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A P O L O GI A
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CONG R ES SO NOT 7 U R. NO
D E L L E L.A MM IE,
o ſia riſpoſta
DI GIR O LA M O TAR TAR OTTI º

ALL' ART E MAGICA DI L E GUATA

D E L SI G. M A Rc H. Sc I P 1 o N E M A F F E I ,
Ed all'oppoſizione
DEL SIG. Assesso R E BAR ToLoM Meo MELCHIoRI.

S'aggiunge una Lettera del Sig. CLEMENTE


BARONI di Cavalcabò,

& IN VENEZIA MD CCLI,

P R E s s o S I M o N E O C c H I
Con Licenza del Superiori, e Privilegio.


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PUBLIC LIBRARY

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A L S I G.

FRANCESCO GIUSEPPE
D E R o SM IN I.

A M 1 c o C A R 1 ss 1 M o.

) UEL bizzarro ingegno di Aleſſandro Taſſoni


è S non approvava l'uſo ora comune, ed agli
- V S antichi non punto ignoto, d'accompagnare
in qualche Dedicatoria l'Opere, che ſi danno alla luce. Ma
le, o bene, ch'io mi dica, diceva egli, non mi proteg
ga alcuno, che la bugia non lo merita, e la verità non
lo cura. Vaglia però il vero, queſt'argomento ha pochiſſima
fermezza. Non ſi nega, che la bugia protezione non meriti ;
ma non è poi da concedere, che non la meriti, o non la curi
la verità. Qual coſa più vera, più certa, e più infallibile de'
Dºgmi della noſtra ſanta Religione ; ma quale ancora più di
protezione e difeſa biſognoſa contra gl'inſulti degli Eretici, i
guali furioſamente la inveſtono, e di trasformarla, e ſconvol
gerla s'ingegnano a più potere? Anche la Repubblica delle Let
ºre ha le ſue reſie: ha chi per malizia, o per ignoranza va
ſeminando zizzania, ed alle verità più importanti, e luminoſe
* ij a fron
a fronte ſcoperta s oppone . Che giova egli per dileguare gli
abuſi, che una verità ſia fatta toccare con mano, quando al
tresì non ſia comunemente abbracciata, quando pur v'abbia chi
la contraſti, ed ogn'arte ed ingegno adoperi per offuſcarla ?
Non mai ci avverrà di migliorare il coſtume, finchè l'opinio
ne, a cui s'appoggia, non ſia affatto eſtinta; nè mai queſta in
teramente eſtingueraſſi, finchè perſone, che ſanno , o ſono in
concetto di ſapere, la onorino del loro patrocinio. Troppo felice
ſarebbe il mondo, ſe da più ſaggi veniſſe governato, o quelli
almeno, che lo governano, a conſigli de più ſaggi s'atteneſſero.
Eglino s'attengono al ſentimento de più accreditati, e per eſſer
tale, non fa biſogno eſſer veramente ſaggio: baſta parerlo, an
zi sì gran progreſſi fa ſovente la ſaccenteria nel Gran Mondo,
che il vero sapiente è poſto da un canto , e gl' impoſtori, i
ciarlatani, i ſuperficiali, ſiccome d'ordinario più s'affannano, e
più pretendono, più ancora ottengono, e ſalgono in maggiore ri
putazione. Di qui avviene, che le popolari, e falſe opinioni
tolgono ſpeſſo la mano alle vere e ſane, e con danno grandiſ
ſimo, e deplorabile del Pubblico, vengono in pratica ſeguitate,
perchè tralla gente hanno maggior partito. Per quanto vera
adunque, e plauſibile io ſtimi l'opinione, da me in queſti fo -
gli difeſa, non ſaprò mai col Modaneſe Filoſofo indurmi a pre
tendere, che d'aſſiſtenza e protezione non abbiſogni. Pur trop
po è ella da famoſi soggetti, da Dottori, da Maeſtri, e Mae
ſtri in Divinità, anche al dì d'oggi combattuta, coſicchè ben
poco conto del comun utile moſtrerebbe di fare chi appoggio e
ſoſtegno non le procacciaſſe. Sul ſondamento pertanto, che ſimi
le verità d'avvocato non abbia uopo, non avrei io certamente
avuto motivo di rimanermi dall'indirizzare a Voi, Amico ca
riſſimo, la preſente Operetta : ma per qualche altro riguardo
poi poſſo anche dire d'eſſere ſtato ad un certo modo forzato di
non ad altri, che a Voi preſentarla. E chi u ha egli in gra-.
zia, che delle coſe mie maggior cura ſi prenda di Voi: che
con più ſpirito vegli a mia difeſa; e l'opinioni mie con mag
gior calore, e forza propugni, e ſoſtenga ? Io lodo molto, ed.
apprezzo la voſtra impreſa, non già perch'elle ſieno mie, che.
in ciò null'altro, che l'amor voſtro dareſte a divedere, ma per
chè alla verità, ed alla ragione le ſtimo appoggiate, con che di
- huona
l
buon ſenſo, e d'ottimo diſcernimento non picciol ſaggio venite
a recare. Egli è ben vero però, che la viltà degli oppoſitori,
e l'inſuſſiſtenza dell'oppoſizioni, più di non curanza, o di ri
ſo, che di replica, e di difeſa rende queſte talvolta degne .
Certi baſſi vapori, avvenachè da terra alquanto ſi ſollevino ,
pure ben poco in aria poſſono reggerſi, e ſenza che altri ſe ne
dia pena, sfumano da lor medeſimi, e ſi ſventano. Voglio in
ferire, che non ad ogni disfida è ſempre opportuno metter ma
-
no alla ſpada, miglior conſiglio ſpeſſe volte eſſendo rintuzzare
il colpo col traſcurarlo. Ma non è già queſta l'unica, e ſola ca
gione, per cui ſtretto e rigoroſo debito in me riconoſco d'offeri
re a Voi queſto mio Libro. Sì queſto, che l'altro, per difeſa
del quale è ſtato da me ſcritto, verſano intorno ad una mate
ria, gli autori di cui poco in gran parte ſi veggono girare at
torno, ed alcuni poi così rari e ricercati ſono, che uomini nel
meſtiere de libri conſumatiſſimi, non poſſono pur vantarſi d'aver
gli giammai veduti. Dalla voſtra domeſtica Libreria per tanto,
che non per pueril compiacenza di vagheggiarne l'eſterno, o am
bizione di condurvi il foreſtiere, ma per farne vero e ſano uſo,
avete con grandiſſima ſpeſa raccolta; quanto, e qual vantaggio
abbia ritratto io, non è da dimandare. E come mai ſenza quel
la ſomma gentilezza, e corteſia, con cui della medeſima non al
trimenti, che ſe mia ſoſe, mi permettete far uſo: come ſenza
la premura, che dimoſtrate in promovere i miei ſtudi, ed a quel
li in ogni poſſibil guiſa coadiuvare, all'arduo meſtier dello ſcri
vere avrei potuto attender io in un paeſe, che de mezzi per
ben riuſcirvi, è ſtato fin qui quaſi interamente ſpogliato? In
una parola, ſenza di Voi queſt' Opere mie o non ſi ſarebbero
mai incominciate , o non finite : per lo che ſe non vogliamo
chiamarle frutti delle voſtre piante, elleno ſono certamente pian
te nate nel voſtro terreno. Nè io ſolo già quegli ſono, a cui
gli effetti del voſtro bel cuore, e della parzialità, ch'avete per
l'arti migliori, abbondevolmente s'eſtendano. I voſtri più cari, e
più favoriti Amici ſono tutti i coltivatori delle Buone Lettere:
ſono quelli, che co frutti del loro ingegno alla Civil Società
poſſono veramente giovare, e quanto queſti compiacete, riveri
te, ed accarezzate, altrettanto poi avete in abborrimento certi
ſcioli, e millantatori, i quali d apparenza , e di vanagloria
pa
paſcendoſi, purchè compariſcano autori d'un libro, non hanno
alcuna pietà nè del tempo, nè della carta, che sì ſgraziatamen
te conſumano. Piaccia a Dio, che queſto voſtro nobil genio, e
queſto raro eſempio dagli altri concittadini noſtri, che più poſ
ſono farlo, ſia a gara imitato, non potendo con parole eſpri
merſi quanto luſtro e decoro alle Città anche più celebri e coſ
picue indi ſi derivi; qual utile ne ritraggano le Lettere ; e
quanto impulſo ed eccitamento ne riſentano i migliori ingegni.
E in qual guiſa mai alzarſi queſti da terra, non che a ſubli
mi voli accingerſi, ove altri ſtudi non ſi guſtino, che gli ari
di, e ſecchi del Foro, e del Confeſſionale: ove le Biblioteche
in altro quaſi non conſiſtano, che in quattro Spoſitori de più
dozzinali, Prediche del ſecolo paſſato, corſi di Teologia, e Fi
loſofia Scolaſtica, ed altre ſimili mercatanzie, che oggidì mar
ciſcono ne'fondachi? Da pochi anni in qua con mia grande ſod
disfazione e giubilo io veggio coltivarſi nella noſtra Patria, ol
tre agli ſtudi più ameni della Latina, e Toſcana favella , e
dell'Umane Lettere, che pur da valoroſi giovani ſono con ardo
re intrapreſi, la buona Filoſofia, la Storia Eccleſiaſtica, la Ci
vile, la Letteraria, gli antichi coſtumi, la Morale , ed altre
buone arti, della qual applicazione qualche picciol ſaggio anco
ra s' è veduto a ſtampa, e più ſpero ſe ne vedrà col tratto
del tempo. Se Scrittori adunque non ſi ſa, che ſieno fioriti qui
in paſſato, fan ben conoſcere i preſenti, che ad infelicità di
queſto clima non vuol aſcriverſi così fatta diſgrazia. La Mo
derna Filoſofia ( mi duole il ricordarlo, ma pure alla verità
convien cedere ) coſa era qui preſſochè ſconoſciuta , e molto
più ignota poi era la maniera d'inſegnarla. Dell'Antichità, del
la Diſciplina Eccleſiaſtica, della Critica non s'aveva alcun ſen
ſo, e le Umane Lettere o erano abbandonate, e deriſe da que”
Savi, che altro frutto dagli ſtudi, che il lucro non riconoſco
no: o erano coltivate in modo, che più vantaggioſo ſtato ſareb
be l'averle affatto traſcurate. Le villane, e ſciocche ſcritture,
uſcite anche alla pubblica luce, contra chi a sì gran male qual
che rimedio s'ingegnò apportare, fanno di tutto ciò indubitata
fede, e la faranno anche a coloro, che verran dopo di noi -
In ſomma d'altro ſtudio non s'ebbe qui per l'addietro idea ,
che del povero e digiuno, che nello ſquittinar punti di Legge,
0 Ca
-

o caſi di coſcienza conſiſte, e mi ſovviene, che per eſſervi voi,


non ſo in quale incontro, laſciato uſcire di bocca, che il me
ſtier Legale, nella guiſa, in cui oggidì ſi pratica, diffi
cilmente era di Buon Guſto capace, sì gran biſbiglio s'
alzò tralla turba al vil guadagno inteſa, e tanto fu contra ſi
mil beſtemmia mormorato, che poco mancò, che qual nemico del
Tubblico Bene, o della Repubblica ſovvertitore, non veniſte a
Tribunali accuſato. Qual maraviglia però, ſe l'indole fervida,
e generoſa di molti giovani condannati in perpetuo a beccarſi il
cervello dietro a così infelici, e ſterili occupazioni, s'intepidì,
e s'eſtinſe; ſe i talenti migliori s'avvilirono; e ſe il natural
fondo degl'ingegni que frutti non produſſe, che per altro obbli
gato era di rendere. Che ſe ora in ſtato sì moſtruoſo, e la
grinevole non ſono le coſe noſtre, qual altro motivo ſe ne po
trebbe egli aſſegnare, fuorchè quello della maggior cultura, che
ora fioriſce, del nuovo paeſe, che nel Mondo Letterario alla
gioventù è ſtato fatto oſſervare, e delle giuſte maſſime, deſani
principi, e degli ottimi metodi, che col mezzo de'colloqui eru
diti, e de'buoni libri ſono ſtati comunicati, e diffuſi? Piaccia
dunque a Dio, lo torno a dire, che ſeguito abbia la voſtra lo
devole e glorioſa impreſa, e molti de noſtri concittadini reſtino
finalmente perſuaſi, che tutto il bello dell'umana vita non con
ſiſte già in ammaſſar danaro, ed accreſcere l'entrata, ma bensì
nel far buon uſo di quello, che l'uomo non è compoſto di ſolo
corpo, ma anche di mente; e che ſe il corpo vuol la ſua par
te, la vuole anche lo ſpirito con quell'alimento, e paſcolo, che
a lui è proporzionato, cioè quello delle cognizioni , e delle
ſcienze. Voi ſeguite pure coll'opera ad accreſcere quelle ricchez
ze, che l'animo abbelliſcono, e col conſiglio a radicar nella
mente di tutti queſte belle verità, che io ſeguirò a profeſſarvi
perpetue obbligazioni per quel molto, che vi debbo, ed a ſem
pre mai dimoſtrarmi co'fatti quale ſinceramente mi dichiaro
Rovereto 8. Luglio 1751.
Voſtro Dev. ed Obblig. Amico, e Serv.
GIR o LA M o TAR TAR o TT1.
NOI
NO I RIFORMATORI
Dello Studio di Padova.
vendo veduto per la Fede di Reviſione s ed Ap
provazione del P. F. Paolo Tommaſo Manuelli
Inquiſitore nel libro intitolato: Apologia del Congreſſo Not
turno delle Lammie ec, di Girolamo Tartarotti: non v' eſſer
coſa alcuna contro la Santa Fede Cattolica, e parimen
te per atteſtato del Segretario noſtro , niente contro
Principi e buoni coſtumi; concediamo licenza a Simo
ne Occhi Stampatore di Venezia, che poſſi eſſer ſtampato;
oſſervando gli ordini in materia di ſtampe, e preſen
tando le ſolite copie alle Pubbliche Librerie di Vene
zia, e di Padova. . -

-
-

Data li 17. Luglio 1751.

( Z. Alviſe Mocenigo ſecondo Rif.


( zuanne ouerini Troc. Rif.
( Daniel Bragadin Kav. Proc. Rif.

Regiſtrato in Libro a Carte 9. al Num. ro7. a

Michiel Angelo Marino Segr.

- Adi 7. Agoſto 1751.


Regiſtrato nel " Eccellentiſſimo degli Eſecutori
contro la Beſtemmia. -

- e Alviſe Legrenzi sgr.

PRE
P R E FA z I O N E.
Arei torto a me medeſimo , e ben poco moſtrerei d'
intendere in che conſiſta il vero pregio de libri, quan
to ad altro che a mia gran ventura io attribuiſſi l'eſ
ſerſi preſo da uno del più celebri Letterati non ſolo d'
Italia, ma di tutta Europa, quale io reputo il Sig.
March. Scipione Maffei , per iſcopo della ſua critica il Congreſſo
Notturno delle Lammie nell'Arte Magica dileguata. Un Avverſario
così illuſtre, con cui non che il vincere, ma il ſolo aver combat
tuto è gloria, non apporterà mai ſe non decoro a quella mia O
peretta, qualunque ella ſtaſi, tanto più, che ſebbene non vien da
eſſo in tutto approvata, ha però meritato il ſuo compatimento
circa l'aſſunto principale, confeſſando egli ſul bel principio, d'a-
verla lodata per la ſana confutazione di alcune ridicole opinioni in
propoſito delle Streghe, e d'alcuni nocivi abuſi, ch'è appunto quel
tanto, ch'io m'era prefiſſo di gittare a terra.
Nel rimanente quanto all'animoſa impreſa dell'inſigne Scrittore,
che qual baia del volgo ſventar vorrebbe la Magia Diabolica, el
la è tanta l'erudizione, sì fino l'ingegno, e sì grande la copia del
le rifleſſioni, ch'e'va facendo, che ſe il mio primo ſentimento in
tal materia abbandonar doveſſi , ad altro ſiſtema certamente non
m'appiglierei, che al ſuo, come quello che niente meno del già
propoſto dal Sig. Conte Gio: Rinaldo Carli, dilegua infinite opinio
ni, tormentatrici aſſidue de Teologi, e de Filoſofi; ma poi non è
premuto dalla difficoltà, a cui quello è ſoggetto, di dovere ſpie
gare per via naturale certi fatti del Teſtamento Vecchio, che ſen
za ricorſo al Demonio non poſſono intenderſi : e dall'altro canto
sfugge il malagevol incontro di aſſegnar vera, ed eſſenzial differen
za tra Magia, e Stregoneria, di cui molti penano a perſuaderſi .
Vaglia però il vero, nuovo a me non è riuſcito coteſto ſuo ſiſte
ma. Nel Lib. 3. Part. 2. Cap. 8. dell'Opera intitolata Politica, Di
ritto, e Religione del Sig. Marcheſe Giuſeppe Gorini Corio, uſcita in
Milano l'anno 1742. vien egli non ſolo propoſto, ma ancora con
ingegnoſe e plauſibili ragioni difeſo. Que motivi, che non mi per
miſero d'abbracciarlo allora, mi tengono tuttavia fermo nello ſteſ.
ſo propoſito , e non oſtante le molte coſe con tanto artifizio, e
maeſtria in brevi, ma ſucoſe parole dal Sig. Marcheſe qui raccol,
te, non ſaprei conſiderarlo ſe non come molto dal vero lontano.
Il ſolo riflettere, che tutta l'antichità Ebrea, Criſtiana, e Paga
na riconobbe la Magia Diabolica (ancorchè queſt'ultimi privi de'
A. lumi
2 P R E F A z I o N E.
lumi rivelati, quella giuſta idea non ne aveſſero, che ne abbiam
noi ) e ſe taluno ſe ne riſe, non da ragione aſtretto il fece , ma
condotto dall'impegno del proprio ſiſtema, incompatibile con tal
opinione, come gli Epicurei tutti, e qualche altra ſetta ſomiglian
te; pare una prova ſufficiente per conchiudere, ch'ella non può ,
nè dee negarſi. Che ſe qualche moderno bizzarro cervello (e Dio ſa
ancora da che fine moſſo ) diverſamente ha ſentito , o moſtrato di
ſentire, non ſono poi da tanto le prove da coſtoro addotte, che
debbano far rinunziare ad una credenza così inveterata, e comu
ne. Veramente nella Riſpoſta al Sig. Conte Carli, che al Congreſſo
Notturno va unita, abbaſtanza io credeva d'aver confutati ed ab
battuti non ſolo gli argomenti di quel dotto Cavaliere, ma d'al
tri ancora, che i roveſciare l'Arte Magica ſi provarono. Come
però le ragioni mie non hanno fatto gran colpo ſopra una mente
così illuminata, e ne migliori ſtudi incallita, qual è quella del Sig.
March. Scipione Maffei, biſogna ben dire, ch'elle o non ſieno ſuf
ficienti, o almeno non ſufficientemente eſpoſte e ſpiegate. Mi ſtu
dierò adunque di rinforzarle nel decorſo di queſte oſſervazioni ,
ſteſe collo ſteſſo fine, con cui fu ſteſa la dotta Operetta, che mi
ha dato motivo di farle, cioè per puro amore della verità, e del
pubblico bene, per iſtruzione del Tribunali, e per decoro della
Religione Cattolica. Non è de Maghi, che ſi faccia, o ſi ſia mai
fatta grande carnificina. E delle Streghe, che fu già per tutta Eu
ropa, ed è tuttavia in qualche luogo sì deplorabile il macello ,
che notò il Limborch , nel ſolo corſo d'anni 14o. eſſerne ſtate ab
bruciate da trenta mila. Queſto però non fu il principal motivo,
che mi diede impulſo a ſcrivere il Congreſſo Notturno. S'io aveſſi
creduto, che la Stregheria foſſe un delitto reale, qual ſi ſuppone
da chi con pena di morte la puniſce, non mi ſarei mai accinto a
turbare in queſto la pratica de Magiſtrati. Ad una gran colpa è
neceſſaria una gran pena e perchè ſia grande il numero de delin
quenti, non per queſto ſi può rimettere alquanto del meritato ga
ſtigo. Da trenta mila erano appunto quegl' Iſraeliti, ch avevano
avuto l'empio ardire d'adorare il vitello d'oro, ma nientedimeno
non indugiò punto Moisè a fargli andar tutti a fil di ſpada ( Exod.
XXXII. 28. ) La verità ſi è, ch'io aveva oſſervato, come la Stre
goneria dà per vere più coſe non ſolo inveriſimili, ma impoſſibi
li affatto anche allo ſteſſo Demonio. Ella ci fu ſempre, e in tut
te le nazioni; ma ſempre, e da tutti fu reputata una ſantaſia di
teſte deboli, nè mai fu punita con pena capitale, anzi da alcune
leggi e Civili, e Canoniche fu vietato il dar fede a ſimili anſa
nie. Poſto ciò, non ſeppi ſcoprir fondamento, nè ragione, per
chè ora ſi doveſſe cambiare ſtile, ed eſſendo la ſteſſa colpa, tanto
diverſa, e così crudele doveſſe eſſere la pena. Di qui fu, che per
tO
P R E F A z I o N E, 3
togliere gli abuſi di tali proceſſi, i quali anche al bel giorno d'
oggi ſapeva io regnare in più città, eſpoſi al pubblico il mio ſen
timento, e m'accinſi a provare l'aſſunto con quello sforzo mag
giore di ſpirito, che a me fu poſſibile. Altrettanto avrei fatto io
della Magia Diabolica, ſe favorito dal ſuffragio dell' antichità,
aveſſi trovato il negarla. Trovai anzi tutto l'oppoſto, e però non
ebbi coraggio di mettermi a ſedere a ſcranna , e condannare il
Mondo tutto e antico, e moderno, a riſerva di que pochi, e sì
poco autorevoli, che di ſopra ho accennato. Per verità via ſpe
dita ſarebbe ſtata coteſta da dare perpetuo bando ad un infinito
numero di ſuperſtizioni, non eſſendo poſſibile, che perſuaſi una
volta gli uomini, come una coſa non c'è, voleſſero tuttavia cor
rervi dietro, e ſeguitaſſero, in luogo d'abbandonarla, ad invogliar
ſene più che mai. Tale appunto ſembra ſia ſtata la mira del chia
riſſimo Autore, che l'Arte Magica ha ora impreſo a dileguare ,
così eſprimendoſi egli nel S. XVI. Finchè ſi crederà, che l'Arte Ma
gica ſia coſa vera, e operatrice di maraviglie, e che per eſſa ſi co
ſtringa il Demonio a ubbidire, avranno bel predicare i buoni Religioſi
contra il peccato di ſuperſtizione, e contra le ſcelleraggini, e le follie
de maliardi: molti ci ſaranno ſempre, che ci ſi proveranno, e faran
no i lor tentativi, e di riuſcirvi s'immagineranno ancora . Quanto
non ſarebbe deſiderabile ( aggiunge S. XV. ) lo ſgombrare dall'im
maginazione del popolo tante pazzie, che con la ſana credenza ,
e con la ſoda pietà mal poſſono accoppiarſi . Il fine del Sig. Mar
cheſe è ottimo : tutto ſta , che ottimo ſia anche il mezzo ,
e che queſta ſua dottrina ſia vera e giuſta ; mentre in caſo di
verſo , chi approverebbe mai il tentar di guarire le mente degli
uomini da un errore con un altro crrore? La medicina ſarebbe allora
piggiore del male, anzi non ſarebbe medicina, poichè s'andrebbe da
un eſtremo all'altro, ſi muterebbe infermità, ma non ſi diverrebbe
ſano, altro eſſendo cambiar opinione, altro raggiugnere la verità -
che più : Lo ſteſſo fine i" non s otterrebbe giammai . Si laſci
adunque, che gli uomini credano ciò, che con ragione poſſono, e
debbono credere: poichè quanto all'operare, hanno la Morale, che
loro il ſuggeriſce, hanno le Leggi, che il preſcrivono, ed hanno
gl'interpreti, che loro ſpiegano quando a queſte, ed a quella o ſi
corriſponda, o ſi contravvenga.
Per tutte queſte ragioni adunque non ſeppi determinarmi a nega
-
re ſe non la mera Stregoneria, la quale inteſa com'io la intendo, e
come credo debba intenderſi, non ſolo non è una coſa medeſima
colla Magia, ma in quella guiſa è da eſſa differente, che un genere
di coſe è dall'altro genere diverſo. Tanto appunto m'ingegnerò di
novamente andar dimoſtrando nel riſpondere all'obbiezioni, e riſol
vere le difficoltà del mio dottiſſimo Avverſario, a cui fin dal bel
A ij prin
4 - P R E F A z I o N E.
principio chiedo perdono, ſe per modo di diſputa, e per ribatte
re i i" colpi, non ceſſerò " , e di ſtringere quanto
più potrò il mio argomento. Quando vero amore di verità, e ve
rità importante, occupa il cuore, non laſcia certamente languire la
penna, nè permette, che facciano violenza all'animo altri riguardi,
o riſpetti. Porrò qui dunque a diſteſo tutta la ſua Lettera , cd ove
mi ſembrerà opportuno, andrò frapponendo le mie oſſervazioni, di
chiarandomi però, che non voglio s'intenda da me approvato ciò,
che non ſarà contraddetto poichè per non prolungare di ſoverchio
il diſcorſo, ed anche perchè aſſoluta neceſſità non richiederà di
verſamente, darò talvolta a più coſe paſſaggio, che per altro po
. trebbero contraſtarſi. Nel rimanente s'accerti pure il Cenſore, che
que termini di convenienza e di civiltà, cui oſſervo averſi egli
per tutta l'Opera ſua preſcritti, non ſaranno da me punto oltre
" anzi sì religioſamente, e con tal rigore gli cuſtodirò, che
en potrà accorgerſi, non la Perſona, cui ſinceramente ſtimo e
venero, ma bensì l'opinion ſua venir da me combattuta,

A P Oe
A P O L O G I A

DELLE LAM MIE.


Al P. Caſto Innocente Anſaldi dell'ordine
de' Predicatori.

Breſcia.

Ttribuiſco alla benigna diſpoſizione dell' ani


mo ſuo verſo di me la curioſità che mo
ſtra, di ſapere il mio ſentimento intorno
al nuovo libro del Signor Girolamo Tarta
rotti ſopra il Congreſſo Notturno delle Lammie . La ſervo
immediatamente, e lo diſtendo a lungo , con patto
ch'ella lo eſamini, e col ſuo raro ingegno, e ſapere
me ne dica ſchiettamente il bene , e il male , e ciò
che le pare poſſa meritare approvazione, o diſappro
vazione. Il libro io l'avea già letto, e lodato ancora
per la molta lettura, che l'Autore moſtra aver fatta,
e per la ſana confutazione di alcune ridicole opinioni
in propoſito delle Streghe, e di alcuni nocivi abuſi .
Ma per verità fuor di queſto non mi darebbe l'ani
mo d'approvar tutto ; e ſe il Sig. Muratori con ſua
lettera veduta da molti lo ha fatto, o non ha letto
il libro in ogni ſua parte, o è d'opinione diverſa in
ciò dalla mia. La mia vedrà V. P. M. R. nel decor
ſo , che in ſoſtanza ſi conforma appunto a quella ,
i", nella
da lei.
benigniſſima ſua mi accenna tenerſi anche
- -

O S
O S S E R V A Z I O N E I.

