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THE
UNIVERSITY
OE CHICACO
LIBRARY
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MINTIRI DI NAPOLI
STUDI STORICO-SOCIALI
DI

FRANCESCO MASTRIANI

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VOLUMIE PRIMIO

NAPOLI
STABILIMENTO TIPOGRAFICO DEL COMMEND. G. NOBILE
Vicoletto Salata a' Ventaglieri, 14
1869
PQ 7g
, p/ / // 3
/ 347
V, /

La presente opera è sotto la tutela delle leggi vigenti su la proprietà letteraria.


L'Editore si varrà de' suoi dritti contro i contraffattori.

i
SITY
O C /
LIERARY
Et omnes qui pie volunt vivere in Christo
Jesu, persecutionem patientur.
Lettera 2.a di S. PAOLO a' Corintii.

Justi autem in perpetuum vivent, et apud


Dominum est merces eorum.
SAP. Š.

La Charité ne voit que les vertus de nos frères.


CROISET.

Scorn the proud man that is ashamed to weep.


YOUNG.
PREFAZIONE

RAN tempo innanzi di scrivere i Vermi, i Figli


del lusso e le Ombre, avevo divisato di pormi
alla presente opera; ma non poche ragioni mi
S dissuasero allora di mettervi mano: primamente,
lo stato politico del paese. Si potea pubblicare un

9 soie della censura borbonica? Pur, mi ricorda che


* una o due dispense d'un'opera che portava questo
titolo vennero fuora in Napoli nell'anno 1847 od in
queste circostanze di tempo. Erane autore il signor de
* Sterlich, scrittore di bella fama tra noi. L'opera, non
sappiamo per quali ragioni, non andò innanzi. Fu soppressione
consigliata o comandata dalle sfere governative? fu sgomento
dell'autore per le infinite rastiature a cui la revisione poliziesca
o si bene della Pubblica Istruzione il costringeva? fu svoglia
tezza degli animi commossi in quel tempo dalle mille speranze
di migliorie politiche che balenavano dal Vaticano e dalle Cala
brie? fu mancanza dell'editore a' patti stabiliti? Comunque fosse,
l'opera del signor de Sterlich non fu che un aborto: le poche
dispense andarono sommerse nella valanga di opuscoli e di gior
nali che poco di poi inondò Napoli e l'Italia tutta.
Ho detto che lo stato politico del paese fu una delle ragioni
principali per cui ristetti dallo imprendere a scrivere l'opera che
oggi do in luce. Un'altra ragione anche possente mi ritrasse
allora. Erano recentemente venuti a luce i Misteri di Parigi
del SUE, opera che avea cattivato le simpatie di tutta Europa,
VIII PREFAZIONE

e che in piccolo spazio di tempo ebbe l'onore di numerose ri


stampe e traduzioni. La smania d'imitare le cose francesi, funesta
debolezza in Europa tutta e massime in Italia, fe' piovere Misteri
da tutte le parti. Ogni paesello, ogni borgata ebbe un EUGENIo
SUE, tanto che i Misteri vennero in parodia; giacchè ci sono gli
speculatori nelle lettere siccome nel commercio, e sono quelli
appunto che sacrificano alla loro cupidigia il gusto, la morale
pubblica e la riputazione degli autori.
Nella stessa Francia ci furono, dopo i Misteri di EUGENIo SUE,
i Veri Misteri di Parigi di VIDoco, quelli di Londra, di Vienna,
di Berlino, ec., scritti da penne francesi: insomma, la maggior
parte de'romanzieri si dettero a scavare nellefogne della società
per mettere in evidenza tutto ciò che ne'diversi centri di civili
popolazioni è di più laido e nefando. -

Tra tutta questa colluvie di Misteri non si parlò per qualche


tempo che solo de'Misteri di Parigi del SUE e un po' di quelli
di Londra del FEVAL; e dico per qualche tempo, giacchè di poi
furono appena ricordati sotto qualche forma drammatica in cui
vennero più o meno trasformati. Parea che un simile genere di
novellare fosse stato al tutto discacciato da un gusto più severo
che in Francia e in Italia presedè alle opere d'immaginazione.
Poco appresso il 1860, il risorgimento italiano risuscitò un titolo
che sembrava dormire sotto li sbadigli d'una generazione asso
pita dalla cessata tirannide. Verso il 1861 vennero a luce certi
Misteri di Roma d'ignoto autore, a'quali vedemmo poco più in
là succedere certi altri Misteri di Napoli per l'avvocato L. I.
L'autore dovè forse cedere alle istanze degli editori per isce
gliere questo titolo, che era ormai divenuto di cattivo gusto,
inteso forse a cattivare l'attenzione del pubblico napolitano,
avido di scoprire le magagne del caduto governo; ma nel libro
in parola non si trattava d'altro che delle avventure (vere o fat
tizie non saprei) di due onesti giovani napolitani, di cui l'uno
ricco per quanto buono, per frode commessa da un malvagio,
muore innocentemente nell'ospedale del bagno di Procida; e
l'altro, nato povero, colpito benanche da immeritate sciagure e
traversie, e fatto segno eziandio alle persecuzioni della polizia
PREFAZIONE IX

napolitana, giunge finalmente, dopo la rivoluzione del 1860, a


godere d'una modesta agiatezza. Siccome ognun vede, la storia
rispettiva di questi due giovani, comunque intramezzata da im
portanti episodi pe'quali si mettevano a luce talune profonde
piaghe della nostra società, non era tale da coprire la vastità del
titolo, che prometteva una cognizione speciale di tutto il lato
direm tenebroso della società napolitana, delle virtù e de'vizi di
tutta una popolazione rinomata pel suo carattere entusiasta e ge
neroso, e insomma delle segrete cause di molti mali che ci hanno
afflitto e ci affliggono ancora. Un'opera somigliante non era da
contenere in un volumetto di 200 pagine; e nè due modeste
iniziali messe in fronte al libro poteano dare al lettore una gua
rentigia ed un'arra del merito di un'opera, il cui titolo facea
supporre che l'autore si elevasse a smascherare le turpitudini
o le virtù di tutto un popolo (1).
Abborrente per principio e per gusto da tutte le grette imita
zioni e segnatamente dalle novità che ci vengono da'nostri vicini
di oltralpe, tenni fermo, per non breve spazio di tempo, a non
volere apporre il titolo di Misteri di Napoli a nessuna delle
mie opere, alle quali pur si sarebbe potuto appiccare un tal ti
tolo, se si guardi al concetto che il più de'lettori si son fatto di
un libro che porti in fronte la stuzzicante parola di Misteri.
Seppi, in fatti, che in una città d'Italia, uno di que'librai, che
s'impipano la riputazione degli autori, aveva annunziato al pub
blico, con lettere stragrandi su enormi cartelloni, la mia opera
I Vermi sotto il titolo di Misteri di Napoli, sendogli forse
paruto che un tal titolo, più sonoro e più aperiente l'appetito dei
lettori, dovesse fargli incassare un maggior numero di quattrini.
Per queste ragioni e per altre moltissime, cui per brevità non
accenno, comunque da lunga pezza io vagheggiassi nella mia
mente questi Misteri di Napoli, non mi sapevo deliberare
a darci una forma, una vita e, sopra tutto, un titolo. Datomi
per naturale propensione e per gusto alla sintesi psicologica
delle diverse classi che compongono il civile consorzio, volli at
(1) Vedi il mio articolo bibliografico inserito nell'appendice del Giornale
di Napoli del 3 Gennajo 1862.
X PREFAZIONE

tentamente studiare da vicino quella gran sezione degli abitanti


d'un vasto centro di popolazione, i quali dànno il maggior con
tingente agli sgabelli infami delle Corti di Assisie; scrissi i Vermi;
e quindi i Figli del lusso, farfalle sociali che nascondono sotto
le loro ali screziate il bruco schifoso; e poco di poi scrissi le Om
bre, in cui, svolgendo la vita dell'Operaia nella sua triplice elegia
di Orfana, Moglie e Madre, toccai di quella ENoRME INGIUSTIZIA
socIALE qual'è il Lavoro donnesco.
La benigna accoglienza fatta da' miei concittadini a questi
miei lavori e la rapida diffusione di essi mi animava a impren
dere novelli studi su la società in generale e su la nostra Napoli
in particolare, dalla quale non mi allontanai giammai insino a
questo tempo della mia vita. -

Non pochi tra i miei lettori che mi hanno seguito paziente


mente nella mia carriera di romanziero hannomi addebitato di
essermi da poco in qua discostato dal genere de' miei primi ro
manzi. Non ispetta a me giudicare se una tale asserzione sia
vera. Confesso che eglino non s'ingannano del tutto; ma lo
scrittore non dee forse camminare col suo tempo? Alcuni altri,
troppo ombrosi, non seppero perdonare all'autore della Cieca
di Sorrento e del Mio Cadavere le scene troppo nude de'Vermi
e delle Ombre: i cattivi preti, co''quali io non sono di tènere
visceri, gridarono allo scandalo, alla immoralità. In pari tempo,
mi pioveano da ogni parte d'Italia lettere di congratulamento per
la franchezza ond'io smascherava il vizio, l'ipocrisia, la corrut
tela, e mi studiavo di sbarbicare dannosi e funesti pregiudizi
dalle caliginose menti del nostro volgo.
« Ma le vostre recenti opere non sono da porre tra le mani
di tutti, e tanto meno delle donzelle» – è questo l'appunto che
mi vien fatto da' più. Non entro a discutere questo appunto. Non
nego che qualcuna delle mie recenti opere non è scritta per gio
vanetti e per donzelle. La natura del subbietto da me trattato
era tale che costringevami a scendere in alcuni particolari non
iscevri di pericoli per la viva immaginazione della giovane età.
Di ciò mi affrettai, nella prefazione, di fare accorti i padri di
famiglia e quelli che sono preposti alla educazione de giovanetti.
PREFAZIONE XI

La clinica morale, al pari della clinica fisica, allontana dal letto


degl'infermi i casti occhi della giovanetta e dello adolescente.
Ma io non intendo elevarmi a giudice delle cose mie. Gratis
simo a que' gentili che m'incuorano a proseguire nella spinosa
via in cui mi son messo, senz'altra ambizione che quella di re
care una pietra all'edificio della nostra civiltà; forte nella co
scienza di chi adopera le sue facoltà al bene de' suoi simili;
perseverante e infatigabile nel mio cammino, ad onta delle innu
merevoli spine a cui mi avvengo, non resterò, insin che lena mi
avanzi, di spendere il mio povero ingegno a rialzare quegli eterni
principi di giustizia, di morale e di civiltà, senza i quali non
può essere nè vera prosperità, nè vera libertà, nè vero progresso.
Ora, mi si conceda di dire qualche cosa intorno allo scopo
che mi prefissi in questo mio nuovo lavoro, affinchè i più scru
polosi non si adombrino del titolo dell'opera e non temano di
porre questo libro nelle mani anche di donne e di giovanetti.
Egli è fuori di dubbio che un libro , il quale verrà dalla
maggior parte de'lettori considerato come un romanzo, e che
porta in fronte il titolo prosuntuosetto di Misteri di Napoli,
debba far nascere il sospetto che ci sia entro roba da scandalo,
storie di delitti, scene da raccapricciare, ascose turpitudini strom
bazzate a'quattro venti e qui e colà qualche dramma di vitupe
revoli amori. Certo, è questo il concetto che i più si formeranno
d'un libro di questa fatta; e non mancherà chi il condanni e il
ponga all'indice innanzi che vegga la luce. E veramente, dove
si guardi agli esempi di altre così fatte opere, non si può disco
noscere che i più hanno ragione di pensarla a tal modo. Ma,
dove io avessi ripescato nel fango della nostra società, non avrei
fatto altro che ripetere, sotto altra forma, le brutture da me
descritte ne'Vermi e nelle Ombre: il mio libro non sarebbe stato
che una pallida imitazione d'una mia stessa opera o di altre di
simile stampo.
Ho voluto seguire un cammino affatto opposto. A fare piena
mente intendere il mio concetto, è d'uopo che io tocchi breve
mente di alcuni speciali caratteri de'tempi nostri e di noi altri
meridionali in particolare.
XII PREFAZIONE

Noi manchiamo di convinzioni e di principi: è questo il più


spiccato carattere della presente generazione. Tutto assorti negli
interessi materiali, noi sfuggiamo di occuparci di noi stessi; e
fine supremo dellavita pognamo il godimento materiale dell'oggi.
E, gittati al di fuori di questi materiali interessi, noi non ab
biamo nessuna fede, senza essere perfettamente increduli; non
abbiamo nessun saldo convincimento, e sia pure un errore, un
paradosso. Diciamo di credere alla esistenza di Dio; ma la nostra
adorazione è tutta pel vitello d'oro. Non siamo atei, non siamo
scettici, non siamo credenti, non siamo niente. In quanto alla
immortalità dell'anima, a' futuri destini dell'uomo, tutto ciò non
ci riguarda; il to be or not to be (essere o non essere) ci è del
tutto indifferente. Non osiamo apertamente dire che la fede
nell'altra vita è una mera fandonia; ma ce ne ridiamo sotto i baffi.
Da questa mancanza di convinzioni di ogni sorta derivano le
più strane e curiose contraddizioni che si osservano a' di nostri.
Noi confondiamo la libertà di coscienza collo assoluto indifferen
tismo su qualsivoglia credenza religiosa; vogliamo l'indipendenza
e la libertà, e non apprezziamo che ciò che è francese, inglese
o giapponese, e non sappiamo perdonare al nostro vicino di
avere una opinione contraria alla nostra; vogliamo l'eguaglianza
civile, e non ci vergogniamo di farci dare l'eccellenza da' nostri
servi; gridiamo al mal governo, e non ci vogliamo prendere
l'incomodo di andare a porre una scheda nell'urna; predichiamo
filantropia, e diamo croci e premi a chi inventa modo novello di
distruzione più pronta e più sicura, mentre lasciamo crepar di
fame la virtù e l'ingegno; diciamo di essere uomini positivi,
e paghiamo dieci mila lire al mese a qualche saltatrice più o
meno in grido; facciamo arrestare i ladruncoli di fazzoletti, e
lasciamo andare a' seggi governativi quelli che rubano i milioni;
vogliamo più o meno l'emancipazione della donna, e per poco
non diamo la berlina a una povera signora che cammini sola per
le strade; ci crediamo uomini, e non siamo che scimmie.
Questa mancanza di principi e di convinzioni fa sì che noi
manchiamo eziandio di fermezza ne'nostri propositi, di dignità
personale e di rispetto di noi stessi. Sempre servilmente osse
PREFAZIONE XIII

quenti al potere ed alla forza, ci contentiamo di sparlarne in


segreto, balestrando un'occhiata paurosa all'intorno per tema
di essere intesi; non dissimili in questo da'valletti che seggono
oziosi nelle anticamere de'loro padroni e che si disfogano a ma–
ledirli, salvo a correre a baciar loro le mani non sì tosto li veg
gano apparire in su la soglia.
Dall'un canto, le classi intelligenti, educate, ed anco istrutte
son magagnate dal tarlo della società presente che con novello
vocabolo si è domandato affarismo, tarlo micidiale dell'anima,
roditore di ogni nobile aspirazione morale, lento ma efficace di
struttore di ogni principio di equità, di umana fratellanza e della
divina voce della carità.
Da un altro canto, una sterminata classe di scioperati, che
abborrono la fatica, e che per vivere o per alimentare i loro
vizi debbono risolvere ogni giorno l'arduo problema di carpire
una polizzetta da cinque lire dalla tasca de'loro amatissimi fra
telli in Adamo, senza pertanto sfregarsi colle autorità di Pub
blica Sicurezza. -

I governi civili che schiudono carceri e all'uopo innalzano


patiboli per colpire i reati contro la proprietà e la vita non hanno
saputo ancora trovare un PREMIo ALLA VIRTU'. Le polizie che fru
gano ne' covi del delitto per isnidare un delinquente e mandarlo
alle forche od agli ergastoli non si dànno il minimo fastidio di
porsi alla ricerca delle OscURE vITTIME DEL PRoPRIo DovERE, della
virtù in lotta perpetua colla miseria, delle sublimi annegazioni
che non hanno altra testimonianza che Dio.
Ma, che dico! I governi san pure trovare un premio per...
la più sfacciata immoralità, per la mezzanità proterva e boriosa,
per la raffinata ipocrisia, per la codarda ed abbietta cortigianeria.
Vistosi emolumenti, alti ufizi, ciondoli e croci piovono addosso
a gente immorale, ignorante, proterva, strisciante, vituperevole.
Siamo ogni di contristati dallo scoraggiante spettacolo d'impieghi
ottenuti per la impudicizia di donne disonorate, per la vergo
gnosa condiscendenza di abbietti mariti, e non poche volte pel
sacrificio di caste ed innocenti donzelle. Ci nausea la vista per
petua di eleganti camorristi accolti e festeggiati nelle case pa
XIV PREFAZIONE

trizie e sfacciatamente sfolgoranti di un lusso, la cui origine


dovrebbe fare arrossare il codice penale.
Intanto, che cosa fanno i governi civili a pro dell'ingegno e
della virtù? Colpiscono il ladro, se ha la malaccortezza di farsi
ghermire nel momento che mette la mano nell'altrui tasca per
rubare il portafogli, l'oriuolo o il moccichino; ma gli appiccano
un ciondolo al petto, se ha l'abilità di deviare un milione.
E per la virtù che si lascia trangosciare di stenti, e si astiene,
che cosafate, o signori delle aule governative? Ed alla vecchiezza
dell'onesto operaio che ha vivuto illibatissima vita qual riposo
assicurate voi? L'ospizio de' poveri o l'ospedale! Ed alla vedova
ed agli orfani di quell'integerrimo padre di famiglia, che abbreviò
la vita per sostenere la moglie e i figliuoli, quale sorte serbate?
Alla vedova, il pane della privata carità, a' figliuoli maschi, il
supplizio del servizio militare, alle femmine il postribolo.
Abbiamo in Italia la spaventevole cifra di sEDICIMILIONI di anal
fabeti, di cui, per carità del suolo nativo, non dirò quanta parte
spetta alla nostra Napoli. Migliaia e migliaia di cretini vegetano
in alcune vallate delle Alpi e dell'Appennino; i quali non hanno
dell'uomo che il beffardo ironico nome. Altri migliaia e migliaia
languiscono di febbri perpetue prodotte dalla malaria, dallo
scarso e malsano nutrimento, dalle estenuanti fatiche, dalle pro
tratte vigilie. Nè vale il dire che altrove eziandio questi mali
travagliano le popolazioni. Altrove, è colpa della terra e del
clima; appo noi, è colpa dell'uomo.
Egli è certo che la vita in Italia è più breve che altrove; ver
gognoso oltraggio alla provvidenza che ci largi tutt'i tesori della
sua inesauribile benevoglienza. Laddove le altre nazioni, meno
favorite di noi, studiano i mezzi di accrescere il loro benessere
e la loro civile e morale perfezione, noi studiamo i mezzi di
renderci frustanei i doni del cielo. Ingegni sublimi ci lasciarono
pagine immortali, tesori di scienza e di ben vivere sociale; e noi,
poscia di aver lasciato morir d'inedia que' sublimi ingegni nel
tempo in che furono in mezzo a noi, oggidi ci tegnamo paghi
di far pompa de'loro volumi in su i palchetti delle nostre li
brerie. -
PREFAZIONE XV

Premesse queste cose per le generali, additerò brevemente


qual'è lo scopo del mio lavoro.
Occulti fattisi compiono nel seno delle popolose città. I grandi
delitti, le opere inique, i luttuosi avvenimenti sono rivelati dalle
cronache della stampa periodica: i lettori ricercano con avidità
questo pasto giornaliero della loro curiosità. Ma evvi una cate
goria di fatti che non hanno altro testimone che l'occhio di Dio,
fatti che onorano la specie umana, e che non trovano altra apo
logia che nel cuore de'loro oscuri autori: sacrifici incredibili su
l'ara della virtù e della onestà; lotte mirabili in cui resta vitto
rioso il principio morale; stupende rivelazioni della divina natura
dell'anima; sublimi annegazioni, ignare a se medesime, di cui
la morte reca il segreto innanzi a Dio.
Il coNTAGIo DEL vizio, che è una delle più grandi piaghe delle
popolose città, troverebbe efficace correttivo nello ESEMPIo DEL
BENE, dove la stampa si occupasse a ricercare i misteri della
virtù collo stesso ardore onde si occupa a ricercare e rivelare i
turpi fatti del vizio.
I Misteri di Napoli saranno dunque la rivelazione degli
occulti splendori dell'anima sofferente nelle torture sociali.
Un fatto costante e terribile sembra, agli occhi degli stolti,
che faccia brutta dissonanza nell'ordine maraviglioso della crea
zione, l'esistenza del male.
Questa quistione non risoluta o mal risoluta ha portato l'uomo
al dubbio, allo scetticismo: è dessa che crea gli atei, gli empi
e i semicredenti (1). -

Ma è forse Iddio che ha creato il male? È forse colpa dell'ar


tefice se una mano inesperta guasta l'accordo della macchina per
proterva od istolta voglia di correggerla?
Il Supremo Artefice (dice l'insipiente) non doveva esporre
l'opera sua ad essere guasta dall'uomo. -

E noi rispondiamo: La guastano forse i bruti che popolan


la terra? E vi sareste voi contentati di agguagliarvi alla condi
zione de'bruti? Volete sconoscere la bontà di Dio, che vi creò
(1) Solidarité – Vue Synthétique sur la doctrine de Charles Fourier –
par Hippolyte Renaud,
XVI PREFAZIONE

Sua immagine, dotandovi del sublime dono della Ragione e del


Libero Arbitrio? -

Il male è dunque incontrastabilmente l'opera dell'Uomo. Da


cinque mil'anni Ei si travaglia a rendersi felice, e non può:
l'1GNORANZA vi si oppone. Ciò non pertanto, il raggio divino della
Intelligenza superò gli ostacoli infiniti che l'Ignoranza le gittava
tra' piedi, e fece a palmo a palmo maravigliose conquiste sul
paradiso perduto. Caddero l'un dopo l'altro gli sterminati massi
che la tirannide de' potenti, coadiuvata dalla tirannide sacerdo
tale, avea innalzati a puntello di un esoso edificio di usurpazioni
e di arbitri. Quando l'orgogliosa potenza romana parea che vo
lesse soffocare le immortali tradizioni dell'umana grandezza nello
sfacelo d'ogni principio morale, il VERBo Di Dio UMANATo rialzò
la creatura, promulgando un codice divino di giustizia, di fra–
ternità, di amore. Ma la gran legge di amore fu affogata dalla
nequizia delle tristi passioni, dalle smodate ambizioni, dall'ob
blio de' grandiosi destini dell'anima. I re, i preti, i ricchi, i po
tenti elevarono altri codici informi su quello predicato dal Cristo.
La schiavitù, il feudalismo, la proprietà illimitata, il monopolio
delle coscienze e de'beni della terra, gli eserciti permanenti, la
gleba muliebre, snaturamento della donna, gli omicidi giuridici,
le guerre, ed altre moltissime di queste sociali cangrene trava
gliarono e travagliano ancora l'inferma società tra spire torturanti.
Ma Iddio trasse il bene dal seno stesso del male. Migliaia di
martiri della virtù e dell'amore formano ogni di la più splendida
protesta contro la mala organizzazione sociale. Questa nube di
anime che vola al cielo gemente ancora delle sofferenze della vita
affretta ogni di il compimento de'nobili destini dell'uomo.

Questa opera avrà dunque lo scopo di additare -

La virtù cozzante co' vizi della presente società e co' mali


inseparabili da' presenti ordinamenti sociali. -

E storica la tela del mio racconto? Sono veri i personaggi di


questo gran dramma?
A questi quesiti non risponderò che una sola parola: LEGGETE.
IE, IMI,
PARTE PRIMA
IMIARTA O IL A FEDE

vVAVAVAvAvv

Dabitur enim illi fidei donum electum.


SAP. 31.

MASTRIANI – I Misteri di Napoli 2


II.

CI E=CA II E IDC)
O

LA GENESI DE” LADRI

IIi sunt qui segregant semetipsos, animales,


spiritum non habentes.
S. GIUDA Apostolo.
ºrrºr - --- --- --- --- --- --- --- --- --- --- --- --- --- --- --,-,,,,,,,,,,,,,,

EL Borgo S. Antonio Abate è un vicoletto addiman


dato de' Lepri, che mette capo in un altro vico dello
SteSSO InOme. - -

In quel vicoletto è un portoncino scuro, affumi


cato, fetido e sgocciolante acqua da tutt'i pori. A
gran ventura i mariuoli del quartiere non aveano badato
a tor via il martello ch'era ad una delle bande. Ciò forse
era dipeso che quel portoncino non era stato mai imbar–
rato nè di giorno nè di notte.
Spesse volte chi si fosse trovato a passare per quella viuzza
avrebbela veduta ingombra di mastelli e di bariglioni ; il che
naturalmente dava a pensare che in quel portoncino o nelle
*” vicinanze fosse un mercante di vini, di oli o di altro liquido.
Una sera. (era su lo scorcio del mese di aprile dell'anno 1846),
verso le due ore di scuro , due uomini, entrati nel vicoletto de'Lepri
dalla parte de'Fossi a Pontenuovo, si cacciavano nel portoncino che ab–
biamo mostrato.
Erano due facce sinistre,per quanto lo sprazzo di livida luce gittato
su quelle dal lampione consentiva discernere, e per quanto certe grosse
chiazze di loto o d'altra più succida cosa di che erano bruttate quelle
facce e quelle vesti lasciavano scorgere. Parea che avessero traversato
una via di fango e di sterco. Un ispettore di polizia avrebbe pertanto
potuto mettere le mani addosso a questi due uomini, senza paura di
commettere una soverchieria o un abuso di potere. -
6 I MISTERI DI NAPOLI

Tutti e due non erano nè vecchi nè giovani; nè a riguardarli inten


tamente avresti potuto assegnar loro una età. Gli animali in generale, e
specialmente quelli che appartengono alle razze nemiche dell'uomo, non
hanno età. -

Quello de'due che apparentemente mostrava di aver passato su la terra


un maggior numero d'anni era alto, magro, con lunghe braccia.Ve
stiva grossolano, ma piuttosto con decenza, salvo lo sporco sul viso
e su i panni , effetto di una gita sotterranea che questi due arnesi
avean fatta. Dio sa da quanto tempo, e forse dalla nascita, i capelli non
erano stati nè tonduti e nè curati da pettine alcuno, i quali scappavano
in luridi trucioli di sotto ad un cappellaccio alla calabrese. Certe basette
nerissime sembravano appiccicate con la colla a'due lati della faccia,
tanto faceano dissonanza co'capelli pendenti al canuto.
Ci era da scommettere che quelle basette erano a posticcio.
Quest'uomo aveva una guardatura cupa e feroce, il passo corto e
spedito.

L'altro era un ometto di bassa statura, con certi panni addosso che
certamente non erano stati tagliati e cuciti per la sua persona.
Questo personaggio offeriva nel complesso un impasto più curioso e
bizzarro. La goffaggine disposavasi alla succidezza: era un uovo fecon
dato da tre padri, il lupo, il cangrù e il porco.
Portava un soprabito bisunto, quondam nero, Dio sa a chi dianzi ap–
partenuto, ad una delle falde del quale era cucito ungherone di un pan
no nero consumato. Quel pezzo del vestito, al quale si era sostituito il
gherone, era stato portato via in una baruffa avvenuta tempo fa nella
piazza di S. Anna a Porta Capuana.
I calzoni di vecchia telaccia, che, sia detto in confidenza, erano di
proprietà del suo alto compagno, gli arrivavano sotto i calcagni, in guisa
che quel ridicolo viluppo incespicava ad ogni passo; senza dire che
grave impaccio gli dava allo andare una certa sbonzolatura che ei si era
guadagnata in una delle arrischiate sue imprese. Il corpetto era così
chiazzato di macchioni di grascio che a premerlo vi si sarebbe potuto
friggere un chilogramma di peperoni. E tutta questa roba era infangata,
coperta di materie di putrefazione animale. E con tutto ciò, il nostro
galantuomo avea la catena e l'oriuolo. Il supposto oro della catenella era
divenuto d'un colore incerto e sinistro. -

A compiere il ritratto di questopersonaggio, diremo che avea sul capo


un cappello bianco succido, ammaccato, con le tese più bisunte della
tegghia d'un venditore di zeppole.
Tutto era storto in quest'uomo: la testa, e su la testa il cappello, la
bocca, e su la bocca il naso. Un omero parea che gli pendesse, e l'altro
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 7

sembrava che durasse gran fatica a far sì che il compagno non cadesse.
Finalmente, come se questa mirabile armonia di bruttezze non fosse ba
stata, il caso erasi renduto complice della natura, cd avea da molti anni
fatto perdere l'occhio sinistro a questo sconcio vertebrato.

Quest'ometto si affannava a tener dietro al compagno che, come ab


biam detto, avea il passo corto ma spedito.

s
sS-%S

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SSSSSSSSS

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– E.Delbono
Cecatiello

Aggiugni che l'omicciattolo, oltre dello impaccio che gli davano i lun
ghi calzoni, avea nella sinistra mano un pesante fagotto e nella dritta
UlIld II]àZZà. - -

Questi due uomini erano sfilzati nelle tenebre, rasentando i muri...


L'ometto ansanava orribilmente: aveano dovuto fare una fatica incre
dibile per non esporsi alla soverchia luce di alcuni indiscreti fanali e per
8 I MISTERI DI NAPOLI

non isfregarsi co''gendarmi di Sua Eccellenza il maresciallo Delcarretto,


ministro di polizia.
Venivano da quelle vie campestri, che costeggiano il tergo dell'Orto
Botanico.
Quantunquel'ometto non avesse che un sol occhio, questo avea acqui
stato una straordinaria vivezza nelle tenebre. L'altro invece, l'uomo alto,
avea la vista e l'udito indeboliti.
Ci fu un momento, proprio quando questo tenebroso iL passava acco
sto a un lampione in quella via di S. Efrem a S. Maria degli Angioli
alle Croci, che un accenditore, il quale stava rifornendo d'olio il fanale,
scorse i due compari, e si pose a cantare una canzone napolitana che co
minciava Chelle che tu me dici, Nenna, nun pozzo fa.
Era un segno convenuto. I due compari torsero tosto il cammino
e si cacciarono in un vicino macchione.
Passava un ispettore incaricato della sorveglianza su la pubblica
illuminazione.
L'accenditore lo avea scorto di giù a trenta passi di distanza.
– Servo di vostra eccellenza – gridò il lumaio dall'alto della sua
scala.
– Ho qualche lagnanza da farvi, Tommaso – disse l'ispettore.
– A me, Eccellenza ?
- Si, a voi. L'altra sera, non più tardi d'un'ora dopo la mezza
notte, il lampione numero 15 in su i gradini de'Saponari, quando
comincia la salita della Montagnola , fu trovato spento dalla ronda
notturna; ed un signore che si ritirava dal teatro fu spogliato pro–
prio in quel sito, poco prima che vi capitasse la ronda. Badate che
a me non garba il sentirmi le ramanzine del commessario e del pre
fetto ; e, dove un'altra volta mi venga riferito od io stesso abbia a
trovare spento un lampione, metto un altro invece vostra, e voi per
derete il pane.
— Eccellenza, quel lampione dovette essere smorzato dal vento
che l'altra sera soffiava come un'anima dannata.
– Il vento !... il vento !... Che mi frega di queste ragioni ? Si sa
che il mestiere di accenditore è duro per la notte, ed è perciò che
durante il giorno vi grattate le mele al sole. Perciò il re nostro si–
gnore, Dio guardi, vi paga. Chi fatica il giorno e chi la notte. Eh,
per san Gennaro , forse che anch'io non istò fuori tutta notte? Le
mie gambe son più dure delle vostre, eh ? Non dormo io; e voi altri
neanco avete a dormire. Quando si vuol mettere un po' di pane tra
i denti non si guarda nè a fatica nè a strapazzi. Ma egli è che a
voi altri piace più il dormire colla pancia al sereno e menar la vita
del paltoniere anzi che buscarsi il carlino colla fatica. Dunque, mi
CECATIELLO O LA GENESI DE1 LADRI 9

avete capito mo, Tommaso? Lampioni spenti non ce n'hanno da es


sere nel mio quartiere ; altrimenti, lascerete lo stagnuolo e la scala,
e ve ne andrete a fare il mariuolo, chè a questa arte voi altri siete
nati, e ad essere onesti vi trovate fuori chiave.
Così cianciando , l'ispettore, tastando collo stocco il terreno per
non mettere il piede in fallo in quel suolaccio sfossato e fangoso ,
trasse via su per dare un'occhiatina a' pochi fanali messi a rispettosa
distanza per quella scura e diserta via di campagna.
Allorchè il funzionario fu lontano un buon tratto , l'accenditore ,
stando ancora con l'un piede sul penultimo piuolo della scala, tornò
a cantarellare Chelle che tu me dice.
I due che si erano gittati nel macchione ne risbucarono al risen
tire la voce del compare.
– Neh, Tellecariello (1), è lontano il gatto? (2)– domandò que
gli che portava il fagotto.
—Scalciamo presto, canucciacci— disse Tommaso –e tirate mogi
per la vostra via senza dar sospetto.
Poscia, accorgendosi che l'ometto recava nelle mani, avvolto in un
panno, un oggetto pesante, soggiunse:
— Buon bottino, n'è vero ? Facciamo la sala (3).
— Vieni domani a notte a trovarci alla Masseria – disse il più alto
dei due ladri — e avrai la tua sala.
— Laggiù non vengo perchè non mi garbano le carezze di Uosso (4)–
soggiunse l'accenditore – Ho sete, Masto; presto, una coppia di pezzi,
e il diavolo vi accompagni.
– Due pezzi l Maledetto il tuo fegato ! Egli crede che abbiamo
vinto un terno ! – osservò l'ometto.
– Bene– ripigliò Tellecariello – lasciatemi vedere che cosa ci avete
in codesto fagotto, e se la roba pizzicata valga un dritto di sala di
due pezzi. -

Sembrò che questa proposta non andasse molto a sangue di quei


due galantuomini, che, datosi avviso per cenni, si accordarono a non
fare il piacimento del camorrista.
—Tu non avrai li due pezzi che chiedi , e nè vedrai che cosa è
nel fagotto – disse risolutamente l'uomo alto, a cui l'accenditore
avea dato nome di Masto , e che sembrava infatti essere avvezzo ad
un certo predominio e comando.

(1) Vispo, stizzoso.


(2) L'ispettore.
(3) Far la sala s'intende dare la parte a chi, visto consumare un furto, non lo ha im
pedito o, meglio, si è prestato a farlo commettere con maggior sicurezza e impunità.
(4) Cane mastino di smisurata grandezza, di cui parleremo in appresso.
10 I MISTERI DI NAPOLI

– Col tuo permesso, Masto, avrò li due pezzi, e vedrò lo sbruffo (1).
E l'accenditore stava per islanciarsi su l'ometto dal fagotto, allor
chè gittò un grido acutissimo
– Madonna santissima !
L'uomo alto avea dato due colpi di coltello ne'reni e ne'lombi del
disgraziato accenditore, che cadde.
I due ladri affrettarono il passo lungo la discesa di S. Maria degli
Angeli alle Croci.
L'ometto parea compreso d'una paura grandissima, non della poli
zia, ma dello stesso suo compagno.

(1) L'oggetto rubato.


CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 11

IIIII

Quel portoncino al Vico de'Lepri avea tre piani, al primo de'quali


andarono a picchiare i due ladri. -

— Chi è ? – domandò una voce di donna di là dell'uscio.


— Il Masto e Cecatiello — rispose l'ometto dal fagotto.
L'uscio si aprì.
Que' due si cacciarono in una unica stanza , bastantemente pulita
e rischiarata da una lucernuola di ottone.
La donna, ch'era venuta a dischiudere l'uscio col lume in mano ,
era di mezza età, per quanto la poca luce permettea discernere. Una
pezzuola di colori vivaci le avvolgeva il capo.
— Buona sera, Sacco di fiore – disse il Masto.
Sacco di fiore era il soprannome della donna.
Il Masto era il soprannome dell'uomo alto.
Cecatiello era il soprannome dell'ometto, che avea perduto l'occhio
sinistro.

Nelle basse regioni della nostra società i nomi e i cognomi degli


individui si perdono nelle immaginose sineddochi onde quasi tutti sono
contrassegnati. Spesso ne'loti della miseria e del vizio va smarrito a
poco a poco un cognome, così che quando la giustizia pone le mani
addosso a qualcuno di questi facinorosi nol può consegnare alle Corti
criminali che colle fattizie denominazioni che gli si sono appiccate.
Non altramenti egli si costuma colle bestie, le quali soglionsi indivi
dualizzare la mercè di certi nomi che vi si appongono da' padroni.
E, con tutto ciò, qual distanza ! In sul cominciar della via della In
frascata era, presso a poco nelle stesse circostanze di tempo, un so
marello che ne'mesi di villeggiatura si mettea pazientemente tra le
gambe per una decina di volte al giorno l'erta dell'Arenella o del
Vomero. Questo povero quadrupede, che non bestemmiava mai per
intolleranza e che a spizzico sembrava elettrizzarsi alla voce d'un mo
nello di dieci anni che gli correva appresso, questa buona e inoffen
siva creatura nomavasi Cecatiello, forse perchè una delle immagini di
Dio, che si era arrogato il dritto di bastonare mattina e sera la po–
vera bestia, avea con un colpo di mazza sfracassata la cornea dell'a
nimale, che mandò pel dolore due o tre ragghi, e poi... perdonò
12 I MISTERI DI NAPOLI

e dimenticò l'offesa. E l'immagine di Dio tira coltellate al suo simile


a dritta e a manca per le più inette cagioni !
Ho conosciuto Cecatiello il somaro e Cecatiello il ladro. Io credo che
il quadrupede non si dovesse sentire troppo onorato del bipede omonimo.
Che distanza tra la bestia e l'uomo! Su quale di queste due crea–
ture dovea fissarsi con maggior compiacimento l'occhio di Dio ?

Ci occorre intrattenerci alquanto in sul Cecatiello a forma umana,


se pur tale potesse estimarsi un sarcasmo di corpo, che sembrava
averlo fatto apposta a nascere così deforme per gittare il discredito
su le opere del Divino Artefice.
Quale si fosse il vero nome di questo sbaglio della umana orga–
nizzazione mal sappiamo dire ; e nè, in verità, ci siamo dato molta
premura di saperlo con precisione.
Ne'registri delle carceri della Vicaria e di S. Francesco, dove Ce–
catiello avea fatto parecchie villeggiature, era segnato una volta Sera
fino Jojema e un'altra volta Serafino Jommero, ma sempre contras–
segnato col suo soprannome di Cecatiello.
E fu gran ventura, per l'onore dell'uman genere, che Cecatiello
cancellasse il nome di battesimo Serafino, diventato un'empia e sa–
crilega ironia su la persona di quello immondo sgorbio della crea
ZIOne,
Se quelli che appongono i nomi a' bambini sul sacro fonte batte
simale potessero antivedere le trasformazioni dell'uomo futuro, oh
quanto spesso muterieno consiglio per dare al novello abitante della
terra un nome più appropriato a ciò che egli sarà. Figuratevi un poco
se si sarebbe dato il nome di Serafino a quello insulto vivente alla
virtù !

Alla età di diciotto anni, Serafino Jojema o Jommero perdette un


occhio e diventò Cecatiello.
Se i nostri lettori hanno vaghezza di conoscere in che modo que–
sto personaggio fa da Dio contrassegnato colla perdita d'una delle
più care parti del corpo, abbiano la bontà di non ispazientarsi se di
vaghiamo alquanto dal filo della nostra narrazione.
. Era già la terza volta che il nostro Serafino era stato mandato in
gattabuia: due volte a S. Agnello (1) e una alla Vicaria.
Tutte le tre volte ci era stato mandato per furto , tranne che ci
era stato un certo progresso nel genere. La prima volta, avea fatto

(1) Carceri al Largo S. Agnello: servivano a rinchiudere i giovanetti vagabondi e bor


saiuoli. Oggi a quest'ufficio risponde il soppresso monistero delle Cappuccinelle a Pontecorvo.
cECATIELLo o LA GENESI DEI LADRI 13

volare un palombo (1), la seconda, un muschio (2), la terza, una


briglia col capezzone (3).
Dal momento che Serafino avea provato gli allettamenti della so–
cietà delle carceri, si annoiava nel vedersi altrove che in gattabuia.
Nelle carceri egli trovava elementi che gli erano omogeni : la so–
cietà pulita gl'incresceva, il facea scuro in viso; la virtù gli era an
tipatica per istinto, come la luce a certi animali immondi.
La gente colla quale ei trovava sommo gusto a convivere erano i
micidiali, e, più che questi, i giuntatori, i ladri, i truffatori, gli sdru
scitori di borse e altra somigliante pozzanchera.
Da un mese Serafino si trovava nelle carceri della Vicaria, quando
gli occorse di far quivi conoscenza con Pilato detto di poi lo stran
golatore o il Masto. Diremo altrove di questa misteriosa natura.
Entrambi questi bruti odiavano per istinto la virtù, epperò si av
vicinarono per simpatia. Pilato avea qualche anno di più di Serafi–
no; era assai più alto, più robusto, meglio organizzato per l'opera di
distruzione, a cui sembrava essere stato creato; giacchè non altrimenti
interviene nella specie umana che nelle specie de' bruti, in cui una
specie sembra creata per la distruzione dell'altra. Nel seme di Ada–
mo sono invece alcune individualità che adempiono a questo uffizio.
Dove il raggio dell'anima è ecclissato dagl'istinti brutali, una sta–
tura alta impone la soggezione a quelli che hanno la statura più bassa
di un mezzo metro o d'una trentina di centimetri. La forza fisica è
la regina del mondo. In essa e per essa per lo più si racchiude e
si spiega il fenomeno assurdo ed apparentemente inesplicabile di certe
elevazioni di uomini ignoranti, abbietti e spregevoli. Il più gran dono
che la natura possa fare ad un uomo, guardando solo a beni mate
riali , è una statura che si elevi al disopra delle ordinarie. In parità
di condizioni, appo l'umano pecorume un uomo alto è più rispettato
che un uomo di corta statura , dappoichè quegli porge apparenza di
forza maggiore. La forza è impero nel regno animale. Sostituire l'IN
TELLIGENZA alla FoRzA, lo sPIRITo al coRPo è l'incessante conato della
CIVILTA'. -

Spesso la forza si allega all'astuzia. Quando un tal connubio ha


luogo, la società corre gravi pericoli.
Pilato, forza fisica e brutale,fece alleanza nelle carceri della Vica
ria con Serafino, bassa e feroce astuzia.
Queste due malvage nature simpatizzarono tra loro.

(1) Rubare un fazzoletto bianco.


(2) Fazzoletto di seta.
(3) Un oriuolo con la catenella d'oro.
14 I MISTERI DI NAPOLI

Una delle passioni di Serafino era il giuoco. Egli era riuscito nelle
carceri a foggiarsi un mazzo di carte con un foglio di cartone in cui
era stato avvolto non so che oggetto.
Era in quelle prigioni un omicciattolo che di fresco poteva avere
aggiunto il quarto lustro : era in voce di bravaccio : il domandavano
Lu Tezzone (1); forse perchè era sì nero di faccia, che pareva avesse
raccolto sul viso tutta la fuliggine di un cammino. Dicevansi di lui
le più sperticate millanterie; essersela cavata con onore da scontri du
rissimi ; essere picciotto da non ismarrire in faccia a una squadra ;
aver accoppato il tal feroce (2) e il tal gendarme ; aver fatto non so
quante sdruciture , e dove cacciato un occhio a qualche cicalon di
gradasso, dove slombato qualche suo rivale in amore , dove infranta
una costola a qualcuno che lo ebbe solo guardato un pochetto in
bieco; ed altre cotali braverie da non prendere a gabbo.
Con questo pezzo formidabile soleva giuocar di soppiatto al pizzico
il nostro Serafino.
Un giorno, surse tra loro una disputa. Serafino die' del baro e del
frodatore al Tizzone , che a questa svergogna acceso d'ira aggiustò
un soprammano così gagliardo in sul capo dell'offensore che, giuo
cando essi in su un'asserella dov'erano rimasti alcuni chiodi a mezzo
conficcati, l'occhio sinistro dell'accoppato andò a incontrare l'aguzza
punta d'uno di que'chiodi, che sforacchiò l'iride e nabissò la pupilla.
Il dolore fu così sfrizzante che l'infelice smarrì i sensi...
L'occhio sinistro andò perduto per sempre , e Serafino Jommero
diventò Cecatiello.

(1) Voce del dialetto napolitano che significa fumaiuolo, ovvero carbone mal cotto che
fa fumo.
(2) Birro di polizia.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 15

IIIIII

Un'altra fronda erasi aggiunta al serto di gloria del Tizzone : un


altro occhio cavato dalla bòmbola (1) d'un picciotto.
Cecatiello era stato trasportato alle carceri-prigioni di San France
sco, dove rimase una quindicina di giorni.
Ben presto acconciatosi a possedere un occhio di meno, Cecatiello
fe' premura di ritornare alla Vicaria; il che gli fu senza gran diffi–
coltà conceduto.
Non sappiamo quali capestrerie ravvolgesse pel capo il cieco di un
occhio: fatto è che ei ritornò all'ameno soggiorno della Vicaria senza
dare ombra di sospetto che pensasse vendicarsi del Tizzone. Anzi ,
avvenutosi nuovamente con costui, diegli il buongiorno accompagnato
da un cotal sorrisetto, che il bravaccio intascò come danaro di buo
na lega ; nè disse all'offeso compagno una sola parola di scusa o di
pentimento.
Quell'atto di rassegnazione delCecatiello accrebbe la boria delTizzone.
Lo sfregio che avea patito il piccolo Jommero formava spesso il
soggetto delli scherni e delle risate di quegli arnesi da forche che
erano in quel luogo di pena. Cecatiello si era appigliato al partito di
ridere anch'esso della propria sventura.
– Se tu ti accasi e tua moglie ti faccia becco, non avrai d'uopo
di chiudere un occhio : Tizzone ti ha risparmiato questo incomodo –
dicea uno di que' pezzi.
– Gli è più comodo l'avere una finestra murata: i curiosi avranno
minore agio di spiare i fatti di casa tua – osservava un altro.
– Or tu non hai che ad impiastricciare l'occhio dritto, e la tua
fortuna è bella e fatta , sol che tu ti dii lo scommodo di startene
una coppia d'ore ne' dì festivi in su li scaglioni d'una chiesa: metto
il capo che guadagneresti di be' carlinelli dalla carità de'cristiani –
dicea un terzo sgambucciato impiccatello.
E questi mottetti erano accolti da fragorosi sghignazzamenti della
onorevole assemblea , che levava tal baccano da richiedere l'appari–
zione di qualche secondino, che scuoteva il mazzo di chiavi a cenno
di silenzio.
Cecatiello rideva anch'esso.
(1) Nel dialetto Mmìmera. Nel gergo intendesi il capo.
16 I MISTERI DI NAPoLI

Una sera, erano rimasti soli nella camerata Cecatiello e Pilato. Que
gli aveva aspettato avidamente questa occasione.
— Compare , io ti ho da pregare che tu mi facci un piacere, e
poi, disponi di me, del mio braccio , della mia vita – disse Ceca
tiello raumiliandosi dinanzi a quell'uomo, pel quale sentiva una sog
gezione istintiva ed inesplicabile.
– Parla, compare; sono pronto a servirti – rispose quel micidiale
masticando tra le labbra un mozzicone di sigaro.
— Hai tu visto lo sfregio che mi ha fatto quello svergognato di
Tizzone ?
– Lo vedo.
– E non mi ha detto neppure una parola di scusa, e si diverte
a sbeffeggiarmi con questi altri cancheri fetenti che sono in questo
casino. Oh ! se io avessi la tua forza e il tuo coraggio ! Ti confesso,
compare, che molte volte, nel vedermelo passar dinanzi con quella
sua boria insultante, sono stato tentato di bucarlo; ma l'animo emmi
venuto manco. D'altra parte, tutte coteste carogne che sono nella no
stra camerata si crederebbero in dritto di vendicare il Tizzone, nel
quale veggono sempre un miracolo di prodezze e di ardimento ; ed
io correrei il rischio di essere fatto a pezzi da questi schifosi che ir
ridono alla mia sventura. Oh ! se io avessi la tua forza e il tuo co
raggio, compar Pilato !
– Be'! Vorrestù che io facessi un crovattino (1) al Tizzone? Non
è questa la tua mente?
— Si che è questa, compar Pilato; e, se tu di tanto mi farai lie
to, se tu mi mandi allo inferno quello spaccone di montagne, e tu
fa poscia di me quel che meglio ti aggrada ; chè io ti giuro che io
sarò tuo schiavo, tuo cane, tua bestia per tutta la vita. Egli dorme
poco da te discosto... Due di quelle tue acconce dita attraverso la
StrOZZa.....
Gli occhi del Masto divennero due braci ardentissime... vibrarono
un lampo di voluttà feroce...
La bestia era stata tocca nel vivo della carne...
– Il tanghero è così nero— seguitò Cecatiello – che, quando la
mattina si troverà morto disteso in sul pagliaccio, non avrà segni di
essere stato strozzato; e i nostri superiori potranno facilmente bersela
ch'ei sia finito di morte improvvisa e naturale.
–Tu mi giuri che sarai la mia bestia quando io ti avrò mandato
allo inferno quel puzzolente carbone ?
– Lo giuro per la madonna del Carmine – rispose l'ometto.

(1) Strangola.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 17

- Bada che se tu un giorno mi avessi a tradire, poscia che io ti


avrò renduto il servigio di che tu mi richiedi , io faccio a te pure
il crovattino. Pensaci bene, compare.
- Ci ho bene pensato. Già tu hai a sapere, compar Masto, che,
anche quando tu non mi presti il servigio che ti ho chiesto, io mi

L'uomo alto avea dato due colpi di coltello ne' reni e ne'lombi del disgraziato
accenditore, che cadde. (Pag. 10).

sento verso di te attirato come il ferro dalla calamita. Fin da che ti


vidi per la prima volta, m'innamorai di te, e buon per me ch'io
non sono già una donna, altramenti. Insomma, il servigio che tu
mi presti non fa che aggiungere la gratitudine all'affezione e alla
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 3
18 I MISTERI DI NAPOLI

stima ch'io già sentivo per te grandissima. Figurati quando io vedrò


istecchito sul suo pagliaccio quella faccia di fuliggine!
– Fa conto che domani sarai servito – rispose il Masto–ma pen
saci bene, Cecatiello ! tu hai da essere la mia bestia...
- – E sarò. Domani dunque... avremo il primo quarto di luna –
ripigliò Cecatiello mutando subitamente discorso per essersi veduto
a tergo uno de'guardiani.
Il Masto levò le spalle in atto di chi voglia significare non calergli
un fuscello di ciò che ha inteso.

Quella sera, Cecatiello fu più largo di sorrisi e di smorfie al Tiz


zone, che, per cavare una risata da'suoi appassionati, quando Ceca
tiello gli passò innanzi atteggiando il labbro ad uno sconcio sorriso,
il bravaccio gli assettò leggiermente un calcio nel diretano.
Da che avea perduto un occhio , Cecatiello era divenuto il diver
timento della camerata. Egli era come un cagnolino od un gatto od
altra bestia domestica, cui siasi fatto uno sfregio qualunque a solo
oggetto di sollazzare una brigata.

Quando suonò la tabella del silenzio, Cecatiello alzò la voce di su


il suo saccone, e disse grattandosi il cocùzzolo:
– Buona sera, Tizzone; fa buon sonno e belli sogni perchè ci possi
dare tre numeri domani.
– Silenzio! – gridò il guardiano...
E tutto fu silenzio.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 19

IIV,

La scena che ci facciamo a descrivere avea luogo in uno de'bassi


ed umidi androni delle luride carceri della Vicaria.
Avremo nel corso di questa opera l'occasione di ritornare più volte
sul sistema delle nostre prigioni , su cui da gran tempo l'umanità ,
la giustizia e la civiltà domandano importanti ed essenziali riforme.
Tutti i detenuti si erano gittati a dormire.
Alcuni già russavano con istrepito: erano piuttosto rantoli stentori
que' russi, imperocchè l'aria pregna di gas acido–carbonico alimen–
tava a stento la respirazione; e i polmoni sembravano trarre a gran
fatica da quella specie di sepoltura gli elementi respirabili capaci di
mantenere la vita.
La più parte de' detenuti non si addormentano appena iti a letto:
la forzata inazione in cui vivono, la scarsezza del cibo e la mala qua
lità dell'acqua, il nauseante fetore che esala da que'covi, al quale a
poco a poco i nervi olfattori si avvezzano per forma da non più av
vertire quella puzza che sul principio è così intollerabile da sover
chiare ogni altra pena o sofferenza e da cagionare a'novizi carcerati
deliqui, sincopi, convulsioni e talvolta eziandio la morte ; così fatte
ragioni, a cui aggiugni sempre o pressochè sempre il tarlo della co
scienza, rapiscono il sonno agli occhi de'miseri prigionieri.
Purtuttavia, se non tutti dormono, tutti stanno zitto, se togli che
il silenzio è rotto dal russare affannoso de'dormienti.
E, quando cessa il russare, si ode quello indistinto nauseabondo
mormorio che producono le miriadi d'insetti, torture viventi e in
cessanti che nessun codice penale ha decretato per nessun reato, e
che pure accompagnano, anzi avanzano tutte le altre pene e casti
gazioni...
Tra tutt'i suoni che molestano sgradevolmente l'udito non avvi al
cuno che tanto desti ribrezzo e nausea quanto la conversazione degli
scarafaggi. -

Nelle solenni ore della notte l'orecchio del detenuto è colpito da


questi cicaleggi degl'insetti, mentre il suo occhio è dilettato dalla vi
sta di certe macchie nere e lucenti che si disegnano su le pareti della
carcere, e che non sono altro che ricche agglomerazioni di questi fi
gli della putredine e del carbonio.
20 I MISTERI DI NAPOLI

Quella sera, Cecatiello era stato, per dir così, rangoloso perchè
fosse suonata l'ora del silenzio.
Era voglia in lui di dormire o di veder gli altri addormentati ?
Tegnamo per questa seconda supposizione.
E, gittatosi in sul suo pagliaccio, l'avresti veduto a brevissimi in
tervalli sollevare il capo per accertarsi che tutti o la maggior parte
de'compagni di stanza fossero addormentati. Segnatamente, sembrava
che gli stesse a cuore il veder presto cascati a dormire quelli tra i
detenuti che più dappresso al suo giaciglio aveano il loro.
Passò qualche ora innanzi che dal russare de' vicini dormienti egli
traesse argomento ad accertarsi che questi si fossero indormiti. Ed
ecco ch'ei si leva in punta di piedi, e tossisce leggiermente: era un
cenno stabilito con il Masto, che rispose con un sordo grugnito.
Cecatiello si avanza nel mezzo del camerone; si accosta al fana
letto che gittava sinistre ombre in quel dormitorio ; e, perciocchè il
lume era sospeso tanto in alto che la mano non vi potea giungere
per ismorzarlo , il ladruncolo vi lancia contro con tanta violenza la
sua giacca che il lanternino sbalzato bruscamente dalla sua sepolcrale
immobilità si spense , lasciando una moccolaia che fummò un buon
tratto,
Ciò fatto,Cecatiello ritrovò il suo giaciglio.

Non sì tosto l'ultima fetida esalazione partì dal lucignolo spento ,


lo Strangolatore si levò ritto su la sua cuccia.
Se le tenebre non avessero avvolto quel sinistro recinto, si sareb
be veduto quel mostro a stribbiarsi le lunghe ed ossute mani, come
un tigre che si lecchi il muso in procinto di assannare una vittima.
Per una strana singolarità non rara nella storia naturale delle uma
ne belve, lo Strangolatore aveva l'indice e l'anulare della mano dritta
presso che della stessa lunghezza del medio. Sappiamo che a' bor–
saiuoli suolsi da' loro educatori allungare le dita quando piccini per
rendere questi istrumenti più agili e più atti al furto. Ma ei sembra
che nel caso dello Strangolatore fosse stata la stessa natura quella
che si era sbizzarrita in questo scherzo. La natura avea creato quel
mostro per farne uno strangolatore. Ei pare che la natura si di–
verta a produrre nella specie umana diversi campioni di tutte le be
stie nemiche dell'uomo. Lo Strangolatore era il serpente-boa.
Il Masto era ignudo affatto.
Egli scivolò come un serpe dalla sua cuccia, e si appressò al letto
su cui giaceva a dormire Tizzone.

ll bravaccio russava. Quali sogni visitavano in quel momento lo


CECATIELLO o LA GENESI DEI LADRI 21

spirto di questo infelice? Oh! se un angelo custode dell'anima è dato


a ciascun uomo a compagno del mesto esilio, oh di quale ineffabile
tristezza e pietà non dovè empirsi in quel momento quella celeste
creatura!

Una scena orribile ebbe luogo nelle tenebre.


Le mani dello Strangolatore aveano ricerco e trovato la strozza
del dormiente. Le ossute padelle del carnefice premeano il ventre
della vittima.
Quelle mani erano due tenaglie di ferro.
Le vie aeree per cui si compie la respirazione furono in un at
timo chiuse affatto.
La lotta della vita colla morte fu lunga e terribile.
La testa della trachearteria parea che volesse scoppiare.
Il russo era cessato di botto. Le gambe della vittima si agita–
vano convulsivamente sotto la spaventevole agonia : le sue mani ri–
maste libere aveano raccolta tutta la forza della vita per istrappare
que'lacci di acciaio che le dita dello strangolatore aveano formato
intorno al suo collo. Ma ogni conato riuscì inutile. Provatevi a libe
rarvi dalle spire del serpe !
Quella vita era impertanto dura ed ostinata. Parea che quella gio
vane organizzazione di quattro lustri non volesse proprio acconciarsi
a rinunziare alla vita. Quella organizzazione era stata fatta per durare
ottant'anni. Parea che lo spirito, colto da supremo spavento, non sa–
pesse, in quella preclusione di ogni adito, trovare un filo di via per
iscappare da quel corpo.
Oltre un quarto d'ora durò la lotta...
Poscia, le mani della vittima rimasero per poco ancora avviticchiate
agli avambracci del boia, ma inerti e gelate. Le gambe si distesero.
L'immobilità della morte annunziò che quell'anima fremente anco
ra di vendetta avea lasciato le misere spoglie per andare in ignote
regioni ad espiare i suoi falli. Iddio forse tenne conto di quella pre
matura e miseranda fine.
Allorchè il Masto si fu accertato ch'egli non avea più sotto le sue
ginocchia che un cadavere, si rizzò. Egli era soddisfatto come un
tigre che siasi con umane membra sfamato. Forse doleagli di non
poter parimente satollare la sua vista nelle sembianze della vittima...
Poco stante, lo Strangolatore si gittò nuovamente sul suo giaci
glio , dove non tardò a prendere sonno, in quella guisa medesima
che un onesto operaio si addormenta placidamente appresso di aver
fornita la sua giornata di lavoro.
22 I MISTER1 DI NAPOLI

I primi albori del dì nascente gittarono una livida luce sul cada
vere del Tizzone.
La faccia, naturalmente nera, era di presente gonfia, azzurrognola,
gli occhi iniettati ed umidi, e su le labbra, negli orecchi, erano gru
mi di sangue, che gemeva ancora dalle narici.
La scoperta dell'assassinio fu fatta verso le sei del mattino dal guar
diano entrato per la prima visita del camerone.
Allo schiamazzo che fece il guardiano accorsero tutt'i carcerieri e
birri del luogo, e cancellieri e scrivani.
Il caso non era nuovo, anzi non trascorreano un venti giorni senza
che si trovasse il mattimo qualche carcerato steso morto su la sua
cuccia senza segni apparenti di morte violenta. Interrogati i came
rati, ognuno faceva il mòcceca e lo gnorri, nè ci era verso di sco–
vrire il delinquente ; chè a veruno tornava in concio, ove soltanto
avesse dato cenno di saper qualcosa, di sentirsi sforacchiato i reni o
la pancia da qualche aguzzo spuntone di legno.
Una sola precisa intonazione notavasi su le facce di tutti, la piena
indifferenza sull'accaduto.
La vista de' cadaveri nelle prigioni è tal cosa che non mette più
ne'riguardanti nè ribrezzo, nè sorpresa, nè spavento.
Ciò non di manco , quella impensata morte del Tizzone produsse
un cotal senso di stupore in quella camerata , a cui quello spacca–
montagne dovea per lo manco sembrare invulnerabile come Achille.
Il soprintendente delle prigioni, informato del fatto, comandò una
ispezione scientifica sul morto per accertare se fosse stata una morte
naturale o violenta. I medici, a cui premea di non esporre il cuoio
alle carezze della camorra, dichiararono , esser morto il Tizzone per
una botta di apoplessia fulminante. E, col fatto , i caratteri che la
morte per istrangolamento lasciano in su i cadaveri non sono guari
dissimili a quelli dell'apoplessia.
Quelli che in buona fede si bevvero questa dichiarazione de'dottori
non poterono far di meno di rimpiangere il morto, il quale, dopo es
sersela cavata con mirabil cuore da tante strette in cui si era trovato
co'gatti, era dovuto sì miseramente finire per una stretta di sangue
al cervello.
E, se togli questo epicedio , del morto non si parlò più, appunto
come se mai un simil coso fosse stato al mondo.
Allorchè si trattò di tor via il cadavere del Tizzone per traspor–
tarlo altrove, Cecatiello volle porre un bacio su la faccia del morto ,
a cui avea già di gran cuore perdonato lo sfregio che quegli aveagli
fatto, senza mala intenzione.
CECATIELL0 0 LA GENESI DEI LADRI 23

Da quel dì Cecatiello divenne proprietà dello Strangolatore.


Erano rinchiusi in quel camerone una ventina di prigioni allo in
circa. Eraci roba d'ogni risma; micidiali, falsari, ladri, grassatori,
conduttori di giuochi vietati, stupratori, accoltellatori, scrocchi, im
probi mendicanti, vecchi osceni, ed altri fiori di galanteria di questo
stampo.
Che il lettore ci permetta di porre sotto i suoi occhi a brevi pen
nellate il quadro che offeriva il camerone dellaVicaria allorchè dagli
occhioni aperti in su l'alto entrava a stento la luce diurna. Parea che
anche la luce avesse ritegno di entrare in quel covo; ma Dio mise
ricordioso fa sorgere il sole pe'buoni e pe'tristi, pe'ricchi e pe'pove
ri, pe'felici e per gli sventurati.
Molto si è scritto in questi ultimi tempi in su i funesti effetti che
produce l'amalgama de' prigioni. Questo è un accrescimento di pena
non decretato da'codici criminali, e, per taluni detenuti, è il più do
loroso de'castighi.
Due sono le più insopportabili torture d'un prigione, il tanfo , a
cui pertanto a poco a poco si avvezzano i nervi olfattori, e la mala
compagnia, a cui certi naturali non si possono mai acconciare.
Sono due puzzi, l'uno materiale, l'altro morale, l'uno offende i
sensi, l'altro l'anima: quello si appicca alle vesti, questo contagia il
CullOTe.

Quanta varietà del vizio era raccolta in quel camerone ! Come vi


era ecclissata, sfigurata, insozzata la divina impronta dell'anima ! Si
respirava colà, nell'afa pestifera che costringeva i polmoni, qualche
cosa che soffocava il senso morale, che è quello precipuamente per
cui si distingue l'uomo dal bruto.
I legislatori, che crearono le prigioni e gli ergastoli per punire i
reati, non pensarono a questo terribile effetto dell'amalgama de'pri
gionieri, la MoRTE DELL'ANIMA.
Prima ed essenzialissima riforma nel sistema penitenziario esser
dovrebbe questa: Salvare il senso morale dal contagio del vizio.

Lungo le squallide pareti di quel camerone, in sull'alto del quale si


aprivano a spazio a spazio li spiragli a barre di ferro, occhi mo
924 1 MISTERI DI NApoLI
struosi che servono solo a contare i giorni che sorgono tardi e tra
montano prestissimo, erano distesi a brevi intervalli i tavoloni su cui
un saccone impuntito e una bigia schiavina.
Il tavolone, il pagliericcio, la schiavina albergano ciascuno una co
lonia d'insetti, la cui popolazione si moltiplica per incessante lavorio
di ovificazione.
Questo notturno supplizio de'prigioni non trova altro sfogo che la
bestemmia, ultima ragione della impotenza, stolta e codarda irruen
za contro l'ignoto, arma di vento che pur si ritorce con punte effe
rate contro l'anima del bestemmiatore.
Chi fosse entrato in quello androne alla prima squallida luce che
vi si affacciava avrebbe visto spettacolo strano e bizzarro , che solo
un abile pennello potrebbe al vivo ritrarre.
Qui avrebbe veduto una forma umana tutta rinvolta nella lurida
coltrice , se togli il capo accerchiato a più doppi da un pannaccio
di equivoci colori.Sotto quel panno erano due scure orbite e un naso
dalle dilatate narici, che tiravano a gran fatica e a gran rumore la
loro scarsa porzione di aria respirabile. Questo prigioniero aveva ri
trovato , dopo lunga e trambasciata veglia, il supremo conforto del
sonno, che forse gli fotografava su l'anima un'antica magione ralle
grata di sole e indiata nel sorriso d'una madre o d'una sposa.
Il vizio del vino avea fatto velo alla ragione di quest'uomo , che
in una bettola avea con una sola coltellata squarciato il ventre d' un
vecchio , padre di lunga prole... ll ferito era morto dopo un mese.
Le galere a vita aspettavano il feritore.

Sovra un altro saccone si vedea un garzone che non sembrava aver


valicato il terzo lustro.
La compiuta dissimulazione dell'osso frontale, le torve e fitte so–
pracciglia, archi di fuliggine che ombreggiavano due iridi giallognole
tra mezzo alle quali luccicava di fosca luce una pupilla balorda ; un
etmoide che la natura avea schiacciato nel mezzo quasi a contrasse
gno visibile; due labbra livide e aperte che sembravano aspirare con
voluttà l'aria contagiata del vizio; tutto ciò offeriva quel brutto tipo
che si riscontra così di frequente tra i ladri e i borsaiuoli.
Infatti, era questi, alla breve sua età , già vecchio esercente del
l'arte di fare sparire da taschini gli oriuoli e le borse.
Stava costui rizzato in su i gomiti; balestrava all'intorno gli occhi
rannuvolati ancora dalle nebbie del sonno. Non si era scommodato a
spogliarsi de' fetidi panni che aveva addosso, e su i quali si era co
lonizzata dalle foreste del capo una tribù di ovipari, che vi trova
vano tolleranza, se pur non patrocinio.
CECATIELLO O LA GENESI DEl LADRI 25

Avea conficcato sul capo un berrettaccio bisunto, di cui la breve


tesa scucita gli penzolava in su un occhio.

Su altro saccone avreste visto un canuto, dalla faccia squallida ,


dagli occhi perduti tra immonde cispe. Il copertoio del letto pen–
zolava da una banda del pancone , e lasciava scoperta una camicia
di telaccia lacera a brandelli, tutta screziata dalle trafitture degl'in
numeri insetti, coabitanti di quella cuccia. I capelli lunghi, scompo
sti, succidi, appiastrati , gli coprivano le tempie, gli orecchi e parte
del collo. Un piede , calzato di una scarpaccia spellata e tutta fessa
al tomaio, usciva fuori della schiavina.
Questo vecchio era il più sboccato bestemmiatore del camerone.
Era stato carcerato pel più infame de'peccati , per la più scellerata
opera di che possa lordarsi la coscienza di un uomo.
Questo bruto avea sacrificato alla sua lascivia bestiale una fanciulla
di sette anni, morta allo spedale di S. Maria la Fede per effetto di
una tale scellerata violenza.
La fanciullina era l'unica delizia di un povero padre, onesto ope
raio... Quel bruto aveva incontrata la bambina lungo la via dell'Orti
cello: andava la miserella a comperare un farmaco pel genitore infermo.

Non volendo fermarci a descrivere l'un dopo l'altro i componenti


di quella galleria del delitto, diremo per le generali che ci era, in
quella vista, da strignere dolorosamente il cuore.
Lo spettacolo dell'umana degradazione umilia e solleva l'anima in
un sentimento d'inenarrabile angoscia; onde vogliamo affrettarci a
intrattenerci per poco su qualche cosa di più consolante.
Mirabil cosa! Non avremo d'uopo di uscire di questa prigione
per incontrare un soggetto, che ci farà torcere per poco lo sguardo
dalle umane abbiezioni.
Il precipuo scopo di questa opera è la ricerca della virtù coperta
di fango e di obbrobri. Noi ne sveleremo i misteri e le sublimi aspi
ITàZ10Ill,

Ma, ci si conceda di prender nota di due altri personaggi prima che


ci escano dalla mente.
Due uomini non mancano mai in una camerata di prigioni, l'im
peratore e il buffone.
Spieghiamo il nostro concetto. -

L'imperatore è quegli che prende il sopravvento su tutti per qual


he fatto di straordinario coraggio o di singolare ardimento. Era im
peratore il Tizzone. Morto costui, gli succedette un gran mascalzone

A
26 l MISTERI DI NAPOLI

della specie degli architetti, come una qualità di ladri vengono addi
mandati nelle galere e nelle carceri.
Ed il suo soprannome era in fatti l'Architetto.
Il buffone è quegli che diverte la brigata.
Era in quel tempo buffone di quella camerata una specie di scim
mia, che per una mera distrazione di madre natura era venuta fuori
dalle pelvi di una donna.
Lo chiamavano Surecillo.
Non era più alto di un mandrillo ordinario di cui era una imma
gina schiettissima: fanciulletto, gli aveano rotte le giunture e dato una
elasticità incredibile alla teca dorsale per farne un giocherello acro
batico. E, perciocchè questa creatura era bruttissima, gli aveano
insegnato un giuoco assai bizzarro e curioso, quello cioè di contraf
fare il sorcio; onde gli venne l'appellativo di Surecillo.
Questa vivente buffonata di natura era stata gittata in prigione
come volante (1).
Avremo forse l'occasione di rivedere e stringere più ampia cono
scenza con questi due elementi curiosi di quella pozzanchera.
(1) Ladro che acchiappa al volo l'oggetto rubato da un altro.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 27

VIII.

Alquanti giorni dopo dell'assassinio di Tizzone, una mattina, il fra


casso delle molle della gran toppa di ferro dell'uscione che dava
l'accesso a quel camerone annunziò che un altro condannabile ve
niva colà entro inchiavato.
Diciamo un altro condannabile , perocchè in quella stiva erano
guardati alla rinfusa que' delinquenti, su i quali non ancora la Gran
Corte Criminale avea proferito il suo verdetto.

Facciamo di passaggio una osservazione.


Debbono i giudicabili essere accomunati co' giudicati ? Deve una
pena infliggersi su quelli, di cui non ancora la giustizia ha discussa
e comprovata la colpabilità ? -

Il sospetto non è la colpa ; l'accusa non è la condanna. Egli av


viene spessissimo che un accusato risulti affatto innocente della in–
colpazione fattagli. In tal caso, come risarcirete i danni che gli avrete
prodotti colla prigionia? La salute danneggiata più o meno a secon
da del tempo ch'è durata la prigionia; i germi di letali malanni che
il detenuto avrà sorbiti nell'aria appestata della carcere; il tempo
irreparabilmente perduto , la riputazione intaccata , l' offesa dignità
personale ; le sofferenze di ogni sorta patite tra le squallide pareti
del luogo di pena; il pensiero torturante d'una cara famiglia, rima–
sta senza l'unico sostegno , e però esposta ad ogni privazione, agli
stenti, alla miseria; e, da ultimo, l'indicibile tormento di trovarsi
giorno e notte in una società che fa smarrire a' più onesti il senso
morale.
Sono questi sommariamente accennati i danni incalcolabili che voi
avrete cagionati ad un uomo, che i tribunali hanno dichiarato inno
cente. Come il rifarete di queste gravissime ingiurie ? E se, durante
la sua prigionia, una tenera madre , una diletta sposa, un caro fi
gliuolo soccombe all'eccesso del dolore , chi ridonerà al misero pri
gione la genitrice, la sposa o il figliuolo ? Ovvero, s'egli stesso soc
ombe apatimenti infiniti del luogo di pena, chi ridarà alla madre,
alla sposa, al figliuolo il figlio, il marito o il genitore?
28 I MISTER1 DI NAPOLI

Abbiam detto che alquanti giorni di poi dell'assassinio del Tizzone,


venne a prendere il posto del morto un altro giudicabile.
Quando dal custode maggiore venne introdotto in quella stiva il
nuovo malcapitato era proprio l'ora del maggior mareggio di quella
bordaglia. -

Perciocchè il giorno non era ancora siffattamente avanzato da por


re una discreta luce in quella infamissima bolgia, il custode, ch'era
entrato avanti al nuovo ospite, non si avvide di qualche cosa ch'era
per terra, e stramazzò sul nudo suolo: il naso èbbene gravissimo ol
traggio, e sanguinò per un buon pezzo.
– Maledetta sia l'anima vostra svergognatissima, figli di baldrac
che, che possiate tutti quanti vomitare a secchie il fetentissimo san
gue ! – gridò acceso d'ira quell'uomo–Voi l'avete fatto apposta a
gittare qua a terra questa puzzolente invoglia di cenci, per farmi rom
pere le pinne del naso; ma, per San Gesualdo di cui porto il nome ,
razza di schifosi escrementi, me l'avrete a pagare.
E qui fu udito un sonoro sberleffo ; e alle spalle del guardiano fu
lanciato da gran distanza un sornacchione che il fregiò di dietro con
un ciondolo nuovo. E qui avresti udito tale un baccano di risate
altissime, e un ragliare a coro e tale una tempesta, che il povero
Gesualdo, tempestando anch'egli, e fulminando imprecazioni, bestem
mie e parolacce, arrivò a stenti a dire al nuovo abitante di quell'ame
InO COnVentO :

- Ecco qua la tua cuccia: tu risponderai all'appello del numero 7,


capisci ? Tu sei il numero 7; e fa di non prendere il malo esemplo
da questi svergognati figli di troie, che lor possa afferrare una punta
à ClaSCUlIO.

Dette queste parole , che pel baccano che facea quella birba feccia
non furono intese neppure da colui, al quale erano dirette, il pa–
straccone uscì balestrando a dritta e a manca certe occhiatacce che
avevano l'intenzione di riuscir minacciose, ma che,tra quella efferata
marmaglia, non riportavano altro effetto che quello di far levare un
novello scoppio di fragorose risate.

Il novello incarcerato era un giovine di gentil fazione, di bianchis


sima faccia sgombra affatto di lanugine , su la quale si dipingeva a
vivi e dolorosi caratteri l'angoscia di morte che la novità di quel luo
go Spaventevole gli mettea nel cuore.
Cacciato bruscamente entro quel covo, il nuovo prigione era rima
sto immoto e stupefatto nel mezzo di quella scena ch'era occorsa in
quello entrare che egli avea fatto appresso al custode.
Quale antitesi non offeriva questo personaggio con quegli arnesi
CECATIELLO O LA GENESI DEl LADRI 29

ch' erano colà! Figuratevi un angelo che per avventura fosse cascato
giù negl'inferni.
Era vestito con assai decenza e nettezza il giovine prigione , che
sembrava appartenere alla classe degli agiati operai.
Era in un soprabito di lanetta scuro, cogli asolieri a'bottoni; avea
calzoni della stessa stoffa e dello stesso colore, e un corpetto di ca
scemirro giallo , sullo sparato del quale scendeano le due ali d'una
cravattina di seta nera: gli stivaletti , comechè ricoperti di polvere ,
erano di pelle fina e abilmente lavorati : avea sul capo un berretto
cilestre dalla lucida tesa di cuoio. La camicia, a giudicarne da'go
letti e da polsini, esser dovea nitidissima.
Se noi c'intratteniamo su questi particolari del vestimento del gio
vine carcerato, egli è perchè ci preme di far notare il contrasto che
l'aspetto gentile, la dolcezza dello sguardo e la lindura delle vesti
doveano fare con quelle facce di osceni micidiali e con quelle soz–
zure di cui abbiamo dato un rapido cenno.
Quelle vesti, che uscivano alquanto del grossolano e del succido di
che erano ricoperte le persone di quella ciurmaglia, dettero del nuovo
carcerato, ovvero del Numero Sette, siccome quindinnanzi il chiame
remo, un concetto come di qualche cosa che non fosse della botte–
ga; per che, non sì tosto andato via Gesualdo il custode dopo di quella
sbravacciata che avea fatta, que'tangheri, che aveano fatto un ca' del
diavolo , cessarono di repente dallo sghignazzare e dall'urlare , e si
fecero avidamente a gittar gli occhi addosso al pulito che avea il ca
valcante co' grappi (1).
E noi, riserbandoci di ritornare in questo camerone per ritrovare
questo giovine prigione, inverso il quale ci sentiamo compresi di gran
simpatia, riprenderemo la biografia del Cecatiello per seguirlo colà
dove il lasciammo, nella casa del Vico Lepri a Pontenuovo, in com
pagnia del Masto e di Sacco di fiore.

(1) Calzoni con le staffe.


30 I MISTERI DI NAPOLI

VIII.

Ma ci consentano i nostri lettori che ponghiamo sotto i loro occhi


altri personaggi ed altri importanti particolari prima che ritorniamo
al Vico Lepri a Pontenuovo.
Questo è indispensabile affine d'intendere con chiarezza il viluppo
de'fatti che abbiam tolti a rarrare.

Qualche mese prima della scena che descrivemmo tra il lumaio


Tommaso e que'galantuomini di Cecatiello e del Masto, una sera, un
giovine di circa 25 anni, vestito con assai buon gusto e decenza, era
seduto fumando un sigaro in su la soglia d'una bottega da caffè che
domandavasi delle due Sicilie, e ch'era lungo la via dell'Orticello.
Questo giovine avea sorbito una solita (1), cioè un tazzone ricol
mo fino al trabocco d'una bevanda atra , a cui i generosi avventori
davano, per cortesia verso la padrona della bottega, il nome di caffè.
Il prendere una solita nel Caffè delle due Sicilie all'Orticello era una
distinzione che attirava i riguardi dell'unico garzone e qualche sor
riso particolare che la principale teneva sempre in serbo per quelli
avventori appunto che si lanciavano al di là del tocchetto (2).
Era suonata l'una ora di notte, secondo l'antica maniera di con
tar le ore alla napolitana, e il giovine, che già da un quarto d'ora
era quivi arrivato,sembrava impazientarsi di attendere qualcuno che
non giungeva, quando, rasente il muro, dalla parte di S. Giovanni
a Carbonara, arrivò con affannoso anelito il nostro Cecatiello.
Non sarebbe stato possibile riconoscerlo, tanto si era camuffato da
mezzo galantuomo. I panni che portava addosso non erano gran fatto
migliori di quelli che già gli vedemmo in su la persona, ma erano
panni d'inverno, più scuri, epperò sembravano meno sciupati: erano
sempre panni stati indosso di altre persone.
Era una sera di marzo annuvolata e minacciosa.
Non sì tosto il giovine, ch'era seduto davanti alla bottega, scorse
(1) Una tazza di caffè da due grana; oggi da due soldi.
(2) Tazza da un soldo di caffè; oggi la si domanda nelle botteghe da caffè di terzo or
dine un mezzo; e, quando questa quantità di caffè vien somministrata nelle tazze per una
solita, vien detta un mezzo al grande.
CECATIELLo o LA GENESI DEI LADRI 31

Cecatiello avanzarsi tra i rottami di quella strada (1), si levò e gli


andò incontro. -

– L'avete fatta un po'tardi – disse senz'altro–ho paura che nol


troveremo in casa, giacchè egli esce verso le sette per andare a pranzo.
– Sapete che le mie gambe non molto mi giovano – rispose l'o
metto sciancato e bitorto , a cui ogni anno che passava torceva un
osso del corpo. -

– Andiamo presto, innanzi che esca – soggiunse il giovine.


E, senza darsi il minimo pensiero che quello sbonzolato non po–
tea corrergli appresso per ragioni potentissime , venne giù pigliando
la via di S. Giovanni a Carbonara ; indi svoltò a sinistra del Vico
de'Loffredi, e, imboccatosi nel Vico Grotta della Marra, s'intromise
in un palagetto. Soltanto quando pose il piede su la soglia di questo
palagio si voltò indietro per informarsi se fosse seguito da quel go
mitolo di morali brutture ch'era Cecatiello.
– Aspettatemi un momento – gridò a costui ch'era rimasto an–
cora indietro e ch'era per istramazzare per la gran fatica che avea
durata di menare l'una gamba avanti dell'altra — Io scenderò tra
due minuti: il tempo d'informarmi se l'amico è in casa.
E, come colui al quale le oscure scale di quel palagetto erano co
gnite per lunga consuetudine, salì prestamente cinque o sei branche.
Cecatiello aspettò giù nel portone.
Non erano scorsi un dieci minuti che quel giovine ridiscese.
– Potete salire: secondo piano a dritta, porta in fondo.
– Di chi debbo domandare ?
– Di nessuno. Ho lasciato aperto l'uscio da scala: non avete che
spignerlo ed entrare. L'amico è solo.
E, senza un buonasera od un felice notte, saettò quegli nuovamente
per la via che avea battuta in venendo.
Cecatiello andava sempre provvisto di un moccoletto di cera e d'una
scatoletta di fiammiferi di legno. Questa precauzione gli era valuta
la conservazione dell'altro occhio.
Siccome don Tommasino avea detto (don Tommasino era il nome
del giovine), Cecatiello non ebbe che aspignere un usciuolo e ficcarsi
in un quartieruccio mezzanamente ben rifornito di mobili.
Un lume a globo d'alabastro guidò i passi di Cecatiello verso la
stanza dov'era colui col quale egli dovea parlare.
Nessun servo appo l'uscio, nessuno nella saletta , nessuno nel sa
lottino di passaggio. Una penombra dappertutto...
Attraversando il salottino di passaggio, Cecatiello scorse in su un
(1) Nel tempo, donde comincia la presente storia, parecchie case in via dell'Orticello
erano in riattazione, epperò la strada era ingombra di barbacani, di travi, di pietre ec.
32 I MISTERI DI NAPOLI

mensolo due graziosi figuri di gobbetti di alabastro, di cui l'uno


sembrava il suo ritratto.
Anche quando quei due figuri fossero appartenuti ad un principe
del sangue, Cecatiello gli avrebbe fatti sparire negli enormi suoi ven
tagli (1).
Ma in quella casa tutto era, per un mo'di dire, sacro per lui.
Corvi con corvi non si acciecano, ed egli che già era cieco di un
occhio non volea rischiare di perdere l'altro.
Trasse difilato nello studio.

Era seduto alla scrivania un giovine elegantemente vestito. Avea


un soprabito di segovia inglese tutto aggirato di spighetti di seta nera,
un corpetto della stessa stoffa sul quale penzolava un lacciuolo d'oro;
e su lo sparato della camicia di fina battista un brillantino coruscava
come una stella. l capelli castagnuoli erano divisi in sul manco lato
da una studiata dirizzatura, e rilucenti per oli odorosi. Portava ba–
settine all'inglese.
Era una di quelle facce acconciate da lungo studio a dissimulare
il di dentro. Un sol carattere era visibile su quella maschera anima
ta, l'assenza del cuore. Tra que' labbri sottili e direm quasi oscil
lanti ci era l'effeminatezza congiunta all'ipocrisia, la bassezza vanito
sa, la furberia elevata a domma.
– È permesso ? – domandò umilmente il nostro Cecatiello soffer
mandosi in su la soglia di quello studio.
– Avanti – rispose quel personaggio senza levar gli occhi da una
carta che avea tra mani.
Cecatiello entrò addirittura col cappello in mano, e fece uno scon
cio inchino.
Passò un minuto prima che il signorino levasse gli occhi sul ladro.
– Siete voi la persona della Masseria, e di cui mi ha parlato il
mio amico Tommasino?
– Gnorsì.
– Avete portata la somma di duecento ducati in oro ?
– L'ho in saccoccia.
E, ciò detto, l'ometto pose la mano nella tasca interna del palot
tò, e cavò fuori un cartoccio, lo aperse, e contò su la scrivania qua
rantadue napoleoni e mezzo.
Il giovine esaminò i pezzi di oro l'un dopo l'altro con molta at–
tenzione avvicinandoli alla gentil lucernuola di ottone ch'era in su la
scrivania.

(1) Tasche basse ed esteriori del palettò, i cui rovesci hanno la forma di un ventaglio.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 33

– Ci perderò lo spiegò sul ta


volo.
molto per l'agio,
ma non mOnta – Era una carta
disse poscia racco topografica di Na
gliendo quel nu poli.
mero di pezzi di – Osserva qua.
oro e cacciandoli E Cecatiello si
in uno de'cassettini fece dappresso alla
laterali della sua carta spiegata.
scrivania. –Vedi tu que–
– Sei tu un a sta gran curva che
bile pozzaio (1)? ho segnata col la–
— Non ci è chi pis rosso ?
mi somigli. Chie- – La veggo.
detene anche a –Sai tu che co–
Cuoppo di pepe , sa è questa curva?
che mi conosce. – Gnornò
– Ci avete uno –E una via sot–
terranea che da fuo
scalatore (2) nella
compagnia ? -
ri Porta Capuana
– Ci abbiamo mena fino al palaz–
l'Ettico. zo del principe di
– Quello sca– Ottaiano a Chiaja.
gnardo di Peppi –Conosco que
niello il rosso? sta zòccola (5) –
osservò Cecatiello
— Per lo ap
con un risolino che
punto.
–Va bene. Ora, significava qualche
COS3,
fatti in qua e poni
l'occhio su questa – Benissimo.
Carta. Sta attento. È d'uo
Detto ciò, il si po mettersi per
gnorino prese di su s- questa zòccola.
la scrivania un – Niente di più
gran foglio di car-=====s facile; e poi ?
toncino ravvolto, e Azzy -*-Ebaboo – Sentimi be
Strangolatore.

