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Processo verbale di constatazione

In caso di verifica fiscale presso la sede del contribuente, l’attività di controllo svolta
dagli uffici dell’Agenzia o dalla Guardia di finanza si conclude con la consegna di un
processo verbale di constatazione (pvc) in cui sono indicate le eventuali violazioni
rilevate e i relativi addebiti.

Il contribuente destinatario di un processo verbale di constatazione relativo a violazioni in


materia di imposte sui redditi e di imposta sul valore aggiunto, atto non impugnabile
autonomamente, può accelerare la definizione della contesa attraverso l’istituto dell’
(“adesione al processo verbale di constatazione”), introdotto dal decreto legge 25 giugno
2008, n. 112, convertito dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.

Se il contribuente esercita questa facoltà, ha diritto:

 alla riduzione a 1/6 delle sanzioni (cioè alla metà della misura prevista nell’ipotesi
di accertamento con adesione)
 al pagamento rateizzato delle somme dovute senza dover prestare alcuna garanzia.

Attenzione: la possibilità di aderire, con conseguente riduzione delle sanzioni, esiste per i
pvc in materia di imposte sui redditi e di imposta sul valore aggiunto, consegnati entro il
31 dicembre 2015

Adesione all’invito al contraddittorio


Attenzione: la possibilità di aderire, con conseguente riduzione delle sanzioni, esiste per
gli inviti al contraddittorio in materia di imposte sui redditi, di imposta sul valore
aggiunto e di altre imposte indirette, notificati entro il 31 dicembre 2015

Un altro istituto deflativo del contenzioso è “la definizione dell’accertamento mediante


adesione ai contenuti dell’invito al contraddittorio”.

Introdotto dal decreto legge 185 del 2008, si applica agli inviti al contraddittorio che
riguardano sia le imposte dirette sia quelle indirette (Iva, imposta di registro, sulle
successioni, sulle donazioni, eccetera).

Come funziona

In sostanza, il contribuente che accetta i contenuti di un invito al contraddittorio (o invito


a comparire), in cui sono indicati la pretesa fiscale e i motivi che l’hanno determinata,
ottiene lo stesso regime agevolato, in tema di sanzioni e di pagamento rateale, previsto
per l’adesione ai processi verbali di constatazione.
La definizione si realizza con l’acquisizione dell’assenso del contribuente e il pagamento
delle somme dovute, entro il quindicesimo giorno antecedente la data fissata per la
comparizione.

La comunicazione, con la quale il contribuente informa il competente ufficio di voler


aderire, deve contenere, in caso di pagamento rateale, l’indicazione del numero delle rate
prescelte. Alla stessa va allegata inoltre la quietanza dell’avvenuto pagamento della prima
o unica rata.

Il pagamento rateizzato consente il versamento delle somme dovute in un massimo di


otto rate trimestrali di pari importo ovvero, se le somme dovute sono superiori a
51.645,69 euro, di dodici rate trimestrali, senza la prestazione di alcuna garanzia.

Sull’importo delle rate successive alla prima sono dovuti gli interessi al saggio legale,
calcolati dal giorno successivo a quello del primo versamento e fino alla data di scadenza
di ciascuna rata.

Attenzione: il Dl 35/2013 ha introdotto la possibilità per il contribuente di utilizzare i


crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, nei confronti delle amministrazioni
pubbliche indicate all'articolo 1, comma 2, del Dlgs 165/2001, per somministrazioni,
forniture e appalti, per compensare le somme dovute a seguito di accertamento con
adesione, adesione all’invito al contraddittorio o al processo verbale di constatazione,
acquiescenza, definizione agevolata delle sanzioni, conciliazione giudiziale e mediazione
(modalità attuative).

Il mancato pagamento anche di una sola delle rate diverse dalla prima entro il termine di
pagamento della rata successiva comporta l’iscrizione a ruolo delle residue somme
dovute e della sanzione prevista dall’articolo 13 del decreto legislativo 471/1997,
applicata in misura doppia (60%), sul residuo importo dovuto a titolo di tributo.

L’istituto non si applica se il contribuente ha ricevuto in precedenza un processo verbale


di constatazione, che consente l’emissione di un accertamento parziale, e non lo ha
definito.

Avviso di accertamento
A partire dal 1° ottobre 2011 gli avvisi di accertamento diventano esecutivi

E’ l’atto mediante il quale l’ufficio notifica formalmente la pretesa tributaria al


contribuente a seguito di un’attività di controllo sostanziale.

L’avviso di accertamento deve essere sempre motivato, a pena di nullità, e deve indicare:

 gli imponibili accertati e le aliquote applicate


 le imposte liquidate, al lordo e al netto delle detrazioni, delle ritenute di
acconto e dei crediti d'imposta
 l’ufficio presso il quale è possibile ottenere informazioni nonché il
responsabile del procedimento
 le modalità e il termine del pagamento
 l’organo giurisdizionale al quale è possibile ricorrere.

Il contribuente che riceve un avviso di accertamento ha l’opportunità, se rinuncia a


presentare ricorso, di ottenere una riduzione delle sanzioni.

L’accettazione dei contenuti dell’atto ed il pagamento delle somme dovute,


giuridicamente definita “acquiescenza”, comporta infatti la riduzione delle sanzioni
amministrative irrogate, sempre che il contribuente:

 rinunci a impugnare l’avviso di accertamento


 rinunci a presentare istanza di accertamento con adesione
 provveda a pagare, entro il termine di proposizione del ricorso, le somme
complessivamente dovute tenendo conto delle riduzioni.

Un’altra azione che il contribuente può intraprendere dopo aver ricevuto la notifica di un
avviso di accertamento non preceduto dall'invito al contraddittorio, è la richiesta
all'ufficio dell’Agenzia delle Entrate della formulazione della proposta di accertamento
con adesione (in questo caso, a seguito del contraddittorio e della definizione della
pretesa tributaria, le sanzioni si applicano nella misura di 1/3 del minimo previsto dalla
legge).

L’esecutività degli avvisi di accertamento

A partire dal 1° ottobre 2011 gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate
diventano esecutivi (legge n. 111 del 15 luglio 2011).

L’accertamento esecutivo a cosa si applica e a cosa non si applica - ppt

Come previsto dall’art. 29 del decreto legge n. 78/2010, gli avvisi devono contenere
l’intimazione ad adempiere - entro il termine di presentazione del ricorso - all’obbligo di
pagare gli importi in essi indicati o un terzo delle maggiori imposte accertate - a titolo
provvisorio - nel caso in cui si decida di ricorrere davanti alla Commissione tributaria.

L’intimazione ad adempiere al pagamento dovrà essere contenuta anche nel connesso


provvedimento di irrogazione delle sanzioni e negli atti emessi successivamente, in tutti i
casi in cui siano rideterminati gli importi dovuti.

Gli avvisi di accertamento diventano esecutivi dopo 60 giorni dalla notifica e devono
espressamente riportare l’avvertimento che, trascorsi 30 giorni dal termine utile per il
pagamento, la riscossione delle somme richieste sarà affidata agli agenti della
riscossione.
In pratica, si concentra nell’avviso di accertamento la qualità di titolo esecutivo e si passa
dalla riscossione con emissione del ruolo e della cartella di pagamento a una procedura
che non prevede più la notifica della cartella.

