, incenerita, rivelava
una chiostra di denti aperta in un orrido sorriso.
«Felice di vedere che stai ancora ridendo, caposquadra», borbotto Gal-
dar. «Eri stato avvisato.»
Si appiattì ulteriormente sul terreno, maledicendo le costole che faceva-
no da ostacolo.
La pioggia s'intensificò, se era possibile. Il minotauro si chiese quanto
potesse continuare la violenta tempesta. Gli sembrava che durasse da una
vita; che in essa fosse nato, e in essa sarebbe invecchiato e poi morto. Una
mano l'afferrò per il braccio; lo scosse.
«Signore! Guarda là!» Uno dei Cavalieri l'aveva raggiunto, strisciando
sul terreno. «Signore!» L'uomo mise la bocca all'orecchio di Galdar, gridò
raucamente per farsi sentire sopra la pioggia sferzante, la grandine martel-
lante, il tuono costante e, peggio ancora, il Canto della Morte. «Ho visto
qualcosa muoversi laggiù!»
Galdar sollevò la testa, scrutò nella direzione indicata, nel cuore della
valle di Neraka.
«Aspetta il prossimo lampo!» urlò il Cavaliere. «Ecco! Eccolo!»
Il lampo successivo fu una cortina di fiamma che illuminò il cielo, il ter-
reno e le montagne di un fulgore bianco e porpora insieme. Contro la terri-
bile luce si stagliava una figura, che avanzava verso di loro, muovendosi
calma attraverso la tempesta impetuosa; sembrava non toccata dal vento,
non scossa dal fulmine, non timorosa del tuono.
«È uno dei nostri?» indagò Galdar, pensando dapprima che uno degli
uomini fosse impazzito e scappato come i cavalli.
Ma nello stesso momento in cui faceva la domanda, capì che non era co-
sì. La figura camminava, non correva. E non fuggiva, si avvicinava.
Il lampo si spense. Cadde il buio, e la figura scomparve. Galdar aspettò
con impazienza che il lampo successivo gli mostrasse quell'essere pazzo
che sfidava la furia della tempesta. Il fulmine illuminò il terreno, le monta-
gne, il cielo. La persona era ancora lì, e veniva ancora verso di loro. Sem-
brò a Galdar che il Canto della Morte si fosse trasformato in un peana di
celebrazione.
Di nuovo il buio. Il vento si placò un poco. La pioggia si addolcì in un
acquazzone costante. La grandine cessò del tutto. Il tuono si stemperò in
un rullio, che sembrava accompagnare il passo dello strano profilo scuro,
sempre più vicino a ogni bagliore. La tempesta passò a infuriare dall'altra
parte delle montagne, in altre parti del mondo. Galdar si alzò in piedi.
Bagnati fradici, i Cavalieri si tolsero acqua e fango dagli occhi, guardan-
do mestamente le coperte zuppe. Il vento era gelido e pungente, e trema-
vano tutti tranne Galdar, la cui pelliccia e la spessa pelle lo proteggevano
fino alle temperature più rigide. Con uno scossone, il minotauro liberò le
corna dall'acqua, e aspettò che la figura arrivasse a portata di voce.
Le stelle, simili a punte di lancia dal bagliore freddo e mortale, apparve-
ro a ovest. L'ultimo scaglione della tempesta, con i suoi bordi frastagliati,
sembrava scoprirle al suo passaggio. La luna solitaria era sorta sfidando il
tuono. Ormai, lo sconosciuto era a non più di venti piedi e, alla luce argen-
tea della luna, Galdar poteva vederlo chiaramente.
Un essere umano, un giovane, a giudicare dal corpo snello, ben piantato,
e dalla pelle liscia del viso. I capelli, rossi, erano tagliati a spazzola, il che
accentuava i tratti del viso, mettendo in risalto gli zigomi alti, il mento a-
guzzo, la bocca arcuata. Il giovane indossava la camicia e la giubba di un
comune cavaliere e stivali di pelle, e non portava spada alla cintola, né
nessun'altra arma che Galdar potesse vedere.
«Alt, e fatti riconoscere!» gridò aspramente il minotauro. «Fermati lì, ai
margini del campo.»
Il giovane obbedì, con le mani alzate, i palmi rivolti all'esterno per mo-
strare che erano vuote.
Galdar sguainò la spada. In quella strana notte, non voleva correre rischi.
La teneva goffamente nella sinistra. L'arma gli era quasi inutile; a differen-
za di altri amputati, non aveva mai imparato a combattere con la mano ri-
masta. Prima della disgrazia, era stato un abile spadaccino, e ora era mal-
destro e inetto. Poteva benissimo far male a se stesso, oltre che al nemico.
Molte volte Ernst Magit aveva riso fragorosamente nel vederlo annaspare
durante le esercitazioni.
Be', ora non aveva più tanto da ridere.
Galdar avanzò, con la spada in mano. L'elsa era bagnata e scivolosa;
sperava di non lasciarla cadere. Il giovane non poteva sapere che lui era un
guerriero superato, finito. Il minotauro aveva un'aria intimidatoria, e rima-
se sorpreso nel vedere che lo sconosciuto non tremava davanti a lui, né
sembrava poi tanto impressionato.
«Sono disarmato», esordì questi, con una voce profonda che non si into-
nava con l'aspetto giovanile. La voce aveva uno strano timbro, dolce, mu-
sicale; ricordava stranamente a Galdar una di quelle del Canto, ora ridotto
a un mormorio sommesso, come in segno di rispetto. Non era una voce di
uomo.
Galdar guardò attentamente il giovane, il collo sottile simile al lungo ste-
lo di un giglio, che sosteneva il cranio meravigliosamente tonnato, perfet-
tamente liscio sotto la peluria rossa. Esaminò anche il corpo flessuoso. Le
braccia erano muscolose, così come le gambe, nelle calze di lana. La cami-
cia bagnata, troppo grande, penzolava dalle spalle esili. Galdar, che non
vedeva niente sotto le sue pieghe, non poté accertare se lo sconosciuto fos-
se maschio o femmina.
I Cavalieri si raccolsero intorno al minotauro. Tutti fissavano il giovane,
bagnato e luccicante come un neonato. Gli uomini erano accigliati, diffi-
denti, inquieti. E chi poteva biasimarli? Tutti si facevano la stessa doman-
da di Galdar. Nel nome del grande dio cornuto che era morto abbandonan-
do il suo popolo, che cosa ci faceva quell'essere umano, in quella valle ma-
ledetta, in quella notte maledetta?
«Come ti chiami?» chiese Galdar.
«Il mio nome è Mina.»
Una ragazza. Una ragazzina. Non poteva avere più di diciassette anni...
se li aveva. E tuttavia, malgrado il nome, un nome da donna popolare fra
gli umani, malgrado le tracce del suo sesso nella liscia sagoma del collo e
nella grazia dei movimenti, Galdar ancora dubitava. C'era qualcosa di mol-
to poco femminile in lei.
Mina sorrise leggermente, come se potesse sentire i suoi dubbi inespres-
si, e disse: «Sono una donna». Scrollò le spalle. «Anche se fa poca diffe-
renza.»
«Avvicinati», ordinò bruscamente Galdar.
La ragazza obbedì, fece un passo avanti.
Galdar la guardò negli occhi, e per poco il respiro non gli si fermò in go-
la. In vita sua, aveva visto esseri umani di tutte le forme e di tutte le misu-
re, ma mai uno, mai una creatura vivente con occhi del genere.
Innaturalmente ampi, infossati, erano color ambra, con le pupille nere, e
le iridi circondate da un anello d'ombra. L'assenza di capelli li faceva sem-
brare ancora più grandi. Mina era tutt'occhi, e quegli occhi assorbivano
Galdar e lo imprigionavano, come l'ambra dorata imprigiona le carcasse
dei piccoli insetti.
«Sei tu il comandante?» chiese lei.
Galdar lanciò un'occhiata verso il corpo carbonizzato alla base del mo-
nolito. «Ora sì» rispose.
Mina seguì il suo sguardo, osservò il cadavere con freddo distacco. Ri-
portò gli occhi ambra su Galdar, che avrebbe potuto giurare di vedervi il
corpo di Magit chiuso dentro.
«Che cosa fai qui, ragazzina?» domandò aspramente il minotauro. «Hai
smarrito la strada nella tempesta?»
«No, l'ho trovata», replicò lei. Gli occhi ambra, luminosi, non battevano
ciglio. «Ho trovato voi. Sono stata chiamata, e ho risposto. Siete i Cavalie-
ri di Takhisis, non è vero?»
«Lo eravamo», disse seccamente Galdar. «Abbiamo aspettato a lungo la
sua venuta, ma ora i comandanti ammettono ciò che la maggior parte di
noi sapeva da tempo. Lei non tornerà. Per questo, ora ci chiamiamo i Ca-
valieri di Neraka.»
Mina ascoltò, pensierosa. Sembrò approvare, perché annuì gravemente.
«Capisco. Sono venuta per unirmi ai Cavalieri di Neraka.»
In qualunque altro momento, in qualunque altro posto, gli uomini avreb-
bero potuto ridacchiare, o fare commenti rozzi. Ma non erano in vena di
frivolezze. Lo stesso valeva per Galdar. La tempesta era stata terrificante:
non ne aveva mai visto l'uguale, ed era al mondo da quarant'anni. Il loro
caposquadra era morto. Li aspettava una lunga marcia, a meno che, per
qualche miracolo, non riuscissero a recuperare i cavalli. Non avevano cibo,
i cavalli erano fuggiti con le provviste; e non avevano acqua, tranne quella
che fossero riusciti a strizzare dalle coperte fradice.
«Di' alla marmocchia di tornare dalla mamma», esclamò impaziente un
Cavaliere. «Che cosa facciamo, vicecomandante?»
«Io dico di andarcene», suggerì un altro. «Camminerò tutta la notte se
sarà necessario.»
Gli altri borbottarono il loro assenso.
Galdar guardò all'insù. Il cielo era limpido. Il tuono rombava, ma in lon-
tananza. Fulmini purpurei lampeggiavano sull'orizzonte occidentale. La
luna dava abbastanza luce per viaggiare. Galdar era stanco, insolitamente
stanco. Gli uomini erano scarni, con le guance scavate, tutti vicini allo sfi-
nimento. Tuttavia, sapeva come si sentivano.
«Partiremo», annunciò. «Ma prima dobbiamo sistemare quello.» Indicò
con il pollice il corpo ardente di Ernst Magit.
«Lasciamolo lì», propose uno dei Cavalieri.
Galdar scosse la testa cornuta. Intanto, era conscio della ragazza che lo
osservava attentamente con i suoi strani occhi.
«Volete essere perseguitati dal suo spirito per il resto dei vostri giorni?»
domandò il minotauro.
Gli altri si guardarono a vicenda, guardarono il corpo. Il giorno prima,
avrebbero riso sgangheratamente all'idea di essere perseguitati dallo spirito
di Magit, ma ora non più.
«Che cosa ne facciamo?» indagò uno, in tono lamentoso. «Non possia-
mo seppellire quel bastardo. Il terreno è troppo duro. E non abbiamo legna
per accendere un fuoco.»
«Avvolgete il corpo in quella tenda», disse Mina. «Prendete quelle pietre
e costruitegli sopra un tumulo. Non è il primo a morire nella valle di Nera-
ka», aggiunse freddamente, «e non sarà l'ultimo.»
Galdar si lanciò un'occhiata alle spalle. La tenda appesa fra i monoliti
era intatta, anche se piegata sotto l'accumulo di acqua.
«L'idea della ragazza è buona», assentì. «Staccate la tenda e usatela co-
me sudario. E fate presto. Prima finiamo, e prima ce ne andiamo. Togliete-
li l'armatura», ordinò. «Dobbiamo riportarla al quartier generale come pro-
va della sua morte.»
«E come?» chiese uno dei Cavalieri, con una smorfia. «La carne è attac-
cata al metallo come una bistecca bruciata a una graticola.»
«Tagliatela via», rispose Galdar. «Ripulitela come meglio potete. Non
gli ero tanto affezionato da volerne portare in giro dei pezzi.»
Gli uomini si misero al lavoro di buona lena, ansiosi di finire e di partire.
Galdar si girò verso Mina, e trovò gli occhi ambra, grandi, fissi su di lui.
«Faresti meglio a tornare dalla tua famiglia, ragazzina», disse brusca-
mente. «La marcia sarà rapida e dura. Non avremo tempo per coccolarti.
Inoltre, sei una donna. Questi uomini non portano molto rispetto alle virtù
femminili. Va' a casa.»
«Sono già a casa», ribatté Mina, abbracciando la valle con lo sguardo. I
monoliti neri riflettevano la fredda luce delle stelle, chiamandole a splen-
dere pallide e gelide fra di loro. «E ho trovato la mia famiglia. Diventerò
un Cavaliere. Questa è la mia vocazione.»
Galdar era esasperato, incerto su cosa dire. L'ultima cosa che voleva era
che questa bizzarra donna-bambina viaggiasse con loro. Ma era così con-
trollata, così padrona di se stessa e della situazione, che non sapeva oppor-
le nessun argomento razionale.
Pensieroso, fece per rimettere la spada nel fodero. L'elsa era bagnata e
scivolosa, e la sua presa maldestra. Annaspò, per poco non lasciò cadere la
spada. Riuscendo a trattenerla con uno sforzo disperato, alzò uno sguardo
fiero, ardente, sfidando la ragazza a sorridere di scherno o di pietà.
Lei guardò i suoi sforzi senza aprire bocca. Il suo volto era impassibile.
Galdar rinfoderò la spada. «Per quanto riguarda l'unirsi alla Cavalleria,
la cosa migliore è andare al quartier generale locale e lasciare il tuo no-
me».
Continuò esponendo le politiche di reclutamento, l'addestramento richie-
sto. Si lanciò in un discorso sugli anni di dedizione e di sacrificio, e intanto
pensava a Ernst Magit, che si era fatto strada nella Cavalleria a forza di
tangenti. D'un tratto, Galdar capì di aver perso l'attenzione della sua inter-
locutrice.
La ragazza non lo stava ascoltando. Sembrava ascoltare un'altra voce,
una voce che lui non poteva sentire. Il suo sguardo era assente, il viso li-
scio, inespressivo.
Le parole si spensero.
«Non trovi difficile combattere con una mano sola?» chiese Mina.
La guardò con aria torva. «Sarò anche goffo», replicò, sarcastico «ma
maneggio la spada tanto bene da staccarti dal corpo quella testa rapata!»
Lei sorrise. «Come ti chiami?»
Il minotauro si rigirò dall'altra parte. La conversazione era finita. Vide
che gli uomini erano riusciti a separare Magit dalla sua armatura e stavano
facendo rotolare sulla tenda la massa ancora fumante.
«Galdar, credo», proseguì Mina.
Tornò a fissarla stupefatto, chiedendosi come conoscesse il suo nome.
Certo, pensò, uno degli uomini doveva averlo pronunciato. Ma non ri-
cordava che nessuno l'avesse fatto.
«Dammi la mano, Galdar», l'invitò Mina.
Lui la fulminò con lo sguardo. «Lascia questo posto finché puoi, ragaz-
zina! Non siamo in vena di giochetti. Il mio comandante è morto. Questi
uomini sono sotto la mia responsabilità, e non abbiamo né cavalli né cibo.»
«Dammi la mano, Galdar», ripeté Mina, sommessamente.
Al suono della sua voce dolce, Galdar riudì il canto risuonare fra le roc-
ce. Sentì rizzarglisi il pelo. Un brivido l'attraversò, un fremito gli scese per
la spina dorsale. Voleva allontanarsi da lei, ma si vide alzare la mano sini-
stra.
«No, Galdar», obiettò Mina. «La destra. Dammi la mano destra.»
«Non ho mano destra!» urlò lui, con angoscia e rabbia.
Il grido uscì come un rantolo. A quel suono strozzato, gli uomini si gira-
rono allarmati.
Galdar spalancò gli occhi, incredulo. Il braccio era stato tagliato all'al-
tezza della spalla. Ora, dal moncone si estendeva l'immagine evanescente
di quello che era stato il suo braccio destro. L'immagine tremolava nel
vento, come se fosse fatta di cenere e fumo, e tuttavia poteva vederla chia-
ramente, poteva vederla riflessa nel piano nero e liscio del monolito. Sen-
tiva l'arto fantasma, ma questo gli era sempre successo, anche quando il
braccio non c'era. Ora guardò il braccio, il braccio destro sollevarsi; guar-
dò la mano, la mano destra tendere le dita tremanti.
Mina allungò la mano, toccò quella fantasma del minotauro.
«Il tuo braccio destro ti viene restituito.»
Galdar provava uno sbalordimento infinito.
Il suo braccio. Il suo braccio destro era di nuovo...
Il suo braccio destro.
Non più un braccio fantasma. Non più un braccio di cenere e fumo, un
braccio di sogni da perdere nella disperazione del risveglio. Galdar chiuse
gli occhi, stretti stretti, poi li riaprì.
Il braccio era ancora lì.
I Cavalieri erano muti, immobili. Con i volti candidi alla luce della luna,
fissavano Galdar, il braccio, e Mina.
Galdar ordinò alle dita di aprirsi e chiudersi, e queste obbedirono. Al-
lungò la mano sinistra, tremante, e toccò il braccio.
La pelle era calda, la pelliccia soffice. Il braccio era fatto di ossa, carne e
sangue. Il braccio era reale.
Galdar abbassò la mano, per sguainare la spada. Le dita si chiusero amo-
revolmente sull'elsa. D'un tratto, fu accecato dalle lacrime.
Debole, scosso dai brividi, si buttò in ginocchio. «Signora», disse, con
voce tremante di meraviglia e sgomento «non so che cosa tu abbia fatto o
come l'abbia fatto, ma sarò tuo debitore per il resto dei miei giorni. Qua-
lunque cosa tu voglia da me, te la concederò.»
«Giurami per il tuo braccio destro che mi concederai ciò che chiedo», ri-
spose Mina.
«Lo giuro!» assentì Galdar, aspro.
«Fammi tuo comandante», intimò Mina.
Galdar sentì la mandibola cadere, la bocca aprirsi e chiudersi. Inghiottì.
«Io... ti raccomanderò ai miei superiori...»
«Fammi tuo comandante», ripeté lei, con voce dura come il terreno, cu-
pa come i monoliti. «Io non combatto per avidità. Non combatto per gua-
dagno. Non combatto per il potere. Combatto per un'unica causa: la gloria.
Non per me stessa, ma per il mio dio.»
«Chi è il tuo dio?» chiese Galdar, impressionato.
Mina sorrise; un sorriso fiero, pallido e freddo. «II suo nome non può
essere pronunciato. Il mio dio è l'Unico Dio. Colui che cavalca la tempe-
sta, Colui che governa la notte. Il mio dio è l'Unico Dio che ha reintegrato
la tua carne. Giurami lealtà, Galdar. Seguimi verso la vittoria.»
Galdar pensò a tutti i comandanti sotto cui aveva servito. Comandanti
come Ernst Magit, che alzavano gli occhi al cielo quando si parlava della
Visione di Neraka. La Visione era falsa, quasi tutti nello scaglione superio-
re lo sapevano. Comandanti come il Principe del Giglio, il suo patrono,
che sbadigliava apertamente durante la declamazione del Giuramento di
Sangue, e che aveva portato il minotauro nella Cavalleria per puro scherzo.
Comandanti come l'attuale Signore della Notte, Targonne, che, come tutti
sapevano, toglieva fondi dalle casse dei Cavalieri per arricchirsi.
Galdar alzò la testa, guardò negli occhi ambra. «Tu sei il mio comandan-
te, Mina», annuì. «Giuro fedeltà a te e a nessun altro.»
Mina gli toccò di nuovo la mano. Il tocco era doloroso, gli bruciava il
sangue; ma la sensazione gli faceva piacere. Per troppo tempo aveva pro-
vato il dolore di un braccio che non c'era.
«Sarai il mio comandante in seconda, Galdar.» Mina volse lo sguardo
ambra sui Cavalieri. «Voialtri mi seguirete?»
Alcuni uomini erano stati con Galdar quando questi aveva perso il brac-
cio, avevano visto il sangue sgorgare dall'arto maciullato. Quattro l'aveva-
no tenuto giù mentre il chirurgo lo amputava. L'avevano sentito implorare
la morte, una morte che avevano rifiutato di concedergli e che lui non po-
teva, moralmente, concedere a se stesso. Questi uomini guardarono il brac-
cio nuovo, videro Galdar stringere di nuovo una spada. Avevano visto la
ragazza attraversare incolume quella tempesta innaturale e inesorabile.
Alcuni di essi erano sulla trentina. Veterani di guerre brutali e di dure
campagne. Era ovvio che Galdar giurasse fedeltà a questa strana donna-
bambina; lei l'aveva reso integro. Ma per quanto li riguardava...
Mina non ricorse a pressioni, lusinghe, discorsi. Sembrava dare per
scontato il loro assenso. Raggiungendo il punto in cui il cadavere del capo-
squadra giaceva sotto il monolito, parzialmente avvolto nella tenda, rac-
colse la corazza di Magit. La guardò, la studiò, e poi, infilando le braccia
nelle cinghie, la indossò sopra la camicia bagnata. La corazza era troppo
grande per lei, e pesante. Galdar si aspettava che la ragazza si piegasse sot-
to il carico.
Invece, restò a bocca aperta nel vedere il metallo rosseggiare, cambiare,
modellarsi sul suo corpo snello, e abbracciarla come un amante.
La corazza era stata nera, con sopra l'immagine di un teschio. Apparen-
temente, l'armatura era stata colpita dal fulmine, anche se il danno fatto da
quest'ultimo era estremamente strano. Il teschio che adornava la corazza
era diviso in due; una saetta d'acciaio lo fendeva.
«Questa sarà la mia insegna», annunciò Mina, toccandolo.
Indossò il resto dell'equipaggiamento di Magit, facendo scivolare i brac-
ciali sulle braccia, allacciando i parastinchi sulle gambe. Non appena lo
toccava, ogni pezzo dell'armatura rosseggiava, come appena uscito dalla
fucina; e, una volta raffreddato, le calzava come se fosse stato modellato
per lei.
Sollevò l'elmo, ma non lo mise in testa. Lo porse a Galdar. «Tienilo tu
per me, vicecomandante», disse.
Il minotauro lo ricevette con orgoglio e reverenza, come se fosse un ma-
nufatto che cercava da tutta la vita.
Mina si inginocchiò accanto al corpo di Ernst Magit. Prendendo la mano
inerte e carbonizzata nella sua, chinò la testa e cominciò a pregare.
Nessuno poteva sentire le sue parole, cosa diceva o a chi lo diceva. Il
Canto della Morte risuonava lugubre fra le pietre. Le stelle svanirono, la
luna scomparve. Furono avvolti dalle tenebre. Mina pregava, e i suoi sus-
surri recavano conforto.
Alzandosi, Mina trovò tutti i Cavalieri in ginocchio davanti a lei. Nel bu-
io, non vedevano niente; non gli altri, e nemmeno se stessi. Vedevano solo
lei.
«Tu sei il mio comandante, Mina», cominciò uno, fissandola come l'af-
famato fissa il pane, e l'assetato fissa l'acqua fresca. «A te affido la mia vi-
ta.»
«Non a me», ribatté lei. «All'Unico Dio.»
«All'Unico Dio!» Le voci si levarono e furono assorbite nel canto che
non era più spaventoso ma eccitante, esaltante, una chiamata alle armi. «A
Mina e all'Unico Dio!»
Le stelle brillavano di nuovo nei monoliti. La luna luccicava nel fulmine
frastagliato dell'armatura di Mina. Il rombo si rifece sentire, ma stavolta
non veniva dal cielo.
«I cavalli!» gridò uno dei Cavalieri. «I cavalli sono tornati.»
A condurli era un destriero quale nessuno di loro aveva mai visto. Rosso
come il vino, rosso come il sangue, distanziava di molto i compagni. Andò
dritto da Mina e si strofinò contro di lei, appoggiandole il muso sulla spal-
la.
«Ho mandato Foxfire a prendere i cavalli. Ne avremo bisogno», osservò
lei, accarezzando la criniera nera della bestia color sangue. «Stanotte an-
dremo a sud, e di buona lena. Dobbiamo essere a Sanction fra tre giorni.»
«Sanction!» Galdar spalancò la bocca. «Ma, ragazzina, cioè caposquadra
- Sanction è controllata dai Solamnici! La città è sotto assedio. La nostra
destinazione è Khur. Gli ordini...»
«Andremo questa notte a Sanction», ripeté Mina. Il suo sguardo si volse
verso sud, e lì rimase.
«Ma perché, caposquadra?» domandò Galdar.
«Perché siamo chiamati», rispose lei.

II

SILVANOSHEI

La tempesta strana e innaturale assediò tutta Ansalon. I fulmini percorse-


ro la regione; guerrieri giganti che scuotevano la terra e lanciavano saette
di fuoco. Alberi antichi - enormi querce che avevano resistito a entrambi i
Cataclismi - s'incendiarono e furono ridotti in un attimo ad ardenti rovine.
Vortici tonanti di vento infuriavano fra i guerrieri, sventrando case, e get-
tando nell'aria assi mattoni, malta e pietre con impeto micidiale. Nubifragi
torrenziali fecero gonfiare e straripare i fiumi, spazzando via i giovani,
verdi germogli di cereali che lottavano per emergere dall'oscurità e crogio-
larsi al primo sole estivo.
A Sanction, assedianti e assediati abbandonarono la lotta per cercare ri-
paro dalla terribile tempesta. Le navi in alto mare cercarono di resisterle,
con il risultato che molte s'inabissarono, senza lasciare più tracce né noti-
zie. Altre sarebbero faticosamente rientrate con alberi di fortuna, nonché
racconti di marinai trascinati fuori bordo e di pompe che lavoravano notte
e giorno.
A Palanthas, innumerevoli crepe apparvero sul tetto della Grande Biblio-
teca. La pioggia si riversò all'interno, facendo agitare pazzamente Bertrem
e gli altri monaci per tamponare il flusso, asciugare il pavimento e mettere
in salvo i volumi preziosi. A Tarsis, la pioggia fu così pesante che il mare
scomparso durante il Cataclisma ritornò, con enorme stupore degli abitan-
ti. Sparì qualche giorno dopo, lasciando dietro di sé pesci boccheggianti e
un odore fetido.
La tempesta assestò all'isola di Schallsea un colpo particolarmente deva-
stante. I venti spaccarono ogni singola finestra del Cuore Confortevole. Le
navi all'ancora nel porto si schiantarono contro le scogliere, o contro le
banchine. Un cavallone spazzò via molti edifici e molte case costruite lun-
go la costa. Morì moltissima gente, e moltissimi altri rimasero senza tetto.
I fuggiaschi presero d'assalto la Cittadella della Luce, supplicando i mistici
di aiutarli.
La Cittadella era un faro di speranza nella notte oscura di Krynn.
Cercando di riempire il vuoto lasciato dall'assenza degli dei, Goldmoon
aveva scoperto il potere mistico del cuore, riportando nel mondo il dono
della guarigione. Era la prova vivente del fatto che, benché Paladine e Mi-
shakal se ne fossero andati, il loro influsso benefico viveva nel cuore di chi
li aveva amati.
E, tuttavia, Goldmoon stava invecchiando. I ricordi degli dei sbiadivano;
e lo stesso sembrava accadere al potere del cuore. L'uno dopo l'altro, i mi-
stici sentivano il loro potere scemare, come una marea che si ritraeva senza
mai ritornare. Ma gli abitanti della Cittadella furono felici di aprire le porte
e il cuore alle vittime della tempesta, di fornire rifugio e assistenza, e di
cercare di guarire i feriti il meglio possibile.
I Cavalieri Solamnici, che avevano costruito una fortezza a Schallsea,
partirono per battagliare con la tempesta, uno dei nemici più terribili che
questi valorosi Cavalieri avessero mai affrontato. A rischio della vita, tira-
rono fuori la gente dall'acqua tumultuosa, la estrassero dagli edifici schiac-
ciati, lavorando nel vento, nella pioggia e nelle tenebre squarciate dai ful-
mini, per salvare coloro che il Giuramento e la Misura li obbligavano a
proteggere.
La Cittadella della Luce resistette alla furia della tempesta, anche se i
suoi edifici furono investiti dai venti furiosi e dalla pioggia battente. Come
nel tentativo disperato di far sentire la sua rabbia, la tempesta gettò contro
le pareti di cristallo della Cittadella chicchi di grandine grossi come teste
umane. Nei punti in cui colpirono, apparvero piccole fessure, e rivoli di
pioggia vi s'infilarono, gocciolando come lacrime giù per i muri.
Uno schianto particolarmente forte venne dalle vicinanze della stanza di
Goldmoon, fondatrice e signora della Cittadella. I mistici sentirono il suo-
no del vetro infranto e accorsero spaventati, per vedere se l'anziana donna
fosse sana e salva. Con loro grande stupore, trovarono chiusa a chiave la
porta d'ingresso. Vi picchiarono sopra, pregando di poter entrare.
Goldmoon rispose con una voce sommessa e terribile a udirsi, una voce
che era la sua amata voce e tuttavia non lo era, ordinando che la lasciassero
in pace, che attendessero ai loro doveri. Altri avevano bisogno del loro aiu-
to, non lei. Perplessi, turbati, quasi tutti eseguirono il comando. Quelli che
restarono indietro riferirono di aver udito dei singhiozzi, strazianti e dispe-
rati.
«Anche lei ha perso i suoi poteri», dissero quelli fuori dalla sua porta.
Pensando di aver capito, la lasciarono sola.
Quando, finalmente, venne il mattino e il sole si alzò rosseggiante nel
cielo, la gente guardò, sbalordita e inorridita, la distruzione operata durante
quella notte terribile. I mistici andarono nella camera di Goldmoon per
chiederle consiglio, ma non ebbero risposta. La sua porta rimaneva chiusa
e sbarrata.
La tempesta passò anche per Qualinesti, un regno elfico, ma separo dai
suoi cugini di Silvanesti da una distanza misurabile, oltre che in centinaia
di miglia, in odio e diffidenza di lunga data. Lì, turbini di vento sradicaro-
no alberi giganti, facendoli volare come i bastoncini sottili usati nel Quin
Thalasi, un popolare gioco degli elfi. La tempesta agitò dalle fondamenta
la mitica Torre del Presidente dei Soli, facendo piovere sul pavimento i bei
vetri colorati delle finestre istoriate. L'acqua montante allagò le camere più
basse dell'appena costruita fortezza dei Cavalieri Scuri di Newport, co-
stringendoli a ciò cui non poteva arrivare nemmeno un esercito nemico:
abbandonare le loro postazioni.
La tempesta svegliò persino i grossi draghi, che dormivano, grassi e
gonfi, in tane ricche di tributi. Scosse il Picco di Malys, rifugio di
Malystrx, l'enorme dragonessa rossa che si credeva Regina di Ansalon, e
presto anche Dea, se i suoi piani fossero andati in porto. La pioggia formò
fiumi impetuosi che invasero la sua casa vulcanica. L'acqua entrò nelle
pozze di lava, creando enormi nubi di un vapore dal puzzo ripugnante che
riempì camere e corridoi. Bagnata, mezza cieca, asfissiata dal fumo, Malys
urlò la sua indignazione e volò di tana in tana, cercando di trovarne una
abbastanza asciutta per poter ritornare a dormire.
Infine, fu costretta a cercare i livelli inferiori della sua dimora montuosa.
Malys era una dragonessa vecchia, con una sorta di saggezza malevola. In-
tuiva che la tempesta aveva qualcosa di innaturale, e la cosa la metteva a
disagio. Borbottando e brontolando fra sé, entrò nella Camera del Totem.
Qui, su una sporgenza di roccia nera, Malys aveva impilato i teschi di tutti
i draghi minori che aveva distrutto in occasione della sua venuta nel mon-
do. Teschi argento e oro, rossi e azzurri stavano l'uno sopra l'altro, monu-
mento alla sua grandezza. Malys provò conforto alla loro vista. Ognuno le
recava il ricordo di una battaglia vinta, di un nemico sconfitto e divorato.
La pioggia non poteva penetrare tanto in basso; lei non poteva sentire ulu-
lato del vento, né i lampi disturbare i suoi sonni.
Malys guardò gli occhi vuoti dei teschi con piacere, e forse si assopì,
perché d'un tratto le sembrò che essi fossero vivi, e la fissassero. Sbuffò,
alzò la testa. Studiò attentamente i teschi, gli occhi. La pozza ava nel cuore
della montagna gettava un bagliore artificioso sui teschi, riempiva le orbite
vuote di ombre tremolanti e intermittenti. Rimproverandosi per la sua im-
maginazione troppo vivida, Malys si avvolse comodamente intorno al to-
tem e si addormentò.
Un'altra grande dragonessa, una Verde nota con il nome pomposo di
Beryllinthranox non riusciva a dormire durante la tempesta. La sua tana
era formata da alberi viventi - carpini e sequoie - e da viticci enormi, attor-
cigliati. I viticci e i rami degli alberi erano intrecciati così strettamente che
non una goccia d'acqua era mai riuscita a insinuarsi. Ma la pioggia che ca-
deva dalle nubi nere e turbolente di questa tempesta sembrava farsi un
punto d'onore di trovare il modo di penetrare attraverso le foglie. Una volta
entrata una goccia, aprì la strada a migliaia di compagne. Beryl si svegliò
sorpresa, all'insolita sensazione dell'acqua che le cadeva sul naso. Una del-
le grandi sequoie che formava un pilastro della sua tana fu colpita da un
fulmine. L'albero andò in fiamme, fiamme che si diffusero rapidamente,
nutrendosi della pioggia come se fosse olio da lampada.
L'urlo di allarme di Beryl fece accorrere i suoi servi a spegnere le fiam-
me. Draghi, Rossi e Azzurri che si erano sottomessi a lei piuttosto che far-
sene distruggere, strapparono gli alberi brucianti e li gettarono in mare.
Draconici tirarono giù viticci roventi, soffocarono le fiamme con fango e
terriccio. Ostaggi e prigionieri furono messi a lottare contro i fuochi. Molti
morirono nel frattempo, ma alla fine la tana di Beryl fu salva. Per giorni e
giorni, tuttavia, la dragonessa rimase di pessimo umore, convinta che la
tempesta fosse un attacco sferratole magicamente dalla cugina Malys.
Beryl intendeva governare, un giorno, al posto di quest'ultima. Mentre ri-
costruiva la tana con i suoi poteri magici - che, ultimamente, andavano ca-
lando, altra cosa di cui attribuiva la colpa a Malys - la Verde pensava ai
torti subiti e covava vendetta.
L'Azzurro Khellendros (aveva abbandonato il nome Skie in favore di
questo titolo più grandioso, che significava Tempesta su Ansalon) era uno
dei pochi draghi nativi di Krynn a essere emerso dalla Purga dei Draghi.
Al momento, governava Solamnia e tutti i suoi dintorni. Era sovrintenden-
te di Schallsea e della Cittadella della Luce, cui permetteva di rimanere
perché - a detta sua - trovava divertente vedere i poveri umani lottare fu-
tilmente contro le tenebre crescenti. In realtà, la vera ragione per cui con-
sentiva alla Cittadella di prosperare in tutta sicurezza era il guardiano di
quest'ultima, un drago d'argento di nome Mirror. Mirror e Skie erano ne-
mici da lungo tempo ma ora, nell'odio comune per i nuovi, grossi draghi
provenienti da lontano che avevano ucciso tanti loro fratelli, erano diventa-
ti, se non amici, nemmeno totalmente avversari.
Khellendros fu disturbato dalla tempesta molto più delle due grosse dra-
gonesse, anche se - stranamente - la sua tana non subì molti danni. Misurò
inquieto la sua enorme grotta in cima ai monti Vingaard, guardò i guerrieri
di fiamma colpire ferocemente i bastioni della Torre del Sommo Chierico,
e gli parve di sentire un canto nel vento, un canto che parlava di morte.
Khellendros non dormì, ma osservò la tempesta fino alla fine.
Questa non perse un briciolo del suo potere, mentre attaccava ruggendo
l'antico regno elfico di Silvanesti. Gli elfi avevano eretto sul loro territorio
uno scudo magico, che fino ad allora lo aveva protetto dalle scorrerie e
dalle conquiste dei draghi, e che inoltre teneva lontane tutte le altre razze.
Erano riusciti nel loro obiettivo storico di isolarsi dai guai del resto del
mondo. Ma lo scudo non li riparò dal tuono e dalla pioggia, dal vento e dai
fulmini.
Alberi bruciarono, case furono squarciate dai venti impetuosi. Il fiume
Thon-Thalas straripò, facendo annaspare in cerca di terre più alte coloro
che vivevano sulle sue sponde. L'acqua s'infiltrò nel giardino del palazzo,
il Giardino di Astarin, dove cresceva l'albero magico che, molti lo crede-
vano, manteneva lo scudo al suo posto. L'albero fu salvato dal suo potere:
quando la tempesta finì, la terra intorno a esso fu trovata completamente
asciutta. Tutto il resto, nel giardino, era stato sommerso o spazzato via dal-
le acque. I giardinieri e i Modellatori dei Boschi, che nutrivano per le loro
piante e i loro fiori, i loro alberi ornamentali, le loro erbe e i loro rosai lo
stesso amore che nutrivano per i propri figli, furono straziati, affranti alla
vista della distruzione.
Dopo la tempesta, corsero ai ripari, portando piante da casa loro per ri-
empire quello che era stato il meraviglioso Giardino di Astarin. Sin dall'in-
nalzamento dello scudo, le piante non erano più state bene, e ora marciva-
no nel suolo fangoso che, sembrava, non riusciva mai ad assorbire tanta
luce solare da poter asciugarsi.
La tempesta strana e terribile, infine, si ritirò dal continente, smise la
guerra, come un esercito vittorioso che abbandona il campo di battaglia,
lasciando dietro di sé devastazione e rovina. Il mattino dopo, la gente di
Ansalon avrebbe guardato i danni sbalordita, confortato chi aveva subito
dei lutti, sepolto i morti, e pensato con meraviglia al presagio sinistro di
quella notte spaventosa.
Eppure, ci fu, dopo tutto, una persona che quella notte si divertì. Era un
giovane elfo, di nome Silvanoshei, che gioì della tempesta. Il fragore dei
guerrieri fiammeggianti, i fulmini che cadevano come scintille emesse da
spade di tuono, gli ribollivano nel sangue come un rullo di tamburi. Silva-
noshei non cercò rifugio dalla tempesta, ma vi andò in mezzo. In piedi in
una radura della foresta, alzò il viso verso il tumulto, mentre la pioggia lo
bagnava, raffreddando l'arsura di bisogni e desideri vagamente avvertiti.
Guardò l'abbacinante spettacolo dei lampi, si stupì del tuono che scuoteva
la terra, rise delle raffiche di vento che piegavano i grandi alberi, costrin-
gendoli a chinare il capo fiero.
Il padre di Silvanoshei era Porthios, un tempo orgoglioso sovrano dei
Qualinesti, ora da loro scacciato, e denominato «elfo scuro», condannato a
vivere fuori dalla luce della comunità elfica. La madre era Alhana Starbre-
eze, comandante in esilio della nazione Silvanesti, e da questa espulsa in
occasione del matrimonio con Porthios. Con le nozze, avevano inteso riu-
nire infine le due nazioni elfiche in una sola che, probabilmente, avrebbe
potuto essere abbastanza forte da combattere i maledetti draghi e mante-
nersi libera.
Invece, il loro matrimonio aveva solo acuito l'odio e la diffidenza. Ora
Beryl era padrona di Qualinesti, che era una terra occupata, tenuta in sog-
gezione dai Cavalieri di Neraka. Silvanesti era una terra tagliata fuori, iso-
lata; i suoi abitanti si rannicchiavano sotto lo scudo come bambini che si
nascondono sotto una coperta, sperando che li protegga dai mostri in ag-
guato nel buio.
Silvanoshei era l'unico figlio di Porthios e di Alhana.
«Silvan è nato nell'anno della Guerra del Caos», era solita ripetere Alha-
na. «Suo padre e io eravamo in fuga, bersagli per qualunque assassino elfi-
co che volesse ingraziarsi i governatori Qualinesti o Silvanesti. È nato il
giorno in cui seppellirono due dei figli di Caramon Majere. Il Caos è stato
la bambinaia di Silvan, la Morte la sua levatrice.»
Silvan era stato cresciuto in un campo armato. Il matrimonio di Alhana e
di Porthios, nato per ragioni strategiche, si era approfondito in un rapporto
di amore, di amicizia e di profondo rispetto. Insieme, moglie e marito ave-
vano intrapreso una battaglia incessante e ingrata, prima contro i Cavalieri
Scuri che erano ora i signori di Qualinesti, poi contro il terribile dominio di
Beryl, la dragonessa che aveva accampato diritti su quelle terre e ora do-
mandava tributi agli elfi locali per lasciarli vivere ancora un po'.
Quando ad Alhana e Porthios era giunta voce che gli elfi di Silvanesti
erano riusciti a innalzare uno scudo magico sul loro regno, uno scudo che
li avrebbe protetti dalle devastazioni dei draghi, entrambi avevano visto la
cosa come una possibile salvezza per il loro popolo. Alhana aveva viaggia-
to verso sud con le proprie forze, lasciando Porthios a continuare la lotta
per Qualinesti.
Aveva cercato di mandare un emissario agli elfi di Silvanesti, per chie-
dere il permesso di passare attraverso lo scudo. L'emissario non era stato in
grado di entrare. Alhana attaccò lo scudo con l'acciaio e la magia, cercando
ogni modo possibile per penetrarlo, ma senza successo. Più lo studiava, e
più era sgomenta al pensiero che la sua gente potesse adattarsi a viverci
sotto.
Qualunque cosa lo scudo toccasse, moriva. I boschi presso i suoi confini
erano pieni di alberi morti e morenti. I prati vicini erano grigi e brulli. I
fiori appassivano, seccavano, si decomponevano in una polvere grigia e fi-
na che ricopriva tutto come un sudario.
È colpa della magia dello scudo! Alhana aveva scritto al marito. Lo scu-
do non protegge la terra; la sta uccidendo!
Ai Silvanesti non importa, Porthios aveva scritto in risposta. Sono soffo-
cati dalla paura. Paura degli orchi, paura degli umani, paura dei draghi,
paura di terrori che non riescono nemmeno a nominare. Lo scudo è solo la
manifestazione esteriore della loro paura. Per forza qualunque cosa vi en-
tri in contatto appassisce e muore!
Queste furono le ultime parole che ebbe da lui. Per anni, Alhana si era
tenuta in rapporto con il marito tramite i messaggi portati fra di loro dai
veloci e instancabili messi elfici. Sapeva dei suoi sempre più futili tentativi
di sconfiggere Beryl. Poi arrivò il giorno in cui il messo inviato al marito
non ritornò. Gliene mandò un altro, che pure svanì. Ormai, erano mesi che
non aveva notizie di Porthios. Infine, non potendo impegnare oltre la sua
forza lavoro in declino, Alhana aveva smesso di inviare i messi.
La tempesta aveva sorpreso Alhana e il suo esercito nei boschi presso
Silvanesti, in occasione di un ennesimo tentativo di penetrare lo scudo.
Alhana si rifugiò in un antico tumulo sepolcrale vicino al confine. L'aveva
scoperto da tempo, quando aveva intrapreso la battaglia per strappare il
controllo della sua terra natia dalle mani di coloro che sembravano decisi a
condurre la sua gente al disastro.
In altre, più felici, circostanze, gli elfi non avrebbero disturbato i resti
dei morti, ma erano inseguiti dagli orchi, i loro antichi nemici, e cercavano
disperatamente una posizione difensiva. Nondimeno, Alhana era entrata
nel tumulo con preghiere propiziatorie, chiedendo comprensione agli spiri-
ti dei morti.
Gli elfi avevano scoperto che il tumulo era vuoto. Non trovarono corpi
mummificati, né ossa, né alcuna indicazione che lì fosse mai stato sepolto
qualcuno. Gli elfi che accompagnavano Alhana lo presero come il segno
che la loro causa era giusta. Alhana non obiettò, anche se sentì l'amara iro-
nia del fatto che lei - la vera e legittima Regina dei Silvanesti - fosse co-
stretta a cercare rifugio in un buco del terreno abbandonato persino dai
morti.
Il tumulo sepolcrale era diventato il quartier generale di Alhana. I suoi
cavalieri, le sue guardie del corpo personali, erano lì con lei. Il resto dell'e-
sercito era accampato nei boschi all'intorno. Un perimetro di messi stava in
guardia contro gli orchi, che imperversavano in quella zona. I messi, arma-
ti leggermente, e senza armatura, non avrebbero combattuto contro il ne-
mico, una volta individuatolo, ma sarebbero corsi indietro verso i picchetti
per avvertire l'esercito della sua presenza.
Gli elfi della Casa del Modellatore dei Boschi avevano lavorato a lungo
per far emergere magicamente dal terreno una barricata di roveti circon-
danti il tumulo sepolcrale. I cespugli avevano punte pericolose che poteva-
no trafiggere anche la pelle dura di un orco. All'interno della barricata, i
soldati dell'esercito elfico trovarono rifugi di fortuna all'arrivo della tempe-
sta torrenziale. Le tende crollarono quasi immediatamente, lasciando gli el-
fi ad accovacciarsi dietro i massi o a strisciare nei fossi, evitando, se possi-
bile, gli alberi alti, obiettivi dei fulmini maligni.
Bagnati fino alle ossa, congelati e sbigottiti dalla tempesta, quale nem-
meno i più anziani degli elfi avevano mai visto, i soldati guardarono Silva-
noshei, che faceva le capriole nella burrasca come un pazzo, e scossero la
testa.
Era il figlio della loro amata regina. Non avrebbero detto una parola con-
tro di lui. Avrebbero dato la vita per difenderlo, perché lui era la speranza
della nazione elfica. Ai soldati piaceva abbastanza, anche se non era ogget-
to né di ammirazione né di rispetto. Silvanoshei era bello e affascinante,
seducente per natura, un compagno gioviale, con una voce così dolce e
melodiosa che poteva convincere gli uccelli canori a scendere dagli alberi
per posarsi sulla sua mano.
In questo, Silvanoshei non ricordava nessuno dei suoi genitori. Non ave-
va niente della natura cupa, austera e risoluta del padre, e alcuni avrebbero
potuto metterne in dubbio la discendenza, ma Silvanoshei aveva una tal
somiglianza fisica con Porthios che il rapporto era inequivocabile. Silva-
noshei, o Silvan, come lo chiamava la madre, non aveva ereditato il por-
tamento regale di Alhana Starbreeze. Aveva qualcosa del suo orgoglio ma
poco della sua compassione. Teneva al suo popolo, ma gli mancavano l'a-
more e la lealtà imperituri di Alhana. Considerava la sua battaglia per pe-
netrare nello scudo un disperato spreco di tempo. Non riusciva a capire
come mai lei spendesse tante energie per ritornare da un popolo che, chia-
ramente, non la voleva.
Alhana stravedeva per suo figlio, ancora di più adesso che il padre sem-
brava disperso. I sentimenti di Silvan verso la madre erano più complessi,
e anche lui li capiva solo in parte. Se gliel'avessero chiesto, avrebbe rispo-
sto che l'amava e l'idolatrava, il che era vero. Tuttavia, quell'amore era un
olio che galleggiava sulla superficie di acque agitate. A volte, Silvan pro-
vava rabbia per i suoi genitori, una rabbia che lo spaventava per la sua fu-
ria e la sua intensità. L'avevano derubato della sua infanzia, l'avevano de-
rubato del conforto, l'avevano derubato del legittimo rango fra la sua gen-
te.
Il tumulo sepolcrale rimase relativamente asciutto durante l'acquazzone.
In piedi sull'entrata, Alhana guardava la tempesta, dividendo l'attenzione
fra la preoccupazione per il figlio - a testa scoperta sotto la pioggia, espo-
sto ai fulmini letali e ai venti selvaggi - e l'amaro pensiero che le gocce po-
tevano penetrare lo scudo che circondava Silvanesti, e lei, con tutta la po-
tenza del suo esercito, no.
Un fulmine particolarmente vicino l'accecò per metà, e il tuono che se-
guì scosse la caverna. Timorosa per il figlio, si avventurò per una breve di-
stanza fuori dal tumulo, cercando di vedere attraverso la pioggia battente.
Un altro lampo, che coprì il cielo di una fiamma bianca e porpora insieme,
lo rivelò con lo sguardo all'insù e la bocca aperta, in uno scherzoso ruggito
di sfida al tuono.
«Silvan!» gridò. «Non è sicuro là fuori! Entra con me!»
Lui non la sentì. Il tuono offuscò le parole, il vento le portò via. Ma, for-
se avvertendo la sua preoccupazione, Silvan girò la testa. «Non è meravi-
glioso, madre?» urlò, e il vento che aveva soffiato via le parole della madre
le restituì con meravigliosa chiarezza quelle del figlio.
«Vuoi che esca e lo trascini dentro, mia regina?» chiese una voce all'al-
tezza della sua spalla.
Alhana trasalì, fece un mezzo giro. «Samar! Mi hai spaventato!»
L'elfo s'inchinò. «Mi spiace, Maestà. Non intendevo allarmarvi.»
Non l'aveva nemmeno sentito arrivare, ma ciò non era sorprendente. An-
che se non ci fossero stati i tuoni assordanti, non avrebbe udito l'elfo se lui
non avesse voluto farsi udire. Veniva dalla Casa del Protettore, le era stato
assegnato da Porthios, ed era rimasto fedele alla sua vocazione durante
trent'anni di guerra ed esilio.
Samar era ora il suo comandante in seconda, il capo dei suoi eserciti.
Che egli l'amasse, lo sapeva bene, anche se lui non ne aveva mai fatto pa-
rola, perché era leale al marito Porthios come amico e come sovrano. Sa-
mar sapeva che lei non l'amava, che era fedele al marito, anche se non a-
vevano notizie di Porthios da tempo. L'amore di Samar era un dono che
questi le faceva quotidianamente, senza aspettarsi nulla in cambio. Cam-
minava al suo fianco, e il suo amore per lei era come una torcia che guida-
va i suoi passi lungo il sentiero buio che percorreva.
Samar non nutriva alcun affetto per Silvanoshei, che considerava un da-
merino viziato. Samar vedeva la vita come una battaglia che andava com-
battuta e vinta giorno per giorno. Frivolezze e risate, scherzi e marachelle
sarebbero stati accettabili in un principe elfico il cui reame fosse in pace;
un principe elfico che, come quelli di epoche più felici, non avesse niente
da fare tutto il giorno tranne che imparare a suonare il liuto e a contempla-
re la perfezione di un bocciolo di rosa. I bollenti spiriti della giovinezza e-
rano fuori luogo in questo mondo in cui gli elfi lottavano semplicemente
per sopravvivere. Il padre di Silvanoshei era disperso, e probabilmente
morto. Sua madre trascorreva la vita gettandosi contro il fato, e il suo cor-
po e il suo spirito s'arricchivano ogni giorno di nuovi lividi e di nuove feri-
te. Samar considerava la risata e il buonumore di Silvan un affronto a en-
trambi, e un insulto a se stesso.
L'unico bene che Samar vedeva nel giovanotto era il fatto che Silvano-
shei poteva estorcere un sorriso alla madre, quando niente e nessun altro
riuscivano a rallegrarla.
Alhana posò la mano sul braccio di Samar. «Digli che sono in ansia. Le
sciocche paure di una madre. O forse non poi così sciocche», aggiunse fra
sé, perché Samar era già partito. «C'è qualcosa di sinistro in questa tempe-
sta.»
Entrando nella tempesta, Samar rimase subito bagnato fino al midollo,
fradicio come se si fosse messo sotto una cascata. Le raffiche di vento lo
facevano barcollare. Chinando la testa contro il torrente che l'accecava,
maledicendo la stupidità avventata di Silvan, Samar aumentò il passo.
Silvan stava con la testa rivolta all'indietro, gli occhi chiusi, le labbra
semiaperte. Aveva le braccia distese e il petto scoperto: la camicia era così
bagnata che gli era caduta dalle spalle. La pioggia si riversava sul suo cor-
po seminudo.
«Silvani» Samar gridò all'orecchio del ragazzo. Afferrandogli brusca-
mente il braccio, diede al giovane elfo un bello scossone. «Vi state ren-
dendo ridicolo!» esclamò, in tono cupo e aspro. Lo scosse di nuovo. «Vo-
stra madre ha già abbastanza preoccupazioni senza che vi ci mettiate anche
voi! Entrate con lei; è quello il vostro posto!»
Silvan aprì gli occhi di una fessura; erano porpora, come quelli della
madre, ma meno scuri; più simili al vino che al sangue. Erano accesi di e-
stasi, e le labbra dischiuse in un sorriso.
«Il fulmine, Samar! Non ho mai visto niente del genere! Riesco a sentir-
lo oltre che a vederlo. Tocca il mio corpo e mi fa rizzare i peli sulle brac-
cia. Mi avvolge in lenzuoli di fiamma che mi lambiscono la pelle e mi in-
cendiano. Il tuono mi scuote fin nel cuore del mio essere, la terra si muove
sotto i miei piedi. Il mio sangue brucia, e la pioggia, la pioggia pungente,
raffredda la mia febbre. Non corro alcun pericolo, Samar», il sorriso di
Silvan s'allargò, la pioggia gli levigò viso e capelli. «Non corro più perico-
lo che se fossi a letto con un'amante...»
«Discorsi del genere sono sconvenienti, Principe Silvan», l'ammonì Sa-
mar con fredda rabbia. «Dovreste...»
Corni da caccia, che squillavano all'impazzata, lo interruppero. Il sogno
estatico di Silvan s'infranse, spazzato via dal suono dei corni, uno dei primi
che ricordava di aver sentito da bambino. Era il suono dell'allarme, il suo-
no del pericolo.
Silvan aprì completamente gli occhi. Non poteva dire da che direzione
provenissero le chiamate; sembravano arrivare da tutte le parti contempo-
raneamente. In piedi all'entrata del tumulo, circondata dai suoi cavalieri,
Alhana scrutava nella tempesta.
Un messo elfico attraversò la boscaglia con fragore. Non c'era tempo per
le azioni furtive; né ce n'era bisogno.
«Che c'è?» domandò Silvan.
Il soldato l'ignorò, corse dal comandante. «Orchi, signore», gridò.
«Dove?» indagò Samar.
Il soldato inspirò profondamente. «Tutt'intorno a noi, signore! Ci hanno
circondato. Non li abbiamo sentiti. Hanno usato la tempesta per coprire i
loro movimenti. I picchetti si sono ritirati dietro la barricata, ma la barrica-
ta...»
L'elfo non poté continuare, era senza fiato. Indicò verso nord.
Uno strano chiarore illuminava la notte di bianco-porpora, il colore del
fulmine. Ma questo bagliore non colpiva, per poi andarsene; diventava
sempre più fulgido.
«Che cos'è?» urlò Silvan, sopra il rullo dei tuoni. «Che cosa significa?»
«La barricata creata dai Modellatori dei Boschi sta bruciando», rispose
Samar, cupo. «Sicuramente la pioggia spegnerà il fuoco...»
«No, signore.» Il messo aveva ripreso fiato. «La barricata è stata colpita
dal fulmine; non in un punto solo, ma in molti.»
Indicò ancora, stavolta verso est e verso ovest. Ora, i fuochi si vedevano
salire in ogni direzione, tranne che a sud.
«È il fulmine ad accenderli. La pioggia non ha alcun effetto su di loro.
Anzi, sembra che li alimenti, come se fosse olio che si riversa dal cielo.»
«Dite ai Modellatori dei Boschi di usare la loro magia per spegnere il
fuoco.»
Il messo prese un'aria impotente. «Signore, i Modellatori dei Boschi so-
no esausti. L'incantesimo usato per creare la barricata ha esaurito tutta la
loro forza.»
«Com'è possibile?» obiettò rabbiosamente Samar. «È un incantesimo
semplice... No, non importa!»
Conosceva la risposta, anche se la respingeva di continuo. Recentemen-
te, da un paio d'anni, gli stregoni elfici avevano sentito calare il loro potere
di operare incantesimi. La perdita era stata graduale, appena sentita all'ini-
zio, attribuita a stanchezza o a malattia, ma alla fine gli stregoni erano stati
costretti ad ammettere che i loro poteri magici scivolavano via come gra-
nelli di sabbia fra dita che li stringono invano. Potevano conservarne alcu-
ni, ma non tutti. Gli elfi non erano soli, in questo. Era stato riferito loro che
la stessa perdita veniva accusata fra gli umani, ma si trattava di una magra
consolazione.
Usando la tempesta per nascondere i loro movimenti, gli orchi avevano
superato, non visti, i messi e sopraffatto le sentinelle. La barricata di roveti
bruciava furiosamente in diversi punti alla base della collina. Oltre le
fiamme stava la linea degli alberi, dove gli ufficiali disponevano in riga gli
arcieri elfici dietro la barricata. Le punte delle frecce luccicavano come
scintille.
Il fuoco avrebbe tenuto a bada gli orchi per un po', ma quando si fosse
estinto, i mostri sarebbero arrivati come un'onda di marea. Al buio, nel
vento urlante e sotto la pioggia sferzante, gli arcieri avevano poca probabi-
lità di colpire i bersagli prima di essere annientati. E quando questo fosse
successo, la strage sarebbe stata terribile. Gli orchi detestavano tutte le al-
tre razze di Krynn, ma il loro odio per gli elfi risaliva agli albori del tempo.
Gli orchi erano belli, i favoriti degli dei; dopo la loro caduta gli elfi diven-
tarono i preferiti, i vezzeggiati. Gli orchi non li avevano mai perdonati.
«Gli ufficiali da me!» ingiunse Samar. «Capoarciere! Metti i tuoi in riga
dietro i lancieri, alla barriera, e di' loro di trattenere le frecce fino a ordine
contrario.»
Ritornò di corsa nel tumulo. Silvan lo seguì, l'eccitazione della tempesta
sostituita da quella fiera, ardente dell'attacco. Alhana gettò al figlio un'oc-
chiata preoccupata. Vedendolo illeso, dedicò la sua attenzione completa a
Samar, mentre altri ufficiali elfici si accalcavano nel rifugio.
«Orchi?» chiese.
«Sì, mia regina. Hanno usato la tempesta come copertura. Il messo ritie-
ne che ci abbiano circondato. Io non ne sono sicuro; credo che la via per il
sud possa essere ancora aperta.»
«Che cosa suggerisci?»
«Che ripieghiamo sulla fortezza della Legione d'Acciaio, Maestà. Una
ritirata combattiva. I tuoi incontri con i cavalieri umani sono andati bene.
Pensavo che...»
Piani e schemi, tattiche e strategie. Silvan ne era stufo, stufo di sentirne
parlare. Colse l'occasione per allontanarsi; corse in fondo al tumulo, dove-
va aveva sistemato il suo letto. Allungando la mano sotto la coperta, affer-
rò l'elsa di una spada, la spada comprata a Solace. Silvan amava quell'ar-
ma, tutta nuova e lucente. L'elsa intagliata era ornata del becco di un grifo-
ne; certo, era difficile da maneggiare - il becco si conficcava nella carne -
ma la spada aveva un aspetto splendido.
Silvanoshei non era un soldato; non ne aveva mai ricevuto l'addestra-
mento. Ma non era colpa sua; Alhana l'aveva proibito.
«A differenza delle mie, queste mani», la madre le prendeva fra le sue,
stringendole, «non si macchieranno del sangue della sua gente. Queste
mani guariranno le ferite che suo padre e io, contro la nostra volontà, sia-
mo stati costretti a infliggere. Le mani di mio figlio non spargeranno mai il
sangue degli elfi.»
Adesso, però, non si parlava del sangue degli elfi, ma di quello degli or-
chi. La madre non poteva tenerlo fuori da quella battaglia. Crescendo di-
sarmato e impreparato alla guerra in un campo di soldati, Silvan immagi-
nava che gli altri lo disprezzassero, che nel profondo del cuore lo ritenesse-
ro un codardo. Aveva comprato la spada in segreto, preso qualche lezione -
finché la cosa non lo aveva stufato - e da qualche tempo aspettava con an-
sia la possibilità di mostrare il suo valore.
Compiaciuto di quest'opportunità, Silvan si allacciò il cinturone intorno
alla vita snella e ritornò dagli ufficiali, mentre la spada gli sbatteva rumo-
rosamente contro la coscia.
Messi elfici continuavano ad arrivare con i loro rapporti. Il fuoco innatu-
rale consumava la barricata a una velocità allarmante; qualche orco aveva
cercato di attraversarla. Illuminati dalle fiamme, erano ottimi bersagli per
gli arcieri; purtroppo, ogni freccia che arrivava a portata del fuoco veniva
da questo bruciata prima di poter colpire l'obiettivo.
Decisa la tecnica di ritirata - Silvan non ne afferrò molto; si trattava di
retrocedere a sud, dove si sarebbero riuniti a una forza della Legione di
Acciaio - gli ufficiali ritornarono alle loro truppe. Samar e Alhana restaro-
no insieme, parlando in tono sommesso, concitato.
Sguainando la spada con un tintinnio, Silvan l'agitò in un mulinello, e
per poco non mozzò il braccio a Samar.
«Che diavolo...» Samar fissò il taglio sanguinante sul braccio e fulminò
Silvan con lo sguardo. «Datemela!» Allungò la mano e, prima che Silvan
potesse reagire, gli strappò la spada.
«Silvanoshei!» Alhana era arrabbiata, più di quanto non l'avesse mai vi-
sta. «Non è il momento giusto per queste sciocchezze!» Gli girò le spalle,
per indicare la sua disapprovazione.
«Non sono sciocchezze, madre», ribatté Silvan. «No, non allontanarti da
me! Stavolta non ti rifugerai dietro un muro di silenzio. Questa volta starai
a sentire quello che ho da dirti!»
Lentamente, Alhana si girò. Lo scrutò attentamente, gli occhi grandi nel
viso pallido.
Gli altri elfi, scioccati e imbarazzati, non sapevano dove guardare. Nes-
suno sfidava la regina, nessuno la contraddiceva, nemmeno il figlio testar-
do e ostinato. Silvan stesso era stupefatto del proprio coraggio.
«Sono un principe di Silvanesti e di Qualinesti», continuò. «È mio privi-
legio e mio dovere partecipare alla difesa del mio popolo. Tu non hai il di-
ritto di cercare di fermarmi!»
«Ne ho tutti i diritti», replicò Alhana. Gli afferrò il polso, trapassandogli
la carne con le unghie. «Tu sei l'erede, l'unico erede. Sei tutto quello che
mi rimane...» Alhana ammutolì, pentita delle sue parole. «Mi dispiace.
Non intendevo dire questo. Una regina non ha niente che le appartenga.
Ogni cosa che è e che ha appartiene al popolo. Tu sei tutto quello che ri-
mane al tuo popolo, Silvan. Ora va' a raccogliere le tue cose», ordinò con
la voce tesa per lo sforzo di controllarsi, «i Cavalieri ti faranno addentrare
nel bosco...»
«No, madre, non mi nasconderò più», disse Silvan, avendo cura di parla-
re con fermezza, calma, rispetto. La sua causa era persa, se fosse sembrato
un bambino petulante. «Per tutta la mia vita, ogni volta che minacciava il
pericolo, me ne hai allontanato, mettendomi in qualche caverna, infilan-
domi sotto qualche letto. Non c'è da stupirsi che la mia gente abbia poco
rispetto per me.» Spostò gli occhi su Samar, che guardava il giovane con
grave attenzione. «Adesso, voglio fare la mia parte, madre.»
«Ben detto, principe Silvanoshei», approvò Samar. «Tuttavia, gli elfi
hanno un proverbio: "Una spada in mano a un amico inesperto è più peri-
colosa di quella in mano al nemico". Non si impara a combattere alla vigi-
lia della battaglia, giovanotto. Però, se vorrete coltivare seriamente questa
meta, avrò piacere di addestrarvi in futuro. Nel frattempo, c'è qualcosa che
potete fare, una missione che potete intraprendere.»
Sapeva quale sarebbe stata la reazione; e non si sbagliava. La rabbia pe-
netrante di Alhana aveva trovato un nuovo bersaglio.
«Samar, devo parlarti!» esclamò la regina, con voce fredda, imperiosa,
tagliente. Si girò di scatto, camminò con la schiena rigida e il mento solle-
vato fino al fondo del tumulo sepolcrale. Samar l'accompagnò con defe-
renza.
Fuori c'erano urla e grida, e squilli di corno; in sottofondo risuonava
come un tamburo militare il cupo e terribile canto di guerra degli orchi. La
tempesta infuriava con violenza immutata, dando soccorso al nemico. Sil-
van stava vicino all'ingresso del tumulo, stupito di se stesso, fiero ma sgo-
mento, dispiaciuto ma insolente, impavido e terrorizzato al tempo stesso. Il
tumulto delle sue emozioni lo confondeva. Cercò di vedere cosa stava ac-
cadendo, ma il fumo della barriera rovente si era steso sulla radura. Le gri-
da si smorzarono, si attutirono. Avrebbe voluto ascoltare di nascosto la
conversazione, mettendosi a portata d'orecchio, ma considerava la cosa in-
fantile e indegna di se stesso. Del resto, poteva immaginare cosa si stavano
dicendo; aveva già sentito abbastanza spesso le stesse parole.
In realtà, probabilmente non si sbagliava di molto.
«Samar, tu conosci ciò che auspico per Silvanoshei», esordì Alhana,
quando si trovarono lontano dagli altri. «E tuttavia mi sfidi e lo incoraggi
in questo pazzo comportamento. Mi hai deluso profondamente, Samar.»
Le sue parole, la sua rabbia erano pungenti; lo colpivano al cuore facen-
dolo sanguinare. Ma come Alhana era responsabile verso il suo popolo
come regina, così Samar lo era come soldato. Aveva il dovere di garantir-
gli un presente e un futuro. In quel futuro, le nazioni elfiche avrebbero
avuto bisogno di un erede forte, non di una femminuccia come Gilthas, il
figlio di Tanis il mezzelfo, che attualmente giocava a governare Qualinesti.
Tuttavia, Samar non espresse i suoi veri pensieri. Non disse: «Maestà,
questo è il primo segno di coraggio che abbiamo visto in tuo figlio, e do-
vremmo incoraggiarlo.» Era diplomatico, oltre che soldato.
«Maestà», azzardò, «Silvan ha trent'anni...»
«Un bambino», l'interruppe Alhana.
Samar s'inchinò. «Forse per gli standard Silvanesti, mia regina; ma non
per quelli Qualinesti. Secondo la legge Qualinesti, sarebbe già classificato
come giovane. Se fosse a Qualinesti, parteciperebbe all'addestramento mi-
litare. Silvanoshei sarà anche giovane d'età, Alhana», aggiunse Samar, ab-
bandonando il titolo formale come talvolta faceva quand'erano soli insie-
me, «ma pensa alla vita straordinaria che ha condotto! Le sue ninnenanne
sono stati i canti di guerra, la sua culla uno scudo. Non ha mai conosciuto
una casa. Dal giorno della sua nascita, raramente i suoi genitori sono stati
entrambi nella stessa stanza allo stesso tempo. Quando la battaglia chia-
mava, tu lo baciavi e partivi a cavallo, forse verso la morte. E lui sapeva
che saresti potuta non tornare, Alhana; glielo leggevo negli occhi!»
«Ho cercato di proteggerlo da tutto questo», rispose lei, spostando lo
sguardo verso il figlio. In quel momento, assomigliava talmente tanto al
padre che il dolore la sopraffece. «Se lo perdo, Samar, che ragione avrò di
prolungare questa esistenza squallida e disperata?»
«Non puoi proteggerlo dalla vita, Alhana», obiettò dolcemente Samar.
«Né dal ruolo che è destinato a ricoprire. Il Principe Silvanoshei ha ragio-
ne. Ha un dovere verso il suo popolo. Noi glielo lasceremo adempiere e -
enfatizzò la parola - al tempo stesso lo terremo fuori dai guai.»
Alhana non disse nulla ma, con lo sguardo, gli diede il permesso rilut-
tante di continuare.
«Ultimamente, solo uno dei messi è ritornato al campo», proseguì Sa-
mar. «Gli altri sono morti o combattono per la vita. Hai detto tu stessa,
Maestà, che dobbiamo mandare un messaggio alla Legione d'Acciaio, per
avvertirla di quest'attacco. Propongo di inviare Silvan a informare i cava-
lieri del nostro disperato bisogno di aiuto. Siamo appena ritornati dalla for-
tezza, per cui ricorderà la via. La strada maestra non è lontana dal campo, e
facile da trovare e da seguire.
«Corre scarso pericolo. Gli orchi non ci hanno circondato. Lontano dal
campo, sarà più al sicuro di qui.» Samar sorrise. «Se potessi averla vinta,
mia Regina, tu andresti alla fortezza con lui.»
Alhana sorrise a sua volta; la sua rabbia era svanita. «Il mio posto è con i
miei soldati, Samar. Io li ho portati qui. Combattono per la mia causa. Se li
abbandonassi, perderebbero ogni rispetto e ogni fiducia. Sì, ammetto che
hai ragione su Silvan», riconobbe mestamente. «Non c'è bisogno di sparge-
re sale sulle mie tante ferite.»
«Mia regina, non ho mai inteso...»
«Sì, invece, Samar», sospirò Alhana. «Ma hai parlato dal cuore, e hai
detto la verità. Affideremo al principe questa missione. Porterà notizia del
nostro bisogno alla Legione d'Acciaio.»
«Canteremo le sue lodi quando ritorneremo alla fortezza», concluse Sa-
mar. «E gli comprerò una spada adatta a un principe, non a un pagliaccio.»
«No, Samar», si oppose Alhana. «Può portare messaggi, ma non porterà
mai una spada. Il giorno della sua nascita, ho fatto voto agli dei che non
avrebbe mai usato armi contro il suo popolo. Il sangue degli elfi non dovrà
mai essere sparso per colpa sua.»
Samar s'inchinò, e rimase saggiamente in silenzio. Abile comandante,
sapeva quando arrestare la sua avanzata, mantenere la posizione, e aspetta-
re. Alhana tornò con la schiena rigida e portamento regale all'ingresso del-
la caverna.
«Figlio mio», disse, e nella sua voce non c'erano né emozione, né senti-
mento, «ho preso la mia decisione.»
Silvanoshei si girò verso la madre. Figlia di Lorac, sciagurato re dei Sil-
vanesti, che era quasi stato la rovina del suo popolo, Alhana Starbreeze si
era impegnata a pagare per le malefatte del padre, a riscattare la sua gente.
Ma poiché aveva cercato di unirla ai cugini Qualinesti, poiché aveva pro-
pugnato alleanze con gli umani e con i nani, era stata ripudiata, espulsa da
quei Silvanesti che sostenevano che solo tenendosi appartati e isolati dal
resto del mondo sarebbero potuti sopravvivere con la loro cultura.
Alhana era negli anni della maturità per gli elfi, ancora lontana dalla
vecchiaia, e incredibilmente bella, più di quanto non fosse mai stata in vita
sua. Aveva i capelli neri come gli abissi del mare, molto più giù di dove
arrivano i raggi del sole. I suoi occhi, un tempo ametista, si erano incupiti
e scuriti, come colorati dalla disperazione e dal dolore che tanto spesso ve-
devano. Invece di essere motivo di gioia la sua bellezza spezzava il cuore a
chi la circondava. Come la leggendaria dragonlance, la cui riscoperta ave-
va contribuito a portare la vittoria a un mondo assediato, la regina avrebbe
potuto essere racchiusa in un pilastro di ghiaccio. Distruggere il ghiaccio,
distruggere la barriera protettiva che aveva eretto intorno a se stessa signi-
ficava distruggere la donna all'interno.
Solo suo figlio, solo Silvan aveva il potere di sciogliere il ghiaccio e toc-
care il calore vivente della donna in quanto madre, e non regina. Ma quella
donna era sparita. La madre era sparita. La donna che gli stava davanti,
fredda e severa, era la sua regina. Intimorito, umiliato, consapevole di es-
sersi comportato scioccamente, cadde in ginocchio ai suoi piedi.
«Mi dispiace, madre», si scusò. «Ti obbedirò. Lascerò...»
«Principe Silvanoshei», cominciò la regina, con una voce ufficiale che
non aveva mai usato con lui. Silvan non sapeva se essere contento o se
piangere per qualcosa di irrevocabilmente perso. «Il comandante Samar ha
bisogno di un messaggero che corra in tutta fretta all'avamposto della Le-
gione d'Acciaio. Lì darai notizia della nostra situazione disperata. Di' al
Gran Cavaliere che pensiamo di ritirarci combattendo. Dovrebbe riunire le
forze, venirci incontro presso gli incroci, attaccare gli orchi sul fianco de-
stro. Non appena i cavalieri attaccheranno, smetteremo la ritirata e manter-
remo la posizione. Dovrai viaggiare rapidamente attraverso la notte e la
tempesta. Che niente ti trattenga, Silvan, perché questo messaggio deve ar-
rivare a destinazione.»
«Capisco, mia regina», rispose Silvan. Si alzò, rosso di trionfo. Il brivido
del pericolo gli guizzava nel sangue come un fulmine. «Non deluderò te o
la mia gente. Ti ringrazio per la fiducia che hai in me.»
Alhana gli prese il viso fra le mani, così fredde che lui non poté reprime-
re un tremito. Gli posò le labbra sulla fronte. Il suo bacio bruciava come il
ghiaccio; il gelo gli penetrò fino al cuore. Da quel momento, non avrebbe
mai smesso di sentire quel bacio. Si chiese se le labbra pallide avessero la-
sciato un segno indelebile.
L'asciutta professionalità di Samar venne in soccorso.
«Conoscete la via, Principe Silvan», spiegò il comandante. «L'avete per-
corsa a cavallo solo due giorni fa. La strada si trova a circa un miglio e
mezzo a sud di qui. Non avrete stelle che vi guidino, ma il vento soffia da
nord. Tenetelo alle vostre spalle, e andrete nella giusta direzione. La strada
corre a est e a ovest, chiara e diritta. Prima o poi la dovrete incrociare. Una
volta incontratala, viaggiate verso ovest. Il vento della tempesta soffierà
sulla vostra guancia. Dovreste metterci poco tempo. Non c'è ragione di na-
scondersi; il rumore della battaglia maschererà i vostri movimenti. Buona
fortuna, principe Silvanoshei.»
«Grazie, Samar», replicò Silvan, commosso e compiaciuto. Per la prima
volta in vita sua, l'elfo gli aveva parlato come a un suo pari, persino con un
pizzico di rispetto. «Non deluderò né te né mia madre.»
«Non deludete il vostro popolo, Principe», disse Samar.
Con un'ultima occhiata e un sorriso per la madre, sorriso che lei non ri-
cambiò, Silvan si girò e lasciò il tumulo, dirigendosi verso la foresta. Non
si era allontanato di molto, quando udì la voce di Samar levata in un grido
possente.
«Generale Aranoshah! Porta due schieramenti di spadaccini sul fianco
sinistro e mandane altri due sulla destra. Abbiamo bisogno di quattro unità
di riserva, qui con Sua Maestà, caso mai rompano la linea e sfondino.»
Sfondare! Era impossibile. La linea avrebbe tenuto; doveva tenere. Sil-
van si fermò e si guardò indietro. Gli elfi avevano innalzato il loro canto di
battaglia, e la sua musica dolce e incoraggiante si levava sopra il rozzo
canto degli orchi. Rincuorato, riparti, quando una palla di fuoco, candida e
accecante, esplose sul lato sinistro della collina, poi rotolò lungo la china,
diretta verso il tumulo sepolcrale.
«Spostate il fuoco alla vostra sinistra!» gridò Samar, giù per il pendio.
Gli arcieri erano momentaneamente confusi, non avendo individuato gli
obiettivi, ma gli ufficiali riuscirono a dirigerli dalla parte giusta. La palla di
fuoco colpì un'altra porzione della barriera, incendiò il boschetto, e conti-
nuò la sua opera distruttrice. Dapprima, Silvan pensò che le palle infuocate
fossero di origine magica, e si chiese cosa dei buoni arcieri avrebbero po-
tuto contro la stregoneria, ma poi vide che erano in realtà enormi fasci di
fieno buttati giù per la china dagli orchi. Notò i loro corpi grandi e goffi
proiettati in nero contro le fiamme guizzanti. Gli orchi portavano lunghi
bastoni che usavano per spingere i mucchi roventi.
«Aspettate i miei ordini!» urlò Samar, ma gli elfi erano nervosi e diverse
frecce vennero lanciate verso il fieno in fiamme.
«No, maledizione!» Samar gridò rabbioso lungo il pendio. «Non sono
ancora a tiro! Aspettate l'ordine!»
Un rombo di tuono soffocò la sua voce. Vedendo tirare i compagni, gli
altri arcieri fecero partire la loro raffica. Le frecce attraversarono la notte
piena di fumo. Tre degli orchi che spingevano i mucchi di fieno caddero
sotto il fuoco fulminante, ma il resto delle frecce atterrò molto lontano dal-
l'obiettivo.
«Tuttavia», si disse Silvan, «presto riusciranno a fermarli.»
Un ululato assordante, come di un migliaio di cani che convergono sulla
preda, si levò dai boschi, vicino agli arcieri elfici. Silvan sgranò gli occhi e
sussultò, pensando che gli alberi stessi avessero preso vita.
«Spostate il fuoco in avanti!» ordinò disperatamente Samar.
Gli arcieri non potevano udirlo, sopra il ruggito delle fiamme che si av-
vicinavano. Troppo tardi, gli ufficiali notarono l'improvviso, rapido movi-
mento fra gli alberi ai piedi della collina. Una linea di orchi si levò all'a-
perto, attaccando il boschetto che proteggeva gli arcieri. Le fiamme aveva-
no indebolito la barriera. Gli enormi orchi infransero la massa ardente di
tronchi e ramoscelli bruciati, facendosi largo a spallate. I tizzoni cadevano
sui loro capelli arruffati e scintillavano nelle barbe, ma i bestioni, nella fu-
ria della battaglia, ignorarono il dolore delle ustioni e avanzarono.
Attaccati ora davanti e di fianco, gli arcieri elfici annasparono dispera-
tamente in cerca delle frecce, cercando di tirare un'altra raffica prima che
gli orchi li stringessero in una morsa. I mucchi di fieno fiammeggianti ca-
devano su di loro con fragore. Gli elfi non sapevano quale nemico combat-
tere per primo. Alcuni persero la testa nel caos. Samar gridava degli ordini;
gli ufficiali si sforzavano di riportare le truppe sotto controllo. Gli elfi tira-
rono una seconda raffica, alcuni contro le balle di fieno roventi, altri contro
gli orchi che li caricavano.
Caddero altri orchi, un numero immenso, e Silvan pensò che si sarebbe-
ro ritirati. Rimase stupefatto e inorridito nel vedere che proseguivano, im-
perterriti.
«Samar, dove sono le riserve?» chiamò Alhana.
«Credo che siano state tagliate fuori», rispose Samar, cupo. «Non dovre-
sti stare qui fuori, Maestà. Torna dentro, dove sei al sicuro.»
Ora, Silvan poteva vedere sua madre. Aveva lasciato il tumulo sepolcra-
le. Vestita di un'armatura d'argento, portava una spada al fianco.
«Ho portato qui io la mia gente», ribatté Alhana. «Vuoi farmi rintanare
in una caverna mentre il mio popolo muore, Samar?»
«Sì», bofonchiò lui.
La regina gli rivolse un sorriso tirato, ma pur sempre un sorriso. Afferrò
l'elsa della spada. «Credi che sfonderanno?»
«Non vedo molto che li possa fermare, Maestà», confessò mestamente
Samar.
Gli arcieri elfici tirarono un'altra raffica. Gli ufficiali avevano ripreso il
controllo delle truppe. Ogni colpo andò a segno. Gli orchi che caricavano
dal davanti caddero a dozzine. Metà linea scomparve. Tuttavia, avanzava-
no ancora, e i vivi calpestavano i corpi dei caduti. Nel giro di qualche mo-
mento, sarebbero stati a portata d'azione degli spadaccini.
«Lanciate l'assalto!» ordinò Samar.
Gli spadaccini elfici si levarono dalle loro postazioni dietro le barricate.
Lanciando grida di battaglia, attaccarono la linea degli orchi. L'acciaio ri-
suonò contro l'acciaio. I mucchi di fieno roventi finirono al centro del
campo, schiacciando contendenti e incendiando alberi, erba e vestiti. D'un
tratto, senza preavviso, la linea degli orchi si girò. Uno di loro aveva scorto
l'armatura d'argento di Alhana, che rifletteva i bagliori del fuoco. Con gri-
da gutturali, la indicarono; poi si buttarono verso il tumulo sepolcrale.
«Madre!» ansimò Silvan, il cuore avviluppato insieme allo stomaco.
Doveva portare aiuto. Contavano su di lui, ma era paralizzato, ipnotizzato
da quella vista terribile. Non poteva correre da lei. Non poteva scappare.
Non poteva muoversi.
«Dove sono quelle riserve?» gridò furiosamente Samar. «Aranoshah!
Bastardo! Dove sono gii spadaccini di Sua Maestà?»
«Qui, Samar!» rispose un guerriero. «Abbiamo dovuto combattere per
arrivare, ma siamo qui!»
«Portali laggiù, Samar», disse Alhana, calma.
«Maestà!» cominciò a protestare lui. «Non ti lascerò senza scorta in ogni
caso.»
«Se non fermiamo l'avanzata», ribatté Alhana «non avrà più molta im-
portanza che io abbia o no una scorta. Ora andate. Veloci!»
Samar voleva discutere, ma dall'espressione distante e risoluta sul volto
della regina capì che sarebbe stato fiato sprecato. Riunendosi attorno le ri-
serve, si avventò contro gli orchi che avanzavano.
Alhana rimase sola; l'armatura d'argento ardeva delle fiamme riflesse.
«Fa' presto, Silvan, figlio mio. Fa' presto. Le nostre vite dipendono da
te.»
Parlava a se stessa ma anche, senza saperlo, al figlio.
Le sue parole spinsero Silvan all'azione. Aveva ricevuto un ordine e l'a-
vrebbe eseguito. Rimpiangendo amaramente il tempo perduto, il cuore
gonfio di timore per la madre, si girò e si tuffò nella foresta.
L'adrenalina gli scorreva nelle vene. Si fece strada nel sottobosco spin-
gendo da parte rami, calpestando piantine. Ramoscelli crepitarono sotto i
suoi piedi. Il vento gli soffiava addosso forte e freddo. Non sentiva la
pioggia battente, ed era contento del fulmine che gli illuminava il sentiero.
Era abbastanza prudente da tener d'occhio ogni segno del nemico e an-
nusava continuamente l'aria perché il sudicio orco, mangiatore di carne, di
solito si individua con l'olfatto molto prima che con la vista. Silvan teneva
anche le orecchie aperte, perché, pur facendo quella che era, per un elfo,
una quantità esagerata di rumore, era un cervo che scivolava nella foresta
in confronto a un orco produttore di schianti, schiocchi, squarci e strappi.
Silvan viaggiò in fretta, senza incontrare un solo animale notturno a cac-
cia, e presto il suono della battaglia si affievolì alle sue spalle. Allora, capì
di essere solo nella foresta, di notte, in mezzo alla tempesta. L'adrenalina
cominciò a scemare. Una saetta di dubbio e di paura gli trapassò il cuore. E
se fosse arrivato troppo tardi? E se gli umani - noti per le loro bizzarrie e la
loro natura incostante - si fossero rifiutati di agire? E se l'attacco avesse
sopraffatto i suoi? Se li avesse abbandonati alla loro morte? Nessun parti-
colare del paesaggio gli sembrava familiare. Aveva preso la svolta sbaglia-
ta, si era perso...
Silvan avanzò risoluto, correndo nella foresta con la facilità di chi è nato
e cresciuto in mezzo ai boschi. Fu rallegrato dalla vista di un burrone sulla
sinistra; ricordava di averlo visto nelle altre spedizioni verso la fortezza.
La paura di essersi perso svanì. Ebbe cura di tenersi lontano dal margine
roccioso del burrone, simile a una grande ferita sul pavimento della fore-
sta.
Silvan era giovane e forte. Bandì i dubbi che gli appesantivano il cuore,
concentrandosi sulla missione. Un lampo rivelò la strada. Gli stava proprio
davanti, e la sua vista aumentò energia e determinazione. Una volta rag-
giuntala, avrebbe potuto accelerare. Era un corridore eccellente; spesso
percorreva lunghe distanze per il puro piacere di sentire l'espansione e la
contrazione dei muscoli, il sudore sul corpo, il vento sulla faccia e il calore
soffuso che alleviava qualsiasi dolore.
Si immaginò parlare al Gran Cavaliere, perorare la loro causa, indurlo
alla fretta. Silvan si vide alla testa dei soccorsi, vide il volto della madre
acceso d'orgoglio...
Nella realtà, si vide il cammino bloccato. Seccato, si fermò con una sci-
volata sul sentiero fangoso per studiare l'ostacolo.
Un ramo gigantesco, caduto da una vecchia quercia, giaceva attraverso il
sentiero. Foglie e fronde impedivano il passaggio. Silvan sarebbe stato co-
stretto ad aggirarlo, manovra che l'avrebbe avvicinato al bordo del burrone.
Tuttavia, i piedi non l'avrebbero tradito, e il lampo gli illuminava la via.
Avanzò piano piano intorno all'estremità del ramo, con un buon margine di
sicurezza. Stava oltrepassando una fronda, allungando la mano per aggrap-
parsi a un pino vicino, quando un fulmine screziò l'oscurità e colpì il pino.
La pianta esplose in una palla di fuoco bianco. La forza dello scoppio
buttò Silvan oltre il bordo del burrone. Rotolando giù per la parete cospar-
sa di rocce, sbatté contro il troncone di un albero sul fondo.
Il dolore gli bruciava il corpo, ma una pena peggiore gli straziava il cuo-
re. Aveva fallito. Non avrebbe raggiunto la fortezza. I cavalieri non avreb-
bero mai ricevuto il messaggio. I suoi non potevano combattere da soli
contro gli orchi; sarebbero morti. Sua madre sarebbe morta credendo che
lui l'avesse abbandonata.
Cercò di muoversi, di alzarsi, ma un dolore incandescente lo trapassò,
così orribile che quando sentì spegnersi la coscienza, fu contento di pensa-
re che stava per morire. Contento di pensare che avrebbe raggiunto i suoi
nella morte, dato che non poteva fare nient'altro per loro.
La disperazione e l'angoscia si levarono in una grande onda scura, si ab-
batterono su Silvan e lo sopraffecero.

