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Credo che il rosario sia la preghiera più potente, dopo la

Santa Messa e la Liturgia delle Ore. In questo libro presento


le mie riflessioni sui venti misteri che recito ogni giorno.
Spero che possano essere utili a quanti recitano il rosario,
per meditare i singoli misteri.
GABRIELE AMORTH, nato a Modena nel 1925, dopo la laurea in
Giurisprudenza è entrato a far parte della Società San Paolo dove è
stato ordinato sacerdote nel 1954. Noto esorcista ed esperto in
mariologia, è membro della Pontificia Accademia Mariana
Internazionale e Presidente onorario dell’Associazione Internazionale
degli esorcisti. Tra i suoi più diffusi volumi ricordiamo: (Bologna
200319), Nuovi racconti di un esorcista (Bologna 200211) e L’ultimo
esorcista (Milano 2012). Presso le Edizioni San Paolo ha pubblicato:
Più forti del male (20126), Il Vangelo di Maria (2012), Vade retro
Satana! (2013), Dio più bello del diavolo (2015) e Saremo giudicati
dall’Amore (2015).
GABRIELE AMORTH

IL MIO ROSARIO
Foto di copertina:
Audrius Merfeldas/Shutterstock

© EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 2015


Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
www.edizionisanpaolo.it

Prima edizione digitale febbraio 2016

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non
autorizzata.

ISBN edizione epub 978-88-922-0219-1


INDICE

Introduzione

Come si recita il rosario

MISTERI DELLA GIOIA (lunedì e sabato)

1. L’annunciazione a Maria
2. Maria visita la cugina Elisabetta
3. Gesù nasce a Betlemme
4. Gesù è presentato al tempio
5. Gesù è ritrovato nel tempio

MISTERI DELLA LUCE (giovedì)

1. Gesù battezzato da Giovanni


2. Gesù si rivela alle nozze di Cana
3. Gesù annuncia il regno di Dio
4. La trasfigurazione di Gesù
5. Gesù istituisce l’eucaristia

MISTERI DEL DOLORE (martedì e venerdì)

1. Gesù prega nell’orto degli ulivi


2. Gesù è flagellato
3. Gesù è coronato di spine
4. Gesù sale al Calvario
5. Gesù muore sulla croce

MISTERI DELLA GLORIA (mercoledì e domenica)


1. Gesù risorge
2. Gesù ascende al cielo
3. La discesa dello Spirito Santo
4. Maria assunta in cielo in anima e corpo
5. Maria incoronata regina del cielo e della terra

Appendice I. I Papi del rosario

Appendice II. Breve storia del rosario


INTRODUZIONE

Credo che il rosario sia la preghiera più potente, dopo la Santa Messa e la
Liturgia delle Ore. Basta leggere quanto a fondo ne hanno parlato i Pontefici,
da Pio V in poi. Ne diamo un sunto nella prima appendice.
Aggiungo anche che a questa preghiera secolare è stata colmata una lacuna
da Giovanni Paolo II. Da tempo si diceva che il rosario conteneva tutto il
Vangelo. Ma non era così. Si saltava la vita pubblica di Gesù poiché si
passava dal V mistero della gioia (lo smarrimento di Gesù a dodici anni) al I
mistero del dolore (la preghiera di Gesù nel Getsemani). Ha provveduto Papa
Giovanni Paolo II quando, dietro ispirazione della Vergine Santissima, ha
inserito dopo i misteri della gioia quelli della luce, che riassumono tutta la
vita pubblica di Gesù.
In questo libro presento le mie riflessioni sui venti misteri che recito ogni
giorno. Spero che possano essere utili a quanti recitano il rosario, per
meditare i singoli misteri.
Dedico questo libro al Cuore Immacolato di Maria, da cui dipende
l’avvenire del nostro mondo. Così ho capito da Fatima e da Medjugorje. La
Madonna già nel 1917 a Fatima ha annunciato il finale: «Alla fine il mio
Cuore Immacolato trionferà».

don Gabriele Amorth


COME SI RECITA IL ROSARIO

Si comincia con un segno di croce e dicendo:


O Dio, vieni a salvarmi
Signore vieni presto in mio aiuto

Può anche bastare un segno di croce.


Si annuncia, quindi, il mistero, ad esempio:
Nel I mistero della gioia si contempla l’Annunciazione a Maria.

Poi si recitano le seguenti preghiere:


Un “Padre nostro”
Dieci “Ave, Maria”
Un “Gloria al Padre”

Infine si può aggiungere:


O Gesù, perdona le nostre colpe,
preservaci dal fuoco dell’inferno,
porta in cielo tutte le anime
specialmente le più bisognose
della tua misericordia.

Terminata la recita dei cinque misteri si conclude con:


Una “Salve, o Regina”
MISTERI DELLA GIOIA
(lunedì e sabato)
I MISTERO DELLA GIOIA

L’ANNUNCIAZIONE A MARIA

Al sesto mese Dio mandò l’angelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nàzaret, a
una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe della casa di Davide: il nome della vergine era
Maria. Entrò da lei e le disse: «Salve, piena di grazia, il Signore è con te». Per tali parole ella
rimase turbata e si domandava che cosa significasse un tale saluto. Ma l’angelo le disse: «Non
temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai nel grembo e darai alla
luce un figlio. Lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; il
Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e
il suo regno non avrà mai fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché io
non conosco uomo?». L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo scenderà sopra di te e la potenza
dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; perciò quello che nascerà sarà chiamato santo, Figlio
di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, e
lei che era ritenuta sterile è già al sesto mese; nessuna cosa infatti è impossibile a Dio». Disse
allora Maria: «Ecco la serva del Signore; si faccia di me come hai detto tu». E l’angelo si
allontanò da lei.
(Luca 1,26-38)

Dio aveva preparato con cura le due persone a cui affidava suo Figlio. A
Maria, nell’istante del suo concepimento, sono stati anticipati i frutti della
redenzione di Cristo, per cui è nata senza la colpa originale. È veramente
l’Immacolata Concezione. La tradizione vuole che Maria si fosse anche
consacrata interamente a Lui, per cui è la “sempre vergine”, per eccellenza.
Da notare che nel mondo ebraico non ci sono episodi che riportano una scelta
simile. Prima dell’esempio e delle parole di Gesù, gli ebrei onoravano solo la
maternità e per una donna la sterilità era considerata una vergogna, quasi una
maledizione. In più, c’era anche sempre la speranza di imparentarsi con il
Messia: per Maria la scelta della verginità chiudeva anche questa prospettiva.
Inoltre Maria era sposa di Giuseppe, per cui Gesù nasceva in una famiglia.

Anche Giuseppe era stato ben preparato da Dio. Prima di tutto era un uomo
“giusto”. Questo significa che egli era pienamente fedele e disponibile a Dio.
Poi apparteneva alla famiglia di Davide: Gesù, una volta riconosciuto come
figlio da Giuseppe, sarebbe quindi stato legalmente un discendente di Davide
e veniva giustamente invocato come “figlio di Davide”. Infine Giuseppe era
un fabbro-falegname. Questo ci rivela la condizione economica in cui sarebbe
vissuto Gesù: condizione non povera ma modesta.

Il matrimonio avveniva in due tempi. Nel primo, alla presenza dei genitori
e di due testimoni, lo sposo dichiarava: «Prendo in sposa Maria, secondo la
legge di Mosè». Era già vero matrimonio, anche se gli sposi vivevano ancora
per un certo tempo con le rispettive famiglie. La seconda fase del matrimonio
prevedeva una celebrazione che durava spesso sette giorni, e che implicava
l’introduzione della sposa nella casa che lo sposo aveva preparato.

Maria restò turbata al saluto dell’angelo. Infatti Gabriele non aveva rivolto
il comune saluto «Shalom», ossia «pace a te». Ma aveva detto: Chaire, che
significa «esulta», «rallegrati», «giosci». Era una parola ben conosciuta, usata
solo una volta da tre profeti (Zaccaria, Sofonia, Gioele), sempre in senso
messianico. Maria si chiedeva che relazione ci potesse essere fra lei e il
Messia. In più l’angelo non l’aveva chiamata per nome, ma aveva detto:
«piena di grazia, il Signore è con te». Tutto questo frastornava Maria, che si
chiedeva che significato avesse un tale saluto.
La successiva spiegazione di Gabriele toccava la sua futura maternità, il
nome del figlio che vuol dire «Dio è salvezza», il suo regno senza fine,
elementi che lo indicavano come l’atteso Messia... A tutto questo Maria da un
lato credette con semplicità, ma dall’altro si sentì sprofondare nella sua
piccolezza. L’unica domanda che pose è come sarebbe avvenuto tutto questo.
Gabriele le diede una risposta esauriente: il tutto sarebbe stato opera dello
Spirito Santo. Ossia, sarebbe stata una nascita miracolosa, come altre famose
ce ne furono in Israele.
Per tutte le altre difficoltà Maria si fidava interamente del suo Signore.
Diede il suo incondizionato consenso dichiarandosi la serva di Dio.

Dopo questo lo Spirito Santo intervenne, e il Verbo di Dio si fece carne.


Ecco perché nel giorno dell’Annunciazione festeggiamo soprattutto
l’incarnazione del Verbo. Ecco perché questo annuncio è stato fissato al 25
marzo, ossia nove mesi prima del Natale che cade il 25 dicembre.
II MISTERO DELLA GIOIA

MARIA VISITA LA CUGINA ELISABETTA

In quei giorni Maria, messasi in viaggio, si recò in fretta verso la regione montagnosa, in una
città di Giuda. Entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. Ed ecco che, appena Elisabetta
ebbe udito il saluto di Maria, le balzò in seno il bambino. Elisabetta fu ricolma di Spirito Santo
ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Ma perché
mi accade questo, che venga da me la madre del mio Signore? Ecco, infatti, che appena il suono
del tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bambino m’è balzato in seno per la gioia. E
benedetta colei che ha creduto al compimento di ciò che le è stato detto dal Signore». E Maria
disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore
perché ha considerato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata.
Perché grandi cose m’ha fatto il Potente,
Santo è il suo nome,
e la sua misericordia di generazione
in generazione
va a quelli che lo temono.
Ha messo in opera la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi con i disegni
da loro concepiti.
Ha rovesciato i potenti dai troni
e innalzato gli umili.
Ha ricolmato di beni gli affamati
e rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
a favore di Abramo e della sua discendenza, per sempre».
(Luca 1,39-55)

Maria ha riflettuto sulle parole di Gabriele. Questi, per dirle che la nascita
di suo figlio sarebbe stata miracolosa, riprende l’esempio della nascita
miracolosa in donne sterili. Avrebbe potuto citare altri casi celebri, come
quello di Sara, la moglie di Abramo. Invece cita il caso contemporaneo di una
sua parente. Questo ha fatto pensare a Maria che ci fosse una relazione fra
suo figlio e il figlio di Elisabetta. In più precisa che Elisabetta era al sesto
mese. Perché? Forse per dirle che Elisabetta, nella sua vecchiaia, negli ultimi
tre mesi aveva bisogno di aiuto.
Maria, elevata da Dio a una grandezza così unica, aveva proprio bisogno di
servire, sentendo viva la sua nullità. Gabriele aveva rivelato il progetto di
Dio, annunciando sei mesi prima la nascita di Giovanni. Maria intuisce la
relazione che c’è tra questi due annunci e corre là, dove il piano di Dio è
iniziato.

L’incontro tra Maria ed Elisabetta ha due protagonisti “nascosti”: i bambini


che ambedue portano in grembo. Il saluto che Maria rivolge all’anziana
cugina è molto semplice. Penso sia stato «shalom», «pace a te». Ma fa
scendere lo Spirito Santo su Elisabetta, che esclama a gran voce: «Benedetta
tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Ma perché mi accade questo,
che venga da me la madre del mio Signore? Ecco, infatti, che appena il suono
del tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bambino m’è balzato in seno per
la gioia. E benedetta colei che ha creduto al compimento di ciò che le è stato
detto dal Signore».
È una risposta molto ricca, che dimostra una totale rivelazione dello Spirito
Santo a Elisabetta. Il primo frutto del semplice saluto di Maria è l’allegrezza
con cui Giovanni sobbalza di gioia nel suo primo incontro con Gesù. Ecco i
due protagonisti di quella visita. Ma poi Elisabetta è la prima a riconoscere
che quel bambino, nel seno di Maria, è il Signore, ossia il suo Dio.
Ancora, Elisabetta è la prima a chiamare Maria: “Madre di Dio”. Elisabetta
è la prima ad affermare che Maria è la più benedetta fra tutte le donne. Dirà
san Francesco d’Assisi, in una preghiera rivolta a Maria: «Nessuna è come
te». Notiamo anche che Elisabetta esalta Maria per la sua fede: «Beata colei
che ha creduto». Ella era stata scottata dall’incredulità di suo marito,
Zaccaria, muto fino alla nascita di Giovanni.
Ecco i quattro primati che fanno di Elisabetta una grande profetessa del
Nuovo Testamento. Non esito a chiamarla “profetessa”: è profeta chi parla
ispirato da Dio, e veramente Elisabetta parla mossa dallo Spirito Santo.

Maria risponde con lo stupendo inno del Magnificat. È l’unica volta che
Maria parla a lungo, per esaltare la potenza e la misericordia di Dio.
L’esaltazione del Padre Celeste suggerisce a Maria una lunga esclamazione:
«L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio
Salvatore perché ha considerato l’umiltà della sua serva». Qui c’è anche un
tono di ringraziamento: si sente salvata e sollevata dalla sua bassezza alla
cima più alta, al di sopra di tutta l’umanità.
«Tutte le generazioni mi chiameranno beata». Perché? Io non sono niente,
ma «grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente; grande è il suo nome», grande
la sua misericordia, grande la sua potenza. E spiega la potenza di Dio come
rinascita di tutta l’umanità, esaltando gli umili e abbassando i superbi. Infatti:
disperde i superbi, rovescia dai troni i potenti, rimanda i ricchi a mani vuote.
In compenso: innalza gli umili e ricolma di beni gli affamati. Sembra quasi
che Maria anticipi lo spirito del discorso della montagna, quando Gesù
espone le beatitudini.
Infine Maria esalta Dio per la sua fedeltà alle promesse fatte ad Abramo, di
una posterità senza fine, ed estesa su tutta la terra: «In te saranno benedette
tutte le genti». Attua questa promessa inviando l’atteso Messia. Gesù è
l’erede e l’attuazione di tutte le promesse e con lui ha inizio il nuovo popolo
di Dio, esteso a tutte le genti, che troverà concretezza nella Chiesa.
III MISTERO DELLA GIOIA

GESÙ NASCE A BETLEMME

In quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra.
Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. Tutti andavano a
dare il loro nome, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di
Nàzaret, salì nella Giudea, alla città di Davide, che si chiamava Betlemme, perché egli era della
casa e della famiglia di Davide, per dare il suo nome con Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano là, giunse per lei il tempo di partorire e diede alla luce il suo figlio
primogenito. Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto
all’albergo.
In quella stessa regione si trovavano dei pastori: vegliavano all’aperto e di notte facevano la
guardia al loro gregge. L’angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse
di luce: essi furono presi da grande spavento. Ma l’angelo disse loro: «Non temete, perché,
ecco, io vi annunzio una grande gioia per tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per
voi un salvatore, che è il Messia Signore. E questo vi servirà da segno: troverete un bambino
avvolto in fasce che giace in una mangiatoia». Subito si unì all’angelo una moltitudine
dell’esercito celeste che lodava Dio così: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli
uomini che egli ama».
Appena gli angeli si furono allontanati da loro per andare verso il cielo, i pastori dicevano fra
loro: «Andiamo fino a Betlemme a vedere quello che è accaduto e che il Signore ci ha fatto
sapere». Andarono dunque in fretta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che giaceva nella
mangiatoia. Dopo aver veduto, riferirono quello che del bambino era stato detto loro. Tutti
quelli che udivano si meravigliavano delle cose che i pastori dicevano loro. Maria, da parte sua,
conservava tutte queste cose meditandole in cuor suo.
(Luca 2,1-19)

Dio si serve anche di motivi contingenti per attuare i suoi piani. Giuseppe,
della casa e della famiglia di Davide, si muove da Nazaret e va a Betlemme,
non spinto dalla profezia di Michea, secondo cui il Messia sarebbe nato a
Betlemme, città di Davide. Si è messo in viaggio costretto dall’editto
imperiale che ordinava il censimento di tutto l’impero romano. Maria,
nonostante i disagi del viaggio nella vicinanza del parto, parte con Giuseppe
perché era obbligata a seguire il marito e a presentarsi personalmente
all’autorità civile, per le dichiarazioni richieste.
I santi coniugi giungono a Betlemme quando è imminente il tempo del
parto. Non trovano conveniente rifugiarsi nel caravanserraglio, una sorta di
tettoia in cui si rifugiavano i forestieri di passaggio. Non potevano trovarsi a
loro agio in mezzo a quella confusione. E neppure si sarebbero trovati in
libertà se avessero accettato l’ospitalità in una casa privata, o presso gli stessi
familiari di Giuseppe dove, in un unico locale, per dormire si trovavano tutti i
membri della famiglia.
Forse si sentirono più a loro agio rifugiandosi in una grotta, che poteva
servire a riparare il bestiame in caso di pioggia. Trovarono forse la grotta
migliore, abbastanza profonda e dunque più riparata, e fornita di una lunga
mangiatoia, che era scavata nella roccia, nel fondo, lungo la larghezza della
stessa grotta. Serviva bene sia per riparare le proprie cose portate da casa, sia
per deporvi il bambino appena nato.
Non meraviglia che il Figlio di Dio sia nato nelle condizioni che noi oggi
chiameremmo di un baraccato. La sua famiglia era povera e si comportava da
povera.