Per aiutare i contribuenti a prendere familiarità con il nuovo meccanismo degli “avvisi di
accertamento esecutivi”, l’agente della riscossione, con raccomandata semplice spedita
all’indirizzo presso il quale è stato notificato l’avviso di accertamento, informa il debitore
di aver preso in carico le somme per la riscossione. L’informativa, che riguarda solo la
circostanza dell’affidamento in carico e prescinde da ogni riferimento al contenuto
sostanziale dell’atto, non sarà, naturalmente, inviata nel caso di fondato pericolo per la
riscossione.

Attenzione:

l’esecuzione forzata è comunque sospesa per legge per un periodo di 180 giorni
dall’affidamento in carico agli agenti della riscossione dell’atto, senza che sia richiesto al
contribuente alcun adempimento. La sospensione non si applica con riferimento alle
azioni cautelari (ipoteca e fermo) e conservative e ad ogni altra azione prevista dalle
norme ordinarie a tutela del creditore.

Se esiste un giustificato pericolo per il positivo esito della riscossione, trascorsi 60 giorni
dalla notifica dell’avviso di accertamento e del provvedimento di irrogazione delle
sanzioni, l’esazione delle somme in essi indicate potrà essere affidata agli agenti della
riscossione anche prima del decorso dei termini previsti nel loro ammontare integrale
comprensivo di interessi e sanzioni.

Infine, è previsto che l’agente della riscossione dovrà attivare l’espropriazione forzata - a
pena di decadenza - entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui
l’accertamento è divenuto definitivo.

Attenzione:
gli avvisi di accertamento interessati dalle nuove disposizioni sono quelli relativi ai
periodi d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007 e successivi.

Acquiescenza
Considerati i costi onerosi del ricorso, i contribuenti che ricevono avvisi di accertamento
fondati su dati e valutazioni difficilmente contrastabili, hanno l’opportunità, se rinunciano
a presentare ricorso, di ottenere una riduzione delle sanzioni.

L’accettazione dell’atto, giuridicamente definita “acquiescenza”, comporta infatti la


riduzione a 1/3 delle sanzioni amministrative irrogate, sempre che il contribuente:

 rinunci ad impugnare l’avviso di accertamento;


 rinunci a presentare istanza di accertamento con adesione;
 paghi, entro il termine di proposizione del ricorso (ordinariamente, 60 giorni dalla
notifica dell'atto) le somme complessivamente dovute tenendo conto delle
riduzioni.

Un’ulteriore riduzione delle sanzioni è prevista se l’avviso di accertamento non è stato


preceduto da “invito al contraddittorio” o da “processo verbale di constatazione”
definibile. In questo caso si può fruire della riduzione ad 1/6.

Attenzione: l’ulteriore riduzione delle sanzioni non opererà più con riferimento agli atti
definibili notificati dagli uffici dell'Agenzia delle Entrate a decorrere dal 1 gennaio 2016

Come fare i versamenti

Le somme dovute a seguito di acquiescenza si versano, in unica soluzione o in forma


rateale, presso banche, poste o agenti della riscossione, utilizzando, a seconda del tributo,
il modello F24 (i titolari di partita Iva devono usare il modello F24 telematico) o il
modello F23.

Il pagamento rateale prevede 8 rate trimestrali di pari importo oppure, se l’importo da


pagare supera 51.645,69 euro, 12 rate trimestrali sempre di pari importo.

Per le rate successive alla prima sono dovuti gli interessi legali.

Entro dieci giorni dal versamento dell’intero importo o di quello della prima rata il
contribuente deve far pervenire all’ufficio la quietanza dell’avvenuto pagamento.

Il mancato pagamento anche di una sola delle rate diverse dalla prima entro il termine di
pagamento della rata successiva comporta l’iscrizione a ruolo delle residue somme
dovute e della sanzione prevista dall’articolo 13 del decreto legislativo 471/1997,
applicata in misura doppia (60%), sul residuo importo dovuto a titolo di tributo.

Anche gli atti di contestazione con cui vengono irrogate solo sanzioni possono essere
definiti per “acquiescenza”. Il contribuente ha la possibilità di definire le sanzioni
irrogate con il pagamento, entro il termine previsto per la proposizione del ricorso, di 1/3
della sanzione indicata.

Attenzione: il Dl 35/2013 ha introdotto la possibilità per il contribuente di utilizzare i


crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, nei confronti delle amministrazioni
pubbliche indicate all'articolo 1, comma 2, del Dlgs 165/2001, per somministrazioni,
forniture e appalti, per compensare le somme dovute a seguito di accertamento con
adesione, adesione all’invito al contraddittorio o al processo verbale di constatazione,
acquiescenza, definizione agevolata delle sanzioni, conciliazione giudiziale e mediazione
(modalità attuative).

Gli atti derivanti dai controlli


Le comunicazioni di irregolarità sono emesse a seguito dell’attività di controllo sulle
dichiarazioni fiscali, sulla base dei dati dichiarati dal contribuente o, comunque, in
possesso dell’Agenzia delle entrate (c.d. controllo automatizzato o “liquidazione”). Le
stesse comunicazioni possono derivare da controlli diretti a verificare la correttezza dei
dati indicati nelle dichiarazioni e dei versamenti delle imposte, dei contributi e dei premi
dovuti attraverso un riscontro con la documentazione richiesta al contribuente oppure
incrociando i dati presenti nelle dichiarazioni presentate anche da altri soggetti o
trasmessi per legge all’Agenzia (c.d. “controllo formale”).

Se il contribuente riconosce la validità della contestazione può regolarizzare la propria


posizione mediante il pagamento, entro trenta giorni dal ricevimento della
comunicazione, di una sanzione ridotta (10% per le comunicazioni da controllo
automatizzato, 20% per quelle da controllo formale), oltre che dell’imposta oggetto della
rettifica e dei relativi interessi.

Il contribuente che ritiene non fondata la pretesa tributaria contenuta nelle comunicazioni
può rivolgersi:

 all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, fornendo gli elementi comprovanti la


correttezza dei dati dichiarati
 in caso di comunicazioni di irregolarità derivanti dal controllo automatizzato, al
Centro di assistenza multicanale (numero 848.800.444) oppure può avvalersi dei
servizi Pec (posta elettronica certificata) e Civis (utile anche per la presentazione
dei documenti in caso di controllo formale), senza la necessità di doversi recare
presso gli sportelli degli uffici.