III

UN VISITATORE INATTESO

La tempesta sparì. Nella sua stranezza, aveva travolto Ansalon come un


esercito invasore, colpendo al tempo stesso tutte le parti del vasto conti-
nente, attaccando per tutta la notte, per ritirarsi solo allo spuntare dell'alba.
Il sole emerse lentamente dallo scuro banco di nubi, screziato di fulmini,
per splendere trionfalmente nel cielo azzurro. Luce e calore rallegrarono
gli abitanti di Solace che uscirono esitanti dalle case per vedere la distru-
zione operata dalla tempesta.
Solace era in condizioni migliori di altre parti di Ansalon, anche se la
tempesta sembrava essersi accanita contro quella città con odio particolare.
I possenti alberi di vallen avevano dimostrato un'ostinata resistenza contro
il fulmine devastatore che li aveva colpiti ripetutamente. La cima delle
piante s'incendiò e bruciò, ma le fiamme non si diffusero ai rami sottostan-
ti. Le forti braccia degli alberi si agitarono nei turbini di vento, ma tennero
strette le case affidate alla loro cura. I torrenti si alzarono e i campi si alla-
garono, ma abitazioni, stalle e fienili furono risparmiati.
La Tomba degli Ultimi Eroi, una bella struttura di pietra bianca e nera
che si ergeva su una radura alla periferia della città, aveva subito seri dan-
ni. Il fulmine aveva colpito una delle guglie, facendola a pezzi, e mandan-
do grossi blocchi di marmo a schiantarsi sul prato.
Ma il danno peggiore toccò alle case rozze e improvvisate dei rifugiati
che abbandonavano le terre a ovest e a sud, terre che erano state libere solo
un anno prima, ma che ora stavano cadendo sotto il controllo della verde
dragonessa Beryl.
Tre anni prima, i grandi draghi che avevano combattuto per il controllo
di Ansalon avevano raggiunto una tregua precaria. Rendendosi conto che
le loro battaglie sanguinose li indebolivano, i draghi accettarono di accon-
tentarsi del territorio conquistato da ognuno di loro; non si sarebbero mossi
guerra reciprocamente per guadagnarne di più. Il patto era stato mantenuto
fino all'anno precedente. Proprio allora, Beryl aveva notato che i suoi pote-
ri magici cominciavano a declinare; dapprima, aveva incolpato la sua im-
maginazione, ma, col passare del tempo, si era convinta che qualcosa non
andava.
Beryl incolpava la dragonessa rossa Malys per la perdita dei suoi poteri;
la cugina, più grossa e più forte, perpetrava qualche intrigo malevolo. Ac-
cusava anche i maghi umani, che le nascondevano la Torre dell'Alta Magia
di Wayreth. Di conseguenza, Beryl aveva cominciato molto gradualmente
a espandere il suo controllo sui territori umani. Si muoveva lentamente,
per non attrarre l'attenzione di Malys. A Malys non sarebbe importato se
qua e là una città fosse stata bruciata, o un villaggio saccheggiato. La città
di Haven era proprio una di quelle cadute recentemente sotto l'attacco di
Beryl.
I rifugiati che erano riusciti a scappare da Haven e dai dintorni verso So-
lace ne avevano gonfiato la popolazione di tre volte la normale dimensio-
ne. Giungendo con i loro averi legati in fagotti, o impilati sul retro di carri,
i rifugiati venivano ospitati in quelli che i padri della città chiamavano «al-
loggi d'emergenza». Le casupole sarebbero dovute restare veramente tem-
poranee, ma il flusso di uomini in arrivo ogni giorno sopraffece le buone
intenzioni. I rifugi temporanei divennero, purtroppo, permanenti.
La prima persona a raggiungere i campi dei rifugiati il mattino dopo la
tempesta fu Caramon Majere, che guidava un carro a quattro ruote carico
di sacchi di cibo, legname da ricostruzione, legna da ardere, e coperte.
Caramon aveva superato l'ottantina, di quanto, esattamente, non lo sape-
va nessuno, perché lui stesso aveva perso il conto degli anni. Era quello
che a Solamnia chiamavano «un grande vecchio». La vecchiaia l'aveva
raggiunto come un nemico onorevole, che gli faceva il saluto guardandolo
negli occhi, e non si avvicinava furtivo a pugnalarlo alle spalle, o a deru-
barlo della sua intelligenza. Robusto e gagliardo, l'ampia struttura corpu-
lenta ma non piegata («Non posso crescere curvo, la mia pancia non me lo
permette», era solito dire con una risata fragorosa), Caramon era il primo
della sua famiglia ad alzarsi; usciva tutte le mattine a tagliare la legna per i
fuochi della cucina, o a trascinare i pesanti barili di birra su per le scale.
Le sue due figlie si occupavano dell'attività della taverna dell'Ultima Ca-
sa - questa era l'unica concessione che Caramon faceva alla sua età - ma lui
badava ancora al bar, lui raccontava ancora le sue storie. Laura gestiva la
taverna, mentre Dezra, che aveva il gusto dell'avventura, frequentava i
mercati di Haven e di altri posti, cercando il luppolo migliore per la loro
birra e miele per il loro leggendario idromele, e persino recuperando l'al-
cool dei nani da Thorbardin. Non appena usciva, Caramon era attaccato da
uno sciame di bambini di Solace, che lo chiamavano tutti «Nonno» e ga-
reggiavano per farsi portare sulle sue spalle larghe, o lo pregavano di rac-
contare storie di eroi passati. Caramon era amico dei rifugiati che, proba-
bilmente, non avrebbero avuto alcun alloggio, se lui non avesse donato il
legno e sorvegliato la costruzione. Al momento, stava sovrintendendo a un
progetto per costruire alloggi permanenti alla periferia di Solace, ricorren-
do a pressioni, lusinghe, minacce perché le autorità recalcitranti si mettes-
sero all'opera. Caramon Majere non camminava mai per le strade di Solace
senza sentire pronunciare e benedire il suo nome.
Una volta che i rifugiati furono assistiti, Caramon viaggiò nel resto di
Solace, assicurandosi che tutti fossero al sicuro, sollevando i cuori e gli
spiriti oppressi dalla terribile notte. Dopodiché, andò a far colazione, cola-
zione che divideva, ultimamente, con un Cavaliere di Solamnia, un uomo
che ricordava a Caramon i suoi due figli morti nella Guerra del Caos.
Nei giorni immediatamente successivi alla Guerra del Caos, i Cavalieri
Solamnici avevano istituito una guarnigione a Solace. Dapprima, era stata
piccola, intesa solo a fornire Cavalieri che facessero da guardia d'onore al-
la Tomba degli Ultimi Eroi. Poi, la guarnigione si era accresciuta per op-
porsi alla minaccia dei grossi draghi, che erano ormai i riconosciuti, se pu-
re odiati, padroni di gran parte di Ansalon.
Finché gli umani di Solace e di altre città e terre sotto il suo controllo
continuavano a pagare tributi a Beryl, questa avrebbe consentito loro di
andare avanti con la loro vita, di produrre altra ricchezza, in modo che i
tributi diventassero ancora più gravosi. A differenza dei draghi malvagi
delle età precedenti, che godevano nel bruciare, nel saccheggiare e nell'uc-
cidere, Beryl aveva scoperto che le città consumate dalle fiamme non ge-
neravano profitto. I morti non pagavano le tasse.
C'erano molti che si chiedevano perché Beryl e la cugina, con le loro
meravigliose e terribili magie, dovessero concupire la ricchezza e doman-
dare dei tributi. Beryl e Malys erano creature furbe. Se fossero state rapa-
cemente e sfrenatamente crudeli, indulgendo al totale massacro di intere
popolazioni, la gente di Ansalon sarebbe insorta dalla disperazione, met-
tendosi in marcia per distruggerle. Così come stavano le cose, la maggior
parte degli umani trovava la vita sotto il governo dei draghi relativamente
comoda; erano soddisfatti del loro «abbastanza bene».
Cose brutte accadevano a certa gente; gente che, senza dubbio, se l'era
voluta. Se centinaia di kender venivano uccisi o allontanati da casa, se gli
elfi Qualinesti ribelli erano torturati e imprigionati, cosa importava questo
agli umani? Beryl e Malys avevano servi e spie in ogni città e villaggio
umani, messi lì per fomentare il sospetto, l'odio, la discordia, oltre che per
accertarsi che nessuno stesse cercando di nascondere ai draghi nemmeno
una moneta di rame incrinata.
Caramon Majere era uno dei pochi che esprimeva esplicitamente il suo
odio nei confronti dei tributi dovuti ai draghi; e si rifiutava proprio di pa-
garli.
«Non una goccia di birra darò a quei demoni», diceva animatamente o-
gni volta che gli chiedevano qualcosa in proposito; ma lo facevano rara-
mente, sapendo che una delle spie di Beryl era probabilmente lì a scrivere
nomi.
Era irremovibile nel suo rifiuto, anche se molto preoccupato di conse-
guenza. Solace era una cittadina ricca, ora più ampia di Haven. Il tributo
che le veniva richiesto era assai alto. Tika, la moglie di Caramon, gli aveva
fatto notare che la loro parte veniva compensata dagli altri cittadini, e che
questo causava loro delle privazioni. Caramon vide la saggezza delle ar-
gomentazioni di Tika. Infine, concepì l'idea nuova di imporsi una tassa
speciale, una tassa pagata solo dalla taverna, i cui proventi non sarebbero
stati assolutamente inviati al drago, ma usati per assistere coloro che sof-
frivano indebitamente per il pagamento di quella che era diventata nota
come la «tassa del drago».
Gli abitanti di Solace pagarono una tassa supplementare, i padri della
città rifusero loro una porzione prendendola dal contributo di Caramon, e il
tributo andò a Beryl come richiesto.
Se avessero trovato il modo di far tacere Caramon su quest'argomento
esplosivo, l'avrebbero fatto, perché lui continuava a dichiarare a gran voce
il suo odio per i draghi, continuava a esprimere la sua opinione che «se so-
lo ci mettessimo tutti insieme potremmo distruggere l'occhio di Beryl con
una dragonlance.» In realtà, quando la città di Haven era stata attaccata da
Beryl solo qualche settimana prima - con il motivo ufficiale dell'inadem-
pienza nei pagamenti - i padri della città di Solace erano andati da Cara-
mon a pregarlo in ginocchio di smetterla con le sue osservazioni rivoltose.
Impressionato dalla loro paura e dalla loro angoscia, Caramon aveva ac-
cettato di moderare la sua eloquenza, e i padri della città se n'erano andati
soddisfatti. Caramon mantenne la promessa, esprimendo le sue opinioni in
tono di voce moderato, rispetto alla tonante indignazione di prima.
Ripeté il suo parere non ortodosso quel mattino, al suo compagno di co-
lazione, il giovane Solamnico.
«Una tempesta terribile, signore», disse il Cavaliere sedendosi di fronte
a Caramon.
Un gruppo di compagni Cavalieri faceva colazione in un'altra parte della
taverna, ma Gerard uth Mondar prestava loro scarsa attenzione. Essi, a loro
volta, non gliene davano affatto.
«Per me, è presagio di giorni bui», convenne Caramon, sistemando la
sua mole sulla panca di legno dall'alto schienale, il cui sedile era stato lu-
cidato dal didietro del vecchio. «Ma, tutto sommato, l'ho trovata esaltan-
te.»
«Papà!» Laura era scandalizzata. Sbatté sul tavolo un piatto di uova e bi-
stecca per il padre, e una scodella di porridge per il Cavaliere. «Come puoi
dire certe cose? Con tanta gente ferita. Intere case distrutte, da quanto sen-
to.»
«Non intendevo questo», protestò Caramon, contrito. «Naturalmente, mi
dispiace per chi è rimasto ferito ma, sapete, questa notte mi è venuta l'idea
che questa tempesta ha dovuto scuotere per bene la tana di Beryl. Forse ha
anche bruciato la vecchia strega. Ecco cosa pensavo.» Guardò preoccupato
la scodella di porridge del giovane Cavaliere. «Sei sicuro di avere abba-
stanza da mangiare, Gerard? Posso dire a Laura di friggerti delle patate...»
«Grazie, signore, ma non ho l'abitudine di mangiare altro a colazione»,
replicò Gerard, come tutti i giorni, in risposta alla stessa domanda.
Caramon sospirò. Per quanto avesse imparato ad apprezzare quel giova-
ne, non riusciva a comprendere chi non amava il cibo. Una persona che
non amava le famose patate speziate di Otik era una persona che non ama-
va la vita. Solo una volta in vita sua Caramon aveva smesso di provar gu-
sto nei pasti, cioè dopo la morte, avvenuta mesi prima, dell'amata moglie
Tika. Per giorni, si era rifiutato di mangiare un solo boccone, con terribile
preoccupazione e sgomento dell'intera città, che tentò smaniosamente di
cucinare qualcosa che lo allettasse.
Non mangiava niente, non faceva niente, non diceva niente. O vagava
senza meta per la città, o sedeva guardando ad occhi asciutti fuori dalle fi-
nestre di vetro colorato della taverna, la taverna in cui aveva conosciuto la
ragazzaccia dai capelli rossi che era stata la sua compagna d'armi, la sua
amante, la sua amica, la sua salvezza. Non spargeva lacrime per lei, non
visitava la sua tomba sotto gli alberi di vallen. Non dormiva nel loro letto.
Non voleva sentire i messaggi di condoglianze che venivano da Laurana e
Gilthas a Qualinesti, da Goldmoon nella Cittadella della Luce.
Caramon perse peso, la sua carne si afflosciò, la sua pelle prese una
sfumatura grigiastra.
«Presto seguirà Tika», diceva la gente della città.
E sarebbe anche successo se un giorno un ragazzetto, uno dei più poveri,
non l'avesse incrociato nei suoi tristi vagabondaggi. Mise il suo corpicino
proprio davanti al vecchio e gli tese un pezzo di pane.
«Tieni, signore», gli offrì. «Mia madre dice che se non mangi morirai, e
allora cosa ne sarà di noi?»
Caramon fissò il bambino meravigliato. Poi si inginocchiò, lo strinse fra
le braccia, e cominciò a singhiozzare sfrenatamente. Mangiò il pane, fino
all'ultima briciola, e quella notte dormì nel letto che aveva diviso con Tika.
Il mattino successivo, mise dei fiori sulla sua tomba, e consumò una cola-
zione che avrebbe nutrito tre uomini. Sorrideva e rideva ancora, ma nel suo
sorriso e nella sua risata c'era qualcosa di nuovo; non dolore, ma un'ansio-
sa impazienza.
A volte, quando si apriva la porta della taverna, Caramon guardava il
cielo blu e luminoso al di là, e mormorava: «Sto arrivando, mia cara. Non
preoccuparti. Non mancherà molto.»
Gerard uth Mondar mangiò il suo porridge con rapidità, senza gustarlo
veramente. Lo voleva liscio: rifiutava di condirlo con lo zucchero scuro o
con la cannella, e non ci aggiungeva nemmeno il sale. Il cibo era combusti-
le per il corpo, e niente di più. Mandò giù la massa coagulata con una tazza
di tè, e ascoltò Caramon che parlava delle terribili meraviglie della tempe-
sta.
Gli altri Cavalieri pagarono il conto e andarono, salutando educatamente
Caramon al loro passaggio, ma ignorando il suo compagno. Gerard sembrò
non accorgersene; continuò a portarsi il porridge alla bocca, senza soste.
Caramon guardò i Cavalieri uscire, e interruppe la storia a metà di un
fulmine. «Apprezzo il fatto che passi il tempo con un vecchio bislacco
come me, Gerard, ma se vuoi fare colazione con i tuoi amici...»
«Non sono miei amici», ribatté Gerard, senza amarezza né rancore, sem-
plicemente enunciando un dato di fatto. «Preferisco di gran lunga mangia-
re con un uomo pieno di saggezza e di buon senso.» Alzò la tazza in segno
di saluto a Caramon.
«È solo che sembri...» Caramon fece una pausa, masticò vigorosamente
la sua bistecca. «Solo», finì borbottando, con la bocca piena. Inghiottì, in-
forcò un altro pezzo. «Dovresti avere una ragazza o... una moglie.»
Gerard sbuffò. «Quale donna guarderebbe due volte un uomo con una
faccia del genere?» Gettò un'occhiata scontenta al proprio riflesso nella
tazza di peltro ben lucidata.
Gerard era brutto; non si poteva negarlo. Una malattia infantile gli aveva
lasciato il viso pieno di rughe e di cicatrici. Il naso, rotto durante una lotta
da lui avuta con un vicino all'età di dieci anni, era rimasto leggermente
storto. I capelli erano gialli: non biondi, non dorati, proprio giallo paglieri-
no. Avevano anche la consistenza della paglia, e non stavano giù, ma ten-
devano a saltar su ad angolazioni strane. Per evitare di sembrare uno spa-
ventapasseri - il soprannome che gli avevano affibbiato da giovane - Ge-
rard li teneva il più corti possibile.
L'unica sua caratteristica buona erano gli occhi, di un blu stupefacente e,
si poteva dire, quasi allarmante. Ma poiché dietro di loro c'era raramente
calore e poiché erano sempre concentrati sull'obiettivo con intensità ferrea,
gli occhi di Gerard tendevano a respingere più persone di quante ne attra-
essero.
«Bah!» Caramon respinse bellezza e avvenenza con uno svolazzo della
forchetta. «Alle donne non importa l'aspetto di un uomo. Vogliono un uo-
mo d'onore, di coraggio. Un giovane Cavaliere come te... Quanti anni
hai?»
«Ho compiuto i ventotto, signore», rivelò Gerard. Finendo il suo porri-
dge, spinse di lato la scodella. «Ventott'anni noiosi e completamente spre-
cati.»
«Noiosi?» Caramon era scettico. «E tu saresti un Cavaliere? Ho parteci-
pato a qualche guerra. Se ben ricordo, le battaglie erano tutto fuorché noio-
se...»
«Non sono mai stato in battaglia, signore», replicò Gerard, e ora il suo
tono era aspro. Si alzò, mise una moneta sul tavolo. «Mi scusi, ma questa
mattina sono di guardia alla tomba. Essendo questo il Giorno di Metà An-
no, e quindi vacanza, ci aspettiamo un afflusso di kender turbolenti e di-
struttivi. Mi è stato ordinato di presentarmi alla mia postazione con un'ora
dì anticipo. Vi auguro una buona giornata, signore, e vi ringrazio per la
compagnia.»
S'inchinò rigidamente, si girò sui talloni come se stesse già eseguendo la
lenta e solenne marcia davanti alla tomba, e uscì dal locale. Caramon sentì
gli stivali risuonare sulla lunga scala che conduceva giù dalla taverna, ap-
pollaiata fra i rami dell'albero di vallen più grande di Solace.
Si appoggiò comodamente alla panca. Il sole entrava a fiotti dalle fine-
stre rosse e verdi, riscaldandolo. Con la pancia piena, era soddisfatto. Fuo-
ri, la gente ripuliva dopo la tempesta, raccogliendo i rami caduti dagli albe-
ri, arieggiando le case umide, spargendo paglia sulle strade fangose. Nel
pomeriggio, tutti si sarebbero messi gli abiti migliori, adornandosi i capelli
di fiori, per celebrare il giorno più lungo dell'anno con danze e banchetti.
Caramon poteva vedere Gerard camminare nel fango con la schiena e il
collo eretti, e dirigersi verso la Tomba degli Ultimi Eroi senza prestare at-
tenzione a niente di ciò che lo circondava. Guardò finché non lo perse di
vista in mezzo alla folla.
«È un tipo strano», disse Laura, tirando via la scodella vuota e intascan-
do la moneta. «Mi chiedo come tu faccia a mangiare insieme a lui, Papà.
La sua faccia coagula il latte.»
«Non ha colpa della faccia che si ritrova, figliola», ribatté severamente
Caramon. «Ci sono ancora uova?»
«Te ne porto un po'. Non hai idea di che piacere sia vederti mangiare di
nuovo.» Laura fece una pausa dal lavoro, per baciare il padre dolcemente,
sulla fronte. «Quanto a quel giovanotto, il suo problema non è la bruttezza.
In vita mia, ho amato gente molto più brutta. Sono la sua arroganza, il suo
orgoglio a tener lontana la gente. Si crede migliore di tutti noi, davvero.
Sapevi che proviene da una delle famiglie più ricche di tutta Palanthas?
Suo padre praticamente finanzia la Cavalleria, dicono. E paga bene perché
il figlio sia destinato qui a Solace, lontano dalle battaglie di Sanction e di
altri posti. Non c'è da meravigliarsi che gli altri Cavalieri non abbiano ri-
spetto per lui.»
Laura corse in cucina a riempire il piatto del padre.
Caramon la fissò stupefatto. Faceva colazione con il ragazzo tutti i gior-
ni da due mesi, e non aveva la minima idea di tutto questo. Avevano svi-
luppato, gli pareva, uno stretto rapporto, ed ora Laura, che non aveva mai
detto al giovane Cavaliere nient'altro che «Zucchero nel tè?» conosceva la
storia della sua vita.
«Le donne», Caramon mormorò fra sé, crogiolandosi al sole. «Ottant'a-
nni e potrei averne ancora sedici. Non le capivo allora, e non le capisco o-
ra.»
Laura portò un piatto di uova con un'alta pila di patate speziate al fianco.
Diede al padre un altro bacio e andò ad attendere alle incombenze della
giornata.
«Somiglia tanto a sua madre, però», concluse Caramon, teneramente, e
si mise a mangiare con gusto.
Anche Gerard uth Mondar pensava alle donne, mentre arrancava nel
fango alto fino alla caviglia. Sarebbe stato d'accordo con Caramon sul fatto
che le donne non erano creature comprensibili agli uomini. Tuttavia, Ca-
ramon le amava; Gerard né le amava né si fidava di loro. Una volta, quan-
do aveva quattordici anni ed era appena guarito dalla malattia che gli ave-
va rovinato l'aspetto, una giovane vicina aveva riso di lui, chiamandolo
«faccia butterata».
La madre, scoprendolo singhiozzante e in lacrime, l'aveva consolato, di-
cendogli: «Non far caso a quella stupidina, figlio mio. Un giorno, le donne
ti ameranno». E poi aveva aggiunto, vagamente: «Dopo tutto, sei molto
ricco».
Quattordici anni dopo, Gerard si svegliava la notte sentendo l'acuta, bef-
farda risata della ragazza, e la sua anima si faceva piccola per l'imbarazzo
e per la vergogna. Riudiva il consiglio della madre, e l'imbarazzo si tramu-
tava in rabbia, una rabbia tanto più cocente per il fatto che esso si era di-
mostrato profetico. La «stupidina» si era buttata fra le braccia di Gerard
quando entrambi avevano diciott'anni e lei aveva capito che il denaro po-
teva rendere la più brutta erbaccia bella come una rosa. Gerard aveva pro-
vato grande piacere nello snobbarla sdegnosamente. Da quel giorno, aveva
sospettato che ogni donna che lo guardasse con interesse stesse segreta-
mente calcolando le sue ricchezze, mascherando nel contempo il proprio
disgusto per lui dietro dolci sorrisi e battiti di ciglia.
Memore del precetto che la miglior offesa è una buona difesa, Gerard
aveva costruito intorno a sé una straordinaria fortezza, irta di punte uncina-
te, circondata da un fossato di cupo risentimento, i muri muniti di secchi di
commenti acidi, le alte torri nascoste in una nube di umori scuri.
La fortezza si dimostrava estremamente efficace nel tenere lontani anche
gli uomini. Il pettegolezzo di Laura era particolarmente preciso. Gerard uth
Mondar veniva davvero da una delle famiglie più ricche di Palanthas, pro-
babilmente una delle più ricche di tutta Ansalon. Prima della Guerra del
Caos, suo padre, Mondar uth Alfric, era stato proprietario del cantiere na-
vale meglio avviato di Palanthas. Prevedendo l'ascesa dei Cavalieri Scuri,
sir Mondar aveva saggiamente convertito quanto più poteva dei suoi pos-
sessi in buon solido acciaio, e spostato la famiglia nell'Ergoth del Sud, do-
ve aveva ricominciato da capo l'attività di costruzione e riparazione navi,
ora molto fiorente.
Sir Mondar era una forza potente fra i Cavalieri di Solamnia. Contribui-
va con più denaro di qualunque altro Cavaliere al sostegno e al manteni-
mento della Cavalleria. Aveva badato che suo figlio diventasse Cavaliere,
e che avesse la miglior postazione possibile, la più sicura. Mondar non a-
veva mai chiesto a Gerard che cosa volesse dalla vita. Il Cavaliere più an-
ziano aveva dato per scontato che il figlio volesse imitarlo, e il figlio l'ave-
va dato per scontato anche lui, fino alla notte in cui faceva la veglia prima
della cerimonia dell'investitura. Quella notte, aveva avuto una visione, non
di gloria e di onori guadagnati sul campo di battaglia, ma di una spada che
arrugginiva nel fodero, di commissioni insulse e di guardie a sentinella di
polveri e di ceneri che non ne avevano bisogno.
Troppo tardi per ritirarsi. Ciò avrebbe significato infrangere una tradi-
zione di famiglia che risaliva, si diceva, a Vinas Solamnus. Suo padre l'a-
vrebbe rinnegato, odiato per sempre. Sua madre, che aveva mandato centi-
naia di inviti per i festeggiamenti, si sarebbe rifugiata a letto per un mese.
Gerard aveva ultimato la cerimonia. Aveva pronunciato il suo voto, che
considerava privo di significato. Aveva indossato l'armatura che era diven-
tata la sua prigione.
Ormai, serviva nella Cavalleria da sette anni, uno dei quali trascorso nel
compito «onorario» di custodire un mucchio di cadaveri. Prima, aveva
preparato il tè e scritto lettere per il suo comandante nell'Ergoth del Sud.
Aveva chiesto di essere mandato a Sanction ed era stato sul punto di parti-
re, quando la città era stata attaccata dai Cavalieri di Neraka, e il padre a-
veva fatto in modo che fosse inviato, invece, a Solace. Arrivato alla Tom-
ba degli Ultimi Eroi, Gerard si ripulì gli stivali dal fango e andò a raggiun-
gere il compagno di guardia, prendendo l'odiata e detestata posizione d'o-
nore.
La tomba era una semplice struttura dal profilo elegante, costruita dai
nani in marmo bianco e ossidiana nera. Era circondata da alberi, piantati
dagli elfi, carichi per tutto l'anno di fiori profumati. Dentro giacevano i
corpi di Tanis il mezzelfo, eroe caduto nella battaglia della Torre del
Sommo Chierico, e di Steel Brightblade, figlio di Sturm Brightblade ed e-
roe della battaglia finale contro il Caos. Lì c'erano anche i cadaveri dei Ca-
valieri che avevano combattuto il dio del Caos. Sopra la porta della tomba
era scritto un unico nome, quello di Tassiehoff Burrfoot, il kender eroe
della Guerra del Caos.
I kender venivano da tutta Ansalon per rendere omaggio al loro eroe, fa-
cendo banchetti e picnic sui prati, cantando canzoni sullo zio Tas e raccon-
tando storie sulle sue ardite azioni. Sfortunatamente, qualche anno dopo la
costruzione della tomba, si misero in testa che ognuno dovesse andar via
con un pezzetto, come portafortuna. A questo scopo, iniziarono ad attac-
carla con scalpelli e martelli, costringendo i Cavalieri Solamnici a erigere
un recinto di ferro battuto intorno alla tomba che cominciava a sembrare
mordicchiata dai topi.
Con il sole che gli picchiava addosso, e l'armatura che lo rosolava len-
tamente come Laura rosolava lentamente l'arrosto di manzo, Gerard mar-
ciò pian piano e solennemente per i cento passi che lo portarono dal mar-
gine sinistro al centro della tomba. Qui incontrò il compagno, che aveva
percorso un'eguale distanza. Si salutarono a vicenda. Girandosi, salutarono
gli eroi caduti; poi, girandosi ancora, tornarono indietro, i movimenti del-
l'uno rispecchianti esattamente quelli dell'altro.
Cento passi avanti. Cento passi indietro.
Ancora e ancora e ancora.
Un onore per alcuni, come per il Cavaliere che, quel giorno, stava di
guardia insieme a Gerard. Questi, un veterano, si era guadagnato la posta-
zione con il sangue, non con il denaro, e faceva il suo giro zoppicando leg-
germente, ma con orgoglio. C'era poco da rimproverarlo se, ogni volta che
si trovava faccia a faccia con Gerard, lo guardava con un'ostilità tale da in-
crespargli le labbra.
Gerard marciava avanti e indietro. Con l'avanzare del giorno, si raduna-
vano le folle; molti erano venuti a Solace apposta per la festa. I kender ar-
rivavano a sciami, stendendo i pranzi per terra, ballando e giocando a mo-
sca cieca e a palla avvelenata. Amavano guardare i Cavalieri e disturbarli.
Danzavano intorno a loro, cercavano di farli sorridere, li stuzzicavano, bat-
tevano sulla loro armatura, li chiamavano «Teste-a-teiera» e «Barattoli di
carne», offrivano loro del cibo, pensando che potessero aver fame.
Gerard uth Mondar non amava gli umani, non si fidava degli elfi, e o-
diava i kender. Profondamente. Li detestava tutti egualmente, compresi i
cosiddetti kender «afflitti», che la maggior parte della gente guardava con
pietà. Essi erano i superstiti di un attacco che la grande dragonessa Malys
aveva sferrato sulla loro terra; si diceva che avessero visto tali atti di vio-
lenza e di crudeltà che le loro nature allegre, innocenti erano cambiate per
sempre, rendendoli simili agli umani: cauti, sospettosi e malevoli. Gerard
non credeva a questa stona dell'«afflizione». A suo parere, era un altro
modo abietto usato dai kender per infilare le loro luride manine nelle ta-
sche di un uomo.
I kender erano come parassiti. Potevano appiattire i loro corpicini sen-
z'ossa e introdursi in qualunque struttura creata dagli uomini o dai nani.
Gerard ne era fermamente convinto, e perciò non provò grande sorpresa
quando, vicino alla fine della sua guardia, verso il tardo pomeriggio, sentì
una voce acuta chiamare e strillare.
«Ehi!» gridò la voce. «Potete farmi uscire? Qui c'è buio pesto, e non tro-
vo la maniglia della porta.»
Il compagno di Gerard saltò un passo. Fermandosi, si girò con gli occhi
sgranati. «Hai sentito?» chiese, e guardò la tomba preoccupato, aggrottan-
do le sopracciglia. «Sembrava che là dentro ci fosse qualcuno.»
«Sentito cosa?» ribatté Gerard, per quanto anche lui avesse udito distin-
tamente. «È solo la tua immaginazione.»
Ma non lo era. Il rumore crebbe d'intensità. Alle grida si erano aggiunti
pugni e colpi.
«Ho sentito una voce dentro la tomba!» annunciò un piccolo kender,
corso in avanti per recuperare una palla rimbalzata sul piede sinistro di Ge-
rard. Il kender appoggiò il viso al recinto, indicò le porte massicce e sigil-
late della tomba. «C'è qualcuno intrappolato là dentro! E vuole uscirei»
La folla di kender e di altri residenti di Solace venuti a rendere omaggio
ai morti bevendo birra e masticando pollo freddo dimenticò cene e giochi.
Con il fiato corto dallo stupore, si radunò intorno al recinto, quasi schiac-
ciando i Cavalieri.
«C'è qualcuno sepolto vivo!» strillò una ragazzina.
La folla avanzò come un'ondata.
«Indietro!» ordinò Gerard, sguainando la spada. «Questo è territorio sa-
cro! Chiunque lo profani sarà arrestato! Randolph, va' a chiamare i rinfor-
zi! Dobbiamo liberare questa zona.»
«Forse è un fantasma», ipotizzò l'altro Cavaliere, con gli occhi accesi di
reverente timore. «Il fantasma di uno degli Eroi caduti tornato ad avvisarci
di un pericolo terribile.»
Gerard sbuffò. «Hai ascoltato troppi racconti di bardi! Non è altro che
uno di questi sporchi parassiti che si è infilato dentro e non riesce più a u-
scire. Io ho la chiave del cancello, ma non ho idea di come aprire la tom-
ba.»
I colpi alla porta diventavano sempre più forti.
Il Cavaliere gettò a Gerard un'occhiata disgustata. «Andrò a chiamare il
sovrintendente. Lui saprà cosa fare.»
Randolph partì di corsa, tenendosi la spada al fianco per evitare che sbat-
tesse contro l'armatura.
«Via! Scostatevi!» ingiunse Gerard, in tono deciso.
Tirò fuori la chiave e, con la schiena contro il recinto e il viso rivolto al-
la folla, annaspò finché non riuscì ad infilarla nella serratura. Sentendola
scattare, aprì il cancello, con gran gioia dei presenti, diversi dei quali cer-
carono di entrare. Gerard colpì i più coraggiosi con il piatto della spada,
respingendoli per qualche attimo, il tempo di sgusciare frettolosamente ol-
tre il cancello e di richiuderlo.
La folla di umani e di kender premeva intorno al recinto. I bambini mi-
sero la testa fra le sbarre, subito si incastrarono e cominciarono a strillare.
Alcuni si arrampicarono nell'inutile tentativo di passare al di là, mentre al-
tri gettarono dentro mani, braccia e gambe senza nessuna ragione logica, il
che confermò a Gerard ciò che egli sospettava da tempo: i suoi simili era-
no dei babbei.
Il Cavaliere si assicurò che il cancello fosse ben chiuso, poi si avviò ver-
so la tomba, con l'intenzione di piazzarsi all'entrata finché il sovrintendente
non fosse arrivato con qualche mezzo per rompere il sigillo.
Stava salendo le scale di marmo e di ossidiana quando sentì la voce e-
sclamare allegramente: «Oh, non importa. Ce l'ho fatta!»
Un forte schiocco, come di una serratura che si apre, e le porte della
tomba cominciarono a schiudersi con un cigolio.
La folla ansimò, eccitata e inorridita, e si avvicinò al recinto; ognuno
cercava di vedere il meglio possibile lo spettacolo di un Cavaliere fatto a
pezzi da orde di guerrieri ridotti a scheletri.
Una figura emerse dalla tomba. Era sporca, polverosa, con i capelli
scompigliati, gli abiti trasandati e bruciacchiati, le borse sciupate e logore
per l'uso. Ma non era uno scheletro. Non era un vampiro succhiasangue, né
un mangiacadaveri emaciato.
Era un kender.
La folla emise un gemito di disappunto.
Il kender batté le palpebre, mezzo accecato dalla forte luce del sole.
«Salve» esordì. «Sono...» s'interruppe per starnutire. «Scusate. Là dentro
c'è un sacco di polvere; qualcuno dovrebbe farci qualcosa. Avete un fazzo-
letto? Sembra che abbia perso il mio. Be', in realtà apparteneva a Tanis, ma
non credo che lo vorrà indietro, ora che è morto. Dove sono?»
«In arresto», rispose Gerard. Stringendo saldamente il kender, lo trasci-
nò giù per le scale.
Comprensibilmente delusi per la mancata battaglia fra il Cavaliere e il
morto vivente, i presenti ritornarono ai loro picnic e ai loro giochi di palla.
«Riconosco questo posto», disse il kender, volgendo gli occhi all'intorno
invece di guardare dove metteva i piedi, il che lo fece inciampare. «Sono a
Solace. Bene! È qui che dovevo venire. Mi chiamo Tasslehoff Burrfoot, e
sono venuto per parlare al funerale di Caramon Majere, per cui se puoi
portarmi rapidamente alla taverna.... poi devo proprio tornare. C'è un piede
gigante che sta per venirmi addosso - bam! - e non voglio perdermelo, per
cui...»
Gerard infilò la chiave nella serratura, la girò, e aprì il cancello. Diede al
kender una spinta che lo mandò a gambe levate. «L'unico posto in cui an-
drai è la prigione. Hai già combinato abbastanza guai.»
Il kender si tirò su allegramente, per nulla arrabbiato né sconcertato.
«Molto gentile da parte tua trovarmi un posto in cui passare la notte. Non
che intenda rimanere a lungo. Sono venuto per parlare...» S'interruppe.
«Ho detto che sono Tasslehoff Burrfoot?»
Gerard grugnì con indifferenza. Afferrò il kender, con l'intenzione di a-
spettare finché qualcuno non fosse venuto a portar via il piccolo bastardo.
«Quel Tasslehoff», precisò il kender.
Gerard abbracciò la folla con un'occhiata stanca, e gridò: «Tutti quelli
che si chiamano Tasslehoff Burrfoot alzino la mano!»
Trentasette mani scattarono in aria, e due cani abbaiarono.
«Oh, perbacco!» esclamò il kender, preso alla sprovvista.
«Puoi capire perché non mi stupisco più di tanto», spiegò Gerard, aguz-
zando la vista in cerca dei rinforzi.
«Non credo che importerebbe se ti dicessi che sono il Tasslehoff origi-
nale... No, temo di no.» Il kender sospirò, muovendosi irrequieto sotto il
sole cocente. La sua mano, per pura noia, s'insinuò nella borsa dei soldi di
Gerard, ma questi se lo aspettava, e assestò al kender un veloce e doloroso
colpo sulle nocche.
Il kender si succhiò la mano ammaccata. «Che cos'è tutto questo?»
Guardò quelli che se la spassavano sul prato. «Che ci fa qui questa gente?
Perché non partecipa al funerale di Caramon? È il più grande evento che
Solace abbia mai visto!»
«Probabilmente perché Caramon Majere non è ancora morto», ribatté
Gerard, sarcastico. «Dov'è quel buono a nulla del sovrintendente?»
«Non è morto?» Il kender sgranò gli occhi. «Ne sei sicuro?»
«Ho fatto colazione con lui non più tardi di stamattina» rispose Gerard.
«Oh, no!» Il kender emise un lamento straziante, battendosi sulla fronte.
«Ho sciupato tutto di nuovo! E non credo di avere il tempo di provare una
terza volta, con il piede gigante e...» Cominciò a frugarsi nella borsa. «Tut-
tavia, devo provare. Ora, dove ho messo quell'aggeggio...»
Gerard si guardò intorno con sguardo di fuoco, aumentando la stretta sul
colletto della polverosa giacca del kender. I trentasette kender di nome
Tasslehoff erano tutti venuti a incontrare l'esemplare numero trentotto.
«Voialtri, andatevene!» Gerard agitò la mano come per scacciare dei
polli.
Naturalmente, i kender lo ignorarono. Per quanto estremamente delusi
che Tasslehoff non si fosse rivelato un goffo zombie, erano interessati a
sentire dov'era stato, che cosa aveva visto, e cosa aveva nelle borse.
«Vuoi un po' di torta?» gli offrì una kender graziosa.
«Ehi, grazie. È proprio buona. Io...» Il kender strabuzzò gli occhi. Cercò
di bofonchiare qualcosa, non ci riuscì per via della torta in bocca, e finì
mezzo soffocato. I suoi simili gli batterono cortesemente sulla schiena; lui
sputò la torta, tossì e poi ansimò: «Che giorno è questo?»
«Il Giorno di Metà Anno!» esclamarono tutti.
«Allora non ho sbagliato!» gridò trionfalmente il kender. «Anzi, è me-
glio di quanto potessi sperare! Confiderò a Caramon cosa dirò domani, al
suo funerale. Probabilmente, lo troverà molto interessante.»
Volse lo sguardo al cielo. Vedendo la posizione del sole, che era a metà
strada verso l'orizzonte, disse: «Oh, però! Non ho molto tempo. Scusatemi,
ma devo correre.»
E corse davvero, lasciando Gerard in contropiede sul prato erboso, con
una giacca in mano.
Per un attimo, Gerard si chiese, perplesso, come quel briccone fosse riu-
scito a liberarsi della giacca conservando però tutte le borse, che sobbalza-
vano e rimbalzavano durante la corsa, spargendo il loro contenuto, con
gran gioia dei trentasette Tasslehoff. Giunto alla conclusione che si trattava
di un fenomeno che, come la dipartita degli dei, non avrebbe mai capito,
stava per inseguire il kender errante, quando ricordò che non poteva lascia-
re la postazione sguarnita.
In quel momento, si vide arrivare il sovrintendente, accompagnato da un
intero reparto di Cavalieri Solamnici, solennemente abbigliati con le loro
migliori armature, pronti a dare il benvenuto agli eroi che tornavano, per-
ché questo avevano capito di dover fare.
«Era solo un kender, signore», spiegò Gerard. «In qualche modo, è riu-
scito a infilarsi nella tomba. E a uscire da solo. Mi è sfuggito, ma credo di
sapere dov'è diretto.»
Il sovrintendente, un uomo corpulento che amava la birra, s'imporporò in
volto. I Cavalieri sembravano estremamente sciocchi - i kender si erano
messi a ballare in cerchio intorno a loro - e tutti guardavano con aria cupa
Gerard, cui davano ovviamente la colpa dell'intero accaduto.
«Affari loro», borbottò Gerard, e si precipitò dietro al suo prigioniero.
Il kender aveva un bel vantaggio. Era agile e veloce, e abituato a sfuggi-
re agli inseguimenti. Gerard correva in fretta, ma era ostacolato dalla pe-
sante armatura cerimoniale, che sferragliava e lo pungeva dolorosamente
in diversi punti sensibili. Probabilmente, non sarebbe nemmeno giunto in
vista del briccone se questi non si fosse fermato in diversi frangenti a
guardarsi intorno stupefatto. «E questo da dove viene?» domandò il kender
a gran voce, fissando un presidio di recente costruzione e, un po' più in là:
«Cosa ci fanno questi qui?», alludendo agli alloggi per i rifugiati e poi:
«Chi ha messo lì quello?», in riferimento a un grande cartello, messo dai
padri della città, proclamante che Solace era una città di buona fama la
quale, avendo pagato il suo tributo al drago, era sicura da visitare.
Il kender sembrò estremamente sconcertato dal cartello. Ci si mise da-
vanti, scrutandolo con aria severa. «Questo non può restare qui», dichiarò
enfaticamente. «Bloccherà il corteo funebre.»
A questo punto, Gerard pensò di averlo in pugno, ma il kender fece un
gran salto e ripartì a gambe levate. Gerard fu costretto a fermarsi per ri-
prendere fiato. Correre nel caldo, con la pesante armatura addosso, gli fa-
ceva girare la testa e gli offuscava gli occhi di piccole stelle cadenti. Tutta-
via, era vicino alla taverna, ed ebbe la soddisfazione di vedere il kender
sfrecciare su per le scale e oltre la porta d'ingresso.
«Bene», pensò cupamente. «È mio.»
Togliendosi l'elmo, lo gettò a terra, e si appoggiò all'insegna finché il
suo respiro non tornò alla normalità, mentre guardava le scale per assicu-
rarsi che il kender non scappasse. Agendo completamente contro le regole,
si svestì dei pezzi di armatura che gli davano più fastidio, li avvolse nel
mantello, e cacciò il fagotto in un angolo buio della legnaia della taverna.
Poi raggiunse il barile d'acqua della comunità e vi tuffò profondamente la
zucca vuota che fungeva da mestolo. Il barile stava in un luogo ombroso,
sotto uno degli alberi di vallen, e l'acqua era fresca e dolce. Con un occhio
fisso alla porta della taverna, Gerard sollevò il recipiente e se lo rovesciò
sulla testa.
L'acqua gli gocciolò giù per il collo e il petto, meravigliosamente rinfre-
scante. Gerard bevve un lungo sorso, si lisciò i capelli, si asciugò il viso,
prese l'elmo e, infilandolo sottobraccio, cominciò la lunga ascesa verso la
taverna. Udiva chiaramente la voce del kender. A giudicare dal tono for-
male e dal timbro innaturalmente profondo, questi stava facendo un di-
scorso.
«"Caramon Majere era un grandissimo eroe. Ha combattuto draghi, mor-
ti viventi, goblin, hobgoblin, draconici, e molti altri. Adesso non ricordo.
Ha viaggiato indietro nel tempo con questo congegno, eccolo, proprio que-
sto..."» Il kender riprese il tono normale per un attimo, per dire: «Poi mo-
stro l'aggeggio alla folla, Caramon. Ti farei vedere quella parte, ma al
momento non riesco a trovarlo. Non preoccuparti, non lascerò che nessuno
lo tocchi. Ora, dov'ero rimasto?»
Una pausa; un fruscio di carta.
Gerard continuò a salire le scale. Prima, non aveva mai veramente notato
quanti gradini ci fossero. Le gambe, già rigide e doloranti per la corsa, gli
bruciavano, e aveva il fiato corto. Si pentì di non essersi tolto tutta l'arma-
tura. Era mortificato nel notare quanto si fosse lasciato andare. Il suo cor-
po, un tempo atletico, sembrava molle come quello di una fanciulla. Si
fermò sul pianerottolo per riposare, e sentì il kender ributtarsi nel suo di-
scorso.
«"Caramon Majere ha viaggiato indietro nel tempo. Ha salvato lady
Crysania dall'Abisso." Lei verrà, Caramon. Volerà qui sul dorso di un dra-
go d'argento. E verranno anche Goldmoon, e Riverwind, e le loro belle fi-
gliole, e verrà Silvanoshei, il re delle Nazioni Elfiche Unite, insieme a Gil-
thas, il nuovo ambasciatore alle Nazioni Umane Unite, e, naturalmente,
verrà Laurana. Persino Dalamar verrà! Pensa, Caramon! Il Capo del Con-
clave al tuo funerale. Starà proprio là vicino a Palin, che è il capo dell'Or-
dine delle Vesti Bianche, ma questo probabilmente lo sai già, dato che è
tuo figlio. Almeno, penso che fossero in quel punto. L'ultima volta che so-
no venuto al tuo funerale sono arrivato che era già tutto finito, e tutti sta-
vano andando a casa. Più tardi, ho sentito il resoconto da Palin, che si è
scusato. Se avessero saputo che sarei venuto mi avrebbero aspettato, ha
detto. Mi sono un po' offeso, ma Palin ha spiegato che pensavano tutti che
fossi morto, il che era vero, naturalmente, tranne che in quel momento. E
poiché ho mancato al tuo funerale la prima volta, dovevo riprovarci la se-
conda.»
Gerard cacciò un gemito. Non solo aveva a che fare con un kender; ave-
va a che fare con un kender pazzo. Probabilmente, uno di quelli che si di-
chiaravano «afflitti». Gli dispiaceva per Caramon, sperava che il vecchio
non si facesse turbare troppo dalla cosa. Ma, probabilmente, sarebbe stato
tollerante; per ragioni incomprensibili a Gerard, Caramon sembrava avere
un debole per le piccole seccature.
«Comunque, il mio discorso continua così», riprese il kender. «"Cara-
mon Majere ha fatto tutto questo e anche di più. Era un grande eroe e un
grande guerriero, ma sapete in cosa riusciva meglio?"» La voce si addolcì.
«"Era un grande amico. Era il mio amico, il mio migliore amico in tutto il
mondo. Sono tornato indietro - o, meglio, andato avanti - per dirvi questo,
perché credo sia importante, e anche Fizban credeva che lo fosse, per que-
sto mi ha lasciato venire. Mi sembra che essere un grande amico sia più
importante che essere un grande eroe o un grande guerriero. Essere un
grande amico è la cosa più importante che ci sia. Pensate, se tutti al mondo
fossero grandi amici, non ci sarebbero tante terribili ostilità. Alcuni di voi
sono nemici in questo momento..." E qui guardo Dalamar, Caramon. Lo
guardo molto severamente, perché ha fatto cose che non mi sono piaciute
per niente. E poi vado avanti e dico: "Ma voi siete qui oggi perché eravate
amici di quest'uomo e lui era amico vostro, come lo era per me. E così,
forse, quando seppelliremo Caramon Majere, tutti lasceremo la tomba con
sentimenti più amichevoli verso gli altri. E forse questo sarà l'inizio della
pace". E poi m'inchino, ed è la fine. Che cosa ne pensi?»
Gerard arrivò sulla soglia in tempo per vedere il kender saltar giù da un
tavolo, posizione di vantaggio da cui aveva pronunciato il suo discorso, e
correre a mettersi davanti a Caramon. Laura si asciugava gli occhi con gli
orli del grembiule. Il nano di fosso che le faceva da aiutante piagnucolava
senza ritegno in un angolo, mentre i clienti della taverna applaudivano al-
l'impazzata e battevano i boccali sul tavolo, gridando: «Bene! Bravo!»
Caramon Majere sedeva su una delle panche dall'alto schienale. Sorride-
va, un sorriso toccato dagli ultimi raggi del sole, che sembravano essersi
insinuati nella taverna al solo scopo di augurare la buonanotte.
«Mi dispiace per quanto è accaduto, signore», esordì Gerard, entrando.
«Non mi ero reso conto che l'avrebbe disturbata. Ora lo porterò via.»
Caramon allungò la mano e accarezzò il ciuffo del kender, i cui capelli
stavano ritti, come il pelo di un gatto spaventato.
«Non mi disturba affatto. Sono contento di rivederlo. Quella parte sul-
l'amicizia era stupenda, Tas. Davvero stupenda. Grazie.»
Caramon aggrottò le sopracciglia, scosse la testa. «Ma non capisco il re-
sto di quello che hai detto, Tas. La storia delle Nazioni Elfiche Unite e di
Riverwind che verrà alla taverna, quando è morto da tanti anni. Qui c'è
qualcosa di strano. Ci dovrò pensare.» Caramon si alzò, dirigendosi verso
la porta. «Ora farò la mia passeggiatina serale, Laura.»
«La tua cena sarà pronta al tuo ritorno, papà», rispose lei. Lisciandosi il
grembiule, scosse il nano di fosso, e gli ordinò di ricomporsi e di tornare al
lavoro.
«Non pensarci troppo, Caramon», esclamò Tas. «Perché... insomma, lo
sai.»
Alzò lo sguardo verso Gerard, che aveva afferrato la spalla del kender, e
stavolta stringeva saldamente carne e ossa.
«Perché presto sarà morto», continuò Tas, in un bisbiglio. «Ma ho evita-
to di dirlo. Sarebbe stato scortese, non credi?»
«Credo che passerai il prossimo anno in prigione», ribatté severamente
Gerard.
Caramon Majere era in cima alle scale. «Sì, Tika, amore. Sto arrivando»,
disse. Mettendosi la mano sul cuore, cadde in avanti, a capofitto.
Il kender si liberò dalla stretta di Gerard, si gettò sul pavimento, e scop-
piò in lacrime.
Gerard si mosse rapidamente, ma non arrivò in tempo per fermare Ca-
ramon. L'omone ruzzolò ripetutamente giù per le scale della sua amata ta-
verna. Laura urlò. I clienti gridarono, scioccati e allarmati. I passanti sulla
strada, vedendo precipitare Caramon, cominciarono a correre verso il loca-
le.
Gerard sfrecciò giù per le scale più svelto che poté, e fu il primo a rag-
giungere Caramon. Temeva di trovarlo attanagliato da un dolore terribile,
perché doveva essersi rotto tutte le ossa del corpo. Tuttavia, l'uomo non
sembrava soffrire. Si era già lasciato alle spalle preoccupazioni e pene ter-
rene, e il suo spirito indugiava solo per dire addio. Laura si gettò per terra,
al suo fianco. Prendendogli la mano, la tenne premuta contro le labbra.
«Non piangere, mia cara», mormorò lui, sorridendo. «Tua madre è qui, e
si prenderà buona cura di me. Starò bene.»
«Oh, papà!» singhiozzò Laura. «Non lasciarmi ancora!»
Abbracciando con lo sguardo la cittadinanza che si era radunata, Cara-
mon sorrise e annuì leggermente; poi, continuando a scrutare la folla, ag-
grottò le sopracciglia.
«Ma dov'è Raistlin?» chiese.
Laura sembrò sbigottita; ma rispose con voce rotta: «Papà, tuo fratello è
morto da molto, molto tempo...»
«Ha detto che mi avrebbe aspettato», protestò Caramon, in tono inizial-
mente forte, poi sempre più debole. «Dovrebbe essere qui. Tika c'è. Non
capisco. Non va bene. Tas... cos'ha detto Tas... Un futuro diverso...»
Posò lo sguardo su Gerard, facendogli cenno di avvicinarsi.
«C'è qualcosa che devi... fare», gli comunicò, in un rantolo.
Gerard si inginocchiò al suo fianco, più commosso dalla morte di quel-
l'uomo di quanto avrebbe immaginato possibile. «Sì, signore», replicò. «Di
che si tratta?»
«Promettimi...» bisbigliò Caramon. «Sul tuo onore... di Cavaliere.»
«Lo prometto», assentì Gerard. Supponeva che il vecchio gli avrebbe
chiesto di badare alle figlie, o di prendersi cura dei nipoti, uno dei quali era
pure un Cavaliere Solamnico. «Che cosa volete che faccia, signore?»
«Dalamar lo saprà... Porta Tasslehoff da Dalamar», proseguì Caramon,
con voce improvvisamente ferma e robusta. Guardò attentamente Gerard.
«Me lo prometti? Mi giuri che lo farai?»
«Ma, signore», esitò Gerard, «quel che mi chiedete è impossibile! Nes-
suno vede Dalamar da anni. Quasi tutti credono che sia morto. E in quanto
a questo kender che dice di chiamarsi Tasslehoff...»
Caramon allungò la mano, sanguinante per la caduta. Afferrò quella del
riluttante Cavaliere, e la strinse forte.
«Lo prometto, signore», accettò Gerard.
Caramon sorrise. Esalò un respiro e non ne tirò un altro. Gli occhi erano
fissi nella morte, fissi su Gerard. La mano non mollava la sua stretta; Ge-
rard dovette sollevare le dita del vecchio, e rimase con una macchia di
sangue sul palmo.
«Sarò felice di venire con te a trovare Dalamar, Cavaliere, ma domani
non posso», concluse il kender, tirando su col naso e asciugandosi il viso
rigato di lacrime con la manica della camicia. «Devo parlare al funerale di
Caramon.»

IV

UNO STRANO RISVEGLIO

Il braccio di Silvan era in fiamme. Non riusciva a spegnere il fuoco e


nessuno veniva in suo soccorso. Chiamò a gran voce Samar e la madre, ma
inutilmente. Era infuriato, profondamente irritato e offeso, perché quei due
non si facevano vedere, lo ignoravano. Improvvisamente ricordò perché lo
avevano abbandonato: erano arrabbiati con lui. Aveva fallito. Li aveva de-
lusi.
Silvan si svegliò gridando. Aprì gli occhi: un velo plumbeo lo sovrasta-
va. La vista era sfocata e scambiò la massa grigia sopra di lui per il soffitto
cinereo del tumulo sepolcrale. Il braccio gli doleva e improvvisamente ri-
vide il fuoco. Spaventato e ansante, si spostò per spegnere le fiamme. Un
dolore lancinante gli attraversò il braccio e gli trafisse il cervello. Soltanto
allora si accorse che non c'erano fiamme e che quello del fuoco era stato
solo un sogno. Ma così non era per il dolore al braccio sinistro: quello era
terribilmente reale. Cercò di esaminare l'arto, sebbene a ogni movimento
del capo trasalisse.
Non c'erano dubbi: il braccio era rotto subito sopra il polso e aveva un
aspetto mostruoso, gonfio e violaceo. Si accasciò, lo sguardo fisso davanti
a sé. Perché in quel momento di profonda sofferenza, la madre non accor-
reva in suo aiuto?
«Madre!» Si sedette così bruscamente che la fitta di dolore fu tale da ri-
voltargli lo stomaco e farlo vomitare.
Non solo non aveva idea di come fosse giunto in quel luogo, non sapeva
nemmeno dove si trovasse. Sapeva dove avrebbe dovuto essere, sapeva di
essere stato inviato come messaggero per chiedere aiuto per la sua gente
assediata. Si guardò intorno, cercando di acquisire una qualche nozione
temporale. La notte era passata. Il sole splendeva in cielo. Aveva scambia-
to un mantello di foglie grigie per il soffitto del tumulo sepolcrale. Erano
soltanto foglie morte, che pendevano immobili da rami secchi e avvizziti.
La morte non era sopraggiunta naturalmente, come accade in autunno
quando le foglie abbandonano la vita e, sospinte dall'aria frizzante, si esi-
biscono in vortici rossi e dorati. Lì, la vita era stata risucchiata da foglie e
rami, tronchi e radici, lasciandoli secchi, mummificati, niente più che gusci
vuoti, una parodia della vita.
Silvan non aveva mai visto un simile flagello abbattersi su tanti alberi e
una pena profonda gli straziò il cuore. Ma non aveva tempo per riflettere
sull'accaduto; doveva portare a termine la missione.
Il cielo era di un caldo grigio perla con uno strano luccichio, che il gio-
vane interpretò come effetto secondario della tempesta. Non sono passate
tante ore, pensò. L'esercito avrà tenuto duro. Posso ancora aiutarli.
Doveva immobilizzare il braccio e iniziò a rovistare nel sottobosco alla
ricerca di un bastone robusto. Trovato ciò che cercava, allungò la mano per
afferrarlo. Il bastone si disintegrò sotto le sue dita, riducendosi in polvere.
La fissò, attonito. La cenere era bagnata e aveva una consistenza oleosa.
Disgustato, si pulì la mano sulla camicia, ancora fradicia per la pioggia.
Gli alberi intorno a lui erano grigi. Grigi e morenti o grigi e già morti.
L'erba era grigia, le erbacce erano grigie, i rami caduti grigi: la vita sem-
brava essere stata risucchiata via da ogni elemento della natura.
Gli era già capitato di vedere uno spettacolo simile o forse ne aveva sen-
tito parlare... In quel momento non ricordava e non aveva tempo per pen-
sarci. Si mise freneticamente a cercare un bastone e finalmente lo trovò:
era ricoperto di polvere ma non era stato colpito dallo strano flagello. Lo
appoggiò sul braccio: trasalì per il dolore e per resistere, digrignò i denti.
Strappò un lembo della camicia e legò il bastone sull'arto. Sentì le estremi-
tà dell'osso rotto avvicinarsi l'una all'altra. Il dolore e quel suono lacerante
lo fecero quasi svenire. Si lasciò cadere a terra, la testa fra le gambe, cer-
cando di combattere la nausea e un sudore improvviso che gli aveva im-
perlato la fronte.
Dopo qualche istante, la testa smise di girare e la vista tornò chiara e ni-
tida. Anche il dolore diminuì. Tenendo il braccio ferito vicino al corpo,
Silvan si alzò, vacillando. Il vento era calato. Non ne avvertiva più la pres-
sione. A causa di quel velo grigio di nuvole non riusciva a vedere il sole,
ma in un angolo del cielo la luce era più brillante: quello doveva essere l'o-
riente. Il giovane voltò le spalle alla luce e puntò verso occidente.
Non ricordava la caduta o che cosa fosse accaduto subito prima. Iniziò a
parlare ad alta voce, trovando conforto nel suono delle sue parole.
«L'ultima cosa che ricordo è che avevo avvistato la strada per Sithel-
nost», disse. Parlò in silvanesti, la lingua della sua infanzia, quella preferi-
ta dalla madre.
Una collina si innalzava davanti a lui. Si trovava al centro di un burrone,
un burrone di cui aveva vaghi ricordi.
«Qualcuno ha scalato o è caduto nel burrone», disse osservando un solco
irregolare lasciato nella cenere che copriva il fianco della collina. «E quel
qualcuno probabilmente sono io», aggiunse con un mesto sorriso. «Ho in-
ciampato nell'oscurità e sono rotolato nella scarpata. Il che significa che la
strada deve essere là sopra. Non devo andare lontano.»
Iniziò ad arrampicarsi lungo i fianchi scoscesi del dirupo, incontrando
più difficoltà di quanto avesse immaginato. La cenere, mescolandosi alla
pioggia, aveva formato uno strato di limo, scivoloso come olio. Per due
volte ruzzolò lungo la collina, sbattendo il braccio con violenza e perdendo
quasi conoscenza.
«Non ce la farò mai», mormorò.
Si trovava sul fondo del burrone da dove scrutava attentamente le condi-
zioni del terreno alla ricerca di una roccia sporgente da utilizzare come
scala per superare il dirupo.
Avanzò barcollando sul terreno irregolare in preda alla sofferenza e alla
paura. A ogni passo, una fitta lancinante gli trafiggeva il braccio. Si impo-
se tuttavia di andare avanti, arrancando nel fango grigio, che sembrava vo-
lesse trascinarlo fra la vegetazione morta. Spinto dalla forza della dispera-
zione, cercava una via di uscita da quella grigia valle di morte, che ormai
detestava quanto un prigioniero detesta la sua cella.
Aveva la gola arsa dalla sete. Il sapore della cenere gli riempiva la bocca
e moriva dal desiderio di un goccio d'acqua. Avanzando, trovò una pozza
ma la pellicola grigia che ne ricopriva la superficie lo dissuase dall'abbeve-
rarsi. Barcollando, continuò il cammino.
«Devo raggiungere la strada», disse fra sé e sé, iniziando a ripetere la
frase come un mantra e adattando l'andatura al ritmo delle parole. «Devo
andare avanti», affermò, esortando se stesso. «Se dovessi morire qui, mi
trasformerei in una mummia grigia, come gli alberi, e nessuno mi trove-
rebbe mai.»
Il burrone terminava all'improvviso in un'accozzaglia di massi e alberi
caduti. Silvan inarcò la schiena, trasse un respiro profondo e si asciugò il
sudore freddo dalla fronte. Si fermò un istante, quindi iniziò ad arrampi-
carsi. I piedi scivolavano e più di una volta finì a terra. Stringendo i pugni,
fece appello a tutta la sua forza: doveva risalire il burrone, fosse stata l'ul-
tima impresa della sua vita. Lentamente, si avvicinò alla sommità del diru-
po, al punto da cui pensava avrebbe visto la strada.
Scrutò tra i tronchi degli alberi grigi, sicuro che il sentiero fosse là, ma
incapace di vederlo a causa di una strana deformazione dell'aria, una de-
formazione che faceva ondeggiare gli alberi.
Continuò ad arrampicarsi.
«Un miraggio», disse. «Come quando si vede una pozza d'acqua in mez-
zo a un sentiero in una giornata afosa. Appena mi avvicinerò, scomparirà.»
Raggiunse la sommità della collina e cercò di guardare oltre gli alberi,
alla ricerca della pista che sapeva doveva trovarsi proprio là. Per non mol-
lare e continuare nonostante il dolore, si era concentrato su di essa, facen-
done il suo obiettivo primario.
«Devo raggiungere la strada», mormorò, iniziando nuovamente a ripete-
re il mantra. «La strada è la fine del dolore, è la salvezza mia e della mia
gente. Appena la raggiungerò, incontrerò un gruppo di ricognitori dell'e-
sercito di mia madre. Affiderò a loro la mia missione. Poi mi sdraierò; il
dolore cesserà e la cenere grigia mi ricoprirà...»
Scivolò, quasi cadde. La paura lo riportò alla realtà. Si guardò intorno,
tremante, sollecitando la mente a tornare a quel luogo confortevole dove
aveva cercato rifugio. Gli mancavano pochi metri. Con sollievo, si accorse
che là gli alberi non erano morti, sebbene sembrasse che fossero stati col-
piti da qualche malattia. Le foglie, pur essendo ancora verdi, penzolavano
avvizzite e la corteccia del tronco iniziava a cadere a pezzi.
Spinse lo sguardo oltre gli alberi. Vedeva la strada, ma non chiaramente.
Tutto davanti a lui sembrava ondeggiare. «Forse non ci vedo bene a causa
della caduta», pensò.
«O forse sto diventando cieco», sussurrò.
Spaventato, girò la testa e guardò dietro di sé. Questa volta vide chiara-
mente gli alberi grigi, alti e immobili. Sollevato, si voltò nuovamente verso
la strada. Tutto riprese a vacillare.
«Strano», mormorò. «Che cosa succede?»
Senza accorgersene, diminuì l'andatura. Osservò attentamente la distor-
sione. Era come una ragnatela tessuta da qualche ragno mostruoso e tesa
fra lui e il sentiero. Era riluttante ad avvicinarsi. La paura di venire impri-
gionato da quella ragnatela luccicante e risucchiato della vita come gli al-
beri circostanti, si impadronì di lui. Ma oltre la distorsione c'era la strada, il
suo obiettivo, la sua speranza.
Fece un passo, poi si bloccò. Non poteva andare avanti. Eppure la pista
era là, a pochi metri. Stringendo i denti, si spinse avanti, timoroso di senti-
re i fili appiccicosi della ragnatela sul viso.
La via era bloccata. Silvan non avvertiva nulla. Nessuna pressione fisica
gli impediva di avanzare, eppure non poteva muoversi. O meglio, non po-
teva andare avanti. Poteva spostarsi solo lateralmente o indietro.
«Una barriera invisibile. Cenere grigia. Alberi morti e morenti», mormo-
rò.
La risposta emerse improvvisa dal dolore, dalla paura e dalla disperazio-
ne.
«Lo scudo. Questo è lo scudo!» esclamò atterrito.
Lo scudo magico che i Silvanesti avevano innalzato sopra il loro regno.
Non lo aveva mai visto, ma aveva sentito spesso la madre descriverlo. E
aveva sentito parlare dello strano bagliore, della distorsione dell'aria pro-
vocata dallo scudo.
«Non può essere», piagnucolò disperato. «Lo scudo non può essere qui.
È a sud della mia posizione! Ho camminato dirigendomi a ovest. Lo scudo
era a sud rispetto a me.» Si voltò e sollevò lo sguardo alla ricerca del sole
ma le nuvole, addensandosi, lo avevano nascosto.
Improvvisamente capì e lo sconforto si impadronì di lui. «Ho sbagliato
direzione», esclamò. «Tutta questa fatica... e sono andato dalla parte sba-
gliata!»
Lacrime di disperazione gli velarono gli occhi. Non sopportava l'idea di
dovere scendere lungo la collina, di ripercorrere il burrone e i propri passi,
quei passi che tanto gli erano costati in termini di dolore. Si lasciò cadere,
dando libero sfogo al suo tormento.
«Alhana! Madre!» gridò. «Perdonami! Ti ho deluso! Nella mia vita non
ho fatto altro...»
«Chi sei tu che osi pronunciare il nome proibito?» disse una voce. «Chi
sei tu che invochi Alhana?»
Silvan balzò in piedi. Con la mano lurida si affrettò ad asciugarsi le la-
crime. Si guardò intorno e trasalì nello scoprire chi aveva parlato.
Inizialmente vide solo una macchia di un verde brillante e pensò di avere
scoperto una parte della foresta non contagiata dalla malattia che l'aveva
colpita. Ma poi la macchia si mosse e si voltò, rivelando un volto, degli
occhi, una bocca e delle mani: era un elfo.
Gli occhi dell'elfo erano grigi come la foresta circostante, di cui riflette-
vano la morte e rivelavano il dolore.
«Chi sono io che invoco il nome di mia madre?» esclamò Silvan, irrita-
to. «Suo figlio, naturalmente.» Barcollando, fece un passo avanti, la mano
tesa. «Ma la battaglia... Dimmi com'è andata la battaglia! Ce la siamo ca-
vata?»
L'elfo indietreggiò, allontanandosi da Silvan. «Quale battaglia?» do-
mandò.
Silvan fissò l'uomo. Nel farlo notò un certo movimento dietro di lui. Al-
tri tre elfi emersero dal bosco. Se non si fossero mossi non li avrebbe mai
visti e non poté fare a meno di chiedersi da quanto tempo fossero là. Non li
riconobbe, ma non c'era da stupirsene. Non era sua abitudine aggirarsi fra
le fila dei soldati semplici dell'esercito della madre. Quest'ultima non ave-
va mai incoraggiato il figlio, che un giorno sarebbe stato re, a stringere a-
micizia con i sottoposti.
«La battaglia!» ripeté Silvan spazientito. «La scorsa notte siamo stati at-
taccati dagli orchi. Sicuramente dovete...»
Solo allora si accorse che quegli elfi non erano vestiti per combattere.
Indossavano abiti per viaggiare. Forse non sapevano nulla della battaglia.
«Dovete appartenere alla pattuglia di perlustrazione a lungo raggio. Siete
tornati al momento giusto.» Fece una pausa, si concentrò sui propri pensie-
ri, cercando di penetrare la nebbia soffocante del dolore e della disperazio-
ne. «La scorsa notte, durante la tempesta, siamo stati attaccati. Un esercito
di orchi. Io...» Si fermò, riluttante a rivelare il suo fallimento. «Io sono sta-
to mandato a chiedere aiuto. La Legione d'Acciaio ha una fortezza nei
pressi di Sithelnost. Da quella parte.» Con la mano indicò la direzione.
«Devo essere caduto. Ho il braccio rotto. Ho sbagliato strada e ora devo
tornare indietro, ma non ne ho la forza. Io non ce la posso fare, ma voi sì.
Portate un messaggio al comandante della legione. Ditegli che Alhana
Starbreeze è stata attaccata...»
Si bloccò. Uno degli elfi si era lasciato sfuggire una lieve esclamazione.
L'elfo al comando, quello che si era avvicinato a Silvan per primo, sollevò
una mano imponendo il silenzio.
Silvan era sempre più esasperato. Era perfettamente consapevole della
figura umiliante che stava facendo davanti a quegli uomini standosene lì,
con il braccio fratturato penzoloni lungo il fianco come un povero uccelli-
no dall'ala ferita. Ma era disperato. Il sole doveva essere ormai alto. Non
ce la faceva più; non poteva andare avanti. Sentiva di essere vicino al crol-
lo. Si erse in tutta la sua figura, forte del suo titolo e della dignità che gli
conferiva.
«Voi siete al servizio di mia madre, Alhana Starbreeze,» disse in tono
imperioso. «Lei non è qui, ma davanti a voi avete Silvanoshei, suo figlio e
vostro principe. Nel suo e nel mio nome, vi ordino di portare il suo mes-
saggio di aiuto alla Legione di Acciaio. Muovetevi! Sto per perdere la pa-
zienza!»
Si sentiva anche sempre più debole, ma non voleva svenire davanti a
quei soldati. Vacillando, allungò una mano per appoggiarsi a un tronco.
Gli elfi non si erano mossi. Lo fissavano con uno sguardo attonito, che
rendeva più grandi i loro occhi a mandorla. Quindi osservarono la strada
che correva oltre lo scudo, per poi posare nuovamente lo sguardo sul gio-
vane.
«Perché ve ne state lì a guardarmi?» esplose Silvan. «Fate come vi è sta-
to ordinato! Sono il vostro principe!» Un pensiero gli attraversò la mente.
«Non dovete temere di lasciarmi,» disse. «Starò bene.» Agitò la mano.
«Ma ora andate! Andate! E salvate la vostra gente!»
Il primo elfo fece un passo avanti, gli occhi indagatori fissi su Silvan.
«Come sarebbe a dire che avete sbagliato strada?»
«Perché perdete tempo con queste stupide domande?» ribatté Silvan in-
furiato. «Vi deferirò a Samar! Vi farò degradare!» Guardò in cagnesco l'el-
fo, che da parte sua continuava a fissarlo. «Lo scudo si trova a sud della
strada. Io camminavo verso Sithelnost. Quando sono caduto probabilmente
mi sono girato. Perché lo scudo... la strada...»
Si voltò per guardare dietro di sé. Cercò di mettere a fuoco i pensieri, ma
il dolore lo stordiva.
«Non può essere», mormorò.
Indifferentemente dalla direzione presa avrebbe dovuto essere in grado
di raggiungere la strada, che si estendeva oltre lo scudo.
La pista era ancora là, al di là dello scudo. Era lui a trovarsi dall'altra
parte.
«Dove mi trovo?» domandò.
«A Silvanesti», rispose l'elfo.
Silvan chiuse gli occhi. Tutto era perduto. Il suo fallimento era comple-
to. Si lasciò scivolare sulle ginocchia per poi cadere in avanti, il viso nella
cenere. Sentiva delle voci, ma erano distanti e si allontanavano sempre più.
«Pensi sia davvero lui?»
«Sì. È lui.»
«Ma come fai a esserne sicuro, Rolan? Forse è un inganno!»
«Lo hai visto. Lo hai sentito. Hai udito l'angoscia nella sua voce, hai vi-
sto la disperazione nei suoi occhi. Ha il braccio rotto. Guarda i lividi sul
viso, i vestiti strappati e infangati. Nella cenere abbiamo trovato le tracce
della sua caduta. Lo abbiamo sentito parlare fra sé e sé quando non sapeva
che eravamo vicini. Lo abbiamo visto cercare di raggiungere la strada.
Come puoi dubitare?»
Silenzio. Poi, in un sussurro: «Ma come ha fatto ad attraversare lo scu-
do?»
«Qualche dio lo ha inviato a noi,» replicò l'elfo in comando e Silvan sen-
tì una mano accarezzargli la guancia.
«Un dio?» esclamò in tono scettico l'altro. «Non esistono gli dei.»

Silvan aprì gli occhi: vedeva chiaramente e anche i sensi erano nuova-
mente all'erta. Un dolore sordo alla testa gli impediva di pensare e inizial-
mente fu felice di giacere quasi immobile, limitandosi a lasciare vagare lo
sguardo intorno a sé, mentre la mente si affannava per trovare un senso a
ciò che stava accadendo. Rivide la strada...
Cercò di mettersi a sedere.
Una mano sul petto gli impedì di muoversi.
«Non agitatevi. Vi ho sistemato il braccio e ho applicato un impiastro
per accelerarne la guarigione. Ma non dovete urtarlo.»
Silvan si guardò intorno. Un attimo prima era persuaso che fosse tutto
un sogno e che una volta sveglio si sarebbe ritrovato nel tumulo sepolcrale.
Ma si era sbagliato: non stava sognando. I tronchi degli alberi era come li
ricordava: orrendamente grigi, malati, morenti. Il letto di foglie sul quale
giaceva era il letto di morte di una vegetazione imputridita. Le piante, gli
alberi e i fiori che ricoprivano il suolo, languivano ricurvi.
Silvanoshei seguì il consiglio dell'elfo e si sdraiò, più per concedersi il
tempo per capire ciò che gli era accaduto che per effettiva stanchezza.
«Come vi sentite?» domandò l'elfo in tono rispettoso.
«La testa mi duole», rispose Silvan. «Ma il braccio non mi fa più male.»
«Bene,» commentò l'elfo. «Allora potete sedervi. Ma molto lentamente,
se non volete svenire.»
Un braccio forte e robusto circondò Silvan e lo aiutò a mettersi seduto.
Vertigini e nausea assalirono il giovane, ma gli bastò chiudere gli occhi
per riacquistare il controllo di sé.
L'elfo avvicinò un boccale di legno alle labbra di Silvan.
«Che cos'è?» domandò, fissando insospettito il liquido scuro.
«Una pozione d'erbe», spiegò l'elfo. «Avete avuto una leggera commo-
zione cerebrale. La pozione allevierà il dolore alla testa e favorirà la guari-
gione. Forza, bevete. Perché siete così sospettoso?»
«Mi hanno insegnato a non bere e a non mangiare niente a meno che non
conosca chi l'ha preparato e qualcuno ha sempre assaggiato prima di me»,
replicò Silvanoshei.
L'elfo lo guardò incredulo. «Anche se a offrirvelo è un altro elfo?»
«Soprattutto se è un altro elfo», affermò il giovane.
«Ah», esclamò l'elfo, fissandolo dispiaciuto. «Sì certo, capisco.»
Silvan cercò di alzarsi, ma venne nuovamente colto dalle vertigini. L'el-
fo si portò alle labbra il boccale e bevve diverse sorsate. Quindi, dopo a-
verne pulito il bordo, offrì la coppa al giovane.
«Riflettete, ragazzo. Se vi avessi voluto morto, avrei potuto uccidervi
quando eravate privo di conoscenza. O avrei potuto abbandonarvi qui.» E
lasciò vagare lo sguardo sui circostanti alberi grigi e avvizziti. «La vostra
morte sarebbe stata più lenta e dolorosa, ma sarebbe sopraggiunta anche
per voi, come è già accaduto a molti altri di noi.»
Sebbene stordito, Silvan cercò di mettere a fuoco le parole dell'elfo. Ciò
che aveva detto aveva senso. Prese il boccale con mani tremanti e lo portò
alle labbra. Il liquido era amaro e aveva l'odore e il sapore della corteccia.
La pozione diffuse nel suo corpo un piacevole senso di calore. Il dolore al-
la testa si affievolì, le vertigini scomparvero.
Che stupido era stato a scambiare quell'elfo per uno dei soldati della ma-
dre. Quell'uomo indossava infatti un mantello a lui sconosciuto, un mantel-
lo di pelle che aveva l'aspetto delle foglie e dei raggi del sole, dell'erba e
dei fiori. Quando l'elfo era immobile si mimetizzava perfettamente con la
foresta circostante, rendendo impossibile individuarlo. Ma là, nel seno del-
la morte, la sua figura risaltava, una macchia verde simbolo di vita.
«Per quanto tempo sono rimasto privo di conoscenza?» domandò Silvan.
«Da quando vi abbiamo trovato questa mattina sono passate molte ore.
Se può aiutarvi, oggi è il Giorno di Metà Anno.»
Silvan si guardò intorno. «Dove sono gli altri?» Temeva stessero na-
scondendosi.
«Dove devono essere», rispose l'elfo.
«Ti ringrazio per avermi aiutato. Ma tu hai da fare e anch'io.» Così di-
cendo, si alzò. «Devo andare. Potrebbe essere troppo tardi...» Il tono della
sua voce lasciava trapelare una profonda amarezza. «Devo ancora portare a
termine la mia missione. Ti sarei grato se mi indicassi la via d'uscita attra-
verso lo scudo...»
L'elfo lo fissò intensamente. «Non c'è via d'uscita.»
«Ma deve esserci!» replicò Silvan, infuriato. «Dopo tutto io sono entra-
to, giusto?» Così dicendo si girò a guardare gli alberi lungo la strada. «Non
mi resta che raggiungere il punto in cui sono caduto e da là riuscirò a pas-
sare.»
I pugni serrati, iniziò a ripercorrere i propri passi. L'elfo non aprì bocca e
si limitò a seguirlo a distanza ravvicinata.
Chissà se la madre e il suo esercito erano riusciti a resistere all'attacco
degli orchi. Più di una volta Silvan aveva assistito a dei veri miracoli da
parte dell'armata materna e ora non poteva credere che fosse tutto perduto:
aveva bisogno di credere di essere ancora in tempo.
Trovò il punto in cui doveva essere passato attraverso lo scudo, vide le
tracce lasciate dal suo corpo mentre rotolava lungo la parete del burrone.
La cenere grigia che quando aveva cercato di risalire la scarpata era scivo-
losa, ora si era seccata. Avanzare su quello strano terreno era più semplice.
Facendo attenzione a non urtare il braccio ferito, si arrampicò faticosamen-
te lungo il crinale della collina. Dal fondo del burrone, l'elfo lo osservava
in silenzio.
Silvan raggiunse lo scudo. Come in precedenza, era riluttante all'idea di
toccarlo. Eppure quello era il punto in cui era riuscito a penetrarlo, sebbene
inconsciamente. Aveva riconosciuto la particolare impronta lasciata nel
fango dalla scanalatura nel tacco dei suoi stivali. E riusciva a vedere il ra-
mo gigantesco caduto sul sentiero. Improvvisamente, si rivide mentre cer-
cava di aggirarlo.
La presenza dello scudo era rilevabile visivamente solo grazie a un leg-
gero scintillio prodotto quando i raggi del sole lo colpivano alla giusta an-
golazione. Se escludeva quel particolare, capiva che lo scudo era là per il
modo in cui vedeva alberi e piante oltre di esso. L'illusione ottica provoca-
ta era come quella delle ondate di calore che si levano dalle strade arse dal
sole, oltre le quali tutto appare fluttuante.
I pugni serrati, Silvan si avviò con passo deciso verso lo scudo.
La barriera lo respinse. Inoltre, toccandola aveva provato una sgradevole
sensazione, come se lo scudo avesse posato su di lui le sue labbra grigie
per cercare di succhiargli la vita.
Tremante, indietreggiò. Non intendeva riprovarci. Restò impietrito a fis-
sare quella cortina velata, mentre una furia incontenibile cresceva in lui.
Per mesi la madre aveva cercato di penetrare la barriera, ma inutilmente. Il
suo esercito era sempre stato respinto. Mettendo a repentaglio la sua stessa
vita, aveva guidato il suo grifone contro di esso, ma senza successo. Che
cosa avrebbe potuto fare lui, un elfo solo e inerme?
«Eppure», ragionò Silvan, «l'ho attraversato. Lo scudo mi ha lasciato en-
trare. E quindi mi lascerà anche uscire. Deve esserci un modo. L'elfo. La
causa deve essere lui. Lui che insieme ai suoi compagni mi ha imprigiona-
to.»
Si girò di scatto e vide l'elfo, immobile, sul fondo del burrone. Si lanciò
lungo il pendio, cadendo e scivolando più volte sull'erba. Il sole stava ca-
lando. Anche la giornata più lunga dell'anno volgeva al termine.
«Tu mi hai trascinato qui!» gridò una volta raggiunto l'elfo. «E tu mi fa-
rai uscire. Tu devi farmi uscire.»
«È stata l'azione più coraggiosa che abbia mai visto», esclamò l'altro
lanciando un'occhiata allo scudo. «Io stesso non riesco ad avvicinarmici e
non sono certo un codardo. Tuttavia, il vostro coraggio è sprecato. Non po-
tete passare. Nessuno può farlo.»
«Tu menti!» lo attaccò Silvan. «Tu mi hai trascinato qui e tu mi farai u-
scire!»
Senza quasi rendersi conto di ciò che stava facendo, allungò il braccio
per afferrare l'elfo per la gola e strangolarlo, spaventarlo e indurlo a obbe-
dirgli.
L'elfo afferrò il polso di Silvan e prima che si rendesse conto di che cosa
stesse accadendo, quest'ultimo si ritrovò a terra, in ginocchio. L'elfo lo la-
sciò immediatamente.
«Siete giovane e vi trovate in una brutta situazione. Non mi conoscete.
Lasciate che mi presenti. Mi chiamo Rolan. Sono un kirath. Io e i miei
compagni vi abbiamo trovato nella nostra terra. È la verità. Se conoscete i
kirath, sapete che non mentono. Non so come abbiate fatto a penetrare lo
scudo.»
Silvan aveva sentito i genitori parlare dei kirath, una banda di elfi che
pattugliavano i confini di Silvanesti. Il loro compito era quello di impedire
l'ingresso di stranieri a Silvanesti.
Disperato, nascose il volto fra le mani.
«Ho fallito. Li ho abbandonati e ora moriranno!»
Rolan si avvicinò e posò una mano sulla spalla del giovane. «Prima che
perdeste conoscenza avete pronunciato il vostro nome. Vorrei che lo face-
ste ancora. Non avete niente da temere e non c'è ragione per cui dobbiate
tenere nascosta la vostra identità, a meno che», aggiunse in tono gentile,
«non vi vergognate del vostro nome.»
Silvan sollevò il viso, colpito. «Sono orgoglioso del mio nome. Non me
ne vergogno. Se il mio nome deve essere la causa della mia morte, così
sia.» La voce gli tremava. «La mia gente è ormai morta. O forse sta mo-
rendo. Perché dovrei essere risparmiato?»
Si asciugò le lacrime che gli avevano velato gli occhi e posò lo sguardo
su Rolan. «Sono il figlio di coloro che voi definite "elfi scuri", ma che in
verità sono gli unici a vedere chiaramente nell'oscurità che ci circonda.
Sono il figlio di Alhana Starbreeze e Porthios dei Qualinesti. Il mio nome è
Silvanoshei.»
Si aspettava uno fragorosa risata. O almeno incredulità.
«E perché, Silvanoshei della Casata di Caldaron, ritenete che il vostro
nome decreterà la vostra morte?» domandò Rolan in tono pacato.
«Perché i miei genitori sono elfi scuri. Perché elfi assassini hanno prova-
to più di una volta a ucciderli», replicò Silvan.
«Eppure, Alhana Starbreeze, insieme al suo esercito, ha tentato molte
volte di passare attraverso lo scudo, di entrare nella terra da cui è stata e-
spulsa. Io stesso l'ho vista mentre con i miei compagni pattugliavamo il
confine.»
«Pensavo ti fosse proibito anche solo pronunciare il suo nome», ribatté
Silvan.
«Abbiamo molte proibizioni a Silvanesti», aggiunse Rolan. «E l'elenco
sembra allungarsi ogni giorno di più. Perché Alhana Starbreeze vuole tor-
nare in una terra che non la vuole?»
«Questa è la sua casa», rispose Silvan. «Dove dovrebbe andare?»
«E dove dovrebbe andare suo figlio?» domandò Rolan in tono gentile.
«Allora mi credi?» chiese Silvan.
«Ho conosciuto vostra madre e vostro padre, Maestà», replicò Rolan.
«Ero uno dei giardinieri del povero re Lorac prima dello scoppio della
guerra. Ho visto vostra madre bambina. Ho combattuto con vostro padre,
Porthios, contro il sogno. Fisicamente gli assomigliate, ma c'è qualcosa in
voi che vi avvicina più a vostra madre. Soltanto chi non ha fede non crede.
Il miracolo è accaduto. Siete tornato da noi. Non mi sorprende il fatto che
per voi, Maestà, lo scudo si sia aperto.»
«Ma non mi lascia più uscire», commentò amaramente Silvan.
«Forse perché ora siete dove dovreste essere, Maestà. Il vostro popolo
ha bisogno di voi.»
«Se ciò che dici è vero, allora perché non fai sollevare lo scudo, così che
mia madre possa tornare nel suo regno?» domandò Silvanoshei. «Perché
tenerla lontana? Perché tenere lontana la tua stessa gente? Gli elfi che
combattono per lei sono in pericolo. Mia madre ora non starebbe combat-
tendo contro gli orchi, non sarebbe intrappolata...»
Il volto di Rolan si rabbuiò. «Credetemi, Maestà. Se noi kirath potessi-
mo abbattere lo scudo, lo faremmo. Lo scudo getta nella disperazione chi
osa avvicinarvisi. Uccide tutto ciò che tocca. Guardate! Guardate qua, Ma-
està.»
Così dicendo, Rolan indicò il cadavere di uno scoiattolo sul terreno, ac-
canto al quale giaceva il corpo senza vita del suo piccolo. Indicò uccelli
dalle piume dorate sepolti dalla cenere, creature che non avrebbero mai più
allietato il mondo con il loro cinguettio festoso.
«Così sta morendo anche il mio popolo», disse Rolan in tono mesto.
«Ma che cosa dici?» esclamò Silvan scosso. «Morendo?»
«Giovani e vecchi contraggono una misteriosa malattia, che provoca il
deperimento del fisico e per la quale non c'è cura. La pelle diventa grigia
come quella di questi poveri alberi, il corpo avvizzisce, gli occhi si spen-
gono. Inizialmente fanno fatica a correre, poi non riescono più a cammina-
re, quindi a stare in piedi o seduti. Lentamente, il corpo deperisce, fino a
quando la morte li porta via.»
«Allora perché non abbattete lo scudo?» chiese Silvan.
«Abbiamo cercato di convincere il popolo a opporsi compatto al genera-
le Konnal e ai Capi della Casa, che hanno deciso di innalzare lo scudo. Ma
molti rifiutano d'ascoltarci. Sostengono che l'epidemia è giunta dall'ester-
no. E sono convinti che soltanto lo scudo ci tenga lontani dai mali del
mondo. Se lo abbattessimo, moriremmo tutti.»
«Forse hanno ragione», commentò Silvan, voltandosi a guardare oltre la
barriera invisibile e ripensando all'attacco notturno degli orchi. «Che io
sappia, nessuna peste sta falcidiando gli elfi. Ma esistono altri nemici. Il
mondo è pieno di pericoli. Per lo meno qui siete al sicuro.»
«Vostro padre disse che gli elfi dovevano diventare parte integrante del
mondo», ribatté Rolan. «Se così non fosse, il nostro destino sarebbe quello
di inaridire e quindi morire come un ramo tagliato dalla pianta o una...»
«... rosa strappata dall'arbusto», Silvan terminò la frase sorridendo in ri-
cordo delle parole del padre. «Non abbiamo notizie di mio padre da molto
tempo», aggiunse abbassando gli occhi e appiattendo la cenere grigia con
la punta degli stivali. «Sappiamo che era impegnato nella lotta contro la
grande dragonessa Beryl nei pressi di Qualinesti, una terra che l'animale ha
assoggettato. C'è chi crede che sia morto... e mia madre è fra questi. Anche
se rifiuta di ammetterlo.»
«Se è morto, ha dato la sua vita combattendo per una causa in cui crede-
va», affermò Rolan. «La sua morte ha un senso. Anche se ora può sem-
brarvi inutile, il suo sacrificio permetterà di distruggere il male, di ritrova-
re la luce che scaccerà le tenebre. È morto da uomo vitale! Ardito, corag-
gioso. Quando muore uno di noi», continuò Rolan con la voce carica di
amarezza, «ci accorgiamo appena del suo passaggio a miglior vita. Tremiti
e debolezza si impadroniscono del corpo.»
Guardò Silvan. «Voi siete giovane, forte, pieno di vita. Avverto l'energia
vitale irradiare da voi, come un tempo la sentivo irradiare dal sole. Osser-
vatemi. Lo vedete, vero, che sto avvizzendo? Che lentamente la vita mi
viene risucchiata? Guardatemi, Maestà. Sto morendo.»
Silvan non sapeva che cosa dire. Indubbiamente l'elfo era di un pallore
anomalo, la carnagione era di un malsano grigiastro, ma il giovane ne ave-
va data la colpa all'età o alla polvere grigia. Soltanto allora ricordò che an-
che gli altri elfi che aveva visto avevano lo stesso aspetto sparuto, emacia-
to.
«La mia gente vi vedrà e capirà che cosa ha perso», insistette Rolan.
«Ecco perché siete stato inviato qui: per mostrare loro che il mondo là fuo-
ri non è afflitto da alcuna peste. La peste è qui, dentro di noi!» Rolan ap-
poggiò una mano sul cuore. «Spiegherete alla mia gente che se ci liberia-
mo dello scudo, la vita fiorirà nuovamente.»
Anche se ormai la mia è finita, pensò Silvan. Di nuovo il dolore. La testa
riprese a girare. Il braccio a pulsare. Rolan lo guardò preoccupato.
«Non avete un bell'aspetto, Maestà. Dovremmo andarcene da questo po-
sto. Ci siamo soffermati troppo a lungo vicino allo scudo. Dovete allonta-
narvi prima che la malattia colpisca anche voi.»
Silvanoshei scosse la testa. «Grazie, Rolan, ma non posso andarmene.
Forse lo scudo si aprirà e mi lascerà uscire, così come mi ha lasciato entra-
re.»
«Se restate qui morirete, Maestà», disse Rolan. «Non è ciò che vorrebbe
vostra madre. Lei vorrebbe che voi veniste a Silvanost e reclamaste il po-
sto che vi spetta sul trono.»
Un giorno siederai sul trono delle Nazioni Elfiche Unite, Sílvanoshei.
Quel giorno rimedierai ai torti del passato. Libererai il nostro popolo dai
peccati commessi da noi elfi, dal peccato dell'orgoglio, del pregiudizio e
dell'odio. Questi peccati hanno causato la nostra rovina. Tu sarai il nostro
redentore.
Le parole di sua madre. Ricordava ancora la prima volta che le aveva
pronunciate. Lui aveva cinque o sei anni. Erano accampati nella foresta vi-
cino a Qualinesti. Era notte. Dormiva. Improvvisamente, un grido aveva
squarciato il silenzio notturno, svegliandolo di soprassalto. Il fuoco era
quasi spento, ma nell'oscurità aveva visto il padre lottare corpo a corpo con
quella che sembrava un'ombra. Molte ombre li avevano circondati. Poi non
aveva visto più niente, perché la madre si era lanciata su di lui, facendogli
schermo con il proprio corpo. Silvan non poteva vedere, non poteva respi-
rare, non poteva urlare. La paura, il calore e il peso della madre lo schiac-
ciavano e lo soffocavano.
All'improvviso, tutto era finito. La pressione e il calore del corpo mater-
no erano diminuiti. Alhana lo aveva preso in braccio, cullandolo tenera-
mente, piangendo e baciandolo e chiedendogli scusa per avergli fatto male.
Il sangue le sgorgava copioso da un taglio nella coscia. Il padre aveva un
coltello conficcato nel torace, poco distante dal cuore. I corpi di tre elfi,
vestiti di nero, giacevano immobili intorno al fuoco. Anni dopo, Silvano-
shei si era destato nel cuore della notte con la chiara percezione che uno di
quegli assassini era stato inviato per uccidere lui.
Avevano trascinato via i cadaveri, lasciandoli in pasto ai lupi, non con-
siderandoli degni di una sepoltura. La madre lo aveva cullato fino a farlo
addormentare, sussurrandogli quelle parole per consolarlo. Da quel giorno,
le avrebbe sentite spesso.
Forse ora lei era morta. Forse anche suo padre era morto. Ma il loro so-
gno viveva ancora, in lui.
Voltò le spalle allo scudo. «Vengo con te», disse a Rolan dei kirath.

IL SACRO FUOCO

Ai vecchi tempi, i tempi gloriosi, prima della Guerra delle Lance, la


strada che portava da Neraka alla città portuale di Sanction era ben mante-
nuta, perché era l'unica via attraverso i monti noti come Signori del Fato.
La strada - chiamata delle Cento Miglia, perché era quasi lunga così, fur-
long più furlong meno - era lastricata di roccia frantumata. Nel frattempo,
ci avevano marciato sopra migliaia di piedi: piedi umani calzati di stivali,
pelosi piedi di goblin, piedi draconici con gli artigli. Talmente tanti che la
roccia era stata sospinta nel terreno, e vi era ora profondamente infossata.
Al culmine della Guerra delle Lance, la Strada delle Cento Miglia era
stata stipata di uomini, animali e carri di provviste. Chiunque avesse esi-
genze di velocità viaggiava via aria, cavalcando i veloci Draghi Azzurri o
attraversando i cieli sulle cittadelle volanti. Quelli costretti a muoversi
lungo la strada potevano subire ritardi di giorni, bloccati dalle centinaia di
fanti che arrancavano per il suo tortuoso percorso, avvicinandosi o allonta-
nandosi dalla città di Neraka. I carri sobbalzavano e sbandavano. La forte
pendenza, dall'alta valle fra i monti fino al livello del mare, rendeva peri-
coloso il tragitto.
Carri carichi d'oro, d'argento e d'acciaio, di casse di gioielli rubati, di
bottini strappati alle popolazioni sottomesse dagli eserciti, venivano affida-
ti a bestie spaventose chiamate mammut, le uniche creature in grado di
trainare simili pesi su per la montagna. Di tanto in tanto, uno dei carri si
rovesciava, spargendo il suo contenuto, o perdeva una ruota, oppure uno
dei mammut impazziva e calpestava i suoi guardiani e chiunque altro aves-
se la sfortuna di trovarsi sul suo cammino. In quei momenti, la strada ve-
niva chiusa completamente, e tutto si arrestava, mentre gli ufficiali, inquie-
ti e arrabbiati per il ritardo, cercavano di mantenere l'ordine fra gli uomini.
I mammut erano spariti, estinti. Anche gli uomini se n'erano andati: per
la maggior parte vecchi, alcuni morti; tutti, ormai, dimenticati. La strada
era vuota, deserta. Solo il respiro sibilante del vento soffiava sopra la liscia
superficie di ghiaia intarsiata, considerata una delle meraviglie di Krynn
create dall'uomo.
Il vento era ora alle spalle dei Cavalieri Scuri mentre galoppavano lungo
il tortuoso, sinuoso dorso di serpente che era la Strada delle Cento Miglia.
Residuo della tempesta, ululava fra le cime, come un'eco del Canto della
Morte sentito a Neraka, ma non così terribile, né così spaventoso. Gli uo-
mini cavalcavano di buona lena, come storditi, senza un'idea chiara del
perché avanzassero, o di dove fossero diretti. Cavalcavano in preda all'e-
stasi, a un'eccitazione mai provata prima.
Galdar, certamente, non aveva mai sperimentato nulla del genere. Si
muoveva a lunghi balzi al fianco di Mina, con forza nuova. Sarebbe potuto
andare da lì al Muro di Ghiaccio senza fermarsi. Avrebbe potuto attribuire
la sua energia alla pura gioia di aver recuperato l'arto perduto, ma vedeva
la sua reverenza e il suo fervore riflessi nei volti degli uomini che facevano
quella corsa folle ed esilarante insieme a lui. Era come se portassero la
tempesta con sé: gli zoccoli tuonavano fra le pareti delle montagne, e face-
vano scoccare fulmini dalla superficie rocciosa.
Mina cavalcava alla loro testa, incitandoli quando si sarebbero fermati
per la stanchezza, costringendoli a guardare dentro di sé per trovarvi un po'
più forza di quanta credessero di possederne. Cavalcarono di notte, con la
via illuminata dai lampi, e cavalcarono di giorno, arrestandosi solo per da-
re da bere ai cavalli, e per mangiare un boccone rapidamente, in piedi.
Quando sembrò che i cavalli dovessero crollare, Mina diede l'alt. I Cava-
lieri avevano percorso ben più di metà della distanza. La sua bestia, Foxfi-
re, avrebbe potuto continuare. Sembrava risentita per la pausa: scalpitava e
sbuffava dal dispiacere, e le sue proteste irritate fendevano l'aria, rimbal-
zando dalle cime dei monti.
Foxfire era ferocemente leale alla sua padrona, e a lei sola. Non soppor-
tava nessun altro essere. Durante la loro prima breve pausa di riposo, Gal-
dar aveva commesso l'errore di avvicinarvisi per tenere la staffa di Mina
mentre questa smontava, come gli avevano insegnato a fare per il suo co-
mandante, e con molta più grazia di quanta avesse mai usata per Ernst Ma-
git. Foxfire ritirò il labbro sui denti, e gli occhi gli brillarono di una luce
maligna, selvaggia. Galdar arretrò in tutta fretta.
Molti cavalli hanno paura dei minotauri. Pensando che il problema fosse
questo, Galdar ordinò a uno degli altri di assistere il comandante.
Mina lo fermò. «State indietro, tutti quanti. Foxfire ama solo me. Obbe-
disce solo ai miei ordini, e solo quando essi collimano con il suo istinto. È
molto protettivo verso la sua padrona, e non potrei impedirgli di prendervi
a calci se vi avvicinaste troppo.»
Smontò agilmente, senz'aiuto. Togliendo sella e briglia, portò Foxfire a
bere. Gli diede da mangiare e lo spazzolò con le sue mani. I soldati si oc-
cuparono dei loro cavalli, li sistemarono adeguatamente per la notte. Mina
non permise loro di allestire un fuoco da campo. Occhi solamnici potevano
guardare, disse, e il fuoco sarebbe stato visibile a grande distanza.
Gli uomini erano stanchi quanto i cavalli. Non dormivano da due giorni
e una notte. Il terrore della tempesta li aveva prosciugati, la marcia forzata
li aveva lasciati tremanti di fatica. L'eccitazione che li aveva portati fin lì
cominciava a scemare. Sembravano prigionieri che si svegliano da un me-
raviglioso sogno di libertà per ritrovarsi ancora legati da ferri e catene.
Non più incoronata dal fulmine né ammantata dal tuono, Mina sembrava
una giovane qualsiasi, e nemmeno molto carina. Una ragazzetta pelle e os-
sa. I Cavalieri sedevano chini sul loro cibo nell'oscurità illuminata dalla
luna, borbottando che erano stati trascinati in un'impresa insensata, e get-
tando a Mina occhiate cupe e rabbiose. Un uomo si spinse fino a dire che
uno qualunque dei mistici scuri avrebbe potuto restituire il braccio a Gal-
dar, che nella cosa non c'era niente di speciale.
Galdar avrebbe potuto zittirlo, osservando che nessuno di loro l'aveva
fatto, anche se li aveva supplicati. Che si fossero rifiutati perché i loro po-
teri non erano così forti, o perché lui mancava dell'acciaio per pagarli, non
faceva differenza per lui. I mistici scuri dei Cavalieri di Neraka non gli a-
vevano ridato il braccio; questa strana ragazza sì, e lui le sarebbe stato de-
voto per tutta la vita. Tuttavia, non aprì bocca. All'occorrenza, era pronto a
difendere Mina con la vita, ma era curioso di vedere come lei avrebbe ge-
stito la situazione, sempre più tesa.
Mina non sembrava notare che la sua autorevolezza calava lentamente.
Sedeva lontana dagli uomini, appollaiata su un masso enorme, sopra di lo-
ro. Dalla sua posizione di vantaggio, abbracciava con lo sguardo la catena
montuosa, simile a un dente frastagliato che mordeva il cielo stellato. Qua
e là, i fuochi dei vulcani attivi erano macchie di arancio contro il nero. Iso-
lata, distratta, era assorta nei suoi pensieri, al punto che sembrava total-
mente inconsapevole dell'ondata di ammutinamento che saliva alle sue
spalle.
«Che io sia dannato se andrò a Sanction!» esclamò uno dei Cavalieri.
«Sapete che cosa ci aspetta lì. Un migliaio dei maledetti Solamnici, ecco
cosa!»
«Alla prima luce, parto per Khur», disse un altro. «Devo essere pazzo
per essere venuto fin qui!»
«Non intendo fare la prima guardia», bofonchiò un terzo. «Non ci lascia
accendere un fuoco per asciugare i vestiti o cucinare un pasto decente. Che
monti lei la prima guardia.»
«Sì, che monti lei la prima guardia!» convennero gli altri.
«Lo farò», assentì Mina, calma. Alzandosi, discese fino alla strada. Vi si
mise a cavalcioni, i piedi piantati saldamente sul terreno. Con le braccia
incrociate sul petto, fronteggiò gli uomini. «Stanotte, monterò io tutte le
guardie. Voi avete bisogno di riposo per domani. Dovreste dormire.»
Non esternava rabbia, né indulgenza. Certo non si mostrava compiacen-
te, nel tentativo di guadagnarsi il loro favore. Enunciava un dato di fatto,
presentando un argomento logico e razionale: gli uomini avevano bisogno
di riposo per l'indomani.
I Cavalieri erano rabboniti, ma ancora adirati. Si comportavano come
bambini che sono stati oggetto di uno scherzo, e non lo gradiscono. Mina
ordinò loro di farsi i letti e di coricarsi.
I Cavalieri obbedirono, borbottando che le coperte erano ancora bagnate;
come poteva pretendere che dormissero sulla nuda roccia? Giurarono, in
coro, di andarsene all'alba.
Mina tornò a sedere sul masso, volgendo ancora lo sguardo alle stelle e
alla luna che sorgeva. Cominciò a cantare.
Il suo canto non somigliava al Canto della Morte, la terribile nenia can-
tata loro dagli spettri di Neraka. Quello di Mina era un canto di battaglia. Il
canto dei coraggiosi che marciano sul nemico, studiato per infondere co-
raggio nel cuore di coloro che lo intonano, e terrore nel cuore dei loro av-
versari.

La gloria ci chiama
con squilli di tromba
ci chiama a compiere grandi atti
sul campo del valore,
ci chiama a dare il nostro sangue
alla fiamma,
alla terra,
la terra assetata,
il sacro fuoco.

E il canto continuava, peana dei vincitori nel momento del trionfo, remi-
niscenza del vecchio soldato che racconta le sue prodezze.
Chiudendo gli occhi, Galdar vide atti di coraggio e di ardimento, e vide,
con un brivido d'orgoglio, che era lui a compiere queste eroiche gesta. La
sua spada sfolgorava del bianco-porpora del fulmine, e lui beveva il san-
gue dei suoi nemici. Marciava da un combattimento glorioso all'altro, con
il canto della vittoria sulle labbra. E sempre Mina gli cavalcava davanti,
guidandolo, ispirandolo, incitandolo a seguirla nel cuore della battaglia. Il
bagliore che emanava da lei riluceva su di lui.
Il canto finì. Galdar batté le palpebre e si rese conto, sbigottito e mortifi-
cato, di aver ceduto al sonno. Non avrebbe voluto; aveva intenzione di
montare la guardia con Mina. Si strofinò gli occhi, desiderando che rico-
minciasse con il canto; senza di esso, la notte era fredda e vuota. Si guardò
intorno per vedere se gli altri provavano la stessa sensazione.
Dormivano profondamente e tranquillamente, con il sorriso sulle labbra.
Avevano posato le spade sul terreno, a portata di mano, le dita chiuse sul-
l'elsa, pronti a balzare in piedi e lanciarsi nella mischia in un attimo. Con-
dividevano il sogno di Galdar, il sogno della canzone.
Meravigliato, il minotauro guardò Mina, che lo osservava a sua volta.
Si alzò e la raggiunse sulla roccia.
«Sai che cosa ho visto, comandante?» le chiese.
Gli occhi ambra presero la luna, la racchiusero in sé. «Lo so», rispose
lei.
«Farai questo per me, per noi? Ci porterai alla vittoria?»
Gli occhi ambra, tenendo la luna prigioniera, si volsero su di lui. «Lo fa-
rò.»
«È il tuo dio che te lo promette?»
«Sì», rispose Mina gravemente.
«Dimmi il nome di questo dio, perché possa venerarlo» disse Galdar.
Mina scosse la testa lentamente, enfaticamente. Il suo sguardo lasciò il
minotauro, e tornò al cielo, che era insolitamente scuro, ora che lei aveva
catturato la luna. La luce, l'unica luce, era nei suoi occhi. «Non è il mo-
mento giusto.»
«Quando sarà il momento giusto?» insistette Galdar.
«I mortali non hanno più fede in niente. Sono come uomini persi nella
nebbia che non vedono più in là del loro naso; per cui si limitano a seguire
quello, se mai seguono qualcosa. Alcuni sono talmente paralizzati dalla
paura che non osano muoversi. Le persone devono acquisire fede in se
stesse prima di riuscire a credere in qualcosa che va oltre.»
«Tu ci aiuterai, comandante?»
«Domani, vedrete un miracolo», annunciò lei.
Galdar si sistemò sulla roccia. «Chi sei, comandante?» domandò. «Da
dove vieni?»
Mina volse lo sguardo su di lui e disse con un mezzo sorriso: «E tu chi
sei, vicecomandante? Da dove vieni?»
«Io sono un minotauro. Sono nato a...»
«No.» Mina scosse la testa dolcemente. «Prima di quello.»
«Prima della mia nascita?» Galdar era confuso. «Non lo so. Nessuno lo
sa.»
«Appunto», concluse Mina, e si girò dall'altra parte.
Galdar si grattò la testa cornuta, scrollò le spalle. Evidentemente, non
voleva rispondere, e perché avrebbe dovuto? Non erano affari suoi, e non
faceva differenza per lui. Lei aveva ragione. Prima di quel momento non
aveva creduto in niente; ora aveva trovato qualcuno in cui credere. Aveva
trovato Mina.
Lei lo guardò di nuovo, gli chiese bruscamente: «Sei ancora stanco?»
«No, caposquadra», rispose Galdar. Aveva dormito solo poche ore, ma il
sonno l'aveva lasciato insolitamente ristorato.
Mina scosse la testa. «Non chiamarmi "caposquadra". Voglio che mi
chiami "Mina".»
«Ma così non va, caposquadra» protestò Galdar. «Chiamarti col nome
proprio non mostra il giusto rispetto.»
«Se gli uomini non hanno rispetto per me, che importanza ha come mi
chiamano?» ribatté lei. «E inoltre», aggiunse, con tranquilla convinzione,
«il titolo che possiedo non esiste ancora.»
Adesso si stava insuperbendo, pensò Galdar; bisognava farle abbassare
la cresta. «Forse pensi che dovresti essere il "Signore della Notte"» suggerì
per scherzo, nominando il rango più alto che poteva essere detenuto dai
Cavalieri di Neraka.
Mina non rise. «Un giorno, il Signore della Notte si inginocchierà ai
miei piedi.»
Galdar conosceva bene lord Targonne, e faceva fatica a immaginare
quell'uomo avido e ambizioso inginocchiarsi, se non per raccogliere una
moneta di rame lasciata cadere. Poiché non sapeva cosa rispondere a un'af-
fermazione tanto ridicola, rimase in silenzio, tornando con la mente al so-
gno di gloria, anelando a esso come un assetato anela all'acqua. Voleva di-
speratamente credervi, voleva credere che fosse più di un miraggio.
«Se sei sicuro di non essere stanco, Galdar», proseguì Mina «voglio
chiederti un favore.»
«Qualunque cosa, capos... Mina», balbettò lui.
«Domani andremo in battaglia.» Un piccolo cipiglio le guastava la liscia
pelle del viso. «E io non ho armi, né sono mai stata addestrata a usarle.
Abbiamo il tempo di farlo stanotte, secondo te?»
Galdar sentì la propria mascella cadere. Si chiese se avesse sentito cor-
rettamente. Era così sbalordito, che all'inizio non riuscì a replicare. «Tu...
tu non hai mai maneggiato un'arma?»
Mina scosse la testa, calma.
«Sei mai stata in battaglia, Mina?»
Di nuovo lei scosse la testa.
«Hai mai assistito a una battaglia?» Galdar era disperato.
«No, Galdar.» Mina gli sorrise. «Per questo sto chiedendo il tuo aiuto.
Andremo un po' giù per la strada ad allenarci, in modo da non disturbare
gli altri. Non preoccuparti; saranno al sicuro. Foxfire mi avvertirebbe se si
avvicinasse un nemico. Porta qualunque arma pensi sia più facile per me
da imparare a usare.»
Mina si avviò per la strada a cercare un buon campo di addestramento,
lasciando un Galdar stupefatto a cercare fra le armi portate da lui e dagli
altri per trovare quella adatta a lei, una ragazza che non ne aveva mai ado-
perata una e che, l'indomani, li avrebbe guidati in battaglia.
Il minotauro si lambiccò il cervello, cercò di rimettersi in testa un po' di
buon senso. Un sogno sembrava realtà, la realtà sembrava un sogno. Estra-
endo il pugnale, lo fissò per un momento, guardò la luce lunare scorrere
come mercurio lungo la lama. Si conficcò la punta nel braccio, il braccio
che Mina gli aveva restituito. Il dolore pungente e il caldo flusso del san-
gue indicarono che il braccio era vero, confermarono che lui era sveglio.
Galdar aveva dato la sua promessa, e se c'era una cosa in quella vita che
non aveva venduto, rovinato, o gettato via, questa era il suo onore. Rimise
il pugnale nel fodero che portava alla cintola ed esaminò la scorta di armi.
Una spada era fuori discussione. Non c'era il tempo di addestrare pro-
priamente Mina al suo uso; avrebbe arrecato più danni a se stessa e a chi la
circondava che al nemico. Non trovava niente che gli sembrasse adatto,
quando notò la luce della luna brillare su un'arma in particolare, come se
volesse portarla alla sua attenzione. Era quella nota come «Stella del mat-
tino». Galdar la osservò. Con un cipiglio meditabondo, la soppesò sulla
mano. La Stella del mattino è un martello da combattimento adorno di
punte all'estremità, punte le quali, dicono i fantasiosi, gli conferiscono l'a-
spetto di una stella. Non era pesante, non richiedeva grande abilità per im-
pararne l'uso, ed era particolarmente efficace contro i cavalieri in armatura.
Bastava picchiarla contro l'avversario finché l'armatura di questi non si
spaccava come un guscio di noce. Naturalmente, nel contempo, bisognava
evitare l'arma del nemico. Galdar raccolse un piccolo scudo e, così armato,
arrancò giù per la strada, lasciando un cavallo di guardia.
«Sono diventato pazzo», borbottò. «Pazzo furioso.»
Mina aveva individuato uno spazio aperto fra le rocce, probabilmente
usato come luogo di accampamento lungo la strada dagli eserciti che, tanto
tempo prima, avevano marciato per quella via. Afferrò la Stella del matti-
no, la scrutò con aria critica, la soppesò per saggiarne peso ed equilibrio.
Galdar le mostrò come tenere lo scudo, in che posizione metterlo per sfrut-
tarlo al meglio. Le insegnò l'uso dell'arma, poi le propose qualche semplice
esercizio, perché potesse abituarsi alla sensazione dell'arma fra le mani.
Fu gratificato (e sollevato) nel vedere che Mina imparava in fretta. Per
quanto fosse di corporatura esile, aveva i muscoli al posto giusto. Il suo
equilibrio era buono, i movimenti fluidi e aggraziati. Galdar alzò il proprio
scudo, le fece tirare qualche colpo. Il primo fu impressionante, il secondo
lo costrinse ad arretrare, il terzo causò una grande ammaccatura sullo scu-
do, facendogli vibrare il braccio fino al midollo.
«Mi piace quest'arma», approvò Mina. «Hai scelto bene.»
Galdar grugnì, si massaggiò il braccio dolorante, e posò a terra lo scudo.
Sguainando lo spadone, lo avvolse in un mantello, legò strettamente il tes-
suto con della corda, e si mise in posizione di combattimento.
«Ora iniziamo a lavorare», disse.
In capo a due ore, Galdar era stupito dai progressi della sua allieva.
«Sei sicura di non essere mai stata addestrata come soldato?» chiese,
fermandosi a riprendere fiato.
«Sicurissima», rispose Mina. «Guarda, te lo mostrerò.» Lasciando cade-
re l'arma, espose alla luce lunare la mano che aveva maneggiato la Stella
del mattino. «Verifica la mia sincerità.»
Il palmo delicato era scorticato e sanguinante per via delle vesciche a-
perte. Eppure, mai lei aveva emesso un lamento, mai aveva esitato nel col-
pire, anche se il dolore delle ferite doveva essere atroce.
Galdar la guardò con aperta ammirazione. Se c'è una virtù che i mino-
tauri apprezzano, è quella di sopportare il dolore in stoico silenzio. «Lo
spirito di qualche grande guerriero deve vivere in te, Mina. La mia gente
crede che ciò sia possibile. Quando uno dei nostri guerrieri muore corag-
giosamente in battaglia, abbiamo l'abitudine di estrarre il suo cuore e di
mangiarlo, sperando che il suo spirito entri nel nostro.»
«Gli unici cuori che mangerò saranno quelli dei miei nemici», ribatté
Mina. «La forza e l'abilità mi vengono dal mio dio.» Si chinò per prendere
la Stella del mattino.
«No, basta allenamento per stanotte», ingiunse Galdar, strappandogliela
dalle dita. «Dobbiamo curare quelle vesciche. Peccato», continuò, fissan-
dola. «Temo che domattina non potrai nemmeno tenere le redini del caval-
lo, figuriamoci maneggiare un'arma. Forse dovremmo aspettare qui qual-
che giorno, finché non sarai guarita.»
«Dobbiamo raggiungere Sanction domani», proclamò Mina. «Se arri-
viamo con un giorno di ritardo, la battaglia sarà conclusa, e le nostre trup-
pe avranno subito una sconfitta terribile.»
«Sanction è assediata da molto tempo», replicò Galdar, incredulo. «Da
quando gli infami Solamnici hanno stretto un patto con quel bastardo che
governa la città, Hogan Bight. Noi non riusciamo a scacciarli, e loro non
hanno la forza di respingerci. La battaglia è a un punto morto. Tutti i gior-
ni, attacchiamo le mura e loro le difendono. Muoiono dei civili. Zone della
città prendono fuoco. Alla fine, si stancheranno e si arrenderanno. Ormai,
l'assedio dura da più di un anno; non vedo come un unico giorno potrebbe
fare differenza. Rimani qui e riposati.»
«Non lo vedi perché i tuoi occhi non sono ancora completamente aper-
ti», spiegò Mina. «Portami dell'acqua per lavarmi le mani, e una pezza per
ripulirle dal sangue. Non temere: sarò in grado di cavalcare e di combatte-
re.»
«Perché non ti guarisci da sola, Mina?» suggerì Galdar, mettendola alla
prova. Sperava di vedere un altro miracolo. «Guarisci te stessa come hai
guarito me.»
Gli occhi ambra catturarono la prima luce, che cominciava appena a ri-
schiarare il cielo. Mina guardava l'alba, e Galdar ebbe l'impressione che
stesse già vedendo il tramonto dell'indomani.
«Molte centinaia moriranno con estrema sofferenza», mormorò lei. «Il
dolore che sopporto, lo sopporto in omaggio a loro. Lo offro in dono al
mio dio. Sveglia gli altri, Galdar. È giunta l'ora.»
Galdar si aspettava che più di metà dei soldati se ne andasse, secondo le
minacce della sera prima. Al suo ritorno al campo, trovò che gli uomini e-
rano già alzati e in movimento. Erano di ottimo umore, fiduciosi, eccitati, e
parlavano delle prodezze che avrebbero compiuto quel giorno. Prodezze
che, dissero, avevano visto in sogni Più reali della veglia.
Mina apparve fra loro, reggendo lo scudo e la Stella del mattino con ma-
ni che ancora sanguinavano. Galdar la scrutò preoccupato. Era stanca per
l'allenamento e per la dura cavalcata del giorno prima. Sola sulla strada,
con la testa china e le spalle cadenti, sembrava d'un tratto fragile, prostrata.
Doveva avere le mani in fiamme e i muscoli doloranti. Sospirò profonda-
mente e alzò lo sguardo al cielo, come per chiedere se veramente aveva la
forza di continuare.
Alla sua vista, i Cavalieri alzarono le spade, le batterono contro gli scudi
in segno di saluto.
«Mina! Mina!» cantarono in coro, e il loro canto rimbalzò dalle monta-
gne, eccitante come uno squillo di chiarina.
Mina sollevò la testa. Il saluto era come vino per il suo umore cupo. Di-
schiuse le labbra, lo bevve avidamente. La stanchezza le cadde di dosso
come un abito abbandonato. La sua armatura rosseggiò nella luce fiam-
meggiante del sole che sorgeva.
«Cavalcate di buona lena. Oggi, andiamo verso la vittoria», annunciò, e i
Cavalieri acclamarono all'impazzata.
Foxfire venne al suo comando. Lei montò e afferrò saldamente le redini
nelle mani sanguinanti, piene di vesciche. Fu allora che Galdar, prendendo
posto accanto alla sua staffa, notò che essa portava intorno al collo un me-
daglione d'argento appeso a una catena d'argento. Lo guardò attentamente,
per vedere cosa poteva essere inciso sulla sua superficie.
Il medaglione era vuoto. Puro argento, senza segni. Strano. Che senso
aveva portare un medaglione vuoto? Ma non ebbe la possibilità di fare
domande perché in quel momento Mina conficcò gli speroni nel fianco del
cavallo.
Foxfire galoppò lungo la strada.
I Cavalieri seguirono il loro comandante.

VI

IL FUNERALE DI CARAMON MAJERE

Al sorgere del sole, un'alba meravigliosa dai bagliori dorati illuminata da


una palla di fuoco, la gente di Solace si radunò davanti alla taverna dell'Ul-
tima Casa in veglia silenziosa, in testimonianza dell'amore e del rispetto
provati nei confronti dell'uomo buono, gentile e coraggioso, che giaceva
all'interno.
Poche voci spezzavano la quiete. La maggior parte dei presenti restava
muta, la mente rivolta al grande silenzio che un giorno sarebbe caduto su
ognuno di loro. Le madri chetavano i bambini irrequieti, che fissavano la
taverna, abbagliante di luci, senza comprendere che cosa fosse successo,
pur avvertendo che doveva trattarsi di qualcosa di grande e terribile. Ciò
che provavano era una sensazione che avrebbe lasciato il segno sulle loro
giovani menti e che avrebbero ricordato fino alla fine dei loro giorni.
«Mi spiace davvero, Laura», le disse Tas, poco prima dell'alba.
Laura se ne stava in piedi accanto alla panca dove Caramon soleva fare
colazione. Era là, immobile, lo sguardo fisso, il viso pallido e teso.
«Caramon era il mio migliore amico», continuò Tas.
«Grazie.» Gli rivolse un sorriso tremante. Aveva gli occhi rossi per le
lacrime versate.
«Tasslehoff», le ricordò il kender, pensando che la ragazza avesse di-
menticato il suo nome.
«Sì.» Laura sembrava a disagio. "Eh... Tasslehoff.»
«Io sono Tasslehoff Burrfoot. Quello originale», aggiunse il kender, ri-
cordando i suoi trentasette omonimi (trentanove contando anche i cani).
«Caramon mi ha riconosciuto. Mi ha abbracciato dicendosi felice di rive-
dermi.»
Laura lo fissò esitante. «Sicuramente sembri Tasslehoff. Ma l'ultima vol-
ta che ti ho visto ero una bambina e già allora i kender mi sembravano tutti
uguali e poi... Tutto questo non ha senso! Tasslehoff Burrfoot è morto da
trent'anni!»
Tas avrebbe voluto raccontarle del Congegno per Viaggiare nel Tempo e
di come Fizban l'avesse impostato in modo sbagliato la prima volta facen-
dolo arrivare al primo funerale di Caramon troppo tardi perché potesse te-
nere il suo discorso, ma un improvviso nodo alla gola gli impedì di proferi-
re parola.
Gli occhi di Laura si posarono sulle scale della taverna, velandosi nuo-
vamente di lacrime. Disperata, nascose il viso fra le mani.
«Su, su», cercò di consolarla Tas, battendole affettuosamente una mano
sulla spalla. «Palin arriverà presto. Lui sa chi sono e potrà spiegarti ogni
cosa.»
«Palin non verrà», singhiozzò Laura. «Non ho potuto avvertirlo. È trop-
po pericoloso! Il padre è morto e lui non può nemmeno venire al suo fune-
rale. Sua moglie e la mia cara sorella sono bloccate a Haven da quando la
dragonessa ha chiuso le strade. Sono sola a dare l'estremo saluto a nostro
padre. Non ce la faccio! È troppo!»
«Ma che cosa dici? Certo che Palin verrà», affermò Tas, chiedendosi
quale dragonessa avesse chiuso le strade e perché. Intendeva scoprirlo, ma
in quel momento, i pensieri che affollavano la sua mente erano così tanti
che quello avrebbe dovuto aspettare. «Qui alla taverna c'è quel giovane
mago... Quello della stanza diciassette. Si chiama... beh, ora non lo ricor-
do, ma puoi mandarlo alla Torre dell'Alta Magia di Wayreth, dove Palin è
il capo dell'Ordine delle Vesti Bianche.»
«Quale torre di Wayreth?» esclamò Laura, fissando Tas confusa. «La
torre non c'è più; è scomparsa, come quella di Palanthas. Palin era il capo
dell'Accademia della Stregoneria, ma anche quella non esiste più. La dra-
gonessa Beryl ha distrutto l'accademia un anno fa circa, proprio in questo
periodo. E da quando la taverna è stata ricostruita, non esiste più una stan-
za diciassette.»
Tas, impegnato a ricordare, non l'ascoltava. «Palin arriverà presto e por-
terà con sé Dalamar e anche Jenna. Manderà i suoi messaggeri da lady
Crysania al Tempio di Paladine, da Goldmoon e Riverwind a Que-shu e da
Laurana, Gilthas e Silvanoshei a Silvanesti. Presto arriveranno tutti, perciò
dobbiamo... dobbiamo...»
La sua voce divenne un sussurro.
Laura lo fissava come se improvvisamente gli fossero spuntate due teste.
Tas lo capiva, perché aveva avvertito sul proprio viso la stessa espressione,
quando si era trovato davanti a un troll al quale erano realmente spuntate
due teste. Lentamente, senza staccare gli occhi dal kender, Laura iniziò ad
allontanarsi.
«Siediti qui», gli disse in tono dolce e gentile. «Siediti qui, così... Ades-
so ti porto un bel piatto di...»
«Patate speziate?» domandò Tas, speranzoso. Se c'era qualcosa che po-
teva sciogliere il nodo che sentiva alla gola, queste erano proprio le patate
speziate di Otik.
«Sì, un bel piatto stracolmo di patate. Questa mattina non abbiamo anco-
ra acceso i fuochi della cucina, perciò ci vorrà un po' di tempo. Siediti e
promettimi che non ti muoverai da qui», disse Laura, allontanandosi dal
tavolo e facendo scivolare una sedia fra lei e Tas.
«Oh, non me ne andrò da nessuna parte», promise Tas, mettendosi co-
modo. «Devo parlare al funerale, non scordarlo.»
«Sì, certo.» Laura strinse così forte le labbra da non riuscire a spiaccica-
re parola per alcuni minuti. Infine, tirando un profondo respiro, aggiunse:
«Certo, devi parlare al funerale. Stai qui, da bravo kender.»
Essendo «bravo» e «kender» due parole che raramente venivano associa-
te, Tasslehoff se ne restò seduto al tavolo domandandosi come dovesse es-
sere un bravo kender e se lui lo fosse. Giunse alla conclusione che, essen-
do un eroe, probabilmente era anche bravo. Soddisfatto della risposta data-
si, tirò fuori gli appunti e iniziò a ripassare il discorso, canticchiando un'al-
legra melodia per farsi compagnia e per scacciare il groppo alla gola.
Sentì Laura parlare a un giovane, forse il mago della stanza diciassette,
ma non prestò particolare attenzione alle parole della ragazza, poiché sem-
brava parlasse di un povero «afflitto», una persona che aveva perso la ra-
gione e che forse poteva essere pericolosa. In qualsiasi altro momento, Tas
sarebbe stato interessato a vedere un individuo pericoloso, afflitto e persi-
no matto, ma doveva pensare al discorso, e poiché quello era il motivo del-
la sua visita, si concentrò su di esso.
Era ancora immerso nelle proprie riflessioni, in compagnia di un piatto
di patate e un boccale di birra chiara, quando si accorse della presenza ac-
canto a lui di un uomo alto, che lo fissava con sguardo severo.
«Oh, salve», salutò Tas, guardando sorridente verso l'alto per scoprire
che quell'uomo non era altri che il suo buon amico, il Cavaliere che lo a-
veva arrestato il giorno precedente. Poiché il Cavaliere era realmente un
buon amico, era un vero peccato che Tas non ricordasse il suo nome.
«Prego, siediti. Vuoi delle patate? Uova?»
Il giovane rifiutò ogni offerta e si sedette di fronte a Tas, osservandolo
con espressione grave.
«Mi hanno detto che stai dando fastidio», affermò il Cavaliere in tono
freddo e distaccato.
Accadeva che in quel momento Tasslehoff fosse piuttosto orgoglioso di
se stesso proprio perché non stava procurando alcun fastidio. Se n'era ri-
masto seduto tranquillo, ripensando ai momenti felici trascorsi con Cara-
mon e rammaricandosi della sua dipartita. Non si era nemmeno preoccupa-
to di controllare se la scatola di legno contenesse qualcosa di interessante.
Si era astenuto dalla sua abituale ispezione al cofanetto d'argento e si era
ritrovato soltanto con uno strano portafoglio e poiché non ricordava come
ne fosse venuto in possesso, era giunto alla conclusione che fosse caduto a
qualcuno. Sarebbe stata sua premura restituirlo subito dopo il funerale.
Tas si sentì perciò legittimamente offeso dalle allusioni del Cavaliere.
Fissò l'uomo con sguardo severo. «Sono certo che non volevi essere sgra-
devole», disse Tas. «Sei irritato. Lo capisco.»
Il viso del giovane si colorì, passando dal rosso acceso al porpora. Cercò
di proferir parola, ma era così infuriato che quando aprì bocca, emise solo
un farfugliamento confuso.
«Capisco il problema», affermò Tas, cercando di porre rimedio alle sue
parole. «Non c'è da stupirsi che tu mi abbia frainteso. Con "sgradevole" mi
riferivo al tuo atteggiamento, non al tuo viso che, comunque, è veramente
sgradevole. Non ricordo di averne mai visto uno più brutto. Tuttavia, non
puoi certo cambiare faccia, così come forse non puoi nemmeno cambiare
carattere, essendo un Cavaliere Solamnico; però hai commesso un errore.
Non sto dando alcun fastidio. Me ne sto seduto a questo tavolo a mangiare
patate... A proposito, sei sicuro di non volerne? Sono veramente buone.
Beh, se non ne vuoi le finisco io. Che cosa stavo dicendo? Ah, sì. Sono
sempre stato seduto qui a mangiare e a lavorare sul mio discorso. Sai, per
il funerale.»
Quando il Cavaliere fu finalmente in grado di parlare senza balbettare, il
tono della sua voce si rivelò ancora più freddo e antipatico. «Padrona Lau-
ra ha mandato uno dei clienti a chiamarmi, perché la stavi spaventando con
i tuoi discorsi stravaganti e irrazionali. I miei superiori mi hanno ordinato
di riportarti in prigione. Inoltre, vorrebbero sapere», aggiunse in tono seve-
ro, «come hai fatto questa mattina a scappare dalla tua cella.»
«Sarò felice di tornare in prigione con te. È una prigione veramente bel-
la», replicò Tas educatamente. «Non ne avevo mai vista una a prova di
kender. Verrò con te subito dopo il funerale. Cerca di capirmi, l'ho già per-
so una volta. Non posso perdermelo di nuovo. Oh no, dimenticavo», sospi-
rò Tas. «Non posso tornare in prigione con te.» Quanto gli spiaceva di non
ricordare il nome del Cavaliere. D'altro canto non voleva chiederglielo: gli
sembrava poco cortese. «Al termine del funerale devo tornare immediata-
mente al mio tempo. Ho promesso a Fizban che non avrei vagabondato.
Visiterò la tua prigione un'altra volta, sei d'accordo?»
«Forse dovresti concedergli di restare, Gerard», disse Laura, avvicinan-
dosi a loro e torcendo nervosamente fra le mani un lembo del grembiule.
«Sembra così risoluto. Non vorrei che causasse guai. Inoltre», le lacrime
iniziarono a scorrerle sul viso, «forse dice la verità! Dopo tutto, mio padre
pensava che fosse Tasslehoff.»
Gerard! Ecco come si chiamava il Cavaliere. Tas si sentì immensamente
sollevato.
«Davvero?» esclamò Gerard in tono scettico. «Te lo aveva detto lui?»
«Sì», rispose Laura, asciugandosi gli occhi con il grembiule. «Quando il
kender è entrato, papà era seduto qui, al suo solito posto. Il kender si è di-
retto verso di lui dicendogli: "Ciao, Caramon! Sono venuto per parlare al
tuo funerale. E poiché sono arrivato in anticipo, ho pensato che forse ti a-
vrebbe fatto piacere sentire ciò che dirò". Il papà lo ha guardato sorpreso.
Inizialmente non penso gli credesse, ma poi lo ha osservato attentamente e
alla fine ha esclamato "Tas!" e lo ha abbracciato.»
«È vero.» Commosso, Tas tirò su ripetutamente con il naso. «Mi ha ab-
bracciato e mi ha detto che era felice di rivedermi e voleva sapere dove
fossi stato per tutti questi anni. Gli ho risposto che era una storia lunga e
che il tempo era proprio ciò che gli mancava e che quindi prima avrebbe
fatto bene ad ascoltare il mio discorso.» Non sapendo come risolvere la si-
tuazione, si pulì con la manica il naso ormai colante.
«Forse dovremmo permettergli di restare per il funerale», insistette Lau-
ra. «Penso che a papà avrebbe fatto piacere. Se tu potessi... beh... tenerlo
d'occhio.»
Gerard era chiaramente scettico. Cercò anche di discuterne con Laura,
ma quest'ultima aveva ormai preso la sua decisione e in questo assomiglia-
va molto a sua madre. Quando aveva deciso, nessuno, nemmeno un eserci-
to di draghi, avrebbe potuto farle cambiare idea.
Laura aprì la porta della taverna per lasciare entrare i raggi del sole, la
vita e coloro che erano giunti a dare l'estremo saluto al defunto. Caramon
Majere era stato deposto in una semplice bara di legno sistemata davanti al
grande camino nella taverna che aveva tanto amato. Quel giorno, il fuoco
non era stato acceso e soltanto la cenere riempiva il focolare. La gente di
Solace iniziò a sfilare silenziosa, soffermandosi qualche istante per offrire
al defunto un ultimo addio, una benedizione, un oggetto amato, un mazzo-
lino di fiori freschi.
Tutti notarono che l'espressione sul volto dell'uomo esprimeva una tran-
quilla serenità, sembrava persino felice, sicuramente più di quanto lo fosse
stato dalla morte dell'amata Tika. «Sono di nuovo insieme», sussurravano i
presenti, sorridendo fra le lacrime.
Laura se ne stava accanto alla porta a ricevere le condoglianze. Indossa-
va gli abiti che portava abitualmente per lavorare: una camicia candida, un
grembiule fresco di bucato, una graziosa gonna blu e una sottogonna bian-
ca. Molti le chiedevano perché non fosse vestita di nero dalla testa ai piedi.
«Il papà non avrebbe voluto», era la sua semplice risposta.
Era triste che nel momento dell'estremo saluto al padre, Laura non fosse
circondata dagli altri membri della famiglia. Dezra, la sorella, si trovava a
Haven intenta ad acquistare il luppolo per la famosa birra della taverna,
quando la terribile dragonessa Beryl aveva attaccato la città. Fortunata-
mente, era riuscita a fare avere sue notizie a Laura, rassicurandola sul pro-
prio stato di salute e informandola della sua impossibilità a lasciare la città,
poiché le strade non erano più sicure.
Palin, il figlio di Caramon, era partito da Solace per un altro dei suoi mi-
steriosi viaggi. Anche se sapeva dove si trovava, Laura non lo disse. La
moglie, Usha, una ritrattista di fama, aveva accompagnato Dezra a Haven.
Poiché Usha aveva dipinto i ritratti delle famiglie di alcuni comandanti dei
Cavalieri di Neraka, si stava dando da fare per cercare di ottenere la prote-
zione per potere tornare a casa sana e salva insieme alla cognata. I figli di
Usha, Ulin e Linsha, erano partiti all'avventura. Del secondo, un Cavaliere
Solamnico, non si avevano notizie da mesi. Mentre Ulin se n'era andato
dopo aver sentito parlare di un manufatto magico e attualmente ritenevano
si trovasse a Palanthas.
Tas se ne stava seduto sotto il controllo di Gerard. Osservando la gente
che sfilava lentamente, scuoteva la testa.
«Credetemi, non è così che dovrebbe essere il funerale di Caramon»,
continuava a ripetere.
«Chiudi la bocca, piccolo demonio», lo zittì Gerard in tono duro. «Per
Laura e i suoi amici sono già momenti sufficientemente difficili senza che
ti ci metta tu a peggiorarli con le tue chiacchiere.» Per sottolineare le sue
parole, afferrò con forza la spalla del kender e lo scosse violentemente.
«Mi fai male», protestò Tas.
«Bene», ringhiò Gerard. «Adesso fai il bravo e ubbidisci.»
Tas se ne restò tranquillo, atteggiamento quasi inaspettato da parte sua,
ma che in realtà gli costava meno fatica di quanto si sarebbe potuto imma-
ginare. Il suo inusuale silenzio era dovuto al nodo di tristezza che ancora
provava e del quale non riusciva a liberarsi. Una tristezza che si mescolava
alla confusione che gli offuscava la mente e che gli rendeva difficile pen-
sare chiaramente.
Il funerale di Caramon non si stava svolgendo come avrebbe dovuto. Lui
lo sapeva perché ci era già stato una volta e lo ricordava bene. E non era
così. Di conseguenza, non si stava divertendo come si aspettava.
Era tutto sbagliato. Totalmente sbagliato. Completamente e irrimedia-
bilmente sbagliato. Nessuno dei dignitari che avrebbe dovuto esserci, era
presente. Palin non era arrivato e Tas cominciava a pensare che Laura a-
vesse ragione nell'affermare che non sarebbe venuto. Lady Crysania non si
era vista. Goldmoon e Riverwind mancavano. Dalamar non era comparso
all'improvviso materializzandosi dal nulla e spaventando i presenti. Tas si
rese conto che non avrebbe potuto fare il suo discorso. Il groppo alla gola
era troppo forte: non ce l'avrebbe fatta. Un'altra cosa sbagliata.
La folla era numerosa; l'intera popolazione di Solace e delle comunità
vicine si erano riunite per salutare e ricordare un uomo amato e rispettato.
La gente era tanta, ma non quanta al primo funerale di Caramon.
Quest'ultimo venne sepolto vicino alla taverna che amava, accanto alle
tombe della moglie e dei figli. L'alberello di vallen che Caramon aveva
piantato in onore di Tika era giovane e robusto. Gli altri esemplari, piantati
per i figli morti prematuramente, erano ormai alti e rigogliosi e se ne sta-
vano eretti come i Cavalieri di Solamnia, che avevano accordato a Cara-
mon un onore riservato raramente ai civili: scortare la bara fino alla tomba.
Laura piantò l'albero di vallen alla memoria del padre nel cuore di Solace,
vicino a quello piantato per la madre. La coppia era stata il cuore di Solace
per anni e tutti approvarono la posizione scelta.
L'alberello se ne stava instabile nella terra appena smossa, sembrava
sperduto, sconsolato. La gente esternò i propri sentimenti, rese omaggio al
defunto. I Cavalieri inguainarono le spade con fare solenne e il funerale si
concluse. Ognuno tornò alla propria dimora.
La taverna restò chiusa per la prima volta da quando il Drago Rosso l'a-
veva sollevata e scagliata lontano dal suo albero nel corso della Guerra
delle Lance. Gli amici di Laura si offrirono di farle compagnia, ma la ra-
gazza rifiutò, dicendo che voleva stare sola. Mandò a casa Cook, che era in
uno stato tale che anche quando rientrò al lavoro, non aveva più bisogno di
salare le pietanze tante erano le lacrime che continuava a versare. Per
quanto riguarda il nano piagnucolone, non si era più mosso dall'angolo in
cui era crollato nel momento in cui aveva saputo della morte di Caramon.
Era rimasto accovacciato a gemere e a lamentarsi malinconicamente fino a
quando, con grande sollievo di tutti, si era addormentato.
«Addio, Laura», disse Tas, porgendole la mano. Lui e Gerard furono gli
ultimi ad andarsene. Il kender si era rifiutato di muoversi fino a quando
non fossero andati via tutti e non avesse constatato che niente di ciò che
avrebbe dovuto accadere era accaduto. «Il funerale è stato molto bello.
Non tanto quanto l'altro, ma immagino che non potessi farci niente. Conti-
nuo a non capire che cosa stia succedendo. Forse è per questo che Cara-
mon ha detto a sir Gerard di portarmi da Dalamar, e ci andrò, anche se te-
mo che Fizban mi accuserà di essermene andato a zonzo. Ad ogni modo,
addio e grazie.»
Laura guardò il kender, che non sembrava più allegro e contento ma
sconsolato, confuso, scoraggiato. D'istinto, si inginocchiò accanto a lui e lo
abbracciò.
«Sono convinta che tu sia veramente Tasslehoff», mormorò dolcemente.
«Grazie per essere venuto.» Lo strinse fino a togliergli il respiro, quindi si
voltò e corse oltre la porta che conduceva agli appartamenti privati della
famiglia. «Gerard, chiudi tu, vero?» gridò, chiudendo a chiave la porta die-
tro di sé.
Nella taverna scese il silenzio. Soltanto il fruscio delle foglie dell'albero
di vallen e lo scricchiolio dei rami riempivano l'aria. Il fruscio aveva un
che di piagnucoloso e sembrava che i rami stessero gemendo. Tas non a-
veva mai visto la taverna vuota. Guardandosi intorno, ricordò la sera in cui
si erano tutti incontrati di nuovo, dopo cinque anni di lontananza. Vedeva
il viso di Flint e udiva le sue burbere lamentele, vedeva Caramon che con
fare protettivo se ne stava accanto al fratello gemello e vedeva gli occhi
penetranti di Raistlin guardarsi intorno attentamente. Gli sembrava quasi di
udire la canzone di Goldmoon:

Avvampa di luce azzurra il bastone,


scompaiono entrambi:
l'erba è sparita,
l'autunno è arrivato.