Nasce Gesù. Credo che Maria non abbia mai provato una gioia più grande.
Baciava il suo bambino, lo fasciava, lo deponeva nella mangiatoia, e lo
contemplava, insieme a Giuseppe, estasiata e ben decisa a dedicare a lui
interamente la sua vita. Capiva sempre più come Dio l’avesse preparata a
questo, che era lo scopo della sua esistenza.
I primi che arrivarono a ossequiare Gesù non furono i ricchi, ma i pastori,
ossia i più poveri e disperati. Erano considerati cittadini di “serie B”. Erano
ritenuti poco affidabili, tentati al furto, non potevano essere giudici, e nei
processi non era considerata valida la loro testimonianza. Ma proprio a loro
Dio mandò l’angelo ad annunciare il grande avvenimento: «Oggi, nella città
di Davide, è nato per voi un salvatore, che è il Messia, Signore. E questo vi
servirà da segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una
mangiatoia».
I pastori compresero subito tutto. La città di Davide era Betlemme. Se il
bambino era deposto in una mangiatoia, voleva dire che benché lui fosse
l’atteso Messia, accanto a una particolare relazione con Dio, era anche molto
povero, tanto da nascere in una grotta fornita di mangiatoia. I pastori si
misero subito in cammino per andare a onorare quel bambino. Maria e
Giuseppe furono felici di quella visita di poveri, che non davano loro nessuna
soggezione. Mentre raccontavano come erano stati avvisati dall’angelo,
Maria e Giuseppe si rallegravano ancora dei gesti di Dio, che aveva
privilegiato i più poveri del popolo per il grande annuncio.
I poveri si comprendono tra loro, e chi è povero è subito pronto ad aiutare
uno più povero di lui. Quando i pastori partirono, è probabile che Maria e
Giuseppe si siano accorti che, senza dire nulla, essi avevano lasciato del latte
e del formaggio, o quello che i pastori a quel tempo ricavavano dal latte, in
un angolo della grotta. Fu una provvidenza per la Sacra Famiglia, che in quel
momento non aveva nulla. Di più i pastori propagandarono il lieto annuncio
tra le popolazioni.

Questo episodio si chiude con una particolare osservazione: «Maria, da


parte sua, conservava tutte queste cose meditandole in cuor suo». Gli altri
tendono all’azione; Maria tende alla contemplazione. Forse l’evangelista
Luca ha pure voluto rivelare la fonte di queste notizie. Dice, infatti, nel
prologo al suo Vangelo, di aver scritto dopo aver indagato accuratamente
ogni cosa fin dall’origine (ossia, come dice poco prima, risalendo ai testimoni
oculari). Tutti questi fatti dell’infanzia di Gesù, al tempo in cui Luca
scriveva, a Gerusalemme erano noti solo a Maria, e solo da lei potevano
essere narrati.
IV MISTERO DELLA GIOIA

GESÙ È PRESENTATO AL TEMPIO

Quando furono passati gli otto giorni per circonciderlo, gli fu dato il nome Gesù, come era
stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito in grembo. Venuto poi il tempo della loro
purificazione, secondo la legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme per offrirlo al Signore,
come sta scritto nella legge di Mosè: Ogni maschio primogenito sarà considerato sacro al
Signore; e per offrire in sacrificio, come dice la legge del Signore, un paio di tortore o due
giovani colombi.
Ora, c’era in Gerusalemme un uomo chiamato Simeone: era un uomo giusto e pio e
aspettava la consolazione di Israele e lo Spirito Santo era su di lui. Anzi, dallo Spirito Santo gli
era stato rivelato che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Andò dunque
al tempio, mosso dallo Spirito; e mentre i genitori portavano il bambino Gesù per fare a suo
riguardo quanto ordinava la legge, egli lo prese tra le braccia e benedì Dio, dicendo:
«Ora, o Signore, lascia che il tuo servo
se ne vada in pace secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza
che tu hai preparato davanti a tutti i popoli;
luce che illumina le genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Ora, suo padre e sua madre rimasero meravigliati di quanto era stato loro detto di lui.
Simeone li benedì e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è posto per la caduta e per la
risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, sicché una spada trapasserà la
tua anima, affinché vengano svelati i pensieri di molti cuori».
(Luca 2,21-35)

L’infanzia di Gesù segue il cammino prescritto per i figli degli ebrei. Dopo
otto giorni dalla nascita il bambino fu circonciso, seguendo così la sua
appartenenza al popolo prediletto da Dio. In quella occasione gli fu imposto il
nome di Gesù, come era stato indicato dall’angelo. Dopo quaranta giorni fu
presentato al tempio per il riscatto, e la madre si sottopose al rito di
purificazione.
Il riscatto per Gesù ha un significato del tutto diverso da quello per cui fu
istituito. A ricordo del fatto che i primogeniti furono risparmiati
dall’uccisione che colpì tutti i primogeniti degli egiziani, si considerava che i
primogeniti degli israeliti appartenessero a Dio: bisognava quindi riscattarli.
In questo caso, non ce ne sarebbe stato bisogno. Presentarono a Dio il
bambino Gesù, ben consapevoli che questi già apparteneva interamente al
Padre. Anzi, a questo riconoscimento, si unì la madre, offrendosi interamente
a Dio, insieme al figlio. In più, unì a sé Giuseppe e tutta l’umanità. Dio
sapeva molto bene di avere inviato il figlio perché riportasse a lui l’umanità
riconciliata. Con amore accolse l’offerta così completa di Maria.

Poi avvenne la breve cerimonia della purificazione. Anche qui troviamo


Giuseppe associato a Maria, benché fosse solo a Maria che venisse richiesto
questo rito, consistente in una semplice preghiera. Giuseppe è visto partecipe,
finché vive, di quanto avviene per Maria e per Gesù. In quella occasione i
santi sposi presentarono l’offerta prescritta: due colombi, ossia l’offerta dei
poveri. Se fossero stati ricchi avrebbero offerto un agnello o un capretto.
A questo punto si introduce una persona inattesa. Certamente l’anziano
Simeone avrà narrato come lo Spirito gli aveva promesso che non sarebbe
morto prima di aver visto il Cristo del Signore, e come lo stesso Spirito lo
avesse spinto a recarsi al tempio. Fu chiaro, a Maria e a Giuseppe, che
quell’uomo era un profeta. Ben volentieri gli dettero fra le braccia il piccolo
Gesù.
Simeone lo contemplò con immenso amore e disse: «Ora Signore posso
morire in pace, perché hai realizzato la promessa che mi avevi fatto». Ma poi
aggiunse parole che meritano di essere meditate: disse che quel bambino
sarebbe stato la salvezza di tutti i popoli, la luce per tutte le genti, non solo
per Israele, ma per tutti, come Iddio aveva promesso ad Abramo dicendo:
«Saranno benedetti in te tutti i popoli della terra».
Poi le parole di Simeone cambiarono tono: disse che Gesù sarebbe stato un
segno di contraddizione, per chi lo avrebbe ascoltato e per chi lo avrebbe
rifiutato; sarebbe stato per gli uni causa di risurrezione e per gli altri causa di
caduta. Infine, rivolto alla madre, aggiunse: «Una spada trapasserà la tua
anima, affinché vengano svelati i pensieri di molti cuori». La vita di Maria
sarà attraversata da una spada. La spada non è solo strumento di uccisione,
ma anche di divisione. L’anima di Maria risentirà, come al taglio di una
spada, della divisione dei cuori, tra chi accoglierà la salvezza di Cristo e chi
la rifiuterà, addirittura condannando Gesù.
Queste parole furono una dolorosa rivelazione per Maria. Comprese che la
vita di Gesù non sarebbe stata un passaggio di trionfo in trionfo, come
lasciavano pensare le promesse di Gabriele il giorno dell’Annunciazione;
queste “glorie” sarebbero venute dopo. Ha meglio capito anche il suo ruolo:
non era limitato alla nascita e all’infanzia di Gesù, ma sarebbe stata sua
discepola tutta la vita, in tutti i dolori, fino alla fine. Di fronte a questa
prospettiva Maria disse completamente il suo sì, come aveva detto il suo sì
per diventare la madre di Gesù. Così Maria resta per noi il modello di un
continuo sì a Dio, nella gioia come nel dolore.
V MISTERO DELLA GIOIA

GESÙ È RITROVATO NEL TEMPIO

I suoi genitori erano soliti andare a Gerusalemme ogni anno, per la festa di Pasqua. Ora,
quando egli ebbe dodici anni, i suoi salirono a Gerusalemme, secondo il rito della festa.
Trascorsi quei giorni, mentre essi se ne tornavano, il fanciullo rimase in Gerusalemme, senza
che i suoi genitori se ne accorgessero. Credendo che egli si trovasse nella comitiva, fecero una
giornata di cammino, poi lo cercarono fra i parenti e conoscenti. Ma, non avendolo trovato,
tornarono a Gerusalemme per farne ricerca. Lo trovarono tre giorni dopo, nel tempio, seduto in
mezzo ai dottori, intento ad ascoltarli e a interrogarli. Tutti quelli che lo udivano restavano
meravigliati della sua intelligenza e delle sue risposte. Nel vederlo, essi furono stupiti e sua
madre gli disse: «Figlio, perché hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, addolorati, ti
cercavamo!». Ma egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo
occupare di quanto riguarda il Padre mio?». Essi però non compresero ciò che aveva detto loro.
Egli scese con loro e tornò a Nàzaret, ed era loro sottomesso. Sua madre conservava tutte
queste cose in cuor suo.
(Luca 2,41-51)

La legge invitava ogni israelita che era nella possibilità di farlo, di recarsi
al tempio di Gerusalemme tre volte all’anno: a Pasqua, a Pentecoste, alla
festa delle Capanne. Era dispensato chi risiedeva a una distanza superiore a
un giorno di cammino. Per andare da Nazaret a Gerusalemme occorrevano
quattro o cinque giorni. Maria e Giuseppe, benché esentati, ogni anno si
recavano a Gerusalemme per Pasqua.
Luca narra l’episodio dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù al
tempio alla luce del mistero totale di Cristo e come anticipo del suo destino
pasquale. Per tale motivo racconta questo fatto come l’unico importante
episodio della vita nascosta di Gesù a Nazaret.
A Gerusalemme Gesù comincia a distaccarsi dai genitori: entra nel tempio
spinto dall’obbedienza a un’autorità superiore, quella del Padre, che regolerà
tutta la sua vita; inizia a mostrare quella che sarà la sua predicazione; avrà la
coraggiosa disputa con gli scribi e i farisei; troverà il giudizio e la morte, ma
pure trionferà con la risurrezione; da Gerusalemme tornerà al Padre il giorno
dell’Ascensione.
I dettagli dello smarrimento sono facilmente spiegabili conoscendo gli usi
del tempo. Le carovane degli ebrei che si recavano a Gerusalemme per la
Pasqua erano molto numerose. Sempre più si ingrossavano, avvicinandosi
alla città santa, col contributo dei gruppi che si aggiungevano lungo il
cammino. Al ritorno si verificava il fenomeno opposto: la carovana che
usciva da Gerusalemme era numerosissima e procedeva a scaglioni, fino alla
prima tappa fissata per il pernottamento. Poi la carovana si assottigliava
sempre più, per i gruppi che arrivavano alla meta o che andavano in altre
direzioni. In tali condizioni non era possibile verificare chi era presente o chi
mancava, fino all’arrivo al punto di sosta. Fu qui che Maria e Giuseppe
attendevano i vari gruppi sperando che in uno di essi ci fosse Gesù.
È stata una terribile attesa per Maria. Dopo una lunga e faticosa giornata in
cui desiderava solo rivedere il figlio, i gruppi arrivavano ma suo figlio non
c’era. Poi una terribile notte: dove sarà Gesù? Il giorno dopo, il ritorno a
Gerusalemme, ancora con l’angoscia e l’incertezza del posto dove il figlio
avrebbe trascorso la giornata. Ancora una terribile notte insonne, piena di
interrogativi. Infine, al mattino del terzo giorno, il grande respiro di sollievo,
nel vedere Gesù sano e brillante a parlare nel tempio. Non è possibile pensare
a tutto questo senza vedere un anticipo della passione: lo smarrimento, ossia
la morte; i tre giorni di penosa attesa, ossia il sepolcro; il grido di gioia del
ritrovamento, ossia la risurrezione. Luca, scrivendo, ha certamente pensato a
questi richiami.

L’importanza messianica dell’episodio è data dalla domanda di Maria e


dalla risposta di Gesù: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre e io ti
cercavamo, straziati». Si noti che Luca, riferendo la parola «straziato», usa la
stessa parola che adopera per presentare le pene dell’inferno. Sono state
veramente ore “infernali” per i genitori. Forse Maria intendeva domandare:
«C’è stata una ragione particolare? Che cosa hai deciso di fare, ora che stai
per diventare adulto (lo diventavano a tredici anni)? Cosa dobbiamo fare
noi?». Chissà quante domande la Madonna si è posta, durante quel
dolorosissimo periodo di oscurità.
La risposta di Gesù racchiude le sue prime parole tramandate dai Vangeli,
parole che hanno una tale vastità di significati che non potevano essere capiti
subito: «Perché mi cercavate?». Non è un rimprovero, ma un modo per farsi
capire. C’è un riferimento al sacrificio della croce, quando gli angeli diranno
alle donne che vanno al sepolcro: «Perché cercate tra i morti colui che è
vivo?». Gesù continua: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del
Padre mio?» Che quando avevo quaranta giorni mi avete offerto interamente
al Padre? Tre sono le sottolineature:
1. «Mi devo occupare...». L’obbedienza a Dio è un dovere inderogabile e
superiore all’obbedienza ai genitori.
2. «...delle cose del Padre mio...». Si contrappone quanto riguarda Dio a
quanto riguarda i genitori.
3. «Padre mio». In risposta al «tuo padre», ricordato da Maria. Questo
confronto non umilia Giuseppe, ma ricorda la realtà e la precedenza assoluta
che spetta a Dio.
Aggiungiamo che la gioia del ritrovamento dopo i tre giorni è un
preannunzio della gioia pasquale, quando Gesù risorge al terzo giorno. La
sofferenza causata in Maria e Giuseppe, richiama la sofferenza di Maria,
degli apostoli, delle pie donne, di fronte alla passione e alla morte di Gesù.
Mi pare che la risposta di Gesù, così piena di riferimenti profetici, diventa
chiara solo dopo i fatti che preannunciava.
Ma nel comportamento di Gesù c’è un altro insegnamento che mi preme
rilevare: non si deve esitare a rispondere agli inviti di Dio. Il Signore parla a
tutti in tanti modi: con le nostre disposizioni, con le occasioni della vita, con
gli esempi degli altri. Chiama anche in circostanze straordinarie. In questi
casi il Signore si aspetta una risposta pronta e definitiva. Nel vangelo
abbiamo l’esempio del giovane ricco, che rifiuta la chiamata di Gesù e
provoca riflessioni tremende sui ricchi.
Ci sono altri esempi significativi nei Vangeli: a chi vuole seguire Gesù, ma
vuole prima seppellire suo padre, Gesù risponde con un rifiuto. Così rifiuta
chi lo vuole seguire, ma vuole prima salutare i familiari. A mio parere Gesù
ha previsto quante vocazioni, maschili e femminili, si sarebbero perse per
l’attaccamento alla famiglia. E ha visto anche quante vocazioni, di religiosi e
religiose, sarebbero state stroncate, per il richiamo di esigenze familiari. Chi
si dà a Dio non può voltarsi indietro.