Per ulteriori informazioni sulle comunicazione di irregolarità consultare la relativa scheda


adempimento “Comunicazioni di irregolarità”

avviso di accertamento sintetico e analitico


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accertamento parziale e accertamento integrativo - scheda

L'accertamento sintetico ed analitico dei redditi del contribuente - il procedimento per


l'avviso di accertamento mediante redditometro

Il procedimento che conduce all'emissione di un avviso di accertamento può ricostruire


analiticamente le singole fonti di redditi del contribuente determinando il reddito
complessivo attraverso la somma delle singole fonti; tale è il metodo di accertamento
analitico dei redditi. Il reddito complessivo delle persone fisiche può essere determinato
anche con metodo sintetico e, cioè, in modo presuntivo partendo dall'esame dele uscite.
Mentre l'accertamento sintetico è sempre ammesso e si fonda su fonti dirette di prova
della difformità tra il reddito dichiarato e quello accertato, l'accertamento sintetico per le
persone fisiche è ammesso solo quando il reddito accertato ecceda di almeno un quinto
quello dichiarato. In linea generale l'ufficio può sempre determinare sinteticamente il
reddito del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel periodo di
imposta.
Nell'accertamento sintetico, è onere dell'ufficio quello di indicare la sussistenza dei fatti
estrinseci dai quali è stato dedotto il reddito complessivo del contribuente; in secondo
luogo è possibile applicare il redditometro stabilito con decreto del Ministero delle
Finanze con periodicità biennale.Il redditometro individua, con riferimento a specifiche
aree territoriali omogenee ed in relazione a determinati nuclei familiari, specifici indici di
capacità contributiva che, mediante l'applicazione di appositi coefficienti, consentono la
determinazione, in via presuntiva, del reddito complessivo del contribuente.
L'accertamento con metodo sintetico del reddito del contribuente contempla una fase di
contraddittorio obbligatoria. L'ufficio deve, prima di attivare il procedimento che conduce
all'avviso di accertamento con metodo sintetico, invitare il contribuente a fornire
chiarimenti e, successivamente, invitarlo alla rettifica del reddito dichiarato mediante
accertamento con adesione.
Il contribuente può provare che le spese utilizzate dall'ufficio come fatti indice di capacità
reddituale nel periodo di imposta derivano da risparmi accantonati o da differenti fonti di
finanziamento (successioni, donazioni di familiari, risarcimenti).
Nel processo tributario, l'ufficio ha l'onere di allegare e provare i fatti dai quali ha desunto
il reddito con metodo sintetico mentre il contribuente può provare che i fatti non
sussistono o che gli stessi non sono indici del reddito così come accertato.

La tassazione dei redditi societari secondo


il principio di trasparenza
Il principio della "trasparenza" per la tassazione dei redditi delle
società di persone ed il principio della "distribuzione" per
quanto riguarda la tassazione dei redditi da partecipazione in
società di capitali.

Nel nostro sistema tributario, la tassazione dei redditi prodotti da soggetti societari (sia
dotati di personalità giuridica che non), è improntata ad un duplice principio: il principio
della "trasparenza" per la tassazione dei redditi delle società di persone, ed il principio
che chiameremo della “distribuzione” per quanto riguarda la tassazione dei redditi da
partecipazione in società di capitali.

Il principio di trasparenza per le società di persone

Il regime di responsabilità illimitata (per tutti i soci di Snc e per gli accomandatari di
Sas), le dimensioni ridotte dell'attività ed il ristretto numero dei soci che caratterizzano le
società di persone, hanno indotto ad adottare il metodo di tassazione dei redditi conseguiti
dalla società (ai fini delle imposte dirette) direttamente in capo ai soci, appunto per
trasparenza, e ciò indipendentemente dalla percezione di tali utili, ossia a prescindere
dalla effettiva distribuzione ai soci di somme a titolo di dividendo.
Stessa sorte tocca, parallelamente, alle perdite, che vengono sottratte dai redditi del socio
(con modalità d'impresa a seconda se prodotti da società in contabilità semplificata
oppure in contabilità ordinaria).

Il principio della distribuzione per le società di capitali

Le società di capitali (Srl, SpA, Sapa), come è noto, sono dotate dal punto di vista
civilistico di personalità giuridica, istituto che attribuisce loro maggiore autonomia
rispetto alle persone dei soci di quanto non sia previsto per le società di persone.

Di conseguenza, le società di capitali sono considerate ai fini fiscali dei soggetti passivi
autonomi, ed ai redditi da esse prodotti si applica un'imposta specifica, l'imposta sul
reddito delle società (IRES, già IRPEG).

In capo ai soci, la tassazione riguarda solo gli utili e le somme di analoga natura
distribuiti dalla società (ed incassati dai soci).

In pratica, i dividendi, sia derivanti da utili d'esercizio che da distribuzione di riserve non
di capitale, erogati in denaro o in natura, dalle seguenti società:

 Spa, Srl, Cooperative e società di mutua assicurazione residenti (art. 73,


1^ comma lett. a) TUIR)
 Enti commerciali pubblici e privati residenti (art. 73, 1^ comma lett. b) del
TUIR)
 Enti pubblici e privati residenti, con attività parzialmente commerciale (art.
73, 1^ comma lett. c) del TUIR)

vengono tassati in capo ai soci nell'esercizio in cui sono percepiti (principio di cassa).

I criteri di tassazione in capo ai soci variano, a seconda se socio qualificato o meno, se


residente o meno, se persona fisica e società di persone o persona giuridica, se l'erogante
sia residente o meno ecc.

Ad esempio, i dividendi incassati dal socio - società di capitali, distribuiti da società di


capitali e dalle altre società ed enti su indicati, sono tassati - come reddito del socio - solo
per il 5%.

Invece, i dividendi percepiti da residenti persone fisiche , imprenditori individuali e


società di persone, sono imponibili in capo ai soci, per il 40% del loro importo (diverso è
il regime se i dividendi sono percepiti da persone fisiche non imprenditori, e si tratti di
partecipazioni non qualificate, poiché in tal caso i dividendi sono soggetti a ritenuta alla
fonte a titolo d'imposta del 12,5% ex art. 27 del DPR 600/73). IL NUOVO REGIME DI
TRASPARENZA PER LE SOCIETÀ DI CAPITALI.
Vi sono due regimi di "trasparenza" all'interno del nuovo TUIR, delineati dagli art. 115 e
116.
Come si può intuire, vi si prevede che gli utili delle società partecipate realizzati nei
periodi d'imposta in cui ha effetto l'opzione per la "trasparenza", vengano attribuiti ai soci
indipendentemente dalla distribuzione, e pro quota secondo la rispettiva partecipazione al
capitale della società.

Analogamente, viene attribuita ai soci l'eventuale perdita fiscale conseguita dalla


partecipata negli esercizi in cui ha effetto la tassazione per trasparenza.

I principali vantaggi e svantaggi del regime di trasparenza

Essenzialmente, il nuovo regime consente ai soci di dedurre, nella misura che vedremo, la
perdita della partecipata, anche in assenza dei requisiti (partecipazione maggioritaria) per
il consolidato fiscale.

Tale possibilità, in sostanza, compensa il divieto generale di deduzione delle svalutazioni


sulle partecipazioni, introdotto con l'IRES.

Inoltre, per il socio può essere conveniente compensare le proprie perdite con il reddito
attribuito dalla partecipata, evitando così il pagamento delle imposte da un lato ed il
riporto - con le incognite in merito all'utilizzo entro 5 esercizi - delle perdite fiscali
dall'altro.

Per i soci persone fisiche - nel caso previsto dall'art. 116 del TUIR - il vantaggio della
trasparenza può consistere nell'applicazione delle aliquote IRPEF anziché dell'aliquota
IRES al reddito della società, oltre che dalla compensazione dei risultati positivi e
negativi come su già accennato.