«Sono scomparsi tutti», mormorò Tas, avvertendo un altro groppo alla


gola.
«Andiamo», disse Gerard.
La mano sulla spalla di Tas, il Cavaliere lo guidò verso la porta, dove lo
bloccò per alleggerirlo di svariati oggetti che gli erano casualmente finiti
nelle tasche. Gerard li lasciò sul bancone per permettere ai legittimi pro-
prietari di recuperarli. Fatto ciò, prese la chiave appesa a un gancio sulla
parete accanto alla porta e uscì insieme al kender. Dopo avere dato alcuni
giri di mandata alla porta, appese la chiave a un gancio fuori dalla taverna,
dove avrebbe potuto trovarla chi avesse avuto bisogno di una camera e
fosse giunto fuori orario.
«Dove andiamo?» domandò Tas, mentre scendevano le scale. «Che cosa
hai dentro a quel fagotto? Posso vedere? Mi porti da Dalamar? È tanto che
non lo vedo. Ti ho mai raccontato come ci siamo conosciuti? Io e Caramon
eravamo...»
«Tieni la bocca chiusa, d'accordo?» lo interruppe Gerard in tono secco.
«Mi stai facendo venire mal di testa con tutto questo blaterare. Vuoi sapere
dove stiamo andando? Ti riporto al presidio. E se non vuoi finire trapassa-
to dalla mia spada, non osare toccare questo fagotto.»
Da quel momento, il Cavaliere non disse più una parola, sebbene Tas
non facesse che subissarlo di domande, tentasse di indovinare il contenuto
del fagotto e implorasse Gerard di dargli qualche indizio. Quello che c'era
nel fagotto era più grande di un cestino per il pane? C'era forse un gatto?
Un gatto in un cestino? Fu tutto inutile. Il Cavaliere non aprì bocca. In
compenso, non mollò la presa sulla spalla del kender.
I due giunsero così al presidio solamnico, dove le guardie in servizio sa-
lutarono il Cavaliere in tono freddo e distaccato. Sir Gerard non contrac-
cambiò il saluto e si limitò a dire che aveva bisogno di vedere il Signore
degli Scudi. Le guardie, appartenenti alla scorta personale del Signore de-
gli Scudi, risposero che Sua Signoria era appena tornato dal funerale e a-
veva dato ordini di non essere disturbato. Perché Gerard voleva vederlo?
«È una questione personale», spiegò il Cavaliere. «Dite a Sua Signoria
che ho bisogno che venga presa una decisione dalla Misura. È urgente.»
Una guardia si allontanò. Tornò dopo alcuni istanti dicendo, a malincuo-
re, che sir Gerard poteva entrare.
Quest'ultimo si incamminò con Tas al seguito.
«Quanta fretta, signore», esclamò la guardia, bloccando il passaggio con
l'alabarda. «Il Signore degli Scudi non ha parlato anche di un kender.»
«Il kender è sotto la mia custodia», replicò Gerard, «come mi è stato or-
dinato da Sua Signoria. Non ho ricevuto il permesso di lasciarlo sotto la
protezione di altri. Tuttavia, sarò felice di lasciarlo qui, se mi garantirete
che non combinerà alcun guaio per tutto il tempo che sarò con Sua Signo-
ria, probabilmente diverse ore vista la complessità del mio problema, e che
al mio ritorno lo ritroverò qui.»
Il Cavaliere di guardia esitò.
«Sarà felice di raccontarvi come conobbe il mago Dalamar», aggiunse
Gerard in tono secco.
«Portatelo con voi», disse l'altro.
Tas e la sua scorta entrarono nella guarnigione, passando attraverso il
portale sistemato al centro di un'alta staccionata, realizzata con pali in le-
gno dall'estremità appuntita e affilata. All'interno della guarnigione si tro-
vavano le stalle per i cavalli, un piccolo campo di addestramento per il tiro
con l'arco e svariati edifici. Non era una guarnigione particolarmente gran-
de. Essendo stata costruita per accogliere i soldati destinati alla guardia
della Tomba degli Ultimi Eroi, era stata ampliata in un secondo tempo per
ospitare i Cavalieri che avrebbero probabilmente opposto una strenua dife-
sa di Solace, in caso la dragonessa Beryl avesse attaccato.
Negli ultimi tempi Gerard aveva pensato, con una certa esaltazione, che i
giorni di guardia alla Tomba volgevano forse al termine e che la battaglia
con la dragonessa era imminente, sebbene a tutti i Cavalieri fosse stato or-
dinato di evitare ogni accenno a una simile eventualità. I Cavalieri non a-
vevano le prove che Beryl stesse preparandosi ad aggredire Solace e non
volevano provocare un suo attacco. Ma i comandanti solamnici stavano si-
lenziosamente facendo i loro piani.
All'interno della palizzata, si trovava un edificio lungo e basso che ospi-
tava le camerate degli ufficiali e dei soldati ai loro ordini. Inoltre, vi erano
numerosi fabbricati annessi, utilizzati come magazzini e un edificio ammi-
nistrativo, dove risiedeva il capo della guarnigione.
L'aiutante di campo di Sua Signoria andò incontro a Gerard e lo fece ac-
comodare. «Sua Signoria, sarà subito da voi, sir Gerard», disse l'aiutante.
«Gerard!» esclamò una voce di donna. «Che piacere vederti! Mi sem-
brava di avere sentito il tuo nome.»
Lady Warren era un'affascinante signora di circa sessant'anni, dai capelli
bianchi e dalla carnagione color dell'ambra. Nei loro quarant'anni di ma-
trimonio, aveva sempre seguito il marito in ogni spostamento. In quel
momento, indossava un grembiule coperto di farina. Baciò Gerard sulla
guancia, che era rimasto rigido sull'attenti, l'elmo sotto il braccio, e lanciò
un'occhiata interrogativa al kender.
«Oh, perbacco», esclamò. «Midge!» gridò con una voce che sarebbe ri-
suonata al di sopra del clangore di un campo di battaglia, «metti sotto
chiave i miei gioielli!»
«Tasslehoff Burrfoot, signora», disse Tas, porgendo la mano.
«E chi non lo è di questi tempi?» commentò lady Warren, affrettandosi a
nascondere dietro il grembiule le mani, che sebbene fossero infarinate,
sfoggiavano anelli dall'aspetto interessante. «E come stanno la tua cara
mamma e il tuo caro papà, Gerard?»
«Molto bene, grazie, signora», rispose Gerard.
«Che ragazzaccio», lo rimproverò lady Warren, scuotendo un dito. «Non
hai assolutamente idea di come stiano. Sono due mesi che non scrivi a tua
madre. La poveretta ha scritto a mio marito per lamentarsi e chiedergli, in
modo commovente, notizie sulla tua salute. Che vergogna. Fare preoccu-
pare così la tua mamma! Sua Signoria le ha promesso che le avresti scritto
immediatamente. Non mi sorprenderebbe se ti facesse sedere e comporre
la lettera mentre sei qui con lui.»
«Sì, signora», disse Gerard.
«Ora devo tornare in cucina. Io e Midge stiamo preparando un centinaio
di forme di pane da portare a Laura per aiutarla a fare andare avanti la lo-
canda, povera ragazza. Ah, oggi è una triste giornata per Solace.» Lady
Warren si asciugò il viso con la mano, lasciando sulle guance tracce di fa-
rina.
«Sì, signora», ripeté Gerard.
«Potete entrare», disse l'aiutante, aprendo una porta che dal corpo prin-
cipale conduceva agli appartamenti privati di Sua Signoria.
Prima che se ne fosse andato, lady Warren raccomandò a Gerard di ri-
cordarla a sua madre. Con voce atona, il Cavaliere promise che lo avrebbe
fatto. Salutò con un inchino e seguì l'aiutante.
Un uomo ben piazzato, di mezza età e dalla carnagione scura, tipica del-
la gente dell'Ergoth del sud, salutò affettuosamente il giovane, un saluto
che quest'ultimo ricambiò con un calore inusuale.
«Sono felice che tu sia passato, Gerard», disse lord Warren. «Accomo-
dati. Allora, questo è il kender, giusto?»
«Sì, signore. Grazie, signore. Sarò da voi fra un secondo.» Gerard tra-
scinò Tas verso una sedia, lo obbligò a sedersi e iniziò a darsi da fare con
una fune. A gran velocità legò i polsi del kender ai braccioli della sedia,
tanto che Tas non ebbe nemmeno il tempo di protestare. Per completare
l'opera, estrasse un fazzoletto e imbavagliò il kender.
«È proprio necessario?» domandò lord Warren in tono garbato.
«Se vogliamo fare un discorso con un filo logico, sì, è necessario», re-
plicò Gerard, prendendo una sedia. Depose il misterioso fagotto ai suoi
piedi, sul pavimento. «Altrimenti non sentirete altro che racconti su come
questa è stata la seconda volta in cui Caramon Majere è morto e su come
questo funerale sia stato diverso dall'altro. Vi sorbireste inoltre l'intero e-
lenco dei nomi dei personaggi presenti al primo e assenti al secondo.»
«Capisco.» Sul volto di lord Warren si dipinse un'espressione compas-
sionevole. «Deve essere uno degli "afflitti". Poveretto.»
«Chi sono gli "afflitti"?» domandò Tas, solo che a causa del bavaglio le
sue parole si mischiarono in un incomprensibile borbottio a cui nessuno
prestò attenzione e a cui nessuno si diede la pena di rispondere.
Gerard e lord Warren iniziarono a parlare del funerale. Sua Signoria ri-
cordò Caramon con parole così affettuose che Tas venne assalito dalla tri-
stezza al punto tale, che il bavaglio divenne inutile.
«E adesso, Gerard, che cosa posso fare per te?» domandò lord Warren
quando ebbero concluso l'argomento «funerale». «Il mio aiutante mi ha
detto che hai una questione da sottoporre alla Misura.»
«Sì, signore. Ho bisogno di una decisione.»
«Tu, Gerard?» esclamò lord Warren, sorpreso inarcando un sopracciglio.
«E da quando ti preoccupi degli ordini della Misura?»
Gerard arrossì, a disagio.
L'alto ufficiale sorrise di fronte all'imbarazzo del Cavaliere. «Ho saputo
che sei stato molto chiaro nell'esprimere ciò che pensi del modo "gretto e
antiquato" di legiferare...»
Gerard si agitò, sempre più imbarazzato. «Può essere, signore, che in
qualche occasione io abbia espresso le mie perplessità su alcuni precetti
della Misura...»
L'espressione del viso di lord Warren era sempre più scettica.
Gerard decise che era meglio cambiare argomento. «Signore, debbo par-
larvi di un imbarazzante episodio avvenuto ieri. Erano presenti molti civili.
Sicuramente si faranno delle domande.»
«Debbo indire il Consiglio dei Cavalieri?» domandò Sua Signoria in to-
no grave.
«No, mio signore. Nutro per voi un profondo rispetto e accetterò co-
munque la vostra decisione. Mi è stato affidato un compito e ho bisogno di
sapere se devo portarlo a termine o se posso rifiutarlo con onore.»
«Chi ti ha dato questo compito? Un altro Cavaliere?» Lord Warren sem-
brava inquieto. Sapeva che fra Gerard e gli altri cavalieri della guarnigione
non correva buon sangue e aveva sempre temuto l'insorgere di qualche li-
tigio, culminante in qualche stupida sfida sul terreno di un duello.
«No, signore», rispose il giovane con voce pacata. «L'incarico mi è stato
affidato da un uomo moribondo.»
«Ah!» esclamò lord Warren. «Caramon Majere.»
«Esatto, signore.»
«Un'ultima richiesta?»
«Non proprio una richiesta», spiegò Gerard. «Un compito. Direi quasi
un ordine, se non fosse che Majere non era un Cavaliere.»
«Non per nascita», precisò lord Warren, «ma per bontà d'animo non c'e-
ra Cavaliere migliore.»
«Sì, signore.» Detto ciò, Gerard fece una pausa. Tas notò, per la prima
volta, che il giovane era realmente addolorato per la morte di Caramon.
«Secondo le norme stabilite dalla Misura, l'ultimo desiderio di una crea-
tura in punto di morte è sacro e se possibile per un essere mortale, deve es-
sere esaudito. La Misura non fa differenza fra cavalieri, maschi o femmine,
umani, elfi, gnomi, nani o kender. Il tuo onore ti impone di accettare l'inca-
rico, Gerard.»
«Se possibile per un essere mortale», sottolineò il giovane.
«Sì», affermò lord Warren. «Così dice la Misura. Figliolo, vedo che sei
terribilmente combattuto. Se ti è permesso farlo senza venire meno a una
promessa, svelami la natura dell'ultimo desiderio di Caramon.»
«Non vengo meno ad alcuna promessa, signore. E comunque, dovrei
dirvelo in ogni modo, poiché nel caso accettassi questo compito, avrei bi-
sogno del vostro permesso per allontanarmi da Solace. Caramon Majere
mi ha chiesto di portare il kender qui presente, che sostiene di essere Tas-
slehoff Burrfoot, morto circa trent'anni fa, da Dalamar.»
«Il mago Dalamar?» domandò Sua Signoria, stupito.
«Sì, mio signore. Ecco come sono andate le cose. Quando ormai era in
fin di vita, Caramon ha detto qualcosa a proposito del fatto di trovarsi nuo-
vamente con la moglie defunta. Quindi ha iniziato a guardarsi intorno, co-
me se stesse cercando un volto particolare nella folla riunitasi intorno a lui.
"Ma dov'è Raistlin?", ha chiesto.»
«Era suo fratello gemello», lo interruppe lord Warren.
«Sì, signore. Caramon ha aggiunto, "Aveva detto che mi avrebbe aspet-
tato". Laura mi ha spiegato che Raistlin aveva accettato di aspettare il fra-
tello prima di lasciare questo mondo per quello successivo. Caramon dice-
va spesso che, poiché erano gemelli, uno non poteva entrare nel regno be-
nedetto senza l'altro.»
«Dubito che a Raistlin Majere venga permesso di entrare in un qualsiasi
"regno benedetto"», commentò in tono asciutto lord Warren.
«Ben detto, signore», affermò Gerard, sfoggiando un sorrisetto sarcasti-
co. «Sempre che esista un regno benedetto. Personalmente ho qualche
dubbio...»
Si fermò, imbarazzato. L'alto ufficiale lo fissava con sguardo severo e
accigliato. Gerard decise di lasciare a un'altra volta eventuali disquisizioni
filosofiche.
«Caramon ha detto anche qualcosa del tipo: "Raistlin dovrebbe essere
qui. Con Tika. Non capisco. C'è qualcosa che non va. Tas... Ciò che ha
detto Tas... Un futuro diverso... Dalamar ne sarà al corrente... Porta Tas-
slehoff da Dalama". Era così sconvolto che ho avuto l'impressione che non
sarebbe morto in pace se non gli avessi promesso di fare come mi aveva
chiesto. Così ho promesso.»
«Il mago Raistlin è morto da più di cinquant'anni!» esclamò lord War-
ren.
«Sì, signore. Burrfoot, il cosiddetto eroe, è morto da una trentina d'anni,
perciò questo non può essere lui. E il mago Dalamar è scomparso. Nessuno
l'ha visto o ha avuto sue notizie dalla scomparsa della torre dell'Alta Magi-
a. Pare sia stato dichiarato morto dai membri dell'ultimo Conclave.»
«Sì, è vero. Mi è stato confermato da Palin Majere. Ma non ne abbiamo
le prove e abbiamo a che fare con l'ultimo desiderio di un uomo in fin di
vita. Sono incerto sul da farsi.»
Gerard lo osservava silenzioso. Tas sarebbe anche intervenuto, se non
fosse stato per il bavaglio e per la convinzione che niente di ciò che avreb-
be potuto dire avrebbe cambiato la situazione. Per essere sinceri, Tas stes-
so non sapeva che cosa fare. Fizban era stato molto chiaro ordinandogli di
presenziare al funerale e quindi di tornare immediatamente indietro. «Non
vagabondare!» erano state le parole esatte dell'anziano mago e non sem-
brava scherzasse quando le aveva pronunciate. Tas se ne stava sulla sedia,
masticando pensoso il bavaglio e chiedendosi quale fosse il significato e-
satto della parola «vagabondare».
«Ho qualcosa da mostrarvi, signore», disse Gerard. «Con il vostro per-
messo...»
Gerard sollevò il fagotto, lo appoggiò sulla scrivania di lord Warren e i-
niziò a slegare la corda che lo chiudeva.
Nel frattempo, Tas era riuscito a liberarsi le mani. Avrebbe potuto to-
gliersi il bavaglio e andarsene in giro a esaminare la stanza, che trovava e-
stremamente interessante per le eleganti spade appese alla parete, per uno
scudo e un baule ricolmo di mappe. Fissò con sguardo bramoso queste ul-
time e i suoi piedi stavano per muoversi in quella direzione, ma la curiosità
di vedere che cosa contenesse il fagotto del Cavaliere era tale che restò in-
collato alla sedia.
Gerard stava impiegando un'eternità per aprirlo; anzi, sembrava avere
qualche problema con i nodi.
Tas si sarebbe offerto di aiutarlo, ma in precedenza Gerard non sembra-
va avere apprezzato i suoi buoni intenti. Così si tenne occupato guardando
i granelli di sabbia che cadevano in una clessidra e cercando di contarli.
Ma non era facile, poiché i granelli cadevano alquanto velocemente e spes-
so in gruppi di due o tre alla volta.
Era arrivato circa a cinquemilasettecentrotrentasei, quando la sabbia finì.
Gerard stava ancora litigando con i nodi. Lord Warren allungò la mano e
voltò la clessidra. Tas riprese a contare. «Uno, due, trequattrocinque...»
«Finalmente!» mormorò Gerard, slegando il fagotto.
Tas smise di contare i granelli di sabbia e allungò il collo per vedere
meglio.
Gerard arrotolò i lembi del sacco intorno all'oggetto, facendo attenzione,
come osservò Tas, a non toccarlo. Oro e pietre preziose brillarono e scintil-
larono sotto i raggi del sole quasi al tramonto. Tas era così eccitato che sal-
tò giù dalla sedia e si strappò il bavaglio dalla bocca.
«Hei!» gridò, allungando la mano. «È come il mio! Dove l'hai preso?
Parla!» esclamò, osservando attentamente l'oggetto. «Ma è il mio!»
Gerard chiuse la mano su quella del kender, che si trovava ormai a pochi
centimetri dal prezioso monile. Lord Warren lo fissava a bocca aperta.
«L'ho trovato nella tasca del kender, signore», spiegò Gerard. «La scorsa
notte, quando gli abbiamo dato la caccia e poi lo abbiamo rinchiuso in pri-
gione. Prigione che, devo ammettere, non è a prova di kender come pensa-
vamo. Non ne sono certo, dopo tutto non sono un mago, ma l'aggeggio
sembra essere magico. Alquanto magico.»
«È magico», esclamò Tasslehoff con orgoglio. «È così che sono arrivato
qui. Apparteneva a Caramon, ma lui aveva sempre paura che qualcuno lo
rubasse e ne facesse un cattivo uso, io stesso non riesco a immaginare chi
potrebbe fare una cosa simile. Mi offrii di custodirlo ma Caramon non vol-
le, poiché riteneva che dovesse essere conservato in un luogo veramente
sicuro. Allora si fece avanti Dalamar; Caramon glielo diede e lui...» Tas si
interruppe, perché nessuno lo ascoltava.
Lord Warren aveva tolto le mani dalla scrivania. L'oggetto aveva le di-
mensioni di un uovo ed era incastonato di luccicanti pietre. Da un attento
esame, si accorsero che era costituito da una miriade di piccole parti che
sembravano semoventi. Lord Warren lo osservò con circospezione. Nel
frattempo, Gerard teneva bloccato il kender.
Il sole era ormai basso all'orizzonte, i raggi filtravano obliqui attraverso i
vetri. Una fresca penombra invase l'ufficio. L'oggetto emanava una propria
luce, scintillante.
«Non ho mai visto niente del genere», commentò lord Warren attonito.
«Neanch'io, signore», disse Gerard. «Ma Laura sì.»
Sua Signoria sollevò lo sguardo, sorpreso.
«Mi ha detto che il padre aveva un oggetto come questo. Lo teneva sotto
chiave in un nascondiglio segreto in una stanza della taverna dedicata alla
memoria di Raistlin, il fratello gemello. Ricorda perfettamente il giorno in
cui, alcuni mesi prima dello scoppio della Guerra del Caos, il padre ha pre-
so l'oggetto dal nascondiglio segreto e lo ha dato a...» Gerard si fermò.
«Dalamar?» esclamò lord Warren, incredulo. Guardò nuovamente il gio-
iello. «Il padre le ha spiegato quali proprietà magiche possiede?»
«Le ha raccontato che gli era stato dato da Par-Salian, che grazie alle sue
proprietà magiche aveva viaggiato indietro nel tempo.»
«È vero», s'intromise Tasslehoff. «Sono andato con lui. Ecco perché sa-
pevo come funzionava. Vedete, mi era venuto in mente che forse non sarei
sopravvissuto a Caramon...»
Lord Warren disse una sola parola, con enfasi e sincerità. Tas ne fu im-
pressionato. I Cavalieri non erano soliti dire cose simili.
«Pensi sia possibile?» domandò lord Warren, posando lo sguardo su Tas
e fissandolo come se gli fossero spuntate due teste.
È chiaro che non ha mai visto un troll. Questa gente dovrebbe muoversi
un po' di più, pensò il kender.
«Pensi che questo sia il vero Tasslehoff Burrfoot?»
«Caramon Majere pensava che lo fosse, signore.»
L'alto ufficiale guardò nuovamente il misterioso oggetto. «È chiaramen-
te un manufatto antico. Oggi nessun mago è in grado di creare un oggetto
magico come questo. Persino io ne avverto il potere, e non sono certo un
mago, cosa di cui ringrazio il fato.» Spostò ancora lo sguardo su Tas. «No,
non è possibile. Il kender lo ha rubato e si è inventato questa bizzarra sto-
ria per nascondere il suo reato. Dobbiamo restituire l'oggetto ai maghi, lo-
gicamente e per ovvie ragioni, non al mago Dalamar.» Rifletté alcuni i-
stanti, quindi riprese: «E comunque, è fondamentale tenere l'oggetto lonta-
no dalle mani del kender. Dove si trova Palin Majere? Ritengo sia necessa-
rio consultarlo.»
«Ma non potete impedire allo strumento di tornare nelle mie mani», sot-
tolineò Tas. «È sempre tornato da me e così sarà anche questa volta. Par-
Salian - il grande Par-Salian, che ho avuto l'onore di conoscere - era molto
rispettoso dei kender. Molto.» Così dicendo, fissò Gerard con sguardo se-
vero, sperando che il Cavaliere capisse l'allusione. «Par-Salian ha detto a
Caramon che l'oggetto è stato progettato magicamente per tornare sempre
dalla persona che lo usa. Si tratta di una precauzione per impedire che si
finisca proiettati nel tempo senza la possibilità di tornare a casa. Una parti-
colarità che si è rivelata molto utile, visto che ho la tendenza a perdere le
cose. Pensate che una volta ho perso addirittura un mammut. Mi trova-
vo...»
«Sono d'accordo, signore», disse Gerard a voce alta. «Sta' zitto, kender.
Parla quando sei interrogato.»
«Scusate», intervenne ancora Tas, che iniziava ad annoiarsi. «Visto che
non avete intenzione di ascoltarmi, posso dare un'occhiata alle mappe? Le
adoro.»
Lord Warren agitò la mano. Tas si avvicinò al baule e si immerse nella
lettura delle mappe, che erano veramente interessanti, ma più le guardava e
più si sentiva confuso.
Gerard abbassò la voce a un livello tale che non fu facile per Tas sentir-
lo. «Sfortunatamente, signore, Palin Majere si trova in missione segreta nel
regno elfico di Qualinesti, per consultarsi con i maghi elfici. Incontri simili
sono stati messi al bando dalla dragonessa Beryl e se venisse a sapere dove
si trova il mago, la sua punizione sarebbe terribile.»
«Eppure resto convinto che deve essere avvertito subito.»
«Bisogna avvisarlo anche della morte del padre. Se mi concederete il
permesso di partire, signore, mi assumerò l'impegno di portare il kender, e
questo oggetto, a Qualinesti, dove li affiderò entrambi a Palin Majere, al
quale darò inoltre la triste notizia della dipartita paterna. Parlerò a Palin
della richiesta in punto di morte del padre e gli chiederò se ritiene che io
debba assolvere l'incarico. Probabilmente mi solleverà dal compito.»
L'espressione preoccupata di lord Warren si attenuò. «Hai ragione. Dob-
biamo riporre la questione nelle mani del figlio. Se riterrà l'ultima richiesta
del padre impossibile da soddisfare, potrai, con onore, rinunciare. Tuttavia,
vorrei che non dovessi andare a Qualinesti. Non sarebbe più prudente a-
spettare il ritorno del mago?»
«Non c'è modo di sapere quando questo avverrà, signore. Soprattutto ora
che Beryl ha chiuso le strade. Ritengo la questione della massima urgenza.
Inoltre», Gerard abbassò ulteriormente la voce, «avremmo dei problemi a
tenere qui il kender per un tempo indefinito.»
«Fizban mi ha detto di tornare subito indietro», li informò Tas. «Non
devo vagabondare. Ma mi piacerebbe molto incontrare Palin e chiedergli
perché il funerale era tutto sbagliato. Pensate che possa essere considerato
"vagabondare"?»
«Qualinesti si trova nel cuore del territorio di Beryl», stava dicendo lord
Warren. «Quella terra è governata dai Cavalieri di Neraka, che sarebbero
ben felici di mettere le mani su uno del nostro ordine. E se non saranno i
Cavalieri di Neraka a catturarti e giustiziarti come spia, ci penseranno gli
elfi. Un nostro esercito non può entrare in quel regno e sopravvivere.»
«Non sto chiedendovi un esercito, signore. Non voglio una scorta», af-
fermò Gerard in tono deciso. «Preferirei viaggiare da solo. Veramente»,
aggiunse con enfasi. «Vi chiedo il permesso di sollevarmi momentanea-
mente dai miei compiti, signore.»
«Accordato, certo.» Lord Warren scosse la testa. «Anche se non so che
cosa dirà tuo padre.»
«Dirà che è fiero di suo figlio, poiché voi gli riferirete che sono impe-
gnato in una missione di estrema importanza per poter esaudire l'ultimo
desiderio espresso da un uomo moribondo.»
«Stai per metterti in una situazione di grande pericolo», commentò lord
Warren. «Non gli piacerà di sicuro. A tua madre poi...» Aggrottò la fronte
all'idea.
Gerard si eresse in tutta la persona. «Sono un Cavaliere da dieci anni, si-
gnore, e tutto ciò che ho dovuto fare è togliere la polvere di una tomba dai
miei stivali. Mi dovete questa avventura, signore.»
Lord Warren si alzò. «Ecco la mia decisione. La Misura ritiene sacro
l'ultimo desiderio di una creatura in punto di morte. Il nostro onore ci im-
pone di soddisfarlo, se possibile a essere mortale. Andrai a Qualinesti e ti
consulterai con il mago Palin. Lo ritengo un uomo di giudizio e buon sen-
so, per essere un mago, ovviamente. Non bisogna aspettarsi troppo. Tutta-
via, ritengo che tu possa contare su di lui per stabilire il corretto compor-
tamento da seguire. O, per lo meno, per portare via il kender e questo ma-
nufatto magico dalle nostre mani.»
«Grazie, signore.» Gerard appariva incredibilmente felice.
Certo che è felice, pensò Tasslehoff. Sta per recarsi in una terra sotto il
dominio di un drago, che ha chiuso tutte le strade, e forse verrà catturato
dai Cavalieri Scuri, che lo riterranno una spia e se tutto ciò non dovesse
accadere, raggiungerà il regno degli elfi e incontrerà Palin, Laurana e Gil-
thas.
Il piacevole pizzicore tanto familiare ai kender, un pizzicore al quale
amavano abbandonarsi, iniziò a farsi sentire alla spina dorsale di Tassle-
hoff. In un baleno, il pizzicore si diffuse fino ai piedi, che iniziarono a
prudere, sfrecciò nelle braccia fino alle dita, che iniziarono ad agitarsi, e su
fino alla testa. Sentiva i capelli arricciarsi dall'eccitazione.
Il pizzicore gli arrivò alle orecchie e, a causa del forte afflusso di sangue
alla testa, Tasslehoff notò che la raccomandazione di Fizban di ritornare
immediatamente iniziava a perdersi fra pensieri di Cavalieri Scuri, di spie
e, soprattutto, della Strada.
Inoltre, pensò, sir Gerard conta che io lo accompagni! Non posso delu-
dere un Cavaliere. E poi c'è la faccenda di Caramon. Non posso deludere
nemmeno lui, anche se cadendo dalle scale ha picchiato la testa una volta
di troppo.
«Verrò con te, sir Gerard», annunciò Tas con fare magnanimo. «Ci ho ri-
flettuto attentamente e non mi sembra di perdere tempo vagabondando. Si
tratta di una ricerca. E sono sicuro che Fizban non avrà niente da ridire.»
«Penserò a qualcosa da raccontare a tuo padre per calmarlo», stava di-
cendo lord Warren. «C'è niente che posso procurarti per questa missione?
Come viaggerai? Sai che secondo le norme della Misura non ti è concesso
celare la tua vera identità.»
«Viaggerò come un Cavaliere, signore», replicò Gerard. «Vi do la mia
parola.»
Lord Warren lo fissò con sguardo indagatore. «Hai in mente qualcosa.
No, non dirmelo. Meno ne so e meglio è.» Guardò l'oggetto luminoso sul
tavolo e sospirò. «Magia e kender. Una combinazione che potrebbe essere
fatale. Ti do la mia benedizione, figliolo.»
Gerard avvolse l'oggetto magico nel fagotto. Lord Warren lasciò la scri-
vania per accompagnare il giovane alla porta, seguito da Tasslehoff. Prima
di uscire, Gerard tolse numerose mappe che sembravano avere trovato una
nuova dimora nella camicia del kender.
«Le avevo prese perché venissero corrette», affermò Tas, guardando lord
Warren con fare accusatorio. «I vostri disegnatori sono veramente scarsi.
Hanno commesso molti errori. I Cavalieri Scuri non si trovano più a Palan-
thas. Li abbiamo cacciati via due anni dopo la fine della Guerra del Caos.
E perché quel ridicolo cerchio, simile a una bolla, intorno a Silvanesti?»
I Cavalieri, immersi in un'importante discussione legata alla missione di
Gerard, non prestarono attenzione alle parole del kender. Tas estrasse una
mappa che era riuscito a cacciare nei pantaloni e che in quel momento lo
pungeva in un punto anatomicamente sensibile. La spostò dai pantaloni al-
la tasca e nel fare ciò le nocche sfiorarono un oggetto ovale, duro e affila-
to.
Il Congegno per Viaggiare nel Tempo. Lo strumento, che lo avrebbe ri-
portato alla sua epoca, era tornato da lui, come doveva essere. Era nuova-
mente in suo possesso. L'ordine severo di Fizban gli risuonò nelle orec-
chie.
Guardò lo strumento, pensò a Fizban e rifletté sulla promessa fatta al-
l'anziano mago. Non c'era che una cosa da fare.
Tenendo ben stretto l'oggetto e facendo attenzione a non attivarlo, scivo-
lò dietro a Gerard - totalmente assorbito dalla conversazione con lord War-
ren - e silenziosamente come solo un kender sapeva fare, riuscì a sfilare un
lembo del fagotto facendovi scivolare dentro il dispositivo.
«E resta lì!» gli ordinò in tono severo.
VII

LA SCORCIATOIA DI BECKARD

Situata sulla costa del Mare Nuovo, Sanction era il maggior porto per la
parte nordorientale di Ansalon. Era una città antica, fondata molto prima
del Cataclisma. Non si sa molto con certezza della sua storia tranne che,
precedentemente a quest'ultimo, era stata un luogo piacevole in cui vivere.
Molti si sono chiesti come abbia acquisito il suo strano nome. Racconta
la leggenda che c'era una volta nel piccolo villaggio una donna anziana le
cui opinioni erano ben note e rispettate. Dispute e disaccordi riguardo a
qualunque cosa, dal possesso di barche ai contratti matrimoniali, le veni-
vano sottoposti. Lei ascoltava tutte le parti e poi emetteva i suoi verdetti,
famosi per essere equi e imparziali, saggi e ponderati. «L'ha sanzionato la
vecchia» era la reazione ai suoi giudizi, e il paesino in cui risiedeva diven-
ne noto come posto di autorità e di legge.
Quando gli dei, nella loro collera, gettarono contro il mondo la monta-
gna di fuoco, questa colpì il continente di Ansalon, facendolo a pezzi.
L'acqua dell'Oceano di Sirrion sgorgò nelle crepe e nelle fenditure appena
formate, creando un mare, cui i pragmatici diedero il nome appropriato di
Mare Nuovo. I vulcani della Catena del Fato esplosero furiosamente, ver-
sando su Sanction fiumi di lava.
Poiché l'umanità sempre resiste, pronta a volgere i disastri a proprio van-
taggio, coloro che avevano un tempo lavorato la terra, raccogliendo fagioli
e orzo, passarono dall'aratro alla rete, raccogliendo i frutti del mare. Piccoli
villaggi di pescatori spuntarono sulla costa del Mare Nuovo.
La gente di Sanction si spostò sulle spiagge, dove la brezza di terra por-
tava via i fumi dei vulcani. La città prosperò, ma non crebbe significativa-
mente finché non arrivarono le alte navi. Avventurosi marinai di Palanthas
portarono le loro imbarcazioni nel Mare Nuovo, sperando di trovare un
passaggio rapido e agevole per l'altra parte del continente, evitando così il
lungo e insidioso viaggio verso nord attraverso il Mare di Sirrion. Le spe-
ranze dei ricognitori furono infrante: il passaggio non esisteva. Tuttavia,
scoprirono un porto naturale a Sanction, un percorso terrestre non troppo
difficile, e mercati che aspettavano la loro merce dall'altra parte dei Monti
Khalkist.
La città cominciò a fiorire, a espandersi e, come ogni bambino che cre-
sce, a sognare. Sanction si vide come un'altra Palanthas: famosa, solida,
ricca. Ma i sogni non si avverarono. I Cavalieri Solamnici sorvegliavano
Palanthas, la proteggevano, la governavano con il Giuramento e la Misura.
Sanction apparteneva a chiunque avesse la forza e il potere di appropriar-
sene. La città crebbe testarda e viziata, senza codici, senza leggi, e con un
mucchio di denaro.
Sanction non era schizzinosa sui suoi compagni: accoglieva gli avidi, i
rapaci, i privi di scrupoli. Ladri e briganti, truffatori e prostitute, imbro-
glioni e assassini la chiamavano casa.
Venne il tempo in cui Takhisis, Regina delle Tenebre, cercò di ritornare
nel mondo. Radunò eserciti per conquistare Ansalon nel suo nome. Aria-
kas, loro generale, riconobbe il valore strategico di Sanction per Neraka,
città santa della Regina, e per l'avamposto militare di Khur. Lord Ariakas
marciò con le truppe su Sanction, e conquistò la città, che oppose scarsa
resistenza. Lì costruì templi alla sua Regina, e stabilì il suo quartier gene-
rale.
I Signori del Fato, i vulcani che circondavano Sanction, sentirono il ca-
lore dell'ambizione della Regina ribollire sotto di loro, e tornarono alla vi-
ta. Emisero torrenti di lava, che la notte accendevano la città di un bagliore
rosseggiante. Il terreno tremava e vibrava. Le taverne di Sanction persero
una fortuna in terraglie rotte, e cominciarono a servire il cibo su piatti di
latta, e le bevande in tazze di legno. L'aria era velenosa, densa di fumi sol-
forosi. Stregoni dalle vesti nere lavoravano costantemente per mantenere
abitabile la città.
Takhisis partì alla conquista del mondo, ma alla fine il suo sogno andò
in fumo. I suoi generali litigarono, si attaccarono l'un l'altro. L'amore e
l'abnegazione, la lealtà e l'onore prevalsero. Le pietre di Neraka giacquero
distrutte e maledette nell'oscura vallata che portava a Sanction.
I Cavalieri Solamnici marciarono sulla città; se ne impadronirono dopo
una battaglia campale con i suoi abitanti. Riconoscendo l'importanza stra-
tegica e finanziaria di Sanction per quella parte di Ansalon, vi stabilirono
una forte guarnigione. Abbatterono i templi del male, incendiarono i mer-
cati di schiavi, demolirono i bordelli. Il Conclave degli Stregoni mandò dei
maghi perché continuassero a purificare l'aria velenosa.
Quando, una ventina d'anni dopo, i Cavalieri di Takhisis cominciarono
ad accumulare potere, Sanction occupava uno dei primi posti nella lista
delle loro priorità. Avrebbero potuto espugnarla. Anni di pace avevano re-
so assonnati e annoiati i Cavalieri Solamnici, che dormicchiavano nelle lo-
ro postazioni. Ma prima che i Cavalieri Scuri potessero attaccare Sanction,
la Guerra del Caos distolse la loro attenzione, e risvegliò i Solamnici, al-
lontanandoli.
La guerra del Caos finì. Gli dei se ne andarono. Gli abitanti di Sanction
si resero conto della loro sparizione. Anche la magia - così come l'avevano
conosciuta - era sparita. Chi era sopravvissuto alla guerra ora rischiava la
morte per asfissia, per colpa dei fumi nocivi. La gente fuggì dalla città,
corse alle spiagge per respirare la limpida aria di mare. E così, per qualche
tempo, Sanction tornò al punto di partenza.
Uno stregone strano e misterioso di nome Hogan Bight non solo le resti-
tuì la gloria primitiva, ma l'aiutò a superare se stessa. Fece quel che nessun
altro mago era stato in grado di fare: non solo ripulì l'aria, ma allontanò la
lava dalla città. L'acqua, fresca e pura, scorreva dalle cime innevate. E si
poteva uscire e tirare un respiro profondo senza piegarsi in due tossendo e
ansimando.
Più vecchia e più saggia, Sanction divenne prospera, ricca e rispettabile.
Sotto la protezione e l'incoraggiamento di Bight, mercanti buoni e onesti vi
si trasferirono. Sia i Cavalieri Solamnici che i Cavalieri di Neraka avvici-
narono Bight, e ciascuna parte si offrì di stabilirsi in città, fornendo prote-
zione contro l'altra.
Bight diffidò di entrambe, e a entrambe rifiutò l'accesso. Furenti, i Cava-
lieri di Neraka obiettarono che Sanction faceva parte della terra data loro
dal Concilio in cambio dei servizi da loro resi durante la Guerra del Caos. I
Cavalieri di Solamnia non smisero di cercare di negoziare con Bight, che
continuò a rigettare tutte le loro offerte di aiuto.
Nel frattempo i Cavalieri Scuri, che ora si chiamavano Cavalieri di Ne-
raka, crescevano in forza, in ricchezza e in potere, perché erano loro a rac-
cogliere il tributo dovuto ai draghi. Guardavano Sanction come il gatto
guarda la tana del topo. Da tempo concupivano il porto che avrebbe con-
cesso loro una base operativa da cui salpare per assicurarsi il dominio di
tutte le terre intorno al Mare Nuovo. Vedendo che i topi erano occupati a
mordersi e a graffiarsi l'un l'altro, il gatto balzò sulla preda.
I Cavalieri di Neraka assediarono Sanction. Si aspettavano che l'assedio
durasse a lungo: non appena essi avessero attaccato la città, le parti divise
si sarebbero riunite a sua difesa. Tuttavia, i Cavalieri erano pazienti. Non
potevano sottomettere la città con la fame; c'era chi forzava il blocco e
continuava a portare provviste. Ma i Cavalieri di Neraka potevano chiude-
re tutte le vie commerciali di terra; così strangolarono i mercanti e portaro-
no alla rovina l'economia di Sanction.
Pressato dalle richieste degli abitanti, Hogan Bight aveva concesso nel-
l'ultimo anno ai Cavalieri Solamnici di inviare una forza che sostenesse le
sempre più deboli difese della città. All'inizio, i Cavalieri furono accolti
come salvatori. La gente di Sanction si aspettava che essi avrebbero im-
mediatamente posto fine all'assedio. I Solamnici risposero che dovevano
studiare la situazione. Dopo mesi in cui avevano visto i Solamnici intenti
allo studio, di nuovo gli abitanti li incitarono a rompere l'assedio. I Cava-
lieri replicarono che erano troppo pochi: avevano bisogno di rinforzi.
La notte, gli assedianti bombardavano la città di massi e di balle di fieno
infuocate, lanciati dalle catapulte. Il fieno ardente appiccava fuochi, i mas-
si lasciavano buchi negli edifici. La gente moriva, proprietà venivano di-
strutte. Nessuno riusciva a farsi una bella dormita. Come previsto dai capi
dei Cavalieri di Neraka, l'eccitazione e il fervore degli abitanti di Sanction,
che ribollivano nei loro primi atti di difesa, si raffreddarono man mano che
l'assedio si trascinava, mese dopo mese. I cittadini criticarono i Solamnici,
chiamandoli vigliacchi. I Cavalieri diedero loro delle teste calde che li a-
vrebbero fatti morire tutti per niente. Sentendo dalle loro spie che l'unità
cominciava a incrinarsi, i Cavalieri di Neraka presero a radunare le forze
per un attacco radicale, completo. I loro capi aspettavano solo il segno che
le spaccature fossero penetrate nel cuore del nemico.
A est di Sanction si trovava una grande vallata nota come Valle di Zha-
kar. All'inizio dell'assedio, i Cavalieri di Neraka avevano acquisito il con-
trollo di quest'ultima, e di tutti i passaggi che la collegavano a Sanction.
Nascosta fra le colline ai piedi dei Monti Zhakar, la valle veniva usata dai
Cavalieri come zona di attestamento per i loro eserciti.
«La Valle di Zhakar è la nostra meta», dichiarò Mina ai suoi Cavalieri.
Ma quando le chiesero perché, e che cosa avrebbero fatto lì, lei rispose sol-
tanto: «Siamo chiamati».
Mina e le sue forze arrivarono a mezzogiorno. Il sole era alto in un cielo
limpido, e sembrava fissare tutto quanto ai suoi piedi con avida aspettativa,
un'aspettativa che risucchiava il vento, lasciando l'aria calda e immobile.
Mina fece arrestare il suo piccolo gruppo all'entrata della valle. Proprio
davanti a loro, dall'altra parte della valle, c'era un passaggio noto come
«Scorciatoia di Beckard»; attraverso di essa, i Cavalieri potevano vedere la
città assediata, e una piccola parte del muro che circondava Sanction. Fra
loro e Sanction stava l'esercito dei Cavalieri di Neraka. Un'altra città era
spuntata nella valle, una città di tende e di fuochi di accampamento, di car-
ri e di animali da tiro, di soldati e di civili al seguito.
A quanto pareva, Mina e i suoi Cavalieri erano arrivati in un momento
propizio. Il campo dei Cavalieri di Neraka risuonava di acclamazioni.
Trombe squillavano, ufficiali gridavano, compagnie si formavano sulla
strada. Già le forze di testa marciavano per la scorciatoia, dirette a San-
ction; e altre vi si accodavano in fretta.
«Bene», osservò Mina. «Siamo in tempo.»
Lanciò il cavallo al galoppo giù per la strada ripida. I Cavalieri la segui-
rono; sentivano nelle trombe la melodia del canto udito nel sonno. I cuori
martellavano, le pulsazioni acceleravano, ma essi non avevano idea del
perché.
«Scopri che cosa succede», ingiunse Mina a Galdar.
Il minotauro agguantò il primo ufficiale a portata di mano, lo interrogò.
Tornò da Mina strofinandosi le mani con un gran sorriso.
«I maledetti Solamnici hanno lasciato la città!» riferì. «Lo stregone che
governa Sanction li ha sbattuti fuori, li ha presi a calci nel sedere, li ha
mandati a farsi friggere. Se guardi», Galdar si girò, indicò la Scorciatoia di
Beckard «puoi vedere le loro navi, quei puntini neri all'orizzonte.»
I Cavalieri agli ordini di Mina cominciarono ad applaudire. Mina guardò
le navi lontane, ma non sorrise. Foxfire si muoveva irrequieto, scuoteva la
criniera e raspava il terreno con le zampe.
«Ci hai portato qui giusto in tempo, Mina», continuò Galdar con entu-
siasmo. «Gli assedianti si preparano a lanciare l'assalto finale. In questo
giorno, berremo il sangue di Sanction; e questa notte, berremo la sua bir-
ra!»
Gli uomini risero. Mina non disse niente; la sua espressione non rivelava
né esaltazione né gioia. Gli occhi ambra vagavano per l'accampamento, in
cerca di qualcosa che non trovavano, a quanto pareva, perché un piccolo
cipiglio le apparve fra le sopracciglia. Arricciò le labbra dal disappunto.
Continuò l'osservazione e, finalmente, si rasserenò in viso. Annuì fra sé e
batté Foxfire sul collo, per calmarlo.
«Galdar, vedi quella compagnia di arcieri laggiù?»
Galdar guardò, li trovò, e indicò a gesti di sì.
«Non portano la divisa dei Cavalieri di Neraka.»
«Si tratta di una compagnia mercenaria», spiegò Galdar. «Sono pagati da
noi, ma combattono sotto i propri ufficiali.»
«Ottimo. Portami qui il loro comandante.»
«Ma, Mina, perché...»
«Fa' come ti ho detto, Galdar», ordinò lei.
I suoi Cavalieri, riuniti alle sue spalle, si scambiarono occhiate stupefat-
te, e scrollarono le spalle meravigliati. Galdar era in procinto di protestare.
Stava per incitare Mina a lasciarlo partecipare all'ultimo slancio verso la
vittoria, invece di mandarlo a compiere uno stupido incarico. Una vibra-
zione, un pizzicorio gli intorpidirono il braccio, come se avesse preso un
colpo nell'"osso buffo". Per un momento terrificante, non riuscì a muovere
le dita. I nervi pungevano e formicolavano. La sensazione se ne andò in un
attimo, lasciandolo scosso. Solo un nervo schiacciato, probabilmente, ma
gli ricordò quanto doveva a Mina. Galdar inghiottì le sue obiezioni e andò
a svolgere il suo compito.
Tornò con il comandante degli arcieri, un uomo maturo, sui quaranta,
con le braccia straordinariamente robuste di chi tira con l'arco. L'ufficiale
mercenario aveva un'espressione cupa, ostile. Non sarebbe affatto voluto
venire, ma è difficile dire di no a un minotauro che torreggia su di te con
spalle, testa, e corna, e che insiste perché tu lo accompagni.
Mina portava l'elmo, con la visiera alzata. Una mossa saggia, pensò Gal-
dar. L'elmo ombreggiava il viso giovane, da ragazza.
«Quali sono i tuoi ordini, caposquadra?» chiese Mina. La voce risuonò
fredda e dura come il metallo.
Il comandante, per nulla intimidito, guardò il Cavaliere con un certo di-
sprezzo.
«Non sono un maledetto "caposquadra", signor Cavaliere», replicò, con
una maligna, sarcastica enfasi sulla parola "signor". «Detengo il titolo di
capitano dei miei uomini, e non prendiamo ordini da voi. Solo soldi. Fac-
ciamo quel che ci pare e piace.»
«Parla educatamente al caposquadra», ringhiò Galdar, e diede all'ufficia-
le uno spintone che lo face barcollare.
L'uomo girò su se stesso, fulminò il minotauro con lo sguardo, e allungò
la mano verso la spada corta. Galdar afferrò la propria spada. I suoi com-
pagni sguainarono le lame con stridore. Mina non si mosse.
«Quali sono i tuoi ordini, capitano?» chiese di nuovo.
Vedendosi schiacciato numericamente, l'ufficiale rinfoderò la spada, con
movimenti lenti e studiati, per dimostrare che non era stupido, ma non ri-
nunciava alla sfida.
«Aspettare finché non viene lanciato l'assalto e poi tirare alle guardie
sulle mura, signore», rispose accigliato, aggiungendo poi in tono astioso:
«Saremo gli ultimi a entrare in città, il che significa che tutti i bocconcini
scelti saranno già spariti.»
Mina lo guardò pensierosa. «Hai poco rispetto per i Cavalieri di Neraka
o per la nostra causa.»
«Quale causa?» Il comandante scoppiò in una breve risata, simile a un
latrato. «Riempire i vostri forzieri? Non vi importa di altro. Voi e le vostre
stupide visioni.» Sputò a terra.
«Tuttavia, un tempo eri uno di noi, capitano Samuval. Una volta, eri un
Cavaliere di Takhisis», obiettò Mina. «Te ne sei andato perché la causa per
cui ti eri associato era sparita. Te ne sei andato perché non credevi più.»
Il capitano sgranò gli occhi, i muscoli della faccia gli cascarono. «Come
puoi...» Serrò la bocca di scatto. «E allora?» grugnì. «Non ho disertato, se
è questo che pensi. Ho pagato per uscire; ho le mie carte...»
«Se non credi nella nostra causa, perché continui a combattere per noi,
capitano?» indagò Mina.
Samuval sbuffò. «Oh, ci credo nella vostra causa, sicuro», ribatté con a-
ria di scherno. «Credo nel denaro, proprio come tutti voi.»
In sella al suo cavallo, ancora fermo e calmo sotto la sua mano, Mina
guardò attraverso la Scorciatoia di Beckard, fissò la città di Sanction. Gal-
dar ebbe la strana, improvvisa sensazione che potesse penetrare le sue mu-
ra, penetrare l'armatura di coloro che la difendevano, penetrare la loro car-
ne e le loro ossa fino al cuore e alla mente, proprio come aveva fatto con
lui. E con il capitano.
«Nessuno entrerà a Sanction oggi, capitano Samuval», mormorò Mina.
«Saranno gli avvoltoi a trovare i "bocconcini scelti". Le navi che vedete al-
lontanarsi non sono piene di Cavalieri Solamnici. Le truppe allineate sui
ponti sono in realtà fantocci di paglia con la loro armatura. È tutta una
trappola.»
Galdar spalancò gli occhi, inorridito. Le credeva. Le credeva come se
avesse ispezionato le navi, o visto dentro le mura l'esercito nemico nasco-
sto, pronto a colpire.
«Come fai a saperlo?» domandò il capitano.
«E se ti dessi qualcosa in cui credere, capitano Samuval?» chiese lei, in-
vece di rispondere. «Se ti rendessi l'eroe di questa battaglia? Giureresti le-
altà a me?» Fece un leggero sorriso. «Non ho denaro da offrirti. Ho solo
questa certezza che divido liberamente con te: combatti per me e oggi arri-
verai a conoscere l'unico vero dio.»
Il capitano Samuval la fissò muto e stupefatto. Sembrava attonito, come
colpito da un fulmine.
Mina tese le mani scorticate e sanguinanti, con i palmi aperti. «Ti viene
offerta una scelta, capitano Samuval. In una mano tengo la morte; nell'al-
tra, la gloria. Quale vuoi?»
Samuval si grattò la barba. «Sei un tipo strano, caposquadra. Non somi-
gli a nessuno dei tuoi simili che ho incontrato finora.»
Riportò lo sguardo sulla Scorciatoia di Beckard.
«Fra gli uomini si è sparsa la voce che la città è abbandonata», proseguì
Mina. «Hanno sentito che si arrenderà, aprendo le porte. Sono diventati
una massa disordinata, e andranno incontro alla loro rovina.»
Diceva la verità. Ignorando le grida degli ufficiali, che tentavano invano
di mantenere qualche parvenza di ordine, i fanti avevano rotto le righe.
Galdar guardò l'esercitò disintegrarsi, diventare in un attimo un'orda indi-
sciplinata che irrompeva nella scorciatoia, ansiosa di uccidere, avida di
bottino. Il capitano Samuval sputò di nuovo, disgustato. Con aria cupa, ri-
mise gli occhi su Mina.
«Che cosa vuoi che faccia, caposquadra?»
«Prendi i tuoi arcieri e disponili su quella cresta laggiù. La vedi?» Mina
indicò una collina che sovrastava la Scorciatoia di Beckard.
«La vedo», rispose lui, guardandosi alle spalle. «E che cosa faremo una
volta che ci saremo?»
«I miei Cavalieri e io ci sistemeremo lì. Quando saremo arrivati, aspette-
rete i miei ordini», spiegò Mina. «E quando ve li daremo, obbedirete senza
discussioni.»
Tese la mano, la mano macchiata di sangue. Era quella che teneva la vita
o quella che teneva la morte? si chiese Galdar.
Forse il capitano Samuval si poneva la stessa domanda, perché esitò
prima di stringerla, infine, nella sua. La sua mano era grande, marrone,
sporca, con i calli provocati dalla corda dell'arco. Quella di lei era piccola,
dal tocco leggero; aveva il palmo pieno di vesciche, incrostato di sangue.
Tuttavia, fu il capitano a trasalire leggermente.
Quando lei lo lasciò, si guardò la mano, strofinandola sul corsetto di
cuoio, come per mandar via il dolore di una puntura, o di un'ustione.
«Affrettati, capitano», gli ingiunse Mina. «Non abbiamo molto tempo.»
«E tu chi saresti, signor Cavaliere?» indagò il capitano. Si stava ancora
massaggiando la mano.
«Io sono Mina», replicò lei.
Afferrando le redini, le tirò bruscamente. Foxfire si girò. Mina gli con-
ficcò gli speroni nei fianchi, puntò al galoppo verso la cresta sopra la Scor-
ciatoia di Beckard. I suoi Cavalieri la seguirono. Galdar corse accanto alla
sua staffa, muovendo ritmicamente le gambe per mantenere il passo.
«Come fai a sapere che il capitano Samuval ti obbedirà, Mina?» ruggì il
minotauro sopra lo scalpiccio dei cavalli.
Lei abbassò lo sguardo su di lui e sorrise. Gli occhi ambra luccicavano
all'ombra dell'elmo.
«Obbedirà», rispose, «se non altro per dimostrare il suo disprezzo verso
i suoi superiori e i loro stupidi comandi. Ma il capitano è un uomo affama-
to, Galdar. Brama del cibo. Gli hanno dato fango per riempirsi la pancia; io
gli darò carne. Carne per nutrirsi l'anima.»
Mina si piegò sul suo cavallo, spingendolo a galoppare ancora più in
fretta.
La Compagnia di Arcieri del capitano Samuval prese posto sulla cresta
che sovrastava la Scorciatoia di Beckard. Si trattava di centinaia di profes-
sionisti forti e ben addestrati, che avevano già combattuto in molte delle
guerre di Neraka. Usavano l'arco lungo degli elfi, tanto apprezzato fra gli
arcieri. Stavano stretti l'uno contro l'altro, piede contro piede, senza grande
spazio di manovra, perché la cresta non era molto estesa. Erano di pessimo
umore. Guardando l'esercito dei Cavalieri di Neraka piombare su Sanction,
borbottavano che non sarebbe rimasto più niente per loro: le donne più bel-
le sarebbero state portate via, le case più ricche saccheggiate. Tanto valeva
che se ne tornassero a casa.
Sopra di loro, si addensavano le nubi; nubi grigie e turbolente che ribol-
livano sui Monti Zhakar e cominciavano a discendere per il fianco della
montagna.
L'accampamento dell'esercito era ormai vuoto, tranne che per le tende, i
carri delle provviste e alcuni feriti, che non erano potuti andare con i fratel-
li e maledicevano la propria sfortuna. Il clamore della battaglia si allonta-
nava. Le montagne circostanti e le nubi sempre più basse deviavano i suo-
ni dell'attacco; la valle era avvolta da un silenzio soprannaturale.
Gli arcieri guardarono con aria cupa il capitano, che guardò impaziente
Mina.
«Quali sono i tuoi ordini, caposquadra?» chiese.
«Aspettate.»
Aspettarono. L'esercito si riversò sulle mura di Sanction, picchiò contro
la porta. Il rumore e il trambusto erano un brontolio distante. Mina si tolse
l'elmo, si passò la mano fra i capelli rosso scuro, tagliati a spazzola. Sede-
va in sella con la schiena diritta e il mento sollevato. Il suo sguardo non era
su Sanction ma sul cielo sopra di loro, che andava rapidamente scurendosi.
Gli arcieri sgranarono gli occhi, stupefatti dalla sua giovinezza e dalla
sua strana bellezza. Lei non badò ai loro sguardi fissi, non sentì le rozze
osservazioni inghiottite dal silenzio che scaturiva dalla valle. Gli uomini
trovavano nel silenzio qualcosa di minaccioso. Quelli che continuavano a
sparare commenti lo facevano per pura spacconeria, ed erano immediata-
mente zittiti dai loro inquieti compagni.
Un'esplosione scosse la terra intorno a Sanction, distrusse il silenzio. Le
nubi si agitarono, la luce del sole svanì. I gongolanti ruggiti di vittoria del-
l'esercito di Neraka si interruppero bruscamente. Urla di trionfo diventaro-
no stridule grida di panico.
«Che cosa succede?» domandarono gli arcieri, cui si era sciolta la lin-
gua. Tutti parlavano contemporaneamente. «Riuscite a vedere?»
«Silenzio fra le righe!» ordinò il capitano Samuval.
Uno dei Cavalieri, posto come osservatore vicino alla scorciatoia, ga-
loppò verso di loro.
«Era una trappola!» gridò, quand'era ancora a qualche distanza. «La por-
ta di Sanction si è aperta davanti alle nostre forze, ma solo per vomitare
fuori i Solamnici! Ce ne saranno un migliaio. Alla loro testa cavalcano de-
gli stregoni, somministrando la morte con i loro maledetti trucchi!»
L'uomo fermò il suo cavallo eccitato. «Hai detto la verità, Mina!» La sua
voce era piena di reverente timore. «Un'enorme esplosione di magia ha uc-
ciso centinaia dei nostri fin dall'inizio. I loro corpi giacciono ardenti sul
terreno. I nostri soldati fuggono! Corrono da questa parte, ritirandosi attra-
verso la scorciatoia. È una disfatta!»
«Tutto è perduto, allora», commentò il capitano Samuval, pur guardando
Mina con aria strana. «Le forze solamniche spingeranno l'esercito dentro la
valle. Saremo presi fra l'incudine delle montagne e il martello dei Solam-
nici.»
Le sue parole si dimostrarono veritiere. Gli scaglioni posteriori già ir-
rompevano per la Scorciatoia di Beckard. Molti non avevano idea di dove
stessero andando; volevano solo allontanarsi dal sangue e dalla morte. Al-
cuni fra i meno confusi e più calcolatori si dirigevano verso la stretta stra-
da che portava a Khur, attraverso le montagne.
«Uno stendardo!» esclamò Mina, con urgenza. «Trovatemi uno stendar-
do!»
Il capitano Samuval prese la sciarpa bianca, sporca, che portava al collo
e gliela porse. «Prego, prendi questa, Mina.»
Mina l'afferrò, chinò la testa. Mormorando parole che nessuno poteva
udire, baciò la sciarpa e la passò a Galdar. Il tessuto bianco era macchiato
del rosso proveniente dalle vesciche aperte sulle sue mani. Uno dei Cava-
lieri offrì la sua lancia; Galdar vi legò la sciarpa insanguinata e diede la
lancia a Mina.
Facendo girare Foxfire, lei lo portò su per le rocce, fino a un alto pro-
montorio, e tenne alto lo stendardo.
«A me, uomini!» gridò. «A Mina!»
Le nubi si aprirono. Una pagliuzza di sole uscì dai cieli, toccò solo Mina
in sella al suo cavallo. L'armatura nera sfavillò come immersa nelle fiam-
me, gli occhi ambra brillarono, accesi dall'interno della luce della battaglia.
Il suo richiamo, uno squillo di chiarina, arrestò i soldati in fuga. Guardaro-
no da dove proveniva, e videro Mina circondata da un alone di fuoco, ros-
seggiante come un falò sulla collina.
I soldati fermarono la loro folle corsa, e alzarono gli occhi, stupefatti.
«A me!» gridò ancora Mina. «Oggi la gloria sarà nostra!»
I soldati esitarono, poi uno avanzò verso di lei, arrancando e scivolando
sul pendio. Lo seguirono un altro e un altro ancora, lieti di avere di nuovo
uno scopo e una direzione.
«Portami qui quegli uomini», ingiunse Mina a Galdar, indicando un altro
gruppo di soldati in piena ritirata. «Il maggior numero possibile. Abbi cura
che siano armati. Mettili in formazione di combattimento sulle rocce
quaggiù.»
Galdar eseguì. Lui e gli altri cavalieri bloccarono la strada ai soldati, or-
dinarono loro di unirsi ai compagni che cominciavano a formare una plaga
scura ai piedi di Mina. Sempre più uomini si riversavano per la scorciatoia.
In mezzo a loro si trovavano i Cavalieri di Neraka; alcuni facevano corag-
giosi tentativi di arrestare la ritirata, altri si univano ai fanti nel correre a
più non posso. Dietro venivano i Cavalieri Solamnici con la loro armatura
di argento splendente, e i loro cimieri dalle piume bianche. Una luce ar-
gentea, mortale lampeggiava; ovunque apparisse, gli uomini appassivano e
morivano nel suo calore magico. I Cavalieri Solamnici entrarono nella
scorciatoia, spingendo le forze dei Cavalieri di Neraka come bestiame,
verso il massacro.
«Capitano Samuval», gridò Mina, portando il cavallo giù per la collina,
con lo stendardo che le ondeggiava alle spalle. «Ordina ai tuoi uomini di
tirare.»
«I Solamnici non sono a portata di tiro», ribatté lui, scuotendo la testa
davanti alla sua stupidità. «Qualunque idiota può vederlo.»
«Il tuo obiettivo non sono i Solamnici, capitano», replicò freddamente
Mina. Indicò le forze dei Cavalieri di Neraka che irrompevano per la scor-
ciatoia. «Quelli sono i tuoi obiettivi.»
«I nostri uomini?» il capitano Samuval la fissò. «Tu sei pazza!»
«Guarda il campo di battaglia, capitano», disse Mina. «È l'unico modo.»
Il capitano obbedì. Si asciugò il viso con la mano, poi diede l'ordine.
«Arcieri, tirate.»
«A quale bersaglio?» domandò uno.
«Avete sentito Mina!» esclamò severamente il capitano. Afferrando un
arco da uno dei suoi uomini, incoccò una freccia e tirò.
La freccia bucò la gola di uno dei Cavalieri di Neraka, che cadde da ca-
vallo all'indietro e fu calpestato dalla ressa dei compagni in ritirata.
La Compagnia degli Arcieri si scatenò. Centinaia di frecce - ciascuna ti-
rata a bruciapelo con mira esatta e calcolata - riempirono l'aria di un ronzio
letale. La maggior parte andò a segno. I fanti si stringevano il petto e cade-
vano a terra. I dardi piumati colpivano attraverso le visiere alzate dei Cava-
lieri, o li prendevano alla gola.
«Continuate a tirare, capitano», ordinò Mina.
Altre frecce volarono. Altri corpi caddero. I soldati, in preda al panico, si
resero conto che ora le frecce venivano dal davanti. Esitarono, si fermaro-
no, cercando di scoprire dove fosse questo nuovo nemico. I loro compagni
cozzarono contro di loro da dietro, spinti alla follia dai Cavalieri Solamnici
in rapido avvicinamento. Le ripide pareti della Scorciatoia di Beckard pre-
cludevano ogni via di fuga.
«Tirate!» gridò selvaggiamente il capitano, preso dalla foga dell'uccide-
re. «Per Mina!»
«Per Mina!» ripeterono gli arcieri, e tirarono.
Le frecce ronzavano con precisione mortale, colpivano i bersagli con un
rumore sordo. Gli uomini urlavano e cadevano. I morenti cominciavano a
impilarsi nella scorciatoia come orribili cataste di legno, formando una
barricata imbevuta di sangue.
Un ufficiale venne, rabbioso, verso di loro, con la spada in mano. «Idio-
ta!» gridò al capitano Samuval. «Da chi hai preso ordini? Stai tirando sui
nostri uomini!»
«Io gli ho dato l'ordine», proclamò Mina, calma.
Furibondo, il Cavaliere l'avvicinò. «Traditore!» Alzò la spada.
Mina sedeva immobile sul suo cavallo. Non prestò attenzione al Cava-
liere; era attenta al massacro che si svolgeva ai suoi piedi. Galdar assestò
un pugno micidiale sull'elmo del Cavaliere e questi, con il collo rotto, roto-
lò giù per il pendio. Succhiandosi le nocche ammaccate, Galdar alzò lo
sguardo verso Mina.
Rimase stupefatto nel vedere le lacrime scorrerle incontrollate lungo le
guance. Con la mano stringeva il medaglione che portava al collo, e muo-
veva le labbra, come in preghiera.
Attaccati dal davanti, attaccati da dietro, i soldati dentro la Scorciatoia di
Beckard cominciarono a girare in tondo disordinatamente. Quelli della re-
troguardia si trovavano di fronte a una scelta terribile. Potevano essere tra-
fitti dalle lance solamniche, oppure voltarsi e combattere. Si girarono verso
il nemico, battendosi con la ferocia di chi è disperato, messo con le spalle
al muro.
I Solamnici continuavano a combattere, ma la loro carica era più lenta e,
alla lunga, si arrestò.
«Cessate il fuoco!» ordinò Mina. Porse lo stendardo a Galdar. Prenden-
do la Stella del mattino, la tenne alta sopra la testa. «Cavalieri di Neraka! È
giunto il nostro momento! Oggi andiamo verso la gloria!»
Foxfire diede un gran balzo e galoppò giù per il pendio, portando Mina
diritta verso l'avanguardia dei Cavalieri Solamnici. Così veloce era il ca-
vallo, così rapido lo spostamento di Mina, che lei si lasciò dietro i propri
Cavalieri; a bocca aperta, la guardarono andare verso la propria rovina. Poi
Galdar alzò lo stendardo bianco.
«La morte è certa!» tuonò il minotauro. «Ma così è la gloria! Per Mina!»
«Per Mina!» gridarono i Cavalieri con voce cupa, profonda, e scesero
giù per la collina.
«Per Mina!» urlò il capitano Samuval, lasciando cadere l'arco e sguai-
nando la spada corta. Lui e l'intera Compagnia degli Arcieri si lanciarono
nella mischia.
«Per Mina!» ripeterono i soldati, che si erano raccolti intorno allo sten-
dardo. Abbracciando la sua causa, le corsero dietro, come un'oscura casca-
ta di morte che rombava per la collina.
Galdar si precipitò giù per il pendio; voleva disperatamente raggiungere
Mina, proteggerla e difenderla. Non era mai stata in battaglia. Era impre-
parata, inesperta. Sicuramente sarebbe morta. Facce nemiche incombevano
su di lui. Spade lo tagliavano, lance lo trafiggevano, frecce lo pungevano.
Lui allontanò le spade, ruppe le lance, ignorò le frecce. Erano meri fattori
irritanti, che lo separavano dal suo scopo. Perse Mina e poi la ritrovò,
completamente circondata dal nemico.
Galdar vide un Cavaliere cercare di infilzarla con la spada. Lei distolse il
colpo, lo aggredì con la Stella del mattino: al primo tentativo, gli spaccò
l'elmo; al secondo, la testa. Ma mentre combatteva contro di lui, un altro
veniva ad attaccarla alle spalle. Galdar urlò un avvertimento, anche se sa-
peva, disperato, che lei non poteva sentirlo. Combatté ferocemente per
raggiungerla, abbattendo coloro che si trovavano fra lui e il suo comandan-
te. Ormai, non vedeva più i loro volti, ma solo le strisce di sangue lasciate
dalla sua spada impazzita.
Teneva lo sguardo fisso su di lei, ardendo di furore. Sentì il suo cuore
fermarsi nel vederla sbalzata da cavallo. Combatté più impetuosamente
che mai, nel tentativo affannoso di salvarla. Un colpo assestato da dietro lo
tramortì; cadde in ginocchio. Cercò di rialzarsi ma, tempestato di colpi
selvaggi, scivolò nell'incoscienza.
La battaglia finì vicino al crepuscolo. I Cavalieri di Neraka reggevano, la
valle era sicura. I Solamnici e i soldati di Sanction furono costretti a ritirar-
si entro le mura della città, una città scioccata e annientata dalla sconfitta
schiacciante. Si erano sentiti il serto della vittoria sopra la testa, e poi esso
era stato brutalmente strappato, calpestato nel fango. Scoraggiati, sopraf-
fatti, i Cavalieri Solamnici si medicarono le ferite e bruciarono i corpi dei
loro morti. Avevano trascorso mesi a lavorare su quel piano, considerando-
lo l'unica possibilità per rompere l'assedio di Sanction; e ora si chiedevano
ripetutamente come avesse potuto fallire.
Un Cavaliere Solamnico parlò di un guerriero che l'aveva investito, così
disse, con la collera degli dei ormai allontanatisi. L'aveva visto anche un
altro, e un altro, e un altro ancora. Alcuni sostenevano che si trattava di un
giovane, ma altri replicarono che no, era una ragazza, una ragazza con un
viso per cui un uomo sarebbe potuto morire. Si era messa alla testa della
carica, colpendo le loro righe come un fulmine; combatteva senza elmo né
scudo, e aveva come arma una Stella del mattino grondante sangue.
Disarcionata, si batteva da sola a piedi.
«Dev'essere morta», affermò uno, rabbiosamente. «L'ho vista cadere.»
«È vero, è caduta, ma il suo cavallo la proteggeva», ribatté un altro.
«Aggrediva con gli zoccoli chiunque osasse avvicinarsi.»
Nessuno fu in grado di dire se la bella distruttrice fosse morta o soprav-
vissuta. L'onda della battaglia venne a prenderla, l'avvolse; e inghiottì i
Cavalieri Solamnici, riportandoli in una massa confusa dentro la loro città.
«Mina», chiamò Galdar, con voce rauca. «Mina!»
Non ci fu risposta.
Disperato, e disperando di trovarla, Galdar proseguì la ricerca.
Il fumo delle pire funerarie aleggiava sulla vallata. La notte non era an-
cora scesa; il crepuscolo era grigio, denso di fumo e di scintille aranciate.
Il minotauro andò alle tende dei mistici scuri, che stavano curando i feriti,
ma invano. Guardò fra i corpi allineati per l'arduo compito della cremazio-
ne. Sollevandone uno, lo girò, guardò attentamente il viso, scosse la testa,
e passò al successivo.
Non la trovò fra i morti, almeno fra quelli che fino ad allora erano stati
portati all'accampamento. Il lavoro di rimozione dei corpi da quella scor-
ciatoia intrisa di sangue sarebbe durato tutta la notte, e parte del giorno do-
po. Galdar sentì cascargli le spalle. Era ferito, esausto, ma deciso a conti-
nuare a cercare. Portava con sé, nella mano destra, lo stendardo di Mina; il
tessuto non era più bianco, ma rosso brunastro, irrigidito dal sangue rap-
preso.
Dava la colpa a se stesso. Avrebbe dovuto essere al suo fianco. Allora,
se non fosse riuscito a proteggerla, almeno avrebbe potuto morire con lei.
Colpito da dietro, aveva fallito. Quando, finalmente, aveva ripreso cono-
scenza, la battaglia era finita; gli dissero che la loro parte aveva vinto.
Stordito, dolorante, Galdar guardò il punto in cui l'aveva intravista per
l'ultima volta. I corpi dei suoi nemici giacevano impilati sul terreno, ma lei
era introvabile.
Non era fra i vivi; non era fra i morti. Galdar cominciava a pensare di
averla sognata, di averla creata per il desiderio di credere in qualcosa o in
qualcuno, quando sentì un tocco sul braccio.
«Minotauro», cominciò l'uomo. «Scusami, ma non ho mai afferrato il
tuo nome.»
Per un attimo, Galdar non riuscì a identificare il soldato, il cui viso era
quasi completamente coperto da una benda insanguinata. Poi riconobbe il
capitano della Compagnia degli Arcieri.
«La stai cercando, vero?» chiese il capitano Samuval. «Stai cercando
Mina.»
«Mina!» Il grido riecheggiò nel suo cuore. Galdar annuì; era troppo
stanco, troppo abbattuto per parlare.
«Vieni con me», disse Samuval. «Ho qualcosa da mostrarti.»
I due arrancarono per il fondo della valle, diretti al campo di battaglia. I
soldati rimasti illesi erano occupati a ricostruire l'accampamento, distrutto
durante il caos della ritirata. Gli uomini lavoravano con inconsueto fervo-
re, senza l'incentivo della frusta e delle grida sferzanti dei sottufficiali. In
combattimenti passati, Galdar aveva visto quegli stessi uomini accovaccia-
ti cupamente presso i fuochi da cucina, intenti a leccarsi le ferite, a tracan-
nare l'alcool dei nani, e a vantarsi a gran voce del loro ardimento nel mas-
sacrare i feriti nemici.
Ora, passando davanti ai gruppi di soldati che piantavano i paletti delle
tende, eliminavano le ammaccature in scudi e corazze a forza di pugni,
raccoglievano le frecce usate o attendevano a innumerevoli altri compiti,
ascoltò i loro discorsi. Non parlavano di se stessi, ma di lei, la benedetta, la
fatata. Mina.
Il suo nome era sulle labbra di tutti, le sue azioni venivano raccontate
più volte. Uno spirito nuovo pervadeva l'accampamento, come se la tem-
pesta di fulmini da cui era uscita Mina avesse fatto guizzare negli uomini
scariche di energia.
Galdar ascoltò con meraviglia, ma non disse nulla. Accompagnava il ca-
pitano Samuval, che pareva riluttante a parlare, e si rifiutava di rispondere
a tutte le sue domande. In un altro momento, il minotauro, frustrato, a-
vrebbe potuto schiacciare il cranio dell'uomo fra le sue spalle, ma non in
quello. Avevano condiviso un attimo di trionfo e di esaltazione, quali né
l'uno né l'altro avevano mai conosciuto prima in battaglia. Entrambi erano
stati trascinati fuori da se stessi, avevano compiuto atti di coraggio e di e-
roismo di cui non si erano mai creduti capaci. Avevano combattuto insie-
me per una causa e, contro ogni probabilità, avevano vinto.
Quando il capitano Samuval inciampava, Galdar gli allungava un brac-
cio cui reggersi; quando Galdar scivolava in una pozza di sangue, il capi-
tano lo sosteneva. I due arrivarono ai bordi del campo. Il capitano scrutò
attraverso il fumo che aleggiava sulla valle. Il sole era scomparso dietro le
montagne, e l'ultimo bagliore riempiva il cielo di una chiazza rosso palli-
do.
«Là», annunciò il capitano, indicando col dito.
Il vento si era levato con il tramonto del sole, riducendo il fumo in bran-
delli che roteavano e turbinavano come sciarpe di seta, e che all'improvvi-
so si diradarono per rivelare un cavallo color sangue e una figura inginoc-
chiata sul campo di battaglia a pochi passi da lui.
«Mina!» mormorò Galdar. Il sollievo gli indebolì tutti i muscoli del cor-
po. Un bruciore gli pizzicò gli occhi, un bruciore che attribuì al fumo, per-
ché i minotauri non piangevano mai, non ne erano capaci. Se li asciugò.
«Che cosa fa?» chiese dopo un attimo.
«Prega», rispose il capitano Samuval. «Sta pregando.»
Mina era inginocchiata accanto al corpo di un soldato. La freccia che
l'aveva ucciso gli aveva trafitto il petto, inchiodandolo al suolo. Mina sol-
levò la mano del morto, se la portò al petto, chinò la testa. Se parlava, Gal-
dar non poteva sentirla, ma sapeva che Samuval aveva ragione. Stava pre-
gando il suo dio, l'unico, vero dio. Il dio che aveva previsto la trappola, il
dio che l'aveva guidata nel trasformare la sconfitta in una vittoria gloriosa.
Finite le preghiere, Mina mise la mano dell'uomo sulla terribile ferita.
Chinandosi su di lui, premette le labbra sulla fronte fredda, la baciò, poi si
alzò in piedi.
Aveva a malapena la forza di camminare. Era coperta di sangue, in parte
suo. Si fermò, la testa piegata, il corpo floscio. Poi sollevò la testa verso i
cieli, dove sembrò trovare forza, perché raddrizzò le spalle, e proseguì a
passo deciso.
«Da quando l'esito della battaglia è stato certo, è andata di cadavere in
cadavere», spiegò il capitano Samuval. «In particolare, trova quelli caduti
per colpa delle nostre frecce. Si ferma, s'inginocchia nel fango imbevuto di
sangue e innalza preghiere. Non ho mai visto nulla del genere.»
«Fa bene a onorarli», proclamò duramente Galdar. «Quegli uomini ci
hanno procurato la vittoria con il loro sangue.»
«Lei ci ha procurato la vittoria con il loro sangue», ribatté il capitano, ar-
ricciando l'unico sopracciglio visibile attraverso la benda.
Dietro Galdar si levò un suono, che gli ricordò il Gamasbinoch, il Canto
della Morte. Questo canto, tuttavia, veniva da gole viventi. Cominciò bas-
so, frutto solo di pochi; poi altre voci lo ripresero e lo portarono avanti,
come gli uomini avevano ripreso le spade per lanciarsi in battaglia.
«Mina... Mina...»
Il canto s'ingrossò. Cominciato come una nenia sommessa, riverente, di-
ventò una marcia trionfale, un peana di celebrazione accompagnato dal
clangore delle spade contro gli scudi, dallo scalpiccio dei piedi e dal battito
delle mani.
«Mina! Mina! Mina!»
Girandosi, Galdar vide ciò che restava dell'esercito radunarsi ai margini
del campo. I feriti che non potevano camminare da soli erano sostenuti dai
compagni. Laceri, insanguinati, i soldati cantavano il nome di lei.
Galdar eruppe in un grido fragoroso, sollevando lo stendardo di Mina. Il
canto divenne un'acclamazione che rombò per le montagne come il tuono,
e scosse la terra carica delle pile dei morti.
Mina aveva ricominciato a inginocchiarsi, ma il canto la fermò. Si girò
lentamente a guardare la folla in festa. Il suo viso era pallido come un cen-
cio; gli occhi ambra erano cerchiati di anelli cinerei di stanchezza. Le lab-
bra erano secche e screpolate, macchiate dai baci della morte. Fissò le cen-
tinaia di viventi che gridavano, cantavano, invocavano il suo nome.
Mina alzò le mani.
Le voci si zittirono all'istante; cessarono persino i gemiti e le urla dei fe-
riti. L'unico suono era il suo nome che riecheggiava dalla montagna, e alla
fine anche quello svanì, mentre il silenzio calava sulla valle.
Mina montò a cavallo, cosicché tutta la moltitudine che si era raccolta ai
bordi del campo di battaglia, ora chiamato «La Gloria di Mina», potesse
vederla e sentirla meglio.
«Sbagliate a onorarmi!» disse loro. «Io sono solo lo strumento. L'onore e
la gloria di questo giorno appartengono al dio che mi guida per il mio
cammino.»
«Il cammino di Mina vale per tutti!» gridò qualcuno.
Le acclamazioni ricominciarono.
«Ascoltatemi!» ordinò lei, la voce vibrante di autorità e di potere. «I
vecchi dei se ne sono andati. Vi hanno abbandonato, e non torneranno più!
Al loro posto, è arrivato un dio. Un dio che governa il mondo. Un unico
dio. A quell'unico dio, dobbiamo lealtà!»
«Qual è il nome di questo dio?» chiese uno.
«Non posso pronunciarlo», rispose Mina. «È troppo sacro, troppo poten-
te.»
«Mina», ricominciò un altro. «Mina, Mina!»
La folla riprese il canto e fu impossibile fermarla.
Per un attimo, Mina sembrò esasperata, persino arrabbiata. Alzando la
mano, strinse le dita sul medaglione che portava al collo, e il suo viso si
distese, si ammorbidì.
«Avanti! Pronunciate pure il mio nome», concesse. «Ma sappiate che lo
fate nel nome del mio dio.»
Le acclamazioni erano assordanti; staccavano pietre dai lati delle monta-
gne.
Galdar, dimenticato il proprio dolore, gridava con foga. Abbassando lo
sguardo, vide il suo compagno immerso in un cupo silenzio, con gli occhi
rivolti altrove.
«Cosa c'è?» urlò sopra il trambusto. «Cosa c'è che non va?»
«Guarda là», replicò il capitano Samuval. «La tenda di comando.»
Non tutti, al campo, applaudivano. Un gruppo di Cavalieri di Neraka
stava accanto al suo capo, un Signore del Teschio; gli uomini avevano ci-
pigli e sguardi tetri, e le braccia incrociate sul petto.
«Chi è quello?» domandò Galdar.
«Lord Milles», spiegò Samuval. «Colui che ha ordinato questo disastro.
Come vedi, è uscito bene dalla mischia. Sulla sua bella, lucente armatura
non c'è una macchiolina di sangue.»
Lord Milles cercava di catturare l'attenzione dei soldati. Agitava le brac-
cia, gridava parole che nessuno poteva sentire. Nessuno gli prestava il
benché minimo ascolto. Alla fine, abbandonò il tentativo.
Galdar sogghignò. «Mi chiedo come questo Milles prenda il fatto che la
sua autorità scivoli giù per il buco della latrina.»
«Non bene, immagino», commentò Samuval.
«Lui e gli altri Cavalieri si considerano fortunati a essersi liberati degli
dei», proseguì Galdar. «Hanno smesso da molto tempo di parlare del ritor-
no di Takhisis. Due anni fa, il Signore della Notte Targonne ha cambiato
ufficialmente il nome in Cavalieri di Neraka. In passato, quando a un Ca-
valiere veniva concessa la Visione, gli era permesso di conoscere il suo
posto nel grande piano della dea. Dopo che Takhisis è fuggita dal mondo, i
capi hanno cercato per qualche tempo di mantenere la Visione con vari
mezzi magici. I Cavalieri la sperimentano ancora, ma ora possono essere
certi solo di ciò che Targonne e quelli del suo stampo ficcano loro in te-
sta.»
«Questa è una delle ragioni per cui me ne sono andato», rivelò Samuval.
«Targonne e gli ufficiali come questo Milles godono nell'essere quelli che
comandano, e non saranno contenti di sentire che corrono il pericolo di es-
sere scalzati dalla vetta della montagna. Puoi star sicuro che Milles mande-
rà al quartier generale notizie di questo nuovo personaggio.»
Mina scese da cavallo. Tirando Foxfire per le redini, lasciò il campo di
battaglia ed entrò nell'accampamento. Gli uomini acclamarono e gridarono
finché non si avvicinò e poi, mossi da una forza incomprensibile, cessaro-
no il vocio e si inginocchiarono. Alcuni tesero le mani per toccarla mentre
passava, altri le chiesero di posare lo sguardo su di loro e di concedere loro
la sua benedizione.
Lord Milles guardò questo incedere trionfale con il viso contorto dal di-
sgusto. Girandosi di scatto, rientrò nella tenda di comando.
«Bah! Lasciamoli complottare di nascosto», esclamò Galdar, inebriato.
«Lei ha un esercito, adesso. Che cosa possono farle?»
«Qualcosa di subdolo e di sleale, puoi starne certo», rispose Samuval.
Gettò uno sguardo al cielo. «Potrà anche essere vero che c'è Uno che la
protegge da lassù; ma ha bisogno di amici che la difendano quaggiù.»
«Parole sagge», approvò Galdar. «Allora sei con lei, capitano?»
«Fino alla fine dei miei giorni o a quella del mondo, quale che venga
prima», proclamò Samuval. «E anche i miei uomini. E tu?»
«Io sono sempre stato con lei», disse Galdar, e gli sembrò la pura verità.
L'uomo e il minotauro si strinsero la mano. Galdar alzò orgogliosamente
lo stendardo di Mina, e si mise al suo fianco, mentre lei compiva la marcia
della vittoria attraverso il campo. Il capitano Samuval camminava dietro
Mina, la mano sulla spada, guardandole le spalle. I Cavalieri di Mina se-
guivano lo stendardo. Tutti quelli che l'avevano accompagnata da Neraka
avevano sofferto qualche ferita, ma nessuno era morto, e già raccontavano
storie di miracoli.
«Una freccia veniva dritta verso di me», riferì uno. «Sapevo di essere
morto. Ho pronunciato il nome di Mina, e la freccia è caduta ai miei pie-
di.»
«Uno dei maledetti Solamnici mi ha puntato la spada alla gola», fece un
altro. «Ho invocato Mina, e la lama del nemico si è spezzata in due.»
I soldati le offrirono cibo, vino e acqua. Diversi si impadronirono della
tenda di uno degli ufficiali di Milles, lo scacciarono, e la prepararono per
Mina. Afferrando tizzoni roventi dai fuochi, li tennero sollevati per illumi-
nare la sua avanzata nel buio. Mentre passava, ripeterono il suo nome co-
me se fosse un incantesimo capace di operare magie.
«Mina» gridarono gli uomini, il vento e l'oscurità. «Mina!»