Gesù aveva compreso benissimo il dolore che aveva dato a Maria e a


Giuseppe. Lo comprese subito. Tornò con loro a Nazaret e fu
obbedientissimo a loro, per tutti gli anni in cui visse in loro compagnia.
L’episodio si chiude con una osservazione di Luca «Maria conservava tutte
queste cose in cuor suo». Sembra proprio che la ripetizione di questa
constatazione, già riferita dopo la visita dei pastori a Betlemme, non voglia
solo penetrare nella vita intima di Maria, ma voglia confermare chi gli ha
riferito questi fatti, con tanta precisione.
MISTERI DELLA LUCE
(giovedì)
I MISTERO DELLA LUCE

GESÙ BATTEZZATO DA GIOVANNI

Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano per essere da lui battezzato. Ma Giovanni
voleva impedirglielo dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te; tu invece
vieni a me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia, per ora; per noi infatti è doveroso adempiere ogni
giustizia». Allora acconsentì.
Non appena s’immerse, Gesù risalì subito dall’acqua. Ed ecco: si aprirono a lui i cieli e vide
lo Spirito di Dio discendere in forma di colomba e venire su di lui. Ed ecco: una voce venne dai
cieli che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho posto la mia compiacenza».
(Mt 3,13-17)

C’è da rimanere sbalorditi nel vedere come Gesù inizia la sua vita pubblica
di maestro, via, verità e vita. Dalla Galilea, dove si trova Nàzaret, scende in
Giudea, in un luogo appartato verso il Mare Morto, dove Giovanni battezzava
sulla riva del fiume Giordano. Il Salvatore si mette in fila, già con i piedi
immersi nel fiume, mescolato con i peccatori, pronto a ricevere un battesimo
di penitenza.
Quando arriva il suo turno, Giovanni non può trattenere il suo stupore. Non
sappiamo se in passato Gesù e Giovanni si fossero già incontrati. Certamente
Giovanni era stato informato da sua madre sulla straordinaria personalità di
Gesù e di Maria. Perciò il precursore non può trattenere il suo stupore: «Tu
vieni a farti battezzare da me? Sono piuttosto io che debbo essere battezzato
da te». Ma Gesù risponde: «Dobbiamo compiere ogni giustizia». Ossia: è
giusto che io riceva da te un battesimo di penitenza.
Perché questo? Perché Gesù è venuto per salvare il mondo dai suoi peccati.
In che modo lo ha fatto? Caricandosi sulle sue spalle tutti i peccati
dell’umanità, da Adamo all’ultimo uomo che vivrà sulla terra. Lui è il vero
agnello di Dio che si fa carico di tutti i peccati del mondo, trasformando i
peccatori in figli. Riflettiamoci: i nostri peccati sono già tutti perdonati di
fronte a Dio in Gesù. Un cattolico deve pentirsi sinceramente delle sue colpe,
deve perdonare a chiunque lo abbia offeso, e deve confessarsi. Per gli altri ci
sono altre vie che solo Dio conosce, come un sincero pentimento e l’amore al
prossimo. Dirà san Paolo, col suo stile chiaro e conciso: «Gesù si è fatto per
noi peccato», perciò è giusto che lui, innocentissimo, si sottoponga a un
battesimo di penitenza.
Ma a questo punto non possiamo che ammirare l’annientamento di Gesù,
che assume la condizione dei peccatori, unendosi a loro davanti al Battista.
Ed è proprio qui che Dio Padre interviene con la sua voce, in comunione con
lo Spirito Santo che si mostra presente sotto forma di colomba. È una delle
grandi teofanie. Risuona la grande approvazione, in risposta all’atto di
umiliazione di Gesù: «Questi è il figlio mio diletto, in cui mi sono
compiaciuto».
Così termina il primo atto della vita di Gesù, che poi si ritira nel deserto per
combattere e vincere Satana, il suo misterioso nemico.
II MISTERO DELLA LUCE

GESÙ SI RIVELA ALLE NOZZE DI CANA

Tre giorni dopo ci fu una festa di nozze in Cana di Galilea e c’era là la madre di Gesù. Fu
invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Ed essendo venuto a mancare il vino, la
madre di Gesù gli dice: «Non hanno più vino». Le dice Gesù: «Che vuoi da me, o donna? Non è
ancora venuta la mia ora». Sua madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». C’erano là sei
giare di pietra per le abluzioni dei Giudei, capaci da due a tre metrète ciascuna. Dice loro Gesù:
«Riempite le giare di acqua». Le riempirono fino all’orlo. Dice loro: «Ora attingete e portatene
al direttore di mensa». Essi ne portarono. Come il direttore di mensa ebbe gustata l’acqua
divenuta vino (egli non sapeva donde veniva, mentre lo sapevano i servi che avevano attinto
l’acqua), chiama lo sposo e gli dice: «Tutti presentano dapprima il vino buono e poi, quando si
è brilli, quello scadente. Tu hai conservato il vino buono fino ad ora».
Questo inizio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e rivelò la sua gloria e i suoi discepoli
credettero in lui.
(Giovanni 2,1-11)

È bello notare come Gesù, all’inizio della sua vita pubblica, vada a
partecipare a nozze solenni, quindi a santificare la famiglia. E compie il
primo miracolo a sostegno di questa famiglia, che certamente non era ricca,
se non è stata in grado di provvedere al vino per tutta la durata della festa.
La festa di nozze durava sette giorni e celebrava la definitiva introduzione
della sposa nella nuova casa dello sposo. Gli invitati non arrivavano a mani
vuote, ma offrivano animali, pane, dolci, e quanto serviva per le lunghe
nozze.
Forse Maria, arrivata per prima, era parente degli sposi ed era giunta in
anticipo per aiutare nei preparativi. Dimostra una certa autorità nel dare un
comando ai servi. Fu invitato anche Gesù, con i suoi primi apostoli.
Probabilmente giunse quando le nozze erano iniziate. C’è da pensare che non
tutti gli invitati potevano partecipare a tutti i sette giorni, per cui c’era tempo
anche per un certo via vai di persone. Certamente non subito, ma dopo
qualche giorno la Madonna si accorse che il vino era venuto a mancare.
Sarebbe stato un grosso inconveniente, tale da poter interrompere le nozze
con grave umiliazione per gli sposi. Da qui il premuroso intervento di Maria
presso suo Figlio: «Non hanno più vino». E la risposta di Gesù, che fa
scervellare i biblisti: «Che vuoi da me, o donna? Non è ancora venuta la mia
ora».
«O donna». Gesù vede già sua madre nella prospettiva, che si è aperta con
lui, del Regno di Dio. Maria non è più soltanto la sua madre terrena, ma ha
una funzione fondamentale nel Nuovo Testamento. Lei è la donna già
annunciata, nella Genesi, quale madre della nuova umanità; quale vincitrice
di Satana, unita a suo Figlio, per schiacciare la testa al serpente. È la donna
nuova, incoronata regina del cielo e della terra, nel regno finale in cui Gesù è
il Re supremo. Perché sia chiaro che Gesù è l’unico mediatore tra Dio e
l’uomo. Ma perché questa sua opera giunga a tutti gli uomini, Gesù ha
bisogno di noi. La prima sua cooperatrice è Maria, poi gli apostoli, poi i
genitori che educano alla fede i loro figli, i parroci, i missionari, quanti
pregano e offrono le loro sofferenze in unione con il Cristo crocifisso. Dirà
san Paolo: «Sono crocifisso con Cristo, completo nella mia carne ciò che
manca alla passione di Cristo, a vantaggio di tutta la Chiesa». Tutti i cristiani
sono chiamati a essere, dietro a Maria, i collaboratori della redenzione.

Le altre parole di Gesù alla Madonna mi sembrano molto chiare se si


suppongono alcune cose dette tra Maria e Gesù, nel lungo periodo della loro
convivenza a Nazaret. Gesù più volte ha preparato gli apostoli
preannunciando la sua dolorosa passione e morte, e poi la risurrezione al
terzo giorno. Penso che molto di più, e con più dettagli, abbia preparato sua
madre annunciandole la separazione per tre anni, in cui non si sarebbero
neppure parlati, e dandole appuntamento alla «sua ora», ossia al momento
della morte, ai piedi della croce. Con queste premesse è chiara la risposta di
Gesù. Maria capiva il richiamo di suo Figlio a quanto già le aveva detto,
l’appuntamento ai piedi della croce. Capisce anche che questo non è un
rifiuto a provvedere alla mancanza di vino. Per cui dice ai servi: «Fate tutto
quello che egli vi dirà».
È molto importante questo autorevole invito di Maria. Sono, tra l’altro, le
ultime sue parole ricordate nei Vangeli. Restano come un suo testamento
indirizzato a tutti e per tutti i tempi. Anche nelle sue apparizioni che leggiamo
nella storia della Chiesa, tutte le parole di Maria ripetono lo stesso invito a
fare tutto quello che ha detto Gesù, anche se alcune cose non siamo in grado
di capirle subito.

Seguono vari motivi di stupore. Il primo stupore è quello dei servi nel
sentirsi dire da Gesù di riempire d’acqua le sei giare della capacità da ottanta
e da centoventi litri. Certo era giovato l’avvertimento di Maria: «Fate tutto
quello che egli vi dirà», per incoraggiarli a fare una fatica di cui non capivano
il motivo. Tanto più non capivano perché dare un assaggio di quell’acqua al
direttore della mensa.
Ancora stupore da parte del direttore della mensa a bere un vino così
buono, quando i giorni delle nozze erano già inoltrati. E la sua osservazione
allo sposo: «Tutti danno il vino buono all’inizio della festa, e poi danno il
vino più scadente. Tu invece hai riservato il vino buono fino ad ora».
Si aggiunga lo stupore di tutti gli invitati, quando si danno la voce che c’è
abbondanza di vino ottimo. E per di più si accorgono che tale vino viene
attinto dalle giare dell’acqua. Veramente il dono di Gesù è straordinario: circa
seicento litri di vino eccellente. Ce n’era da finire i giorni della festa e ne
sarebbe avanzato ancora. La gente si chiede quale fosse la provenienza di
quel vino, e viene in luce il miracolo operato da Gesù. Così Gesù viene
glorificato. Si incomincia a scoprire chi è lui. E i suoi apostoli rafforzano la
fiducia nel Maestro che hanno seguito.
III MISTERO DELLA LUCE

GESÙ ANNUNCIA IL REGNO DI DIO

Faccio una premessa a questo capitolo, che divido in quattro parti. Già vari
Pontefici, soprattutto da Leone XIII in poi, avevano dichiarato che il rosario
ci fa meditare tutta la vita di Gesù. In realtà mancava tutta la sua vita
pubblica. Notiamo che solo il III mistero della luce riassume tutta la
predicazione di Gesù. I primi due ci fanno contemplare l’inizio della vita
pubblica di Gesù: il suo battesimo al Giordano, il suo primo miracolo a Cana.
Gli ultimi due misteri ci presentano due fatti importanti: la trasfigurazione e
l’istituzione dell’eucaristia.
Mi dilungo allora sul terzo mistero, approfondendo un versetto
dell’evangelista Marco che in quattro parole introduce molto bene la
predicazione di Gesù, che così ha iniziato la sua evangelizzazione: «Il tempo
è compiuto e il regno di Dio è giunto; convertitevi e credete al vangelo» (Mc
1,15).

1. Il tempo è compiuto. Il peccato dei progenitori aveva aperto una grande


vittoria di Satana. Ma fu preannunziato l’avvento di una donna il cui figlio
avrebbe schiacciato la testa di Satana, che si era presentato sotto le vesti di un
serpente. È il famoso “protovangelo”, il primo annuncio della salvezza, che
ha aperto un grande tempo di attesa.
Chi sarà questa donna? E soprattutto chi sarà questo bambino, che vincerà
Satana e annullerà le cause giacenti della colpa originale? Quando Dio pensò
che fosse il tempo di preparare la venuta di questo bambino, creò un popolo
in cui sarebbe nato. Il capostipite di questo popolo fu Abramo; da cui si
svilupperà il popolo d’Israele.
Poi fu designata, per la nascita di questo bambino, la tribù di Giuda, una
delle dodici tribù nate dai figli di Giacobbe. Tra le famiglie di questa tribù fu
designata la famiglia di Davide. A questo punto l’attesa del Salvatore
promesso, chiamato Messia, era sempre più sentita come urgente. E si
pensava che il Messia sarebbe stato un grande generale, come Davide, che
durante tutto il suo regno ebbe a combattere diverse guerre e ne vinse molte.
Così si pensava che il Messia avrebbe liberato il popolo d’Israele dal giogo
dei Romani; avrebbe reso il regno d’Israele invincibile, al di sopra di tutte le
nazioni.
Quando Gesù annuncia che il tempo è compiuto, viene inteso come finito il
tempo dell’attesa: non c’è più da aspettare il Messia, perché il Messia è già
venuto. Quello che Gesù non ha detto è: «Il Messia sono io». A questo
proposito c’è da precisare quello che i biblisti definiscono come «il segreto
messianico». Gesù ha sempre tenuto nascosto di essere il Messia, e ha
imposto il silenzio a chi lo aveva capito, perché la popolazione si sarebbe
aspettata la fondazione di un regno invincibile. Invece il Regno di Dio, che
Gesù inaugura, è tutto diverso.

2. Il regno di Dio è giunto. Non un regno politico ma un regno spirituale.


Gesù avvia un nuovo regno, aperto a tutte le genti, come già Dio aveva
predetto ad Abramo: «In te saranno benedetti tutti i popoli della terra». La
prima persona entrata in questo regno, che inizia con la missione pubblica di
Gesù, è Maria Santissima. Ecco perché Gesù da quel momento la chiama
«donna», ossia la donna preannunciata in Genesi, il cui figlio avrebbe
sconfitto Satana.
È molto chiaro l’episodio di Gesù che, dentro una casa, predica alla gente
pigiata dentro e fuori, al punto tale che nessuno può passare. Gli viene detto:
«Tua madre e i tuoi fratelli qui fuori desiderano parlarti». Gesù risponde:
«Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?». Quindi stende la mano sui suoi
discepoli e dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Chiunque fa la volontà del
Padre mio che è nei cieli, questi mi è fratello, sorella e madre». Così indica
quella nuova famiglia che egli sta formando. Non è un esercito di conquista,
come gli ebrei pensavano che sarebbe stato l’esercito comandato dal Messia.
Ma Gesù, fondando e guidando il Regno di Dio, rivolto a tutta l’umanità,
vuole portare tutti ad amarsi e arrivare al Paradiso.

3. Convertitevi. Eravamo abituati a usare questa parola quando un ateo


aderiva al cristianesimo o quando lo faceva uno di un’altra religione. O
ancora quando un battezzato, non praticante, tornava a frequentare Messa e
sacramenti, e a vivere da cristiano praticante. Oggi il concetto di conversione
viene molto allargato e si applica a tutti. Già il significato della parola
convertirsi è «cambiare mentalità». Ecco perché Gesù propone a tutti e
sempre (lo spiegheremo) la conversione su cui insiste continuamente anche la
Madonna a Medjugorje.
Quale è il primo e fondamentale cambiamento di mentalità? Eccolo.
L’uomo è continuamente portato a pensare e a preoccuparsi dei problemi
della terra, come se dovesse vivere sempre qui. La verità è un’altra. Su questa
terra si vive poco, anche se si dovesse arrivare a 120 anni, come Mosè. Poi si
entra nella vita eterna, ossia in una vita senza fine. E questa vita eterna sarà
stupendamente bella, oppure disastrosa a seconda di come la sappiamo
preparare in questa vita terrena. Oggi incontro tanti genitori, quasi disperati,
per il cattivo comportamento dei loro figli. Chiedo loro: «Quando erano
piccoli, davate loro da mangiare?». «Sì». «Sapevate che avevano anche
un’anima bisognosa di essere educata?». Molte volte mi dicono di no. Si
calcola che i figli sono educabili dai genitori fino ai dieci, undici anni. Poi
prevale l’ambiente in cui vivono, i compagni, le letture, quello che vedono in
televisione o in internet. Passato il tempo buono per dare loro buoni princìpi,
non ascoltano più. Eppure i bambini sono tanto disponibili alla preghiera,
all’amore alla Madonna e a Gesù, alla bontà: vanno solo educati.
La Sacra Scrittura ci dice e ci ripete che siamo stati creati per mezzo del
Verbo di Dio e in vista di Gesù Cristo. È dunque Gesù la ragion d’essere
della nostra esistenza, lo scopo per cui viviamo. Non potremmo avere da Dio
un fine più bello e più esaltante che Gesù Cristo e la felicità del Paradiso che
Lui ci invita a condividere. Ecco i pensieri fondamentali che debbono
preoccupare e occupare la nostra esistenza. Come appaiono di poco conto le
varie vicende della vita se teniamo la mente orientata allo scopo per cui
esistiamo. Diceva il vecchio catechismo di Pio X: «Per quale fine Dio ci ha
creati?». Risposta: «Per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e poi
goderlo in Paradiso».
E perché la conversione dura tutta la vita? Perché sono sempre possibili gli
sbandamenti da riparare. E perché il Signore ci addita uno scopo
straordinario: «Siate santi come il Padre celeste che è nei cieli».
Evidentemente non è un traguardo raggiungibile, ma è una meta verso cui
camminare, e che ci dice: «Non essere mai contento del punto a cui sei
giunto. Il cammino che ti resta da fare è molto più lungo di quello che hai già
percorso». Tutti i santi hanno continuamente progredito spiritualmente nella
loro vita. Quando sono morti avevano ancora tanti difetti; o non se ne sono
accorti, o non hanno avuto il tempo di vincerli.
«Convertitevi!» è un invito rivolto a tutti, perché noi tutti abbiamo sempre
un largo margine per progredire verso l’imitazione di Gesù.