L Sig. Muratori è ſenz'altro d'opinione diverſa da quella del


Sig. Marcheſe. Egli incomincia così il cap. X. del ſuo Trat
tato della forza della Fantaſia Umana : Chi vuol entrare in un bo
ſco, dove è qualche verità , molta ſemplicità, aſſaiſſime impoſture ,
non ha che da leggere , non dirò Libri, che trattano di Magia , per
chè queſta è merce troppo pericoloſa, pernicioſa, e dannata , ma Li
bri ſcritti da perſone dotte e dabbene contro la Magia appellata Ne
ra. Forſe alcuni credono troppo poco di queſt'Arte infame, ed avuta
in orrore da chiunque è vero Criſtiano. All'incontro v'ha gran co
pia di gente, che troppo ne crede ec. Se queſt'inſigne Letterato ſti
ma, che in fatto di Magia Diabolica ſi poſſa credere troppo poco ,
ſarà ſempre diverſo, nè potrà accordarſi giammai col Sig. Mar
cheſe, che vuole non ſe ne creda nulla . Anche nella Part. I.
cap. x1. Delle Rifleſſioni ſopra il Buon Guſto così molto prima ave
va ſcritto : Parimente le ſacre Carte inſegnano eſſerci ſtati de Ma
ghi, i quali coll'ajuto del Demonio hanno operato coſe mirabili. La
ſperienza, e l'autorità d' uomini grandi fanno fede, che ancora ne
vicini ſecoli, e a noſtri giorni ci ſono ſtati, o ci ſono, o ci poſſono,
eſſere di tali uomini. In una ſua lettera a me diretta in data de
27. Luglio 1746. così pure s'eſprime : Veramente io credo poco
alla Magia . Tuttavia mi ritiene in dovere la ſacra Scrittura: e tan
to s'è detto di queſt' Arte, che mi par troppo il crederne nulla . E',
paruto ad alcuno, che nel Cap.v1 1 1. pag. 124 del Libretto De Nic
vis in Religionem incurrentibus uſcito in Lucca lo ſcorſo anno ,
egli nieghi i Patti sì Taciti, che Eſpreſſi, con che giuſta la co
mun dottrina de'Demonografi, tutti gli effetti magici verrebbero a
negarſi, fondamento principale della Magia Diabolica eſſendo credu
ti ſimili Patti. Ecco le ſue l'arole - Nºſeio - quis primus ex ingenio
tantum ſuo opinionem invexerit de Pattis tacite ab aliquo ſingulari
bomine cum Diabolo initis, ex quorum vi , etiamſ alii nihil eorum
conſcii, nihil de maligni Spiritus concurſu recogitantes , nihil ſacro
rum, nihil ignotorum chara:ierum ſive ſignorum adhibentes , mirabi
les tamen curationes & effectus producunt. Eſſent hace, quantum qui
dem mihi videtur, diligentiori criterio excutienda, negue tam facile
in cauſas Diabolicas rejiciendum, quidquid practer conſuetum ordinem
natura accidiſſe putamus. Per verità , quando non intervenga alme
no un tacito conſentimento all'aſſiſtenza diabolica , o non dee
crederſi, che il Demonio concorra : o s'egli concorre, non con
corre certo in virtù di Patti, niun Patto potendoſi immaginare ,
ove niun aſſenſo intervenga : onde non ſaprei come Patto, nè pur
Tacito, poteſſe queſto chiamarſi. Ma il fatto è, che colle paro
- le ,
O s s E R V A Z I o N E I. 7

le , de Pattis tacite ab aliquo ſingulari homine cum Diabolo imitis,


s'indicano veramente i Patti Eſpreſſi, i quali pare ſi neghino, o
almeno ſi mettano in dubbio, e tolti queſti, cadono per terra
anche i veri Patti Taciti, che a quelli ſono appoggiati. Comun
que però ſia di ciò, noi vedremo nella CXIII di queſte oſſerva
zioni, che la Magia anche Diabolica non ſuppone neceſſariamen
te queſti Patti, e che poſſono beniſſimo negarſi, ſenza che per
queſto la ſoſtanza di tal Arte ſi nieghi.
Quanto all'Opera mia, la leſſe certamente il Sig. Muratori in o
gni ſua parte, perchè la leſſe tutta, di che non ci laſcia dubita
re il gentiliſſimo foglio, qui appunto dal Sig. Marcheſe accenna
to, che di ſuo talento, e ſenza eſſere da me con lettere richie
ſto, ſi compiacque inviarmi, in cui così s'eſprime : Da Venezia
ho ricevuto il Trattato di V. S. Illuſtriſſima intorno alle Lammie ,
che avendomi trovato ſequeſtrato in caſa per varj incomodi della mia
ſanità, è ſtato la mia ricreazione per alcuni giorni, avendolo io a
zidamente letto tutto -

I. Si pianta, e ſi ſuppone in queſt' Opera , come


principio indubitato e certo , la reale eſiſtenza dell'
arte Magica, e la verità degli effetti ſuoi, ſuperiori
alle naturali forze dell'uomo. Le ſi dà nome di Ma- pag 1so.
gia diabolica, e ſi definiſce così : Cognizione di coſe ſu
perſtizioſe, come parole, verſi, caratteri, immagini, ſegni ,
ed altre cerimonie, mediante le quali ottiene il Mago l'inten
to. Ma io mi ſento fortemente inclinato a credere ,
che i preteſi Maghi altro intento non conſeguiſcano,
che d' ingannar gli altri , e forſe sè ſteſſi ancora, e
che queſta Magia altro in oggi non ſia che chimera.
Beneficio maggiore farebbe forſe oggigiorno, chi pren
deſſe a dimoſtrar ciò di propoſitò, di chiunque ſi af .
fatica per far conoſcere eſſer vanità, e ſogni gl'ipo
grifi notturni, e i mirabil viaggi, e feſte, e conviti
delle maliarde : perchè finalmente delle molte menzo
gne da coſtoro ſpacciate, e ſparſe queſta n'è una ,
tolta la quale rimangono tutte l'altre, tanto più dan
noſe, quanto più facili da credere, non contenendo
bizzarrie romanzeſche , nè follie così ridicole, e in
ſane.
8 O s s E R V A Z I o N E II.

O S S E R V A Z I O N E II.
E la vita degli uomini non è picciola coſa, e ſe di Streghe
ſi fa macello, non di Maghi , più plauſibile ſembrar dovreb
be il dileguare la Stregheria, che la Magia, maggior bene recando
alla Civil Società quell'aſſunto, che queſto. Due anni fa , in giu
riſdizione d'un Conte dell'Imperio in Germania, furono ſentenziate
a morte come Streghe due povere femmine, una in età conſiſtente,
l'altra d'anni ſette incirca . Gran clemenza parve colà il non con
dannar queſta ſeconda al taglio della teſta , come la prima , ma
bensì ad eſſerle aperte le vene, e morire ſvenata . Lo " anno
1749. a 2 1. di Giugno fu abbruciata in Erbipoli come Strega Ma
ria Renata Monaca dell' Ordine di S. Norberto in età di anni ſeſſan
tanove . Quaſi nello ſteſſo tempo a Landshut, fortezza in Baviera ,
fu pure decapitata per lo ſteſſo delitto una lavandaja. In Salisburgo
ſta di preſente in prigione un allievo della medeſima, cioè un'infe
lice giovane d'anni ſedici, e corre grandiſſimo riſchio di tener die
tro alla ſua maeſtra . Perſona addottrinata e capace s'adopera qui
vi validamente , fa leggere da Giudici il P. Spe, ed il Congreſſo
Notturno (ſia detto per mero amor del vero, non per jattanza )
ma Dio ſa ciò, che ne avverrà, troppo pregiudicando i fatti re
centiſſimi d'Erbipoli , e di Landshut. Ho piacere di riferir qui
queſte coſe, acciò il ſaggio Leggitore, e più il mio dottiſſimo
Critico s'avvegga, che l'impreſa mia non è ſtata ſoverchia , e
che il Congreſſo Notturno delle Lammie è atto a recare agli uomi
ni forſe maggior benefizio, ch'egli non penſa . Toccherà poſcia
a lui il farmi ſapere a quanti e quali la ſua Arte Magica dilegua
ta abbia riſparmiato la vita. Io avrei certamente temuto col vo
ler troppo di non conſeguir nulla, o col negare con sì poca ap
parenza di verità la Magia Diabolica, far sì, che la micidiale ,
e tanto dannoſa Stregheria, cui ſi vuole una coſa medeſima, tor
naſſe più che mai, in campo, e foſſe meſſa in trono. Mi perdoni
pure il Sig. Marcheſe, s'io non manderò il ſuo libro a Salisbur
go. Avrei timore, cha l' Amico perdeſſe allora tutta la ſperanza
di poter ſalvare quella povera carcerata. E' certo una follia ri
dicola la Stregoneria, e bizzarrie romanzeſche contiene, ma non
ſono già ridicoli, nè romanzeſchi gli effetti, che produce . Son
da piangere a calde lagrime, e da ammirare le funeſte conſeguen
ze di certi libri, - ſcritti da Sofiſti appaſſionati, i quali preſi dal
prurito di ſoſtenere a diritto e a roveſcio la propria ſentenza ,
non ſi ſono avveduti, che facevano guerra al genere umano, e
preparavano il rogo a tanto ſangue innocente, ingannando e pre
vertendo colle loro fallacie, cavilli, e menzogne i Giudici meno
aſperti ed avveduti.
Trop
O s s E R V A z I o N E III. 9

Troppo onore ſembra ad alcuni eſſerſi fatto a que


ſte favole, tanto ſtudio impiegando per dileguarle;
O S S E R V A Z I O N E III.

Nº"tano,permafar peronoreimpedire
a così fatte opinioni , che non lo meri
i danni compaſſionevoli , ch'effetti
vamente producono, e per giovare al proſſimo , tanto ſtudio ho
impiegato io . Il dire, Son favole, ſon baje, è faciliſſimo , ma
non è poi così facile il dimoſtrarlo a tutti. Se non le credono i
più dotti, le credono i Tribunali , le credono i Giudici, nelle
mani de quali è poſta da Principi la vita degli uomini. La fazio
ne de Superſtizioſi, che ſanno, o almeno che credono di ſape
re, la quale è numeroſiſſima, e dappertutto diffuſa, non s'appa
ga di parole, e d'aſſerzioni grazioſe : vuol ſentir ragioni ed ar
gomenti. Queſte baje, e " favole, così ridicole, inveriſimi
li, ſcandaloſe, e paganeſche come ſono, pure hanno trovato uo
mini eruditi , dotti, di grande autorità, e ingegno, che con groſ
ſi libri a ſtampa le hanno protette e difeſe, e da rinomati Teologi
ſi difendono tuttavia : Sarebbe un gran vantaggio per la pubblica
felicità , che ſimili libri foſſero poſti in eterna dimenticanza, ma
non è così. Vanno per le mani d'ognuno, e ſi ſtampano di tratto
in tratto, anzi ſono ſolamente quattr'anni, che il più pregiudizia
le, e inſieme più accreditato di tutti, è ſtato riſtampato in una
delle più celebri Città d'Italia. Godono preſſo i Legali il titolo di
claſſici, ſi ſtudiano attentamente da Magiſtrati, e da Giureconſul
ti, e ſi citano ne' Voti Deciſivi, e nelle ſentenze di morte . Che
vuol dunque farſi? Star colle mani alla cintola, dire, che ſono er
rori popolari, e che i Sapienti ſe ne ridono? Siam noi tenuti a
giovare a ſoli Sapienti, ovvero a tutti? Se tali errori foſſero er
rori indifferenti, e che niun male, niun pregiudizio "
pazienza : ma ſono errori ſedizioſi, e crudeli, che bendano gli
occhi a chi comanda, che mandano gli uomini al ſacrifizio, e
che fanno gran diſonore al nome Criſtiano . Dunque non ſarà
lodevole il proccurar di ſtirpargli, e non ſarà beniſſimo impie
gata qualunque fatica per diſtruggerli?
eſſendo che i racconti del famoſo Noce di Beneven
to, e delle ragunanze di gente, che va per aria a
tripudiare in altri ſimili remoti luoghi la notte, fan
no ridere in oggi (almeno in Italia) anche quel mi
nuto popolo, che non è ſtolido, e Bſcimunito.
- O S
IO O s s E R v A z I o N E IV.

o ss E R v Az I o N E Iv.
Oniamo, che la coſa ſia così. Chi ſcrive libri, gli ſcrive egli
alla ſua ſola nazione, o a tutte l'altre ? Son eglino noſtri
confratelli que ſoli, che parlano il noſtro linguaggio, ovvero tut
ti i compoſti di mente, e di corpo ? Io per me non avrei minor
piacere, che il mio libro ſalvaſſe la vita a un Tedeſco, o ad un
Arabo, che ad un Italiano, ad un mio concittadino, eſſendo e
gualmente uomini quelli, che queſti. Ma che ? E' forſe così for
tunata l'Italia, che dalla chimera della Stregheria vada oggi del
tutto eſente ? Lo ſteſſo Cenſore non fa egli oſſervare (S. x1v. )
che tre anni ſono ſu ſtampato in Verona un libretto, benchè
non d'Autor Veroneſe, in cui trall'altre coſe ſi avverte , che le
piume non ſono ſegno di Stregheria, ſe non ſono conneſſe inſieme in
forma di cerchio, o quaſi . E biſogna avvertire ancora, ſe certa mu
liercula diede a mangiar qualche coſa , o ad odorar fiore, o toccò la
ſpalla? Di grazia mi permetta egli, ch' io faccia il comento a
queſto paſſo, aggiungendo qualche altra notizia ſomigliante.
Nove anni fa, cioè l'anno 1741. uſcì alle ſtampe in Bologna
un Libro con queſto titolo : Vota deciſiva, ſeu rationes decidendi
Joannis Sebaſtiani de Veſpignanis J. U. C. Imolenſis, Almae Rota Bo
monia Auditoris ec. Il Voto 86. è in propoſito di due Streghe, ma
dre, e figlia. La madre, omni commiſeratione poſthabita, ſi condan
na a morte, e la figlia per eſſere ſtata ſedotta, a prigion perpetua.
Gli Autori citati ſono Delrio, Torreblanca, Grillandi, Berlichio ,
Coſpi, e qualche altro ſomigliante. Queſto Signore, di belle e ra
re doti peraltro fornito, e autore ancora d'altri libri, morì pochi
anni fa in Genova, Auditore di quella Rota. Se foſſe tuttavia vi
vo, e caſo ſimile ſe gli preſentaſſe, non v'ha alcuna apparenza da
credere, ch' egli non doveſſe dar toſto di piglio al ſuo Delrio, e
ſu principi di quello pronunziar la ſteſſa ſentenza.
Paſſiamo avanti . L'anno ſcorſo furono ſtampate in Trento
Tropoſitiones Theologica Scholaſtico-Dogmatica ex Trattatibus de An
gelis, nec non de Juſtitia, ci Jure, publica exercitationi expoſitae .
La Concluſione VIII. è di queſto tenore : guamquam apoſtatarum
Spirituum virtus ad fluide non ſolum materialis ſubſtantia motum ,
quocumque arriſerit , dirigendum, verum c3 ad ſolida, ci in quiete
poſita corpora , loco movenda ſeſe forte protendat; ſunt tamen pleri
que praſtantis dottrina Theologi ea imbuti opinione, Sagarum corpora
ad notturna conciliabula .... minime a Damone transferri. Quod ad
ſerti genus, etſi adeo quibuſdam ſtomachum moveat, ut a graviori
bus, quas in illud evomunt, cenſuris nequeant ſibi temperare; id ta
men nobis, tenuitatis noſtra probe conſciis, ac chriſtiana moderatio
71 as »
O s s E R v A z I o N E IV. II

nis , e caritatis non omnino ignaris , maxime conſultum perpetuo


viſum eſt, viro Theologo ab euſmodi praproperis cenſuris quam reli
gioſiſſime fore cavendum, mec ipſis adeo mulierculis hac in re tam
promte fidem adhibendam . Si notino le parole: Quod adſerti genus,
etfi adeo quibuſdam ſtomachum moveat, ut a gravioribus cenſuris ne.
queant ſibi temperare . Lo ſteſſo Autor delle Teſi, a riſerva dell'
acrimonia nel condannare, e troppa facilità in credere, che niuno
lodar potrebbe, tutto pare, ch'approvi.
Che dirò dell'eſtratto del congreſſo Notturno delle Lammie, u
ſcito parimente lo ſcorſo anno nelle Novelle Letterarie di Vene
zia ? Egli incomincia così: Queſta volta il Sig. Ab. Tartarotti ſi è
poſto in un mare di non piccoli ſcogli ripieno, e con tutto l'apparato
degli Autori, in grandiſſimo nnmero citati nella preſente opera, la
dottrina de quali o viene apertamente confutata, o ſi fa vedere aſſai
dubbioſa e ſoſpetta, o finalmente ſi fa che ſerva per riempier i va
cui del meditato diſegno; noi temiamo, ch' egli poſſa valicare ſenza
veruno contraſto un tale tragitto .... Non ſappiamo, come ſaranno
accolti que Capitoli ed argomenti del ſecondo Libro , dove volendoſi
dal Sig. Tartarotti ſtabilire un ſiſtema, che ſembra troppo favorire la
cauſa delle Stregherie, il tutto ſi attribuiſce alla forza dell'Immagi
nazione, negandoſi l' eſiſtenza del congreſſo notturno , e ſciogliendoſi
le obbiezioni degli Avverſari, e del P. Martino Delrio ſpezialmente,
il quale nel ſuo libro delle Diſquiſizioni Magiche trattò lungamente
queſta materia, appoggiata alla praſſi della chieſa, al Canone Epiſco
pi 26. quaſt. 6. ed a ciò, che ne ſcriſſe lo ſteſſo S. Agoſtino nel Lib.
15. Cap. 23. de Civitate Dei. L'Editore di queſte Novelle, ch'è
un oneſto Religioſo da Lendenara, o ſecondo altri da Rovigo ,.
innocente maniera di far danaro ha ſaputo ſcoprire col ricevere
da più parti gli eſtratti di molte dell'opere, che riferiſce, i qua
li anche vengono giudicati aſſai migliori de ſuoi. Lavoro d'altri
mi vien ſuppoſto ſia pure queſto del congreſſo Notturno: onde ſu
tal fondamento mi ſon preſa la libertà di recarne qui parte, per
far oſſervare, come l'Autore, chiunque e ſiaſi, sì ben li ſti
ma l'opinion volgare della Stregoneria, che con tutto il mio di.
re, teme io abbia guadagnato poco, ed inclina a credere, che il
gran Delrio poſſa finalmente ottener la vittoria, il ſiſtema di cui
dice appoggiato alla pratica della Chieſa, ed all'autorità de Ca
noni, e del Padri.
Ma perchè mai ſopra ſimili bazzecole mi fermo io , quando
abbiamo in più Tomi in Quarto la Theologia Chriſtiana Dogmati
co-Moralis Auttore Fr. Daniele concina ord. Predicatorum? Queſto
Padre già noto per molti altre ſue opere in materia Morale, nel
Lib. 3. Diſſert. 2. cap. 12. di queſta, ch'è più diffuſa, e più ſtu
diata di tutte, tratta ancora De Lamis, Sagis, & Strigibus. At
- B ij teſta
I2 O s s E R V A z I o N E IV.
teſta ſul bel principio, che coſtoro nottu potiſſimum ſua arripiunt
itinera , e infantum corporibus inſidiantur .... puerorum que ſangui
nem ſugunt, e che per ciò il Profeta Geremia Thren. I v. le com
parò colle Lammie. Aggiunge, che della carne de bambini ucci
ſi, fanno una decozione, e ne ſpremono un ſucco aſſai pingue e
craſſo, dal quale poi diſtillano due decotti: uno liquido, e que
ſto ſe lo beono; l'altro più denſo, e di queſto fanno conſerva
in un pitale per quando vanno alla brigata: Altero pinguiore in va
ſe quodam ſervato, corpora propria nottu obliniunt, quando ad conven
ticula celebranda cum Damone accedere ſtatis temporibus debent . Paſſa
al punto del real traſporto, e del congreſſo notturno: e quanto alla
poſſibilità, dice, che non ci è diſputa, ma quanto al fatto, egli ci
aſſicura, che ſi dà, benchè rariſſime volte , il che però convien
intendere ſanamente, e riguardo a chi credeſſe, che ſeguiſſe quaſi a
ogni notte, mentre peraltro accerta , che Femina libidinis a ſtu pra
viris ardent ſemel vitiata ob majorem humiditatem, e che ut hanc Ve
neris effrenem paſſionem expleant abunde, notturnis Damonum complexi
bus vacant ; anzi nota preciſamente quando ſi celebri queſta ve
glia , cioè diebus quadrageſima , ci potiſſimum hebdomadae ſanctae,
quatuor temporum, aliorumque feſtorum : ed ha ancora ſcoperto un
nuovo luogo in Italia, ove ſi tiene, cioè Montem Veneris prope .
Lacum Urſinum, il qual certo io non dirò dove ſia . Probabilmente ,
andrà letto Nurſinum, e s'intenderà il famoſo Lago di Norcia, ,
poco diſcoſto dall'Antro della Sibilla, o ſia Fata, di cui parlaſi al
la lunga nel Lib. 5. del Guerrin Meſchino. I ſalti bizzarri col men
to in ſu, le adorazioni retrograde e prepoſtere, che fanno le Stre- ,
ghe a Satanaſſo, la qualità del cibi ora ſquiſiti, ora inſipidi, che
mangiano, con altri ſegreti del congreſſo notturno, niuno gli deſcri
ve meglio, e l" al vivo di queſto Padre. Parla poi de Martinelli,
ed inſegna, che non ſolo ſervono per accompagnare le Streghe
alla converſazione, una anche per quando non ſi ſentono voglia
d'andare, mentre allora Martinetus Sagarum corpora ſubit, penetrat
que, ci illarum ſenſus opprimit, ut nihil omnino ſentiant etiam laeſc
ci flagellata : Inſegna altresì, che acciò le Streghe poſſano paſſare,
e ripaſſare liberamente per le ſtanze a porte chiuſe, il Demonio di
vide, e sfaſcia le muraglie, poi in un batter d'occhio le riſabbrica
mirabilmente, e le riuniſce; ove non ſo perchè non baſtaſſe aprir l'
uſcio, o le feneſtre. Inſegna pure, che acciò il marito non cerchi
indarno la moglie, quando queſta ſi trova al congreſſo, il Demonio
foſtituiſce a far le veci ſue in letto una befana impaſtata d'aria. Fi
nalmente viene agl'Incubi, e Succubi, e fondandoſi ſopra S. Ago
ſtino, e S. Tommaſo, gli ammette, e pretende, che ſebben di ra
clo, pure anche prole da tal commercio poſſa naſcere, onde chiama
le Streghe ſpurciſſima Damonum pellices & concubina. Si era Poi cre
du
O s s E R v A z I o N E IV. I3
dito finora, che coſtoro foſſero per lo più femmine prive d'aman
te, e poſte in dimenticanza da tutti, le quali a Benevento andaſſero
cercando ciò, che in caſa non avevano: ma noi dalla nuova Mora
le impariamo, che biſogna temere anche di quelle, le quali ſon ſer
vite e corteggiate, nè d'innamorati han penuria. At ſimul perpende,
sante hominum ſit ſtultitia, dum faſces, animumque muli erculis iſtis
filmittunt, illarum imperio parent, illis diu nottuque inſerviunt, illa
mque mancipia evadunt miſerrima ; ut tandem ex earum commercio &
terpora peſte inficiantur, e animus praſtigiis faſcinetur. In ſomma
geſto Padre eſprime particolarità, e circoſtanze così preciſe, che
di un teſtimonio di viſta in fuori, non ſi potrebbe deſiderar di van
tggio Ragioni, che riſolvano l'ultime difficoltà propoſte ſopra ta
i quiſtioni, non ſi leggono per verità in queſto Libro: ben ſe ne
ligge una, che val per cento, ed è, che coloro, i quali a coteſte
ſue incontraſtabili verità s'oppongono, ſono Lutherus, Melanchthon,
farmigue iſtius furfuris ſettarii, quibus nonnulli Catholici adharent.
ſi mnes iſti Andabatarum more rem peragunt, hoſtemdue quem fe
tant, confingunt. -

Che dirà ora il Sig. Marcheſe? Quanto al principale della ma


sti, non abbiamo qui un altro Malleus Maleficarum, un altro Bo
iº, un altro Delrio, ed anche peggio? E pure il libro è fre
imo, e porta in fronte la data di Roma. Chiuderò queſto
trato con quanto ſi legge nel Tit. 9o. Num. 41. de Comen
º i Rituale Romanum del Sig. Ab. Girolamo Baruffaldi Arciprete
º ſento, uſciti alla luce in Venezia l'anno 1731. Iſta Striges in
º, prout diximus, non adeo rara ſunt, o conventiculas, ci catus
ºt ad facienda comitia, cy machinationes pro pueris praccipue, &
ºiris contaminandis. Si replicherà, che tutto inſieme quanto ho
ºnora accennato, monta poco. Egli è veriſſimo, ma prova ſe non
iro, che anche in Italia non è il ſolo popolo ſtolido e ſcimunito,
tre la Stregheria alloggi, e prova, ehe le ſentenze capitali con
iº le Streghe, non s'odono ſolo oltre i monti, e ne paeſi bar
i-

Che con tutto ciò qualcuno in ogni nazione ſi tro


"i, che ci abbia fede, anche fra coloro, che ſcrivon
ºi, anche fra quelli, che ſono in dignità coſtituiti;
Sueſto di qualunque opinione, per iſtravagante che ſia,
º avvenuto, e per quanto altri parli in contrario, o
istiva, avverrà pur ſempre, ed è quaſi una ſpezie di
receſſità in così immenſa moltitudine, e diverſità di
Servelli, e d'umori: ma dell'opinion comune, e del
entimento univerſale s'intende qui, e ſi fa caſo.
O S
I4 O s s E R V A z I o N E V.

O S S E R V A Z I O N E V.

L non far caſo degli errori, nè opporſi agli abuſi, ſe non quan
do ſono comuni ed univerſali, ſarebbe quanto non portar
acqua allorchè arde una caſa, od una contrada, ma aſpettare,
che vada a fuoco e fiamma la città tutta. Allorchè il Sig. Mar
cheſe ſi fece ad impugnare la Scienza Cavallereſca con quel ſuo
dotto ed erudito Libro, che sì gran credito gli ha poi giuſtamen
te guadagnato, qual era l'opinion comune, ed il ſentimento uni
verſale intorno a tal Profeſſione? Quell' uſo, e quell' approvazione
della scienza moſtra ( ſono parole di Valerio a Marcello, o per
dir meglio, di lui medeſimo nel Lib. 2. Cap. 8. della Scienza Ca
vallereſca ) che tu credevi univerſalmente, e da per tutto diſteſa, ſi
riduce a non eſſere che dell'Italia ſola; anzi che dico io? nè pur dell ,
Italia tutta: poichè ne ſta pur ſenza alcuna intera Provincia, dove
la virtù delle armi per le frequenti guerre mantienſi, pochiſſimo ſe ne
parla in alcun altra, dove la gloria degli ſtudj ſingolarmente riſplen
de; e niuna profeſſione, e niuna ſtima ne vien generalmente fatta in
alcuna dominante Città, che del nome Italiano è l'ornamento, e 'l ſo
ſtegno. Si riduce dunque il fervore di queſto ſtudio alle Città più ozio
ſe, ed in queſte medeſime ſe ne ridono gli uomini militari; e ſe ne
ridono gli acuti ingegni; e ſe ne ridon coloro, che uſciti della lorº
Trovincia, ſeppero far uſo dei viaggi a rifleſſione, ed a profitto ...
Uſanze ed opinioni tali da tutti gli uomini di maggior virtù, e di
maggior fama ſon diſapprovate e deriſe. A che dunque far tanto
onore ad un'Arte sì poco apprezzata, anzi cotanto deriſa, vilipe
ſa, e conculcata da tutti? A che impiegar tanto ſtudio per dile
guarla? Egli mi riſponderà ſicuramente, che ſebben gl'ingegni acu
ti, e gli uomini di maggior virtù, e fama conoſcevano la vanità
della Scienza Cavallereſca, pure in più luoghi veniva ridotta all'
atto pratico; e " il Duello per i divieti rigoroſi de'Prin
cipi, e per le ſcomuniche di Roma foſſe già ito in diſuſo, non
era però così de'Manifeſti, e del Conſulti del Profeſſori di Cavalle
ria, i quali ancorchè a riſparmiare il ſangue, ed i pericoli di
morte miraſſero, pure tenevano ſempre in credito uno ſtudio in
ſulſo e ſciocco, conſervavano tra Nobili puntigli, e inimicizie ;
fomentavano opinioni falſe, e " interminabili in materia d'
Onore, preſcrivevano regole, e formalità ridicole in caſo di ſod
disfazioni, ritardavano il corſo alle Paci, che colla prudenza, e
colla deſtrezza, ſenza tante regole e ſpeculazioni, ſi ſarebbero me
glio effettuate, e ſe altro di male prodotto non aveſſe, il farci
deridere, e mettere in burla per così fatte uſanze dall'altre nazio
ni, che in altri tempi la norma del pulito e colto vivere dall'
Ita
O s s E R v A z I o N E V. 15
Italia impararono, non era al certo picciolo di ſonore, e ſvantag
gio. Mi riſponderà altresì, che quelli ſteſſi Saggi, i quali per al
tro della Scienza Cavallereſca niun conto facevano, non tutti for
ſe avevano una giuſta idea della ſua origine, nè tutti conoſceva
no pienamente i difetti, le peſſime conſeguenze, e l'occulto vele
no, che ſotto ſpecioſi titoli naſcondono i Libri di tal Profeſſio
ne, più tal volta nocivi ove di Pace, che ove di Duello ragio
nano; e che però era neceſſaria un' Opera, che tutto ciò metteſ
ſe nel ſuo maggior lume, che appagaſſe l'animo di ciaſcheduno,
cribrando meglio quanto in tal propoſito fu ſcritto, eſtirpando
dalle ſue radici una sì dannoſa, e venefica pianta.
Ora io riſpondo, che nel fatto della Stregoneria gli acuti inge
gni, e gli uomini di maggior virtù, e di maggior fama, non ſono
tutti perſuaſi, che ſia una mera immaginazione. Credono diverſa
mente infiniti Teologi, Giureconſulti, ed anche Medici. Libri v'
ha ſenza fine, che tal credenza confermano, e autorizzano; tal
chè il tenere l'oppoſto paſſa preſſo gran Maeſtri in Divinità per
ſentenza non ſolo falſa, ma anche pericoloſa. Riſpondo in ſe
condo luogo, che quando ancora tutti i più dotti e ſapienti uo
mini del mondo perſuaſi foſſero, altro non eſſere la Stregoneria,
che una vana chimera, il mondo, come ſi ſa, non è ſempre da'
più ſaggi regolato, anzi i mezzanamente dotti, i ſuperficiali, ed
anche gl'ignoranti fanno ſpeſſo le carte. I Tribunali adunque, ed
i Magiſtrati, ſopra i quali i Principi ſi ripoſano, e che di ſimil
genere di perſone o i" in gran parte compoſti, o a quelle ne'
caſi ardui ricorrono, ondeggiano, e non ſanno riſolvere. Moltiſſi
mi veramente ſeguono in pratica l'opinion migliore, ch'è di i"
chi Dottori: ma molti altri alla più comune s'appigliano, ſer
vendo loro di ſoſpetto la ſteſſa ſingolarità, e però proceſſano le
Streghe, e le fanno ancora miſeramente morire, come i fatti ſo
lamente nello ſcorſo anno ſeguiti, pur troppo il dimoſtrano. E
per terzo finalmente riſpondo, che il non eſſerſi fin qui potuto
intieramente dileguare così pazza opinione, dal non eſſerſi ben in
teſa, nè a fondo ricercata l'origine ſua è nato, nè eſſerſi per an
che veduta un Opera, che le prove, e gli argomenti dell'oppoſta
parte compiutamente riſolvendo, tutti appagaſſe. Lodevole adun
que, non può negarſi, e potrebbe anche dirſi neceſſaria fu l'im
preſa del Sig. Marcheſe: ma non men lodevole, nè men neceſſaria
; dovrebbe pur eſſere giudicata anche la mia, giacchè gli effetti del
creduto congreſſo notturno ſono ancor più funeſti, e lagrimevoli
di quelli della vantata Scienza Cavallereſca, che a guerra di pa
role, ed a colpi di penna, anche prima ch'egli ſcriveſſe, era già
ridotta.