Requisiti soggettivi e casi di esclusione

La scelta per la tassazione per trasparenza si manifesta mediante apposita opzione, che ha
generalmente validità per un triennio.

L'opzione è possibile nei seguenti casi:

 società di capitali partecipate esclusivamente da società di capitali, alle


condizioni che vedremo (art. 115 TUIR);
 srl con un numero limitato di soci persone fisiche (art. 116 TUIR).

Nel primo caso (lettera a) ) si richiede che:

 la partecipata sia una società di capitali (Spa, Srl, Coop. e Soc. di mutua
assicurazione residenti)
 i soci siano tutti appartenenti ai medesimi tipi di società di capitali
residenti; se i soci sono società non residenti, è possibile applicare il
regime di trasparenza a condizione che risulti non applicabile la ritenuta
sui dividendi , o comunque la ritenuta stessa se applicabile sia suscettibile
di integrale rimborso (ad esempio, se la società non residente possa
applicare il regime della direttiva madre-figlia);
 tutti i soci abbiano una partecipazione diretta non inferiore al 10% e non
superiore al 50% dei diritti di voto ed una partecipazione agli utili
compresa negli stessi limiti.

I requisiti suddetti devono sussistere dall'inizio del periodo d'imposta (della partecipata)
per il quale si esercita l'opzione, e devono permanere per il triennio.

L'opzione non è consentita, se la partecipata sia la consolidante fiscale di sue partecipate,


nel caso di sequestro delle azioni (il socio perde i diritti di voto), di usufrutto sulle azioni
attribuito a un terzo non socio, e di pegno sulle azioni, se il diritto agli utili e i diritti di
voto non rimangono in capo al socio (CM 49/E /2004), o se la partecipata sia soggetta a
fallimento o altre procedure concorsuali.
La causa di esclusione relativa all'emissione di strumenti finanziari ex art. 2346, ultimo
comma del CC, già prevista dall'art. 115 del TUIR, è stata eliminata dal cosiddetto
correttivo IRES, ossia il DLgs 247/2005

Infine, l'opzione è esclusa nel caso in cui i soci partecipanti fruiscano della riduzione
dell'aliquota dell'imposta sul reddito delle società (quest'ultima condizione è stata
introdotta dal correttivo IRES, con effetto dal periodo d'imposta che ha inizio dal 1
gennaio 2005).

Nel caso b), si prevede che il regime si applichi alle Srl di piccole dimensioni, alle
seguenti condizioni:

 volume d'affari inferiore a quello previsto per l'applicazione degli studi di


settore (attualmente Euro 5.164.569);
 soci persone fisiche residenti e numero dei soci non superiore a 10 (a 20
se società cooperativa); se soci non residenti, la partecipazione deve
essere attribuibile ad una stabile organizzazione in Italia;
 la società non deve possedere partecipazioni per le quali sia applicabile il
regime "PEX" (esenzione da tassazione delle plusvalenze su
partecipazioni).

Imputazione dei redditi e delle perdite, delle ritenute, degli acconti, dei crediti d'imposta e
degli oneri detraibili

L’imputazione del reddito imponibile (e della perdita fiscale) del socio avviene nel
periodo d'imposta in corso alla data di chiusura dell’esercizio della società partecipata. Vi
è una limitazione all'attribuzione delle perdite fiscali a ciascun socio: la perdita può
essere attribuita per un importo non superiore al valore del netto patrimoniale contabile
della partecipata attribuibile al socio (cioè alla quota di patrimonio netto corrispondente
alla % di partecipazione).

Le eventuali perdite della società partecipata relative ad esercizi precedenti a quello


dell’opzione (e quelle non attribuibili sulla base della regola su citata) riducono il reddito
della stessa partecipata nel periodo “di trasparenza”.

Le distribuzioni di utili e riserve costituiti in periodo precedenti mantengono il precedente


regime fiscale di tassazione in capo ai soci.

Nei periodi d'imposta successivi, gli utili già tassati per trasparenza non sono comunque
tassati in capo ai soci, anche se distribuiti successivamente al triennio di effetto del
regime di trasparenza, ed anche se nel frattempo i soci siano mutati (a condizione che i
nuovi soci rispettino le condizioni relative al tipo di società, quota di partecipazione e
cause di esclusione su indicate).

Le ritenute d’acconto della società partecipata, i crediti d’imposta e gli acconti versati si
scomputano dalle imposte dovute dai soci in base alla loro percentuale di partecipazione
agli utili.

Parimenti, gli oneri detraibili ex art. 78 TUIR (erogazioni liberali in denaro a favore di
partiti e movimenti politici) si ripartiscono tra i soci proporzionalmente alle quote.

Ulteriori obblighi connessi all'opzione per la trasparenza fiscale

Il socio è obbligato a rideterminare la quota di imponibile attribuito dalla partecipata,


rettificando i valori patrimoniali presenti nel bilancio della partecipata che abbiano dato
luogo a svalutazioni fiscalmente deducibili per il socio stesso (mediante accantonamenti
o rettifiche di valori fiscalmente indeducibili, ai sensi dell'art. 128 del TUIR)
nell'esercizio antecedente a quello dell'opzione e nei 4 precedenti.

La rettifica eventualmente rilevata - aumentando o diminuendo il reddito determinato


dalla partecipata, come risulta per effetto delle suddette rettifiche patrimoniali - va
operata fino a concorrenza delle svalutazioni dedotte dal socio, al netto delle rivalutazioni
tassate effettuate sul valore della stessa partecipazione.

Tuttavia, se l'importo delle rettifiche di valore e accantonamenti fiscalmente non


riconosciuti stanziati dalla partecipata -che hanno determinato le svalutazioni dedotte - è
inferiore all'importo delle svalutazioni dedotte, la rettifica patrimoniale va limitata
all'importo inferiore.

Infine, un effetto di cui tenere conto riguarda il costo fiscalmente riconosciuto della
partecipazione nella società trasparente: il socio deve aumentare il valore fiscale della
partecipazione per l'importo degli utili e ridurlo per l'importo delle perdite attribuiti per
trasparenza; inoltre, fino a concorrenza del maggior valore derivante da utili tassati per
trasparenza, tale valore va ridotto dell'importo degli utili distribuiti dalla partecipata e
prodotti in regime di trasparenza.

Adempimenti

L'opzione si esercita entro la chiusura dell'esercizio della partecipata, e va effettuata da


tutti i soci.
Va tenuto presente che nel primo esercizio, la partecipata è comunque obbligata a versare
gli acconti d'imposta.

Per il socio cedente, è fatto obbligo di comunicare al socio cessionario l'esistenza


dell'opzione per la trasparenza.

Approfondimenti

L'esposizione su riportata non comprende certamente tutte le sfaccettature e casi


particolari previsti dalla norma, dal DM di attuazione e dalle successive circolari
ministeriali.

Per approfondimenti si rinvia al DM 23 aprile 2004, emanato anteriormente al correttivo


IRES ossia al DLgs 247/2005 , alla relazione a tale correttivo, ed alle precedenti circolari
ministeriali n. 49/E/2005 e 10/E/2005.

Per casi particolari, è possibile formulare un quesito dal riquadro "consulenza legale e
fiscale".