VIII

SOTTO LO SCUDO

Gli elfi di Silvanesti hanno sempre venerato la notte. I Qualinesti si deli-


ziano alla luce del sole. Il loro sovrano è il Presidente dei Soli. Le loro ca-
se sono illuminate e rallegrate dai raggi solari, gli affari vengono condotti
alla luce del giorno, tutte le cerimonie importanti, come il matrimonio,
vengono celebrate di giorno, così che possano essere benedette dalla luce
del sole.
I Silvanesti sono innamorati delle notti stellate.
Il sovrano di Silvanesti è il Presidente delle Stelle. Un tempo la notte era
un momento benedetto a Silvanost, la capitale dello stato elfico. La notte
portava le stelle e i dolci sogni dell'amata terra. Ma poi scoppiò la Guerra
delle Lance. Le ali dei draghi malvagi coprirono le stelle. Un esemplare in
particolare, un drago verde conosciuto come Cyan Bloodbane, rivendicò il
proprio potere sul regno di Silvanesti. Aveva sempre nutrito un odio pro-
fondo per gli elfi e voleva vederli soffrire. Avrebbe potuto sterminarli, ma
era crudele e astuto. Chi sta per morire soffre, è vero, ma il dolore passa ed
è presto dimenticato appena il defunto viaggia da questa realtà a quella
successiva. Cyan voleva infliggere un dolore che non potesse essere alle-
viato, un dolore che fosse durato per secoli.
All'epoca, il sovrano di Silvanesti era un elfo esperto nelle arti magiche.
Lorac Caladon predisse l'arrivo del male ad Ansalon e per questo mandò la
sua gente in esilio, dicendole che possedeva il potere per proteggere il re-
gno dall'attacco dei draghi. All'insaputa di tutti, Lorac aveva rubato uno
dei globi magici dei draghi dalla Torre dell'Alta Magia. Sapeva che il ten-
tativo di utilizzare il globo da parte di un individuo che non fosse suffi-
cientemente forte da controllarne le proprietà magiche poteva provocare
disastri e distruzioni. Ma nella sua arroganza, era convinto di essere suffi-
cientemente potente da piegare il globo alla sua volontà. Fissò la sfera e
vide un drago che lo guardava di rimando. Venne catturato e fatto prigio-
niero.
Finalmente era arrivata l'occasione che Cyan Bloodbane aspettava da
tempo. Il drago trovò Lorac nella Torre delle Stelle, seduto sul trono, le
mani imprigionate dal globo. Cyan sussurrò nell'orecchio del sovrano un
sogno di Silvanesti, un sogno terribile nel quale alberi meravigliosi diven-
tavano spaventosi mostri deformi, che attaccavano coloro che un tempo li
amavano. Un sogno nel quale Lorac vide la sua gente morire, straziata da
dolori atroci. Un sogno nel quale le acque del fiume Thon-Thalas si tinge-
vano di rosso per il sangue che vi scorreva.
La Guerra delle Lance finì. La regina Takhisis venne sconfitta. Cyan
Bloodbane venne obbligato a lasciare Silvanesti, ma se ne andò modera-
tamente soddisfatto, poiché sapeva di avere raggiunto il suo obiettivo. A-
veva obbligato gli abitanti a vivere un incubo dal quale non si sarebbero
mai svegliati. Quando al termine della guerra, gli elfi tornarono alle loro
case, scoprirono con orrore e spavento che l'incubo era realtà. Il sogno di
Lorac, impostogli da Cyan Bloodbane, aveva deformato mostruosamente
la loro terra meravigliosa.
I Silvanesti combatterono contro il sogno e sotto la guida di un generale
Qualinesti, Porthios, riuscirono infine a sconfiggerlo. Tuttavia, il prezzo
che dovettero pagare fu incredibilmente alto. Molti elfi caddero vittime del
sogno e anche quando quest'ultimo venne cacciato, alberi, piante e animali,
restarono orribilmente deformati. Lentamente, gli elfi riuscirono a ridonare
alle loro foreste l'antica bellezza, utilizzando nuovi incantesimi per sanare
le ferite lasciate dal sogno.
E poi sopraggiunse il bisogno di dimenticare. Porthios, che più di una
volta aveva rischiato la propria vita per strappare quella terra dalle grinfie
del sogno, divenne colui che più di ogni altro risvegliava il ricordo di quel
terribile incubo. Non era più il salvatore. Era uno straniero, un intruso, una
minaccia per i Silvanesti che volevano ritornare al loro isolamento e alla
loro solitudine. Porthios voleva portare gli elfi nel mondo, renderli parte
integrante di esso, unificarli con i loro cugini, i Qualinesti. Aveva sposato
Alhana Starbreeze, la figlia di Lorac, con questa speranza nel cuore. Così,
se fosse scoppiata un'altra guerra, gli elfi non avrebbero combattuto da so-
li: al loro fianco avrebbero avuto degli alleati.
Ma gli elfi non volevano alleati. Alleati che forse si sarebbero imposses-
sati delle terre di Silvanesti in cambio del loro aiuto. Alleati che forse a-
vrebbero voluto sposare le figlie e i figli di Silvanesti, indebolendo così il
sangue puro degli elfi. Il movimento degli isolazionisti aveva bollato Por-
thios e la moglie Alhana come «elfi scuri», condannandoli all'esilio dal re-
gno di Silvanesti.
Porthios venne cacciato. Il generale Konnal prese il controllo del paese
instaurando la legge marziale, fino a quando non fosse stato trovato un re
degno di governare il paese. I Silvanesti ignorarono le preghiere dei loro
cugini, i Qualinesti, che chiesero aiuto per liberarsi dalla tirannia della ter-
ribile dragonessa Beryl e dei Cavalieri di Neraka. I Silvanesti ignorarono
le suppliche di coloro i quali combattevano i grandi draghi e imploravano
il loro aiuto. I Silvanesti non volevano fare parte del mondo. Immersi nelle
loro faccende, guardavano nello specchio della vita e vedevano riflessi so-
lo i loro volti. Accadde così che, mentre erano impegnati ad ammirarsi con
orgoglio, Cyan Bloodbane, il drago verde che era stato la loro rovina, tor-
nò nella terra che un tempo aveva quasi distrutto. O per lo meno, così ri-
portarono i kirath di guardia ai confini del paese.
«Non erigete lo scudo!» avevano ammonito i kirath. «Ci ritroveremo in-
trappolati con il nostro peggior nemico!»
Gli elfi non li ascoltarono. Non credevano alle voci che circolavano.
Cyan Bloodbane era la figura di un passato da dimenticare. Era morto nel-
la Purga dei Draghi. Doveva essere morto. Se era veramente tornato, per-
ché non li aveva attaccati? Gli elfi erano così timorosi del mondo esterno
che i Capi della Casa approvarono all'unanimità lo scudo magico. Fu così
che la gente di Silvanesti realizzò il suo sogno più grande. Sotto lo scudo
magico, era realmente isolata, tagliata fuori da tutto e da tutti. Era al sicu-
ro, lontana dai mali del mondo esterno.
«Eppure non sembra che abbiamo lasciato il male fuori dalla porta», dis-
se Rolan a Silvan, «al contrario, direi che lo abbiamo chiuso dentro.»
A Silvanesti era calata la notte. Silvan accolse con piacere l'oscurità, an-
che se gli era causa di dolore. Avevano camminato per tutto il giorno nel
folto della foresta, coprendo miglia e miglia, fino a quando Rolan aveva
stimato che fossero ormai sufficientemente lontani dagli effetti negativi
dello scudo per potersi fermare e riposare. La giornata aveva riservato
molte sorprese a Silvanoshei.
Quante volte aveva sentito la madre parlare con desiderio, rimpianto e
dolore della bellezza della sua terra natale! Ricordava quando, nascosto in-
sieme ai genitori in qualche caverna per ripararsi dai pericoli incombenti,
Alhana gli raccontava storie meravigliose su Silvanesti per acquietare le
sue paure di bambino. Lui chiudeva gli occhi e vedeva non l'oscurità, ma il
verde, l'argento e l'oro della foresta. Non udiva gli ululati dei lupi o dei
goblin, ma il melodioso rintocco delle campanule o il malinconicamente
dolce fruscio dell'albero del flauto.
Tuttavia, in confronto alla realtà, la sua immaginazione impallidiva. Non
avrebbe mai creduto che potesse esistere una simile bellezza. Per tutto il
giorno gli era sembrato di vivere in un sogno, inciampando su rocce, radici
di alberi e nei suoi stessi piedi, mentre le meraviglie che lo circondavano
lo commuovevano al punto tale da velargli gli occhi di lacrime, ma riem-
pirgli il cuore di gioia.
Alberi dalla corteccia venata d'argento protendevano verso il cielo rami
dalle curvature aggraziate, le cui foglie dai contorni argentei risplendevano
sotto i raggi del sole. Una profusione di arbusti dalle foglie larghe fian-
cheggiava il sentiero, ognuno di essi illuminato da fiori fiammanti, che
riempivano l'aria di un dolce profumo. L'assenza di rami caduti, erbacce
sparse, boschetti di rovi, gli dava l'impressione di avanzare non in una fo-
resta, ma in un giardino. I Modellatori dei Boschi permettevano soltanto la
crescita di ciò che era bello, fertile e benefico. Il loro influsso magico si e-
stendeva a tutto il territorio di Silvanesti, con l'eccezione delle zone di con-
fine, dove lo scudo stendeva sulle loro creature un gelo assassino.
L'oscurità portò riposo agli occhi abbagliati di Silvan. Eppure anche la
notte aveva una sua commovente bellezza. Le stelle splendevano con fiera
luminosità, come per sfidare lo scudo a spegnerle. Fiori notturni aprivano i
petali al cielo stellato profumando la calda oscurità di aromi esotici, men-
tre il loro luminescente splendore riempiva la foresta di una morbida luce
argentea.
«Che cosa vuoi dire?» domandò Silvan. Gli era impossibile identificare
il male con la bellezza da cui era circondato.
«Per esempio, la punizione crudele inflitta ai vostri genitori, Maestà»,
spiegò Rolan. «Come ringraziamento per l'aiuto prestatoci, abbiamo cerca-
to di pugnalare vostro padre alle spalle. Quando l'ho saputo, mi sono ver-
gognato di essere un Silvanesti. Ma siamo giunti alla resa dei conti. Stiamo
pagando per il nostro comportamento oltraggioso e disonorevole, per es-
serci tagliati fuori dal mondo, per avere voluto vivere sotto lo scudo, pro-
tetti dagli attacchi dei draghi, mentre gli altri soffrono. Ma ora paghiamo
con la nostra vita una simile protezione.»
Si erano fermati a riposare in una radura, nei pressi di un ruscello dalle
acque canterine. Silvan era felice di potere tirare il fiato. Le ferite avevano
ripreso a dolergli, anche se non se ne lamentava. L'eccitazione e lo shock
per l'improvvisa svolta che aveva preso la sua vita lo avevano prosciugato,
letteralmente svuotato di energia.
Per cena, Rolan trovò della frutta e dell'acqua dalla dolcezza del nettare.
Medicò le ferite di Silvan con un'attenzione rispettosa e sollecita, che il
giovane gradì molto.
Samar mi avrebbe buttato uno straccio dicendomi di arrangiarmi, pensò
Sílvanoshei.
«Forse dormire un paio d'ore vi farebbe bene, Maestà», suggerì Rolan,
quando ebbero consumato il loro frugale pasto.
Silvan aveva pensato di essere ormai prossimo a stramazzare per la fati-
ca, ma dopo essersi rifocillato, scoprì di sentirsi molto meglio, rinvigorito
e rinfrescato.
«Mi piacerebbe sapere qualcosa di più sulla mia terra natale», disse.
«Mia madre me ne ha parlato, ma naturalmente non poteva sapere che cosa
stesse accadendo da quando... da quando se n'era andata. Hai parlato dello
scudo.» Silvan si guardò intorno. La bellezza che lo circondava era tale da
togliergli il fiato. «Capisco perché vogliate proteggere tutto questo», e in-
dicò gli alberi, i cui tronchi brillavano di una luce iridescente e i fiori, che
sfavillano nel prato, «dalla furia dei nostri nemici.»
«Sì, Maestà», rispose Rolan, abbassando la voce. «C'è chi sostiene che
una simile protezione non abbia prezzo, anche a costo della nostra stessa
vita. Ma se moriremo tutti, chi potrà godere di questa bellezza? E se noi
moriremo, sono convinto che alla fine morirà anche la foresta, poiché le
anime degli elfi sono un tutt'uno con la natura.»
«Siamo tanti quante sono le stelle», commentò Silvan divertito, ritenen-
do Rolan eccessivamente drammatico.
L'elfo sollevò lo sguardo verso il cielo stellato. «Cancellate metà di quel-
le stelle, Maestà, e vi accorgerete di quanto diminuisce la luce.»
«Metà!» esclamò Silvan incredulo. «Non sarà proprio metà!»
«Metà della popolazione di Silvanost è morta a causa della malattia che
provoca un lento deterioramento fisico, Maestà.» Si fermò un istante,
quindi riprese. «Ciò che sto per dirvi potrebbe essere considerato alto tra-
dimento e per questo potrei essere punito.»
«Punito? Vuoi dire cacciato via?» Silvan era turbato. «Esiliato? Con-
dannato a vivere nell'oscurità?»
«No, non ricorriamo più a simili punizioni, Maestà», spiegò Rolan.
«Non possiamo cacciare i nostri simili fuori dallo scudo, perché non sap-
piamo come attraversarlo. Ora coloro che osano criticare il governatore
generale Konnal scompaiono semplicemente nel nulla. Nessuno sa che co-
sa ne sia di loro.»
«Se è vero, perché il popolo non si ribella?» domandò Silvan, perplesso.
«Perché non rovesciano il governo di Konnal e non esigono che lo scudo
venga abbassato?»
«Perché soltanto un'esigua minoranza conosce la verità. E non abbiamo
prove. Potremmo alzarci nel corso di un consiglio nella Torre delle Stelle e
affermare che Konnal è impazzito, che ha così paura del mondo esterno
che preferisce farci morire tutti quanti piuttosto che essere parte di quel
mondo. Certo, potremmo dirlo, dopo di che Konnal balzerebbe in piedi e
griderebbe: "Sono tutte menzogne! Abbassate lo scudo e i Cavalieri Scuri
invaderanno i nostri amati boschi, gli orchi sopraggiungeranno e stermine-
ranno i nostri alberi, i Grandi Draghi caleranno su di noi e ci divoreranno."
Nell'udire queste parole, sapete che cosa griderebbe il popolo? "Salvaci!
Buon generale Konnal, proteggici! Non abbiamo altri che te!" Credetemi,
andrebbe esattamente così.»
«Capisco», disse Silvan, pensieroso. Fissò Rolan, il cui sguardo era per-
so nell'oscurità.
«Ora la nostra gente avrà qualcun altro a cui chiedere aiuto, Maestà», af-
fermò l'elfo. «Il legittimo erede al trono di Silvanesti. Ma dobbiamo pro-
cedere cautamente, con grande attenzione.» Un mesto sorriso gli illuminò
il viso. «Altrimenti anche voi scomparirete, Maestà.»
La dolce canzone dell'usignolo risuonò nell'oscurità. Rolan increspò le
labbra e rispose al segnale. Tre elfi emersero dall'ombra. Silvan notò che
erano gli stessi che lo avevano avvicinato nei pressi dello scudo, quella
stessa mattina.
La mattina! Silvan era incredulo. Possibile che fosse stato solo poche ore
prima? Sembravano passati giorni, mesi, anni.
Rolan si alzò per salutare i nuovi arrivati, stringendo loro la mano e
scambiando il rituale bacio sulla guancia.
Gli elfi indossavano un mantello simile a quello di Rolan e sebbene Sil-
van sapesse che si trovavano nella radura, faceva fatica a vederli, poiché
sembravano avvolti dall'oscurità e dalla luce delle stelle.
Rolan li interrogò sull'esito della perlustrazione. Risposero che lungo il
confine di Silvanesti era tutto tranquillo, "mortalmente tranquillo" sottoli-
neò uno di loro con una certa ironia. I tre spostarono la loro attenzione su
Silvan.
«Allora, lo hai interrogato?» domandò uno di loro, posando uno sguardo
severo su Silvanoshei. «È veramente chi dice di essere?»
Silvan balzò in piedi, imbarazzato e impacciato. Iniziò a inchinarsi ai tre
anziani come gli era stato insegnato, ma poi ricordò che, dopo tutto, lui era
il re. Erano loro che dovevano inchinarsi a lui. Guardò Rolan, confuso.
«Non l'ho "interrogato"», replicò Rolan in tono severo. «Abbiamo sem-
plicemente parlato. E sì, ritengo sia Silvanoshei, il legittimo Presidente
delle Stelle, figlio di Alhana e Porthios. Il nostro re è tornato. Il giorno che
attendevamo è finalmente giunto.»
I tre elfi guardarono Silvan, lo squadrarono dall'alto in basso e quindi si
rivolsero a Rolan.
«Potrebbe essere un impostore», disse uno di loro.
«Sono certo del contrario», affermò Rolan, deciso. «Conoscevo sua ma-
dre quando aveva la sua età. Ho combattuto con suo padre contro il sogno.
Assomiglia a entrambi, anche se ha il fisico del padre. Tu, Drinel, hai
combattuto con Porthios. Guarda questo giovane uomo e in lui vedrai
l'immagine del padre.»
L'elfo iniziò a osservare attentamente Silvanoshei, che incontrò e so-
stenne il suo sguardo.
«Guarda con il cuore, Drinel», lo incitò Rolan. «Gli occhi possono esse-
re ciechi. Il cuore no. Lo hai sentito mentre lo seguivamo, quando non sa-
peva che lo stavamo spiando. Hai sentito che cosa ci ha detto quando pen-
sava fossimo soldati di sua madre. Non stava fingendo. Sono così sicuro
che ci giocherei la vita!»
«Certo, assomiglia al padre e nei suoi occhi c'è qualcosa della madre.
Ma per quale strano miracolo il figlio della nostra regina in esilio è riuscito
ad attraversare lo scudo?» domandò Drinel.
«Non so come mi sono trovato oltre lo scudo», replicò Silvan, imbaraz-
zato. «Penso di essere caduto. Non ricordo. Ma quando ho provato ad an-
darmene, lo scudo non me lo ha permesso.»
«Ci si è buttato contro», spiegò Rolan. «Ha provato a tornare indietro, ad
andarsene da Silvanesti. Un impostore farebbe mai una cosa simile, dopo
tutta la fatica fatta per entrare? Un impostore ammetterebbe di non sapere
come ha fatto ad attraversare lo scudo? No, un impostore avrebbe una sto-
riella, chiara e logica, pronta per noi.»
«Hai detto di guardarlo con il cuore», disse Drinel. Guardò gli altri elfi.
«Siamo d'accordo. Lo sottoporremo alla prova della verità.»
«La vostra sfiducia getta il disonore sul popolo di Silvanesti!» esclamò
Rolan, seccato. «Che cosa penserà di noi?»
«Che siamo saggi e prudenti», replicò Drinel in tono asciutto. «Se non
ha niente da nascondere, non avrà nulla da obiettare.»
«Starà a lui la scelta», affermò Rolan. «Anche se io rifiuterei, se fossi in
lui.»
«Di che cosa parlate?» Silvan guardava i tre, confuso. «Che cos'è la pro-
va della verità?»
«È una sorta di magia, Maestà», rispose Rolan e il tono della sua voce
divenne improvvisamente triste. «Un tempo, gli elfi potevano fidarsi l'uno
dell'altro. Fidarsi incondizionatamente. Un tempo, nessun elfo sarebbe mai
riuscito a mentire a un suo simile. Quel tempo giunse alla fine durante il
sogno di Lorac. Quel sogno ha creato fantasmi di noi stessi, false immagini
di elfi, che tuttavia sembravano assolutamente reali a coloro che li guarda-
vano, li toccavano e parlavano con essi. Questi fantasmi potevano condur-
re alla rabbia e alla distruzione coloro che credevano in loro. Un marito
poteva vedere la moglie chiamarlo e precipitare da una scogliera nel tenta-
tivo di raggiungerla. Una madre poteva vedere il proprio figlio avvolto dal-
le fiamme e lanciarsi nel fuoco solo per scoprire che il bambino era scom-
parso.
«Noi kirath abbiamo ideato la prova della verità per stabilire se tali fan-
tasmi fossero reali o se facessero parte del sogno. All'interno i fantasmi e-
rano vuoti, cavi. Non avevano ricordi, pensieri, sentimenti. Ci bastava ap-
poggiare una mano sul cuore per capire se avevamo a che fare con un esse-
re vivente o il sogno.
«Con la fine del sogno, era cessata anche la necessità di ricorrere alla
prova della verità», spiegò Rolan. «O per lo meno così speravamo. Ma era
una vana speranza. Distrutto il sogno, gli alberi e tutta la natura avevano
ripreso a vivere e la bruttezza che aveva invaso la nostra terra era scompar-
sa. Ma quella bruttura era penetrata nel cuore di alcuni di noi, svuotandoli,
come i cuori degli esseri creati dal sogno. Oggi, un elfo può mentire a un
suo simile ed è proprio ciò che accade. Nuove parole si sono insinuate nel
nostro vocabolario. Parole umane. Parole come sfiducia, disonestà, disono-
re. Ora ricorriamo alla prova della verità fra di noi e più la usiamo, più sen-
tiamo il bisogno di usarla.» Posò uno sguardo ostile su Drinel, che man-
tenne un atteggiamento fermo, deciso, provocatorio.
«Non ho niente da nascondere», disse Silvan. «Se volete, usate pure la
prova della verità su di me. Sebbene a mia madre si spezzerebbe il cuore se
sapesse che la sua gente è caduta così in basso. Lei non metterebbe mai in
dubbio la lealtà di coloro che la seguono, così come questi non dubitereb-
bero del suo amore per loro.»
«Hai sentito, Drinel», fece Rolan arrossendo. «Che vergogna!»
«Non importa. Voglio sapere la verità», replicò l'altro, in tono ostinato.
«Davvero?» domandò Rolan. «E se l'incantesimo dovesse ingannarti
nuovamente?»
Un lampo d'ira illuminò gli occhi di Drinel, che guardò cupamente il
compagno. «Frena la lingua, Rolan. Ti ricordo che attualmente non sap-
piamo niente di questo giovane uomo.»
Silvanoshei non disse niente. Non toccava a lui intervenire in quella di-
scussione. Tuttavia, fece tesoro di quanto aveva udito. Forse gli elfi maghi
dell'esercito di sua madre non erano gli unici a cui stavano diminuendo i
poteri.
Drinel si avvicinò a Silvan, che rigido e immobile fissò l'elfo con sospet-
to. Quest'ultimo allungò la mano sinistra, la mano del cuore, poiché è quel-
la che gli è più vicino, e l'appoggiò sul petto di Silvan. Il tocco dell'elfo era
leggero, eppure a Silvan sembrò di sentirlo trapassargli l'anima.
I ricordi fluirono dal suo profondo, ricordi belli e brutti, che superando
sentimenti e pensieri superficiali affluirono nella mano di Drinel. Ricordi
di suo padre, una figura severa e implacabile, che sorrideva raramente e
non rideva mai. Che non aveva mai esternato il proprio affetto, che non
aveva mai espresso compiacimento per le azioni del figlio, e che raramente
sembrava notarlo. In quel scintillante flusso di ricordi, Silvanoshei ram-
mentò una notte, quando lui e la madre erano riusciti a sfuggire alla morte
per un pelo. Porthios li aveva avvolti in un abbraccio, aveva tenuto il fi-
glioletto stretto vicino al cuore e aveva bisbigliato una preghiera in elfico,
un'antica preghiera rivolta a divinità che non erano più presenti per udirla.
Silvanoshei ricordava le lacrime sulla guancia e ricordava di avere pensato
che non erano sue. Erano di suo padre.
Quello e altri ricordi fluirono e vennero raccolti nella mente di Drinel,
come avrebbe potuto raccogliere nelle mani l'acqua sgorgante da una fon-
te.
L'espressione del volto di Drinel cambiò e l'elfo posò su Silvan uno
sguardo colmo di nuova stima e di rispetto.
«Sei soddisfatto?» domandò Silvan in tono gelido. I ricordi avevano a-
perto in lui una dolorosa ferita.
«Vedo suo padre nel suo volto, sua madre nel suo cuore», replicò Drinel.
«Vi prometto solennemente fedeltà, Silvanoshei. E invito gli altri a fare lo
stesso.»
Drinel si profuse in un inchino, la testa piegata in segno di rispetto. An-
che gli altri due elfi pronunciarono il giuramento di fedeltà. Silvan li rin-
graziò cortesemente, domandandosi, non senza un certo cinismo, che valo-
re potessero avere tutti quegli inchini. Gli elfi avevano giurato fedeltà an-
che a sua madre, e Alhana Starbreeze era praticamente nelle stesse condi-
zioni di un bandito che si nascondeva nella foresta.
Se essere il legittimo Presidente delle Stelle significava trascorrere altre
notti nascosto in tumuli sepolcrali e altri giorni a sfuggire ad assassini, Sil-
van ne avrebbe fatto volentieri a meno. Non sopportava più quella vita, ne
aveva le tasche piene. Era la prima volta che lo ammetteva. E per la prima
volta ammise con se stesso di essere arrabbiato - profondamente e amara-
mente arrabbiato - con i suoi genitori per averlo obbligato a condurre un'e-
sistenza simile.
Un secondo dopo, già si vergognava della sua ira. Ricordò a se stesso
che forse la madre era morta o era prigioniera ma, irrazionalmente, il dolo-
re e la preoccupazione aumentarono la rabbia. Le emozioni contrastanti,
complicate ulteriormente dal senso di colpa, lo confusero e lo stremarono.
Aveva bisogno di tempo per pensare e non poteva farlo con quegli elfi che
lo fissavano come se fosse stato un bambolotto imbottito esposto in un ne-
gozio di articoli magici.
Gli elfi se ne stavano in piedi e, soltanto dopo qualche istante, Silvan si
rese conto che aspettavano che lui si sedesse per poterlo imitare. Era stato
allevato in una corte elfica, sebbene alquanto rustica, ed era abituato alle
imposizioni dell'etichetta. Esortò gli elfi a sedersi, dicendo che dovevano
essere stanchi, e li invitò a mangiare un po' di frutta e a bere un po' d'ac-
qua. Quindi si accomiatò dalla compagnia, spiegando che doveva allonta-
narsi per le sue abluzioni.
Restò sorpreso quando Rolan gli raccomandò di stare attento e gli offrì
la sua spada.
«Perché? Che cosa devo temere? Pensavo che lo scudo tenesse lontani
tutti i nemici.»
«Con un'eccezione», rispose Rolan in tono asciutto. «Pare che il grande
drago verde, Cyan Bloodbane - a causa di un errore di calcolo del generale
Konnal - sia rimasto intrappolato dentro lo scudo.»
«Bah! Probabilmente è solo una storia inventata da Konnal per tenerci
buoni», affermò Drinel. «Dimmi il nome di una persona che abbia visto
questo terribile mostro. Nessuno. Si dice che il drago sia qui. Si dice che
sia là. Noi corriamo avanti e indietro senza mai trovarne traccia. Mi sem-
bra strano, Rolan, che questo Cyan Bloodbane venga sempre avvistato
proprio quando Konnal viene messo sotto pressione dalle domande dei ca-
pi della Casa Reale sulla legittimità del suo comando.»
«È vero, nessuno ha mai visto Cyan Bloodbane», concordò Rolan. «Tut-
tavia, devo ammettere di essere convinto che il drago si trovi da qualche
parte qui, a Silvanesti. Una volta ho trovato delle tracce che non sono riu-
scito a spiegare in altro modo. State attento, perciò, Maestà. E prendete la
mia spada. Non si sa mai.»
Silvan rifiutò l'arma. Ripensando a come aveva quasi trapassato Samar,
si vergognava di dovere confessare di non essere in grado di tenere in ma-
no una spada, di non avere alcuna esperienza in tal senso. Dopo avere assi-
curato Rolan che avrebbe tenuto gli occhi bene aperti, si incamminò nella
foresta scintillante. Sua madre, ricordò, lo avrebbe fatto scortare da una
guardia armata.
Per la prima volta in vita mia sono libero, si accorse improvvisamente
Silvan. Completamente libero. Si lavò viso e mani in un ruscello dalle ac-
que limpide e fresche, si passò le dita fra i capelli fluenti e fissò a lungo la
sua immagine riflessa nell'acqua increspata. Nel suo volto non vedeva al-
cuna somiglianza con quello del padre e si irritava sempre con chi asseriva
il contrario. Ricordava Porthios come un guerriero inflessibile, duro come
l'acciaio che, se aveva mai saputo sorridere, l'aveva da tempo dimenticato.
Soltanto quando posava lo sguardo sulla moglie, gli occhi di Porthios si
riempivano di tenerezza.
«Sei re degli elfi», disse Silvan alla sua immagine riflessa. «In un giorno
hai ottenuto ciò che i tuoi genitori non hanno potuto conquistare in tren-
t'anni. Potuto... o voluto.»
Si sedette sulla riva. La sua immagine si agitò e brillò alla luce della lu-
na appena sorta. «Ciò che cercavano è a portata di mano. Non lo hai mai
desiderato in modo particolare, ma ora che ti viene offerto, perché non
prenderlo?»
Una leggera folata di vento accarezzò la superficie dell'acqua, incre-
spando l'immagine di Silvan. Poi il vento si acquietò, l'acqua si fermò e
l'immagine divenne nuovamente nitida e immobile.
«Devi stare attento a come ti muovi. Devi pensare prima di parlare, pen-
sare alle conseguenze di ogni parola. Devi riflettere sulle tue azioni. Non
devi lasciarti distrarre da niente.
«Mia madre è morta», disse e aspettò che il dolore lo travolgesse.
Le lacrime sgorgarono in lui; lacrime per la madre, lacrime per il padre,
lacrime per se stesso, solo e privo del loro conforto e sostegno. D'un tratto,
sentì una vocina dentro di sé sussurrare: «Ma i tuoi genitori quando ti han-
no sostenuto? Quando hanno avuto fiducia nelle tue capacità? Ti hanno te-
nuto protetto nella bambagia, per paura che potessi romperti. Il destino ti
sta offrendo la possibilità di dimostrare quanto vali. Non perderla!»
Accanto al ruscello, cresceva un arbusto dai bianchi fiori profumati a
forma di cuore. Silvan raccolse un pugno di fiori e strappò i boccioli dagli
steli frondosi. «Onore a mio padre, che è morto», disse e disperse i fiori
nel ruscello. Questi ultimi caddero sulla sua immagine riflessa, che ondeg-
giò sulle increspature. «Onore a mia madre, che è morta.»
Disperse gli ultimi boccioli. Quindi, sentendosi purificato, svuotato di
lacrime ed emozioni, tornò alla radura.
Appena lo videro, gli elfi si mossero per alzarsi, ma il giovane li pregò
di restare seduti e di non disturbarsi per lui. Gli elfi sembrarono apprezzare
la sua semplicità.
«Spero che la mia lunga assenza non vi abbia preoccupati», disse, sa-
pendo che era vero il contrario. Era sicuro che avessero parlato di lui.
«Questi cambiamenti sono stati così drastici, così repentini. Avevo biso-
gno di tempo per pensare.»
Gli elfi chinarono il capo in tacito assenso.
«Abbiamo pensato al modo migliore per perorare la vostra causa, Mae-
stà», spiegò Rolan.
«Avete tutto l'appoggio del kirath, Maestà», aggiunse Drinel.
Silvan ringraziò con un cenno del capo. Stava pensando a come guidare
la conversazione verso ciò che gli interessava. Infine chiese: «Che cos'è il
"kirath"? Mia madre non me ne hai mai parlato molto.»
«E perché avrebbe dovuto farlo?» esclamò Rolan. «Vostro padre ha cre-
ato il nostro ordine per combattere il sogno. Siamo stati noi kirath a entrare
nella foresta alla ricerca delle parti ancora schiave del sogno.
«Alcuni di noi avevano il compito di difendere i Modellatori dei Boschi
e i chierici, che venivano nella foresta per curarla. Per vent'anni abbiamo
combattuto per rigenerare la nostra terra e alla fine ci siamo riusciti. Una
volta sconfitto il sogno non avevamo più motivo di esistere e così l'ordine
è stato sciolto e siamo tornati alla vita che conducevamo prima della guer-
ra. Ma alcuni di noi avevano creato un legame più forte di quello familiare.
E così abbiamo continuato a tenerci in contatto, a passarci notizie e infor-
mazioni.
«Poi, sono giunti i Cavalieri Scuri di Takhisis per cercare di conquistare
il continente di Ansalon, dopo di che è scoppiata la guerra del Caos. È sta-
to in quel periodo che il generale Konnal ha preso il controllo di Silvanesti,
affermando che soltanto i militari potevano salvarci dalle forze del male al
lavoro nel mondo.
«Abbiamo vinto la guerra del Caos, ma a caro prezzo. Abbiamo perso
gli dei che, si dice, hanno fatto il sacrificio supremo, ritirandosi dal mondo
per permettere a Krynn e alla sua gente di andare avanti. Con loro se ne
sono andati la magia di Solinari e i poteri curativi. Abbiamo pianto a lungo
per le divinità, per Paladine e Mishakal, ma dovevamo andare avanti con la
nostra vita.
«Ci siamo dati da fare per continuare a ricostruire Silvanesti. Infine, la
magia è tornata a noi, una magia della terra, delle creature viventi. Sebbene
la guerra fosse finita, il generale Konnal non ha rinunciato al potere. So-
steneva che la minaccia giungeva ora da Alhana e Porthios, elfi scuri che
volevano soltanto vendicarsi.»
«E voi gli avete creduto?» domandò Silvan, indignato.
«Certo che no. Noi conoscevamo Porthios. Sapevamo i grandi sacrifici
che lui aveva fatto per questa terra. Conoscevamo Alhana e il suo amore
per la sua gente. Non gli abbiamo creduto.»
«E così avete appoggiato mio padre e mia madre?» chiese Silvan.
«Esatto», replicò Rolan.
«Allora perché non li avete aiutati?» domandò Silvan in tono aspro. «E-
ravate armati e addestrati ad utilizzare le armi. Eravate, come avete appena
detto, in stretto contatto l'uno con l'altro. Mia madre e mio padre aspetta-
vano ai confini, sicuri che il popolo di Silvanesti sarebbe insorto contro
l'ingiustizia che era stata perpetrata nei loro confronti. Ma così non è stato.
Il popolo non ha fatto niente. I miei genitori hanno atteso invano.»
«Potrei addurre molte scuse, Maestà», disse Rolan in tono pacato. «Era-
vamo stanchi di combattere. Non volevamo scatenare una guerra civile.
Eravamo convinti che con il passare del tempo saremmo riusciti a risolvere
pacificamente questa questione. In altre parole», le labbra si atteggiarono a
un mesto sorriso, «abbiamo nascosto la testa sotto la coperta e abbiamo ri-
preso a dormire.»
«Se vi può essere di conforto, Maestà, abbiamo pagato per i nostri pec-
cati», aggiunse Drinel. «Abbiamo pagato duramente. Appena lo scudo fu
eretto, ci accorgemmo del nostro errore, ma ormai era troppo tardi. Non
potevamo uscire. E i vostri genitori non potevano entrare.»
Uno squarcio abbagliante e scioccante come il lampo che si era abbattu-
to davanti a lui si aprì nella mente di Silvan: finalmente aveva capito. Fino
ad allora tutto era rimasto immerso nell'oscurità e ora la luce risplendeva
ovunque, come in pieno giorno, ogni dettaglio finalmente chiaro.
Sua madre aveva sempre affermato di odiare lo scudo. In realtà, lo scudo
era la scusa che le impediva di condurre il suo esercito a Silvanesti. Ma a-
vrebbe potuto farlo in un qualsiasi momento negli anni prima che lo scudo
venisse eretto. Lei e suo padre avrebbero potuto marciare su Silvanesti a
capo di un esercito e avrebbero trovato sostegno fra la loro gente. Perché
non lo avevano fatto?
Lo spargimento di sangue elfico. Questa era la scusa che avevano addot-
to. Non volevano vedere elfi uccidere altri elfi. La verità era che Alhana
aveva aspettato che la sua gente andasse da lei e deponesse la corona di
Silvanesti ai suoi piedi. Ma loro non lo avevano fatto. Come aveva detto
Rolan, volevano soltanto dimenticare l'incubo di Lorac, lasciandosi andare
a sogni più piacevoli. Alhana era stata il gatto che miagolava sotto la fine-
stra, disturbando il loro riposo.
Sua madre si era rifiutata di ammettere tutto ciò con se stessa e così,
sebbene avesse inveito contro lo scudo, in realtà quest'ultimo era per lei un
vero sollievo. Oh, aveva fatto tutto il possibile per cercare di distruggerlo.
Aveva fatto tutto il possibile per provare a se stessa di volere disperata-
mente attraversare quella barriera. Aveva lanciato il suo esercito contro di
esso, lei stessa si era lanciata contro quel muro invisibile. Ma nel profondo
del suo cuore, non voleva penetrarlo e forse proprio per questo lo scudo
era riuscito a tenerla fuori.
Per lo stesso motivo, Drinel, Rolan e gli altri elfi si trovavano all'interno.
Lo scudo era stato innalzato, lo scudo esisteva, perché lo volevano gli elfi.
Il popolo di Silvanesti aveva sempre desiderato essere al sicuro dal mondo,
al sicuro dalle contaminazioni degli umani, rozzi e indisciplinati, al sicuro
dal pericolo di orchi, goblin e minotauri, al sicuro dai draghi, al sicuro nel-
la bellezza, nel lusso e nell'agiatezza. Per la stessa ragione, la madre vole-
va trovare il modo per attraversare lo scudo: per potere finalmente riposare
serenamente sentendosi al sicuro.
Non disse nulla, ma ora sapeva che cosa doveva fare.
«Mi avete giurato fedeltà. Ma come faccio a essere sicuro che quando il
cammino diventerà impervio non mi abbandonerete come avete fatto con i
miei genitori?»
Rolan impallidì. Lampi di collera illuminarono gli occhi di Drinel. Que-
st'ultimo iniziò a parlare, ma l'altro lo bloccò, posandogli una mano sul
braccio.
«Il suo biasimo è corretto, amico mio. Una simile domanda è compren-
sibile.» Rolan si voltò verso Silvan. «La mano sul cuore, giuro su me stes-
so e la mia famiglia che sarò fedele alla vostra causa, Maestà. Possa la mia
anima restare prigioniera a questo livello d'esistenza nel caso io fallissi.»
Silvan annuì solennemente. Era un giuramento estremo. Posò lo sguardo
su Drinel e sugli altri due membri del kirath. Drinel esitava.
«Siete molto giovane», affermò in tono brusco. «Quanti anni avete?
Trenta? La nostra gente vi considererebbe un adolescente.»
«Ma non i Qualinesti», sottolineò Silvan. «E vi chiedo di riflettere su
quanto sto per dirvi», aggiunse, sapendo che i Silvanesti difficilmente si
sarebbero lasciati impressionare dai paragoni con i loro più mondani - e
quindi più corrotti - cugini. «Non sono stato allevato in una tranquilla e se-
rena casetta di Silvanesti. Sono cresciuto in grotte, capanne, casupole, o-
vunque i miei genitori trovassero un rifugio sicuro. Posso contare sulle dita
di una mano il numero delle volte in cui ho dormito in un letto in una stan-
za. Due volte sono stato ferito in battaglia. Ne porto ancora i segni sul cor-
po.»
Non aggiunse che non era stato ferito mentre combatteva. Non disse che
era stato ferito mentre le sue guardie del corpo lo trascinavano in un luogo
sicuro. Lui avrebbe combattuto, pensò fra sé e sé, se solo gliene avessero
data la possibilità. E ora era pronto per farlo.
«Faccio a voi lo stesso giuramento», affermò con orgoglio. «La mano
sul cuore, giuro di fare tutto quanto è in mio potere per riconquistare il tro-
no che è mio di diritto. Giuro di riportare salute, pace e prosperità alla no-
stra gente. Possa la mia anima restare prigioniera a questo livello d'esisten-
za nel caso io fallissi.»
Gli occhi di Drinel lo setacciarono, alla ricerca di quell'anima. Sembrò
soddisfatto di ciò che aveva visto. «Faccio il mio giuramento a voi, Silva-
nesti, figlio di Porthios e Alhana. Aiutando il figlio, possa il nostro popolo
riparare gli errori commessi nei confronti dei genitori.»
«E ora», disse Rolan, «dobbiamo stendere dei piani. Innanzitutto, dob-
biamo trovare un nascondiglio per sua Maestà...»
«No», lo interruppe Silvan con decisione. «Basta nascondersi. Io sono il
legittimo erede al trono. La legge è dalla mia parte. Non ho niente da teme-
re. Se dovessi strisciare e celarmi come un criminale, verrei percepito co-
me tale. Se arriverò a Silvanesti come un re, tutti mi vedranno come tale.»
«Eppure il pericolo...» attaccò Rolan.
«Sua Maestà ha ragione, amico mio», intervenne Drinel, considerando
Silvan con nuovo rispetto. «Sarà meno in pericolo uscendo allo scoperto
che restando nella clandestinità. Per cercare di calmare coloro che mettono
in discussione il suo diritto al potere, Konnal ha affermato più volte che sa-
rebbe felice di vedere il figlio di Alhana occupare il posto che gli spetta sul
trono. Certo, fare una simile promessa non gli costava nulla, poiché sapeva
- o pensava di sapere - che con lo scudo eretto, il figlio non poteva passare.
«Se sua Maestà entrerà trionfalmente nella capitale, sostenuto dalle grida
di gioia del popolo, Konnal sarà obbligato a mantenere la promessa. Non
sarà facile per lui fare scomparire il legittimo erede al trono come ha fatto
con altri elfi in passato. Il popolo non lo tollererebbe.»
«Le tue parole sono corrette. Ma non dobbiamo sottovalutare Konnal»,
affermò Rolan. «C'è chi sostiene che è pazzo ma se così fosse, la sua sa-
rebbe una pazzia astuta e calcolatrice. Quell'uomo è pericoloso.»
«Anch'io», disse Silvan. «Come scoprirà presto.»
Descrisse brevemente il suo piano. Gli altri lo ascoltarono, espressero la
loro approvazione, suggerirono alcune modifiche che il giovane accettò,
poiché loro conoscevano meglio la sua gente. Ascoltò con grande solennità
la discussione sugli eventuali pericoli ma, in realtà, vi prestò poca atten-
zione.
Silvanoshei era giovane, e come ogni giovane pensava di vivere in eter-
no.

IX

VAGABONDAGGI

La stessa notte NOTTE in cui Silvanoshei accettò il governo dei Silva-


nesti, Tasslehoff Burrfoot dormì profondamente e pacificamente, con sua
grande delusione.
Il kender era stato messo in custodia in una stanza all'interno della guar-
nigione solamnica di Solace. Tas si era offerto di ritornare nel fantastico
carcere a prova di kender, ma la sua richiesta era stata fermamente respin-
ta. La stanza era pulita e ordinata, senza finestre né mobili, tranne un letto
dall'aria severa con le traversine di ferro, e un materasso talmente rigido da
poter gareggiare con i migliori cavalieri nello stare sull'attenti. La porta
non aveva serratura, che avrebbe potuto procurare qualche leggero diver-
timento dopo cena, ma era tenuta chiusa da una sbarra di legno posta all'e-
sterno.
«Tutto sommato», si disse Tasslehoff mentre sedeva sconsolato sul letto,
scalciando contro le traversine di ferro e guardandosi tristemente all'intor-
no, «questa stanza è il posto più noioso in cui sia mai stato in vita mia, con
la possibile eccezione dell'Abisso.»
Gerard aveva persino portato via la candela, lasciandolo solo nel buio. A
quanto sembrava, non c'era altro da fare che andare a dormire.
Da tempo, Tasslehoff pensava che qualcuno avrebbe reso un grande ser-
vizio all'umanità abolendo il sonno. Una volta ne aveva parlato con Rai-
stlin, osservando che uno stregone della sua competenza avrebbe potuto
trovare il modo di eludere il sonno, che rubava buona parte del proprio
tempo con scarsi benefici evidenti. Raistlin aveva risposto che il kender
doveva essere grato che qualcuno l'avesse inventato, perché il sonno lo
rendeva tranquillo e letargico per otto ore al giorno, e solo per questo il
mago non l'aveva ancora strangolato.
Il sonno aveva un vantaggio, cioè i sogni, ma esso era quasi completa-
mente annullato dal fatto che, risvegliandoti, dovevi affrontare subito la
terribile delusione che non si trattava della realtà, che il drago che ti inse-
guiva con l'intenzione di staccarti la testa a morsi non era vero, e nemmeno
lo era l'orco che cercava di ridurti in poltiglia con una mazza. A questo an-
dava aggiunto il fatto che ti svegliavi sempre nella parte più interessante ed
eccitante del sogno: quando il drago ti teneva la testa in bocca, per esem-
pio, o l'orco ti aveva afferrato per il colletto. Il sonno, a parere di Tas, era
una completa perdita di tempo. Ogni notte era deciso a non cedervi, e ogni
mattino si ritrovava sveglio nella consapevolezza che esso l'aveva colto al-
la sprovvista, prendendogli la mano.
Quella notte, Tasslehoff non combatté. Sfinito dalle fatiche del viaggio e
dall'eccitazione e dalla malinconia causate dal funerale di Caramon, perse
la battaglia senza lottare. Al risveglio, constatò che non solo il sonno l'ave-
va preso di sorpresa, ma anche Gerard. Il Cavaliere torreggiava su di lui,
trafiggendolo con lo sguardo; la sua consueta espressione era resa ancora
più cupa dalla luce della lanterna.
«Alzati», gli ingiunse. «Mettiti questi.»
Gerard porse a Tas alcuni indumenti puliti, ben fatti, grezzi, sobri e - il
kender rabbrividì - funzionali.
«Grazie», disse Tas, strofinandosi gli occhi. «So che hai buone intenzio-
ni, ma ho i miei vestiti...»
«Non viaggerò con qualcuno che sembra aver perso la lotta con un palo
di maggio», ribatté Gerard. «Un nano di fosso cieco potrebbe vederti a sei
miglia di distanza. Mettiti questi, e in fretta.»
«Una lotta con un palo di maggio», ridacchiò Tas. «Una volta ne ho vi-
sta una davvero. Era a una festa di maggio a Solace; Caramon si era messo
una parrucca e delle sottane ed era andato a ballare con le giovani vergini,
ma la parrucca gli è scivolata sull'occhio...»
Gerard alzò un dito, severamente. «Regola numero uno. Non si parla.»
Tas aprì la bocca per spiegare che non stava davvero parlando, ma rac-
contando una storia, il che era tutt'altra cosa. Tuttavia, prima che potesse
spiccicare parola, Gerard tirò fuori il bavaglio.
Tasslehoff sospirò. Viaggiare gli piaceva, e aspettava quest'avventura
con ansia, ma pensava proprio che avrebbe potuto avere un compagno più
congeniale. Abbandonò tristemente i suoi abiti colorati, posandoli sul letto
con un buffetto affezionato, e si vestì con i pantaloni marroni, le calze di
lana marroni, la camicia marrone e il gilè marrone datigli da Gerard. Ab-
bassando lo sguardo su di sé, pensò deluso che somigliava tutto a un ceppo
d'albero. Fece per mettersi le mani nelle tasche, ma scoprì che non ce n'e-
rano.
«E niente borse», specificò Gerard, prendendo quelle di Tasslehoff e
preparandosi ad aggiungerle al mucchio degli abiti scartati.
«Aspetta un attimo...» cominciò Tas, serio.
Una delle borse si aprì. La luce della lanterna splendette allegramente
sugli scintillanti gioielli del Congegno per Viaggiare nel Tempo.
«Oops», disse Tasslehoff con aria estremamente innocente e, almeno
stavolta, innocente lo era.
«Come hai fatto a prenderlo da me?» indagò Gerard.
Tasslehoff scrollò le spalle e, indicando le labbra sigillate, scosse la te-
sta.
«Se ti faccio una domanda, puoi rispondere», affermò Gerard, fulminan-
dolo con lo sguardo. «Quando me l'hai rubato?»
«Non l'ho rubato», replicò Tas, con dignità. «Rubare è un'azione estre-
mamente malvagia. Te l'ho detto: il congegno ritorna da me. Non è colpa
mia; io non lo voglio. Anzi, ieri sera gli ho parlato severamente, ma sem-
bra che non ascolti.»
Gerard gli lanciò un'occhiata furiosa, poi, borbottando fra sé che non sa-
peva perché si prendeva la briga di tutto questo, gettò il congegno magico
in una borsa di pelle che portava al fianco. «Ed è meglio che ci stia», con-
cluse cupamente.
«Sì, farai meglio a obbedire al Cavaliere!» aggiunse Tas a voce alta, agi-
tando il dito contro il congegno. Per tutta ricompensa, gli fu legato il bava-
glio sulla bocca.
Poi, Gerard fece scivolare un paio di manette sui polsi di Tas. Tas sareb-
be sfuggito a manette normali, ma queste erano studiate appositamente per
i polsi sottili di un kender, o così sembrava. Tas si sforzò ripetutamente,
ma non riuscì a liberarsi. Gerard gli posò una mano pesante sulla spalla e
lo condusse fuori dalla stanza e giù per il corridoio.
Il sole non era ancora comparso. La guarnigione era scura e silenziosa.
Gerard diede a Tas il tempo di lavarsi le mani e il viso - intorno al bavaglio
- e di adempiere a qualunque altro bisogno, tenendolo d'occhio per tutto il
tempo e non concedendogli un attimo di intimità. Poi lo scortò fuori dall'e-
dificio.
Gerard indossava sopra l'armatura un mantello lungo e avvolgente. Tas
non poteva vedere la prima sotto il secondo, e sapeva che il Cavaliere ave-
va l'armatura solo perché la sentiva sferragliare. Gerard non portava né el-
mo né spada. Portò il kender ai quartieri dei Cavalieri, dove prese un gros-
so zaino e quella che avrebbe potuto essere una spada, avvolta in una co-
perta legata con la corda.
Quindi condusse Tasslehoff, legato e imbavagliato, nella parte anteriore
della guarnigione. Il sole, una piccola scheggia di luce all'orizzonte, fu su-
bito inghiottito da un banco di nubi; come se avesse cominciato a sorgere e
poi avesse improvvisamente cambiato idea, tornando a letto.
Gerard porse una carta al Capitano della Guardia. «Come può vedere,
signore, ho il permesso di lord Warren di portar via il prigioniero.»
Il capitano lanciò un'occhiata al documento, e poi al kender. Gerard, no-
tò Tas, stava attento a tenersi lontano dalla luce delle torce ardenti montate
sui pali di legno a entrambi i lati del cancello. Lo fulminò l'idea che il Ca-
valiere volesse nascondere qualcosa. La curiosità del kender si risvegliò,
evento che spesso si dimostra fatale per il kender stesso e per quelli che si
trovano in sua compagnia. Tas fissò Gerard con tutte le sue forze, cercando
di vedere cosa c'era di così interessante sotto il mantello.
Fu fortunato. Si levò la brezza del mattino. Il mantello svolazzò legger-
mente. Gerard lo riprese in fretta, se lo tenne stretto davanti, ma non prima
che Tasslehoff avesse visto la luce delle torce brillare su un'armatura nera
splendente.
In circostanze normali, Tas avrebbe domandato eccitato, a gran voce,
perché un Cavaliere Solamnico indossasse un'armatura nera. Probabilmen-
te, il kender avrebbe tirato il mantello per ottenere una vista migliore, e ri-
chiamato l'attenzione del Capitano della Guardia su quel fatto strano e in-
teressante. Ma il bavaglio impediva a Tas di proferire alcunché, tranne che
squittii e umft soffocati e sconnessi.
Ripensandoci meglio - e fu solo grazie al bavaglio che Tasslehoff ebbe
occasione di ripensarci - il kender si rese conto che, forse, Gerard non vo-
leva far sapere a nessuno che indossava un'armatura nera. Per questo por-
tava il mantello.
Affascinato da questa nuova piega dell'avventura, Tasslehoff rimase zit-
to, limitandosi a comunicare a Gerard con furbe strizzate d'occhio che lui
era a conoscenza del suo segreto.
«Dove stai portando il piccolo rettile?» indagò il capitano, restituendo a
Gerard il documento. «E che cos'ha all'occhio? Non ha la congiuntivite,
no?»
«Non che io sappia, signore. Vi chiedo scusa, ma non posso dirvi dove
ho avuto l'ordine di consegnare il kender, signore. Si tratta di un'informa-
zione segreta», rispose Gerard, con rispetto. Abbassando la voce, aggiun-
se: «È quello che è stato preso a profanare la tomba, signore.»
Il capitano annuì. Guardò di traverso i fagotti portati dal Cavaliere. «E
quelli che cosa sono?»
«Prove, signore», spiegò Gerard.
Il capitano assunse un'aria assai cupa. «Ha causato molti danni, non è
vero? Spero che lo puniscano in modo da farne un esempio.»
«Credo che sarà così, signore», replicò Gerard, in tono uniforme.
Il capitano salutò Gerard e Tas che uscivano dal cancello, e non prestò
più attenzione a loro. Gerard spinse il kender lontano dalla guarnigione,
sulla strada principale. Il mattino non era ancora completamente sveglio,
ma molta gente sì. I contadini portavano la loro merce al mercato. I carri
per il trasporto del legname uscivano diretti ai campi fra le montagne. I pe-
scatori si recavano al Lago Crystalmir. Le persone lanciarono qualche oc-
chiata curiosa al Cavaliere con il mantello - la temperatura era già abba-
stanza alta - ma, prese dalle loro faccende, gli passarono accanto senza
commenti. Se voleva soffocare dal caldo, erano affari suoi. Nessuno degnò
Tasslehoff di un secondo sguardo: la vista di un kender legato e imbava-
gliato non era nulla di nuovo.
Gerard e Tas uscirono da Solace per la strada meridionale, una strada
che serpeggiava lungo i Monti Sentinella, e li avrebbe lasciati al Passo
Sud. Il sole aveva finalmente deciso di uscire dal letto: una chiazza rosa
vivace si allargava nel cielo. L'oro impreziosiva le foglie degli alberi, e
diamanti di rugiada scintillavano sull'erba. Un bel giorno per le avventure,
e Tas si sarebbe divertito immensamente se non fosse stato che lo spinge-
vano, lo incalzavano, e non gli permettevano di fermarsi a guardare niente
lungo la strada.
Per quanto ostacolato dallo zaino, che sembrava piuttosto pesante, e dal-
la spada nella coperta, Gerard stabilì un ritmo veloce. Portava entrambi gli
oggetti in una mano sola, tenendo l'altra libera per pungolare Tasslehoff
nella schiena se questi cominciava a rallentare, oppure per afferrarlo per il
colletto se iniziava ad allontanarsi, o dargli uno strattone all'indietro se vo-
leva sfrecciare dall'altra parte della strada.
Non si sarebbe detto a guardarlo, ma Gerard, pur essendo di statura e
corporatura medie, era estremamente forte.
Il Cavaliere era un compagno cupo e silenzioso. Non ricambiò gli allegri
«buongiorno» di chi si recava a Solace, e rifiutò freddamente l'offerta di un
posto su un carro, fattagli da uno stagnaio ambulante che andava nella loro
direzione.
Almeno, però, tolse il bavaglio dalla bocca del kender. Tas gliene fu gra-
to. Non più giovane come una volta - cosa che era pronto ad ammettere -
trovava che, fra la rapida andatura imposta dal Cavaliere e le spinte e gli
strattoni continui, doveva respirare più di quanto non gli permettesse il so-
lo naso.
Subito, Tas fece tutte le domande che aveva messo in serbo, a comincia-
re da: «Perché la tua armatura è nera? Non ne ho mai viste prima. Be', sì,
ma non su un Cavaliere di Solamnia», e finendo con: «Andremo a piedi fi-
no a Qualinesti e se sì, ti dispiace non afferrarmi il colletto della camicia in
modo così energico, perché cominci a sfregarmi via la pelle?»
Ben presto, Tas scoprì che poteva fare tutte le domande che voleva, pur-
ché non si aspettasse risposta. Sir Gerard non replicava mai altro che: «Va'
avanti.»
«La parte migliore delle ricerche», osservò il kender «è guardare gli
spettacoli lungo la strada. Darsi tempo per godersi la vista e indagare tutte
le cose interessanti, e parlare con la gente. Se ti fermi a pensarci, lo scopo
della ricerca, come quello di combattere il drago, o di salvare il mammut,
occupa solo un piccolo lasso di tempo e, per quanto sia sempre molto ecci-
tante, ha periodi molto più lunghi prima e dopo - l'andata e il ritorno - che
possono essere molto noiosi se non ci si adopera per cambiarli.»
«L'eccitazione non mi interessa», ribatté Gerard. «Voglio semplicemente
chiudere con questa spedizione e con te. Prima finisco, e prima potrò fare
qualcosa per raggiungere il mio obiettivo.»
«E quale sarebbe?» chiese Tas, felice che il Cavaliere gli stesse final-
mente parlando.
«Unirmi ai combattimenti in difesa di Sanction», rivelò Gerard. «E poi,
liberare Palanthas dal flagello dei Cavalieri di Neraka.»
«Chi sono?» domandò Tas, interessato.
«Erano noti come Cavalieri di Takhisis, ma hanno cambiato nome quan-
do hanno compreso che Takhisis non sarebbe più tornata.»
«Come sarebbe, non sarebbe più tornata? Dov'è andata?»
Gerard scosse le spalle. «Con gli altri dei, se credi a quel che dice la gen-
te. A mio parere, sostenere che i brutti tempi sono la conseguenza del fatto
che gli dei ci hanno lasciato è solo una scusa per i nostri fallimenti.»
«Gli dei ci hanno abbandonato!» Tas rimase a bocca aperta. «E quan-
do?»
Gerard sbuffò. «Non voglio fare giochetti con te, kender.»
Tas meditò su tutto quel che Gerard gli aveva detto.
«Non avrai invertito tutta la storia?» chiese infine. «Sanction non è in
mano ai Cavalieri Scuri e Palanthas ai vostri?»
«No, non ho invertito niente. Tanto peggio» rispose Gerard.
Tas sospirò profondamente. «Sono estremamente confuso.»
Gerard grugnì e pungolò il kender, che stava rallentando un po'; anche le
sue gambe non erano più quelle di una volta. «Sbrigati», lo incitò. «Non ci
manca molta strada.»
«Davvero?» osservò docilmente Tas. «Hanno spostato anche Qualine-
sti?»
«Se proprio vuoi saperlo, kender, ho due cavalli che ci aspettano al pon-
te di Solace. E prima che tu possa fare un'altra domanda, il motivo per cui
abbiamo lasciato la guarnigione a piedi è che il cavallo che sto per usare
non è il mio solito; e avrebbe provocato commenti, richiesto spiegazioni.»
«Ho un cavallo! Un cavallo tutto mio! Che eccitante! Sono secoli che
non vado a cavallo.» Tasslehoff si arrestò, alzò lo sguardo sul Cavaliere.
«Sono terribilmente spiacente di averti giudicato male. Dopo tutto, mi sa
che capisci qualcosa di avventure.»
«Muoviti.» Gerard gli diede una spinta.
Il kender fu colpito da un pensiero, un pensiero assolutamente stupefa-
cente che gli tolse il poco fiato che gli rimaneva. Si fermò per riprenderlo,
poi lo usò per porre la domanda che gli era balzata alla mente.
«Io non ti piaccio, vero, sir Gerard?» disse. Non era né arrabbiato né ac-
cusatorio, soltanto sorpreso.
«No», fece Gerard. «Non mi piaci.» Bevve un sorso d'acqua da una
ghirba, che porse a Tas. «Ma se può consolarti, in questo non c'è niente di
personale. Provo avversione per tutta la tua gente.»
Tas rifletté mentre beveva l'acqua, che era tiepida e aveva assunto il sa-
pore della ghirba. «Forse mi sbaglio, ma credo che preferirei di molto non
piacere perché sono io piuttosto che perché sono un kender. Posso fare
qualcosa riguardo a me stesso, capisci, ma non posso fare molto riguardo
all'essere un kender perché mia madre era un kender e così lo era mio pa-
dre, e dev'essere per questo che io sono un kender.
«Forse avrei voluto essere un Cavaliere», continuò Tas, infervorandosi.
«Anzi, ne sono sicuro, ma gli dei devono aver pensato che mia madre, es-
sendo piccola, non avrebbe potuto dare alla luce qualcuno grosso come te,
non senza notevole disagio, e così sono nato kender. In realtà, non offen-
derti, ma ritiro ciò che ho detto. Quel che veramente avrei desiderato esse-
re era un draconico, sono così minacciosi, con tutte quelle scaglie, e poi
hanno le ali. Ho sempre voluto le ali. Ma, naturalmente, mia madre avreb-
be fatto una fatica estrema a gestire la situazione.»
«Muoviti», fu l'unica risposta che venne da Gerard.
«Potrei aiutarti a portare quello zaino, se mi togliessi queste manette», si
offrì Tas, pensando che se si fosse reso utile, il Cavaliere avrebbe comin-
ciato ad apprezzarlo.
«No», ribatté Gerard, senza nemmeno un grazie.
«Perche non ti piacciono i kender?» insistette Tas. «Flint diceva sempre
che non gli piacevano, ma so che, nel profondo del cuore, mentiva. Quanto
a Raistlin, non credo che li amasse molto; una volta ha cercato di uccider-
mi, il che mi ha lasciato intendere i suoi veri sentimenti. Però l'ho perdona-
to, anche se non lo perdonerò mai per aver ucciso il povero Gnimsh, ma
questa è un'altra storia. Te la racconterò dopo. Dov'ero rimasto? Oh, sì.
Stavo per aggiungere che Sturm Brightblade era un Cavaliere, e i kender
gli piacevano, per cui mi chiedevo che cos'hai tu contro di noi.»
«La vostra gente è frivola e sventata», proclamò Gerard con voce dura.
«Questi sono giorni bui. La vita è una questione seria, e andrebbe presa sul
serio. Non possiamo permetterci gioia e divertimento.»
«Ma senza gioia e divertimento, per forza i giorni sono bui», obiettò
Tas. «Che altro ti aspetti?»
«Quanta gioia hai provato, kender, quando hai sentito che centinaia dei
tuoi simili erano stati massacrati a Kendermore dalla grande dragonessa
Malystrx?» chiese cupamente Gerard. «E che i sopravvissuti sono stati
scacciati dalle loro case, e sembrano colpiti da una sorta di maledizione e
si chiamano "afflitti" perché ora conoscono la paura, e portano spade, non
borse? Hai riso quando hai sentito quella notizia, kender, e cantato "tralla-
là, come siamo felici oggi"?»
Tasslehoff si fermò, voltandosi così bruscamente che il Cavaliere quasi
inciampò in lui.
«Centinaia? Uccisi da un drago?» Tas era inorridito. «Come sarebbe,
centinaia di kender sono morti a Kendermore? Non l'ho mai sentito. Non
ho mai sentito niente del genere! Non è vero. Stai mentendo... No», ag-
giunse tristemente. «Non puoi mentire. Sei un Cavaliere, e anche se non ti
piaccio sei moralmente obbligato a non mentirmi.»
Gerard non disse nulla. Posò la mano sulla spalla del kender e lo girò
materialmente, rimettendolo, ancora una volta, in carreggiata.
Tas avvertì una strana sensazione vicino al cuore, una specie di stretta,
come se avesse inghiottito uno dei serpenti costrittori più feroci. Era fasti-
diosa, per nulla piacevole. In quel momento, capì che il Cavaliere aveva
detto la verità, che centinaia dei suoi simili erano morti in modo orribile e
tormentoso. Non sapeva come fosse successo, ma sapeva che era vero, ve-
ro come l'erba che cresceva lungo la strada, o i rami degli alberi sopra di
loro, o il sole che brillava attraverso le foglie verdi.
Era vero in questo mondo, dove il funerale di Caramon era stato diverso
da come lo ricordava. Ma non era stato vero in quell'altro mondo, il mondo
del primo funerale di Caramon.
«Mi sento strano», annunciò con voce fioca. «Ho le vertigini, come se
dovessi vomitare. Se non ti dispiace, credo che rimarrò zitto per un po'.»
«Evviva», disse il Cavaliere, aggiungendo: «Avanti», con un'altra spinta.
Camminarono in silenzio e, infine, a metà mattinata circa, raggiunsero il
ponte di Solace che attraversava il torrente omonimo, un ruscello pigro e
sinuoso che vagava per le colline dei Monti Sentinella, e poi ruzzolava al-
legramente per il Passo Sud, prima di raggiungere il Fiume della Rabbia
Bianca. Il ponte era ampio, per accogliere i carri e le squadre di cavalli, ol-
tre che il traffico a piedi.
Ai vecchi tempi, il ponte era stato gratuito per i viandanti, ma con l'au-
mentare del traffico, erano cresciute anche le spese di manutenzione. I pa-
dri della città di Solace, stanchi di impiegare le imposte per far funzionare
il ponte, eressero una barriera di pedaggio con il relativo esattore. La cifra
richiesta era modesta. Il livello del torrente di Solace era basso, in certi
punti si poteva attraversarlo a piedi, ed esistevano vari guadi lungo la stra-
da. Tuttavia, le sponde erano ripide e scivolose, e più di un carico di merce
preziosa era finito in acqua. La maggior parte dei viaggiatori sceglieva di
pagare la tassa.
A quell'ora del giorno, il Cavaliere e il kender furono gli unici ad attra-
versare. L'esattore stava facendo colazione nella sua cabina. Due cavalli
erano legati sotto un gruppo di pioppi che crescevano lungo la riva. Un
giovanotto che aveva l'aria e l'odore del mozzo di stalla sonnecchiava sul-
l'erba. Uno dei cavalli era nero lucente, con il manto che splendeva al sole.
Era irrequieto, raspava il terreno con gli zoccoli e di tanto in tanto tirava le
redini, come per saggiare se poteva liberarsi. L'altra bestia era un piccolo
pony femmina, grigio pomellato, con gli occhi scintillanti e le orecchie e il
naso scossi da spasmi. Aveva gli zoccoli quasi completamente coperti da
lunghe strisce di pelo.
Il serpente allentò notevolmente la stretta intorno al cuore di Tas, quan-
do questi vide il pony, che sembrava guardarlo con occhio amichevole, per
quanto un po' birichino.
«È mio?» chiese, eccitato da non credersi.
«No», rispose Gerard. «I cavalli sono stati noleggiati per il viaggio, e
basta.»
Diede un calcio al mozzo di stalla, che si svegliò e, grattandosi e sbadi-
gliando, disse che gli dovevano trenta monete d'acciaio per i cavalli, le sel-
le e le coperte, dieci delle quali sarebbero state loro restituite quando i ca-
valli fossero tornati incolumi. Gerard tirò fuori il borsellino e contò il de-
naro. Il mozzo - tenendosi il più possibile lontano da Tasslehoff - lo ricon-
tò con diffidenza e lo depositò in un sacchetto, che infilò sotto la camicia
coperta di paglia.
«Come si chiama il pony?» chiese Tas, entusiasta.
«Grigetta», replicò il mozzo.
Tas aggrottò le sopracciglia. «Non è un nome che dimostri molta fanta-
sia. Penso che avreste potuto tirar fuori qualcosa di più originale. Come si
chiama l'altro cavallo?»
«Nerone», rivelò il mozzo, stuzzicandosi i denti con un filo di paglia.
Tasslehoff sospirò profondamente.
L'esattore emerse dalla sua casetta e, quando Gerard gli porse l'ammon-
tare della tassa, alzò la barriera. Poi scrutò il Cavaliere e il kender con cu-
riosità estrema; sembrava pronto a passare il resto della mattinata a discu-
tere su dove i due erano diretti e perché. Gerard rispondeva seccamente
«sì» o «no» a seconda del necessario. Caricò Tas sul pony, che girò la testa
per guardare il kender e gli strizzò l'occhio, come se condividessero qual-
che meraviglioso segreto. Gerard posò lo zaino misterioso e la spada av-
volta nella coperta sul dorso del proprio cavallo, legandoli strettamente.
Afferrate le redini del pony di Tas, montò in sella e partì, lasciando l'esat-
tore a parlare da solo sul ponte.
Il Cavaliere apriva la strada, senza lasciare le redini del pony. Tas caval-
cava dietro, stringendo il pomo della sella con le mani ammanettate. Nero-
ne non sembrava amare il pony grigio molto più di quanto Gerard amasse
il kender; forse non sopportava l'andatura lenta cui era costretto per aspet-
tarlo, o forse era un cavallo dalla natura seria e severa, che si adombrava
per la giocosità mostrata dal pony. Quale che fosse la ragione, se sorpren-
deva il compagno a fare un balletto con gli zoccoli per puro divertimento,
o se pensava che questi potesse cedere alla tentazione di fermarsi a mor-
dicchiare dei ranuncoli lungo la strada, girava la testa e guardava fredda-
mente lui e il kender.
Avevano percorso circa cinque miglia, quando Gerard ordinò l'alt. Fer-
mo sulla sella, guardò a destra e a sinistra. Da quando avevano lasciato il
ponte, non avevano incontrato nessuno, e ora la strada era completamente
deserta. Smontando da cavallo, Gerard si tolse il mantello, lo arrotolò e lo
infilò in mezzo alle coperte. Indossava la corazza nera decorata con il te-
schio e il giglio della morte di un Cavaliere Scuro.
«Che bel travestimento!» esclamò Tas, deliziato. «Hai detto a lord War-
ren che avresti viaggiato da Cavaliere e non hai mentito. Solo, non hai
specificato che tipo di Cavaliere saresti stato. Mi travestirò anch'io da Ca-
valiere Scuro? Ossia, da Cavaliere di Neraka? Oh, no, ci sono! Non dirme-
lo: sarò il tuo prigioniero!» Tasslehoff era piuttosto orgoglioso di sé per
aver capito. «La cosa si preannuncia più divertente - cioè più interessante -
di quanto mi aspettassi.»
Gerard non sorrise. «Questa non è una gita di piacere, kender», obiettò
con voce dura e cupa. «Tu tieni nelle tue mani la mia vita e la tua, oltre al-
l'esito della nostra missione. Devo essere un idiota, per affidare qualcosa di
così importante a uno della tua razza, ma non ho scelta. Fra poco entrere-
mo nel territorio controllato dai Cavalieri di Neraka. Se dici una parola sul
fatto che sono un Cavaliere Solamnico, verrò arrestato e giustiziato come
spia. Ma, prima di uccidermi, mi tortureranno per scoprire cosa so. Per tor-
turare la gente, usano la ruota. Kender, hai mai visto un uomo disteso sulla
ruota?»
«No, ma una volta ho visto Caramon fare ginnastica ritmica, e diceva
che era una tortura...»
Gerard lo ignorò. «Ti legano mani e piedi alla ruota, e poi li tirano in di-
rezioni opposte. Braccia e gambe, polsi e gomiti, ginocchia e caviglie e-
scono dalle articolazioni. Il dolore è straziante, ma il bello di questa tortura
è che la vittima, pur soffrendo terribilmente, non muore. Possono tenere un
uomo sulla ruota per giorni. Le ossa non tornano mai al posto giusto.
Quando lo tirano giù, è uno storpio. Lo devono portare di peso al patibolo,
metterlo su una sedia per poterlo impiccare. Questo sarà il mio destino se
mi tradisci, kender. Capisci?»
«Sì, sir Gerard», replicò Tasslehoff. «E anche se non ti piaccio, la qual
cosa devo dirti mi amareggia davvero, non vorrei vederti disteso sulla ruo-
ta. Forse qualcun altro - perché non ho mai visto un braccio schizzare fuori
dalla sua articolazione - ma non tu.»
Gerard non sembrò colpito da quest'offerta magnanima. «Tieni a bada la
lingua, per il tuo bene oltre che per il mio.»
«Lo prometto», disse Tas, portandosi la mano al ciuffo e dandogli uno
strattone che gli fece venire le lacrime agli occhi per il dolore. «Sono ca-
pace di tenere un segreto, sai. Ne ho tenuti moltissimi, anche importanti.
Terrò anche questo. Puoi contare su di me, o non mi chiamo più Tasslehoff
Burrfoot.»
Gerard sembrò ancora meno impressionato di prima. Con aria molto ac-
cigliata, rimontò in sella e ripartì: un Cavaliere Scuro che guidava il suo
prigioniero.
«Quanto impiegheremo a raggiungere Qualinesti?» chiese Tas.
«A questo ritmo, quattro giorni», replicò Gerard.
Quattro giorni. Il Cavaliere non prestò più attenzione al kender, rifiutan-
dosi di rispondere anche a una sola domanda. Era sordo alle storie più mi-
rabolanti di Tas, e non si prese la briga di controbattere quando questi sug-
gerì che conosceva una scorciatoia molto eccitante attraverso il Bosco di
Darken.
«Quattro giorni così! Non mi piace lamentarmi», borbottò Tas, parlando
a se stesso e al pony, dal momento che il Cavaliere non ascoltava, «ma
quest'avventura si sta rivelando monotona e noiosa. Non è nemmeno u-
n'avventura, ma solo una sgobbata, per dirla giusta.»
Lui e il pony arrancavano, con la prospettiva di quattro giorni senza nes-
suno con cui parlare, niente da fare, niente da vedere tranne alberi e mon-
tagne; questi ultimi sarebbero stati interessanti se Tas avesse potuto esplo-
rarli ma, a distanza, ne aveva già visti in quantità. Il kender era talmente
annoiato che quando il congegno magico ritornò da lui, comparendo al-
l'improvviso fra le sue mani ammanettate, fu tentato di usarlo. Qualunque
cosa, anche essere spiaccicati da un gigante, sarebbe stata meglio di quello
strazio.
Se non fosse stato per il pony, l'avrebbe fatto.
In quel momento, il cavallo nero si girò per guardare minacciosamente il
pony, e forse qualche sorta di comunicazione passò fra cavallo e cavaliere,
perché anche Gerard si voltò.
Con una scrollata di spalle e un sorriso imbarazzato, Tas alzò il Conge-
gno per Viaggiare nel Tempo.
L'espressione fredda e immobile come quella del teschio sulla sua coraz-
za nera, Gerard si fermò, aspettando che il pony arrivasse al suo fianco.
Allungò la mano, strappò il congegno magico a Tas e, senza una parola, lo
gettò in una bisaccia.
Tasslehoff sospirò di nuovo. Sarebbero stati quattro lunghi giorni.

X
IL SIGNORE DELLA NOTTE

L'Ordine dei Cavalieri di Takhisis era nato in un sogno di oscurità ed era


stato fondato su un'isola remota e segreta nel lontano nord di Krynn, un'i-
sola chiamata Galera della Tempesta. Il quartiere generale sull'isola era
stato gravemente danneggiato durante la guerra del Caos. Le acque ribol-
lenti del mare avevano sommerso completamente la fortezza; si mormora-
va che fosse stata opera della dea del mare, Zeboim, straziata dal dolore
per la morte del figlio, lord Ariakan, fondatore dell'ordine dei Cavalieri.
Sebbene le acque si fossero ritirate, nessuno era tornato. La fortezza era
ormai ritenuta troppo distante per essere di utilizzo pratico per i Cavalieri
di Takhisis, che erano usciti dalla guerra del Caos battuti e malconci, pri-
vati della loro Regina e della sua Visione, ma con una forza considerevole,
una forza da non sottovalutare.
Ecco perché un Cavaliere del Teschio, Mirielle Abrena, nel corso del
primo Consiglio degli Ultimi Eroi, si sentì sufficientemente sicura da chie-
dere che ai superstiti dell'ordine venissero assegnate delle terre sul conti-
nente di Ansalon come compenso per i loro atti eroici nel corso della guer-
ra. Il consiglio permise ai Cavalieri di tenere i territori che avevano con-
quistato: Qualinesti (come sempre, erano pochi gli umani che avevano a
cuore gli elfi) e le terre nella parte nordorientale di Ansalon, inclusa Nera-
ka e dintorni. I Cavalieri Scuri accettarono quella regione, sebbene parte di
essa fosse distrutta e maledetta, e si diedero da fare per rafforzare il loro
ordine.
Molti dei partecipanti a quel primo consiglio speravano che i Cavalieri
sarebbero morti per asfissia, a causa dei fumi solforosi di Neraka. I Cava-
lieri Scuri non solo sopravvissero, ma prosperarono. Parte del merito an-
dava alla guida di Abrena, Signora della Notte, che al titolo militare ag-
giunse quello politico di governatrice generale di Neraka. Abrena inaugurò
una nuova politica di reclutamento, una politica non più pignola, schizzi-
nosa e restrittiva come quella di un tempo. Per i Cavalieri era semplice ri-
empire i ranghi. Nei giorni oscuri seguiti alla guerra del Caos, la gente si
sentiva sola e abbandonata. Ad Ansalon nacque quello che poteva essere
definito l'Ideale della Grande «I», il cui motto era: «Nessuno conta. Soltan-
to Io.»
Seguendo questo principio, i Cavalieri Scuri si rivelarono abili gover-
nanti. Sebbene non concedessero molto in termini di libertà personale, in-
coraggiarono il commercio e promossero i mestieri. Quando Khellendros,
il grande Drago Azzurro, catturò la città di Palanthas, affidò ai Cavalieri
Scuri il compito di governarla. Inizialmente terrorizzati dall'idea di ciò che
quei crudeli dittatori avrebbero fatto alla loro città, in seguito gli abitanti di
Palanthas si erano resi conto, non senza stupore, che in realtà sotto il go-
verno dei Cavalieri Scuri, stavano prosperando. E sebbene venissero tassa-
ti, i profitti che riuscivano a conservare erano tali da indurli a pensare che
la vita sotto la dittatura dei Cavalieri Scuri non fosse poi così male. I Cava-
lieri facevano rispettare la legge e mantenevano l'ordine, si opponevano al-
la Corporazione dei Ladri e cercavano di liberare la città dai nani di fosso.
La Purga dei Draghi, che seguì l'arrivo dei grandi draghi, inizialmente
spaventò e mandò su tutte le furie i Cavalieri di Takhisis, che nel massacro
persero molti dei loro animali. I Cavalieri combatterono invano contro la
grande dragonessa rossa, Malys, e i suoi cugini. Molti rappresentanti del-
l'ordine di Takhisis morirono, così come perirono molti dei loro draghi.
Ma ancora una volta, l'astuta guida di Mirielle riuscì a trasformare un disa-
stro in un trionfo. I Cavalieri Scuri strinsero dei patti segreti con i draghi,
impegnandosi a raccogliere i tributi e a mantenere la legge e l'ordine nelle
terre governate dalle mostruose creature. In cambio, queste ultime diedero
carta bianca ai Cavalieri e si impegnarono a non attaccare più i draghi so-
pravvissuti di proprietà degli umani.
Gli abitanti di Palanthas, Neraka e Qualinesti non sapevano niente del
patto stretto fra i Cavalieri e i Draghi. Sapevano soltanto che, ancora una
volta, i Cavalieri Scuri li avevano difesi contro un terribile nemico. Al con-
trario, i Cavalieri di Solamnis e i mistici della Cittadella della Luce erano a
conoscenza dell'esistenza dei patti, ma non ne avevano le prove.
Sebbene fra i ranghi dei Cavalieri Scuri vi fossero ancora individui fede-
li agli antichi ideali di onore e abnegazione promossi dal defunto Ariakan,
erano principalmente membri anziani, considerati ormai fuori dal mondo.
Una nuova Visione aveva sostituito quella antica; una Visione che si basa-
va sui poteri mistici del cuore sviluppati da Goldmoon nella Cittadella del-
la Luce e rubati da numerosi Cavalieri del Teschio che, sotto mentite spo-
glie, erano penetrati nella Cittadella al fine di imparare a utilizzare tali po-
teri per i loro ambiziosi scopi. Quando se n'erano andati, avevano ormai
sviluppato preziose abilità curative ma, soprattutto, una pericolosa e preoc-
cupante capacità di manipolare i pensieri altrui.
Forti della loro facoltà di controllare non solo i corpi ma anche le menti
di coloro che entravano nell'ordine, i Cavalieri del Teschio avevano rag-
giunto posizioni di spicco fra le file dei Cavalieri Scuri. Sebbene questi ul-
timi non avessero mai cessato di affermare che la regina Takhisis sarebbe
tornata, i Cavalieri del Teschio avevano smesso di crederci. Così come a-
vevano smesso di credere in tutto, eccetto nella loro forza e nel loro potere.
I Cavalieri del Teschio, che amministravano la nuova Visione, erano e-
sperti nel sondare la mente di un eventuale candidato, scoprendone le più
segrete paure, giocando con esse e al tempo stesso promettendogli ciò che
più desiderava, il tutto in cambio della sua cieca obbedienza.
I Cavalieri del Teschio divennero così potenti, grazie all'utilizzo della
nuova Visione, che i più stretti collaboratori di Mirielle Abrena comincia-
rono a guardarli con sospetto. Ma, soprattutto, misero in guardia Abrena
contro il capo di quei Cavalieri, il Giudice, un uomo di nome Morham
Targonne.
Abrena non diede peso a simili avvertimenti. «Targonne è un abile am-
ministratore», disse. «Devo ammetterlo. Ma dopo tutto, che cos'è un am-
ministratore? Nient'altro che un impiegato. Ed è quello che è Targonne.
Non mi sfiderebbe mai per ottenere il comando. La vista del sangue gli dà
la nausea. Rifiuta di prendere parte a giostre e tornei e se ne resta rinchiuso
nella sua squallida stanzetta, immerso nei suoi conti. Non ha il fegato per
combattere.»
Abrena diceva la verità. Targonne non aveva il fegato per combattere.
Non si sarebbe mai sognato di sfidare Abrena in un onorevole combatti-
mento per la detenzione del potere. La vista del sangue lo faceva stare ma-
le. E così la fece avvelenare.
Al funerale di Abrena, Targonne annunciò che, come Signore dei Cava-
lieri del Teschio, era il legittimo successore di Mirielle. Nessuno si fece
avanti per sfidarlo. Coloro che avrebbero potuto farlo, amici e sostenitori
di Abrena, tennero la bocca chiusa, per paura di dovere ingoiare quella
stessa «carne contaminata» che aveva ucciso il loro comandante. Alla, fine
comunque, Targonne uccise anche loro, divenendo così il capo indiscusso.
Lui e i Cavalieri esperti in mentalismo iniziarono a utilizzare i loro poteri
per esplorare le menti dei seguaci, al fine di stanare traditori e insoddisfat-
ti.
Targonne proveniva da una ricca famiglia proprietaria di vasti terreni a
Neraka. La famiglia era originaria di Jelek, una città a nord di quella che
un tempo era stata la capitale Neraka. Il motto della famiglia Targonne era
quello della Grande «I», che si intrecciava con quello della Grande «P» di
profitto. I Targonne avevano raggiunto ricchezza e potere con l'ascesa del-
la Regina Takhisis, fornendo inizialmente le armi ai capi dei suoi eserciti e
in seguito, quando era iniziato il suo declino, fornendo armi ai suoi nemici.
Grazie alla ricchezza accumulata con la vendita delle armi, la famiglia
Targonne aveva acquistato grandi appezzamenti di terreno, soprattutto nel-
la fertile zona di Neraka.
Il rampollo della famiglia Targonne aveva avuto persino l'incredibile
fortuna (lui sosteneva si fosse trattato di preveggenza) di portare il suo de-
naro via dalla città, pochi giorni prima che il Tempio esplodesse. Al termi-
ne della Guerra delle Lance, quando Neraka era una città sconfitta, sac-
cheggiata da bande di soldati, di goblin e draconici, lui era l'unico a posse-
dere ciò di cui la gente aveva un disperato bisogno: grano e monete di ac-
ciaio.
Uno dei desideri di Abrena era stato quello di costruire una fortezza per i
Cavalieri Scuri nella parte meridionale di Neraka, vicino al vecchio tem-
pio. Aveva fatto preparare i progetti e aveva mandato una squadra di uo-
mini a iniziare la costruzione. Ma tale era stato il terrore indotto dalla valle
maledetta e dal misterioso e ossessionante Canto della Morte, che gli uo-
mini erano fuggiti immediatamente. La capitale venne allora spostata nella
parte settentrionale della valle di Neraka, un luogo per alcuni ancora trop-
po vicino alla parte meridionale.
Il primo ordine di Targonne fu quello di spostare nuovamente la capita-
le. Il secondo di cambiare il nome dell'ordine. Stabilì il quartier generale
dei Cavalieri di Neraka a Jelek, vicino alle attività della famiglia. Molto
più vicino di quanto la maggior parte dei Cavalieri di Neraka potesse im-
maginare.
Jelek, posta all'incrocio fra le due strade principali che attraversavano
Neraka, era diventata una città fiorente e brulicante di gente. Per un incre-
dibile colpo di fortuna o forse grazie ad abili contrattazioni, l'ira dei grandi
draghi l'aveva risparmiata. Mercanti provenienti da tutta Neraka, persino
dalla meridionale Khur, si affrettavano verso Jelek per intraprendere nuove
attività o incrementare quelle già esistenti. E fino a quando si fermavano
per pagare i tributi richiesti ai Cavalieri di Neraka e per porgere i loro o-
maggi al Signore della Notte e governatore generale Targonne, erano i
benvenuti.
Gli omaggi tributati a Targonne risultavano freddi al tatto ed emettevano
un piacevole tintinnio quando venivano depositati, insieme ad altre dimo-
strazioni di rispetto, nella grande cassetta per il denaro del Signore della
Notte, ma mercanti e commercianti si guardavano bene dal protestare. Co-
loro che si lamentavano o ritenevano gli omaggi verbali sufficienti, si ri-
trovavano ben presto a navigare in cattive acque. E se persistevano nel loro
atteggiamento, solitamente venivano trovati morti per strada, scivolati ac-
cidentalmente su uno stiletto.
Targonne stesso aveva progettato la fortezza dei Cavalieri di Neraka che
torreggiava sulla città di Jelek. L'aveva infatti fatta costruire sul promonto-
rio più alto della città, da dove poteva controllare sia quest'ultima, sia la
valle circostante.
Forma e struttura della fortezza erano estremamente pratiche: una serie
di quadrati e rettangoli disposti l'uno sull'altro con torri squadrate. Le po-
che finestre aperte sulle spesse mura erano strette e longitudinali. Le mura
interne ed esterne erano semplici e disadorne. La fortezza era così squalli-
da e macabra che i forestieri giunti in città la scambiavano per una prigione
o un edificio amministrativo. La vista di figure in armature nere che pattu-
gliavano le mura, modificava subito la loro prima impressione che, dopo
tutto, non era poi così lontana dalla verità. I sotterranei della fortezza ospi-
tavano infatti una prigione, al di sotto della quale si trovava la camera del
Tesoro dei Cavalieri, sorvegliata ventiquattro ore su ventiquattro.
Il quartiere generale e gli appartamenti di Targonne si trovavano nella
fortezza. Entrambi avevano una struttura essenziale, rigorosamente funzio-
nale, e se la fortezza veniva scambiata per un edificio amministrativo, il
suo comandante veniva preso per un impiegato. Chi doveva incontrare il
Signore della Notte veniva condotto in un ufficio piccolo e angusto, dalle
pareti spoglie e l'arredamento essenziale, dove doveva aspettare che un
omuncolo pelato e occhialuto dagli abiti scuri, ma di ottimo taglio, termi-
nasse di trascrivere delle cifre su un grande libro mastro rilegato in pelle.
Pensando di essere alla presenza di qualche funzionario di grado inferio-
re, che lo avrebbe condotto dal Signore della Notte, il visitatore finiva per
gironzolare spazientito per la stanza, la mente che vagava. Ma i suoi pen-
sieri venivano impigliati, come farfalle in una ragnatela, dall'uomo dietro
la scrivania. Quest'ultimo ricorreva ai suoi poteri per esplorare ogni angolo
della mente del visitatore. Trascorsi alcuni minuti, durante i quali il ragno
aveva sfiancato la sua preda, l'uomo sollevava la testa pelata, scrutava lo
sconosciuto attraverso gli occhiali e lo informava che si trovava in presen-
za di Targonne, il Signore della Notte.
Il visitatore che quel giorno sedeva nella stanzetta sapeva perfettamente
che l'uomo dall'aspetto mite era in realtà il suo signore e governatore. Si
trattava infatti del comandante in seconda di lord Milles e sebbene sir Ro-
derick non avesse ancora incontrato Targonne, lo aveva visto in veste uffi-
ciale ad alcune cerimonie dell'ordine. Il Cavaliere stava sull'attenti, immo-
bile e impettito, in attesa che il superiore mostrasse di essersi accorto della
sua presenza. Essendo stato avvisato dei poteri di Targonne, il Cavaliere
cercava di mantenere allineati anche i propri pensieri, sebbene con scarso
successo. Ancora prima che sir Roderick parlasse, lord Targonne sapeva
già molto su ciò che era accaduto a Sanction. Ma poiché non amava fare
sfoggio delle sue capacità, invitò il Cavaliere a sedersi.
Sir Roderick, che per la stazza possente e robusta avrebbe potuto solle-
vare Targonne per il colletto senza alcuno sforzo, si accomodò sul bordo
dell'unica sedia a disposizione dei visitatori. Era teso e rigido.
Forse perché ormai assomigliava a ciò che più amava, gli occhi di Mor-
ham Targonne sembravano due monete d'acciaio: piatte, lucenti e fredde.
Chi guardava in quegli occhi non vedeva un'anima, ma soltanto numeri e
cifre. Tutto ciò su cui Targonne posava gli occhi veniva ridotto a debiti e
crediti, profitti e perdite, soppesato in senso economico, contato al cente-
simo e aggiunto in una colonna o nell'altra del registro contabile della sua
mente.
Sir Roderick vide se stesso riflesso nell'acciaio luccicante di quegli occhi
di ghiaccio e si sentì spostato nella colonna delle spese inutili. Si chiese se
fosse vero che gli occhiali fossero antichi manufatti recuperati dalle rovine
di Neraka e che donassero a chi li indossava la capacità di leggere nella
mente altrui. Roderick iniziò a sudare nonostante la temperatura fresca, as-
sicurata, estate e inverno, dalle mura spesse e massicce dell'edificio.
«Il mio aiutante di campo mi ha detto che venite da Sanction, sir Rode-
rick», disse Targonne. La sua voce aveva il tono gentile, piacevole, mode-
sto, dell'impiegato. «Come va l'assedio della città?»
È necessario sottolineare che la famiglia Targonne possedeva numerose
proprietà nella città di Sanction, proprietà che aveva perso quando i Cava-
lieri di Neraka avevano perso la città. Ecco perché la conquista di Sanction
era, per Targonne, una delle priorità dell'ordine dei Cavalieri.
Sir Roderick aveva ripassato il discorso nel corso dei due giorni di viag-
gio da Sanction a Jelek e ora era pronto a rispondere.
«Eccellenza, sono qui per comunicarvi che il giorno successivo al Gior-
no di Metà Anno, i maledetti Solamnici hanno tentato di spezzare l'assedio
cercando di ingannare il nostro esercito. I bastardi hanno provato a indurre
il mio comandante, lord Milles, a sferrare l'attacco facendogli credere di
avere abbandonato la città. Ma lord Milles ha intuito il loro piano e, a sua
volta, li ha fatti cadere in trappola. Lanciando un attacco contro la città di
Sanction, lord Milles ha attirato i Cavalieri fuori dai loro nascondigli. Ha
quindi simulato una ritirata. I Cavalieri hanno abboccato all'amo e sono
partiti all'inseguimento delle nostre forze. Alla Scorciatoia di Beckard, lord
Milles ha ordinato alle nostre truppe di interrompere la fuga e opporre resi-
stenza. I Solamnici sono stati sbrigativamente sconfitti, molti di loro sono
stati uccisi o feriti. Non hanno potuto fare altro che ritirarsi nuovamente a
Sanction. Lord Milles è felice di potervi riferire, Eccellenza, che la valle
nella quale è accampato il nostro esercito resta tranquilla e sicura.»
Le parole di sir Roderick entrarono nelle orecchie di Targonne, mentre i
pensieri gli entrarono nella mente. Sir Roderick stava rivivendo la dispera-
ta fuga per portare in salvo la vita accanto a lord Milles che, comandando
dalle retrovie, si era ritrovato coinvolto nel fuggi fuggi. In un altro angolo
della mente del Cavaliere, Targonne trovò un'immagine estremamente in-
teressante, sebbene al contempo preoccupante. L'immagine era quella di
una giovane donna in armatura nera, esausta e imbrattata di sangue, che
veniva festeggiata e osannata dalle truppe di lord Milles. Targonne udì il
suo nome risuonare nella mente di Roderick: «Mina! Mina!»
Con la punta della penna, il Signore della Notte si grattò i sottili baffi
che gli coprivano il labbro superiore. «Effettivamente sembra una grande
vittoria. I miei complimenti a lord Milles.»
«Sì, Eccellenza.» Sir Roderick sorrise, compiaciuto. «Grazie, Eccellen-
za.»
«Sarebbe stata una vittoria ancora più grande se lord Milles avesse effet-
tivamente conquistato la città di Sanction come gli era stato ordinato, ma
immagino che si occuperà di questa piccola questione quando lo riterrà
opportuno.»
Sir Roderick non sorrideva più. Iniziò a parlare, tossì, si schiarì la gola.
«In realtà, Eccellenza, saremmo stati sicuramente in grado di catturare
Sanction se non fosse stato per il comportamento sovversivo di uno dei no-
stri ufficiali minori. Disubbidendo agli ordini di lord Milles, questo ufficia-
le ha richiamato un'intera compagnia di arcieri dalla mischia, privandoci
così della copertura necessaria per sferrare un attacco alle mura di San-
ction. Ma non basta. Presa dal panico, l'ufficiale ha ordinato agli arcieri di
scagliare le frecce, mentre i nostri uomini erano ancora sulla prima linea.
Le perdite riportate sono state causate esclusivamente dall'incompetenza di
quell'ufficiale. Per questo lord Milles non ha ritenuto opportuno procedere
con l'attacco.»
«Senti, senti», mormorò Targonne. «Immagino che questo giovane uffi-
ciale sia stato immediatamente punito.»
Sir Roderick si mordicchiò il labbro. Quella era la parte più difficile.
«Lord Milles avrebbe voluto farlo, Eccellenza, ma ha ritenuto che prima
fosse meglio consultarsi con voi. Si è infatti creata una situazione per la
quale il mio signore non sa come comportarsi. La giovane donna esercita
sugli uomini una sorta di influenza magica e misteriosa, Eccellenza.»
«Davvero?» Targonne si finse sorpreso. Quando riprese a parlare il suo
tono era sarcastico. «Le ultime notizie davano i poteri magici dei nostri
maghi in netto declino. Non sapevo che avessimo una maga così dotata.»
«Non è una che utilizza la magia, Eccellenza. O, per lo meno, così dice.
Afferma di essere una messaggera inviato da un dio: l'Unico, il Vero Dio.»
«E come si chiama questo dio?» domandò Targonne.
«Ah, quella è furba, Eccellenza. Sostiene che il nome del dio è troppo
sacro per poterlo pronunciare.»
«Gli dei sono venuti e se ne sono andati», esclamò spazientito Targonne.
Nella mente di sir Roderick vedeva un'immagine sorprendente e inquietan-
te e voleva sentire l'uomo parlarne. «I nostri soldati non si lasciano intrap-
polare dalle parole.»
«Eccellenza, la donna non ricorre solo alle parole. Fa miracoli. Miracoli
come negli ultimi tempi non se ne sono più visti a causa dell'indebolimento
dei nostri maghi. Questa ragazza è in grado di riattaccare arti mozzati. Ba-
sta che posi le mani sul petto di un soldato, perché una ferita si cicatrizzi.
Se dice a un uomo con la schiena spezzata di alzarsi, questi si alza! L'unico
miracolo che non fa è resuscitare i morti. Per loro prega.»
Sir Roderick udì lo scricchiolio di una sedia; alzò lo sguardo e vide gli
occhi di acciaio di Targonne illuminati da lampi d'ira.
«Naturalmente», si affrettò ad aggiungere l'ufficiale per riparare l'errore
commesso, «lord Milles sa che non si tratta di miracoli, Eccellenza. Lui sa
che quella donna è una ciarlatana. È solo che non riusciamo a capire come
faccia», aggiunse in tono mesto. «E gli uomini sembrano molto attratti da
lei.»
Targonne capì che tutti i fanti e buona parte dei Cavalieri si erano am-
mutinati e rifiutavano di ubbidire a Milles. Avevano fatto oggetto della lo-
ro fedeltà una ragazzina in armatura nera.
«Quanti anni ha la ragazza?» domandò Targonne, aggrottando la fronte.
«Probabilmente non più di diciassette, Eccellenza», rispose sir Roderick.
«Diciassette!» Targonne non poteva credere alle proprie orecchie. «In-
nanzitutto, perché Milles l'ha nominata ufficiale?»
«Non l'ha fatto, Eccellenza», spiegò sir Roderick. «Non fa parte del no-
stro contingente. Prima del suo arrivo nella valle nessuno di noi l'aveva
mai vista.»
«Non potrebbe essere una solamnica sotto mentite spoglie?» gli chiese
Targonne.
«Dubito, Eccellenza. È stato a causa sua se i Solamnici hanno perso la
battaglia», replicò sir Roderick, inconsapevole del fatto che ciò che aveva
appena affermato non concordava con quanto raccontato in precedenza.
Targonne notò l'incongruenza, ma era troppo concentrato sui suoi calcoli
per prestarvi attenzione; si limitò ad annotarsi mentalmente che Milles era
un incompetente pasticcione e che andava sollevato dal suo incarico il più
presto possibile. Suonò una campanella d'argento posata sulla scrivania. La
porta dell'ufficio si aprì immediatamente e l'aiutante di campo entrò nella
stanza.
«Controlla negli elenchi dell'Ordine», ordinò Targonne, «e cerca... come
avete detto che si chiama?» domandò a Roderick, sebbene sentisse il nome
echeggiare nella mente del cavaliere.
«Mina, Eccellenza.»
«Miinaa», ripeté Targonne, riempiendosi la bocca con il nome come se
volesse assaggiarlo. «E basta? Niente cognome?»
«Non che io sappia, Eccellenza.»
L'aiutante se ne andò e passò l'incarico ad alcuni subalterni. I due Cava-
lieri se ne stettero seduti in silenzio in attesa del risultato della ricerca.
Targonne ne approfittò per continuare a setacciare la mente di Roderick,
che gli confermò il suo sospetto: l'assedio contro Sanction era nelle mani
di un babbeo. Se non fosse stato per quella ragazza, l'assedio sarebbe stato
infranto, i Cavalieri Scuri sconfitti, annientati, i Solamnici trionfanti e in
totale controllo di Sanction.
L'aiutante tornò. «Dagli elenchi non risulta alcun cavaliere di nome
"Mina", Eccellenza. Nemmeno un nome che gli somigli.»
Con un gesto della mano, Targonne congedò l'uomo.
«Geniale, Eccellenza!» esclamò sir Roderick. «È un'impostora! Possia-
mo arrestarla e giustiziarla.»
«Hmm», brontolò Targonne. «E in tal caso che cosa pensate faranno i
vostri soldati, sir Roderick? Che cosa faranno quelli che ha guarito? E
quelli che ha condotto alla vittoria contro l'odiato nemico? Non dimentica-
te che il morale delle truppe di Milles non era particolarmente alto.» Batté
con la mano su una pila di registri. «Ho letto i rapporti. La percentuale di
diserzione fra le truppe di Milles è cinque volte più alta di quella di qualsi-
asi altro comandante dell'esercito».
«Ditemi», fissò l'altro Cavaliere con fare astuto, «riuscireste a fare arre-
stare questa Mina? Avete dei soldati che ubbidirebbero a un simile ordine?
O è più probabile che arresterebbero lord Milles?»
Sir Roderick aprì la bocca per poi richiuderla immediatamente senza a-
vere proferito parola. Si guardò intorno nella stanza, guardò il soffitto,
guardò ovunque tranne in quegli occhi di acciaio, orrendamente ingranditi
dalle spesse lenti degli occhiali, che gli stavano perforando il cranio.
Targonne spostò le palline del suo abaco mentale. La ragazza era un'im-
postora, travestita da Cavaliere. Era arrivata al momento giusto. Aveva sa-
puto trasformare una terribile sconfitta in una sorprendente vittoria. Faceva
«miracoli» in nome di un dio innominato.
Era un attivo o un passivo?
Se era un passivo, poteva essere trasformata in attivo?
Targonne aborriva le perdite. Da eccellente amministratore e scaltro
mercante, sapeva dove e come veniva speso ogni singolo centesimo. Non
era un taccagno. Si assicurava che l'Ordine avesse le armi e le armature
della migliore qualità e che reclute e mercenari venissero ben pagati. Pre-
tendeva che i suoi ufficiali annotassero accuratamente quanto veniva loro
pagato.
I soldati volevano seguire quella Mina. Molto bene. Che la seguissero.
Proprio quella mattina, aveva ricevuto un messaggio dalla grande drago-
nessa Malystris, la quale voleva sapere perché lui permetteva agli elfi di
Silvanesti di farsi gioco dei suoi editti mantenendo uno scudo magico sulla
loro terra e rifiutando di pagarle i tributi dovuti. Targonne aveva preparato
una lettera di risposta, nella quale spiegava che attaccare Silvanesti sarebbe
stata una perdita di tempo e di uomini, che avrebbero potuto essere utiliz-
zati altrove e con maggior profitto. Ricognitori inviati a studiare lo scudo
magico avevano riferito che era impossibile penetrarlo, che nessuna arma -
d'acciaio o magica - riusciva a scalfirlo. Un'intera armata non avrebbe ot-
tenuto niente; così concludeva il rapporto.
A ciò si aggiungeva il fatto che un esercito diretto a Silvanesti avrebbe
prima dovuto attraversare Blöde, la terra degli orchi. Un tempo alleati dei
Cavalieri Scuri, gli orchi erano andati su tutte le furie quando i Cavalieri di
Neraka si erano espansi a sud, inglobando le terre migliori degli orchi,
spingendo questi ultimi sulle montagne e compiendo un vero massacro.
Sui rapporti si leggeva che attualmente gli orchi stavano dando la caccia
all'elfo scuro Alhana Starbreeze e alle sue forze, nei pressi dello scudo. Ma
se i Cavalieri si fossero spinti nelle terre degli orchi, questi ultimi sarebbe-
ro stati ben felici di interrompere l'attacco agli elfi (attacco che avrebbero
potuto riprendere in qualsiasi momento) per vendicarsi dell'alleato che li
aveva traditi.
La lettera era sulla scrivania, in attesa di essere firmata. Targonne era
pienamente consapevole che quella missiva di rifiuto avrebbe provocato
l'ira della dragonessa, ma preferiva di gran lunga affrontare la furia di
Malys, piuttosto che buttare via risorse fondamentali in una causa senza
speranza. Allungò la mano, prese il foglio e con gesti lenti e misurati, lo
fece in mille pezzi.
L'unico dio in cui credeva Targonne era una piccola divinità rotonda che
poteva essere ammonticchiata in pile ordinate nella sua stanza del tesoro.
Non credeva nel modo più assoluto che quella ragazza fosse una messag-
gera inviata dagli dei. Non credeva nei suoi miracoli, né nelle sue capacità
di comando. A differenza di quel povero imbecille di sir Roderick, Tar-
gonne non sentiva il bisogno di spiegare come la donna avesse fatto ciò
che aveva fatto. A lui bastava sapere che ciò che lei stava facendo era a fa-
vore dei Cavalieri di Neraka: e ciò che avvantaggiava i Cavalieri avvan-
taggiava Morham Targonne.
Le avrebbe dato la possibilità di fare un «miracolo». Avrebbe mandato
quel falso Cavaliere e quei suoi stupidi seguaci ad attaccare e catturare Sil-
vanesti. Con un investimento minimo di un pugno di soldati, avrebbe
compiaciuto e fatto felice la dragonessa Malystrx. La pericolosa Mina e le
sue forze sarebbero state spazzate via, ma la perdita sarebbe stata compen-
sata dal guadagno. Che morisse in qualche angolo della foresta e diventas-
se cibo per gli orchi. Così si sarebbe liberato della ragazzina e del suo dio
«senza nome».
Targonne sorrise a sir Roderick e lasciò persino la sua sedia per accom-
pagnarlo alla porta. Restò a guardare fino a quando la figura in armatura
nera scomparve nei corridoi vuoti e rimbombanti della fortezza, quindi
convocò l'aiutante di campo nel suo ufficio.
Dettò una lettera per Malystrx, nella quale le spiegò il suo piano per la
conquista di Silvanesti. Emise un ordine per il comandante dei Cavalieri di
Neraka di stanza a Khur, perché marciasse con le sue forze verso Sanction,
dove avrebbe preso il comando e destituito lord Milles. Emise un ordine
per il caposquadra Mina, affinché insieme a una compagnia di soldati scel-
ti marciasse a sud, per attaccare e conquistare la grande nazione elfica di
Silvanesti.
«E per quanto riguarda lord Milles, Eccellenza?» domandò l'aiutante.
«Deve avere una nuova assegnazione? E dove?»
Targonne prese in considerazione la questione. Era di ottimo umore, una
sensazione che solitamente provava alla conclusione di un affare estrema-
mente vantaggioso.
«Manda Milles a rapporto da Malystrx. Può raccontarle di persona la
storia della sua "grande" vittoria sui solamnici. Sono sicuro che lei ascolte-
rà con grande interesse i dettagli su come è caduto nella trappola del nemi-
co e su come stava per perdere tutto ciò per cui abbiamo lottato duramen-
te.»
«Sì, Eccellenza.» L'aiuto raccolse i fogli e stava per tornare alla sua scri-
vania per eseguire gli ordini, quando chiese: «Devo eliminare lord Milles
dai nostri elenchi?»
Targonne era già tornato ai suoi registri. Aggiustò gli occhiali sul naso,
prese la penna, agitò la mano in segno di acquiescenza e si immerse nuo-
vamente in crediti e debiti, addizioni e sottrazioni.

XI

IL CANTO DI LORAC

Mentre Tasslehoff stava per morire di noia sulla strada per Qualinesti e
sir Roderick tornava a Sanction, beatamente inconsapevole di avere appe-
na consegnato il suo comandante alle fauci della dragonessa, Silvanoshei e
Rolan del kirath intrapresero il viaggio necessario per mettere il primo sul
trono dei Silvanesti. Il piano di Rolan era di avvicinarsi alla capitale Silva-
nost, ma senza entrarvi, finché nella città non si fosse sparsa la voce che il
vero capo della Casa Reale stava tornando per rivendicare il suo legittimo
ruolo di Presidente delle Stelle.
«Quanto tempo ci vorrà?» domandò Silvan, con l'impazienza e l'impetu-
osità dei giovani.
«La notizia viaggerà più in fretta di noi, Vostra Maestà», rispose Rolan.
Drinel e gli altri kirath che erano con noi due sere fa sono già partiti per
diffonderla. Lo diranno a ogni altro kirath che incontreranno ed a ogni
Staffetta di cui sentiranno di potersi fidare. La maggior parte dei soldati è
fedele al generale Konnal, ma ce ne sono alcuni che cominciano a dubitare
di lui. Non denunciano ancora apertamente la propria opposizione, ma l'ar-
rivo di Vostra Maestà dovrebbe fare molto per cambiare le cose. Le Staf-
fette hanno sempre giurato fedeltà alla Casa Reale, come Konnal stesso sa-
rà obbligato a fare o, almeno, a fingere di fare.»
«Quanto impiegheremo a raggiungere Silvanost, allora?» domandò Sil-
van.
«Lasceremo il sentiero e viaggeremo in barca sul Thon-Thalas», replicò
Rolan. «Ho in programma di portarvi a casa mia, situata alla periferia della
città. Dovremmo arrivare in due giorni. Prenderemo un terzo giorno per ri-
posare e per ricevere i rendiconti che a quel punto arriveranno. Quattro
giorni da oggi, Vostra Maestà, e se tutto va bene entrerete nella capitale in
trionfo.»
«Quattro giorni!» Silvan era scettico. «Può tanto essere compiuto in così
poco tempo?»
«Negli anni in cui abbiamo combattuto il sogno, noi kirath potevamo
mandare un messaggio dal nord all'estremo sud di Silvanesti in un solo
giorno. Non sto esagerando, Vostra Maestà», precisò Rolan, sorridendo
dell'evidente incredulità di Silvanoshei. «Abbiamo compiuto ripetutamente
una simile impresa. Allora eravamo molto organizzati, e in numero di gran
lunga maggiore di adesso. Ma credo che rimarrete lo stesso impressiona-
to.»
«Sono già impressionato, Rolan», ammise Silvanoshei. «Sono profon-
damente in debito con te e con gli altri del kirath. Troverò qualche modo
per ripagarvi.»
«Liberate il nostro popolo da questo terribile flagello, Vostra Maestà»,
ribatté Rolan con lo sguardo segnato dal dolore, «e sarà abbastanza».
Malgrado i suoi elogi, Silvanoshei covava ancora dei dubbi, che teneva
per sé. Sua madre aveva un esercito ben organizzato, e tuttavia faceva pia-
ni solo per vederli fallire. La malasorte, cattive comunicazioni, il brutto
tempo, qualunque di queste o una moltitudine di altre disgrazie potevano
trasformare in un disastro un giorno destinato alla vittoria.
«Nessun piano sopravvive mai al contatto con il nemico», era uno dei
detti di Samar, e si era dimostrato tragicamente vero.
Silvan si aspettava problemi, ritardi. Se la barca promessa da Rolan esi-
steva, avrebbe avuto un buco, o l'avrebbero trovata arsa dal fuoco. Il fiume
sarebbe stato troppo alto o troppo basso, troppo veloce o troppo lento; i
venti li avrebbero spinti nella direzione opposta a quella in cui volevano
andare.
Silvan rimase completamente stupefatto nel trovare la piccola barca al-
l'approdo descritto da Rolan, solida e in buono stato. Non solo: era stata ri-
empita di cibo avvolto in sacchi impermeabili e riposto ordinatamente a
prua.
«Come vedete, Vostra Maestà», disse Rolan, «i kirath sono stati qui
prima di noi.»
Il fiume Thon-Thalas era calmo e sinuoso in quell'epoca dell'anno. La
barca, fatta di corteccia, era piccola e leggera, e così stabile che sarebbe
stato molto difficile rovesciarla. Sapendo bene che Rolan non avrebbe mai
chiesto al futuro Presidente delle Stelle di remare, Silvan offrì il suo aiuto.
Rolan dapprima oppose resistenza, ma non poteva discutere con il suo so-
vrano: alla fine accettò, offrendogli una pagaia. Silvan vide che, con il suo
atto, si era guadagnato il rispetto dell'elfo più anziano, un bel cambiamento
per il giovane che, a quanto pareva, si era sempre attirato l'irriverenza di
Samar.
Silvan si godette l'esercizio che bruciava un po' della sua energia repres-
sa. Il fiume era placido, le foreste attraverso le quali scorreva erano verdi e
rigogliose. Il tempo era buono, ma Silvan non poteva dire che la giornata
fosse bella. Il sole brillava attraverso lo scudo, al di là del quale si vedeva
il cielo. Ma il sole che splendeva su Silvanesti non era lo stesso globo ar-
dente di fuoco aranciato che splendeva sul resto di Ansalon; era di un gial-
lo pallido e smorto, il giallo della pelle itterica, il giallo di un brutto livido.
Sembrava un sole riflesso, che galleggiava a faccia in giù, immerso in una
pozza di acqua stagnante e oleosa. Il sole giallo cambiava il colore del cie-
lo da azzurro a un blu-verde duro, metallico. Silvan non lo fissò a lungo,
ma spostò lo sguardo sulla foresta.
«Conosci un canto che allevi i nostri sforzi?» chiese a Rolan, che sedeva
nella parte anteriore della barca.
Il kirath remava a colpi rapidi e forti, tuffando profondamente la pagaia
nell'acqua. Silvan, di parecchio più giovane, faceva molta fatica a mante-
nere il suo ritmo.
Rolan esitò, si lanciò un'occhiata alle spalle. «C'è un canto che i kirath
amano molto, ma temo che possa dispiacere a Vostra Maestà. Racconta la
storia del vostro onorato nonno, Re Lorac.»
«Comincia con "Era l'Età della Forza, l'Età del Sommo Sacerdote e dei
suoi servi?"» domandò Silvan, cantando la melodia in modo incerto. L'a-
veva sentita solo una volta in vita sua.
«Quello è l'inizio, Vostra Maestà», confermò Rolan.
«Cantalo per me», approvò Silvan. «Mia madre me lo cantò una volta, il
giorno che compii trent'anni. Fu la prima occasione in cui sentii la storia di
mio nonno. Mia madre non mi aveva mai parlato di lui, né me ne ha più
parlato da allora. E per onorarla, nessuno degli altri elfi ne parla.»
«Anch'io onoro vostra madre, che raccoglieva le rose nel Giardino di A-
starin quando aveva la vostra età. E comprendo il suo dolore. Condividia-
mo quel dolore ogni volta che intoniamo questo canto, perché come Lorac
fu ingannato dalla propria arroganza fino al punto di tradire il proprio pae-
se, così noi che scegliemmo la via facile, che fuggimmo dalla nostra terra
lasciandolo a combattere da solo, fummo pure colpevoli.
«Se tutta la nostra gente fosse rimasta a lottare, quelli della Casa Reale,
della Casa del Servitore, della Casa del Protettore, della Casa del Mistico,
della Casa del Muratore, se ci fossimo stretti fianco a fianco, indipenden-
temente dalla casta, contro gli eserciti dei draghi, credo che allora avrem-
mo potuto salvare la nostra terra.
«Ma sentirete tutta la storia nel canto.»

Il canto di Lorac

Era l'Età della Forza,


l'Età del Sommo Sacerdote e
dei suoi servi.
Geloso degli stregoni, il Sommo Sacerdote
disse: «Mi cederete le vostre Alte Torri,
e mi dovrete timore e obbedienza».
Gli stregoni cedettero le Alte Torri; l'ultima
fu la Torre di Palanthas.
Viene alla Torre Lorac Caladon, Re dei Silvanesti,
per sostenere la sua Trova di Magia prima che la torre
venga chiusa.
Durante la Prova, uno dei globi dei draghi,
timoroso di cadere nelle mani
del Sommo Sacerdote e dei suoi servi,
parla a Lorac.
«Non devi lasciarmi qui a Istar.
Se lo fai, io andrò perduto, e il mondo perirà».
Lorac obbedisce alla voce del globo del drago,
e lo nasconde.
Lo porta con sé lontano dalla Torre,
lo riporta a Silvanesti,
lo tiene segreto, e stringe il segreto a sé,
senza mai parlarne a nessuno.
Viene il Cataclisma. Viene Takhisis, Regina delle Tenebre,
con i suoi draghi, forti e potenti.
Viene la guerra. La guerra contro Silvanesti.
Lorac riunisce tutta la sua gente, le ordina di fuggire
dalla terra natia,
le ordina di andarsene.
Dice: «lo solo sarò il salvatore del popolo».
«Io solo fermerò la Regina delle Tenebre».
Via la gente,
Via l'amata figlia, Albana Starbreeze.
Solo, Lorac sente la voce del globo del drago,
che chiama il suo nome, lo chiama verso le tenebre.
Lorac risponde alla chiamata,
discende fra le tenebre.
Mette le mani sul globo del drago e
il globo mette le sue mani su Lorac.
Viene il sogno.
Viene il sogno a Silvanesti,
sogno dì orrore,
sogno dì paura,
sogno di alberi che trasudano il sangue degli elfi,
sogno di lacrime che formano fiumi,
sogno di morte.
Viene un drago,
Cyan Bloodbane,
servo di Takhisis,
a sibilare nell'orecchio di Lorac i terrori del sogno.
A sibilare le parole: «Io solo ho il potere di salvare il popolo.
Io solo». A parodiare le parole: «Io solo ho il potere di salvare».
Il sogno entra nella terra,
la uccide,
deforma gli alberi, alberi sanguinanti,
riempie i fiumi con le lacrime della gente,
le lacrime di Lorac,
tenuto schiavo dal globo e da Cyan Bloodbane,
servo della Regina Takhisis,
servo del male,
che solo ha il potere.

«Posso capire perché mia madre non ama sentire questo canto», dichiarò
Silvan, quando l'ultima nota, lunga, dolce e triste, scivolò sull'acqua, per
essere ripresa da un passero. «E anche perché la mia gente non ama ricor-
darlo.»
«E invece dovrebbero farlo», ribatté Rolan. «Se fosse per me, andrebbe
cantato tutti i giorni. Chissà se il canto dei nostri giorni non sarà altrettanto
tragico, altrettanto terribile? Noi non siamo cambiati. Lorac Caladon cre-
deva di essere abbastanza forte per maneggiare il globo del drago, anche se
tutti i saggi l'avevano ammonito in senso contrario. Fu preso in trappola, e
cadde. La nostra gente, in preda alla paura, scelse di fuggire invece di re-
stare a combattere. E oggi, in preda alla paura, ci rannicchiamo sotto que-
sto scudo, sacrificando le vite di alcuni per salvare un sogno.»
«Un sogno?» chiese Silvan. Pensava al sogno di Lorac, al sogno del can-
to.
«Non parlo dei sussurri del drago», spiegò Rolan. «Quel sogno è svani-
to, ma i dormienti rifiutano di svegliarsi, e allora un altro sogno è venuto a
prendere il suo posto. Un sogno del passato; delle glorie di giorni andati.
Non li biasimo e aggiunse con un sospiro: «Anch'io amo pensare a ciò che
è stato, e desidero riconquistarlo. Ma chi di noi ha combattuto al fianco di
tuo padre sa che il passato non può mai essere recuperato, né dovrebbe es-
serlo. Il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare con lui. Dobbiamo
diventarne una parte, altrimenti ci ammaleremo e moriremo nella prigione
in cui ci siamo rinchiusi.»
Per un attimo, Rolan smise di remare. Si girò verso Silvan. «Capite cosa
dico, Vostra Maestà?»
«Credo di sì», rispose cautamente Silvan. «Io appartengo al mondo, per
così dire. Vengo da fuori. Sono colui che può portare nel mondo il nostro
popolo.»
«Sì, Vostra Maestà.» Rolan sorrise.
«Purché eviti il peccato dell'arroganza», riprese Silvan, e smise di rema-
re, grato della pausa. Fece un largo sorriso, perché aveva inteso scherzare,
ma, ripensandoci, divenne più serio. «L'orgoglio, il difetto di famiglia»,
bofonchiò, quasi fra sé. «Sono avvisato, e uomo avvisato è mezzo salvato,
dicono.»
Raccogliendo la pagaia, si rimise all'opera di buona lena.
Il pallido sole si inabissò dietro gli alberi. Il giorno languiva, come se
anch'esso fosse vittima del deperimento. Rolan scrutò la sponda, in cerca
di un posto adatto in cui ormeggiare per la notte. Silvan guardava la riva
opposta, e così vide per primo quello che sfuggì al kirath.
«Rolan!» bisbigliò con foga. «Dirigiti alla riva ovest! Svelto!»
«Che c'è, Vostra Maestà?» Rolan reagiva velocemente agli allarmi.
«Che cosa vedete?»
«Là! Sulla riva est! Non li vedi? Sbrigati! Siamo quasi a portata di frec-
cia!»
Rolan arrestò le sue rapide vogate. Si girò per rivolgere a Silvan un sor-
riso di simpatia. «Maestà, nessuno vi dà la caccia. Quella raccolta sulla
sponda è la vostra gente; è venuta a vedervi e a rendervi omaggio.»
Silvan era stupefatto. «Ma... come fanno a sapere?»
«I kirath sono stati qui, Vostra Maestà.»
«Così presto?»
«Ho detto a Vostra Maestà che avremmo sparso rapidamente la voce.»
Silvan arrossì. «Mi dispiace, Rolan. Non intendevo dubitare di voi. È so-
lo che... Mia madre usa dei messi. Viaggiano in segreto, portando messag-
gi fra lei e sua cognata Laurana, a Qualinesti. È così che restiamo informati
di ciò che succede in quel regno. Ma impiegherebbero molti giorni a copri-
re lo stesso numero di miglia... Pensavo...»
«Pensavate che stessi esagerando. Non dovete scusarvi per questo, Vo-
stra Maestà. Siete abituato al mondo oltre lo scudo, un mondo vasto e pie-
no di pericoli che crescono e calano giornalmente, come la luna. Qui a Sil-
vanesti, noi kirath conosciamo ogni sentiero, ogni albero che vi cresce so-
pra, ogni fiore che vi spunta accanto, ogni scoiattolo che l'attraversa, ogni
uccello che canta su ogni ramo, tante sono le volte che abbiamo percorso il
territorio. Se l'uccello canta una nota stonata, se lo scoiattolo contorce le
orecchie per paura, noi lo sappiamo. Niente può sorprenderci, e niente può
fermarci.»
Rolan aggrottò le sopracciglia. «Ecco perché troviamo preoccupante che
il drago Cyan Bloodbane ci abbia eluso per tanto tempo. Non è possibile
che ci riesca; eppure, al tempo stesso, sembra che lo sia...»
Il fiume li portò presso gli elfi sulla sponda orientale. Le loro case erano
negli alberi vivi, case che un umano, probabilmente, non avrebbe mai vi-
sto, perché ricavate dai rami amorevolmente indotti a formare tetti e pareti.
Le reti erano stese sul terreno ad asciugare, le barche tirate sulla riva. Gli
elfi non erano molti: si trattava di un piccolo villaggio di pescatori, e tutta-
via era chiaro che si era radunata l'intera popolazione. Persino i malati era-
no stati portati sulla riva, dove giacevano avvolti in coperte, e sostenuti da
guanciali.
Imbarazzato, Silvan smise di remare e posò la pagaia in fondo alla barca.
«Che cosa faccio, Rolan?» chiese nervosamente.
Rolan si girò a guardarlo, gli rivolse un sorriso rassicurante. «Dovete so-
lo essere voi stesso, Maestà. Non si aspettano altro.»
Rolan si avvicinò alla riva. Qui il fiume sembrava scorrere più veloce, e
spinse Silvan verso la gente prima che fosse completamente pronto. Aveva
sfilato con la madre per passare in rassegna le truppe, provando lo stesso
disagio e lo stesso senso di indegnità che lo assalivano adesso.
Il fiume lo portò all'altezza dei suoi. Li guardò, annuì leggermente, e al-
zò la mano in un timido saluto. Nessuno rispose al saluto. Nessuno ap-
plaudì, come si era mezzo aspettato. Lo osservavano galleggiare in silen-
zio, un silenzio pregnante che toccò Silvan più delle acclamazioni più sca-
tenate. Vide nei loro occhi, sentì nel loro silenzio, una triste speranza, in
cui non volevano credere, perché altre volte le loro speranze erano state
tradite.
Profondamente commosso, Silvan smise di salutare e allungò la mano
verso di loro, come se li vedesse affondare e potesse tenerli fuori dall'ac-
qua. Il fiume lo allontanò, lo portò dietro una collina, e lui li perse di vista.
Umiliato, si rannicchiò a poppa, senza muoversi né parlare. Per la prima
volta, comprese fino in fondo quale fosse il peso schiacciante che si era as-
sunto. Che cosa poteva fare per aiutarli? Che cosa si aspettavano da lui?
Troppo, forse. Troppo davvero.
Ogni tanto, Rolan gli lanciava qualche occhiata preoccupata, ma non di-
ceva nulla, non faceva commenti. Continuò a remare da solo finché non
trovò un posto adatto per approdare. Il suo compagno si riscosse e saltò
nell'acqua, aiutò a tirare in secco la barca. L'acqua gelida fu uno shock pia-
cevole per Silvan, che sommerse nel Thon-Thalas le angosce e le paure di
inadeguatezza, e fu felice di tenersi impegnato.
Abituato a vivere all'aperto, sapeva cosa bisognava fare per accamparsi.
Scaricò le provviste, distese le coperte, e cominciò a preparare la loro cena
leggera a base di frutta e pane di segala, mentre Rolan assicurava la barca.
Mangiarono taciturni per la maggior parte del tempo: Silvan era ancora
soggiogato dall'enormità della responsabilità accettata con tanta noncuran-
za due sere prima, e Rolan rispettava il bisogno di silenzio del suo sovra-
no. I due andarono a dormire presto. Avvolgendosi nelle coperte, lasciaro-
no gli animali dei boschi e gli uccelli notturni a vegliare sul loro sonno.
Silvan si addormentò molto più presto di quanto avesse previsto. Sve-
gliato nella notte dal grido di un gufo, si mise a sedere allarmato; ma l'a-
nimale stava solo scambiando con un suo simile i pettegolezzi del buio, gli
spiegò Rolan, muovendosi.
Silvan giacque ascoltando il richiamo lugubre, ossessionante, e la sua ri-
sposta, un'eco solenne in una parte lontana della foresta. Rimase sveglio a
lungo, fissando le stelle che brillavano incerte sopra lo scudo, mentre il
Canto di Lorac gli correva nella mente.

Le lacrime di Lorac
tenuto schiavo dal globo e da Cyan Bloodbane,
servo della Regina Takhisis,
servo del male,
che solo ha il potere.