So
16 O s s E R v A z 1 o N E V.
Sopra l'arte Magica io non mi trovo veramente in
grado di ſcrivere a lungo, nè di propoſito: accennero
ſolamente in breve quelle ragioni, che mi coſtringono
a ridermene, e che mi fanno pender grandemente al
opinion di quelli, che mera illuſione la ſtimano, e va
nità. Avvertirò prima d'altro, che non biſogna laſciar
ſi adombrare dalla verità, e ſicurezza delle Magiche
operazioni, quali abbiamo nel Teſtamento vecchio. Da
uelle non ſi può trarre argomento per verificare la
ſuppoſta Magia de tempi noſtri. Tanto moſtrerò chia
ramente nel procedere del mio diſcorſo, e moſtrerò,
che la mia credenza appunto dalla ſacra Scrittura -
riva, e ſu la tradizione del Padri ſi fonda . Parliamº
adunque per ora degli odierni Maghi.
II. Se queſt'arte d'inſoliti, e maraviglioſi effetti opei
ratrice ſi dà, o naſce da cognizione ſcientifica, e da
ſtudio, o da ſcelleratezza di chi rinegò Dio, e coltiva,
ed invoca il Diavolo, -

O S S E R V A Z I O N E V I.

L coltivare il Demonio o con un'eſpreſſa famigliarità, o eoli,


pratica di quelle coſe, che da coloro, i quali famigliarità con
eſſo prima ebbero, furono inſegnate, e preſcritte, è coſa aſſoluta
mente neceſſaria nell'Arte Magica, non così lo ſtudio, e le cogni
zioni ſcientifiche; mentre a qualunque ſegno, e cerimonia avrebbe
potuto il Demonio alligare l'operazion ſua. Perchè però ad ogni
atto, figura, o parola corriſpondendo egli, pochi ſarebbero ſia
gli errori, le falſità, e le ſuperſtizioni, ch'avrebbe introdotte nel
mondo, e perchè il difficile più del facile s'ammira, e s'ha in pre
gio; quindi conveniva dar più regole, e precetti ; far ammaſſo di
cerimonie lunghe, e di riti ſtudiati, ridur il meſtiere a principi
quaſi d'una vera Arte, o Scienza; in una parola, oſtentar miſtero,
ed imprezioſirlo colla difficoltà, e cogli arcani. Quinci tutte le dot
trine, e i filoſofeggiamenti dal Sig. Marcheſe qui appreſſo mento
vati, " ( a riſerva dell'applicazione di certe ſpezie naturali,
che poſſon crederſi mezzi per preparar la materia, e meglio diſpor.
la all'effetto ) ſon tutte coſe arbitrarie, e vane, e veramente de
gne di riſo, ſe i veri effetti, che hanno prodotto, e produr poſſono
tuttavia, conſentiſſero di ridere. E queſta può dirſi la Magia delle
perſone di ſtudio. Come però il Demonio non a ſoli letterati tende
le
O s s e R v A z 1 o N E VI. 17
le ſue inſidie, ma agl'ignoranti ancora, e a tutti generalmente i
così non ha mancato d'accomodarſi alla capacità di chiccheſſia,
compartendo le grazie ſue anche ſenza tante applicazioni e miſte
ri, con ſoli ſegni, oſſervanze, caratteri, e coſe ſimili, che ſi chia
mano Superſtizioni, e Fattucchierie, e di donnicciuole, e gente
vile ſon paſcolo. E queſta può dirſi una ſeconda Magia per la
lebe, e per gl'idioti, i profeſſori della quale, Maghi putativi ho
f, altrove chiamato i ma poichè non ſon già putativi gli effet
ti, che coll'aiuto del Demonio producono, a pena, ed anche di
morte, poſſono con tutta giuſtizia eſſere tal volta ſoggetti; Non
arrivano già d'ordinario coſtoro a produr le maraviglie del Maghi
ſcientifici, i quali oltre al danno, o utile altrui, al dilettevole
ancora, ed a certi giocoſi ſpettacoli s'eſtendono ( quaſichè l'aſtu
to Maeſtro con tal mercede compenſar voleſſe la maggior fatica,
e ſtudio impiegato nell'Arte ) ma pure affatto in vano non s'ado
prano, maſſime per conto di danneggiare le piante, gli animali,
ed anche gli uomini.

Che a ſcientifica cognizione, ed a ſtudio venga at


tribuita, ſembra talvolta, nominandoſi anche in que
I 64a
ſto libro i veri Miſteri dell'arte Magica, e affermandoſi, pag.
pochi eſſer coloro, che ne'lunghi, aſtruſi, e difficili precet
ti di tal diſciplina ſiano veramente ammaeſtrati . C' è chi
ſpaccia, come per leggere i libri di tal dottrina, tutta Pag. 164 -

l'età dell'uomo appena baſta. Vien detta alle volte Scienza


magica, e Filoſofia magica. Vien fatta derivare dalla Fi
loſofia di Pittagora. Vien conſiderata l' ignoranza dell' pag. 436.
arte Magica, come una delle cagioni della ſcarſezza de i Ma
ghi. Chi ne parla, ricorda le ſcale dell'unità e del bi
nomio, e ancora del duodenario orfico; l'armonia del
la natura compoſta di proporzione ottava, o dupla, e pag. 322»
quinta, o ſeſquialtera; i nomi ſtrani, lunghi, e nulla 3.25 -
ſignificanti, che hanno ſopra umana forza; il conſenſo
delle baſſe, e delle alte parti del mondo, inteſo il qua
le per via di parole, o di pietre ſi commercia con gl'
inviſibili; i numeri , e le note, quali corriſpondono a
que' Spiriti, che hanno in dominio i diverſi giorni, o le
:
diverſe parti del corpo; circoli, triangoli, e pentago
ni, che hanno virtù di coſtringer gli Spiriti; e più al
tri arcani di queſto guſto, ridevoli per verità ſomma
C InCn
18 O ss e R v Az 1 o N e VII.
mente, ma atti a rapir la mente di tutti coloro, qua
li tutto ciò che non intendono, ammirano.
III. Ora benchè della ſcienza naturale, e delle in
trinſeche proprietà, e cagioni delle coſe tanto ci tro
viamo all'oſcuro, chi non vede però, che relazione, o
proporzione non può correr veruna fra Spiriti imma
teriali, e circoli, o triangoli da noi diſegnati, e nomi
poliſillabi, e nulla ſignificanti?
O S S E R V A Z I O N E VII.

Val minor relazione di quella, che paſſa tra l'acqua elemen


tare, o le parole umane, e la Grazia Divina? E pure ſe
condo i riti della Cattolica Chieſa, alla materia dell'acqua
applicando per cagion d'eſempio la forma delle parole: Ego te ba.
ptizo ci c. il battezzato riceve la Grazia Sacramentale. Non è già,
che o l'acqua, o le parole ſieno vera cagion efficiente di cotal
Grazia, che queſta viene da Dio; ma poichè Iddio giuſta l'ordi
nazione fatta da Criſto nella ſua Chieſa, ſenza ſimile applicazio
ne di coſe, non la produrrebbe giammai, anche l'acqua, e le pa
role poſſono pretendere il titolo di cagione almeno occaſionale, co
me dicono le Scuole, in quanto che danno impulſo e motivo al
la produzione della Grazia. Lo ſteſſo ( mi ſi perdoni l'uſar qui
queſta parità ) può dirſi del circoli, del triangoli, de nomi barba
ri, e d'altre ſimili cerimonie magiche. Preſe nell'eſſer ſuo natu
rale, niuna proporzione hanno al certo cogli Spiriti infernali: ma
quando tra queſti, e gli uomini patto, e convenzione intervenga,
che facendo il tal ſegno, o le tali parole pronunziando, eſſi poi
queſto, e quell'altro effetto produrranno, o anche ſenza alcuna
convenzione, gli Spiriti da sè, poſte tali circoſtanze, ſi determi
nino ad operare, quella relazione ben toſto acquiſtano, che paſſa
tra i Sacramenti della Chieſa, e Criſto, che gli ha iſtituiti, va
le a dire tra la cagione efficiente, e la cagione occaſionale, la qual
relazione è grandiſſima, mentre la prima di queſte due cagioni
non opera ſenza l'intervento della ſeconda. -

Chi non vede, quanto ſia vano il penſare di farſi


ubbidire da ſoſtanze inviſibili, e ignote col mezzo d'
erbe, o pietre, o ſegni da noi fatti, e caratteri? Per
lungo ſtudio ch'uom faccia ſopra l'immaginata anima
del mondo, e ſopra l'armonia della natura, e il con
fenſo, e l'influſſo, chi non vede, ch'altro mai non ne
l l
O s s e R v A z 1 o N E. vII. - I9

ritrarrà fe non termini, e parole , ma non già, effetti


fenfibili , e la naturale umana forza fuperanti?
O S S E R V A Z I O N E V III.

I; penfàre, che l'erbe, Ie pietrc, c i caratteri Natural mezzo,


.1 pófíàno cffere per farfi ubbidire da' Demonj, e chc cotal ubbi.
dienza fia neceffària , e cagionata da virtù propria di tali cofe ;
vanità certamcntc farebbe , e fciocchezza grandiffima : ma non è
già così quanto al penfare, che 1'erbe, e le pietre' poflano effer
mezzo Morale, per ottener 1'ubbidienza anche de' Demonj, e che
sì fatta ubbidienza fia libera, e maliziofàmente da quelli voluta,
per poi acquiftar dominio fopra 1' animo del Mago , e in luogo d'
èffere fervi 'di lui , far lui loro fervo e fchiavo. Illiciuntur autem
Daemones ( dice S. JA goflino nel Lib. z I. Cap. 6. De Civitate Dei )
ad inhabitandum per creaturas, quas non ipfi , fed Deus condidit, de
le&iabilibus pro fua diverfitate diverfis , non ut amimalia cibis, fed
ut Spiritus fignis , quæ cujufque deleëtatiomi congruumt , per varia
genera lapidum , herbarum, lignorum , amimalium , carminum , rituum.
Ut autem illiciantur ab hominibus, prius eos ipfi aflutiffima calliditate
feducunt , vel infpirando eorum cordibus virus occultum , vel etiam
fallacibus amicitiis apparendo, eorumque paucos difcipulos fuos faciunt,
plurimorumque dotfores. Neque enim potuit , nifi primum ipfis docen
tibus, difci quid quifque illorum appetat, quid exhorreat, quo imvite
tur momine , quo cogatur ; umde Magicæ JArtes, earumque artifices exti
terumt. Odafi ancora Eufebio nel Lib. 5. Cap. 7. De Traparatione
Evangelica : Jam vero non alios ab initio maleficæ artis magiftros,
quam egregia Numina conftat : qui enim ifthæc homines aliter' moffe
potuiffent, nifi Dæmones iis res fuas ipfi aperuiffemt , & quibus qui
que vimculis conflringantur indicaffemt * Neque vero mofiram hanc ora
?
'. tionem effe putes, quippe qui nihil iftorum a nobis aut intelligi , aut
experti fatemur: idem a mobis teftis ( Porphyrius ) producatur, qui
& fapiens a fuis habetur , & ommes religionis patriae rationes accura
* te mon modo movit, fed etiam expofuit. Ille igitur im laudata Oracu
i3
lorum colleétione ad verbum habet quæ fequuntur. Neque tantum , im
quit , proprias inftituti fui rationes, aut cetera, quæ a nobis comme
. morata funt, verum quibus ipfi rebus aut delettentur, aut vincian
tmr, immo quibus etiam cogantur, indicarunt : quibus item hoftiis rem
y. facram fieri , quas dies caveri, quam im formam ac fpeciem fimulacra.
configurari oporteat : quonam ipfi ore habituque appareant , quibus in
locis affidui funt. ' *.

Fu crrore di molti antichi Filofofi , fulla fuppofta Anima Uni


verfalc del mondo, e Confenfo tralle fuperiori ,`cd inferiori cofe
C i j. fön
2O O s s E R v A z 1 o N E VIII.
fondato, il credere, che per via d'erbe, di pietre, e d'altre ſimi
li ſpezie naturali, ſi poteſſe agir fino in cielo, ed arrivar a com
muovere le ſteſſe Soſtanze Angeliche, ( che di ſottil corpo veſti
te credevano ) coſtringendole, e rendendole pronte a noſtri cenni .
Di qui è, che la loro Fiſica, o vogliam dire Magia Naturale, ave
va aſſai del ſuperſtizioſo, e veniva a confonderſi colla Magia det
ta Ceremoniale, ch'era l'arte di conciliarſi per via di certi riti gli
Spiriti. Di qui è altresì, che per coſa non ſolo lecita, ma ſantiſ
ſima, e divina paſſava allora queſta Magia Ceremoniale, purchè non
tendeſſe al commercio, e famigliarità cogli Spiriti immondi , e
cattivi, il che era illecito, e Coexia veniva detto, a diſtinzione
della Teurgia, che riguardava il commercio cogli Spiriti puri, e
buoni. E di qui è per fine, che Mago preſſo eſſi ſuonava quanto
Filoſofo, o Sapiente, attribuendo il nome di Malefico a coltivato
ri della Goezia. Queſt'è l'idea, che della Magia ebbe già la cie
ca Gentilità. Come però noi ſappiamo beniſſimo, che gli Spiriti
puri, e buoni non corriſpondono agli errori, ed alle ſuperſtizio
ni degl'infedeli, non amano ſacrifizi, nè ſi laſciano allettare, o
impaurire da coſe corporee e materiali, così ſappiamo altresì ,
che tutta la Magia Ceremoniale, ed anche talvolta la Naturale ,
altro in ſoſtanza non era, che una mera Magia Diabolica, ſotto
ſpecioſi titoli palliata e coperta. Eglino ſteſſi in mezzo a tante
tenebre pur ravviſarono, che la coſa ad errore, ed inganno era
ſoggetta. Il celebre Torfirio diſtingue gli Angeli da Demoni, e la
Teurgia dalla Goezia; ma poi fluttua e tituba, nè ſa dar giudizio
fermo ſopra il merito di quella, moſtrando confonderla con que
ſta. Nunc enim hanc Artem ( dice di lui S. Agoſtino nel Lib. 1o.
Cap. 9. De Civitate Dei ) tamquam fallacem, cº in ipſa aſtione per
iculoſam, 23 legibus prohibitam, cavendam monet: nunc autem vel
ut egus laudatoribus vedens, utilem dicit eſſe mundanda parti anima,
non quidem intellettuali, qua rerum intelligibilium percipitur veritas,
nullas habentibus ſimilitudines corporum ; ſed ſpiritali, qua corpora
lium rerum capiuntur imaginesi. Anzi riflettendo queſto Filoſofo ſo
pra uil fatto di certo Caldeo, il quale da altro Teurgo, che con
mezzi più potenti legate aveva le Intelligenze, era ſtato deluſo ,
IlOn " ifficoltà di dire : Theurgiam eſſe tam boni conficiendi quam
mali, ci apud Deos & apud homines diſciplinam . Il mentovato S.
Agoſtino nel cap. 11. del citato libro De Civ. Dei, ed Euſebio nel
Lib. 5. cap. 6. De Praparatione Evangelica, fanno menzione d'una
Lettera da queſto Filoſofo ſcritta ad Anebonte, o come altri lo
chiamano, Anebone, Sacerdote Egiziano. In queſta profeſſa Porfi
rio di maravigliarſi, come gli Dei per via di vittime non ſolo ven
gano allettati dagli uomini, ma coſtretti ancora, e forzati a fare
ciò, che vogliono, e come, eſſendo Dei, ſi tenga poi, ch'
-
" 1C
O s s E R v A z I o N E VIII. 2I

ſeno benefici, altri malefici . Dimanda, ſe gl'Indovini, ed altri


operatori di maraviglie, ſieno dotati d'un'anima più eccellente de
gli altri uomini, ovvero operino coll'aiuto di qualche Spirito ,
ch'eſteriormente accorra, e gli aſſiſta, di che par ſegno l'uſo dell'
erbe, e delle pietre, che coſtoro fanno. Ricerca altresì ende av
venga, che indirizzate preghiere agli Dei buoni, ſortiſcono effet
to anche circa i deſideri cattivi ed ingiuſti degli uomini: perchè
queſti Dei ricuſino d'eſaudire perſona, che per più di non ſi ſia
aſtenuta dalle coſe di Venere, quando eglino ſteſſi non mancano
d'indur chiccheſſia a qualunque impuro congiungimento; e perchè
vietino a lor Sacerdoti l'uſo degli animali a fine di non reſtar con
taminati da vapori corporei, quando eſſi amano tanto i medeſimi
vapori nelle vittime, che lor ſi ſacrificano , con molte altre dif
ficoltà e quiſtioni, che ne citati luoghi poſſono vederſi. I dubbi,
e l'ombre, che ingombrarono la mente di Porfirio, non è diffi
cile ſieno paſſate anche per quelle d'altri antichi Filoſofi, e ſin
golarmente di quelli, che per apprendere la Magia, più travaglia
rono; e ben può crederſi, che ne moſtraſſero ſtima, e arcano ne
faceſſero, ma quanto alla pratica, poco ſe ne dilettaſſero, conten
tandoſi d'averne inteſi i miſteri. Se l'uſo pertanto incominciò a
º conſiderar come Malefici gli ſteſſi Maghi, e ſcambiar vicendevol
mente queſti due termini, non può la Magia lagnarſi, che torto
veruno le ſia ſtato fatto, non meritando d'aver nomi diſtinti ciò,
che in ſoſtanza è la ſteſſa coſa.

Per accertarſi di tal verità , baſta oſſervare , che i


preteſi Maghi non furono già nè ſono uomini dotti, e
ſcienziati, ma perſone ignoranti, ed illetterate.
o ss E R v Az 1 o N E IX.
Nºdaignorante, nè illetterato fu il celebre Simone Mago, detto
S. Ireneo nella Prefazione al Lib. 3. contra bareſes, Pater
omnium Hereticorum, il qual però fu piuttoſto Filoſofo, che Teo
logo, e dalle Scuole Egiziane, che l'Oriental Sapienza coltivava
no, derivò tutte le ſue pazzie. Meno ancora lo fu Apollonio Tia
neo, gran Mago, e inſieme gran Filoſofo ( del quale più ſotto
cadrà di nuovo diſcorſo ) chiamato da Flavio Vopiſco in Aureliano
cap. 24, celeberrima fame autoritatiſque sapientem, che ſcriſſe più
libri, e di cui dice S. Girolamo nell'Epiſt. 53. ad Paullinum, che
invenit ille vir ubique quod diſceret: & ſemper proficiens, ſemper ſe
melior fieret. Non fu parimente ignorante Cipriano Veſcovo d'An
tiochia nella Fenicia, prima Mago, poi Santo, anzi Martire, gli
-- Atti,
22 O s s E R v A z I o N E IX. )
Atti di cui, ancorchè forſe di qualche grazioſa novelletta im
bellettati, pure nella ſcſtanza ſicuri, abbiamo dalla Confeſſio S. Cy
priani, che dietro all'Opere del Cartagineſe ritrovaſi, e dove ſi
lcgge: Nec quidquam in terra, aut in mari, aut in aere me latuit,
ſive phantaſia, ſive ſcientia , ſive variis modis, ſive machinatione
aut artificio contineatur, uſque ad Scripturarum per praſtigias tranſ
lationem, 3 alia eſuſmodi omnia .... evanui in litteris, o dottri
ma inſtitutione ad meam perniciem abuſus ſum. Non lo fu quel Mar
co, che nel Cherſoneſo mcnava vita ſolitaria, e di cui Tºſello, il
qual ſcco aveva famigliarmente trattato, atteſta nell'Operetta De
Damonibus, che ſi quis alius, in Damonum cultu profecerat, inſpexe
ratque apparitiones Damonum. Hac ergo ante tanquam vana, falſa que
ſperne bat, atque deteſtabatur: deinde vero palinodiam cecinit, veriſque
dogmatibus, 9 noſtris adbaſit. E non lo furono per fine tant'altri,
che non ſa di meſtieri ricordar qui, baſtantemente eſſendo ſtato di
ſcuſſo queſto punto da Tietro Bayle nel Tom. I. Cap. 38. della Riſpo
ſta alle Cuiſtioni d'un Provenzale, il qual conchiude, che la curio
ſità de Grandi, e de Filoſofi, è quella, che ha ſoſtenuto, ed accreditato
l'Arte Magica. Un fatto ſolo non poſſo diſpenſarmi di riferire, e
è quello, che ſeguì in Antiochia l'anno 374. al tempo dell'Impe,
rador Valente, quando con artifizi magici e ſuperſtizioſi ſi cerco
di ſcoprire chi al medeſimo ſarebbe nell'Imperio ſucceduto; i
che poi della morte di tante perſone, anche innocenti, fu cagio
ne. Si ha da Sozomeno nel Lib. 6. Cap. 35. che coloro, i quali i
quella faccenda ſi frammiſchiarono, furono Filoſofi Gentili. Gentile
vero Thiloſophi ( dice egli J ea tempeſtate pene univerſi periere
'Nonnulli enim, qui in Philoſophia praſtare ceteris videbantur, Chri,
ſtiana religionis incrementum agre ferentes, quiſnam Valenti in Impe.
rio ſucceſſurus eſſet, pranoſcere ſtuduerunt. Deſcrive il tentativo, e
la funzion magica, che praticarono, indi ſoggiunge: Itaque Theo
dorus, 3 tripodis artifices comprehenſi, hi quidem flammis abſumi,
ille gladio obtruncari juſſi ſunt. Sed & quotguot in Imperio Romano
celebriores erant Philoſophi, hac de cauſa ſimiliter extincti ſunt .
Cumque Imperatoris ira nullis retinaculis coerceretur, etiam in eos qui
Thiloſophi non erant, ſed veſte dumtaxat Philoſophorum utebantur ,
cedes graſſata eſt. Ita ut me bi quidem qui aliis ſtudiis vacabant,
fimbriatis palliis uterentur, propter ſuſpicionem periculi ac metum, ne
vaticiniis & magicis conſecrationibus operam dediſſe videremtur. Di
Qui veggiamo chiaramente, che il ſoſpetto di Magia non ſopra
le perſone idiote e volgari, ma ſopra i Filoſofi cadeva. Baſta
adunque queſto ſolo fatto per far conoſcere, quanto ſia vero, che
i preteſi Maghi non furono uomini dotti, e ſcienziati, ma perſone igno
ranti, ed illetterate.

PCs
O s s E R V A Z I o N E X. 23
Potrem noi credere, che tanti inſigni e famoſi uo
Inini, in ogni genere di lettere verſatiſſimi, antichi, e
moderni, non aveſſero voluto, o non aveſſero potuto
comprendere, e poſſeder queſt'arte?
; (O S S E R V A Z I O N E X.

Iº Sig. Marcheſe ſi diletta aſſai di Tlinio, lo cita ſovente, anzi


qui appreſſo lo chiama il più dotto fra gli antichi, ed inſieme
il più curioſo, ed attento indagatore d' ogni maraviglia. Tlinio adun
que nel Lib. 3o. Cap. 1. ſcrive così: certe Tythagoras, Empedocles,
Democritus, Tºlato ad hanc diſcendam navigavere, eaſiliis verius quam
peregrinationibus ſuſceptis. Hanc reverſi predicavere, hanc in arcanis
babuere. Lo ſteſſo prima di Plinio aveva detto Cicerone nelle Toſco
lane Lib. 4. S. 19. e lo ripetono Eliano nella Varia Iſtoria Lib. 4.
cap. 2o. clemente Aleſſandrino Stromatum Lab. 1. e Laerzio nelle Vi
te di quel Filoſofi, maſſime in quella di Democrito, in cui ſul
bel principio si legge: Magos autem quoſdam & Chaldaos audivit ,
Xerxe Rege, patri illius praeceptores , quando apud illum hoſpitatus
eſt, relinquente, ut etiam refert Herodotus, a quibus cº Theologiam
o Aſtrologiam didicit, quum adhuc puer eſſet. Quale affinità aveſſe
la Teologia del Maghi colla Magia Diabolica, ben ſi conoſce dal
riflettere, che i Maghi praticavano la Divinazione, e le Predizio
ni, attendevano al culto, e ſacrifizi degli Dei, ragionavano dell'
eſſenza, ed origine di quelli, e pretendevano, che loro appariſſe
ro, come atteſta lo ſteſſo Laerzio nel Proemio. Quanto all'Aſtro
logia Giudiziaria ( che queſta, e non altra va inteſa per l'Aſtro
logia de' Caldei ella o non fu mai ſe non un impoſtura, o ſe
qualche volta colpì nel ſegno colle ſue predizioni, in maniera che
a caſo, o a malizia non poſſa attribuirſi, fu artifizio di Satanaſſo
per accreditar un arte vanifima, e radicar nelle menti un errore
troppo per lui vantaggioſo. Quindi è, che Plinio nel citato luogo
la conſidera come un ingrediente della Magia, che molto la ac
creditò, e Lattanzio Firmiano Lib. 2. Cap. 17. ne fa inventore quel
lo ſteſſo, che trovò gli Oracoli, la Negromanzia , e ſimili arti
Diaboliche: Eorum ( Daemonum ) inventa ſunt Aſtrologia , cº
.Aruſpicina, ci auguratio, ci ipſa quae dict. mtur Oracula, ci Ne
cromantia, cy Ars Magica. A mentovati Filoſofi facil coſa ſarebbe
l'aggiungere buon numero d'altri antichi, che di comprendere, e
poſſeder la Magia vaghi furono, ma l'autorità degià nominati ba
ſta per tutti quelli, che poteſſero addurſi.
Quanto a moderni, io reciterò qui ciò, che ſi legge nell'Apo
lgia di Giovanni Tico Mirandolano, il quale di quella ſteſſa Magia
par
24 O s S E R v A Z 1 o N E X.
parlando, che da Pitagora, da Empedocle, e dagli altri fu colti
vata, così ſoggiunge: Ex junioribus autem, qui eam olfecerint, tres
reperio, Alchindum Arabem, Rogerium Baconem, cº Guilielmum Pa
riſienſem, ci tempeſtate moſtra, vidi Antonium Cronicum, quamquam
in maximis agendis trattandiſque rebus occupatiſſimum i qua illius ta
men eſt ingenii ſublimitas & elegantia, ut omnes alias liberales ar
tes, ita hanc quoque pulcherrime attigiſſe. Non ſi dee temer d'erra
re aggiungendo a queſti Michele Pſello, che ſcriſſe trall'altre coſe
De operatione Dacmonum, e Roberto Ingleſe, detto il Perſcrutatore,
la Magia Ceremoniale di cui, e il Trattato De Myſteriis Secretorum
aveva letto l'Agrippa. Lo ſteſſo Pico ebbe queſt'Arte in "
mo pregio, vi s'applicò, e non ſolo non fu perſuaſo, che colla
Goezia confinaſſe, ma anzi tanto la ſtimò da quella lontana, quan
to è il cielo dalla terra. Il paſſo è veramente lunghetto, ma per
maggior lume anche di ciò, che ſi dirà dappoi, merita d'eſſer qui
intieramente traſcritto. Propoſuimus & magica theoremata, in qui
bus duplicem eſſe Magiam ſignificamus, quarum altera Daemonum tota
opere & autoritate conſtat, res medius fidius exſecranda ci portento
ſa : altera nihil eſt aliud, quum bene exploratur, quam Naturalis
Tºhiloſophiae abſoluta conſummatio. Utriuſque quum meminerint Gracci,
illam Magia nullo modo nomine dignantes, Tont eſay nuncupant: banc
propria peculiarique appellatione Maye ay, quaſi perfettam ſummam
que ſcientiam vocant. Magna autem, immo maxima inter has artes
diſparilitas ci diſſimilitudo. Illam non modo Chriſtiana religio , ſed
omnes leges , omnis bene inſtituta Reſpublica damnat, ci exſecra
tur: hanc omnes ſapientes, omnes caleſtium & divinarum rerum ſtu
dioſa nationes approbant & ampletiuntur. Illa artium fraudulentiſſi
ma i bac altior ſanctiorque Philoſophia . Illa irrita , o vana : bacc
firma, fidelis, o ſolida. Illam quiſquis coluit, ſemper diſſimulavit ,
quod in auttoris eſſet ignominiam & contumeliam: ex hac ſumma litte
rarum claritas gloriaque antiquitus, ci pene ſemper petita .... Ut
enim illa obnoxium mancipatumque improbis poteſtatibus hominem red
dit ; ita hac illarum principem c3 dominum. Illa denique nec artis, nec
ſcientiae ſibi poteſt nomen vendicare: hac altiſſimis plena myſteriis, pro
fundiſſimam rerum ſecretiſſimarum contemplationem, o demum totius
matura cognitionem complettitur: hac inter ſparſas Dei beneficio, cº
inter ſeminatas mundo virtutes, quaſi de latebris evocans in lucema,
non tam facit miranda, quam facienti natura ſedula famulatur: hac
zuniverſi conſenſum , quem ſignificantius Gracci 2 vara6eſay dicunt ,
introrſum perſcrutatius rimata, cº mutuam naturarum cognitionem
habens perſpettam, nativas adhibens unicuique rei c ſuas illece bras,
4ua Magorum 'vyrs, nominantur, in mundi receſſibus, in nature
3remio, in promptuariis arcaniſque Dei latitantia miracula, quaſi ipſa
ſi artiſex, prºfit in publicum ; ci ſicut agricola ulmos vitibus, icº
A1a
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Magus terram calo, id eſt inferiora ſuperiorum dotibus virtutibuſque