Atti impugnabili ed oggetto del ricorso

Gli Atti impugnabili innanzi alle Commissioni tributarie, ormai la maggioranza della giurisprudenza
ritiene l'elenco dell'art.19 del Dlgs 546/92 non tassativo, quindi è impugnabile qualsiasi pretesa
definitiva con qualsiasi forma richiesta

Ai sensi dell’art. 19 Dlgs 546/1992 sono impugnabili innanzi alle Commissioni Tributarie i seguenti
atti:

       a) l'avviso di accertamento del tributo;

       b) l'avviso di liquidazione del tributo;

       c) il provvedimento che irroga le sanzioni;

       d) il ruolo e la cartella di pagamento;

       e) l'avviso di mora;

       e-bis) l'iscrizione di ipoteca sugli immobili di cui all'articolo 77 del decreto del Presidente della
Repubblica 29 settembre 1973,  n.  602,  e successive modificazioni;

       e-ter) il fermo di beni mobili registrati di cui all'articolo 86 del decreto del Presidente della 
Repubblica  29  settembre  1973,  n.  602,  e successive modificazioni;
       f) gli atti relativi alle operazioni catastali indicate nell'art. 2, comma 3;

       g) il rifiuto espresso  o  tacito  della  restituzione  di  tributi, sanzioni pecuniarie ed interessi o
altri accessori non dovuti;

       h) il diniego o la revoca di agevolazioni o il rigetto di domande di definizione agevolata di


rapporti tributari;

       i) ogni altro atto per il  quale  la  legge  ne  preveda  l'autonoma impugnabilità davanti alle
commissioni tributarie.

Attenzione : Si può, ricorrere al giudice tributario avverso tutti gli atti adottati dall’ente
impositore o dal concessionario  che, con l’esplicitazione delle concrete ragioni (fattuali e
giuridiche) che la sorreggono, portino comunque a conoscenza del contribuente una ben
individuata pretesa tributaria, da ciò discende che l'elenco non è tassativo, Cass.
23/07/2009, n. 17202 . La giurisdizione delle Commissioni presuppone la natura tributaria
della controversia , Corte Costituzionale. Con sentenza 313/85 del 03/12/85, ha affermato
che l'espressione avviso di accertamento non è da intendersi in senso letterale, bensì come
riferibile a qualsiasi atto, conclusivo di un procedimento o di un sub-procedimento di
accertamento, che abbia efficacia nei confronti del soggetto passivo del tributo.

Rientrano inoltre tra gli atti impugnabili l'ingiunzione  di  pagamento  che rappresenta una delle
procedure utilizzabili dagli enti  locali  per riscuotere i tributi di  loro  competenza  (si  pensi,  alla
riscossione coattiva dell'Ici per i comuni che non optano per la procedura basata sul ruolo)

L'elenco dell'art.19 non è tassativo, ma gli avvisi bonari dell'agenzia delle Entrate
non sono impugnabili, perchè contengono una pretesa non definitiva, Massima delle
Sezioni Unite: Ai fini dell'accesso alla giurisdizione tributaria debbono essere qualificati
come avvisi di accertamento o di liquidazione di un tributo tutti quegli atti con cui
l'Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita,
compiuta e non condizionata, ancorché tale comunicazione si concluda non con una
formale intimazione al pagamento sorretta dalla prospettazione in termini brevi
dell'attività esecutiva, bensì con un invito “bonario” a versare quanto dovuto. Non sono
invece immediatamente impugnabili le comunicazioni che contengano (come, ad esempio,
quelle previste dal comma 3 dell'art.36 bis del D.P.R. n. 600/1973 e dal comma 3 dell'54
Bis  del D.P.R. n. 633/1972) un “invito” a fornire “eventuali dati o elementi non
considerati o valutati erroneamente nella liquidazione dei tributi”, le quali manifestano una
volontà impositiva ancora in itinere e non formalizzata in un atto definitivo cancellabile
solo in via di autotutela o attraverso l'intervento del giudice.  Rientra nella competenza del
giudice tributario (così come delineata dall'art.7 del D.Lgs. n. 546/1992) valutare
l'illegittimità degli atti amministrativi generali (nel caso di specie relativi alla Tarsu) al
limitato fine di decidere la controversia relativa ad uno specifico rapporto tributario, e
senza poter procedere all'annullamento dell'atto generale. Cassazione a SSUU Sent. n.
16293 depositata il  24 luglio 2007
Sulle Iscrizioni Ipotecarie e i fermi amministrativi competenza solo per i imposte e tasse.

Gli orientamenti delle Commissioni Tributarie sono indirizzati sull’esclusione delle competenze in
materia di sanzioni amministrative non tributarie, che sono di competenza del giudice ordinario o del
giudice di pace, e in materia di contributi inps e inail che sono di competenza del giudice del lavoro.
Tale orientamento pero' non e' condivisibile se si tratta di contestare la procedura le Commissioni
dovrebbero comunque deliberare in tal senso la CTP di Roma.

Commissione Tributaria provinciale Genova Sezione 4 Sentenza del 30 gennaio 2007, n. 342

La Cassazione si smentisce da sola: Prima aveva stabilito che sono di competenza delle
Commissioni Tributarie le Iscrizioni ipotecarie e i fermi amministrativi indipendentemente dalla natura
del credito, poi invece per complicare la vita ai cittadini ha stabilito che se si tratta di imposte e tasse
la competenza è delle Commissioni Tributarie per contributi e multe il Tribunale. Ord. n. 3171 del 18
dicembre 2007 (dep. l'11 febbraio 2008) della Corte Cass., SS.UU.

Il Preavviso di Fermo amministrativo

Non  è  atto  impugnabile  l'atto  di  preavviso  di   fermo amministrativo che il concessionario della
riscossione notifica al  debitore moroso non essendo atto ricompresso nell'art.  19  del  D.Lgs.  n. 
546/1992 mentre lo è l'atto di fermo amministrativo: la mancata  notifica  di  questo atto rende
illegittimo il relativo procedimento che pertanto è da dichiarare nullo.  Sent. n. 399 del 31 maggio
2007 (dep. il 25 giugno 2007) della Comm. trib. prov. di Reggio Emilia, Sez.  I  -  Pres.  Nicastro, 
Rel. Crotti. Tale orientamento è superato dalle SSUU della Cassazioe che invece lo ritiene
impugnabile

L’Avviso Bonario

L’avviso Bonario non e’ un atto impugnabile, perche’ non incide sulla sfera giuridica del
contribuente, ma e’ un atto propedeutico di mero sollecito. Sent. n. 68 del 28 settembre 2005 (dep.
il 28 ottobre 2005) della Comm. trib. reg. di Perugia, Sez. VIII -Sent. n. 32 del 21 marzo 2006 (dep.
il 6 aprile 2006) della Comm. trib. reg. di Roma, Sez. XIV.

