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cŘÉÑO NA
DIO
L'UNIVERSO
E

LA FRATELLANZA DI TUTTI GLI ESSERI

NELLA CREAZIONE

I EI a

S. P. ZECCHINI

º cºrº)
(º". se
- - --
3>

TORINO
Dicembre 1875
STAMPERIA DELL'UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE

A spESE DELL'AUTORE
Diritti di traduzione e riproduzione riservati.

Edizione di 1000 copie.


PREFAZIONE

Una scuola capitanata da uomini valenti, a dir


vero, nelle scienze naturali, ma padroneggiati da
idee preconcette, tenta di preoccupare l'avvenire
per mezzo delle cattedre e d'invadere l'opinione
pubblica attuale per via di libri con fine arte dettati.
Essa intende a provare che Dio non esiste, che
tutto nell'universo, ed il Cosmos medesimo, è sorto,
si è fatto e organato per la simultanea eterna pre
esistenza di due entità naturali dette Forza e Ma
teria e per le loro infinite combinazioni, senza di
chiarare in qual modo questa Natura naturans
abbia potuto creare se stessa ed operare; come la
Materia potesse esistere ab aeterno, e quindi come
la Forza o virtù di cui la vogliono dotata sia stato
possibile si svegliasse spontanea da se medesima.
Ma siccome il render ragione di tali cose è im
possibile, nulla ne dicono, o avvolgono il loro ra
gionare in tali confuse argomentazioni da nulla
potersene ritrarre di concreto; e quindi nell'inten
1 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
6 PREFAZIONE

dimento di mettere in imbarazzo gli spiritualisti,


loro domandano in qual modo Dio abbia potuto
creare dal nulla la materia, valendosi del noto
adagio: ea nihilo nihil fit. -

Ma noi, non isbigottiti da tale quistione, diciamo


intanto: no, la Forza non è Dio; la Materia tanto
meno, e nemanco è Dio la riunione o l'incontro di
esse due, nè possono farne le veci: diremo poscia
quale abbia potuto essere la genesi della materia,
poichè una qualsiasi deve pure avere avuta. Se un
ente materiale esiste, ciò non può darsi che per i
seguenti tre mezzi: lº essere sempre esistito;
2º avere in un dato momento creato se stesso, per
una forza autogenetica la quale non si saprebbe nè
dove, nè come esistesse, nè perchè fosse stata du
rante un certo tempo inerte; 3° finalmente essere
stato creato o fatto; o provenire da una entità a
lui preesistente, e quindi superiore in potenza e in
antecedenza.
Ora è certo che se non si tien conto di questa
enorme primordiale difficoltà, e se vuolsi supporre
la materia esistente di per sè ab aeterno, è assai
più facile lo architettare un sistema col quale si
voglia ad ogni costo fare astrazione da Dio, e di
mostrare che il suo intervento nelle combinazioni
generali e speciali dell'universo è inutile; e che
quindi non è caso di credere alla sua esistenza,
giacchè nell'ipotesi non avrebbe ragione di essere.
Però non badano che lo asserire essere la ma
teria eterna implica una flagrante contraddizione
nei termini, poichè di eterno non può esservi che
PREFAZIONE 7

lo assolutamente incorruttibile e lo inalterabile:


ma la materia tale evidentemente non è, provan -

dolo abbastanza il continuo mutare delle forme e


delle combinazioni sue, e il logorarsi, il deperire e
il trasformarsi cui va soggetta anche nelle masse
sterminate dei corpi celesti, ai quali, se fu asse : -

gnata una maniera di esistenza duratura per mi


liardi di miliardi di secoli, questa deve pure final
mente in qualche modo cessare, e vedremo qual fine -

è ad essi riserbata. Ora è troppo evidente che ciò


che deve avere una fine abbia dovuto eziandio avere
un principio; il che a fil di logica implica non es
sere eterno. In quanto alla forza, non è d'uopo
dimostrare come non possa esistere di per sè non
potendo manifestarsi che mediante l'agitazione o i
moti insiti nella materia; essa non è una entità
primitiva o necessaria, ma una contingenza, una º

dote, una facoltà o virtù di quella, attuantesi e


svolgentesi in modi svariatissimi, ma determinati
logicamente dalla legge preposta da chi dava alla
materia stessa origine ed esistenza indipendente.
Scendendo poi dalle incommensurabilità suaccen
nate, che implicano l'universale Cosmos, e delle
quali senza una causa superiore ed antecedente ren
dere non puossi ragione; e restringendosi nei più
stretti, abbenchè tuttavia enormi confini del nostro
sistema planetario, ed anzi del solo nostro pianeta;
vorrebbero pur tuttavia quei dotti uomini assegnare
la causa di ogni fenomeno al solo svolgersi delle
combinazioni della materia colla forza, non accor
gendosi quanto esagerino le conseguenze che deri
8 PREFAZIONE

vare intendono da taluni loro principii. Quindi si,


studiano di risolvere l'arduo problema degli orga
nismi viventi per via di una escogitata e non mai
provata generazione spontanea; ovvero mediante
lo sviluppo di semi o germi, che confidiamo pro
vare non abbiano mai potuto esistere; e tali erculei
sforzi puntellati da premesse arbitrarie e da sofismi
evidenti, a null'altro ognora son volti se non se a
voler provare l'inutilità di un Creatore.
Negano pertanto non solo il datore, ma l'esi
stenza medesima di una speciale forza vitale in
vario modo e misura agente nei diversi organismi.
Negano l'intelligenza e il libero arbitrio nell'uomo,
facendone una pretta macchina, e per togliere a
lui ogni nobiltà di natura e prevalenza, lo fanno
provenire per mezzo di un numero infinito di tras
formazioni, dal più infimo grado della scala degli
esseri viventi. Ma non si accorgono che è d'uopo
scendere fino alla generazione spontanea del più
minuto e semplice infusorio per trovare un germe
di vita che potesse dirsi, con qualche apparenza di
possibilità, essere sorto alla vita indipendentemente
da un atto di creazione volontaria del datore su
premo della vita, per risalire poscia fino all'uomo.
Ma è facile l'osservare che se quella maniera di
generazione non esiste, e pertanto se Dio ha dovuto
ispirare un soffio di vita in una sola di quelle infime
individualità, lo poteva allo stesso modo, e ben a
miglior ragione, in migliaia e milioni di creature
più nobili e più maestrevolmente architettate;
imperciocchè, ammessa la necessità della creazione
PREFAZIONE 9

in un solo primissimo caso, questa facoltà non può


risiedere e venire che da Dio, e a lui quindi deesi
concedere in grado ed in potenza infiniti.
Ma Dio non vogliono in verun modo ammettere,
e per conseguenza non intendono ripetere da lui
l'infusione dell'intelligenza nell'uomo, come nol vo
gliono della vita. Ne consegue pertanto che l'uomo
a loro avviso, non dotato d'intelligenza, è privo del
libero arbitrio, non è padrone di se, non ha una
coscienza, e tanto meno è risponsale delle opere
sue; da che ei le compie man mano per impulsioni
speciali della materia, che a quanto dicono lo go l
verna necessariamente; e che quindi non deve gra -

i
varsi, senza evidente ingiustizia, della imputabilità
-
del suo operare; che di conseguenza, soggiungono,
il male e il bene sono fenomeni che svolgonsi per
una successione necessaria di cause, alle quali
-

l'uomo non può, quand'anco il volesse, mettere


ostacolo o promuovere. Egli, in una parola, non
sarebbe al più che una macchina, e mettiam pure
una macchina autonoma, avente in se stessa la
forza che cagiona i suoi movimenti; una pianta
semovente, un animale che per caso ha saputo
aguzzare alquanto l'ingegno col dare un più ampio
svolgimento ai suoi istinti; ma che infine, avendo
servito come il vegetale e l'animale bruto al suo
còmpito della circolazione di una data quantità di
materia nel suo individuo, e per un certo spazio di
tempo, venuto il momento della morte, altro non
gli rimane che riconsegnare al grande serbatoio
della materia, che è per noi la Terra, quei residui
10 PREFAZIONE

inanimati che allora tuttavia formano la sua cor


porea compagine. -

Bella missione invero per l'uomo, che finora con


siderò se stesso come il re della creazione terrena,
che credette di possedere una intelligenza, una vo
lontà e la libera disponibilità delle sue azioni, che
della intelligenza sua e della sua volontà tante
prove accumulava di generazione in generazione
nei capolavori delle lettere, delle arti, delle indu
strie e nei miracoli delle scoperte scientifiche, non
foss'altro che in quelle degli ultimi tre secoli, e
vale a dire da Copernico, Galileo, Keplero, Cassini,
Newton in poi, e dalla veneranda infinita schiera
degli illustri loro continuatori.
E dire che questi miracoli della scienza, che
questi operati della intelligenza umana vengono
negati o considerati come non avvenuti, o al più
quali risultanze di qualche fortunato movimento di
un atomo di materia più in un senso che in un altro,
operatosi nel cervello di qualche uomo: dire in una
parola che certi scienziati negano all'intelligenza
dell'uomo i portenti della scienza e che essi, uomini,
si vergognino quasi di esserlo, e dicono l'uomo una
scimia alquanto migliorata !
Eppure a questo siam giunti mercè le teorie dei
fondatori e cultori di quella scuola alla quale accen
nammo in principio; eppure a tali umilianti condi
zioni vorrebb'essa ridurre l'uomo, con pericoli e
danni gravissimi per l'ordinamento sociale, quando
ad essi venisse lasciato libero il campo e niuno
scendesse a far argine a codesti sovversivi principii.
PREFAZIONE 11

Gli è per ovviare a tanto sovvertimento d'idee


che noi, minimi al cospetto di tanta falange di dotti,
abbiamo voluto, se non altro, mandare un grido
di allarme coll'opera nostra, e svegliare l'atten
zione della società medesima intorno allo sdrucciolo
rovinoso sul quale vien posta.
E in vero, non persuasi, malgrado tante sottili
disquisizioni e un tanto schierarsi d'argomenti, che
potesse essere l'universo senza Dio, uno stato so
ciale senza l'imputabilità reale delle opere, sia col
lettiva, sia individuale, e che l'uomo, quale lo ve
diamo costituito, sia privo della coscienza di sè e
delle sue azioni: non persuasi che possa darsi il
progresso senza il concorso dell'intelligenza, nè
l'ordine senza il concorso delle discipline morali,
volemmo addentrarci in così fatte quistioni, e co
minciando da Dio ci femmo convinti non essere
vero che della sua esistenza non si possano addurre
prove dirette e positive come finora venne affer
mato. Tentammo pertanto questa nuova apodittica,
giacchè il difetto non istà punto nelle prove, che
anzi abbondano, sibbene nel non averle sapute cer
care, nè volute trovare.
Di Dio, nè la teologia, nè la filosofia seppero
darci mai una attendibile definizione, perchè sic
come ponevano entrambe erroneamente la qui
stione, non dee farmeraviglia se poscia non adegua
tamente la risolvevano. Raddrizzammo il quesito,
º
e la soluzione si produsse tosto chiara ed esplicita;
le illazioni e le conseguenze logiche della logica
premessa emersero molteplici e luminose.
12 PREFAZIONE

Dopo di questa capitalissima, prendemmo ad


esame quelle di Eternità e d'Infinito, che l'uomo
nella sua audace smania di ricercare e di asserire,
o piuttosto a cagione della sua ignoranza, attribuiva
quasi proprietà loro alla materia, al tempo e allo
spazio: e anche qui dovemmo vedere quanto erasi
errato sia nella verità del senso positivo che in sè
racchiudono, sia nelle contingenze che la teologia
volle far credere potessero intercedere fra l'uomo e
una eternità raffigurata in condizioni immaginarie,
mediante una immistione singolare ed assurda della
Divinità. Da qui errori infiniti, confusione e smar
rimento del giusto apprezzamento di queste tre idee,
e le diuturne lotte fra gli asseveratori assoluti e gli
assoluti negatori di quelle parti di vero eziandio
che può contenere questo complicato concetto.
La genesi della materia, le proprietà virtuali
fattrici del suo organamento; la sua agglomera
zione in gruppi, in sistemi, in individualità nella
varia gerarchia dei corpi celesti; la Creazione poi,
e in singolar modo quella degli esseri organizzati,
e specialmente dell'uomo; le leggi matematiche
dalle quali l'organamento e lo sviluppo degli es
seri nei tre così detti regni della natura con giusta
misura va retto e governato, ci fornirono altret
tante prove, non semplicemente deduttive e d'indu
zione, ma positive e dirette della esistenza di Dio.
Scendemmo poi a dimostrare, e per quanto pare
a noi fino all'evidenza, l'erroneità e l'impossibilità
della generazione spontanea; la necessità quindi
della creazione, se non immediata, mediata almeno,
PREFAZIONE 13

degli esseri organizzati. Dovemmo provare nel


modo medesimo essere la forza vitale una virtù
a sè, e la vita una potenza speciale infusa nella
materia organizzata, nel momento appunto in cui
veniva plasmata nelle molteplici sue forme dalla
mano creatrice; virtù e potenza che si trasmettono
da una in altra generazione nella successione dei
tempi.
Dovemmo provare come l'anima dell'uomo sia e
permanga dopo la morte dell'individuo, per adem
piere alle leggi morali indeclinabili della imputa
bilità delle sue opere; perchè l'uomo è l'essere,
unico nella creazione da noi conosciuta, che con
sciamente agisca e che, volendo, possa far calcolo
del valore de' suoi atti relativamente a sè e a co
;
loro sui quali quelli possono ripercuotersi con brevi
e leggiere, o diuturne e gravi conseguenze.
L'uomo dotato dell'intelligenza, dell'amore co
sciente e della potenza vitale trasmessibile, e cioè
di tutte tre le essenzialità divine da noi enunziate
e discorse nel primo capitolo, è in realtà creatore
esso stesso, perchè l'intelligenza, a parlare anche
più esattamente, è sola creatrice, avvegnachè l'idea
precede il fatto nell'ordine metafisico ed ontolo
gico; l'intelligenza quindi può dirsi la precipua
essenzialità di Dio, e nulla, singolarmente nell'or
dine sopranaturale delle cose, è perfetto se non
adegua il concetto; così avviene eziandio nell'or
dine materiale se la forma dell'ente non combacia
appieno coll'idea prototipa dalla quale promana.
L'uomo è il più sublime portato della creazione
14 PREFAZIONE

sopra la Terra, poichè alla creazione sua, come ve


dremo, pare presiedesse Iddio medesimo.
L'uomo è poscia anche per un altro capo il re o
il cuspide supremo delle cose create quaggiù; im
perocchè portando nella vita sua embrionale le
traccie degli esseri viventi a lui inferiori, e a tutti
soprastando allorchè ha raggiunto il compimento
-
della sua individualità speciale; in quelle ravvi
siamo uno dei più sublimi disegni della Provvi
denza, per il quale gli esseri tutti terrestri sareb
bero collegati fra loro da un vincolo di fratellanza.
Quelle traccie, per converso, i seguaci del sistema
delle evoluzioni e del trasformismo nelle specie,
ascrivono a residui o rimembranze di altri modi di
essere inferiori, per i quali, dicono, egli sarebbe
passato nel suo moto ascendente prima di avere
raggiunto il grado suo attuale di supremazia.
Sovrano errore invero, quasi all'Intelligenza
creatrice fosse abbisognato quella specie di tiro
cinio per far sì che l'uomo fosse riescito qual è, e
avesse dessa dovuto andare tentoni, e quasi ad
esperimento farlo transitare per gli stadii diversi
di mollusco, pesciolino, foca, pipistrello, cane e
scimia, non sapendo quasi farlo uomo di un tratto.
Brevemente dopo di aver passato a rassegna i
moderni erramenti e indicate quali, a nostro giu
dizio, sarebbero le verità meglio accertate da con
trapporvi; dopo di aver tracciato la storia della
materia, dalla sua genesi e dal suo stato primitivo
semplicissimo, fino alle sue più complicate combi
nazioni, volemmo spingere lo sguardo fino all'e
- PREFAZIONE 15

strema consumazione dei tempi, e predire la fine di


questo incommensurabile e inenarrabile ciclo, addi
tando il probabile disfacimento e il ritiro o rias
sunzione finale di ogni cosa ed entità al loro primo
principio. -

Assegnammo a còmpito della nostra opera il vo


lere salva l'idea dell'esistenza di Dio, caposaldo di
ogni sistema razionale morale o fisico, e confidiamo
di averne recate, come dicemmo qui avanti, prove
nuove, dirette, e vorremmo persino dire ma
teriali. -

Abbiamo voluto salva l'idea della nobiltà sovrana


dell'uomo, postavi a fondamento la coscienza e la
imputabilità equabile delle sue opere buone o ree;
l'anima umana e la sua sopravvivenza all'indivi
dualità materiale, incamminata per una via di pro
gresso indefinito. Intorno all'anima dell'uomo molte
e gravissime quistioni e obbiezioni sofistiche si pre
sentavano; noi attendemmo a risolverle e, se vanità
non c'illude, crediamo di averne recato soluzione
adeguata.
Nè credasi che per amore di controversia sol
tanto ci siamo fatti campioni di queste fondamen
tali verità; sibbene perchè da ben lungo tempo ci
accuora e c'impensierisce lo allargarsi fra gli stu
diosi, e prendere voga le teorie sovversive suac
cennate; teorie nelle quali facile si adagia il quasi
universale indifferentismo circa alle cose sopra sen
sibili; e sventuratamente più ancora vi si compiace,
la schiera di quelli che alle loro cupidigie fa comodo
non avere alcun freno, e di trovare in sofistici as
16 PREFAZIONE

siomi scuse che paiono attendibili alla malvagità


del loro operare.
No, di tutte le cose non può rendere ragione la
fisica nè la chimica, l'ottica o la matematica, nè
l'anatomia: vi saranno ognora materie, idee e fatti
di competenza del puro raziocinio, e mettiamo pure
in parte eziandio del sentimento.
Però come non vorremmo uscire dall'orbita lo
gica in cui si aggira la verità, e quindi non imporre
all'uomo una credenza di dogmi contraddicenti ai
principii più inconcussi della scienza, riputiamo
eziandio essere pur sempre necessario un supple
mento di essa fede per acconciarsi a molte verità
assolute, e anzi non meno assolute dei portati in
concussi della scienza stessa, ma che questa non
potrà mai forse determinare e accertare per mezzo
di una equazione di matematica, o di un'analisi chi
mica.
Abbiamo fatto pertanto una ragionevole distin
zione tra fede e credenza: l'uomo deve in coscienza
credere ciò che gli viene indubbiamente provato
per vero; presti poscia quel contingente di fede a
quei principii sovrasensibili e sovranaturali che la
scienza non partigiana, non riesce a spiegare in
ogni loro parte, ma che non ripugnano, in quanto
hanno ancora di misterioso ed arcano, nè alla retta
ragione, nè ai principii scientifici accertati e uni
versalmente riconosciuti per veri.
A questi patti ogni onesta coscienza potrà man
mano sottoscrivere, e allora cesseranno o mino
reranno in larga proporzione errori e danni che
- PREFAZIONE 17

pure tuttavia persistono, a rovina e disdoro di una


società che in sì gran numero di meravigliose di
scipline è tanto e sì rapidamente progredita.
Ma nello esporre le nostre idee, nuove e ardite
forse non poco, e così nella proposta di talune
nuove ipotesi da sostituirsi ad altre fin qui ricevute
e tenute in conto di plausibili dai dotti, che però a
nostro credere in qualche parte riescono manche
voli, invochiamo un discrezionale giudizio, quale
conviensi a cose di alcune delle quali non puossi
attualmente recare prova assoluta, e non si potrà
forse mai. -

L'ipotesi, come è noto, precede e sta molte volte


invece del fatto, finchè nuovi studi o più felici in- ,
vestigazioni non ne vengano a provare la realtà:
ad essa però deve farsi buon viso quando non urti
le cognizioni positive attuali: allora accosto ad esse
può adagiarsi ed aversi intanto quasi come una
verità dell'avvenire. Anche di esse forse potrebbe
dirsi con espressione alquanto esagerativa: Veritas
est quae futura est.

Torino, 25 novembre 1875.

STEFANO PIETRO ZECCHINI.


CAPO I.

DI0 – Chi è Dio – Che è Dio – Le essenzialità divine –


Come si compenetrino a vicenda – L'idea di Dio è il capo
saldo di ogni ordinamento – Varii modi di cercare Dio – Quale
sia il vero per trovarlo. -

Corsero molti anni da chè, giovanissimi, ci eravamo


posta
Dio?
la grave questione: Dio esiste? e se sì: Chi è
a

Avevamo letto allora allora il Dizionario filosofico


di Voltaire, il Candido, l'Ingenuo; il Contratto Sociale
di Rousseau ; Lo Spirito di Elvezio e altri libri di
quella maniera; ma per contraposto anche le Lettere
Provinciali filosofiche di Barruel, e il Corso di Lettera
tura del La-Harpe, il quale negli ultimi volumi com
batte con validi argomenti i sofismi degli enciclopedisti
e dei filosofi, allora detti moderni, del secolo XVIII.
L'animo ancora perplesso fra le due correnti che a
sè il traevano; le passioni della gioventù che in quella
prima fase della vita si andavano svegliando, ci spin
gevano alla negazione delle credenze religiose, o almeno
verso un forte dubitare sopra taluna di esse; e ci ri
corda come avessimo scritto centinaia di pagine intorno
a molte di quelle quistioni: inchinando il più spesso
20 CAPO I.
v
verso le facili dottrine contenute in quell'attraente e
pericoloso dizionario Volteriano.
Le vicende di una esistenza assai svariata, e le lotte
della vita fecero sì che a lontani intervalli, e per brevi
momenti ripensassimo al grave problema; non vi fis
sammo quindi più mai la mente colla voluta intensità,
nè col desiderio ben fermo di cercarne la soluzione.
Riparata ora, sul vespero della vita, in un golfo più
abbonacciato la sbattuta nostra nave, ci rimettiamo
con maggior calma e più ponderato consiglio alle an
tiche speculazioni filosofiche, tornando sopra gl'insoluti
quesiti.
Riusciremo a risolverli adeguatamente? Non osiam
dirlo invero, giacchè ognuno sa, o può agevolmente
imaginare quanto difficile sia anche la sola trattazione
di tali problemi. Nonpertanto faremo del nostro meglio,
e confidiamo recare innanzi un complesso di argomenti,
nuovi per avventura, tanto a comprovare l'esistenza di
Dio, quanto a porgere della divinità un'idea più logica
e insieme più accessibile alla mente dell'uomo che
spassionatamente ragiona.
Ciò premesso nulla più osta a che si entri in argo
mento; e varrà ad introdurvici nel modo più naturale
lo esaminare le due più autorevoli definizioni che di
Dio ci porgono la Filosofia e la Religione.
La prima lo dichiara colle seguenti parole, cioè:
« Dio è la mente creatrice, ordinatrice e reggitrice
di tutto l'Universo ».
A nostro giudizio, non facendo essa di Dio una indi
vidualità; ma esponendone l'idea piuttosto come un
concetto o al più come una facoltà virtuale, meglio si
accosta alla verità quale da noi viene escogitata; giac
chè chi volesse accennare alla individualità in Dio,
e stare esattamente nel vero, non potrebbe a rigore di
DIO 21

a nulla approderebbe.
E in vero di lì non si esce; e lo prova il fatto che
da secoli e secoli, non si è riusciti ancora a concretare
una esatta definizione della individualità divina, per
qualunque studio vi abbiano posto i più dotti e sapienti
uomini succedutisi nel ben lungo giro delle età.
Il Catechismo, stillato quale dovrebb'essere della più
sublime scienza teologica, ci mette innanzi l'idea di
Dio in questi termini: « Dio è un purissimo e perfettis
simo Spirito, Onnipotente, Eterno, Infallibile, Infinito,
Creatore e Signore del Cielo e della Terra, e di tutto
quanto in essi è contenuto».
Una tale definizione però, o una somigliante, ci pare
non risponda a quella idea vera, o più prossima al vero,
di Dio, che l'uomo avvisato e pensante deve farsene,
poichè in questa singolarmente è da tenersi e da ser
barsi in tutto il concetto dell'Unicità.
Ma le locuzioni Lo Spirito, quello Spirito, o Uno
Spirito purissimo che, ecc., fanno quasi involontaria
mente correre il pensiero verso l'idea di un altro spirito
che possa dichiararsi con diverse parole e al quale
convenga riferire altri attributi buoni o rii. – Da qui
probabilmente la dottrina dei due principii del buono
cioè e del cattivo, fra essi lottanti di continuo; e la
conseguente del Politeismo. -

Ora noi svincolatici dal primo quesito ridurremo il


nostro tema al solo secondo, giacchè di quello, cioè
dell'esistenza di Dio, siamo pienamente convinti per
ragioni inoppugnabili, e che esporremo più avanti, ed
anzi nell'intiero corso dell'opera, essendo la dimostra
zione di quella capitale verità l'argomento precipuo del
nostro lavoro.
Or dunque, domandiamo a nostra volta, chi è Dio?
º - ZEccHINI. Dio, l'Unrerso, ecc.
22 CAPO I.

Ma è là appunto, come già avvisammo, che la ri


stretta comprensività dell'uomo non può assolutamente
arrivare. – Figga egli a sua posta l'attenzione, con
centri le sue facoltà mentali sul ponderoso argomento;
ogni fatica gli riuscirà inutile: nulla troverà che valga
ad appagare nè nºanco in parte la sua ragione; e troppi
sono gli esempi della vacuità delle sue ricerche per qui
ricordarli.
E in vero, se stiamo all'Esodo, dopo trentacinque
secoli la quistione non procedette di una linea. Quando
Mosè volge a Dio queste parole: «Se il popolo vuol
sapere chi tu sia, e quale è il tuo nome, che cosa
debbo dire? » Vediamo ch'egli si sente rispondere:
« Io sono chi sono »; e aggiungerai: «Colui che è mi
manda a voi . Dalle quali cose ricavasi che Dio non
volle definire se stesso altrimenti; e cioè Mosè, dedut
tore e rivelatore in gran parte dell'arcana sapienza
dell'antico Egitto, non ne seppe, o non si attentò di
dirne più in là.
Nè la Filosofia che se ne sta sulle generali, nè la
Teologia che scendendo a particolari presta motivo ad
erronee deduzioni, mostransi atti a sciogliere l'arduo
quesito, che rimane insoluto tuttavia, e come l'antica
sfinge aspetta da secoli inutilmente la razionale sua
dichiarazione. – Ma noi opiniamo che come venne
posto, non sarà dato scioglierlo mai.
Che se così è, non potendo l'umanità rimanere su
tanto capitale argomento sempre all'oscuro, vediamo
di esporlo in altri termini, e tali che una risposta si
appresenti almeno più facile e confortevole alla mente
dell'uomo. Ed ecco quale sarebbe il nuovo quesito, o .
almeno la nuova sua forma.
« Che è Dio? »
E se ciò malgrado non sarà possibile il porgerne la
DIO 23

vera ed esatta definizione confidiamo venga almeno


resa più agevole una risposta sufficiente ed attendibile.
Trepidiamo però tuttavia nello avventurare il nostro
pensiero: eppure sentiamo di doverlo fare dopo quanto
ci avvenne di dire fin qui.
Dio dunque, a nostro avviso, è l'Intelligenza, l'Amore,
la Vita.
Dall'Intelligenza emerge il Sapere; dall'Amore pro
cede il Volere; dalla Vita deriva il Potere. Dalla
riunione di queste tre sublimi facoltà, che in Dio sono
al grado massimo di potenza, proviene, direm quasi,
la necessità del creare, dell'ordinare, del reggere e
moderare con leggi sapientissime l'immensa incom
prensibile universalità delle cose.
Gli è quindi, che se nulla ci faccia velo alla mente,
argomentiamo che da questa maniera di genealogia
ideologica, per così spiegarci, vedremo man mano
sorgere la necessità della creazione e lo svolgimento
dei fatti cosmologici avvenuti e succedentisi ab aeterno
nell'Universo.
Da un tale convincimento avvalorati seguitiamo con
miglior animo a svolgere il nostro pensiero.
La voce Intelligenza esprime a nostro giudizio, l'idea
più splendida, più assoluta, più intiera, più compren
siva, più sublime; l'idea più da ogni altra indipendente,
e che quindi a tutte le altre eminentemente sovrasta.
È quindi l'Intelligenza l'idea che meglio possa espri
mere un concetto conveniente circa l'essenza, o l'es
senzialità di Dio.
L'Intelligenza assoluta è ciò che è. Non si disfà per
rifarsi, non si fraziona per ricomporsi, non si disgrega
per reintegrarsi. È una, intiera, sempre uguale, ognora
perfetta: più perfetta, se osassimo dire, che la mate
matica, poichè questa ha per elementi le unità e le
24 CAPo 1.

frazioni anche infinitesime, mentre l'Intelligenza non


ha per elemento che se stessa, giacchè è la perfezione
assoluta, l'integrità, l'eccellenza assoluta. L'Intelligenza
infatti è l'assoluto perfetto, eterno, infinito: in una
parola, l'Intelligenza è Dio.
Dall'Intelligenza, abbiam detto, emerge il sapere; e
in effetto è dessa come la mente in cui tutto si con
centra ed elabora; è l'occhio che tutto vede e scruta;
è il criterio che tutto pesa e giudica. All'Intelligenza
assoluta che è Dio, nulla fa velo, perchè in essa non
è ragione, nè materia alcuna che ne ottenebri la per
spicacia, nè che in modo alcuno possa falsarne il
giudizio. L'Intelligenza assoluta sa, vede, conosce ogni
cosa in tutte le sue parti; quindi le leggi che ne ema
nano non possono essere che rette, addatte ed efficaci
in tutta la loro pienezza. -

Ma l'Intelligenza, in questo suo modo di essere quasi


speculativo, può essa operare? Certamente il può; e
soltanto nel bene e per il bene assoluto; a ciò mossa
dall'Amore, che è la seconda essenzialità divina, e il
secondo suo modo di essere: ed è da questo appunto che
le viene l'impulso ad operare.
L'Amore è facoltà o sentimento eminentemente espan
sivo ed attivo. Dall'Amore procede il volere. Ma qui è
da avvertire che sia in questa che nelle altre definizioni
delle essenzialità divine, è inteso che le idee e le pa
role per cui vengono espresse vanno intese nel senso
che loro viene attribuito nel linguaggio umano; im
perocchè nè altre voci può l'uomo adoperare nella sua
pochezza, nè altre idee esprimere.
L'Amore assoluto adunque è essenzialmente ed effi
cacissimamente operatore. Esso non può stare che non
agisca, non può rimanersi dal fare; è l'incarnatore, se
così può dirsi, del pensiero concepito dall'Intelligenza; è
DIO - 25

la virtù e il motore di quella intima e prepotente energia


che dà origine alla Vita. Ed è questa appunto la terza
essenzialità divina, il terzo modo di manifestazione di
quell'Ente del quale, con audacia forse temeraria, ma
pur naturale in ogni uomo che pensa, si vuol conoscere
quel più che sia possibile.
La Vita dunque, potere in essenza, è la genesi eterna
del moto universale, è la forza intelligente per cui, in
ordine alle leggi assegnategli, l'Universo comincia a
prendere forma, si costituisce in complesso e si governa,
poscia si divide nelle singole individualità e si riproduce
nella infinita scala degli esseri. -

Sembrerà a prima giunta a taluno che il concetto


dell'essenza di Dio da noi delineato or ora, sia in certa
guisa somigliante al mistero o simbolo della Trinità
cristiana.
Ma è facile il dimostrare come nella nuova formola
nulla abbiavi di personale; e tutto vi sia per converso
ideale ed astratto. In essa non vengono accennate, nè
tanto meno asserite tre individualità: non tre Dei, nè
tre persone, ognuna delle quali sia Dio, facienti però,
tutte insieme riunite, un Dio solo. Nel nostro concetto
l'essenza di Dio, espressa colle parole - Intelligenza,
Amore e Vita = non accenna che a tre facoltà assolute,
impersonali, astratte da ogni forma: esse sarebbero tre
momenti di un ciclo che si manifestano e si rinchiu
dono nell'istante medesimo; e formano quindi un tutto
omogeneo ed integro. -

Altri per contro potrebbe affacciare il dubbio che


troppo astratta, e quindi per nulla comprensibile a chi
non sia alcun poco versato negli studi filosofici e scien
tifici, possa essere questa idea novellamente proposta
intorno alla Divinità.
A costoro eziandio non sarà malagevole il rispondere;
26 CAPO I.

e potrà osservarsi intanto che il risecare dal concetto


di Dio ogni idea di personalità, che prestasi troppo
facilmente ad essere ridotta a forma materiale e corporea,
è un troncare fino dalla radice quell'ammasso di errori
quell'incentivo al fanatismo religioso e ad ogni sua esi
ziale conseguenza, di cui nella storia di tutti i popoli
e di tutte le religioni trovansi pagine sanguinose e
terribili.
Da quella personalità in effetto rampollano come da
naturale vena il feticismo, il politeismo e l'antropo
morfismo. L'idealizzare adunque il concetto della Divi
nità è un sublimare nella mente dell'uomo questo
pensiero, che è il più grande e il più importante nel
l'ordine delle cognizioni e dei principii intellettuali e
morali; ed è quindi anche di per se solo un vero pro
gresso anche in materia di religione.
Giacchè, sia detto qui di passata per ora; i progressi
che si vanno facendo giornalmente nelle scienze modi
ficano con processo logico e prepotente le idee provenute
da cognizioni anteriori, dimostrate dai nuovi studi er
ronee; e convertono le menti ai nuovi veri. Per la qual
cosa anche le idee religiose ne sentono la influenza
modificatrice. Tutto progredisce; e a cognizioni nuove
convengono nuove idee e nuove credenze; ma di ciò
meglio e più in disteso a suo luogo.
Nè si tema dai credenti in questa sublime e cardinale
verità, che lo idealizzare il concetto di Dio ne faccia
perdere le traccie, poichè direm loro che quanto meno
esso verrà personificato mercè i progressi di una retta
filosofia, tanto più facilmente noi c'imbatteremo in lui.
E invero la personalità non esprime, a rigore, che una
idea ristretta, e la forma non può stare senza il concetto
sussidiario di una ubicazione. Ora una persona ed un
punto non può farsi che non vadano come smarriti nel
DIO 27

l'infinito; invecechè idealizzando il concetto di Dio per


mezzo della nostra formola, esso viene ad abbracciare
l'immensità e l'infinito, e possiamo riscontrarlo ed anzi
lo riscontriamo dovunque.
Ma ci pare di udir sorgere da altre parti, altri e
diversi rimpianti.
Non è chi nieghi, e noi meno di chicchessia, quanto
le Arti belle si giovino di quelle personalità divine e
del loro corteggio di Angeli e di Santi, o di Semidei
e di Eroi, secondo le età e le credenze. La scultura, la
pittura, l'architettura, la musica, la poesia e le lettere,
in molte delle splendide loro manifestazioni, debbono al
sentimento religioso, estrinsecato per esse, le migliori
loro ispirazioni, giacchè ne ricavarono infiniti e maravi
gliosi argomenti per quei capolavori che vivranno
immortali nel progresso dei secoli.
Ma, se bene si guarda, anco le religioni antiche, e
vale a dire l'indiana, l'egiziana e la pagana, prima in
Grecia questa e poscia in Roma, prestarono vasto campo
ad architetti, a scultori, a pittori e a poeti; spaziando
costoro colle fervide menti in quelle teogonie, che tanto
bene prestavansi ai voli dell'immaginazione. E i templi
di Ellora e delle altre antiche nazioni, le Piramidi e
i Colossi dell'Egitto, quanto i Giove, gli Apollo, le
Veneri, gli Ercoli, le Minerve, le Niobi, i Satiri,
i Fauni fornirono temi molteplici a lavori di bellezza
inarrivabile, e così di studi proficui anche a noi mo
derni. Ma tutte quante queste maraviglie non debbono
far rimpiangere al filosofo e al teologo (1) le scom
parse personalità di quegli Dei menzogneri che, come
osservammo, per venire materialmente o sotto forme

(l) Teologo nel senso di chi scrive, parla e professa


della Divinità.
28 - CAP0 I.

plastiche manifestati, servirono di tema a tante sublimi


opere.
Le Veneri del Rubens, le scene mitologiche del
l'Albani, le sibille di Raffaello, il Ratto di Europa di ar

Paolo Veronese; le Veneri e le Grazie del Canova e


del Torwaltsen; e per non dire di tanti altri, i due
capolavori di Michelangelo e di Rossini, il Mosè, stanno
a bastevole prova del come anche le grandi figure o
i Miti delle religioni spente, possano tuttavia eccitare
l'estro e inspirare il genio dei grandi Artisti, viventi
in tempi tanto da quelli lontani, e in ambienti tanto
dissimili. Ma una rivoluzione nelle credenze religiose
non avviene che in un lungo correre di secoli, poichè
abbarbicate profondamente nel cuore delle moltitudini,
nei loro usi e costumi, difficilmente se ne svelgono;
che anzi piuttosto disseccate, perchè prive di sano ali
mento, vi muoiono a guisa di quegli alberi gigante
schi cui non potè abbattere la scure dell'uomo o lo
imperversare delle bufere; e stanno, abbenchè già
morte ed infracidite. Per il che quel rivolgimento sia
pure subitaneo, o lentamente si svolga, non toglie che
gli artisti possano inspirarsi ai miti o alle forme con
venzionali delle religioni cadute; e gli esempi addotti
avvalorano bastevolmente il nostro dire.
Nel succedersi delle età però, a non computare che
i tempi storici, quante istituzioni non sorsero che mal
grado venissero sorrette dalla ottemperanza universale
e puntellate dall'autorità e dalla forza, minate pian
piano dalla luce del vero che bel bello invadendo la
coscienza umana, riesce a disgregare ogni più duro
cemento quando l'errore vi lascia aperta una qualche
screpolatura, caddero a terra per non più rialzarsi?
Quante altre per converso sorsero dalle macerie di
quelle prime e poi a loro volta piombarono a terra,
DIO 29

lasciando appena di esse qualche più o meno fugge


vole o duraturo ricordo?
Ma è legge universale ed eterna che la coscienza
pubblica si ritempri di epoca in epoca al fulgore di
nuovi veri; e il mondo progredisce ognora, benchè a
stento, camminando sui ruderi delle antiche credenze.
Però, rispetto ad ogni filosofia e ad ogni religione,
quanto più grandi sono i passi che per loro si sono
fatti nella via che conduce alla verità assoluta, tanto
meno avviene che al tutto periscano. Le parti più
vere, e quindi più salde, che in esse riscontransi ogni
volta in maggior numero e di più evidente impor
tanza, quasi addentellati o capisaldi rimangono a ser
vire di sostegno al nuovo sistema che per altre con
quiste dell'umana mente si viene edificando.
Del Cristianesimo adunque, ultima razionale mani
festazione della fede dell'umanità nel sopranaturale;
che fu al suo comparire vera religione di progresso,
rimarranno integre molte parti, e c'imbatteremo in
loro nella via assai lunga che ci rimane a percorrere.
Della potente sua vitalità fanno prova non dubbia le crisi
violenti cui andò soggetto quasi di continuo nei dicia
nove secoli di sua travagliata eppur vigorosa esistenza.
Ma basti di ciò, e torniamo all'assunto nostro.
Il concetto di Dio, concretato nella formola più
avanti enunziata, non è tanto astratto da non poter
essere inteso o intuito, almeno sufficientemente, dalle
menti anco le meno avvezze al ragionare prettamente
speculativo. Dell'Intelligenza, dell'Amore, della Vita,
concorrenti in un unico scopo, ognuno può farsi, senza
durare troppa fatica, un'idea che riuscirà più o meno
Vera o logica, ma pur sempre una qualche idea, poi
chè ne sente tuttodì in sè, o ne vede a sè d'intorno
manifestazioni ed esempi innumerevoli e palesi.
30 CAPO I,

L'Intelligenza, essenzialità divina, è di tutta evidenza


non poter volere che il bene e dovere amarlo con una
potenza inenarrabile ed efficace. Dall'Amore, essen
zialità divina, che non può rimanere inerte ed infrut
tuoso, sorge tosto e di assoluta necessità la Vita. La
Vita, essenzialità divina, non può svilupparsi nell'uni
verso che per via ed impulso dell'Amore intelligente.
Ma onde provare la verità della formola, analizzia
mola cominciando da un altro capo.
L'Amore, essenzialità divina, non può non essere
intelligente; ma poichè intelligente in sommo grado,
non può stare che non operi in modo sapientissimo:
da qui la Vita universale.
La Vita, essenzialità divina, deve di necessità svol
gersi in modo eminentemente intelligente; e quindi non
può manifestarsi che con opere ammirabili di amore.
La vita è amore in azione e in effetto. L'odio, il mal
volere riuscirebbero a contrasto e distruzione; e per
poco che esso avesse potuto essere, e con ciò inten
diamo accennare al principio malvagio, la creazione
medesima non si sarebbe effettuata.
Il Ciclo pertanto, come vedesi risulta ognora per
fetto, da qualunque parte imprendasi ad esaminare la
formola; e dall'analisi sua promana sempre un'idea
chiara abbastanza da essere assai facilmente afferrata
da chicchessia.
In conclusione: l'Intelligenza concepisce, l'Amore
plasma, la Vita anima, dà il moto e lo alimenta nei
germi delle combinazioni future.
A taluno venne detto non appartenersi alla scienza
lo avventurare una definizione di Dio. A noi invece
parrebbe doversi affermare il contrario; e crediamo
che spetti allo scienziato, piuttosto che ad altri, il por
gere alle genti quella definizione di Dio che meglio
DIO 31

si attagli al complesso delle cognizioni positive del


l'epoca nostra.
Allora che una tale definizione trovisi per quanto
è possibile d'accordo con i dettati delle scienze speri
mentali ed esatte, non che con quelli delle filosofiche
e sociali, dalla numerosa schiera delle persone colte
sarà tenuta per vera. Esse invece aggiransi ora per
plesse nel dubbio, giacchè dall'idea inesatta e contrad
dittoria al dubbio non solo, ma alla negazione, trovano
troppo facile il passo.
E i più per mala ventura lo dànno. Da qui lo strano
malessere delle coscienze, giacchè l'uomo ha bisogno
di credere; ma di credere con cognizione di causa ed
appagamento sufficiente della ragione; e quando in
ciò non riesce, si adagia per il meno peggio in un
indifferentissimo espettante, che il più delle volte dura
tutta quanta la vita. Da qui le lotte, e i disordini
tutti nelle società civili, prive di quell'assetto defini
tivo che potrebbe acconciarle in una pace duratura e
feconda; tale da rendere più facile e spedito il loro
progredire nel bene.
I materialisti odierni, coloro che si acconciano una
maniera d'idolo nella combinazione delle facoltà della
forza, agenti sulla materia, deducendovi che ogni cosa
da esse provenga, pongono innanzi questa obiezione.
Come mai dicono, vuolsi che da noi credasi ad un
Ente che chiamasi Dio, quando non ci si potè mai
porgere una sola prova diretta della sua esistenza?
Delle induzioni, delle deduzioni da premesse arbitrarie;
e poi un affermare solenne quanto gratuito, sempre;
ma prove assolute, positive, dirette nessuna, mai. Per
intanto, proseguono, noi ce ne staremo sulla nega
zione finchè non ci si porgano più sicuri argomenti
a conferma di una tanta asserzione.
32 CAPO I.

Al che noi rispondiamo: e se queste prove maggiori


che domandate vi si potessero un giorno schierare
dinanzi, credereste allora? Non osiamo dare per essi
una formale risposta, essendoci noto quanto sia diffi
cile lo abdicare ai filosofemi di una teoria a grande
studio elaborata ed eretta a sistema; tanto più quando
in essa può adagiarsi lo spirito mezzanamente appa
gato, e lo dispensa dal ricercare, speculando, cause
superiori ed estra-naturali dei fenomeni che cadono
ogni giorno sott'occhio, o che si presentano imperiosi
alla mente e alla coscienza.
La materia, direbbero pur sempre i seguaci di quelle
dottrine, preesisteva in qualche modo; noi vediamo
gli effetti di una forza o di un complesso di forze che
si dovettero svolgere in essa spontaneamente, perchè
necessarie; per la qual cosa è probabile che l'universo
si sia di per se stesso costituito e ordinato: i maestri
ce ne assicurano nei loro libri, a qual pro adunque
spingere l'acume dell'intelletto più in là? una tale
ipotesi ci basta e ci lascia quieti.
A ciò non è possibile rispondere con breve discorso,
e noi non intendiamo addurre fuori tempo le ragioni
ed i fatti sui quali vengono a poggiare le nostre ar
gomentazioni in proposito. Sappiamo di esserci pro
posto un ben difficile compito, ma daremo opera a sod
disfarvi. -

Intanto vorremmo vedere rassicurati i buoni di ogni


parte o credenza, ed essere certi che non pigliassero
occasione di scandalo, o diffidassero nel vederci cor
rere una via nuova ed insolita nella esposizione e
nella ricerca delle prove del nostro tema.
Sì, questo della essenza e della esistenza di Dio è
il massimo dei problemi in cui l'umanità pone a buon
diritto il maggiore interesse. Dio è l'arca santa che
DIO 33

porta in sè i destini di tutto il creato: Dio è la stella


polare a cui l'umanità intiera deve tener fisso lo
sguardo per il sano svolgimento delle sue leggi morali
e civili. Dio è l'ambiente misterioso eppure inoppu
gnabile in cui siamo, ci muoviamo e viviamo. Da
Dio, come vedremo, ebbe principio e svolgimento ogni
cosa; in Dio si appunta quale a suo fine e scopo su
premo ogni essere, dall'atomo all'uomo; dall'uomo al
più splendido e al più ponderoso dei corpi celesti, per
quella fratellanza universale che tutti fra noi, e tutti
poscia uniti in lui ci lega.
Mettiamo in sodo, facciamo salva l'idea di Dio contro
i materialisti, i positivisti esclusivi, i così detti liberi
pensatori del nostri giorni che vorrebbero mostrarla
insussistente ed inutile.
La formola qualsiasi per cui si venisse a definire
la Divinità può essere, rispetto all'intiera umanità,
più oggetto di opinione che di coscienza, e può la
sciarsi ancora senza grave pericolo nel campo della
disputazione. L'essenziale sta nel saldo convincimento
della esistenza sua effettiva, attiva, efficace.
Il Flammarion nello stupendo suo libro Dio nella
natura, conforta gli apologisti moderni della esistenza
di Dio a combattere i materialisti colle stesse loro
armi, e cioè mediante l'insegnamento e le conclusioni
attuali della scienza, per risalire da queste a Dio,
datore delle leggi della Natura che, svolte ciascuna
nell'indole sua, e man mano scrutate e ordinate dai
dotti, vanno classificandosi in corpi di dottrina, in
rami fruttiferi e salutari dell'umano sapere: Ei sog
giunge: «Le dottrine a priori sono ormai fuori di luogo
e non vogliamo più valersene: in luogo di prendere
le mosse da Dio e scendere giù giù per trovare la
spiegazione delle cose create, ci sia scorta un metodo
34 CAPO I.

affatto opposto, e dall'esame della creazione risaliamo


al Creatore ».
E poco appresso, quasi in parte ricredendosi:
« Dal voler noi, per attenerci di preferenza alla
scienza sperimentale, adoperare in luogo dell'ipotesi i
risultamenti a posteriori dell'esame, non ne sorge la
conseguenza del dover chiudere gli occhi alla intelli
genza, alla saviezza, all'armonia che per l'osservazione
ci vengono rivelate. Ei sarebbe motivo plausibile per
ricusar fede ad ogni conclusione filosofica, e per ri
manerci a mezza via e non voler toccare di proposito
la meta ».
A noi però, con buona venia dell'illustre astronomo
e del valente scrittore di cose filosofico-naturali, giova
allontanarci alquanto dal metodo per lui suggerito.
A nostro credere non saranno mai soverchi i mezzi
che possono condurre alla dimostrazione dell'errore
ed all'assodamento della verità.
Se a lui giovò quello di cui si è valso, sia lecito
a noi portarne innanzi un altro, che diremo intermedio
fra il suo e quello da lui ripudiato.
Non muoveremo i passi da una pura e semplice
ipotesi, bensì da una premessa logica e di una verità
relativa evidente; e cioè dalla formola da noi proposta
intorno all'essenza della Divinità; e portiamo fiducia,
che deducendone da una in un'altra le conseguenze,
ci sarà dato di portare nella questione qualche luce
nuova e nuove ragioni di convincimento.
Diciamo però fin d'ora che per trovare Dio non è
da cercarlo col mezzo di pretti argomenti speculativi,
non tanto nemmeno nell'osservare con ammirazione
le sue opere e concluderne che se queste sono, Dio è.
No, i contraddittori del giorno d'oggi, in tanto lume
di scienza, non possono più accontentarsene. Sibbene,
DIO 35

è da cercarlo più e più nello investigare la ragione


primitiva ed intima della esistenza delle cose; il come
e la possibilità della loro esistenza; e ciò non nelle
cause così dette finali, ma in quelle dell'origine loro;
e dimostrare colla maggiore possibile evidenza come
non potrebbero provenire da altra causa od avere altra
origine che dalla Intelligenza, dall'Amore e dalla Vita,
che sono per noi la complessiva essenzialità di Dio.
Questo è cercare Dio in Dio, e non fuori di lui. Gli
esseri a lui esterni non furono sinora considerati che
quali contingenze, e queste potrebbero avere più ragioni
mediate di essere e quindi non la immediata di un Ente
sconosciuto, indeterminato ed astratto che non po
trebbe avere di per sè contatto colla materia di cui
tutti i corpi nell'universo sono costituiti.
Ma noi questa estraneità non l'ammettiamo in prin
cipio, vale a dire nell'origine, come il vedremo nel
capo seguente. La materia proviene da Dio, la forza
da Dio, le leggi che le governano da Dio. Gli enti
speciali e singoli pertanto sono contingenze; ma l'in
sieme dal quale staccate provengono è una emanazione
diretta della Divinità. I materialisti errano perchè
fermano l'attenzione a talune contingenze, abbenchè
non tutte materiali ma virtuali eziandio, e cioè alle
leggi della natura; ed è perciò che non trovano Dio.
Invece di studiare soltanto e analizzarne quelle con
tingenze, risalgono all'efficienza sovrana, al datore
delle leggi stesse, all'Autore e fonte di ogni cosa, e
si troveranno faccia a faccia con lui.
CAPO II.

L'ETERNITà e L'INFINITO – Come variamente conside


rati – Viaggio nello spazio sopra un raggio di luce – L'incom
mensurabilità nel tempo e nello spazio – Considerazioni e
calcoli.

- Lo afferrare un'idea esatta intorno all'essenza vera


di Dio, ed esprimerla acconciamente senza cadere in
errori grossolani e pericolosi, è ora impossibile al
l'uomo ed è quasi certo che nol potrà mai.
Egli è singolare però come vi sia un altro argomento
circa il quale, se così un si potesse esprimere, gli torna
ancora più malagevole il farsi un adeguato concetto;
e questo quello si è della Eternità; si consideri essa
anteriormente o posteriormente al punto in cui se ne
ragiona.
Invano, stimolando la fantasia, egli allarga quanto
più può l'orizzonte e ne allontana i confini; invano accu
mula cifre su cifre, e per non ismarrirsi affatto, va
ponendo tra via taluni termini, come di età, di ere,
di periodi geologici e astronomici rimotissimi, ai quali
prova risalire colla mente in una innumerevole suc
cessione di secoli. Ciò malgrado a nulla riesce: quella
meta ch'ei vorrebbe raggiungere pare ognora più dilun
garsi, poichè meta o limite a lui accessibile non esiste,
L'ETERNITÀ E L'INFINITO 37

nè in precedenza, nè in continuazione, ed è costretto


dopo sforzi inauditi a concludere, che un discreto con
cetto di quella idea non può capire nella sua mente,
e deve risolverla colla misteriosa e vaga parola sempre!
sempre!
L'idea vera e concreta dell'eternità, e possiamo ag
giungere anche quella della immensità, sono ambedue
meno comprensibili all'uomo di quella stessa di Dio.
Di una tale affermazione che a primo aspetto parrebbe
assurda, soccorre invece a comprova un'assai valida
ragione, la quale, abbenchè paia derivare da una certa
vena d'orgoglio, ha pure in sè un senso sufficiente di
ragionevolezza e di verità relative.
Parlando e pensando di Dio, l'uomo non può a meno
di sentire oscillare in sè un qualche cosa di analogo,
abbenchè in un grado incommensurabilmente minore;
e di provare un consenso misterioso ma soave che lo
avverte di cosa che, sia pure in tenuissima parte, pure
lo tocca.
L'uomo è dotato di una parcella d'intelligenza,
l'uomo sente l'amore, è un prodotto dell'amore, l'uomo
vive. Se si parli invece di eternità, d'immensità, d'in
finito, ogni punto sensibile di paragone assolutamente
gli sfugge. L'uomo in una parola, rispetto a Dio è pur
sempre qualche cosa; il tempo, lo spazio occupato dal
l'uomo, rispetto all'eternità, all'immensità è nulla o
come nulla.
L'uomo quando sia passato di questo mondo, soprav
vive col suo ente spirituale e aspira all'eternità; si mette
sulla via di un progresso infinito mirando a Dio; per
converso il tempo misurato dall'uomo è come l'atomo
di materia perduto, invisibile, irreperibile nella im
mensità delle universe cose.
3 – ZEcCHINI. Dio, l'Universo, ecc.
38 CAPO II.

L'uomo persiste eternamente nell'esistenza, quindi


nell'intelligenza, nel sentimento, nella passione e nella
vita; il tempo per converso va perduto nell'eternità e
non se ne trova più traccia.
L'idea di eternità è quella di cosa integra inscin
dibile; il momento attuale che mentalmente parrebbe
dividerla in due parti, cioè la precedente e la succes
siva, è come il punto matematico che virtualmente
esiste, materialmente però non ha corpo; è una vera
aStraZIOne.

L'idea di eternità perchè confusa e insolubile, si


affaccia alla mente dell'uomo poco meno imponente di
quella di Dio, per le relazioni immediate che fra loro
s'incontrano. Essa invero è la via di progresso inter
minabile per la quale l'uomo a lui può sempre avvi
cinarsi, abbenchè il raggiungerlo appieno gli sia im
possibile. Su di essa ogni individuo, e ogni ordine e
specie di esseri occupa il posto che le compete, e va
soggetto a quella forza anche inconsciente, che alla
fonte di ogni vita l'attrae.
Se l'eternità non fosse, nè di Dio quasi, nè del
procedere infinito delle universe cose potremmo ren
derci conto; avvegnachè c'incontreremmo in un punto
in cui l'opera di Dio dovrebbe rimanere imperfetta e
cessare, e c'imbatteremmo nel nulla. Assurdi questi
tanto evidenti da non doversi nemmeno confortare di
prova. L'eternità e l'infinito, come vedremo, sono stanza
e convenienze assolute di Dio; ed è mettendole in rela
zione con lui che da noi potrà intendersene alcun che.
Dessi adunque sono per necessaria conseguenza come
Dio è. L'eternità è la sublime speranza dell'uomo,
poichè a lui, essere fallibile e caduco, come potrebbe
balenare la lusinga di raggiungere l'infinito, il per
fetto, se gli fosse misurato il tempo?
L'ETERNITÀ E L'INFINITO - 39

Ma intorno a questo tanto essenziale argomento varie


corrono le opinioni, ed essenzialmente diversi sono i
punti di vista dai quali venne osservato.
I materialisti, come elemento morale e metafisico,
per nulla lo curano. La materia era, dicono, si accentrò
in corpi immensi, si plsamò poscia in organismi in
numerevoli, che con regolarità matematica quasi disfan
nosi, porgendo elementi di vita ad altri che loro suc
cedono: dura essa e procederà di tal passo finchè la
forza alla quale ubbidisce non venga ad esaurirsi; ma
anche questa, per non imbattersi in difficoltà insupe
rabili, suppongono eterna.
Gli astronomi, lasciata da banda l'idea di Dio, a
scanso di complicazioni, risalgono milioni di miliardi
di secoli, ricercando per via d'ipotesi l'origine e l'or
dinamento dei corpi celesti. Essi non vanno oltre, e
lasciano insoluti insieme con quello di Dio, i problemi
di eternità e d'immensità. Non badano, per la più
parte, molto al futuro, tenendosi paghi di esplorare per
quanto ad essi è possibile le contingenze vere e pos
sibili del passato, e quelle del presente.
I teologi per contro attengonsi all'opposto sistema.
Per essi Dio è eterno; ma poco o nulla attendono
a quanto potesse aver operato prima della creazione
del mondo, quale da Mosè viene esposta. Importante,
a loro giudizio, è ravvisare l'eternità nel futuro. L'uomo,
dicono, appena venne posto sulla terra peccava; e via
via per quel malanno originale tutti gli uomini pec
carono. Pochi furono nell'era prima i giusti: non molti,
per somma sciagura, quelli dell'era nuova. A quelli
e a questi sarà dato in premio il gaudio della eterna
visione di Dio in paradiso. Ma chi, morendo, porta
seco la macchia di una sola colpa grave, che dicono
mortale, va dannato senza remissione all'inferno per
40 capo II.

tutta quanta l'eternità. A questa sembra diano ben mag


giore importanza, e tanto, che pare si compiacciano
farne le più spaventevoli descrizioni. Uno fra loro, il
famoso Padre Bouhours, ne lasciò scritta la seguente
nel suo libro la Journée du Chrétien, e ne ricaviamo
soltanto ciò che più importa al nostro argomento; e
vale a dire una tal quale approssimativa immagine
dell'eternità (1).
« Allorquando un dannato, immerso nell'efficacis
simo fuoco dell'inferno, in compagnia dei più orrendi
e feroci demoni, che lo cruccieranno nei più squisiti
e barbari modi, senza posa o tregua possibile, avrà
versate tante lagrime quante ne abbisognerebbero per
riempirne tutti i fiumi e tutti i mari del mondo, posto
anche che egli non versasse che una sola lagrima in
un secolo, dopo tanti milioni e bilioni di secoli, sarà
come s'egli soltanto allora cominciasse a soffrire quelli
atrocissimi tormenti: gli sarà d'uopo ripigliare da capo,
quasichè nulla ancora avesse sofferto e come se un solo
minuto di tempo fosse per lui trascorso. Quando poi
avrà ricominciato questa enorme serie di milioni e
bilioni di secoli, ripetendola tante volte quanti sono i
granelli di sabbia sulle rive dei mari, quanti sono gli
atomi di polvere che svolazzano per l'aria e le foglie
che vedonsi nelle foreste, tuttò ciò sarà ancora un non

(1) Chi mostrasse desiderio di saperne più in là po


trebbe leggere L'Enfer di Augusto Callet, l vol. in-16°,
Parigi 1861, per Michel Levy frères. Ivi è considerato con
sano criterio e retta filosofia il gravissimo argomento in
tutte le sue parti. E poichè ci si porge il destro, vogliamo
rammentare che, trentaquattro o trentacinque anni sono,
abbiamo letto nelle appendici della Presse un assai esteso
racconto fantastico intitolato L'Enfer, che per la parte
immaginativa e il colorito dello stile era assai attraente:
non sappiamo se sia mai stato ristampato a volume.
L'ETERNITÀ E L'INFINITO 4l

nulla, sempre e poi sempre ei si troverà da capo per


ricominciare i suoi patimenti ».
Non crediamo, per vero dire, il caso di qui fare
commenti, non foss'altro per rispetto della umana co
scienza la quale a buon diritto sente ripugnanza per
cotali pazze enormità. Torneremo sul proposito a suo
luogo e vedremo di quali fatali conseguenze siano esse
state cagione.
Dio, diremo soltanto, non può essere offeso dall'Uomo,
l'Uomo non può offendere Dio, senza fare di quello un
uomo, o di questo un Dio: assurdo che invoca l'assurdo.
Dio verità e giustizia matematica per eccellenza, non
può non tener conto di quella universale legge di pro
porzione che governa tutto il creato.
Divertiamo pertanto gli sguardi da quell'abisso or
rendo, e volgiamoli al Cielo. Quivi il pensiero e la
coscienza sentonsi rapiti in una sfera veramente pura
e serena. Qui il succedersi delle miriadi di secoli non
isgomenta: l'idea di Dio ingrandisce e si abbella, pe
netra il cuore dell'uomo di caldo amore e di riverenza
profonda per l'Autore di tante meraviglie. E per questa
via meglio ci accostiamo al tema nostro, cui per poco
non badammo più che per incidenza. Porgiamo quindi
al lettore la descrizione di un

Viaggio nello spazio sopra un raggio di luce.


Ma affinchè il suo pensiero possa tener dietro e in
tendere la singolare storia che qui verrà esposta, è
d'uopo premettere che il Flammarion, dal quale è rica
vata (1), dà per provato, o sottinteso, che la Terra
come ogni altro corpo celeste, lasci continuamente di
sè una certa imagine fotografica nella luce ambiente
(1) Récit de l'Infini – Paris, Didier 1873, l vol. in-16°.
42 CAPO II.

da lei emanata o riflessa, e che queste imagini suc


cessive permangano eternamente nello spazio, e quindi
sarebbero ognora presenti all'occhio di chi fosse in una
posizione atta a poterle osservare; e singolarmente, ei
soggiunge, dinanzi agli occhi di Dio.
Se così è, prosegue egli, man mano che uno spi
rito si allontanasse dalla Terra, vedrebbe imagini
ad ogni momento più antiche di ciò che essa fu; ma
affinchè questa cosa potesse accadere sarebbe neces
sario che lo spirito o il pensiero di quello spirito si
allontanasse dalla Terra con una velocità alquanto mag
giore di quella della luce, giacchè s'egli se ne sco
stasse con una velocità uguale, avrebbe ognora presente
l'imagine dello stato in cui lasciava la Terra al mo
mento in cui se ne dipartiva; che se egli corresse con
una velocità minore le imagini man mano succes
sive gli passerebbero dinanzi agli occhi con tale una
prestezza che nemmeno potrebbe osservarle, e sareb
bero quindi per lui come non avvenute.
Fermiamo adunque bene in mente, che per tener die
tro alla singolare ma pur bella ipotesi, è d'uopo che
lo spirito il quale intende viaggiare progressivamente
nelle età della Terra, partendo dalle più prossime, per
giungere alle più remote, e cioè per noi, abitanti di
questo pianeta, all'inizio dei secoli e fino al punto
in cui la materia cosmica che lo doveva comporre
staccossi dalla nebulosa dalla quale sarebbe stato ori
ginato l'insieme del nostro sistema planetario, deve
correre, come già avvertimmo, con una velocità al
quanto superiore a quella della luce; tenendosi però
sempre in quel raggio che riflette progressivamente le
imagini successive che dalla Terra si dipartono.
Ciò premesso, imbarchiamoci in quello splendidis
simo e velocissimo veicolo, e seguiamo attenti il nostro
L'ETERNITÀ E L'INFINITO 43

autore nel viaggio singolare retrospettivo al quale ci


invita. – Egli, Il Lumen di Flammarion, essendo fran
cese, dà principio al suo maraviglioso racconto dalla
battaglia di Waterloo; menziona poscia quella delle
Piramidi e risale a Luigi XV, a Voltaire, e tosto dopo
a Luigi XIV. – Avvisa poscia Richelieu con il XIII
Luigi, e quindi Carlo V e Francesco I in lotta fra loro.
Scorge Luigi XI sopra un terrazzo della Bastiglia.
Viene appresso, sempre risalendo verso tempi ante
riori, Giovanna d'Arco e Federico Barbarossa, e Gof
fredo di Buglione, San Luigi, Carlo Magno, Carlo Mar
tello e ultimo Faramondo. Si fa innanzi Roma e i suoi
Cesari, la sua Repubblica, i suoi Re, e i primi abi
tatori dell'Italia e di Grecia. Presentansi quindi a suoi
sguardi, in cotesto rapido turbinìo di cose, le grandi
Monarchie asiatiche; la Giudea, l'Egitto con i suoi
sacerdoti iniziati nei più reconditi misteri; la Caldea,
l'India e la Cina.
Ma dopo di avere qui delineato in iscorcio quanto
egli dice intorno alle età storiche del nostro globo,
crediamo ben fatto lasciarlo parlare egli stesso col rife
rire testualmente quanto ne dice:
« Nella Gallia non scorgevansi più che vaste foreste
e melmose paludi; non più traccia di Druidi; gli scarsi
ospiti di quei luoghi avevano sembianza di selvaggi,
poco o nulla dissimili da quelli che vivono anche oggi
dispersi nel centro dell'Oceania. Vera età della pietra
di cui gli archeologi moderni vanno disotterrando e
raccogliendo le memorie, e i materiali avanzi.
« Da lì a qualche tempo quello già scarso numero
di miserabili esseri umani diradavasi, e la terra era
come a dire signoreggiata da una razza di grandi scim
mie, dall'orso delle caverne, dal leone, dalla jena e
dal rinoceronte.
º
44 , CAPO II.

« Venne poscia un momento in cui non solamente


ogni vestigio d'uomo era smarrito, ma bensì di ogni
altra animalità nelle specie da noi conosciute e abi
tanti la superficie solida del globo. Ogni cosa di forme
note era scomparsa. I terremoti, i vulcani, i diluvi
riducevano ad un caos informe ogni cosa.
« Calmata, non saprei come, una così fatta serie di
cataclismi, vidi comparire tra quelle orrende anfrat
tuosità, animali di mole e di forme mostruose, e questi
combattersi e dilaniarsi a vicenda sulle rive di vasti
mari. Eranvi serpenti giganteschi muniti di zampe for
midabili; cocodrilli volanti sorretti da ali membranose
più lunghe dei loro corpi; pesci diformi e spavente
voli che avrebbero fatto un solo boccone di un intero
bue; uccelli da preda smisurati, combattenti spietata
mente tra loro nell'aria.
« Vedevansi intieri continenti coperti di vaste foreste;
alberi giganteschi dalle foglie enormi vi crescevano
e cadevano di vetustà gli uni frammisti cogli altri:
questa maniera di vegetali era di forme e di colori
severi, e anzi infondenti tristezza poichè non produ
cevano nè fiori nè frutti.
« Le montagne eruttavano torrenti di fiamme, i
fiumi cadevano per ampie cateratte; il suolo aprivasi
qua e colà in voragini profonde nelle quali pareva da
quando a quando si sprofondassero le colline, gli al
beri e ogni altra cosa si trovasse in quelle circostanze.
« Da lì a non so quanto tempo mi fu eziandio im
possibile scernere la superficie stessa del globo. Un
oceano universale verdastro parve ricoprire ogni cosa,
e non scorgevasi altra luce se non se quella dei lampi
che guizzavano in direzioni varie, e qualche ammasso
di fumo biancastro.
« Parvemi in seguito che piovesse contemporanea
L'ETERNITÀ E L'INFINITO 45

mente sopra tutta intiera la sua superficie, imperciocchè


il sole più non rischiarava con fioca luce che nuvole
immense e torrenti di pioggia.
« Però l'emisfero che stava dall'opposta parte del
sole sembravami meno oscuro dell'altro, e taluni
sprazzi d'incerta luce scorgevansi fra gli spaventevoli
scrosci di quel mondo in dissoluzione.
« Questi chiarori andavano dilatandosi e rafforzan
dosi talchè la sfera terrestre ne rimase intieramente
compresa. Immense e profondissime voragini mostra
vansi rosse come ferro infuocato; e come il ferro posto
nell'ardente fucina trasmutasi da rosso in rosso chiaro,
quindi in ranciato, poi in giallo e finalmente si fa
bianco incandescente; per lo stesso procedimento il
globo vestì le tinte diverse del progressivo riscalda
mento. Il suo volume grandemente si accrebbe, ma
il moto di rotazione andavane progressivamente sce
mando. Mi apparve infine siccome una sfera immensa
di metallo in fusione, circondato tutto quanto di vapori
metallici.
« Per l'azione continua di questo intimo incommen
surabile calore, e dei contrasti di cotesta chimica sin
golare fra i suoi elementi, ei dilatossi in proporzioni
enormi, e la sua sfera incandescente parve diventata
come una massa vaporosa: andava crescendo continua
mente, e nulla era più in lui della forma sua primi
tiva, perduta avendo la propria personalità.
« Il sole che per quella lunga successione di secoli
o di migliaia di secoli lo aveva rischiarato, non era
punto più risplendente di lui, e ampliando anch'esso
la sua circonferenza, capii come la sfera vaporosa in
cui erasi ridotta la Terra, sarebbe tosto andata a con
fondersi in quella tanto più vasta del Sole ».
E qui fa punto il nostro autore nel suo racconto
46 CAPO II,

semi-fantastico, ma pure intrinsecamente vero, della


storia del nostro pianeta fatta a ritroso. Accennate a
larghi tratti le epoche storiche, principiando da avve
nimenti quasi a noi contemporanei: toccate anche
molto più brevemente le epoche dette geologiche, ci
mostra come ultimo episodio, che meglio dovrebbe
dirsi primo, la materia di cui la Terra era composta,
sconnessa e sciolta per l'incalcolabile calore ne'suoi
primordiali elementi, e riassorbita dalla massa tanto
immensamente maggiore del sole, o dalla nebulosa
dalla quale tutto il nostro sistema planetario ebbe
origine.
E ora, tornando per un istante al nostro argomento,
rifaciamoci ai calcoli. Ognun sa come ciascuna delle
sei, sette o più età geologiche del nostro globo siano
periodi certo non minori di 250 a 400 o 500 mila
anni, i quali sommati insieme ce ne dànno approssi
mativamente quattro o cinque milioni (1).
Ma ciò è ben poca cosa a paragone dello spazio di
tempo occupato dall'età che diremo cosmica; quella
cioè in cui la materia quasi vaporosa, che doveva
condensarsi e concretarsi per via di processi chimico
fisici, che forse ci rimarranno sempre ignoti, e che
resa finalmente compatta, doveva formare il globo da
noi abitato. Non andremmo forse lontani dal vero se

(1) Se si tien dietro a calcoli di altri geologi di più


fresca data e di più recenti studi, si vedrà quanto i nostri
siano, al paragone moderati. Bischof dice: « La forma
zione del solo terreno litantracico non ha richiesto meno
di 1,004,177 anni (secondo Chevandier 672,788), e 350,000 il
terreno terziario che ha lo spessore di circa mille piedi;
occorsero poscia, secondo il nostro còmputo, 350,000
anni affinchè la Terra potesse ridursi dal suo stato incan
descente, e cioè dalla temperatura di 2000 gradi allo stato
presso a poco solido di gradi 200 m. -
L'ETERNITÀ E L'INFINITO 47

ragguagliassimo a cento miliardi di anni il lasso di


tempo a tal uopo necessario. Ma ciò stesso sarà ben
poca cosa in confronto di quello immensamente mag
giore occorso, perchè dalla massa di materia cosmica,
e cioè dalla speciale nebulosa, che diremo nostra, si
staccassero via via nel suo moto di rotazione le parti
che avrebbero poscia formati i singoli pianeti, i loro
satelliti e il sole stesso; e vale a dire tutto quanto il
nostro sistema planetario.
Ognun sa che il sole vale quanto 1,372,000 globi
terrestri; ma onde porgere un'idea più perspicua della
circonferenza di quel sovrano del nostro sistema ba
sterà questa breve considerazione. -

La luna dista da noi 60 volte il raggio, ossia semi


diametro terrestre: ora se per un momento si potesse
supporre posto il nostro globo nel centro del sole,
l'orbita lunare non solo rimarrebbe immersa nella
immensa sfera solare; ma per uscirne fuori dovrebbonsi
correre ancora una distesa di 48 raggi terrestri. Il
centro del sole adunque dista dalla sua superficie quanto
importano 108 raggi o semidiametri terrestri.
Il semidiametro del sole è in cifre intiere di 690,000
chilometri, il suo diametro per conseguenza ne è di
1,380,000 e la sua circonferenza, che ragguaglia appros
simativamente il triplo del diametro, sarà di 4,340,000:
il suo volume poi è tale da doversi rappresentare con
la non indifferente filatessa di cifre qui sotto segnata
1,374,300,000,000,000,000 di chilometri cubi. Posti
questi dati, non sarà andar troppo lontani dal vero
il dire che una tanto sterminata massa di materia,
diluita e sparsa in uno spazio che a prima giunta ci
parrebbe interminabile, abbia dovuto durare più e più
centinaia di miliardi di anni per conglomerarsi nella
sua forma e stato attuale, abbenchè per una gran parte
48 CAPO II.

trovisi ancora in istato di fusione, meno forse un nucleo


centrale, secondo l'opinione di taluni astronomi e
fisici: e se così fosse ci saremmo già inoltrati per un
ben lungo spazio in quella interminabile via che noi
per ora a maggior chiarezza domanderemmo incommen
surabilità ascendente, e cioè che concerne il passato.
Ma tutto ciò è un nulla.
Il nostro sole insieme con tutto il suo sistema di
pianeti, satelliti e comete, riesce affogato quasi e per
duto come una imponderabile festuca nella pressochè
inconcepibile estensione della via Lattea. Questa conta
nella vastissima sua provincia dell'impero celeste, un
mondo siderale di 18 milioni di stelle o soli, equiva
valenti ognuno di essi più o meno al nostro. Esso vi
è segnato dagli astronomi più riputati come una stella
di seconda o di terza grandezza, e puossi quindi con
siderare, senza tema di andar errati, come fra i mez
zani in volume, intensità e splendore.
Ma se così è, pur valutando approssimativamente
la quantità di materia già prima agglomerata in
una inconcepibilmente grande nebulosa, abbenchè ora
sia divisa in tanti e distinti corpi celesti, dovreb
besi moltiplicare la cifra più sopra segnata di chilo
metri cubi 1,374,300,000,000,000,000, di cui vedemmo
constare il nostro sole per 18,000,000, e ne risulterebbe
una cifra tanto più sorprendente e sterminata da non
poter essere descritta che con centinaia di cifre poste
in fila. Ora chi saprebbe mai calcolare il tempo oc
corso affinchè da quell'abisso inesplorabile di materia
primitiva potessero strigarsi e ristringersi in indivi
dualità propria quei 18 milioni di soli?
Ma qui conviene far sosta, poichè se ci ponessimo
a considerare quanti altri milioni di corpi celesti si
computano nei vari gruppi stellari che hanno loro
L'ETERNITÀ E L'INFINITO 49

stanza fuori della via lattea ; se soggiungessimo che


essa non è che una fra le molte nebulose, forse tanto
estese quanto questa appunto in cui ci troviamo involti,
l'imaginazione e la mente più robuste ne rimarreb
bero sopraffatte e vi si smarrirebbero completamente.
Fermiamoci adunque, e in astratto consideriamo soltanto
quante miriadi di milioni di secoli avranno dovuto
scorrere prima che tutta la sottile e diffusa materia
cosmica di cui tanti milioni di corpi celesti sono com
posti si fosse primamente divisa in particolari masse,
generatrici poscia di ciascun sistema; e quindi in cia
scuno di quei corpi secondari suddivisa e conso
lidata ! ! !
Dal fin qui detto emerge come nel cercare di for
marci un qualche criterio della eternità o incommen
surabilità nel tempo e nello spazio, abbenchè intorno
a questo secondo poco o nulla abbiam detto; ci siam
trovati in faccia di una terza, quella cioè della
materia.
In quanto a quella dello spazio, affinchè non paia
averla noi mandata in dimenticanza, basta accennare
cosa che ognuno il quale abbia una qualche no
zione di fisica già conosce e vale a dire la velocità
della luce. Essa corre 77,000 leghe in un minuto se
condo, e in 8 minuti e 17 secondi viene dal Sole alla
Terra: ma i più potenti telescopi finora conosciuti ci
hanno rivelato l'esistenza di talune nebulose, nascoste
diremmo così nelle più profonde plaghe del Cielo.
Quella che porta il Nº 75 nel catalogo di Messier, è
posta a tale distanza da noi che i raggi di luce che
se ne dipartono debbono correre per ben 750,000 anni
prima di giungere alla Terra.
Per conoscere a quale distanza quella nebulosa sia
posta da noi, dovrebbesi fare il seguente calcolo che
50 CAPO II.

niuno, sia pure valente aritmetico e coraggioso, vorrà


mai imprendere.
Ridurre cioè a minuti secondi i 750,000 anni sopra
detti, e quindi moltiplicarne il prodotto per 77,000 e
se ne vedrebbe forse il totale in molti centilioni di
leghe di distanza. Ma facciamo punto per non ispro
fondare il lume dell'intelletto in questi abissi.
Questi tre infiniti, o a meglio dire, queste tre in
commensurabilità di tempo, di spazio e di materia ci
si fanno innanzi quale occasione di una serie di quesiti
della massima importanza e quasi diremmo insolubili.
Chi oserebbe, ad esempio, asserire che il tempo ebbe
o non ebbe un principio, e che avrà o non avrà una
fine? Chi ardirà asseverare che la materia era o non era
prima dello spazio? se la sua entità complessiva ha o
non ha limiti? da chi, da dove e come ebbe origine, e
a quale stadio trovisi della sua esistenza?
Chi potrà dire in modo assoluto: lo spazio era o non
era prima della materia? o furono o non furono creati
contemporaneamente: o il fu uno prima dell'altra o
viceversa?
Queste tre incommensurabilità di tempo, di spazio e
di materia sono i tre modi nei quali venne a decom
porsi, per adattarsi ad una tal quale comprensibilità,
ciò che addomandiamo eternità, e infinito; ma ognuno
di essi è alla nostra mente incomprensibile.
Nelle prime pagine di questo capitolo avevamo asse
rito che a chiarirne in qualche maniera l'idea, sarebbe
stato conveniente annetterla a quella di Dio, che riesce
in certa guisa per la nostra mente alquanto più acces
sibile.
Ed ecco che, più fortunati del Laplace, l'idea di Dio
ci soccorre spontanea e necessaria fin dal principio del
nostro lavoro. A lui nella sua maravigliosa dimostra
L'ETERNITÀ E L'INFINITO 51

zione della meccanica celeste bastò forse l'intervento


delle forze fisiche e delle leggi naturali per dimostrare
l'ordine e l'armonia perfetta di quanto nell'universo
esiste: non credette probabilmente necessario al suo
assunto di ricercare le cagioni e l'origine di queste forze
e di queste leggi, di risalire al loro autore, cioè a Dio.
Ciò in vece intendiamo far noi, tanto lontani in sapere
da quel valentissimo, ma inspirati dal desiderio di tro
vare una ragione superiore delle cose, la quale valga
ad appagare la nostra brama d'indagare e di venire in
cognizione del vero. -

Se osserviamo col telescopio l'ammirando spettacolo


dell'Universo; se scoperte le leggi stupende che fino
dall'inizio lo reggono; se vediamo l'ordine ineffabile in
cui ogni cosa, dalle maggiori alle quasi impercettibili,
si svolge ognuna nella sua essenza propria, e nelle sue
relazioni colle altre, non possiamo a meno di rimanere
ammirati ed esclamare; quanto mai ordinatamente tutto
procede in questa macchina immensa!
Ora non sappiamo concepire come da taluno si possa
dire: date le leggi, data la materia, dato lo spazio in
cui essa si muove, dato il tempo senza limiti, per lo
svolgimento dell'azione delle prime, di nulla più si
ha bisogno: quale necessità pertanto di un intervento
estraneo, quale necessità di una mano superiore: per
avvivare il moto forse? ma non sono eterne, soggiun
gono, queste leggi? non hanno operato fin qui? perchè
non dureranno nella loro opera eternamente?
Ma di grazia, chi ha date queste leggi? chi ha creato
quella materia sulla quale operano, chi ha assegnato lo
spazio in cui si muovono? chi ha sciolte le ali del
tempo e gli ha detto tu durerai finchè la materia abbia
compiuto l'immensurabile suo ciclo? L'autore di tutti
questi portenti è Dio, quell'Ente cioè, che questa im
52 CAPO II,

mensurabilità abbraccia, perchè esso solo è eterno ed


infinito.
In quanto a noi così crediamo debba essere, e non
può farsi che altrimenti sia, come speriamo dimostrarlo
ad evidenza nel procedere dell'opera nostra, venendo a
provare non potere essere altrimenti.
CAPO III.

LA MATERIA – Sua genesi; proprietà virtuali ingenite pro


duttive del suo organamento – Come e perchè ne fu dotata e
quando – L'Universo non potè costituirsi per le sole entità
dette Forza e Materia – Necessità assoluta di un terzo su
premo elemento, e cioè l'Intelligenza – L'etere, sua natura e
condizione primitiva e attuale.

Non vi è ormai più nessuno, nemmeno fra i cattolici


più ossequenti, che osi affermare essersi la Creazione
dell'Universo fatta e compiuta nello spazio di sei giorni
Il cardinale Wiseman, arcivescovo di Westminster,
-
vedendo come dalle allora recenti nuove investigazioni
della geologia, avrebbe potuto derivare intoppo alla fede,
poichè veniva ad infirmarsene in una parte essen
ziale l'autorità della leggenda mosaica, imprese il non
lieve còmpito di conciliare le scoperte della scienza coi
dettati della Bibbia, nelle sue Letture sulle relazioni
tra la scienza e la religione rivelata, e scese a con
cedere che le sei giornate in cui dicevasi perfinita la
creazione erano altrettante epoche, durate ognuna un
più o meno lungo corso di secoli. Di questo modo riuscì
a fare tranquille le coscienze dei fedeli i quali, per altra
4 – ZEcCHINI. Dio, l'Universo, ecc.
54 - CAPO III.

parte, non potevano chiudere gli occhi e negare le in


cessanti accertazioni della geologia, della paleontologia
e delle altre discipline che le puntellano.
Ma tanto il Wiseman quanto coloro che ne seguirono
le orme, non ispinsero gli sguardi molto al di là dello
scopo che avevano preso di mira. I critici per altro si
compiacquero nel vedere intanto che la scienza aveva
portato sulla precedente immobilità di certe opinioni una
non lieve vittoria.
Noi però che ci siamo proposti uno scopo di ben mag
giore importanza, intendiamo portare assai più innanzi
le nostre investigazioni. Molti altri conquisti già fece da
lì in poi ed altri deve fare ancora sopra antichi e nuovi
errori la scienza nel campo delle idee positive, specu
lative e morali: ad essa è aperta ognora la via a pro
gredire, finchè non giunga a toccare la verità assoluta,
se pure il potrà mai. - -

L'idea che i mondi potessero essere fatti di getto, pro


veniva da un concetto falso o almeno esagerato della
onnipotenza, messa a confronto della pochezza umana.
L'onnipotenza medesima non può infrangere i termini
della giustizia, le norme della logica, nè contraddire
alle verità aritmetiche e matematiche e fare che tali
non siano; nè deve opporsi o contrastare all'ordine e
allo sviluppo normale delle cose secondo la loro natura.
Ora un potere che incontra tante impossibilità, abben
chè legittime, non può dirsi onnipotente nel senso che
suona volgarmente la parola.
Per altra parte, ragioni di un ordine diverso bensì,
ma di ugual peso, ci convincono essere impossibile che
l'universo nel suo comporsi e ordinarsi sia stato all'in
tutto il portato delle combinazioni della Forza colla
Materia, lasciate senza norme e leggi in balìa di loro
SteSSe.
LA MATERIA 55

Questa teoria non regge, è incompleta e così come è


enunziata, non ha fondamento nel vero, e neppure nel
l'ipotesi. – Vediamolo. – La Forza e la Materia, abban
donate alle possibilità dalla intima loro natura, avreb
bero prodotto e fatto perpetuo il Caos che dagli antichi
dicevasi preesistente ad ogni forma o cosa distinta.
A noi par logico imaginare per prima cosa la Materia e
in secondo luogo la Forza, poichè questa assolutamente,
come già vedemmo, non potrebbe stare da sè. Ma la
Materia è di sua natura inerte, e pertanto rimarrebbesi
ognora in istato di quiescenza, se da questo non venisse
distratta da qualche cagione sufficiente.
Ma a ciò fare sopraggiunge, nell'ipotesi in discorso,
la Forza, che dev'esser immane e smisurata se ha
da trovarsi in proporzione colla massa incommensura
bile sulla quale deve operare agitandola.
Dallo incontro di questi due principii, attivissimo e
impetuoso uno, inerte l'altro, dovrebbe risultare o un
cozzo orrendo, indescrivibile, un tramestìo incomposto
e sterile in tutta la massa della materia cosmica che
riempie lo spazio; ovvero la Forza stessa, per potente
che la si voglia imaginare, verrebbe a lungo andare
attutita, neutralizzata e alla fine ridotta al nulla, rima
nendo assorbita e perduta nella massa sterminata
inerte della materia, a cagione della sua costante e pas
siva resistenza: tutto quindi pare dovrebbe ripiombare
nella calma sonnolenta o mortale di prima.
Per quanto è brevemente qui detto, la nostra ragione
non può rimanersi appagata a cotesta troppo semplice e
incerta formola di Forza e Materia. Da una forza bru
tale che agisca inconsciamente sopra una materia inerte
non può sorgere ordine veruno, non è possibile che si
concretino forme regolari o derivino relazioni armoni
che fra parti e parti. A quei due fattori o sfattori (poi
56 CAPO III,

chè l'inerzia consuma inutilmente la forza) ciechi, in


conscii, attivo uno, passivo l'altro, è, a nostro avviso,
di tutta necessità se ne inframmetta un terzo correttivo e
regolatore; e questo altro non può essere che l'Intelli
genza. Tosto che essa appaia, tutto si regolarizza, si or
dina; il lavoro è proficuo, il moto ubbidisce a leggi mo
deratrici. La Forza opera e non sovverte, la Materia si
elabora convenientemente, si agglomera in dati modi e
punti; si divide in parti e assume forme regolari per la
successiva costituzione de grandi corpi celesti: creansi
per lo sgombro progressivo della materia cosmica, che
invadeva quelle plaghe, gli spazii ove quelli dovranno
poscia spiegare la loro azione; all'inerzia primitiva,
al caos disordinato e tempestoso tien dietro il lavoro
costante e sempre logico, che dà per ultimo risultato
le maraviglie dell'universo. E per noi, come avvertimmo
nel primo capitolo, l'Intelligenza è Dio o una essen
zialità di Dio.
Ma non affrettiamo nell'argomentazione: tante e più
cose ci rimangono a dire, e tutte, nutriamo speranza,
verranno a loro luogo. -

Qui però i fautori di quella dottrina si affrettano a


dichiarare, che la forza di che intendono parlare non
è cosa incomposta, violenta e quasi brutale. In prin
cipio, soggiungono, agisce sviluppando le virtù chimi
che alla materia inerenti, aggregando, modificando,
combinando, condensando: man mano poi che l'opera
progredisce, e più quando è per un certo aspetto com
piuta, forze e virtù maggiori si sviluppano, e senza
cessare perfezionando anzi l'elaborazione chimica pri
mitiva, sorgono a loro volta al momento voluto, e strin
gonsi le relazioni fisiche fra corpo e corpo; si sprigiona
la luce, emerge il calorico, guizzano fuori l'elettricità
e il magnetismo: in una parola, concludono, i grandi
LA MATERIA 57

elementi della natura mettonsi in azione; tutto si attrae,


si risospinge, si bilancia, si coordina e muove secondo
le distanze, i tempi e le masse; e il sistema univer
sale funge con perfezione mirabile e inalterata.
Ben ragionato invero, osserveremo noi: se in luogo
di una forza brutale e cieca se ne presuppone una
intelligente e che operi a seconda di certe norme
e in virtù di taluni principii, è chiaro che i processi
cosmici si svilupperanno nell'ordine presupposto. Ma
l'intelligenza e l'andamento logico non sono caratteri
della semplice forza: questi vocaboli hanno ciascuno
un senso loro proprio e uno dall'altro ben diverso e
sovente contrario. Concretando, è da dirsi che se la forza
agisce secondo intelligenza, questa facoltà, non essendo
minimamente intrinseca alla sua natura, le viene da
un potere estrnaeo e superiore; e allora non sarebbe
più la forza da loro escogitata.
Ma non basta: le leggi e le intime ragioni per cui
la materia si commuove nei modi e nell'ordine voluto,
non sarebbero per avventura in essa insiti e come a
dire infuse nel momento in cui venne creata? Se così
fu, e se la materia viene da Dio, e più in là vedremo
ciò esser vero, essa non poteva essere un ente inerte e
inattivo. Ma in questo caso la forza, come agente spe
ciale, distinto e per se stessa esistente, come il vorreb
bero, non sarebbe più tale e non dovrebbesi conse
guentemente più considerare come uno dei due cardini
di quel sistema, come uno dei fattori necessarii delle
universe cose; ma una accidentalità, una contingenza
della materia. Ad un solo fattore o principio soltanto,
e cioè la materia, giacchè l'altro verrebbe ad elimi
narsi, sarebbe ridotta la loro dottrina; ed è evidente
che, priva dell'altro punto che faccia contrasto, uno solo,
da per sè, non avrebbe più modo di reggersi e di agire.
58 CAPO III,

Ciò avvertimmo ora quasi a forma d'ipotesi (1), ma


siccome occorrerà di riparlarne; ci convien ritornare
all'attuale argomentazione.
Che è la materia?
Quando fuº
Come fu 2
Ebbe un'origine, e quale?
Poteva non averla, ed essere eterna di per sè?
Le risposte a tali quesiti emergeranno man mano
dall'esposizione delle nostre idee.
Intanto molti fisici valentissimi opinano che la ma
teria primitiva o cosmica fosse l'etere. Noi però non
possiamo concordare in questa opinione e ne addurremo
or ora lè ragioni.
Eulero supponeva che l'etere fosse 39 milioni di
volte più tenue, e 1278 più elastico dell'aria atmosfe
rica. Il Babinet, astronomo e fisico riputatissimo con
temporaneo nostro, scrisse essere l'etere un corpo sì
fino e sottile che la sua densità in relazione con quella
dell'aria, non potrebbe esprimersi che mediante una
frazione che avesse per divisore l e per dividendo un
numero composto di 120 cifre. L'etere del Babinet sa
rebbe adunque di una tenuità immensamente più sot
tile di quella supposta da Eulero; e tale da mettere in
forse il lettore, malgrado l'autorità non contesa di chi
esponeva quella cifra stravagante, sulla verità di quei
calcoli. E il dubbio potrebbe venire convalidato da
(1) È cosa singolare che quando venimmo a scrivere
uno dei susseguenti capitoli, là dove trattiamo della Vita
e della sua circolazione nella Materia, c'imbattemmo in
altri scrittori, e singolarmente nel Du-Bois Reymond,
ultra materialista, se così si potesse dire, il quale con
ferma questa nostra intuizione. Ne maravigliammo, per
chè in bocca sua pareva accennare ad un Nullismo in
concepibile. Vedasi ciò che ne abbiam detto a suo luogo.
º

LA MATERIA 59

altra asserzione dello stesso autore, là dove dice che


l'etere sarebbe la materia di cui, a suo avviso, son
composte le comete.
Ma se questi corpi celesti fossero composti di etere,
siccome nell'etere stesso compiono le loro rivoluzioni
in orbite di migliaia e migliaia di miliardi di leghe,
non si arriverebbe ad intendere come in esso non si
smarrissero e dileguassero; e anzi nemmeno per quale
arcano processo potessero mai combinarsi e assumere
una forma, un corpo loro proprio.
Se vi ha cosa costante sul creato, certamente dev'es
sere il grado di temperatura dell'incommensurabile
spazio ove l'etere, per così esprimerci, ha sua stanza;
o a meglio dire, la temperatura dell'etere dev'essere
uniforme, ragione volendo che un'entità costante e
fissa trovisi nell'universo ove ogni altra cosa è mobile
e varia (1). E notisi a questo proposito, che i punti ove
splendono e irradiano calore i soli innumerevoli, sono
quasi punti impercettibili nella sterminata immensità
dello spazio. Le comete adunque non potrebbero consi
derarsi nei cieli ciò che è il gulfstream e altre grandi
correnti nell'oceano, prodotte queste dalla diversità
grande di temperatura che passa tra le regioni polari e
l'equatore; giacchè negli spazii eterei queste differenze
non esistono, o sono per intensità ed estensioni sì mi
nime, che è come non fossero. Ciò posto, non essendo
ragione alcuna sufficiente da farci supporre che le cor
renti di atomi che formano le comete possano tenersi
distinte dalla massa in cui trovansi involte, a cagione
della diversità di temperatura, e singolarmente quando
sono a distanze enormi dal sole, è da conchiudere che
(1) Vedremo più in là quale, a nostro credere, sia la
massima importanza dell'Etere nel sistema dell'Universo.
-
(30 CAPO III.

la materia di cui sono composte non è l'etere quale ora


esiste e come è considerato dai fisici.
E valga il vero: se l'etere nel suo stato attuale corri
spondesse veramente, od anche soltanto in parte alle
proporzioni segnate dal Babinet, dall'Eulero o da altri,
non potrebb'essere mai dell'identica composizione o na
tura di quello, o di quella qualunque materia primitiva
o cosmica, preesistente o creata, come è nostra opinione,
all'inizio dei tempi.
Se l'etere, il che non pare dubbio, era e di sè riem
piva lo intiero spazio, teneva necessariamente entro
di sè in dissoluzione e sospesa tutta quanta la ma
teria, ora più o meno addensata e fatta solida, di che
sono composti gl'innumerevoli astri. Essa, sottilissima
mente diluita, stava immersa entro a lui, come, per
per darne un'idea approssimativa, le innumerevoli e
impalpabili particelle dell'humus o terriccio nuotano
sciolte nelle acque di un fiume, intorbidate per lunghe
e dirotte pioggie. Dalle quali cose risulta evidente do
versi inferire, non essere l'etere, quale attualmente esi
ste, la materia primitiva o cosmica, ma sibbene la parte
sua più pura, spoglia degli elementi più solidi, dai
quali via via emersero le particelle informative dei
mondi.
Ma veniamo ad altra importantissima considera
zione: quel primitivo qualsiasi originale elemento o
materia, era desso costituito di molecole omogenee, e
cioè di una unica natura o sostanza? era esso dotato di
un'unica facoltà virtuale, ovvero quelle molecole sen
tivansi investite di virtù essenziali diverse?
Se si dovesse stare ai dettati della pura filosofia spe
culativa, avrebbe a credersi che di una sola specie ed es
senza constare dovessero, poichè la natura, dicono, opera
i suoi prodigi nel modo più semplice; sa trarre il mag
-
LA MATERIA 6l

gior utile possibile adoperando il minor numero possi


bile di mezzi. Ma se poniam mente alla filosofia na
turale, e vale a dire alla Fisica, alla Chimica, ai nu
meri, ci viene insegnato che un corpo solo, e così un
numero solo, non ha azione dinamica risolutiva e tanto
meno fecondatrice sopra se stesso; che pertanto, affin
chè un lavoro, un'azione possa scaturirne, due almeno
hanno da essere gli elementi; e allora può risultarne
un terzo dissomigliante assai volte non poco dai due
suoi fattori. Questo, combinato con uno dei due primi,
ne produrrà un altro, combinato col secondo ne darà
un quinto. Che se poi gli elementi primi sono più di
due, ma tre, dieci, venti, cinquanta, la serie delle
combinazioni e dei prodotti varii diventa quasi infi
nita; e la Chimica prova questa verità ogni giorno.
A noi quindi parrebbe potersi tenere per certo, che
nella massa della materia primitiva stavano fusi e
come a dire confusi gli elementi o molecole di tutti i
corpi semplici trovati poscia in natura.
Per la qual cosa riesce ovvio il pensare che la ma
teria, certo per sè non intelligente, nè provvidentemente
operosa, non " se stessa pensatamente
quasi di tutti quegli elementi che sarebbero poi stati al
suo organarsi necessarii. O dovrebbe altrimenti sup
porsi che dessi vi si trovassero misti e confusi a caso,
caso però singolarissimo, avvegnachè trattisi dell'uni
versa materia, riempiente tutto quanto lo spazio, surta
o proveniente, a loro detta, non si sa da dove, esistente
non si sa da quando, condotta non si sa da qual forza
o virtù, a tale grado incalcolabile di altissima tempe
ratura da tenersi tutta quanta sciolta in gaz o vapori:
materia pertanto che, se ciò fosse vero, potrebbe dirsi
senza provenienza, data e valore noti, e nemmeno ima
ginabili per logica ipotesi.
62 CAPO III.

Tutte queste supposizioni, derivate in retta linea dalla


teoria materialistica, sono, come scorgesi, impossibili.
È dunque necessità il credere che se la materia non
fu in origine semplice ma multipla nella sua intima
essenza, devesi ad una mente distinta estranea ad essa,
sapiente, provvida ed in modo inconcepibile attiva, giac
chè a quel modo la predisponeva fin d'allora nelle
condizioni e nei modi in cui le riusciva poi possibile
lo esplicarsi organandosi. .
E come della forza ordinata, e della moltiplicità
degli elementi o corpi semplici che costituivano fin
dall'origine la materia, e di ogni altra sua essenzialià
o contingenza, così può dirsi dell'altissima sua origi
nale temperatura.
Insita o sviluppatasi spontaneamente per virtù pro
pria non poteva essere: il calore o calorico non è un
corpo, ma un fenomeno che si manifesta in date con
dizioni nella materia. Esso, secondo le più recenti
teorie, è prodotto dal modo accelerato delle molecole
del corpo in cui si sprigiona: questo moto si sviluppa in
elittiche spirali ognora più estese, e poscia, quando ad
esse più non vien fatto di i e cioè di ripiegarsi
per ricominciare un'altra voluta, si allungano invece
in tangenti che dànno poi luogo alla pressione la quale,
manifestasi nei corpi allo stato liquido e gazoso.
Ma quel moto non poteva manifestarsi spontaneo in
una massa inerte quale, se non le veniva comunicato
un primo impulso, sarebbe stata di per sè la materia.
Ora questo impulso produttore del moto e dei feno
meni successivi, ai quali lo sviluppo de calorico è
dovuto, possono supporsi possibili relativamente ad
una massa di un volume anche molto al di là del
discreto, quando sia in un ambiente acconcio a pro
muoverlo; ma che naturalmente debbano essere avve
LA MATERIA 63
nuti nella incommensurabile massa della materia in
tiera cosmica, ciò eccede, anche nel dominio delle più
sbrigliate ipotesi, ogni possibilità, poichè non vi ha
forza che potesse stare in relazione con la distanza
incommensurabile in discorso, computando eziandio
che quella si partisse da un centro imaginario. Il
calore incalcolabile che teneva in fusione, e dilatata
in sottilissime molecole o atomi quasi eterei tutta la
materia, dovette senza alcun dubbio esserle stato infuso
subitaneamente per un potere e volontà estranaturale,
e prima che vi si sviluppasse qualsiasi virtù chimica,
e cioè nel momento in cui cominciò ad essere; il che
è novella prova della necessità della creazione o di
qualunque altra origine sua.
Che se dagli avversarii di questa necessità, malgrado
quanto si è detto, vuolsi ancora rifuggire, non resta
loro altro a supporre, se non che la primitiva materia
fosse in istato algido, raggruppata, per modo di dire,
in se stessa e come morta, essendo per quella sua ma
niera di essere incapace di qualunque moto e di ogni
principio di organamento e di vitalità.
Ma le più volgari fozioni di fisica cosmologica di
mostrano che i grandi fenomeni, per cui venne organato
l'universo, non potevano compiersi che col supporre la
materia primitiva in fusione ed anzi, come si è già
detto più volte, in un stato talmente diluito da non
ostare minimamente alle combinazioni future, e tale
da lasciar libero il campo alla virtù delle affinità e
delle relazioni chimiche in essa latenti, onde potessero
entrare in movimento ed operare. Ma una tale impre
teribile condizione non può ripetersi, come ci sembra
aver dimostrato, che da una fonte esterna di vitalità e
da una potenza, superiori non solo ad ogni calcolo, ma
ad ogni umano imaginare.
64 CAPO III.

Dopo quanto venne fin qui detto, parrebbe quasi su


perfluo il prendere di proposito ad esame la questione,
se la materia esista da tutta l'eternità. Ma come potrebbe
dagli avversarii supporsi che a bello studio si evitasse
di rispondere ad una domanda fatta in modo tanto posi
tivo ed esplicito, non ristaremo dal dirne il pensier
nostro. Ma vediamo in prima come ne ragionino
altri.
Il Büchner intanto, che può tenersi come il capo
scuola dei nuovi materialisti, così ne parla:
« Il mondo o la materia, colle sue proprietà che noi
diciamo forze, ha dovuto esistere ed esisterà in eterno.
«Il mondo non ha potuto essere creato».
E poi:
« L'idea di una forza creatrice è inconciliabile con
quella del nulla e dell'inazione. Una forza creatrice non
poteva esistere senza creare, altrimenti bisognerebbe
che essa fosse rimasta durante qualche tempo nella
inazione, nel riposo e in una completa inerzia di fronte
alla materia informe ed immobile ».
Strana maniera di ragionare invero! Se la forza crea
trice da voi nominata non creava la materia, questa
non era nè informe, nè immobile, nè in qualunque
altro modo qualsiasi: che se per converso essa l'aveva
creata, vuol dire che quella forza non era rimasta
inerte. Il momento poi di tale creazione, nè voi, nè
chicchessia potrà mai assegnare, ma a noi basta per
ora constatare la necessità del fatto.
Caduta a questo modo la sola ragione sulla quale
puntellavasi quell'asserzione, questa rimane isolata e
non regge; ond'è che quella forma di argomentazione,
che come vedesi zoppica ad ogni passo, potrebbesi
ridurre più brevemente in questo modo: La materia è
eterna perchè non ha potuto essere creata: asserzione
-
LA MATERIA 65

gratuita: e non potè essere creata perchè una forza


creatrice non poteva esistere senza creare: asserzione
di una assurdità troppo evidente perchè si contraddice
ne' termini.
Ma nessuno ha detto che Dio, o la forza creatrice
supposta in vece sua, sia rimasta qualche tempo nella
inazione, e non possa aver creata la materia anche ab
aterno. Nessuno ha detto che appena Dio fu, se pur
è concesso esprimersi in tal guisa, la materia non
sia stata.
Che se le cose fossero in tal guisa appunto avvenute,
la sola esistenza della materia sarebbe di per sè, e
secondo la loro premessa medesima, una prova evi
dentissima della esistenza di Dio creatore.
Fin quando da giovinetto, come già avemmo ad
accennare, ci eravamo accinti a meditare su tali astrusi
argomenti, eravamo venuti in questa sentenza: – La
materia è il sedimento dello spirito; – e per la parola
spirito intendevamo Dio. Lo spirito, a nostro credere,
non poteva aver ritenuto in sè la materia, essenza
troppo da lui disparata e disforme: era quindi per lui
necessità di eliminarla da sè; e di tal maniera ei la
creava. Ragionando in questa guisa venivasi a scan
sare la solenne massima dei sensisti: ea nihilo nihil
fit, che ha pure il suo peso e la sua importanza.
Ma per non urtare in quello scoglio, correvasi grave
pericolo d'incappare nell'altro, che sarebbersi tosto da
più punti dichiarato quale errore massimo; e cioè nel
dover concedere che per un istante, dicasi pure bre
vissimo, Dio sia stato conflato di spirito e di ma
teria.
Per chi sia alcun poco intinto di panteismo non è
caso che voglia trovare in ciò cagione di scandalo,
giacchè per il panteista, Dio compenetra la materia e
66 CAPO III.

e questa si perde, s'immedesima in lui; uno e l'altra


formano, per modo di dire, come una cosa sola, non
per un brevissimo istante soltanto, e appena quanto
sia necessario per pronunziare il gran FIAT, che è
quanto occorre a convalidamento della nostra ipotesi;
ma sempre, e cioè dal principio fino alla consuma
zione dei secoli. -

A noi però, spiritualisti e per soprappiù spiritisti,


aborrenti dal panteismo, preme scolparci dall'appunto
anche lievissimo che altri potesse farcene.
Non ci riputiamo per nulla panteisti, malgrado non
ci ripugni l'idea della esistenza più o meno specula
tiva o forse reale, ma in ogni caso istantanea, della
esistenza della materia in Dio all'inizio delle cose;
come per altra parte professiamo altamente la esi
stenza sua attuale, ma nel modo più assoluto distinta
da quella della materia, ordinatamente disposta ed
operosa nel maraviglioso congegno dell'universo. Ma
altro è coesistenza, altro ipostasi, immedesimazione
o medesimezza delle due essenze alla maniera dei
panteisti. - -

Iddio adunque, nella nostra ipotesi che riputiamo


tuttora in complesso accettevole, fu veramente ed es
senzialmente creatore nell'emanare da sè la materia.
Come creazione diretta della divina intelligente potenza
e non altrimenti, a norma della dimostrazione addotta,
essa poteva trovarsi fornita di tutte le facoltà e virtù
che alle infinite combinazioni sue dovevano dar luogo,
dai soli splendenti nel firmamento, all'organismo del
più minuto insetto microscopico. All'infuori di questa
idea, non può concepirsi la materia esistente di per
sè, sola, dall'eternità, se non se travolta in un caos in
descrivibile, infinito e irriducibile all'ordine mai ; o
immersa in un freddo mortale ed in una inerzia in
LA MATERIA 67

superabile, e dalla quale non avrebbe mai potuto ri


scuotersi per isvegliarsi alla vita da qualunque forza
meccanica o chimica puramente naturale, e non diretta
da una volontà o da leggi dettate da una suprema
intelligenza. -

Ma tornando all'ipotesi nostra ci pare assai agevole


il confortarla di nuove ragioni. Il dire soltanto che a
Dio venne in mente di creare la materia, gli è un
associare le due idee, i due principii. Tosto che quel
pensiero fu in Dio, la materia esistette a quel modo
che esiste in noi il pensiero che improvviso e spon
taneo si genera nella nostra mente. L'uomo, pensando,
crea un'entità astratta; Dio, pensando, crea i mondi.
La Genesi stessa a questo modo si spiega:
« Al principio Dio creò il Cielo e la Terra ». Ora,
a meno che vogliasi imaginare che Dio li creasse
senza nemmeno porvi sopra il pensiero, il che ci pare
assurdo, non è concesso il dubitare minimamente che
in Dio essi furono virtualmente ed essenzialmente; e
quindi riesce vero il dire che pensando li creava. Che
se per concretarne il concetto, Mosè si valse della
sublime parola Fiat, si fu per fermare il pensier suo
e renderlo accessibile a sè e ad altrui: avvegnachè
ogni cosa, ogni pensiero per non ismarrirsi voglia
essere fissamente assicurato dalla parola.
E se bene si guarda, una certa singolare analogia si
scorge fra l'ipotesi nostra e i primi versi del Vangelo
secondo san Giovanni, che nella stessa traduzione di
monsignor Martini così suonano:
« Nel prifcipio era il Verbo, e il Verbo era appresso
Dio, e il Verbo era Dio. -

« Questo era nel principio appresso Dio.