(1) Ladro esperto nel penetrare nelle altrui case per gli acquedotti de'pozzi.
(2) Ladro incaricato di scalare su pe' muri.
(3) Luogo sotterraneo.
MasTRIANI– I Misteri di Napoli 4
54 I MISTERI DI NAPOLI

me. Moltissimi anni fa (1) regnava in Napoli un re che si chiamava


Renato d'Angiò: intanto, un altro re, un certo Alfonso, ch'era pure
di estranei paesi,voleva, non so per quali sue ragioni,togliere a quello
il possesso del trono di Napoli: l'una parte e l'altra sostenevano colle
armi le proprie ragioni. Alfonso avea fatte molte conquiste nelle
terre napolitane; ma il re Renato chiese aiuto al papa; e questi gli
mandò un corpo di soldatesche tra gente di Milano e di Genova.
– Bravo ! Ci ho piacere ! – esclamò Cecatiello – Ma ditemi, si–
gnorino ; io non capisco bene. Se Napoli apparteneva al re Renale ,
con che dritto quell'altro ne lo voleva spogliare ?
— Con quello stesso dritto onde tu spogli il tuo prossimo cristiano.
— Ma, che ci ha che fare ? Io sono un ladro...
— È lo stesso: tu rubi una borsa o un oriuolo; quei signori ru
bano un trono ; colla differenza che tu risichi il tuo cuoio e la tua
collottola, e que'signori non mettono a rischio che la pelle degli altri.
Ma tiriamo innanzi questastoria.
– Si, si, parlate, signorino. Chi vinse di que'due re ?
– Vinse quegli che nomavasi Alfonso. Gli Angioini, ch'era la fa
miglia a cui apparteneva il re Renato, aveano rubato il trono di Na
poli alli Svevi, e furono in contraccambio derubati dagli Aragone
si, a cui apparteneva re Alfonso, i quali alla volta loro furono de
rubati da altri gran ladroni di popoli...
– Ma, per questi ladroni non ci sono le carceri , le galere e le
forche ? – osservò Cecatiello , che non era sprovveduto di criterio
naturale.
– Baie ! Perchè furono inventati i soldati ?
– Ma, insomma, tutti rubano in questo mondo ? – chiese Ceca
tiello per trovare nella universale complicità la scusa delle male sue
opere.
– Precisamente — rispose il giovinotto con una sicurtà del fatto
suo che forse veramente gli stava in cuore — Ma, non m'interrom
pere, perchè io non ho tempo da perdere. Non ho pranzato ancora,
ed ho una fame che mi divora le budella. Io ti dicevo adunque, mio
caro Cecatiello, che re Renato ebbe soccorsi d'uomini; sì che tenea
fermo ; sebbene l'altro si fosse già renduto padrone di molte terre
circostanti la capitale. Purtuttavia, Napoli resisteva. I soldati di re
Renato faceano un fuoco d'inferno dalle torri e da'bastioni che in
quel tempo sorgevano da Porta Capuana insino a Porta S. Genna–
ro. Gli Aragonesi perdettero un gran numero de'loro ; per forma
che poca speranza ci era di pigliar Napoli. Ma i buoni uffici non

(1) 1442.
CECATIELLO O LA GENESI DEl LADRI 35

mancano mai; ed ecco che un pozzaio offre agli Aragonesi di farli


entrare in Napoli di notte tempo , conducendoli per la zòccola che
tu sai.
– Da vero? – esclamò sorpreso il ladro.
– Per S. Gennaro.
– E quella gente accettò ?
— Ben inteso.
– E si ficcarono nella zòccola...
– Non so quante migliaia di uomini.
– Ed entrarono in Napoli ?
– La notte del 2 giugno, dalla parte di Porta S. Gennaro.
– E il Renale ?
– Scappò come scappano i re vinti per arte o per inganno: s'im
barcò su nave di Genova, e se ne andò in Francia colla moglie e cofi
gliuoli.
— E l'altro regnò ?
— Per dritto di conquista.
– E che significa?
– Significa lo stesso dritto che tu hai alla roba che rubasti altrui.
– E perchè allora me imprigionano e gli altri lasciano tranquilli
possessori della roba acquistata per dritto di conquista ?
– E i soldati ?
— Avete ragione; non parlo più.
– Veniamo a noi di presente. Ho voluto raccontarti questo fat–
tarello per farti comprendere che la zòccola di cui ci occupiamo è
molto antica ; anzi , debbo dirti , che assaissimo tempo innanzi che
vi si fossero messi per entro gli Aragonesi, un altro generale vi avea
fatto passare un altro esercito. Tu dunque , in compagnia di qual–
che tuo fidato scalatore, ti caccerai nella zòccola per lo ingresso che
già conosci.
– Gnorsì, lo conosco benissimo. Se sapeste, signorino !... E poi ?
– Quando avrete fatto un paio di centinaia di passi, vi abbatte–
rete in una gran cloaca a dritta; seguite sempre a dritta il sentiero
della cloaca per sotto la cupa di S. Efrem vecchio ; e vi troverete
nell'ampia vasca d'un pozzo. Salite arditamente, e vi troverete in un
giardino annesso ad un bel casino. Date la scalata al balcone che ri
sponde dirimpetto al Monastero de'Cappuccini. Infrangete imposte e
cristalli, cercando di fare il minor rumore possibile. È questo il ca-
sino del signor duca di Massa Vitelli... Entrate adagino nelle stanze
interne. Nell'ora da me indicata non ci è nel casino altra persona
che il vecchio duca signor Tobia, nonno del vecchio. Nella stanza
appunto dov'è il vecchio duca è un forziere con entro il cassettino
36 MISTERI DI NAPOLI

zeppo d'oro. Non sarà male che smorziate il nonno: è sempre una
buona precauzione. Non ci vorrà molto per fare di quel vecchio una
moccolaia. Al resto, pensate voi. È un affarone, di quelli che non
si propongono se non che a pochi veri amici. Siate cauti, soprat
tutto al ritorno. Egli è vero che per tutto quel lungo vico di cam
pagna di S. Efrem vecchio non incontrerete anima viva ; ma è pro
babile che venendo in giù vi abbattiate in qualche feroce. Per me,
non vi consiglio di prendere la discesa dello stradone che mena giu
sto alla estremità del Serraglio. Può sempre darsi qualche cattivo in
contro, giacchè i gatti sogliono piuttosto aggirarsi per le vie diserte
anzi che per le strade della città. D'altra parte , io sono sicuro che
voi non correrete alcun pericolo battendo la via di S. Maria degli
Angioli alle Croci, dappoichè nelle prime ore della sera può ognuno
trarre per quelle vie senza ingenerar sospetti, avvegnachè recasse
con se una invoglia. Per che , tu seguirai il mio consiglio , non è
così ?
– Gnorsì.
– Hai ben capito il tutto ?
– Non ci occorre altro.
– L'ora più favorevole è verso l'una ora di notte. A quest'ora
non ci è nel casino che il signor Tobia, vecchio ottogenario, confi
nato nel suo letto. A quest'ora Andrea il cameriere esce ogni sera
per andare insino a Porta Nolana: egli chiude a chiave il vecchio pa
drone , e ritorna verso le due ore e mezzo o le tre ore di notte.
Il sito è deserto. Due dita nella strozza del vecchio, e tutta la casa
è a vostra disposizione. Non v'impacciate con roba superflua. Nella
stessa stanza da letto del vecchio è il forziere in cui è nascosto un
cassettino zeppo d'oro. Ce ne sarà per migliaia. Badate che via fa
cendo il bruffo (1) non dia all'occhio. Dissimulate il cassettino sotto
le viste di una invoglia di panni.
– Non pensate, signorino; noi si sa fare le cose con molto gar
bo. Comandate cose?
– Addio, bellezza; e come sta il nostro Masto ?
– Sta vegeto e ritto come un fuso.
– Salutalo da parte mia.
– E il vostro nome ?
- Non occorre : digli che la persona che ti ha dato la base (2)
lo saluta caramente.
- Sarete servito. Vi lascio la buona notte.
– Santa notte e buoni affari.
(1) Gli oggetti rubati.
(2) Direm qui appresso che cosa nel gergo de' ladri s'intende per base.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 37

L'ometto fece un altro inchino, volse il tergo al giovine, e prese


la via dell'uscio. -

Non sappiamo qual'idee si ravvolgessero pel capo del nostro Ce–


catiello, a cui certamente doveano battere le tempie al pensiero del
tesoro che avrebbe trovato.
Una gran lotta facevasi intanto nell'animo suo.
Diremo poco più appresso di che genere fosse la lotta che Ceca
tiello sostenne con se medesimo; siccome spiegheremo altrove il si
gnificato del risolino ch'era apparso in su le labbra dell' ometto al
lorchè da quel giovine gli si era parlato della zòccola che da Porta
Capuana menava a Chiaja.
38 I MISTERI DI NAPOLI

VIII.

Il giovine dal quale Cecatiello si partiva era un capo venditore di


basi.
Che cosa è nel gergo de'ladri un venditore di basi ?
Tra tutti i delitti contro la società la ruberìa è il più svariato; i
corifei di questa mimica non ballano a coro, ma ciascheduno ha un
passo assegnato. Il furto ha le sue classi elementari, ginnasiali , li
ceali , ha una grande scala d'impiegati, dal capo sezione all'ultimo
spazzino ; ha i suoi architetti, i suoi gatti , i suoi scalatori, i suoi
scassinanti, i suoi accrastatori, i suoi volanti, ed ha pure i suoi ven
ditori di basi.
Ogni sezione o paranza, ha un venditore di basi, al quale si va ad
attingere buoni affari.
Il venditore di basi è presso a poco il ministro delle finanze della
vasta industria ladronesca. Egli presenta gli schemi ovvero i progetti
più plausibili e più o meno sicuri di furti. Non ci è ladro che non
faccia capo da lui, sia per avere qualche base ovvero qualche mico (1)
sicuro od almeno probabile, sia per sentire il parere di lui in su una
divisata ruberia.
Il venditore di basi acquista più o meno credito a seconda che
riescono più o meno felici le operazioni da lui proposte. E dal mag
giore o minor credito acquistato dipende il maggiore o il minor prez
zo che egli riscuote dalla paranza o da' singoli membri.
S'intende benissimo che il prezzo è accresciuto o diminuito dal
valore del bruffo e del mico , cioè dal valore della roba da rubare
e dalla qualità della persona o delle persone da rubarsi. Per qualità
non debbesi qui intendere lo stato sociale, la condizione od altro del
derubando , bensì la facilità maggiore o minore che il ladro possa
avere a farlo mico.
Il prezzo d'una base si paga sempre anticipatamente ; il che vuol
dire che il venditore di basi ha già dovuto acquistare tanto credito
da non muovere il minimo sospetto su la sua lealtà.
Ci sono pertanto due specie diverse di venditori di basi , cioè il
signore e il pezzente. -

(1) Persona derubata o da derubarsi.


CECATIELLo o LA GENESI DEI LADRI 39

Il signore è spesso alla testa d'una vasta agglomerazione di ven


ditori di basi pezzenti, i quali tutti affluiscono in lui siccome ad un
centro comune, ovvero come tanti fiumicelli che affluiscono in un gran
fiume.
Il capo venditore di basi riceve tutte le comunicazioni particolari
che gli fa ciascuno de'suoi subalterni, comunicazioni che quegli paga
più o meno largamente a tenore della importanza della cosa e della
probabilità del buon successo. Hassi pertanto a notare che questi su
balterni non sono tenuti a garentire la buona riuscita delle basi che
eglino dànno al capo venditore, il quale, all'opposto, non può offrire
che basi di una probabilissima riuscita, le quali sono come il lambicco
delle diverse informazioni ricevute. Ed ecco perchè le basi del ven–
ditore capo si pagano assai caro, dappoichè questi si contenta di of
frire ad altrui un guadagno sei volte maggiore anzi che tenerselo
per sè.
Ma la vera ragione per cui il venditore capo fa l'eroismo di of
frire ad altri un bel guadagno anzi che goderselo egli stesso è che è
meglio contentarsi di un piccolo lucro certo e senza arrischiar la pelle.
I ceti ne' quali vengono reclutati i subalterni venditori di basi sono
i seguenti, salvo sempre le debite onorevoli eccezioni:
1. Domestici, cuochi, camerieri, barbieri, e tutti quelli, insomma,
i quali nella loro qualità di famigliari possono conoscere i segreti delle
case, i nascondigli del denaro o di oggetti preziosi, e possono dare
altri importanti indizi e schiarimenti.
Osserviamo che raramente le donne sono ammesse a provvedere
di basi un capo venditore. Incapaci di mantenere un segreto, per la
smania di ciarlare, le donne farebbero andare a male il miglior pia
no di ruberia che siasi mai costruito nella mente di un venditore capo.
2. Gli spazzaturai, i caprai, i venditori ambulanti, ed in generale
gli esercenti qualche industria, per la quale hanno l'agio di ficcarsi
nelle altrui case e colpirne d'un tratto i lati assediabili.
5. Da ultimo (e ciò sia detto per qualche rara eccezione dacchè
i più sono onestissimi) i salassatori, che penetrano fin nelle più ri
poste camere per lo esercizio del loro mestiero.
Sogliono per lo più tra questi ceti reclutarsi i più comuni vendi–
tori di basi; e talvolta, trattandosi di audacissimi furti commessi dalla
camorra elegante, i venditori di basi si sono avuti nelle file de' più
eleganti giovanotti.

Poche altre parole sul capo venditore di basi , dimorante nel Vico
Grotta della Marra.
Era questi il più distinto tra i perdigiorni del Caffè di Zaccaria.
A40 I MISTERI DI NAPOLI

Il suo vestito era un modello di buon gusto; la sua borsa era sem
pre a disposizione de'suoi amici; aveva un'innamorata officiale e due
o tre estragiudiziarie, tra cui una graziosa attrice del teatro Par
tenope. -

Una singolarità notavasi nella sua vita da principotto. Pranzava di


verno e di està verso le ore due di notte in quella cànova che è
accosto al teatro Partenope. Avea detto agli amici esser questa una
sua bizzarria, un suo capriccio; piacergli il vino di quella cànova ;
esser lui trattato colà con molta distinzione. E in ciò diceva il vero,
chè dal vinaio e da'garzoni della bottega gli si usavano le maggiori
preferenze, sì ch'ei poteva a suo piacimento scapricciarsi di tutt' i
punti della gola, che non era nè il primo nè l'ultimo de'suoi peccati
mortali.
Una sera, questo giovine in compagnia di un suo amico usciva da
una casa in via de' Miracoli : avevano giuocato , e guadagnato cia–
scheduno una buona sommetta: l'amico aveva in saccoccia un paio
di centinaia di lire.
Erano le due ore dopo la mezzanotte.
Arrivati su l'ampia strada di Foria , i due amici si aveano a se
parare per prendere ciascuno la volta di casa sua.
Il venditore di basi dovea svoltare a dritta, l'amico a sinistra.
Costui abitava dirimpetto all'Albergo de'Poveri.
– Questa strada non è sicura a quest'ora. Ti confesso, mio caro
Luigi , che ho un po' di paura di essere rubato. Ho addosso, oltre
il denaro che ho vinto alla primiera, l'oriuolo e la catena d'oro che
mi costano settanta ducati.
- Duolmi di non poterti accompagnare – disse Luigi , ch'era il
nostro venditore di basi – ma non aver paura.Se avrai qualche si–
nistro incontro, e tu di' al ladro od ai ladri queste parole:Sono per
sona di Cocòla. E sta sicuro che ti lasceranno andare pe'fatti tuoi.
– Dici da vero, Luigi ?
– Non dubitare. Io stesso, con questo talismano , ho parecchie
volte salvato il mio borsellino e il mio oriuolo.
- Seguirò il tuo consiglio, Luigi; ti ringrazio.
- Non ci è di che. Speriamo che nessun sinistro t'incolga.
– Buona notte, Luigi.
– Buona notte, Alessandro.
I due amici si dettero una stretta di mano ; e l'uno si pose per
la via dell'Albergo de'Poveri, e l'altro pel Largo delle Pigne.
- Cammin facendo, Alessandro iva pensando alla singolarità del caso.
Come l'amico Luigi era venuto a conoscenza del motto salvatore ?
Ed ecco che, non avea fatto il giovinotto una cinquantina dipassi
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 41

che due ceffi, sconficcatisi di sotto al ponte della lava de' Vergini,
gli sono addosso con armi alla mano, intimandogli di consegnar su–
bito tutto ciò che avea su la persona.
Era il caso di saggiare il motto di salvezza.
– Sono persona di Cocòla – gridò tremante il povero giovine, te
mendo non gli giovasse gran cosa il segreto.
I due ladri si fermarono, abbassarono le armi, e
– Della paranza? Va bene – disse l'un di loro – Scusate, veh !
– La madonna vi accompagni, felice notte – disse l'altro – An
date pe'fatti vostri, e non abbiate paura.
I due ladri si dileguarono alla vista del giovine, che rimase ba–
lordo, e non ci volle poco per tornare dalla sorpresa...
Gli tremavano ancora 1 ginocchi. Per la via, tastava l'oriuolo e il
borsellino, per accertarsi che questi oggetti stessero tuttavia al loro
posto.
Allorchè toccò la soglia del suo portone , il giovinotto die' fuori
un gran sospiro di gioia.
– Benedetto San Nicola ! – esclamò asciugandosi la fronte ba
gnata ancora di freddi sudori.

Ci sembra superfluo il dire che Cocòla non era altri che lo stesso
Luigi, il capo venditore di basi.
A2 - I MISTERI DI NAPOLI

IIX.

Cecatiello apparteneva ad una delle paranze della Vicaria addiman


data della Masseria.
Capo di questa sezione era Pilato lo strangolatore.
Ricevuta la base, per la quale la società avea pagato la somma di
ducati duecento, Cecatiello ebbe una tentazione. Nissuno era partecipe
del segreto: egli potea diventar ricco, estremamente ricco. Fatto il bot
tino, sarebbe ito, sotto fattizio nome, in lontani paesi a goderselo:
avrebbe fatta felice sua figlia MARTA.
Cecatiello avea dunque una figliuola?Si. Questo involucro di malva
gità aveva una figliuola, ch'egli amava più dell'unica luce che gli era
reStata.
Strana ed inconcepibile natura dell'uomo! Una sozza creatura, defor
mità vivente fisica e morale, anima perduta nel lezzo del vizio, del de
litto e dell'abbiezione, esoso istrumento della camorra e del furto, Ce
catiello aveva una religione, l'amor paterno: il suo tempio era la sua
casa; il suo dio, sua figlia Marta. Tra''tanti miseri e laidi affetti, egli ne
avea uno purissimo.
Il suo sogno dorato era di trarre sua figlia dalli stenti e dalla miseria
in cui ella vivea. Egli sarebbe stato contento di lasciare il capo su le
forche purchè avesse assicurata la felicità di Marta.
La felicità, nel suo mo' di vedere, era il denaro, la ricchezza.
Cecatiello ebbe dunque una gagliarda tentazione.
Uscito dal Vico Grotta della Marra, dove dal capo venditore di basi
avea comperato per conto della paranza la magnifica base che dovea
fruttare di belle migliaia, Cecatiello riuscì sull'Orticello e quindi in su
la via di S. Giovanni a Carbonara.
Era cominciata a venir giù una sfioratina di pioggia fredda e pene–
trante...Quella via era già deserta.
Per riposarsi e per prendere consiglio dal vino, Cecatiello si cacciò
in una bettola o cànova ch'era, ed è tuttavia, in su lo sbocco del lurido
e osceno vico domandato de'Candelari.
Sedè appo un tavolo, e si fe' arrecare due cantucci, un grano di olive
e una caraffa da sei.
Stette colà mezz'ora cercando una ispirazione nel fiasco: nessuna.
Tenzonavano nell'animo suo due opposte tendenze, l'amore della fi
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 43

glia, la paura dello Strangolatore. Non era già paura per la propriavita,
la quale volontieri egli avria sacrificata alla felicità della figliuola. Ma
poteva egli esser certo che quel mostro non avrebbe anche su la inno–
cente e bella Marta disfogata la sua vendetta?
Egli uscì dalla cànova, e si pose nuovamente nel mezzo della di–
serta via. "
Piovigginava ancora. Era un'acquerùgiola fitta e agghiacciante.
Que'quartieri respiravano l'angoscia, la trepidanza, il sospetto. In
quelle bocche di lupo, ch'erano gli angusti vicoli a dritta, ci erano boc
che di lupe, l'oscenità per fame. -

Di contro, le nere e terribili mura della Vicaria, colle sue orbite se


polcrali, dov'entra pria del tempo la notte, consigliera di misfatti, coi
suoi finestroni che ricordano gli Angioini e la morte di Ser Gianni Ca
racciolo.
Cecatiello avea due vie da scegliere:
A dritta, il covo del delitto, dove lo aspettava il suo padrone lo Stran
golatore; a sinistra, l'asilo della innocenza, dove lo aspettava il suo
angelo, Marta.
Cecatiello tenne a dritta.
Benchè non ancora deliberato di andare a riversare negli orecchi
della paranza il segreto che il poteva arricchire , egli era menato a
dritta da una forza prepotente, dal fascino terribile che su lui eser
citava lo Strangolatore...
Quasi quasi egli era atterrito della tentazione che gli era surta nel
l'animo... Si voltava ad ogni passo, come se temesse di sentirsi ad
dosso all'improvviso il suo padrone che gli avea letto nel pensiero.
Camminando lentissimamente e mormorando tra sè i propri pen–
sieri , Cecatiello trasse oltre la Porta Capuana, e, lasciatosi a manca
il carcere di S. Francesco , seguitò per quella lunga e diserta via
che costeggia i murati recinti della oscena borgata...
Ma, poco anzi, proprio sotto l'arco di Porta Capuana, erasi avve–
nuto in un uomo, che era fermato dappresso a quella specie di cap
pelluccia ch'era scavata sotto l'antica porta della città.
Era alto, segaligno; parea morto di freddo e di fame.
Quando Cecatiello gli passò a costa, quegli fece un passo innanzi
e se gli appressò.
– In nome di Dio, fate una limosina ad un povero padre di fa–
miglia.
Cecatiello ebbe un soprassalto. Questa parola padre di famiglia gli
facea sempre uno strano effetto.
I ladri non si aspettano mai che altri lor si appressi per chiedere
la limosina. Era la prima volta in sua vita che ciò gli occorreva.
44 1 MISTERI DI NAPoLI

Cecatiello guardò in aria scempia quell'uomo, che aveva indosso


per tutto vestito un soprabito che cascava in randelli : era la ruina
d'un soprabito.
Cecatiello provò dapprima un movimento di vanità e di orgoglio.
Un uomo gli chiedea la limosina! Egli avea dunque qualcosellina su
la faccia o su gli abiti che gli dava l'apparenza di un signore, di
un uomo onesto, d'un galantuomo!
Ebbe una certa voglia di ridere; poi trasse oltre dando a'suoi passi
un movimento più concitato.
E quegli il tenne dietro.
– ln nome di Maria Immacolata, ho a casa una figliuola zitella.
A queste parole Cecatiello mise un'oh ! di viva esclamazione, e si
fermò di botto. -

–Tu hai una figlia, buon uomo ? una figlia zitella ?


–Sì, signore; una fanciulla di sedici anni.
– Una figliuola di sedici anni ! – ei ripetè come assorto ne'suoi
pensieri: indi richiese:
– Bella, n'è vero?
– Bella quanto Maria Vergine Santissima.
–- E tu non hai come sostentarla, poveruomo !
– Io ero un impiegato della ferrovia di Castellammare : una de
nunzia mi pose l'anno scorso in mezzo alla strada ; mia moglie è
morta per istenti e miseria agl'Incurabili; due miei figli maschi mo
rirono di tisi l'un dopo l'altro ; e solo mi resta una fanciulla , una
santa, mio buon signore.
– Ami tu la figliuola tua ?
–Che dite mai , mio buon signore ? E se io stendo la mano ai
passeggieri, per chi fo questo? La poverina lavora da un maestro
calzolaio in qualità di orlatora e lucra otto grani e tre calli al gior
no, co' quali paghiamo il tugurio in cui viviamo. In quanto al cibo,
aspettiamo ogni giorno che la Madonna ci mandi qualche provvidenza.
Sono ventiquattr'ore che non ho potuto darle altro che un quarto di
pane e due patate cotte su la brace. Non mi fido di ritornare a casa
per tema di trovarla moribonda o morta d'inedia.
-Come si chiama la tua figliuola ?
– Si chiama Concetta.
– Dove abiti?
– Nel vico de' Pozzari, nel cupo del fondaco al Pendino...
– Come ti chiami?
– Giuseppe Guarinucci.
– Va bene. Prendi questa moneta... Verrò a trovare tua figlia.
Povera creatura !
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 45

Ciò detto , ficcò due dita nel taschino del corpetto , ne cavò un
pezzo d'argento da due carlini e il pose nella mano dell'accattone,
che non credeva a'suoi occhi, tanto quella limosina gli sembrò prin
cipesca. E non sapeva il tapino come attestare la sua riconoscenza a
quel signore, in cui pensò che si ascondesse qualche alto personag
gio od anche un principe del sangue.
Questa buona azione sollevò il cuore del ladro.
La maraviglia de'lettori sarà maggiore quando ei sapranno che quel
tarì era tutto il denaro che il nostro Cecatiello possedea.
Avremo forse occasione di ritornare su questo episodiuccio.

Abbiamo detto che Cecatiello trasse per quella via lunghissima che
è di fuori Porta Capuana e che mena dritto a Poggioreale.
A quella tarda ora della sera quella strada, fiottata dalla fina piog
gia e non rischiarata , in sul cominciare , che da pochi e tra loro
distanti lampioni, non era battuta da anima viva.
A sinistra, il famoso lampione che additardi notte alle segrete ron
de l'ingresso del Vico del Cavalcatorio, che è ancora segnato col
n. I, mentre oggi è l'unico di questo nome, perocchè furono murati
gli altri tre. -

A dritta, tutte le botteghe chiuse a quell'ora rendeano più tetra e


solitaria la strada.
Una fitta oscurità regnava al di là dell'abitato, quando comincia
la lunga e polverosa via che mena a Pomigliano, a Cisterna e ad al
tri vicini paeselli.
A dritta la strada si abbassa a vari metri dal livello del suolo,
in guisa che due opposte scale di pietra sono costruite a spazio a
spazio pe' pedoni che per loro faccende hanno da transitare nell'alto
o nel basso della via.
Sempre a dritta, poco prima di finire l'abitato, è un vicoletto
storto addimandato Vico del Vasto a Capuana.
Cecatiello si cacciò primamente in questo vicolo , che pareva es
sergli abbastanza noto, a giudicarne dalla sicurtà ond'ei vi si pose.
Non diremo perora ciò ch'egli andasse a far quivi. Ne uscì dopo un
quarto d'ora allo incirca, e si rimise in su la stessa larga via di Pog
gioreale.
Scese una di quelle scalette e si cacciò in un ingresso ariato, che
dava adito ad una specie di podere. -

Quello ingresso era scuro come una bocca di lupo...


Nel mettere il piede su quello ingresso, un rumore di catene e di
pesanti passi di una bestia che si moveva contro di lui colpirono
l'orecchio del nostro ladro,
46 I MISTERI DI NAPOLI

Cecatiello sapea di che trattavasi.


Fermossi e fece un fischio di convenzione.
Sentì un gran blocco appressarglisi alle gambe.
Cecatiello avea sempre una paura indiavolata nel valicare quel bre
ve passaggio.
Spieghiamo la cosa.
A dritta dello ingresso di quel podere (addimandato la Masseria
da una combriccola di ladri) era un molino che nel mattino un so
maro aggiogato metteva in moto con una pazienza veramente ammi–
rabile.
Agguinzagliato dappresso al molino, nelle ore diurne, era un mo
struoso cane di razza bastarda, di una forza da superare quella del
leone e d'una ferocia da avanzare di gran lunga quella del tigre reale.
Era in questo spaventevole bull-dog qualche cosa del toro , del
tigre e del leone. I suoi ringhi mettevano lo spavento nelle ossa : i
suoi occhi di un fulvo cupo erano sempre strisciati di tabi sanguigne.
Questo mostro rispondeva al nome di Uosso (osso) , forse perchè
si avventava immediatamente su l'osso del collo e lo spezzava di botto
come uno steccadenti. -

Durante il giorno, Uosso era incatenato ad un anello di ferro; ri


maneva accovacciato dietro il muro d'ingresso, in guisa che se qual
che straniero che entrava alla sprovveduta non fosse stato avvertito
di non passare molto d'accosto a quel muro correva certamente il
risico di avere squarciato il polpaccio della gamba da'denti di quella
belva, la quale non mancava di fare questa carezza a chiunque fosse
ivi per la prima volta capitato.
Uosso non saltava al collo che in due casi,
Quando sentiva la voce del padrone che gridavagli Piglia, Uosso;
E quando gli veniva sotto gli occhi un gendarme.
Due gendarmi erano caduti esanimi sotto il dente di Uosso.
I cani non sono impiccati allorchè commettono un omicidio, ep
però Uosso non pagò niente pe'due gendarmi, a' quali avea spezzata
la vertebra cervicale. Fu bensì due volte mandato in carcere il pa–
drone del cane.
Il padrone del cane era Masto lo Strangolatore.
Gli amici del padrone, vale a dire, gli affiliati della paranza della
Masseria godevano i favori di Uosso e non pagavano il terribile
dritto di pedaggio, cioè uin'oncia buona di carne dal polpaccio. Ma
ei bisognava che non avessero mai dimenticato , nel porre il piede
su la soglia di quel primo ingresso , di fare colle dita in bocca un
certo fischio noto agli orecchi di Uosso e che lo avvertiva essere un
amico la persona che arrivava.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI A7

Di questa precauzione potea farsi di meno nelle ore diurne, pur


chè pertanto quegli che veniva non avesse trascurato di camminare
dall'altra banda dello ingresso; altrimenti Uosso, non avvertito a tem
po, mordeva immancabilmente la gamba dello smemorato.
Di sera però non si potea dagli amici far di meno del fischio; im
perciocchè Uosso giva squinzagliato su e giù pel vialetto dello in
gresso di quel podere; e, non potendo nelle tenebre avere l'agio di
ravvisare le persone, saltava inesorabilmente alle gambe di tutti, ec
cetto che del suo padrone il Masto.

Ciò posto, Cecatiello non potea dimenticare il fischio che lo salvava


da' denti del terribile mastino. Con tutto ciò, ogni volta ch'egli re–
cavasi alla Masseria , per discendere nel fösso , com' era chiamata
quella tana di ladri , aveva un batticuore di paura, massime quando
vi si recava di sera ; imperciocchè potea darsi benissimo che Uosso
non sentisse il fischio, e, non potendo nelle tenebre discernere le fat
tezze della persona che entrava, si slanciasse alla solita presa delle
gambe.
E Cecatiello non avea ben solido questo articolo del suo corpo.
48 I MISTEBI DI NAPOLI

Messo fuora il fischio con quanta forza potè, e ricevuta la poca


piacevole visita del mastino, che furiosamente era venuto a lanciar
segli contro, Cecatiello, cui la strada era conta, incamminossi a si–
nistra, colà propriamente dove si apre un campicello coltivato, per
entro al quale,seguitando certe curve di sterratuccio, il nostro ometto
si trovò ad una di quelle rustiche capanne di che sono a spazio a
spazio ricoperte quelle nostre campagne che prendono la denomina–
zione di Paludi. Là giunto, il ladro fece un altro fischio per dar l'av
viso a'compagni poco discosti, e s'incamminò versoun fabbricato nero
e affumicato. -

Entrò in una specie di apertura che non si potea propriamente


chiamare un uscio. Erano pietre cadute anzi che sfabbricate; era una
ruina anzi che un ingresso.
Uno che fosse stato ignaro del sito sarebbe inevitabilmente preci
pitato giù da certi smussati scalini ch'ei non avrebbe al certo raffi
gurato in quelle fitte tenebre.
Ma Cecatiello non dimenticava giammai i più piccoli accidenti del
sito: bensì, con molta precauzione egli discese li dieci scalini che me
navano al fosso, dove per lo più si riuniva questa sezione della pa
ranza del quartiere Vicaria.
Che cosa fosse in origine quella specie di caverna mal sapremmo
dire: forse fu deposito di fieno, di paglia o di altra somigliante ma
teria.

Entriamo in questa tana.


Figuratevi uno de' più tetri quadri del Vandick. -

La scena era rischiarata o meglio dinunziata da una candela di


sego color verde accesa, conficcata nel becco d'una bottiglia di ve–
tro. La livida luce serviva a definire i profili.
La compagnia si componea di uomini e di bestie.
La linea di demarcazione tra queste due specie non era che la
teca vertebrale, verticale in quelli, orizzontale in queste.
Nel resto, omogeneità perfetta e di fuori e di dentro.
Le bestie erano un somaro,un maiale, un altro mastino non meno
di feroce aspetto del guardiano e una guarnigione di ratti.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 49

Ciascheduna di queste bestie aveva una sua immagine e similitu


dine in quel congresso fraterno , in cui il più intelligente di tutti
era il cane, il più virtuoso il somaro, il più innocente il maiale.
Quattro ceffi erano in quel covo.
Una figura lunga e fantastica come uno spettro era la sola che stesse
seduta su un qualcosa ch'era dovuto essere una sedia.

22-3322

2222322323
22 333
3 2222323
23:22:33

----------------

= ------ -
-
-
---------------------------
-------- -e= e=- ---

==--------- ====
-===
-----AAMdAAAp -
-------- -- -
== ====== e..oleowos
no aus. -----------
---

Con questo pezzo formidabile soleva giuocar di soppiatto al pizzico


il nostro Serafino. (Pag. 14).

Era lo Strangolatore. Aveva a' piedi un tegamuccio con entro al


cuni tizzi ardenti, su i quali si disegnavano a nero cinque bacchette,
le dieci dita spiegate sul fuoco per riscaldarvisi.
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 5
50 MISTERI DI NAPOLI

Tre altri cosi gligiacevano quasi a'piedi in su l'umido suolo non


si discernevano i figuri, se togli certe facce livide, verdastro cupo ,
sgorbi dell'anima nera.
Nello insieme quel gruppo somigliava ad una iena che , di notte,
dissotterrati tre cadaveri, si diverta a covarli innanzi di sventrarli.
Quella tana avea lo spazzo di terriccio, le mura grommate di lor
dure d'ogni sorta. Un'apertura in un de'muri laterali rispondea in una
fogna, -

Era questa una sezione della principale combriccola de' ladri del
quartiere Vicaria ; fazione maladetta che avea statuti e giuramenti.
Vi erano affiliati quattro birri del commessariato, domandati in quel
tempo feroci, di cui ciascheduno ricevea un tarì al giorno per isviare
le orme della polizia.
Non dimentichiamo di dire che uno de'modi tenuti da questi amici
funzionari era di porre una grossa pietra in certi siti designati. La
pietra significava che di colà era già transitata la ronda notturna,
epperò potervi i ladri rigirarvisi e trattenervisi a lor talento, in piena
sicurtà.
I tre mariuoli quasi distesi sul nudo spazzo fumavano corte pipe:
abbronzavano al fuoco acceso ivi nel mezzo, per non dire riscaldavano,
i piedi rivestiti di luride zàcchere.
Ad un canto della tana era un gran mucchio di scampoli di pelli
da concia.
Era questa la mercatanzia su la quale questa fazione esercitava pre
cipuamente la sua camorra.

Poco prima dell'arrivo di Cecatiello, la conversazione era stata vivace


ed animata.
Diamo un saggio di questi parlari , che ci studieremo di tradurre
il meglio che ci verrà fatto dal barbaro e osceno gergo.
–A sconficcare dal muro gli arpioni non ci è chi avanzi in abi
lità il Lupo.
Era il soprannome d'uno de'tre mariuoli.
A questo elogio fattogli dal Masto (lo Strangolatore), il Lupo lanciò
in aria con vanagloria unagran buffata di fumo, che trasse dalla pipa.
– Ne ho ammaccati e rigonfi i cinque (1)— disse poi— La scu
ra (2) me gli ha pesti; e ciò per dar retta a Naso di cane (3), cui
è paruto che qualcuno montasse le scale. L'ho segnato.
(1) Le dita.
(2) L'imposta dell'uscio.
(3) Soprannome della innamorata di Lupo,
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 51

–Carogna! E non ci era io laggiù nello sbuco (1) per dar l'av
viso?– osservò un altro di que' mariuoli, ch'era un picciotto di circa
sedici anni, che aveva i labbri squarciati da una recente coltellata.
– Vi avverto pel vostro me'– disse in tuono imperativo il Masto –
che quando si tratti di abboccare al covo qualche starna (2), non ci
voglio la gonna per lo mezzo. Sono le femmine pessimi bracchi; e
poi, queste maladette mulacchie hanno in bocca la tàccola che è sem
pre pericolosa. Se voi altri volete avere ciascuno la sua donna, e sia
pure alla malora, ma nel servizio non ci voglio pettegole.
– Masto, ciò non va detto per Occhio d'oro (3) – disse il terzo
de' tre mariuoli, effeminata e curiosa creatura , mastaccirone da' più
bestiali e feroci istinti.
— Oh ! oh ! oh ! non gli tocchiamo Occhio d'oro a Carusiello; gli
è come se gli affocassimo il diretano. Quella bazetta è proprio ag–
graziata ! - -

— Per la Madonna , che voi siete de'fetenti se non vi lavate la


bocca co' fiori pria di parlare della mia donna – disse Carusiello, rin
calzandosi in sul sincipite il berretto di tela che gli copriva i ciuf
fetti da bravaccio. -

– Ohè, tamurri (4) — gridò lo Strangolatore – rispetto all'auto


rità, figli di troie. Non voglio che vi abbiate a bisticciare per que–
ste baldracche di donne, che possano tutte crepare pe'fianchi allor–
chè mettono al mondo vituperi come voi. Fareste me”, l'un di voi,
di andare un poco ad informarvi se per ventura giunga quello scel–
leratissimo buffone di Cecatiello, cui Santa Lucia possa far perdere
l'altro occhio. A quest'ora avrebbe già dovuto essere qui.
– Io scommetto che quel ciuco si sarà fatto sorprendere da qual
che nero (5), il quale, trovatagli addosso la punta (6), lo avrà me
nato a dormire a ca'del gatto (7) per questa notte–disse il Lupo.
– Ed io scommetto che sarà caduto dalle scale di monzù, il ven
ditore di basi , si sarà sfracassato il filo de' reni , e sarà diventato
un sonnas (8)– osservò il più giovine di que' tre mariuoli.
– Invece di perdere il tempo a ciarlare qui, fareste assai meglio
di andare qualcheduno di voi a dargli una voce – disse il Masto–
E una brutta serata, e probabilmente quel tanghero slombato si sarà
cacciato a cioncare un bicchiero in qualche cànova.
(1) Portoncino.
(2) Rubare alcuno per sorpresa.
(3) Soprannome di altra femmina di mala vita.
(4) Primo grado della milizia camorristica.
(5) Uomo di polizia.
(6) Il pugnale.
(7) Commessario di Polizia.
(8) Un morto.
52 I MISTERI DI NAPOLI

A questo punto della conversazione fu udito il fischio di Cecatiello.


– Che un cancro maligno gli rosicchi il naso già fradicio ! –
esclamò Pilato.
– Amen ! amen! così sia ! – esclamarono in coro i tre tamurri.

Poco stante, Cecatiello, entrava in quel covo.


Il nuovo arrivato fu salutato da un ringhio feroce dell'altro cer
bero ch'era secondo guardiano di quella fazione di malfattori.
Turco (era questo il nome di questo secondo mastino) saltò per
su le persone de' tre tamurri che giacevano a terra , e andò latran
do a fiutare il personaggio ch'era arrivato.
– Ohè ! ohè ! queste bestie maladette hanno giurato di sbranar
mi – gridò Cecatiello rinculando alla poco lusinghiera accoglienza fat
tagli da Turco – È proprio un'antipatia che questi animali hanno
colla mia persona ; giacchè mi sembra che cogli altri nostri amici
essi non si mostrino così ombrosi. Masto, chiamati il compare.
Per compare intendeasi Turco il mastino.
– Di che hai paura, carognone?– gli gridò addosso lo Strango–
latore — Pognamo eziandio che Uosso o Turco ti portino via una
oncetta di carne, il gran male che sarebbe !
— E Turco mira alle chiappe – disse il Lupo – Per san Genna
ro, che il nostro Cecatiello pareggerebbe i conti.
– Come a dire, pastracchione ? – domandò Cecatiello.
– Vuol dire che se la faccia dinanzi ha un occhio di meno è
giusto che la faccia di dietro abbia una guancia di meno.
A questa insipida buffoneria scoppiarono a ridere sgangheratamente
que'tre mariuoli , e il maiale grugnì ; il che a un dipresso equiva
leva puranche ad una risata.
– Basta così, svergognati. Cecatiello è sotto la mia protezione ,
ed io non permetto che altri si faccia le beffe di lui. Egli è padre
di famiglia.
Non sappiamo veramente con quale intenzione lo Strangolatore aves
se detto questa parola; se da vero egli avesse inteso richiamare un
po' di rispetto attorno alla persona del suo protetto, tanto egli è vero
che certe condizioni sociali impongono riverenza anche a queste be–
stialità di uomini privi di ogni senso morale, ovvero se, proferendo
quella frase, avesse avuto in animo di eccitare la ilarità della brigata.
E questo effetto per lo appunto egli ottenne.
Se lo Strangolatore avesse detto la più sconcia e ridevole buffo
neria del mondo, non avrebbe potuto siffattamente esilarare que' tre
mariuoli , che gittarono urla impazzate , e si contorsero tutti e tre
per le grandi risate.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 53

— Vorrei proprio vedere la figlia di Cecatiello – disse Carusiel


lo –Se somiglia al papà, dev'essere una bestia rara.
– È un granchiolino di mare – disse il Lupo.
— Per me, me la sposo volontieri purchè mi si dia il divertimento
di vedere a piangere Cecatiello. Voi non pensate, amici miei, che
bella faccia ei dovrà fare !
Se nel momento in cui questi parlari si faceano da questi tre, la
faccia di Cecatiello non si fosse trovata messa all'ombra per modo
che non era possibile lo scernerne i tratti, avreste veduto un'epopea di
nuove e gagliarde passioni dipingersi su lo sconcio sembiante di
quel ladro. --

Que' barbari gli aveano tocca la corda più sensibile dell'anima, la


figliuola.
Il primo movimento ch'egli fece, movimento che non fu avvertito
da nissuno, fu di portare la mano dritta al petto per cercarvi la
punta che egli non abbandonava giammai.
Se quelli scherzi si fossero protratti un altro minuto, ovvero se al
cun di quelle birbe avesse proferito un motto oltraggioso all'indrizzo
di Marta, figliuola di esso Cecatiello , questi sarebbesi senza meno
scagliato sul derisore e lo avrebbe bucato al cuore.
In quel momento la faccia di Cecatiello era orribile a vedersi. Un
odio feroce contro quegl'infami tamurri avea fatto guizzare di tetro
sangue l'unica pupilla di quell'uomo.
Per buona ventura, lo Strangolatore troncò nel bel mezzo que''mot
tetti indecenti.
– Finiamola, sangue di C...! – egli gridò scagliando addosso a
quello de'tre tamurri che gli stava dirimpetto una guastada già vuota
che gli venne tra mani.
Quel vetro andò a colpire la faccia di Carusiello, che piovve san
gue da tutte le parti.
Fu come mai tal cosa fosse avvenuta.
È incredibile il fascino o l'impero che esercitano su i subalterni
questi masti o capi di paranza.
Carusiello non die' segno alcuno di dolore o di risentimento. Quello
avrebbelo dato a conoscere per un vile; questo per un ribelle.
Il silenzio si ristabilì incontanente,
Cecatiello ebbe una specie di soddisfazione. Egli era in parte ven
dicato degli oltraggi che si erano fatti all'angelo suo , alla sua cara
figliuola.
Gittò questa volta uno sguardo di riconoscenza al suo padrone, lo
Strangolatore.
54 I MISTERI DI NAPOLI

XIII

Si cessò dal gittar motti.


— Su, sentiamo che cosa ci rechi – disse Pilato – Ricevesti la base?
— Gnorsì – rispose Cecatiello.
– Da Cocòla ?
– Non so come colui si chiama.
– Sentiamo.
Cecatiello espose fedelmente la base ricevuta dal signorino.
Scoppiarono fragorosi applausi nella piccola brigata.
– Conosco il duchino di Massa Vitelli – disse il Masto – è uno
de' più ricchi proprietari di Aversa. Cocòla dice adunque che nella
stanza da letto del vecchio signor Tobia, nonno del duchino, è il ma
gnifico sbruffo?
–Così ha detto il signorino.
– E questa stanza da letto ?...
– Risponde sul giardino murato.
– Al quale bisogna accedere per via del pozzo che è nel mezzo?
– Così per lo appunto.
– E non ci è altro modo di pervenire nel giardino che solo per
entro al pozzo ?
– Si potrebbe dare la scalata al muro che lo chiude; ma si cor
rerebbe il pericolo di essere veduti o sorpresi ; perciocchè è poco
lungi una taverna di campagna , dove in su le prime ore della sera
convengono a cioncare i muratori che oggi faticano a restaurare una
parte del vicino convento di S. Efrem Vecchio (1).
— Ben pensato – disse Pilato – Non bisogna mettere a risico uno
stupendo affare per non pigliarsi un lieve incomodo. Conosci tu la
zoccola che mena al pozzo ?
– L'ho fatta parecchie altre volte.
– Sta bene.
Ci furono pochi momenti di silenzio.
(1) Antichissimo convento de' Cappuccini, sito su amenissimo colle al nord-est di Napoli.
Si crede che questo fosse il primo convento di questi frati fondato nel regno. La chiesa
vuolsi edificata nel 703 da S. Eusebio vescovo di Napoli: nel 1525,fu donata al cappuccino
Lodovico Fossombrone nel tempo in cui fu edificato il convento. La severa disciplina degli
ordini monastici in que'tempi si osserva eziandio nella estrema ristrettezza delle celle, che
ispirano un sentimento di profonda tristezza.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 55

– Masto, ora scegli tra noi tre chi deve accompagnarsi al Ceca
tiello per far volare la starna – disse il Lupo – Non credo che tu
ti vogli fidare di questi mocciosi effeminati. D'altra parte , tu sai ,
Masto, che a far saltare un arpione od una bandella non ci è che
Lupo. -

— Dovresti pur vergognarti di metterti avanti, sozzo gufo da ci–


mitero – gridò Carusiello offeso delle parole di Lupo – Dovresti pur
ricordarti che Aniello il razzo (1) della paranza de'trippaiuoli del
Mercato ti schiaffeggiò, e tu non sapesti levarti la pietra dalla scarpa (2).
– Bravo ! – esclamò Lupo –Tu fingi d'ignorare che Aniello fu
tosto agguantato da' neri e menato alla Vicaria; onde io non potetti
farlo dorme (3). E poi, sta proprio bene a te di parlare di vigliac
cherie, tu che sopportasti in pace che Occhio d'oro ti piantasse una
mattina alla taverna de' Pulcinelli per seguire un sergente de' Cac
ciatori.
—Uh ! uh ! che dice questo svergognato !... Egli inventa come
un cantastorie del Molo.
— Finiamo questa briga–gridò lo Strangolatore –Voi altri sciad
dei vi pensate che io voglia affidare alle vostre mani una base di
tanta importanza? È inutile che vi bisticciate. Nessuno di voi tre
accompagnerà il Cecatiello. Di questa faccenda m' incaricherò io stesso.
– Bravo il Masto ! Viva il Masto ! – gridarono i tre tamurri.
— Voi pertanto avrete i vostri posti assegnati – soggiunse il Ma
sto – Ora vi raccomando il più gran segreto. Guai a chi fiati un
motto su tale affare........
A questo punto si udirono i cupi latrati di Uosso.
A simile avviso Turco mise anch'esso un latrato, e si slanciò al
l'uscio di quella caverna.
— Lo schiffo (4) avvisa– disse lo Strangolatore.
I tre tamurri si erano levati all'impiedi.
– Smorzate il lume, e mano alle tofe (5).
Lupo soffiò su la candela, e le più fitte tenebre invasero quel covo.
— Pigliamo il fresco, figliuoli – disse il Masto.
E tosto, egli pel primo , e poscia, l'un dopo l'altro, armati del
bo-botto (6), sbucarono di quell'antro.
Turco uscì innanzi a tutti.
Cecatiello fu l'ultimo.
(1) Razzo o tamurro, primi gradi nella milizia della camorra.
(2) Vendicare l'offesa.
(3) Uccidere.
(4) Il guardiano.
(5) Armi da fuoco.
(6) Revolver.
56 I MISTERI DI NAPOLI

XII.

Noi non narreremo perora l'audacissimo furto commesso al duca


di Massa Vitelli sul suo casino a S. Efrem Vecchio. Diremo in ap
presso qualche cosa sul modo che tennero i ladri nello eseguire un
furto che pose in movimento tutta la polizia del regno.
ll vecchio signor Tobia , nonno del duchino di Massa Vitelli , fu
trovato morto nel proprio letto, senza nessuna ferita od altro segno
che attestasse un assassinio, tranne che la sua faccia era nera.
Molti oggetti di valore nel casino non erano stati toccati da'ladri,
i quali non si erano impadroniti che di un cassettino d'ebano , che
racchiudeva in oro la somma di trentamila ducati.
Era evidente il furto essere stato commesso da persone , le quali
doveano essere assai bene informate.
La somma contenuta in quel cassettino era un segreto anche per
lo stesso duca nel cui casino riposava il tesoro, che dovea costar la
vita al vecchio signor Tobia. -

Furono arrestate tutte le persone che avevano accesso nel casino


del duca; e per lo primo fu menato in carcere il cameriere Antonio,
antico famigliare della casa de'MassaVitelli, e per lunghi esperimenti
comprovato onestissimo e probo.
Il furto era stato commesso nell' assenza del cameriere , il quale
tornato a casa, e riaperto l'uscio che egli stesso chiudeva a chiave,
trovò estinto il vecchio padrone, e aperto l'armadio ch'era nella co
stui stanza.
Da prima, Antonio non suspicò di furto e di ladri, dacchè nessun
disordine nelle stanze attestava che fossero ivi entrati malfattori : le
serrature degli usci non violentate; i candelabri e i vassoi d'argento
su le mensole trovati al loro posto; un magnifico orologio da tavo
lino nel salotto era lì, ed il pendolo oscillava come avea fatto da
quarant'anni che segnava le ore in casa de'Massa Vitelli. Nella stessa
stanza da letto dov'era stato trovato morto il vecchio duca era un
presepiuccio d'avorio con base di agate e di lapislazzuli , oggetto di
gran valore, sendo stato apprezzato per oltre mille ducati, e molto
facile a trafugarsi perciocchè non occupava che picciolo spazio.
Il duca non voleva che si fosse arrestato il buon servo Antonio ,
sul quale egli assicurava non poter cadere ombra di sospetto ; ma
la polizia pose la mani addosso a tutti quelli... che erano innocenti
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 57

della commessa ruberia, e lasciò che camminassero per le vie della


città quelli che aveano eseguito l'audacissimo crimine.
Era in quel tempo (1846) in Napoli possente la polizia e bene ar
mata e ricca di fondi segreti, e provveduta di estesissimo personale,
che costituiva presso a poco un altro esercito.
lLa polizia aveva un Ministero, Segreteria di Stato, la più impor
tante di tutte, con infinite giurisdizioni e dipendenze; aveva una pre
fettura (oggi questura), dipendente in certe cose dal Ministero , in
dipendente in altre; dodici Commessariati di polizia pe' dodici quar
tieri o sezioni , e un altro Commessariato , il più terribile , donde
uscivano gli ordini delle più segrete catture, ed era quello che ave
va sua stanza nello stesso Ministero di polizia; avea quattro giudici
istruttori per l'iniziativa dagli affari criminali; e da ultimo aveva la
più operosa ed efficace collaborazione in una classe che pigliava un
buon terzo della popolazione, il clero.
Era in quel tempo ministro di polizia il Maresciallo Gran Croce
commendatore e marchese Francesco Saverio Delcarretto, nome la cui
ferità dovea più tardi essere ecclissata da quella di un altro nome
che mette ancora il ribrezzo e lo spavento nelle ossa, Gaetano Pec
cheneda, uomo che superò di gran lunga in bassezza ed in ferocia li
Speciali ed i Vanni.
Con tutta questa forza di polizia, gli autori del furto e dell'assas
sinio commessi in sul casino de' Massa Vitelli non furono discoperti
che molto tempo di poi.
Intanto, per parecchi anni furono tenuti in carcere dura il povero
Antonio, cameriere del duca, il giardiniere , un suo figliuolo di se
dici anni ed anco il bettoliere che avea sua taverna poco discosto
dal casino; senza dire di altri moltissimi incarcerati per remota sup
posizione, i quali vennero appresso a poco tempo rimessi in libertà.
Non si sarebbe forse mai saputa la somma involata, se tra le carte
del vecchio signor Tobia non si fosse trovato un testamento ologra
fo, nel quale era indicata e l'esistenza di quella somma in oro, che
il signor Tobia volea sempre avere sottocchi e però l'avea chiusa in
un armadio nella sua stanza da letto, e l'uso che far si dovea di
detta somma dopo la sua morte.
In quel testamento era nominato erede di quella somma di trenta
mila ducati in oro un giovine di venti anni appena, a nome ONESI
Mo, nipote di un colono ch'era stato anticamente fittaiuolo di lui si
gnor Tobia.
Perchè il vecchio duca di Mas Vitelli avea destinata questa bella
donazione al figlio del figlio del vecchio colono ?
Ciò vedremo nel prosieguo di questa lunga narrazione.
58 I MISTERI DI NAPOLI

XIII

Se ben ricordano i nostri lettori, noi lasciammo Pilato e Cecatiello


in una casa al vico Lepri a Pontenuovo, dopo commesso il furto e
dopo l'assassinio del lumaio di S. Maria degli Angeli alle Croci.
Dicemmo che venne loro a dischiudere l'uscio una donna, la quale
eglino chiamarono col soprannome di Sacco di fiore.
Il vero nome di lei era Carmela Cannuolo.
Nel quartiere era tenuta in concetto di buona ed onesta donna ,
servizievole ed anco assai caritativa, per quanto le sue poche facoltà
consentissero. Andava ogni giorno a sentirsi la messa nella chiesa
di S. Antonio Abate; e la sera, in sull'imbrunire, iva a prendersi la
benedizione del Santissimo alla parrocchia; era informata con minu
tezza di tutt'i giorni magri dell'anno, e si sarebbe lasciato mozzare
la lingua anzi che mancare ad una sola vigilia ; si facea leggere il
calendario per sapere con precisione le chiese dove si faceano le qua–
rant'ore. Tutti i frati questuanti andavano a picchiare all'uscio di
sua casa. Bisognava vedere con quale fede e divozione ella baciava
il cordone de' monaci e la cassetta de' santantuoni ! con che com
punzione recitava le sue preci nelle chiese !
Nel quartiere la chiamavano donna Carmela. Il soprannome di Sac
co di fiore glielo avea dato la paranza.
Quando donna Carmela iva per le strade e pe'vicoli vicini alla sua
abitazione, non mancava giammai di fermarsi dinanzi agli usci di
tutt' i bassi per discorrere con la Si–Porzia o con la Si-Giovanna o
con la Si–Giuditta, colle quali divideva il suo tabacco e i tortellini
che le regalavano i monaci che andavano a trovarla. I ragionamenti
di queste comari si rigiravano per lo più su le domestiche loro fac
cende, su la magrezza de'tempi; e poscia cominciavano i comenti su
i fatti altrui, e si trinciava il cuoio del prossimo femmineo.
Donna Carmela si dicea vedova, e fors'era davvero, di un galan
tuomo che il colèra del 57 si era pigliato, dopo non più che quattro o
cinque anni di matrimonio. E ogni volta che donna Carmela toccava il
tasto del defunto, le ampolline lei rompeano, e giù due lacrimette
che le colavano per le rubiconde guance, come due gocciole d'acqua
su un cocomero aperto. Non ci era femmina in quel rione che più
facilmente si sciogliesse a piangere per le più lievi ragioni quanto
CECATIELLO o LA GENESI DEI LADRI 59

la donna Carmela , che avea proprio un cuore di pasta frolla e un


animo da stemperarsi in un bicchier d'acqua. Per che , le vicine e
le comari non sapeano rifinare di estollere a cielo la religiosità di
donna Carmela e il suo buon cuore e le visceri umanissime ch'ella
si avea.
In quanto all'onestà di lei, punto in bocca: non ci era maldicenza
che non vi si spuntasse. E tutto questo non avendo che trent'anni
appena ! Così almeno essa dicea, e non ci era da dubitarne un ette;
chè la donna era incapace di mentire. E poi, ella ti facea su le punte
delle dita il conto degli anni: erasi maritata a sedici anni non ancora
suonati; era rimasta vedova a ventuno; erano scorsi nove anni dalla
disgrazia; onde anche un cieco avrebbe visto che ella non avea più
di trent'anni.
Noi pertanto diremo in confidenza a' nostri lettori, dove abbiano
vaghezza di sapere l'età di questa donna , che Sacco di fiore avea
saltato i quaranta nel momento in cui facciamo la sua preziosa co
IOSCOI)Z3.

Non era brutta, e non sarebbe stata spiacente, se un'avanzata pin


geudine non l'avesse già difformata: il suo petto era di tale smisu
rato volume che camminando parea che quella femmina sentisse il
gravame di quell'adipe vascoso.
Ci era veramente da ridere quando, facendo un bocchin malinco–
nico e, diremo , sentimentale, donna Carmela si dolea con qualche
sua vicina di essersi fatta secca !

Donna Carmela non facea nessuna trista figura nel suo quartiere.
Ella usciva ogni mattina con quale si voglia tempo ; e, appresso di
aver fatto le sue ore di Dio, ivasene a Borgo S. Antonio a spende
re pel suo desinare , che, in verità, non si potea dire molto parco.
È vero che la massaia battagliava per un tornese, ma non si lascia
va mai debiti addietro. Non ci era esempio che avesse mai chiesto
a qualche sua vicina un'agugliata od un refe di seta od un ago da
calza o due fòrcine pe' ricciolini ; anzi , ad onor del vero dobbiamo
dire che quando di alcuno di questi lievi servigi ella veniva richiesta
da alcuna delle sue vicine si prestava con tanta buona grazia ch'era
generalmente voluta bene.
Con ciò non vogliamo dire che qualcosellina i malevoli, che sem
pre ha di questi un buon dato nel mondo , non trovassero a ridire
su la buona ed affezionata donna Carmela. Ci era, verbigrazia, un
mistero che nissuno era potuto giungere a snebbiare, vale a dire,
perchè in ogni due o tre mesi questa donna inchiavava la casa e
stava fuora per una o due settimane. Quando le amiche di ciò do
60 I MISTERI DI NAPOLI

mandavanla, ella sembrava incespicare a rispondere , dicea che iva


a ritrovare una sua parente a Ischia. Ma ciò non appagava del tutto
la curiosità nè sbandava il sospetto ; dacchè talvolta, appresso al ri
torno di lei, venivano di sera a casa di lei nel vico Lepri certi enor
mi bariloni, che nissuno avea mai saputo di che fossero zeppi.
Comunque andassero le cose, donna Carmela non disturbava nes–
suno; si faceva i fatti suoi, ed era pronta ad accorrere ad ogni bi
sogno , ad ogni disastro. E la gente del vicinato non chiedeva più
in là.
Qualche volta, egli è vero, si vedea transitare per quel vicolo de'Lepri
certe facce da capestro; e questi arnesi si cacciavano nel portoncino
di donna Carmela, donde non riuscivano che a spazio lunghetto.
Quelli tra gli abitanti del vicolo che conoscevano un pocolino il
personale della camorra del quartiere giuravano di aver visto ficcarsi
nel portoncino di donna Carmela ora Peppe Tramontano, ora Luigi
Capuozzo, ora il Cecatiello; ma quelli a cui ciò veniva narrato dava
no del visionario giù pel capo al narratore, e dicevano aver lui le
càccole o le traveggole, però che non era guari possibile che quella
buona e santa donna avesse qualche peluria a torsi di su le vesti
pel contatto di questa gente.

Ecco in che modo Sacco di fiore era riguardata nel suo quartie
re, ed in qual concetto tenevanla gli abitanti di quel vicolo e le vi–
cine comari.
A noi pertanto incumbe l' obbligo di porre in chiara luce i fatti
che abbiamo preso a narrare; e, perciocchè questo personaggio non
è di lieve importanza nel viluppo degli avvenimenti, diremo som–
mariamente perora qualche cosa intorno a questa donna.
Se i nostri lettori ci daranno colpa di allontanarci e divagarci un
po' troppo spesso dal filo della nostra narrazione , ricorderem loro
che in questo libro noi ci occupiamo di studi storico-sociali; il che
Vuol dire che ogni personaggio è un pezzo anatomico su cui portia
mo il coltello scientifico e filosofico. Abbiano dunque la pazienza di
seguirci i nostri lettori ; chè noi ci studieremo di appagare la loro
giusta curiosità.

Donna Carmela era figliuola d'una serva di un canonico di Pomi


gliano d'Arco.
Quando era bambina, ed anco giovanetta, Carmeluccia era belli–
na; chè la natura aveale incastonati giù della fronte un paio d' oc
chi furbeschi e vivaci che aveano il colore d'un nòcciolo di coco
mer0; e, poichè ci troviamo con questa metafora in mano , diremo
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 61

addirittura che le gote erano i due emisferi del cocomero e gli oc


chi n'erano due nòccioli.
Ma la pinguedine cominciò a poco a poco a guastare questa crea–
tura. Non era già quell'adipe che vien su le carni per sovrabbondante
nutrizione, bensì per la ecclissi totale delle facoltà intellettive e per
la poca o nessuna sensitività di questa giovanetta, il cui unico pa–
radiso in su la terra erano i buoni bocconi.
Carmela aiutava la mamma ne'servigi della casa del canonico, ma
era sempre svogliata, lenta, dormigliosa. Per farle far qualche cosa,
bisognava stimolarla colla promessa di alcuna lecconeria.
In appresso, la mamma mandolla a lavorare in una fabbrica di tap
peti. Ma erano perpetue batoste , perocchè la mamma pretendea che
i carlinelli che la figliuola lucrava recasseli a lei; e questa invece il
più delle volte spendevali in cose da mangiare; per che, la mamma
sovente la battea. Da ultimo, la povera donna fu costretta di prega
re il padrone della fabbrica di consegnare nelle mani di lei la set
timana della fanciulla, cioè quel che a questa spettava alla fine di
ciascuna settimana.
La fanciulla allora diventò trista, malinconica ; ammalò , dimagrò
alquanto; e la madre si avvide che quel mezzo che avea trovato non
valeva un gran che , imperciocchè la fanciulla non avea più la forza
di lavorare, epperò non lucrava niente.
Per costringerla a faticare, la mamma la gastigava co'frequenti di
giuni , credendo che col punire la figliuola sul lato più debole po
tesse facilmente venire a capo d'indurla ad essere meno sfaticata.
Non contenta di gastigarla co' digiuni , la mamma vi aggiunse le
battiture, le minacce di scacciarla e di lasciarla a dormire al fre
sco. Insensitiva alle percosse ed agli altri mali trattamenti, la
Carmela non era parimente a'digiuni che le stiravano orribilmente lo
StOmaC0.

Chi di soverchio stira la corda finisce collo spezzarla–dice il pro


verbio,e così per lo appunto egli intervenne alla mamma della Carmela.
Un bel dì, la giovanetta prese il volo con un baffuto brigadiere di
dogana, che aveva i cuoiami assai lucidi e una carabina risplendente
a' raggi del sole; e avea, oltre a ciò, sempre ben rifornite di piastre
d'argento le tasche de' calzoni ; e non era trascorso giorno che non
avesse arrecato alla innamorata, di cui avea fiutato il sito assediabile,
ora un gran pezzo di mandorlata, ora una sfogliata, ora una fetta di
torta, ed ora qualche altra saporosa esca di tal natura.
Questo brigadiere si trovava a Pomigliano d'Arco perchè ivi si era
richiesta una forza da opporre a certi contrabbandieri che facevano
le fiche al muro finanziero.
62 I MISTERI DI NAPOLI

Una sera, il brigadiere sen venne alla Carmela tutto sossopra, co


gli occhi stralunati, con una cera sospettosa e appaurata.
– Non c'è tempo da perdere , mia cara Carmela: è d'uopo che
tu ti decida a seguirmi od a restare senza il tuo brigadiere.
— Che significa ciò ? – disse spaventata la Carmela.
– Significa che io non posso restare in sicurtà in questo paese.
– E dove ten vai ?
– Perora a Napoli ; ma ivi neanche la mia dimora potrà essere
lunga. Ti dirò qualche cosa cammin facendo. Ti ripeto che non ci è
tempo da perdere. Vuoi venir meco, ed io ti sposerò prestissimo e
tu sarai la mogliera di un ufficiale delle regie dogane , e mangerai
carne di vitella ogni dì meno i magri e sfogliate la domenica ? ov–
vero preferisci di rimanerti qui a crepar di fame in casa di cotesta
cagna di tua madre , che oggi o domani farà quello di che sempre
ti minaccia, vuol dire che daratti un calcio, e fuora; e tu non tro
verai un cane che ti dia un tozzo di pane , giacchè in questo paese
non ci ha che pochi poveri contadini i quali non hanno di che ali–
mentare le rispettive famiglie?
Il dilemma era terribile; ma tra la carne di vitella o la fame non
ci era da restar titubante nella scelta; tra l'esser moglie di un uffi–
ziale o serva di una serva non ci era da pensarci molto a risolversi.
Ogni figliuola d'Eva avrebbe fatto quello che fece Carmela. Se
Eva nabissò il mondo per una mela , ben può perdonarsi alla Car–
mela di aver abbandonato la mamma per seguire una sfogliata sotto
le forme d'un brigadiere delle dogane.
Non dimentichiamo di dire che Carmela non amava il brigadiere,
nè avealo seguito per simpatia personale. La donnina non era carne
da sentire amore. La fame la spaventò ; e per torsi alla minaccia di
questo orrendo castigo avrebbe seguito anche il diavolo e peggio.
Diciamo di volo che il brigadiere avea fatto un gran marrone:
avea chiuso un occhio, anzi, gli avea chiusi a dirittura tutti e due;
e un contrabbando considerevole era passato.
Uno di più, uno di meno, che monta?–avea tra sè pensato il bri
gadiere. La finanza è ricca; e una decina di migliaia di ducati di
meno non le fanno gran danno, mentre un bocconcino di mille pia
stre per me è una fortuna da principe.
Fatto sta che chi vuol mangiar solo e troppo si affoga; e messer
lo brigadiere per beccarsi ei solo il migliaretto senza darne uno scam
polino ad un guardia doganale, ch'era proprio la personificazione della
fame, si attirò addosso un sacco di guai; perocchè il guardia, a cui
dal brigadiere erano stati dati certi ordini storti, capì di che si trat
tava, e non impedì il contrabbando che non n'ebbe il tempo; ma il
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI - 63

domani ei disse una parola all'orecchio del tenente ; e questi, non


per zelo di servizio , ma perchè voleva ingraziarsi il ministro delle
finanze , fece il rapporto avverso al brigadiere , contro il quale fu
spiccato ordine di arresto.
La fuga in Napoli non salvava che provvisoriamente il brigadiere
da' rigori della giustizia.

Ed ora che ci troviamo questa parola sotto la penna, noi vogliamo


fare a noi stessi questa domanda: -

Non deve l'umana Giustizia arrossare di farsi chiamare Giustizia ?


Quante torte sentenze non escono da quelle aule in cui si decretano
le sorti de'rei o degli accusati ? Non veggiamo tuttodì assolti e fran–
cati di ogni pena uomini macchiati di turpi misfatti? Che cosa è que
st'arte oratoria che s'impara nelle scuole e ne' collegi se non l'arte
di far le fiche al codice penale ? Non è tanto maggiore la riputazio
ne di un avvocato criminale quanto maggiore è l'arte colla quale egli
snatura i fatti, attenua o fa sparire i reati e annebbia l'intelletto di
Astrea ?
La misura della pena è sempre proporzionata al delitto ? La pena
è sempre misurata alla persona , vale a dire, allo stato, al carattere,
al temperamento, alla educazione, alla età ed allo stato di coltura del
reo ? Non debbe il giudice tener conto di quelle speciali conforma
zioni organiche per cui certi uomini sono quasi fatalmente spinti a
delinquere per questa via o per quella ?
Quando diciamo fatalmente, non intendiamo già significare che noi
minimamente ammettiamo quella stolta ed assurda chimera che di–
cesi fato o destino ; ma solo intendiamo quella propensione o ten
denza più o meno pronunziata che la particolare fisica conformazio
ne dà a ciascuno individuo della specie umana sia nel bene sia nel
male, sia per le opere d'ingegno e di genio, sia per certi vizi e per
certe passioni (1).
Una scienza novella, che prende ogni dì maggiore sviluppo ed in
cremento , la frenologia, ha mostrato fino alla evidenza che la ten
denza a commettere certi reati è maggiore in certi uomini.
Noi crediamo che la più parte degl' istinti animaleschi sono, di–
remmo , attaccati alla forma delle loro ossa; stupendo ed inesplica
bile mistero della natura. Gli è certo che le apofisi distinguono gl'i
stinti de'bruti e le indoli degli uomini.
Guardate in un morotrofio la conformazione degli ossi frontali di

() Intorno a ciò scrisse il nostro amatissimo fratello Giuseppe un' opera intitolata No
tomia morale, della quale è sotto i torchi la seconda edizione.
64 I MISTERI DI NAPOLI

quegl'infelici, ed osserverete presso a poco la stessa fronte, lo stesso


sincipite.
Scendete nella terza Divisione del Bagno di Nisida , e affisate at
tentamente la struttura del volto di que' delinquenti che portano sul
capo il giallo berretto. Non hanno eglino un sol tipo , una stessa
forma? Non si direbbe che la natura abbia creati quegli uomini per
essere ladri ?
E quegli altri che portano sul capo il berretto nero non vi dicono
a prima vista, dalla feroce espressione dello sguardo, dalla tinta bi
liosa del volto, dalle fronti incavate e compresse, ch'eglino si mac
chiarono del sangue del loro simile ? Non iscorgete guizzare negli
occhi di questi micidiali un baleno sanguigno dell'iride del tigre o
della lonza ?
A questo intender dee precipuamente la civiltà, a correggere cioè
le male tendenze a cui ciaschedun uomo è spinto dal suo particolare
organismo.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 65

XIV.

Torniamo alla donna Carmela e al suo brigadiere delle dogane.


Innanzi tutto, sapete che cosa era questo brigadiere, e per che fu
fatto brigadiere ?

La scena era rischiarata o meglio dinunziata da una candela di sego color verde
accesa, conficcata nel becco d'una bottiglia divetro. La livida luce serviva a de
finire i profili. (Pag. 48)

Questo personaggio nomavasi Pasquale de Crescenzo.


Come avviene che certi nomi e certi cognomi, al pari delle apo
fisi di cui abbiam ragionato qui sopra, sembrano spingere al bene
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 6
66 I MISTERI DI NAPOLI

od al male ? E non parliamo di que' semi di virtù o di vizi che


si trasfondono col sangue da padre in figlio ; bensì parliamo d'in
dividui di diverse famiglie , i quali, aventi per avventura lo stesso
cognome, si deturparono degli stessi vizi od anche si bruttarono de
gli stessi delitti.
Nella storia della Camorra i de Crescenzo, i Capuozzo, i Tramon
tano , i Cappuccio , i Chiazzeri hanno goduto e godono ancora di
una funesta celebrità. Ne' registri della Pubblica Sicurezza troviamo
segnato un buon numero di de Crescenzi allistati nella setta della
CaIITOI'l'a.

Notiamo una curiosa combinazione.


La lettera C, iniziale della parola camorra, è anche l'iniziale della
maggior parte de' cognomi degli affiliati a questa infamissima setta.

Pasquale de Crescenzo fu creato guardia doganale da Monzù Gio–


vanniello, cameriere del marchese don Giuseppe de T....., direttore
generale dell'Amministrazione de' Dazi Indiretti.
Pasquale de Crescenzo era un barbiere che avea sua botteguccia a
Portici quando il marchese direttore generale de' Dazi Indiretti pas–
sava colà una gran parte dell'anno.
Il casino del marchese era a Pietrarsa, a dritta andando da Napoli
a Portici, poco prima di giungere alla chiesa del Soccorso, e vicino
alla celebre taverna del Fosso. -

Tra la chiesa e la taverna un alto dignitario dello Stato!

Giovanni Er... , detto Giovanniello, da lunghissimi anni al servi–


gio del marchese , era una goffa caricatura. Figuratevi un panciuto
in calzoni corti e in giubbe lunghissime, però che erano quelle stesse
che il marchese metteva in giubilazione. Questo rispettabile dignita
rio del regno di Napoli godea del vantaggio di essere un personaggio
altissimo... per istatura.
Fatto sta che il marchese era un magro e spropositato lanternone,
e Giovanniello era tarchiato e basso; onde, le giubbe del signore as–
settavano indosso al cameriere come la verità in bocca di un bettoliere.

Volle la buona ventura di Pasquale de Crescenzo che Giovanniel–


lo, ovvero Monzù Giovanniello, come più civilmente veniva onorato
e infraciosato il Giovanni Er..., capitasse un sabato sera a farsi radere
la barba da lui. -

Pasqualino trattò Monzù Giovanniello co' riguardi dovuti al came–


riere di alto personaggio ; e mise fuori la catinella di creta mentre
per gli altri avventori usava quella di stagno; e manomise apposi
CECATIEI,LO O LA GENESI DEI LADRI 67

'tamente per quel famigliare del marchese uno sciugatoio di bucato


e un pezzo di saponetto di Monzù Arena a Toledo; e pose nella boc
ca del novello avventore una palla di bossolo , suprema distinzione.
Insomma , il povero Pasqualino non sapea più che farsi per onorare
degnissimamente il rappresentante della direzione generale de' Dazi
Indiretti di Napoli.
Da gran tempo Pasqualino aveva un suo piccolo avviso in testa.
Infatti, come per la seconda volta Monzù Giovanniello trasse a farsi
radere la barba nella botteguccia del Figaro di Portici, questi non si
fece sfuggire l'occasione, e gli toccò della povertà in cui vivea, della
gran voglia ch'egli avea di migliorare condizione uscendo di quel me
schinissimo mestiero; e, dando al Giovanniello gli epiteti più ampol
losi e le lodi più sperticate , giunse a porlo da costa sua ed a car–
pirgli la promessa che la sera stessa il famigliare del marchese avrebbe
detto una parola al padrone intorno al povero Pasqualino de Crescenzo.
Quella bestialità che dicesi caso, il quale suol quasi sempre favori
re i birbanti od i mezzo–birbanti , non potea meglio comportarsi a
vantaggio di Pasqualino.
Pochi giorni erano appena scorsi dal dì che il barbiere si era rac
comandato al famigliare del marchese, ed ecco che cade opportuna–
mente ammalato Monzù Alessio, il barbiere emerito e officiale di sua
eccellenza il marchese.
Questa fu una vera disgrazia pel marchese o, meglio, per li dazi
indiretti, giacchè quando il marchese era di cattivo umore, s'impipava
le reali finanze del suo augusto signore e padrone. Perdinci ! Cascar
ammalato il suo Monzù Alessio proprio la mattina in cui il diretto
re generale de'Dazi Indiretti tenea pranzo diplomatico a Portici per
far onore al Bey di Algieri , a cui Napoli dava in quel tempo gene
rosa ospitalità ! -

Fu dunque la mattina stessa di questo pranzo che Monzù Alessio


il barbiere ammalò.
Poco mancò il marchese non ismarrisse quel filo sottilissimo di
senno che gli era rimasto sotto il giallo mellone.
Monzù Alessio era l' anima sua. I peli candidissimi del marchese
non voleano esser tocchi che dal rasoio di Monzù Alessio.
Monzù Alessio era l'unico confidente de' misteri del capo del lun
go direttor generale.
Monzù Alessio avea la figura d'una testuggine rizzata in piedi. Era
tanta la dimestichezza in cui era venuto col signor marchese, che
non temea di offendere le leggi del pudore o, quel ch'era più, la di
gnità dell'alto personaggio col mettersi in camicia per fare la grande
operazione della barba del suo signore , alla quale solea precedere
(68 I MISTERI DI NAPOLI

quella del lavamento del cranio calvo giallognolo di sua eccellenza, il


quale Monzù Alessio radeva dapprima con molta cura come se fosse
stata un'altra faccia.
Il cranio del direttor generale de'Dazi Indiretti non era visibile che
dal solo Monzù Alessio , che godeva di questo singolarissimo tra i
privilegi. Certo è che senza la parrucca e la giubba il marchese non
era più riconoscibile.
Non sì tosto avuta la trista nuova della malattia del caro barbiton
sore, il signor marchese chiamò a consiglio Monzù Giovanniello.
–Come si rimedia, eh ? come si rimedia? Io vi rispondo e dico
(era questo il motto obbligato del marchese ) Potea darsi maggiore
disgrazia? Cascare ammalato appunto sta mane ! Oh sant'Alfonso be
nedetto ! Come si fa? come si fa? - -

E il labbraccio pendente di sua eccellenza il marchese biasciava non


so che altre parole , che forse erano giaculatorie, ovvero ... male
parole.
– Che vostra eccellenza non si affligga per questo – disse pacata
mente Monzù Giovanniello – A tutto ci è rimedio fuorchè alla morte.
– Bene! bene! bene! E come si fa? come si rimedia?
– Le propongo per l'urgenza il mio nuovo barbiere Pasqualino de
Crescenzo, che rade benissimo. -

– È a Portici ?
– Gnorsì, eccellenza.
– Ti metti tu mallevadore per lui ?
– Come a dire, eccellenza ?
– Caspita ! mi fai lo gnorri sta mane! lo vi rispondo e dico che
il barbiere d'un uomo che occupa un'alta carica deve essere persona
fidatissima; chè si tratta non di altro che di dare una piccola svoltata
verticale... e si fa la morte dell'agnello pasquale.
– Oh! che dice mai l'eccellenza vostra! Pasqualino de Crescenzo
serve la messa così bene come me ogni mattina in questa parrocchia
di Portici ; e, se l'eccellenza vostra ne chiede novella al suo signor
cappellano, forse sua Riverenza gliene darà buone informazioni.
Diciamo di volo che il signor marchese aveva una sua cappelluccia
in casa, nella quale dicea la messa ogni mattina il reverendo cappel
lano don Gaetano, ometto smilenzo e stecchito, gesuita elaborato e
volpesco ! La messa era servita da Monzù Giovanniello. Assistevano al
divino ufficio parecchi impiegati dell' amministrazione de' Dazi Indi–
retti , i quali gareggiavano nell'affettare divoti sentimenti per ingra
ziarsi il direttor generale. Era l'epoca della più sfacciata ipocrisia.
Era questa la figurina di moda adottata dalla corte.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 69

– Be'! be'! – rispose alquanto assicurato il marchese – Percioc


chè tu dici che cotesto giovine serve la messa ogni dì alla parrocchia,
ei debbe essere un buon giovine timorato di Dio. Fallo venire.
Monzù Giovanniello corse di botto alla botteguzza di Pasqualino.
– Su, su, presto; sua eccellenza il marchese ti desidera per la
barba.
– Me? – domandò ebbro di maraviglia il de Crescenzo.
– Si, te; sbrigati e sta attento. Piglia i più aguzzi rasoi, il sa
ponetto inglese, uno spazzolino fino. Vedi che mi sono ricordato di te.
— Ed io non mi scorderò di voi, Monzù Giovanniello – disse Pa
squalino con un certo significato.
Pasqualino era ubbriaco di contentezza. Far la barba all'eccellen
tissimo signor direttor generale de' Dazi Indiretti ! tener nelle sue
mani le pellacce della facciaccia dello altissimo signore ! Se riuscisse
a piacergli! Era il momento di arrischiare una supplica.
–Vengo subito, Monzù Giovanniello; precedetemi.
Pasqualino apparecchiò le armi del suo mestiero; indi in gran fret
ta schiccherò una supplica, colle solite testuali parole di chiusura E
l' avrà a grazia come da Dio, parole onde conchiudevansi le cento–
mila suppliche che ogni dì i fedelissimi sudditi napolitani dirigevano
alle autorità del regno; parole che attestano l'abbietta servilità in cui
erano cadute queste generose popolazioni d' Italia.
Scarabocchiata in fretta la supplica, se la ficcò in saccoccia, e trasse
al casino del marchese.
Il barbiere fu introdotto da Monzù Giovanniello nella stanza di ac–
conciatura del direttor generale.
– Fatti il segno della croce – disse il marchese al giovine barbi
tOnSOI'e.

Pasqualino si fe'il segno della croce, e recitò un paio di avem


13a1'16.

Si die' principio alla grande operazione.


Sua eccellenza scoprì agli occhi del giovine barbiere il rispettabile
mellone.

La mano di Pasqualino oscillava un pochetto nel radere i peli di


que' muscoli rilasciati per vecchiezza. Una intaccatura fatta alla faccia
od al cranio del dignitario sarebbe stata una disgrazia irreparabile
pel povero tonsore.
Grazie al cielo, l'operazione riuscì felicissima: la seduta era du
rata tre quarti d'ora allo incirca. -

ll marchese rimase mezzanamente soddisfatto: non era la mano


sicura e sollecita di Monzù Alessio.
Il cuore di Pasqualino batteva... batteva. Era il momento di ras
70 I MISTERI DI NAPOLI

segnare la sua supplica. Se questa bella occasione si fosse lasciata


trasandare, non sarebbe tornata più. Bisognava ghermirla pe'capelli.
— Animo e coraggio – disse tra sè il barbiere, e cavò di saccoc
cia la carta piegata.
– Eccellenza.
— Che ci è, figlio mio ?
– Eccellenza, Dio vi renda la carità. Noi non si può vivere con
questo mestiero di barbiere; non si guadagna nemmeno da pagare il
pigione della bottega.
— E che vorresti mo, figlio mio ?
— Eccellenza, a lei non costa niente situare un povero giovine...
So leggere e scrivere, e servire il prete a messa.
– Be'! E che vorresti ?
– Vorrei fare il guardia doganale.
Il marchese il guardò negli occhi.
— Vorresti fare il guardia doganale ?
– Si, eccellenza.
– Brutta vita, figlio mio. Io vi rispondo e dico, brutta vita.
– Non monta, Eccellenza; ho la salute ; voglio far la carriera.
– Quanti anni hai ?
— Ventitrè; li compisco alla Madonna di mezzo agosto.
– Sieno lodati Gesù e Maria.
— Oggi e sempre.
— Hai fatta la supplica ?
– Eccola, Eccellenza.
— Be'! be'! Ti farò sapere qualche cosa per Giovanniello. Intanto,
aspetta.
Il marchese, che avea messa la supplica nel piattello del calamaio,
tra il polverino e il pennaiuolo, pose la mano in una tasca del suo
lungo corpetto di seta nera, e ne cavò un pugno di tarì.
–To' qua, figlio mio, e va a bere. -

E pose tre tarì nella mano del barbiere.


Sprofondatosi in riverenze e in ringraziamenti, il de Crescenzo pi
gliava la via per andarsene.
Il marchese il richiamò.
– Aspetta, figlio mio. Tu mi hai sembiante di un buon giovine, e
non voglio lasciarti andare senza un regaluccio particolare.
Il cuore del giovine si aprì alla speranza. Che cosa gli avrebbe re
galato quel pezzo grosso ?
Il marchese si arrancò ad un tavolo; ne trasse avanti un cassetti
no, e tolse di là una figura da un bel fascio che ne avea.
– Prendi, figlio mio –dissegli con commozione– Questa è la sacra
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 71

e benedetta immagine del nostro Beato Alfonso de Liguori. Queste


immagini furono benedette dal nostro sommo pontefice Gregorio ,
e date in dono al nostro signore e padrone, Dio guardi, divotissimo
del Beato. To’, figlio mio, e raccomandati a questo santo, che ti campi
da cattivi passi; e pregalo ogni dì per la conservazione degiorni del
nostro santo padrone. -

Pasqualino baciò con divozione la sacra immagine, e mostrò con–


tentezza estrema pel dono singolare che avea ricevuto, benchè avesse
preferito qualche altra cosa più utile in questo mondo che nell'altro.

Parecchi giorni passarono senza che il giovine barbiere ricevesse


alcuna nuova della sorte che la sua supplica aveva avuta; di che vi–
vea impensierito, giacchè egli ci avea proprio su fondato le sue spe
I'àIZ6.

Una mattina ricapitò Monzù Giovanniello nella botteguzza di Pa–


squale. Questa volta veramente il fac-totum della casa del direttor
generale non era entrato nella bottega del parrucchiere per farsi ra
dere la barba: aveva un altro avviso pel capo. -

— Ho visto una tua supplica su la scrivania di sua eccellenza —


disse il cameriere al barbiere.
– Sì, Monzù Giovaniello : gliela diedi io stesso quando ebbi l' o–
nore di radergli la barba. Non ci avete letta nessuna decretazione al
margine ?
– Sua Eccellenza non ci ha segnato ancora nessuna decretazione.
Siamo in tempo ancora.
– In tempo, a che ?
— Tu hai chiesto di esser fatto guardia doganale ?
— Precisamente.
– Se tu potessi disporre d'una trentinella di piastre, la faccenda
sarebbe subito bella e fatta.
Giovanniello disse queste parole colla massima bonomia, offerendo
una presa di tabacco al de Crescenzo , che rimase un poco scon
certato. -

– Trenta piastre ?
— Non meno.
– E per far che?
– Oh bella ! Tu credi che un impiego si becchi così, senza striz–
zarsi un pocolino ? Ci ha di quelli che hanno sborsato fino a cento
ducati per ottenere un posto tra le guardie doganali; e ci ha, senza
pregiudicare, signori co' fiocchi tra le guardie. È una bella carriera:
due carlini al giorno senza molta fatica, oltre i lucri che possono es
sere di be' bocconi. Aggiugni che gli avanzamenti sono rapidissimi, e
72 I MISTERI DI NAPOLI

si può in un anno o due porsi la spalletta di sottotenente. È vera


mente una bella cosa ! Così avessi fatta io questa pensata quando ero
più giovine (Non disse quando ero giovine)! A quest'ora sarei per
lo manco controloro od ispettore.
- Voi dite dunque, Monzù Giovanniello, che, la mercè della som
ma di trenta ducati, io potrei...
- Senza dubbio. Se oggi, verbigrazia, tu mettessi fuora questo
picciol numero di ducati, domani saresti nominato guardia doganale,
e avresti il cappotto bigio con que' belli bottoni di metallo bianco.:.
– E questa somma, è d'uopo darla a voi, Monzù Giovanniello?
– Per semplice formalità: io la riceverei per darla ad un amico
che può tutto nell'amministrazione.
– Capisco. Or be', Monzù Giovanniello, io farò di raggranellare
questi trenta ducati; e in giornata ve li recherò io medesimo...
– No, no; passerò io di qua. A che ora fai conto di avere il de
naro ?
– Verso le ventun' ora.
– Bene ! è un' ora che posso lasciare un momento il mio uffizio;
ma, dove io ritardassi pochi minuti, il denaro non se ne scapperebbe
per certo. Non è così?
— Ma già s'intende.
– Non occorre altro. Guarda, figliuolo, che io son voluto venire
di persona per non lasciarti negligere una cosa che può esserti di tanto
vantaggio. Or, fa il possibile per metter su la somma bisognevole...
Già, son sicuro che tu non vorrai scordarti di Monzù Giovanniello,
quando avrai ottenuto l'impiego. Io non ci entro co' trenta. Non du
bito che tu vorrai essere grato alle mie premure, e ricordarti che io
non ti ho diffidato appo il padrone allorchè questi mi ha chiesto mal
leveria di te. Non è già perchè io sia interessato; men guardi il cielo;
ma si ha a vivere, figliuolo, s'ha da empire la trippa, e pagar la pi
gione, e vestir decentemente in casa di sì nobil personaggio, che ri- -
ceve pezzi grossi e grossi assai.
Continuò su questa tattamellata il vecchio panciuto; e poi tolse com
miato, promettendo di tornare in su le ventun' ora per riscuotere i
trenta ducati. -

Non diremo quello che fece quel tapinaccio di Pasqualino per met
ter su li trenta ducati: ricorse a due o tre usurai, di cui l'uno era
a S. Giovanni a Teduccio; pose in pegno certe anella ch'egli si avea;
insomma arrivò a porre in un cartoccio venti piastre.
. Era stato questo il non plus ultra de' miracoli che avea potuto fare.
Per Monzù Giovanniello, avea messo in serbo quattro pezzi da sei
carlini, nuovi nuovi di zecca.
CECATIELLO O LA GENESI DEl LADRI 75

Come suonarono le ventun'ora, Monzù Giovanniello fu alla bottega


del barbiere.
– Li trenta ducati ?
Non ci volle poco per persuadere quello zaffo a contentarsi di venti
piastre in luogo di venticinque: un buon calcio alla persuasione dètte
l'involtino di carta dove Pasqualino avea serrati i quattro pezzi da sei
carlini.
Monzù abbrancò le piastre, e promise al barbiere che tra due o tre
giorni avrebbe avuta la nomina di guardia doganale.

Queste nomine non costavano una gran fatica al nostro fac-totum.


Diremo il modo semplicissimo che egli tenea.
Giovanniello, alle tante industrie che esercitava in quel suo impor
tante uffizio di cameriere, aveva imparato a contraffare egregiamente
la scrittura del marchese, suo padrone; per forma che, nelle ore in
cui il direttor generale era a letto od occupato a far la partita della
scopa, suo giuoco favorito , Giovanniello sedeva alla scrivania di lui
e decretava di testa sua, contraffacendo la scrittura del marchese ,
una gran parte delle suppliche che i petenti venivano a rassegnare
all' eccellentissimo signor direttore in quella sua residenza di Portici.
Lasciamo pensare a' nostri lettori quale latissima vena di belli scu
di si fosse questa industria pel nostro ometto, chetrasformavali tutti
in roba da insaccare nell'epa.
La supplica di Pasqualino de Crescenzo fu decretata secondo i co
stui desideri.
Il barbiere poco tempo di là mandò alle ortiche la catinella e il
saponetto, e indossò il cappotto bigio, e divenne colonna dello stato,
sostegno delle regie finanze, sicurtà delle imposte, terrore del con
trabbando. -
74 MISTERI DI NAPOLI

XV.

Pasqualino de Crescenzo aveva la sua piccola ambizione. S' egli


aveva abbandonato il mestiero di barbiere, non era stato per essere
un semplice guardia doganale : egli mirava più in alto ; vagheggiava
forse ne' suoi sogni un posto di ricevitore o di controloro. Chi sa
se non sognasse di arrivare un giorno al posto invidiato e invidia–
bile di direttor generale !
Perbacco ! Chi non avrebbe allora invidiato il signor marchese ?
Quegli onori, quelle magnificenze , quegli omaggi , quelle riverenze;
e poi, que' desinari , quelli scialacqui ; e poi , quella potenza , quel
dispotismo ! e poi... quella paga ! (1)
D'altra parte, la vita del guardia non andava troppo a versi al no
stro de Crescenzo. Quel dovere stare continuamente esposto a'venti ,
alle piogge, al freddo, nel verno, ed a' raggi canicolari, nella està;
senza parlare del pericolo di buscarsi una buona schioppettata nella
stessa garitta, non era cosa da piacere a nessun mortale che non
fosse il più disperato de' mammiferi a due piedi.

Era in quel tempo assai frequente il contrabbando, perocchè spesso


favorito da quelli stessi che doveano impedirlo: passava quasi comé
un lucro onesto della forza armata.
Nè in questa faccenda la coscienza rimordea per niente, sendo
quasi universale la opinione che la frode fatta al governo non do
vesse qualificarsi propriamente una frode.
È nell'ordine delle cose che i governi immorali e corruttori rac
colgano quello che seminano.
Le imposte, i dazi, le tasse sono sempre paruti, alle menti gros
solane e volgari, altrettanti furti che il governo fa a' particolari. E,
per conseguenza, il frodare un ladro non è sembrato che un atto di
avvedutezza e, fino a un certo punto, un obbligo e un dritto.
(1) Il marchese riscuotea mensualmente lo stipendio di ducati 300, in qualità di direttor
generale; più, ducati 240 al mese per ispese di scrittoio ; e circa altri 200 ducati qual di
rettore della Navigazione di Commercio; e però ricevea in complesso in ogni fin di mese
circa 740 ducati, che sono a un dipresso 3200 lire al mese. Quest'uomo morì quasi povero,
senza eredi legittimi. Ebbe fama di onesto amministratore. Il suo cadavere giacque su una
materassa a terra in un suo quartieruccio nella strada Monteoliveto.
cECATIELLo o LA GENESI DEI LADRI 7;

Oltre a ciò, poteva il governo aspettarsi fedeltà, disinteresse e zelo


in un guardia doganale , che dovea sostenere la famiglia con solo
venti grana al giorno ?

Benchè Pasqualino non avesse nè moglie nè figliuoli , avea per


tanto in su la persona una famigliuola di vizi , che bisognava ali
mentare. E con un tarì al giorno non ci era da scialacquare. Volta
e gira, e poi rivolta e rigira, ei bisognava per forza rinunziare a
molti piccoli dilettuzzi, che il corpo vuole, siccome usava dire il no
stro garzone. Verbigrazia , gli piacea il giulebbo della vite e ne in
gozzava quella maggior quantità che gli consentivano le sue facoltà ;
piacevagli il gonnellino, e si era scelta un'amante, che non peccava
di troppa castità, e che gli dava certe premute al borsellino da dis
sanguarlo del tutto.
Dopo alquanti mesi che Pasqualino avea preso servigio nella forza
doganale, rallentò le redini dello zelo, e cominciò a chiudere un oc
chio pe'piccoli contrabbandi.
Quando si comincia dal chiudere un occhio nello adempimento del
proprio dovere , si finisce col chiuderli tutti e due , e col chiudere
poscia gli orecchi, e da ultimo il cuore, per aprire due sole cose, la
bocca e la tasca.