4. E credete al Vangelo. Con questa espressione Gesù annunzia l’inizio


della sua predicazione e chiama tutti ad ascoltarla e ad abbracciarla. Gli
insegnamenti di Gesù sono tanti; anche se si riassumono, alla fine della sua
vita, annunciando: «Vi dò un comandamento nuovo: amatevi come io vi ho
amato». È un comandamento nuovo perché supera il comandamento antico e
sempre valido: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Ma qui Gesù si pone
come il vero modello dell’amore. Ci ha amati fino a dare la vita per noi. Per
cui, come ci spiega san Giovanni, anche noi dobbiamo amarci fino a dare la
vita per i nostri fratelli.
In questo percorso il primo passo è l’umiltà, ossia avere sempre un
atteggiamento di umile comprensione: «Imitate me, che sono mite e umile di
cuore».
Un secondo passo è il servizio agli altri: «Non sono venuto per essere
servito, ma per servire». Per questo Gesù ci insegna a metterci sempre
all’ultimo posto.
Un terzo passo è servire. Tipico esempio è quando Gesù lava i piedi agli
apostoli e dice: «Io che sono Maestro e Signore vi ho lavato i piedi per darvi
un esempio, perché anche voi facciate la stessa cosa gli uni con gli altri».
Certamente non c’è bisogno di lavare i piedi, ma di accettare anche le
umiliazioni per vivere l’amore verso il prossimo. Credo che un esempio di
questo sia l’amore di tante mamme per il marito e per i figli.
Il quarto passo è dare la vita per i fratelli. È quello che ha fatto Gesù e che
fanno tanti (missionari, parroci, educatori, membri di famiglia) che
sacrificano la loro vita per gli altri.
L’evangelizzazione di Gesù è ricca di tanti altri esempi, necessari alla
salvezza. Ad esempio, il perdono di cuore, che è la condizione per poter
essere a nostra volta perdonati da Dio. Ancora: l’amore ai nemici; la nostra
religione è l’unica che contenga questa norma, alle volte eroica. La carità in
tutte le sue applicazioni; fondamentale a questo proposito è il giudizio
universale, come ci viene presentato in Mt 25. La predicazione di Gesù ha
tante ricchezze che debbono essere ascoltate e seguite.
IV MISTERO DELLA LUCE

LA TRASFIGURAZIONE DI GESÙ

Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse in
disparte, su un alto monte.
E apparve trasfigurato davanti a loro: la sua faccia diventò splendida come il sole e le vesti
candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia in atto di conversare con lui. Allora
Pietro prese la parola e disse: «Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una
per te, una per Mosè e un’altra per Elia».
Mentre egli stava ancora parlando, una nube splendente li avvolse. E dalla nube si udì una
voce che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho posto la mia compiacenza:
ascoltatelo».
All’udir ciò, i discepoli caddero faccia a terra, presi da grande spavento. Ma Gesù si
avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi; non temete!». Essi, alzati gli occhi, non videro nessun altro
all’infuori di Gesù. Ora, mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non fate parola
con nessuno della visione, finché il Figlio dell’uomo non sarà risorto da morte».
(Matteo 17,1-9)

È un episodio molto importante, in cui il Signore ha voluto la


testimonianza di tre apostoli privilegiati, che altre volte ha chiamato vicino a
sé. È l’unica volta, nella sua vita terrena, in cui Gesù quasi solleva il velo
della sua umanità e lascia vedere lo splendore della sua natura divina, alla
presenza di due autorevoli rappresentanti di tutto l’Antico Testamento: Elia,
che rappresenta i profeti, e Mosè il grande legislatore che ha sancito il primo
patto di alleanza tra Dio e il popolo d’Israele.
Ripenso all’alto monte che la tradizione ha identificato col Tabor. Ci si
arriva in bus fino alle falde. Poi si attendono le macchine comuni, per la
ripida salita che porta fino alla cima, dove domina la solenne basilica che
ricorda la trasfigurazione. I tre apostoli rimasero sbalorditi alla vista del volto
splendente di Gesù, e delle sue vesti luminose, da cui si sprigionava una
gioia, una felicità mai provata prima. Era davvero uno spettacolo di Paradiso,
da cui i tre non avrebbero voluto mai distaccarsi. Da qui la spontanea
proposta di Pietro, di cui quasi si vergognerà in seguito, riconoscendo che era
una proposta impossibile, uscita dalla sua bocca quasi senza rendersene
conto.
Avevano visto Gesù nel suo stato glorioso, come poi sarà dopo la
risurrezione. Era chiaro lo scopo: Gesù voleva premunirli per quando
l’avrebbero visto sfigurato dalla passione. Allora si sarebbero ricordati di
quale era la permanente bellezza del loro Signore, che veniva
provvisoriamente ricoperta dalle torture, fino alla morte in croce.

Nella narrazione evangelica non si parla di che cosa si siano detti Gesù e
Mosè con Elia. L’evangelista Luca precisa che essi parlavano della sua
«dipartita», ossia della sua morte imminente. Ciò vuol dire che la
trasfigurazione ha un nesso strettissimo con l’evento più sconcertante della
storia evangelica: la morte di Gesù. Per cui l’episodio doveva servire a
sorreggere la fede dei discepoli in quel momento di crisi.
A questo punto una nube luminosa, segno della presenza di Dio,
interrompe tutto l’episodio, e si ode la voce divina: « Questi è il mio Figlio
diletto nel quale ho posto la mia compiacenza: ascoltatelo». È la stessa voce,
e quasi le stesse parole, che si fece udire subito dopo il Battesimo di Gesù nel
Giordano. Allora questa voce fu udita solo da Gesù e forse solo da Giovanni.
Qui fu udita chiaramente dai tre apostoli, che rimasero sbalorditi anche
dall’ultima parola, che pareva un forte comando: «Ascoltatelo».
Caduti faccia a terra per lo spavento, sembrava quasi che non avessero la
forza di rialzarsi. Ma Gesù si avvicinò, li scosse dicendo: «Alzatevi e non
temete». Si alzarono e videro Gesù solo, nel suo consueto sembiante e senza
più la compagnia di Elia e di Mosè. Iniziarono la discesa del monte, e Gesù li
ammonì: « Non fate parola con nessuno della visione, finché il Figlio
dell’uomo non sarà risorto da morte». Non era facile tacere, quando
avrebbero voluto gridare al mondo intero ciò che avevano visto e udito.
Ma c’era una cosa che li turbava e che stentavano a comprendere.
Dovevano tacere fino a quando Gesù sarebbe risorto da morte. Proprio non
capivano che cosa volesse dire, comprendevano che Gesù, parlando di
risurrezione, voleva dire qualcosa di diverso da quello che era la loro
esperienza.
È vero che varie volte Gesù aveva cercato di prepararli, preannunciando la
sua durissima passione, la sua crocifissione e morte; e poi la sua risurrezione
al terzo giorno. Ma questo era un doloroso discorso che sentivano mal
volentieri, che non volevano accettare e su cui non osavano interrogarlo per
avere una più chiara spiegazione. Aggiungiamo anche un fatto che facilmente
confondeva le idee: nell’Antico Testamento non si aveva l’idea di una vera
risurrezione per la vita eterna. Per cui quando, ad opera di un profeta,
avveniva una cosiddetta risurrezione, era solo un riprendere la vita terrena,
come la si era lasciata, per poi morire di morte naturale.
Mi pare che in tutti questi casi si dovrebbe parlare di «riviviscenza
miracolosa». È un rivivere, continuando il cammino della vita terrena. È
tutt’altra cosa la risurrezione di Cristo. Non aveva ripreso a vivere la vita
terrena, nelle stesse condizioni in cui si trovava prima della morte. Ma è
risorto con un corpo immortale, con qualità del tutto diverse da quelle che
aveva in vita, e in grado di affrontare l’eternità. Mi pare che anche questa
differenza ci spieghi la difficoltà degli apostoli a capire la frase di Gesù.
Capiscono che quando lui parla di risurrezione vuol dire qualcosa di diverso
rispetto a quelle risurrezioni di cui anche loro avevano esperienza, per averne
sentito parlare o per esserne stati testimoni, come nel caso della figlia di
Giairo o di Lazzaro. Per noi è chiaro ciò che Gesù intende dire, quando parla
della sua definitiva risurrezione, da cui dipende anche la nostra definitiva
risurrezione dei corpi alla fine del mondo, tale da affrontare la vita eterna.
V MISTERO DELLA LUCE

GESÙ ISTITUISCE L’EUCARISTIA

«Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato nel deserto la manna e sono morti.
Questo è il pane che discende dal cielo, perché lo si mangi e non si muoia. Io sono il pane
vivente, disceso dal cielo. Se qualcuno mangia di questo pane, vivrà in eterno. E il pane che io
darò è la mia carne per la vita del mondo».
I Giudei allora discutevano fra di loro dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua
carne?».
Disse loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e
non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi si ciba della mia carne e beve il mio
sangue, ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La mia carne infatti è vero cibo e
il mio sangue è vera bevanda. Chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed
io in lui. Come mi ha mandato il Padre, che è il vivente e io vivo grazie al Padre, così colui che
si ciba di me, anch’egli vivrà grazie a me. Questo è il pane disceso dal cielo; non come quello
che mangiarono i padri e sono morti. Chi si ciba di questo pane, vivrà per sempre».
Questi insegnamenti impartì nella sinagoga a Cafarnao.
(Giovanni 6,48-59)

Questo duro discorso ha provocato l’abbandono di molti discepoli. Gesù


dice ai dodici: «Volete andarvene anche voi?». Risponde Simon Pietro:
«Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto
e riconosciuto che tu sei il Santo di Dio». Anche gli altri apostoli sono
concordi con Pietro, nel riconoscere che Gesù, figlio di Dio, ha la loro piena
fiducia, qualunque cosa dica. Ma poi ogni tanto, discutendo fra loro, si
pongono la domanda: «Che cosa avrà voluto dire il Signore con le parole:
“La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”?». Si noti, tra
l’altro, l’assoluta ripugnanza degli Ebrei a nutrirsi del sangue. Se trovavano
un animale soffocato, dovevano lasciarlo in cibo agli animali selvatici, perché
ritenevano il sangue come sede dell’anima, e ritenevano che tutte le anime
dovessero ritornare a Dio.
Così si giunse al grande giorno dell’ultima cena. Tutti avevano capito che
Gesù dava un’importanza eccezionale a questa ricorrenza. Sapeva pronta
un’ampia sala, con i tavoli e i divani che si usavano nei pranzi solenni. Lì
incaricò due apostoli di preparare la cena. Si noti che la cena pasquale ebraica
non era un grande pranzo. Era tutto prestabilito nei particolari: le cose da
mangiare, la posizione del corpo, le preghiere da recitare. Credo che potrebbe
essere definita una funzione liturgica in forma di cena.
Notiamo che dell’istituzione dell’eucaristia abbiamo quattro narrazioni:
quella di Matteo, di Marco, di Luca e di san Paolo. Manca Giovanni che,
avendo scritto per ultimo il suo vangelo e conoscendo gli scritti dei tre
sinottici, si è proposto di non ripetere nulla di ciò che hanno scritto loro, ma
di tramandarci solo altre cose. Per cui non ha scritto l’istituzione
dell’eucaristia, ma il grande discorso in cui Gesù la preannunciava, e che
abbiamo letto all’inizio di questo capitolo.
A un certo punto della cena Gesù si fa serio e concentrato. In silenzio tutti
gli occhi si fissano su di lui. Prende il pane, lo spezza, rende grazie e dice con
solennità: «Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in
sacrificio per voi. Fate questo in memoria di me». Gli apostoli in silenzio si
sono passati un boccone ciascuno. Sentivano bene che quel boccone aveva
tutto il gusto del pane azzimo, usato dagli ebrei nei giorni della Pasqua ma
erano ben certi che quello non era più solo pane, era molto di più.
Ripensavano alle parole: «Offerto in sacrificio». Riflettevano: “Così Gesù si
sacrifica e muore per me”. Dirà san Paolo: «Gesù mi ha amato ed è morto per
me».
Di nuovo, alla fine della cena, Gesù si concentra. Prende il largo calice di
vino, rende grazie e dice: «Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed
eterna alleanza, che è sparso per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate
questo in memoria di me». Allora gli apostoli si passano il calice e bevono un
sorso ciascuno. Sanno bene che, pur avendo il gusto del vino, quel calice è
molto di più del frutto della vite. E fu chiara allora la parola: «La mia carne è
vero cibo e il mio sangue vera bevanda». Gesù si dona a noi sotto forma di un
comune cibo e di una comune bevanda per unirci a sé.
Poi gli apostoli riflettono sulle parole: «Per la nuova ed eterna alleanza».
L’alleanza stipulata da Mosè, tra Dio e il popolo ebraico, con lo spargimento
del sangue di animali, era terminata. Incominciava l’alleanza nuova ed eterna
(quindi definitiva) tra Dio e tutta l’umanità, basata sul dono che Gesù ha fatto
dell’intera sua vita.
Pensando al significato del sangue di Gesù, sparso per loro e per tutti, in
remissione dei peccati, comprendono che Gesù si è fatto carico di tutti i
peccati del mondo, passati, presenti e futuri, e per tutti ha ottenuto il perdono
con il suo sangue. Basta solo che questo perdono, già ottenuto, venga
applicato alle singole persone. Per noi cattolici questo avviene col
pentimento, col perdono a chi ci ha offeso, e con la confessione sacramentale.
Per gli altri uomini avviene alle condizioni che solo Dio conosce.

«Fate questo in memoria di me»: con queste parole Gesù ha conferito agli
apostoli un potere tremendo, con un comando: «Fatelo». Il principale
compito dei sacerdoti è quello di offrire sacrifici a Dio. Dando agli apostoli il
potere di offrire a Dio questo sacrificio, Gesù ha comunicato loro il suo
sacerdozio. È per questo che nel giovedì santo noi ricordiamo sia l’istituzione
dell’eucaristia sia l’istituzione del sacerdozio.
Prima di salire al cielo Gesù aveva promesso: «Resterò con voi fino alla
fine del mondo». L’eucaristia è uno dei modi con cui il Signore ha mantenuto
la promessa, pur sapendo a quali rischi si sarebbe sottoposto. Il primo rischio
è quello dell’incredulità. Per venire incontro a questa difficoltà Gesù ha
moltiplicato, un po’ in tutto il mondo, i miracoli eucaristici. Basti anche
pensare al miracolo eucaristico di Bolsena, al corporale della messa
insanguinato dal sangue di Cristo custodito nello splendido Duomo di
Orvieto, all’istituzione della festa del Corpus Domini.
Un secondo rischio è quello della solitudine. Gesù sapeva che avrebbe
passato tante ore chiuso in un tabernacolo, in una chiesa chiusa o quasi
deserta. Santa Teresa di Gesù Bambino diceva che se i cristiani credessero
veramente all’eucaristia tutte le chiese del mondo sarebbero sempre gremite,
con la necessità che il servizio pubblico regolasse il via vai.
Un terzo rischio è il più penoso: Gesù permetteva tante comunioni, e anche
celebrazioni eucaristiche, sacrileghe. E peggio ancora Gesù conosceva i furti
eucaristici e gli oltraggi alle sacre specie, tra cui lo schifoso abuso
dell’eucaristia perpetrato dalle sette sataniche, soprattutto durante le messe
nere.
Ma tutto questo non ha scoraggiato Gesù. Egli ha visto come l’eucaristia
sarebbe stata al centro di tutta la liturgia della Chiesa. Ha visto un’infinità di
comunioni devote. Ha visto che l’eucaristia sarebbe stata il sostegno di
tantissime anime e che avrebbe ispirato tante forme di apostolato. Ha visto
anche tante comunità di suore, di religiosi, tante chiese e tante parrocchie che
avrebbero organizzato l’adorazione eucaristica giorno e notte... Così non si è
arreso di fronte ai comportamenti negativi.
Credo che noi, dopo aver recitato questo quinto mistero, almeno qualche
volta, dovremmo raccoglierci un po’ di tempo in adorazione dell’eucaristia.
MISTERI DEL DOLORE
(martedì e venerdì)
I MISTERO DEL DOLORE