maritat; quo fit, ut quam illa prodigioſa & novia, tam hac divina
ci ſalutaris appareat. Le ſteſſe coſe, e colle ſteſſe parole ripete
queſt'Autore nell'orazione De Hominis dignitate. Per credito però,
e per giuſtificazione di sì Grand'Uomo, non biſogna dimenticarſi
di quanto in tal propoſito ſcriſſe di lui il nipote Gianfranceſco Pi
co nel Lib. 7. Cap. 2. De rerum Tºranotione, ove ſi legge: Sed in
hac ipſum ſententia, Naturalem hanc eſſe Magiam, ci tantopere cele
brandam, ad ultimum vitae non perſtitiſſè, ut putaverim, multa me
movent. Adduce le prove, indi ſoggiunge: Accedit quod in duode
d cimo adverſus Aſtrologiam libro Patruus ita ſcriptum reliquit: ,, Ne
, que vero nos fallat, quod me quoque adoleſcentem olim fallebat ,
, celebrata veteribus, etiam que Platoni, AEgyptiorum ſapientia &
, Chaldaorum, quos adiiſe Pythagoram, o Democritum, Eudoxum,
, & Platonem memoria proditum eſt. Nam celebre quidem illud at
, que divinum ſapientiae nomen de ſola ſibi carimoniarum, ci colen
, dorum Deorum cognitione vendicabant. “ Idem paullo poſt multis
edocet ſuperſtitioni eos tantummodo deditos, c Mathematica fuiſſe. In
eodemque libri progreſſu inde monſtrat emerſam Magiam, qua non eſt
aliud quam complexus Idololatria, Aſtrologia, ſuperſtitioſaque Medici
mae, quam ſicut alias quoque ſuperſtitiones in libris de vera Fide ad
verſus ſeptem hoſtes ſingulatim confutaturus eſſet. De qua autem Ma
gia ? De illa utique putaverim locutum, quan adoleſcens Naturalem
appellaverat. Intanto da queſto ſoave delirio dell'immaginazione
adeſcati, e col preteſto, che la Magia dagli antichi Filoſofi col
tivata, altro non foſſe, che Naturale, ed una perfetta, e conſu
mata Filoſofia, i ſogni della deluſa antichità ravvivarono più mo
derni, tra quali Giovanni Reuclino , Marſilio Ficino , Giovanni
Tritemio, e Cornelio Agrippa, che lungo trattato ne ſcriſſe, ma
poi ad imitazione del Pico, cantò anch'egli la palinodia, come
più ſotto vedremo. Ecco i moderni, che d'Arte Magica ſi dilet
tarono. Ma egli v'ha aneo a di più, mentre atteſtano molti ſcrit
tori, che in Salamanca, Siviglia, e Toledo ella s'inſegnò pubbli
camente, come ſi fa dell'altre Arti, e Diſcipline, il che fu poi
º meritamente vietato. Non ſono già io perſuaſo, che gli ſteſſi De
moni perſonalmente comparendo, la ſpiegaſſero in cattedra , che
queſte ſono piacevolezze da laſciarſi a Martino Delrio, ma per altro,
che nelle mentovate città Magia ſi leggeſſe una volta, non li, il Del
rio nel Proloquio alle Diſquiſizioni Magiche S. 9. e nel Lib. 2. Quaſt.
1. di quelle, ma lo atteſtano ancora Gerardo Gio: Voſſio De Idolola
tria Lib. 1. Cap. 8. e Girolamo Cardano De Subtilitate Lib. 19. il qua ;
le anzi aggiunge, che ibi aliqua adhuc Artis experimenta ſuperſunt. Lo
ſteſſo affermano di Cracovia Giovanni VViero De Praſtigiis Damonum Lib.
2. Cap.4. S. 8. e Filippo Camerario Horarum Subciſivarum Centur.I.
- D
“i
Cr
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Oſſerverò qui di paſſaggio, che ſenza aver veduto il proceſſo
fatto contra Ruggier Bacone Franceſcano, nè ſapere in si pre
ciſamente conſiſteſſero l'accuſe, che gli furono date, non avrei
ardire d'attribuir sì francamente a ignoranza il divieto, che de li
bri di lui fece a ſuoi Frati il Generale dell'Ordine, e la ſentenza
di carcere, che contro al medeſimo pronunziò, come dopo Gio
vanni Pitſeo, e Luca VVaddingo negli Annali, fa il Sig. Jacopo Bru
cker nella ſua Hiſtoria critica Thiloſophiae, ove di queſto Filoſofo
ragiona. Abbiam veduto coll'autorità del Pico, ch'egli applicò al
la creduta Natural Magia. L'error ſuo poteva adunque conſiſtere
in quello ſteſſo, in cui conſiſtette quello di eſſo Pico, e d' altri
moderni, cioè di donar troppo alla virtù delle coſe corporee, e
ſtendendo le forze della natura dove arrivar non poſſono. Che la Fi
loſofia di queſto Dottore, avvegnachè delle Matematiche, e d'altre
buone arti ſtudioſo, pure non foſſe affatto da Superſtizione eſente,
ben può arguirſi dalla fua parzialità verſo l'Aſtrologia Giudiziaria,
confeſſata anche dagli ſteſſi ſuoi apologiſti. Abbiamo in oltre da
Gianfranceſco Pico nel Lib. 2. Cap. 5. e nel Lib. 7. Cap. 7. De rerum
Traenotione, ch'egli pretendeva, che col mezzo dell'influſſo del cor
pi celeſti ſi poteſſe divenir Profeta. Che il Filoſofo Arteſio foſſe viſ
ſuto mille e venticinque anni, e viveſſe tuttavia al tempo ſuo, ſen
za verun ſegno di vecchiaia. Che coll'aiuto delle preparazioni Chi
miche, degli ſtrumenti Ottici , e Geometrici , dell' Oſſervazioni
Aſtrologiche, e dello Specchio d'Almuchefo, s'arrivaſſe a veder le
coſe future, preſenti, e paſſate, come aveva fatto Artefio. Che
queſto Specchio d'Almuchefo virtù aveſſe di domare, e render ub
bidienti gli animali bruti. E finalmente, che la carne de dragoni
mangiata aſſottigli l'intelletto, faccia diventar dotto, e non laſci
invecchiare: onde a dir ſuo i Sapienti dell'Etiopia per frollare, e
render atta al cibo queſta rigida carne, metteano a draghi la bri
glia, e la ſella, e gli cavalcavano per aria. Giovanni Pico nel Lib.
2. Cap. 9. Diſputationum in Aſtrologiam aggiunge, ch'egli tacciava
i Criſtiani , perchè non faceſſero feſta il Sabato, come fanno gli
Ebrei, atteſo che quello è giorno di Saturno, e la ſtella di Saturno
non è troppo favorevole a chi s'occupa, e lavora. Quaſichè Moisè
foſſe ſtato uno Strolago, ed il precetto di ſantificare il Sabato, non
ſopra divini miſteri, ma nell'influſſo de pianeti foſſe fondato. Da
queſto picciolo ſaggio abbaſtanza ſi comprende, che Bacone poteva
eſſer ſoggetto a dell'accuſe, le quali non derivaſſero dall'ignoranza
altrui, e che non ſolo proibizione del libri, ma anche gaſtigo pote
va meritare. Cornelio Agrippa nel Cap. 45. De Vanitate Scientiarum
lo chiama deplorati ingenii homo, ed il mentovato Gianfranceſco Pi
co così di lui conchiude: Ementiuntur ſapenumero ſuperſtitioſi bomi
nes ſua deliria, quamquam Rogerius, alioquin dotius, ab hac ſuſpicio
7, º
O s s E R v A z I o N E X. 27

me longe videtur, ut falſo ei ſuperſtitioſe vanitates inſcribantur, qui


eis ſcilicet plurimum inſudavit. L'oudino nel commentario De Scripto
ribus Eccleſiaſtici, gli attribuiſce un'Epiſtola De ligaturis, & ſuſ
penſis collo, cum incantatione & adjuratione, ed altri libri di ſimil
genere gli dà pure il VVaddingo negli Scrittori Franceſcani ; ma io
non ſo ſe ſieno coſe ſue. Il Naudè nell'Apologia per i Grand'Uo
mini tacciati di Magia , ſi ſtudia di giuſtificarlo, e cita il paſſo
dell'Apologia di Giovanni Pico; ma poi non mette in conto alcu
no nè la ritrattazione del medeſimo, nè l'oſſervazioni del Nipote.
Bella difeſa per verità, ſcolpare un reo con prove dall'avvocato
ſteſſo rifiutate. E pure a queſte prove in propoſito d'Alchindo ,
dopo il Naudè, ſono ricorſi Giovanni Seldeno nella Prefazione alle
origines Alexandrina , ed il mentovato Sig. Brucker nella citata
Opera.
In Inghilterra alquanti anni ſono fu " la prima volta dal Sig.
samuello Jepp pubblicato l'Opus Majus di queſto Scrittore. Queſt'
i edizione ſi è ora repetuta in Venezia colla giunta di un Prologo
Galeato , in cui ſtudiaſi principalmente di ſcolpar Dacone dalle
molte accuſe dategli. Lodo il diſegno di giuſtificarlo dalla taccia
di formal commercio col Demonio, e ſventar altre favolette po
polari, le quali non meno alla fama di lui, che alla verità ſteſſa
fanno torto, ma non ſaprei già commendare, che anche da Su
perſtizione ſi voglia netto, ſana chiamiſi la ſua dottrina, e quelli
autori ſi biaſimino acremente, che non così la ſentirono. Il Sig.
Jepp, cui la comunanza della nazione intereſſava più d'ognaltro
nella difeſa di queſto Filoſofo, pur non iſtimò bene di coprirne
le magagne. Aſtrologia, quam vocant Judiciariam ( dice egli alla
pag. 9. della ſua Prefazione ) plurimum addictus ſtellis efficaciam
quandam, ci quaſi influxum in res humanas expreſſe tribuit Baconus,
adeo ut harum ope & futura poſſe cognoſci, ci animam ad bona vel
mala eligenda diſponi plane judicaverit. IInde nihil demum incipien
dum, nihil, niſi frverent aſtra, agendum cenſuit: e lo prova con un
paſſo incontraſtabile dell'Opus Majus, in cui pag. 126, ſi legge: Po
luit ergo Deus res ſuas ſic ordinare, ut qua dam, qua futura pravide
rit, vel predeſtinaverit, rationabilibus per planetas oſtenderentur, ideo
ſcilicet ut mens humana Dei mirifica recognoſcens, in amorem ſui con
ditoris ſuccenſa erardeſcat. Il nuovo Prologo crede di sbrigarſi dal
la forza di queſto, e d'altri ſimili paſſi, che ſi potrebbero addur
re, coll opporre un lungo ſquarcio dello ſteſſo Opus Majus, da cui
ſi vede, come Bacone non pretendeva, che in virtù delle ſtelle
ogni coſa di neceſſità quaggiù ſeguiſſe, nè che infallibili foſſero i
i" dell'Aſtrologia in omnibus, 3 ſingulis, come ivi ſi ſpiega,
enchè in multis poſit habere judicium certum. Ma qual Aſtrologo
Giudiziario più a favore dell'arte ſua prevenuto, preteſe mai di
D ij van
28 O s S E R V A z I o N E X.
vantaggio? Lo ſteſſo dicono Tolomeo, Hali ſuo comentatore, Avi
cenna, Meſſehalac, Albumazar, ed altri maeſtri di tal arte, come
può vederſi preſſo lo ſteſſo Bacone pag. 114. eſſendo queſti i ſoliti
ſchermi, onde coſtoro la lor profeſſione s'ingegnavano di coene
ſtare. Replicaſi non poterſi credere, Baconem ita mente captum, un
ſe humana induſtria futurorum ſcientiam comparare poſſe crediderit .
Ma Bacone all'oppoſto dice, che ſi poteva . A chi crederemo ?
vedeſi anche in queſto Prologo, il favorevol paſſo del vecchio Pi
eo, che perciò tentaſi arguire di contraddizione, mentre in altro
luogo qual propugnatore dell'Aſtrologia Giudiziaria tacciò Baco
ne. Ma altro è, che il Pico dallo ſtudio della da lui creduta Na
tural Magia, in tempo ch'egli pur l'ammirava, lodi Bacone; e
altro, che lo biaſimi per l'attaceo all'Aſtrologia Giudiziaria, ſem
pre da eſſo deteſtata, e dietro cui Bacone era veramente perduto.
Quanto alla palinodia, ſi ſoggiunge: Mirari ſubit Joannem Franci
ſcum Ticum ex fratre nepotem rem ita componere, ut illum di verit ab
ea, quam adoleſcens conceperat, opinione ad vita extremum diſceſiſſe.
Quaſichè ſenza fondamento ciò ſcriveſſe il Nipote, e l' aſſerzion
ſua ſulle preciſe parole del Zio non foſſe fondata. Ad un'accuſa
del medeſimo Nipote, cioè, che Baco vanos, ſuperſtitioſos ſcripto
res vel ab adoleſcentulo adamavit, conſeffatus fuit , approbavit, eo
rumque veſtigiis adha ſit omnino, pe quali chiara coſa è intenderſi l
gli ſcrittori d'Aſtrologia Giudiziaria, ed altri ſomiglianti ; ſi ri
ſponde: o ridiculam, e inanem cantilenam! indi ſi moſtra , che
Bacone deteſtava i libri di Negromanzia, e di congiurazioni di
Spiriti, come ſe i libri di Negromanzia, e quelli d' aſtrologia
Giudiziaria foſſero lo ſteſſo. Era ancora ſpiaciuto al vecchio Pi
co, che queſto Filoſofo aveſſe inſegnato, come l'Aſtrologia pote
va giovar molto alla Chieſa. Si riſponde : Utilitatem Aſtronomia
aſſeruit Baco, indegue multum emolumenti in Eccleſiam derivare con
tendit. Sed quam utilitatem º eam guidem certe, quam ex correstione
calendarii Juliani reportavit Eccleſia. Chi però leggerà l'opus Ma
jus, facilmente s'accorgerà, ſe Bacone parlaſſe della ſola Aſtrono
mia, e correzione del Calendario, o anche dell'Aſtrologia Giudi
ziaria, e ſe giuſto foſſe il dolore del Pico. Il primo vantaggio ,
che da tal profeſſione ritrar poſſa la Chieſa, egli è, al dir di Ba
cone pag. 119. una conferma della noſtra ſanta fede; ma queſta
conferma conſiſte nell'oſſervare, che la religion Criſtiana è ſotto
il pianeta di Mercurio, e che Mercurio non domina mai tanto
quanto in Vergine, o ideo ex hac cauſa dicunt Aſtronomi legena
Mercurialem debere eſſe ſetiam Propheta naſcituri de Virgine. Leggeſi
pure pag. 126. Et quoniam poſt legem Mahometi non credimus quod
aliqua ſetta veniet niſi lex Antichriſti, o Aſtronomi ſimiliter con
sordant in hoc, quod erit aliquis potens qui legem fedam & magicam
- C or -
O s s E R V A z I o N E X. 29

conſtituet poſt Mahometum, quae lex ſuſpendet omnes alias 5 multum


eſſet utile Eccleſiae Dei conſiderare de tempore iſtius legis, an cito ve
niet poſt deſtructionem legis Mahometi, an multum longe .... Nolo hic
pomere os meum in calum; ſed ſcio quod ſi Eccleſia vellet revolvere
textum ſacrum, ci prophetias ſacras , atque prophetias Sibylle ,
: Merlini, c Aquila, cº Seſtionis, Joachim, ci multorum aliorum, in
º
ſuper hiſtorias & libros Philoſophorum, atque juberet conſiderari vias
Aſtronomia, inveniretur ſufficiens ſuſpicio, vel magis ( notiſi ) certi
tudo de tempore Antichriſti. E con qual animo mai chiamar ſana,
- e da Superſtizione eſente la dottrina di ſimili Autori, e inſultare
contra chi per utile pubblico ne palesò al mondo la deformità ?
Con qual animo avanzarſi a dire, che Bacone non inſegnò più di
quello inſegnaſſe S. Agoſtino, quando quel Santo nel paſſo ſteſſo ,
che in prova di tal uniformità di dottrina s'adduce, dice a chia
re note: Non ut ex iis ( ſideribus ) aliquid trahere in moſtra fatta
ci eventa tentemus , qualia Genethliacorum deliramenta ſunt , ſed
º quantum ad ipſa pertinet ſidera ? E non inſegnò forſe Bacone pag.
º 1 18. che ſi Aſtrologus velit conſiderare diligenter, e ſine errore ho
: ras conceptionum c3 nativitatum ſingularium perſonarum, ut ſciatur
dominium caleſtis virtutis ad horas illas, ci diligenter conſideret quan
do ad eas diſpoſitiones venient caleſtia ſecundum ſingulas partes etatis
º cujuslibet; poteſt de omnibus naturalibus, ſicut de infirmitatibus ci ſa
º mitate, ci hujuſmodi, judicare ſufficienter, quandocumque debent accide
re, ci qualiter terminari? Alla ſentenza del Generale de Franceſca
ni contra Bacone fulminata, ſi replica francamente, che injuria
damnatus ab Aſculano fuit Baco; e ſi vuole nientedimeno, che que
ſto Giudice non meritaſſe biaſimo veruno, perchè cum in Galliis
verſaretur, cumque Baconis cauſam incognitam haberet, Bacone inau
dito, illum condemnavit: la qual diſcolpa è ben piggiore di . qua
lunque atroce accuſa. Di qui ſi paſſa a conchiudere, che l'accuſe
da tanti ſapientiſſimi uomini con tutta ragione date a Bacone ,
voces ſunt, o contumelioſa verba, que recitare, refutaſſe eſt .....
qua vel ſcribendi libidine, vel deformandi Baconis cauſa, commini
4- fcuntur ii, qui acqua lance Baconis dottrinam non pudicarunt. Che il
li alienis ſententiis Baconem inſettati ſunt: nos Baconem cum ipſo Ba
º come vindicavimus. Illi ad falſitatem : nos ad veritatem locuti ſumus:
e ſi taccia il giudizioſo Editor Ingleſe, perchè di ſimili verità non
ſi moſtrò molto vago. Ma dalla mente di chi Autori illuſtra , o
alla Storia Letteraria attende, tolga pure Iddio così fatti fantaſmi.
Urhzio di vero Storico ſi è rappreſentar le coſe tali quali furonos
non adornarle, abbel irle, trasformarle. Si ceda al Panegiriſta queſt'
impreſa, e ſi faccia il ritratto all'originale conforme, che queſto
è quello, che importa. Nel rimanente ſe l'originale ha de'nei ,
non ſi occultino, mentre queſti ſon difetti di chi è rappreſenta
to ,
3o O s s E R v A z I o N E X.
to, non di chi rappreſenta, e difetto piuttoſto ſarebbe del ritratto
il non avergli. Mi ſono abbattuto in altri ſimili eruditi lavori d'
alcun noſtro Italiano, ne quali di qualche antico Filoſofo favel
landoſi, in luogo di pigliare fedelmente qua e là dagli antichi
ſcrittori quel tanto, che ce ne hanno laſciato, ſi è formata un
idea a capriccio, e ſi è preſo ſolamente quello, che all'immagi
nato carattere pareva corriſpondere, e dar riſalto, laſciando tutto
il reſto; e per tal modo ſi è venuto ad innalzar un edifizio bensì
belliſſimo, ma che al mondo forſe non fu mai, eſſendoſi rappre
ſentato ciò, chi avrebbe potuto, o dovuto eſſere, non ciò, che fu
effettivamente. Queſto è un confondere le parti dello Storico con
quelle del Poeta -

E che Platone, Ariſtotele, e que tan i Filoſofi, de


cui ſcritti ci dà notizia Laerzio, non aveſſero laſciato
di queſta materia Trattati?
O S S E R V A Z I O N E XI.

Pure Laerzio così incomincia il Proemio della ſua Opera :


Tºhiloſophiam, quod ad rem attinet, a Barbaris initia ſum ſi ſe
quidam autumant. Nam Perſis Magos, Babiloniis & Aſ rits Chaldaos,
Indis Gymnoſophiſtas, Celtis & Galatis Druidas, c qui Semnothei
appellantur, e us rei fuiſſe audiores , ait Ariſtoteles in Magico. Ad
Antiſtene, ed anche a Rodone fu da altri attribuito queſto libro
intitolato Magicus ; ma Laerzio coſtantemente per coſa d'Ariſtotile
lo riconoſce, citando di nuovo nello ſteſſo Proemio Ariſtotelem in
libro, quem inſcripſit Magicum ; quantunque poi nell'Opera, ove gli
ſcritti di quel Filoſofo regiſtra, non lo nomini punto , almeno
collo ſteſſo titolo - Comunque ſia di ciò, ſe non fu d'Ariſtotile,
fu certo di qualche antico Filoſofo. Da Laerzio vien pur citato
nel Proemio Ermippo in primo de Magis, ed impariamo da Plinio
Lib. 3o. Cap. 1. ch Ermippo appunto de tota ea arte diligentiſſime
ſcripfit, o vicies centum millia verſuum a zoroaſtre condita, indici
bus quoque voluminum e jus poſitis, explanavit. Laerzio nel citato
luogo tra Maghi della Perſia nomina gli Oſtani, e Plinio parimen
te afferma, che primus, quod extet, ut equidem invenio, commen
tatus de ea ( Arte Magica ) Oſthanes, Xerſem Regem Peſarum bel
lo, quod is Gracia intulit, comitatus: ac velut ſemina artis porten
toſe ſparſiſſe, obiter infetto, quacumque commeaverat, mundo. Di que
ſto Oſtane, come d'un Mago, fa menzione anche Taziano nell'
Orazione Contra Gracos, Tertulliano De Anizia Cap. 57. Arnobia
Contra Gentes Lib. 1. Plutarco De defetiu Oraculorum, Giamblico ir
Theo
O s s E R v A z I o N E XI. 3I
Theologumenis Arithmeticae, Apulejo nell'Apologia, Minuzio Felice in
Ottavio, e S. Cipriano nel Libro De Idolorum vanitate, che lo chia
ma Magorum praecipuum, e porta un ſuo detto in propoſito di Dio,
e degli Angeli, il che poi fu ripetuto da S. Agoſtino nel Lib. 6.
Cap. ult. De Baptiſmo contra Donatiſtas. Paſſi dello ſteſſo Oſtane ci
tano pure Plinio Lib. 3o. Cap. 2. Lattanzio, o Luttazio Placido ſo
i" la Tebaide di Stazio Lib. 1. v. 71o. Apulejo De Virtutibus Her
arum in più luoghi, Dioſcoride Lib. 4. Cap. 32. Aleſſandro Trallia
no Lib. 1. Cap. 15. ed Euſebio Ceſarienſe De Praparatione Evang.
Lib. 1. Ma ritornando a Laerzio, che ſi vuole di ſcritti magici
non abbia fatto parola, oltre a già mentovati, convien pur avver
tire, che giuſta la conghiettura del Salmaſio ſopra solino, egli no
minò altresì il Trattato dell'Erbe Magiche da Plinio Lib. 24. cap.
17. attribuito a Democrito, e chirocineta, o ſecondo altri teſti
Chirocmeta intitolato; mentre ove in Laerzio Lib. 9. Cap. 7. Num.
13. ſi legge Xspyrua, º IIpog)Nºaara, egli non ſenza fondamento
conghiettura debba leggerſi Xepčuanra IIpog)Ahaara, trovandoſi
nominato da Vitruvio Lib. 9. cap. 3. un Comentario di Demo
crito intitolato Xcaponunroy. Lo ſteſſo Democrito al dir di Plinio
Apollobechen Coptiten, cº Dardanum e Phaenice illuſtravit: volumi
nibus Dardani in ſepulcrum egus petitis, ſuis vero ex diſciplina eorum
editis. Il comentare due celebri Maghi, e libri comporre ſopra i
principi di quelli, altro al certo non è, che trattare d'Arte Ma
1Ca .

Che dirò di tanti altri antichi Maghi non ſolo da Laerzio nel
Troemio, e da Plinio nel citato luogo, ma da Porfirio nella Vita
di Plotino, e ne libri De Abſtinentia ab animalibus, da Apulejo nell'
Apologia, da Arnobio contra Gentes, e da Tertulliano nel libro
De Anima nominati? Dovrem noi dire, che nomi favoloſi, e ro
- manzeſchi ſieno tutti coteſti : ovvero, che da sì gran numero di
Profeſſori nulla mai foſſe ſcritto di queſt' Arte, avvegnachè gli
ſcritti loro a noi non ſieno pervenuti ? Che dirò degli oracoli di
Ezte, Zoroaſtre, e Melchiar Maghi ſcritti in Caldeo, e poſſeduti
da Giovanni Pico dalla Mirandola, com'egli medeſimo atteſta in
una Lettera a Marſilio Ficino: In quibus & illa quoque, qua apud
Graecos mendoſa & mutila circumferuntur, legumtur integra, cº abſo
Aluta? E che dirò finalmente de quattro libri De Damonibus, e del
libro De Phylatterio teleſiurgico Chaldaorum, 3 AEgyptiorum di Giu
1iano Filoſofo Caldeo nominati da Svida, e del libri Theurgicorum
di Giuliano figlio, detto perciò Teurgo, del quali è Svida, e Pro
c lo fanno menzione? Arnobio nel Lib. 2. Contra Gentes, non ſo ſe
del primo, o del ſecondo di coſtoro parlando, lo compara con
i" celebre Mago Diabolico, e sozomeno Lib. 1. Cap. 18. ope
re Magiche pure gli attribuiſce. Ma non ſon eglino rº", 111O
32 O s s E R v A Z 1 o N E XI.
ſino a noi più libri di Proclo, e tra queſti l'Operetta De sacrifi
cio, & Magia, che ſebbene iſtoricamente ſembra procedere, pure
r un vero trattato di Magia Ceremoniale può computarſi? Que
ſto breve Opuſculo, che con tutta ragione dal giovane Tico nel
Lib. 7. Cap. 5. De rerum Trenotione fu giudicato contene, e mera
figmenta, meras ludificationes malignorum spirituum, ci dà un ſaggio
ſufficiente del molti, e più voluminoſi, che il tempo ha conſu
mati. Quanto di queſte merci ricca ſoſſe l'antichità, ben può rac
coglierſi dagli Atti degli Apoſtoli ( XIX. 19. ) là ove narraſi, che
molti convertiti da S. Paolo alla fede, arſero i libri magici, il
valore del quali non aſceſe a meno di cinquanta mila danari. An
che dappoi, diffondendoſi ſempre più il lume del Vangelo, diver
ſe ſtragi furono fatte di queſti i", ma nientedimeno ripullulò
ſempre la malnata pianta, nè libero può dirſene il mondo al bel
giorno d'oggi, benchè molti o ſenza nome d'Autore, o con ne
mi finti e ſuppoſti vadano attorno. Di più di cinquanta dà con
tezza il ſolo Tritemio, e materia ſarebbe queſta per un'intera B:-
bliotheca Magica, da che ben ſi vede, che non ſpacciò fandonie il
Reuclino allorchè aſſeri, che per leggere i libri di queſt'Arte, ai
tota hominum atas ſuppetit. Per curioſità di chi legge, io noterò
qui alcuni Autori, che di Libri Magici antichi, e moderni favel
lano, ſecondochè ora mi ſi preſenteranno alla memoria. Giovanni
Tritemio Antipali Maleficiorum Lib. 1. Cap. 3. Cornelio Agrippa D
Vanitate Scientiarum Cap. 42. e 45. Giovanni PViero De Praſtigi:
Damonum Lib. 2. Capp. 3. 5. 6. Martino Delrio Diſquiſitionum Masi
carum Lib. I. Cap. 3. Teofilo Rainaudo De bonis, ac malis Libri,
Erotem. 5. Gio: Erneſto Floerckio De crimine Conjurationis Spirituum
Cap. 6. S. 13. Nota 2. c Cap. eod. S. 17. Nota 3. pag. 24o. e
Gio: Alberto Fabricio Bibliotheca Graca Lib. 1. cap. 36.