Dopo un anno, Pasqualino andò a ritrovare il suo protettore Mon


zù Giovanniello.
– Sei contento del nuovo stato ? – gli dimandò questi.
–Contentissimo ; ma è già un anno che io sono guardia doga–
nale, e vorrei montare un pochetto più su.
– Vorresti esser fatto brigadiere, non è così?
– Si, per saltare subito a foriere e poscia a sottotenente.
– E ci arriverai, coll'aiuto di sant'Alfonso. Di''un poco; hai forse
intermesso di raccomandarti alla immagine, che ti fu data dal mio
padrone ?
– Immagine ! immagine ! – esclamò Pasqualino come uno sme–
morato– Di quale immagine mi parlate voi, Monzù Giovanniello ?
– Come? Della immagine di sant'Alfonso benedetta dal papa e
che ti fu data dal mio padrone.
– Ah ! si , or mi ricorda... Vi pare? eh ! si capisce ; non son
mancato giammai di raccomandarmi alla santa immagine...
E qui, Pasqualino si pose a ridere, e guardò Monzù Giovanniello
tra i due occhi. -

–Monzù Giovanniello, andiamo a franco, come si dice al giuoco.


Credete voi che sant'Alfonso farebbe il miracolo di farmi nominare
76 I MISTERI DI NAPOLI

brigadiere, se io non isborsassi una cinquantinella di piastre, quella


somma appunto che vi sono venuto a portare , unitamente a questa
mia supplica ?
E, ciò dicendo, Pasqualino cavò dal berretto una carta un po' bis
unta dal grasso de' capelli, e trasse dalla saccoccia del calzone dritto
un cartoccio di piastre.
A questa vista Giovanniello fe' gli occhi turgidi e rossi , e , per
istinto acchiappatorio, abbrancò il cartoccio.
– Va bene, va bene.
E, balestrata un'occhiata all'intorno, lo intascò.
Que' sessanta ducati erano il frutto d'una ventinella di piccoli
contrabbandi, che il difensore del muro finanziero avea lasciati tras
andare.
Il commerciante rubava allo Stato;
Il guardia doganale rubava al commerciante;
Il cameriere del direttor generale rubava al guardia;
Il vinaio rubava al cameriere;
Il commerciante rubava al vinaio;
E così chiudevasi il circolo vizioso, la genesi del furto.

Pasqualino fu fatto brigadiere e fu mandato al Ponte della Mad–


dalena.
Dal suo posto egli andava ogni giorno a pranzo a Portici alla ta
verna di Peppe u fuosso (1), famosissima ancora a questi nostri giorni.
Diremo due parole su questa bettola, celebratissima per le fritture
di triglie e calamaretti e per li contrabbandi che vi si commettevano.

Non ci è napolitano che non sappia il sito dov'è la taverna di Pep


pe u fuosso, così domandata perchè ad entrarvi è mestieri scendere
alcun poco per declivio della strada maestra. È poco lungi dalla chie–
setta della madonna del Soccorso: la fiancheggia il casino che fu del
marchese de T..., di cui abbiamo più su parlato; anzi (e preghiamo
i lettori di tener presente questa circostanza ), dal giardino medesimo,
annesso al casino, aprivasi una comunicazione colla taverna, mentre il
giardino rasenta quasi la spiaggia del mare.
Non si potea scegliere un sito più bello, più comodo e più sicuro
per esercitarvi su larga scala il contrabbando sotto gli occhi medesimi
del direttor generale de' Dazi Indiretti.
La cucina del direttor generale dava alimento a quella della taver
na. Spieghiamo la cosa.

(1) Giuseppe al fosso.


CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 77

Il marchese pagava, a mo' d'esempio, trenta o quaranta ducati al


mese per pesci prelibati da imbandirsi in su la sua tavola. Or bene;
di questa quantità di pesce una buona porzione , anzi un due terzi ,
andava giù nella taverna; e così di altre moltissime vivande.
La taverna, in iscambio, rendeva i suoi buoni ufizi al servidorame
del marchese pe' graziosi contrabbandi a cui si prestava.
Quando un genere qualunque usciva dal cortile medesimo del di–
rettor generale de'Dazi Indiretti poteva esser mai sospetto di contrab
bando ? Quale impiegato delle Dogane si sarebbe arrischiato di rovi–
stare un carico uscito dalla casa del marchese; però che l'uscire qual
che cosa dal portone era come se fosse uscito dalla casa medesima
del marchese. Chi avrebbe potuto supporre o sospettare che il carico
non veniva dagli appartamenti del marchese, ma bensì dal giardino,
e che una via di comunicazione si apriva tra questo, la taverna e la
spiaggia del mare ?
Peppe, il tavernaro, era incaricato di provvedere de' pesci più squi
siti e costosi la tavola del marchese, in ispecialità quando alcun ospi
te di alta levatura sedesse a mensa dello eccellentissimo direttor ge
nerale. Il quale, in queste emergenze, come in 'altre moltissime, non
pigliava conto se si pagasse qualche ducato di più.
Una volta sola il marchese rimpianse li belli scudi che avea speso
per trattare a pranzo, com'era debito, sua eccellenza il ministro delle
reali finanze, il marchese d'Andrea, che gli avea dato promessa di
andare a desinare con lui.
Furono messi a disfida la terra, l'aria ed il mare per offerire allo
eccellentissimo signor ministro un pranzo degno di Lucullo.
Quella mattina il direttor generale avea mandato via più presto del
solito gl'impiegati, ch'erano costretti a perdere due ore di tempo e
talvolta rifonderci di saccoccia per andare e tornare da Portici, dove
il marchese facea sua consueta residenza. Alle tre spicca da Portici
un messo al palazzo de'Ministeri in Napoli per informarsi a che ora
sua eccellenza sarebbesi recato a Portici. Il ministro fe' dire che tra
un'ora o due avrebbe avuto il piacere di rivedere il direttor generale.
Suonarono le cinque, le sei, le sette, e la carrozza del ministro
non ispuntava. Intanto, la faccia del marchese si afflosciava come
un'otre sgonfiata, e la pancia de' parassiti del marchese (e non ce
n' era mai difetto) si stirava. -

Un altro messo fu spiccato a Napoli alle otto.


La risposta del marchese d'Andrea fu che egli ringraziava tanto
tanto il direttor generale, ma che era dolentissimo di non potersi re
care a Portici, sendosi fatta ora tarda per istraordinarie faccende e per
essergli sopraggiunto un fiero dolor di testa.
78 I MISTERI DI NAPOLI

A questa risposta il marchese andò su tutte le furie; mandò al pae


se, zitto zitto , sua eccellenza il ministro, e andò a colcarsi digiuno,
però che lo stomaco gli si era sovraccaricato di bile.
Non convenne a' parassiti di sedere a tavola senza il direttor ge
nerale; e ciascheduno, con quella contentezza in cuore che ben vi po–
tete immaginare, mogio mogio tornossene a Napoli, snocciolando un
rosario tutto a refrigerio delle anime de' due marchesi.
ln questo fatto, quella che ci fece un bellissimo guadagno fu la
taverna di Peppe, alla quale toccarono in sorte tutte le squisite cose
apparecchiate per la mensa del direttor generale.
Il cuoco del marchese era il nume che provvedeva all'abbondanza
di quella taverna.

Abbiamo detto che Pasqualino, fatto brigadiere, e allogato alla bar


riera del Ponte della Maddalena, veniva quasi ogni giorno a pranzo
a Portici alla taverna di Peppe.
Il brigadiere avea le buone ragioni per prendersi ogni dì questo
fastidio.
La presenza del brigadiere nella taverna allontanava i sospetti da
certe persone e da certe cose che ne uscivano.
Eraci un'altra pratica, e questa fruttava belle piastre al nostro de
Crescenzo.
Quando era per tornare a Napoli qualche carrozzella di quelle che
aveano recato a Portici alcun impiegato dell'amministrazione, il bri–
gadiere facea porre sotto i piedi del cocchiere un sacco ben zeppo ,
ed egli stesso prendea posto accanto al cocchiere. Nella carrozza an
dava seduto l'impiegato dell'amministrazione che tornava a Napoli.
Allorchè il veicolo arrivava dinanzi al posto doganale , si avanza
vano le guardie per la debita ispezione. Quel grosso sacco dava al
l'occhio; ma un brigadiere di dogana teneva il sacco sotto le gambe,
e nella carrozzella era un alto impiegato dell'Amministrazione. Sareb
be stato un atto della più villana scortesia l'insistere per vedere ciò
ch'era di dentro quel sacco.
D'altra parte, qualora si fosse assolutamente insistito per sapere il
contenuto del sacco, il brigadiere lo avrebbe sciolto ed avrebbe mo
strato agli sguardi dello stradiere uno strato di grani di formentone.
Questo caso impertanto non si era mai dato.
Ma noi diremo in confidenza a' nostri lettori che quel sacco per
lo più contenea caffè e non granone.
Passavano in tal modo senza dazio parecchie centinaia di cantaia
di caffè all'anno: considerabile contrabbando, per lo quale il governo
era frodato di 120 ducati al cantaio.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 79

Un'altra volta Pasqualino fece un tiro da maestro.


Si trattava di dover far passare in Napoli una cassa di oggetti di
gran valore.
Ci era pel brigadiere un premio di cinquecento ducati.
La cassa era stata già sbarcata in contrabbando nel giardino del
marchese. Si trattava di doverla far passare per la barriera.
Non si potea porre in opera la solita astuzia di collocare la cassa
su la cassetta di qualche carrozzella che fosse per avventura capitata
a Portici e che dovesse indi riedere a Napoli. Ci era sempre un po'
di risico.
Pasqualino propose un colpo ardito.
La mattina seguente il direttor generale dovea recarsi a Napoli per
conferire con sua eccellenza il ministro delle Finanze. L' occasione
era favorevolissima; e non si dovea farla scappare.
Furono offerti cento ducati al cocchiere del marchese se avesse
trasportata a Napoli su la sua cassetta la cassa proibita.
I cento ducati furono accettati ; e il contrabbando passò salutato
da tutte le guardie ed impiegati doganali, che al transito del cocchio
del direttor generale si sberrettavano e scappellavano fino a terra.

Giacchè ci troviamo sotto la mano questa materia del contrabban


do, diremo alcune altre poche cose , le quali ci sembrano non an
dare sfornite di alquanta importanza.
E primamente noteremo che su tutto il littorale del regno delle due
Sicilie era una vasta rete di contrabbandi. -

Il furto per mare non era meno comune di quello per terra.
Il codice del contrabbando prescrivea che del denaro, che si avria
dovuto sborsare pel dazio di un dato oggetto che passava in contrab
bando, far si doveano tre parti eguali;
una al commerciante;
una al governo;
una all'impiegato di dogana.
Questa costumanza si tenea per quegli oggetti che non si poteano
assolutamente sottrarre alla visita doganale ; perocchè , in quanto a
quelle cose che passavano per aria, il prezzo dell'oggetto era partito
tra il commerciante e l'impiegato doganale,
Tutti e tre trovavano il loro tornaconto in questa frode. - Il com
merciante risparmiava un terzo del dazio; il governo incassava sem
pre qualche cosa; e l'impiegato doganale, facendo il bene di casa sua,
del governo e del commerciante, favoriva il commercio, le libere
transazioni, la libera pratica, e stabiliva una specie di porto franco,
ad modum de' più liberali economisti d'Inghilterra e di Francia.
80) I MISTERI DI NAPOLI

S'intende benissimo che la parte che toccava allo impiegato doga


nale , questi l'aveva a dividere cogli altri impiegati o guardie che
aveano chiuso il solito occhio per fare che il contrabbando avesse
luogo.
La maniera più semplice, più comune, più solita di covrire il con
trabbando si era quella di scrivere una cifra per un'altra sul Libro
a matrice, in modo per altro da poter sempre alla cifra simulata so–
stituir la vera in caso di sorpresa prima che il genere passasse la bar
riera.
Questo ha d'uopo d'una dilucidazione.
Veniva in dogana, verbigrazia, il genere sul quale si avea a eser–
citare il contrabbando? Pognamo che questo carico fosse pesato trenta
cantaia. L'impiegato scrivea su la bolletta del libro a matrice la ci–
fra tre, e rilasciava il polizzino o la così detta cartella eziandio colla
cifra tre. Se il genere passava la barriera senza controvisita, le reali
finanze erano state fregate del dazio su 27 cantaia di quel genere; e
tanto il commerciante contrabbandiere quanto l'impiegato frodatore
faceano un bel guadagno alla barba del ministro delle finanze. Qua–
lora poi il carico fosse andato soggetto ad una sorpresa di controvi
sita, l'impiegato aggiungeva alla parola tre , appresso alla quale la–
sciava sempre un certo spazietto in bianco , le lettere nta; e tutto
iva in piena regola ; tranne che in questo caso il povero impiegàto
contrabbandiere aveva ad aggiustare i conti colla Cassa, e spesso ci
rimettea del suo.
Era poco o nessun male quando la sorpresa era fatta sul carico
fuori la gran dogana, però che in tal caso la correzione della cifra
su la cartella non menava a nessuna conseguenza di rettificazione di
conti colla Cassa.
Ma l'astuzia più fina che si usava dalla forza doganale per far passare
un contrabbando considerevole era quella del contrabbando simulato.
Spieghiamo.
Allorchè il sottotenente o il brigadiere d'un posto doganale d'una
certa importanza ricevea l'avviso che il contrabbando dovea farsi al
tal sito, fingea di aver ricevuto segrete informazioni che un conside
rabile contrabbando si dovesse fare al tal altro sito (diametralmente
opposto a quello in cui avveniva il vero contrabbando ) ; così che ,
mentre il genere si sbarcava senza intoppi e senza lotte ad un punto
del littorale, tutta la forza doganale era in pieno movimento per sor
prendere un immaginario contrabbando sovra altro punto del medesimo
littorale. -

In tal caso , il tenente , il foriero o il brigadiere , che si serviva


di questa gherminella, avea cura di far giugnere la voce dell'illusorio
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 81

contrabbando a tutte le autorità superiori, come il controloro, il ri


cevitore , l' ispettore ed anco il direttor provinciale , se la faccenda
fosse avvenuta in un capoluogo, e ciò per mostrare gran zelo ed ope
rosità nello adempimento del proprio dovere. -

l piccoli contrabbandi per terra si facevano talvolta in un modo


Clll'IOSO.

Trattavasi di valicare il muro finanziero, che non era più alto di


un quattro metri od anche meno. Addossavasi dall'una parte e dal
l'altra del muro due tavole a piano inchinate; caricavasi indi un mulo
od un asino colla roba a cui si volea dare la libera e gratuita en
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 7
82 I MISTERI DI NAPOLI

trata, e spigneasi la bestia a montare per una di quelle tavole e scen


dere per l'altra.
In tali rincontri le guardie doganali erano occupate a contemplare
la stella Venere nel cielo.
Raramente o quasi mai era processato un impiegato che avesse
patteggiato o favorito il contrabbando; anzi, il più delle volte, mira
bili esempi di spudoratezza, l'impiegato colpevole di comprovata par
tecipazione in una grossa ruberia commessa a danno del governo era
premiato e promosso. E così incuoravasi la corruzione e screditavasi
la probità, la virtù, l'onestà. Il governo dava apertamente a divedere
che questa roba non gli andava a' versi.
Fu raccomandato un giorno al direttor generale un tenente di do
gana perchè non patisse la pena che gli spettava per un errore com
messo. A siffatte raccomandazioni il marchese rispose che, anzi che
esser punito, il tenente meritava di esser promosso. E così fu poco
tempo appresso. Il tenente fu nominato controloro.

Dove la lunga storia che abbiamo tra mani ci consentisse lo esten


derci in cose estranee all'oggetto del presente lavoro od almeno di
vaganti, vorremmo assai più diffusamente dire delle condizioni in
cui si trovavano talune amministrazioni del cessato regno di Napoli.
Con ciò non vogliamo dire che al presente sieno di gran lunga mi
gliorate le condizioni delle nostre amministrazioni o che sia raddriz
zata la morale de' pubblici officiali.
Ha cangrene che nè il tempo, nè le istituzioni, nè la qualità degli
uomini nuovi bastano a cauterizzare e distruggere.
Quando dell' impiegato si vuol fare una macchina , appunto come
si fa del soldato , si è soffocata nell'uomo la coscienza di sè , della
personale dignità, della giusta valutazione de'propri dritti e de'propri
doveri. E, perciocchè così fatti sentimenti non si soffocano impune
mente nell'uomo , presto o tardi si deplorano le conseguenze di si–
mili errori.
Non sappiamo comprendere perchè non sarebbe più bello, più di
gnitoso, più morale, più nobile e più umanitario l'inculcare l'adem
pimento del proprio dovere , non già dando la corda all'uomo per
farlo camminare in quel verso che si vuole, bensì rialzando i principi
di umana dignità, per cui l'uomo si fa giudice delle proprie azioni.
Ne'dicasteri siccome nello esercito, tragl'impiegati al pari che tra
le milizie, si preferisce il comando irragionato , duro , inflessibile ,
spesso ingiusto , arbitrario. Ciò significa gittare nel cuore de' subal
terni il germe dell'odio contro l'autorità; e questo germe è terribile
quando scoppia nelle masse.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 83

L'uomo sente per istinto della sua nobile e divina natura che Dio
SOLO COMANDA.
La Passiva Obbedienza è del bruto.
Quando l'Inghilterra, l'Unica Nazione in Europa in cui l'Uomo non
cessa di essere Uomo in tutte le condizioni in cui si può trovare ,
quando l'Inghilterra pone su gli usci degli opifici o in cima agli al
beri maestri delle sue navi il motto
England expects that every one wILL do his duty (1);
ha fatto comprendere al suo popolo che la grandezza delle nazioni
non meno che degl' individui è riposta precipuamente nello esatto
adempimento de' propri doveri , ciascheduno nella sua sfera. E così
l'Inghilterra è divenuta quella possente nazione oggi rispettata e te
muta in tutto il mondo, senza quella gran piaga che è l'esercito per
manente.
L'esatto adempimento de' propri doveri porta per natural conse
guenza l'esatta valutazione de' propri dritti.
La giusta valutazione de' propri dritti importa la cognizione della
Umana eguaglianza in faccia a Dio;
della
Civile eguaglianza in faccia alla Legge;
e della
Politica eguaglianza in faccia all'Urna Elettorale, sovranità inalie
nabile, personale, inviolabile, su cui appoggiar si dee tutto l'edificio
del BENEssERE SocIALE.

Avremo occasioni moltissime di ritornare su queste considerazioni


e su questi pensieri nel corso di questa opera, intesa a spandere nel
popolo le utili e morali teorie unitamente alla conoscenza di quefat
ti, che possono servire d'insegnamento e di scuola.

Ora, riafferriamo il brigadiere Pasquale de Crescenzo per tornare


a personaggi che lasciammo al vico de' Lepri, in casa di Carmela so
prannominata Sacco di fiore.
(1) L'Inghilterra si aspetta che ognuno faccia il proprio dovere.
84 I MISTERI DI NAPOLI

XVII.

Dicemmo che il brigadiere Pasquale de Crescenzo venne traslocato


a Pomigliano d'Arco , piccolo paesello su la via che mena a Mari–
gliano.
Questo traslocamento era stato punizione o promozione? Propen
diamo per la prima supposizione.
De Crescenzo avea preso gusto a' contrabbandi, che gli permette
vano di satisfare i suoi numerosi viziucci. Quando un uomo si pone
su la via sdrucciolevole del vizio , comincia a poco a poco a smar
rire il sentimento del giusto e dell'onesto, e senza un miracolo del
cielo egli è bello e nabissato.
Dicemmo che a Pomigliano d'Arco il nostro brigadiere s'invaghì
di Carmela, figliuola della serva di un parroco di questo paesello.
Carmela fu presa d'amore... pe'pasticcetti che le regalava il suo
brigadiere.
Di che natura fossero le relazioni di questi due amanti non sap
piamo con precisione; ma non crediamo che il cuore ci avesse molta
parte. Per certa gente il cuore è un pleonasmo, è una superfetazio
ne, è un oriuolo organico che segna le ore malefiche.
Il brigadiere promise a Carmela di sposarla non appena avrebbe
avuto la nomina di tenente, ch'egli teneva in saccoccia da un mo
mento all'altro.
Parlammo d'un grosso contrabbando eseguito a Pomigliano d'Arco,
al quale avea prestato mano il nostro de Crescenzo. Questa volta
l'avarizia fu cattiva consigliera; e il brigadiere per aver voluto rite
nere tutto il guadagno per sè ruinò la faccenda. Dicemmo che un
guardia doganale dinunziò la ruberia. Non ci fu tempo di salvarsi.

Pasqualino era scappato a Napoli colla sua Carmela. Venne arre


stato; e, raro esemplo di giustizia per simili reati, fu condannato ad
essere trasportato alla Botte.
Carmela seguì il disgraziato.
Che cosa è la Botte ? -

A quattro miglia dall'isola di Ponza e ad otto da Ventotene nel


CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 85

Golfo di Gaeta è uno scoglio, a cui per la sua forma si die' il nome
di Botte. I geografi lo segnano appena e talvolta lo tacciono nell'ar
cipelago ponziano. Il mare se lo mangia ogni giorno vie più. Si vuole
che negli antichi tempi questa isoletta non fosse più piccola delle
sue sorelle Zannone e Palmarola, e che, quando sant'Anastasia vi
patì il martirio insieme ad altri duecento cristiani, tra i quali settanta
donne, la forma dell'isola non fosse com'è al presente; ma che rôsa
a poco a poco da' flutti che d'ogni intorno la flagellano e la rabboc
cano co' loro denti salmastri si andasse cosiffattamente restrignendo
da pigliar di poi la figura d'una botte.
I nostri lettori non potranno mai farsi una idea degli orrendi boati
che il mare fa sentire al navigante che si avvicini a questo scoglio,
mandato su da'visceri del Tirreno in un momento di parosismo feb
brile ; imperocchè il mare ha le febbri e i deliri come la terra ; e,
quando l'ora predetta dall'Apocalisse sarà suonata pel nostro pianeta,
il mare, sciolto dall'antica legge, avrà l'ultimo e terribile delirio, per
cui le acque avvolgeranno ne' loro vortici convulsivi questa che già
fu dimora degli uomini.
La Botte fu dunque una eruttazione del Tirreno, che si sentì più
leggiero dopo di questo sgombro. Ma da quel giorno in poi il mare
della dolce e ridente Ausonia ebbe vergogna di quello sgorbio che
avea lanciato di contro alla classica culla d'Enea, e ogni sua possa
adoperò per cancellarlo co' suoi sali.
Capri ed Ischia formano le due sentinelle avanzate del Golfo di
Napoli ; l'una guarda la Punta della Campanella, l'altra la Punta di
Miseno. -

Palmarola, Ponza, Zannone, la Botte e Ventotene formano le sen


tinelle perdute del Golfo di Gaeta.
Queste ultime saranno un giorno sopraffatte dal loro eterno nemi
co, il mare.
All'ora del tramonto, le ombre di questi cinque mostri si rabbat
tono su le onde, e vi spargono la tristezza, il sospetto, la paura.
Ognuna di esse piglia da lungi una forma strana, bizzarra, fanta
stica. Palmarola è un catriosso rabberciato , Ponza è uno enorme
coccodrillo in procinto di divorare un orso che è quell' apofisi del
l'isola stessa domandata la Gabbia; la Botte è l'Uomo che ride (1);
Ventotene è una mostruosa rana rizzata su i piedi.
Quando il cielo si rabbruzza su questi mostri immoti, una foltis
sima nebbia gl'invade, gli avvolge ; più non si scernono a poca di
stanza, e dissimulata ne sarebbe l'esistenza se lo impetuoso fragnersi
(1) Romanzo di Victor Hugo. Si allude al personaggio di Gwynplaine.
86 I MISTERI DI NAPOLI

delle onde contro questi sgorbi del mare non li rivelasse al navi
gante.

Due o tre casupole di marinai ; una decina di tuguri rizzati su la


parte più elevata dell'isola ne formano l'abitato. Tutto il terreno è
pieno di catrafossi e di precipizi. Il mare entra dappertutto colman
do di bianca e fremente spuma tutt'i vuoti.
A quelli che volgono gli occhi in giù su l'isola da quella sommità
che vien detta il Becco del diavolo si offre curioso spettacolo. Essi veg
gono tanti punti neri diventar bianchi in un momento,e poi ritornar
neri e tramutarsi nuovamente in bianchi con vece che si alterna dal
dì che l'isola surse in piedi su quel punto del Tirreno.
Profonde grotte sono scavate ne'visceri dello scoglio, che presenta
in vaste proporzioni l'immagine d'uno di que' ciottoli di mare tutto
foracchiati e bucherellati.
Tutto lo scoglio è coperto d'arena , in cui i piedi si affondano in
guisa da riuscire assai faticoso il camminarvi.

Nel tempo in cui avvennero le cose che narriamo, tutta la popo


lazione della Botte non superava le quarant'anime ; senza contare le
anime dannate che vi dimoravano da secoli addietro; le quali aveano
scelto i loro domicili nelle orride grotte scavate ne' massi , e che di
notte tempo facevano udire orribili strilli, che agghiacciavano di spa
vento i vegghianti su lo scoglio.
Non credano i lettori che noi formiamo a nostro talento una scena
di romantico orrore pel bel piacere di riscaldare la loro immagina
zione. Lo spaventevole rumore delle acque ne'cavi e nelle grotte del
l'isola è causa che gli abitanti della vicina isola di Ponza i quali vi
si recano per coltivarvi alcune vigne non si fidano di pernottarvi e
ritornano a Ponza. -

Comune è la credenza in tutti gli abitanti di quelle isole che la


Botte sia piena di spiriti malefici o di anime dannate. Si ritiene, ed
i preti hanno convalidato questa credenza, che nelle strie sotterranee
dell'isola sieno messe a penare le anime di que' manigoldi che mar
tirizzarono sant'Anastasia e i duecento cristiani.

Le quarant'anime sotto forme visibili e umane che dimoravano alla


Botte erano composte de'seguenti personaggi:
Un diacono e un sottodiacono, supreme autorità del cielo in quel
breve spazio di terra, padrone e sotto-padrone del paradiso: gover
navano una cappelluccia consacrata a sant'Anastasia, sotto la cui pa
dronanza è tutta l'isola;
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 87

Un foriere e due guardie doganali, maestosa forza armata a soste


gno della legge. Il foriere avrebbe potuto essere il re dell'isola , se
già non fosse stato colà il re della Botte, di cui discorreremo più tardi.
Che cosa faceano colà questi tre cappotti bigi? Dormivano quando
non fumavano, e fumavano quando non dormivano. In quanto a man
giare, non ci era questa costumanza in su l'isola. Non diciamo già
un motto di spirito, ma qualche cosa che ha molto del vero.Se do–
vessimo dire di che si cibavano le quarant'anime abitatrici della Botte,
non sapremmo in verità strigarci della dimanda.
In quanto al bere, muta aspetto. La Botte rispondeva esattamente
al suo appellativo, e dava ogni anno non già una botte, ma un sei carra
di ottimo vino ; vero prodigio di natura che feconda un suolo are
noso cosparso di sali avversi ad ogni coltura. Il vino di questo scoglio
è ricercato come quello d'Ischia.
Ritornando alle persone che componevano la popolazione dell'isola,
diremo che ci erano due o tre coloni che tenevano in fitto i vigneti,
di cui parliamo, due o tre caprai, due o tre vecchioni dell'isola , e
tutto il resto erano marinai.
Ci erano eziandio tre o quattro malfattori mandati su questo sco
glio ad espiare la pena.
Non tutta la quarantina di abitanti della Botte vi pernottavano. Al
l'eccezione del diacono e del sottodiacono , delle guardie doganali ,
de'vecchi infermi e de'condannati , nessun altro passava la notte su
quel nido di strigi.
Non sì tosto i tocchi dell' avemmaria suonavano alla cappella di
sant'Anastasia , dovechè gli occhi avessi girato attorno non ti saria in
contrato di abbatterti in una sola forma umana.
Allora si sentivano per tutto il corpo dell'isola strani rumori, voci
indefinite e indefinibili, strazianti lamentazioni, gridi di angoscia.
L'assenza assoluta delle donne spargea su l'isola una tristezza gran
dissima.
Che cosa è un luogo senza donne se non che un luogo di pene ?
Noi non comprendiamo nulla di più cupo, di più melanconico: manca
il sole, manca la vita. Il sorriso della donna è più necessario all'uo
mo del raggio di sole. La respirazione della donna accanto a noi è
il profumo della creazione.
Tre cose sono tristissime:
1. Un giorno senza pane;
2. Un vecchio senza figli;
5. Un'isola senza donne.
88 I MISTERI DI NAPOLI

XVIII.

Non siamo perfettamente nel vero asserendo che nessuna donna


era su l'isola della Botte. Eracene una,
l'indemoniata Chiara del Cilento.
Non sappiamo dire se questo era il cognome di lei ovvero l'indi
cazione della sua patria.
Il cavo d'una rupe era l'abitazione di questa donna.
Erano già molti anni che Chiara del Cilento era stata mandata su
questa isola. Aveva allora una quarantina d'anni. Era stata accusata
come infanticida per aborti.
Quando ella venne su questa isola era incinta : sgravò indi a po–
chi mesi, e die' a luce una bambina.
Chiara amava la sua creatura ; ed era sempre paurosa , come la
femmina del coniglio , che altri le strappasse quell'unico bene. Ap
punto come fa la femmina del coniglio che, per tema che il maschio
non le uccida i figli, nasconde questi in certi buchi ch'essa scava sot
terra, usando l'astuzia di segnare sul terreno tanti sentieri a zig-zag
per deludere le ricerche del maschio , Chiara del Cilento avea cura
di sottrarre la sua bambina agli occhi di tutti.
Erano passati altri molti anni. La figliuola di Chiara erasi fatta
una giovanetta: era la madonnetta dell'arcipelago ponziano.
Anastasia ( era questo il nome della figliuola di Chiara ) era l'an
gelo che salvava le barche de pescatori dalle malìe dello scoglio ros
so (1) o da' vortici della cala dell'inferno dell'isola di Ponza.
Quando i pescatori scorgeano su la rupe nera la piccola Anastasia
auguravano buon pro della giornata. Anastasia era per loro di così
efficace patrocinio come san Silverio.
Quando la pica di mare faceva udire il suo grido sul Calzone del
muto (2), segno di prossima colica del mare, i pescatori invocavano
sant'Anastasia, rappresentata per loro dalla fanciulletta della Botte;
e la pica di mare pigliava il volo per la Chiaia di luna (5); e la

(1) Scoglio nell'isoletta della Gabbia. È tradizione antichissima che questo scoglio am
malii i naviganti e gli attiri ad un mal passo per farli naufragare.
(2) Scoglietto alla estremità orientale dell'isola di Ponza.
(3) Piccolo seno occidentale della stessa isola.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 89

buraschetta si dissipava; e i pescatori, piegati in su i remi, scocca


vano baci a quell'angioletta.
E la madre, Chiara del Cilento, era felice nel possedimento di quel
tesoro. E la sua cavernuola, rabberciata alla meglio, era per lei una
abitazione del cielo; conciossiachè di tenerissimo amore ella amasse
quella sua cara figliuola, che il cielo le avea conceduto in tanto ab
bandonamento di uomini e di cose.

Ma malamente si affida di esser felice colui che offese le leggi


di Dio.
Non vi ha su la terra impunità per nessuna colpa.
Non si aspettino i malfattori , ove pur sieno giunti ad eludere
l'umana giustizia, che la mano di Dio si riserbi di colpirli in quella
seconda vita, che per loro è assai problematica.
No. Iddio agguanta il colpevole nell'ora in cui questi men se lo
aspetta, e lo stritola; e la felicità di lui sperde al vento ; soffia su
quelle sostanze che l'empio ha accumulate per opere d'iniquità, e que'
beni corrono a precipizio; tocca le carni, e queste si dileguano in
su le ossa, e la consunzione divora il blastema vitale. E i padri son
puniti ne'figliuoli; tremenda legge che ha la sua esplicazione dietro il
muro del sepolcro.
Una sola cosa arresta il braccio di Dio, la volontaria espiazione.
Chiara del Cilento era stata una carnefice di feti. Essa avea ri–
cercato le sue vittime nel seno delle madri; avea spezzata l' opera
della natura nella sua formazione.
Dio la colpì ne' suoi affetti di madre.
Un giorno, quando ella, uscita per breve ora, rientrò nella sua ca
vernuola, non trovò più l'Anastasia. Indarno ella fece risuonare l'isola
co' suoi gridi disperati; indarno ella chiese l'angelo suo a tutti gli
antri dello scoglio ; indarno scese insino ne gorghi del mare... Ana
stasia non era più!
Da quel dìChiara passò i suoi giorni accovacciata nel suo covile.
Ella non metteva più un lamento, non parlava più... Aspettava.
Aspettò un mese, due, tre.
Anastasia non tornò.
Una notte Chiara ebbe un sogno.

Che cosa sono i sogni? Fermiamoci un istante a considerare que


sto mirabile fenomeno.
I sogni sono un riverbero dell'altro mondo, della seconda vita ,
una rivelazione de' misteri della tomba.
96) I MISTERI DI NAPOLI

Il dormiente è un morto che respira, è un cadavere che domani


sarà un vivente. Allora il muro del sepolcro è diafano.
Un filo attacca ancora quel cadavere alla vita , il capello che fa
oscillare la valvola mitrata del cuore...
Uno sciame d'invisibili adombra allora lo spirito del dormiente.
Sono gli spiriti de' parenti, degli amici, de' conoscenti che si af
follano per circondare il parente, l'amico, il conoscente.
Il dormiente si mette in comunicazione con quelli attraverso il
muro diafano del sepolcro.
Il cuore si agita di spavento. La bocca si apre ad articolare
suoni che non può.
Non si può a lungo guardare un dormiente senza provare a un
dipresso quell'angoscia che si prova alla vista di un cadavere.
Le tenebre avvolgono i morti e i dormienti. Per quelli la notte
non ha dimane, per questi l'ha per lo più, ma non sempre.
I morti e i dormienti risorgono, colla sola differenza del luogo in
cui risorgono.
Tra il cadavere e il dorniente ci è anche una differenza, i sogni.
ll dormiente sogna... i morti.
Il cadavere sogna... i vivi.

Chiara del Cilento ebbe un sogno strano, terribile, strano nel no


stro mo' di giudicare delle cose di quaggiù. -

Le parve ch'ella si trovasse smarrita in un gran deserto, in cui


altro non si scorgeva che sabbia ardente e un cielo arroventato di
vapori. Parvele che sospinta da venti affocati ella scorresse su quelle
sabbie senza trovar mai posa, e che quelle sabbie non avessero confini.
Ed ecco che, così incalzata dal simum , ella si sente di repente
traboccata in una profonda voragine nera come i visceri della terra.
Ed ecco che uno sciame di augelli dalle sinistre ali si abbatte su
lei per divorarne le carni.
Ma questi augelli hanno strane forme...
Essi hanno quasi tutti la testa grossa e bislunga, un ventre, mani
e piedi...
Hanno tutti il cordone ombelicale come i feti.
Sono in fatti tutti que' corpi di bambini strozzati nella loro forma
zione dall'opera nefanda della malvagia infanticida.
Se non che, que'feti hanno alle mani artigli per isquarciare, e, in
vece di labbra, becchi di avvoltoi e di corvi.
Questa frotta di atri mostri scendono come nugola su la voragine,
in fondo alla quale giace la misera vegliarda, e si affollano a sbra
nare quelle carni ancora vive.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 94

E già i becchi e li artigli di que' mostri ricercano il cuore della


giacente e le altre parti nobili del corpo, quando un grido soffocato
si ode...
A questo grido quegli uccelli micidiali ristanno dal compiere la
loro opera di carneficina, e, come compresi di alto spavento , risal
gono in fretta la nera pozza, e si dileguano rompendo l'aere co'loro
lugubri stridi, conciossiachè dolenti che altri abbia molestato l'osceno
loro prandio.
Un grido soffocato è partito da uno degli anfratti della voragine :
è il suono straziante dell'aria arrestata nelle regioni del laringe. È
l'ultimo tramite dell'agonia attraverso gli angori della strangolazione.
Chiara del Cilento, salvata quasi per miracolo dalla vendetta degli
spiriti che per la sua opera infame non si poterono neanco affacciare
alle soglie di questo mondo, avea gli occhi intenti al sito, donde era
partito il grido che l'avea salva.
Singolarità del sogno! Chiara vedea distintamente nelle tenebre...
Allora , una vista novella si offre a lei... Uno spettro , ricinto di
bianco lenzuolo, sul quale si disegnano disciolte nere chiome di donna.
Chiara del Cilento ha riconosciuto questo spettro.
È Anastasia, la sua diletta figliuola Anastasia, la sua perduta fi
gliuola.
–Figlia, figlia mia – essa grida – sei tu che vieni in mio soc
corso? Sei tu che mi salvi dalli artigli di que' mostri ? O dolcezza
mia, visceri mie, anima del mio anelito, vita del mio cuore, angelo
mio benedetto, deh, dimmi, chi mi ti ha rapita, dove ora ti trovi ,
se viva ancora tu sei, e se unquemai mi sarà dato di nuovamente
abbracciarti.
A questo discorso dellagiacente, lo spettro risponde queste sole parole:
– Me tu troverai, o mamma, scavando nelle arene del Cavo delle
tofe. È d'uopo scavare per oltre a sei palmi di profondità. Il mare
è basso colà. Laggiù è la mia abitazione. Deh, mamma, tu che tanto
mi amasti, fa che la brutta cena de' palombi non finisca.
E ciò detto, lo spettro si dilegua alla vista della giacente.
A questo punto del sogno Chiara si ridestò,
92 I MISTERI DI NAPOLI

XVIIIIII.

La prima luce del dì nascente disegnava sul chiaro del cielo i bruni
fianchi di monte Circello, allorchè Chiara del Cilento si mosse dalla
nicchia dov'ella tuttodì giacevasi accovacciata.
– Buondì, la zoppa– le gridavano da lungi i marinai che si ap–
prestavano a scendere in riva al mare per andare a ritrovare le loro
barcacce amarrate.
La chiamavano la zoppa per un difetto ch'ella si avea nel cam
minare.
– Che vuol dire, la zoppa, cotesta novità sta mane?
E un altro,
– Quando appare la pica di mare, cattivo segno.
E un altro,
– Oggi è sabato. Le streghe pigliano il volo su le mazze di granata.
E un altro,
— Buon viaggio, la Chiara , buon viaggio , e fa di non ritornare
mai più su questa isola.
Chiara scendea silenziosa per que'dirupi. Il tufo si sfranava sotto
i suoi piedi e stritolavasi. Si sarebbe detto che la terra non volesse
sostenere quel mostro di donna, che avea creato a' bambini una nuova
specie di tomba, l'alvo materno.
Chiara sen venne al sito che le era stato indicato nel sogno dalla
sua creatura, il Cavo delle tofe.
Era così domandata una escavazione che lo stesso mare aveva aperta
sotto il tufo dalla parte occidentale dell'isola. Fu per mera casualità
discoperta questa escavazione da uno di quegli arditi nuotatori a cui
si dà il nome di palombai. -

Quasi per bizzarro divertimento, il mare vi avea creato una spe


cie di cupola tappezzata di que' gusci di conchiglie, da' quali si for
ma quello strumento marino detto la tofa; onde quel cavo si ebbe
la denominazione di Cavo delle Tofe.
Anticamente il mare esser dovea molto profondo in questa parte
dell'isoletta ; ma a poco a poco, quasi che la natura avesse voluto
creare de' piccoli porti alla propinqua isola di Ponza, assai più impor
tante che non la Botte, avea respinto sempre più verso l'occidente i
CECATIELLO O LA GENESI DEl LADRI 93

bassi fondi arenosi, per guisa che a poco a poco la Cala del Gaeta
no, la Cala del Core, la Marina del Frontone diventarono altrettanti
piccoli porti orientali di Ponza, mentre il mare dalla parte occiden
tale della Botte perdeva sempre più di profondità , però che i suoi
bassi fondi da quel lato ricolmavansi di arene.
Il Cavo delle tofe non avea dunque di presente che un tre o quat
tro metri d'acqua.
La notte regnava eterna in quel cavo , conciossiachè giammai un
filo di luce non vi penetrasse. Quando spirava lo scirocco, tranquille
e pressochè immobili erano le acque colà giù, mentre dalla parte op–
posta dell'isola era l'inferno scatenato. Quando invece era il freddo
borea che fischiava come anima dannata , la collera del mare si di
sfogava il meglio che potea contro quelle rocce e quegli angiporti ,
i quali subissava di spuma. In tal caso il Cavo delle tofe ribolliva
in tutt'i versi e gnaulava di gemiti soffocati. Il mare vi si affogava.

Per buona ventura, correndo in quel tempo la estiva stagione, l'aer


sereno e immoto non turbava le onde quel dì che la Chiara partissi
per andare a ritrovare il Cavo delle tofe.
A scendere colà era difficilissimo. Il piede non trovava punti di
appoggio. I numerosi derivieni per cui si scendea in quel cavo erano
sentierucci ch'erano stati naturalmente aperti per lo sfranarsi e stri
tolarsi del tufo.
La vite , ospite benigna di questi anfratti , copriva i derivieni coi
suoi pàlmiti e colle sue pannocchie di corimbi.

Chiara del Cilento si fermava di quando in quando, a brevi inter


valli, per prendere anelito.
Ogni passo l'avvicinava al sito dov'ella avrebbe trovato viva o morta
la sua Anastasia.
In quanto al ritrovarla colà dove il sogno le aveva indicato, nes–
sun dubbio. Chiara credeva a'sogni come a qualunque altra cosa cer
tissima.
In quanto al ritrovarla viva, ella comprendeva che ciò era impos–
sibile ; e , con tutto questo , una lontana speranza le balenava nel–
l'animo.
E, per non ismarrire la luce sottilissima di questa speranza , ella
aveva ad un tempo brama angosciosa e ribrezzo di arrivare.
Fu parecchie volte in procinto di precipitarsi per que' dirupi. Me–
glio forse sarebbe stato per la disgraziata.
Durante il cammino, la misera non fece che ripetere tra sè le pa
role che la figliuola le avea detto nella notte precedente « – Me tu
94 I MISTERI DI NAPOLI

troverai scavando nelle arene del Cavo delle tofe – avea detto la
smarrita figliuola – È d'uopo scavare per oltre a sei palmi di pro
fondità ».
Chiara avea portato seco una vanga, della quale con molto giova
mento si era servita per farsene una leva per non precipitare.
Ciò che le causava una gran confusione nel capo e le riusciva in
comprensibile erano le parole che la figliuola avea soggiunte:
« Il mare è basso colà. Laggiù è la mia abitazione. Deh !... fa
che la brutta cena de'palombi non finisca.
Che cosa aveva inteso dire Anastasia ? Che significava le cena dei
palombi?

Chiara si avvicinava al Cavo delle tofe con un'indicibile perplessità.


Il cuore batteva alla povera madre in guisa da spezzarle il petto.
Abbiam detto che quel sotterraneo era scuro pel consueto, non vi
penetrando alcun raggio di luce.
Ma, quando Chiara giunse in quel sito, era giorno chiaro. Il sole
di està avea coperto tutta la parte orientale della isola. Ma, per biz
zarra combinazione di riflessioni, a quell'ora del dì il Cavo delle tofe
era schiarato da un pallido crepuscolo, che facea di quel cavo un'i–
mitazione lontanissima della Grotta azzurra dell'isola di Capri.

Colà pervenuta Chiara del Cilento , risolutissima di fare sola sola


ciò che la sua creatura le aveva in sogno ingiunto di fare, cominciò
a scavare nell'arena.
L'acqua le giungeva a' ginocchi...
Soltanto l'ansietà d'una madre nel ricercare o viva o morta la sua
figliuola perduta potè far durare quella donna nell' opera faticosis
sima. Imperciocchè le acque precipitandosi tosto ne'vuoti che la van
ga lasciava dietro sè li ricolmava di arena ed agguagliava nuovamente
la superficie. Era per Chiara come il fatale ostinarsi delle Danaidi
a riempiere le loro botti infernali.
Sgocciolavano sudori le membra della disgraziata donna, che colla
caparbietà d'una mentecatta non ristava di smuovere le arene.
Non ci è forza che vinca un gagliardo volere od ostacolo che il
disdica. Ci è qualche cosa di miracoloso nella tenacità de'forti pro
positi. Ne' prodigi dell'umana volontà è racchiuso il segreto delgenio.
o dell'amore.
Nel caso della povera Chiara sarebbe stato un problema così im
possibile a risolvere come quello della quadratura del cerchio, dove
il caso o, meglio, la provvidenza non avesse aiutata l'opera della po
vera madre.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 95

– Ohè, la zoppa, che fai costà ? — gridò una voce ferma e sonora
alle spalle di Chiara.
Era un giovine marinaio , che veniva ogni giorno nel Cavo delle
tofe a raccogliere gusci di mare , di cui facea mercato colle isole
vicine.
La vecchia narrò al giovine marinaio il sogno che ella avea fatto.
La sparizione dell'Anastasia dall'isoletta era stato un doloroso av
venimento non solo per gli abitanti della Botte , ma eziandio delle
isole vicine, per cui quella fanciulla era la piccola S. Anastasia.
– Or be'– disse il marinaio — noi vedremo se il tuo sogno ha
detto il vero. Porgimi cotesta vanga.
E sì dicendo il giovine, senza tema di offendere il pudore della
vecchia , si tolse i calzonetti e la camicia , le sole vesti che aveva
addosso; tolse dalle mani di Chiara la vanga, e a seconda che con
forza e prestezza scavava nella sabbia, egli stesso cacciavasi con tutta
la persona nel vuoto che avea fatto...
La vecchia era lì immota a guardarlo con angosciosa ansietà.
Il marinaio erasi cacciato nell'arena in guisa che tutta la sua per
sona era sparita sotto le acque...
Questo giovine apparteneva alla classe de' palombai , per che per
lungo abito erasi avvezzo a durare sott'acqua per alcun tempo.
Comunque le ardenti pupille di Chiara più non raffigurassero l'uo
mo tuffato nelle arene, pure sembravano scorgerne i movimenti.
Dopo alquanti minuti, Silverio (era questo il nome del giovine ma
rinaio) mise il capo fuori delle acque, e disse a Chiara:
— ll tuo sogno ti disse il vero, la zoppa... Eccoti la tua Anastasia.
E, colla indifferenza onde avrebbe esposto agli occhi della povera
donna il catriosso di un pollo o la carogna fradicia di un cane, gittò
a' pie' di lei un informe cadavere.
L'arena copriva tutto quel fracidume di carni : la sola testa era
scoperta, però che Silverio, per riconoscere il cadavere, avea spoglio
quel capo di tutto il tegumento arenoso che vi si era rappreso.
Chiara riconobbe il cadavere di sua figlia...
Ella mise un grido altissimo di spavento e di dolore, e, colle brac
cia ripiegate sul capo, cogli occhi immoti che sembravano voler uscire
dalle orbite loro, stette ad affisare quel mucchio di membra inver
minite.
Non era nè un cadavere nè uno scheletro , ma qualche cosa del
l'uno e dell'altro.
Era scheletro nella parte inferiore del tronco, era cadavere nella
parte superiore.
La testa avea conservato la capellatura ; e , quantunque gli occhi
96 I MISTERI DI NAPOLI

non presentassero più che due scure cavità e il naso non fosse altro
che due nicchiette bislunghe sormontate da un sottile etmoide , pure
dagli archi e dalle cripte mascellari, dalla forma della bocca , che
presentava in tutta la loro integrità i trentadue denti, che conserva–
vano ancora il loro smalto infantile, era facil cosa il riconoscere la
giovanetta Anastasia.
Tutt'i cadaveri sorridono.
Tutti gli scheletri ridono.
I muscoli faciali, stupiditi dalla inerzia della morte, adombrano su
la bocca del cadavere un mesto sorriso. -

Sul teschio, spariti i muscoli che coprono i molari e i canini , e


scoperte le apofisi delle ossa mandeolari, la bocca si atteggia ad un
goffo e sarcastico riso.
Su la faccia del cadavere è ancora un'aura della vita. Gli ultimi
affetti, di che palpitò il cuore , sparsero su quel sembiante un'orma
incancellabile che mischia la sua tristezza alla ineffabile quiete della
tomba... Ecco perchè la bocca del cadavere tristamente sorride.
Sul teschio, invece, è il cinismo della morte.
Spariti gli ultimi tegumenti che rivestivano gli ossei convallamenti,
la spoglia dell'uomo ha perduta ogni individualità. Il pezzo osteologico
appartiene alla specie.
Lo scheletro, fuori che all'occhio dello scienziato, non ha nè sesso
nè età.
È un avanzo della specie e non dell'individuo.
Gli occhi del cadavere non guardano più; quelli del teschio guar
dano ancora. L'osso soprorbitale forma un angolo coll' osso sottorbi
tale. Nella tangente di questi due angoli si rifragne una luce che è lo
sguardo del teschio.
Quegli occhi sono più che aperti; sono spalancati.

Le sembianze di Anastasia si raffiguravano ancora, avvegnachè i


caratteri della persona fossero spariti co'tegumenti vascolosi.
Ma quella faccia era orribile a guardare , dappoichè un brano di
essa era distrutto non dal tempo o dal naturale disfacimento, ma dal
dente di qualche animale. L'apofisi zigomatica sinistra coll'orecchio
sinistro e con una porzione dell'osso parietale era stato rosicchiato.
Tutto il resto del corpo portava eziandio i segni di un dente che
non era quello del tempo. Un mostro marino avea divorato quelle
carni e poscia quelle ossa.
Non può l'occhio d'una madre passeggiare a lungo sovra un sì or
rendo spettacolo qual si è quello del corpo d'un suo figliuolo o d'una
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 97

sua figliuola per metà divorato da ignota belva, senza che il cervello
della misera non risenta i funesti effetti della terribile vista.
Noi sappiamo qual'è il lavorio di sfacelo e di disorganizzazione
che si opera ne' cadaveri regolarmente inumati ne' visceri della terra.
Per quanto orribile sia la vista di un tal lavorìo, non ci sorprende,

|
|||||||||||||

perocchè non esce dall'ordine naturale della umana decomposizione.


Sappiamo che la verminazione è l'effetto immancabile di questa de
composizione ; e, conciossiachè la vista d'un corpo umano invermi
nito desti raccapriccio, ribrezzo ed orrore, purtuttavia non può gene
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 8
98 I MISTERI Dl NAPOLI

rare altra sorpresa che quella di una spaventevole novità, che fino a
quel punto ci era ignota o nascosta.
Ma che sappiamo noi della sorte a cui vanno incontro i cadaveri
gittati a disfarsi ne' gorghi del mare ed i corpi de' miseri naufra
ghi, a cui è niegato puranche il conforto delle ossa, la quiete nel seno
della nostra comune e antica madre, la terra ?
A quale specie d'ignota verminazione vanno soggetti questi cada
veri ? A quali novelli mostri servono di pabolo ?
Immaginate per poco una mano che si tuffasse nelle profonde vo
ragini del mare e riportasse alla terra il corpo d'un misero annegato
da un mese o due. Che cosa offrirebbe questo corpo ? Di quali or
rori non sarebbe cagione agli occhi nostri?
Or, questo fu presso a poco il caso del cadavere di Anastasia of
ferto agli occhi della madre.

Noi non vogliamo più oltre fermarci su questo doloroso subbietto,


dal quale le nostre troppo sensitive leggitrici torceranno gli occhi con
raccapriccio.
Dobbiamo soltanto aggiungere, per la piena intelligenza dello stra
no sogno di Chiara del Cilento, che Silverio il marinaio , credendo
forse di far piacere alla disgraziata donna, volle spiegarle le ragioni
degli orrendi guasti che si osservavano sul cadavere della fanciulla,
e le disse che quelle morsicature erano opera de'palombi marini (1).
Ciò spiegava le parole che Anastasia avea detto nel sogno alla ma
dre Fa che non finisca la cena de palombi.
Con queste parole la morta fanciulla aveva inteso dire che non
si facesse rimaner più a lungo il suo corpo a pabolo di que' mostri
del mare, i quali aveano già divorato una parte delle misere membra.

S'ignora quanto tempo. Chiara del Cilento rimanesse nel Cavo delle
tofe e ciò ch'ella quivi facesse.
Da quel tempo ella fu detta l'Indemoniata...
Gli abitanti della Botte e quelli della vicina isola di Ponza credet
tero ad uno strano , terribile, osceno connubio della vegliarda con
uno de' demoni, antichi abitatori della Botte.
Dal dì che questa persuasione entrò nella mente di quella gente
stolida e ignorante , non era anfanìa che non si fosse spacciata in
sull'isola e ventilata per tutto l'arcipelago ponziano.
I marinai di Ponza e di Ventotene che venivano nella raduccia

(1) Specie di pesce cane, che si ciba delle carni de' cadaveri. Ne' nostri mari se ne tro
van6appo le isole: sono attirati su le arene dalle particolari esalazioni di un cadavere.
CECATIEI,LO O LA GENESI DEI LADRI 99

della Botte per frettare i loro navicelli salivano insino alla Punta
rossa, dov'era la grotta della Chiara , per vedere questa donna che
non si era potuta guarire dello spiritato. La perdita della figliuola
le era tornata in ragione di condanna.

Noi narreremo di presente una scena , che non è nè nuova nè


strana per isolani accecati dalle avite superstizioni e dalle pretesche
ribalderie.
Ricorrea su l'isola la festa di sant'Anastasia.
ln questo dì la Botte si covriva di centinaia di visitatori , che si
recavano ad onorare e festeggiare la Santa martire.
Era stato concertato da' più selvaggi ortodossi dell'arcipelago pon
ziano che, ad ottenere propizia la Santa per la prossima ricolta delle
uve e delle olive, fosse indispensabile purgare l'isola da quella lue
vivente, ch'era l'indemoniata. La presenza dello spirito delle tenebre
sotto umane forme era incompatibile colla grande festività che si ap
parecchiava.
Fin dallo spuntare del giorno uno stuolo di pescatori sbarcati dalle
vicine isole, a pie' scalzi, fu veduto prendere l'erta della cappelluc
cia della Santa , seguiti da torme di monelli dell'infima feccia. Po
scia venivano in processione le donne , eziandio scalze , colle luride
chiome scompigliate...
Tutta questa marmaglia si affollava sempre più attorno al santua
rio della Martire, levando selvagge grida.
– Noi non possiamo aver bene da Dio finchè gli spiriti immondi
abiteranno questa isola – diceva un vecchio , ch'era tenuto in con–
cetto di santo uomo , e le cui parole erano accolte come altrettanti
oracoli – Non contenti questi spiriti di abitare da secoli nello in–
terno delle nostre grotte, pigliano alloggione'corpi. Noi abbiamo da
poco in qua nell'isola una donna posseduta dallo spirito delle tene–
bre. Tutto fu fatto per guarirla dello spiritato, ma indarno. Ei sem
bra che il diavolo ovvero qualche altra anima dannata si trovi co
moda a starsene nel corpo della zoppa vegliarda Chiara del Cilento
per non patire le pene dello inferno.
– È vero!... è vero! – gridarono parecchie voci.
– La scellerata femmina ha in corpo due o tre anime perdute
di quelle creature non battezzate, da lei sconciate ne'ventri delle mam
me – diceva un altro.
– Il diavolo portò via la piccola Anastasia per avere maggior co
modo di ficcarsi nel corpo della vecchia – osservava un altro.
– Posto ciò – ripigliava il canuto che avea parlato per lo primo–
noi vedemmo i pampini delle nostre vigne divorati dal pidocchio di
100 I MISTERI DI NAPOLI

mare, vedemmo tutto fessi i nostri bigonci, per che al tempo della
vendemmia non potemmo someggiare le nostre uve.
– E le mie capre? – gridava un capraio dalla gigantesca statu
ra – Non avete veduto come le mie capre si precipitano ogni dì
per capogiri da' greppi e da' prunai, sì che è qualche tempo che ogni
giorno io ne perdo una ; e voi ben sapete che senza il latte delle
mie capre io non posso manipolare i miei raviggiuoli (1) e venderli
a Ischia e a Ventotene. E ne volete una migliore ? Dalle mie bestie
morte precipitate ne'burroni non ho potuto cavare tanto di sego da
farne una resta di candele.
– E Padre Francesco da Santo Stefano ci ha preconizzato un ter
remoto che inghiottirà questo scoglio della Botte come uno scafo sdrucito.
E qui si levarono alte grida e pianti altissimi e voci selvagge che
dicevano:
–A morte la indemoniata! A morte la vegliarda Chiara del Ci
lento !
– A morte ! a morte !
E quella insatanassata marmaglia con urli e voci dissonanti e al
tissime muovea come un'onda per avviarsi alla volta della grotta della
indemoniata. Ed ecco una voce levarsi di mezzo alla folla:
– Il re della Botte ! il re della Botte !
E tutti ristettero , ammutolirono ; e tutti gli occhi si portarono
inverso un uomo alto e magro che era spuntato di dietro a un mac
chione di olivi.
Era Pilato, lo Strangolatore.

Non vogliamo interrompere il filo della nostra narrazione per porre


i nostri lettori a conoscenza delle ragioni per cui questo personag
gio si trovava in su lo scoglio della Botte e per che gli avevano dato
il titolo onorevole di re della Botte.
Non è un re il più alto personaggio del suo Stato? I cardinali non
son chiamati eminenze?
Or bene, Pilato era il più alto personaggio dell'isola della Botte.
La sua statura superava di mezzo metro quella degli altri abitanti.
Se non era un re, era certamente un'eminenza.

–Ohè, mascalzoni – disse un vecchio nel mezzo di quella folla–


Come vi arbitrate voi altri di condannare a morte una persona del
l'isola senza il permesso di sua maestà il re della Botte?
– Maestà! maestà! – gridarono tutt'i monelli con sonori sberleffi.

(1) Sorta di formaggio.


CECATIELLo o LA GENESI DEI LADRI 101

– Poc'altro ch'ei fosse indugiato, avrebbe trovato spiovuto – os–


servò un altro canchero, facendo allusione alla morte della Indemo
niata; la quale infame ribalderia ei considerava come un banchetto,
dicendo che Pilato avrebbe trovato il desco sparecchiato.
– È proprio una sorte che si truovi qui il re della Botte. Andian
ne dunque a prendere l'Indemoniata.
– Vieni con noi, maestà, vieni con noi.
E tutti furono in un momento in sulle stiene dello Strangolatore
per ispignerlo avanti.
La sinistra figura dello Strangolatore dominava tutta quell'onda di
scalzi e cenciosi ciaccherini, come un tristo pensiero che predomini
su una torma d'ignobili istinti,
Si avviarono inverso la grotta della ossessa.

Com'ei furono arrivati ad una ventina di passi dall'antro della


Chiara, il re della Botte bandì i comandi che nessuno si muovesse:
andrebbe ei solo a scovare la bestia.
I sudditi obbedirono.
Pilato si avvicinò alla misera creatura.
In un antro scavato nella pomice del monte, in ginocchi su l'u
mido terreno, la vegliarda scalza e mezzo ignuda era intenta a gru
folare per terra, come fanno i bruti per cercar cibo.
Risuonava in quell'antro il piccolo grido delle grillotalpe , insetto
che si annida negli umidi crepacci de' monti.
– Ohè, la vecchia, levati su — le gridò sul capo quel boia — Ei
pare che il dimonio che ti si è cacciato nel corpo abbia gl'istinti
del ciacco. Su, su, andianne.
La vecchia levò il grifo , e , senza muoversi dalla sua giacitura ,
guatò balorda quell'uomo.
E non rispose.
Quella umana feccia intanto urlava per impazienza. Si udivano que
ste grida feroci:
–Se tu non la traggi qui per le stoppe , noi ti sbalzeremo dal
tuo trono di sughero, re della Botte.
E per le stoppe intendevano i pochi capelli restati sul cranio di
Chiara.
Parve che questa minaccia intimidisse il re della Botte, a cui sta
va a cuore il non perdere la padronanza che si era acquistata sugli
abitanti dell'isola.
– E sia pure – bufonchiò quel boia; e si cacciò nel bugio della
vecchia.
– Ohè, la vegliarda – ei le disse squadrando le mani, il che era
102 - I MISTERI DI NAPOLI

in lui indizio del ridestarsi de' più feroci istinti — Quando una bot
tiglia contiene del gas letale, bisogna spezzarla per fare uscire il gas.
Allora si afferra la bottiglia pel suo bocciuolo.
E , ciò dicendo , afferrò la vecchia per le grommate stoppe del
cranio.
La vecchia mandò strilli acutissimi.
Fu tale la furia onde lo Strangolatore la ghermì pe'capelli, ch'essa
non si potè rizzare allo impiedi, e venne trascinata su i ginocchi su
quel terreno sparso di ciottolini aguzzi e pungenti.
Gli strilli della vegliarda soverchiavano gli urli, i fischi e li sber
leffi della folla.
Non era già indemoniata la Chiara, bensì quella bùlima scellerata,
in ciascun individuo della quale era un demone attizzato di odio con
tro l'umana specie.
– Viva Pilato il re della Botte ! – gridarono que' selvaggi in veg
gendo da lui strascinata la spiritata.
– Morte alla zoppa che ha in corpo la tentazione !
– Ecco la versiera – disse Pilato gittando la vittima nel mezzo
di que' crocchi di cannibali.
La faccia della misera era coperta di sangue , che le sgocciolava
sul nudo petto, le cui vizze mammelle erano state pur quelle d'una
madre.
– Viva Gesù e Maria !
– E sant'Anastasia !
– Così sia! così sia!
– De spiritu tenebrarum libera nos, Domine.
Era la voce di un prete.
- Amen ! amen ! amen !
– Ave, maris stella. , ,
– Ora pro nobis.
– Ignis ante ipsum praecedet: et inflammabit in circuitu inimicos
ejus.
- Al fuoco ! al fuoco l'indemoniata!
– Benedicite sol et luna Domino...
– Amen ! amen !
- Benedicite ignis et aestus Domino...
– Al fuoco! al fuoco!
- Benedicite montes et colles Domino... Benedicite maria et flu
mina... Benedicite omnes bestiae et pecora...
– Amen ! amen !
- Libera nos de spiritibus immundis.
In questo modo quelle belve faceano servire la religione alla loro
CECATIELLo o LA GENESI DEI LADRI 1()3

ferocia. Così que' malvagi preti attizzavano il fuoco delle più violente
passioni in quella plebaglia accecata da bestiale ignoranza.
Ebbe luogo allora una miseranda scena , di cui la simile non si
ha a ricercare che nella storia de'cannibali e degli antropofagi.
In un attimo , i cenci che coprivano la nudità della disgraziata
vittima le furono strappati di su la persona, in guisa ch'ella rimase
ignuda affatto.
Spettacolo osceno e lagrimevole.
Quelle carni avvizzite dalla fame, abbronzite dal sole , intonacate
dalla spurcizia, servivano come un cartone messo a bersaglio de'tiri
di quella bordaglia. -

Il grimo volto della misera non era riconoscibile.


A furia di calci, di pugni, di percosse di ogni maniera fu strasci
nata l'indemoniata alla cappelluccia di sant'Anastasia, dove , coperta
con un panno nero , ricominciarono le lugubri preci e gli esorcismi.
– Ora ne viene il buono — mormorava quella stupida plebaglia.
Cessati gli esorcismi , fu fatta inginocchiare la misera ; e allora
due briganti in abiti talari si diedero a muta a percuotere con so–
nori pugni il petto della creduta indemoniata , obbligandola a dire
Viva Gesù, Maria e sant'Anastasia !
La disgraziata non poteva articolare queste parole perocchè a tor
renti traboccavale il sangue dalla bocca...

Poco stante, quel corpo cadeva esanime a terra (1).


Le litanie, le giaculatorie e gli esorcismi durarono ancora per un
buon pezzo anche dopo che la Chiara del Cilento fu diventata ca–
davere.
Que' forsennati ritennero che l'anima fosse uscita da quel corpo ,
ma non già il diavolo, che vi avea preso stabile stanza. Le imma
ginazioni riscaldate dal fanatismo credettero scorgere che le labbra
del cadavere bucicassero come se proferissero parole misteriose.
Era sempre il diavolo che si divertiva.
Di repente, surse una voce di mezzo alla bùlima:
— Al fuoco! al fuoco l'indemoniata! Sia il rogo il talamo della
vecchia col suo sposo, Lucifero.
Alte acclamazioni accolsero questa proposta.
(1) In tempi a noi più vicini, cioè il 15 agosto 1869, una scena presso a poco somi
gliante a questa che abbiamo narrata ebbe luogo a Trapani (Sicilia), in occasione delle feste
della bedda Matri, cioè dell'Assunzione della Santa Vergine. Non una, ma sei o sette fu
rono le vittime credute indemoniate, tra le quali una giovane non ancora ventenne.
O santa religione di Cristo Signore, quale orrendo scempio di te non si fa da quelli stes
si ch'esser dovrieno tuoi ministri ?
104 I MISTERI DI NAPOLI

Era sempre un progresso sul medio evo. L'inquisizione abbrucia


va i corpi vivi; i divoti della Botte abbruciavano i corpi morti.
– Mi oppongo — gridò il re della Botte, che si era rizzato come
una statua su l'alto di uno scoglio.
Tutti si tacquero, e aspettarono l'oracolo di sua maestà lo Stran
golatore.
– Questa razza di demoni io la conosco –disse quel grottesco–
Se voi bruciate la zoppa , il diavolo che vi si annida resterà nel–
l'isola, perciocchè i diavoli non si scottano. È meglio tuffar Satanna.
Mandiamo la vecchia agronghi (1). È sempre un battesimo. Il di–
monio non è avvezzo all'acqua come al fuoco ; vi si affogherà per
CertO,

– Al mare! al mare il corpo della indemoniata — gridarono gli


ossessi.
Dominava l'isola della Botte uno scoglio prominente e aguzzo come
il collo di una giraffa. Lo dicevano il Becco del diavolo.
– Vogliamo veder saltare il corpo della indemoniata dal becco del
diavolo — disse una voce.
– Si, si, dal becco del diavolo.
– Vada su, vada su il re della Botte; faccia fare, dall'alto del
becco del diavolo, il volo alla indemoniata.
– A me, a me il corpo della zoppa – disse lo Strangolatore, ap
pressandosi alla cappelluccia, su la cui soglia era gittato il corpo della
infelice Chiara del Cilento.
La folla si aprì in due ali per dar passaggio allo Strangolatore.
Costui si avanzò con passo grave e solenne fin su la soglia della
cappelluccia; si tolse dal capo un suo berretto a foggia militare ch'ei
portava, e quindi sel riconficcò su la testa. Egli non usavatante ce
rimonie neppure co'santi.
Si chinò poscia e abbrancò il corpo della indemoniata , che egli
si gittò a tracollo colla indifferenza di chi si fosse gittato addosso
un oggetto qualunque.
I gridi, gli urli, i fischi, gli sberleffi salirono alle stelle.
Era l'oscena orgia di selvaggi affamati di carne umana.
La folla si die' a seguire cogli occhi lo Strangolatore, che col
corpo della vittima su l'omero ascendeva su per gli sterpi e le rocce
che menavano al becco del diavolo.
Dove com'ei fu pervenuto, parve che contemplasse da quell'altezza
con un ghigno feroce quella masnada che era giù.

(1) Specie di pesci non rari nello arcipelago ponziano.


CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 105

– Il volo del diavolo – gridava quella feccia – vogliamo vedere


il volo del diavolo.
Quelle grida arrivavano appena come confuso mormorio agli orec
chi dello Strangolatore.

Di repente, fu veduto un corpo umano volare per l'aria pigliando


i più strani atteggiamenti.
Poscia, un gran tonfo si udì nel mare.
ll nudo cadavere di Chiara del Cilento era sparito sotto le acque...
Lo Strangolatore era tuttavia ritto sul becco del diavolo...

Poco appresso, il re della Botte si pose tre dita in bocca e mise


un acuto fischio, che fu udito alla estremità dell'isola da un ometto
che giacea disteso nel fondo di una barcaccia amarrata , fumando
la pipa.
Era Cecatiello.
A quel fischio, Cecatiello, come scosso da elettrica percossa, balzò
in piedi , sciolse la gomena che teneva amarrata la barcaccia , die'
di piglio ad un remo, e spinse la zattera in mare dalla parte orien
tale dell'isola.
106 l MilSTERI DI NAPOLI

XIX.

Fu poco tempo dopo di questo dramma che Pasquale de Crescenzo


fu mandato all'isola della Botte.
Carmela lo avea seguito.

Ogni novello ospite che ponea piede su quello scoglio dell'arcipe


lago ponziano dovea fare atto di sudditanza verso il re della Botte.
Veramente, gli ospiti, cioè quelli che aveano a stare qualche tem
po in su l'isola, non erano frequenti. -

Gl'Inglesi, che per semplice curiosità vanno a visitare l'isola della


Desolazione, punto nero gittato a'confini del mondo ne'mari austra
li, si contentavano di guardare la Botte dal mare o dalle propinque
isole.
Da ciò inferiscano i nostri lettori che gli ospiti che capitavano su
la Botte non poteano essere che ottimi arnesi, i quali erano man
dati lassù come si mandano le anime dannate allo inferno.

In certi luoghi, il principio di autorità sparisce.


Autorità vuol dire forza morale; e questa non regna dove il senso
morale non è.
In certi luoghi , la forza fisica è tutto. Potremmo anche dire in
molti luoghi , se non fosse soverchio pessimismo il dire dapper
tutt0.

Nelle piccole isole ci dev'essere un re a posticcio, quando non ci


è altra forza governativa.
I re sono necessari : anche i ranocchi ne chiesero uno a Giove,
che mandò loro un travicello. Quale lezione !
Pasquale de Crescenzo fece dunque atto di sudditanza al re della
Botte, che, fiutato nel novello suo suddito il cuoio del birba, a sè
lo attirò a poco a poco.
Dov'era lo Strangolatore, esser dovea pure la sua bestia, Cecatiello.
Il patto stabilito nelle prigioni della Vicaria tra questi due ladri
era stato fedelmente mantenuto. Cecatiello era divenuto lo schiavo
dello Strangolatore.
Come questi due ladri si trovavano su lo scoglio della Botte ?Ciò
diremo qui appresso.
CECATIELLO O LA GENESl DEl LADRI 107

Un furto di argenteria del valore di parecchie migliaia era stato


commesso nel quartiere di Chiaja a danno di un diplomatico stra
niero, che il giorno appresso ne mosse lagnanza al re Ferdinando II.
Il benigno Giove tonante ( come uno de' più illustri scienziati di
Europa chiamò il re in occasione del settimo congresso degli scien
ziati che si tenne in Napoli nell'anno 1845) si fe' chiamare il mi
nistro di polizia e gli disse:
– Al barone di L..., segretario di legazione appo sua eccellenza
il principe Schwarzenberg, è stato rubato nella scorsa notte un ser
vizio da tè, tutto di argento. Io voglio che nel corso di questa gior
mata si trovi assolutamente il ladro. Si tratta di un segretario del
l'ambasciata austriaca. Avete capito, don Ciccio? È nostro sovrano
volere che il ladro si trovi tra le ventiquattr'ore.
–Sarà fatto, Maestà.
Era, come dicemmo altrove, ministro di polizia in quel tempo il ma
resciallo di campo marchese don Francesco Saverio Delcarretto , ca
valiere del real ordine di san Gennaro , gran-croce del real ordine
militare di san Giorgio della Riunione, commendatore del real or
dine di san Ferdinando e del merito, cavaliere gran-croce del pon
tificio ordine di san Gregorio Magno , cavaliere del real ordine del
Cristo di Portogallo, di quello di distinzione di Terragona, e di quello
della corona di ferro.
Abbiamo voluto ricordare tutti questi titoli del ministro Delcarret
to, giacchè , trattandosi di titoli di nobiltà , non vogliamo defrau–
darne a nessuno. Unicuiquc suum.
Non ci era che un uomo solo in tutto il regno delle due Sicilie,
il quale avesse il dritto di chiamare semplicemente don Ciccio un sì
alto personaggio insignito ed onorato di tante croci... Quest'uomo
era il re.
Ferdinando II, come quasi tutti i Borboni di Napoli, avea l'abito
di chiamare i suoi ministri e i suoi uffiziali superiori co' rispettivi
loro nomi di battesimo.
A proposito di croci, vogliamo fare una osservazione. Perchè cer
tuni le portano esposte sul petto quasi sempre ? Badateci, o signori.
Le croci NEL cuore sono quasi sempre le croci del Cristo ; sUL
cuore , sono talvolta le croci de' Ladroni.

Il ministro Delcarretto si fe' chiamare il commessario di polizia


del quartiere di Chiaja,
– Un furto è stato commesso la scorsa notte in casa del barone
di L... segretario del ministro d'Austria.
– Lo so , eccellenza ; e mi riserbava di scrivergliene di uffizio,
108 I MISTER1 DI NAPOLI

annunziandole in pari tempo la scoverta del ladro – rispose umil


mente il commessario.
– Il re, nostro signore e padrone, comanda che il ladro si trovi
nel corso delle ventiquattr'ore. Capite, don Peppe ?
Il commessario era un barone, ma il ministro, volendo vendicarsi
su i suoi subalterni della umiliazione che il re gli facea patire chia
mandolo don Ciccio, usava parimente chiamare i suoi subalterni coi
loro nomi di battesimo.
– Avete fatto arrestare il portinaio ?– seguitò il ministro.
–Si, eccellenza, l'ho fatto arrestare, e il ritengo perora sul com
messariato; ma il portinaio non ci entra, eccellenza: il poveruomo
è innocente.
– Quale argomento avete della sua innocenza ?
– Un argomento solidissimo : l'uscio da scala non è stato mini
mamente tocco, nè la toppa saltata , nè in altra guisa sforzato l'in
gresso.
– E non ci sono le chiavi false?
– Chieggo scusa, eccellenza. L'uscio da scala è chiuso con un
chiavistello, il cui segreto è noto solo al padrone della casa.
–Ciò vuol dire– soggiunse il ministro – che il ladro od i ladri
non sono entrati per l'uscio da scala.
– Così pare, eccellenza.
– A che piano abita il barone ?
— Al terzo piano.
– Non è dunque neanco ammessibile che i ladri sieno entrati per
un balcone o per una finestra.
– Impossibile , eccellenza ; la strada è battuta in ogni ora della
notte, ed è sorvegliata da' miei uomini. Vostra eccellenza sa che io
ci tengo un occhio particolare , perchè è una strada abitata da un
gran numero di forestieri e dalla maggior parte de'ministri esteri.
– Qual'è dunque la vostra opinione su questo furto commesso al
barone, mio caro don Peppe ?
- Per ora non saprei dirle cosa, eccellenza; ma tra un paio d'ore
io spero di pormi su le peste del ladro.
Sua eccellenza cavò di saccoccia un cilindretto d'oro, e gittò una
occhiata su le sfere.
– Abbiamo le dieci e mezzo. Alle tre ci vedremo al ministero;
e spero che mi darete buone nuove della faccenda. Badate, mio caro
don Peppe, che il signore vuole assolutamente che per tutta questa
giornata si trovi il ladro od i ladri; ed io gli ho dato parola che il
ladro sarà trovato. Capirete benissimo che non intendo farci una
magra figura in questa faccenda. Non risparmiate denaro. Don Lucio
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 109

porrà a vostra disposizione i fondi segreti del ministero. Provocherò


dalla munificenza di sua maestà una gratificazione per voi , se riu–
scirete; in caso contrario mi vedrei costretto, a malincuore, di porre
alla testa del commessariato di questo quartiere un uomo più abile
e più capace di voi. A rivederci alle tre.
– Bacio le mani di vostra eccellenza — disse il commessario in
chinandosi; e prese la volta dell'uscio.

A Napoli ci era, e forse ci è ancora, su la bocca di cinque sesti


della popolazione questa nobile frase del Vi bacio le mani. Fu un
regalo che ci fecero gli Spagnuoli , i quali sono famosi baciatori di
mani. Non ci è epistola scritta in ispagnuolo, la quale non abbia
alla coda queste quattro lettere puntate Q. B. S. M. (que besa sus
manos (1)).
Le lingue traducono lo spirito delle nazioni, e la parola maschera
l'anima dello individuo. -

A Corte ci era il baciamano, gran cerimonia , alla quale ognuno


si ascriveva ad onore altissimo il partecipare. Uno sciame di servi
ingombrava le regie sale : erano servi in isplendide livree, con cor
doni , fasce e ciondoli e un gran numero eziandio colla sciabola al
fianco. -

Baciar la mano dell'augusto padrone e sopra tutto dell'augusta pa


drona! Per Gesù ! che onore ! che piacere ! che contentezza ! Leg–
gete, leggete un poco il giornale officiale di quel tempo, e non avrete
mai letto cosa più edificante,più saporosa,più squisita ! Come ti si
faceano rossi gli occhi per la gioia nel vedere trarre alla reggia quel
lungo seguito di rilucenti carrozze, in cui ritti ritti sedeano gli eletti
al sommo onore di leccare le zampe regali.
E perciocchè la Corte dà, come suolsi dire, il tuono a'costumi di
un popolo, il baciamani era universale in Napoli.
Se ci fosse, come in Turchia, una legge che mozza le mani a'la
dri, molto fastidio di meno avrebbero avuto i baciatori di mani.
Che barbarie! mozzar la mano a un ladro l è meglio baciargliela.
Riafferriamo il nostro commessario.
Andato al commessariato, il barone commessario, che via facendo
aveva avuto una felice ispirazione, mandò a chiamare un certo so–
prannominato Cuoppo di pepe (2)
Era costui un santafedista del 99, ormai vecchio a settant'anni,
(1) Che le bacia le mani.
(2) Cartoccio di pepe.
1 I() I MISTERI DI NAPOLI

capopopolo di Santa Lucia : era allora mantenuto dalla polizia del


quartiere.
Cuoppo di pepe aveva avuto il piacere di baciar la mano di Fer–
dinando il vecchio e di Maria Carolina d'Austria; aveva bruciato vivo
colle proprie mani un giacobino nel 99, e dato la frusta a una mezza
dozzina di carbonari nel 21. Peccato che la morte gli tolse il pia–
cere di accoppare qualche demagogo nel 48 !!
Cuoppo di pepe era un mariuolo per conto della polizia. Egli tuf
fava le dita nella politica e ne'costumi.

– Hai saputo del furto commesso la scorsa notte al barone di L.


nella strada di Chiaia ? – domandogli il commessario.
– Gnorsì, eccellenza.
– Ho bisogno di avere il ladro subito, in giornata, prima che
annotti. Ci ha venti piastre per te.
– Mi fo maraviglia, eccellenza. Quando si può prestare un ser
vigio al re, padrone nostro, noi non ci è bisogno delle venti pia–
stre. Ho saputo che la sbattente (1) non è stata sforzata e che il
flauto non è stato suonato (2). Qui non ci è che una sola persona ,
che possa porvi su le peste de'mariuoli.
– Chi è questa persona ?– domandò il commessario.
–Cecatiello – rispose Cuoppo di pepe.
– Chi è questo Cecatiello ?
– Tra un'ora ve lo recherò qui, eccellenza ; ed egli vi darà cer
tamente un lume in questa faccenda. Non ha che una finestra (3) ;
ma questa vale più delle quattro di vostra eccellenza e delle mie due
che sono intonacate dalla vecchiezza.
– Su via dunque; recami Cecatiello al più presto.
– Eccomi. Vostra eccellenza... le venti piastre.
– Va bene, va bene; ci penso io.
– Non si fa niente, eccellenza... non si può vivere con quel che...
– Va bene. Sbrigati in tua malora... Ti aspetto qui col Ceca
tiello. -

Il commessario aspettò con viva impazienza.


Cuoppo di pepe non ritornò che dopo un paio d'ore.
Cecatiello era con lui.
Questi aveva una cert'aria da frinfino: era vestito quasi tutto a nuo

(1) La porta.
(2) Il chiavistello non è stato mosso.
(3) Un occhio.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 111

vo con certi abiti che gli si arruffavano indosso come elementi ete
rogeni e disparati. -

– Eccovi il nostro Cecatiello, eccellenza – disse Cuoppo di pepe


non appena si ritrovò al cospetto del commessario.
Cecatiello fece a modo suo un inchino : strisciò sul pavimento e
trasse indietro il pie' sinistro nell'atto che piegò per dinanzi il capo.
– Buon giorno – disse il commessario all'ometto che gli era sco–
nosciuto. Poscia, voltosi al vecchio,
– M'hai fatto aspettare un bel pezzo, cospetto !
– Chieggo scusa, eccellenza. Da Chiaia alla Vicaria ci è un cam
mino, veh !
– Ritirati...
– Vostra eccellenza non dimentichi... -
– Va bene, va bene.
– Bacio le mani a vostra Eccellenza.
Cuoppo di pepe andò via.

Restaron soli il commessario e Cecatiello.


L'uomo della polizia squadrò da capo a piedi l'omicciattolo.
— Come vi chiamate?
–Serafino Jommero , al servigio di vostra eccellenza ; ma nel
quartiere sono conosciuto sotto il nome di Cecatiello.
– Che arte esercitate ?
Questa domanda non giunse novella al nostro ometto: cento volte
in cento altre occasioni gli era stata fatta.
Aveva sempre pronta la risposta.
- Sono al servigio della polizia del mio quartiere, eccellenza.
La scelta dell'arte era ben trovata: riempiva gli orecchi e tappava
la bocca delle autorità e de' funzionari.
- Cuoppo di pepe vi ha detto l'oggetto per cui vi ho fatto inco–
modare ?
– Gnorsì, eccellenza. --- -

- Potreste darmi un lume sul furto che è stato commesso a danno


del barone di L. nella strada di Chiaia ?
- Quanto darebbe l'eccellenza vostra per avere dentr'oggi il ladro
nelle mani ?
Il commessario fe'un atto di sorpresa.
- Ci sarebbero venti piastre per voi.
- Non bastano, eccellenza.
Il commessario aggrottò le ciglia.
– Sieno trenta.
Cecatiello si grattò il capo e sorrise.
112 I MISTERI DI NAPOLI

– Eccellenza , io so che il re , nostro signore e padrone , Dio


guardi, vuole assolutamente che dentr'oggi si truovi il ladro. Da ciò
inferisco che, dove all'eccellenza vostra non venga fatto il trovarlo,
la corre il risico di essere dimesso dal suo carico. Queste non sono
già tàttere da prendere a gabbo. Vostra eccellenza si potrebbe tro–
var piombato nella disgrazia del ministro e del re, nostro signore e
padrone , Dio guardi ; il che non le aggusterebbe per certo. Posto
ciò, Ella non pagherà mai caro il servigio che io le posso rendere.
Il cinico linguaggio dell'ometto non era sprovveduto di un cotal
senso di verità e di ragione ; e, quantunque non dovesse giugnere
molto gradito agli orecchi del barone commessario , pur questi non
poteva redarguirlo o sentirsene offeso.
Cecatiello seguitò grattandosi sempre il cocùzzolo , abito che avea
contratto dàl dì che gli si era cacciato via l'occhio sinistro.
Ogni volta che Cecatiello si grattava il cocùzzolo, era un malefico
pensiero che egli grattava.
– D'altra parte – ei seguitò – l'eccellenza vostra non dee certa
mente spendere del suo. Ci è, se non isbaglio, nel ministero di po–
lizia un signore che si chiama don Lucio e una cassa che si chiama
la cassa de'fondi segreti; la m' immagino che debb'essere ben rifor
nita di piastre. Vostra eccellenza sa dove mettere le mani.
–Ma, insomma – disse questa volta di assai pessimo umore il
commessario , a cui queste intrinsechezze dell'ometto non potevano
andare a versi – quali sono dunque le vostre pretensioni ?Sentiamo.
– Vostra eccellenza., mi bisognano un centinaretto di piastre.
– Che buffa è cotesta ? – gridò il commessario ch'era proprio per
isgangherare.
– Non è una buffa , eccellenza – rispose col suo solito sconcio
sorriso il Cecatiello – Pensi che io le rendo un servigione.
– Voi avete detto uno sproposito. Noi non possiamo dare di que
sti grossi premi che in qualche rarissimo caso.
– E questo ne è uno, eccellenza.
– Impossibile.
– Be' ! faccia come crede – disse Cecatiello, che levò il dito per
grattarsi il capo, ma si astenne – allora, vostra eccellenza s'ingegni
di trovare il ladro. -

E fece per andar via.


– Un momento – gridò il barone che non era avvezzo a mercan-
teggiare colle spie – Voi dunque pretendete un premio di cento pia
stre pel tenue servigio che renderete al real governo?
– Ognuno conosce i fatti di casa sua, eccellenza; ed i guai della
pentola li sa solo la mestola. -
ir,
r li
Di repente, fu veduto un corpo umano volare per l'aria pigliando i più
strani atteggiamenti (Pag. 105)
MAsTRIANI – I Misteri di Napoli 9
114 1 MISTERI DI NAPOLI

–Ma sapete voi, mio caro–soggiunse il commessario – che dal


tenore del vostro linguaggio io mi accorgo che a voi debb'esser noto
il ladro od almeno che dobbiate avere tali indizi da essere quasi
certo di colpire a segno ; e che, ciò posto, io potrei farvi arrestare
e costringervi a parlare; dacchè, a quanto pare, la polizia vi ha forse
assegnato un emolumento per questo.
– Vostra eccellenza ha ragione – rispose Cecatiello con aria d'in
differenza e di bonomia – Vostra eccellenza ha il dritto di farmi
arrestare ; ma così facendo non ne caverebbe niente per la ricerca
del ladro, giacchè io non potrei aver l'agio di andarlo pescando.
– Finiamola ! – esclamò il commessario – Prendo su me la fa–
coltà di darvi un premio di cinquanta piastre ; ma voglio il ladro
tra un'ora.
– Vostra eccellenza nol troverà, glielo assicuro, se innanzi tutto
non faccia il sacrificio delle cento piastre.
– Insolente!
– Chieggo scusa alla eccellenza vostra.
— Quanto tempo vi pigliate per additarmi il covo del ladro ?
– Meno di un'ora.
Il commessario stie' un pochettino raccolto ne propri pensieri, indi,
voglioso di finirla con tal malaugurata faccenda, disse all'ometto:
– Andate, ed avrete le cento piastre.
Cecatiello non si mosse; sorrise, e si grattò il capo.
– Eh ! eh ! Ero sicuro che vostra eccellenza sarebbe stato così
generoso...
–Ed ora perchè non vai?–soggiunse il commessario dandogli del tu.
– Vostra Eccellenza sa benissimo che senza denaro non si cantano
messe.
– Ma, insomma, che diascine pretendi di più? –gridò il com
messario, che non era molto forte su la virtù della pazienza. -

- Se non si cantano messe senza quattrini, tanto meno si tro–


vano ladri.
– E le cento piastre?
— Vostra eccellenza deve comprendere che è d'uopo mi venga
anticipata una tal somma affinchè io possa pormi su le peste del ladro.
– E chi mi darà sicurezza del tuo ritorno e della riuscita delle tue
pratiche ?
- In quanto alla riuscita delle mie pratiche, non ne dubiti, ec
cellenza. In quanto al mio ritorno , non istarà inquieto per niente ,
perocchè io non mi allontanerò dagli occhi dell'eccellenza vostra.
- Ciò vuol dire che il ladro ti è già noto ?
– Forse,
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 115
– Potresti dinunziarlo anche ora ?
– Anche ora, eccellenza.
– E per farti parlare...
–Mi occorrono quelle tali cento. – rispose tosto Cecatiello
che quel dì si sentiva proprio in vena di cinismo.
Il commessario vergò in fretta poche righe; fe' chiamare un guar
dia di polizia, e, consegnandogli lo scritto, gli disse:
— Recate questo viglietto alla Prefettura (1).
Il guardia partì.
–Tra un quarto d'ora avrai le cento piastre – disse indi all'o
metto, che guardava in aria con cera balorda.
– A suo comodo, eccellenza; io non ho fretta.
—Come spiegasi il fatto che il furto dell'argenteria sia stato com
messo in casa del barone di L... senza che la porta d'ingresso sia
stata in verun modo sforzata ? — domandò il commessario.
— Questo è il mio segreto, eccellenza: deve scusare, ma, sa bene,
ognuno è geloso dell'arte sua.
Il commessario ebbe voglia di ridere.
– Ei pare che tu si ben versato nelle pratiche de' ladri.
– Mezzanamente, eccellenza; altrimenti come potrei rendere qual
che servigio alla polizia ? -

– Comprendo, comprendo...
Mentre così erano a ragionar tra loro questi due personaggi, ar
riva un messo con lettera del ministro.
Delcarretto domandava al commessario a che punto erano le ri–
cerche. -

Il commessario scrisse in risposta al ministro queste quattro parole:


Tra mezz'ora avremo il ladro.
Intanto, non era scorsa mezz'ora e tornò il guardia che era stato
spedito alla prefettura con lettera del commessario. Quegli pose su
la scrivania un lungo cilindro incartocciato.
Rimasti nuovamente soli il commessario e Cecatiello,
– Ecco la somma che hai chiesta – disse quegli.
Cecatiello si alzò e si fece dappresso alla scrivania di quel magi–
strato di polizia, che gli contò le cento piastre.
Cecatiello chiese un foglio di carta, che lacerò per mezzo; fece due
rotoli di cinquanta piastre ognuno, gl'intascò e disse con molta fred
dezza:
– Ora vostra eccellenza perdonerà ; ma io non dirò il nome del
ladro che all'orecchio di sua eccellenza il ministro di polizia.
(1) Cggi Questura.
116 1 MISTERI DI NAPoLI
– Perchè ciò ? – domandò corrugando le ciglia il commessario.
– Per riguardi assai delicati: il ladro appartiene a pezzi grossi,
eccellenza.
Il commessario fece un balzo su la sua sedia.
– Che dici mai ?
– Dico che io voglio essere impiccato se dico il falso.
– Se la cosa è come tu dici — osservò il barone – tu verrai
meco dal ministro: ma... guai a te se mentisci! Tu rimarrai preso
insino a tanto che il tutto non sarà messo a luce.
– Sono pronto a rispondere colla mia testa.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI - 117

Un quarto d'ora appresso questa scena, il commessario e Cecatiello


si trovavano nella sala che precedeva il gabinetto del ministro di po
lizia al terzo piano del palazzo di S. Giacomo.