GESÙ PREGA NELL’ORTO DEGLI ULIVI

Giunto Gesù con loro nel campo chiamato Getsèmani, dice ai discepoli: «Fermatevi qui,
mentre io vado là a pregare». Preso con sé Pietro con i due figli di Zebedeo, cominciò a provare
tristezza e angoscia. Quindi dice loro: «Triste è l’anima mia fino alla morte: rimanete qui e
vegliate con me». E, scostatosi un poco, cadde con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre
mio, se è possibile, passi da me questo calice. Però non come voglio io, ma come vuoi tu».
Quindi ritorna dai discepoli e, trovatili addormentati, dice a Pietro: «Così non siete stati
capaci di vegliare per una sola ora con me? Vegliate e pregate affinché non entriate in
tentazione. Sì, lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
Ancora per una seconda volta, allontanatosi, pregò dicendo: «Padre mio, se esso non può
passare senza che lo beva, si compia la tua volontà!».
Ritornato di nuovo, li trovò addormentati: i loro occhi, infatti, erano affaticati. Lasciatili, se
ne andò di nuovo e per la terza volta pregò ripetendo le stesse parole.
(Matteo 26,36-44)

Dopo l’ultima cena Gesù si reca nell’orto degli ulivi. Il percorso è breve,
ma sufficiente perché in Gesù avvenga una radicale trasformazione, al punto
da sentirsi oppresso dallo spavento e dall’abbattimento, tanto da dire: «La
mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate» (Marco 14,34). Da
questo momento fino alla morte Gesù si sente solo.
Ferma in un punto i discepoli, raccomandando loro di vegliare in preghiera
con lui. Ancora più raccomanda questo ai tre privilegiati – Pietro, Giacomo e
Giovanni – che vuole più vicini a sé. Poi si prostra con la faccia a terra e
prega a lungo dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice,
però non come voglio io, ma come vuoi tu».
Non possiamo fare a meno di riflettere, di fronte a questa prolungata
orazione, alle lezioni che Gesù ci dà sulla preghiera. Ne rilevo tre:
1. È giusto pregare per le nostre necessità materiali (salute, lavoro,
sentimenti...), ma ricordiamoci che chi si ferma solo a questo non prega, ma
chiede. La preghiera è ben altro. Il primo passo è adorare il Signore, tanto
grande e tanto santo. Il secondo passo è ringraziarlo, perché tutto ciò che
siamo e che abbiamo è dono suo, senza nessun nostro merito. Il terzo passo è
domandargli perdono per le nostre continue mancanze. Infine, l’ultimo passo
è domandare ciò di cui abbiamo bisogno.
2. La preghiera di Gesù, così breve ma così insistente, ci insegna che la
preghiera ha bisogno di essere prolungata e ripetuta. Non è come accendere la
luce, non basta premere l’interruttore. Penso alle preghiere di santa Monica.
Aveva un figlio, Agostino, colto e intelligente ma lontano da Dio. Seguiva le
varie correnti filosofiche diffuse al suo tempo. Sua madre pregava e
piangeva. Dopo anni, compiuti i trent’anni, Agostino si convertì e divenne
quel grande santo che conosciamo.
3. La preghiera, come ci insegna Gesù, deve terminare rimettendoci alla
volontà di Dio. Noi non sappiamo mai che cosa è il meglio per noi.

Tornato dai tre apostoli Gesù li trova addormentati. Si rivolge a Pietro, che
solo poco prima si era dichiarato pronto a morire per lui: «Non siete stati
capaci di vegliare un’ora con me? Vigilate e pregate per non cadere in
tentazione, perché lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Che grande
lezione! Il demonio ci tenta sempre; se non siamo vigilanti, in modo da
sfuggire alle tentazioni, noi cadiamo. Per non cadere è anche necessario
pregare. Siamo deboli e senza l’aiuto di Dio non ce la facciamo a superare le
prove.
Sembra proprio che Gesù senta il bisogno dell’aiuto dei suoi amici. Ha
paura a rimanere solo. Di nuovo si prostra a terra e prega ripetendo le stesse
parole. Quando vuole assicurarsi se i suoi apostoli pregano con lui, si alza e li
trova ancora addormentati. A questo punto Gesù è proprio sconsolato e si
sente tremendamente solo. Si prostra a terra di nuovo e prega con grida e
lacrime, come ci dice la Lettera agli Ebrei. Poi, estremamente angosciato,
suda sangue, tanto che le gocce cadono per terra. Allora il Padre interviene e
manda al figlio un angelo a consolarlo. Così Gesù, abbandonato dagli uomini,
si sente sollevato dalla premura del Padre.
Riacquistata la sua consueta padronanza, sente arrivare la turba di coloro
che sono venuti a catturarlo, sotto la guida del traditore Giuda, e affronta
decisamente la passione e la morte.
II MISTERO DEL DOLORE

GESÙ È FLAGELLATO

Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete presentato
quest’uomo come sobillatore del popolo. Ebbene, l’ho esaminato alla vostra presenza, ma non
ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui l’accusate; e neppure Erode, perché ce l’ha
rimandato. Dunque egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo fatto
frustare, lo lascerò libero».
(Luca 23, 14-16)

La flagellazione romana era tremenda. Tanto che Cicerone la chiamava


horribile flagellum. Non era come la flagellazione ebraica, limitata ai
quaranta colpi, nella quale se ne davano sempre trentanove per essere sicuri
di osservare la prescrizione (san Paolo subì per ben cinque volte questa
flagellazione). La flagellazione romana, oltre a usare dei flagelli che
strappavano la pelle, non aveva limiti di colpi, e durava fino a che non si
vedeva il condannato esaurito. A Gesù, secondo la testimonianza della
Sindone, sono stati dati centoventi colpi.
L’ordine di Pilato venne eseguito subito. Dopo averlo condotto nel cortile, i
soldati derisero Gesù; dopo averlo spogliato, gli legarono le mani e le
fissarono a una bassa colonna, sempre pronta per questo, per cui il corpo
rimase incurvato e ben esposto ai flagelli. A questo punto i flagellatori si
alternarono, due per volta, per colpire il condannato fino a che non videro che
stava per crollare.
Non so quali furono i pensieri di Gesù. Penso che nella sua mente abbia
ripetuto: «Padre, sia fatta la tua volontà». Forse ha pensato al versetto del
Salmo: «Sono un verme, non sono più un uomo». Si vedeva proprio trattato
come un oggetto nelle mani di chi si accaniva contro di lui, senza neppure
conoscerlo. Poteva anche accadere che, dopo la flagellazione, passati alcuni
giorni, il condannato morisse, per infezioni o altre complicazioni.
Doveva essere proprio pietoso il corpo di Gesù, coperto da ferite
sanguinanti, quando fu costretto a sollevarsi. I soldati avevano soddisfatto
l’ordine di Pilato, ma non avevano soddisfatto il loro gusto di sfogarsi contro
un odiato giudeo. Perciò idearono qualcosa d’altro contro di lui.
III MISTERO DEL DOLORE

GESÙ È CORONATO DI SPINE

Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio e, convocata l’intera coorte,
lo rivestirono di porpora e gli cinsero il capo intrecciandogli una corona di spine. Quindi
incominciarono a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!», mentre con una canna gli battevano il capo,
gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, gli facevano riverenza.
(Marco 15,16-19)

Sembra che la regalità di Gesù abbia dato alla testa a Pilato, a Erode, ai
soldati. Anche in cima alla croce sarà esposta la scritta: «Gesù Nazareno, re
dei Giudei». Si dissero i soldati: «Ora lo facciamo re a modo nostro». Intanto
invitarono a partecipare tutta la truppa presente. Da questa numerosa
convocazione Gesù comprese che avrebbe dovuto dare un crudele spettacolo,
a cui tutti avrebbero partecipato.
Non fu difficile truccarlo da re. Un drappo scarlatto faceva da manto; una
canna messa nella mano destra serviva da scettro; uno sgabello era il trono.
Infine, l’ornamento più significativo: una corona si spine, abilmente
intrecciata, come corona regale, venne ben calcata sul capo di Gesù, in modo
che le spine, penetrando nella pelle, la tenessero ben fissa.
A questo punto incominciò lo spettacolo. Uno per volta tutti i soldati si
sentirono come attori. A imitazione del saluto rivolto all’imperatore, si
inginocchiarono con disprezzo e recitarono la loro parte dicendo: «Ave, o re
dei Giudei». E, a loro scelta, completavano la scena: o con uno sputo in
faccia, o con un ceffone, o con uno strappo di barba, oppure brandendo la
canna dalla mano del condannato e battendola sulla sua testa incoronata di
spine.
Questo supplizio e questo disprezzo durò tutto il tempo necessario perché
l’intera truppa fosse soddisfatta. Non si può immaginare in quale stato Gesù
fu ricondotto da Pilato e presentato al popolo.
Qui invitiamo a sottolineare l’imperdonabile errore di Pilato, in veste di
giudice. Fino a che Gesù era solo davanti a lui poteva dire con verità: «Lo sai
che io ho il potere di condannarti alla croce o di mandarti via libero?». Ma da
quando Pilato ha invitato la folla a pronunciarsi, non è stato più suo il potere
di prendere la decisione che voleva.
IV MISTERO DEL DOLORE

GESÙ SALE AL CALVARIO

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, gli
misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran moltitudine di popolo e
di donne che si battevano il petto e piangevano per lui. Gesù allora si voltò verso di loro e disse:
«Figlie di Gerusalemme, non piangete per me; piangete piuttosto per voi stesse e per i vostri
figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e quelle che non hanno mai
generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora la gente comincerà a dire ai monti:
“Cadete su di noi!” e alle colline: “Ricopriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che ne
sarà del legno secco?». Insieme a lui venivano condotti a morte anche due delinquenti.
(Luca 23,26-32)

Il cammino di Gesù verso il Calvario non è molto lungo (circa 600 metri),
ma è reso molto faticoso e umiliante per le condizioni fisiche, dopo tutto
quello che Gesù ha passato. La croce è composta da due legni: il primo,
chiamato astile, alto e grosso, è infisso nel terreno per ammonire i male
intenzionati, mentre i condannati devono trasportare il legno trasversale,
chiamato patibulum, non troppo pesante per chi sta in forze, ma di peso quasi
insopportabile per chi è debilitato dai precedenti maltrattamenti.

È proprio umiliante per Gesù, presentarsi alla folla così: col volto
deturpato, quasi irriconoscibile; il corpo senza forze, che si trascina a stento,
piegato per il peso del legno. Forse cade. Il vangelo non lo dice; come non
dice se il suo sguardo si è incontrato con quello di sua madre, certamente
presente. Non dice neppure che una donna, affrontando il rischio di essere
cacciata via dai soldati, abbia avuto il coraggio di andargli a pulire il volto;
non è detto, ma è possibile.
Sappiamo di certo che i soldati, vista la lentezza con cui procede la triste
schiera, obbligano un uomo che torna dalla campagna, Simone di Cirene, a
portare il legno di Gesù, camminandogli dietro. Certamente il Cireneo
avrebbe voluto scansarsi, e si sarà pure pentito di non essersi avviato in città
per un’altra strada. Ma la vita fa di questi scherzi. Quell’episodio così
imprevisto farà sì che il Cireneo sia ricordato fino alla fine del mondo. Penso
anche che Gesù lo abbia ricompensato, facendolo diventare un suo seguace,
lui e la sua famiglia. Infatti, Marco ci precisa che Simone è il padre di
Alessandro e di Rufo. Non sappiamo nient’altro di questi fratelli, ma
certamente erano due cristiani, ben noti della comunità di Gerusalemme.

Tra tanti insulti, specie da parte dei membri del Sinedrio, c’è anche un
gruppo di pie donne, che hanno accompagnato il Signore dalla Galilea alla
Giudea. Esse piangono di fronte allo strazio di Gesù. Gesù si rivolge loro e dà
un grande insegnamento, l’ultima sua raccomandazione prima di morire.
Spesso si sorvola su queste parole, ma si sbaglia. Gesù insegna una cosa
importante: «Non piangete per me, ma per i vostri figli. Se si tratta così il
legno verde, che ne sarà del legno secco?».
Le ultime parole dicono questo: “Se vengo trattato così io che sono il legno
verde, e sono costretto ad affrontare una prova così terribile, che ne sarà del
legno secco, ossia di coloro che muoiono in peccato mortale e vanno
all’inferno? L’inferno è una sofferenza molto più grande della mia e
soprattutto è una sofferenza eterna”. Vediamo come Gesù, a pochi istanti
dalla sua orribile crocifissione, non è tanto preoccupato di questa, ma è
soprattutto preoccupato delle anime.
Così dice a tutti noi quale deve essere la nostra principale preoccupazione
giornaliera: quella di vivere in grazia di Dio. Sappiamo tutti come si può
morire ad ogni età. Per questo il Signore ci ammonisce: «Siate sempre pronti,
perché non sapete né il giorno né l’ora». Questa preoccupazione su di noi,
ogni giorno, è molto più importante di tutte le altre occupazioni.
V MISTERO DEL DOLORE

GESÙ MUORE SULLA CROCE

Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e
Maria Maddalena. Gesù, dunque, vista la madre e presso di lei il discepolo che amava, disse
alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Quindi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da
quell’ora il discepolo l’accolse nella sua vita.
Dopo ciò, sapendo Gesù che già tutto era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura, disse:
«Ho sete». C’era là un vaso pieno di aceto. Fissata dunque una spugna imbevuta di aceto a un
ramo di issopo, glielo accostarono alla bocca. Quando ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «Tutto è
compiuto»; e, chinato il capo, rese lo spirito.
(Giovanni 19,25-30)

Giovanni in quel momento rappresenta tutti noi. Egli «l’accolse nella sua
vita», nella sua vita di discepolo di Gesù che ora, davanti al mistero della
croce, manifesta tutta la radicalità che le è propria. Varie cose sono necessarie
ai discepoli: il pane di vita, la partecipazione alla vita divina... ma anche una
madre come Maria.

Siamo all’ultimo atto e Gesù ci fa un ultimo dono: proclama la maternità di


Maria per ciascuno di noi. È una maternità quanto mai reale, e diretta a
generarci al cielo; è quindi rivolta alla nostra salvezza eterna, e a tale scopo ci
è necessaria: per nascere al Cielo abbiamo bisogno di una madre.

Nella recita di questo mistero sono solito fare una riflessone in ciascuna
delle dieci Ave Maria, richiamando le sette parole proclamate da Gesù sulla
croce e alcuni riferimenti profetici.
I Ave Maria: «Padre perdona loro perché non sano quello che fanno». Non
solo Gesù perdona, ma addirittura cerca una giustificazione. Così sia sempre
il nostro perdono.
II Ave Maria: «Oggi sarai con me in Paradiso». Sono stupende le parole del
cosiddetto buon ladrone. Riconosce le sue colpe; afferma l’innocenza di
Gesù; crede alla sua regalità e lo prega: «Ricordati di me quando sari nel tuo
regno». Non c’è nessuna fatica a riconoscere Gesù quando fa i miracoli. Ma
per riconoscerlo quando è un povero condannato che muore al tuo fianco, ci
vuole proprio una fede eroica.
III Ave Maria: «Ecco tua madre, ecco tuo figlio». Non è stato un privarsi
della maternità di Maria, ma un estenderla su di noi. Ha indicato a sua madre
la missione materna che l’avrebbe impegnata lungo i secoli. Ha indicato a noi
un aiuto necessario a cui ricorrere. Come Gesù ha scelto di avere bisogno di
Maria per incarnarsi e per diventare uomo, così ha scelto che Maria fosse
necessaria a noi per generarci al Paradiso. Ecco perché ella segue e aiuta
ognuno di noi nel pellegrinaggio terreno.
IV Ave Maria: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Non è un
grido di disperazione, ma di estremo abbattimento. È lo sfogo dell’umanità di
Gesù, che si sente abbandonata da Dio.
V Ave Maria: «Ho sete». La tortura e la grande perdita di sangue hanno
provocato una sete insopportabile. Avrà pensato: le mie fauci sono secche e
la mia lingua s’incolla al palato.
VI Ave Maria: Davvero si è realizzata la profezia: «Nella mia sete mi
hanno dato da bere l’aceto». L’avrà bevuto con avidità, sentendone poi il
disgusto.
VII Ave Maria: «Si sono divisi i miei vestiti e sulla mia tunica hanno
gettato la sorte». Proprio così è stato fatto dai soldati. Notiamo che l’unica
cosa che Gesù possedeva erano i vestiti che indossava. Così la sua povertà è
stata assoluta.
VIII Ave Maria: Ora poteva ripetere le parole di Giobbe: «Come sono nato
nudo così entrerò nudo nel ventre della terra». Da notare che per gli ebrei era
assolutamente ripugnante che i crocifissi fossero esposti nudi. Per cui c’erano
donne ebree che ogni volta provvedevano un drappo da avvolgere ai fianchi
dei condannati alla crocifissione.
IX Ave Maria: Non resta a Gesù altro da dire: «Tutto è compiuto». Ossia ha
compiuto interamente la volontà del Padre. E ha attuato tutte le profezie a suo
riguardo.
X Ave Maria: «Padre, nelle tue mani affido il mio Spirito». È l’ultima
parola di Gesù, in un momento di grande aridità spirituale, ma di totale e
fiducioso abbandono. È venuto sulla terra inviato dal Padre, ora lascia la terra
per tornare al Padre. Durante tutta la vita Gesù ha sempre espresso la sua
totale dipendenza dal Padre: in tutto ciò che faceva e in tutto quello che
diceva. Ora, infine, ritorna a colui che lo ha mandato.
A questo punto io sono solito aggiungere due misteri. Lo accenno appena
per chi volesse fare altrettanto.
VI mistero del dolore. Il cuore sacratissimo di Gesù, trafitto da un colpo di
lancia.
VII mistero del dolore. Il cuore immacolato di Maria, trafitto da una spada.
MISTERI DELLA GLORIA
(mercoledì e domenica)
I MISTERO DELLA GLORIA