« Per mezzo di lui furon fatte le cose tutte; e senza
di lui nulla fu fatto di ciò che è stato fatto,
68 CAPO III.

« In lui era la vita e la vita era la luce degli


uomini ». -

Si potrebbe riferire, quasi a commento attuale op


portuno, come lo fu in altro senso fin qui, l'altro
verso che immediatamente vien dopo, e cioè:
« La luce splende fra le tenebre, e le tenebre non
l'hanno ammessa ». -

Ma affinchè sia fatto più chiaro il pensier nostro,


ci si conceda di qui recare anche la versione del
Diodati: -

« Nel principio la Parola era (1), e la Parola era


appo Dio, e la Parola era Dio.
« Essa era nel principio appo Dio.
« Ogni cosa era stata fatta per essa: e senza essa
niuna cosa fatta è stata fatta.
« In lei era la vita, e la vita era la luce degli
uomini.
« E la luce riluce nelle tenebre, e le tenebre non
l'hanno compresa ». -

Ora questa Parola, dalla quale ogni cosa era stata


fatta; questa Parola in cui era la Vita e la Luce che
rischiara le tenebre, potrebbe in un senso più stretto
intendersi per il Fiat divino, ovvero in una compren
sione più lata riferirsi alla materia medesima, uscita,
(1) Anche nelle sue note il Martini dice: « il Verbo es
sere la Parola, parola della mente del Padre; impercioc
chè siccome havvi nell'uomo una parola interiore o della
mente, che è quella che chiamasi l'idea della cosa che in
tendiamo, e l'altra esteriore, che è la manifestazione della
stessa idea colle espressioni della lingua, cosi in Dio avvi
una parola della mente (che è il figliuolo, secondo la
Chiesa, generato da lui nell'intendere e conoscere se
stesso), e una parola manifestata poscia al di fuori quando
il Padre parlò agli uomini per mezzo del Figliuolo me
desimo ». -
LA MATERIA - 69

cioè emanata e per conseguenza creata da Dio per


mezzo di quella miracolosa Parola.
In fatti, della materia si fecero poscia tutte le cose,
ognuna secondo sua natura, forma e intendimento.
Dalla materia più pura emerge la luce per le maravi
gliose oscillazioni dell'etere, prodotte quelle dalla mano
misteriosa che andiamo cercando con fede viva, e della
quale per conseguenza ci si rivelano ad ogni passo
prove dirette e positive, mentre la luce della verità
per altra parte ne rischiara, intanto che lascia spro
fondati nelle tenebre coloro che di proposito tengono
chiusi gli occhi e l'avversano.
Ma altre e anco maggiori prove dirette della esistenza
di Dio, confidiamo addurre, e tali, che coloro ai quali
lo asserito difetto delle medesime dava ansa a pertina
cemente negarlá, sian costretti, se di buona fede, a darsi
per vinti. -

Dal fin qui detto opiniamo evincasi chiaramente es


sere la nostra teoria, non soltanto scevra affatto della
tabe panteistica, ma a questo sistema in perfetta ed
assoluta opposizione. Se per molti altri capi ciò non
fosse, basterebbe quel solo pel quale deriva dal pan
teismo in linea retta il fatalismo, ovvero la nessuna
imputazione all'uomo delle sue azioni buone o cattive.
E ciò può desumersi dalla definizione seguente che del
panteismo reca l'Enciclopedia.
« Esiste un essere uno, incondizionale, assoluto, ne
cessario, senza limiti di tempo, nè di spazio, che è l'es
sere di tutti gli esseri immaginabili, i quali esseri
possono chiamarsi modi particolari dell'essere univer
sale, e sono i prodotti della forza, gli aspetti della
essenza, le forme della vita di questo essere unico,
nel quale è fondata assolutamente la loro esistenza
relativa ».
5 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
70 - CAPO III,

E quasi ciò non bastasse, soggiunge tosto:


« Nelle condizioni di spazio e di tempo, nel regno del
moto e del pensiero, nessun essere esiste che possa dirsi
realmente ed essenzialmente distinto dagli altri, e che
possa concepirsi in sè o per sè, e possieda in alcun
modo intelligibile una natura propria, una vera indi
pendenza ».
Nel nostro concetto, come si è potuto vedere, la
materia emanò da Dio; quindi non è dato supporre
che non fosse dotata di tutte le proprietà e virtù fisico
chimiche, di cui abbisognava, e che dovevano manife
starsi ed agire nel suo organarsi. La sua essenzialità
virtuale era coesistente con Dio e in Dio, nel punto
in cui egli concepì il pensiero di crearla.
Potrebbe forse dirsi, con molta lusinga di approssi
marsi al vero, come già osservammo, che la materia
fu tosto che Dio fu; ma questo arcano momento è
irreperibile per l'uomo. Per mezzo della parola la fece
emergere da sè; e in lui deve ritornare pel compi
mento del grande ciclo delle universali cose che in lui
hanno da riassumersi. Ma intanto Egli e la Materia;
tutte le forme, i modi, le entità e gli enti in cui essa
è plasmata, sono essenzialmente ed assolutamente di
stinti gli uni dagli altri, avendo ognuno di essi una
propria sua personalità e la malleveria degli atti
proprii. -
CAPO IV.

LA MATERIA E L0 SPAZI0 – Varie ipotesi circa la pri


mitiva essenza e organamento della materia – Formazione
dei corpi celesti – Dio e il firmamento – Ipotesi di un'altra
causa dell'attrazione e gravitazione universale – Dove sia Dio.

Qui vuolsi di tutta necessità procedere innanzi colla


scorta della nostra ipotesi, che ci studiammo per quanto
è concesso ad uomo mostrare accettevole, perchè basata
su possibilità logiche e sopra analogie e induzioni di
sufficiente evidenza; certi essendo di dimostrarne con
nuovi argomenti e coi fatti l'attendibilità quasi assoluta.
Senza un filo conduttore, troppo malagevole sarebbe lo
spingerci più in là nello esame di quistioni tanto ardue
ed oscure, e tali che, per quanto a noi consta, nessuno
finora si è messo ad investigare di proposito.
Quando la materia emerse dal seno di Dio, se così è
permesso di esprimerci, o fosse atto di volontà asssolu
tamente libera, o di volontà formale soltanto, e come
a dire istintiva e quasi necessaria, fatti psicologici di tal
natura ed altezza che rimarranno sempre sconosciuti al
l'uomo, quistioni che ci riuscirà sempre impossibile il
risolvere, non ha dubbio che essa dovette riempire lo
spazio universo incommensurabile che Dio le assegnava
come già osservammo.
72 CAPO IV.

Essa materia primitiva o cosmica doveva, come verrà


dimostrato, constare di tutte le molecole elementari dei
varii corpi semplici di cui la vediamo composta; e
queste diluite finissimamente e uniformemente sparse
in tutta l'universale massa eterea.
Ma perchè la parte che diremo più solida potesse
starsene come volatilizzata in quella più sottile che
doveva poi riuscire all'etere attuale, e potessero quindi
una coll'altra frammischiarsi e confondersi, era di
necessità assoluta che quella intera massa si trovasse
portata ad una tale altissima temperatura di cui è quasi
impossibile farsi idea; chè se stato fosse altrimenti
nessuno dei fenomeni cosmici che in quella dovevano
compiersi avrebbe potuto nemmeno iniziarsi. Senza
calore non v'ha in natura moto, vita, nè per conse
guenza possibilità di azione veruna.
Quale fosse veramente l'intensità di quel calore è
impossibile il dire, e meno il calcolare: esso doveva
essere proporzionale alla massa che investiva e singo
larmente allo stato della sua maggiore possibile rare
fazione. Ricorderemo brevemente quanto a questo pro
posito rilevammo dal Viaggio nello spazio, giacchè non
a sola cagione di dilettevole curiosità fu da noi riferito.
Ivi è detto che la massa di materia staccatasi dalla
nebulosa di cui si formò il nostro sistema planetario,
e che doveva poi concretarsi nel nostro globo, era in
fusione e che la sua temperatura toccava almeno i due
mila gradi centigradi; ma è ancora assai lungi dal vero.
Leggiamo infatti nell'eccellente libro del Padre Secchi
sulla Unità delle Forze fisiche, come il Waterston stima
il valore potenziale del calore del sole oggidi a 6,700,000
centigradi. Nell'altra sua opera Il Sole, dice eziandio
più esplicitamente che a noi non è dato conoscere asso
lutamente la temperatura del Sole che per approssi
LA MATERIA E LO SPAZIO 73

mazione di qualche milione di gradi in più o in meno,


ma che il succitato Waterston, forse dietro a qualche
altra sua posteriore osservazione o calcolo, dovette valu
tarla a circa 9 o 10 milioni di gradi; e soggiunge:
« Le radiazioni non si possono da noi osservare e cal
colare che allorquando hanno attraversato l'atmosfera
solare, e quindi lo spazio che corre fra quell'immenso
serbatoio di calore e di luce a noi; quindi è che in
quel transito la metà dei raggi emersi da quella massa
incandescente si disperde o si spegne: per la qual cosa
se poniamo, quasi a termine più moderato, cinque o
sei milioni di gradi, pare certo che non saremo tacciati
di esagerazione. In realtà però il suo valore potrebbe
ragguagliarsi a non meno di nove a dieci milioni di
gradi ».
Quale, anche a partire da questi dati, fosse il massimo
di temperatura della intiera massa della materia cos
mica al suo primo esistere, sarebbe impossibile il dire
nemmeno per analogia o per induzione, mancandoci
assolutamente ogni indizio di altre condizioni cosmiche
iniziali che, non sappiamo nè quanto, nè quali, nè di
quale potenza, stavano concomitanti e concorrenti in
quel primo ordine di cose.
E per indicarne una sola domanderemo: il calore si
sviluppò in quella massa smisuratamente grande e per
via del moto, come insegnerebbe oggi la scienza, o vi
era infuso gratuitamente per singolare concessione dal
l'Ente da cui essa emergeva ? Noi saremmo per la
seconda ipotesi, poichè lo immaginare la produzione
di un principio di moto spontaneo in una tal massa
quando si volesse supporre fosse in origine priva affatto
di calore; o il supporre potersi animare istantanea
mente di per sè di un moto universale, che tutta quanta
in ogni sua parte la invadesse, ci paiono due casi
74 CAPo Iv.

ugualmente impossibili, stando ai dettati della scienza;


e preferiamo ammettere un fatto immenso, miracoloso,
ma necessario, poichè con questo almeno si spiega la
vita nell'ordine, mentre nelle altre ipotesi non può
supporsi producasi una cosa, nè l'altra. Imperciocchè
se non si dà calore senza moto, è ugualmente vero che
non si dà moto senza calore; e pertanto o quello fu
comunicato da un primo impulso, o questo provenne
da una prima sorgente di vita; e l'intervento di una
potenza estranea vedesi in ognuno dei due casi ugual
mente necessario. Preghiamo il lettore cortese a fermare
bene la sua attenzione su questo argomento.
Ma la materia non avrebbe potuto muoversi se l'ente
che la creava non le concedeva lo spazio; e questo
doveva essere proporzionato alla immensità della sua
massa, e tale da potervi compiere liberamente e come
direbbesi, adagio le sue elaborazioni. La creazione dello
spazio è dunque contemporanea a quella della materia
perchè a questa necessario.
Raccogliamo ora in breve quadro ciò che a noi pare
di aver messo in sodo fin quì; e cioè: 1° Che la ma
teria emerse dal seno di quell'Ente che noi chiamiamo
Dio, e che a quel modo fu creata. 2° Che essa non
constava in origine di un solo elemento, ma di più e
molti, e che le loro molecole erano sparse in modo
presso a poco uniforme, confusamente se vuolsi, ma
liberamente in tutta quanta quella incommensurabile
massa. 3° Che dessa, pure fin dall'origine, trovavasi in
vestita di un tal grado di calore, da tenerla come vola
tilizzata al massimo grado, e che le parti sue più solide
stavano in parcelle minimissime nuotanti e suffuse in
un ambiente materiale eziandio, ma immensamente più
sottile e puro, detto poi etere. 4° Che in tutti questi
fatti ci siamo incontrati nella necessità della interven
LA MATERIA E LO SPAZIO 75

zione di una potenza intelligente, estranea e di natura


superiore alla materia; poichè altrimenti di nessuno di
essi sarebbesi potuto dimostrare nè l'esistenza, nè una
razionale esplicazione. 5° Che la forza non è una entità
di per sè, ma una contingenza e non si sviluppa che
per le virtuali proprietà primitive della materia.
Ciò posto, procediamo innanzi e vediamo quali altri
fatti ne derivino. -

Dall'essere le molecole di tutti gli elementi o corpi


semplici (1) suffuse e confuse nella massa totale che
di loro medesimi era composta, possono venirne varie
soluzioni, secondo le condizioni ipotetiche nelle quali
prendonsi a considerare.
E primieramente, o si suppone che le molecole di
ognuno di questi corpi trovaronsi uniformemente sparse
in quella incommensurabile massa, e in quello non
meno incommensurabile spazio, e sarà difficile assai
lo immaginare che fra le medesime sia cominciato un
(1) I corpi semplici o elementari conosciuti al dì d'oggi -

sono 63. Noi li descriviamo qui appresso divisi in tre


gruppl.
Il primo di essi, che ne contiene 18, consta di quelli
che in maggior copia trovansi esistenti in natura. Nel
secondo se ne annoverano 23, i quali, se riscontransi in
minore quantità, hanno un'importanza grandissima per i
molteplici usi di che giovansi di loro le arti, le industrie
e il commercio. Formano il terzo gruppo i rimanenti 22,
dei quali A. W. Hoffmann, nella sua Introduzione alla
chimica moderna, dice: « che potrebbero aversi quasi in
conto di rarità naturali. Essi, soggiunge l'illustre autore,
rinvengonsi in quantità tanto esigue, che si è finora ten
tato invano di determinare il loro ufficio nella economia
della natura, e di poterli utilmente far servire all'industria.
Tanto raramente lasciarono scorgere le loro tracce nelle
analisi chimiche, che di non pochi fra essi venne accer
tata l'esistenza appena recentissimamente, dopo cioè che
i progressi della scienza ebbero fornito agli indagatori
76 CAPO IV.

lavoro di adesione e di agglomerazione, poichè ognuna


di esse, sentendosi attratta con ugual forza in tanti
sensi opposti quanti erano i punti della sua superficie,
dalle molecole congeneri che le stavano attorno e più
vicine, verso nessuna di esse avrebbe potuto muoversi.
e ne sarebbe risultato l'immobilità e quindi l'inazione.
O potrebbe supporsi che fin dall'origine, e cioè al
momento della emersione o creazione sua, due, tre o
più delle molecole di uno qualunque di essi elementi
si fossero incontrate e toccate, e ne fosse nata una
subitanea adesione, risultandone come un primo nesso
o gruppo; allora da questo e da altri se la combina
zione accennata avesse avuto luogo in varii punti,
sarebbesi sviluppata come una prima aura o forza di
attrazione, agente via via sulle altre molecole omogenee
più ad essi gruppi vicine, per cui le agglomerazioni
avrebbero avuto modo in processo di tempo d'ingrandire
e giganteggiare.
novelli metodi e superiori di assai a quelli anteriormente
conosciuti ».
Ecco ora descritti in ordine alfabetico i tre gruppi dei
suaccennati corpi elementari o semplici:
Primo gruppo.
Alluminio, azoto, bromo, calcio, carbonio, cloro, ferro,
fluoro, fosforo, idrogeno, jodio, magnesio, manganese,
ossigeno, potassio, sodio, solfo, silicio . . Totale 18
Secondo gruppo.
Antimonio, argento, arsenico, bario, bismuto, boro,
cobalto, cromo, iridio, mercurio, nichelio, oro, pal
ladio, piombo, platino, piombo, platino, rame, rodio,
stagno, strontio, titanio, uranio, wolframio, zinco » 23
Terzo gruppo. -

Berillo, cadmio, cerio, cesio, didimio, erbio, indio,


lantanio, litio, molibdeno, niobio, osmio, rubidio, ru
tenio, selenio, tallio, tantalio, tellurio, torio, vanadio,
yttrio, zircomio . . . . . . . . . . . . » 22
Totale generale 63
LA MATERIA E LO SPAZIO 77

Ma qui è da tener conto che, nell'ipotesi, un ugual


lavoro avrebbe dovuto avvenire fra le molecole di tutti
gli altri elementi, e ne sarebbe risultata una serie di
aggregazioni o masse, costituite ognuna, quale di questo
e quale di quell'elemento o corpo semplice e primitivo,
senz'altra miscela; o soltanto forse di una qualche
tenuissima, cagionata più da una casuale coinvoluzione,
che da una vera forza di naturale attrazione; avve
gnachè le molecole di un elemento non possono sentire
da quelle di un altro attrazione maggiore di quella che
agisce naturalmente fra loro.
Ma nè la prima, nè la seconda di queste ipotesi
risponde al vero speculativo, nè al fatto esistente. Dalla
prima derivava l'inazione, e quindi nessuna coesione
o raggruppamento delle molecole in masse voluminose,
rappresentanti una personalità propria, quasi diremmo,
atte a divenire centri di un'azione man mano mag
giore. Dalla seconda si sarebbero originati corpi o
masse, conflate, come notammo or ora, di un solo
elemento; dalla qual cosa sarebbe sorto di necessità
un ben diverso ordinamento dall'attuale, se pure ordi
namento armonico veruno avesse potuto derivarne.
Ciò nè fu, nè poteva essere. E a ragione lo spettro
scopio c'insegna come nella gran massa del Sole rinven
gonsi le traccie di tutti o quasi tutti gli elementi con
corsi alla formazione del nostro pianeta. E non basta;
chè tali mirabili osservazioni lo scienziato potè già spin
gere fino a scrutare la costituzione di altre stelle a noi
più vicine, e ne ebbe uguali risultamenti.
Che se per un supposto impossibile gli amalgami
della materia cosmica si fossero combinati nel modo
presunto nella seconda ipotesi, e che tutto il Ferro, ad
esempio, tutto l'Aluminio, o il Carbonio, o l'Ossigeno,
il Rame, il Silicio, l'Oro, l'Argento e va dicendo, si
78 CAPO IV,

fossero ciascuno da sè conglobati in più masse distinte,


nei vari centri d'azione da noi presupposti, avrebbero
queste potuto ubbidire ad una forza d'attrazione reci
proca, man mano più grande, e in ultimo sì potente,
da produrre fra loro urti spaventevoli e tali cataclismi
che lingua umana non varrebbe a descrivere, o mente
alcuna immaginare (1).
Per tali urti sarebbe andato disfatto in un istante il
lavoro di chi sa quante miriadi di secoli. Ma l'assurdo
sistematico, cioè il fare per disfare e il dover poi rico
minciare da capo, non è ammessibile in natura, se
questa è retta da leggi intelligenti e provvidenziali.
E di vero ciò sarebbe stato possibile soltanto quando
alla sola forza di attrazione avessero ubbidito le mole
cole componenti la primordiale materia, ma per via di
altre leggi venne quella forza temperata; e in modo
più consentaneo ad un sistema che oramai, senza tema
di errare, potrebbe dirsi preconcetto, si combinarono
quelle agglomerazioni; disponendosi eziandio in un
ordine razionale non solo, ma rispondente con esat
tezza alle leggi più assolute della matematica e della
fisica.
Esse pertanto conformaronsi non di un solo elemento,
ma di più e più uniti e frammisti, servendo non alla
sola forza di attrazione, ma a quella di affinità eziandio,
fra le molecole di quelli che per natura sentonsi più
inclinati ad avvicinarsi e combinarsi. Si è di questa

(1) Fu da matematici e fisici calcolato che se la Terra,


non per un urto con qualche altro corpo celeste, ma come
a dire per un improvviso comando, si fermasse di netto
nel suo moto di traslazione (30400 metri ogni minuto se
condo), tale scossa ne proverebbe, che per subitanea con
flagrazione ne andrebbe ridotta quasi istantaneamente in
vapori e gas.
LA MATERIA E LO SPAZIO 79

maniera che di uno in altro procedendo nell'appros


simarsi, secondo che un l'altro man mano richiamava,
nei singoli corpi celesti si riscontrarono tutti o quasi
tutti riuniti in più o meno varie proporzioni; ma sempre
in giusta misura, onde poter rispondere ad altra esi
genza di una importanza punto punto minore. Ma tale
somma esigenza, doveva manifestarsi soltanto, o almeno
con maggiore evidenza, allorquando i grandi corpi
celesti avessero assunta una individualità spiccata
e distinta, e quasi diremmo, una personalità loro
propria.
E qui, se non paresse a noi stessi di essere troppo
osati, ci faremmo animo di esprimere in proposito un
nostro pensiero.
Nel suo grande concetto della Gravitazione Univer
sale, Newton non potè tener conto delle ammirabili
scoperte intorno alla multigenia composizione degli
astri, rivelata ai nostri giorni dallo spettroscopio. Dalla
misura delle masse e volumi dei corpi celesti, dal ri
spettivo loro peso, dalla posizione loro, dalle distanze
in cui trovansi gli uni dagli altri e dall'azione che ri
sulta dal contrasto continuo delle forze centripeta e cen
trifuga soltanto, dedusse quella gran legge, così da lui
sapientemente e rigorosamente formolata: « La materia
si attrae in ragione diretta delle masse e nella inversa
del quadrato delle distanze ».
Ma un altro principio dell'attrazione planetaria, forse
anche assai efficace, può, a nostro avviso, trovarsi nella
specifica composizione dei corpi celesti, e cioè nella
varia misura degli elementi di cui ognuno di essi consta.
Gli è per ciò che, astrazione fatta dalla legge di gravi
tazione, non ci pare impossibile che dalla identità degli
elementi, riesca tuttavia apprezzabile in quelle masse
enormi, malgrado le enormi distanze che fra loro cor
80 - CAPO IV.

rono, la forza di attrazione peculiare che risulta dalla


omogeneità e affinità dei loro componenti, che in mag
giore vicinanza è tanto potente da produrre la coesione
e le combinazioni più tenaci. E forse la maggiore o
minor distanza in cui trovansi gli uni dagli altri, può
in parte anche essere determinata dalla proporzionalità
della rispettiva loro composizione, per cui sentano in
maggiore o minor grado la efficacia di quella forza che
gli uni verso gli altri attrae.
A confortarci in questo pensiero, soccorre in buon
punto quanto leggiamo nell'articolo Attrazione dell'En
ciclopedia popolare italiana: e in esso è detto: « Po
miam fine alle nostre brevi parole sull'attrazione univer
sale, coll'osservare che una tal forza, nella filosofia della
scienza, è ammessa come una risultante di una o di più
cause ancora ignote, e che possono essere tanto attive
quanto impulsive, intrinseche o anche estrinseche alla
materia stessa. Noi non conosciamo di fatto l'intima
natura di questa forza che tende a ravvicinare la materia
alla materia, e solo sappiamo che qualunque essa sia
e dovunque riposta, produce gli stessi effetti che pro
durrebbe una forza attrattiva inerente alle molecole ma
teriali (1).
Ma già Keplero aveva detto che la forza di attrazione
era generale e reciproca tra i pianeti, e che se la Terra e
la Luna non fossero in movimento si avvicinerebbero a
vicenda e s'incontrerebbero nel loro centro di gravità
comune. L'inglese Hooke scriveva: « Le forze attrattive
sono tanto più energiche nelle loro operazioni, quanto
più il corpo sopra il quale si esercitano è vicino al loro
centro. Per ciò che riguarda la proporzione secondo cui
(1) È pregio dell'opera il notare che quando quell'arti
colo fu scritto, il Frauenhoffer non aveva ancora rivelate
le maraviglie dell'analisi spettrale.
LA MATERIA E LO SPAZIO 81

queste forze diminuiscono a misura che la differenza


aumenta, confesso di non averla ancora verificata. Pro
pongo questa ricerca a quelli che hanno tempo e capa
cità sufficiente ».
E così farem noi, dopo di avere enunziato, per quello
che può valere il nostro pensiero, che può forse rispon
dere alla verità del fatto, o può essere movente a studi
maggiori per ricercarla.
Malgrado quanto si è detto, non sarebbe impossibile
forse che un qualche partigiano della scuola neo-mate
rialistica, la quale ha per epigrafe forza e materia; ve
nisse ad opporre che quella forza finora sconosciuta
provenga appunto dalla unicità essenziale delle molle
cole della materia primordiale; e che il loro cambiar
natura trasformandosi nei 63 modi o corpi semplici co
nosciuti, fosse opera o del caso, o delle azioni di tali
forze maravigliose, sfuggite finora alle nostre indagini,
ma che forse un giorno per nuovi progressi della chi
mica o della fisica ci saranno rivelate.
Ma a tale obbiezione potrebbesi rispondere: l'idrogeno,
il cloro, l'ossigeno e l'azoto non appaiono passibili di
ulteriori decomposizioni. Questi gas posti sotto la po
tente azione del calore e dell'elettricità, resistettero sem
pre conservando la natura e i caratteri loro proprii e
individuali, anche quando quei due efficacissimi risol
venti furono portati al massimo grado di intensità. Essi
uscirono eziandio vittoriosi dalla prova, quando furono
sottoposti all'azione di tutte le reazioni chimiche più
possenti che la sagacia del chimico immaginava e asso
ciava allo scopo di ottenerne un ulteriore sdoppiamento
o decomposizione. -

E non solamente i corpi gassosi ma anche i metallici,


cioè l'oro, l'argento, il ferro, il piombo e va dicendo,
non temono lo esperimento. Sottoposti ad altissima tem
82 CAPO IV.

peratura si sciolgono in vapore; ma se questo vien rac


colto, il corpo, raffreddandosi, torna al primitivo suo
stato metallico, mostrando in tal guisa come non cambi
per nulla natura ed essenza.
Non pertanto dopo le ragioni addotte fin qui a com
prova della opinione nostra intorno alla necessità della
varia natura della materia primitiva, ne aggiunge
remo una tutta nostra e d'indole non più scientifica,
ma, diremmo, morale e speculativa; ed eccola senza
altro.
La quistione della unicità essenziale o elementare
della materia viene da noi messa a paro con quella del
moto perpetuo fin qui ricercato invano dall'uomo, e
con l'altra della generazione spontanea. Quando uno di
tali problemi sia risolto evidentemente col fatto, in
modo positivo, assoluto e non dubbio, ci daremo per
vinti. È una sfida, cortese però, che nella nostra po
chezza scientifica, ma nella fermezza della nostra fede,
poniamo alle investigazioni future di quegli scienziati
che si danno per materialisti, più, crediamo, per siste
ma che per intimo convincimento, e speriamo non ne
usciranno mai con vantaggio.
In quanto a noi lo diciamo chiaramente:
Il moto universale, eterno, il moto primordiale ca
gione di tutti i successivi; questo moto, che è vita, pro
viene da Dio.
La generazione degli esseri organizzati, come dimo
streremo a suo luogo, che è amore e vita, proviene
da Dio.
L'unità nella varietà, la varietà nell'unità ordinate
con leggi eterne che sono vita, amore, intelligenza, pro
vengono da Dio. -

E invero, come già osservammo: se la materia pri


mitiva non era dotata di grande varietà negli elementi
LA MATERIA E LO SPAZIO 83

di cui consta, non ne sarebbe provenuta che l'inerzia e


l'immobilità di cosa che non può aver vita, o, se agitata
da una forza brutale ed inconscia, ne sarebbe originato
un caos eterno, non riducibile mai ad un ordine, ad un
organamento qualsiasi.
A maggiore perspicuità della nostra tesi, ci si per
metta di qui recare un riepilogo di quanto finora si
è detto.
1° Potè la materia crearsi da sè? o poteva preesi
stere da se sola dall'eternità in un modo, in una forma
indefinita? A noi pare che no.
2° Poteva la materia, in quel modo esistente,
fornire se stessa, di per sè, quei variati elementi che
pure vedemmo necessari a promuovere un logico lavoro
entro la sua massa, senza un principio direttivo, un
volere, un potere intelligente che ne preconcepisse la
necessità? A noi pare che no.
3° Avrebbe potuto la materia, quando non fosse
stata in origine conflata che di un solo elemento o
principio, produrre in se stessa e sopra se stessa quelle
elaborazioni per le quali avvennero le sue primigenie
sagglomerazioni e poscia le separazioni in corpi speciali,
e quasi diremmo personali, come presentansi ora dis
poste su per la volta del firmamento? A noi pare
che no.
4° Era possibile che quei corpi andassero da sè
ad agglomerarsi e condensarsi nel preciso punto dello
spazio in cui doveva ognuno di essi rimanere, quando
avesse acquistata quella sua personalità, e in cui la
meccanica celeste trova non solamente logico, ma ne
cessario che ognuno di loro sia posto, e ciò senza che
un intelligente volere avesse fino da quei primissimi
primordii assegnato in certo modo ad ognuno dei primi
ganglii o nuclei della materia il punto esatto nel quale
84 CAPO IV.

doveva formarsi intorno a lui la voluta agglomerazione?


A noi pare che no.
Ma vi ha, come sappiamo, chi afferma assolutamente
il contrario. Essi dicono: La materia esisteva ab aeterno,
si è fatta da sè, si è elaborata da sè per mezzo di una
forza interna che la sollecitava; si è combinata e spar
tita da sè in masse o nebulose; si è da sè con
centrata in corpi spiccati e distinti: questi si sono col
locati da sè esattamente nell'ordine e alle distanze
volute; e pertanto si muovono con quell'armonia am
mirabile che ci fa maravigliare. L'ipotesi della coe
sistenza o della preesistenza di Dio, concludono, è
quindi inutile. º
Alle affermazioni gratuite di costoro risponde da
capo a fondo il nostro libro, ma più specialmente que
sto e il precedente capitolo.
Altri dicono: sta bene. Poniamo che Dio esista; ma
noi ci siam fatta di lui un'idea sì grande ed impo
nente, che non osiamo concepire com'egli sia disceso
a direttamente agire nel fatto della costituzione e del
l'ordinamento dell'universo e alle peculiari combina
zioni che in esso intervennero. Al più, soggiungono,
avrà segnata una legge generale alla materia, e dato
un primo impulso alla forza o virtù che la doveva tra
vagliare iniziandone ed informandone le combinazioni
e poi alla guardia... del caso.
Sarebbe però già un gran che il concedere in genere
che Dio esiste; ma non basta. Non sappiamo se co
testi schizzinosi conceditori della esistenza di un Dio
quasi indifferente dell'opera sua, abbiano mandato uno
sguardo bene attento alla volta celeste; se abbiano una
qualche volta fatto segno alle loro meditazioni la bellezza
ineffabile di cui rifulge a prima vista, e considerato i
profondi misteri che il firmamento racchiude nei suoi
LA MATERIA E LO SPAZIO 85

spazi infiniti. Non ci consta se hanno tentato mai pene


trarvi più innanzi per mezzo del telescopio: se hanno
mai letto almeno, e con ferma attenzione un qualche
riputato e recente libro di astronomia; se hanno fer
mato mai per qualche istante e con ponderata atten
zione il pensiero sul solo nostro sistema planetario. Il
Sole raggiante, fonte perenne di moto e di vita, vista
fermo al centro; i pianeti splendenti gli si aggirano
intorno; e di questi l'ultimo e il più lontano tra i fi
nora scoperti, Nettuno, che descrive la sua orbita im
mensa intorno al Sole, alla distanza di un miliardo e
cento quaranta sette milioni di leghe. Vorremmo sa
pere se hanno notizia dell'altro suo non meno brillante
corteggio, composto degli ordinati satelliti dei pianeti,
delle capricciose e scarmigliate comete che a milioni
e milioni, quasi senza regola e guida, sprofondansi negli
abissi dello spazio: e finalmente dei miliardi di areoliti
che solcano a sciami innumerevoli le plaghe inter
planetari.
Ma rispetto all'inenarrabile creato ciò è un nulla. Una
manata di polvere della via gettata in aria da un gar
zoncello. Procediamo innanzi. -

Il Sole, che per il nostro sistema planetario è di


una importanza assolutamente vitale, non è che una
stella di mezzana grandezza, e che quasi può dirsi vada
perduta nella nebulosa, detta Via Lattea di cui fa parte
e che di tali stelle conta 18 milioni!
Ma di tali nebulose, adoperando i più potenti tele
scopi, se ne sono osservate e notate già negli elenchi
degli astronomi almeno 3600; per il che a supporre che
ognuna di esse annoveri altrettante stelle quante la Via
Lattea, ne risulterebbe un bel totale di 588 milioni senza
tener conto di altri 77 milioni aggruppate idealmente
nelle varie costellazioni, contando eziandio quelle che
6 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
86 CAPO IV,

diconsi di prima, seconda, terza e fino alla tredicesima


grandezza. Stelle ognuna delle quali può essere un
sole, centro di sistemi planetari non meno ricchi e po
polati del nostro.
L'ottica che già mediante i poderosi strumenti appre
stati all'astronomia: « tanta strada ci aprì nel firma
mento », non ha, vuolsi credere, pronunziata ancora
l'ultima sua parola, nè certamente indagò ancora a
gran pezza gli ultimi misteriosi penetrali dello spazio
incommensurabile. Forse i pressochè 700 milioni di
stelle su enunziate non ingemmano che la provincia
del cielo a noi più prossima, e dieci, e cento e mille
altre forse, ricchissimi scrigni uguali a questo, formano
il complesso del tesoro di Dio (1).
Alla vista, e più al pensiero di tanti maravigliosi
portenti chi sa dirci se abbiano mai inteso l'animo da
Senno, e così alle leggi sapientissime per cui si sono
prodotti e si reggono, quei schifiltosi i quali vorrebbero
dare a credere che Dio avrebbe in qualche modo dero
gato a se stesso quando a grandi tratti e a certi inasse
gnabili periodi del miracoloso ordinamento, avesse posto
mente, reggendolo con giusta lance, ed in modo a noi
poveri atomi pensanti inconcepibile? Nol crediamo in

(1) Parlasi in questi giorni del disegno di un gigantesco


telescopio, ideato da un ricco signore di California, il
quale dovrebbe costare cinque milioni di dollari (25 e più
milioni di lire). Esso avrebbe un obiettivo di 4 metri di
diametro; una lunghezza focale di 40 metri e capace di
dare un ingrandimento di 28,000 diametri. Per mezzo suo
Marte apparirebbe circa 100 volte più grande della Luna
vista ad occhio nudo; e questa si vedrebbe come se non
fosse distante che 3 leghe dalla Terra. Quanti problemi
ancora insoluti nella costituzione dell'Universo, e quanti
spazii ancora sconosciuti dello spazio ci aiuterebbe a sco
prire un tanto potente mezzo di osservazione l
LA MATERIA E LO SPAZIO 87

vero e l'avventata loro sentenza il dimostra. Noi ai quali


l'esistenza e l'infinita grandezza di Dio stanno a cuore
quanti altri, noi non ci mostriamo di tanto difficile
accontentatura, e stimiamo che l'opera di cui abbiamo
tentato di porgere appena una qualche idea sia degna
per ogni verso della mente e, per così esprimerci, della
mano di Lui. -

Due pertanto sono i grandi enti o principii nell'uni


versale ordine delle cose di cui l'uomo può fino a un
certo punto rendersi conto: enti o principii assolu
tamente diversi e distinti. Dio e la Materia. Questa
ordinata in modo da poter riflettere in sè le tre es
senziali manifestazioni del primo, del quale, essendo
per emanazione come figlia, dovrà poi, nei modi e nel
tempo a questo secondo grande atto opportuni, a lui e
in lui far ritorno.
La materia in fatto fu di tal guisa organata e disposta
da potere in sè dar ricetto a sprazzi luminosi dell'Intel
ligenza, dell'Amore e della Vita, per il che tutti gl'in
numerevoli mondi fanno fede della origine loro, e mo
strano anelare in certa guisa di ritirarsi al divino loro
principio. s

Ma da un'altra parte viene affacciata un'altra qui


stione. Il firmamento, dicesi, è incontestabilmente la
più maravigliosa delle maraviglie; i globi risplendenti
di cui è con sì prodiga larghezza seminato sono innu
merevoli, lo spazio in cui muovonsi nelle loro ben or
dinate rivoluzioni è incommensurabile; le Umanità
varie delle quali quei mondi possono essere abitati, se
pure non sono fole o fantasie, saranno fornite, come la
nostra, d'intelligenza e sentimento; ma, di grazia, quel
Dio alla esistenza del quale intendete quasi farci cre
dere a forza, dove ha sua stanza? Se esiste vera
mente deve pure trovarsi in qualche luogo. E sog
88 CAPO IV.

giungono: Abbraccia egli l'Universo in giro in giro,


quasi covandolo e animandolo del suo alito; ovvero
ha fermato sua dimora nel centro del creato? Ma
dove avrà limiti questo tondeggiare dell'Universo?
oppure dove mai può segnarsi il centro di uno spazio
i raggi del quale non hanno termine noto da parte
veruna?
La domanda, a dir vero, sembra a noi più insi
diosa che seria, e basterebbe, per avventura, rispon
dere che, come all'uomo non è dato definire esatta
mente chi sia Dio, neppure è concesso imaginare
dove sia. Egli, a nostro credere, spazia da tutta la
eternità nell'infinito. -

Che se per transenna si volesse scendere a ragio


nare sul proposito, potrebbe farsi in certo modo per
analogia, e dire: Chi ha saputo finora assegnare nel
l'uomo, questo microcosmo animato, la vera sede della
intelligenza e quella del sentimento o dell'amore, e
l'altra della vita, il che pure, al paragone sarebbe
tanto facile?
Eppure l'uomo è speculato ogni giorno minutissi
mamente dallo scalpello e dalla lente dei notomisti;
scrutato per le osservazioni del filosofi morali e socia
listi; analizzato nelle sue idee, nei suoi atti e posto
quasi ad ogni cimento dalle teorie speculative degli
ideologi; studiato e discusso ad oltranza dai materia
listi, dai psicologi, dai spiritualisti, dai realisti e dai
razionalisti. Ciò malgrado un responso concludente a
quelle domande è ancora di là da venire.
Che se l'uomo è pur sempre per se medesimo il
grande mistero, quale grandissimo e inescrutabile non
sarà Dio! -

A dar tempo che altri tuttavia cerchi ancora e ri


sponda, recheremo le opinioni di taluni più autorevoli
LA MATERIA E LO SPAZIO 89

tra gli antichi filosofi, e diremo in ultimo ciò che ne


pensiamo noi stessi.
Nel riandare il libro: De natura Deorum di Ci
cerone, scorgiamo che Platone e i seguaci delle sue
dottrine intendevano che Dio avesse forma rotonda,
per la ragione che fra le regolari è questa, a loro
avviso, la più bella e perfetta (1).
Parmenide, fingendo per via di un'immaginazione
poetica una corona, che con voce greca addomanda
AStephanon, dice essere questa corona l'orbita dell'Uni
verso, contenente la luce e il calore, e circondante
tutto quanto il cielo; e cotesta corona, a senso di Par
menide, è Dio (2).
Cleante, discepolo di Zenone, a volta asserisce Dio
essere lo stesso mondo, a volta par credere che Dio
sia la mente e anzi l'anima della intiera natura; e a
volta ancora, Dio essere il calorico che nomina etere
(perchè abbraccia l'universo) (3).
Questi, come scorgesi, afferiscono a Dio una forma
rotonda, che più o meno abbracci, o possa abbracciare
tutto il creato. -

A costoro, antichissimi, potrebbesi tra i filosofi del


l'epoca del risorgimento aggiungere Giordano Bruno

(1) « Admirabar tarditatem eorum (Platonicorum) qui


Deum rotundum esse velint, quia ea forma ullam neget
esse pulchiorem Plato. At si mihi vel cylindri, vel qua
drati, vel coni, vel pyramidis videtur esse formosior? »
(2) « Parmenides commentitium quiddam corona simi
litudinem efficit; Stephanon appellat, continentem ardore
lucis orbem, qui cingit coelum, quem appellat Deum ».
(Ibid.).
(3) « Cleantes, Zenonis discipulus, tum ipsum mundum
Deum dicit esse, tum totius naturae menti atque animo
boc nomen tribuit, tum ardorem qui aeter nominatur,
certissimum Deum judicat idem ». (Ibid.).
90 CAPO IV.

e qualche altro; ma egli scivola nel panteismo, giac


chè il Dio da lui raffigurato, non solo abbraccia, ma
è abbracciato dall'universa materia; la penetra e ne
è penetrato in ogni senso. Ecco pertanto come la pensa
intorno a questo argomento:
« Non vi ha che un Ente grande e buono per ec
cellenza, ed alla essenza del quale appartiene il non
poter essere inteso, di non avere nè fine, nè limiti,
nè veruna determinazione finale. Questo Ente è dun
que infinito, immensurabile, e appunto per ciò stesso
immobile: ei non può cangiar luogo, non essendovi
spazio fuori di lui (1): non fu prodotto, poichè ogni
esistenza qualunque è la sua propria; non può finire
poichè non vi ha nulla in cui possa trasformarsi; non
può nè crescere, nè diminuire, poichè l'infinito non
sofferendo l'applicazione di veruna idea relativa, non
può essere nè accresciuto, nè menomato; non va sog
getto a verun cambiamento provocato sia per di fuori,
perchè nulla gli è estraneo, sia per di dentro, perchè
è al tempo stesso ed insiememente tutto ciò che può
essere. La sua armonia è eterna ed è l'unità stessa;
non è materia, perchè non ha, nè può avere figura,
nè confini; non è forma e non ne imprime nessuna,
perchè egli stesso è ogni cosa e il complesso di ogni
cosa: uno e tutto, non può essere misurato, nè servire
di misura; non abbraccia se medesimo, perchè non è più
esteso di se medesimo; non è abbracciato, perchè non è
più piccolo di se medesimo; non si paragona e non può
essere paragonato, perchè non è l'uno e l'altro, ma
è uno e lo stesso » (2).
(l) In genere quando citiamo scritti altrui mettiamo in
corsivo le parole o le frasi sulle quali intendiamo fermare
maggiormente l'attenzione del lettore.
(2) Enciclopedia Pop. Ital.
LA MATERIA E LO SPAZIO 91

Tra gli errori di questo nostro sommo pensatore,


inevitabili in quel primo risvegliarsi dello umano in
gegno alla libertà del pensiero, dopo tanti secoli di
assopimento nelle verbose e fastidiose elocubrazioni
degli scolastici, che ridussero per tanto tempo a va
neggiare e bamboleggiare lo stesso Aristotele, vi sono
però lampi di genio e di una filosofia severa e grande,
per cui anche nei principii della fisioa generale e della
cosmologia si può considerare come contemporaneo di
Copernico ed uno dei precursori di Keplero, di Galileo,
di Newton, di Cartesio e di Leibnizio; ed eccone le
prove:
« Il Cielo, al dire di Bruno, è uno spazio infinito.
I corpi celesti si riferiscono a due principali classi;
Soli e Terre. Le stelle fisse sono soli. Il nostro sole,
veduto da una stella fissa, sembrerebbe una stella fissa
esso pure. I pianeti sono terre. Ogni stella fissa ha i
suoi pianeti, sebbene da noi non si veggano. Tutti
questi corpi celesti si muovono nello spazio che li
ravvolge, e si sostengono in virtù della loro gravità.
L'esistenza dell'uno è necessaria a quella dell'altro,
perchè l'urto degli estremi è necessario per la produ
zione, la conservazione e il moto delle cose » (1).
Sono coteste ispirazioni, rivelazioni o divinazioni?
Chi può saperlo, mentre lo stesso imperfetto cannoc
chiale di Galileo fu combinato molti anni dopo la
morte di Bruno; e Newton divisava le sue leggi della
gravitazione universale ottanta e più anni dopo che
Bruno non era più.
Ma torniamo all'assunto nostro.
Altri disse: Dio sta nel centro dell'Universo, e te
nevasi avvalorato dalla seguente ipotesi, che ebbe
qualche voga un trenta o quarant'anni or sono.
(1) Ibid.
92 CAP0 IV,

Dicevasi: Intorno al sole descrivono le loro orbite


i corpi tutti del nostro sistema planetario. Lo stesso
sole potrebb'essere una specie di pianeta, aggirantesi
insieme con altri congeneri intorno ad un altro sole,
o centro più potente, di un altro sistema. Un tale
astro maggiore del nostro unitamente alla pleiade ben
considerevole de' suoi seguaci, in compagnia di altri
a lui somiglianti in grandezza e potenza, descriverebbe
una immensa orbita intorno ad un altro sole, eziandio
tanto di lui più poderoso ed attivo da infrenare e reg
gere tutti quanti i sistemi dei tre ordini ora accennati.
Così andavasi discorrendo e fingendo ognora crescenti
i gradi di cotesta cosmica gerarchia, finchè la mente
affaticata posavasi sulla ipotesi di un centrale corpo
celeste a tutti superiore, e prepotente a segno da go
vernare tutti quanti gli altri innumerevoli; e Dio,
concludevano o parevano volere concludere, in quel
centro avrebbe potuto avere suo seggio.
Ma ne le osservazioni, nè i calcoli sorreggevano
minimamente quel poetico concepimento; e cadde.
Nè la filosofia speculativa adunque, nè la positiva
poterono assegnare vuoi al centro o vuoi all'intorno
dell'universo, una sede plausibile della Divinità. Ep
pure, se Dio esiste, ripeteranno gli oppositori, è ne
cessario che in qualche luogo si trovi.
Or bene: ridotta la questione a tali strette, spetta
a noi spezzarne il nodo, ed ecco in quale maniera.
Come al tempo non attribuimmo il durare eterno;
nè allo spazio e alla materia assegnammo una esten
sione infinita, ma li abbiamo soltanto quali incom
mensurabili per i mezzi e per la comprensibilità umana;
da coteste incommensurabilità alla eternità e all'infi
nito, corre nel nostro concetto, un altrettanto almeno
o assai più, da non potersi nè ideare, nè definire.
LA MATERIA E L0 SPAZIO 93

Dell'incommensurabile però, e mettiamo pure per


un istante anche dell'infinito, è dato alla matematica
razionale trovare il centro, poichè lo trova mediante
il calcolo in un circolo ipotetico, meglio ancora che
per via del compasso in uno reale. -

Se l'incommensurabile e l'infinito lo sono ugual


mente in ogni parte e ugualmente si estendono da
ogni lato, il punto centrale è colà senz'altro, dove la
lunghezza di tutti i raggi è uguale; il che è anche
più esatto per l'infinito, essendo esso cosa assoluta:
e Dio, creatore della matematica, non solo razionale,
ma celeste, quando intendesse porre sua stanza nel
centro dell'Universo, troverebbe ben egli esattissima
mente quel punto.
Ma i teologi insegnano: Dio è in cielo, in terra e
in ogni luogo. Sua dimora più speciale però è il Pa
radiso. I materialisti avvertono invece come egli non
sia in nessun luogo, dacchè non esiste. I deisti ri
fuggiansi nella dottrina del panteismo; e pertanto
anche per essi Dio è in ogni luogo; ma con intendi
mento diverso dai primi.
In tanto contrasto d'idee, se un nuovo Mosè osasse
richiedere Dio del luogo di sua dimora; egli che al
primo che gli domandava chi fosse rispose: « Io son
chi sono! » Potrebbe chiudere la bocca al secondo
dicendo: « Io sono dove sono! » Potrebbe.
L'idea che abbiamo formolata intorno alla sua es
senza è talmente comprensiva e per altra parte tanto
impersonale, da lasciar libero il campo ad ogni
ipotesi.
Nell'altro nostro concetto, oltre l'incommensurabilità
dello spazio spettante alla diffusione ed alle evoluzioni
della materia; oltre alla incommensurabilità del tempo
occorrente alla sua durata fino all'ultimo suo svolgi
94 CAP0 IV,

mento, attribuimmo in modo esclusivo a Dio l'infinito


e l'eternità.
La prima idea è relativa, l'altra assoluta.
Dunque, in quanto ne pensiam noi, Dio sta da e
per tutta l'eternità nell'assoluto infinito.
Questi due termini racchiudono evidentissimamente
ogni contingenza, per enorme e indefinibile che sia.
Del resto chiniamo la fronte e adoriamo.
CAPO V.

IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO – Nettuno – I pic


coli mondi di Urano e di Saturno – Le Asteroidi – Le Comete
– Che tutte, anche quelle a linea iperbolica, possono dirsi ap
partenenti al nostro sistema: calcoli dimostrativi – Esame cri
tico dell'ipotesi di Laplace e della sua dimostrazione sperimen
tale esposta dal signor Plateau – Altra e nuova ipotesi.

L'uomo pensa, medita, scruta, indovina; e ben av


venturato dee riputarsi quando l'esperimento diretto o
l'analogia o l'induzione attendibili gli arrecano, delle
sue escogitazioni od ipotesi, una più o meno valida
conferma.
A noi però una tale ventura non sarebbe dato con
seguire, imperciocchè le cose argomentate e discusse
fin qui, troppo siano discoste dalle possibili esperi
mentazioni umane; e soltanto per via del raziocinio,
di lontane analogie appunto, e di mentali e logiche
induzioni ci sia stato concesso di dirne alcun che di
verosimile e di probabile.
Lasciamo ora da banda le tesi gia disaminate, e cioè
Dio, l'eternità, l'infinito, lo spazio, la materia, la sua
creazione e l'organamento in genere dell'Universo: tesi
atte ad incutere sgomento per la loro sublimità inac
cessibile ad ogni più coraggioso pensatore. Noi ciò mal
96 - CAPO V.

grado abbiamo voluto affrontarle con ardimento quasi


imprudente, perchè sorretti dalla fede e animati dalla
speranza di scoprirvi un qualche raggio dell'eterno vero,
o di esserne per somma ventura illuminati. Ed ora
scendiamo con valico immenso ad argomento a noi
assai più vicino. Esso però è nullameno tanto discosto
ancora e superiore alla pochezza delle forze umane da
produrre tuttavia in chi osi affrontarlo una non lieve
trepidazione.
In questo nuovo cimento però non saremo più
soli. Le intelligenze più elevate, gli studiosi più dili
genti e perspicaci delle scienze positive ci hanno pre
ceduto, e una messe rilevantissima d'induzioni, di fatti,
di calcoli e di esperimenti hanno spianato alcun poco
la via ai nuovi cercatori. Una pleiade di coraggiosi e
fortunati indagatori non lascia ormai intentato alcun
mezzo per rendersi padrona di nuovi elementi di verità,
e ogni giorno segna una scoperta, un fatto nuovo che
la natura è costretta a svelare a cotesti infaticabili apo
stoli della scienza. -

Il nostro Sistema planetario, questa per noi tanto


ricca provincia del cielo, che ha per reggitore imme
diato il Sole, è fatta ormai doppiamente nostra avve
gnacchè i perfezionati e nuovi ingegnosissimi strumenti,
le osservazioni diuturne, i calcoli, le analisi più minute
e scrupolose ce la fanno conoscere e, diremmo quasi,
possedere in ogni sua parte: essa può dirsi ormai cosa
nostra e anzi casa nostra (1).
(1) Che questo sistema, nel quale ci troviamo involuti,
sia in qualche modo casa nostra lo dimostra la cono
scenza quasi intiera e perfetta che abbiamo de'componenti
questa famiglia. Ai pianeti fratelli nostri abbiamo asse
gnato un nome; ce ne è conto il numero, sappiamo a
quali distanze si aggirano e dal sole e da noi, e quali
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 97

Lode pertanto sia data a cotesti generosi anche da


noi, abbenchè profittando in larga proporzione dei loro
studi e delle loro scoperte, dovessimo talvolta chiarirci
di avviso in qualche parte opposto al loro, e venire a
ricavarne induzioni diverse o contrarie a quelle che essi
ne ebbero derivate.
Uno dei più eletti ingegni del secolo scorso, il La
place, dedusse dai suoi profondi studi una celebrata
ipotesi intorno alla formazione del nostro Sistema pla
netario, e il signor Plateau trovava non a guari un
ingegnoso esperimento, a tutti accessibile, che parve
in molta parte comprovarla. A noi però, nè l'ipotesi,
nè l'esperimento soddisfano pienamente; e come trattasi
altre corrono fra loro; ne conosciamo le orbite, ogni
moto, gli andamenti, il peso, il volume, la densità, la
forza di attrazione, le rispettive famiglie di satelliti o
corpi minori che li circondano; tutti gli elementi in
somma di cui consta ognuno di loro.
Di talune comete, meno restìe ai cenni del padre sole,
si sono calcolate le orbite, abbenchè di una eccentricità
enorme; di altre più capricciose però si è perduta ogni
traccia, smarrite forse nella immensità dei cieli, o lascia
tesi attrarre nel raggio di azione di qualche altro sistema.
Perfino del bolidi, delle stelle cadenti, degli aeroliti,
si stanno studiando le periodiche apparizioni; e allor
quando taluno di questi ultimi, svagato dal suo branco,
viene a passare a sufficiente vicinanza della Terra, lo
traggiamo a noi e ne facciamo allora accurato esame,
per riscontrare se le teorie e le ipotesi hanno la conferma
dell'esperimento nella realtà.
Tanto vale l'amore della scienza e la brama di sapere,
che non v'ha ora di notte in cui molti di questi studiosi
non vigili; non vi ha disagio, viaggio, fatica, pericolo,
spesa, che con lieto animo non incontrino per aumentare
di un qualche leggero contributo il patrimonio della
scienza comune, e di slargare, pure solamente di una
qualche linea, il campo nel quale esso può oramai cam
minare sopra orme pressochè sicure.
98 CAPO V.

di argomento della massima importanza, e che in più


parti s'intreccia col nostro, chiediamo venia al lettore
se in questo capitolo ci estenderemo alquanto in alcune
citazioni, poichè avendo in animo di sottoporre a minuto
esame quella ipotesi e trovandoci nella necessità in
ultimo di contraddirla, ci converrà per primo enunziarla
chiaramente, deducendola da scrittori autorevoli nella
materia, valendoci anzi delle stesse loro parole. Tanto
più, poi ci convien farlo, da che in ultimo abbiamo in
animo di contrapporvi altra ipotesi nostra.
Ecco in qual modo la espone il Guillemin nel suo
bel libro Le Ciel: pag. 577 e pass. «Se col pensiero ci
portassimo verso un'epoca discosta dall'attuale migliaia
di migliaia o di milioni di secoli, troveremmo che
tutto quanto il mondo solare, o, a meglio dire, che la
materia che al dì d'oggi ne compone i varii gruppi,
era in una condizione prettamente gassosa; per il che
formava una immensa nebulosa, grandemente diffusa,
senza indizio alcuno o principio di condensazione.
« In tale stadio le sue molecole trovavansi assai
discoste le une dalle altre; e quindi la forza ripulsiva
di cui erano dotate elideva totalmente quella attrattiva,
che facendole gravitare le une verso le altre tende
rebbe invece a riunirle in gruppi.
« Ma i secoli passano e si succedono; la nebulosa
va man mano raffreddandosi, poichè irradia continua
mente nello spazio: l'azione della forza ripulsiva scema,
e quella di attrazione va acquistando vigore. Per questo
procedimento si riavvicinano e si condensano in uno
o più centri le diverse parti della nebulosa già tanto
largamente diffusa ».
Dice in più centri, ma la cosa non ci pare conforme
all'ipotesi del Laplace; e in fatto due righe più sotto
rientra in carreggiata.
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 99

« La nebulosa solare riducesi quindi in sembianza di


un nocciolo luminoso circondato per una distesa enorme
da una specie di atmosfera gassosa, il tutto sotto una
forma presso a poco sferica ».
Sarebbe più giusto il dire sotto la forma di una sfe
roide estremamente schiacciata.
« Di tale maniera, segue a dire, appaiono nello spazio
le stelle dette nebulose. Si sa per altra parte che gli
astronomi hanno taluni di questi sistemi come irriduci
bili a stelle fisse, e le considerano quasi Soli semplici,
doppi o multipli, avviluppati da una nebulosità reale,
vuoi luminosa di per se stessa, vuoi illuminata dal
l'astro centrale.
« Giunto a questo periodo della sua formazione, il
Sole (esso non era ancora un corpo a sè) era tuttora
l'unico centro di quella massa enorme di materia; i
pianeti, i loro satelliti e tutti gli altri corpi che do
vevano comporne il sistema stavano, non soltanto
confusi, ma fusi nel seno di quella massa, o come dice
l'autore, in quella atmosfera.
« Ma questa era dotata di un moto di rotazione che tra
scinava violentemente nel senso medesimo tanto le mole
cole del nocciolo centrale, quanto quelle della nebulosa.
« A un dato momento i limiti di questa si distesero
fino al punto estremo in cui la forza centrifuga prodotta
dal moto di rotazione si sentì in equilibrio con la forza
centrale di gravitazione. Questi limiti tramutavansi di
per se stessi, avvicinandosi ogni volta più necessaria
mente al centro, per ragione del continuo raffreddarsi
della massa, e ne conseguiva una diminuzione propor
zionale nel volume della nebulosa. Da questo fatto
aveva origine l'abbandono o il distacco di una zona di
vapori, sufficientemente condensati nella regione dei
limiti o confini primitivi.
100 CAPO V.

« A poco a poco adunque da quell'atmosfera solare


si divelse una serie di zone di vapori, man mano più
prossime al centro, e tutte trovaronsi con tenuissime
differenze sul piano dell'equatore generale, e vale a
dire colà dove, per la velocità del movimento di rota
zione, la forza centrifuga era di sua natura prepon
derante. -

« Da queste zone ebbero origine i pianeti isolati, i


gruppi di pianeti e di asteroidi.
« Perchè la cosa si risolvesse altrimenti; a far sì
che le zone che si andavano staccando dalla nebulosa
fossero rimaste riunite sotto la forma di anelli con
centrici al Sole, sarebbe stato necessario che nelle
molecole di cui erano composti fosse continuato ad
esistere un perfetto equilibrio. Ma, nota il Laplace,
ciò sarebbe stato un grand hasard, un caso ben singo
lare e fortuito.
« Gli anelli si spezzarono e le frazioni loro più
considerevoli, traendo a sè, ed aggregandosi le altre, si
fecero centro di nuove agglomerazioni. Ora la cosa di
che importa maggiormente tener conto si è che ognuno
di quei nuovi centri dovette ubbidire a due impulsi o
movimenti simultanei; uno di rotazione intorno al pro
prio asse, e l'altro di traslazione, intorno al centro
comune. Oltre a ciò, siccome questi due moti erano
una continuazione di quello generale anteriore, face
vansi nel senso di rotazione di tutto il Sistema, ossia
del nocciolo solare.
« Ora è facile il capire come da queste nebulose
parziali, che dovevansi condensare in corpi solidi, e
cioè nei futuri pianeti, potevano trarre origine altri
corpi gravitanti ed aggirantisi intorno ad essi, e questi
sarebbero stati i satelliti dei pianeti maggiori.
« Il Laplace passa quindi a dimostrare perchè dai
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 101

satelliti non si formassero successivamente altri corpi


minori, e perchè essi presentino ognora la medesima
faccia al pianeta intorno al quale gravitano. Le ragioni
che ne dà sono le seguenti. La relativamente breve
distanza che corre fra il satellite e il pianeta fa sì che
la forza di attrazione di quest'ultimo eserciti sull'altro
una influenza preponderante; e le masse componenti i
satelliti, quando erano ancora in istato fluido, si allun
garono alquanto verso il centro del pianeta. In quanto
al moto di rotazione esso risultò di una durata quasi
identica a quella della loro rivoluzione; e dopo un certo
numero di oscillazioni la durata di quei due moti di
venne esattamente uguale.
« Tale è in brevi parole, soggiunge il Guillemin,
la grande teoria che il Laplace presentò agli scienziati,
con quella riservatezza però che è prova del rispetto
che quel grande ingegno concedeva alle verità già di
mostrate come inconcusse e con ogni esattezza dalla
scienza. Certo è per altra parte che cotesta teoria va
in accordo perfetto colle leggi della meccanica generale,
e con i fatti e le osservazioni astronomiche e fisiche. Ma
senza più oltre dilungarci intorno a questo argomento,
è da osservare quella specie di concordanza che il
mondo di Saturno presenta col concetto del geometra
illustre. Egli stesso insiste a ragione su questo punto.
« La regolare disposizione della massa degli anelli
di Saturno, ei dice, intorno al suo centro, e nel piano
del suo equatore, risulta naturalmente da questa ipotesi,
e all'infuori di essa, riesce incomprensibile. Questi
anelli paionmi essere una prova tuttora sussistente
della estensione primitiva dell'atmosfera di Saturno e
dei successivi suoi riducimenti ». -

Ebbene, malgrado il peso di tanta autorità, il diciamo


con peritanza, e quasi arrossendo, nella nostra pochezza
7 - ZEccH1N1, Dio, l'Universo, ecc,
102 - CAPO V.

scientifica, il mondo di Saturno è invece per noi una


prova, o almeno una cagione di grande dubbiezza
intorno alla verità della ipotesi del Laplace; e ne ad
durremo le ragioni prima di por fine a questo capitolo.
Ciò che a noi si mostra come vero, ha nella nostra
coscienza maggior peso del rispetto dovuto a un tanto
preclaro ingegno e a coloro che, non meno di lui degni
di riverenza, accolsero finora quella teoria senza ecce
zione o riserva.
A confermare non pochi studiosi, e singolarmente i
dilettanti degli studi fisici e cosmologici nella credenza
intiera di quella teoria, giovò assai l'ingegnoso espe
rimento imaginato dal signor Plateau, che qui re
chiamo in nota colle relative figure: ma anche intorno
ad esso, dobbiamo confessarlo, esporremo qualche no
stra obiezione, malgrado che anche da noi tengasi in
pregio il sottile trovato; e non ostante quella sua certa
analogia colla ipotesi del Laplace; si parva licet com
ponere magnis (1).

(1) L'accennato esperimento essenzialmente e prima di


ogni cosa consiste nel sottrarre una massa fluida alla
azione della gravità e cioè all'attrazione terrestre, di
modo che tutte le sue parti vengano invece unicamente
sollecitate dalla attrazione loro scambievole; e poscia ad
imprimere a questa massa un moto di rotazione via via
più rapido. -

Per raggiungere un tale scopo, il signor Plateau versa


una certa quantità di olio in un vaso di vetro o di cri
stallo pieno di acqua e di alcool misti in una data pro
porzione, per cui i suoi strati inferiori risultino alquanto
più densi dell'olio, e i superiori per converso alquanto
più leggeri (”). La massa dell'olio scende in quel liquido
finchè trova lo strato di una densità uguale alla sua:
allora si ferma assumendo la forma di una sfera.

(*) La voluta proporzione si ottiene aggiungendo acqua o alcool nel


vaso, finchè si veda l'olio raggrupparsi in una sfera perfetta,
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 103

Ma poichè l'argomento è della massima importanza,


e per dare di esso anche una più chiara e compiuta
idea, riputiamo util cosa il riferire quanto ne dice l'illu
stre Padre Secchi nella sua recente opera Le Soleil
(Parigi 1870); tanto più in quanto che egli si estende
in maggiori particolari scientifici, porgendoci per tal
modo occasione ad ulteriori nostre osservazioni.
Ecco pertanto in qual modo egli espone la
Formazione del sistema planetario.
« Gli scienziati motransi oggidì unanimi nello am
mettere che il nostro sistema solare abbia avuto origine
dalla condensazione di una nebulosa che, antichissi
mamente, si distendeva anche al di là dei limiti ora
segnati dai pianeti più lontani dal sole. Questa nebulosa
muovevasi da principio in un senso di rotazione assai
lento, ma che dovevasi accelerare coll'andare del tempo.
« Posta in queste condizioni, scrive il Guillemin, la
massa dell'olio viene sottratta all'azione della gravità, e
la forma che assume devesi all'attrazione reciproca delle
sue molecole.
« Allora con delicata attenzione immergesi nel mezzo
di quella sfera un disco metallico, retto nel suo centro

da un fusticino proporzionato, per mezzo del quale, me


diante una manivella o altro congegno, s'imprime al globo
dell'olio un moto progressivo di rotazione.
“ Finchè il moto è lento la sfera va trasformandosi
104 CAPO V. a

« In forza di una legge della meccanica detta legge


delle aree, ogni particella libera deve muoversi in
modo che il suo raggio vettore descriva delle aree uguali
in tempi uguali: dalla qual cosa consegue che se il
in una sferoide, slargata all'equatore e depressa ai poli ;
e ciò in conseguenza della forza centrifuga sviluppatasi
nel movimento. Il fenomeno dà a questo punto ragione
della forma sferoidale dei pianeti.
« Se avviene che il moto si faccia più rapido, la de
pressione ai poli va crescendo: la sferoide si avvalla
ai poli distendendosi ognora più in senso orizzontale,
fino al punto in cui il liquido, staccandosi affatto dal
disco, trasformasi in un anello circolare. Qui il fenomeno

dà la ragione e delle zone che in origine staccaron si


dalla massa solare, e degli anelli che vedonsi circondare
Saturno.
« Finalmente se continuasi ad imprimere il moto di
rotazione alla massa dell'olio in modo più rapido con
sun disco più grande, la forza centrifuga spingendo le
molecole del mezzo ambiente verso l'anello, questo viene
a rompersi in più parti isolate, che si concentrano in
tante sfere minori. Ciascuna di esse continua allora per
un certo tempo un movimento di rotazione nel senso che
prima aveva l'anello.
« Quest'ultima fase dell'esperimento ci porge una spic
cata analogia col fenomeno della formazione dei centri
di condensazione i quali, nella ipotesi di Laplace, sono
stati l'origine dei pianeti del mondo solare ».
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 105

raggio s'accorcia di continuo per via della contrazione,


l'arco descritto nella unità di tempo ha dovuto aumen
tare affinchè l'area rimanesse uguale. Da un tale ac
crescimento di velocità deriva un aumento nella forza
centrifuga, e allorquando essa ebbe equiparato la forza
di gravitazione, si staccarono (a giusti intervalli di
tempo) dalla massa roteante sumenzionata degli anelli
che rimasero liberamente sospesi intorno alla massa
centrale. -

« Quella velocità crescendo ognora, gli anelli si


spezzarono e i varii loro frammenti, obbedendo indivi
dualmente alle leggi dell'attrazione, formarono alla lor
volta masse isolate le une dalle altre e divennero centri
d'azione somiglianti al centro principale antico. Queste
nuove masse vennero alla loro volta a circondarsi di
anelli di second'ordine: taluni di essi esistono ancora
oggidì, mentre gli altri, spezzandosi, hanno dato ori
gine ai satelliti.
« Una tale teoria, proposta da Kant, Herschel e La
place, venne confermata dalle ingegnose esperienze del
signor Plateau (1).
« La materia di cui componevasi la nebulosa pri
mitiva, trovasi al certo in un grado di rarefazione molto
più considerevole di quello che per noi si ottiene me
diante le migliori macchine pneumatiche: essa venne
a restringersi notevolmente condensandosi, e abban
donò in certo qual modo a varie distanze dei pianeti
e dei satelliti. Il sole è, come a dire, il residuo ancora
incandescente e gaseiforme di quella massa primitiva.
Nel mondo siderale trovansi tuttora dagli astronomi
vestigie di quella formazione: nel nostro mondo pla
(1) Qui ne dà un breve cenno che non riferiamo, avendo
esposto non ha guari quel procedimento in modo più
esteso, valendoci delle parole del Guillemin.
106 CAPO V.

netario gli anelli che circondano Saturno ce ne forni


scono un esempio, e nel mondo stellare riscontransi
nelle nebulose spirali e in quelle anulari. Coteste masse
sono composte di una materia tuttavia in istato gas
soso, e pajono intente, diremmo così, a costituire dei
mondi in via di formazione.
« È impossibile determinare oggidì le circostanze che
furono cagione del formarsi di ogni pianeta; però la
legge che segna le loro distanze sembra imprimere a
tutto quanto il sistema il carattere di una formazione
graduale, per cui questi corpi celesti abbiano dovuto
staccarsi ciascuno alla loro volta dalla massa centrale.
« Fu primo il Keplero a scoprire una certa regola
rità circa la distribuzione dei pianeti nello spazio. Egli
però riscontrava una singolare anomalia nella distanza,
che corre fra Marte e Giove, quindi colla sola scorta
di tale osservazione fecesi animo a predire che scopri
rebbesi un qualche giorno in quella regione un astro
fino allora sconosciuto. Due secoli scorsero, ma alla
fine la scoperta dei primi quattro piccoli pianeti venne
a confermare la sua previsione; e a noi è noto come
invece di un solo pianeta si aggirano in quella plaga
celeste un centinaio e più di asteroidi. Il 112° è stato
scoperto il 19 settembre 1870. Però essi tutti, tenendo
il posto di un solo grande pianeta, non valgono a for
mare una massa equivalente alla terza parte di quella
della Terra, secondo i calcoli che ne fece il Leverrier.
Questo tanto frazionamento in un così grande numero
di corpi celesti potrebbe significare che nell'epoca in
cui si sono formati fecesi una grande perturbazione in
quella nebulosa massa solare.
- « Dopo Keplero, Titius ebbe scoperta una legge più
esatta per esprimere le relazioni che passano fra le di
stanze dei pianeti al Sole. Se diremo n il numero
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 107

d'ordine del pianeta che vuolsi prendere ad esame,


cominciando da Venere, la legge di Titius contiensi
nella formola seguente: Dz4 + 3 X2”-l. Il quadro
comparativo che qui appresso esponiamo addita le di
stanze vere, ricavate dalle osservazioni, e quelle ap
prossimative desunte dai calcoli istituiti a norma della
formola qui sopra enunziata: il lettore maraviglierà
in certo modo nel vedere la corrispondenza quasi esatta
risultante fra le due serie di numeri.

Distanze.
PIANETI Distanze vere ."
di Titius

Mercurio. . . . . . . . 3,871 4

Venere . . . . . . . . . 7,233 7

La Terra . . . . . . . 10,000 10

Marte . . . . . . . . . 15,237 15

Asteroidi. . . . . . . . 22,0-31,6 28
Giove . . . . . . . . - 52,028 52

Saturno . . . . . . . . 95,388 95

Urano . . . . . . . . . 191,826 196

Nettuno . . . . . . . . 300,369 338


l=

« Il signor Hinrichs tenendo conto delle leggi di


Keplero e della ipotesi della rotazione primitiva, provò
come la formola di Titius fosse la diretta conseguenza
della condensazione progressiva della nebulosa solare;
condensazione che procedeva regolare e proporzionale
al tempo, di modo che i numeri che segnano le di
108 - CAPO V.

stanze dei pianeti indicherebbero eziandio la misura


del tempo che correva tra la formazione loro successiva,
Le differenze, a dir vero assai tenui, che riscontransi
fra i numeri calcolati in ragione della teoria, e quelli
che porge l'osservazione dei fatti, possono quasi senza
tema di errare attribuirsi alla resistenza prodotta dal
l'etere e dalle influenze perturbatrici che i pianeti do
vettero di necessità esercitare gli uni sopra gli altri
grado grado che andavano formandosi. La resistenza
prodotta dall'etere dev'essere stata senza dubbio più in
tensa sopra i pianeti più antichi (1); ed è invero rispetto
ad essi che appaiono le maggiori differenze. Le distanze
dei satelliti nei sistemi secondarii vanno in pari modo
retti da una medesima legge; ma quivi eziandio le
discrepanze più considerevoli scorgonsi rispetto ai pia
neti di formazione più remota».
E qui ci pare superfluo il riferire oltre testualmente
ciò che segue a dire l'illustre autore su questo argo
mento. Gioverà bensì recare ancora alcuni suoi asserti
che non sapremmo trascurare, perchè notevolissimi e
da che vengono in acconcio allo sviluppo del nostro
aSSuntO.

L'esistenza dei piccoli pianeti, ripete, pare risponda


a un periodo di perturbazione nel lungo periodo della
formazione del sistema. Tutti i pianeti esterni, rispetto
a quella zona, sono di una ben tenue densità: in ge
nere è inferiore a quella dell'acqua; gli altri per contro
ne hanno una maggiore dell'acqua almeno cinque volte.
« Talune fra le asteroidi avvicinansi nelle loro rivo
luzioni sì fattamente all'orbita di Marte che quasi di
rebbesi esso faccia parte del loro stuolo già tanto nu
(1) Siam lieti di questa osservazione del grande fisico
italiano, poichè è quasi una conferma della nostra ipotesi
sulla maggiore densità dell'etere primitivo.
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO l09

meroso, di guisa che la sua costituzione abbia provato


qualche influenza dalla perturbazione avvenuta in quella
zona enorme che misurasi fra Giove e la Terra.
« Tutti i pianeti esterni, sono circondati da un nu
meroso corteggio di satelliti: Giove ne ha quattro,
Saturno otto, Urano quattro (il Guillemin ne segna
otto), e Nettuno almeno uno. Fra quelli che sono più
prossimi al sole, la terra soltanto ne possiede uno.
« Le masse dei pianeti esterni dopo Marte sono di
gran lunga maggiori di quelle degli altri. Il minore
di loro è da se solo più considerevole di tutti quanti
gli altri insieme riuniti.
« Le atmosfere di tutti questi pianeti esterni dànno
per mezzo dello spettroscopio la prova di sentire per la
luce solare una elettiva potenza grandissima di assor
bimento. Queste atmosfere sono molto dense ed este
sissime. Parrebbe quasi che essi pianeti fossero tuttora
assai prossimi allo stato nebuloso. -

4 La loro velocità di rotazione è in media due volte


e mezza tanto quanto quella dei pianeti interni.
«La comunione di origine di tutti i corpi del no
stro sistema è mostrata evidente da un grande numero
di fatti. -

« I loro moti di rotazione e di traslazione procedono


tutti nel senso medesimo (1); e cioè quello della ro
tazione del sole.
« I pianeti descrivono delle orbite inclinate alquanto
le une sulle altre; meno le asteroidi, che ne hanno
delle molto più divergenti dal piano generale o fon
damentale, come lo chiamano il Laplace e Jhon
Herschel. -

« La massa centrale, e vale a dire il sole è prepon


(1) Se ne deve eccettuare soltanto il satellite di Nettuno,
che muovesi in senso inverso. -
l 10 CAPO V,

derante d'assai su quelle riunite di tutti i corpi del


S1Stema. -

« La forza detta di attrazione o di gravitazione fra


i corpi celesti è forse dovuta all'etere, a quel fluido
cioè che riempie l'universo intiero: ma in che cosa
consiste l'azione di questo etere? Finora gli astronomi
e i fisici non si sono posti d'accordo sopra una tale
importantissima questione ».
Intorno ad esso ed alla particolare sua azione espor
remo una nostra opinione fra non molto; e ci lusin
ghiamo possa in parte almeno rispondere alle suesposte
domande. Ma ora è tempo di dichiarare in che cosa
concordiamo e in quali altre crediamo doverci disco
stare relativamente alla, in ogni caso, maravigliosa
ipotesi del Laplace, adducendone, ben s'intende, le
ragioni.
Sì, questa ipotesi è una di quelle idee luminore che
sorgono soltanto e sviluppansi nelle menti dotate d'inge
gno superiore, rincalzato da studi speciali e profondi; ma
a parer nostro essa non risponde a tutti i fatti, non
dà ragione di tutte le circostanze o condizioni che nel
suo sviluppo devono di necessità essere intervenute.
Essa lascia campo ad obiezioni alle quali forse non si
potrebbe rispondere tanto agevolmente: e tanto è che
crediamo non possa colmarsi un tale ammanco che
per via di un qualche intervento, forse anche indiretto
e mediato, di quella intelligente potenza che ci vien
fatto incontrare ognora nei momenti e nei casi di mas
sima importanza; nei periodi più essenziali dell'am
mirabile ordinamento dell'universo; e ciò senza che
appositamente ne andiamo in traccia.
E ora pigliamo il fatto tal quale ci viene presentato
dalla ipotesi in discorso.
La nebulosa conteneva allo stato gassoso tutta quanta
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO lll

la materia che doveva comporre il sistema solare: essa


roteava con una rapidità immensa sull'asse equatoriale
del suo nucleo centrale; e questo nucleo coll'andare di
secoli e secoli, condensato ed enormemente ridotto, es
sere doveva il nostro sole.
Raggiunto un certo grado di velocità, che per il caso
nostro direbbesi estremo, dicesi che da quella massa
roteante, assai assottigliata nel senso dell'equatore, do
vesse staccarsene tutto intorno una grande zona, a
foggia di anello. Ma per quale impulso subitaneo o
per quale forza speciale fu indotta quella zona a stac
carsi dalla massa colla quale aveva fino allora fatto
corpo?
Sarebbe più ovvio forse il credere che obedienti
all'impulso via via maggiore che loro veniva comu
nicato dalla ognora crescente rapidità della rotazione,
dovessero le estreme particelle o lembi di quella
massa, divenuta una sferoide estremamente appiattita,
staccarsi isolatamente quasi, e a brani, da suoi ultimi
confini e disperdersi sullo spazio ambiente; tanto più
se si consideri quanto le molecole formanti quella
massa dovessero già essere diluite; e più quelle che
soprannuotavano in certa guisa alla sua superficie. Ma
teniamo ora anche per buona la teoria dello stacco del
primo e poscia dei successivi anelli. In quel caso non
può a meno di farsi sentire la necessità di una causa
speciale che valesse a produrlo, e cioè di quell'impulso
or ora da noi mentovato. E questo, crediamo, non abbia
potuto essere che un subitaneo mutamento nel piano
di rotazione della massa intiera.
Supposto, e per un momento conceduto codesto can
giamento istantaneo nella direzione dell'asse equatoriale,
facile assai per questo mezzo diventa il comprendere
che un lembo estremo della massa che ubbidiva al
112 CAPO V.

l'impulso della enorme sua velocità di rotazione, se


ne sia di un subito staccato. La soluzione di continuità,
se così può dirsi, avvenne nella linea in cui la leg
gera forza di adesione delle molecole si trovò meno
efficace della violenza di quella scossa improvvisa.
Chi potesse calcolare il valore rispettivo di quei due
fattori potrebbe misurare abbastanza esattamente lo
spessore della zona o anello che se ne divelleva ogni
volta.
Avvertiamo il lettore che non è arbitraria affatto o
gratuita la supposizione di questo istantaneo muta
mento, giacchè è confortato dal fatto che le orbite dei
pianeti, come abbiamo veduto poco fa per le parole
stesse del P. Secchi, sono tutte alquanto inclinate sul
piano fondamentale del sistema, che è quello dell'asse
equatoriale del sole. -

Che se non si volesse concedere questo spostamento


nell'asse di rotazione della nebulosa, già abbiamo os
servato che difficilmente si sarebbe ottenuto lo stacco
di quella enorme zona che doveva poi formare il più
lontano dei pianeti conosciuti. Ma se ne fosse anche in
qualche modo spiccata, il che non concediamo che per
facilitare lo sviluppo dell'argomentazione, non ci è dato
capire come avrebbe potuto assumere un moto suo pro
prio, indipendente, e torsi alla influenza di quello pur
tuttavia persistente della ancora enorme residua massa
primitiva. Per altra parte, se la consideriamo priva di
questo suo moto peculiare e proprio, non le sarebbe
stato possibile lo agglomerarsi in un corpo individuale
per dare principio al primo fra i secondarii rudimenti
del nostro sistema; e cioè alla formazione del primo
satellite.
Che se per converso concedesi lo spostamento istan
taneo, e quindi la scossa da noi supposti, il successivo
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO - l13

sviluppo del processo diventa non solo più facile, ma


soltanto a quel modo possibile.
E in verità, adentrandoci alquanto nello sviluppo
della ipotesi del Laplace, ecco ciò che per prima cosa
ci si presenta. La prima zona circolare che si stacca
dalla nebulosa e che deve formare il pianeta Nettuno,
e più tardi anche il suo satellite, ha per lo meno un
diametro uguale a quello dell'orbita attuale del pia
neta, e vale a dire 2 miliardi e 300 milioni circa di
leghe, da quattro chilometri ciascheduna. Il suo spes
sore è uguale, se non molto più, alla distanza che
passa fra Nettuno e Urano, vale a dire 390 milioni di
leghe ossia l miliardo e 560 milioni di chilometri al
l'incirca. -

Ora ci pare assai difficile che, venendo essa a rom


persi, i brani o schianti giganteschi di questa zona im
mensa, i quali trovavansi rispettivamente collocati ai
punti estremi del detto diametro, potessero essere an
dati a congiungersi insieme, quando vogliasi anche
tenere per fermo che la massa residua della nebulosa
rimanesse a roteare in mezzo a loro, correndo sull'iden
tico piano; giacchè la materiale sua interposizione vi
avrebbe da se sola posto un grave ostacolo, oltrechè per
la forza di attrazione che pure, singolarmente in questo
caso, essa doveva tuttavia esercitare sopra quei brani
isolati, era altro possente impedimento al ravvicinarsi
fra loro e far corpo. Che se ogni zona o anello non
fosse andato a brani nello staccarsi dalla nebulosa,
avrebbe continuato ad aggirarsi intiero intorno alla me
desima, come vediamo essere avvenuto per gli anelli
di Saturno. -

Il lavoro poi della conglomerazione, anche tenuto per


vero il caso della inclinazione dell'asse, dev'essere ciò
malgrado riuscito di una difficoltà enorme, e richiesta
- 114 CAPO V.

la prova di più e più decine, e forse centinaia di secoli


per riuscire. -

Nè è dir troppo, quando si consideri che se il dia


metro di quella zona misurava 2 miliardi e 300 mi
lioni di leghe, la sua circonferenza ne era tre volte
maggiore, e cioè presso a poco di 7 miliardi di leghe,
o poco meno di 28 miliardi di chilometri. Ma quel
corpo o pianeta, che ora trovasi ridotto ad una massa,
relativamente piccola, dappoichè il suo diametro è ap
pena sei volte maggiore di quello della Terra, e che
cammina senza impicci, non andando probabilmente
soggetto a perturbazioni esterne, dappoichè trovasi
posto all'estremo limite del nostro sistema; questo pia
neta, diciamo, non percorre intiera la estesa sua orbita
che in 164 anni, 225 giorni e 7 ore. Quindi ei vola nello
spazio colla velocità di oltre 26 mila chilometri all'ora,
o poco meno di 440 ogni minuto.
Ma la bisogna dovette riuscire senza dubbio alcuno
ben diversa per i brani della zona, giacchè al momento
della conflagrazione dovettero rimanere non poco per
turbati nel movimento della primitiva loro rotazione
normale. -

Per quale procedimento adunque sia avvenuta la riu


nione e la conglomerazione loro, ognun vede quanto
difficile sarebbe il dire; e lo esperimento del signor
Plateau, che ne porge un esempio materiale di una
certa analogia, è ben lontano dal rispondere a tutti i
fatti che cadono nella ipotesi in quistione.
E prima di ogni cosa, mettiamo che egli abbia ten
tato il suo esperimento mediante una boccia d'olio di 10
o di 20 centimetri di diametro, in un vaso di un metro
cubo, ei non presenta all'osservatore che un solo feno
meno; cioè il formarsi dell'anello e del suo spezzarsi
alla fine, quando la velocità impressa alla boccia di
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO l15

olio ha toccato un massimo, al di là del quale quella


massa già tanto schiacciata e allargata non ha più modo
di tenersi insieme riunita. Allora l'anello si rompe in
varii brani: questi continuano per qualche secondo a
girare ognuno sopra di sè, e a correre un'orbita nor
male all'asse del primo movimento di rotazione; ma,
cessato ben presto ogni moto centrifugo, le varie parti
che per la natura speciale della materia di cui sono
composti, si erano concentrati in globetti, descrivendo
dei giri a spira, vanno di bel nuovo a riunirsi in una
massa comune, dacchè il punto centrale della rotazione
è rimasto vuoto, nè vi è più cosa alcuna che vi faccia
ostacolo. Questo ostacolo invece incontrasi nella re
sidua massa della nebulosa, che permane al centro e
continua a rotearvi con moto celerissimo. Si riunireb
bero però nuovamente i brani della zona alla massa pri
mitiva in ragione delle forze di affinità e di attrazione,
se non si trovassero fuorviati e come vaganti in balia
di loro stessi a motivo del da noi invocato spostamento
dell'asse o piano fondamentale della nebulosa: e tale
spostamento è la cagione precipua del successivo pos
sibile incontrarsi fra loro e fare corpo.
L'esperimento del signor Plateau, come potè scor
gersi, non è che uno schizzo microscopico e troppo
incompleto; e non presenta che una lieve e nemmeno
esatta imagine del primo stadio dell'ipotesi laplaciana,
non rispondendo per nulla all'ulteriore sviluppo della
medesima.
Ma tornando a quella, già esponemmo l'opinione no
stra circa la probabile maniera e la causa impellente
dello stacco di quella prima zona circolare di materia;
e ne avvertimmo l'immensa estensione in tutti i sensi.
Il suo rompersi in varie parti sarà derivato dalla
scossa medesima che ne cagionava il distacco. Ora
l 16 CAPO V.

queste, libere di sè, anche per il graduale restringersi


della nebulosa, è probabile che si siano tra loro rav
vicinate, attratte le minori dalle più considerevoli,
finchè rimanessero come raggruppate in una sola
Il 13 SS3,

Dire con qual ordine e per quale processo e in quanto


tempo ciò possa essere avvenuto, non è dato ad alcuno.
Questi misteriosi fenomeni si svolgono regolarmente in
natura, poichè Dio, che è eterno, non misura il tempo;
e, dato il primo impulso, fermato il generale ordina
mento, lascia che in forza di questi fattori ogni cosa
compia la sua missione.
La densità della materia di cui è composto Nettuno
è alquanto minore di quella dell'acqua del mare, e il
suo peso equivale a quello dell'acido azotico: se non
intervengono altre combinazioni, che impossibile sa
rebbe il solo imaginare, parrebbe essere questo oramai,
dopo un tanto e sì lungo corso di secoli, divenuto
il suo stato normale. Ma forse non è ancora matura
per lui l'epoca della combinazione di certi gas, come
quelle dell'idrogeno e dell'ossigeno, o dell'ossigeno e
dell'azoto, onde provennero per noi la composizione
dell'acqua e dell'aria; e queste combinazioni non è
ben certo possano operarsi in quella freddissima plaga
dello spazio. Forse nemmeno l'epoca o la possibilità
delle precipitazioni di certi sali e di certi acidi, d'onde
deriverebbero le combinazioni di corpi più solidi, non
è ancora giunta per Nettuno; e v'hanno fisici, fra i
quali il già citato padre Secchi, i quali non sarebbero
affatto alieni dal supporre che questo pianeta trovisi an
cora in tali condizioni da risplendere in certo modo di
luce propria, e non di quella che potesse riflettere dal
da lui lontanissimo sole. Sia però quel che si voglia, la
tenuità grandissima della sua densità gli proviene, a
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 117

creder nostro, dall'essersi la sua massa, comunque ciò


sia avvenuto, staccata per la prima dalla nebulosa ori
ginale; e pertanto di necessità doveva essere la più sot
tile e leggera, poichè a motivo della estrema sua dilui
zione, galleggiava, diremmo, alla superficie dell'estremo
lembo di quella.
Che tutti questi fatti avvenissero così per l'appunto,
può credersi non per via di dati positivi assoluti, ma
per argomentazione di logiche analogie.
E qui basti circa il primo stadio o fatto della forma
zione del nostro sistema. Per i successivi vedremo di
contenerci in più discreti limiti, abbenchè vi abbiamo
da riscontrare fatti importanti in appoggio della condi
zione da noi aggiunta, per fare che appaia più proba
bile lo svolgimento della ipotesi del grande astronomo
francese. º -

Dopo Nettuno, nell'avvicinarci alla Terra c'imbat


tiamo in Urano. Questo pianeta, come ci accadrà di
vedere anche per Saturno, è centro di un piccolo mondo.
Staccatasi, a suo tempo, dalla nebulosa solare una
seconda zona, la materia di cui era composta andò, in
un lasso di tempo congruo e proporzionale, a conglo
barsi alla distanza di 460 milioni di leghe da Nettuno,
e di 365 milioni da Saturno. Lo spazio che intercede fra
questi due corpi celesti era esteso abbastanza da poter
visi a tutto agio combinare e muovere nelle sue rivolu
zioni quel piccolo mondo di satelliti or ora menzionato,
Quella conglomerazione che assunse a sua volta la
forma di una nebulosa secondaria, ma tanto più ri
stretta dalla originale e primitiva, risultò animata da
due moti; uno di traslazione, l'altro di rotazione. Da
quest'ultima ebbero origine, come in second'ordine, se
così conviene esprimersi, altri otto anelli per altrettanti
successivi stacchi dalla medesima, dai quali riuscirono
8 - ZEccHINI, Dio, l'Universo, ecc,
118 - CAPO V.

alla loro volta formati gli otto satelliti (1) che vediamo
aggirarsi intorno al loro pianeta.
Essi, come può scorgersi dalla figura che qui ne por
giamo, corrono sopra orbite molto inclinate relativa

de ril ditrano

i
l

mente alla normale di Urano; e questa circostanza


avvalora la ipotesi da noi divisata dello spostamento
istantaneo della massa originale, onde agevolare lo
stacco di ogni zona al momento opportuno, e il suo
agglomerarsi in una massa secondaria.
Il fatto dei satelliti di questo pianeta in tal modo
disposti ci dà in ciò pienamente ragione. Essi non
avrebbero molto probabilmente potuto disgiungersi
(1) Altri non ne annoverano che 6, altri 4 soltanto.
-
Il Nostro sisteMA PLANETARIO 119
dalla massa loro originale e andare a comporsi in corpi
separati, aggirantisi ciascuno nella rispettiva sua or
bita, se il piano normale del loro pianeta ogni volta
non si fosse modificato per un impulso avvenuto, non
sappiamo per quale forza, o in forza di qual legge
naturale.
Ma altro ed eziandio più rilevante argomento, atto a
rinforzare la ipotesi nostra del ripetuto spostamento,
viene a fornircelo il pianeta Saturno, terzo in ordine
di distanza nell'approssimarsi al Sole.
Esso è centro, alla maniera stessa di Urano, di un
piccolo mondo. Otto eziandio sono i satelliti che gli
fanno splendido corteggio; ma più ricco del già ben
ricco suo vicino, porta con sè un anello luminoso, di
viso in tre zone, materialmente separate una dall'altra.
L'esterna è di color bigio, uguale a quello del pianeta;
la media è biancastra, e quindi appare assai più lucente;
la terza ha una tinta oscura, ed è come trasparente,
Queste zone anulari hanno un moto di rotazione sopra
se stesse assai rapido, giacchè il loro rivolgimento com
piesi in 10 ore e 32 minuti.
Ma quale sarà la cagione per cui, dopo che eransi
conglomerati otto satelliti intorno a questo pianeta, l'ul
tima, o le ultime tre zone di materia da lui staccatesi,
non ebbero lo stesso risultamento? La ragione chiara
emerge dal fatto, da che vediamo il detto anello aggi
rarsi in un piano esattamente parallelo a quello del
l'equatore del pianeta, come lo rilevammo dalle brevi
note estratte dall'opera del padre Secchi, quì avanti rife
rite. In quest'ultimo stacco non avvenne spostamento
nel nucleo centrale della nebulosa saturniana; quindi, a
norma della nostra ipotesi, non rottura della zona in più
o meno numerose frazioni, e pertanto non possibile la
successiva regolare conglomerazione delle medesime in
l20 CAPO V.

un solo corpo globulare, siccome era avvenuto delle


zone precedenti (1).
E come ci pare di aver provato con più fatti positivi
e con uno negativo, quale sarebbe quest'ultimo, ad
esuberanza l'opinione nostra intorno allo spostamento
dell'asse equatoriale ad ogni stacco di una di quelle
zone, non andremo oltre nell'esame della formazione
degli altri pianeti, abbenchè il fermarci alquanto in
(1) A proposito di questi anelli, di questa singolarità
rilevantissima del nostro sistema planetario, ecco ciò che
si legge in una dotta memoria dell'astronomo russo Otto
Struve : -

« Il sistema degli anelli di Saturno ha subìto consi


derevoli cambiamenti. La larghezza o spessore degli anelli
risplendenti va crescendo di modo che l'intervallo che
corre fra essi e il pianeta diminuisce di continuo (*). Si
è in ispecie quello intermedio, il più risplendente di
tutti, che va slargandosi ognor più.
« Coteste modificazioni procederanno nel medesimo
senso, ovvero si verranno a dichiarare mutazioni in senso
inverso ? " circa la permanenza o meno
dell'appendice anulare. Forse una qualche generazione
futura potrà osservare il più strano e commovente fra i
fenomeni che possa presentare all'uomo il mondo solare
di cui la Terra, sua dimora, fa parte. Forse sarà con
cesso a quei lontani pronipoti nostri osservare nei cieli
il più formidabile spettacolo, e vale a dire, il cataclisma
prodotto dalla dislocazione degli anelli di Saturno ».
Il signor Gruson, maggiore del genio nell'esercito
prussiano, dice a proposito di questo pianeta:
« La ragione per cui dopo la formazione dei satelliti
di Saturno il solo anello si mantiene nella sua forma
primitiva sarà sempre difficilissima a trovarsi (º). Può
(*) Forse la cagione di questo avvicinarsi graduale dell'anello al pia
neta si è la forza di affinità e quella di attrazione che non furono scemate
come nel caso dei satelliti, perchè non avvenne per esso lo spostamento
dell'asse come per gli altri; e ciò in conformità di quanto già abbiamo
detto ragionando della formazione di Nettuno.
(*) Per quanto abbiamo detto qui sopra, crediamo di avere indicato
questa ragione, -
IL NOSTRO SISTEMA PIANETARIO 121

torno al gruppo delle asteroidi potrebbe fornirci altri


non meno rilevanti e non meno favorevoli argomenti
in proposito (1).
Ma se mediante l'ipotesi di Laplace viensi a dare,
fino a un certo punto, ragione della formazione dei
pianeti, nulla da quella emerge intorno all'origine delle
comete. Eppure esse sono parte rilevantissima del
sistema solare. Lo stesso Padre Secchi, nell'opera già
darsi che le molecole separate dal corpo principale per
formare quell'anello abbiano già in loro stesse una coe
sione troppo grande perchè la forza di rotazione abbia
potuto operare un nuovo squarcio (*) ». Dott. W. F. A.
Zimmermann. Il Mondo prima della creazione dell'uomo (º).
(1) Era nostra intenzione il reeare in nota quanto assai
lungamente scrivevamo un dieci anni or sono ad un va
lente astronomo, il signor Domenico Scaramucci, ma
non ci fu possibile ritrovare la copia della nostra lettera.
Ci ricorda però che confutavamo l'opinione di coloro
che credevano essere le asteroidi, schianti o brani di
un grande pianeta solidificato, già prima ivi esistente.
A noi pareva che le angolosità, che nell'ipotesi, dove
vano trovarsi in quei brani, sarebbero state cagione che
nessuno di essi avesse potuto compiere un'orbita rego
lare; e che probabilmente, restringendola man mano, sa
rebbero andati a precipitarsi su Marte o su qualche altro
dei pianeti inferiori o nel Sole.
Esclusa pertanto quell'ipotesi, intravedevamo invece la
(*) La materia di cui è composto Saturno è già più densa di quelle
di Nettuno e di Urano, perchè appartenente a zone già più vicine al centro
della nebulosa primordiale. La materia poi dell'anello, per la stessa ra
gione dell'essere più prossima al centro del pianeta, è più densa relativa
mente di quella che formò man mano i satelliti suoi. Di là la maggiore
coesione delle sue molecole e la maggiore difficoltà dello squarcio.
(*) Lo Zimmermann però mostra credere erronea una tale idea; a noi
invece non sembra priva affatto di fondamento. Esso in fatti soggiunge:
« È possibile che l'anello presenti le dimensioni che aveva Saturno prima
della formazione del suo ultimo satellite; è pure possibile che il corpo
principale sia stato ridotto fino al punto in cui lo troviamo entro a
quell'anello per la perdita della sostanza che formò i suoi satelliti; è
finalmente possibile che dei due anelli si formino altri due satelliti, in
un tempo troppo lontano perchè i nostri figli o nipoti possano esserne
testimoni ». -
122 CAPO V.

più volte citata mostrasi dello stesso avviso. Egli quindi


a tal proposito domanda se desse provengano eziandio
dalla primitiva supposta nebulosa, o se abbiano origine
estranea a quella, e risponde:
« La quistione posta già da assai tempo pare sia
ridotta ora a più facile soluzione. Le loro forme singo
lari, la loro corsa che procede in tante varie direzioni,
e ben sovente in senso opposto a quello dei pianeti;
le loro orbite inclinatissime sopra l'eclittica e spesso
perpendicolari a quel piano fondamentale, sono prove
tutte che ci portano ad assegnare alle medesime una
origine altra e diversa da quella dei corpi del nostro
sistema planetario ».
E finisce col dire: « La conclusione che può trarsi
da tutte queste osservazioni si è, che le comete sono
probabilissimamente semplici ammassi di una materia
nebulosa estranea a quella che costituì il nostro sistema;
e che quando sono entrate nei limiti dell'attrazione
solare, vi sono trattenute dall'azione perturbatrice dei
pianeti, fino a che l'azione diffusiva del calore solare
le abbia poco a poco disperse nello spazio ».
Egli poi si argomenta di convalidare questa tesi per
via delle recenti osservazioni fatte dal dotto professore

probabilità e anzi la possibilità di una grave perturba


zione avvenuta in quella plaga per un forte sbilancio
intervenuto probabilmente tra la forza centrifuga e quella
di gravitazione, dal che non risultava più il solito feno
meno del regolare stacco della zona e la sua agglome
razione in una sola massa; ma il disperdimento dei brani
di essa, e il loro parziale conglobarsi in tanti piccoli
corpi di cui ancora oggi di non conosciamo esattamente
il numero. Il lavoro dello spartimento della nebulosa e
della conglomerazione in globi delle varie sue parti era
giunto a metà, e forse in quel momento era più proba
bile che in qualunque altro il precitato perturbamento.
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 123
Schiapparelli sulla relazione che riscontrasi fra il ritorno
regolare di certe comete e le pioggie di stelle cadenti.
Ma questa relazione e questi incontri di periodicità e
anche di affinità tra i due fenomeni possono stare assai
bene, senza dover ricorrere all'ipotesi della provenienza
degli uni e degli altri, da altre plaghe del cielo, da
altri sistemi solari, o da altra materia estranea alla ne
bulosa generatrice del nostro sistema.
E qui speriamo voga perdonarci l'illustre e onorando
direttore dell'Osservatorio romano se ci mostriamo di
parere diverso da quello da lui enunziato. Noi saremmo
piuttosto inclinati a credere che tanto le comete quanto
le stelle cadenti provengano, mediante processi diversi
dalla stessa nebulosa dalla quale il nostro Sistema ebbe
origine. Non sarebbero pertanto corpi stranieri per noi,
ma bensì della stessa famiglia nostra, e soggetti essi
pure al Sole nostro comune rettore. Il procedimento al
quale crediamo potrebbe attribuirsi la loro formazione -

lo esporremo appena avrem dedotte alcune preliminari


considerazioni. -

E per prima: devesi assegnare origine diversa da


quella dei pianeti a tutte le comete o a qualcheduna di º

esse soltanto ? -

A nostro avviso si dovrebbero considerare intanto


come appartenenti alla famiglia nostra quelle dette a
breve periodo; e cioè quelle di Encke, di Biela, di
Faye e di Halley, non che cinque o sei altre di recente
osservate dagli astronomi, ma finora men note. La
prima delle succitate descrive la sua orbita in 3 anni
e 110 giorni, e l'ultima in 76 anni e giorni 126. Esse
si aggirano indubbiamente entro lo spazio in cui il
Sole ha pieno e incontrastato dominio, e possono dirsi
pertanto appartenenti al Sistema nostro.
Ed ora ci si conceda di muovere un passo più innanzi
124 CAPO V.

e di non dubitare così tosto almeno della possibilità di


un'origine comune anche per quelle il periodo rivolutivo
delle quali non è ancora ben determinato, che muovonsi
in curve immensamente più eccentriche, e che nello
allontanarsi dal Sole corrono sopra linee che gli astro
nomi dicono paraboliche o iperboliche.
In quanto a quelle che descrivono nel loro corso una
parabola, anche allungatissima, non è contrastato dagli
astronomi che in un dato lasso di tempo, sia pur lungo,
possano riavvicinarsi al Sole, e compiere in quella
enorme ellissi la loro rivoluzione. Molto più difficile
invece, ed anzi impossibile, dichiarano possa verificarsi
il ritorno di quelle che al dipartirsi dal Sole, per una
linea detta iperbolica con velocità grandissima se ne
allontanano. -

Di queste, perdute quasi negli abissi del cielo, in


tendiamo rivendicare la fratellanza e cioè la comunione
di origine e di dimora.
Ognun sa come un corpo, spinto da una forza qua
lunque, e che corra per una traiettoria va man mano
descrivendo una curva, tratto a ciò dalla forza del pro
prio peso; e ciò tanto più se la forza che lo spinge
va gradatamente scemando. Or bene, quand'anche una
cometa, toccato che abbia il suo perielio, se ne diparta
nuovamente con una velocità e forza intensissima, dato
anche che in principio descriva una linea che, rispetto
al Sole, paia essere un segmento o il principio di una
iperbole, dopo un certo tempo questa verrà pel sce
mare della velocità sua ad abbassarsi; allora la linea
dell'orbita che accennava a non dover declinare mai
in modo da andarsi a ristringere in una forma ellittica,
per il solo naturale processo da noi enunziato subisce
questa legge, rallenta la sua corsa, si abbassa in certo
modo, ristringendo e chiudendo la sua curva per tor
IL NOSTRO SISTEMA PIANETARIO 125

nare sui suoi passi, se da altri ostacoli non ne viene


impedita. -

Di questo avviso sembra essere il Leverrier là dove


dice: credere egli che tutte le comete facciano parte
integrante del nostro sistema solare. Le curve da esse
descritte, soggiunge, non paiono paraboliche se non per
la ragione del loro enorme allungarsi, di guisa che gli
archi segnati da queste comete nella parte a noi visibile
di loro corsa, possono a prima giunta credersi archi di
parabola, attesa la grande loro apertura (1).
Altri valenti astronomi credono che quand'anche una
cometa si allontanasse dal suo perielio descrivendo il
principio di una vera curva iperbolica, se essa non ve
nisse attratta durante il suo corso in qualche altro
sistema solare, alla fin fine l'iperbole stessa dovrebbe
venire a ristringersi in una enorme orbita ellittica nel
tornarsene a noi, rifacendo il suo cammino. Per com
piere un tanto viaggio credono poter abbisognare forse
anche un milione d'anni.
A dir vero ciò pare molto troppo; ma sia pure che
lunghissimo sia lo spazio di tempo a ciò fare neces
sario; la cosa non pertanto non dovrebbe considerarsi
per impossibile.
Quando si calcoli che la velocità della cometa deve
scemare in ragione del suo allontanarsi dal Sole, suo
centro di gravità, e quindi in ragione inversa dell'azione
della prima legge di Keplero; e che al chiudersi e ripie
garsi della curva quella sua velocità è ridotta a non più
di due o tre metri per ogni minuto secondo, si vedrà
quanto deve riuscire più breve la estrema sua distanza
rispetto al caso in cui la velocità sua avesse dovuto
-