Il gabinetto del ministro di polizia in Napoli era l'unico sito nel


l'universo in cui Dio non era. Diciamo male, il ministro era Dio.
Perciò Gladstone domandò il governo napolitano la negazione di Dio.
Infatti, che cosa era il governo napolitano se non che la polizia?
Una riforma si aveva a fare nel catechismo cristiano. La risposta
che tien dietro a questa domanda : Dov'è Dio? bisognava che fosse
modificata a questo modo: Iddio è in cielo, in terra e dappertutto,
fuorchè nel gabinetto del ministro di polizia a Napoli.
Chiunque entrava in quel gabinetto ne usciva immancabilmente
complice o vittima. -

Si entrava col viso verde paonazzo; si usciva, color terra.


In quel gabinetto, si parlava sempre a bassa voce.
Ci era una sedia molto d'accosto a quella del ministro. Lo Spiri
tosanto sedeva su questa sedia.
Dieci milioni di anime trepidavano ogni dì nel breve ambiente di
questo gabinetto.
A due o tre persone era sol permesso l'aprire la bussola di que
sto gabinetto senza implorare la venia per mezzo dell'usciere mag
giore, immobile al suo posto dappresso a quell'uscio.
In un sol caso, neanche a queste due o tre persone era permesso
il dischiudere quell'uscio , quando una bella donna era entrata nel
gabinetto del ministro. -

Sua Eccellenza era galante, molto galante; gli piacevano le donne,


ed avea ragione. Noi siamo propensi a condonargli questo peccato ,
che ha per lo più un lato buono.
Infatti, che cosa attendersi da un ministro i polizia , a cui , per
soprammercato, non piacciano le donne ?
Delcarretto avea molta cura della sua persona; piacevagli molto che
le donne gli ponessero gli occhi addosso ammirate della sua nobile
ed elegante persona. Stavagli a cuore non solamente il trapassare ,
118 I MISTERI DI NAPOLI

ogni altro in potere, ma bensì per maschia venustà. Richelieu era


lo stesso.

Il commessario fece aspettare Cecatiello nella sala precedente al


gabinetto del ministro, e trasse la bussola. -

Pochi minuti di poi , Cecatiello ebbe l'onore di essere introdotto


al cospetto dello eccellentissimo maresciallo di campo.
Le solite domande.
– Chi siete voi?
– Serafino Jommero, a servire l'eccellenza vostra.
– Voi siete impiegato appo il commessariato del quartiere Vicaria?
– Già, eccellenza... Non sono propriamente impiegato alla Vica–
ria, ma è come se fossi, eccellenza.
Ci era un astuto doppio significato nelle parole impiegato alla Vi
caria. Cecatiello alludeva alle frequenti villeggiature che egli faceva
in questo luogo di pena.
— Il commessario barone A... mi ha detto che voi avete una
importante rivelazione a farmi risguardante il furto che è stato com–
messo la scorsa notte a danno di un gentiluomo straniero, il signor
barone di L... ?
–Gnorsì, eccellenza.
– Sono pronto a ricevere la vostra comunicazione ; e, se essa è
tale che possa rendere un servigio al real governo , voi ne speri
menterete la riconoscenza. Ma badate di dire il vero e non altro
che il vero.
— Faccia vostra eccellenza di me tabacco per la pipa , con rive
renza, se trovi che io mentisca.
– Sapete scrivere ?
–Gnornò, eccellenza.
– Va bene. Parlate... Il ministro Delcarretto vi ascolta.
Ci era in questa ultima frase qualche cosa che avrebbe fatto cor
rere un'aura gelata per le vene di chiunque altro, fuori che di Ce
catiello.
– Eccellenza – disse questi a voce bassa – il ladro dell'argen
teria del signor barone di L... è sua eccellenza il marchese don
Raimondo X.....
Il ministro fece un salto su la sua sedia.
– Il marchese X. ! – egli esclamò raggrottando le ciglia – Que
sta è una infame calunnia.
– Vostra eccellenza può mandare a casa del marchese, che abita
a Toledo N.°......, e troverà il servigio di argenteria del sig. barone
di L. nel salottino che precede la galleria.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 119

Il ministro era in preda di una viva agitazione. Si era alzato , e


si era messo a passeggiare nel suo gabinetto.
– Ammesso pure questo incredibile fatto che il marchese sia l'au
tore di questo furto – disse il ministro passeggiando sempre – è
chiaro che egli non poteva da se solo eseguirlo, tanto più che l'uscio
da scala non è stato sforzato.
– Vostra eccellenza dice benissimo. Il furto è stato fatto per conto
del marchese ; ma non è stato eseguito da lui.
– Di quali uomini credete voi che il marchese si sia servito per
questo audacissimo furto ?
– Di un solo uomo, eccellenza , anzi di mezzo uomo – rispose
sorridendo Cecatiello – È un cattivo arnese del quartiere Vicaria;
io lo conosco. Colà viene contraddistinto col nome di Cecatiello.
– Ho bisogno di veder quest'uomo sul momento – disse il mi
nistro, fermandosi dinanzi all'ometto.
— E vostra eccellenza lo vede appunto in questo momento.
– Che ! sei tu ?..
– Serafino Jommero, soprannominato Cecatiello, a servire l'eccel
lenza vostra.
Questo tratto subissò il ministro. Era una potenza che sfidava
un'altra potenza.
Il ladro era sicuro della impunità.

Andate un poco a frugare ne' misteri dell'anima ! Scappa talvolta


dalle più profonde tenebrìe una scintilla che trapassa in vivacità la
luce del giorno.
Non ci è abbiezione che non abbia un momento in cui si rialza.
Una mosca lascia il suo escremento su la testa di un re.
Il ciottolo fa cadere il gigante.
Ci è un piacere superiore a tutt'i piaceri, un piacere, per gustare
il quale si sfida le torture ed anche la morte: è il piacere di creare
il maraviglioso, l'inaspettato, il nuovo, l'incredibile.
Stupenda rivelazione dello ignoto a cui corriamo.

In quel momento Cecatiello si sentiva più alto del ministro di po


lizia. . .
La sua vanità era soddisfatta, il suo piccolo orgoglio appagato.
D'altra parte, Cecatiello avea fatto bene i suoi conti. Quelli che
hanno un sol occhio veggono con tre. -

Se l'esecutore del furto dovess'essere mandato alle galere, l'inven


tore ed il goditore dell' oggetto rubato dovrebbe essere mandato alle
forche.
120) I MISTERI DI NAPOLI

E questo era impossibile. Il marchese X.... era intangibile...


Che scandalo per la corte, per la nobiltà, pel paese se la cosa fosse
trapelata!
Bisognava gittar cenere sul fatto; rimedio supremo a cui si atten
gono i governi deboli ed immorali.
Quanta cenere non si è gittata e si gitta ancora su tanti milioni
abilmente pizzicati! A questi ultimi tempi ci è stata veramente una
pioggia di cenere.

–Tu dunque dici di aver involato dalla casa del barone di L......
il servigio d'argento per conto del marchese don Raimondo X... ?
– Io stesso, eccellenza.
— Che modo tenesti per eseguire un tal furto?
– Perdoni, eccellenza; ma questo è il segreto del mestiero. Non
bisogna levar pane a nessuno.
Il ministro cominciava a divertirsi col cinismo di questo originale.
–Tu dunque sei nè più nè meno che un ladro ?
– Verbigrazia, eccellenza; sono qualche cosa di più di un ladro,
perchè scopro le magagne de'ladri, e qualche cosa di meno, perchè
rubo per diletto e non per professione, per gusto, per esercitarmi in
questi giuochi di prestigio. E tutto ciò per essere utile al real go
verno in certe circostanze, come, verbigrazia, in questa presente del
furto commesso al signor barone di L....
La logica del ladro non era storta.
Delcarretto rimase alcun tempo in pensieri; indi sembrò aver preso
una risoluzione.
Suonò il campanello.
– Chiamatemi Campobasso.
Era il terribile commessario.
CECATIELLO O LA GENESI DEl LADRI 4121

XXIII,

Non crediamo necessario il soggiungere, che, verificato il fatto sic


come avea detto Cecatiello, fu trovato verissimo.
Il servigio da tè del barone di L...... fu trovato nel salottino di com
pagnia del marchese X.....
Il marchese don Raimondo X... era ben veduto a corte: era co
gnato di un ministro, congiunto di un generale ; era stato onorato
del real ordine costantiniano...
Bisognava gittar cenere su la malaugurata faccenda.
Delcarretto ebbe un colloquio segreto col marchese X..., nel quale
fe’ cadere accortamente il discorso sul servigio da tè... Il marchese
arrossò.
– Vi piacerebbe di vendermi il vostro servigio da tè? – domandò
il ministro.
– A voi, signor marchese ?
– Si, proprio a me : è un favore che vi chieggo. Chi ha veduto
cotesto vostro vassoio non può rifinare di ammirarne il gusto. Sono
pronto a pagarne qualunque prezzo.
– Oggi vi manderò gli argenti– disse il marchese – Non parlia–
mo- di prezzo.Sarà troppa ventura per me il potervi offerire una cosa
di sì poco momento. -

Infatti, non gli costava che cinque napoleoni.

La sera stessa, il servigio da tè fu mandato al marchese Delcar


retto, e da questo fu inviato a casa del barone di L... che non sep
pe chiudere bocca su l'abilità della polizia napolitana.
Il re fu dal ministro informato del fatto.
– Vero scolaro di don Basilio ! – esclamò Ferdinando II, allu
dendo al famoso Michelangelo Viglia, favorito di Francesco I e del
quale era stato amicissimo il marchese don Raimondo.

Dalla facilità con che il marchese don Raimondo aveva offerto in


dono al ministro il vassoio d'argento, fatto involare dalla casa del
barone di L... , s'intenderà che don Raimondo non rubava nè per
bisogno , nè per cupidigia di denaro e nè per vanità di farsi dire
possessore di belle e preziose cose.
122 I MISTERI DI NAPOLI

Il marchese raramente rubava colle proprie mani: era sempre un


altro che rubava per lui.
–Gliel'ho fatta,per dinci! – egli esclamava tutto giulivo quan–
do gli riusciva di far eseguire un bel tiro di sua particolare inven
zione.
La contentezza che quest'uomo sentiva in tali occasioni non era
figlia del piacere che gli dava il possesso dell' oggetto rubato, bensì
della soddisfazione di aver giuntato qualcuno.
Ci è in alcuni uomini una tendenza invincibile ed inesplicabile al
furto. Conosciamo persone di riguardevoli famiglie ed anco educate
al culto delle scienze e delle lettere, le quali non sanno resistere alla
tentazione di cacciarsi nelle tasche un oggetto che trovino in casa
altrui e che sia facilmente portativo.
Non sappiamo per che motivo il marchese X... dovè un giorno re
carsi a casa il barone di L... Il veder nel salottino quel magnifico
servigio da tè gli pose tosto in cuore la voglia di scamerarlo. Fatto
sta che non era un oggetto da ficcar nelle tasche senz'altra cerimo
nia; epperò il marchese non potea pigliar sonno almanaccando giorno
e notte al modo di far mico l'illustre attaché della legazione austriaca
in Napoli. Far mico un diplomatico ! Ci era da far venire l'acquolina
in bocca al nostro egregio marchese; il quale pensò, ripensò, tornò
a pensare, e per termine fermò di dirne una parola a Cecatiello.
Il marchese abitava allora appo la stazione della ferrovia di Ca–
stellammare.
Cecatiello gli avea già renduto qualche servigio.
Furono presi gli accordi. Si seppe che il barone usciva ogni dì a
mezzogiorno e non ritornava a casa che a notte avanzata. Era solo
in casa. Impossibile di sforzar l'uscio : era una scala molto bene ri
schiarata e battuta continuamente da gente che saliva e scendeva.
Cecatiello s'informò del sito dove abitava il barone : a poca di
stanza del palazzo Ottaiano a Chiaia.
Il colpo era facile.
Era questo il segreto di Cecatiello.
Il servizio da tè fu involato. Cecatiello fu fedele e il consegnò nelle
mani del marchese X... che gli die' cinque be' napoleoni per la buona
operazione.

Cecatiello fu testo cinque giorni in una stanza del Commessariato


di Chiaia. - -

Al sesto giorno, un ispettore di polizia entrò nella stanza dov'era


quegli, e gli die' l'ordine di seguirlo.
Una carrozza con entro due gendarmi era giù ad aspettare.
CECATlELLO O LA GENESI DEI LADRI 193

Presero la via della strada del Vasto, dov'era l'abitazione di Del


CarrettO.
Vennero a casa del ministro.
Delcarretto era solo nel suo gabinetto.
Cecatiello vi entrò solo.

Dopo un cinque minuti, Delcarretto suonò il campanello , e disse


all'orecchio dell'ispettore ch'era entrato nel gabinetto:
– Una delle isole dell'arcipelago ponziano, a sua scelta. Intanto,
voi gli darete il permesso di andare ad abbracciare la figlia.

Nel momento d'imbarcarsi Cecatiello, l'ispettore, che lo aveva ac–


compagnato co'gendarmi , gli consegnò un cartoccio di piastre da
parte del ministro.
Cecatiello scelse l'isola della Botte: avea le sue ragioni per questa
scelta. Un mese appresso, ei vide un dì su lo scoglio apparire la si
nistra figura dello Strangolatore.
Era decretato nello inferno che questi due uomini non si potessero
disgiungere.

Nell'atto di porre il piede sul legno che il dovea menare alla Botte,
Cecatiello consegnò all'ispettore una cassettina di legno chiusa colla
pece, ed il pregò di mettere questo oggetto nelle mani del ministro.
Era qualche cosa di somma urgenza e dilicatezza.
L'ispettore eseguì appuntino l'incarico che gli era stato dato.
Qual si fu la sorpresa del ministro nel riconoscere in quella cas–
settina l'oriuolo e la catena d'oro che il ladro gli aveva involati nel
momento che gli baciava la mano nell'atto di accomiatarsi da lui.
Fu un tratto ammirabile!
194 I MISTERI DI NAPOLI

XXII.

Cecatiello fu dunque mandato su lo scoglio della Botte.


Poco tempo appresso, vi ponea piede lo Strangolatore.
Quando più particolarmente ci occuperemo di costui, diremo per
chè egli avea volontariamente prescelta questa villeggiatura.
Non erano trascorsi sei mesi dalla dimora dello Strangolatore in
su lo scoglio, e questi fu creato,per la sua forza e statura, re della
Botte.
Il dramma della indemoniata Chiara del Cilento seguì alcuni mesi
di poi.
E la venuta di Pasquale de Crescenzo in su lo scoglio ebbe luogo
una ventina di giorni appresso alla tragedia di Chiara del Cilento.

Affinchè i nostri lettori possano, senza smarrir la via, seguirci nel


laberinto degli avvenimenti che abbiam preso a narrare, vogliamo porre
sotto i loro occhi le date principali in cui questi fatti avvennero.
Non si perda di vista che tutti gli avvenimenti che abbiamo nar
rati precedettero il furto commesso al duca di Massa Vitelli e l'as–
sassinio del lumaio di S. Maria degli Angeli alle Croci, da che pren
demmo le mosse in questa narrazione, e che, come dicemmo, ebbe
luogo in su la fine del mese di aprile dell'anno 1846.
Da questo tempo noi facemmo un gran passo addietro per presen
tare, fin da' primordi della loro ladronesca carriera, i due principali
autori del mentovato furto, Cecatiello e lo Strangolatore.
La perdita dell'occhio del primo, lo strangolamento delTizzone ese
guito dal secondo, e il patto tra que' due che precedè questo delitto,
avvennero nell'anno 1818 od in queste circostanze di tempo.
Allora , come già dicemmo , Serafino Jommero o Cecatiello avea
diciotto anni a un dipresso , e pochi anni più di lui si avea Pilato.
Dicemmo che alquanti giorni dopo l'assassinio del Tizzone, fu messo
ad occupare la costui cuccia, contrassegnata col numero 7, un no–
vello incarcerato , di assai diverso aspetto degli altri e vestito con
decenza.
Preghiamo i nostri lettori di non ismarrire queste date, dovendo
nel prosieguo della presente istoria a lungo intrattenerci su questo
cECATIELLo o LA GENESI DEI LADRI 125

novello incarcerato, che contar poteva allora, cioè in quell'anno 1818,


un ventun anno allo incirca.
Ei fu nell'anno 1833 che Cecatiello, dopo il furto commesso al ba
rone L., fu mandato da Delcarretto allo scoglio della Botte, dove lo
Strangolatore non tardò a seguirlo, e dove, poco di poi, ebbe luogo
la scena della creduta ossessa Chiara del Cilento.
L'arrivo di Pasquale de Crescenzo e di Carmela Cannuolo su lo
scoglio della Botte seguì poco tempo dopo la morte della Chiara.
Tutto ciò che narrammo e della base ricevuta da Cecatiello dal si–
gnorino che abitava nel vico Grotta della Marra , e della conversa
zione tra i ladri nel fosso della Masseria, avvenne un mese prima
della sera in cui fu commesso il gran furto in sul casino del duca
di Massa Vitelli, vale a dire, nel marzo dello stesso anno 1846.
Da ultimo , le cose da noi narrate sul Pasquale de Crescenzo, su
la sua nomina di guardia doganale e poscia di brigadiere , sul di–
rettor generale de' dazi indiretti e sul costui cameriere, sul contrab
bando di Pomigliano d'Arco, avvennero qualche anno innanzi a quello
in cui il de Crescenzo fu mandato alla Botte, dove già erano il Ce
catiello e lo Strangolatore; il che dicemmo essere occorso nelle cir
costanze dell'anno 1833.

Ricordiamo che quando lo Strangolatore ebbe scagliato dall'alto


del Becco del diavolo il cadavere di Chiara del Cilento, fece un acuto
fischio per dar forse un'avvisaglia a Cecatiello. Il quale, sciolta la
gomena che teneva amarrata una barcaccia, spinse questa a forza
di remo verso la parte orientale dell'isola.
Dove giunto, avvicinò la barca ad una specie di angiporto formato
da una rosicchiatura che il mare avea fatta da quel lato...
Lo Strangolatore, disceso dal Becco del diavolo, per un sentie
ruccio diroccatissimo per involarsi dall'altra parte alla folla che lo
aspettava per festeggiarlo, balzò nello spicchio d'arancia dov'era Ce
catiello. -

Occorre qui dire che Cecatiello non fu dolente dell'ordine che avea
ricevuto da compar Pilato di aspettarlo colla barcaccia a quel ripo
sto sito dello scoglio ; dacchè molto sarebbegli incresciuto di assi
stere alla tragedia della indemoniata. -

Fin da che avea saputo che Chiara del Cilento avea smarrita la
diletta figliuola, Cecatiello si era sentito nel cuore una strana com–
miserazione per la sventurata; anzi, è debito di giustizia che si dica
come più di una volta il ladro fosse ito fin sul dirupo , dov'era la
zoppa, per arrecare a costei alcun ristoro di cibo.
Cecatiello avea veduto due o tre volte l'Anastasia, ed era rimasto
126 I MISTERI DI NAPOLI

ammirato della bellezza di questa fanciulla; ed aveva estimata av


venturatissima la madre.
Allorchè seppe che l'Anastasia era sparita, ei sentì pietà della mi
sera genitrice, e restò a tal nuova muto, immobile, pensoso. Il volto
gli si era fatto assai scuro e malinconico.

Una volta, la zoppa o l'indemoniata afferrò la mano di Cecatiello,


che le avea porto alcuni frutti, e la baciò a più riprese...
Il ladro ebbe quel dì una strana sensazione... Nello scendere da
quel dirupo, il ladro piangeva.
Ricordiamo a'nostri lettori che Cecatiello in quel tempo era già
padre d'una vezzosa bambina, la piccola Marta, che avea sette anni,
per la quale egli travedea.
Diremo in appresso e dello strano matrimonio di Cecatiello, e del
suo mirabile amore per la figliuoletta, quando ci occuperemo di que
sta pallida e importante figura del nostro ampio quadro, che è Marta.
Cecatiello avea sentito fin dalla sera precedente correre strane voci
sul modo onde intendeasi celebrare nell'isola la festa di Santa Ana
stasia... Parlavasi distintamente che i preti voleano purificare lo sco
glio sacrificando una vittima, ch'eglino credeano posseduta dallo spi
rito infernale...
Cecatiello, era stato l'unico abitante della Botte, il quale avesse mo
strato umane visceri verso la disgraziata madre, che avea sì misera
mente perduta la sua aggraziata e santa figliuola, amore di tutto l'ar
cipelago ponziano. Quando egli seppe che la infelice Chiara avea tro
vato sepolto nelle arene del mare il cadavere dell'Anastasia , racca
pricciò...
Da quel dì il nostro ladro divenne assai mesto e pensoso.
Egli pensava sempre alla sua piccola Marta, dalla quale ormai vi–
vea disgiunto.
Il dì nefasto in cui dovea aver luogo la tragedia della creduta in–
demoniata, Cecatiello, dicemmo, si trovò felicissimo di aver ricevuto
dal suo padrone, lo Strangolatore, l'ordine di tener pronta una bar
caccia al lido orientale dell'isola e di non discostarsi da questo lido...
Egli non si sarebbe potuto opporre allo strazio che i selvaggi di
quello scoglio intendeano fare alla disgraziata ; nè sariagli bastato il
cuore di assistere da testimone indifferente alla lugubre cerimonia
che si apparecchiava.
Benchè separato, dal nòcciolo stesso dell'isola, dalla folla selvag–
gia , pure le incomposte grida giungevano come un'eco lontana agli
orecchi del nostro ometto, che, per non pensare alle torture della
CECATIEILLO O LA GENESI DEI LADRI 127

miserrima, erasi messo a fumare una corta pipa nel fondo della bar
caccia, dove non tardò ad assopirsi.
L'acuto fischio del Masto il destò a soprassalto. Dicemmo ciò che
a tale avviso egli fece.
Pilato balzò nella barca.
128 I MISTERI Dl NAPOLI

XXIII,

– Fa di prendere Santo Stefano pria del mezzogiorno, compare.


– Il mare è grosso a quest'ora, Masto.
– Andiam su, un remo per ciascuno – disse lo Strangolatore af
ferrando uno de' due remi , col quale cominciò a battere l' onda
restia e pesante di que'paraggi. -

Era una giornata di luglio, caldissima, infocata, pregna di esala


zioni e di vapori.
Una nuova cosa notavasi quel dì sul mare, su li scogli, su le isole
del ponziano, e su nell'aria.
Era un'immobilità stizzosa, una serietà irragionevole , come su la
faccia d'un pazzo.
Il vento facea nascere su le acque ciò che gl'Inglesi chiamano le
madie del mare; e pur non si sentiva il più lieve romore di vento in
su le acque.
Il cielo era fosco, oppressivo... Sciami di augelli correano a mezzo
volo, trepidanti, appaurati, stanchi , come se scappassero dinanzi a
qualcuno od a qualche cosa che li perseguitasse...
Le barche non poteano andare nè avanti nè addietro...
La natura ha i suoi momenti di vertigine , di capriccio , di noia
profonda, durante i quali aspettatevi ogni pazzia.
I cataclismi, le bufere, i tremuoti sono gli atti che rivelano il bi
sogno che ha la natura di forti commozioni.
Per lo più, la cattiva, la trista, la sventata, fa sembiante di star
cheta e di essere savia e ragionevole nel momento appunto o poco
prima di sbizzarrirsi con singolarissime impertinenze. Così fanno i fan
ciulli per dare le berte alle balìe od a' maestri.
Ci è qualche cosa nella creazione che è sempre fanciullo, la natura.
Noi non sappiamo gl'influssi che queste vertigini della natura si
hanno su le menti degli uomini. Certo è che spesso veggiamo com
piersi su diversi punti della terra strani fatti nel momento ovvero
poco prima o poco dopo che naturali e straordinari fenomeni vi si
sviluppano. -

La barca, dov'erano Cecatiello e il Masto , non poteva avanzare


d'una spanna verso Santo Stefano.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 129

Il mare la cullava tra le sue madie, ma non la faceva andare nè


avanti nè addietro.
- Maledetta sia la natura! – bestemmiava Pilato – Questa bo
naccia infame e questo balletto del mare non ci farà giungere a Santo
Stefano neppure per domani a quest'ora. Io mi penso che questa

- III -

– Eccellenza – disse questi (Cecatiello) a voce bassa–il ladro dell'argente


ria del signor barone di L. è sua eccellenza il marchese don Raimondo X.
Il ministro fece un salto su la sua sedia (Pag. 118).
volta è la Chiara che me lo fa a dispetto. Sono i diavoli ch'ella ha
vomitati sul mare, i quali ora si divertono a ballarci sopra. Hai tu
veduto il volo della Chiara, compare ?
– Il volo ! che volo ! ---

MASTRIANI – I Misteri di Napoli 10


130) I MISTERI DI NAPOLI

– Come! Non hai tu veduto volar niente dal Becco del diavolo ?
– Io credo di essere cascato a sonno, Masto – rispose Cecatiel
lo – tanto che il tuo fischio mi ha desto a soprassalto.
— Ciò vuol dire che non hai visto volar per l'aria la zoppa?
Cecatiello fece un moto di spavento e di raccapriccio.
— Come ! hanno lanciata la misera da quell'altezza nel mare ?
– Son io che le ho fatto fare il salto – rispose pacatamente lo
Strangolatore.
– Tu, Masto !
– Io si. Diascine! tu mi hai oggi sembiante d'una pinzochera di
parrocchia. A che coteste maraviglie ? Non son io il re della Botte?
E poi, una volta che uno è morto, che gli preme di essere imban
dito alla cena de'pesci o de'vermi ?
– La zoppa era dunque già morta?
– Per lo appunto. Morta come una vecchia gallina spennacchiata.
Cecatiello abbassò il capo ; stravolse l'unica pupilla, e fece colle
spalle un movimento in su; e stie'zitto per pochi minuti. Levò po–
scia il capo e agitò le labbra come se si fosse accinto a fare una do
manda , la quale 'egli avea subitamente disdetta in mente sua. Ma
era gran tempo che Cecatiello aveva una voglia sterminata di fare al
Masto una dimanda, di che sempre avealo rattenuto non so che ri–
pugnanza. Ma ora cascava proprio opportuna , e l'occasione non era
da lasciar preterire; ond'ei si fe' animo a dire:
– Masto, sapesti tu mai qualche cosa della sparizione della crea
tura della misera donna?
Una smorfia sinistra del labbro dello Strangolatore fu tutta la ri
sposta.
Pilato non rideva mai, tranne in un sol caso.
Cecatiello fino a quel tempo lo avea veduto ridere due volte;
la mattina appresso alla morte del Tizzone nelle prigioni della Vi
caria;
e parecchi anni dopo , una sera che Pilato avea strangolato una
bambina di tre anni.
Molti anni appresso, Cecatiello il vide ridere per una terza volta...
la notte del 25 aprile 1846, quando il vide uscire dalla stanza del
vecchio duca di Massa Vitelli.
Ogni volta che Cecatiello avea veduto ridere il Masto, un gelo di
morte gli era corso per la spina dorsale.
Quel riso, era orrendo a vedersi... Così ride la iena dopo di aver
sazia la sua fame cibandosi di umane membra... Così ride il con
dannato ne' pascialicati di oriente quando sente l'acuminata e arro
ventata punta del palo, che comincia la sua orribile opera di trafo
CECATIELL0 O LA GENESI DEI LADRI 31

ramento. Così ride Satanna quando, appo il letto di un moribondo,


fa le beffe all'angelo custode.
Cecatiello comprese la significazione di quel riso ; ed ebbe uno
strano momento, un momento di allucinazione, di vertigine. Lo
Strangolatore si era levato all'impiedi e sostenevasi appoggiato alla
sbarra di prua della barcaccia. Il mare si era talmente ingrossato
che le sponde del battello eran quasi sparite sotto le bolle...
Un urto, un piccolo urto, e puff!... lo Strangolatore sarebbe stato
trabalzato nelle onde... Indi , un colpo di remo in testa ... e buona
sera !... Il Masto non rizzava più il capo.
Fu questa la strana vertigine che colse per poco la mente di Ca–
catiello...
Fu un momento di terribile tentazione...
Cecatiello si sarebbe liberato una volta per sempre dell'incubo op
pressivo che da parecchi anni gli gravava sul petto. E con un colpo
ardito avrebbe vendicato e placato le ombre di Tizzone, della Chiara
e della santa figliuola di costei, Anastasia; giacchè per lui era chia
rissimo che la bella e cara Anastasia, la figliuola di Chiara del Ci
lento, era stata strangolata dal Masto.
Ma questa vertigine non durò che un momento.
Cecatiello avea paura del Masto: anche morto, costui gli avrebbe
fatto spavento.
Ogni volta che nella mente dell'ometto sorgeva un pensiero contro
il Masto, quegli si segnava per iscacciare la terribile tentazione.
Quell'uomo, da qualche tempo gli facea orrore.
Ciò forse era dal tempo in cui Cecatiello era padre.
Ci era da fremere.
Quell'uomo, o, per dir meglio, quella iena, avea strozzato una
cara ed innocente fanciulla, che non gli avea fatta la più lieve offesa:
l'avea strangolata colla impassibilità onde il ragno uccide la mosca:
l'aveva uccisa per un istinto di antipatia di specie, però che non
tutti gli uomini sono della medesima specie...
E quell'uomo, quella iena, avea strangolata quella colomba e si
era fatto il carnefice della povera Chiara, a cui avea tolto quell'an
gelo di figlia.
Cecatiello ebbe un pensiero : dinunziare quel delitto alla giustizia.
Con che gusto avrebbe veduto quel pezzo pendere dalle forche !
La barchetta intanto non faceva nessun movimento innanzi.
Qualche cosa di nuovo, di strano avveniva nell'aria... nel mare...
Si udì dapprima come un sordo fremito che veniva da lontano, e
poi tutto fu ricoperto di folta nebbia...
132 I MISTERI DI NAPOLI

– Il sifone è a quattro miglia– gridò un marinaio ch' era salito


in su una elevatezza dell' isola – Viene da Napoli, da Pozzuoli o da
Posilipo – Menate le barche ne' cavi o le andran capovolte.
– Il sifone! – mormorò Cecatiello spaventato – Masto, hai inteso?
Il sifone è a quattro miglia. I marinai avvertono di menare le bar
che ne'cavi. Cerchiamo un riparo dal pericolo che ci sovrasta.
– Non vedi che questa maladetta barcaccia non può andare nè
avanti nè addietro ? – borbottò il Masto.
– Faccia a terra nelle barche... Gittatevi bocconi, o siete perdu
ti – gridava un altro rizzato in piedi in su una punta della Botte.
Intanto, il sifone , annunziato da' marinai , avanzava dal sud-est
colla rapidità del vento.
Era un fenomeno raro ma non nuovo ne' nostri mari...
È un cono rovescio che scorre su le acque colla precisione d'una
figura geometrica...
Ed il cono stesso non è che acqua. È una tromba assorbente che
sembra correre a smorzare un incendio.
E l'immagine di un vasto incendio dava appunto Napoli che si di
segnava in lontananza come avvolta in una nebbia di fumo.
Il sole di agosto l'aveva incesa.
Frattanto, quella tromba sterminata che correa senza l'accompa–
gnamento de' pompieri travolgea, rapiva, aggirava in vortici convul
sivi tutto ciò che incontrava nel fulmineo suo tramite.
Quattro chilometri gl'ingoiò in un mezzo minuto.
Le barche non ebbero il tempo di salvarsi,...
Quelle che furono investite dal sifone fecero tre o quattro violen
tissimi e rapidi giri in verso orizzontale...
Ci era una doppia probabilità.
ln questo accesso epilettico del navicello potea darsi che rimanesse
colla chiglia su le acque ; e in tal caso i marinai o quelli ch' erano
nella barca erano salvi, purchè avessero avuta la preveggenza di git
tarsi bocconi nel fondo. La rapidità del movimento vorticoso del bat
tello assicurava che i giacenti non sarieno stati balzati in aria.
E potea darsi eziandio che, dopo la rapida crisi epilettica, la barca
si fosse trovata capovolta sul mare; e allora quelli che vi eran dentro
si vedeano piombati nelle onde.
Erano due o tre secondi di una perplessità mortale.
Era un terribile giuoco di capo o croce a cui si divertiva il sifone.

Perciocchè i birbanti sono sempre più avventurati degli uo–


mini da bene (e ciò non dee più far le maraviglie dacchè è que
sto un antico ordinamento delle leggi provvidenziali, che hanno la
CECATIELLO o LA GENESI DEI LADRI 133

loro esplicazione nello intimo cuore de'giusti) egli avvenne che la


probabilità felice fu tutta per la barca, in cui erano Cecatiello e Pi
lato, i quali, gittatisi bocconi nel fondo del naviglietto, si ritrovarono
allo stesso posto dopo il terribile valzero che la barca avea ballato.
Invece, un'altra barca, dov'era un vecchio pescatore di Palmarola con
due suoi figliuoli , fu capovolta come un guscio di noce e sbattuti
nelle acque i tre marinai, che, ad onta di erculei sforzi per salvare
la barca ch' era tutto il loro capitale, non vi poterono riuscire, atteso
che aveva un maroso ridonata la naturale giacitura al legnetto, ma
in pari tempo erasi questo sì addentro attuffato che le acque lo aveano
tutto ricolmo come una coppa riboccante , per che non indugiò ad
aprire il cono e sparire inghiottito ne'visceri del mare.

Poco prima di giungere a Napoli il sifone mutò forma.


Il cono rovesciato stese in giù altre due punte... Poscia divenne
un cilindro...
Abbattutosi sul lanternino del Molo di Napoli, il mandò malconcio
3 II)àI'G.

Questo pazzo frugolo di natura non si limitò a sbizzarrirsi in mille


impertinenze e diavolerie sul mare; ma volle fare anche in terra le
sue biricchinate...
Corse la via della Marinella, s'imboccò negl'interni viottoli, sboccò
su la piazzetta del Molo piccolo. E qui veramente ei parve che il si
fone, fattosi monello, ne volesse prendere la piacevolezza scherzosa
e beffarda, che limitossi ad alcuni tiri veramente ridevoli e giocosi.
Primamente, in su la piazza del Molo piccolo rubò due o tre ceste
di pomidoro che alcune venditrici si aveano dinanzi a' loro piedi, e
queste frutte sparse a' quattro venti come granelli di sabbia. Alcuni
fanciulli che si trovavano a ruzzare su un'alta terrazza videro con
istupore e paura una pioggia di pomidoro venir giù dal cielo ;
per che , corsi tosto a dar nuova del prodigio incredibile a quelli
ch'erano rimasti in casa, costoro vollero accertarsi cogli occhi loro
dello strano avvenimento; e tutta la città ne fu piena per quel dì e
per altri moltissimi. E non mancarono i soliti cabalisti a foggiare
sul mirabile fatto una piramide di numeriche combinazioni (1).

Rimessi da un po' di paura e dallo sbattimento in corpo che aveano


avuto, lo Strangolatore e Cecatiello si diedero vigorosamente a spi
gnere i remi...

(1) Quanto abbiam detto sul sifone dell'8 luglio 1833 è diffusamente narrato nella gaz
zetta governativa di quest'anno.
134 I MISTERI DI NAPOLI

Il mare si era rabbonato.


In un terzo d' ora furono a santo Stefano.

Pochi momenti pria di porre il piede su l'isola, lo Strangolatore


trasse dalla saccoccia dritta de' calzoni un paio di basette bionde e
con una certa gomma ch'ei portava se le appiccicò su le due guance
in guisa che rassembrava a un dipresso un gentiluomo inglese; po–
scia un sottile ordegnuccio di ferro applicò al setto, per cui veniva
in certo modo trasformato interamente il naso, che prese un anda
mento in su.
Ciò fatto, die' colla mano una spolverata al vestito, si cacciò il
cappello più in giù della fronte, e
– Aspettami quì, compare — ei disse a Cecatiello– La tua pre
senza a santo Stefano potrebbe destar sospetti. Tra un quarto d'ora
mi sarò sbrigato...
E d'un salto fu a terra.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 155

XXIv.

Un famoso ladro era stato pochi giorni innanzi mandato a santo


Stefano. -

Era stato cocchiere... Nomavasi Gaetano Liberti.


Questo malfattore avea dato molto da fare alla polizia. Numerosi
furti da qualche tempo si commettevano ne' quartieri di Porto e del
Pendino, senza che i sorci fossero stati assannati da' gatti.
Non ci era giorno che una ruberia considerabile od una scassina
zione od altra opera malefica di simil fatta non si compiesse ne'sum
mentavati quartieri. -

Chi conosce bene addentro i quartieri di Porto e del Pendino sa


che questi sono zeppi di fondachi d'ogni merce e particolarmente di
panni, di oli, di salami, e di altri generi moltissimi, sendo grandis
simi colà il traffico ed il commercio.
Non passava giorno in cui non si trovasse scassinatauna bottega,
spogliata una casa, alleggerito del denaro un passeggiero. notturno.
Furono infruttuose per qualche tempo le ricerche della polizia ;
ma finalmente fu scovata la combriccola che tenea le sue sessioni in
una cantina del Gesù Vecchio.
Capo di questa combriccola era il nominato Gaetano Liberti.
Costui venne arrestato, processato e mandato a santo Stefano uni
tamente ad altri cinque consorti.

Come e quando il Liberti avesse conosciuto Pilato non sappia


mo ; bensì è certo che una delle ragioni per cui questi prescelse di
andarsene volontariamente a dimorare alla Botte fu di aver l'agio di
stare a poca distanza dal Liberti. Probabilmente sarebbe ito a pren
dere suo stallo addirittura a santo Stefano, se Cecatiello non si fosse
trovato condannato alla Botte; e lo Strangolatore avea le sue ragioni
di non allontanarsi dal suo schiavo. -

Non sappiamo neppure se nelle ruberie e nelle scassinazioni che


ogni dì si avveravano ne'quartieri di Porto e del Pendino lo Stran
golatore e Cecatiello vi tuffassero le dita. Comechè i quartieri di
Porto e del Pendino non fossero propriamente quelli dove bazzica
vano questi due vecchi nostri conoscenti, ciò non pertanto, è uopo
136 MISTERI DI NAPOLI

ricordare che Cecatiello apparteneva a quella categoria di ladri ad


dimandati gatti o pozzai; i quali erano precipuamente addestrati a
penetrare nelle altrui case per via de' pozzi, a' quali pervenivano per
entro a' condotti sotterranei , che si aprono come tante vaste arterie
al di sotto del lastricato di Napoli.
Il furto di argenteria commesso al barone L... fu appunto ese
guito per via del pozzo. Ricordiamo che in altro luogo facemmo pa
rola di una via sotterranea, che da fuori Porta Capuana mena insino
al palazzo del principe di Ottaiano a Chiaia.
L'abitazione del barone L... era, come dicemmo, poco discosta dal
detto palazzo.
Ciò posto, ignoriamo se una gran parte delli sbruffi rubati a Porto
od al Pendino non transitassero per sotterranei meati insino al quar
tiere della Vicaria, teatro delle geste di Pilato e di Cecatiello.
Comunque impertanto le cose andassero, è certo che una segreta
intesa era tra lo Strangolatore e Gaetano Liberti , il protagonista
de'furti del Pendino e capo corifeo de'balli del Gesù Vecchio.

Abbiamo detto che lo Strangolatore si camuffò in un attimo da


gentiluomo inglese per porre il piede su l'isola di Santo Stefano.
Simulando l'accento e la pronunzia inglese , egli domandò dove
stessero le prigioni. Gli venne indicato il sito; e il finto gentleman
vi si recò...
Dobbiamo credere ch'ei giungesse ad ingannare le autorità o al–
meno quelli a cui è affidata la custodia delle carceri, dappoichè gli
riuscì di penetrare colà entro.

Mezz'ora appresso, lo Strangolatore gittavasi nuovamente nella bar


ca, dove Cecatiello aspettavalo.
Come la barca si allontanò una cinquantina di passi da Santo Ste
fano per ricondursi alla Botte , Pilato si tolse le basette a posticcio
che avea messe e l'ordegnuccio al setto.
– Abbiamo aggiustato un magnifico affare, compare – ei disse a
Cecatiello –Se mi riuscirà di trovare un uomo quale mi sta in men
te, non avrò mai meglio concertato il contrabbando più fino.

Non andò guari e l'uomo fu trovato.


Quest'uomo fu Pasquale de Crescenzo, mandato poco tempo di poi
su l'isola della Botte per punizione del contrabbando a Pomigliano
d'Arco dinunziato da un guardia doganale.
Il de Crescenzo non era nuovo sul terreno del contrabbando: era
proprio il suo mestiero.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 4137

Fu a poco a poco abilmente tramata una tela assai fitta. Furono


subornate le guardie doganali della Botte. l più abili contrabbandieri
dell'arcipelago ponziano si posero in corrispondenza collo Strango
latore e con de Crescenzo.
Il contrabbando maggiore esercitavasi su gli oli, i vini, i grani,
i formaggi.
Dopo alcun tempo, lo Strangolatore ritornò a Napoli in compagnia
di Carmela Cannuolo, che avea seguito il de Crescenzo alla Botte, ed
alla quale si era dato il soprannome di Sacco di fiore, forse per certi
cappuccioni ch'essa usava porre sul capo e che aveano una gran so
miglianza a quella foggia di sacchi, aperti da un sol lato, in cui suolsi
porre la farina.
Ei sembra che poco di poi dello arrivo in Napoli dello Strango
latore e di Carmela, costei togliesse in fitto la casetta al vico Lepri
a Pontenuovo, dove la prima volta la conoscemmo.
Non sapremmo dire con precisione quanto tempo appresso dello ar
rivo dello Strangolatore a Napolivitornasse Cecatiello, che avea man
dato suppliche sovra suppliche a Delcarretto per essere liberato di
quella prigionia.
Cecatiello non aveva che il corpo su quello scoglio; l'anima sua
era tutta alla figliuoletta, ch'egli avea lasciata in Napoli nella tene
rissima età di anni sette.

A Napoli, due elementi come lo Strangolatore e Cecatiello erano


due elementi necessari allo sviluppo del male.
Il male è necessario nel mondo, come il vento, la pioggia, la bufera
e il fulmine sono necessari nell'ordinamento fisico universale.
Cecatiello era il vento;
Pilato, la folgore.

Non seguiremo i passi di questi due malfattori che corrisponde


vano col Liberti a Santo Stefano e col de Crescenzo alla Botte.
Anello di queste corrispondenze era Sacco di fiore.
Nel toccare la biografia di questa donna dicemmo che ella di tempo
in tempo chiudeva a chiave la casa dove abitava e rimanea fuori per
alquante settimane. La Carmela pigliava il volo per l'arcipelago pon
ziano, dove recavasi per ordinare col de Crescenzo il modo di gab
bare i gabellieri.
Non andò guari e lo Strangolatore si pose alla testa della paranza
della Vicaria, dove si acquistò il nome di Masto.
Le riunioni di questa paranza si teneano pel consueto in quel
l'antro che abbiamo già descritto addimandato la Masseria.
138 I MISTERI DI NAPOLI

Il considerabile furto commesso al duca di Massa Vitelli , dietro


la base ricevuta da Luigi o Cocòla, fu eseguito con incredibile abi–
lità. Furono prese le più minute precauzioni per isventare le ricerche
della polizia. Quattro uomini della bassa forza furono subornati.
ll venditore di basi aveva indicato il cammino che i ladri aveano
a tenere, l'antico acquidoccio arcuato per cui gli Aragonesi erano
entrati in Napoli per dare ad Alfonso la signoria di questa città.

Napoli ha una rete di vie sotterranee, per entro alle quali si ag


girano i gatti (1) per le loro male opere. Colà riposano gli scheletri
delli scorsi secoli.
La religione scavava ne'visceri delle nostre terre un asilo a'fedeli
perseguitati da' nemici di Cristo: cripte, sacelli, tombe, ossuari di
martiri . . . Da que' sotterranei uscivano per lo più non già i corpi,
ma le anime. Quelle tenebre menavano alla gran luce, alla luce di
Dio. Il Verbo di Dio correva ad illuminare il mondo filtrandosi, come
il gasse, attraverso i sotterranei condotti.
Celebri sono in Napoli le catacombe dette di san Gennaro (2).
Sono antichissime escavazioni che si perdono ne' più lontani tempi.
Fu forse una via segreta aperta tra Napoli e Roma nelle prime lotte
del cristianesimo contro le false credenze. È una città scavata sotto
un'altra: corridoi, stanze, basiliche, rotonde, gradinate che mettono
a piani superiori. Gli ambulacri, alti alcuni infino a venti palmi del
l'antica misura napolitana, sono conterminati da sepolcri, in cui i
cadaveri conservati intatti si polverizzano al contatto dell'aria.
Questi ambulacri aveano parecchie diramazioni di uscite, delle quali
si giovarono in appresso i facinorosi e i ladri.
La polizia murò queste riuscite, e fece benissimo; ma la città sot
terranea non rimase meno larga e meno adatta alle tenebrose geste
degli uomini del vizio e del delitto.
Nella terribile pestilenzia del 1656, Napoli, che non avea dove sep
pellire tante migliaia di vittime, ricordò di avere sotto di sè un'altra
città; e i cadaveri furono ammonticchiati nelle grotte e ne' lòculi
sotterranei.
La necessità di provvedere di acque potabili la città apriva ne'vi
sceri della terra novelle arterie, di cui alcune erano già tracce di an
tichi acquedotti. Sono fiumi sotterranei che dalla distanza di molte
miglia corrono a dissetare gli abitanti della città.
(1) Ladri esperti a camminare per queste vie sotterranee.
(2) Per una chiesetta, scavata nel tufo, dove primamente furono allogate le reliquie di
san Gennaro. Accosto alla detta chiesetta fu eretto un monistero di Benedettini, che nel
1669 diventò Ospizio de'poveri. A sinistra della chiesa è l'ingresso alle catacombe.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 139

Il vizio e il delitto strisciarono poscia come immonde fiere lungo


gli ambulacri scavati dalla pietà cristiana.
Napoli concepì nel suo ventre questi feti mostruosi, di cui ebbe ad
arrossare quando li vide a luce di giorno.
I gatti (1) facevano le fiche a' gatti (2).
Gli usci rimasero intatti, le serrature rispettate; nessuna infrazio
ne, nessuna scassinazione : lo sbruffo ingoiavasi dal pozzo.
Cecatiello si era acquistato una certa celebrità in questi esercizi :
era riuscito un gatto perfetto.
Sul principio della sua carriera egli si giovava moltissimo d'un
suo antico camerata, che noi presentammo di, volo a' nostri lettori:
questi era Surecillo, incarcerato come volante, e che poscia assunse
la carica di buffone, nelle prigioni della Vicaria.
Questa volta il gatto e il sorcio viveano tra loro in santa pace:fe
cero insieme parecchie imprese. Colà dove il gatto non potea pene
trare per la ristrettezza del varco, si ficcava il sorcio con una pre
stezza incredibile.
Fu rubata la chiesuola di Santa Maria dell'Assunta al vico Mar
conigli nella strada di san Giovanniello. Non si arrivò a scoprire
altro vestigio del furto che un breve pertugio aperto in uno de'muri
laterali. Questo pertugio non avea che una cinquantina di centimetri
di larghezza. Uno scoiattolo solo vi sarebbe potuto passare. Surecillo
vi passò due volte, e la seconda volta collo sbruffo involato.
Un'altra volta Surecillo volle fare una scommessa.
– Datemi sei carlini– egli disse– ed io mi ficco nella buca della
Nunziata.
Trovò chi tenne la scommessa. Surecillo guadagnò i sei carlini, ma
ci perdè la vita.
Lo scherzo fu ben pagato.
Quella vita non valea sei carlini.
Surecillo era rimasto soffocato nel giro della ruota.
La monaca di guardia avea raccolto un bambino di... venti anni.
Da quel dì il gatto perdè la compagnia del sorcio.
Cecatiello dovè fare da sè.
Bisogna dire, ad onor del vero, che non sempre le sue sotterra
nee escursioni aveano per oggetto un'opera malefica. Non rare volte
la sua espertezza nell'arte di arrampicarsi in su i pozzi avea salvato
la vita... di qualche bestia;
Diciamo che se Cecatiello non avea salvo ancora la vita di un uomo
era stato semplicemente per mancanza di occasione.
(1) Ladri. Vedi la nota a pag. 138.
(2) Commessari di polizia.
140) I MISTERI DI NAPOLI

XXv.

Il furto commesso al duca di Massa Vitelli fu diviso tra i ladri


della paranza della Masseria.
La parte principale spettò allo Strangolatore, Masto e capo della
detta paranza, il quale era stato il principale esecutore dello assas
sinio del vecchio signor Tobia di Massa Vitelli.
A Cecatiello era spettata la somma di circa tremila ducati.
Sacco di fiore, in casa della quale fu portato lo sbruffo ovvero il
cassettino involato al signor Tobia, e contenente la considerabile som
ma di 30,000 ducati, come vedemmo nel principio di questo rac–
conto, era stata incaricata di tenere in deposito per qualche tempo
il cassettino coll'oro che conteneva.
La paranza della Masseria avea segrete protezioni nel corpo dei
feroci o birri di polizia e vuolsi anche con cancellieri e ispettori.
È noto che, sotto i Borboni, la parte più cangrenosa della polizia
erano le cancellerie. I primi atti processuali d'un delitto o d'un cri–
mene affidati alla penna d'un cancelliere erano alterati , sfigurati,
svisati a seconda delle mance che correano di sotto mano.
Tra i feroci che salvarono più d'una volta la combriccola della
Masseria dalle prese del bargello era un certo Michele Sciurolo, che
si fe' ricco a segno da comperare un casino.
I nostri lettori ricorderanno che la sera in cui Cecatiello recò la base
al Masto che lo aspettava nel fosso della Masseria unitamente a quei
tre capestri di Lupo, di Carusiello e dell'altro ladro, i cupi latrati di
Uosso avvertirono la piccola brigata che un nemico si appressava.
Dicemmo allora che i ladri , smorzata l'unica candela di sego
che rischiarava la tetra scena, e armatosi ciascun di loro di una pi
stola, erano venuti fuori per gittarsi all'occasione ne' vicini poderi e
pigliar la campagna.
Era infatti un pericolo che Uosso avea dinunziato.
Una pattuglia di poliziotti esplorava que' siti. L'ispettore che la
guidava volea penetrare nella Masseria, perciocchè dal commessario
del quartiere avea avuto l'insinuazione di tener d'occhio quella con
trada. Ma egli incontrò che Michele Sciurolo era il caposquadra di
quella pattuglia; e questi persuase l'ispettore che in quel podere non
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 141

potea essere magagna o malefizio di sorta, sendo quello la proprietà


d'un uomo da bene che vi avea stabilito un suo molino. Aggiunse,
conoscer lui direttamente il proprietario, e rispondere della sicurezza
del sito.
Così que' mariuoli scapparonla per quella volta.
Due vite sarieno state risparmiate se la polizia avesse posto quella
sera le mani addosso a que' facinorosi , la vita di Tobia Massa Vi–
telli e del lumaio Tellecariello.
L'assassinio di questo infelice fu tanto più esecrabile quanto che
vi si aggiunse la più nera ed infame ingratitudine, perciò che per
opera di lui i due ladri aveano avuto l'agio di sottrarre sè ed il cas
settino alla vista dello ispettore che perlustrava que' siti.
Benchè Tommaso il lumaio non fosse propriamente un affiliato della
paranza della Vicaria e della combriccola della Masseria, non era del
tutto estraneo a questa famiglia. Egli sapeva all'uopo far mancare la
luce d'un fanale in un certo sito, quando gli si dava l'avviso che
quivi si aveva ad abboccare al covo qualche starna: sapeva a tempo
opportuno domandare che ora è? il che nel gergo dei ladri significa
volta strada, come nel gergo degli avventori d'una bettola significa
dacci il conto. Una prova di questi servigi ch'ei prestava ai ladri del
suo quartiere ce la diede , siccome vedemmo nel primo capitoletto
di questa prima parte, l'ispettore incaricato della sorveglianza su la
pubblica illuminazione quando rimproverò l'accenditore di essersi
trovato spento il lampione numero 15 in su i gradini de'Saponari la
sera stessa che un signore fu spogliato appunto in quel sito.
Il furto, a cui accennava l'ispettore era stato commesso dagli uo
mini della Masseria.
L'accenditore Tommaso era di naturale stizzoso ed iracondo, per
che gli venne appiccato addosso il soprannome di Tellecariello. Più
d'una fiata era venuto a diverbio col Masto per ragioni d'interesse;
ed il Masto l' odiava; e l'odio nel cuore di questo mostro significava
morte. Alla prima occasione lo avrebbe bucato; e tenne la promessa
fatta a se stesso. -

Questo assassinio fu così freddo, così impensato, che Cecatiello,


il quale nel profondissimo del cuore non era poi sanguinario e fe
roce ed aveva ancora nella coscienza un po' di quella pasta onde si
formano gli uomini onesti, ebbe un soprassalto d'orrore quando vide
cader morto il lumaio. Il sangue gli facea raccapriccio; e lo Stran
golatore non gliene facea veder giammai quando spediva le sue vit
time all'altro mondo.
Se gli autori dell'assassinio e del furto di Massa Vitelli sfuggirono
per qualche tempo alle ricerche della giustizia, gli autori dello assas
42 1 IsrERI DI NApoli
sinio del lumaio di santa Maria degli Angioli alle Croci non furono
neppur ricercati, tanto le autorità di polizia furono assorte nella ri
cerca degli assassini del duca di Massa Vitelli.
Vennero arrestati tre o quattro facinorosi del quartiere, e tra gli
altri Lupo e Carusiello, come sospetti dell'assassinio di Tommaso l'ac
cenditore, perciocchè questi due mariuoli erano stati scelti dal Ma–
sto a vedette avanzate per assicurare l'impunità del delitto che si
aveva a commettere nel casino de' Massa Vitelli. Quella sera erano
stati veduti ne' dintorni di S. Efrem vecchio.Ciò bastò perchè venis
sero incarcerati. Ma, non essendosi potuto provar nulla contro di loro,
furono appresso a poco rimessi in libertà; e dell'assassinio diTom
maso non si die' più pensiero la polizia.
Era in quel tempo scarsezza di gendarmi nella capitale, i quali
erano in gran parte occupati nelle Calabrie a dar la caccia a'briganti
ed a' facinorosi, come la gazzetta governativa qualificava que'generosi
che mostravano sentimenti liberali e avversi al dispotismo.
Fu in quel tempo che i due fratelli Bandiera tentarono sulle ca
labre spiagge un ardito conato di libertà che costò loro la vita.
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 145

XXVII,

Innanzi di chiudere questo primo libro della Parte Prima de'nostri


Studi storici, dobbiamo soddisfare un'altra piccola curiosità de'nostri
lettori.
La sera in cui Cecatiello trasse alla Masseria per recare al Masto
ed agli altri compagni la base ricevuta dal signorino che abitava nel
vico Grotta della Marra, egli entrò in un vicolo che è a dritta della
lunga strada fuori Porta Capuana, e che si addimanda Vico del Va
sto a Capuana.
Che cosa Cecatiello era ito a far quivi?
Non passavano due o tre giorni, che Cecatiello non si cacciasse
nel vico del Vasto.
È quivi, nel fondo di un basso, in fondo del vicolo, un bugio scuro,
però che riceve sua luce non dalla strada, ma dal riverbero di quella
che rischiara appena una stanzetta a terreno, abitacolo d'una tessitrice.
In quel bugio nero, grommato di sudiciume, dove pressochè mai
non rinnovavasi l'aria, era un letticciuolo, una sedia tutta nera e una
stampa della Santissima Vergine del Rosario incollata in su una parete.
Una forma umana era in quel letto, se pur letto si potea doman
dare un mucchietto di stoppa, che tenea le veci di materassa, e un
cencio che facea l'uffizio di coperta.
Quella forma umana era usata e succida come il letto...
Erano due stracci che si abbracciayano, due miserie che si nascon
devano, due fetori, di cui l'uno cercava di neutralizzarsi nell'altro.
ll letto era già inverminito... La forma umana aspettava la sua
volta. -

Erano quattro o cinque anni che quella forma umana giaceva in


quel simulacro di letto.
In questo spazio di tempo il letto non era stato rifatto che quat
tro o cinque volte... una volta all'anno, il dì 29 luglio.
Perchè questo giorno?
Questo giorno era stato scelto da Cecatiello.
Questo era il dì di festa per quel blocco di ossa ricoperte d'una
sfoglia di epidermide.
Quel corpo era vivo ancora; ma quanto prima sarebbe stato sche
letro senza passare per lo stato cadaverico.
144 I MISTERI DI NAPOLI

Il 29 luglio di ciascuno anno, quello studio osteologico veniva tolto


dal suo vecchio strato di stoppa e adagiato in su la nera sedia che
era a fianco del letto.
Il lettuccio veniva rifatto pressochè a nuovo; la materassa rimpin
zata di altro capecchio che sostituivasi al vecchio; un lenzuolo pu
lito di tela scacciava il fradicio e puzzolente che avea fatto il servi
zio per un anno intero; una federa nuova era messa al guanciale.
Soltanto la schiavina non si mutava...
Se il lettuccio facea la sua toletta, come si direbbe con frase pi
gliata a'parrucchieri di Francia, quello scheletro vivo faceva anche
la sua. -

Una camicia di bucato dava la giubilazione alla vecchia camicia ,


confidente degli amori degl'insetti con quel carcame animato.
Una pezzuola pulita pel capo e un'altra per coprire il collo....... e
quel che avrebbe dovuto essere un seno.
Quella forma umana era dunque una donna?
Si, signori, una donna: tale almeno diceala il nome che portava;
giacchè, in quanto a tutto il resto, la linea di demarcazione tra i due
sessi era affatto sparita colla disseccazione perfetta di tutto il siste
ma vascoloso. -

Pur, quella donna era stata più che donna; era stata l'esagerazio
ne della donna; era stata la specie più che l'individuo... la specie
colle sue leggi inesorabili, co'suoi istinti bestiali, co' suoi deliri sen
suali...
Ci è la donna-angelo e la donna-bruto. Dio creò quella, il demo
nio questa. -

Iddio si fece uomo; il diavolo si fece donna.


Pur quella forma umana vizza, incavata, plumbea ; quello sche
letro semovente, quel pretesto per un'anima in terra, era stato una
bella donna. -

Tutto è ora ribrezzo e schifo in quello avanzo di una bella forma;


tutto è morto, tranne una sola cosa, gli occhi... -

Quegli occhi d'un nero matto hanno ancora una vita straordinaria,
incredibile. Sono due spropositi di concordanza in quella lugubre
frase; due anacronismi in quella storia. -

Un raggio parte ancora da quegli occhi cheti rivela in quella crea


tura una stravaganza di natura, un'anomalia della umana fisiologia,

Cecatiello veniva a visitare questa povera donna in ogni due otre


giorni...
Non mancava di recarle sempre qualche coserella, sia in cibi, sia
in denaro...
CECATIELLO O LA GENESI DEI LADRI 145

Cecatiello pagava quattro grana al giorno alla tessitrice che avea


ceduto quel suo retrostanza alla povera inferma..
Le quattro grana al giorno erano per prezzo di alloggio. In quanto
al nutrimento, la tessitrice dava alla sua ospite gli avanzi del suo
desinare e della sua cena,

Era un voto che ella avea fatto alla Madonna.


Ma ei sembra che Cecatiello non avesse molta fiducia nel voto della
caritativa tessitrice, perocchè, sempre ch'ei veniva a trovare la donna
inferma, arrecavale qualche ristoro di cibo, ovvero dava del denaro
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 11
146 I MISTERI DI NAPOLI

alla SiAgata (così nomavasi la tessitrice) per comperarne alcun ri


storo alla misera.
l soli momenti in cui questa dava segni di vita erano quelli che Ce
catiello passava d'accanto al letticciuolo di lei...
Allora lo scheletro semovente mandava certi gridi di gioia ch'era
un amore a sentirli; e quegli occhi, scarafaggi incastonati in quel te–
schio, gittavano una luce vivacissima, benchè sinistra e soffocante
come quella che manda la polvere da sparo accesa.

Quella sera Cecatiello, dopo di essere andato a ricevere la base di


un furto audacissimo e infame, aveva obbedito a tre buone ispira
zioni :
Aveva serbato la fede giurata a' suoi amici, vincendo la tentazione
che aveva avuto di appropriarsi il beneficio della base ricevuta.
Avea dato per elemosina ad un povero padre di famiglia tutto ciò
ch'egli possedea addosso.
Era stato a far visita alla povera sua Rosa.

Rosa era il nome di questa donna.

Questa donna era la MADRE DI MARTA.

Fine del 1° Libro


III.

l .A. lMAI.Alla” AlERILA


Co-o

IDisfecemi NMEaremma,
IDANTE - Purg. V.
Dico autem Vobis, quia omni habenti
dabitur, et abundabit: ab eo autem
qui non habet, et quod habet, aufe
retur ab eo.
S. LUCA CAP. 19.

Ed io vi dico, che sarà dato a chi ha, e


sarà nell'abbondanza: a chi poi non ha,
ciò che ha, ancora gli sarà levato.
-----------vvv.VVUvvv

Par bonheur, Dieu sait où trouver les


3GS, -

V. HUGo – Les Misérables.

Se

2ber tir tuissem aeg èic 3onne am jim


mel 5tet untò òa58 gie òurchbrechen fuirò.
MUTzELBURG.
I

L freddo fu intenso in Napoli nel gennaio di quel


l'anno 1846.
Il rovaio spazzava le strade di campagna delle ul
time foglie secche che un autunno prolungato vi avea
è sparse.
L'acuto fischio di borea, complice della umana barba
)rie, saettava i figli della miseria su i cigli de'campi e
agghiacciava la scarna potatrice d'olivi o l'industre aratore
9 che avea troppo sperato nella dolcezza del nostro clima.
Cadeva la sera del 21 gennaio, una di quelle sere in cui
la fame è ebbrezza di disperazione, la povertà è orribile, la
nudità è morte. È una sospensione della vita; una di quelle
sere in cui un focolaio acceso è il paradiso del povero.
Napoli era tranquilla e raccolta come un gentiluomo che fumi un
sigaro.
Il fumo del sigaro di Napoli era quello che usciva dalla bocca del
Vesuvio.
Il Vesuvio era in eruzione nel gennaio 1846; ma era un'eruzione
di divertimento. La Montagna volle ingraziarsi alcuni principi stra
nieri ch'erano nella nostra città, e die' uno spettacolo di mero sol–
lazzo. Non fu propriamente che una eruzione cutanea, per servirci
d'un paragone attinto alla scienza medica. Il Vesuvio si pose a ri
dere per varie bocche, e mostrò i denti di fuoco.
150 I MISTERI DI NAPOLI

Uno scrittore governativo rassomigliò la bocca della Montagna ad


una screpolata melagrana. Il paragone fu felice.
Il cielo si covrì di stelle, burla crudele alla miseria umana, dac
chè quella coltre trapuntata di rubini era coltre di morte pe'derelitti.
Napoli presentava il suo solito aspetto gaio e sorridente. Ci ha su
la faccia di questa città qualche cosa come in su la faccia di un buf
fone o d'una cortigiana: la mestizia non può regnarvi. -

I ricchi non conoscono i due più fieri flagelli onde sono torturate
milioni e milioni di umane creature,
il FREDDo e la FAME. -

Sono due agonie, che hanno presso a poco gli stessi caratteri, quelli
della morte, l'immobilità, il pallore, la stupefazione.
Nelle grandi città, dove ad ogni passo è una bottega in cui si ven
dono vittovaglie o un mercante ambulante di cose da mangiare; dove
ad ogni canto di via è un caffè od un ristoratore; dove l'arte de'cuo
chi fa miracoli per far venire l'appetito a quelli che l'hanno guasto
per eccessi di gozzoviglie e di stravizzi; nelle grandi città la fame
e il freddo non dovrebbero essere che due mézzani di novelli pia–
ceri; la fame, anzi, è desiderata da quella turba di parassiti in cra
vatta bianca che circondano le splendide imbandigioni.
Nelle grandi città un gran numero non muore nè di fame nè di
freddo, perciocchè ci sono due altre F che salvano da queste morti,
il FURTo e la FRoDE.
Nelle grandi città non si vede nessuno che cammini ignudo per
le vie o che caschi a terra morto per assoluta inedia. Ci sono per
la povertà luoghi pii, stabilimenti di beneficenza , ospizi di carità ,
asili per la mendicità. E la carità del prossimo? E la compassione così
innata ne' cuori?
Vedete adunque che nelle grandi città non si può morire nè di
freddo nè di fame – dicono gl'ipocriti.
È vero; i bari, gli affaristi, i truffatori, i ciarlatani, i ladri, i ruf
fiani e le prostitute si salvano tutti più o meno da queste due agonie.
Ma, gli onesti? La carità pubblica e privata li salva?
No, rispondiamo noi senza tema che altri possa dare una mentita
alle nostre parole.
Il freddo e la fame mietono ogni anno un buon terzo della popo
lazione di una vasta e civile città capitale.
Le morti che avvengono per freddo e per fame non sono di quelle
che i medici dinunziano alle autorità municipali. Si muore, è vero,
di tisi, di tifo, di colèra, di apoplessia, di febbri reumatiche, gastri
che, di convulsioni epilettiche e di altri infiniti malori; ma si muore
con un nome di morbo creato dalla scienza medica; si muore civilmente.
LA MAL'ARIA 151

E sapreste dirmi, signora scienza — domandiam noi – perchè su


cento poveri ne muoiono una trentina all'anno per febbri reumatiche
e gastriche, per tisi e per tifo? Non vogliate schermirvi, signora
scienza; riconoscete per cause efficienti di questi morbi e di queste
morti il freddo e la fame.
Ciò nonpertanto, nessuno dice: Quel povero muratore o quella mi
sera tessitrice sono morti di freddo e di fame ; ma invece dirà, se–
condo il certificato del medico , che il povero muratore è morto di
pneumonite e la misera tessitrice è morta di consunzione.
Noi facciamo a gara per burlarci l'un coll'altro in questo burle
sco mondo. La verità ci sfugge da tutt'i lati; e, quando crediamo
di afferrarla, abbranchiamo invece una larva.
I governi ingannano i popoli, e questi ingannano quelli.
La luce è importuna a' pipistrelli.
La verità produce il freddo e la fame.
La bugia produce i tappeti e i timballi.
Dunque, morte alla luce ed alla verità. Adoriamo le larve, le ma
schere, le bugie.
Ecco il culto del mondo.
152 I MISTERI DI NAPOLI

Nelle campagne in ispecial modo il freddo e la fame mietono ogni


dì un gran numero di vittime umane.
Il maggior contingente alla morte lo dànno le donne. Le più ti–
mide, le più deboli, le brutte, le vecchie, le madri soccombono. Le
altre si salvano dalla morte del corpo andando nelle grandi città a
gittarsi nella morte dell'anima.
Arrivano da que'mille paeselli che circondano Napoli, le affamate...
Parecchie si strascinano appresso i loro bambini, pallidi, grami,
consunti....
La gioventù e la bellezza, due poesie, due ricchezze, due splendori,
sono sepolti sotto due. agonie, due miserie, due tenebre, il freddo e
la fame...
Vedi là, verso le prime ore del giorno, quella figlia del villaggio
scalza, coperta di cenci , col capo ravvolto in una lurida pezzuola,
sotto la quale luccica per febbre un occhio bruno. ? La misera ha
due fosse sotto i pomelli... le labbra son livide... le membra treman
ti... il passo incerto, vacillante. lo sguardo è quello della pazza.
È una donna di già matura età – diresti al veder quell'arco delle
spalle ripiegato come una canna battuta dalla tempesta... No, non è
una donna. È una fanciulla, che contò gli anni come li contano i
vecchi e i forzati, per inverni. È una fanciulla di quindeci inverni.
Quante altre della età sua non ebbero che quindeci primavere !
È brutta – diresti al vedere quelli scavamenti, quel lividore, quel
fronte nudo della femminea corona, le chiome... No, non è brutta...
Tra qualche giorno, ella è o morta o assai bella da non più rico
noscersi...
Vedila, è là. appo quell'antica porta della città che si domanda
Porta san Gennaro...
Questa porta mena a due luoghi assai diversi, l'uno dischiuso alla
umanità sofferente, bisognosa della misericorde opera dell'uomo; l'al
tro, dischiuso a tutela de' costumi e della pubblica salute.
Questi due luoghi sono l' Ospedale degl'Incurabili, l'Ufficio Sani
tario.
LA MAL'ARIA 455

Pochi passi sono discosti l'uno dall'altro. È una curva o una ret
ta, la differenza.
La donna che mette il piede nella curva patisce una strana tras
formazione.
Ogni donna ha nella sua natura due terzi dell'angelo e un terzo
del bruto.
In quel caso, i due terzi dell'angelo spariscono, e rimane il bruto.

Quale di quelle due linee prenderà la misera campagnuola?


Suprema lotta!
Non è già la virtù che combatte ancora. La virtù nelle campagne
è per lo più sola necessità e niente altro.
Non è la lotta tra la virtù e il peccato, tra il grido della coscienza
e la colpa, tra l'istinto del pudore e la perdizione.
È la lotta della febbre col prestigio d'un guadagno che permetterà
godimenti non mai sperabili,
– Tu non avrai più nè freddo nè fame –hanno detto alla misera
quelle che indovinarono sotto quella macilenza e quel pallore una
bellezza,vena di be'guadagni. -

– Non avrò più nè freddo nè fame – ripete tra sè la misera...


E la curva è preferita alla retta... La curva mena al piacere , al
godimento, al letto di lana, al pranzo caldo e sostanzioso, alla vita
oziosa, divagata, stordita. La retta mena all'ospedale.
Che maraviglia che questa fanciulla si metta nella curva?..
Non è curva la linea del mondo ?
154 I MISTERl DI NAPOLI

IIIIIII

Abbiamo detto che il gennaio del 1846 fu assai rigido in Napoli e


nelle circostanti campagne; rigore che fu compensato da una prima
vera anticipata, sendo stato bellissimo e tepido il successivo mese di
febbraio. -

La sera del 21 gennaio di questo anno, un uomo , curvo più dal


freddo che dagli anni, batteva a piedi la via campestre che da Aversa
mena a Napoli.
Il freddo era tale che raramente il simile si è patito nelle nostre
meridionali regioni.
Il vento era tagliente come una lama : mancava il respiro; le dita
, pigliavano il colore del bronzo. Era caduta in gran copia la neve ;
l'aria stessa era un immenso blocco invisibile di neve.
Nelle campagne, sembrava che la vita facesse una parentesi a van
taggio della morte... Le acque cadute qualche giorno prima si erano
agghiacciate nelli stagni formati dagli affossamenti del terreno.
Lento, grave e pesante era lo scorrere de' Lagni (1) lunghesso il
territorio di Acerra e d'Aversa. Alla consuetatristezza di queste acque
aggiugneasi in quella sera il cupo alito di borea che vi fremea su...
Quell'uomo ansava nel camminare. Semb rava stanco... Era con–
valescente di lunga malattia...
Era assai malamente difeso dalfreddo daun vecchio gabbano sdru
cito , da calzoni di telaccia color tabacco e da un vecchio corpetto.
Un panno di lana gli avvolgeva il collo. In testa, un berretto di lana
rosso. I piedi erano appena coperti da due scarpacce screpolate.
Non avea calze. -

Quasi tutta le strada era coperta d'un bianco limaccio in cui at


tuffavano i piedi, in guisa che si rendeva assai malagevole lo andare.
Quanto più scuro faceasi l'aere, tanto più ringagliardiva il freddis
simo vento.
L'uomo era giunto aMelito e sembrava non poter andare più avan–
(1) Sono così chiamati gl'incanalamenti del fiume Clanio, il quale forma diverse sorgive,
poco tra loro discoste. Parleremo qui appresso di queste acque fatali che, produttrici d
mal'aria nelle campagne, tante morti addussero per sì lungo spazio di tempo tra gli abi
tanti di que' vicini paesi.
LA MAL'ARIA 155

ti... Fu costretto di prendere un po' di riposo in una bettola , dove


bevve una mezza di asprino... --

Pagò due grana: era tutta la moneta ch'ei possedeva...


Appresso a pochi minuti, ei si rimise in cammino... lentamente ..
assai lentamente... Oramai, gli era impossibile di più riposarsi insino
a Napoli, perciocchè si dovea trovare in questa città verso l'una ora
di notte.
E le ventiquattr'ore suonavano alla lontana parrocchia di Melito.
Come giungere in un'ora da Melito a Napoli con quella stanchezza
morbosa che l'uomo sentiva nelle sue membra , coll'affanno che gli
opprimeva il petto, col terreno limaccioso che impediva lo andar li
bero e spedito e col freddo che frizzava le membra e vi produceva
il torpore e lo spasimo ?
Non era la prima volta che quest'uomo avea fatto a piedi le sette
miglia che separano da Napoli la città di Rainulfo. Era anzi più d'una
volta avvenuto che nella stessa giornata quel contadino avea rifatto
due volte la via...
Ma da parecchi giorni quest'uomo era ammalato.
Diciamo male. Da parecchi anni ei soffriva...
Era un uomo della campagna , uno di quelli che in Napoli son
domandati cafoni.

Quando ei riprese il cammino da Melito per porsi su la via di Na


poli si sentiva già così stanco , che non avea fidanza di poter con
tinuare a camminare... -

, Sentiva sciogliersi i ginocchi.


E il freddo si facea sempre più intenso , il vento più tagliente...
Di tempo in tempo si levavano certe buffate così gagliarde che
il respiro veniva manco.
Le tenebre non erano cosiffattamente cadute da non lasciare scor
gere la campagna circostante che biancicava per nevi cadute e le acque
de' pantani quinci e quindi ghiacciate.
Tristo e minaccioso era l'aspetto generale de' campi...
L'uomo che noi seguiamo si era lasciato dietro Melito, le cui case
già si disegnavano sul bruno cielo come una massa di fantasmi ri
coverati e ristretti insieme pel freddo.
I tocchi dell'avemmaria, suonati dalla parrocchia di Melito, aveano
accompagnato i passi del nostro contadino per circa tre o quattro
minuti ; indi , l'ultima oscillazione del bronzo si era perduta in un
boato del vento, come l'ultimo lamento d'una vita che si spegne.
Allorchè Gesualdo (era questo il nome del contadino) non sentì
più i lenti rintocchi della campana, sentì farglisi più scuro l'animo.
15 I MISTERI DI NApOLI

Gesualdo si aveva a trovare in Napoli ad un'ora di notte...


Era stato questo l'ordine preciso di sua eccellenza la signora mar
chesina donna Maria Amalia , la sposa del marchesino don Alfonso
Maria, dei duchi di Massa Vitelli...
La marchesina dimorava in quel tempo a Casal del principe, paesello
poco discosto da Aversa.
Gesualdo, oltre della lettera della signora marchesina, recava nella
fascia che gli chiudeva i calzoni alla vita la somma di cento ducati
in un gran cartoccio di piastre, di pezzi da sei carlini e da due.
Quel giorno, verso le quattr'ore dopo il mezzodì, la marchesina si
era fatto chiamare il vecchio Gesualdo , suo fittaiuolo , e gli avea
detto:
–Gesualdo , ho da mandare a Napoli una lettera e del denaro;
ma occorre che questa lettera e questo denaro giungano al loro in
drizzo non più tardi di un'ora di notte. Ho scelto te come il più fi
dato e il più discreto tra la mia gente. È d'uopo che di questa tua
rapida gita in Napoli nissuno sappia niente. Posso essere sicuro che
divorerai la via?
– Vostra eccellenza viva sicura che o vivo o morto io sarò in Na
poli ad un'ora di notte. Dove debbo portare la lettera e il denaro ?
– Allo scoccare d'un'ora di notte tu troverai sotto Porta Nolana
il nostro cameriere Antonio: a lui consegnerai la lettera e il denaro.
– Non occorre altro. A un'ora di notte mi troverò sotto Porta
Nolana.
La signora marchesina gli die' la lettera e il denaro.
- Non si fiati una parola su questa gita. Ci siamo intesi?
– Non dubiti l'eccellenza vostra.

Gesualdo era un uomo da bene, benchè avesse l'abito di bestem


miare da mane a sera.
Tutti quelli che vivono sotto un'oppressione od un dispotismo od
una tirannia qualunque contraggono facilmente l'abito stolido ed em
pissimo della bestemmia.
Ma, con tutto questo pessimo vizio addosso, Gesualdo era un uo
mo onestissimo.
Cento duchi, duecento baroni e un paio di migliaia di cavalieri
uniti in blocco, aggiugnendovi una mezza dozzina di papi e una ven
tina di prelati, non darebbero per risultato la coscienza di Gesualdo.
Se la virtù si trova ancora su la terra, non la cercate sotto i bla
soni, e tanto meno sotto le cotte, e tanto meno sotto la tiara.
Tutta questa roba appartiene al regno della menzogna.
La virtù ha le mani callose; non porta guanti, e mangia pane
LA MAL'ARIA 157

inferigno; ed ha la cera per lo più sparuta e sciabla: sul cassero non


ha ciondoli : le croci le porta nascoste.
Gesualdo bestemmiava , ma pagava colla più scrupolosa puntualità
al duca di Massa Vitelli, suo proprietario, i cànoni o gli estagli di fitto.
Bestemmiava; ma divideva col povero il boccone di pan nero ch'ei
mangiava...
Bestemmiava ; ma non si appropriava la roba degli altri e nè ri
teneva in saccoccia un centesimo che non gli fosse spettato.
Bestemmiava; ma non insidiava l'onore altrui nè colle opere , nè
colle parole e nè manco co' pensieri; siate sicuri.
Bestemmiava ; ma era assiduo al lavoro, esimio faticatore; si le–
vava prima del giorno , e fuori ne' campi a guadagnarsi il pane ai
sensi della Bibbia.
Bestemmiava; ma non mancava mai alla parola che avea data.
158 1 MISTERI DI NAPOLI

ILV.

Ed egli avea dato parola alla signora marchesina di trovarsi in Na


poli ad un'ora di notte.
–O morto o vivo , sarò in Napoli – avea detto Gesualdo il fit
taiuolo.
Abbiamo detto che da gran pezza Gesualdo non avea più la sa–
lute di prima. -

Da qualche tempo egli era costretto a riprendere anelito molte


volte, sia quando sotterrava coll'aratro le fave e i legumi, sia quan
do vangava il terreno , sia quando raccoglieva le olive per portarle
al frantoio. Una gran difficoltà di respiro assaliva il povero campa–
gnuolo mentre a siffatte opere era intento. La schiena gli si spez
zava; un'aura fredda passava attraverso la teca vertebrale; la fronte
gli si bagnava d'un sudore agghiacciato. la vista gli si annuvolava.
le labbra gli s'imbiancavano; e tutta la faccia si facea scialba e smor
ta... Allora la vanga o la zappa gli cadea dalle mani ; ed il povero
Gesualdo era costretto a sedere su qualche grossa pietra o su un
tronco d'albero atterrato.
In questi casi, Gesualdo non bestemmiava... L'avresti veduto na-
scondersi la faccia tra le mani. Forse piangeva.
Perchè piangea Gesualdo ?
Avea quattro figliuoli;
una giovinetta di diciotto anni;
un'altra fanciulla di sette,
e due piccoli di nove e di sei...
La moglie era morta ?
No – la moglie era nel manicomio di Aversa...
Ecco perchè piangeva Gesualdo.

Iddio ha voluto nascondere a tutti gli uomini il giorno della loro


ImOrte.
Ammirabile e savissima legge provvidenziale.
Due nemici assalgono l'uomo alla sprovveduta, alla impensata, in
qua hora non putatis, come si esprime il Vangelo,
il ladro e la morte.
LA MAL'ARIA 159
Il ricco si fortifica contro il primo di questi due terribili nemici;
e lascia, incauto, l'uscio aperto al secondo.
Il povero, il giusto, non paventa nè l'uno nè l'altro ; ed è sempre
apparecchiato a riceverli.
Ed è forse per questa ragione che Dio ha messo nel cuore del
povero, del giusto, un certo presentimento della prossima fine.
Gli uomini di retta coscienza sono avvertiti della loro morte al
quanti giorni innanzi.
Que'giusti che la Chiesa cattolica onora come santi si ebbero pres
sochè tutti il misterioso annunzio della propinqua loro dipartita da que
sto mondo.

Gesualdo era un uomo giusto; avea patito il freddo, la fame, l'op


pressione e la tirannia de'ricchi, la feroce e inesorabile persecuzione
de' potenti...
Dio gli fece antivedere il suo fine...

Pochi giorni avanti , egli era andato a ritrovare sua figlia Rita a
Giugliano. Nel dipartirsi, aveva abbracciata la figliuola; le avea dato
un gran bacio su la fronte, e le avea detto cogli occhi rossi:
– Rita, figlia mia ; io sto male , assai male. Ho l'animo scuro
scuro. Il cuore mi dice che me ne andrò prima della potazione.
Era allora il mese di gennaio ; e la potazione suolsi fare nel feb
braio.
– Che di' tu, babbo ?– rispose la figliuola, che aveva un visino
bianco bianco come la cera.
– Io dico quel che mi sento qui dentro – e mostrò il petto -
Il Padre eterno si sarà finalmente ricordato di me, e vorrà tormi a
tante miserie, a tante oppressioni, a tanti guai, a tanti dolori. Non
ne posso più. È qualche tempo che , se non avessi avuto da porre
un pane tra i denti di quelle povere mie creature, sarei ito a colcarmi
in un ospedale... Certe notti io ballo sul mio giaciglio pel freddo
della terzana; e mi levo co' reni spezzati, co' ginocchi flosci, con un
palmo d'intonaco su la lingua, che mi sa tutto di amarissimo come
fiele. E questo verno infamissimo, che n'ha fatte le sette peste, ha
finito di tartassarmi e di scombussolare la mia già scombussolata sa
lute. Maledetto sia il giorno in che venni in questo scelleratissimo
mondo , che il Padre Eterno avria fatto meglio a giocarsalo a capo
o croce su per le stelle del cielo. Se almeno mi fossi nabissata la
salute tra le slandre e i bagordi, vivaddio che non ci resterei min
chione !! Ed ecco che, dopo essermi slombato per la fatica, dopo aver
vomitato sangue e fiele su i campi, dopo aver ringozzato ogni dì le
160 I MISTERI DI NAPOLI

oppressioni, le angarie e la ferità di questi assassini che sono i no


stri padroni, ecco ch'io debbo andarmene a Patrasso col pensiero di
lasciare mogliema pazza , te più in là che in qua , e tre creature
ignude e senza un tozzo di pane. E poi , Marta mi dice che non
bisogna bestemmiare, perciocchè i poverelli riceveranno un dì la loro
mercede nel cielo, e tante altre di queste pappolate. Sangue di C...!
ch'io m'infistolo di questa mercede quando me ne sarò ito a mar
cire nel camposanto. Basta...... Non ti voglio più affliggere, povera
mia Rita... Soltanto...... se io me ne andrò... e tu abbi un occhio
per quelle povere anime di Dio... e tu,povera figlia, sangue di C...,
non voler maledire al tuo disgraziato babbo, che ti fe' il regalo di
metterti in questo porco di mondo.
Gesualdo piangea, e non sapea dividersi dalla sua Rita.
Era un presentimento... Il misero non dovea più rivederla!

Ciò era avvenuto pochi giorni prima che la marchesina donna Ma


ria Amalia avesse spiccato il vecchio Gesualdo da Casal del principe,
villaggio a qualche miglio da Aversa. -

La marchesina aveva un gentil casinetto a Casal del principe, si–


tuato in un suo podere di non sappiamo quante carra , quante ver
sure e quante catene.
Ogni catena fa supporre un forzato. -

E certamente, la condizione de' contadini non è da preferirsi a


quella de'galeotti.

Gesualdo avea la sua famigliuola a Casal del principe...


La marchesina avea fatto intendere che non volea che si fosse
ventilata l'andata di lui a Napoli. -

Gesualdo partì senza neanco abbracciare i suoi figli.

Quel dì, il termometro avea valicato la frontiera del zero.


Ciò non accade che rarissime volte in Napoli.
LA MAL'ARIA 161

V,

Le campagne che circondano Napoli biancicavano per nevi cadute


in abbondanza.
La sera del 21 gennaio fu lo zenit del freddo.

--
s
e

Era una maraviglia a vedere.Quando cominciò a perdersi la luce


su per lo spazio, la campagna, con que' blocchi neri che si stacca
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 12
162 I MIstERI' DI NAPoLI

vano su quelle masse di bianco, ti dava proprio l'immagine di tanti


grossi diavoli in camicia che si divertissero a ballare una ridda at
torno alla città di Napoli.
Gesualdo avea promesso di essere in Napoli ad un'ora di notte.
Egli era ancora a Melito quando suonò l'avemmaria.
In un'ora, bisognava correre cinque miglia di strada, dove il piede
affondava ad ogni passo nel loto diacciato.
E Gesualdo si sentiva male, assai male... tremava in tutte le mem
bra, e i ginocchi gli si scioglievano.
E un vento, che dir si potea piuttosto valanga di ghiaccio, inve–
stiva di fianco e sul viso il messaggiero, arrestandogli il respiro sul
labbro.
Il petto del corriere ansava come un mantice. Ogni cinque o sei
passi era forza fermarsi per godere del benefizio di un anelito meno
affogato dalla folla del sangue nelle vie del cuore...
Le orecchie gli tintinnavano. Gli sembrava che tutta la campa
gna ululasse; che un esercito di diavoli si fosse scatenato, e pigliasse
vaghezza a suonar la tofa su per quello sterminato numero di pini ,
che quella sera passavano dinanzi alla fioca vista di Gesualdo come
una processione di spettri sotto ombrelli coperti di neve.
Gli occhi gli si appannavano. L'un piede andava innanzi e l'altro
appresso senza il governo della vista frizzata dal vento freddissimo.
Questo appannamento della vista, congiunto allo stordimento ver
tiginoso che i muggiti di borea gli causavano su pel capo , era un
tormento, una sofferenza, un'agonia.
Si soffre qualche cosa di simile ne' sogni , quando uno vorrebbe
sottrarsi ad un imminente pericolo , e le gambe non si prestano...
E una forza, che dir si potrebbe forza d'inerzia, inchioda il piede.
E quando uno si desta, dura ancora lo spasimo. -

Ahi ! pel povero Gesualdo non era già un sogno...


I bui presentimenti dell'animo suo gli si schieravano innanzi quella
sera e gl'impedivano lo andare...
– Non arriverò a Secondigliano e sarò morto per la via –diceva
il misero tra sè ; e soggiungea con un nodo di lacrime alla gola –
Poveri figli miei! Povera Rita!
E affrettava il passo per quanto le mancanti forze glielo consen
tivano...
Il fermarsi anche per poco era pericolosissimo. È noto che quando
uno è sotto l'impero di un freddo agghiacciante non può mettersi
nello stato d'immobilità senza esporsi ad una morte sicura.
Era, d'altra parte, una suprema e ferrea volontà che vincea la mor
tale inerzia che s'impadroniva di quelle membra.
LA MAL'ARIA 163

Quel corpo già ghiacciato dalla morte era galvanizzato dall'onni


potente voler dello spirito.
Mancavano solo quaranta minuti per un'ora di notte.
Gesualdo camminava... camminava.
A seconda che più scuro si facea l'aere , Gesualdo affrettava il
passo: parea volesse divorar la via.
Al desiderio di arrivare all'ora stabilita aggiugneasi di presente la
paura di essere rubato. Quella strada campestre non era sicura; ed
egli aveva in saccoccia la somma di cento ducati.
Gesualdo non camminava... Ora egli correva , affondando i passi
nel limaccio della via.
Ma ogni passo ch'ei dava era una lotta suprema ch'ei sosteneva
colla febbre che gli rompeva i reni e gli facea tremare le membra e
i denti per dolorosi ribrezzi.
Un riverbero della neve manteneva ancora una fiochissima traspa
renza nell'aria e vinceva il dominio assoluto delle tenebre.
Ben presto , tutto fu buio ; e solo a lunghi intervalli riluceva un
lume in qualcuna di quelle capanne , sotto cui il bifolco si gitta a
riprendere nel sonno un po' di forza per la fatica del domani.
Molte carrette erano transitate per quella via , mentre era durata
la luce del giorno; alcune cariche di paglia , altre di fieno , altre di
sacchi di granone , altre di fusti di albero : erano partite da Aversa
e da' vicini casali per andare a depositare a Napoli i loro carichi.
Come cominciò ad annottare, le carrette ribatteano la via da Napoli
ad Aversa e casali; ma nessun traino veniva più da Aversa a Napoli...
Arrivò un momento, un momento orribile, in cui il povero Ge–
sualdo non potè più dare un passo... i ginocchi gli si spezzarono...
ed ei cadde a terra...
O vivo o morto a Napoli... Questo pensiero gli ronzò pel capo...
Così egli avea promesso alla signora marchesina...
Ciò che gli metteva il raccapriccio nelle ossa si era il pensare che,
morto, gli avrebbero tolto di saccoccia il denaro non suo.
La signora marchesa non avrebbe forse potuto supporre che egli
avesse mandato i cento ducati alla sua famiglia pria di spirare ?
Morire in concetto di ladro dopo una vita intemerata!
Questo era orribile. -.
Finchè gli restava un alito di vita, bisognava adoperarsi a salvare
il suo onore... l'unico retaggio ch'egli aveva a lasciare a'suoi figli...