Ne occor fondarſi ſu l'opinion comune, che in altri


tempi corſe nel mondo. Quanti errori l' occuparon
mai, non per queſto meno errori, perchè foſſer co
muni ? Non ebbeſi già ferma credenza univerſalmen
te , che antipodi non ci foſſero ? che il beccare o
nò de polli indicaſſe il doverſi combattere, o la ſcia
re? che le ſtatue del loro Dii aveſſero parlato, o cam
biato ſito?
O s s E R v A z I o N E XII. 33

O S S E R V A Z I O N E XII.

Erchè il Demonio poſſa muovere una ſtatua di pietra, o di


legno, conviene attribuirgli la facoltà di muovere i corpi
ſolidi ; ma perchè la faccia parlare, non è neceſſaria che la ſola
virtù d'agir ſopra i fluidi, i che nell'aria quel moto im
prima, il qual dalle vere parole, ſe foſſero effettivamente profferi
te, riceverebbe. Almeno queſta ſeconda facoltà non ſe gli può ne
gare, quando tutto non voglia negargliſi; e però non veggo, co
me tra gli errori, che occuparono già il mondo, ſi riponga qui
anche l'aver creduto, che le ſtatue degli Dei parlaſſero, tanto più,
che una credenza così comune, da altro non è probabile ſia na
ta, che da fatti ſeguiti, e che ſi parla d'un tempo, in cui la po
teſtà del Demonio era nel ſuo maggior colmo. Concede anche il
º
Sig. Marcheſe, che innanzi alla vonuta del Salvatore l'Arte Magi
ca ſortiſſe effetto, perchè il Demonio corriſpondeſſe allora, ed
operaſſe. Poteva adunque almeno in quel tempo far parlare le ſta
tue. Che lo abbia fatto, l'atteſtano concordemente molti antichi
Autori, non contraſtati in ciò da quelli, che di tal fatto molto
maggior contezza di noi potevano avere. Qual altra conſeguenza
da queſte due premeſſe potrebbe mai trarſi, ſe non che ſimil pro
digio ſia veramente alcuna volta accaduto, ancorchè poi finzioni,
e e fraudi poſſano più volte avervi avuto luogo? Pietro Pomponazio,
che non ammette la Magia Diabolica, ſi fa anch'egli queſt'obbie
zione delle ſtatue parlanti de Gentili, e così la riſolve nel Cap. 1o.
pag. 146. del trattato De Incantationibus : Scire oportet, numquam
hac eveniſſe, niſi aliqua magna mutatione, utpote vel everſione re
gnorum, vel ex novo ſtatu, vel morte, vel nativitate alicujus ma
gni viri & excellentis, ſive in bono, ſive in malo, ex mova lege ,
c9 ſic de ſingulis, ut apparet manifeſte per hiſtorias talia miracula re
ferentes: quare non irrationabile eſt, hac fieri virtute corporum cale
ſtium. Quand'io foſſi aſtretto a ſciogliere queſta difficoltà o col
la riſpoſta del Sig. Marcheſe, o con queſta del Pomponazio, pe
nerei molto a riſolvere, perchè non ſaprei determinare qual foſſe
piggiore.

Aggiungaſi , che i preſtigiatori uſavano arti finiſſime


per deludere, e per far travedere: qual maraviglia per
rò, ſe riuſcì loro d'ingannare, e di acquiſtar fede nei
popoli? Non ſi creda però, che tal fede acquiſtaſſero
mai preſſo tutti, e non ci foſse ſempre chi col lume
di ſano ingegno la verità non vedeſse.E OS
34 O s s E R V A z I o N E XIII.

O S S E R V A Z I O N E XIII.

Mº" opportuno ſarebbe ſtato, che il Sig. Marcheſe aveſſe


eſpreſſo qui quel Soggetti, i quali col lume di ſano ingegno
ſeppero ſcoprire, che la Magia Diabolica altro non era, che un im
poſtura. Il ſeppellire nel ſilenzio quelle coſe, che colla maggior en
faſi meritavano d'eſſere ſpiegate, fa entrar in ſoſpetto chi legge, ch'
egli abbia voluto approfittarſi dell'autorità, ſenza punto averla a
ſuo favore. A riſerva degli Epicurei, de Sadducei, e di qualche al
tra ſetta, che negò i Demoni, io non trovo in tutta l'antichità
Ebraica, Greca, e Latina chi la Magia Diabolica negaſſe, benchè
non tutti allo ſteſſo modo la concepiſſero, come più volte ſi è detto.
Ora egli paſſa gran differenza tra il negare una coſa per averla conf
derata in sè, e ſenza relazione ad altre: e il negarla per conſeguen
za del ſiſtema, che ſi ha ſcelto. La prima negazione, che può dirſi
vergine, e non impegnata, quando venga da ſcrittori, i quali ſi ſap
pia aver voluto, e potuto eſaminare a fondo la quiſtione, ha ſenza
dubbio gran peſo. La ſeconda all'oppoſto, ancorchè da rinomati
Autori ſpalleggiata, vale ben poco, ed è grandemente ſoſpetta, eſ
ſendo coſa aſſai trita, che anche gli uomini eccellenti, dopo aver
inalzata una gran fabbrica, piantando un ſiſtema, che credono fer
mo ed inconcuſſo, per poco non ſi ſentono inclinati a demolirla;
anzi ſe v'ha qualche pietra, che al reſto dell'edifizio mal s'acco
modi, la trinciano, la riquadrano, la trasformano, e guaſtano an
cora, purchè all'intera opera non pregiudichi . Gli Epicurei non
ammettendo nell'univerſo che vacuo, e materia, e negando ogni
ſoſtanza ſpirituale, dovevano per conſeguenza negare la Magia Dia
bolica, che ſuppone un'intelligenza dal vacuo, è dalla materia di
ſtinta. Allo ſteſſo partito era neceſſario s'appigliaſſero anche i Sad
ducei, che da principi d Epicuro ſi vede eſſere ſtati sì poco lonta
ni. Quanto a coloro, che ſebbene la incorporea ſoſtanza riconob
bero, non riconobbero però i Demoni, tra quali vien da molti
compreſo Ariſtotile; come mai avrebbero potuto ammettere la Ma
gia Diabolica, quando queſta dal Demonio appunto dipende? La ra
gione Pertanto, che coſtoro ebbero di negare queſt'Arte, è una ra
gione sforzata, e indiretta, anzi non è ragione, non da evidenza, e
da fondamento eſſendo ſtati a ciò indotti, ma da neceſſità, e da im
Pegno. Gli altri Filoſofi, che dalla forza del principi, che ſtabiliro
no, non furono racchiuſi tra queſti ceppi, " tutta la libertà di
decidere, nè ſi trovarono più aſtretti a negare, che a concedere la
Magia Diabolica. Se la concedettero adunque, convien dire, che la
concedeſſero, perchè colla pura ſituazione, moto, e figura de cor
Pi» o col ricorſo all'artifizio del giocolari, credeſſero di non potere
ſpie
O s s E R V A z I o N E XIII. 35
ſpiegare gli effetti, che produce: perchè queſti ſenza prevenzione,
e ſenza impegno ben ponderati, arguiſcono un agente intellettua
le, che non può dirſi Iddio, in una parola, perchè la verità co
sì richiedeſſe. Queſta però può dirſi veramente ragione, e l'auto
rità di queſti tali merita ben tutta la ſtima. Che il Sig. Marche
ſe adunque da queſt'ultima autorità non favorito, anzi combattu
to, s'armi, e ſi faccia ſcudo dell' altra, e colla forza di quella
pretenda impugnare il ſentimento comune di tutte l'età, convin
cer d'errore tutte le Scuole, e ſovvertire la tradizione di tanti ſe
coli; par metodo prepoſtero, e falſo, il quale a tutt'altro, che
alla verità conduca. Difficilmente egli ritroverà chi gli accordi ,
che gli Epicurei, i Sadducei, ed altri ſimili, col lume di ſano in
gegno la verità vedeſſero. Non fu ſano quell'ingegno, che non ra
ziocinò ſulle coſe, come ſono in sè ſteſſe, ma come in virtù di
certi dati principi dovevano eſſere: nè fu verità quella, che vide
ro coſtoro per tal mezzo, ma ſu un illuſione, fu un parto delle
loro opinioni, prodotte dal loro cervello. Bensì gli altri, ch'op
poſta via tennero nel giudicare, e che da pregiudizi non violenta
ti, liberamente a ciò, che lor parve più vero, aſſentirono, può
con tutta ragione ſperarſi, che nel ſegno colpiſſero. La verità non
è una conſeguenza delle noſtre ipoteſi, e del noſtri penſamenti, nè
potrà luſingarſi giammai di raggiungerla chi in luogo di rivolgere
l'intelletto alla natura, e contemplarla in sè ſteſſa, torce la natu
ra al proprio intelletto, la fa ſerva delle ſue idee, e la ſpiega a
norma del principi da sè ſtabiliti. -

Chi ha talento di vedere a che ſtrani deliri conduca, e in qua


li aſſurdi immerga queſto perverſo modo di filoſofare, non ha
che da dar un occhiata al poco fa mentovato libro De Incantatio
nibus di Pietro Tomponazio. Queſto celebre Peripatetico teneva per
fermo, che Ariſtotile aveſſe negato i Demoni. Dunque quanto di
più maraviglioſo e ſorprendente del Maghi, e degl'Incantatori rac
contaſi, non doveva dipender punto da Satanaſſo. Ma che vie poi
rimanevano per ſchermirſi dalla forza di tanti fatti, che ſi raccon
tano? Due li negargli, ovvero ſpiegarli per via naturale.
Quanto alla prima, ella non era allora così battuta, come pare
lo ſia divenuta dappoi. Sapeaſi beniſſimo, che lo ſpacciare per fa
vole molte rarità, che co propri occhi non s'hanno vedute, è co
ſa aſſai facile: ma credeaſi ancora, che la Fede Umana, benchè
non infallibile come la Divina, pure quando ſia corredata da cer
ta quantità, e qualità di teſtimoni, meriti più conſiderazione, e
riſpetto. Mihi autem non videtur tutum ( dice il Pomponazio nel
l
i
cap. 1o. pag. 113 della citata opera ) neque ſine verecundia diffum,
quod a pleriſque dici ſolet hac experimenta negantibus, hac ſcilicet
ºſſe ab hominibus confitta, velut AEſopi apologi, ad plebis inſtructio
E ij 7lt'700 ;

º -,
36 O s S E R V A z I o N E XIII.
mem: vel quod ſunt Sacerdotum aucupia ad ſubripiendas pecunias, e -
ut in honorem habeantur. Quod ſi aliquid in his operibus apparet per
fette, ſunt praſtigiationes & illuſiones ( giuochi di mano ) veluti
continuo videmus in iſtis percurſoribus ci praſtigiatoribus ( ciurmado
ri ) qui videntur miracula facere, quum revera nihil faciant niſi pe.
cuniarum ſubreptionem a credulis & ſimplicibus hominibus: ego, inquam,
hanc ſententiam non approbo, quandoquidem viri graviſſimi, dottrina
eminentiſſimi, ci novi o veteres, tam Graeci, quam Latini, ac Bar
bari moribus, hac veriſſima eſſe affirmant. Quare ſic dicentes, omni
no audiendi non ſunt. Verum hi decipiuntur, quum aliquando hac fa
buloſa comperta ſint, 3 aliquando viſa ſunt illuſiones, ex particula
ri univerſale intulerunt ; quod ex Dialettica imperitia provenire mani
feſtim eſt: neque enim ſi aliqua iſtorum talia ſunt, falſa ſunt omnia:
neque ſi aliqua eorum qua referuntur, vera comperiantur, exiſtiman
dum eſt omnia eſſe vera. Utrumvis horum ex eadem deceptione proce
dit. Ho addotto qui volentieri tutto queſto paſſo, per far com
prendere a certuni, che il raro ſegreto di ſciogliere i nodi più
difficili con dire, Son favole, il quale da molti moderni con gran
franchezza vien praticato, non fu noto, o non fu approvato an
che da quelli ſteſſi ingegni, che pur di liberamente filoſofare fe
cero profeſſione. All'altro partito adunque, cioè di ſpiegare i fatti
per via naturale, s'appigliò il Pomponazio. Ma che ? Cercando di
sfuggire uno ſcoglio, egli urtò in un altro niente inferiore. Per
ritrovare nella natura la cagione di certi effetti, che altrove vole
va ricercarſi, egli ſublimò cotanto le forze della fantaſia umana ;
diede sì ſtupenda virtù all'erbe, alle pietre, agli animali, e coſe
ſimili ; ai tanta attività e valore a corpi celeſti, e di sì pro
digioſe influenze dotogli, che alle beffe, " alle fiſchiate di tutti
eſpoſe il meſtier del Filoſofo. E chi mai, per cagion d'eſempio ,
non riderebbe, leggendo, che mentre all'Aquila ſaceaſi iſtantemen
te orazione a S. Pier Celeſtino per ottenere la ſerenità del Cielo,
eſſendo finalmente non ſolo ceſſate le pioggie, ma comparſa anco
ra in aria a tutti viſibile l'immagine del Santo, ciò accadeſſe per
chè le fantaſie degli Aquilani apprendendo con gran veemenza la
ſerenità, e dell'effigie del loro Protettore eſſendo gagliardamente
impreſſe, tanto foſſe il bollore, e l'agitazione di quelle, che arri
" ad agire fin ſu nelle nubi, diſperdendole, ed imprimendovi la
figura del Santo, in quella guiſa, che le donne incinte imprimono
fu parti la figura delle coſe deſiderate? Chi altresì non riderebbe,
udendo, che c'è una pietra, la quale dà vittoria contra i nemici,
º fa intendere le profezie, i ſogni, e gli enigmi, un'altra fa pale.
fare i ſegreti, ed un'altra fa divenir ſapiente, e che v'ha fino dell'
erbe, e delle pietre, le quali hanno forza di realmente trasformar
un uomo in un lupo, o in un cervo, non altrimenti che veggia
mo,
O s s E R V A z I o N E XIII. 37
mo petrificarſi arbori, piante, e coſe tali? Egli afferma non eſſere
inveriſimile, nè al corſo della natura contrario, che uno vegga gli
oggetti in rimotiſſime parti ſituati, ſul fondamento, che le coſe
tutte di quaggiù ſpandono e diffondono per l'aria le proprie ſpe
zie ed immagini, le quali arrivano ſino al Cielo, poi riflettono
in giù, e di nuovo ſalgono, e così van girando e rigirando per
l'aere: e vuole, che Apollonio Tianeo tal virtù naturalmente poſi
ſedeſſe. Vuole, che le campane poſſano gettarſi in una tal coſtel
lazione, che da corpi celeſti virtù ricevano di fugar le tempeſte,
e indurre bel tempo , ed arriva fino a pretendere, che coll'arte
poſſa riſuſcitarſi un morto, ſoggiungendo, che intanto Ariſtotile
negò la refurrezione, in quanto che negò l'immortalità dell'ani
ma. Si dirà, che queſto è un modo di dar vinta la cauſa agli
avverſari, e che il libro del Pomponazio, a chi abbia fior di ſen
no, rende così inveriſimile la ſua ipoteſi, ch'egli è piuttoſto at
to a perſuadere l'oppoſto. Ed io " che chiunque dalla
Magia ſeparar voglia il Demonio, o in errori, e laberinti poco
da queſti diverſi, andrà finalmente a perderſi: o al partito di ne.
gare i fatti, che dallo ſteſſo Tomponazio fu rifiutato, gli converrà
neceſſariamente ricorrere.

IV. Oſſerviamo folamente che ne ſentiſſe il più dot


to fra gli antichi, ed inſieme il più curioſo, ed atten
to indagatore d'ogni maraviglia, cioè Plinio. Egli co
sì incomincia il ſuo libro trenteſimo. (a) Le Magiche
vanità nella parte di queſt' Opera che precede, ovunque il luo
go, o il motivo richiedeanlo, noi abbiam fatte conoſcere, e le
ſcopriremo adeſſo ancora : ma poche coſe meritano, che ſe ne
parli più a lungo, per queſto ſteſſo ch'eſſendo la più fraudo
Ienta di tutte l'arti, ehhe grandiſſimo corſo per tutta la terra,
e per moltiſſime età. Avea detto altrove: (b) La deſtrezza
de Maghi per occultar le fraudi è ſagace. Le lor bugie, fin
zioni, e vanità, non meno di ſei, o ſette altre volte
impugna, o deride (c). Rifleſſione ſopra tutto merita
uln

(a) Magicas vanitates ſapius quidem antecedentis operis parte,


ubicumque cauſa, locuſque poſcebant, coarguimus, detegemuſque etiam
num: in paucis tamen digna res eſt, de qua plura dicantur, vel eo ipſo
quod fraudulentiſſima artium plurimum in toto terrarum orbe, pluri
xmiſque ſeculis valuit. - - -

(b) l. 29. c. 3. ut eſt Magorum ſolertia occultandis fraudibus ſagax.


(e) l. 26, c. 4 27, c. 8. 28, c. 13. 29, c. 4 37 c. 9. &c.
38 O s s E R v A z 1 o N E XIV.
un argomento fortiſſimo, e inſuperabile, ch'egli addu
ce. Annoverate le varie ſpezie di Magia, che ſi prati
cavano con inſtrumenti diverſi, e in molti diverſi mo
di promettendoſi effetti divini, (a) cioè ſuperiori alla
natura, ed anche il poter ragionare co' morti, e coll'om
bre. Tutte queſte coſe, ſoggiunge, (b) a giorni noſtri vane
e falſe ha trovate eſſere l'Imperador Nerone. Poco dopo. (c)
Niun'altro mai favorì verun' arte con tanto calore. Per così
fatte coſe non gli mancò certamente ricchezza, non forze ,
non ingegno per imparare, e non gli altri ſuſſidi, a lui ubbi
dendo il Mondo. E' contraſegno grandiſſimo, e indubitato della
falſità dell'arte, l'averla abbandonata Nerone. Accenna Sve
tonio ancora, (d) che per parlare alla Madre ucciſa,
in darno tentò col mezzo de'Maghi ſacrificanti di richiamar
ne l'ombra. Aggiunge Plinio in oltre, (e) che venuto
a lui Tiridate Mago ( Magus dee leggerſi, dove Ma
gnus ha l'Harduino ) e avendo condotti ſeco Maghi, e ini
ziatolo con Magiche cene, non per queſto Nerone con dargli
un regno, potè da lui ricever tal arte. Abbiaſi però per fer
mo, eſſer eſſa deteſtabile, vana, e vuota d'effetto; aver però
certe ombre di verità, ma queſte per virtù d'arti avvelenato
rie, non Magiche. All'autorità d'un tant'uomo, che avea
fatte ſopra la Magia ſpezialiſſime oſſervazioni, e ricer
che, non c'è che contraporre.
OS

(a) l. 3o. c. 2. divina promittit: praeterea umbrarum inferorunn


que colloquia.
(b) Quae omnia aetate noſtra Princeps Nero vana, falſaque con i
perit.
(c) Nemo umquam ulli artium validius favit. Ad ha c non ope
ei defuere, non vires, non diſcendi ingenium , aliaque , non patient
( così le ſtampe tutte, ma leggi non alia, ei parente ) Mundo. Immen
ium, & indubitatum exemplum eſt falſae artis, quam dereliquit Nero
(d) Svet in Ner. c. 34. Quin & facto per Magos ſacrificio, evo
care manes, & exorare tentavit . -

(e) Plin. l. 3o. c. 2. Magos ſecum adduxerat: Magicis etiam coe


nis eum initiaverat: non tamen cum regnum ei daret, hanc ab eo rec
pere artem valuit. Proinde ita perſuaſum ſit, inteſtabilem, irritam , in
nem eſſe, habentem tamen quaſdam veritatis umbras, ſed in his vene!
cas artes pollere, non Magicas.
O s s E R V A z I o N E XIV, 39