GESÙ RISORGE

Passato il sabato, al sorgere del primo giorno della settimana, venne Maria Maddalena con
l’altra Maria a far visita al sepolcro. Ed ecco, vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore,
infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si mise a sedere su di essa. Il suo aspetto
era come la folgore e le sue vesti bianche come la neve. Alla sua vista le guardie rimasero
sconvolte e diventarono come morte.
L’angelo disse alle donne: «Non temete, voi! So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è
risorto, come aveva detto. Orsù, osservate il luogo dove giaceva. E ora andate e dite ai suoi
discepoli che egli è risorto dai morti e vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, ve l’ho detto».
Esse subito lasciarono il sepolcro e, piene di gran timore e di grande gioia insieme, corsero a
portare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco: Gesù andò loro incontro dicendo: «Rallegratevi!».
Esse, avvicinatesi, abbracciarono i suoi piedi e l’adorarono. Allora disse loro Gesù: «Non
temete; andate e annunziate ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
(Matteo 28,1-10)

Alla morte di Gesù c’è stato tanto buio sulla terra. Gli apostoli restano ben
chiusi in casa, ancora spaventati e col timore di essere arrestati come seguaci
di un condannato a morte. Le pie donne sono preoccupate di andare al
sepolcro per completare l’imbalsamazione di Gesù.
Solo Maria, nel dolore, resta serena. Solo lei ha la certezza che Gesù
avrebbe portato a compimento quanto aveva detto. Nessun altro pensava alla
risurrezione, nessun altro ci credeva, nonostante gli annunci che Gesù aveva
dato più volte.
Tutta la fede dell’umanità è in Maria. In lei solo è riposta la fede della
Chiesa nascente che sarebbe nata gloriosa il giorno della Pentecoste. È per
questo che in molte parti, per riempire il silenzio di quel sabato santo
(definito giorno “aliturgico”), è invalso l’uso di celebrare “L’ora di Maria”,
ossia una preghiera incentrata sulla fede di Maria.

Il terzo giorno, la domenica, è la giornata delle sorprese. È il giorno


glorioso della risurrezione, che nessuno si aspetta. Il primato spetta alle pie
donne ed è giusto, perché sono state le più vicine a Gesù durante la passione,
dopo averlo seguito e aiutato nella vita pubblica. A questo punto dovrei
elencare le testimonianze delle apparizioni di Gesù. Tutti i vangeli sono
concordi nel dire che il primo testimone della risurrezione è stato il sepolcro,
per il fatto di presentarsi vuoto. Poi le prime persone a vedere Gesù risorto
sono state le donne e, tra queste, Maria di Magdala.
Notiamo che non c’è accordo tra i vangeli nell’elencare le varie apparizioni
di Gesù, la loro successione, il luogo in cui sono avvenute. È molto
importante, quando si legge il Vangelo, tenere presente che nessun
evangelista si propone di scrivere una vita di Gesù. Ma tutti hanno la
preoccupazione di evangelizzare i lettori con gli insegnamenti di Gesù. I
Vangeli sono frutto della predicazione. Non badano a dettagli solo biografici,
ma raccolgono la materia con libertà, solo preoccupati di essere fedeli
all’insegnamento che ne deriva.

Non c’è dubbio che la risurrezione di Gesù sia il fatto più importante che
ha dato credito a tutto l’insegnamento del Maestro. Per cui Gesù, nei quaranta
giorni successivi alla Pasqua, non si preoccupa di presentarsi a tutto il
popolo, ma a quelli che ha scelto perché testimonino a tutti il fatto della sua
risurrezione. A questi si presenta più volte, si fa toccare, mangia con loro, dà
gli ultimi insegnamenti. Non che sia contrario a mostrarsi a molta gente. San
Paolo ci narra di una apparizione del Risorto a una folla di cinquecento
persone. Ma importano soprattutto i futuri predicatori.
Può meravigliare una certa fatica degli apostoli nel riconoscere Gesù. Il più
è dato dalla sorpresa di rivederlo vivo, dopo la certezza che era morto. Di
primo colpo pensano che sia un fantasma. Per questo egli si fa toccare e
mangia davanti a loro.
Probabilmente c’è anche qualche differenza tra prima e dopo la morte. Dal
vangelo si capisce che Gesù non si fa vedere col corpo glorioso, come è in
Paradiso e come era apparso nella trasfigurazione. Ma il corpo del Risorto,
non più soggetto a sofferenze, deve già avere qualcosa di celestiale che lo fa
vedere un po’ diverso da quello che era prima. Le parole di Gesù aiutano in
modo decisivo a riconoscerlo.

Tenendo presente le parole di Gesù alle donne, a cui dice di avvertire i suoi
“fratelli” (notare questa affettuosa parola) di andare in Galilea, sarei propenso
a dire che Gesù, quella domenica è apparso prima ad alcune donne, poi a
Pietro, poi ai due discepoli di Emmaus. Credo che quasi tutte le altre
apparizioni siano avvenute in Galilea. Interessante quella a Tommaso,
l’apostolo che non crede «se non ci mette il naso». Così come l’apparizione
nella quale dà agli apostoli il potere di rimettere i peccati. Poi penso che
abbia invitato gli apostoli a tornare a Gerusalemme, per un ulteriore momento
di formazione e per assistere alla sua ascensione in cielo.
II MISTERO DELLA GLORIA

GESÙ ASCENDE AL CIELO

Mentre parlavano di queste cose, Gesù stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete
turbati? E perché sorgono dubbi nei vostri cuori? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono
proprio io! Toccatemi ed osservate: un fantasma non ha carne ed ossa come vedete che io ho».
E mentre diceva queste cose, mostrava loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non
riuscivano a crederci ed erano pieni di stupore, egli disse loro: «Avete qualcosa da mangiare?».
Gli diedero un po’ di pesce arrostito. Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Era proprio questo che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si
adempia tutto ciò che di me sta scritto nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì
loro la mente all’intelligenza delle Scritture. Ed aggiunse: «Così sta scritto: il Cristo doveva
patire e il terzo giorno risuscitare dai morti; nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la
conversione e il perdono dei peccati. Voi sarete testimoni di tutto questo, cominciando da
Gerusalemme. Ed ecco che io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso. Voi però
restate in città, fino a quando non sarete rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori, verso Betània e, alzate le mani, li benedì. Mentre li benediceva, si
separò da loro e veniva portato nel cielo.
(Luca 24,36-51)

È l’ultimo atto della vita terrena di Gesù. Terminati i quaranta giorni in cui
si è mostrato vivo, riferisce che essendo venuto dal Padre, ora ritorna al
Padre. Molto importanti le ultime raccomandazioni. Prima di tutto promette
di inviare lo Spirito Santo, che rimarrà stabilmente con loro: li fortificherà,
suggerirà loro tutte le parole che Gesù ha pronunciato ricordandole al vivo,
con esattezza; in più aggiungerà tante cose che lui non ha detto perché i
discepoli non erano ancora pronti ad accoglierle.
Raccomanda loro di rimanere a Gerusalemme, fino a che non siano
investiti di forza dall’alto (ossia dallo Spirito Santo), poi dovranno andare a
predicare in Gerusalemme, in Samaria, e fino ai confini della terra. Infine li
rassicura: «Io rimarrò con voi fino alla fine del mondo».
Sono promesse tali da riempire di gioia i discepoli, nonostante la
separazione. Gesù, mentre li benedice, sale in cielo; gli apostoli non staccano
gli occhi da lui, fino a che una nube non lo nasconde al loro sguardo.
III MISTERO DELLA GLORIA

LA DISCESA DELLO SPIRITO SANTO

Il giorno della Pentecoste volgeva al suo termine, ed essi stavano riuniti nello stesso luogo.
D’improvviso vi fu dal cielo un rumore, come all’irrompere di un vento impetuoso, che riempì
tutta la casa in cui si trovavano. Apparvero ad essi delle lingue come di fuoco che si dividevano
e che andarono a posarsi su ciascuno di essi. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e
cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava ad essi il potere di
esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei devoti, provenienti da tutte le nazioni del
mondo. Al prodursi di questo rumore incominciò a radunarsi una gran folla, eccitata e confusa,
perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.
(Atti 2,1-6)

La discesa dello Spirito Santo viene preparata da nove giorni di intensa


preghiera, con Maria e altre persone. I discepoli si recano a pregare nel
tempio, altrimenti pregano nella grande sala dell’ultima cena. Forse è anche il
tempo delle confidenze: quante domande avranno rivolto a Maria sulla
nascita e fanciullezza di Gesù!

La mattina del giorno di Pentecoste avviene la solenne discesa dello Spirito


Santo. Precede un fortissimo vento, tanto da scuotere la casa con un rumore
così grande da essere sentito da buona parte della città, per cui incominciano
ad accorrere persone per vedere che cosa sia successo. Intanto gli apostoli,
per nulla spaventati, vedono scendere delle lingue di fuoco che si posano su
ciascuno dei presenti. Immediatamente si sentono pieni di forza e di coraggio,
cominciano a parlare diverse lingue, come lo Spirito suggerisce loro.
Avendo sentito arrivare tanta gente, i pii israeliti che da ogni parte sono
accorsi a Gerusalemme per la festa della Pentecoste, gli apostoli si affrettano
in mezzo alla gente, per testimoniare la risurrezione di Gesù. Allora hanno
un’altra sorpresa: si moltiplica il dono delle lingue. Si accorgono con stupore
di essere compresi da tutte le molte lingue lì presenti. Ed anche la gente è
stupita di questo fatto: tutti li capiscono, perché ognuno li sente parlare nella
propria lingua. Gli apostoli comprendono che la missione è aperta davanti a
loro: saranno compresi ovunque.
Poi si accorgono che Pietro si dispone a parlare alla grande folla. Forse i
dieci si dispongono ad ala dietro di lui per confermare le sue parole con la
loro testimonianza. È proprio fruttuoso questo primo discorso di san Pietro,
tanto che tremila persone rimangono persuase e chiedono il battesimo. Credo
anche che Pietro in quel momento abbia capito bene la parola di Gesù:
«D’ora in poi sarai pescatore di uomini». Lui si è stupito della pesca
miracolosa di 153 grossi pesci; ora capisce la differenza avendo convinto
tremila persone con un solo discorso.
Quel giorno, con la discesa dello Spirito Santo, nasce la Chiesa. E lo
Spirito non avrebbe mai abbandonato la grande opera di salvezza fondata da
Gesù Cristo.
IV MISTERO DELLA GLORIA

MARIA ASSUNTA IN CIELO IN ANIMA E CORPO

Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore
perché ha considerato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata.
Perché grandi cose m’ha fatto il Potente,
Santo è il suo nome,
e la sua misericordia di generazione
in generazione
va a quelli che lo temono».
(Luca 1,46-50)

Eccoci giunti alla glorificazione di Maria, che giustamente Dante definisce:


«Umile ed alta più che creatura». Maria stessa, subito dopo essere stata
chiamata da Elisabetta, per la prima volta in assoluto «Madre di Dio»,
esplode in un canto in cui riflette su di sé: «Il Signore ha rivolto il suo
sguardo sul mio niente e ha fatto di me grandi cose, e Santo è il suo nome».
Da questo grande quadro che ci propone Maria all’inizio della sua elezione
come Madre di Dio, possiamo considerare la fine terrena della Madonna,
quando fu assunta in cielo in anima e corpo.

Ha pronunciato il dogma dell’Assunta Pio XII con le parole: «Al termine


della sua vita terrena, l’Immacolata Madre di Dio, Maria sempre Vergine, è
stata assunta in anima e corpo nella gloria celeste» (Costituzione
Munificentissimus Deus, 1 novembre 1950).
Il Papa non vuole entrare nel merito della questione se Maria sia morta o
no. È un fatto di valore solo personale, non di valore per la fede. Del resto la
morte è l’universale condizione umana. Gesù è morto e non c’è motivo
perché sia stata sottratta alla morte Maria, che in tutta l’esistenza è apparsa
così comune. Né va taciuta la festa liturgica della “dormizione di Maria”
celebrata da secoli nella Chiesa d’Oriente, unitamente alla sua assunzione.
L’assunzione di Maria è un evento salvifico di importanza generale e
rappresenta un elemento insostituibile nel piano della salvezza. Il ruolo di
Maria nell’incarnazione di Gesù, per divino volere, è stato insostituibile e
necessario. Ora la missione di Maria non termina con la sua morte. Per la
sacra missione riguardo a Cristo ha avuto bisogno di un corpo umile e
passibile. Per la sua missione verso di noi, fino alla fine del mondo, sempre
dipendente da Cristo, ha bisogno di un corpo spirituale e glorioso. La
Scrittura ci parla con insistenza del legame inesauribile tra Gesù e Maria nella
vita terrena; è logica conseguenza vedere tale legame prolungato nella vita
celeste.
La vita terrena di Cristo si svolse nel legame del corpo mortale: sofferente
e limitato. La sua risurrezione gli dà una nuova nascita: un corpo spirituale,
senza limiti umani, con una gloria e una potenza che prima non aveva. È
questo il Gesù vivo e risorto che gli apostoli predicano subito alle folle e che
è presente nell’eucaristia. È questa anche la trasformazione che Gesù ha
mostrato per sé e per noi come diretta conseguenza della sua risurrezione:
non un semplice passaggio di luogo dalla terra al cielo, ma una radicale
trasformazione, glorificazione di tutto l’uomo, anima e corpo.

Riguardo a Maria: come, in vista della sua missione verso il Figlio, le


furono anticipati i frutti della passione di Gesù per farla concepire senza
peccato originale, così in vista della sua attuale missione le è stata anticipata
la glorificazione della carne. Ecco il senso dell’assunzione: Maria partecipa
alla piena glorificazione del Figlio, per essere a lui associata nell’opera di
mediazione universale presso il Padre. Così anch’essa è viva e presente in
mezzo a noi, con quella gloria a cui tutti siamo chiamati, e per la quale
guardiamo a lei come alla realizzazione della nostra speranza.
Assunta in cielo, Maria fu subito avvolta dall’amore infinito del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo. E insieme contemplò, faccia a faccia, la
santissima Trinità: un solo Dio in tre persone. Fu una visione stupenda che le
infuse gioia infinita. Comprese anche che questa visione e questa gioia non
l’avrebbero più abbandonata per tutta l’eternità.
Ecco quanto Dio tiene in serbo per ciascuno di noi, se lo amiamo con tutta
la mente, il cuore e le forze.
Come si fa? Gesù ci ha indicato la via: basta che ci sforziamo di amare il
prossimo come lui ci ha amato.
A questo punto, se guardiamo la vita con occhi di fede, ci accorgiamo che i
misteri della gloria ci rimandano ai tre precedenti misteri. Se ognuno di noi
vive i misteri della gioia (la continua presenza di Gesù nell’Eucaristia), i
misteri della luce (le parole di Gesù nel Vangelo), i misteri del dolore (le
nostre sofferenze come partecipazione alla passione di Gesù), tanto più alla
fine vivrà i misteri della gloria. Possiamo ben dire, come in passato: «Tanto è
il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto».
V MISTERO DELLA GLORIA

MARIA INCORONATA REGINA DEL CIELO E


DELLA TERRA

Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi
e una corona di dodici stelle sul suo capo: era incinta e gridava in preda alle doglie e al
travaglio del parto.
E un altro segno apparve nel cielo; ecco: un grosso dragone, rosso-vivo, con sette teste e
dieci corna. Sulle teste vi erano sette diademi; la sua coda si trascinava dietro la terza parte
degli astri del cielo e li precipitava sulla terra. Il dragone si pose di fronte alla donna che era
sul punto di partorire, per divorare il bimbo non appena fosse nato. Essa quindi diede alla luce
un figlio, un maschio, quello che era destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro.
Subito fu rapito il figlio di lei verso Dio, verso il suo trono.
(Apocalisse 12,1-5)

Ci troviamo di fronte a un grande segno che ci richiama a un segno


precedente. All’inizio della storia umana, subito dopo il peccato dei
progenitori, Dio predisse una donna, in cui lui stesso avrebbe infuso una
inimicizia incancellabile contro Satana, che allora si era presentato nelle
spoglie di un serpente.
E Dio aggiunse che il figlio di questa donna avrebbe schiacciato la testa del
serpente. Ora ci troviamo alla fine della storia umana. Il grande segno è
ancora una donna stupenda e incoronata regina; essa è ancora in lotta contro
Satana che questa volta si presenta come un drago rosso. Il figlio di questa
donna è Gesù, che comanda a tutte le nazioni con uno scettro di ferro. Certo è
con questo scettro che sconfigge anche Satana.
È vero che i biblisti vedono rappresentati in questa donna diversi profili,
affermando che spesso nella Bibbia sono rappresentate varie figure in una
stessa persona. Ma mi pare evidente che la figura primariamente
rappresentata sia Maria, dal momento che il figlio che partorisce è Gesù.
Assunta in paradiso, Maria non si stanca di contemplare suo figlio, come se
lo vedesse per la prima volta. Infatti, lo vede come lo aveva sempre creduto:
uomo e Dio. Ma altro è credere, altro è vedere. Inoltre vede Gesù nella sua
gloria definitiva ed eterna. Lo vede re del cielo e della terra, a capo di tutto il
creato, a capo dell’umana grande famiglia che si è guadagnata con la sua
passione e morte. Capisce bene che solo ora si è realizzata la profezia che
Gabriele le aveva detto il giorno dell’annunciazione: «Concepirai un figlio a
cui porrai il nome Gesù; egli sarà grande e sarà chiamato Figlio
dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre, e regnerà
sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine». È
finalmente il Regno di Dio realizzato.