(1) L'illustre astronomo è pure d'avviso che nessuna


cometa abbia finora descritto al suo dipartirsi dal centro
del nostro sistema il principio di una iperbole.
126 CAPO V.

rimanere costante, e cioè uguale a quella dei primi


tratti del suo allontanamento. Se si aggiunge che la
Stella o Sole, a noi più vicina, a del Centauro dista
tuttavia da noi 234,000 volte quanto è lontana la Terra
dal Sole, il che importa chilom. 35,919,000,000,000
si potrebbe istituire per approssimazione il calcolo
seguente. -

Dato un termine più discreto di 600,000 anni affin


chè una di quelle comete, che corressero per una
supposta linea iperbolica, compiesse il suo viaggio,
300,000 anni dovrebbero esserle attribuiti all'andata
e altrettanti per il ritorno. Ora per non sentire prepon
derantemente l'attrazione della stella succitata in con
fronto di quella del nostro Sole, sarebbe d'uopo che
essa non oltrepassasse la metà della distanza sopra
citata, e cioè non andasse oltre i 17,959,500,000,000 di
chilometri. Anzi affinchè, giunta a quel punto, non
dovesse rimanersi in bilico e quasi indecisa a quale
delle due attrazioni avesse da cedere, giova abban
donare 1 milione di chilometri, e ristringersi a chilo
metri 17,959,499,000,000. I 300,000 anni presupposti,
ridotti a minuti secondi ne importano 946,080,000,000;
e ne risulta che in ognuno di essi la cometa percorre
rebbe in media metri 18,983, e quindi quasi 19 chi
lometri, che equivalgono ai due terzi della velocità
della Terra sulla sua orbita; velocità enorme se si
considera la tanto minore densità delle comete in
confronto di quella del nostro globo (1). Dietro questi
calcoli che ci sembrano di una perspicuità evidente,
non è troppo avventato giudizio il considerare anche le
(1) Avvertasi che per la brevità e la chiarezza della di
mostrazione, i nostri calcoli furono fatti, considerando
quella distanza in linea retta; che se si nota dovere la
supposta cometa descrivere una grande ellissi sia pure
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 127

comete a direzione o corsa iperbolica come facienti


parte del nostro mondo solare, giacchè abbiamo veduto
non allontanarsene esse in fatto di tanto da essere at
tratte in altri sistemi, o da oltrepassare il limite della
forza di azione del nostro.
Oltre a ciò potrebbe indursi da questi calcoli un'altra
assai importante illazione, e cioè che, come nessun
corpo appartenente al nostro sistema potrebbe a nostro
avviso, valicarne i limiti per introdursi in un altro,
quelli qualsiansi altresì appartenenti ad un altro mondo
solare non dovrebbero poter essere attratti a far parte
del nostro. E forse è provvidenziale disposizione che
esistano fra un sistema e l'altro spazii considerevoli,
che direm neutri, imperciocchè se ciò non fosse, se
corpi appartenenti in origine ad un sistema potessero
dipartirsene per mettersi sotto l'impero di un altro
centro d'azione e di attrazione, ogni equilibrio verrebbe
rotto tantosto a danno di quei due, e forse anche a
danno di tutti; e l'intelligenza sovrana artefice di
questi sublimi ordinamenti non avrebbe potuto errare
in tal modo. -

Ciò che più riesce sorprendente in questo argomento,


tanto oscuro ancora delle comete, si è come, rifacendo
esse il cammino per raggiungere il loro centro d'attra
zione il Sole, e avvicinandosi a lui negli ultimi periodi
della loro corsa con una rapidità incredibile, l'oltre
passino per andar a toccare il punto massimo al perielio,
e come invece non si precipitino, con quella veemenza
che le attrae, sul Sole medesimo.
La celebre cometa di Halley, per parlare di cosa nota,
nel compiere la sua orbita in 76 anni e 126 giorni, nel
allungatissima, il numero dei chilometri da percorrere in
quel lasso di tempo sarà assai maggiore, e la velocità
media ne verrebbe accresciuta.
128 CAPO V.

punto estremo di essa dista dal Sole di 5 miliardi e


600 milioni di chilometri; in quello più prossimo non
ne è più discosta che di 22 milioni e 600 mila: differenza
enorme. Ora come mai, a ragionarla colla sola scorta
del senso comune, se essa da quella prima enorme
distanza cede tuttavia alla chiamata del Sole, giunta
poi ad una relativamente sensibile vicinanza, vi scivola
a lato e pare rifugga dal maggiormente accostarvisi e
di aderirvi intieramente?
È conseguenza della forza centrifuga certamente
questo suo nuovamente scostarsene, ed è la forza stessa
dell'enorme impulso che la tiene fedele alla via trac
ciata, quasi come un barbero che nella furiosa sua
corsa oltrepassa anche involontariamente la meta. Il
signor Faye però, che ha dato anch'esso il proprio
nome ad un'altra cometa, a più breve periodo, mostra
credere che il calore solare abbia in sè una forza
ripulsiva alla quale inclinerebbe ad attribuire questo
fenomeno.
Ma l'opinione che le comete debbano alla perfine
andare a tuffarsi nel Sole per sopperire colla loro massa
al consumo che esso fa di sè medesimo per le continue
sue irradiazioni di calore e di luce, è stata altre volte
messa innanzi, e ne troviamo una recente conferma
nelle seguenti parole del signor Guillemin a proposito
della cometa di Encke (1).
« Non visibile all'occhio nudo, ei dice, mostrasi nei
telescopi in forma di una massa vaporosa quasi sferica,
sprovveduta di nocciolo luminoso e di coda. E circo
stanza ben singolare, la nebulosità della cometa di
Encke varia contemporaneamente di forma e di dimen
sioni, ed è nelle sue minime distanze dal Sole che
appare ristretta in più breve volume.
(1) Opera citata Le Ciel.
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 129

« Di tutte le comete con più diligenza osservate e di


cui bene si constatò il ritornare periodico, è quella che
compie la sua rivoluzione intorno al Sole in minore
spazio di tempo. La sua durata è in media di 1205
giorni. Muovesi da Occidente verso l'Oriente in una
curva ellittica per cui la sua distanza dall'astro cen
trale varia da 13 milioni a 156 milioni di leghe.
« Essa, in ciascheduna delle sue rivoluzioni, s'in
noltra perfino nell'orbita di Mercurio, e poi va quasi a
toccare quella di Giove varcando la regione delle
Asteroidi. Dal 1818, epoca in cui venne scoperta, ne
compiè ben quattordici che furono regolarmente regi
strate; ma, cosa strana, la durata delle sue rivoluzioni
va ogni volta scemando, di guisa che, se questo pro
gressivo ristringersi continua nella medesima propor
zione sarà facile tra non molto calcolare l'epoca in cui
la cometa, descrivendo una spirale, andrà a tuffarsi
nella massa incandescente o nell'atmosfera del Sole.
Questo approssimarsi continuo è stato attribuito alla
resistenza di un medio ambiente che riempirebbe le
regioni dello spazio in prossimità del centro del nostro
mondo » (1).
Non è sola quella di Encke, ma eziandio quella di
Biela che subisce una accelerazione nel percorrere la
sua orbita, il che vorrebbe dire che questa pure va
ristringendosi, e ne viene per conseguenza l'avvicinarsi
progressivo della cometa al Sole. « Plantamour, dice
il signor Celoria, nella recente sua Monografia delle
Comete (2) aveva dalle osservazioni del 1846 fissato al
25 settembre del 1852 il suo successivo passaggio al
(1) Altri con migliore apparenza di ragione ne trova la
causa nell'etere che, non una sola parte dello spazio, ma
tutto quanto lo riempie.
(2) Milano, Treves, 1873.
130 CAPO V.

perielio; esso però avvenne in realtà il giorno 23. Ma


i fenomeni presentati da questa cometa, il suo scin
dersi, il suo non più apparire nel 1866 non permettono
di trarre conseguenza alcuna da questo fatto: che se
pure qualche cosa se ne volesse ricavare, essa sa
rebbe piuttosto contraria che favorevole all'ipotesi del
l'etere resistente » (1).
Lo sdoppiamento della cometa di Biela fu osservato
per la prima volta da Maury a Washington il 29 di
cembre 1845. Cadde sotto gli occhi degli astronomi in
Europa nel gennaio 1846. Struve trovò il 19 febbraio
che la distanza dei due nuclei era uguale a circa 6 mi
nuti primi di arco; il 4 marzo a 7 minuti, e il 23 a
minuti 13 Le due comete gemelle, segue a dire il
signor Celoria, nelle quali la prima erasi scissa, mo
strarono poi singolari variazioni di splendore: la più
piccola di esse divenne a poco a poco sempre più
splendida, superò per qualche tempo l'altra in intensità
luminosa, si fece in seguito rapidamente pallida e
scomparve il giorno 24 marzo, mentre la maggiore fu
ancora visibile il 20 aprile.
Nell'estate del 1852 ripassarono tutte e due pel loro
perielio. La distanza fra i due noccioli che nel 1846 era
di 60,000 leghe, era cresciuta fin presso a un mezzo
milione. Nel 1859, a motivo della posizione delle loro
orbite non poterono essere vedute; e nel 1866, mal
grado l'assiduità degli osservatori non furono trovate.
Si fu soltanto il 21 dicembre del 1872 che l'astronomo
Norman Pogson potè vedere e osservare una sola delle
due. Essa gli si mostrò in forma circolare, luminosa,
con un nucleo ben determinato del diametro di circa

45 secondi. La rivide ancora la mattina del 3, sempre


(1) Queste asseverazioni ci paiono alquanto troppo
spinte.
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 131

di forma circolare e del diametro di 75 secondi. Non gli


riuscì di trovar l'altra e da lì in poi egli non diede più
alcun ragguaglio in proposito.
Grave è senza dubbio la circostanza del non essersi
più trovata sulla volta de'cieli traccia di questo secondo
astro gemello dopo il 1852. Se al nuovo periodo di sua
riapparizione, che dovrebbe cadere presso a poco nel
marzo del 1876, neppure venisse a scorgersi, potrebbe
quasi di certo attribuirsi il suo scomparire, o all'essere
Stato senz'altro assorbito dal Sole, o all'essere andato
rotto in più minute frazioni (1), preda eziandio più
facile dell'astro maggiore. Il suo repentino e insolito
risplendere intensamente sarebbe stato per lui come il
canto del cigno morente. -

E questa dissoluzione dei corpi celesti, di cui più


esempi antichi e recenti già si notarono, sarebbe una
prova microscopica, ma pur sempre una prova, della
(1) « Del fatto maraviglioso presentato dalla cometa di
Biela, ossia del suo scindersi, s'incontrano esempi nelle
cronache di diversi tempi, sebbene a questi, prima del
1845, non si prestasse fede alcuna. Seneca discorrendo
della cometa dell'anno 372 avanti l'èra volgare, ricordata
dallo storico Eforo, afferma che questi disse essersi la
medesima scissa in due stelle; Dione Cassio, narrando i
prodigi avvenuti in Roma innanzi la morte di Agrippa,
13 anni prima della venuta di G. C., fa menzione di una
cometa la quale, dopo di essere per molto sovrastata alla
città, disparve in faci. Riferisce il padre Riccioli, che
Cysat, dopo di notato nella cometa del 1618 parecchi feno
meni strani, la vide alla perfine il 20 dicembre sciogliersi
in molte stellette; e Keplero, parlando della cometa stessa,
afferma che in essa si ripetè il fenomeno narrato da Eforo.
Hevelius, a proposito della cometa del 1652, parla di più
nuclei insieme coesistenti, e posteriormente al 1845, la
cometa scoperta da Liais nel febbraio del 1860 ad Olinda
(Brasile) si frantumò così come quella di Biela ». CRLoRIA,
Opera citata,
132 CAPO V.

verità di quel ciclo che da noi intravvedesi doversi com


piere dalla materia alla consumazione dei secoli, e cioè
della riassunzione sua al suo primo principio.
Del restringersi poi delle orbite immense anche delle
comete a lungo periodo è alquanto meno facile lo av
vedersi. Forse fra dieci mila, cento o duecento mila
anni il fenomeno sarà divenuto più evidente; e la
superba cometa di Halley si vedrà ridotta a più mo
deste proporzioni nel suo maestoso andamento (1).
Ma niuno per altra parte è da tanto da poter asseve
rare alcun che di assolutamente positivo intorno a questi
misteri. Tutto è possibile nella immensità e nella im
mensa varietà dell'universo, meno ciò che contraddice
alle leggi note della matematica. Tutto è possibile, poi
chè oltre a queste, altre leggi e altre forze nell'ordine
della fisica superiore, possono tuttora essere rimaste
celate all'uomo, e che non gli sarà dato probabilmente
mai di scoprire quaggiù. E sia più o meno vero che le
comete a grande periodo, come altri sembra opinare, ab
biano da considerarsi come anelli di congiunzione o di
relazione fra il nostro ed altri sistemi planetarii, certa
mente, quando ciò non fosse, non mancherebbero a Dio
altri mezzi da tenerli uno all'altro avvinti; e l'etere in
tanto che è l'ambiente universale e il veicolo per cui
(1) Le effemeridi scientifiche più recenti ci avvertono
che il conte di Ponticoulant, il quale ha fatto un immenso
lavoro sopra questa cometa, ha calcolato che il più pros
simo suo ritorno, che avrà luogo tra la fine del 1909 e il
principio del 1910, sarà accelerato di giorni 679, rispetto
alle sue rivoluzioni antecedenti; ed è all'influenza di Giove
che questa grave perturbazione viene attribuita. Ciò fa
pensare che se per le successive non intervengono in
fluenze potenti in senso contrario, la spirale che anche
essa va descrivendo nell'avvicinarsi al sole sarà apprezza
bile molto prima di ciò che per noi si è qui sopra supposto.
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 133

si espandono da uno all'altro corpo celeste ed agiscono


le grandi forze e si sviluppano i grandi fenomeni natu
rali, è tal legame di cui appena s'intravvedono ora gli
inconcepibili misteri di cui è organo e teatro.
Ma è tempo di tornare all'assunto nostro, dal quale
per assai digressioni ci siamo tenuti alquanto discosti.
Abbiam detto che l'ipotesi di Laplace poteva render
ragione, fino ad un certo punto, della formazione dei
pianeti e loro satelliti; ma non di quella delle comete,
di cui neppure vediamo faccia cenno; epperò esse muo
vonsi innumerevoli nei cieli (l). -

L'origine loro potrebbe forse ripetersi da getti fre


quenti di materia cosmica, direttamente provenuti
dalla nebulosa primitiva; o da quei brani di minor
mole che allo staccarsi ed infrangersi delle zone di
essa non avessero potuto andarsi a riunire alle frazioni
maggiori e far corpo con esse. Se ciò fosse, la parentela
necessaria fra esse e i corpi maggiori del sistema sa
rebbe un fatto non solo cosmologico, ma razionale.
Dicano i dotti ciò che può valere questa nostra idea.
Anche a giorni nostri, dopo migliaia di migliaia o di
milioni di secoli avvertonsi dagli astronomi eruzioni di
materia solare di una distesa importantissima, e vanno
sollevate da una forza enorme ad altezze e distanze con

(1) Keplero, in modo esagerativo è vero, diceva che le


comete guizzano a profusione nel cielo come i pesci nel
mare. Arago, aderendo all'ipotesi che esse vadano equa
bilmente disseminate in tutto il sistema planetario, te -
nendo conto di quante se ne erano osservate nello spazio
che corre fra il Sole e Mercurio, reputa potersi valutare
a diciotto milioni e mezzo il numero di questi astri giro
vaganti all'indentro del limite segnato dall'orbita di Net
tuno. Potrebbe per avventura anche questo calcolo parere
esagerato, ma certo è che le comete debbono essere assai
più numerose di quanto volgarmente si crede.
º – Zrrentist, Dio, l'i mirerso, ece,
134 - CAPO V.

siderevoli dalla superficie di quell'astro. Questi getti ca


gionati e spinti da una forza che diremmo quasi im
paziente di freno, e perciò tanto più energica, dovevano
ripetersi in quei primordii ben più di sovente e in
assai maggior numero ed importanza.
A proposito della forza attiva, quasi di ribollimento,
tuttora vivacissima nel Sole, crediamo utile riferire i
seguenti scritti dei due illustri astronomi italiani quali
sono il P. Secchi e il P. Denza; e tanto più c'im
porta il farlo, da che intendiamo ricavarne una nostra
speciale ipotesi sulla probabile formazione del sistema
planetario:

Fenomeni nel Sole.

« Parecchi giornali esteri si sono occupati recente


mente di esplosioni accadute nel Sole, composte di gas
idrogeno. Se ne è parlato come di un evento maravi
glioso, e che potesse avere delle influenze nel sistema
planetario. Non sarà quindi inutile l'informare i lettori
su questo soggetto. -

« Le esplosioni di gas idrogeno nel Sole non sono


cose rare: sono fenomeni che in piccola scala sono abi
tuali e formano le così dette protuberanze, o fiamme
rosse visibili direttamente attorno al Sole nelle ecclissi
totali, e che ora si studiano dagli astronomi tutti i giorni
collo spettroscopio. Quelle però che accadono in ampia
scala e con certe particolarità sono piuttosto rare, o per
dir meglio, anzichè rare nell'astro stesso, sono rara
mente osservabili. Queste infatti non possono vedersi
distintamente che quando accadono presso l'orlo solare,
onde la materia eruttata si proietti fuori del disco solare,
perchè se accadono sul pieno disco non si possono ve
-

IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 135

dere che con molta difficoltà e soltanto se coincidono


colle macchie. -

« Di più esse durano poco: è raro che queste esplo


sioni durino più di un'ora o due. Quindi è quasi un
caso che l'astronomo si trovi presente a una di queste
eruzioni. E ciò tanto più che non vedonsi se non col
l'aiuto dello spettroscopio, che è uno strumento di non
così facile maneggio nè di uso comune, e col quale può
esaminarsi solo un piccolo tratto di sole per volta. Noi
ci occupiamo di questa materia senza interruzione da
alcuni anni, e da oltre 8 mesi in ogni giorno chiaro
abbiamo fatto il contorno di queste fiamme, e se ne è
dato conto alla Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei
in varie tornate. Esse sono state classificate e distinte in
categorie principali di nubi, pennacchi e getti. Le nubi
sono ordinariamente quiete e permanenti, come pure i
pennacchi, e durano delle giornate intere talora, su
bendo solo leggere modificazioni. Sono formate di idro
geno e di una sostanza ignota che dà una riga luminosa
del giallo un poco più refrangibile di quella del sodio.
« I getti si distinguono dalle precedenti per la mag
giore vivacità e per una composizione più complicata.
Nell'intervallo delle nostre osservazioni ne abbiamo
osservate moltissime e figurate in varie delle nostre
memorie. In generale si presentano come bei getti
complessi di gas luminoso, variabilissimi, che, solle
vati a certa altezza, ricascano visibilmente sul sole,
facendo archi di parabola, e imitando i bei ventagli
della scappata de'razzi solita farsi nella girandola. Essi,
oltre l'idrogeno e la sostanza gialla suddetta, conten
gono il sodio, il ferro, il magnesio ed altri elementi
dell'atmosfera solare.
« Ieri stesso, tra le 11 ore e mezzo antimeridiane e
le 12 e mezzo, fu osservata una di queste belle eru
136 l CAPO V.

zioni all'orlo orientale del Sole, sopra un bel gruppo


di macchie che compariva il mattino stesso nel Sole.
La estensione occupata sul perimetro solare era di
circa 8°, cioè di circa 96 mila chilometri di lunghezza:
l'altezza del getto fu varia secondo le fasi. Al principio
comparve come una massa indistinta di cumuli lumi
nosissimi, alti circa 30°, cioè circa 21 mila chilometri.
A poco a poco si cominciò a distinguere in questa
massa degli archi e de' fiocchi lucidi, finchè alle 11 e
mezzo era nettamente decisa la forma del getto prin
cipale con belli archi e un bel ventaglio a volute di
ricamo che ne facevano uno spettacolo sorprendente. Col
progresso del tempo, sempre più si disegnava meglio
la forma del getto e i suoi rami a modo di una ma
gnifica palma di tronco cortissimo. Alle 12 114 i getti
sorgevano da vari punti e spandevansi in varii fila
menti e rami divergenti, che imitavano le forme di un
vago mazzo di penne rovesciate all'esterno; l'altezza
massima fu di poco meno che 50°, cioè 36 mila chi
lometri. Un poco più tardi si vedeva rarefare il tronco
sempre più, e formarsi alla sommità i rudimenti di
un arco di massa condensata e più rilucente. All'una
e lI4 pomeridiana tutto era finito e non restava che
un debole getto bassissimo, coronato e chiuso da un
bel arco luminoso.
« L'altezza massima a cui giunse la materia eruttata
fu ben lungi dall'arrivare a quella osservata da noi
altre volte, che era quadrupla almeno di questa,
« Ma la velocità con cui era eruttata è stata grande
tanto da rendersi sensibile col mutamento di refran
gibilità delle righe spettrali. La massa brillante del
ventaglio conteneva le solite sostanze e di più alla base
il magnesio, il sodio, il ferro, e in gran copia una
sostanza ignota non frequente a vedersi, che dà una
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 137

linea rossa assai viva tra B e C. Al luogo dell'eru


zione che, come dicemmo, era sopra una macchia, si
vedevano vive facole.
« Alcuni hanno sospettato che a queste eruzioni va
dano da noi congiunti i fenomeni delle aurore boreali,
delle perturbazioni magnetiche o altre variazioni atmo
sferiche. – Finora non vi è nulla di ben provato su
questo proposito. I casi di coincidenza affermativi sono
parecchi, ma molti più finora i negativi. Noi non ne
ghiamo la possibilità di tali relazioni.
« Anzi, in genere, non è impossibile una tale di
pendenza, perchè si sa che le aurore vanno di con
serva coi periodi di attività solare, e le macchie e le
protuberanze e le eruzioni sono fenomeni che vanno
d'accordo e possono dare la misura di questa attività;
ma diciamo che pei singoli casi finora non è provato,
e perciò meritano di essere ancora studiati.
« Risulta da nostri lavori fatti durante gli ultimi
8 mesi e presentati all'Accademia, che dal mese di
settembre in poi l'attività solare è stata abitualmente
scarsa; ma che però di tanto in tanto si è risvegliata,
e tra i giorni di discreta attività si hanno nel mese
corrente a notare fortunatamente l'11 e il 12 che com
prendono l'epoca dell'eclisse visibile nell'India, e il
giorno di ieri può mettersi fra gli attivi, benchè fuori
di quella grande e bella eruzione poc'altro avesse di
notabile.
« Mentre stendiamo queste note ci arriva da Parigi
il seguente dispaccio spedito dal signor Janssen all'Ac
cademia delle scienze dalla sua stazione ad Octacamund
nel Malabar: Spectre de la couronne attestant matière
plus loin que atmosphère du Soleil. 12 dicembre,
ore 5 20. Questo dispaccio non è troppo chiaro, ma
sembra indicare essersi vedute tracce di materia più
138 CAPO V.

elevata e lontana dal corpo solare che quello strato


creduto comunemente formare l'atmosfera solare.
« Aspettando schiarimenti, diremo che nei nostri
disegni dell'11 e 12 vedemmo presso il lembo occi
dentale e in varii altri punti delle nubi sollevate al
l'altezza di 2 minuti, che sembravano volare per la
atmosfera solare affatto isolate, malgrado che il Sole
non mostrasse attività straordinariamente grande.
« Questo primo avviso ci assicura almeno che le
spedizioni hanno avuto un tempo favorevole alle loro
OSSGI V8Z10Ill.

« Dall'Osservatorio del Collegio Romano


li 20 dicembre 1871.

« P. As. SECCHI S. J. ».

Aurore polari ed Eruzioni solari.

« Due nuovi fenomeni di luce aurorale sono stati os


servati in Aosta dal nostro R. P. Volante, uno nella
sera del 19 corrente, dalle ore 8 a mezzanotte, l'altro ieri
sera (21) dalle 6 alle 9.
« La frequenza di queste apparizioni in regioni mon
tuose, merita attentissimo studio; ed è perciò che io,
d'accordo coll'illustre De La Rive di Ginevra, sto cer
cando di stabilire altri osservatori di così fatto fenomeno
sia al nord come al sud delle nostre montagne.
« Nelle due sere anzidette l'apparato di declinazione
magnetica si mostrò agitato in Aosta. Qui fu visto
perturbarsi sopratutto nella notte dal 21 al 22, in cui
noi eravamo intenti alle osservazioni magnetiche che
sogliamo fare ogni quarto d'ora nei giorni prossimi ai
solstizi ed agli equinozi.
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 139

« L'agitazione della incandescente superficie del Sole


si accrebbe anch'essa nei giorni anzidetti; nel 19 vi
contammo 98 fori, e 112 nel 20, tra grandi e piccoli. E
le ampie facole o nubi lucidissime che si notavano
presso all'orlo solare in questi stessi giorni, facevano
argomentare a speciose protuberanze presso agli orli
medesimi, le quali secondo alcuni astronomi, sarebbero
altrettante aurore solari, simili, ma ben più colossali
delle nostre di quaggiù, con cui perciò avrebbero rela
zione e corrispondenza. A questo proposito ella permet
terà ch'io soggiunga qui alcuni brevi cenni intorno ad
un fatto di astronomia solare, di cui in questi giorni
hanno parlato più o meno esattamente molti giornali
esteri e nostrani, sulla cui autenticità io sono stato
interrogato in pubblico ed in privato.
« È stato detto che una violentissima eruzione venne
osservata nei giorni addietro sulla superficie del Sole,
per cui un'enorme quantità di materia sarebbe stata
lanciata sino alla incomprensibile distanza di oltre
15,000 miglia dalla superficie suddetta, la quale in
seguito ricadendo un'altra volta su questa, l'avrebbe
ricoperta per oltre 200,000 miglia.
« Orio non esito a rispondere che codesto fenomeno,
spogliato delle inesattezze con cui venne annunziato in
diversi periodici, può essere benissimo avvenuto, e
nulla ha di esagerato. E per verità, la grande eruzione
osservata, non fu che una di quelle enormi fiamme, o
getti, o nubi luminose, che con vertiginosa rapidità
sorgono splendide e gigantesche sull'orlo solare, ed
alle quali gli astronomi diedero il nome poco adattato
di protuberanze solari. Queste misteriose e graziosissime
appendici del maggior astro, dall'epoca della loro sco
perta (eclisse totale del 1842) fino al 1868, non si
lasciavano godere dagli astronomi che nelle sole raris
140 CAPO V.

sime occasioni delle eclissi totali di Sole; ma dopo le


memorabili osservazioni del francese Janssen nella
eclisse del 1868, si veggono e si studiano ora con tutto
agio quandochessia per mezzo dello spettroscopio, nello
stesso modo che le macchie e le facole.
« Ora il P. Secchi m'annunziava qualche giorno fa
che nei dì passati, e massime nel giorno 11-12, in cui
avvenne l'eclisse totale, il Sole si mostrava fregiato di
splendide protuberanze, e sembrava, per servirmi della
espressione dell'illustre astronomo romano, come vestito
a festa pel solenne avvenimento della sua totale occul
tazione; il che conferma quanto io aveva annunziato
nelle brevi notizie che inviai a V. S. un giorno prima
dell'eclisse. Ed una di codeste protuberanze dovette
essere l'eruzione di cui hanno parlato i giornali.
« Ma perchè si possa ben intendere che cosa siano
veramente cosiffatte mirabili parvenze solari, credo
pregio dell'opera soggiungere qui appresso alcune poche
notizie, le quali verranno eziandio a dare spiegazione
dei più importanti risultamenti dell'eclisse del 12 cor
rente annunziati dal telegrafo, e pubblicati in tutti i
giornali d'Europa.
« Le profonde e numerosissime investigazioni degli
astronomi d'ogni nazione, tra i quali meritano bella
menzione i nostri Secchi, Respigli e Tacchini, hanno
rilevato che il corpo solare, solido o gassoso che sia,
è d'ogni intorno avviluppato da un enorme ammasso
gassoso formato quasi intieramente di idrogeno, tra
tutti i gas leggerissimo. Nella parte più bassa di
questo mezzo aeriforme nuota come una nebbia lumi
nosa che costituisce la così detta fotosfera, cioè la
superficie del grande astro, la sola che noi vediamo ad
occhio nudo, la quale colla sua luce abbagliante rischiara
la terra e tutta la coorte solare; ed è in essa che si osser
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 141

vano le macchie e le facole. Tutta la rimanente parte


del suddetto inviluppo gassoso resta al disopra della foto
sfera, ma per ordinario si nasconde ai nostri occhi per
causa della luce troppo viva della sottoposta fotosfera.
« Codesta atmosfera invisibile si suddivide alla sua
volta in tre strati distinti, l'uno all'altro sovrapposti. Il
più basso sottilissimo è composto d'un gran numero
di vapori metallici, è quello che forma l'esilissimo
filetto luminoso che fu visto talora nelle eclissi di Sole
immediatamente prima o dopo la fase totale, e che il
P. Secchi ed io rivedemmo distintamente nell'eclisse
del 22 dicembre 1870. In esso le righe oscure dello
spettro solare si rovesciano, cioè diventano lucide,
secondochè aveva già osservato in pieno sole il Padre
Secchi fin dal 1868, ed è stato poi confermato nella
citata eclisse del 1870 dall'americano Young, ed in
modo più solenne nell'eclisse del 12 dicembre ultimo,
secondo il telegramma del colonnello Tennant da Octa
Camund.
« Il secondo strato dell'atmosfera solare forma la così
detta cromosfera, la quale, luminosa nella parte inferiore
e visibilissima allo spettroscopio, diviene oscura nelle
regioni più elevate, dove l'idrogeno perde pel raffred
damento il suo splendore. È in questo strato che si
sono osservate nel 12 dicembre le molte linee spettrali
brillanti, annunziate per telegrafo dall'astronomo Pogson
da Avenasky, e che vennero già osservate nel 1870 da
Nobili, da Secchi, da me e da altri. Finalmente il
terzo strato, e più esterno, risulta dalla materia gassosa
radissima che nelle eclissi totali dà origine alla corona
o diadema solare, e che le osservazioni dell'eclissi del
1870, confermate dalle altre ultime che il Janssen ha
annunziato per telegrafo da Octacamund, addimostrano
estendersi molto al di là del disco del Sole.
142 - CAPO V.

« Ora è appunto nel secondo dei descritti strati della


atmosfera solare, cioè nella cromosfera, che si generano
e si osservano le protuberanze. Questo strato, oltre
modo instabile e leggiero, trovasi in incessante movi
mento ed in continua agitazione, e di tratto in tratto
si producono in esso spaventose e violentissime eru
zioni di gas idrogeno, le quali si sollevano in modo
portentoso al di sopra della regione luminosa della
cromosfera sotto forme le più bizzarre e svariate.
« Ora essi si assomigliano a getti di luce sanguigna
che zampillano dall'orlo solare, ora a colonne ed am
massi di luce che s'intrecciano tra loro e si trasformano
in mille leggiadrissimi modi. Alcune volte esse ricadono
sul Sole, altre volte si diffondono alle loro cime eleva- ,
tissime nelle più strane guise, e danno origine ad
agglomerazioni nuvolose più o meno dense, le quali
ora rimangono come sospese nella regione oscura della
cromosfera, e come staccate dal Sole, ora si attaccano
al medesimo per delicatissimi filamenti.
«La incomprensibile rapidità con cui si avvicendano
così fatte trasformazioni, e la enorme estensione su cui
esse si propagano, inducono a crederle piuttosto feno
meni elettrici; epperò da alcuni furono dette aurore
solari, secondo ho innanzi ricordato.
« Le dimensioni di codeste eruzioni solari variano tra
limiti estesissimi, ed ora sono getti bassi e sottili, ora
masse nuvolose e capaci di contenere migliaia di volte
la Terra. Molte tra esse raggiungono l'altezza di più
di tre diametri terrestri, cioè circa 40 mila chilometri;
non poche sono alte più che dieci diametri della Terra,
cioè oltre a 120 mila chilometri, e ve n'hanno di quelle
che sorpassano i 20 diametri terrestri; cioè 240 o 250
mila chilometri. Ben più sorprendenti sono le dimen
sioni laterali che sovente acquistano queste più che
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO 143

gigantesche eruzioni, le quali sovente si estendono per


molte centinaia di migliaia di chilometri sul contorno
solare. -

« Queste spaventose distanze che arrecano meraviglia


a noi abitatori di questo microscopico satellite che è
la Terra, sono ben poca cosa sulla superficie del grande
pianeta il cui volume è poco meno che un milione e
mezzo di volte più grande di quello della Terra, ed il
- diametro 112 volte il terrestre.
« Pertanto da tutto ciò si fa manifesto che l'eruzione
solare di cui hanno mostrato sorpresa i nostri giornali,
non era certo una delle più colossali, perocchè essa non
si inalzava oltre i 25 o 30 mila chilometri, e la sua
ampiezza laterale non superava i 300 o 400 mila chilo
metri. Però le macerie che si dicono essere cadute sul
Sole, non erano che leggerissima sostanza idrogenica
da cui nulla ha a temere il grande astro del cielo, e
molto meno il nostro lontano pianeta la Terra.
« Dall'Osservatorio di Moncalieri,
il 22 dicembre 1871 p.
« P. F. DENZA ).

Ed è qui che riassumendoci diremo; che malgrado si


sia da noi studiato di aggiungere un nuovo elemento
di possibilità allo svolgimento dell'ipotesi di Laplace,
pur nondimeno le difficoltà che tuttavia presenta non
sono tutte o totalmente superate. Di guisa che alla
notizia di questi getti o eruzioni solari, ci si affacciò alla
mente il concetto di un'altra ipotesi, che ci sembra
di più facile esplicazione. Ed eccola in brevi parole.
In luogo di supporre lo stacco istantaneo e sopra
tutti i suoi punti di una intiera zona di materia della
nebulosa primitiva, imaginiamo che per uno di questi
getti sia venuto a rompersi per un certo tratto nel suo
144 CAP0 V.

spessore l'estremo lembo della medesima; e che questo


tratto sia stato di tal mole da potere, anche a fronte
di quella enorme massa, riuscire di una certa entità.
Esso, non aderendovi più che per un lato, rallenta
la sua corsa, relativameute a quella enorme velocità
di rotazione, e fa gomitolo, o valanga quasi, racco
gliendo intorno a sè fasce o striscie di quel lembo, che
continua a roteare più speditamente di lui, sempre
staccandosi dalla nebulosa; e ciò a guisa di quello che
fa la donna quando forma gomitolo di una matassa di
filo, dipanandola dall'arcolaio. Tale raggomitolamento
continua fino a tanto che, o per la cresciuta distanza,
o per altra causa non vengano ad alterarsi le condizioni
di quel singolare lavoro, che allora verrebbe a cessare,
per ricominciare poi quando per un altro getto o stacco
possa avere origine un altro lavoro o processo con
simile di raggomitolamento.
Da ognuno dei più importanti di questi getti o eru
zioni, e per un tale procedimento potrebbe avere avuto
origine un pianeta; e ciascuno di essi si sarebbe formato
al posto suo come li vediamo ora collocati.
Per lo stesso modo, rispetto ad ognuno di quelli la
cui mole o condizione lo avessero comportato, si sa
rebbero da essi originati i satelliti. Dagli sprazzi, dai
brani minori, dai lembi perduti e quà e là svolazzanti
in direzioni varie, a cagione di tali commozioni o
rivolgimenti, sarebbero provenute le più o meno volu
minose comete, le meteoriti, le stelle cadenti, e con
simili minuti corpuscoli, che quasi polviscolo invadono
a miliardi gli spazi planetari e fors'anche, per cagioni
e combinazioni analoghe, gl'interstellari.
. Fu ed è senza alcun dubbio ardimento grande il no
stro, il metter mano nella ipotesi di uno dei più grandi
astronomi e matematici del principio di questo secolo,
IL NOSTRO SISTEMA PLANETARIO l45

e lo accingerci a quasi rivocarla in dubbio. Non meno


grave poi si fu quello dell'enunziarne un'altra, quasi
a contrapposto di quella; ma se è vero che ogni opinione
scientifica possa venire presa ad esame anche quando
non sia ancora avvalorata da fatti positivi o da calcoli,
ma soltanto da attendibili induzioni; vieppiù dovrebbe
esserlo questa nostra, che da fatti reali e che tuttora
ripetonsi può essere in qualche modo confortata; e ben
grato ci riuscirebbe se da taluno vorrà farsene oggetto
di particolare disamina. -

In quanto alla opportunità delle ipotesi siamo dello


avviso medesimo di molti uomini insigni in varie
scienze, riputandole utili non solo, ma quasi necessarie
ad acuire l'ingegno nella ricerca della verità.
Newton diceva a questo proposito: « Finchè non ci
è concesso di toccare un vero grado di certezza, è
conveniente fare buon viso alle ipotesi, riponendole però
soltanto fra le cose probabili ». -

Eulero scriveva: « Mi è avviso che una libertà


discreta nel mettere innanzi delle ipotesi non rechi
danno alla ricerca del vero; avvegnachè sono convinto
non avvenire che dopo molti saggi, tentati nello ima
ginare ipotesi, che ci sia dato toccare la verità ».
E Franklin: « Una teoria, è, a mio senno, sempre
utile, allorchè classifica i fatti con metodo ed ordine.
Sarà per avventura una ipotesi; ma una ipotesi indi
spensabile, per mezzo della quale si svincoleranno dalla
incertezza buon numero di fatti già conosciuti ».
Noi nella prefazione di questo libro l'abbiamo qua
lificata quasi come una verità dell'avvenire. Ma l'uomo
al quale non sarà concesso mai di conoscere tutti i
misteri dell'universo, vuoi naturale, vuoi sopranna
turale, sarà obbligato di spaziare continuo collo spirito
in cerca di nuove ipotesi; e ognor più in quanto
146 CAPO V. -

l'albero della scienza gli offrirà qualche nuovo frutto;


imperciocchè quest'albero quello si è che de' suoi
frutti nutre bensì l'uomo quotidianamente, ma nol
sazia mai.
E ciò è bene e gran bene, poichè se tutto quanto
è o può essere, venisse mai a sapersi e a conoscersi
in questa vita, troppo ci dorrebbe il doverla lasciare,
come maggiormente cuoce a colui già che smisurata
copia di dovizie terrene possiede, e gli è necessario ab
bandonare al momento della sua dipartita da quaggiù.
La nuova vita, che comincia per noi al chiudersi della
tomba, ha di necessità uno scopo sublime; e quello in
tanto di farci tosto avvertiti delle nostre erronee opi
nioni, e darci modo di raddrizzarle, coll'aprirci quella
maravigliosa fonte di nuove cognizioni alla quale hon
ci è possibile attingere finchè i sensi fanno velo all'in
telligenza, le passioni alla giustizia, e l'ignoranza alla
grande e fulgida luce del vero.
CAPO VI.

LA TERRA – Sua altissima condizione termica – Sprigio


namento dell'etere dalle particelle di materia solida che si rag
gruppano in masse – Probabile azione dell'etere relativamente
ai corpi celesti – È veicolo alle funzioni delle forze cosmiche
universali fra gli astri e i sistemi – Ipotesi di un piccolo mi
crocosmo – Nella materia cosmica non potevano preesistere i
germi di nessun organismo vivente – O non avrebbero potuto
conservarsi vivaci in quelle altissime temperature – Il Fiat
creativo – I geologi ammettono in genere l'idea di un creatore
– Non dicono però in qual modo la creazione sia avvenuta –
Dimostrazione della teoria del Davy sulla maggiore compattezza
della Terra al centro che alla periferia, desunta da argomenti
geologici – Altra nostra dimostrazione desunta da ragioni fisiche
ed astronomiche, mediante confronti con gli altri pianeti del
sistema.

Un assai buon tratto di cammino è stato già da noi


compiuto nel corso dei cinque capitoli or ora finiti; e
ci è avviso non senza averne ricavato un qualche
frutto. -

E prima di ogni altra cosa, come ragion voleva, ci


siamo studiati di porgere di Dio un concetto più im
personale e nel tempo medesimo più accessibile alla
mente umana, meglio rispondente alla logica delle pos
sibilità e dei fatti insegnatici tuttodì dalle nuove espli
cazioni della scienza: la qual cosa non ci fuorviò in
148 CAPO VI.
s

astratte o più o meno attendibili speculazioni, come


a tanti egregi intelletti avvenne, ma ci fu e ci sarà per
contro di sicura guida nelle successive nostre ricerche.
Nel ricercare l'origine della materia, l'incommen
surabilità sua, quella del tempo e dello spazio, ci av
venne di trovarlo autore immediato della prima e me
diato delle altre, ricavandone una prima prova della
sua esistenza.
Nello appuntare lo sguardo della mente, per quanto
è dato alla pochezza nostra e all'arduità immensa del
problema, negli incunabuli di quei primissimi germi
o nuclei dell'organamento suo, abbiamo veduto che,
se fosse stata conceduta in balia di una forza bruta e in
consciente, essa non si sarebbe mai districata dal tur
binìo indescrivibile del caos primitivo, e ne abbiam
ricavata la necessità dell'intervento di una forza o virtù
intelligente che, già predisponendola al gran fine, nel
crearla l'avea conflata, non di un solo elemento, ma
di molti più, e a questi additava in certo modo la via
di variamente raggrupparsi e combinarsi, al che non
sarebbe riuscita mai di per sè: dalla qual cosa emerse
spontanea una seconda prova di un concorso che quasi
potrebbe dirsi diretto in quell'immensa opera primor
diale di una virtù intelligente, divina, poichè da quei
primi impulsi e leggi costitutive propagginavano come
da ceppo fecondo tutte quante le altre.
Discorrendo poscia del dove potesse avere suo seggio
Iddio; vagliate le varie opinioni di chi lo afferma e
di chi con ogni maniera di sofismi o di suggestioni
tenta negarne l'esistenza, e ridottele a quanto potes
sero valere, abbiam dichiarato quale fosse la nostra,
deducendola dalla sintesi delle nostre premesse.
Dalla disamina della ipotesi di Laplace intorno alla
formazione del nostro sistema planetario, ci parve ri
LA TERRA - 149

sultare che dessa non potesse reggere ad una critica


stringente; e quindi ci facemmo animo a proporre un
emendamento quasi, od aggiunta, che valesse a farla
più probabile. Ma anche qui ci avvenimmo nella uti
lità di un estraneo concorso in dati momenti, coope
rante allo sviluppo dei fatti presupposti. Dubitando però
alcun poco ancora, e cresciutoci l'ardimento, osammo
proporre, o almeno accennare ad una nuova ipotesi,
suggeritaci dall'osservazione di alcuni fatti recenti av
venuti nel Sole.
Ridottici ora, pel naturale andamento del nostro la
voro, all'esame del globo da noi abitato, riandando le
fasi varie delle rivoluzioni e delle trasformazioni per
le quali dovette passare affine di riuscire allo stato
suo di abitabilità, e all'attuale sua riduzione nel pos
sesso assoluto dell'uomo, a prima giunta un direbbe
che l'argomento ci si va restringendo fra le mani; ma
se ciò è vero in quanto all'estensione sua materiale,
tale poi non risulta in quanto ad importanza, per le
relazioni molteplici e quasi infinite che esso ha con noi.
Sia pure la Terra come un atomo, una molecola, di
materia, quasi smarrita nello spazio, a confronto degli
innumerevoli e tanto maggiori e fulgidi corpi celesti;
essa è la casa in cui siam nati e viviamo, quella in cui
abbiam pianto e riso, dolorato ed assaporato qualche
istante di felicità, dove abbiamo imparato e dimenti
cato, amato e odiato, imprecato e pregato; quella
eziandio sulla quale per i vincoli di paternità e di figlia
zione, di cognazione e somiglianti, gli uomini tutti do
vrebbero considerarsi come avvinti da una universale
fratellanza; ma ohimè! quanto dopo tanti secoli di do
lorose e sanguinose lezioni distiamo ancora da questa,
che pure dovrà essere la conchiusione del lungo errare
dell'umanità !
iº - ZFcc HINI. Dio, l'Universo, ecc.
150 CAPO VI.

La Terra è un campo quanto più ristretto in modo


assoluto, tanto più ricco relativamente; e può studiarsi
dai cento rami dell'albero della scienza a noi additati
dall'enciclopedia. Ma tale non è a pezza il nostro as
sunto. Ci siam prefissi di ricercare prove dirette della
esistenza di Dio e della necessità della creazione; e a
questo còmpito ci atterremo, non allontanandocene ta
lora per breve tratto che per tener dietro a qualche idea
o fatto a quello attinente, e quando ci paiano dover aiu
tarci a conseguire il nostro intento.
Egli è nello studio intorno al nostro pianeta che nu
triamo fiducia debbano presentarsi a noi le dette prove
e più abbondanti e meglio evidenti. Esse chiare ci ap
pariscono già, e così possa la penna, meno atta a trat
tare tanto sublimi argomenti, non fallirci tra mano, e
ci sia dato esporle chiaramente a edificazione degli stu
diosi di buona fede. -

Quando la massa di materia, di cui doveva elaborarsi


e costituirsi il nostro globo, venne a staccarsi in qual
sivoglia modo dalla nebulosa primitiva, essa trovavasi
senza meno a un grado di temperatura elevatissimo,
in istato gassoso, e probabilmente incandescente. Di
questa sua incandescenza rimane una prova positiva
nel globo del Sole, che ne è come il residuo, concen
trato in quella enorme sfera. Un'altra prova di questo
fatto, attuale altresì, ma non più che di una qualche
probabilità, ci è esibita dai lontanissimi da noi Urano
e Nettuno, i quali, giusta l'opinione di taluni valenti
astronomi, risplenderebbero tuttora di luce propria,
avvegnachè se ciò non fosse, e se dalle enormi di
stanze in cui trovansi dalla Terra non ci mandassero
che la luce in loro riflessa del Sole, questa non potrebbe
per avventura giungere fino a noi.
Sia però la cosa come si voglia, una dimostrazione
LA TERRA 151

della elevatissima temperatura e dello stato proprio di


quella materia primitiva, fu da noi addotta nel secondo
capitolo di questo libro, quando, dietro la scorta del
Flammarion, descrivemmo quel fantastico, ma pure
scientificamente vero, Viaggio nello spazio.
Che se a più riprese tornammo sopra questa origi
naria condizione della materia cosmica, non fu, come
potrebbe da taluno dubitarsi, fatto a caso, o per inavve
dutezza; sibbene di proposito, e perchè sapevamo di
trovare in questa condizione uno dei maggiori argomenti
atti a comprovare le due precipue nostre tesi.
Quanto tempo durasse il lavoro di concentrazione di
quella massa, per riuscire alla forma e volume dell'at
tuale sferoide nostra, crediamo nessuno potrebbe dire
nè manco per approssimazione. Certo è da supporsi che
questa prima epoca o periodo durasse assai più lun
gamente delle successive. E a questo proposito gioverà
il pensare che la zona staccatasi della nebulosa per
formare la Terra era dello spessore di 75 milioni di
chilometri, poichè tanta è la distanza che corre fra
Marte e noi; e che il diametro di quella zona era di
circa 300 milioni di chilometri; non vuoto o libero però
a cagione del residuo della nebulosa che nel suo centro
continuava a roteare velocissimamente, a meno che
non vogliasi menar buona la nostra ipotesi dell'aggo
mitolamento, or ora proposta, che elide con sommo
vantaggio quella scontrosa circostanza.
Del come probabilmente se ne staccassero tali zone,
e andassero a riunirsi in una massa nei punti in cui
dovevano poi segnare e correre le loro orbite, dicemmo
nel precedente capitolo, discorrendo delle ipotesi in
torno alla formazione del nostro sistema planetario;
ma del processo per il quale masse cotanto sterminate
di quella esilissima materia si poterono concentrare e
152 CAPO VI.

ridurre in globi di una dimensione relativamente tanto


minore, non trovammo accennata mai idea od opinione
alcuna. -

Gli astronomi e quindi i geologi pare si stessero


paghi al dire ciò essere avvenuto per via del succes
sivo raffreddamento, e cioè che quelle masse in ragione
della continua perdita di calore si andavano man mano
restringendo (l).

(1) Il signor A. Snider, americano, pubblicò nel 1859 a


Parigi un curioso libro col titolo: La Création et ses my
stères dévoilés. Ouvrage oiù l'on ea pose clairement la nature
de tous les étres, les éléments dont ils sont composés et leurs
rapports avec le globe et les astres, la nature et la situation
du feu du soleil, l'origine de l'Amérique et de ses habitans
primitifs; la formation forcée de nouvelles planètes: l'ori
gine des langues et la cause de la varieté des physionomies,
le compte courant de l'homme avec la Terre, etc., 1 vol.
in-8°, Dentu.
A noi questo libro dimostrasi come il romanzo piuttosto
che come la storia della Creazione dell'Universo. L'autore
procede nel suo dire, non per via d'ipotesi o di opinioni
dubitative, ma sempre colla sicurezza dell'affermazione ;
tanto grande mostra essere la sua fede nella sicurezza e
veracità del proprio sistema.
E poichè siamo sull'argomento delle ipotesi, e per dare
un saggio del come egli sviluppi la sua, riferiamo quanto
dice intorno alla formazione dei corpi celesti. Giova il
vedere, come nell'esteso e sereno campo delle prette di
squisizioni scientifiche, anche le opinioni più strane si
possano, senza recar danno, liberamente manifestare.
« Da ogni sole, ei dice, da ogni pianeta provengono
emanazioni continue, diurne e notturne: parte di esse
riede alla sua primiera sorgente in forza della legge di
attrazione, d'impulsione e di ripulsione; e s'intende sotto
forme varie, come a dire calore, pioggia o neve. Un'altra
parte disperdesi e viaggia nello spazio in forma di mole
cole invisibili. Tali molecole naturalmente sono infor
mate della proprietà intrinseca dei corpi che esistono nel
LA TERRA 153

Del come e della cagione per cui la cosa andasse a


quel modo, neppure fan cenno. Noi quindi crediamo
pregio dell'opera dirne il pensier nostro, deducendolo
dalle premesse già enunziate; però sempre in forma
d'ipotesi o di congettura, intanto che trattasi di argo
menti impossibili a provarsi col fatto, o a farli sotto
stare al paragone dell'esperimento.
Una delle cagioni precipue del contrarsi delle masse
l'astro o pianeta dal quale si sono dipartite. (Qui il corsivo
è stato posto dall'autore).
« Di questa guisa le emanazioni di ogni genere che
escono continuamente dal nostro globo, elevandosi, vanno
a frammischiarsi nell'atmosfera che è lo immenso labora
torio nel quale si purificano tutti gli elementi emanati
dalla Terra. Cotesta depurazione vien fatta col mezzo
dell'etere che insinuasi senza posa dalle regioni supe
riori nelle inferiori; ed è quivi che si elaborano le mo
dificazioni fisiche della materia; e una parte ne va spinta
dai venti fuori dei limiti dell'atmosfera e penetra a cagione
della sua sottigliezza nelle regioni superiori laterali, più
prossime al nostro globo. (Questo passo e i successivi che
si troveranno stampati in corsivo vennero così da noi
distinti per additarli a cagione della loro singolarità più
particolarmente al lettore).
« Nè va la cosa altrimenti allorquando l'uomo o gli
animali respirano; poichè ne consegue una operazione
chimica, e i polmoni ne sono il laboratorio. L'aria in
spirata vi si decompone; uno dei suoi elementi, cioè
l'ossigeno a detta dei fisiologi, penetra nel sangue, e
l'altra parte per via del fiato viene espirata.
Il fiato, si sa, non è più composto dei principii del
l'aria: essa cambiò natura, e nell'uscire dagli esseri ani
mati perdesi nell'atmosfera e va mischiata nella massa
delle molecole disseminate nello spazio.
« Ma in un dato momento una enorme quantità di tali
molecole, di ogni genere e natura, portate dal proprio
loro peso, generatore dei venti di ogni direzione, vanno
spinti verso un punto centrale, e incontransi nelle sfere ce
lesti. Cotesto fenomeno DEVE prodursi nelle varie sfere di
154 CAPO VI.

nebulose sarebbe, a nostro credere, quella dello estrin


secarsi progressivo dell'etere puro dalla materia cos
mica, la quale, come già abbiam detto, altro non po
teva essere che una miscela dell'etere puro colla ma
teria più materiale, se così ci fosse lecito esprimerci,
la quale doveva poscia conglomerarsi in masse com
patte quali sono i corpi celesti. Essa, diluita all'estremo,
doveva starsene, come già avvertimmo, natante e so
spesa nell'ambiente sterminato dell'etere, siccome le
attività degli astri o costellazioni, e ciò UNA voLTA AL
MENO OGNI QUATTRO o CINQUE SEcoLI, per una ragione
che addurremo più avanti. Allora l'incontro di tanto smi
surato numero di molecole genera di necessità la loro unione;
tale unione forma una massa considerevole che diremo
amalgama.
« Questo amalgama, abbenchè diluito assai, può tenersi
già quale un corpo a sè, vagante nello spazio. Esso è
fornito delle facoltà, proprie di ogni corpo, di trarre a sè
e assorbire le molecole isolate che si avvicinano alla sua
sfera d'azione. -

« Esso, a seconda della legge del moto universale,


non può rimanersi immobile, e va spinto con forza grande
nella generale corrente ; deve correre la via che gli si
para dinanzi, e che tantosto diverrà l'orbita sua normale.
Nella sua corsa affrettata l'amalgama si restringe, si con
trae, scEMA DI voLUME: si fa solida al centro, e nel tempo
medesimo ALLARGA la sua sfera esterna, per il sovrapporvisi
continuo di nuove molecole, formanti nuovi successivi cerchi
(strati?) intorno al primo corpo.
« Questo corpo è già di tal peso che basta per tenersi
in equilibrio, e va ad esser retto dalle leggi di gravità
a cui sono soggetti gli altri corpi celesti. Per conseguenza
armonizza i suoi moti con quelli dei corpi formanti la co
stellazione nella quale trovasi come aggregato, e comincia
tosto a subire LA SUA PRIMA LEGGE ORGANICA, quella cioè
di descrivere le sue rapide evoluzioni in forma circolare od
ovale.
« Una contrazione o ristringimento continuo sarà il
prodotto di un tale lavoro, e il suo condensarsi riuscirà
LA TERRA 155

particelle dell'humus o terriccio, sottilissime e impalpa


bili, nuotano nelle acque di un fiume o di un lago in
torbidati da lunghe pioggie. Ora siccome riempiendo
un vaso di quell'acqua, vedrebbonsi dopo un certo
tempo quelle sottilissime particelle posate e ristrette in
fondo ad esso, la materia più solida e pesante conte
nuta nella nebulosa si restrinse e condensò per un pro
cedimento quasi analogo, riunendosi non in fondo, ma
nel centro della massa, e ciò per via di una esatta
relativo o proporzionale alla velocità della sua rotazione.
La condensazione produce un assodamento al centro;
l'assodamento produce il fuoco, il fuoco domina la massa e
classifica le materie, separandole dalle loro parti liquide.
« Man mano che l'amalgama indurisce la sua forza di
attrazione va crescendo, di maniera che per un assai
lungo spazio di tempo servirà a un triplice scopo. E
primo, assorbirà le molecole che vagabondano nello spazio,
provenienti dai fluidi superflui degli altri astri, secondaria
mente dal suo lavoro conseguirà la formazione di un
nuovo pianeta nel quadro del firmamento: in terzo luogo
gioverà a purificare l'ARIA DEL CIELO, spazzandone via, per
così dire, i fluidi eterogenei, e facendoli atti ad una nuova
trasformazione.
« Il tempo occorrente alla creazione del nuovo pianeta
sarà senza dubbio relativo alla quantità di molecole o di
fluidi superflui atti all'uopo e vaganti nello spazio; non
che alla facoltà sua di trarli a sè o di tenerseli lontani : li
farà suoi finchè le sue parti esterne, già collegate al
centro per via di una affinità diretta, saranno forniti della
medesima forza di attrazione Per contro, quando i nuovi
strati di molecole, che nel sovrapporsi intorno intorno
a lui, non potessero filtrare e fondersi insieme con lui
fino al centro, verranno da lui risospinti. Che se la ca
gione per cui non riuscì loro fatto d'immedesimarsi con
lui facciasi più potente, ne avverrà una energica violenta
ripulsione, sbalestrandone lungi da sè o un intiero strato
o alcune parti soltanto. Allora ognuna di esse andrà a
costituire un satellite, e questi rimarranno dipendenti
ognora dal corpo principale, nello stesso modo che la
º
l 56 - CAIPO \ I.

combinazione del moto rotatorio da cui essa era ani


mata, e della forza di gravitazione delle più pesanti
molecole verso il suo centro.
Ma in questo procedimento altri fenomeni, sempre
logicamente fra loro collegati, dovettero concorrere.
L'etere sprigionandosi spontaneamente, o in qualsiasi
altro modo rimanendo libero dall'impiglio di quella
materia a sè eterogenea, prende posto nello spazio, che
via via rimane sgombro e relativamente vuoto; e quindi
Luna gravita intorno al nostro globo, e i satelliti di Giove
e di Saturno intorno al rispettivo loro pianeta ».
Da quanto si pare per questo breve saggio, la sicu
rezza colla quale l'autore discorre, non potrebb'essere
maggiore, quand'anche allo svolgimento successivo di tali
e sì importanti fenomeni ei fosse stato presente; o se os
servazioni positive attuali sulla formazione di qualche
nuovo pianeta, a norma del suo sistema, gli avesse fornito
il modo di tenervi dietro, o finalmente se osservazioni e
calcoli intorno a fenomeni analoghi porgessero occasione
di porli a riscontro della teoria enunziata. Ma nulla di
tutto ciò viene in aiuto a chi per poco fosse proclive a
prestarvi fede.
Sul procedimento relativo alla formazione del nostro
globo, per non ispingerci più oltre, e intorno alla quan
tità di materia raccogliticcia a ciò occorsa circa la sua
varia provenienza, e al modo d'incontrarsi, di riunirsi,
di concretarsi nella sua massa attuale, potremmo citare
altre pagine, non meno delle precedenti curiose e singo
lari; ma nol faremo per non istancare la cortese benevo
lenza del lettore.
Siam partigiani della ipotesi, e il dimostrammo, espo
nendone alcune nostre; ma quando essa stia aderente per
più parti a verità già note e dichiarate, e quando corag
giosa ma dubitante, spinge lo sguardo investigatore in
qualche plaga non ancora esplorata dall'analisi, dal cal
colo o dai potenti strumenti dell'ottica, e quando colla
intuizione precorre o indovina qualche altro vero, che
tuttora nascondasi nella penombra che segna i limiti che
partono le regioni del noto da quelle dell'ignoto.
LA TERRA l57

a cagione della squisita sua elasticità, fa forza su quelle


materie e le aiuta anche meccanicamente alla loro più
intima adesione e al loro conglomeramento, avvolgen
dole e premendole da ogni parte.
E qui ha principio l'altra sua ammirabile funzione
nell'intiero universo, e vogliam dire del suo concor
rere, forse per la maggior parte, unitamente al moto
loro proprio e reciproco, alla gravitazione universale
dei corpi celesti.
Non parrà vero a prima giunta che l'etere, corpo
talmente tenue che, a detta di Eulero, l'aria atmosfe
rica è di lui più densa trentanove milioni di volte e
ne è 1278 volte più elastico, possa stare in bilancia
e fare valido ostacolo alle deviazioni degli astri, o dei
sistemi solari sparsi nello spazio, costringendo ognuno
di essi a non aberrare dal suo luogo e di aggirarsi nel
l'orbita propria. Ma la considerazione della sua massa
veramente sterminata, la quale riempie assolutamente
tutte quante le incommensurabili plaghe dello spazio,
farà primieramente scemare di assai la nostra mara
viglia. Saremo poscia ridotti a confessare la molta
probabilità di questa supposizione, se torneremo a pen
sare che tutta la materia solida di cui gli astri universi
sono composti, stava, come si è detto, in lui sottilissima
mente diluita a guisa del terriccio nell'acqua dopo lunga
pioggia, o come il polvischio nell'aria a pochi metri al
disopra del suolo. Certo è in fatto che, quantunque ogni
molecola di quelle due materie natanti sia più per
sante di una molecola del corpo ambiente in cui sono,
il volume di acqua o di aria che le contiene pesa
assai e assai più del cumulo di esse in quello con
tenute.

La verità di un tale concetto risulterà evidente quando


fra poco passeremo a rassegna gli elementi fisici di
158 CAPO V 1.

ogni pianeta, e cioè la loro distanza dal Sole, il volume,


la densità, la velocità di rotazione e di traslazione a
ciascuno di essi proprie e peculiari.
Che se ci fosse dato di avere una sfera di cristallo di
cinquanta o di venticinque metri di diametro, si riem
pisse di acqua o d'aria nelle condizioni suaccennate, e
si potesse imprimerle anche soltanto un moto rotatorio
continuo, poichè quello della contemporanea sua tras
lazione sopra un'orbita proporzionata sarebbe cosa dif
ficilissima e quasi impossibile, vedrebbesi, ne siam
quasi certi, che a seconda della velocità più o men
grande ad essa impressa, le materie eterogenee con
tenute nel veicolo ambiente si condenserebbero e si
porterebbero anche più o meno prestamente al centro;
e ci pare che questa specie di concentrazione dovrebbe
avvenire in una qualche relazione proporzionale a quella
dei pianeti che ogni volta si prendessero per tipo della
velocità da imprimersi all'apparecchio.
Quando poi osassimo spingere l'ardire della ipotesi
ad altre maggiori congetture e conseguenze, vorremmo
supporre che in quell'acqua o in quell'aria si trovassero
natanti molecole o atomi dei varii corpi conosciuti.
Allora probabilmente, in mezzo al movimento, le ve
dremmo ubbidire alle leggi di affinità e di attrazione,
andandosi a combinare in varii gruppi o nuclei; e quel
fenomeno, producentesi nell'interno di quella sfera ani
mata dai due moti continui suaccennati, potrebbe raf
figurare un vero microcosmo, e cioè l'imagine dell'Uni
verso, che non ci è dato imaginare che come perpe
tuamente roteante. Quindi sarebbe a concludere in certo
modo, che l'etere e il moto sarebbero stati i due grandi
fattori o mediatori naturali dell'organamento di tutti i
corpi e di tutti i sistemi siderali e celesti.
Ma imbrigliamo la fantasia che forse a troppo più in
v,
LA TERRA i 159

là del disereto argomentare ci trascina, e scendiamo a


più modesti pensamenti.
Se adunque per ora non osiamo dire ricisamente
essere nell'etere la legge e la forza della universale
gravitazione che tengono in ordine i corpi del nostro
sistema planetario, poichè nel Sole vi ha da essere in
genita una forza speciale ed efficace di attrazione che
agisce sui pianeti, senza dubbio la gravitazione prove
niente dall'etere le giova e la coadiuva, essendo esso
il naturale veicolo per cui quella forza o virtù può ma
nifestarsi, percorrendo quelle già ben lunghe distanze.
Ma circa agli astri maggiori del firmamento, ai soli,
alle stelle, ai gruppi stellati che trovansi a distanze
quasi incalcolabili gli uni dagli altri, non crediamo
che la scienza attuale insegni che corra tra essi un
vincolo o una relazione somigliante, o di una natura
analoga a quelli che reggono il ristretto nostro sistema;
e cioè che vi agiscano le forze centripeta e centrifuga
nel modo stesso che fra i pianeti e il Sole.
Un agente però, di una virtù, di una efficacia uni
versale, che serva ad essi tutti a guisa di un vincolo
comune, dev'essere stato acconciamente predisposto al
l'uopo, e perciò doveva riempire di sè tutto intiero lo
spazio, senza interruzione veruna, costituito di un solo
elemento, acciò in lui nulla potesse contrastare alle
relazioni e alle armonie che per esso dovevano correre
da un capo all'altro dell'universo, e fosse dotato di tale
squisita elasticità da ripercuotere in ogni direzione le
minime oscillazioni partite da un corpo qualsiasi colla
stessa o maggiore velocità dell'elettrico e anzi della
luce; e fosse come il cymbalum mundi, per cui l'intel
ligenza divina manifesta in atti la sua esistenza: questo
veicolo, questo vincolo, questo corpo è l'etere il quale
risponde maravigliosamente a tutte le enunziate con
160 CAPO VI.

dizioni. Esso è poi senza dubbio veruno il veicolo per


cui può manifestarsi ed agire la legge di attrazione dei
corpi celesti, dipendente dalla varia uniformità degli
elementi di cui ognuno di essi è composto, da noi ac
cennata e discorsa nel capitolo precedente.
Ma rifacendoci ora più dappresso all'attuale nostro
argomento, la Terra, ci conviene ancora domandare:
dell'enorme eccesso di temperatura della materia pri
mitiva di cui si componeva il nostro globo non solo,
ma tutti gli altri, eccesso che dovette scemare grado
grado che essi andavano restringendosi di volume, re
stringendosene in certo modo la capienza, che ne avve
niva? Lasciando da parte per ora la questione se il
calore o calorico sia o possa essere un corpo a sè o
un semplice effetto del moto, della confricazione, del
l'urto o simili, questione che forse non è pienamente
risoluta ancora, diremo nel caso concreto nostro, trat
tandosi di calore primitivo e ingenito nella materia,
che, a nostro credere, gran parte di esso disperdevasi
man mano nell'etere ambiente, che lo assorbiva e
lo teneva, e lo tiene tuttora in sè latente. L'altra
parte concentravasi nelle masse in cui trovavasi fin
dall'origine. -

Nelle regioni adunque degli spazi infiniti, che ripu


tiamo e debbono essere freddissime, sta raccolta una
quantità incalcolabile di calore, tenuta ancora in un
certo grado d'azione dalla mobilità estrema delle mo
lecole di cui l'etere è composto. Se esso giovi e faci
liti le relazioni molteplici e da noi ancora in parte sco
nosciute, che corrono probabilmente fra essi corpi, e
in qual modo ciò avvenga, nè noi, nè altri crediamo il
saprebbe dire. Se vi stia raccolto per qualche recon
dito e remoto fine, questo può essere uno di quei mi
steriosi segreti che l'intelligenza suprema serba per sè
LA TERRA 16]

e non consente a rivelarlo alla curiosa, eppur giusta e


commendevole investigazione dell'uomo.
Comunque, tornando alla Terra, rimane fuor di dub
bio che quando si trovò ridotta presso a poco a non
essere più che un globo di 13,000 chilometri di dia
metro, che è la misura sua attuale, la sua temperatura
era tuttavia elevatissima; e senza toccare numeri esa
gerati, crediamo essere anche al disotto del vero, ripu
tando trovarsi a 2000 gradi centigradi, come ci pare
aver già notato. E probabile però che questa non fosse
che il residuo di una condizione termica ben maggiore,
di quella cioè che era insita nella massa della materia
nostra quando era diluita e rarefatta in vapori o gas,
e che occupava qualche miliardo di chilometri nello
spazio.
Ma siccome ciò che a noi più importa si è di far con
vinti delle nostre deduzioni i seguaci di qualsivoglia
sistema, vedendo che vi sono anche dei cosmologi e
dei geologi i quali pare credano che la Terra sia an
data elevando la sua temperatura per via e in ragione
del progressivo concentramento del suo volume, torna
in acconcio di riferire quanto a questo proposito ne dice
lo Zimmermann già da noi citato (l). « Il nostro globo
fu già liquido e molle o malleabile. È questa una ipo
tesi impossibile a dimostrarsi (?). La conoscenza che
abbiamo del globo data, può dirsi, da ieri; essa è limi
tatissima (?). Però le nostre supposizioni saranno tanto
più verosimili, quanto più semplici e più conformi alle
leggi che da ogni tempo hanno retto la natura.
« Ora, consultando queste leggi, troviamo che una
grandissima quantità di sostanze terrestri dimostrano
in modo incontrastabile l'esistenza di un gran calore,
capace di operarne la fusione, e ci svelano degli strati
(l) Pag. 36 e passim,
162 - CAPO VI.

di minerali non fusi, sui quali si stendono delle so


stanze già liquefatte. Possiamo dunque sostenere l'ipo
tesi che la Terra fu già allo stato di fusione.
« Ammesso questo fatto (e se esso non è dimostrato
in modo assoluto, tuttavia è poco contestabile), la crea
zione intiera scaturisce dal medesimo nel modo più
facile ».
Non sappiamo che cosa intenda significare il dotto
scrittore con queste ultime parole, giacchè in un dato
senso ne dice troppo (1) e in un altro troppo poco; nè
intendiamo come possa mettere d'accordo il suo predi
cato col sistema che mostra prediligere, e cioè che la
Terra aumentava il grado della sua temperatura fino a
quello della fusione, col progressivo concentrarsi della
primitiva sua massa. A noi pare siavi confusione in
termini, poichè quella doveva essere tanto più dilatata
ed anzi volatilizzata in vapori o gas in ragione dell'ori
ginale suo enorme calore,
Ma soggiunge tosto: «È impossibile determinare la
temperatura della Terra in fusione. È però un fatto che
per formare la lava e i basalti e fondere il granito,
essa ha forse dovuto raggiungere i mille gradi sopra
lo zero. È pure impossibile determinare esattamente la
durata di questa straordinaria temperatura ».
Da quanto è fin qui detto vengono però poste in sodo
due cose essenzialissime: e primieramente che la Terra
si è formata di quella materia cosmica sottilissima, im

(1) In fatto a pag. 15 del suo libro così si esprime: « Una


sola cosa ci è imperfettamente nota, la creazione. Per
contro la formazione che si è realizzata in una serie di
periodi distintissimi, ci apparisce con una perfetta chia
rezza. La creazione (cioè il creato come lo vediamo) non
ci offre che cose create, e non già il modo della loro ori
gine ».
LA TERRA 163

palpabile, che sola fu al principio dei tempi; in secondo


luogo che, o per calore insito, o vogliasi prodotto per
via della compressione della sua massa, il nostro globo
al suo primo assodarsi, quale sarebbe un metallo in fu
sione, era dotato di un'altissima temperatura, che per
non eccedere e stare ai calcoli meno esagerati, toccava
almeno i due mila gradi.
Ora, chiediam noi: nella materia primitiva, quale
venne da tutti i cosmologi descritta, potevano esistere
i germi, fossero pure tenacissimi, di un organismo
qualunque? E se vi fossero stati in origine, che però è
supposizione impossibile ed assurda, non sarebbero essi
andati le mille volte distrutti in quell'ardentissimo
ambiente quale fu la condizione normale del nostro
globo per migliaia di secoli? (1) A noi pare che sì.
Or bene, in qual maniera adunque, continueremo a
chiedere, potè svolgersi il primo rudimento della vita,
fosse pure la sola vegetale, sulla faccia della Terra o in
seno al mare, quando nessun germe ne esistette prima,
o trovandovisi, dovette essere inesorabilmente distrutto
in quella universale combustione della materia?
Vedremo quale risposta ci daranno i geologi.

(1) Il prof. Bischof di Bonn fece sopra palle di basalto


di due piedi di diametro, poste in fusione, il calcolo del
tempo occorso alla Terra per scendere alla temperatura
attuale, ed ha trovato la cifra di 353 milioni d'anni. Il
tempo in cui la Terra su tutta la sua superficie, grazie al
suo calore inerente o proprio, possedeva anche ai poli un
calore tropicale e in cui in quelle regioni, senza che fosse
necessaria l'azione diretta del calore solare, vivevano gi -
ganteschi elefanti, rinoceronti e mammouti; in cui le
palme e le erbe arborescenti potevano giganteggiare nelle
zone che oggidì sono gelate; in una parola, l'epoca del
carbon fossile, dietro quel calcolo, sarebbe anteriore di
l,300,000 anni al nostro secolo. Zimm., opera citata.
164 CAPO VI.

Uno di essi, lo stesso Zimmermann (l), dice che nel


globo allo stato liquido (o di fusione) esistevano tutti
gli elementi voluti per le affinità chimiche. Non si può
negare, soggiunge, che il gas (o materia) primitivo, dal
quale ebbe origine l'intiero universo, portasse con sè
gli elementi di tutti i corpi, nè che la forza di attra
zione e il peso (rispettivo) siano bastati a far possibili
le combinazioni tanto varie e diverse di quegli elementi
fra loro, le quali son poi avvenute a seconda delle
leggi naturali.
E noi, se il lettore ricorda, abbiam fin da principio
dichiarato come e da chi provenisse la materia prima,
perchè così fatta e disposta, affinchè ne potessero de
rivare le successive fasi di organamento.
« Le materie prime, segue egli a dire, dovevano
essere prima di tutto l'idrogeno, l'ossigeno, l'azoto, il
carbonio, il silicio, lo zolfo, i metalli alcalini ed altri.
Da queste sostanze nacquero, tosto che il ravvicina
mento permise loro di combinarsi, le terre, gli alcali,
gli acidi; e tra questi in primo luogo l'acido silicico
e il carbonico. -

« Ma singolarmente vennero a determinarsi due com


binazioni, una meccanica, l'altra chimica di una im
portanza essenzialissima per l'esistenza della Terra e
per la sua abitabilità; e cioè la mescolanza dell'ossi
geno coll'azoto, per cui si forma l'aria atmosferica, e
l'altra dell'ossigeno coll'idrogeno, della quale si com
pone l'acqua: senz'aria, e senz'acqua nè le piante nè
gli animali possono vivere.
C ..... Per fare che si faccia da noi poveri mortali,

il principio e l'origine degli esseri organizzati rimane


un mistero. Piante ed animali organizzati si presen
tano repentinamente a noi senza che sappiamo da dove
(l) Opera citata.
-
LA TERRA I65

essi vengano. Abbiam potuto tener dietro, fino ad un


certo punto, alla formazione dei pianeti e della Terra;
ma l'origine della massa primitiva della quale si com
pone l'universo mondo ci è ignota e non la conosceremo
mai. Dello stesso modo abbiamo potuto risalire la scala
della successione dei minerali, delle piante e degli ani
mali, ma conoscere la loro origine supera i nostri
mezzi d'investigazione. In tutti questi misteri dob
biamo fermarci dinanzi alla parola solenne, il fiat del
Creatore ». -

Gravi parole colle quali si confessa schiettamente


che alla scienza umana non è dato tutto sapere, e
che quindi è necessario risalire al gran fiat per avere
della creazione un qualche concetto; e ciò importa
senz'altro il riconoscimento di quell'essere sovrano che
secondo la Genesi lo avrebbe pronunziato.
Questo fiat poi non è, e non potrà essere mai un fatto
storico a noi accessibile. Ci fu dato da Mosè come atto
di una suprema rivelazione: noi lo consideriamo come
la sintesi più importante dell'idea biblica, e ci riser
biamo di dire intorno ad esso il pensier nostro.
Il signor Luigi Figuier (1) sta con coloro i quali
credono che l'alta temperatura della Terra, ridotta al
suo stato di definitiva concentrazione, fosse insita nella
medesima, e come il residuo di quel tanto maggior
calore che teneva sciolta in gas la materia primitiva
da cui essa aveva avuto origine.
Ei dice a più riprese come quella prima nebulosa
andasse man mano restringendosi, per la perdita di
calore appunto, perdita prodotta dall'irradiazione nei
vasti e freddissimi spazi interplanetarii, che Laplace
giudica essere a 100° sotto lo zero. Ciò non pertanto
il nostro globo non ne difettava, poichè anche quando
(l) La Terre avant le Déluge, 4e édition, Paris 1864.
11 – ZEccETNI, Dio, l'Universo, ecc,
166 CAPO VI.

fu ridotto a quel suo primitivo consolidamento gliene


rimanevano ancora da una o due o più migliaia di gradi.
« Venne però il momento, soggiunge, in cui il suo
stato termico non fu più bastevole a tenere sospese le
enormi masse d'acqua che vagavano nell'atmosfera:
quei vapori tramutaronsi in pioggia bollente, che fu la
prima a cadere sulla terra.
« La prima goccia d'acqua caduta sulla sua super
ficie, tuttora caldissima, iniziò per la Terra un nuovo
periodo, ed importa assai lo analizzarne attentamente
gli effetti meccanici e chimici. - “

« Quell'acqua si risolvette di bel nuovo in vapori che


per la loro alta temperatura, elevaronsi fino agli strati
superiori dell'atmosfera, da dove, ben presto raffreddati
al contatto di quelle freddissime regioni, tosto ricade
vano in nuova pioggia; ond'è che per questo ricambio
continuo il calore del globo andava sensibilmente sce
mando.
« Ma siccome la vaporizzazione di ogni liquido pro
duce uno sviluppo proporzionato di elettricità, una
quantità enorme di fluido elettrico era come un neces
sario risultamento di quel fenomeno. Quindi enormi
schianti di tuono, sfolgoranti e truci baleni consegui
tavano quella tremenda lotta degli elementi.
« Quanto tempo durasse un tale contrasto fra l'acqua
e il fuoco chi mai oserebbe dire? Certo è però che
l'acqua al fine la vinse, e in conclusione un Oceano,
bollente ancora però, ne copriva tutta la superficie ».
Ed anche da quanto è qui riferito emerge palese che
nella materia prima non potevano essere in niun modo
germi di un organismo vitale qualsiasi; o, anche
qualora si volesse supporre quella materia altrimenti
combinata, e ammettere per un solo istante che vi
potessero essere in qualche modo involuti, certissima
LA TERRA 167

mente sarebbero stati consumati al contatto di quel


calore superlativo di cui la Terra era tuttavia investita
all'epoca del suo primo consolidarsi.
Vediamo ora ciò che questo autore pensa circa la
creazione degli esseri organizzati. Ei ne parla nel ca
pitolo che intitola Epoca di transizione.
« Superate le tremende catastrofi dell'epoca primitiva,
calmate in parte grandissima le scosse fragorose, i cata
clismi inenarrabili occorsi nella formazione del regno
minerale, la natura accennava a raccogliersi come in
un sublime silenzio, per procedere al maraviglioso
mistero della creazione degli esseri viventi.
« Nell'epoca primitiva la temperatura era troppo
alta perchè alla vita venisse fatto di palesarsi sul globo.
Le tenebre di una oscura notte spaziavano sopra questa
culla del mondo.
« E in vero l'atmosfera a quei tempi era sì fatta
mente impregnata di vapori di ogni fatta, che i raggi
del sole non erano bastevoli a penetrare quel buio
spaventevole. Sopra quel suolo ardente e in quella
eterna notte non era possibile che la vita sorgesse;
nè pianta, nè animale alcuno vegetava o viveva su
quella terra silenziosa. Gli è per ciò che nel fondo
dei mari di quell'epoca non vi hanno fossili.
« Intanto il pianeta progressivamente raffreddavasi,
e il va e vieni di vapori e di pioggia purificava l'atmo
sfera. Allora i primi raggi di un sole meno velato da
opache nubi allietarono da quando a quando la sua
superficie, e la vita potè sbucciare e svilupparsi. Senza
la luce, disse l'illustre Lavoisier, la natura se ne sa
rebbe stata priva di vita; era senz'anima e morta. Un
Dio benefico facendo sfolgorare la luce, sparse sulla
superficie della Terra l'organismo, il sentimento, il
pensiero. Eccoci pertanto prossimi ad assistere alla
168 CAPO VI.

creazione degli esseri viventi. La Terra che aveva allora


la temperatura della zona equatoriale dei nostri giorni,
vedrà prodursi alcune piante e nascere qualche ani
male. Queste prime generazioni daranno, a suo tempo,
luogo ad altri di un organismo via via progrediente,
finchè l'ultimo termine della creazione, l'uomo, dotato
di quel supremo attributo detto intelligenza apparisce
sulla Terra. -

« La parola progresso che noi attribuiamo all'uomo,


o all'umanità nei tempi moderni, diceva il sig. Alberto
Gaudry in una pubblica lezione, detta nel 1863, intorno
agli animali dell'antico mondo, fu proferita da Dio
nel giorno in cui creava il primo organismo vivente ».
E qui vedesi che il Figuier confessa a chiare note,
come lo Zimmermann, la sua credenza circa l'inter
vento diretto della Divinità nell'opera ammiranda della
Creazione. Gli è da tenerne conto, poichè vedremo
altri i quali, meno o nulla credenti in Dio, abusando
in certa guisa della noncuranza o della buona fede del
lettore, scivolano, senza pur toccarne parola, sopra
questo che è argomento il più vitale della storia del
l'Umanità. Infatti, essere la creazione opera di Dio, o
del caso, cioè dello sviluppo di forze o combinazioni
di forze o di affinità prettamente naturali, importa un
ben grave divario nello sviluppo delle leggi della mo
rale e della giustizia; e così dello scopo virtuale ed
essenziale del transito dell'uomo sulla Terra. Importa
lo affermare se Dio sia o non sia; e se per l'uomo
cessa ogni merito o colpa, ogni debito o diritto di cor
risponsione circa i suoi atti allo spegnersi in lui della
vita terrena.
Ma andiamo innanzi.
Il Boitard, nel suo Viaggio del Diavolo zoppo nei
Pianeti, passa in rivista per via di un fantastico racconto
LA TERRA 169

i rivolgimenti ai quali andò soggetta la Terra nei sei


o sette periodi o epoche di sua formazione e descrive
man mano le piante e gli animali proprii di ognuna
di esse. -

Nel primo, ci dice, nessun vestigio si scorge di essere


organizzato. Nel secondo quel Diavolo zoppo incontra
una grossa pietra grigiastra coperta già di muschi e
di licheni, e vi si acconcia sopra col suo compagno di
Viaggio. -

Procede quindi nella sua descrizione, ma di crea


zione, ma di un modo qualunque per cui gli esseri
organizzati comparissero sulla Terra, non una sola pa
rola. Che dirne in fatto se non si vuol salire fino a
Dio? Nulla: la cosa riesce più spiccia (1).
E non è da farne le meraviglie: il geologo studia
e poi racconta la storia delle rivoluzioni del globo e
(l) Ne porge soltanto una specie di nota cronologica, di
cendo: « Le prime modificazioni della materia dovettero
essere semplicissime. I muschi, i funghi, i licheni furono
le prime piante: animaletti infusorii, zoofiti e molluschi
a conchiglie furono i primi animali; le piante imperfette
o crittogame, poi le monocotiledoni, le dicotiledoni non
ispiegarono la verzura dei loro bei fiori muniti di parti
genitali, vale a dire di pistilli e di stami, che molto tempo
dopo. In tal modo la natura ha seguito il ragionevole pas
saggio dal semplice al composto. Così avvenne pure degli
animali: dopo le ostriche vennero successivamente i polipi
che non hanno una respirazione ben conosciuta; quindi i
crostacei che respirano colle branchie; i pesci che respi
rano allo stesso modo, ma hanno il sangue rosso: poscia
i rettili che per primi ebbero polmoni e respirazione aerea,
ma di sangue freddo; gli uccelli ed i mammiferi il sangue
dei quali si riscalda nei polmoni. Tra i mammiferi fu
rono primi quelli che vivono di erbe e di grani; sussegui
rono i carnivori; poscia i quadrumani che sono ad un
tempo frugivori e carnivori; e infine l'uomo solipolito
che è onnivoro ». Pag. 165.
z

170 CAPO VI.

vuole in certa guisa mostrare non essere affar suo il


rintracciarne le cagioni. Parla delle roccie primitive,
secondarie, terziarie e va dicendo: dei terreni di tran
sizione a quelle interposti; annovera e descrive le
specie di animali che a quelle epoche rimote vivevano
e di cui riscontransi in quantità considerevoli le vesti
gia; dice come primi esemplari di organismo vegetale
fossero le alghe e i fuchi, quindi le madrepore e i co
ralli, anelli di transizione fra il regno vegetale e l'ani
male; poscia descrive le Trilobiti, le Lingule, le Am
moniti, le Fliche emisferiche, le Limnee piramidali, le
Cipree eleganti, e così di seguito ci porge le figure sin
golarissime e gigantesche dei Petrodattili, degli Ittio
sauri, dei Plesiosauri, del Mammoto o Elefante primi
genio, del Cervo megacero e di tutti quegli altri mostri
che popolarono già il nostro pianeta. Intorno alla flora
di quelle remotissime epoche ci presenta le imagini
delle Felci gigantesche, dei Lepidodendri, delle Sigil
larie, delle Stigmarie, e delle Calamiti, i tronchi pode
rosi delle quali prepararono a noi gli strati di carbon
fossile che sono tanta parte della nostra ricchezza e della
nostra potenza.
Di tutto questo e di ben altro ancora discorre a buon
diritto il geologo, parla in disteso delle cose create che
cadono sotto i suoi occhi, ma della creazione punto, o
quasi; imperciocchè non è quello il suo còmpito.
E pertanto il Bertrand nelle sue Lettres sur les révo
lutions du globe, nulla affatto ne dice. Racconta, descrive,
enumera, confronta, analizza i fatti, i fenomeni che gli
cadono sott'occhio e nulla più: Sta, come di ragione,
nel tema che si è proposto di trattare.
Ma, cosa singolare, quasi a correttivo di questo
ammanco totale del risalire alla cagione prima di tanti
fatti maravigliosi, reca in fine del suo libro, fra le altre
LA TERRA 171
una nota della quale è pregio dell'opera il qui riferire
alcuni passi più saglienti. Ei la ricava dal Traité zoolo
gique et physiologique des vers intestinaua (?!) di
Bremser. Ivi è detto: -

« Dopo la precipitazione delle roccie primitive e di


qualcuno dei terreni di transizione, lo SPIRITO potè
impadronirsi delle tali o tali altre parti della materia,
formarme dei corpi speciali e dotarli di una vita indi
viduale ». -

Quale spirito? in quale modo operava?


« In appresso, soggiunge, accadde una nuova rivo
luzione o fermentazione (?). La prima creazione venne
distrutta a motivo della precipitazione successiva, e
la terra fu di bel nuovo popolata di animali, di specie
diversa però, da quelle dei loro predecessori.
« Egli è difficile determinare con qualche esattezza
quante rivoluzioni e precipitazioni avvenissero: pare al
meno che si distendessero sopra una parte considerevole
della Terra, se non sopra la sua totalità. Certo per intanto
si è che ad ogni precipitazione susseguiva una creazione
nuova e che l'uomo fu il prodotto dell'ultima avvenuta.
« Siccome dopo ogni precipitazione formavansi es
seri di un organismo meglio combinato; e finalmente
l'uomo che ogni altro avanza in perfezione, vedo quanto
il pensier mio s'accosti ognora più al vero, e cioè che la
cagione di un tale progresso sia posta nell'azione dello
spirito che tende ognora più a predominare sulla ma
teria. È senz'altro uno spirito, che vivifica l'ostrica e
che anima l'uomo, ma lo spirito, nei due casi agirebbe
a gradi assai diversi di tensione, per valermi di una
frase tolta ad imprestito alla teoria dell'elettricità:
nell'uomo si spinge fino all'intelligenza, nell'ostrica è
dir molto se lascia scorgere traccie di un qualche sen
timento, -
l72 CAPU) VI.

« Gli animali della prima creazione non potevano


essere tanto innanzi quanto quelli dell'ultima: nella
prima lo spirito era tuttora troppo avvinto e tenuto
servo della materia. Fu allorquando si sentì svincolato
da quella parte di essa che non si conviene all'animaliz
zazione, che potè agire più liberamente e governare
l'esistenza corporea dell'organismo al quale era unito,
imperciocchè l'uomo, animato dallo spirito, vuole, e
la sua volontà è una legge per la materia.
« Però l'uomo non è uno spirito puro, ma la materia
lo costringe in più maniere: esso non è a gran pezza
un dio, ma ad onta della cattività del suo spirito
nella corporeità, questo è già libero di sè abbastanza
per accorgersi come sia egli stesso governato da un
altro spirito tanto di sè più sublime, e che questi è
ſun Dio.
« È ancora a presumere che se avvenisse una nuova
precipitazione verrebbero creati esseri eziandio supe
riori agli attuali. Lo spirito sta nell'uomo alla materia
nella ragione di 50 a 50, con leggieri divari in più od
in meno, poichè è ora lo spirito ed ora la materia che
trovasi prevalere. In una ulteriore creazione, se quella
dell'uomo non ha da essere l'ultima, dovrebbe avvenire
che nel nuovo organismo lo spirito potesse agire con
maggiore padronanza quando vistasse in ragione del 75
contro 25.
« Ma l'uomo attuale ci si presenta come un poco lieto
mezzo termine tra l'animale e l'angelo: egli aspira alle
più elevate cognizioni e non riesce a raggiungerle:
l'uomo vorrebbe conoscere a fondo la cagione delle
cagioni e pertanto l'origine di quanto esiste, ma lo tenta
invano. Se le sue facoltà intellettuali fossero meno
sveglie non ammattirebbe nel voler conoscere quella
suprema cagione di ogni cosa; se lo fossero invece
LA TERRA 173

in grado maggiore la scorgerebbe tosto chiara e lim


pida ».
Passando quindi il Bremser a discorrere di altro
argomento, con brevi parole oppugna il sistema darwi
niano forse trent'anni prima che il dotto naturalista
inglese si fosse accinto ad esporlo e a trattarlo formal
mente come speciale dottrina. -

«Siccome è probabile, ei dice, che ognuna di quelle


precipitazioni avvenisse subitamente, anche i corpi degli
animali e delle piante debbono essersi formati a quei
tempi di un sol getto. Dio volle e la sua volontà fu fatta.
Assolutamente non posso darmi a credere che il cedro
del Libano provenga da un lichene, nè che l'elefante
tragga la sua origine da un'ostrica o da un zoofito,
si fossero questi giganti andati formando in seguito a
migliaia di graduali trasformazioni. E tanto meno pre
sterò fede a taluni moderni naturalisti i quali fanno de
rivare l'uomo da un pesce o da altro animale ricoperto
di scaglie ».
Da questi ultimi versi chiara emerge la credenza
dell'autore nello intervento diretto di Dio nella creazione
degli esseri organizzati, mentre dai primi suoi detti mal
si capiva ciò che intendesse per quello spirito che inva
deva la materia; e cioè se alludesse a quella forza gene
rica ché altri disse l'anima della Terra, se agli spiriti
vitali propri di ogni individuo, se all'anima dell'uomo
o se veramente a Dio come meglio significa in ultimo.
A noi senza dubbio gode l'animo nel raccogliere le
testimonianze più o meno esplicite di tanti valentuomini
circa la credenza in Dio e nelle sue opere; ma è lungi
da noi il pensiero di valercene quale argomento positivo
in favore della nostra tesi. Non sono che opinioni,
direbbero a ragione gli oppositori; al che noi rispon
diamo: bene sta: due opinioni contrarie sono come
174 CAPO VI.

due forze agenti in direzioni opposte: il dire di chi nega


equivale in potenza virtuale a quello di chi afferma; e
quindi si elidono a vicenda.
Per questo fatto il campo rimane libero. È tempo
adunque di venire alla stretta delle ragioni, e vedremo
di farlo nel capitolo seguente. - -

Non crediamo però dover dar termine a questo che


concerne singolarmente la Terra, senza far conoscere
ai nostri lettori la teoria del Davy, rincalzata dal Reclus,
dal Cordier e da altri sommi scienziati che credono la
massa interna del nostro globo essere solida, e ciò tanto
più che intorno a questo argomento abbiamo in animo
di esporre dopo quella del Davy, una qualche nostra
idea circa una nuova dimostrazione di questa dottrina.
Il signor Flammarion, giovandosi di una nota del
Bertrand, da noi testè citato, sulle lezioni del signor
Ampère, intorno alla Classificazione delle Cognizioni
umane, fa di questa teoria, e delle varie opinioni venute
fuori in proposito, un succoso epilogo, che stampa egli
pure in nota alla sua traduzione dell'opera: Consolation
in Travel, or the last days of a philosopher, di sir
Humphry Davy.
Riferiamo pertanto parte dello scritto del Flamma
rion, poichè il nostro libro che ha da essere in parte
di dottrina e in parte di critica, deve a nostro avviso
contenere quanto di più sagliente è stato detto sulle
tesi che abbiamo impreso a trattare.
Eccola alquanto abbreviata:
« Intorno allo stato attuale del globo stanno di fronte
due grandi e precipue teorie, dal 1830 al dì d'oggi.
– Quella che più generalmente è accolta dagli scien
ziati, ed è insegnata nelle scuole, si è che la massa
quasi totale del globo sia liquida e incandescente, e
che uno strato solido, relativamente assai sottile e
LA TERRA 175

freddo l'avvolge e la ricopre. L'altra per converso tende


a far credere che la massa del globo sia solida.
«Il signor Humphry. Davy ha da tempo messo in
nanzi quest'ultima, corredandola del suo nome.
«Tenendo dietro a questa teoria è d'uopo supporre
che la parte più superficiale del globo soltanto sia
andata soggetta alla combustione ».
Ei piglia le mosse dal fatto che sonovi in natura
taluni metalli che s'infiammano pel solo contatto del
l'aria e dell'acqua, quale il potassio e il sodio; e
suppone che al principio delle cose questi metalli,
esistenti in quantità considerevoli sulla superficie già
sufficientemente solidificata del globo, si sarebbero
accesi spontaneamente, e questa avrebbe subìto una
generale combustione. Coll'andare del tempo, man
mano che l'acqua filtrando negli strati più prossimi,
già fatti più solidi, suppone che quegli stessi metalli
ivi rinchiusi s'incendiassero alla loro volta e vi abbiano
prodotto sollevamenti con esplosioni ed eruzioni vulca
niche. Da qui la ragione per cui i vulcani erano molto
più frequenti e numerosi all'origine delle cose che non
oggidì. Per altro anche le eruzioni dei nostri giorni
debbono attribuirsi alla stessa cagione.
Il grande chimico vede convalidata la sua opinione
dalla natura dei gas che vengono fuori dai crateri dei
vulcani, e che per lo appunto sono quelli che debbono
risultare dalla combustione dei metalli anzidetti com
binati collo zolfo e col cloro.
« E Davy ha trovato un bello e curioso esperimento
onde provare col fatto la sua teoria; e da chiunque può
farsene la prova, come si vedrà in appresso (l).
(1) Non sappiamo se le curiose esperienze del professore
Gorini sui vulcani artificiali siano derivate da questi stessi
principii.
176 CAPO VI.

« Al dire del chimico inglese la Terra sarebbe stata


portata ad un altissimo grado di calore, per la combu
stione della sua superficie sino ad una profondità assai
considerevole; e quel calore, a meno di supporlo dura
turo per un tempo incalcolabile, non avrebbe potuto
penetrare fino al suo centro. -

« Ora siccome si discorre di tali profondità in cui


l'uomo non potrà penetrare giammai, è indubitato che
per l'osservazione non si avranno mai prove dirette che
confermino o smentiscano questa o quella delle due
opinioni che qui vediamo in contrasto.
« Il signor Ampère ha svolto intorno alla teoria della
Terra talune idee ingegnose che tornerebbero in favore
di quelle del Davy; ed ecco in qual modo il Bertrand le
riepiloga. -

« Se vogliamo credere coll'Herschel che i corpi, vuoi


semplici o composti, che ebbero parte nella combina
zione del nostro sistema planetario, e così della Terra,
fossero in origine allo stato gassoso, è necessario il
concedere che la loro temperatura fosse assai più elevata
in quell'epoca che allorquando il meno volatilizzabile
fra quei corpi smettesse la sua condizione di gas. Nè
importa il sapere quale possa essere quel corpo fra i
molti: segneremo però con un A il grado di tempe
ratura in cui cesserebbe di esistere allo stato di fluido
elastico. Affinchè si formino corpi liquidi e solidi a
detrimento di quella immensa massa gassosa, è d'uopo
supporre che intervenga un certo raffreddamento, e il
primo deposito di materia solida non potrà prodursi se
non quando la temperatura sia scesa al punto A. Conti
nuerà poscia a formarsi e crescere se il raffreddamento
prosegue e finchè la materia deposta non possa tornare
ad un grado superiore ad A.
« Ma il primo deposito non consterà probabilmente
r-i
LA TERRA l77

che di una sola sostanza semplice o composta (?) poichè


non è agevole il supporre che due sostanze differenti
diventino liquide al medesimo grado di temperatura.
«Allorquando tutta questa prima sostanza proveniente
da una parte determinata dello spazio, si sarà riunita in
una massa liquida (massa che se non obbedisce a un
moto di rotazione prenderà la forma di sfera e in caso
contrario diverrà uno sferoide) non si formeranno altri
depositi, finchè, pel successivo raffreddamento, la massa
sarà scesa alla temperatura B, che supponiamo quella
in cui una seconda sostanza potrà andare a porsi sul
primo nocciolo intorno al quale si adagierà in una curva
concentrica. Questo secondo deposito si formerà come
il primo lentamente e finchè la temperatura della su
perficie possa elevarsi sopra B.
« Nel modo medesimo ad ogni abbassamento propor
zionale e relativo di temperatura andranno ad adagiarsi
intorno a quel nucleo le altre sostanze, rimaste ancora
allo stato gassoso.
« Ma si è ragionato finora nell'ipotesi che le varie
sostanze nel venire a contatto non promuovessero fra
loro veruna reazione chimica.
« Quando però un nuovo strato in istato liquido
viene a deporsi sull'antecedente, sia questo liquido
tuttora, o sia già solidificato, ne emergerà necessaria
mente un'azione chimica, risultante dall'affinità delle
due sostanze; se ognuna di esse consta di un solo corpo
semplice (caso probabilmente assai raro), o fra quelle dei
loro elementi, quando una di esse o ambedue ne conte
nessero più di uno.
« Quindi nuove combinazioni, esplosioni, schianti,
innalzamento di temperatura; e nel caso che una di
quelle sostanze constasse di elementi diversi, nuova
conversione in gas di quelli che ne fossero disgiunti per
º
178 CAPO VI.

via di altre combinazioni; sollevamento della superficie,


proveniente da una specie di ebullizione, e finalmente
formazione di materia solida ogni volta che taluna delle
nuove combinazioni per rimanersi in istato liquido abbi
sognasse di una temperatura assai più elevata.
« Gli è di questa guisa che si può dar ragione delle
rivoluzioni che nel corso dei secoli manifestaronsi du
rante la formazione del nostro globo; da queste proven
nero le rotture, le giaciture e le inclinazioni tanto varie
intervenute ne' suoi strati, formatisi da principio come
a livello.
« Riesce quindi facile ad intendere come la superficie
della Terra in luogo di essersi raffreddata grado a grado,
dovette soggiacere a forti e repentini accrescimenti di
temperatura ogni volta che sopravvenivano le reazioni
chimiche da noi accennate. -

« Ora però la temperatura è ridotta a tale che l'acqua


soltanto rimane allo stato liquido, capace quindi di
agire chimicamente e con violenza; si è da essa soltanto
che potrebbe originarsi un nuovo cataclisma.
Qui l'Ampère si richiama allo esperimento di Davy
che ci porge in miniatura gli sconquassi avvenuti sulla
Terra quando una sostanza, tenutasi fino ad un dato
tempo in istato gassoso, divenuta liquida, precipitavasi
sulla sua superficie, mentre questa era di tal modo
composta da succederne un'azione chimica. Ecco l'espe
rimento in discorso.
« Pongasi sopra una lastra di vetro una pallotola di
un qualche amalgama nel quale siano combinati in
giusta proporzione il potassio e il sodio: se sopra la
pallotola che raffigurerebbe il globo terrestre, si fanno
cadere spruzzi d'acqua in forma di fina rugiada, man
mano che questa la tocca, ogni molecola d'acqua ne è
decomposta; l'idrogene a motivo del calore che ne viene
LA TERRA 179

prodotto vedesi bruciare e manda una piccola fiamma


somigliante a un vulcano: nel punto di contatto si
forma una piccola cavità che ne raffigurerebbe il cra
tere, e l'ossido di potassio si accumula sugli orli in
forma di un piccolo monte; il cratere ne sarebbe il
CentrO.

« Se l'acqua vi scende in quantità alquanto più con


siderevole, producesi l'incendiamento di tutta la super
ficie e ne risultano in quantità crepacci e rigonfiamenti,
a somiglianza delle vallate e delle montagne da cui la
Terra è solcata in ogni senso. – Che più, soggiunge
Ampère, a noi è rimasta una gran prova degli sconvol
gimenti cagionati sul globo dalla scomposizione dei
corpi ossigenati dai metalli, e questa è l'enorme quantità
di azoto che forma la maggior parte della nostra atmo
sfera. Ci è d'uopo supporre che desso a tutta prima non
fosse libero, sibbene combinato, e vi sono bastanti
ragioni per credere che lo fosse con l'ossigeno in forma
di acido nitroso o nitrico. Ma in tal caso sarebbe occorsa
per questa combinazione una quantità di ossigeno da
otto a dieci volte più considerevole di quanto ne serba
l'atmosfera. Dove mai sarà ito questo ossigeno esube
rante? A quanto pare si sarà esaurito nella ossidazione
delle sostanze primamente metalliche, converse poscia
in silice, allumina, calce, ossido di ferro, di manganese
e simili. La massa che ancora ne rimane nell'atmosfera
è il residuo di quella che non si è combinata con i corpi
combustibili, e quello che si trovò in eccedenza nelle
combinazioni in cui stava il cloro o altri corpi analoghi.
« L'ipotesi di un nocciolo non ossidato, già proposta
da Davy come la sola ammessibile, vale a dar ragione
della attività anche odierna dei vulcani; nè occorre per
ciò scendere al supposto della fusione delle regioni
centrali del globo.
180 CAPO VI.