Impugnabilità solo per vizi propri

La  norma art. 19 comma 3 afferma il principio per cui ogni atto può essere impugnato solo  per 
vizi
che direttamente lo affettano: ne consegue che, la mancata proposizione del ricorso nel termine
stabilito dall'art. 21,  comma  1,  ovvero  la  mancata eccezione di vizi propri dell'atto nel ricorso
introduttivo pregiudicano la rilevazione  dei   vizi   stessi   mediante   l'impugnazione   degli   atti
successivi. Tale affermazione pero’ non e’ condivisa dal sottoscritto, in quanto l’art.7 della legge
212/2000 stabilisce espressamente che la mancata notifica dell’avviso bonario rende nulla tutta la
procedura di riscossione, e quest’ultimo costituisce unica eccezione alla norma su richiamata.

Oggetto della Giurisdizione Tributaria

L’art.2 del Dlgs 546/1992 stabilisce che:

1. Appartengono alla giurisdizione  tributaria  tutte  le  controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni
genere  e  specie  comunque  denominati , compresi quelli regionali, provinciali e comunali e il
contributo  per

il Servizio sanitario nazionale, nonché le sovrimposte e le addizionali, le sanzioni  amministrative, 


comunque  irrogate  da  uffici  finanziari,  gli interessi e ogni altro  accessorio.  Restano  escluse 
dalla  giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti  della  esecuzione forzata
tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento  e, ove previsto, dell'avviso di cui
all'articolo 50 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602,  per  le  quali 
continuano  ad applicarsi le  disposizioni  del  medesimo  decreto  del  Presidente  della
Repubblica.

    2. Appartengono altresì alla giurisdizione tributaria  le  controversie promosse   dai   singoli  
possessori   concernenti   l'intestazione,    la delimitazione, la figura, l'estensione, il classamento 
dei  terreni  e  la

ripartizione dell'estimo fra i compossessori a titolo di promiscuità di una stessa particella, nonché le
controversie concernenti  la  consistenza,  il classamento delle singole unità immobiliari urbane e 
l'attribuzione  della rendita catastale. Appartengono  alla  giurisdizione  tributaria  anche  le
controversie relative alla debenza del canone per l'occupazione di spazi ed aree  pubbliche 
previsto  dall'articolo  63  del  decreto  legislativo  15 dicembre 1997, n. 446, e successive
modificazioni,  e  del  canone  per  lo scarico e la depurazione delle  acque  reflue  e  per  lo 
smaltimento  dei rifiuti urbani, nonché le controversie  attinenti  l'imposta  o  il  canone comunale
sulla pubblicità e il diritto sulle pubbliche affissioni .

    3. Il giudice tributario risolve in via incidentale ogni  questione  da cui dipende  la  decisione 
delle  controversie  rientranti  nella  propria giurisdizione, fatta eccezione per le questioni in
materia  di  querela  di falso e sullo stato o la capacità delle persone, diversa dalla capacità  di
stare in giudizio.

LE ENTRATE TRIBUTARIE

Si definisce tributaria l’entrata caratterizzata dalla coattività della prestazione. Tale coattività
costituisce l’elemento essenziale ed incontestabile per l’individuazione del tributo e per la sua
differenziazione dalle altre entrate. Sono pertanto tributi le imposte, le tasse, i monopoli fiscali ed i
c.d. “contributi”.

La Tassa

La tassa e' un prelievo che si configura come un corrispettivo all'ente per una per una
controprestazione che quest’ultimo effettua per il soggetto stesso e su sua richiesta, ad esempio la
tassa smaltimento rifiuti, pago per avere il servizio. La tassa non e' agganciata al principio della
capacità contributiva.

L'imposta

l'imposta e' un prelievo coattivo, il cittadino deve corrisponderla indipendentemente dalal ricezione
di una controprestazione in servizi. la prestazione coattiva di carattere pecuniario dovuta dal
soggetto passivo, senza alcuna correlazione con una attività dell’ente pubblico, tantomeno a favore
del soggetto stesso, il quale deve adempiere la prestazione allorché si trovi in un dato rapporto ex
lege con il presupposto di fatto legislativamente stabilito.Presupposto di fatto dell’imposta, in
ossequio dell’art. 53 Costituzione, è l’esistenza di una situazione rilevatrice di capacità contributiva.
Le imposte possono essere dirette, che colpiscono la ricchezza al momento in cui viene prodotta e
indirette, che colpiscono la ricchezza nel momento in cui viene spesa.Altra classificazione delle
imposte è quella che distingue le imposte reali da quelle personali: le prime, dette anche oggettive,
prendono in esame il solo evento e non anche il soggetto d’imposta; le seconde prendono invece
in esame la persona e la sua effettiva capacità contributiva.Le imposte infine possono in base alle
modalità di calcolo si possono essere proporzionali (l’imposta aumenta in misura proporzionale
rispetto all’aumento dell’imponibile), progressive (se l’imposta aumenta in misura più che
proporzionale rispetto all’imponibile) e regressive (qualora invece aumentino meno che
proporzionalmente rispetto all’imponibile)

I contributi

Il contributo può essere definito come quell’entrata tributaria che l’ente pubblico impo-sitore
realizza sotto forma di prelievo coattivo di ricchezza a carico di determinati soggetti, per il fatto che
costoro traggono vantaggio da determinati servizi pubblici, anche senza che essi li abbiano
richiesti. ad esempio i contributi per la pensione.

Il monopolio fiscale

Il monopolio fiscale è un istituto giuridico mediante il quale lo Stato si riserva la produzione e/o la
vendita di determinati beni o servizi al fine di assicurare all’erario il conseguimento di entrate
derivanti dall’esercizio di suddette attività. Monopoli fiscali sono attualmente in Italia quelli relativi
alla lavorazione di pro-dotti a base di tabacco, il gioco del lotto, le lotterie, estrazione e produzione
di sale.

I principi costituzionali del diritto tributario:


a) la riserva di legge (art. 23); “nessuna prestazione personale o patrimoniale può esse-re imposta
se non in base alla legge”. Trattasi di riserva di legge relativa: ciò signi-fica che la legge disciplina
gli aspetti essenziali (a. presupposto, b. soggetti, c. aliquote, d. base imponibile), mentre la
disciplina di grado inferiore servirà ad integrare e a curare gli aspetti più particolarmente tecnici.
Può anche accadere che il legislatore preveda dei limiti massimi e minimi (c.d. forchette) per la de-
terminazione delle aliquote, mentre i provvedimenti ministeriali le stabiliranno più nello specifico. La
riserva di legge ha precisi fini garantistici: è il Parlamen-to che ha il potere di imporre un tributo e
non il Governo, quindi i rappresen-tanti del cittadino, da lui democraticamente scelti; b) la capacità
contributiva (art. 53), secondo il quale ogni soggetto è tenuto all’adempimento della prestazione in
ragione della sua capacità contributiva. Possono costituire oggetto di tassazione solo quei fatti
economicamente valu-tabili quali ad esempio un incremento patrimoniale, un investimento
ecc.                                                                                                       c) l’universalità dell’imposta
(art. 53), per il quale “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro
capacità contributiva”;                                                                         d) l’uguaglianza (relativa)
dell’onere tributario (art. 3), secondo il quale l’onere fiscale deve essere suddiviso fra tutti i soggetti
d’imposta in proporzione della propria capacità
contributiva;                                                                                                                                          
                                                                                                                          e) la progressività del
sistema tributario (art. 53), principio programmatico, at-tuabile in concreto mediante varie forme
(progressività per detrazione, per classi, per scaglioni, progressività
continua);                                                                                                                                              
                                                                                                                           f) l’inabrogabilità
delle norme tributarie a mezzo referendum (art.
75)                                                                                                                                                        
                        g) l’impossibilità di introdurre nuovi tributi con la legge di approvazione del bilancio
(art. 81);

I Diritti del Contribuente, la Legge 212/2000 (cosi' detto statuto del contribuente)

La legge 212/2000 e' stata definita la carta costituzionale dei diritti del contribuente, ma purtroppo
viene continuamente calpestata e violata sia dal legislatore sia dalla stessa agenzia delle entrate,
sono passati parecchi anni dalla sua promulgazione, ma purtroppo la sua piena attuazione e' lungi
da essere attuata. Esempi classici, sono le continue proroghe dei termini per gli accertamenti, dove
la legge 212/2000 non lo consente,  l'omessa notifica dell'avviso bonario rende nulli gli atti
successivi, altra norma affatto rispettata dagli stessi giudici tributari. Per ulteriori approfondimenti si
veda lo statuto del contribuente.