In questo immenso regno di cui Cristo è re, Maria è stata elevata al posto di
regina, al fianco di Gesù, che l’ha incoronata Regina del cielo e della terra.
Ecco la posizione gloriosa, finale, perpetua di Maria.
Facciamo bene a invocarla: lei ci ama ad uno ad uno, come se ci fossimo
solo noi. Oggi poi invito a invocarla come “Regina della pace”, come si è
presentata a Medjugorje, sapendo bene che la pace è in pericolo;
invochiamola “Regina delle famiglie”, che sono oggi così sfasciate. E
ripetiamo pure tutti i titoli con cui è invocata come “Regina” nelle litanie
lauretane.

Per comprendere meglio la grandezza di quanto Dio ha creato, pensiamo a


quanto più mirabilmente ha redento. Dio Uno e Trino ha creato l’universo per
mezzo del Verbo e in vista di Gesù. Ricordiamoci continuamente che Gesù
Cristo è lo scopo, il fine per cui esistiamo. Impariamo a dire: «Gesù sono
nato per mezzo tuo e tu sei la ragione d’essere della mia vita». Non potevamo
avere uno scopo più grande e più esaltante: il Paradiso con lui. Poi la storia
ha avuto lo sviluppo che conosciamo, con la caduta dei progenitori e la
redenzione operata dallo stesso Gesù. Alla fine del mondo ci sarà la
risurrezione della carne, il giudizio e per i fedeli Dio sarà tutto in tutti.
Allora comprendiamo perché Maria santissima è così potente. È la regina
del cielo e della terra che, in dipendenza da Gesù, ci governa con il suo cuore
immacolato, ossia con un amore infinito.
APPENDICI
APPENDICE I

I PAPI DEL ROSARIO

Papa Antonio Ghislieri, ovvero san Pio V, lo si può davvero chiamare


«primo Papa del rosario». Infatti, la sua bolla Consueverunt Romani
Pontifices del 17 settembre 1569 è la “magna charta” del rosario. È ciò che
chi recita il rosario non può non conoscere. Perché è in questa bolla che la
Chiesa mette per iscritto per la prima volta una definizione classica del
rosario, quella definizione che successivamente modificata entrerà nel
breviario domenicano e poi in quello romano.

Scrive san Pio V: ...Come piamente si crede, sotto l’ispirazione dello


Spirito Santo, in tempi simili ai nostri, il beato Domenico, fondatore
dell’Ordine dei frati predicatori, similmente operò.
L’eresia albigese infatti imperversava allora in gran parte della Francia e
dell’Italia e aveva accecato talmente i laici, che questi si scagliavano
furiosamente contro i sacerdoti di Dio e i chierici. Il beato Domenico,
elevando gli occhi al cielo, li volse a quel dolce monte che è la gloriosa
Vergine Maria, Madre di Dio, a colei che sola, col frutto del suo ventre,
schiacciò il capo dello ambiguo serpente e distrusse tutte le eresie e salvò il
mondo dannato per colpa dei nostri primi parenti.
Il beato Domenico inventò allora quel modo assai facile e pio e accessibile
a tutti di pregare Dio, chiamato rosario o salterio della Beata Vergine
Maria, che consiste nel venerare questa Beata Vergine ripetendo
centocinquanta volte la salutazione angelica, secondo il numero dei salmi di
Davide, interponendo ad ogni decina il Padre nostro e alcune determinate
meditazioni, che illustrano tutta la vita del Signore Nostro Gesù Cristo.
Avendolo dunque inventato, il beato Domenico propagò ovunque nella
Santa Chiesa cattolica questo modo di pregare e attraverso i suoi figli, i frati
dell’Ordine, lo divulgò; esso fu accolto da molti e i fedeli che accolsero
quella preghiera con fervore, accesi da quelle meditazioni, furono
trasformati in altri uomini; le tenebre delle eresie indietreggiarono e la luce
della fede cattolica si fece strada nuovamente. I frati dell’Ordine, con il
mandato dei loro legittimi superiori, un po’ dovunque istituirono le
associazioni del rosario, alle quali molti fedeli si iscrissero.
Queste parole confermano come san Pio V fosse egli stesso un sostenitore
della pratica del rosario. E, a conferma di ciò, è opportuno ricordare come
egli, il 7 ottobre del 1571, dichiarò che la battaglia di Lepanto contro i turchi
fu vinta per intercessione della Madonna del rosario e dichiarò tale giorno
festa della Madonna del rosario.

Dopo san Pio V ecco il beato Pio IX. Giovanni Maria Mastai Ferretti,
appunto Pio IX, a pochi giorni dall’apertura del Concilio Ecumenico
Vaticano I, nella lettera apostolica Egregiis suis scrive: Come san Domenico
adoperò questa preghiera (il rosario) quale arma invitta per disperdere la
nefasta eresia albigese, che minacciava la pace e la tranquillità della società
cristiana, così i fedeli, istruiti e rivestiti di questo singolare tipo di armatura,
cioè della quotidiana recitazione del rosario della Beata Vergine Maria,
conseguiranno più facilmente l’intento di annientare tanti mostruosi errori
ovunque insorgenti, con l’aiuto potente dell’Immacolata Madre di Dio e con
l’autorità del Concilio Ecumenico Vaticano da noi indetto, e da inaugurare
prossimamente.
Il Concilio, infatti, si aprì l’8 dicembre di quell’anno.

Ma dopo Pio IX ecco finalmente Leone XIII. Egli si può definire


oggettivamente Papa del rosario al pari di Pio V. Portano, infatti, la sua firma
ben dodici lettere encicliche e due lettere apostoliche che sviluppano con
importante dottrina i temi del rosario. Nel suo periodo (fu Papa dal 1878 al
1903) nasce la pratica di consacrare il mese di ottobre al rosario, «onorifico
distintivo della cristiana pietà», «la più gradita delle preghiere»; inoltre il
rosario «è come la tessera della nostra fede e il compendio del culto a lei
(Vergine) dovuto».
Leone XIII vide nel rosario «una maniera facile per far penetrare e
inculcare negli animi i dogmi principali della fede cristiana». Riguardo ai
mali della società, il Papa che andrà a scrivere la Rerum novarum incoraggia
e invita a questa preghiera per superare l’avversione al sacrificio e alla
sofferenza ponendo la propria fede e il proprio sguardo sulle sofferenze di
Cristo; l’avversione alla vita umile e laboriosa si supera da parte del cristiano
meditando sull’umiltà del Salvatore e di Maria; l’indifferenza verso i misteri
della vita futura e l’attaccamento ai beni materiali si guariscono meditando e
contemplando i misteri della gloria di Cristo, di Maria e dei santi. Leone XIII
davvero non si risparmiò per elogiare e incrementare il rosario. Tra
documenti maggiori e minori si calcolano ventidue suoi interventi al
riguardo.

San Pio X, al secolo Giuseppe Sarto, scrisse molti documenti mariani nei
quali non manca, qua e là, di raccomandare la recita del rosario. Nessuna sua
enciclica è però dedicata rosario, dopo l’immensa ondata di interesse
suscitata da Leone XIII. In una lettera autografa al padre Costanzo Becchi,
domenicano (che nel 1900 aveva ripristinato a Firenze l’Associazione del
Rosario Perpetuo), Papa Pio X dice però che il rosario «costituisce l’orazione
per eccellenza». Tanto che nel suo testamento raccomandò il rosario come «la
preghiera che fra tutte è la più bella, la più ricca di grazie, quella che piace di
più alla Santissima Vergine».

Giacomo Della Chiesa, ovvero Papa Benedetto XV, parlò del rosario
nell’Enciclica Fausto appetente die del 1921, uscita in occasione del settimo
centenario della morte di san Domenico che, secondo la tradizione e come già
ricordato, fu lo strumento del quale «Maria si servì per insegnare alla Chiesa
il suo Santo Rosario».
Egli definisce il rosario «soave preghiera... vocale insieme e mentale»; e in
una lettera autografa afferma: «Il popolo cristiano... tenga per fermo essere (il
rosario) il più bel fiore dell’umana pietà e la più feconda sorgente delle grazie
celesti». Ne sottolinea infine «l’universale carattere di preghiera collettiva e
domestica».

Veniamo a tempi più recenti. Pio XII scrisse sul rosario una enciclica e
otto lettere, senza contare i numerosi discorsi. Il rosario è per lui «sintesi di
tutto il vangelo, meditazione dei misteri del Signore, sacrificio vespertino,
corona di rose, inno di lode, preghiera della famiglia, compendio di vita
cristiana, pegno sicuro del favore celeste, presidio per l’attesa salvezza».
Nell’enciclica Ingruentium malorum del 1951 afferma: Benché non ci sia
un unico modo di pregare per conseguire questo aiuto, tuttavia noi stimiamo
che il santo rosario sia il mezzo più conveniente ed efficace: come del resto
chiaramente dimostrano sia l’origine stessa, più divina che umana, di questa
pratica, sia la sua intima natura... Non esitiamo ad affermare di nuovo
pubblicamente che grande è la speranza che Noi riponiamo nel santo rosario
per risanare i mali che affliggono i nostri tempi. Non con la forza, non con le
armi, non con l’umana potenza, ma con l’aiuto divino ottenuto per mezzo di
questa preghiera, forte come Davide con la sua fionda, la Chiesa potrà
affrontare impavida il nemico infernale...

Giovanni XXIII non solo come Pontefice, ma in tutta la sua vita, onorò il
rosario. Esso si rivela come una componente essenziale della sua spiritualità,
secondo la rivelazione del Giornale dell’anima. Esplicò il suo magistero sul
rosario a più riprese con encicliche e discorsi. Fra le prime ricordiamo la
Grata recordatio del 1959, in cui raccomanda la devozione del mese di
ottobre. In essa, ricorda il magistero dei suoi predecessori, massimamente di
Leone XIII. E rinfresca la bella definizione di Pio V: «Il rosario, come è a
tutti noto, è un modo eccellentissimo di preghiera meditata, costituito a guisa
di mistica corona, in cui le orazioni del Pater noster, dell’Ave Maria e del
Gloria s’intrecciano alla considerazione dei più alti misteri della nostra fede,
per cui viene presentato alla mente come in tanti quadri il dramma
dell’incarnazione e della redenzione di nostro Signore».
Giovanni XXIII scrisse anche la lettera apostolica Il religioso convegno,
nel 1961, una trattazione toccante e paterna nei riguardi dei fedeli, che
ripresenta, con linguaggio nuovo, il valore e l’efficacia del rosario, ed è una
vera «summa» del rosario stesso.

Dopo Giovanni XXIII sale al soglio di Pietro Paolo VI, al secolo Giovanni
Battista Montini. Egli, nell’enciclica Christi Matri afferma: Il Concilio
Ecumenico Vaticano II, sebbene non espressamente, ma con chiara
indicazione, ha infervorato l’animo di tutti i figli della Chiesa per il rosario,
raccomandando di stimare grandemente le pratiche e gli esercizi di pietà
verso di Lei (Maria), come sono state raccomandate dal Magistero nel corso
dei tempi.
La medesima raccomandazione di essere amici del rosario, Paolo VI la
ribadisce nell’Anno di preghiera a Maria (1972) e particolarmente nella
Marialis Cultus del 1974 dove afferma che il rosario è parte nobilissima e
integrante del culto cristiano. Nella Marialis Cultus, tra coloro «che hanno
profondamente a cuore la devozione del rosario» ricorda i domenicani: «È
giusto ricordare i Figli di san Domenico, per tradizione custodi e propagatori
di così salutare devozione».
Mi piace fermarmi un attimo su Albino Luciani, che dopo essere stato
patriarca di Venezia diverrà Giovanni Paolo I. Era un catechista nato, e, del
catechista, aveva tutte le qualità: semplicità, vivacità, brio, esemplificazioni
suadenti... Cosa pensava del rosario? Nel 1973, esattamente il 7 ottobre,
nell’omelia tenuta nella chiesa dei Gesuiti, in occasione del IV centenario
della festa del rosario, rispondendo alle contestazioni al rosario, così si
esprime, parole tutte da leggere:
Il rosario da alcuni è contestato. Dicono: è preghiera che cade
nell’automatismo, riducendosi a una ripetizione frettolosa, monotona e
stucchevole di Ave Maria. Oppure: è roba da altri tempi; oggi c’è di meglio:
la lettura della Bibbia, per esempio, che sta al rosario come il fior di farina
alla crusca!
Mi si permetta di dire in proposito qualche impressione di pastore
d’anime.
Prima impressione: la crisi del rosario viene in secondo tempo. In
antecedenza c’è oggi la crisi della preghiera in generale. La gente è tutta
presa dagli interessi materiali; all’anima pensa pochissimo. Il fracasso poi
ha invaso la nostra esistenza. Macbeth potrebbe ripetere: ho ucciso il sonno,
ho ucciso il silenzio! Per la vita intima e la «dulcis sermocinatio», o dolce
colloquio con Dio, si fa fatica a trovare qualche briciola di tempo. È un
danno. Diceva Donoso Cortes: «Oggi il mondo va male perché ci sono più
battaglie che preghiere». Continuamente si sviluppano le liturgie
comunitarie, che sono certo un gran bene: esse però non bastano: occorre
anche il colloquio personale con Dio.
Seconda impressione. Quando si parla di «cristiani adulti» in preghiera,
talvolta si esagera. Personalmente, quando parlo da solo a Dio e alla
Madonna, più che adulto, preferisco sentirmi fanciullo; la mitra, lo
zucchetto, l’anello scompaiono; mando in vacanza l’adulto e anche il
vescovo, con relativo contegno grave, posato e ponderato per abbandonarmi
alla tenerezza spontanea, che ha un bambino davanti a papà e mamma.
Essere – almeno per qualche mezz’ora – davanti a Dio quello che in realtà
sono con la mia miseria e con il meglio di me stesso: sentire affiorare dal
fondo del mio essere il fanciullo di una volta che vuol ridere, chiacchierare,
amare il Signore e che talora sente il bisogno di piangere, perché gli venga
usata misericordia, mi aiuta a pregare. Il rosario, preghiera semplice e
facile, a sua volta, mi aiuta a essere fanciullo, e non me ne vergogno punto.
Terza impressione. Non debbo e voglio pensare male di nessuno, ma
confesso che più volte sono stato tentato di giudicare che il tale o il tal altro
si credeva adulto, unicamente perché sedeva in scranna a criticare dall’alto.
Mi veniva voglia di dirgli: Macché maturo! Quanto a preghiera sei un
adolescente in crisi, un deluso e un ribelle, che non ha ancora smaltito
l’aggressività dell’età ingrata! Dio mi perdoni il giudizio temerario!
Quindi, in modo sublime, il vescovo Luciani risponde a tutte le obiezioni
sul rosario:
Preghiera a ripetizione il rosario? Diceva Padre de Foucauld: «L’amore si
esprime con poche parole e che ripete sempre».
C’è la Bibbia? Certo, ed è un quid summum; ma non tutti vi sono
preparati o hanno tempo di leggerla. A quegli stessi che la leggono, sarà poi
utile, in certi momenti, in viaggio, in strada, in periodi di particolare
bisogno, parlare con la Madonna, se si crede che Essa ci sia madre e sorella.
Se la lettura della Bibbia non viene apprezzata che come puro studio, i
misteri del rosario meditati e assaporati sono Bibbia approfondita, fatta
succo e sangue spirituale.
Preghiera stucchevole? Dipende. Può essere, invece, preghiera piena di
gioia e di letizia. Se ci si sa fare, il rosario diventa uno sguardo gettato su
Maria, che aumenta di intensità a mano a mano che si procede. Può anche
riuscire un ritornello, che sgorga dal cuore e che, ripetuto, addolcisce
l’anima come una canzone.
Preghiera povera il rosario? E quale sarà, allora, la preghiera ricca? Il
rosario è una sfilata di Pater, preghiera insegnata da Gesù, di Ave, il saluto
di Dio alla Vergine a mezzo dell’angelo, di Gloria, elogio alla Santissima
Trinità. O vorreste – invece – le alte elucubrazioni teologiche? Non si
adatterebbero ai poveri, ai vecchi, agli umili, ai semplici. Il rosario esprime
la fede senza falsi problemi, senza sotterfugi e giri di parole, aiuta
l’abbandono in Dio, l’accettazione generosa del dolore. Dio si serve anche
dei teologi, ma, per distribuire le sue grazie si serve soprattutto della
piccolezza degli umili e di quelli che si abbandonano alla sua volontà.
Quanto al rapporto tra rosario e Bibbia risponde semplicemente: Il rosario,
in fondo, è tutto Bibbia: i misteri sono meditazioni sul Vangelo, l’Ave Maria
e il Padre nostro sono Vangelo.
Papa Luciani, così devoto del rosario, offre anche uno sguardo complessivo
al contenuto del rosario, cioè ai misteri che vi si contemplano. Parlando a
Pompei, nel centenario dell’immagine della Madonna del rosario, il 1°
ottobre 1975, così diceva: (misteri gloriosi)... Cristo non è un risorto
solitario... subito dopo di lui viene la Madonna.
(misteri dolorosi)... Siamo... coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo
alle sofferenze di Cristo per partecipare anche alla sua gloria (Rom 8,17).
Ecco perché nel rosario contempliamo anche i dolori di Maria... in certi
momenti le sue prove divennero acute...
(misteri gaudiosi)... Per fortuna, la vita, coi dolori, conosce anche le gioie;
quelle di Maria, le ricordiamo nei misteri gaudiosi. Nella Annunciazione la
gioia non fu soltanto di sentirsi prescelta da Dio, ma di assumere con
deliberata responsabilità una missione grandissima... La nascita di Gesù con
le varie circostanze, le porta un gaudio inesprimibile....
Qualcuno si chiederà: ma a cosa servono quei cinque grani in appendice
alla corona, al disopra del piccolo crocifisso? Sono forse un ornamento?
Ebbene, anche a questo quesito dà una risposta soddisfacente il patriarca
Luciani. Parlando alle Suore Canossiane di Sant’Alvise nel 1976, trattando
della preghiera, dice testualmente: Non si tratta di aggiungere nuove
preghiere, piuttosto di utilizzare quelle comuni. Pochi, ad esempio, nel santo
rosario sfruttano i primi grani della corona. Alcuni – è cosa del tutto libera –
al primo grano recitano il Credo intendendo di star fermi nelle verità rivelate
da Dio. I tre grani seguenti, indicano tre Ave Maria per conservare le tre
virtù fondamentali: 1) Ave Maria..., perché aumenti la mia fede; 2) Ave
Maria..., perché sviluppi la fiamma del mio amore; 3) Ave Maria..., perché
renda più forte la mia speranza.
L’ultimo grano, prima delle decine è un Gloria alla Santissima Trinità.
Diciamo sinceramente: e chi ci aveva mai pensato?