« La massa immensa delle materie non ossidate è una


sorgente chimica inesauribile di calore che si farà
manifesto ogni volta che un qualche corpo potrà scen
dere a formare con essa una data combinazione; di
guisa che un vulcano in azione altro non sarebbe che
una fessura per la quale avviene una non interrotta
corrispondenza fra il nocciolo non ossidato e i liquidi
che sovrastano allo strato ossidato.
« Ogni volta che il liquido penetra fino al nocciolo
non ossidato se ne ingenera qualche elevazione di
terreno, poichè i metalli nell'ossidarsi aumentano di
volume. Il massimo d'intensità del calore sviluppato
dall'azione chimica deve incontrarsi senza fallo nel
punto ove succedette la combinazione, e di là deve
propagarsi tanto verso la parte esterna del globo, quanto
verso la interna. Dalla qual cosa il signor Ampère trae
questa illazione; e vale a dire, che l'ossidazione della
scorza del globo si estenderebbe ognor più; e quindi
la regione delle azioni chimiche, sorgente amplissima
del calore che se ne sprigiona, si propagherebbe inter
namente scemando alla superficie; di maniera che se i
metalli fossero meno buoni conduttori, potrebbe sup
porsi nel centro della Terra una temperatura assai
moderata e bassa.
« Ma questa ipotesi parrebbe contrastare troppo aper
tamente coi fatti noti e da lunga mano osservati. E in
vero ognuno sa come dalla superficie movendo verso
l'interno, la temperatura vada crescendo ogni tanto di
un grado, e se ne volle concludere che andasse au
mentando in egual proporzione fino al centro, o per lo
meno fino al nocciolo liquido.
« Il fatto è vero, ma la conclusione che se ne trae
è per lo meno eccessiva. L'aumentarsi della tempera
tura fino ad una certa profondità non solamente è certo,
LA TERRA i 81

ma ben anco necessario per lo sviluppo della ipotesi in


discorso, poichè, come fu detto, il massimo d'intensità
nel calore sviluppato è il punto di contatto del nocciolo
metallico collo strato già ossidato. Arroge che l'uomo
non è sceso fin'ora nelle viscere della terra che per
una lega all'incirca, e quindi non potè ancora far segno
delle sue osservazioni che l/1400 del raggio del globo.
« Ora, trarre dallo studio di questa minima frazione
conclusioni riflettenti tutta quanta la massa sarebbe
leggerezza, e in fisica è regola ineccepibile, che non è
tenuta qual legge generale positiva se non quella che
venne osservata direttamente e trovata vera nella mag
gior parte almeno della sua scala.
« La fluidità del nocciolo della Terra è oppugnata
altresì dall'azione che la Luna (?) avrebbe sopra una
tanto grande massa liquida, poichè ne sorgerebbero
maree analoghe a quelle dei nostri mari (?), ma tanto
più tremende in ragione della loro distesa e della quan
tità della materia in fusione. Male poi si verrebbe ad
intendere come la scorza della Terra potesse star salda
nell'essere battuta senza posa da un ariete idraulico
composto di quella materia in fusione e della distesa
di 2800 leghe.
« La teoria del Davy fu di recente accolta e rinfran
cata da alcuni valenti geologi e in singolar modo dal
signor Reclus nella sua importante opera la Terra.
« Per la teoria più generalmente professata, ei dice,
lo inviluppo terrestre sarebbe ora appena formato; ei
sarebbe tuttora più sottile dello strato d'aria che ne cir
conda imperciocchè da calcoli che se ne fanno, a 40
o 50 chilometri appena sotto la superficie il calore si
trovrebbe già si intenso da mandare in fusione il granito.
A paragone del diametro della Terra che è 250 volte
maggiore, questo inviluppo o corteccia potrebbe para
12 – ZEccHINI, Dio, l'Universo, ecc,
182 - CAPO VI.

gonarsi ad un sottile cartone contenente una sfera di


materia liquida di un metro di diametro.
« Dentro alla terra questo liquido consterrebbe di
un mare di lave e di roccie in fusione; e avrebbe al
pari dell'Oceano le sue correnti, le sue maree, e forse
anco le sue burrasche. Le rivoluzioni geologiche del
globo potrebbero attribuirsi per avventura alle ondu
lazioni sotterranee di questo inferno nascosto.
« Coloro che tengono qual fatto provato l'esistenza
di un fuoco centrale, affacciano quale precipuo argo
mento che negli strati finora esplorati dai minatori il
calore aumenta quanto più vi si profondano.
« È indubitato che scendendo nel pozzo di una mi
niera s'incontrano zone di una temperatura via via più
elevata. Però il saggio della progressione varia secondo
i luoghi e le roccie nelle quali sono scavate le gal
lerie. Nel Wurtemberg, nel pozzo artesiano di Neufsen,
la temperatura cresce di un grado centigrado ogni 10
metri e mezzo. Nella miniera di Monte Masi in Toscana,
l'aumento s'incontra ogni 13 metri. Vicino a Jakutzk,
in Siberia, ogni 16; e quasi ogni dove l'accrescimento
si produce men rapido, e quindi la media in questo
gigantesco termometro degli strati terrestri, può valu
tarsi di un grado ogni 25 o 30 metri. Nelle miniere della
Sassonia non darebbe, a quanto ne dice Reich, che una
risultanza di 1 grado ogni 42 metri.
« Però la Terra non venne esplorata finora che ad
una tenuissima profondità; al più al più a Kuttem
berg in Boemia, e a Guanajuako al Messico, si è toccato
un chilometro; dalla seimillesima alla settemillesima
parte del raggio terrestre. Sarebbe quindi più che av.
ventato, imprudente, voler dare un giudizio dello stato
in cui trovasi l'interno tutto quanto del globo da quel
poco che se ne è potuto speculare in una tanto esigua
LA TERRA 183

parte negli strati suoi più superficiali. Che se il calore


dovesse crescere continuo in quella proporzione, al
centro della Terra toccherebbe l'enormezza di 200,000
gradi, cosa non concepibile da mente umana. Tanto
varrebbe lo affermare il raffreddamento progressivo
degli spazii interplanetari, man mano che ci dilun
ghiamo dal nostro pianeta, poichè a soli 1000 chilo
metri si troverebbero 5000 gradi sotto lo zero. L'accre
scimento di calore sopra enunziato, non è quindi una
prova assoluta del fuoco centrale e della sottigliezza
relativa della scorza terrestre. -

« Il signor Cordier, pesate le obiezioni che si affac


ciano contro la tenuità di questo involucro, conclude
che desso non potrebbe reputarsi abbastanza resistente,
volendo per poco ammettere l'ipotesi del nucleo incan
descente, se non constasse almeno di 120 a 280 chi
lometri di spessore. Hopkins va ben oltre e posti al
cimento di calcoli di alta matematica i fenomeni della
precessione degli equinozii e della nutazione terre
stre, afferma che se la terra racchiudesse in sè quel
fuoco centrale, sarebbe animata da moti periodici ben
diversi dagli attuali, se la parte solida del suo invo
lucro non si profondasse almeno per 1300 a 1600 chi
lometri e cioè dal quinto al quarto del raggio del globo.
Tomson, Liais e altri vengono per le medesime o per
altre vie alle stesse conclusioni. Il signor Reclus con
cede al più che possano esservi tuttora qua e là degli
interstizii nei quali si agitino materie incandescenti e
in fusione (l).
« Appare quindi per quanto qui sopra si è visto,
che la teoria formolata da oltre quarant'anni dal Davy
(1) Quivi sta forse la causa dei terremoti i quali, di so
lito, non si fanno sentire in molta estensione di terri
torio.
184 CAPO VI.

fu già bene accolta e sorretta dall'opinione di molti


e valenti geologi » (1).
Fin qui il ristretto della nota del Flammarion che
accorciammo alquanto, intralasciandone le parti non
affatto necessarie per intendere la teoria e le ragioni
che la confortano.
Ora, come dicemmo, desideriamo esprimere anche
noi le nostre idee intorno alla medesima, ed eccoci a
farlo. -

La teoria che tiene per fermo e provato lo stato di


fusione della maggior parte della massa di materie
contenute nell'interno del globo non regge più al mar
tello della critica scientifica, è gli argomenti che la
oppugnano sono di tal tempra da non poter essere con
facilità ribattuti.
Noi ci schieriamo adunque definitivamente fra i se
guaci della teoria del Davy, tanto efficacemente rincal
(1) Da alcuni esperimenti fatti per via del pendolo e da
osservazioni intorno al modo con cui la Terra attrae la
Luna, venne dimostrato che il nostro pianeta non è una
sfera vuota, ma che invece il suo interno, sia solido o
liquido, ha un peso specifico maggiore della esterna sua
superficie. Si è eziandio potuto concludere, desumendolo
da alcune irregolarità osservate nel moto della Luna nel
suo corso, che la densità della Terra cresce in modo re
golare dalla superficie verso il centro, e che la protube
ranza equatoriale esiste anche all'interno; e vale a dire,
che strati di una uguale densità sono disposti elliticamente
e simmetricamente, procedendo dall'esterno al centro.
Lyell, Princ. de Géolog. Parigi, 1873, vol. 2°, pag. 258.
Il sig. Poisson, nella sua teoria matematica del calore,
pubblicata nel 1835, combatte la dottrina dell'alta tempe
ratura di un nocciolo centrale, e dichiara essere sua opi
nione che se il globo passò mai dallo stato liquido al so
lido per effetto di sperdimento di calore proveniente dalla
irradiazione, si è il nocciolo centrale che primo dovè co
minciare a raffreddarsi. Lyell, vol. 2°, pag. 266.
LA TERRA 185

zata dall'Ampère e da altri sommi ingegni; e cioè che


l'interno del globo sia composto di una materia più
o meno pastosa o solida, e aggiungiamo, più pesante
di quella che sta alla superficie.
Non consentiamo però pienamente nel sistema di
quest'ultimo, o almeno nelle ragioni o principii per
cui egli intende dimostrarla. In quanto a noi non po
tremmo credere che il nucleo centrale siasi formato
pel solo fatto della precipitazione successiva delle ma
terie suscettive di un più precoce raffreddamento, ma
piuttosto per quella delle materie più pesanti, o anzi
per la combinazione delle due condizioni, giacchè ap
punto le materie che prima di qualunque altra pos
Sono passare dallo stato gassoso al liquido sono quelle
che di lor natura più compatte e pesanti abbisognano di
un maggiore, e diremmo anche di un massimo grado
di calore per volatilizzarsi. Ora nel graduale raffred
damento di una massa composta di più corpi o sostanze,
volatilizzabili a diversi gradi di temperatura, quando
principia la scala discendente della sua condizione ter
mica, i primi corpi che si ridurranno allo stato liquido
saranno i più compatti e pesanti. Mettiamo ad esempio
che il platino si volatilizzi a 2200 gradi cent., l'oro
a 2000, l'argento a 1800; è chiaro che quando la massa
di materia che li contenesse scendesse a 2100 o 2000 il
platino diverrebbe liquido, ripigliando forma materiale,
e così l'oro a 1900, e l'argento a 1700; e dessi scen
derebbero man mano in quell'ordine, in fondo al reci
piente in cui si facesse quell'esperimento. Ora ognuno
sa che il platino e l'oro sono più pesanti dell'argento.
Quale, meccanicamente parlando però, fra due o più
materie, riscaldate dallo stesso principio di calore,
sottoposte alla stessa temperatura, e messe nelle stesse
condizioni di un ambiente più freddo verrà a raffred
186 CAPO VI.

darsi per la prima ? Quella certamente che a un dato


momento sarà più leggera, di una densità minore e
più prossima per conseguenza naturale alla superficie
della massa e a contatto coll'ambiente suddetto; ora
abbiam veduto trovarsi in tale condizione quelle che
allo stato naturale sono più pesanti. Avverrà quindi
che per ragione del raffreddamento si produrrà una
condensazione in quello strato o zona di materia. Allora
essa precipiterà in basso fino al punto in cui, incon
trando materie più calde e dilatate avverrà in queste
uno spostamento violento, risalendo esse in alto a guisa
di ciò che succede negli strati della nostra atmosfera.
Da ciò un principio di raffreddamento, poichè si farà
un equilibrio nel grado di calore rispettivo delle due
zone che saranno venute a contatto, e quindi a con
fondersi ea contemperarsi una coll'altra. Da quell'urto,
da quella scossa e da quel nuovo equilibrio di tem
peratura, a spese di una deperdizione del calorico della
più alta, ne dovrebbero derivare oscillazioni e risenti
menti più lievi ma pur tuttavia sensibili in regioni
più interne, e una compressione delle molecole dei
corpi più pesanti verso quelle più centrali; e per ul
tima conseguenza un progressivo condensamento della
residua materia e il ristringersi della massa totale.
Tali raffreddamenti delle zone più esterne della massa
e le precipitazioni che ne derivarono, pare avrebbero
dovuto succedere a periodi presso a poco uguali; e
infatti, se è vero da una parte che le materie esposte
all'ambiente refrigerante erano man mano più dense e
quindi più difficili a raffreddarsi delle prime, per l'altra
l'ambiente in cui nuotava quella massa si andava am
pliando e raffreddando esso stesso ognor più; poichè
l'etere che lo occupava purgavasi via via delle materie
a sè eterogenee, migliori conducenti o migliori serba
LA TERRA 187

trici del calore; e i suoi confini vieppiù si dilatavano,


relativamente allo spazio occupato dal nostro sistema
planetario in formazione: per la qual cosa è probabile
che questi due elementi di azione si bilanciassero, e la
durata dei periodi sopra accennati fosse presso a poco
la medesima. Impossibile affatto sarebbe il dire nè
manco per approssimazione, l'intervallo che fra una e
l'altra di queste rivoluzioni o a meglio dire precipita
zioni di materia potesse correre; che anzi non sarebbe
forse fuor di luogo il credere che quei moti avvenissero
quasi continui come continua era l'azione del raffred.
damento e lo spostarsi delle zone. È però da tenersi per
certo che in qualsiasi maniera le cose succedessero, il
depositarsi man mano delle materie più pesanti al
centro del globo era un fatto vero non solo ma necesario.
Questa deposizione di materia ora lenta e continua
pel fatto del peso o densità specifica, ora accelerata a
motivo di quelle subitanee precipitazioni e delle loro
conseguenze, ci pare abbastanza dimostrata dalle consi
derazioni finora esposte: che se nol fosse potremmo
convalidare la nostra opinione con un'altra serie di ar
gomenti forse di maggior importanza e che qui espo
niamo tosto: essi emergono da un diverso ordine d'idee,
che però assai bene coi precedenti si collegano; ed eccoli:
Se si considerano i pianeti del nostro sistema in or
dine al tempo in cui compiono la loro rivoluzione
diurna si hanno le seguenti cifre:
Mercurio ............. Ore 24 5 28"
Venere ................ » 23 21' 21'
Terra .................. » 23 56' 20'
Marte ................. » 24 37' 23'
Giove.................. » 9 55' 26"
Saturno ...... » 10 20 17"
Urano ... ..... » 10 circa -

Nettuno ...... .. » a poichè stante la


l 88. ('Al'U) VI.

enorme lontananza in cui è da noi, non si sono potuti


trovare finora indizi abbastanza caratterizzati sul suo
disco da poter misurare la durata del loro ritorno alla
visuale nostra nella sua rivoluzione diurna.
Se si considerano in ragione della loro densità, rite
nendo il peso dell'acqua come 1, abbiamo: -

Mercurio .................... 6, 84 circa


Venere ....................... 5, 10
Terra ........................ 5, 95
Marte .......................: 5, 2
Giove ......... 1,
ee • e s • • • • e s e e º e 29
Saturno .....................: 0, 73
Urano .......................: 0,82
Nettuno ...................... a stato nebuloso.
La misura delle orbite rispettive Velocità per ogni minuto sccondo
in leghe di 4 chil. è nel percorrerla
Per Mercurio lll,000,000 Metri 58,355
» Venere 172,600,000 ) 36,800
» Terra 241,000,000 y 30,500
» Marte 362,000,000 » 24,448
» Giove 1,214,000,000 ) 12,972
» Saturno 2,287,500,000 » 9,842
» Urano 4,374,000,000 ) 6,676
» Nettuno 7, 170,000,000 ) 5,524
Durata della loro rivoluzione intorno al sole in giorni
ed anni terrestri:
Anni Giorni 0re
Mercurio .............. – 87 23
Venere ................. – 224 7
Terra............. - - - - - - – 365 5
Marte .................. 1 321 7
Giove .................. 11 324 7
Saturno ............... 29 166 ll
Urano ................. 84 5 7
Nettuno ............... 164 225 7
Dal confronto di queste varie cifre risultano i fatti
seguenti: - - - -

1° Gli otto maggiori pianeti possono dividersi in


LA TERRA 189

due categorie. Si ascrivono alla prima, Mercurio, Ve


nere, la Terra, Marte, i quali compiono la rispettiva
loro rivoluzione diurna in circa 24 ore; alla seconda
Giove, Saturno, Urano, Nettuno, i quali la forniscono
in 10 ore all'incirca e per conseguenza in meno della
metà di tempo dei primi.
2° Questa maggiore velocità di rotazione è tanto
più sorprendente in quanto che la mole rispettiva degli
ultimi quattro pianeti è, come ognun sa, enormemente
superiore a quella dei quattro primi.
3° Questa tanto maggiore velocità non si manifesta
che nella loro rotazione diurna, mentre per altra parte
quella del loro tragitto sulla rispettiva orbita va gran
demente scemando e diremmo quasi rallentando, una
rispetto all'altra, poichè quella di Giove, che al para
gone può dirsi dei quattro secondi il più sollecito, non
è più che di un quinto all'incirca di quella di Mer
curio, di un terzo rispetto a Venere, di due quinti a
confronto colla Terra e della metà all'incirca verso
quella di Marte. La velocità di traslazione dei tre altri,
va diminuendo scalarmente da uno all'altro, di guisa
che quella di Nettuno, a paragone di Mercurio, non
riscontrasi più che di un decimo.
4° Alla maggiore velocità di rotazione sul proprio
asse risponde come è naturale, una tanto maggior de
pressione ai poli in questi ultimi rispetto a quella dei
primi, poichè presa a paragone la Terra, la differenza
dei suoi due diametri, equatoriale e polare, non è che
di 11300, mentre per Giove fu calcolata di 1118, per
Saturno di lil2 e per Urano di lil0. Ora, una tanto
sensibile differenza di depressione ai poli, e di rigon
fiamento all'equatore fra le due serie di pianeti, è da
attribuirsi non solamente alla maggiore velocità di
rotazione sul loro asse, ma in molta parte altresì alla
190 - CAPO VI.

tanto maggiore tenuità della materia di cui questi sono


costituiti, proveniente essa stessa da che gli anelli che
primi si staccarono dalla nebulosa alla quale il nostro
mondo planetario deve la sua origine, constavano delle
sue parti via via meno dense, cominciando appunto
da Nettuno, e quindi con una scarsa differenza nella
maggiore densità scendendo fino a Giove.
Non parleremo qui delle asteroidi, poichè è tenuto
per fermo dagli astronomi, essere i molteplici corpi
disseminati in questa plaga celeste dovuti ad una grande
e finora misteriosa perturbazione, relativamente al pro
cesso razionale della formazione di tutti gli altri pianeti.
5° Quella differenza di densità, a dir vero consi
derevolissima, ci è dimostrata ampiamente dalle cifre
segnate nella seconda delle tavole qui avanti esposte,
e appare sempre nella stessa proporzione logica degli
altri elementi fra i primi quattro ed i quattro secondi
pianeti. Che se mettiamo a confronto i punti estremi
di essa, e cioè Mercurio e Nettuno, troviamo che la
densità del primo equivale a poco meno di quella del
ferro; mentre quella dell'altro, al dire del Guillemin,
si approssima a quella dell'acido azotico.
Ora dall'esame dei fatti e delle cifre su esposte par
rebbe potersene trarre alcune illazioni che, a nostro
avviso, assai naturalmente ne derivano.
E primieramente chiaro risulta che nella formazione
del sistema planetario si svolsero due diversi proce
dimenti, o almeno che a un dato punto la natura delle
cose, o a meglio dire degli elementi di cui s'infor
mavano, diede luogo a fenomeni affatto diversi ed in
qualche modo opposti. Da uno di essi procedimenti
risultarono i quattro pianeti che stanno al di là della
regione delle asteroidi, e dall'altro quelli che ne sono
al di qua e che trovansi più vicini al Sole, e cioè al
LA TERRA - 191

centro del sistema. E per dirlo più chiaramente, le


diversità grandissime che passano fra i corpi compo
nenti le due serie, debbono attribuirsi a due supreme e
cagioni; e: -

1° alla differente densità della materia di cui gli uni


e gli altri sono composti, come già avvertimmo, e
2° alla non meno considerevole differenza nella velo
cità con cui compiono la rispettiva rivoluzione sul
loro asse.
Per dimostrare questa nostra proposizione ci è forza
ripigliare le cose dal loro principio.
Quando, o sotto forma di un anello, o in qualsiasi
altra maniera si staccò dalla nebulosa primitiva una
prima parte di materia, le due condizioni ora dette
erano in essa connaturate. Il moto acceleratissimo le
proveniva dalla enormità del raggio che dal centro
della nebulosa alla periferia estendevasi, e senza alcun
dubbio oltrepassava di assai la distanza media che ora
stendesi fra il centro del Sole e Nettuno, il che vuol
dire un raggio di 1,195,000,000 di leghe ossia chilo
metri 4,780,000,000. È nozione elementare in mecca
nica che quanto più i punti di una sfera o di un disco
si allontanano dal centro, tanto più velocemente girano.
Se si posa lo sguardo sopra di una carta in cui
siano disegnate le varie orbite dei pianeti, confrontando,
Sempre ad esempio, il raggio di uno dei quattro più
centrali con quello di Nettuno o di Urano, s'intende
tosto quanta incomparabile differenza nella velocità di
rotazione doveva correre fra la zona comprendente la
materia di uno di questi due ultimi con quella di uno
degli altri; e sarebbe quasi fuori di ogni proporzione
Se non fossero intercedute circostanze che attenuarono

indubbiamente e in modo sensibile la differenza me


desima. E precipua senz'altro è la poca coesione fra
192 CAPO VI.

le molecole di quella materia cosmica, avvalorata


eziandio dall'essere man mano di natura più esile e
e tenue in ogni zona che più si avvicinava alla peri
feria. Ciò è tanto vero che queste due condizioni riu
nite furono cagione probabilissima del distacco pro
gressivo di quelle zone dalla massa principale.
E abbenchè fosse di assai attenuata, quella velocità
si mantenne tale da raggiungere non soltanto un poco
più del doppio, che è quanto apparisce dalla Tavola
dimostrativa, ma almeno il triplo, il quadruplo o più,
se si considera che trattasi di globi tante volte mag
giori della Terra, che pure è il più voluminoso dei
quattro altri della seconda serie.
Ora si è appunto da questa molta, benchè assai ri
dotta differenza nella velocità di rotazione, che pro
vengono le altre diversità importantissime, rilevate
dagli astronomi fra i primi e gli altri pianeti; delle
quali però, per quanto ci consta, non arrecarono mai
la ragione.
Ma intanto in qual modo si spiega quella specie di
contraddizione che sembra esistere fra la velocità della
rotazione sul proprio asse, e la lentezza della trasla
zione nel percorso dell'orbita? A nostro credere la ca
gione originale di questa apparente contraddizione e
di ogni altra differenza sta in ciò che passiamo bre
vemente ad esporre.
Il primo anello o falda staccatasi dalla nebulosa era
senza fallo e in complesso la parte più sottile e leg
gera della medesima. Non è però a credere che in
una zona della larghezza di 460 milioni di leghe non
si riscontrassero differenze anche alquanto sensibili,
parlando ora soltanto di densità, fra le parti superiori,
medie e inferiori, della materia che in essa era con
tenuta; dal che doveva originarsi un certo contrasto
LA TERRA 193

fra il peso che le faceva inclinare al basso, e la forza


d'impulsione che appunto per ciò le spingeva in alto.
Nelle inferiori, e forse anche più probabilmente nelle
.medie, se ne dovevano trovare gli elementi o le parti
più dense e pesanti. Ora, quando tutta quella ma
teria fu radunata in un corpo più o meno sferico,
il quale aveva una forza di rotazione sul suo asse,
4 o 5 volte maggiore di quella della Terra; par na
turale il credere che per la forza d'impulsione centri
fuga che quelle molecole più dense ne ricevevano, si
siano portate alla periferia, e quivi si rimanessero
quindi, per la progressiva riduzione di volume di quella
massa fino alle dimensioni attuali, e anche per l'ef
fetto del raffreddamento, dovette formarsene un tal
quale amalgama, ridottosi poscia, coll'andare dei se
secoli e pel lavoro delle affinità chimiche, in una specie
d'involucro relativamente più denso e alquanto più
solido della rimanente materia esilissima che vi rima
neva per entro imprigionata.
Nella Terra per contro e negli altri pianeti ad essa
congeneri doveva aver luogo un procedimento affatto
differente. -

E in primo luogo; nelle zone inferiori della nebu


losa primitiva dovevano essersi raccolte già natural
mente le materie man mano più dense, come risulta
evidente dal peso specifico dei vari pianeti che se ne
formarono. -

Secondariamente, le sue parti o molecole via via più


dense, prima e dopo che si fosse raccolta in un globo
sferico, a motivo del moto di rotazione relativamente
tanto più lento rispetto a quello dei primi, esse pote
rono scendere con maggiore facilità verso il centro, e
quivi radunarsi e far corpo. Per questa guisa quelle
più sottili e leggere, o rimanevansi, o, facendo luogo
194 - CAPO VI.

alle altre, risalivano verso la periferia, ove anch'esse


e pel correre dei secoli, e pel raffreddamento e pel
lavoro delle affinità chimiche si rappigliarono, e ne ri
sultò l'involucro o la scorza solida del globo.
Dalle dette due cagioni; e cioè, diversità di peso
nelle singole particelle della materia, e differenza nella
velocità di rotazione delle masse rispettive, cospiranti
allo scopo medesimo, chiaramente vedesi derivare:
lº La maggiore velocità dei quattro minori e più
pesanti pianeti nel percorso della loro orbita a con
fronto degli altri quattro. -

2° La loro velocità minore per contro nella rota


zione diurna, sempre rispetto a quella degli altri.
3° La maggiore densità al loro centro per la riu
nione quivi avvenuta delle materie più pesanti.
4° La maggiore densità degli altri alla loro peri
feria, per essere questa alquanto più soda e pesante
a confronto delle materie più sottili e leggere che vi
si trovarono contenute e costrette.
Ad un matematico sarebbero bastate, per esprimere
quanto abbiamo detto noi in molte pagine, poche righe
e qualche breve formola, e il rammentare e riferirsi
alle immortali leggi di Keplero da noi già enunziate
in un capitolo precedente. A noi è occorso per ispie
gare il nostro pensiero un più lungo discorso; ma
esso non riuscirà, speriamo, inutile affatto, poichè
potrà essere inteso da chi di calcolo e di segni alge
brici è affatto digiuno o poco cognito.
Vogliamo sperare che i primi con benevola indul
genza ci perdoneranno l'ardire grande dell'esserci inol
trati alquanto nel loro dominio, e crediamo che i se
condi ci sapranno grado invece di quanto abbiamo fatto
per rendere ad essi più accessibile e facile l'intendi
mento di argomenti per sè difficilissimi.
LA TERRA 195

Ma a rendere eziandio più chiara la nostra idea ci


sia concesso di qui esporre colle due seguenti figure
un esempio materiale del pensier nostro, e speriamo
che con ciò se ne renderà più spiccata l'evidenza.

Sezione meridiana di uno dei pianeti superiori alla


regione delle asteroidi, per mostrare l'ipotesi della
diminuzione di densità dei medesimi dalla periferia
al centro.

La prima di esse rappresenta graficamente, e non


altro, l'idea che ci siam fatta, e che abbiamo espressa
qui avanti, di uno dei pianeti esteriori alla regione
delle asteroidi, e l'altra quella di uno degli interni alla
SteSSa.

Al loro aspetto scorgonsi tosto le ragioni per cui i


196 - CAPO \ I.

primi, recandosi il maggior peso alla circonferenza,


girino sopra il loro asse molto più velocemente dei se
condi, e così per converso le ragioni per cui questi,
avendolo ristretto al centro, compiere non possano que
sto giro che molto più lentamente. -

Sezione meridiana di uno dei pianeti inferiori alla


regione delle asteroidi, per mostrare l'ipotesi della
diminuzione di densità dei medesimi dal centro
alla periferia.

Da ciò risulta eziandio che il peso dei primi sia molto


minore assolutamente, e anche relativamente al loro
volume, in confronto di quello dei secondi, e quindi la
ragione per la quale il loro moto di traslazione sia assai
più lento di quello di questi ultimi. E in fatto è ovvio
che due corpi, anche di ugual volume, ma di un peso
specifico diverso, quando siano spinti da una forza
uguale, il più leggero corra verso la meta molto meno
velocemente del più pesante.
Risulta finalmente, ed è la conclusione più impor
LA TERRA 197

tante alla quale intendevamo col nostro discorso; che i


pianeti interni, fra i quali la Terra, rispondono esatta
mente a queste condizioni, e segnatamente alla prima,
e non possono contenere al loro centro che le materie
più pesanti, e queste incandescenti forse ancora in
parte, ma non in istato di fusione liquida per le molte
ragioni addotte da altri e da noi: più pesanti diciamo
rispetto a quelle che ne costituiscono l'involucro. La
quale ultima conclusione risponde a ciò che ci eravamo
prefissi precipuamente di dimostrare, a conferma del
l'ipotesi del Davy alla quale, come avvertimmo, ade
riamo pienamente.
Ed ora è tempo che torniamo al nostro principale as
sunto, dal quale ci siamo alquanto dilungati per tener
dietro al secondo, e cioè alle ipotesi di cosmogonia.
Vogliamo però lusingarci possa ciò essere avvenuto con
qualche utile, e crediamo anzi che in complesso non
avremmo potuto fare altrimenti, essendo le due tesi nel
nostro concetto essenzialmente connesse e naturalmente
congegnate.

13 - ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.


CAPO VII.

LA CREAZIONE – Critica della dottrina che si epiloga


nelle parole Forza e Materia – Errori e contradizioni –
Asserzioni sofistiche e loro confutazione – L'empusa muscae
– Il protococco, il protoplasma – Squarcio di lettera – Negano
l'esistenza di una speciale forza vitale – Invito a surrogarla
artificialmente con mezzi naturali – Ma ciò è impossibile –
Dimostrazione della impossibilità della generazione spontanea.

E qui ci facciamo lecito di chiamare a rassegna


quanti sono astronomi, geologi, matematici, fisici, chi
mici, filosofi naturalisti o morali, e ogni maniera di
studiosi e di uomini di chiara intelligenza che abbiano
letto quanto si è da noi scritto fin qui, e domanderemo:
crederete voi mai da senno che il nostro, come tutti
gli altri pianeti, formatosi nel corso di tante migliaia
di secoli nel modo che abbiamo veduto di una materia
volatilizzata a guisa di gas o forse più ancora pel fatto
di un calore di cui non è dato farci l'idea; crederete
voi mai che esso, e gli altri trovatisi in condizioni
uguali, potessero contenere e serbare illesi nel corso di
tante e si possenti rivoluzioni i germi di un organismo
vegetale o animale qualsiasi?
Si avrebbe un bel parlare di monadi, di molecole,
di cellule che per il loro vario accontarsi finiscano nel
combinarsi in corpi di sì molteplici e varie nature: si
LA CREAZIONE 199

potrebbero vantare a grande studio le virtù delle affinità


chimiche, la potenza dell'elettrico, la forza del magne
tismo che a quelle combinazioni grandemente confe
rISCOImO.

Concorderemo insieme finchè il discorso si aggiri


intorno a metalli, a minerali, a roccie; ma lascieremo
che corra a sua posta chi intenda varcare quel limite.
Il principio delle combinazioni chimiche è l'affinità
che manifestasi per l'attrazione e l'elezione; quello del
l'organismo è il germe; e questi germi non potevano
assolutamente preesistere da sè nella materia primor
diale o cosmica; nè si può ragionevolmente supporre
esservi stati preinfusi da una mente o forza intelligente,
da che sarebbe stata inutile opera, mentre a quel grado
eminentissimo di calore sarebbero periti, per qualsiasi
forza o virtù di resistenza fossero essi dotati.
In ordine di eccellenza il germe supera immensamente
il principio dell'affinità, prova ne sia che l'uomo di
questo si fa padrone, e colle sue mani, guidate dalla
intelligenza e dallo studio, emula in molti casi la natura
stessa, producendo artificialmente per mezzo di esso o
del suo contrario non pochi corpi binari e ternari che,
nativi e diremmo abrupti, non si trovano nelle viscere
della Terra o altrimenti combinati. L'avanza non poche
volte eziandio per mezzo delle molteplici combinazioni,
giacchè la chimica ci fornisce migliaia di sostanze che
in natura non si trovano punto. -

Circa all'organismo e ai suoi germi, l'uomo nulla sa


dell'intima essenza, virtù, forza e potere per cui nella
materia s'infonda, e come si determini l'elaterismo della
vita. Ogni sforzo per emulare anche di lontano la su
prema semplicità nella sua struttura a nulla approda.
Quel segreto che Dio confidò alla natura e che questa,
inconscia, tuttodì svolge e moltiplica in miriadi di mi
200 CAPO VII.

riadi d'individui, senza sforzo, tensione o studio, gli


sfugge totalmente. I replicati tentativi fatti fin qui da
dottissimi uomini per ottenere, non fosse che in un
essere infinitamente piccolo, un vibrione, ad esempio, il
fenomeno della generazione spontanea o artificiale,
riescirono inutili, e lo saranno sempre, poichè la scienza
più sublime può dare qualche spiegazione dei fenomeni
misteriosi e reconditi dell'organismo e della vitalità;
ma non le è concesso dare la vita, vivificare la materia
inerte, non fosse che producendo artatamente un filo
d'erba. -

Büchner, capo scuola dei moderni realisti, o fautori


del neo-materialismo (1) dice in principio del capo IX
dell'opera sua capitale, Forza e materia: « Gli studi
geologici hanno sparsa molta luce sull'importanza della
storia dell'origine e dello sviluppo progressivo della
Terra. Negli strati della superficie terrestre, che conten
gono le reliquie degli esseri organici d'altri tempi, i geo
logi hanno letta la storia della Terra non altrimenti che
in una antica cronaca. Essa ci mostra le traccie evidenti
dei cataclismi che quasi periodicamente si succedettero,
ora prodotti dal fuoco, ora dall'acqua, ora dal concorso
di entrambe queste forze ». E fin qui nulla v'ha a dire;
ma così continua: «la comparsa, apparentemente subita
e violente di queste rivoluzioni ha dato un comodo
pretesto ai naturalisti ortodossi per fare un sentimentale
appello alla forza sovranaturale ». -

La critica di questa dottrina ch'ei dice sentimentale


vien fatta più e più volte nel su citato capitolo; in
fatti ei soggiunge: «tutte queste idee d'intervento delle
forze sopranaturali, e soltanto inesplicabili, nello svi

(1) Ripudiano la taccia di materialisti, essi che tutto


fanno derivare dalla Forza e dalla Materia.
LA CREAZIONE 201

luppo storico della Terra, sono però annichilate dalle


scoperte della scienza moderna ».
Non tutte per altro, diciam noi: lo abbiamo provato
relativamente alle più importanti, e meglio ancora lo
faremo procedendo innanzi.
E col Burmeister prosegue: «la Terra fu creata da
quelle stesse forze fisiche che vediamo agire anche
oggidì in più piccole proporzioni.... Tuttavia la scienza
dello sviluppo della nostra Terra è già in se stessa la
più chiara confutazione d'ogni ipotesi di una potenza
sopranaturale ». -

Ma ancora più esplicitamente mostra di ripudiare


l'idea di tale sopranaturale potenza mediante le seguenti
parole del Moleschott, colle quali dà principio al suo
libro che di quella potenza vuol essere una continua
confutazione.
« La forza non è un Dio che dà l'impulso, nè un
essere separato dalla materiale sostanza delle cose; ma
la proprietà inseparabile e immanente alla materia da
tutta l'eternità. L'idea di una forza che non fosse unita
alla materia, che si librasse sopra di essa, sarebbe vuota
di senso ».
Addolora invero il vedere una tanto eletta schiera di
valentuomini, di scienziati distintissimi quali il Büchner,
il Moleschott, il Burmeister, il Rassmässler, il Tuttle,
il Wirchow, il Vogt e tanti altri aggirarsi in un'atmo
sfera gremita di verità; e molte di esse cogliere, e trarne
colla potenza dell'ingegno squisite e feconde deduzioni;
ma lasciarne da banda, o spregiarne altre non meno e
anzi meglio importanti, e affaticarsi a costrurre come
sulla mobile arena, puntellato di sofismi o di sottintesi,
un edifizio che non può reggere in niun modo, poichè
mancante di quell'archetipa verità, di quel caposaldo
senza del quale tutto inesorabilmente vacilla e rovina.
202 CAPO VII,

Addolora il vedere che questa verità sovrana venga


da essi ripudiata con ogni sforzo, e che s'ingegnino a
far sì che il mondo la rinneghi a sua volta.
I tre argomenti achillei che pongono a fondamento
del loro sistema, sono i seguenti.
E primo:
«Nessuna forza senza materia; nessuna materia senza
forza; una non può disgiunta dall'altra concepirsi, e
tutte e due si risolvono in vane astrazioni se concepite
separatamente ».
Vera l'idea, giusto il pensiero, ma sì l'una che
l'altro incompleti. v

Integriamoli adunque e allora riusciranno tetragoni


all'urto di qualsiasi argomentazione in contrario, e
resistenti allo scalpello della più fina e arguta critica.
– Ed ecco come li vorremmo formolati.
Nessuna forza senza materia: nessuna materia senza
forza: nessuna azione o reazione logica dell'una sul
l'altra senza un preordinamento dell'intelligenza, che è
l'agente sopranaturale che essi negano, e che per noi
è Dio. – Vediamo il secondo:
« Una forza non può essere tale, nè può esistere, se
non in quanto e pel tempo che resta in attività ».
Nemmeno questa è idea completa; oppure viene
enunziata sofisticamente. Si confonde l'idea di forza con
quella di potenza che è primitiva e causale; mentre
la forza altro non è che una emanazione della potenza.
La vera potenza è Dio (1). -

(l) Accorgendosi che in certo modo la gente era rimasta


scandolezzata nel vedere esclusa affatto ed anzi anatema
tizzata l'idea di Dio dall'ordine delle universe cose, pare
vogliano ora in qualche più recente scritto dire ai deisti:
ciò che voi domandate spirito e materia, noi diciamo
forza e materia. Ciò per altro non rimedia punto all'erro
LA CREAZIONE 203

E scendendo al terzo di quegli argomenti, lo vediamo


esposto come segue:
« L'idea di una forza creatrice è inconciliabile con
quella del nulla e dell'inazione. Una forza creatrice non
poteva esistere senza creare, altrimenti bisognerebbe
che fosse rimasta durante qualche tempo nell'inazione,
nel riposo, in una completa inerzia, di fronte alla
materia informe ed immobile ». -

Qui c'incontriamo di bel nuovo nel sofisma, e peggio


assai, in un errore di massima che già ribattemmo altra
volta. Ma per soprassello le parole che abbiam segnate
in corsivo racchiudono un anfibologismo inesplicabile;
e non sappiamo come sia potuto sfuggire dalla penna di
un sì dotto uomo, quale è l'autore del libro che stiamo
esaminando.
In fatti; si confonde nuovamente l'idea di forza con
quella di potenza. Si dice che l'idea di una forza crea
trice è inconciliabile con quella del nulla; mentre
invece una è quanto mai strettamente legata all'altra,
giacchè gli è per far cessare, per riempiere in certo
modo la vacuità del nulla che è necessaria, indispen
sabile la creazione. Si assevera che una forza creatrice
deve di necessità creare; e in ciò contraddicono alla
sentenza antecedente: ma neppure questa necessità è

neità della loro teoria: la parola spirito potrebbe al più


significare vita e forse anche amore, e sarebbe più pros
sima all'idea razionale di Dio, mentre la parola forza
nulla dice di tutto ciò, e non può al più accennare che a
moto. Ma noi che nemmeno nella parola spirito possiamo
ravvisare accennata l'idea della suprema intelligenza,
tanto meno il possiamo in quella di forza, la quale, ab
bandonata a se stessa, può essere brutale, sovversiva, di
struggitrice: proprietà opposte affatto alla intelligenza,
che è invece assolutamente creatrice, ordinatrice, vivifi
catrice.
204 CAPO VII,

vera e assoluta, poichè vedonsi tuttodi facoltà creative


che se ne stanno inerti e latenti; eppure da niuno è
posta in dubbio la loro esistenza. Il concetto poi della
forza creatrice che se non ha creato debba starsene in
una completa inerzia di fronte alla materia informe ed
immobile, è per noi sì fattamente oscuro che non riu
sciamo ad afferrarne il significato, e già il confutammo
nel terzo capitolo.
E di vero; se la materia, abbenchè informe ed
immobile, esiste, importa che sia stata creata, poichè
nessuna cosa, e tanto meno se priva di vitalità, può
creare se stessa: la forza creatrice adunque aveva fornito
il suo compito creandola, e allora non sappiamo con
quanta ragione la si possa tacciare d'inerzia e d'impo
tenza. Che se s'invocasse un'altra forza modificatrice e
plasmatrice che venisse a compiere l'opera della crea
zione, ciò potrebbe ammettersi, poichè a guisa di
conseguenza starebbe nel vero, e la sentenza non con
traddirebbe se stessa formolando un rimprovero che
non ha ragione di essere.
Ma basti di ciò per ora, che assai probabilmente ci
sarà d'uopo, prima o poi, di tornare su questo argo
mentO.

Solo, dobbiamo ripeterlo, ci addolora che con uomini


di tale valentia non sia possibile incontrarci per bat
tere insieme la medesima strada, giacchè la verità sia
scientifica, che morale e civile ne avvanzerebbe di
tantO.

Nè credano già che a noi, meno che ad essi ripu


gnino le superstizioni e gli errori che da una falsata
idea della Divinità provennero; e così la persistenza in
certe credenze, dimostrate assurde dai progressi della
scienza e dalle logiche conseguenze che ne derivano;
ma che per converso da tanti secoli e in tanti modi
LA CREAZIONE 205

furono dagl'interessi di casta intrattenuti e, diremmo,


careggiati.
A scienza progredita occorre una fede nuova, coe
rente e appoggiata sui nuovi veri. L'assurdo nelle
credenze, imposte da un dogmatismo assoluto e che
vuole rimanere irremovibile, genera i materialisti e gli
atei: ma svolgeremo anche questa tesi a suo luogo (1).
Ci basti ora il dire che l'opera nostra vorrebb'essere
segno ed arra di conciliazione fra gli scienziati di tutte
le scuole; fra realisti e credenti, fra materialisti e spi
ritualisti; in una parola, fra tutti i coscienziosi ricer
catori della verità. Il punto di accostamento e di ritrovo
è la credenza nella provata esistenza di Dio. Cercando
la verità di buona fede sia nelle regioni della natura
che in quelle della scienza, Dio si trova senza fallo:
se si vuole scansarlo ad ogni costo si trova l'assurdo
e vi si precipita dentro.
Dalla creazione della materia primitiva o cosmica,
che per noi è un fatto vero, giacchè essa, come di
cemmo in principio del nostro lavoro, emerse da Dio,
scendemmo alla formazione dei globi celesti innu
merevoli: di essi c'ingegnammo di studiare e dichia
rare la genesi e il vario procedimento per quanto
ad uomo è concesso; e dobbiam confessare ad onore

(1) Noteremo intanto come sintomo significantissimo,


come i trasteverini citati a testimoni nel processo Luciani,
vertente poco fa a Roma, si vantino in pien tribunale di
essere liberi pensatori; come non vogliano prestare giura
mento posando la mano sul Vangelo, e come uno di essi
abbia detto altamente: io quel libro non lo conosco. Sin
golar cosa altresì è il sentire proclamarsi dal presidente
non essere questa che una semplice formalità voluta dalla
legge. Ora fra la ripugnanza dei primi e l'indifferentismo
del secondo, non sappiamo quale dei due meglio provi lo
stato attuale degli animi in fatto di credenze religiose.
206 CAPO VII,

del vero, che in questo cammino ci avvenimmo più


volte nella necessità dell'opera di Dio allo svolgimento
di quegli ammirandi fenomeni.
Eccoci ora riusciti ad uno dei maggiori, se non al
più grande fra essi, e vale a dire a quello della crea
zione degli esseri organizzati: e qui portiamo ferma
credenza che ci sarà dato di addurre, una delle più
spiccate ed evidenti prove dirette dell'esistenza di Dio.
Ma e per rammentare brevemente il già detto intorno
alle condizioni del nostro pianeta, quando finalmente
si fu raccolto in un globo pressochè solido nella sua
corteccia, e per segnalare anche la testimonianza di
questa scuola di filosofi naturalisti intorno alle verità
di fatto importantissime, di cui già discorremmo a
lungo, ci giova trascrivere le poche parole colle quali
ne discorre il Büchner medesimo in principio del suo
capitolo della Generazione primitiva.
« Vi furono tempi, ei dice, in cui la nostra terra,
trovandosi allo stato di globo incandescente, non solo era
incapace di produrre degli esseri viventi, ma doveva essere
anche interamente ostile ad ogni organica produzione,
sia vegetale che animale (1). Di mano in mano che il
globo si raffreddava, e che le masse vaporose che lo
circondavano andavano condensandosi e cadendo in
acqua sulla sua superficie, la Terra assunse una forma
che nel suo successivo sviluppo doveva rendere pos
sibile l'esistenza di quei multiformi organismi che poi
colla comparsa dell'acqua e la riduzione della tempe
ratura, si sono immediatamente sviluppati » (2).

(1) Ripetiamo che il corsivo lo segniamo noi per mag


giormente trarre sulle parole in tal guisa distinte l'atten
zione del lettore. -

(2) Dimenticammo fin qui di avvertire che nel citare


l'opera del Büchner e gli autori di cui porta degli squarci,
LA CREAZIONE 207

Egli, a convalidare queste sue sentenze, cita, a guisa


di epigrafe di quel capitolo le seguenti parole di Bur
meister:
« È certo che l'apparizione dei corpi animati sulla
Terra è una espressione delle forze terrestri, la cui
azione, in condizioni determinate, ha dovuto necessaria
mente produrre ciò che ha prodotto».
Notiamo volontieri come Büchner nel primo dei su
citati brani, consenta nel dire che nel suo stato d'in
candescenza la Terra non solamente fosse incapace di
produrre organismi vegetali e animali, ma che per di
più fosse interamente ostile alla loro produzione. Va
però lungi dal vero allorquando soggiunge che per la
caduta dell'acqua e per l'abbassata temperatura potes
sero quelli immediatamente svilupparsi. Queste due
condizioni da se sole non bastano; l'organismo e la
vita ch'egli asserisce sviluppati all'istante, non possono
sorgere subitanei se non per l'intervento di una potente
causa o impulso esterno che non ci è dato sintetizzare
meglio che con un qualche Fiat. Il nostro autore non
si avvede che dà luogo, certo involontariamente, a una
tale conclusione.
Asserzioni di tanta importanza quale è altresì quella
del Burmeister, eziandio più avventata, dovrebbonsi
confortare con tale copia di argomenti e prove di fatto,
da non lasciare alcun dubbio nella mente del lettore.
Ma per contro lo stesso Büchner si mostra assai
peritoso, imperocchè poche pagine appresso leggiamo,
non senza maraviglia, queste sue parole:
« Per quanto grandi e possenti possano essere ancora
oggi tali influenze (delle forze terrestri ed ambienti) non
si è però ancora potuto constatare che una specie ani
ci servimmo della traduzione del signor Luigi Stefanoni,
stampata dal Brigola a Milano: terza edizione, 1870.
208 CAPO VII,

male si sia definitivamente trasformata in un'altra, nè


che gli organismi più perfetti siano stati prodotti da
una sola congiunzione di materie e di forze inorganiche
e senza la preesistenza di un germe generato da parenti
simili. Sembra infatti che una legge generale domini
oggi il mondo organico ».
Bisogna infatti esser cieco per non accorgersi che
questa legge lo ha dominato non solamente oggi, ma
sempre.
« Omne vivum ea vivo, segue a dire, è aforismo antico
che ci prova nulla nascere se non da un germe preesi
stente o da preesistenti parenti, sia che ciò avvenga
per mezzo dell'uovo, o del seme, o per effetto di divi
sioni, di germi o di rampolli ».
E più sotto:
« D'onde vengono e come si son fatti tutti gli ani
mali? Se ogni specie animale è generata da individui
della stessa famiglia, come sono nati i primi che esi
stettero? Potevano questi sussistere da se stessi pel solo
incontro fortuito o necessario delle circostanze esterne
e per la comparsa delle condizioni necessarie alla loro
esistenza, o era d'uopo che una potenza esistente fuori
della natura li creasse? perchè oggidì ciò più non av
viene?
« Quantunque la validità della proposizione Omne
vivum ea vivo sia incontestabile per la maggior parte
degli organismi, non sembra però che perfettamente si
attagli senza eccezioni anche ai rapporti attuali. In
ogni caso la controversia scientifica nata dalla tesi della
generazione spontanea, (generatio aquivoca), vale a
dire la generazione fortuita, o senza parenti della stessa
specie, non è ancora completamente definita . . . . .
Ora, se le scoperte recenti hanno di molto diminuito il
numero dei partigiani di questo genere di generazione,
LA CREAZIONE 209

alla quale altre volte si attribuiva una estesissima atti


vità, non è però inverosimile che essa sia possibile e
valida nei più piccoli e più imperfetti organismi ».
E soggiunge a modo di conclusione di questa tesi,
opposta quasi diametralmente a suoi principii:
« Se, come legge generale, noi dobbiamo ammettere
che tutti gli esseri vegetali e animali di una organizza
zione superiore, non si propagano che per la genera
zione della medesima specie di esseri preesistenti, ci
resta sempre a risolvere la questione della generazione
primitiva degli esseri, problema che, a prima giunta,
sembrerebbe insolubile senza l'ammissione di una po
tenza superiore la quale, di sua libera volizione, avendo
creati i primi organismi, li abbia altresì dotati della
facoltà di propagarsi nell'avvenire ».
E finisce con citare le seguenti sagge parole di
B. Cotta: nè sappiamo come nè vi presti fede, nè le
confuti. -

« Un enimma insolubile, pel quale noi dobbiamo ri


metterci alla potenza impenetrabile di un creatore, sta
sempre all'origine della materia terrestre ed alla nascita
degli esseri organici ».
Questi dubbii appaiono abbastanza espliciti ed esposti
senza ambagi o reticenze; ma se ne ripente tosto e torna
alla negazione. Forse non pareva concedere alcun che
in quel senso che per porgere a se stesso un motivo di
confutazione.
Ci si conceda ancora una breve citazione, e vedremo
su quali povere ragioni ei faccia assegnamento.
« Senza affaticarsi, ei dice, a spiegare in modo natu
rale la produzione organica (a noi pare che l'impor
tanza dell'argomento ne valesse la pena; si accinge
però a farlo nelle pagine successive, ma con poco
frutto), si potrebbe risponder loro (agli ortodossi, cre
210 CAPO VII.

denti nello intervento diretto della Divinità nella Crea


zione): 1° Che i germi di tutto quanto vive, già predi
sposti in ispecie, hanno esistito dall'eternità (?), non
attendendo in questa massa nebulosa ed informe di
cui la Terra si è formata e lentamente consolidata, che
l'influenza di certe circostanze esteriori per manifestarsi;
2° oppure che tali germi esistenti nello spazio dell'uni
verso (?), si sono disposti sulla Terra dopo la sua for
mazione e raffreddamento, e non pervennero ad uno
sviluppo accidentale (?) che là dove si manifestarono le
condizioni esterne necessarie alla vita.
« Siffatta risposta, soggiunge, basterebbe per ispie
garci la successiva creazione organica; e non sarebbe
nè più vana, nè più avventata dell'ammissione di una
forza creatrice, che si sia divertita, in ogni periodo
della formazione della Terra, a creare delle differenti
specie di piante e di animali, facendo in certo qual
modo degli studi preparatorii per la creazione del
l'Uomo. Tale idea non risponde in modo alcuno alla
perfezione di una forza creatrice, e non è espediente di
cui noi possiamo aver bisogno; 3° Che gli esseri orga
nici che popolano la Terra devono la loro esistenza e
propagazione alla sola reciproca azione della materia e
delle sue forze fisiche; 4° Che il cambiamento e lo svi
luppo successivo della superficie terrestre sono la sola
o almeno la principale causa di questo continuo accre
scimento degli esseri viventi ».
Ebbene, quantunque non ci sentiamo per nulla scossi
nelle nostre convinzioni da tali sentenze, dichiariamo
però, che quando ci si provasse colla massima evidenza,
la verità di tutte e quattro le proposizioni qui sopra
enunziate, ci basterebbe l'animo di deporre le armi e
darci per vinti, poichè è nostra divisa: Verità e Giu
stizia dovunque, sempre e per tutti. Ma siamo ferma
I,A CREAZIONE 211.

mente convinti che nè il signor Büchner, nè i partigiani


delle sue dottrine nol possano fare mai; e brevemente
per intanto vogliamo dimostrarlo a conforto dei dub
biosi, e più di chi, fidente nelle nostre parole, e nelle
fondamentali verità che propugniamo, si schierasse dalla
nostra parte.
E per farci dalla prima, ricorderemo al dotto scrit
tore, che nei primi versi del medesimo capitolo egli
affermava che il nostro globo, nel suo stato incande
scente non solo era incapace di produrre esseri viventi,
ma che per di più era ostile intieramente ad ogni
organica produzione sia vegetale sia animale. Come
in quell'ambiente siansi potuti tener vivi o vivaci quei
germi, quando vi fossero predisposti da tutta l'eternità,
com'ei dice, vorremmo sapere. Che se, o non esiste
vano prima, o se dall'ardentissima temperatura ven
nero come non dovrebbe essere dubbio, consumati e
distrutti, desidereremmo ci fosse dimostrato con prove
evidenti in qual modo, per il solo comparire dell'acqua
e per il diminuito calore siansi quei germi, (che non
potevano esistere) immediatamente potuti sviluppare.
Qui sì che sarebbe il caso di ricordare il noto adagio
ea nihilo nihil fit.
E ci parrebbe inutile il dilungarci oltre intorno a
questa prima proposizione, se non fosse che, siccome
ei dice che quei germi trovavansi predisposti in ispecie
fino dall'eternità, ci pare che queste parole contrastino
alquanto colla teoria Darwiniana, della quale poche
pagine appresso mostrasi caldo ammiratore.
Circa la seconda di quelle sentenze calzano le me
desime considerazioni; ma potrebbesi aggiungere, per
venire una volta a un caso pratico, che il frutto della
palma da cocco, l'uovo dello struzzo e del cocodrillo,
che sono dotati dei più forti e resistenti gusci a di
212 CAPO VII.

fesa dei germi vegetali e animali da essi contenuti,


neppur essi è credibile nuotassero da tutta l'eternità
incolumi nello spazio in attesa delle condizioni e del
l'ora propizia al loro schiudimento.
In quanto alle due ultime, talmente fra loro si con
traddicono che gratuita fatica sarebbe il confutarle.
Per non dirne altro, basterà accennare che mentre
colla prima si assevera dovere gli esseri organici la
loro esistenza e propagazione alla sola reciproca azione
della materia e delle sue forze fisiche; colla seconda
non meno pertinentemente si dichiara, che la sola, o
almeno la principale causa del continuo accrescimento
degli esseri viventi è il cambiamento e lo sviluppo
successivo della superficie terrestre:
Sentenze sonore avvolte in ben torniti periodi; ma
null'altro: Voa, voa, pratereaque nihil.
C'inchiniamo sinceramente dinanzi alla molta e varia
dottrina di quei signori. Vere e buone soggettivamente
sono molte delle cose da essi discorse; ma queste a
noi paiono quasi membra sparse e disgregate di un
bel corpo, cui manchi il nesso e la vita.
Dopo delle teorie scendono ai fatti, i quali provano
poco più delle prime, se non forse anche meno. E in
tanto pare che molto si affidino sui magri e rari vanti
dei ricercatori e stimolatori della generazione spontanea.
Per addurne un esempio citano l'empusa musca, fungo
microscopico che il dottore Cohn di Breslavia, dice
formarsi nel corpo della mosca, ed essere cagione della
sua morte. Ma il formarsi di questo crittogamo nel
corpo di quell'insetto, nulla prova in favore di quella
generazione spontanea che tanto ad essi sta a cuore:
ci maravigliamo anzi, nella nostra pochezza, che la
mettano innanzi a conferma della loro tesi.
Chi non sa in fatti che nel sangue e in tutti gli
LA CREAZIONE 213

altri umori degli esseri viventi pullulano a miriadi


insetti microscopici, i quali non sortirono la vita,
spontaneamente nei vasi entro cui si aggirano, ma,
nati con noi, per trasmissione dei loro germi nel no
stro germe, nell'istante del concepimento e nello svi
luppo della vita embrionale, parassiti invisibili, ci
accompagnano fino alla tomba, se pure talvolta col
loro eccedere in numero o col tumultuare intempestivo,
non accelerano il momento della nostra morte? E chi
sa dirci se le malattie cutanee, come la rosolia, le
miliare, il vaiuolo, e simili, non si debbano all'eru
zione di orde impazienti di tali nostri interni nemici?
Imperciocchè è prova quotidiana che, allorquando un
bambino ha superati questi malanni, sviluppasi ben
più facilmente, e meglio prosperoso che altri i quali
li covino in sè più a lungo. Ora perchè la mosca non
potrebbe dalla nascita non solo, ma dalla genesi sua,
recare con sè il germe del fungo che deve cagionarne
la morte? La cosa è tanto naturale che certamente è
Vera.

Cienkowsky, professore a Pietroburgo, secondo narra


il Büchner in una sua nota, pare abbia osservato la
nascita spontanea di organismi indipendenti e formati
da una sola cellula d'amido nei tubercoli dei pomi
di terra in putrefazione. Flach, Giebel e Schaafhausen,
con i più a noi noti Pouchet, Pasteur, Joly, Musset,
ed altri, dopo venti e più anni di esperimenti di ogni
maniera, rivolti alla ricerca ed accertazione della ge
nerazione spontanea, ben detta in latino generatio
ſequivoca, perchè rimarrà sempre dubbia e poco pro
vata, vengono a dirci, quasi a finale risultamento di
tanti studi e fatiche, che le piante degl'infimissimi
gradi, quai sono i funghi, le alghe e i licheni, pos
sono prodursi, cioè non è impossibile che si producano
14 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
214 CAPO VII,

per generazione spontanea, e possano trasformarsi le


une nelle altre, poste che siano nelle condizioni a ciò
necessarie e addatte.
A sua volta il Schaafhausen, professore a Bonn, av
verte che il protococco, che è la forma primitiva e la
infima della vita organica, e specialmente della vege
tale, nasce senza che abbisogni dell'influenza dell'acqua,
dell'aria, della luce e del calore (?), senza il soccorso
di alcuna potenza organica, e diviene alga, lichene e
muschio. La sua cellula soggiunge, si compone di
piccolissimi granelli della grossezza di li2000 di linea,
e si aumenta dividendosi, e produce le alghe. Nello
stesso modo, concludono, che il protococco assume a
poco a poco forme più sviluppate. La monade, forma
primitiva della vita animale, e che nasce ugualmente
da piccoli punti di 113000 a 1 2000 di linea, che tro
vansi riuniti in una specie di limo, si trasforma suc
cessivamente in amoeba, chilodon, paramoecium e altri
infusorii. Ma osservano che le numerose specie di mo
nadi descritte da Eherenberg, non sono che i differenti
stati di sviluppo dello stesso animale.
Scarsi, troppo scarsi e magri risultamenti invero,
diciam noi, vennero raccolti dalle cure di tanti eletti
ingegni; e fossero almeno di una tale evidenza da
non lasciar luogo a dubbio alcuno. Ma se dobbiamo
aprire intiero l'animo nostro, ci pare che ad una tale
essenzialissima condizione non rispondano.
Gli organismi indipendenti osservati dal Cienkowsky,
e che dice nati spontaneamente dalla cellula d'amido
di una patata in putrefazione, saranno veramente sòrti
da quella, o sviluppati da qualche germe infiltratosi
per mezzo dell'aria o dell'acqua nel putrefarsi di quel
tubero? - - -

Lo stesso Büchner dice nella detta nota queste pre


LA CREAZIONE 215

cise parole: « Tutti i fatti che secondo le leggi della


chimica impediscono la decomposizione della sostanza,
impediscono altresì la nascita delle vita organica, la
quale è impossibile senza una certa quantità d'acqua,
di ossigeno e di una certa quantità di sostanze ali
mentari ».
Se questo principio è vero, lo è pure il suo con
trapposto, e vale a dire, che ciò che favorisce la putre
fazione, promuove o facilita lo sviluppo della vita or
ganica; e l'acqua per i germi che contiene è un gran
fattore di decomposizione e delle sue conseguenze.
Le medesime considerazioni valgono per la produ
zione della monade, che dicono forma primitiva della
vita. Avvertono che i tenuissimi punti dei quali pare
congegnisi la monade, si trovano riuniti in una specie
di limo. Ora chi sta mallevadore che in quel limo
non preesistano microscopici organismi e i germi di
vita dei quali vuolsi gratificare spontaneamente la
monade?
Ma alla monade, voce già antica e nome generico
si sostituisce oggi un nome proprio, chiamando mo
nera il primissimo, infimissimo fra gli organismi vi
venti; e sarebbe come a dire la monade viva. Ecco ciò
che se ne legge nel fascicolo del 15 dicembre del 1871
della Revue des deua mondes, pag. 768 pass.
« Le naturaliste n'a pas à se préoccuper de la créa
tion de la matière; elle existe, cela lui suffit; elle est
indestructibile, il le prouve. Comment se sont produits
dans l'origine les ètres organisés les plus élémentaires?
Est-ce par la combinaison de quelques corps simples,
tels que l'oxygène, l'hydrogène, l'acide carbonique, et
l'azote, par voie de génération spontanée? On l'ignore
encore, mais on peut étudier les organismes les moins
compliqués et les suivre dans leur développement. La
216 CAPO VII.

géologie nous enseigne de son coté que ces ètres infe


rieurs ont apparu les premiers à la surface du globe.
Les couches les plus anciennes en ont conservé quel
ques traces; c'étaient des animaux marins placés sur
les derniers gradins de la série animale, c'est par eux
que la création a commencé.
« D'un autre côté, des sondes faites à de grandes
profondeurs dans les mers actuelles ont amené récem
ment la découverte d'un étre vivant dont la structure
est encore plus simple que tout ce que l'on connaissait
antérieurement. Mr Haeckel près de Nice, de Bergen,
des Canaries, dans le détroit de Gibraltar, Mr Huxley
dans les mers du nord, ont retiré des profondeurs de
4000 et mème de 8000 mètres des ètres qu'ils ont
appelés monères. Ils se présentent sous la forme de
petites masses gélatineuses de la grosseur d'une tète
d'épingle, ou d'un enduit visqueux recouvrant des pierres
et d'autres corps solides. Ces masses sont composées
uniquement d'albumine sans aucune enveloppe et sans
aucune trace d'organisation interieure. Lorsque le mo
nère se meut, c'est au moyen de prolongemens issus
de la masse centrale, ressemblant à des cils ou à des
appendices digitiformes. Ces appendices ne sont pas
persistans, ils disparaissent quand l'animal ne se meut
plus. Sous le microscope, on a pu constater comment
le monère se nourrit. Lorsque des particules organiques,
débris d'autres ètres vivans, se trouvent en contact avec
lui, elles se collent à sa surface et y déterminent une
irritation; il en résulte un afflux de matière albumi
neuse qui finit par englober le corps étranger et par
l'incorporer à la masse du monère, où il se dissout
par endosmose. Le mode de multiplication est encore
plus simple: la petite masse présente d'abord un étran
glement qui se creuse peu à peu des deux còtés et
ILA CREAZIONE 217

la divise en deux parties; celles-ci finissent par se


séparer complètement pour constituer deux ètres di
stincts, qui se diviseront à leur tour. Le monère est-il
une plante ou un animal? Il n'est ni l'un ni l'autre,
car dans les rangs inférieurs du règne organique les
différences s'effacent, et les caractères distinctifs va
lables pour les animaux et les végétaux supérieurs,
s'évanouissent complétement. L'ensemble de ces ètres
constitue un règne intermédiaire entre le règne végétal
et le règne animal, due Bory de Saint-Vincent avait
depuis longtemps reconnu et désigné sous le nom de
règne psychodiaire. Mr Haeckel en a fait l'embran
chement des protistes. Elevons-nous d'un dégré dans
cette classe. Au lieu d'un simple flocon d'albumine,
nous trouvons la cellule; elle se compose d'un novau
solide d'albumine entouré d'albumine moins compacte
qui a sécreté une enveloppe extérieure, c'est la cellule,
base et origine de l'organisation de tous les végétaux
et de tous les animaux. Elle peut vivre isolée, et con
stitue les protistes connus sous le nom d'amoeba, pro
tococcus, ecc. L'amoeba se multiplie comme le monère;
son enveloppe se rompt, deux noyaux se développent
dans l'intérieur, la petite masse se divise par étran
glement, et deux amoeba apparaissent au lieu d'une.
Chacune de ces deux moitiés se partage à son tour
en deux autres, et la multiplication continue ainsi
jusqu'à l'infini.
« Constatons immédiatement que tous les végétaux
et tous les animaux, sans en excepter l'homme, pro
viennent invariablement d'un Ceuf. A son apparition,
cet oeuf n'est qu'une cellule, une amoebe qui se déve
loppe dans un etre vivant au lieux de se développer
isolément. Déjà nous entrevoyons ce fait capital, que
l'origine de chaque ètre en particulier est identique
218 CAPO VII,

à celle du règne organisé tout entier. Au moment de


la conception, toute plante, tout animal naissant est
donc un protiste élémentaire ».
Ma ciò è ben lungi dal provare che dal protista
primitivo, elementare, provengano per via di selezione
e trasformazione tutte le infinite varietà del regno ve
getale o dell'animale. Il protista sarà sempre tale per
isvolgere di secoli e di migliaia di secoli. Ad ogni es
sere è assegnato il suo posto nella immensa scala della
creazione, e nessuno individuo è specie può oltrepas
sarlo senza turbarne il maraviglioso armonico ordina
mento. – Prendiamo un esempio triviale ma pure
convincentissimo. Se l'erba bel bello diventasse ar
busto, e se questo a sua volta si facesse pianta, gli
animali erbivori non avrebbero più pascolo e cesse
rebbero di esistere. Allora i carnivori non trovereb
bero più alimento e perirebbero, e l'uomo stesso non
potendo più nutrirsi che di frutti intristirebbe; senza
dire che se le piante fruttifere seguissero anche
esse questa legge di progressivo sviluppo, giganteg
giando diventerebbero quercie, pini, eucalipti, boabab
e va dicendo. A meno che la natura provvida non
producesse al primo e più basso grado del regno ve
getale sempre nuove specie di erbe in surrogazione
di quelle che man mano si andassero trasformando,
il che assolutamente non è, nè se ne vede pure un
esempio: la vita animale cesserebbe sulla terra, se non
totalmente almeno in gran parte. Gli è proprio vero
adunque che Dio all'inizio della creazione vide che
tutto era bene: Viditgue Deus cuncta quae fecerat; et
erant valde bona, (Genesi, cap. I, v. 31) (1).

(l) Da qualche tempo si fa gran caso del protoplasma,


che è la materia di cui parlasi a lungo qui sopra. A un
LA CREAZIONE 219

Che se ci mostriamo, non già diffidenti, ma riguar


dosi nel credere a certe asserzioni, che non ci paiono
bastevolmente dimostrate, crediamo di averne il diritto.
Noi siamo spiritisti, e forse lo avremmo dichiarato
alquanto più tardi; ma siccome ci cade in acconcio
ora, così volontieri facciamo questa professione di fede.
Il Büchner scrisse una assai lunga lettera al signor
Stefanoni, e questi la mise in fronte, a modo di pre
fazione, alla sua versione italiana di Forza e Materia.
dotto nostro amico che ce ne chiedeva per iscritto, ri
spondemmo:
« Caro signor T... Del protoplasma nel mio libro dico
tanto poco che è quasi nulla, giacchè a questo nuovo
fatto o trovato vi è risposto genericamente insieme a tutti
gli altri di uguale natura. Sarò in un grande errore forse,
ma lo andare cercando a 6 od 8 mila piedi sotto il livello
dell'Oceano prove di un fatto tanto importante quale sa
rebbe questo inizio dell'autogenesi di tutti gli organismi,
non mi pare cosa seria. Ad accertare un tale asserto ba
sterebbe appena l'esame accurato, continuo forse per anni
ed anni, di una eletta di scienziati che potessero cogliere
un bel dì, come si suol dire, la natura sul fatto ; seguirne
scrupolosissimamente tutte le fasi, e vedere in fine se
dall'accontarsi di qualche atomo di materia, prima inerte,
ne sorgesse la vita, un essere organizzato e vivente.
« Le cure che si pongono dal chimico nel procedere
all'analisi di un corpo o nella ricerca di una nuova com
binazione, dovrebbero essere un nonnulla a petto di quelle
che sarebbe necessario usare per l'accertamento di questo
capitalissimo fatto. Io non conosco le opere di Haeckel,
nè quelle di Thompson da lei citate, ma imagino i proce
dimenti sui quali una tanta teoria venne a basarsi. Per
mezzo dei nuovi ingegnosissimi scandagli si sarà estratto
a gran fatica, e alla cieca, dal fondo del mare una qual
che manata di quel limo nel quale vuolsi vedere la prima
elaborazione e lo sbucciare spontaneo della vita. Col
l'aiuto di potenti microscopii vi si saranno trovati esseri
minutissimi o embrioni di esseri forniti di un principio di
moto, e mettiamo anche di una certa vitalità, e si sarà
220 CAPO VII.

In quella lettera è scritto, fra le molte altre cose,


quanto segue, che trascriviamo, come di solito, esat
tamente.

« Ho scòrto da un di lei scritto che lo spiritismo,


il magnetismo, il sonnambulismo, ecc., ecc., conti
nuano tuttora a far grande incontro nel suo paese.
Già m'imagino che resteran presi alla rete soltanto
gl'inesperti di scienze naturali, e quindi tuttora ignari
che lo spirito umano non essendo altro che il risultato
della stessa natura, non potrà mai possedere, nè ha
detto: ecco che la materia da sè si organizza e si vivi
fica. Ma chi può assicurare che questi rudimentali orga
nismi non provengano da germi ivi deposti da generazioni
anteriori? Chi ha potuto cominciare e seguitare colla
voluta costanza l'esame di quel lunghissimo e complicato
processo, e fare la critica scientifica e conscienziosa di
un primo, di un secondo e di chi sa quanti altri avventati
giudizii e premature conchiusioni? Nessuno certamente
per l'impossibilità di farlo, dovuta all'ambiente nel quale
quei fatti suppongonsi avvenire.
« Se, ad esempio, un filosofo naturalista di Venere o di
Marte, per mezzo di un iperbolico scandaglio potesse un
bel dì strappare alla Terra una zolla, e al vedere la tanta
varietà e numero di minutissimi animaletti che in questo
ristrettissimo spazio nascono, muovonsi e muoiono, ne
traesse la conseguenza che in quel terriccio, in mezzo a
quei sottilissimi fili d'erba avessero culla e principio tutti
gli organismi terrestri dall'infusorio alla balena, all'ele
fante, all'uomo, potrebbesi dire che bene ragionasse del
fenomeno tanto svariato degli organismi viventi del nostro
pianeta? A me pare di no: e tal quale, se ho da dire il
vero, parmi la scoperta del protoplasma e dei miracoli
che vi si vogliono scorgere.
« Per me la forza vitale non è nè l'elettricità, nè il ma
gnetismo, nè la luce, nè il calorico; è una virtù sui ge
neris, divina, di cui furono dotati i prototipi di ogni specie
nel momento della loro creazione, dotandoli della facoltà
di trasmetterla di generazione in generazione ai loro
successori..... ».
LA CREAZIONE 221

mai posseduto facoltà o cognizioni di sorta. Non solo la


teoria scientifica, ma ben anche innumerevoli espe
rienze, rese evidenti, com'Ella vedrà nel mio libro
stesso con palpabili esempi (1) mettono fuor d'ogni
dubbio, che tutti siffatti prestigi, tutte coteste fanta
smagorie e mostre teatrali non consistono se non nel
l'arte di far venire le traveggole e mostrar nero per
bianco; e che d'altronde non occorrono cent'occhi,
esaminando un po' da vicino, per iscoprire l'inganno
dell'allucinazione. Per lo più basta il senso comune
per non soggiacere a coteste ciurmerie, a cui d'altronde
può prestar fede solo chi vi sia propenso già prima,
qualunque ne sia il motivo, e più che altri l'ignorante
moltitudine, incapace di distinguere la verità dall'ima
ginazione. La diffusione delle scienze naturali (2)

(1) Abbiamo letto quanto ne dice nel suo capo Xiv. Sono
le stesse cantafere ripetute e confutate le mille volte;
condannate da centinaia e migliaia di fatti comprovati nel
modo più assoluto, e pertanto disdette dalla testimonianza
di milioni d'uomini sparsi per tutte le nazioni più incivi
lite della terra. Queste accuse e queste negazioni le ac
cennava già in parte, per isquisito senso di scrupolosità,
Alessandro Bertrand nel suo libro Du magnétisme animal
en France, venuto alla luce fino dal 1826 a Parigi; e già le
teneva nel conto che meritano. -

(2) A dimostrare come persone molto versate nelle


scienze naturali non solo, ma anche nelle economico
sociali, abbiano creduto non indecoroso lo studiare questa
nuova o rinnovata manifestazione dello spiritismo, e a far
vedere nel tempo medesimo quanto sia difficile che chi lo
indaga con animo sfavorevolmente predisposto, rimanga
convinto dalla evidenza medesima dei proprii esperimenti,
varrà il riferire il fatto seguente: esso risponde molto
bene ai due scopi. Lo ricavo da un Almanacco dello Spiri
tismo che mandai per le stampe sotto il nome di PIETRO
STEFANo, fino dal 1864, in Torino.
Prima però aggiungo che nella fu nostra Società Tori
222 CAPO VII,

cui Ella, caro Signore, ha dedicato la sua vita, farà


cessare ben presto tutte codeste scenate, come cessò
già la credenza nell'apparizione delle anime dei morti,
nei fantasmi, nei miracoli, ecc. )
mese di studi spiritici si raccoglievano un centinaio e mezzo
almeno di persone d'ogni ceto, grado e condizione; fra
cui medici, avvocati, ingegneri, professori di filosofia e
lettere, ecclesiastici, negozianti, artisti, industriali, mili
tari, uffiziali governativi e va dicendo; tutta gente ben
avanti negli anni e sperimentata delle cose di questo
mondo, e quindi non facile a lasciarsi allucinare da fan
tasmagorie e da studiate mistificazioni. La più parte di
essi prima di farne parte professava l'indifferentismo, il
materialismo, il nullismo; ma tutti quanti divennero cre
denti nella esistenza di Dio, nella immortalità dell'anima
e in una vita futura alla vista dei sorprendenti fenomeni
ottenuti, e per le naturali conseguenze che ne derivavano.
Ora ecco la narrazione del fatto su enunciato:

Del moto delle tavole.

Siccome dal moto delle tavole e dai colpi per esse bat
tuti ebbe principio questa nuova scienza, e siccome per
gli adepti dello spiritismo ne è tuttora la parte elemen
tare, troppo importa il dimostrare per tutti i modi che
quel moto e quei colpi provengono non altrimenti che da
un qualche spirito, o forza individuale intelligente, im
possessatasi della tavola e rispondente alle domande e ai
voleri dei medii operatori di quei fenomeni.
In un libro del signor Girard di Caudemberg impresso
a Parigi nel 1857 ne abbiamo trovato una dimostrazione
che diremo fisico-matematica, e qui ci piace il produrla;
poichè se alle persone non deliberate a tutto negare per
sistema basta la prova morale che coloro che siedono in
torno alla tavola sono di buona fede, onesti, amanti della
verità e del bene, e che nullo interesse possono avere ad
ingannare gli osservatori desiosi di apprendere; essa non
suole avere che un peso e un'importanza relativa per co
loro che, basando le loro convinzioni sulla sola e pura
scienza umana, non vogliono prestar fede in fatto di no
º

LA CREAZIONE 223

Questi signori mettono in dubbio, e anzi negano riso


lutamente fatti riferiti da ormai venti anni da cento
giornali, registrati con ogni più minuta particolarità in
mille volumi, prodottisi al cospetto di milioni e mi
vità che alle prove matematiche e alle meccaniche; e sin
golarmente negano perchè non è dato loro di spiegare
coll'aiuto di queste scienze positive i singolarissimi fatti
dello spiritismo. Ma lasciamo parlare il signor Caudem
berg (*) :
« Il signor di Gasparin (*) ha instituito intorno alle
tavole parlanti esperimenti osservabilissimi, dai quali
trasse una teoria per cui ricusa senz'altro l'intervento degli
spiriti estranei e attribuisce alla volontà umana, al desi
derio, al solo e semplice pensiero il principio attivo di
quei fenomeni, mediante l'intromissione di un fluido
agente vitale. -

« Ebbene, è nostro proposito di valerci degli esperi


menti suoi medesimi per confutare la sua teoria; e la
sciamo che il lettore giudichi se vi siamo riusciti.
« Cotesti esperimenti d'uomo avverso allo spiritismo, e
che scrive due grossi volumi per accagionare una forza
naturale di questi fenomeni onde mettere in disparte la
nuova scienza, sono i seguenti; essi sono avvalorati dalla
sua testimonianza e da quella de' suoi amici coesperimen
tatori:
« 1° Poste le mani in catena sopra un tavolo rotondo,
« egli dice, con sopravi un peso di settantacinque chilo
« grammi, quel tavolo, a richiesta di uno degli operatori,
« alzò uno dopo l'altro i suoi tre piedi;
« 2° Mentre per via della catena producevasi un effetto
« così meraviglioso, nè colui che lo aveva ordinato, nè
« gli altri operatori avevano coscienza dello sforzo che
« sarìa stato necessario per tirar su quel peso: più, tutti
« quanti gli operatori avendo premuto con ambe le mani
« ad un tempo, da un solo lato e fortemente il tavolo, non
« erano riusciti a far sì che un solo de' suoi piedi si alzasse
(*) Le monde spirituel ou la science chrétienne. – Paris, 1857, l volume
in-18°, cap. II.
(*) Des tables tournantes, du surnaturel en général et des esprits, par
le Comte AGÉNoR DE gasPARIN. - Paris, 2 vol. in-8°.
-

224 CAPO VII.

lioni d'uomini; asseverati con esplicite dichiarazioni


da un numero grandissimo di persone degne di fede;
fatti oramai acquisiti alla coscienza di mezzo mondo;
e poi vorrebbero che si prestasse pronta e cieca cre
« dal suolo, mentre per il solo comando eransi in prima
« mossi tutti e tre, uno dopo l'altro;
« 3° Quel tavolo, scarico di quel peso, o imposto
« gliene uno assai più leggero, fu messo in moto circo
« larmente, e quindi fatto alzare da un lato finchè si rove
« sciasse a terra, per l'azione della catena delle mani
« sovrapposta al medesimo, ma senza toccarlo.
« E affinchè nessun contatto, nè manco involontario,
« avvenisse, e potesse andare inosservato, si era sparso
« un leggerissimo strato di farina sul tavolo stesso » (*).
« Ma, secondo un principio di meccanica imprescindi
bile, l'azione è uguale alla reazione: se pertanto, come
vien supposto dal signor Gasparin, l'azione degli speri
mentatori sul tavolo per l'interposizione di un fluido, o
altrimenti, fosse un'attrazione, una repulsione, ovvero
una impulsione, e coteste tre ipotesi comprendono tutte
quante le manifestazioni della forza, è certo che si pro
durrebbe nelle mani e nelle braccia degli operatori una
reazione di uguale intensità: ora questo non succede.
« Ma l'ordine può darsi al tavolo per via del solo pen
siero, e anco da persona estranea alla catena ; quindi dessa
può produrre l'alzamento del piede senza uno sforzo al
mondo, nè anche minimo. - -

« Nasce pertanto da questi fatti la diretta conclusione


che: il principio della forza prodotta è senza alcun dubbio
estraneo agli sperimentatori.
« Il Gasparin soggiunge un po' avventatamente (p. 96):
« Queste cose avvengono poichè la volontà dirige il fluido
« ora in un piede, ora in un altro del tavolo; poichè in un
« certo modo il tavolo si fa identico a noi, diventa un
« membro nostro, e opera i moti da noi pensati alla stessa
(*) Vol. 1”, pag. 35 : « Eravamo tutti quanti, dice il Gasparin, compresi
di maraviglia. Questo singolare esperimento fu più volte ripetuto. Si
comandò al tavolo di alzarsi da un lato, e di non cedere tosto agli sforzi
che taluno di noi, meno convinto, avrebbe fatto per ricondurlo a terra,
e così avvenne ».
LA CREAZIONE 225

denza ai vantati esperimenti di un chimico, chiuso


nel suo gabinetto, che può essere allucinato dalla
foga del suo stesso desiderio, dalla stessa sua buona
fede; mentre può avere trascurata una minima pre
« guisa che un nostro braccio, . . . . Mi si dia la ragione,
« esclama, per cui io alzo una mano, e son pronto a darla
« del come faccio alzare il piede a un tavolo ».
« Questo però è argomento più specioso che vero, im
perocchè meglio ragionando avrebbe di corto capito che
se il tavolo si tramutasse in quell'atto in uno dei nostri
membri, si dovrebbe da noi adoperare un medesimo grado
di forza sia che il tavolo alzi un peso, sia che un nostro
braccio lo alzi: che se tenessimo in mano una calamita e
che per via di questa levassimo da terra un masso di ferro
ad essa aderente, dovrebbe la mano adoperare il grado
stesso di forza, poichè la potenza magnetica per nulla ci
sarebbe d'aiuto: chè anzi al peso del masso avrebbesi da
aggiungere quello della calamita. Il non avere pertanto
coscienza di sforzo veruno nel fare che un tavolo gravato
di un peso enorme alzi da terra un carico con un solo atto
della nostra volontà, mostra colla massima evidenza che
la forza agente non è in noi, ma sibbene aliena, altra e
propria.
« Che se la forza che agisce in quello non istà negli
sperimentatori, com'è provato, è pur necessario che in
qualche parte abbia sede: o è nel tavolo, o nell'aria.
« Se mettiamo il supposto che sia nel tavolo, ci si affaccia
tosto un fatto singolare: quella forza, pel momento loca
lizzata, produce movimenti che l'uomo per mezzo del pro
prio corpo non varrebbe ad imitare. Ma eccoci al buono
della dimostrazione fisico-matematica. – Slargate le gambe
in modo che i piedi uno dall'altro distino di settanta cen
timetri a un incirca, e, tenendo il tronco in posizione ver
ticale intermedia, provate ad alzare un de piedi adagio,
adagio e di tenerlo per dodici o quindici secondi all'al
tezza di quindici o venti centimetri dal suolo, siccome
S sogliono fare i tavoli rotondi ed eziandio i quadrilunghi.
Vedrete esservi ciò impossibile, e neppure vi sarà dato
levare menomamente il piede da terra. Non vi sarà pos
sibile fare un tal movimento, se il tronco non prenda tal
º
226 CAPO VII,

cauzione, od ommessa una qualche essenziale avver


tenza; che opera da solo, senza verun testimonio;
vorrebbero, ripetiamo, che dietro la semplice asserzione
di un uomo, di cui niun altro sta garante, cessassimo
posizione per cui la verticale abbassata dal vostro centro
di gravità passi per uno de'vostri piedi. E come va che i
tavoli anco quadrilunghi alzano due dei piedi che stanno
ad uno dei capi nel senso della lunghezza, infrangendo
questa legge cui nè l'uomo, nè qualsiasi animale può sot
trarsi? La risposta è facile, e si è che in cotal fatto in
terviene un potere che non ha analogo in natura, e che
altro non può essere se non una potenza sovranaturale
nella precisa significazione della parola.
« E a questo proposito riferirò un fatto il quale conforta
quelli recati dal signor di Gasparin, e a cui ebbi parte.
Come mi si era detto che un tavolo a tre piedi poteva te
nerne levati due contemporaneamente, rimanendo fermo
sopra di un solo, chiesi a un giovane, medio efficacissimo,
di tentare questo esperimento in mia presenza. Ei posò
una mano sul tavolo e fummo d'intesa che ordinerebbe
l'alzamento dei due piedi che stavano dalla parte ove ei
posava la mano. Misi anch'io vicino alla sua una mano sul
tavolo, e me ne tenni bastantemente discosto per vedere
sopra e sotto al tavolo stesso. In capo a pochi momenti
i due piedi intesi si alzarono e stettero discosti da do
dici a quindici centimetri dal suolo. Calcai io allora,
senz'altro dire, assai forte la mano e sentii una resistenza
rilevantissima. Questo esperimento ripetemmo per la
seconda volta con esito uguale. Evidentissimamente la
verticale abbassata dal centro di gravità andava molto
lungi dal piede che tuttavia posava in terra.
« Nel caso poi in cui volesse supporsi che la forza
agente di questa maniera fosse localizzata nell'aria, non
altra se ne potrebbe immaginare che una sopranaturale;
imperciocchè di tutte le forze conosciute in natura, le
elettriche soltanto possono a quel modo localizzarsi nelle
nuvole; ma in allora agiscono indistintamente su tutti
gli oggetti. Ma negli esperimenti sul tavolo nulla havvi
che somigli a una nuvola: e poi le forze elettriche non
ubbidiscono alla volontà; la loro azione è reciproca, a
LA CREAZIONE 227

la nostra fede nella esistenza di Dio il quale è la vera,


l'eterna fonte della vita? Evvia! sarebbe un troppo pre
tendere. Gli elementi della credibilità stanno a mille
doppi dalla parte dello spiritismo. Prestino quindi essi
somiglianza di quella di ogni altra forza, e il punto nel
quale si applica, tanto sarebbe attratto quanto attrarrebbe.
« Ma riesce evidentissimo che la forza di cui si tratta
procede da una forza intelligente, poichè è proprio di
questa il modificarsi e misurarsi con esattezza all'effetto
che vuole produrre; e di tal guisa corre la bisogna: e di
vero, se la forza necessaria a levare di peso un tavolo so
pracarico di settantacinque chilogrammi, non si modifi
casse ingegnosamente da se medesima quando il peso è
alzato, si scaglierebbe con impeto grandissimo contro gli
sperimentatori o contro il muro; ma invece si può coman
dare al tavolo di battere colpi misurati più o meno forti,
il che dimostra innegabile la proprietà di modificarsi per
chè intelligente; e se è intelligente altro essa non può
essere che uno spirito ».
Come vedesi chiaramente, si è venuti alla conclusione
che altro non può essere che uno spirito quello che s'in
tromette nel tavolo, e ciò per la semplice, ma esatta os
servazione del solo moto del medesimo; che se si passa
ad un altro ordine di fatti, a quello cioè delle risposte
sensate e calzanti a proposito a domande esplicite; a mas
sime ed ammonimenti saviissimi spontaneamente dati agli
sperimentatori, delle quali cose, non più a migliaia, ma
a milioni nel mondo intero contansi gli esempi; il negare
oggi in questi fenomeni l'intervenzione di spiriti intelli
genti e personali o individuali, diremmo così, e crederli
effetti di una forza generica o spirito universale, di un'a
nima della terra, come altri pensò, sarebbe tratto di sra
gionevolezza imperdonabile in uomini civili, cui deve stare
in pensiero massimamente che la verità si faccia giorno e
che dalla verità si ricavi il maggiore e miglior bene pos
sibile a profitto dell'umana famiglia.
E qui fra i moltissimi a me stesso occorsi non so ristare
dal recarne uno assai breve, ma convincentissimo, rac
chiudente una doppia comunicazione spiritica.
Essendo di estate, or sono tre anni, in una mia villetta,
228 CAPO VII,

primi fede in noi, e poscia..... siam certi si farà in


loro pieno il convincimento che dal canto nostro è la
verità, e che a nulla possono approdare i loro sforzi,
poichè tentano l'impossibile, e li smetteranno.
ci mettemmo una sera, come eravam soliti di fare qualche
volta, intorno a un tavolo rotondo a tre piedi, di quelli
che i Francesi chiamano gueridons; io, un mio figlio di
sette anni e mezzo, una mia cugina di sedici, e un'altra
ragazza di undici anni.
Il tavolo si mosse poco stante, e domandato da me chi
fosse lo spirito intervenuto, battendo colpi misurati se
condo l'ordine delle lettere, rispose: -

– Cinta (Giacinta) L. di Torino: vi amo.


– È molto tempo che sei passata da questa alla vita
spirituale?
– Due anni, cinque mesi e sette giorni.
– Eri maritata o nubile?
– Maritata.
– Hai lasciato figli?
– Sì ; un bambino.
– Conosci tu qualcuno di noi quattro?
– Sì: Celestina.
Era questo il nome di quella mia cugina.
– Dove sei ora?
– In buon luogo, ove però si sconta la pena delle no
stre mancanze.
– Per quanto tempo devi rimanervi ancora?
– Due mesi e un giorno: pregate per me.
– Vuoi tu che da tutti noi si dica un'Ave per te?
– Sì.
Chiestole poi se intendeva dire, o se le occorreva altro,
rispose che no; per cui la mandai con Dio.
Chiesi poi a mia cugina se avesse conosciuto persona
portante quel nome; e rispose parerle che sì; ma non ri
cordarsene bene per l'appunto, poichè da più che otto anni
aveva vissuto in un collegio. Da lì a otto giorni però
avendo veduto una sua sorella che era sempre stata a casa
colla madre, s'informò tosto da lei se conoscesse una tale
Cinta L.; al che quella rispose che sì: che era una loro
vicina, morta da più che due anni, che aveva lasciato un
LA CREAZIONE 229

Vediamone ora il perchè.


Dicono: Prima d'ora credevasi che i soli esseri or
ganizzati fossero i produttori delle materie organiche;
ma ci siam messi alla opera efficacemente. Abbiamo
figlio in tenera età: per le quali parole venne a confer
mare le particolarità tutte quante di quella comunica
ZlOne,

Ma qui non istà il tutto.


Io aveva scritto quel breve dialogo sopra un pezzetto
di carta. Alcuni giorni dopo avendo magnetizzato una mia
sonnambola, le domandai se vedeva per avventura un
qualche spirito; al che, dopo qualche momento, rispose
comparirle dinanzi una donna giovane; e avendole io
fatto ripetere una ad una quelle interrogazioni, colei vi
rispose identicamente. Più, soggiunse che il suo bambino
era morto, e che suo marito si era di nuovo ammogliato.
Del nuovo matrimonio del marito seppi esser vero; ma
non ricordai più di chieder conto se fosse vera eziandio
la morte del fanciulletto.
Ma si crederà egli questo fatto da chi li nega tutti a
priori, dicendo: è impossibile? Io lo guarentisco sul
l'onore, non volendo certissimamente trarre in inganno
me stesso nè i lettori in cosa che io credo di altissima
importanza per l'avvenire dell'umanità, quale si è lo spi
ritismo. Si crederà egli che ebbi più altre comunicazioni
di questo genere, e di più lunga lena? che molte volte,
anzi moltissime, quel tavolo, all'imposizione delle mani,
si levò affatto di terra, alzandosi a venticinque e fino a
trenta centimetri; che si levò alla medesima altezza al
solo mio comando, non più toccandolo colle mani, ma
tenendovele sopra discoste quattro o cinque centimetri, e
che poscia ridiscendeva a terra pian piano secondo che
io ne mostrava desiderio? Eppure son fatti avvenuti, ac
certati, innegabili; e non ponno altrimenti essere posti in
dubbio, poichè troppi ormai ne sono gli esempi, confer
mati da testimonianze innumerevoli e irrecusabili. E
poichè il negarli è inutile prova, da che anco gl'increduli
concedono il fatto materiale, è d'uopo eziandio credere
alla conclusione; e cioè che solo una potenza intelligente
può produrli, e che l'intromissione giornaliera di queste
15 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
230 CAPO VII.

accesi i nostri fornelli, ripulite le storte, i matracci,


i cannelli, tenute in ordine le macchine; e mediante
un assiduo e pertinace studio, mediante i ripetuti e
varii esperimenti, i nostri laboratorii ci hanno fornito
potenze intelligenti, altrimenti dette spiriti, negli atti
umani è un fatto provvidenziale, permesso da Dio per
altissimi suoi fini. -

Qui avrei cessato di riferire questo genere di fatti, ab


benchè a moltiplicarli non mi sarebbe occorso che copiare
alcune memorie di miei particolari esperimenti, ove ne
avrei trovati un venticinque o trenta di veramente ma
ravigliosi; ma mi si sarebbe detto forse che io mi sarei
costituito giudice e parte in causa propria; quindi è che
nol feci: ma poichè, mentre sto scrivendo appunto quest'o
pera, nel fascicolo di settembre 1874 degli Annali dello
spiritismo in Italia, trovo registrato il seguente, che mi
pare per la sua singolarità importantissimo, non so te
nermi dal riferirlo. I commenti al lettore.

Ossessione di un materialista.

Trieste, 15 giugno 1874.


Carissimo Filalete,
º

Un non comune cultore dei sistemi filosofici tedeschi,


a me notissimo, mi diresse da un paese vicino la seguente
lettera oltremodo interessante per gli studiosi delle spiri
tiche dottrine, perchè originale e affermante i fenomeni
psicologici, rinnegando però la fede in un Ente Supremo
per bontà e per sovrumana misericordia.
Io risposi allo scettico suggerendogli la pratica dei
sentimenti d'amore e di carità promulgati dal Nazareno.
Tu intanto pubblica, se credi, il fenomeno, e qui senz'altro
da significarti per oggi, fraternamente ti saluta -

Il tuo EUGENIo BolMIDA.

Ecco la lettera:
« Le esperienze fatte pel corso di alcuni anni nel campo
dei fenomeni spiritici mi spingono a chiederle oggi il
suo saggio parere.
/ LA CREAZIONE 23i

ormai una certa quantità di materie organiche; risul


tamenti questi che gli studiosi di qualche anno fa cre
devano che la chimica non fosse mai per ottenere.
Ottimamente: già cel sapevamo; e ne andiam lieti
« Ella, rigettando l'ipotesi materialistica, attribuisce
grande importanza a comunicazioni siffatte a fine di trarne
vantaggio per quella radicale riforma dello spirito indi
viduale e sociale, di cui tanto abbisogniamo.
« Il sistema del materialismo non appagò mai piena
mente il mio intelletto, appagò bensì ed appaga il mio
sentimento: mi riesce, ad esempio, sommamente difficile
il derivare la razza umana co' suoi caratteri morali per
manenti ed immutabili da una causa primordiale sapien
tissima ed ottima. Pure tal sistema è decisamente falso;
esistono, oltre le combinazioni atomiche materiali, altresì
degli spiriti, ed io ne ho da circa quattro anni la prova
più irrefragabile che uno possa imaginare.
« A convincermi dell'esistenza degli spiriti mi si disse
che chiamassi mentalmente, ad esempio, l'anima di qual
che mio parente defunto; che questa si presenterebbe di
sicuro, e darebbe risposta in iscritto alle mie domande,
Chiamai un'amata sorella, morta da qualche anno, feci
una domanda, e venne effettivamente taluno a condurre
la mia mano e a scrivere. Scrisse per il corso di alcuni
mesi e in diverse lingue, ma sempre contraddizioni, scioc
chezze e oscenità, di modo che non ho potuto mai rile
vare nè chi sia, nè cosa voglia. Era naturale impotenza
o malignità? Certo il secondo. Mi fece altresì profonda
impressione il genio artistico del mio nuovo compa
gno: esso è un abilissimo disegnatore, ed io nol sono
punto. º -

« Vedendo che a nulla approdava, feci capire allo spi


rito, che non voleva continuare, e non feci più alcuna
domanda. - -

« Allora il mio incognito agì spiritualmente produ


cendo in me ogni notte gran numero di sogni promet
tenti felicità e accennanti alla tomba, ora burleschi, ora
spaventevoli. - - e, º

« Oltreciò alcune picchiate alle mie spalle o ad altre


parti del corpo mi dicono: pensa alle cose sognate.
232 CAPO VII,

al paro di essi, poichè ogni conquista della scienza


segna un progresso o un benefizio per l'umanità.
L'odierna chimica ha saputo produrre l'urea, sostanza
organica per eccellenza. Oggidì si estrae alcool e graditi
« Dovrei dettare un lungo trattato di psicologia se vo
lessi esporle tutte le osservazioni fatte in tal campo; ma
non appresi in questo modo verità alcuna. Dura tuttavia
un influsso fisico estendentesi a tutto quanto il mio corpo.
Da certe sensazioni voluttuose che provo spessissimo,
inferisco trattarsi per lo più di un'azione diretta nell'in
timo midollo dei nervi. Talora parmi che una bestiolina
cammini sul mio corpo; altra volta sembrami sentire
cadere su me delle goccie d'acqua; tal fiata mi direi co
perto da una folta nebbia, e parmi vedere lo spirito nelle
sue dimensioni naturali, ma dirò così, rarefatte; tal altra
mi crederei punto con degli aghi. Non basta. Mi si batte
sulle spalle o altrove, ne' siti più delicati ed irritabili;
mi si scuote il letto; mi si strappa la coltre; si compe
netra tutto quanto il mio organismo, e si dispone, in
certo modo, della mia vita e della mia morte. Sì, o si
gnori Büchner, La Mettrie, Vogt, Moleschott e com
pagni, tutti questi sono fatti certi come l'esistenza del
sole. E affinchè niuno creda trattarsi qui di notturne
fantasie, aggiungo che la maggior parte di codeste sen
sazioni le provo in tutte le ore del giorno, in casa, al
caffè, al passeggio, ecc., ecc.
« Da tutto ciò che ho esperimentato, sentito e provato
mi riesce evidente che ho da fare con uno spirito ma
ligno e immondo, che mi fece sempre del male irritan
domi al furore ».
Il paziente, dopo tale storica esposizione, inconscio di
ogni progresso dello spirito e della provvidenziale sa
pienza del Creatore, divaga in astruse declamazioni di
arida filosofia, che non fa d'uopo ripetere, essendo le so
lite dissertazioni dell'uomo privo di fede e sofferente.
In una successiva lettera il suddetto ossesso mi ag
giunge: -

« Tuttavia le sue parole, o signore, m'hanno profonda


mente commosso e procurerò ancora una volta di smet
tere il mio orgoglio, di meditare e di pregare. Lo spirito
LA CREAZIONE 233

profumi dal carbon fossile. A questo proposito però


faremo riflettere che il carbon fossile ha un'origine
vegetale, benchè remotissima, e che il catrame in esso
contenuto è essenzialmente una resina quanto altra
mai: fin qui pertanto non ci si presenta alcun mi
racolo. Ma sappiamo che si tragge materia da far can
dele dall'ardesia; e che da altre materie forniteci
dal regno inorganico ricavasi l'acido prussico, l'urea,
la taurina e varii altri corpi che prima d'ora ritene
vasi non potersi estrarre che da sostanze vegetali e
animali.
Ma non basta, soggiungono: Berthelot produsse acido
formico col mezzo di sostanze inorganiche, e cioè dal
l'ossido di carbonio e dall'acqua, riscaldando tali ma
terie con potassa caustica. Si fece grasso artificiale
per via dell'acido oleico e della glicerina, due sostanze
che si ottengono per processi puramente chimici. Il
signor Büchner da questi fatti e dall'essersi trovati al
cuni principii di sostanze organiche in taluni aeroliti,
desume assai avventatamente, che la scienza e la na
tura non hanno che farsi di una forza organica pro
ducente i fenomeni della vita. Conclude quindi, che
essendovi indizii di sostanze organiche nelle pietre
meteoriche, venute a noi dalle regioni dello spazio,
queste sostanze sono ingenite nella materia qualsiasi,
e che sono sparse nell'infinito: pare quasi voglia signi
ficare che desse quando volessero potrebbero costituirsi
in esseri organizzati. Erronee illazioni di principii
che mi sta vicino è da due giorni in qua più tranquillo,
e, purchè cessi un istante di seccarmi, io sento per lui
ed ho sentito un amore sì intenso, che mi duole profon
damente di doverlo accusare. E tale sentimento mi par
naturale, spontaneo e mio proprio, e non già effetto di
un'arte maligna ».
234 CAPO VII,

assurdi che confuteremo a suo tempo: ma invero sono


sì fattamente strane che quasi non varrebbe la pena
di prenderle in serio esame. Direm solo per ora che
ci stupisce come uomini di tanta scienza menino scal
pore nel trovare in corpi inorganici elementi di materie
organiche, quasi non sapessero lº che la materia primi
tivamente è una, 2° che i corpi degli esseri viventi sono
per la più parte composti di materie inorganiche, e
quindi 3° che i due regni, inorganico e organico si
compenetrano nella combinazione dei loro elementi.
Ma aggiungeremo che la chimica organica è scienza
di data assai recente, da che non ne furono posti i
veri principii che da venticinque a trent'anni. Non è
dunque ragionevole, nè generoso il rimprovero che si
fa ai chimici anteriori a quell'epoca, se prima delle
recentissime scoperte credevano che i soli esseri orga
nizzati fossero i produttori delle materie organiche.
Ma vi ha ben altro. L'autore del libro della Circo
lazione della vita, sulla fede di Bunsen e di Playfair,
confortati dall'autorità di Rieken, riferì che puossi rica
vare del cianogene, che è una combinazione di azoto
e d'idrogene, da pure sostanze inorganiche. È noto
eziandio che nel punto in cui l'idrogene si parte dalle
sue combinazioni, può unirsi con l'azoto e formare
ammoniaca, e che all'ammoniaca si può andare diret
tamente dal cianogene. Per riuscire a ciò si esponga
all'aria questa sostanza sciolta primieramente nell'acqua,
e si vedranno formarsi nel liquido dei fiocchi bruni,
indizio di una scomposizione, dietro alla quale trovasi
acido carbonico, acido prussico, ammoniaca, ossalato
di ammoniaca e urea sciolta nel liquido. L'acido ossa
lico è una combinazione di carbonio e di ossigeno che,
relativamente alla stessa quantità di carbonio, non
contiene che i tre quarti in peso dell'ossigeno dell'acido
-

LA CREAZIONE 235

carbonico. L'acido ossalico svolge quel sapore acidulo


che ognuno ha potuto gustare nell'acetosella, nella
romice e in altre piante.
Ma qui il Moleschott esclama: « Eccoci per intanto
padroni di tre sostanze, e vale a dire; una base orga
nica, l'ammoniaca; un principio acidificante organico,
il cianogene; e un acido organico, l'acido ossalico;
i quali possono venire prodotti da corpi semplici.
Pochi anni or sono asseveravasi non potersi queste
sostanze conseguire che mediante lo scomporre le
combinazioni organiche più complesse. Nell'ammo
niaca abbiamo una combinazione di azoto e d'idrogene
da noi prodotta senza valerci di materie organiche.
Un tale problema era affacciato a noi dalla sfinge della
forza vitale come un enigma, perchè non procedessimo
oltre nella preparazione artificiale delle combinazioni
organiche; ma il Berthelot l'ha risolto. Egli ha atter
rato e la sfinge e i suoi adoratori, e ha messo in loro
luogo una schiera d'investigatori, dando per di più in
mano ad essi le fila di cui si varranno per meglio
ingrandire la tela delle loro scoperte; e in tal modo
riprodurre nel suo insieme il mondo organico ».
Altro che voli poetici! Pindaro stesso non ne fece
di più stramisurati. È noto però che quando uno tien
dietro a un'idea fissa senza il correttivo di quella cri
tica ragionata che per primo ognuno deve fare a se
stesso, incappa in due gravissimi errori. E primiera
mente adogni minimo passo dato innanzi crede avere
oramai raggiunta la meta; in secondo luogo, per non
ismarrirsi d'animo non bada più all'enormità e anzi
all'infinita distanza che ne lo separa tuttavia, e nel
caso attuale potrebbe dirsi che ne lo disgiunge per
sempre.
Ma vogliamo dimostrarci generosi; essere, come di
236 CAPO VII.

cono i francesi, bon prince. Precorrendo chi sa quanti


mai anni e secoli, concediamo per un istante che essi
abbiano riprodotti tutti gli elementi e le sostanze orga
niche: più intendiamo fare ad essi presente di un
organismo integralmente e maravigliosamente ben com
binato, e vedremo ciò che sappiano fare. Prendano un
topolino o un uccelletto qualunque, ne forino con un
acutissimo spillo il cervello in un punto per cui ne
segua istantanea la morte. Quindi mettansi tosto al
l'opera finchè quel corpiccino è caldo ancora e lo resti
tuiscano alla vita. Un bel che invero per loro questa
lievissima lesione, dacchè proclamano doversi bandire
dalla scienza perfino l'idea di una forza organica pro
ducente i fenomeni della vita, e mentre asseriscono
che la vitalità non è un fenomeno arbitrario e indi
pendente dalle leggi generali della natura.
Però queste leggi si vantano di conoscerle tutte e
di essere in via di poterle adoperare; e Carlo Vogt,
rivolgendosi ai fautori della forza vitale, esclama:
« Invocare la forza vitale è una mera circonlocuzione
atta a mascherare la propria ignoranza. Nè i conati
dei naturalisti mistici a fine di dar corpo a quest'om
bra, nè il condolersi dei metafisici scongiuranti le pre
tese e l'irruzione imminente del materialismo fisiolo
gico, mentre palmo a palmo gli contrastano la parte
ch'ei vorrebbe arrogarsi nelle quistioni filosofiche; nè
le voci che qua e là sorgono a designare i fatti tut
tavia oscuri nella fisiologia, tutto ciò insieme non
può far salva la forza vitale da rovina prossima ed
1ntiera ».

Altri di loro poi dice che il separare assolutamente,


come vorrebbe farsi, il mondo organico dall'inorganico
altro non è che una distinzione arbitraria. A noi pare
sia qualche cosa di ben più importante; abbenchè non
LA CREAZIONE 237

sia pensier nostro fare una tale assoluta distinzione.