Mentre egli giacea sul limaccioso terreno, sente da lungi dapprima


i sonagli de' cavalli e poscia quel rumore che fanno le ruote sul denso
limaccio... E una carretta che batte la via di Napoli.
164 I MISTERI DI NAPOLI

Egli è salvo. Chiederà un posto su la carretta. Dio lo menerà


vivo a Napoli.
In fatti, era un traino in ritardo: veniva da San Cipriano...
Come la carretta fu a pochi passi da Gesualdo, questi chiese al
carrettiere , in nome di Dio , un posto sul traino , perciocchè egli
era febbricitante a segno da non poter proseguire il cammino verso
Napoli.
I carrettieri in generale credono più al diavolo che a Dio ; quelli
di San Cipriano non credono nè a Dio nè al diàvolo.
San Cipriano è un casale poco discosto da Aversa: fa in tutto un
migliaio di anime ; ma sono anime , di cui la più parte non si pos–
sono dire immagini di Dio.
Se tutti gli abitanti della terra fossero come le anime di San Ci
priano, il Signore Iddio si pentirebbe per la terza volta di aver
creato l'uomo.
Per buona sorte – ha detto Vittor Hugo – Dio sa dove trovare le
anime –E certamente, non andrà a pescarle a San Cipriano di Aversa.
Con ciò non intendiam dire che anche a San Cipriano non sieno
uomini giusti e da bene. Ce n' ha dappertutto.

Il carrettiere si benignò di gittare un occhio sul misero giacente;


indi si cacciò più su delle spalle il rustico giulecco che il difendeva
dal freddo, e, data colla voce una spronata a' suoi magheri ronzoni,
sì disse all'uomo che avea chiesto, in nome della umana fratellanza,
un posto su la carretta:
– S'io facessi mercato di porci, te caricherei sul mio traino; ma
non è così, compare... Io porto a vendere in Napoli questi canocchi.
Scommetto che n'hai più tu nello stomaco che Monzù Arena nella
sua taverna a Napoli o l'arciprete don Nicola nelle sue tinaie a San Ci
priano... S'io ti traessi quassù la mia carretta , tu me l'allagheresti
coll'asprino che ci hai insaccato nello stomaco. Di”, compare, e quante
sono state le bevute in pancia (1)?
Gesualdo non rispose: ben si avvide che avea dinanzi un brigante
di San Cipriano.
– Be'! Con tutto questo , vuoi tu darmi cinque grani , ed io ti
porterò a Napoli su la mia carretta, come un altro canocchio e de'
più fradici ?
- Non gli ho i cinque grani – rispose tristamente Gesualdo, ri
cascando sul terreno, dal quale avea fatto di sollevarsi.
(1) Così da'villani e dalla gente del basso popolo dicesi quel bere ch'ei fanno nelle mezze
caraffe, la cui forma è di un sottil cannello e d'una grossa pancia, detta puranche palla.
LA MAL'ARIA 4 (65

– E crepa là su la via, vecchio ubbriacone.


E, dato un colpo di frusta a' ronzoni, trasse per la sua via, can–
tacchiando una cert'aria ch'era proprio una buona sorte che la si
sentisse nella diserta campagna , però che le oscene parole avrieno
fatto tappar gli orecchi ad una vecchia lupa di Porta Capuana.
166 I MISTERI DI NAPOLI

VII.

La virtù non è un nome vano su la terra.


« Ci è senza dubbio al di dentro di noi – scrisse Bossuet – un
chiarore divino, nel quale noi scopriamo, come in un globo di luce,
un piacere immortale nella onestà e nella virtù. »
Gesualdo avea cento ducati in saccoccia. Se questa somma gli fosse
appartenuta, ei l'avria data per essere trasportato a Napoli.
Quel carrettiere avea chiesto cinque grani per trasportare quel
l'uomo a Napoli.
Gesualdo avrebbe potuto sottrarre da' cento ducati questa tenue
cifra. Arrivato a Napoli, al cameriere del duca di Massá Vitelli, nelle
mani del quale egli aveva a consegnare il denaro e la lettera, avrebbe
detto che non sarebbe potuto giungere a piedi senza morire per la
via. Nissuno al mondo avrebbe potuto addebitargli a colpa di es–
sersi servito di quella infima somma per arrivare vivo in Napoli a
tempo indicato.
No — pensò Gesualdo in un baleno –tanto vale sottrarre dalla
somma cinque grani quanto cinque o cinquanta ducati.
Egli avea tante e tante volte portato in Napoli grosse somme di
denaro. I signori aveano sempre commesso a lui queste dilicate in
cumbenze.
In tutto Casal del principe non ci era un mezzaiuolo più onesto
di Gesualdo, benchè i preti il perseguitassero come bestemmiatore.

L'onestà ha la sua logica inesorabile.


La virtù ha la sua organizzazione come il vizio.
Il carrettiere di San Cipriano che lascia nel mezzo della via un
uomo morente dal freddo, e che non può pagargli cinque grani per
avere un posto su la carretta, negava Dio.
Il fittaiuolo di Casal del principe che si lascia morire dal freddo
nel mezzo della via per non sottrarre una infima parte al denaro non
suo ch'ei portava addosso, rendeva a Dio il più bell'omaggio che la
creatura può dergli.
Due esalazioni partivano da queste due anime,
l'una è lezzo, l'altra è incenso.
LA MAL'ARIA 167

La selvaggia spietatezza del carrettiere fu per Gesualdo come un


galvanismo.
Egli si rizzò in piedi.
A Napoli... a Napoli.
Questa parola gli trottava nel cervello come un'aura di fuoco.
– Dio mi darà la forza di arrivare – disse ad alta voce il cam
pagnuolo levando lo sguardo al cielo.

L'occhio che si volge al cielo per implorarne l'ausilio è la voce del


l'anima che prega il PADRE NosTRo CHE È NE' CIELI.
Sublime manifestazione della bontà divina !
Iddio è il padre di questa grande umana famiglia.
Gli uomini sono fratelli.
–Tu amerai Dio tuo padre e gli uomini tuoi fratelli–fu la legge
di amore universale.
La superbia e l'avarizia detronarono Dio.
– Dio son io – disse il superbo.
– Dio è l'oro – disse l'avaro.
— Dio non ci è – disse lo stolto.
E l'umana babelle continua ancora da seimil'anni.
– Io sono il tuo padrone – disse il superbo.
– Quest'oro è mio – disse l'avaro.
— Io sono il tuo servo – disse lo stolto.
- E l'umana famiglia fu divisa in due campi,
Padroni e servi.
La sublime parola padre divenne un odioso ed ironico accrescitivo
padrone. -
Il verbo servire bruttò le umane lingue.
Iddio avea detto: Io sono il padre vostro – I preti dissero – Dio
è il nostro padrone; noi siamo nati a servirlo – E così degradarono
la divinità e l'uomo. -

Iddio ascolta sempre la prece del giusto e anche del peccatore e


dell'empio, quando questi ha fede in lui. -

- Venite a me, o voi tutti che siete oppressi e affaticati; ed io vi


conforterò – ha detto il Padre di tutti gli uomini.
E mai non venne manco alla sua parola.
Dio È GRANDE – È questa l'osanna che parte da tutti i cuori che
han fede e amore.

Poco di poi che Gesualdo si era rimesso in camgino, sentì die


tro a lui il trotto d'una bestia. -

Era un vecchio contadino che menava innanzi con una cavezza a


168 l MIlSTERI DI NAPOLI

nodi un mulo, che, sebbene assai macilento e carico di pesante bar


della, andava di buon ambio.
Il villano avea il capo imbacuccato in un logoro cappuccio a gote.
Tutto curvo della persona l'avea fatto l'età, e vie più in quel mo
mento il facea l'acutissimo freddo.
Come il mulo fu giunto quasi alle spalle di Gesualdo, fu colto da
una di quelle fisime, che in altri tempi si credevano opera di stre
goneccio. Il mulo si ostinò a non voler andare più innanzi, e si pose
a trarre così furiosamente che due o tre volte fu sul punto di tra
balzare il povero villano.
Questi avea strani pregiudizi.
Quando al mulo in andando pigliava improvvisamente il capereccio
in modo che neppure l'argano l'avria smosso dal sito dove parea
conficcato, il vecchio snodava, per dir così, lo stregoneccio e scio
glieva i garetti della magra bestia, togliendo in groppa alcun vian
dante, al quale si fosse abbattuto per via.
Era proprio la provvidenza che avea questa volta messo il cape
reccio nel mulo nel momento appunto in cui non saria stato possi
bile al povero Gesualdo dare un altro centinaio di passi senza cader
su i ginocchi.
Parve davvero una gran ventura al villano l'essersi avvenuto in un
viandante proprio nel momento in cui la bestia del mulo avea avuto
il suo capriccetto.
Gesualdo avea visto che il mulo minacciava di tramazzare sul ter
reno il cavalcatore , e si fermò per un senso di umanità , però che
quell'uomo potea forse aver d'uopo di aita.
– Buon uomo – dissegli il villano – vuoi tu montare in groppa
al mio mulo, se hai un cammino da fare?
A Gesualdo non sembròvera la proposta: fu necessità che quegli la
ripetesse. Allora ei vide in questo inesperato soccorso un divino ausi
lio, e sen giovò, rendendo in cuor suo grazie a Dio che gli permettea di
proseguire un cammino che in altra guisa gli sarebbe stato impossibile.
Non sì tosto il mulo sentì gravarsegli il dorso di altro pondo, qua
sichè avesse appunto aspettato questo sopraccarico per trarre in
nanzi, così riprese a battere la via con maggiore vivacità.
E quelli due, ristretti l'uno alle spalle dell'altro, in fratellevole ac
cordo, come se da gran tempo ei si fossero conosciuti e voluti bene,
si trovarono celeramente a Capodichino.
Dove il mulo , per vecchia consuetudine, andossi a ficcare in un
poderuccio; ch'era quello del villano.
Gesualdo ringraziò il buon vecchio , e si rimise a piedi in cam
IllI10. . . . .
LA MAL'ARIA 169

Egli era pressochè giunto a Napoli. Pochi altri supremi sforzi ,


ed avrebbe adempito alla ricevuta incumbenza.
Ma l'aver camminato co' piedi della bestia non giovò a Gesualdo
che solo nel fargli risparmiare tempo ; dacchè, quando egli smontò
dal mulo si sentì più pesto, più malconcio, più assiderato , anzi più
gelido di prima. -

I tremori gli si erano accresciuti... per tutte le membra... Il san


gue, rifuggito nelle ime regioni del cuore, si era, per dir così, ri
tirato dalle vene degli arti inferiori e superiori.
Ciò nonpertanto, Gesualdo camminò... camminò.
Il suo voto fu esaudito.
Un'ora di notte suonava ancora allorchè Gesualdo si trovò sotto
Porta Nolana a Napoli.
Antonio, il cameriere del duca di Massa Vitelli, era quivi ad
aspettare.
Gesualdo ebbe appena posto nelle mani di Antonio la lettera e il
denaro, che cadde privo di ogni conoscimento...
o

Ma la sua ora non era ancora suonata.


Iddio volle che quest'uomo compiesse la sua giornata nel mezzo
della sua famiglia...
170 i MISTERI DI NAPOLI

VIII

In che modo Gesualdo si ritrovasse a Casal del principe, nel mezzo


della sua famiglia, egli stesso non avrebbe saputo dire...
S'intenderà di leggieri che Antonio, il cameriere di Massa Vitelli,
visto cadergli a' piedi il povero colono privo di sentimenti dopo di
avergli consegnato la lettera e il denaro , non poteva abbandonarlo
così nel mezzo della pubblica via.
Antonio non avea cattivo cuore, e la carità non era per lui sen
timento ignoto.
Benchè l'incumbenza ch'egli avea ricevuta non gli permettesse di
perdere tempo , ciò nondimeno, ei fe'ricoverare il povero campa
gnuolo svenuto in una vicina bottega; gli fece apprestare tutti gli
aiuti necessari; e ultimamente, si offrì di pagar per lui il nolo d'un
calesse che dovea riportare a Casal del principe quel brav'uomo, pa–
dre di famiglia.
Nel raccomandare al cocchiere il povero infermo, Antonio non
dubitò che Gesualdo morisse cammin facendo.
Più che al cocchiere, il raccomandò a Dio.

Quel cocchiere era un arnese da forca come tutti i cocchieri; ma


i birbanti hanno talvolta un cuore, e massime i birbanti che nascono
sotto il cielo di Napoli.
A Napoli, un uomo senza cuore è una deplorabile eccezione...
Questa specialità non si trova che nel ceto de' ricchi. È l'inferno
che Dio dà loro. -

L'auriga del calesso che dovea rimenare Gesualdo a Casal del prin
cipe era un buon birbante; e, se questa frase vi sembri troppo con
tradditoria, contentatevi del buon diavolo.
Buon diavolo è frase francese. Soltanto i francesi sanno trovare
della bontà ne' diavoli. Ne trovarono anche in Luigi.....!
Si signori, il cocchiere di quel calesse era un buon birbante; dap
poichè ci sono i bricconi senza visceri umane e i bricconi con un
lobo di cuore.
I santi e gli eroi sono rari come i grandi assassini. De'S. Vin
cenzi de Paoli e de'Troppmann non si contano che uno in ogni
mezzo secolo... -
LA MAL'ARIA 171

La virtù ha pressochè sempre un corteo divizi che ne adombrano


lo splendore,siccome il vizio ha pressochè sempre una famigliuola di
piccole virtù che ne attenuano il brutto.
Il cocchiere ebbe compassione di Gesualdo.
Nonostante il freddo acutissimo , molta gente si era fatta in su
l'uscio della bottega in cui Antonio, aiutato da un pietoso viandan
te, avea trasportato il semivivo campagnuolo.
– È morto – Non è morto – Sta per dare l'anima a Dio – Si
chiami un prete–Uh! poveruomo! — Sbrizzategli dell'acqua in fac
cia – Cavategli sangue –Gesù e Maria! è tutto un pezzo di gelo !
Tapini di noi, e che siamo neh?... Che ci vuole per morire ! Beato
chi ha la coscienza netta–Di dov'è quel poveruomo ? Donde viene ?
Chi sa se abbia figliuoli! Eh, madonna, scansa tu tutt'i capi di casa!
Questi parlari a un presso a poco si teneano dalla gente accolta
appo l'uscio di quella bottega. Antonio intanto era ito attorno per
trovare un calesse.
A quell'ora, con quel tempo, non era facil cosa.
Per buona sorte , un calessiero di Sant'Antimo dovea tornarsene
al paese: stava a farsi una mezzolla da un vinaio ivi presso.
Dapprima si rifiutò alle preghiere di Antonio, asserendo non poter
lui dilungarsi insino a Casal del principe , perocchè avea fretta di
tornarsene a Sant'Antimo. Ma, quando udì il caso miserando, e seppe
ch'era un padre di famiglia quello infelice campagnuolo, si sbrattò
a soccorrerlo, dicendo che il prossimo cristiano non si ha a lasciare
in mezzo alla strada a morire come cani ; che tutti siamo figli di
Dio e che ne abbiamo ad aitare l'un l'altro. Ed altre cotali cose
accoppiando ad una gesticulazione animata dalla mezzolla di razzente
che avea mandata giù, si fe' largo tra la folla, e volle veder l'uomo.
Ci fu chi asserì che una lacrima spuntò negli occhi del calessiero.
Se questo è vero, siam dolenti di non sapere il nome di questo ge
neroso per raccomandarlo alla memoria de' posteri.
Allorchè Antonio gli domandò quanto gli aveva a dare per con
durre quel poveruomo a Casal del principe, il calessiere si lisciò la
barba, e uscì in questi termini: -

– E che significa mo cotesto, Monzù? (1) Mo mi volete offendere!


Siamo pezzenti, è vero; moriamo della santissima fame ; ma siamo
cristiani battezzati; e Quello di su, l'abbiamo dinanzi degli occhi.Una
mezza serqua di miglia si possono fare a gloria di Dio ; ed ora che
Sonomi confortato col guappo di Molfetta, sfido la tramontana. Voi

(1) È questo l'aggiunto che la gente del basso popolo dà a quelle persone che han sem
biante o vesti da camerieri di ricche magioni.
472 I MISTERI DI NAPOLI

dunque , Monzù , voi non avete a pensare a niente , se non che a


farvi santo. Andate pe'fatti vostri, e la Madonna vi accompagni. In
quanto a questo poveruomo , fate conto che , se non muoia via fa–
cendo, scansi Dio, io non il lascerò che nel mezzo della sua fami–
glia a Casal del principe.
Questo discorso del calessiere mosse le lacrime a tutti gli astanti.
Era brutto ; ma in quel momento le donne il trovarono bellissimo ;
e ci fu una che gli appiccicò due bacioni su la guancia.
Era una povera caduta, che aveva il cuore d'una santa,

Il calessiere tenne la sua parola...


Gesualdo fu lasciato vivo a Casal del principe. -

Durante il cammino , il calessiere gli era stato prodigo di affet–


tuOSe Cure.
LA MAL'ARIA 173

VIII.

Dicemmo che Gesualdo aveva una piccola famigliuola, una giovi


netta di diciotto anni , una fanciulla di sette e due garzoncelli , di
nove anni l'uno, di sei l'altro.
La moglie , donna a quarant'anni, si trovava nel manicomio di
Aversa.
Diremo più in là per quale disavventura Sabina, la moglie di Ge
sualdo, avea smarrito il bene dello intelletto, e Filomena, la primo
genita, si trovava a Giugliano, paesello poco discosto.
A Casal del principe non erano restati che que' tre fanciulli.
Quando Gesualdo usciva a lavorare in campagna menava seco i tre
figliuoletti per non lasciarli soli in casa.
Chiamiamo casa un misero tugurio , abituro colonico annesso ad
un vasto tenimento di proprietà della signora marchesa donna Maria
Amalia.
Gesualdo, rozzo ed ignorante per quanto uomo da bene, aveva un
suo modo tutto particolare di educare la sua prole. --------

Egli aveva un'antipatia pe'preti; e i preti lo aveano scomunicato;


lo aveano dipinto a nero in tutto il paese , così che gli abitanti di
Casal del principe il guardavano in cagnesco, e spesso egli aveva con
loro a sostener brighe.
Nel resto, egli vivea co' suoi bambini in una perfetta solitudine.
Nelle sere d'inverno , accendeva un gran fuoco di ceppi nel suo
casolare, e vi raccoglieva attorno i suoi putti.
Allora egli facea loro ripetere il seguente catechismo:
– Ohè, monelli, chi vi ha creati ?
– Gesù Cristo.
È uopo osservare che presso la gente del contado rozza ed igno
rante la divinità è più conosciuta sotto l'umana appellazione di Gesù
Cristo. Eglino non sanno comprendere nè raffigurarsi la divinità nella
sua essenza tutta mistica e spirituale, e si trovano meglio ad incor
porarla nella figura del Figliuolo di Maria.
Gesualdo che spesso bestemmiava, anche al cospetto de' figliuoli,
il sacrosanto nome di Dio, avea sommo rispetto pel nome di Gesù.
Gesù rappresentava per lui il proletario infelice come lui, il perse
guitato, l'oppresso, la vittima de’ ricchi e de' potenti.
174 I MISTERI DI NAPOLI

Quando egli aveva a disfogare la bile , allora faceva i suoi conti


col Padre Eterno , a cui spesso rimproverava di non aver fatto le
cose com'ei si conveniva di farle. In tal caso parlava solo come un
gran matto, filosofava a suo modo ; e il più delle volte i suoi mo–
nologhi finivano con la sua consueta esclamazione: Sangue di C...
Seguitiamo il catechismo che Gesualdo insegnava a' suoi figliuoli.
– Chi è Gesù Cristo ?
– Il padre di tutti i poveri.
– Da chi fu crocifisso?
— Da' ricchi, da' signori, da' re.
– Dove sta Gesù Cristo ?
– In paradiso.
– Che cosa bisogna fare per guadagnare il paradiso?
– Opere buone.
– Che cosa sono le opere buone?
– Le seguenti:
1. Dividere il pane e la paglia con chi non ne ha.
2. Far sedere vicino al fuoco chi muore di freddo.
3. Vegliare accanto agli ammalati.
4. Asciugare il sudore alla fronte di quelli che sudano freddo nelle
febbri terzane.
5. -Andare ad attingere una secchia d'acqua e dare a bere a quelli
che hanno sete. -

6. Aiutare il fratello ne'faticosi lavori della campagna.


7. Sostenere il vecchio zappatore e raccorre la zappa che gli casca
dalle mani.
8. Pagare con esattezza le annate o i semestri al padrone e ser
virlo con fedeltà.
9. Non dir mai la menzogna, perocchè in tal caso rassomiglieresti
a’ signori che mentiscono sempre.
10. Non bruttarti giammai le mani del più piccolo furto , perchè
in tal caso rassomiglieresti a' ricchi che rubano sempre.
11. Non invidiar mai il bene del prossimo, perchè in tal caso ras
somiglieresti al serpente.
12. Non dinunziare il tuo prossimo , perchè in tal caso rassomi
glieresti a' preti che dinunziano al Giudice i peccati che lor si con
fessano.

Ecco a un dipresso il catechismo che papà Gesualdo insegnava ai


suoi figliuoli. E queste massime , ripetute ogni sera , non poteano
mancare d'imprimersi saldamente nella mente di que' teneri adole
scenti.
LA MAL'ARIA 175

I figliuoletti di Gesualdo si chiamavano:


Aspreno, il fanciullo di nove anni;
Francesca, la piccina di sette;
Nazario, il bimbo di sei.
Erano tre malinconie a vederli, chè tutti e tre portavano su i loro
pallidetti visini gl'indizi della precoce fine che gli aspettava.
Al pari degli ascaridi che si generano ne'miasmi depantani, que''tre
bambini erano figli della mal'aria.
Ne' mesi autunnali infermavano que' piccini. La mattina vispocci,
briosi,scorrazzavano su pe'campi, su le sponde malinconiche de'gial
lastri rivoletti;... la sera, verso l'avemmaria, cascavano spezzati su
la paglia come gambi di spighe...
Era un dolore, un'angoscia il vederli...
La mamma (quando que' piccini avevano ancora presso di loro que
sto tesoro) vegliava tutta notte attorno a quelle sue visceri : il suo
sguardo era morto per istanchezza, per la fatica della giornata, per
lunghe e dolorosissime veglie...
Quando le si dicea che il buon Gesù avrebbe forse richiamato a
sè qualcuno di quegli angioletti, ella scuoteva il capo in atto di dis
sentimento. Quantunque pia , rassegnata , la buona Sabina non sa–
peva acconciarsi al pensiero di perdere uno di que'cari , a'quali
tanto più ella si affezionava quanto più li vedea malandati in salute
andar già smagriti ogni dì davantaggio.
Iddio che volle mettere a prova l'obbedienza d'Abramo comandan–
dogli il sacrificio del figliuolo Isacco, non avrebbe messo una madre
a tal prova. La madre avrebbe disobbedito.
176 I MISTERI DI NAPOLI

IIX

La sera del 21 gennaio in cui Gesualdo partì per Napoli da Ca–


sal del principe, die' del pane a' tre figliuoli , che si erano aggrup
pati appo un po' di brace accesa, e sen venne a Colomba.
Era questa una povera idiota, che vivea colla limosina che le fa
cea ogni giorno la signora marchesina donna Maria Amalia quando
si trovava nel suo tenimento di Casal del principe.
Vivea tuttodì accovacciata tra due spigoli di muro nel luogo del
frantoio degli olivi, poco più in là del tugurio ove abitava Gesualdo
colla sua famiglia.
– Ohè, Colomba – disse il fittaiuolo alla idiota – io starò fuori
parecchie ore stasera. Da'un occhio a que'bambini; e , se io non
torni (tutto può darsi in questo bricconaccio di mondo), e tu dànne
avviso alla Marta. Capisci?
Colomba si pose a ridere; imperciocchè ella ridea sempre.
ll riso perpetuo sul labbro di questa idiota equivaleva ad un pianto
perpetuo. -

– Si, si, ho capito , papà Gesualdo , ho capito. Or ora andrò a


starmene co'tuoi pulcini... Uh ! uh ! eccola ! eccola! Buona sera ,
buona sera, comar Caterina.
Comar Caterina era una brutta civettaccia che veniva ogni sera ,
tra i rami di un pino, in su l'ora del tramonto, a fare un poco di
conversazione colla scema di mente.
Questi due animali si capivano tra loro.
Comar Caterina sbarrava i suoi due occhiaccioni burleschi e sini
stri su la faccia dell'idiota, e rideva... rideva anch'essa.
- Hai visitato alcun moribondo, comar Caterina ? – domandava
l'idiota.
E la civetta rispondea:
– Qua-qua.
Probabilmente, il lugubre augello intendea dire:
– È qua un moribondo.
Il carcame era l'idiota...
Ma quella sera l'allusione era a Gesualdo.
Questi udì la oscena bestia.
LA MAL'ARIA 177

– Che tu si maledetta , pulcinella della creazione – gridò Ge


sualdo.
Poscia, rivolto a Colomba, le die' alle spalle uno spintone.
– Or vanne da' miei bambini, cornacchia, e ricordati che, s'io non
ritorno, tu dèi darne avviso alla Marta.
– Si, si, la Marta! la Marta ! no, no, la Madonna.

L'idiota avea avuto buona memoria ; erasi ricordata delle parole


di Gesualdo...
E, quando l'una ora di notte fu suonata e non vide ritornare Ge
sualdo, si pose a ridere, e uscì. . - " " .

MASTRIANI – I Misteri di Napoli 15


178 I MISTERI DI NAPOLI

– Marta ! Marta ! la Madonna – andava dicendo tra sè – Egli


non è tornato ! Marta, Marta, la Madonna...
E rideva... rideva...
Cioè, piangea, la povera idiota.
Il tugurio di Marta era ad un terzo di chilometro da Casal del
principe.
Un lungo e solitario stradone di campagna vi menava, lunghesso
il quale era un canale che nel verno correva ad animare un molino.
Ne' mesi di luglio e di agosto, il canale ristagnava, diventava acqua
morta e si disseccava lentissimamente.
Allora quelle acque morte e sepolte diventavano giallicce dappri
ma, verdastre di poi , bronzine in seguito, nere per ultimo..... Era
questo l'ultimo stadio della putrefazione.
Allora miliardi d'insetti senza nome e d'ogni colore folleggiavano
su quel cadavere, che presentava una spaventevole immobilità., che
veniva rotta talvolta da un corpo pesante che vi era gittato: il car
came d'un cane e d'un gatto.
Era un cadavere che ingoiava un altro cadavere.

In quell'anno 1846, Marta era ventenne.


Non si figurino i nostri lettori che Marta fosse una di quelle pro
digiose bellezze create a posta per servir di modello a poeti e a'ro–
manzieri.
Marta non era che una bell'anima, ecco tutto.
La luce purissima del diamante si asconde ne'visceri della terra.
Spicca un profumo di rosa da la zolla di un cimitero.
Una bell'anima può essere in un brutto corpo ; ma il volto non
può essere brutto. Qualche volta la fisica organica, materialista e in-
differente, ha creato un corpo ed un volto deformi. In tal caso l'ani
ma albergatrice di questo edificio illogico ha corretto a poco a poco
lo sbaglio...... Il corpo rimase talvolta deforme; ma la faccia, se non
potè diventar bella, si adattò a poco a poco allo interno lavorio dello
spirito, che ne sgrossava,per via di dire, le ottusità e le dissonanze.
Ci è una gran differenza tra i buoni e i tristi.
Pe' primi, il volto è una maschera informata su lo spirito;
Pe' secondi, è una maschera che nasconde la bruttezza dello spirito.
Marta nacque deforme.
Allorchè diremo in quali circostanze ella nacque e che donna si
fu la madre, non sarà oggetto di maraviglia ch'ella venisse al mondo
così formata. - - - -

D'altra parte, Cecatiello era suo padre, e Cecatiello era un ipsilon.


LA MAL'ARIA 179

Ma, a seconda ch'ella cresceva in età, il suo magro e pallido vi


sino pigliava proporzioni più regolari , linee più simmetriche ; e la
bontà dell'animo cominciò a tradursi negli occhi che presero una
guardatura così dolce e malinconica ad un tempo, che non si potea
guardarli senza sentir di lei una pietà incommensurata e indefinita.
Ebbe la fanciulla uno sviluppo precoce: a dodici anni, era donna.
La natura avea fretta, perciocchè la miserella portava nel seno quel
germe funesto che la mal'aria dovea sviluppare fino a quel punto che
tronca un'esistenza in sul verde mattino.
Abbiamo detto che Marta non era bella. Alcun che di grossolano
era nelle sue fattezze; il collo avea largo come la più parte di quelle
infelici che vivono appo le acque stagnanti. Avea vent'anni, e le ne
avresti dato almanco una trentina , tanto la sua persona era , per
così dire, macerata dalle sofferenze, dalle privazioni, dagli stenti.
Ma tre cose bellissime avea la figliuola di Cecatiello,
il cuore, piccolo mondo in cui Dio regnava in tutta la manifesta
zione della sua bontà infinita;
gli occhi, specchi lucidissimi dell'anima;
i capelli, che una regina le avrebbe invidiati. Erano del nero più
fitto. Disciolti, formavano un funebre ammanto. Quando nel sonno
di lei le lunghe chiome le cascavano per le spalle in libere trecce,
l'avresti detta una morta.
Le labbra grosse e sempre sbiancate ricoprivano due filari di denti
immacolati.
In tutta la persona, una lassitudine malaticcia. .
Su la fronte, la serenità del giusto accoppiata coll'anatema de'dis
eredati dal banchetto della vita.
La natura avea fatto quegli occhi troppo belli : volle correggerli ,
e trasse su quelle iridi una nebbia perpetua... di pianto.
Quel labbro non conosceva la spensierata felicità del riso.
Così era Marta.
Chi avrebbe mai sospettata la esistenza di una gemma nel fondo
d'una limacciosa maremma ?
Chi sentì mai a parlare d'una giovane, nelle circostanze delle cam
pagne aversane, angelo smarrito nel suo cammino alla volta del cielo?
La società non si occupa che delle donne che servono a'suoi bi
sogni od a'suoi piaceri.
La storia non registra che i nomi delle regine o delle cortigiane.
Talvolta ricordò a' posteri qualche donna di grande ingegno, qualche
eroina di spirti generosi e patriotici, qualche sirena incantatrice che
ebbe suo trono su le assi di un teatro,
180 I MISTERI DI NAPOLI

Ma la virtù modesta, oscura, illibata, personificazione del sacrificio,


dell'annegazione, della carità e dell'amore, che cosa ha di comune
con que'pomposi e spesso bugiardi epicedi chesi domandano la storia?
La menzogna non trova talvolta una possente alleata in quella che
esser dovrebbe sua irreconciliabile nemica, la stampa ?
Marta visse la vita delgiglio nella vallata. Il suo profumo è ricolto
dall'aura gentile e vergine del mattino che al cielo il riporta come
l'omaggio più puro della creazione.
Venne la sera, e il giglio della valle chinò il capo; e il vento del
burrone il disperse tra gli spini e le foglie cadute.
Un profumo raccolto dal cielo.... Ecco la vita de' fiori e... delle
anime giuste.
Oh quante sante sono o furon su la terra, le quali non verranno
giammai allogate ne' calendari! Oh quante martiri che non avranno
mai un posto nel martirologio
LA MAL'ARIA 181

A tenore di quanto Gesualdo le avea raccomandato, Colomba l'idiota


si era recata da Marta a farle noto che il fittaiuolo non era ancora
ritornato nel suo abituro a quell'ora della sera; il che non era quasi
mai avvenuto per lo addietro.
Per andare al tugurio di Gesualdo bisognava passare per dinanzi il
bugio dell'idiota.
Se Gesualdo fosse tornato a casa, costei lo avrebbe veduto a passare.
Marta raccomandò alla vecchia Restituta di non abbandonarsi al
sonno in su le braci del caldano ; si coprì il capo e le spalle con
una manta di lana, ch'ella ponea la sera sul suo lettuccio ; e uscì
con Colomba.
Un mesto pigolìo si fe'udire in quella unica stanzetta non appena
la giovane trasse addietro a sè la porticella dell'usciolino da scala.
Erano le due amiche di Marta, la Nera e la Bianca, le quali non
mancavano di mettere un lamento ogni volta che Marta si allonta
nava da esse.
La Nera e la Bianca erano due galline, che a quella ora della
sera erano già ite ad appollaiarsi dietro il letticciuolo di Marta.
A quel pigolìo avea risposto un altro gemito, un altro grido par
tito da una gabbiuola appesa alla parete.
Era il grido del rosso, cioè di un cardellino , che impazzava di
collera ogni volta che la sua amica si partiva di casa.
Parleremo più in là dell'affezione di queste creature per la loro po
vera amica.

Marta si trovò benpresto nel tugurio di Gesualdo.


I tre fanciulli si erano attrappati pel freddo.
Non aveano panni addosso i tre miserelli, che batteano i denti...
Una lucernuola di creta accesa e posata in su un tavolo era vicina
a spegnersi per difetto di olio.
Da mezz'ora que' tre fanciulli non ruzzavano più...
Erano divenuti tristi e pensosi.
La mulacchia schiattiva sotto il pino, e il babbo non rediva ancora.
E la mattina il babbo avea lasciato per metà la sua porzione di
pane, ed avea da parecchi giorni il viso così allungato.
182 1 MISTERI DI NAPOLI

– Che sarà che il babbo non torna ? – domandava Francesca, la


fanciulla di sette anni.
– Hai visto, suora, ch'egli avea gli occhi rossi quando stasera ci
ha dato la merenda? – diceva Aspreno, il più grandetto de'tre.
– Oh! si, ben mi sono addata di questo, fratel mio – rispon–
dea la fanciulla – anzi, non volevo dirlo per non affliggervi; ma io
l'ho sentito stanotte lagnarsi tanto... tanto... e poi parlar da sè solo...
E non dicea quelle brutte parole ch'ei suol dire.
– Babbo è ammalato, e dee pur tanto faticare per noi ! – escla
mava Aspreno facendo greppo; chè si sentiva il miserello nel cuore
una malinconia sterminata.
– Chi è? – gridarono Aspreno e Francesca sentendo urtare vio
lentemente la porta.
E Nazario, il più piccolo de'tre, ch'era rimasto allo impiedi per
mancanza di sedie, si restrinse per paura addosso alla suora.
Era stata una sfuriata del vento che avea scrollata la porta di quel
meschino tugurio, e per poco non avea spento il fioco lume della lu
cernuola, dacchè il vento penetrava colà entro per cento fenditure.
– Come faremo se il babbo non ritorna ? – domandava la fan–.
ciulla– Tra poco sarà consumato l'olio della lucernuola, e noi re–
steremo al buio. -

– Oh no! – dicea con accento di gran paura il Nazario –Andia


mo tutti e tre a farci dare un po' d'olio da Marta.
– Si, come la Marta stesse di fronte od a lato della nostra casa!
Bisogna fare quel brutto stradone, dove Colomba dice aver visto di
sera andar gridando per sollievo le anime delpurgatorio – osservava
Aspreno. -

– E dove l'anno scorso fu trovato morto su la sponda del riga


gnolo una bambina di due anni – disse Francesca con raccapriccio–
Oh ! per me , non andrò certo a trovare la Marta a quest'ora , e
con questo tremito di freddo che ho addosso stasera e con tante
paure che ho innanzi agli occhi.
– Diamo una voce alla scema – disse il più grandetto – Ci terrà
compagnia; anzi, ci faremo dire da lei il racconto dell'Orco.
–Si, si, andiamne tutti e tre a chiamare la scema.
Parlavano di Colomba.

Mentre si disponevano i tre fanciulli a uscire per andare dall'idio


ta, che era non molto lungi di là , ecco lievemente picchiarsi al
l'usciuolino...
Balzò il cuore de'fanciulli credendo che fosse il babbo di ritorno
à CaSa...
LA MAL'ARIA 183

Se il disinganno fu crudele, venne in parte raddolcito dalla pre


senza di Marta. - - - -

Que'tre innocenti amavano Marta come la loro madonna.


L'idiota era già andata nuovamente a ficcarsi nel suo bugio. ,
Marta abbracciò quelle creature, che si erano avviticchiate a lei,
come tre tralci di tenera vite si avviticchiano ad un giovine olmo.
Francesca si era seduta su i ginocchi della cara amica.
Marta prese minuto conto di ciò che Gesualdo avea fatto nel corso
di quella giornata ; e, come que' fanciulli le ebbero dato accertanza
di tutto, ella rimase pensativa alcun poco , non sapendo deliberare
sul da farsi in quella trista congiuntura.
A mille cose pensò, e mille almanaccò lapovera Marta in un mo
ImentO. -

Pensò dapprima di andare ella stessa attorno alle vicine compa


gne in cerca dell'onesto fittaiuolo ; poscia , fermò di trarre addirit
tura al casino della signora marchesina donna Maria Amalia per aver
nuove di Gesualdo, essendo possibile che ella avesselo mandato fuori
per qualche servigio.
Ma, avendo ella espresso un tal suo pensiero a' fanciulli, France
sca e Nazario le si strinsero addosso con lacrimevol voce pregandola
a non dipartirsi da loro: sarebbon morti di paura a star soli.
Non era di questo avviso il più grandicello, il quale avrebbe anzi
voluto che la Marta fosse ita fuora a pigliar contezza del babbo.
– E se il babbo non torna , che farem noi tutta notte ? – di
ceva il garzoncello con miglior senno – E se il babbo sarà caduto
in qualche fosso od in qualche pantano o sarà rimaso attrappato dal
freddo in alcun luogo! E noi il lasceremo in cotanta necessità di soc
corsi? E se abbiamo paura di star qui soli , e perchè non andiam
colla Marta anche noi? In caso che per via ci abbattessimo al babbo,
ei ne sarà più lieto. E dove di aita abbia d'uopo , chi sa che non
potremo a qualche cosa giovargli? -

– No, bambini – dicea Marta– egli non è possibile che voi altri
venghiate meco fuori sta sera; morireste diacciati senz'altro. È un
freddo ch'io non ricordo il simile. E voi senza un pannicello ad
dosso, scalmati come siete e febbricitanti, significherebbe andarvene,
domattina a ritrovare Comar Caterina al cimitero. Sentite a me, bam
bini. Lasciatemi correre insino al casino della signora marchesina :
è la faccenda d'un dieci minuti per andare e ritornare... Sapremo
almanco alcuna cosa. Tanto può essere che, mentre io son fuora,
il babbo è qui... Il signore Iddio non abbandona il poverello... Non
istate a mulinar guai per la testa. Qualche cosa di premura papà
184 I MISTERI DI NAPOLI

Gesualdo avrà avuto da fare. Metto un pegno ch'io non sarò arri
vata insino alla Croce rossa, e ritorno indietro con lui. Aspreno, tu
che sei il più grandetto de'tre, ed hai più senno, di' loro qualcosa
che non li faccia più musi frattanto ch'io volo al casino. Voglio ve
dervi, al mio ritorno, ruzzare a vostro modo, capite? E tu, Nazario,
sta quieto, che ti porterò due cìccioli che ti piacciono tanto...
Al sentire i cìccioli quel ghiottoncello affamato spalancò gli occhi.
– E tu me ne arrecherai due, n'è vero, la santa?
Così chiamavano tutti la Marta in quel villaggio.
– L'ho detto le mille volte che a me non garba di essere chia–
mata la santa. -

Non ci volle poco a persuadere que' fanciulli di rimanere a casa


e lasciar lei sola andar fuori per dare un occhio nel podere e per
recarsi al casino della signora marchesa atorre notizie del buon Ge
sualdo.
Marta dovè promettere che sarebbe ritornata al più presto.
La giovane uscì.

Allorchè Marta usciva di sera, non mancava mai di trar seco un


suo lanternino ben chiuso tra vetri. Era una indispensabile precauzione.
In alcuni contadi era tempo addietro uno strano pregiudizio contro
i fiammiferi. Appo i campagnuoli toscani era lo stesso pregiudizio :
ne parla il Giusti in una delle sue lettere.
L'abbondanza delle materie accensibili nelle campagne facea riget
tare l'uso de' fiammiferi.

Fitte tenebre investivano la campagna.


Comunque Marta conoscesse i siti, le acque cadute i giorni innanzi
aveano scavato non poche ravine, in cui un malcauto viandante avreb
be facilmente potuto precipitare e fiaccarsi il collo. Ma la giovane
esplorava la via col suo lanternino.
L'abitazione di Gesualdo era in sul confine del podere della mar
chesa, il cui casino era ad un tiro di schioppo dalla strada. Quando
non si voleva attraversare tutta la estensione di questo tenimento ,
era forza, per recarsi al casino, pigliare una via trasversale, che non
era scevra di pericoli per gli accidenti del suolo. Era in un bur
rone ruinato poco tempo innanzi un somaro, e in quello sprofondo si
era spezzato due gambe.
Ma una gran forza d'animo sosteneva sempre la giovane in tutt'i
mali passi, la fede nel divino ausilio.
LA MAL'ARIA 185
Marta aggiunse bentosto il casino della marchesa.
Costei non avea mai veduta la giovane campagnuola, di cui pertanto
avea talvolta sentito a parlare da Gesualdo il fittaiuolo. -

La marchesina era in quel momento in conversazione con un ricco


proprietario di Aversa, amicissimo della famiglia Massa Vitelli.
Questo proprietario avarissimo avea perduto in un giorno quanto
aveva ammassato in dieci anni.
l ladri gli aveano involato in una notte circa cinquantamila ducati
in tanti sacchi di piastre d'argento ch'egli teneva accatastati in una
specie di cantina sotterra.
La marchesina fece entrare Marta nel suo salottino.
La fanciulla espose alla signora l'oggetto della sua venuta.
– Non so dirvi, buona giovane, quel che n'è del mio fittaiuolo–
mentì la marchesa – Non l'ho veduto da questa mattina.
Questa risposta fu una trafittura pel cuore di Marta.
Chiesto scusa alla signora marchesa di averla incomodata, ella prese
la via dell'uscio coll'animo scuro e sconsolatissimo.

Dove rivolgere i suoi passi? Che disgrazia poteva essere occorsa


al povero Gesualdo ? Era ito fuori od era rimasto nel podere?
Marta pensò di andare primamente attorno nel podere per informarsi
se per mala ventura il fittaiuolo fosse caduto in qualche rava prodotta
dalle alluvioni, e poscia avviarsi in su la strada rotabile. Non potea
darsi che Gesualdo fosse itoper alcuna faccenda a qualche vicino casale?
Corse eziandio alla mente di lei il tristo pensiero che Gesualdo ,
stanco d'una vita di affanni e di stenti , avesse posto fine a' suoi
giorni coll'andare a gittarsi in qualcuno de' regi Lagni. Più volte
egli avea minacciato di appigliarsi a questo disperato partito.
Ma la giovane rigettò indietro questo pensiero; e si die'a dare pa
recchie aggirate per gli angusti vialuzzi che costeggiavano il semi
nato nel podere della signora marchesa.
. Di tempo in tempo il silenzio de' campi era rotto dalla voce di
lei che chiamava Gesualdo.
ll vento rispondeva a tali chiamate. -

Un buon terzo d'ora di affannosa corsa ella fece attraverso questi


raggiri di vialetti; moveva i passi come una mentecatta.

Un' agghiacciante e impetuosa corrente d'aria fe' accorta Marta di


trovarsi su la strada maestra. Il vento insatanassato le saettò le spal
le con tal violenza che poco mancò non venisse sbalzata sul conti
guo pineto.
Più solenne si ristabiliva il silenzio dopo ciascun muggito di vento.
186 I MISTERI DI NAPOLI

Le basse e scure case coloniche che fiancheggiavano quella parte


della strada pareano ristrette l'una all'altra , come fanno le pecore
per ripararsi dal freddo.
Una sinistra luce partiva di sotto alla tettoia d'embrici d'una di
queste case... -

Era un fuoco di ceppi acceso da una misera famigliuola di villici.


Quella luce rischiarava in parte la lunga strada...
Tutto era solitudine e silenzio.

Marta si fermò. Le parve inutile il proseguire il cammino. Pur


non di manco , non avea cuore di tornare indietro senza arrecare
una buona novella a que'tre sconfortati.

Nulla ci èdi peggiore in questo mondo che l'incertezza d'una dis


grazia. L'immaginazione appaurata si crea mille fantasmi ; l'animo
è sospeso; e quasi quasi è impaziente di attuffarsi nella sventura che
deve colpirlo.
L'aspettazione d'una grande sciagura è sì terribile che talvolta l'uo–
mo vi si sottrae gittandosi in un altro spaventevole ignoto, la morte.

Marta era sicura che a Gesualdo era avvenuto qualche cosa di si


nistro. Ma che cosa ?
La sera nelle campagne è notte profonda. Dopo l'avemmaria, co
mincia la notte.
Le mille luci artificiali, il romor delle carrozze, la vita sociale che
ha sì vivaci pulsazioni in quelle arterie che si addimandano strade,
prolunga nelle grandi città il giorno insino ad oltre la mezzanotte.
Nelle campagne è tutto il converso. La notte vi si anticipa.
Al di qua della porta d'una città è un polo; al di là è un altro.
l campagnuoli hanno il loro orologio, come i cittadini; colla dif–
ferenza che questi lo portano addosso, quelli lo han dappertutto.
L'ombra degli alberi è la sfera durante il giorno. Le stelle del
cielo sono le sfere in tempo di notte. Il firmamento è l'immenso
quadrante.
Quella sera, una fitta nebbia nascondeva agli occhi di Marta il ce
leste cronometro.
Le parve che fosse notte inoltrata...
Bisognava ritornare presso que' fanciulli.
Marta pensava che que' miserelli erano forse rimasti al buio per
fetto per essersi consumato il poco olio ch'era nel lucernino. All'an
goscia dell'aspettazione sarebbesi aggiunta la paura così naturale nei
fanciulli che restano al buio. - .
LA MAL'ARIA 187

Questo pensiero la decise a ritornare da quelli sconsolati...


Col cuore ripieno di sconforto, Marta riprese la via dell'abitazione
di Gesualdo. -

Una botteguzza di pizzicagnolo era a Casal del principe. Marta vi


si recò per comprare dell'olio, un cartoccio di ciccioli e un po' di
pane per que' derelitti... -

Fu gran ventura che la botteguzza stesse ancora aperta.

Marta si ritrovò nel mezzo de'figliuoli di Gesualdo.


Siccome ella avea preveduto, il lucernino si era spento e i tre fan
ciulli erano rimasti nelle tenebre.
La riapparizione di Marta trasse un grido di gioia dal petto di que'tre
bimbi.

Come si racconsola facilmente il cuore de'fanciulli ! La gioia che


i figliuoletti di Gesualdo provarono al riveder Marta fe' loro per poco
dimenticare l'assenza del padre e la penosa posizione in cui si tro–
V2VàIO.

Quando la fanciulla ripassò d'accosto al bugio della idiota , do–


mandò a questa se il fittaiuolo fosse tornato.
La risposta negativa della idiota avea tolto l'ultima speranza che
Marta aveva accolta sul ritorno di Gesualdo.
Pochi minuti non erano trascorsi dall'arrivo di Marta, che si udì
in gran distanza il romore cupo delle ruote d'un calesso...
La strada era rotabile fino al casino della marchesa. All'abitazione
di Gesualdo non si potea giungere che a piedi...
Il romore delle ruote si avvicinava sempre più
— Una carrozza ! – sclamò Aspreno.
— No, un calesso – disse Marta.
E tutti e quattro rattennero il respiro.

Un minuto appresso, fu udito un gran picchio all'uscio.


– Il babbo ! –sclamarono i trefanciulli mettendo un gran grido
di gioia.
E corsero alla porta.
188 I MISTERI DI NAPOLI

XII,

Un doloroso spettacolo si offerì allo sguardo di quella famigliuola.


Gesualdo era trasportato su le braccia da un uomo.
Era questi il calessiere di Sant'Antimo.
– Questo pover'uomo è ammalato – disse il carrettiere andando
a deporre l'infermo sul lettuccio – Mettetegli addosso quanti più
panni potete, buona giovane. Il paesano ha la febbre. sta male.
— Dove avete incontrato papà Gesualdo? – domandò Marta con
gran premura al calessiero.
– L'ho incontrato a... poco lungi– rispose questi, ricordandosi
in un baleno della raccomandazione che il paesano aveva avuto il
pensiero di fargli sul silenzio da tenere in quanto al luogo dov'eglino
si erano incontrati e dal quale erano mossi.
Il calessiere die'un'occhiata intorno a sè , e parve commosso di
quella miseria estrema. I fanciulli pallidi, tremanti pel freddo, aveano
la cera di affamati.
– Buona giovane– disse il calessiere di Sant'Antimo alla Marta,
cui forse egli credea figliuola dello infermo—Scusate, veh , se mi
piglio certe licenze che non dovrei. Ma che volete? Noi altri cales
sieri abbiamo la mala riputazione di essere la peggior razza di ma
landrini; e, con tutto questo, abbiamo talvolta un cuore qua entro
alla cassa. Mi avvedo, scusate, veh ! , che qui non ci è da scialare,
e la malattia di questo poveruomo non è cosa da prendere a gabbo.
Pigliate; non è gran cosa... Siamo pezzenti , straccioni; ma in certi
casi si fa di meno d'una bevuta e si soccorre il prossimo cristiano.
Pigliate, pigliate, buona giovane... serve per le medicine.
E, ciò dicendo , metteva nella mano di Marta due pezzi di rame
da cinque grani ciascuno.
- Mi spiace – ei soggiunse – che non posso prestarvi un po' di
aiuto per assistere questo povero paesano. Ma, se mi riesce, tor
nerò... Fatevi cuore, bella giovane, e lasciamo fare a quella Mamma
Immacolata. A proposito, avete una figura della Madonna del Ca–
solare (1)?
(1) Venerasi in questo villaggio nelle circo stanze di Aversa una immagine della Ver
gine Maria, a cui si attribuisce da que' naturali un gran numero di miracoli.
LA MAL'ARIA 189

– Non l'ho, buonuomo – rispose Marta, ch'era distratta e agitata


dallo stato in cui vedea il fittaiuolo.
– Peccato ! – esclamò il calessiere – Ei bastava che voi aveste
messa la figura della Madonna del Casolare sotto l'origliere dello am
malato per che lo avreste veduto risanato in poco d'ora. Ma se
potrammi riuscire di far quivi una scappata, andrò a farmi dare una
immagine benedetta, e la vi recherò al più presto.
–Grazie, grazie, buon'uomo; Dio vi renda la carità.
–Santa notte, la giovane– disse alla perfine in atto di accomia
tarsi il servizievole condottiere del calesse – Se avete bisogno del
l'opera mia, mandate senza cerimonie a Sant'Antimo , e domandate
del calesso numero 88.
Ciò detto, si partì.

Quella notte, il calessiere di Sant'Antimo dove' dormire assai pla


cidamente.
196) I MISTERI DI NAPOLI

XIII

Per mezz'ora allo incirca Gesualdo non die' segno di vita. Stec
chito, raffreddato, bianco in viso come il marmo, colle labbra color
del piombo, egli dava sembiante di morto.
Lasciamo di dipingere lo stato di quella povera famigliuola...
Fu una scena che avrebbe lacerato il cuore... I tre figliuoletti chia
mavano ad alta voce il babbo; e, però che non sentivano la sua voce,
metteano grida e lamenti altissimi.
– Il babbo è morto !... è morto ! Madonna! Madonna! e come fa
remo? come faremo ? Chi ci darà del pane? Uh! il babbo non ri–
sponde!... ha chiusi gli occhi. Se n'è ito in paradiso a trovar Gesù
Cristo e la Madonna... Uh! e come faremo noi ?
Queste parole, intramezzate da pianti e da singhiozzi, risuonavano
per quella misera stanza...

Oh quanto è sublime la carità! Quali celesti ispirazioni essa at


tinge nelle fonti di amore che sono per essa inesauribili ! Come non
isfugge ad essa veruna cosa! Come in difetto di altro sa trovare pa–
role consolatrici per ogni sventura, per ogni sofferenza, per ogni mi
seria!
Profumo divino, la carità avvicina a Dio la creatura, e raddolci
sce la piaga, atrofizza il dolore.

Quando Marta esercitava questo nobile istinto della sua natura, la


carità, era una poesia. Tutta l'anima sua si diffondeva in una feb
brile operosità del bene. Nessun pericolo, nessun disagio, diremo
anche, nessuna renitenza l'arrestava... -

La carità non ha sesso: è l'homo complessivo,è l'umanità, è Dio


nella sua più visibile manifestazione.
Ogni uomo ha un tesoro a spandere su la terra , il suo cuore.
Quelli che monopolizzano questo tesoro per se stessi o per una parte
di sè, i figliuoli, son dammeno del vegetale, che traspira ossigeno a
pro della umana respirazione.
La misera abitazione di Gesualdo non offeriva nulla che potesse
arrecare alcun aiuto allo stato dello infermo.
LA MAL'ARIA 191

L'unico letto nel quale poneasi a giacere la sera il fittaiuolo con


tutti e tre i figli non avea che uno straccio di coperta.
Marta si spogliò tutta per coprire co' suoi panni la gelida persona
del fittaiuolo: non avea più indosso che una camiciuola di tela, e un
gonnellino. C

Si adoperò con tutt'i mezzi possibili a richiamare un po' di calore


nelle intorpidite membra del vecchio...:
Un po' di brodo avrebbe forse ridonata la vita a quello infelice pa
dre di famiglia...
Come procurarsi un po' di brodo ?
Un pensiero le corse alla mente... Ella raccapricciò dapprima; ebbe
un momento di titubanza... e poscia... aprì l'uscio e disparve...

Sublime eroismo che sarà soltanto compreso dagli animi nobili e


sensitivi... -

Non passò un terzo d'ora, che ella ritornò senz'anedito e tutta


tremante di freddo in mezzo a'bambini, ch'erano ormai rimasti immo
bili e stupiditi guatando l'incadaverito genitore.
Marta avea le guance solcate di lagrime. Nella sinistra mano aveva
il lanternino; qualche altra cosa nella mano dritta. -

Un pollo sgozzato... la sua gallina nera...


Se Dio le avesse imposto il sacrificio di sgozzare un'amatissima
suora, non saria stato maggior dolore per la povera giovane...
Quella gallina non aveva opposta la minor resistenza alla mano
della vecchia Restituta che l'avea tolta dal sonno ch'ella faceva a fianco
della sua compagna...
La povera bestiuola mandò anzi un piccolo grido di gioia, per
ciocchè i suoi occhi aveano rimirata la dolce amica.
Quando Restituta ricevè da Marta il comando di sgozzare la gal
lina, credè che la giovane fosse impazzata, tanto più che l'avea ve
duta ritornare senza la veste e lo scialletto.
- Oh santa Vergine! Oh santa Vergine! – ella esclamava figgendo
i suoi occhi sul volto della giovane – E che sarà mai ?
Marta si era coperta la faccia colle mani per non vedere il cru
delissimo sacrificio. -

In un baleno, la gallina fu spennacchiata da' fanciulli, e messa a


bollire in una pentola di rame...

La mercè del riposo e del confortante calore che aveva alquanto


rianimato le sue membra, Gesualdo aprì gli occhi... e gli affisò con
riconoscenza sul volto di Marta.
«
192 I MISTERI DI NAPOLI

Il vecchio movea le labbra, ma non giungeva ad articolar parola...


La sua mano tremante e agghiacciata cercò quella della giovane...
la toccò... non ebbe la forza di stringerla...

Quando la pentola bollì, Marta la scoprì...


La misera gittò un grido di dolore, e poco mancò non tramor
tisse.
Avea veduto il catriosso della infelice sua amica, che avea data
la sua vita per salvare forse quella di un povero padre di famiglia.
La bevanda vitale fu riversata in una scodella , e appressata al
labbro del moriente... che la sorbì con tal voluttà, che per la pri
ma volta in sua vita Gesualdo ebbe gli occhi inondati di lacrime.
Quel misero NoN AvEA MAI GUSTATA la soavità d'un brodo di pollo...
Quelli a cui queste parole giungeranno incredibili non conoscono
la povertà de' nostri villici. -

Il supremo conforto della calda e ristorativa bevanda sembrò aver


ridonata la vita al vecchio fittaiuolo, che, dopo essersi disfogato in
copiose lacrime, ritrovò il moto delle braccia e delle gambe... e ri
trovò la parola.
Gesualdo strinse al cuore la Marta e più volte la baciò, dandole i
nomi di figlia, di angelo, di santa, di madonna.
E per uno slancio di gioia e di riconoscenza, perchè Marta avea
serbato loro il genitore, i tre fanciulli vollero anch'essi disfogarsi in
baci ed in carezze colla loro santa amica.
Marta ribaciò que'fanciulli, gli accarezzò , disse loro tante bellis
sime cose...
– Dio sia tre volte benedetto per aver creato un cuore come il
tuo, o santa fanciulla ! – disse Gesualdo, il bestemmiatore.
Il vecchio pregò Marta che desse il resto del brodo e la gallina
a'suoi figli. La giovane appagò il desiderio del fittaiuolo; ma volle
serbare un po' di brodo e un poco di carne pel dì vegnente.
- Domani avrete bisogno d'un ristoro , papà Gesualdo – disse la
giovane.
Il vecchio sorrise.
– Domani ! – egli esclamò con voce cupa–Domani !... Non senti
laggiù sul pino la voce di comar Caterina ? Domani, le mie ossa ri
poseranno nel cimitero....... Dio sia lodato e tre volte benedetto che
non mi ha fatto morire nel mezzo della strada... Dite alla marchesa
che l'incumbenza da lei 'datami è stata eseguita colla maggiore pun
tualità. Pregatela che abbia compassione de' miei figliuoli. Son
nati tutti e quattro su queste zolle bagnate da'sudori della mia fronte...
LA MAL'ARIA 193

Pregatela che dia loro un tozzo di pane, tanto da non far loro male
dire ogni dì, come ho fatto io, il giorno della loro nascita....... Do
mani, tutto è finito. Dio sia lodato e benedetto!. Non più freddo che
ti geli il sangue nelle vene; non più ardenti raggi della canicola che
ti abbruci il cervello; non più febbri terzane che ti succino le vene
e ti mettano i ribrezzi nelle ossa ; non più fame che divori i suc

Cecatiello nulla capì dapprima di quelli strani abbracciamenti, da cui


cercava divincolarsi.

chi dello stomaco ; non più il tormento di vedere affamati i fi–


gliuoli e non avere un pezzo di pane inferigno da porre intra i loro
denti; non più insetti divoratori delle carni che ti tolgano anche alla
dolcezza del sonno; non più grandini, alluvioni, rovai furiosi e tem
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 14
194 I MISTERI DI NAPOLI

peste d'aria che ti distruggano in un giorno le fatiche d'una stagione


e le speranze d'una ricolta; non più la vista di esosi padroni ben
pasciuti, alteri, senza visceri umane, e la cui voce è una sferza che
ti batte, una corda che ti fa sanguinare il cuore; non più il mole–
sto pensiero dell'estaglio, del cànone, dell'annata, che ti sugge fino
all'ultima gocciola di sangue; non più tutto questo inferno a cui fum
mo da ignoto giudice condannati senza remissione e senz'appello...
Domani riposerò sotto il fico del cimitero. Venti anni fa lo piantai
colle mie mani, quel fico. È mio figlio. Domani , mi accoglierà
sul suo cuore....... Dio sia lodato e benedetto tre volte che ha creato
la morte!

Dopo questo discorso, Gesualdo cadde in una grande prostrazione


di forze...
Marta cercò di richiamare la mente del villico a più sereni e re
ligiosi pensieri...
–Di', Marta – diceva il vecchio cogli occhi spalancati su la giova
ne che gli si era messa a seder daccanto, mentre i tre fanciulli erano
cascati a sonno, e Marta gli avea distesi come tre cadaverucci a pie'
del moriente – Di”, Marta, credi tu che Gesù Cristo avrà misericor
dia dell'anima mia ? Mi perdonerà tutte le bestemmie che ho detto ?
– Si, mio buon Gesualdo – rispondea la giovane – voi avete tanto
sofferto ! avete portata la vostra croce e ben pesante. Tra cento
anni, quando morrete , vi spetterà la corona de'martiri della vita...
Il paradiso è ripieno di quelli che furono poveri e sventurati in su
la terra.
Gesualdo sorrise.
– Tra cento anni ! – ei mormorò – forse tu intendi tra cento
minuti ?..
Poscia soggiunse:
– Purchè Gesù Cristo non mi faccia soffrire anche nell'altro mon
do, sono contento. Oh se io dovessi anche soffrire nell'altro mondo!
Gesù mio, soffocate nelle vostre braccia questa povera anima mia...
Abbiate pietà di me, de' miei figliuoli, della povera mogliema pazza,
e di quella sconsolata di... Rita...
Parve che questo nome richiamasse una elegia di tristi ricordanze
alla mente del fittaiuolo, per ch'ei ripiombò nella cupezza del dolore.
Marta avea volta altrove la faccia per non farsi vedere a piangere.

Poco stante, Gesualdo ripigliò la parola:


- Oh! se io potessi rivedere mia figlia Rita e darle l'ultimo ba
cio, morrei contento !..
LA MAL'ARIA 195

– Domattina – disse Marta – faremo di mandare qualcuno a Giu


gliano per far nota a Margherita la vostra malattia.
Gesualdo scosse le spalle in atto d'incredulità.

In questo fu udita una voce soffocata...


Il letto si agitò per poco.
– Babbo! babbo! e perchè ne lasci ?– dicea quella voce.
Era Aspreno che parlava in sogno.

Poco appresso , Gesualdo chiuse gli occhi e cadde in un letargico


sopore.
Allora, tutto fu silenzio in quel tugurio...
Marta sola vegliava...
No, non era sola.
Dio vegliava con lei.
196 I MISTERI DI NAPOLI

XIII

Quando la prima luce dell'alba entrò a disegnare più nettamente


que' profili, Marta si avvide che Gesualdo era presso a toccare il ter
mine della sua giornata...
Una specie di singulto convulsivo dava di tempo in tempo un sus
sulto allo sterno del moriente...
Più volte Marta il chiamò a nome... Ogni volta che la voce della
fanciulla colpiva l'orecchio del fittaiuolo , questi apriva gli occhi, e
affisava uno sguardo d'inesprimibile angoscia primamente su la gio–
vane, e poscia su i tre figliuoletti che dormivano ancora su lo stesso
suo letto...
Marta pensò di mandare dalla signora marchesina donna Maria
Amalia per darle conoscenza della malattia gravissima del fittaiuolo
e impetrare dalla carità di lei che mandasse un medico e qualche
soccorso per medicine ed altro abbisognevole. -

In pari tempo ella pensò ch'era indispensabile far apprestare al


l'infermo que' sacramenti onde la religione cristiana dispone le anime
al passaggio di questa vita all'altra. -

Bisognava anzi tutto ridestare i fanciulli, non potendo la sola sua


opera bastare a tutto...
Dapprima, svegliò Aspreno, il più grande...:
– È d'uopo recarsi dalla signora marchesa per darle nuova della
malattia del babbo e pregarla perchè mandi un medico e del dena
ro – disse Marta al fanciullo – Ma tu ne andrai pure alla parroc
chia...
– Per far che ? – domandò il fanciullo.
– Vorresti far morire come un eretico il babbo?
– Morire!... Ah dunque il babbo si muore ! – esclamò il piccino
cogli occhi rossi di lacrime...
– Dico per dire; ma è sempre buono trovarsi apparecchiato a com
parire dinanzi al Signore Iddio.
– Ma tu sai, Marta, che babbo non può vedere i preti. Come po
trò io menarne alcuno qui a casa? E s'ei non vogliano venire per
chè ei dicono che babbo è scomunicato?
- Tu ne andrai fino ad Aversa, figliuol mio. È indispensabile
LA MAL'ARIA 197

che papà Gesualdo faccia la sua confessione e si cibi del pane degli
angioli.
– Farò quel che tu vuoi, Marta – disse il fanciullo — ma, in
nanzi, dammi da mangiare, la Marta... ho fame , ho freddo , e ho
da fare sì lungo tratto di cammino.
Marta gli die'un pezzo di pane e un po' di latte ch'essa avea com
perato al far del giorno.
– Fa di ritornar presto, Aspreno , e sta attento ; non ti svagare
per la via – dissegli Marta – Se la signora marchesina ti darà del
denaro pel babbo, e tu recalo incontanente. Capisci ? Io non ho più
che pochi tornesi in saccoccia ; e bisogna provvedere a ciò che il
babbo potrà aver d'uopo, e pensare a un po' di merenda per voi altri.
Fatte queste ed altre cotali raccomandazioni al fanciullo , questi
stette alcun poco a riguardare il babbo che sembrava tutto già da
morte irrigidito...
– Marta – disse a bassa voce alla giovane in atto di valicar la so
glia dell'abituro — Se il babbo... chiudesse gli occhi... per non più
riaprirli , e tu non dimentica di farmi benedire assieme agli altri
fratelli.
– Non pensare a questo, Aspreno – risposegli Marta cogli occhi
bagnati di lacrime – Non abbi timore. Il babbo non se ne andrà
perora. Va, cuor mio, e ti accompagni la Vergine Santa....... La via
d'Aversa è sempre dritta... Non ismarrirti..... Se per avventura tu
non riconosca il cammino , domanda a qualche villico che ti abbia
sembianze oneste.

Aspreno partì.
Intanto, i caratteri della morte si andavano sempre più disegnando
su la faccia del fittaiuolo...
Marta non ignorava che Gesualdo aveva una grande antipatia pei
preti, i quali per poco non erano riusciti a farlo scacciar via da Ca
sal del principe.
Ella sapeva eziandio che più volte i preti gli aveano minacciato
di mandarlo a seppellire co'torchi di pece, giacchè prevedeano che
il fittaiuolo sarebbe morto senza sacramenti.
Questo pensiero addolorava la giovane.
Ella ebbe un'idea.
Si appressò al letto dell'infermo, e, levando un po' la voce, gli disse:
– Papà Gesualdo, vorreste fare un piacere alla povera Marta che
vi ama qual secondo suo padre ?
Il vecchio non rispose, ma ricercò la mano della giovane e gliela
strinse debolmente. -
198 I MISTERI DI NAPOLI

Era un segno di assentimento alla domanda di lei.


– Grazie , papà Gesualdo. Vorreste fare le ore di Dio, non già
perchè sia vicino il termine de'vostri giorni, ma per implorare la
grazia della salute dell'anima e del corpo ?
– Si – proferì distintamente il vecchio–ma le vesti nere mi fanno
paura... Resta tu al mio fianco, o santa Marta, e la mia anima sarà
salva, e la morte non mi farà spavento...

Francesca e Nazario , colla levità naturale a quella età fanciulle


sca, si erano seduti a terra a pie' del letto, su cui era vicino a tra–
passare il loro povero padre , e spensieratamente faceano girare una
trottola. -

Un altro personaggio era venuto in quella misera stanza.


Colomba l'idiota.
Allorchè costei gittò lo sguardo sul moriente, ruppe in una gran
risata.
E risero anche i due fanciulli.
L'idiotaggine è fanciullezza penosa a riguardare e a sentire.
La fanciullezza è idiotaggine che fa piacere a guardare e a sentire.
Colomba si appoggiò al confine del letto, e dava un occhio scem
pio ora al moriente , ed ora a' due piccini che ruzzavano seduti in
sul suolo.

Il terribile momento sembrava avvicinarsi rapidissimamente.


La giovane volse al cielo uno sguardo.
Era un'accettazione rassegnata e modesta della parte solenne a cui
era chiamata...
Gesualdo sorrideva: parea così felice di avere alla sponda del suo
letto un angelo per assistente.
Era una veste bianca e non nera: gli occhi dello infermo ne erano
rallegrati.
Era una donna, e non un uomo : il cuore n'era consolato...
Erano la virtù, l'innocenza, la carità, tre figliuole di Dio, che as
sistevano il moriente... Come non dischiudersi il cielo ?
Gesualdo ebbe un'ora di felicità su la terra: quella della sua agonia.

Marta staccò il crocifisso dalla parete, lo appressò all'infermo , e


gli disse :
– Papà Gesualdo, volete baciare la croce di Gesù Cristo a testi–
monianza di rassegnazione e di pentimento ?
- Io non posso baciare la croce di Gesù Cristo – disse il mo–
riente – Il mio labbro bestemmiatore n'è indegno. ---
LA MAL'ARIA 199

– No, papà Gesualdo – rispose Marta – Il buon Gesù guarda al


cuore, e perdona (1).
Gesualdo baciò le dita di Marta invece di baciar la croce...

Dopo ciò, il fittaiuolo chiese da bere, ma non gli fu possibile in


gozzare una goccia d'acqua...
Il colse nuovamente il singhiozzo, che avea intermesso di tor
mentarlo.
La sua fine avvicinavasi a gran passi...
Marta si accorse che oramai nulla più speranza era da accogliere
di serbare i giorni dell'onesto fittaiuolo, vittima del proprio dovere
e della mal'aria... Ella comprese che nel cuore del moriente dovea
essere un gran desiderio di rivedere la figliuola Margherita ; ma era
impossibile appagare un tal desiderio. Come avrebbe ella potuto an–
dare insino a Giugliano, dov'era la Rita, lasciando in quello stato il
moribondo vecchio ? E ciò non potendo ella, chi spiccare in sua
vece? - -

Marta ebbe un pensiero, una speranza...


Ogni dì Onesimo veniva da lei...
Non trovandola quella mattina in casa, avrebbe domandato di lei
alla vecchia Restituta. Costei gli avrebbe indicato il sito in cui ella
di presente si trovava...
Marta avrebbe mandato Onesimo a Giugliano.
Intanto ella sperava negli aiuti che la signora marchesa, istrutta da
Aspreno dello stato gravissimo del fittaiuolo, non avrebbe mancato
di mandare alla povera famiglia.
Il vecchio dovea crudelmente soffrire, perocchè le sue dita si rat
trappavano convulsivamente... il petto gli si sollevava a sbalzi con–
citati... e di tempo in tempo ei mettea fuora un grido di dolore.

Erano le otto del mattino ovvero quindici ore a un dipresso, come


dicono i campagnuoli, quando all'usciuolino del povero tugurio si
presentò il giovine Onesimo.

(1) Vedi la figura a pagina 161.


200 I MISTERI DI NAPoLI

XIV.

Onesimo Cipriano–Paolo era un bel garzone a vent'anni...


Era il più bel mugnaio dell'agro aversano. La gagliardia del corpo
congiunta alla vivezza della intelligenza; la semplicità de' costumi di
sposata alla bontà dell'indole ; la innocenza del cuore trasfusa nella
bellezza del sembiante...
Ha chi crede che soltanto la gentilezza del nascimento e la nobiltà
della prosapia dieno all'uman volto un'aria di distinzione , come la
si chiama oggidì con voce a cui si è data una particolare significa
zione: Non è vero. È l'innocenza che stampa dapprima su le facce
degli adolescenti la bellezza degli angioli ; quindi è la serenità del
l'animo, la calma della coscienza, la bontà della indole.
Avea gli occhi larghi e bruni questo garzone, ed erano d'una vi
vacità che spandea la gioia e la vita all'intorno... Ciò non pertanto,
ci era un fondo di malinconia, quando ei gli affisava su le donne e
su i fanciulli. Quando gli affisava su certi uomini, erano due folgori.
La chioma avea lunga e leggiermente increspata, che gli giungea
talvolta su le larghe spalle.
Onesimo avea la forza del leone...
Era una organizzazione perfetta, non guasta da' vizi della vita ci–
vile, da incomposte passioni, da intemperanze... Era vergine di corpo
e di animo.
Di tali uomini non si trovano più che nelle campagne.
Contentandoci di questi rapidi cenni sul giovine Onesimo, sul quale
ritorneremo diffusamente nel corso di questa opera, riprendiamo la
nostra narrazione.

Nel vedere apparire sotto l'uscio della casipola il giovine, Marta mise
un grido di gioia. I suoi occhi brillarono. Onesimo era il sole che
vi riflettea la sua luce.
L'idiota battè le mani per contentezza.
– Marta !
– Onesimo!
Queste due parole furono scambiate tra i due giovani.
Marta era tutto il creato per Onesimo;
LA MAL'ARIA 201

Onesimo era tutto il creato per Marta.


– Papà Gesualdo è vicino a morire – disse la giovine sottovoce
al nuovo arrivato – Egli desidera riabbracciare sua figlia Rita pria
di rendere l'anima a Dio.
– Tra due ore avrò menata qui la figliuola di papà Gesualdo –
disse Onesimo.
E, senz'altro, valicò l'uscio per divorare la via.
– Aspetta, Onesimo... – gli gridò addietro la fanciulla.
Il giovine si fermò di botto.
Perchè lo avea richiamato indietro ?
Crediamo non ingannarci asserendo che fu un lampo di gelosia...
Rita era una bella giovanetta , benchè un serpe avesse strisciato
su questo bel fiore de' campi la sua bava attossicata.
Onesimo doveva accompagnarla per lunghissimo cammino.

Ma questo lampo di gelosia non durò che il tempo appunto che


dura un lampo...
– Va pure– ella disse ad Onesimo.
Questi partì come la folgore.

Marta vedea con angosciosa tripidanza trascorrere il tempo. Ogni


momento poteva essere l'ultimo pel povero Gesualdo.
La marchesa non avea mandato nè il medico nè alcun soccorso.
Intanto, come fare in tanta necessità di aiuti in cui si ritrovava quella
misera famigliuola ? Come accozzare due denarucci per le spese oc
correnti in quel frangente? E se Gesualdo fosse trapassato, con che
comperargli due candele da porgli a' piedi ?
In tali agitazioni era tramestato l'animo della fanciulla... Ma la sua
fede in Dio non veniva manco un solo istante.
Gesualdo più non parlava... Di tempo in tempo le sue sofferenze
gli strappavano un grido di dolore...
Quando gli riusciva d'impossessarsi della mano di Marta, la chiu
deva nella sua con quel pochissimo di forza che gli era rimasta ;
per guisa che ella dovea fargli quasi violenza per dipartirsi dal let
tuccio di lui quando era altrove necessaria l'opera sua.
Così trascorse un'ora.
Ed ecco di ritorno il fanciullo Aspreno , che da Aversa a Casal
del principe avea fatto una precipitosa corsa nel timore di trovar
morto il babbo.
Il fanciullo rese conto della incumbenza affidatagli.
Non avea potuto vedere la signora marchesina perchè questa dama
202 1 MISTERI DI NAPOLI

era ancora a letto : ad un famigliare di lei avea pertanto fatto noto


il tristo caso del babbo ; ed avea pregato quel famigliare di impe
trare dalla signora che mandasse un medico e del denaro, le due cose
che pel momento erano più abbisognevoli. Indi, spiccatosi dal ca
sino della signora marchesa, era volato ad Aversa , non fermandosi
neppure un momento in istrada. Avea mosso incontanente per la par
rocchia in cerca d'un prete – Hai tu addosso i quattrini per noleg
giare una carrozza od almeno un calesso? — Era questa la domanda
che pressochè da tutti i preti gli si facea – Alla risposta negativa
del fanciullo i servi di Dio gli voltavano le spalle.
– Che la tua volontà si faccia, o Signore ! – esclamò la giovane.
E più non pensò che a far lei le veci del sacerdote appo il letto
del moriente.

Frattanto, come nel piccol paese fu sparsa la voce che Gesualdo,


colpito d'una goccia, era agli estremi, parecchi del contado vennero
a casa del fittaiuolo per aver nuove di lui.
Fu la pietà o la curiosità che ivi li trasse? Propendiamo pel se–
condo di questi moventi.
Bensì, non per tutti può dirsi che la visita da lor fatta al fittaiuolo
della signora marchesa fu a mero disfogo di curiosità. Fuvvi al
cuno che s'intenerì alla vista di que' bambini pallidi, macilenti, co
perti appena da pochi cenci, e lasciò per essi due o tre pezzi di rame
o un gruppetto di torneselli.

L'ora della dipartita di Gesualdo da questo mondo era suonata.


Il fittaiuolo si pose in agonia.

Chi può dire quali pensieri visitano la mente di un infermo un'ora


prima del solenne passaggio?
A seconda che si abbassa il telone sul proscenio di questo mondo,
non si eleva quello dell'altro ?
La mente del moriente sogna per poco ancora;... ma quello ch'ei
crede un sogno non è che la realtà che lo circonda...
Quelle figure sì care... sì care... si allontanano, impallidiscono, si
perdono in una fitta nebbia. Eppure , quelle figure non si muovo
no; sono là, presso il suo letto...
Egli è già divenuto un oggetto di maraviglia, di stupore, d'inenar
rabile angoscia e, o Dio ! di... ripugnanza per quelli che furono tanta
parte di sè...
Ne' loro occhi è dipinta la tenerezza straziante pel vivo che sen
va e lo spavento pel cadavere che resta.
LA MAL'ARIA 203

Arriva il momento... supremo momento ! in cui gli occhi spalancati


più non discernono.
La luce, la serena ed ineffabile luce del mondo è sparita, lasciando
nella camera oscura quelle care immagini fotografate.
Dio cancella ad una ad una queste care immagini.
La materia pensa ancora... Pochi altri momenti, e l'essere che pen
sava, che amava , non sarà più che quel fenomeno sempre nuovo e
mirabile che dicesi un morto...
L'edificio di carni e di ossa cade in ruina. Povero spirito trepi
dante e vergognoso della tua nudità, dove ne andrai?
Padre degli uomini , oh quanto sublimi esser denno i misteri di
tua bontà in quella terribile ora della tua creatura!
Sotto le ali della tua misericordia, il giusto si addormenta per ri
destarsi in un mondo migliore.

Erano circa le undeci del mattino allorchè l'usciuolino della casa


del fittaiuolo fu violentemente spalancato; e una giovane , che avea
il viso bianco come la cera e i capelli raggruppati in disordine sotto
una pezzuola che a mo' di cercine le avvolgea la testa, si precipitò
verso il letto del moriente, gridando :
– Oh mio babbo ! mio povero babbo!
Era Rita, la prima delle figliuole di Gesualdo.
Onesimo si era fermato appo l'uscio.
Una rapida occhiata scambiata fra lui e Marta fu una domanda e
una risposta...
– Lodato sia Dio ! – disse tra sè il giovine, a cui sarebbe stato
rammarico acerbissimo l'essere giunto colla Rita troppo tardi.
Gli occhi di Gesualdo affisarono la figliuola; e parve che un rag
gio di gioia brillasse in quella pupilla già cadaverica.
E questa fu l'ultima manifestazione di vita e d'intelligenza che
die' quella massa che fu già il corpo di Gesualdo.

Pochi momenti erano appena elassi dallo arrivo di Rita ; e Marta


fe'cogli occhi un cenno ad Onesimo...
Poscia menò via, sotto un pretesto, i tre fanciulli e la Rita.
Gesualdo avea renduto lo spirito a Dio.
Egli era morto tra una martire ed un angelo, Rita e Marta, che
gli chiuse gli occhi...

Poco stante, un altro personaggio entrava nella casipola, dove testè


avea esalato lo spirito un giusto... -

Era Cecatiello.
204 I MISTERI DI NAPOLI

Cecatiello arrivava in quel momento da Napoli.


Egli conoscea Gesualdo e la costui famiglia: rimase di sasso nel
trovar morto il povero fittaiuolo.
– Da quanto tempo è spirato questo brav'uomo? – dimandò Ceca
tiello al giovine Onesimo, che si occupava dell'ultima vestitura del
ImOrt0,
– Non è che un quarto d'ora – rispose Onesimo.
– Dov'è quella santa di mia figlia?
– Marta ha menato seco gli orfanelli: probabilmente, gli avrà ac
colti in casa sua.
– Si è pensato per comperare due candele da allumare a' pie' di
questo brav'uomo?
Onesimo rimase interdetto.
– Ci abbiamo pensato, papà Serafino ; ma...
– Ma... che ?
– Io non posseggo neanco la croce del treccalli; e la povera Marta
ha speso da ieri sera in qua i pochi denaruzzi che avea.
– Povera santa ! – esclamò Cecatiello – E la signora marchesa ?
Onesimo alzò le spalle.
– Ci si è mandato.
– Bene ?
– Bene. La signora marchesina dormiva, e forse dorme ancora...
Quando si desterà, nissuno le farà noto che il suo fittaiuolo è morto,
dappoichè la signora marchesina soffre co' nervi, e non può sentir
parlare di morti senza risentirne un gran male al cuore. Che ne dite,
papà Serafino ?
Dette queste parole, Onesimo si pose a ridere...
Quel riso avea qualche cosa di lugubre, di terribile... Onesimo, così
serio, rideva mentre vestiva il cadavere di Gesualdo...
– Dico che questi signori non hanno nè anima nè cuore, e che
ben fa chi ruba loro... E questi Massa Vitelli son tutti così...
– Parlate sotto voce, papà Serafino – disse Onesimo , il cui riso
era sparito come un baleno, sostituendovisi invece una gran nube di
tristezza –Questa terra, quest'aria, questo cielo appartengono a' Massa
Vitelli,
LA MAL'ARIA 205

– Puh! – sputò Cecatiello – la roba appartiene a chi se la piglia


e a chi ne gode... ecco tutto.
Era questa l'essenza della scienza economica nel mo' di vedere del
nostro Cecatiello.
– Ma di presente occorre trovar modo di comperare due candele
da porre a pie' di questo cadavere – soggiunse Cecatiello – Andrò io
dallo speziale. E tu resta, Onesimo. Non abbandonare il povero
Gesualdo. Sarò quì colle candele tra dieci minuti.
Cecatiello ripose in sul capo il cappello che si era tolto dinanzi al
morto, e riprese la via dell'uscio...
Trovò su i pochi gradini che dividevano l'uscio dalla strada una
mano di furfantelli, fanciulli senza nome, senza famiglia, funghi che
nascono, diremmo quasi, senza padre e senza madre, tanto. i genitori
si affrettano di abbandonare a madre natura questi naturali prodotti.
Si ritrovano questi figli della campagna lungo le siepi, i pantani,
i rivuli, su i cigli de' campi, nelle vallate. Vivono come gli uccelli.
Tutta la terra è proprietà loro. I frutti che caggion dagli alberi, le
erbe parassite, i racimoli acerbi delle viti, formano il loro nutrimento.
Rubano sempre che possono. Non si espongono ad altro pericolo
che ad avere uno scappellotto dal colono.
– Che fate quì, furbacchiotti ? – domandò Cecatiello nel vedere
accolti que' piccoli selvaggi appo l'uscio del fittaiuolo estinto.
– Siamo venuti a piangere il morto – rispose l'un di loro – se ci
si darà un treccalli per ciascuno.
Era questa la costumanza nelle campagne.
– Non ci è bisogno di voi, monelli – disse Cecatiello – Per mala
sorte, ci ha molti qui che piangeranno il morto. Andate alla malora.
– Dàcci qualche cosa, papà Cecatiello – disse un altro di quelli
scamiciati – Abbiam fame.
– Chi non fatica, non ha dritto a mangiare – disse il nostro omet
to , che aveva a mente un buon dato di massime e di sentenze , le
quali egli sapeva all'uopo applicare.
Que' tristanzuoli se ne andarono di mala voglia; e come Cecatiel
lo , richiuso l'uscio , pigliò una via , quelli si posero per un'altra ,
voltandosi di tempo in tempo per fare alcuno scherzo ingiurioso al
l'uomo che gli avea discacciati.

– Bisogna comperare due candele al povero Gesualdo — dicea tra


sè strada facendo il padre di Marta.
Ma ei parea che un pensiero lottasse nell'animo suo con questa
buona intenzione.
206 I MISTERI DI NAPOLI

Il denaro ch'egli aveva in saccoccia non era di legittimo acquisto.


Non si saria potuto tener offeso il morto che gli si allumassero ai
piedi due ceri comperati col frutto di una ruberia ?
Dacchè Cecatiello era padre , avea cominciato a stimare la virtù e
gli uomini da bene. E Gesualdo era stato sempre onest'uomo.
– I morti sanno quello che i vivi talvolta non sanno –dicea tra
sè il ladro – Papà Gesualdo preferirà senza dubbio di restare senza
ceri che brucino a'suoi piedi anzi che vedersi accese dinanzi due candele
rubate , giacchè tanto vale l'averle comperate con quattrini rubati.
No, no, non mi esporrò di sentirmi afferrare pe' capelli dal morto alla
presenza di mia figlia. Figuriamoci ch'egli avrebbe ben cento canne
di ragione a spezzarmi sul cranio quelle candele. Andiamo da Marta...
Prenderemo da lei una buona ispirazione.

E così fece. Trasse addirittura a casa la figliuola, dov'era raccolta


la famigliuola del morto fittaiuolo.
Rita non piangea....... Quanto di più doloroso può essere in su le
umane sembianze, era scolpito su la faccia di questa giovane...
Appoggiata a' ginocchi della suora stava Francesca...
Aspreno e Nazario stavano dappresso a Rita , immobili , con visi
di cera...
Suonava il mezzodì,... Aveano fame.
Marta era fuori...
– Dov'è mia figlia? – domandò Cecatiello alla vecchia Restituta.
– È ita al casino della marchesa per cercare di commuoverla su
la sorte di queste creature...
–Simil gente non si commove giammai – disse Cecatiello – Or
va , la vecchia , e compra alla taverna di Biase un tarì di fagioli
cotti, due rotola di pane, e quattro caraffe di asprino. Ho anch'io
una fame che avanza il credibile. Sono qui venuto con un curri
colo che mi ha fatto digerire gl'intestini.
Ciò dicendo, mise la mano nel taschino del suo corpetto bianco e
ne cavò un pezzo di argento da sei carlini che porse alla vecchia.
Aspreno e Nazario misero un gran sospiro digioia... Francesca guar
dò la suora, quasi per dirle – Via, confortati, sorella; or avremo dei
fagioli, del pane e dell'asprino...
Ma Rita non era più che una statua di gesso... -

Cecatiello si fermò nel mezzo della stanza, e si pose a guardare


sottocchi quella sventuratissima.
–Ohè , Rituccia – le gridò pel capo quel rozzo che aveva un
certo suo modo particolare di racconsolare la gente – Vedi un poco,
bimba mia; sta attenta a non fissarti molto sovra un guaio che Quel
LA MAL'ARIA 207

di su ci manda: la pazzia è scabbia paesana che attacca in ispezia


lità le femmine....... Gli è vero che il babbo, Domineddio non ce lo
dà due volte; ma si sa che noi ce ne dobbiamo andar prima di voi...
E che si guadagna, neh, avivere qualche anno di più ? Gesualdo non
era vecchione , ma era un povero cuoio tartassato da tante batoste,
che certamente non potea fargli piacere il contare un altro miglia
retto di giorni di sofferenze e di guai. Pensa che tu devi essere la
mamma di questi pulcini rimasti senza la chioccia. È vero che da
quel dì..... tu sei stata sempre malinconica e scura in viso siccome
un venerdì santo ; ma ei bisogna darsi coraggio , bella mia....... E ,
quando veramente ei non si può più tirar la corda , si accende un
po' di mirto e di carbonigia in una stanza ben chiusa , e si muore
come la signora Maria Arcangela col marito e colla cognata, asfissiati
giorni sono a S. Maria di Capua. Ma sempre che possiamo far le fi
che al destino, facciamogliele... Ora tu, Rituccia mia, rizza il capo;
fallo per la mia povera santa figlia, che ti vuol tanto bene.
A queste ultime parole Rita sollevò il capo, e sembrò che andasse
cogli occhi in carca di Marta.

Restituta ritornò col paniere zeppo di roba da mangiare.


I fagioli cotti nell'olio davano esalazioni così appetitose , che per
un moto naturalissimo a quella età i due fanciulli corsero a dare un
occhio nel paniere...
Così avrebbe fatto anche la Franceschina, dove non le fosse pa
ruto brutta cosa il lasciare anche per pochi istanti la suora...
– Ohè, ohè, affamatelli – prese a dire Cecatiello – non vi avvi
sate a toccar niente, se prima non ritorna la santarella.
- Si, signor Serafino – rispose Aspreno arrossando –noi voglia
mo aspettare la Marta; non è vero, Checca ?
La fanciulla proferìun si che fu appena indovinato dal movimennto
del labbro.

Dopo un terzo d'ora ritornò Marta. Parea che avesse fatto una cor
sa: il suo respiro era corto e affannoso. Recava nel grembiale qual
che cosa da mangiare.
Ella abbracciò il babbo, che le diede due baci su la fronte...
- Donde vieni, santarella ? – le dimandò Cecatiello.
–Vengo dal signor Starkes.
– Dal tedesco ?
– Per lo appunto.
– E perchè sei andata da questo ebreo?
- Per farmi anticipare una mezza settimana.
208 I MISTERI DI NAPOLI

– E te l'ha data ?
– Mi ha dato due tarì, invece di 48 grani.
– Ebreo fetente ! – esclamò Cecatiello.
– Babbo ! – disse quella santa – Non istà bene che tu dica pa
role ingiuriose a quell'uomo , e poi nel momento ch'ei mi ha reso
un gran servigio.
– Bel servigio davvero !Tenersi otto grani d'interesse per tre giorni
su la tenue sommetta di quattro carlini , Rubare così le fatiche di
questa santa! E tu non vuoi che io lo chiami...
– No, no, babbo, ten priego. Nostro Signor Gesù Cristo ci co
manda di amare quelli che ci fanno del male.
– Si, non mancherebbe altro che tu ti avvisassi di amare il signor
Starkes!
Marta sorrise.
– Fatto è – ella soggiunse chinandosi quasi all'orecchio del babbo
per non farsi sentire dalla Rita – che se il signor Starkes non mi
avesse anticipato quattro carlini, io non avrei potuto comperare due
ceri al povero Gesualdo e provvedere per un po' di merenda a que
Ste Creature. -

Ciò dicendo , ella mettea su un tavolo il gran cartoccio che avea


recato. - -

– A questo avevo io già pensato. Non senti nessun odore in que


sta stanza? Via su, Marta, stendi la tovaglia su quel tavolo. Non
vedi che facce di affamati hanno questi monelli? Ed io, per san.
E si dette una spalmata su la bocca per non farsi scappare il santo
che stava per traboccare. -

Marta distese sul tavolo una tovaglia di bucato; indi andò a pren
dere un batuffoletto di piattelli di creta e due o tre bicchieri di ve
tro e una mezza dozzina di cucchiai di legno che ella stessa inta
gliava.
Il tutto era d'una estrema povertà ma di una estrema nettezza.
Mancavano le sedie: vi supplirono le asserelle del letticciuolo.
Tutti presero posto, tranne Rita.
Fu quasi necessità che Marta le facesse violenza per farla sedere a
tavola...
La sua faccia aveva il colore del marmo venato.
Di repente, una fiamma le investì il viso, e i suoi occhi brillarono
d'un fuoco febbrile...
Su la soglia della stanza era apparso qualcuno.
Era il giovine Onesimo.
LA MAL'ARIA 209

XVI.