Il domicilio fiscale

La nozione tributaria di “domicilio” risulta, per le persone fisiche, più ampia di quella data dall’art.
43 c.c., avvicinandosi piuttosto al concetto di residenza. Normalmente in domicilio fiscale viene ad
essere identificato con il Comune nella cui anagrafe i cittadini sono iscritti. La P.A. può tuttavia
stabilire il domicilio fiscale di un soggetto nel luogo in cui questi svolge l’attività prevalente o ha la
sede amministrativa. A loro volta i contribuenti possono richiedere il cambio del domicilio fiscale, se
ricorrono particolari circostanze. Per i cittadini residenti all’estero vale quale domi-cilio fiscale il
comune nel quale si è prodotto il reddito o, se il reddito è prodotto in più comuni, il comune in cui si
è prodotto il reddito più elevato. I cittadini italiani residenti all’estero in forza di un rapporto di
servizio con la pubblica amministra-zione, nonché i cittadini italiani cancellati dall’anagrafe ed
emigrati in stati aventi un regime fiscale privilegiato hanno, invece, il domicilio fiscale nel comune di
ul-tima residenza nello Stato. Per gli stranieri, il domicilio fiscale è dato dal comune in cui risiedono
o dimorano da almeno un anno. Per gli enti collettivi, il domicilio fiscale è fissato nel luogo in cui è
ubicata la sede legale.

La dichiarazione

Nel nostro ordinamento le imposte sui redditi vengono pagate con il sistema della denuncia
verificata. L’art. 1 del DPR 600/73 dispone infatti che ogni soggetto passi-vo deve dichiarare
annualmente i redditi posseduti anche se da essi non ne consegue un debito d’imposta. I soggetti
obbligati alla tenuta di scritture contabili, poi, debbono presentare la dichiarazione anche in
mancanza di reddito. La dichiarazione si configura come una dichiarazione di scienza (in passato
era con-siderata come una confessione stragiudiziale, con tutte le conseguenze immaginabili), con
la quale il contribuente rende edotta l’Amministrazione finanziaria circa la determinazione della
base imponibile, il suo ammontare nonché la relativa im-posta da versare. La Dichiarazione deve
essere presentata da tutte le persone che l‘anno precedente hanno avuto redditi (dagli imprenditori
e dagli esercenti arti e professioni deve es-sere presentata, come detto, anche se non hanno
percepito alcun reddito) su mo-delli predisposti annualmente dall’Agenzia delle Entrate. I modelli
variano a se-conda che si tratti della dichiarazione di persone fisiche, società di persone o di
capitali.

La dichiarazione delle persone fisiche

Per le persone fisiche il modello da utilizzare può essere UNICO Persone Fisiche (il modello
ordinario di dichiarazione che comprende, oltre alla dichiarazione dei redditi, la dichiarazione
annuale dei contribuenti Iva, la dichiarazione Irap e, facoltativamente, anche il modello 770
ordinario dei sostituti d’imposta) oppure – se il dichiarante è un lavoratore dipendente o un
pensionato – il modello 730. Quest’ultimo è un modello semplificato di dichiarazione che i lavoratori
dipen-denti, i collaboratori coordinati e continuativi e i pensionati possono consegnare al proprio
datore di lavoro o ente pensionistico oppure ad uno degli appositi Centri di assistenza fiscale (Caf)
costituiti dalle associazioni sindacali o dai datori di lavoro. Ai Caf  che possono anche, dietro
compenso, compilare la dichiarazione - de-ve essere presentata tutta la documentazione
necessaria. Quest’obbligo sussiste anche se al Caf viene presentata la dichiarazione già
compilata. Utilizzare il mo-dello 730 presenta notevoli vantaggi: - è più facile da compilare e non
richiede di eseguire calcoli; il contribuente non deve neanche preoccuparsi di far pervenire la
dichiarazione all’amministrazione finanziaria. A tutto questo pensano il datore di lavoro o l’ente
pensionistico oppure il Caf a cui il contribuente si è rivolto; - il contribuente ottiene il rimborso
dell’imposta eventualmente trattenuta in più, direttamente nella busta paga o nella rata di pensione
del mese di luglio (per i pensionati che percepiscono la pensione in rate bimestrali il rimborso è
effettuato a partire dal mese di agosto o di settembre). In caso debba invece pagare delle somme,
queste verranno trattenute direttamente dallo stipendio o dalla pensione. Se lo stipendio o la
pensione sono insufficienti per il pagamen-to, la parte residua, maggiorata degli interessi mensili,
verrà trattenuta dalle competenze dei mesi successivi. Il contribuente può anche chiedere
(riempien-do una apposita casella della dichiarazione) di rateizzare le trattenute in più mesi,
pagando l’interesse dello 0,5% mensile. Non possono utilizzare il 730 (e devono presentare la
dichiarazione col modello UNICO) coloro che possiedono redditi di impresa e redditi derivanti
dall’esercizio di arti o professioni, i dipendenti da datori di lavoro che non sono obbligati ad
effettuare le ritenute (ad es. lavoratori domestici) e coloro che presentano la dichiarazione per
conto di contribuenti deceduti.

La dichiarazione delle società di persone

Le società di persone devono presentare la dichiarazione, agli effetti dell’IRAP da esse dovuta e
agli effetti dell’IRPEF o dell’IRES dovuta dai soci, nei termini fissati per la dichiarazione delle
persone fisiche. La dichiarazione è unica e deve contene-re l’indicazione degli elementi attivi e
passivi necessari alla determinazione degli imponibili.

La dichiarazione delle persone giuridiche

 Anche i soggetti IRES, dal 1999, debbono presentare la dichiarazione unica. Solo i contribuenti il
cui periodo di imposta non corrisponde con l’anno solare o che de-vono presentare solo una delle
dichiarazioni che confluiscono nella dichiarazione unica, devono continuare a presentare il modello
760. La dichiarazione dei soggetti IRES, oltre a tutti gli elementi necessari alla determi-nazione
degli imponibili, devono fornire i dati per l’individuazione del contri-buente e di almeno un
rappresentante.