Nella struttura degli esseri organizzati entrano per metà
o per più, elementi della natura o mondo inorganico;
nè vogliamo qui provarlo, giacchè a tutti è noto. A noi
però sta a cuore il proclamare intanto che, allorquando
questi elementi, provvidenzialmente combinati in un
corpo organizzato sono invasi dalla vita o forza vitale
che vogliasi dire, ubbidiscono nel loro complesso vivo
e senziente ad altre leggi, fra cui, proporzionalmente
alla natura e grado a cui l'individuo appartiene, le
fisiologiche e le morali, alle quali la silice, la calce,
il ferro, l'ammoniaca, l'azoto, l'ossigeno, il carbonio
e va dicendo, isolati o riuniti in combinazioni pretta
mente materiali non vanno soggetti.
Ma se, come dicono, par loro di essere padroni del
mondo inorganico e dell'organico presso a poco, non
ci par troppo il chieder loro di far tornare in vita quel
topolino il quale non avrebbe patito che una quasi
impercettibile lesione, tanto più che il signor Moleschott
dice più volte, valendosi anche dell'autorità del Du-Bois
Reymond: « Per noi non vi ha dubbio; tra il mondo
morto e il vivo non trovasi una vera e reale differenza.
Una simile differenza non esiste ». E poco prima,
objurgando il Liebig, era uscito in questi detti: «Non
parebb'egli che la forza vitale, sciolta dalla materia,
librisi nell'aria, aspettando l'occasione di stringere una
parte della materia sotto il suo dominio? ».
All'opera adunque; non è questa già, come pare
lagnarsi lo stesso scrittore in quelle pagine, « la sfida
che con baldanzoso cipiglio gl'ignoranti fanno sì spesso
ai fisiologi di creare un homunculus, il che, soggiunge
(non sappiamo con quanta ragione) non ha il più pic
colo rapporto colla forza vitale ». Come vedesi si tratta
di molto, di molto meno: non intendiamo che creino
“238 CAPO VII.

di pianta l'Homunculus del Fausto, ma di ritornare


la vita in un corpo morto or ora.
Ma siccome non si perita di dire tosto dopo: «Se
potessimo essere padroni della luce, del calore e della
pressione atmosferica, come, in certi casi, lo siamo
delle proporzioni atomistiche delle materie, noi riesci
remmo assai più facilmente a ricomporre le combina
zioni organiche e ad ottemperare alle condizioni neces
sarie per la formazione di esseri organizzati».
E noi rispondiamo per un momento: Sia pure!
Anche rimanendo le possibilità della scienza nelle con
dizioni in cui sono oggidì, essi hanno fra le mani, a
mille doppi, quanto occorre per il caso da noi proposto;
ma, diciamolo fra noi; se invocano una potenza esa
gerata che non sarà dato ad essi mai di conseguire,
è probabile che il facciano per trarsi d'impaccio col
mezzo di una facile scappatoia.
Imperciocchè ognun sa che per via di forti lenti con
vesse si radunano in un punto tanti raggi di sole, che
sono luce e calore, da liquefare il piombo, incendere
il legno e simili: ognuno conosce che per mezzo della
pressione ci è dato condensare l'aria ambiente a 10,
12, 15 atmosfere e più. A tutti son note le calamite
a ferro di cavallo: mettiamo che se ne faccia una di
tal forza da levare di peso un masso di ferro di più
miriagramma. Chiunque abbia appreso i primi ele
menti della fisica è informato esservi batterie elettriche
di bottiglie di Leida o di pile di Bunsen le quali,
mediante il rocchetto induttore di Rumfort, possono
produrre una scarica di tal forza da stendere morto se
non un bue, certamente un vitello. Per questi varii
apparecchi sono dunque messi a loro portata in quan
tità molte volte esuberante al bisogno, quegli agenti
naturali di cui si lagnavano a torto di non essere pa
LA CREAZIONE 239

droni; e se mediante il concorso di quelli si ripromet


tevano persino di addivenire alla formazione degli enti
organizzati, tanto più facilmente potranno infondere
di nuovo il lievissimo alito di vita necessario a far
risorgere quel misero topolino caldo tuttora e per nulla
sformato da anteriori patimenti.
Ma nicchiano: quella forza vitale ehe prima consi
deravano quasi un nonnulla, ora vedono come soverchi
di tanto la loro scienza da non saper risolversi a riaf
ferrarla e ricondurla in quel corpicciuolo dal quale
pur allora erasi dipartita, e finiscono col rimandare a
tempo migliore, indeterminato, l'esperimento. -

Noi infrattanto ce ne staremo alle nostre viete cre


denze; e terremo per fermo come per lo passato, che
la Vita venne versata a piene mani nell'Universo da
quella Intelligenza e da quell'Amore che segnarono
ad ogni moto e ad ogni azione leggi imperiture, e che
fornirono ogni germe di vita della facoltà di svilup
parsi e riprodursi.
Aggiungeremo, ed essi il sanno più di noi, che il
laboratorio che trovasi in azione continua in tutto quanto
il corpo umano non solo, ma in quello del più pic
colo moscherino o altro insetto, è tanto e meglio coor
dinato e provveduto che nol siano i loro più largamente
forniti di ogni più fine apparecchio; e cioè di quanto
la natura viva dista dalla morta. Quell'apparecchio
organico non cessa mai dall'agire; i veicoli per i quali
una prima sua elaborazione passa nel vaso in cui deb
besi compiere la seconda e quindi la terza fino all'ul
tima, trovansi tanto saviamente disposti, che nessun
liquore o aura essenziale alla giusta prosecuzione del
lavoro mai si disperde o corrompe. Gli elaborati, le
secrezioni, i fluidi che alimentano la vita del mosche
rino sono tali miracoli di sapienza, quali la chimica
240 CAPO VII.

più accurata, condotta dall'uomo non potrà mai rag


giungere.
In quanto a noi nel ricercare il vero staremo paghi
di avere a scorta quella idea suprema, indefinibile,
che è comprensiva delle cose tutte quante, cioè Dio,
nelle tre sue essenzialità di cui fu già qui discorsa e
provata l'esistenza.
CAPO VIII.

LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI – Il Fiat


– In principio Deus creavit caclum et terram – Nostra espo
sizione di questo versetto della Bibbia e seguenti – La crea
zione mediata degli esseri inferiori – Quella quasi diretta
dell'uomo – Gli angeli – Breve sguardo retrospettivo – Leg
gende – Ipotesi – Riflessi dei miti delle antichissime religioni.

E poichè riuscì provato fino all'evidenza che la Terra


al suo consolidarsi, per via del raffreddamento, non
poteva contenere germi vivaci di verun organismo sia
vegetale sia animale; e poichè è messo fuor di dubbio
eziandio che, nè l'incontro accidentale, nè quello pro
vocato dai fisico-chimici, malgrado la scelta degli
elementi a senno loro più adatti e posti nelle condi
zioni più favorevoli, valgono a fare che da se mede
sime si producano e sviluppinsi individualità vive ed
agenti, è d'uopo indagare quale altra origine possano
aver avuto i tipi primitivi dell'infinito numero di specie
degli esseri che popolano anche i più riposti angoli
della terra e del mare.
Eliminate le cause naturali e le artifiziali, non ri
mane che ripetere quell'origine da una estranaturale;
e siccome tanto nel minimo e più semplice, quanto
nel maggiore e più complicato di questi organismi ap
242 CAPO VIII,

pare un tale sovrano magistero da rimanerne maravi


gliati, è chiaro che quella causa è una potenza intel
ligentissima, ed anzi la stessa intelligenza suprema
che è Dio.
Nella sua più concisa sintesi, la nostra teoria ridu
cesi a questo. L'Intelligenza concepisce; l'Amore de
termina all'operare; la Vita invade l'opera. L'universo
è creato da Dio in queste tre sublimi manifestazioni
o momenti.
Un milione d'anni, disse non sappiamo più qual
filosofo, rispetto a Dio è appena come un secondo
alla misura di un pendolo fatto dalle mani dell'uomo.
Ora quell'opera infinita, cominciata colla creazione
della materia, aveva un primo sviluppo nell'accentrarsi
in globi e combinarsi in sistemi; e poi un secondo
nella creazione degli esseri organizzati: ma per riu
scire a quest'ultimo risultamento abbisognarono per
riodi di tempo incalcolabili. Ciò malgrado, il vigoroso
elaterio impressovi si mostra tuttora immanente a
motivo delle leggi sapientissime dalle quali queste
universali cose sono governate, e per cui mediante la
circolazione ammirabile della vita nella materia una
all'altra succedono.
E qui crediamo esser giunti al punto culminante e
forse il più difficile del nostro assunto; poichè dopo
di avere chiaramente provato che un creatore dei germi
della vita era necessario, parrebbe che dovessimo dire
alcun che circa il modo con cui egli condusse l'o
pera sua. - -

Ora non ha dubbio che quell'Ente il quale aveva


fatto emergere, come dicemmo, da sè la materia, e
dotatala degli elementi necessari a formare i mondi
col solo mandare sopra di essi, il potente suo alito,
dicendo: LA VITA INFORMI LA MATERIA, li avrebbe potuti
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 243

popolare senza valersi di altro mezzo di esseri innume


revoli e infinitamente varii, ciascuno secondo il ge
Imere SuO.

Ma questo comando che appo i credenti avrebbe


forse suonato sublime come il primo gran FIAT; dai
negatori potrebbe riputarsi volo di fantasia, argomen
tando per giunta fosse da noi così formolato per uscire
d'impaccio; essi che altamente dichiarano di non te ,
nersi paghi alle conclusioni di una filosofia senti
mentale.
Vorremmo però, e purgarci di quella taccia e su
perare eziandio le parziali dubbiezze che tuttavia po
tessero accampare. Ma come osservammo, l'assunto
è più che mai difficile, da che a nessuno sarà dato
mai di penetrare i reconditi arcani di quella portentosa
elaborazione nella quale stringevansi in tanto maravi
glioso legame la Materia e la Vita.
È vero per altra parte che nell'imprendere questo
lavoro non abbiamo promesso, chè sarebbe stata follia,
di sollevare il velo che li nasconde; ma è fuor di dubbio
aver noi toccato un gran punto col dare, nella asso
luta necessità di un creatore, la maggior prova diretta
della esistenza di Dio. -

Siccome però affacceranno la domanda del come egli


si accingesse e riuscisse in quell'opera, giacchè non
vorranno mai concedere che ciò ei facesse con un puro
atto della onnipotente sua intelligenza, e siccome in se
condo luogo diranno essere indecoroso il supporre che
egli plasmasse di sua mano la materia in tanti e sì
varii modi, risolvemmo di ribattere in qualche modo
tali obiezioni mediante un'ipotesi che è il solo mezzo
atto a tastare quei problemi che di loro natura ci ap
pariscono e sono insolubili.
A ciò verremo però dopo di avere solennemente
A
244 CAPO VIII,

dichiarato che il facciamo per sovrabbondanza, bastando


a noi di aver trovata e provata la cagione prima delle
cose. Circa al rimanente, potremmo rispondere, ab
benchè col fatto mostrino di non abbisognare della
licenza:
Mundum tradidit disputationi eorum.
Alla nostra ipotesi ci serviranno di facile scorta al
cune premesse.
Colui che tra i filosofi e gli scienziati di tutti i
tempi proclamò con maggiore franchezza il miracolo
della Creazione fu Mosè colle parole con cui esordisce
nella Genesi: In principio Deus creavit calum et
terram. E ravvisiamo tanta saviezza e profondità nel
suo dettato che intendiamo recarne una nostra espo
sizione.
Dopo quell'annunzio solenne, che come sintesi emi
nentemente comprensiva abbraccia non solo il fatto,
ma la volontà e la facoltà di creare, gli avvenimenti
descritti da Mosè svolgonsi logicamente come segue.
Per Calum, non ha dubbio, deve intendersi l'intiero
universo, di cui anche la Terra fa parte.
Colle sentenze: Fiat lua e Fiant luminaria in firma
mento cali, il Dio di Mosè volgesi egli stesso impe
riosamente alla materia cosmica, e le impone le leggi
eterne delle varie sue combinazioni e associazioni;
ognuna delle quali abbia il suo centro di luce, di
calore, di azione.
Dopo del quale atto di onnipotente intelligenza;
come se Dio impartisse ordini a ministri esecutori
de' suoi voleri, Mosè gli fa dire: Congregentur aqua
qua sub calo sunt in locum unum et appareat arida. E
poscia: Germinet terra herbam virentem et facientem
semen, et lignum pomiferum faciens fructum juzta
genus suum, cujus semen in semetipso sit super terram.
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 245

Dopo di che soggiunge, e sempre come ordinando


che quelle cose vengano mandate ad esecuzione da chi
spetta: Producant aqua reptile anima viventis, et vola
tile super terram sub firmamento cali. E appresso:
Producat terra animam viventem in genere suo; jumenta
et reptilia et bestias terra secundum species suas. E con
clude questa seconda fase o modo di creazione colle
significanti parole: Factumque est ita; che significano:
Così per l'appunto come ordinai fu fatto.
La differenza grande che passa fra quei due modi
di comandare scorgesi a prima giunta.
Dal primo: Fiat lua, cioè, la luce splenda tosto,
emerge una creazione immediata, diretta. Dal secondo:
Congregentur aqua, Germinet terra, e vale a dire: le
acque sian radunate, la terra sia posta in condizione
di germinare, ecc., sentesi provenirne una creazione
indiretta, mediata, condotta da altre mani.
Che se dopo i due ultimi versi citati segue nel testo
una maniera di commento che dice: Creavitgue Deus
cete grandia ecc., Et fecit Deus bestias terrae ecc., gli
è per infondere negli animi degli ebrei, popolo di dura
cervice, come asserisce in più luoghi la Bibbia, una
maggiore riverenza verso il Dio unico, vero, onnipo
tente, che tanto sovrastava a quelli delle altre nazioni;
che pertanto potevasi invocare confidentemente come il
Dio delle vittorie, insegnando loro che quanto è sulla
terra e ne'cieli era opera sua.
Ma per chi ragiona riesce ovvio che allorquando
Iddio ordina che le tali cose si facciano, non ispetta
a lui il farle, che sarebbe indecoroso. Mosè era uomo
di tale ingegno da non lasciarsi andare a simile in
congruenza, se stato non fosse nell'idea di raggiungere
uno scopo importantissimo; la credenza in Dio e la
sommessione del popolo alle sue leggi.
16 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
246 CAPO VIII.

A comprova del nostro asserto notiamo, che se Mosè


non avesse scritto per una nazione, a quei tempi ol
tremodo ignorante e accessibile quasi unicamente alle
percezioni materiali, non avrebbe detto in uno di quei
suoi commenti: Fecitgue Deus duo luminaria magna:
luminare majus ut praesset diei, et luminare minus ut
praeesset nocti. Egli cresciuto nel tempio, iniziato ai
misteri e alla filosofia segreta degli Egizii e dei Caldei,
sapeva certamente come la luna fosse in mole infe
riore d'assai agli stessi pianeti; e che di luminari
maggiori, oltre il sole noveravansi le stelle a lui uguali,
in mole e in potenza di luce. -

E qui passiamo ad un terzo modo e fase della crea


zione.
Quando Iddio vide che tutte le cose fatte erano
buone; quod esset bonum, pare si raccogliesse in sè,
e raccogliesse intorno a sè gli agenti o esecutori delle
sue opere; e infatti, disse: Faciamus hominem ad ima
ginem et similitudinem nostram. Con ciò dà a divedere
che mette mano all'atto più importante e complesso
della creazione sulla Terra; avvegnachè senza l'uomo
che porta con sè l'intelligenza che è la luce dell'anima;
il pensiero che ne è la vita, e la volontà che è il mini
stro delle passioni che lo travagliano, quale altra crea
tura avrebbe potuto intendere, studiare e ammirare le
opere impareggiabilmente grandi e sagge del creatore?
Sopprimiamo in idea, per un istante tutti quanti gli
uomini della Terra; sopprimiamo le altre umanità o
serie di esseri intelligenti che possono e devono, a pa
rere dei più insigni pensatori odierni, essere sparse in
tanti altri globi vaganti pel firmamento, e la crea
zione dell'universo non ha scopo logico e morale;
non ha più ragione comprensibile di essere; è asso
lutamente come se non fosse, poichè nessun'altra crea
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 247

tura vivente saprebbe valutarla e ragionare intorno


ad essa.
Iddio adunque, nell'accingersi a crear l'uomo, se
condo la Genesi, disse: Faciamus. Si servì questa
volta della forma plurale; nè crediamo che Mosè così
scrivesse per servire alla varietà della dizione, e ad
uno scopo letterario. In questo libro che compendia
tutta la sapienza del mondo antico, ogni circostanza
anche minima ha un suo intrinseco valore; ogni forma
è adoperata in un proprio e speciale significato. Vi
fu dunque una ragione potente che indusse a dire,
Faciamus hominem, ed un'altra non meno importante
perchè soggiungesse ad imaginem et similitudinem no
stram, e non meam, e ci faremo ad investigarle.
Questo, brevemente, è il senso che per noi si da
rebbe alla cosmonologia di Mosè, descritta nel primo
capo della Genesi.
Dal che puossi desumere intanto come noi non cre
diamo che Dio abbia plasmato di mano sua propria
nè gli animali, nè lo stesso uomo. L'idea che di lui
abbiamo concepita, e quale venimmo esponendo ogni
volta che un gran fatto cosmico ce ne porgeva il de
stro, non ci concede il pensare ch'ei fosse mai potuto
scendere ai minimi particolari della creazione degli
esseri organizzati; e il senso da noi ricavato dal rac
conto biblico risulta all'intutto conforme all'idea me
desima.
Già s'intravvede quale debba essere la nostra ipo
tesi. Dio si sarebbe valso di agenti, esseri interme
diarii fra lui e la materia inerte, per cospargerla dei
germi di quella vita di cui egli è la sorgente prima,
inesauribile; e tali agenti potrebbero essere stati pre
scelti da quegli ordini di spiriti che con generale ap
pellazione diconsi angeli,
248 CAPO VIII.

Ma questa ipotesi che fa parte dell'intiero nostro


concetto, ci è d'uopo esporla gradatamente confortan
dola di autorità e di ragioni, affinchè non ce ne vengano
troppe vive censure dai due partiti estremi, ai quali
ci siam posti in mezzo coll'intendimento benevolo di
appaciarli e ridurli a reciproco componimento, ma dai
quali prevediamo piuttosto appunti e critiche pun
genti.
Da un libro che a tutta prima parrebbe inclinato
alle idee svolte dallo spiritismo, e in ispecie a quella
della pluralità dei mondi abitati, ma che in fondo ne
è una tanto acerba quanto fine ma superficiale cen
sura (1) ricaviamo intanto la leggenda seguente, che
si suppone dettata e poi svolta appunto da uno spirito
per via di un medio (2).
Ecco l'epigrafe che vi sta in fronte: Et vidi angelos
septem, habentes plagas septem novissimas, quoniam in
illis consummata est ira Dei. Apocalyps., cap. XV, l.
Egli poi così si esprime:
« In principio, e cioè prima che quanto è ora vi
sibile fosse, la virtù dell'Altissimo manifestava da sola
la sua potenza e la sua gloria; l'Amore riempiva la
(1) Les mondes habités: Révélations d'un esprit dévelop
pées et expliquées, par WILLIAM SNAKE. – Parigi, 1 vol.
in-16o, E. Dentu 1859.
(2) L'autore di quel volumetto si dà per americano; ma
con sua buona venia lo crediamo francese e fors'anche
parigino. La purezza della lingua, lo stile concettoso il
provano abbastanza. Arroge ch'egli piglia nome di Snake:
ora in inglese questo vocabolo suona serpente; e sic
come in fine del libro dà a capire che è lo spirito suo
medesimo che l'aveva dettato mentre egli stava dormendo;
s'intende che quella dettatura è una finzione; e viensi a
conoscere il significato del nome; cioè che il serpente
mordesi la coda per formare l'intiero circolo; e che tutto
quanto da capo a fondo vi è scritto è cosa sua.
-
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 249

vacuità dell'infinito, e il Verbo riposava sul seno del


l'Eterno.
« La voce delle creature invisibili elevavasi verso
Dio in un sempiterno concento, e regnava ordine per
fetto.
« Sette angeli, tentati dall'orgoglio, intesero volersi
ragguagliare al Creatore.
« Cessò tosto l'armonia, l'ordine venne turbato e il
Verbo si riscosse. -

« E Dio disse: L'Angelo sia punito; facciam l'uomo,


e diamogli il mondo come luogo di esilio.
« Sorse la materia, che fu tosto rivestita dall'An
gelo che fecesi ad abitarla, e fu uomo.
« Di questo modo ebbe origine e ragione di essere
la creazione ».
Anche come leggenda non varrebbe gran cosa; ma
passi: ognuno può combinarne a suo talento; ma come
prodromo ad un'opera intenta a mettere a terra, scher
zando, una teoria che ogni dì più si fa strada nel
mondo, e che le illazioni più sensate della scienza
tendono a convalidare, non istà punto. Tante poi sono
le avventatezze e le incongruenze di cui riboccano
quei pochi versi, che a confutarle dovrebbesi scrivere
un ben lungo capitolo.
Ma vediamone un primo brevissimo sviluppo.
Il primo che ci si schiera dinanzi fra i sette angeli
condannati è Adamo; e invero la narrazione comincia
a questo modo: -

« Adamo era uno dei sette.


« Cotesti Angeli ribelli, inabissati nella carne, per
dettero ogni memoria della loro colpa: essi dovevano
espiare per mezzo dell'obedienza il delitto dell'or
goglio.
« Dio diede ad Adamo, tornato innocente (?), in
250 CAPO VIII.

retaggio la Terra, e per metterlo a prova, gli fece


divieto di toccare i frutti di un tale albero, che dissegli
denominarsi della scienza del bene e del male.
« Ma quel comandamento riuscì a nulla, poichè l'an
tico germe dell'orgoglio si sviluppò di un tratto: ei
gustò di quel frutto e tosto conobbe il bene ed il male.
« Di qui nuova condanna ad altre espiazioni, e queste
si svolgono in sette differenti incarnazioni, cioè tante
quanti furono gli angeli colpevoli.
« Abbenchè ogni uomo, segue a dire, abbia la pro
pria sua individualità, essi tutti non fanno che una cosa
sola in Adamo (? Se dicesse che Adamo è il tipo della
Umanità terrestre, meno male, ma la sua è una delle
solite esagerazioni), a guisa delle mille facce di un
diamante, ognuna delle quali ha un suo lumeggiare
distinto, ma di tutte si compone un diamante solo. La
umanità altro non è che una diffusione dell'anima di
Adamo; la varietà nell'unità, il trionfo della potenza
di Dio ».
È soverchio lo avvertire che consideriamo pretta in
venzione tutta quanta cotesta pretesa rivelazione. È
una singolare giostra di spirito, tanto essa quanto le
dichiarazioni ei commenti che ne fa l'arguto scrittore (1).
(1) In verità non sappiamo tenerci dal riferire uno squar
cio di questo scritto umoristico quanto altri mai, non fosse
che allo scopo di allietare alquanto la severità degli argo
menti trattati fin qui.
BAKHAR
« Eccoci giunti finalmente alla dimora dei discendenti
dell'ultimo dei sette angeli, Bakhar.
« Sopra un pianeta detto Satturno (*) abitano dei corpi
di forma ovoidale, i quali altro non sono che pensieri ».
– Volete dire che hanno o concepiscono pensieri, dice
(*) L'autore lo scrive con due t, per farlo distinto dal pianeta di
ugual nome che fa parte del nostro sistema.
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 251

A noi è tornato comodo il citarla poichè ci agevolava


lo entrare in materia tanto ardua e dilicata: meglio ci
conveniva il farlo a modo di confutazione, che non col
l'asciutta esposizione del pensier nostro. È stato per noi
la signora B. interlocutrice nel lungo dialogo che corre
da capo a fondo del libro.
« Per cotesti uomini, segue a leggere il signor Snake,
il corpo è la sensazione di una forma ovoidale, e il loro
pianeta è quello di una forma sferica: rappresentano
poscia lo spazio per mezzo di una idea innata ».
– Per fortuna, esclamò la signora B., che siamo all'ul
tima prova. Il manoscritto va ancora per le lunghe?
– No. -

– Bene; sbrigatevi.
« Si pascono di riflessioni..... »
– Cibo assai vacuo.
« E la memoria è il loro escremento. Le case sono per
essi idee oscure; le ricchezze una paragoge ».
– Paragoge, mia signora, è detta dai grammatici la
aggiunzione di una lettera o di una sillaba ad una parola.
Ve ne sono in latino esempi che credo inutile citare qui.
« La guerra è un argomento; e quella forma speciale
di argomento che dicesi sillogismo è per essi una for
tezza ». -

– E in vero, soggiunge, suol dirsi che un uomo si


tiene per sicuro quando si mette al coperto in un sillo
gismo.
« Il circolo vizioso è un colpo mortale; una idea con
fusa è per essi l'imagine della morte. La prigione è una
nenzogna.
– E perchè?
– Probabilmente perchè un bugiardo finisce di solito
per essere colto in fallo e castigato.
« La castità è una restrizione mentale; la continenza,
una precauzione oratoria; l'amore, una analisi; l'unione
dei sessi, una sintesi; la gravidanza, un'amplificazione;
il parto, un pleonasmo; e il matrimonio, un paralogismo.
– Che cos'è un paralogismo? -

– Signora, perdonate: esso è un falso raziocinio, o un


raziocinio che conduce a false conclusioni. Per la qual cosa
252 CAPO VIII.

come un espediente rettorico: ma senza più entriamo


in materia.
Che molti più che sette fossero gli angeli peccanti
per la superbia, ma migliaia e migliaia, lo dicono a
un uomo che dicesse: l'unione dei sessi è un voto della
natura; col matrimonio si fa questa unione; dunque to
gliendo moglie ubbidisco alla natura, farebbe un paralo
gismo.
– Mi pare che lo spirito scherzi.
– Pare anche a me.
« La malattia è una inversione; la medicina, un'ellissi ».
– Va bene, poichè essa sopprime il male.
– O l'ammalato, soggiunse la signora.
« La giustizia è un sofisma; la scienza, una perifrasi;
la filosofia, un'anfibologia e la letteratura è un contro
Sen SO o.

– Che cosa vorrebbe dire lo spirito? Forsechè ogni


letteratura è un controsenso?
– Dio nol voglia ! Egli accenna a quella di Satturno e
la qualifica a quel modo per contraposto alla nostra, sì
nudrita di buon senso e di verità.
« Le arti sono una metonimia e gli animali una meto
nimia parabolica ».
– Evvia ! Che cos'è una metonimia?
– Una figura rettorica per la quale si pone l'effetto per
la causa, il soggetto invece dell'attributo; il contenente
al posto del contenuto, e viceversa.
– A dir vero, mi pare che la gente che insegna tali
sciocchezze viva alle spalle della nostra imbecillità.
– Voi, o signora, avete fatto in questo punto una me
tonimia. -

– Io? - -

– Per lo appunto. Essi campano di ciò che ricavano


dalla nostra ignoranza. Poneste la cagione per l'effetto e
quindi faceste una buona e bella metonimia.
– Ne sono invero stupita tal quale lo fu il signor Jour
dain' di Molière quando gli si disse che, parlando, ei fa
ceva della prosa. Ma mostratemi, di grazia, come le arti
siano una metonimia.
– Vi dico che lo sono anche per noi, poveri abitanti
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 253

coro i Padri della Chiesa, sulla fede di alcuni passi


della Scrittura, per nulla però espliciti e chiari.
Ma non è opinione nostra che quegli esseri da noi
detti angeli, per valerci di una denominazione nota e a
della terra; esse ci rappresentano le forme esterne e cioè
il contenente invece del contenuto.
– Ma un animale che sia una metonimia parabolica?
– Ciò riesce alquanto più difficile a capirsi. Voi sapete,
non ha dubbio, che una parabola è una allegoria: ora
io suppongo che lo spirito abbia inteso dire che, relati
vamente all'uomo, l'animale è una metonimia in quanto
che, essendo dotato di vita e di un simulacro d'intelli
genza può essere considerato quale contenuto invece del
contenente: la metonimia poscia è parabolica perchè
questa intelligenza è di ben corta portata ed è la ima
gine transitoria dell'anima immortale.
La signora B. sorrise come per mostrarsi indulgente
VerSO Coteste stranezze.
- Il corpo sarà almeno leggero per gli abitanti di que
sto singolare pianeta.
– Senza dubbio; è quasi un nonnulla; ma se togliamo
le sensazioni, o, a meglio dire, il sentimento, che cosa è
più la vita anche per noi? Ma che mi dite, o signora, di
ciò che abbiamo letto fin qui?
– Ne rimasi stupita, ma non mi procacciò alcuna sod
disfazione: mi aspettava ben altro. E in fede mia, com'è
possibile il prestar fede alla esistenza di tanti esseri biz
zarri, e in ispecie a questi uomini gassosi? /

- Lo stupirne è naturale per noi che siam fatti di carne


e d'ossa.
- Da noi si ha almanco qualche cosa, ma colà nulla.
- Eppure questo nulla è tutto; poichè un uomo fatto
come siam noi, non dico già quando sia morto, o svenuto
e fuori del sensi, ma se sia profondamente immerso in
un sonno privo di sogni, finchè quel sonno dura ei nulla
è malgrado la pesante sua corpulenza ».
- - - - - - - - e - - e o - o

Ma siccome la verità emerge a tutta forza, malgrado le


sì ammontino intorno ostacoli e barriere, la signora B.,
254 CAPO VIII.

tutti accetta, peccassero. Essi o furono creati dal puro


spiro, dal caldo afflato di Dio, o sono anime o spiriti
già passati per le prove della vita sopra qualcuno dei
mondi abitati e quivi, o in qualche altr'ordine di cose
dopo di avere un altro poco bisticciato col suo interlocu
tore, viene a dire:
« In vero non è possibile il credere che tanti soli, at
torniati dai loro pianeti, mandino la loro luce nei cieli,
per tentare la pazienza di sette insignificanti gruppi di
esseri o d'uomini, se così vi aggrada, gli uni più brutti e
ridicoli degli altri, e la più parte indifferenti a un tanto
sublime spettacolo; o che questo immenso universo sia
vuoto affatto di abitatori? Non è egli più conforme all'idea
della grandezza e onnipotenza di Dio quali ce le figu
riamo, il credere che egli abbia popolato tutta quanta la
distesa degli astri e dei pianeti, ed abbia posto le sue
creature dovunque era loro fatto di vivere e di agire?
Orgoglio, pretto orgoglio è lo imaginare che vi sia la sola
meschina umanità nostra nel mondo. Quanto più sublime
ed appagante è l'idea che su ciascuno dei punti luminosi
che ingenmano grado a grado il firmamento, aggirinsi le
stesse passioni, risplendano le virtù medesime, si appiat
tino nell'ombra vizii uguali ai nostri; e che l'universale
moto porti la voce dell'uomo, sia preghiera o impreca
zione, fino a Dio, sorgente di ogni bontà! Che se non
piacesse l'idea dell'umanità nostra sparsa in tutto l'uni
verso, non sarebbe pur un bel pensiero e filosofico il
supposto che nell'andarsene da questa terra rinascessimo
in un altro mondo, alleviati di un vizio in quanto all'anima,
e di una infermità circa il corpo; e che di mondo in
mondo procedendo a questa maniera giungessimo fino a
Dio purificati e perdonati?
– Sissignora: un filosofo del nostri giorni vi ha rubato
questo pensiero: esso arride anche a me. Ponete che nel
mondo vi sia intanto un vizio di meno, o per dirla con
maggior precisione, sopprimiamo uno dei sette peccati
capitali che riassumono tutti i nostri vizi, e tosto le rela
zioni fra gli uomini si vedranno cambiate in meglio.
Giunti poscia alla prima tappa non avremmo nel nostro ba
gaglio che quel tanto da commettere sei soli peccati capi
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 255

purificati; come a dire l'essere vissuti in qualche parte


di un cosmos o universo esistito prima dell'attuale. O
ve ne hanno di tutte e due queste specie o nature, la
qual cosa è forse più probabile. Ma nè in quei primi,
nè in questi avrebbe potuto allignare pensiero o atto
colpevole, perchè puri in origine, o mondati di qual
siasi macchia, son cogniti di ogni verità assoluta, inac
cessibili pertanto ad erramento veruno.
Il numero degli angeli è per noi quasi infinito:
diremo ad imitazione di una forma biblica che sono sette
volte settanta legioni di settanta o settecento milioni
ciascuna, di varia specie, come avvertimmo, e di più
gradi nell'ordine loro, se a ciascun corpo celeste, almeno
uno di essi dev'essere destinato a speciale custode.
Che se dall'argomentare e supporre passiamo alle
autorità, troviamo nella Bibbia distinti in nove cori
quegli Spiriti, suddivisi poscia in tre ordini di tre cia
scuno, e cioè: il primo dei cherubini, serafini e troni;
il secondo delle dominazioni, virtù e potestà; il terzo
dei principati, arcangeli ed angeli. Saranno imaginarie
o arbitrarie queste divisioni; ma come furon fatte, così
le citiamo.

tali. Saremmo poscia ridotti a cinque, dopo a quattro e


finalmente a nessuno, e cioè a uno stato di perfezione, ,
poichè il corpo migliorerebbe insieme con l'anima. Que
sta idea appaga lo spirito; ricostruisce sei volte il mondo
morale, scemando ad ogni prova l'antagonismo del bene
col male per la eliminazione di uno degli elementi di
questo: è un lavoro allettante, ma difficile. Sfortunata
mente però anche per questo mezzo non giungereste mai
a far sì che tutti i mondi fossero abitati: il numero
delle stelle è infinito, mentre le nostre virtù e i nostri
vizi si contano sulle dita . . . . . M.

Si vede che anche qui l'autore scherza: come ufa spiri


tosa facezia è tutto il suo libro. Ma vige il proverbio che:
anche sherzando e talvolta non volendo si dice il vero.
256 CAPO VIII,

È avviso poi di alcuni antichi Padri e fra loro


Sant'Agostino, che gli spiriti abbiano una maniera di
corpo sottile, igneo, etereo. In una parola il perispirito
degli spiritisti odierni; corpo che messo a paragone del
nostro, può dirsi spirituale. Opinano eziandio essere
gli angeli, appartenenti al grado inferiore della gerar
chia, destinati ad un fine sopranaturale che, a loro
detta, è la beatifica visione di Dio; ma avrebbero do
vuto conseguirla per via di meriti.
« In quanto alla creazione degli angeli (qui angeli
non significa una sola classe od ordine speciale; ma è
nome generico che tutta comprende la gerarchia), ta
cendo la Scrittura, nulla può asserirsi di assolutamente
certo. La opinione dei Padri fu varia. Origene la cre
deva anteriore a tutti i secoli: moltissimi Padri greci e
latini, tra i quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno,
San Giovanni Crisostomo, Sant'Ilario, Sant'Ambrogio,
S. Gerolamo, ecc., son d'avviso essere stati creati gli
angeli prima di tutte le sostanze corporee, avvalendosi
principalmente di quel passo del Libro di Giobbe
(cap. 38, v. 6), nel quale, per le stelle del mattino e per
i figliuoli di Dio, intesero gli angeli.
« Altri opina che gli angeli furono creati insieme col
Cielo e colla Terra, sentenza abbracciata a preferenza
dagli scolastici i quali si fecero forti di quel luogo
dell'Ecclesiaste (c. 18, v. 1): Qui vivit in aternum
creavit omnia simul, e delle parole del Concilio IV La
teranense nel quale è detto: Simul ab initio temporis
utramque de nihilo creavit creaturam. S. Tommaso poi
(I, Q. 61, a 3) tien più probabile essere stati creati gli
angeli insieme con l'universo » (1).
(1) Questo passo e quanto altro abbiamo detto intorno
agli angeli conformemente alle credenze della Chiesa, lo
abbiamo ricavato dall'Enciclopedia dell'Ecclesiastico del
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 257

Dio, se dovessimo formolare un nostro pensiero,


avrebbe creato gli angeli tosto dopo di aver fatto emer
gere da sè la materia, per vegliare appunto sulle varie
fasi dell'ordinamento della medesima: Questo ci par
rebbe intendimento utile, e quindi attendibile. E li creò
purissimi poichè appunto ogni ingombro, ogni benchè
menoma sfumatura di materia era svanita di là ove
egli trasse tutte queste mirabili creazioni; a meno che
non si volesse supporre, come accennammo poc'anzi,
provenire essi da umanità esistenti in un universo an
teriore all'attuale; ma ciò soverchia forse ogni licenza
concessa all'ipotesi.
Ma qui ci par vedere sorgere di scatto quasi scando
lezzati i fautori ad oltranza della taumaturga materia e
i lodatori dell'empirismo naturale; e maravigliarsi
come in un libro nel quale vuolsi trattare delle tesi na
turali e scientifiche più importanti, vengasi fuori con
citazioni della Bibbia e dei Padri (1). Ma potrebbesi
rispondere che quando si discorre di fisica, di chimica,
di fisiologia, di geologia, di astronomia e va dicendo,
un non si perita, e a ragione, di citare gli scrittori più
riputati di quelle materie, e conforta le sue opinioni
colle parole di quei padri coscritti della scienza.
Noi non ci siam formalizzati di questo modo di pro
cedere da canto loro; che anzi vi abbiamo tenuto bor
done, giostrando con essi su quel medesimo terreno.
Concedasi a noi la libertà medesima del citare chi e

l'abate Vincenzo d'Avino, seconda edizione. Torino 1863,


per Pietro di Giacinto Marietti.
(1) Non è da tenersi per inane e vacua l'autorità di quegli
scrittori, imperciocchè erano senza contrasto gli uomini
più dotti e i più profondi pensatori dei loro tempi; essi
parlavano e scrivevano di quelle quistioni perchè impor
tantissime allora, come lo sono oggidì quelle di pura
scienza.
258 CAPO VIII,

ciò che meglio si attaglia al nostro argomento, poichè


a parlare di angeli non potremmo ricavare una sola
riga da tutti i loro volumi. Questo, ripetiamo, è il punto
più difficile a superarsi nell'ampia tela che ci siamo
proposti di svolgere, e speriamo, Deo juvante, che la
difficoltà sarà vinta.
Ma riassumiamo un istante il fin qui fatto.
Dai contraddittori primamente si disse: Dio non potè
creare la materia, perchè ea nihilo nihil fit; e noi ri
spondemmo: Egli non l'ha creata dal nulla poichè
la fece emergere da se stesso. Soggiungevano: La
materia è eterna. E noi: Essa di sua natura è inerte;
quindi non potè essere causa ed origine di se mede
sima: arroge che come ne abbiamo additato il prin
cipio ne accenneremo la fine: adunque non è eterna.
Dov'è Dio si chiedeva ? al centro, all'intorno del
l'universo, ovverossia penetra in ogni senso e parte
la materia? E la nostra risposta fu. Ei risiede dalla
eternità nell'infinito.
Scesi alla nebulosa di cui doveva formarsi il nostro
sistema, abbiamo osservato come una riputata teoria non
ci paresse rispondere all'intutto allo scopo accennato, e
abbiamo liberamente additato ciò in che credevamo
fosse deficiente, e cioè che a taluni momenti del suo
svolgimento richiedevasi una certa spinta che a nostro
avviso era indispensabile. Soggiungemmo che questa
non poteva essere stata data che da una forza estranea,
forse da Dio. Che se non vuolsi concedere provenisse
quella da lui direttamente, non dovendo egli scendere
a quei particolari, potrebbe ripetersi da qualcuno fra
i maggiori angeli suoi, messaggieri o ministri. E allo
stesso modo da uno o più di essi per ogni sistema
celeste in via di formazione, non che da altri man
mano al conglobarsi di ogni pianeta.
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 259

Ora, per venire a noi, la Terra non potrebb'essa avere


il suo Angelo maggiorente, coadiuvato da una qualche
schiera dei minori; di quelli per i quali, come si è
veduto poco innanzi, il progredire in beatitudine deve
provenire da meriti acquisiti; e ciò in premio di utili
opere?
In conclusione poi, esclamano: Dio non può aver
fatto colle sue mani gli animali dall'elefante al mo
scherino, i vegetali e va dicendo. E in ciò concordiamo.
Ma siccome queste e infinite altre specie di animali
e di piante, nocive o giovevoli, esistono; e che ve
demmo i contraddittori non essere assolutamente in
grado di mostrarci che la materia da sè, nè da loro
coadiuvata, possa produrre, non diremo un leone o
una quercia, ma nè una mosca, nè un filo d'erba;
e siccome è provato altresì che i germi degli esseri
organizzati non potevano preesistere sulla Terra; è
necessità concedano che da qualcheduno debbano es
sere stati fatti o creati; e sarà in conseguenza delle
loro medesime obiezioni che saremo stati costretti a
dire che ciò sia stato fatto dagli angeli, o, comunque
vogliansi chiamare, da ministri agenti mandati a tal
fine da Dio.
E qui c'imbattiamo naturalmente nel quesito della
creazione di questi esseri superiori i quali, se proven
nero direttamente, come crediamo per la più parte,
da un qualche atto speciale della sua volontà, o co
munque altrimenti, possono dirsi a ragione figli di Dio.
Noi quindi non prestiamo fede, e già lo accen
nammo, a questa caduta degli spiriti angelici: le opere
che scevre di ogni materia e sgombre per conseguente
da ogni cagione di errore, Dio crea informate d'Intel
Iigenza, di Amore, di Vita, non degenerano; ma cam
minano incessanti in una via di progresso, secondo la
260 CAPO VIII,

loro natura. Meno eziandio prestiam fede alla pretesa


ribellione verso il creatore. Cotesta accusa di ribel
lione è un mito. La superbia, l'invidia che ne sareb
bero stati i moventi sono idee esagerate e storpie di
quel sentimento di emulazione nella brama di progre
dire nel bene, che anche nelle nature più monde può
allignare,
Se bene e con retto animo un si pone a considerare
coteste ideali probabilità, la Terra e gli altri mondi
non furono per gli Angeli di ogni grado luoghi di
esilio, e tanto meno di più efficace espiazione; ma
sibbene luoghi di azione provvidenziale, assegnati ad
essi perchè vantaggiassero in merito e nella grazia:
in queste mansioni compiesi il ministero di loro na
tura, il movente della loro creazione.
Ed ora sia concesso anche a noi lo esporre una no
stra leggenda.
Leggenda-ipotesi
Quando i tempi furono maturi, e che la Terra si
trovò condotta a tale condizione da poter albergare gli
esseri organizzati dell'epoca attuale, il ministro o mi
nistri maggiori che avevano cooperato ad un tanto
risultamento, ne tornarono lieti nunzii (1) a Dio, che
già prima a ciò li aveva mandati.
Allora tutti quanti gli spiriti celesti di ogni ordine,
che presentivano qualche nuovo intendimento del Crea
tore, accorsero solleciti da ogni regione dello spazio,
bramosi di accoglierne i sapientissimi sensi.
Egli pareva dubbioso se dovesse adoperare alla crea
(1) Il vocabolo Angelo viene dal greco ATyi)).o, che vale
annunziare; e quindi gli viene apposto il significato di
messaggero, mediatore, nunzio, ministro,
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 261

zione di esseri di tanta minor mole, abbenchè forse


di un organismo assai più dilicato, gli spiriti che,
avevano plasmato già i mostruosi animali e le piante
gigantesche delle epoche precedenti.
Egli voleva fare un esperimento e preparare in certa
guisa una nuova creazione.
E disse: « Chi mai vorrà combinare il corpicciuolo
della mosca noiosa e della zanzara pungente? Chi
quello della pulce importuna e degli altri insetti pa
rassiti? Chi quelli della blatta e del ragno schifosi? -
Chi quelli del topo e della talpa devastatrici? Chi
quelli del lupo rapace, della jena sacrilega e del vam
piro succhiatore di sangue?
« Chi vorrà gettare i germi della cicuta venefica, del
l'Assafetida puzzolente; chi del Manciniliero morti
fero, e di migliaia di altrettali? ».
Ma da un innumerevole coro di voci si sentì tosto
esclamare: « Noi, noi, o Signore, noi faremo quanto
vi piacerà di ordinare! ».
E uno della immensa schiera dei minimi, fatto più
osato degli altri, così imprese a parlare:
« E a noi, o Signore, non sarà dato mai l'indici
bile gaudio di ubbidire ai comandi vostri? Qualunque
sia l'opera, difficile od umile, porremo ogni cura af
finchè riesca conforme agli inescrutabili vostri voleri.
Ai maggiori fratelli nostri sian riserbate le più nobili,
essi ne son degni; a noi le più basse ed infime, che
pur sempre saranno grandi, se da voi preordinate ed
intese: noi ci riputeremo infinitamente beati nel com
pierle ».
E come ciò stava appunto negli intimi intendimenti
del Signore Iddio: « Andate, ei disse, e operate. La
intelligenza vi fornirà l'ingegno; l'amore il caldo ed
efficace volere; e la vita informerà tosto l'opera delle
17 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
262 CAPO VIII.

vostre mani con quell'alito immenso da noi inspirato


nell'universo, e che già faceva muoversi ed agire le
varie generazioni di animali, opera di altri fratelli
vostri, e che oramai vennero quasi compiutamente ad
estinguersi (1).
« Voi, soggiunse, cresceste in grazia appo noi a ca
gione della subita obedienza; ed eccoci ad accrescere
e nobilitare l'importanza del còmpito vostro. Di tutte
le piante che abbelliranno e saranno ricchezza della
Terra, di tutti gli animali che sopra di essa devono
º di bel nuovo muoversi e vivere, di tutti gli uccelli
che solcheranno l'aria coi loro voli; di tutti i pesci
ed altri animali che devono vivere nelle acque, voi
sarete gli artefici e i moderatori, finchè ai nostri di
segni ciò tornerà conforme. Andate e operate.
« Compiuta l'opera vostra, sarete assunti a un grado
maggiore nella celeste gerarchia degli spiriti, che tutti
sono figli nostri ».
E quelli tutti lieti se ne partirono, benedicendo il
Signore, e portando in cuor loro intenso desiderio di
riuscire graditi al cospetto di Dio.
(1) Se taluno domandasse quale poteva essere la ragione
provvidenziale della creazione ed esistenza dei mostruosi
animali che precedettero l'èra attuale, potrebbesi rispon
dere che, come nulla è inutile in natura, e gli oppositori
il sanno quanto e meglio di noi, quei singolari gigante
schi organismi, vegetali e animali, debbono essere stati
creati per aiutare, come tanti laboratorii viventi, l'opera
dell'assorbimento delle combinazioni e delle precipita
zioni molteplici dei primi ancora rozzi e incomposti ele
menti che sopranuotavano per la faccia del globo, combi
nazioni e appropriazioni man mano necessarie allo svol
gersi di ogni nuova èra, e quali progressivi preparamenti
all'attuale. Per raggiungere un tanto scopo i varii succes
sivi atti creativi non erano certamente inutili: da ciò ne
rimane spiegata l'opportunità e la necessità.
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 263

Congregati quindi alcuni fra quelli degli ordini su


periori, ad essi rivolto disse: « A noi spetta ora il
plasmare la creatura più nobile, quella che verrà
chiamata a regnare sovrana sulla Terra; e questa sarà
l'Uomo. Facciamolo quindi ad imagine e similitudine
nostra. Sia a voi somigliante nelle forme esterne (l);
io stesso poi gl'inspirerò la luce dell'intelligenza, la
scintilla dell'amore, l'elaterio della vita. Queste facoltà,
provenienti in diritta via da noi, saranno in lui siccome
il germe dell'anima, che in seguito prenderà forma
di spirito; e questo, allora che ne sarà degno, per
bontà, sapienza ed opere, verrà a pigliare il posto dei
minori angeli, assunti or ora a grado maggiore ».
Così appunto fu fatto, e anche quest'ultimo periodo
della creazione venne compiuto.

Tracce di queste idee, abbenchè travisate e sconvolte,


incontransi tuttora nelle antiche mitologie, e in ispecie
nella indiana e nella egizia. Lo adorare che quelle
nazioni facevano certi animali ed anche taluni vegetali
proveniva, non ha dubbio, dal credere che chi li aveva
organati, in quegli stessi avesse fermato sua dimora.
Dalla mitologia greca appare che la fede in tali assurde
(1) Che la forma umana risponda a quella degli angeli
e viceversa, può desumersi dalle apparizioni di questi
ultimi, citate dalla Bibbia e dalla storia della Chiesa:
oltre che, le manifestazioni e visioni spiritiche, numero
sissime a quest'ora, ne fanno piena fede; e potrei citarne
esempi avvenuti a me stesso nelle mie esperienze di spi
ritismo fatte alcuni anni sono. L'uomo dopo morte, pel
suo perispirito, conserva la forma umana. La dottrina
spiritica lo ha per uno de' suoi cardini principali e mille
mille apparizioni lo attestano.
Che poi non ripugni che Dio valgasi degli angeli nelle
opere o missioni sue, la Scrittura in molte pagine ne cita
esempi, cominciando dal mito del serpente, in cui vien
264 CAPO VIII.

ipostasi era vivissima e divenuta popolare: gli esempi


ne abbondano; e cioè Aracne mutata in ragno, Progne
in rondine, Filomela in usignuolo, Atteone in cervo,
Dafne in lauro, Narciso in fiore, e fin Giove cambiato
in toro, e la ninfa Io in giovenca, senza dire di tanti
altri. E poscia i Satiri, i Sileni, le Driadi e le Ama
driadi abitanti i tronchi di annose piante; e poi gli
Ibi e le cipolle adorate in Egitto ne sono prove non
dubbie.
Nè è a credere che tutte quelle antiche credenze sian
fole. Molte sono residui poetizzati di antiche tradizioni
di più antiche rivelazioni travisate; ed è opinione dei
più antichi storici e filosofi che sia rimasto in esse
ottenebrato e nascosto qualche profondo e misterioso
vero; e forse il più antico e profondo si è quello ora
da noi accennato.
Se a ciascun uomo sia attribuito un angelo a sua
speciale custodia, non è dogma, bensì pia credenza
nella Chiesa. È poi sentenza dei Padri più riputati
che a ciascun popolo, regno, città e provincia sia pre
posto un angelo a guida e difesa. Le antiche nazioni,
popoli e tribù vedonsi confidare ciascuna nel proprio
Dio e invocarlo calorosamente pur troppo allorquando
detto si fosse tramutato l'angelo caduto. E poscia il Che
rubino posto a custodia dell'Eden, e gli angeli mandati
ad Abramo, a Lot, ad Agar, a Giacobbe, ad Elia, ai Tobia,
a Maria e Giuseppe; a Gesù stesso quando sul monte fu
tentato da Satana; e poi nell'orto e finalmente sopra la
aperta sua tomba; e ai discepoli, quando è detto che sta
vano mirandolo mentre saliva al cielo. -

E venendo alla storia della Chiesa: S. Pietro fu dagli


angeli svincolato dal carcere; e gli asceti, i martiri, i pe.
nitenti, i confessori, come raccontasi nei leggendari dei
santi, furono sovente da quei messi di Dio consolati e
soccorsi in mille guise, presentandosi ognora in forma
umana e nelle sembianze di giovinetti.
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 265

apparecchiavansi alla battaglia: il dio d'Israello, Mo


loch, Belial e Astarot trovansi di frequente menzionati
nei varii Libri della Bibbia; e tali credenze e invo
cazioni hanno loro origine nei più oscuri penetrali delle
età antichissime.
Checchè possa esservi di vero è impossibile a dirsi.
Se gli angeli esistono, come a noi pare certo, non è
probabile se ne stiano inoperosi; e Dio saprà valersene
ai suoi fini. La credenza che qualcuno di essi possa
venire in nostro aiuto, invocato, o spontaneo ministro
di Provvidenza, è cosa più che probabile; è idea con
solante e moralizzatrice se volta a volta vi portiamo
il pensiero, fidenti nella sua attendibilità.
In quanto a noi dobbiamo affermare ad onore del
vero, che nel corso di nostra vita, in quindici o venti
gravi circostanze avemmo aiuti specialissimi: in due
e fors'anche tre di esse ne andò salva la vita: da chi
ci vennero? Nol sappiamo; ma ci sarebbe impossibile
citarne la provenienza naturale. È vero altresì, poichè
intendiamo esporre intera la verità, che in due o tre
altre assai gravi emergenze quelle intime monizioni
o inconscii ritegni ci fallirono; ma troppo sarebbe se
ad ogni minacciare di pericolo o danno, cercati fors'an
che, trovassimo pronto chi a noi si facesse scudo (1).
Intanto però, se ognuno sinceramente ricercasse nella
(1) In quanto alla credenza negli angeli e a qualche
lontana analogia circa a quello che ne abbiamo finora
discorso, troviamo in Dante:
« Voi che intendendo il terzo ciel movete ». Conv., ll3.
« Angeli li quali sono alla rivoluzione del cielo di Ve
nere » (che è il sopraddetto). Ivi, 78.
E nello stesso Convito: « Quelle menti che fabbricano
nel cielo queste cose di quaggiù o.
E nel Paradiso, 3, 13:
« Le cose generate che produce con seme e senza seme
266 CAPO VIII.

propria memoria, o, meglio, nella coscienza, vi tro


verebbe ricordanze di tali fatti provvidenziali a se stesso
avvenuti, e mettiam pegno ve li troverebbero anche
coloro che di Provvidenza non vogliono sentire discor
TGI'G.

Ma qui prevediamo una non lieve obiezione, e ci


piace antivenirla colla risposta.
Voi, diranno gli avversi alle idee spiritualiste, ci
recate in iscena gli Angeli e ne parlate come di cosa
già intesa e provata; eppure nel vostro libro non ne
avevate fatta prima menzione alcuna. Ciò non istà nè
in filosofia, nè tanto meno in fatto di dottrine scien
tifiche.
In tesi generale avrebbero ragione. È processo logico
il partire dal noto per andare all'ignoto, e, argomen
tando, non si dovrebbero trarre illazioni che da prin
cipii o fatti anteriormente provati.
Il processo però, il filo logico esiste appo noi, fra
le premesse e la deduzione; ma è fino troppo forse,
e molti per avventura non avranno potuto tenervi
dietro.
Avvertimmo per altra parte essere questo, della esi
stenza degli Angeli il punto più scabroso della nostra
tesi. Per agevolarcelo alquanto abbiamo creduto gio
vevole scegliere il momento meglio opportuno, e, quasi
il ciel movendo ». Per le prime intende gli esseri orga
nizzati; e per le seconde, le inorganiche. -

Ma più esplicitamente il padre Nicolò Riccardi dome


nicano, vissuto nel secolo decimo settimo, e detto il Mostro
a cagione della sua grande eloquenza, Ei professava non
andare d'accordo nè con Copernico, nè con Tolomeo. Ei
credeva che in ciascuno dei corpi siderali risiedesse un
angelo che lo guidasse nel suo cammino a preservarlo da
ogni cozzo. Idea erronea nell'ordine scientifico; singolare
però come opinione in ordine a sentimento.
LA CREAZIONE DEGLI ESSERI ORGANIZZATI 267

il Deus ex machina, li abbiamo posti innanzi quando


ne vedemmo giunta la necessità.
Invertendo in certo modo il metodo, non abbiamo
argomentato dalla maggiore alla minore; sibbene pro
cedemmo inversamente. Non dicemmo infatti: poichè
gli Angeli esistono sono dessi gl'intelligenti artefici
degli esseri organizzati: questa non sarebbe stata che
una pretta asserzione.
Vedendo per altra parte non essere possibile attribuire
la creazione materiale di quegli esseri alle cause note,
diventava necessario trovarne una possibile, non ripu
gnante alla Causa prima, nè all'effetto ultimo da rag
giungersi; e questa doveva essere un agente intermedio
che legasse logicamente i due dati estremi del pro
blema: da qui gli Angeli, ministri di Dio.
E ora importa notare che da questa inversa maniera
di ragionare emerse non la pura asserzione, ma la
evidente necessità di quegli esseri intermedi; altra
prova della preesistenza di Dio, che a tanta missione
li aveva predisposti. -

Questa ipotesi che tanto bene si attaglia al complesso


del sistema nostro, ci sembra scendere per logica dedu
zione da altre premesse. Quando l'ipotesi regge in tutto
il corso del suo sviluppo, e che partendo da punti che
non è possibile assolutamente convalidare con prove
materiali, viene però man mano ad innestarsi a cose
note e tangibili o dimostrate irrefragabilmente, acquista
quel grado di attendibilità per cui merita di essere te
nuta in considerazione.
Ora tre sono per noi gli enti precipui, essenziali e
necessarii: Dio, lo Spirito, la Materia.
Dio, autore, causa efficiente e prima di tutte le esi
stenze. Lo Spirito, plasmato primamente negli Angeli
divisi in varii ordini in ragione di opere e di meriti;
268 CAPO VIII,

ministri suoi nell'applicazione di quelle leggi ch'egli


assegnava alla materia, e poi all'uomo. La Materia,
campo nel quale quelle leggi si esplicano dalla com
binazione dei Soli all'organismo del vibrione micro
scopico.
Vien poscia l'uomo nel quale raccolgonsi in giusta
misura le contingenze dei tre Enti suddetti. In lui per
un processo misterioso e diremmo inconcepibile, la
parte essenziale della materia viene a spiritualizzarsi
per quindi ritornare alla Causa sua prima, cioè a Dio,
dando principio a quel moto circolare, per il quale,
alla consumazione del tempo deve compiersi quel
grande ciclo della creazione che già accennammo;
nella riassunzione finale di tutte le cose in Dio.
CAPO IX.

LA VITA – Sua circolazione nella materia – Confutazione


delle teorie di Moleschott e sua scuola – Loro contradizioni
nello esporre quella di Forza e Materia – Che cosa sia la
Vita – Opinioni e definizioni varie – La nostra – La forza
vitale è il precipuo mezzo della circolazione della materia –
Divisione della forza naturale operante in tre forme o maniere
– In qual modo in ognuna di esse agisca – Come ognuna stia
nei suoi limiti logici e naturali – Affermazione e difesa della
esistenza di una peculiare forza vitale.

Nel libro del Moleschott intitolato: La Circolazione


della Vita (1), libro dal lato della pura scienza pre
gievolissimo, non trovasi, cosa ben singolare, che la
seguente definizione della vita; esposta in forma piutto
sto negativa che assertiva e dottrinale; ma in ogni modo
molto oscura e confusa, e, a nostro avviso, inesatta ed
errOnea,

« La vita, ei diceo non è il risultato di una forza


speciale; e piuttosto essa è uno stato della materia, ba
sato sopra eterne proprietà, determinato da speciali
fenomeni di moto, cui il calore, la luce, l'acqua, l'aria,
l'elettricità e le scosse meccaniche imprimono alla ma
teria. Le così dette influenze attive, o forze, non sono
(l) Milano,di 1Cesare
Traduzione vol. in-16°, 1870,
Lombroso. presso Gaetano Brigola.
a -
270 CAP0 IX.

poi infine che sostanze calde, sostanze elettrizzate,


corpi vibranti, onde luminose, sonore; insomma tutto
quanto desta movimento col movimento» (pag. 294) (1).
In verità, noi che ci sentiamo piccini piccini di
nanzi alla scienza grande di questo scrittore, non
avremmo osato dare della vita una tale definizione.
Questa per fermo non è una propria definizione, ma
una enumerazione, in gran parte arbitraria, dei feno
meni che la vita accompagnano e per cui si manifesta.
Se si chiedesse per esempio ad un fisico: che cosa
è la pioggia? e se egli rispondesse: essa non è il ri
sultato di una combinazione speciale, ma piuttosto uno
stato della materia basato sopra proprietà eterne, de
terminato da speciali fenomeni di moto impresso ad
essa dal calore, dalla luce, da taluni gas, dall'elettricità
e da certe scosse meccaniche, crediamo che con le
medesime parole avrebbe dato della pioggia una più
attendibile, abbenchè non propria definizione che non
sia quella della Vita, cui intese applicarla il nostro
autore.

(1) Aveva già detto a pag. 215: « Tutto si risolve in


ammoniaca ed acido carbonico, acqua e sali. Una bottiglia
ripiena di carbonato di ammoniaca, di cloruro di potassio
e fosfato di soda, di calce e magnesia, di ferro, di acido
solforico e di silice, abbraccierebbe completamente il
concetto delle materie che producono la vita delle piante
e degli animali »; e a pag. 228: « La putrefazione e l'in
fradiciamento non sono mai completi, se non quando tutte
le sostanze organiche sieno cangiate in ammoniaca, azoto,
acido carbonico ed acqua. Anche i sali inorganici allora
hanno abbandonato il corpo organico.
« Ma nello stesso istante quella sostanza diventa pro
pagatrice di una nuova vita. L'acido carbonico, l'acqua,
l'ammoniaca ed i sali riuniti sono alimenti completi delle
piante; essi soli, senz'altro amminicolo, possono creare al
bumina, zucchero, grasso e quindi piante, animali, uo
7m0n1 ).
ILA VITA 271

Ma i seguaci di questa scuola vogliono eliminare


ad ogni costo e da ogni fenomeno fisiologico l'idea di
una speciale forza, che dagli adepti dell'altra, a capo
dei quali, per sapere e rinomanza va posto il Liebig,
domandano forza vitale.
Ciò si desume chiaramente, oltre che da tutto quanto
lo spirito del libro, da una maniera di breve com
mento che a quella definizione vien tosto dietro; e
cioè: -

« Ma l'uomo si crea tutto alla propria imagine,


tanto le cause dei fenomeni quanto il Dio innanzi al
quale s'inginocchia. Ora solo in questi ultimi tempi
cotesto fanciullesco capriccio del personificare, fu do
mato e confutato nella scienza come nella fede».
La cosa apparisce troppo chiaramente: non si vuol
conoscere una forza vitale specifica, perchè si nega
Dio dal quale essa necessariamente deriva. Ma ciò è
detto in modo esplicito, colle seguenti parole che pre
cedono la definizione.
« Non v'è materia senza forza; ma non v'ha nem
meno forza senza materia. Le proprietà degli elementi
sono immutabili. Non si può quindi parlare più di
forza vitale ».
Ci piacque sottolineare l'ultima frase affinchè me.
glio si facesse evidente la gratuità di questa conclu
sione. Essa non deriva per nulla qual conseguenza
logica dalle premesse, poichè quand'anche la forza e
la materia vadano sempre unite, il che forse in qual
che caso potrebbe contestarsi; dato eziandio che le
proprietà degli elementi siano immutabili, ciò non
esclude nè poco, nè molto l'esistenza di una forza vi
tale che informi e modifichi in un modo suo proprio
questa materia e questi elementi. La materia e la forza
furono accoppiate dalla suprema intelligenza, giacchè
272 CAPO IX,

quando fossero riuscite disgiunte, a nulla ciascuna per


se avrebbe giovato. La materia sarebbe rimasta nel
l'inerzia, e la forza non avrebbe avuto scopo nè campo
ove addimostrarsi. Sarebbe stata una pretta inutilità.
Emersero gemine dal seno di Dio; e non poteva es
sere altrimenti.
Ma nemmeno le proprietà degli elementi sono im
mutabili in modo assoluto. Tutto muta, tutto si mo
difica; è questa anzi una delle tesi predilette di quei
Signori; nè le proprietà della materia sono eterne.
Eternità e materia sono due idee che si contraddicono.
L'eternità, l'infinito, già il dicemmo, non s'aspettano
che a Dio. Essi scambiano i milioni di milioni di se
coli coll'eternità; scambiano l'incommensurabilità del
tempo e dello spazio, relativamente alla comprensibilità
umana, coll'infinito.
La forza, lavorando, modifica la materia; alla lunga
ne attutisce e consuma le proprietà. La forza in co
testo continuo, incessante lavorìo si estenua, o, se così
può dirsi, si attenua, e alla fine si esaurisce; e allora?..
Allora anche la vita farà ritorno alla sua sorgente.
Ma gli eliminatori della idea di Dio sentono la ne.
cessità di un altro dogma; l'eternità della forza e della
materia; e il Moleschott in poche pagine del capitolo
Forza e Materia lo accenna più volte. A pagina 289
dice: « Liebig non può liberarsi dal contrasto ideale
tra forza e materia; egli non comprende essere la forza
una proprietà eterna, indispensabile della materia ».
E prima a pag. 261: « Dovunque si mova la materia,
la causa del moto risale sempre ad una proprietà della
della materia ». E qualche riga più sotto: « Ora per
forza si deve intendere e chiamare soltanto quella
proprietà della materia per la quale si rende possibile
il suo movimento ».
LA VITA - 273

E qui parrebbe che la forza perda nel loro concetto


alquanto della sua importanza; ed essi stessi ce lo ma
nifesteranno fra poco più chiaramente. Parrebbe quindi
che invece delle tanto vantate due essenziali entità non
debba rimanerne che una sola; cioè la materia. Ma an
diamo innanzi. -

A pag. 259 è detto: « Una materia senza proprietà


non si osservò giammai, e quindi non si può nemmeno
imaginare. La materia è sempre ponderabile, occupa
Sempre spazio ed è mobile. Senza materia non possono
sussistere queste proprietà, come senza le proprietà non
può esistere la materia. È ormai finito il tempo in cui
si potevano scindere ed unire ad arbitrio la gravità della
materia, l'occupazione di spazio e il moto quasi fossero
concetti astratti. Non si può supporre una materia che
non sia dotata di proprietà ».
Non sono invero i neo-materialisti che ci abbiano in
segnato oggi queste elementari verità; ma lasciamo cor
rere. Fin qui la materia tiene evidentemente nel loro
concetto il primato. Essa è l'ente necessario; la forza
non ne sarebbe più che una proprietà.
In fatto a pag. 265 ciò è detto molto esplicitamente,
poichè vi si legge: « L'essenza delle cose è la somma
delle loro proprietà; e queste proprietà ne costituiscono
appunto la forza.
« Ma se la forza è una proprietà indivisibile della
materia, anche la forza deve trasmutarsi colla materia.
E così veniamo ad un altro non meno importante corol
lario; che al variare della composizione variano sempre
la forma e la forza e viceversa.
« Che la forza sia una proprietà della materia ce lo
prova e ce lo attesta l'armonia, l'accordo tra materia,
forma e forza ».
Ma il signor Moleschott cita verso la fine dello stesso
-
274 CAPO IX.

capitolo un lungo brano di Du-Bois Reymond, nel quale


si direbbe che questi manda e forza e materia tutto in
un fascio. Vi ha però nelle sue parole un correttivo
per cui chi lo cita non istà a badar tanto pel sottile, e
mostra non adontarsi della poca riverenza colla quale ei
parla delle due nuove divinità e del dogma del mate
rialismo.
Il correttivo è il seguente: il Du-Bois Reymond nega
senz'altro la forza vitale e la sua origine sopranaturale;
e per soprassello tartassa aspramente i vitalisti: ma
sentiamo le sue parole.
« La così detta forza vitale, come si ammette comune
mente esistere in tutti i punti del corpo vivo, è un'assur
dità. Un individuo che suppone esistere nell'organismo
delle forze le quali non si possono trovare al di fuori di
esso, non può ragionare che in questo modo: Una par
ticella della materia, mentre è trascinata nel turbinio
della vita, di tempo in tempo è fornita di nuove forze:
queste forze vanno perdute di nuovo quando il tur
binio della vita le proietta sulle spiagge deserte della
mOrte » .

Noi invero, nella nostra pochezza scientifica, andiamo


persuasi che quel supposto individuo ragionerebbe assai
più rettamente se invece di dire è fornita di nuove forze,
dicesse va sottoposta ad altre forze; e quando invece di
dire: quelle forze vanno perdute di nuovo dicesse come
vorrebbe la logica, che quella particella di materia, e
non le forze, va proiettata sul campo deserto della morte.
Se si fanno dire delle stolidezze ad un uomo, si ha
troppo bel giuoco a tacciare le sue proposizioni di as
surdo. -

Ma il Du-Bois Reymond segue così: « Noi ci arre


stammo finora alla supposizione che tra i processi della
natura inorganica e quelli della organica non esiste
LA VITA 275

altra differenza se non che in ambedue, le molecole


vanno dotate di forze differenti.
« Noi lasciammo ancora intatto il problema sulla
esistenza o no di questa distinzione. I vitalisti la ten
gono per cosa sicura; chè se essi fossero logici, dovreb
bero ripetere queste differenze da quelle pretese nuove
forze, di cui le molecole andrebbero, secondo essi, do
tate nell'organismo ».
Non nuove, torniamo a dire, ma altre e di diversa
natura; perchè in quanto a noi, vitalisti per l'appunto,
la forza vitale è una forza sui generis, e ciò senza la
menoma pretesa di personificarla, come ce ne verrà fatto
addebito. Per altra parte, a meno che ci si provi che
le varie forze che si riscontrano nella natura organica
e nella inorganica siano tutte una cosa sola, e di una
sola essenza, staremo per la specialità, almeno della
forza vitale.
« Ma questa opinione, segue a dire, non si può soste
nere; e per dimostrare ciò ci conviene addentrarci un
poco più oltre nel concetto vero della parola forza. Noi
concedemmo per un poco che la forza sia una causa di
moto. È un modo di dire assai comodo, di cui non ci
possiamo liberare e di cui ci è lecito servirci. Ma non
conviene dimenticare che la forza, in questo senso non
ha veramente alcuna realtà. -

« Chi vada al fondo dei fenomeni troverà che la forza


e la materia non esistono (?!). L'una e l'altra sono astra
zioni di cose prese da un diverso punto di vista. Esse
si completano fra loro, e l'una presuppone l'altra. (È
ciò che presso a poco dicevamo noi poc'anzi). Separate
non hanno alcuna realtà, cosicchè chi tenti di comporre
l'intima natura delle cose non ha alcun appoggio sui
fatti, ma oscilla e vaneggia all'infinito tra due astra
Z10Ill ).
276 CAPO IX.

Invero che non possiam fare a meno di fermarci stu


piti dinanzi ad un ragionare di tal fatta. Due cose
che non esistono, che sono tutto al più due astrazioni.
come possono mai una coll'altra completarsi? Nel campo
della imaginazione, della poesia, potrebbe per abbon
danza concedersi; ma in quello della fisica, della chi
mica, e in una parola, in quello della scienza speri
mentale, la cosa non può stare addirittura; e qui può
dirsi a ragione che si cade nell'assurdo.
Ma veniamo alla conclusione di questo passo singo
lare; e il lettore rimarrà al paro di noi maravigliato
come il Maleschott dicesse di non poter resistere al
piacere di citarlo. -

« La forza, in questo senso, è un parto della tendenza


istintiva alle personificazioni, una figura rettorica che
fa il cervello, perchè appunto non ci vede chiaro. Nei
concetti astratti di forza e materia noi troviamo quel
medesimo dualismo che rinviensi nella supposizione
di Dio e mondo, anima e corpo ».
Questo è un bel complimento per i signori forzo
materialisti i quali rinfacciano ognora ai loro avver
sari la manìa del personificare. Ma proseguiamo;
« Esso, cioè quel dualismo, è un po'più raffinato,
ma pur sempre è quello stesso bisogno che spingeva
l'uomo a popolare le fonti ed i cespugli, la roccia,
l'aria e il mare con creature che sono nate nella sua
imaginativa. Che guadagnammo noi quando ci si
disse che l'attrazione è la forza che avvicina due mo
lecole fra loro? Nemmeno l'ombra di una idea più
profonda ed esatta sulla essenza delle cose. Ma nella
nostra eterna avidità di riconoscere le cause prime,
proviamo come una certa accontentatura ad imagi
narci una mano misteriosa e nascosta, la quale affretti,
zelante la pigra materia, od una specie di braccia di
LA VITA 277

polipo per le quali le molecole si stringano o si di


strighino, o si urtino le une colle altre ».
Che il Du-Bois Reymond ci voglia far risalire al
sistema di Berkeley? Questi professava nulla esservi
che ci assicuri della esistenza dell'oggetto, poichè, a
suo avviso, riesce impossibile cerziorarsi della confor
mità dell'idea da noi concepita coll'oggetto medesimo:
idea anch'essa molto difficile a concepirsi; e veniva
in conclusione a negare l'esistenza della materia. Se
la vedano fra loro.
Non sappiamo se altri più di noi si allieti nel ve:
dere che ogni giorno la scienza progredisca. Vorremmo
però che quest'albero tanto rigoglioso e promettente
venisse innestato su quello della vita in modo che
tutti e due i rami prosperassero mirabilmente e dassero
frutti abbondanti e proficui. Ma con dolore scorgiamo
per converso che si pone in opera ogni mezzo per fare
sì che i succhi del buon terreno disertino questo e
vadano a far ognora più giganteggiare quel primo.
Inutile sforzo però, poichè la Vita non perisce, si mol
tiplica anzi ogni dì più negli organismi superiori,
cioè nell'umanità; la scienza invece senza la luce e
il calore di quella diventa confusione e oscurità impe
netrabile; e ne vedemmo ora appunto un esempio.
Ma che è dunque la Vita; sintesi e sviluppo in
sieme della forza vitale? -

Vediamo per intanto come ne parlino scienziati e


filosofi.
Il botanico Dutrochet diceva che la vita è una ec
cezione temporanea verso le leggi generali della natura,
una sospensione accidentale delle leggi fisico-chimiche
le quali vengono poi sempre a distruggere l'individuo
e a governare di bel nuovo la materia di cui era com
io OStO.

18 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.


278 CAPO IX.

Prettamente materialistica, tale definizione doveva


andare a versi ai seguaci di questa dottrina, e in effetto
il Bichat, sommo anatomista e fisiologo; materialista
però dichiarato, vi aderisce completamente, soggiun
gendo che la vita è il complesso delle funzioni che
fanno resistenza alla morte.
Giuste materialmente, se vuolsi, sono le succitate sen
tenze, ma non possono dirsi definizioni. Come tali
sarebbero troppo laconiche e assolutamente incomplete:
equivarrebbero al dire, che la vita non è la morte, e che
questa non è la vita.
Se si aggiustasse fede alle parole del Dutrochet, par
rebbe che lo stato normale della materia, ubbidiente
alle leggi fisico-chimiche generali della natura quali
ei mostra intenderle, dovrebb'essere l'inerzia, o, al più
quel moto di assimilazione, di combinazione e poi di
disgregazione meccanica delle sue molecole, al quale
prestasi la materia. La vita, che a sua detta ne sa
rebbe una accidentale sospensione, ridurrebbesi quasi
soltanto ad un fenomeno mostruoso e riprovevole. Ma
per buona ventura ei tosto pare racconsolarsi nel sa
pere che la morte viene a ricondurre inesorabilmente
nell'ordine quelle particelle di materia, che riunite in
un organismo animato eransi come ribellate alla legge
fatale del silenzio e dell'inerzia!
Eppure questi diconsi filosofi ! Uno di essi studiava
l'organismo vegetale in tutte le sue fasi e bellezze; e
l'altro analizzava con profonda attenzione i maravi
gliosi congegni dell'individuo umano.
Però non s'avvedono che, a ben considerare, colle
parole loro stesse si condannano. La verità è tal forza
che nè peso alcuno o stretta di sofismi vale a soffocare.
E in vero, quando affermano che «la vita è una ecce
zione verso le leggi generali della natura », proclamano
LA VITA 279

senza volerlo l'esistenza positiva di un modo di essere


diverso in cui può trovarsi costretta la materia, una
legge singolare ed altra da quelle ch'essi dicono gene
rali; e questa è la forza vitale, la vitalità, la vita.
Una legge che supera in virtù la loro legge generale,
perchè ha tale potenza da sottrarvisi in miriadi di
circostanze, e cioè quanti sono e saranno i vivi orga
nismi, è tal cosa da non potersi considerare come una
semplice accidentalità; ma è da aversi come un fatto
essenziale e capitalissimo.
Imperciocchè la legge più cospicua e sorprendente
dell'universo è quella appunto, a nostro credere, che
chiama alla partecipazione della vita le molecole della
materia inerte, insensibile per via di un magistero
il più sorprendente e incomprensibile, ma reale. La
maggiore glorificazione della materia, singolar cosa
dobbiamo additarla noi ai suoi adoratori; ed è quella di
aver partecipato alla vita, di essere stata elaborata in
modo da esser divenuta sensibile; in una parola, di
essere stata viva e invasa dalla intelligenza.
Cuvier e lo stesso Flammarion, abbondando questi
per un momento nel senso più prettamente positivo,
abbenchè con un intendimento più filosofico, ed anche
più scientificamente esatto, dicono: essere la vita un
turbinio continuo, mosso in una direzione costante,
benchè complicatissima, trascinando con sè e avvol
gendo una certa quantità di molecole, le quali però non
sono sempre le stesse, cambiandosi in una vece conti
nua, secondo una legge rigorosamente determinata.
E che quest'ultimo vi consenta per incidenza lo di
mostrano evidentemente le seguenti parole. Esse com
pletano la definizione del Cuvier, e concludono con una
sentenza di una verità e vigoria ammirabili: non sa
premmo invero che cosa gli oppositori vi potrebbero
280 CAPO IX,

rispondere. Le citiamo perchè abbiano maggiore effica


cia nel testo loro originale: « Il faut bien que la vie
soit une force souveraine, puisque le corps vivant n'est
qu'un tourbillon d'élémens transitoires, que toutes
ses parties sont en mutation incessante, et que tandis
que la matière passe la vie demeure ! » -

Quanti più sono i lati per i quali un oggetto può con


siderarsi, tanto è più difficile il darne una breve ed
esatta definizione. Dopo quelle qui sopra riferite e com
mentate con appunti, ragion vuole che ne formoliamo
una noi stessi, affinchè non ci si venga incontro col
noto adagio: La critica è facile, l'arte è difficile. Essa,
crediamo, avrà se non altro il merito di essere più
completa delle altre.
La vita adunque è, secondo noi, quella forza o virtù
iniziale e specifica, infusa all'epoca della loro creazione
nei prototipi di tutte le specie degli esseri organizzati.
Essa si trasmise per germi da quelli ai successivi pel
corso di tutte quante le generazioni. Si sviluppa in
mille guise, e si plasma nelle mille forme in cui tuttodi
ci si manifesta.
La persistenza nelle forme e nella misura degli es
seri è uno dei precipui caratteri della forza e moda
lità vitale. È dotata necessariamente della facoltà di
attrarre e di assimilare nell'organismo dell'individuo
le molecole della materia che occorrono al suo sviluppo,
al complemento e alla conservazione sua; e di quella
dell'appropriare ciascuna di esse all'uso suo. La vita
o forza vitale persiste vigorosa finchè gli organi per
mezzo dei quali opera, conservano intiero o sufficiente
l'uso delle loro funzioni; ma questi vanno perdendo
coll'uso man mano il proprio elaterio; e allora essa
va facendosi più lenta ne' suoi moti e difficile: cessa
alla fine o per accidente improvviso, o per estempo
LA VITA 281

ranea alterazione nel complesso organico, o natural


mente quando la massa di materia onde i corpi sono
composti prepondera e soverchia la forza che ne teneva
unita e in azione normale la maravigliosa compagine.
La vita consente, per quanto è necessario, alle leggi
generali della materia rispetto alle ragioni meccaniche;
le supera nella forza di attrazione e di combinazione,
quando è in tutto il suo vigore; vi soccombe quando
va declinando e si spegne. Poichè se la vita è l'ani
mazione e la sensibilità introdotte per un misterioso
processo nella materia; essa però, considerata nell'in
dividuo, non è che un punto, e la materia è la massa;
ed è miracolo grande che quello vinca per un certo
tempo la preponderanza incalcolabile di questa.
Malgrado però un tale risolvimento, la vita è pur
sempre una portentosa vittoria riportata dalla forza
intelligente ed operosa sulla materia inerte, poichè
prima che l'individuo venga a sfasciarsi e a morire,
allorquando era nella pienezza di sua possanza, ha
riconsegnato il prezioso dono del germe della vita a
più altri individui a sè somiglianti, ed ha in questo
modo allargata la cerchia della vitalità: ha fatto in
modo che per mezzo di più altre vite, altra e molta
più quantità di materia a quella forza divina andasse
ad assoggettarsi, pigliando forme, assumendo sensibi
lità, vigoria e coscienza propria; prestandosi ad essere
invasa nelle individualità umane, dall'intelligenza e
dalle affezioni che soggiogano in tanta parte il mondo
fisico. La materia così costituita è quasi leva di ferro,
che poggiando sopra un punto solido, solleva altra
massa di ferro assai volte più pesante di se medesima.
La materia invasa dall'intelligenza in un organismo
vitale, intelligente padroneggia la residua materia ri
mastasi allo stato suo primitivo. -
282 CAPO IX.

E dicemmo che uno dei precipui e speciali carat


teri della forza vitale nell'organismo animale, quello
si è della persistenza nelle forme e nella loro misura,
Nei tanti milioni di miliardi di esseri umani nati e
cresciuti da che l'umanità apparve sulla terra, oltre
la persistenza nel tipo; l'altezza della statura, la gros
sezza, il peso, furono quasi sempre presso a poco
uguali in tutti gli individui. Che se talora, in raris
simi casi, eccedono o difettano, o per singolarissima
aberrazione, in qualche parte essenziale discostansi
dalla forma, misura e tipo soliti, quei casi vengono
detti mostruosi fenomeni. Quale prova maggiore di
queste potrebbe addursi del maraviglioso combinarsi
della intelligenza, dell'amore e della vita nella infor
mazione di questo euritmico miracolo dell'individuo
umano vivente? Appare evidente com'esso non sia
stata opera del caso, ma sia una scintilla di quelle tre
essenzialità divine in lui concorrenti.
Ebbene, mentre noi rimaniamo ammirati dinanzi a
questo miracolo di sapienza amorevole, gli adoratori
della materia lo riducono alle seguenti umili condi
zioni: sentiamo il Moleschott.
Dopo di aver parlato, nel suo capitolo della Circo
lazione della Materia, dell'azione importante degli acidi
umico, crenico ed apocrenico, che nel suolo tanto util
mente combinansi coll'ammoniaca; giacchè il grano
nei campi e il gregge sui prati li trovano insieme con
l'acido carbonico già trasformati in albumina, e cioè
sotto la forma che più particolarmente giova all'umana
alimentazione, conclude:
« Il carbonio e l'azoto che le piante cavano dal
l'acido carbonico ed umico e dall'ammoniaca, diven
tano successivamente gramigna, trifoglio, grano, ani
male erbivoro ed uomo, per decomporsi poi di nuovo
LA VITA 283

in acido carbonico ed acqua, in acido umico ed am


moniaca.
« Qui, dice poi a guisa di aforismo, sta tutto il
mistero, pur sì naturale, della circolazione della vita ».
Ma noi qui appunto ci facciam lecito di contraddire
questa conclusione dell'insigne scienziato. La spiega
zione di un tanto mistero non pare a noi sì naturale
e facile ravvisandolo ben più complesso di quanto ei
mostra crederlo: noi modificheremmo la sua sentenza
come segue; e cioè: qui sta in gran parte il mistero
della circolazione della materia nella vita, e della vita
nella materia.
La circolazione della vita nella materia è la parte
più importante, ma non la intiera tesi; l'altra parte
è quella della circolazione della materia mediante la
trasmissione e lo svolgimento della vita.
La prima è, in teoria, la più assoluta e compren
siva; la seconda serve forse meglio alla pratica con
troversia con i partigiani della onnipotenza della forza
sulla materia.
Sì la vita è una forza, ma la forza in genere non
è la vita: quindi non è effetto della semplice appli
cazione della forza che si produce il fenomeno della
vita. È la virtù vitale, potenza specialissima, che in
duce la materia ad entrare e a svolgersi negli orga
nismi, nel senso e nelle forme che ad ognuno di essi
son proprie. La virtù vitale che chiamò a sè l'enorme
ammasso di materia che prese forma nella quercia
secolare, stava raccolta in una parte infinitesima del
piccolo germe che trovasi in una estremità della ghianda.
Se in essa non fosse stata infusa una virtù speciale,
la forza che poteva sprigionarsene, non avrebbe ade
guato per la milionesima parte l'effetto ottenuto; che
anzi dalle varie forze e pressioni da cui era circondato
284 CAPO IX.

nello affondarsi nella terra, quell'atomo vitale sarebbe


rimasto soffocato e distrutto; ma come nol fu, ne
emerge colla maggiore evidenza il trionfo di quella
forza speciale, prepotente, che è la propria sua vi
talità.
Coloro che intendono dar ragione degli universi fe
nomeni per via dell'azione della forza sulla materia,
negando il concorso dell'intelligenza, spiegano al più
al più tutte le fasi e le apparenze esterne o materiali
dell'organismo, nella stessa guisa che il farebbero per
i congegni della macchina più complicata; ma giunti
al punto in cui tutto è accommodato e pronto ad en
trare in movimento, debbono arrestarsi. Non riesce
loro assolutamente lo andare innanzi perchè sono nella
impossibilità di spiegare il moto che spontaneo si spri
giona nell'organismo, e ciò perchè negano l'intervento
della forza vitale residente nel germe. Anche qui essi
non distano che di un passo da noi, che crediamo
trovarci nel vero: ma nol fanno e quindi le loro teorie
appaiono sempre confuse e fallaci.
Se bastasse alla generazione della vita lo accon
tarsi di gas, di acidi, di sali, di minerali, di metalli
o delle varie loro combinazioni, perchè mai tutta quanta
la massa di materia, di questi elementi composta, non
si riunirebbe spontaneamente in tanti esseri organiz
zati e viventi, se di nessun altro essenziale principio
facesse mestieri? Ma l'uomo nasce dall'uomo; il leone,
il delfino, l'aquila, provengono dall'aquila, dal delfino,
dal leone. Ogni pianta si moltiplica e rivive per semi o
germi o propaggini, ed è per via di questi varii modi
di generazione che si trasmette e moltiplica la vita.
La materia non può assolutamente vivificare se stessa,
come già fu da noi dimostrato, e come appare vieppiù
dagli sforzi inutili dei cercatori della generazione spon
LA VITA 285

tanea. È la forza vitale insita nei germi che possiede


la virtù di trarre a sè le molecole opportune al suo
svolgimento: qui sta l'efficienza vera; le combinazioni,
le concomitanze non sono che contingenze, necessarie
al processo, ma non fattrici o generatrici della vita.
Esse aiutano, mostrano il fatto della circolazione della
materia nelle varie sue trasformazioni e combinazioni
nei corpi. Ma anche queste, ciascuna nel suo genere,
sono prodotti da quella forza vitale che a sè le attrae
ed assimila e che sola dà il moto per cui la circola
zione della materia può farsi mediante lo sviluppo dei
corpi organizzati. -

Se della forza vitale non fosse, i moti della materia


si rimarrebbero ristretti a quei soli che possono pro
durre le leggi della fisica e della chimica. Sfidiamo
chiunque ad oppugnare questa capitale sentenza. La
forza vitale è dunque un efficacissimo e proprio princi
pio e mezzo della circolazione della materia.
Ma qui il Büchner, a negare l'intelligente operare
della forza vitale esce in una, per lo meno, singolare
argomentazione. « Per ritornare, ei dice, ancora una
volta a parlare dei mostri, dobbiamo aggiungere che
si può eziandio produrne con mezzi artificiali, facendo
una lesione all'uovo o al feto. La natura non ha ri
medio per riparare questo male, ma al contrario segue
l'impulso ricevuto, continua ad agire nella falsa dire
zione che le si è data, e genera un mostro. Tale pro
cesso non ci rivela forse ad evidenza la totale man
canza d'intelligenza ed il puro meccanismo nella natura?
Puossi ammettere, ei soggiunge, l'idea di un creatore
intelligente e governante la materia secondo i suoi
fini in presenza di un tal fatto, il quale ci prova che
la volontà arbitraria dell'uomo fa fermare e sviare la
direzione del creatore? ».
286 CAPO IX.

Se questo è ragionare da quel dotto uomo che è il


Büchner lasciam giudicare a chicchessia. Intanto l'uomo
non potrebbe guastare l'uovo o il feto se per l'opera
prima del creatore questi non esistessero: ma, sussi
diariamente; perchè un uomo mette appositamente o
a caso un ostacolo allo sviluppo integro e logico di
una legge naturale nella formazione di un individuo,
non è a concludersene che egli sia superiore a quella
legge e a Dio che l'assegnava alla natura; e anzi che
quella legge e Dio stesso non esistano. Ma qui si
dimentica addirittura la massima, che l'eccezione con
ferma la regola. Sarebbe come il dire che poichè l'uomo
per mezzo dell'acqua spegne il fuoco; questo non ha
la facoltà di bruciare; o che un uomo, è in forza e
virtù superiore a questo universale elemento, poichè
ne spegne una quantità minima per via dell'acqua.
La forza vitale in quel caso continua ad agire nel
modo in cui ancora le è concesso dall'ostacolo che le
si attraversa, e lo supera per quanto può. Che se quel
malizioso alteratore del germe lo distruggesse affatto;
siccome da questo non potrebbe più provenirne l'in
dividuo che se ne aspettava, dovrà dirsi che colui fu
più potente della natura e di Dio?..... Mai no.
Se a un garzoncello di dieci o dodici anni ben con
formato della persona e svegliato d'ingegno venisse
ogni giorno ammanita una dose d'oppio, in pochi mesi
diventerebbe imbecille o cachetico; se un altro eziandio
ben promettente, facesse una mala caduta e gliene
venisse grave lesione alla spina dorsale, diventando
poi sciancato o scemo, non dovrebbesi però mettere
in canzone la natura che non li avrebbe dopo quel
l'accidente bene ricomposti del corpo, o non ne ha
rimesso in ordine le facoltà intellettuali. -

Prendo fra le dita un moscherino e lo schiaccio in


LA VITA 287

modo da ridurlo in atomi impercettibili: ebbene, se


condo quel modo di argomentare, la natura per mo
strare la superiorità di sua forza rispetto alla mia;
Dio per affermare la sua onnipotenza dovrebbero ricom
porre quel corpicciuolo e ricondurre in esso la vita.
Sarebbe da pazzo il pretendere tal cosa: eppure a ciò
riducesi in ultima analisi quella strana argomentazione,
e vale a dire all'assurdo.
La forza vitale che vorrebbesi negare non cessa pel
fatto di un malevolo dall'essere operosa: milioni di
fatti ne attestano tuttodì ancora la giovanile energia.
Che può l'uomo contro di essa? Nè qualche raro fatto,
nè qualche speciosa teoria hanno forza di scemarne
l'evidente possanza. È fiume di acqua limpida che
supera o rompe gli ostacoli; è torrente di luce che
consola i credenti e accieca i negatori.
Ora, per agevolare l'intendimento del nostro pensiero,
e per meglio appropriarlo all'ordine naturale dei feno
meni, tornerà utile il dividere in tre forme o maniere
le forze operanti in natura; e cioè 1° L'attrattiva e di
coesione che si esplica nel regno minerale o dei corpi
semplici; 2° L'ordinativa che abbraccia il regno ve
getale; 3° L'intelligente che impera sul regno animale.
Nè a caso esistono una dall'altra disgiunte; nè a caso
ciascuna di per sè, o combinandosi in modi rigorosa
mente regolari colle altre, opera.
E per considerarle una ad una potrebbe dirsi, in
certo modo, che la prima agisce per via di addizione.
Nelle cristallizzazioni e nelle agglomerazioni o masse
dei corpi semplici: esse crescono di volume senz'altra
regola all'infuori di quella dell'attrazione di tutte le
molecole omogenee, e cioè della natura medesima della
massa che si va componendo, che trovinsi nell'am
biente accessibile alla sua forza di attrazione. Questa
288 CAPO IX.

forza è inconscia di sè, e diremmo automatica nella


materia: nelle cristallizzazioni tiene per unica legge
la forma a ciascuna di esse propria; nelle agglomera
zioni, neppur questa. Esse crescono senza ritegno di
misura, finchè la quantità della materia prossima a
loro omogenea è esaurita. Se, ad esempio, tutta la
materia di cui consta il nostro globo fosse in origine
stata di puro carbonio, ne sarebbe molto probabilmente
risultato uno sterminato diamante per via della sua
cristallizzazione, se ciò per altre cause ed azioni non
fosse stato impedito.
La seconda maniera in che opera la forza, cioè l'or
dinatrice, per seguire lo stesso ordine d'idee, potrebbe
considerarsi agente per sottrazione o deduzione. L'ad
dizione può aumentare o crescere senz'altro limite
all'infuori di quello della quantità della materia acces
sibile, e cioè delle unità o quantità della stessa specie
che vanno accostandosi a un primo nucleo. La sottra
zione, o, a meglio dire, la deduzione, è composta di
due quantità accertate che ne delimitano la massa e
la specie, e quindi possono anche agire sulla forma.
Ora, nella costituzione di un vegetale occorre una
data quantità di materia; ma non tutta di uguale na
tura; gli atomi che concorrono a formarlo sono neces
sariamente di più specie. Ma siccome è ben lungi
dal contenere atomi di tutti quanti i corpi semplici
esistenti in natura, la deduzione o sottrazione dei molti
più che ne vanno esclusi, è naturale. La somma degli
atomi necessarii alla sua costituzione, sia circa a quan
tità, che a qualità, è logica, e per nulla arbitraria;
è il quantum strettamente necessario, dedotto dalle masse
ben maggiori delle sostanze, anche di ugual natura
sparse nell'ambiente in cui quell'individuo nasce, cresce
e si sviluppa fino al totale suo normale svolgimento.
LA VITA 289

Esso è il prodotto di una forza organatrice che opera con


un certo istinto o criterio, come si è detto.
La moltiplicazione non è, a rigore, una esplicazione
fondamentale delle funzioni aritmetiche; ma soltanto
un sommare abbreviato, poichè il dire 3 X 8 = 24, è
come sommare tre volte la cifra 8, e cioè 8 + 8 + 8.
È però assai comoda praticamente quando si tratta di
quantità costituite di più cifre, come sarebbe il mol
tiplicare 3596 per 749, poichè colla somma, per averne
il risultato, si dovrebbe scrivere 749 volte la quantità
3596 una sotto l'altra e poi farne la somma. La mol
tiplicazione adunque in intrinseco non è che una forma,
e non ha, all'infuori del pregio grande della celerità,
valore suo proprio, come lo hanno la somma e la
sottrazione, ciascuna di per sè.
La regola di proporzione all'incontro chè è una felice
combinazione della somma e della sottrazione, anch'essa
abbreviata per via della mentale operazione della mol
tiplica e della sottrazione, riassume in sè il valore di
quelle due prime fondamentali operazioni; e pertanto
vien detta regola aurea o perfetta. La forza che opera
e impera sul regno animale, che è la vitale, essendo
intelligente, non può agire, stando in analogia colle
altre, che per mezzo di questa aurea regola di propor
zione; e così è in fatto.
Essa deve assommare o assumere i molteplici quan
tum necessarii allo sviluppo del germe, al suo incre
mento, e quindi al moto perenne di ricambio delle
molecole che man mano lo alimentano, eliminando,
e detraendo rigorosamente quanto in quella rotazione
o fosse esuberante, o s'incontrasse di eterogeneo e dan
noso; e opera tutto ciò in così giusta proporzione e con
sì attenta cura che nulla più, potendo ogni mendmo
errore riuscire fatale. Gli è qui che mostrasi nel suo
A
290 CAPO IX.

maggior lume l'intervento di quella intelligenza che


concorse alla formazione dei prototipi di tutti gli es
seri organizzati viventi, e che per via della forza
vitale in loro infusa, ne accertò la continua ripro
duzione; costante nelle forme, nella misura, nelle
facoltà. -

Quanto è più complicato l'organismo nella specie


che si considera, tanto maggiore dev'essere, per così
dire, e più accurata la misura della intelligenza gui
datrice della forza vitale a quello necessaria. Ogni or
gano, come a tutti è noto, ha una costituzione, una
sensibilità, un còmpito suo proprio. Gli organi della
respirazione, della nutrizione, della digestione e le
diverse secrezioni che ne risultano. Quelli più dilicati
e complessi ancora che servono ai sensi; il cuore, il
cervello, le ghiandole, i nervi, i tendini, le vene, le
arterie, i muscoli, le fibre più minute, i liquidi, gli
spiriti o aure vitali che li percorrono, tutti questi ele
menti sono risultati ammirabili delle addizioni, delle
sottrazioni o eliminazioni che mediante la più esatta
regola di proporzione, ad ogni istante della vita si
adoperano con un tale finissimo accorgimento, che non
vi ha bilancia di precisione usata dal chimico più di
ligente che possa stare al paragone. Ora, che tutto
questo avvenga con simultaneità ed esattezza mate
matica in migliaia e milioni di molecole, indirizzate
tutte al fine dello sviluppo e conservazione della vita,
è certo; e il dire che ciò debba attribuirsi ad una ca
suale circolazione della materia, appare cosa tanto im
possibile e assurda che non giungesi a capire come sia
stata escogitata, non che presa a tema di scientifiche
elucubrazioni. L'intervento adunque di una forza vitale
sui generis, intelligente, e che quando trattasi dell'uomo,
tale si mostri in grado supremo, è di una evidenza
LA VITA - 291

così patente da potersi dire certezza; e l'intelligenza è


scintilla divina.
Che dire poscia del pensiero, del raziocinio, della
facoltà d'indagare e di dedurre; in una parola, di tutte
le facoltà intellettuali e dei sentimenti morali dell'uomo?
Nulla per ora, dovendone discorrere di proposito a suo
luogo; ma è intanto accertato che non possono essere
prodotti del caso, o conseguenze di pure combinazioni
fisico-chimiche della materia.
E la vita? poichè ogni movimento in natura è sin
tomo o manifestazione più o meno esplicita di vita?
La vita che in quelle tre maniere, o secondo quelle
tre norme opera sempre regolarmente, non potrà mai
dirsi che il faccia a caso, posciachè nelle tre grandi
divisioni che diconsi regni della natura, negl'infiniti
svolgimenti che v'intervengono, non solamente un modo
di esplicazione non disturba l'altro, ma con i proprii
suoi elementi e virtù li coadiuva maravigliosamente.
Nè potrà dirsi che in nessuno degl'innumerevoli suoi
prodotti esageri o scarseggi, titubi o confonda, turbi,
preoccupi, preponderi, invada le forme, i mezzi, lo
spazio proprii degli altri; o si ritragga dal cooperare
con essi per quanto è conveniente e giusto. Tutti in
vece, con ammirabile ordine concorrono all'ordina
mento generale. Se il caso, la forza brutale o disor
dinata; se la materia elementare, o già ridotta a qual
che stadio di coordinamento fossero state abbandonate
a se stesse, niuno che abbia senno potrebbe asseve
sare che alcun che di ordinato, di vegetante, di formale,
di vivo avesse mai potuto scaturirne. -

Per via di una forza intelligente adunque e in varii


gradi operante avviene la circolazione della materia.
Nella materia variamente organizzata circola senza
alcun dubbio la forza vitale, o la vita; e crediamo di
averlo a quest'ora provato abbastanza.
292 CAPO IX.

La prima di queste formole accenna alla vita in po


tenza; la seconda, alla vita in azione. Siccome esse
si equivalgono esattamente nei loro risultati, poichè
sono due parti uguali di un solo vero, ciò non può
essere senza uno scopo. Questo però non è soltanto
quello della nobilitazione della materia in ognora
maggior quantità, come già abbiamo additato, abben
chè, anche semplicemente come fenomeno, sia cosa di
rilevantissima importanza: un altro però ve n'ha ben
maggiore di cui ci riserbiamo di parlare nel procedere
dell'Opera nostra.
E qui ci si conceda, prima di metter fine a questo
capitolo, di citare ancora un brano del libro del Mo
leschott: sono le parole colle quali conclude il capitolo
della circolazione della materia.
« Liebig, ei dice, trova maraviglioso che l'azoto del
nostro cervello, e il carbonio del nostro cuore abbiano
forse appartenuto ad un negro o ad un egiziano dei
secoli che furono. Ma una siffatta migrazione è l'ef
fetto più naturale della circolazione della materia ».
In ciò andiamo pienamente con lui d'accordo, poi
chè la circolazione della materia non solo è un fatto
innegabile, ma succede nei modi da lui e da altri in
dicati. Ma non assentiamo per nulla alle cagioni che
ne adduce, e alle conclusioni che ne fa derivare. Se
condo lui la materia compie questo lavoro da sè, co
minciando dalla propria vivificazione, che ne fu la prima
spinta; non volendo egli concedere che vi sia interve
nuto alcuno estraneo e superiore movente. -

« Ben invece, soggiunge, è prodigiosa questa eternità


della materia in mezzo ai tramutamenti delle forme;
prodigioso questo scambio di una forma nell'altra, che
è la base fondamentale della vita terrena ». "
Ben prodigioso invero, e quindi non affatto naturale.
LA VITA 293

Noi per i quali l'eternità della materia, nel senso in cui


la intendono quei signori, non è punto provata, nè un
dogma come per loro; noi ne abbiamo accennata l'ori
gine, e quindi ne prevediamo il dissolvimento imman
chevole.
Prodigioso è invero lo scambio di essa da una forma
in un'altra; ma questo scambio non è la base fonda
mentale, com'egli assevera, della vita terrena, quando
si voglia dare alla voce base il senso di essenzialità. Per
noi la base, l'essenzialità, la virtù che produce lo
scambio o il trapasso della materia da una in altra
forma, da uno in altro individuo è la forza vitale intel
ligente. E qui lo proclamiamo altamente con questa
sentenza: – La vita è il movente della circolazione
della materia negli esseri organizzati.
« Gli sforzi dell'uomo, continua a dire, si accal
cano per mille sentieri che tutti riescono in quel circolo
come i raggi di una ruota. Il lavoro appare più vicino o
più lontano dal centro, secondo i progressi del sapere».
Ma i progressi del sapere indicano senz'altro il la
vorìo dell'intelligenza: ora come si potrà sapere, se
prima non si concepisce, non si medita? Non sembra
peraltro che a questa opinione inchini l'autore nostro,
poichè a suo giudizio: -

« Quanto più noi siamo vicini al centro, quanto più


chiaramente comprendiamo che coll'indurre un'adatta
combinazione di acido carbonico, ammoniaca, sali,
acido umico ed acqua, noi lavoriamo per il più sublime
sviluppo cui l'uomo possa aspirare; e tanto più belli
riescono gli sforzi che tendono a ricondurre, per la via
più corta, nell'intreccio del circolo il movimento vitale
degli elementi ».
A quale umile condizione riducono l'uomo questi
profondi scienziati in materia! Il trovare la migliore
19 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
294 CAPO IX.

combinazione di quegli acidi e di quei sali sarebbe la


sua più sublime missione. Sono però mirabilmente con
seguenti secostessi in queste conclusioni. In primo luogo
perchè per essi la materia è tutto, e quindi perchè, a
quanto dicono, l'uomo non riuscirà a trovare quella mi
gliore combinazione se non in quanto sia più vicino al
centro della ruota; e la raggiungerà assolutamente
quando egli stesso ne abbia toccato il punto centrale.
Ma qui ci permettiamo di osservare che al centro di
una ruota in movimento trovasi l'immobilità. Ora l'im
mobilità è la morte assoluta, senza ricordi o conse
guenze, e questo è il fine dei loro insegnamenti.
Infatti sentiamone la conclusione, che è l'apologia
appunto di una tal morte.
« Tale è l'opera stupenda della creazione (sappiamo
che non vi credono: come mai adunque trovasi questa
parola sotto la loro penna?), di cui tuttodì siamo spet
tatori. Essa non lascia invecchiar nulla, e nulla smar
rire. La pianta, l'aria, l'uomo e l'animale si danno la
mano, si rigenerano, si sviluppano, si riannobilitano a
vicenda. Ogni individuo soccombe olocausto sacro della
specie e la morte stessa riesce una dimostrazione dell'im
mortalità del circolo (?!) ».
Ma il circolo cesserebbe all'istante se là dove accade
la morte non fossero presti altri germi di vita, o altre
vitalità già iniziate, dalle quali parte la spinta perenne
per cui la rotazione non s'arresta. Se non fosse di que
sti nuovi assuntori, gli acidi, i sali, le basi, gli umori,
i gas, e quanto altro entra nella cireolazione della ma
teria, tornerebbero infallantemente nella inerzia fatale
primitiva.
La materia adunque non circola per virtù o forza
propria. Si è la vita o la forza vitale che le infuse
il moto della rotazione e che tuttodì ne l'alimenta.
- LA VITA 295

E la vita, come vedemmo, è una delle essenzialità


divine (1).
(1) Mentre si stampa il nostro volume ce ne viene a
mano uno assai curioso, pubblicato di recente (*). In ap
parenza sarebbe il resoconto delle tornate di un'accolta di
dotti, tenutesi in un villaggio nelle vicinanze di Riche
mond in America, relativamente alla scoperta di un gran
masso, che pare credersi provenuto da Marte, e conte
nere la mummia di un abitante di quel pianeta. Esso però
è una spiritosa invenzione tutta parigina.
Crediamo non inutile lo estrarne quanto qui appresso,
poichè vi sono enunziate intorno alla forza vitale, al
l'anima, alla intelligenza in confronto colla materia, alle
probabili combinazioni di questa; e intorno alla creazione
sì e no avvenuta, sì e no necessaria, asseverazioni ardite,
ma non confortate di ragioni: frasi ben tornite e schiop
pettìo di spirito, ma continue patenti contradizioni e
scarsa o nulla correlazione fra le cose sentenziate prima
e quelle dopo: ne giudichi il lettore.
A pag. 210 uno degli oratori afferma: « L'intelligence
pour moi dépend de la matière; mais ce n'est pas la ma
tière qui fait l'intelligence. Il faut bien différencier le
principe vital, la force qui anime votre corps, de l'intel
ligence, de l'àme. Le principe vital appartient au monde
matériel; l'intelligence est régie par le monde matériel,
mais ne lui appartient pas. Le principe vital nait et meurt;
l'àme ne meurt pas ». -

Quale chiara deduzione può ricavarsi da coteste sì varie


sentenze? Nessuna.
A pag. 213 soggiunge: « Evidemment l'àme indépen
dante du corps dirige la machine et l'utilise ».
Questa sentenza parrebbe volta contro i materialisti, ma
come metterla d'accordo coll'altra qui sopra riferita, per
la quale vuolsi che l'intelligenza vada retta dal mondo
materiale? Ma nè dell'anima, nè dell'intelligenza, nè della
forza vitale viene esposta idea chiara e precisa.
È sempre il sistema di coloro che proclamano l'uomo
essere governato dalla materia. Noi, come si vede, siamo
(*) Un habitant de la planète Mars, par HENRY DE PARvILLE. – Paris,
1875, I. Hertzel, 1 vol.
296 CAPO IX,

di opinione affatto contraria; e proclamiamo invece che


l'uomo, intesi generale, governa la materia.
Ma segue a pag. 215 arzigogolando sempre: « La sen
sibilité chez l'animal, l'intelligence ou l'instinct, ne dé
pendent nullement de la masse, du principe vital (?!) mais
de la finesse, de la variété, de la multiplicité des molé
cules qui constituent ses organes ».
Ma le molecole accumulate non formano la massa?
Vediamo ora ciò che pensa intorno alla produzione del
fenomeno maraviglioso della vita. A pag. 159 così si
esprime: « Evidemment, de la matière ajoutée à la ma
tière ne saurait dans tous les cas produire la vie ». E fin
qui è nel vero; ma continua la stessa frase a questo modo,
contradicendosi immediatamente: « Mais j'ose dire que
cette juxtaposition en est la condition nécessaire et suffi
sante ». Come può essere sufficiente a produrre la vita se
or ora diceste che appunto questa aggiunzione di materia
a materia non può produrla?
E persiste in questa idea erronea di tutto punto, poichè
a pag. 172 soggiunge: « Si vous mettez les éléments orga
niques en présence, en quantité voulue, si vous les exposez
à une chaleur et surtout à une lumière convenable, à
l'humidité, à l'état électrique voulu, vous produirez leur
association, vous constituerez de toutes parts des ètres
susceptibles de vivre, de se nourrir, de se produire ».
Ma ciò è senz'altro produrre la vita. Sappiamo però che
questa pretesa facoltà di così produrla è impossibile.
« Une aggrégation moléculaire quelconque, così a pa
gina 192, tend à engendrer une aggrégation moléculaire
semblable »; e più sotto: « La graine, l'embryon était-ce
donc, avant l'excitation des forces extérieures, un corps
brut, inerte, inorganigue? Mais non, c'était une aggréga
tion de molécules organiques NE possédant pas la quan
tité de mouvement voulue pour s'adjoindre les molécules
similaires; c'était une création incomplète n'attendant qu'un
excès de force pour se transformer n. Non è il moto, ma
la forza vitale insita che produce nel germe la facoltà del
l'assimilazione e dell'accrescimento necessaria al suo svi
luppo. Gli è sempre di questa forza propria insita che
non vuolsi sapere.
Nella pagina seguente par lambire la verità con questa
sentenza: « La vie est la détente de la force emmaga
LA VITA 297
-

sinée ». Questa forza non è raccolta e costipata bel bello


nel germe; esso la riceve di un subito, intiera, sufficiente
al suo sviluppo, dall'individuo da cui in retta linea pro
cede, dal suo autore immediato: l'autore dell'autore per
infinita linea di ascenzione è Dio. E tale è la evidenza
di questa verità che lo scrittore in discorso, dopo di aver
rasentato il materialismo talmente da esservi sdrucciolato
dentro più volte, forse senza volerlo, è obbligato a ricre
dersi con queste savie parole a pag. 205:
« Avec un pourrait-on faire deux, avec rien pourrait-on
créer l'unité? Que l'on ne s'abuse pas, messieurs, l'acte
de la génération ne produit pas; il ne crée pas: il via la
simple transformation (meglio avesse detto transmission)
de la force, de cette force éternellement transmissible, è
tout jamais l'immortelle preuve de la création initiale et du
Créateur ».
Dobbiamo anche dire a sua lode che non si mostra punto
partigiano della generazione spontanea, e lo proclama con
le seguenti parole a pag. 156: « La vie, pour M. Green
wight (altro dei supposti oratori) résulte d'une masse
donnée unie à une quantité de mouvement donnée. Ce
pendant, messieurs, si cela était, qui m'empècherait de
produire la vie? La quantité de mouvement, n'en suis-je
pas maitre; la masse, ne puis-je l'accroitre à volonté?
« Voici de la matière, puis encore de la matière: l'ani
merai-je? Non, mille fois non. Je produirai des réactions
chimiques, mais des réactions qui ne se poursuivront pas
d'elles mèmes et qui s'éteindront au bout d'un certain
point. Tel n'est pas le caractère de la vie. Et, d'ailleurs,
dans ce cas, nous verrions la vie se manifester à chaque
instant là où de la matière serait en contact avec de la
matière; les générations spontanées se produiraient sous
nos yeux à tout moment. Il n'en est rien ».
Ancora una breve citazione circa al magnetismo e basti.
a On s'étonne des phénomènes magnétiques; on ne peut
concevoir comment, è distance une personne a de l'in
fluence sur une autre. On a voulu considérer le magné
tisme comme une jonglerie, les savants en rient; c'est
pourtant, messieurs, une branche parfaitement définie de
la science exacte » (*).
(*) Per noi il magnetismo è stato il prodromo, il manoduttore prov
videnziale allo spiritismo.
298 CAPO IX.