In quel momento, le parole e la melodia del canto riecheggiavano nell'o-


pera di un menestrello che intratteneva gli ospiti a una festa nella capitale
Silvanost.
La festa aveva luogo nel Giardino di Astarin, sul terreno della Torre del-
le Stelle, dove sarebbe vissuto il Presidente delle Stelle, se ce ne fosse sta-
to uno. Lo scenario era fantastico. La Torre delle Stelle, foggiata in mar-
mo, magicamente, poiché gli elfi non tagliano né danneggiano altrimenti
alcuna parte della loro terra, aveva un aspetto fluido, organico; sembrava
quasi che qualcuno l'avesse plasmata con la cera fusa. Durante il sogno di
Lorac, la Torre era stata orrendamente trasformata, come tutte le altre
strutture di Silvanost. I maghi elfici lavorarono lunghi anni per farla rivive-
re. Rimpiazzarono la miriade di gioielli nelle pareti dell'alto edificio,
gioielli che un tempo avevano catturato la luna d'argento, Solinari, e la lu-
na rossa, Lunitari, bagnando l'interno della Torre d'argento e di fiamma.
Ora le lune erano sparite. Una sola luna splendeva su Krynn e, per qualche
ragione che i saggi fra gli elfi non riuscivano a spiegare, la sua pallida luce
brillava in ogni gioiello come un occhio fisso, senza rischiarare affatto la
Torre, cosicché gli elfi erano costretti a ricorrere a torce e a candele.
Nel giardino di Astarin, sedie erano state poste fra le piante, che sem-
bravano rigogliose, e riempivano l'aria della loro fragranza. Solo Konnal e
i suoi giardinieri sapevano che non erano cresciute lì, ma vi erano state
portate dai Modellatori dei Boschi dai loro giardini privati, perché ormai
nessuna pianta viveva a lungo nel Giardino di Astarin. Nessuna, tranne u-
na: un albero. Un albero circondato da uno scudo incantato, e noto come
Albero dello Scudo, perché dalla sua radice, si diceva, era nato lo scudo
magico che proteggeva Silvanesti.
Il menestrello cantava il canto di Lorac in risposta alla richiesta di uno
degli ospiti. Terminò sull'ultima, triste nota, accarezzando leggermente le
corde del liuto.
«Brava! Ottima esibizione! Bis!» si levò una voce vivace dall'ultima fila
di sedili.
La donna guardò incerta l'anfitrione. Il pubblico degli elfi era troppo
garbato e troppo educato per manifestare aperta sorpresa, ma un artista ar-
riva a conoscere l'umore dell'uditorio da vari segni sottili. Il menestrello
notò lievi rossori sulle guance e occhiate imbarazzate lanciate di traverso
all'anfitrione. Una volta sola per questo canto era più che abbastanza.
«Chi l'ha detto?» Il generale Rey Konnal, governatore militare di Silva-
nesti, si agitò sulla sedia.
«Prova a immaginare, zio», replicò il nipote, gettando sguardi cupi ai
sedili dietro di loro. «La persona che ha richiesto il canto la prima volta. Il
tuo amico, Glaucous.»
Il generale Konnal si alzò bruscamente, mossa che pose fine all'intratte-
nimento musicale della serata. Il menestrello s'inchinò, grato che gli fosse
risparmiato un compito arduo come quello di reintonare quel canto. Gli a-
stanti applaudirono gentilmente ma senza entusiasmo. Un sospiro che a-
vrebbe potuto essere di sollievo si unì alla brezza notturna nel far frusciare
gli alberi, i cui rami intrecciati formavano una tettoia sopra di loro. Lanter-
ne di filigrana argento pendevano dai rami, illuminando la notte. Gli ospiti
lasciarono il piccolo anfiteatro, andarono a un tavolo sistemato presso una
pozza, per consumare una cena di frutta zuccherata e biscotti burrosi, e per
bere vino ghiacciato.
Konnal invitò il menestrello a consumare un boccone, e scortò perso-
nalmente la donna al tavolo. L'elfo di nome Glaucous, che aveva richiesto
il canto, era già nei pressi, con una coppa di vino in mano. Brindò al mene-
strello, senza risparmiare lodi.
«Peccato che non vi abbiano permesso di ricantare il canto», esordì, con
un'occhiata verso il generale. «Non mi stanco mai di quella melodia. E i
versi! La mia parte preferita è quando...»
«Posso offrirvi da mangiare e da bere, signora?» chiese il nipote del ge-
nerale, rispondendo a una gomitata dello zio.
Il menestrello gli lanciò un'occhiata riconoscente, accettando l'invito. Il
nipote condusse al tavolo la donna, che fu amabilmente ricevuta dagli altri
ospiti. Lo spazio erboso in cui stavano Glaucous e il generale fu presto
vuoto; anche se molti ospiti avrebbero voluto crogiolarsi alla presenza del-
l'affascinante e attraente Glaucous e fare le loro lusinghe al generale, bastò
loro un'occhiata per capire che Konnal era arrabbiato.
«Non so perché ti invito a queste feste, Glaucous», disse Konnal, fre-
mendo. «Fai sempre qualcosa che mi mette in imbarazzo. Era già abba-
stanza sconveniente aver fatto cantare quel pezzo, senza dover richiedere il
bis!»
«Alla luce delle voci che ho sentito oggi», replicò languidamente Glau-
cous, «ho ritenuto il canto di Lorac Caladon fortemente appropriato.»
Konnal gettò all'amico un'occhiata penetrante da sotto le sopracciglia
abbassate. «Ho sentito...» s'interruppe, guardò gli ospiti. «Vieni, cammina
con me intorno allo stagno.»
I due si allontanarono. Liberi dalla soggezione imposta dalla presenza
del generale, gli elfi si riunirono a capannelli: erano ansiosi di discutere le
dicerie che pervadevano la città, e le loro voci vibravano di eccitazione re-
pressa.
«Non c'era bisogno che ce ne andassimo», osservò Glaucous, occhieg-
giando il tavolo dei rinfreschi. «Tutti hanno sentito la stessa cosa.»
«Sì, ma ne parlano come di una chiacchiera. Io ne ho avuto conferma»,
ribatté Konnal, cupo.
Glaucous si fermò. «Lo sai per certo?»
«Ho le mie fonti fra i kirath. Uno l'ha visto, gli ha parlato. Si dice che il
giovane sia il ritratto del padre. È Silvanoshei Caladon, figlio di Alhana
Starbreeze, nipote del defunto e non compianto Re Lorac.»
«Ma è impossibile!» dichiarò Glaucous. «L'ultima volta che abbiamo
avuto notizie di quella maledetta strega di sua madre, si aggirava fuori dal-
lo scudo, e suo figlio era con lei. Non può essere passato attraverso lo scu-
do; niente e nessuno può penetrarlo», affermò con decisione.
«Allora il suo arrivo deve essere un miracolo, come sostengono», riprese
seccamente Konnal, indicando gli ospiti bisbiglianti con un cenno della
mano.
«Bah! Si tratta di un impostore. Ma tu scuoti la testa.» Glaucous fissò
incredulo il governatore. «L'hai bevuta davvero!»
«La mia fonte è Drinel. Come sai, è in grado di applicare la prova della
verità», rivelò Konnal. «Non c'è alcun dubbio; il giovane l'ha superata.
Drinel ha visto nel suo cuore; a quanto pare, sa più cose di lui e su quanto
gli è successo.»
«Che cosa gli è successo, allora?» domandò Konnal, alzando legger-
mente un sopracciglio delicato.
«La notte di quella tempesta terribile, Alhana e i suoi ribelli si stavano
preparando a lanciare un attacco decisivo contro lo scudo, quando il loro
campo è stato invaso dagli orchi. Il giovane correva verso la Legione
d'Acciaio per chiedere l'aiuto degli umani - guarda com'è caduta in basso
quella donna - quando è stato abbagliato da un fulmine. È scivolato ed è
caduto in un burrone. Ha perso conoscenza e, a quanto pare, al suo risve-
glio si è ritrovato dentro lo scudo.»
Glaucous si accarezzò il mento con la mano. Il mento era ben conforma-
to, il viso avvenente. Gli occhi a mandorla erano grandi e penetranti. La
carnagione era pallida e liscia, senza difetti. Tutti i suoi tratti erano perfet-
tamente modellati, tutti i suoi movimenti aggraziati.
Agli occhi umani, tutti gli elfi sono belli. Secondo i saggi, questo spiega
l'animosità fra le due razze. Gli umani - anche i più attraenti fra loro - non
possono che sentirsi brutti in confronto. Gli elfi, che venerano la bellezza,
la vedono in vari gradi nella loro razza. In una terra di bellezza, Glaucous
era il più bello.
Al momento, la sua perfezione irritava Konnal oltre misura.
Il generale spostò lo sguardo sullo stagno. Due nuovi cigni scivolavano
sulla superficie a specchio. Si chiese quanto sarebbero vissuti; più dell'ul-
tima coppia, sperava. Stava spendendo una fortuna in cigni, ma senza di
loro lo stagno era triste e vuoto.
Glaucous era un favorito alla corte degli elfi, il che era strano, se si pen-
sava che per colpa sua molti membri della stessa avevano perso la loro po-
sizione, la loro influenza e il loro potere. Ma nessuno biasimava Glaucous;
biasimavano Konnal, colui che li aveva allontanati.
«E tuttavia, che scelta ho?» si chiedeva Konnal. «Quei soggetti non era-
no degni di fiducia. Alcuni complottavano persino contro di me! E se non
fosse stato per Glaucous, forse non l'avrei nemmeno saputo.»
Non appena era entrato a far parte del seguito del generale, Glaucous a-
veva scoperto qualcosa di negativo su tutte le persone di cui Konnal si era
fidato. Un ministro era stato sentito difendere Porthios. Un altro, donna, da
giovane era stata innamorata di Dalamar lo Scuro, o così si diceva. Un al-
tro ancora fu condannato per aver dissentito con Konnal su una questione
fiscale. Arrivò il giorno in cui Konnal si rese conto di essere rimasto con
un solo consigliere, e cioè Glaucous.
L'unica eccezione era il nipote di Konnal, Kiryn. Glaucous non nascon-
deva il suo affetto per lui: lo lusingava, gli portava regalini, rideva delle
sue battute e lo copriva di attenzioni. I cortigiani che cercavano il favore di
Glaucous erano assai gelosi del giovane. Kiryn stesso avrebbe preferito di
gran lunga non essere nelle sue grazie; per qualche inspiegabile ragione,
non si fidava di lui.
Tuttavia, Kiryn non osava dire una sola parola contro Glaucous. Nessu-
no ne aveva il coraggio. Glaucous era uno stregone potente, il più potente
che i Silvanesti avessero mai contato fra di loro, compreso l'elfo scuro Da-
lamar.
Glaucous era arrivato a Silvanost un giorno poco dopo l'inizio della Pur-
ga dei Draghi. Era, disse, un rappresentante di quegli elfi che prestavano
servizio nella Torre di Shalost, un monumento situato nella parte ovest di
Silvanesti, dove giaceva il corpo del druido Waylorn Wyvernsbane. Anche
se gli dei della magia se n'erano andati, l'incantesimo restava intorno al fe-
retro di cristallo in cui era custodito l'eroe degli elfi. Stando attenti a non
disturbare il riposo del defunto, gli stregoni elfici, ansiosi di riguadagnare i
loro poteri, avevano cercato di catturare e di usare parte di quell'incantesi-
mo.
«Abbiamo avuto successo», aveva riferito Glaucous al generale. «Cioè»,
aveva aggiunto, con opportuna modestia, «io ho avuto successo.»
Temendo i grandi draghi che decimavano il resto di Ansalon, Glaucous
aveva collaborato con i Modellatori dei Boschi per escogitare il modo di
proteggere Silvanesti dalle loro devastazioni. I Modellatori, sotto la sua di-
rezione, avevano creato l'albero ora noto come Albero dello Scudo. Cir-
condato dalla propria barriera magica attraverso la quale niente poteva pe-
netrare per danneggiarlo, l'albero fu piantato nel Giardino di Astarin, e di-
venne oggetto di grande ammirazione.
Quando Glaucous aveva comunicato al governatore generale che egli era
in grado di erigere uno scudo magico su tutta Silvanesti, Konnal aveva
provato un sollievo e una gratitudine sconfinati. Aveva sentito un peso ca-
dergli dalle spalle. Silvanesti sarebbe stata al sicuro, veramente al sicuro.
Al sicuro dai draghi, dagli orchi, dagli umani, dagli elfi scuri, dal resto del
mondo. Aveva sottoposto la questione al voto dei Capi della Casa, e il voto
era stato positivo all'unanimità.
Glaucous aveva innalzato lo scudo, diventando l'eroe degli elfi, alcuni
dei quali già parlavano di costruirgli un monumento personale. Poi le pian-
te del Giardino di Astarin cominciarono a morire. Giunse notizia che alberi
e piante nella zona toccata dallo scudo magico stavano facendo la stessa
fine. Gente di Silvanost e di altre città elfiche iniziò a soccombere, vittima
di uno strano deperimento. I kirath e altri ribelli dissero che era colpa dello
scudo; Glaucous replicò che era una piaga portata nella loro terra dagli
umani prima dell'erezione dello scudo, e che solo quest'ultimo impediva al
resto della popolazione di morire.
Ormai, Konnal non poteva più fare a meno di Glaucous. Era il suo ami-
co, e il suo unico consigliere fidato. Glaucous, con la sua magia, aveva
messo lo scudo sopra Silvanesti, e Glaucous, con la sua magia, avrebbe
potuto toglierlo in qualunque momento. Toglierlo e lasciare i Silvanesti
esposti ai terrori del mondo esterno.
«Uhm? Scusa? Cosa stavi dicendo?» Il generale Konnal distolse l'atten-
zione dai cigni, e la riportò su Glaucous, che aveva parlato per tutto il tem-
po.
«Ho detto, "Tu non mi ascolti"», ripeté Glaucous, con un sorriso miela-
to.
«No, scusa. C'è una cosa che voglio sapere, Glaucous. Come ha fatto
questo giovane a passare attraverso lo scudo?» Konnal abbassò la voce a
un bisbiglio, anche se non c'era nessuno a portata d'orecchio. «Anche la
magia dello scudo sta venendo meno?»
Glaucous s'incupì. «No», rispose.
«Come puoi esserne certo?» insistette Konnal. «Dimmelo onestamente:
non hai sentito il tuo potere indebolirsi nell'ultimo anno? A tutti gli altri
maghi è successo.»
«A loro, può darsi. A me, no», dichiarò freddamente Glaucous.
Konnal scrutò attentamente l'amico. Glaucous rifiutò di incontrare il suo
sguardo, e il generale intuì che lo stregone mentiva.
«Allora che spiegazione abbiamo per il fenomeno?»
«Una semplicissima», rivelò Glaucous, imperturbabile. «L'ho fatto en-
trare io.»
«Tu?» Konnal era talmente scioccato che gridò la parola. Molti, tra la
folla, interruppero la loro conversazione per girarsi a fissarlo.
Glaucous rivolse loro un sorriso rassicurante; poi afferrò l'amico per il
braccio, portandolo in una zona del giardino più isolata.
«Perché hai combinato una cosa del genere? Che cosa vuoi fare con quel
giovane?» domandò Konnal.
«Farò quello che avresti dovuto fare tu», rispose Glaucous, lisciandosi le
maniche fluenti delle vesti bianche. «Metterò un Caladon sul trono. Ti ri-
cordo, amico mio, che se avessi proclamato tuo nipote Presidente, come io
ti avevo consigliato, non ci sarebbero problemi con Silvanoshei.»
«Sai perfettamente che Kiryn ha rifiutato la posizione.»
«Per via di una malintesa lealtà verso sua zia Alhana.» Glaucous sospi-
rò. «Ho cercato di consigliarlo, ma non vuole ascoltarmi.»
«Se è per questo, amico mio, non ascolta neanche me», spiegò Konnal.
«E vorrei farti notare che è la tua insistenza nel voler mantenere il diritto
della famiglia Caladon alla sovranità su Silvanesti che ci ha messo in que-
sto pasticcio. Io stesso sono di Casa Reale...»
«Non sei un Caladon, Reyl», mormorò Glaucous.
«Posso far risalire la mia stirpe più indietro dei Caladon!» s'indignò
Konnal. «Fino a Quinari, moglie di Silvanos! Ho gli stessi diritti di loro;
forse anche di più.»
«Lo so, mio caro amico», convenne Glaucous sommessamente, metten-
dogli una mano sul braccio per calmarlo. «Ma faresti fatica a persuadere i
Capi della Casa.»
«Lorac Caladon ha fatto precipitare la nazione nella rovina», continuò
amaramente Konnal. «Sua figlia Alhana Starbreeze ci ha quasi portato dal-
la rovina alla distruzione con il suo matrimonio con Porthios, un Qualine-
sti. Se non avessimo agito in fretta per liberarci di entrambe queste vipere,
avremmo lasciato Silvanesti sotto il controllo di quello sciocco mezzosan-
gue di Gilthas, il Presidente dei Soli, figlio di Tanis. E, tuttavia, la gente
continua a sostenere che un Caladon dovrebbe sedere sul trono! Io non ca-
pisco!»
«Amico mio», replicò gentilmente Glaucous, «quella casata ha governa-
to Silvanesti per centinaia di anni. La gente sarebbe contenta di accettare
senza fiatare un altro Caladon come sovrano. Ma se tu ti proponi come so-
vrano, ci saranno mesi o persino anni di discussioni e di gelosie, di indagi-
ni genealogiche, forse anche di pretese rivali al trono. Chissà che non sor-
gesse una figura potente che ti caccerebbe per soppiantarti? No, no. Questa
è la miglior soluzione possibile. Ti ricordo comunque che tuo nipote è un
Caladon, e sarebbe la scelta perfetta. La gente sarebbe pronta a vederlo as-
sumere la posizione. Sua madre, tua sorella, è entrata per matrimonio nella
famiglia Caladon. È un compromesso che i Capi della Casa accetterebbero.
Ma questi sono discorsi oziosi. Fra due giorni, Silvanoshei Caladon sarà a
Silvanost. Tu hai proclamato pubblicamente che avresti sostenuto un
membro della famiglia Caladon come Presidente delle Stelle.»
«Perché tu mi hai consigliato di farlo!» esclamò Konnal.
«Ho le mie ragioni», disse Glaucous. Lanciò un'occhiata agli ospiti, che
continuavano a parlare. Le voci si alzavano per l'eccitazione, e si sentiva il
nome «Silvanoshei» riecheggiare nell'oscurità trapunta di stelle. «Ragioni
che un giorno ti diverranno chiare, amico mio. Devi fidarti di me.»
«Benissimo. Ma come mi consigli di agire con Silvanoshei?»
«Lo farai Presidente delle Stelle.»
«Che cosa dici?» Konnal era allibito. «Questo... il figlio di elfi scuri...
Presidente delle Stelle...»
«Calmati, mio caro amico», Glaucous l'esortò in tono tranquillizzante.
«Seguiremo l'esempio di Qualinesti. Silvanoshei governerà solo nominal-
mente. Rimarrai il Generale delle Staffette; conserverai il controllo delle
forze armate. Sarai il vero sovrano di Silvanesti. E, nel frattempo, Silvane-
sti avrà un Presidente delle Stelle. La gente sarà contenta; l'ascesa di Sil-
vanoshei al trono metterà fine all'irrequietezza che si è sviluppata di recen-
te. Una volta raggiunto il loro scopo, le fazioni battagliere del nostro popo-
lo - e specialmente i kirath -smetteranno di creare problemi.»
«Non posso credere che parli sul serio, Glaucous.» Konnal scuoteva la
testa.
«Non sono mai stato più serio in vita mia, caro amico. La gente porterà
preoccupazioni e dolori al re invece che a te, e tu sarai libero di governare
veramente Silvanesti. Naturalmente, qualcuno andrà proclamato reggente.
Silvanoshei è giovane, molto giovane per una responsabilità così ampia.»
«Ah!» Konnal prese un'aria perspicace. «Comincio a vedere che cos'hai
in mente. Credo che io...»
S'interruppe. Glaucous scuoteva la testa.
«Non puoi essere reggente e Generale delle Staffette», decretò.
«E tu chi suggerisci, allora?» chiese Konnal.
Glaucous s'inchinò con garbata umiltà. «Mi offro io. Prenderò l'incarico
di consigliare il giovane re. Tu hai trovato i miei suggerimenti utili di tanto
in tanto, ritengo.»
«Ma non hai nessuna qualifica!» protestò Konnal. «Non sei di Casa Rea-
le. Non hai prestato servizio nel Senato. Prima d'oggi, eri uno stregone del-
la Torre di Shalost», affermò bruscamente.
«Oh, ma sarai tu stesso a raccomandarmi», ribatté Glaucous, posando la
mano sul braccio di Konnal.
«E che cosa dovrò dire a titolo di raccomandazione?»
«Solo questo: ricorderai a tutti che l'Albero dello Scudo cresce nel Giar-
dino di Astarin, un giardino controllato da me, e che sono stato io ad aiuta-
re a piantarlo. Ricorderai loro che sono io, attualmente, a tenere lo scudo al
suo posto.»
«È una minaccia?» Konnal lo fulminò con lo sguardo.
Glaucous fissò a lungo il generale, che cominciò a sentirsi a disagio. «È
mio destino non riscuotere mai la fiducia altrui», disse infine. «Vedere i
miei motivi messi in discussione. Lo accetto, come sacrificio per servire il
mio popolo.»
«Mi dispiace», replicò Konnal, burbero. «È solo che...»
«Scuse accettate. E ora», proseguì Glaucous, «dovremmo fare preparati-
vi per accogliere il giovane re a Silvanost. Tu proclamerai una festa nazio-
nale. Non baderemo a spese. La gente ha bisogno di qualcosa da celebrare.
Chiederemo al menestrello che si è esibito stasera di cantare qualcosa in
onore del nostro nuovo Presidente. Ha una voce bellissima.»
«Sì», assentì Konnal. Era assente, distratto: cominciava a pensare che il
piano di Glaucous non fosse affatto malvagio.
«Ah, che tristezza, amico mio», concluse Glaucous, indicando lo stagno.
«Uno dei tuoi cigni sta morendo.»

XII

IN MARCIA

Il giorno dopo la battaglia di Sanction, Mina cercò di lasciare la sua ten-


da per mettersi in fila con gli altri soldati in attesa del rancio. Non aveva
ancora messo un piede fuori che era già stata assalita, circondata dai solda-
ti e dai civili al seguito delle truppe, che volevano toccarla o essere toccati.
I soldati erano rispettosi, intimoriti dalla sua presenza. Mina parlò a cia-
scun presente, sempre in nome dell'Unico Vero Dio. Ma la calca di uomi-
ni, donne e bambini le toglieva il fiato. Accortisi che il loro comandante
stava per crollare per la stanchezza, i suoi Cavalieri, guidati da Galdar, al-
lontanarono la gente. Mina tornò alla sua tenda, davanti alla quale i Cava-
lieri montarono la guardia, mentre il minotauro si affrettava a portarle ac-
qua e cibo.
Il giorno successivo, la fanciulla tenne un'udienza formale. Galdar ordi-
nò ai soldati di mettersi in riga. La donna passò fra di loro, interpellandoli
per nome, ricordando il loro coraggio in battaglia. Se ne andarono affasci-
nati, il nome della ragazza sulle labbra.
Dopo avere passato in rassegna le truppe, Mina andò a visitare le tende
dei mistici scuri. I suoi Cavalieri avevano diffuso la storia di come avesse
ridato il braccio a Galdar. Miracoli simili erano stati all'ordine del giorno
nella Quarta Era, ma ora non più.
I guaritori mistici dei Cavalieri di Neraka, guaritori che avevano rubato i
segreti della taumaturgia dalla Cittadella della Luce, negli anni passati era-
no stati capaci di esibirsi in miracoli all'altezza di quelli che gli stessi dei
avevano eseguito nella Quarta Era. Ma ultimamente, si erano accorti che i
loro poteri stavano diminuendo. Erano sempre in grado di guarire, ma an-
che il più semplice degli incantesimi li svuotava totalmente di energie.
Nessuno sapeva il perché di tutto ciò. Inizialmente, i guaritori avevano
accusato i mistici della Cittadella della Luce sostenendo che questi ultimi
avevano trovato il sistema per impedire ai Cavalieri di Neraka di guarire i
loro soldati. Ma, in seguito, avevano saputo dalle loro spie disseminate al-
l'interno della Cittadella, che anche i mistici di Schallsea e di altre località
di Ansalon denunciavano gli stessi problemi. E anche loro cercavano ri-
sposte, ma, fino ad allora, invano.
Sopraffatti dal numero delle vittime, obbligati a conservare le loro ener-
gie, i guaritori avevano iniziato a curare lord Milles e i suoi ufficiali, poi-
ché l'esercito aveva innanzitutto bisogno dei suoi comandanti. E, comun-
que, non potevano fare niente per le ferite più gravi. Non potevano riattac-
care un arto mozzato, non potevano bloccare un'emorragia interna, non po-
tevano aggiustare un cranio fratturato.
Non appena Mina entrò nella tenda dei guaritori, gli occhi dei feriti si
puntarono su di lei. Anche coloro che erano stati accecati, che avevano gli
occhi coperti da bende insanguinate, voltarono istintivamente la testa in di-
rezione della donna, come piante morenti nell'ombra alla ricerca del sole.
I guaritori andarono avanti nel loro lavoro, come se non avessero notato
l'ingresso della fanciulla. Uno soltanto si bloccò, sollevò lo sguardo e stava
per ordinarle di uscire quando vide Galdar che, dietro di lei, aveva appog-
giato la mano sull'impugnatura della spada.
«Siamo occupati. Che cosa vuoi?» le domandò il guaritore in tono bru-
sco.
«Aiutare», rispose Mina, guardandosi intorno. «Che cosa c'è là dietro?
Dietro a quella coperta?»
Il guaritore lanciò un'occhiata in quella direzione. Gemiti e lamenti pro-
venivano da oltre la coperta, che era stata frettolosamente appesa nel retro
della grande tenda adibita a ospedale.
«Moribondi», disse con voce fredda, distaccata. «Non possiamo fare
niente per loro.»
«Non gli date niente per alleviare il dolore?» domandò Mina.
L'uomo scrollò le spalle. «Quelli non ci servono più. Le nostre scorte
sono limitate e devono essere utilizzate per chi ha ancora possibilità di tor-
nare a combattere.»
«Allora non vi dispiace se prego per loro.»
«Ma certo, "prega" pure. Sono sicuro che ne saranno felici», replicò il
guaritore non senza un certo sarcasmo.
«Sì, anch'io», affermò la ragazza con gravità.
Si diresse verso il fondo della tenda, passando attraverso le file di brande
sulle quali erano distesi i feriti. Molti allungarono le mani verso di lei o la
chiamarono, implorando di prestare loro attenzione. Mina sorrise, promet-
tendo che sarebbe tornata. Raggiunta la parte posteriore della tenda, solle-
vò le coperte dietro le quali si trovavano i soldati in condizioni disperate e
le lasciò cadere dietro di sé.
Galdar si piazzò davanti al divisorio improvvisato, la mano sulla spada e
lo sguardo fisso sui guaritori. Questi ultimi mantennero un atteggiamento
indifferente, anche se di tanto in tanto lanciavano occhiate furtive al milita-
re.
Galdar ascoltava ciò che accadeva dietro di lui. Sentiva il puzzo della
morte. Da un'occhiata oltre la cortina aveva visto sette uomini e due donne.
Alcuni giacevano sulle brande, ma altri erano ancora deposti sulle barelle
utilizzate per trasportarli dal campo di battaglia. Le loro ferite erano spa-
ventose, o per lo meno così gli era sembrato. Carne squarciata, organi e os-
sa esposti. Il sangue gocciolato a terra aveva creato macabre pozze. L'inte-
stino di un uomo fuoriusciva dal suo corpo come una filza di strane salsic-
ce. A una donna Cavaliere era saltata via metà faccia, il bulbo oculare pen-
zolava orrendamente dietro a una benda intrisa di sangue.
Mina si avvicinò proprio alla donna. L'unico occhio rimasto era chiuso.
Il respiro era rantolante. Sembrava che avesse ormai iniziato il lungo viag-
gio senza ritorno. Mina posò la mano sull'orribile ferita.
«Ti ho visto combattere, Durya», sussurrò dolcemente. «Ti sei battuta
con coraggio, hai mantenuto la tua posizione nonostante quelli intorno a te
si fossero dati alla fuga in preda al panico. Devi interrompere il tuo viag-
gio, Durya. L'Unico Dio ha bisogno di te.»
Il respiro della donna divenne regolare. Il volto maciullato si voltò len-
tamente verso Mina, che si piegò e lo baciò.
Galdar udì un brusio levarsi dietro di sé. Si girò di scatto. Nella tenda era
sceso il silenzio. Tutti avevano udito le parole di Mina. I guaritori non fa-
cevano più finta di lavorare. Tutti guardavano, aspettavano.
Galdar sentì una mano toccargli la spalla. Pensando fosse Mina, si voltò.
Ma era la donna, Durya, che fino a pochi istanti prima era distesa in fin di
vita. Aveva il viso coperto di sangue e un'orribile cicatrice che non sarebbe
mai scomparsa, ma la carne si era chiusa, l'occhio era tornato al suo posto.
Camminava, sorrideva, respirava.
«Mina mi ha riportato indietro», affermò in tono riverente. «Mi ha ripor-
tato indietro affinché mi metta al suo servizio. Ed è quello che farò, per
sempre.»
Eccitata, il viso radioso, Durya lasciò la tenda. I feriti applaudirono e i-
niziarono a ripetere in tono cantilenante: «Mina, Mina!». I guaritori sussul-
tarono, increduli, alla vista di Durya.
«Che cosa sta facendo là dietro?» domandò uno di loro, cercando di pas-
sare oltre le coperte.
«Pregando», affermò Galdar brusco, bloccando l'entrata. «Le avete dato
voi il permesso, ricordate?»
Il guaritore lo guardò torvo, girò i tacchi e si allontanò a passo deciso.
Galdar lo vide dirigersi verso la tenda di lord Milles.
«Sì, vai a raccontargli ciò che hai visto», mormorò Galdar, divertito.
«Diglielo e gira ancora di più il coltello nella piaga.»
Mina li guarì tutti. Guarì i soldati che erano in fin di vita. Guarì un co-
mandante colpito allo stomaco da una lancia nemica. Guarì un fante calpe-
stato dagli zoccoli taglienti di un cavallo imbizzarrito. Ad uno ad uno, i
moribondi si alzarono, acclamati dagli altri feriti. Ognuno di loro si fermò
da Mina per ringraziarla e lodarla, ma la donna sviò la loro gratitudine.
«Offrite i vostri ringraziamenti e la vostra lealtà all'Unico, Vero Dio»,
disse loro. «È grazie al suo potere che siete guariti.»
Ed effettivamente sembrava sorretta da una forza divina, poiché non mo-
strò alcun segno di stanchezza pur dopo avere curato molti feriti. E furono
veramente tanti. Dopo avere finito con i moribondi, passò da un ferito al-
l'altro, imponendo le mani, baciandoli, lodando il loro coraggio in batta-
glia.
«Il potere taumaturgico non viene da me», disse loro. «Proviene dal Dio
che è tornato per prendersi cura di voi.»
Allo scoccare della mezzanotte, la tenda adibita a ospedale era vuota.
Su ordine di lord Milles, i mistici scuri tenevano sotto stretto controllo
Mina, per cercare di scoprire il suo segreto e poterla così screditare e de-
nunciare come ciarlatana. Erano convinti che ricorresse a trucchi o a giochi
di prestigio. Punsero con degli spilli gli arti da lei ricreati, sperando di pro-
vare che erano mere illusioni, solo per vedere spillare sangue vero. Le
mandarono pazienti affetti da malattie terribilmente contagiose, pazienti
che gli stessi guaritori non osavano avvicinare. Mina si sedeva vicino a
quei malati, poneva le mani sulle loro piaghe e pustole purulenti e augura-
va loro ogni bene nel nome dell'Unico Dio.
Fra i veterani girava voce che lei fosse come i sacerdoti di un tempo, ai
quali gli dei avevano donato strepitosi poteri. Quei sacerdoti, affermavano,
erano stati capaci di resuscitare i morti. Ma Mina non voleva, o non pote-
va, fare quel miracolo. Ai morti dedicava attenzioni particolari, ma non ri-
dava loro la vita, nonostante le molte implorazioni.
«Veniamo alla luce in questo mondo per servire l'Unico Vero Dio», so-
steneva Mina. «Come noi serviamo il Vero Dio in questo mondo, così i
morti assolvono ad altri incarichi in quello successivo. Sarebbe sbagliato
farli tornare indietro.»
Su suo comando, i soldati avevano trasportato i cadaveri, di amici e ne-
mici, dal campo di battaglia e li avevano disposti in lunghe file sull'erba
insanguinata. Mina si inginocchiò accanto a ogni corpo, pregando e affi-
dandone l'anima al Dio senza nome. Quindi, diede ordine che venissero
sepolti in una fossa comune.
Su insistenza di Galdar, il terzo giorno d'assedio Mina si incontrò con i
comandanti dei Cavalieri di Neraka, ovverosia con quasi tutti quegli uffi-
ciali che un tempo riportavano a lord Milles e che ora la esortavano ad as-
sumere il comando dell'assedio di Sanction e a condurli a quella che sareb-
be stata una schiacciante vittoria sui Solamnici.
Mina non accolse le loro suppliche.
«Ma perché?» domandò Galdar al mattino del quinto giorno, quando lui
e Mina si ritrovarono soli. Era deluso per il suo rifiuto. «Perché non vuoi
lanciare un attacco? Se conquisterai Sanction, lord Targonne non potrà
toccarti! Dovrà riconoscerti come uno dei suoi più valorosi Cavalieri!»
Mina era seduta al grande tavolo che aveva fatto portare nella sua tenda.
Mappe di Ansalon erano aperte su di esso. Da giorni studiava le cartine,
muovendo silenziosamente le labbra mentre memorizzava i nomi di città,
paesi e villaggi. Interrompendo il suo lavoro, sollevò lo sguardo sul mino-
tauro.
«Di che cosa hai paura, Galdar?» domandò dolcemente.
Il minotauro si accigliò, tante piccole rughe comparvero sul suo volto.
«Ho paura per te, Mina. Quando un uomo rappresenta una minaccia per
Targonne sparisce. Nessuno è al sicuro da lui. Neppure il nostro preceden-
te capo, Mirielle Abrena. Ci hanno detto che è morta dopo avere mangiato
della carne deteriorata, ma tutti sappiamo la verità.»
«E cioè?» domandò Mina in tono distratto. Stava nuovamente osservan-
do le mappe.
«L'ha fatta avvelenare, è ovvio», replicò Galdar. «Se mai ti capiterà di
incontrarlo, chiediglielo. Non lo negherà.»
Mina sospirò. «Mirielle è fortunata. È con il suo Dio. Sebbene la Visio-
ne che aveva promulgato fosse scorretta, ora conosce la verità. È stata pu-
nita per la sua presunzione e ora compie grandi azioni nel nome dell'Uni-
co. E per quanto riguarda Targonne», Mina sollevò nuovamente lo sguar-
do, «serve l'Unico Vero Dio in questo mondo e per questo gli sarà conces-
so di restare, per il momento.»
«Targonne?» Galdar si produsse in uno sbuffo tremendo. «Sì, certo, ser-
ve un dio: il dio denaro.»
Mina celò un involontario sorriso. «Non ho detto che Targonne sa di
servire l'Unico Dio, Galdar. Però lo fa. Ecco perché non attaccherò San-
ction. Altri combatteranno questa battaglia. Sanction non ci interessa. Sia-
mo chiamati a una gloria ben più grande.»
«Una gloria più grande?» Galdar era attonito. «Non sai quello che dici,
Mina! Che cosa c'è di più grande della conquista di Sanction? Soltanto al-
lora il popolo capirà che i Cavalieri di Neraka sono tornati a essere una ve-
ra potenza.»
Con il dito, Mina tracciò una linea sulla mappa, una linea che si fermò
vicino alla parte meridionale della piantina. «Che cosa ne dici della con-
quista del grande regno elfico di Silvanesti?»
«Hah! Hah!» Galdar scoppiò a ridere. «Uno a zero, Mina. Te lo conce-
do. Sì, quella sarebbe una vittoria fantastica. Così come sarebbe fantastico
vedere la luna cadere dal cielo e atterrare nel mio piatto, cosa molto facile
che accada, vero?»
«Vedrai, Galdar», replicò Mina in tono tranquillo. «Avvertimi appena
arriva il messaggero. Ah, e Galdar...»
«Sì, Mina?» Il minotauro stava già per andarsene.
«Stai attento», gli disse. I suoi occhi color ambra lo trapassarono. «Il tuo
scherno offende il Dio. Non commettere mai più un simile errore.»
Galdar sentì un improvviso formicolio al braccio destro. Le dita persero
la sensibilità.
«Sì, Mina», mormorò. Massaggiandosi il braccio, scivolò fuori dalla
tenda, lasciando la donna a studiare le sue mappe.
Galdar calcolò che a un tirapiedi di lord Milles sarebbero stati necessari
due giorni a cavallo per raggiungere il quartier generale dei Cavalieri a Je-
lek, un giorno per informare il Signore della Notte Targonne e altri due
giorni per tornare indietro. Avrebbe dovuto essere di ritorno proprio quel
giorno. Dopo avere lasciato la tenda di Mina, girovagò ai margini del cam-
po, tenendo d'occhio la strada.
Non era l'unico. Trovò infatti anche il capitano Samuval e la sua Com-
pagnia di Arcieri, oltre a numerosi soldati al comando di Milles. Se ne sta-
vano pronti, con le armi spianate. Ognuno di loro aveva giurato che avreb-
be fermato chiunque avesse osato portare via Mina.
Gli occhi erano puntati sulla strada. I soldati della pattuglia di picchetto
che avrebbero dovuto controllare Sanction continuavano a guardarsi indie-
tro, invece di tenere gli occhi fissi sulla città assediata. Lord Milles, che
dopo l'attacco aveva fatto un'incursione fuori dal suo rifugio per poi ritor-
nare immediatamente sui propri passi, spinto da uno sbarramento di sterco
di cavallo, fischi e scherni, sollevò spazientito i lembi della tenda per get-
tare un'occhiata verso la strada, sicuro che Targonne gli sarebbe corso in
aiuto mandando delle truppe per sedare l'ammutinamento.
Gli unici occhi dell'accampamento che non si voltarono verso la strada
furono quelli di Mina, che rimase nella sua tenda immersa nello studio del-
le mappe.
«Ed è questo il motivo per cui non attacchiamo Sanction? Perché dob-
biamo marciare su Silvanesti?» esclamò il capitano Samuval rivolgendosi
a Galdar, mentre aspettavano l'arrivo del messaggero. Il capitano si acci-
gliò. «È assurdo! Non pensi abbia paura, vero?»
Galdar lo fissò torvo. Appoggiò la mano sull'impugnatura della spada e
iniziò a sguainarla. «Dovrei tagliarti la lingua per avere detto una cosa si-
mile! L'hai vista lanciarsi fra le file nemiche! Dov'era allora la sua paura?»
«Tranquillo, minotauro», cercò di calmarlo Samuval. «Metti via la spa-
da. Non intendevo mancarle di rispetto. Sai quanto me che quando in bat-
taglia il sangue ribolle, ogni uomo pensa di essere invincibile e compie a-
zioni che a sangue freddo non si sognerebbe mai di fare. Sarebbe soltanto
naturale che ora, dopo avere studiato attentamente la situazione ed essersi
resa conta dell'enormità dell'impresa, fosse un po' spaventata.»
«Lei non conosce la paura», ringhiò Galdar, riponendo la lama. «Come
può esserci paura in chi parla della morte con uno sguardo impaziente e
desideroso negli occhi, come se fosse pronta ad abbracciarla, se solo po-
tesse, ed è invece costretta a continuare a vivere contro la sua volontà?»
«Un uomo può temere molte cose oltre alla morte», sottolineò Samuval.
«Il fallimento, per esempio. Forse ha paura che se condurrà in battaglia
questi uomini che ora l'adorano e dovesse fallire, loro le si rivolteranno
contro, come hanno fatto con lord Milles.»
Galdar voltò la testa cornuta, guardò oltre le spalle, verso la piccola altu-
ra dove la tenda di Mina svettava solitaria, riconoscibile dallo stendardo
insanguinato conficcato nel terreno. La tenda era circondata da uomini e da
donne che se ne stavano in silenzio, in attesa, sperando di vederla o di sen-
tirne la voce.
«Le volteresti le spalle, capitano?» domandò Galdar.
Il capitano Samuval seguì lo sguardo del minotauro. «No», affermò infi-
ne. «Non so perché. Forse mi ha stregato.»
«Te lo dico io», replicò Galdar. «È perché ci ha offerto qualcosa in cui
credere. Qualcosa al di là di noi stessi. Mi sono appena fatto gioco di quel
qualcosa», aggiunse in tono mesto, massaggiandosi il braccio che formico-
lava ancora. «E ne sono profondamente dispiaciuto.»
Uno squillo di tromba risuonò nel silenzio. I soldati di pattuglia all'in-
gresso della valle avvisavano i commilitoni nel campo dell'arrivo del mes-
saggero. Nell'accampamento tutti interruppero le loro attività e sollevarono
lo sguardo, le orecchie aperte per sentire, il collo allungato per vedere. La
folla che bloccava la strada si aprì per lasciare passare il messaggero a ca-
vallo. Galdar si affrettò per portare la notizia a Mina.
Lord Milles emerse dalla sua tenda nello stesso momento in cui Mina la-
sciava la sua. Sicuro che il messaggero gli avrebbe riferito della rabbia di
Targonne e gli avrebbe portato la sua promessa di inviare una truppa arma-
ta per arrestare e giustiziare l'impostora, lord Milles lanciò un'occhiata di
trionfo verso Mina. Era certo che la caduta della donna fosse imminente.
Lei non lo degnò di uno sguardo. Restò davanti alla tenda, in attesa degli
sviluppi con calmo distacco, come se fosse già a conoscenza delle notizie.
Il messaggero smontò da cavallo. Fissò attonito la folla radunata intorno
alla tenda di Mina, spaventato dall'aria bieca e minacciosa con cui lo guar-
davano. Mentre si dirigeva verso lord Milles per consegnarli un cilindro
per pergamene, continuò a lanciare occhiate dietro le spalle. I fedeli di Mi-
na lo seguirono con gli occhi, senza mai sollevare le mani dalle impugna-
ture delle spade.
Lord Milles strappò il contenitore dalle mani del messaggero. Era così
sicuro del contenuto dello scritto che non si preoccupò di rientrare nella
tenda per leggerlo in solitudine. Aprì il semplice cilindro in pelle, estrasse
la pergamena, ruppe il sigillo e la srotolò velocemente. Si era persino
riempito i polmoni per fare l'annuncio che avrebbe decretato la fine della
femmina venuta dal nulla.
Il fiato se ne andò come dalla vescica sgonfia di un maiale. Il volto del-
l'uomo divenne giallastro, quindi livido. Il sudore gli imperlò la fronte, la
lingua umettò più volte le labbra. Cacciò la missiva in tasca e, barcollando
come un cieco, annaspò alla ricerca dei lembi della tenda, cercando invano
di aprirli. Un aiutante di campo si fece avanti. Lord Milles lo cacciò con un
ringhio furioso ed entrò nella tenda, chiudendo e allacciando i lembi dietro
di sé.
Il messaggero si voltò per affrontare la folla.
«Cerco un caposquadra di nome Mina», disse a voce alta scandendo be-
ne le parole.
«Che cosa vuoi da lei?» ruggì un gigantesco minotauro, emerso dalla
folla.
«Le porto degli ordini da parte del Signore della Notte Targonne», rispo-
se il messaggero.
«Lasciatelo passare», gridò Mina.
Il minotauro scortò l'uomo. La folla che aveva sbarrato la strada al mes-
saggero creò un varco dalla tenda di lord Milles a quella di Mina.
Il messaggero s'incamminò lungo il passaggio delimitato da soldati che,
pronti a sguainare le spade, gli lanciavano occhiate tutt'altro che amichevo-
li. L'uomo tenne lo sguardo fisso davanti a sé, cosa non semplice, poiché la
visuale era bloccata dalla schiena, le spalle e il collo taurino dell'enorme
minotauro che lo precedeva. Il messaggero continuò per la propria strada,
attento ad assolvere al proprio dovere.
«Sono stato inviato per consegnare un messaggio a un cavaliere ufficiale
di nome Mina», ripeté il militare con una certa enfasi. Fissava infatti con-
fuso la ragazza che gli stava davanti. «Tu sei poco più che una bambina!»
«Una figlia della battaglia. Una figlia della guerra. Una figlia della mor-
te. Io sono Mina», disse la fanciulla con la tranquilla sicurezza del coman-
do.
Il messaggero si inchinò e le porse un secondo contenitore per pergame-
ne. Questo era in elegante cuoio nero impreziosito dal sigillo raffigurante
un teschio e un giglio incisi in argento. Mina lo aprì ed estrasse la perga-
mena. La folla ammutolì, quasi trattenesse il fiato. Il messaggero si guardò
intorno, sempre più stupito. In seguito avrebbe raccontato a Targonne di
avere avuto l'impressione di trovarsi in un tempio e non in un accampa-
mento militare.
Mina lesse la missiva. Il suo volto non lasciò trasparire alcuna emozio-
ne. Terminata la lettura, porse la pergamena a Galdar. L'uomo la scorse ve-
locemente. La mascella gli cadde al punto tale che i denti brillarono al so-
le, la lingua penzoloni. Lesse e rilesse il messaggio, quindi posò uno
sguardo incredulo su Mina.
«Perdonami, Mina», mormorò, restituendole la pergamena.
«Non chiedere il mio perdono, Galdar», replicò lei. «Non è di me che
hai dubitato.»
«Che cosa dice il messaggio, Galdar?» domandò il capitano Samuval
impaziente, mentre la folla avanzava la stessa richiesta.
Mina sollevò una mano e i soldati ubbidirono immediatamente al suo
muto comando. Un riverente silenzio si diffuse nuovamente nell'accam-
pamento.
«I miei ordini sono di marciare verso sud, invadere, conquistare e presi-
diare la terra elfica di Silvanesti.»
Un brontolio basso e irato, come il rombo di un tuono lontano, si levò
dalle gole dei soldati.
«No!» gridarono in molti, infuriati. «Non possono farlo! Vieni con noi,
Mina! All'Abisso Targonne! Marceremo su Jelek! Sì, è questo ciò che fa-
remo! Marceremo su Jelek!»
«Ascoltatemi!» La voce di Mina si levò al di sopra del fragore. «Questi
ordini non provengono dal generale Targonne! Lui rappresenta soltanto la
mano che li ha scritti. Gli ordini vengono dall'Unico Dio. Dobbiamo attac-
care Silvanesti per volontà di Dio, al fine di provare il suo ritorno nel
mondo. Marceremo su Silvanesti!» La voce di Mina divenne un grido tra-
volgente. «E vinceremo!»
«Urrà!» I soldati applaudirono e iniziarono a intonare con voce cantile-
nante: «Mina! Mina! Mina!»
Il messaggero si guardò intorno in stupefatto sbalordimento. Un intero
accampamento, migliaia di voci, ripetevano il nome della ragazza. Il canto
echeggiò fra le montagne e risuonò in cielo. Venne udito anche nella città
di Sanction, dove gli abitanti tremarono e i Cavalieri strinsero le armi, in-
terpretando tutto ciò come un presagio di sventura che ben presto si sareb-
be abbattuta sulla città assediata.
Uno spaventoso grido si levò al di sopra del canto, interrompendolo in
parte, poiché coloro che si trovavano al limite esterno del grappolo di folla
continuarono ignari. Il grido proveniva dalla tenda di lord Milles. Era così
terribile che coloro che si trovavano nei suoi pressi indietreggiarono, spa-
ventati.
«Vai a vedere che cosa è successo», ordinò Mina.
Galdar eseguì l'ordine. Il messaggero lo seguì, ben sapendo che Targon-
ne avrebbe mostrato interesse all'accaduto. Sguainata la spada, Galdar ta-
gliò i lacci di cuoio che tenevano chiusi i lembi della tenda. Entrò, per u-
scire immediatamente dopo.
«Sua Signoria è morto», annunciò, «per sua mano.»
I soldati ripresero il canto e molti sghignazzarono divertiti.
Mina investì quelli intorno a lei con una tale rabbia che gli occhi d'am-
bra apparvero improvvisamente infuocati. I soldati interruppero il canto,
sgomenti. La fanciulla non proferì parola, ma li oltrepassò, il mento alto, la
schiena rigida. Raggiunse l'ingresso della tenda.
«Mina», disse Galdar, sollevando il messaggio macchiato di sangue.
«Questo bastardo ha cercato di farti impiccare. La prova è qui, nella rispo-
sta di Targonne.»
«Lord Milles si trova ora davanti all'Unico Dio, Galdar», replicò Mina,
«dove tutti noi ci troveremo un giorno. Non spetta a noi giudicarlo.»
Prese il pezzo di carta insanguinato, lo infilò sotto la cintura ed entrò
nella tenda. Galdar si mosse per seguirla, ma lei lo allontanò, richiudendo
dietro di sé i lembi della tenda.
Il minotauro si trovò a fissare l'ingresso di quello che era stato il ricove-
ro di lord Milles. Quindi, scuotendo la testa, si voltò e montò la guardia.
«Non state lì imbambolati», ordinò ai soldati che gironzolavano intorno.
«C'è un sacco di lavoro da svolgere se dobbiamo marciare su Silvanesti.»
«Che cosa fa là dentro?» gli domandò il messaggero.
«Prega», tagliò corto Galdar.
«Prega!» esclamò l'altro incredulo. Saltato a cavallo, partì al galoppo,
ansioso di arrivare a destinazione per raccontare gli straordinari avveni-
menti della giornata al Signore della Notte.
«Allora, che cosa è successo?» domandò il capitano Samuval appena
ebbe raggiunto Galdar.
«A Milles?» grugnì il minotauro. «È caduto sulla sua spada. Ho letto il
messaggio. Come avevamo immaginato, aveva fatto pervenire a Targonne
un mucchio di menzogne su come Mina avesse ormai perso la battaglia e
lui ne avesse ribaltato le sorti. Targonne sarà anche un assassino, un ba-
stardo intrigante, ma non è uno stupido.» Il tono della voce lasciava traspa-
rire un'ammirazione forzata. «Non si è fatto incantare dalle menzogne di
Milles e gli ha ordinato di fare rapporto personalmente alla grande drago-
nessa Malystrx.»
«Non c'è da stupirsi che abbia scelto questa via d'uscita», commentò
Samuval. «Ma perché mandare Mina a sud, a Silvanesti? Che cosa ne sarà
di Sanction?»
«Targonne ha ordinato al generale Dogah di lasciare Khur. Si occuperà
lui dell'assedio di Sanction. Come ho già detto, Targonne non è stupido. Sa
che Mina e il suo Unico, Vero Dio costituiscono una minaccia per lui e per
quell'ipocrita "Visione" che ci propina. Ma sa anche che provocherebbe
una rivolta delle truppe se cercasse di farla arrestare. La grande dragonessa
Malystrx è da tempo infuriata con gli elfi di Silvanesti che sono riusciti a
sottrarsi a lei nascondendosi sotto lo scudo magico. E così Targonne da
una parte tiene buona Malystrx dicendole che ha mandato un reparto ad at-
taccare Silvanesti e dall'altra, si libera di una pericolosa minaccia alla sua
autorità.»
«Mina sa che per raggiungere Silvanesti dobbiamo attraversare Blöde?»
domandò il capitano Samuval. «Il regno degli orchi? Sono già infuriati
perché ci siamo impossessati di parte delle loro terre. Non tollereranno al-
tre incursioni nel loro territorio.» Scosse la testa. «È un suicidio! Non arri-
veremo mai a Silvanesti! Dobbiamo cercare di dissuaderla da questo atto
di pura follia, Galdar.»
«Non spetta a me discutere le sue azioni», affermò il minotauro. «Questa
mattina, prima che arrivasse il messaggero, sapeva già che saremmo andati
a Silvanesti. Ti ricordi, capitano? Te l'ho detto io stesso.»
«Davvero?» si stupì Samuval. «Con tutta quella confusione, me ne sono
dimenticato. Chissà come faceva a saperlo.»
Mina uscì dalla tenda di Milles. Era pallidissima.
«I suoi crimini sono stati perdonati. La sua anima è stata accettata.» So-
spirò, si guardò intorno e sembrò contrariata di ritrovarsi fra i comuni mor-
tali. «Come lo invidio!»
«Mina, quali sono i tuoi ordini?» le domandò Galdar.
Per qualche secondo, la ragazza lo guardò senza riconoscerlo, gli occhi
ambra ancora colmi di visioni meravigliose inaccessibili ai mortali. Quindi
sorrise cupamente, sospirò di nuovo e tornò alla realtà.
«Riunisci le truppe. Capitano Samuval, tu prenderai la parola e dirai lo-
ro, in tutta onestà, che l'incarico è pericoloso. Qualcuno potrebbe perfino
definirlo "suicida".» Sorrise a Samuval. «Non obbligherò nessuno a unirsi
a questa marcia. Chi lo farà, sarà per sua libera scelta.»
«Verranno tutti, Mina», disse Galdar in tono gentile.
Mina lo guardò, gli occhi luminosi, raggianti. «Se così fosse, allora sa-
remmo in troppi. Dovremo muoverci velocemente, senza rivelare la nostra
presenza. Naturalmente, i miei Cavalieri verranno con me. Tu, Galdar,
sceglierai i cinquecento fanti migliori. Gli altri rimarranno qui, con la mia
benedizione. Continueranno l'assedio a Sanction.»
Galdar ammiccò. «Ma Mina, non hai sentito? Targonne ha ordinato che
sia il generale Dogah a occuparsi dell'assedio di Sanction.»
Mina sorrise. «Il generale Dogah riceverà nuovi ordini e dovrà dirigersi
con le sue forze verso sud e marciare in tutta fretta verso Silvanesti.»
«Ma... da dove arriveranno quegli ordini?» domandò Galdar, guardando-
la allibito. «Sicuramente non da Targonne. Ci ha ordinato di marciare su
Silvanesti semplicemente per liberarsi di noi, Mina!»
«Come ti ho già detto, Galdar, Targonne compie la volontà dell'Unico
Dio, che lo sappia o meno.» Mina infilò la mano nella cintura ed estrasse il
messaggio che Milles aveva ricevuto da Targonne. Spiegò la pergamena al
sole. Il nome di Targonne si profilò a grandi lettere nere sul fondo del fo-
glio, il rosso del suo sigillo luccicò sotto i raggi solari. Con il dito, Mina
indicò le parole sulla pagina, una pagina macchiata dal sangue di Milles.
«Che cosa dicono, Galdar?»
Sconcertato, Galdar guardò le parole e iniziò a leggere, a leggere esatta-
mente ciò che aveva letto in precedenza.
A lord Milles viene qui ordinato...
Le parole iniziarono improvvisamente a ondeggiare e distorcersi sotto i
suoi occhi. Galdar li chiuse, li sfregò, li riaprì. Le parole continuarono a
ondeggiare e iniziarono anche a strisciare sulla pagina, con il nero dell'in-
chiostro che si mischiava al rosso del sangue di Milles.
«Che cosa dicono, Galdar?» domandò nuovamente Mina.
Galdar si ritrovò improvvisamente senza fiato. Cercò di parlare, riuscì
soltanto a bisbigliare con voce roca: «Al generale Dogah viene qui ordina-
to di spostare le sue truppe a sud e di marciare a tutta velocità verso Silva-
nesti. Firmato in nome di Targonne.»
La scrittura era quella di Targonne. Non c'erano dubbi. La sua firma era
al posto giusto, così come il sigillo.
Mina arrotolò delicatamente la pergamena e la ripose nel cilindro.
«Voglio che sia tu stesso a consegnare questi ordini, Galdar. Poi dovrai
raggiungerci sulla strada verso sud. Ti mostrerò il percorso della nostra
marcia. Samuval, tu sarai comandante in seconda fino a quando Galdar
non ci raggiungerà.»
«Puoi contare su di me e sui miei uomini, Mina», disse il capitano Sa-
muval. «Se sarà necessario, ti seguiremo nell'Abisso.»
Mina lo guardò pensosa. «L'Abisso non esiste più, capitano. Colei che vi
regnava se ne è andata, per non tornare mai più. I defunti ora hanno un loro
regno; un regno dove è permesso loro di continuare a servire l'Unico Dio.»
Spostò lo sguardo, abbracciando le montagne, la valle, i soldati impe-
gnati a smontare il campo. «Partiremo all'alba. Marceremo per due giorni.
Date le disposizioni necessarie. Voglio due carri con i rifornimenti. Avvi-
satemi quando sarete pronti.»
Galdar ordinò agli ufficiali di radunare gli uomini. Entrando nella tenda
di Mina, la trovò curva sulle mappe, intenta a disporre dei sassolini su al-
cune località. Dando un'occhiata, il minotauro si accorse che i ciottoli era-
no tutti concentrati in una zona denominata «Blöde».
«Ci incontreremo qui», disse la ragazza, indicando un punto sulla mappa
segnato con un sasso. «Ho calcolato che ti ci vorranno due giorni per rag-
giungere il generale Dogah e altri tre per riunirti a noi. L'Unico Dio ti aiu-
terà ad andare a passo spedito, Galdar.»
«Che l'Unico Dio sia con te fino a quando non ci incontreremo di nuovo,
Mina», replicò Galdar.
Intendeva andarsene. Poteva coprire molte miglia prima che scendesse
l'oscurità. Ma non riusciva ad allontanarsi. Non sopportava l'idea di non
vedere anche per un solo giorno i suoi occhi color ambra, o di non udire la
sua voce. Si sentiva denudato, come se improvvisamente lo avessero priva-
to della sua pelliccia, lasciandolo esposto ai pericoli del mondo come un
vitellino debole e tremante.
Mina posò la mano su quella del minotauro, sulla mano che lei gli aveva
dato. «Sarò con te ovunque andrai, Galdar», disse.
Quest'ultimo cadde in ginocchio, premendo la mano di lei sulla propria
fronte. Conservando il ricordo della sua carezza come un prezioso amule-
to, si alzò, si voltò e fuggì dalla tenda.
Qualche istante dopo, giunse il capitano Samuval a riferire che, come
aveva previsto, ogni singolo soldato del campo si era offerto volontario per
intraprendere l'impresa. Aveva scelto i cinquecento fanti che riteneva mi-
gliori e che ora erano oggetto di invidia da parte di tutti gli altri.
«Temo che coloro che sono stati scartati, diserteranno per seguirti, Mi-
na», affermò Samuval.
«Parlerò loro», disse Mina. «Spiegherò che devono continuare l'assedio
di Sanction senza aspettarsi alcun rinforzo. Spiegherò loro come fare. Ca-
piranno qual è il loro dovere.»
Continuò a disporre sassolini sulla mappa.
«Che cos'è?» domandò Samuval incuriosito.
«Le postazioni delle truppe degli orchi», spiegò Mina. «Guarda, capita-
no, se marciamo in direzione est verso i Monti Khalkist, invece di dirigerci
a sud attraverso le Pianure di Khur, risparmieremo parecchio tempo. Evite-
remo la concentrazione maggiore delle loro truppe che sono raccolte qui,
nell'estremità meridionale della catena montuosa, impegnate nel combat-
timento contro la Legione d'Acciaio e le forze di Alhana Starbreeze. Cer-
cheremo di aggirarli viaggiando lungo questo percorso che segue il fiume
Thon-Thalas. Immagino che prima o poi ci imbatteremo in loro, ma se il
mio piano funziona, dovremo affrontare solo una forza limitata. Con la
protezione di Dio, la maggior parte di noi raggiungerà l'obiettivo.»
E che cosa sarebbe accaduto quando fossero giunti a destinazione? Co-
me pensava di penetrare uno scudo magico che fino ad allora aveva respin-
to ogni tentativo di attraversarlo? Samuval non glielo chiese. Né le chiese
come facesse a conoscere la posizione delle truppe degli orchi o come fa-
cesse a sapere che erano impegnati a combattere contro la Legione d'Ac-
ciaio e gli elfi scuri. I Cavalieri di Neraka avevano mandato dei ricognitori
nelle terre degli orchi, ma nessuno di loro era mai tornato per raccontare
ciò che aveva visto. Il capitano Samuval non domandò a Mina come inten-
desse conquistare Silvanesti con una forza così modesta, una forza che
quando sarebbero giunti a destinazione, sarebbe già stata decimata. Samu-
val non le chiese niente di tutto ciò.
Aveva fede. Se non in quell'Unico Dio, in Mina.

XIII

IL FLAGELLO DI ANSALON

Lo strano evento che capitò a Tasslehoff Burrfoot la quinta notte della


sua avanzata verso Qualinesti sotto la sorveglianza di sir Gerard trova la
sua migliore spiegazione nel fatto che, benché i giorni fossero stati caldi,
soleggiati e adatti per viaggiare, le notti erano state coperte e nuvolose, con
una pioggerella sottile. Fino a quella notte. Quella notte il cielo era limpi-
do, e l'aria tiepida e dolce, vibrante dei rumori della foresta: lo stridio dei
grilli, i gridi dei gufi, e gli occasionali ululati dei lupi.
Molto più a nord, vicino a Sanction, Galdar, il minotauro, correva lungo
la strada che portava a Khur. Molto più a sud, a Silvanesti, Silvanoshei en-
trava a Silvanost come previsto, in trionfo e fra le fanfare. L'intera popola-
zione di Silvanost uscì a dargli il benvenuto, guardandolo con meraviglia.
Silvanoshei rimase scioccato e turbato nel vedere quanti pochi elfi rimane-
vano in città; tuttavia, non disse nulla a nessuno e fu accolto con le dovute
cerimonie dal generale Konnal e da uno stregone ammantato di bianco i
cui modi affascinanti glielo resero subito caro.
Mentre Silvanoshei consumava leccornie elfiche in piatti d'oro e beveva
vino spumeggiante in calici di cristallo, e mentre Galdar sgranocchiava pi-
selli secchi durante la marcia, Tas e Gerard facevano il loro consueto, mo-
notono pasto a base di pane di segala e carne di bue essiccata, innaffiati di
semplice acqua fresca. Procedendo verso sud, erano arrivati fino a Gate-
way, dove avevano superato diverse locande, i cui gestori stavano sulle
soglie col viso smagrito. Prima che la dragonessa chiudesse le strade della
zona, i locandieri avrebbero sbarrato le porte davanti a un kender; ora, era-
no corsi fuori per offrire vitto e alloggio al prezzo inaudito di una sola mo-
neta d'argento.
Sir Gerard non aveva dato loro retta, cavalcando innanzi senza degnarli
di un'occhiata. Tasslehoff aveva sospirato profondamente, e girato la testa
indietro con desiderio verso le locande che rimpicciolivano in lontananza.
Quando aveva fatto intendere che un boccale di birra fresca e un piatto di
cibo caldo sarebbero stati un cambiamento gradito, Gerard aveva risposto
di no: meno attenzione attiravano su di sé, meglio sarebbe stato per tutti gli
interessati.
Avanzarono verso sud, lungo una nuova strada che correva vicino al
fiume, una strada che, disse Gerard, era stata costruita dai Cavalieri di Ne-
raka per mantenere le linee di rifornimento per Qualinesti. Tas si chiese
perché i Cavalieri di Neraka fossero interessati a rifornire gli elfi di Quali-
nesti, ma pensò che si trattasse di qualche nuovo progetto ideato dal re Gil-
thas.
Da quattro notti, Tas e Gerard dormivano all'aperto sotto l'acquerugiola.
La quinta notte il tempo fu bello. Come al solito, il sonno colse di sorpresa
il kender prima che lui fosse pronto. Nel cuore della notte, fu svegliato di
soprassalto da una luce che gli splendeva negli occhi.
«Ehi! Cos'è quella?» domandò a voce alta. Gettando via la coperta, bal-
zò in piedi e afferrò Gerard per la spalla, scuotendolo e prendendolo a pu-
gni.
«Sir Gerard! Svegliati!» gridò Tasslehoff. «Sir Gerard!»
Il Cavaliere fu sveglio in un attimo, spada in mano. «Che cosa c'è?» Si
guardò intorno, vigile nei confronti del pericolo. «Hai sentito qualcosa?
Visto qualcosa? Che cosa?»
«Quella! Quella là!» Tas afferrò la camicia del Cavaliere e indicò.
Sir Gerard gli rivolse uno sguardo estremamente torvo. «È la tua idea di
scherzo?»
«Oh, no», dichiarò Tas. «La mia idea di scherzo è questa. Io dico: "Toc
toc" e tu rispondi: "Chi è?", e io dico: "Sir Kac", e tu rispondi: "Sir Kak
chi?", e io dico: "Ecco cos'hai pestato". Questa è la mia idea di scherzo.
Quella che mi preoccupa è la strana luce nel cielo.»
«Quella è la luna», bofonchiò sir Gerard, a denti stretti.
«No!» Tasslehoff era esterrefatto. «La luna? Davvero?»
La guardò di nuovo. Certo, la cosa aveva delle qualità lunari: era sferica,
era nel cielo insieme alle stelle, e brillava. Ma lì finiva la somiglianza.
«Se quello è Solinari», osservò Tas, adocchiando la sfera con scettici-
smo, «che cosa gli è successo? È malato?»
Sir Gerard non rispose. Si ridistese, posò la spada a portata di mano e,
afferrata la coperta per un angolo, vi si avvolse. «Va' a dormire», ordinò
freddamente, «e fino al mattino.»
«Ma io voglio sapere della luna», insistette Tas, accovacciandosi accanto
al Cavaliere, per nulla scoraggiato dal fatto che questi aveva la schiena gi-
rata e la testa ammantata dalla coperta, ed era ancora evidentemente molto
arrabbiato per essere stato svegliato bruscamente per nulla. Persino la sua
schiena sembrava in collera. «Cos'è successo a Solinari per renderlo così
pallido e smorto? E dov'è la bella rossa Lunitari? Mi chiederei dov'è Nuita-
ri se fossi capace di vedere la luna nera, cosa che non so fare, per cui po-
trebbe essere lì senza che io lo sappia...»
Sir Gerard si girò all'improvviso. La testa emerse dalla coperta, rivelan-
do un occhio severo e ostile. «Sai benissimo che Solinari non si vede nei
cieli da trent'anni e rotti, fin dalla fine della Guerra del Caos. Lo stesso va-
le per Lunitari. Per cui smettila con queste sciocchezze ridicole. Ora vado
a dormire, e non bisogna svegliarmi per niente meno di un'invasione di
hobgoblin. È chiaro?»
«Ma la luna!» obiettò Tas. «Ricordo che, quando sono venuto al primo
funerale di Caramon, Solinari splendeva così forte che sembrava giorno,
anche se era notte. Palin diceva che così rendeva omaggio a suo padre e...»
Gerard si rigirò, coprendosi la testa.
Tas continuò a parlare finché non sentì il Cavaliere cominciare a russare.
Gli diede una gomitata sperimentale sulla spalla, inutilmente. Poi pensò
che poteva provare ad aprirgli una delle palpebre, per vedere se dormiva
veramente o se fingeva soltanto, un trucco che non aveva mai fallito con
Flint, per quanto il risultato fosse, di solito, il nano adirato che rincorreva il
kender per tutta la stanza con l'attizzatoio.
Tas, tuttavia, aveva altre cose cui pensare, così lasciò Gerard in pace e
ritornò alla sua coperta. Sdraiatosi, mise le mani dietro la testa e contemplò
la strana luna, che lo fissò di rimando senza il minimo accenno di simpatia.
Tas ebbe un'idea. Abbandonando la luna, spostò lo sguardo sulle stelle,
cercando le sue costellazioni preferite.
Anche quelle erano sparite. Le stelle di adesso erano fredde, lontane e
sconosciute. L'unica stella benevola era una rossa isolata che brillava lu-
minosamente non lontano dalla strana luna. Aveva un fulgore caldo e con-
fortante, che compensava la fredda sensazione di vuoto alla bocca dello
stomaco di Tas, una sensazione che il kender, da giovane, aveva attribuito
al bisogno di mangiare qualcosa, ma che ora, dopo anni di avventure, sa-
peva essere il modo del suo corpo di informarlo che c'era qualcosa di stor-
to. In effetti, si era sentito più o meno così nel momento in cui il piede del
gigante gli era stato sospeso sopra la testa.
Tas mantenne lo sguardo sulla stella rossa e dopo un po' il gelo e il vuo-
to non gli fecero più così male. Proprio quando si sentiva più tranquillo,
aveva scacciato dalla mente il pensiero della strana luna, delle stelle ostili,
e del gigante incombente, e cominciava finalmente a godersi la notte, il
sonno lo inghiottì all'improvviso.
Il giorno successivo, il kender voleva discutere della luna, e lo fece, ma
solo fra sé. Sir Gerard non rispose mai a nessuna delle sue innumerevoli
domande, non si girò mai; si limitò a procedere a passo lento, con in mano
le redini del pony di Tas.
Gerard cavalcava in silenzio, ma era vigile e all'erta, e scrutava conti-
nuamente l'orizzonte. Quel giorno, tutto il mondo sembrava cavalcare in
silenzio, una volta che Tasslehoff tenne la bocca chiusa, cosa che fece do-
po un paio d'ore, stufo non tanto di parlare, quanto di rispondersi da solo.
Non incontrarono nessuno sulla strada, e a un certo punto persino i rumori
delle altre creature viventi cessarono. Nessun uccello cantava. Nessuno
scoiattolo scorrazzava sul sentiero. Nessun daino camminava fra le ombre
o fuggiva da loro, segnalando allarme con la bianca coda.
«Dove sono gli animali?» Tas chiese a Gerard.
«Sono nascosti», rispose il Cavaliere, con le prime parole pronunciate in
tutta la mattinata. «Hanno paura.»
L'aria era immobile e silenziosa, come se il mondo trattenesse il respiro,
timoroso di essere sentito. Nemmeno gli alberi frusciavano e Tas aveva la
sensazione che, potendo scegliere, si sarebbero sradicati dal terreno per
fuggire.
«Di che cosa?» domandò Tas con interesse, e si guardò intorno eccitato,
sperando in un castello infestato dagli spiriti, in un maniero cadente o, al-
meno, in una grotta sinistra.
«Temono la grande dragonessa verde, Beryl. Siamo nelle Pianure Occi-
dentali. Abbiamo superato i confini del suo regno.»
«Io non ne ho mai avuto notizia. L'unico drago verde che conoscevo si
chiamava Cyan Bloodbane. Chi è Beryl? Da dove viene?»
«Chi lo sa?» ribatté Gerard, con impazienza. «Dall'altra parte del mare,
presumo, insieme con la grande dragonessa rossa Malystrx e altri della lo-
ro abominevole razza.»
«Be', perché qualche eroe non va a piantarle una lancia in corpo?» chie-
se Tas, allegramente.
Gerard fermò il cavallo. Tirò le redini del pony di Tasslehoff, che arran-
cava dietro a testa china, annoiato quanto il kender. Si affiancò al nero,
scuotendo la criniera e adocchiando speranzoso una chiazza d'erba.
«Parla a bassa voce!» mormorò Gerard. Il kender non l'aveva mai visto
così cupo e severo. «Le spie di Beryl sono dappertutto, anche se non le ve-
diamo. Qui, niente si muove senza che lei lo sappia; niente si muove senza
il suo permesso. Abbiamo superato i confini del suo regno un'ora fa», ag-
giunse. «Sarei molto sorpreso se qualcuno non venisse a darci un'occhia-
ta... Ah, ecco. Che cosa ti dicevo?»
Si era mosso sulla sella, per guardare attentamente a est. Un grosso pun-
to nero si espandeva sempre più di attimo in attimo; Tas lo vide sviluppare
ali e una lunga coda, e poi vide un corpo massiccio - un corpo massiccio e
verde.
Tasslehoff aveva già visto dei draghi, ne aveva cavalcati, ne aveva com-
battuti. Ma mai aveva visto o sperato di vedere un drago così enorme. La
coda sembrava lunga come la strada su cui viaggiavano; i denti, posti in
mascelle sbavanti, sarebbero potuti servire da mura alte e merlate di una
fortezza formidabile. Gli occhi rossi e cattivi bruciavano di un fuoco più
rovente del sole, e sembravano illuminare tutto ciò che guardavano di una
luce abbagliante.
«Se hai qualche riguardo per la tua vita o per la mia, kender», disse Ge-
rard in un pungente bisbiglio, «non dire e non fare niente!»
La dragonessa volò direttamente sopra di loro, ruotando la testa per stu-
diarli da tutte le angolazioni. La paura scese su di loro come la sua ombra,
cancellando la luce del sole, cancellando la ragione, la speranza e l'equili-
brio. Il pony tremava e gemeva. Il nero nitriva dal terrore, scalciava e si
slanciava in avanti. In preda allo stesso panico, Gerard si aggrappò al dor-
so sobbalzante, incapace di calmare l'animale. Tasslehoff allibito guardava
verso l'alto, a bocca aperta. Fu invaso da una sensazione estremamente
spiacevole, che gli raggrinziva lo stomaco, gli rammolliva la schiena, gli
piegava le ginocchia, gli faceva sudare le mani. Non gli piaceva granché.
Quanto a farti sentir male, era al livello di un brutto raffreddore di testa,
con tanto di naso che cola.
Beryl li accerchiò due volte; poi, non vedendo niente di più interessante
di uno dei suoi Cavalieri alleati con un kender prigioniero, li lasciò in pa-
ce, volando pigramente e senza fretta alla sua tana, mentre i suoi occhi
acuti prendevano nota di tutto ciò che si muoveva sul suo territorio.
Gerard smontò da cavallo. In piedi accanto alla bestia tremante, posò la
testa contro il suo fianco che si alzava e si abbassava ritmicamente. Era
straordinariamente pallido e sudato, e scosso dai brividi. Aprì e chiuse la
bocca diverse volte e a un certo punto sembrò voler vomitare, ma poi si ri-
prese. Alla fine, il suo respiro si regolarizzò.
«Mi vergogno di me stesso», disse. «Non credevo di poter provare una
paura simile.»
«Io non ho avuto paura», annunciò Tas, con una voce che sembrava con-
taminata dallo stesso tremore del corpo. «Neanche un po'.»
«È perché non hai un minimo di buon senso», ribatté severamente Ge-
rard.
«È solo che, anche se ho visto draghi terribili in vita mia, non ne avevo
mai visto uno così...»
Tasslehoff si fece piccolo piccolo sotto lo sguardo minaccioso di Gerard.
«Così... imponente», concluse il kender a voce alta, caso mai una delle
spie della dragonessa fosse in ascolto. «Imponente è una specie di com-
plimento, no?» sussurrò a Gerard.
Il Cavaliere non rispose. Avendo calmato se stesso e il cavallo, recuperò
le redini del pony di Tas e, stringendole in mano, rimontò sul nero. Non
partì immediatamente, ma rimase qualche tempo in mezzo alla strada,
guardando verso ovest.
«Non avevo mai visto uno dei grandi draghi», mormorò. «Non credevo
che sarebbe stato così brutto.»
Sedette immobile per qualche attimo ancora, poi, la mascella serrata e il
viso pallido, avanzò.
Tasslehoff lo seguì perché non poteva far altro, dato che il Cavaliere te-
neva le redini del pony.
«Quella era la dragonessa che ha ucciso tutti i kender?» domandò, a vo-
ce bassa.
«No», spiegò Gerard. «Quella era ancora più grossa. Una dragonessa
rossa di nome Malys.»
«Oh», sospirò Tas. «Oh, santo cielo.»
Una dragonessa ancora più grossa. Non riusciva a immaginarsela, e sta-
va quasi per dire che gli sarebbe piaciuto vederla quando lo colpì l'idea
che, onestamente, non si trattava della verità.
«Che cosa mi prende?» gemette costernato. «Devo aver preso qualche
malattia. Io non sono curioso! Non voglio vedere una dragonessa rossa che
potrebbe essere più grossa di Palanthas. E questo non è da me.»
La cosa gli richiamò un pensiero stupefacente, così stupefacente che per
poco non lo fece cadere dal pony.
«Forse non sono me stesso!»
Tasslehoff ci pensò. Dopo tutto, nessun altro aveva creduto nella sua i-
dentità tranne Caramon, e lui era molto vecchio e quasi morto, per cui, for-
se, non contava. Laura aveva detto di credergli ma, probabilmente, voleva
solo essere cortese, così nemmeno lei contava. Sir Gerard e lord Warren
avevano affermato che lui non poteva assolutamente essere Tasslehoff
Burrfoot, ed erano Cavalieri Solamnici, il che significava che erano intelli-
genti e sapevano il fatto loro.
«Questo spiegherebbe tutto», Tas disse fra sé, e più ci pensava più si ral-
legrava. «Spiegherebbe perché niente di quel che mi è successo al primo
funerale di Caramon mi è successo al secondo: lì non ero io ma qualcuno
di completamente diverso. Ma se è così», aggiunse, la testa confusa, «se
non sono me stesso, chi sono?»
Ci rifletté su per un buon mezzo miglio.
«Una cosa è certa», concluse. «Non posso continuare a chiamarmi Tas-
slehoff Burrfoot. Se incontrassi quello vero, lui sarebbe molto seccato di
vedere usurpato il suo nome. Proprio come mi sono sentito io quando ho
scoperto che c'erano altri trentasette Tasslehoff Burrfoot a Solace (trenta-
nove contando i cani). Credo che dovrò restituirgli il Congegno per Viag-
giare nel Tempo. Chissà come mai ce l'ho io? Ah, certo: deve averlo la-
sciato cadere.»
Tas assestò un calcio ai fianchi del pony, che riprese vigore e trottò in
avanti, fino a raggiungere il Cavaliere.
«Scusa, sir Gerard», cominciò Tas.
Il Cavaliere gli lanciò un'occhiata, aggrottando le sopracciglia. «Che
c'è?» chiese freddamente.
«Volevo solo dirti che ho fatto un errore», rivelò Tas, in tono mansueto.
«Non sono la persona che ho detto di essere.»
«Ah, ma che sorpresa!» grugnì Gerard. «Vuoi dire che non sei Tassle-
hoff Burrfoot, morto da oltre trent'anni?»
«Credevo di esserlo», replicò tristemente Tas. Trovava l'idea più diffici-
le da abbandonare di quanto avesse immaginato. «Ma non è possibile. Ve-
di, Tasslehoff Burrfoot era un eroe. Non aveva paura di niente. E non pen-
so che si sarebbe sentito tutto strano come mi sono sentito io quando la
dragonessa è volata su di noi. Ma so cosa c'è che non va in me.»
Aspettò che il Cavaliere reagisse cortesemente con una domanda, ma
questi rimase zitto. Tas offrì spontaneamente l'informazione.
«Ho la magnesia», proclamò solennemente.
Stavolta Gerard disse: «Che cosa?» ma senza troppa cortesia.
Tas si portò una mano alla fronte, per vedere se poteva sentirla. «La ma-
gnesia. Non sono sicuro di come si prenda; credo abbia qualcosa a che fare
con il latte. Ma ricordo che Raistlin disse di aver conosciuto qualcuno che
ce l'aveva una volta, e che quella persona non ricordava chi era, perché e-
sisteva, dove aveva lasciato gli occhiali, niente. Devo avere la magnesia,
perché mi trovo esattamente nella stessa situazione.»
Risolta la questione, Tasslehoff - o, meglio, il kender che aveva pensato
di essere Tasslehoff - si sentì estremamente orgoglioso di sapere di avere
contratto una malattia così importante.
«Naturalmente», aggiunse con un sospiro, «molte persone come te che si
aspettano che io sia Tasslehoff rimarranno amaramente deluse quando
scopriranno che non lo sono. Ma dovranno accettare la cosa.»
«Cercherò di sopportarlo», borbottò seccamente Gerard. «Ora perché
non ti concentri e vedi se riesci a "ricordarti" la verità su chi sei?»
«Non mi dispiacerebbe ricordare la verità», ammise Tas. «Ma ho la sen-
sazione che la verità non voglia ricordarsi di me.»
I due cavalcarono in silenzio in un mondo silenzioso finché, con suo
grande sollievo, Tas non udì un suono, il suono dell'acqua, l'acqua incolle-
rita di un fiume che schiumava e ribolliva, come risentito di essere tenuto
prigioniero fra le sue sponde rocciose. Gli umani lo chiamavano il Fiume
della Rabbia Bianca, e segnava il confine settentrionale della terra elfica di
Qualinesti.
Gerard rallentò il passo. Percorsa una curva, entrarono in vista del fiu-
me, una vasta distesa di acqua biancastra che cadeva sopra e intorno a
scintillanti rocce nere.
Erano arrivati alla fine del giorno. L'arrivo del buio copriva la foresta di
ombre. L'acqua spumeggiante conservava gli ultimi bagliori, e a quella lu-
ce videro in lontananza un piccolo ponte che attraversava il fiume. Il ponte
era protetto da una barriera abbassata e da guardie che portavano la stessa
armatura nera di Gerard.
«Quelli sono Cavalieri Scuri», disse Tasslehoff, sbalordito.
«Parla a bassa voce!» ordinò severamente Gerard. Smontando da caval-
lo, si tolse il bavaglio dalla cintura e si avvicinò al kender. «Ricorda, solo
se ci lasciano passare potremo vedere il tuo preteso amico Palin Majere.»
«Ma perché ci sono Cavalieri Scuri qui a Qualinesti?» obiettò Tas, par-
lando rapidamente, prima che Gerard avesse il tempo di applicare il bava-
glio.
«La dragonessa Beryl governa il reame. Questi Cavalieri sono i suoi so-
vrintendenti. Fanno osservare le sue leggi, e riscuotono le tasse e il tributo
pagati dagli elfi per restare vivi.»
«Oh, no», mormorò Tas, scuotendo la testa. «Dev'esserci un errore. I
Cavalieri Scuri sono stati cacciati dalle forze congiunte di Porthios e Gil-
thas nell'anno... Ulp!»
Gerard ficcò il bavaglio nella bocca del kender, legandolo fermamente
con un nodo dietro la nuca. «Continua a dire cose del genere, e non ci sarà
più bisogno del bavaglio. Tutti penseranno semplicemente che sei pazzo.»
«Se mi dicessi che cosa è successo», protestò Tas, togliendosi il bava-
glio e volgendo lo sguardo verso Gerard, «non dovrei farti domande.»
Gerard, esasperato, rimise il bavaglio al suo posto. «Benissimo», con-
cesse, adirato. «I Cavalieri di Neraka si sono impadroniti di Qualinesti du-
rante la Guerra del Caos e non ne hanno più lasciato il controllo», spiegò,
facendo il nodo. «Erano preparati a lottare contro la dragonessa quando
questa ha preteso che le cedessero il territorio. Ma Beryl è stata tanto intel-
ligente da capire che non c'era bisogno di combattere: i Cavalieri potevano
esserle utili, e si è alleata con loro. Gli elfi pagano il tributo; i Cavalieri lo
riscuotono e consegnano una percentuale - una grossa percentuale - alla
dragonessa, tenendosi il resto. I Cavalieri prosperano. La dragonessa pro-
spera. Sono gli elfi a stare male.»
«Dev'essere successo tutto mentre avevo la magnesia», disse Tas, scio-
gliendo un angolo del bavaglio.
Gerard legò il nodo ancora più stretto e aggiunse, nervosamente: «Si di-
ce "amnesia", maledizione. E vuoi star zitto?»
Rimontò in sella, e i due cavalcarono verso la barriera. Le guardie erano
vigili e probabilmente li aspettavano, avvisate del loro arrivo dalla drago-
nessa, perché non sembrarono sorprese di vederli emergere dalle ombre.
Cavalieri armati di alabarde erano di guardia alla barriera, ma fu un elfo,
vestito di panno verde e di una lucente corazza a maglia, che si avvicinò
per interrogarli. Era seguito da un ufficiale dei Cavalieri di Neraka, che
rimase dietro di lui, in osservazione.
L'elfo guardò i due, e particolarmente il kender, con disprezzo.
«Il regno elfico di Qualinesti è interdetto a tutti i viaggiatori per ordine
di Gilthas, Presidente dei Soli», dichiarò, parlando nella Lingua Comune.
«Qual è lo scopo della vostra venuta?»
Gerard sorrise per indicare che apprezzava lo scherzo. «Ho urgenti noti-
zie per il maresciallo Medan», spiegò e, infilando le dita nella manopola di
pelle nera, tirò fuori un documento consunto che porse con l'aria annoiata
di chi ha compiuto molte volte lo stesso gesto.
L'elfo non gli lanciò nemmeno un'occhiata, ma lo passò all'ufficiale dei
Cavalieri di Neraka, che vi prestò maggiore attenzione. Scrutò minuziosa-
mente prima il documento, poi Gerard. Restituì la carta a Gerard, che la
rimise nel guanto.
«Che cosa vi porta dal maresciallo Medan, capitano?» indagò l'ufficiale.
«Ho qualcosa che lui vuole, signore», rispose Gerard. Indicò con il pol-
lice. «Questo kender.»
L'ufficiale alzò le sopracciglia. «Che se ne fa il maresciallo Medan di un
kender?»
«C'è un mandato di cattura contro questo ladruncolo, signore. Ha rubato
un importante manufatto ai Cavalieri della Spina. Un manufatto magico
che una volta apparteneva, si dice, a Raistlin Majere.»
A queste parole, l'elfo batté le palpebre. Guardò i due con più interesse.
«Non ho sentito di nessun mandato» affermò l'ufficiale, con un cipiglio.
«Né di nessuna rapina, se è per questo.»
«La cosa non è sorprendente, signore, se si considerano le Vesti Grigie»,
disse Gerard, con un sorriso beffardo e un'occhiata furtiva all'intorno.
L'ufficiale annuì, contraendo un sopracciglio. Le Vesti Grigie erano
stregoni. Lavoravano in segreto, obbedendo ai propri ufficiali, perseguen-
do i propri scopi e le proprie ambizioni, che potevano coincidere o no con
quelli del resto della Cavalleria. Stando così le cose, erano oggetto della
forte diffidenza dei Cavalieri combattenti, che consideravano i Cavalieri
della Spina con quel sospetto che da secoli gli uomini di spada riservano
agli uomini di magia.
«Ditemi di questo reato», esortò l'ufficiale. «Quando e dove è stato
commesso?»
«Come sapete, le Vesti Grigie setacciano da tempo la Foresta di Wa-
yreth, cercando la magica e sfuggente Torre dell'Alta Magia. È stato du-
rante questa ricerca che hanno scoperto questo manufatto. Non so come o
dove, signore; queste informazioni non mi sono state fornite. Le Vesti Gri-
gie stavano trasportando il manufatto a Palanthas per studiarlo ulterior-
mente, quando si sono fermate presso una locanda a bere e a mangiare
qualcosa, e a riposare. Lì il manufatto è stato rubato; le Vesti Grigie si so-
no accorte della sua sparizione il mattino dopo, al risveglio» spiegò Ge-
rard, roteando gli occhi in modo allusivo. «Questo kender l'aveva rubato.»
«Ecco come ne sono venuto in possesso!» mormorò Tas fra sé, affasci-
nato. «Che avventura meravigliosa. Peccato che non possa ricordarmene.»
L'ufficiale annui. «Maledette Vesti Grigie. Ubriachi fradici, senza dub-
bio, con un manufatto prezioso fra le mani. Arroganti come al solito.»
«Sì, signore. Il criminale è fuggito con il suo bottino a Palanthas. Ci è
stato detto di stare attenti a un kender che poteva cercare di vendere manu-
fatti rubati. Abbiamo tenuto d'occhio i negozi di articoli magici, e lo ab-
biamo preso. Ed è stata una bella fatica portare il demonietto fin qui, sor-
vegliandolo giorno e notte.»
Tas cercò di assumere un'aria feroce.
«Lo immagino.» L'ufficiale era comprensivo. «Il manufatto è stato recu-
perato?»
«Temo di no, signore. Il kender sostiene di averlo "perso", ma il fatto
che sia stato sorpreso nel negozio di articoli magici ci induce a pensare che
debba averlo nascosto da qualche parte con l'intenzione di tirarlo fuori do-
po aver concluso un affare. I Cavalieri della Spina vogliono interrogarlo in
proposito. Altrimenti, naturalmente», e Gerard scosse le spalle, «avremmo
potuto risparmiarci la fatica, e impiccare direttamente la piccola canaglia.»
«Il quartier generale dei Cavalieri della Spina si trova a sud. Stanno an-
cora cercando quella maledetta torre. Una perdita di tempo, a parer mio. La
magia è scomparsa dal mondo, e meno male, dico io.»
«Sì, signore», rispose Gerard. «Mi hanno ordinato di fare rapporto al
maresciallo Medan prima, perché la cosa è sotto la sua giurisdizione, ma se
credete che debba procedere direttamente...»
«No, no, riferite pure a Medan. Se non altro, si farà una bella risata nel
sentire la storia. Avete bisogno di aiuto con il kender? Ho un uomo di cui
potrei fare a meno...»
«Grazie, signore. Ma, come potete vedere, è sotto controllo. Credo che
non ci saranno problemi.»
«Avanti, allora, capitano» concluse l'ufficiale, comandando di alzare la
barriera con un cenno della mano. «Una volta consegnato il delinquente,
tornate da questa parte. Apriremo una bottiglia di alcool dei nani, e mi rac-
conterete le novità di Palanthas.»
«Certo, signore», assentì Gerard, facendo il saluto.
Superò la barriera. Tasslehoff, legato e imbavagliato, lo seguì. Il kender
avrebbe voluto agitare amichevolmente le mani ammanettate, ma conside-
rò che la cosa sarebbe potuta non andare d'accordo con la sua nuova identi-
tà di Bandito, Ladro di Preziosi Manufatti Magici. Il suo nuovo personag-
gio gli piaceva assai, e decise che avrebbe cercato di esserne degno. Per-
ciò, invece di salutare, rivolse un cipiglio di sfida al Cavaliere mentre gli
passava davanti.
Per tutto il tempo, l'elfo era rimasto in piedi sulla strada, mantenendo un
silenzio colmo di rispetto e di noia. Non aspettò nemmeno che la barriera
calasse per tornare al corpo di guardia. Il crepuscolo era diventato notte, e
si accendevano le torce. Tasslehoff, guardandosi alle spalle mentre il pony
attraversava rumorosamente il ponte di legno, vide l'elfo accucciarsi sotto
una torcia e tirare fuori una borsa di pelle. Un paio di Cavalieri si inginoc-
chiarono nel terriccio, e i tre cominciarono a giocare a dadi. Prima che Tas
li perdesse di vista, l'ufficiale li aveva raggiunti, portando con sé una botti-
glia. Da quando la dragonessa pattugliava le strade, pochi viandanti passa-
vano da quella parte. La loro era una guardia solitaria.
Tas indicò a grugniti che avrebbe voluto parlare della loro felice avven-
tura presso la barriera - in particolare, desiderava sentire altri particolari
sulla sua audace rapina - ma Gerard non gli prestò attenzione. Non partì al
galoppo ma, una volta che il ponte scomparve alla vista, spronò Nerone ad
aumentare notevolmente l'andatura.
Tasslehoff supponeva che avrebbero continuato a viaggiare. Non erano
lontani da Qualinost, o almeno così ricordava dai suoi precedenti viaggi al-
la capitale elfica. In poco tempo, sarebbero arrivati in città. Tas era ansioso
di rivedere i suoi amici, ansioso di chiedere loro se avessero idea di chi e-
gli fosse, se non era lui. Se qualcuno poteva curare la magnesia, questi era
Palin. Rimase quindi estremamente sorpreso quando Gerard fermò il suo
cavallo e, dichiarandosi esausto per la lunga giornata, annunciò che avreb-
bero trascorso la notte nella foresta.
Si accamparono, allestendo un fuoco, con grande stupore del kender,
perché questa era una cosa che il Cavaliere si era sempre rifiutato di fare,
definendola troppo pericolosa.
«Probabilmente, ritiene che siamo al sicuro, ora che siamo dentro i con-
fini di Qualinesti.» Tas parlò fra sé, perché portava sempre il bavaglio.
«Ma chissà perché ci siamo fermati? Forse non sa quanto siamo vicini.»
Il Cavaliere fece friggere della carne di maiale salata, il cui aroma si dif-
fuse per la foresta. Tolse il bavaglio a Tas per lasciarlo mangiare ma se ne
pentì all'istante.
«Come ho rubato il manufatto?» chiese il kender, con impazienza. «È
così eccitante. Non ho mai rubato niente, sai. Rubare è un'azione estrema-
mente malvagia. Ma, in questo caso, credo che non importi, perché i Cava-
lieri Scuri sono gente cattiva. In che locanda è successo? Ce ne sono diver-
se sulla strada per Palanthas. È stato all'Anatra Sporca? Quello è un posto
fantastico; ci si fermano tutti. O forse alla Volpe e all'Unicorno? Probabil-
mente no, perché lì non amano molto i kender.»
Tasslehoff continuò a parlare, ma non riuscì a indurre il Cavaliere a dir-
gli nulla. La cosa non importava molto a Tas, che era perfettamente in gra-
do di inventarsi l'intero episodio da solo. Quando ebbero finito di mangiare
e Gerard fu andato a lavare la padella e le ciotole di legno in un torrente
vicino, l'intrepido kender aveva rubato non uno, ma una miriade di mera-
vigliosi manufatti magici, strappandoli da sotto il naso di sei Cavalieri del-
la Spina, che l'avevano minacciato con sei potenti incantesimi, ma erano
stati fermati, tutti e sei, da un abile colpo del suo hoopak.
«E dev'essere così che mi sono ammalato di magnesia!» concluse Tas.
«Uno dei Cavalieri della Spina mi ha colpito forte in testa! Sono rimasto
incosciente per diversi giorni. Ma no», aggiunse deluso, «non può essere
vero, perché altrimenti non sarei scappato.» Rifletté per parecchio tempo.
«Ci sono», esclamò infine, guardando Gerard con aria di trionfo. «Mi hai
colpito sulla testa quando mi hai arrestato!»
«Non mi tentare» ribatté Gerard. «Ora chiudi il becco e va' a dormire.»
Distese la sua coperta vicino al fuoco, che si era ridotto a una pila di ceneri
ardenti; poi, tirandosela addosso, volse le spalle al kender.
Tasslehoff si rilassò sulla sua coperta, contemplò le stelle. Quella notte il
sonno non l'avrebbe colto di sorpresa. Era troppo occupato a rivivere la sua
vita come Flagello di Ansalon, Minaccia di Morgash, Criminale di Thor-
bardin. Era proprio un tipaccio. Le donne sarebbero svenute e gli uomini
forti sarebbero sbiancati solo a sentire il suo nome. Non era ben sicuro di
cosa comportasse lo sbiancare, ma avendo sentito che gli uomini forti vi
erano soggetti di fronte a un nemico terribile, gli sembrava un fenomeno
appropriato. Immaginava di arrivare in una città e di vedere tutte le donne
perdere i sensi nei loro lavatoi e gli uomini forti sbiancare a destra e a sini-
stra, quando sentì un rumore. Un rumore lieve, come di un ramoscello che
si spezza, niente di più.
Tas non ci avrebbe fatto caso, se non per il fatto che era abituato a una
foresta completamente silenziosa. Allungò la mano e tirò la manica della
camicia di Gerard.
«Gerard!» bisbigliò con urgenza. «Credo che ci sia qualcuno!»
Gerard tirò su col naso e sbuffò, ma non si svegliò; anzi, si raggomitolò
meglio nella coperta.
Tasslehoff giacque immobile, le orecchie tese. Per un attimo non sentì
nulla, poi udì un altro suono, come di uno stivale che scivola su una pietra
che si muove.
«Gerard!» chiamò. «Stavolta credo che non si tratti della luna.» Avrebbe
voluto avere il suo hoopak.
In quel momento, Gerard si girò verso Tas, il quale rimase sbalordito nel
vedere, alla luce del fuoco morente, che il Cavaliere non dormiva. Stava
solo facendo la commedia.
«Sta' zitto!» sibilò Gerard. «Fingi di dormire!» Chiuse gli occhi.
Tasslehoff, obbedientemente, chiuse gli occhi, anche se li riaprì un atti-
mo dopo per essere sicuro di non perdersi nulla. Il che fu un bene, altri-
menti non avrebbe visto gli elfi emergere dall'oscurità e avvicinarsi loro
furtivamente.
«Gerard, sta' attento!» voleva gridare, ma una mano gli tappò la bocca e
il freddo acciaio gli punse il collo prima che potesse balbettare più della
prima sillaba.
«Come?» borbottò Gerard, in tono assonnato. «Che cosa...?»
Un attimo dopo era perfettamente sveglio, e cercava di afferrare la spada
vicina.
Un elfo gli schiacciò la mano col piede; Tas sentì le ossa scricchiolare e
trasalì per simpatia. Un altro raccolse la spada, sottraendola al Cavaliere.
Gerard cercò di alzarsi, ma l'elfo che gli aveva calpestato la mano ora gli
riempiva la testa di calci violenti. Gerard gemette e si rovesciò sulla schie-
na, privo di sensi.
«Li abbiamo presi entrambi, padrone», disse uno degli elfi, parlando alle
ombre. «Quali sono i tuoi ordini?»
«Non uccidere il kender, Kalindas», rispose una voce dalle tenebre, una
voce umana e maschile, soffocata, come se provenisse dalle profondità di
un cappuccio. «Mi serve vivo. Ci deve dire tutto quello che sa.»
A quanto pareva, l'umano non era molto abile a muoversi nei boschi.
Anche se non poteva vederlo - era rimasto nell'ombra - Tas sentiva i suoi
stivali pestare le foglie secche e rompere i ramoscelli. Gli elfi, invece, era-
no silenziosi come l'aria notturna.
«E il Cavaliere Scuro?» chiese l'elfo.
«Ammazzatelo» replicò l'umano, con indifferenza.
Un elfo mise un coltello alla gola di Gerard.
«No!» strillò Tas, dimenandosi. «Non potete! Non è un vero Cavaliere
Sc... ulp!»
«Sta' zitto, kender» intimò l'elfo che lo teneva fermo. Spostò la punta del
coltello dalla gola alla testa di Tas. «Ancora un suono e ti taglio le orec-
chie. Tanto, ci sarai utile lo stesso.»
«Vorrei che non mi tagliaste le orecchie» disse Tas, concitato, anche se
sentiva la lama del coltello scalfirgli la pelle. «Impediscono ai capelli di
cadere dalla testa. Ma se proprio dovete, pazienza. È solo che state per
commettere un terribile errore. Noi veniamo da Solace, e Gerard non è un
Cavaliere Scuro. È un Solamn...»
«Gerard?» riprese d'un tratto l'umano, dall'ombra. «Fermo, Kelevandros!
Non ucciderlo ancora. Conosco un Solamnico di Solace, di nome Gerard.
Fatemi vedere.»
La strana luna era sorta di nuovo. La sua luce era intermittente; andava e
veniva con il passaggio delle nuvole scure sulla sua faccia vuota, vacua.
Tas cercò di scorgere l'umano che, a quanto pareva, era al comando dell'o-
perazione, perché gli elfi rimettevano a lui ogni decisione. Il kender era cu-
rioso di vederlo, perché aveva la sensazione di aver già sentito la sua voce,
anche se non sapeva esattamente dove.
Era destinato a essere deluso. L'umano portava un pesante mantello, e un
cappuccio. Si inginocchiò accanto a Gerard. La testa del Cavaliere ciondo-
lava da una parte. La faccia era coperta di sangue; ansimava. L'umano lo
studiò in volto.
«Portatelo con noi», ordinò.
«Ma, padrone...» iniziò a protestare l'elfo di nome Kelevandros.
«Potete sempre ucciderlo dopo», concluse l'umano. Alzandosi, si girò e
tornò nella foresta.
Uno degli elfi spense il fuoco. Un altro andò a calmare i cavalli, partico-
larmente il nero, che si era impennato per l'agitazione alla vista degli intru-
si. Un terzo mise un bavaglio in bocca a Tas, e cominciò a pungergli l'o-
recchio destro con la punta del coltello non appena aveva l'aria di voler
protestare.
Gli elfi si occuparono di Gerard con rapidità ed efficienza. Gli legarono
mani e piedi con nastri di cuoio, gli ficcarono un bavaglio in bocca, e gli
bendarono gli occhi. Sollevando da terra il Cavaliere in stato comatoso, lo
portarono al suo cavallo e lo buttarono in sella. Nerone si era allarmato per
l'improvvisa invasione, ma ora stava placido e tranquillo sotto la mano ras-
sicurante dell'elfo; la testa sulla spalla di quest'ultimo, gli strofinava il naso
contro l'orecchio. Gli elfi legarono le mani di Gerard ai suoi piedi, passan-
do la corda sotto la pancia del cavallo, e assicurando così fermamente il
Cavaliere alla sella.
L'umano guardò il kender, ma Tas non riuscì a scorgerlo in faccia per-
ché, in quel momento, un elfo gli calò sulla testa un sacco di iuta, limitan-
do a questo il suo campo visivo. Gli elfi gli legarono i piedi insieme. Mani
forti lo sollevarono, lo gettarono orizzontalmente sulla sella; e il Flagello
di Ansalon, con la testa in un sacco, fu trascinato prigioniero nella notte.