O S S E R V A Z I O N E XIV.
C"Marcheſe
che contrapporre, e con molta facilità; ma poichè il Sig.
pugna qui e coll'autorità di Plinio, c" irritam c3
inanem chiamò la Magia, e colla ſperienza di Nerone, che la tro
vò vana, e ſenza effetto, partitamente convien riſolvere queſte dif.
ficoltà.
Alla prima adunque riſpondo brevemente, che Plinio era uomo
ſenza alcuna religione, il quale ſpeſſo per Epicureo, e Ateiſta ſi
paleſa. Come mai avrebbe potuto ammettere Demoni buoni, e cat
tivi? E queſti non ammettendo, che giudizio doveva formar egli
della Magia? Per menzogne d'impoſtori, o novelle del volgo ſem
plice, era neceſſitato a conſiderare tutte queſte coſe: ovvero alla
pura materia attribuirne la cagione, come appunto egli fa perentro
il ſuo libro, donando alle coſe corporee quell'attività e forza, che
da sè ſole non hanno. Si maraviglia egli, come l'Arte Magica, ſen
za aver avuto cattedra ſtabile, e ſucceſſion coſtante di Profeſſori, sì
felicemente ſi ſia mantenuta, e sì gran progreſſi abbia fatti, occupan
do tante nazioni rimote l'una dall'altra, e inſieme non comunican
ti: Adeo iſta toto mundo conſenſere, quamquam diſcordi, o ſibi igno
tº. Queſta rifleſſione avrebbe potuto facilmente condurlo a diſcer
nere, che ſimil Arte non doveva derivare ſe non da un Maeſtro, il
scale non è impedito dalla diſtanza de luoghi, ed a cui non è più
difficile l'eſſer qui, che in qualunque altra parte del mondo, ma
il ſuo ſiſtema non gli permiſe di paſſar tanto avanti, lo tradì, e fof
focò nella mente fi queſte conſeguenze. Moſtra ancor dell'orro
re, e ben giuſtamente, di quel Sacrifizi Magici, ne quali s'immola
vano vittime umane, e loda al ſommo la prudenza de Romani, che
finalmente gli vietarono. Non ſatis a ſtimari poteſt quantum Romanis
debeatur, qui ſuſtulere monſtra, in quibus hominem occidere religioſiſ
ſimum erat, mundi vero etiam ſaluberrimum. Anche di qui lume po
teva trar egli per acquiſtar un'idea più giuſta della Magia. E' egli
probabile, che moſtruoſità e portenti ſimili, come a ragione gli
chiama, aveſſero per inſtitutori e capi degli uomini, i quali con qua
lunque altro rito e cerimonia potendo conſeguire lo ſteſſo fine, co
me di fatto il potevano, ad onta della natural legge, aveſſero volu
to incrudelire sì orribilmente contra la propria ſpezie, profondere
tanto ſangue umano, e fiſſar leggi, che iº al ſacrifizio i lo
ro ſteſſi nipoti? Non è aſſai più veriſimile, che tali inſegnamenti
abbiano avuto origine da qualche avverſario degli uomini, da qual
che occulto inſidiatore, da qualche Intelligenza maligna, in una
parola dal Demonio? Qua ego dixi, ejuſmodi fuiſſe conſtat, ut abun
de probare poſint iis quidem certe, qui mente prorſus alienata nequa
quami
4o O s S E R v A z I o N E XIV.
quam ſunt, quinam plane eſſent operum illorum artifices ..... Sacrifi
ciis ipſis declarabatur, qua fiebant, omnia Damonum opera eſſe, dice
con gran ſenno S. Gio: Griſoſtomo nel Lib. Contra Gentiles, parlando
di ſimili ſacrifizi. Ma queſto Teologo Criſtiano non ragionava co
principi del Filoſofo Gentile. Ecco come i falſi ſiſtemi bendano gli
occhi anche agli uomini dotti, privano del migliori lumi, cd ogni
diſcernimento opprimono.
Vengo alla ſeconda ragione fondata ſulla ſperienza di Nerone, e
dico, ch'ella prova ancor meno della prima. Se vana trovò la Ma
gia Nerone, non la trovò vana Agrippina ſua Madre, a cui al dir di
Tacito ( Annal. 14. S. 9. ) Conſulenti ſuper Nerone, reſponderunt Chal
dai ( già abbiam veduto, che l'Aſtrologia Giudiziaria è una ſpezie
di Magia ) fore ut imperaret, matremque occideret: atque illa, Occi
dat, inquit, dum imperet. Non la trovò vana Giuliano Apoſtata, il
quale per curioſità di ſapere, ſe nell'Imperio ſarebbe ſucceduto a
Coſtanzo, eſſendo ricorſo ad un Mago, coſtui in preſenza ſua fece
comparir più Demoni, all'aſpetto terribile del quali impaurito Giu
liano, ricorſe toſto al ſegno della croce, che nelle ſcuole Criſtiane
aveva appreſo , ed allora i Demoni, Signum Dominici trophai cermen
tes ( come abbiamo da Teodoreto nel Lib. 3. cap. 3. della storia (
Eccleſiaſtica, e da Soxomeno nel Lib. 5. Cap. 2. ) ſeque per id vićtos
recordati, protinus evanuerunt. Merita rifleſſione, che di queſto ſteſ.
ſo fatto fece ricordanza anche S. Gregorio Nazianzeno nella prima
delle ſue Invettive contra Giuliano. Può egli crederſi, che queſto
Santo aveſſe voluto rinfacciare all'Apoſtata un fatto incerto, o fai
ſo, e di cui l'avverſario ſi foſſe riduto? Così facendo, non avreb
be egli tradita la propria cauſa? Vana parimente non eſperimentò
la Magia Tiberio, il quale per teſtimonianza del citato Tacito (An
mal. Lib. 6. S. 2 1. ) ne fece la prova in Traſullo Aſtrologo, e tro
vò, che beniſſimo aveva ſaputo prevedere il pericolo di morte,
in cui ſi trovava. Nè finalmente a ſentimento dello ſteſſo Autore
( Hiſtor Lib. 4 S. 81: D la ſcoprì vana Veſpaſiano, dinanzi a cui
per conſiglio dell'Idolo eſſendoſi in Aleſſandria preſentato un cer
to, che da lunghiſſimo tempo era privo della viſta, ed un altro,
ch aveva perduto l'uſo d'una mano, guarì inſtantaneamente amen,
due, quello collo ſputargli negli occhi, e queſto col premere co
piedi la parte offeſa. Utrumque ( ſoggiunge l'avveduto Storico )
qui interfuere, nunc quoque memorant,poſtguam nullum mendacio pre
tium. Allo ſteſſo Veſpaſiano apparve nel tempio di Serapide lo
ſpettro, oſſia immagine di Baſilide, ch' era lontano ottanta mi
glia. D'altra ſimil fantaſma in forma femminile, che prediſſe a
Curzio Rufo il Proconſolato dell'Africa, fa menzion Tacito negli
.Annali Lib. I 1. S. 2 1. e Tlinio il giovane. Lib. 7. Epiſt. 27. Mi
ſono volentieri ſervito dell'autorità di Tacito, perchè il Sig. Mar
che
O ss e R v A z I o N e XIV. 4I
cheſe non può obbiettarmi, che foſſe Platonico, e ſeguiſſe le ſue
perſtizioni, e i deliri di quella ſetta. Non ſapeva egli ſteſſo ciò,
che doveſſe crederſi in materia di religione, e perciò ora ſembra
Socraticº, ora Stoico, talvolta ancora Epicureo. Certa coſa è ,
che la ſua Morale non mira che alle coſe di quaggiù, nè moſtra
alcun ſenſo di pietà e di religione. Veggaſi il Lib 6. s. 22. degli
Annali. Per altro tutti queſti fatti di Veſpaſiano ſono confermati
da Svetonio in Veſp. Cap. 7.
So beniſſimo, che Monſ. Daniello Huet nella Dimoſtrazione Evan
gelica Propoſi 9. Cap. 39. Num. 6. ſenza far alcun caſo di due gra
viſſimi, e autorevoliſſimi ſcrittori, quali ſono Tacito, e Svetonio,
gratuitamente, e di ſuo capo attribuì tutte queſte coſe ad uno
ſtratagemma de Sacerdoti di Serapide, i quali per adular veſpaſia
no, induceſſero quelle due perſone a fingerſi inferme, benchè noi
foſſero i onde poi la guarigione foſſe apparente, e teatrale. Dell'
orbo però dice Tacito, ch'era ex plebe Alexandrina oculorum tabe
notus. Non era dunque un'infermità finta in quel mentre, ma era
l vecchia, ed a cagione di eſſa il pover'uomo s'era reſo noto per
tutta la città. Dice ancor Tacito, che Veſpaſiano fece viſitar l'in
fermo da Medici per ſcoprire, ſe il male ope humana era ſupera
bile. Alcuni di coſtoro diceano di sì, altri al ſolito di nò; ma
finalmente ſi conchiuſe: Non exeſam vim luminis, c redituram, ſi
pellerentur obſtantia. Erano egli così dolci di paſta, per non dir
sì ſtupidi e balordi, que Medici, che non s'accorgevano dell'ingan
no; e non vedevano, ch'era un mal dipinto, come quello de ri
baldi, che ſi commiſerano ſu ponti in Italia? Monſ. Huet ha cre
duto con queſta ſua riſpoſta di chiuder la bocca a coloro, i qua
li con ſimili eſempi vanno eſtenuando la forza del miracoli di Cri
ſto; ma non ſi è avveduto, che in luogo di diſarmar gli avverſa
rj, gli rende più forti, ſomminiſtrando loro un arma, che poſſo
no egualmente adoperare per combattere i prodigi anche più ſtre
pitoſi e convincenti dello ſteſſo Salvatore. Altri dirà, che i mira
coli di Veſpaſiano poſſono eſſer venuti da Dio medeſimo, mentre
le grazie che i Teologi chiamano gratis data, ſi compartono an
che a infedeli, e triſti: ma nè pur queſto può ſuſſiſtere, poichè sì
Tacito, che Svetonio atteſtano, che gl'infermi ſi preſentarono a Ve
ſpaſiano per impulſo di Serapide, che in ſogno gli aveva avverti
ti di così dover fare. Iddio adunque avrebbe operato un miracolo
a favor del Demonio, avrebbe accreditato l'idolatria, avrebbe ſe
dotti gli uomini, il che è beſtemmia. Più ragionevole ſarebbe il
ſoſpettare, che la ferma fiducia di dover guarire, tanto natural
mente operaſſe, che donaſſe a coſtoro la ſalute. E quanto a co
lui, ch'aveva debilitata la mano, l'effetto per verità non ſembra
gran fatto incredibile: ma quanto al cieco; ſe un male invetera
F to ,
42 O s s E R v A z 1 o N E XIV.
to, e che laſciava in dubbio ſe con naturali mezzi foſſe guaribi
le, per puro bollore di fantaſia apprendente la ſalute, poteſſe in
ſtantaneamente guarirſi, laſcierò, che giudichino i Fiſici più eſper
ti. A me certo ſembra aſſai veriſimile, che Satanaſſo per ſoſtegno
dell'idolatria, la qual rovinava, e per contraffare il miracolo di
Gesù Criſto, che guarì un cieco expuens in oculos ejus ( Marci
VIII. 23. ) ſi frapponeſſe qui, ed il riſanamento proccuraſſe.
Ma ritornando al diſcorſo di prima, ſenza cretto altresì ( per
toccar anche qualche fatto più a noi vicino ) non eſperimentò la
Magia Pietro I. Re di Caſtiglia. Queſto Principe aveva per moglie
Bianca figlia del Duca di Borbone, e la amava teneriſſimamente.
Una ſua vecchia concubina mal contenta di ciò, per diſtornare la
buona armonia degli ſpoſi, ricorſe ad un Ebreo, che pure era po
co ben ſoddisfatto della Reina, poichè aveva fatto eſcludere dalla
Corte gli Ebrei, e tentava ancora di fargli cacciar del Regno. Bian
ca aveva donato al conſorte una cintura d'oro tutta tempeſtata di
gioje, la quale egli per corriſpondere alla finezza, ſolea ſovente
portare. Che fece l'Ebreo? Proccurò con aſtuzia d'aver la cintu
ra, e fattivi ſopra ſuoi incanteſimi, operò sì, che mentre in un
giorno di gran ſolennità il Re la aveva indoſſo, non d'una faſcia
gioiellata, ma d'un orribil ſerpente pareva cinto. Queſto fatto re
ſe così odioſa a Pietro la moglie, che più non volle vederſela da
vanti, anzi incominciò a infierire contra tutti coloro, che tenta
vano la riconciliazione: nè ſortì effetto alcuno Guillermo Cardi
nale Legato Pontificio, il quale a queſto fine da Innocenzo VI. Som
mo Pontefice era ſtato a Caſtiglia inviato. La ſtoria è riferita da
Roderigo Sanzio Veſcovo di Palenza Hiſtoria Hiſpanica Part. 4, cap.
14. il quale atteſta d'aver ſeguito Hiſtorias non modo a ſcriptoribus
Hiſpanis editas, ſed ab exteris famoſis hiſtoriographis deſcriptas. L'eſ
ſere paruto un ſerpente la cintura non al ſolo Re, o a ſuoi fami
gliari, ſopra i quali potrebbe cader facilmente ſoſpetto di collu
ſione, e parzialità ; ma a tutti gli ſpettatori in un giorno ſeſtivo,
come s'eſprime lo Storico ; e la ſpedizione del Legato Pontificio,
fortificano aſſai bene queſto racconto, e lo muniſcono contra gli
sforzi di molti bell'ingegni, i quali con certe acute e ſottili ri
fleſſioni vanno eſtenuando la fede di qualunque fatto. Più ancora
egli ſtringerebbe, ſe la ſtoria diceſſe, che alla Regina ſteſſa un
ſerpente ſembrava la ſua cintura, e tanto forſe avvenne: ma gli
Storici, che non ſi figurano di dover eſſere ad ogni paſſo attacca
ti, e contraddetti, non ſempre badano a far notare con diſtinzio
ne quelle circoſtanze, che per altro maggior fede e credenza agli
ſcritti loro potrebbero conciliare. Cotale ipoteſi non è ſe non ra
gionevole: e pure ſull'aver mancato a queſta diligenza, fondaſi per
lo più il proceſſo, che a medeſimi vien fatto.
Ma
O s s E R v A z I o N e XIV. 43
Ma ritornando finalmente all'argomento del Sig. Marcheſe, le
Poche operazioni Magiche qui riferite, ed una ſola ancora, ſareb
be ſufficientiſſima a diſtruggerlo, come argomento negativo, e ſo
Pra la ſperienza d'un ſolo uomo fondato. Tutta la ſerie de tem
pi, tutti i popoli, e tutti ſi può dire gli ſcrittori, ſtabiliſcono la
Magia. Dunque perchè Nerone la trovò vana, dovremo negarla?
Anche Gianfranceſco Pico Mirandolano nel Lib. 7. cap. 3. De rerum
Tºranotione, dopo aver fatto menzione di certo Letterato, il qua
le dubitava molto dell' eſiſtenza dell'Arte Magica, perchè dopo
aver tentati i Maghi, niun effetto ne aveva veduto, ſoggiunge:
Hoc ipſo motus Tºlinius, Magia opera irriſit, non qua mala, ſed qua
vana & inefficacia e impoſſibilia, quoniam Princeps Nero eſus ſtu
dioſiſſimus, vana falſaque comperiſſet: ex particulari e unico exem
plo univerſale dogma colligere ſatagens. Sane non eo inficias & fuiſ
ſe olim, 6 eſſe poſſe aliquos ſe Magos fingentes, qui non ſint; & ve
ſanae atque ſceleſte artis magiſtros ſe facere, quum nil minus nove
rint, ut captent ſcilicet favorem ſuperſtitioſorum Principum, ci pe.
cremias extorqueant. Sed animadvertere debemus, ea qua fatta jam di
cuntur ab omnibus pene gentibus, ab omnibus mationibus cy linguis,
megari niſi proterve non poſſe, quum fatta penitus impoſſibilia non
ſint, ut magica operationes, qua Daemonum vi atque malitia patrari
poſſe, nemo rerum gnarus inficiabitur. E però conchiude, che qui
fitta & ementita Magorum opera autumant, non ſolum in antiquitatis
nebula, ſed in recenti luce caligant. Vegga in grazia il Sig. Mar
cheſe quanto prima d'ora, e come concludentemente a queſto ſuo
argomento era ſtato riſpoſto, e mi perdoni inſieme, s'io non ſo
indurmi a credere, che per altro, che per iſcherzo fortiſſimo e
inſuperabile egli lo abbia chiamato. Ha egli piacere di ſentir un
argomento veramente fortiſſimo, e inſuperabile, ma non a ſuo fa
vore? Lo ſenta in pochiſſime parole dallo ſteſſo Pico nel citato
luogo: sed quis non Hiſtoricorum, oratorum, Philoſophorum, o pra
cipue Platonicorum: quis non Theologorum aſſevera vit, fieni magica
Da monum opera, qua vel naturali virtute, vel arte alia non ſpera
bantur e Unde tot Decreta Pontificia, tot Imperatorum edicta adverſus
Artes Maleficas, ni uſu diuturno compertum eſſet, ea non modo fieri
poſſe, ſed fatta eſſe? -

Seneca parimente, ch'era dottiſſimo, avendoſi nelle


dodici Tavole ſecondo il volgar ſuppoſto, che non foſſe
lecito d'incantare gli altrui frutti della terra, queſto comen
to fece a tal legge. (a) La rozza siti credeva anco
1] ra »

(a) Nat. Qu. l. 4 c. 7. Apud nos in duodecim tabulis cavetur ,


44 O s s E R v A z i o N E XV.
ra, che con gl'incanti ſi faceſſe piovere, e ſpiovere: non po
terſi fare nè l'un nè l'altro, è così chiaro, che non c'è bi
ſogno d'entrar per queſto nella ſcuola d'alcun Filoſofo.
O S S E R V A Z I O N E XV.

Veva tutta la ragione seneca di riderſi di coloro, i quali cre


devano, che le parole, e gl'incanti foſſero mezzo naturale
per far piovere, o raſſerenar l'aria: ma non l'avrebbe già avuta
egli ridendoſi di chi le aveſſe credute mezzo morale. Equidem ipſe
vidi homines ( ſcrive Pauſania nel Lib. 2. ) qui ſacris, ci cantibus
grandinem averterent. In uno Scrittore sì ragguardevole, qual è
Tauſania, merita gran conſiderazione quell'ipſe vidi. Tlatone nel
Teeteto atteſta pure, che incantationibus obſtetrices excitare, mollire
ve partus vexationes valent, c cgre parturientibus opitulari, fe
tuſque educere, e ſi intempeſtivum fore videatur , obtundere atque
retrudere. Galeno, che più ancora di Seneca delle naturali coſe era
inteſo, fu anch'egli per lungo tempo d'opinione, che gl'incanti
nulla valeſſero, ma poi mutò ſentimento. Nonnulli putant incan
tationes anicularum fabulis eſſe perſimiles, quemadmodum ego diu exi
ſtimavi: temporis autem proceſſu ab iis, que evidenter apparent, per
ſuaſus ſum vim in ipſis ineſſe. Tanto atteſta egli ſteſſo preſſo Aleſ
ſandro Tralliano Therapeut. Lib. 9. Quindi Apulejo nell' Apologia :
Peteres quidem Medici etiam carmina remedia vulnerum norant: e
Marcello Empirico, De Medicamentis, o piuttoſtò Sereno Sammonico:
Gramine ſeu malis agro praſtare medelam,
Carmine ſeu potius: mamque eſt res certa ſaluti
Carmen, ab occultis tribuens miracula verbis.
A tutti coloro, che le ſoſtanze ſpirituali, o ſia Intelligenze dalla
materia diſtinte, negavano ovvero, che ammettendole, pure i fal
ſi, e ſuperſtizioſi principi della Filoſofia Orientale, de Pitagorici,
e de' Platonici rifiutavano i non poteva riuſcire ſe non malagevole
queſto punto. La natural impotenza delle parole per produr ſimi
li effetti, era così facile da diſcernere a loro, come lo è anche
a noi: ma dall'altro canto la ſperienza, infallibil maeſtra, gli ob
bligava a credere diverſamente. Vedevano adunque il fatto, ma
non capivano la ragione del fatto. Troppo diſdicevole alla maeſtà
degli Dei ſembrava loro il moſtrarſi pronti agli ſcongiuri d' un
O Tn1c

ne quis alienos fruſtus excantaſſit. Rudis adhuc antiquitas credebat, &


attrahi imbres cantibus, & repelli: quorum nihil poſſe fieri tam palam
eſt, ut huius rei cauſa nullius Philoſophi ſchola intranda ſit.
O s s E R v A z I o N E XV. 45
omicciatolo, quaſi che patto, e commercio tra quelli, e queſto
paſſaſſe, e non ſapean comprendere, ſe tal corriſpondenza da ne
ceſſità, o da vaghezza naſceſſe. Meno intendevano, come i Ma
ghi male operando, perchè a danno altrui operavano, poteſſero
meritarſi l'aſſiſtenza de Numi celeſti: ſe uſaſſero preghiere, o mi
nacce: ſe ſopra gli Dei tutti s'eſtendeſſe l'autorità loro, o ſopra
un ſolo, il quale da eſſi forzato, forzaſſe poi la natura a produr
re l'effetto, il che tutto acutamente ſpiegò Lucano in que verſi del
Lib. 6. -

Quis labor hic ſuperis, cantus, herbaſque ſequendi,


Spermendique timor? cujus commercia patti
5
Obſtrittos habuere Deosº parere neceſſe eſt,
- .An juvat? ignota tantum pietate merentur? , e -

An tacitis valuere minis; hoc juris in omneis


Eſt illis ſuperos? an habent carmina certum
Imperioſa Deum, qui mundum cogere, quidquid
Cogitur ipſe, poteſt e
Di qui è, che Plinio Lib. 28. cap. 2. ſcrive: Maxime quaſtionis cy
ſemper incerte eſt, valeantne aliquid verba, ci incantamenta carmi
num: e lo ſteſſo Platone nel Dialogo 11. De Legibus: Hac vero ce
teraque hujuſmodi, quo patto natura ſe habeant, nec facile ſciri poſ
ſunt: nec ſi quis ſciat, aliis perſuaderi. Alla ſetta Epicurea di Pli
mio più ſi confaceva il negare, che l'affermare, e però ſoggiunge:
Sed viritim ſapientiſſimi cujuſque reſpuit fides; il che però noi da
gli addotti paſſi veggiamo eſſer falſo, anzi Plinio ſteſſo nel men
tovato luogo non può a meno di non confeſſare, che l' opinion
affermativa aveva l'aſſenſo dell'antichità, ed era comprovata da
continui caſi avvenuti nella ſola Roma per più d'ottocent'anni ad
dietro. Ulpiano ( Lib. 1. D. de Extraord Cognition. D eſcluſe dalla
Medicina gl'incanteſimi, ma non ſeppe però negarne l'effetto: Non
ſunt iſta Medicina genera, tametſi ſine, qui hos ſibi profuiſſe cum
l pradicatione affirment. Quindi è, che i Gentili, fondati ſopra quel
principio: Nihil quod ſalutis ferende gratia fit, criminoſum eſt : quan
do ſi trattaſſe di giovare, gli tenevano per coſa lecita, e quello,
ch'è peggio, la ſteſſa falſa opinione s'inſinuò nell'animo d'alcuni
Legislatori Criſtiani, come più ſotto vedremo. La Rivelazione,
e le dottrine ſopra quella fondate, ha tratti noi di queſte difficol
tà, e ci ha ſomminiſtrata la chiave per capire con tutta agevo
lezza in che guiſa, e per virtù di cui le pure parole, e gl'incan
teſimi abbiano forza d'operare. A che dunque il Sig. Marcheſe
colle tenebre della Gentilità s'accinge ad oſcurare i lumi della Teo
logia Criſtiana, ed avendo, o potendo avere idea chiariſſima di
queſta verità, ſi copre da sè ſteſſo gli occhi, e nel bel mezzo gior
no non vorrebbe vedere?
-- Dirò
46 O s s E R v A z 1 o N E XV.
Dirò di più per moſtrare ad evidenza quanto ſia mal fondato
il ſuo ſiſtema, e inconcludenti le ſue ragioni. La legge delle do
dici Tavole, e quella rozza antichità, di cui parla Seneca, vien
certo a cadere ne'tempi avanti la venuta del Salvatore. In cotal
tempo anche ſecondo lui ( S. I. e XI. ) il Demonio ſecondava le
Magiche fattucchierie, facendo talvolta veder maraviglie, per rapire
il culto dovuto a Dio; e le Magiche operazioni godevano Verità, e
sicurezza. Avevano dunque ragione que buoni antichi, ſe crede,
vano, che la Magia valeſſe, quando appunto anche ſecondo il
Sig. Marcheſe valeva, e non aveva ragione Seneca di tacciargli in
ciò da troppo creduli. Il Sig. Marcheſe roveſcia egli ſteſſo co'ſuoi
principi l'autorità di Seneca, e lo ſmentiſce: poi nello ſteſſo tem
po ricorre a Seneca per ſoſtegno della ſua opinione.

Io non ſon già per far ricerca d'ogni ſimile autori


tà negli antichi; ma veggaſi in grazia il libro d'Ippo
crate del mal caduco, che veniva comunemente cre
duto opera degli Dii, per lo che fu chiamato Sacro.
Rideſi egli de Maghi, e ciarlatani (a), che con incani,
e purgazioni divote vantavano di ſcacciarlo, e moſtra,
come profeſſando coſtoro di potere con le lor malie
oſcurare il Sole, attirar la Luna, far buon tempo, e
cattivo, indurre abbondanza, e ſterilità, venivano in
tal modo a pretender ſuperiore l'umana forza alla divi
na, e in vece di religione, empietà dimoſtravano, e di non
credere che Dii ci foſſero (b).

O SS E R V A Z I o N E XVI.
Pºmariſpoſte poſſono darſi a queſt'autorità d'Ippocrate. La pri
è, che Ippocrate fiorì parecchi ſecoli avanti la venuta di
Criſto. S egli adunque ſi riſe de Maghi, perchè vana effettivamen
te, e di niun valore ſtimaſſe l'arte loro, il Sig. Marcheſe ( quan
do al ſiſtema ſuo rinunziar non voglia ) dee eſſere il primo a con
dannarlo, poichè in quell'età la Magia Diabolica regnava, e Ve
rità, e Sicurezza godeva i onde non aveva ſe non torto Ippocrate
di farſene beffe. La ſeconda riſpoſta è, che non oſtante il libro
di Giovanni Stefano Belluneſe Hippocratis coi Theologia, in qua Pla
t0

(a ) Mayor re, zai caS apra, axi dovpra.


(b) a Nxa reps duavage n; p .xxoy, xal dig oi e ci az e'a .
O s s E R v A z I o N E XVI. 47
i tonis, Ariſtotelis, 6 Galeni placita chriſtiane Religioni conſentanea
º exponuntur, e le difeſe di queſto gran Medico fatte da più celebri
e Letterati i Girolamo Gundlingio ha preteſo, ch'altro egli non foſſe,
º che un mero Ateiſta; nel qual caſo l'aver negata la Magia Dia
bolica, ſarebbe ſtato una conſeguenza del ſuo ſiſtema, la quale
º nulla proverebbe. Veggaſi ſu tal propoſito l'Hiſtoria critica Philo
ſopbia del Sig. Giacopo Brucker Tom. I Part. 2. Lib. 2. cap. 12. pag.
a 1227. La terza riſpoſta è, che il libro De Morbo sacro dal Sig.
Marcheſe qui accennato, non è opera d'Ippocrate. Ecco la cenſur
ra, che porta in fronte nell'edizion Veneta del Valgriſ 1575. Non
genuinum Hippocratis, ſed memorabilis tamen viri, hunc librum Gale
º nus eſſe dicit, tum quod ad diationem, tum quod ad ſententiam atti.
net: Hippocratis autem neque dicendi modum, negue ſententiarum acu
men in ipſo eſſe. In quarto luogo riſpondo, che l'Autore di quell'
Operetta, chiunque e ſiaſi, ſe la piglia contra coloro, i quali per
mal divino, e ſoprannaturale volevano far paſſare il mal caduco,
e però poſti dall'un delati tutti i veri rimedi, con eſpiazioni, e
incanteſimi pretendevano guarirlo: quando è mal naturale come gli
altri, da cagioni fiſiche procedente, e coll' aiuto della Medicina
i guaribile; la qual lamentanza non è ſe non giuſta e ragionevole.
Sul punto poi dell'effetto degl'incanteſimi ( ch'è quello, che im
porta ) ecco come egli s eſprime : Omnia autem hac divinitatis
ºgratia apponunt, velut amplius quid ſcientes, cº alios pratextus pro
ferentes, quo ſi ſanus ager evadat, ipſis gloria & devteritas adſcri
batur: ſin moriatur, in tuto poſita ſint ipſorum excuſationes, habeant
que practextum, quod non ipſi ſint in cauſa, ſed Dei: neque enim
medicamentum aliquod edendum, aut bibendum exhibuerunt, ut ipſi
in cauſa eſſe videri poſint. Non niega adunque queſt'Autore, che
anche i ſoli incanteſimi non curaſſero talvolta l'infermo: bensì dal
dir ſuo ſi raccoglie, che non lo curavano ſempre, il che di buo
na voglia concediamo. Se Iddio, benchè avanti la venuta del Meſ.
ſia, permeſſo aveſſe, che per via d'Arte Magica ogni infermità, e
ſempre, ſi curaſſe, avrebbe trasferite le veci della natura nel De
monio, e più autorità e ſignoria gli avrebbe conceduta, che a sè
medeſimo non avea riſerbato.
Quanto alle millanterie di abolire la Luna, oſcurar il Sole, in
ſterilire la terra, e coſe ſimili, ſi vede, che queſto buon Medico
attizzato contro a Maghi, perchè ſcemavano il pregio della ſua
profeſſione, ha fatto inceta di baſe popolari per diſcreditargli, at
tribuendo loro quel tanto, che il volgo, e i Poeti favoleggiavano,
da che poi inſeriſce: Impii ſane mihi eſſe videntur, c Deos non eſ
ſe putare; neque ſi ſint, aliquid poſſe, negue ullum aliquod etiam ex
tremum malum prohibere: la qual conſeguenza ſarebbe vera, ſe l'an
tecedente non foſſe falſo. La ſteſſa nenia fu poi ricantata da i"
( al
48 O s s E R v A z 1 o N E XVI.
( altro nemico dell'Arte Magica ) nel Lib. 25. Cap. 2 e nel rib.
3o. cap. 2. Tal favola però non attribuì Plinio agli ſteſſi Maghi ;
ma bensì al volgo, ed a Poeti: Durat tamen tradita perſuaſio in ma
gna parte vulgi, veneficiis, & herbis Solis, Lumacque defectum cogi,
eamque num feminarum ſcientiam praevalere ..... Menander quoque
Theſſalam cognominavit fabulam, complexam ambages feminarum derra
hentium Lunam - L'Opera De Morbo sacro da alcuni viene attribuita
a Democrito contemporaneo d'Ippocrate, e queſta diſputa contra i
Maghi pare lo confermi, mentre abbiamo da Solino Tolobiſtor Cap. 8.
che Democrito lunghe conteſe ebbe co Maghi circa le forze della
natura: Accepimus Democritum Abderiten, oſtentatione ſcrupuli bujus
( parla della pietra Catochite ) frequenter uſum ad probandam occul
bam natura potentiam in certaminibus, que contra Magos babuit

Delle vanità, e delle menzogne inventate da Filoſtra


to, ed attribuite ad Apollonio Tianeo, ſoverchio è far
parole, eſſendo ſtate da ottimi Scrittori meſſe a baſtan
za in chiaro.

, o ss E R v Az I o N E xv II.
A Filoſtrato non ſi vuol certamente prendere idea del carattere
d'Apollonio Tianeo. Per compiacere a Giulia moglie dell'
Imperador Severo, che odiava il nome Criſtiano, e formare perciò
un Eroe, il qual poteſſe contrapporſi a Gesù Criſto, sì ſtupendi fat
ti, e miracoli si prodigioſi inventò, che non una ſincera ſtoria di
quel celebre Filoſofo, ma piuttoſto un favoloſo Romanzo, ed un
ammaſſo di menzogne ci diede. Nientedimeno per quello, che di ve
ro traſpira e da Filoſtrato, e più poi dalle Lettere dello ſteſſo Tia
neo, ſi vede, che coſtui era un filoſofo Pitagorico aſſai ſuperſti
zioſo, ehe coltivava la Teurgia, che ammirava i Ginnoſoſiſi dell'
Indie, i quali avea voluto viſitare, in una parola, ch'era dato ad
un genere di Sapienza, il quale dalla Magia, da noi detta Diaboli
ca, era pochiſſimo lontano, benchè ſotto aſpetto di recondita Fi
loſofia, e di ſublime Teologia, i migliori intelletti invaghiſe, ed
ingannaſſe. Di qui è, che Apulejo, il qual da Filoſtrato non può
dirſi prendeſſe, poichè ſcriſſe, e fiorì prima di lui, ove non da
ſcherzo, come nelle Metamorfoſi, ma iei parlò, cioè nell'
Apologia, lo miſe a mazzo con Janne uno de Maghi di Faraone,
cd altri celebri profeſſori d'Arte Magica. Si quamlibet modicum
emolumentum probaveritis, ego ille ſim carinondas, vel Damigeron -
vel is Moſes ( parla da Gentile, e ſegue Plinio, che nel Lib. 3o.
Cap. 1. Moisè parimente tra Maghi ripoſe ) vel Jannes, vel Apol
lonius,
O s s E R v A z I o N e XVII. 49
lonius, velipſe Dardanus, vel quicumque alius poſt zoroaſtrem, co
Oſthanem inter Magos celebratus eſt: il qual ſentimento, come dalla
Trefazione di Giovanni oleario alla ſua bella edizion di Filoſtrato
può vederſi, fu poi ſeguitato da Gianfranceſco Pico, dal Baronio,
dal Tillemont, dal Fleury, dal Grozio, dal Caſaubono, dall'Huet, e
da altri inſigni Letterati, e Critici di primo ſeggio, i quali tutti
furono di i; che Satanaſſo per ſoſtegno del Gentileſimo, che
venia combattuto, e per far argine a progreſſi del Vangelo, ſi va
leſſe del mezzo di coſtui, inſpirandolo, e donandogli tutta quella
maggior forza e attività, che mai poteva, per contraffare l'azio.
ni più croiche, e gli ſteſſi miracoli di Criſto, e de ſuoi Apo
ſtoli.
Filoſtrato all'oppoſto dalla taccia di Mago a tutto potere s'in
gegna di difendere il ſuo Apollonio, ma per verità ragioni tali egli
adduce, che fanno piuttoſto conchiudere il contrario. Noverat fu
tura ( dice egli trall'altre coſe nel Lib. 5. Cap. 12. ) non incanta
mentis uſus, ſed ex his, quae Dii ei monſtrabant. Quali Dei? Quel
li ſenza dubbio, che dalla Divina Scrittura ( Tſal. xCP. 5. ) ſon
chiamati Di Gentium Daemonia. Di fatto Sifilino in Caracalla, per
tacer d'altri Autori, anche dopo diede ad Apollonio il titolo di
Traſtigiator ſolers, & Magus. Se crediamo a Meragene preſſo Filoſtra
to Lib. 3. cap. 41. egli aveva compoſti quattro libri De Aſtrologica
Divinatione; e come appariſce dalla cinquanteſima ſeconda delle ſue
Epiſtole, a ſeguaci della Scuola Pitagorica egli prometteva univer
ſam divinam divinationem ... ... cognitionem Deorum, non opinionem ;
ſcientiam Daemonum certam, non credulum aſſenſum ; amicitiam utro
rumque.