Da noi non si potrebbe dirne di più.


A pag. 223 esce in questa singolare sentenza: « Les
matérialistes, ceux qui confondent le principe vital avec
l'àme..... ».
Noi, punto punto materialisti, consideriamo il principio
o la forza vitale come uno dei fattori genesiaci dell'anima:
l'altro è, secondo noi, l'intelligenza (*).
(*) L'autore, alla fine del suo libro, confessa non essere questo che un
supposto sogno: era quindi una spiritosa palestra ch'egli apriva a se
stesso per esporre il suo modo di vedere su questi tanto importanti ar
gomenti.
CAPO X.

L'U0M0 – Confutazione della teoria di Carlo Darwin – La


selezione e le vantate sue conseguenze non sono in natura –
Il trasformismo ha per base un'asserzione che non corrisponde
ai fatti – La natura non trasforma; riforma quando e quanto
occorre, e riconduce ai tipi per via di una legge providenziale
– Per qual ragione la legge delle trasformazioni, se vera,
avrebbe dovuto cessare al comparire dell'uomo? – Caratteri
originali di somiglianza negli organismi viventi e loro vero signi
ficato circa la universale fratellanza tra i medesimi.

Se volgiamo addietro lo sguardo ci avvediamo di


avere gia corsa più che mezza la via che ci eravamo
tracciata, e agitate nel frattempo questioni d'importanza
assai rilevante.
Quanto però ce ne rimane non è di men grave mo
mento, abbenchè il nostro tema venga man mano
restringendosi in più brevi confini. E invero, gli ar
gomenti che ancora dobbiam prendere ad esame tanto
da vicino ci toccano, tanti interessi e opinioni varie
intorno a quelli si collegano e si aggirano, che forse
con eziandio maggiore peritanza ci avventuriamo nella
loro trattazione. -

Il desiderio e in parte anche il convincimento che un


qualche utile frutto possa risultare dall'opera nostra
c'infondono però nuova lena, e la proseguiamo fidenti.
300 CAP0 X.

Dopo Dio, l'Universo nei suoi grandi complessi;


quindi la Terra; ora l'Uomo. Questo microcosmo, come
già fu detto; questo vivente mistero, questo atomo
animato che è, e più si è fatto per mezzo della sua
intelligenza, centro delle contingenze universali; questo
quasi microteo infine, come oseremmo dirlo noi per
ragioni che si andranno svolgendo.
L'Uomo che da taluni fu detto creatura prediletta
e opera delle mani stesse di Dio, dotato di una scintilla
della intelligenza divina, proclamato re dell'universo;
da altri è tenuto per poco più di un scimpanzè o di un
gorilla: altri inferì la sua remotissima origine potersi
ripetere da un polipo, da un mollusco; finalmente
altri conchiuse potersi affermare che il più o il meno
delle sue facoltà intellettive, e anzi la stessa intelli
genza stanno in ragione della quantità di atomi di
fosforo che si riscontrano nella sostanza grigia del suo
cervello. -

La materia governa l'uomo, asseriscono da un lato


i materialisti; le sue azioni quindi, i suoi pensieri
sono frutto dell'ambiente nel quale si trova, e intanto
del genere di nutrimento, della effervescenza del sangue,
della irritabilità dei nervi, della sensibilità dei muscoli
e della mobilità degli spiriti vitali; elementi tutti che
agiscono in grado vario nei diversi individui; egli per
conseguenza, soggiungono, non è imputabile che in
grado minimo o nullo delle sue opere. -

I teologi per converso dannano inesorabilmente a


squisiti eterni tormenti l'uomo che si sia reso colpe
vole di un solo pensiero meno che onesto, di un'azione
meno misurata.
Quante disparate e ripugnanti sentenze !
In tale urto di affermazioni e di negazioni; nelle
incertezze del dubbio, una cosa almeno, nell'ordine
L'UOMO 301

dei fatti, rimane sicura, inoppugnabile, e cioè la sua


esistenza quale è conosciuta nei moltiplici suoi aspetti;
e si è da questa che procedono le infinite relazioni sue
col mondo fisico e morale.
L'Uomo esiste: ebbe quindi necessariamente un'ori
gine. Ma intorno a questa varie teorie si accampano,
ed ognuno vorrebbe assegnargliene una a modo suo.
Fu egli un prodotto integro, un getto maraviglioso
della generazione spontanea? È questa una ipotesi,
vogliam credere, che non si terrebbe per vera nemmeno
dai più audaci novatori. Provenne egli, pel succedersi
di migliaia e migliaia di generazioni, progredienti
ognuna verso un organismo superiore per via di se
lezione, da un qualche tipo assai a lui inferiore nella
scala degli esseri; o fu plasmato in qualche modo da
Dio ? -

Finchè non si escogiti qualche altra maniera per la


quale dalla massa della inerte materia egli abbia potuto
sorgere alla vita, dovremo noi dar ragione a Büchner,
a Darwin o a Mosè 2 - -

Non al primo certamente per le ragioni abbastanza


in disteso addotte nel trattare della Creazione; e non
al secondo per quelle che ci riserbiamo di esporre
fra poco. Al racconto di Mosè per contro ci siamo in
gran parte accostati, commentandolo e interpretandolo
in più luoghi, secondo a noi pareva più conforme a
verità. Quanto in genere egli scrisse della creazione,
fatta la parte dei tempi e delle circostanze, ci sembra
più razionale e più conforme alle possibilità logiche
di quanto lo siano le più studiate e sottili teorie degli
scienziati odierni che recisamente la negano. Vediamolo.
Dio creò l'uomo, o, a meglio dire, secondo l'ipotesi
da noi enunziata onde meglio servire appunto alle pos
sibilità e convenienze logiche, ne ordinò e sovraintese
302 CAPO X.

la creazione. E invero il concetto che da noi si ha di


Dio è talmente grande e impersonale da non poter
concedere in niun modo ch'Egli abbia mai potuto far
opera alcuna colle sue mani. -

L'Uomo fu creato adulto, nella pienezza delle sue


forze e dotato di quel lume di comprensione che poteva
essere sufficiente ai suoi bisogni in quel primissimo
suo aprire gli occhi alla luce della vita; ma tale da
potersi mutare in raziocinio, in pensiero, in intelligenza,
in riflessione, in giudizio, e quindi in discrete delibe
IraZlOIll.

Gli fu tosto data per compagna la donna, non però


nel modo che è detto nei versi 21 e 22 del capo se
condo della Genesi (1). Il racconto della formazione
della donna da una costola di Adamo è una ingegnosa
figura del vincolo che unisce i due sessi; essa fu creata
nel modo e nel tempo stesso che l'uomo; come esplici
tamente è detto nel verso 27 del capo primo che così
suona: Et creavit Deus hominem ad imaginem suam:
ad imaginem Dei creavit illum: masculum et faeminam
creavit eos.
Quante più volte leggonsi queste prime pagine della
Bibbia, e più vi si scorgono cose alle quali prima non
si era posto mente. Nel succitato passo, ad esempio,
si scorge assai chiaro che più di uno fu l'artefice del
l'uomo; e cioè il creatore e il modellatore: e ciò viene
(1) « 21. Immisit ergo Dominus Deus soporem in Adam ;
cumque obdormisset, tulit unam de costis ejus, et re
plevit carnem pro ea.
« 22. Et aedificavit Dominus Deus costam, quam tulerat
de Adam, in mulierem: et adduxit eam ad Adam ».
Taluni credono, e forse non a torto, che molte parti
colarità di questo secondo capitolo siano dovute ad in
terpolazioni o a commenti, introdotti poi da copisti nel
testo.
L'UoMo 303

in rincalzo di quanto abbiamo esposto a tal proposito


nel capo vili.
A tradurre letteralmente vi è detto: « Dio creò l'uomo
a sua imagine»; e poi: « egli lo creò ad imagine di Dio».
E cotesta maniera di ripetizione o è cosa superflua o è
essenziale. Ma noi crediamo che ivi tutto abbia un
significato esatto e necessario. Infatti sarebbe puerile
la locuzione: Dio lo creò ad imagine di Dio; il pronome
egli adunque pare non debba più riferirsi a Dio, ma
a qualche altro ente che di conserva con lui operava.
Quindi il primo creavit che accenna a Dio pare signi
fichi: Egli volle che fosse e il secondo indicherbbe
l'opera più o meno materiale del modellatore o artefice
dell'uomo; e cioè un ministro di Dio. Ovvero il primo
creavit significherebbe l'insufflazione dello spiro della
vita e della intelligenza; il secondo la più materiale
modellazione: la vita e la materia accoppiate per la
varia virtù di una stessa parola.
Dopo di averli creati, dà loro il precetto di crescere e
di moltiplicare. Li pone, perchè nudi e disarmati
rispetto alle fiere più di loro forti e voracissime, in un
luogo sicuro e munito; e affinchè possano nutrirsi e
prosperare, addita ad essi ogni maniera di alberi frut
tiferi in quel luogo radunati per accorta provvisione di
suprema Sapienza. La specie di mostra che gli animali
passano al cospetto di Adamo è dessa pure una bella al
legoria, a significare che a lui sono per nobiltà di na
tura e per virtù inferiori e soggetti.
Dio, o l'Ente che ne fa le veci parlano con Adamo;
e in ciò fare vedesi come gl'infonda la facoltà della
loquela, giacchè è logico il pensare che egli non avrebbe
parlato con chi non avesse potuto rispondergli. Eva
poco di poi discorre col simbolico serpente; e in ciò
appare un grande progresso, poichè parlando con quello
304 CAPO X.

discute e ragiona. La favella, sommo attributo del


l'uomo, è il carattere materiale più evidente per cui
egli emerge sovrano fra gli altri animali; essa è in fatti
lo strumento più addattò dello scambio del pensieri,
dell'alterno ragionare, del trasmettere altrui i frutti
dell'osservazione e dell'esperienza, e così gl'insegna
menti ricavati dalle anteriori tradizioni.
Ma nel qui brevemente riferirla non intendiamo già
tenere per veri materialmente i fatti della Genesi mo
saica; abbiam fatto anche prima d'ora le nostre riserve,
e mostrammo in qual modo è da noi intesa. Vediamo
ora quanto e " possibile il sorgere uno o più
Adami dalla generazione spontanea o dalla selezione
darwiniana.
Non uno solo intanto, ma due almeno, poichè uno
maschio e l'altro femmina, dovrebbero essere stati quei
getti maravigliosi che dalla materia, in virtù della ge
nerazione spontanea, avrebbero dovuto sorgere per la
specie umana. Ma l'uomo sarebbe sorto per questo modo
all'esistenza bambino, grandicello o adulto? (1). Non
nei primi due stadii al certo, perchè troppo facilmente
sarebbe andato soprafatto dalle intemperie o dalle neces
sità naturali cui gli sarebbe riuscito impossibile il sop
perire da sè; o gli animali feroci, frequentissimi in
quelle prime età del mondo, lo avrebbero tosto divorato
(l) Si è fatta più e più volte e sul serio e da burla la
singolare questione: fu prima l'uovo o la gallina? Ne
cessariamente questa, dovrebbesi rispondere, poichè se
a rigore i pulcini appena nati possono andare in cerca
del cibo e mangiare da sè, in moltissime altre specie di
volatili questi vogliono essere imbeccati durante molti
giorni per vivere e crescere. Altra prova della fallacia
della teoria della preesistenza dei germi, e della verità
per contro di quella della creazione degl'individui pro
totipi.
L'UOMO - 305

e spento. Avrebbero pertanto egli e la sua Eva, dovuto


pel meno male sorgere adulti alla vita e forniti di tutte
le facoltà che a quella condizione si convengono. Ma,
sia detto anche senza ironia, sarebbe stata questa una
ben miracolosa dimostrazione di potenza da parte della
natura; e fosse pure ciò stato possibile, i bisogni e i
pericoli non sarebbero risultati per loro gran fatto mi
Il0rl.

Ma un altro assai grave intoppo qui sorge alla mente.


NeMa immensa distesa della Terra, ed anche della
sola plaga che potesse in quella età essere abitabile
all'uomo, sarebbe stato in sommo grado probabile, per
non dir certo, che nascessero uno dall'altra tanto
discosti da non potersi incontrare e conoscere mai, per
servire alla moltiplicazione della specie, secondo i voti
della natura. Il supporli nati alla vita ambedue nel
tempo medesimo e abbastanza vicini da poter facilmente
insieme convenire sarebbe un accrescere a molti doppi
la difficoltà dell'ipotesi, e sarebbe combinazione tanto
singolare, senza l'intervento di una virtù intelligente e
provvida, che parrebbe a noi altro miracolo non meno
grande di quello della emersione loro spontanea alla
vita dalla inerte materia.
A rettamente discorrere non vi ha dunque possibilità
logica o naturale da cui nel sistema della spontanea ge
nerazione possa ragionevolmente ripetersi nè il sorgere
alla vita dell'uomo primitivo, nè il durare in essa, nè
il trasmetterla per successive generazioni. La necessità
adunque della creazione rispetto all'uomo, come e più
ancora che per gli altri animali, risulta della più per
spicua evidenza in confronto della ipotesi da noi posta
per trovare un indizio di possibilità nella dottrina dei
materialisti.
E vogliam credere che, a superare le difficoltà mas
306 CAPO X.

sime da noi affacciate, possano osservare che la natura


avrebbe potuto ripetere tante volte la prova da riunire
finalmente tutte le condizioni di riuscita e di assoda
mento dell'opera sua. Ma a ciò potrebbe replicarsi che
le leggi assegnate alla natura non sono nè sofistiche o
empiriche, nè accidentali o saltuarie; e che quindi ciò
che ripugna o contrasta assolutamente al possibile, se
condo quelle leggi, una volta, vi ripugna e contrasta
sempre. Dalla materia inerte, dalla forza cieca dalla
quale è agitata in date condizioni, non può sorgere spon
tanea la vita, poichè questa è soltanto da Dio; e può
dirsi con ragione che: la materia può agitarsi; ma che
Dio solo è capace di vivificarla.
Lasciate ora da parte queste aberrazioni dichiarata
mente materialistiche, veniamo all'esame della teoria
di Carlo Darwin intorno all'origine dell'uomo.
Qui ci troviamo di bel nuovo di fronte ad un grande
scienziato, e c'inchiniamo sinceramente dinanzi alla
molta sua dottrina; ammiriamo le pazienti ricerche, le
sottili osservazioni sue in tutti i rami delle scienze na
turali, e specialmente circa la generale fisiologia; ma
non ci è possibile andare d'accordo con lui nelle dedu
zioni e conclusioni che ne ricava.
Ci son note, come lo debbono essere agli studiosi di
queste materie, le ponderose obiezioni che già da più
parti si mossero al suo sistema; ma crediamo poterne
addurre di nuove e non meno gravi e qui le verremo
esponendo. Dall'errore, è detto volgare, s'ingenera l'er
rore; e abbenchè a prima giunta la cosa non appaia,
vedremo che scendendo alle più rigorose conseguenze,
questa dottrina, senza forse volerlo, ha la sua più
riposta radice in quel pretto materialismo che abbiamo
fin qui combattuto.
Ad accennare a tali idee in Francia fu primo Robinet
L'UOMO 307

de Maillet, singolarmente nella sua opera: Considera


tions philosophiques sur la gradation naturelle des
formes des étres; e nell'altra: Parallèle de la condition
et des facultés de l'homme avec la condition et les facul
tés des autres animaux, ma il materialismo troppo evi
dente della sua filosofia gli procacciò poco credito.
Venne quindi il Lamark che intese ad avvalorare
quella dottrina mediante qualche scientifico argomento.
Egli però poneva a base quasi precipua della mutabilità,
e del supposto incessante allontanamento dai tipi pri
mitivi talune abitudini riscontrate in certi individui
le quali, passando da questi nei figli, avrebbero acqui
stato carattere di una certa permanenza; permanenza
poi che avrebbe ceduto a volta sua il passo ad altre mo
dificazioni quando a cagione d'esempio, l'ambiente che
è l'abitudine principalissima e continua ne' suoi effetti
per gli esseri che in esso vivono, venga a modificarsi
essenzialmente; ed in vero, o hanno in sè la virtù di
piegare e acconciarsi alle variate condizioni di quello,
o convien loro perire.
Stefano Geoffroy St. Hilaire e Giorgio Cuvier vennero
poscia alle prese; il primo in favore, e l'altro contro la
teoria del trasformismo; e la quistione sostò fin quasi
ai nostri giorni, e cioè fino a quando Carlo Darwin le
diede l'impulso che tutti sanno, riducendola in qual
che modo a sistema. -

Malgrado però l'abilità somma del nuovo campione


e il gran corredo di dottrina con cui egli, che può dirsi
caposcuola, e i suoi seguaci tentarono di assodare
quella teoria che ha fautori non pochi fra naturalisti
e fisiologi, non le mancano grandi e valenti opposi
tori (1).
(l) Eccone intanto uno, e anzi due, poichè il Lyell
non è punto un partigiano dichiarato della dottrina del
308 CAPO X.

Finchè all'azione del trasformismo si ponesse il di


screto limite dello svolgimento di varietà più o meno
cospicue in alcune specie, la si potrebbe fino a un
certo punto tenere per vera, abbenchè le più spiccate
trasformismo, benchè, ristretto in certi limiti, egli creda
non sia destituito affatto di una qualche probabilità di
azione. Diamo il seguente squarcio come una prova delle
dubbiezze in cui la peregrinità e l'arditezza della nuova
dottrina, può indurre anche i pensatori più accorti, i
ragionatori più robusti.
Nel classico lavoro del sig. Carlo Lyell, Principii di
Geologia, tradotti in francese dal signor Ginestose, edita
a Parigi nel 1873, leggesi quanto segue a proposito delle
teorie del Darwin: « Il duca di Argyle, nell'opera da
lui recentemente pubblicata col titolo Reign of Law
(Regno delle leggi), ha fatto sulla teoria della selezione
naturale alcune osservazioni critiche di una certa impor
tanza, e che io vo a prendere in esame.
« Dopo di aver osservato che da noi nulla si sa intorno
alle forze naturali che avrebbero prodotto nuove forme
organiche, dice che a fronte di prove per le quali venisse
dimostrato che le forme nuove si fossero sviluppate
dalle antiche, non vede il perchè in quel caso non do
vrebbesi accettare il fatto. Egli però non ammette che
siasi finora recato innanzi una prova sufficiente a con
ferma di questa teoria. « L'avvenimento, egli dice, di
nuove specie che tenesser luogo di quelle scomparse è
fatto avverato e si può anche considerare come il risul
tato di qualche processo naturale. Ora, soggiunge, questo
processo, o l'adattamento di forze che possano compen
sare le modificazioni necessarie nella struttura animale
in una proporzione esattamente appropriata ai bisogni, è
parte della natura stessa della creazione ».
« Ma il Darwin, entra a dire Lyell, è lungi dal preten
dere spiegare l'apparizione di nuove forme, ma soltanto
il modo pel quale, quando siano comparse, acquistino
preponderanza sulle altre. Darwin confessa apertamente ,
la nostra profonda ignoranza circa le leggi della varia
zione. Ciò non ostante, ripiglia il Duca, ei lo pone il
più delle volte in dimenticanza e parla della selezione
L'UoMo 309

e concludenti fra queste debbansi precipuamente attri


buire al concorso sagace e paziente dell'uomo. La na
tura lasciata in balìa di se stessa, siccome è provato
da secolare esperienza, mostrasi studiosa piuttosto del
naturale come se potesse darci ragione dell'origine delle
specie, mentre che secondo la stessa sua definizione,
essa non può agire che sopra materiali già belli e fatti
e preparati. Essa non può esercitarsi che su elementi
variabili, non può affatto creare e deve starsene contenta
del fare una scelta fra le cose che sono state generate
per via di qualche altra legge. Quindi è che il parlare
della selezione naturale come se potesse produrre certe
modificazioni di struttura o novelli organi, come altresì
del loro adattamento, sarebbe un attribuirle risultamenti
che non può produrre, ed elevarla al grado di causa di
fenomeni che nemmeno ci è dato conghietturare ».
« Queste critiche obiezioni, segue a dire il Lyell, pa
ionmi convenire nel miglior modo ai passi dell'Origine
delle specie, in cui il Darwin attribuisce alla selezione
naturale la facoltà di produrre una somma qualunque
di cambiamenti negli organi di un animale, purchè esista
una serie di tenuissimi gradi di transizione per i quali la
trasformazione abbia potuto prodursi. E ad esempio, se
taluno degli animali invertebrati è fornito di una mem
brana o tessuto che, quantunque sfornito di nervi, sia
sensibile alla luce, mentre un'altra creatura, come a
dire l'aquila, sia munita di un occhio perfetto nel quale
trovisi un apparecchio atto a concentrare i raggi lumi
nosi, e rifrangere le imagini degli oggetti esterni che i
nervi ottici conducono al cervello, il Darwin opina essere
facile a capirsi che quest'organo perfetto abbia potuto
essere formato dalla selezione naturale, se ci avvenga sol
tanto di trovare in natura una serie di animali nei quali
gli organi della vista offrano tutti i gradi intermedii di
struttura fra le due forme di cui si parla (*). Ma vera
(*) Ciò non è possibile, come si vedrà in seguito, essendovi nella scala
degli esseri lacune enormi; ma quand'anche ciò fosse mai, nulla prove
rebbe in appoggio di questa teoria, ma bensì in favore di quella del sa
pientissimo provvidenziale ordinamento della creazione, nel quale è im
spressa ad evidenti caratteri la fratellanza di tutti gli esseri per via ap

20 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.


310 CAPO X.

l'abbondanza che non della bellezza e perspicuità dei


suoi prodotti.
Che per la selezione naturale, coadiuvata da peculiari
circostanze, possano emergere individualità più appari
mente, non può dirsi che la cognizione delle forme o stati
graduali che si succedettero durante la trasformazione
di un organismo, sia capace di fornirci una qualche
idea della natura delle forze per via delle quali la forma
di un grado inferiore sia cresciuta fino ad un grado su
periore di organizzazione o d'istinto. Si giungesse pur
anco a scoprire la prova geologica che ogni modificazione
fra la proprietà prettamente sensitiva della spugna e la
intelligenza dell'elefante sia stata rappresentata da tutti
i gradi intermedii d'istinto e di comprendimento, e che
gli esseri dotati di facoltà man mano più perfette siano
succeduti uno all'altro in ordine cronologico, secondo il
loro miglioramento relativo, somigliantemente agli stati
successivi che si osservano nello sviluppo dell'embrione
dalla semplice cellula germinale fino al mammifero allo
stato di bambino, il mistero della creazione non ne riu
scirebbe meno impenetrabile di quanto lo fosse prima,
e ugualmente all'infuori del dominio della scienza. Al
lorquando si osserva il mutamento di un essere inferiore
in un altro di un grado superiore, e di quello di un or
ganismo rudimentale in un altro dotato di attributi no
velli e più elevati, si capisce che non v'ha modificazione
proveniente dal progenitore, nè dal principio di eredità
che possa dare la ragione di un tale fenomeno. L'ante
nato non può legare alla sua progenie ciò che non si
trova in lui stesso, e le cagioni determinanti la soprav
vivenza del più atto sarebbero anche meno capaci a pro
durre individui meglio organizzati di tutti i loro prede
cessori affinchè andassero ad occupare un posto più
importante nel sistema della natura ».
/ Ciononpertanto l'autore del Regno delle Leggi non ha
t
punto di tenuissime gradazioni, le quali essendo passo o legame da uno
ad altro organismo, tutti per quella naturale concatenazione gli avvince,
senza essere motivo o passo al trasformarsi di uno nell'altro, il che non
sarebbe più pegno di fratellanza, ma piuttosto invasione prepotente e
disordine, ambedue nell'universale ordinamento impossibili a concepirsi,
L'Uovo 3ll

scenti; che queste si arroghino una tal quale premi


nenza e possano sopravvivere a danno di qualche altro
individuo della loro specie men favorito dalla natura,
voluto affermare come avvenne per la più parte degli
avversari del Darwin, che la teoria della selezione natu
rale non abbia dato risultamento veruno, e ciò in odio del
l'essersi voluto attribuire a questo principio facoltà supe
riori a quelle che effettivamente gli competono. In realtà
la questione controversa consiste non nel sapere se è pos
sibile dar ragione della creazione delle specie, ma nel
vedere se le specie sono state introdotte nel mondo una
dopo l'altra sotto forma di nuove varietà procedenti da
organismi anteriori e pel modo naturale della genera
zione, o se furono chiamate alla vita da qualche altra
influenza, quale ad esempio l'intervento della causa prima.
A pag. 217 del 1° volume dell'opera sucitata il Lyell,
parlando dell'uomo, scrive queste belle e degne parole.
« A coloro che per poter mettere l'uomo quasi a li
vello degli animali osservano che gli avanzi più antichi
delle opere dell'uomo attestano una grossolana cono
scenza delle arti o mestieri, e che nulla egli sapeva
dell'uso dei metalli, rispondiamo che per altra parte
quanto si è scoperto di residui fossili non ha fornito
fino ad oggi prova alcuna di una inferiorità qualsiasi
nello sviluppo cerebrale dell'uomo nel tempo dell'èra
paleolitica; che quindi la superiorità dell'uomo non istà
punto nelle facoltà o attributi ch'egli ha comuni cogli
animali bruti, ma che siede intiera nella sua ragione per
la quale ben si distingue da tutte le altre creature. La
nobiltà preminente dell'uomo sta nelle sue facoltà mo
rali e intellettuali ben più che nelle sue facoltà fisiche.
La sola sua speciale organizzazione non gli avrebbe data
una tanta preminenza senza il conforto della ragione, e
finalmente si può chiedere se il passaggio di un essere
sprovveduto di ragione allo stato di un essere ragio
nevole, non sarebbe (quando per un supposto impos
sibile fosse potuto accadere) un fenomeno di ben altra e
più importante natura che non il trasformarsi di certe
forme più semplici in altre più complesse di organizza
zione e d'istinto ».
e,
312 - CAPO X.

può ritenersi in qualche caso per vero, e singolar


mente quando si parli di animali bruti nei quali l'in
gegno non possa bilanciare la deficienza della forza.
Ma se vogliasi allargare la possibilità ed anzi la
potenza delle modificazioni organiche fino al punto della
trasformazione o passo da una in un'altra specie, or
dine o genere, è tale asserto da mettere in sull'av
viso gli studiosi, anche i meglio dotati di buona fede;
nè vi sarà fra questi chi possa indursi a credere che
la rana, sia pure gonfiata dagli sforzi maggiori della
scienza, possa mai trasformarsi in bue (1).
(1) Per dare un esempio dell'avventatezza del loro ar
gomentare e del dedurre conseguenze da arbitrarie pre
messe, rechiamo quanto segue:
Haeckel, dopo di aver detto maraviglie delle api, ri
spetto all'origine di qualche altro ordine d'insetti, così
si esprime:
« I ditteri debbono essere derivati dagli emitteri per
l'atrofia delle ali posteriori; in essi le ali soltanto sono
perfettamente sviluppate ». – « L'ottavo e ultimo ordine
degl'insetti, il solo nel quale trovinsi vere trombe aspi
ranti è quella dei lepidotteri. Sotto molti rapporti mor
fologici esso sembra il gruppo più perfetto degl'insetti;
perciò si è sviluppato più tardi. Siccome avvi stretta pa
rentela fra una tignuola, una notturna ed alcuni lepi
dotteri friganidi, così è verosimile che i lepidotteri di
questo gruppo sieno provenuti dall'ordine dei neurot
teri (*) ».
Ma qui il Bianconi (º), molto a ragione, osserva: « Di
quale perfezione intende egli parlare? Forsechè vi sono
insetti perfetti ed altri imperfetti? Sarebbe desiderabile
che di questi ultimi ne indicasse anche un solo. Forse
che la cicindela nella sua vivacità e nella sua tremenda
voracità, non ha nel suo genere tanta perfezione quanta
(*) HAEcREL; Histoire de la Création des étres organisés d'après les lois
naturelles. – Paris, 1874, pag. 481 e pass.
(*) La Teoria Darwiniana e la Creazione detta indipendente, lettera al
signor Carlo Darwin di Giuseppe Bianconi, già professore nella Università
di Bologna. – l vol. in-8° per Nicola Zanichelli, 1875.
L'UoMo 313

L'accidentale prevalenza di qualche individualità non


ha pertanto tutto quel peso che a danno dei meno pre
stanti e deboli le viene da questo sistema attribuito.
Se ciò potesse mai essere, spinta la massima fino alle
ultime sue conseguenze, dovrebbe derivarne, per dirla
con figura di esagerazione, che da secoli e secoli non
ne ha un argynnis od una sphyna ? Un'ape e una formica
tanto lodate, non valgono forse quanto un lepidottero?
Ma l'Haeckel dopo la sua dimostrazione conclude, di
rigendosi ai suoi lettori : « Voi vedete che la gran legge
delle differenziazioni e del perfezionamento, necessaria
conseguenza della selezione naturale, ci rende ragione
dei tratti essenziali della storia della classe degl'insetti,
ed anche di quelle dell'intero gruppo degli artropodi ».
E però ancora di rimando il Bianconi: « Riflettendo sopra
questa dimostrazione fornitaci dall'Haeckel, ho doman
dato a me stesso: Risiede dunque in ciò il fondamento
scientifico della teoria trasformistica? Non si hanno dun
que in suo appoggio prove migliori? E se la teoria ne
ha, per qual ragione il dotto professore d'Iena le ha di
menticate o lasciate in disparte?
« Quindi, soggiunge, mi son fatta questa domanda (e
ciò e quel che precede, osservammo già noi in altra
parte di questo libro): si farebb'egli similmente buon viso
ai difensori della creazione indipendente, se si presen
tassero al cospetto degli scienziati con dimostrazioni di
tal fatta?
« Debbo poi confessare che trovandomi occupato nelle
ricerche qui avanti esposte intorno agli articolati, lessi
con particolare interesse nell'opera dell'Haeckel l'articolo
che si riferisce a questo ramo zoologico. Dopo di averlo
letto ho creduto di sognare. Non mi aspettava mai di
vedere la questione dell'origine degli articolati per se
lezione, trattata con una leggerezza e con un vuoto
scientifico sì grande, per parte di uno scienziato a cui
le scienze vanno debitrici di tanti e sì pregevoli la
vori » (*).
(*) Lo spirito di parte può far travedere i più oculati, anco trattan
dosi di cose positive e di studi non speculativi, ma sperimentali.
314 CAPO X.

vivrebbero più augelletti nell'aria, nè pesciolini nel


mare: chi non fosse diventato balena o aquila, sarebbe
rimasto inesorabilmente spento. Ma ciò sia detto di
passata. -

Un individuo, dicesi, non somiglia mai perfetta


mente a chi lo ha procreato; quella divergenza, sog
giungono, può, rafforzandosi ognora, trasmettersi nelle
generazioni successive, allontanandosi così man mano
dal tipo originale, e diventare in un lungo processo
di tempo una vera trasformazione. -

Ci sia lecito il negare tosto e ricisamente questa


successione di divergenze che metterebbe capo alla tra
sformazione che vogliono dimostrare. I fatti provano il
contrario: nei nipoti veggonsi tuttodi riprodursi i li
neamenti, le conformazioni fisiche e perfino i carat
teri morali degli avi e delle nonne; non diremo di una
identità assoluta, che sarebbe impossibile, ma tale da
essere sovente ravvisata a prima giunta dal più spas
S1OnatO OSSerVatOre.
E ciò non basta: la natura ha in sè maggior nu
mero di verità di quanti andiam noi escogitando er
rori per ingannarci volontariamente. Una legge prov
vidissima che quantunque toccata con mano ogni
giorno, pure lasciasi andare inosservata invece di trarne
quelle ultime conseguenze che pure vedremmo sorgere
ovvie badandovi alquanto, fa sì che il figlio somigli le
novanta volte su cento alla madre, e la figlia al padre.
E guai all'umanità se così non fosse, poichè se di ge
nerazione in generazione succedesse l'opposto, e cioè
che la figlia riflettesse ognora le sembianze e la deli
cata costituzione della madre, e nel figlio si ripetessero
sempre quelle del padre, i maschi diverrebbero di fat
tezze e di modi ognora più grossieri e rozzi, mentre le
femmine, riuscendo sempre più dilicate e gracili, sdi
L'UoMo 315

linquirebbero tanto alla fine da non rendere più pos


sibile lo accostarsi dei due sessi, e lo avere insieme
commercio, senza che ne seguissero subite e fatali
conseguenze.
Ma nel savio processo della natura da noi accen
nato, la robustezza della fibra maschile ritempra nella
generazione successiva la femminile delicatezza, alla
quale questa, fino nell'embrione primo, mostra per
provvidenziale istinto meglio associarsi, e in ugual
modo e per congenere procedimento la gentilezza fem
minile rammorbidisce la ruvidezza del maschio, poichè
questi pare sentasi attratto a quella, fin dal primo esor
dire alla vita. Dal quale vicendevole ritempramento
risulta quel medio giusto valore dei due sessi che li
fa tra loro sì convenienti e necessarii.
Gli è sopra l'uomo che si è da noi fatta questa serie
di osservazioni, perchè è tanto più facile riscontrare
sul suo volto e nel complesso della persona l'espres
sione delle forme abituali e le loro alterazioni quando
vi si manifestano; ma abbiamo la morale convinzione
che anche negli altri animali lo stesso fenomeno fisio
logico si avveri, poichè la legge è una e uniforme; e
se nell'applicazione vi è differenza, questa non può es
sere radicale, ma di gradi e d'intensità soltanto.
La natura adunque, concluderemo così il nostro ra
gionare su questo argomento, non trasforma, sibbene
riforma e ripristina le cose nell'ordine primitivo nor
male, riconducendo con provvidente vicenda ognora al
primo vero tipo gli esseri che parrebbe volessero o
potessero in qualche modo dilungarsene, seguendo un
impulso e correndo sopra una linea che a primo
aspetto sembrerebbe naturale, ma che sarebbe invece
pericolosa e funesta.
Questa legge di permanenza nell'ordine, malgrado
316 - CAPO X.

la forza delle apparentemente normali distrazioni, si


verifica in ogni ordine di esseri, e così anche nei corpi
celesti i quali, malgrado le violente perturbazioni cui
vanno soggetti, rimettonsi ognora o soltanto con insen
sibili divergenze sulla linea che venne loro segnata.
Quella pretesa smania di trasformismo di cui si vor
rebbe fosse invasa la natura non è dunque vera, poi
chè se ciò fosse, una differenza sensibile dovrebbe
scorgersi fra l'uomo di cinque o sei mila anni sono
e noi. Ponendo in media venticinque anni per ogni
generazione, ben duecento a duecento cinquanta ne
sarebbero già scorse; eppure i sarcofagi e altri monu
menti egiziani, le mummie stesse e le pitture che sopra
le loro casse tuttora si vedono, non manifestano dif
ferenza di sorta fra le imagini di quelle antiche genti
e gli abitatori odierni delle sponde del Nilo (1).
E qui non risaliamo oltre le epoche storiche accer
tate; che se ci spingessimo più in là, le sole abita
zioni lacustri ci porterebbero almeno a dieci mila anni
addietro, il che darebbe la cifra di quattrocento gene
(1) Leggemmo non ha molto in un giornale quanto
segue:
ANTICHITA' DELL'UoMo suLLA TERRA. « Secondo i cal
coli di Morlot l'età della pietra risalirebbe dai 47 ai 70
secoli. -

« Fu calcolato che la palafitta di Meilen nel lago di


Zurigo conta almeno 10,000 anni, e che i cumuli danesi
non sono di data più recente.
« Le abitazioni più antiche dell'uomo furono le ca
verne: le lacustri di data più remota non contano meno
di 10,000 anni. -

« Secondo gli studi di Steenstrup e di Forchhammer, i


cumuli danesi rappresentano gli avanzi dei pasti di un
antico popolo dato alla pesca e alla caccia, e che viveva
almeno anch'esso 10,000 anni fa,
« Gli scavi e i fori praticati nel delta del Mississipi
L'UoMo 317

razioni; eppure fin d'allora l'uomo fisico, come appare


dagli scheletri che se ne sono trovati, non differiva
punto dall'attuale. L'intelligenza mostravasi presente ed
attiva, poichè genti che nutrivansi di caccia e di pesca
dovettero cercare (e vedonsi tuttora) ingegni tali da as
sicurarsi la preda: oltrechè costruivansi stanze addatte
e munite contro i nemici più temuti, e armi e uten
sili e vesti e mobili, fossero pur grossolani; cose tutte
che nè l'ourang, nè il gorilla, nè altro fra i primati
fece mai.
E qui soccorre una osservazione che a noi pare sia
di assai grande importanza. Com'è, diciamo, che la
legge dei trapassi e delle trasformazioni di fresco rive
lateci dai darwiniani, al sorgere dell'uomo pare non
abbia potuto o dovuto più oltre procedere?
O l'uomo è tanto da più degli altri animali che
sovrasta perfino a certe leggi; e allora i materialisti
e i naturalisti di questa scuola, che lo hanno in conto
di poco più di una scimmia, non per altro, dicono, che
per essere egli dotato di un istinto alquanto più arguto,
e per una più giusta regolarità delle forme, hanno -

condussero alla scoperta di uno scheletro umano, cui


Dowolki assegnò un'età non minore di 57,600 anni.
« I fori praticati nel delta del Nilo recano la prova
dell'esistenza dell'uomo nel basso Egitto 17,300 anni ad
dietro.
« Le formazioni attuali od alluvioni contano almeno
l0,000 anni, e siccome trovansi le tracce dell'uomo nei
più antichi depositi quaternarii che si formarono in un
tempo non minore del sucitato, non è conclusione troppo
azzardata il credere che l'uomo abiti la terra da 200 a 300
mila anni. -

«E ciò può dirsi francamente, avvegnachè in questo


calcolo non si tien conto della scoperta fatta a Saint-Prest,
giusta la quale l'esistenza dell'uomo daterebbe fino dalla
epoca terziaria ».
318 CAPO X.

torto; poichè se egli fa eccezione alla regola generale


dell'animalità bruta, è prova che sopra di essa straor
dinariamente si eleva: o se non è davvero che un
animale bruto, e mettiamo anche il primo fra questi,
allora la legge del trasformismo, se è vera, dovrebbe
seguire sua via e non cessare dal manifestarsi in altri
organismi eziandio precellenti: ma di ciò non si ha
esempio, nè compiuto, nè pure menomamente avviato.
Ora, da quanto precede ci pare giusto il concludere
che ogni organismo deve muoversi in un dato limite,
e manifestarsi in una forma assegnata, come già in
parte dimostrammo, e che da questi non possa impu
nemente dilungarsi. Se ciò non fosse e che un orga
nismo potesse invadere quasi a capriccio le circoscri
zioni pressochè matematicamente segnate di quelli che
gli sono finitimi, cercando nuove vie ed altre esplica
zioni, la Terra sarebbe poco meno che popolata di
mostri (1).
Da quanto precede viene, a nostro avviso, già per
molta parte infermata, se non disfatta totalmente la
teoria del Darwin, quale qui appresso in brevi tratti
esponiamo.
Se un individuo, ei dice in complesso, nasce con
(1) Nel corso del viver nostro ci occorse di vedere due
o tre uomini di statura gigantesca che venivano menati a
mostra quai fenomeni su per le fiere; ma erano i più stu
pidi esseri del mondo. La natura per un qualche oblìo
della legge di proporzione che governa il regno animale,
aveva soverchiata la misura della forma comune; e allora
la materia prevalendo aveva poco meno che spenta l'intel
ligenza.
Uno di questi infelici, a nome Catonio, morì a caso in
Torino, mentre faceva mostra di sè, un venti e più anni
sono. Ne venne fatta l'autopsia e le enormi membra fu
rono trovate ricoperte di uno strato di adipe, quasi a so
miglianza di quelle dei maiali.
e
L'UoMo 319

una variazione organica di tal natura da farlo in qual


che modo superiore ai suoi simili, questa prevalenza
gli gioverà a sortir vincitore nella lotta della vita; e
quindi per trasmissione ei ne doterà qualcuno de' suoi
discendenti. A questo modo ciò che non pareva a
principio che una semplice alterazione, potrà divenire
in breve un carattere distintivo, e da ciò nascerebbero,
sempre a sua detta, le varietà più divergenti di una
specie. A lungo andare, soggiunge, la divergenza au
menterà per un altro verso, poscia per un altro an
cora, finchè le varietà in quella guisa prodotte, diver
ranno specie, poi generi, famiglie, ordini ed anche classi.
Gli è già un bel dire e un bello accatastare di mira
colose supposizioni; e per isfuggire dal recarne la prova
più conveniente, quella cioè del mostrare l'esistenza e
la rappresentazione delle forme intermedie in attesta
zione di tutte queste vicissitudini, se ne libera nel modo
più spicciativo, e certamente il meno arrischiato.
Quanto a queste forme intermedie, ei dice, che ser.
virono di transizione da uno in altro tipo, furono rap
presentate da un numero d'individui comparativamente
piccolo, ed hanno quindi potuto sparire senza lasciar
traccia. Da ciò proviene che nelle specie paragonate
tra loro o con quelle di altre epoche si riscontrano
grandissime differenze.
Superata con tanta sveltezza e disinvoltura questa
enorme difficoltà, non è dubbio che può procedere più
lesto, affermando che mercè quella gradazione insensi
bile si può passare da un essere inferiore a un tipo
complesso nella serie organica. -

A questo modo, secondo i Darwiniani, sarebbe facile


il compire man mano la metamorfosi dei pesci in rettili,
di questi in uccelli, degli uccelli in mammiferi, poi in
quadrumani e da questi ultimi in uomini!
320 CAPO X.

Ma quest'uomo, come vien descritto dal Darwin ma


terialmente, anatomicamente, fisiologicamente, moral
mente ed intellettualmente, non apparisce (e questa è
la grande conclusione), che come una scimmia perfe
zionata, la qual scimmia fu prima pipistrello, e prima
ancora rettile; e se si avesse la perduranza necessaria
nel ricercare, risalendo ognora più indietro, trovereb
besi finalmente in fondo dei mari la cellula primitiva,
il proto-organismo da cui, all'origine dei tempi ogni
animale o pianta avrebbe, secondo essi, dovuto derivare.
Egli è a questa immancabile conclusione che inten
devamo alludere quando per noi si diceva che le più
profonde radici di questo sistema le avremmo trovate
nel più pretto materialismo.
E invero, quanti e quali sono i tipi primitivi dell'or
ganismo che esso annovera? Non è detto chiaro, poichè
ragionando strettamente in cotesto ordine d'idee non è
possibile il dirlo. Se dovessero essere venti, cinquanta,
cento, o più o meno, sarebbe d'uopo ricorrere alla crea
zione; e in tal caso tanto fa che fossero anche mille,
diecimila, un milione, avvegnachè la potenza creatrice
che emana da Dio non ha limiti. Che se per contro de
vesi scendere la scala sino all'ultimo gradino della vita
lità, e giungere sino all'infusorio, e alla cellula, che può
essere, come è in fatto, elemento di organismo, ma non
è di per se viva, come non è la vita, è d'uopo ricorrere
allo spediente della generazione spontanea dello imper
cettibile vibrione per trovare quel punto di partenza,
sia pur minimo, dal quale dovrebbero poi sorgere, per
mezzo delle pretese modificazioni, e in virtù del tras
formismo e delle selezioni, tutte le infinite e varie specie
di animali che si muovono sopra la terra. La genera
zione spontanea, come è noto, è l'argomento supremo
sul quale poggia il materialismo per negare la forza
L'UoMo 321

vitale e la vita, come essenza distinta della materia, e


per negare Dio. Ma noi confidiamo di averlo ridotto al
nulla, e di avere per tal modo rovesciati i sistemi che
se lo posero a fondamento. -

Vedemmo poc'anzi come la dottrina del trasformismo


si sbrigasse mediante un leggiero tratto di penna delle
i individualità, e delle generazioni che per altra parte
i afferma servissero di transizione tra una e l'altra forma
gi
-
radicale dei vari organismi; e può star bene fino a un
certo punto, finchè non si tratti che di varietà nelle
lº, razze o specie, mentre queste le abbiamo sott'occhio; e
p. se non la natura, l'arte vi si può adoperare con successo;
"; ma nol concederemo mai, per parte nostra almeno, circa
alle trasformazioni da genere a genere, ordine o classe,
finchè non ci si faccia la storia positiva e dimostrata del
i; come, ad esempio, il pesce sia o possa essere diventato
augello, o questo cambiato in mammifero; e come sia
avvenuta qualsiasi altra somigliante trasformazione,
additando minutamente e cronologicamente tutti i passi
che dovette segnare nel suo corso.
Come mai, domanderemo, non s'incontrano più og
gidi esempi abbozzati, o più o meno inoltrati nel loro
svolgimento di queste trasformazioni? Avrebbe la natura
smesso del suo elaterio? della sua forza di elaborazione?
Mai no. Non vedremmo pertanto il motivo per cui essa
avrebbe dovuto cessare dal manifestarsi in questo modo,
sia pure anormale o stravagante. Quindi, o la legge di
svolgimento ha toccato il suo apice formando l'uomo,
come già avvertimmo, e l'uomo anche per ciò risulte
rebbe tanto da più di tutti gli altri animali, ed essa
avrebbe cessato di agire, riposandosi, come dicesi fa
cesse Dio quando ebbe creato l'uomo; o quella legge
non esistette mai; che se fu, dovrebbe tuttora essere
valida e operante.
322 CAPO X.

Ma dai tempi storici fino a noi non potè mai essere


avvertito un qualcheduno di questi miracolosi svolgi
menti: e se vengasi a chiederne il perchè, rispondono
non essere sufficienti i dieci, i venti, i quaranta e più
secoli a produrre in questa via qualche effetto sensi
bile. E sia pure, soggiungiamo: non si stia a lesinare
sul tempo. Bastano i cinque, i sei, i diecimila anni?
Parrebbe che sì: or bene, anche a questi patti dovreb
bero essere passati dinanzi agli occhi dell'uomo nei
tempi remoti ed anche ai nostri qualcuno di questi
singolari fenomeni, e ne portiamo tosto la ragione.
La natura, parlando secondo i Darwiniani, cominciava
le sue bifurcazioni, per andare in cerca di altri tipi
man mano che le ne veniva il destro, mediante lo svol
gersi in un dato individuo di qualche carattere singo
lare e diverso dal ceppo da cui esso partiva. Ma ci
facciam lecito di osservare: o era uno il ceppo primi
tivo dal quale doveva partire ogni generazione di esseri
organizzati, e vale a dire la prima cellula, e allora chi
sa dire i bilioni di bilioni d'anni che dovettero trascor
rere affinchè da quell'unico e meschino germe potessero
svilupparsi i milioni e milioni degli organismi varii e
man mano più complessi che ci vediamo brulicare
d'intorno; o erano più d'uno, e fors'anche un certo nu
mero giacchè vogliamo anche qui mostrarci generosi.
Ma in ogni caso dovettero cominciare a lunghi inter
valli una dall'altra le evoluzioni trasformative che da
ognuno di essi sorgevano; quindi, se non cessarono
tutte ad un tratto, talune di esse avranno raggiunto
il loro pieno svolgimento, anche nel corso delle epo
che storiche, e non v'è ragione per cui talune non po
tessero compierlo anche ai giorni nostri, e riuscir quindi
visibili anche a noi.
Ma per meglio far chiaro il nostro pensiero, asso
L'UoMo 323

miglieremo per un istante l'immenso laboratorio della


natura ad una grande officina di oriuoli. Se vi entriamo
in qualsiasi giorno od ora scorgeremo oriuoli in tutti
gli stadii della loro elaborazione; e così gli appena
cominciati, e quelli condotti innanzi più o meno, altri
presso al loro compimento, e quelli infine che già vi
stanno finiti di tutto punto. Se la ragione non ci vien
meno, tale all'incirca dovrebb'essere il procedimento
della natura, se vera e costante ed agente ognora fosse
stata e fosse la legge del trasformismo. Che se queste
graduali sue espressioni non appariscono più a me
moria d'uomini, è d'uopo concludere che quella legge
è un altro bel trovato di una nuova filosofia che vuol
fare in tutto assolutamente a meno di Dio (1).
Ma, uscendo dai generali, vediamo qualche propo
sizione del Darwin, riferendo le stesse sue parole.
Nella prefazione dell'opera sua capitale (2) così si
esprime:
« L'altissima antichità dell'uomo è stata recente

(1) Questo finale intendimento crediamo non fosse nel


Darwin, ma in taluni avventati suoi discepoli, e più in
altri che trovarono in questa dottrina argomenti che loro
venivano molto bene in acconcio. -

In fatti lessi, non ricordo più ben dove, che il Darwin


preso da una maniera di scrupolo, rassegnava il suo scritto
man mano ad un ecclesiastico, pregandolo di avvertirlo
qualora vi avesse trovato cosa che potesse riuscire con
traria alle massime fondamentali della religione; e quegli
nulla avendo osservato di riprovevole in quel senso, que
sti ne rimase pienamente rassicurato.
La sicurezza dell'autore è facile a spiegarsi per l'amore
che ognun porta all'opera sua; ma l'asseveranza dell'altro
ci reca una certa sorpresa.
(2) L'Origine dell'Uomo e la scelta in rapporto col sesso,
tradotta dal prof. Michele Lessona, l vol. in-8° grande:
Torino, Unione Tip.-Ed. Torinese, 1871.
324 CAPO X.

mente posta in evidenza dai lavori di una schiera di


uomini insigni cominciando dal signor Boucher de
Perthes; e questa è la base necessaria per compren
derne l'origine. Io accoglierò quindi questa conclusione
siccome ammessa, e rimanderò i miei lettori alle am
mirabili opere di Carlo Lyell, John Lubbock ed altri».
Lo accettarla indubbiamente gli fa comodo, poichè
più rimontasi verso età delle quali non esiste quasi
più traccia, più gli riesce facile ammettere lo svolgi
mento della sua ipotesi, potendosi invocare con ra
gione maggiore lo sperdimento quasi necessariamente
avvenuto dei fatti che ne costituirebbero la prova più
concludente.
Ma soggiunge: «Secondo il parere di giudici i più
autorevoli, il prof. Huxley ha dimostrato concluden
temente che in ciascuno dei caratteri visibili l'uomo
differisce meno dalle scimmie più elevate di quello
che queste differiscano dalle specie più basse dello stesso
ordine di primati ».
Se per caratteri visibili vuolsi intendere i fisici, non
sarem lontani dal concordare in qualche parte con questi
valentuomini; ma non è verità molto astrusa, nè di
gran peso: gli è come il dire che il bufalo differisce
meno dall'antilope, o viceversa, che questa dal più pic
colo dei mammiferi, cioè il topo. Le differenze essen
ziali, capitalissime non istanno nei caratteri fisici; ab
benchè anche queste siano di assai grande rilevanza.
E di vero egli stesso in principio del secondo ca
pitolo esce in questi altri termini, contenenti una sen
tenza di peso ben maggiore: « In quanto alla potenza
mentale (e in questa egli concentra senz'altro tutte le
facoltà intellettuali) la differenza è enorme, anche se
confrontiamo l'intelligenza del selvaggio più degradato,
quello cioè che non ha vocaboli per esprimere un nu
-
L'UoMo 325

mero superiore a quattro, e non adopera termini


astratti per indicare gli oggetti o gli affetti più co
muni, con quella della scimmia più elevata nella sua
organizzazione ». -

A nostro credere, in queste brevi parole sta rac


chiusa la più esplicita e intiera condanna del suo si
stema; imperciocchè dove sono gli esseri che mediante
una gradazione logica, necessariamente tenuissima da
uno all'altro, possano colmare la immensa lacuna che
riguardo alle facoltà intellettuali sta fra la scimmia più
elevata e il più degradato selvaggio? La catena di
quegli esseri dovrebbe contare senza fallo anelli innu
merevoli; e lo stesso Darwin, poche righe dopo ce ne
fornisce la prova dicendo: «Dobbiam pure ammettere
che vi è una distanza molto maggiore fra la potenza
mentale di uno degli infimi pesci, come una lampreda,
od un Amphiozus lanceolatus, ed una delle scimmie
più perfette, che non fra una scimmia e l'uomo: tut
tavia questo immenso intervallo è colmato mercè innu
merevoli gradazioni ».
Ben detto, osserviamo; le gradazioni che corrono fra la
lampreda e la scimmia tuttora esistono in certo modo, e
vengono rappresentate da innumerevoli organismi gra
datamente disposti nella scala degli esseri: anzi il suo
libro e tanti altri dettati nel medesimo senso, altro non
fanno che ricercarne le prove. Ma perchè mai non gli rie
sce di colmare l'altra lacuna tanto più importante che
intercede fra il gorilla ed il selvaggio collo schierarci
dinanzi una serie di organismi via via intellettualmente
più perfezionati? E sì che la scala importerebbe un nu
mero di gradi altrettanto numerosi. Sono tutti quanti
andati perduti! esclamano. Molto meglio però varrebbe
confessare che non esistettero mai; ciò sarebbe più lo
gico, più vero e più conforme al sentire della coscienza
21 - ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
326 CAP0 X.

umana che ripugna ai loro asserti. Ma allora conver


rebbe che confessassero essere il loro sistema nulla più
che un romanzo.
Dopo di ciò parrebbe quasi inutile lo andare in
nanzi. Il libro tutto del Darwin è scritto nello inten
dimento di recar prove di quelle due sentenze tanto
ripugnanti ed anzi diametralmente fra loro opposte,
senza che pure ei tenti di metterle in una tal quale
armonia. -

Come libro di fisiologia è colmo di argute e sapienti


osservazioni, di fatti scientifici di assai importanza,
curiosi, istruttivi; ma come sistema, la sua opera non
regge. Un sistema scientifico basato sul vero e sapien
temente coordinato è d'uopo resista ad ogni prova,
come la caldaia a vapore che deve star salda alla
pressione di quel numero di atmosfere per cui venne
costrutta. Ora, a vero dire, questo non ci si mostra
di tal tempra.
Che se è d'uopo addurne qualche altra prova il fa
remo brevemente, citando a caso talune di quelle par
ticolarità ch'egli reca in campo come segni caratteri
stici della provenienza dell'uomo da qualche specie
inferiore. Eccone una intanto che togliamo dal capi
tolo primo. -

« Il signor Woolner, celebre scultore, mi ha par


tecipato una sua osservazione intorno ad una lieve
particolarità dell'orecchio esterno ch'egli ha notato
spesso tanto negli uomini quanto nelle donne, e di
cui comprese tutto il significato. Volendo dare alla
sua statua di Puck orecchie a punta, s'indusse ad
esaminare le orecchie di molte scimmie, e susse
guentemente con maggior diligenza anche quelle del
l'uomo. La particolarità consiste in un punticino ottuso
che sporge dal margine ripiegato internamente, od
L'UoMo 327

elice. Questi punti sporgono non solo indentro, ma


spesso anche un po' in fuori, per cui sono visibili
quando il capo si guarda direttamente di prospetto o

di dietro. Variano di mole e talora di posizione, stando


qualche volta un po' più in su, o un po' più in basso;
e alle volte presentansi in un orecchio e non nell'altro.
Ora il significato di queste prominenze non mi sembra
dubbio. Ogni carattere, per quanto leggero sia, deve
essere l'effetto di qualche causa definita; e se si pre
senta in molti individui merita di essere preso in
considerazione. L'elice si compone del margine esterno
dell'orecchio ripiegato indentro; e questa ripiegatura
sembra avere in certo modo relazione col fatto che
l'orecchio esterno viene permanentemente spinto in
dietro. In molte scimmie, collocate non tanto in alto
nell'ordine, come i babbuini, ed in alcune specie di
macachi, la parte superiore dell'orecchio è lievemente
puntuta, ed il margine non è ripiegato indentro; ma
se esso lo fosse, si vedrebbe senza dubbio sporgere
in dentro o forse un po' in fuori un leggero punto.
Questo si può vedere attualmente sopra un esemplare
-
328 CAPO X,

dell'Atele Belzebù nel giardino zoologico di Londra;


e possiamo trarne la sicura conseguenza che questa
è una struttura similare, vestigio di orecchie primiti
vamente puntute, che ricompare accidentalmente nel
l'uomo ».
Lieve particolarità invero è questa di quel punticino
ottuso che sporge dal margine ripiegato dell'orecchio
talvolta più in su e talvolta più in basso, e che alle
volte presentasi in un orecchio e non nell'altro. Eppure
il nostro autore non si perita di dire che non gli sembra
dubbio il suo significato, e cioè che se ne può trarre
la sicura conseguenza essere questo un vestigio di orec
chie primitivamente puntute, e che ricompare acciden
talmente nell'uomo.
Ma da qual grave argomento emerge una tanto evi
dente certezza? Da che, rispondesi, in molte scimmie
collocate non tanto in alto nell'ordine, come i babbuini ed
alcune specie di macachi, la parte superiore dell'orecchio
è lievemente puntuta, ed il margine NoN È RIPIEGATo
INDENTRo. Ma se questo margine FossE IN TAL MoDo RI
PIEGATo si vedrebbe senza dubbio sporgere indentro, e
forse un po' in fuori UN LEGGERO PUNTo!
Lasciamo giudice il lettore di questo modo di ra
gionare e della gravità di tali argomenti. Procedendo
in tal guisa per supposizioni, eliminazioni ed eccezioni,
potrebbesi molto agevolmente provare che il bue pro
viene in diretta linea dalla lumaca, visto il lento
muoversi di quello, e supponendo che le corna e le
orècchie sue siano reminiscenze insieme e trasforma
zioni dei quattro tentacoli di questa.
Un'altra particolarità di cui fanno assai caso, ma
che malgrado l'apparente sua maggiore importanza il
Darwin reca innanzi con più moderata sicurezza di
conclusioni, si è la seguente.
L'UoMo 329

Dopo poche pagine di quella or ora trascritta, ei


dice: « Vi è nell'omero un forame che può venir chia
mato intercondiloideo. Questo si presenta in varie
scimmie antropoidi ed altre; ma anche in molti ani
mali più bassi, e per accidente nell'uomo. È notevole
il fatto che questo forame sembra essere stato molto
più frequente nei tempi antichi che non nei presenti.
Il signor Busk ha raccolto le seguenti prove intorno
a questo argomento: il prof. Broca osservò questo fo.
rame in quattro e mezzo per cento delle ossa delle
braccia raccolte nel cimitero del Sud a Parigi; e nella
grotta di Orrony, di cui il contenuto è attribuito al
periodo del bronzo, erano perforati fino otto omeri
sopra trentadue; ma questa straordinaria proporzione,
siccome egli crede, può essere attribuita a che la ca
verna era stata una sorta di tomba di famiglia. Pari
mente il signor Dupont trovò trenta per cento di ossa
perforate nelle caverne della valle della Lesse, appar
tenenti al periodo della renna; mentre il sig. Leguay,
in una sorta di dolmen ad Argenteuil, osservò che il
venticinque per cento delle ossa erano forate, e Pruner
bey afferma che questa condizione è comune negli
scheletri dei Guanchi.
« È interessante il fatto, segue a dire il Darwin, che
le razze antiche, in questo e in molti altri casi, pre
sentino più frequentemente strutture che somigliano
più a quelle degli animali sottostanti che non le razze
moderne. Sembra che la ragione principale di ciò sia
che le razze antiche erano in certo modo più vicine
che non le moderne, nella lunga linea genealogica,
ai loro remoti progenitori simili agli animali ».
Non occorre far qui lunghi commenti per dimostrare
quanto queste ricorrenze d'insignificanti particolari
sian prive d'importanza, e quanto poco si prestino,
330 CAPO X.

ragionando in retta logica, alle conclusioni che se ne


vogliono indurre, tanto più trattandosi di argomento
sì capitale.
Basterà il notare come questo foro intercondiloideo,
per confessione loro stessa, non si trova che in qual
che scimmia delle specie inferiori e non più in quelle
delle superiori, quelle cioè che possono considerarsi
nel loro sistema come più prossime all'uomo. Circa
a questo carattere adunque, se pur tale può dirsi, ri
scontrasi una lacuna di assai gradi, e cesserebbe ri
spetto ad esso quella successiva trasmissione che è
uno dei precipui fondamenti del sistema del trasfor
mismo. -

Arroge, come ben osserva il citato prof. Broca, che


le braccia da lui osservate nella grotta di Orrony,
crede provengano da individui della stessa famiglia,
e che quindi potrebbe credersi stimmata ereditaria, o
come suol dirsi, gentilizia nella medesima; e che tutti
gli altri ammassi citati provengono da individui di
singole tribù o di genti che a quei tempi vivevano
ristrette in loro stesse e remote da ogni altra: e così
dicasi dei Guanchi più moderni. – Da circostanza
tanto speciale adunque non ci pare logico trarre in
duzioni che abbraccino l'intiera umanità.
Un terzo carattere fisico, a provare la discendenza
dell'uomo dalle bestie, adduce il nostro autore, e colle
seguenti parole ne discorre: « Nell'uomo l'osso coccige,
sebbene non faccia ufficio di coda, rappresenta eviden
temente questa parte degli animali vertebrati (?). In un
primitivo periodo embriogenico è libero e sporge oltre
le estremità inferiori. È stato riconosciuto, secondo
Isidoro Geoffroy, Saint-Hilaire ed altri, che in certi
rari casi di anomalia, esso forma un piccolo rudimento
esterno od una coda. L'osso coccige è breve e contiene
L'UOMO - 331

di solito solo quattro vertebre, e queste si trovano in


condizione rudimentale, perchè son fatte, tranne quella
della base, del solo centro. Sono provvedute di alcuni
piccoli muscoli: uno di questi, a quanto mi disse il
prof. Turner, è stato appositamente descritto da Theile
come una rudimentale ripetizione dell'estensore della
coda, che è tanto grandemente sviluppata in molti
animali. -

« Il midollo spinale scende nell'uomo soltanto fino


all'ultima vertebra dorsale o alla prima lombare; ma
un'appendice filiforme (il filum terminale) scende lungo
l'asse della parte sacrale del canale spinale, ed anche
lungo la parte posteriore delle ossa coccigee. La parte
superiore di questo filamento, come mi ha detto il
prof. Turner, è senza dubbio omologa col midollo spi
male; ma la parte inferiore sembra essere composta
solo della pia madre, o membrana vascolare avvol
gente. Anche in questo caso si può dire che l'osso
coccige possiede una traccia di quell'importante parte
che è il midollo spinale, sebbene non sia più racchiusa
in un canale osseo. Il fatto seguente, del quale vado
pur debitore al già citato prof. Turner, dimostra quanta
stretta analogia siavi tra l'osso coccige e la coda degli
animali sottostanti. Luschka ha testè scoperto alla
estremità delle ossa coccigee un corpo circonvoluto
particolarissimo, che è continuo coll'arteria mediana
sacrale; e questa scoperta indusse Krause e Meyer ad
esaminare la coda di una scimmia (Macacus) e quella
di un gatto; in ognuna delle quali trovarono, se non
all'estremità, un corpo similmente circonvoluto ».
E qui per esimerci dal scendere di nuovo a com
menti, ci parve bastasse il sottolineare le frasi che
nel dettato stesso dell'autore accennano ad attenuazioni
o dubbiezze, affinchè il lettore vi fermasse con atten
332 CAPO XI.

zione maggiore lo sguardo; e portiam fede che così


adoperando rimarrà ben persuaso di non avere alla
estremità dell'osso sacro un ultimo rudimento di coda,
della quale i fautori del trasformismo vogliono ad ogni
costo fossero dotati i primi, antichissimi nostri proge
nitori. Confidiamo inoltre che ne verrà tanto più ac
certato, scorgendo dalle circospezioni ed esitanze con
cui questo passo è dettato, che il Darwin medesimo
sia poco, ben poco convinto di quanto ne viene di
cendo.
Soggiungiamo, per non andare più oltre in questo
esame, che tutte quante le altre reminiscenze o punti
di contatto che i trasformisti vanno scovando col mi
croscopio per trovare analogie fra l'uomo e gli ani
mali privi di ragione, sono tutte quante della mede
sima levatura; ed è il caso di dire qui che i fatti
minimi anche in buon numero non raggiungono in
conclusione una entità ragguardevole, poichè non si
decide di un tanto grande argomento col dar peso a so
fistiche apparenze, a coincidenze troppo naturali ed
anzi necessarie in organismi in cui deve funzionare
quasi allo stesso modo la vita; ma sono coincidenze
che hanno tutt'altra origine e ragione di essere, come
dimostreremo or ora.
Prima però importa far conoscere che come dei ca
ratteri fisici dell'uomo, istessamente discorrono dei mo
rali, facendo opera di adeguarli al livello medesimo
di quelli dei bruti.
Copiamo ancora dall'opera sucitata del Darwin.
« Mi propongo in questo capitolo secondo di dimo
strare che non v'ha differenza fondamentale fra l'uomo
e i mammiferi più elevati per ciò che riguarda le loro
facoltà mentali ». -

Se ciò fosse vero dove starebbe la diversità fra


L'UoMo 333

l'uomo e il gorilla, ad esempio? Essa ridurrebbesi alla


maggiore delicatezza e venustà nelle forme fisiche:
del resto uguaglianza perfetta! Ammiriamo da una
parte e deploriamo dall'altra grandemente il coraggio
di chi a difesa di un suo sistema osa emettere di tali
proposizioni.
Ma per coraggiosi che si voglia essere in questo
senso, una scappatoia si lascia sempre aperta; e questa
la ravvisiamo nel vocabolo fondamentale, benchè col
medesimo si aggravi l'arditezza della sentenza; ma
chi legge alla sfuggita e non bada pel sottile, dice
fra sè: già non vi sarà differenza fondamentale, ma
nel resto poi.....! poi.....! di molte e grandi ve ne
devono essere – e va innanzi non accorgendosi di
aver dato del capo nel più sottile e pernicioso sofisma.
In fatti, se l'autore avesse scritto recisamente che non
vi ha differenza alcuna fra gl'individui di quelle due
specie nelle facoltà mentali, la botta sarebbe riuscita
troppo sensibile anche ai meno dilicati, abbenchè, come
osservammo, la pretesa attenuazione maggiormente l'ag
gravi. E a dir vero se di una essenzialità fondamentale
non si deve tener conto, alle minime e superficiali non
sarà nemmeno il caso di fare attenzione.
Dunque, a detta dei darwiniani non vi sarebbe diffe
renza fondamentale, cioè di una radicale importanza fra
l'uomo e i mammiferi più elevati circa le facoltà men
tali. Gran coraggio davvero! E in fatti ei ribatte il
chiodo tosto per riaffermare il suo dire colle seguenti
parole: « Per ciò che riguarda gli animali che stanno
molto in basso nella scala, avrò da aggiungere alcuni
fatti addizionali nel capitolo della scelta sessuale per
dimostrare che le loro potenze mentali sono assai più
elevate di quello che si sarebbe potuto supporre ».
Ma non solamente i più elevati nella scala, bensì
334 CAPO X.

anche i molto più bassi ei vorrebbe quasi con queste


parole adeguare all'uomo.
« La variabilità, soggiunge, di queste facoltà fra indi
vidui della medesima specie è per noi un punto impor
tantissimo, e ne darò qui alcuni esempi. Ma sarebbe
superfluo entrare in troppi particolari su questo argo
mento, mentre io mi sono assicurato, dopo di aver
preso molte informazioni, che tutti quelli che hanno
avuto che fare per lungo tempo con animali di molte
sorta, compresi gli uccelli, sono unanimemente di opi
nione che esiste fra i varii individui una grande di
versità in ogni caratteristica mentale. In qual modo
siansi sviluppate dapprima le potenze della mente negli
organismi inferiori, è una ricerca senza speranza, al
paro di quella intorno al modo in cui siasi sviluppata la
vita. Questi sono problemi serbati per un lontano avve
nire, se pur l'uomo arriverà mai a scioglierli.
« Siccome l'uomo è fornito degli stessi sensi come
gli animali
debbono sottostanti,
essere le stessele».sue intuizioni fondamentali
- v

E qui per far vedere che se tra loro qualche diffe


renza nelle potenze o facoltà mentali esiste non è poi
di grande importanza, osserva che negl'individui della
medesima specie, come ad esempio gli uccelli, la varia
bilità e diversità di quelle facoltà è assai grande; quasi
a dire che se fra questi e l'uomo fossero alcun che più
rilevanti, non sarebbe poi da stupirsene come di cosa
naturalissima. Non v'è, pare che dica, una certa diver
sità nel muoversi, nell'appetenza, nel canto e per
fino nell'affettività fra due canarini? or bene, perchè
non vi sarebbe fra questi e l'uomo ? ed in vero segue
a dire:
« L'uomo ha pure comuni con essi alcuni istinti,
come quello della propria conservazione, l'amore ses
L'UOMO 335

suale, quello della madre pel suo nato, la facoltà in


quest'ultimo di poppare, e così va dicendo ».
Ma affinchè fra l'animale e l'uomo o fra animali della
stessa specie non vi fossero queste differenze, che quasi
chiameremmo espressioni della vitalità individuale, sa
rebbe necessario che l'animale fosse una pretta mac
china, di modo che non potesse far moto o mettere
grido che in quel dato modo o tempo. Il pendolo per
corre in un secondo una certa sezione di circolo pun
tualissimamente, e sempre in modo uguale; ma non
è vivo. Intendiamo sì che l'uccelletto, il gatto, il ca
gnolino debbano misurare ciascuno i loro movimenti
in modo da non oltrepassare i limiti assegnati alle
facoltà delle rispettive loro specie; ma all'espressione
della vita dev'essere concessa una certa latitudine.
L'arco di circolo che loro è dato di percorrere è mag
giore di assai di quello del pendolo insensibile; e non
lo corrono soltanto sopra una linea, ma lo esperimen
tano in una sezione più o meno grande di tutta la
sfera nelle varie sue dimensioni. L'uomo poi, fornito
d'istinti non solo, ma d'intelligenza, può correrla or
mai tutta intiera e in ogni senso (1).
« Ma l'uomo, soggiunge, ha forse un minor numero
d'istinti di quello che abbiano gli animali che lo se
guono immediatamente nella serie degli esseri. L'urango
delle isole orientali e il scimpanzè dell'Africa si costrui
(1) Badisi che qui diciam l'uomo e non gli uomini, poi
chè quanto più l'intelligenza supera l'istinto, tanto più
grandi debbonsi ravvisare le differenze negli esseri dotati
dell'uno o dell'altro di questi strumenti. E sia pure una
qualche diversità di movenze e di affettività fra due cana
rini; ma non saranno mai tante e sì grandi quanto quelle
che passano, ad esempio, fra Humboldt, Cavour, Man
zoni, e un buon villico che non è mai uscito dal suo pae
sello, o un manuale giratore del volante di una macchina.
336 CAPO X.

scono piattaforme per dormire; e siccome queste due


specie hanno lo stesso costume, si potrebbe asserire
che ciò è prodotto dall'istinto: ma non possiamo essere
ben certi che questo fatto non sia invece l'effetto di una
somiglianza di bisogni e di una potenza di ragionamento
pari in entrambi questi animali ».
Ma qui è d'uopo andar bene guardinghi giacchè sem
bra vogliasi ravvicinare tanto l'istinto al raziocinio da
farne quasi una cosa medesima. Chi ha pensato mai di
dotare l'ape, la formica, il ragno di raziocinio in consi
derazione degli ammirabili lavori da essi architettati ?
Tanto più quando si osservi che vi hanno ragni che non
tessono e formiche che non costruiscono? Ciò non per
tanto le opere di questi insetti superano in appropria
zione ed esattezza, che può dirsi matematica, di cento
cubiti le rozze piattaforme che, dicesi, costruisconsi le
sucitate due specie di primati (1).
E quelle eziandio sono un nonnulla rispetto alle opere
anco le meno complicate dell'uomo, senza notare ch'egli
ha misurata la distanza che corre fra qualche stella fissa
e noi, che ha saputo dire quanto pesi la massa smisurata
del sole, ed accertare l'esistenza di Nettuno per via del
calcolo prima che questo lontanissimo pianeta si fosse
potuto vedere col telescopio; e così dicasi di altri infiniti
trovati dell'umana intelligenza e del raziocinio. Che se
si dovesse stare al regolo dell'acuità e comprensione
dell'istinto, ed alla complicata maestria del lavoro,
dovrebbe l'uomo meglio provenire dalla formica che
(1) Già Plinio diceva: Vade ad formicam piger. Apes la
borem tolerant, opera conficiunt, rempublicam habent, con
silia privatim, ac duces gregatim, et quod maaime mirum,
mores habeat (*) ». Ma con ciò non intendeva ragguagliarle
per nulla in intelligenza all'uomo.
(*) PLINIo, Nat. Hist., lib. XI, cap. v.
L'UoMo 337

non dalla scimmia che è tanto meno di quella labo


riosa e destra (1).
E sono i profondi scienziati che hanno pesato i gas
colle bilance di precisione e descritta la circolazione
ammirabile di questi e degli altri elementi della materia
nei più complicati organismi che fanno di tali confronti!
Per somma ventura, nè lo scimpanzè, nè il gorilla sanno
scrivere, nè mai il sapranno; chè se ciò fosse, a pro
vare la loro antica nobiltà, e a proclamarsi uguali al
(1) Ne lasciam giudice il lettore quando abbia visto ciò
che della formica ha scritto lo stesso Darwin a pag. 138
dell'opera citata.
« Una differenza di grado, per quanto grande sia, non
giustifica il collocar l'uomo in un regno distinto; e ciò
sarà meglio dimostrato forse comparando le forze mentali
di due insetti, cioè un coccus o gallinsetto ed una formica
che senza dubbio appartengono alla stessa classe. Qui la
differenza è maggiore, sebbene in certo modo di un'altra
sorta, che non fra l'uomo e i mammiferi più elevati. La
femmina del gallinsetto, ancora giovane, si attacca colla
proboscide ad una pianta; sugge la linfa ma non si muove
più: divien fecondata e depone le uova; e questa è tutta
la sua storia. D'altra parte la descrizione dei costumi e
delle forze mentali della formica femmina esigerebbe,
come ha dimostrato Pietro Hüber, un grosso volume:
tuttavia posso brevemente riferirne alcuni punti. Le for
miche si dànno reciprocamente informazioni e si uniscono
parecchie insieme per fare lo stesso lavoro o per trastul
larsi. Riconoscono le formiche loro compagne dopo una
assenza di mesi. Si fabbricano grandi edifizii, li tengono
puliti, chiudono la sera le porte, e collocano le sentinelle.
Fanno strade e talora anche gallerie sotto i fiumi. Rac
colgono il nutrimento per la comunità, e quando un og
getto che portano nel nido è troppo grande, allargano la
porta e poi tornano a costruirla. Vanno alla battaglia in
eserciti regolari, e sacrificano volenterose la loro vita pel
bene comune. Emigrano concordi con un progetto pre
stabilito. Fanno schiavi. Tengono gli afidi come vacche
pel latte. Portano le uova dei loro afidi come le proprie e
338 CAP0 X.

l'uomo nei loro libri, non dovrebbero usare altra fatica


che quella di citare testualmente gli scritti dei moderni
materialisti (1).
« È notevole, così segue a dire, il piccolo numero
e la comparativa semplicità degl'istinti negli animali
superiori in riscontro a quelli degl'inferiori. Cuvier
asseriva che l'istinto e l'intelligenza stanno in ragione
inversa uno dell'altra; ed alcuni hanno creduto che le
facoltà intellettuali degli animali superiori siansi gra
i proprii bozzolini nelle parti più calde del nido, onde
schiudano più presto; e compiono un numero senza fine
di fatti consimili che potremmo citare. In complesso, la
differenza fra la potenza mentale di una formica e quella
di un gallinsetto è immensa; tuttavia nessuno ha mai
sognato di collocarli in classi distinte e molto meno in
regni distinti ».
Dunque, pare voglia concludere, malgrado la differenza
grande che v'ha fra le facoltà mentali del Scimpanzé e
quelle dell'uomo, non ne viene la necessità di porli in
classi o regni distinti. - -

Gli è sempre, come già osservammo, lo stesso sistema


di adeguar l'uomo all'animale bruto; e non considerano
che l'istinto maraviglioso della formica la faceva operare
diecimila anni sono tal quale fa adesso; invece che l'uomo,
dalle palafitte delle abitazioni lacustri, venne bel bello a
costruire l'Alhambra, il Vaticano, S. Pietro e la Cattedrale
di Colonia; riuscì a scavare dalle due opposte imbocca
ture la galleria del Fréjus, e che va ad accingersi a forare
un tunnel sotto la Manica per congiungere, malgrado il
mare, la Francia all'Inghilterra. Ma l'istinto è l'eterna
ripetizione della cosa medesima; l'intelligenza invece im
porta il continuo procedere e perfezionare.
(1) A conferma di questo nostro dire vediamo che lo
stesso Darwin nelle prime pagine del suo cap. VI scrive:
« Se l'uomo non fosse stato il proprio classificatore non
avrebbe mai pensato a trovare un ordine separato per
collocarvisi ».
Ma qui non istà il peggio. Gli scienziati a noi previs
suti, pensarono di collocar l'uomo in un ordine separato
L'UoMo 339

datamente sviluppate dai loro istinti; ma Pouchet,


nel suo interessante lavoro – L'instinct chez les in
sectes (1) – ha dimostrato che non esiste in realtà
una cosifatta ragione inversa, poichè, egli dice, quegli
insetti i quali sono dotati d'istinti più maravigliosi,
sono certamente i più intelligenti.
« Quantunque i primi barlumi dell'intelligenza, se
del regno animale, ed alcuni anzi in un regno a parte; ma i
moderni, quelli di cui parliamo, considerando questo fatto
come un abuso di potere, si affrettano a porvi rimedio,
facendo ciò che farebbe la scimmia, dato che potesse scri
vere trattati di fisiologia. E di vero ei soggiunge tosto:
« Il prof. Owen, appoggiandosi principalmente alla strut
tura del cervello, ha diviso la serie dei mammiferi in
quattro sotto classi, ed una di queste la dedicava all'uomo.
Ma questo modo di vedere non è stato accettato, per
quanto mi sappia, da nessun naturalista capace di for
mare un giudizio indipendente ».
E più in là, a pag. 143, rincalzando lo stesso argomento:
« Quantunque l'uomo, come abbiamo testè veduto, non
abbia nessun giusto diritto di formare un ordine separato
per sè; egli può forse reclamare un distinto sott'ordine o
una famiglia ». -

Ma si pente quasi di concedergli quel posto distinto, e


soggiunge tosto.
« Il prof. Huxley nella sua ultima opera (*) divide i
primati in tre sotto-ordini, cioè gli antropidi col solo
uomo, i scimmiadi, contenente le scimmie di tutte le
sorta, ed i lemuri di coi vari generi di lemuri. Per tutto
ciò che ha rapporto colle differenze di certi punti impor
tanti di struttura, l'uomo può senza dubbio a buon dritto
reclamare un sotto-ordine; e se consideriamo principal
mente le sue facoltà mentali, questo è troppo poco. Non
dimeno, da un punto di vista genealogico, sembra che
questo posto sia troppo alto, e che l'uomo dovrebbe so
lamente formare una famiglia, o, possibilmente anche
soltanto una sotto-famiglia ». Pover'uomo!
(1) Revue des deux Mondes, febbraio 1870, pag. 690.
(*) An Introduction to the classification of the animals; 1869, pag. 99.
340 CAP0 X,

condo il signor Herbert Spencer (1), siansi sviluppati


mercè il moltiplicarsi e il coordinarsi delle azioni riflesse;
e quantunque molti fra i più semplici istinti siansi gra
datamente cambiati in azioni di questa sorta, e possano
appena distinguersene, come nel caso del poppare dei
giovani animali; nondimeno gl'istinti più complessi
sembrano essere stati originati indipendentemente dal
l'intelligenza ».
« Tuttavia, nota il Darwin, quasi per contrastare a
queste sagge parole, sono ben lontano dal negare che le
azioni istintive possano perdere il loro carattere costante
ed indelebile, ed essere sostituite da altre, compiute
mercè l'aiuto della libera volontà ».
Ma a nulla varrebbe lo estendersi oltre in citazioni,
posciachè tutte si aggirerebbero sullo stesso argomento,
dettate essendo in questo solo intendimento di voler
dimostrare cosa assolutamente insussistente ed impos
sibile. A voler confutare le inesatte ed erronee asser
zioni contenute in queste poche righe occorrerebbero
pagine di molte. -

Brevemente diremo non essere vero che gli animali


superiori siano dotati di un minor numero e di più sem
plici istinti a confronto degl'inferiori. La lampreda, per
esempio, da loro più sopra citata come uno degli ani
mali più bassi nella scala degli esseri organizzati,
dovrebbe esserne fornita in maggior copia del Can bar
bone; ma sarebbe assurdo il crederlo. Ciò dicono perchè
vorrebbero agli animali superiori conferire la facoltà
dell'intelligenza per meglio ragguagliarli all'uomo.
E nemmeno stimiam vero che le facoltà intellettuali
degli animali superiori siansi sviluppate gradatamente
dai loro istinti; e ben dice lo Spencer quando afferma
che gl'istinti più complessi sono stati originati indipen
(1) The Principles of Psicology.
L'UoMo 341

dentemente dall'intelligenza; come per converso mal


s'appone il Darwin asserendo che le azioni istintive
possano perdere il loro carattere invariato ed essere
sostituite da altre più complesse per l'intervenzione
della volontà. -
Ciò può esser vero nell'uomo; negli animali non mai.
A nostro credere l'istinto in questi è tutto al più un
pallido barlume dell'intelligenza, ma tuttavia incon
sciente, e quindi non mutabile, nè perfettibile. L'intel
ligenza invece abbraccia nell'uomo tutti gl'istinti, sem
plici o riflessi che siano, e può svilupparli e meglio
acuirli col coadiuvare ad essi, oltre allo avere i prin
cipali caratteri suoi proprii.
Degli istinti affettivi e socievoli i trasformisti fanno
una specie di coscienza; e quelli che servono alla pro
pagazione della specie, alla personale conservazione e
difesa elevano quasi al grado di raziocinio intelligente.
Inutili conati: fra l'istinto e l'intelligenza intercede
un abisso, nè quindi potrà mai il primo convertirsi
nell'altra. Del primo è carattere assoluto l'immobilità:
dell'altra il progresso, questo crisma santo dell'Uma
nità; il quale è strumento di perfettibilità e via alla
perfezione, a cui ogni uomo procede, volente o nolente,
nel corso delle varie sue esistenze.
Il progresso, e chi nol sa ormai ? è il portato del
l'intelligenza servita dalla riflessione e dalla volontà;
facoltà queste nella loro vera essenza ignote agli ani
mali anco superiori. Forse un qualche barlume delle
medesime si affaccia in essi talvolta a quel certo sen
sum insito in tutto ciò che ha vita animale; ma su -
perato quel caso speciale dileguasi, e non aiuta ad
istituire confronti a norma dei congeneri avvenire, e
tanto meno a trasmetterne un riflesso, sia pur minimo,
nei figli a loro ammaestramento. L'esercizio adunque
22 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
342 CAPO X.

di una volontà esplicita, che non hanno, non può far


perdere ai loro istinti, singolari e ristretti ciascuno alla
loro specie, quel carattere di eterna perdurabilità che
loro è proprio e
E qui giova ripetere ad ammaestramento dei fau
tori del trasformismo, alcune gravi parole dello stesso
Darwin citate poc'anzi, e cioè: « In qual modo siansi
sviluppate dapprima le potenze della mente negli or
ganismi inferiori è una ricerca senza speranza, al paro
di quella intorno al modo in cui siasi sviluppata la
vita. Questi sono problemi, soggiunge, serbati per un
lontano avvenire, se pur l'uomo arriverà mai a scio
glierli ». Solenne confessione dell'impotenza in cui
trovasi il cercatore di questi fondamentali principii
della vita organica e della psicologica, quando non
piglia a scorta che il lume della pura scienza na
turale. -

In quanto a noi, questi due problemi ch'ei dichiara


insolubili anche in un lontano avvenire, sono chia
riti da lunga pezza, se vogliasi ammettere il fatto della
creazione e lo spiro dell'intelligenza di cui fu dotato
l'uomo; fatto che confidiamo aver dimostrato d'impre
scindibile necessità nel capitolo precedente. Chi chiude
gli occhi o si sprofonda in uno stambugio sotterraneo,
e poi nega l'esistenza del sole, non tanto può dirsi
per mala ventura cieco, quanto volontariamente ac
CeCatO.

Ed è qui pregio dell'opera il vedere come in difetto


di queste verità, che asseriscono non potranno essere
mai conosciute, tessono il romanzo dello svolgimento
delle idee innate, e del loro trasformarsi in intel
ligenza, poichè fanno le viste di credere ciò pos
sibile.
Gli animali sottostanti, dicono intanto, debbono aver
L'UOMO 343
modificata la loro struttura corporea onde sopravvi
vere in condizioni grandemente mutate. E ciò fino a
un certo punto può essere vero per il cambiare di am
biente e di abitudini, ma non a segno di passare da un
ordine e da una specie ad un'altra.
Rispetto all'uomo però, avverte il signor Wallace,
e riguardo alle sue facoltà intellettuali e morali, il
caso è di gran lunga diverso. Queste facoltà, sog
giunge, sono variabili, e quasi vorremmo credere che
tali variazioni tendono a trasmettersi per via di ere
dità: epperciò se da principio erano di grande impor
tanza per l'uomo primitivo o per i suoi progenitori
simili alle scimmie, dovevano venir perfezionate me
diante la scelta naturale.
Questa osservazione del signor Wallace produce in
noi un certo senso, poichè a pag. 104 lo stesso Dar
win riferisce con sorpresa le seguenti precise parole
dello stesso autore: « La scelta naturale non avrebbe
dato al selvaggio che un cervello poco superiore a
quello di una scimmia ».
Consentono però intanto nel dire: «non potervi esser
dubbio intorno alla grande importanza delle facoltà
intellettuali dell'uomo, perchè egli deve principal
mente ad esse la eminente posizione che occupa nel
mondo ». - -

Ma il Darwin soggiunge tosto per non contradire


al suo sistema: « essere probabilissimo che queste
facoltà siano andate perfezionandosi nel genere umano
gradatamente, mercè quel portentoso agente della scelta
naturale; e che perciò questa conclusione basta al suo
intento ». -

Come in quei supposti primordii potesse esservi modo


di fare tal scelta mentre scarso era il numero degl'in
dividui umani, e fosse difficile il conoscere chi fra
344 CAPO X.

quelli meglio abbondasse nelle intellettuali facoltà, egli


non dice (1). -

Nota però volersi attentamente osservare che appena


i progenitori dell'uomo divennero socievoli, il che av
venne probabilmente in un periodo antichissimo, il pro
gresso delle facoltà intellettuali dev'essere stato aiutato
e modificato considerevolmente dal principio dell'imita
zione, unito alla ragione ed all'esperienza; e ciò perchè
le scimmie sono quanto mai inclinate all'imitazione.
Ma qui ci farem lecito di osservare che se l'uomo aveva
già a sua guida la ragione e l'esperienza, non doveva
sentire il bisogno d'imitare le rozze e brutali azioni
degli animali.
Ancora un'ultima parola, e basti. « Veniamo ora,
ei dice, alle facoltà sociali e morali. Affinchè gli uo
mini primitivi, o i progenitori dell'uomo, somiglianti
alle scimmie, siano divenuti socievoli, dovevano avere
acquistati i medesimi sentimenti istintivi di socievo
lezza che spingono altri animali a vivere in comune ».
Gli animali adunque, volendo stare ligi a questo si
stema, sarebbero stati non solamente i progenitori nostri,
ma i nostri maestri. Conclude però con prudente riser
vatezza col dire: « Tuttavia il problema del primo
progredire dei selvaggi verso l'incivilimento è oggi
difficilissimo a sciogliere ».
Dunque cotesti grandi cercatori di novità psicolo
giche trovansi costretti a riuscire sempre alla confes
sione della loro impotenza, come già il vedemmo
poc'anzi.
E qui cade a proposito lo esporre le nostre idee
intorno alla cagione prima e al significato altamente
(1) Non bada come passasse quasi in giudicato essere i
figli di un grand'uomo inetti per lo più e intellettualmente
degeneri.
L'UOMO 345

filosofico delle somiglianze fisiche e mentali che si


riscontrano fra gli animali e l'uomo; per cui apparirà
non essere necessario lo invocare filiazioni fisiologi
che e psicologiche di questo da quelli per trovarne la
ragione. Lo facciamo però con una certa esitanza, nel
vedere quanto uomini di un valore scientifico emi
nente sian soggetti ad andare lungi dal vero, per tener
dietro ad una idea che diventi in essi predominante.
Dobbiamo farlo ciò non pertanto, giacchè anche per
noi sarà questo, se non il capitale, uno dei corollari
principali del nostro sistema.
I riscontri non pochi ravvisati nei rispettivi orga
nismi dell'uomo e degli animali sottostanti, fin dallo
stato embrionale di questo, sono colle seguenti parole
enunziati dal Darwin e da altri chiari scienziati che
ei cita (1).
« L'uomo si sviluppa da un ovulo il quale ha circa
la 125° parte di un pollice di diametro (il pollice vale
25 millim.) e non differisce punto dagli ovuli degli altri
animali » – Rassomiglianza generale fondamentale.
« Lo stesso embrione, nel suo periodo affatto ini
ziale, malagevolmente si può distinguere da quello di
altre specie dello scompartimento dei vertebrati » – Ras
somiglianza generale eziandio, ma meglio esplicata e
circoscritta. -

« In questo periodo le arterie scorrono in rami a


a mo'di arco, come se fossero per portare il sangue
alle branchie, che non si trovano nei vertebrati supe
riori, quantunque rimangano ancora le fessure ai lati
del collo, ad indicare la loro primiera posizione »
– Riscontro con i pesci e coi batrachiani.
« In un periodo alquanto più inoltrato, quando le
estremità sono sviluppate, i piedi delle lucertole e dei
(I) Pag. 16 e pass.
346 CAPO X.

mammiferi (siccome nota l'illustre Von Baer), le ali


e i piedi degli uccelli, non meno che le mani e i
piedi dell'uomo, derivano tutti dalla stessa forma fon
damentale » – Riscontri numerosi e più speciali.
« Egli è, dice il prof. Huxley, al tutto negli ultimi
stadii dello sviluppo che il giovane essere umano pre
senta evidenti differenze dalla giovine scimmia, mentre
quest'ultima si distacca nei suoi sviluppi dal cane,
tanto quanto l'uomo » – Riscontri coi primati.
« L'embrione umano rassomiglia per molti tratti
della sua struttura a certe forme inferiori adulte». – I
riscontri più spiccati cesserebbero adunque col succes
sivo parallelismo dell'età.
« Fino all'estremo periodo embrionale dell'uomo si
possono osservare talune vistose rassomiglianze fra
l'uomo e i sottostanti animali (già venuti alla luce).
Bichoff infatti dice che le circonvoluzioni del cervello
nel feto umano alla fine del settimo mese sono a un
dipresso allo stesso punto di sviluppo in cui è quello
del babbuino adulto. Conchiuderò, dice il Darwin,
con Huxley il quale, fatta la domanda se l'uomo si
origini in un modo differente da un cane, un uccello,
una rana, un pesce, dice: la risposta non è oggi dubbia:
incontestabilmente il modo di origine e gli stadii pri
mieri dello sviluppo dell'uomo sono identici con quelli
degli animali che gli stanno immediatamente sotto
nella scala ».
Non è necessario invero di essere professore di Uni
versità per dare una somigliante risposta. Ma quando
si sono scritte tali cose, se la mente non fosse ab
buiata da idee preconcette, la prima e più ovvia con
clusione da trarsene, quella sarebbe della fratellanza
generale degli esseri che sorgere si vedono a un modo,
e fino a un certo punto quasi parallelamente svilup
L'UOMO 347
parsi. Essa ne è più comprensiva, più evidente più fi
losofica, ed essenzialmente più razionale di quella di
una paternità o di una filiazione impossibili fra esseri
che in un assai maggior numero di punti divergono, che
non siano i pochi che tuttavia li ravvicinino, siccome
abbiam fatto constare dal fin qui detto intorno a que
sto gravissimo argomento.
Arroge che dalle stesse ultime citazioni tratte da
autori che favoreggiano il trasformismo, le analogie
rilevate nel periodo embrionale, non vanno oltre il
settimo mese di gestazione: pare allora che la natura
fisica dell'uomo, avendo soddisfatto al tributo della
sua fratellanza con gli organismi inferiori, si risvegli
in certo modo, e s'incammini per una via a sè spe
ciale e distinta; quasi ad una prima affermazione della
sua precellenza. -

L'uomo fu già detto re della terra, e questo predi


dicato gli si addice a buon dritto, se si consideri dal
lato delle facoltà intellettuali sì altamente sovrastanti,
checchè se ne dica dai novatori, agl'istinti primitivi
o ai riflessi di cui vanno forniti gli animali. Siccome
dal lato del materiale organismo la distanza che fra
loro corre, per grande che sia, non ragguaglia a gran
pezza la precedente, staremo paghi al dirlo non il pri
mogenito, poichè cronologicamente non è; ma il più
prestante e degno della schiera infinita degli altri es
seri animati, fratelli suoi.
I punti assai numerosi di riscontro rilevati fra essi
da riputatissimi fisiologi e naturalisti, ci porgono ra
gioni esuberanti per proclamare questa cognazione o
fratellanza; e se la scimmia e la formica, se l'elefante
e il castoro potessero classificare se stessi ei congeneri,
i prossimi e i noti, siam persuasi, ripicchiando sovra
un'idea accennata poc'anzi, che si porrebbero e riguardo
348 CAPO X,

alle forme e alle conseguenze dell'organismo, e rispetto


agli istinti e a quel barlume d'intelligenza inconsciente
che in ognuno di essi si trova, in ordini di gran lunga
inferiori a quello che a lui si compete; nè vorrebbero
mai ragguagliarsi all'uomo, quand'anche non cono
scessero che la milionesima parte dei trovati della sua
intelligenza: ma neanchè questa infinitesima parte
possedono. -

L'albero della vita organica vivente, sì ricco di


parti ammirande, e varie, può assomigliarsi in qual
che modo all'arbusto nel quale le squame, le stipule,
i viticchi, i pungiglioni, le spine che sviluppansi sul
suo gambo o tralcio, sono essi pure foglie in origine,
ma che andarono trasformate o abortite. Tutte queste
parti diverse preesistevano al fiore, composto anche
esso di foglie, variamente però e bellamente trasfor
mate; ma nella rispettiva e varia azione loro, tutte
cospirarono a produrre questa suprema manifestazione
dell'organismo vegetale che nel suo seno racchiude
l'embrione del frutto e il germe dell'ulteriore trasmis
sione della vita. Sòrta dopo di loro, a dir vero, essa
però in certo modo preesisteva in concetto e virtual
mente a tutto quel apparato, poichè ad essa ed al
frutto riproduttore era avviato fino dal germe primi
genio tutto il movimento intensivo della pianta; di
guisa che il fiore, abbenchè cronologicamente sorga
alla luce più tardi; come intendimento provvidenziale
può dirsi primogenito in quel ristretto microcosmo
della pianta, come l'uomo nell'albero della vita ani
male.
La fratellanza universale degli esseri di cui ripar
leremo nell'ultimo capitolo, è provata da infinite ra
gioni; e fra queste sono: la generalissima della genesi
della materia di cui sono composti essi tutti, emersa
º
L'UOMO 349
essa stessa da Dio: il principio prototipo della crea
zione che anima, sotto l'afflato di Dio, tanta parte di
essa materia, riducendola al punto di acquistare co
scienza di sè, mentre una immensamente maggiore
quantità ne rimane incosciente tuttavia, sotto il solo
dominio delle leggi fisico-meccaniche; e finalmente il
nesso di quell'attrazione universale che lega insieme
le nature tutte coscienti o inscienti, non foss'altro che
per via della circolazione e l'intreccio della vita nella
materia, e della materia nella vita.
Le molteplici altre e più intime ragioni di una tale
fratellanza ci vengono fornite a profusione dagli stessi
oppositori nostri, essendo ricercate da essi con cura
grandissima e diremo eziandio con felice risultamento;
ma per essi son vòlte allo inconcepibile intento di as
segnare la paternità dell'uomo alla scimmia, la pro
venienza di questa da un animale inferiore, e così via
via, senza porre alcun limite a questa scala discen
dente (1). Per noi al contrario quelle ragioni rappre
sentano altrettanti punti di relazione, conducenti alla
(1) In un recente articolo, che direbbesi più volto a
celia che altro, intitolato: Darwin e il darwinianismo,
del prof. Mantegazza, filosofo e scienziato anch'egli della
scuola naturalistica, leggiamo: « Ammessa l'origine delle
specie per elezione naturale; ammessa l'evoluzione spon
tanea e successiva delle forme dei viventi, Darwin trova
che l'uomo non isfugge alla legge comune, ma la con
ferma ».
Da noi, come si è potuto vedere, questi principii non si
ammettono in nessun modo; ma quando per un solo mo
mento li concedessimo, diremmo pur sempre che l'uomo
dovrebbe ognora considerarsi come una spiccatissima ec
cezione di quelle leggi, a cagione, non foss'altro della
intelligenza e della parola.
E a proposito di quest'ultima vi è detto ancora: « Al
Darwin non pare impossibile che un nostro antenato più
350 CAPO X.

idea provvidenziale, genesiaca, all'idea morale di una


riassunzione finale al primo universale principio, che
senza fallo è uno dei più profondi misteri della di
vinità.