XIV

IL BALLO IN MASCHERA

Mentre il Flagello di Ansalon veniva trascinato nella vergogna con la te-


sta dentro un sacco, a poche miglia di distanza, a Qualinost, il Presidente
dei Soli, signore dei Qualinesti, teneva un ballo in maschera. Si trattava di
un evento relativamente nuovo per gli elfi: era infatti un'usanza umana in-
trodotta dal loro Presidente, nelle cui vene scorreva anche sangue umano,
una disgrazia trasmessagli dal padre, il mezzelfo Tanis. Solitamente gli elfi
disdegnavano i costumi umani, così come disdegnavano questi ultimi, ma
ormai si erano abituati al ballo in maschera, che era stato introdotto da Gil-
thas nell'anno 21 per celebrare la sua ascesa al trono avvenuta vent'anni
prima. E così ogni anno, alla stessa data, si teneva la festa, che era ormai
divenuta l'evento sociale più importante della stagione.
L'invito al ballo era molto ambito. Vi partecipavano infatti Membri della
Casa Reale, Capi della Famiglia Reale e del Thalas-Enthia - il senato elfico
-, così come gli alti ufficiali dell'ordine dei Cavalieri Scuri, i veri signori di
Qualinesti. Inoltre, il prefetto Palthainon, ex-membro del senato elfico e
ora nominato dai Cavalieri di Neraka giudice sovrintendente a Qualinesti,
sceglieva venti fanciulle, che avrebbero avuto l'onore di partecipare alla
festa. Teoricamente, Palthainon era il consigliere di Gilthas, ma per capire
la sua vera funzione era sufficiente ricordare il soprannome che gli era sta-
to scherzosamente affibbiato: «burattinaio».
Il giovane monarca Gilthas non era ancora sposato. Non c'era un legitti-
mo erede al trono, né ci sarebbe stato nell'immediato futuro. Gilthas non
nutriva una particolare avversità nei confronti del matrimonio, soltanto non
riusciva a decidersi a fare il grande passo. Quella del matrimonio era una
decisione importante, era solito dire ai suoi cortigiani, e non doveva essere
presa avventatamente. Che cosa sarebbe successo se avesse commesso un
errore e avesse scelto la persona sbagliata? La sua vita sarebbe stata rovi-
nata, così come anche quella della sua sposa. Nessuno parlava mai di amo-
re. Nessuno si aspettava che il re fosse innamorato della futura moglie. Il
matrimonio doveva avere esclusivamente scopi politici; così era stato deci-
so dal prefetto Palthainon, che aveva scelto numerose candidate fra le fa-
miglie più illustri (e più ricche) di Qualinesti.
Ogni anno da ormai cinque anni, Palthainon riuniva venti di queste fan-
ciulle e le presentava al Presidente dei Soli. Gilthas danzava con tutte loro,
le trovava tutte quante deliziose, vedeva qualità in tutte loro, ma non riu-
sciva a decidersi a sceglierne una. Il prefetto controllava buona parte della
vita del Presidente - sprezzantemente soprannominato dai suoi sudditi «il
re burattino» - ma non poteva obbligarlo a prendere moglie.
Quella notte l'orologio aveva già battuto l'una. Il Presidente dei Soli a-
veva danzato con tutte le venti candidate, ma con nessuna aveva ballato
più di una volta, poiché un'iniziativa simile sarebbe stata interpretata come
una scelta. Al termine di ogni ballo, il re si rifugiava sul trono e restava a
osservare gli invitati con fare triste e meditabondo, come se decidere con
quale delle deliziose fanciulle danzare fosse un peso così grande da di-
struggere in lui il piacere della festa.
Le venti ragazze gli lanciavano occhiate furtive; ognuna di loro nutriva
la segreta speranza di essere la prescelta. Gilthas era un giovane di bell'a-
spetto. Soltanto la mascella e il mento quadrati, rari nell'elfo maschio, ri-
cordavano il sangue umano che scorreva in lui. I capelli color del miele, di
cui si diceva fosse molto orgoglioso, gli arrivavano alle spalle. Gli occhi
erano grandi e tagliati a mandorla. Il viso era pallido; tutti sapevano che il
re era di salute cagionevole. Raramente sorrideva e nessuno poteva biasi-
marlo, poiché era risaputo che la sua vita fosse quella di un uccello in gab-
bia. Gli veniva insegnato che cosa dire e quando dirlo. E quando l'uccello
doveva stare zitto, la gabbia veniva coperta con un telo.
Non c'era quindi da stupirsi che Gilthas fosse terribilmente indeciso, in-
sicuro, amante della solitudine, della lettura e della composizione poetica,
un'arte che aveva intrapreso da circa tre anni e verso la quale appariva in-
dubbiamente portato. Seduto sul trono, un seggio di antica fattura dallo
schienale dorato intagliato a forma di sole, Gilthas guardava i ballerini con
aria inquieta e sembrava non vedesse l'ora di rifugiarsi nella tranquillità dei
suoi appartamenti per rituffarsi fra le sue amate rime.
«Sua Maestà sembra insolitamente di buon umore», osservò il prefetto
Palthainon. «Avete notato con quanta gentilezza ha trattato la figlia mag-
giore del maestro della Corporazione degli Orafi?»
«Non ho avuto la stessa impressione», replicò il maresciallo Medan, ca-
po delle forze di occupazione dei Cavalieri di Neraka.
«Ma sì, vi assicuro che è così», ribatté Palthainon. «Guardate come la
segue con gli occhi.»
«A me sembra che sua Maestà stia guardando il pavimento o le sue
scarpe», sottolineò Medan. «Se volete vedere un erede per quel trono, Pal-
thainon, dovrete organizzare voi stesso il matrimonio.»
«Lo farei», disse il prefetto in tono lamentoso, «ma secondo la legge el-
fica soltanto la famiglia può combinare un matrimonio, e sua madre rifiuta
categoricamente di farsi coinvolgere fin tanto che il figlio non avrà preso
una decisione.»
«Allora non vi resta che sperare che sua Maestà abbia una vita molto,
molto lunga», commentò Medan. «E a giudicare da come lo tenete sotto
controllo e ne assecondate ogni desiderio, dovrebbe essere così. Pensando-
ci bene, non potete biasimare il re, Palthainon», aggiunse il maresciallo.
«Dopo tutto, sua Maestà è esattamente ciò che voi e il defunto senatore
Rashas avete voluto che fosse: un giovane uomo che non osa nemmeno pi-
sciare senza il vostro permesso.»
«Sua Maestà è delicato di salute», replicò Palthainon in tono gelido. «È
mio dovere alleggerirlo del fardello delle preoccupazioni e delle responsa-
bilità di signore della nazione elfica. Povero ragazzo. Non può fare a meno
di agitarsi. Il sangue umano è notoriamente debole, come d'altronde voi
ben sapete. E ora, con il vostro permesso, vorrei andare a porgere i miei
omaggi a sua Maestà.»
Il maresciallo, che era un umano, abbozzò un inchino silenzioso mentre
il prefetto, che quella sera indossava, molto appropriatamente, la maschera
di un uccello da preda, andava a beccare il giovane sovrano. Politicamente,
Medan trovava il prefetto Palthainon estremamente abile. Umanamente, lo
trovava detestabile.
Il maresciallo Alexius Medan aveva cinquantacinque anni. Era entrato a
fare parte dei Cavalieri di Takhisis sotto il comando di lord Ariakan prima
dello scoppio della guerra del Caos con la quale si era conclusa la Quarta
Era di Krynn ed era iniziata la Quinta. Medan era stato il comandante re-
sponsabile dell'attacco a Qualinesti condotto trent'anni prima. Era stato lui
ad accettare la resa dei Qualinesti e da allora tutto il territorio era rimasto
sotto il suo comando. Il governo di Medan era severo, se necessario duro,
ma non sfrenatamente crudele. Indubbiamente agli elfi erano rimaste ben
poche libertà, ma Medan non considerava tali mancanze come eventuale
motivo di sofferenza. Per lui, quello di libertà era un concetto pericoloso,
che portava al caos, all'anarchia, allo smembramento della società.
Disciplina, ordine e onore: questi erano gli dei di Medan, ora che Takhi-
sis, dimostrando una totale mancanza di onore e disciplina, si era rivelata
una traditrice ed era fuggita via, lasciando i suoi leali Cavalieri come dei
perfetti cretini. Medan aveva imposto ordine e disciplina ai Qualinesti. Co-
sì come li aveva imposti ai Cavalieri, ma soprattutto, come li aveva impo-
sti a se stesso.
Disgustato dalla scena, Medan osservò Palthainon inchinarsi davanti al
re. Ben sapendo che l'umiltà del prefetto era solo esteriore, si voltò. Era
giunto al punto di provare pietà per quel poveretto di Gilthas.
I ballerini volteggiarono intorno al maresciallo, elfi mascherati da cigni,
orsi e ogni varietà di uccelli o creature dei boschi. Giullari e clown dai co-
stumi variopinti erano ovunque. Medan partecipava al ballo perché così e-
sigeva il protocollo, ma si rifiutava di indossare una maschera o un costu-
me. Anni prima, aveva adottato il tipico abbigliamento elfico e indossava
vesti lunghe e sciolte drappeggiate morbidamente intorno al corpo, che ben
si adattavano al clima temperato di Qualinesti. Poiché era l'unico invitato
vestito in abiti elfici, l'umano assomigliava a un elfo più di qualsiasi elfo
presente nella sala.
Indispettito dal caldo e dal chiasso della sala da ballo, Medan si rifugiò
in giardino. Non era accompagnato da guardie del corpo; detestava essere
scortato da Cavalieri in armature tintinnanti. La sua sicurezza personale
non lo impensieriva. I Qualinesti non lo amavano, ma era sopravvissuto a
svariati attentati. Sapeva badare a se stesso, probabilmente meglio di quan-
to avrebbero potuto fare i suoi Cavalieri. Medan non sopportava i nuovi
uomini arruolati nell'ordine, che riteneva un branco di ladri, assassini e de-
linquenti, indisciplinati e arroganti. La verità era che si fidava di più di un
elfo alle spalle che di un suo uomo.
La notte era piacevolmente mite e si respirava il dolce profumo delle ro-
se, delle gardenie e dei fiori d'arancio. Gli usignoli cantavano sugli alberi e
le loro melodie si fondevano con quelle dell'arpa e del liuto. Riconobbe la
musica. Dietro di lui, nella Sala del Cielo, deliziose fanciulle elfiche erano
impegnate in una danza tradizionale. Si fermò e fece per girarsi, tentato
dall'idea di rientrare, attirato dalla bellezza di quelle note. Le fanciulle
danzavano il Quanisho, il Ballo del Risveglio, una danza che, si diceva, ri-
svegliasse la passione nel sesso maschile. Si chiese se avrebbe avuto effet-
to sul re. Forse lo avrebbe spinto a comporre una poesia.
«Maresciallo Medan», disse una voce dietro di lui.
Medan si voltò. «Onorabile Madre del nostro Presidente», esclamò e si
inchinò.
Laurana porse la mano, una mano bianca, morbida e profumata come il
fiore della camelia. Medan la prese e la portò alle labbra.
«Suvvia», disse la donna, «siamo soli. Fra due... come dire... "vecchi
nemici" come noi, non c'è bisogno di ricorrere a titoli così formali.»
«Preferisco definirci stimati avversari», replicò Medan, sorridendo. Le
lasciò la mano, anche se con una certa riluttanza.
Il maresciallo Medan non aveva moglie; si considerava sposato al dove-
re. Non credeva all'amore, lo considerava un punto debole nella corazza di
un uomo, un'imperfezione che lo rendeva vulnerabile ad ogni attacco. Me-
dan ammirava e rispettava Laurana. La riteneva bellissima, così come rite-
neva bello il proprio giardino. Lei gli era utile per trovare la giusta via in
quel complicato labirinto che era la versione elfica di governo. Lui la usa-
va ed era ben consapevole del fatto che lei, a sua volta, usava lui. Un ac-
cordo soddisfacente e naturale per entrambi.
«Credetemi, signora», disse l'uomo con estrema tranquillità, «preferisco
la vostra avversione nei miei confronti all'amicizia di altre persone.»
Spostò significativamente lo sguardo verso il palazzo, dove Palthainon
era intento a bisbigliare all'orecchio del sovrano.
Laurana seguì il suo sguardo. «Vi capisco, maresciallo», replicò. «Voi
rappresentate un'organizzazione che io ritengo in mano al demonio. Siete il
conquistatore del mio popolo, colui che ci ha assoggettati. Voi siete alleato
con la nostra peggior nemica, una dragonessa che vuole soltanto la nostra
distruzione. Eppure, mi fido molto più di voi che di quell'uomo.»
Si voltò di scatto. «Non mi piace ciò che vedo, signore. Vi va di fare due
passi verso l'arboreto?»
Medan era ben contento di trascorrere una meravigliosa notte di luna
piena nel luogo più incantevole di Ansalon in compagnia della donna più
affascinante del paese. Camminarono l'uno accanto all'altra in piacevole si-
lenzio lungo un sentiero di frammenti di marmo, che brillavano e riluceva-
no in imitazione delle stelle. Il profumo delle orchidee era inebriante.
L'Arboreto Reale era una costruzione di cristallo nella quale avevano
trovato riparo quelle piante la cui natura fragile e delicata non avrebbe
permesso loro di sopravvivere nemmeno ai miti inverni di Qualinesti.
L'arboreto si trovava a una certa distanza dal palazzo. Durante la passeg-
giata, Laurana non parlò. Medan sentiva che non spettava a lui rompere
quel tranquillo silenzio e si astenne dal conversare. Raggiunsero così l'edi-
ficio di cristallo, le cui molte sfaccettature riflettevano la luna, dando l'im-
pressione che il cielo fosse popolato non da una, ma da centinaia di lune.
Entrarono attraverso una porta di cristallo. Vennero investiti dall'aria pe-
sante del respiro delle piante, che ondeggiarono e frusciarono quasi in se-
gno di benvenuto.
Il suono della musica e delle risate si era ormai perso in lontananza. Lau-
rana inspirò profondamente, riempiendosi i polmoni della fragranza che
profumava l'aria calda e umida.
Posò la mano su una rosa, volgendola verso la luna.
«Meravigliosa», commentò Medan, ammirando la pianta. «Le mie rose
producono dei fiori bellissimi, soprattutto quelle che mi avete donato voi,
ma sono niente in confronto a questi stupendi boccioli.»
«Tempo e pazienza», disse Laurana. «Come in tutte le cose. Per ripren-
dere la nostra conversazione, maresciallo, vi dirò perché rispetto più voi di
Palthainon. Sebbene a volte non vorrei sentire le vostre parole, so che
quando parlate lo fate dal cuore. Non mi avete mai mentito, anche quando
una menzogna vi avrebbe aiutato di più della verità. A Palthainon, le paro-
le scivolano fuori dalla bocca e cadono a terra, per poi strisciare nell'oscu-
rità.»
Medan si inchinò in segno di ringraziamento per il complimento ricevu-
to, ma non volendo denigrare ulteriormente l'uomo che lo aiutava a tenere
Qualinesti sotto controllo, cambiò argomento.
«Avete lasciato presto la festa, signora. Spero stiate bene», disse in tono
garbato.
«Non sopportavo più il caldo e il frastuono», replicò Laurana. «Sono u-
scita in giardino alla ricerca di un po' di tranquillità.»
«Avete cenato?» si preoccupò il maresciallo. «Volete che vi faccia por-
tare qualcosa da mangiare o da bere?»
«No, grazie, maresciallo. Ultimamente ho ben poco appetito. Potete es-
sermi molto più utile restando qui a farmi compagnia, sempre che i vostri
doveri non vi chiamino altrove.»
«Con una compagnia così affascinante, nemmeno la morte potrebbe
farmi allontanare», ribatté l'uomo.
Laurana lo sbirciò da sotto le ciglia, lasciandosi sfuggire un sorriso. «Gli
umani non sono soliti lasciarsi andare a parole così galanti. Siete circonda-
to dagli elfi da troppo tempo, maresciallo. Sono convinta che ormai siate
più elfo che umano. Indossate abiti della nostra foggia, parlate fluentemen-
te la nostra lingua, apprezzate la nostra musica e la nostra poesia. Avete
emesso delle leggi che proteggono i nostri boschi, leggi più dure di quelle
che avremmo decretato noi stessi. Forse mi sono sbagliata», aggiunse con
dolcezza. «Forse voi siete il conquistato e noi i conquistatori.»
«Vi prendete gioco di me, signora», replicò Medan, «e probabilmente
scoppierete a ridere quando vi dirò che non siete molto lontana dalla verità.
Prima di giungere a Qualinesti ero cieco alla natura. Un albero era un pez-
zo di legno che utilizzavo per costruire il muro per una fortezza o per il
manico della mia ascia da guerra. L'unica musica che apprezzavo era il rul-
lo dei tamburi di guerra. L'unica lettura che mi dava piacere era quella dei
dispacci del quartier generale. Ammetto francamente che sono scoppiato a
ridere quando, giunto in questa terra, ho visto un elfo parlare rispettosa-
mente a un albero o rivolgere educatamente la parola a un fiore. E poi una
primavera, quando ormai mi trovavo qui da sette anni, mi sono trovato ad
aspettare impazientemente il ritorno dei fiori nel mio giardino, domandan-
domi quale sarebbe sbocciato per primo e se il rosaio che il giardiniere a-
veva piantato l'anno prima sarebbe fiorito. Più o meno nello stesso perio-
do, mi sono accorto che le melodie dell'arpista echeggiavano nella mia
mente. Ho iniziato a studiare la poesia, a impararne le parole.
«In tutta sincerità, signora Lauranalanthalas, io amo la vostra terra. Ecco
perché», aggiunse in tono grave, «faccio del mio meglio per salvarla dall'i-
ra della dragonessa. Ecco perché devo punire duramente gli elfi che si ri-
bellano alla mia autorità. Beryl cerca solo un pretesto per distruggere voi e
la vostra terra. Continuando la resistenza, commettendo atti di terrore e sa-
botaggio contro le mie forze, i ribelli che si nascondono fra la vostra gente
corrono il rischio di portare alla distruzione tutti voi.»
Medan non aveva idea di quanti anni avesse Laurana. Forse centinaia.
Eppure era ancora bella, giovane e vitale come al tempo in cui era il Gene-
rale Dorato al comando degli Eserciti della Luce contro le forze della regi-
na Takhisis durante la Guerra delle Lance. L'uomo aveva conosciuto degli
anziani soldati che ricordavano ancora il coraggio della donna in battaglia,
il suo entusiasmo che trascinava gli animi abbattuti, dalle forze ormai vici-
no al collasso e li conduceva alla vittoria. Gli sarebbe piaciuto averla cono-
sciuta allora, anche se si sarebbero trovati su due fronti opposti. Gli sareb-
be piaciuto averla vista cavalcare in sella al suo drago, i lunghi capelli
biondi uno stendardo scintillante da seguire.
«Avete detto che vi fidate di me, signora», continuò, prendendole una
mano. «Allora dovete credermi quando vi dico che lavoro giorno e notte
per cercare di salvare Qualinesti. Questi ribelli non mi facilitano il compi-
to. La dragonessa ha saputo dei loro attacchi e delle loro provocazioni e la
sua ira aumenta di giorno in giorno. Ha cominciato a chiedersi perché per-
da tempo e denaro per cercare di governare soggetti così fastidiosi. Faccio
del mio meglio per calmarla, ma è molto vicina a perdere la pazienza.»
«Perché mi raccontate tutto questo, maresciallo?» domandò Laurana.
«Che cosa c'entro io?»
«Signora, se avete qualche influenza su questi ribelli, fermateli. Spiegate
loro che se gli atti di terrorismo danneggiano in qualche modo me e le mie
truppe, alla lunga, fanno del male solo alla loro gente.»
«E che cosa vi fa pensare che io, la Regina Madre, abbia qualcosa a che
fare con i ribelli?» domandò Laurana. Le guance arrossate. Gli occhi scin-
tillanti.
Medan la guardò per un istante in silenziosa ammirazione, quindi rispo-
se: «Diciamo pure che trovo difficile credere che qualcuno che ha combat-
tuto con tanta tenacia la Regina Scura e i suoi tirapiedi più di cinquant'anni
fa durante la Guerra delle Lance, abbia smesso di lottare».
«Vi sbagliate, maresciallo», reclamò Laurana. «Sono ormai troppo vec-
chia per questioni simili. No, signore», gli impedì di parlare. «So che cosa
state per dire: che sembro giovane come una fanciulla al ballo del suo de-
butto in società. Risparmiate le vostre sdolcinature per chi desidera sentir-
le. A me non interessano. Ho perso l'entusiasmo per la battaglia, per la sfi-
da. Il mio entusiasmo è nella tomba dove il mio caro marito, Tanis, è se-
polto. Ora mi preoccupo solo per la mia famiglia. Voglio vedere mio figlio
felicemente sposato, voglio stringere fra le braccia i miei nipotini. Voglio
che nel mio paese regni la pace e sono pronta a pagare qualsiasi tributo alla
dragonessa perché ciò accada.»
Medan la guardò scettico. Sentiva la sincerità nelle sue parole, eppure
era convinto che non gli avesse detto tutta la verità. Nei giorni che segui-
rono la guerra, Laurana si era rivelata un'abile diplomatica. Era abituata a
dire alle persone ciò che volevano sentirsi dire pur conducendole sottil-
mente a credere ciò che lei voleva che credessero. Tuttavia, sarebbe stato
estremamente scortese dubitare apertamente delle sue parole. E se lei in-
tendeva realmente ciò che aveva affermato, allora non gli restava che pro-
varne pietà. Il figlio per cui stravedeva era uno smidollato che impiegava
ore per decidere se mangiare fragole o mirtilli. Difficilmente Gilthas a-
vrebbe mai preso una decisione così importante come quella di sposarsi. A
meno che, naturalmente, qualcun altro avesse scelto la moglie per lui.
Laurana voltò la testa, ma non prima che Medan avesse visto le lacrime
velarle gli occhi a mandorla. L'uomo cambiò argomento di conversazione
ritornando ai fiori. Stava cercando di fare crescere delle orchidee nel suo
giardino, ma con scarso successo. Chiacchierò di fiori per un po', lasciando
così a Laurana il tempo di ricomporsi. Una passata veloce della mano sugli
occhi e la Regina Madre riprese il controllo di sé. Consigliò al maresciallo
il suo giardiniere, un vero maestro in fatto di orchidee.
Medan accettò l'offerta con piacere. I due si fermarono ancora un'oretta
nell'arboreto a chiacchierare amabilmente di radici e di clusie.

«Dov'è la mia nobile madre, Palthainon?» domandò Gilthas, Presidente


dei Soli. «È da circa mezz'ora che non la vedo.»
Il re indossava il costume di guardaboschi elfico, un trionfo di verdi e
marroni, colori che gli donavano particolarmente. Era perfetto in quell'ab-
bigliamento, sebbene probabilmente fossero pochi i guardaboschi che at-
tendessero ai loro doveri indossando pantaloni e camicia di seta finissima,
o un gilè in pelle ricamato a mano con fili d'oro e stivali coordinati. In ma-
no teneva una coppa di vino, che sorseggiava solo per educazione. Tutti
sapevano che il vino gli faceva venire mal di testa.
«Immagino che vostra madre stia passeggiando in giardino, Maestà», ri-
spose Palthainon, che non perdeva d'occhio chi entrava e usciva dalla sala.
«L'ho sentita dire di avere bisogno d'aria. Vuole che la mandi a chiamare?
Non avete una bella cera, Maestà.»
«Non mi sento bene», replicò Gilthas. «Grazie per la tua gentile offerta,
Palthainon, ma non c'è bisogno di disturbarla.» I suoi occhi si rabbuiarono,
mentre osservava con tristezza e malinconica invidia i gruppi di ballerini.
«Pensi che qualcuno potrebbe offendersi se mi ritirassi nelle mie stanze,
prefetto?» domandò a bassa voce.
«Forse un ballo vi tirerebbe su il morale, Maestà», disse Palthainon.
«Guardate come vi sorride la graziosa Amiara.» Il prefetto si piegò verso il
sovrano per sussurrargli: «Suo padre è uno degli elfi più ricchi di tutta
Qualinesti. È un orefice. E lei è così affascinante...»
«Sì, è vero», concordò Gilthas totalmente disinteressato. «Ma non me la
sento di ballare. Mi sento debole e ho la nausea. Penso proprio di dovermi
ritirare.»
«Certamente, Maestà, se non vi sentite bene», affermò Palthainon in to-
no riluttante. Medan aveva ragione. Avendo privato il sovrano della spina
dorsale, non lo si poteva biasimare se camminava a quattro zampe. «Sarà
meglio che domani restiate a letto a riposare, Maestà. Mi occuperò io degli
affari di stato.»
«Grazie, Palthainon», disse Gilthas in tono sommesso. «Se non c'è biso-
gno di me, vorrei trascorrere la giornata a lavorare sul ventesimo canto del
mio nuovo poema.»
Si alzò. La musica si interruppe di colpo. I ballerini si bloccarono a metà
piroetta. Gli uomini si inchinarono, le donne fecero la riverenza. Le venti
fanciulle posarono gli occhi sul sovrano, in trepidante attesa. Gilthas sem-
brò imbarazzato alla loro vista. Abbassò la testa, scese velocemente dalla
pedana sulla quale era posto il trono e si diresse verso la porta che condu-
ceva ai suoi appartamenti. Il suo valletto lo precedette con in mano un
candelabro per illuminargli la strada. Le fanciulle si strinsero nelle spalle e
con falsa pudicizia, si guardarono intorno alla ricerca di un nuovo compa-
gno. La musica riprese. Le danze continuarono.
Il prefetto Palthainon, imprecando, si diresse verso il buffet.
Gilthas, lanciando un'ultima occhiata alla sala, sorrise fra sé e sé. Quindi
si voltò e seguì il debole bagliore delle candele attraverso i bui corridoi del
palazzo. Lì non c'erano cortigiani a blandirlo e adularlo, lì nessuno poteva
entrare senza il permesso di Palthainon, che viveva nel continuo terrore
che qualcuno potesse strappargli dalle mani i fili della marionetta. Guardie
Kagonesti piantonavano tutti gli ingressi.
Lontano dalla musica e dalle luci, dalle risatine nervose e le conversa-
zioni sussurrate, Gilthas tirò un profondo sospiro di sollievo. Il nuovo pa-
lazzo del Presidente dei Soli era una grande e ariosa dimora creata da albe-
ri viventi, trasformati amorevolmente in soffitti e pareti. La tappezzeria era
costituita da intrecci di fiori e piante che creavano vere e proprie opere
d'arte, ogni giorno diverse a seconda della fioritura del momento. I pavi-
menti di alcune stanze del palazzo, come la sala da ballo e le sale delle u-
dienze, erano in marmo. Ma la maggior parte delle stanze private e dei cor-
ridoi che si dipanavano fra i tronchi degli alberi era pavimentata da tappeti
di piante odorose.
Fra i Qualinesti, il palazzo era considerato una vera meraviglia. Gilthas
aveva insistito affinché tutti gli alberi presenti sul terreno venissero utiliz-
zati nelle forme e nelle posizioni in cui crescevano naturalmente. Nutriva
un rispetto profondo per le piante, che crescendo rigogliose sembravano
volerlo ringraziare per il suo amore. Il risultato finale era un dedalo irrego-
lare di corridoi frondosi, dove chi non conosceva il palazzo correva il ri-
schio di vagare per ore.
Il re non parlava, ma procedeva a capo chino, le mani intrecciate dietro
la schiena. Era ormai famoso per questo suo contegno, che assumeva spes-
so quando vagava irrequieto per le sale del palazzo. Tutti sapevano che in
quei momenti rifletteva su qualche rima o cercava il ritmo giusto per una
strofa. I servitori si guardavano bene dall'interromperlo e chi lo incontrava
si limitava a sprofondarsi in un inchino senza aprire bocca.
Quella notte il palazzo era tranquillo. Si sentiva ancora la musica, ma era
attutita dal dolce fruscio delle foglie, strettamente intrecciate, che forma-
vano l'alto soffitto del corridoio che stavano percorrendo. Il re sollevò la
testa, si guardò intorno. Accertatosi che non ci fosse nessuno, si avvicinò
al servitore.
«Planchet», disse a bassa voce in umano, lingua che ben pochi elfi cono-
scevano, «dov'è il maresciallo Medan? Mi era sembrato di vederlo uscire
in giardino.»
«Esatto, Vostra Maestà», sussurrò l'altro nella stessa lingua, evitando di
voltarsi per timore che qualcuno li stesse osservando. Le spie di Palthainon
erano ovunque.
«Che sfortuna», commentò Gilthas aggrottando la fronte. «E se fosse
ancora là fuori?»
«Vostra madre se n'è accorta e lo ha immediatamente seguito, Maestà.
Ci penserà lei a tenerlo occupato.»
«Hai ragione», esclamò il sovrano sorridendo. Un'espressione che sol-
tanto poche persone di fiducia avevano mai visto. «Questa notte, Medan
non ci importunerà. È tutto pronto?»
«Ho preparato viveri a sufficienza per un giorno di viaggio, Maestà. Lo
zaino è nascosto nella grotta.»
«E Kerian? Sa dove dobbiamo incontrarci?»
«Sì, Vostra Maestà. Ho lasciato un messaggio al solito posto. Quando
sono andato a controllare il mattino seguente non c'era più. Al suo posto ho
trovato una rosa rossa.»
«Sei stato bravo come sempre, Planchet», disse Gilthas. «Non so come
farei senza di te. A proposito, voglio quella rosa.»
«È nel vostro zaino, Vostra Maestà», replicò il valletto.
I due interruppero la conversazione. Erano arrivati agli appartamenti
privati del Presidente. Le guardie Kagonesti del re - teoricamente guardie
del corpo, ma praticamente guardie carcerarie - scattarono sull'attenti al-
l'avvicinarsi del sovrano. Gilthas non prestò loro attenzione. Le guardie e-
rano sul libro paga di Palthainon, al quale riferivano ogni mossa del sovra-
no. Alcuni servitori aspettavano quest'ultimo in camera da letto per aiutar-
lo a prepararsi per la notte.
«Sua Maestà non si sente bene», annunciò Planchet, mentre appoggiava
il candelabro su un tavolo. «Mi occuperò io di lui. Voi potete andare.»
Gilthas, pallido e debole, passò il fazzoletto di pizzo sulle labbra e si di-
resse verso il letto, dove si sdraiò senza nemmeno preoccuparsi di togliersi
gli stivali. Ci avrebbe pensato Planchet. I servitori, abituati al precario sta-
to di salute del re e al suo desiderio di solitudine, non restarono sorpresi da
un simile comportamento dopo le fatiche di una festa. Si inchinarono e la-
sciarono la stanza.
«Che nessuno disturbi sua Maestà», raccomandò Planchet, chiudendo a
chiave la porta. Anche le guardie avevano le chiavi, ma ormai le usavano
raramente. In passato, avevano controllato il giovane re con grande fre-
quenza. Ma lo avevano sempre trovato dove avrebbe dovuto essere: a letto,
malato o sognante con una penna in mano, e così avevano smesso di con-
trollare.
Planchet appoggiò l'orecchio alla porta, aspettò finché sentì le guardie ri-
lassarsi e tornare ai giochi d'azzardo con i quali ingannavano le lunghe ore
di noia. Soddisfatto, attraversò la stanza, spalancò la porta-finestra che da-
va sulla terrazza e guardò fuori nella notte.
«Tutto è tranquillo, Vostra Maestà.»
Gilthas saltò giù dal letto e si diresse verso la finestra. «Sai che cosa fa-
re?»
«Sì, Vostra Maestà. I cuscini che prenderanno il vostro posto nel letto
sono già pronti. Farò credere che siete nella stanza. Non permetterò l'in-
gresso a nessuno.»
«Molto bene. Non devi preoccuparti per Palthainon. Non si farà vedere
fino a domani mattina. Sarà troppo impegnato ad apporre il mio nome e il
mio sigillo su documenti importanti.»
Gilthas si fermò davanti alla balaustra della terrazza, alla quale Planchet
legò saldamente una fune. «Vi auguro un viaggio proficuo, Maestà. Quan-
do tornerete?»
«Se tutto va bene, Planchet, sarò di ritorno all'alba di domani.»
«Andrà tutto bene», replicò l'elfo. Planchet era molto più vecchio di Gil-
thas ed era stato scelto da Laurana come servitore per il figlio. Il prefetto
Palthainon aveva approvato la scelta. Se si fosse preso la briga di control-
lare il passato dell'elfo, che includeva molti anni di leale servizio agli ordi-
ni dell'elfo scuro Porthios, probabilmente avrebbe cambiato idea. «Il desti-
no vi arride, Maestà.»
Gilthas stava controllando il giardino, alla ricerca di eventuali presenze
indesiderate. Voltò il capo. «C'è stato un tempo in cui avrei avuto da ridire
su una simile affermazione, Planchet. Mi credevo la persona più sfortunata
del mondo, intrappolato dalla mia presunzione e dal mio orgoglio, prigio-
niero delle mie stesse paure. C'è stato un tempo in cui vedevo la morte
come la mia unica via di fuga.»
D'impulso, afferrò la mano del servitore. «Tu mi hai obbligato a solleva-
re gli occhi dallo specchio, Planchet. Tu mi hai imposto di smetterla di
guardare la mia immagine riflessa, di voltarmi e di guardare il mondo. E
quando l'ho fatto, ho visto la mia gente soffrire, schiacciata dalla prepoten-
za di stivali neri, obbligata a vivere all'ombra di ali nere e ad affrontare un
futuro di disperazione e di morte.»
«Oggi non vivono più senza speranza», replicò Planchet, ritirando deli-
catamente la mano, imbarazzato per l'affetto dimostratogli. «Il piano di
Vostra Maestà funzionerà.»
Gilthas sospirò. «Non ci resta che sperare, Planchet. Sperare che il fato
non arridi solo a me, ma a tutta la nostra gente.»
Scivolò agilmente lungo la fune, atterrando con delicatezza nel giardino.
Planchet restò a guardare fino a quando il sovrano scomparve nella notte.
Quindi chiuse la porta-finestra e si diresse verso il letto. Dispose i cuscini
sopra di esso e sistemò le coperte in modo tale che, se qualcuno fosse en-
trato, avrebbe avuto l'impressione che il letto fosse occupato.
«E ora, Maestà», disse a voce alta, raccogliendo una piccola arpa e fa-
cendo scivolare le dita sulle corde, «prendete il sonnifero e io suonerò per
voi una dolce melodia, una ninnananna che vi farà cadere in un sonno pro-
fondo.»

XV

TASSLEHOFF, L'UNICO E INIMITABILE

Malgrado il dolore e l'estremo disagio, sir Gerard era soddisfatto del


modo in cui le cose erano andate fino a quel momento. I calci dell'elfo gli
avevano causato un mal di testa lancinante. Era legato al suo cavallo, e
ciondolava a testa china sulla sella. Il sangue gli martellava nelle tempie, la
corazza gli feriva lo stomaco e gli comprimeva il petto, nastri di cuoio gli
mordevano la pelle, e aveva i piedi completamente intorpiditi. Non cono-
sceva coloro che l'avevano catturato; non aveva potuto vederli nel buio e
ora, bendato, non vedeva niente del tutto. Per poco non l'avevano ucciso;
doveva ringraziare il kender se era ancora vivo.
Sì, tutto andava come previsto.
Il viaggio sembrò interminabile a Gerard, il quale dopo un po' cominciò
a pensare che stessero cavalcando da decenni, abbastanza per circumnavi-
gare Krynn almeno sei volte. Non aveva idea di come stesse il kender ma,
a giudicare dagli occasionali squittii di protesta che si levavano alle sue
spalle, giudicò che dovesse essere relativamente integro. Forse il Cavaliere
scivolò nel sonno, o forse svenne, perché si risvegliò all'improvviso quan-
do il cavallo si fermò.
L'umano, che riteneva il capo, stava parlando. Parlava in Elfico, una lin-
gua che Gerard non conosceva. Ma sembrava che fossero arrivati a desti-
nazione, perché gli elfi stavano recidendo i legami che lo assicuravano alla
sella. Uno di loro lo afferrò per il retro della corazza, lo tirò giù da cavallo,
e lo buttò a terra.
«Alzati, maiale!» ordinò aspramente, nella Lingua Comune. «Non ab-
biamo intenzione di portarti in braccio.» Gli tolse la benda dagli occhi.
«Dentro quella grotta laggiù. Avanti.»
Avevano viaggiato per tutta la notte. Il cielo si tingeva del rosa dell'alba.
Gerard non vide nessuna grotta, solo la foresta folta e impenetrabile, finché
uno degli elfi non afferrò quello che sembrava un gruppo di alberelli, sco-
standolo. Apparve una caverna scura sul lato di una parete rocciosa. L'elfo
posò lo schermo vegetale da una parte.
Alzandosi barcollante, Gerard avanzò zoppicando. Il cielo, sempre più
chiaro, era ora arancio vivo e azzurro-mare. Il Cavaliere si guardò intorno
in cerca del suo compagno, e vide i piedi del kender sporgere da un sacco
che ingombrava il dorso del pony. L'umano a capo dell'operazione monta-
va la guardia vicino all'entrata della grotta. Portava mantello e cappuccio,
ma sotto il mantello Gerard scorse degli abiti scuri, abiti tipici di un prati-
cante di magia. Il Cavaliere era sempre più sicuro che il suo piano avesse
funzionato; ora doveva solo sperare che gli elfi non lo uccidessero prima
che avesse la possibilità di spiegarsi.
La grotta si trovava in una collinetta, in mezzo a una foresta particolar-
mente fitta. Gerard aveva l'impressione che non fossero in una regione sel-
vaggia e isolata, ma vicini a una comunità. Sull'onda della brezza lontana,
gli giungeva il suono delle campanule che gli elfi amavano piantare intor-
no alle finestre delle loro abitazioni, i cui fiori tintinnavano armoniosa-
mente quando venivano toccati dal soffio del vento. Sentiva anche il pro-
fumo del pane appena sfornato. Un'occhiata al sole nascente gli confermò
che avevano viaggiato verso ovest durante la notte. Se non era già nella
città di Qualinost, doveva esserci molto vicino.
L'umano entrò nella caverna. Due degli elfi lo seguirono: uno portava il
kender, che si contorceva avvolto nel suo sacco, l'altro camminava dietro a
Gerard, e lo pungolava con la spada. Gli altri elfi che li avevano accompa-
gnati non andarono con loro, ma svanirono nel bosco, portando con sé il
pony e il cavallo di Gerard. Questi esitò un attimo prima di entrare nella
grotta, ma l'elfo ce lo buttò con uno spintone.
Un passaggio stretto e buio si apriva in una camera non molto grande, il-
luminata da una fiamma galleggiante in una ciotola di olio profumato. L'el-
fo che portava il kender mollò il sacco a terra, dove la vittima cominciò a
squittire e a dimenarsi. L'elfo colpì il sacco con il piede, ordinò al kender
di stare zitto: l'avrebbero lasciato uscire a tempo debito, e solo se si fosse
comportato bene. L'elfo di guardia a Gerard lo pungolò di nuovo.
«In ginocchio, maiale», gli intimò.
Gerard obbedì, e alzò la testa. Da quella posizione, poteva vedere bene il
volto dell'umano. L'uomo dal mantello lo guardò con aria cupa.
«Palin Majere», disse Gerard, con un sospiro di sollievo. «Ho fatto mol-
ta strada alla vostra ricerca.»
Palin avvicinò la torcia. «Gerard uth Mondar. Sospettavo che foste voi.
Ma da quando siete diventato Cavaliere di Neraka? Farete meglio a spie-
garvi, e in fretta.» Aggrottò le sopracciglia. «Come sapete, non amo affatto
quel maledetto Ordine.»
«Sì, signore.» Gerard lanciò un'occhiata incerta agli elfi. «Parlano la lin-
gua degli umani, signore?»
«E la Lingua dei Nani, e la Lingua Comune», rispose Palin. «Posso or-
dinare loro di uccidervi in tutte le lingue possibili. Ve lo ripeto, spiegatevi.
Avete un minuto.»
«Benissimo, signore», assentì Gerard. «Porto quest'armatura per necessi-
tà, non per scelta. Reco notizie importanti per voi e, scoprendo da vostra
sorella Laura che eravate a Qualinesti, mi sono travestito da nemico per
potervi raggiungere sano e salvo.»
«Quali notizie?» indagò Palin. Non si era tolto il cappuccio scuro, ma
parlava dai suoi bui recessi. La sua voce era profonda, fredda e severa.
Gerard pensò a cosa la gente di Solace diceva di Palin Majere in quei
giorni. Da quando l'Accademia era stata distrutta, era cambiato, e non in
meglio. Aveva abbandonato la strada illuminata dal sole per percorrere un
sentiero oscuro, un sentiero che suo zio Raistlin aveva percorso prima di
lui.
«Signore», annunciò Gerard. «Il vostro onorato padre è morto.»
Palin non disse nulla. La sua espressione non cambiò.
«Non ha sofferto», si affrettò a rassicurarlo il Cavaliere. «La morte l'ha
colto rapidamente. È uscito dalla porta della taverna, ha guardato il tra-
monto, ha pronunciato il nome di vostra madre, si è premuto la mano sul
cuore, ed è caduto. Ero con lui quando è morto. Era in pace, e non sentiva
dolore. Abbiamo celebrato il funerale il giorno dopo; è stato sepolto accan-
to a vostra madre.»
«Non ha detto niente?» chiese infine Palin.
«Mi ha fatto una richiesta, di cui vi parlerò a tempo debito.»
Palin fissò Gerard in silenzio, a lungo. Poi domandò: «E come va tutto il
resto a Solace?»
«Signore?» Gerard era stupefatto, sgomento.
Il kender, nel sacco, cacciò un lamento, ma nessuno gli prestò attenzio-
ne.
«Non avete sentito?» cominciò Gerard.
«Mio padre è morto. Ho sentito», ribatté Palin. Gettò indietro il cappuc-
cio, puntò lo sguardo sul Cavaliere. «Era vecchio. Aveva nostalgia di mia
madre. La morte è parte della vita; qualcuno potrebbe dire - la sua voce
s'indurì - la parte migliore.»
Gerard sgranò gli occhi. Aveva visto Palin Majere per l'ultima volta
qualche mese prima, quando aveva partecipato al funerale della madre, Ti-
ka. Palin non era rimasto molto a Solace; era ripartito quasi subito, impe-
gnato in un'altra ricerca di antichi manufatti magici. Con l'Accademia di-
strutta, Solace non aveva più interesse per lui. E con la diffusione delle vo-
ci che gli stregoni dell'intero mondo stavano perdendo i loro poteri, tutti
pensarono che lo stesso accadesse a Palin. Sembrava, mormoravano, che la
vita non gli riservasse più niente. Il suo matrimonio non era dei migliori.
Era diventato incauto, incurante della propria sicurezza, specialmente se
gli si offriva anche la minima possibilità di ottenere un manufatto magico
della Quarta Era; questi, infatti, non avevano perso il loro potere, che po-
teva essere estratto da un abile stregone.
Palin non aveva un bell'aspetto, aveva pensato Gerard al funerale. Il vi-
aggio non aveva certo contribuito a migliorare la sua salute. Anzi, era
scarno, pallido, irrequieto; e il suo sguardo era furtivo, diffidente.
Gerard sapeva parecchio su Palin. Caramon amava parlare del suo unico
figlio vivente, che era stato argomento di conversazione quasi a ogni cola-
zione.
Palin Majere, il figlio più giovane di Caramon e Tika, era stato un gio-
vane e promettente stregone quando gli dei avevano lasciato Krynn, por-
tando con sé la magia. Pur lamentando la perdita della magia divina, Palin
non aveva desistito, come tanti stregoni della sua generazione. Aveva riu-
nito maghi da tutta Ansalon nel tentativo di imparare a usare la magia che,
secondo lui, rimaneva nel mondo; la magia naturale che era intrinseca al
mondo stesso. Questa magia era stata parte del mondo prima della venuta
degli dei e così, supponeva, vi sarebbe rimasta anche dopo la loro dipartita.
I suoi sforzi erano stati coronati dal successo. Aveva istituito a Solace
l'Accademia della Stregoneria, un centro di apprendimento della magia.
L'Accademia era diventata fiorente. Palin aveva usato le sue doti per com-
battere contro i grandi draghi ed era noto in tutta Abanasinia come un
grande eroe.
Poi l'arazzo della sua vita aveva cominciato a disfarsi.
Straordinariamente sensibile alla magia naturale, Palin era stato fra i
primi, due anni addietro, a notare che i suoi poteri cominciavano a indebo-
lirsi. All'inizio, pensò non si trattasse altro che di un sintomo dell'età che
avanzava; dopo tutto, aveva superato i cinquanta. Ma poi i suoi studenti
cominciarono a riferire problemi simili; persino i giovani trovavano più
difficile praticare incantesimi. Evidentemente, l'età non c'entrava.
Gli incantesimi funzionavano, ma il loro uso richiedeva sempre maggior
fatica. Una volta, Palin aveva paragonato la cosa al mettere un vaso su una
candela accesa. La candela brucia solo finché c'è aria intrappolata nel vaso;
quando questa finisce, la fiamma tremola e si spegne.
La magia era in esaurimento, come dicevano alcuni? Poteva inaridirsi
spontaneamente come uno stagno nel deserto? Palin non lo credeva. La
magia c'era; poteva sentirla, vederla. Ma era come se lo stagno fosse pro-
sciugato da una vasta moltitudine.
Chi o che cosa stava consumando la magia? Palin sospettava i grandi
draghi. Fu costretto a cambiare parere quando la grande dragonessa Beryl
diventò più aggressiva e minacciosa, e mandò i suoi eserciti a conquistare
altro territorio. Le spie di Qualinesti riferirono che ciò succedeva perché la
dragonessa sentiva diminuire i suoi poteri magici. Beryl voleva da tempo
trovare la Torre dell'Alta Magia di Wayreth. La foresta incantata l'aveva
tenuta nascosta a lei e ai Cavalieri della Spina, che pure la cercavano. Il
proprio bisogno della Torre e della sua magia divenne più urgente. Inquie-
ta e arrabbiata, cominciò a estendere il suo controllo su quanta più parte di
Abanasinia poteva senza attirarsi addosso l'ira della cugina Malys.
Anche i Cavalieri della Spina, il braccio magico dei Cavalieri di Neraka,
sentivano declinare i loro poteri, e davano la colpa a Palin e ai suoi com-
pagni dell'Accademia della Stregoneria. Con un'audace incursione contro
di essa, rapirono Palin, mentre i draghi servi di Beryl la distruggevano.
Dopo mesi di «interrogatori», le Vesti Grigie avevano rilasciato Palin.
Caramon non aveva voluto scendere nei dettagli riguardo ai tormenti sop-
portati dal figlio, e Gerard non gli aveva fatto pressioni. Gli abitanti di So-
lace, tuttavia, parlarono molto della cosa.
A parer loro, il nemico aveva storto non solo le dita, ma anche l'anima di
Palin Majere.
Palin aveva il volto sparuto, scavato, con chiazze scure sotto gli occhi
come se dormisse poco. Aveva poche rughe; la pelle era tesa, tirata sulle
ossa fini. Le grinze profonde intorno alla bocca, che avevano accompagna-
to i suoi sorrisi, cominciavano a sparire per mancanza di sollecitazione. I
capelli castano ramati si erano completamente ingrigiti. Le dita delle mani,
un tempo snelle e flessuose, erano ora contorte, crudelmente deformate.
«Liberatelo», Palin ordinò agli elfi. «È un Cavaliere Solamnico, come
afferma.»
I due elfi erano dubbiosi, ma obbedirono, pur continuando a tenerlo
d'occhio. Gerard si alzò in piedi, fletté le braccia, stirò i muscoli doloranti.
«E così, avete fatto tutta questa strada, travestito, rischiando la vita per
portarmi questa notizia», disse Palin. «Devo confessare che non vedo il bi-
sogno del kender. A meno che la storia che ho sentito non sia vera, e che il
kender non abbia davvero rubato un potente manufatto magico. Diamogli
un'occhiata.»
Si inginocchiò accanto al sacco dove il kender si dimenava. Tese la ma-
no, cercò di slegare i nodi, ma le dita deformi non ci riuscirono. Gerard le
fissò, poi distolse rapidamente lo sguardo, per non dare l'aria di compatire
lo stregone.
«Questo spettacolo vi affligge?» chiese Palin, con un sogghigno. Alzan-
dosi, coprì le mani con le maniche degli abiti. «Starò attento a non turbar-
vi.»
«Mi affligge davvero, signore», ribatté tranquillamente Gerard. «Mi af-
fligge vedere un brav'uomo soffrire come voi avete sofferto.»
«Sofferto, sì! Sono rimasto prigioniero dei Cavalieri della Spina per tre
mesi. Tre mesi! E non è passato giorno senza che mi tormentassero in
qualche modo. Lo sapete perché? Lo sapete che cosa volevano? Volevano
sapere perché il loro potere magico stava diminuendo! Credevano che io
c'entrassi per qualcosa!» Palin sbottò in una risata amara. «E lo sapete per-
ché mi hanno lasciato andare? Perché hanno capito che non ero una mi-
naccia! Ero solo un vecchio distrutto che non poteva ostacolarli né nuocere
loro in alcun modo.»
«Avrebbero potuto uccidervi, signore» osservò Gerard.
«Sarebbe stato meglio se l'avessero fatto» replicò Palin.
I due rimasero in silenzio. Gerard abbassò lo sguardo sul pavimento del-
la grotta. Persino il kender era calmo, quieto. Aveva smesso di agitarsi.
Palin sospirò leggermente. Tendendo la mano rotta, toccò Gerard sul
braccio.
«Perdonatemi», riprese in tono più pacato. «Non fate caso a ciò che ho
detto. Ultimamente, sono molto permaloso. E non vi ho nemmeno ancora
ringraziato per avermi portato notizie di mio padre. Ve ne sono davvero
grato. Mi dispiace per la sua morte, ma non posso addolorarmi per lui.
Come ho detto, è andato a star meglio.»
«E ora», aggiunse Palin, con un'occhiata penetrante al giovane Cavalie-
re, «comincio a pensare che non sia stata solo questa triste notizia a farvi
fare tutta questa strada. Portare questo travestimento vi mette in grave pe-
ricolo, Gerard. Se i Cavalieri Scuri dovessero scoprire la verità, subireste
tormenti molto peggiori di quelli che ho sofferto io, e poi sareste giustizia-
to.»
Le labbra sottili di Palin si atteggiarono a un sorriso amaro. «Che altre
notizie avete per me? Non possono essere buone. Nessuno rischierebbe la
vita per portarmi buone notizie. E come facevate a sapere che mi avreste
trovato?»
«Non vi ho trovato, signore», spiegò Gerard. «Voi avete trovato me.»
Dapprima, Palin sembrò perplesso, poi annuì. «Ah, capisco. La menzio-
ne del manufatto che un tempo apparteneva a mio zio Raistlin. Sapevate
che questo avrebbe risvegliato il mio interesse.»
«Lo speravo, signore», assentì Gerard. «Pensavo che o l'elfo di guardia
al ponte facesse parte del movimento di resistenza, o che il ponte stesso
fosse sotto osservazione. Contavo che l'accenno a un manufatto unito al
nome Majere vi sarebbe stato riferito.»
«Avete corso un grande rischio a fare assegnamento sugli elfi. Come a-
vete visto, ce ne sono certi che ucciderebbero uno come voi senza scrupolo
alcuno.»
Gerard lanciò un'occhiata ai due elfi, Kalindas e Kelevandros, se aveva
sentito bene i loro nomi. Non l'avevano perso di vista un attimo, le mani
sull'elsa della spada.
«Ne sono consapevole, signore», disse Gerard. «Ma sembrava l'unico
modo per raggiungervi.»
«Così, non c'è nessun manufatto?» domandò Palin, aggiungendo, in tono
amaramente deluso, «era solo un trucco.»
«Al contrario, signore, il manufatto c'è. È una delle ragioni per cui sono
venuto.»
A queste parole, il kender riprese i suoi squittii, più forti e più insistenti.
Cominciò a battere i piedi sul pavimento, rotolandosi all'impazzata dentro
al sacco.
«Per carità, fatelo star zitto», ordinò nervosamente Palin. «I suoi versi
richiameranno tutti i Cavalieri Scuri di Qualinesti. Portatelo dentro.»
«Dovremmo lasciarlo nel sacco, padrone», intervenne Kalindas. «Non
vogliamo che ritrovi la strada.»
«D'accordo», convenne Palin.
Uno degli elfi sollevò il kender, sacco e tutto. L'altro lanciò un'occhiata
severa a Gerard e pose una domanda.
«No», rispose Palin. «Non c'è bisogno di bendarlo. Lui appartiene alla
vecchia scuola dei Cavalieri, quelli che credono ancora nell'onore.»
L'elfo che portava il kender si diresse verso il fondo della caverna e, con
immenso stupore di Gerard, continuò a camminare oltre la pietra massic-
cia. Palin lo seguì, mettendo la mano sul braccio di Gerard e spingendolo
in avanti. L'illusione della pietra era così convincente che Gerard fece fati-
ca a non sussultare quando attraversò quella che sembrava una parete di
rocce aguzze e frastagliate.
«A quanto pare, qualche magia funziona ancora» osservò, impressiona-
to.
«Qualcuna», ammise Palin. «Ma è incostante. L'incantesimo può cessare
in qualunque momento, e dev'essere rinnovato di continuo.»
Emergendo dalla parete, Gerard si ritrovò in un giardino di meravigliosa
bellezza, ombreggiato da alberi i cui rami e le cui fitte foglie formavano
una cortina compatta sopra e intorno a loro. Portato il kender insaccato at-
traverso il muro, Kalindas lo depositò sul vialetto lastricato del giardino.
Sedie fatte di rami di salice piegati e un tavolino di cristallo stavano accan-
to a uno scintillante laghetto d'acqua limpida.
Palin disse qualcosa a Kelevandros. Gerard colse il nome «Laurana».
L'elfo partì, correndo agilmente per il giardino.
«Avete guardiani fedeli, signore», notò Gerard, guardando l'elfo.
«Appartengono alla casa della Regina Madre», rispose Palin. «Sono al
servizio di Laurana da anni, da quando è morto suo marito. Sedetevi.»
Fece un gesto con le mani deformi e davanti alla finta parete apparve
una cascata d'acqua, che si gettava nel lago sottostante.
«Ho mandato Kelevandros a informare la Regina Madre del vostro arri-
vo. Ora siete ospite a casa sua; o, meglio, in uno dei giardini di casa sua.
Qui, siete al sicuro, per quanto lo si possa essere in questi tempi bui.»
Riconoscente, Gerard si tolse la pesante corazza che gli sfregava le co-
stole ammaccate. Si lavò la faccia con l'acqua fresca e bevve avidamente.
«Adesso, fate uscire il kender», ordinò Palin.
Kalindas slegò il sacco e il kender saltò fuori, paonazzo e indignato, i
lunghi capelli sparsi sul viso. Tirò un respiro profondissimo e si asciugò la
fronte.
«Finalmente! Ero veramente stufo di sentire odore di sacco.»
Risistemandosi il ciuffo sulla testa, il kender si guardò intorno con inte-
resse.
«Ehi!» esclamò. «Questo giardino è proprio grazioso. Ci sono dei pesci
in quella pozza? Credete che potrei prenderne uno? In quel sacco c'era aria
viziata, e preferisco di gran lunga cavalcare seduto sulla sella anziché sdra-
iato. Ho una specie di dolore qui nel fianco, dove qualcosa mi ha punto.
Mi presenterei», disse contrito, rendendosi conto che non stava rispettando
i costumi della buona società, «ma soffro»; incrociò lo sguardo di Gerard e
continuò con enfasi «soffro dei postumi di un brutto colpo in testa e non so
bene chi io sia. Tu hai un'aria terribilmente familiare. Ci siamo già incon-
trati?»
Durante tutto questo discorso, Palin Majere non aveva detto nulla, ma
era impallidito. Aprì la bocca, ma non ne uscirono parole.
«Signore» Gerard allungò una mano per sostenerlo. «Signore, dovreste
sedervi. Non avete un bell'aspetto.»
«Non ho bisogno del vostro aiuto», sbottò Palin, spingendo via la mano.
Fissò il kender.
«Basta con le sciocchezze», intimò freddamente. «Chi sei?»
«Chi pensi che io sia?» svicolò il kender.
Palin sembrava sul punto di replicare sgarbatamente, ma strinse le labbra
e, dopo aver tirato un respiro profondo, disse in tono teso: «Assomigli a un
kender che conoscevo una volta, di nome Tasslehoff Burrfoot.»
«E tu assomigli un po' a un mio amico, di nome Palin Majere.» Il kender
guardava Palin con interesse.
«Io sono Palin Majere. Chi sei...»
«Davvero?» Il kender spalancò gli occhi. «Sei Palin? Che cosa ti è suc-
cesso? Hai un aspetto terribile. Sei stato male? E le tue povere mani!
Fammi vedere. Hai detto che sono stati i Cavalieri Scuri? E come hanno
fatto? Ti hanno schiacciato le dita con un martello, perché sembra pro-
prio...»
Palin si calò le maniche sulle mani, allontanandosi dal kender. «Hai det-
to che mi conosci? Com'è possibile?»
«Ti ho visto al primo funerale di Caramon. Tu e io abbiamo fatto una
bella chiacchierata, sulla Torre dell'Alta Magia di Wayreth e sul fatto che
eri capo delle Vesti Bianche, e c'era Dalamar, che era Capo del Conclave,
e la sua ragazza Jenna era capo delle Vesti Rosse, e...»
Palin aggrottò le sopracciglia, guardò Gerard. «Di che cosa parla?»
«Non dategli retta, signore. È da quando l'ho trovato che si comporta da
pazzo.» Gerard lanciò a Palin un'occhiata stupita. «Avete detto che somi-
gliava a "Tasslehoff". È quello che sosteneva di essere, finché non ha co-
minciato con questa storia dell'amnesia. So che sembra strano, ma anche
vostro padre credeva che si trattasse di Tasslehoff.»
«Mio padre era un vecchio», osservò Palin, «e, come molti vecchi, pro-
babilmente riviveva i giorni della sua giovinezza. E tuttavia», aggiunse
sommessamente, quasi fra sé, «per certo somiglia a Tasslehoff!»
«Palin?» chiamò una voce dall'altro capo del giardino. «Cos'è questa no-
tizia che mi ha dato Kelevandros?»
Voltandosi, Gerard vide una donna degli elfi, bella come un crepuscolo
d'inverno, camminare verso di loro sul vialetto. Aveva i capelli lunghi, del
colore del miele misto alla luce solare. Indossava abiti di un materiale dia-
fano e perlaceo, cosicché sembrava vestita di nebbia. Vedendo Gerard, lo
guardò incredula, troppo indignata per prestare attenzione al kender, che
saltellava su e giù e sventolava la mano dall'eccitazione.
Gerard, in preda a confusione e soggezione, fece un inchino maldestro.
«Hai portato un Cavaliere Scuro qui, Palin!» Laurana lo aggredì irata.
«Nel nostro giardino segreto! Perché l'hai fatto?»
«Non è un Cavaliere Scuro, Laurana», spiegò subito Palin, «come ho
detto a Kelevandros. A quanto pare, lui ne dubita. Quest'uomo è Gerard
uth Mondar, Cavaliere di Solamnia, un amico di mio padre e viene da So-
lace.»
Laurana guardò Gerard con scetticismo. «Ne sei sicuro, Palin? Allora,
perché porta quell'odiosa armatura?»
«La porto solo come travestimento, mia signora» intervenne Gerard. «E,
come vedete, me ne sono liberato alla prima occasione.»
«Era l'unico modo in cui poteva entrare a Qualinesti», aggiunse Palin.
«Vi chiedo scusa, signore» disse Laurana, tendendo una mano bianca e
delicata. E tuttavia, quando la strinse, Gerard sentì sui palmi i calli che ri-
salivano ai giorni in cui aveva portato lo scudo e adoperato la spada, i
giorni in cui era stata il Generale Dorato. «Perdonatemi. Benvenuto nella
mia casa.»
Gerard s'inchinò di nuovo, con profondo rispetto. Voleva dire qualcosa
di garbato e di corretto, ma la lingua gli sembrava troppo grande per la sua
bocca, proprio come mani e piedi gli sembravano troppo goffi e imponenti.
Arrossì profondamente e balbettò qualcosa di incomprensibile.
«Me, Laurana! Guarda me!» chiamò il kender.
Laurana si girò per scrutarlo attentamente, e parve sbalordita da ciò che
vide. Le sue labbra si aprirono, la mascella si rammollì.
Mettendosi la mano sul cuore, indietreggiò di un passo, senza lasciare il
kender con gli occhi.
«Alskana, Quenesti-Pah», sussurrò. «Non può essere!»
Palin la fissava. «Lo riconosci anche tu.»
«Be', sì. È Tasslehoff!» esclamò Laurana, stupefatta. «Ma come... do-
ve...»
«Sono Tasslehoff?» Il kender sembrava ansioso. «Ne sei sicura?»
«Che cosa ti fa credere il contrario?» chiese Laurana.
«Ho sempre ritenuto di esserlo», disse solennemente Tas. «Ma non ci
credeva nessun altro, e così ho pensato che forse mi sbagliavo. Ma se tu
dici che sono Tasslehoff, Laurana, presumo che la questione sia chiusa.
Tu, fra tutti, non commetteresti un errore. Ti dispiace se ti abbraccio?»
Tas gettò le braccia intorno alla vita di Laurana. Sopra la sua testa, lei
guardò confusa da Palin a Gerard, chiedendo silenziosamente una spiega-
zione.
«Dite sul serio?» domandò Gerard. «Vi chiedo scusa, mia signora», ag-
giunse, rendendosi conto di aver quasi dato della bugiarda alla Regina Ma-
dre, «ma Tasslehoff Burrfoot è morto da oltre trent'anni. Com'è possibile
tutto questo? A meno che...»
«A meno che cosa?» chiese bruscamente Palin.
«A meno che l'intero, pazzo racconto non sia in qualche modo vero.»
Gerard tacque, riflettendo su questo sviluppo inaspettato.
«Ma, Tas, dove sei stato?» domandò Laurana, togliendogli di mano uno
dei suoi anelli che stava sparendo giù per la camicia del kender. «Come ha
detto sir Gerard, ti credevamo morto!»
«Lo so. Ho visto la tomba. Molto carina.» Tas annuì. «È lì che ho incon-
trato sir Gerard. Credo che dovreste darvi da fare per mantenere più pulito
il parco - tutti quei cani, sapete - e la tomba stessa non è in buono stato.
Quando c'ero dentro è stata colpita dal fulmine. Ho sentito un botto spa-
ventoso, ed è caduto del marmo. E c'era un buio terribile. Qualche finestra
renderebbe l'ambiente più allegro...»
«Dovremmo andare da qualche parte a parlare», interruppe urgentemen-
te Gerard, rivolto a Palin. «In privato.»
«Sono d'accordo. Laurana, il Cavaliere ha portato altre tristi notizie. Mio
padre è morto.»
«Oh!» Laurana si portò la mano alla bocca. Gli occhi le si riempirono di
lacrime. «Mi dispiace, Palin. Il mio cuore è addolorato per lui, e tuttavia il
dolore sembra sbagliato. È felice, ora», aggiunse con una sorta di malinco-
nica invidia. «Lui e Tika sono insieme. Venite dentro», li esortò, abbrac-
ciando con lo sguardo il giardino dove Tasslehoff sguazzava nel laghetto
ornamentale, spostando le ninfee e terrorizzando i pesci. «Non dovremmo
parlare di questo qui fuori.» Sospirò. «Temo che nemmeno il mio giardino
sia più sicuro.»
«Che cosa è successo, Laurana?» indagò Palin. «Che cosa vuol dire che
il giardino non è più sicuro?»
Laurana sospirò di nuovo, e una ruga le segnò la fronte liscia. «Ho parla-
to con il maresciallo Medan ieri sera, al ballo in maschera. Sospetta che io
abbia rapporti con i ribelli. Mi ha esortato a usare la mia influenza per in-
durli a cessare i loro atti di terrore e di scompiglio. Ultimamente, la drago-
nessa Beryl è diventata paranoica. Minaccia di mandare i suoi eserciti ad
attaccarci, e non siamo ancora pronti per una simile evenienza.»
«Non dare retta a Medan, Laurana. Si preoccupa solo di salvare la sua
pellaccia», disse Palin.
«Credo che abbia buone intenzioni, Palin», ribatté lei. «Medan non ama
la dragonessa.»
«Non ama nessuno tranne se stesso. La sua preoccupazione è una finta;
non farti ingannare. Medan vuole evitarsi dei guai, e basta. È preso in un
dilemma. Se gli attacchi e i sabotaggi continuano, i suoi superiori gli to-
glieranno il comando e, da quello che ho sentito del loro nuovo Signore
della Notte, Targonne, potrebbero anche togliergli la testa. Ora, se mi scu-
sate, vado a levarmi questo mantello pesante. Ci vedremo nell'atrio.»
Palin si allontanò; le pieghe del nero mantello da viaggio svolazzavano
alle sue spalle. Il suo portamento era eretto, l'andatura rapida e decisa.
Laurana lo seguì con lo sguardo, turbata.
«Signora», cominciò Gerard, ritrovando infine la lingua. «Sono d'accor-
do con Palin. Non dovreste fidarvi di questo maresciallo Medan. È uno dei
Cavalieri Scuri, e anche se parlano di onore e di sacrificio le loro parole
sono vuote e vacue come le loro anime.»
«So che avete ragione», assentì Laurana. «Tuttavia, ho visto il seme del
bene cadere nella palude più buia e crescere forte e bello, per quanto avve-
lenato dai miasmi più terribili. E ho visto lo stesso seme, nutrito dalle
piogge più dolci e dal sole più brillante, crescere brutto e contorto, e recare
un frutto amaro.»
Continuava a fissare Palin. Poi, sospirando, scosse la testa e si girò.
«Vieni, Tas. Vorrei mostrare a te e a sir Gerard le altre meraviglie che ho
nella mia casa.»
Allegro e gocciolante, Tasslehoff uscì dal laghetto. «Va' avanti, Gerard.
Voglio parlare a Laurana da solo per un attimo. Si tratta di un segreto»,
spiegò.
Laurana sorrise al kender. «Benissimo, Tas. Dimmi il tuo segreto. Ka-
lindas», ordinò all'elfo che aveva aspettato in silenzio per tutto il tempo,
«accompagna sir Gerard alla casa. Portalo in una delle camere degli ospi-
ti.»
Kalindas obbedì. Guidando Gerard verso la casa, usava un tono cortese,
ma teneva la mano sull'elsa della spada.
Non appena lei e il kender rimasero soli, Laurana si volse verso quest'ul-
timo. «Sì, Tas?» lo incitò. «Di che cosa si tratta?»
Tas sembrava estremamente in ansia. «È una cosa importantissima, Lau-
rana. Sei sicura che io sia Tasslehoff? Sei assolutamente sicura?»
«Sì, Tas, lo sono», replicò Laurana, con un sorriso indulgente. «Non so
né come né perché, ma sono totalmente certa che tu sia Tasslehoff.»
«È solo che io non mi sento Tasslehoff» continuò il kender, serio.
«Non sembri te stesso, Tas, questo è vero», ammise Laurana. «Non sei
gioioso come ti ricordavo. Forse sei addolorato per Caramon. Ha avuto
una vita piena, Tas, una vita d'amore, di stupore e di gioia. Ha avuto le sue
pene e i suoi guai, ma i giorni bui sono serviti solo a far risplendere di più
quelli luminosi. Tu eri il suo amico speciale. Ti amava. Non essere triste.
Lui non ti vorrebbe infelice.»
«Non è questo che mi rende infelice», protestò Tas. «Cioè, ero infelice
quando Caramon è morto perché è stata una cosa così inaspettata, anche se
io me l'aspettavo. E a volte, quando penso che non c'è più, ho ancora un
nodo di tristezza, qui, in gola, ma posso sopportarlo. È l'altra sensazione
che non riesco a gestire, perché non ho mai provato niente del genere.»
«Capisco. Forse potremmo parlarne dopo, Tas», disse Laurana, avvian-
dosi verso casa.
Tas l'afferrò per la manica, tenendola stretta. «È la sensazione che mi è
venuta quando ho visto il drago!»
«Quale drago?» Laurana si fermò, girandosi. «Quando hai visto un dra-
go?»
«Mentre Gerard e io entravamo a Qualinesti. Il drago è venuto a darci
un'occhiata. Ho avuto...» Tas s'interruppe, poi aggiunse, con un sospiro
angoscioso: «credo di aver avuto... paura.» Fissò Laurana con gli occhi
spalancati, aspettandosi di vederla cadere all'indietro nel laghetto, sciocca-
ta e inorridita da questa innaturale rivelazione.
«È normale che tu abbia avuto paura, Tas», ribatté Laurana, accettando
con molta calma quella notizia terribile. «La dragonessa Beryl è una bestia
disgustosa, orrenda. I suoi artigli sono macchiati di sangue. È un tiranno
crudele, e tu non sei il primo a provare spavento in sua presenza. Ora, non
dovremmo far aspettare gli altri.»
«Ma sono io, Laurana! Tasslehoff Burrfoot! L'Eroe della Lancia!» Tas si
batté freneticamente sul petto. «Non ho paura di niente. Nell'altra epoca,
c'è un gigante che sta per pestarmi e probabilmente mi schiaccerà, e quan-
do ci penso mi si contorce un po' lo stomaco, ma questa cosa è diversa.»
Sospirò profondamente. «Forse ti sbagli. Non posso essere Tasslehoff e
avere paura.»
Il kender era veramente sconvolto, questo era chiaro. Laurana lo guardò
pensierosa. «Sì, è una cosa diversa. E molto strana. Hai già avuto a che fa-
re con i draghi, Tas.»
«Draghi di ogni tipo», disse orgogliosamente lui. «Azzurri, rossi, verdi e
neri, bronzo, rame, argento e oro. Ho persino volato sul dorso di uno. È
stato fantastico.»
«E non hai mai provato paura?»
«Ricordo di aver pensato che i draghi erano belli, nel loro modo terribi-
le. E ho avuto paura, ma per i miei amici, mai per me stesso.»
«Dev'essere accaduto lo stesso agli altri kender», rifletté Laurana, «quel-
li che ora chiamiamo "afflitti". Alcuni di loro devono aver avuto paura dei
draghi anni fa, durante la Guerra delle Lance e dopo. Perché le ultime e-
sperienze sono state diverse? Non ci ho mai pensato.»
«È raro che la gente pensi a noi», replicò Tas, in tono comprensivo.
«Non preoccuparti.»
«Me ne rammarico, invece.» Laurana sospirò. «Avremmo dovuto fare
qualcosa per aiutare i kender. È solo che sono successe tante cose che era-
no più importanti; o, almeno, lo sembravano. Se questa paura è diversa
dalla paura dei draghi, chissà cosa può essere? Un incantesimo, forse?»
«Giusto!» gridò Tas. «Un incantesimo! Una maledizione!» Era eccitatis-
simo. «La dragonessa mi ha lanciato una maledizione. Lo credi davvero?»
«Veramente non so...» cominciò Laurana, ma il kender non l'ascoltava
più.
«Una maledizione! Sono vittima di una maledizione!» Tasslehoff emise
un sospiro beato. «I draghi mi hanno fatto molte cose ma nessuno mi ave-
va mai maledetto! È straordinario, quasi quanto quella volta che Raistlin
mi ha sbattuto per magia in un laghetto di anatre. Grazie, Laurana» escla-
mò, scuotendole la mano con fervore e togliendole accidentalmente l'ulti-
mo anello. «Non hai idea di quale peso tu mi abbia tolto dalla mente. Ora
posso essere Tasslehoff. Un Tasslehoff vittima di una maledizione. An-
diamo a dirlo a Palin!»
«Ehi, a proposito di Palin», aggiunse con un bisbiglio penetrante, «da
quando è diventato una Veste Nera? L'ultima volta che l'ho visto, era il ca-
po dell'Ordine delle Vesti Bianche! Che cosa l'ha fatto cambiare? Gli è
successo come a Raistlin? Qualcun altro si è impossessato del suo corpo?»
«Vesti nere, vesti bianche, vesti rosse, la distinzione fra le une e le altre
è sparita, ormai, Tas» osservò Laurana. «Palin indossava abiti neri perché
voleva mimetizzarsi nella notte.» Lanciò al kender un'occhiata stupita.
«Palin non è mai stato capo dell'Ordine delle Vesti Bianche. Che cosa te
l'ha fatto pensare?»
«Comincio a chiedermelo anch'io» rispose Tasslehoff. «Devo confessar-
ti, Laurana, che sono estremamente confuso. Forse qualcuno si è insinuato
nel mio corpo» propose, ma senza troppa speranza.
Fra tutte le strane sensazioni e i groppi in gola, proprio non c'era posto
per nessun altro.

XVI

IL RACCONTO DI TASSLEHOFF

La casa della Regina Madre era sull'orlo di una rupe che dominava Qua-
linesti. Come tutte le costruzioni elfiche, si fondeva con la natura circo-
stante, sembrava parte di essa, come in effetti era. Gli architetti elfici l'a-
vevano costruita in modo tale da utilizzare il fronte della rupe. Da lontano,
la dimora appariva come un boschetto d'alberi su un'ampia sporgenza che
si protendeva dalla rupe. Soltanto avvicinandosi, si poteva scorgere il sen-
tiero che saliva verso la casa e ci si accorgeva che gli alberi erano in realtà
i muri, i rami il tetto e che anche la rupe era stata utilizzata per creare alcu-
ni muri della dimora.
La parete a nord dell'atrio era costituita dalla china rocciosa del fronte
della rupe. Fiori e alberelli erano fioriti, gli uccelli cantavano fra i rami. Un
ruscello scivolava dal dirupo, gettandosi lungo il percorso in tanti deliziosi
laghetti. Poiché la profondità di questi ultimi era diversa dall'uno all'altro,
il tonfo dell'acqua variava di laghetto in laghetto, creando una melodiosa
armonia di suoni.
Affascinato dalla presenza di una vera cascata all'interno della casa, Tas-
slehoff si arrampicò sulle rocce, scivolando pericolosamente sulla superfi-
cie sdrucciolevole. Proruppe in un'esclamazione di meraviglia davanti alla
perfezione di un nido di uccello, estirpò una pianta rara nel tentativo di
raccoglierne il fiore e venne spostato di peso da Kalinda quando tentò di
arrampicarsi fino al soffitto.
Quello era Tasslehoff. Più Palin lo guardava, più ricordava e più si con-
vinceva che quello fosse il kender che ben aveva conosciuto più di tren-
t'anni fa. Notò che anche Laurana lo osservava. Lo fissava con uno sguar-
do fra il perplesso e lo stupito. Palin ammise che poteva essere perfetta-
mente plausibile che Tasslehoff avesse vagabondato per il mondo per una
trentina d'anni e infine avesse deciso di andare a fare quattro chiacchiere
con Caramon.
Ripensandoci, scartò l'ipotesi. Un altro kender avrebbe potuto fare tutto
ciò, ma non Tasslehoff. Lui era un kender unico, come soleva ripetere Ca-
ramon. O, forse, non proprio così unico. Forse se si fossero presi la briga
di conoscere un altro kender, avrebbero scoperto che erano tutti amici leali
e compassionevoli. Ma se Tas non aveva girovagato per il mondo per circa
trent'anni, allora dove era stato?
Palin ascoltò attentamente la storia del Cavaliere sull'apparizione di Tas
nella Tomba la notte della tempesta (eccezionalmente, prese mentalmente
nota dell'accaduto), sul riconoscimento da parte di Caramon e sulle sue ul-
time parole.
«Vostro padre era adirato perché non trovava il fratello, Raistlin. Diceva
che Raistlin aveva promesso di aspettarlo. E poi ha avanzato la sua ultima
richiesta, signore», disse Gerard concludendo. «Mi ha chiesto di portare
Tasslehoff da Dalamar. Pensa che si riferisse a quel mago Dalamar, quello
dalla pessima reputazione?»
«Immagino di sì», replicò Palin in tono evasivo, deciso a non lasciare
trapelare i propri pensieri.
«Secondo la Misura, signore, l'onore mi impone di esaudire l'ultimo de-
siderio del moribondo. Ma poiché il mago Dalamar è scomparso e non si
hanno sue notizie da anni, non so bene che cosa fare.»
«Neanch'io», disse Palin.
Le ultime parole del padre lo incuriosivano. Sapeva che Caramon era
sempre stato convinto che Raistlin non avrebbe abbandonato questo ambi-
to mortale fino a quando il gemello non lo avesse raggiunto.
«Io e Raist siamo gemelli», soleva affermare. «E poiché siamo gemelli,
uno di noi non può lasciare questo mondo e passare a quello successivo
senza l'altro. Gli dei avevano concesso a Raist di riposare in pace, ma poi
lo hanno svegliato durante la guerra del Caos ed è stato allora che mi ha
detto che mi avrebbe aspettato.»
Raistlin era effettivamente tornato dalla terra dei morti durante la Guerra
del Caos. Si era recato alla taverna dell'Ultima Casa e aveva trascorso un
po' di tempo con Caramon. Ed era stato in quell'occasione che Raistlin, se-
condo quanto affermò in seguito Caramon, aveva cercato il perdono del
fratello. Palin non aveva mai discusso la fede del padre in quel fratello in-
fido, sebbene avesse pensato che Caramon carezzasse delle mere illusioni.
Aveva sempre ritenuto di non avere alcun diritto di dissuadere il padre
dalla sua convinzione. Dopo tutto, nessuno sapeva con certezza che cosa
accadesse alle anime di coloro che passavano a miglior vita.
«Il kender sostiene di avere viaggiato nel tempo e di essere arrivato in
quest'epoca grazie all'aiuto del congegno magico.» Gerard scosse la testa e
sorrise. «È indubbiamente la scusa più originale che abbia mai sentito da
uno di questi ladruncoli.»
«Non è una scusa», affermò Tas a voce alta. Aveva cercato di interrom-
pere Gerard in diversi punti chiave del suo racconto, fino a quando il cava-
liere aveva minacciato di imbavagliarlo nuovamente se non se ne fosse sta-
to tranquillo. «Non ho rubato il congegno. Me lo ha dato Fizban. E ho ve-
ramente viaggiato nel tempo. Due volte. La prima volta sono arrivato tardi
e la seconda... non so che cosa sia accaduto.»
«Mostratemi l'oggetto magico, Gerard», disse Palin. «Forse così trove-
remo una risposta.»
«Ci penso io!» si offrì Tas entusiasta. Rovistò nelle tasche, guardò nella
pettorina, si tastò i pantaloni. «È qui da qualche parte...»
Palin posò uno sguardo accusatore sul cavaliere. «Se questo oggetto è
prezioso quanto sostenete, perché lasciate che resti nelle mani del kender?
Sempre che sia ancora nelle sue mani...»
«Lasciatemi spiegare, signore», affermò Gerard sulla difensiva. «Non so
quante volte glielo abbia portato via, ma il congegno torna sempre da lui.
Dice che è così che funziona.»
Il cuore di Palin iniziò a battere all'impazzata. Il sangue si scaldò. Le
mani, sempre fredde e insensibili, formicolarono di vita. Laurana scattò in
piedi senza nemmeno accorgersene.
«Palin! Non penserai...» iniziò.
«Eccolo!» gridò Tas trionfante. Estrasse l'oggetto da uno stivale. «Vuoi
tenerlo in mano, Palin? Non è pericoloso. Non fa niente.»
Il congegno era sufficientemente piccolo da stare nello stivaletto del
kender. Eppure, appena Tas lo aveva tirato fuori, aveva dovuto sorreggerlo
con entrambe le mani. Ma Palin non lo aveva visto cambiare forma o in-
grandirsi. Era come se avesse sempre la forma e la dimensione che doveva
avere, indipendentemente dalle circostanze. Se qualcosa cambiava, era la
percezione dell'oggetto da parte di chi lo guardava e non l'oggetto stesso.
Pietre antiche - rubini, zaffiri, diamanti e smeraldi - brillarono e scintilla-
rono alla luce del sole, catturando i raggi solari e trasformandoli in mac-
chie multicolori riflesse sulle pareti e sul pavimento.
Palin allungò le mani deformi per prendere il congegno, quindi esitò.
Improvvisamente aveva paura. Non temeva che l'oggetto gli avrebbe fatto
del male. Sapeva che non sarebbe stato così. Lo aveva visto quando era ra-
gazzino. Il padre lo aveva mostrato con orgoglio ai figli. Inoltre, in gioven-
tù Palin aveva studiato quel congegno. Ne aveva visti i disegni nei libri
nella Torre dell'Alta Magia. Quello era il Congegno per Viaggiare nel
Tempo, uno dei più grandi e potenti manufatti creati dai Maestri delle Tor-
ri. Non gli avrebbe fatto del male, eppure lo avrebbe terribilmente e irre-
vocabilmente danneggiato.
Per esperienza, conosceva il piacere che avrebbe provato nel toccare
l'oggetto: avrebbe avvertito la magia pura, la magia amata, la magia che
andava a lui incontaminata, libera, un dono di fede, una benedizione degli
dei. Ne avrebbe percepito il potere, ma debolmente, come si avverte il pro-
fumo dei petali di una rosa schiacciati fra le pagine di un libro, la loro odo-
rosa fragranza ridotta a un ricordo. E poiché era soltanto un ricordo, dopo
il piacere sarebbe sopraggiunto il dolore - il dolore struggente e bruciante
della perdita.
Ma non poteva evitarlo. «Forse questa volta sarò capace di tenere duro.
Forse con questo oggetto, la magia tornerà a me», questi erano i suoi pen-
sieri.
Toccò il congegno con dita tremanti, contorte.
Gloria... splendore... resa...
Palin gridò, mentre le sue dita deformi si chiudevano sul manufatto. Le
pietre gli tagliarono la carne.
Verità... bellezza... arte... vita...
Le lacrime gli velarono gli occhi, bagnarono le guance.
Morte... perdita... vuoto...
Iniziò a singhiozzare amaramente, disperatamente, per ciò che aveva
perso. Pianse per la morte del padre, pianse per le tre lune scomparse dal
cielo, pianse per le sue mani deformi, pianse per il suo tradimento verso
tutto ciò in cui aveva creduto, pianse per la sua incoerenza, per il suo biso-
gno disperato di cercare di provare ancora l'estasi.
«Sta male. Dobbiamo fare qualcosa?» domandò Gerard a disagio.
«No, Cavaliere. Lasciatelo stare», ammonì Laurana in tono gentile.
«Non possiamo fare niente per lui. Tutto questo gli è necessario. Ora sof-
fre, ma dopo starà meglio.»
«Mi spiace, Palin», piagnucolò Tasslehoff sentendosi colpevole. «Non
pensavo che ti avrebbe fatto del male. Davvero! A me non l'ha mai fatto.»
«Certo che a te non l'ha mai fatto, kender maledetto!» ribatté Palin, il
dolore che viveva in lui, strisciando e avvolgendosi intorno al cuore e sbat-
tendo le ali in petto come un uccello disperato, catturato dal serpente. «Per
te non è nient'altro che un giocattolo con cui trastullarti! Per me è l'oppio
che porta sogni felici, meravigliosi.» La voce gli si spezzò. «Fino a quando
l'effetto svanisce. I sogni terminano e mi risveglio nella disperazione della
dura e triste realtà.»
Strinse la mano intorno al congegno, spense la luce delle pietre. «Una
volta», disse con voce ferma, «avrei potuto creare un manufatto potente e
meraviglioso come questo. Una volta avrei potuto essere ciò che affermi
che ero: il Capo dell'Ordine delle Vesti Bianche. Una volta avrei potuto
avere il futuro che mio zio predisse per me. Una volta avrei potuto essere
un mago, dotato, forte, potente. Guardo questo congegno e vedo tutto ciò.
Ma se guardo nello specchio, vedo tutt'altro.»
Aprì la mano. Non vedeva l'oggetto, poiché lacrime amare gli avevano
velato gli occhi. Ne intravedeva soltanto la luce della magia, scintillante,
ammiccante e beffarda. «Le mie capacità magiche scemano, il mio potere
diminuisce di giorno in giorno. Senza la magia non ci resta che una spe-
ranza: la speranza che la morte sia migliore di questa misera vita!»
«Palin, non devi parlare così!» lo sgridò Laurana. «Nei giorni oscuri
prima della Guerra delle Lance la pensavamo in questo modo. Ricordo
Raistlin dire qualcosa riguardo al fatto che la speranza era la carota appesa
davanti al muso dell'asino per indurlo a camminare. Noi abbiamo cammi-
nato, siamo andati avanti e alla fine siamo stati premiati.»
«È vero», disse Tas. «Io ho mangiato la carota.»
«E con che cosa siamo stati premiati?» esclamò Palin in tono ironico.
«Con questo mondo bastardo in cui siamo obbligati a vivere!»
Il congegno gli procurava dolore; lo aveva stretto con tanta foga che ef-
fettivamente le pietre affilate gli avevano tagliato la carne. Ma cionono-
stante lo stringeva ancora, lo accarezzava con bramosia. Persino il dolore
era meglio del senso di intorpidimento.
Gerard si schiarì la gola, imbarazzato.
«Mi sembra di capire, signore, che avessi ragione», disse timidamente.
«Questo oggetto è un potente manufatto della Quarta Era?»
«Sì», rispose Palin.
Aspettarono che dicesse qualcosa di più, ma l'uomo non si lasciò andare
ad alcuna confidenza. Voleva che se ne andassero. Voleva stare solo. Vo-
leva raccogliere i propri pensieri, che in quel momento correvano qua e là
come topi improvvisamente illuminati da una torcia in una cantina. Alcuni
se la danno a gambe rifugiandosi in buchi bui, altri strisciando in strette
fenditure e altri ancora restano lì, gli occhi luccicanti fissi sulla fiamma ar-
dente. Doveva sopportarli, doveva sopportare la loro stupidità, le loro do-
mande senza senso. Doveva sentire il resto del racconto di Tasslehoff.
«Raccontami che cosa è accaduto, Tas», disse Palin. «E lascia perdere le
storie sui mammut. Stiamo parlando di cose importanti.»
«Capisco», replicò Tas, colpito. «Dirò la verità. Lo prometto. Tutto è i-
niziato mentre partecipavo al funerale di una carissima amica kender che
avevo incontrato il giorno prima. La poveretta aveva avuto uno scontro
con un goblin. Era successo che... ehm...», Tas notò la fronte di Palin ag-
grottarsi, «non importa, come dicono gli gnomi. Questa storia ve la raccon-
terò dopo. Allora, durante il funerale mi sono reso conto che pochi kender
vivono sufficientemente a lungo per diventare, come dite voi, vecchi. Ho
già vissuto più a lungo della maggior parte dei kender che conosco e im-
provvisamente ho capito che Caramon avrebbe probabilmente vissuto più
a lungo di me. Se c'era una cosa che volevo assolutamente fare prima di
morire era proclamare al mondo intero quanto Caramon fosse stato per me
un buon amico. Mi è sembrato che il momento migliore per farlo fosse al
suo funerale. Ma se Caramon avesse vissuto più a lungo di me, allora sa-
rebbe stato un problema partecipare al suo funerale.
«Comunque, un giorno mentre ero con Fizban gli ho parlato di questo
mio desiderio e ritenendolo un gesto nobile e generoso, il mago ha detto
che avrebbe potuto organizzare la cosa. Avrei potuto parlare al funerale di
Caramon viaggiando nel tempo e raggiungendo il giorno in cui si sarebbe
tenuta la cerimonia funebre. Così mi ha dato il congegno, mi ha spiegato
come usarlo e si è raccomandato di fare un salto in avanti nel tempo, parla-
re al funerale e quindi tornare immediatamente indietro. "Non vagabonda-
re", mi ha detto. A proposito», aggiunse ansioso, «secondo voi considererà
questa gita come "vagabondare"? Sono così felice di rivedere tutti i miei
amici. È molto più divertente che essere calpestato da un gigante.»
«Vai avanti con la storia, Tas», lo richiamò Palin in tono severo. «Di
quello parleremo dopo.»
«Sì, hai ragione. Così ho usato il congegno e sono balzato in avanti nel
tempo ma, ecco, voi sapete benissimo che a volte Fizban fa un po' di con-
fusione. Si dimentica il suo nome, dove ha messo il cappello quando ce
l'ha in testa, come si fa un incantesimo di fuoco. E quella volta probabil-
mente ha fatto un errore di calcolo. Perché quando sono giunto a destina-
zione, il funerale di Caramon era già finito. Lo avevo perso. Sono arrivato
giusto in tempo per il rinfresco. E anche se ero felice di vedere tanti amici
e ho assaporato quei fantastici bignè al formaggio preparati da Jenna, non
ho potuto fare ciò per cui mi ero mosso. Ricordandomi che avevo promes-
so a Fizban di non vagabondare, me ne sono tornato indietro.
«E per essere sincero», Tas abbassò il capo e strascicò i piedi, «poi mi
sono dimenticato completamente del discorso e del funerale di Caramon.
Però avevo una buona ragione. Era scoppiata la Guerra del Caos e ci siamo
ritrovati a combattere gli spiriti ombra. E sai, Palin, è stato allora che ho
incontrato Dougan e Usha, tua moglie. Era tutto immensamente interessan-
te ed eccitante. E adesso il mondo è ormai giunto alla fine e c'è questo or-
ribile gigante che sta per spiaccicarmi ed è stato proprio in quel momento
che mi sono ricordato di non avere parlato al funerale di Caramon. Così ho
attivato velocemente il congegno e prima che venissi calpestato dal gigan-
te, sono giunto qui per poter dire a tutti che buon amico è stato Caramon.»
Gerard scuoteva la testa. «Ma è ridicolo.»
«Scusa», disse Tas, irrigiditosi. «Non è educato interrompere. Sono arri-
vato qui e sono finito nella Tomba; Gerard mi ha trovato e mi ha portato
da Caramon. E ho potuto raccontargli ciò che avrei detto di lui al suo fune-
rale, parole che gli sono piaciute moltissimo, solo che niente era come ri-
cordavo. Ne ho parlato anche a Caramon e lui sembrava preoccupato, ma è
morto prima che potesse fare qualcosa. E poi non riusciva a trovare Rai-
stlin, pur sapendo che il fratello non sarebbe passato nel mondo successivo
senza il gemello. Ed è per questo che penso abbia detto che dovevo parlare
con Dalamar.» Ormai senza fiato, Tas trasse un respiro profondo. «Ed ecco
perché sono qua.»
«Voi gli credete, signora?» domandò Gerard.
«Non so che cosa credere», rispose Laurana in tono sommesso. Guardò
Palin, ma quest'ultimo evitò accuratamente di incontrare il suo sguardo, fa-
cendo finta di essere impegnato a esaminare il congegno, come se si aspet-
tasse di trovare tutte le risposte incise nel scintillante metallo.
«Tas», disse dolcemente il mago, non volendo rivelare la direzione dei
suoi pensieri, «raccontami tutto ciò che ricordi del primo funerale di mio
padre.»
Tasslehoff non si fece pregare e parlò di Dalamar, lady Crysania, River-
wind e Goldmoon, del rappresentante dei Cavalieri Solamnici giunto dalla
lontana Torre del Sommo Chierico, di Gilthas dal regno elfico di Qualine-
sti, di Silvanoshei dal regno di Silvanesti, di Porthios e Alhana, più bella
che mai. «E c'eravate anche voi, Laurana, felice come non mai perché ave-
vate visto realizzarsi il vostro più grande sogno: i regni elfici uniti in pace
e fratellanza.»
«Ma si è inventato tutto», commentò Gerard spazientito. «È una di quel-
le storie su "come avrebbe potuto essere".»
«Come avrebbe potuto essere», ripeté Palin, fissando la luce del sole ri-
splendere sulle pietre preziose. «Mio padre mi raccontava una storia su
come avrebbe potuto essere.» Guardò Tas. «Tu e mio padre una volta ave-
te viaggiato insieme nel tempo, vero?»
«Non è stata colpa mia», si affrettò a dire Tas. «Ci eravamo sbagliati.
Stavamo cercando di tornare alla nostra epoca, che era il 356, ma a causa
di un errore di calcolo siamo finiti nel 358. Non il 358 vero, ma un orribile
358 dove abbiamo trovato la tomba di Tika, la povera Bupu morta nella
polvere e il cadavere di Caramon. Un 358 che, grazie a dio, non è mai ac-
caduto, perché io e Caramon siamo tornati indietro ad assicurarci che Rai-
stlin non diventasse un dio.»
«Una volta Caramon mi ha raccontato quella storia», disse Gerard.
«Pensavo che... beh, insomma, era ormai avanti con gli anni e amava par-
lare, così non l'ho mai preso sul serio.»
«Mio padre era convinto che fosse accaduto», commentò Palin senza
aggiungere altro.
«E tu ci credi, Palin?» insistette Laurana. «Ma, cosa più importante,
pensi che la storia di Tas sia vera? Che abbia viaggiato veramente nel tem-
po? È questo che stai pensando?»
«Ciò che sto pensando è che ho bisogno di saperne di più su questo con-
gegno», replicò l'uomo. «Ed è per questo che mio padre ha insistito perché
venisse portato a Dalamar. Lui era l'unico presente quando mio padre è ri-
corso alla magia del manufatto.»
«C'ero anch'io!» ricordò loro Tas. «E ora sono qui.»
«Sì», disse Palin sarcastico. «Lo vedo.»
Nella sua mente stava prendendo forma un'idea. Era solo una scintilla,
un piccolo sprazzo di luce in un'oscurità vuota e profonda. Eppure era suf-
ficiente per fare agitare i topi.
«Non potete interrogare Dalamar», affermò Laurana, ragionando in mo-
do pratico. «Nessuno l'ha più visto da quando è tornato dalla Guerra del
Caos.»
«No, Laurana, ti sbagli», ribatté Palin. «Una persona lo ha visto prima
della sua misteriosa scomparsa: la sua donna, Jenna. Ha sempre sostenuto
di non avere idea di dove lui fosse andato, ma non le ho mai creduto. E lei
potrebbe essere la persona che sa qualcosa su questo manufatto.»
«Dove vive questa Jenna?» domandò Gerard. «Vostro padre mi ha affi-
dato l'incarico di portare il kender e il congegno a Dalamar. Forse non sarò
in grado di farlo, ma almeno potrei scortare voi, signore, e il kender...»
Palin stava scuotendo la testa. «Non è possibile, Cavaliere. Maestra Jen-
na vive a Palanthas, una città sotto il controllo dei Cavalieri Scuri.»
«Come Qualinesti», sottolineò Gerard, con un sorrisetto.
«Scivolare inosservati lungo i rigogliosi confini di Qualinesti è una co-
sa», osservò Palin. «Entrare in una città circondata da mura e costantemen-
te pattugliata, è un'altra. Inoltre, il viaggio richiederebbe troppo tempo. Sa-
rebbe molto più semplice incontrare Jenna a metà strada. Forse a Solace.»
«Ma Jenna può lasciare Palanthas?» domandò Laurana. «Pensavo che i
Cavalieri Scuri avessero limitato i movimenti sia verso l'esterno sia all'in-
terno della città.»
«Simili restrizioni valgono per la gente comune», affermò secco Palin.
«Non per Maestra Jenna. Da quando i cavalieri hanno assunto il controllo
della città, andare d'accordo con loro è per lei un dovere. Ed è anche molto
abile. Non è più giovane, è vero, ma è ancora una donna molto attraente.
Inoltre, è anche la più ricca di Solamnia e una delle maghe più potenti. No,
Laurana, Jenna non avrà nessun problema per raggiungere Solace.» Si alzò
in piedi. Aveva bisogno di stare da solo, di pensare.
«Ma i suoi poteri non stanno diminuendo come i tuoi, Palin?» domandò
Laurana.
L'uomo strinse le labbra, seccato. Non gli piaceva parlare della sua per-
dita, così come a un altro non avrebbe fatto piacere parlare di una crescita
cancerosa. «Jenna possiede alcuni manufatti che continuano a funzionare
per lei, così come io ne ho altri che funzionano per me. Non è molto», ag-
giunse sarcastico, «ma dobbiamo accontentarci.»
«Forse il piano può funzionare», concordò Laurana. «Ma come farete a
tornare a Solace? Le strade sono chiuse...»
Palin si morse le labbra, ricacciando indietro le parole pungenti che sta-
va per pronunciare. Avrebbero mai smesso di piagnucolare?
«Non per un Cavaliere Scuro», stava dicendo Gerard. «Mi offro come
scorta, signore. Sono arrivato con un prigioniero kender. Ripartirò con un
prigioniero umano.»
«Sì, sì, un buon piano, Cavaliere», disse Palin spazientito. «Occupatevi
dei dettagli.» Iniziò ad allontanarsi, desideroso di rifugiarsi nel silenzio
della sua stanza, quando gli venne in mente una domanda importante.
Fermandosi, si voltò e chiese: «Qualcun altro sa della scoperta di questo
manufatto?»
«Ormai lo saprà metà Solace, signore», rispose Gerard in tono tetro. «Il
kender non è stato molto riservato.»
«Allora non dobbiamo perdere tempo», affermò Palin concisamente.
«Mi metterò in contatto con Jenna.»
«Come farai?» gli domandò Laurana.
«Ho i miei sistemi», replicò e, storcendo la bocca aggiunse: «Non molti,
ma basteranno.»
Lasciò la stanza repentinamente, senza più voltarsi. Non ne aveva biso-
gno. Sentiva il dolore e il dispiacere di Laurana accompagnarlo come uno
spirito garbato. Provò una vergogna improvvisa, quasi si voltò per scusar-
si. Dopo tutto, era suo ospite. E dandogli asilo, lei metteva a rischio la pro-
pria vita. Esitò, poi continuò a camminare.
«No», pensò risoluto, «Laurana non può capire. Usha non capisce. Quel
cavaliere insolente e arrogante non capisce. Nessuno di loro può capire.
Non sanno che cosa ho passato, quanto ho sofferto. Non conoscono la mia
perdita. Una volta», gridò in silenziosa angoscia, «una volta ho toccato la
mente degli dei!»
Si fermò, in ascolto del silenzio; forse una voce flebile avrebbe risposto
al suo grido di dolore.
Sentì, come sempre, una vuota eco.
«Pensano che sia libero dalla prigionia. Pensano che i miei tormenti sia-
no finiti. Si sbagliano.
«La mia prigionia continua tediosa, giorno dopo giorno. La tortura va
avanti all'infinito. Mura grigie mi circondano. Mi accovaccio nella mia
stessa lordura. Le ossa del mio spirito sono spaccate e ridotte in schegge.
La mia fame è tale che divoro me stesso. La mia sete è così grande che be-
vo il liquido che elimino. Ecco che cosa sono diventato.»
Raggiunto il santuario della propria stanza, chiuse la porta e vi trascinò
davanti una sedia, per bloccarla. Nessun elfo si sarebbe mai sognato di di-
sturbare l'intimità di chi si isolava, ma Palin non si fidava di loro. Di nes-
suno di loro.
Si sedette alla scrivania, ma non scrisse a Jenna. Appoggiò la mano su
un piccolo orecchino d'argento che portava al lobo dell'orecchio. Pronun-
ciò le parole dell'incantesimo, parole che forse non servivano più, perché
non c'era nessuno ad ascoltarle. A volte i manufatti funzionavano senza le
parole rituali, a volte funzionavano solo con le parole, a volte non funzio-
navano affatto. E in quei giorni accadeva sempre più spesso.
Ripeté le parole e a esse aggiunse: «Jenna».
Un mago affamato le aveva venduto i sei orecchini d'argento. Era stato
evasivo sul luogo di provenienza dei monili, limitandosi a balbettare qual-
cosa su un'eredità di un vecchio zio.
Jenna aveva detto a Palin: «Sicuramente il defunto possedeva questi o-
recchini. Ma non li aveva ricevuti in eredità. Li aveva rubati.»
Non era andata a fondo della questione. Molti maghi, un tempo rispetta-
bili - fra cui Palin stesso - erano divenuti predatori di tombe, nella dispera-
ta ricerca di oggetti magici. Il mago aveva descritto il potere degli orecchi-
ni e aveva aggiunto che non li avrebbe venduti, se non fosse stato spinto da
un bisogno estremo. Jenna gli aveva dato una considerevole somma di de-
naro e invece di esporre gli orecchini in negozio, ne aveva dato uno a Palin
e uno al figlio Ulin. Non aveva mai svelato chi portava gli altri.
E lui non lo aveva mai chiesto. C'era stato un tempo in cui i Maghi del
Conclave avevano fiducia l'uno nell'altro. Nei giorni oscuri del presente,
con la magia che scemava, tutti si guardavano di traverso, domandandosi:
«Lui avrà più di me? Avrà trovato qualcosa che io non ho? Il potere che
non possiedo, sarà stato dato a lui?»
Palin non udì alcuna risposta. Sospirando, ripeté le parole e sfregò il me-
tallo con il dito. Quando gli era stato donato l'orecchino, l'incantesimo a-
veva funzionato subito. Ora avrebbe dovuto fare tre o quattro tentativi, con
la paura che quella fosse la volta in cui non avrebbe funzionato del tutto.
«Jenna!» sussurrò impaziente.
Qualcosa di leggero e delicato, come il tocco delle ali di una mosca, gli
sfiorò il viso. Irritato, agitò la mano per scacciarla, la concentrazione ormai
infranta. Si guardò intorno alla ricerca dell'insetto per eliminarlo, ma non
lo trovò. Stava per sistemarsi per ritentare l'incantesimo, quando i pensieri
di Jenna gli risposero.
«Palin...»
L'uomo focalizzò la mente, elaborando un messaggio breve, per timore
che la magia non durasse sufficientemente a lungo. «Bisogno urgente. In-
contriamoci a Solace. Immediatamente.»
«Verrò subito.» Jenna non aggiunse altro, non perse tempo in domande.
Si fidava di lui. Non l'avrebbe cercata se non avesse avuto un valido moti-
vo.
Palin abbassò lo sguardo sulle mani deformi, che stringevano il conge-
gno che tanto gli stava a cuore.
«Sarà la chiave della mia prigione?» si domandò. «O un altro colpo di
frusta?»

«È molto cambiato», commentò Gerard dopo che Palin ebbe lasciato l'a-
trio. «Non lo avrei riconosciuto. E il modo in cui ha parlato del padre...»
Scosse la testa.
«Ovunque si trovi Caramon, sono certa che capirà», disse Laurana. «Pa-
lin è cambiato, è vero, ma chi non lo sarebbe dopo un'esperienza così terri-
bile? Penso che nessuno di noi possa nemmeno immaginare i tormenti che
ha dovuto patire per mano delle Vesti Grigie. A proposito, come pensate di
raggiungere Solace?» domandò spostando abilmente il discorso da Palin su
considerazioni più pratiche.
«Ho il mio cavallo, quello nero. Pensavo che Palin potrebbe montare
quello più piccolo che ho portato per il kender.»
«Così io potrei cavalcare quello nero con te!» esclamò Tas, compiaciuto.
«Anche se non sono sicuro che a Grigetta piacerà Palin, ma forse se le par-
lassi...»
«Tu non vieni», affermò Gerard categorico.
«Non vengo!» ripeté Tas attonito. «Ma voi avete bisogno di me!»
Gerard ignorò l'affermazione che, di tutte le affermazioni mai fatte nel
corso della storia, poteva essere classificata come la più probabile ad esse-
re ignorata. «Il viaggio richiederà molti giorni, ma d'altronde non possiamo
evitarlo. Quella sembra l'unica via...»
«Ho un'idea», disse Laurana. «I grifoni potrebbero portarvi a Solace.
Hanno portato Palin qui e potrebbero riportarlo indietro e voi con lui. Bri-
ghtwing, il mio falcone, porterà loro un messaggio. I grifoni potrebbero es-
sere qui dopodomani. E la sera stessa voi e Palin sarete a Solace.»
Gerard ebbe una fugace visione di se stesso mentre volava in groppa a
un grifone o, per meglio dire, ebbe una fugace visione di se stesso mentre
cadeva dalla groppa di un grifone e si schiantava a testa in giù. Arrossì e
iniziò ad annaspare alla ricerca di una risposta che non lo facesse apparire
un vigliacco codardo.
«Non potrei mai imporre... Dovremmo partire subito...»
«Sciocchezze. Un po' di riposo vi farà bene», replicò Laurana sorriden-
do, come se avesse percepito il motivo reale che si celava dietro a tanta ri-
luttanza. «In questo modo risparmierete una settimana e, come ha detto Pa-
lin, dobbiamo muoverci velocemente prima che Beryl scopra che quel pre-
zioso congegno magico si trova sulle sue terre. Domani notte, al calare del-
l'oscurità, Kalindas vi accompagnerà al luogo dell'appuntamento.»
«Non ho mai cavalcato un grifone», commentò Tas. «Per lo meno non
che io ricordi. Lo zio Trapspringer una volta l'ha fatto. Mi ha raccontato
che...»
«No», lo interruppe Gerard risoluto. «Assolutamente no. Resterai con la
Regina Madre, sempre che ti ospiti. È già sufficientemente pericoloso sen-
za...» Le parole gli morirono in gola.
Il congegno magico era tornato ancora una volta nelle mani del kender.
Tasslehoff lo stava infilando nuovamente nella pettorina.

Lontano da Qualinesti, ma non così lontano da non riuscire a tenere un


occhio e un orecchio puntati su quella terra, la grande dragonessa verde
Beryl giaceva nel suo aggrovigliato pergolato sormontato da un lussureg-
giante vitigno e rimuginava sui torti subiti. Torti che prudevano e pizzica-
vano come un'infestazione di parassiti e, come con questi, poteva grattarsi
qui e là, ma il prurito si spostava senza che lei riuscisse mai a liberarsene.
Il centro di tutti i suoi problemi era una grande dragonessa rossa, un mo-
struoso wrym che Beryl temeva più di qualsiasi altra creatura al mondo,
anche se si sarebbe lasciata strappare le ali verdi e si sarebbe fatta annoda-
re l'enorme coda piuttosto che ammetterlo. Quella paura era il motivo prin-
cipale per cui, tre anni prima, aveva accettato il patto. Nella sua mente a-
veva infatti visto la propria testa adornare il totem di Malys. E al di là del
fatto che ci teneva alla testa, aveva deciso che non avrebbe mai dato a
quella boriosa della cugina rossa una simile soddisfazione.
A quel tempo, l'accordo di pace fra draghi era sembrata una buona idea.
Poneva infatti fine alla sanguinosa Purga dei Draghi, durante la quale le
mostruose creature avevano combattuto e ucciso non solo mortali, ma an-
che loro simili. I draghi usciti vittoriosi e potenti si erano divisi Ansalon,
ognuno aveva ottenuto una porzione di terra da governare e tutti avevano
lasciato alcune zone un tempo oggetto di disputa, come Abanasinia, invio-
late.
La pace era durata un anno prima di iniziare a sgretolarsi. Quando Beryl
aveva sentito i suoi poteri magici iniziare a scemare, ne aveva dato la colpa
agli elfi, agli umani, ma in cuor suo sapeva perfettamente chi fosse la re-
sponsabile. Malys le stava rubando i poteri. Ecco perché la cugina rossa
non aveva più bisogno di uccidere quelli della sua stessa razza! Aveva tro-
vato il sistema per prosciugare gli altri draghi dei loro poteri. La magia era
stata per Beryl il principale sistema di difesa nei confronti della cugina più
forte. Senza di essa, la dragonessa verde sarebbe stata indifesa come un
nano di fosso.
Cadde la notte e Beryl continuò a rimuginare. L'oscurità avvolse il per-
golato come un secondo vitigno ancora più grande. Si addormentò, cullata
dalla ninnananna delle sue congiure e complotti. Sognava di avere final-
mente trovato la leggendaria torre dell'Alta Stregoneria di Wayreth. Av-
volgeva il corpo immenso intorno alla torre e sentiva il potere magico flui-
re in lei, caldo e delicato come il sangue di un drago d'oro...
«Magnifica!» Una voce sibilante la strappò al piacevole sogno.
Beryl batté gli occhi e sbuffò, soffiando esalazioni di gas velenoso fra le
foglie. «Sì, che cosa c'è?» domandò, mettendo a fuoco la fonte del sibilo.
Anche nell'oscurità della notte vedeva perfettamente, senza dovere ricorre-
re all'aiuto della luce.
«Un messaggero da Qualinost», disse il servo draconico. «Sostiene di
avere informazioni della massima urgenza, altrimenti non vi avrei distur-
bata.»
«Fallo entrare.»
Inchinatosi, il draconico si allontanò. Al suo posto ne apparve un altro.
Un Baaz di nome Groul, uno dei favoriti di Beryl, un messaggero fidato
che faceva la spola fra la sua tana e Qualinesti. I draconici erano stati creati
durante la Guerra delle Lance quando gli stregoni dalle vesti nere e i sa-
cerdoti malvagi fedeli a Takhisis avevano rubato le uova dei draghi bene-
voli e avevano dato loro la vita sotto forma di quegli orribili uomini-
lucertola alati. Come tutti quelli della sua specie, il Baaz camminava eretto
su due poderose gambe, ma poteva correre anche a quattro zampe, utiliz-
zando le ali per potenziare i movimenti a terra. Il corpo era ricoperto da
squame dalla smorta lucentezza metallica. Indossava pochi vestiti per esse-
re libero nei movimenti. Era un messaggero e come tale era armato di una
sola spada corta, che portava sulla schiena, fra le ali, legata con una cin-
ghia.
Beryl si destò completamente. Solitamente una creatura laconica rara-
mente lasciava trapelare le emozioni, ma quella sera Groul sembrava e-
stremamente soddisfatto di se stesso. Gli occhi da lucertola brillavano per
l'eccitazione, i denti aguzzi risaltavano in un ampio ghigno. La punta della
lingua guizzava dalla bocca.
Beryl spostò e ondeggiò il corpo mastodontico, sguazzando ben bene
nella fanghiglia per mettersi più comoda, e raccogliendo intorno a sé la vi-
te come una coperta intrecciata.
«Notizie da Qualinost?» domandò in tono incurante. Non voleva sem-
brare troppo impaziente.
«Sì, Magnifica», rispose Groul, avvicinandosi a uno dei giganteschi arti-
gli della zampa anteriore della dragonessa. «Notizie estremamente interes-
santi sulla Regina Madre, Laurana.»
«Davvero? Quello stupido di Medan è ancora innamorato di lei?»
«Naturalmente.» Groul cercò di liberarsi velocemente della notizia, con-
siderandola roba vecchia. «Secondo la nostra spia, lui la difende e la pro-
tegge. Ma non è una cosa così terribile, Padrona. La Regina Madre si crede
invulnerabile e così noi possiamo scoprire che cosa stanno complottando
gli elfi.»
«Vero», concordò Beryl. «Finché Medan ricorda a chi deve essere fede-
le, può andare avanti con il suo romanzetto d'amore. Finora mi ha sempre
servito a dovere e, nel caso, trasferirlo non sarà un problema. Che altro?
Perché c'è dell'altro, vero?»
Beryl appoggiò la testa a terra per essere alla stessa altezza del draconico
e poterlo fissare negli occhi. L'eccitazione di quest'ultimo era contagiosa.
La dragonessa la sentiva fremere dentro di sé. La sua coda si contorse, gli
artigli affondarono nel fango.
Groul si avvicinò ancora di più. «Alcuni giorni fa vi avevo riferito che il
mago umano, Palin Majere, si nascondeva nella casa della Regina Madre.
Ci eravamo chiesti il perché di questa visita. Voi sospettavate che fosse al-
la ricerca di manufatti magici.»
«Sì», disse Beryl. «Continua.»
«Sono felice di comunicarvi, Magnifica, che ne ha trovato uno.»
«Davvero?» Gli occhi di Beryl luccicarono, proiettando una sinistra luce
verde sul draconico. «E che manufatto ha trovato? A che cosa serve?»
«Secondo la nostra spia elfica, il manufatto pare abbia a che fare con la
capacità di viaggiare nel tempo. L'oggetto è in mano a un kender che so-
stiene di provenire da un altro periodo, un periodo precedente alla Guerra
del Caos.»
Beryl sbuffò, riempiendo la tana di fumi nocivi. Il draconico si sentì sof-
focare e iniziò a tossire.
«Quei parassiti direbbero di tutto. Se non c'è altro...»
«No, no, Magnifica», si affrettò ad aggiungere Groul appena fu nuova-
mente in grado di parlare. «La spia elfica ha riferito che Palin Majere era
incredibilmente eccitato per il ritrovamento. Così eccitato da prendere ac-
cordi per lasciare immediatamente Qualinost portando con sé il manufatto
per poterlo esaminare.»
«Ah, è così?» Beryl si rilassò, mettendosi più comoda. «Era eccitato. Al-
lora quel manufatto deve essere potente. Ha un sesto senso per queste cose,
come ho spiegato a suo tempo alle Vesti Grigie quando volevano uccider-
lo. "Lasciatelo andare", dissi loro. "Ci porterà a ciò che cerchiamo come
un orso al miele." Come possiamo impossessarci di questo oggetto?»
«Dopodomani, Magnifica, il mago e il kender partiranno da Qualinesti.
Si incontreranno con dei grifoni che li trasporteranno a Solace. Quello do-
vrebbe essere il momento migliore per catturarli.»
«Torna a Qualinost. Informa Medan...»
«Perdonatemi, Magnifica. Non sono ammesso alla presenza del mare-
sciallo. Trova me e quelli della mia razza disgustosi.»
«Ogni giorno che passa assomiglia sempre più a un elfo», ringhiò Beryl.
«Un bel mattino si sveglierà con le orecchie a punta.»
«Posso mandare la mia spia a rapporto da lui. Solitamente agisco in que-
sto modo. Così la spia mi tiene informato anche su ciò che accade in casa
di Medan.»
«Molto bene. Ecco i miei ordini. Manda la tua spia dal maresciallo Me-
dan affinché gli dica che voglio che questo mago venga catturato e mi
venga consegnato vivo. Deve essere portato a me, attenzione. Non da quei
buoni a nulla delle Vesti Grigie.»
«Sì, Magnifica.» Groul fece per allontanarsi, quindi si voltò. «Vi fidate
del maresciallo per una questione così importante?»
«Assolutamente no», rispose Beryl in tono sprezzante. «Ma prenderò le
mie precauzioni. E adesso vai!»