La signora marchesina donna Maria Amalia avanzò in generosità


ogni aspettazione.
ll domani della morte di Gesualdo, essa mandò agli orfanelli si
cARLINI per ciascuno pel lutto,

- L

| |
|||||

- -------------
|-----------------

- Babbo, uccidimi. – mormorò la misera (Rita) coprendosi il volto


colle mani. -

Rita non era stata compresa in questo atto di gran munificenza.


Non contento di ciò, il cuore liberalissimo della marchesa non con
MASTRIANI - I Misteri di Napoli 15
210 I MISTERI DI NAPOLI

sentì che i tre fanciulletti venissero posti in mezzo alla strada, e di–
spose che per tutto quel mese di gennaio seguitassero ad abitare nel
tugurio dove aveano fin là abitato col povero lor genitore.
Nota bene che Gesualdo era morto il 22 gennaio ; il che signifi–
cava che que'tapinelli non aveano a restare nell'antica casipola che
altri nove giorni.
E poi si dice che i ricchi non hanno cuore!
Rita rimase questi altri giorni co'fratellini a Casal del principe ,
dappoichè que' miserelli si aombravano a star soli la notte nel loro
tugurio.
Il babbo morto lor facea paura.
Anche Cecatiello era rimasto a Casal del principe; ma non dormiva
sotto lo stesso tetto di Marta.
La mattina, allo spuntar del giorno, iva a prendere la figliuola per
accompagnarla a Caivano, dov'essa lavorava alla macerazione del ca
nape; poscia tornava a Casal del principe per tenere un po' di com–
pagnia alla vecchia Restituta, alla Bianca e al Rosso, e per dare un
occhio a' pulcini di papà Gesualdo, che se n'era ito a marcire nel
cimitero.
Cecatiello faceva un grazioso tiro a que'bambini ogni mattina.
Essi venivano a starsene la mattina dalla Restituta, e poscia ritor
navano al loro abituro, quando suonava il mezzodì.
Fin dal giorno appresso a quello della morte del babbo essi aveano
usato così...
E fin dal primo dì, mettendo il piede in quella unica stamberga,
un prodigio li aspettava.
Eglino trovavano in su l'unica sedia nel mezzo della stanza una sco–
della con entro una minestra ben calda...
La prima volta s'inginocchiarono alla vista di questo prodigio.
– È il babbo che ci manda questo cibo dal paradiso – disse Fran
CGSC2,

La mattina appresso, Cecatiello dimandava loro :


– Che cosa trovaste ieri nella scodella?
E i fanciulli gli davano contezza di quel che aveano trovato nel
piattello. - -

- Papà Serafino – domandò Aspreno – non è vero che è il babbo


che ci manda da mangiare dal paradiso ?
- Si, si, figliuoli miei – rispose Cecatiello – il povero Gesualdo
pensa a voi anche dal paradiso. -

Non è a dire come questa misteriosa permanenza dello estinto ge


LA MAL'ARIA 211

nitore sotto l'antico suo tetto mettesse nel cuore di que' piccini una
sterminata paura, perch'essi di notte si restrigneano l'un coll'altro
nello stesso lettuccio dov'era spirato il buon Gesualdo...
E Rita non ritornava ancora a Giugliano.
Erano scorsi quattro giorni.
Una mattina, que' bimbi trovarono, oltre della solita minestra, un
grosso popone e una resta di mozzarelle d'Aversa sospesi ad una delle
travi della impalcatura. Quando ciò ei dissero il dì vegnente a Ceca
tiello, questi fe'un moto di sorpresa e disse tra sè :
– Ci è un altro provveditore. Scommetto ch'è Onesimo.

Un'altra mattina, alla solita dimanda che Cecatiello faceva a que


gli orfanelli, Aspreno rispose :
– Abbiamo trovato la scodella, ma non la minestra. Altri l'ha
mangiata per noi... Un gatto si sarà introdotto nella nostra stanza.
Cecatiello fu sorpreso e dolente di questo fatto.
Il giorno appresso, la stessa dimanda, la stessa risposta.
– Per San Gennaro, ch'io vo' vedere s' egli è il gatto che si di–
verta a mangiar la minestra di queste anime di Dio.
E il dì seguente si pose, non visto, alla vedetta...
Quattro scalmatucci, di quelli che Cecatiello avea cacciati via come
cani scabbiosi il dì che morì Gesualdo, si erano ficcati nella casipola
degli orfani. -

Nel momento che si accingevano a regalarsi di quel banchettuccio


ch'essi aveano scoperto da qualche giorno e chetrovavano imbandito
in su lo stallo della sedia, si spalancò l'uscio ch'essi lasciavano soc
chiuso appena, e,
— Ah ! mariuoli, vi ci ho colti! E chi vi ha insegnato a rubare
la minestra del poverello? – gridò Cecatiello il ladro (1).
E levò il bastone per colpire quelli mascalzoncelli; ma un pensiero
rapido come il baleno fece abbassare la mazza.
Aveva egli, ladro, il dritto di colpire que'ladruncoli ?
– Papà Cecatiello – disse l'un di loro — perdonateci. Abbiamo
fame.
– Fame !... fame! – esclamò l'uomo – Bella ragione!
Poi osservò tra sè zitto zitto :
– Ma si ch'è una ragione !
Pose la mano in saccoccia, raccolse un pezzo di rame da cinque
grani; e, gittatolo a que' furfantelli, disse loro:
– To'; andate a sfamarvi.

(1) Vedi la figura a pagina 177.


212 I MISTERI Dl NAPOLI

E quelli a precipitarsi tutti e 'quattro su quel pezzo di rame, sì


che ognuno il volea ghermire pel primo. E si acciuffarono tra loro,
si mordettero, si sgraffiarono.
Era tra loro una piccina d'un sei anni. Andò pesta e malconcia
nella lotta.
Allora Cecatiello fe' giocare il bastone.
– Ah! svergognati, figli di sterco, mi verrebbe il talento di ri
torvi la moneta che vi ho data. Così mi avete concia questa bambi
ma ! Andate, bricconi di mocciosi, ch'io non so chi mi tegna ed io
non vi sfondi a caduno con un calcio il tamburino.
E sì dicendo, il fatto seguì la minaccia.
I malandrinelli se la diedero a gambe, e si tennero avventuratis
simi di svignarsela a sì buon mercato.
La fanciulletta restò più indietro.
Malvagia natura!
Essa sola si voltò per riguardar Cecatiello che avea inseguiti i ma
riuoli fin su la via; gli trasse la lingua a mo' di scherno, e gli gridò
colla sua vocina strozzata:
– Brutto ! brutto! brutto !

Quel dì Cecatiello fece la guardia alla minestra fino all'arrivo dei


figli di Gesualdo.
LA MAL'ARIA 213

» VIII,

Era giunto il termine fissato dalla generosità della signora mar


chesa alla dimora degli orfani di Gesualdo nel tugurio assegnato a
questo virtuoso colono.
Era il 31 gennaio.
Al domani, bisognava sgombrare.
Dove sarebbon iti que' miseri? Chi gli avrebbe accolti e ricettati ?
Cecatiello, Marta e Onesimo tennero tra loro un consiglio...
Fu stabilito che la piccola Francesca sarebbe ita a lavorare con
Margherita a Giugliano ne' lavori della campagna; che Aspreno sa
rebbe andato con Onesimo al molino, e Nazario sarebbe rimasto con
Marta. -

Cecatiello assunse la parte più importante: assegnava, per concor


rere al mantenimento di ciascuno de' tre fanciulli, due carlini al sa
bato, salvo ad aumentare questo assegno ne'mesi di sciopero.
Rita, Marta, Onesimo, tre poverelli , a cui era già scarsissimo il
giornaliero nutrimento, dividevano ciascheduno il suo pane con una
creatura di Dio , alla quale la spietatezza de'ricchi toglieva il pane e
il tetto.
Rita lucrava un carlino al giorno;
Marta, sedici grana;
Onesimo, due carlini.
E la signorina donna Maria Amalia avea recato in dote allo sposo,
marchese don Alfonso Maria, de'duchi di Massa Vitelli, la somma
di cinquantamila ducati in tante doppie d'oro di Ferdinando IV, oltre
di estesi terreni in diversi comuni di Terra di Lavoro , addimandati
Posta Vecchia, Posta S. Angelo , Casa di Campo, Torrione ed altre
denominazioni di tal conio; ed oltre di un corredo, che formò l'in
vidia e la gelosia di tutte le belle damine della nobiltà napolitana.

Qualche anno fa , fu menata dinanzi al generale Pallavicino una


bellissima giovanetta, ch'era la druda di un rinomato brigante.
– Perchè, sendo tu così bella, volesti anzi divenir druda di un
brigante che vivere onestamente colla fatica delle tue braccia ?- do
mandò il generale alla donnina, che sembrava compresa di vergogna
e di dolore. '
214 1 misTERI DI NApoli
– Perchè la fatica era superiore alle mie forze, e la mercede in
feriore a' miei bisogni– rispose la giovane.
–Qual si era il tuo còmpito ? -

– Trasportare ogni dì uno sterminato fascio di legne dalla mon


tagna al paese.
– E la mercede?
– Cinquanta centesimi.
– Quante ore al giorno spendevi per questo tragetto ?
– Sei ore a un dipresso.

Ecco in che modo è compensato il lavoro della donna nella cam


pagna.
LA FATICA sUPERIoRE ALLE ForzE; LA MERCEDE INFERIORE A'BisogNI.
La fatica superiore alle forze uccide;
La mercede inferiore a' bisogni prostituisce.
La morte o la prostituzione; ecco la bella posizione che la civil so
cietà ha creata alla donna di campagna.
A questi ultimi tempi ci è stato un espediente... il brigantaggio.

Con sedici grana al giorno Marta dovea provvedere al suo sosten


tamento ed a quello della vecchia Restituta, e dovea pagare la pi
gione della casipola ch'ella abitava.
Miracolo di economia, di sobrietà, di savio governo domestico.
Ed ora, ella si addossava il carico di alimentare il piccolo Nazario.
Vorremmo scendere a particolareggiare il bilancio di Marta, se non
temessimo d'incontrare l'incredulità de' nostri lettori.

Quanto poco è necessario alla vita dell'uomo !


E questo poco gli vien conteso dalla mala organizzazione sociale!
E ci ha su la terra milioni di figli di Dio , a cui manca il pane
quotidiano, perchè altri milioni debbono sedere a lauti banchetti.
Uno de'Rothschild, quello di Parigi, gode la rendita di oltre cEN
ToCINQUANTAMILA FRANCHI al giorno.
La fortuna del signor Rothschild , di Parigi, ascendeva nel 1829
alla cifra di TRECENTo MILIONI di franchi. -

Nel 1860, la cifra salì ad un MILIARDo, cioè a QUATTRo MILIONI al


mese di rendita, ovvero a 150.000 franchi al giorno.
A che pensa l'arimmetica sociale quando commette di simili sbagli ?
In Inghilterra ci sono di quelli paradossi che si addimandano for
tune, la cui rendita giornaliera è forse maggiore di quella del signor
Rothschild. E la nazione inglese è forse, tra le europee, quella che
più rispetta i dritti dell'uomo !
LA MAL'ARIA 215

E l'Irlanda muore di fame! -

Certo, il taglio dell'istmo di Suezè un gran beneficio arrecato alla


civiltà mondiale.
Ma, con tutto questo, la MISERIA è in permanenza su la faccia
della terra ; e la Civiltà arrossirebbe se non avesse il viso coperto
di belletto.

La sera del 31 gennaio, il tugurio del fu Gesualdo rimase deserto.


Un fattore della marchesa andò a consegnare nelle mani della sua
padrona la chiave di quell'abituro. -

La signora marchesina non si die' il fastidio di domandare se gli


orfanelli avessero trovato altro ricetto o se fossero rimasti nel mezzo
della strada. Valea forse un pensiero la vita di quelle tre creature ?
Tanto sarebbe stato pigliar conto di tre crisalidi viventi in su una
foglia che il vento rapisce, quae vento rapitur, come dicea il paziente
di Us.
La sera stessa, Margherita ritornò a Giugliano colla sorella Fran
C6SCa.,

Onesimo menò seco Aspreno.


Marta si' menò a casa il piccolo Nazario.
Nel dipartirsi da Marta, Rita le die' un freddo bacio.
– Vieni a vedermi sempre che puoi, sorella mia – le disse Marta
abbracciandola con effusione, tenerissima.
- Si – rispose distratta e cupa la figlia di Gesualdo.
- E mena teco questa cara fanciulla – soggiunse Marta abbrac
ciando e baciando la Francesca.
La piccina piangeva a calde lacrime, perciocchè non si sentiva il
cuore di lasciare la buona Marta, ch'era per loro come una seconda
madre.
Perchè Rita era cupa e accigliata nel lasciare Casal del Principe?
Perchè avea dato un freddo bacio alla Marta?
Perchè ella era invidiosa della costei felicità.
E la felicità per lei era l'amore di Onesimo.
Rita odiava la giovane Marta.
Quella sera, quando la vecchia Restituta cadde a sonno su la sua
cuccia, saccone che la sera si stendeva a fianco del lettuccio di Mar
ta; quando tutte le piccole faccenduzze di casa furono finite, Marta,
usava da qualche dì, si tolse in grembo la Bianca per conso
arla. -
216 I MISTERI DI NAPOLI

Da quella sera che Bianca si era veduta strappare dal fianco la


diletta compagna, la Nera, la povera gallina era divenuta ipocondrica.
La notte, quelle due creature si riscaldavano l'una coll'altra...
La mattina, quando l'una lavorava sul suo giaciglietto di paglia
per dare il suo tributo di un uovo alla Marta, l'altra si ponea di
nanzi alla partoriente perguardarla in quella operazione importante...
Quando Marta le toglieva tutte e due in grembo per somministrar
loro il cibo, si faceano cerimonia tra loro le due bestiuole...
Soltanto, sembravano un po' gelosette delle carezze della giovane,
la quale si divertiva talvolta ad ingelosirle a tal punto che, quando
ella ritenea più a lungo in grembo l'una, lasciando andar l'altra a
terra, questa impazzava di collera e si facea rossa, e battea le ali
su le gambe della Marta , e strillava insino a tanto che non venisse
ritolta su... Allora, un'occhiata di dispetto e di corruccio su la fa–
vorita; e tutto finiva, e tutto era dimenticato nella solidarietà d'un'af
fettuosa riconoscenza, che non sapea altramente esprimersi che colla
luce degli occhi.
Dio negò la parola alle bestie per non fare in certi casi arrossar
l'uomo.
Come si volean bene tra loro quelle due vecchie amiche, e quanto
bene voleano alla loro amica, Marta!
La mattina, si destavano insieme poco primà che si levasse il loro
sole, Marta , la quale in ogni stagione si levava innanzi che aggior
InaSSe,
Aspettavano insieme il saluto ed il bacio della loro amica.
Veniva l'ora della colezione; ed era uno scambio di officiosità, di
tenerezze, di moine.
Veniva l'ora del travaglio : un giorno per cadauna. Che zelo nel
disimpegno del proprio dovere ! Che soddisfazione di avervi adem
pito con puntualità ed esattezza !
Qualche volta, era una sorpresa, che preparavano alla dolce amica,
due uova invece d'uno. Era questa la loro domenica.
Beveano assieme le due creature...
Quando Marta usciva , uscivano anch'esse, e le correano appresso
un buon tratto... E, quando l'amica spariva nel dechinar del suolo,
la Bianca e la Nera ristavano... allungavano il collo... sembravano
prestar l'orecchio a' passi di colei che facea cantare le foglie secche
sotto i suoi piedi.
Poscia, sen tornavano meste, afflitte, taciturne a lento passo, fer
mandosi di tratto in tratto a riguardarsi come per dirsi tra loro qual
che cosa di racconsolante. -

- Tornerà ? – dovea domandar l'una.


LA MAL'ARIA 217

– Stasera – dovea rispondere l'altra. -

E tutto il dì , insino al ritorno dell'amica, erano fuori di casa ,


quasi che non avessero avuto cuore di ritrovarsi colà dove mancava
l'amica.
E tutto il dì eran fuori a razzolare il seminato, tranne che il cat
tivo tempo non le avesse costrette a rientrare in casa...
l ladruncoli del villaggio le conoscevano; sapeano ch'erano le due
galline di Marta; e nessuno avea l'animo di rubarle.
D'altra parte, le due bestiuole sarebbero divenute due furie ove
alcuno si fosse arrischiato di por loro le mani addosso...
Nessun avvenimento era occorso da qualche tempo a formare un
episodio nella vita delle due proletarie di campagna...
Erano così felici le due bestiuole... -

Un giorno , per tanto, ci fu un tristo caso. Poco mancò che una


tragedia non avvenisse...

Il marchesino don Alfonso Maria di Massa Vitelli amava la caccia...


Era questa la sua passione favorita. Ne riparleremo.
Dicono che la caccia è un divertimento innocente; ed ecco perchè
tutti gl'innocenti lo amano. La duchessa di Langueville era più leale.
Domandata perchè non le piacea questo innocente divertimento , ri
spose : Non mi piace appunto perchè è innocente.
Il marchesino era dunque ito a caccia.
Ritornava al casino per riabbracciare la sposina, giacchè di fresco
era sposo...
Uno de'suoi cani vide muoversi qualche cosa nel seminato......
piombò addosso alla Nera.
Ci è un fato per le galline; non ce n'è per gli uomini.
Era uno di que' mastini che fan paura al solo guardarli: gl'inglesi
li chiamano bull-dogs, cioè toro-cani, perciocchè hanno nella con
formazione della faccia qualche cosa del toro, di cui posseggono la
forza muscolare. -

Questo bull-dog non serviva propriamente al marchese di Massa


Vitelli in qualità di segugio o di bracco, perciocchè mancava di quelle
qualità che si richiedono per formare un buon cane da caccia, altri
menti addomandati cani da punta, i quali esser debbono di tutta al
tra razza e di tutta altra conformazione.
Il marchese, oltre de' suoi bracchi, menava seco questo cane diTer
ranova quando iva a caccia negli estesi suoi tenimenti.
I gran signori usano spesso di questi terribili guardiani , come le
damine usano de' ricciuti spagnuoletti.
Questo bull-dog era male avvezzo; era un cane gran signore.
218 I MISTERI DI NAPOLI

Che ci fate ? a praticar con lo zoppo si diventa zoppo, a praticar col


matto, si esce di chiave, e un buon servitore di un signore coi fioc
chi spesso piglia vaghezza d'imitarne i gusti. -

Jussuf si chiamava il cane. È un nome turco od arabo e significa


Giuseppe. Sarebbe stato trivial cosa il chiamarlo nettamente Giuseppe;
il marchese preferì il turco, per certi gusti particolari che egli avea
pe' costumi della Turchia, in ispezialità per ciò che riguarda le donne.
Jussuf adunque facea per lo più laute colazioni, appunto come il
suo riverito padrone. Al cane piacevano estremamente i polli, come
all'illustrissimo signor marchese; con la differenza che il marchesino
gli mangiava arrosti con isquisiti intingoli e imbottiture , quando
Jussuf non si pigliava il fastidio di spennacchiarli neppure.
Jussuf era però il terrore di tutti i polli dell'agro aversano e cir
costanze, giacchè tosto ch'ei vedea una gallina od un gallo od un
cappone od anche un grosso tacchino, in due salti piombava addosso
al mal capitato, e, ghermitolo pel collo, non l'uccideva di botto , ma
per lo più, dopo essersi preso il divertimento di vederlo a dibattersi
tra i suoi denti per isfuggire alla morte, lo schiacciava contro un
masso qualunque, e quindi, senz'altra cerimonia, in due bocconi il
mandava giù nel suo ventricolo d'acciaro. -

Sotto i denti di questo mostro piombò un giorno la misera gallina


nera di Marta.
L'ultima ora per la povera bestiola era suonata ; ma poteva la
Bianca abbandonare in tanto pericolo la diletta compagna?
Dio ha messo ne' deboli l'astuzia per combattere i forti. Davide
fa stramazzare con un colpo di fionda il gigante Golia.
Ratta come una folgore, la Bianca balza sul capo del mastino e
con un movimento prodigioso gli conficca il becco in un occhio, e
poi nell'altro; sicchè il mostro fu accecato per brevi momenti, quanti
appunto furon bastanti alle due bestioline per darsi a rapidissima ed
onorata fuga. S' intende che nell' eccesso del dolore cagionato dalla
trafittura degli occhi, Jussuf si era lasciato scappar di bocca la preda.

Così si amavano le due galline di Marta.


Ci perdonino i nostri lettori se scendiamo a questi particolari, che
a' più parranno inetti; ma egli è forza che a tali minutezze vegnamo
per mostrare a quali sacrifici giornalieri si sottopone la virtù, i quali
il comune degli uomini direbbe puerili, se il comune degli uomini
aVeSSe CUlOre,

. Lasciamo che le anime gentili ed i cuori sensitivi comprendano gli


spasimi crudeli che la Bianca dovè durare nella sua solitudine poscia
che più non ritornò la diletta compagna.
LA MAL'ARIA 219

Per parecchi giorni si era ostinata di non mangiare: guardava con


occhi malinconici la Marta che le porgeva il cibo, e parea chiederle
conto della compagna.
Marta comprese il dilicato pensiero della Bianca; e le susurrava al
l'orecchio dolcissime parole, e volea farle intendere (e chi sa che la
bestiuola non capì?) che la Nera era morta per un atto di eroismo.
Certo è che Marta la persuase a nudrirsi. Ma ei bisognava che la
sera, innanzi di andare al riposo, Marta le dicesse misteriose parole,
l'accarezzasse, e così le facesse sentir meno la perdita ch'essa avea
fatta.
Erano due sorelle che si consolavano a vicenda della perdita d'una
diletta suora.

E quella sera del 31 gennaio, Marta tenea nel suo grembo la


Bianca e l'andava tutta accarezzando , allorchè un lieve picchio al
l'usciolino fu udito.
Balzò il cuore alla giovane. Chi poteva essere a quell'ora insolita
e già avanzata della sera? -

Ogni volta che di sera (nelle campagne tanto è dir sera quanto
notte) veniva picchiato all'usciolino di Marta, era sempre una disgra–
zia che veniva annunziata. Si ricorreva alla Marta come si ricorre
alla immagine di una santa o d'una madonna. A Casal del principe
ci era una piccola provvidenza incarnata in una fanciulla. Questa
provvidenza era poverissima di mezzi , ma attingeva ne'tesori della
carità fiumi di consolazione per ogni sventura. La presenza di Marta,
il suo sguardo animatore e consolatore, la sua voce di beata ; ciò
bastava : i sofferenti non chiedevano di più.
- Riparleremo di questi miracoli della nostra santa, miracoli che nulla
aveano di soprannaturale, ma che non sogliono avere la loro esplica
zione ne' fatti ordinari della vita.
Ogni volta che Marta udiva di sera picchiarsi all'uscio della sua
casarella, sentivauno strignimento di cuore. Era sempre la tal con
tadina, cui la terzana avea messa nella estrema sofferenza e che avea
d'uopo de'conforti, non più della terra, ma del cielo. Era qualche
altra vittima del buglione delle maremme ; era alcun misero con
tadino caduto ne' fossati , o alcun muratore precipitato da qualche
altura.

Marta andò a dischiudere il suo usciolino.


Questa volta, non era una trista nuova che le si recava.
Era Cecatiello. -
920 I MISTERI DI NAPOLI

>VIIIIII,

– Babbo,a che vieni a quest'ora insolita ? – domandò la giovane


con una tal quale perplessità.
— Vengo ad abbracciarti, figlia mia – disse il ladro con voce com
mossa – È d'uopo che domani, pria che aggiorni, io mi ritrovi in
Napoli.
– Così presto !
– Si , non posso trattenermi più a lungo... Se non fosse stato
per la disgrazia di Gesualdo, sarei già partito da qualche giorno. Ho
bisogno di parlarti, santarella mia; ho a dirti qualche cosa...
– Sono pronta ad ascoltarti , babbo – disse la fanciulla, e andò
a riporre la gallina dove la bestiuola accoccolavasi la notte.
– Vieni qua; siedi vicino a me, figliuola mia...
Entrambi sedettero.
– Figlia mia...— cominciò il ladro con una commozione ch'ei
non sapea dissimulare – è qualche tempo ch'io volea dirti ciò che
finalmente sonomi questa sera diliberato di dirti... Tu sei l'unica
dolcezza della mia vita; darei il mio sangue per vederti felice...
– Il so, babbo. Tu mi ami tanto!
– Senti. È necessario che tu abbandoni il genere esecrabile di
vita che tu meni... Per sedici grana al giorno tu abbeveri ogni dì
i tuoi polmoni coll'aria omicida de'lagni. Credi tu ch'io non mi av
vegga che la tua salute deperisce ogni giorno vie più ? Non veggo
io forse le occhiaie scavate su le tue belle gote ? Non veggo quei
pomelli smunti, que' labbri color del bronzo, il tuo anelito corto e
affannoso ? Oh ! quante volte ho maledetta la mia miseria che non
mi permette di sottrarti a questa agonia che altri domanderebbe vita.
Ho pensato di maritarti.
Marta fece un salto.
– Me, babbo?
– Si, te.
Marta era divenuta in volto una fiamma.
– Non ti spaventare , figlia mia. Vorrei piuttosto morire d'una
goccia serena anzi che avversare il tuo cuore... So che tu ami Onesimo.
La fanciulla si nascose il volto tra le mani.
LA MAL'ARIA 221

– Vedi pure che il tuo povero babbo Cecatiello ci vede bene con
un sol occhio. Di”, figliuola mia cara, non ami tu quel bravo giovine?
– Si, babbo , io l'amo – rispose la fanciulla con voce ferma, e
rialzando il capo, come chi tragge orgoglio dalle proprie parole.
– Bene! bene! bene! Non ci è su la terra che un sol uomo che
sia degno di te, e quest'uomo è Onesimo. Facciam di presente i conti
nostri. Onesimo lucra due carlini al giorno. Egli non può metter su
una casa e diventar marito e padre con venti grani al giorno..... È
d'uopo che diventi proprietario del molino, del quale oggi non è che
semplice lavoratore. Egli comprerà il molino colla tua dote.
– La mia dote!– esclamò Marta con occhi raggianti di gioia.
Cecatiello si sfregò le mani, e rise...
Egli si sentiva tanto felice nelvedere la felicità raggiare su le sem
bianze della cara figliuola.
– Eh ! eh ! sapevo benissimo che questa parola ti avrebbe fatto
sorpresa – ei soggiunse – Ecco perchè sono venuto a trovarti a
quest'ora.Una buona notizia non arriva mai assai presto... Si, santarella
mia , il tuo povero babbo ha pensato a te. Per ora il molino........
Tra qualche mese, se mi riesca un tiro , ci sarà anche un mogge
rello di terra... e chi sa ? forse anche due stanzette coloniche... Fa
remo di Onesimo un piccolo proprietario, colle mani nelle saccocce,
collo zigaro in bocca, col berretto di castoro a lunga tesa di cuoio sul
capo e colle bottaglie da caccia a' piedi; giacchè Onesimo si farà cac
ciatore come ogni buon proprietario. E la mia Marta, la mia pic
cola Marta, col paglino di Fiorenza in testa, colla vestina di merino
aggarbata, colli stivaletti di doga a' piedini, se ne andrà la domenica
a braccetto del suo sposo proprietario a sentir la messa o la predica
del buon curato... E tutt'i villici si sberretteranno al vederla passa
re, e tutte le villanelle le faranno inchini, e sclameranno: Oh com'è
bella la sposa l’ Ed io verrò due o tre volte al mese a desinare con
voi,... E, quando verranno i puttini, mi porrò questi piscialletti in su
i ginocchi e darò loro a succiare le ciambelluzze inzuccherate. Come
sarò contento nel sentirmi chiamar nonno da que' cherubini! Come
sarem tutti felici; n'è vero, santarella mia ?
Marta aveva ascoltato questo discorso del babbo con un rapimento
inesprimibile. I suoi begli occhi nuotavano in lucide stille di gioia.
E rimanea tacita, affannosa. assorta in una oasi lontana, in un
orizzonte d'amore, di pace, di felicità.
– Or, tu non parli, figlia mia? – domandò Cecatiello – Non hai
tu nulla da dire al tuo babbo ?
Marta si gittò nelle braccia del padre, e ruppe in un pianto co
pl0S0..,
222 I MISTERI DI NAPOLI

Cecatiello se la strinse al cuore, e la baciò con una specie di de


lirio.....
Era questo un paradiso ch'ei desiderava da molto tempo.
Se Marta non si fosse gittata da sè nelle braccia del padre, questi
non avrebbe osato abbracciarla. -

Il ladro avea tanta coscienza della propria abbiezione che temea


di contaminare quella purezza di virtù co'suoi amplessi.
Cecatiello era ebbro di gioia.
Di repente, la sua fronte si rabbuiò; gli caddero le braccia; e re
stò muto, pensoso, e guardò la terra.
In quel momento, il ladro ebbe orrore di se stesso.
–Tu dunque non sei povero , babbo ? – domandò Marta – Tu
hai del denaro in serbo ? -

– Si, figliuola mia; l'ho messo in serbo per te.


–O mio buon babbo ! – esclamò la fanciulla congiugnendo le
mani – A quante privazioni hai dovuto forse assoggettarti per met–
tere da banda qualche piastra per me ! Il frutto delle tue oneste fa
tiche, il denaro guadagnato col sudore della tua fronte...
Marta non potè proseguire.
A queste ultime parole da lei dette, Cecatiello avea messo un pic
colo grido , e si era dato un pugno in testa , arroncigliando tra se
queste sconnesse frasi: - -

– ll frutto delle mie oneste fatiche !.... il denaro guadagnato col


sudore della mia fronte!... Infame!... infame ! infame !... Ma sarà l'ul
timo... si, lo giuro... sarà l'ultimo... Non vo' più menare questa vita
scellerata. Sangue di C....! - ,
E si diede due altri pugni in testa per aver detto questa ultima
sacrilega esclamazione alla presenza della santa figliuola, la quale re
stò tramestata. - - - -

– Babbo, che dici ? tu vaneggi?.. ,


– No, no... non è niente... parlavo tra me... Perdona, figlia mia,
non iscandalezzarti...... Sono parole che scappano dalla bocca di noi
altri fiori di birbanti... è un abito come ogni altro... Prega pel bab
bo, santarella; però che io sono un gran peccatore... uno scellerato...
– Oh ! che di' tu !
– Dico quello che dico.... Quando mi passano certe nuvole pel
capo, io non so più quel ch'io mi dica... Senti,Marta... tu non devi
mai intermettere di pregare ogni sera pel tuo povero babbo... e per
la tua sventuratissima mamma... intendo dire... per l'anima della
tua sventuratissima mamma. -

– La mamma!... la mamma! – esclamò la giovane coprendosi il


volto d'una ineffabile mestizia... – Il mio primo pensiero del mat
LA MAL'ARIA 223

tino e l'ultimo della sera è per la mamma. Deh ! babbo, però che
tu mi ami tanto, dimmi...
– Che cosa ? domandò Cecatiello figgendo il suo occhio in fronte
alla figlia.
Marta parea compresa di gran titubanza.
– Che volevi tu dire?
– Babbo, vuoi tu raccontarmi ciò che tante volte mi promettesti
di narrarmi...... il modo come conoscesti la mia povera mamma?..
Vedi , babbo; la gioia che tu hai messa questa sera nell'animo mio
mi toglie il sonno. Io non potrò dormire. Restituta e il piccolo
Nazario dormono profondamente....Toglimi da questa mia antica cu–
riosità... Raccontami la storia della madre mia, ten priego.
Cecatiello rimase pensoso...
– Tu vuoi sapere chi era tua madre ?
– Si, babbo...
— Bada che ciò non servirà a niente, tranne che ad affliggerti di
vantaggio. - -

—Non monta , mio buon babbo. La religione c'insegna che noi


dobbiamo nodrire un fondo di afflizioni nel cuore, per ritrovarne
quando una contentezza ci sorprende alla impensata. Lo stato del vero
cristiano non è la gioia... -

–Tu parli come una santa. Or bene, poichè tu vuoi cacciarti


un'antica curiosità dal cuore, io ti dirò cose che ti faranno trasali–
re... e sarà, spero, l'ultima afflizione che ti avrò arrecata.
224 - I MISTERI DI NAPOLI

XIX,

Cecatiello così cominciò:

« Orson ventuno o ventidue anni, io mi trovavo, per mie faccende,


in Aversa. Ero andato a dimorare per qualche tempo in casa di un
mio amico che abitava allora nella Via de' Fossi... Avevo le mie ra
gioni per non lasciarmi vedere nel paese; per che tutto il dì me ne
stavo dentro; e sol quando cominciava a far sera pigliavo l'aria della
campagna.
» Ero giovine allora, e di salute ne avevo da vendere; non mi man
cava qualche ducatone in saccoccia ; e, se non fosse stato per una
maladetta paura che mi si era appiccicata addosso, avrei potuto te–
nermi contento. De'morsi de' trulli e de' maligni mi ridevo, e tiravo
innanzi a vivere a conto mio. Bensì debbo confessare che in quel
tempo io non ero il fiore de' galantuomini: il cuoio puzzavami ad
dosso, e fui spesse volte messo a guardare il sole per iscacchiere...
Ci avea preso gusto a vivere in gattabuia; si stava in briosa com
pagnia, e si cioncavano buoni tiri alla barba del codice penale.
» Ma lasciamo stare: questa non è roba da riversare nell'orecchio
d'una santa come te, e tiriamo innanzi il racconto.
» Io ti dicevo adunque che mi trovavo a villeggiare in Aversa , e
che, non potendo respirare l'aria aperta delle strade o de'campi du
rante la luce del giorno, io me ne uscivo quando si facea scuro.
» Una sera, m'ero inoltrato nella campagna:... larghe pianure in
terrotte qua e colà da scoscendimenti causati dalle acque... Era, se
mal non ricordo,verso lo scorcio di ottobre... Non avevo incontrato
che qualche mandra di pecore che si ritraevano all'ovile. Avevo ac
ceso una corta pipa, e camminavo, così, a zonzo, proprio per desi
derio di muovere le gambe e nella speranza di avvenirmi in qualche
taverna per bere una palla. Ero venuto molto fuori dell'abitato...
e, perciocchè faceva una bella serata, di quelle in cui non fiata un
sospiro di vento nè si muove fronda di albero ed il cielo tutto azzur
ro, colle sue bellissime stelle, pare che ti mormori all'orecchio qual
che cosa che i birbanti (ed io ero nel novero) non intendono mai,
mi sedetti su un gran masso. Poco lungi era un laghetto formato
LA MAL'ARIA 225
dalla piova ch'era caduta in gran copia giorni avanti : doveva avere
un certo fondo, perciocchè io vi gittai entro, così per passatempo ,
alcuni sassolini, che dettero un tonfo cupo.
» Erano scorsi, io mi penso, un dieci o dodici minuti dacchè io
mi ero seduto in su la sponda di quel pelaghetto, che udii come fos
s In i
|
|SS - |||||
||||||
| |
=

Egli (Onesimo) avea salva dalle fiamme la fanciulletta.

sero i gridi di una donna e il rumore di passi concitati... Mi al


zai per isprolungare un occhio verso il sito donde partivano la voce
ed i passi... Distinsi nelle ombre una figura che precipitosamente cor
reva alla mia volta, e una cinquantina di passi più indietro un'altra
figura che, secondo ogni apparenza, perseguitava la prima.
MAsTRANI – I Misteri di Napoli 16
226 I MISTERI DI NAPOLI

» Erano, la prima, una donna, la seconda, un uomo.


» La donna iva tutta scapigliata come una furia; la veste bruna
le cadeva in randelli dalla persona , come se si fosse squarciata nel
correr lei attraverso de'pruneti. Le spalle ed il seno erano appena
coperti dalla camicia.
» L'uomo era vestito di giacca, con berretto alla militare.
» La donna correva e gridava; e, com' ebbemi scorto , da ch' io
mi ero rizzato in piedi, gridommi aiuto ! aiuto! e colla prestezza d'una
gazzella mi aggiunse, ed accennandomi l'uomo che la inseguiva, com
presa di alto spavento che le si leggea nella pupilla smarrita, venne
a porsi alle mie spalle, quasi avesse voluto del mio corpo fare scude
contro il nemico. - -

» Io sono così fatto che non so tollerare soverchierie nè per me


nè per gli altri. Quando veggo qualcuno abusare della sua forza, mi
piglia il prurito nelle mani, e non so tenermi, sia chiunque.
» Non domandai nè chi fosse la donna e nè l'uomo che la per
seguitava. Ciò non premea. -

» Aspettai a pie' fermo.


» – Indietro – gridai all'uomo che si avanzava verso di me, ar
mato d'una di quelle verghe di cuoio , che si pongono nelle mani
degli arlecchini.
» Io non aveva nessun'arma visibile, e di quella ch'io portavo na–
scosta ero deciso di non far uso che negli estremi casi e solo per
difendere la mia vita; chè, in verità, la vista del sangue umano mi
fe' sempre ribrezzo. Ma in quel tempo le mie braccia erano robuste,
ed un pugno de' miei avrebbe dato dieci punti a quello di un mari
naio inglese.
» Senza tener conto della intimazione da me fattagli, quell'uomo
corsemi addosso per istrappare la donna che si era a me avviticchiata
per patrocinio e che mettea strilli da assordar la campagna.
» Mi saltò la mosca al naso a quell'atto di prepotenza ; e
» – Tu non avrai questa donna, per san Michele arcangelo – gli
dissi– e lo afferrai per ambo le braccia, affinchè- ei non potesse far
uso della sua bacchetta da arlecchino.
» – In nome del re e della legge, questa donna ha da venir me
co – ei disse. - - -

» A queste parole la donna si pose a gridare più forte.


» – Qui non ci entra nè il re nè la legge – io risposi– Tu devi
essere certamente un bestione che strapazzi questa povera donna, che
è venuta a porsi sotto la mia protezione; onde io sono risolutissi
mo di non dartela per vinta, mio brigadiere.
» – L'è una matta scappata dal morotrofio –disse quell'uomo.
LA MAL'ARIA 227

» – Queste non sono faccende che mi riguardano –io risposi–


Io non commetterò al certo la codardia di consegnare alla tua bac
chetta da mastro Giorgio (1) questa infelice, ch'è corsa a me per di–
fesa. Domani, vedremo ciò che si ha da far di lei ; ma per questa
notte ella resterà meco ; ed io vedrò s'ella è da vero una matta, come
tu di'.
» – No, no, no, io non son matta – gridò la donna.
» – Hai sentito, compare ? Tu dici dunque la bugia, pastracchione
di mastro Giorgio !
» E gli scossi le braccia ch'io gli tenea sempre ferme nelle mie
mani.
» – A me la donna.
» – A te il canchero.
» – Lascia le braccia, paesano.
» – Giù la bacchetta, mastro Giorgio.
» – Maledetto il tuo ventre !
» – Maledetto il tuo fegato!
» – Santo diavolo !
» – Ora pro nobis ! - - -

» Fu questo il rapidissimo dialoghetto ch'ebbe luogo tra noi prima


che ci arrabbicassimo addirittura. -

» Mastro Giorgio era un vecchiotto d'in su i cinquanta, con certi


peli bianchi tra il labbro ed il naso che lo avresti detto un gatto
magrino. Non era uomo da starmi a petto.
» Il bricconaccio, non potendo nè offendermi nè difendersi colle
braccia che io gli tenevo sequestrate nelle mie mani, mi die' un morso
al naso che mi fe' vedere tutte le stelle e qualche altra cosa in là. Non
so che farfallone mi uscì di bocca... Sfido io! San Paolo, se si fosse
trovato nel mio caso, avria bestemmiato san Pietro... Il sangue mi
usciva in copia dalle narici... Non ci vidi più per rabbia e per dolore.
» Affè mia, non volli farlo passare per bardotto. Il chiappai per le
mele, come avrei fatto d'un bambino, e il sollevai di terra. Cieco d'ira,
feci due passi e puff!... il traboccai nel laghetto...
– O mio Dio! – esclamò spaventata la giovane Marta.
– Non fu niente... un bagno freddo, ecco tutto. Quel birba ne
avea fatti saggiar tanti a' poveri matti, ch'era pur giusto ch'ei ne as
saporasse uno per proprio conto. Senti appresso.

» Non ci era tempo da perdere.

(1) Così erano detti dal nostro volgo i custodi de' folli,
928 I MISTERI DI NAPOLI

» – Seguimi – dissi alla donna; e ci ponemmo la via tra le gambe.


» Ci mettemmo a correre alla ventura.
» Il più urgente si era di sottrarci ad ogni possibile ricerca.
» Mi posi per una via affatto campestre e solitaria.
» Erano già cadute assai fitte le ombre della sera... Diserta era la
via, tra due poppe di monti rivestiti di castagneti e di oliveti.
» Aleggiavano i freschi venticelli di ottobre; e parea che rattenes
sero il fiato al nostro passaggio per curiosità.
» Io non sapevo dove andavo a parare. Tiravo innanzi, gittando
di tempo in tempo un occhio addietro per informarmi se fossi ip
seguito da quell'uomo.
» Avevamo corso, io mi penso, una buona mezz'ora, quando ar
rivammo ad una pianura, su la quale erano rizzati un cinque o sei
pagliai. -

» Cessato era del tutto l'aleggiare de' venticelli. Quella serata era
un amore. Non me ne scorderò mai più in mia vita.
» Mi sentivo tutto satisfatto di aver fatto una buona azione... Aveva
sottratto quella infelice alle battiture del mastro Giorgio. Non pen
savo a niente più. -

» Mi fermai. La donna si avvicinò a me , e mi gittò le braccia


al collo, e mi baciò due o tre volte con un furore ch'io credetti
ch'ella volesse mordermi. Poscia si lasciò cadere su l'erba, e parve
compresa da tanto smarrimento che tremava tutta e non poteva ar
ticolar parola. -

» Per la prima volta la guardai attentamente.


» Era giovane e bella, benchè sciupata da' patimenti che le si leg
geano su le smorte labbra. Avea nondimeno due tizzi ardenti per
occhi: sfavillavano attraverso il buio della sera...
» Erano , senza dubbio , due occhi di pazza. Ella me li conficcò
sul volto come disiosa di me..... Quegli occhi mi faceano nel capo
un effetto singolare, presso a poco l'effetto che producono cinque o
sei bicchierini di acquavite ingozzati l'uno appresso dell'altro.
» – Come ti chiami, bella giovane ? – le domandai.
» — Rosa – ella rispose. -

» E si rimbeccò le maniche della camicia fin quasi in su le spal


le; indi si dètte a mordersi le braccia con una rabbia che mi assalse
la paura non fosse idrofoba...
» Fui per poco tentato di abbandonare quella infelice; ma una si
mile tentazione non mi durò nell'animo che pochi momenti...
» Mi sedetti al fianco di lei. -

» – Perchè ti mordi le braccia? – le domandai – Hai fame ?


» Ella scosse il capo in atto di negazione.
LA MAL'ARIA 229

» E tornò a riguardarmi fiso; e le braccia le ricaddero morte in


S6llO, , , -

» – Chi era quell'uomo che ti perseguitava ?


» – Un de' custodi della carcere.
» – Intendi l'ospizio dei matti ?
» Ella sorrise in un modo strano.
» – Matta!... matta ! mi credono matta ! – dicea tra sè la mi–
sera – E mi rinchiusero in quel brutto luogo, dove due o tre volte
al giorno mi faceano cadere nell'acqua fredda. E poi... mi ligavano
le mani dietro le spalle. E... se io mi affacciava alla finestruola per
vedere la faccia di un uomo , mi castigavano....... Non mi davano a
mangiare che una minestra e un po' di pane....... Io non son matta,
sai ? no, te lo giuro per la Vergine Santa, io non sono matta.
» E sì dicendo, mi afferrò ambo le mani e me le baciò.
» – E tu come ti chiami, mio bel salvatore?– mi domandò guar
dandomi sempre con que' suoi occhi di fuoco. -

» – Mi chiamo Serafino – io risposi.


» – Oh! come sei bello! – ella soggiunse.
» Era la prima volta ch'io mi sentivo chiamar bello..,... Diascine,
con un occhio forato !
» –Come sono belli gli uomini ! – ella riprese.
» E mi strinse tra le sue braccia.
))
Mi alzai di botto, però che mi sentivo tutto sossopra. Quella
donna mi facea compassione e ribrezzo. -

» Ella si alzò tosto, e nuovamente tornò a gittarsi al mio collo.


» Io nulla capi dapprima di quelli strani abbracciamenti , da cui
cercai divincolarmi (1).
» Eraci qualche cosa di rabbioso nella sua maniera di abbracciar
mi... Mi strappava i capelli... e accennava sempre di volermi mordere...

» Intanto, bisognava appigliarsi ad un partito per quella notte...


Io non potevo riprendere la via di Aversa per varie ragioni... Dove
avrei menata quella donna ? Che cosa era avvenuto del mastro Gior
gio ch'io avea lanciatogiù nel laghetto? Non era facile che le guar
die urbane si fossero messe su le nostre peste?
» Non mi andava a sangue di essere mandato in gattabuia : ciò
avrebbe fatto andare a male certi miei negozi. E, d'altra parte, s'io
fossi stato arrestato , sarebbe stata ripresa anche la donna , rime
nata all'ospizio, e sottoposta Dio sa a quali castighi.

(1) Vedi la figura a pagina 193,


230 I MISTERI DI NAPOLI

» Non ci era che una sola via di sfuggire alle ricerche, cui forse
eravamo fatti segno...
» Volsi un'occhiata a me d'intornò.
» Ho detto che quella pianura era intersecata da pagliai... L'unico
espediente era di passare la notte sotto un di quelli, e qualche ora
innanzi che aggiornasse riprendere la via di Aversa per sentierucci
trasversali e poco battuti...
» Pel momento, non ci era altro da fare che profittare della ospi
talità che offerivano que' pagliai che sembravano abbandonati da' loro
villani...
» Menai la pazza in uno di que' pagliai.
o

» Come da noi si passasse quella notte non ti dirò, figliuola mia...


» Ebbi occasione di accorgermi che quella donna non era già mat
ta, ma bensì inferma...

— lnferma! – esclamò Marta - e di che malattia?


– Una strana, una orribile malattia – rispose Cecatiello – che è
forse peggiore assai della demenza. La tua età, la tua santa inno
cenza, il candore dell'anima tua non potrebbero mai comprendere la
natura della strana infermità di quella povera donna.
» Ti basti soltanto il sapere che le infelici colpite di questo male
vengono considerate appunto come folli, e sottomesse ad un tratta
mento rigorosissimo e doloroso.
– E guariscono? – domandò Marta.
– Si, guariscono,... ma per lo più quando si fanno vecchie –
rispose il ladro. -

» Ricorderò quella notte per tutto il corso di mia vita–ei riprese.

» Spuntavano nel cielo i primi riflessi del dì nascente.


)
» Bisognava affrettarsi ad abbandonare quel sito, quel pagliaio.
Quella donna... quella infelice creatura, oramai mi apparteneva.
» Era la mia sposa. - -

– Mia madre! – esclamò Marta coprendosi il viso.


– Tua madre – rispose Cecatiello.
LA MAL'ARIA 231

XX

» Quella notte, Rosa mi raccontò la sua storia –proseguì Ceca


tiello. -

» Ma, prima ch'io mi faccia a dire qualche cosa intorno a questa


disgraziata, occorre che io ti abbozzi il ritratto di tua madre come
era allora che io la vidi per la prima volta. -

» Rosa era bella, se si tenga conto della regolar fattura delle sue
sembianze e del suo corpo : avea pertanto il viso infiammato, l'oc
chio nero scintillante, direi quasi feroce ; tutt'i suoi muscoli erano
rilevati , pressochè maschili , le braccia ricoperte di peli , colmo il
seno, grande la bocca, grosse le labbra d'un color rosso incarnato,
i denti bellissimi e bene ordinati (1). -

» Fanciulletta, ella era spesso travagliata di diarree febbrili, che si


alternavano con copiosi vomiti: venne su così piccina di forme e ma
laticcia che aveva già aggiunta l'età di cinque anni , e non sapeva
ancora articolar parola. Mostrava tutti i segni della fatuità di mente.
» E questa fatuità andò crescendo nn siffatta guisa ch'ella venne
alla condizione de' bruti; onde il più de' giorni masticava e mangiava
il fango della terra, e si tenea per ore intere rincantucciata in uno
spigolo di muro, colla lingua sporta in fuori e colla bocca piena di.
bava: - -

» Rosa era la figliuola d'un mandriano, morto quand'ella era an


cora piccina : cadde in potere d'uno zio che la tiranneggiava. Gio
vinetta, fu presa d'amore per un garzone ; amore che arrivò in lei
fino al delirio. L'amante la tradì; sposò un'altra donna ; onde Rosa
piombò in una tetra malinconia, che fe'per poco sospettare non fosse
addivenuta matta....... Per oltre sei mesi non volle veder nessuno e
non uscì dal suo abituro ; per che lo zio, che voleva costringerla al
lavoro, la battea continuamente.
(1) Sono questi i caratteri generali che contraddistinguono quelle infelici che per natu
rale disposizione diventano erotomaniache. È questa una infermità che va classificata tra
i rami della follia, epperò le sventurate che ne sono affette vengono affidate a'morotrofi al
pari che quelle che smarrirono, per altre cagioni, il bene dello intelletto. La intermittenza
è il carattere proprio di questa malattia ; gli accessi ne sono più o meno frequenti , e di
rado terminano colla morte. Durante gli accessi, evvi certo senso di strangolamento, e si
nota qualche volta una decisa avversione a' liquidi, come nella idrofobia. L'indole di queste
pagine non ci consente di entrare in maggiori particolari su tal materia, che ha formato lo
studio di non pochi esimi cultori dell'arte salutare.
232 MISTER1 DI NAPOLI

» Appresso alcun tempo , la misera cominciò a sentire un calor


doloroso verso la nuca; il qual calore si espandeva per tutta la testa,
causandole spasimi incredibili...
» Alla vista degli uomini, la povera Rosa sentiva che la sua re
spirazione addiveniva più concitata... e come se un fuoco d'inferno
l'avesse tutta abbruciata...
» Mi raccontò che un dì , sendo entrato nel suo abituro un fan
ciulletto di sei anni, ella se gli lanciò addosso, e il mordette con tanta
rabbia che quel poverino stette alcun tempo nelle mani de' chirurgi.
Dopo di che, ricascò in una malinconia profonda, per cui non faceva
da mane a sera che piangere a calde e copiose lacrime. Indi l'as
salse una vergogna di sè, un disgusto mortale, e tentò più volte di
torsi la vita.
» Un dì che lo zio la sorprese nel momento in cui, fuori di mente
per un accesso della infermità, abbandonavasi ad atti contrari al fem
mineo pudore, la fece condurre al morotrofio di Aversa.
» Ivi stette la misera per circa due anni.
» Sembra che la dimora in quell'ospizio le riuscisse intollerabile ,
per che più volte avea tentato di evadere, e non le era riuscito.
» Finalmente , quella sera, profittando di un momento propizio,
ella erasi gittata giù da un terrazzo, dove le si era conceduto di pas
seggiare dopo non poche pruove ch'ella avea dato di rinsavimento.
» Per buona sorte, ella non avea riportato veruna ferita o contu
sione dal salto che avea fatto da un terrazzo alto dieci metri dal
suolo. E ciò le die'agio di potersi dare a rapida fuga.
» Prese la campagna; ma non andò guari e si sentì alle calcagna
i passi accelerati di un uomo che era stato mandato in su le orme
di lei. Era in fatti uno de'custodi dell'ospizio, quello stesso che io
ebbi l'onore quella sera di traboccare nel laghetto.
» Ecco, mia cara figlia, in poche parole la storia di tua madre.
» Come albeggiò, la mi menai , per segrete vie, nella dimora
della Via de'Fossi in Aversa , dove la ritenni chiusa con me per
molti giorni, insino a tanto che credetti essersi un poco rallentate le
ricerche che di lei e di me si facevano attivissime.
» Dopo un mese, di notte tempo, io trafugai la donna in Napoli,
dove la menai ad abitare con una vecchia di mia conoscenza che
avea stanza in un basso del vico S. Raimo al Pendino.
» La mia Rosa, che nessun rimedio avea potuto guarire della de
plorabile infermità che la travagliava, fu guarita da un fatto semplice
e naturale, la gravidanza (1).
(1) Non è nuovo questo caso nella scienza; tanto la natura ha provvidamente disposto
affinchè non sia turbato il mirabile magistero della formazione dell'uomo.
LA MAL'ARIA - 233

» La povera Rosa era incinta.


» Una sera, piangendo di gioia, mi fece questa confessione.
» Non so dirti, o mia santa figliuola, ciò che provò il mio cuore
a tal nuova.
» Fra tutte le strambezze che mi venivano in testa la notte, allor
chè non potevo chiudere gli occhi al sonno , ce n' era una che mi
avea fatto sempre un certo effetto.
» –Se io fossi padre di un bell'angioletto! – dicevo spesso tra
me e me la notte– forse potrei mutar vita e farmi santo.Con quanta
gioia vedreimi crescere a fianco un bel puttino da' capelli d'oro e
dalle guance del colore d'una mela appiola, il quale mi facesse tanti
vezzi ; ed io il tenessi su i miei ginocchi a baloccare ! E se fosse
una bambina, forse ci avrei più gusto , dappoichè le femminelle
sono più aggraziate, più belline, e non sono così frugoli come i ma
stietti. -

» Così dicevo al mio signor me ; e restavo le ore assorto nel pen


siero di una felicità tutta nuova. Bensì , mi scurava un po' questa
bella vista il pensiero che probabilmente mio figlio o mia figlia sa
rebbemi riuscito deforme e cieco di un occhio al pari di me; e un
giorno mi avria potuto dire e con ragione: Mio riverito signor bab
bo, e chi vi avea pregato di mettermi al mondo allorchè nel vostro
edificio ci erano tanti difetti di costruzione ?
» Con tutto ciò, era sempre il mio sogno favorito quello di essere
chiamato babbo. Hai a sapere , figliuola mia , che noi altri uomini
siamo certi strani ed assurdi animali, ch' io non so come Domineddio
non ci schiacci tutti con l'ugna, come voi altre donne fate delle pulci.
Gliuomini adunque hanno pruritacci per quelle cose per cui meno sono
tagliati o che meno convengon loro. Verbigrazia,uno che ha lo sci
linguagnolo si avvisa di andare ad aringar cause in tribunale ; un
altro, che ha la voce di un maiale, assorda il vicinato co' suoi gru
gniti da mane a sera; ed io che, nè pel fisico nè pel morale, ero
nato ad esercitare su la terra il nobile ufizio di padre, me ne sen
tivo in corpo una voglia sterminata.
» Ti lascio però pensare che pulsazioni si ebbe questo mio pove
raccio di cuore nel sentire che la Rosa era incinta.
» Da quel momento io presi a ben volerla; e stetti coll'animo so
speso insino a tanto ch' ella non si sgravò.
» La sua salute era migliorata; e della passata infermità non le
era restato che una gran malinconia, per cui spesso ella piangea senza
motivo. Io faceva di racconsolarla il meglio che potessi; e pagavo
per lei un tanto al giorno alla vecchia Si-Stella del vico S. Raimo,
in casa di cui ella abitava. -
234 - I MISTERI DI NAPOLI

» Come il termine da natura prefisso fu arrivato, Rosa mise al


mondo una bambina.
» Il suo primo vagito, o mia figliuola, face balzar di gioia il mio
cuore... Per poco non impazzai. -

» Ma la prima occhiata che io detti al suo corpicciuolo gittò una


secchia d'acqua gelata sul fuoco del mio paterno entusiasmo.
» Rimasi pietrificato.
» Debbo dirlo? La mia piccola Marta era deforme come un pic
colo mostricino : mi parve di più ch'ella fosse cieca di un occhio
come il suo autore.
» Stetti lì lì per mandar te alla Nunziata e Rosa al Serraglio (1).
Ciò non feci per le preghiere della tua povera mamma, che abbrac
ciò i miei ginocchi supplicandomi ch'io non l'avessi furata delle vi
sceri sue, e che, anche quando non avessi più oltre voluto impac
ciarmi di lei e di te, avessi lasciato a lei la cura di entrambe.
» Mi appigliai a questo partito; e , dettole che da quel punto in
su avesse ella provveduto a' suoi bisogni ed a quelli dello scimmiotto
(perdona) che avea messo al mondo, le volsi il tergo, e trassi al
trove per non darmi più in là pensiero di queste due creature.
» Varcando la soglia di quell'uscio, senti i singhiozzi di Rosa e i
vagiti della bambina; e fui sul punto di ritornare indietro e disdir
mi ; ma il cattivo genio la vinse sul buono... -

» Non vidi Rosa per oltre un anno.


» In verità, ancorchè avessi voluto riveder lei e la bambina, non
avrei potuto ; chè alcun tempo di poi , per una mia scapataggine,
venni arrestato e rimenato alla villeggiatura della Vicaria.
» Questa villeggiatura mi giovò. Io non ero più, come per lo pas
sato, del mio solito umore allegro e scherzoso. Mi noiava e fastidiva
la compagnia de' miei camerati. Ero men tristo quando mi lasciavano
in società co' miei pensieri, dacchè allora io sentiva levarmisi in
petto una gran tenerezza per la bambina che io avea abbandonata e
un gran rimordimento di coscienza.
» Le altre volte che mi ero trovato a villeggiare alla Vicaria ,
non avevo fatto gran premura di uscirne presto; chè non avrei po–
tuto trovare altrove più divertevole compagnia. Ma questa volta mi
era assai duro il restar quivi; e facea voti perchè io ne uscissi presto.
» Avea fermato nell'animo mio che, non sì tosto fuori di prigio
ne, sarei andato a ritrovare Rosa e la mia bambina...
» Infatti, dopo un dieci o undici mesi di prigionia, ricuperai la
mia libertà; e il mio primo pensiero fu di correre al vico S. Raimo.

(1) Reale Ospizio de' poveri.


LA MAL'ARIA 235

» La vecchia, in casa della quale avea io lasciato Rosà, era morta;


e di Rosa e di te nessuna notizia.
» Mi si oscurò il cuore... Dove dirigermi ? a chi richiedere della
donna e di te?
» – Domineddio è giusto – dissi tra me – Io non avrei mai do–
vuto abbandonare le due misere.
» Coll' animo ricolmo di tristezza, mi allontanavo da quel basso,
ch'era stato occupato da altro umile pigionale, allorchè , venuto nel
contiguo vico addimandato de' Pensieri, mi senti chiamare da una
donnicciuola. -

» – Non siete voi quella persona che l'anno scorso veniva quasi
ogni giorno a visitare una povera donna che abitava colla vecchia
Si–Stella nel vico S. Raimo ?
» – Per lo appunto – io risposi col cuore ripieno di speranza –
Sapreste dirmi, buona donna, dove è ita ad abitare quella giovane ?
» – Ma si certo che il vi so dire–ripigliò la donnina – che, quando
la Si-Rosa andò via di là venne ad abbracciarmi , perciocchè era
vamo amiche e ci volevamo un gran bene. Povera Si–Rosa ! tanto
buona, tanto servizievole, con quel cuore che avea !
» – Le accadde forse alcuna disgrazia ? – domandai tosto con
gran perplessità –Che n'è della bambina ch'ella avea a petto ?
» – Della bambina non vi saprei dir cosa – ella soggiunse – ma
della donna, questo ben posso dirvi ch'ella è servente nel monastero
di S. Andrea delle Monache. -

» Presi fiato. Avevo oramai un indizio per aver nuove di Rosa e


della piccola Marta.
» Non posi tempo in mezzo, e m'incamminai pel monastero di S. An
drea delle Monache.
» Chiesi conto della servente. Me l'additarono che attigneva l'ac
qua ad una gran cisterna ch'era nel mezzo del cortile del monastero.
» Aspettai ch'ella avesse fornito il compito suo.
» Me le presentai. Nel rivedermi , la misera mandò un gran gri–
do, e mi gittò le braccia al collo.
» Senza rispondere alle tante interrogazioni che la donna mi fa
cea, le chiesi della bambina...
» Col gesto mi additò una piccina seduta a terra in quell'ampi
cortile e che ruzzava.
» Non sì tosto ella mi ebbe additata la creaturina, mi slanciai verso
di questa.
Al prima vederla, - -

» – Tu m'inganni – gridai a Rosa – Questa non è la piccola


Marta, -
936 I MISTERI DI NAPOLI

» – Si, si, è dessa – ella insistè.


E, come io feci un movimento verso la piccina, questa non si sa
pendo levar di terra per la picciola età, prostese le braccia verso la
mamma in atto di paura e di protezione.
» La mi raccolsi in braccio e la guardai fiso...
» Si, era Marta, la piccola Marta; eri tu, figlia mia; ma che dif
ferenza ! Un anno appena era scorso, e tu non eri più riconoscibile.
Io avea lasciato un mostricino e trovavo un'angioletta.
» Tu eri tutta trasformata. Che occhi bellissimi ! che fisonomia
intelligente! che grazia di labbruzzi ! che leggiadria di capelli
» In pari tempo, che trasformazione trovai in tua madre ! La carne
le si era dileguata di su le ossa ; la faccia parea quella d'una tisica
in terza specie... La misera donna, guarita della sua prisca infermità,
era divenuta soggetta al così detto male di luna o mal caduco.
» Le feci intendere che quindinnanzi io non mi sarei più disgiunto
dalla mia bambina.
» – È d'uopo che tu lasci questo monastero – le dissi – e che
tu venghi a convivere pmeco unitamente alla bambina.
» Rosa fu colta a queste parole da un delirio di gioia.
» Ci fu una difficoltà. Le monache non vollero lasciar partire nè
la servente e nè la bambinella Marta, ch'esse chiamavano la piccola
santa per certi indizi immancabili ch'esse aveano scorto in lei.
» Diceano aver tu operato non pochi prodigi; aver tu primamente,
quando non per anco eri venuta fuori dell'alvo materno, guarita la
mamma dalle diaboliche concupiscenze che l'assediavano.
» E questo era vero.
» In secondo luogo, diceano che una delle suore di quel monaste
ro, tenuta in concetto di santità , un dì che Rosa incinta era ita a
sentir messa nella chiesa di S. Andrea alle Monache, l'avea vedu
ta, e predetto avea che questa donna gravida recava nel suo seno
una bambina la quale riuscir doveva una santa. -

» E ciò fu avverato.
» Da ultimo, quelle monache asserivano che la piccola Marta avea
in fronte il raggio della sua futura santità. -

» Non voglio dimenticar di dire che, dal momento in cui la suora


santa del monastero avea predetto che Rosa portava nel suo seno
una futura beata, le furono fatte delle offerte perchè entrasse in qua
lità di servente nel monastero; il che Rosa non avea per allora ac
cettato, perciocchè in quel tempo io andava quasi ogni giorno a ve–
derla nel vico S. Raimo.
» Allorchè Rosa si vide abbandonata da me , ricordò dello ufizio
a cui la voleano adibire le monache di S. Andrea, e andò ad offe
LA MAL'ARIA 237

rirsi servente, purchè le avessero consentito di portar seco la bam


binella ch'essa nodriva col proprio latte.
» Le monache accettarono , e Rosa fu stabilita nel monastero in
qualità di servente...
» Ora, ecco l'ostacolo che sorgeva al mio riavvicinamento alla tua .
mamma ed a te.
» Le monache , o per loro la badessa , non vollero assolutamente
permettere che tua madre fosse partita con te bambina, perchè forse
aveano intenzione di fare di te una monaca con l'andar del tempo, o
forse perchè aveano veramente scorto in te una santa e non voleano
allontanarti dal loro monastero.
» Le premure ch'io feci riuscirono interamente infruttuose sul bel
principio; nè io poteva far valere i miei dritti paterni, perocchè Rosa
non era mia legittima moglie; nè forse saria bastata la testimonianza
di lei a comprovare il fatto della mia paternità.
» D'altra parte, io non poteva far valere le mie ragioni per vari
motivi; tra cui eran due assai potenti, cioè che il mio nome non so
nava bene all'orecchio delle autorità; e, se io mi fossi presentato per
richiedere l'aiuto della forza per riprendere mia figlia dalle monache,
avrei corso il pericolo di vedermi nuovamente agguantato, perciocchè
avrebbero riconosciuto in tua madre la donna sfuggita al morotrofio
d'Aversa, la quale io avea liberata o sottratta a quella custodia, tra
balzando nelle acque di un laghetto il mastro Giorgio, che si era
ostinato a riprendere la pazza. - -

» Dovetti per alcun tempo accontentarmi di venire a vederti in quel


cortile del monastero. Tu crescevi un fiore di bellezza e di grazie, men
tre la povera tua madre scadeva ogni giorno vieppiù per quel suo
brutto male che la travagliava, e che minacciava di menarla breve
mente al sepolcro.
» Tu non mi fuggivi più, come dianzi facevi al primo vedermi
giungere. A seconda che scorrevano i mesi, parea che tu celeramente
acquistassi cotanta intelligenza e sentimento da renderti l'ammirazione
di tutti. Ora, era tutto il contrario. Quando mi vedevi spuntare da
lungi, tu correvi a me per quei lunghi corridoi che fiancheggiano il
cortile del monastero ; e il tuo aggraziato visino esprimeva il con
tento che la mia presenza dovea cagionarti. Onde come fosse in me
cresciuto l'amore che ti portavo, di leggieri intenderai ora che que
sto amore è divenuto più che una passione in me, una pazzia , se
tale può dirsi l'amore eccessivo di un padre per sua figlia.
» Ma è tempo ormai. che io ponga fine a questa lunga mia nar
razione. È tempo che tu rinfranchi le forze nel riposo della notte,
e che anch'io ristori nel sonno le membra cui già grava l' età;
238 I MISTERI DI NAPOLI

tanto più che domani pria che aggiorni debbo mettermi tra le gambe
la via di Napoli. -

» Conchiuderò in poche parole. -

» Non potendo riaverti con le buone, nè reclamare appo le auto


rità, molte volte mi era surto il pensiero di rapirti a quelle mona
che , le quali senza dubbio col volgere del tempo ti avrebbero tolta
al mio amore. Molte volte avea tentato il colpo, ma non mi era riu
scito, giacchè la porta del gran cortile nel quale io mi cacciavo era
sempre ben guardata sia dalle serventi, sia da vecchie monache, sia
da un frate che tenea l'ufizio di portinaio. - -

» Ma una sera (che era appunto in su le ventiquattro ore) feci loro


un bel tiro. Ebbi una ispirazione. -

» Io passeggiava nel gran cortile con la bambina tra le braccia.


In un momento, appressatomi alla cisterna che è nel mezzo, mi posi
a gridare come chi da paura e da maraviglia è colpito ; e dissi alla
gente che si era fatta attorno a me, aver io veduto una fiamma di
vampare nel pozzo, e poi sparire appresso a pochi secondi, e poi no
vellamente avvampare.
» A tal novella , tutti quelli che usavano guardar la porta e che
erano accorsi a vedere l'opera di messer Lucifero , si strinsero at–
torno al pozzo cogli occhi intenti ivi dentro a rimirare quando appa
risse la prodigiosa fiamma. -

» Colpi questo favorevole istante, e quatto quatto, senza che al


cuno a me pensasse, presi la volta dell'uscita. -

» Non appena mi avvidi che io non ero seguito e che nessuno si


era accorto della mia sparizione , mi detti a correre giù per lo vico
del Sole con tanta rapidità che arrivai appo la Croce di Lucca quasi
senza anelito.
» Ma io avea il mio tesoro con me, la mia piccola Marta , che,
nulla comprendendo di quella fuga, cogli occhi smarriti parea che mi
dicesse: – Dov'è la mamma? -

» Tu avevi otto anni allorchè io ti trasportai in Aversa , dove tu


crescesti una santa, e donde non ti partisti giammai che per trarre
a lavorare nelle vicine campagne. Ma ciò tra breve avrà fine; chè non
mi regge più il cuore di vedere divorata dalla mal'aria la mia diletta
figliuola.
» In quanto alla povera Rosa, da quel giorno io più non la rivi
di, nè più seppi di lei.

Dicendo queste ultime parole, Cecatiello volse in su l'unica pupilla


come se avesse temuto d'incontrare lo sguardo della figliuola.
Egli mentiva.
LA MAL'ARIA 239

Marta avea chinato il capo sulle palme delle mani e singhiozzava,


come solea ogni volta che visitavala il pensiero della mamma , che
essa credea già estinta.
Richiamava questa volta in maggior copia le lacrime della fanciulla
la storia che il padre le avea narrata dal suo nascimento.
Una terribile luce erasi fatta alla sua mente, per cui quindinnanzi
sarebbesi in lei accresciuta la tristezza de' suoi giorni.
Essa era figlia del peccato!

Come si adoperasse Cecatiello ad asciugare le lagrime della figliuola,


lo intenderanno facilmente i nostri lettori.
– Te lo avea detto io — ei le dicea – che questa storia ti avrebbe
afflitta; ma tu ti sei incaponita a sentirla , e ben sai, figliuola mia,
che, se tu mi chiedessi il bulbo degli occhi, non il ti saprei ricu
sare. Ma via mo, rasciuga il pianto , e pensa che tra qualche mese
tu sarai felice al fianco di quel bravo garzone di Onesimo, del quale
mi son fitto in testa di fare un proprietario. Ora, dammi un bacio,
figlia mia, e addio. Domani tornerò a vederti ed abbracciarti prima
di andarmene a Napoli. -

Quando Cecatiello andò via, Marta s'inginocchiò dinanzi ad un qua


dretto dell'Addolorata che era di fianco al suo letticciuolo, e pian
gendo pregò per la mamma, pregò pel babbo, pregò per Onesimo.
Ogni sera, ella si addormentava con tre nomi sulle labbra, quelli
di Gesù, di Maria e di Onesimo.

,
240 I MISTERI DI NAPOLI

- XXI.

Rita era tornata a Giugliano con Francesca sua sorella.


Notiamo che il primo nome di battesimo di Margherita era Filo
mena; ma dal dì che una gran disgrazia era avvenuta, per cui Sa
bina, la moglie del fittaiuolo, avea smarrita la ragione e si trovava nel
manicomio di Aversa, Gesualdo più non chiamò la figliuola che col
secondo nome Rita.
Dicemmo che Rita lucrava un carlino al giorno.
Il suo còmpito era quello di trebbiare il grano o di ordinare i ma
nipoli de'covoni destinati a formare la gregna.
Dava la misera un grano al giorno alla moglie del massaro per avere
un posticino a pie' del letto coniugale del massaro.

Quando ella ebbe quattordici anni, un dì suo padre Gesualdo le


disse : - - , -

– Rita, figlia mia, domani tu ne andrai a mangiar pane nella mas


seria di Aniello a Giugliano. -

La fanciulla non proferì motto. Era già molto che il babbo l'aveva
alimentata fino a quella età di quattordici anni.
All'alba, Gesualdo e la costui moglie Sabina benedissero la gio–
vanetta, le fecero fare il segno della croce; e le posero nella saccoc
cia della grossolana veste di traliccio due pubbliche (1), un pane di
granone e due o tre fave.
Rita avea gli occhi secchi nello andarsene.
— Ricordati de'comandamenti di Gesù Cristo – le disse il padre,
e le ripetè:
» Dividi il pane e la paglia con chi non ne ha.
» Fa sedere vicino al fuoco chi muore di freddo.
» Veglia accanto agli ammalati.
» Asciuga il sudore alla fronte di quelli che sudano freddo nelle
febbri terzane. -

» Va ad attingere una secchia d'acqua e da' a bere a quelli che


hanno sete.
» Aiuta il fratello ne' faticosi lavori della campagna.
(1) Una pubblica valeva un grano e mezzo, cioè sette centesimi a un dipresso.
LA MAL'ARIA - 241

» Sostieni il vecchio zappatore, e raccogli la zappa che gli casca


dalle mani,
» Non dir mai la menzogna, perocchè in tal caso rassomiglieresti
a'signori che mentiscono sempre,

.... respirano la morte... quelle infelici... che lavorano alla maceraziono


della canapa. . . .. . .
- - - -- - - - -- - - - - - - - - - - -- - - - --- --- --- --- --- -

» Non bruttarti giammai le mani del più piccolo furto, perchè in


tal caso rassomiglieresti a ricchi che rubano sempre.
» Non invidiar mai il bene del prossimo, perchè in tal caso ras
somiglieresti al serpente. . --- --- --- -
MASTRIANI – I Misteri di Napoli - 17
242 MISTERI DI NAPOLI

» Non dinunziare il tuo prossimo , perchè in tal caso rassomi


glieresti a' preti che dinunziano al Giudice i peccati che lor si con
fessano.

Gesualdo avea poscia mormorato all'orecchio della figlia:


– E fuggi lo sguardo de' ricchi proprietari di campi, perocchè co
storo tenderanno insidia al tuo onore.

Fu questa la provvista di morale che la figliuola di Gesualdo recò


seco dalla casa paterna...
Era bella questa figlia de' campi, quantunque di temperamento tri
sto e bilioso. Aveva un corpo a dipingere.

Nelle vicinanze di Giugliano era in quel tempo una cartiera tenuta


da un tedesco, a nome Errico Starkes, uno de'più facoltosi proprie
tari di que' luoghi, quello stesso, che possedea vasti tenimenti a Cai
vano, e che avea anticipata a Marta quattro carlini su la settimana
del lavoro di lei. - -

La cartiera dello Starkes era sul modello di quelle de'Cini toscani,


i quali furono i primi ad introdurre in Italia la macchina che fab
brica la carta continua a guisa d'una tela.
Erano tre stanzoni congiunti tra essi da grandi arcate, e l'una
avente il solaio più rilevato dell'altra. Nella prima sono le grandi pile
di pietra, in cui da' cilindri vengono triturati continuamente i cenci
con una prestezza indiavolata.
Ridotto così il cencio ad una pasta finissima come un latte con–
densato , passa nello stanzone appresso , dove è raccolto da' tini e
aggirato da un manubrio affinchè non lasci sedimento.
Uscito il cencio da'tini, si spande in su le lastre di ferro che sono
di quella varia grandezza alla quale vuol ridursi il foglio di carta.
Passa di poi su fine lastre di ottone per entro a cilindri destinati
a strizzarlo insino a tanto che si spogli di ogni umidità.
Il vapore compisce l'asciugamento : il che fatto, il cencio, già di
venuto carta, vien dipanato per via di appositi aspi, e trasportato in
altri luoghi. -

E tutto ciò si compie in meno di pochi minuti.


Mille braccia non basterebbero a fornire questa operazione in una
giornata.

Prima che Onesimo andasse a lavorare al molino, era garzone ope


raio nella cartiera del signor Starkes. -

Era addetto alla macchina... ,


LA MAL'ARIA 243

La domenica e tutti i dì festivi andava a sentir la messa a Giu


gliano.
Una domenica , vide nella chiesa una giovinetta che lo guardava
fiso fiso. Onesimo arrossò tutto, si turbò; e la messa non gli andò,
come suol dirsi, nè per l'anima nè pel corpo.
La domenica appresso, al medesimo sito la fanciulla... Onesimo fu
distratto per tutto il tempo che durò la messa.
Uscirono insieme...
L'uno andava a fianco dell'altra come un fratello e una sorella...
Non avevano l'animo di scambiarsi una parola; ma si guardavano
sempre... e sorridevano.
Il sorriso di Rita era più tristo, più pensoso.
Erano due fanciulli, due innocenze, due anime non contaminate
dal soffio della civiltà.
Ci fu un momento in cui il piede di Rita, non guidato dagli oc
chi ch'erano beati nella vista del garzone, era per venir manco in un
rovinìo.
Onesimo, ch'era al fianco della fanciulla, la sollevò nelle sue brac
cia per salvarla dal precipizio.
La giovanetta strinse al seno la bella testa dell'adolescente, ricca
di nerissime ricciaie.
Si ritrovarono entrambi coperti di rossore.
Per qualche tempo seguitarono a camminare senza più riguardarsi.
Aveano camminato per una via campestre e solitaria. Nè l' uno
nè l'altra avea scelta questa via , la quale non era quella che essi
doveano battere...
Arrivarono ad un sito, che sembrava fosse stato appositamente ap
parecchiato per loro... -

Un gran pino ombreggiava un piccolo rialto formato da una tura


ImOntana...

Ivi entrambi sedettero , senza che l'uno avesse detto all'altra Se–
diamo.
Non s'intendono tra loro gli uccelli nell'aria ed i fiori ne'campi ?
E l'occhio non parla tutte le lingue del mondo?

Stettero que' due pochi momenti muti e imbarazzati.


Indi, Onesimo così rivolse per la prima fiata il discorso alla fan
ciulla: -

– Come ti chiami?
– Filomena Margherita – rispose la giovanetta colla voce tutta
tremante. -

– Di chi sei figliuola ?


244 I MISTERI DI NAPOLI

– Di Gesualdo, il fittaiuolo di Casa Nova a Casal del principe.


Così nomavasi il tenimento preso in fitto da Gesualdo, appartenente
al marchesino don Alfonso Maria, de' duchi di Massa Vitelli.
– Conosco papà Gesualdo –disse Onesimo — è un brav'uomo ;
e il babbo dice che non ci è in Casal del principe e ne'dintorni un
castaldo più onesto e timorato di Dio.
In quel tempo viveva il padre di Onesimo.
– E tu come ti trovi a Giugliano, bella fanciulla?– proseguì il
giovinotto.
– Perchè il babbo non poteva più oltre alimentare quattro figli ;
e mi mandò a buscar del pane col massaro Aniello.
– In che ti adopera il vecchio Aniello ?
– A trebbiare il grano, a segare i fieni; ne' mesi di giugno e di
luglio alla mietitura, e nell'ottobre alla vendemmia.
– Quanti anni hai, Filomena ?
– La mamma mi dicea ch'io nacqui il dì de' Morti e che da quel
dì erano state quattordici vendemmie.
– Come sei bella, Filomena! – esclamò Onesimo guardandola con
2InOI'C.

La fanciulla si fe'in volto una vampa : i suoi occhi brillarono di


gioia.
– Avevo una sorella bella come te, Filomena , e presso a poco
della tua età; e, vedi un poco ! nomavasi appunto Filomena come te.
Era la gioia della nostra famigliuola. Il babbo l'amava tanto e poi
tanto ! era alta e fina come una panocchia di grano turco. Lavorava
nelle tinaie. Avea sempre i labbri come quelli d'una morta. Il fia
tamento continuo del malo aere delle tinaie ce la rapì. Così ci disse
il curato quando venne a gittare un po' d'acqua benedetta in sul ca
davere. Il babbo non impazzò che fu un miracolo della Madonna...
Povera suora !
Gli occhi di Onesimo si riempirono di lacrime: quelli di Rita erano
pensosi. -

Una mano di lei si trovò per caso appo una mano del garzone.
Quelle due mani si strinsero. Quale fu la prima a stringere l'al
tra? Nessuna. -

– Filomena, vuoi tu amarmi siccome amavami la suora che se


ne andò in paradiso? - --- --- --- -

– Si – mormorò la fanciulla.
E quelle due teste si avvicinarono; i loro occhi si abbracciarono,
si confusero... più non guardarono. . . . - - -

Per un attimo, quegli occhi si chiusero come per non mirare il


proprio rossore. - - - - - -
LA MAL'ARIA 245

Ciò fu quando quelle labbra s'incontrarono.

Quella sera, Onesimo pria di addormentarsi disse un'avemmaria


per la nuova sorella che Dio gli avea fatto incontrare.
Rita... non pregò, ma stette svegliata tutta la notte.

Quando questa scena ebbe luogo , Onesimo non conosceva ancora


la giovane Marta.
246 1 MISTERI DI NAPoLI

DDIIII,

A poca distanza da Giugliano era un casino, circondato da ridenti


poggiuoli e da chine amenissime ricche di svelti e graziosi pini che
manteneano ivi presso una grata frescura.
Pure, nissuno si fermava appo quel casino...
I contadini, ch'erano costretti a passare per la strada , da cui il
casino era discosto un tiro di schioppo , non levavano gli occhi dal
suolo, e si sberrettavano... e acceleravano il passo.
Nessuna donna vi passava giammai...
Di tempo in tempo, un elegante carrozzino, tutto lucido per ver
nici e per ottoni tersissimi, tratto da un brioso baio-dorato, usciva
dal cortiletto del casino, facendo annebbiare l'aere per un denso nu
golo di polvere.
Il carrozzino portava agli svelti fianchi della sua coccia a due se
dili uno scudo che in quel tempo era il più aristocratico di tutti,
lo stemma borbonico.
Per lo più, due personaggi erano seduti alle due morbide pan
chettine;
Un giovine di circa vent'anni, di regolare statura , di faccia ab
brunita di sole, su la quale appena una mosca nella fossetta del mento
mostrava l'incipiente virilità : nel complesso del volto il tipo cono-
sciutissimo della famiglia. Vestiva per lo più abiti grossolani;
L'altro era anche un giovine , ma più dappresso a' trenta che ai
venti: faccia insipida, ma arrogante, su la quale erano scolpiti due
peccati mortali de'più odiati da Dio, due peccati che dovrebbero esclu
dersi l'un l'altro se non trovassero il modo di convivere fraterna
mente in certe anime..., intendiamo, la superbia e la lussuria... Ve
stiva questo personaggio con istudiata lindura, affettando le fogge in
glesi per la campagna.
Il più giovine per lo più guidava il cavallo.

Questi due personaggi erano,


Sua altezza reale il conte di Lecce, don Antonio Borbone; e
Sua signoria, il marchese don Alfonso Maria, de' duchi di Massa
Vitelli,...
LA MAL'ARIA 247

ll biroccino saettava per que' vicini villaggi.


L'altezza dell'auriga non si abbassava a gridar Guarda; onde era
proprio la Madonna che sottraeva di quelle velocissime ruote quei
fanciulletti o que' canuti che si trovavano in sul passaggio della biga
reale,
Per lo più, così soleva sua altezza andare a caccia... non di tardi
o beccacce, ma di un'altra specie di uccelli , che non han piume e
non volano. -

Talvolta, il fratello del re di Napoli usciva a piedi per trarre ai


vicini mercati od alle fiere... ln tal caso, era seguito da un corteo
di mastini.
Jussuf fu da sua altezza regalato al marchesino don Alfonso, ma,
il principe lo chiamava Peppe; il marchesino volle tradurre il nome
in turco od in arabo, ed il nomò Jussuf. -

In questi mercati e in queste fiere sua altezza comperava e ven–,


deva ; comperava le bestie bovine e vendeva le sue mandrie. Egli
stesso
il fissavae iloprezzi,
principe, e nonnegli
guardavano ci eraocchi.
a ridire... I mastini attorniavano,
A

Oh come andar dovea lieta e suberba l'avventurosa Giugliano di


avere in grembo un rampollo di san Luigi! e che rampollo! )

Una domenica mattina, la figliuola di Gesualdo si recava alla chie


sa, non nello intento di sentir la messa, bensì nella speranza di ri
vedere Onesimo , il quale già da qualche tempo non più si recava
di festa a Giugliano.
Era allora quel tempo in cui tutte le facoltà del giovine mugnaio
erano rivolte alla figliuola di Cecatiello. •

Rita piangea sempre, dacchè si accorse di non essere più amata da


Onesimo... -

Ciò non era vero. Onesimo l'amava sempre come si ama una
suora. Ma che differenza dall'adorazione ch'ei sentiva per Marta!
Bensì, egli non andava più i dì festivi a Giugliano a sentir la
messa, perocchè andava con Marta nella parrocchia di Casal del
principe.
Rita non mancava di trarre alla chiesa ogni domenica e porsi a
quel medesimo sito dove la prima volta avea visto il vago garzone.
Ma ella se ne tornava col cuore scuro come una mala notte , e
piangea... piangea.

Una domenica, tornando dalla chiesa ella iva così assorta ne' suoi
tristi pensieri, che mancò poco non venisse tramazzata dalla furia
d'un carrozzino. -
9248 I MISTERI DI NAPoLI

Era quello del principe, che ebbe la generosità di rattenere il bello


estro del cavallo.
Era peccato di schiacciare sotto le ruote il seno d'una bella gio
Vanetta. -

Ciò non pertanto, la povera Rita era caduta tramortita dallo spa–
VentO. -

ll biroccio del principe si era fermato. Una parola fu scambiata


tra il principe e il marchesino don Alfonso. -- -

Costui smontò dal biroccino, si appressò alla fanciulla; e, ponen


dole nella mano una moneta d'oro, le disse: ----

–Sua altezza vi regala questa moneta in compenso della paura


che avete avuta. Come vi chiamate, e dove abitate, bella fanciulla ?
– Mi chiamo Filomena, ed abito nella masseria detta la Posta di
Campo in casa del massaro Aniello – rispose Rita, cui alla vista di
quella moneta non mai dianzi veduta si era tutto affocato il viso.
In quanto alle parole Sua Altezza, non aveano avuto nessuna si–
gnificazione per la fanciulla...

Per tutto il resto di quel dì e per quella sera, Rita non pensò ad
Onesimo.

ll domani, verso le prime ore del giorno , quattro o cinque sini–


stre facce di uomini, vestiti presso a poco alla maniera de'guarda
boschi, si cacciarono nella masseria di Aniello...
Questi era fuori. La moglie Marianna era occupata a gittare nella
ruspa il terreno d'una prominenza che si aveva a spianare per semi
narvi entro. -

Uno di quegli uomini barbuti si appressò alla donna del massaro,


e le domandò:
– È qui una giovanetta a nome Filomena?
–Gnorsì – rispose la donna, guatando maravigliata que' ceffi.
– Dov'è?
– Laggiù nel seminato a ricorre i cavoli cappucci.
E l'additò loro colla mano.
Que'barbuti mossero alla volta della fanciulla; e la donna di Aniello
lor tenne dietro coll'occhio.
Li vide appressarsi alla Rita, e l'un di loro volgerle il discorso :
poscia, vide la fanciulla accompagnarsi con quegli uomini. -

Come furono giunti dappresso alla moglie del massaio , uno di


quelli si avvicinò a costei, le si chinò all'orecchio, e le disse qual
che cosa, per cui la donna restò come pietrificata. -

Rita si allontanò con quegli uomini...


LA MAL'ARIA 249

La moglie del massaio la seguitò con un lungo sguardo di pietà ;


e, quando la perdè di vista, esclamò tra sè:
– Povera figlia !
E tornò daccapo a gittare il terreno nella ruspa.

Rita non ritornò alla masseria che il dì appresso verso le prime


ore del mattino.
Il suo viso era infiammato come per un violento accesso di feb
bre : gli occhi erano quelli di una demente : camminava come una
ebbra... -

La donna del massaio le fece qualche interrogazione; Rita non ri


spose... Guardava come balorda, e parea non comprendere ciò che le
si dicea...
Stette tutto quel dì muta, cogli occhi ardenti, in cui a volta a
volta sembrava arrestarsi una lava di pianto. -

Lavorò poco e male. Di tratto in tratto, ristava dal lavoro, e si


gittava a sedere sul terreno, dove rimanea pensosa un buono spa
zietto di tempo.

Che cosa le era accaduto ?


Niente... Tutto.
Su quel fiore era passata la bava avvelenata d'una biscia.

Dieci o venti volte nel resto di quel giorno, Rita ebbe il pensiero
di gittarsi dall'alto d'una rupe , ch'era a poca distanza dalla masse
ria; ma la stupefazione del dolore le avea tolto financo quella ener
gia che si richiede per troncarsi la vita.
D'altra parte, a sedici anni, la vita è così bella! è una primavera.
A sedici anni, la vita è un ignoto come la morte : sono due ignoti,
colla differenza che il primo è l' ignoto del profumo , il secondo è
l'ignoto delle tenebre. - --

Quando Aniello tornò , la moglie il chiamò in disparte; e stettero


un buon pezzo a confabulare tra loro.
– Bisogna rimandarla a suo padre – disse il massaio.
– Che di'tu, marito mio! – esclamò la donna–Io mi penso che
sarà meglio nascondergli il brutto fatto. Quel povero uomo ne mor
rebbe di dolore.
– Fatto sta che tu avresti un po' meglio dovuto guardar la fan
ciulla. Ei bisognava non lasciarla andar sola per le vie. La sua
mamma affidava a te quella piccina.
– Si, si, hai ragione, Aniello; io sono una scellerata.
– E s'ella fosse stata tua figlia? eh ?
250 I MISTERI DI NAPOLI

La donna si pose a piangere, a singhiozzare, a strapparsi i capelli.


— Ora è inutile il disperarsi – riprese l'uomo–A questi guai non
ci è rimedio... Ciò che ci resta a fare si è di prendere consiglio dal
buon curato. Domani ne andrai a ritrovarlo.

ll pievano di Giugliano era un buon vecchio prete , uno di quei


pochissimi, che esercitano il divino ministero con quella esemplare
carità ch'esser dovrebbe nel cuore di tutti quelli che abbracciano que
sta sublime vocazione.
Il pievano di Giugliano si rattristò alla spiacevole nuova narratagli
dalla moglie di Aniello.
– I nostri peccati hanno attirato su noi la collera del Signore –
egli disse – Ecco un' altra vittima del nostro Baldassarre. Voglia il
sommo Dio allontanare da noi il flagello che ci travaglia , la serpe
che insidia alla innocenza delle nostre figliuole. Oh ! questi potenti,
questi doviziosi, questi gran signoril Quanto più sguazzano nelle uma
ne prosperità, tanto più perversi diventano gli animi loro. Magni
ficati sunt et dilati : incrassati sunt et impinguati, et praeterierunt
sermones meos pessime (1). Iddio abbia pietà di loro e di noi tutti!
Rinfràncati, sorella. Andrò io da Gesualdo.
– Voi, padre ! -

– Si, sorella. Il Signore porrà sul mio labbro le parole più con
venienti a tanta SVentura.