Credo che tutti conosciamo la tenera e tenace devozione di Giovanni


Paolo II al rosario, sua preghiera prediletta. Nell’enciclica Rosarium Virginis
Mariae, egli ha integrato il rosario aggiungendo come opzionali i misteri
della Luce. Vediamo dell’enciclica solo il brano che riguarda ancora i
Domenicani: La storia del rosario mostra come questa preghiera sia stata
utilizzata specialmente dai Domenicani, in un momento difficile per la Chiesa
a motivo del diffondersi dell’eresia. Oggi siamo davanti a nuove sfide.
Perché non riprendere in mano la Corona con la fede di chi ci ha preceduto?
Il rosario conserva tutta la sua forza e rimane una risorsa non trascurabile
nel corredo pastorale di ogni buon evangelizzatore».
Secondo Giovanni Paolo II il rosario è contemplazione del volto di Cristo
in compagnia e alla scuola della sua Madre Santissima, e recitare il rosario
non è altro che contemplare con Maria il volto di Cristo.

Anche Benedetto XVI ha parlato più volte del rosario. Ho raccolto dieci
sue dichiarazioni in merito che messe in fila potrebbero essere usate come
base per una meditazione quotidiana.
Il santo rosario non è una pratica del passato come orazione di altri tempi
a cui pensare con nostalgia. Al contrario, il rosario sta sperimentando una
nuova primavera. Questo è senz’altro uno dei segni più eloquenti dell’amore
che le giovani generazioni nutrono per Gesù e per la Madre sua Maria.
Nel mondo attuale così dispersivo, questa preghiera aiuta a porre Cristo al
centro, come faceva la Vergine, che meditava interiormente tutto ciò che si
diceva del suo Figlio, e poi quello che Egli faceva e diceva.
Quando si recita il rosario si rivivono i momenti importanti e significativi
della storia della salvezza; si ripercorrono le varie tappe della missione di
Cristo.
Con Maria si orienta il cuore al mistero di Gesù. Si mette Cristo al centro
della nostra vita, del nostro tempo, delle nostre città, mediante la
contemplazione e la meditazione dei suoi santi misteri di gioia, di luce, di
dolore e di gloria.
Ci aiuti Maria ad accogliere in noi la grazia che promana da questi
misteri, affinché attraverso di noi possa “irrigare” la società, a partire dalle
relazioni quotidiane, e purificarla da tante forze negative aprendola alla
novità di Dio.
Il rosario, quando è pregato in modo autentico, non meccanico e
superficiale ma profondo, reca infatti pace e riconciliazione. Contiene in sé
la potenza risanatrice del Nome santissimo di Gesù, invocato con fede e con
amore al centro di ogni Ave Maria.
Il rosario, quando non è meccanica ripetizione di formule tradizionali, è
una meditazione biblica che ci fa ripercorrere gli eventi della vita del
Signore in compagnia della Beata Vergine, conservandoli, come Lei, nel
nostro cuore.
Ora, che termina il mese, non cessi questa buona abitudine; anzi prosegua
con ancor maggiore impegno, affinché, alla scuola di Maria, la lampada
della fede brilli sempre più nel cuore dei cristiani e nelle loro case.
Nella recita del santo rosario vi affido le intenzioni più urgenti del mio
ministero, le necessità della Chiesa, i grandi problemi dell’umanità: la pace
nel mondo, l’unità dei cristiani, il dialogo fra tutte le culture.
E, infine, eccoci a Papa Francesco. Secondo me le parole più significative
che egli ha detto finora sul rosario sono quelle scritte a mano come
prefazione dell’edizione italiana del libro sulla preghiera mariana scritto dal
suo segretario padre Yoannis Lahzi Gaid. Scrive: Il rosario è la preghiera
che accompagna sempre la mia vita; è anche la preghiera dei semplici e dei
santi... è la preghiera del mio cuore.
Queste parole, scritte a mano e significativamente datate 13 maggio 2014,
festa della Madonna di Fatima, sono l’invito alla lettura che Papa Francesco
ha vergato di suo pugno all’inizio del libro Il rosario. Preghiera del cuore,
scritto dal sacerdote di rito copto cattolico Yoannis Lahzi Gaid, che ormai da
qualche tempo lavora nella segreteria particolare del Pontefice.
Le parole iniziali di Francesco non stupiscono chi ha imparato a conoscere
il Papa seguendo i suoi gesti e le sue parole. Sono diventate ormai
un’abitudine le sue frequenti visite alla Salus Populi Romani, l’immagine
mariana venerata nella basilica di Santa Maria Maggiore (Francesco vi si reca
a pregare prima di ogni viaggio internazionale e appena ritornato); è nota la
devozione per la «Madonna che scioglie i nodi», immagine di origini
tedesche da lui importata in Argentina.
E per quanto riguarda il rosario, nel marzo scorso, ricordando ai microfoni
di Radio Vaticana il primo anno di pontificato, monsignor Alfred Xuereb
aveva detto riferendosi a Francesco: Non perde un solo minuto! Lavora
instancabilmente. E quando sente il bisogno di prendere un momento di
pausa, non è che chiude gli occhi e non fa niente: si mette seduto e prega il
rosario. Penso che almeno tre rosari al giorno, li prega. E mi ha detto:
«Questo mi aiuta a rilassarmi». Poi riprende il lavoro.
APPENDICE II

BREVE STORIA DEL ROSARIO

Tutto cominciò nei monasteri. Qui, da tempo immemore, venivano recitati i


150 salmi di Davide. Ma era difficile per i monaci, come anche per il popolo
che frequentava i monasteri, imparare a memoria tutti i salmi, e così intorno
all’anno 850 un monaco di origini irlandesi propose di recitare al posto dei
salmi 150 Padre Nostro. E così fu. I fedeli e i monaci seguirono il consiglio
del religioso irlandese e iniziarono a contare i Padre Nostro in modi diversi.
Vi fu chi iniziò a usare 150 sassolini. Chi delle cordicelle e chi dei nodi.
Passarono gli anni e quei nodi, quei sassolini, divennero rosario. Fu nel
XIII secolo che i monaci cistercensi idearono una nuova forma di preghiera
che chiamarono appunto rosario. Perché? Semplicemente perché la
paragonavano a una corona di rose mistiche donate alla Madonna. Fu poi san
Domenico a far conoscere a tutti il rosario, tanto che nel 1214 ideò il primo
rosario della Vergine Maria quale strumento per l’aiuto dei cristiani contro le
eresie.
Eppure i misteri che oggi conosciamo non erano ancora sviluppati. Si
dovette arrivare al XIII secolo. Diversi teologi avevano da tempo considerato
che i 150 salmi erano come velate profezie sulla vita di Gesù. Dallo studio di
questi salmi si arrivò così all’elaborazione dei salteri di Nostro Signore Gesù
Cristo, nonché alle lodi dedicate a Maria. E così, durante il XIII secolo, si
svilupparono quattro diversi salteri: i 150 Padre Nostro, i 150 saluti angelici,
le 150 lodi a Gesù, le 150 lodi a Maria.
Fu intorno all’anno 1350 che si arrivò alla compiutezza dell’Ave Maria
come la conosciamo oggi. Ciò avvenne grazie all’Ordine dei certosini, che
unirono il saluto dell’angelo con quello di Elisabetta, fino all’inserimento di
«adesso e nell’ora della nostra morte. Amen».
Nel XIV secolo poi, i cistercensi, in particolare quelli della regione
francese di Trèves, inserirono le clausole dopo il nome di Gesù, per
abbracciare all’interno della preghiera l’intera vita di Cristo.
Verso la metà del XIV secolo, un monaco della certosa di Colonia, Enrico
Kalkar, introdusse prima di ogni decina alla Madonna, il Padre Nostro. E fu
così che questo metodo si diffuse rapidamente in tutta Europa.
Sempre nella certosa di Trèves, all’inizio del 1400, Domenico Hélion
(chiamato anche Domenico il Prussiano o Domenico di Trèves), sviluppò un
rosario in cui fece seguire il nome di Gesù da 50 clausole che ripercorrono la
sua vita. E come aveva introdotto Enrico Kalkar, i pensieri di Domenico il
Prussiano erano divisi in gruppi di 10 con un Padre Nostro all’inizio di ogni
gruppo.
Tra il 1435 e il 1445, Domenico compose per i fratelli certosini
fiamminghi, che recitavano il Salterio di Maria, 150 clausole divise in tre
sezioni corrispondenti ai Vangeli dell’infanzia di Cristo, della vita pubblica, e
della passione-risurrezione.
Nel 1470 il domenicano Alain de la Roche, in contatto con i certosini, da
cui apprese la recita del rosario, creò la prima Confraternita del rosario
facendo diffondere rapidamente questa forma di preghiera: chiamò rosario
«nuovo» quello con un pensiero all’interno di ogni Ave Maria, e rosario
«vecchio» quello senza meditazione, con solo le Ave Maria. Oltre ad Alain
de la Roche va ricordato il domenicano san Pietro da Verona per la grande
diffusione che ha dato alle confraternite mariane. Alain de la Roche ridusse a
quindici i misteri (suddivisi in gaudiosi, dolorosi, gloriosi), e come abbiamo
detto sarà solamente con Giovanni Paolo II (un grande apostolo del rosario),
con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae (2002), che verranno
introdotti i misteri luminosi sulla vita pubblica di Gesù.
I domenicani sono stati grandi promotori del rosario nel mondo. Hanno
creato diverse associazioni rosariane, tra cui la “Confraternita del rosario”
(fondata nel 1470), la “Confraternita del rosario perpetuo” (chiamata anche
“Ora di Guardia”, fondata nel 1630 dal padre Timoteo de’ Ricci, che si
impegnava a occupare tutte le ore del giorno e della notte, di tutti i giorni
dell’anno, con la recita del rosario), la “Confraternita del rosario vivente”
(fondata nel 1826 dalla terziaria domenicana Pauline-Marie Jaricot).
La struttura medievale del rosario fu abbandonata gradualmente con il
Rinascimento, ma la forma definitiva del rosario si ebbe nel 1521 ad opera
del domenicano Alberto di Castello.
San Pio V, di formazione domenicana, fu il primo «Papa del rosario». Nel
1569 descrisse i grandi frutti che san Domenico raccolse con questa
preghiera, ed invitò tutti i cristiani ad utilizzarla. Leone XIII, con le sue
dodici Encicliche sul rosario, fu il secondo «Papa del rosario».
Dal 1478 ad oggi si contano oltre 200 documenti pontifici sul rosario.
In più apparizioni la Madonna stessa ha indicato il rosario come la
preghiera più necessaria per il bene dell’umanità. Nell’apparizione a Lourdes
del 1858, la Vergine aveva una lunga corona del rosario al braccio. Nel 1917
a Fatima come negli ultimi anni a Medjugorje, la Madonna ha invitato ed
esortato a recitare il rosario tutti i giorni.
NUOVI FERMENTI

La collana si indirizza a quanti, pur assorbiti dai molteplici


impegni quotidiani, sono in ricerca di quel «lievito nuovo», di
nuovi fermenti, che li aiuti a vivere in pienezza, giorno dopo
giorno, la loro esistenza.

114. M. Camisasca, Benvenuto a casa, 2a ed.


115. G. Amorth, Vade retro Satana!
116. G. Amorth, Vade retro Satana! (edizione con CD-
Audio)
117. P. Plata, Più lo conosci, più lo frequenti. Il Vangelo
118. M. Werlen, Fuoco sotto cenere
119. L’Imitazione di Cristo, a cura di C.M.A. Recalcati
120. P. Plata, Nell’intimità di me stesso. Il Vangelo
121. B. Forte, Camminando nella fede con Abramo, Maria e
Pietro. Esercizi spirituali per tutti
122. P. Plata, Che tipo è il mio Dio? Il Vangelo
123. E. Hillesum, Il bene quotidiano. Breviario dagli scritti
(1941-1942), a cura di L. Gobbi
124. A.M. Cànopi, Lettera a Edith Stein
125. A. Gasparino, La via della preghiera. Riflessioni e
consigli per dare luce alla nostra vita
126.P.G. Cabra, E se gli animali avessero ragione?
127.F. Andrade, Forti nella tribolazione
128.J. Abib, Il combattimento personale. Per risolvere i
problemi della vita interiore
129.B. Forte, Seguire Gesù con san Francesco. Un itinerario
spirituale
130.G. Ravasi, Ride Colui che sta nei cieli. Le emozioni di
Dio
131.A. Riccardi, Vita consacrata, una lunga storia. Ha
ancora un futuro?
132.A. Cargnel, Tutto è compiuto. Con Giovanni verso la
Pasqua
133.R. Cantalamessa, «Vi do la mia pace». La pace con
Dio, con gli altri, con se stessi
134.M. Camisasca, I misteri di Maria. Piccole meditazioni
135.D. Bonhoeffer, La vita responsabile. Un bilancio
136.A.M. Cànopi, Ecco tua Madre. Maria nella Scrittura e
nella vita della Chiesa
137.K. Rahner, Attesa e gioia. Meditazioni sull’Avvento e sul
Natale
138.K. Rahner, Amare Gesù. Il rischio di una relazione
139.K. Rahner, Chi è tuo fratello? Il rischio della vera
fraternità
140.B. Häring, Confessione e gioia
141.B. Forte, L’amore nel Quarto Vangelo. Esercizi spirituali
per tutti
142.G. de Menthière, Guida pratica alla confessione.
Celebrare il sacramento della riconciliazione
143.C. De Foucauld, Al centro l’amore. Pagine scelte
Se vuoi conoscere
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