Il maresciallo Medan stava facendo colazione nel suo giardino, da dove


gli piaceva ammirare la nascita del sole. Aveva posizionato tavolo e sedia
su una sporgenza rocciosa accanto a uno stagno così affollato di ninfee che
riusciva a mala pena a vedere l'acqua. Poco distante, un ceanoto riempiva
l'aria di fiorellini bianchi. Terminato di mangiare, lesse i dispacci appena
arrivati e iniziò ad annotare gli ordini del giorno. Ogni tanto, si fermava
per buttare briciole di pane ai pesci, che erano così abituati a quella routine
che tutte le mattine, alla stessa ora, salivano in superficie in attesa dell'arri-
vo dell'uomo.
«Signore.» L'aiutante di campo di Medan si avvicinò, scacciando irritato
i fiori che si erano posati sulla sua giubba nera. «Un elfo vuole vedervi, si-
gnore. Proviene dalla casa della Regina Madre.»
«Il nostro traditore?»
«Sì, signore.»
«Fallo passare.»
L'aiutante starnutì, annuì accigliato e se ne andò.
Medan estrasse il coltello dal fodero che portava su una cintura intorno
alla vita, lo appoggiò sul tavolo e sorseggiò il vino. Solitamente non a-
vrebbe preso simili precauzioni. Molti anni prima, quando era arrivato per
assumere il controllo di Qualinesti, era stato oggetto di un tentato omici-
dio. Nient'altro. Gli attentatori erano stati catturati, impiccati, sventrati e
squartati. I resti dei loro corpi erano stati dati in pasto agli uccelli necrofa-
gi.
Ultimamente, tuttavia, i gruppi di ribelli stavano diventando più audaci,
più disperati. Lo preoccupava soprattutto una guerriera, la cui bellezza, il
coraggio in battaglia e le ardite imprese, la stavano trasformando in un'ero-
ina per tutto il popolo elfico sottomesso. La chiamavano la «Leonessa»,
per la sua criniera di capelli splendenti. Lei e la sua banda di ribelli attac-
cavano i carri con i rifornimenti, infastidivano le pattuglie di ricognizione,
tendevano agguati ai messaggeri e in generale rendevano la vita di Medan
fra gli elfi di Qualinesti, un tempo tranquilla e pacifica, sempre più diffici-
le.
Qualcuno passava ai ribelli informazioni sui movimenti delle truppe, su-
gli orari delle pattuglie, sulle posizioni delle salmerie. Medan aveva dato
un giro di vite per quanto concerneva la sicurezza, eliminando tutti gli elfi
dal suo staff, tranne il giardiniere, e raccomandando al prefetto Palthainon
e agli altri ufficiali elfici, che collaboravano con i cavalieri, di prestare at-
tenzione a ciò che dicevano e a dove lo dicevano. Ma non era facile man-
tenere un elevato livello di sicurezza in un paese dove uno scoiattolo ap-
pollaiato sul davanzale della finestra, intento a sgranocchiare nocciole, po-
teva in realtà essere intento a dare un'occhiata alle mappe, annotando men-
talmente la disposizione delle tue forze.
L'aiutante di Medan tornò, starnutendo ancora, seguito dall'elfo con in
mano una talea.
Medan congedò il militare, raccomandandogli di bere un infuso di erba
gattaia per il suo raffreddore. Il maresciallo sorseggiò lentamente il vino,
assaporandolo. Amava il profumo del vino elfico, poteva sentire il sapore
dei fiori e del miele con i quali era prodotto.
«Maresciallo Medan, la mia padrona vi manda questa talea di lillà per il
vostro giardino. Ha detto che il vostro giardiniere saprà sicuramente come
piantarla.»
«Appoggiala lì sopra», disse Medan, indicando il tavolo. Continuò a get-
tare briciole ai pesci, senza guardare l'elfo. «Se è tutto, puoi andare.»
L'elfo tossì, si schiarì la gola.
«C'è dell'altro?» domandò Medan con studiata indifferenza.
L'elfo lanciò uno sguardo furtivo intorno a sé.
«Parla. Siamo soli», lo incitò Medan.
«Signore, mi è stato ordinato di trasmettervi alcune informazioni. Vi a-
vevo già detto che il mago Palin Majere era ospite dalla mia padrona.»
Medan annuì. «Sì, dovevi tenerlo sotto controllo e riferirmi ogni sua
mossa. Devo dedurre dalla tua visita che ha fatto qualcosa di particolare?»
«Palin Majere è recentemente entrato in possesso di un manufatto di
grande valore, un manufatto magico della Quarta Era. Ha intenzione di
portare quell'oggetto fuori da Qualinost. E per la precisione, a Solace.»
«E tu hai riferito della scoperta del manufatto a Groul, che a sua volta lo
ha riferito alla dragonessa», disse Medan con un muto sospiro. Altri guai.
«E, naturalmente, Beryl lo vuole.»
«Majere volerà in groppa a un grifone. L'appuntamento è per domani
mattina all'alba in una radura a circa venti miglia a nord di Qualinost.
Viaggerà in compagnia di un kender e di un Cavaliere Solamnico...»
«Un Cavaliere Solamnico?» Medan era stupito, più interessato al cava-
liere che al mago. «Come ha fatto un Cavaliere Solamnico a entrare a Qua-
linesti senza essere scoperto?»
«Travestendosi da vostro cavaliere, signore. Ha fatto credere che il ken-
der fosse suo prigioniero, che avesse rubato un manufatto magico e che lo
stesse portando alle Vesti Grigie. La notizia è giunta alle orecchie di Maje-
re, che ha teso un agguato al kender e al Cavaliere, come quest'ultimo ave-
va previsto, e li ha portati nella casa della Regina Madre.»
«Intelligente, coraggioso, ingegnoso», commentò Medan, continuando a
lanciare briciole ai pesci. «Non vedo l'ora di conoscere questo campione.»
«Sì, signore. Come vi ho detto, il Cavaliere sarà con Majere e il kender,
nella foresta. Posso fornirvi una mappa...»
«Ne sono sicuro», lo interruppe Medan. Agitò la mano in segno di con-
gedo. «Fornisci i dettagli al mio aiutante. E ora porta via la tua infida pel-
laccia dal mio giardino. Avveleni l'aria.»
«Chiedo venia, signore», azzardò l'elfo sfacciatamente. «Ci sarebbe la
questione del pagamento. Secondo Groul, la dragonessa era estremamente
compiaciuta per la notizia. Questo ne aumenta il valore. Più del solito. Di-
ciamo, il doppio di quello che ricevo abitualmente?»
Medan lanciò all'elfo un'occhiata sprezzante, quindi prese carta e penna.
«Consegnalo al mio aiutante. Penserà lui a pagarti.» Medan scriveva len-
tamente, prendendosi tutto il tempo necessario. Odiava dovere ricorrere al-
le spie, il cui utilizzo riteneva vile e umiliante. «Che cosa te ne fai di tutto
il denaro che ti diamo per tradire la tua padrona, Elfo?» Non avrebbe mai
onorato il bastardo con un nome. «Vuoi entrare al Senato? O vuoi prendere
il posto del prefetto Palthainon, quell'altro bel monumento alla falsità?»
L'elfo si avvicinò, gli occhi fissi sulla carta e sulle cifre che il marescial-
lo stava scrivendo, la mano pronta ad afferrare il foglio. «È facile per voi
parlare, Umano», disse in tono amaro. «Non siete nato servitore come me,
senza alcuna possibilità di cambiare. "Dovresti sentirti onorato per ciò che
hai ricevuto dalla vita", continuano a ripetermi. "Dopo tutto, tuo padre era
un servo della Casa Reale. Tuo nonno un servitore in quella stessa casa,
come anche suo nonno prima di lui. Tu sei nato nella Casa del Servitore.
Se cerchi di andartene o di salire sulla scala sociale, determinerai il crollo
della società elfica." Puah!
«Che sia mio fratello a umiliarsi. A inchinarsi e strisciare davanti alla
padrona. Che le faccia lui da servitore. Che muoia insieme a lei quando la
dragonessa attaccherà e distruggerà tutto e tutti. Voglio fare qualcosa di
meglio della mia vita. Appena avrò risparmiato denaro a sufficienza, me ne
andrò da questo posto e mi farò strada nel mondo.»
Medan firmò la breve nota, versò alcune gocce di cera fusa sotto la sua
firma e premette nella cera l'anello con sigillo. «Ecco, prendi. Sono felice
di potere contribuire alla tua partenza.»
L'elfo afferrò il foglio, lesse l'ammontare, sorrise e, inchinandosi, se ne
andò in gran fretta.
Medan buttò i resti del pane nello stagno e si alzò. Il piacere provato al-
l'inizio della giornata era stato rovinato da quella creatura spregevole che,
spinta dall'avidità, ora stava spiando la donna che serviva e che si fidava di
lui.
Per lo meno, pensò Medan, catturerò questo Palin Majere fuori da Qua-
linost. Non ci sarà bisogno di coinvolgere Laurana. Se fossi stato obbligato
a prendere Majere nella casa della Regina Madre, avrei dovuto arrestare
anche lei per avere dato ospitalità a un fuggitivo.
Non era difficile immaginare lo scompiglio che avrebbe suscitato un si-
mile arresto. La Regina Madre era incredibilmente popolare; la sua gente
sembrava averle perdonato il fatto di avere sposato un mezzo-umano e di
avere un fratello in esilio, un cosiddetto «elfo scuro», allontanato dalla lu-
ce. Il Senato avrebbe fatto un gran clamore. La popolazione, già in stato di
eccitazione, si sarebbe infiammata ancor di più. C'era persino la remota
possibilità che la notizia dell'arresto della madre svegliasse quello smidol-
lato del figlio.
Molto meglio così. Medan aspettava proprio un'occasione simile. A-
vrebbe consegnato Majere e il suo manufatto a Beryl e la questione sareb-
be finita lì.
Il maresciallo lasciò il giardino per andare a mettere nell'acqua la talea di
lillà, perché non seccasse.

XVII

GILTHAS E LA LEONESSA

Gilthas, il «Figlio inetto» di Laurana, riposava in quel momento la


schiena contro una sedia in una stanza sotterranea di una taverna posseduta
e gestita dai nani di fosso. La taverna si chiamava «Ingolla e Rutta», es-
sendo queste, per quanto potessero constatare i nani, le uniche attività che
gli umani praticavano in posti simili.
L'Ingolla e Rutta si trovava in un piccolo insediamento di nani di fosso
(non si poteva nobilitarlo chiamandolo «villaggio»), situato vicino alla for-
tezza di Pax Tharkas. La taverna era l'unico edificio presente. I nani che la
gestivano vivevano in grotte nelle colline retrostanti, grotte raggiungibili
solo attraverso tunnel che correvano sotto la taverna.
La comunità dei nani di fosso distava da Qualinost circa ottanta miglia a
volo di grifone, e di più - molto di più - se si viaggiava lungo la strada.
Gilthas ci era arrivato sul dorso di un grifone, uno la cui famiglia era al
servizio della Casa Reale. La bestia aveva deposto il re e la sua guida nella
foresta, e ora attendeva il loro ritorno con meno impazienza di quanto si
sarebbe potuto immaginare. Kerian aveva fatto in modo di procurargli un
cervo ucciso di fresco, per rendergli piacevoli le lunghe ore di attesa, e per
assicurarsi che non mangiasse uno degli osti.
L'Ingolla e Rutta era sorprendentemente popolare. O forse nemmeno
tanto, dato che i prezzi erano i più bassi di tutta Ansalon. Con due monete
di rame, si comprava di tutto. L'attività era stata intrapresa dallo stesso na-
no di fosso che era stato cuoco a casa del defunto Verminaard, Sommo Si-
gnore dei Draghi.
Chi conosce i nani di fosso, ma non ha mai assaggiato la loro cucina,
trova impossibile anche solo immaginare di mangiare qualche cosa prepa-
rato da loro. Considerato che una delle leccornie preferite dei nani di fosso
è la carne di ratto, alcuni paragonano a un desiderio di morte l'idea di aver-
li come cuochi.
I nani di fosso sono i paria della società dei nani. Pur essendo dei nani,
sono disconosciuti dagli altri, che vi spiegheranno diffusamente perché so-
no nani solo di nome. I nani di fosso sono estremamente stupidi, o così
crede la maggior parte della gente. Non sanno contare oltre il due: la loro
numerazione comprende l'«uno» e il «due». La più intelligente fra loro, un
mito per i suoi simili, di nome Bupu, una volta ci riuscì, coniando l'espres-
sione «un mucchio».
I nani di fosso non sono famosi per il loro interesse nella matematica su-
periore. Lo sono per la loro vigliaccheria, il loro sudiciume, il loro amore
per lo squallore e - stranamente - la loro cucina. I nani di fosso sono cuochi
eccellenti, purché chi mangia stabilisca delle regole su ciò che può e non
può essere servito a tavola, e si astenga dall'entrare in cucina per vedere
come viene preparato il cibo.
L'Ingolla e Rutta serviva un ottimo cervo arrosto, coperto di cipolle e
annegato in un intingolo bruno e denso. La birra era passabile - non buona
come in molti altri locali, ma dal prezzo appropriato. L'alcool dei nani da-
va alla taverna la sua nomea. Era davvero notevole. I nani di fosso lo di-
stillavano in proprio da funghi coltivati nelle loro camere da letto; chi lo
beveva doveva semplicemente non pensarci troppo.
La taverna era frequentata principalmente da umani che non potevano
permettersi di meglio, da kender felici di trovare locandieri che non li ri-
sbattessero immediatamente in strada, e dai delinquenti, veloci nello sco-
prire che i Cavalieri di Neraka raramente pattugliavano le carreggiate che
vi conducevano.
L'Ingolla e Rutta era anche il nascondiglio e il quartier generale del
guerriero noto come «la Leonessa», una donna che era, all'insaputa di tutti,
regina di Qualinesti, moglie segreta del Presidente dei Soli, Gilthas.
Il re degli elfi sedeva nella semioscurità della sala appartata, e cercava di
calmare la sua impazienza. Gli elfi non sono mai impazienti. Gli elfi, che
vivono per centinaia di anni, sanno che l'acqua bollirà, che il pane lievite-
rà, che la ghianda germoglierà, che la quercia crescerà, e che le attese irri-
tate e i tentativi di affrettare le cose servono solo a scombussolare lo sto-
maco. Gilthas aveva ereditato l'impazienza dal padre mezzo umano e, an-
che se faceva del suo meglio per nasconderlo, le sue dita tamburellavano
sul tavolo e il suo piede batteva sul pavimento.
Kerian lo guardò, sorrise. Un'unica candela si ergeva fra loro, sul tavolo.
La fiamma si rifletteva negli occhi castani di lei, splendeva di un morbido
chiarore sulla pelle liscia e scura, baluginava nell'oro brunito dei folti ca-
pelli. Kerian era una Kagonesti, un elfo selvaggio, appartenente a una raz-
za che, a differenza dei più cittadini Qualinesti e Silvanesti, vive a contatto
con la natura. Poiché non cercano di modellare la natura, gli elfi selvaggi
sono considerati dei barbari dai loro cugini più sofisticati, che si sono spin-
ti fino ad assoggettare i Kagonesti, costringendoli a servire nelle ricche
famiglie elfiche; il tutto per il loro bene, naturalmente.
Kerian era stata schiava in casa del senatore Rashas. Era stata presente
quando Gilthas vi era stato portato per la prima volta, apparentemente co-
me ospite, in realtà come prigioniero. I due si erano innamorati all'istante,
anche se erano passati mesi, persino anni, prima che parlassero dei loro
sentimenti, scambiando i loro voti segreti.
Solo altre due persone, Planchet e la madre di Gilthas, Laurana, sapeva-
no del matrimonio del re con la ragazza che era stata schiava e ora era nota
come «la Leonessa», intrepido comandante dei Khansari, il Popolo della
Notte.
Incrociando lo sguardo di Kerian, Gilthas si controllò immediatamente.
Chiuse a pugno le dita tamburellanti e incrociò i piedi, calzati di stivali,
per tenerli fermi. «Ecco», disse in tono mesto. «Così va meglio?»
«Se non stai attento, ti ammalerai a furia ti agitarti», lo rimproverò Ke-
rian, sorridendo. «Il nano verrà. Ha dato la sua parola.»
«Così tanto dipende da questo», riprese Gilthas. Tese le gambe per alle-
viare i crampi dovuti al movimento fatto di recente, per lui insolito. «Forse
la nostra stessa sopravvivenza come...» S'interruppe, fissò il pavimento.
«Hai sentito?»
«La vibrazione? Sì. La sento da due ore. Probabilmente, sono solo i nani
che costruiscono i loro tunnel. Amano scavare nel terriccio. Quanto a quel-
lo che stavi dicendo, la nostra distruzione finale non è in "forse",» ribatté
animatamente Kerian.
La sua voce, con quell'accento che gli elfi civilizzati consideravano roz-
zo, somigliava al canto del passero, un canto di una dolcezza pungente con
una nota di malinconia.
«I Qualinesti hanno dato alla dragonessa tutto quello che ha chiesto.
Hanno sacrificato la loro libertà, il loro orgoglio, il loro onore. Persino i lo-
ro beni, e tutto in cambio del permesso di vivere. Ma arriverà il momento
in cui Beryl farà una richiesta che la vostra gente troverà impossibile sod-
disfare. Quel giorno, ostacolata nella sua volontà, distruggerà i Qualine-
sti.»
«A volte, mi chiedo perché te la prendi tanto a cuore» osservò Gilthas,
fissando gravemente la moglie. «I Qualinesti ti hanno fatto schiava, ti han-
no strappato dalla tua famiglia. Hai tutto il diritto di vendicarti. Hai tutto il
diritto di fuggire nella foresta e abbandonare chi ti ha fatto del male al de-
stino che merita pienamente. Eppure, non lo fai. Rischi quotidianamente la
vita, lottando per costringere la nostra gente a guardare la verità, per quan-
to brutta, e ad ascoltarla, per quanto sgradevole.»
«Questo è il problema», obiettò lei. «Dobbiamo smetterla di pensare alla
gente degli elfi come "tua" e "mia". Divisioni ed emarginazioni ci hanno
portati a questa situazione, e danno forza ai nostri nemici.»
«Non vedo mutamenti all'orizzonte», lamentò Gilthas, cupo. «A meno
che qualche grande calamità non ci costringa a cambiare, e potrebbe non
bastare. La Guerra del Caos, che avrebbe potuto riunirci, è riuscita solo a
frammentare ancor più la nostra gente. Non passa giorno senza che qual-
che senatore pronunci un discorso su come i nostri cugini Silvanesti ci ab-
biano escluso dal loro porto sicuro sotto lo scudo, su come vogliano farci
morire tutti per conquistare le nostre terre. Oppure qualcuno attacca una
diatriba contro i Kagonesti, su come i loro modi barbari distruggeranno
tutto quello che abbiamo impiegato secoli a costruire. Ci sono quelli che
approvano il fatto che la dragonessa abbia chiuso le strade; meglio non a-
vere contatti con gli umani, dicono. E i Cavalieri di Neraka li incoraggia-
no, naturalmente. Amano queste farneticazioni; rendono molto più facile il
loro compito.»
«Dalle voci che mi arrivano, i Silvanesti potrebbero scoprire che il loro
celebrato scudo magico è in realtà una tomba.»
Gilthas sembrò sbigottito, si mise a sedere diritto. «Dove l'hai sentito?
Non mi hai detto niente.»
«Non ti vedo da un mese», replicò Kerian, con un pizzico di amarezza.
«L'ho sentito solo qualche giorno fa, dal messo Kelevandros che tua madre
invia regolarmente per tenersi in contatto con tua zia Alhana Starbreeze.
Alhana e le sue forze si sono insediate sul confine di Silvanesti, vicino allo
scudo. Sono alleate con gli umani che appartengono alla Legione d'Accia-
io. Alhana riferisce che la terra intorno allo scudo è brulla e desolata; gli
alberi si ammalano e muoiono. Un'orribile polvere grigia si deposita su tut-
to. Teme che la medesima malattia stia contagiando tutta Silvanesti.»
«Allora perché i nostri cugini mantengono lo scudo?» chiese Gilthas.
«Hanno paura del mondo esterno. Sfortunatamente, in certi casi hanno
ragione. Alhana e le sue forze hanno combattuto una battaglia campale
contro gli orchi solo poco tempo fa, la notte di quella terribile tempesta. La
Legione d'Acciaio è venuta in loro aiuto, o sarebbero stati annientati. Il fi-
glio di Alhana, Silvanoshei, è stato catturato dagli orchi, o così lei crede.
Alla fine della battaglia, non è riuscita a trovarne traccia, e ora lo piange
come morto.»
«Mia madre non mi ha detto niente di tutto questo», affermò Gilthas,
con un cipiglio.
«Secondo Kelevandros, Laurana teme l'aumentata sorveglianza del ma-
resciallo Medan. Si fida solo di quelli della sua Casa; dubita di tutti quelli
che ne stanno al di fuori. È certa che, quando siete insieme, voi due siete
sputi. Non vuole far scoprire ai Cavalieri Scuri che è in costante contatto
con Alhana.»
«Mia madre ha probabilmente ragione», ammise Gilthas. «Il mio servo
Planchet è l'unica persona di cui mi fidi, e lo faccio solo perché mi ha di-
mostrato ripetutamente la sua lealtà. E così Silvanoshei è morto, ucciso
dagli orchi. Povero giovane. La sua morte dev'essere stata crudele; speria-
mo che sia sopravvenuta in fretta.»
«L'hai mai incontrato?»
Gilthas scosse la testa. «È nato nella taverna dell'Ultima Casa, a Solace,
durante l'esilio di Alhana. Dopo di che, non l'ho più visto. Mia madre mi
ha detto che il ragazzo somigliava a mio zio Porthios.»
«La sua morte ti lascia erede di entrambi i regni», osservò Kerian. «Pre-
sidente dei Soli e delle Stelle.»
«È quello che aveva sempre voluto il senatore Rashas», replicò sarcasti-
camente Gilthas. «In realtà, sembra che non sarò niente di più che il Presi-
dente dei Morti.»
«Non pronunciare parole di cattivo augurio!» esclamò Kerian, e con la
mano fece il segno contro il male, tracciando un cerchio nell'aria per in-
trappolare le parole. «Tu... Sì, cosa c'è, Silverwing?»
Si girò per parlare con un elfo che era entrato nella stanza segreta. L'elfo
cominciò a dire qualcosa, ma fu interrotto da un nano di fosso che, a giudi-
care dall'odore, sembrava in uno stato di estrema eccitazione.
«Io dico!» gridò indignato il nano, scostando l'elfo a spintoni. «Io fatto
guardia! Lei ordinato!» indicò Kerian col dito.
«Vostra Maestà.» L'elfo fece un inchino frettoloso a Gilthas, prima di ri-
volgersi a Kerian, il suo comandante, con le informazioni. «Il sommo re di
Thorbardin è arrivato.»
«Lui qui», annunciò a gran voce il nano di fosso. Pur non parlando l'El-
fico, poteva intuire cosa veniva detto. «Io porto dentro?»
«Grazie, Ponce.» Kerian si alzò in piedi, si sistemò la spada che portava
alla cintola. «Verrò io a incontrarlo. Sarebbe meglio se voi rimaneste qui,
Vostra Maestà», aggiunse. Il loro matrimonio era un segreto, anche per gli
elfi al comando di Kerian.
«Nano molto elegante. Lui porta cappello!» Ponce era impressionato.
«Lui porta scarpe!» Il nano di fosso era doppiamente impressionato. «Io
mai visto nano portare scarpe.»
«Il sommo re ha portato con sé quattro guardie» l'elfo informò Kerian.
«Come avete ordinato, abbiamo spiato i loro movimenti da quando hanno
lasciato Thorbardin.»
«Per la loro sicurezza, oltre che per la nostra, Vostra Maestà», Kerian si
affrettò a spiegare, vedendo incupirsi l'espressione di Gilthas.
«Non hanno incontrato nessuno», continuò l'elfo, «e non sono stati se-
guiti...»
«Tranne che da noi», corresse beffardamente Gilthas.
«La prudenza non è mai troppa, Vostra Maestà», disse Kerian. «Tarn
Bellowgranite è il nuovo sommo re dei clan di Thorbardin. Il suo governo
è saldo fra la sua gente, ma i nani, come noi elfi, hanno traditori in mezzo a
loro.»
Gilthas sospirò profondamente. «Vorrei vedere il giorno in cui non sarà
più così. Oso sperare che i nani non si siano accorti che li stavamo tallo-
nando...»
«Hanno visto la luce delle stelle, Vostra Maestà», rispose orgogliosa-
mente l'elfo. «Hanno sentito il vento fra gli alberi. Quanto a noi, non ci
hanno né visto né sentito.»
«Lui dice che piace nostro alcool», osservò Ponce con aria d'importanza,
il volto lucido, anche se questo, forse, era dovuto al fatto che era impia-
stricciato del grasso usato per ungere un'oca. «Lui dice che è buono. Vuoi
provare?» chiese a Gilthas. «Bello forte.»
Kerian e l'elfo si allontanarono, portando con sé il nano di fosso. Gilthas
rimase seduto a guardare la fiamma della candela tremolare con lo sposta-
mento d'aria. Sotto i suoi piedi venne quella strana scossa nel terreno, co-
me se l'intero mondo tremasse. Tutt'intorno a lui era il buio. La fiamma era
l'unica luce, e poteva essere spenta da un soffio. Tante cose potevano anda-
re storte. In quel momento, il maresciallo Medan sarebbe potuto entrare
nella sua stanza, togliendo i cuscini dal letto, arrestando Planchet, e chie-
dendo dove si trovasse il re.
D'un tratto, Gilthas si sentì stanchissimo. Era stanco di quella doppia vi-
ta, stanco delle bugie e degli inganni, stanco del fatto che recitava di conti-
nuo. Era sempre sul palco, mai senza un momento per riposare dietro le
quinte. Non riusciva nemmeno a dormire bene la notte, per paura di dire,
nel sonno, qualcosa che avrebbe causato la sua rovina.
Non che sarebbe stato lui a soffrire. Il prefetto Palthainon e il marescial-
lo Medan l'avrebbero evitato. Avevano bisogno del re Gilthas, pronto a
farsi tirare dai loro fili. Se avessero scoperto che li aveva tagliati, li avreb-
bero semplicemente riattaccati. Sarebbe rimasto sul trono. Sarebbe rimasto
in vita. Planchet sarebbe morto, torturato finché non avesse rivelato tutto
ciò che sapeva. Laurana, forse, non sarebbe stata giustiziata, ma sarebbe
stata certamente esiliata, giudicata un elfo scuro come suo fratello. Kerian
avrebbe potuto essere catturata, e Medan aveva parlato pubblicamente del-
la morte orribile che la Leonessa avrebbe subito se fosse caduta nelle sue
mani.
Gilthas non avrebbe sofferto personalmente, ma sarebbe stato costretto a
veder soffrire coloro che più amava al mondo, sapendo di non poter far
nulla per aiutarli. Quello sarebbe stato, forse, il tormento più grande possi-
bile.
Dal buio emersero i suoi vecchi compagni: la paura, l'incertezza, l'odio e
il disgusto verso se stesso. Li sentì poggiare le fredde mani su di lui, pene-
trargli dentro, torcergli le budella e spremere il sudore gelido dal suo corpo
tremante. Sentì le loro voci lamentose urlargli presagi di sventura, gridare
profezie di distruzione e di morte. Non era all'altezza di quel compito. Non
osava continuare quella missione temeraria. Stava mettendo in pericolo il
suo popolo. Era certo che fossero stati scoperti. Medan sapeva tutto. Forse
se fosse tornato subito, avrebbe potuto sistemare le cose. Si sarebbe infila-
to nel letto, e non avrebbero mai saputo che se n'era andato.
«Gilthas», chiamò una voce severa.
Gilthas trasalì. Guardò stravolto un viso che non conosceva più.
«Marito mio», disse gentilmente Kerian.
Gilthas chiuse gli occhi, un brivido lo attraversò. Lentamente, aprì le
mani che aveva stretto a pugno. Si costrinse a rilassarsi, a smettere di tre-
mare, a scacciare la tensione dal corpo. Il buio che l'aveva momentanea-
mente accecato si ritirò. La fiamma di Kerian splendeva forte e costante.
Tirò un respiro profondo.
«Sto bene, adesso», asserì.
«Ne sei sicuro?» chiese Kerian. «Il re attende nella stanza accanto. Devo
farlo aspettare?»
«No, l'attacco è passato», affermò Gilthas, inghiottendo per liberare la
bocca del sapore della bile. «Tu hai scacciato i demoni. Dammi un mo-
mento per rendermi presentabile. Che aspetto ho?»
«Quello di chi ha visto uno spettro», rispose Kerian. «Ma il nano non
noterà niente di strano. Per i nani, tutti gli elfi sono pallidi.»
Gilthas afferrò la moglie, la tenne stretta.
«Lasciami!» protestò lei, mezzo ridendo, mezzo sul serio. «Non abbia-
mo tempo per queste cose, adesso. E se qualcuno ci vedesse?»
«Pazienza», ribatté lui, abbandonando la cautela. «Sono stanco di menti-
re al mondo. Tu sei la mia forza, la mia salvezza. Hai salvato la mia vita, il
mio equilibrio. Quando ripenso a com'ero, prigioniero dei miei demoni, mi
stupisco che tu abbia potuto amarmi.»
«Ho guardato oltre le sbarre della cella e ho visto l'uomo chiuso dentro»,
spiegò Kerian, rilassandosi fra le braccia del marito, fosse pure solo per un
attimo. «Ho visto il suo amore per il suo popolo. Ho visto come soffriva
perché esso soffriva, e si sentiva impotente a impedire il suo dolore. La
chiave è stata l'amore. Ho dovuto solo metterla nella porta e girarla nella
serratura. Tu hai fatto tutto il resto.»
Scivolò fuori dal suo abbraccio e tornò a essere la regina guerriera. «Sei
pronto? Non dovremmo tardare oltre.»
«Sono pronto», confermò Gilthas.
Tirò un altro respiro profondo, scosse i capelli e, con portamento eretto,
entrò nella stanza accanto.
«Sua Maestà, il Presidente dei Soli, Gilthas della Casa di Solostaran»
annunciò formalmente Kerian.
Il re, che si godeva la sua dose di alcool, posò il boccale sul tavolo e ab-
bassò la testa in segno di rispetto. Era alto per essere un nano e sembrava
molto più vecchio della sua età, perché aveva la barba brizzolata e i capelli
prematuramente ingrigiti. Gli occhi erano limpidi, lucenti e giovanili. Lo
sguardo, acuto e penetrante, era fisso su Gilthas; sembrava voler trapassar-
gli lo sterno, per vedergli dritto nel cuore.
«Ha sentito voci su di me», si disse Gilthas. «Si sta chiedendo che cosa
credere. Sono uno straccetto per piatti che tutti possono strizzare a loro
piacimento? Oppure sono veramente il sovrano del mio popolo, come lui
lo è del suo?»
«Il Sommo Re degli Otto Clan», annunciò Kerian, «Tarn Bellowgrani-
te.»
Il nano era lui stesso un mezzosangue. Come Gilthas, che aveva sangue
umano nelle vene, Tarn era il prodotto di un legame fra un nano degli
Hylar - i nobili della società dei nani - e uno dei Daergar, i nani scuri. Do-
po la Guerra del Caos, i nani di Thorbardin avevano lavorato con gli umani
per ricostruire la fortezza di Pax Tharkas. Sembrava che essi potessero ri-
cominciare a interagire con le altre razze, compresi i loro fratelli, i nani
delle colline che, a causa di una contesa risalente al Cataclisma, erano a
lungo stati esclusi dal grande regno dei nani sotto la montagna.
Ma, con la venuta dei grandi draghi e la morte e la distruzione da essi
portati, i nani erano tornati sottoterra. Avevano risigillato le porte di Thor-
bardin, e il mondo aveva perso i contatti con loro. I Daergar avevano sfrut-
tato l'agitazione per cercare di acquisire il controllo di Thorbardin, precipi-
tando la nazione in una sanguinosa guerra civile. Tarn Bellowgranite era
un eroe della guerra e, quando venne il momento di raccogliere i pezzi, i
signorotti cercarono la sua guida. Quando era salito al potere, aveva trova-
to un popolo diviso, un regno sull'orlo della rovina. Aveva posto quel re-
gno su una solida base; aveva unito i clan rivali sotto il suo comando. Ora
stava contemplando di fare un altro passo che sarebbe stato qualcosa di
completamente nuovo negli annali dei nani di Thorbardin.
Gilthas fece un passo avanti e s'inchinò, con rispetto sincero. «Sommo
re», disse, parlando impeccabilmente la Lingua dei Nani, che aveva impa-
rato dal padre. «Sono onorato di incontrarvi, infine. So che non amate la-
sciare la vostra casa sotto la montagna. Il vostro viaggio è stato lungo e pe-
ricoloso, come tutti quelli compiuti nel mondo in questi tempi bui. Vi rin-
grazio di averlo fatto, di essere venuto qui a incontrarmi in questo giorno a
concludere e suggellare formalmente il nostro accordo.»
Il sommo re annuì, tirandosi la barba, segno che le parole gli facevano
piacere. Il fatto che l'elfo parlasse la Lingua dei Nani l'aveva già impres-
sionato. Gilthas aveva visto giusto: Tarn aveva sentito storie sulla natura
debole e indecisa del re degli elfi. Ma, nel corso degli anni, aveva imparato
che non era mai saggio giudicare un uomo finché, come dicevano i nani,
non si era visto il colore della sua barba.
«Il viaggio è stato piacevole. È bello respirare l'aria "di sopra", una volta
tanto», replicò Tarn. «E ora, pensiamo agli affari.» Guardò Gilthas con aria
sagace. «So che voi elfi amate girare intorno alle cose; ma penso che pos-
siamo fare a meno delle finezze.»
«Io ho una parte umana», ammise Gilthas, con un sorriso. «Quella impa-
ziente, o così mi dicono. Devo essere di ritorno a Qualinost prima dell'alba
di domani. Perciò, cominciamo pure. La questione è in discussione da un
mese. Conosciamo le reciproche posizioni, o almeno credo. Nulla è cam-
biato?»
«Nulla è cambiato, da parte nostra», spiegò Tas. «E da parte vostra?»
«Nemmeno. Allora siamo d'accordo.» Gilthas abbandonò il tono forma-
le. «Avete rifiutato di accettare qualsiasi pagamento, signore. Non lo per-
metterei, ma so che non c'è abbastanza ricchezza in tutta Qualinesti per ri-
compensare voi e il vostro popolo per quanto state facendo. So che rischi
correte. So che questo accordo ha causato controversie fra la vostra gente.
Immagino che abbia persino minacciato la vostra autorità. E in cambio non
posso darvi che i nostri ringraziamenti, i nostri ringraziamenti eterni e im-
perituri.»
«No, giovanotto.» Tarn arrossì per l'imbarazzo: ai nani non piace essere
elogiati. «Ciò che faccio arrecherà del bene al mio popolo oltre che al vo-
stro. Non tutti se ne rendono conto a questo punto, ma capiranno. Troppo a
lungo siamo vissuti nascosti sotto la montagna, isolati dal mondo. Quando
a Thorbardin è scoppiata la guerra civile, mi è venuta l'idea che noi nani
avremmo anche potuto sterminarci a vicenda, e chi l'avrebbe mai saputo?
Chi avrebbe pianto per noi? Nessuno, a questo mondo. Le caverne di
Thorbardin potrebbero cadere nel silenzio della morte, il buio potrebbe so-
praffarci, e non ci sarebbe nessuno a dire una parola per riempire quel si-
lenzio, nessuno ad accendere una lampada. Le ombre si chiuderebbero su
di noi, e saremmo dimenticati.
«Ho deciso che non l'avrei lasciato succedere. Noi nani saremmo ritor-
nati nel mondo. Il mondo sarebbe entrato a Thorbardin. Naturalmente»,
osservò Tarn con una strizzatina d'occhio e una sorsata di alcool, «non po-
trei imporre un tale cambiamento ai miei sudditi da un giorno all'altro. Mi
ci sono voluti lunghi anni per indurli a darmi ragione, e molti sono ancora
lì a scrollare la barba e a pestare i piedi. Ma stiamo facendo la cosa giusta;
ne sono convinto. Abbiamo già iniziato il lavoro sui tunnel», aggiunse, con
compiacimento.
«Davvero? Prima che fossero firmati i documenti?» chiese Gilthas, stu-
pefatto.
Tarn bevve un lungo sorso, ruttò soddisfatto, e fece un largo sorriso.
«Bah! Che cosa sono i documenti? Che cosa sono le firme? Datemi la ma-
no, Re Gilthas. Così suggelleremo il nostro patto.»
«Vi do la mia mano, Re Tarn, e sono onorato di farlo», rispose Gilthas,
profondamente toccato. «C'è qualche punto su cui posso rassicurarvi? Ave-
te domande da farmi?»
«Solo una, giovanotto», affermò Tarn, posando il boccale e asciugandosi
il mento con la manica. «Alcuni dei signorotti, e soprattutto i Neidar - gen-
te sospettosa, a parer mio - hanno detto ripetutamente che, se permettiamo
agli elfi di entrare a Thorbardin, essi ci aggrediranno, prenderanno il nostro
regno e ne faranno la loro casa. Voi e io sappiamo che non succederà»,
precisò Tarn, alzando la mano per prevenire la rapida protesta di Gilthas,
«ma cosa direste al mio popolo per convincerlo dell'impossibilità di questa
tragedia?»
«Chiederei ai signorotti del Neidar» spiegò Gilthas, sorridendo, «se co-
struirebbero le loro case sugli alberi. Quale sarebbe la loro risposta, secon-
do voi, signore?»
«Ah, ah! Piuttosto si impiccherebbero per la barba!» ridacchiò Tarn.
«Allora, per lo stesso criterio, noi elfi preferiremmo impiccarci per le
orecchie, piuttosto che vivere in un buco nel terreno. Senza offesa per
Thorbardin», specificò Gilthas, gentilmente.
«Nessuna offesa, giovanotto. Riferirò ai Neidar le vostre parole esatte.
Così abbasseranno la cresta!» Tarn continuò a ridacchiare.
«Per parlare più chiaramente, giuro sul mio onore e sulla mia vita che i
Qualinesti useranno i tunnel al solo scopo di sottrarre coloro che si trovano
in pericolo all'ira della dragonessa. Abbiamo preso accordi con il popolo
delle Pianure perché ospiti i rifugiati finché non potremo riaccoglierli in
patria.»
«Possa quel giorno sorgere in fretta», disse gravemente Tarn, senza più
ridere. Guardò attentamente Gilthas. «Vi chiederei perché non mandate i
rifugiati nella terra dei vostri cugini, il regno di Silvanesti, ma sento che è
chiuso e sbarrato. Gli elfi vi hanno posto intorno qualche specie di fortezza
magica.»
«Le forze di Alhana Starbreeze continuano a cercare il modo di penetra-
re lo scudo», rivelò Gilthas. «Dobbiamo sperare che alla fine lo troveran-
no, non solo per il nostro bene, ma anche per quello dei nostri cugini.
Quanto credete ci vorrà a creare un tunnel che raggiunga Qualinost?»
«Due settimane, non di più», replicò Tarn, sicuro.
«Due settimane, signore! Per scavare un tunnel lungo più di sessantacin-
que miglia nella roccia massiccia! So che i nani sono tagliapietre provetti»,
ammise Gilthas, «ma devo confessare che la cosa mi sbalordisce.»
«Come ho detto, abbiamo già cominciato a lavorare. E abbiamo degli
aiutanti» osservò Tarn. «Avete mai sentito parlare degli Urkhan? No? Non
mi sorprende. Nel mondo esterno, pochi ne sanno qualcosa. Gli Urkhan
sono vermi giganti che mangiano la roccia. Noi li imbrigliamo, e loro ro-
sicchiano il granito come se fosse pane appena sfornato. Chi pensate abbia
costruito le migliaia di miglia di tunnel di Thorbardin?» Tarn fece un sorri-
sone. «Gli Urkhan, naturalmente. I vermi fanno tutto il lavoro, e noi nani
ci prendiamo tutto il merito!»
Gilthas espresse la sua ammirazione per quelle creature straordinarie, e
ascoltò educatamente un'esposizione delle loro abitudini, della loro natura
docile, e di cosa accadeva alla roccia una volta digerita dal loro organismo.
«Ma ora basta. Vorreste vederli in azione?» chiese Tarn, d'un tratto.
«Mi piacerebbe, signore», rispose Gilthas, «ma forse un'altra volta. Co-
me ho detto prima, devo tornare a Qualinost con la luce del mattino...»
«Ce la farete, giovanotto, ce la farete» affermò il nano, con un sorriso
enorme. «Attento.» Batté lo stivale due volte sul pavimento.
Un attimo di pausa, e poi due colpi risuonarono forti dal terreno.
Gilthas guardò Kerian, che sembrava arrabbiata e allarmata. Arrabbiata
perché non aveva pensato di indagare sugli strani brontolii; allarmata per-
ché, se quella era una trappola, ci erano appena cascati bellamente.
Tarn rise fragorosamente del loro imbarazzo.
«Gli Urkhan!» esclamò a mo' di spiegazione. «Sono proprio sotto di
noi!»
«Qui? Davvero?» ansimò Gilthas. «Sono arrivati così lontano? So di a-
ver sentito il terreno tremare...»
Tarn annuiva, scrollando la barba. «Volete venire di sotto?»
Gilthas guardò sua moglie. «In tutto il resto di Qualinesti io sono il re,
ma qui il capo è la Leonessa», osservò, sorridendo. «Che cosa ne dite, si-
gnora? Andiamo a vedere questi vermi meravigliosi?»
Kerian non fece obiezioni, anche se questa imprevista svolta degli eventi
la rendeva diffidente. Apertamente, non disse nulla che potesse offendere i
nani, ma Gilthas notò che ogni volta che incontrava uno dei suoi elfi sel-
vaggi, gli lanciava un segnale con uno sguardo, un cenno della testa, o un
lieve gesto della mano. Gli elfi scomparivano, ma Gilthas sapeva che non
erano andati lontano: aspettavano, all'erta, la mano sulle armi.
Lasciarono l'Ingolla e Rutta. Alcune delle guardie di Tarn partirono con
evidente dispiacere, asciugandosi le labbra ed emettendo sospiri carichi
dell'odore pungente dell'alcool dei nani. Tarn non percorse sentieri, ma si
aprì la strada a spintoni attraverso la boscaglia, spingendo da parte tutto
ciò che gli ostacolava il cammino. Gilthas, girandosi, vide che i nani apri-
vano una larga pista nel bosco, una pista di rami rotti, viticci pendenti, ed
erba schiacciata.
Kerian diede uno sguardo a Gilthas, roteando gli occhi. Lui sapeva esat-
tamente che cosa pensava. Non c'era da preoccuparsi che l'eco delle mosse
dei suoi elfi giungesse alle orecchie dei nani; con tutti i loro trapestii e cal-
pestii, questi avrebbero avuto difficoltà a sentire persino un rombo di tuo-
no. Tarn rallentò l'andatura; sembrava che cercasse qualcosa. Parlò nella
Lingua dei Nani ai suoi compagni, che pure cominciarono a esplorare.
«Cerca l'ingresso del tunnel», sussurrò Gilthas a Kerian. «Dice che la
sua gente doveva averne lasciato uno qui, ma non riesce a trovarlo.»
«E non ci riuscirà», ribatté Kerian, cupa. Era ancora irritata per essere
stata raggirata dai nani. «Conosco questa terra, a palmo a palmo. Se ci fos-
se stata qualche specie di...»
S'interruppe, sgranò gli occhi.
«L'ingresso del tunnel», terminò Gilthas, stuzzicandola. «Tu l'avresti
scoperto?»
Erano arrivati a un grosso spuntone di granito, che si elevava dal suolo
della foresta per circa trenta piedi. La roccia era percorsa da striature obli-
que; fra uno strato e l'altro di essa crescevano alberelli, chiazze d'erba e
piante selvatiche. Parecchi massi, staccatisi dallo spuntone, giacevano ora
ai suoi piedi. I massi erano enormi: alcuni arrivavano alla cintola di Gil-
thas, molti erano più grandi dei nani. Gilthas osservò stupefatto quando
Tarn ne raggiunse uno, vi mise la mano sopra e gli diede una spinta. Il
masso si scostò come se fosse stato cavo.
Come, in effetti, era.
Cadendo, il masso rivelò una vasta apertura nello spuntone di granito.
«Da questa parte!» gridò Tarn, sventolando la mano.
Gilthas guardò Kerian, che scosse la testa con un sorriso ironico, e si
fermò a studiare il masso, l'interno del quale era stato scavato come un me-
lone a una festa.
«Sono stati i vermi a fare questo?» domandò sbalordita.
«Gli Urkhan», confermò orgogliosamente Tarn, agitando la mano.
«Quelli piccoli», aggiunse. «Loro rosicchiano. I più grandi avrebbero in-
ghiottito il masso tutt'intero. Non sono molto intelligenti, temo. E hanno
sempre molta fame.»
«Vedila così, mia cara», disse Gilthas a Kerian mentre passavano dalla
notte illuminata dalla luna alla frescura della caverna costruita dai nani.
«Se i nani sono riusciti a nascondere l'ingresso del tunnel a te e alla tua
gente, non avranno alcuna difficoltà a nasconderlo ai maledetti Cavalieri.»
«Vero», ammise Kerian.
Dentro la caverna, Tarn pestò il piede due volte su quello che sembrava
solo un pavimento di terriccio. Due colpi gli risposero da sotto. Crepe si
formarono nel terriccio e si aprì una botola, abilmente nascosta. Emerse la
testa di un nano, insieme a un fascio di luce.
«Visitatori» annunciò Tarn nella sua lingua.
Il nano annuì, e la testa scomparve. Sentivano i suoi spessi stivali battere
sui pioli di una scala.
«Vostra Maestà», invitò Tarn, con un gesto di cortesia.
Gilthas andò immediatamente. Esitare avrebbe significato che non si fi-
dava del sommo re, e Gilthas non aveva alcuna intenzione di alienarsi il
nuovo alleato. Si calò agilmente per la scala robusta, discendendo di circa
quindici piedi e giungendo infine su una superficie liscia. Il tunnel era ben
illuminato da quelle che, di primo acchito, Gilthas credette lanterne.
Strane lanterne, però, pensò avvicinandosi a una. Non emanavano calo-
re. Guardò meglio e vide, con immenso stupore, che la luce veniva non da
olio ardente ma dal corpo di quella che sembrava una grossa larva d'inset-
to. La larva giaceva appallottolata in una gabbia di ferro appesa a un gan-
cio sulla parete del tunnel. C'era una gabbia ogni pochi piedi, e il chiarore
emesso dalle larve dormienti illuminava l'ambiente come se fosse giorno.
«Persino i piccoli degli Urkhan lavorano per noi», osservò Tarn, arri-
vando in fondo alla scala. «Le larve risplendono così per un mese, e poi si
oscurano. A quel punto, comunque, sono troppo grosse per entrare nelle
gabbie, così le sostituiamo. Fortunatamente, c'è sempre una nuova messe
di Urkhan da raccogliere. Ma dovete vederli. Da questa parte. Da questa
parte.»
Fece loro strada. Girando una curva, si trovarono di fronte a una vista
stupefacente. Una creatura enorme, ondeggiante, coperta di bava, di color
rosso-bruno, occupava circa metà del tunnel. Sovrintendenti camminavano
al suo fianco, guidandola tramite redini attaccate a cinghie avvolte intorno
al suo corpo, e colpendola con le mani o con bastoni se questo cominciava
a deviare dalla sua rotta o magari, a rotolare, schiacciando qualcuno di lo-
ro. Metà tunnel era già stato scavato da un verme precedente, spiegò Tarn;
quest'altro lo seguiva, ampliando il lavoro.
Il verme gigantesco si muoveva a velocità incredibile. Gilthas e Kerian
si stupirono delle sue dimensioni. Era spesso quanto era alto Gilthas e, se-
condo Tarn, la bestia era lunga trenta piedi. Pile di roccia masticata e se-
midigerita sporcavano il pavimento alle sue spalle. Nani venivano a sgom-
brare le macerie, stando attenti a non lasciarsi sfuggire pepite d'oro e
gemme grezze.
Gilthas percorse tutta la lunghezza del verme, arrivando infine alla testa.
Era priva di occhi; passando la vita a scavare sottoterra, la creatura non ne
aveva bisogno. Dalla testa sporgevano due corna, su cui erano posti fini-
menti di cuoio. A partire da questi, delle redini si estendevano fino a un
nano seduto in un grosso cesto legato al corpo del verme. Dal cesto, il na-
no guidava la bestia, tirando la testa nella direzione voluta.
Il verme sembrava non accorgersi nemmeno della sua presenza; il suo
unico pensiero era mangiare. Vomitava del liquido sulla roccia massiccia
che gli stava davanti, liquido che doveva essere una specie di acido, perché
sibilava quando colpiva la pietra, che subito cominciava a ribollire e a sfri-
golare. Diversi grossi pezzi di roccia si staccarono; il verme aprì la bocca,
ne afferrò uno e lo inghiottì.
«Veramente impressionante!» commentò Gilthas, con tale sincerità che
il sommo re provò immenso piacere, e gli altri nani sembrarono soddisfat-
ti.
C'era un unico problema. Mentre il verme masticava la roccia, il suo
corpo ondeggiava, facendo vibrare il terreno. Essendovi abituati, i nani
non facevano caso al movimento, ma camminavano con l'agilità di marinai
su un ponte dondolante. Gilthas e Kerian avevano un po' più di difficoltà, e
inciampavano l'uno nell'altro o cadevano contro il muro.
«I Cavalieri Scuri se ne accorgeranno!» osservò Kerian, a voce alta per
sovrastare lo sgretolio della roccia e le urla e le imprecazioni dei sovrin-
tendenti. «Quando Medan vedrà il suo letto rimbalzare dall'altra parte della
stanza e sentirà le grida venire da sotto il pavimento, si insospettirà.»
«Tarn, questi tremiti e brontolii», riprese Gilthas, parlando direttamente
nell'orecchio del nano, «non si può fare niente per eliminarli? I Cavalieri
Scuri li sentiranno sicuramente.»
Tarn scosse la testa. «Impossibile!» esclamò. «Guardatela così, giova-
notto. I vermi sono molto più silenziosi di una squadra di nani che lavora
con martello e piccone.»
Gilthas sembrava dubbioso. Tarn li chiamò con un cenno, e ripercorsero
il tunnel a ritroso, lasciandosi alle spalle i vermi e il peggio del frastuono.
Risalendo la scala, emersero in una notte che era molto meno scura di
quando erano discesi sottoterra. Stava arrivando l'alba; Gilthas sarebbe do-
vuto partire presto.
«La mia idea era di non scavare sotto Qualinost», spiegò Tarn, mentre
tornavano all'Ingolla e Rutta. «Adesso, siamo a circa quaranta miglia dalla
capitale; porteremo i tunnel fino a cinque miglia dai confini della città. Co-
sì, saremo abbastanza lontani perché i Cavalieri di Neraka non abbiano i-
dea di cosa stiamo facendo; inoltre, sarà meno probabile che scoprano gli
ingressi.»
«E se li scoprissero?» obiettò Gilthas. «Potrebbero usare i tunnel per in-
vadere Thorbardin.»
«Li faremmo crollare prima», rispose Tarn, senza mezzi termini. «Frane-
rebbero su di loro e, probabilmente, anche su qualcuno di noi.»
«Comprendo sempre meglio i rischi che correte per noi», disse Gilthas.
«Non c'è modo di ringraziarvi.»
Tarn Bellowgranite respinse i complimenti con un gesto della mano;
sembrava imbarazzato e a disagio. Gilthas pensò bene di cambiare argo-
mento.
«Quanti tunnel ci saranno in tutto, signore?»
«Col tempo, possiamo costruirne tre buoni», replicò il nano. «Per ades-
so, abbiamo questo. Presto, potrete cominciare a evacuare parte dei vostri
abitanti. Non molti insieme, però, perché le pareti non sono ancora com-
pletamente puntellate. Quanto agli altri due tunnel, ci serviranno almeno
due mesi.»
«Speriamo di averceli», mormorò Gilthas. «A Qualinost, ci sono persone
che sono entrate in contrasto con i Cavalieri di Neraka. La punizione dei
Cavalieri per chi infrange la legge è rapida e crudele. La minima violazio-
ne di una delle loro tante norme può portare alla reclusione o alla morte.
Ma con questo tunnel, potremo salvare alcuni che altrimenti sarebbero pe-
riti.
«Ditemi, sommo re», chiese (conosceva già la risposta, ma aveva biso-
gno di sentirla con le sue orecchie), «sarebbe possibile evacuare l'intera
città di Qualinost attraverso il tunnel esistente?»
«Sì, credo proprio di sì», confermò il nano, «ma ci vorranno due setti-
mane.»
Due settimane. Se la dragonessa e i Cavalieri di Neraka avessero attac-
cato, avrebbero avuto al massimo delle ore per evacuare la popolazione; in
capo a due settimane, non sarebbe rimasto nessuno da evacuare. Gilthas
sospirò profondamente.
Kerian gli si avvicinò, gli mise una mano sul braccio. Le sue dita erano
fresche e forti, e il loro tocco lo rassicurò. Gli era stato concesso più di
quanto avesse mai sperato. Non era un bambino che, quando gli viene data
la luna, piange per avere le stelle.
Lanciò a Kerian uno sguardo significativo. «Dovremo stare buoni e non
contrastare la dragonessa per almeno un mese.»
«I miei guerrieri non si butteranno a pancia all'aria, fingendosi morti»,
ribatté bruscamente Kerian, «se è questo che hai in mente. Inoltre, se ces-
sassimo all'improvviso tutti i nostri attacchi, i Cavalieri sospetterebbero
che tramiamo qualcosa, e comincerebbero a indagare. Con qualche azione,
li terremo distratti.»
«Un mese», pregò Gilthas fra sé, rivolgendosi a qualunque entità fosse
là fuori, se mai ce n'era una. «Dammi solo un mese. Da' un mese al mio
popolo.»

XVIII

LA LUCE NELL'OSCURITÀ

Giunse il mattino ad Ansalon, troppo velocemente per alcuni, troppo


lentamente per altri. Il sole era un sottile taglio rosso nel cielo, come se
qualcuno avesse passato un coltello sulla gola dell'oscurità. Gilthas scivolò
in tutta fretta nel giardino ombroso che circondava il suo palazzo-prigione,
pronto per calarsi nuovamente nel pericoloso ruolo che doveva continuare
a recitare.
Planchet, appostato sul balcone, stava guardandosi ansiosamente intorno
alla ricerca del giovane sovrano, quando un colpo alla porta annunciò l'ar-
rivo del prefetto Palthainon, giunto per dare la solita tirata alle corde del
suo burattino. Quel giorno, Planchet non avrebbe potuto addurre a pretesto
l'indisposizione di sua Maestà, come aveva fatto l'ultima volta. Palthainon,
mattutino come sempre, era giunto per angariare il re, per esercitare il suo
potere sul giovane uomo, per mostrare al resto della corte la sua abilità di
burattinaio.
«Un momento soltanto, prefetto!» gridò Planchet. «Sua Maestà è impe-
gnato sul vaso da notte.» L'elfo intravide dei movimenti in giardino. «Ma-
està!» sibilò, non osando alzare troppo la voce. «Sbrigatevi!»
Gilthas era sotto la terrazza. Planchet calò la fune. Il re l'afferrò e si ar-
rampicò agilmente, una mano dopo l'altra.
I colpi alla porta ripresero, più forti e impazienti di prima.
«Insisto per vedere sua Maestà!» richiese Palthainon.
Gilthas scavalcò la balaustra. Si tuffò nel letto, infilandosi sotto le len-
zuola completamente vestito. Planchet gli tirò le coperte fino alla testa e
andò a socchiudere la porta tenendo un dito sulle labbra.
«Sua Maestà è stato male tutta notte. Questa mattina non riesce a tenere
giù nemmeno un pezzetto di pane secco», sussurrò. «L'ho dovuto aiutare a
tornare a letto.»
Il prefetto sbirciò oltre la spalla di Planchet. Vide il re sollevare la testa e
guardarlo con occhi cisposi.
«Sono spiacente che sua Maestà stia male», commentò il prefetto, ag-
grottando la fronte, «ma farebbe meglio ad alzarsi e a darsi da fare, invece
di piangere su se stesso. Sarò di ritorno fra un'ora. Sono certo che sua Ma-
està sarà pronto per ricevermi.»
Palthainon se ne andò. Planchet chiuse la porta. Gilthas sorrise, stirò le
braccia allungandole oltre la testa e sospirò. Il distacco da Kerian era stato
straziante. Sentiva ancora l'odore del fumo della legna sui vestiti di lei, il
profumo dell'olio di rose che si spalmava sulla pelle. Sentiva l'aroma del-
l'erba schiacciata sulla quale avevano giaciuto, avvolti in un abbraccio, re-
calcitranti all'idea di doversi salutare. Sospirò ancora, quindi scivolò fuori
dal letto diretto in bagno dove, a malincuore, avrebbe dovuto cancellare
ogni traccia dell'incontro clandestino con la moglie.
Quando il prefetto tornò, un'ora più tardi, trovò il re impegnato a scrive-
re una poesia, una poesia - che lo si credesse o meno - su un nano. Palthai-
non arricciò il naso e disse al giovane di lasciare perdere quelle stupidag-
gini per occuparsi di cose più importanti.
Le nuvole varcarono il cielo di Qualinesti, coprendo il sole. Una leggera
pioggerellina iniziò a cadere.

Lo stesso sole del mattino che aveva brillato su Gilthas risplendeva su


Silvanoshei che, come il cugino, aveva passato la notte sveglio. Ma a dif-
ferenza di Gilthas, non aveva temuto il sorgere del giorno. Al contrario, lo
aveva atteso con un'impazienza e una gioia che lasciavano incredulo e stu-
pefatto lui stesso.
Quel giorno, Silvanoshei sarebbe stato incoronato Presidente delle Stel-
le. Quel giorno, al di là di ogni speranza e aspettativa, sarebbe stato pro-
clamato sovrano del suo popolo. Sarebbe riuscito dove la madre e il padre
avevano fallito.
Gli avvenimenti si erano susseguiti così velocemente, che il giovane si
sentiva ancora stordito. Chiuse gli occhi e rivisse ogni singolo istante.
Il giorno prima, giunti nei sobborghi di Silvanost, lui e Rolan avevano
dovuto affrontare un gruppo di soldati elfici.
«E io dovevo essere re!» aveva pensato Silvanoshei, più seccato che
spaventato. Quando i soldati avevano sguainato le spade, Silvan si era pre-
parato a morire. Aveva aspettato, intrepido, disarmato. Sarebbe almeno
andato incontro alla morte con dignità. Non avrebbe combattuto contro la
sua gente. Sarebbe rimasto fedele a ciò che la madre avrebbe voluto da lui.
Con suo grande stupore, i soldati elfici avevano sollevato le spade al cie-
lo, gridando e proclamando Silvan Presidente delle Stelle, loro sovrano.
Quello non era un plotone di esecuzione, si era reso conto il giovane. Era
una guardia d'onore.
Gli avevano portato un cavallo, uno stupendo stallone bianco. Era salito
in sella e aveva cavalcato fino a Silvanost, entrando in trionfo. Gli elfi era-
no allineati lungo le strade, impegnati ad applaudire e a lanciare fiori, cre-
ando così un meraviglioso tappeto multicolore. Il profumo dei boccioli
riempiva l'aria.
I soldati avevano marciato ai lati del giovane per tenere lontana la folla.
Silvan aveva agitato educatamente la mano, in segno di saluto. In quel
momento aveva pensato alla madre e al padre. Alhana aveva desiderato
tutto ciò più di qualsiasi cosa al mondo. Sarebbe stata pronta a dare la pro-
pria vita per ottenerlo. Forse lo stava guardando dal luogo dove andavano i
morti, forse stava sorridendo nel vedere il figlio realizzare il suo più gran-
de sogno. Lui lo aveva sperato. Non era più arrabbiato con la madre. L'a-
veva perdonata e sperava che lei avesse fatto altrettanto.
Il corteo era poi giunto alla Torre delle Stelle. Là, un elfo alto, dallo
sguardo severo e i capelli brizzolati, lo stava aspettando. Si era presentato
come il generale Konnal. Accanto a quest'ultimo c'era il nipote, Kiryn, che,
come aveva in seguito scoperto Silvan con piacere, era un cugino. Konnal
gli aveva quindi presentato i Capi della Casa, che avrebbero stabilito se
Silvanoshei era realmente il nipote di Lorac Caladon (il nome della madre
non era stato nemmeno menzionato) e perciò legittimo erede al trono di
Silvanesti. In realtà, preso Silvan in disparte, Konnal gli aveva assicurato
che si sarebbe trattato di una pura formalità.
«Il popolo vuole un re», aveva affermato Konnal. «I Capi della Casa so-
no pronti a credere che tu sia un Caladon, come affermi di essere.»
«Io sono un Caladon», aveva replicato Silvanoshei, offeso per il fatto
che i Capi lo avrebbero accettato comunque, chiunque fosse stato. «Io so-
no il nipote di Lorac Caladon e il figlio di Alhana Starbreeze.» Aveva par-
lato a voce alta, ben sapendo che non avrebbe dovuto pronunciare il nome
di colei che era ritenuta un elfo scuro.
Poi un elfo, una delle più belle creature che Silvan avesse mai visto, si
era avvicinato a lui. L'uomo, che indossava abiti bianchi, lo aveva osserva-
to attentamente.
«Conoscevo Lorac», aveva detto infine. La sua voce era delicata e melo-
diosa. «Questo è sicuramente suo nipote. Non ci sono dubbi.» Piegandosi
in avanti, aveva baciato Silvanoshei su entrambe le guance. Quindi aveva
guardato il generale Konnal e aveva ripetuto: «Non ci sono dubbi.»
«Chi siete, signore?» aveva domandato Silvan, affascinato.
«Il mio nome è Glaucous», aveva risposto l'elfo, inchinandosi. «Sono
stato nominato reggente per aiutarvi nei giorni che verranno. Se il generale
Konnal è d'accordo, darò disposizioni affinché la vostra incoronazione av-
venga domani. Il popolo attendeva questo giorno da anni. Non lo faremo
aspettare oltre.»

Silvan giaceva a letto, nel letto che un tempo era appartenuto a suo non-
no, Lorac. Le colonne del mobile erano in oro e argento intrecciati come
un vitigno e decorate con splendenti pietre preziose. Raffinate lenzuola
profumate alla lavanda coprivano il materasso, imbottito con piume di ci-
gno. Un copriletto di seta rossa scarlatta riparava il giovane dal freddo del-
la notte. Il soffitto sopra di lui era in cristallo. Poteva starsene sdraiato a
letto e, ogni sera, dare udienza alla luna e alle stelle giunte per rendergli
omaggio.
Silvanoshei ridacchiò fra sé e sé per il piacere della situazione. Forse a-
vrebbe dovuto darsi un pizzicotto per risvegliarsi da quel sogno meravi-
glioso, ma poi decise di non rischiare. Se stava sognando, non voleva sve-
gliarsi. Non voleva svegliarsi per ritrovarsi tremante in una grotta fredda e
umida, a mangiare bacche secche e centonervia e a bere acqua salmastra.
Non voleva svegliarsi e vedere elfi guerrieri cadere morti ai suoi piedi,
colpiti dalle frecce degli orchi. Non voleva svegliarsi. Voleva che quel so-
gno durasse tutta la vita.
Era affamato, meravigliosamente affamato, di una fame di cui poteva
godere, perché sapeva che sarebbe stata soddisfatta. Fantasticò su ciò che
avrebbe ordinato per colazione. Torte al miele. Petali di rosa zuccherati.
Panna aromatizzata con noce moscata e cannella. Poteva avere ciò che vo-
leva, e se non fosse stato di suo gusto, l'avrebbe rimandato indietro e a-
vrebbe chiesto qualcos'altro.
Allungò pigramente la mano per prendere la campanella d'argento posa-
ta sul comodino riccamente decorato in oro e argento, e suonò. Si lasciò
andare contro i cuscini in attesa della valanga di servitori che avrebbero
invaso la stanza, lo avrebbero lavato, vestito, pettinato, profumato e in-
gioiellato per l'incoronazione.
Il viso di Alhana Starbreeze, il viso di sua madre, gli tornò alla mente.
Le augurò ogni bene, ma quello era il suo sogno, un sogno in cui lei non
aveva alcuna parte. Lui era riuscito dove lei aveva fallito. Lui avrebbe ri-
composto ciò che lei aveva spezzato.
«Vostra Maestà. Vostra Maestà. Vostra Maestà.»
Gli elfi della Casa del Servitore si sprofondarono in inchini. Lui li accol-
se con un sorriso affascinante, permise loro di sprimacciare i cuscini e ten-
dere il copriletto. Da parte sua si accomodò ancora meglio nel letto e attese
languidamente di vedere che cosa gli avrebbero servito per colazione.

«Vostra Maestà», disse l'elfo scelto dal reggente Glaucous come ciam-
bellano per il futuro re, «il principe Kiryn è impaziente di porgervi i suoi
omaggi.»
Silvanoshei alzò lo sguardo dallo specchio nel quale stava ammirando il
suo nuovo abbigliamento. I sarti avevano freneticamente lavorato un gior-
no e una notte per cucire gli abiti e il mantello che il giovane sovrano a-
vrebbe indossato durante la cerimonia.
«Mio cugino! Vi prego, fatelo entrare immediatamente.»
«Vostra Maestà non dovrebbe mai dire "vi prego"», lo rimproverò il
ciambellano con un sorriso. «Quando Vostra Maestà desidera che venga
fatto qualcosa, basta che lo dica e ogni suo desiderio verrà esaudito.»
«Sì, lo farò. Grazie.» Silvan si accorse del secondo errore e arrossì.
«Immagino che non dovrei dire nemmeno "grazie", giusto?»
Il ciambellano scosse la testa e si allontanò. Tornò con un elfo giovane,
eppure più vecchio di Silvan di diversi anni. Il giorno prima si erano in-
contrati brevemente. Quella era la prima volta che si trovavano da soli. Si
scrutarono attentamente, alla ricerca di qualche segno di parentela che, con
evidente piacere, trovarono entrambi.
«Che cosa pensate di tutto questo, cugino?» domandò Kiryn dopo avere
scambiato i convenevoli di rito. «Scusate. Volevo dire, "Vostra Maestà".»
E si inchinò.
«Ti prego, chiamami "cugino"», disse Silvan affettuosamente. «Non ho
mai avuto un cugino. O, meglio, non l'ho mai conosciuto. Lui è il re di
Qualinesti. O per lo meno, lo chiamano così.»
«Vostro cugino Gilthas. Il figlio di Lauranalanthalas e del mezzelfo, Ta-
nis. Ne ho sentito parlare da Porthios. Pare che non goda di buona salute.»
«Dì pure le cose come stanno, cugino. Tutti sappiamo che soffre di follia
malinconica. Certo non è colpa sua, ma così stanno le cose. È corretto che
ti chiami "cugino"?»
«Forse non in pubblico, Maestà», replicò Kiryn sorridendo. «Come forse
avrete notato, qui a Silvanesti amiamo le formalità. Ma in privato, ne sarei
onorato.» Fece una breve pausa, quindi aggiunse in tono mesto: «Ho sapu-
to della morte di vostro padre e di vostra madre. Vorrei sapeste quanto so-
no addolorato. Li ammiravo molto entrambi.»
«Grazie», disse Silvan e, dopo un breve silenzio, cambiò argomento.
«Per rispondere alla tua prima domanda, devo ammettere che trovo tutto
ciò alquanto sconcertante. Meraviglioso, ma sconcertante. Un mese fa vi-
vevo in una grotta e dormivo sulla nuda terra. Adesso ho questo letto, que-
sto letto stupendo, il letto in cui ha dormito mio nonno. Il reggente Glau-
cous lo ha fatto portare in questa camera pensando che mi avrebbe fatto
piacere. Ho questi vestiti. Ho tutto quello che voglio da bere e da mangia-
re. Sembra un sogno.»
Silvan si voltò nuovamente per guardarsi allo specchio. Era incantato dal
suo nuovo abbigliamento, dal suo nuovo aspetto. Era pulito, i capelli pro-
fumati e spazzolati, le dita adornate di gioielli. Non era stato morso dagli
insetti e non aveva il collo rigido per avere dormito con un masso come
cuscino. In cuor suo promise che non sarebbe accaduto mai più. Non si ac-
corse che Kiryn era divenuto stranamente serio sentendo parlare del reg-
gente.
La sua serietà aumentò quando Silvan riprese a chiacchierare. «A propo-
sito di Glaucous, che nobile uomo! Sono soddisfatto di averlo come reg-
gente. Così gentile e accondiscendente. Chiede il mio parere su tutto. Ini-
zialmente, non mi vergogno a dirtelo, cugino, ero alquanto seccato con il
generale Konnal per avere suggerito ai Capi della Casa di nominare un
reggente che mi guidasse fino a quando avrò raggiunto la maggiore età.
Secondo gli standard dei Qualinesti, sono già maggiorenne, sai.»
L'espressione del viso di Silvan si indurì. <'E sono deciso a non diventa-
re un re burattino, come il mio povero cugino Gilthas. Comunque, il reg-
gente Glaucous mi ha fatto capire che non sarà lui il sovrano. Si limiterà a
spianarmi la strada per fare ih modo che i miei desideri vengano esauditi e
i miei ordini eseguiti.»
Kiryn non replicò. Lasciò vagare lo sguardo nella stanza come se stesse
prendendo una decisione. Avvicinandosi a Silvan, disse a bassa voce:
«Posso invitare Vostra Maestà a congedare i valletti?»
Silvan fissò Kiryn in preoccupato stupore, improvvisamente diffidente,
sospettoso. Glaucous gli aveva rivelato che Kiryn aveva fatto dei progetti
sul trono. E se quella fosse stata una manovra per sorprenderlo solo e i-
nerme...
Guardò Kiryn, che era di corporatura esile e delicata, con le mani mor-
bide e curate dello studioso. Paragonò il proprio corpo, robusto e muscolo-
so, a quello di Kiryn. Il cugino era disarmato. Difficilmente avrebbe potuto
rappresentare una minaccia.
«Molto bene», disse Silvan e congedò i servitori impegnati a mettere in
ordine la stanza e a tirare fuori gli abiti che avrebbe indossato per il ballo
che quella sera sarebbe stato dato in suo onore.
«Ecco fatto, cugino. Siamo soli. Che cosa devi dirmi?» La voce e i modi
di Silvan erano freddi e distaccati.
«Vostra Maestà, cugino», Kiryn mantenne la voce bassa, nonostante i
due fossero soli nella grande stanza, «sono venuto qui con un solo obietti-
vo e cioè mettervi in guardia contro questo Glaucous.»
«Ah», disse Silvan, con aria scaltra. «Capisco.»
«Non sembrate sorpreso, Maestà.»
«Non lo sono, cugino. Contrariato, questo sì, ma non sorpreso. Glaucous
stesso mi ha avvisato della tua possibile gelosia nei miei e nei suoi con-
fronti. Mi ha detto molto candidamente che lui non ti piace. Il sentimento
non è reciproco. Glaucous parla di te con il massimo rispetto ed è profon-
damente dispiaciuto che tu e lui non possiate essere amici.»
«Temo di non essere in grado di contraccambiare il complimento», re-
plicò Kiryn. «Quell'uomo non è degno di fare il reggente, Maestà. Non ap-
partiene alla Casa Reale. È... o, meglio, era... un mago che controllava la
Torre di Shalost. So che lo ha proposto mio zio Konnal, ma...»
Si interruppe, come se trovasse difficile proseguire. «Vi dirò ciò che non
ho mai detto a nessuno, Maestà. Credo che Glaucous eserciti uno strano
potere su mio zio.
«Konnal è un brav'uomo, Maestà. Ha combattuto con coraggio nella
Guerra delle Lance. Ha combattuto il sogno accanto a vostro padre, Por-
thios. Ciò che ha visto in quei terribili anni lo fa vivere ancora oggi in una
paura continua e incontenibile. È terrorizzato all'idea che possano tornare i
giorni bui. È convinto che lo scudo salverà Silvanesti dall'avanzare dell'o-
scurità. Con i suoi poteri magici, Glaucous controlla lo scudo e minaccian-
do di abbassarlo, controlla mio zio. Non vorrei vederlo controllare anche
voi nello stesso modo.»
«Forse, cugino, tu pensi che io sia già sotto il suo controllo. Ritieni forse
che saresti un Presidente delle Stelle migliore?» domandò Silvan, mentre
l'ira cresceva in lui.
«Avrei potuto essere Presidente, cugino», replicò Kiryn con calma di-
gnità. «Glaucous ha cercato di farmi Presidente. Ho rifiutato. Conoscevo
vostra madre e vostro padre. Volevo bene a entrambi. Il trono è vostro di
diritto. Non lo usurperei.»
Silvan capì di essersi meritato il rimprovero. «Perdonami, cugino. Ho
parlato senza pensare. Ma sono convinto che ti sbagli su Glaucous. Ha a
cuore soltanto l'interesse dei Silvanesti. Il fatto che sia assurto a un rango
elevato partendo dal basso va a suo credito, così come va a credito di tuo
zio averne intuito il vero valore senza lasciarsi accecare dalla classe di ap-
partenenza, come in passato è accaduto spesso a noi elfi. Mia madre soleva
dire che abbiamo nuociuto a noi stessi impedendo a individui di talento di
sviluppare il loro potenziale, giudicandoli soltanto per le loro origini e non
per le loro capacità. Uno dei consiglieri più fidati di mia madre era Samar,
che aveva cominciato come soldato semplice.»
«Se Glaucous fosse giunto fra noi come esperto uomo di governo, sarei
il primo a sostenerlo, indipendentemente dalla sua estrazione sociale. Ma
tutto quello che ha fatto è stato piantare un albero magico», disse Kiryn in
tono ironico, «e provocare l'innalzamento di uno scudo sopra di noi.»
«Lo scudo serve a proteggerci», sottolineò Silvanoshei.
«Come prigionieri nella loro cella», ribatté Kiryn.
Silvan era pensieroso. Non poteva mettere in dubbio la sincerità e la co-
scienziosità del cugino. Però non voleva sentire niente contro il reggente.
A dire la verità, si sentiva schiacciato dalle nuove responsabilità, che erano
state così repentinamente scaricate su di lui. Trovava confortante il pensie-
ro di avere vicino qualcuno come Glaucous, una persona gentile e affasci-
nante, pronta ad aiutarlo e consigliarlo.
«Non litighiamo, cugino», disse Silvan. «Rifletterò sulle tue parole e ti
ringrazio per avere parlato dal cuore, perché so che non deve essere stato
facile.» Porse la mano.
Kiryn prese la mano del cugino con amicizia sincera e la strinse caloro-
samente. I due cambiarono argomento di conversazione, discorrendo sulle
cerimonie per l'imminente incoronazione, sui balli di moda fra gli elfi.
Prima di andarsene, Kiryn promise di tornare per scortare il cugino al tro-
no.
«Indosserò la corona che ha ornato il capo di mio nonno», disse Silvan.
«Che possa portarvi più fortuna di quanta ne abbia portata a lui, Mae-
stà», replicò Kiryn. E con un'espressione grave, se ne andò.
A Silvan dispiacque vedere il cugino allontanarsi, poiché era molto
compiaciuto dell'affettuosa affabilità e della natura vivace di Kiryn, anche
se provava per lui un certo risentimento per avergli rovinato la mattina.
Nel giorno più importante della sua vita, un nuovo re non avrebbe dovuto
conoscere che la gioia.
«È solo invidioso», si disse Silvan. «Assolutamente naturale. Sono sicu-
ro che sarei così anch'io.»
«Vostra Maestà», disse uno dei valletti rientrato nella stanza, «mi duole
informarvi che sta cominciando a piovere.»

«Allora, che cosa pensi del nostro nuovo re?» chiese il generale Konnal
al suo accompagnatore, mentre insieme salivano le scale del palazzo reale
per andare a rendere omaggio a Sua Maestà nel giorno della sua incorona-
zione. La pioggia ora cadeva forte e fitta, un velo grigio aveva coperto il
sole.
«Lo trovo intelligente, semplice, spontaneo», replicò Glaucous, sorri-
dendo. «Sono estremamente soddisfatto di lui. E tu?»
«È un bamboccio», affermò Konnal, stringendosi nelle spalle. «Non ci
darà problemi.» E abbassando la voce, continuò: «Hai avuto un'ottima ide-
a, amico mio. Abbiamo fatto bene a metterlo sul trono. Il popolo lo adora.
Da molto tempo non lo vedevo così felice. L'intera città si è riunita per fe-
steggiare. Le strade sono addobbate di fiori, uomini e donne indossano i
loro abiti migliori. Ci saranno feste che dureranno per giorni interi. Gira
voce che la sua venuta sia un miracolo. Si dice che gli afflitti dalla malattia
del deperimento sentano la vita scorrere nuovamente in loro. Nessuno par-
lerà più di eliminare lo scudo. Non ce n'è più motivo.»
«Sì, abbiamo estirpato il seme della ribellione che i kirath cercavano di
piantare nel nostro delizioso giardino», commentò Glaucous. «I kirath
pensano di averti sconfitto mettendo sul trono il nipote di Lorac. Non fare
niente per disilluderli. Lasciali festeggiare. Hanno il loro re. Non ci impor-
tuneranno più.»
«E se per uno sfortunato caso lo scudo dovesse tradirci», aggiunse Kon-
nal, lanciando al mago uno sguardo eloquente, «abbiamo messo a posto
anche la madre. Lei si lancerebbe con le sue truppe, armate fino ai denti,
per salvare il paese, solo per trovarlo nelle mani di suo figlio. Ne varrebbe
la pena solo per vedere l'espressione del suo viso.»
«Sì, beh, forse.» Glaucous non sembrava trovare l'idea così divertente.
«Per quanto mi riguarda, mi auguro di non vedere mai più la faccia di
quella strega. Sono più che sicuro che non lascerebbe il figlio sul trono. Lo
vorrebbe per sé. Fortunatamente», aggiunse sorridendo, nuovamente di
buon umore, «difficilmente riuscirà mai a passare. Lo scudo la terrà fuori.»
«Eppure lo scudo ha fatto entrare il figlio», sottolineò Konnal.
«Perché l'ho voluto io», ricordò Glaucous al generale.
«Lo dici tu.»
«Dubiti di me, amico mio?»
Glaucous si fermò, voltandosi verso il generale. Le vesti bianche del
mago ondeggiarono intorno a lui.
«Sì», rispose Konnal con voce pacata. «Perché sento che tu dubiti di te
stesso.»
Glaucous fece per rispondere, quindi cambiò idea e richiuse la bocca.
Allacciate le mani dietro la schiena, riprese a camminare.
«Mi spiace», disse Konnal.
«No, amico mio.» Glaucous si bloccò, quindi si voltò. «Non sono in col-
lera. Sono deluso, tutto qui. Rattristato.»
«È solo che...»
«Ti spiegherò tutto. Forse allora mi crederai.»
Konnal sospirò. «Mi hai frainteso di proposito. Ma va bene, sono dispo-
sto ad ascoltarti.»
«Ti spiegherò come è successo. Ma non qui. C'è troppa gente.» Indicò
un servo che portava una grande corona di foglie d'alloro. «Andiamo in bi-
blioteca, dove potremo parlare a quattr'occhi.»
La biblioteca, una grande stanza rivestita di scaffali di legno scuro luci-
dato, ricolmi di libri e pergamene, era silenziosa; i libri sembravano assor-
bire ogni suono, come a volerlo annotare per future consultazioni.
«Quando ho affermato che lo scudo ha agito secondo la mia volontà»,
spiegò Glaucous, «non intendevo dire che ho dato allo scudo un comando
specifico affinché lasciasse passare il giovane. La magia dello scudo pro-
viene dall'albero nel Giardino di Astarin. Agendo secondo le mie direttive,
i Modellatori dei Boschi hanno piantato e curato l'Albero dello Scudo. Ho
insegnato loro l'incantesimo che ha fatto crescere l'albero. L'incantesimo è
parte di me. Dedico buona parte della mia forza e della mia energia per so-
stenerlo e tenere lo scudo al suo posto. A volte mi sento», aggiunse Glau-
cous in tono sommesso, «come se io fossi lo scudo. Lo scudo che protegge
il nostro popolo.»
Konnal non disse niente, aspettò che l'altro proseguisse.
«Sospettavo già che lo scudo reagisse ai miei desideri inespressi», conti-
nuò Glaucous, «desideri che io stesso non mi accorgevo di esprimere. Ho
desiderato a lungo che un re sedesse sul trono. Lo scudo conosceva questo
mio desiderio inconscio. Così, quando Silvanoshei ci si è trovato vicino, lo
scudo lo ha accettato.»
Il generale avrebbe voluto credere a quelle parole, ma i suoi dubbi per-
manevano. «Perché Glaucous non mi ha mai raccontato niente di tutto
ciò?» Si domandò. «Perché i suoi occhi evitano i miei quando ne parla? Sa
qualcosa. Mi nasconde qualcosa.»
Si voltò verso Glaucous. «Mi assicuri che nessun altro penetrerà lo scu-
do?»
«Te lo assicuro, amico mio», rispose Glaucous. «Mi ci gioco la vita.»

XIX

IL MENDICANTE CIECO
Le truppe di Mina lasciarono Sanction di buon umore, urlando canzoni
per sottolineare il ritmo della marcia e parlando delle audaci azioni che a-
vrebbero compiuto a Silvanesti in nome del loro idolatrato comandante.
Ogniqualvolta Mina appariva, in sella al suo cavallo rosso-sangue, i soldati
acclamavano all'impazzata, e spesso rompevano le righe (sfidando l'ira dei
loro ufficiali) per stringersi intorno a lei e toccarla come se fosse un tali-
smano.
Galdar non c'era. Era partito qualche giorno prima per Khur, portando
gli ordini di Mina al generale Dogah. In assenza del minotauro, il capitano
Samuval era comandante in seconda. Il suo compito era facile. Il sole bril-
lava nel cielo; i giorni estivi erano caldi. A quel punto, la marcia era age-
vole e sicura, perché i Cavalieri avevano lasciato Sanction solo da pochi
giorni, e si trovavano ancora in territorio amico. Presto sarebbero entrati
nella terra degli orchi, un tempo alleati e ora nemici implacabili. Ma nem-
meno il pensiero di combattere quei mostri selvaggi poteva oscurare il loro
animo; il sole di Mina rischiarava tutte le ombre.
Da veterano delle campagne, Samuval sapeva che con il brutto tempo, la
pioggia, l'ululato del vento, le strade strette e il nemico alle calcagna, i sol-
dati avrebbero visto l'impresa con altri occhi. Avrebbero cominciato a
brontolare e a lamentarsi, e qualcuno, forse, si sarebbe messo a creare fa-
stidi. Ma, per il momento, i suoi doveri erano lievi. Marciava al fianco di
Mina, invidiato dall'intera colonna. Le restava accanto mentre lei, a caval-
lo, passava in rassegna le truppe che sfilavano. Ogni sera, era nella tenda
di lei, a studiare la mappa e a segnare il percorso del giorno dopo; e vicino
a quella tenda dormiva, avvolto nel mantello, la mano sull'elsa della spada,
pronto a correre in difesa di Mina se avesse avuto bisogno di lui.
Non aveva paura che gli uomini cercassero di farle del male. Una sera,
sdraiato sul suo mantello, contemplò le stelle nel cielo limpido e considerò
la questione. Mina era una giovane donna, una giovane donna molto attra-
ente. Lui era un uomo che amava le donne, di tutti i tipi; non riusciva
nemmeno a contare con quante era andato a letto. Di norma, la vista di una
fanciulla bella come Mina gli avrebbe fatto ribollire il sangue e fremere i
lombi. Eppure, in sua presenza non provava alcuna fitta di desiderio e, dai
discorsi sentiti accanto ai fuochi, sapeva che per gli altri uomini era lo
stesso. L'amavano, l'adoravano; provavano soggezione, riverenza. Ma nes-
suno di loro la voleva fisicamente.
La marcia del giorno dopo iniziò uguale alle precedenti. Samuval calco-
lò che, se non avesse incontrato problemi nella sua missione a Khur, Gal-
dar li avrebbe raggiunti in due giorni. Prima, non aveva mai amato molto i
minotauri, ma ora aspettava con ansia il suo ritorno...
«Signore! Fermate gli uomini!» gridò un ricognitore.
Samuval arrestò la colonna, e avanzò per incontrarlo.
«Che cosa c'è?» domandò il capitano. «Orchi?»
«No, signore.» Il ricognitore salutò. «C'è un mendicante cieco sul sentie-
ro.»
Samuval perse la calma. «E tu hai dato l'alt per un dannato mendican-
te?»
«Be', signore...» replicò il ricognitore, sconcertato, «sta bloccando la
strada.»
«E allora mandalo via!» ordinò Samuval, infuriato.
«C'è qualcosa di strano in lui, signore.» Il ricognitore era a disagio.
«Non è un normale mendicante. Credo che dovreste venire a parlargli, si-
gnore. Ha detto... ha detto che sta aspettando Mina.» Il soldato aveva gli
occhi sgranati.
Samuval si strofinò il mento. Non era stupito che il nome di Mina si fos-
se diffuso all'esterno, ma era considerevolmente sorpreso e non partico-
larmente soddisfatto nel sentire che la notizia della loro marcia e del per-
corso da loro preso li aveva apparentemente preceduti.
«Ci penso io», concluse, e si avviò con il ricognitore. Voleva interrogare
questo mendicante per scoprire cos'altro sapesse e come facesse a saperlo;
e sperava di sistemare la cosa prima che giungesse all'orecchio di Mina.
Aveva fatto circa tre passi quando sentì la voce di Mina alle sue spalle.
«Capitano Samuval», esclamò lei, arrivando in sella a Foxfire, «qual è il
problema? Perché ci siamo fermati?»
Samuval stava per rispondere che la strada era bloccata da un masso ma,
prima che potesse aprire la bocca, il ricognitore spiattellò la verità con vo-
ce squillante, che risuonò per tutta la colonna.
«Mina! Più avanti c'è un mendicante cieco. Dice che aspetta te.»
Gli uomini annuivano, compiaciuti; ritenevano naturale che Mina ri-
scuotesse una simile attenzione. Sciocchi! Si sarebbe detto che sfilassero
in parata per le strade di Jelek!
E adesso, pensò Samuval, i pustolosi e gli zoppi di tutti i miseri villaggi
sul loro cammino avrebbero riempito la strada, supplicando Mina di gua-
rirli.
«Capitano», ordinò Mina, «portami qui l'uomo.»
Samuval si mise davanti alla sua staffa. «Ascolta un attimo, Mina», o-
biettò. «So che hai buone intenzioni, ma se ti fermi a curare ogni povero
storpio fra qui e Silvanost, arriveremo nel regno degli elfi in tempo per ce-
lebrare il Natale con loro. Se ci arriveremo, cioè. Ogni momento che spre-
chiamo è un momento in più concesso agli orchi perché raccolgano le for-
ze e vengano ad attaccarci.»
«Quell'uomo chiede di me, e io lo incontrerò. A pensarci bene, andrò da
lui», ribatté Mina, smontando da cavallo. «Abbiamo marciato a lungo; i
nostri hanno bisogno di riposo. Dove si trova, Rolof?»
«Circa mezzo miglio avanti», spiegò il ricognitore. «In cima alla colli-
na.»
«Samuval, vieni con me», ingiunse Mina. «Voialtri aspettate qui.»
Samuval vide l'uomo prima che lo raggiungessero. La strada che segui-
vano passava per dei piccoli poggi e, come aveva detto il ricognitore, il
mendicante li aspettava in cima a uno di questi. Sedeva per terra, con la
schiena contro un masso; in mano aveva un bastone lungo e robusto. Sen-
tendoli arrivare, si alzò in piedi, e si voltò lentamente, alla cieca, verso di
loro.
L'uomo era meno vecchio di quanto il capitano si aspettasse. Lunghi ca-
pelli che alla luce del mattino rilucevano di un bagliore argenteo gli rica-
devano sulle spalle. Il viso era liscio e giovanile; un tempo, forse, era stato
bello. Portava vesti color grigio-perla, consunte dal viaggio e logore agli
orli, ma pulite. Tutto questo, Samuval lo notò più tardi; per il momento,
non riusciva a staccare gli occhi dall'orribile cicatrice che gli sfigurava il
volto.
Quest'ultima sembrava un'ustione. I capelli sul lato destro della testa e-
rano stati asportati dal fuoco. La cicatrice percorreva obliquamente il viso,
dal lato destro della testa al lato sinistro del mento. L'uomo portava uno
straccio legato intorno all'orbita destra. Samuval si chiese con curiosità
morbosa se l'occhio ci fosse ancora o se fosse stato distrutto, fuso nel calo-
re terribile che aveva marchiato la carne e bruciato i capelli fino alla radi-
ce. L'occhio sinistro rimaneva, ma, a quanto pareva, era inutile, perché pri-
vo di luce. La terribile ferita era recente, vecchia di neanche un mese. Pro-
babilmente, l'uomo provava dolore, ma, se così era, non lo rivelò. Li aspet-
tò in silenzio e, anche se non poteva vederli, girò il viso verso Mina. Do-
veva aver distinto i suoi passi leggeri da quelli più pesanti di Samuval.
Mina si fermò, solo per un attimo, e Samuval la vide irrigidirsi, come
colta di sorpresa. Poi, scrollando le spalle, continuò a camminare verso il
mendicante. Samuval la seguiva, la mano sull'elsa della spada. Percepiva,
pur essendo cieco, l'uomo come una minaccia; come aveva detto il ricogni-
tore, in lui c'era qualcosa di strano.
«Mi conosci, allora» esordì il mendicante, guardando con l'occhio cieco
sopra la testa di Mina.
«Sì, ti conosco», assentì lei.
Samuval provava ripugnanza per le spaventose condizioni dell'uomo.
Pus giallo colava da sotto lo straccio; la pelle intorno all'ustione era scar-
latta, gonfia e infiammata. Il capitano sentiva il puzzo della carne in putre-
fazione.
«Quando ti è successo tutto questo?» chiese Mina.
«La notte della tempesta», replicò lui.
Lei annuì gravemente, come se si fosse aspettata quella risposta. «Perché
ti sei avventurato nella tempesta?»
«Ho sentito una voce. Volevo indagare.»
«La voce dell'Unico Dio», affermò Mina.
Il mendicante scosse la testa, incredulo. «La sentivo sopra il rombo del
vento e il fragore del tuono, ma non distinguevo le parole che pronunciava.
Ho fatto molta strada sotto la pioggia e la grandine in cerca della voce e
sono arrivato vicino alla fonte, credo. Ero quasi a Neraka quando un ful-
mine mi ha colpito. Dopo di che, non ricordo più nulla.»
«Hai assunto questa forma umana», disse lei, bruscamente. «Perché?»
«Puoi biasimarmi, Mina?» domandò l'uomo, in tono afflitto. «Sono co-
stretto a camminare nel territorio dei miei nemici.» Agitò il bastone. «Que-
sto è l'unico modo in cui posso viaggiare ora: su due piedi, con il mio ba-
stone a guidarmi.»
«Mina», Samuval parlava con lei, ma teneva gli occhi fissi sul cieco,
«oggi abbiamo ancora molte miglia da percorrere. Chiedimelo, e libererò
sia il sentiero sia il mondo da questo tizio.»
«Calma, capitano», esortò Mina tranquillamente, posandogli una mano
sul braccio. «Si tratta di una vecchia conoscenza. Dammi solo un altro mi-
nuto. Come mi hai trovato?» chiese al cieco.
«Dovunque io vada, sento racconti sulle tue imprese», rivelò il mendi-
cante. «Sapevo il nome, e ho riconosciuto la descrizione. Potrebbe esserci
un'altra Mina con gli occhi color dell'ambra? No, mi son detto. Ce n'è solo
una; l'orfana che, anni fa, fu portata dalle onde sulle rive di Schallsea. L'or-
fana che fu accolta da Goldmoon e conquistò il cuore della Prima Maestra.
Lei piange per te, Mina. Da tre anni ti piange come morta. Perché sei fug-
gita da lei e dagli altri che ti amavano?»
«Perché non poteva rispondere alle mie domande», spiegò Mina. «Nes-
suno di voi poteva.»
«E hai trovato la risposta?» chiese l'uomo, con voce severa.
«Sì», replicò lei, decisa.
Il mendicante scosse la testa. Non sembrava arrabbiato, solo addolorato.
«Potrei guarirti», si offrì Mina, e fece un passo verso di lui, con la mano
tesa.
L'uomo arretrò rapidamente. Al tempo stesso, afferrò il bastone con le
due mani e lo tenne davanti al corpo, sbarrandole la strada. «No!» gridò.
«Per quanto la ferita mi faccia soffrire, il dolore è fisico. Non colpisce la
mia anima come farebbe il dolore del tuo cosiddetto tocco terapeutico. E
anche se cammino nelle tenebre, esse non sono fitte come quelle in cui ora
cammini tu, Mina.»
Lei gli rivolse un sorriso calmo, radioso.
«Hai sentito la voce, Solomirathnius», disse. «E la senti ancora. Non è
così?»
Il mendicante non rispose. Abbassò lentamente il bastone, e la fissò a
lungo. Così a lungo che Samuval cominciò a sospettare che ci vedesse dal-
l'occhio bianco e lattiginoso.
«Non è così?» lo incalzò Mina.
Bruscamente, rabbiosamente, l'uomo si allontanò da lei. Battendo il ter-
reno con il bastone, lasciò il sentiero ed entrò nel bosco. La punta del ba-
stone picchiava forte contro i tronchi degli alberi, e si infilava con violenza
nei cespugli. La mano annaspava in cerca della strada.
«Non mi fido di lui», osservò Samuval. «Puzza di Solamnico. Voglio in-
filzarlo.»
Mina lo guardò. «Non potresti fargli alcun male, capitano. Sembra debo-
le, ma non lo è.»
«Che cos'è, allora? Uno stregone?» domandò Samuval, con un leggero
sogghigno.
«No, è molto più potente di qualsiasi stregone», ribatté Mina. «Nella sua
vera forma, è il drago d'argento noto ai più come Mirror, il Guardiano del-
la Cittadella della Luce.»
«Un drago!» Samuval si fermò di botto, fissando la boscaglia. Non riu-
sciva più a vedere il mendicante cieco, ed era più preoccupato che mai.
«Mina», la sollecitò. «Fammelo inseguire con uno squadrone! Cercherà si-
curamente di ucciderci tutti!»
Mina sorrise leggermente dei suoi timori. «Siamo al sicuro, capitano.
Ordina agli uomini di riprendere la marcia. Il sentiero è libero. Mirror non
ci darà alcun fastidio.»
«E perché no?» Samuval aggrottava le sopracciglia, dubbioso.
«Perché anni fa, ogni sera, Goldmoon, la Prima Maestra della Cittadella
della Luce, mi spazzolava i capelli» mormorò Mina.
Alzando la mano, si toccò, con leggerezza estrema, la testa rasata.

XX

TRADITI

Gerard aveva trascorso piacevolmente i giorni dell'attesa. La dimora del-


la Regina Madre era un asilo di pace e serenità. Ogni stanza era un recesso
ombroso di piante lussureggianti e fiori. Il rumore delle cascatelle era cal-
mante e rilassante. Non aveva in mano il presunto Congegno per Viaggiare
nel Tempo, eppure aveva la sensazione che in quel luogo il tempo fosse
sospeso. Le ore di luce si fondevano delicatamente nel crepuscolo che si
fondeva nel buio della notte e poi nuovamente nella luce, senza che nessu-
no apparentemente notasse il passaggio da un giorno all'altro. La vita degli
elfi non era scandita dai granelli di sabbia della clessidra, o così immagi-
nava Gerard. Il giovane cavaliere si ritrovò catapultato nella dura realtà
quando, il pomeriggio del giorno della partenza, s'inoltrò nel giardino e vi-
de, per puro caso, i raggi del sole riflettersi su una lucente armatura nera.
Il Cavaliere di Neraka era lontano, ma stava chiaramente sorvegliando la
casa. Gerard indietreggiò rapidamente nel vano della porta, l'idilliaca scena
di pace infranta. Restò in spasmodica attesa di udire i colpi alla porta del
Cavaliere di Neraka, ma le ore passarono e nessuno venne a disturbarli.
Alla fine, si convinse di non essere stato visto. Per il resto della giornata, si
guardò bene dall'avventurarsi all'esterno, per lo meno fino al calare della
notte, quando giunse il momento di partire.
Gerard aveva visto ben poco Palin Majere, ma non se ne dispiaceva.
Non sopportava la scortesia del mago nei confronti di tutti gli abitanti della
casa ma, soprattutto, nei confronti di Laurana. Aveva cercato di scusarlo
per il suo comportamento ricordandosi che, dopo tutto, Palin Majere aveva
sofferto molto. Ma l'umore sempre tetro dello stregone gettava un'ombra,
che offuscava anche il sole più splendente. Persino i due servi elfici gli
camminavano intorno in punta di piedi, timorosi di provocare un rumore
che avrebbe fatto abbattere su di loro l'irragionevole collera del mago.
Quando Gerard ne parlò a Laurana, facendo commenti su ciò che riteneva
un comportamento umano villano e cafone, la donna si limitò a sorridergli,
invitandolo a portare pazienza.
«Un tempo sono stata prigioniera», confessò la Regina Madre, gli occhi
offuscati per il ricordo, «prigioniera della Regina Scura. A meno che non
siate stato prigioniero, Cavaliere; a meno che non siate stato rinchiuso nel-
l'oscurità, abbandonato nel dolore e nella paura, non credo possiate capi-
re.»
Gerard accettò il cortese rimprovero e non aggiunse altro.
In quei giorni, con suo grande sollievo, aveva visto poco anche il ken-
der. Palin Majere lo requisiva per ore, facendogli ripetere dettagliatamente
e in continuazione, le sue ridicole storie. Nessuna tortura escogitata dal più
crudele Cavaliere di Neraka avrebbe potuto reggere il confronto all'essere
obbligato a sopportare la voce stridula del kender per ore e ore.
La notte della partenza da Qualinesti giunse fin troppo presto. Il mondo
dall'altra parte, il mondo degli umani, sembrava un luogo frettoloso, avido,
squallido. A Gerard spiaceva dovervi tornare. Aveva capito perché gli elfi
detestassero viaggiare al di fuori del loro regno, meraviglioso e sereno.
La guida elfica li stava aspettando. Laurana baciò Tas che, sentendosi
sopraffare dalla commozione, restò tranquillo per ben tre minuti. La Regi-
na Madre ringraziò educatamente Gerard per il suo aiuto e gli porse la ma-
no perché la baciasse, cosa che l'uomo fece con rispetto e ammirazione e
un sincero senso di perdita. Infine si rivolse a Palin, che si era tenuto in di-
sparte, in un angolo. Era chiaramente impaziente di partire.
«Amico mio», gli disse, posandogli una mano sul braccio, «credo di sa-
pere che cosa stai pensando.»
A quelle parole, Palin si accigliò e scosse lievemente la testa.
Laurana continuò: «Stai attento, Palin. Rifletti a lungo prima di agire».
Lui si limitò a baciarla come era usanza elfica fra vecchi amici e a dirle,
alquanto laconicamente, di non preoccuparsi. Sapeva quello che faceva.
Mentre seguiva la guida elfica nel buio della notte, Gerard si voltò a
guardare la casa sulla rupe. Le sue luci risplendevano come stelle ma, co-
me queste ultime, erano troppo piccole per illuminare la notte.
«Eppure senza il buio», esclamò Palin d'un tratto, «non potremmo ac-
corgerci dell'esistenza delle stelle.»
Ecco come razionalizzi il male, pensò Gerard. Non fece commenti e Pa-
lin non parlò più. Il cupo silenzio del mago era ampiamente compensato
dalla loquacità Tasslehoff.
«Eppure, un kender maledetto dovrebbe parlare di meno», bofonchiò
Gerard.
«La maledizione non è sulla mia lingua», sottolineò Tasslehoff. «È nelle
mie budella. Le fa contorcere tutte. Ti è mai capitato di sentirti così?»
«Sì, il momento stesso in cui ti ho visto», ribatté Gerard.
«State facendo tutti tanto rumore da svegliare un nano di fosso ubria-
co!», commentò irritato la guida elfica, parlando in Comune. Gerard non
sapeva se quello fosse Kalindas o Kelevandros. Non riusciva mai a distin-
guerli. Si assomigliavano come gemelli, sebbene uno fosse maggiore del-
l'altro, o così gli era stato detto. I loro nomi elfici, entrambi con l'iniziale
K, si confondevano nella sua mente. Avrebbe potuto chiederlo a Palin, ma
il mago era poco incline a parlare, apparentemente immerso nei suoi cupi
pensieri.
«Il chiacchierio del kender è come il cinguettio degli uccelli in confronto
allo sferragliare della vostra armatura, Cavaliere», aggiunse l'elfo. «Non
che le cose cambierebbero se foste nudo. Voi umani non siete nemmeno
capaci di respirare senza fare rumore. Potrei sentire ogni ansimo e soffio
del vostro respiro a un miglio di distanza.»
«Stiamo attraversando la foresta da ore», si lamentò Gerard. «Quanto
manca ancora?»
«Siamo quasi arrivati», rispose l'elfo. «La radura dove incontrerete i gri-
foni è davanti a noi, alla fine del sentiero. Se possedeste la vista di noi elfi,
potreste vederla. A dire la verità, questo potrebbe essere un buon punto per
fermarci, se volete riposarvi. Dovremmo cercare di restare al coperto fino
all'ultimo momento.»
«Non preoccuparti. Non ho intenzione di muovermi», esclamò grato Ge-
rard. Liberatosi dello zaino, si lasciò cadere ai piedi di un alto pioppo, ap-
poggiò la schiena contro il tronco, chiuse gli occhi e allungò le gambe.
«Quanto manca al mattino?»
«Un'ora. E ora devo lasciarvi per andare a caccia. Dovremo offrire ai
grifoni carne fresca. Saranno affamati per il lungo volo e apprezzeranno il
nostro gesto. Qui dovreste essere al sicuro, a patto che nessuno si allonta-
ni.» Mentre parlava, l'elfo posò lo sguardo sul kender.
«Staremo benissimo», disse Palin, interrompendo quel suo silenzio che
durava ormai da ore. Non si era seduto e continuava a camminare su e giù
dietro agli alberi, inquieto e impaziente. «No, Tas. Tu stai qui con noi. Do-
v'è il congegno? Ce l'hai ancora, vero? No, non tirarlo fuori. Voglio solo
sapere se è al sicuro.»
«Oh sì, è al sicuro», disse il kender. «Non potrebbe essere che così, se
capisci che cosa intendo.»
«Strana ora per andare a caccia», osservò Gerard, guardando l'elfo scivo-
lare nell'oscurità.
«Esegue i miei ordini», spiegò Palin. «Dopo avere mangiato, i grifoni
saranno sicuramente di umore migliore e il volo sarà più sicuro. Una volta
mi sono trovato su un grifone che aveva deciso che la sua pancia vuota era
più importante del suo passeggero. Dopo avere adocchiato un cervo, si era
lanciato in picchiata. Non avevo potuto fare altro che avvinghiarmi terro-
rizzato all'animale. Fortunatamente, ne siamo usciti tutti sani e salvi, com-
preso il cervo che, udite le mie grida, era scappato nella foresta. Tuttavia, il
grifone era rimasto di pessimo umore, rifiutandosi di continuare il viaggio.
Da allora, porto sempre in dono del cibo.»
«Ma allora perché l'elfo non è andato a caccia prima che partissimo?»
«Probabilmente perché non voleva camminare per miglia e miglia tra-
scinandosi una carcassa di cervo sulle spalle», replicò sarcasticamente Pa-
lin. «Non dimenticate che l'odore della carne appena macellata fa venire la
nausea a molti elfi.»
Gerard non disse niente, temendo di dire troppo. Dal tono del mago, a-
veva capito che quest'ultimo lo riteneva un perfetto idiota.
«A proposito, sir Gerard», disse Palin con freddezza, «voglio che sap-
piate che ritengo abbiate fatto la vostra parte nel soddisfare l'ultimo deside-
rio di mio padre. D'ora in poi condurrò io la faccenda. Non ve ne dovrete
più preoccupare.»
«Come desiderate, signore», replicò Gerard.
«Voglio ringraziarvi per ciò che avete fatto», aggiunse Palin dopo una
breve pausa. L'atmosfera era così gelida da poter provocare una nevicata in
piena estate. «Avete eseguito un grande servigio a rischio della vostra vita.
Un grande servigio», ripeté sommessamente. «Insisterò con lord Warren
affinché riceviate un encomio.»
«Grazie, signore», disse Gerard. «Ma sto solo facendo il mio dovere ver-
so vostro padre, un uomo che ho ammirato molto.»
«A differenza del figlio, vero?» domandò Palin. Si voltò e si allontanò di
qualche passo, la testa china, le braccia incrociate nelle maniche della ve-
ste scura. Era chiaro che riteneva conclusa la conversazione.
Tasslehoff si sistemò accanto a Gerard e poiché le mani di un kender de-
vono essere sempre impegnate, rovesciò tutte le tasche della nuova camicia
che aveva convinto Laurana a confezionare per lui. La camicia era un'orgia
di colori e a Gerard bastava guardarla per sentirsi girare la testa. Alla viva-
ce luce di una mezzaluna e di molte centinaia di stelle, Tas passò in rasse-
gna gli affascinanti oggetti che aveva raccolto durante il soggiorno in casa
di Laurana.
Non c'erano dubbi. Gerard sarebbe stato ben felice di depositare il mago
e il kender a Solace e non avere più niente a che fare con quei due.
Il cielo sopra di loro iniziò a schiarirsi lentamente, le stelle svanirono, la
luna impallidì, ma dell'elfo non c'era traccia.