Non ſi dee laſciar d'avvertire, che il nome di Ma


gia è ſtato molte volte preſo in buon ſenſo, per Filo

fofia non trita, e ſcienza non volgare: così va inteſa
ti dove dice Plinio, ſe ben confuſamente, che Pittagora,
Empedocle, permocrito, Platone viaggiarono per ap l. 3o. c. 1.
a
-
prenderla,
O S S E R V A Z I O N E XVIII.
M"noncontento di prendere
volgare il termine
per Filoſofia non trita, e Scienza
di Magia là, ove Plinio ( non già
confuſamente, ma a chiariſſime note, come abbiam veduto ) atte
ſta, che Pitagora, Empedocle, Democrito, e Platone a lungo
viaggiarono per apprenderla. Ma ſi è già moſtrato, che queſta -
Scien
5o O s s E R v A z 1 o N E XVIII.
scienza non volgare, e queſta Filoſofia non trita, era una Filoſofia ſu
perſtizioſa, che attribuiva a corpi quella virtù, che non hanno il
ſupponeva un conſenſo, ed una corriſpondenza tralle coſe celeſti, e
le terreſtri, che non è, e però colla Magia Diabolica confinava,
e confondevaſi. Quindi è, che Plinio Lib. 3o. Cap. 1. di quella ſteſi
ſiſſima Magia parlando, per apprender la quale quelli antichi Filo
ſofi viaggiarono, dice, che Oſtane, il quale con Serſe venne nel
la Grecia, e que popoli al ſommo ne invogliò, più libri n'aveva
compoſti, indi nel Capitolo ſeguente ſoggiunge: Ut narravit oſtba
mes, ſpecies eſus plures ſunt. Namque & aqua, ci ſpharis, & aere,
ci ſtellis, o lucernis, ac pelvibus, ſecuribuſque, o multis aliis modi,
divina promittit: practerca umbrarum, inferorumque colloquia: dal qual
paſſo ben ſi vede in qual ſenſo vada preſa la Magia, che gli accen
nati Filoſofi appreſero. Lo ſteſſo appariſce dalla Confeſſione più ſopra
mentovata di S. Cipriano Veſcovo d'Antiochia, di cui niuno dietro
alla Magia Diabolica più fu perduto. Anch'egli aveva girato l'Egit
to, e la Caldea, e tutte le dottrine di que Sapienti aveva inteſe, e i
miſteri penetrati ; ma inſieme colla cognizione di più coſe naturali,
in tutte ancora le più recondite Superſtizioni ſi trovò immerſo, e in
viluppato. Di qui è, che ritornato, non s'intitola già egli mero Fi
loſofo, ma Mago inſieme, e Filoſofo: Quum enim ex Chaldaorum gen
te redirem, Antiochiam veni, ac mira faciebam tamquam unus ex an
tiquis, c experiend e rei magica copiam faciebam, ac celebris eram Ma
gus Philoſophus, multa rerum inviſibilium cognitione praditus. Ecco l'
affinità dell'Egiziana, e Caldaica ſapienza colla Magia Diabolica,
ed ecco il frutto, e l'acquiſto, che poſſiam arguire ritraeſſero da
loro viaggi quelli antichi Filoſofi. Eglino ritornarono ſenza dub
bio alla patria colle ſteſſe merci, colle quali ci ritornò Cipriano .
In queſto ſolo furono più ſaggi ed accorti di lui, che della Teorica
contentatiſi, poco o nulla ſi curarono di diſcendere alla Pratica ,
nè la Purità della vera Filoſofia con queſta ſtraniera, e pernizioſa
miſtura infettarono.
Ma vuol egli il Sig. Marcheſe accertarſi, e con tutta evidenza
chiarirſi, che quella Scienza non volgare, e quella Filoſofia non tri
ta, non era così prezioſa, nè così bella, e ſtimabile, come a pri
ma viſta ſembrava? Oſſervi egli, che la Fenice degl'ingegni, cioè
Giovanni Pico Mirandolano, da giovane vi s'era innamorato, e vi
aveva atteſo, e ſino al cielo l'aveva innalzata colle ſue lodi, ma
poi in ctà più matura mutò parere, e ſi diſdiſſe: Neque vero nos
fallat, quod me quoque adoleſcentem olim fallebat, celebrata veteri
bus, etiamaue Platoni, AEgyptiorum ſapientia & Chaldaorum, quos
adiſe Pythagoram, 6 Democritum, Eudoxum, cº Platonem memo
rie proditum eſt. Se quella Magia non era che pura Scienza, Sa
Pienza, e Filoſofia, perchè ritrattarſi, perchè pentirſene? L'appli
Ca
O ss e R v A z 1 o N e XVIII. 51
cazione di queſto poſterior rimedio, non indica abbaſtanza che
male doveva eſſere preceduto i

Anzi tutti gli effetti nuovi e mirabili a ſtregheria


racilmente ſi aſcrivono. Per Maghi fummo ſpediti an
che il Sig. Seguier, ed io da taluni, quando nell'eſpe
rienze elettriche ci videro accender francamente can
dele ſpente, con accoſtarle all' acqua fredda , il che
non ſi era veduto, nè udito ancora. Soggetti di conſi
derazione non poter ciò avvenire ſenza patto tacito
coſtantemente ſoſtengono ancora. La ſtravaganza, e mi
rabilità degli effetti elettrici rende per certo aſſai più
ſcuſabile chi non gli crede naturali, di quelli che pat
ti taciti hanno ſognato, dov'era molto più facile ad
durre natural ragione.
o ss E R v Az 1 o N E xix.
-- --

'Attribuir tutto al Demonio, e nulla alla natura, ed alla ma


teria, è pazzia del volgo, ma l'attribuir tutto alla materia,
nulla alle ſoſtanze ſpirituali, fu pazzia di molti uomini ſavi, o
che per ſavi venivano reputati. Gli Epicurei la credettero perfino
capace di penſare; e quantunque il mirabil ordine, e la ſtupenda
architettura, che nell' i" ed in ciaſcuna ſua parte ſi pale
ſa, un ordinatore, ed un architetto evidentemente arguiſca, il qua
le sì bella macchina non ſolo abbia formata, ma cuſtodiſca anco
ra e conſervi, pure ſi perſuadettero, che da un caſuale e fortuito
concorſo d'atomi poteſſe eſſerſi da sè ſteſſa prodotta, e quinci poi
foſſe ſoverchio lo ſtabilire una mente regolatrice, e conſervatrice
di quella - Plinio il più dotto fra gli antichi, come lo chiama il
Sig. Marcheſe, e di cui niuno con più attenzione e curiofità le
maraviglie dell'Univerſo avea conſiderate, ſul bel principio della
ſua grand Opera, ſi fa beffe di Dio, lo ſpoglia del ſuoi attributi,
e ſi ride di chi ammetteva la Provvidenza. Irridendum vero, agere
curam rerum humanarum illud, quidquid eſt, ſummum. An ne tam
triſti atque multiplici miniſterio non pollui credamus, dubitemuſive?
Che coſa s'inſeriſce da queſt'aſſurde, e portentoſe opinioni? Nien
te altro, che la debolezza dell'intelletto umano, la quale egual
mente ſpicca e negl'ignoranti, e ne dotti. Nel rimanente, ſiccome
dall'eſſere ſtato donato tutto alla Natura, troppo s'inganna chi
tutto dona al Demonio; così dall'eſſere ſtato attribuito tutto al
Demonio, nulla meno erra chi tutto alla Natura attribuiſce. Son
G ij due
52 O s s e R v A zi o N E XIX.
due eſtremi egualmente moſtruoſi, ma l'errore del volgo è ſenza
dubbio più ſcuſabile, e forſe ancora meno irragionevole, che queſ
lo de'dotti; mentre il volgo aſſegna ſe non altro cagione poſſibi
le degli effetti, che non intende; laddove molti dotti a cagion
tale gli attribuirono, che non ſi ſaprebbe concepire, come ne foſº
ſe capace, anzi all'idea chiara e diſtinta, che di quella ſi ha, ma
nifeſtamente ripugnano.
V. Patente vanità eſſendo adunque, che a maravi
glie Magiche pervenir ſi s" per via di ſapere, e di
ſtudio, e che nome di Scienza ſi poſſa dare a così
fatta ſcioccheria, ed impoſtura, reſta, che ſolamente
per virtù diabolica ottener ſi poſſano i ſuppoſti effetti.
rss º Diceſi in fatti nel libro, che l'effetto della Magia è tut
to operazion del Demonio, e che il Mago in virtù del pat
to o eſpreſſo, o tacito che ha col Demonio, opera tutti quelli
apparenti miracoli: la qual Arte ſecondo la varietà degli effet
ti, e diverſo modo di produrgli, in più claſſi è poi ſtata dagli
Autori diviſa. Ma qui è da conſiderar ſeriamente in
prima, ſe ſi poſſa mai credere, che l'ineffabil "
za, e ſomma miſericordia del Signore voglia concede
re all'iſtanze d'una vil femminuccia, o d'un triſto e
diſperato briccone, che il Demonio gli compariſca ,
che lo ammaeſtri , che l' ubbidiſca, che faccia patti
con lui. Se ſi poſſa credere, che permetta al Demo
mio per compiacere alcun così fatto ghiottone di de
ſtar turbini, di flagellare un tratto di paeſe con gran
dine, di far ſoffrire mali doloroſiſſimi a bambini inno
rag. ss. centi, anzi permetta alle volte per via di arte Magica
ucciſioni d'uomini ancora -
O S S E R V A Z I O N E XX.
Ti queſte coſe ſi può credere permetta Iddio per quella ſteſ
ſa ragione, per cui ſenza verun pregiudizio nè della Sapien
za, nè della Miſericordia ſua, tanti altri mali, ed anche maggio
ri permette. Dicet aliquis ( ſcrive Lattanzio Firmiano Divin. Inſtit
Lib. 2. Cap. 18. parlando appunto degli effetti della Magia, e di
altre arti diaboliche ) cur ergo Deus hac fieri patitur, nec tam ma
lis ſuccurrit erroribus? Ut mala ( ſoggiunge ) cum bonis pugnent, ut
vitia ſint adverſa virtutibus, ut i alios quos puniat, alios quos
ho
O s s e R v A z I o N e XX. 53
l
honoret. Ultimis enim temporibus ſtatuit de vivis, ac mortuis judica
re ..... Nunc autem patitur homines errare, cº adverſum ſe quoque
impios eſſe ipſe juſtus, & mitis, & patiens. Per confondere la ſu
Perbia degli uomini: perchè ſappiano da più contraſſegni, che han
no un feroce nemico ſempre deſto a lor danni: per far eſperimen
to, s'amano daddovero i", per eſercitar la pazienza, e per dar
luogo al merito della fede, non poſſono eſſere più acconcie queſte
prove del maligni Spiriti - e di qui veggiamo, ci anche in queſta
Particolare ſpezie di mali ben ſi verifica quel tanto, che S. Ago
ſtino nell'Enchiridio a Lorenzo Num. 3. notò circa la permiſſione
del male in genere, cioè, che Deus, quum ſumme bonus ſit, nullo
modo ſineret mali aliquid eſſe in operibus ſuis, niſi uſque adeo eſſet
omnipotens & bonus, ut benefaceret & de malo. Aggiungo, che ga
ſtigo può dirſi de'triſti lo ſteſſo corriſpondere, che fa loro Sata
naſſo, l'ubbidirgli, e il ſecondargli; mentre indi naſce , che di
amici e partigiani, ch'erano, diventano ſuoi ſchiavi, più s'immer
gono nel loro errore, s'acciecano, e s'allontanano da Dio, e Dio
tutto ciò permette per giuſta pena della poca lor fede, e reli
g1one. -

Nel rimanente, che non poſſa crederſi, che Iddio permetta al


Demonio di far ſoffrire mali doloroſiſſimi a bambini innocenti, non
la ſentì così S. Girolamo, il quale nel comentario ſopra l'Epiſt. di
S. Paolo ad Galatas ( III. 1. ) dubitando, ſe il faſcino ſia coſa
naturale, ſoggiunge: Hoc utrum verum, mec ne ſit, Deus viderit:
quia poteſt fieri, ut & Damones huic peccato ſerviant ; ci quoſcum
que in Dei opere vel capiſſe, vel profeciſe cognoverint, eos a bonis
operibus avertant. Poteſt fieri, e non può crederſi, non ſono diret
tamente contrari? Quanto alle ucciſioni d'uomini ancora, che nel
congreſſo Notturno ſi concede Iddio permetta, benchè però rariſi
me, ſenta in grazia il Sig. miei ciò, che ſcrive Tertulliano
nel libro De Anima Cap. 57. Tºluribus notum eſt, Demoniorum quo
que opera go immaturas & atroces effici mortes, quas incurſibus de
putant. Senta ancora quanto di sè medeſimo atteſta S. Cipriano An
tiocheſe nella confeſſione. Omnibus quidem ſubveniebam, aliis facilem
reddens voluptatem, aliis emulationem in adverſarios vertens, aut il
lis adverſarios ſubmittens, aut rivales occidens ..... Nec quiſquam
ſpe excidebat, quia aderant mihi Damones ..... Male igitur illius
( Juſtinae ) parentibus feci, eorum greges occidi, 6 boves, 3 ju
menta ..... Multos ad imitandum accendi, o mecum contendentes
multos occidi ..... Naves demerſi, 3 alias in altum provexi .....
Totas domos in perniciem conjeci. Quindi è, che con tutta ragione
ſcriſſe S. Iſidoro originum Lib. 8. Cap. 9. Magi ſunt, qui vulgo Ma
lefici ob facinorum magnitudinem nuncupantur. Hi & elementa con
cutiunt, turbant mentes hominum, ac ſine ullo veneni hauſtu, vio
len
54 O s s E R v A z I o N E XX.
lentia tantum carminis interimunt: e nel Diritto Civile ( L. 6. cod
de Malef & Math. ) Multi Magicis artibus uſi, elementa turbare, vi
tam inſontium labefattare non dubitant, 6 Manibus accitis auden:
ventilare, ut quiſque ſuos conficiat malis artibus inimicos. Il che tut
to ſi ripete da Graziano nel can. Nec mirum 26 q. 5.

Come ſi può mai ſenza offendere, e ſenza diffidare


dell'onnipotenza divina tali coſe credere?

O S S E R V A Z I O N E XXI.

A" l'Onnipotenza divina s'offenderebbe, quando ſi diceſſe,


che Iddio impedir vuole ſimili mali, e non può: ma dicen
do, che può, e non vuole, e ſolo per trarne maggior bene gli
permette, qual taccia ne patiſce mai l'Onnipotenza divina, e qual
ragione s'avrebbe di diffidare della medeſima ? Si valſe già di que
ſto ſteſſo argomento l'Autore del libro De Morbo sacro, ma egli
ſupponeva, che i Maghi oſcuraſſero il Sole, e tiraſſero dal Cielo
in terra la Luna, che ſarebbe quanto ſconvolger l'ordine dell'Uni
verſo: il che conceduto, par venga in conſeguenza, o che Iddiº
non ſia l'autore della natura, o almeno che non abbia facolt.
di conſervarla, e difenderla da così ſtrani inſulti. Data però un
ipoteſi falſa, ed aſſurda, non è maraviglia, chi altri aſſurdi, e fal
ſità indi ne ſeguano. Saggiunge, che l'Onnipotenza è un il
to, il quale conveniva sì bene a Dio prima dell'Incarnazione del
Verbo, che al preſente: e pure c'era allora la Magia, ed anche
in massior vigore, nè all'Onnipotenza divina punto pregiudicava.
Aſſegni dunque il Sig. Marche e la ragione, perchè ora, benche
i pe riſtretta, ed abbaſſata, pur all Onnipotenza ſua pregiu
-

E' avvenuto a me più volte, ipezialmente quando


fuì nelle armate , di sapere , che persone abiette ſi
eran date pienamente al diavolo, e l'avean chiamato
a se con Sestemmie orribili, ma non per queſto
-- - - i - - -- -- - --
centrarsso ris, ne ertesso ie n e nii , eti: O

O S S E R V A Z I O N E I, XII.

Ii rºsanerci resi: i Finno per orinario pocz forzis ma


ess ºs rso re 5a ssresi- Di pochi ciri particolari, qui di
Ss- Mircº e assenrici, st- =i srresse istre era ccnlessersi
n.
O s s E R v A z I o N E XXII. 55
univerſale, e conchiudere, che ſempre andò pur così la faccenda?
. Se effetto alcuno non videro quell'abbiette perſone, biſogna ben di
re, che con tutto l'empio ecceſſo, a cui erano arrivate, ſicchè
per lor gaſtigo meritar poteſſero quanto per vantaggio avevano de
ſiderato, pure Iddio per occulti ſuoi fini non voleſſe punirle col
permettere una sì grave tentazione, e motivo di perderſi, qual ſa
-
rebbe ſtato il corriſpondere del Demonio in quella diſperazione.
Se non comparve però a que tali il Demonio, comparve ad altri.
Allocutus ego ſum plurimos ( ſcrive Gianfranceſco Pico nel Lib. 4. cap.
9. De rerum Praemotione ) qui vana ſpefuturorum deluſi, ab apparen
te ſibi Damone, per inita patta vocato, adeo vexati ad finem ſunt,
ut optime ſibi attum putaverint, ne vitam amiſerint. Anche S. Ci
priamo confeſſa: Credite mihi, Diabolum ipſum vidi : credite mihi, am
plexus ſum illum ci collocutus, & unus ex illis, qui primas apud
eum habebant, exiſtimatus ſum. Queſte ſole, o altre ſimili autorità
poſitive, delle quali non voglio qui ſoverchiamente far pompa ,
non baſtano elleno per annichilare la forza di tutte le negative ,
che poteſſero addurſi?

Se l'invocare il Demonio, e il rinegar Dio, conſe


guir faceſſe ciò che l'arte Magica promette, oh quanti
e quanti a così orrendo ripiego ſi darebber mai! quan
ti ſono 8gli empi che p
per aver danari,5 P
per fare una
- vendetta, per ſoddisfare un deſiderio, alle ſceleraggini
tutte ſon pronti! Come per uſcir di guai al Demo
º nio non ricorrerebbero molti di quelli, che nelle ga
lere , o nelle prigioni , o in altre miſerie penando
vivono?

O S S E R v A Z I O N E XXIII.
E Iddio permetteſſe, che il Demonio, attraverſandoſi al corſo
della Giuſtizia umana, e l'iniquità proteggendo, quando a que
ſto ſcellerato la vita, e quando a quell'altro la libertà donaſſe, e
dal meritato gaſtigo gli ſottraeſſe : che quel prepotente, quel ven
dicativo, quell'innamorato compiutamente, e con tutta facilità le
lor voglie appagaſſero: ſopra tutto, ch'ogni diſperato ribaldo col
rinegar Dio, e col preſtar omaggio al Demonio, preſtamente ar
ricchiſſe, quando altri, che pur ſecondo oneſtà vivono, con lun
ghi ſtenti e ſudori appena ſi guadagnano da campare, qual tenta
zione ſarebbe mai coteſta per l'infelice genere umano, chi potreb
be reſiſtere, chi a Dio, el alle ſue leggi non rinunzierebbe allo
- ra»
56 o ss e R v a z1 o N e XXIII.
ra; come ſi ſalverebbe la ſua Provvidenza, come la Bontà, e la
Miſericordia verſo le ſue creature, come conſerverebbe egli il gra
do di Signore, e Padrone dell'Univerſo, e per fine come ſi verifiche
rebbe il detto di S. Paolo ( cor. I. 1o. 13. ) Fidelis autem Deus eſt,
qui non patietur vos tentari ſupra id quod poteſtis; ſed faciet ettam
cum tentatione proventum, ut poſitis ſuſtinerei o de Proverbj ( III,
16. ) In ſiniſtra illius divitiae, ci gloria? Ecco la ragione, per
cui sì gran mali non permette Iddio. Dal non permetter però tutto,
non biſogna inſerire, ch'egli non permetta nulla. Permette una bat
taglia, che affanni, ma non che li permette una procella,
che agiti , ma non che ſommerga: permette, che il Demonio tenti i
ma non che ſeduca con prove e ſtratagemmi, che ſarebbero preſº
ſochè inſuperabili, e tutto queſto permette egli per convertir il mal
in bene, come nell'oſſerv. xx. ſi è avvertito. ---

Lepida ragione da qualche Teologo è ſtata addotta, perchè il


Demonio, avvegnachè ſappia beniſſimo ove ſtanno naſcoſti i teſo
ri, ed altre ricchezze nel mare, e ne fiumi affondate, e però anche
ſenza privar alcuno del ſuo, poſſa far ricco chiccheſſia; pure nol fac
cia egli: e queſta è, che gli Spiriti dell'Inferno ſono avari, e che
cumulano danaro per l'Anticriſto, acciò alle ſpeſe grandi, che
in quell'occaſione occorreranno, egli poſſa ſupplire, e ſi pretende,
che tanto abbia confidato lo ſteſſo Satanaſſo ad un ſuo famigliare
Ter dar l'armi in mano a chi non ſolo della Magia Diabolica,
ma dello ſteſſo Demonio ſi fa beffe, opportuniſſima è queſta, ed
altre ſomiglianti fantaſie: e pure ella gode il paſſaporto anche del
gran Delrio, il quale nel Lib. 2. Quaſi 12. S. 18. delle Diſquiſizio
mi Magiche così ne giudica : Quamvis autem Damoni, ut mendaci,
minime credendum; res tamen a vero parum abborret,

Lunghe, ma curioſiſſime iſtoriette recitar potrei di


perſone ſecondo l'univerſal credenza ammaliate, di ca
ſe invaſate, di cavalli infollettati, o di arneſi, ch'io
ſteſſo in vari tempi e luoghi ho veduto finalmente ri
ſolverſi in nulla. -

O S S E R V A Z I O N E XXIV.
S" ha fatto il Sig. Marcheſe a non perder tempo in co
sì fatti racconti : sì perche chi vago foſſe di ſimili curioſità,
immenſa farragine può trovarne raccolta nella Bibliotheca Magica
di cui più di trenta piccioli Tometti ſono già uſciti alla luce i
Tedeſco; e sì ancora perchè nulla conchiudono. Il numero de
avvenimenti magici inventati, e ſalſi, è di gran lunga maggio
oss e R v a z1 o s e XXIV. 57
di quello de'veri, e reali; ma ſe le favole pregiudicar doveſſero,
alla verità, e ſe i fatti finti virtù aveſſero di far diventar falſi an
è che i veri, biſognerebbe dire, che falſi foſſero tutti, non trovan
doſi ſtoria, che da più favole non ſia ſtata contraffatta, ſenza ec
cettuare nè pur le più venerabili, e ſagroſante, quali ſon quelle
º della Divina Scrittura.

Potrei con più forza dire, che due ſavi Religioſi,


uno de'quali avea eſercitato l'uffizio d'Inquiſitore 24.
anni, e l'altro 28., mi aſſicuraron già, come fattuc
chierie famoſe, e che pareano evidenti, eſaminate con
prudenza, e con pazienza da loro, le aveano ſcoper
te ſempre furberie, ed inganni.
O S S E R V A Z I O N E XXV.

M" perſuado agevolmente, che queſti due Religioſi, benchè


er tanti anni ſtati in uffizio d'Inquiſitore, pure in niun
vero effetto di Magia Diabolica ſi ſieno abbattuti giammai, nè
altro che inganni, e furberie abbiano ſcoperto, ma ho ben della
pena a credere, che per ciò conchiudeſſero, che Magia Diaboli
ca non ſi dia. Quando però così pur foſſe, replicherei loro col
Tºomponazio: Verum hi decipiuntur , quum aliquando hac fabuloſa
comperta ſint, cy aliquando viſe ſunt illuſiones, ex particulari uni
verſale intulerunt, quod ex Dialettica imperitia provenire manifeſtum
eſt: neque enim ſi aliqua iſtorum talia ſunt, falſa ſunt omnia: neque
ſi aliqua eorum qua referuntur, vera comperiantur, exiſtimandum eſt
omnia eſſe vera. Utrumvis horum ex eadem deceptione procedit.

Che diremo del pretendere, che il Demonio padre


della menzogna inſegni a negromanti il vero circa que
ſt arte, e fonte com'è di ſuperbia, inſegni i modi
co quali poſſa dal negromante eſſer coſtretto a ubbi
dire?

O S S E R V A Z I O N E XXVI.

Iº vero dell'Arte Magica conſiſte nell'aſſenſo del Mago all'aſſi


ſtenza del Demonio, e nella corriſpondenza di queſto a quel
Io, non nella virtù delle coſe applicate, che per lo più ſono ar
H bitra
58 O ss e R v A z 1 o N E XXVI. i

bitrarie, nè ſon mezzo naturale, ma bensì morale per ottenere l' º


intento. Che abbia dunque che far qui la rifleſſione ſopra la fal
ſa e mendace indole del Demonio, non ſo veder io. Sia bugiardo i
e menzognero, quanto mai ſi vuole : niuno al certo dirà, che a
delle menzogne ſue voglia egli ſpontaneamente valerſi a proprio a
ſuo danno, e contro al fin ſuo principale. E pure tanto appunto
avverrebbe, quand'egli aveſſe inſegnato, che tali e tali coſe facen- S
do, tali e tali effetti ſeguiranno, li non ſeguiſſero mai, quan. ' '
tunque a lui tocchi il produrgli. Biſogna ben credere, che que- i
ſto maligno Spirito, ancorchè padre della menzogna, pure anche
del vero ſi vaglia egli talvolta, non già perchè la veracità ami, "
ma perchè poco ſenza quella preſſo gli uomini guadagnerebbe, eſi -
ſendo eſſa della ſocietà umana il principal vincolo e ſoſtegno. Si
numquam diceret verum, neminem poſſet decipere, ci meguaquam ad sº
tentandum ſufficeret eſus ſeduttio, diſſe con tutta verità l'Ab. Trite- º
mio nella terza delle Quiſtioni all'Imp. Maſſimiliano.
Quanto alla ſuperbia dello ſteſſo Demonio, a cagion di cui non º
par veriſimile, ch'egli ſteſſo voglia al Negromante inſegnar i mo- º
di, onde poſſa eſſer coſtretto ad ubbidire l'argomento avrebbe
vigore, ſe di forzata, e neceſſaria ubbidienza ſi trattaſſe: ma trat
tandoſi d'ubbidienza libera, ſpontaneamente, e malizioſamente dal
Demonio voluta per tirar altrui nella rete, non fa ſimilmente al
caſo. Anche ſecondo la Morale degli uomini, al decoro dell'uffi
zio, e della dignità non ſi crede pregiudichi punto quel Capitano -
d'armata, o quel Principe, il quale per vincere con ſtratagemma
il nemico, ſi traveſte, piglia l'abito d'un ſemplice ſoldato, e fa
anche le veci di quello, ubbidendo, quantunque il grado ſuo por
ti di comandare. A fin ſimile però anche Satanaſſo, ancorchè fon
te di ſuperbia, per cui fin da principio ſi dimenticò del proprio
eſſere, -

E contra'l ſuo fattore alzò le ciglia:


ancorchè la dipendenza ſommamente abborriſca , e per nobiltà di na
tura ſuperi di tanto l'uomo i pure per trionfare in fine di noi miſeri,
per uſurparſi ciò, che non è ſuo, e per tener fermi nella primiera
divozione e ſchiavitù i ſuoi ſeguaci, all'uomo ſi ſoggetta, lo ubbidi
ſce, e da lui dipende. Demones enim (così dottamente l'accennato Tri
temio nella Quaſt. 5. ) ut eos homines, quos ſemel in deditionem ac
ceperunt, voluntarios in eorum pravitate contineant, ſimulata ſe do
minatione motos libenter ſe illis ſubjiciunt, d quod ſponte faciunt ,
quaſi compellantur ad obedientiam fingunt,

Superate alcune vecchie prevenzioni, per le quali è


ſcuſabile chi a tali coſe in altri ſecoli preſtò fede, co
ITT G
O s s E R v A z I o N E XXVII. 59
me ſi potrebbero mai credere certe ſtravaganze ? per
pi: cagion d'eſempio, che i diavoli abbiano carnal com
i merzio con donne, o in figura di donne con uomini,
º e che ne naſcano anche figliuoli e chi crederebbe al
preſente che figliuolo d'un Folletto foſſe Ezzelino?
i, i
o ss E R v Az I o N E xxv II.
cº:
f: Alla Magia paſſa qui il Cenſore ad un anneſſo della Strego
neria, cioè agl'Incubi, e Succubi, e vorrebbe conchiudere,
" che incredibile ſia quella, perchè incredibili ſono le ſtravaganze
º di queſta i ma troppo per verità egli s'inganna. Prima di dedurre
º
così fatta conſeguenza, neceſſaria coſa è, ch'egli provi, che Ma
A gia, e Stregoneria ſono lo ſteſſo: il che non facendo nè qui, nè
in altro luogo, come appreſſo vedremo, non dovrà maravigliarſi,
ſe noi gli concederemo bensì l'antecedente, che parla d'una co .
ſa, ma poi gli negheremo la conſeguenza, che parla d'un altra.
Intanto coll'eſempio ſuo egli ci dimoſtra, che il falſo confuſo
col vero, fa parer tutto falſo, e comprova una verità da me al
ler
trove eſpoſta, cioè, che tra i cattivi effetti della ridicoloſa, e
r:
chimerica Stregoneria vuol computarſi anche quello d'eſſere ſtata
i!
cagione, che taluni poco di diſtinguere amanti, a negare intiera
mente la Magia Diabolica ſi ſono inoltrati.
C:

E potrebbeſi egli inventar novella più ſtrana de i


i patti taciti? Vogliono, che s'altri benchè in remoto
º paeſe, ha pattuito col Demonio, che faccia ſeguire
f un tale effetto, ogni volta ch'egli dirà tali parole, o
farà cotali ſegni, ſe io che nulla ſo di tal convenzio
ne, le ſteſſe parole dico, e i ſegni ſteſſi faccio, quell'
effetto ſeguir parimente ne debba. Vogliono, che chi
patteggia col diavolo, abbia autorità di coſtringerlo a
produr quell'effetto, non ſolamente quando gli i per
modo d'eſempio cotali figure, ma altresì quando chiun
que altro in qualunque luogo, e tempo, benchè con
tutt'altra intenzione, le faccia. Veramente queſte opi
º nioni debbon ſervire a umiliarci , facendo conoſcere
quanto poca coſa ſia l'umano intelletto.