Il pievano tenne la sua parola.


Al vedersi dinanzi un prete, Gesualdo rabbruscò le ciglia.
–Sono il curato di Giugliano – rispose il buon vecchio – Il Si
gnore visita la casa tua, fratello. Che la sua volontà sia fatta! Vengo
ad annunziarti una grande sventura. -

– È morta mia figlia Filomena? – domandò il fittaiuolo cogli oc


chi secchi di chi da lunghi anni è avvezzo a' patiménti.
– Peggio che morta, fratello.
Gesualdo capì.
– Un ricco ?
— Un potente.
– Fu sedotta ?
– No, fu rapita.
– Colui ?
–Si, fratello. -

– Sia maledetto il suo seme! – esclamò Gesualdo pallido di rab

(1) Geremia 5-28.


LA MAL'ARIA 951

bia e di dolore – Maledetto il ventre che lo portò; maledette le poppe


che lo allattarono; maledetto il sole che lo illumina e la terra che lo
sostiene. Che sieno maledetti i ricchi, i potenti e il loro seme. -

– Fratello, perdona... Essi non sanno quello che fanno. Gesù ci


comanda il perdono. I ricchi, i potenti sono pure nostri fratelli.
– No, no, no – rispose con ruggito di leone il castaldo — No,
noi non abbiam nulla di comune con questo seme di scellerati. I no
stri fratelli non ci rapiscono ilpane dalla bocca, non tolgono l' onore
alle nostre figliuole ; i nostri fratelli faticano per mangiare ; i lupi
non han nulla di comune colli agnelli..... No... essi non sono nostri
fratelli. -

Il pievano non aggiunse parola per non esasperare quel dolore che
avea salde ragioni.
Gesualdo non avea proferito una sola parola risguardante la figliuo–
la; nè il curato stimò prudente interrogare il fittaiuolo su tal dolo
roso soggetto: promise pertanto a se stesso di vegliare su la povera
Filomena.

Una mattina, Rita era sola nel tugurio del massaio...


Ella era sofferente... Marianna, la moglie di Aniello, le avea per
quel dì risparmiata la fatica.
La Marianna cercava, col sovrabbondare di buoni e amorosi tratti
verso la figlia di Gesualdo, fare ammenda del danno irreparabile che
le avea cagionato colla sua poca avvedutezza.
Rita rimanea lunghe ore nello stesso atteggiamento, come una sta
tua di sale...
A che pensava la misera ?
Iddio ha il segreto. di queste povere anime...
Le si affacciavano forse alla mente le ultime parole che il babbo
le avea mormorato all' orecchio quando ella si partì per Giugliano :
Fuggi lo sguardo de' ricchi proprietari di campi , perocchè costoro
tenderanno insidia al tuo onore.
Chiedea vendetta contro il rapitore del suo onore ? No.
La fanciulla non era al caso di comprendere ancora tutta le esten-
sione della perdita ch'ella avea fatta.

Nelle campagne non si ha una precisa idea di ciò che dicesi ono
re. D'una fanciulla che cada per seduzione dicesi che ha peccato ;
d'un'altra che sia, come la Rita, vittima della violenza, dicesi ha sof
ferto una disgrazia ; d'un'altra che abbia per amante un prete , si
dice beata lei !
In tutto questo non ci entra l'onore.
232 I MisTERI DI NAPoLI "* gS
Aggiungiamo eziandio che per lo più i genitori, avviliti dal servag
gio della gleba, avvezzi a riguardare il proprietario come un re ed il
prete come un dio, rimangono indifferenti ove apprendano che una
delle loro figliuole non è più fanciulla per opera del signorino o del
reverendo.

Gli aviti pregiudizi non si distruggono facilmente ; e l'antico jus


che i feudatari vantavano su le primizie femminee delle loro terre
regna ancora in gran parte appo i nostri contadini.
In quanto al prete, è un altro paio di maniche. Ne'villaggi è co
mune credenza che l' amore del prete non è peccato , ma un modo
di santificarsi e forse de' più efficaci.

Rita avea vergogna di sè.


Avrebbe voluto credere un cattivo sogno ciò che le era accaduto.
Talvolta ella credeva in fatti che fosse stato un sogno.
Che cosa le era accaduto?
Quel mistero, che per lungo tempo la vergine desidera e paventa
d'indovinare ; quel mistero che pone una cara nube su la fronte di
lei e le fa chinare le ciglia alla vista degli uomini; quel mistero che
circonda di un profumo ineffabile la cara vergine, non era più... per
Rita che un fatto, per cui oramai le si anneriva in brutto e sconcio
modo l'esistenza.
Il mistero non ci era più.
Il velo dell'idolo era caduto, ed era rimasto scoperto il meccanismo
del prodigio. -

Era sola la Rita nell'abituro di Aniello, allorchè l'usciuolo fu vio


lentemente spalancato, e dinanzi le apparve un uomo.
Ella mise un grido soffocato, cadde in ginocchi, e
- Babbo, uccidimi – mormorò la misera coprendosi il volto colle
mami (1).
Era Gesualdo.
Il suo volto era tristo ma non isdegnoso e truce. Quando la gio–
vanetta gli cadde a' piedi, ei si sentì agli occhi una furia di pianto,
per che volse altrove lo sguardo.
- Alzati – disse indi a poco con voce ferma, che non tradiva nè
sdegno nè tenerezza... -

Rita si levò ; ma il capo rimase chino sul seno, come un giglio


Spezzato sul suo stelo. -

- Io aveva una figliuola che si nomava Filomena – disse il vec

(1) Vedi la figura a pagina 209.


LA MAL'ARIA 253

chio – una bella e aggraziata figliuola,pura e santa come la Madon


na... Ella è morta.
Rita singhiozzava.
– Non avevo che un sol bene in su la terra, la mia famiglia ,
una compagna, che rallegrava la mia casa, e quattro figliuoli che mi
amavano, e temevano Dio... Ora, la mia Sabina è pazza, e la mia
figliuola è morta.
Rita rizzò il capo e guatò il genitore con ispavento...
– E il parroco dice ch'ei bisogna perdonare. E sia pure! E Marta
dice che Gesù Cristo fa le cose giuste. E sia pure!.. -

E il vecchio si pose a ridere.


Quel riso facea pietà.
–Perdonare!.. perdonare! E chi mi restituirà la figlia colla sua in
nocenza e la moglie colla sua ragione? Era tutto quel poco di feli
cità che io mi avea su la terra. – Me l'hanno rapita ! Era così bella
la mia piccina!... Quando io la baciavo, mi si allargava il cuore come
i polmoni si allargano quando si fiuta un fiore odoroso... La miseria
me la fece allontanare dalla casa... Maledetta la miseria e chi la creò!
Questa volta l'onda di lagrime ch'era affluita agli occhi del vecchio
traboccò come un torrente che rompa i suoi argini.
Pur, non si potea dire che Gesualdo piagnesse , dappoichè quelle
lacrime scorrevano su una faccia immota. Sembrava che la pioggia
fosse caduta su la testa d'una statua.
Le lacrime di un vecchio spezzano il cuore. Ei pare che a quella
età le sorgenti delle lacrime debbano essere già disseccate.
Questo non fu sfogo che sollevò il cuore del vecchio: il petto ne
fu sgravato, ma non il cuore.
Gli occhi di Gesualdo e della figlia s'incontrarono.
Rita congiunse le mani ; vacillò...
Il vecchio l'accolse nelle sue braccia, e la baciò sul capo.
Non dissero una parola.
Muto è il labbro, quando il cuore è straripante di affetti.

Poco di poi, Gesualdo ritornava a Casal del principe.


Rita restava a Giugliano.
254 I MISTERI DI NAPOLI

XXIII.

Infinite esser possono le cagioni che determinano l'alienazione men


tale. Queste cause hanno maggiore o minor presa a seconda della
struttura della cassa cerebrale di ciascun uomo e della sua partico–
lare suscettività nervosa.
Si nasce colla disposizione organica alla follia, siccome a qualun
que altra infermità.
L'angolosità dell'osso frontale predispone alla follia.
Gittate una pietruzza nella cassa d'un gravicembalo e lo avrete
scordato. La più celeste delle cose terrene, l'armonia, è distrutta da
quella lievissima causa.
Gittate all'improvviso una terribile nuova nel capo di un uomo pre
disposto , e ne avrete fatto un demente. La più pura immagine di
Dio, la ragione, è scancellata.

Sabina era malaticcia, nervosa, ipocondrica. Avea dato per lo ad


dietro non pochi e non equivoci lampi di sconcerto mentale. Le feb–
bri di mal'aria e il tifo aveano a poco a poco affiacchito le sue fa–
coltà mentali. Un'altra piccola giravolta a' bischeri del cervello, e le
corde allentate non avrebbero più dato armonici suoni.
Così avvenne.
Gesualdo non ebbe modo : riversò nell' orecchio di sua moglie la
trista nuova della disgrazia della figliuola.
Sabina die' di volta.
Pochi giorni appresso, accoglievala il morotrofio di Aversa (1).
Pochi mesi appresso a questi disgraziati fatti, il conte di Lecce fu
richiamato alla reggia per ordine del re.
Delcarretto mandò su gli scogli che circondano la Sicilia un buon
numero de' guardaboschi del principe...
v

(1) Ci corre il debito di rendere giustizia alla presente direzione di questo importante
Ospizio, uno de' primari in Europa per l'amenità del sito , per l'ampiezza dello edificio ,
pel numero de'dementi che accoglie ogni anno. Illustri cultori dell'arte salutare vi spesero
assidue cure con sentimenti di cristiana carità, tra i quali dobbiamo ricordare un Giovanni
Linguiti, un Miraglia, un Sannicola, non è guari mancato a' viventi, ed altri egregi, de'cui
nomi non ci sovviene pel momento.
LA MAL'ARIA 255
A

Ma non andò guari, e Sua Altezza don Antonio ritornò a Giugliano.


Uno strano fatto accadde.
Una precessione di bianchi co'torchi accesi trasportava all'ultimo
asilo le spoglie di un confratello estinto.
La processione movea per la discesa di Capodichino.
Ed ecco, un biroccino a cui è ligato un superbo cavallo venendo
da Giugliano cerca di scompigliare le file degl'incappati.
Hanno forse i morti il dritto di contrastare il passo a' gran signori?
Ma se i morti non hanno questo dritto, ei pare che in certi casi
lo abbiano i vivi. -

Così la pensarono que' confrati, i quali, sia che avessero ricono–


sciuto nell'insolente signorotto-auriga il Baldassarre di Giugliano e
volessero cogliere quella occasione propizia per dargli una lezioncella
a modo loro, sia che non lo avessero riconosciuto, certo si è che,
mossi a sdegno dall'arroganza del conduttore del biroccino che fru
stava il cavallo per rompere le file della funebre processione, gli fu
rono addosso co'torchi, e gli menarono giù pel capo e per le spalle
una tempesta di colpi , che , s'ei non si fosse affrettato a scappare
col carrozzino, avrebbero que' confrati atterrato un altro morto.
Questa comica avventura corse per le bocche di tutti.
Don Antonio se ne dolse col re, col ministro, con tutte le auto
rità; ma i confrati protestarono che le cappe bianche dalle quali eglino
erano coperti non permisero loro di riconoscere l'augusto germano
di sua maestà. E la faccenda si addormentò.

Alcun tempo appresso, avvenne altro fatto più serio.


Sembra che il regal giovinotto avesse tese le sue reti amorose per
cogliere un augello non del tutto palustre. La famiglia della giovi
netta tese invece una rete al regal cacciatore, che vi restò preso.
Vuolsi che il giovinotto facesse a contraggenio un brutto salto da
una finestra.
Ci furono arresti e carcerazioni. Diascine ! Non ci era la scusa delle
cappe questa volta.

Finalmente, un ultimo brutto tiro il fece Domineddio, che questa


volta non volle aspettare neppure il sabato per pagare, come suol
dirsi.
Sua altezza il conte di Lecce infermò non sappiam di che malat
tia; e quando appena varcava il quarto lustro se ne andò a ritrovare
in paradiso i suoi augusti antenati.
La morte ha strani ghiribizzi: le piacciono i colpi di scena, le im
provvisazioni, le sorprese: ha il difetto di scherzare con tutti,
256 1 MISTERI DI NAPoLI
La disgrazia di Rita non fece che abbreviare i giorni di Gesualdo;
e noi assistemmo alla costui ultima ora.
La sorte della sventurata giovanetta avea profondamente commosso
il cuore di Marta , che si recava di tempo in tempo a racconsolare
la solitudine del povero vecchio.
Una domenica, Marta andò a ritrovare Rita a Giugliano.
Nessuna giovanetta si avvicinava più a Rita dal dì che essa avea
perduta la sua innocenza. -

E Rita non si mostrò più per le vie del paese: non andava neanco
più a messa la domenica.
Egli è vero che di sera Marianna l'avea menata dal buon parroco
per farla confessare e rimetterla in grazia di Dio; ma con tutto que
sto , la giovane arrossava di mostrarsi in pubblico e segnatamente
nel tempio di Dio. Le parea che tutti la guardassero e l'additassero
a' loro vicini. -

La misera si credea divenuta oggetto dell'universale disprezzo , e


si tenea chiusa quando non era fuori in campagna a lavorare.
La visita di Marta fu per lei così gran consolazione che ella ne
pianse di gioia; e, durante tutto il tempo che la figlia di Cecatiello
rimase con lei, non fece altro che strignerle e baciarle le mani e darle
tanti nomi ed epiteti affettuosi, -

Quanti tesori di carità e di amorevolezza possono essere nel cuore


d'una donna , tanti ne spiegò Marta per arrecare alcun conforto e
sollievo alla sconsolatissima.
Oh quanto bene fa al cuore di quelli che si credono dispregiati il
sapere che altri li tiene ancora in istima! -

Noi vorremmo che questa verità si appigliasse saldamente all'ani–


mo di coloro che han per abito il disdegnoso disprezzo verso quelle
infelici che, cadute in peccato, precipitarono assai giù per mancanza
d'una pietosa mano che le avesse rialzate.
Oh quante mirabili conversioni e riabilitazioni vedremmo ogni dì
compiersi nel mezzo delle più abbiette peccatrici, se la società, invece
di schernirle e profondarle sempre più nel fango della brutalità, desse
loro a credere che elleno sono ancora riscattabili coll'onesto lavoro
e col sincero ritorno alla vita morale. -- - - - - - -

Rita non disperò più di sè dacchè un angelo venne a rialzarla.


– Mi dissero che io non potevo più sperare la salvezza dell'ani
ma – ella disse cogli occhi affocati di pianto — e d'allora io più non
pregai la sera e la mattina; e la notte che brutti e terribili sogni ho
mai fatto! Mi sembrava che stessero per afferrarmi e menarmi all'in
ferno cinque demoni, gli stessi che quella mattina vennero a pren
dermi per menarmi in quella casa tanto bella, tanto ricca, ... . . .
«
LA MAL'ARIA - 257

– Discaccia oramai cotesti pensieri e coteste larve... Tu hai fatto


un brutto sogno, e non altro, il quale ha lasciato un certo disordine
nella tua mente... Tu sei sempre la buona e cara fanciulla Filomena.
– No, no, io non sono più Filomena – dicea la giovane respin
gendo dolcemente la mano di Marta che l'accarezzava – No, io non

||||| |
||||||| // |||||| |
| | |||||||
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||||||| ||||||||

| |

s3

sono più Filomena, ma bensì Rita. Il babbo mi disse che Filomena


era morta e che la mamma era impazzata.
Marta sentì mancarlesi il cuore.
– No, sorella, cotesto è un delirio della tua mente. Il babbo ti
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 18
258 I MISTERI DI NAPOLI

ama, e la tua sorellina e i fratellini ti desiderano tanto tanto. Noi


tutti ti amiamo.
– Ah ! – esclamò la misera con un raggio di gioia che le brillò
negli occhi.
– Si, sorella ; noi tutti ti amiamo. G

— Anche Onesimo ?—ella domandò con un accento di viva pas


sione. -

Marta si scurò in viso, ma lievissimamente ; fu proprio l' ombra


d'una nube e niente altro. Ella affisò amorosamente la giovane, le
sorrise come una santa, e le rispose accarrezzandole i capelli:
–Si, sprella; Onesimo ti ama sempre. Tu sei sempre per lui la
sua bella e buona sorella Filomena.
Rita chinò il capo.
–Ti ha egli mai parlato di me, sorella Marta ?
– Si, si, molte volte ei mi ha parlato di te. -

— Vedi, sorella Marta; io non gli dissi mai che io lo amo tanto,
ma non già come si ama un fratello.
Marta raggrottò leggiermente le sopracciglia.
– E come lo ami tu, sorella ?
– Io non so dirti; ma figurati che, s'io non fossi ora la più in–
felice e sventurata creatura, avrei ogni sera pregato la madonna per
chè mi facesse la grazia di farmi sposare il mio Onesimo. Senti, Marta.
Se uno mi dicesse: Per isposare Onesimo, tu devi camminare un'ora
al giorno su i tizzi ardenti , io camminerei su i tizzi ardenti; ov
vero, se l'amore di Onesimo io non potessi acquistarmi che (perdo
na, veh, sorella) vendendo la mia anima al dimonio , io non istarei
in forse un sol momento per dargliela.
– Oh ! che di' tu, suora mia! Le creature non si hanno ad amare
più di quello che la carità e la fede prescrivono.
–Tu hai ragione, mia buona Marta, perchè tu sei una santa. Ma
come si fa a serbare cotesta misura nell'amore ? Te felice che non
ami nessun uomo !
– Perchè credi così, sorella ? -

– Come!... Ah ! capisco! ma io non intendo l'amore che tu hai


pel babbo...
— Or bene, sorella Rita, io non voglio tener teco un segreto. Io
dII10, ..

– E sei riamata ?
– Si – rispose Marta, il cui volto s'irradiò d'unagioia ineffabile.
— Oh te felice ! E che nome ha il tuo amante?
– Cipriano-Paolo – rispose Marta, evitando di proferire il nome
di Onesimo.
LA MAL'ARIA 259
– È bello il tuo amante, sorella?
– Si, ma più bella è la sua anima.
– Oh ! questo, per esempio, io non son capace di vedere. Come
si fa a sapere se un'anima sia bella o brutta ?
–Niente di più facile...Guarda una persona attesamente negli oc
chi; e, se la luce che ne parte alletta il tuo cuore, è una bell'anima;
se, al converso, ti senti turbata, in uno stato di mal'essere e di tri
stezza, è possibile che Dio non sia colà.
– Come hai fatto, Marta, ad essere così savia ?
– Savia ! oh mio Dio ! Io non ho che un po' di fede, e questo
è tutto. . -

– Che cosa è la fede?


– È LA cERTEzzA D'UN PREMIo o DI UNA PENA AL DI LA' DELLA vITA.
e

Poco appresso, le due giovani si separarono, poscia che Rita ebbe


promesso di andare a ritrovare l'amica Marta ogni volta che si fosse
recata a visitare il babbo e i fratellini.

Così andarono le cose per qualche tempo. -

Rita andò a ritrovare la giovane Marta due o tre volte a Casal del
principe ed a Caivano.
Un dì, trovò la giovane in compagnia di Onesimo.
Poco mancò ch'ella non morisse a tal colpo.
Indovinò... capì... La gelosia sbranò quel povero cuore.
Da quel momento, Rita odiò Marta. -

Accennammo al lampo di gelosia che avea attraversato la mente di


Marta quando, in occasione delle ultime ore di Gesualdo, ella mandò
Onesimo a Giugliano per che questi menasse secolui Rita, cui il mo
ribondo desiderava vedere.
Marta era avvezza a sacrificar se stessa in ogni cosa al bene degli
altri.
S'ella avesse trattenuto Onesimo di andare a Giugliano, Gesualdo
sarebbe morto senza avere il piacere di rivedere la figliuola.
Quel lampo di gelosia non durò che un momento.
Oltre a ciò , poteva ella dubitare un solo istante dell' amore di
Onesimo ?

Era la prima volta che il giovine mugnaio rivedea Rita dopo la


disgrazia di costei.
Lasciamo immaginare che balzi provò il cuore della giovane nel
rivedere a Giugliano l'oggetto dello amor suo.
260 I MISTERI DI NAPOLI

– È d'uopo che tu venghi meco a Casal del principe – le disse


Onesimo – Il tuo babbo è gravemente infermo, e desidera di rive
derti. -

Era tale il piacere ch'essa provava in quel momento, che non com
prese che il babbo trovavasi gravemente infermo.
Una sola cosa ella avea assai bene compresa, cioè che dovea cam
minare per alquante miglia a fianco di Onesimo.
Il giovine non disse che poche parole, indifferenti durante il lungo
cammino.
Rita si accorse che non era nè più amata nè più stimata dal giovine...
Un gelo di morte le piombò sul cuore.
L'arrivo di lei a Casal del principe pochi momenti pria che Ge–
sualdo rendesse l'estremo fiato, e tutto ciò che seguì alla morte del
buon castaldo, è già noto a' nostri lettori.
LA MAL'ARIA 261

XXIV.

Non era scorso gran tempo dalla morte di Gesualdo che un tristo
avvenimento ebbe luogo nelle vicinanze di Giugliano.
L'incendio si appiccò alla cartiera del tedesco Errico Starkes.
Qual si fosse la causa di questo disastro, non il sapremmo dire.
Ciò fu verso il cader della sera: si era cessato dal lavorare.

Un incendio dimostra come dalle più lievi cause nascono le grandi


catastrofi. -

Tutto quaggiù ci avverte del nulla delle umane cose.


Que'magnifici palagi edificati con tanta solidità che sembrano sfi
dare l'edace corso de' secoli possono essere divorati e distrutti da
un fiammifero.
Il fuoco, che conserva ed anima la natura, elemento di vita e di
propagazione, è in pari tempo il più possente de' prestigiatori.
Nessuna cosa creata si distrugge.
Tutto si trasforma sul fornello di questo gran laboratorio chimico
che dicesi mondo. -

La cartiera del signor Starkes divampò quasi tutta ad un tratto :


l'incendio vi si manifestò quando già si era renduto gigante.
Il tedesco era in quel momento a Caivano.
La cartiera era situata in un sito aperto e spazioso.
Gli abitanti delle casipole circonvicine non si erano accorti di nulla;
dacchè le piccole famigliuole erano già rientrate ne' loro domestici
focolai, e ciascheduno attendeva ad apparecchiarsi la parca cena.
Di repente, un denso e caldo fumo penetra negli abituri. Credesi
dapprima che sia una fitta nebbia ; ma ben presto si odono voci di
spavento e di allarme.
Tutti escono fuori delle loro case.
Il fumo parte dalla cartiera, da'cui finestroni escono lingue di fuoco
commiste ad atri vapori.
Il fuoco si è appiccato a' depositi delle carte.
Centinaia di cantaia di risme di carta sono in que'fondachi, che
formano il primo piano dell'edificio.
269) I MISTERI TD] NAPOLI

Colà giù è l'inferno.


Questi fondachi di depositi delle carte comunicano con quelli di de
posito de' cenci.
Tutto è facile esca alle fiamme...

Una folla immensa circonda l' edificio crepitante... Sono contadini,


bifolchi , manovali , carrettieri, mandriani ed altra gente di simil
maniera.
Tutti guardano, stupiscono, deplorano... Nissuno si muove.
L'incendio presenta tali spaventevoli proporzioni che non dà luogo
a sperare che possa estinguersi co'mezzi ordinari.
D'altra parte, chi osa affrontare quell'inferno?

All' avemmaria i lavori della cartiera cessavano, e gli stanzoni vuo–


tavansi d'operai.
Il custode, dato un occhio nelli stanzoni e giù ne' magazzini, chiu
deva a doppio giro di chiave la salda porta, rafforzandola di enormi
chiavistelli , e ritraevasi alla sua casa, ch' era a poca distanza dalla
cartiera.
Era dappresso a questo edificio una casa di campagna, dove abi–
tava una famigliuola di villici, composta di un vedovo, lavoratore della
medesima cartiera, d'una vecchia madre di costui e d'una fanciulla
di circa otto anni.
Quest'uomo avea l'abito di trarre alla bettola ogni sera, e si riti
rava il più delle volte cotto come un mosto.
Restavano in casa la vecchia e la fanciulla... -

Quando l'incendio si sviluppò nella cartiera, la vecchia e la fan


ciulla erano cascate a sonno.
Si destarono tra le fiamme che si erano dal prossimo edificio co
municate alla loro abitazione...
Nissuno avea pensato a quelle due infelici.

Ed ecco, acutissime grida partono da un balcone di quello abituro...


A queste grida la folla si commuove, si agita.
— È l' angelo di Giugliano, la piccola Agape, la bambina di Vin
cenzo il fuochista. -

Era questo il mestiero che quest'uomo esercitava nella cartiera.


Il fuochista è incaricato di spingere ne' fornelli della macchina a
vapore il carbon fossile che deve alimentare la fiamma destinata a
far bollire l'acqua nelle caldaie.
Quasi tutt'i fuochisti hanno il vizio del troppo bere...
La continua vicinanza del fuoco inaridisce perpetuamente le loro
LA MAL'ARIA 9263

fauci; e la tristezza che questo genere di lavoro gitta negli operai


che lo esercitano fa loro sentire il bisogno di un eccitante. Man
giano poco e bevono molto.

– Vincenzo è fuori. Egli è alla bettola. Oh santa Vergine! Po–


vera creatura ! Così bellina! così gentile ! Le fiamme la divoreranno.
Sant'Antonio, san Vincenzo, aiutatela voi ! Voi l'avete tante volte
aiutata nel volo dell'angelo. E la vecchia ? la Si-Porzia ? Sarà morta
bruciata.
E le grida della fanciulla divenivano sempre più disperate.

Tutta la gente si era fatta più dappresso a quell'abituro.


Intanto, si udivano gli orribili schioppetti delle travi e de' cor
renti che arsi precipitavano da' palchi degli stanzoni della cartiera.
Il denso fumo avea coperto di un lenzuolo di tenebre il cielo.
Ruinavano con gran rumore gli arsi solai della cartiera...
Attraverso delle orride fiamme che rischiaravano di sinistra luce
quella scena di desolazione, si distingueva la creatura del fuochista
che si era avviticchiata a' bastoncelli di legno del balcone...
Benpresto ella dovè abbandonare quest'ultima trincea, dappoichè
il fuoco si era appreso anche a' bastoncelli di legno.
Le grida strazievoli della misera si distinguevano attraverso de' ru
mori dello incendio e delle voci confuse degli spettatori.

Quella piccina del fuochista Vincenzo era l'amore del paese.


Si chiamava Agape.
Nelle famiglie de' contadini i nomi sono l'unico retaggio che i pa
dri trasmettono a' figliuoli. -

La piccola Agape era un serafino: bionda, ricciuta; avea la car


nagione bianca come il latte.
È nota la festa che ha luogo ogni anno a Giugliano il lunedì dopo
la Pentecoste, e che vien chiamato il volo dell'Angelo.
Agapuccia era per lo più quella che rappresentava l'angelo.
La parte rappresentata sarebbe stata realtà, qualora le ali non fos
sero state artificiali:..
Allorchè sospesa alla corda si vedea correre pel cielo quell'angio
letto, l'illusione era compiuta...
E chi può dire de' fiori, de'baci e de' confetti che pioveano su la
gentil fanciulletta, che sembrava proprio discesa dal paradiso ?
E l'Agapuccia non facea l'angelo solamente a Giugliano, ma ezian
dio ne' paesi circonvicini. -
9264 i MISTERI DI NAPoLI

Agli 11 di maggio, ove fosse una domenica, ovvero nella seguente


domenica, Vincenzo il fuochista menava la figliuoletta a sant'Antimo,
per la gran festa popolare che ivi si celebra ogni anno.
A' 13 giugno, dì consacrato al santo Antonio da Padova, Agapuc
cia mettea le ali in Afragola.
E così in molti altri borghi e paeselli.
La faccenda dell'angelo era per Vincenzo un ramo d'industria, che
lo aiutava a tirare innanzi la vita. Fatto sta che non poche volte i
carlinelli guadagnati dall'angelo andavano a piombare nella cassetta
del banco del vinaio.

Quella moltitudine rozza ed ignorante che guardava con ispavento


e pietà quella scena aspettava certamente un miracolo del cielo che
salvasse quel suo serafino...
Nissuno si arrischiava di affrontare quelle fiamme divoratrici.

Si ritrovava a Giugliano in quel tempo un inglese a nome Eduardo


Brouham... -

Era venuto per oggetti di commercio, e il domani ripartiva.


Due eminenti qualità contraddistinguono gl'Inglesi, la curiosità e
l'originalità.
Era naturale che Eduardo Brouham fosse attirato dallo spettacolo
di un incendio...
Egli era nel mezzo della folla.
Quando seppe che due creature di Dio, una vecchia e una fan
ciulla, pericolavano di vita nell'edificio attiguo alla cartiera, si sarebbe
egli stesso gittato nelle fiamme per salvarle ; ma pensò che pel dì
vegnente egli avea assunto con un suo concittadino l'impegno di scam
biarsi due pugni bene assestati ; ed un Inglese non manca mai alla
sua parola. Per conseguenza, egli non poteva arrischiarsi in quel fe
roce incendio. Era d'uopo conservar sane le costole pe' pugni del
compaesano.
Eduardo Brouham era ricco.
Ricco nel senso inglese significa milionario.
Il Britanno ebbe un pensiero.
Uscì di mezzo alla folla che lo stringea ; si arrampicò sovra un
poggiuoletto, donde egli dominava tutti gli astanti, e gridò con voce
StentOrea: - -

– Duemila piastre a lui che salva both the vecchia e fanciulla.


Mille piastre a lui che salva l'una delle due.
Queste parole furono accolte da clamorosi applausi.
Con tutto ciò, nissuno ardiva sfidare la morte.
LA MAL'ARIA 265

Ed ecco, si vide giungere qualcuno che portava una scala di legno


su le spalle...
–Onesimo!... il giovane mugnaio della Mandriglia!–si udì gridare.
Era infatti Onesimo, che, arrivato poco prima, e, innanzi che l'In
glese avesse proposto il premio al salvatore di quelle due vite , era
corso a provvedersi d'una scala...
La folla gli aprì un passaggio tra mille benedizioni.
Onesimo appoggiò al balconcino la scala di legno, e salì colla pre
stezza che il caso richiedea...
Grida di spavento, di ansia, d'incoraggiamento assordarono l'aria...
Onesimo sparì tra i vortici di fumo...

Crudele e angosciosa fu l'aspettazione...


Ma fu la faccenda di pochi secondi..
Il giovine riapparve sul crollante balconcino.
Egli avea salva dalle fiamme la fanciulletta (1).
Il suo volto era divenuto di nero fumo.
Scoppiarono mille applausi. mille gridi... mille benedizioni.
E cento braccia corsero a tener ferma quella scala per la quale
dovea ridiscendere il giovine.
Cento altre braccia si prostesero a far sì ch'egli non avesse tocco
il suolo nel caso che si fosse precipitato dalla scala...
Le fiamme lo investivano dappertutto, non tanto quelle che par
tivano dalla casipola di Vincenzo, quanto quelle che tra mezzo a nu
goloni di denso fumo si sprigionavano dall'arsione della cartiera...
S'egli non rimase bruciato dalle vampe o soffocato dal fumo, poco
mancò ch'ei non rimanesse soffocato tra le braccia delle folla plau
dente...
Gli strapparono dalle braccia la fanciulla semiviva.
Ed egli stesso co'capelli e co' panni abbruciati, mezzo asfissiato, fu
trasportato in una casa vicina, dove gli venne prodigalizzata ogni ma
niera di aiuti e di conforti...

Rimase tutto il resto della notte in quell'abituro.


Nissuno aveva avuto l'animo d'interrogarlo su la vecchia madre del
fuochista Vincenzo.
Il silenzio di Onesimo avea fatto intendere che ella era rimasta
vittima delle fiamme.
Poco dopo che il giovine era stato accolto in quell'abituro, entrò
un uomo colla faccia coperta di lacrime...

(1) Vedi la figura a pagina225.


266 I MISTERI DI NAPOLI

Era il fuochista Vincenzo che veniva ad abbracciare il salvatore


della sua figliuola. -

Onesimo prese conto della fanciulletta da lui salvata. Fu assicu


rato ch'ella era fuori di ogni pericolo di vita...

Schiaravansi appena per l'alba nascente le alte cime de' colli allor
chè fu picchiato all'usciolino del tugurio dov'era stato ospitato Onesimo.
Era l'inglese Eduardo Brouham. -

– Vengo a soddisfare mio debito – egli disse – Voi aver salvata


the little girl (la fanciulletta) e aver meritato premio di mille piastre,
che io promisi a lui che essere gittato in fiamme.
Onesimo nulla sapea di questo premio; imperciocchè quando l'In
glese lo avea bandito dall'alto del poggiuolo, il giovine mugnaio era
già stato ispirato al nobile pensiero.
– Nulla so di cotesto premio, signore – rispose il giovine — Quando
arrivai sul luogo del disastro; e seppi che la madre e la bambina di
Vincenzo il fuochista erano per divenir preda delle fiamme, non mi
informai d'altro e corsi a provvedermi di una scala... Arrivai tardi
per la povera vecchia; ma ebbi la consolazione di sottrarre alla morte
quella cara creatura. Voi vedete dunque, caro signore, ch'io non fui
indotto dal vostro premio a fare ciò che il cuore mi dettò in quel
ImOmentO.

– Voi siete veramente a very hearty boy (un giovine di cuore),


ed io ammiro voi sinceramente: ma voi volete non dare a me il dis
piacere di ricusando mio piccolo offerto; is is a mere trifle (è una
inezia). -

Ciò dicendo, l'Inglese ponea su una tavola una borsa piena d'oro.
Era la somma promessa.
Onesimo stie'pensoso pochi momenti; poscia disse all'Inglese:
–Accetto la vostra generosa offerta.
– Thank you (vi ringrazio) – disse il Britanno, e strinse la mano
del giovine con tal forza che per poco non gli slogò le dita.

La mattina stessa, Onesimo si recò dal pievano di Giugliano.


Il buon vecchio prete abbracciò colle lacrime agli occhi il giovine
mugnaio.
– Iddio vi benedica e vi prosperi, figliuol mio. Sono stato infor
mato che quel signor forestiero ha tenuta la sua promessa , e ch'è
venuto sta mane a prima ora da voi per recarvi la somma promessa.
Ora non avrete più bisogno di ammazzarvi appo il molino. Il Signore
vi apre una strada.
– Padre, io sono un poveraccio ignorante – rispose Onesimo -
LA MAL'ARIA 267

ma io mi penso che un buon cristiano ha il dovere di soccorrere il


prossimo suo in pericolo di vita. Dico bene?
–Voi parlate come il savio de' savi, figliuol mio.
– Io non so ben chi sia cotesto signore che voi dite , mio buon
Padre; e vi ripeto ch'io non so di lettere e nè di catechismo ; ma
Gesù Cristo mi ha fatto così ch'io , non pure per la vita d'un cri
stiano, ma per quella di ungatto o di un cane mi gitto nel fuoco. E
pare che una buon'azione non si abbia da fare per interesse. Dico
bene, signor parroco ?
– Voi dite benissimo, figliuol mio.
– Se dunque la è così, signor parroco, io ho pensato che, essen
dosi bruciata la cartiera del tedesco , tutti que'poveri operai che ci
lavoravano fin da questa mattina non avranno da mangiare. Pigliate
dunque questo denaro e distribuitelo a que' poveri padri di famiglia,
mettendo da banda un centimaio di ducati per farne una piccola dote
alla fanciullina che ieri sera io sottrassi alle fiamme. In quanto a
me , ho le braccia per lavorare ; sono giovine , di buona salute ; e
quest'oro , questa grossa somma non mi farebbe dormire così pla–
cidamente come dormo ora. Potrei prendere qualche malo abito ,
qualche vizio; e, oltre a ciò, mi parrebbe che io dovessi essere in
vidiato da quelli che oggi mi vogliono bene. E poi , volete sentirla
netta , Padre mio? La buon'anima del babbo mi dicea sempre : –
Maledette quelle mani che toccano l'oro ! – Ed io nol voglio tocca
re, signor parroco; ed ecco perchè sono venuto a portarlo a voi per–
chè voi ne facciate del pane per quella povera gente che è rimasta
senza lavoro.

La virtù non è un nome vano su la terra – dicemmo altrove , e


spesso ripeteremo nel corso di questa opera.
In un secolo, in cui l'adorazione del vitello d'oro è quasi univer
sale, è indispensabile che si mettano in luce questi nobili esempli di
disinteresse e di annegazione.
Ci ha de'cuori che sentono Dio senza troppo sofisticarvi sopra.

Questa bellissima azione di Onesimo formò l'ammirazione di quanti


hanno in pregio la virtù. -

Il sindaco di Giugliano ne scrisse officialmente all'Intendente della


provincia, e questi al ministro dell'interno.
La gazzetta fece onorevole menzione del fatto di Giugliano ; ma
tacque il nome del generoso mugnaio.
Onesimo non sapea neppure che fossero al mondo un sindaco, un
ministro ed una gazzetta che si erano occupati di lui.
268 I MISTERI DI NAPOLI

Quando alcuni lodavano in sua presenza questo atto di raro disin


teresse che eglino qualificavano di eroismo, Onesimo sorridea balor
do, come quegli che non arrivava a comprendere perchè si dava tanta
importanza a ciò che egli avea fatto.
Qualche volta gli sorgea nella mente uno strano dubbio – Avessi
fatto male ?— egli esclamava tra sè. Ma un'occhiata gittata nel suo
entro il rassicurava. - -

– Che cosa trovano di singolare in quello che ho fatto ? – do


mandava a sè stesso –Salvare una fanciulla dalle fiamme! Diascine !
ci vuol così poco a porre una scala ad un balcone e salir su ! In
quanto alla faccenda delle mille piastre, che ho dato al parroco per
che le distribuisse a'disgraziati operai della cartiera bruciata, me ne
fanno un merito , come se io lo avessi proprio cavato dal mio bor
sellino, questo denaro... dell'Inglese.
Ciò che quella generosa natura non àrrivava a comprendere si era il
perchè tanti altri non si erano mossi prima di lui a salvare l'Agapuccia.

Ci era stato pertanto un secondario pensiero in tutto ciò che One


simo avea fatto.
Ne' nostri studi storico-sociali è nostro intento il ritrarre il cuore
umano tal quale si manifesta nelle sue infinite varietà.
Gli uomini non si hanno da presumere nè eroi nè santi.
Spesso gli eroi rimpiccioliscono guardati troppo da vicino.
Scavate ne'cuori di molti santi, e ci troverete un fondo di fana–
tismo, non molto dissimile da quel viziuccio che comunemente si
chiama orgoglio o vanità.
Onesimo avea fatto due bellissime azioni, che, per mala ventura, non
son tanto comuni come dovrebbero; ma in verità non possiam dire
che Onesimo fosse stato spinto dal solo nobile istinto della sua ge
nerosa natura.
Egli avea mirato ad un premio.
Quale?
Il paradiso ? – No. Era troppo lontano.
Gli applausi e le ovazioni di tutto il paese? – No, egli non era
nè vano nè ambizioso.
Le mille piastre promesse dall'Inglese ? – No ; non era avido di
denaro. D'altra parte, egli ignorava questo premio bandito.
A che guiderdone avea dunque mirato Onesimo nel compiere i due
atti così celebrati ? -

Ad uno che per lui valea forse più del paradiso, più di tutti i rap
porti officiali, e più di tutt'i tesori di questo mondo,
un bacio di Marta.
LA MAL'ARIA 269)

Siamo sicuri che a questa parola tutte le nostre gentili leggitrici


corrugheranno le ciglia, scandalezzate che una fanciulla sì santa e sì.
pura, qual noi abbiamo dipinta la Marta, non si rechi a scrupolo di
toccare col suo labbro la fronte dell'amante. -

E noi direm loro che per una sola ragione Marta non si facea
scrupolo di baciare la fronte di Onesimo;
perchè non credea che ciò fosse un peccato.
Ci ha nella donna due pudori,
l'uno, santo, istintivo, celeste, saldissimo baluardo d'una virtù fra
gilissima, rossore degli angioli, profumo divino della donna;
l'altro, teatrale, di convenzione o di pregiudizi, belletto della ci–
vetteria più raffinata, smorfia della ipocrisia più astuta.
Per lo più le donne che non posseggono più quel primo santo pu
dore, fanno mostra del secondo.
La morale di quel che dicesi gran mondo tende a poco a poco
a scancellare dal cuore della donna quel sublime attributo della don
na-angelo per sostituirvi la forma di convenzione e teatrale.
Quanto più semplici sono i costumi , tanto più schietta è l'anima
da impressioni e da colori che ne alterino la pura essenza.
Un cuor puro e castissimo, una vergine fantasia non vede il male
colà dove non è.
Un cuor corrotto , una fantasia avvampata, non vede il male colà
dov'è.
Ogni volta che Onesimo arrecava a Marta una buona novella ri
ceveva in compenso un bacio in fronte.
Per buona novella s'intendea qualche buona opera da lui compita.
Era questo il paradiso del giovine mugnaio.

La voce dell'accaduto incendio della cartiera a Giugliano era già


corsa a Casal del principe ed a Caivano , dov'erano le terre del si
gnor Starkes.
Si era pur saputo che Onesimo, il mugnaio della Mandriglia, avea
salva la gentile Agapuccia dalle fiamme divoratrici...
Onesimo non volle aspettare la sera per recare a Marta la buona
nuova e riceverne il guirderdone.
Per quella mattina incaricò il piccolo Aspreno, ch'era con lui, di
accudire alle faccenduzze del molino...
Ed egli si pose alla volta di Caivano, dove Marta si recava a la–
VOI'2ITO,
270 I MISTERI DI NAPOLI

DDV,

Caivano è un bel paesello tra Melito e Aversa, di cui un tempo


era un casale: giace su bella ed ubertosa pianura a fronte della re
gia strada che da Napoli mena a Caserta. Le torri di che è murata
e cinta dànno argomento della sua antichità. Patì gravissimi danni
ne' tumulti di Napoli nel 1647.
Ma l'amenità del sito, la floridezza de' campi, l'ubertosità del suolo
non sono che ingannevoli allettamenti.
È l'amplesso della cortigiana.
Caivano è appestata dalla MAL'ARIA.
La insalubrità dell'aria è prodotta non solo dalla vicinanza del Cla–
nio, ma dalla macerazione de' canapi, di cui una gran copia di sti–
piti lasciati nelle pubbliche vie marciscono sotto le piogge. -

Parecchie sorgive danno nascimento e alimento a questo torbido


fiume che dicesi il Clanio, le cui acque s'inoltrano cupe e silenziose
nel mezzo di terre sorridenti per ispigliatezza di vegetazione.
Alle radici meridionali del monte Cancello nasce un rigagnolo di
acque dolci, salmastre e sulfuree.
Quel sito è fatale, omicida; il veleno è nell'aria.
Vien nomato Le Mofete.
Un possente, invisibil nemico ti stringe, ti abbraccia, ti soffoca ,
il CARBoNIo.
Quel che è tossico all'uomo, è alimento alla pianta;
Quel che è vita dell'uomo, è morte della pianta.
La morte colle sue infinite decomposizioni è la principale , anzi
l'unica saturazione del mondo vegetale. -

Un cadavere dà vita a un albero.


La materia organica che marcisce e si decompone nodrisce la terra
e alimenta le piante.
Ma questo figlio della Morte, il Carbonio, passeggia terribile nelle
basse regioni dell'atmosfera.
Muoion per via gli animali, che sono costretti a rasentare la terra.
Battono le languide ali gli uccelli palustri , e manca ad essi la
forza di sollevare il volo per ritrovare l'ossigeno su i colli.
LA MAL'ARIA 271
Beffarda ironia di natura ! Splende limpidissimo il sole su quei
piani mortiferi, e la più pura soavità di cielo li copre.
Proseguendo il corso pel territorio aversano, il Clanio, mutato il
suo nome in quello di fiume di Patria o di Linterno, mette foce nel
lago di Patria. Correndo per Acerra ed Aversa, prende il nome di
Lagni...
Bene appropriata è questa voce a dinotare la cosa.
La sineddoche è ben trovata.
Quelle acque si lagnano.
La natura ha un misterioso linguaggio. Ne'silenzi della sera, inter
rogatela: è un'amica discreta e leale.
Ci è qualche cosa di malinconico nelle acque, il cui segreto è forse
nella loro finale terribile destinazione.
Figura della labilità della vita e delle umane cose !
Byron disse: -

Surely, nothing dies, but something mourns (1).


Something mourns l – qualche cosa si lagna.
Questo qualche cosa è il grido di angoscia e di dolore che si leva
al cielo da questa valle di lacrime, e che si sposa al gemito dell'aura
nel cielo, al fremito della foresta, allo incessante lagno delle acque.

Il limaccio che si genera ne' Lagni rende infruttuosi i terreni cir–


costanti.
Per rompere questo limaccio, vi si menano a transitarvi per entro
gli animali bufalini. -

L'epidemia palustre si sviluppa per lo più ne' mesi estivi.


Le febbri d'aria infestano interi villaggi, interi paesi, intere zone.
L'epidemia palustre ha generato due spaventevoli flagelli,
il CoLÈRA, il TIFo.
Da'villaggi e dalle campagne questi due tremendi Sterminatori ven
nero a mietere umane vittime nelle grandi città.
Accurate statistiche dànno per risultato che su 6000 abitanti di un
paese infesto dalla mal'aria, un migliaio allo incirca sono tocchi dalle
febbri perniciose. -

A pochi chilometri da Napoli è un focolaio perenne di febbri per


niciose,
il Lago d'Agnano.
I villaggi di Fuorigrotta , di Posillipo , di Pianura e di Soccavo
dànno giornalmente un tributo di morti alla infezione dell'aria pro
dotta da quel Lago.
(1) Certamente, nulla quaggiù muore, ma qualche cosa si lagna,
272 I MISTERI DI NAPOLI

La forma predominante che assume l'epidemia è il tifo.


Vedete quella squallida popolazione, dagli occhi infossati, dalle terreè
sembianze, da' labbri color cenere ? Sono i più lavoratori e lavora
trici della campagna.
Ingoiano la morte nell'aria che respirano ; e la comunicano alle
loro donne ed a' loro figliuoli.
La terzana , la quotidiana doppia, il tifo, il catarro gastrico han
ridotto que' miseri ad un forzato riposo. -

Da una parte la sofferenza, dall'altra il digiuno, la fame.


Che volti pallidi, estenuati, macilenti ! Che squallore ! che miseria!
L'epidemia trova un alleato , un compagno , il sudiciume , figlio
della estrema miseria, della estrema ignoranza.
Su lo strame , dove giacciono a dormire l'asino, il giovenco , il
maiale , giacciono parimente gl'infermi ed i sani in una bestial fra–
tellanza. Questi animali sono gl'indivisibili compagni del lavoro e gli
strumenti della industria domestica.
Di notte, la lurida arca di Noè si chiude ; e il carbonio, rigettato
dal fiatamento de' bruti e degli uomini , accresciuto da sozzi escre
menti, addensato da sostanze miasmifere, più non ritrova la circo–
lazione e la uscita, e avvelena i polmoni, il cuore, i visceri e gl'imi
ripostigli della vita.
La febbre genera la sete.
Un boccale d'acqua piovana, già corrotta, già putrida e verminosa,
dee dissetare l'infermo.
Quell'acqua è più che un veleno... è alimento di agonia.
E quando l'ammalato ha fame , ecco del pan nero... od alquante
frutte mèzze, guaste, fradice o acerbe.

Poco appresso al tramonto del sole, su i campi infetti dalla mal'aria


scende una nebbia fitta, palpabile, umida, pregna di putredine...
E tutta notte questo velo denso e terribile , questo lenzuolo di
morte, si spande su la campagna, ne' casali, ne'tuguri, e penetra e
si filtra e s'incorpora con uomini e cose.
Allora, tutto è putredine, infezione, sfacelo, morte...
E la nebbia non si dirada che molto in là del levarsi del sole.
Nel tempo in cui più inferocisce l'epidemia palustre , un sol me–
dico per lo più visita i villaggi ed i casali infetti.
Cento infermi nel corso d'una mattinata.
Tanto, il signor professore potrebbe risparmiarsi questo fastidio.
A che giovano la medicina e il medico allorchè l'infermo non ha
letto, non ha acqua, non ha niente,tranne il miasma che lo ucccide?
LA MAL'ARIA 273
Che cosa è il miasma?
Le antiche teoriche scientifiche il definivano una speciale modifi
cazione di temperatura prodotta dalla putrefazione delle materie ve–
getali ed animali nelle acque dello stagno, donde, per effetto de'raggi

del sole e della umidità, si esalano putrescenti materie commiste al


vapore acqueo. -

Oggi la scienza ha fatto un gran passo : ha scoverto che il miasma


palustre altro non è che un'agglomerazione d'innumerabili spore sfe
riche ed ovali e di altri corpuscoli più piccoli e pellucidi, da cui ven
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 19
274 I MISTERI DI NAPOLI

gon fuori migliaia di batteri, di vibrioni, di sperilli e di monadi ani


mali, i quali, infiltrandosi per assorbimento ne' nostri umori, viziano
questi insino a corrompere ed a guastare le più vitali secrezioni.
Maggiore è lo svolgimento del miasma palustre nella estiva stagione,
dappoichè le acque delli stagni, de'pantani, de'laghi ed anco de'lagni,
abbassandosi per la mancanza delle piogge, lasciano scoverto il fondo
limaccioso, emporio di putrefazione delle materie organiche e vegetali.
Perchè il pernottare ne' luoghi malsani è più dannoso del semplice
transitarvi nelle ore diurne ? -

Perchè, col cader della sera, caggiono i vapori atmosferici, cui il


calor del sole solleva nelle alte regioni; e con que' vapori caggiono
i miasmi pestiferi di che sono impregnati.
Rugiada di morte.

Faranno opera veramente umanitaria e accetta a Dio tutti quelli


che leveranno la voce per ricordare a' governi l' obbligo sacrosanto
che questi hanno di prosciugare e bonificare (per servirci d'un vo–
cabolo adottato da' presenti economisti) quelle terre , che le acque
stagnanti e poco scorrenti resero infruttuose e pestifere.

Ora, eccoci a parlare d'un' altra sorgente non men feconda di morti,
di malattie e di epizoozie ,
la macerazione del canape.
Guardate quelle povere donne lungo le sponde di quelli stagni.
Immoto è l'aere come sul labbro d'un cadavere. -

Il cielo è annebbiato dalle miriadi di monadi animali che, a se–


conda del crescente calore del dì, si levano sempre più in alto, salvo
a precipitar su la terra al raffreddarsi dell'aria dopo il tramonto.
Gittano riverberi d'inferno le nude schiene de' monti di tufo, su
cui appena per un battere di palpebra preme il piede la pica o la
lodola, il cui mirabile odorato le fa fuggire da' siti appestati.
A pie' di quegli aridi monti ristagnano le acque fatali, appo le
quali respirano la morte e l'assorbono quelle infelici che, ne' mesi di
luglio e di agosto od in settembre ed in ottobre, lavorano alla ma–
eerazione della canapa (1).
Uno scrittore francese, il Tardieu, così esprimesi parlando di que
sta pianta funesta :
» Questa pianta, come la maggior parte delle materie organiche ,
» dà per prodotto della sua decomposizione fetidi miasmi, di cui
» s'ignora la natura, ma i cui pericolosi effetti sono noti abbastan
(1) Vedi la figura a pagina 241,
LA MAL'ARIA 275

» za, allorchè un'atmosfera calda e umida viene a prestare ad


» essi il suo dispiacevole influsso ».
Nell'agosto e nel settembre si svelle questa pianta funesta ; indi
vien messa nelle acque a macerarsi affinchè tutte le sue fibre si ri
lascino e diventino fragili... Togliesi di poi dalle acque e ponsi a ra
sciugare ; il che fatto, vien sottoposta alla maciulla.
È questa una macchina che rompe tutti gli steli del canape, ne
scaccia via tutta la parte legnosa, in guisa che del canape non resta
che la parte atta a filarsi.
La stessa operazione si fa pel lino,
Appo noi, il canape resta in macerazione cinque o sei giorni nei
mesi di luglio e di agosto; da sei ad otto giorni in settembre; da
nove a quindeci giorni in ottobre.
Questo tempo basta per produrre la più pestifera fermentazione in
quelle acque.
Considerabilissima è la mortalità de'fanciulli ne' siti di mal'aria e
sopra tutto dove fermenta il canape in macerazione.
Nella sua Storia medicale delle Paludi il francese Monfalcon così
esprimesi :
» Il canape ha per se stesso un odore esilarante e narcotico sen
sibilissimo. L'acqua che è servita alla sua macerazione è nociva an
che quando è scorrevole; e fa male agli uomini ed a'bestiami che
ne fanno uso. Le sue émanazioni proprie contribuiscono dunque alla
infezione dell'aria,e sono però positivamente malefiche. La loro azio
ne si aumenta con quella degli effluvi dell'acqua stagnante che è ser
vita alla macerazione.»
27(6 1 MISTERI DI NAPOLI

xxvi.

La mortalità de'fanciulli ne' siti di mal'aria ci richiama al pen


siero un fatto deplorabilissimo, cioè la cifra esorbitante di bambini
che muoiono ogni anno nella nostra città di Napoli.
Su la cifra approssimativa di 50 a 60 morti al giorno, un buon
terzo sono di bambini sino a tre o quattro anni.
Ciò vuol dire che ogni anno noi perdiamo un terzo della nascente
generazione.
Settemila creature del buon Dio a un dipresso abbandonano ogni
anno questo mondo quando appena vi entrano.
Ci pensino attesamente il paese, il governo, la scienza.
La popolazione è ricchezza dello Stato.
Noi dinunzieremo le cause principali di questa eccessiva e deplo
rabile mortalità di bambini.
Per mala ventura, la prima età dell'uomo è affidata alla ignoranza,
a' pregiudizi, alle avite stolidissime consuetudini, al disamore ed alla
indifferenza di mercenarie nutrici.
Noi non presumiamo che ogni madre od ogni balia debba avere la
mente di un Locke, di un Rousseau, di un Tommaseo ed il cuore
di un Francesco d'Assisi o di un Vincenzo di Paoli. ,
Non intendiamo che le donne abbiano a svolgere volumi per ap
prendere i modi più acconci di bene allevare la loro prole.
Vogliam soltanto farle avvisate su le cause principali che rapiscono
al loro amore i loro cari bambini.
Preghiamo i nostri gentili leggitori che pongano queste pagine sotto
gli occhi delle loro donne, dove queste sappiano leggere: nel caso
opposto, le leggano loro.
Abbiamo fede che molte lacrime saranno risparmiate.

LE FAscE — Ecco il più scellerato nemico della infanzia, la infa


me tortura in cui vien paralizzata e spesso distrutta la vita incipiente;
il letto di forza in cui viene impedito, avversato, combattuto lo svi–
luppo e l'incremento muscolare, i crudelissimi ceppi che d'un cor
picciuolo nascente fanno una piccola mummia.
LA MAL'ARIA 277

Le generazioni deperirono, s'infiacchirono, degenerarono, si evira


rono, sparirono rapidamente dalla faccia della terra dal dì che la più
scellerata delle iene femminee carcerò la sua prole nelle fasce.
Fu ignoranza o malvagità ?
Per l'onore dell'uman genere vogliamo propendere per la prima
supposizione.
Fu dunque ignoranza.
Dissero alla insipiente : Ei bisogna porre tra ceppi le membric
ciuola del bambino affinchè non si guastino o si sloghino.
Parrebbe incredibile che una sì bestiale assurdità facesse abbarbi
care una costumanza così spietata, barbara ed omicida, da sostenersi
per anni e per secoli.
Dio pietoso ! Se quelle creaturine così torturate avessero a quella
brevissima età il sentimento del fatto loro e la favella !
Non ci è uomo oggidì dotato del più ovvio buon senso che non
rida di questo scempio e funesto pregiudizio.
-- Pognamo in una scatola di legno questa bambola di zucchero
o di cera perchè non si spezzi o si stemperi per lavia, cammin facen
do – Ecco il ragionamento delle madri. -

Ma la natura non ha fatto l'uomo di zucchero o di cera.


Non temete, care madri, la bamboletta non si guasterà nè si slo
gherà.

–Come si fa diversamente ?– domandano le madri, che si spa


ventano di arrecare a' vecchi sistemi questa essenziale, indispensabile
riforma che da molti anni la civiltà reclama.
– Come si fa diversamente? Eh, per Gesù bambino, che non ci
vuole l'intelligenza di un Newton o di un Galilei per comprendere che
i bambini non han bisogno di altre vesti che una camiciuolina e una
vestina leggiera, sciolta, larga, che non impedisca il libero esercizio
delle braccia e delle gambe. Non temete che prendano raffreddori, e,
segnatamente, non temete che si sloghino le ossicine.
Di grazia, si slogano o si guastano gli ossi i piccoli delle bestie ,
che certamente non fanno uso nè di fasce nè di cune?

Ed eccovi in secondo luogo la cUNA, altro flagello della infanzia ,


altro strumento di morte pe' bambini.
Bisogna far dormire per forza quella mummia che grida ne' suoi
ceppi. Le sue grida riescono importune , moleste , insopportabili...
D'altra parte, la madre (se appartenga al ceto civile) debbe attendere
alla sua acconciatura, ha da intendersi colla crestaia, ha da finire di
leggere quel romanzo che tanto l'interessa l dee vestirsi pel teatro ,
278 I MISTERI DI NAPOLI

per le visite , pel veglione , per la passeggiata. Bisogna dunque per


forza che quel marmottino si accheti nel sonno.
Ed ecco il piccolo importuno consegnato alla balia, che te lo ac
chiappa come una invoglia di robe vecchie e te lo gitta nella cuna,
dopo aver dato una buona ristretta alle fasce, quasi che tema che il
prigioniero non iscappi. Ed eccola a far giuocare quel corpicciuolo
ad un violento giuóco di altalena, agitando la culla in modo tempe–
stosissimo, che, se non fosse per legge fisica che il gran moto pro
duce l'immobilità, quel puttino dovrebbe essere cento volte tramaz
zato in sul suolo ovvero trabalzato in aria come la palla della rachetta.
Bisogna far dormire a forza il molesto. Dunque, stordiamolo fino
alla stupefazione, fino all'encefalalgia, fino al letargo. L'oppio, la mor
fina ed altri mortali soporiferi riuscirebbero meno letali a quel tenero
tessuto nervoso della violenta agitazione della cuna.
Un bel dì, il bambinello è assalito da convulsioni nervose e leva
l'incomodo alla madre.
– Dio se l'ha preso ! – dice questa.
E noi diremo :
– Siete voi che glielo avete dato.

Se la madre appartenga al ceto delle operaie, il modo di acchetare


e fare addormentare il bambino che piange è bello e trovato.
La mamma acchiappa la sedia più salda che sia in casa, afferra
per l'alto delle fasce l'anima di Dio, si gitta a sedere, scovre il seno
e il porge al bambino, indi... terremoto... butti di corda. suppli–
zio orrendo... --

Ecco che quella ignorantissima donna fa della sedia una cuna e


ponsi ad agitarla in modo così violento, che ogni volta che le spran
ghe della sedia toccano il suolo, i dilicatissimi nervi della creatura ri
sentono tale scossa che, per virtù della reazione che tien dietro sem
pre allo eccessivo sovreccitamento, il bambino cade in un profondo
letargo poco dissimile dall'apoplessia. Aggiugni allo insoffribile ed in
cessante rumore prodotto da quel villano martellamento delle spran
ghe della sedia la voce stridula della madre che canta certe altissime
ninne-nanne da assordare i vicini.
A capo di un anno o due, il bambino torce e strabuzza gli occhi,
si contorce, e muore per congestione cerebrale.
La mamma si strappa i capelli, ulula pel dolore.
Poi, si accendono due ceri dinanzi all' angioletto morto...
Quando se ne va , gli si gittano in faccia due petali di rosa ; e
non ci si pensa più.
Fuisset quasi non esset... de utero translatus ad tumulum...
LA MAL'ARIA 979)

Un angiolo di più nel cielo, un mucchietto d' ossa di più su la


terra.

Ci ha alcune donne, a cui non sappiamo se possa convenire il no


me di madri, le quali hanno per abito di porre a giacere bocconi il
fanciullo, allorchè questi è inquieto, e di batterlo su i reni, non già
nello intento d'infliggergli una punizione, ma bensì perchè si è dato
loro a credere che questa è una maniera come ogni altra di addor
mentare il puttino.
Queste snaturatissime madri ci riescono in fatti ad addormentarlo...
ma per sempre.

Tra le cagioni della grande mortalità de'bambini del basso popolo


pognamo in terzo luogo
il BERRETTo DI LANA. - - - - -

Gittate uno sguardo su i putti che le donne del nostro volgo hanno
tra le braccia, ed avrete ad osservare costantemente che il capo di
quegl'innocenti è coperto da un gran berrettone di lana, mentre nes
suna calzatura riveste i piedi, che rimangono affatto ignudi.
È appunto l'opposto di quello che far si dovrebbe.
A venti o a trenta mesi il bambino muore per idrocefalo (acqua
al cervello).
– È il quarto che Gesù Cristo si ha preso – dice la mamma colla
indifferenza di chi dicesse :
— È il quarto pollo che mi muore.

Altra cagione di frequenti morti de' pargoli è


il NUTRIMENTo.
La natura ha dato a' bambini il latte materno per esclusivo nutri
lentO.

Ogni altra sostanza è funesta.


La Sapienza divina ha così provvidamente disposto che il latte ma–
terno acquista maggior consistenza a seconda che i visceri del bam
bino si rendono più atti a smaltire un nutrimento più sostanzioso.
L' uomo nasce senza denti. -

Ciò vuol dire che la bocca a quella prima età è destinata esclusi
vamente a succhiare e non a tritare e masticare.
Aggravate lo stomaco del bambino con sostanze alimentari non
adatte alla forza de'succhi gastrici di quel dilicato tessuto, e gli avrete
coperto di croste il capo e la faccia, ed avrete in lui prodottò la in
sonnia, le nausee, i vomiti, le diarree, le coliche, i flussi bianchi, i
catarri gastrici, le infiammazioni del mesentero, le febbri... la morte.
280 I MISTERI DI NAPOLI

E che diremo di quelle madri che fin da' primi mesi del loro nato
accostano le labbra infantili al fiasco del vino ?
Il vino è latte pe' vecchi, è veleno pe'pargoli.

Le donne del basso popolo avvelenano i loro figliuoli con cibi in


digesti, con crudità di ogni sorta, con carni salate, con istracotti e
intingoli, con minestracce grasse che a digerirle ci vorria lo stomaco
d'un maiale o d'un cavallo, con vini ed altre bevande fermentate.
Le donne del ceto alto ed anco del ceto medio avvelenano i loro
figliuoli con dolci, confetti, pasticcetti, mandorlate, biscotti ed altre
cotali maniere di cibi forse anco più nocivi che quelli, di che i po
polani rimpinzano lo stomaco de'loro nati.

Tutto si fa a casaccio, a sproposito nello allevamento della infan


zia ; si conculcano le leggi di natura, si viziano i germi di vita, si
guastano i salutari ordinamenti provvidenziali, si uccide impunemente.
Il bambino dee dormire quando non ha sonno, dee succhiare quan
do non ha appetito, dee tenere carcerate le membra quando vorrebbe
muoversi, agitarsi, aver libere le braccia e le gambe; insomma, tutti
i suoi bisogni non si hanno a soddisfare che quando ciò fa il comodo
della madre o della balia.
Nessun riguardo giammai per quella tenera e dilicata organizzazio
ne; i suoi occhi sono esposti a' bruschi transiti dalle tenebre alla luce
e viceversa, quando pure la barbara ignoranza delle balie non gli
esponga al continuo dardeggiare de' raggi solari; i suoi finissimi nervi
acustici sono assaliti all'improvviso da romori che fanno balzare quel
corpicciuolo come per iscosse elettriche; il suo gentile odorato è of
feso da olfati spiacevoli, nauseanti. Incomode posizioni lo tormenta–
no ; non trova mai la opportuna soddisfazione de' suoi bisogni; co
stretto a giacere per ore ed ore immobilmente come un pezzo di
gomma sempre nella stessa posizione orizzontale ; e , quando vien
tolto dalla sempiterna giacitura, eccolo ballottato, capovolto, appeso,
e poi baciucchiato continuamente or da labbri putenti il vino, il rum,
il tabacco , or da bocche di vecchie barbogie, or da comari che il
morsicchiano con certi bacioni strepitosi su e giù per la faccia e pel
collo... e sempre molestato , desto a soprassalto , digiuno le lunghe
ore e rimpinzato di latte tutto in una volta. Non mai libero ne'suoi
movimenti, non mai rispettato nella sua impressionabilissima natura;
giocherello di sollazzo nelle braccia della madre, burattino incomodo
nelle braccia della balia. -

Le dame del gran mondo non veggono i loro bambini che due o
tre volte al giorno , se pure ! mentre il cagnolino richiama tutte le
LA MAL'ARIA 281

loro cure, la loro amorosa sollecitudine, la loro personale assistenza.


È proprio la sTRAGE DEGLI INNocENTI quella che su ampia scala si
esercita nella nostra civile, cristiana e cattolica società.
Poveri bambini ! Gli è da vero un miracolo di Dio che due terzi
di essi passino i tre anni e arrivino alla età adulta, recando pertanto
nel seno i germi funesti che la viziata infanzia vi lasciava.
È il primo tirocinio del martirio della vita.
282 I MISTERI DI NAPOLI

XXVIII,

Riprendiamo le fila del nostro racconto.

Onesimo andò quella mattina stessa a ritrovare Marta a Caivano.


Erano quivi le principali industrie del signorStarkes : fabbriche di
spilli, filatoi, allevamento di filugelli, fabbriche di candele di cera e
di sego: animali bovini.
Errico Starkes teneva occupate per proprio conto un buon miglia
retto di braccia, e segnatamente di braccia femminee.
La parte maschile degli operai era addetta principalmente alla in
dustria degli animali bovini.
È incredibile a quanti capi d'industria può servire la vacca.
Sano e gradevole nutrimento è il suo latte, di cui si fa un uso
grandissimo nelle città e nelle campagne.
La superficie del latte dà la crema, detta altrimenti panna, la quale,
sbattuta nella zangola (1), dà l'aristocratico butirro.
Dal caglio de'vitelli e de' capretti si hanno le diverse maniere di
formaggi.
Dalla pelle de'bovi si hanno i cuoi per le suole delle scarpe e delli
stivali : da quella de'vitelli, si fanno i tomai delle calzature, i sof
fietti delle carrozze, le cinghie e i finimenti de'cavalli.
Dalle corna degli animali bovini si hanno i pettini, le tabacchiere,
le scatole di ogni sorta ed i manichi de'coltelli e di altre armi.
Dalle raschiature delle pelli si ha la colla de' legnaiuoli.
Da' peli si ha la borra onde s' imbottiscono i basti e i cuscini da
sella.
Marta lavorava a diverse cose, secondo la stagione ed i mesi.
Ne' mesi invernali, alle macchine de'filatoi, alla fattura delle can
dele o delli spilli: nel maggio , alla custodia de' bachi da seta , la
quale richiede moltissima cura e diligenza : ne' mesi estivi, alla mie
titura del grano; nel settembre, alla macerazione della canape; nel
l'ottobre, agli alveari.
Marta lavorava dalle sette del mattino insino alle ventitrè ore, cioè
d'inverno sino alle quattro, di està sino alle sette.
(1) Vaso di legno acconcio a questo uso.
LA MAL'ARIA 983

Fatte le debite proporzioni, Marta lavorava DIECI oRE AL GIoRNo.


La sua mercede era di sEDICI GRANA, cioè sETTANTADUE CENTESIMI
al giorno, ovvero sette centesimi all'ora.

A Fanny Essler, danzatrice, si dava a Londra DUECENTo sTERLINE (1)


per ogni sera di danza, cioè per un'ora di lavoro.
Sette centesimi all'ora a chi lavora colle braccia.
Cinquemila lire, a chi lavora co'piedi.
Andate un poco a ragionare con questa assurda logica umana, che
ragiona co' piedi !

Marta stava lavorando ad uno de'filatoi allorchè Onesimo andò a tro


varla per recarle la grata novella di quanto eragli occorso la sera innanzi.
Era il filatoio situato in una ridente pianura , alle sponde di un
lagno, nelle cui acque maceravasi il canape.
Rifiorivano di odorose gemme gli alberi per avanzata primavera.
I gentili venticelli di aprile trasportavano su i loro tepidi fiati le
amorose essenze de' fiori. -

La natura tornava giovane e bella, e susurrava a tutti gli esseri


organizzati l'antica parola, per cui si compiono i destini del creato ,
Amore.
Ama, mormorava l'aura del cielo baciando uomini e cose ;
Ama, susurrava nel suo fremito nervoso la fogliolina del platano;
Ama, cantava la capinera libando le dolcezze dell' ossigeno imbal
samato ;
Ama, faceva intendere il raggio di sole fecondando i fiori e le zolle;
Ama, ripeteano tutte le cose create.
E Onesimo pensava al bacio di Marta ; e un soave tremore a tal
pensiero gl'investiva tutte le membra.
Ed ogni giovine donna, a cui si avveniva per la via, il facea tra
salire.
E camminava distratto, pensoso : lo sguardo errava su i campi ,
su i poggi, tra le bianche nugolette.
Ci è qualche cosa del matto nell' innamorato.
Vittor Hugo ha detto:
» Perchè si dice un innamorato? Si dovrebbe dire un ossesso. Es
sere invasato dal diavolo è l' eccezione ; essere invasato dalla donna
è la regola. Ogni uomo va soggetto a questa alienazione di sè me–
desimo. Che mago è una bella donna' (2) ».
Onesimo avea bisogno del bacio di Marta.
(1) Cinquemila lire italiane a un dipresso.
(2) L'Uomo che ride.
---
284 MISTER1 DI NAPOLI
A

La verginità, perfezione dello spirito, è ribellione al senso.


L'amore, il più puro, il più santo, il più pudico , il più sidereo ,
bagna nel succo nerveo le sue ali di serafino.
Le anime non si abbracciano che attraverso del senso.
Il platonismo nell'amore è una invenzione de'poeti.
La più pura delle vergini innamorate, come il più innocente e casto
tra gli amanti, sogna un paradiso... il bacio.
Giunge un momento d'interna, occulta, misteriosa rivelazione...
La specie piglia il predominio su l' individuo; il sesso, sul cuore.
La primavera per l'uomo è la donna : per la donna è l'uomo.
La giovinezza è fioritura, è primavera.
Il bacio è l' umana armonia nelle create cose.

I due giovani amanti si rividero colla gioia d'una cara novità.


– So tutto – disse Marta, correndo verso l'amante; e, senza darsi
il minimo pensiero che altri potesse vederla, gittò le braccia al collo
di lui, e lo baciò due volte in fronte.
Era in infatti un doppio premio che Onesimo si era meritato.
Questi rimase stordito come se , invece di due baci su la fronte ,
avesse ricevuto due mazzate. -

Ebbe un capogiro; poco mancò non cadesse.


Sentì un movimento irrefrenabile. Quando Marta gli gittò le brac
cia al collo, Onesimo la strinse al petto.

– Ritorna al tuo lavoro, Onesimo – disse Marta turbata– Io non


posso trattenermi teco che pochi momenti. Stasera mi racconterai fil
per filo tutto il tristo avvenimento di ier sera. Vieni, vieni stasera...
ho tante cose a dirti ! Buone novelle , sai ? Ma... non voglio dirti
niente ancora... Addio, addio... Sono così contenta !
Senza aggiungere altro , Marta corse a riprendere il suo lavoro.
Giunta appo la porta del filatorio,ella si voltò e salutò colla mano
l'amante. - -

Costui era rimasto come un balordo : non avea neppure pensato


di accompagnarla insino alla fabbrica.
Quando Marta sparì agli occhi di lui, Onesimo si die' uno schiaffo.
– Bestia che sono ! L'ho tenuta nelle mie braccia pochi momenti,
e non l'ho baciata !
Era la prima volta che Onesimo esprimeva a se medesimo un tal
rammarico. -

E, col capo chino, assai scontento di sè, tornavasene il nostro caro


garzone; ma egli avea fatto un bel cammino a piedi; sentivasi stan
co; si andò a sedere su la sponda del rivulo.
LA MAL'ARIA 285

Non gli diceva proprio il cuore di scostarsi dal sito dov'era Marta !
La giornata era così bella ! l'aere sì tepido e odoroso ! così gra–
devole il zufolare degli uccelletti !
Aggiugni che gl'innamorati hanno sempre nelle ossa una svoglia
tezza al lavoro. Li vedi sempre astratti, pensosi, a guardare il tur
chino dell'aria.
A che pensano ?
Non pensano. Vagheggiano sempre l'immagine cara scolpita nella
loro mente. •, -
286 I MISTERI DI NAPOLI

DDVIIIIII,

Di repente, ei gitta un piccolo grido di sorpresa...


Ritta al suo fianco è una donna,... Rita!
Come si trovava a Caivano ?
Avea seguito Onesimo.

Erano molti giorni che la figlia di Gesualdo usciva ogni mattina


pria che albeggiasse, e dirigeva i suoi passi al molino della Mandri
glia. -

Il suo amore per Onesimo era divenuto più che una passione, un
delirio, una febbre.
Non facea quasi niente più nella masseria di Aniello alla Posta di
Campo. • ,
La povera sua sorellina Francesca faceva oramai tutto il còmpito
di lei.
Rita parea che avesse il granchio nelle dita, tanto al presente fa
stidiva la fatica.
Aveva il tarlo nel cuore.
La passione che le traboccava dal cuore le si versava dagli occhi
ardenti di lacrime che vi si affogavano.
Più non mangiava; bensì avea sempre tal sete che, non trovando
il più delle volte acqua ne'secchi, correva agli abbeveratoi delle bestie.
Non è a parlare de' marroni che facea continuamente nella mas–
seria, tanto che , se Aniello e Marianna fossero stati gente men di
cuore, l'avrieno senz'altro messa fuori e rimandata a Casal del prin
cipe. Ma que' buoni villici aveano compassione d'un' orfana caduta
in disgrazia, e tolleravano in santa pace i danni che arrecava loro la
scapataggine della giovane.
Rita in campagna tramestava le fave co'piselli, i fagiuoli colla spel
ta; in casa, nabissava ogni cosa: non aveva più la testa a segno. Po–
verina! era stregata.
Marianna sosteneva addirittura che aveano fatto a questa giovane
uno stregoneccio.
Ogni dì, da uno spazietto di tempo , Rita usciva innanzi che ag–
giornasse, e traeva alla Mandriglia.
LA MAL'ARIA 287

Giunta ivi , non si lasciava vedere dall'amato garzone , e si tenea


paga di bearsi nelle adorate sembianze di lui.
Quella mattina che Onesimo era ito a Caivano , essa lo avea se
guito da lungi...
Nasce negli amanti sprezzati una stramba voglia. A lorpiace tor
turarsi co' propri occhi, procurarsi lo strazio di essere testimoni del
l'altrui felicità.
La gelosia è inquisitiva, curiosa; vuole accertare la propria dis
grazia.
Rita sapea che Onesimo andava a ritrovare l'amata fanciulla.
Avea nella saccoccia della sua veste un coltelluccio a piegatoio ,
che le serviva per la potatura...
Allorchè ella vide Marta slanciarsi al collo di Onesimo , Rita af
ferrò il coltello, spiegollo, e stie' sul punto di correre a ferire al cuore
la felice rivale...
Si rattenne perchè (vedi singolarità dell'uman cuore !) voleva bere
fino al fondo il calice avvelenato della gelosia; volea quasi attingere
nel suo odio energia maggiore per compiere l'atroce intento.
Quando Marta si allontanò, Rita si pentì di non averla uccisa...
Allora, ripiegò il coltello, sel ripose in saccoccia, e non perdè di
occhio Onesimo.
Il vide allontanarsi a passo lento dal filatoio, indi sedere in su la
sponde del lagno.
Rita ebbe un pensiero... L'amore, la gelosia, la disperazione le fa–
ceano velo alla mente...
Lasciò passare qualche minuto; poi si appressò ad Onesimo, che,
col cervello al di sopra del berretto, sedea guardando distrattamente
il lento e monotono scorrere del lagno.
Questo rivoletto, dopo un lungo e stretto canale a poca distanza
dal filatoio, si andava ad aprire in una specie di pelaghetto costeg–
giato da alti fusti di alberi steriliti dalla mota e dal limaccio.

Abbiam detto che il giovine mise un picciol grido nel ravvisare la


Rita.
- Tu qui ! — egli esclamò arrossando come uno scolaro colpito
in flagranza di qualche piccolo reato scolastico.
- Vieni con me , Onesimo , ho a dirti qualche cosa – gli disse
la giovane pigliandolo per la mano e quasi tirandolo dal poggiuoletto
di terra, su cui questi sedeva.
Rita avea le guance lievemente colorite, gli occhi brillanti per
fuoco febbrile.
288 I MISTERI DI NAPoLI
Avea le braccia nude, braccia di alabastro, arrotondite al tornio.
Rita era bella...
Ma d'una bellezza assai diversa di quella di Marta.
Marta era la donna-anima;
Rita la donna-corpo:
Quella, la donna-angelo;
Questa, la donna-demone.
Onesimo non oppose alcuna resistenza, e si lasciò condurre.
Quella mano che premea la sua gli producea nelle fibre del corpo
una sensazione novella e dolcissima.
I belli e lunghi capelli di Rita disciolti al vento gittavano riflessi
magnetici su quel pallido viso colorato dauna tinta finissima di car
minio, su quel collo più bianco dell'ala di un colombo, su quel seno
agitato, intollerante del suo corsaletto rosso, e che sembrava dischiu
dere al volo due cigni gemelli. -

Camminarono, anzi, corsero un tratto.


Rita menò il giovine sotto una specie di volta naturale formata
dall'amplesso di due vecchie elci carche di ombre.
– Sediamo, Onesimo – disse la giovane che non avea mai abban
donata la mano di lui e attirandoselo dappresso.
Onesimo obbediva ad un fascino prepotente, ad una forza impe
riosa...
L'indole de' pensieri e de' sentimenti che lo aveano poco dianzi agi
tato, l'impressione vivissima lasciatagli da'baci di Marta, l'afflato ma–
gnetico delle aure di primavera , operavano su i sensi del giovine
come una ebbrezza.
Non era Rita che lo magnetizzava ;
Era la donna, il sesso.
Onesimo sedè su l'erba a fianco di Rita.
– Oh! finalmente! –ella esclamò come ebbra di gioia – Finalmente
mi è conceduto di stare un po' vicino a te, mio dolcissimo amore,
mio bene, mio paradiso ! Io so che tu mi odi, mi abborri, mi di–
sprezzi e che ami la figlia del ladro; ma io ti costringerò ad amar
mi per forza, e sia pure per mezz'ora, per pochi momenti...... Un
istante solo nelle tue braccia, e l'anima mia scellerata piombi nello
inferno, poco mi cale... Un tuo bacio, Onesimo , un sol tuo bacio,
e poscia uccidimi... Io ti amo, Onesimo, ti amo come una matta...
La mamma è impazzata, ed io sarò pure, se tu non estingui con un
tuo bacio su la mia bocca questo fuoco che mi divora....... Ma che
dico ! Io non sarò matta... bensì morta. Deh ! fallo per la memoria
della dolce sorella che perdesti, e cui tu dicesti che io tanto rasso
miglio, fallo per l'anima del tuo babbo e della mamma tua, fallo per
LA MAL'ARIA 289

la tua Marta... dimmi una sola parola d'amore, e poi trafiggimi.


o anima dolcissima, o cuor mio di paradiso, o il più bello degli an
gioli di Dio. -

Così dicendo, l'insensata circondò colle sue nivee braccia il collo di


Onesimo. , - -

Costui, ridesto come a soprassalto da un sogno affascinante, re


||

|
l | N
-

Tllllllllllll|

||||||||

-------- s --------- N

E que' figliuoli prostesero le mani... e giurarono a Dio.

spinse con forza le braccia della giovane, e si levò incontamente........


Rita si alzò anch'essa. -

Colle mani si gittò addietro agli orecchi i capelli che le si erano


affollati in su gli occhi, e, trattasi dinanzi al garzone,
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 20
290 I MISTERI DI NAPOLI

- – Aspetta – gli disse con un gesto imperioso e guatandolo in modo


strano e terribile.
E si die'a correre verso quella parte del lagno che si allargava
in un lago. -

Onesimo rimase pochi momenti stordito; quindi ebbe come un bar


lume della sinistra luce che avea vista rilucere negli occhi della gio
V2I16. . . . .

Le corse appresso per raggiungerla...


Non arrivò a tempo.
La disgraziata non toccò quasi per celerità il suolo co' piedi; e si
slanciava nel lagno (1).
(1) Vedi la figura a pagina 257.
LA MAL'ARIA 291

XXIX.

Onesimo non titubò un momento a slanciarsi nelle acque per sal


vare quella infelice...
Il lagno era abbastanza profondo in quel sito; circa tre uomini di
acqua...
Il fondo era limaccioso e putrido.
Rita affondò...

Il giovine mugnaio non avea pensato al modo che avrebbe tenuto


per salvare dalla morte quella disgraziata.
Quando si trattava di salvare la vita del suo simile, Onesimo non
pensava a niente, tranne che a compiere questo dovere di ogni cri
stiano, di ogni figliuolo di Dio.
Non ponderava il pericolo che dopo.

Ci sarà una classe di lettori, i quali dimanderanno se Onesimo fosse


rivestito di carne e di nervi al pari degli altri uomini, non sembrando
loro guari possibile che un giovine a venti anni, di valida salute ,
trovandosi nelle condizioni di tempo e di luogo in cui quegli si tro
vava, respingesse le braccia di giovane e innamorata donna.
Certo, un tal trionfo dovrà parere più che un eroismo, un miracolo.
Eppure, niente di più semplice e naturale.
Onesimo non fuggì dalle braccia di Rita nè per virtù sublime, nè
per fedeltà a Marta.
De'Giuseppi che si lascino strappare i mantelli per sottrarsi agli ab
bracciamenti delle mogli de'Putifarri, si è perduta la semente in su
la terra.
Onesimo fuggì per timidezza.
Ci ha uomini di un coraggio e di una forza da leone, i quali sono
timidissimi al cospetto di una donna. -

A venti anni, l'uomo ha il suo pudore come la donna.


Non sappiamo e mal sapremmo dire quali e quanti prodigi di forza
costò ad Onesimo il salvamento della vita di Rita.
Ma Iddio benedisse a' nobili e generosi sforzi.
292 1 MISTERI DI NAPoLI

Onesimo trasse semiviva dalle acque la disgraziata giovane; e, affi–


datala per poco ad una donna che ivi presso era a spigolare per quella
campagna, corse al filatoio per richiedere l'aiuto di Marta.
Costei fu sommamente sorpresa e addolorata della nuova che One
simo le arrecò.
Non pose tempo in mezzo, e seguì l'amante colà dove la infelice
figliuola di Gesualdo giacea più morta che viva distesa in sul terreno.
La misera avea tracannato una gran quantità di quell'acqua torbida
e limacciosa.
Marta, aiutata da Onesimo e dalla spigolatrice, trasportò Rita in
uno de' cameroni a terreno del filatoio del signor Starkes, e fece un
invito alla carità degli operai e delle lavoratrici. - - - -

In un momento s' improvvisò un letto. Uno era andato a prendere


il proprio saccone , un altro un guanciale, un terzo una coperta di
lana. - -

La maggior parte gittarono addosso all'annegata i loro gabbani e


le loro giacche. - -

Onesimo era corso in cerca dell'unico medico ch'era a Caivano.


Intanto, quelli che mostravano essere più saputi in fatto di cose
mediche, davano il loro parere su quello che provvisoriamente si aveva
a fare innanzi che giugnesse il dottore. -- - -

Fu messa l'annegata colla testa in giù per farle rendere la sozza


acqua che avea tracannata. - -

Tutti gli aiuti opportuni ed essenziali furono apprestati alla povera


Rita, che, risensata, non ricordò niente più di quanto erale occorso.
Onesimo era turbatissimo, commosso, agitato: non avea detto a
Marta neppure una parola su la scena avvenuta tra lui e la figliuola
di Gesualdo.
Non era tanto il caso di Rita, da lui già salva, ciò che avea git
tato il giovine in un turbamento grandissimo. Parlando di Marta ,
Rita l'avea qualificata figlia i ladro. Era questa una nuova rivela
zione ? - -

Tutti quanti supposero che la disgraziata giovane avesse tentato di


troncarsi la vita, annegandosi nel lagno, per l'onta che le era stata
fatta alcun mese addietro. -

Ciò che nessuno sapea comprendere, tranne Onesimo e Marta , si


era il perchè ella si trovava a Caivano , mentre sapeasi lavorar lei
col massaro Aniello a Posta di Campo. -
Quando la giovane annegata nel lagno risensò, Onesimo si allon–
tanò per non ridestare nella mente di lei il delirio per cui si era
spinta a gittarsi nelle acque.
- Tornata al sentimento della vita ed alla coscienza di sè, Rita sem
LA MAL'ARIA 293

brava impertanto non ritenere un chiaro concetto di ciò che le era


accaduto...
Essa guardava con maraviglia e toccava la veste che la copriva e
che non era la sua, la pezzuola bianca che or tenea le veci del cor
petto rosso, ch'ella si era messo quella mattina.
Guatava balorda in faccia a tutti ; ed ogni volta che i suoi occhi
incontravano quelli di Marta, essa gli abbassava con cupo rabbrusca
mento di ciglia.
Non disse una sola parola ; non rispose a nessuna interrogazione...
tranne che parea che cogli occhi cercasse talvolta qualcuno, il quale
non veggendo, ella ricascava nel suo fosco silenzio e nel suo cupo
concentramento.
Non fu possibile a Marta di strapparle una sola parola, come pa
rimente inutile opera costei fece per ritenerla a Caivano per quel dì e
per quella notte; perciocchè Marta temea e con ragione che la mi–
sera non ritentasse la disperata prova che avea fatta. -

E tanto più la buona fanciulla era inquieta e sospettosa però che


Rita si era assolutamente diniegata a farsi accompagnare da qualcuno.
Marta fece una invoglia de' panni di Rita, ch'erano già rasciutti al
sole; e gliela diede quando costei si accinse a partirsi da Caivano
per ritornare a Posta di Campo.
Rita pose a terra la invoglia, la spiegò, ne trasse la veste, e colle
mani si fe' a ricercare nelle saccocce qualche cosa ,
il suo coltelluccio a piegatoio.
Marta glielo avea sottratto.
Parve colei spiaciuta di non trovare quell'oggetto.

Non vogliamo dimenticare di dire che quella mattina, sendo il tempo


bellissimo, il più piccolo de'fratelli di Rita, Nazario, era voluto an
dare con Marta a Caivano; al che costei era condiscesa per amore
grandissimo che aveva a quella povera creaturina.
I nostri lettori ricorderanno che, dopo la morte del buon fittaiuolo
Gesualdo, i costui tre figliuoletti, che la religiosità della signora mar
chesina donna Maria Amalia avea messi nel mezzo della strada, furono
disgiunti. Francesca ne andò con Rita a Giugliano, Aspreno fu accolto
da Onesimo, e il piccolo Nazario da Marta.
Per lo più, quando Marta movea per Caivano in sul far del giorno,
il fanciulletto rimaneva a Casal del principe, a casa la Marta, in com
pagnia della vecchia Restituta, di Bianca, la gallina, e del Rosso, il
cardellino.
Ma il piccino si annoiava mortalmente in questa compagnia; chè
molto più a'versi gli sarebbe ito lo andarsene colla santa. Il pic
994 I MISTERI DI NAPOLI

cino rimanea con un muso lungo lungo, e,per lo più, quando il tempo
permettea, ivasene giù a ruzzare con Colomba l'idiota od a scorraz
zare per le campagne appresso a'grilli ed alle farfalle.
Quando il tempo era buono, Marta sel menava seco a Caivano; e
il fanciulletto era contentissimo, quantunque la santa poco o niente
potesse badare a lui per le faccende a cui ella era continuamente
occupata.
E quella mattina appunto Marta avea menato seco il fanciullo a
Caivano. -

È a figurarsi come piagnesse il piccolo Nazario veggendo la sorella


Rita distesa come una morta sul pagliericcio. Bisognò fargli violenza
per istrapparlo di là.
Egli si era immaginato che la suora fosse morta com'era morto
il babbo ; e soltanto quando la vide a star seduta con tanto d'occhi
spalancati, si persuase ch'ella era ancora viva. Allora fu un eccesso
opposto: la gioia il fece impazzare.
Più d'una volta Rita abbracciò e baciò il fratellino, ma con oc
chi asciutti di pianto e senza rispondere una parola alle tante cose
che questi domandavale.