Il maresciallo Medan e la sua scorta raggiunsero il luogo di incontro in-


dicato dall'elfo un'ora circa prima dell'alba. I tre Cavalieri fermarono i ca-
valli tirandone le briglie. Medan non smontò di sella. Elfi ribelli vivevano
in quella zona della foresta. Guardò attentamente nella semioscurità e nella
turbinante foschia e non poté fare a meno di pensare che quello era un luo-
go perfetto per un'imboscata.
«Vicecomandante», disse. «Andate a vedere se c'è il nostro traditore. Ha
detto che avrebbe aspettato accanto a quelle tre rocce bianche laggiù.»
Il vicecomandante smontò da cavallo. Tenendo una mano sulla spada,
dopo averla parzialmente sguainata dal fodero, si incamminò lentamente,
cercando di fare meno rumore possibile. L'armatura metallica era ridotta
soltanto alla corazza.
Il cavallo del maresciallo era irrequieto. Sbuffava, soffiava e rizzava le
orecchie. Medan gli diede dei buffetti affettuosi sul collo. «Che cosa c'è,
amico?» domandò sommessamente. «Che cosa c'è là in fondo?»
Il vicecomandante scomparve nella semioscurità per poi riapparire come
un vago profilo contro lo sfondo dei tre grandi massi bianchi. Medan sentì
l'aspro sussurro dell'uomo. Non udì un'eventuale risposta ma dedusse che
doveva esserci stata, poiché il Cavaliere annuì e tornò a rapporto.
«Il traditore dice che i tre non sono lontani da qui, nei pressi di una radu-
ra dove devono incontrare il grifone. Ci condurrà là. Dice che dovremmo
andare a piedi. I cavalli fanno troppo rumore.»
Il maresciallo smontò da cavallo e lasciò andare le redini, dando un solo
comando. L'animale sarebbe rimasto dove si trovava, non si sarebbe mosso
fino a nuovo ordine. Anche il terzo Cavaliere si lasciò andare a terra e pre-
se dalla sella un archetto e una faretra con le frecce.
Medan e la sua scorta scivolarono nella foresta.
«Ecco a che cosa sono ridotto», mormorò Medan fra sé e sé, spingendo
da parte rami di alberi e avanzando cautamente attraverso il sottobosco. A
mala pena vedeva l'uomo davanti a sé. Soltanto le tre rocce bianche spic-
cavano chiaramente, oscurate di tanto in tanto dall'umida foschia. «Stri-
sciare nel bosco di notte come un dannato ladro. Dipendere dalla parola di
un elfo che, per una manciata di monete, non ci pensa due volte a tradire la
sua padrona. E tutto per che cosa? Per tendere un'imboscata a un miserabi-
le mago!»
«Avete detto qualcosa, signore?» sussurrò il vicecomandante.
«Sì», rispose Medan. «Ho detto che preferirei essere su un campo di bat-
taglia stecchito con una lancia nel cuore, piuttosto che trovarmi qui in que-
sto momento. E voi, vicecomandante?»
«Signore?» Il Cavaliere lo fissò. Non aveva idea di che cosa stesse par-
lando il maresciallo.
«Non importa», replicò Medan irritato. «Continuate a camminare.» Agi-
tò la mano.
L'elfo traditore apparve, il volto pallido era un barlume nell'oscurità.
Sollevò la mano cerea e fece cenno a Medan di avvicinarsi. Il maresciallo
avanzò, fissando torvo l'elfo.
«E allora? Dove sono?» Medan non lo chiamò per nome: non lo riteneva
degno di averne uno.
«Là!» L'elfo indicò un punto nella foresta. «Sotto quell'albero. Da qui
non potete vederla, ma c'è una radura a un centinaio di passi. È là che do-
vrebbero incontrare il grifone.»
Il cielo stava ingrigendosi per l'alba. Inizialmente Medan non vide nien-
te, poi la foschia si diradò, rivelando tre figure indistinte. Una sembrava
indossare un'armatura, e sebbene non la vedesse chiaramente, Medan ne
udiva lo sferragliare.
«Signore», disse il traditore, nervoso, «avete ancora bisogno di me? In
caso contrario, farei meglio ad andare. Una mia assenza eccessivamente
prolungata potrebbe insospettirli.»
«Sì, sì, vattene», ordinò Medan.
L'elfo scomparve nella foresta.
Il maresciallo fece segno al cavaliere con l'arco di avvicinarsi.
«Ricordati, la dragonessa li vuole vivi», disse. «Mira in alto. Tira per
bloccarli. Aspetta il mio ordine. Non prima.»
Il Cavaliere annuì e si appostò nella boscaglia. Sistemò una freccia nel-
l'arco e posò lo sguardo sul maresciallo.
Medan guardava e aspettava.
Gerard udì il suono di un battito, come di ali immense. Non aveva mai
visto dei grifoni, ma quello era il rumore che si aspettava facessero. Balzò
in piedi.
«Che cosa c'è?» Palin sollevò il capo, allarmato dal repentino movimen-
to del Cavaliere.
«Mi è sembrato di sentire i grifoni, signore», rispose Gerard.
Palin buttò indietro il cappuccio per sentire meglio e guardò verso la ra-
dura. Non riuscivano ancora a vedere gli animali. Le bestie erano fra le
cime degli alberi, ma l'aria mossa dalle ali iniziava a fare agitare le foglie
morte e a sollevare la polvere.
«Dove? Dove?» gridò Tasslehoff, raccogliendo frettolosamente tutti i
suoi preziosi oggetti e cacciandoli dentro le tasche.
Apparve un grifone, le ali immense ora immobili, mentre si lasciava tra-
sportare dalle correnti d'aria per scendere in un dolce atterraggio. Gerard,
rapito dalla visione di quella strana creatura, dimenticò la sua irritazione
nei confronti del mago e del kender. Gli elfi cavalcavano i grifoni come gli
uomini i cavalli, ma pochi umani volavano sul dorso di animali simili. I
grifoni avevano sempre diffidato degli uomini, che solevano cacciarli e uc-
ciderli.
Gerard aveva cercato di non soffermarsi sul fatto che avrebbe dovuto af-
fidare la sua vita a un animale che aveva ben pochi motivi per amarlo, ma
ora si trovava obbligato ad affrontare l'idea di cavalcare una di quelle crea-
ture non su una strada, ma in aria. Alto nel cielo, così che in caso di di-
sgrazia sarebbe precipitato verso un'orribile morte.
Fu solo un attimo, poi ritrovò il coraggio e la freddezza e si preparò ad
affrontare quella nuova avventura, come avrebbe affrontato qualsiasi altra
difficile impresa. Osservò l'altera testa d'aquila dalle piume bianche, i scin-
tillanti occhi neri e il becco adunco che poteva, così aveva sentito dire,
spezzare la spina dorsale di un uomo o strappargli la testa dal collo. Le
zampe anteriori erano quelle di un'aquila, con artigli affilati; le zampe po-
steriori e il corpo erano quelli di un leone, coperti di una morbida pelliccia
bruna. Le ali erano ampie, candide nella parte inferiore e brune in quella
superiore. Il grifone era più alto di Gerard di almeno una testa.
«Ce n'è uno solo», osservò Gerard in tono distaccato, come se incontrare
una di quelle bestie fosse un'abitudine per lui. «Per lo meno finora. Ma do-
v'è finito l'elfo?»
«Strano», commentò Palin, guardandosi intorno. «Dove sarà andato?
Non è da lui.»
Il grifone sbatté le ali e voltò la testa, alla ricerca dei suoi passeggeri.
L'aria delle enormi ali provocò un vento che fece turbinare la nebbia mat-
tutina e sferzò i rami degli alberi. Aspettarono ancora qualche istante, ma
non apparve un altro grifone.
«Pare sia l'unico, signore», disse Gerard, cercando di non lasciare trape-
lare il suo sollievo. «Voi e il kender andate avanti. Io controllerò che tutto
vada bene. Non preoccupatevi per me. Troverò il modo per andarmene da
Qualinesti. Ho il cavallo...»
«Sciocchezze», tagliò corto Palin, insofferente a qualsiasi cambiamento
nei piani. «Il grifone può portarci tutti e tre. Il kender non conta niente.»
«Non è vero, anch'io conto!» affermò Tasslehoff, offeso.
«Signore, davvero, non importa», insistette Gerard.
Una freccia si conficcò nell'albero accanto a lui. Un'altra sibilò sopra la
sua testa. Gerard si buttò a terra, afferrando il kender e trascinandolo giù.
«Signore! Mettetevi al riparo!» urlò a Palin.
«Elfi ribelli», disse il mago, scrutando nell'ombra. «Hanno visto la vo-
stra armatura. Siamo amici!» gridò, agitando la mano in segno di saluto.
Una freccia gli trapassò la manica della tunica. Fissò il buco con irato
stupore. Gerard balzò in piedi, afferrò il mago e lo trascinò al riparo dietro
a una grande quercia.
«Non sono elfi, signore!» disse e indicò risoluto una delle frecce. Aveva
piume nere e la punta era di acciaio. «Sono Cavalieri di Neraka.»
«Ma anche voi», ribatté Palin, lanciando uno sguardo alla corazza di Ge-
rard, decorata con il teschio e il giglio della morte. «Per lo meno, per quan-
to ne sanno loro.»
«Oh, sanno perfettamente come stanno le cose», replicò Gerard, torvo.
«Avete notato che l'elfo non è tornato? Ho il timore che ci abbia traditi.»
«Non è possibile...», iniziò Palin.
«Li vedo!» gridò Tasslehoff, indicando con la mano. «Laggiù, fra quegli
arbusti. Sono in tre. Indossano armature nere.»
«Hai la vista acuta, kender», ammise Gerard. Nella semioscurità e nella
foschia delle prime luci dell'alba non riusciva a distinguere niente.
«Non possiamo restare qui. Dobbiamo fare una corsa fino al grifone!»
disse Palin e fece per alzarsi.
Gerard lo tirò giù.
«Raramente quegli arcieri sbagliano, signore. Non ci arrivereste vivo!»
«È vero, non sbagliano», ribatté Palin. «Eppure ci hanno lanciato contro
tre frecce e siamo ancora vivi. Se siamo stati traditi, sanno che abbiamo
con noi il manufatto! Ecco che cosa vogliono. E vogliono catturarci vivi e
interrogarci.» Afferrò con forza il braccio di Gerard, le dita crudelmente
deformate affondarono dolorosamente nella corazza a maglia e nella carne
del cavaliere. «Non intendo cedere il congegno. E non voglio essere preso
vivo! Non di nuovo! Mi avete sentito? Non voglio!»
Altre due frecce si conficcarono nell'albero, obbligando il kender, che
aveva sporto la testai per sbirciare, a rituffarsi a terra.
«Uh!» esclamò, toccandosi ansiosamente il ciuffo. «Per un pelo! Ci sono
ancora i capelli?»
Gerard guardò Palin. Il volto del mago era pallido, le labbra una sottile
linea chiusa. Le parole di Laurana gli risuonarono alla mente. A meno che
non siate stato prigioniero, non credo possiate capire.
«Andate avanti, signore. Voi e il kender.»
«Non siate stupido», affermò Palin. «Ce ne andiamo insieme. Mi vo-
gliono vivo. Io gli servo. Di voi non saprebbero che farsene. Verreste tor-
turato e ucciso.»
Dietro di loro, il grido stridulo del grifone risuonò forte, rauco e impa-
ziente.
«Non sono io lo stupido, signore», ribatté Gerard, guardando il mago
negli occhi. «Voi lo siete, se non mi date retta. Posso distrarli e so difen-
dermi adeguatamente. Voi no, a meno che non abbiate a portata di mano
qualche incantesimo.»
Capì, dal volto pallido e smunto di Majere, di avere fatto centro.
«Molto bene», disse Gerard. «Prendete il kender e il vostro prezioso
manufatto magico e andatevene da qui!»
Palin esitò un istante, guardando in direzione del nemico. Il suo viso era
immobile, rigido, cadaverico. Lentamente, allontanò la mano dal braccio di
Gerard. «Ecco che cosa sono diventato», disse. «Inutile. Meschino. Obbli-
gato a fuggire invece di affrontare i miei nemici...»
«Signore, se volete andare, fatelo adesso», lo incalzò Gerard, sguainando
la spada con un tintinnio. «Camminate bassi e usate gli alberi come coper-
tura. Veloci! Presto!»
Si sollevò dal suo nascondiglio. Brandendo la spada, caricò senza esitare
i Cavalieri accovacciati fra gli arbusti, urlando il suo grido di battaglia, at-
tirando su di sé il tiro nemico.
Palin si alzò in piedi. Piegandosi, afferrò saldamente il colletto della ca-
micia di Tasslehoff e strattonandolo, lo fece alzare. «Tu vieni con me», or-
dinò.
«E Gerard?» Tas esitava.
«Lo hai sentito», replicò Palin, trascinandolo. «Sa badare a se stesso. I-
noltre, i Cavalieri non devono entrare in possesso del manufatto!»
«Ma non possono portarmi via il congegno!» protestò Tas, dando uno
strattone alla camicia per liberarla dalla presa di Palin. «Tornerà sempre da
me!»
«Non se sei morto», ribatté con asprezza Palin, scandendo le parole len-
tamente.
Tas si bloccò di colpo e si voltò. Spalancò gli occhi.
«Vedi... vedi un drago da qualche parte?» domandò nervoso.
«Smettila di menare il can per l'aia!» Palin lo afferrò nuovamente, questa
volta per il braccio e, sorretto dalla forza della disperazione, lo trascinò at-
traverso la foresta e verso il grifone.
«Non sto menando il can per l'aia. Sto male», affermò Tasslehoff. «Te-
mo che la maledizione mi abbia colpito nuovamente.»
Palin non prestò attenzione ai piagnistei del kender. Sentiva Gerard lan-
ciare la sua sfida al nemico. Un'altra freccia li superò sibilando, atterrando
a circa una iarda da Palin. Le vesti scure di quest'ultimo si armonizzavano
con i colori della foresta, l'uomo era un bersaglio in corsa che scivolava
nella foschia e nella luce fioca, tenendosi basso, come aveva raccomandato
Gerard, e mettendo i tronchi degli alberi fra sé e il nemico ogniqualvolta
era possibile.
Dietro di sé, sentì l'acciaio cozzare contro l'acciaio. Il lancio delle frecce
cessò. Gerard si batteva contro i Cavalieri. Da solo.
Il mago si lanciò a capofitto, trascinandosi dietro il kender riluttante. Pa-
lin non era orgoglioso di se stesso. La paura e la vergogna bruciavano in
lui più di quanto avrebbe fatto una freccia se lo avesse colpito. Osò lancia-
re un'occhiata dietro di sé, ma non vide niente a causa della semioscurità e
della nebbia.
Era ormai vicino al grifone. Era vicino alla fuga. Rallentò l'andatura. E-
sitò, iniziò a voltarsi...
L'oscurità scese su di lui. Era di nuovo nella cella della prigione nell'ac-
campamento delle Vesti Grigie al confine con Qualinesti. Era accovacciato
sul fondo di una fossa stretta e profonda scavata nel terreno. Le pareti della
fossa erano lisce. Non poteva arrampicarsi. Una grata di ferro bloccava
l'ingresso. Alcuni fori nella grata consentivano il passaggio dell'aria e an-
che della pioggia, che gocciolava giorno dopo giorno riempiendo d'acqua
il fondo della fossa.
Era solo, obbligato a vivere nei propri escrementi. Obbligato a mangiare
i rimasugli che gli buttavano. Nessuno gli parlava. Non c'erano guardie al-
la sua prigione. Non ce n'era bisogno. Era in trappola e lo sapevano. A vol-
te passavano giorni interi prima che sentisse il suono di una voce. Era qua-
si giunto al punto di gradire i momenti in cui i suoi carcerieri lanciavano
giù una scala e lo portavano in superficie per «interrogarlo».
Quasi.
Si sentì nuovamente trapassare da quel dolore fulminante. Le sue dita,
spezzate l'una dietro l'altra. Le sue unghie strappate. La sua schiena flagel-
lata con fruste di cuoio che penetravano nella carne fino all'osso.
Un brivido lo percorse. Si morse la lingua, sentì il sapore del sangue e
della bile che affluì dallo stomaco. Il viso era imperlato di sudore.
«Mi dispiace, Gerard!» disse affannosamente. «Mi dispiace!»
Tenendolo stretto per la collottola, Palin sollevò il kender di peso e lo
buttò sulla groppa del grifone. «Tienti stretto!» gli ordinò.
«Sento che sto per vomitare», gridò Tas, dimenandosi. «Aspettiamo Ge-
rard!»
Palin non aveva tempo per i giochetti del kender. «Via, presto!» ordinò
al grifone. Il mago si issò sulla sella, fissata con una cinghia sul dorso del-
l'animale, fra le ali piumate. «I Cavalieri di Neraka ci hanno teso un aggua-
to. La nostra guardia li sta tenendo alla larga, ma temo che non resisterà
ancora a lungo.»
Il grifone voltò la testa fulminando il mago con scintillanti occhi neri.
«Lo lasciamo qui, allora?» domandò.
«Sì», rispose Palin con voce pacata. «Lo lasciamo qui.»
Il grifone non ribatté. Aveva ricevuto degli ordini. Le strane abitudini
degli umani non lo riguardavano. La bestia spiegò le grandi ali e spiccò il
volo, le possenti zampe di leone a fargli da sostegno. Girò in tondo nella
radura, adoperandosi per prendere quota ed evitare gli alberi. Palin guardò
in basso, alla ricerca di Gerard. Il sole aveva schiarito l'orizzonte, stava
dissolvendo la foschia e illuminando le ombre. Vide lampi d'acciaio e udì
il tintinnio dei colpi.
Miracolosamente, il Cavaliere era ancora vivo.
Il mago sollevò lo sguardo. Porse il viso al vento impetuoso. D'un tratto
il sole svanì, preso d'assalto da immense nubi grigie temporalesche che si
addensavano all'orizzonte. I lampi saettarono fra le nuvole gonfie. Il tuono
rombò. Un vento freddo, che soffiava dalla tempesta, raffreddò il sudore
che gli aveva inzuppato le vesti e gli lasciò i capelli bagnati fradici. Rab-
brividendo, si avvolse nella cappa scura. Non guardò più verso il basso.
Il grifone si elevò sopra gli alberi. Sentendo le correnti d'aria sotto le ali,
si librò nel cielo azzurro.
«Palin!» gridò Tasslehoff, strattonandogli il mantello. «C'è qualcosa che
vola dietro di noi!»
Palin si girò per guardare.
Il drago verde era lontano, ma si muoveva a grande velocità, le ali fen-
denti l'aria, le zampe dai lunghi artigli appiattite contro il corpo, la coda
verde ondeggiante. Non era Beryl. Ma una delle sue tirapiedi, impegnata a
eseguire gli ordini della padrona.
Ma certo. Non si fidava dei Cavalieri di Neraka per entrare in possesso
del prezioso manufatto. Aveva mandato una della sua razza a prenderlo. Il
mago si protese sulla spalla del grifone.
«Un drago!» gridò. «A est!»
«Lo vedo!» ringhiò la bestia.
Palin si schermò gli occhi per guardare il drago, cercando di non chiude-
re le palpebre per non perdere un singolo battito delle immense ali.
«Il drago ci ha individuato», comunicò. «Sta puntando dritto su di noi.»
«Tenetevi forte!» Il grifone cambiò bruscamente direzione, facendo una
precipitosa virata. «Mi lancerò nella tempesta. Il viaggio sarà movimenta-
to!»
Alte nuvole a pinnacolo formavano all'orizzonte un muro grigio e nero.
Le nuvole avevano l'aspetto di una fortezza, massiccia e impenetrabile. Il
lampo sfolgorava da spaccature dentro di esse, come la luce delle torce
dalle finestre. Il tuono rombava e brontolava.
«Non mi piace l'aspetto di quella tempesta!» Palin gridò al grifone.
«Preferisci le interiora della pancia del drago?» domandò la creatura.
«La bestia sta guadagnando terreno. È più veloce di noi.»
Palin guardò indietro, sperando che il grifone avesse valutato erronea-
mente. Ali immense fendevano l'aria, le fauci del drago erano spalancate.
Palin incrociò lo sguardo dell'animale, vi lesse l'obiettivo, vide quegli oc-
chi puntati su di sé.
Afferrando le redini con una mano e tenendo con l'altra un Tas urlante,
Palin si appiattì sul collo del grifone, tenendo testa e corpo bassi per evita-
re che il vento impetuoso lo disarcionasse. Le prime gocce di pioggia gli
picchiettarono il viso, pungenti.
Le nuvole avevano raggiunto altezze smisurate, sovrastando pinnacoli di
fulmini più alti dell'imponente fortezza di Pax Tharkas. Palin sollevò lo
sguardo in riverente timore, la testa girata al punto da fargli dolere il collo,
eppure non riuscì a vedere la sommità di quella fortezza. Il grifone ci si
stava avvicinando. Tasslehoff continuava a gridare, ma il vento s'impadro-
niva delle sue parole e gliele strappava via, così come gli strappava i capel-
li.
Palin si voltò. Il drago era ormai su di loro. I suoi artigli si contraevano,
pregustando già la cattura. Li avrebbe investiti con il suo gas letale, quindi
li avrebbe afferrati con l'immensa zampa artigliata e li avrebbe scagliati a
terra. Con un po' di fortuna, la caduta li avrebbe uccisi. Il drago avrebbe
divorato il grifone e in seguito, con tutta calma, avrebbe squartato i loro
corpi alla ricerca del congegno.
Il mago distolse gli occhi, guardò avanti nella tempesta e spronò il gri-
fone ad aumentare la velocità.
La fortezza di nubi si parò innanzi a loro. Il guizzo di un lampo li acce-
cò. Il tuono rombò, provocando un frastuono che ricordava quello di cavi
enormi che facevano girare una gigantesca ruota dentata. Improvvisamen-
te, un muro compatto di nuvole si aprì, rivelando un corridoio buio illumi-
nato dai lampi e sbarrato da una cortina di pioggia battente.
Il grifone si tuffò nella parete di nubi. Vennero inondati da una cascata
di pioggia pungente. Cercando di asciugarsi gli occhi, Palin guardava atto-
nito davanti a sé. File e file di colonne di nuvole grigie si innalzavano da
un pavimento grigio screziato e sostenevano un soffitto di ribollenti nubi
nere.
Le nuvole li avvolsero, li circondarono. Palin non vedeva niente a causa
del grigiore indistinto. Non vedeva nemmeno la testa del grifone. I lampi
sfrigolavano vicino a lui; ne sentiva l'odore di zolfo. Il fragore del tuono
rimbombò, facendogli salire il cuore in gola.
Il grifone zigzagava fra le colonne, volava in alto e si rituffava, voltava e
girava per poi ripiegare. Torrenti di pioggia li circondavano come pareti
argentee, inzuppandoli quando vi volavano sotto. Palin non riusciva a ve-
dere il drago, sebbene ne percepisse la profonda frustrazione mentre li cer-
cava disperatamente.
Il grifone lasciò le cavernose sale della fortezza di nubi temporalesche
ed emerse alla luce del sole. Palin si voltò, in attesa spasmodica dell'appa-
rizione del drago. Il grifone ridacchiò, compiaciuto. Il drago si era perso
nelle nuvole temporalesche.
Palin si disse che non aveva avuto scelta, che aveva agito logicamente
scegliendo la fuga. Doveva proteggere il manufatto magico. Gerard gli a-
veva praticamente ordinato di andarsene. Se anche fosse rimasto, non sa-
rebbe servito a niente. Sarebbero morti tutti quanti e il congegno sarebbe
finito nelle grinfie di Beryl.
Il manufatto era salvo. Gerard era morto o prigioniero. Ormai non pote-
va fare niente per lui.
«Meglio dimenticare», si disse Palin. «Togliermelo dalla mente. Ciò che
è fatto è fatto e non ci si può più porre rimedio.»
Relegò rimorso e senso di colpa in una profonda fossa dell'anima e ri-
chiuse con la grata di ferro della necessità.

«Signore», riportò il vicecomandante di Medan, «il Cavaliere sta attac-


cando - da solo. Il mago e il kender stanno scappando. Quali sono i vostri
ordini?»
«Attacca da solo. Però!» commentò Medan, stupito.
Il Solamnico avanzava distruggendo il sottobosco, brandendo la spada e
urlando il grido di battaglia solamnico, un grido che il maresciallo Medan
non udiva da anni. Quell'immagine lo riportò ai tempi in cui cavalieri in
scintillanti armature argentee e brillanti armature nere incrociavano le spa-
de sul campo di battaglia; a quando i campioni avanzavano per un duello
all'ultimo sangue, mentre gli eserciti stavano a guardare, il loro destino
nelle mani di quegli eroi; a quando i combattenti si salutavano degnamente
prima di iniziare la battaglia contro la morte.
E ora era là, accovacciato accanto a un arbusto, comodamente nascosto
dietro a un grande ceppo d'albero, a tirare a casaccio dietro a un mago sfi-
nito e a un kender.
«Riuscirò a cadere ancora più in basso?» mormorò fra sé e sé.
L'arciere stava tendendo l'arco. Avendo perso di vista il mago, cambiò
bersaglio puntando le gambe del Cavaliere e sperando di azzopparlo.
«Fermo», esclamò bruscamente Medan, posando" una mano sul braccio
dell'arciere.
Il vicecomandante si guardò intorno. «Signore? I vostri ordini?»
Il Solamnico si stava avvicinando. Il mago e il kender erano fuori tiro,
scomparsi fra gli alberi e la nebbia.
«Signore, dobbiamo inseguirli?» domandò il vicecomandante.
«No», rispose Medan, leggendo lo stupore negli occhi del sottoposto.
«Ma gli ordini», azzardò quest'ultimo.
«Conosco gli ordini», ribatté Medan. «Volete essere ricordato in una
canzone come il Cavaliere che trucidò un kender e un vecchio mago avvi-
lito, o come un Cavaliere che si batté con un suo pari?»
Il vicecomandante evidentemente non voleva essere ricordato in una
canzone. «Ma gli ordini», insistette.
Dannato zoticone ottuso! Medan lo guardò torvo.
«Avete gli ordini, vicecomandante. Non fatemeli ripetere.»
Nella foresta scese nuovamente l'oscurità. Il sole era sorto solo per vede-
re la sua luce e il suo calore bloccati da nuvole temporalesche. Il tuono
rombò in lontananza, cominciò a cadere qualche goccia di pioggia. Il ken-
der e il mago erano scomparsi. Erano in groppa al grifone e si allontanava-
no da Qualinesti. Da Laurana. Con un po' di fortuna, ora avrebbe potuto
proteggerla da eventuali coinvolgimenti con il mago.
«Andate incontro al Cavaliere», ordinò Medan, agitando la mano. «Vi
sfida a combattere. Affrontatelo.»
Il vicecomandante si alzò, la spada sguainata. L'arciere eliminò l'arco e
prese un pugnale, pronto a colpire alle spalle, mentre il vicecomandante at-
taccava frontalmente.
«In duello», aggiunse Medan, trattenendo l'arciere. «Affrontatelo uno
contro uno, vicecomandante.»
«Signore?» L'uomo era incredulo. Si voltò per capire se il maresciallo
stesse scherzando.
Che cosa è stato il vicecomandante prima di diventare un Cavaliere? Un
venditore di spade? Un ladro? Un delinquente? Beh, oggi imparerà che co-
s'è l'onore.
«Mi avete sentito», disse Medan.
Il vicecomandante lanciò uno sguardo cupo al suo compagno, quindi si
incamminò senza entusiasmo per affrontare la carica distruttiva del Solam-
nico. Medan si alzò. Incrociate le braccia al petto, si appoggiò a uno dei
massi bianchi per assistere allo scontro.
Il vicecomandante era un uomo dalla possente corporatura, collo taurino,
spalle larghe e braccia muscolose. In battaglia, era abituato a fare affida-
mento sulla propria forza e astuzia grossolana, colpendo e sferzando l'av-
versario fino a quando un colpo fortunato, o la semplice forza bruta, inde-
bolivano il nemico.
Il vicecomandante caricò frontalmente come un bisonte sbuffante, fa-
cendo roteare la spada con forza assassina. Il Solamnico parò il colpo con
una forza tale da fare sprizzare scintille dalle lame d'acciaio. Il vicecoman-
dante tenne duro, le spade incrociate, cercando di buttare a terra l'avversa-
rio. Il Solamnico non poteva competere con una forza simile. Se ne accor-
se e cambiò tattica. Indietreggiò, scoprendosi in maniera allettante.
Il vicecomandante abboccò all'amo. Balzò all'attacco, colpendo con la
spada, convinto di riuscire a eliminare velocemente il nemico. Riuscì a fe-
rire il Cavaliere nel braccio sinistro, squarciando l'armatura di cuoio e a-
prendo un lungo taglio sanguinante.
Il Solamnico incassò il colpo senza battere ciglio. Mantenne la posizio-
ne, aspettò il momento giusto e con estrema freddezza, conficcò la spada
nell'addome del vicecomandante.
Quest'ultimo lasciò cadere la spada e si piegò su se stesso con un orribile
grido gorgogliante, abbracciandosi per cercare di bloccare la fuoriuscita
delle interiora. Con uno strattone, il Solamnico estrasse la spada. Il sangue
sgorgò dalla bocca del ferito, che capitombolò.
Prima che Medan potesse fermarlo, l'arciere aveva sollevato l'arco e tira-
to una freccia verso il Solamnico. La freccia si conficcò nella coscia del
Cavaliere. L'uomo gridò dal dolore, barcollò, sbilanciato.
«Codardo bastardo!» imprecò Medan. Afferrato l'arco, lo scagliò contro
la roccia, frantumandolo.
L'arciere sguainò allora la spada e si precipitò ad affrontare il Solamnico
ferito. Medan prese in considerazione l'eventualità di fermare lo scontro,
ma era curioso di vedere come il Solamnico avrebbe affrontato quella nuo-
va sfida. Assisteva al duello con assoluta imparzialità, assaporando una
lotta all'ultimo sangue come non ne vedeva da anni.
Rispetto al vicecomandante, l'arciere era più basso, più leggero, un com-
battente più scaltro. Prese tempo, saggiando l'avversario con affondi della
spada, cercando i suoi punti deboli e tentando di sfiancarlo. Sferrò al So-
lamnico un colpo obliquo al viso sotto la visiera sollevata. La ferita non
era grave, ma il sangue che sgorgava colava negli occhi del Solamnico, ac-
cecandolo parzialmente. Il Cavaliere batté le palpebre per eliminare il san-
gue e continuò a combattere. Azzoppato e sanguinante, il suo volto si con-
torceva in una smorfia di dolore ogniqualvolta doveva appoggiare il peso
sulla gamba ferita. La freccia era ancora conficcata nella coscia. Non ave-
va avuto il tempo di estrarla. Ora era all'attacco. Doveva terminare il duel-
lo velocemente o non avrebbe avuto la forza per continuare.
I lampi saettavano. La pioggia scrosciava. I due uomini combattevano
sul cadavere del vicecomandante. Il Solamnico colpiva e affondava, la sua
spada era ovunque come un serpente all'attacco. Ora era l'arciere a essere
sotto pressione. Faceva di tutto per impedire al serpente di mordere.
«Bel colpo, Solamnico», mormorò Medan più di una volta, godendosi lo
spettacolo di tanta abilità.
L'arciere scivolò nell'erba bagnata. Il Solamnico balzò in avanti sulla
gamba ferita e affondò la spada nel petto dell'uomo. L'arciere cadde e an-
che il Solamnico crollò a terra esausto, ansante.
Medan si allontanò dal masso, uscì allo scoperto. Il Solamnico, senten-
dolo avvicinare, si alzò vacillando senza riuscire a trattenere un grido di
dolore. La gamba ferita cedeva sotto di lui. Zoppicando, appoggiò la
schiena a un tronco d'albero per ritrovare l'equilibrio e sollevò la spada.
Stava guardando in faccia la morte. Sapeva che non sarebbe sopravvissuto
a quell'ultimo scontro, ma almeno sarebbe morto in piedi, non in ginoc-
chio.
«Pensavo che la fiamma si fosse spenta nel cuore dei Cavalieri, ma a
quanto pare vive ancora in uno di loro», disse Medan, affrontando il So-
lamnico. Il maresciallo posò la mano sull'impugnatura della spada, ma non
la sguainò.
Il volto del Solamnico era una maschera di sangue. Occhi di un azzurro
incredibile e straordinario guardavano Medan privi di speranza, ma senza
paura.
Aspettava che Medan colpisse.
Il maresciallo se ne stava nel fango e nella pioggia, a gambe divaricate
sui corpi dei suoi uomini morti, e attendeva.
Lo spirito di sfida del Solamnico iniziò a vacillare. D'un tratto capì che
cosa stava facendo Medan, capì che aspettava che lui crollasse, aspettava
di catturarlo vivo.
«Combatti, maledetto!» Il Solamnico balzò in avanti, agitando la spada.
Medan si spostò di lato.
Dimentico, il Solamnico appoggiò il peso sulla gamba ferita. La gamba
cedette. L'uomo perse l'equilibrio, cadde a terra. Tentò di rialzarsi, ma era
ormai troppo debole. Aveva perso troppo sangue. Chiuse gli occhi. Giace-
va faccia a terra nel fango accanto ai corpi dei nemici.
Medan girò il Cavaliere. Appoggiandogli una mano sulla coscia per fare
leva, afferrò saldamente la freccia e con uno strattone la estrasse. Il Cava-
liere emise un gemito per il dolore, ma non riprese conoscenza. Medan si
tolse il mantello, con la spada tagliò il tessuto in tante strisce e preparò un
laccio emostatico di fortuna per bloccare l'emorragia. Quindi avvolse il
Cavaliere in ciò che restava del mantello.
«Avete perso molto sangue», disse Medan, riponendo la spada nel fode-
ro, «ma siete giovane e forte. Vedremo che cosa potranno fare per voi i
guaritori.»
Radunati i cavalli dei sottoposti, Medan buttò senza tante cerimonie i
due cadaveri sulle selle e li legò saldamente. Quindi fece un fischio al suo
cavallo. L'animale arrivò trottando in risposta alla chiamata del padrone e
si fermò silenziosamente al suo fianco.
Medan sollevò il Solamnico e lo depose sulla sella. Ne esaminò la ferita
e constatò con piacere che il laccio emostatico aveva bloccato il flusso di
sangue. Allentò leggermente il laccio, non volendo arrestare totalmente il
flusso sanguigno nella gamba, quindi montò in sella. Seduto dietro al Ca-
valiere ferito, Medan gli mise un braccio intorno al corpo tenendolo dol-
cemente, ma saldamente, in sella. Afferrò le redini degli altri due cavalli e,
tirandoli, iniziò il lungo viaggio di ritorno verso Qualinost.

XXI

IL CONGEGNO PER VIAGGIARE NEL TEMPO

La fuga selvaggia e terrificante dal drago finì nel sole e nel cielo azzur-
ro. Il viaggio richiese più tempo del solito, perché il grifone era stato por-
tato fuori rotta dalla tempesta. La bestia fece tappa in mezzo ai Monti Kha-
rolis per mangiare un cervo; Palin si irritò per il ritardo, ma tutti i suoi sol-
leciti rimasero inascoltati. Dopo il pasto, il grifone fece un pisolino, mentre
Palin camminava avanti e indietro, tenendo Tasslehoff ben stretto. Al calar
della notte, la creatura affermò che non avrebbe viaggiato col buio. Il gri-
fone e Tasslehoff dormirono; Palin sedette, adirato, in attesa del sorgere
del sole.
Continuarono il viaggio il giorno dopo. A metà mattina, il grifone depo-
sitò Palin e Tasslehoff in un campo vuoto non lontano da quella che, una
volta, era stata l'Accademia della Stregoneria. Le mura di pietra dell'Acca-
demia erano ancora in piedi, ma erano nere e cadenti. Il tetto era uno sche-
letro di travi carbonizzate. La torre che era stata per il mondo un simbolo
di speranza, speranza nel ritorno della magia, era ridotta a un cumulo di
macerie, demolita dall'esplosione che ne aveva strappato il cuore.
Una volta, Palin aveva pensato di ricostruire l'accademia, non foss'altro
che per mostrare il suo sprezzo per Beryl. Ma quando aveva cominciato a
perdere i poteri magici, a sentirli scivolare via da lui come acqua che cade
dalle mani a coppa, aveva abbandonato l'idea. Era uno spreco di tempo e di
fatica. Molto meglio impiegare le sue energie nel cercare manufatti della
Quarta Era, manufatti che racchiudevano ancora la magia e potevano esse-
re usati da coloro che erano in grado di farlo.
«Che cos'è quel posto?» chiese Tasslehoff, scendendo dal dorso del gri-
fone. Fissò con interesse le mura distrutte, con le finestre prive di vetri. «E
che cosa gli è successo?»
«Niente. Non ha importanza», rispose Palin, che non voleva dilungarsi
sulla morte di un sogno. «Vieni. Non abbiamo tempo da perd...»
«Guarda!» gridò Tas, indicando col dito. «C'è qualcuno che cammina là
intorno. Vado a vedere!»
Partì tutto allegro. Il ciuffo gli rimbalzava sulla testa; i lembi della cami-
cia gli svolazzavano alle spalle.
«Torna indietro...» cominciò Palin, e poi capì che poteva anche rispar-
miare il fiato.
Tas aveva ragione. Qualcuno camminava per le rovine dell'Accademia, e
Palin si chiese chi potesse essere. Gli abitanti di Solace consideravano il
posto maledetto, e non ci andavano mai, per nessuna ragione. La persona
indossava lunghe vesti; Palin intravide del tessuto cremisi sotto un mantel-
lo beige con guarnizioni dorate. Poteva essere, naturalmente, un vecchio
studente venuto a gettare uno sguardo nostalgico alla sua scuola devastata,
ma Palin ne dubitava. Dall'andatura aggraziata e dai ricchi abiti, capì che si
trattava di Jenna.
Maestra Jenna di Palanthas era stata una potente maga dalle vesti rosse
nei giorni precedenti la Guerra del Caos. Donna straordinariamente bella,
si pensava fosse stata l'amante di Dalamar lo Scuro, allievo di Raistlin Ma-
jere e un tempo Maestro della Torre dell'Alta Magia di Palanthas. Jenna si
era guadagnata da vivere gestendo un negozio di articoli magici a Palan-
thas. L'attività era andata discretamente bene durante la Quarta Era, quan-
do la magia era stata un dono concesso alla gente dai tre dei: Solinari, Lu-
nitari e Nuitari. Vendeva i soliti ingredienti per incantesimi: escrementi di
pipistrello, ali di farfalla, zolfo, petali di rosa (interi e in polvere), uova di
ragno, e così via. Aveva un buon assortimento di pozioni ed era nota per-
ché possedeva la miglior raccolta di libri e pergamene di incantesimi al di
fuori della Torre di Wayreth, tutti disponibili dietro pagamento appropria-
to. Era particolarmente famosa per la sua scelta di manufatti magici: anelli,
bracciali, pugnali, spade, ciondoli, amuleti. Questi erano quelli che mette-
va in mostra; ne aveva altri, più potenti e più pericolosi, che teneva nasco-
sti, per farli vedere solo ai clienti seri, e solo su appuntamento.
Allo scoppio della Guerra del Caos, Jenna aveva partecipato con Dala-
mar e un mago dalle vesti bianche a una pericolosa missione per contribui-
re alla sconfitta del tempestoso Padre degli Dei. Non parlò mai di ciò che
era capitato loro in quel terribile viaggio. Palin sapeva solo che, durante il
ritorno, Dalamar era stato gravemente ferito, ed era rimasto nella sua Tor-
re, vicino alla morte, per diverse, lunghe settimane.
Jenna gli aveva fatto da compagna e infermiera fino al giorno in cui era
uscita dalla torre, per non tornarci più. Perché, quella notte, la Torre del-
l'Alta Magia di Palanthas fu distrutta da un'esplosione magica. Nessuno
vide più Dalamar. Quando furono passati molti anni senza che lui tornasse,
il Conclave lo pronunciò ufficialmente morto. Maestra Jenna riaprì il suo
negozio, e scoprì di essere seduta sopra a una vera miniera.
Con la scomparsa della magia degli dei, i maghi, disperati, avevano cer-
cato il modo di mantenere le loro facoltà. Scoprirono che i manufatti ma-
gici fabbricati nella Quarta Era conservavano il loro potere. L'unico pro-
blema era che, spesso, tale potere era bizzarro, non agiva secondo le previ-
sioni. Una spada magica, creata per il bene, d'un tratto cominciava a ucci-
dere chi doveva proteggere. Un anello dell'invisibilità ingannava un ladro
in un momento critico, facendolo finire per cinque anni in una prigione
sotterranea di Solace. Nessuno sapeva perché. Alcuni attribuivano l'inaffi-
dabilità dei manufatti al fatto che gli dei non avevano più influenza su di
loro, altri sostenevano che gli dei non c'entravano niente. I manufatti erano
sempre stati complicati da manovrare.
Gli acquirenti, tuttavia, erano più che disposti a correre il rischio, e la ri-
chiesta di manufatti della Quarta Era salì più in alto delle frittelle girate da
un congegno meccanico a vapore, inventato dagli gnomi. I prezzi di Mae-
stra Jenna s'impennarono di conseguenza. Ora, all'età di sessant'anni e pas-
sa, era una delle donne più ricche di Ansalon. Di una bellezza più matura,
ma ancora evidente, aveva conservato la sua influenza e il suo potere an-
che sotto il dominio dei Cavalieri di Neraka, i cui comandanti la riteneva-
no affascinante, misteriosa, e accomodante. Jenna non dava retta a chi la
chiamava «collaborazionista». Da tempo era abituata a tener buone le varie
parti, e sapeva come far credere a ciascuna di trovarsi nelle condizioni mi-
gliori.
Maestra Jenna era anche l'esperta indiscussa di Ansalon sui manufatti
magici della Quarta Era.
Palin non poté andare subito a salutarla; il grifone si lamentò ancora del-
la fame. Adocchiava avidamente il kender; evidentemente, lo considerava
un bocconcino appetitoso. Palin promise che gli avrebbe mandato un quar-
to di cervo; questo soddisfece la bestia, che cominciò a lisciarsi le penne,
contenta di essere arrivata a destinazione.
Palin partì alla ricerca di Tasslehoff, che avanzava felice fra le macerie,
rigirando le rocce per vedere cosa c'era sotto, e prorompendo in esclama-
zioni per ogni scoperta.
Jenna gironzolava nel terreno dell'accademia in rovina; curiosa di vedere
cos'aveva trovato il kender, andò a dare un'occhiata.
Tas alzò la testa, guardò la maga per lunghi, interminabili attimi e poi,
con un grido di gioia, fece un balzo e corse verso di lei, allungando le
braccia.
Subito, Jenna tese entrambe le mani, con i palmi in fuori. Un lampo di
luce venne da uno dei tanti anelli che portava, e Tas barcollò all'indietro,
come se si fosse buttato a capofitto contro un muro di mattoni.
«Sta' lontano, kender», disse lei, calma.
«Ma, Jenna!» gridò Tas, strofinandosi il naso e guardando gli anelli con
interesse. «Non mi riconosci? Sono Tasslehoff! Tasslehoff Burrfoot. Ci
siamo incontrati a Palanthas durante la Guerra del Caos; per me sono pas-
sati pochi giorni, ma per te devono essere passati anni e anni, perché ades-
so sei molto più vecchia. Molto più vecchia», ripeté con enfasi. «Sono ve-
nuto nel tuo negozio di articoli magici e...» Tas non smetteva di chiacchie-
rare.
Jenna teneva le mani tese in avanti, guardando il kender con aria diverti-
ta. Era una piacevole distrazione. Evidentemente, non credeva a una sola
parola di quello che diceva.
Sentendo uno scricchiolio di passi sulle pietre, voltò rapidamente la te-
sta. «Palin!» Sorrise alla sua vista.
«Jenna.» Lui s'inchinò in segno di rispetto. «Mi fa piacere che tu abbia
trovato il tempo di venire.»
«Mio caro, dal tono del tuo appello, non mi sarei persa quest'incontro
per tutto il tesoro di Istar. Scusami se non ti do la mano, ma sto tenendo a
bada questo kender.»
«Com'è stato il tuo viaggio?»
«Lungo.» Alzò gli occhi al cielo. «Un tempo, il mio anello di teletra-
sporto - indicò una grossa ametista brillante incastonata nell'argento, che
aveva al pollice - mi portava in un lampo da un capo all'altro del continen-
te. Ora, mi ci vogliono due giorni per arrivare da Palanthas a Solace.»
«E che cosa fai qui all'Accademia?» indagò Palin, guardandosi intorno.
«Se cerchi manufatti, è fatica sprecata. Abbiamo già messo in salvo il pos-
sibile.»
Jenna scosse la testa. «No, stavo solo passeggiando. Mi sono fermata a
casa tua», aggiunse, con un'occhiata maliziosa. «C'era tua moglie, e non
era troppo contenta di vedermi. Trovando l'accoglienza all'interno un po'
freddina, ho deciso di fare una camminata al sole.» Si guardò intorno a sua
volta, scuotendo tristemente la testa. «Non venivo qui dai tempi della di-
struzione. Si sono proprio scatenati. Non hai intenzione di ricostruire?»
«E perché dovrei?» Palin scrollò le spalle. Il suo tono era amaro. «A che
serve un'Accademia della Stregoneria se non c'è più stregoneria? Tas»,
disse bruscamente «Usha è a casa. Perché non vai a farle una sorpresa?»
Girandosi, indicò una grande villa quasi invisibile dietro gli alti alberi che
la circondavano. «Quella è casa nostra...»
«Lo so!» esclamò Tas, eccitato. «Ci sono stato la prima volta che sono
andato al funerale di Caramon. Usha dipinge ancora quadri meravigliosi
come faceva allora?»
«Perché non glielo chiedi tu stesso?» ribatté Palin, irritato.
Tas lanciò un'occhiata alle macerie; sembrava titubante.
«Usha ci rimarrebbe molto male se non andassi a trovarla», aggiunse Pa-
lin.
«Sì, hai ragione», replicò Tas, decidendosi. «Non vorrei mai offenderla;
siamo grandi amici. E poi, posso sempre tornare qui più tardi. Ciao, Jen-
na!» Fece per tendere la mano, poi ci ripensò. «E grazie per avermi fatto
un sortilegio; non mi succedeva da un sacco di tempo. Mi è piaciuto mol-
tissimo.»
«Strano tipo», osservò Jenna, seguendo con lo sguardo Tas che correva a
precipizio giù per il pendio della collina. «Nell'aspetto e nel modo di parla-
re, somiglia tutto a Tasslehoff Burrfoot, il kender che conoscevo. Quasi
quasi, verrebbe da pensare che è Tasslehoff.»
«Ma lo è», confermò Palin.
Jenna spostò lo sguardo su di lui. «Oh, andiamo». Lo fissò più attenta-
mente. «Per gli dei perduti, parli sul serio! Tasslehoff Burrfoot è morto...»
«Lo so!» scattò Palin, impaziente. «Trent'anni e passa fa. O giù di lì. Mi
dispiace, Jenna.» Sospirò. «È stata una lunga notte. Beryl ha saputo del
manufatto magico di cui intendo parlarti. I Cavalieri di Neraka ci hanno te-
so un'imboscata. Il kender e io ci siamo salvati a malapena, e il Solamnico
che mi aveva portato Tas non dev'essersi salvato affatto. Poi siamo stati at-
taccati in aria da una delle dragonesse verdi di Beryl. Le siamo sfuggiti so-
lo con un volo spaventoso dentro una tempesta.»
«Dovresti dormire un po'», gli consigliò Jenna, guardandolo preoccupa-
ta.
«Non ci riesco», replicò Palin, strofinandosi gli occhi, brucianti e orlati
di rosso. «I miei pensieri sono in subbuglio, non mi concedono riposo.
Dobbiamo parlare!» aggiunse, con una sorta di frenetica disperazione.
«Sono qui per questo, amico mio», disse Jenna. «Ma dovresti almeno
mangiare qualcosa. Andiamo a casa tua a bere un bicchiere di vino. Vieni a
salutare tua moglie, che, da quel che ho saputo, è pure tornata da un viag-
gio tormentoso.»
Palin divenne un po' più calmo. Le sorrise debolmente. «Sì, hai ragione,
come al solito. È solo che...» s'interruppe, pensando a cosa dire e a come
dirlo. «Quello è il vero Tasslehoff, Jenna. Ne sono convinto. È stato in un
futuro che non è il nostro, un futuro in cui i grandi draghi non esistono. Un
futuro in cui il mondo è in pace. E ha portato con sé il congegno usato per
viaggiare in quel futuro.»
Jenna lo scrutò in modo indagatore; vide che diceva sul serio, assoluta-
mente sul serio. Gli occhi le si incupirono, si strinsero per l'interesse.
«Sì», convenne infine. «Dobbiamo proprio parlare.» Lo prese per il
braccio, e camminarono fianco a fianco.
«Dimmi tutto, Palin», lo esortò.
La casa dei Majere era una vasta struttura appartenuta un tempo a un
certo Maestro Theobald, l'uomo che aveva insegnato la magia a Raistlin
Majere. Caramon l'aveva acquistata alla morte del maestro, in memoria di
suo fratello, regalandola a Palin e a Usha come dono di nozze. Qui i loro
figli erano nati e cresciuti, partendo poi per le loro avventure. Palin aveva
trasformato l'aula in cui Raistlin aveva sgobbato sulle sue lezioni in uno
studio per la moglie, una ritrattista famosa in tutta Solamnia e Abanasinia,
continuando a usare il vecchio laboratorio del maestro per i suoi studi.
Tasslehoff era stato sincero nell'affermare che ricordava la casa per aver-
la vista in occasione del primo funerale di Caramon. La ricordava benissi-
mo; non era cambiata. Ma Palin certamente sì.
«Immagino che, deformandoti le dita, ti deformino anche la visione della
vita», diceva Tas a Usha. Seduto con lei in cucina, mangiava una grande
scodella di porridge. «Dev'essere così, perché al primo funerale di Cara-
mon le dita di Palin erano a posto, e anche lui. Era allegro e felice. Be',
forse non proprio felice, perché il povero Caramon era appena morto e
nessuno poteva sentirsi veramente felice. Ma Palin era felice di dentro; e
sapevo che, quando avesse smesso di essere triste, avrebbe ritrovato la gio-
ia. Ma ora è terribilmente infelice, così infelice che non può nemmeno es-
sere triste.»
«Io... credo di sì», mormorò Usha.
La cucina era ampia, con un alto soffitto a travi e un enorme camino di
pietra, annerito e bruciacchiato da anni' di uso. Al centro del camino, una
pentola pendeva da una catena nera. Usha sedeva di fronte al kender, a un
massiccio tavolo di legno duro usato per tagliare la testa a polli e simili, o
così Tas supponeva. Per il momento, era pulito, e non c'erano polli senza
testa in giro. Ma, dopo tutto, era solo metà mattina, e all'ora di cena man-
cava ancora parecchio.
Usha lo fissava come tutti gli altri, quasi avesse due teste o fosse senza
testa, come i polli. Lo fissava a quel modo fin dal suo arrivo, quando aveva
spalancato la porta d'ingresso (ricordando solo dopo di bussare) e gridato:
«Usha! Sono io, Tas! Il gigante non mi ha ancora pestato!»
Usha Majere era stata una giovane graziosa. L'età aveva aumentato la
sua bellezza anche se, pensò Tas, non aveva la stessa leggiadria di quando
lui era venuto per il primo funerale di Caramon. I capelli splendevano del-
lo stesso argento, gli occhi rilucevano dello stesso oro, ma l'oro mancava
di calore, l'argento era spento e appannato. Sembrava stanca e appassita.
È infelice anche lei, capì Tas d'un tratto. Dev'essere una malattia conta-
giosa; come il morbillo.
«Questo è Palin!» esclamò Usha, sentendo aprirsi e chiudersi la porta
d'ingresso. Sembrava sollevata.
«E c'è anche Jenna», borbottò Tas, con la bocca piena.
«Sì, Jenna», ripeté freddamente Usha. «Tu puoi stare qui, se vuoi, ehm...
Tas. Finisci il tuo porridge. Ce n'è ancora nella pentola.»
Si alzò in piedi, lasciando la cucina. La porta si chiuse alle sue spalle.
Tas mangiò il porridge e origliò con interesse la conversazione che si te-
neva nell'atrio. Di norma, non avrebbe ascoltato di nascosto una conversa-
zione altrui, perché non era educato, ma si sentì giustificato, perché parla-
vano di lui in sua assenza, e nemmeno quello era educato.
Inoltre, Palin gli andava sempre meno a genio. Al kender dispiaceva, ma
non poteva evitare di pensarlo. Quando erano da Laurana aveva passato un
mucchio di tempo con il mago, riferendo più e più volte tutto quanto ricor-
dava del primo funerale di Caramon. Naturalmente, aveva aggiunto le soli-
te infiorettature senza le quali nessun racconto fatto da kender è considera-
to completo. Purtroppo, invece di divertire Palin, questi abbellimenti - che
variavano di storia in storia - sembravano irritarlo moltissimo. Palin guar-
dava Tas non come se avesse due teste, ma come se lui, il mago, intendes-
se staccargli l'unica testa di cui era dotato e aprirla per vedere che cosa c'e-
ra dentro.
«Nemmeno Raistlin mi guardava così», si disse Tas, raschiando il porri-
dge dalla scodella con il dito. «A volte, mi guardava come se avesse voluto
uccidermi, ma senza rivoltarmi come un guanto, prima.»
La voce di Usha arrivò da oltre la porta. «... sostiene di essere Tassle-
hoff...»
«È Tasslehoff, mia cara», ribatté Palin. «Conosci Maestra Jenna, vero,
Usha? Trascorrerà qualche giorno con noi. Prepara la stanza degli ospiti, ti
prego.»
Cadde un silenzio di tomba; poi la voce di Usha, fredda come il porridge
era ormai diventato, chiese: «Palin, puoi venire in cucina?»
«Per favore, scusaci, Maestra Jenna» replicò la voce di Palin, più fredda
del porridge.
Tasslehoff sospirò; per nascondere il fatto di avere ascoltato, cominciò a
canticchiare fra sé e a frugare rumorosamente in dispensa, in cerca di qual-
cos'altro da mangiare.
Fortunatamente, né Palin né Usha prestarono la minima attenzione al
kender; solo, Palin gli ingiunse bruscamente di cessare quel chiasso infer-
nale.
«Che cosa ci fa lei qui?» domandò Usha, con le mani sui fianchi.
«Dobbiamo discutere di questioni importanti», rispose evasivamente Pa-
lin.
Usha lo trafisse con lo sguardo. «Palin, me l'avevi promesso! Questo vi-
aggio a Qualinesti sarebbe stato l'ultimo! Sai com'è diventata pericolosa
questa ricerca di manufatti...»
«Sì, mia cara, lo so», l'interruppe Palin, in tono distaccato. «Ecco perché
penso che faresti meglio ad andartene da Solace.»
«Andarmene!» ripeté Usha, stupefatta. «Sono appena tornata dopo esse-
re stata lontana per tre mesi! Tua sorella e io eravamo praticamente prigio-
niere a Haven. Lo sapevi?»
«Sì, lo sapevo...»
«Lo sapevi! E non hai detto niente? Non eri preoccupato? Non mi hai
chiesto come siamo fuggite...»
«Mia cara, non ho avuto il tempo...»
«Non siamo nemmeno potute tornare per il funerale di tuo padre!» con-
tinuò Usha. «Ci hanno lasciato venir via solo perché ho accettato di fare il
ritratto alla moglie del magistrato. Aveva una faccia che sarebbe stata brut-
ta persino per un hobgoblin. E ora vuoi che me ne vada di nuovo.»
«È per la tua sicurezza.»
«E la tua?» ribatté lei.
«So badare a me stesso.»
«Davvero, Palin?» chiese Usha in tono improvvisamente gentile. Tese le
braccia, cercando di prendergli le mani fra le sue.
«Si», sbottò lui; ritirò bruscamente le mani deformi, nascondendole nelle
maniche delle vesti.
Tasslehoff, che si sentiva estremamente a disagio, avrebbe voluto infi-
larsi nella dispensa e chiudere la porta. Purtroppo, non c'era spazio, nem-
meno dopo che ebbe fatto un po' di pulizia infilandosi nelle tasche diversi
oggetti dall'aria interessante.
«Benissimo, se è così che la pensi. A quanto pare, non posso toccarti»,
Usha incrociò le braccia sul petto, «ma penso proprio che tu mi debba una
spiegazione. Che cosa succede? Perché hai mandato qui questo kender che
sostiene di essere Tas? Che cosa hai in mente?»
«Stiamo facendo aspettare Maestra Jenna...»
«Sono sicura che non le dispiacerà. Io sono tua moglie, caso mai l'avessi
dimenticato!» Usha scrollò i capelli d'argento. «La cosa non mi stupirebbe.
Non ci vediamo più.»
«Non ricominciare con questa storia!» gridò Palin, arrabbiato, e puntò
verso la porta.
«Palin!» Usha allungò la mano d'impulso. «Ti amo! Voglio aiutarti!»
«Tu non puoi aiutarmi!» replicò il mago, girandosi verso di lei. «Nessu-
no lo può!» Alzò le mani alla luce: le dita erano storte e ripiegate verso
l'interno come gli artigli di un uccello. «Nessuno lo può», ripeté.
Altro silenzio. Tas ricordò quella volta che era stato prigioniero nell'A-
bisso. Allora si era sentito molto solo, infelice e sconsolato. Stranamente,
si sentiva allo stesso modo ora, seduto nella cucina dei suoi amici. Gli
mancava persino l'energia per dare una seconda occhiata alla serratura del
cofanetto d'argento.
«Mi dispiace, Usha», disse Palin, rigidamente. «Hai diritto a una spiega-
zione. Questo kender è Tasslehoff.»
Usha scosse la testa.
«Ricordi che mio padre raccontava la storia di come lui e Tas avevano
viaggiato indietro nel tempo?» proseguì Palin. «Sì», assentì lei, con voce
tirata.
«Lo fecero grazie a un manufatto magico. Tasslehoff ha usato lo stesso
congegno per balzare avanti nel tempo e poter parlare al funerale di Cara-
mon. Era stato qui una volta ma, a causa di uno sbaglio, era arrivato troppo
tardi. Il funerale era già finito, per cui è tornato una seconda volta. In que-
sto caso, è arrivato puntuale, ma tutto era diverso. L'altro futuro da lui vi-
sto era un futuro di felicità e di speranza. Gli dei non se n'erano andati. Io
ero capo dell'Ordine delle Vesti Bianche. I regni elfici erano uniti...»
«E tu credi a tutto questo?» domandò Usha, stupefatta.
«Sì», confermò ostinatamente Palin. «Ci credo perché ho visto il conge-
gno, Usha. L'ho tenuto fra le mani. Ho sentito il suo potere. Ecco perché
Maestra Jenna è qui. Mi serve il suo consiglio. Ed ecco perché è rischioso
che tu resti a Solace. La dragonessa sa che ho il congegno. Non so bene
come l'abbia scoperto, ma temo che ci sia un traditore a casa di Laurana.
Se è così, Beryl può già essere al corrente del fatto che ho portato il con-
gegno a Solace. Manderà la sua gente a cercare di...»
«Vuoi usarlo!» ansimò Usha, puntando il dito contro Palin.
Lui non rispose.
«Ti conosco, Palin Majere», continuò Usha. «Vuoi usare il congegno su
te stesso! Per cercare di andare indietro nel tempo e... e... chissà cos'altro!»
«Ci ho solo pensato», replicò lui, a disagio. «Non ho ancora deciso. Per
questo volevo parlare con Maestra Jenna.»
«Volevi parlare con lei e non con me? Tua moglie?»
«Te l'avrei detto», si giustificò Palin.
«Detto? Non chiesto? Non mi avresti chiesto che cosa pensavo di questa
pazzia? Non mi avresti chiesto il mio parere? No», si rispose da sola. «Tu
intendi farlo che io approvi o no. Non importa quanto sia pericoloso. Non
importa che potresti rimanere ucciso!»
«Usha», riprese lui, dopo un attimo, «è importantissimo. La magia... se
potessi...» Scosse la testa, incapace di spiegare. La voce gli morì in gola.
«La magia è morta, Palin», gridò Usha, con voce rotta. «E meno male,
aggiungo. Che cosa ha mai fatto per te? Niente, oltre a distruggerti e a ro-
vinare il nostro matrimonio.»
Palin allungò la mano, ma stavolta fu lei a ritrarsi. «Vado alla taverna»,
annunciò, senza guardarlo. «Fammi sapere Se... se vuoi che venga a casa.»
Allontanandosi da lui, si avvicinò a Tas. Lo fissò a lungo. «Sei davvero
Tas, non è così?» chiese, sgomenta.
«Sì, Usha», confermò Tas, infelice. «Ma in questo momento vorrei tanto
non esserlo.»
Lei si chinò a dargli un bacio sulla fronte. Il kender vide le lacrime luc-
cicare negli occhi dorati.
«Addio, Tas. È stato bello rivederti.»
«Mi dispiace, Usha», gemette lui. «Non volevo scombussolare le cose.
Sono solo venuto a parlare al funerale di Caramon.»
«Non è colpa tua, Tas. Le cose erano già scombussolate molto prima che
tu venissi.»
Usha lasciò la cucina, superando Palin senza guardarlo. Lui rimase im-
mobile, fissando un punto imprecisato con il volto pallido e l'espressione
cupa. Tas sentì Usha dire qualcosa a Jenna, qualcosa che non riuscì ad af-
ferrare. Jenna rispose, ma anche le sue parole gli sfuggirono. Usha uscì di
casa. La porta d'ingresso sbatté. La casa cadde nel silenzio, tranne che per i
passi irrequieti di Jenna. Palin era sempre fermo.
Tas infilò le mani in diverse tasche, e finalmente trovò il congegno. Lo
liberò da un pezzo di spago che gli si era attorcigliato intorno, dalla lanu-
gine della tasca e dalle briciole di un biscotto che aveva avuto intenzione
di mangiare due giorni prima.
«Ecco, Palin», propose, tendendogli il congegno. «Tieni.»
Palin lo fissò senza capire.
«Avanti», lo incoraggiò Tas, spingendo l'oggetto verso di lui. «Se vuoi
usarlo, come diceva Usha, te lo permetto. Specialmente se puoi tornare in-
dietro e rendere le cose come dovrebbero essere. È a questo che stai pen-
sando, non è vero? Tieni», insistette, e diede al congegno una scrollata che
fece lampeggiare i gioielli.
«Prendilo!» esclamò Jenna.
Tas trasalì. Era così concentrato su Palin, che non aveva sentito Jenna
arrivare in cucina. La donna stava sulla soglia, dietro la porta semiaperta.
«Prendilo!» ripeté concitata. «Palin, eri preoccupato di come superare la
malia inerente al congegno, l'incantesimo che lo fa sempre ritornare a chi
lo usa. Esso protegge il proprietario in caso di perdita o di furto, ma se do-
vesse essere liberamente donato, la malia potrebbe rompersi!»
«Non so niente di "maglie"», commentò Tas, «ma so che ti lascerò usare
il congegno se lo desideri.»
Palin chinò la testa. I capelli grigi ricaddero in avanti, coprendogli la
faccia, ma non prima che Tas avesse visto il dolore contorcerla in un volto
sconosciuto. Palin allungò il braccio e afferrò il congegno, avvolgendovi
amorevolmente le dita all'intorno.
Tas lo guardò cambiare mano con una sorta di sollievo. Ogni volta che il
congegno era in suo possesso, sentiva sempre la voce di Fizban ricordargli
in tono irritabile che non doveva lasciarsi coinvolgere in avventure, ma
tornare subito alla sua epoca. E anche se quest'avventura certamente la-
sciava molto a desiderare - fra la maledizione, il pianto di Usha e la sco-
perta del nuovo, cattivo carattere di Palin - Tas cominciava a pensare che
anche una brutta avventura fosse probabilmente meglio che essere pestati
da un gigante.
«Ti posso spiegare come funziona», si offrì.
Palin posò il congegno sul tavolo della cucina. Rimase lì seduto a fissar-
lo, senza dire una parola.
«C'è una formula che l'accompagna, e della roba che bisogna farci», ag-
giunse Tas, «ma è tutto facile da imparare. Fizban diceva che dovevo sape-
re i versi tanto bene da poterli recitare stando ritto sulla testa, e ci riuscivo,
per cui penso che ci riuscirai anche tu.»
Palin l'ascoltava solo a metà. Alzò lo sguardo verso Jenna, che si era se-
duta. «Che cosa ne pensi?»
«È il Congegno per Viaggiare nel Tempo», rispose lei. «Lo vidi alla
Torre dell'Alta Magia quando tuo padre lo portò da Dalamar perché lo te-
nesse in custodia. Lui lo studiò, naturalmente; credo che avesse degli ap-
punti di tuo zio al riguardo. Che io sappia, non lo usò mai, ma ne sapeva
più di qualunque altro essere ora al mondo. Non ho mai sentito che il con-
gegno fosse andato perduto; tuttavia, ora che mi ricordo, trovammo Tas-
slehoff nella Torre appena prima della Guerra del Caos. Forse lo prese al-
lora.»
Jenna guardò il kender con aria molto severa.
«Non l'ho preso!» ribatté Tas, indignato. «Me l'ha dato Fizban. Mi ha
detto...»
«Zitto, Tas.» Palin si chinò sul tavolo, abbassò la voce. «E tu non avresti
modo di contattare Dalamar, vero?»
«Non pratico la negromanzia», replicò freddamente Jenna.
Palin strinse gli occhi. «Oh, andiamo, non crederai veramente che sia
morto.»
Jenna si rilassò sulla sedia. «Forse no. Ma che differenza fa? Sono più di
trent'anni che non mi dà notizie di sé. Non so dove possa essere andato.»
Palin sembrava dubbioso, come se non le credesse completamente. Jen-
na si raddrizzò; distese le mani ingioiellate sulla superficie del tavolo, al-
largando le dita. «Ascoltami, Palin. Tu non lo conosci. Nessuno lo conosce
come lo conosco io. Non l'hai visto alla fine, quando è tornato dalla Guerra
del Caos. Io sì. Ero con lui; giorno e notte. L'ho curato finché è guarito. Se
così si può dire.»
Si riappoggiò allo schienale, aggrottando le sopracciglia. La sua espres-
sione era cupa.
«Scusa se ti ho offeso», ribatté Palin. «Non avevo mai sentito... Non mi
hai mai detto niente.»
«Non è qualcosa di cui ami parlare», tagliò corto Jenna. «Sai che Dala-
mar fu gravemente ferito durante la nostra battaglia contro il Caos. Io lo
riportai alla Torre. Per settimane rimase sospeso fra il regno dei vivi e
quello dei morti. Lasciai la casa e il negozio, e mi trasferii nella Torre per
assisterlo. Sopravvisse. Ma la perdita degli dei, la perdita della magia divi-
na, fu per lui un colpo terribile, da cui non si riprese mai veramente. Cam-
biò, Palin. Ricordi com'era una volta?»
«Non lo conoscevo molto bene. Fece da supervisore alla mia Prova nella
Torre, la Prova durante la quale mio zio Raistlin lo colse di sorpresa, tra-
sformando in realtà quella che lui aveva inteso come illusione. Non dimen-
ticherò mai la faccia che fece quando vide che mi era stato dato il bastone
di mio zio.» Palin sospirò profondamente, con rimpianto. I ricordi erano
dolci, ma dolorosi. «Tutto ciò che ricordo di Dalamar è che lo ritenevo
sarcastico e pungente, egocentrico e arrogante. So che mio padre ne aveva
un'opinione migliore; lui diceva che Dalamar era un uomo molto compli-
cato, leale alla magia, più che alla Regina Scura. Da quel poco che sapevo
di lui, penso che fosse vero.»
«Era eccitabile», intervenne Tas. «Si agitava tutto quando toccavo qual-
cosa che gli apparteneva. Nervoso, anche.»
«Sì, era tutto questo. Ma poteva anche essere saggio, carezzevole, affa-
scinante...» Jenna sospirò, e sorrise. «Lo amavo, Palin. E lo amo ancora,
credo. Non ho mai incontrato un uomo che lo eguagliasse.» Rimase in si-
lenzio per un attimo, poi scrollò le spalle e aggiunse: «Ma è passato molto
tempo.»
«Che cosa è successo fra voi due?» chiese Palin.
Lei scosse la testa. «Dopo la sua malattia, si ritirò in se stesso, diventò
muto e scontroso, cupo e solitario. Non sono mai stata una persona partico-
larmente paziente», ammise Jenna. «Non sopportavo la sua autocommise-
razione e glielo dissi. Litigammo, io me ne andai e non lo vidi più.»
«Posso capire come stava», osservò Palin. «So come mi sono sentito
quando mi sono reso conto che gli dei ci avevano lasciato. Dalamar aveva
praticato l'arte arcana per molto più tempo di me; le aveva sacrificato così
tanto. Doveva essere a pezzi.»
«Tutti lo eravamo», replicò bruscamente Jenna, «ma affrontammo la co-
sa. Tu andasti avanti con la tua vita, e io pure. Dalamar non ci riuscì. Si a-
gitò a tal punto che temetti che la frustrazione l'avrebbe danneggiato più
delle ferite; onestamente, pensai che ne sarebbe morto. Non mangiava né
dormiva più. Passava ore e ore chiuso nel suo laboratorio, alla ricerca di-
sperata di quello che era andato perso. Aveva la chiave per accedervi, mi
disse in una delle rare occasioni in cui mi parlò. Gli era venuta in mano du-
rante la malattia; ora doveva solo trovare la porta. Credo», Jenna aggiunse
amaramente, «che l'abbia trovata.»
«E così, non pensi che abbia distrutto se stesso quando distrusse la Tor-
re», commentò Palin.
«La Torre non c'è più?» Tas era sbalordito. «La grande Torre dell'Alta
Magia di Palanthas? Che cosa le è successo?»
«Non sono nemmeno convinta che abbia fatto esplodere la Torre», pro-
seguì Jenna, come se il kender non ci fosse. «Oh, lo so che cosa dice la
gente. Che distrusse la Torre per paura che il drago Khellendros se ne im-
padronisse e usasse la sua magia. Io vidi la pila di macerie rimasta. La gen-
te trovò nelle rovine manufatti magici di ogni sorta. Io ne comprai molti, e
poi li rivendetti a cinque volte il prezzo che li avevo pagati. Ma so qualco-
sa che non ho mai detto a nessuno. I manufatti veramente preziosi che era-
no stati nella Torre non furono più trovati. Sparirono senza traccia. Le per-
gamene, i libri di incantesimi, quelli che appartenevano a Raistlin e a Fi-
standantilus, i libri di incantesimi di Dalamar stesso, scomparsi anch'essi.
La gente pensò che fossero rimasti distrutti nell'esplosione. Se è vero», ag-
giunse con fine ironia, «fu un'esplosione estremamente selettiva. Prese so-
lo ciò che era prezioso e importante, lasciando lì i gingilli.»
Guardò Palin con aria indagatrice. «Dimmi, amico mio, porteresti questo
congegno a Dalamar se ne avessi la possibilità?»
Palin si mosse, inquieto. «Probabilmente no, ora che ci penso. Se lui sa-
pesse che ce l'ho, non rimarrebbe a lungo in mio possesso.»
«Intendi veramente usarlo?» chiese Jenna.
«Non lo so.» Palin era evasivo. «Tu cosa ne pensi? Sarebbe pericoloso?»
«Sì, molto», rispose lei.
«Ma il kender l'ha usato...»
«Se gli credi, l'ha usato nella sua epoca. E quella era l'epoca degli dei.
Ora il manufatto si trova in questa epoca. Sai bene quanto me che la magia
dei manufatti della Quarta Era è incostante. Alcuni si comportano in ma-
niera perfettamente prevedibile, e altri impazziscono.»
«Non lo scoprirò finché non proverò», osservò Palin. «Secondo te, cosa
potrebbe accadere?»
«Chissà!» Jenna alzò le mani, e i gioielli sulle dita scintillarono «Il solo
viaggio potrebbe ucciderti. Potresti rimanere arenato indietro nel tempo,
incapace di ritornare. Potresti compiere accidentalmente qualcosa per
cambiare il passato e, così facendo, cancellare il presente. Potresti far e-
splodere questa casa e tutto ciò che la circonda nel raggio di venti miglia.
Io non correrei il rischio; non per il racconto di un kender.»
«Eppure mi piacerebbe ritornare a prima della Guerra del Caos. Solo per
guardare. Forse potrei vedere il momento in cui il destino si discostò dal
sentiero che avrebbe dovuto prendere; allora sapremmo come riportarlo
sulla giusta rotta.»
Jenna sbuffò. «Parli del tempo come se fosse un carro trainato da un ca-
vallo. Per quel che ne sai, questo kender si è inventato la storia insensata di
un futuro in cui gli dei non ci hanno mai lasciato. È un kender, dopo tutto.»
«Ma è un kender originale. Mio padre gli credeva, e lui sapeva qualcosa
dei viaggi nel tempo.»
«Tuo padre ha anche detto che il kender e il congegno andavano conse-
gnati a Dalamar», ricordò Jenna.
Palin aggrottò le sopracciglia. «Dovremo scoprire da soli la verità», so-
stenne. «Credo che valga la pena di correre il rischio. Pensaci, Jenna. Se
c'è un altro futuro, un futuro migliore per il nostro mondo, un futuro in cui
gli dei non se ne sono andati, nessun prezzo sarebbe troppo alto per otte-
nerlo.»
«Neanche la tua vita?» domandò lei.
«La mia vita!» sbottò amaramente Palin. «Che valore ha la mia vita per
me, adesso? Mia moglie ha ragione. La magia vecchia è sparita, la magia
nuova è morta. E io non sono niente senza la magia!»
«Io non credo che la magia nuova sia morta», ribatté gravemente Jenna.
«Né credo a quelli che dicono che "l'abbiamo esaurita". Si esaurisce l'ac-
qua? Si esaurisce l'aria? La magia è parte di questo mondo. Non è possibile
consumarla tutta.»
«Allora, cosa le è successo?» indagò Palin, impaziente. «Perché i nostri
incantesimi falliscono? Perché anche i più semplici richiedono così tanta
energia che bisogna stare a letto per una settimana dopo averli praticati?»
«Ricordi la vecchia prova che ci facevano fare a scuola?» rispose Jenna.
«Quella in cui mettevano un oggetto sul tavolo e ti dicevano di spostarlo
senza toccarlo? Lo facevi, e poi mettevano l'oggetto su un tavolo dietro a
un muro di mattoni, ripetendoti di muoverlo. D'un tratto, la cosa diventava
molto più problematica. Se non si poteva vederlo, era difficile concentrarvi
sopra la magia. Mi sento allo stesso modo quando cerco adesso di praticare
un incantesimo: come se ci fosse un ostacolo. Un muro di mattoni, se vuoi.
Goldmoon mi ha detto che i suoi guaritori provano sensazioni simili...»
«Goldmoon!» esclamò Tas, con foga. «Dov'è Goldmoon? Se c'è qualcu-
no che può sistemare le cose qui, questa è lei.» Era balzato in piedi, come
volesse correre fuori dalla porta in quell'istante. «Lei saprà cosa fare. Do-
v'è?»
«Goldmoon? Chi ha parlato di Goldmoon? Che cosa c'entra?» Palin tra-
fisse il kender con lo sguardo. «Per favore, siediti e sta' buono! Hai inter-
rotto i miei pensieri!»
«Mi piacerebbe molto vedere Goldmoon», disse Tas, ma sottovoce, per
non disturbare Palin.
Il mago prese il congegno, lo sollevò con cura, lo girò, lo esaminò, lo
accarezzò.
«Tua moglie aveva ragione», affermò Jenna. «Vuoi usare il congegno,
non è vero, Palin?»
«Sì», confermò lui, chiudendovi le mani sopra.
«Indipendentemente da quello che dico io?»
«Indipendentemente da quello che dice chiunque.» Palin le lanciò un'oc-
chiata, assunse un'aria imbarazzata. «Grazie per il tuo aiuto. Sono sicuro
che mia sorella potrà trovarti una stanza alla taverna; le manderò un mes-
saggio.»
«Credi veramente che me ne andrei, e perderei la scena?» chiese Jenna,
divertita.
«È pericoloso. Hai detto...»
«Di questi tempi, attraversare la strada è pericoloso.» Jenna scrollò le
spalle. «Inoltre, avrai bisogno di un testimone. O almeno», aggiunse in to-
no leggero, «di qualcuno che identifichi il tuo corpo.»
«Grazie molte», ribatté Palin, ma si strappò un sorriso, il primo che Tas
gli avesse visto sulle labbra. Il mago tirò un respiro profondo, poi espirò
lentamente. Le mani che stringevano il congegno tremavano.
«Quando proviamo?» domandò.
«Non c'è momento migliore del presente», rispose Jenna, con un sogghi-
gno.
XXII

INDIETRO NEL TEMPO

«E questa è la formula», disse Tasslehoff. «Vuoi che te la ripeta? «No, la


so a memoria», rispose Palin. «Sei sicuro?» Tas era inquieto. «Dovrai ripe-
terla per tornare al presente. O vuoi che venga con te?» aggiunse eccitato.
In tal caso ci penserei io.»
«Sono sicuro di averla imparata», replicò Palin in tono deciso. E indub-
biamente aveva le parole stampate nella mente, tanto che gli sembrava di
vederne l'immagine ardente. «E no, non vieni con me. Qualcuno deve re-
stare qui e tenere compagnia a Maestra Jenna.»
«E a identificare il corpo», disse Tas, annuendo e sistemandosi sulla se-
dia, dondolando i piedi contro il piolo. «Scusa, me n'ero dimenticato. Re-
sterò qui. E comunque non starai via molto. A meno che non torni addirit-
tura», aggiunse. Agitandosi sulla seggiola guardò Jenna, che aveva trasci-
nato la sua sedia in un angolo opposto della cucina. «Pensi davvero che
svanirà?»
Palin ignorò il kender.
«Reciterò la formula magica che attiva il congegno. Se funzionerà, im-
magino che svanirò sotto i vostri occhi. Come dice il kender, non dovrei
stare via a lungo. Non intendo rimanere nel passato. Voglio partecipare al
primo funerale di mio padre, dove spero di incontrare Dalamar. Forse par-
lerò persino a me stesso.» Un sorriso severo apparve sul suo viso. «Cer-
cherò di scoprire che cosa è andato storto...»
«Non prendere nessuna iniziativa, Palin», lo ammonì Jenna. «Se scopri
qualcosa di utile, torna a riferirmelo. Noi tutti dovremo riflettere a lungo
prima di agire.»
«Come "noi tutti"?» domandò Palin, aggrottando la fronte.
«Pensavo a un raduno dei saggi», disse Jenna. «Il re elfico Gilthas, sua
madre Laurana, Goldmoon, lady Crysania...»
«E mentre spargiamo la voce su ciò che abbiamo scoperto e aspettiamo
che arrivino tutti, Beryl ci ammazza e ci ruba il congegno», commentò Pa-
lin irritato. «Lei lo usa e noi siamo morti.»
«Palin, stai parlando di modificare il passato», disse Jenna, rimprove-
randolo aspramente. «Non abbiamo idea di quali saranno le conseguenze
per quelli di noi che vivono nel presente.»
«Lo so», disse il mago infine. «Hai ragione. Tornerò e ti metterò al cor-
rente. Ma a quel punto, dovremo essere pronti ad agire rapidamente.»
«Lo saremo. Per quanto tempo pensi di stare via?»
«Da quel che dice Tasslehoff, un vostro secondo corrisponderà per me a
centinaia di giorni. Immagino che starò via un'ora o due.»
«Buona fortuna», disse Jenna sommessamente. «Kender, vieni qui e
stammi vicino.»
Palin prese il congegno e si spostò al centro della cucina. Le pietre bril-
larono e scintillarono alla luce del sole.
Chiuse gli occhi. Si concentrò. Le sue mani accarezzarono il congegno.
Ne avvertì l'incanto, deliziato. Iniziò a lasciarsi andare al potere della ma-
gia, a lasciarsi coccolare, abbracciare. Gli anni bui scivolarono via come
onde che si ritirano, lasciando la spiaggia della memoria levigata e pulita.
Per un momento, Palin fu nuovamente giovane e pieno di speranze. La-
crime amare gli velarono gli occhi.
«Tenendo il pendente nelle mie mani, ripeto il primo verso, girando ver-
so di me il lato superiore del congegno.» Palin recitò le prime parole della
formula magica: «"Tu disponi del tuo tempo".» Comportandosi come gli
era stato insegnato, roteò la parte semovibile del congegno.
«Al secondo verso, giro la parte semovibile da destra verso sinistra.»
Mosse la parte anteriore del congegno nella direzione indicata e pronunciò
il secondo verso: «"E viaggi attraverso esso"».
«Al terzo verso, la piastra posteriore si divide per formare due sfere uni-
te da bacchette. "Tu vedi la sua espansione".»
Palin diede un altro giro al congegno e sorrise compiaciuto nel constata-
re che si comportava come previsto. In mano non teneva più un gingillo a
forma d'uovo ma un oggetto che assomigliava a uno scettro. «Al quarto
verso, giro la parte superiore in senso orario - una catenella cadrà.»
Recitò il quarto verso: «"Roteando per sempre nel tempo".»
La catenella cadde come aveva predetto Tas. Il cuore di Palin batteva al-
l'impazzata per l'eccitazione e la gioia. La formula funzionava.
«Il quinto verso mi invita ad accertarmi che la catenella sia libera dal
meccanismo. Come indica il sesto verso, tengo il congegno per le due sfere
e le ruoto in avanti, mentre pronuncio il settimo verso. La catenella si av-
volgerà nel corpo principale. Solleverò il congegno sopra la testa e ripe-
tendo il verso finale, visualizzerò dove voglio andare e in che periodo di
tempo voglio ritrovarmi.»'
Trasse un respiro profondo. Manipolando il congegno secondo le istru-
zioni, recitò l'ultima parte della formula: «"Non ostruire il suo flusso. Af-
ferra saldamente la fine e l'inizio. Girali in avanti su loro stessi. Ciò che è
slegato sarà assicurato. Il destino sarà sopra di te."»
Sollevò il congegno sopra la testa e richiamò alla mente un'immagine
della Guerra del Caos, la parte che ebbe in essa. E quella che ebbe Tassle-
hoff.
Chiuse gli occhi, si concentrò sulla visualizzazione e si lasciò andare al
potere della magia. Si arrese a quella che era da sempre la sua signora. E
lei non lo tradì.
Il pavimento della cucina si allungò, si arrotolò in aria. Il soffitto scivolò
sotto il pavimento, i piatti sulla credenza si sciolsero e gocciolarono lungo
le pareti, queste ultime si fusero con il pavimento e il soffitto e tutto iniziò
a roteare su se stesso in un'enorme spirale. La spirale risucchiò la casa e i
boschi dietro di essa. Alberi e prati circondarono Palin, poi il cielo azzurro
e, infine, la sfera, di cui lui era il centro, iniziò a girare sempre più in fretta.
I suoi piedi si sollevarono dal pavimento. Si ritrovò sospeso al centro di
un roteante e vorticoso caleidoscopio di luoghi, persone e avvenimenti.
Vide Jenna e Tas turbinargli davanti, vide i loro volti sempre più sfocati,
fino a quando scomparvero. Lui avanzava molto lentamente ma le persone
intorno a lui si muovevano velocemente, o forse era lui quello che passava
velocemente, mentre gli altri camminavano come se fossero stati immersi
nell'acqua.
Vide foreste e montagne, villaggi e città. Vide l'oceano e imbarcazioni
sull'oceano e tutto quello che vedeva veniva risucchiato per formare parte
di quella grande sfera al centro della quale veniva trascinato.
La spirale si abbassò. Il movimento rotatorio rallentò sempre di più. Ora
riusciva a vedere più chiaramente i volti, gli oggetti.
Vide il Caos, il Padre di Tutto e di Niente, un terribile gigante con barba
e capelli di fuoco, ergersi più alto della più alta montagna, la sommità del-
la sua testa sfiorava l'eternità, i suoi piedi toccavano la parte più profonda
dell'Abisso. Il Caos aveva appena pestato violentemente un piede a terra,
uccidendo probabilmente Tasslehoff, ma infliggendo a se stesso il colpo
mortale, perché Usha avrebbe catturato una goccia del suo sangue nel gio-
iello del Caos e così lo avrebbe bandito.
Il turbinio continuò, trasportando Palin da quell'evento al... Buio. Al bu-
io assoluto. Un'oscurità così vasta e profonda che Palin temette di essere
stato accecato. Poi vide la luce provenire da dietro, in sfavillanti bagliori di
fuoco.
Guardò indietro verso il fuoco, poi in avanti nell'oscurità. Nel nulla.
In preda al panico, chiuse gli occhi. «Torna a prima della guerra del Ca-
os!» disse, ansante per la paura. «Torna alla mia infanzia! Torna all'infan-
zia di mio padre! Torna a Istar! Torna al Sommo Sacerdote! Torna da Hu-
ma! Torna indietro... torna indietro...»
Aprì gli occhi.
Buio, vuoto, nulla.
Fece un passo e si accorse di averne fatto uno di troppo. Aveva superato
il bordo del precipizio.
Gridò, ma dalla sua gola non uscì alcun suono. Il vento impetuoso del
tempo l'aveva trasportato lontano. Avvertì l'angosciante sensazione di ca-
dere che si prova in sogno. Tutto il suo coraggio svanì. Gocce di sudore
freddo gli imperlarono la fronte. Cercò disperatamente di svegliarsi, ma
venne investito dalla terribile consapevolezza che non si sarebbe svegliato
mai più.
La paura si impadronì di lui, lo paralizzò. Stava cadendo e avrebbe con-
tinuato a cadere e a cadere nel pozzo oscuro del tempo.
Nel pozzo vuoto del tempo.

Essendo Tasslehoff quello che aveva utilizzato il congegno per viaggiare


indietro nel tempo, non aveva mai visto che cosa gli accadeva quando lo
usava. E poiché la cosa gli era sempre spiaciuta, una volta aveva provato a
tornare indietro per guardare se stesso tornare indietro, ma non aveva fun-
zionato. Era perciò contento di potere guardare Palin utilizzare il congegno
e restò affascinato nel vedere il mago scomparire sotto i suoi occhi.
Fu tutto estremamente interessante ed eccitante, ma durò solo pochi i-
stanti. Poi Palin scomparve e Tasslehoff e Jenna si ritrovarono soli nella
cucina dei Majere.
«Non siamo saltati in aria», commentò Tas.
«No», concordò Jenna. «Dispiaciuto?»
«Un pochino. Non ho mai visto esplodere niente, se si esclude la volta in
cui Fizban ha tentato di fare bollire l'acqua per cuocere un uovo. A propo-
sito di uova, vuoi qualcosa da mangiare mentre aspettiamo? Potrei riscal-
dare un po' di porridge.» Tas sentiva di dovere fare gli onori di casa in as-
senza di Usha e Palin.
«Grazie», rispose Jenna, lanciando un'occhiata ai resti del porridge nella
pentola, senza riuscire a trattenere una smorfia, «ma no. Se riuscissi a tro-
vare del brandy, ora lo berrei volentieri...»
Palin si materializzò nella stanza. Era cinereo, scarmigliato e la mano gli
tremava al punto da fare fatica a tenere il congegno.
«Palin!» gridò Jenna, balzando dalla sedia, sbalordita e terrorizzata. «Sei
ferito?»
Lui la fissò, senza riconoscerla. Poi venne scosso da un fremito ed emise
un affannoso sospiro di sollievo. Barcollante, per poco cadde a terra. La
mano perse la presa. Il congegno ruzzolò sul pavimento e rimbalzò lontano
in un lampo di luce. Tas lo rincorse e lo afferrò prima che rotolasse nel
camino.
«Palin, che cosa è andato storto?» domandò Jenna, correndogli incontro.
«Che cosa è successo? Tas, aiutami!»
Palin stava per crollare. Afferratolo, Tas e Jenna lo aiutarono a sdraiarsi
sul pavimento.
«Vai a prendere delle coperte», ordinò Jenna.
Tasslehoff schizzò fuori dalla cucina, fermandosi solo un istante per
mettere in tasca il congegno. Tornò dopo alcuni minuti, barcollante sotto
una pila di coperte, tre cuscini e un materasso di piume che aveva tirato giù
dal letto padronale.
Palin giaceva a terra, gli occhi chiusi. Era troppo debole per muoversi o
parlare. Jenna gli tastò il polso, le pulsazioni erano a mille. Il respiro era
veloce, roco, il corpo era di ghiaccio. Tremava al punto tale che anche i
denti battevano. La donna lo avvolse delicatamente in due coperte.
«Palin!» lo chiamò insistente.
Lui aprì gli occhi, la fissò. «Buio. Solo buio.»
Le afferrò la mano, la strinse così forte da farle male. Si tenne aggrappa-
to a lei come se stesse per essere trascinato via da un fiume in piena e lei
fosse la sua ancora di salvezza.
«Non c'è passato!» mormorò, schiudendo appena le labbra livide. Si la-
sciò andare, esausto.
«Buio», sussurrò. «Solo buio.»
Jenna si sedette sui talloni, la fronte aggrottata.
«Tutto ciò non ha senso. Brandy», disse a Tas.
Portò la fiaschetta alle labbra di Palin. Lui ne bevve qualche sorsata e
subito le guance si colorirono. Il tremore diminuì. Anche Jenna mandò giù
un goccio di brandy, quindi porse la fiaschetta al kender. Tas si servì, giu-
sto per fare compagnia agli altri due.
«Rimettila sul tavolo», ordinò Jenna.
Tas estrasse la fiaschetta dalla tasca e, dopo altre innumerevoli sorsate,
l'appoggiò sul tavolo.
Preoccupato e pieno di rimorsi, il kender guardò Palin. «Che cosa è an-
dato storto? È stata colpa mia? Se così fosse, non l'ho fatto apposta.»
Gli occhi di Palin mandarono fiamme. «Colpa tua!» gridò con voce roca.
Buttate via le coperte, si mise seduto. «Sì, è colpa tua!»
«Palin, calmati», disse Jenna, allarmata. «Altrimenti starai di nuovo ma-
le. Raccontami che cosa hai visto.»
«Ti dico subito che cosa ho visto, Jenna», replicò il mago, la voce piatta.
«Non ho visto nulla. Nulla!»
«Non capisco», affermò Jenna.
«Neanch'io.» Palin sospirò, si concentrò, cercò di mettere ordine ai suoi
pensieri. «Ho viaggiato indietro nel tempo e mentre lo facevo, il tempo si
srotolava davanti a me, come una grande pergamena. Ho visto tutto quello
che è accaduto nella Quinta Era. Ho visto la venuta dei grandi draghi. Ho
visto la Purga dei Draghi. Ho visto la costruzione della Cittadella della Lu-
ce. Ho visto erigere lo scudo sopra Silvanesti. Ho visto la consacrazione
della Tomba degli Ultimi Eroi. Ho visto la sconfitta del Caos. Ed è lì che
tutto termina. O inizia.»
«Termina? Inizia?» ripeté Jenna, confusa. «Ma non può essere, Palin. E
che cosa ne è stato della Quarta Era? E della Guerra delle Lance? E del Ca-
taclisma?»
«Sparito. Tutto. Ero sospeso nell'etere e ho visto la battaglia con il Caos,
ma quando ho cercato di vedere oltre, quando ho guardato nel passato, ho
visto solo il buio. Ho fatto un passo e...» Venne scosso da un tremito. «So-
no caduto nel buio. Un vuoto dove non brilla alcuna luce, dove nessuna lu-
ce ha mai brillato. Il buio eterno, perenne. Ho avuto la sensazione di preci-
pitare attraverso i secoli e che avrei continuato a cadere fino a quando la
morte non mi avesse afferrato e anche allora il mio corpo avrebbe continu-
ato a cadere...»
«Ma se è vero, che cosa significa?» rifletté Jenna.
«Ti dico io che cosa significa», esclamò Palin infuriato. «È colpa di Tas.
Tutto quello che è accaduto è colpa sua.»
«Perché? Che cosa c'entra lui?»
«Perché lui non è morto!» affermò Palin, sibilando le parole a denti
stretti. «Ha modificato il tempo non morendo! Il futuro che ha visto era il
futuro che era accaduto perché lui era morto e con la sua morte noi siamo
stati in grado di sconfiggere 'il Caos. Ma lui non è morto! Noi non abbia-
mo sconfitto il Caos. Il Padre di Tutto e di Niente ha cacciato i suoi figli,
gli dei, e queste ultime decine di anni di morte e subbugli ne sono il risul-
tato!»
Jenna guardò Tas. Anche Palin lo stava guardando, come se gli fossero
cresciute cinque teste, ali e una coda.
«Beviamo un altro goccio di brandy», propose Tas, servendosi per pri-
mo. «Per sentirci meglio. Per schiarirci le idee», aggiunse esplicitamente.
«Potresti avere ragione, Palin», disse Jenna pensierosamente.
«Certo che ho ragione!» scattò Palin.
«E noi tutti sappiamo che due ragioni fanno un torto», commentò Tas.
«Nessuno vuole del porridge?»
«Che altra spiegazione potrebbe esserci?» continuò Palin, ignorando il
kender.
«Non sono sicuro», disse Tas, indietreggiando verso la porta della cuci-
na, «ma se mi date solo un secondo, ne troverò sicuramente molte altre.»
Palin scattò in piedi. «Dobbiamo rimandare indietro Tas a morire.»
«Palin, non sono così sicura...» iniziò Jenna, ma lui non l'ascoltava.
«Dov'è il congegno?» domandò in modo concitato. «Che cosa ne è sta-
to?»
«Sebbene sia vero», disse Tas, «che ho promesso a Fizban che sarei tor-
nato in tempo per permettere al gigante di calpestarmi, più penso a questo
particolare e meno mi piace. Perché sebbene essere calpestato da un gigan-
te possa essere estremamente interessante, lo sarebbe solo per pochi se-
condi e poi sarei morto.»
Sbatté contro la porta della cucina.
«E anche se non sono mai stato morto», continuò, «ho visto delle perso-
ne morte e devo ammettere che la morte sembra la cosa meno interessante
che possa accadere a un individuo.»
«Dov'è il congegno?» chiese Palin.
«È rotolato nella cenere!» gridò Tas, indicando il camino. Mandò giù un
altro sorso di brandy.
«Ci guardo io», si offrì Jenna. Afferrato l'attizzatoio, iniziò a cercare nel-
la cenere.
Palin lanciò un'occhiata oltre le spalle della donna. «Dobbiamo trovar-
lo!»
Tasslehoff infilò una mano in tasca e, afferrato il Congegno per Viaggia-
re nel Tempo, iniziò a girarlo, a voltarlo, a farlo scorrere, pronunciando
contemporaneamente la formula magica a bassa voce.
«"Tu disponi del tuo tempo, sebbene viaggi attraverso esso..."»
«Sei sicuro che sia finito qui sotto, Tas», domandò Jenna. «Perché non
vedo nient'altro che cenere...»
Tas parlò più in fretta, le agili dita lavoravano velocemente.
«"Roteando per sempre nel tempo. Non ostruire il suo flusso"», sussurrò.
E ora arrivava la parte più difficile.
Palin alzò la testa di scatto. Voltatosi, si tuffò verso il kender.
Tas estrasse rapidamente il congegno dalla tasca e lo sollevò. «Il destino
sarà sopra di te!», gridò e mentre il tempo srotolava la cucina, la fiaschetta
di brandy e lui con esse, realizzò con soddisfazione di avere fatto un'osser-
vazione pregna di significato.

«Quel piccolo imbroglione», disse Jenna, guardando il punto dove un i-


stante prima si trovava il kender. «Lo aveva sempre avuto lui.»
«Per tutti gli dei!» ansimò Palin. «Che cosa ho fatto?»
«Lo hai spaventato a morte», replicò Jenna. «Il che è un vero successo,
considerato che è un kender. Non lo biasimo», aggiunse, strofinando le
mani sporche di cenere su un asciugamano. «Se avessi urlato a me in quel
modo, anch'io sarei scappata.»
«Non sono un mostro», affermò Palin, esasperato. «Sono spaventato!
Non mi vergogno ad ammetterlo.» Appoggiò la mano sul cuore. «La paura
è qui. Una paura persino più grande di quella che ho conosciuto nei giorni
della prigionia. Qualcosa di strano e terribile è successo al mondo, Jenna, e
non capisco che cosa!» Strinse i pugni. «La causa è il kender. Ne sono si-
curo!»
«Se è così, sarà meglio trovarlo», commentò Jenna in tono pratico. «Do-
ve pensi sia andato? Indietro nel tempo?»
«In quel caso, non lo troveremmo più. Ma non penso che lo farebbe», ri-
spose Palin, riflettendo. «Non tornerà indietro, perché se lo facesse, fini-
rebbe proprio come non vuole: morto. Sono convinto che è ancora nel pre-
sente. Ma dove sarà?»
«Da qualcuno che lo protegga da te», disse Jenna senza mezzi termini.
«Da Goldmoon», esclamò Palin. «Soltanto pochi istanti prima di andar-
sene, diceva che avrebbe voluto vederla. Oppure da Laurana. No, da lei è
già stato. E, conoscendo Tas, so che vorrà vivere una nuova avventura.
Partirò per la Cittadella della Luce. In ogni caso, avevo già intenzione di
discutere con Goldmoon ciò che ho visto.»
«Ti impresterò uno dei miei anelli magici per farti coprire più veloce-
mente la distanza che ti separa da Goldmoon», disse Jenna, sfilando l'anel-
lo dal dito. «Nel frattempo, invierò un messaggio a Laurana avvisandola di
stare all'erta e nel caso il kender si presentasse alla sua porta, di bloccarlo.»
Palin accettò l'anello. «Raccomandale di stare attenta a ciò che fa e di-
ce», aggiunse preoccupato. «Sono convinto che si nasconde un traditore
nella sua casa. Oppure i Cavalieri di Neraka hanno trovato un sistema per
spiarla. Puoi...» Si interruppe, deglutì. «Puoi fermarti alla taverna e dire a
Usha... dirle...»
«Le dirò che non sei un mostro», finì Jenna, dandogli un colpetto affet-
tuoso sul braccio. Lo guardò attentamente, corrugando la fronte preoccupa-
ta. «Sei sicuro di stare sufficientemente bene?»
«Non ero ferito. Solo sconvolto. Non posso dire che sia passata, ma sto
abbastanza bene per affrontare il viaggio.» Guardò incuriosito l'anello.
«Come funziona?»
«Non più tanto bene», rispose Jenna con un certo rammarico. «Ti ci vor-
ranno due o tre salti per arrivare a destinazione. Infila l'anello al dito medio
della mano sinistra. Così va bene», aggiunse, vedendo Palin combattere
per farlo scivolare oltre un'articolazione gonfia. «Appoggia la mano destra
sull'anello e visualizza il luogo dove vuoi andare. Tieni l'immagine nella
mente, continuamente. Rivoglio l'anello indietro, non dimenticarlo.»
«Certamente.» Le sorrise debolmente. «Addio, Jenna. Grazie per il tuo
aiuto. Ti terrò informata.»
Posò la mano destra sull'anello e iniziò a visualizzare mentalmente le
cupole di cristallo multicolore della Cittadella della Luce.
«Palin», esclamò Jenna all'improvviso, «non sono stata completamente
sincera con te. Forse ho un'idea sul luogo dove potremmo trovare Dala-
mar.»
«Bene», replicò il mago. «Mio padre aveva ragione. Abbiamo bisogno
di lui.»

XXIII

IL LABIRINTO DI SIEPI

Lo gnomo si era perso nel labirinto di siepi. La cosa non era affatto inu-
suale. Gli accadeva spesso. In effetti, ogniqualvolta qualcuno nella Citta-
della della Luce aveva bisogno di lui (il che accadeva di rado) e chiedeva
dove fosse, la risposta era, invariabilmente: «si è perso nel labirinto di sie-
pi.»
Lo gnomo non vagava nel labirinto senza meta; tutt'altro. Vi entrava o-
gni giorno con uno scopo ben preciso, una missione: quella di compilarne
una mappa. Lo gnomo, che apparteneva alla Corporazione dei Politici Lo-
gici Esperti di Indovinelli Rompicapi Enigmi - Rebus Logogrifi Ana-
grammi Acrostici Sciarade Cruciverba Labirinti Paradossi, nota come P3
per brevità, era sicuro che, se avesse potuto disegnare la mappa del labirin-
to, vi avrebbe trovato la chiave ai Grandi Misteri della Vita, fra cui: Perché
Quando Si Lavano Due Calzini Ci Si Ritrova Sempre Con Uno Solo? C'è
Vita Dopo La Morte? e Dove Finisce L'Altro Calzino? Lo gnomo era con-
vinto che, trovando la risposta alla seconda domanda, avrebbe trovato la
risposta anche alla terza.
Invano i mistici della Cittadella cercavano di spiegargli che il labirinto
di siepi era magico. Coloro che vi entravano con la mente triste o turbata
vedevano alleviarsi i loro affanni, sollevarsi i loro fardelli. Coloro che vi
entravano in cerca di solitudine e di pace non erano mai disturbati, per
quante altre persone percorressero i suoi vialetti odorosi nello stesso mo-
mento. Coloro che vi entravano per compiere il viaggio mistico salendo la
Scala d'Argento al centro della struttura scoprivano di attraversare non un
labirinto di siepi, ma il labirinto del loro cuore.
Coloro che entravano nel labirinto di siepi con la ferma intenzione di
tracciarne la mappa, di cercare di definirlo in termini di numero dì file, di
svolte a destra e a sinistra, di longitudini e di latitudini, di gradi di angoli,
di raggi e di circonferenze, scoprivano che qui la matematica non era vali-
da. Il labirinto sfuggiva al righello e al compasso, sfidava ogni tentativo di
calcolo.
Lo gnomo, il cui nome (la versione breve) era Conundrum, si rifiutava di
ascoltare. Vi si recava ogni giorno, convinto che fosse il giorno buono per
risolvere il mistero. Il giorno buono per concludere la Ricerca della sua Vi-
ta e produrre la mappa definitiva del labirinto, mappa che avrebbe poi co-
piato e venduto ai gruppi turistici.
Con una penna d'oca infilata dietro l'orecchio e un'altra nel petto della
veste, un po' come se l'avessero pugnalato, lo gnomo entrava nel labirinto
al mattino e lavorava febbrilmente per tutte le ore di sole. Misurava e con-
tava i suoi passi, annotava l'altezza della siepe nel punto A, indicava dove
il punto A convergeva con il punto B, e si copriva di inchiostro e di sudo-
re. Emergeva a fine giornata raggiante d'orgoglio, con pezzetti di siepe in-
castrati nei capelli e nella barba, ed esibiva una mappa del labirinto imbrat-
tata d'inchiostro e di sudore a edificazione di chiunque riuscisse a costrin-
gere a esaminare il suo progetto.
Poi trascorreva la notte a copiare la mappa, in modo che fosse perfetta,
assolutamente perfetta, fino all'ultimo ramoscello. Il mattino dopo la por-
tava nel labirinto e si perdeva, immediatamente e irrimediabilmente. Riu-
sciva a trovare l'uscita intorno a mezzogiorno, il che gli concedeva abba-
stanza luce per ridisegnare la mappa; e così via, quotidianamente, da circa
un anno.
Quel giorno, Conundrum era arrivato a circa metà labirinto. Ginocchio-
ni, con il metro in mano, misurava l'angolo fra uno zig e uno zag, quando
notò un piede che gli bloccava la strada. Il piede era racchiuso in uno stiva-
le attaccato a una gamba attaccata - vide alzando lo sguardo - a un kender.
«Scusate», esordì questo, gentilmente, «ma mi sono perso e mi stavo
chiedendo...»
«Perso! Perso!» Conundrum balzò in piedi, rovesciando la boccetta del-
l'inchiostro, che lasciò una grossa macchia porpora sul sentiero erboso.
Singhiozzando, lo gnomo gettò le braccia intorno al kender. «Che soddi-
sfazione! Sono così felice! Così felice! Non potete sapere quanto!»
«Su, su», rispose il kender, battendogli la mano sulla schiena. «Sono si-
curo che, qualunque sia il problema, si risolverà. Avete un fazzoletto? Ec-
co, prendete il mio. In realtà, è di Palin, ma non penso che si arrabbierà.»
«Grazie», disse lo gnomo, soffiandosi il naso.
Di solito, gli gnomi parlano estremamente in fretta e mischiano tutte le
parole insieme, nella convinzione che, se non si arriva rapidamente alla fi-
ne di una frase, si potrebbe non arrivarci affatto. Conundrum, però, era vis-
suto fra gli umani abbastanza a lungo da imparare a ritardare la sua parlata.
Ora si esprimeva con grande lentezza ed esitazione, cosa che portava gli
altri gnomi da lui incontrati a ritenerlo piuttosto stupido.
«Mi spiace di essermi lasciato andare così.» Lo gnomo tirò su col naso.
«È solo che lavoro da tanto tempo, e nessuno è mai stato così gentile da
perdersi...» Ricominciò a piangere.
«Felice di avervi fatto un favore», osservò frettolosamente il kender. «O-
ra che mi sono perso, mi chiedevo se potreste mostrarmi l'uscita. Vedete,
sono appena arrivato tramite mezzi magici - il kender era fiero del concet-
to, e lo ripeté per assicurarsi che lo gnomo rimanesse impressionato - mez-
zi magici che sono assolutamente segreti e misteriosi, altrimenti ve ne par-
lerei. Comunque, ho una faccenda estremamente urgente da sbrigare. Sto
cercando Goldmoon. Ho la sensazione che debba essere qui perché mi so-
no concentrato moltissimo su di lei mentre si compiva la magia. Tra paren-
tesi, mi chiamo Tasslehoff Burrfoot.»
«Conundrum Solitaire», replicò lo gnomo, e i due si diedero la mano,
dopodiché Tasslehoff finì di rovinare il fazzoletto di Palin usandolo per ri-
pulirsi le dita dai residui di inchiostro.
«Posso mostrarvi l'uscita!» aggiunse lo gnomo, con ardore. «Ho dise-
gnato questa mappa, vedete.»
Orgogliosamente, con un cenno della mano, Conundrum mostrò a Tas-
slehoff la mappa. Tracciata su un enorme pezzo di pergamena, giaceva sul
terreno, coprendo il sentiero fra due siepi. Era più grande dello gnomo, che
era piccoletto, con un debole sorriso, gli occhi velati, la carnagione color
noce e una barba lunga e ispida che un tempo doveva essere stata bianca,
ma ora era macchiata di porpora, a causa del fatto che lo gnomo la strasci-
cava nell'inchiostro bagnato mentre stava carponi sulla mappa.
La mappa era molto complicata, con un sacco di X e Frecce e Non En-
trare e Girare Qui a Sinistra scribacchiati in Lingua Comune. Tasslehoff la
guardò. Poi, alzando gli occhi, vide la fine del viottolo in cui si trovavano:
la siepe si apriva e il sole brillava su varie, bellissime strutture dalla cupola
di cristallo che catturavano la luce del sole e la tramutavano in arcobaleni.
Due draghi dorati formavano una volta gigantesca. Il parco era verde e
pieno di fiori. Gente dalle bianche vesti passeggiava all'intorno, parlando a
voce bassa.
«Oh, quella dev'essere l'uscita!» esclamò Tasslehoff. «Grazie lo stesso.»
Lo gnomo guardò la sua mappa, e poi quella che era innegabilmente l'u-
scita del labirinto di siepi.
«Accidenti!» sbottò, e cominciò a pestare i piedi sulla mappa.
«Mi dispiace moltissimo», disse Tas, sentendosi in colpa. «Era una
mappa fantastica.»
«Ah!» Conundrum saltava su e giù sulla sua opera.
«Bene, scusatemi, ma devo andare», concluse Tasslehoff, avviandosi
pian piano verso l'uscita. «Ma quando avrò parlato con Goldmoon, sarò fe-
lice di tornare e perdermi di nuovo, se questo può aiutarvi.»
«Bah!» gridò lo gnomo, calciando dentro la siepe la boccetta dell'inchio-
stro.
Volgendo un ultimo sguardo verso Conundrum, Tasslehoff lo vide men-
tre, tornato all'inizio del labirinto, si misurava il piede con il metro, per
prepararsi al calcolo della distanza precisa fra la prima curva e la seconda.
Tas camminò per un bel tratto, allontanandosi dal labirinto. Stava per
entrare in un bell'edificio fatto di cristallo scintillante, quando udì dei passi
dietro di lui e si sentì una mano sulla spalla.
«Hai una ragione per essere nella Cittadella della Luce, kender?» chiese
una voce, in Lingua Comune.
«Dove?» domandò Tasslehoff. «Oh, sì, certo.»
Del tutto abituato a ritrovarsi sulla spalla la pesante mano della legge,
non fu sorpreso nel vedere che era sotto la custodia di una donna giovane e
alta, dall'espressione severa, con un elmo e una blusa di maglia d'argento
che scintillavano al sole. Indossava una lunga cotta con il simbolo del sole
e portava una spada in una guaina d'argento, legata alla vita.
«Sono qui per vedere Goldmoon, signora», spiegò educatamente Tassle-
hoff. «E ho urgenza. Molta urgenza. Se poteste mostrarmi dove...»
«Cos'abbiamo qui, Guardiana?» indagò una voce. «Guai?»
Girando la testa, Tasslehoff vide un'altra donna con l'armatura, ma sta-
volta si trattava di un'armatura solamnica. Altri due Cavalieri Solamnici
l'affiancavano, mentre avanzava sul vialetto.
«Non ne sono sicura, lady Camilla», replicò la guardia, salutando. «Que-
sto kender ha chiesto di vedere Goldmoon.»
Ci fu uno scambio di sguardi fra le due; e a Tas sembrò di vedere u-
n'ombra solcare il viso del Cavaliere donna. «Che cosa vuole un kender
dalla Prima Maestra?»
«Chi?» domandò Tas.
«Goldmoon, la Prima Maestra.»
«Sono un suo vecchio amico», spiegò Tas. Tese la mano. «Mi chia-
mo...» S'interruppe. Non ne poteva più di vedere la gente fissarlo strana-
mente ogni volta che annunciava il suo nome. Ritirò la mano. «Non è im-
portante. Se solo voleste dirmi dove trovare Goldmoon...»
Nessuna delle due donne rispose; ma Tas, scrutandole attentamente, vide
il Cavaliere Solamnico lanciare un'occhiata verso la cupola di cristallo più
grande. Intuì subito che quello era il luogo che cercava.
«Avete entrambe l'aria molto occupata», concluse, sgattaiolando via.
«Mi spiace di avervi disturbato. Ora, se mi scusate...» Fuggì.
«Devo seguirlo, signora?» sentì la guardia chiedere al Cavaliere.
«No, lascialo stare», ribatté lady Camilla. «La Prima Maestra ha un de-
bole per i kender.»
«Ma potrebbe disturbare la sua solitudine», obiettò la guardia.
«Se ci riuscisse, gli darei trenta pezzi d'acciaio», affermò lady Camilla.
Il Cavaliere era una bella donna di cinquant'anni, vigorosa e gagliarda,
anche se i suoi capelli neri erano striati di grigio. Stoica e risoluta, dall'a-
spetto severo, non sembrava il tipo di persona incline a mostrare le proprie
emozioni. Eppure, Tas la sentì pronunciare la frase con un sospiro.
Tas raggiunse la porta della cupola di cristallo e si fermò, aspettandosi
che qualcuno uscisse a dirgli che non doveva essere lì. Due uomini dalle
vesti bianche emersero, in effetti, ma si limitarono a sorridergli e ad augu-
rargli buon pomeriggio.
«E buon pomeriggio a voi, signori», ricambiò Tas, inchinandosi. «Tra
parentesi, mi sono perso. Che edificio è questo?»
«Il Gran Liceo», rispose uno.
«Oh», riprese Tas, con aria astuta, anche se non aveva la minima idea di
cosa fosse un liceo. «Sono così felice di averlo trovato. Grazie.»
Salutando gli uomini, il kender entrò nel Gran Liceo. Dopo un'esplora-
zione completa della zona, esplorazione che contemplò l'apertura di porte,
l'interruzione di lezioni, la richiesta di innumerevoli domande e l'ascolto di
conversazioni private, scoprì di trovarsi infine nella Gran Sala, popolare
luogo d'incontro per chi viveva, lavorava e studiava nella Città della Luce.
Essendo pomeriggio, la Gran Sala era tranquilla, con solo poche persone
che leggevano o parlavano in capannelli. La sera, sarebbe stata affollata,
perché serviva da refettorio della Cittadella, dove tutti - insegnanti e stu-
denti insieme - si raccoglievano per la cena.
Le stanze all'interno della cupola di cristallo risplendevano di luce sola-
re. Le sedie erano comode e numerose. Lunghi tavoli di legno si ergevano
a un capo dell'enorme Gran Sala; all'altra estremità si trovavano le salette
di ricevimento, alcune occupate da studenti e dai loro maestri. Il profumo
del pane cotto al forno si spandeva dalla cucina, situata a un livello inferio-
re.
Tasslehoff non ebbe difficoltà a raccogliere informazioni su Goldmoon.
Ogni conversazione che sentì e metà di quelle che interruppe erano incen-
trate sulla Prima Maestra. Tutti, sembrava, erano molto preoccupati per lei.
«Non riesco a credere che i Maestri abbiano permesso alla situazione di
trascinarsi così a lungo», commentò una donna con una visitatrice. «Con-
cedere alla Prima Maestra di rimanere chiusa nella sua stanza a quel modo!
Potrebbe essere in pericolo. Potrebbe essere malata.»
«Nessuno ha cercato di parlarle?»
«Ma certo che ci abbiamo provato!» La donna scosse la testa. «Siamo
tutti in ansia per lei. Fin dalla notte della tempesta, non vuole più vedere
nessuno, nemmeno quelli che le sono più vicini. Durante la notte, le la-
sciamo cibo e acqua su un vassoio che, al mattino, è sempre vuoto. Ci la-
scia biglietti sul vassoio assicurandoci che sta bene, ma ci prega di rispet-
tare la sua intimità e di non disturbarla.»
«Io non la disturberò», si disse Tas. «Le racconterò molto rapidamente
quel che è successo, e poi me ne andrò.»
«Che cosa dobbiamo fare?» proseguì la donna. «La scrittura sui biglietti
è la sua; su questo concordiamo tutti.»
«Non significa niente. Potrebbe essere prigioniera. Potrebbe scrivere
quei biglietti sotto costrizione, specialmente se temesse, non facendolo, di
arrecare danno ad altri nella Cittadella.»
«Ma per quale motivo? Se fosse stata presa in ostaggio, ci aspetteremmo
una richiesta di riscatto, o qualche pretesa in cambio del suo benessere.
Non ci è stato chiesto niente. Non siamo stati attaccati. L'isola rimane paci-
fica, per quanto è possibile in questi tempi bui. Le navi vanno e vengono. I
rifugiati arrivano ogni giorno. Le nostre vite continuano di buon passo.»
«E il drago d'argento?» domandò l'altra donna. «Mirror è uno dei guar-
diani dell'isola di Schallsea e della Cittadella della Luce. Immagino che il
drago, con la sua magia, potrebbe scoprire se qualche male si è imposses-
sato della Prima Maestra.»
«Sicuramente potrebbe; ma è sparito», ribatté l'amica, in tono impotente.
«È fuggito durante il culmine della tempesta. Da allora, non l'ha più visto
nessuno.»
«Una volta, conoscevo una dragonessa d'argento», s'intromise Tas. «Si
chiamava Silvara. Non ho potuto evitare di sentirvi parlare di Goldmoon.
È una mia carissima amica, e sono molto preoccupato per lei. Dove avete
detto che si trova la sua stanza?»
«In cima al Liceo. Su per quelle scale», rispose una delle donne.
«Grazie», esclamò Tas, volgendosi in quella direzione.
«Ma nessuno può andare lassù», aggiunse quella, severamente.
Tas si girò di nuovo. «Oh, certo. Capisco. Grazie.»
Le due donne si allontanarono, riprendendo la conversazione. Tasslehoff
gironzolò nei pressi, ammirando la grande statua di un drago d'argento che
occupava il posto d'onore al centro della sala. Quando le donne se ne furo-
no andate, si diede un'occhiata all'intorno e, vedendo che nessuno lo guar-
dava, cominciò a salire le sca