La dichiarazione dei sostituti d’imposta

La dichiarazione dei sostituti d’imposta persone fisiche, confluisce nella cd. di-chiarazione
unificata, che consente di assolvere contemporaneamente anche gli obblighi dichiarativi relativi alle
imposte sui redditi, all’IVA e all’IRAP. La dichia-razione dei sostituti d’imposta è valevole anche ai
fini dei contributi dovuti all’INPS e dei premi dovuti all’INAIL. I soggetti tenuti ad operare le ritenute
alla fonte devono rilasciare un certificato at-testante l’ammontare complessivo delle somme e dei
valore corrisposti con l’indicazione dell’ammontare delle ritenute operate e delle detrazioni di
imposta effettuate.

La tassazione degli utili nel sistema tributario italiano e il principio del divieto della doppia
imposizione

I dividendi sono una fattispecie reddituale passibile di subire una doppia imposizione, posto che
costituiscono presupposto imponibile: prima  in capo alla società all’atto della formazione; poi in
capo al socio all’atto della distribuzione. Per evitare l’insorgenza della predetta doppia imposizione
il nostro sistema impositivo ante riforma riconosceva ai soci un credito di imposta 9/16 in misura
pari alle imposte già pagate dalla società. In un secondo momento fu aumentata l'irpeg, ora ires,
ma non fu adeguato il credito d'imposta realizzando una violazione del divieto di doppia
imposizione e un'imposta occulta del 1%. La riforma ha introdotto nuovi meccanismi aventi come
finalità l’eliminazione, o quanto meno il contenimento, dei fenomeni di doppia imposizione sui
dividendi. Questi meccanismi sono: 1. la generalizzazione del “metodo dell’esenzione” in base al
quale i redditi della società sono tassati solo in capo alla società ed esentati in capo ai soci; 2.
l’introduzione per le società di capitali del “metodo della trasparenza” in base al quale i redditi della
società sono tassati sia in capo alla società che in capo ai soci, ma con riconoscimento a questi
ultimi di un credito d’imposta in misura pari alle imposte già pagate dalla società; 3. l’introduzione
del consolidato fiscale. Il contenimento della doppia imposizione è peraltro soltanto parziale.
Questo per-ché: 􀀹 la generalizzazione del “metodo dell’esenzione”, ancorché applicabile alla ge-
neralità delle distribuzioni dei dividendi, prevede comunque soglie di non im-ponibilità solo parziali,
oltre che differenziate in funzione delle qualità sogget-tive del percipiente (ambito oggettivo di
applicazione limitato);  gli istituti della trasparenza fiscale e del consolidato fiscale, pur idonei a
conseguire l’obiettivo della perfetta neutralizzazione della doppia imposizione sul dividendo,
risultano utilizzabili non per la generalità dei dividendi, bensì sol-tanto in presenza di specifici
requisiti soggettivi ed oggettivi (ambito soggetti-vo di applicazione limitato). Il “metodo
dell’esenzione” trova applicazione in qualsiasi contesto distributivo, con la sola eccezione delle
distribuzioni a “percipienti soggetti Ire non imprendito-ri” di dividendi derivanti da partecipazioni non
qualificate (per le quali viene pre-vista l’integrale imponibilità, ma con aliquota secca del 12,5%). Le
soglie di qualifi-cazione previste attualmente sono: 1. per le società non quotate: a) percentuale dei
diritti di voto esercitabili in as-semblea ordinaria > 20%; b) percentuale di partecipazione al capitale
> 25%. 2. per le società quotate: a) percentuale dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria
> 2%; b) percentuale di partecipazione al capitale >5%. Il metodo dell’esenzione previsto dalla
riforma è tuttavia un metodo “attenuato”, nel senso che la non imponibilità dei dividendi in capo al
socio all’atto della distri-buzione viene prevista solo in misura parziale. In particolare, viene operata
una distinzione tra: 􀀹 dividendi percepiti da soggetti passivi Ires; 45  dividendi percepiti da soggetti
passivi Ire nell’ambito di esercizio di attività d’impresa; 􀀹 dividendi percepiti da soggetti passivi Ire al
di fuori dell’esercizio di attività d’impresa; Vale la pena sottolineare che il nuovo criterio generale di
tassazione dei dividendi prevede differenti trattamenti fiscali solo in funzione della destinazione del
divi-dendo (ossia in funzione delle qualità soggettive del percipiente), mentre a nulla rileva la
provenienza del dividendo (ossia se si tratta di dividendo di fonte italiana o di fonte estera). In
questo modo è stata infatti attuata una parificazione di trat-tamento fiscale tra dividendi “infra
nazionali” e dividendi “sovra nazionali”.Questo nuovo sistema a mio parere viola il dettato
costituzionale in particolare il principio della progressività dell'imposta e la parità di trattamento,
creando disparità tra chi e' socio di società di capitali  e chi e' ditta individuale o socio di società di
persone. Per ulteriori approfondimento si veda: distribuzione degli utili societari .

CLASSIFICAZIONE DEI TRIBUTI


Nella nozione di tributo rientrano tre distinte ipotesi:
1) Imposta
2) Tassa
3) Contributo
Pertanto, si può dire che il tributo è il genus mentre l’imposta, la tassa
e il contributo sono le species.
L’imposta, la tassa e il contributo sono sempre tributi pertanto
rispondono alla definizione generale di tributo ma al loro interno
hanno delle specificazioni che li differenziano.

IMPOSTA
All'interno della classificazione dei tributi il più importante è l'imposta.
L' importanza della gerarchia in diritto tributario è data dal gettito,
infatti, dalle imposte lo Stato ricava il 98% del suo gettito.
L'imposta è un prelievo coattivo di ricchezza destinato al
soddisfacimento di bisogni pubblici indivisibili e deve essere
rapportato alla capacità contributiva.
Rispetto alla definizione generale abbiamo solo specificato a quale
tipo di bisogno pubblico è destinata l’imposta (esempi sono l'irpef e
l'Iva).

TASSA
La tassa è un prelievo coattivo di ricchezza destinato a
soddisfacimento di bisogni pubblici divisibili prestati su domanda.
La domanda è dunque un elemento essenziale e identificativo della
tassa.
L'obbligazione tributaria scatta solo dopo che si è presentata la
domanda per cui l'obbligatorietà della tassa nasce solo dopo che è
scattata la richiesta del servizio.

CONTRIBUTO
Il contributo è un prelievo coattivo di ricchezza destinato al
soddisfacimento di bisogni pubblici divisibili riguardanti determinate
categorie di soggetti (e non l'intera collettività) e il gettito di esso
dovrebbe essere ad esclusivo vantaggio di quelle stesse categorie.
In altri termini il gettito dai contributi dovrebbe essere destinato alla
stessa categoria che li versa.
Esempio: gli avvocati pagano dei contributi previdenziali che servono
non per l'intera collettività ma dovrebbero servire per pagare le
pensioni degli avvocati in pensione. In realtà lo Stato ha più volte
utilizzato il gettito proveniente da questi contributi destinandolo ad
altri bisogni pubblici per cui le casse degli enti previdenziali si sono
depauperate delle proprie ricchezze.
La differenza tra contributo e tassa risiede nel fatto che il contributo
non richiede la domanda del servizio da parte del soggetto.