Quando Rita si accinse ad andar via, il piccolo Nazario se le


strinse alla veste, e si pose a levare alti pianti.
Rita si mostrò affatto indifferente alle lacrime del fanciullo : sem
brava straniera a quanto la circondava.
Ebbe la crudeltà di respingere il fanciullo allorchè ella si allontanò
rapidamente dal filatoio, recando seco la invoglia de' panni...
Non una parola di ringraziamento a Marta ed agli operai che le
aveano prestato così opportuni ed amorevoli aiuti.
S'involò, anzi, fuggì come se fosse inseguita.
Pur, non guardò mai allo indietro.
Se ciò ella avesse fatto, avrebbe veduto ad un centinaio di passi
un uomo che camminava su le orme di lei.
Era un operaio che Marta le avea spiccato appresso, timorosa che
la misera non covasse novellamente un sinistro pensiero contro i pro
pri giorni. -
LA MAL'ARIA 295

XXX-

Il marchesino don Alfonso Maria de' duchi di Massa Vitelli aveva


un casinetto a Giugliano, poco discosto da quello di sua altezza il
conte di Lecce. - -

Quello di Casal del principe era piuttosto un castello che un ca


sino ; ma questo di Giugliano era una bellezza; sovrastava ad un
poggio amenissimo, e questo ad una valletta, che parea creata a bella
posta per invitare gli oziosi a passarci un'ora a fianco di leggiadra
donnina. e -

Ci era qualche cosa di fino, di svelto e di elegante nella costru


zione di questo casino del marchesino don Alfonso a Giugliano: dava
le viste di uno di quegli asili dell'epicureismo filosofico sotto i lun–
ghissimi regni de'due monarchi francesi Luigi 14” e 15”, quando ci
era la moda di far l'amore filosofando. - ,

Leggemmo in un romanzo francese queste parole :


» Felici privilegiati che trovano le rose più profumate dischiusé
sotto le nevi dello inverno, e che potrebbero comperare il sole se
questo fosse da vendere ! »
Felici privilegiati !
Daddovero che la ricchezza è un privilegio. Ne discorreremo.
Certi siti sembrano fatti apposta pe' privilegiati.
Anche la natura pare che si lasci corrompere da questi padroni
dell'universo. Si potrebbe dire ch'essa ha creati certi siti pe' dise
redati e certi altri pe'privilegiati, cioè pe' poveri e pe' ricchi.
E mettiamo innanzi i poveri, perchè per questi abbiamo più sim
patia che pe' ricchi. -

Ombreggiavano questo casino alcuni alberi così puliti, così rispet


tosi, così obbedienti che non differivano dagli altri vassalli dello spro–
nifero lombi-magnifico cavalier di compagnia del rampollo di san Luigi
don Antonio Borbone, di augusta e felice memoria.
Ci era una terrazza dalla gentil ringhiera di ferro colorato, su la
quale appariva, ma per un solo istante , il pipifero-crin-verniciato
signore da' cento colli..... di batista.
Durante la permanenza del conte di Lecce a Giugliano, don Al
fonso Maria abitava in questo suo casino.
296 1 MISTERI DI NAPOLI

In questo tempo, la dilettissima sposa era a Casal del principe o a


Napoli o a Portici o altrove. -

Dov'era il conte di Lecce non era prudenza il farci stare un gon


nellino ricamato.
Gli è vero che don Antonio preferiva il canape al lino; ma è sem
pre buon consiglio il tener lungi dallo sparviero i colombi.

Erano scorsi due giorni da che Rita avea tentato di annegarsi nelle
acque del lagno. -

Una mattina, eccola avviarsi verso il leggiadro quartierino del mar


chese don Alfonso. - -- --

Il cortiletto non avea portinaio ; bensì in una gentile stanzetta a


terreno vegliava uno staffiere di canuta età , che in qualche modo
tenea l'ufizio di guardaporta.
Abbiamo detto male che lo staffiere vegliava. Delle ventiquattr'ore
egli ne dormiva ventidue o ventitrè, sdraiato su un vecchio seggio
lone, mandato agl'invalidi da' salotti del marchese, co'bracciuoli sdo
rati, col ventre floscio e avvallato.
Non avendo di meglio a fare tutta la santa giornata, lo staffiere
d' ordinanza di sua eccellenza russava su la poltrona, ovvero diverti
vasi con qualcuno de' guardaboschi di sua altezza a sparlare del pa–
drone, consueto subbietto di conversazione tra la gente in livrea.
Rita si affacciò su l'uscio della stanzetta dello staffiere-portinaio ,
e gittò un'occhiata entro. - -

Monzù (così il volgo suol chiamare i valletti, i fantini, i cuochi,


i camerieri e in generale tutti quelli che seggono nelle anticamere
de' signori), -

Monzù Pietro (questo era il nome dello staffiere) era in quel mo


mento occupato a discorrere con un giovine vestito con assai garbo
e lindura.
Erano entrambi allo impiedi e parlavano sommessamente.
Siamo sicuri di procurare una sorpresa a' nostri lettori dicendo
loro che il giovine col quale era a discorrere Monzù Pietro, staffiere
di sua signoria illustrissima il marchese di Massa Vitelli, era
Luigi o Cocòla, il venditore di basi , che già presentammo a' no
stri lettori nel primo libro di questa prima parte del nostro racconto.
Direm loro in prosieguo il perchè Cocòla si trovava a Giugliano e
quali faccende si avea collo staffiere del marchesino.
Occorre pertanto notare che Cocòla era un amico intrinseco del
l'abatino don Sergio Anastasi che in quel momento era su in conver
sazione col marchesino.
LA MAL'ARIA 997

Rita, veggendo Monzù Pietro in istretto colloquio con un signo


rino, si fermò su la soglia dello stanzino a terreno. -

– Che vuoi tu, nenna; chi cerchi? — domandò lo staffiere con


un vocione di basso da Lablache.
Rita parve un po' sconcertata.
– È sopra il signorino? – ella domandò con voce umile e dimessa.
Monzù Pietro la squadrò sollevando le bige sopracciglia, in guisa
che Rita abbassò gli occhi alquanto confusa e vergognosa.
– Chi sei tu ?
– Rita Gesualdo, di Posta di Campo – ella rispose – Il signo
rino mi conosce.
Avvertiamo che per lo più le donne del contado ignorano il pro
prio cognome, invece del quale sogliono dire il nome del babbo.
— Ah ! – sclamò il vecchio con uno sconcio sorriso, che signifi
cava moltissimo — Aspetta un poco , bella mia. Ci è gente da sua
eccellenza. Se vuoi trattenerti qui , bene ; altrimenti e tu torna tra
una mezz' ora.
Rita adottò questo secondo consiglio, e andò via dicendo che sa–
rebbe tornata tra una mezz'ora. -

E que'due, Cocòla e Monzù Pietro, proseguirono la conversazione


rimasta per poco interrotta dallo arrivo della giovane.
ll colloquio durò pochi altri minuti; e poi Cocòla trasse dalla sac
coccia alquante monete d'argento e le pose nella mano dello staffie
ro. Il che fatto, andò via. - -

Queste cose accadevano pochi giorni innanzi che da Cecatiello e


dallo Strangolatore si compiesse l'assassinio e il furto nel casino dei
Massa Vitelli in Napoli, sul colle di S. Efrem Vecchio.
La base di questo furto era stata già data da Cocòla a Cecatiello.

Rita ritornò dopo mezz'ora, come gli era stato indicato da Monzù
Pietro.
– Ci è gente ancora su da sua eccellenza il marchesino – disse
lo staffiero – ma se vuoi salire , e tu sali pure. Tengo l'ordine di
lasciar passare tutte le belle ganze, e tu sei nel numero.
Così dicendo il vecchio dissoluto , degno domestico d'un tal pa–
drone, stese la mano per toccare il mento della contadina; ma costei
antivenne all'atto , e , già tutta rossa di collera per la qualificazione
di ganza, che quegli aveva applicata a lei, e di cui la significazione
le parve sconcia e brutta , gli die'un vigoroso colpo su la mano ,
aggiugnendo:
– Ohè, vecchio, mi hai tu scambiata per una di queste donne
che tu di'? -
298 I MISTERI DI NAPOLI

– Scusate, illustrissima – disse con impertinente sarcasmo quella


vecchia biscia di anticamera — È vero ! Io sono uno staffiere e non
già un'altezza ! -

Questa volta la giovane capì l'insulto. Il suo temperamento bilio


so, esasperato dalla sventura, non le permise di tollerarlo in pace ;
e, d'altra parte, ella si trovava in un tale eccitamento che poco era
dissimile dalla follia; onde, fattasi livida in volto per la rabbia dello
insulto che le veniva fatto, così disse a quel rettile: -

–Senti, vecchio schifoso e insolente, io sarei capace di prenderti


a schiaffi se tu non fossi il servo del marchesino...... Va che tu sii
maledetto; e possano le figlie tue vendere per pochi grani l'onore.
Lo staffiere avea due figliuole. Rabbrividì. Era sul punto di sca
gliarsi contro Rita; ma in quel momento udì la voce del marchesi–
no, che accompagnava, collo zigaro in bocca, insino al cortiletto l'aba
tino don Sergio Anastasi.
Lo staffiere si piantò alla militare.
Rita si trasse dall'altra banda.
Allorchè le strette di mano , gli addio e i convenevoli furono fi–
niti dall'una parte e dall'altra; e quando l'elastica schiena dell'abate
ebbe fatte una decina di riverenze e si fu allontanato, il marchesino,
che già avea adocchiato la giovane contadina, le si fe' innanzi con
leggiadro sorriso, e le disse:
– Bella Rita , e che vuol dire cotesto che tu si venuta nel mio
casino ? Vieni forse tu stessa a far battaglia anche qui ed a fiaccar
le tempie della mia gente ? -

Per bene intendere a che alludevano queste parole del marchesino


è necessario uno schiarimento.

Innanzi tutto è uopo notare che il marchesino don Alfonso, cava


lier di compagnia di sua,altezza reale il conte di Lecce, usava spi–
golare nel campo del principe , vale a dire che usava ricogliere ciò
che questi lasciavasi addietro.
Il marchesino si contentava della seconda mano. Era sempre un
alto onore per lui il bere nello stesso bicchiere di sua altezza.
Qualche volta , con tutto che ei fosse un marchesino ed il cava–
liere di compagnia del principe, trovava resistenza. Allora egli imi
tava lo stile del suo augusto padrone e de' lustrissimi suoi antenati,
e mandava li sgherri a rapire quel fiore de'campi che osava con
trastare il suo profumo alle nobili nari.
– Hanno forse i poveri il dritto di essere onesti? Certe virtù si pre
sumono soltanto tra la gente che si rispetta. Che cosa mi conta que
sta bambina? Si avvisa forse di conservarsi onesta per monsignore
LA MAL'ARIA - 9299

o pel primo cafone che un dì la torrà a moglie ? Ci è forse qualche


cosa al di dentro di queste cose? Sarebbe curiosa che una pacchiana
si atteggiasse alla Lucrezia od alla Virginia ! La campagna non le ha
create pe' preti o pe'signorini?
Così ragionava il nostro illustrissimo signor marchesino de' duchi
di Massa Vitelli , e così ragionano la maggior parte di questi scio–
peratacci, creati dalla più scellerata delle leggi civili, L'EREDITA'.
Era però naturalissimo che quell'appetitoso bocconcino ch'era Rita,
che avea già avuto l'onore di richiamare l'attenzione d'un principe
del sangue, dovesse ugualmente far breccia sul cuore del rampollo
d'una lunga progenie di feudatari.
Rita era una strana creatura – Ci è in certe anime un fondo di
sterminato orgoglio che tien le veci della più salda virtù.
Quando ella pensò che, per effetto della sua disgrazia, ognuno si
sarebbe creduto nel dritto di disprezzarla, si rizzò a' suoi occhi me
desimi...
Da allora in poi, si recava sempre addosso il suo coltelluccio. Guai
a chi le avesse rivolto una parola meno che onesta!
Non era scorsa una settimana dal dì ch'ella era stata rapita nella
masseria di Posta di Campo, che una mattina si rivide innanzi quel
signore che le avea messo nelle mani la moneta d'oro per rinfrancarla
della paura ch'essa aveva avuto di essere schiacciata dalle ruote del
biroccino.
Il marchesino iva a caccia – Si era degnato di andare a ritrovare
la bella contadina di Posta di campo.
La invitò ad andar secolui.
Rita rifiutò.
Fintanto che il marchesino le stette innanzi, Rita tenne stretto il
coltelluccio nel taschino della sua veste, risoluta e prontissima a cac
ciarlo nel petto del signorotto al primo accenno di violenza che que
gli le facesse. -

Ma il marchesino non volle insistere per quella mattina. Il pregare


sarebbe stato avvilimento. Avea offerto alla giovane un anello d'oro
smaltato con pietre preziose. Rita rifiutò.
Spesso il dispetto e l'orgoglio nella donna operano prodigi di virtù.
– Vuol vendersi caro questa bambina – disse tra se il nobile –
Useremo altri mezzi.
Salutò freddamente la giovane e si ritrasse.
Il giorno appresso le mandò i suoi sgherri.
Ci fu una vera battaglia.
Rita fiaccò la tempia dritta d'uno di que' ceffi con un sandalo che
gli gittò in faccia ; sfondò il cappello di un altro con un colpo di
300 I MISTERI DI NAPOLI N

uno di que' lunghi pali da sostenere le viti addimandati canocchi.


Sopraggiunti altri villici, presero le difese della giovane, in guisa
che gli arnesi mandati dal marchesino furono assai ben conci ; e
se ne tornarono gloriosi e trionfanti con parecchie onorevoli ammac
cature e lividori. -

Il marchesino non volle ritentare la prova; e fece benissimo.


Ebbe paura del parroco, cioè del vescovo, a cui il parroco avreb
be scritto.
Non ci era da scherzare co'vescovi in quel tempo. Bastava una
parola proferita da un labbro episcopale per mandare in ruina una
famiglia. -

Questi signori prelati aveano nelle loro mani le chiavi del paradi
so e... della Vicaria.
E Ferdinando II era scrupoloso, massime in fatto di buoni costu
mi, rara saviezza ne' Borboni di Napoli, di Francia e di Spagna.
Il marchesino adunque abbandonò l'idea di conquistare la Rita; e
cercò altrove distrazioni più facili e meno compromessive.
Eragli pertanto rimasto un gran vuoto nel precordio , un cordo
glio, un dispetto.
Avrebbe dato la metà della rendita di un mese per aversi la pac
chianella di Posta del Campo. - - ,

Qual non dovette essere la piacevole sorpresa del feudatario nel


rivedere la giovane nel cortile del suo palazzo !
Allora egli le volse le parole che più su abbiam detto, cioè
– Bella Rita, e che vuol dire cotesto che tu si venuta nel mio
casino ? Vieni forse tu stessa a far battaglia anche quì ed a fiaccar
le tempie della mia gente? - -

Rita rimase tutta confusa.


Ma il dissoluto ritornò a sorriderle per farle intendere ch'egli avea
tutto dimenticato ; e soggiunse :
– Hai da dirmi qualche cosa ? Vieni su, vieni su. Discorreremo
a nostro bell'agio. - -

E sì dicendo risaliva le brevi scale.


Rita lo seguì, come un corpo che non abbia più movimento proprio.
Moveva i passi come una magnetizzata. -

Il don Giovanni di Giugliano menò la giovane difilato nella sua


stanza da letto.

Due parole su questa stanza.


Era ammobigliata col massimo fasto : lettino di ottone con tendi
LA MAL' ARIA 501

ne di candido mussolo a frangette d'oro, e con un cielo ch'era una


larga specchiera riproducente la persona o le persone ivi giacenti ;
due altre larghe specchiere inquadrate in due armadi di finissimo-le
gno; poltroncine e pastorine da'bracciuoli dorati e ricoperte di rosso
scarlatto, e sedie parimente dorate....... Un morbidissimo tappeto, co
priva il suolo , e vi era figurata nel mezzo in lavoro a maglie una
venere nella più voluttuosa giacitura. – –
Di oscene dipinture erano coperte le pareti; e quelle sozze nudità
si riproduceano nelle specchiere, per che dappertutto ti assediava quella
vista impura e scandalosa. . . . . . .

Non sì tosto la povera Rita pose il piede in quel dorato lupanare


e gli occhi suoi si furono levati su quelle vituperose dipinture, sentì
tutta incendersi da capo a piedi per ineffabile vergogna...
E non potea la misera neanco abbassare gli occhi al suolo, per
ciocchè ivi abbatteasi nella impudica Venere foggiata in sul tappeto...
ll marchesino non curò di chiudere a chiave la porticina intarsiata
del suo stanzino da letto. -

I servi aveano ricevuto l'ordine di non entrar mai quando egli si


trovava con donne; salvo il caso ch'ei non traesse la corda del cam
panello.
– Ma questa è veramente una gran ventura che tu si venuta sta–
mane da me – disse il lussurioso sardanapalo ponendosi a giacere
in una di quelle sue elastiche pastorine, soccorsali del letto per ero
tiche imprese.
– Signorino – balbettò la giovane che avea raccolto- su la pro
pria persona lo sguardo offeso e spaventato da tante lascivie – sono
venuta per chiedervi una grazia.
— Ma che dici ! bellezza ! che grazia e grazia ! tu qui sei la pa–
drona assoluta. Disponi, comanda. Con quegli occhi una donna è
padrona d'un re. Che ti occorre, bella mia ?
–Vostra Eccellenza mi ha da fare la grazia di dare e raccoman
dare questa mia supplica al principe.
E sì dicendo, traeva dalla tasca del suo grembiale una carta pie
gata a foggia di supplica.
– Da' qui – disse il marchesino.
Rita se gli avvicinò per dargli la carta. Quegli afferrò la mano che
gliela porgea, e si trasse in grembo la giovane , sulle cui labbra
stampò un lurido bacio.
Rita, fatta in viso una vampa , fece un brusco movimento offen
sivo e scappò dalle braccia di quel dissoluto.
Il marchesino, ch'era esperto battagliere nel campo donnesco,capì
302 I MISTERI DI NAPOLI

ch'ei non bisognava torre per violenza o per sorpresa la fortezza che
si sarebbe arresa facilmente da sè.
– Domani andrò a caccia ne' dintorni di Mugnano – egli disse
alla donnina – Vedrò il principe sta sera, Fa di trovarti domani in
su le venti ore alla taverna del Monaco, appresso alla cupa. Ivi ti
recherò la tua supplica decretata dal principe.
– Domani sarò a Mugnano – disse la giovane, che sembrava an
siosa di allontanarsi da quell'osceno luogo. -

E prese la volta dell'uscio.


Il marchesino la lasciò andare senz'altro...
Avea formato il suo bel disegno.
LA MAL'ARIA 303

xxx1.

All'ora indicata, Rita si trovò alla taverna del Monaco appresso


alla cupa di Mugnano. -

Ella era in uno stato di febbrile eccitamento.


La sua divorante passione per Onesimo le facea nebbia alla ra
gione. -

La disgraziata avea già rinnegata la virtù nel suo cuore.

Che cosa era avvenuto nella figliuola di Gesualdo ?


Profondo e inesplicabile abisso è il cuore della donna.
Rita si era slanciata nelle acque del lagno in un momento di di
sperazione veggendosi disprezzata da Onesimo; ma ora non avea più
la forza di uccidersi.
Un abborrimento di tutto era ormai ne' profondi dell'animo suo.
Avea detto a sè medesima : -

– Dicono ch' io sono bella. A che mi è servita questa bellezza,


se colui mi respinse dalle sue braccia ?.. Dicono che a Napoli una
bella è giovane donna è da tutti careggiata e amata. È necessario
che io non rivegga più colui, e,segnatamente, è necessario ch'io non
rivegga la santa, che non si fa scrupolo di abbracciare e baciare il
suo innamorato. Ipocrita ! Sento che se io la incontrassi novellamente
la ucciderei senza meno.

Nella supplica ella chiedeva al principe don Antonio una somma di


denaro.Avea tentato di suicidare il corpo; ora tentava di suicidare l'ani
ma: voleva seppellire nello stordimento e nell'obblio la sua funesta
e disperata passione. -

Il suo divisamento era di postergare il paese e la famiglia e di an


darsene a vivere in Napoli, di cui si era formato uno strano con
cetto nella mente.
Il pensiero della madre impazzata per lei e de'fratelli la rattrista
va... E, quando un tal pensiero veniva a visitarla, essa bevea del
l'acquavite per iscacciarlo.

Il marchesino di Massa Vitelli non si fece aspettare,


304 I MISTERI DI NAPOLI

Era vestito da cacciatore, con cappello calabro con piume, con lar
ghe bottaglie ai piedi, con grossolana giacca, armato di schioppo e
di zaino.
Aveva i peli dei baffi arricciati alla maniera spagnuola.
Era il feudatario dispotico e libertino ridesto dalla polvere di un
secolo. ''

I suoi occhi brillarono di gioia nel rivedere la giovane, che lo ac


colse con un tristo sorriso.
– La tua domanda è stata favorevolmente accolta dal principe – ei
le disse — Ho in saccoccia venti piastre per te.
- Era un milione per la giovane, che sentì il sangue darle un tuffo
alla testa.
Ei bisogna farsi una idea della miseria delle nostre contadine per
comprendere che senso debba fare il numero di venti piastre nel
cervello d'una di queste misere creature, che non veggono mai una
moneta d'argento. -

– Andiamo a far colezione – le disse il signorotto – Discorre–


remo a nostro piacimento.

Era nella taverna una specie di sottoscala, luogo di convegno d'ogni


maniera di malfattori, - - - - - - - -

Quivi il marchesino menò la Rita. -


Egli avea già dato gli ordini al bettoliere. -

Una tavola era ivi imbandita con roba da mangiare e con parec
ehi fiaschi di poderoso vino. ----- -

Il nobile cacciatore appiccò ad un muro lo schioppo e lo zaino ;


sedè a tavola e si fe' sedere al fianco la Rita. - - .

— Eccoti le venti piastre del principe — le disse, contando su la


tavola i venti pezzi di argento lucidissimi per essere di fresco coniati.
Da quell'argento guizzarono lampi infernali agli occhi della giovane.
– Ma cotesta bella mano ha bisogno di un ornamento – soggiunse
il falcone impadronendosi della mano di Rita, al cui anulare pose un
grosso anello d'oro – Questo è per mio conto e per mostrarti che
anch'io ti voglio bene, aggraziata Rituccia mia. Senti, bella mia. È
proprio un peccato che tu abbi a trarre una vita di stenti e di fa
tiche! Cotesta tua bella mano non è fatta per maneggiare i rozzi stru
menti della campagna. Lascia che le vecchie e le brutte fatichino :
non hanno altro espediente per non morir di fame. Ma le belle e
giovani donne hanno una ricchezza, una proprietà nella loro bellezza
e nella loro gioventù. L'onestà delle donne è una bella chimera in
ventata da' preti per conto proprio. Lascia che le brutte sieno one
LA MAL'ARIA 305

ste : è questa la loro vanità. Quando sarai morta di fame, nessuno


ti terrà conto della tua onestà. Coltiva il tuo proprio campo e non
quello degli altri, bella mia. Se tu vivessi in Napoli, oh come sare
sti felice e mangeresti di belle vivande senza darti la minor fatica!
Questo scellerato linguaggio teneva il don Giovanni alla ignorante

Mio padre fu ligato a un albero e flagellato come Gesù Cristo.

figliuola de' campi, che sentiva ribollirsi il cervello come sotto l'azione
d'un fuoco vivissimo.
La giovane non capiva niente più.

Cominciarono a mangiare.
MAsTRIANI – I Misteri di Napoli 21
306 1 M11STERI DI NAIOLl

Rita divorava: avea fame.


– Bevi – le dicea quegli ad ogni boccone ch'ella ingoiava , e le
mescea da bere.
E Rita vuotava il bicchiere.

La misera affogava nel vino l'ultimo grido dell'anima (1).

Poco appresso, ella non sedea più su la panchetta di legno...


Ridea...
Era il riso dell'ebbra e della pazza.

L'angelo del pudore si coprì il viso...


(1) Vedi la figura a pagina 273.

Fine del 2° Libro


IIIIII.

CS-D al CDTNT E-SES LINA


() “,

I PR()LETARI DELLA CAMPA(NA

. Dixit Jesus Discipulis suis:


Amen, amen dico vobis: quia plo
rabitis et flebitis vos : mundus
autem gaudebit :vos vero contri
stabimini, sed tristitia vestra ver
tetur in gaudium.
S. GiovANNI – Cap. 16. v. 20.

- - - - - Disse Gesù a' suoi discepoli : In ve


rità, in verità , vi dico; che piagnerete, e
gemerete voi: il mondo poi godrà : voi
sarete in tristezza; ma la vostra tristez
za si cangerà in gaudio.
Lethi consanguineus Sopor.
VIRGILIO.
-*XSée

È il fratello che viene mentre si aspetta la suora.


** S. VINCENZO DE PAOLI.

*
*
––=>O<>O<=–

... Amen quippe dico vobis, si habueri


tis fidem, sicut granum sinapis, dicetis
monti huic : Transi hinc illuc, et tran
sibit, et nihil impossibile erit vobis.
SAN MATTEo – Cap. 17. v. 19.

*.

Bonum certamen certavi; cursum con


summaVi, fidem servavi.
2. EPIST. DI S. PAοLo A TIMOTEo Cap. 4.

Celui qui naît est toujours un mort


probable; sans la mère, un mort certain.
Le berceau est pour la plupart un pe
tit moment de lumière entre la nuit et
la nuit.
MICHELET – La Femme.
I.

ELLA prefazione generale di questa opera dicemmo :

« Un fatto costante e terribile sembra, agli occhi


degli stolti, che faccia brutta dissonanza nell'ordine
maraviglioso della creazione,
» L'ESISTENZA DEL MALE.

» Ma è forse Iddio che ha creato il male ? È forse


- colpa dell'Artefice se una mano inesperta guasta l'accordo
della macchina perproterva od istolta voglia di correggerla?

» Il male è... incontrastabilmente l'opera dell'uomo.


» Da cinquemil'anni Ei si travaglia a rendersi felice, e non
può : l' IGNoRANZA vi si oppone.
» Ciò nonpertanto , il raggio divino della Intelligenza superò gli
ostacoli infiniti che l'Ignoranza le gittava tra' piedi, e fece a palmo
a palmo maravigliose conquiste sul paradiso perduto. Caddero l'un
dopo l'altro gli sterminati massi che la tirannide de' potenti, coadiu
vata dalla tirannide sacerdotale, avea innalzati a puntello di un esoso
edificio di usurpazioni e di arbitri.
» Quando l'orgogliosa potenza romana parea che volesse soffocare
le immortali tradizioni dell'umana grandezza nello sfacelo di ogni prin
31 () MII STERI DI NAPOLI

cipio morale , il VERBo Di Dio uMANATo rialzò la creatura, promul–


gando un Codice divino di giustizia, di fraternità, di amore.
» Ma la gran legge di amore fu affogata dalla nequizia delle tristi
passioni , dalle smodate ambizioni , dall' obblio de' grandiosi destini
dell' anima. -

» I re, i preti, i ricchi, i potenti elevarono altri codici informi su


quello predicato dal Cristo.
» La schiavitù, il feodalismo, la proprietà illimitata, il monopolio
delle coscienze e de'beni della terra, gli eserciti permanenti, la gleba
muliebre, snaturamento della donna, gli omicidi giuridici, le guerre,
ed altre moltissime di queste sociali cangrene travagliarono e trava
gliano ancora l' inferma società tra spire torturanti. ----

» Ma lddio trasse il bene dal seno stesso del male. Migliaia di


martiri della virtù e dell'amore formano ogni dì la più splendida pro
testa contro la mala organizzazione sociale. Questa nube di anime che
vola al cielo gemente ancora delle sofferenze della vita affretta ogni
dì il compimento de' nobili destini dell'uomo. »

Il male è dunque in permanenza su la terra.


Milioni di creature del buon Dio soffrono e piangono.
La sofferenza, opera dell'uomo, partorisce l'odio contro dell'uomo.
Privilegio terribile della specie umana, la guerra fratricida!
Da Caino fino a Troppmann, che storia di sangue !
Ma l'Uomo creò il male : Dio lo santificò.
ll GiusTo venne su la terra : fu battuto colle verghe, coronato di
spine, sospeso allo infame supplizio della croce.
Il GiusTo perdonò a' suoi persecutori, a' suoi carnefici ; pregò per
loro ; gli amò.
Da quel tempo, scese dal cielo una rugiada ineffabile che ravvivò
l'umana pianta abbattuta dalla bufera,
la FEDE.
L'oppresso perdonò a' suoi oppressori e amò l'oppressura.
Dio solo poteva accordare una corda sì disarmonica nella univer–
sale armonia della creazione.
Dio non poteva distruggere il male senza distruggere la grandezza
dell'uomo. - -

Dio fe' del male una leva pel cielo.


Gesù disse :

» Beati, o poveri, perchè vostro è il regno di Dio.


» Beati voi che avete ora fame, perchè sarete satollati.
» Beati voi che ora piangete, perchè riderete.
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 31 1

» Sarete beati , se gli uomini vi odino; se si tengano lungi dal


vostro consorzio ; se v'ingiurino , se ributtino il vostro nome come
un male a causa del Figliuolo dell'Uomo.
» Rallegratevi allora, e gioite; dappoichè grande sarà la vostra
mercede nel cielo ».
Allora i farisei, i principi de'sacerdoti, i privilegiati, gli oppres
sori abusarono la parola del Cristo e dissero all'oppresso ignorante :
– Voi altri siete nati pel cielo, e noi per la terra; a voi le sof
ferenze che vi faranno beati; a noi i godimenti per cui saranno dan
nate le anime nostre. Noi altri siamo necessari alla vostra salvazione
ed alla vostra eterna beatitudine. Se vi lagnate, voi peccate ; se de–
siderate la roba nostra, peccate; se insorgete contro di noi, peccate;
voi siete i predestinati, e noi i pervertiti. Quanto più noi vi oppri
meremo, tanto più voi ci dovete essere grati.
E le oppressure furono raddoppiate, le sostanze del povero furono
rubate ; la rassegnazione del giusto fu provata fin nelle più vituperose
offese fatte a' suoi più cari affetti. -

Et gavisi sunt valde i sardanapali nelle cuccagne che ei si divisero


tra loro ; e si tapparono le orecchie per non sentire gli ululati degli
affamati, si atrofizzarono il cuore per non essere molestati da spine
o da commiserazioni importune e moleste.
Poi vennero i pseudo-filosofi, i veggenti, gli spiriti forti, i Voltaire in
52°, e dissero a' miseri che aveano per unico bene la Fede: -

– Voi altri siete i gonzi da vero e i semplicioni a ingozzarvi co


testi sonniferi. Iddio non ci è. In quanto al resto , le son fandonie.
Voi siete pure i gran minchioni a credere che ci sia qualche cosa al
di là del sepolcro. Una volta che uno è morto, buona sera a chi re–
sta ! Cercate dunque di scappare al codice penale , e datevi da fare
il meglio che potete per tirare innanzi piacevolmente la vita. In quanto
alle presenti vostre sofferenze, non ci è che fare : è d'uopo rasse
gnarsi al destino, dove non abbiate il coraggio di stringervi una corda
al collo e farla finita una volta per sempre co' patimenti e colla
miseria.
Ecco le belle consolazioni cui dettero a' sofferenti questi Savi, i
quali hanno la vista così lunga da guardare al di là della tomba.
La Fede crollò ne' cuori ; il dubbio vi subentrò.
Si camminò nelle tenebre.
Ultimo fine dell'uomo fu messa la vita, il godimento sensuale.
Unico dio fu adorato, il denaro.
Questo dio ebbe templi e sacerdoti, i quali ammisero soltanto i loro
favoriti all'adorazione del nume.
312 I MISTERI DI NAPOLI

Fu inventata l'eredità per perpetuare ne' discendenti il monopolio


delle spoliazioni e della rapina. -

I codici detti civili, alcorani de'ricchi, vi apposero il loro suggello.


Fu inventata la prolificazione del denaro, la rendita, sublime tro
vato per ridersi della condanna fulminata dalla Genesi, LA LEGGE UNI
VERSALE DEL LAVORO,

Quelli che erano rimasti fuori del tempio, dove si adorava il dio-de
naro, dettero le loro braccia per zappare le terre de' loro padroni e
i loro figli per guardare la proprietà.
Furono inventati i soldati per difendere dalle violenze de'disere
dati il mostruoso edificio. -

Cosa curiosa ! I soldati si trassero dalla famiglia stessa de'di


seredati.
Si ebbe impertanto l' avvedutezza di fare de' soldati altrettanti au
tomi, a cui fu vietato financo il pensiero.
Doveano essere macchine a sopprimere uomini, e non altro.

E così furono sempre più scavati gli abissi della ignoranza e della
miseria nel seme di Adamo.
Così gli odi si perpetuarono ; e per essi le rivoluzioni , che dir
si possono gli accessi febbrili periodici di questo corpo infermo che
dicesi società.
La quale credè aver trovato un rimedio a queste febbri, un ri
medio assai violento, più violento dello stesso male che volea gua
rire... la PENA DI MoRTE.
Si vide allora sorgere una novella creazione , che è durata per
secoli e dura ancora appo non pochi paesi civili, l'AssAssINo GIUDI–
zIARio, il carnefice. -

Dio forse si pentì per la terza volta di aver creato l'uomo.

Si è detto: La miseria non si può estirpar dalla terra; è condizione


indispensabile dell'umana società: se tutti fossero ricchi, sparirebbero
i prodigi della industria e della civiltà; la terra resterebbe infruttifera
per difetto di braccia che la fecondino; il più sublime degli umani
sentimenti, la carità, non sarebbe che una parola vuota di senso:
l'uomo civile non troverebbe più gli artefici delle comodità della
vita.
Sono questi i capziosi e sottili argomenti propugnati da coloro che
si trovano comodamente seduti al banchetto sociale.
Non sappiamo se questi argomenti vadano a genio di quella ster
minata porzione dell'umana famiglia, che vive negli stenti e nelle
privazioni di tutt'i beni della vita.
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 313

Se la miseria è condizione indispensabile dell'umana società, è forse


parimente indispensabile condizione la ricchezza spropositata , illimi
tata, insultante? È ben fondata una società che ha per basi due
enormi ingiustizie?
Se tutti fossero ricchi, sparirebbero i prodigi della industria e della
civiltà. Non iscambiate le carte in mano, o signori. Non si presume
che tutti abbiano ad essere ricchi; ma si vuole che nessuno manchi
di tetto e di pane... In altri termini ; non si presume che tutti ab
biano il superfluo, ma che nessuno difetti del necessario. Siete voi
che impedite i prodigi della industria e della civiltà, inceppando per
la miseria in un immenso numero di uomini il pieno sviluppo delle
facoltà fisiche e morali.
La terra rimarrebbe infruttifera per difetto di braccia che la fe–
condino – Non abbiate cotesta paura. Invece del contadino rozzo, igno
rante, agguagliato alla condizione del mulo e del giovenco, avrete
l'agricoltore intelligente, libero, istruito : i bruti e le macchine fa
ranno il resto.
Il più sublime degli umani sentimenti, la carità, non sarebbe che
una parola vuota di senso. Confessiamo di non comprendere questa
obbiezione. Anche quando sparisse la miseria dalla terra, spariscono
forse gli altri mali che affliggono l'umana famiglia ? Non ha più l'uomo
bisogno dell' opera, del consiglio e dell'aiuto dell'uomo ? Non trova
più la carità occasioni di esercitarsi in su la terra?

Premesse queste cose, noi daremo uno sguardo generale alla con
dizione dei nostri contadini o proletari della campagna, per farci di
poi a raccontare alcune importanti particolarità della famiglia, degli
Onesimi, dei quali abbiam conosciuto finora soltanto il giovine Cipria
no-Paolo, il mugnaio della Mandriglia e l'amante di Marta.
| I MISTETI DI NAT ()II

II.

La classe numerosissima di quelli diseredati che mangiano pane


coi sudori della fronte , la mercè dell'opera delle loro braccia , è
divisa in due grandi famiglie,
i campagnuoli, cioè quelli che traggono dalla terra per conto al–
trui i prodotti alimentari; e
gli operai, cioè quelli che su la vasta scala delle industrie mani–
fatturiere lavorano , nel seno delle città e ne' sobborghi , a rendere
più comoda e più piacevole la vita.
Sono queste le due grandi sezioni dell'umana specie, le quali for
mano i due lobi del cuore della vita sociale. -

Si gitti nel fuoco il tralcio che non dà frutto , disse il Cristo.


Fu questa la condanna degli scioperati, de' ricchi oziosi, de' figli
della Eredità.
Pure, quei due lobi del cuore sociale, le due grandi arterie onde
si mantiene la vita in questo mostruoso corpo sociale, le due famiglie
dei contadini e degli operai, sono QUELLE CHE PIU' soFFRoNo.
Vediamo in generale che cosa è il contadino.
Non vogliamo caricare i colori nel dipingere a brevi tratti la con
dizione dell'uomo che educe dal seno della terra le sostanze di che
ci alimentiamo. -

L'operaio della città lavora, stenta la vita, soffre disagi, privazioni,


miseria; ma egli scambia col compagno una parola durante il lavoro;
e questo è sollievo , è rinfrancamento , è distrazione. Si parla delle
rispettive famiglie ; il cuore si apre; l'uno compatisce l'altro, e si
ravviva la fede nel domani... ll domani dell'operaio è sempre mi
gliore dell'oggi: è questa la più dolce delle sue illusioni. Ovvero si
scambia un po' di pratica istruzione : quegli che sa leggere comunica
all'analfabeta il poco che ha attinto nella sapienza dei libri; il più
intelligente illumina l'ignorante: è il pane dello spirito che eglino si
dividono da buoni compagni.
Talvolta, l'operaio disfoga la sua milza sovraccarica di fiele male–
dicendo alla malvagità dei tempi, alla durezza di cuore dei proprietari,
alla ingiusta distribuzione de'beni e de'mali.
È il ristoro del vomito. uno si sente meglio.
GLI oNESIMI o I PRoLETARI DELLA CAMPAGNA 315

Tale altra volta, si ragiona di cose altette: si mettono in campo qui


stioni politiche. Ci è l'operaio retrivo e l'operaio progressista ; ma
sempre tutti e due sono scontenti: il primo rimpiange il passato; il
secondo vitupera il presente; scordano ne' principi e nelle aspirazioni;
accordano nel lamento. -

Ma l'operaio sente meno la sua miseria, perchè ha questa grande


consolazione, la parola.
Lo stato di sociabilità è naturale all'uomo : è l'ambiente morale,
in cui egli ritrova l'elemento respirabile. -

La parola educa, dirozza, toglie la ruggine dell'anima, ingentilisce,


incivilisce.
L'operaio della città la domenica va al teatro, al passeggio;è guar
dia nazionale, e siede nel collegio dei giurati.
Egli è dunque un uomo, un cittadino, una parte della sovranità
nei governi nazionali; è braccio, intelligenza, magistratura.
Ma, e il contadino?
Il contadino non è che una macchina, un automa;
colla differenza che le macchine non hanno nervi, gli automi non
hanno cuore. Le macchine e gli automi non soffrono; il contadino
soffre.
Solo, sempre solo finchè dura la lunga giornata di penoso lavoro.
Mentre il cuoio si annerisce sotto gli ardori del sole, lo spirito si
arrugginisce per profonda inerzia.
In quest'uomo dorme un sonno perpetuo un ghiro, l'anima.
La solitudine de' campi circonda questo automa sofferente.
Egli sa soltanto che al di là di quella siepe , di quel ciglione di
monte, ci è una società, alla quale egli è straniero, ci è un mondo,
che non gli appartiene. È il mondo de'signori.
Che cosa ha egli di comune con quest' ordine di persone a lui
tanto superiore ?
Tra i signori e lui ci è un abisso, che egli sente, ma non sa spiegarsi.
Ei comprende vagamente una cosa, cioè che tra il mulo , il gio–
renco , l'asino , il maiale e lui non vi è alcuna differenza che nella
sola forma del corpo.
In alcuni dei nostri villaggi le donne di campagna non dicono
mio marito, ma il mio porco.
Sul medesimo strame giacciono la sera a dormire l'uomo e il
bruto in fraterna concordia.
I signori sono per lui d'una razza superiore.
Indarno vi studiereste di fargli intendere che i signori hanno la
stessa conformazione del suo corpo, gli stessi bisogni , la stessa na–
tura. Egli vi riderebbe in faccia col suo riso balordo.
31 (6 I MISTERI DI NAPoLI
Il cappello a tubo, il soprabito bene assettato in su la persona, il
corpetto, al cui occhiello è affidata la catena d'oro dell'oriuolo , la
camicia bene insaldata , i calzoni che arrivano insino al tomaio di
vitellino dello stivaletto allustrato: tutto ciò costituisce pel contadino,
non già una foggia pulita di vestimento , bensì un'altra conforma
23000 ,

I signori mangiano forse come mangia lui? dormono come lui ?


parlano come lui? -

Cafone nella mente sua è come se noi dicessimo Cretino, ottentotto,


scimmia, orangotanco, somaro.
Egli non è uomo, è cafone.

E-nulla si fece mai per rialzare questa abbiezione.


L' abbrutimento del contadino entrava nelle viste e negl' interessi
del possidente.
La solitudine favoriva un tale intendimento.
Il falso prete , fautore d' ogni dispotismo su la terra, diceva al
contadino:— Tu sei nato a zappare la terra, a obbedire a'tuoi pa–
droni, ai tuoi superiori, che ti danno a mangiare. Fa l'obbligo tuo;
e la festa vattene alla chiesa a sentire la messa e la predica; e an
drai in paradiso. Ma ricordati sempre , o verme della terra, che se
ciò non farai , l'inferno è spalancato sotto i tuoi piedi ; e i diavoli
acciufferanno l'anima tua quando uscirà dal tuo corpo.
Ed ecco tutta la religione del contadino: obbedienza passiva, per
suasione della propria abbiezione, timore del diavolo, per tutta mo
rale; la predica e la messa, per culto.
– Questo predicatore non sa predicare – disse una volta un con
tadino ad un suo vicino.
– Perchè?– domandò questi. -
- Perchè io capisco tutto quello che dice – rispose il primo.
I comenti sono superflui. -

Il lavoro industriale, qualunque esso sia, addimanda sempre nello


artefice un certo grado d'intelligenza.
Il lavoro rurale è puro meccanismo.
L'operaio pensa, raffronta, ragiona; -

Il contadino zappa, vanga, semina, miete, ma non pensa.


Arriva anche un momento, in cui egli non soffre più.
È questa l'ultima delle umane degradazioni. In tal caso, il bruto
ha un punto di superiorità.
Si è notato che, in generale, i contadini non piangono e non ri
dono quasi mai.
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 317

Il pianto e il riso sono due privilegi dell'uomo ; e il contadino


non appartiene più a questa nobile natura.

Il contadino ha pertanto una famiglia: è marito, è padre...


Diciamo male, una famiglia;
Egli ha una nidiata.
Spesso ei dimentica il numero dei suoi nati, per non dire che il
più delle volte egli stesso lo ignora... -

La notte, sente un impaccio su i piedi... Sono le sue creature...,


La moglie un bel dì lascia per poco la fatica, torna al pagliaio,
vi depone un bambino, e ritorna al lavoro...
E così l'anno appresso; e poi l'altro, e poi l'altro.
I contadini contano gli anni per capi.
La fecondità delle donne di campagna è incredibile.
A're ed a'villani non dà alcun pensiero il gran numero di fi–
gliuoli. Lo Stato provvede alla prole de're ; la natura a quella dei
villani...
Bambini, raspano la terra, come i pulcini.
Grandetti, aiutano tata (il babbo).
Adulti, se li bèzzica la coscrizione.
L'uomo-macchina non cangia natura nel nuovo stato a cui le leggi
del paese lo chiamano.
Divenuto soldato, il contadino non lascia di essere automa; colla
differenza che prima era automa–produttore, e poscia diventa automa–
distruttore. -

In quanto alle femmine, appartengono al territorio del signorino,


e più particolarmente del cadetto di famiglia, che è il prete.
Più tardi, vengono in città a vendere le uova, il latte delle capre,
gli erbaggi.
Quando hanno fame; quando i mezzi delle piccole industrie ven
gono a mancare, quando la doppia suola del cafone non volle torre
a moglie il rifiuto de' preti, si mettono a servire in città.
È un tirocinio per un mestiero più comodo e lucrativo.
Ciò che in particolar modo forma l'indizio della profonda inerzia
in cui caggiono le facoltà mentali del contadino è la mancanza as
soluta della memoria. -

Il passato è quasi una lettera morta pel selvaggio dei campi. Egli
non ricorda niente, assolutamente niente; dimentica talvolta perfino
il suo nome...

A rari intervalli , in quelle crisi violente che si addimandano le


5 |8 I MISTERI DI NAPOLI

rivoluzioni, fu gittato uno sguardo alla trista condizione del proleta


rio di campagna.
Cadde il mostruoso colosso del feudalismo colla sua esosa coorte
di privilegi, di soverchierie, di abusi.
Il contadino cessò di essere legalmente una proprietà del possi–
dente , appunto come gli schiavi appo i Romani. Ma se l' abbietta
condizione cessò nel dritto, rimase nel fatto.
La profonda ignoranza del contadino il fece sempre durare nella
brutale servitù della gleba.
Caddero le decime e le prestazioni signorili ; e dalle nostre pre
senti legislazioni vedemmo affrancate le enfiteusi.
Queste leggi non ebbero pertanto che pochissima efficienza su le
sorti del contadino e segnatamente su le sue condizioni morali.
Le grandi ingiustizie si pagano dalla società.
Un giorno, il proletario di campagna pensò.
Quando l'ignorante pensa, è sempre un guaio.
Naturalmente, il suo primo pensiero fu una CoMPARAZIoNE.
Dicono i grammatici che i gradi di comparazione sono tre, il po
sitivo, il comparativo e il superlativo.
I grammatici hanno gittato gli elementi del comunismo, dopo aver
creato il catasto con que' benedetti pronomi possessivi!
Il contadino fece adunque un paragone...
Da quel dì surse il flagello delle campagne, il BRIGANTAGG1o.
Protesta armata e terribile contro una secolare oppressura,
Allora il possidente non dormì più tranquillo.
l'urono create le guardie urbane e forestali e i gendarmi a cavallo.
ll brigante sciolse a modo suo il gran problema sociale.
La legge esercita il suo impero in nome del re.
ll brigante catturò, spogliò, arse, incendiò... sempre in nome del re.
Che ironica rappresaglia!
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 31)

IIIIIIIII.

Cadeva un giorno di autunno fosco, annuvolato.


La natura ha le sue ore di tristezza.
Il tramonto è una malinconia. Un giorno si perde ne' profondi e
voraci gorghi del passato, spettro dalle mille forme , che s'ingigan
tisce sempre più addietro all'uomo, insino a tanto che piglia quello
aspetto terribile che dicesi morte.
L'autunno è una malinconia. È l'anno, venuto a già matura età ,
il quale dà un addio alla verde gioventù, a' fiori, a' dolci fiatamenti
del tepido aere, alle candide nugolette orlate d'oro, agli amori delle
Create COSe.

La vecchiezza, morte anticipata e sensibile, si avanza.


Era il giorno de'Morti, il 2 novembre.
La campana del villaggio , voce di Dio , faceva udire i suoi lenti
rintocchi.

Sublime e santa è la preghiera pe'morti.


Quelle anime esultano di gioia ogni volta che i loro cari pregano
per loro.
E la sola eredità che Iddio benedice,
l'eredità degli affetti.
I giusti che lasciano, in morendo , una famiglia di onesti e tene
rissimi congiunti, non muoiono che in apparenza.
Sono lungi... assai lungi, ma vivono nel cuore dei figliuoli.
La Chiesa cristiana ha una preghiera pe'morti, il requiem, riposo,
la luce perpetua, IDDio.
Prima che le anime raggiungano l'ultimo loro fine, Dio, espiano , si
purificano.
La carne lasciava su loro la sua labe.

Una famiglia di contadini era da circa mezz'ora ritornata dal cimi


tero di campagna.
La famiglia era composta del padre, uomo di circa cinquant'anni, e
di tre figliuoli, di cui il primogenito, di circa diciott'anni, la secon
dogenita, giovanetta di sedici anni, e il terzo, fanciullo a dieci anni.
Il padre si chiamava Cipriano-Onesimo.
320 I MISTERI DI NAPOLI

il primogenito, Cipriano–Paolo Onesimo, che i nostri lettori già


conoscono, il mugnaio della Mandriglia, l'amante di Marta;
la secondogenita, Filomena-Caterina Onesimo;
il terzo, Sabato-Paolo Onesimo.

Come ognuno vede, Onesimo era nome e cognome ad un tempo.


Ci è qualche cosa del romano in questa trasmissione del nome da
padre in figlio.
Non sappiamo chi fu il primo Onesimo, nè in che tempo visse.
Questo bensì sappiamo che lo stipite di questa famiglia era cala
brese; e calabrese era pure Benedetto, il padre di Cipriano–Onesimo.
Da moltissimi anni gli Onesimi erano fittaiuoli del duca Tobia di
Massa Vitelli.
Cipriano Onesimo era il colono d'una vasta estensione di terreno
di proprietà del duca a Casal del principe e nelle campagne dell'agro
V6I'S3I10,

Cipriano era più che colono; era agricoltore. Non sapeva nè leg
gere nè scrivere, ma era intelligente ed esperto nel suo mestiero.
Quest'uomo parlava poco, anzi niente: non levava quasi mai gli
occhi in faccia a nessuno; aveva cera rabbruscata e severa.
Vestiva come un fattore di campagna.

Abbiamo detto che quella sera del 2 novembre, questa gentil fa–
migliuola era tornata dal cimitero, dove riposavano le ossa di Bene
detto e di Basilissa, genitori di Cipriano,di Veronica, moglie di costui,
e di quattro o cinque figliuoletti nati da loro.
La terra avea forse confuso le loro ossa e le loro ceneri, giacchè
a'poveri non è dato neppure il supremo conforto di ritrovare gli
avanzi dei loro congiunti.
Quel dì, quando il parco asciolvere fu finito, il fittaiuolo disse ai
suoi figli :
– Stasera ne andremo a ritrovare la mamma vostra, i vostri fra–
tellini, il nonno e la nonna.
I tre giovanetti compresero.
Poscia, lo sguardo del fittaiuolo cadde su la giovanetta Filomena;
e vie più si rannuvolò quel tetro sembiante.
Forse in cuor suo quel povero padre dovè esclamare:
– E l'anno venturo verremo a trovare anche te, misera gio
Vanetta... -

Filomena in fatti era minata da un male, che la menava lenta


mente alla tomba, la tisi.
Se Cipriano-Onesimo non pianse a questo pensiero, si fu perchè
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 321

un altro pensiero dovèforse incontamente subentrare; e questo secondo


pensiero potea formolarsi così:
– Io certo non arriverò all'anno venturo.
Cipriano-Onesimo sofferiva da più anni una penosa malattia epatica.

E
=3
- --

- ---
==
-----------
- -------- -

Immaginate, o figliuoli, il mio stupore e il mio spavento nel vedere spuntare


sotto il terreno due braccia di corpo umano

Dicemmo che da circa mezz'ora quella famigliuola era rientratº


sotto l'umile abituro.
Que giovanetti erano tristi, muti, raccolti. 'avol
Avevano pianto su la fossa della mamma, de fratellini,... dell'avolo
e dell'avola, che essi non aveano mai conosciuti. oo
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 22
322 I MISTERI DI NAPOLI

Sul focolaio ribollivano i fagiuoli nella pentola... modesto desinare


del povero.
– Prima che mangiamo la nostra zuppa – disse Cipriano a'suoi
figliuoli – ho a dirvi qualche cosa. Questo è un giorno solenne per
la nostra famiglia. Dio mi avverte che è l'ultimo due novembre per
me... L'anno venturo ci sarà un'altra croce nel cimitero; e voi an
drete a pregare pel povero vostro padre, che riposerà a fianco della
mamma VOStra.
– Babbo, e perchè ne dici di coteste brutte cose? – disse Paolo
(così designeremo il primo figlio di Cipriano), facendo nuovamente gli
occhi rossi.
– È meglio tenersi pronti e apparecchiati alle grandi sventure –
rispose Cipriano – Il mio male non ha rimedio, e cresce ogni giorno
di più. D'altra parte, voi altri dovreste anzi desiderare che io me
ne vada al più presto. È tanto di risparmiato di amarezze, di cordogli
e di affanni.
– Babbo , non affliggere così la povera suora Filomena – disse
sottovoce Paolo al padre – Ella è così malandata in salute, così sof
ferente!... Non passano due o tre giorni che......
E fe' un gesto significante che la fanciulla sputava... rosso.
Cipriano volse lo sguardo alla figliuola; e quello sguardo si fermò
dolorosamente a contemplare lo strazio che la tisi avea fatto di quelle
fresche e giovani carni.
Una lacrima di fuoco apparve negli occhi del colono, la quale ei
si rasciuttò prestamente col dorso della mano, come se si fosse ver
gognato di mostrare la debolezza del pianto.
–Venite meco, figliuoli–disse di poi con voce rauca e bassa–
Ho a dirvi qualche cosa.
Cipriano menò i figliuoli in una dietro-stanza, dove non era alcuna
sedia. Non ci era altro mobile che un cassettone.
I tre giovanetti si aggrupparono in silenzio, l'uno a fianco del
l' altro. - -

Erano tre gentili creature, tre amori, benchè una notevole diffe
renza fosse ne' loro sembianti.
Paolo era un garzone vermiglio , grosso, atticciato, che mostrava
più età di quel che aveva: largo il petto e le spalle; era scappato alla
funesta eredità del mal sottile. La natura si era compiaciuta di pla
smare un piccolo Ercole in una famiglia di tisici. Paolo rompeva un
guscio di noce chiudendolo nel pugno di acciaio. Al vedere quella fac
cia femminea, liscia di peli, esprimente l'innocenza, il candore, l'in
genuità, l'avresti detto un angioletto: era invece un leone.
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 323

In quel tempo, il giovinetto era operaio nella cartiera del signor


Starkes: lucrava quattordici carlini alla settimana ; gli piacea di ve
stire come un piccolo signorino; era pulitissimo.

Filomena aveva ereditato i tubercoli da sua madre Veronica , che


n'era morta. -

Come tutti i predestinati, che debbono sciorre in giovane età i loro


vanni al cielo , Filomena era malinconica come un tramonto. Avea
quindici in sedici anni, e non era ancora donna. Parea che la na–
tura avesse creduto inutile di mutare per pochi giorni quella fanciulla
in donna. Lavorava nelle tinaie, quando potea reggersi in piedi.
Nulla tradiva il sesso in questo angelo sbozzato. Avea capelli corti
e ricciuti , occhi neri di bambino. De' seimila giorni a un dipresso
ch'ella era vivuta fino a quel tempo, un cinquemila allo incirca gli
avea passati sul suo sacconcello, ammalata.
Di tempo in tempo, quando alcun medico capitava nel villaggio ,
era da' buoni vicini pregato di andare a visitare la piccina del buon
Cipriano–Onesimo. Era sempre la stessa sentenza :
– Questa piccina ha la febbre. Se non muta aria, è bella e andata
in paradiso.
–Sono curiosi questi medici ! – mormorava tristamente papà Ci
priano – Credono che noi possiamo curare i nostri figliuoli, come
fanno i signori.
Da dodici anni in su, Filomena cominciò a sputar rosso.
Sua madre Veronica avea cominciato alla stessa età; ma la natura,
non sappiamo se più benevola o più crudele, fece una diversione, e
la creatura, fatta femmina, fu salva pel momento. Veronica si ma–
ritò. Pochi giorni dopo sposata, cacciò nuovamente il sangue dalla
bocca. Ma anche questa volta la natura arrestò il male. La donna era
gravida. In questo caso, tutti i malori fanno una sospensione.
L'emottisi riapparve dopo lo sgravo. La natura volea risparmiata
quella pianta di proletari insino a tanto che non potesse più oltre far
figli. Veronica non perdea tempo: le sue gravidanze si succedevano
col semplice intervallo del puerperio: Non appena ci era sciopero nello
stato interessante, riappariva il terribile nemico sul labbro della donna.
Venne finalmente un dì, in cui, stanca la macchina procreatrice, Ve–
ronica più non fu incinta. La natura egoista e interessata non si curò
più dello strumento inutile. La tisi abbrancò la vittima per distrug–
gerla questa volta e senza remissione. Veronica soccombette a un
copioso sbocco di sangue: era giovane ancora.
L'infame consunzione si attacca agl'individui giovani: trova in ciò
il suo divertimento.
52/ I MISTERI DI NAPOLI

l nati da questa donna portarono tutti la marca fatale , tranne il


primogenito Cipriano-Paolo.
Di dieci figliuoli, sette morirono che non ancora avevano aggiunto
il terzo anno. -

Filomena era scappata al morbillo , alla scarlattina, al colèra , al


vaiuolo spurio, al grippe, alle febbri palustri. Era scappata propria–
mente per miracolo, a un capello dal taglio di morte. Più volte fu
creduta estinta, infino a che l'economo della parrocchia le avea pur
gittato in faccia due spruzzi di acqua santa, come si fa coi morti.
Quel corpicciuolo era venuto a tal punto di magrezza che quelle
ossicine sembravano non avere più un punto d'appoggio per soste–
nersi.
La scappò tante volte la poveretta, per incappare nella tisi. Dissero
che l'aria delle tinaie potea guarirla. Fu peggio.
Così arrivò a quindici o sedici anni questa giovinetta, che avea
contati i suoi giorni dal numero di volte che avea veduto dal suo gia
ciglio colcarsi il sole.
Nella ridente stagione, Filomena si ravvivava. Le pallide rose dei
campi si fotografavano su le gote della fanciulla , com'ella passava
d'accosto alle siepi; e poscia, dopo un'ora, quelle rose gualcivano su
le gote della giovanetta come sul loro stelo di spine.
Quando il tempo era sereno e tepido, quando i raggi del sole di
maggio faceano germogliare mille speranze nel cuore come mille gem–
me in su i rami, Paolo menava la sorella attraverso i crocicchi del
seminato.
Quella debole cannuccia si appoggiava all'olmo vigoroso.
Talvolta, Paolo, trasportato dall'ardenza del suo sangue giovanile ,
affrettava un poco il passo... Allora le labbra della giovanetta imbian–
cavano per affollamento di aneliti ; e due o tre urti di tosse secca,
a colpetti, avvertivano il baldo garzone che ei dovesse moderare il
passo o far riposare la diletta suora.
Oh come si amavano queste anime ingenue e care! Bisognava ve–
dere con che orgoglio e piacere Paolo si toglieva in braccio la sorella
stanca di camminare; e così menavala a casa, come s'ella fosse stata
una bambina di pochi anni.
E questa era Filomena-Caterina, la secondogenita.

In quanto aSabato–Onesimo, il fanciullo di dieci anni, ce ne sbri


gheremo in due parole:
Sabato era anch'egli scappato all'angelo esterminatore de'bambini:
non avea nè la valida salute e la muscolatura di Paolo, e nè la de
licata e malaticcia complessione di Filomena,
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 325

Era un garzoncello cupo e taciturno.


Poco dopo la morte della suora e del padre, Sabato uscì una mat
tina dal suo abituro per trarre a lavorare, come soleva ogni dì, alla
concia dei cuoi in un borghetto di Aversa.
Non ritornò più; nè si ebbero di lui più notizie , per quante ri–
cerche si fossero fatte.

Erano questi i tre figliuoli, ch'erano rimasti a Cipriano-Onesimo.


– Non resterà che il primo – diceva spesso tra sè il colono guar
dando di soppiatto i tre giovanetti e traendo funesti oroscopi dal
proprio cuore.

Era sul vecchio cassettone, che abbiamo accennato, un crocifisso


d' avorio, unica ricchezza degli Onesimi. -

Sul dorso della croce erano scritte a penna queste date : 2 novem
bre 1786, 2 novembre 1807.
Appo questo cassettone e questo crocifisso, il colono Cipriano-Paolo
Onesimo riunì i suoi tre figliuoli la sera del 2 novembre 1844. --

Era una dietrostanza , che Cipriano tenea per lo più chiusa a


chiave...
Qui ci cade il destro di dire che l'abitazione in cui da moltissimi
anni abitavano i fittaiuoli del duca di Massa Vitelli era una casa co–
lonica, abbastanza decente e pulita, composta di due stanze, di una
dietro-stanza e d'una cucinetta.
Alla morte di sua moglie Veronica, il povero Cipriano avea dovuto
patire la spesa di rifare l'intonaco e la dipintura delle pareti; e ciò
per non essere discacciato colla sua famigliuola ; imperciocchè, sendo
la donna morta di male creduto contagioso, il duca volea fare met–
ter fuori la famiglia del colono , secondo la caritatevole costumanza
di questi padroni di casa.
Diremo più in là qualche cosarella su questa edificante condizione
che i proprietari di case appongono ne' contratti di fitto.
Abbiamo detto che su un cassettone ch' era nella dietro-stanza
quasi sempre chiusa della casa colonica custodivasi l'antico crocifisso
d'avorio, che una tradizione di famiglia diceva che fosse appartenuto
al Beato Onesimo, discepolo di S. Paolo.
Cipriano avrebbe dato forse la vita de'suoi figliuoli per non dare
quel crocifisso d'avorio.
A pie' del Cristo, sul legno della croce erano scritte altre date, di
cui l'ultima era -

15 Ottobre 1840;
il giorno in cui era morta la moglie Veronica.
326 I MISTERI DI NAPOLI

Ma queste ultime date erano segnate in un modo curioso.


Abbiamo detto che Cipriano, quantunque esperto agricoltore , non
sapea nè leggere nè scrivere.Ciò nonpertanto, egli sapea fare le cifre
numeriche.
Questa data del 15 ottobre 1840 era segnata così:
15-10-40, -

come oggidì si usa nello stile commerciale. Quel 10 significava il


decimo mese dell'anno.
E così erano segnate le altre date, le quali probabilmente addita
vano i giorni in cui erano morti e i genitori di Cipriano ed i suoi
figliuoletti. -

A' tre figliuoli riuniti in questo stanzino, Cipriano-Onesimo così


volse il discorso:
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 327

IIV.

« Figliuoli miei, se voi sapeste leggere, vi farei vedere due date


che sono scritte di dietro a questo Cristo; ma le cifre numeriche
voi le sapete distinguere... Guardate il giorno e l'anno della seconda
data. .

I tre giovanetti si appressarono al cassettone, sul quale era l'antico


crocifisso d'avorio, e procurarono di riconoscere que'numeri.
– Ci è primamente un 2 – disse Paolo. ---

— Si, è il 2 novembre, appunto il giorno che ricade oggi – os


servò Cipriano.
– Poi ci è un numero più lungo, un 18 e un 07– tornò a dire
il primogenito.
— Cioè l'anno 1807. Questa data fu segnata da mio padre addie
tro a questo Cristo. Volgono dunque ormai trentasette anni dacchè mio
padre segnò questo giorno su questo crocifisso , che fu posseduto ,
come credesi, dal primo degli Onesimi, che fu un santo, di cui si
celebra la festa al 16 febbraio , e trasmesso in eredità da padre in
figlio. La solenne santità di questo unico tesoro della nostra famiglia
vi è nota , o figliuoli ; perciocchè questa croce non viene mossa di
su questo cassettone che nell' ora in cui qualcuno degli Onesimi si
parte per l'altro mondo. Questo Cristo confortò l'agonia de'nostri an
tenati, de'miei poveri genitori, della mia buona Veronica, ed esso
conforterà le mie luci moribonde al solenne passaggio.
» Oggi è il dì de'Morti, o figliuoli; e noi abbiamo l'obbligo santo
di ricordarci non pure dei nostri cari che si partirono da noi, ma
della nostra fine. Noi dobbiamo tutti separarci un giorno per ritro
varci lassù; ond'ei non vuolsi affliggere tanto di un transito che porrà
termine a' nostri mali presenti. Che ne abbiam noi di questa misera
vita che tragghiamo come muli aggiogati ad un traino? Lasciate che
i ricchi, i signori desiderino di vivere; ei non ci son per altro su
questa terra che per godere , siccome noi altri ci siamo per patire.
Ma le nostre mani che toccano la zappa son benedette da Dio; e quelle
che toccano l'oro sono maledette, o miei figliuoli.
» Bensì non è di ciò che io voglioparlarvi stasera. Ascoltatemi bene,
o cari figliuoli, perciocchè è questa forse l'ultima nostra conversazione.
328 I MISTERI DI NAPOLI

Ma non piangete, santo Dio. Le lacrime non giovano a nulla; e ne


abbiamo divorato a iosa, a crepapancia... Le lacrime sono indegne
di animi gagliardi avvezzi a' patimenti. Or fate che io legga su i vo
stri volti la robusta tempera degli Onesimi, tanto più che ciò che
debbo da voi richiedere vuol forza d'animo non da fanciulli ma da
viri. -

» Io vi diceva adunque che trentasette anni fa, qui, in questo me


desimo luogo, al posto dove io sono, appo questo cassettone, era il
mio genitore, e al vostro posto eravamo io e i miei defunti fratelli
Giacomo e Giovanni.
» La storia della nostra famiglia èuna storia di dolori. Ma innanzi
tutto io debbo narrarvi un fatto avvenuto qualche anno innanzi che
mio padre riunì me e i miei fratelli in questo luogo il due novem
bre 1807.
» Ed io porrò la data del giorno d'oggi sul nostro crocifisso, con
fidente depositario di tutte le sofferenze degli Onesimi.
» Ora non resta ad aggiungervi che un'altra data; e sarete voi, o
figliuoli, quelli che dovrete scolpirla su questo simbolo del nostro
riscatto.
» Ascoltate dunque, o figliuoli, questa storia terribile.
» Mio padre, Benedetto-Onesimo, era, come son io di presente,
colono del duca Tobia di Massa Vitelli.
» Un giorno, il duca, che dimorava per lo più in Napoli, dove di
mora anche al presente, manda a chiamare mio padre, che si reca
tosto al palazzo del suo signore.
» – Un mese fa tu venisti a pagarmi l'estaglio – gli disse il duca.
» – Signor si — rispose mio padre.
» – Mettesti su la mia scrivania due cartocci di cinquanta piastre
ciascuno, come tu dicesti, n'è vero ?
» – Signor si; due cartocci, di cinquanta piastre ciascuno.
» – In uno de' due cartocci erano quarant'otto piastre invece di
cinquanta.
» Se a Benedetto–Onesimo si fosse detto che egli avea un sol brac
cio invece di due, avrebbe forse dubitato della integrità del proprio
corpo: avrebbe creduto che i suoi occhi l'ingannassero. Ma era im
possibile ch'ei si fosse ingannato sul numero de' pezzi di argento che
avea messi in ciascuno de' due cartocci: gli avea forse contati e ri–
contati più di cento volte, tanto egli era scrupolosissimo in fatto di
probità e di onore, come ogni buon calabrese, e come furono, sono
e saranno, coll' aiuto di Dio, gli Onesimi. -

» Anzi, egli avea cura di rimuovere dalle somme che accartoc


ciava tutti que'pezzi di argento ch'erano un po'scarsi o rosi agli orli,
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 329

perciocchè il duca non iscartocciava giammai il denaro alla presenza


di lui. -

» Ciò che mio padre credeva un effetto della fiducia del duca in
lui non era che un infame calcolo di avarizia e di ladroneria.
» Benedetto-Onesimo rimase sbalordito alle parole del duca : gli
parve non avere ben compreso ciò che questi avea detto.
» – Capisci, o non capisci, bestione ? – gridò quell'ebbro –
A te dico. Ci mancavano due piastre nell'ultimo estaglio che mi pa
gasti. -

» – Questo è impossibile, signore – disse freddamente mio padre,


però che era certissimo del fatto suo.
» Il duca si levò furente come una belva, e, chinatosi in sul ta
volo che gli era dinanzi, colpì la guancia di mio padre, aggiugnendo:
» – Malcreato cafone, osi tu darmi una mentita ?
» Figliuoli, uno schiaffo nella civil società si paga col sangue.
» La società civile ha inventato una forma pulita di assassinio , a
cui ha dato il nome di duello, appunto affinchè lo schiaffeggiato possa
impunemente sforacchiare il ventre dello schiaffeggiatore , correndo
pertanto il rischio di essere bucato egli stesso.
» Ma ciò si usa tra la gente che dicesi pulita, che porta sul capo
il cappello a forma di pitale , alle mani una pelle di capretto , che
chiamano guanti, alla gola una corda di seta che chiamano cravatta,
e a' piedi certe torture di cuoio che dicono stivali.
» Un cafone come noi altri e come il mio povero padre non po
trebbe chiedere una tal soddisfazione senza muovere a riso.
» Un uomo civile che sentesi offeso gitta a' piedi dell'offensore quella
tale mano fattizia di pelle di capretto; e ciò significa una partita di
OQOe.

Ma... un cafone porta i guanti?


» E che ha che fare l'onore col cafone? Abbiam noi forse un'ani
ma che si risenta delle offese? Un somaro chiede forse soddisfazione
delle mazzate che riceve ? -

» Mio padre mi confessò che in quel momento,se non fosse stato


raffrenato da un santo e solenne giuramento, e se avesse avuto un
coltello addosso, avrebbe senz'altro trafitto il cuore di quell'uomo. Ebbe
impertanto la forza di dominare se stesso e di rispondere colla mas
slma rispettosa pacatezza:
» - Io non pensavo di darle una mentita , signore illustrissimo ,
bensì di farle intendere che la signoria vostra si sarà ingannata nel nu
merare i pezzi d'argento.
» - Gli ho contati due volte, animale – gridò sempre quel bri
gante.
330 I MISTERI DI NATOLI

» – Ed io, dieci volte – soggiunse mio padre.


» – Tu sei un ladro svergognato – disse quelforsennato.
» Ci sono certe parole che schiaffeggiano il cuore: queste ancor
chè si perdonino non si dimenticano mai. Dir ladro ad un uomo
d'onore è peggio che ucciderlo.
» Mio padre , che avea tollerato in silenzio il massimo degli ol
traggi, lo schiaffo, non seppe raffrenarsi allo ingiurioso epiteto.
– Ladri siete voi che ci rubate il sole e la terra di Dio – rispose
Benedetto–Onesimo.
» Il duca Tobia rimase trasecolato.
» Se il mulo o il giovenco avesse parlato,gli avrebbe ciò fatto mi
nor maraviglia.
» Aveva egli bene udito? Era il cafone che avea parlato? Era lui,
il duca Tobia di Massa Vitelli, a cui quel cafone avea risposto in
quel modo? - -
» Stette qualche minuto sotto l'incubo di una stupefazione incre–
dibile: guardava balordamente l'uomo che gli stava dinanzi.
» Vedi stramba illusione ottica! Gli dovè sembrare che la statura
di mio padre si fosse elevata di un metro.
» Di più, dovè sembrargli che quell'uomo, Benedetto–Onesimo , il
suo fittaiublo, avesse un'altra faccia, non più la faccia di un cafone,
ma di un uomo.
» Che enorme differenza !
» Comunque fosse, il mulo avea tratto un calcio terribile; e biso
gnava cavargli dal corpo la voglia di più trarre alle nerbate del pa
drone.
» – Andate , e aspettate il castigo che vi è dovuto per la vostra
incredibile insolenza – disse il duca Tobia.
» Fu la prima volta che quest'uomo parlò col voi al suo fittaiuolo.
» Mio padre uscì. -

» Egli si aspettava di essere scacciato dal podere e messo in mezzo


alla strada colla sua picciola famiglia; perciocchè Benedetto-Onesimo
era già marito e padre di tre figliuoletti, di cui io ero il primogenito.
» Avevo allora sette in otto anni.
» Ritornato a Casal del principe, mio padre raccontò a mia madre
la trista scena avvenuta in Napoli tra lui e il duca Tobia; e aggiun
se, aspettarsi di essere mandato via dal Canalone, come domandavasi
allora il podere da lui tolto in estaglio. Mia madre fu profondamente
afflitta di questo fatto , e pianse pensando a' guai che ne sarebbono
venuti alla povera famigliuola. -

» Il domani, verso il mezzodì, quattro sconosciuti mascalzoni si pre


sentarono al Canalone, e domandarono del fittaiuolo Benedetto-Onesimo.
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 331

» Venne loro additato mio padre, ch'era poco lungi a coltivare la


terra.
» -– Sei tu Benedetto–Onesimo , il fittaiuolo di sua eccellenza il
duca Tobia di Massa Vitelli? – domandò uno di que'ceffi.
» – Son io – rispose mio padre ristando dal lavoro.
» – Per ordine di sua eccellenza tu devi seguirci – riprese colui
che già avea rivolta la parola al colono.
» – Dobbiamo andarne lungi di qui ?– domandò mio padre.
» – Non molto lungi – gli fu risposto.
» Le terre del duca erano composte di terreni aratori nudi e vi
tati, di prati stabili detti irrigui e di prati artificiali. Alla distanza
di parecchi ettari dal Canalone, era una grande estensione di terreni
boschivi.
» Mio padre intermise di lavorare e seguì quegli uomini.
» Camminarono un buon tratto per entro a' campi senza che nes
suna parola si fosse tra loro scambiata. -

» Dopo un buon terzo d' ora di cammino , giunsero ad un sito


boscoso e solitario. Grossi e annosi alberi v'intercettavano la luce
del giorno.
» – È questo il sito indicato da sua eccellenza? – domandò uno
di quelli sgherri a'compagni.
» -– Ei pare di si – rispose un altro – Ma se non è proprio quello,
ciò poco preme; ne sembra adatto all'operazione che abbiamo a fare.
Non credi così tu, Bufalo ?
» – Certo che un sito più acconcio noi non si potria trovare. Di
qua non trànsitano neppure le lucertole: la selva è fitta allo intorno;
e questo bel fusto d'albero che ci sta davanti fa appuntino al nostro
bisogno– rispose quegli che dovea chiamarsi Bufalo.
» Ragionato così tra loro que'boi, l'uno di loro die' una spalmata
in su la spalla di mio padre, e gli disse:
» – Galantuomo, spògliati. --

» Mio padre non capì.


» – Che cosa debbo fare?
» —Non hai inteso, bestione? Ei conviene che tu ti tolga il gab
bano, il camiciotto e la camicia e ti abbassi i calzoni insino a più
giù dell'ombelico.
» – Per far che cosa? – domandò impallidendo il mio genitore.
» – Questo il saprai tra poco – rispose il manigoldo– Sbrighia
moci; chè abbiamo altro da fare.
» Che cosa potea fare mio padre, uno contro quattro sgherri della
peggior qualità ?
» Comprese che la resistenza sarebbe stata inutile; e, prima che
332 I MISTERI DI NAPOLI

quei carnefici gli avessero posto le mani addosso, egli si svestì da se


medesimo, e si apparecchiò a patire il martirio senza dare alcun se–
gno di debolezza.
» Mio padre avea tosto compreso il genere di supplizio a cui l'in–
fame signore lo avea condannato.
» Uno di quei manigoldi avea recato delle funi; un altro era ar
mato di un nodoso e storto virgulto, e un terzo, recava nella mano
un poderoso nervo di bue.
» Voi avrete capito, o figliuoli, ciò che significavano quelle armi
e quelle corde.
» Mio padre fu legato a un albero e flagellato come Gesù Cristo (1).
» E come nostro signore Gesù Cristo ei sopportò il supplizio della
flagellazione senza mettere un lamento. -

» Due di quelli sgherri si erano allontanati nel tempo in cui gli al


tri due torturavano la vittima.
» Il povero mio padre fu ridotto un Ecce Homo, tanto il sangue
gli grondava da tutte le membra offese e sfracellate.
» Ecco la vendetta dei potenti, o figliuoli !

Qui Cipriano-Onesimo si tacque per poco, perciocchè la ricordanza


di questo atroce fatto avea richiamato sul suo ciglio una lacrima
ardente.
I tre giovanetti erano rimasti immoti, pallidi, cogli occhi intenta
mente fisi al genitore.
Il volto del giovine Paolo esprimea un senso di tristezza commista
a indignazione profonda.
Le sembianze di Filomena esprimeano commiserazione e spavento.
Il volto del fanciullo Sabato-Onesimo era annuvolato da cupi e fo
chi pensieri.
(1) Vedi la figura a pagina305.
GLI oNESIMI o I PRoLETARI DELLA CAMPAGNA 333

» Questo fatto avveniva in su lo scorcio di ottobre dell'anno 1805,


» Quando i novelli giudei del novello Erode ebbero flagellato quel
nuovo Nazzareno insino all'agonia, lo sligarono dall'albero, ed il la–
sciarono sanguinolente e semivivo in quel bosco.
» Durante quel supplizio, que' barbari gli aveano ripetute volte fatto
intendere queste parole :
– Impara a rispettare i tuoi padroni, pezzo di brigante.
» Mio padre non seppe dirmi quanto tempo rimase senza senti–
mento sul terreno di quella selva. Ricordava soltanto che , rinve–
nuto, si vide tra le braccia della moglie Basilissa e di noi altri fan
ciulletti.
» Io ricordo assai bene il tristo giorno in cui vidi mio padre co
perto di ferite e di contusioni.
» Mia madre, cui la lunga assenza del marito avea messa in gran–
dissima apprensione, si era diretta , dietro vaghi indizi datile da un
contadino, inverso le terre boschive di proprietà del duca, dove avea
ritrovato semivivo il consorte.
» Il povero babbo stette per oltre un mese inchiodato sul suogia
ciglio. Non ho mai saputo s'ei narrasse alla moglie l'atroce fatto ;
bensì è certo che a noi bimbi suoi figliuoli non fiatò motto.
» Il babbo era divenuto più taciturno di prima... Sempre tristo ,
ma sempre tranquillo e sereno.
» Quando
comelasesalute
nullaglielo consentì, riprese le sue consuete occu
pazioni, gli fosse accaduto. • ,

» Ma non so perchè; da quel dì surse nell'animo mio, quantunque


assai piccino io fossi, un odio irreconciliabile contro quelli che il babbo
chiamava i signori , e particolarmente contro questo duca di Massa
Vitelli, nel quale io immaginai il carnefice del padre mio.
» D' allora in avanti io, avvegnachè fossi ignorante come un tac
chino, mi sbizzarri in mille cervelloticherie, che ora non saprei ri
dire, ma che aveano un certo fondo di giustizia innata.
» Vidi una mattina questo duca Tobia, il più ricco de'proprietari
di tutta la provincia di Terra di Lavoro...
» Egli era allora un uomo di circa quarant'anni, alto come un mo
554 1 MISTERI DI NAPOLI

scovita, rosso di faccia e di capelli, senza un pelo sul viso, con certe
sopracciglia così folte che sembravano due altri ciuffi sottoposti alla
fronte. Avea, con questo, la parte inferiore del volto più grossa della
superiore; il che ho sempre inteso dire essere indizio di cervellaccio
appannato e di proterva bestialità. La guardatura era quella di Giuda
il traditore di Cristo.
» Ricordo che quando il vidi per la prima volta, ei si era in que
punto levato di tavola, per che balenava per la gran copia di vapori
che gli si azzuffavano al cervello, sendo egli un beone di prima riga.
» Seppi che invece dell'acqua egli facea bollire il vin di Marsala
nella caldaia dove il cuoco attuffava i maccheroni.
» Per non dilungarmi dall'oggetto principale per cui vi ho raccolti
in questo stanzino, non vi toccherò, o miei figliuoli, di altre parti–
colarità risguardanti quest'uomo, che oggi già vecchio ottogenario ,
confinato in un letto, non vede nessuno più nel suo casino a Napoli
sul colle di S. Efrem vecchio.
» Io aveva un dodici o tredici anni, allorchè la mia diletta geni–
trice, santa donna, chiuse gli occhi allo eterno sonno in ancora gio
vane età.
» Alquanti anni appresso, correva il giorno dei Morti, come oggi.
Il babbo trasse me e i miei fratelli a pregare per la mamma; indi,
tornati a casa, egli ci fe' entrare in questo stanzino, e ci tenne que
sto solenne discorso che non uscirà più dalla mia mente come, io
spero, non uscirà dalla vostra:
» – Figliuoli – egli disse — nella famiglia degli Onesimi di Calabria
è un'antica tradizione, o predizione che dir vogliamo, cioè che una
grande offesa debba essere la sorgente d'un mutamento grandissimo
nelle condizioni della nostra famiglia, purchè noi giuriamo a Dio di
perdondre di cuore a' nostri offensori, come Gesù Cristo perdonò ai
suoi carnefici. I Corsi, dicesi, fanno giurare a' loro figliuoli la ven
detta di un antico oltraggio. E noi, invece, noi Onesimi, che avemmo
un santo nella nostra famiglia, un discepolo di S. Paolo, noi giure
remo a Dio il perdono delle nostre offese, non per la speranza che
la predizione si avveri del mutamento nelle condizioni della nostra
famiglia, giacchè maledette sono le mani che toccano l'oro; bensì
perchè Iddio ci comanda il perdono. Mio padre, Anastagio-Onesimo
richiese da me un tal giuramento su questo crocifisso; ed io oggi il
richiedo da voi, o miei figliuoli, siccome voi il richiederete a' vostri
figliuoli. La civil società ha innalzato LA vENDETTA a PUNTo D'oNoRE, a
viRTU' cAvALLEREscA; e noi invece, noi, proletari della campagna, noi
tramanderemol'obbligo del perdono a'nostri discendenti. I ricchi la
sciano per eredità il frutto delle spoliazioni e delle rapine; e noi
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 335

invece lasciamo UN PRECETTo DI CRISTo per solenne obbligo a'nostri


nepoti, lasciando a Dio la cura di vendicare le offese, le ingiurie, i
torti, le spoliazioni, che patiremo da' ricchi. Dicono che il Beato One
simo, discepolo di S. Paolo , morendo proferisse queste belle parole
del suo maestro: Ho combattuto con buon combattimento; ho fatto il
mio corso; ho serbata la fede (1). E anche noi così diremo quando sarà
giunto il termine della nostra vita.
» Così parlò mio padre, Anastagio–Onesimo fece a'figliuoli giurare a
questo Cristo che ci sta dinanzi che avrebbero sempre di cuore per–
donato a' loro oppressori. E mio padre Benedetto e i suoi fratelli giu
rarono; e sempre saldo fu mantenuto il giuro.
» Mio padre fu primamente schiaffeggiato; indi chiamato ladro, e
il giorno appresso ei venne flagellato così crudelmente, come vi ho
narrato.
» Mio padre perdonò al duca Tobia; e quando io e i miei fratelli
fummo in età da comprendere la santità del giuramento, ci fece giu
rare che anche noi avremmo sempre e di cuore perdonato a'nostri
oppressori; e noi giurammo al Cristo Signore; e la data del nostro
giuramento è qui segnata su questo medesimo Crocifisso , dove ora
noterò questo giorno in cui raccolgo dal vostro labbro, o figliuoli, la
stessa solenne promessa. E voi giurate eziandio che i vostri figliuoli
rispetteranno questa generosa tradizione della nostra famiglia. Sia
maledetto colui tra gli Onesimi che accoglierà nel suo cuore un pen
siero o un desiderio di vendetta. Certo, Benedetto mio padre patì e
perdonò grande e infamissima offesa ; ma più grande e più infame
fu quella che pati io; e sempre dallo stesso uomo, da quello che
schiaffeggiò mio padre, e il fe' ligare ad un fusto di albero per sot
toporlo alla fustigazione, sempre dal duca Tobia di Massa Vitelli. E
forse la serie de'mali che quest'uomo dovrà arrecarci non è compita
ancora. Benchè rilegato in un letto, egli è il genio persecutore della
nostra famiglia. È indispensabile adunque che oggi io richiegga da
voi il solenne giuramento degli Onesimi. Voi siete tutti e tre nello
stato di comprendere la santità del giuramento. D'altra parte, io sento
che non posso più oltre indugiare quest'obbligo sacrosanto, percioc
chè si avvicina il giorno in cui, per grazia di Dio, potrò dire anche
io come gli antenati miei: Ho cambattuto con lode; consumato è il
mio corso; ho serbata la fede. Giù in ginocchi, o figliuoli; stendete
le vostre destre , e giurate a Cristo Signore di perdonare sempre di
cuore a'vostri oppressori e di richiedere lo stesso giuramento da' vostri
figliuoli.
(1) Bonum certamen certavi; cursum consummavi, fidem serAavi. 2. Epist. di S. Paolo
a Timoteo Cap. 4.
336 I MISTERl DI NAPOLI

Paolo, Filomena e Sabato caddero in ginocchi.


E que' tre figliuoli prostesero le mani... e giurarono a Dio (1).

Prestato il giuramento, Cipriano-Onesimo baciò la fronte de'suoi


tre figliuoli, e li benedisse in nome del Padre, del Figliuolo e dello
Spirito Santo.
Indi soggiunse:
– Ed ora ascoltate, miei cari figli, ciò che vostro padre patì dal
duca Tobia di Massa Vitelli; e, misurando l'enorme sacrificio che mi
costa il giuro da me proferito a questo Cristo, rallegratevi, però che
si avvicina forse l'avveramento dell'antica profezia, la quale si attri
buisce al Santo che onora la nostra famiglia, e della quale pocanzi
vi tenni parola. La grande offesa , a cui si allude nelle parole della
profezia, fu certo quella che soffersi io Cipriano–Onesimo, figliuolo di
Benedetto-Onesimo, e nipote di Anastagio–Onesimo.
» Udite.

(1) Vedi la figura a pagina 289.


GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 337

VIII,

» A tenore di quanto mio padre avea predetto quel dì che avea


richiesto da noi il giuramento, egli non sopravvisse che pochi al
tri mesi,

|
l illlllllllllllllllllli illllllllllli

» A queste mie parole, cadde a Sfùnnolo il coltello di mano.

» Un mal di fegato , pigliato pei faticosi lavori della campagna ,


mal curato per la impossibilità di stare in letto e per mancanza di
mezzi, il trasse all'ora estrema.
» Egli morì colla serenità del giusto, colla fede nella misericordia
MASTRIANI – I Misteri di Napoli 23
338 . I MISTERI DI NAPOLI

e nella bontà di Dio, sperando per sè quel perdono, di cui si era fatto
una legge per gli altri.
» Benedetto–Onesimo rendè l'anima al Creatore, baciando il cro–
cifisso degli avi, e proferendo le parole onde gli Onesimi lasciano il
mortale esilio: Ho combattuto con lode; ho fatto il mio corso; ho ser
bata la fede. - -

» Noi piangemmo tutto quel dì su l'esanime spoglia del buon ge


nitore; e la sera lo accompagnammo al cimitero.
» Benedetto–Onesimo non era più!...
» Una croce di più sul terreno ; un dolore di meno su la terra.

» Io era il primogenito della famiglia: ottenni,per carità, dal duca


di Massa Vitelli di continuare nello affitto del Canalone.
» Fu una grazia particolare quella che mi fece il duca nel man
tenermi nello affitto delle terre già locate a mio padre.
» Nessuna agevolazione mi fu conceduta; anzi, furono rincariti gli
estagli e aggravate le condizioni di locazione.
» Un giorno, nelle ore del pomeriggio , io lavorava allo sbosca
mento di una selvetta cedua nei tenimenti boschivi del signor duca.
» Per abbattere un vecchio fusto volli scoprirne la radice ; e mi
diedi a scavare la terra.
» Immaginate, o figliuoli , il mio stupore e il mio spavento nel
vedere spuntare sotto il terreno due braccia di corpo umano (1).
» Ristetti raccapricciato; poscia mi vinse il desiderio di vedere la
faccia del morto ; e con precauzione mi detti a sfollare colla zappa
dallo ingombro di terra quell'uman corpo.
» Orribile a vedersi ! Quel cadavere era in parte sfigurato dalla
avanzata putrefazione...
» Per quanto le svisate sembianze permetteano discernere, era un
uomo di mezza età: avea barba nera...
» In quanto alle vesti, non erano di quelle che soglionsi portare
dai campagnuoli.
» Quell'uomo era dovuto appartenere ad un ceto più agiato.
» Aveva il petto forato da una larga ferita, intorno alla quale era
rappreso un grumo di sangue nero.
» Quel cadavere sepolto in quella parte boschiva del tenimento del
duca attestava senza dubbio un gran delitto che si era commesso.
» Chi era stato l'uccisore ?
» Chi la, vittima? - - -

Dallo stato del cadavere appariva che il delitto non era di an


tica data...
() Vedi la figura a pagina 321, .
GLI ONESIMI O I PROLETARI DELLA CAMPAGNA 339

» Rimasi un quarto d'ora in uno stato che mal potrei definire.


» Non sapea decidermi a niente. Che far doveva ?
» Giovine inesperto, presi la più balorda delle risoluzioni.
» Ricopri di terra il cadavere; e la sera stessa mi posi alla volta
di Napoli per far nota al signor duca la scoperta ch'io avea fatta nel
suo bosco ceduo.
» Arrivai a Napoli al tocco dell'avemmaria; e mi diressi al palagio
del duca, nella strada detta de'Tribunali.
» ll duca era a tavola. -

» Questi signori desinano a sera. Che parodia!


» Il povero operaio desina a sera, perchè ei lavora tutta la santa
giornata. I signori pranzano a sera per aguzzare l'appetito, per porre
un lungo intervallo tra la colazione, che per noi altri sarebbe un
pranzo lautissimo, e il desinare.
» Il duca, avarissimo in tutto fuorchè in ciò che dovea solleticare
il piacere del palato, non pranzava mai solo, ma era sempre circon-
dato, allorchè sedeva a mensa, da un certo numero di parassiti.
» E come trincavano que'valentuomini ! Si arrivava ad un punto
in cui non si raccapezzava più un filo di quella che dicesi - umana
ragione.
» Più di tutti bevea il nostro signor duca, che, tranne nelle prime
ore del mattino, era sempre ubbriaco in tutto il corso del giorno e
della sera.
» Dovetti aspettare che il pranzo finisse.
» Aspettai due ore allo incirca; ed io dovea tornarmene a Casal
del principe la sera stessa!
» Finalmente , il signor duca si levò di tavola così barcollante ,
così appannato da' vapori del vino, che certamente non avrebbe po
tuto ricordarsi del colono, che era ad aspettare in una delle prime
sale di quello splendido quartiere, se il cameriere, che ebbe forse
compassione di me, non gliene avesse rinfrescata la memoria.
» Fui fatto entrare nel salotto, dov'egli era a sorbire il caffè e i
liquori colla eletta compagnia di quella vilissima gente.
» – Che rechi a quest'ora? – mi domandò quel signore con uno
sbadiglio che minacciava di rompergli una ganascia.
» Gli feci rispettosamente intendere. che ciò che io avevo a