Per noi, lo diremo con maggiore chiarezza riassu


mendo: le varie fasi o parvenze del feto umano nel
suo sviluppo embrionale, non sono ripetizioni o ricordi
di altri stadi percorsi da quell'organismo che finalmente
sapiente degli altri e che già stava umanizzandosi, abbia
tentato d'imitare l'urlo o il muggito di qualche bestia fe
roce per fare avvertiti i compagni della natura del peri
colo che loro stava vicino, e di lì si sarebbe passati a
un linguaggio elementare ! » Stupisce invero, il ripetiamo,
che gente sì dotta professi di tali assurde incongruenze.
L'uomo, stando a questa ipotesi, o il scimmione che stava
umanizzandosi, e che quindi pare fosse già al fastigio
della scala animale di quei tempi, non aveva modo vocale
di comunicazione suo proprio, e pare che dovesse imitare
le voci di animali a lui sottostanti per avvertire i compagni
di un qualche pericolo vicino ! Risum teneatis! Ma perchè
questo suo singolare mutismo, mentre gli animali bruti
avevano già loro grida speciali? e poi quali compagni, di
grazia, poteva avere egli se per sommo caso eccezionale
quell'individuo che dicesi stavasi umanizzando era solo
di questa nuova specie d'individualità in quel suo stato
singolarissimo? Che se per altra parte egli avesse imitato
l'urlo del lupo o il ruggito del leone o della tigre, male
sarebbe riuscito ad ispirare a quei poveri animali bruti
che ancora non erano come lui sulla strada dell'umaniz
zazione, un solo bricciolo di confidenza, mentre li avrebbe
a volta sua spaventati, potendo temere di essere non da
uno solo, ma da due pericoli minacciati contemporanea
mente. Nè staremo ad osservare quanto quegli urli e
ruggiti sarebbero stati poco addatti elementi di quel
linguaggio umano, nel quale dovevansi dettare tante ma
ravigliose opere. O animali, che al dire di questi saggi,
foste nostri maestri anche negli elementi primi del bel
dire, perchè rimaneste poi sempre così ignoranti, di modo
che lo scolaro potesse di tanto sopravvanzarvi?
L'UOMO 35l

doveva essere l'uomo; ma sibbene confessioni, che


diremmo spontanee, della sua fratellanza, singolar
mente nell'ordine fisico e sensibile, con gli organismi
inferiori: per noi sono una specie di salutare memento
della parte prettamente animale di cui consta il suo
corpo, come a dirgli: avresti potuto nascere un rospo,
un pipistrello, un lupo, e invece Dio ha voluto che
tu fossi un uomo.
Se ciò non fosse, le parvenze del feto umano do
vrebbero presentare riscontri del solo suo progenitore
immediato, mettendo per un istante che potess'essere
lo scimpanzè o il gorilla; e già si dimostrerebbero
assai persistenti, non purgandosi ancora di quella ma
niera di stimmata dopo un tanto succedersi di genera
zioni, se è vero che l'uomo vive già da oltre duecento
cinquanta mila anni sulla terra (1).
Che se invece il primitivo nostro sviluppo ci ricorda
tuttora le branchie del pesce e le zampe della lucer
tola e della salamandra, tali reminiscenze o riscontri
embriologici dovrebbero risalire a chi sa quanti mi
lioni d'anni per rintracciare la loro origine, secondo
i dettati del sistema del trasformismo; e a dir vero ci
par troppo. -

E se ciò che anche oggi si osserva è vero, di una


(1) Talune nuove indagini dànno luogo a credere che
queste tracce della vita primitiva dell'uomo si trovino
persino nell'epoca terziaria. Egli fu certamente il coe
taneo dell'elefante primigenio, del rinoceronte ticorino,
del grande ippopotamo e forse del mastodonte..... Dopo
l'apparizione dell'uomo sulla terra trascorsero adunque
lunghezze inenarrabili di tempi..... sarebbe difficile di
assegnare all'ultima invasione dei ghiacci in Europa una
epoca meno remota di un quarto di milione d'anni, e l'ap
parizione dell'uomo l'aveva preceduta !
Supp. Per. alla Nuova Enc. Pop. vol. 9°, pag. 135 e pass.
352 CAPO X.

tale persistenza vi ha da essere una ragione ben più


essenziale e di un ordine superiore di assai alle addotte
dai fautori del trasformismo; e quella si è della uni
versale fratellanza tra gli esseri; poichè essa è di tale
natura da non dovere cessar mai, essendo evidente
mente necessaria nell'ordine generale delle cose, e
quasi, vorremmo dire, impronta diretta della volontà
creatrice.
Due altre gravissime questioni si affacciano a chi
tratti dell'origine dell'uomo, e cioè: 1° Se tutto l'uman
genere, diviso come apparisce ora nelle varie sue razze
provenga da una sola coppia o da più; e sussidiaria
mente se uno o più fossero i luoghi dov'egli fu sve
gliato alla vita. 2° Se uno solo fosse per conseguenza
il linguaggio primitivo suo, o più, data la pluralità
dell'origine; e quale nel caso dell'unità potrebb'essere
fra le lingue esistenti quella che ne conservi in sè
ancora una qualche reliquia, e che quindi avesse da
riputarsi al primordiale più vicina.
Ma ad agitare di proposito argomenti di tanta im
portanza ben altro spazio occorrerebbe che non sia il
poco che ancora ci rimane per non oltrepassare i li
miti che ci siamo segnati; e molte cose tuttavia ci
restano a dire sul complesso del tema che impren
demmo a trattare; ond'è che ci conviene affrettare il
passo, e
Andiam chè la via lunga ne sospinge.
Se ci basterà la lena e vedremo farsi dal pubblico
buon viso a questo lavoro, detteremo forse un altro
volume risguardante più singolarmente l'uomo e le
molteplici sue attinenze coll'universale ordine delle
cose, e là ci sarà dato più largamente spaziare.
Direm solo, come già accennammo in un prece
dente capitolo, stare noi per la unità del ceppo e della
L'UOMO 353

culla del genere umano, e conseguentemente per l'unità


di linguaggio. Aggiungeremo che da molti anni vol
giamo in mente il pensiero del come potrebbesi per
avventura andare in traccia di quella primitiva mani
festazione della parola, e in quella nuova opera ve
dremmo di esporre a tal proposito le nostre idee quali
possano essere; e allora la repubblica dei dotti avrebbe
agio di recarne giudizio.
Ora nel metter fine a questo lungo ma importan
tissimo capitolo, non possiamo tenerci dal riferire gli
ultimi squarci di uno stupendo articolo che intorno
all'Uomo e al suo posto nella Creazione, leggemmo in
un'appendice della Gazzetta Piemontese del 13 feb
braio 1872. Lo crediamo del signor V. B., dotto e
brioso scrittore di quel foglio.
« Il simbolismo della faccia è anche più espressivo
di quello della mano. Se noi consideriamo la sola
composizione anatomica, il capo dell'uomo e quello
della scimmia si rassomigliano esattamente. Ma quale
differenza profonda se si prende ad esaminare il tipo
realizzato !

Nel capo della scimmia la faccia supera in modo


tale il cranio, che questo nascosto, per così dire, dietro
di lei, non presenta più alcuna fronte. Nella faccia
scimmiale predominano le mandibole; la bocca non
vi mostra che un rictus, per cui nel maschio adulto
si scorgono denti enormi ed i canini incrocicchiati,
come negli animali carnivori.
« Questa faccia, dove la forza brutale ed il furore
insaziabile hanno un'espressione permanente, è d'un
aspetto orribile; l'orecchia è senza lobuli, il naso senzà
prominenza e senza vere narici; le aperture olfattive
si aprono sopra le labbra in una fossa mostruosa. Il
sorriso non è possibile a quella bocca; il labbro ed il
354 CAPO X.

mento si confondono in una specie di valva arroton


data che si oppone al labbro superiore, e quando la
bocca è chiusa, le labbra intimamente aggiustate, sono
diritte, piatte, e non lasciano apparire lembo nessuno
della mucosa; subito si scorge che queste labbra non
parleranno mai.
« La faccia corrugata per la continua contrazione
dei muscoli, non ha mai la divina espressione della
gioventù, e gli occhi, non sormontati da alcuna fronte,
sembrano veder solo per il corpo, non per l'intelli
genza. Ecco quanto racconta quella faccia, cento volte
più abbrutita per l'espressione, che quella del cane,
di cui l'intelligenza umana si è fatto un fedel ser
vitore. - - -

« Che cosa racconta invece il capo umano? Lo svi


luppo enorme della fronte che lo domina fa interve
nire nell'espressione generale della faceia il segno
dell'intelligenza. L'organo della forza brutale, le man
dibole, s'impiccioliscono, e labbra mobili, sull'orlo
delle quali appariscono le mucose, le dissimulano an
cora colle oscillazioni incessanti delle loro curve. Que
sti fremiti traducono così le più segrete emozioni
della vita.
« Inoltre, l'occhio che nelle scimmie antropomorfe
era incavato nel cranio, qui splende alla superficie
della faccia stessa per animarla, e perde quell'espres
sione lubrica che lo caratterizzava; la prominenza del
naso pare una prolungazione della fronte e dimostra
maggiormente in quest'armonia la predominanza del
cervello, organo dell'intelligenza. Le narici, divenute
indipendenti e mobili, fremono pure leggermente e
contribuiscono all'espressione delle labbra, sulle quali
apparisce il sorriso, questo simbolo benedetto della
gioia dolce e benevole.
L'UoMo 355

« Ci si dirà forse che noi parliamo esclusivamente


della razza bianca, e che questa razza non è la sola:
e veramente fra i neri ed in alcune razze abbrutite
sonvi uomini a faccia sporgente; forse che queste razze
formerebbero adunque un passaggio tra l'uomo e le
scimmie? No, mille volte no. La loro deformità stessa
protesta contro una tale assimilazione.
« Lungi dall'impicciolirsi, le parti carnose della
testa s'ingrandiscono, s'esagerano in esse: quel lobulo
dell'orecchio, quelle narici, quelle labbra, che sono il
carattere esclusivo dell'uomo, si sviluppano sino a
raggiungere la deformità. E, cosa da ammirarsi nel
l'istinto bizzarro dei selvaggi! per lo sviluppo di quelle
parti hanno una passione spinta all'estremo; attaccano
ad esse anelli, pietre preziose, denti, magnifiche piume,
e con tutti i mezzi imaginabili cercano di dirigere
l'attenzione verso di loro.
« Tutto adunque nella faccia abbrutita del nero pro
testa contro quell'empia assimiglianza; in lui pure
sta l'impronta dell'umanità: la mano libera, e la fronte
indizio di cervello, che comanda agli organi inferiori
della faccia.
« Tutte le espressioni del corpo attestano nell'uomo
un'altra natura. L'uomo materiale è senza dubbio un
animale, ma un animale trasfigurato, e se ci è per
messo di così esprimerci, cambiato in simbolo.
« Noi abbiam parlato degli organi dell'uomo e del
senso della sua fisonomia, e l'abbiamo separato dalla
scimmia; ci rimane di mostrare le sue proprie facoltà.
« L'uomo, diceva non è molto un celebre natura
lista, non si distingue dagli animali per il linguaggio.
« Infatti, tutti gli esseri hanno una specie di lin
guaggio proprio che esprime le loro emozioni, e la
natura loro propria; da un capo all'altro della serie
356 CAPO X.

animale, tutti raccontano se stessi col grido, coi mo


vimenti, colla fisonomia; ma nessuno dei bruti rac
conta alcuna cosa del mondo. Vi ha invece un altro
linguaggio, e questo non appartiene che all'uomo;
con esso l'uomo, non solamente racconta se stesso,
ma racconta le idee che ha dell'universo; nessun ani
male offre il menomo germe di simile facoltà.
« Questo linguaggio è forse la sola facoltà propria
dell'uomo? No, certamente. L'animale comanda al suo
corpo secondo il desiderio delle sue passioni ma non
comanda che al corpo; l'uomo invece non comanda
fors'anco alle potenze della natura?
« Infine, gli uccelli costruiscono nidi, molti animali
sono architetti o costruttori; ma sempre agiscono au
tomaticamente e sempre nello stesso modo; gli è
l'istinto, e l'istinto solo che li fa operare, poichè non
hanno alcuna facoltà rappresentativa delle cose reali e
delle idee. L'uomo solo è creatore di forme, egli solo
scolpisce e disegna, e questa potenza creatrice di forme
offre un'incontestabile rassomiglianza colla potenza che
ha concepito e creato le realità esteriori; questa po
tenza, dunque, propria dell'uomo, giustifica il passo
della Genesi: « Dio creò l'uomo a sua imagine e so
miglianza ».
« L'animale, circoscritto solamente ai sensi, non
conosce neppure la sua specie: l'uomo si preoccupa
di tutti i popoli dell'universo, e del passato quanto
dell'avvenire. Nel passato, non potendo scrutare le
prime origini, inventa le cosmogonie; vuole regnare
nell'avvenire, lo prevede, se ne impadronisce col pen
siero, lo concepisce senza limiti e pretende all'im
mortalità.
« Quest'istinto sublime dell'uomo lo ingannerebbe?
Ma qual istinto ingannò mai un animale? Ora perchè
L'UoMo 357

la potenza dell'istinto, sempre vera negli animali, di


venterebbe bugiarda nell'uomo? -

« Nel corpo dell'uomo si manifestano facoltà del tutto


nuove; che sono sue proprie, sono esclusivamente sue.
La scimmia, più simile all'uomo nel suo organismo
cerebrale, non ne offre nemmeno una traccia. Chi sa
prebbe spiegare queste prodigiose differenze in corpi
simili, se tutto nell'uomo derivasse dall'organismo?
Invece d'avvicinare l'uomo alla scimmia, la loro so
miglianza materiale non fa forse meglio spiccare la
profondità dell'abisso che li separa? Così l'uomo intel
ligente incorona il regno animale; apparisce in capo
alla serie, ma la oltrepassa, la sovraggiudica, e standole
al di sopra sembra quasi tender la mano ad una serie
d'esseri, d'intelligenze superiori non corporei – anello
di congiunzione fra il mondo sensibile e l'intelligibile –
fra la terra ed il cielo » (1).
(1) Se taluno mettesse innanzi l'obiezione, non essere
noi competenti a discorrere e giudicare dei fatti fisiologici
esposti dal Darwin, fatti sui quali poggia il suo sistema,
lo inviteremmo a leggere la già citata opera del Bianconi:
La Teoria darwiniana e la Creazione detta indipendente,
nella quale opera a quei fatti e a quelle deduzioni, altri
non meno scientificamente provati se ne contrappongono.
Ivi a pag. 7 e oltre si legge:
« Per qual ragione vi deve essere la medesima compo
sizione osteologica, miologica, ecc., nella mano dell'uomo,
del cane, del pipistrello, della foca? Come si spiega questa
tipica rassomiglianza? Chi poteva costringere quella po
tenza a regole cotanto ristrette? Come mai imaginare che
la potenza creatrice si sia imposta una costruzione tanto
uniforme, una unità di piano così accuratamente osser
vata in ognuno de' suoi prodotti? Sarebbe mai una fatale
necessità? un capriccio? Sarebbe egli un tirocinio, o sono
tentativi? Ma che è essa mai questa potenza? Quale idea
possiamo noi farcene?... Certamente o non si ammette
per nulla affatto, ovvero si deve ammetterla come poten
23 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
358 - CAPO X.

tissima e perfettamente saggia (*). Queste due qualità


sono due premesse, la cui inevitabile conseguenza è una
completa libertà d'azione. Ora una sì fatta libertà esclude
ogni idea di vincolo, di regola da seguire. Pur tuttavia
una regola seguita, un disegno comune preconcetto, un
piano mantenuto fino alle più minute particolarità, si fa
palese ad ogni tratto sia nei mammiferi, sia negli uccelli,
nei rettili, ecc. Libertà d'azione e servile osservanza di
unità di piano, sono, come dicesi, una flagrante contradi
zione (º). Allora che fare? Se la idea della unità di piano
è inconciliabile colla idea di una creazione per atti indi
pendenti, siamo naturalmente tratti alla primitiva ipotesi,
a quella cioè di un primo stipite, che sviluppandosi si
modifica dall'una specie all'altra. Si ha allora la discen
denza con variazione, che sola porge la spiegazione della
unità di piano. Abbandonando la dottrina di una potenza
creatrice, e attenendosi a quella di una discendenza con
variazione, si mette in accordo la natura colla osservazione.
« Queste due dottrine dividono dunque, o, se vuolsi,
banno già divisi gli scienziati sul punto della origine delle
specie. Ma i partiti si sono di già pronunziati, ormai non
si guardano più l'un l'altro; la prima dottrina, cioè quella
(*) O non si ammette per nulla una causa creatrice, o bisogna am
metterla in modo che dia luogo a considerazioni di un ordine molto ele
vato. – Che la piccola zanzara, che il moscherino, cui si stenta a vedere,
sia fornito dell'organo della vista, dell'olfato, dei mezzi per procacciarsi
cibo, per dare alla luce i suoi piccoli, completamente e così perfettamente
come entro la loro sfera fanno l'aquila ed il cavallo, è indubitato che in
ciò vi è molta potenza. – Che l'occhio considerato sotto l'aspetto dell'ot
tica, o la costruzione dell'uovo considerato secondo le leggi della fisica o
della meccanica, godano di una sì alta perfezione come l'hanno fatta
manifesta Newton, lord Brugham, Thomson, e molti altri; certamente vi
è in ciò molta scienza. – Se si vogliano attribuire ad un concetto di co
desta causa gli adattamenti, le armonie di mezzo e fine, che il signor
Darwin ha indicato in parecchie delle sue belle pagine (Origine, ecc.,
pag. 17 e pag. 6 e 91), allora bisogna ritornare alle idee di Voltaire,
quando parla della grand'arte. Considerate in questo modo le opere della
natura o della grand'arte, si potrà bensì, se si voglia, non ammettere
per nulla una causa creatrice, ma se si ammette, si vede che essa è poten
tissima, e perfettamente sapiente. – Queste poi sono le parole stesse usate
da Voltaire: « La macchina del mondo è l'opera di un essere sovrana
mente intelligente e potente » (JENNI, 315). Si può consultare anche
NEwToN, Optica III, quaest. 28 e 31.
(“) « Supporre una sì grande conformità, è in ultima analisi negare
al Creatore nella espressione del suo pensiero una libertà di cui gode lo
stesso uomo ». AGAssIz, De l'Espèce, pag. 28.
L'UOMO 359

di una creazione indipendente, a quanto se ne dice, ha


già finito il suo tempo, è passata al grado di res judicata,
di un'anticaglia incompatibile con qualsiasi progresso
scientifico. L'altra è quella che voi in fin dei conti credete
la vera (*); il che è logico dietro le vostre premesse. Ma
altri scienziati hanno aggiunto che questa teoria è la sola
che abbia una esistenza scientifica (*); lo che vale a dire
in conclusione che la dottrina delle creazioni indipendenti
è sprovvista di scientifico fondamento. Questo grande
mente mi sorprende; parmi infatti che quello scrittore
inglese che ha formulato in tal guisa il suo pensiero, non
abbia bastevolmente ponderato la forza della sua asser
zione, perchè se egli giudica realmente in tal maniera,
manifesta di non conoscere abbastanza bene nè la opi
nione che combatte, nè la propria.
« Al giorno d'oggi i partigiani della teoria della discen
denza organica, le attribuiscono tutta la importanza di
cui è suscettibile. Lo che è giusto, per quanto hanno di
solidità i loro concetti scientifici. Ma con molta facilità
si disprezza la dottrina delle creazioni indipendenti (*).
Noi siamo certamente disposti a rispettare il valore dei
fatti presentati in favore della prima teoria. Ma richie
diamo altresì che non si pregiudichino in precedenza le
quistioni senza averne prima fatto un esame scientifico.
Non si pretende già che si rispetti la dottrina delle crea
zioni indipendenti per questo solo, che essa è stata rispet
tata per molti secoli. Nulla di ciò. Noi ci collocheremo
sopra un nuovo terreno ed in piena luce. Dichiariamo
che avremo riguardi solo a ciò che in questa dottrina
riesce dimostrato, supponendo che vi abbia pure qualche
cosa di dimostrato. Gli avversari non dovranno per nulla
adombrarsi di questa dottrina, se è respinta dalla scienza;
ma quando la scienza venisse ad appoggiarla, io credo
bene non rigetteranno il verdetto della scienza ».
E la dotta opera a p. 348 e pass. finisce così concludendo:
« Se nell'esame dei meccanismi organici, quali la mano
(*) DARwIN, Variation, ecc., pag. 13.
(*) HUxLEY, De la place de l'Homme dans la Nature, pag. 242.
(“) È notevole a questo proposito una facezia tratta dal Wagner, che
cioè alcune opinioni, che si riferiscono alla generazione indipendente
“ erano assai generalmente considerate come parrucche antiche, e fuori
d'ogni progresso scientifico ». VoGT, Leçons sur l'Homme, pag. 620.
360 CAPO X.

dell'uomo, la zampa della tigre, ecc., si colloca al suo


luogo la vera natura di questi organismi; e vale a dire
che essi, come gli animali a cui appartengono, sono
macchine formate con intelligenza e scelta; voi allora co
noscete che per se medesimi sono assai scientifiei, in
armonia colle leggi fondamentali delle scienze mecca
niche, fisiche, ecc.; sono prodotti di tal fatta, che qual
siasi intelligenza che fosse capace di metterli in atto, li
produrrebbe quali essi sono, e ciò che più monta, non
potrebbe produrli diversamente. Pertanto la tigre, lo
scoiattolo, il kanguroo, l'aquila, la lucertola ecc., sono
tutti esseri scientifici in se stessi. Uno solo di essi, è
un prodotto perfetto in se medesimo; ciascuno ha una
individualità che esiste, e che ha in se stessa la sua ra
gione di essere; nessuno ha bisogno di un altro perchè
divenga spiegabile il suo peculiare organismo.
« Do compimento alla mia idea. Uno solo di essi po
teva essere il congruo oggetto della intelligenza che lo
la concepito, perchè in un solo è stata spiegata tutta
la scienza e tutta la scelta che occorreva per provvedere
alla perfezione dell'essere. Due o tre potevano persino
occupare le cure di questa intelligenza, come anche
mille o diecimila: ma, per ciò che si attiene al concetto
individuale, essa poteva fermarsi ad un essere solo o a
diecimila, poichè ciascuno si completa in se medesimo.
« In conseguenza di che sarebbero esseri tutti separati,
e l'un dall'altro indipendenti, o, per usare le vostre stesse
parole, sarebbero atti di creazione indipendenti.
« Riassumendo le cose, diremo che tutti gli esseri or
ganizzati possono dunque essere prodotti di una intelli
genza, perchè sono esseri scientifici e possono essere tanti
prodotti staccati e indipendenti, perchè hanno in se me
desimi il complemento razionale della loro costituzione.
« Questa ipotesi sarà dunque la finale conclusione a
cui si arriva in seguito alle nostre ricerche? Io credo,
che qual è formulata di presente, sia ancora incompleta:
dirò di più, credo che sia manchevole. Bisogna dunque
emendarla. – Essa è difettosa in questo che, quando io
dico che gli esseri organici possono essere prodotti indi
pendenti di una suprema intelligenza, parlo di una sem
plice possibilità, che non esclude che sia possibile un'altra
potesi che sia differente o contraria. E questo è falso
l'uovo 361

perchè la idea di scienza e di scelta è inseparabile dalla


nozione degli esseri organici; e lo prova l'assioma, da
noi altrove citato, che dove si ha una macchina, si ha una
intelligenza.
« La correzione che bisogna dunque fare all'ipotesi
quale l'ho dianzi esposta, consiste nel dire che essa non
è già solo possibile, ma che è la sola possibile; ovvero,
il che torna lo stesso, che non è già quella un'ipotesi,
ma è una realtà.
« D'altronde qual altra ipotesi può mai competere con
essa? Non ne conosco che una, la discendenza cioè per
mezzo di lente e successive modificazioni. E quale è il
suo principio ordinatore? Eccolo – la selezione natu
rale. – Ora ci si dice che questa selezione non è consa
pevole. -

« Ma se tale si ammette, noi facciamo rivivere gli


antichi errori che, al pari delle nottole, non debbono
più apparire in mezzo alla sfolgorante luce delle scienze
moderne; giacchè non si può supporre con serietà ai
dì nostri, che la scienza e la scelta sieno il portato di
cieche e casuali combinazioni.
« Absit injuria verbo; ma, bisogna pur dirlo, è una con
tradizione l'associare ad effetti di ragione una facoltà
inconsapevole.
« Per altro io non dimentico, o Signore, che se voi
spesse volte ci parlate di una selezione naturale incon
sapevole, è vero altresì che un diverso linguaggio si
trova nelle vostre opere. Tosto che entrate nello accu
rato esame degli animali o delle piante, voi ci dite,
sebbene per via di metafora, che « la selezione naturale
scruta dì per dì, ad ogni passo e per tutto il mondo,
qualsiasi variazione, anche la più impercettibile, per ri
gettare tutto ciò che è cattivo, e per conservare ed au
mentare ciò che è buono » (*). Voi ci indicate « che
bisogna ammettere l'esistenza di un potere intelligente,
e che questo potere intelligente è la selezione naturale,
continuamente alla vedetta..... ecc. ) (*). Qui con mio
rincrescimento debbo dire, che allora voi confondete la
vostra selezione naturale colla intelligenza creatrice. –
Voi dal vostro ingegno svegliato siete tratto ad usare
(*) DARwIN, Origine, ecc., pag. 120.
(“) DARWIN, opera citata, pag. 272.
362 CAP0 X.

questo linguaggio, per la necessità di collocare un prin


cipio proporzionato a capo di tanti esseri, che avete ad
ditati come esseri di una mirabile costituzione e di una
sorprendente saggezza. -

« Se portate la vostra illuminata attenzione sopra un


più vasto campo degli esseri naturali, sono sicuro che
voi cancellerete dapertutto la parola inconsapevole, e al
lora farete dapertutto la vostra selezione consapevole, e
altamente consapevole.
« Se non che, se i trasformisti ammettono ancora alta
mente consapevole la selezione naturale, che cosa hanno
fatto per la loro teoria? Io credo che a questo stato della
quistione la loro selezione non sia ammessa dalla scienza.
E chiaro che la dottrina della discendenza degli esseri
organizzati ha punti di partenza ben definiti e conse
guenze inevitabili; essa parte da questo duplice fonda
mento: lº che gli esseri organici continuamente passano
da un tipo ad un altro, per via di lente e successive tran
sizioni; 2° che le osservazioni o modificazioni migliori
sono accuratamente fissate dalla selezione naturale, e
fanno progredire un tipo verso un altro più elevato. –
D'altronde questa medesima dottrina ha come conse
guenze; lº l'unità di piano, o la dimostrazione morfologica
del passaggio, per isfumature e gradi, da un tipo all'al
tro; e 2º ha dei reliquati anatomici, degli organi rudimen
tari, o parti inutili, quali testimoni del passaggio da un
organismo che vien meno ad un altro nuovo che sta per
cominciare.
« Può dirsi che codesti quattro punti sono stati quasi i
precipui soggetti delle nostre ricerche in questo scritto.
Ora, se avvi alcunchè di vero in ciò che abbiamo detto,
restano ben molti dubbi intorno al valore di quei quattro
punti fondamentali della teoria della discendenza.
« Abbiamo visto (*) che in quanto alle transizioni o pas
saggi si possono imaginare bensì transizioni genetiche;
ma che le transizioni istrumentali operanti sono mecca
nicamente impossibili nella loro applicazione ad esseri
viventi. Abbiamo visto altresì (º) che innumerevoli va
riazioni o modificazioni si trovano negli esseri organici;
ma variazioni miglioranti l'essere si potrà forse mo
(*) BIANCONI, opera citata, pag. 295.
(**) Detto, pag. 307.
L'UOMO 363

strarne nell'avvenire, per ora non ne conosco alcuna.


Del resto le modificazioni degradanti sono contrarie alla
dottrina delle discendenze e delle evoluzioni, perchè
tendono alla distruzione dei tipi o delle specie.
« D'altra parte si è visto in più luoghi che non esiste
una unità di piano come linea di condotta dell'organismo
e della organica evoluzione; ma si è vista bensì in sua
vece la necessità meccanica, vera cagione scientifica delle
rassomiglianze meccaniche, ma unicamente rassomiglianze
meccaniche.
« Si è pure notato (*) che non vi sono nè reliquati ana
tomici, nè parti inutili, perocchè quelle a cui furono
applicati questi nomi, quando sieno studiate diligente
mente, trovansi essere organi completi, che agiscono
perfettamente, ed in proporzione della stessa funzione
che debbono eseguire.
« Questi fatti feriscono i fondamenti della teoria delle
discendenze, e della selezione naturale; e per mala sorte
di codesta teoria, sono fatti puramente scientifici mi
sembra quelli che minano la sua base. Quand'anche si
faccia la selezione altamente consapevole, essa se ne sfugge
di mano, perchè anch'essa finora è respinta dalla scienza.
Forse resta persino a provare se goda di una consistenza
scientifica.
« Dopo tutto questo io sono condotto a cercare alcun
chè di meglio assicurato e di più scientifico. La mia
ragione trova, per esempio, che un soggetto più con
forme alle sue facoltà nella ricerca del vero si è una
Intelligenza superiore, la quale non occupandosi di mo
dificazioni disordinate per trarne esseri novelli, si è oc
cupata, fin dalla prima origine, della loro fondamentale
costituzione razionale, perfetta, e stabile. Una potenza io
dico, che ha conosciuto e voluto il suo effetto in quanto
esso è, che ha fatto un essere organico per questo es
sere medesimo, ma che non ha fatto un essere per trarre
poi dalle sue casuali deformazioni un essere diverso, od
un terzo od un decimo, ecc.; una potenza insomma della
cui volontà ciascun essere è stato lo scopo, ed è stato
l'oggetto della sua scienza, l'oggetto delle sue cure per
la sua perfezione individuale, e pel mantenimento in
quanto è possibile della specie a cui esso appartiene.
(") BIANCONI, opera citata, pag. 189.
364 CAPO X.

« Infine, una Intelligenza senza limiti sta dunque sola


a capo della creazione, e vi sta veramente al proprio
luogo, la elevatezza e l'estensione delle sue vedute, ossia
la sua scienza, è resa manifesta dalla perfezione, molti
plicità e varietà de' suoi atti, dai rapporti infine fra
un'essere e l'altro, e dalle leggi di conservazione e di ar
monia che li mantengono nel loro complesso. La suprema
Intelligenza che li ha ordinati, eguale sempre a se stessa,
non si è già fermata dinanzi alle difficoltà di esecuzione
che potrebbe dirsi estremamente difficile per ragione di
una finezza e di una diligenza estrema; essa non si è ap
pagata di rimanere in un campo puramente speculativo e
di soli concetti, ma con franchezza è passata al grado di
operatrice o di grande artefice, che possiede in grado
eguale la duplice potenza della invenzione e della esecu
zione. -

« In una Intelligenza di questa sorte, io trovo sì una


causa, quale è richiesta da una filosofia positiva; e la mia
ragione non può diniegarsi di conoscerla fornita di altis
sima scienza. Per conseguente non posso farla scendere
dall'alto grado in cui la scienza l'ha collocata, valendomi
di una illogica supposizione, cioè, che la sua potenza ese
cutiva sia al disotto della sua potenza intellettiva. Nella
umana famiglia molte volte l'inventore è disgiunto dal
l'esecutore, ma ciò accade per cagione delle nostre fa
coltà estremamente limitate. Ma quando si esce da que
sta bassa sfera dell'umanità, si ascende ad una regione
scientifica più alta, più chiara, più vasta: dove una scienza
non può essere impotente, ma dove la potenza è di necessità
proporzionata alla scienza: a quell'alta regione descrit
taci dal poeta:
Colà dove si puote
Ciò che si vuole..... (Inf. III).

« Giunti a queste alte sfere, ove signoreggiano senza


confini la scienza che abbiamo vista e la potenza che
abbiamo dedotta, io intendo naturalmente e colla tran
quillità stessa che inspira una verità matematica, che la
origine degli esseri è la creazione operata da un'alta in
telligenza; imperocchè codesta origine si mostra propor
zionata alla grandezza del soggetto, così che il soggetto
nella sua ammirabile perfezione e l'intelligenza nelle sue
L'UoMo 365

eminenti qualità, si corrispondono reciprocamente come


l'effetto alla causa.
« Ma torno finalmente, o Signore, al vostro problema.
Voi ci avete chiesto: « Nella dottrina degli atti di crea
« zione indipendenti, come si spiega la conformità sopra
« un piano comune della mano dell'uomo, del piede del
« cane, dell'ala del pipistrello e della paletta della foca? »
« La risposta è stata molto lunga, ma semplicissima. Ab
biamo studiato il problema fino all'intimo. Nostre sole
guide sono state la meccanica e la geometria, e la strada
da percorrere ci venne aperta da alcune esplorazioni
anatomiche accessibili anche ai meno istruiti. La dottrina
degli atti di creazione indipendenti non ha trovato la mi
nima difficoltà od il più piccolo imbarazzo a spiegare il
vostro problema. Essa ha conosciuto che la conforma
zione sopra un piano comune è la semplice applicazione
delle leggi meccaniche fatta con cognizione teorica e con
iscelta pratica.
« Da ciò essa vede ancora che non troverà veruno osta
colo a risolvere altri problemi, che non trascendono ai
mezzi di osservazione, le presenti condizioni delle scienze
e la limitazione dell'intelletto umano. - -

« Credo che non sia altrettanto della Teoria delle tran


sizioni. Essa finora non ha risolto, per vero dire, alcuna
delle difficoltà che abbiamo notate in questo lavoro; essa
non ha neppure iniziate altre quistioni che si affacciano
al pensiero di tutti e che essendo quistioni fondamentali,
avrebbero dovuto essere trattate dal principio. -

« Mi astengo bene dal farne un rimprovero ai difensori


della teoria, i quali dal canto proprio hanno fatto quanto
potevano di meglio. Non è colpa loro; è colpa della teoria
medesima, la quale non ha per anco fondamenti sicuri. E
ciò è del rimanente chiarito, forse anche più del bisogno,
dalle più curiose antitesi che sorgono ad ogni momento
fra gli stessi difensori della teoria.
« L'altra dottrina, quella cioè della creazione indipen
dente delle specie, troverà in fondo a qualsiasi problema
diligentemente studiato, ciò che ha trovato nello studio
di questo primo problema, vale a dire una illuminata ap
plicazione delle leggi della meccanica, della fisica, della
fisiologia ecc., fatta con scienza e scelta. L'ultimo risul
tato non può essere diverso da quello che qui abbiamo
366 caro x.
ottenuto; poichè la soluzione di questo primo problema
è vera, noi per mezzo di questo siamo giunti alla cogni
zione di un sistema che si mantiene e si manterrà sempre
il medesimo. Se l'autore dei piccoli meccanismi organici,
che ci avete messi innanzi e che noi abbiamo studiati, si
mostra una eminente Intelligenza, questa stessa Intelli
genza è l'autore di qualunque altro meccanismo organico.
« D'altronde nel risultato a cui siamo giunti voi vedete,
o Signore, non avvi che una verità messa in luce dalla
fiaccola della scienza, dell'osservazione e del ragiona
mento. Qui non c'è nulla di tradizionale, nè di precon
cetto, e nè manco di antiquato.
« Le osservazioni che abbiamo citate, e quelle da noi
introdotte, sono osservazioni del giorno, a cui se ne pos
sono aggiungere altre a migliaia; ma sono osservazioni
che ciascuno può ripetere e verificare a suo talento;
osservazioni per altro, la cui sicurezza ne fa persuasi fin
d'ora che niuna obbiezione seria possa mai mettere in
dubbio la conclusione finale a cui siamo giunti.
« Sarà ben fatto notar qui di volo, che la dottrina
della creazione indipendente non manca dunque di esi
stenza scientifica ».
CAPO XI.

L'INTELLIGENZA – Il libero arbitrio – Confutazione delle


dottrine del dott. Alessandro Herzen sul medesimo – Che
l'uomo non è altrimenti una semplice macchina – Che le stesse
cause non possono produrre nell'uomo sempre i medesimi effetti
– L'anima – Sua genesi – Esame critico di varie ipotesi –
Esposizione della nostra – La scienza, la coscienza, la ragione
– L'imputabilità delle opere: la giustizia – Criterii intorno
alla loro applicazione – La pena di morte – Di nuovo la co
scienza – Come sia impossibile che l'ente spirituale non so
pravviva al corpo – Dimostrazione di questa verità per via
della circolazione della materia – La giustizia matematica
mente eSatta.

Il dottore Alessandro Herzen comincia il suo libro


« Del libero arbitrio umano » (1) con queste singolari
parole: « Carlo Vogt dice in uno dei suoi numerosi
scritti, che Dio è un pilastrino fregiato di un grande X,
posto sul confine del sapere umano, per segnarne il
limite; ed il quale senza posa viene respinto più in
là dai progressi della scienza. E difatti tutto lo svi
luppo delle scienze, dal primo principio fino ai giorni
nostri, altro non fu che una sistematica invasione del
(1) Firenze, presso Andrea Bettini, 1 vol. in-16°, se
conda edizione, 1870.
368 CAPO XI.

territorio della divinità: più la scienza ci spiega, meno


ci rimane da attribuire a Dio ».
l
Il Vogt che intendeva scagliare con queste parole
una nuova irriverente sentenza contro Dio, non formola
che uno dei soliti arditi arzigogoli che nulla concludono.
E intanto come figura o similitudine non regge, poi
chè un pilastrino non si allontana sospingendolo qual
cosa mobile. L'osservatore che voglia guardarlo in due
momenti diversi, se nel secondo ne è maggiormente
discosto, vuol dire che lui e non quello ha dovuto
muoversi: egli quindi, il Vogt, o la sua scienza, se ne
sarebbero allontanati, non invadendo il territorio della
divinità, ma cedendogliene del proprio. Che anzi, quanto
più il raggio che intercede fra i due punti, nel momento
dell'osservazione, è maggiore, tanto più considerevole
è lo spazio dominato da quello dei due che di sua natura
è immobile e sovrasta. E Dio sta e sovrasta, non nella
forma detta da quello scrittore, ma come pernio intorno
al quale aggiransi le universali cose; giacchè il con
cetto di Dio non bisogna dedurlo dalle idee del volgo, o
da quelle di coloro che a disegno in esse lo mantengono;
ma da uno ben più elevato di cui ci siamo studiati di
accennare le essenzialità in principio di questo volume.
È l'uomo adunque, è lo scienziato che si dilunga da
Dio, e smarrisce ogni lume di verità, nelle nebbie di
una scienza che quasi nulla ha più di determinato nel
l'ordine del sovranaturale, perchè ha smarrito il giusto
regolo di proporzione fra le premesse delle scienze fisi
che e le conseguenze che se ne vogliono ricavare.
Se invece di Dio egli avesse accennato alle forme
della religione avrebbe colto nel vero, modificando però
l'oggetto della similitudine che pecca, e ne è veramente
il caso, dalle fondamenta. Ma di ciò discorreremo fra
non molto.
L'INTELLIGENZA 369

« Come di Dio, segue tosto a dire l'Herzen, così è


dell'anima: altravolta le si attribuivano tutte quante le
manifestazioni vitali; ma più la fisiologia è andata
spiegando la vita, meno restava da mettere sul conto
dell'anima: oggi ancora alcuni riferiscono ad essa quei
fenomeni più complicati, offerti dagli esseri viventi, che
a loro sembrano meno naturali degli altri ».
Nei due passi ora citati è d'innegabile evidenza che
si tenta di confondere le idee in luogo di chiarirle, e
si combattono con armi, che in quella confusione rie
scono formidabili, due concetti che nella guisa in cui
li presentano, nemmeno più esistono. Essi non fanno
la guerra a Dio, ma a un Idolo; non all'anima, o alla
intelligenza e alla volontà, ma a un menecma dell'uomo
fisico, attribuendo a Dio e a questo simulacro del
l'anima umana una personalità distinta, attuale, che
la retta filosofia più non conosce.
E potrebbe credersi che in essi come nei nuovi ma
terialisti della loro scuola, i quali tutto vorrebbero
dimostrare mediante l'intervenzione delle forze fisiche
e i congegni meccanici sia nell'universo che nell'in
dividuo umano, questa confusione venisse prodotta da
una specie d'ignoranza, se le loro sentenze non con
tenessero a chiare note la negazione di Dio e della
esplicazione di una vita avvenire per l'uomo, grazie
alla esistenza e alla immortalità dell'anima.
Ma lo scrittore di cui ora parliamo, a pag. 19 così
discorre: « Vi sono ipotesi assurde, ridicole, che non
hanno alcun fondamento, anzi che sono contrarie al
buon senso e alla più elementare evidenza di fatto,
come per esempio l'ipotesi della immortalità dell'anima
e quella del libero arbitrio ». Ciò in quanto all'anima:
circa a Dio, a pag. 31 si legge: « Ammesso che il
Creatore è onnipotente e presciente, egli è in ogni
370 CAPO XI.

caso la causa del male; direttamente, se non siamo


liberi (del fare o non fare); indirettamente, se lo siamo:
ma siccome Dio non può essere causa del male senza
cessare di essere Dio, ne segue che Dio non esiste ».
A pag. 33 soggiunge a guisa di corollario: « Dun
que o non esiste il male, o non esiste Dio; ma siccome
il male è un fatto, mentrechè Dio è un'ipotesi, forza
è di concludere che l'ipotesi è falsa ». -

E per convalidare questo suo dire ei cita immedia


tamente le seguenti parole di Stendhal: « La seule
excuse de Dieu, c'est qu'il n'existe pas! ». L'intenzione
adunque di negare ricisamente l'esistenza di queste
due tanto essenziali e necessarie entità non può mo
strarsi più manifesta.
Su tale argomento ci si conceda ancora una breve
citazione e poi basti. A pag. 30 è scritto: « Ecco la
assurda contraddizione di ogni sistema teologico. Se
noi non abbiamo il libero arbitrio, Dio presciente e
onnipotente è la causa diretta del male; ma siccome
Dio non può essere causa del male, noi non abbiamo
il libero arbitrio. Ma se noi abbiamo il libero arbitrio,
Dio non è onnipotente, nè presciente; ed allora cessa
di essere Dio! Come mai uscire da questa fatale con
traddizione? ».
Egli ne esce, come abbiam veduto testè, col negare
Dio addirittura. Noi per converso diciamo, confidando
di aver consenzienti gli uomini tutti spassionati e di
buona fede, che devesi uscirne col non dare illogica
mente una personalità a Dio, e quindi col lasciare
l'uomo, com'è di fatto, soggetto a tutte le influenze
dell'ambiente in cui vive, e a quelle della mobilità
del suo organismo: col lasciare che per il lume d'in
telligenza di cui è dotato si valga della volontà sua
propria, adoperandola nello estrinsecamento delle sue
L'INTELLIGENZA - 371

azioni; e per tal modo meriti o demeriti a seconda.


Per questo suo libero pensare e operare viene modi
ficata la sua essenza o essenzialità psichica, come il
mostreremo più avanti, nella guisa che, per darne un
esempio meno materiale che ci sia possibile, si mo
difica un misto di gas, giusta i varii elementi che vi
si adoperano.
Disimpacciati a quel modo dal pensiero di Dio e
dell'anima immortale dell'uomo; a loro detta il Cosmos
verrebbe retto unicamente dalle leggi fisico-chimiche
e meccaniche universali; e l'uomo fisico dalle prette
forze e dai movimenti del suo organismo, variamente
agitato e spinto dallo ambiente complicatissimo nel
quale vive.
Ciò statuito, il campo in questi due ordini d'idee e
di fatti rimane totalmente libero, e trovano facile lo
allogarvi quanto meglio sanno i loro sistemi. E invero
anche per l'Herzen il tutto riducesi a forza e materia,
che però come entità assoluta egli quasi esclude, di
cendo che bensì l'universo consta di qualchecosa, a noi
sconosciuta però, ma che si palesa ai nostri sensi e
ai nostri mezzi d'indagine per mezzo di una quantità di
manifestazioni ch'ei spartisce in due serie; materiale
una e l'altra dinamica. Però tosto avverte essere l'uomo
che fa artificialmente questa divisione a comodo della
sua intelligenza, ma che veramente essa non è in natura.
La scienza, egli asserisce, ha provato che non esiste
materia quando sia priva di quegli attributi che chia
mansi forza, e che non esiste forza senza quegli at
tributi che noi chiamiamo materia. Qui mediante la
parola attributi si ripete il solito giuoco di antitesi poco
concludenti.
Vuolsi una fede ben robusta per credere la forza altro
non essere che un semplice attributo della materia, per
372 CAPO XI.

la sola ragione che da questa non trovasi mai disgiunta;


ma passi per un momento: più difficile a mille doppi
sarà il rimanere persuasi che la materia altro non sia.
che un attributo della forza!
Se dicesi: la pietra è dura, si enunzia una proposi
zione esatta in grammatica e in logica: ma se invece si
dicesse: la durezza è pietra, la proposizione sarebbe
assurda per ogni verso (1).
Ma ciò gli fa comodo; imperciocchè ragionando del
l'uomo al modo medesimo che dell'universo, possono
dire: l'uomo consta anch'esso di un qualche cosa, più
o meno a noi sconosciuto, che però ci si palesa per via
di molteplici manifestazioni materiali e dinamiche, ma
fra le une e le altre vi è nonpertanto un tal nesso, che
le prime non possono considerarsi come indipendenti
dalle seconde, e così viceversa.
Ora se ciò fosse vero, qual parte di azione rimarrebbe
nell'uomo alla intelligenza, alla volontà, al libero arbi
trio, e quale imputazione gli si potrebbe attribuire per
il suo operare? Nessuna. L'uomo, dato in balìa della
inerzia della materia e del dinamismo della forza, non
concepisce, non ragiona, non delibera, non opera di per
sè, ma secondo preponderano in lui ora gli attributi
dinamici della materia, e ora quelli materiali della forza.
L'uomo è una festuca travolta dalla bufera e nulla più;
l'uomo è un atomo di materia dato in balìa di una forza
cieca; ed è a una tale conclusione che si mira.
(1) È vero che l'esempio arrecato, se esattamente esprime
il nostro concetto, potrebbe appuntarsi d'inesattezza nei
due termini che servono di confronto; poichè nel primo
v'ha un sostantivo e un attributo, mentre nell'altro i ter
mini sono entrambi sostantivi; ma anche dicendo la Ma
teria è forte, si vede che nel suo rovescio, la Forza è ma
teriale, la proposizione che ne risulta non è meno logica
mente e fisicamente erronea.
L'INTELLIGENZA 373

Ma che pensano finalmente essi stessi della materia?


e che della forza? Già vedemmo ciò che ne dice il Du
Bois Reymond. Per lui la forza è nulla, la materia pres
sochè nulla. L'Herzen per contro, teoricamente, dà
maggiore importanza alla prima.
« Potete figurarvi, ei dice a pag. 11, che una pietra
non sostenuta, non cada in virtù del suo peso, o della
mutua attrazione che vi ha fra essa e la terra? una
pietra cioè che non abbia gravità ? Oppure potete fi
gurarvi una forza di attrazione che esista sola, da per
sè, senza pietra e senza terra? Chi dubita che l'attra
zione reciproca sia una proprietà necessaria ed inevitabile
di questi due corpi? ». E fin qui sta in carreggiata;
ma soggiunge tosto, eccedendo: « Ciascuno converrà
che se cessassero di attrarsi, non sarebbero più ciò
che sono, o, meglio, non esisterebbero più; l'attra
zione è una condizione assoluta della loro esistenza;
nè l'uno nè l'altro possono esistere senza questa pro
prietà ». -

È vero però che a correggere l'assolutismo di que


sta proposizione dice tosto, che l'attrazione ha bisogno
per esistere di due corpi che s'attraggano, e che non
sarebbe più nulla essa pure senza di loro, poichè il
fenomeno è uno e indivisibile; ma è pur sempre vero
che il pareggiare in entità assoluta un semplice feno
meno alle cause o enti materiali che lo producono, è
fare di questi assai meno conto di ciò che meritano
e che dovrebbesi.
Ma su ciò insiste per la ragione che gli è più facile
via ad esporre il suo sistema di correlazione e anzi di
corrispondenza necessaria ed uguale, a suo dire, fra
lo stato materiale od organico dei corpi e le conseguenti
manifestazioni dinamiche, come già osservammo; il
che, condotto dalla pietra all'uomo, dall'azione fisica
24 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
374 CAPO XI,

alla morale, gli dà quanto gli occorre per negare il


libero arbitrio.
Ed ecco in qual modo prepara via via la transizione.
Ei dice che la materia acquista il più alto grado di
complicanza nelle sostanze dette organiche, che que
ste sono caratterizzate dal più alto grado di compli
canza dinamica: che le forze proprie di queste sostanze
organiche non sono di natura differente da quelle sparse
nell'universo: che se ne distinguono però a cagione
della loro poca stabilità, perchè si fanno e si disfanno
con massima facilità, e sono quindi in un movimento
continuo relativamente ai loro due stati, materiale e
dinamico. « L'eterno circolo delle composizioni e de
composizioni organiche, segue a dire, offre un punto
nel quale questi due processi si controbilanciano, si
tengono in mutuo equilibrio: è un attimo, un batter
d'occhio, durante il quale si forma una combinazione
particolare, tanto meno durevole quanto più numerosi
sono i fattori che la costituiscono, e le condizioni del
suo manifestarsi (1). Cotesto momento d'equilibrio è
appunto quello che noi chiamiamo vita » (pag. 13).
Se queste parole sono una figura rettorica, la cosa
può stare, poichè suol dirsi che la vita è un soffio,
un baleno, e che
Dalla culla alla tomba è un breve passo;
ma che scientificamente si asseveri la vita sorgere da
un momento di equilibrio delle condizioni materiali e
dinamiche di un aggregato di materia organica, per
dissimulare quella corrente di riproduzione che dalla
(1) Quest'asserzione non regge. Il gallinsetto che vive
un giorno è assai meno complicato nei suoi fattori e nelle
condizioni del suo manifestarsi, che nol sia l'elefante che
vive oltre i cento anni.
L'INTELLIGENZA 375

creazione primitiva ebbe origine; o che tutto il corso


della vita dell'uomo non è che un attimo in cui tro
vasi per una combinazione singolare questo equilibrio,
è fare troppo assegnamento sulla credulità del lettore.
La vita, come già dimostrammo, è essenzialmente
e per sè ben altra cosa. Che possa manifestarsi, o, a
dir meglio, attecchire in un momento più propizio di
tanti altri, quale sarebbe lo enunziato equilibrio di quei
due fattori; e che meglio si sviluppi e perduri l'orga
nismo vitale finchè quell'equilibrio mantiensi, è certo.
Non saremo noi mai fra coloro che negano le mira
bili indagini e i sublimi trovati della scienza moderna.
Ma finchè essa si sbizzarrisce in una minuta benchè
importante analisi, e nega quel supremo punto sinte
tico che della stessa scienza è la vita, cioè Dio, e le
logiche conseguenze che ne derivano, essa non sarà
mai per prevalere e imperare sulla coscienza dell'uma
nità, la quale sente in sè il germe e l'azione di quel
sommo vero. -

Ma il momento che il nostro autore chiama vita ha


fatalmente il suo contrapposto. Vediamo come lo defi
nisce: « Finchè dura cotesto momento, finchè la ma
teria costituente il corpo vivente si mantiene nel suo
particolare stato di combinazione, le proprietà dina
miche corrispondenti a questo stato si mantengono
pure: ma già durante la vita vi sono continue oscil
lazioni della composizione materiale delle varie parti
dell'organismo, e con esse oscillazioni corrispondenti
delle forze proprie a coteste parti. Viene poi un mo
mento nel quale l'equilibrio vitale cessa: la decompo
sizione vince la composizione superando la speditezza
onde questa si compie. Il momento in cui ciò avviene
noi lo diciamo morte » (pag. 14). -

E anche in ciò non dissentiamo punto, poichè fisio


376 CAPO XI.

logicamente è la esatta verità. Ma dal complesso del


suo dire ei trae conseguenze che è impossibile lo am
mettere. Ed eccole. Le combinazioni materiali, ei dice,
si disfanno, e per conseguenza anche le dinamiche,
essendo le une rispetto alle altre pienamente correla
tive. La manifestazione materiale dicesi corpo e la di
namica anima: esse sono gli attributi indispensabili
del momento vitale: si presuppongono anzi, si causano,
si producono l'un l'altro: sono inseparabili non solo,
ma impossibili uno senza l'altro, di modo che nel mo
mento in cui cessa l'individualità materiale, cessa an
che l'individualità dinamica; adunque l'immortalità
dell'anima non può aver luogo.
« Dobbiamo, soggiunge, avere il coraggio di confes
sare l'identità della vita vegetale, animale o umana
colla caduta della pietra, poichè se è assurdo il cre
dere che una pietra non abbia peso, lo è ugualmente
il credere che possa esistere una coscienza, un senti
mento, un pensiero, una volontà ed un'anima insomma,
senza un cervello che regolarmente funzioni ».
No, rispondiamo a nome di tutti gli spiritualisti, a
qualunque scuola appartengano; nessuno di noi ha mai
pensato o creduto che un cervello morto col rimanente
del corpo, possa continuare le sue funzioni normali,
nè altre qualsiansi, che sarebbe la sublimità dell'as
surdo. -

Noi teniam conto delle azioni interne od esterne del


l'uomo vivo su questa terra. Di ciò che succede al di
là in una vita avvenire, è finora ben poco sollevato
il velo che ricopre quei misteri; ma abbiamo piena
fede in questa vita futura, poichè è via all'indefinito
progresso che è legge universale delle cose oltrena
turali.
Intanto però diremo che fra quei due momenti
L'INTELLIGENZA 377

estremi, milioni e milioni di altri, ora di equilibrio,


ora di squilibrio tra il fattore materiale e il dinamico
succedono nel corso di una vita discreta, mettiamo di
cinquant'anni. In questi momenti intermedii l'uomo
pensa e opera: sono dunque milioni di pensieri, di
disegni, di desiderii, di opere che in lui si originano
e che più o meno si mostrano fuori di lui. A chi spetta
l'imputazione che proviene dal loro formolarsi o estrin
secarsi in azioni? A noi, rispondiamo, se siam dotati
di libero arbitrio, di coscienza, d'intelligenza; sarà in
vece ai varii movimenti dinamici, a seconda delle com
binazioni materiali, di cui consta il nostro essere fisico,
se il libero arbitrio è un sogno dei metafisici, siccome
i materialisti opinano.
Ma l'uomo non è una macchina, eccetto per i fautori
di questa scuola; egli sa ciò che fa; e valiamoci pure
a suo riguardo del sistema delle circostanze attenuanti
se falla; ma l'operare sapendo ciò che si fa, e il poter
rendersi conto di ciò che dalle sue azioni può riverbe
rare sui terzi, è facoltà speciale dell'uomo.
L'uomo non è una macchina: questa ripete sempre
gli stessi movimenti; fila, tesse, batte, fora, lamina i
metalli, produce carta senza soluzione di continuità,
finchè la forza che la muove e la materia su cui agisce
non le mancano. Poi cessa, e anche dopo cent'anni, se
il vapore, una caduta d'acqua, una manovella o simili
cause di azione tornano a metterla in moto, ripiglia le
sue funzioni quasi le avesse cessate il giorno prima.
Per l'uomo, ed è questo un divario immenso, cessato il
moto vitale, nol ripiglia più mai in questo mondo,
poichè la sua compagine si è sciolta e distrutta.
L'uomo ha una vita sua propria che gli viene per
trasmissione da padre a figlio; e al primo padre venne
dal di fuori e fu dono divino, giacchè vedemmo che la
378 CAPO XI,

materia non può vivificarsi da sè e nemanco quando sia


aiutata con mezzi artificiali. La macchina per converso
non genera macchine, abbenchè vi abbiano macchine
di una più fina e squisita struttura che non sia quella
delle crittogame e dei molluschi.
Ora, chi ha dato una vita autonoma all'uomo potè
eziandio fornirlo d'intelligenza, e fu questa altro dono
di Dio, giacchè vedemmo altresì quanto essa superi a
mille e mille doppi gl'istinti dei meglio dotati animali.
Fra l'intelligenza e l'istinto, a giudicarne soltanto dalle
loro manifestazioni, avvi tale enorme distanza, che a
colpo d'occhio vedesi essere cose essenzialmente diverse.
Le due scintille dell'intelligenza e della vita vennero
infuse nell'uomo in un punto medesimo; e quando
quest'ultima viene a cessare, si riassume e ricostituisce
per un qualche misterioso processo nella prima, soprav
vivendo per tal modo allo sfacelo del corpo.
Le differenze adunque fra l'uomo e la macchina sono
di tanta mole ed evidenza che nulla più. Quando questa
avrà vita autonoma trasmessibile; intelligenza e libero
arbitrio, potrà forse istituirsi fra essa e l'uomo un qual
che confronto: farlo prima è conato imprudente e
ridicolo. -

Però così non la intendono gli oppositori, posciachè


del libero arbitrio e dell'intelligenza portano i più bal
zani giudizii. È sempre l'Herzen che parla, avendone
scritto, come abbiamo veduto, di proposito.
A pag. 17 così spiega i suoi intendimenti: « Spero
contribuire con questo lavoro a schiarir le idee ancora
generalmente invalse sulla spontaneità della volontà e
sulla sua indipendenza dalle condizioni interne ed
esterne dell'organismo; e provare che il così detto
libero arbitrio è una entità fittizia ed illusoria che deve
dileguarsi, come si sono dileguate le altre pari sue .
- L'INTELLIGENZA 379

E a pag. 2l: « Noi diciamo che le nostre azioni


sono tutte necessarie; i nostri avversarii dicono che
esse sono libere.
« Ebbene, cosa vuol dire necessario? Un fenomeno
necessario è quello che si produce in seguito ad una
causa adeguata, che non può prodursi senza tale causa,
e che deve prodursi ogni qualvolta abbia luogo la me
desima causa.
« E cosa vuol dire libero nel senso dei nostri avver
sari? Un fenomeno libero, se tale assurdo potesse esi
stere, sarebbe quello che si produrrebbe senza nessuna
causa, indipendente dalle cause, ad onta delle cause ».
E conclude che se si considera la nostra attività come
necessaria, la si fa rientrare nella gran legge di causa
lità che è l'armonia dell'universo: che se invece si con
sidera come libera, si rompe quel legame causale, ogni
cosa va sossopra e precipita nel regno del caso.
Ma questi principii, che son veri e sani quando si
parli di fisica, di chimica, di meccanica, rompono
come bolle di sapone quando invadono la natura tanto
complessa dell'uomo. Qui non è tutto attrazione, molla,
leva, resistenza. È d'uopo tener conto di un principio
intellettivo e morale che può modificare da un istante
all'altro ogni combinazione, ogni correlatività e quindi
ogni assoluta necessità di conseguenza fra le cause ma
teriali evidenti e l'effetto.
Vediamo un caso fra mille e si parrà che non sem
pre un fenomeno si produce necessariamente, com'egli
assevera, da una causa adeguata; e che non possa pro
dursi senza una tale causa, e che debba prodursi ogni
qualvolta abbia luogo la causa medesima.
Un tale, correndo pe fatti suoi, dà uno spintone ad
un tal altro che non fu lesto abbastanza da arretrarsi
alquanto. Questi con piglio corrucciato gli dice: – Si
380 . CAPO XI. -

gnore, badi a quello che fa, non vada colla testa nel
sacco! Il primo si volge e risponde: – È lei che è una
marmotta! – Ed ella un villano rifatto. A questa pa
rola il primo alza la mano come per dare uno schiaffo.
Taluno s'interpone; ma ne avviene uno scambio di
nomi e quindi uno scontro che può riuscire fatale al
l'uno o all'altro. -

Risulta chiaramente da ciò che le conseguenze, o il


fenomeno, se così si vuol dire, eccedette di gran lunga
l'intensità della causa, la quale pertanto non si può dire
adeguata. -

In altro caso identico colui che ha dato l'urtone, al


sentirsi redarguire dall'altro, si volta, e facendo un lieve
saluto, risponde – Perdoni, scusi la fretta, e va pe fatti
suoi. La cosa finisce lì; e da ciò chiaro emerge non
esser vero che un dato fenomeno debba prodursi neces
sariamente ogni volta che sorge la medesima causa.
La conseguenza nei due casi mostrasi oltremodo diversa.
Ma qui si vorrà osservare che la causa prima, cioè
lo spintone, non fu che occasionale; che altre se ne
aggiunsero man mano che l'aggravarono nel primo
caso, e la neutralizzarono nel secondo, e che quindi
non trattasi più di una causa sola, ma di molte con
correnti a produrre quei diversi effetti. E appunto qui
li volevamo, giacchè le cagioni dell'operare nell'uomo
non sono mai sole o semplici, ma complesse; invece
che se due macchine a vapore si urtassero non una,
ma cento volte, le conseguenze ne sortirebbero sempre,
o con lievissime differenze, le stesse. Se grandina sopra
un campo, le messi ne van rovinate; se un fiume stra
ripa, i terreni che lo fiancheggiano ne sono allagati; se
cade il fulmine, rompe e schianta ciò su che va a
battere; e ciò sempre allo stesso modo.
Coll'elemento della vitalità umana complicata dal
N.
L'INTELLIGENZA 381

l'intelligenza, dalla riflessione, dalla coscienza, dal tem


peramento, non valgono in modo assoluto i calcoli,
come potrebbe farsi invece nel misurare gli effetti di
una batteria elettrica, dell'incendimento di un chilo
gramma di dinamite, o della pressione di un dato nu
mero di atmosfere e va dicendo.
Ma come vi sono, rispetto al fattore uomo, conse
guenze che superano d'assai la virtù efficiente della
causa; ve ne sono di quelle che a pezza non l'aggua
gliano. Un governo, una società, una scuola filosofica
si prefiggono uno scopo che parrebbe di grande mo
mento e vi adoperano mezzi, forze, studi che a tutta
prima si riputerebbero esuberanti. Ebbene? Alla prova
risponde sottanto il vieto adagio del Parturiens mons,
mascetur ridiculus mus.
Nè ci diamo per vinti quando sentiamo asserire, che
conseguenza del credere nel libero arbitrio sarebbe un
acconsentire a lasciare gli eventi tutti quanti in balìa
del caso, poichè contrapporremmo a questa sentenza
l'altra molto più vera, anzi la sola vera, e cioè, che il
credere essere gli eventi umani fenomeni prodotti per
assoluta necessità da combinazioni e da circostanze
preesistenti, le quali in quel dato modo e non mai al
trimenti debbono agire, sarebbe un ricadere nel mitolo
gico regno del Fato; divinità cieca, inesorabile. Per
buona ventura nè l'uomo, nè la società sono ridotti a un
tal bivio spiacevole: il libero arbitrio nell'uomo ha tali
correttivi morali o legali da indirizzare il più delle volte
le sue deliberazioni in senso onesto e logico.
Ma l'autore di cui prendiamo ad esame le teorie, non
soltanto nega ricisamente l'esistenza dell'anima; ei vuol
mostrare eziandio che l'idea della sua immortalità non
solo è erronea, ma immorale! in fatto a pag. 18 ne
discorre nel modo seguente: «Quanto all'immortalità,
382 CAPO XI,

dirò solo che in se stessa è un'idea che non racchiude


alcun principio moralizzante. Essa lo trascina come
conseguenza, in quanto che fa travedere dopo morte la
eterna dannazione o l'eterna beatitudine individiduale;
e così facendo pone quale unico fondamento all'etica
un sublimato e raffinato egoismo (?) colossale, infinito
quanto l'immortalità stessa. L'etica attuale che si fonda
tutta sull'altruismo (?!) non ha niente che fare con
questa divinizzazione dell'egoismo; essa considera come
ben povero il concetto etico di colui che non ha altro
fondamento più nobile, più elevato, più vivente, meno
cadaveroso e posto di qua e non di là della tomba. È
forse morale colui che si astiene dal male solo per
paura della pena, o che fa il bene solo in previsione
della ricompensa? No certo. È qualche cosa altro che
costituisce il carattere morale od immorale dell'azione
e dell'agente, in una parola il fondamento dell'etica ».
E qui il lettore crederà di vedersi recare dinanzi
quest'altra gran cosa, ma la sua aspettazione rimane
delusa: l'autore prosegue senz'altro la sua objurgazione
dicendo: « Or bene, quest'altra cosa non ha nulla che
fare coll'esistenza o non esistenza dell'anima e della
sua immortalità; anzi, soggiunge, essa (chi o che cosa?)
respinge con disprezzo quest'ipocrita quintessenza del
l'egoismo che usurpando il suo nome, eleva sull'altare
i timori e le speranze individuali ».
Confessiamo ingenuamente che avremmo imparato
con piacere a conoscere quest'altra gran cosa che deve
surrogare, come fondamento dell'etica, la credenza
nell'anima e nella sua immortalità; ma il sig. Herzen
ha dimenticato d'insegnarcela; a meno che non fosse
il poco prima accennato altruismo. Ma con ciò non
si farebbe che cambiare l'oggetto dei timori e delle
speranze individuali: si porrebbe sull'altare il pros
L'INTELLIGENZA 383
simo..... a condizione che il prossimo vi ponesse noi a
nostra volta. Voa, voa, ripetiamo pratereaque nihil (1).
Negando il libero arbitrio, rimane per naturale con
seguenza eliminata la volontà che ne è la forma più
(1) Per dare un qualche sostegno di autorità a questa
singolare dottrina, cita contro il libero arbitrio passi di
Lutero, di Sant'Agostino e di San Tommaso, non ba
dando che il primo vi contrappone il valore della Fede,
e i secondi l'azione della Grazia; e certamente ei non
vuol farsene campione,
Cita Beccaria là dove dice: « Ogni atto della nostra
volontà è sempre proporzionato alla forza della impres
sione sensibile che ne è la sorgente ».
Sì, quando quell'atto si rivela in una azione materiale;
ma non è detto che ciò accada sempre, nè che altri prin
cipii o considerazioni interne non possano modificare il
primo atto mentale del volere. Ma il Beccaria cercava
motivi di scusa al delinquente affinchè la giustizia umana
non eccedesse nel punire, come aveva fatto fino allora;
ed ogni argomento, anche non provato come un assioma
di matematica, gli tornava buono pel suo assunto. Anche
il Romagnosi, altro valente criminalista, vien messo in
nanzi, giacchè così aveva scritto: « Le azioni degli uo
mini dipendono dalle volizioni ». Per noi basterebbe; ma
soggiunge: « Le volizioni dipendono dalle idee, e le idee
dalle impressioni degli oggetti esterni ».
Se si tratta del primo scattare dell'idea che può muo
vere all'azione, non contesteremo; ma quella vien modi
ficata da altre che tosto le tengon dietro, da riflessioni,
da moti del sentimento o da tante altre cagioni che è im
possibile lo enumerare: per cui può dirsi che i casi delle
volizioni prime, seguite da atto immediato, istantaneo,
meno gli automatici, sono effettivamente pochi.
E poi il Romagnosi, benemerito riformatore del diritto
penale, preparava anch'esso in certo modo il campo ai
cercatori futuri di circostanze attenuanti, invadendo quello
della psicologia, senza forse corredare di prove bastevoli
le sue asserzioni.
Egli però nel S 982 della Genesi del Diritto penale, dice:
“ Come avvi una sanzione penale, avvi pure una sanzione
384 CAPO XI.

spiccata. Infatti che gioverebbe all'uomo la facoltà del


volere o non volere, a sua scelta, quando le sue azioni
tutte fossero fenomeni dinamici, prodotti necessaria
mente dalle varie cagioni interne od esterne in cui
trovasi nel momento dell'azione? A nulla. Sarebbe
dotato di un mezzo possente di operare, ma gli sa
rebbe vietato di servirsene.
Siccome però, in fine dei conti, capiscono anch'essi
che l'uomo non è assolutamente un automa, alla sua
volontà complessiva, imperante, sostituiscono un nu
mero infinito di atti volitivi o di volizioni, quasi come
se non fosse la stessa cosa; e qui stanno a paro di
chi dicesse, che la somma di cento milioni di cente
simi non equivalesse a un bel milione di lire.
È curioso il leggere da pag. 73 alla 77 la storia
delle infinite azioni muscolari di chi comincia a suo
nare il violino. Quivi è descritta da mano maestra
l'educazione dei varii gruppi di muscoli a quell'uffizio
concorrenti, e le vie che in certo modo gli atti volitivi,
man mano più efficaci, debbono con insistente perse
veranza aprirsi in quel labirinto di fibre, di vasi e
di nervi sottilissimi, affinchè l'impulso ad altri gruppi
di muscoli si propaghi, e che quindi i varii moti ri
flessi ch'ei dice acquisiti possano aver luogo, di guisa
che dal principiante raschiatore di corde
Dilaniator di ben costrutti orecchi

venga fuori alla perfine un emulo di Paganini.


Ma ohimè! che anche in questo esempio lo scien
remuneratoria. Tanto i mali quanto i beni hanno una forza
morale, valevole a provocare certi atti, ad impedirne certi
altri ». La qual cosa starebbe in opposizione col principio
tanto assolutamente proclamato dall'Herzen, della fatale
necessità delle azioni umane, e quindi della loro non
imputabilità.
L'INTELLIGENZA 385

ziato materialista non bada che ai fenomeni fisiologici


e meccanici; e non tien conto della tenace volontà
che per anni ed anni perdura nel fermo intendimento
di vincere le noie, le fatiche, le stanchezze senza nu
mero che a un tale studio, per tanto tempo ingrato,
vanno compagne.
E chiediam venia al lettore se anche in questo esame
ci siamo alcun poco più indugiati di quanto ci eravamo
proposti; ma l'anima, che è la forma e la forza vitale
dell'avvenire, e il libero arbitrio e la volontà che sono
i motori della vita presente, erano tali argomenti da
non dover misurare troppo rigorosamente il numero
delle parole occorrenti alla loro difesa.
Noi, come si è potuto scorgere dal fin qui detto,
siamo deliberati campioni dell'esistenza dell'anima e
della sua immortalità. Ma di essa abbiamo un con
cetto alquanto diverso da quello che in generale tiensi
per vero nelle scuole, e anche da altri filosofi che
camminano da sè in vie più libere, e da quelle indi
pendenti.
Per noi la genesi dell'anima sarebbe questa: Dio
ha infuso nell'uomo il principio della vita, gl'inspirò
il germe dell'intelligenza, e lo dotò della facoltà della
loquela, che era la più maravigliosa prova di predile
zione per questa sua creatura, e che serve alla più effi
cace manifestazione dell'intelligenza e dell'amore (1).
Di questo modo l'uomo rifletteva in sè, in grado in
finitesimo se vuolsi, ma pure in qualche guisa, la
formola per la quale si può ridurre accessibile alla
(1) Noi crediamo che se fosse dato mai ad uomo lo in
tendere le voci o suoni significativi emessi a loro modo
da tutti gli animali, troverebbe fra queste voci o suoni
una giusta corrispondenza col grado di quella istintiva in
telligenza di cui ognuno di essi è dotato.
386 CAPO XI,

mente umana l'idea della divinità. L'uomo era, come


già accennammo, un microteo.
L'anima adunque, a nostro credere, non è un ente
a sè, speciale, preesistente, che venga, non sapremmo
dire il perchè, ad abitare la carne dell'uomo, cioè la per
altra parte ammirabile macchina dell'organismo umano.
Da dove partirebbe egli questo ente che per non
saper ora come altrimenti qualificare, chiameremo spi
rituale? E a qual pro dipartirsene, se colà era pace,
riposo, gioia, beatitudine forse? e ciò per venire a
prender parte alle lotte, ai pericoli, ai dolori e fors'an
che ai delitti dell'umanità?
A cagione di vieppiù meritare, risponde taluno.
Singolar mezzo invero, motivo non meno singolare!
dappoichè lo immenso maggior numero in questo tran
sito terreno più facilmente riescono per avventura a
demeritare che non ad aggiungere meriti; non a mon
dare vieppiù, ma ad inquinare sozzamente la bianca
stola che avrebbero recata con sè da quella beata loro
dimora. -

Ciò non regge al martello della logica; come sa


rebbe assurdo lo imaginare che volonterosamente uno
abbandonasse, non foss'altro, la pura luce del cielo,
per piombar nelle tenebre; e prediligesse tuffarsi nel
fango tenace ed immondo al vagare aleggiando nella
limpidezza ed elasticità dell'aria. -
Nell'ipotesi della preesistenza di queste anime o enti
spirituali, non pare possibile che da loro partisse l'im
pulso a cambiare la quieta dimora ove per milioni
d'anni forse avevano aleggiato tranquille, anche per lo
scopo suaccennato; che se anche ciò fosse, Dio non
dovrebbe concederlo, poichè sarebbe un esporle quasi
certamente a peggiorare la loro condizione; e Dio non
può volerlo, nè permetterlo.
L'INTELLIGENZA 387

Che se cagione di curiosità le muovesse a tale atto:


questo sarebbe peccato; certo men grave dell'orgoglio
che, dicesi, perdesse Lucifero è Satana, ma pur sempre
peccato. E per questa via si tornerebbe al mito della
caduta degli angeli, cosa da lasciarsi del tutto alla
poesia. -

Tolta così brevemente ad esame questa ipotesi, e


visto come riducasi per lieve critica all'assurdo; una
altra ne rimane, eziandio improbabile ed inane; e
quella si è del supporre che Dio crei le anime man
mano che si generano e costituiscono i corpi che do
vrebbero abitare. Assurdo maggiore del primo, se nel
l'assurdo fosse luogo a gradazione.
Ma fu già avvertito essere oltremodo difficile il de
terminare il momento logico, opportuno a quella crea
zione. Sarebbe l'atto generativo? Singolare momento!
E poi il tempo della gestazione riuscirebbe un tanto
lungo quanto male addatto soggiorno per un'anima,
a norma del concetto che ne hanno formolato i teo
logi. Nel mentre forse in che l'infante viene alla luce
del giorno? Ma allora egli avrebbe vissuto nove mesi
senz'anima, e non sappiam dire se in quel sistema
le due cose possono imaginarsi disgiunte. Ma fosse;
per sei, otto, dieci mesi, un anno, quell'anima che
supponiamo introdottasi nell'infante al momento del
suo nascere al mondo, ben poco o nulla rivelasi in
quel corpicciuolo, incapace di per sè di cosa qualun
que, quando se ne eccettuino le funzioni naturali e i
moti automatici di un essere vivo.
Ma quell'anima sì fatta, cioè integra e fornita di
tutte le sue facoltà, potrebbe stare quel tanto tempo
così raccolta, anzi nascosta, e non rivelarsi poi che a
gradi infinitesimi? Non pare; diremo piuttosto che
ciò non è.
388 v CAPO XI.

O l'anima è un ente a sè, individuale, distinto,


perfetto, e tale deve tosto addimostrarsi, operando a
seconda delle sue facoltà e conforme alla sua essenza.
Che se nol fa, e se concediamo che fare nol possa;
se non gli è dato di rivelarsi che via via, quando cioè
gli organi a ciò appropriati glielo permettano, diamo
ragione ai Moleschott, ai Büchner e loro aderenti, i
quali affacciano il principio, che la materia governa
l'uomo anche per la parte psicologica, e anzi all'intutto.
Ma noi non ammettiamo la prima ipotesi, e già ci
mostrammo risoluti avversari di questa seconda che,
come facile si scorge, emana dalla pretta dottrina ma
terialistica (1).
Avvi terzo l'opinione degli spiritisti, i quali nella
loro dottrina propugnano la reincarnazione degli spiriti
dei trapassati in altri corpi; voluta questa da loro
stessi a fine di purgarsi da pecche incontrate in qual
che vita o incarnazione precedente, o inflitta da Dio
quasi altra prova, e qual mezzo di meglio meritare
(1) Mentre scrivevamo queste parole, ci venne a caso
fra le mani un libro intitolato: Breve compendio di filosofia
elementare, ad uso de licei, per GIUSEPPE ALLIEVo; vol. I,
Metafisica; Milano, presso Giacomo Agnelli, 1867. Vi
demmo una scorsa in fretta, e venutoci sott'occhio a pa
gina 101 un paragrafo che discorreva dell'Origine del
l'anima, credemmo trovarvi una qualche soluzione del
grande problema; ma nulla o ben poco ne dicono le se
guenti parole, scivolando l'autore, come in genere gli altri
tutti, sul punto più importante; eccole:
« Posto che le anime individue abbiano avuto un'ori
gine (*), si possono al modo di essa professare due diverse
sentenze, ammettendo: lº che le anime siano emanazioni
di una sola sostanza infinita ed universale, o Dio,'od anima
mondiale che la si voglia chiamare; 2º che siano state
(*) È curioso lo entrare in materia con una formola quasi dubitativa
da chi vuole provare l'esistenza delle anime: se esistono, un'origine l'hanno
avuta certamente.
L'INTELLIGENZA 389

in essa e avanzare con maggior lena nella via del


progresso.
Noi già ci professammo francamente spiritisti; ma
su questo punto dissentiamo quasi in modo assoluto
dai fratelli nostri. La reincarnazione in questo nostro
mondo non ci è parsa mai in generale, nè opportuna,
nè utile come mezzo etico in fatto, nè abbastanza di
mostrata in teoria. Pur troppo non è provato che se
tutti gli spiriti si reincarnano, migliorino. Se ciò fosse,
a quest'ora, dopo tanti secoli che l'uomo vive sulla
terra, ogni anima degli uomini primitivi avrebbe po
tuto tentare prove non poche, e se queste son vòlte
a scopo di miglioramento, il regno della virtù e della
giustizia dovrebb'esservi da lunga pezza cominciato.
Che se invece quelle ripetute peregrinazioni in questo
mondo avessero da rimanere per il meno male inu
tili, o finissero col volgersi in peggio, meglio varrebbe
il rimanersene alla prima. Nell'ordine morale e nel
l'ordine logico non si va per sistema al cimento del
da Dio create, ossia prodotte liberamente dal nulla. La
prima di queste due dottrine è quella del panteismo ema
natistico, e venne sotto diverse forme professata dagli
Egizi, dai Caldei, da Pitagora, da Euripide (secondo Mo
shemio), dagli Stoici, da Spinosa, ecc. Ma le ragioni che
abbiamo altrove addotte in confutazione del panteismo
emanatistico valgono pure contro tale dottrina.
« Rimane adunque che si accolga come vera la seconda
sentenza, la quale però non venne intesa sempre ad un
modo, discordando fra loro i psicologi intorno al tempo
ed al modo della creazione dell'anima. Poichè alcuni, fra
cui Origene, tengono che le anime fossero state già tutte
create ad un tempo, insieme con gli angeli innanzi alla
creazione e formazione dei corpi, di che furono dette
preesistenti; altri sostennero che le anime si propagano
e si traducono insieme coi corpi dai genitori nei figli, onde
vennero chiamati traduciani; ed altri infine le dicono
create da Dio nel periodo della formazione dei corpi ».
25 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
390 CAPO XI.

maggior danno o all'assurdo: nell'ordine naturale non


si preconizza per sistema l'inutile (1).
Dobbiamo avvertire però che molte sono a questo
riguardo le asserzioni in senso positivo degli spiriti
stessi; ed un caso fra gli altri fu accompagnato da
tali circostanze che non possiamo negare aver fatto
anche sopra di noi molta impressione. Potrebbe questo
però e qualche altro procedere da taluna singolare
eccezione, per servire a qualche arcano disegno della
Provvidenza, e che troppo difficile sarebbe lo indo
vinare.
In tesi generale peraltro siam lungi dallo ammettere
questa provenienza delle anime: che se si volesse in
sistere su ciò ad ogni costo, domanderemmo da dove
provenissero quelle che informarono i corpi dei primi
uomini. Che se queste prime voglionsi attribuire ad
una diretta creazione, si ricade nelle difficoltà testè
enunziate, altrettanto difficili a risolvere. Domande
remo eziandio che ci si indicasse il momento più ad
esse opportuno per venirsi a nicchiare nel corpo.
L'anima alla quale si è veduto non potersi logica
mente attribuire una preesistenza, nè assegnare una
epoca precisa alla sua creazione, e che pure esiste,
deve avere un'origine, o un modo di costituzione sua
propria, una maniera di autogenesia. Questo è ciò
che da tempo andiamo cercando e che ora vedremo
di esporre.
Il germe, se così potesse dirsi, e quindi la prima
(1) Quando negli anni 1862 al 64 la Società degli studi
spiritici fioriva in Torino, in una delle sue tornate si trattò
di proposito di questo importante argomento. Fin d'allora
esponemmo le ragioni, e sono queste medesime, per cui
ci sentivamo meno persuasi della attendibilità di questo
punto della nostra dottrina.
L'INTELLIGENZA 391

origine dell'anima umana è, a nostro credere, quella


scintilla d'intelligenza che inspirata nel primo uomo
nel momento della creazione insieme col principio
vitale, addicevasi in modo perfettissimo all'umano or
ganismo. Insieme col germe vivace di questo si tras
mette nel generato, ed ognuno, nascendo, lo porta con
sè. Esso cresce e si sviluppa col corpo, dimodochè la
forza vitale e l'intelligenza vanno sempre accoppiate
finchè dura l'equilibrio tra le forze e le combinazioni
materiali e le dinamiche per cui l'uomo perdura sano
di mente e di corpo.
Se vengasi a rompere per qualche accidente questo
equilibrio, di guisa che le facoltà intellettuali ne ab
biano patito, lo sviluppo da questo lato si arresta, o
almeno rallenta: si ferma per converso o non pro
cede normalmente dall'altro, se per infermità o altro
difetto in qualche organo essenziale, il corso delle
azioni libere o volontarie venga fatto difficile o im
pedito.
Per la considerazione di questo procedimento è age
vole il conoscere che l'anima ricava dai due principii,
vitale e intelligente, elementi diversi, ma pure con
correnti allo scopo medesimo, onde costituirsi. I pen
sieri, i sentimenti, le cognizioni, i disegni, i giudizi,
le aspirazioni, e finalmente le azioni, son fili di cui
se ne intesse la trama.
Fin quando da giovane, come avvertimmo nelle
prime pagine di questo libro, ci vagavano nella fan
tasia siffatti pensieri, quello dell'anima concretammo
in questo modo: L'anima altro non è che la risultante
delle nostre facoltà intellettuali, e delle opere nostre;
nè mai il ponemmo in dimenticanza. Lo modifichiamo
alquanto ora coll'aggiungere, essere le cognizioni nelle
scienze positive o morali, che pure son frutto di ope
392 CAPO XI.

rosità, un altro elemento che a comporre quella ri


sultante si aggiunge. E ciò a buon dritto, giacchè la
massa delle cose imparate è acquisto fatto per mezzo
della volontà e dell'intelligenza, volte a questo utile
scopo. L'ignoranza volontaria e così l'abuso della in
telligenza, sono reali demeriti, invece che l'acuìto e
costante lavoro dell'intelligenza, indirizzato a profitto
più o men grande del corpo sociale, e all'onesto nostro,
son note di merito non inferiori a qualunque altra ec
cellente azione dell'ordine morale.
Di una materiale macchina si possono accumulare i
prodotti: ora perchè nol si potrebbe dei portati e delle
manifestazioni della macchina umana in quanto a mo
rale e a intelligenza? Le conseguenze delle più spiccate
di esse troppo talvolta sussistono; e il conquistatore,
l'incendiario, l'assassino contano a migliaia le loro vit
time. Per disavventura le opere buone dell'uomo, siano
pure squisite e sublimi, non lasciano che in ben rari
casi nella società orme tanto profonde quanto le ree;
ma pure sopravvivono al fatto, poichè nei cuori in cui
batte risoluto il senso della gratitudine e della cono
scenza del bene ne rimane a lungo la ricordanza.
Ora, se le conseguenze delle azioni rimangono, e
così la loro memoria; l'entità loro o la loro essenzialità
deve eziandio perdurare, come vedesi la striscia di luce
tracciata da un bolide nello attraversare che fa la nostra
atmosfera; e quantunque essa tosto si dilegui per gli
occhi che la guardano da vicino, come avviene per
noi sulla terra, è certo e provato scientificamente che
se la vista non dell'uomo, ma di qualche altro essere
meglio dotato di noi, potesse tanto allungarsi, allon
tanandosi da quella striscia di luce con una progres
sione costante e per un tempo infinito, da vederla
sempre da quelle ognora più enormi distanze; per
- L'INTELLIGENZA 393

quell'essere, diciamo, essa sarebbe sempre come esi


stente (1).
Altro esempio di questo fenomeno, che sempre ci
sta sotto gli occhi, quello si è dei raggi di luce che
giungono a fare impressione sulla nostra retina mi
lioni e milioni di anni dopo di essersi dipartiti dai
lontanissimi astri luminosi dai quali emanarono; e
continueranno a spargersi per le incommensurabili pro
fondità del firmamento, quand'anche quegli astri venis
sero ora a spegnersi. Notiamo per un momento che se
la distanza potess'essere veramente infinita, la durata
di quella luce sarebbe per l'osservatore eterna.
Che se l'azione materiale emanata da quei lontanis
simi astri persiste, abbenchè non abbia, almeno per la
comprensività nostra, alcun valore morale; è da indur
sene con bastante ragione, che la manifestazione delle
nostre opere, le quali in sè questo valore morale rac
chiudono, debba durare eterna, tanto più in quanto che
son vedute e scrutate coll'occhio eterno di Dio.
E qui si affaccia alla mente, via via più ansiosa di sa
pere, il desiderio di conoscere su qual campo le azioni
umane possano tanto efficacemente imprimersi da du
rare eternamente.

Difficile assai, per non dire impossibile, è il rispon


dere in modo assoluto a questo desiderio; ma siccome
per noi è verità inconcussa che l'anima è, e che quindi
in qualche modo debba essere, diremo anche su tale
argomento il parer nostro.
E intanto osiam dire che non sembra troppo ardito
proposito il credere che l'alito d'intelligenza e il germe
di vita tanto strettamente riuniti nell'individuo umano

(1) La ragione teorica e uno speculativo esempio di mag


giori proporzioni si è veduto nel nostro capo II, e cioè il
Viaggo nello spazio.
394 CAPO XI,

dalla virtù essenziale dell'amore, se al momento della


morte si ritraggono dall'ingombro pesante della ma
teria, non è a supporre che cessi quello strettissimo
nesso che nella mortale peregrinazione li teneva riu
niti; e dovrebbe credersi invece che stretti insieme si
slancino in un altro ordine di cose al di là della tomba.
L'intelligenza è l'impronta essenziale e caratteristica
della vita dell'uomo. La vita nell'uomo è il solo vei
colo per il quale l'intelligenza, raggio divino, può
manifestarsi sulla terra; poichè l'uomo privo dell'in
telligenza è pretto animale, e il pretto animale non è
mezzo atto all'esplicazione dell'intelligenza in nessuna
maniera mediante le sue opere. Emerge da ciò essere
impossibile concepirle disgiunte una dall'altra in questo
mondo. Ma come le azioni dell'uomo dalla bene usata,
o dall'abusata facoltà intellettiva ebbero origine, l'intel
ligenza che visse e si esplicò nell'uomo, partecipa all'im
putabilità delle azioni sue, buone o ree che siano; e il
complesso di queste azioni di cui l'uomo ha coscienza
formano appunto l'entità che dicemmo anima.
Di questo modo l'intelligenza e la vitalità umana av
vinte dalla virtù affettiva che generò l'unione loro e
la cementò nella diuturna coesistenza, strette eziandio
dalla sumentovata imputabilità, è a ritenersi che più
non si disgiungano. Serve per avventura ad esse d'in
volucro una maniera di fluido odico, di aura vitale che
si sviluppa dal vivo umano complesso, ovvero una
particella sublimata della materia, come vedremo più
innanzi; e da tutto ciò è a credere che un ente nuovo sui
generis venga a comporsi. Sarebbe a questo modo in
tanto che la parte più degna della materia comincie
rebbe il gran ciclo della sua riassunzione in Dio.
Quell'aura, quel fluido o qualsiasi altra essenzialità
eterea è, o molto s'approssima, a ciò che nella dottrina
L'INTELLIGENZA 395

spiristica vien detto perispirito; e poichè convien darle


un nome, questo a nostro giudizio le si addice assai
bene, e può servire all'uopo.
Nel molto e diuturno leggere, quando la vista assai
meglio ci serviva che non ora, non c'imbattemmo mai
in qualche idea che a questo pensiero nostro arieggiasse.
Di recente soltanto due ce ne vennero sott'occhio che
ne danno un qualche riflesso. È però singolar cosa che
la prima ricavassimo da un volteriano, o piuttosto da
un pedissequo del Dupuis e del Volney, intendendo egli
a spiegare ogni fatto, idea o credenza religiosa per via
delle leggi e dei fenomeni dell'astronomia, della meteo
Tologia e somiglianti. Esso è il signor J. A. Vaillant
nella sua Clef magique de la Fiction et du Fait. Intro
duction à la science nouvelle, avec planches (1). Ne
citiamo le testuali parole. A pag. 23 dice:
« D. Qu'est-ce que l'esprit (animus) de l'homme?
« R. L'esprit de l'homme est l'essence ignée, le feu
vital, dont la flamme est l'intelligence, et dont l'air
(psyché) est l'ame ».
Nella risposta distingue i significati di spirito e di
anima che nella domanda pareva avesse accomunati,
Per lui lo spirito è l'animus, non l'anima voce latina.
A pag. 25 però il pensiero in discorso emerge molto
più esplicitamente, come vedesi dalle seguenti parole:
« Comment croyez-vous que l'esprit est immortel?
« Parce qu'il est l'essence éthérée du corps, l'éther
spirituel de la matière; parce qu'il est le feu vital, la
vie, dont le corps est l'aliment; et qu'il ne serait pas
plus la vie s'il 6tait sujet à la mort, que la lumière
(1) Paris et Genève – Dentu 1861, l vol. in-16°. Le
figure di quelle tavole sono assai curiose a vedersi; ma
non dicono a pezza quanto l'autore sembra ripromet
tersene.
396 CAPO XI.

éthérée ne serait la sérénité de l'espace, si la lumière


était ténèbres et le blanc noir ».
L'altro scritto che intendiamo citare è opera di uno
spiritista; e siccome parte da un punto di vista più lo
gico, e scorre da una vena di principii più sani, quella
idea vi è accennata con maggior precisione e senza con
tradizioni o ambiguità. Esso fa parte della puntata di
gennaio di quest'anno (1875) degli Annali dello spiri
tismo in Italia, anno XI, uscita appunto ora che stiamo
scrivendo questo capitolo. A pag. 13 vi si legge:
« Siccome nell'Universo nulla muore, al cambiarsi
della forma dei corpi sparisce unicamente la struttura
di essi; ma persiste ciò che ne costituisce l'essenzialità,
rappresentata negli uni dai fluidi, nella nostra fisica
chiamati dinamici, in altri dal fluido ancora più ele
mentare che designiamo col nome di cosmico, ed in
altri ancora dalla forza generatrice di questi elementi,
dallo spirito propriamente detto. Queste essenze dei
corpi non solo non si annichilano quando essi si disgre
gano o muoiono, ma conservano le qualità che si sono
sviluppate per mezzo di essi. Ed è così che lo spirito va
facendo patenti tutte le facoltà che sono della sua pro
pria essenza a seconda che informa organismi di diffe
rente grado di perfezione. E poichè il limite del pro
gresso per lo spirito non si trova, nè si potrebbe trovare
nel nostro pianeta, così è evidente che lo spirito il quale
ha animato delle organizzazioni sulla terra, deve uscire
da questa conservando ciò che ha acquistato, per isvi
luppare altrove nuove facoltà e nuovi sentimenti che
era impossibile di far patenti in questo piccolo globo.
Ciò che nell'uomo formava la sua essenza, quello che
costituiva la sua ragione, quell'elemento che in grazia
della sua organizzazione sentiva, parlava e voleva, vive
dopo la morte del corpo, conserva tutte le cognizioni
L'INTELLIGENZA 397

acquistate, tutte le facoltà che ha sviluppato; ma ne ha


pure delle altre latenti, ed ha bisogno di altri mondi e
di altri organismi per manifestarle (1). Perciò lo spirito
ha a propria disposizione tutta la materia, che è sua
opera (?!) e tutta l'eternità per realizzare il suo progresso,
ossia le sue perfezioni » (2).
Riferiamo queste opinioni e l'ultima singolarmente,
non per dar loro quel carattere di autorità che di solito
credesi rivestire in genere le citazioni; ma quali sin
tomi dell'avviamento della coscienza umana verso un
nucleo d'idee da cui può scaturire una luce nuova, sia
circa le scienze naturali, che per le morali e speculative,
giacchè fra esse esiste infallantemente un punto essen
ziale di contatto fin dalla loro remotissima genesi, e così
eziandio nell'attuale loro stato di sviluppo; per la qual
cosa riuscirebbe facile il ridurlo a riassumersi in una
sola, universale verità: non la materialistica in cui ta
luni si vorrebbero circoscrivere; ma nella immensa, in
-

(l) Questo dotto spiritista pare s'accordi col nostro


modo di vedere anche nel non credere necessaria la rein
carnazione in questo mondo per progredire; sibbene lo
assumere nuovi organismi in altri ordini di cose. -

(2) Queste parole sono ricavate da un articolo intito


lato Una opinione, del signor A. Garcia Lopez, estratto
dall'Almanaque del Espiritismo per il 1874. Nella prima
pagina di quest'articolo leggonsi le seguenti altre parole,
concordanti in qualche modo coll'altra nostra idea fonda
mentale, e cioè della emanazione della materia, e circa
alla universale cosmogonia che è la pietra angolare della
prima parte di questo libro. Eccole:
« La forza che generò questa prima materia non poteva
essere altra cosa che uno scintillamento della intelligenza
assoluta; ed è assai logico lo ammettere che questa forza
è l'unica sostanza ed essenza di tutte le creazioni, e che
essa porta in sè latenti quante qualità apprezziamo in
tutti gli esseri, per quanto molteplici e diverse esse
Sla I10 m.
398 CAPO XI.

finita di Dio, che ogni cosa abbraccia necessariamente.


E gran mercè sarebbe se questo libro fosse mezzo ad
avviare verso un tale scopo, se non a raggiungerlo
per intiero. L'età nostra, brevemente, in luogo di pie
gare al materialismo dovrebbe assegnarsi il còmpito di
trovare il giusto e vero nesso delle scienze morali colle
positive e naturali, affermando il principio della unicità
assoluta della provenienza dei fatti universi in appa
renza molto differenti fra loro, ma sui quali esse tutte,
abbenchè variamente, son radicate.
Il veicolo naturale a questo desideratum è la co
scienza, che vale quanto dire conoscenza delle cose, o
scienza con sè o in sè delle cose.
Quanto maggiore è il numero delle cognizioni nostre,
tanto più lata è la base su cui la coscienza si costituisce;
meglio elaborate le idee, i pensieri, le riflessioni, i giu
dizi e le deliberazioni che ne risultano; e quindi anche
meglio escogitate produconsi finalmente le azioni.
Più l'uomo sa, più la coscienza delle sue azioni, e
quindi l'imputazione delle medesime gli è o diventa
propria. Fino ai sette anni la stessa dottrina teologica
non appone merito o demerito alle opere dell'individuo,
dichiarando essere dopo quella età soltanto che esso
può far uso della ragione. La ragione infatti è il criterio
della coscienza intorno ai pensamenti ed alle opere. La
sua luce non può farsi bastantemente viva, se non
quando da più e più casi comincia a svegliarsi il senti
mento del giusto e dell'utile, che poi si manifesta nelle
idee del dovere e del diletto.
Forse il segnare una data così recisa al momento in cui
dovrebbe cominciare l'imputabilità è cosa troppo assoluta;
ed è necessario mitigarne il rigore con un apprezzamento
discrezionale, per cui convenga anticipare o ritardare
quel momento, secondo i casi e le circostanze. Rispetto
-
L'INTELLIGENZA 399

a Dio e all'ordine sopranaturale delle cose, la correla


zione è misurata con tale criterio che ne avviene equa
bilmente il giudizio. Colà il peso delle opere deve
rispondere colla-più scrupolosa esattezza allo sviluppo
ed alla modalità rispettiva delle coscienze. Ma l'uomo
non conosce l'uso di tali bilancie, e quindi gli conviene
segnare certi limiti per i quali possa in tesi generale
arguire che
Ultra, citraque nequit consistere rectum.

E di vero, dalla coscienza di un ragazzo di sette


anni a quella di un adolescente di quindici o di un
giovane dai venti ai venticinque anni, e man mano
all'altra di un uomo dai trenta, ai quaranta, ai ses
santa gli stadii della comprensività, man mano si al
largano, e quindi in fatto di imputabilità virtuale e
positiva, grandemente fra loro differiscono, e infatti
la legge penale stessa, fino al ventunesimo anno, sta
tuisce per il delinquente condizioni attenuanti.
Forse per rimanere a stretto rigore nel vero, misu
rando le cose a questa stregua, dovrebbesi dopo i
venticinque o i trent'anni considerare quali circostanze
aggravanti delle azioni delittuose la maggiormente
inoltrata età, il perfetto sviluppo della ragione, e lo
aver raggiunto il giusto equilibrio delle forze fisiche
colle morali; e ciò fino all'epoca in cui possa ripu
tarsi che pel sopravenire dell'età senile, le facoltà
mentali e la chiarezza delle induzioni razionali siansi
notevolmente affievolite. Ma una siffatta valutazione
eccede il nostro còmpito, nè è da noi lo assegnare
norme e formolare giudizi.
E qui è debito nostro avvertire che quando testè
parlammo di scienza non intendevamo accennare a
quei complessi di dottrina cui si suole attribuire un
º
400 CAPO XI.

tal nome. Lo adire a tali studi, lo assegnarsi un tanto


còmpito non è dato a tutti. A tali studi si accinge
chi da giovane sente attitudine a ciò; e vi fa buona
prova chi tenacemente vi persevera.
Nel dir scienza intendemmo accennare al sapere in
genere, e anzi più veramente a ciò che s'impara delle
cose comuni della vita dalla convivenza sociale; ciò
che s'apprende nella famiglia e nelle prime scuole
dagli esempi o casi o detti che continuo, fin da bam
bini e via via ci occorre di sentire o vedere, volenti
o nolenti; sia per apposita intenzione di chi parla
od opera in nostra presenza, sia che per accidentale
combinazione venga a percepirsi. La cosa medesima
dicasi degli altri sensi che con maggiore o minore
intensità concorrono a formare il complesso delle prime
nozioni che s'imprimono nella mente dell'uomo: gli
è dal tutto quanto ora accennammo che emerge il
primo elaborato della coscienza, il primo substrato, a
così dire, dell'anima.
Ma le parole anima e coscienza muoveranno a riso
coloro che non vi prestano fede in alcun modo: il
fanno a torto però, come confidiamo non ci sarà diffi
cile dimostrare. º

La chimica per mezzo del principio della circola


zione della materia, applicato agli organismi viventi,
scoprì non ha guari come gli atomi tutti che compon
gono il corpo dell'uomo, e così quello degli altri es
seri animati, in brevissimo tempo vengono a cambiarsi;
dal che in capo a sei mesi, un anno o due forse al
più, la compage degli elementi di cui esso era formato
andò svaporando, o altrimenti eliminandosi, per far
luogo ad altri che man mano vi subentrano in una vece
incessante e maravigliosa. Per esperimenti fatti da
valenti scienziati, questa singolare e continua trasfor
L'INTELLIGENZA 401

mazione del nostro corpo non può più mettersi in


dubbio. Forse è da accertare ancora se tanto solleci
tamente avvenga come asseriscono; ma il fatto per sè
è ormai acquisito alla scienza (1).
Della qual cosa i materialisti menarono gran vampo,
quasi dicendo a chi crede in una vita avvenire e alle
sue logiche concomitanze: Com'è possibile il credere
che una qualsiasi entità spirituale, eterea, metafisica,
più speculativa che reale in una parola, sia e poi so
pravviva al corpo, mentre questo medesimo, che pure
vediamo e tocchiamo, non è che un turbine continuo
di atomi che ad ogni istante si rinnovano e scambiano,
e per cui potrebbe dirsi che noi, il nostro essere ma
teriale, non siam mai identicamente noi medesimi?
Adagio a ma' passi, potrebbesi loro rispondere: gli
è appunto per ciò che non potendosi far conto della
entità materiale dell'uomo, è necessario fare assegna
mento sulla sua essenzialità, che diremo speculativa
per meglio farci intendere, ma che è la vera e reale,
giacchè la materiale, come la scienza dimostra ed ac
certa anche per bocca vostra, ci riesce in nulla.
Ma un caso pratico metterà in chiaro assai meglio
il pensier nostro.
Un malfattore studia il modo di assassinare una
povera vecchia che sa essere denarosa. La sgozza, ar
(1) Esempi parziali, ma pur concludenti di questo feno
meno capitano sott'occhio ogni giorno. Un tale a ca
gione di una malattia gravissima va quasi a toccare l'orlo
della tomba. Per un miracolo dell'arte salutare e della
natura se n'esce; ma è rimasto, come suol dirsi, pelle
ed ossa. In tre, quattro, sei mesi di un buon regime rico
stituente si rimette in carne quanto e meglio di prima.
È innegabile che nuova materia è venuta al posto della
prima che la dieta, il sudore, i salassi, o che altro aveva
eliminato da quel corpo.
402 CAPO XI.

raffa il bottino e fugge. Per cinque o sei mesi, scher


mendosi in più guise, manda a vuoto le ricerche della
giustizia che ne fiuta le orme. Cade finalmente nella
rete: è chiuso in carcere e se ne istituisce il processo,
che per le formalità delle varie sue fasi dura un anno
o più. È condannato alla pena capitale; ma interpone
appello, e prima che si venga alla conferma della
prima sentenza, se ne vanno, a dir poco, altri cinque
o sei mesi.
Sono scorsi oltre due anni dalla data del delitto;
e ora questo scellerato, se vuolsi star ligi ai pronun
ziati della scienza, non è più lo stess'uomo; non v'è
forse in lui un solo atomo della materia che costi
tuiva il suo corpo quando commise quell'assassinio.
Se null'altro vivesse in lui, se un altro ente sul quale
indelebilmente s'imprimono le azioni dell'uomo e la
loro ricordanza, se il vero uomo reale, immutabile
non vivesse permanente involto in quella materia che
nella sua variabilità diremmo inafferrabile, la con
danna cadrebbe sul corpo del colpevole serotina troppo,
e nell'ipotesi che il corpo solo abbia essenza reale,
chiediamo se potrebbe ancora dirsi equa, mentre an
drebbe in certo modo a colpire un'individualità rin
novata di tutto punto (1). Ma così non è: giacchè con
tinua in lui la ricordanza del suo delitto; questo gli
sta impresso nella coscienza che è il sustrato dell'anima
immortale; e la condanna cade giustamente sul reo (2).
(1) Non potrebb'essere questo per avventura altro po
tente motivo da indurre ad accelerare la definizione dei
processi criminali? Poniamo il quesito e ne lasciamo la
definizione agli uomini competenti. Ciò in aggiunta al
ben noto: raro antecedentum scelestum deseruit pede poena
claudo.
(2) In questi giorni si è discusso a Roma nel Senato del
regno il grave argomento della pena di morte. Il 25 feb
L'INTELLIGENZA 403

Lasciamo stare che per i negatori del libero arbi


trio, asseveratori quindi della ineluttabile necessità
delle azioni dell'uomo, l'assassino, il ladro, non sono
colpevoli, ma piuttosto ammalati, e che pertanto non
già alle carceri o peggio, ma dovrebbonsi mandare
all'ospedale; e non ai magistrati ma ai medici sareb
bero da affidarsi (1). -

Non intendiamo, e per troppe ragioni, toccare la


quistione di diritto, anche perchè ci condurrebbe troppo
lungi dalla nostra meta, verso la quale invece sentiam
bisogno di affrettarci. Direm solo che i materialisti,
pei quali la vita umana è il solo tramite in cui spazii
la vita umana, son logici, allorquando imprecano
contro un soverchio rigore delle pene, e singolarmente
contro la capitale; avvegnachè per loro, dare la morte
ad un uomo è piombarlo per sempre nel nulla. In
quanto a noi, patrocinatori risoluti di un immancabile
risveglio ad un'altra vita, immediatamente dopo lo
spegnersi dell'attuale, la pena di morte, abbenchè
faccia ribrezzo grandissimo, non presenta quella scon
braio per 73 voti contro 36 essa rimase scritta nel nostro
nuovo Codice penale.
(1) Quando all'individuo sia vietato il farsi giustizia da
sè, che sarebbe reato compagno quasi del primo; e quando
la società, in forza di quel sistema, fosse indotta ad abdi
care al diritto di punire adeguatamente, la giustizia
altro più non sarebbe che una vana parola in questo
mondo. Il truffatore, il prepotente, lo spergiuro, il ladro,
ricco abbastanza da poter dire al giudice: io non so che
farmi del vostro ospedale, del vostro manicomio, perchè
ho tanto da farmi curare a casa mia, rimarrebbe in ogni
maniera impunito. Più ancora se si nega l'immortalità del
l'anima e quindi eziandio un qualsiasi soddisfacimento
in un altro ordine di cose. Singolar modo di ragionare
quando si viene a dar di cozzo di necessità in conclu
sioni di tal fatta !
-
404 CAPO XI.

fortante idea del nulla. Per altra parte la vita avve


nire, nel sistema che propugniamo, e come già av
vertimmo, non può essere mai una fatale eternità di
pene; ma bensì una palestra nuova in cui le colpe
si scontano, ma a giusta bilancia di proporzione, e
un arringo in cui grado a grado si procede nella
via del bene e del meglio continuo, nell'avvicinarsi
ognor più alla comprensione di quelle eccelse e per
noi ancora ignote verità di cui l'inesauribile fonte
è Dio.
Ma, tornando a noi; se gli elementi che costitui
scono il corpo si rinnovano incessantemente, dove si
imprimono le tracce delle idee, dove si radicano le
ricordanze, dove si maturano i giudizii, si elaborano
i raziocinii, le deliberazioni all'operare, dove le risul
tanze delle opere; e tutto ciò con quella tenacità che
più o meno chiara persiste in tutto il corso della vita?
Il cervello dell'uomo, impasto più delicato di tutte le
altre parti del suo corpo, va senza fallo soggetto alla
stessa legge di rinnovamento nella materia di cui è
composto, e le sue molecole sulle quali credevamo
che come in un libro andassero a descriversi le note
essenziali di tutta la nostra vita, ci appaiono ora più
mobili delle sabbie del deserto, e dei tenui vapori che
in forma di bianche nuvolette vagano sulla volta az
zurrina del cielo.
È chiaro pertanto che il campo sul quale queste
idee s'imprimono e questi fatti si registrano, e dei
quali la ricordanza è immanente e ognor viva, anche
rispetto a cose avvenute nella più tenera età, non
possa essere la parte nostra materiale che ci si rivela
tanto incostante e sfuggevole. Questo campo sarà adun
que l'intellettiva e la vitale, che nei casi normali
persistono e appaiate si sorreggono e svolgono fino al
a
L'INTELLIGENZA 405

l'istante in cui sciolgonsi dal corpo, rimanendo tuttora


amorosamente fra loro ristrette. -

L'intelligenza e la vita, riunite in un amplesso di


amore, formano dunque, come già abbiam detto, il
microteo umano, poichè in lui riflettonsi le tre essen
zialità divine. Intorno a questo nucleo virtuale ricorre
quell'aura eterea, quell'alito sublimato di materia, che
quasi memore di sua origine tende a risalire al suo
principio. Gli è su quell'aura, al lume e per virtù di
quelle scintille divine che s'intessono tutti gli atti che
dal sapere, dal potere e dal volere derivano, e che
nel loro complesso formano l'ente psichico cosciente,
o anima che sopravvive al corpo.
Trovato questo ente che persiste, sviluppandosi man
mano che nuove fila o impressioni nuove vi s'aggiun
gono, siam certi che la memoria e la stimmata di
qualsiasi atto umano trova a collocarvisi e non va
quindi perduta. èhe se non vanno perdute, come sa
rebbe il caso quando le dette impressioni non trovas
sero altro campo che qualche organo di quel vorticoso
turbine di materia che è il nostro corpo, esse stanno
imperiture in quell'entità cosciente ora detta; e allora
il merito e il demerito, l'imputabilità del bene o del
male diventano cosa positiva, perchè si manifestano
sopra un ente accessibile; e l'opera della giustizia può
avere il suo compimento.
Ma questa giustizia oltre la tomba non è un ente
a sè, non è quel Nume spaventevole che con rigore
inesprimibile punisce quasi sempre, di rado perdona
e che quasi mai premia le povere azioni anche buone
di quell'atomo di materia organizzata e pensante che
nomasi uomo. Non è il braccio di Dio che scaglia
più fulmini che non mandi benedizioni, e che vendica
con una eternità di pene atrocemente squisite il fallo
26 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
406 CAPO XI,

commesso nella milionesima parte di un secondo;


che tanto e anche meno, può dirsi al confronto della
eternità anche la intiera vita dell'uomo. Non è giu
stizia vera quella che per nulla pone in bilancia il
bene che questi può avere operato, dappoichè una
teologia irascibile pronunzia che un solo peccato
cancella tutti quanti i meriti di una vita onesta e
Santa. M

La giustizia, per noi, è il giusto, vero, assoluto. È


ciò che è, e non ciò che si arguisce o si giudica essere.
Questo giusto, vero, appreso ed afferrato indelebilmente
dalla coscienza; fa parte integrante della essenzialità
spirituale nostra, perchè sopra la coscienza appunto la
colpa imprime la sua macchia, come l'azione meritoria
manda la sua luce; e così il pensiero ambiguo, il dise
gno ingannatore, mandano la loro ombra, come i proficui
consigli, le provvide deliberazioni, il loro confortante
calore. Di tutto ciò formasi un naturale impasto più o
meno lucente od oscuro, una gravità specifica più o
meno leggera o pesante che relativamente e assoluta
mente sono premio o pena a se stesse. Ma i meriti ven
gono in sollievo della pena e del travaglio della re
denzione; e questa pena e questo doloroso travaglio,
pesati a quella esatta bilancia che non è di quaggiù,
son meritorii a loro volta, poichè, conosciuti da chi li
soffre per equi e giusti, sono portati con rassegna
zione volonterosa. La giustizia scrupolosamente esatta
emerge dalla essenza reale della cosa, si applica da sè,
e non abbisogna di ministri.
L'equazione esattissima di questa giustizia in tutti
i suoi elementi, è altra prova diretta della esistenza
di Dio, come per contro il concetto dell'altra, arbi
traria e sproporzionatamente sperequata ne sarebbe o
ne indurrebbe alla negazione.
L'INTELLIGENZA 407

e La giustizia assoluta delle leggi morali porta anche


essa adunque il suo contingente in questa ricerca,
come già il trovammo nella esattezza matematica delle
leggi fisiche per l'intervento diretto di Dio nel loro
sviluppo; e così lo intravvedemmo ora nella felice
combinazione di questi due ordini di cose nella co
stituzione della essenzialità dell'anima umana.
CAPO XII.

FEDE NUOVA – La Scienza e la Religione universale –


La Fede e il Credere – Gli accertati veri sopravivono allo
sfacimento de' vieti sistemi – Importanza dell'ente uomo va
riamente apprezzata – Agenti e relazioni morali – Istruzione
e educazione – Alcune teorie dei liberi pensatori – Relazioni
sociali – Desiderii e indicazione di alcuni fattori del progres
sivo miglioramento sociale.

Nelle antichissime età quando gli uomini trabocca


vano nell'errore e nei delitti, ovvero quando qualche
altra imperiosa occorrenza mostrava richiederlo, sor
geva, quasi per impulso di provvidenza, un qualche
gran savio il quale, dotato di mente superiore, racco
glieva le opinioni e le idee che incontravano maggior
favore presso i seniori e gli ottimati, e facendo tesoro
degl'insegnamenti lasciati da altri saggi a lui previs
suti, tenuto conto dello stato sociale allora vigente e
delle relazioni coi popoli vicini; delle cognizioni del
suo tempo e fors'anche delle tradizioni di più antiche
credenze, dopo diuturno meditare, riassumeva tutti que
sti elementi in una sintesi quasi assoluta, la spartiva
e coordinava in precetti, e dandole per suprema san
zione un carattere religioso, colle vaghe idee che po
tevansi avere della divinità, la presentava al popolo
FEDE NUOVA 409

in una qualche solenne circostanza; e questo l'accet


tava qual suo codice sacro.
Tali furono, a quanto ancora se ne sa o se ne argo
menta, Mosè, Confucio, Brama, Budda, Orfeo, Codro,
Solone, Licurgo; e chi sa quanti altri; i nomi dei
quali prima di questi, che la storia tuttavia registra,
erano già andati perduti, o confusi nelle tradizioni mi
tologiche dei singoli popoli. È poi da credersi che quei
legislatori riformatori così operassero, giacchè ciò ap
pare dalle brevi memorie che ce ne rimangono.
Il sistema di formolare in tal guisa le credenze e
d'imporle parrebbe ed era anzi tutto empirico e arbi
trario; ma non era caso di fare altrimenti, a ca
gione dei tempi di relativa ignoranza e di barbarie nei
quali tali cose avvenivano. E di vero trattavasi di
popoli o di genti numericamente ristrette e distinte a
brevi tratti di paese da altre genti e da altri popoli,
nemici quasi sempre fra loro. Volevasi adunque di ne
cessità a ciascuno di essi il legame di una religione
e di una divinità speciale che lo tutelasse in pace e lo
difendesse efficacemente in tempo di guerra. Ognuna
di quelle genti invocava nelle battaglie il suo Dio delle
vittorie e ne attingeva coraggio ad uccidere quanti più
poteva nemici.
In quei primordii il codice religioso, i dogmi, i riti
non uscivano fatti ed allestiti per le mani dei sacer
doti dal tempio; ma il tempio e il sacerdozio edifica
vansi intorno all'idea religiosa, facendosene però man
mano padroni ed accomodandola ai loro fini che erano
quelli del predominio sul popolo.
Venuti più inoltrati o più maturi i tempi, la reli
gione cristiana sorse facile, come dottrina intanto, poichè
le altre erano fracide e condannate già nella coscienza
dei savi: essa pose a suo fondamento precipuo una
410 CAPO XII,

grande idea sociale; l'uguaglianza di tutti in faccia ai


sacri diritti dell'umanità; e per primo esperimento la
redenzione degli schiavi e delle più miserevoli classi
del popolo. Per conseguire un tanto scopo essa pro
clamò il grande principio della fratellanza fra le uni
verse genti.
L'islamismo nato con Maometto sei secoli dopo, spiegò
invece la bandiera della dominazione universale e cioè
quella di una gente sopra tutte le altre; bandì il di
ritto della spada, riconducendo nel mondo la schiavitù,
e per fare proseliti in gran numero fece appello a tutte
le peggiori concupiscenze degli uomini.
Queste due religioni si sovrappongono presso a poco a
una metà della popolazione del mondo; sull'altra impe
rano quelle di Budda, di Brama, di Confucio, e poche
altre superstiziose dottrine meno conosciute.
A nessuna, e nemmeno alla cristiana che è infor
mata meglio di ogni altra di principii sani e civiliz
zatori, venne posta finora a base la scienza, questa
eletta luce del mondo: non v'ha quindi religione uni
versale, nel retto senso della parola, nè potè esservi;
e la cattolica stessa, che così di suo arbitrio s'intitola,
e che potrebbe agognare a un tal predicato per la pro
clamata fratellanza di tutti gli uomini, al suo primo
costituirsi non potè raggiungere un così nobile intento,
perchè nell'applicazione ai fatti umani lo smentiva
troppe volte, come scorgesi dalla sua storia, e più an
cora dacchè in ordine a quelli pronunziava sentenze
di tanta spaventevole ferità, da riempiere d'orrore e di
raccapriccio ogni animo onesto e nudrito di sentimenti
di equa giustizia.
Una cosa le vieta di farsi universale davvero; e non,
soltanto nell'appellazione, ma in fatto, da che già ne
racchiude in sè le essenzialità morali e talune delle
FEDE NUOVA 4ll

speculative e soprasensibili. Le è d'uopo conformare


le parti sue dogmatiche alle verità scientifiche accertate
e indiscutibili. Dalla reciproca compenetrazione dei por
tati veri dell'una e dell'altra deriverebbe l'eliminazione
di ogni errore: i teoremi dell'una verrebbero ad avere
in certo modo la sanzione del dogma; e i dogmi del
l'altra l'esatta dimostrazione dei teoremi della prima.
Per una tale doppia sanzione potrebbe la coscienza del
l'uomo riposare tranquilla.
Imperciocchè conviene osservare che questi, argomen
tando mediante la sua ragione nel campo della filosofia,
ha errato migliaia di volte; le scienze sperimentali per
converso, nei definitivi loro pronunziati, ben di rado
o non mai. Ciò malgrado queste non istatuirono mai pena
veruna contro coloro i quali ricusano di prestarvi fede;
il castigo risulta ovvio per la cecità prodotta dall'igno
ranza e dal non trarre profitto di quei veri che ogni
dì vengono ad accrescere il patrimonio dell'umanità.
Ora non un dogma arbitrariamente imposto alla fede
(Dogma da boxéo, opino, reputo) non una mera opi
nione altrui, ma la verità vera e dimostrata è ciò che
l'uomo di senno vuole conoscere e credere. La ragione
di questa sentenza si parrà evidente quando si consi
derino per poco alcune credenze tuttora vive e radicate
nel popolo.
Chi, ad esempio, sapendo alcun poco di astronomia
e di geografia presta più fede a che, volgendo gli occhi
in alto si miri direttamente alla stanza del paradiso?
Chi per poco iniziato ai principii della geologia crede
ancora che nel centro della terra sia da milioni di secoli
confinato Satana nel suo inferno con gli altri demoni
e gl'infelici dannati? Chi cognito pure mediocremente
di fisica potrà ancora darsi ad intendere che il dì del
giudizio universale debbano e possano convenire nella
412 CAPO XII.

angusta valle di Giosafat le anime ed i corpi dei tanti


miliardi d'uomini vissuti già da tempo immemorabile
e che vivranno da ora innanzi in questo mondo? Chi
versato alcun che nella chimica fisiologica, e cognito
della circolazione continua degli atomi che compon
gono il nostro corpo, aggiusterà ancora fede alla così
detta risurrezione della carne, e vale a dire del corpo
per il dì del giudizio universale? (1). Nessuno a dir
vero. La rilassatezza nelle credenze e anzi il ritirarsene
(1) A questo proposito, un tale, non scienziato di pro
fessione, ma sufficiente cognito dei progressi attuali della
scienza, e dotato di molto buon senso, usciva un giorno
con noi nel seguente ragionamento. Un panattiere ha
una quantità di pasta nella madia: ne fa pani e li ripone
a misura sull'asse. Ma questi ricadono per singolare
combinazione bel bello nella madia e si riducono di nuovo
in pasta. Il panattiere che non se ne accorge o non se
ne dà per inteso, segue a far pani e a riporli, e di quel
modo ne fa dieci, venti volte tanti quanti realmente dalla
quantità di farina adoperata se ne sarebbero potuti
ricavare. Se egli, venuta la sera, dicesse: io ho fatto
mille pani; mi si schierino dinanzi; e che in effetto non
ne vedesse che cinquanta o cento, dovrebbe capire che
quella pasta era stata rimaneggiata e convertita da lui
in pane più volte. Eppure i mille pani erano ciascuno
a sua volta stati cosa reale, avevano avuto una forma,
una esistenza ehe nell'ordine dei fatti risultava innega
bile e non potevasi annullare.
Forse, soggiungiamo, lo stesso avviene del sottilissimo
strato di terra e d'acqua e della quantità di gas che con
corsero e concorreranno alla formazione e allo sviluppo
dei corpi umani. Ciascuno di questi ha avuto una pro
pria individualità, una forma, un volume: tenuto conto
dell'infinito loro numero e moltiplicandolo per un peso
medio attribuito a ciascuno di essi, non è improbabile
che la somma superi quello della materia alibile e re
spirabile, atta in una parola a far corpi; e se ciò fosse,
impossibile sarebbe che i corpi materiali di tutti gli uo
mini vissuti si trovassero a quella chiamata presenti,
- se

FEDE NUOVA 413

delle migliaia e dei milioni proviene da questi errori


che vogliono imporsi per forza al criterio dell'uomo
dotto che vi ripugna, e che maculano la purezza della
religione nella sua attendibilità; eppure non si ha il
coraggio di risecarnele (1).
Ma qui per primo c'incombe il dovere di proclamare
altamente, a scanso di equivoci, che non intendiamo
metterci in lotta col principio religioso a guisa degli
enciclopedisti del secolo scorso, e ci duole anzi il vedere
senza tener conto per altro della maggiore e più essen
ziale ragione; e cioè che gli stessi atomi, per la legge
della circolazione della materia, potrebbero essere ap
partenuti in epoche differenti a molti e molti più indi
vidui. -

(1) Per la pace del mondo e la tranquillità delle co


scienze; per lo svolgimento tranquillo e proficuo dello
universale progresso nell'Umanità, avremmo creduto che
sarebbe sorto a tempo opportuno e non lontano un no
vello e più ardimentoso Cardinale Wiseman, il quale
avesse impreso a rilevare e propugnare nuovi accordi
fra la Religione e la Scienza. Ma quanto sia per isven
tura ancora difficile la effettuazione di questo desiderio
può argomentarsi dal documento seguente:
LE UNIVERSITA' CATTOLICHE IN FRANCIA

Nell'Union de l'Ovest, giornale del signor Freppel, vien


pubblicata la seguente formula di giuramento prescritta
dal Papa ai professori delle Università cattoliche. Prima
d'essere ammesso a fare le lezioni nell'Istituto, ciascun
professore di diritto recita la formola: « Si obbliga a
credere e confessare tutti gli articoli del simbolo della
fede del quale si serve la Chiesa romana, a non inter
pretare la Sacra Scrittura in modo diverso da quello che
la interpretano i Santi Padri; a ricevere ed accettare
tutte le definizioni e le dichiarazioni del Concilio di
Trento, riguardo al peccato originale e alla giustifica
zione; a credere che nella messa si offre il vero sacri
ficio propiziatorio per i vivi e per i morti; che c'è un
-

414 CAPO XII,

da qualche recente pubblicazione tornarne in parte il


malvezzo.
Nelle quistioni di suprema importanza riputiamo non
dicevole l'arma del ridicolo. Le cose gravi, e nessuna
lo è al paro di questa, voglionsi trattare da senno. Le
ponderose e valide ragioni non mancano: queste è debito
adoperare e non altre per richiamare a nuova vita la
fede che in molti è spenta, e in più altri va sventu
ratamente dileguandosi. -

Una religione che possa, unica, tutte raccogliere in


sè le umane coscienze, vuol essere radicata inconcus
samente nelle verità assolute e rigorosamente accertate;
purgatorio dove si trattengono le anime; che le reliquie
de santi devono essere venerate; che alle imagini di
Gesù e della Madonna dev'essere reso tutto l'omaggio
possibile; che l'efficacia delle indulgenze è molto salu
tare ai cristiani ».
Tutti i professori di diritto nelle Università cattoliche
bisogna inoltre che dicano quanto segue:
« Io giuro e prometto vera obbedienza al romano Pon
tefice, vicario di Cristo, successore di San Pietro, prin
cipe degli apostoli. Confesso e accetto altresì tutte le
dottrine rivelate, definite e dichiarate dai santi canoni,
dai Concilii ecumenici e specialmente dal santo Concilio
di Trento. Rigetto pure tutte le dottrine contrarie e tutte
le eresie quali si siano, state condannate, rigettate e
scomunicate dalla Chiesa.
« Io, adunque, N. N., giuro, prometto e mi obbligo ad
osservare e confessare costantemente fino alla morte,
con l'aiuto di Dio, la integrità di questa vera fede, cioè la
cattolica, senza la quale nessuno è salvo, che io professo
di mia volontà; giuro e prometto di far tutto, per parte
mia, perchè sia predicata, insegnata da quelli che da
me dipenderanno o la cui cura sarà a me affidata » (*).
(*) Tutte queste sentenze o dogmi imposti nei primi secoli della Chiesa
alla credenza dei fedeli possono aver avuto una qualche ragione di essere,
se si pon mente al tempo e alle circostanze in cui vennero formolate;
ma oggidì la cosa è al tutto diversa.
FEDE NUOVA 415

ma siccome ve ne hanno talune che non sarà possi


bile mai toccare con mano o dimostrare matematica
mente per via del calcolo, del crogiuolo o di qualche
nuovo portentoso strumento d'ottica (1); l'uomo deve
(1) Ciò diciamo quasi a modo di esagerazione; ma in
tanto è certo, che sonosi ottenute fotografie spiritiche,
e cioè le imagini degli spiriti invocati. Parigi, Londra,
Nuova York ed altre città ne fanno fede con migliaia di
esperimenti coronati da pieno successo. Ciò asseriamo ab
benchè appunto in quest'anno si sia instituito a Parigi un
famoso processo contro colui che tali fenomeni otteneva;
il sig. Buguet. Ma questi stampò non ha guari una sua
lettera datata da Bruxelles in cui riassevera questi fatti,
dicendo che li aveva negati nel corso del processo, perchè
gli si era promesso che negando la verità di questo por
tentoso fenomeno da lui tante volte ottenuto, avrebbe
evitata una condanna.
Ecco la lettera:

A S. E. il sig. Dufaure,
ministro di Grazia e Giustizia

« Per rendere omaggio alla verità io fo liberamente


le dichiarazioni che seguono:
« Già prima e all'ora del mio arresto io ero malato,
il che da qualche pezza mi aveva indotto a servirmi di
sotterfugi affine di surrogare la mia medianità, avvegnachè
per mia disgrazia nel tempo stesso che medio io era ne
goziante, e, nelle intermittenze della mia facoltà, dolevami
di lasciar andare i clienti e il denaro che ne avrei gua
dagnato. In queste condizioni mi ha sorpreso la polizia,
a cui ho dovuto palesare i miei subdoli artifizii; e allora
mi si fecero vive istanze, affinchè rimanessi su quella via,
l'unica, mi dissero, che avrebbe potuto salvarmi dalla
condanna.
« Le celle delle prigioni della Conciergerie e di Mazas
mi fecero il più triste effetto: preferirei morire anzichè
passarvi un anno; per conseguenza, allorchè, durante la
istruzione, mi fu ripetuto di affermare che la medianità non
esisteva, giacchè in tal caso non sarei stato condannato
che a una semplice ammenda, mentre, se avessi detto il
416 CAPO XII.

starsi contento nel dividere in due parti l'adesione che


può dare a ciò che si tiene per vero; e cioè la fede
e la credenza.
La prima avrà per oggetto singolarmente l'esistenza
contrario, avrei avuto la prigione, e ho creduto eziandio
che rinnegando la mia medianità, il sig. Leymarie ne sa
rebbe uscito libero, giacchè non si sarebbe potuto condan
narlo a pena maggiore di quella dell'accusato principale.
« E questo deplorabile sistema, contrario alla verità,
sciaguratamente io l'ho seguito. Il sig. Leymarie al quale
il giudice istruttore aveva lette le mie risposte scritte e
firmate, rifiutò di stringermi la mano. (Io era libero ed
egli incarcerato). Poscia sentii che la gente mi accusava
di essere venduto ai gesuiti. Furioso e fuori di me, –
giacchè nel negare ero guidato da rette intenzioni – scrissi
una lettera al giudice istruttore, lettera infame, nella
quale cercava di incriminare il sig. Leymarie, ch'era pur
sempre stato verso di me benevolo come un fratello.
« Deploro dunque la mia debolezza nell'aver asserito il
contrario della pura verità rinnegando la mia facoltà me
dianica e ne chieggo perdono a Dio. Dichiaro che il signor
Leymarie non ha mai potuto accorgersi dei mezzi e sotter
fugi che usavo talvolta: una pressione, che non oso qua
lificare, e la paura del carcere mi hanno fatto persistere
in un cattivo sistema, il quale, ora veggo benissimo, non
tendeva che a colpire il direttore della Revue, e per ri
flesso lo spiritismo.
« Sì, io sono medio, e mercè della mia facoltà i due
terzi delle mie fotografie con apparizioni di spiriti sono
vere; l'altro terzo fu ottenuto con mezzi fittizii, allor
quando ero malato.....
« Vogliate dunque, signor Ministro della giustizia, ser
virvi di queste mie dichiarazioni formali per rendere
omaggio alla verità, e riparare in parte i gravi danni che
le mie dichiarazioni anteriori han cagionato ad innocenti.
Firmato: ED. BUGUET.

« Il sottoscritto Console onorario, Cancelliere della Le


gazione di Francia a Bruxelles, certifica che la firma qui
sopra è propriamente del sig. Ed. Buguet, e che essa fu
-

FEDE NUOVA - 417

di Dio, quella di una qualsiasi entità umana che viva


perduri dopo la morte; l'eternità di questa vera vita
avvenire, l'equabilità perfetta tra i meriti e le ricom
pense, le colpevolezze e la loro purgazione; il contem
apposta oggi davanti a lui ed in presenza dei signori Fritz
Carlo, confettiere in via Louvain, al N° 121, e Boyard
Agostino, ingegnere civile, abitante sul viale della Regina,
al N° 104, che hanno attestato la personalità del com
parso.
A Bruxelles, 27 settembre 1875.
Il Console onorario Cancelliere
Firmato : F. DE TRENQUALYE
Firmati : ED. BUGUET, C. FRITz, AGosTINo BoyARD:
Bollo della Legazione di Francia a Bruxelles
Repubblica Francese -

N. d'ordine 2849. Ricevuti 10 franchi ,


art. 63 della Tariffa. Solvit.
F. DE T. »

Ricaviamo questa lettera dal fascicolo di Dicembre di


quest'anno (1875) degli Annali dello Spiritismo in Italia;
e dal medesimo togliamo altresì il fatto seguente a mag
giore conferma della verità dell'ottenimento delle foto
grafie spiritiche.
« Ecco un fatto recente, inesplicabile per coloro che
nelle cose spiritiche non ammettono altro che la sover
chieria. -

« Esiste in Corfù un gruppo spiritico del quale fa parte


il sig. Phocas, giudice, del tribunale di appello di quel
distretto. Io conosco personalmente il sig. Phocas: è
uomo distinto, illuminato, niente entusiasta, e posso ri
spondere della sua parola.
« Conosco parimenti tutta la sua famiglia, che è assai
considerata nel paese. Ebbene, la signora Phocas avendo
sentito che il sig. Buguet otteneva le sembianze fotogra
fiche dei trapassati, desiderò aver quella della propria
madre. Fu mandato al sig. Buguet un gruppo rappresen
tante il sig. Phocas, la moglie e due delle loro figlie. Il
sig. Buguet stabilì un giorno, e chiese che ad una data
418 CAP0 XII.

peramento delle ree opere per mezzo delle buone equa


mente valutate, e il progressivo inoltrarsi dell'ente
spirituale umano sopra una linea infinita che deve con
durci ognora più da vicino all'eterno vero, all'eterno
ora la famiglia Phocas si mettesse in preghiera, intantochè
egli opererebbe in Parigi. Si uniformarono a questa in
giunzione, e, scorso il tempo giudicato necessario per la
manifestazione, il sig. Phocas interrogò la tavola, e que
sta rispose tiptologicamente, che lo spirito della madre
della signora Phocas non era venuto, ma che ve n'era un
altro, la cui apparizione avrebbe loro fatto piacere.
« Quale non fu infatti la sorpresa di tutta la famiglia al
ricevere la prova fotografica! Non era la madre della
signora Phocas, alla quale si pensava, ma la madre del
signor Phocas, la quale appariva senza che si fosse pen
sato a lei.
« Una circostanza particolarissima non permetteva di
mettere in dubbio l'identità di essa: la signora Phocas,
madre, aveva il braccio sinistro paralizzato, e l'abitudine
di sollevarlo colla mano destra fino all'altezza della spalla
destra per mostrare ai suoi visitatori lo stato in cui si
trovava. La fotografia esprimeva questo gesto famigliare.
Essa inoltre aveva un modo particolare di guidare i ca
pelli sopra le orecchie, e questo modo era riprodotto
esattamente.
« Tutti a Corfù la riconobbero, e fra i numerosi testi
moni vi sono dei medici distinti, a me noti, e di cui sono
pronto a citare i nomi se fia necessario.
« Così dunque il sig. Buguet riceve la fotografia di per
sone che non ha mai vedute, di cui prima ignorava per
sino il nome, che non hanno mai messo piede a Parigi, e
che ivi non sono conosciute da alcuno: si evoca special
mente uno Spirito, si prega, e si manifesta un altro Spi
rito, non evocato, egualmente ignoto al sig. Buguet, ma
che in Corfù è riconosciuto da tutti.
« Come mai l'abilità, la destrezza, la soverchieria pos
sono aver parte in simile operazione? Come mai il signor
Buguet avrà potuto indovinare non solamente una ras
somiglianza esatta, ma pur anco un gesto insolito, che
è fedelmente riprodotto?
FEDE NUOVA 419

bene che è Dio. Di queste possono addursi ragioni e


argomentazioni più o meno chiare e stringenti, ma
dimostrazioni matematiche assolute non anche per ora.
Nell'accogliere per vere queste sentenze, la fede, e cioè
un contingente di adesione volontaria, sarà necessario
fino a che progressi ulteriori possibili sempre alle in
« Gli spiritisti sanno che si possono simulare le appari
zioni; ma ogni uomo di buona fede sarà costretto a con
venire che nel caso del sig. Phocas era impossibile al
sig. Buguet di ricorrere alla frode. Pcichè ogni idea di
inganno deve essere bandita, resta dunque un fenomeno
avverato, quello della riproduzione del sembiante di una
persona invisibile. La scienza non ispiega un tal feno
meno. Fino a prova contraria, gli spiritisti affermano
che non può essere prodotto se non mediante l'intervento
diretto degli spiriti.
« Il sig. Buguet può essere un medio disonesto, ma
è certamente un medio.
« F. CLAVAIRoz ».

Nel fascicolo medesimo dal quale volendo, può infor


marsi il lettore, parlasi a lungo di questo singolare fe
nomeno, e non è la prima volta che in questa lodevole
effemeride ne viene discorso, poichè già nei fascicoli
quarto e quinto dell'anno 1864 si riferivano fatti di tal
genere avvenuti in Francia, a Boston negli Stati Uniti,
e uno fra gli altri a Chiavari nella Liguria. Da lì in poi
fenomeni di questo genere si sono riprodotti in gran
numero e in varie guise, ovunque si studia con amore e
con fede sincera nel bene lo spiritismo.
E qui mi cade in acconcio il fare una importante av
vertenza, e cioè che siccome io aveva finito di scrivere
il mio libro in marzo di quest'anno, e siccome per varie
combinazioni non se ne potè cominciare la stampa che
in novembre, avendo io nel frattempo introdotto in nota
cose e fatti avvenuti fra queste due date, se non ne fa
cessi cenno al cortese lettore, sembrerebbero anacro
nismi senza ragione e motivo.
24 Dicembre 1875.
420 CAPO XII.

dagini dello spirito umano, non ne avranno trovate


prove positive, matematiche.
Noi, rispetto all'esistenza di Dio in ispecie, ed a
quella della costituzione dell'anima umana per mezzo
dell'intelligenza e della vita nella coscienza, crediamo
di aver fatto fare a tali questioni passi di assai rile
vanza, avendo recato della prima più ragioni o prove
che diremo dirette e materiali indiscutibili, singolar
mente nei capitoli della creazione e anche nei prece
denti che alle tratte conclusioni predispongono. Siam
lungi però dal credere che altre menti più della nostra
poderose non riescano a rafforzare la tesi anche con più
validi argomenti.
Circa l'esistenza dell'anima e tutte le conseguenze
che ne derivano, oltre quanto ne abbiamo detto, tratto
da induzioni e fatti scientificamente accertati, i feno
meni e le prove forniteci dallo spiritismo son ragioni
per noi di un valore inconcusso; anche perchè fummo
parte e testimoni di casi singolarissimi. La cosa però
non corre allo stesso modo per tutti; che anzi al più
gran numero pare finora indecoroso, e non degno di
uomini di proposito il prestarvi fede. Ci lusinghiamo
però che anche a conforto di questa verità, e per una
tal via appunto sorgeranno altri fatti, o, tanto e così
evidentemente si accrescerà il numero dei già noti, da
doversi alla fine concludere essere caparbietà imperdo
nabile o mala fede il non cedere all'evidenza.
Forse anche noi, se Dio ci presta lena, scenderemo
una seconda volta nell'arringo; e su questo, come su
altri argomenti che ora non ci è dato più che sfiorare
di volo, ci gioverà rifarci di proposito.
Il credere poi ricisamente e senza riserva non può
avere per oggetto che cose di una evidenza assoluta,
provata e rigorosamente dimostrata. Ognuno, ad esem
FEDE NUOVA - 421

pio, crede oggidì senz'ambagi o reticenze che l'acqua


è una combinazione d'idrogeno e di ossigeno, che la
luce percorre 307 mila chilometri e 4/, ogni minuto
secondo; che il Sole è il centro del nostro sistema pla
netario, che tanto meglio giova la leva quanto più il
braccio sul quale si preme è discosto dal punto d'ap
poggio o fulcro, che l'oro, l'argento ed altri metalli
sono corpi semplici, e va dicendo di ogni altra verità
scientifica esattamente dimostrata.
Altro adunque è il credere, altro il prestar fede: in
questa seconda manifestazione del consentimento è ne
cessario concorra più o meno la volontà a norma dei
gradi che ha raggiunto la dimostrazione dell'enunciato
in discorso. E fosse questo provato con 95 gradi di
evidenza, occorre pur sempre che la fede, e cioè la
volontaria adesione, vi supplisca per i 5 che ancora
mancano alla compiuta sua dimostrazione.
La religione pertanto non può oggidì avere ad unico
fondamento la fede: questa deve concorrervi ancora in
taluna parte, per quel tenue manco di evidenza asso
luta che alla scienza attuale non è concesso ancora di
fornire alla prova di alcune poche verità fondamentali
di quella; e ciò quando circa ad esse l'evidenza quasi
assoluta lasci alla induzione discrezionale il minore
possibile contingente da portare alla loro integrazione,
Religione effettivamente significa legame fra gli uo
mini: ora questo, se riuscir deve efficace, è necessario
che su nuovi dati venga formolato dalla scienza. E
quando parlasi di scienza non ha da intendersi soltanto
la matematica pura, la pretta chimica o altra, e anco
tutte insieme le positive e naturali; ma eziandio le mo
rali e sociali debbono prestarvi un nobile concorso: e
siccome nel più dei casi la cosa può farsi, una all'altra
servirebbero di controllo e di aiuto: allora avverrà che
27 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
422 CAPO XII.

i nuovi precetti sian veri ed equi di tutto punto. Le


scienze naturali, per dirne una, linea di congiunzione
fra le esatte e le morali, dimostreranno essere tutti gli
uomini fratelli, e allora quando le verità più essenzali
siano suffulte da questi due validissimi puntelli, la cre
denza in questa nuova forma di religione che ne sa
rebbe il codice, avrà ragione di dichiararsi fancamente
universale (1). -

Ma è a vedersi cui spetti il formolarla. Non ad un


consesso di dotti o scienziati per ora. Troppo disparate,
abbenchè sorte nel campo sereno della scienza, sono
le opinioni fra essi, non sui fatti in generale, poichè
assurdo sarebbe il negarli, ma sulle conseguenze che
se ne traggono dalle due diverse scuole. La religione
universale dev'essere lungamente elaborata da tutti
coloro che sanno, che pensano e ragionano sanamente
sui sempre nuovi conquisti della scienza, esclusa ogni
prevenzione o spirito di parte. Tutti lavorano intanto
più o meno, e il maggior numero a sua insaputa, a
preparare gli elementi di questa nuova sintesi. Il farla
concreta sarà opera del tempo. Lo scatto a formolarla
è probabile provenga da qualche suprema circostanza
che ne mostri evidente il bisogno (2).
(l) Cerco ciò che scrissi già su questo argomento nel
mio Dizionario dei sinonimi della Lingua italiana che si
stampò a Torino per la prima volta nel 1848, da Giu
seppe Pomba e C.; e vedo con qualche compiacenza che
all'articolo Credere, Prestar fede, a ventisette anni di di
stanza, mi sian venute spontanee sotto la penna quasi le
identiche parole.
Ecco quel breve articolo: « Credere è assoluto, sponta
neo: prestar fede, è condizionato e sta in proporzione
della probabilità del fatto, e della verità del predicato;
ossibene eziandio dell'autorità di chi lo espone ».
(2) A questo proposito ci hanno fatto gran senso alcune
parole del prof. Ercole Ricotti che qui riferiamo, traen
FEDE NUOVA 423

I libri, le effemeridi, le cattedre, i congressi, i di


scorsi di ogni giorno, per cui ogni nuovo trovato allarga
e rafforza in qualche modo le cognizioni antecedenti;
tutto vi si adopera, e concorre ad elevare il nuovo edi
fizio: succederà di questo ciò che già fu detto della
religione del Cristo; e cioè che il mondo un bel mattino
si svegliò cristiano: questa volta si sveglierà con ripo
sato e sicuro animo credente nelle formole del nuovo
suo simbolo, e le verità in esso registrate appagheranno
la sua ragione e gli daranno la sicurezza di ogni suo
maggior bene. La fede e la speranza avranno ceduto
il campo alla certezza; la carità, non più elemosina
ma oculato ed efficace sovvenimento in ogni bisogno
della vita. Ed anche in ciò la certezza assoluta di fare
il bene ne raddoppierà i mezzi ed i risultamenti.
Ma che cosa accadrà in questo frattempo che è pro
babile si protragga ancora chi sa fin quando, come già
dura da qualche secolo? -

Le due parti opposte non si rimarranno dal dispu


tare, contendendosi affannosamente il voto di coloro che
via via più diradati, ancora vi prestano fede, o stanno
dole dal suo ultimo scritto, Della Rivoluzione Protestante (*).
Sono la conclusione del III Discorso del Libro IX. L'ul
timo periodo ne è tanto più importante in quanto che
uscito dalla penna di uomo dottissimo e di opinioni
temperate, come a tutti è noto.
« Questo nuovo stato di cose, ei dice, partorì due
tristi effetti. Primieramente concorse colle cause sovra
indicate ad impedire nuovi progressi della Chiesa Cat
tolica sovra il Protestantesimo. In secondo luogo la di
spose (meglio forse era il dire la obbligò, la costrinse)
verso mutazioni straordinarie, di cui una parte, forse la
meno importante perchè esteriore, fu compiuta testè, e
l'altra di cui non può essere caso in questo discorso, si
compierà forse in un avvenire non lontano ».
(*) Un vol. in-8°. Torino, Ermanno Loescher, 1874.
424 CAPO XII,

in forse; ma, duolci il dirlo, con evidente prevalenza


di quella che predica con imperturbabile risolutezza la
sola realtà della materia, e, allo sfasciarsi di questa,
il nulla!
I primi difenderanno a spada tratta i vieti assurdi;
gli altri proclameranno con non minore baldanza i
nuovi errori, a rischio di dare incremento a quell'in
differentismo che è la morte, o, a meglio dire, il letale
sonnifero di ogni credenza, anche delle meglio radicate.
I teologi esclameranno tuttavia: Signori materialisti,
signori atei, voi vi appigliate al comodo partito di negar
tutto, perchè avete paura dell'inferno! E questi a ri
spondere: Signori teologi, noi non neghiamo quel vostro
inferno eterno per la paura che ce ne venga, ma per
chè è il maggiore assurdo che sia stato proclamato da
che mondo è mondo! E non è questo il solo giacchè
non pochi altri di ugual mole andate predicando; di
guisa che non vi è oramai più uomo di senno che
possa darvi retta (l).
E la lotta durerà incessante finchè il codice proposto
alla credenza delle genti non sarà purgato dagli errori
(l) Da giovinetto ho inteso asserire da un famoso pre
dicatore, in una delle chiese più frequentate di Parigi,
la massima singolare, che il trasgredire ai precetti della
Chiesa era peccato più grave che non quello d'infrangere
i comandamenti di Dio; e puntellava il suo dire col se
guente sofisma: La foga delle passioni, diceva, alle quali
questi si attraversano, può valere in qualche modo di
attenuazione e di scusa; mentre che il non conformarsi
a quei primi è sempre atto di volontà deliberata, e di
mostrazione risoluta di nessuna ossequenza e anzi di
dispregio verso la suprema autorità che li aveva emanati.
Era un mettere fin d'allora (1826) Dio dopo del Papa.
Per vedere a qual punto stanno le cose intorno a que
sta suprema questione andiamo raccogliendo appunti, e
qui due ne rechiamo che accennano a fatti di fresca
FEDE NUOVA 425

che lo infermano; altrimenti le parti morte uccideranno


le vive; e lo imporre che tutti i suoi precetti abbiansi
da tenere per veri, farà sì che le coscienze si ribelle
ranno, ed esagerando a loro volta, saranno indotte a
data ed esprimono il pensiero di uomini di gran levatura
intellettuale e che tengono o tennero le più elevate po
sizioni politiche.
UNA LETTERA DEL PRESIDENTE GRANT

Il Presidente degli Stati Uniti non si limita a meditare


sulla teoria di Monroe, ma esprime sull'avvenire del suo
paese delle vedute che producono molta impressione,
perchè inspirate ad un alto concetto della libertà. Tro
viamo esposte tali idee in una lettera diretta il 30 no
vembre alla riunione della Società dell'esercito del Ten
nessee a Desmoires (Stato di Iova), di cui il telegrafo ci
dà un sunto. Dopo aver fatto allusione alla guerra di
secessione, il Presidente ha detto : « Se in un prossimo av
venire avremo qualche contestazione, non sarà la linea
di Maxon e di Dixon che ci separerà, ma una linea trac
ciata fra il patriotismo e l'intelligenza da una parte, la
superstizione, l'ambizione e l'ignoraza dall'altra.
• In occasione del centenario, l'opera che consoliderà
l'edificio, opera intrapresa dai nostri avi a Lesington,
dovrebbe cominciare.
« Lavoriamo per la sicurezza del libero pensiero, della
libera parola, della stampa libera, dei costumi puri, dei
sentimenti religiosi, affrancati da ogni impaccio, della
eguaglianza dei diritti e privilegi di tutti gli uomini
senza eccezione di nazionalità, colore e religione; inco
raggiamo le scuole libere; facciamo che neppure un solo
dollaro aiuti le scuole settarie; abbandoniamo l'insegna
mento religioso all'altare della famiglia e lasciamo la
Chiesa e lo Stato separati per sempre.
« Con queste garanzie credo che i combattimenti del
Tennessee non saranno stati dati invano.

UNA LETTERA DEL SIG. THIERS

Le Tablettes d'un spectateur pubblicano il sunto di una


lettera che il sig. Thiers scrisse di questi giorni al si
426 CAPO XII.

mandare tutto in un fascio esclamando con Epicuro:


Post mortem nulla voluptas ! A quel modo si darà ra
gione a chi ha torto, ed anzi a chi non ha ragione
alcuna dalla sua.
La lotta durerà continua finchè qualche autorevole
gnor Jules Simon, nella quale si rende conto delle con
ferenze tenutesi in Isvizzera fra l'ex presidente della
Repubblica francese ed il principe Gorciakoff.
« Il Gran Cancelliere di Russia, dice la lettera, non
risente alcuna inquietudine per la pace d'Europa, dalla
parte dell'Oriente, malgrado l'insurrezione dell'Erzegovina
e la febbre della Serbia.
« Un solo punto nero ei vede sull'orizzonte europeo:
ed è questo il clericalismo che si trova in guerra col Go
verno imperiale di Germania, col Governo imperiale di
Russia, col Governo reale d'Italia, in iscrezio colla Corte
d'Austria ed in lotta sorda coll'opinione delle Camere
Austro-Ungaresi.
« Ora agli occhi dei Gabinetti di San Pietroborgo, di
Berlino, di Vienna, di Roma, il clericalismo non ha che
la testa nel Vaticano, mentre la cassa, il braccio e la spada
si trovano in Francia!
« Il principe Gorciakoff si spiegò francamente a questo
riguardo, adoperandosi con insistenza a non lasciar alcuna
illusione od equivoco nello spirito dell'ex presidente.
D'altronde con pari franchezza parlò sullo stesso senso
col Duca Decazes, allorquando questi fu a visitarlo ad
Interlaken.
« Il 24 maggio, a torto od a ragione, fu per i grandi
Gabinetti europei una vittoria clericale.
« La votazione della legge sulla libertà dell'insegna
mento superiore creò alla Francia dei nuovi pericoli
internazionali, che il buon volere e le simpatie dell'Im
peratore e della Russia saranno forse a lungo andare im
potenti a scongiurare.
« L'Europa non potrà fare a meno di concepire dei
gravi dubbi davanti ad una Francia minacciata di vedersi
convertita in una specie di piazza d'armi dell'ultramon
tanismo ».
FEDE NUOVA 427

voce non s'interponga per dire ai contendenti di com


binare le verità assolute, positive che militano in favore
di una parte con quelle che nell'altra non ripugnano
ai dettati della scienza, e che anzi con questi per la
quasi totale loro attendibilità consentono, affinchè si
veda finalmente quale e quanto sia il complesso del
patrimonio reale dell'umanità, consentitosi dalle scienze
esatte e sì dalle morali e speculative. Allora, se altro
non vi ponga ostacolo, se ne codifichino in ristretti
versi i supremi e più comprensivi principii.
Noi mostrammo ora più che il desiderio, la via da
tenersi, accennando anche taluna delle viete credenze
da risecars; come ci argomentammo allo stesso modo
di far palese ai materialisti le esagerazioni e i pericoli
delle loro dotrine rispetto alla morale ed alla società;
e con più coraggio che prudenza ci ponemmo in mezzo
ai due campi. Lungi da noi il pensiero che possa la
povera nostra voce essere quella che induca le due
parti ostili a tale contemperamento. Ci terremo però
contenti di aver dato sifatto esempio e di avere intrav
veduta la possibilià virtuale dell'accordo. Aspetteremo
che altri ben più ati a tanta bisogna imbocchi la tromba
e chiami i contendenti a conchiudere questa vera tregua
e pace di Dio.
Nè è da lusingarsi oerò che quando un tanto mira
coloso accordo avvenise, tutta la gente vi prestasse
tosto volonterosa il suo onsenso. L'opera di un tempo
anche assai lungo nelle evoluzioni delle coscienze circa
alle credenze si è veduta sempre necessaria: lo stesso
Cristianesimo, che fu la pi grande che avvenisse mai,
non pose la sua croce sulla corona degl'imperatori con
Costantino, che tre secoli dopo le predicazioni del Cristo;
ed anche allora, benchè proclamato religione dello Stato,
era ben lungi dall'avere ossequenti tutti i cittadini del
428 CAPO XII.

vastissimo impero. I cristiani erano tuttavia una mi


noranza, ma giovane, attiva, e che padrona di un nuovo
vero irradiava colla sua luce il mondo conosciuto e
raccoglieva intorno proseliti. Ma l'integro vero di allora
si è sfasciato. Il supplemento notevolissimo che ad in
tegrarlo appunto vi prestava la fede, non venendo sor
retto col volgere dei secoli dal progresso di verità di
un altr'ordine, andò dileguandosi, e quelle il sopra
fecero nelle parti che la sola opinione, avventate ipo
tesi o pie credulità puntellavano.
Ciò malgrado non accade mai, come già osservammo
in principio di questo libro, che gli antichi colossali
edifizi crollino intieramente. Un patrimonio ogni volta
più ricco delle meglio accertate verità soprannuota al
cataclisma; e venerabili tradizioni, come sorsero con
essa, così accompagneranno l'umanità fno all'ultima
sua evoluzione. -
E invero, se non fosse di questa tradizione provvi
denziale le scienze morali e speculative non avrebbero
mai progredito: si è dal passare da religione a reli
gione, da scuola a scuola, vagliate e discusse da sommi
pensatori e filosofi di ogni epoca, che assunsero forma
via via più perspicua, si afforzarono e rivestirono carat
tere di autorità. -

Un processo medesimo, colle stesse dubbiezze ed er


ramenti accompagnò al loro nascere le scienze naturali
ed esperimentali; e quando si voglia togliere ad esempio
la stessa chimica, la più maraigliosamente progressiva
fra quelle, essa sarebbe all'iſtante ridotta all'impotenza
se, per caso impossibile, si volessero di proposito met
tere da un lato o rinnega e le portentose sue conqui
ste: giacchè sarebbe un voler cominciare da capo il
dubbioso tirocinio, e un novello aberrare per secoli e
secoli in cerca della vertà. La mente umana ha errato,
FEDE NUOVA 429

ma ognora progredito; l'errando discitur è stato il do


loroso suo calvario; ma i veri assoluti alla fine emer
gono e stanno. E per tornare brevemente all'esempio
della chimica essa non sarebbe riuscita mai al punto
in cui trovasi se, a cagione della vacuità dello scopo,
si fossero posti in non cale i ritrovati, forse acciden
tali dell'alchimia, ricercante L'opus majus.
Sarebbe un tradire l'umanità tanto col lasciare dis
perdere la tradizione delle verità accertate, quanto il
volere che queste si tengano di forza accoppiate a ma
nifesti errori. Sarebbe un lasciarla sdrucciolare nel caos
il non far argine all'invasione della dottrina dei nul
listi odierni, per i quali, meno il fatto materiale che
la scienza dimostra, null'altro di vero e di reale esi
ste; e pare che per essi l'umanità sorga come cosa
nuova ad ogni generazione, e che da essa nulla o inu
tilmente dalle precedenti siasi imparato.
Ma andiamo innanzi. L'uomo a quanto insegnano,
nasce da una certa combinazione di molecole, adu
nate in un dato punto, da un concorso di forze e di
circostanze speciali: vive perchè un turbine continuo
di altre molecole, indotte da una maniera di affinità
e per virtù di quelle forze, si presta allo sviluppo
e all'incremento di quel primo germe; e, cresciuto in
giusta misura, a tenerlo aitante per un certo numero
d'anni: muore quando gli organismi, logorati dal lungo
uso, non possono più prestarsi alla circolazione di
quello scambio di molecole. La massa di materia di
cui consta in quel momento torna, secondo il modo
loro di vedere, nel turbine immenso della circolazione
universale. « Ogni uomo, dice il Moleschott, soccombe
olocausto sacro alla specie, e la morte stessa riesce una
dimostrazione della immortalità del circolo ». E in un
altro passo del suo libro: « Così morte nella vita e
430 CAPO XII.

vita nella morte; ma questa morte non ha nulla di


nero o di spaventoso; poichè (bella e consolante ra
gione!) nell'aria e nella putredine s'agitano e stanno i
germi, sempre in moto del rifiorimento ».
Insegnano adunque che quando l'uomo nel morire
riconsegna alla terra quanto tiene ancora in sè de'suoi
elementi, tutto sia finito e che le partite di qualsiasi
genere vadano equiparate. Ciò quanto alla parte ma
teriale e alla spirituale.
Circa all'entità sua morale e sociale lo considerano
a sua volta come un atomo che entri inconscio e punto
annuente nel turbine degli innumerevoli altri atomi
che costituiscono l'umanità. Ei viene travolto in essa
da forze che dicono prepotenti, avvegnachè neppure
gli concedono la facoltà e l'uso del libero arbitrio. La
umanità è un gran corpo vivo, tutto quanto materiale
però anch'esso. Del miliardo d'individualità di cui cre
desi essere composta oggidì, una di queste muore in
media ogni minuto secondo, e un'altra nel medesimo
lasso di tempo nasce e ne piglia il posto. Il corpo so
ciale adunque, come il corpo dell'uomo, si tien vivo
e vegeto per lo scambio continuo di questi atomi
umani che cadono e sorgono con regolarità matematica.
Alla stregua di questa mostruosa statistica l'uomo
scompare. Egli non ha per essi maggiore importanza
di un atomo di materia, il quale non è più all'occhio
del filosofo naturalista che un ente di ragione da che
non potrà mai tenerlo fra le dita, nè soggettarlo alle
lenti del più gigantesco microscopio. L'atomo sta sul
confine della materia, quasi come a dire fra l'essere
e il non essere (1).
Scomparsa di tal maniera, o quasi, l'entità indivi
(1) La molecola è la più piccola quantità di materia che
possa esistere libera; l'atomo è invece la più piccola
FEDE NUOVA 431

duale dell'uomo, non rimane per loro di concreto e di


apprezzabile nell'umanità che gli agglomerati detti na
zioni, come nel mondo fisico le masse dei corpi. I
reggitori degli Stati, sulla fede della sconfortante sen
tenza che la Legge dev'essere atea, pronunziata in pieno
parlamento da un insigne uomo di stato francese (1),
ne inreggimentano quanti più possono, a tal che fra
due o tre anni ben dodici milioni di atomi umani,
fatti soldati, saranno pronti a scagliarsi gli uni contro
gli altri con furibonda energia e colla formidabile po
tenza di strumenti bellici poderosissimi, combinati pel
più e più presto distruggere. Non v'ha turbine, o tem
pesta di cielo che nell'urto dei suoi elementi possa
uguagliare quell'urto e quell'orribile cozzo di enti
umani. Forse cinquecento mila, forse un milione ne
rimarranno schiacciati e morti: la legge atea, la con
vinzione materialistica, hanno creduto di essere padrone
di quelle vite e di poterle spegnere, precipitando quegli
esseri nel nulla, o nell'abisso di quell'eternità la cui
sorte dubbia desta, al menomo pensarvi, l'orrore più
tremendo.
Ma noi intendiamo salvare quest'atomo organizzato
da quei due estremi fatali, e rifarlo uomo, ricostituendo
la sua individualità, ai nostri occhi tanto importante
che ne abbiam fatto una infinitesima miniatura di Dio.
E per ottenere un tanto scopo non gli diremo con
BüCHNER: che il pensiero non è che un movimento
della materia nel suo cervello; nè con Moleschott: che
senza fosforo nella materia grigia del cervello non v'ha
quantità di un corpo che possa esistere in combinazione
chimica. Encicl. di Chim. Scientifica e Industr. di FRAN
CEsco SELMI, vol. 2°, pag. 625; Torino, Unione Tip.-Ed.
Torinese, 1868. -

(1) Thiers o Guizot nel 1840 o poco dopo.


432 CAPO XII. -

pensiero: nè collo stesso, che il cervello non è uno


strumento di cui si giovi un essere vaporoso e spiri
tuale per produrre il pensiero, ripetendo essi questo
pensiero unicamente dal moto che il fosforo può più
facilmente produrre nel cervello stesso, quanto vi è più
abbondante, ed eliminando l'azione di una qualsiasi
entità spirituale, intelligente su quell'organo che ne è
in certa guisa la culla e il riflessore.
Accoglieremo piuttosto con piacere la verità che, forse
inconscio del suo peso, quest'ultimo proclama poche
pagine dopo (323): « La somma di tutte le proprietà
è l'essenza delle cose ». Al che noi aggiungiamo che
a questa somma va unita l'altra non meno essenziale
di tutte le idee e di tutte le azioni, la traccia delle quali
s'imprime sulla coscienza, del che tutto insieme for
masi l'entità psichica o anima; e quest'anima dà e
non riceve moto dalla materia.
Ciò brevissimamente rispetto alla parte spirituale.
Circa alla morale confessiam tosto che non ci teniamo
paghi dell'apparentemente sublime assioma dei mate
rialisti teorici, che vogliamo riputare onesti, quando
dicono: La virtù è premio a se stessa: e nel quale cre
dono poter riassumere il principio, e poi derivarne ogni
precetto dell'etica,
No, ribattiamo francamente; la virtù a se stessa
non basta quaggiù: come il lavoro a se stesso non è
premio sufficiente; e la virtù costantemente praticata
è forse il più difficile lavoro morale dell'uomo. Essa,
come qualsiasi altro lavoro dev'essere rimeritata; e
gli antichi già dicevano con retto senso di giustizia:
Omnis labor optat premium, poichè si è colla mer
cede che gli è attribuita che l'uomo procaccia a sè
nuove forze a perseverare in esso; e similmente si è
col premio attuale o colla speranza di un rimerito
FEDE NUOVA 433

futuro che la virtù piglia lena e non si accascia in


isterili conati.
Non osiamo dire che vadasi a proclamare cotesta
massima in pubblico, che sarebbe come parlare osco
o sanscrito. La si sussurri nell'orecchio al galantuomo,
alla donna onesta, e al più al più annuiranno pen
sando che la virtù risveglia in cuore una dolce com
piacenza; ma non consentiranno essere dessa nel vero
senso della parola, premio a se medesima, nè che da
altri le ne venga sovente attribuito uno speciale in
questo mondo.
Nè tanto meno diremo coll'Herzen che l'idea della
immortalità dell'anima non racchiude in sè veramente
alcun principio moralizzante; e che soltanto lo trascina
seco come conseguenza in quanto fa travedere dopo
morte l'eterna dannazione o l'eterna beatitudine; che
anzi così facendo pone quale unico fondamento all'etica
un sublimato, raffinato, colossale egoismo, infinito quanto
l'immortalità stessa. Nol diremo noi, e tanto meno in
quanto che non annettiamo all'idea dell'immortalità
dell'anima quel sublimato egoismo che a loro detta,
farebbe gongolare di gioia chi alla speranza della sua
eterna felicità contraponesse l'eterna dannazione di co
loro che professano altre dottrine religiose, o che da
tutte aborrono ugualmente. -

Chi osa più al dì d'oggi insegnare tali cose? Non


noi che riputiamo avere il pensiero di quella eternità
di tormenti generato più atei e materialisti che non
la stessa gelida scienza che professa cessare ogni im
putazione allo sciogliersi di questa breve vita.
Per noi l'idea di una vita avvenire, eternamente
progressiva, moderata da una esatta equazione fra il
bene e il merito, fra il male e l'imputazione è alta
mente moralizzatrice. I negatori della libertà nelle
434 CAPO XII.

azioni umane dimenticano sempre nella esposizione


delle loro sottili teorie due cose della massima impor
tanza; e primo, che quando assomigliano l'uomo ad
una bilancia che inchina da una parte piuttosto che
dall'altra sotto l'azione del menomo peso; o ad un corpo
che librato nello spazio cede all'attrazione di altri
corpi che a norma della loro forza di attrazione pos
sono farlo deviare in più sensi dal suo corso, non ten
gono conto dell'intelligenza che va insieme accoppiata
alla materia nella composizione dell'ente umano, e
che può grandemente contemperare l'entità di quel
peso e di quella forza. In secondo luogo, che quando
colle cifre della statistica (1) mostrano come a date
epoche dell'anno, in dati paesi, in tante migliaia di
individui, riscontransi sempre a un dipresso un dato
numero di delitti, di crimini, di nascite legittime o
spurie e va dicendo, mettono in non cale quella gran
parte che la materia colla mobilità del suo impasto,
e colla suscettività sua alle tante influenze da cui è

(1) L'Hertzen a pag. 137 cita e noi ricopiamo da lui


quanto segue, osservando però che la statistica risguar
dante l'uomo non potrà mai considerarsi come una scienza
esatta; ma ai materialisti fa comodo citarne le cifre quali
incontestabili assiomi
« Le nombre, le poids et la mesure sont les bases de
toute science exacte; nulle branche des connaissances
humaines ne peut être regardée comme sortie de son en
fance, si d'une manière, ou d'une autre elle n'établit pas
ses théories et ne les corrige pas dans la pratique au
moyen de ces élémens. Ce que sont les données astrono
miques, ou les registres météréologiques pour une expli
cation raisonnée des mouvemens des planètes ou de l'at
mosphère, les documens statistiques le sont pour la
philosophie sociale et politique. Ils assignent, à des in
tervalles déterminés, les valeurs numériques des variables
qui forment l'objet principal de ses raisonnements, ou du
moins les fonctions de ces variables que l'observation di
FEDE NUOVA 435

circondata, tiene nella composizione dell'ente umano.


Nel secondo caso lo calunniano, nel primo troppo mo
stransi proclivi a scusarlo; e noi alziamo la voce pro
testando contro ambedue questi poco retti giudizii.
L'uomo non è una macchina, nè una massa di ma
teria; l'uomo non è un angelo; è uomo: da qui il
suo lungo errare e la possibilità di errar sempre; ma
eziandio la possibilità di star saldo contro i sobbolli
menti della materia e di progredire nel bene per de
liberato proposito.
Nè, come mezzo al moralizzare e al miglioramento
del consorzio sociale, ci accorderemo con lui in ciò
che scrive sulla educazione odierna, nè farem plauso
alle riforme che ne propone, malgrado che anche a noi
in molte sue parti essa apparisca manchevole, e tanto
meno da che nell'educazione pare intenda raccogliere
anche l'istruzione. A nostro giudizio l'idea che ne dà,
gli ammonimenti che ne viene porgendo sono fallaci
di tutto punto. « L'educazione, ei dice, specialmente
recte peut atteindre . . . . . . . il y a une foule de par
ticularités qui toutes libres comme l'air dans les cas indi
viduels, semblent, quand on considère les masses, étre
réglées avec une précision prouvant clairement l'existence
de relations entre les causes agissantes, assez déterminées
pour qu'évidemment la complication seule de leur mode
d'action les esmpèche d'étre assujetties à un calcul et
éprouvées par un appel aux faits. Prise dans la masse, et
par rapport aux lois physiques comme aux lois morales
de son existence la liberté dont l'homme se targue disparait;
et l'on pourrait à peine citer une action de sa carrière
que les usages, les conventions, et les nécessités sérieuses
de la vie ne paraissent pas lui prescrire comme inevitable,
plutôt que de l'abandonner à la libre détermination de
son choix ». Sir John Herschel, in un articolo della Riv.
d'Edimborgo, 1850, Nº 185; riprodotto come introduzione
alla nuova edizione della Physique Sociale di A. QUETELET,
l869. t
436 CAPO XII.

nei primi anni della vita non cesserà di essere, per


la generalità dei genitori, un trastullo foggiato secondo
il loro egoismo, il loro comodo, il loro capriccio.
Quando, ei soggiunge, tutti saranno convinti della co
stante connessione di ogni impressione ricevuta dal
bambino, col suo futuro modo di agire, allora l'educa
zione cesserà di essere un letto di procuste spensierata
mente applicato ad organismi ancora facilmente modi
ficabili, e potrà divenire una scienza colle sue speciali
leggi, che esprimeranno l'inevitabile legame fra tutti i
fenomeni di un ordine particolare (!). Allora si saprà
positivamente (?) che tale o tale altra conformazione in
nata, con tali o tali altri pregi o difetti, dev'essere trat
tata in tale o tal altro modo, essendo questo l'unico
mezzo per ottenere in seguito il risultato bramato, per
raggiungere la meta dell'educazione, per produrre un
essere morale. Allora in fine non vi saranno tante scia
gurate figure umane traviate, demoralizzate, spinte al
l'ozio, al vizio, al delitto, da una educazione non ade
guata (1), da uno sviluppo mozzato a metà strada;
figure monche perchè poste nel letto di procuste appli
cato dagli usi sociali ecc., ecc. •
Poco, a dir vero, o nulla di concreto ci riesce di af
ferrare in tutto questo discorso, e ci pare al più, che
l'autore si lasci andare con volo inconsiderato a suppo
sizioni impossibili. – E prima di ogni cosa, per quanto
manchevoli possano essere i nostri metodi o sistemi di
educazione, neghiamo che qualcuno di essi sia tale da
traviare, demoralizzare e spingere all'ozio, al vizio, al
delitto i fanciulletti sui quali si esperimenta. Oseremmo
quasi dire che nemmeno un bambino, nato per somma
(1) Non sappiamo dire se qui intenda parlare dei metodi
usati in Germania, o di quelli dell'Italia, ovverossia di
tutti in genere quelli delle nazioni più civili.
FEDE NUOVA 437

sventura e cresciuto nei suoi primi anni in un ergastolo,


verrebbe dalla trista gente che vi abita, iniziato di pro
posito al vizio e al delitto.
Ma lasciamo andare sifatte esagerazioni: chiederemo
soltanto al signor Herzen da quali criteri la nuova
scienza dell'educare dovrà prendere le norme per di
scernere che tali o tali altre conformazioni innate, con
tali o tali altri pregi o difetti, debbano essere trattate
più nei tali che nei tali altri modi. Forse per non cadere
in troppo gravi errori, dovrebbe ogni neonato assogget
tarsi a rigoroso esame frenologico; poscia che sua madre,
quando fosse una santa donna, lo allattasse, o lo si con
segnasse ad una balia di una medesima tempra: che,
svezzato, lo si tirasse su con del cotone negli orecchi e
una benda sugli occhi, perchè, dice in quel medesimo
luogo lo stesso scrittore: « ogni impressione ricevuta
dal bambino avrà una costante connessione col suo fu
turo modo di agire, nel quale la memoria più o meno
conscia di ogni influenza, di ogni parola, di ogni esem
pio, entrerà necessariamente come fattore, modificando
l'effetto finale ». Ora un ambiente ove niuna parola,
niun esempio possa recare qualcuna delle temute in
fluenze, non sappiamo invero ove trovarlo: nella fami
glia più morigerata, dal domestico, dal parente, dal
l'amico, da un qualche mal capitato visitatore può
sorgere quel malo esempio ed essere pronunziata quella
funesta parola che attossichi ogni altro buon germe.
E non basta: divenuto fanciulletto per non correre il
pericolo di coricarlo nel paventato letto di procuste
delle solite scuole, sarà necessario ritentarne il cranio
e badare ben bene alla sua fisonomia già alquanto sboz
zata, abbenchè i sistemi di Gall e Spurtzheim, e quello
di Lavater siano assai scaduti dal conto in cui si tennero
al loro primo apparire: speculare quindi ben bene, affine
28 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc.
438 CAP0 XII.

di non errare, in quale scuola speciale e a qual profes


sore provato e capace ogni fanciullo dovesse affidarsi, e
sempre, tanto più nella scuola che nella famiglia, il co
tone e la benda, a preservarlo da udire o veder cose
dalle quali avesse da venire ostacolo alla produzione
dell'essere morale desiderato.
Ma queste, diciamolo pure schiettamente, sono visioni
e sogni dettati da spirito di sistema; da che oltre l'evi
dente impossibilità di creare una tanto sottilmente mi
surata scienza dell'educare, e la non meno difficile arte
direttamente adoperarla, la gioventù uscita da quelle
scuole certo riuscirebbe più stupida che colta e cognita
delle cose del mondo; più macchina che uomo.
Ebbene; a questi patti confessiamo schiettamente che
inchiniamo a preferire l'educazione attuale colle sue
manchevolezze, e gli errori nei quali può incorrere
l'uomo nell'esercizio del suo libero arbitrio, poichè uno
coll'altro questi due fattori si compensano e correggono,
alle novazioni loro troppo idealistiche da una parte e
troppo dall'altra realiste; ma per buona ventura della
umanità, inattuabili.
Nè ci adagieremo finalmente alle dottrine dei liberi
pensatori, i quali formolano colla maggior franchezza
le teorie degli atei e dei materialisti, spezzandole quasi
pane quotidiano al popolo, che i volumi contenenti le
speculazioni dottrinali di questi non giungerebbe ad in
tendere.
E a dar ragione di tale nostra ripugnanza rechiamo
un saggio di tali dottrine così ammanite, ricavandolo
da un fascicolo del Libero Pensiero del 19 ottobre 1871,
unico venutoci alle mani, ma bastevole per la sua espli
cita schiettezza a far vedere il tenore dei loro insegna
menti. Eccolo:
« Il socialismo è la negazione di ogni autorità estrin
FEDE NUOVA 439

seca, della divina principalmente; giacchè gli uomini


che così pensano e adoprano al soddisfacimento di tutti
i loro bisogni, tutti, inclusivi, ben s'intende, gl'intel
lettivi ei morali, fanno da sè, negano col fatto la prov
videnza, desumono le loro leggi consorziali puramente
e semplicemente da madre natura. Il socialismo è la più
schietta e attiva rispondenza dell'ordine civile all'ordine
psichico e all'ordine fisico; è un fatto autonomo, com
piuto, senza aspettare la manna del cielo, senza misti
cismi, nè religiosi, nè politici, senza più terrori, senza
preci, senza l'intervento di alcun potere da quello del
popolo in fuori. Intesa l'autorità nel senso improprio
di un potere esteriore che opera sul soggetto, noi non
esitiamo a dire, che il socialismo è appunto l'ordine
senza l'autorità, una libertà regolata e guarentita dal
l'ateismo » (1).
Questo domandasi parlar chiaro, o non sapremmo
come più potrebbesi. L'ateismo dato a mallevadore di
una regolata libertà, esplicata nel socialismo che dicesi
la più schietta rispondenza dell'ordine civile all'or
dine psichico e al fisico, non ci paiono, nè lo parranno
al maggior numero della gente colta, tali guarentigie
di sicurezza per l'individuo e per la società civile da
farci riposare tranquilli.
Arroge che ciononpertanto da noi non si pone in
dubbio l'onorevolezza e moralità dei capi, propagatori
di queste dottrine, i quali, convinti che la virtù è
premio sufficiente a se stessa, è a credere la pratiche
ranno senza restrizioni e secondi fini in tutte le loro

(1) Per dare con giustizia a ciascuno ciò che gli spetta,
dobbiamo dire che le parole sucitate fanno parte di un
articolo che il Libero Pensiero ricavava dalla Favilla, altro
diario di quella stessa scuola, che però noi non cono
SCI a In O.
440 CAPO XII.

azioni, paghi del convincimento che forse, e mentre


son vivi, e dopo morte, i loro contemporanei li pro
clameranno a una voce uomini di veramente specchiata
onestà.

Ma chi ci sta garante che la turba più o meno igno


rante dei loro aderenti, che la plebe, che non è più
individuo ma legione, sia tutta o diventi a quei patti
fiore di onestà, di moderazione, di giustizia? Informi
il diario uffiziale della Comune di Parigi e tutte le
altre effemeridi che sotto quel regime uscivano fuori,
predicando al popolo le più smaccate massime del
l'ateismo e del comunismo. Informino i fatti di quella
epoca disastrosa; e più di ogni altro documento in
formi la coscienza pubblica nella persuasione di ciò
che sarebbe avvenuto se la Comune non fosse stata
vinta e dispersa. Invero che alla morale, all'ordine,
alla sicurezza, alla proprietà, alla libertà stessa d'opi
nione e di coscienza vorremmo veder poste altre basi,
dappoichè se si vogliano eccettuare i pontefici e i
sommi proclamatori di queste dottrine che, ripetiamo,
vogliam credere onesti, è troppo facile che i gregari
si lascino andare a trarne le più deplorevoli conse
guenze. -

Inutile il più indugiarsi sopra questo argomento per


dimostrarne con altre parole i pericoli. Se si persua
dono le turbe ignoranti e anche i saputi e dotti delle
seguenti massime: Dio non esiste: l'anima è un fiato
che si disperde alla morte dell'uomo: al di là della
tomba nulla più esiste; il bene e il male, i piaceri e
i dolori non si esperimentano in nessun altro campo
che nel brevissimo della vita attuale, vedremo quanti
si staranno paghi alle pure compiacenze dell'esercizio
della virtù. Lo scarso numero di queste anime elette,
anche oggidì che un barlume di speranza e di timore
FEDE NUOVA 441

circa un'esistenza futura serve ancora di un qualche


freno, può darci lume su ciò che avverrebbe quando
ogni barriera morale e civile andasse tolta, col procla
mare abolita ogni autorità ad eccezione di quella in
forme e sfrenata del popolo.
Che se la religione nella sua forma attuale non è
sicura guida in ogni suo dettato; se le dottrine del
materialismo e dell'ateismo sono per di più il buio
perfetto, e il dissolvente più efficace di ogni ordine so
ciale, quale altro fondamento più sicuro dovrà porsi alla
morale e alle relazioni fra gli uomini nella società civile?
Non è da noi per verun rispetto il ricavare una
sintesi di pratica utilità dalle migliaia di grossi vo
lumi scritti intorno alla morale, al gius pubblico e
al privato, sull'economia sociale e politica, sulla ra
gione di stato e, in una parola, sopra ogni ramo delle
scienze antropologiche.
Ciò malgrado c'ingegneremo, come abbiam fatto fin
qui, di esprimere il pensier nostro anche su questa
difficilissima bisogna. -

Porremo quindi innanzi due capitali idee dall'attua


zione delle quali, dovrebbe derivare come da ricca
sorgente gran bene all'umanità. Sarà un pio desiderio
più che una anche leggera lusinga di vederle accolte.
Esse però tanto sono radicali e insieme comprensive
che dal loro attuamento potrebbe andarne riformato
l'intiero ordine sociale che ne sarebbe riordinato senza
scossa, e rifiorito di virtù e di vigore senza bisogno
di attraversare crisi violenta o pericolosa nessuna.
Facili a capirsi perchè istintivamente ognuno ne sente
il bisogno; evidentissimi sono i benefizii che tosto ne
risulterebbero: un intuito più o meno chiaro può dirsi
che ne esista già nella coscienza delle masse, eppure
difficilissimo riuscerebbe ora il metterle in pratica.
442 CAPO XII.

Dovere di coscienza è però lo additarle ancora una


volta, giacchè non si tratta di cosa nuova, e sotto
porle a nuovo esame col delinearne a sommi tratti le
precipue utili derivazioni. Si è coll'agitare frequente
quesiti di tal fatta che, se non alla prima, alla decima,
e sia pure alla centesima volta se ne trova la soluzione
e sorge l'opportunità di mandarli ad effetto (1).
E per prima sarebbe da curare, come già accen
nammo, non una nuova riforma, sibbene una epura
zione della religione, eliminandone ciò che in essa
contraddice ai dettati positivi e sicuri della scienza;
mondarla cioè da quegli errori che mettono in bocca
anche al men dotto la fatale parola: ciò non è vero!
Fatale senz'alcun dubbio, poichè troppo corrivo è l'uomo
a confondere il vero che sta accoppiato all'errore e
avvolgerli nella medesima condanna.
Mettiamo per un istante che ciò potesse farsi: quale
è l'uomo intelligente che osasse negare il suo voto a
quelle verità, che non la fede, ma la più evidente di
mostrazione avesse affermato per incontrovertibili?
(1) Al miglioramento delle parziali società, e per queste
alla universale convivenza, gioverebbe forse non poco lo
istituirsi dai governi e da cittadini benemeriti premii an
nuali da attribuirsi non tanto a quegl'individui che si fos
sero segnalati per qualche atto di esimia virtù in favore
dei loro simili, quanto piuttosto a quei Comuni nei quali
non si fosse commesso nell'anno alcun delitto, alcuna in
frazione alla legge; ove si fossero verificati progressi veri
nell'istruzione, nella temperanza e nella pubblica e pri
vata economia. E questi premi assegnati da Commissioni
provinciali, potrebbero consistere in denaro, se il Comune
fosse povero, o in bandiere, medaglie, menzioni onorevoli
e simili, a giudizio di chi un tale ordine d'idee volesse
porre in atto. Basti per ora lo averne fatto parola, get
tando un seme che potrebbe diventare assai proficuo se
bene inteso e con senno adoperato. -
FEDE NUOVA 443

Portare nelle coscienze la sicurezza che trova lo scien


ziato nelle verità positive ricercate ne' suoi studi, sa
rebbe il dono maggiore che l'uomo potesse fare a sè e
ai suoi simili. La scienza della coscienza è la più alta
formola possibile dell'antropologia, ma nessuno la
seppe toccare finora. A questo sublime scopo deve ten
dere un qualche nuovo Humboldt delle scienze morali
e sociali. Individui e nazioni, credenti e dissidenti
converrebbero in uno poichè coll'evidenza e colla cer
tezza non si discute, e la pace del mondo sarebbe in
tanto assicurata nell'ordine morale.
Parrebbe non aversi più oggidì a temere di guerre
materiali a motivo di religione: la civiltà progredita
più nol consentirebbe; ma le occulte trame contro le
istituzioni nuove e le più vigorose compressioni di
alcuni governi che ne conseguono, tengono la società
in un certo sgomento che ne accascia in parte le forze
e si risolve in inciampi nella via del progresso (l).
L'universale conformità nelle credenze per via delle
accertazioni della scienza sarebbe tal lume di fratelle

(1) Sintomi di tale malessere, oltre i generali e costanti,


vedonsi scaturire per mala ventura ogni giorno. Citeremo
soltanto i più recenti; e cioè il tentato assassinio del
principe di Bismark e il conseguente inseverire di lui
contro il partito cattolico in Germania; le riluttanze di
quei vescovi all'ottemperare alle leggi del governo; la
bolla (5 febbraio) del Papa nella quale li conforta a non
cedere; gli ultimi scritti del Gladstone contro il papato,
e quello che si annunzia prossimo a pubblicarsi col titolo
di Vaticanismo in risposta ai discorsi e alle allocuzioni
di Pio IX (*). -

Le recenti stragi di Acapulco e di Buenos-Ayres, in


senso inverso le une dalle altre, mostrano come di lotte
(*) Siccome corsero più di otto mesi dall'aver terminato questo mio
libro al cominciarne la stampa, alcune cose allora recenti ora son già
passate nel dominio della storia, e il libro del Gladstone è già da tempo
pubblicato.
444 CAPO XII.

vole amore da ridurre a nulla la metà degli errori e


dei mali del mondo; e vale a dire quelli prodotti dalla
disformità nei dogmi e nei riti formali delle varie re
ligioni. V

Un altro gran cumulo ne andrebbe infallantemente


disperso se fra le nazioni si venisse alla ferma determi
- -

civili sanguinose possa anche al dì d'oggi essere movente


l'idea religiosa mal definita che travaglia l'umanità.
Indizii in altro senso non mancano. Nei primi giorni di
febbraio di quest'anno, un consigliere faceva nel Muni
cipio di Genova la mozione che si avesse da eliminare lo
insegnamento religioso dalle pubbliche scuole della città.
La sera in cui dovevasi discutere la proposta, più migliaia
di cittadini affollaronsi dinanzi al Civico Palazzo, varia
mente vociferando; per il che la tornata dovette sciogliersi
alquanto tumultuosamente e ne conseguì la dimissione
della Giunta. l

A conoscere il vero sentimento della popolazione si ten


nero per più giorni aperti alcuni quaderni, e i padri degli
alunni furono invitati a scrivere il loro nome in pro o
contro la proposta. Con tali voti venne a chiarirsi che i
nove decimi parteggiavano per il proseguimento dell'istru
zione religiosa.
Or chi sa dirci se tutti coloro che avranno gridato un
bravo al proponente, venuti al punto, votassero in quel
senso? Ci facciam lecito di dubitarne, considerando il
tanto scarso numero degli abolizionisti. -

Dal che emerge a parer nostro :


lº Intimamente: Non vorrebbero l'istruzione religiosa
perchè in troppi punti non rispondente alle cognizioni
positive attuali.
2° Estrinsecamente: Piuttosto che lasciare i loro figli
ancora in tenera età in balia del nullismo materialistico,
preferiscono il manchevole insegnamento religioso.
3° Esplicitamente: Sperano che i loro figli faranno
intanto tesoro delle verità cardinali che nella dottrina
religiosa contengonsi; e confidano che più tardi, per lo
iniziarsi in più severi studi, sapranno eliminare le sentenze
In en O aCCertate.
FEDE NUOVA 445

nazione di non fare più guerre. Se v'ha mostruoso as


urdo inconcepibile, quello si è della guerra fra gli
uomini, guerra scientemente predisposta e scientifica
mente condotta; micidialissima e rovinosa quasi tanto
al vincitore quanto al vinto. -

La ragione del farla era attendibile quando nei tempi


andati orde di barbari irrompevano nei paesi civili a
recarvi strage e distruzione. Il diritto della legittima
difesa imponeva il dovere di ributtarle, poichè nel tempo
medesimo si mirava a tener saldi quei primi conquisti
della civiltà.
Direm più: il bisogno, la sola speranza di miglio
rare la loro sorte spingeva quei barbari con una certa
violenza verso regioni meno inospite; ed in ciò può
ravvisarsi anche per essi una qualche ragione attenuante
alle devastatrici loro incursioni. Circostanze e scuse non
attendibili ora che l'Europa è tutta ugualmente inci
vilita e confortevolmente abitabile; ora che l'America
può dar ricetto a centinaia di milioni di emigranti.
Pertanto chi indice o rende con male arti possibile lo
scatenarsi della guerra è cento volte più colpevole dei
Gengiskan, dei Tamerlani e degli Attila di tutte le età
passate. -

Dalla proclamazione del principio della pace univer


sale nasce per prima conseguenza che milioni d'uomini
non si credano nemici o almeno antagonisti di altri
milioni, perchè gli uni nascono francesi, altri prussiani,
inglesi o russi. Ne vien dopo la necessità di un con
siderevole disarmo, e il non distrarli dal lavoro e dagli
studi sul fiore degli anni per assoldarli e trattenerli a
carico dello Stato. L'economia di centinaia di milioni
e di miliardi ne consegue immediatamente, quindi alle
viamento di pesi ai contribuenti, maggiore agiatezza
anche nelle classi inferiori e incremento di moralità.
446 CAPO si
Quando l'operaio che guadagna tre lire al giorno non
dovrà darne, pel più poco, la quarta parte al governo,
migliorerà grado grado la sua sorte, non si dichiarerà
nemico della società, dell'ordine, degli abbienti: non
si scriverà più fra gli internazionalisti, i comunardi,
i petrolieri (1).
Di questo argomento scrivemmo più volte assai in
disteso ora sono molti anni, e cioè nel 1848 un opu
scolo: L'unione fraterna dei popoli (2). Nel 1850 un
Prodromo a un nuovo Diritto delle Genti (3); e poscia
articoli su varii giornali (4), dichiarandoci sempre cam
pioni della pace universale.
Qui però nè vorremmo, nè potremmo riferire, nem
meno nel più breve scorcio, le ragioni allora esposte a
sostegno della nostra tesi prediletta. Ci si conceda però
che del Prodromo citiamo le tre prime pagine, che
assai bene per diversi capi collegansi all'argomento
dell'attuale lavoro: e poi l'ultima, quasi a conclusione
di questo già ben lungo capitolo:
« Avvi in natura una forza universale per cui le
cose esistenti si sentono potentemente le une verso le
altre sospinte, tanto che se a questa non vi fosse osta
colo, giusto impedimento o limite, tutte verrebbero in
(1) Mi si disse un giorno che la popolazione della Sviz
zera è la più morale, la più istruita, la meglio amante
dell'ordine di quante altre mai. È chiaro, risposi: colà il
bilancio dello stato stringesi a pochi milioni; nei paesi
che l'attorniano ascende per contro a miliardi. Il cittadino
svizzero lavora tutto il giorno per sè; negli altri paesi
deve sudare giornalmente più ore per ritrarne da che
pagare le imposte.
(2) Torino, presso G. Pomba e C.
(3) Torino, Tipografia Sociale degli Artisti.
(4) Torino, Mondo Illustrato del 1848 – Le Serate di
famiglia – L'Echo de la Presse étrangère – Il Giornale
pel popolo, tutti pubblicati a varie epoche in Torino.
FEDE NUOVA 447

un informe caos ad agglomerarsi, rifacendo l'antico pri


mordiale disordine che fu il momento primo della cre
azione; e questa forza chiamasi Attrazione.
« Avvi in natura una condizione universale eziandio,
alla quale ogni cosa ubbidisce e per cui si appalesano
la vita, l'armonia, l'ordine nel cosmos tutto, dalla più
grande fra le moli che roteano ne'cieli, al più tenue
atomo che in balìa dell'aura si aggira; e questa con
dizione chiamasi Moto.
« Per l'attrazione succede tra le cose più affini, se
trovinsi prossime sufficientemente, un'adesione tanto
più intima quanto i principii costitutivi delle medesime
sono o fannosi più omogenei, nel comunicarsi per la
vicinanza o pel contatto le virtù una dell'altra, con
temperandosi mutualmente, transustanziandosi in certo
modo a vicenda; e per questo diuturno procedimento
passano dall'adesione all'unione, e da questa alla me
desimezza più o meno assoluta.
« Per il moto poi succede che questo stesso proce
dimento di agglomerazione e di unificazione, se vuolsi,
venga a farsi non ciecamente, cioè pel caso fortuito
della vicinanza; ma sì a norma delle condizioni pree
sistenti nelle individualità che vi concorrono; impe
rocchè quelle che in principio sono troppo ripugnanti
vengono rimosse le une dalle altre pel regolare loro
corso, e le consenzienti si avvicinano a tale che si con
giungono quando una venga a sentire l'attrazione del
l'altra, e così via di mano in mano per gradazione;
la qual cosa è cagione che nel riavvicendarsi dei cicli,
tutte vengano secondo natura loro e l'arrendevolezza
propria a convenire nell'unione e nell'unità del tutto
in un ordine ammirabile; poichè se non ponno molte
di loro collocarsi vicine al centro, perchè fra questo
e quelle v'ha troppa disparità nel loro rispettivo essen

Q
448 CAPO XII.

ziale concetto, potranno bensì quasi per istrati sovrap


posti, far parte integrante di quel tutto, salvo a sen
tirne più tardi o in un grado più moderato l'influenza
organatrice.
« In tal modo, a seconda delle necessità logiche dalle
quali niuna cosa può prescindere, ha da essere avve
nuta la ordinazione ammirabile dell'universo, cioè pel
concorso regolarmente armonizzato di queste due leggi;
l'attrazione universale che tendeva all'unità; il moto
continuo che vivificava ed ordinava; procedimento che
si può assumere nella formola: diversità armonizzata
nell'unione, progresso certo nell'ordine, e quindi per
fezionamento continuo.
« Ora, come il principio di tutte le cose è un solo,
di qualunque genere esse siano, la legge eziandio per
cui si esplicano i fenomeni dalle cause che diconsi
prime, perchè immediate derivano da quel primo prin
cipio, è pure una sola. Legge di necessità e perciò di
ragione assoluta, legge d'imprescindibile figliazione e
per tanto di stretta logica, che essere altrimenti non
potrebbe da quello che è, nè dare potrebbe altri effetti
se non quelli che come da sorgente ne scaturiscono;
è legge di amore e di vita nell'ordine morale, il che
corrisponde a quella di attrazione e di moto nell'ordine
fisico. -

f
« Da questa unità di principio, da questa uniformità
di legge deriva che nella catena de'fenomeni scorgiamo
nei due ordini di cose un ammirabile parallelismo, non
già cronologico, poichè nella natura inorganica il pro
cesso è lento e si conta a migliaia di secoli, e il suo
ordinamento ha dovuto precedere di tanto quello della
natura organica ed animata; ma parallelismo intendo, di
esplicamento, succedendosi gli effetti gli uni dagli altri
colla stessa uniformità, sì nell'uno che nell'altro, date le

9
FEDE NUOVA 449

differenze essenziali; nè ciò può spiegarsi altrimenti che


col risalire a quell'unità d'origine da cui tutto emana, e
inoltrarsi col pensiero verso l'altra unità di risultato,
fatta la quale ogni cosa si riconduce necessariamente
alla prima avvicinandovisi di continuo.
« L'uomo è nel mondo civile ciò che l'atomo in quello
della materia; la famiglia, la città, la nazione, l'uma
nità sono le varie successive agglomerazioni delle quali
fa parte obbedendo alla legge d'armonia e d'amore, alla
condizione di moto e di vita nel cui centro egli trovasi;
l'estrema di queste agglomerazioni, e cioè l'unione ar
monica dell'umanità intiera in un complessivo corpo
sociale, quando sia saviamente ordinata, darebbe al
l'uomo ogni possibile bene, coincidendo nella mede
sima in ordine perfetto la fusione di ogni dovere e di
ogni diritto, e segnerebbe la fase dell'ultimo possibile
perfezionamento.
« Ognuno di questi aggregati è retto da leggi pro
prie. Quelle di natura segnano le relazioni ordinate che
passano fra uomo ed uomo « fa o non fare ad altri
quello che a te vorresti o non vorresti ragionevolmente
fosse fatto »; quelle di un'affettuosa morale definiscono
le relazioni di famiglia, e così dell'individuo colla fa
miglia stessa, e di queste fra loro. Le leggi civili descri
vono a lungo le relazioni dell'uomo e della famiglia
nel consorzio civile con ignoti ma non estranei; infine
il diritto pubblico o delle genti determina le relazioni
che hanno le nazioni fra loro sia in pace che in guerra,
e quelle degli individui di una nazione quando vivono
in un'altra, o s'incontrano a contatto col governo della
nazione straniera.
« Ma nessuna di esse è completa e ciò per tre ra
gioni essenzialissime: e prima perchè ognuna di esse
non abbraccia che un ordine di cose e a questo solo
450 CAPO XII. -

pertanto si ristringe; quindi perchè scendendo a par


ticolari, meno la prima che è più generica e fondamento
di ogni altra, non è possibile che tutti quanti ne anti
veda i casi e convenientemente loro provvegga; in terzo
luogo perchè tutte senza eccezione partono dal presu
posto, tacito ossivero espresso, che l'uomo sia nello stato
di natura, o, diremo con altra parola, naturalmente ne
mico dell'uomo; e così le famiglie delle famiglie, le
tribù delle tribù e infine le nazioni delle nazioni.
« E valga il vero, gli uomini nello stato di natura,
che equivale a quello di selvatichezza, non si cerca
vano altrimenti che armati gli uni a danno degli altri
e per farsi guerra; e se s'incontravano a caso non resta
vano dal venire alle mani tra loro: ne siano evidente
prova le tribù selvaggie dell'America e dell'Oceania.
E intanto dalle inimicizie di tribù a tribù ne nacque
la necessità di avere dei capi; dallo stato di ostilità
quasi diuturna fra gente e gente ne vennero 1 re e gli
imperatori, causa di altro più tardo antagonismo nelle
ordinate società, sulle funeste conseguenze del quale
da poco soltanto i popoli intesero gli sguardi, ed è causa
delle agitazioni e delle ire moderne fra gli uomini.
« Tutte queste legislazioni si risentono quasi per ne
cessità di quel fatale principio in vista del quale eran
dettate. -

« Ora a correggerle, a temperarle e ridurle a poco


a poco a quella relativa perfezione cui possono con
dursi le umane cose, è d'uopo vengano informate del
principio opposto – gli uomini son tutti fratelli; –
il quale non sarebbe pure produttore di ogni ottima
conseguenza se non si elevasse fino al superiore corol
lario – le nazioni sono sorelle, e l'umanità non è più
che una grande famiglia.
« Proclamata questa sovrana verità, attuata mediante
FEDE NUOVA 451

un codice antropologico che formi le relazioni che fra


i colossali membri di questa famiglia sterminata hanno
ad essere, tutte le minori legislazioni ne vengono di
necessità a subire l'influenza, si organizzano nell'ordine
universale, il cosmos umano ha finiti i suoi cataclismi,
e il movimento normale comincia e seguita regolare
sino a che l'universa armonia siasi venuta a compire.

« Nell'affratellamento delle nazioni, tema per me


precipuo, allo svolgere del quale già spesi e spenderò
pur sempre vigilie e studi e quell'energia intellettuale
di cui posso essere capace, vedo la cessazione di ogni
male affliggente le società attuali; dalla guerra alle cause
sue, dal pauperismo alle cause sue, dall'insufficienza
delle costituzioni, dalle transazioni politiche e diplo
matiche, sempre ostili fra le nazioni, e le loro cause sino
alle più remote loro conseguenze.
« Vedo in esso la cessazione di ogni antagonismo
sociale, di ogni antilogismo teorico e pratico sia fra in
dividui che fra ordini, sia fra popolo e governo che fra
governi e governi, fra popoli e popoli.
« Fate i popoli sinceramente fratelli invece di tenerli
disuniti, astiosi e nemici fra loro, e voi cangiate il pre
sente e l'avvenire dell'umanità; non cambiate un solo
elemento, ma mutate il tutto; vi trasportate in uno stato
nuovo e in condizioni opposte affatto alle presenti, ma
vere, ma eque, ma ammirabilmente ordinate. Cessa
l'odio e subentra l'amore, cessa il bisogno di nuocere
e nasce la necessità di giovare: si esplicano gli ele
menti di progresso, scompaiono quelli di confusione e
di disordine; ogni uomo è fratello d'amore di quanti
uomini sono al mondo; nessuno più nasce, vive e muore
come cosa inutile, indifferente, scordato, talvolta op
presso dai più; il bene s'infiltra e trova l'infelice da
452 CAPO XII,

soccorrere ovunque sia; la consolazione trova l'animo


esulcerato e lo conforta; la rovina dell'individuo non
può mai essere consumata perchè ai primi sintomi che
ne appaiono vien posto riparo; il popolo è una famiglia
che si ama, il governo è un padre che provvede, l'uma
nità un tutto armonizzato, non un complesso di cose ac
cozzate a caso; i componenti cospirano al bene del tutto
e questo al meglio dei componenti. Un moto non inutile,
perchè rattenuto in una cerchia fatale, ma di vero pro
gresso, s'inizia; una vita non di pura vegetazione, ma
conscia di sè, intelligente, attiva si propaga in tutto il
microcosmo sociale, anzi umano, e così si attuano quella
legge primordiale e quella condizione imprescindibile
a cui devono ubbidire nell'ordine universo tutte le cose
Create ).
CAPO XIII.

IL CICL0 DELLE UNIVERSALI C0SE – Breve riassunto


– Permanenza della vita dell'ente spirituale al di là della
tomba – Congetture sulla possibilità di una vita ulteriore per
gli altri organismi – Altre considerazioni sulla fratellanza degli
esseri – Come gl'inferiori servono necessariamente di substrato
ai superiori – La fine dei tempi e delle entità materiali –
Indizi e considerazioni – Riassunzione delle incommensurabi
lità naturali in Dio.

La legge eterna dei cicli governa il mondo civile nelle


sue rivoluzioni, e governa eziandio il mondo morale,
se prestiam fede a Vico.
La meteorologia del nostro pianeta, e potrebbesi dire
per la parte più superficiale, anche la geologia, secondo
le opinioni di taluni scienziati, hanno pure i loro grandi
cicli (1). Non occorre fare menzione degli astronomici
(1) La scienza odierna non s'adagia più a credere alla
subitaneità dei cataclismi generali del nostro globo. Le
variazioni enormi di temperatura con le conseguenti va
riazioni nella flora e nella fauna, a cui le diverse plaghe
della Terra andarono soggette, vuole considerarle come
prove di lente, ma continue evoluzioni prodotte dallo
spostamento annuo del punto equinoziale e dal movimento
del grand'asse dell'orbita terrestre: essa ha trovato che
quelle tremende catastrofi produconsi necessariamente
nello svolgersi di un ciclo di circa duecento dieci secoli,
29 – ZEccHINI. Dio, l'Universo, ecc,
454 CAPO X III.

che sono e furono già affermati dalle maravigliose os


servazioni degli studiosi di questa scienza sublime, non
solo della nostra, ma delle età trascorse.
Questa legge governa senza fallo l'intiero universo;
e il maggiore di tutti si è quello che ne abbraccia
la primissima, indecifrabile origine e la necessaria
sua fine. -

I suoi due momenti estremi che rispetto a una tal se


quela di tempi direbbesi eterna, debbono alla fine ricon
catastrofi nelle quali la faccia del globo muta d'aspetto e
l'umanità corre pericolo di andarne distrutta insieme con
i lumi di civiltà e i conquisti della scienza, ragunati collo
studio e con il travaglio di tanti secoli.
A questo proposito leggiamo nell'appendice della Gaz
zetta Piemontese dell'll gennaio di quest'anno quanto
segue: tal quale lo diamo, senza osservazioni o commenti,
ma quale documento delle speculative elocubrazioni dei
dotti del nostri giorni: -

« Il dott. Furster, non ha guari, con un gran corredo


di osservazioni e di dottrina, mise in sodo strenuamente
codesta teoria della periodicità dei diluvi, e anzi giunse a
calcolare di qual misura di secoli fosse codesta periodi
cità, quanto duri il periodo di progressivo raffreddamento,
quando si giunge al maarimum del medesimo, e quanto
per contro si prolunghi l'epoca del successivo tornare al
calore sino al punto in cui da capo si ripigli il cammino
verso il freddo. Tutti gli anni il punto equinoziale cam
mina sull'equatore incontro al sole. Questo fenomeno è
dovuto all'azione combinata del sole e della luna. Occor
rono 20,868 anni perchè l'equinozio si ritrovi nell'istesso
punto del cielo. Ma l'ordine, o piuttosto la durata delle
stagioni, dipende sopratutto dal movimento del grand'asse
dell'orbita, che, come già dicemmo, non è immobile nello
spazio, e che impiega 20,937 anni a ripigliare il primitivo
suo posto. -

« Quindi ad ogni 10,500 anni l'ordine è rovesciato da


una parte dell'equatore all'altra. Da questo lato il polo
nord conta attualmente 4464 ore di giorno, e Parigi 4430
per anno; dall'altro lato, il punto nella latitudine corri
IL CICLO DELLE UNIVERSALI COSE 455

giungersi; e sono quello della emersione della materia


da Dio, e quello dell'ultima sua riassunzione in lui.
E poichè abbiamo fatto menzione del Vico, bene ci si
attaglia il qui riferire ciò che sentenzia nel descrivere
il cerchio ideale in cui, a parer suo, gira il mondo reale,
addimostrandosi in ciò e l'essenza immutabile della na
tura civile e sociale degli uomini, e l'azione costante
della Provvidenza che governa invisibilmente la grande
città del genere umano. Ei dice adunque che: « a tre
spondente a quella di Parigi non ne conta che 4330 e il
polo sud 4296.
« Questa differenza di luce e di calore attrae ed accu
mula le acque del mare, le nevi e i ghiacci intorno al polo
male avventurato per lo spazio di 10,500 anni a capo dei
quali esso si riscalda alla sua volta, mentre l'altro si raf
fredda. Il nostro emisfero, in questo sistema, è entrato
nel periodo di freddo da 626 anni, cioè dall'anno 1248
dell'èra volgare, - -

« Il maximum del freddo sarà raggiunto nell'anno 11,716.


In codesti tempi, l'Europa sarà divenuta inabitabile, al
meno sino all'Olanda e alla Scozia, ed in quei paraggi
somiglierà alle terre inospiti ed inabordabili che i navi
gatori hanno potuto appena travedere verso il cerchio
polare antartico. -

« I mari, le nevi, i ghiacci verranno a stendervisi, dap


prima insensibilmente, poi con più rapido impulso, mentre
l'opposto emisfero se ne verrà un poco alla volta libe
rando. - -

« Ma ecco il colpo terribile !... L'immensa scorza ghiac


ciata del polo australe, una volta che si saranno vuotate
le sue caverne, potrà forse resistere al vuoto ed al calore
per centinaia d'anni; ma alla perfine forza sarà che si
squarci, e allora, nel grande sfacelo, gli oceani errabondi
sommergeranno di bel nuovo i continenti e rovescieranno
le vette delle montagne.
« La fiaccola della civiltà si spegnerà essa nell'orrore
di questo nuovo diluvio ?
« Sarà concesso all'umanità di sopravvivere al grande
cataclisma? ».
456 CAPO XIII.

riduconsi gli elementi di tutto il sapere divino (per di


vino intende il teologico) ed umano; e cioè conoscere,
volere e potere; l'unico principio del quale si è quella
intelligenza che, ricevendo da Dio la luce del vero
eterno, viene da Dio, ritorna a Dio, è in Dio ».
Non nasconderemo quanto ci goda l'animo nel vedere
in questi pochi versi qualche accenno alle idee capitali
che informano l'opera nostra. In quel conoscere, volere
e potere riscontransi facilmente le tre essenzialità divine
da noi poste innanzi nel primo capitolo ove discorresi
di Dio per l'appunto; e in quella intelligenza che viene
da Dio, a Dio ritorna ed è in Dio o vi riposa, vediamo
quasi un adombramento di quella scintilla d'intelli
genza che noi diciamo comunicata all'uomo da Dio in
sieme col germe della vita, e che è essa stessa il germe
dell'anima, la quale, intessuta delle opere dell'uomo e
perdurando per via della coscienza, deve tornare, par
ticella sublimata della materia, più o meno sollecita
mente a Dio.
Sì, la materia, memore in certo modo di sua prove
nienza, deve tornare a Dio; perchè nulla, fuorchè Dio,
è eterno. La materia, come si compose nel maraviglioso
suo ordinamento quale da noi si ammira nella compa
gine dell'universo, deve tornare a scomporsi e ritirarsi
al suo principio. I fatti e il raziocinio ce ne forniscono
prove evidenti; e intanto basti il dire che se la materia
fosse eterna, sarebbe Dio o come Dio; e non essendo
Dio, non può essere eterna e pertanto deve finire. Come
il debba, vuolsi arguire dalla rivoluzione del suo ciclo,
e cioè dalla sua storia. -

Emerse la materia da Dio, ed era come un etere al


quanto opaco, poichè in esso era diluito tutto quanto si
ristrinse poi in materia solida.
Per ragioni di una singolare legge di attrazione, che
IL CICLO DELLE UNIVERSALI COSE 457

fu da noi accennata, ma che impossibile sarebbe il de


terminare in modo esatto e positivo, formaronsi i primi
amalgami di quella prima materia cosmica che diconsi
nebulose, lasciando spazi vuoti fra loro, man mano che
gl'impercettibili atomi di quella andarono a quel modo
accostandosi, vacui che rimanevano occupati dall'etere
nel progressivo suo purificarsi, divenendo conseguente
mente più elastico. -

Dalla circonferenza di quelle nebulose, spinte da un


moto circolare rapidissimo, spiccavansi via via alcune
parti o ad intiere zone, o a liste che si raggomitolavano
sopra se stesse, secondo alcune ipotesi riferite e discusse
nel capitolo quinto, dove discorresi del nostro sistema
planetario. Va di per sè che come supponsi avvenuto
sia del nostro, può argomentarsi non altrimenti fosse di
tutti gli altri, di cui il nostro solare può servire d'ima
gine o di esempio. Da quei raggomitolamenti, per suc
cessiva condensazione emergevano le masse di materia
che formare dovevano i pianeti; e per lo staccarsi da
queste di altre zone minori, mentre erano ancora allo
stato vaporoso, provenivano i satelliti, le comete e i
corpuscoli minori del nostro piccolo mondo planetario.
Iniziato il raffreddamento e quindi fattasi più attiva
l'agglomerazione e il condensamento della materia, nella
misura che ad ogni pianeta troviamo ora proprio, e ciò
mediante un complesso di leggi, forse non ancora tutte
note, e di cui anco delle conosciute o supposte, non è
luogo discorrere, scendendo alla Terra, e vedendo come
alla sua superficie si agiti la vita vegetale e l'animale;
non essendo dimostrato, nè potendoci persuadere ché
questa siasi svegliata da sè, nè che potesseso esisterne
i germi a cagione delle elevatissime condizioni termiche
per le quali il nostro globo dovette passare, ne ar
guimmo la necessità della crezione.
458 CAPO XIII,

Ora, chiediamo, per qual ragione creare se non a fine


di conservare, finchè le condizioni della cosa creata il
consentano, e a fare in modo che il fine della creazione
sia ottimo? Creare affinchè dopo un brevissimo spazio di
tempo la creatura vada a rovina e se ne disperdano as
solutamente tutti gli elementi, è assurdo, ne ammessi
bile per le opere della Divinità; e così dicendo è chiaro
che intendiamo parlare singolarmente dell'uomo.
Pertanto la creatura che ha in sè la condizione della
vita attuale non solo, ma anche quella della permanenza
della vita, non cessa di esistere per il sopravvenire
della morte del corpo. Cessano gli organi della vita per
chè ognuno di essi, come ogni utensile si logora alla
perfine; ma l'intelligenza, la scienza, la coscienza, le
loro opere e le impressioni loro, che nel complesso for
mano l'ente intellettuale e vivo, permangono, districan
dosi dalla materia inerte che loro servì di strumento; e
quell'ente continua ad esistere, per adempiere al fine
della creazione che, come abbiam detto, è quello della
persistenza nella vita sotto un'altra forma, per correre
la via infinita del progresso.
E qui vedesi che la storia di questo circolo massimo
si mostra intiera e compiuta.
Ed è o sarà vero, potrebbero obiettare gli oppositori
scrupolosi; ma intanto non ci parlate che dell'uomo; e
la creazione, anche a vostro dire, ha combinato un im
menso numero e una immensa varietà di altri orga
nismi nel regno vegetale e nell'animale, nei quali
eziandio manifestasi rigogliosa la vita. Quale sviluppo
deve attribuirsi al circolo percorso da ognuno di essi?
Finisce totalmente colla morte ovverosia in qualche
modo persiste anche per loro?
Gravi questioni invero, e che non sappiamo se siansi
da qualche sistema attendibile di filosofia risolute mai.
IL CICLO DELLE UNIVERSALI COSE 459

Gravi quistioni, fatte più difficili per noi che per altri
qualsiasi, a cagione della da noi proclamata fratellanza
universale degli esseri. -

Eppure ci proveremo a dirne qualche cosa, non colla


lusinga di porgerne una soluzione assoluta, ma per
mettere, non foss'altro, sulla via di trovarla chi dopo
di noi si avventurasse a un tanto arduo cimento.
E speculativamente intanto dovremmo asserire al
paro di tutti gli altri che ci hanno preceduto nello
studio di questa materia, che il loro còmpito finisce
colla morte. Ci duole il dirlo, ma stando alle conse
guenze delle nostre premesse, siccome anche nell'ani
male delle classi superiori non abbiamo potuto scorgere
indizio di vera intelligenza e quindi non una coscienza,
un qualunque esercizio del libero arbitrio, e per con
seguenza non un elemento qualsiasi di merito o di
demerito; siccome le loro azioni sono prodotti del puro
istinto, e, tosto compiute, non rimane di esse alcuna
morale conseguenza; esse non fanno cumolo, e non in
tessono quella essenzialità speciale che nell'uomo deve
sopravvivere allo sfacelo del corpo. Potrebbero forse
persistere speculativamente come idealità o ricordanze,
a quella guisa che persiste per alcun tempo l'aroma
di un fiore, il profumo di un frutto.
Sarebbe fors'anche il caso che prendessero posto
nella scala degli esseri, non le singole individualità,
ma ognuna delle specie, rappresentata da un tipo, af
finchè nessuna delle opere di Dio andasse a perdersi
in un oblio assoluto, perchè ogni generazione di esseri,
quasi nota necessaria nell'armonia della creazione si
trovasse collocata a suo luogo.
Malgrado questa specie di compromesso, è forza il
dirlo, ci duole all'anima condannare quelle miriadi
innumerevoli d'individualità, del regno animale sin
460 CAPO XIII.

golarmente, le quali vissero godendo, soffrendo, secondo


natura loro operando anche con noi, ad un ostra
cismo assoluto da una esistenza futura, non fosse che
ideale. -

Ci soccorre è vero in qualche guisa lo spiritismo in


questa difficile prova, dappoichè, mettendo a profitto
le recenti ipotesi sulla pluralità dei mondi abitati, sup
pose che l'animale, al cessare dalla vita di quaggiù,
potesse svegliarsi ad una nuova e progredita di alcun
che sulla superficie di un altro pianeta, vuoi del nostro
sistema o di qualche altro. Sarebbe un'applicazione
singolare e ingegnosa della dottrina del trasformismo
Darwiniano; ma più dignitosa e consolante.
Una ragione sola, di un certo peso benchè leggero,
potrebbe recarsi a conforto di una tale benevola opi
nione: vogliamo accennarla quand'anche fossimo in
ciò fare i primi. L'istinto degli animali non potrebbe
essere per avventura l'involucro di un futuro germe
d'intelligenza? Taluni dei loro atti nell'ordine del sen
timento e in quello della reminiscenza ce lo farebbero
supporre; e così l'attività e l'accortezza in ciò che con
cerne il bisogno della conservazione e della riprodu
zione. Se ciò fosse vero, se quel germe, profondamente
involuto e come dormente, esistesse in effetto nella
virtuale aspettazione di un ulteriore sviluppo, la pos
sibilità di riviviscenza sotto un'altra forma, e in un
altro ambiente, non sarebbe da riputarsi come affatto
improbabile.
Il pronunziare però una ricisa sentenza in cosa di
tanto momento ed irta di difficoltà quasi insuperabili,
senz'altra scorta che i lievi fili d'induzione ora accen
nati e le aspirazioni dello spiritismo, sarebbe perico
loso troppo: ci terremo quindi paghi per ora di aver
accennato ad alcune idee che, megl