H ii O S
6o O s s E R v A z 1 o N E XXVIII.

O S S E R V A Z I O N E XXVIII.

I" Patto Tacito dal Sig. Marcheſe qui deſcritto, e prima di


l lui dal chiariſſimo Sig. Lodovico Antonio Muratori diſapprovato
nel Cap. 11. pag. 125. della Diſſertazione De Navis in Religionem
incurrentibus, non può per verità, come nell'oſſerv. I ſi è detto,
appellarſi Patto, mentre non ſi dà Patto ſenza aſſenſo, nè ſi dà aſ
ſenſo ſenza cognizione, e ſcienza della coſa, a cui ſi aſſente. Il
Sig. Marcheſe però ne parla in modo, come ſe i Demonografi altra
ſpezie di Patti Taciti non riconoſceſſero, che queſta, e perciò
quanto ſcrivono in tal propoſito, altro che debolezza non foſſe;
il che non è certamente così, poichè oltre alla mentovata ſpezie
di Patti Taciti, altra ne ammettono, che alla ſteſſa difficoltà non
è ſoggetta, in prova di che ſentaſi ſolo quanto ſcrive il più pre
venuto di tutti, cioè Martino Delrio nel Lib. 2. Quaſt. 4 S. 14
delle Diſquiſizioni Magiche: Pattum Tacitum duplex eſt. Primum ,
quando quis ſciens volens, ſuperſtitioſis utitur ſignis, quibus uti ſo
lent Magi, qua quidem ex libris, aut ſermonibus eorum, vel aliorum
acceperit ..... Secundum Patti Taciti genus eſt ( e queſto è il taccia
to dal Sig. Marcheſe ) quando quis ignorans utitur magicis ſignis ,
quia neſcit eſſe mala, 3 a Daemone inſtituta: quod illis ſolet accide
re, qui bona fide libros legunt ſuperſtitiofos, putantes eos eſſe probato
rum Philoſophorum, aut Medicorum: item iis, qui accipiunt ea ab he
minibus, vulgo habitis bonis & fidelibus. Ora queſta ſeconda ſpe
zie, benchè dal Delrio, e da altri ancora con poca avvertenza am
meſſa, pure ſembra invenzione di moderni Teologi, poco nota agli
antichi Dottori Scolaſtici, e non da tutti gli ſteſſi moderni ricono
ſciuta, anzi da alcuno apertamente biaſimata. Gio: Giorgio Godelman
no nel Lib. 1. Cap. 9. S 2. De Magis, Veneficis, cy Lamiis due ſo
le ſorte di Patti in genere riconoſce, cioè l'Eſpreſſo, e la prima
ſpezie del Tacito: Veteres quidem Theologi, Aquinas, Durandus, o
alii, duas Pactiones cum Satana docent. Unam Expreſſam, quam fa
ciunt Necromantici & Magi illi, qui adorant ipſum: alteram Taci
tam, ſive Implicitam, qua tenentur omnes Idololatra, ci quicumque
ſcientes harent ſuperſtitioſis obſervationibus. Hac illorum definitio. Bar
tolommeo Spina Maeſtro del Sacro Palazzo nell'Apologia IV contro
al Ponzinibio, Girolamo Menghi nel Compendio dell'Arte Eſorciſtica
Lib. 2. Cap. 6. ed altri, d'altre ſpezie di Patti non fanno parola.
Il Floerckio poi nel ſuo trattato De crimine conjurationis spirituum
Cap. 4. S. 6. Nota 2. non ſolo altre ſpezie di Patti non ammette, l

ma attacca ancora a fronte ſcoperta, e riprende la ſeconda ſpezie


del Tacito dal Delrio approvata : Solum commercium apertum ve
tetium cum Diabolo, Pattum non ſtatim involvit, ne quidem Taci
titº ,
O ss E R v a z I o N e XXVIII. 6I
tum, quum hoc requirat conſenſum tacite, per fatta ſcilicet a ſciente
ſuſcepta, declaratum: talis vero in modis ſuperſtitioſis, in quibus non
mumquam Diabolus tette concurrit, ſepe abeſt: verb. gr. ſi quis ad
curandum morbum ſuperſtitioſos modos, ignorans Diabolum tette hic ac
cedere, adhibeat, tunc quidem eſt commercium cum Diabolo ( poco
dopo dice, che hoc ſuperſtitioſum quid involvit ) ſed non Pactum
Tacitum, quum conſenſus deficiat. Ora queſta eſſendo la dottrina de'
i Demonografi più celebri, intorno a Patti Taciti, che diranno egli
no della cenſura del Sig. Marcheſe? Diranno, che per farſi ſtrada
a combattergli, ha tolto di mira opinioni da lor medeſimi non
i riconoſciute, ed anche confutate, che ha ſcelto il più debole, e
che nello ſteſſo più debole ha taciuto il buono, ed ha meſſo in
viſta ſolamente il cattivo, e il difettuoſo, quaſichè niun'altra ſpe
zie di Patti Taciti ammetteſſero eſſi, che quella appunto, la qual
dovrebbero ripudiare. -

Ma poniamo per modo di diſputa, che anche i più rinomati


ſcrittori di queſte materie quella ſeconda ſpezie di Patti Taciti,
che ha sì poca ſuſſiſtenza, ſenza difficoltà veruna approvaſſero i
, che danno, e che rovina ne patirebbe per queſto la Magia Dia
-
- bolica? Quanti mai ſono gl'inſegnamenti ridicoli, le dottrine tor
te, i principi falſi, che nell'Arti, e nelle Scienze ſi ſuppongono,
e s'ammettono da coloro, che ne ſcrivono: e pure chi mai per
tal motivo ſi è avanzato a conſiderarle come vane, chimeriche,
ed inſuſſiſtenti? Se per le pazzie, e gli errori di coloro, che l'
Arti ne libri, o dalla cattedra ſpiegano, dell'Arti ſteſſe doveſſimo
riderci, diſtruggerle, e dileguarle, egli converrebbe farſi beffe di
tutte, tutte ſcartare, e cacciar del mondo: poichè una ſola non
v'ha, in cui dagli autori, che ne trattarono, qualche confuſione,
e zizzania non ſia ſtata ſeminata.
a º -

De'ſtrani fatti che ſi racconta per patti taciti veri


ficarſi, molti ſono interamente falſi, altri molto in ſo
ſtanza diverſi, ed alcuni veri, ma naturali, e non pun
to d'opera diabolica biſognoſi.
o s S E R V A Z I O N E XXIX.
- - - , i -r -- -

rionfato de Patti Taciti di ſeconda ſpezie, che non ſon Pat


ti, non biſogna, che il Sig. Marcheſe canti la vittoria di tut
ti. Reſtano quelli di prima ſpezie, che non patiſcono le ſteſſe ecce
i zioni, e pare vengano in conſeguenza degli Eſpreſſi. Ci ſono adun
e de fatti veriſſimi, niente alterati, e che a natural cagione non
poſſono aſcriverſi, i quali perciò a queſta ſorta di Patti
r
º sui
1co:
62 O s s E R v A z 1 o N E XXIX.
ſcono Vidiſe me quoſdam ( atteſta l'Ab. Tritemio nella terza delle
Quiſtioni a Maſſimiliano ) eadem vanitate curatos a ſpaſmo, negare
non poſſum. Item verbis, o herbis fortiſſimas quoſdam aperuiſe ſera
mihi conſtat. Chi potrà mai perſuaderſi, che le parole natural vir
tù abbiano d aprire una ſerratura? Soggiunge però il detto Auto
re: Innumera, que vidi, ci audivi, poſſem introducere ſimilia, quo
rum effettus manifeſti, quid ſunt aliud, quam quaedam Dacmonum m.-
racula? - -

Dirò ancora, che anche ſenza intervento di Patto o Tacito, o


Eſpreſſo, non è impoſſibile, che Satanaſſo ſi frapponga, e operi.
Le ſuperſtizioni a buon fine, e ſenza fede nel Demonio praticate,
ancorchè da peccato ſcuſino la perſona per l'ignoranza, pure in
sè ſono errori, e coſe vane. Or ſiccome il Demonio abborriſce
al ſommo la verità, poichè dal vero naſce facilmente il bene,
così per l'oppoſto ama aſſai l'errore, poichè dal falſo agevolmen
te il mal ſi produce. Che maraviglia adunque ſarebbe, che in tan
ti errori, e vane oſſervanze del volgo, e delle donnicciuole, ſi fram
miſchiaſſe egli qualche volta, ed il deſiderato effetto produceſſe,
per radicar nell'animo della perſona quella ſuperſtizione, quel paz
zo uſo, quella vanità, ben prevedendo, che la medeſima dall'uti
le, o dal diletto più volte ſperimentato adeſcata, non ceſſerà di
praticarla, anche dopochè ſarà avvertita, che non è coſa natura
le, e però oprerà con ſegreto rimorſo, ed agitamento di coſcien
za, come di fatto intraviene ? ,

Per affatto chiarirſi di ciò, baſta dare un'occhiata all'operar del


Demonio in tempo della Gentilità, e del Sacerdoti Pagani. Abbiamo
avvertito di ſopra, che la Magia di coſtoro, " in sè ſteſſa
foſſe vera Magia Diabolica, pure, almeno per conto della Teurgia,
tale riſpetto a loro non potea dirſi ſe non materialmente, atteſo che
per coſa lecita e ſanta la conſideravano, con Spiriti buoni, e di
loio amici ſi luſingavano di commerciare, non con Satanaſſo, e
retto ancora cra il loro fine, che alla Religione, ed al culto di Dio
tendeva. Nientedimeno quanto non ſi frapponeva egli allora il De
monio, quanto non operava, che ſtupendi effetti, che prodigi, che
maraviglie non produceva? Si dirà, che allora godeva maggior li
bertà, che quello era il tempo del ſuo regno, e che ingannava an
che chi a lui non ricorreva, o non credea di ricorrere; ma che ora
non dee dirſi così, dovendo crederſi, che inganni ſolamente chi
vuol eſſere ingannato, col porſi ſpontaneamente nelle ſue mani. Io
però accorderei ben volentieri a chi così la diſcorreſſe, che la pote
ſtà del Demonio ſia ora riſtretta d'aſſai, ch'ogni ſtrano effetto, di
cui non ſi ſa la cagione, a lui non debba toſto attribuirſi, e che le
forze della natura più avanti s'eſtendano, che talvolta non ſi cre
de : ma non concederei già, che certi veri effetti ſeguiti, e che tut.
sº - tavia
O s s E R v A z I o N e XXI X. 63
tavia ſeguono, al Demonio, perchè ora legato, e perchè a lui non
ſi ricorre, non debbano attribuirſi, quando ſi ſa, che pur tenta egli
al preſente, ed invade ancora, e poſſede gli uomini, quantunque
non ſolo a lui non ricorrano, ma l'abborriſcano, e fuggano a più
potere. Queſta ſteſſa poteſtà di Satanaſſo, benchè dagli uomini non
invitato, riconoſce Siſto V. nella Coſtituzione cali, ci terre, in
cui della Divinazione parlando, così s'eſprime: sive quod expreſſe
ad futura manifeſtanda invocentur ( Daemones ) ſive quod ipſi pra
vitate ſua, ci odio in genus humanum , occulte etiam, preter ho
minis intentionem ſe ingerant, ci intrudant vanis inquiſitionibus fu
turorum, ut mentes hominum pernicioſis vanitatibus, o fallaci con
tingentium prenunciatione implicentur, cº omni impietatis genere de
praventur.
-

º VI. L'evidenza di queſte rifleſſioni ſembra convin


cere a baſtanza, che l'arte Magica oggi giorno è un
bel nulla. - -

o s S E R v Az I o N E xxx.
º Nzi l'evidenza di queſte Oſſervazioni abbaſtanza convince ,
º che un bel nulla ſono tutte le prove dal Sig. Marcheſe fin
qui addotte.

Ma poichè il libro nel far riſpoſta alle valide diffi


coltà del Sig. Conte Rinaldo Carli, a opinione pro-ras .
pria d'Eretici, e publicamente punita, aſcrive il negar
la, qualche parola convien pur dirne ancora. -

o ss E R v A z I o N E XXXI
E' alla pag. 354 che qui ſi cita, nè in tutto il mio libro una
ſimil propoſizione ritrovaſi, anzi non v'ha pur coſa, donde
poteſſe inſerirſi, ma ben piuttoſto tutto il contrario. E come mai
propria d'Eretici avrei potuto chiamar io un'opinione, cui ſo beniſſi
mo eſſere ſtata difeſa da Cornelio Looſeo Ollandeſe, e prima di lui
( almeno per modo di diſputa ) da Pietro Pomponazio amendue Cat
tolici, anzi pochi anni ſono dal Sig. Marcheſe Giuſeppe Gorini Co
rio Cavalier Milaneſe nella ſua Politica, Diritto, e Religione? Non
è mio coſtume di render odioſe l'opinioni altrui ſul fondamento,
che derivino da Eretici: poichè ſo beniſſimo, che circa le coſe non
- ſpet
64 O s S E R v A z I o N E XXXI.
ſpettanti a dogmi, o alla diſciplina Eccleſiaſtica, anzi circa alcu
ni punti e di dogma, e di i ancora, eccellenti lavori, ed
alla Chieſa utiliſſimi abbiamo da autori Eretici; e ſo, che la ve .
rità, da qualunque bocca ella venga, dee ſempre con egual acco
glienza abbracciarſi: onde laſcio ſimili colpi a certi Teologi di
poca levatura, i quali gran coſa credono fare ( e la fanno forſe
preſſo le perſone ſemplici ) moſtrando, che l'opinioni da eſſi im
pugnate, ſon difeſe da Eretici. Ma per toccare con mano quanto
mal s'apponga il Sig. Marcheſe, non v'ha il meglio, che recitar
qui il paſſo da lui medeſimo accennato, il quale così parla: E
per convincervi validamente, che la Magia Diabolica non dee, nè
può negarſi, io non vi porrò già ſotto agli occhi quanto male, e
sfortunatamente incontraſſero coloro, che di negarla ebbero ardire; co
me Reginaldo Scoto Gentiluomo Ingleſe, il libro di cui fu in Inghil
terra proibito, e pubblicamente abbruciato, Cornelio Looſeo, fatto pri
gione in Treviri, e Bruſſelles per aver negata non ſolo la stregoneria,
ma la Magia ancora, e criſtiano Tommaſio, che per la ſteſſa cagione
ſul principio del corrente ſecolo eccitò in Germania gran tumulti fra
le perſone di lettere, e ſi concitò contro la maggiore, e più ſana par
te de ſuoi ſteſſi Proteſtanti. Simili fatti poſſono bensì provare, che la
voſtra opinione al comun ſentimento è contraria, ma non provano sia,
che ſia falſa ..... L'opinioni anche più comuni, non ſono ſempre lº
più tre, anzi talvolta ſono le più falſe, maſſime nelle coſe filoſofi.
che, e naturali: nè di ciò ſi vuol punto maravigliarſi, a ſimili ve
cende eſſendo ſoggetta la ſteſſa Teologia, e la Morale, avvegnachè fon
date ſopra principi, che da nuove ſcoperte non poſſono eſſere alterari
Toſta adunque queſta ragione da parte, per altra via io m'accingo a
provarvi l'eſiſtenza dell'Arte Magica, cioè coll'autorità Divina, e
Umana? Di che ſetta foſſe Reginaldo Scoto non ſaprei dir io, e
probabilmente ſarà ſtato Calviniſta. So bene, che Luterano fu il
Tommaſo - ma ſo altresì, che Cornelio Looſeo, benchè dal Det
rio con aſſai neri colori dipinto, pur fu Cattolico, anzi eſercitava
l'uffizio di Curato in Bruſſelles nella Chieſa di S. Maria della Cap
pella. Tamen quia filius Eccleſia erat, errores recantavit, dice di
lui Pietro Binsfeldio Suffraganeo di Treviri nel trattato De Confeſſio
nibus Maleficorum, e Sazarum Pralud. 6. pag. 35. Forſe il Sig. Mar.
cheſe per Eretici ha preſi tutti e tre gli Autori da me in quel
luogo nominati, indi ha inferito, che a opinione propria d Eretic.
io aſcrivo il negar la Magia. Queſta però non è propoſizion mia:
è una ſua illazione, e illazion falſa, primo perchè appoggiata ad
un falſo ſuppoſto, poi perchè quand'anche il ſuppoſto foſſe vero
non già per queſto potrebbe inferirſi, che agli Eretici io atti i
buiſca cotal opinione, quando si eſpreſſamente in più cattolici i
ho riconoſciuta. - -

- - - - - -
!
O s s E R v A z I o N E XXXI. 65
r
- Con tutto queſto il Novelliſta Veneto, più alla falſa interpe
trazione del teſto, che al teſto ſteſſo della mia Riſpoſta attenendo
ſi, nel dar l'eſtratto dell'Arte Magica dileguata nella Nov. 6. del
corrente anno 175o. così ſcrive: Avea l'Autor del Trattato aſſeri
to nella ſua Riſpoſta alla Lettera del Sig. Conte Carli, che il negare
la Magia è opinione propria d'Eretici, e pubblicamente rigettata. Se
gue immediatamente: Ma appunto queſta aſſerzione più preciſamente s'
abbatte in queſta Lettera, facendo vedere il Sig. Marcheſe Maffei, che
vi ſono ſtate ſempre perſone nel Mondo, le quali hanno deriſa queſt'
arte. Per provare, che il negar la Magia non è opinione propria
d'Eretici, non baſterebbe il provare ( quando pur tanto fi il
Sig. Marcheſe ) che vi ſono ſtate ſempre perſone nel Mondo, le qua
li hanno deriſa queſt'arte, quando inſieme non ſi provaſſe, che quel
le tali perſone non furono Eretici, nè Epicurei, che ſarebbe peg
gio, ma bensì Cattolici, il che nientedimeno non fa il Sig. Mar
cheſe, niun Cattolico avendo addotto a favore della ſua opinio
ne. Chi coll'ajuto di queſte Novelle cerca aver idea giuſta de'li
bri, e del ſentimenti degli Autori, ſenza leggere i libri ſteſſi, lo
cerca indarno.

Per prima ragione di ammetterla ſi adduce l'uni


verſal conſenſo del Mondo. Teſtimonj infiniti, ſtorie,
e tradizione d'ogni popolo. Teologi , Filoſofi , Giuriſ
conſulti: non potrebbe adunque negarſi, o metterſi in pag. 417.
dubbio, ſenza porſi ſotto a piedi la fede umana. Ma quanto
queſt'aſſerto univerſal conſenſo ſia falſo, il poco ſola
mente, che al num. IV. ſi è detto, baſtantemente di
moſtra.

O S s E R v A Z I O N E XXXII.
L Num. IV, tre ſoli autori ſono ſtati addotti contra la Ma
gia, cioè Plinio, Ippocrate, e Seneca. Plinio negò bensì la
Magia, ma fu Ateiſta. Ippocrate non fu forſe Ateiſta, ma non ne
gò nè pure aſſolutamente la Magia: ſol pare voleſſe, che non ſem
pre ſortiſca effetto. Seneca poi non fu certamente Ateiſta, e ne
gò ancor la Magia, ma ſenza ragione, anzi contra ragione, men
tre la negò in un tempo, in cui anche ſecondo il Sig. Marcheſe
fioriva. S'aggiunga, che l'univerſal conſenſo del mondo, di cui par
laſi nel citato luogo, non va inteſo d'una univerſalità logica, e
rigoroſa, che qualunque eccezione eſcluda, ma d'una univerſalità
morale, che ammette bensì qualche fatto º contrario, ma "
quei
66 O s s E R v A z I o N E XXXII.
quello però non vien diſtrutta: onde quantunque l'autorità de
mentovati ſcrittori replica non aveſſe, pure all'aſſerto univerſal con
ſenſo niente pregiudicherebbe ella, poichè tre autori Gentili con
tra un diluvio non ſolo di Gentili, ma d'Ebrei, di Criſtiani, e
d'ogni religione, non ſono oſſervabili, nè fa lor torto chi gli
traſcura.seneca nell'Epiſt. 117. parlando dell'immortalità dell'ani
ma, dice, ch'ella aveva a ſuo favore co NSENSUM HOMINUM aut
timentium inſeros, aut colentium , e pure oltre agli Epicurei, quan
ti altri Filoſofi gentili erano d'opinione diverſa?

Orazio, che paſſa per uno de' più ſavi, e penetran


ti uomini dell'antichità, annoverava all'incontro tra le
virtù all'uomo oneſto neceſſarie, il non dar fede, an
zi il riderſi d'ogni Magia. All'amico, che per non eſſe
re avaro, di tutta virtù ſi pregiava, ciò non baſta, dic
egli: (a) ſei eſente dagli altri vizi, e dagli altri errori? ſei
libero da ambizione, da iracondia, e dal timor della morte ?
ti ridi de ſogni, del terrori Magici, delle Streghe, de lor mi
racoli, e del portenti Teſſali? ch'era quanto dire, d' ogni
ſpezie di Magia.
O S S E R V A Z I O N E X XXIII.

Ella Riſpoſta al sig. conte Carli ( Xxx 5. ) è riportato que


ſto paſſo d'Orazio, e vi ſi replica, che quel Poeta o non de
veri fatti magici va inteſo; ma de favoloſi e finti, de quali non me
no gli antichi, che i moderni tempi abbondavano: o parlò da Epicu
reo, alla cui ſetta non poco era inclinato. Il Sig. Marcheſe vide cer
tamente queſta riſpoſta, e pure ſenza provar qui, ch'ella ſia in
concludente, ſeguita a valerſi del paſſo d'orazio. Quando però con
altro, che col traſcurarla, egli non la impugni, mi perdonerà s'
io all'oppoſto ſeguiterò a valermene, e conchiuderò, che l'auto
rità d'orario nella noſtra quiſtione non ha alcun peſo.
Tra terrores magicos, e Sagas pare diſtingua queſto Poeta ne due
accennati verſi, il che anche a me fece già eredere, che per sa
gas Streghe intendeſſe. Fatta però maggior riſleſſione ſopra altri
paſſi e dello ſteſſo, e d'altri antichi ſcrittori Latini, trovo doverſi
COIm

(a) lib. 6. Ep. 2. -

Somnia, terrores Magicos, miracula, Sagas,


Nocturnos Lemures, portentaque Theſſala rides?
O s s E R v A z I o N E XXXIII. 67
conchiudere, che per saga intendeſſero Maga, non Strega: onde
ſebbene ſono poi ſtati da moderni confuſi queſti termini, pure dal
Latino in Italian traducendo, non direi Strega ove Saga trovaſſi,
come e qui, e altrove fa il Sig. Marcheſe: poichè per ſignificare
5.7sa, voce propria e particolare, che poſcia a noi Italiani è ri
al maſta, avevano i Latini, cioè Strix; delle quali Strigi il volgo
d'allora parte appunto di quelle maraviglie ſognava, che anche il
volgo d'oggidì alle noſtre Streghe attribuiſce. L'etimologia di Sa
ga, o venga ella quod ſatis agat, come vuole Acrone ſopra Ora
zio Lib. I. Od. 27. o dal verbo ſagire, cioè acute ſentire, come
piacque a Cicerone De Divinatione Lib. I. S. 31. non s'oppone pun
to, anzi favoriſce queſta ſignificazione.

A che è diretto tutto il Filopſeude di Luciano, ſe


non a mettere in ridicolo l'arte Magica? ed a che al
tro il ſuo Aſino, da cui preſe Apuleio?

o s S E R v Az I o N E XXXIV.
Che coſa mai non mi ſe egli in ridicolo Luciano, detto con
tutta ragione Deorum, atque hominum irriſor, poichè, come
stò Lattanzio Lib. I. Cap. 9. Diis, ci bominibus non pepercit? Il
Nggio ſi è, che, come tutti convengono, e gli ſcritti ſuoi abba
ſianza il dimoſtrano, fu Ateiſta, ed Epicureo de più appaſſionati,
il quale per metter Epicuro ſopra le ſtelle, tacciò, e deriſe tut
agli altri Filoſofi, facendoſi beffe d'ogni religione, particolarmen
e della Criſtiana, l'Autore di cui arrivò a empiamente ſpacciare
per Sofiſta. Qual maraviglia però, che della Magia Diabolica ſi ri
- eſſe chi de Demoni, degli Angeli, e di Dio ſteſſo ridevaſi? Simili
º autori non fanno onore al siſtema del sig. Marcheſe: ben piuttoſto
avviliſcono, lo diſcreditano, e lo vituperano.
l

i | Gli undici libri di queſto, ne'quali tocca più volte


º il far retrocedere i fiumi, fermare il Sole, oſcurar le
Stelle, e coſtringere i Numi, che ſi credea in potere
della Magia, ben ſi ravviſa, come ſon lavorati per
farſene beffe; il che non avrebbe certamente fatto, ſe
– | creduto aveſſe, che poteſſe però qualche coſa , anzi
che ſovrumani effetti per eſſa ſi otteneſſero. Scherza
adunque ironicamente, allorchè narra avvenir porten
I ii ti
68 O s s E R v A z 1 o N E XXXV.
ti (a) per l'ineſpugnabil poteſtà della Magica diſciplina, e per
la cieca violenza de sforzati Numi. Era avvenuto al miſe
ro, mentre ſi credeva diventare uccello, d'eſſer tras
formato in aſino, per la balorderia d'una femmina ,
che per fretta ſcambiò alberello, e gli diede manteca ,
differente. - º

O S S E R V A Z I O N E XXXV. ri

Agli undici libri delle Metamorfoſi, o ſia Aſino aureo d' Apu- º
lejo, non ſi vuol certamente rilevare il ſentimento di quell' º
Autore intorno alla Magia. Sono un favoloſo Romanzo, ſcritto º
r eſercizio di ſtile, e per divertimento del leggitori, come ba- ſi
fi appariſce fin dal bel principio del libro. L'opera, che
può inſegnarci ciò, che dell'Arte Magica ſentiſſe Apulejo, è l'
Apologia, ch'egli fece per diſcolparſi appunto dalla taccia di Ma- i
go, che egli era ſtata data da i" avverſari. Si vede da queſtº
Apologia, ch'egli aveva in ſomma venerazione i Sacerdoti dell'Egit
to, che ſi pregiava d'eſſere ſeguace di Pitagora, e d'Oſtane, ch
aveva ſtudiati a lungo i riti, e le cerimonie de Gentili, e tutti i
più arcani loro miſteri pretendeva aver penetrati; il che è uanto
dire, ch'abborriva bensì, o voleva almeno far credere d'abborri
re la Goezia, ma coltivava all'incontro la Teurgia, e però era
un Mago materiale, che colla Filoſofia, e colla Teologia confon- si
deva uno ſtudio creduto ottimo, e naturale , anzi il migliore, e n
più ſublime di tutti, ma che in ſoſtanza era Magia Diabolica i
palliata col velo di Religione, e di Sapienza. Quando adunque nell'
Aſino della Magia ſi riſe, nol fece già, perchè foſſe perſuaſo, che i
nulla poteſſe, come aveva fatto Luciano Epicureo. Egli era Filo-,
fofo Platonico del più religioſi, o per dir meglio, de più ſuperſti
zioſi, e ſi due
zo queſti puòScrittori,
ben dire con tutta ragione, che mettendoſi a maz l

Serpentes avibus gemimantur, tigribus agni.


Egli ſi riſe adunque della vantata, e dal volgo ſuppoſta virtù dell'
Arte Magica, non della vera, e reale: ſi riſe delle favole popola
ri, che anche in quella ſtagione abbondavano; e imitò Luciano
quanto al riderſi del falſo, ma non già quanto al farſi beffe anche
del vero. E quante novelle mai non ſi ſpargono, e ridicoli fatti
non ſi fingono in materia di Folletti, e " Oſſeſſi ? Eglino potreb
bero ſomminiſtrar argomento a più commedie, nè ragione si avreb
be

(a) lib. 3. inexpugnabili Magica diſciplina poteſtate &c.


a
O s s E R V A z I o N E XXXV. 69
be per queſto d'accuſar il Poeta di non credere, che Folletti, ov
vero Oſſeſſi ſi diano. Non negava forſe la Goezia nè pur Menan
dro; e pure al dir di Plinio Lib. 3o. Cap. 1. compoſe una com
media ſopra i rigiri delle femmine affaccendate nel tirare dal Cie
lo in terra la Luna. Altro è riderſi del ridicolo, altro riderſi di
- tutto; e grande ingiuſtizia uſerebbe agli autori chi gli faceſſe rei
d'aver negato la ſoſtanza di quelle coſe, delle quali non negarono
ſe non le circoſtanze favoloſe, e inventate. Dallo ſteſſo Aſino, e
in particolare dall'epilogo di quello, s'arguiſce abbaſtanza, che
Apulejo era dato alla Teurgia, cioè all'arte di conciliarſi con cer
ti riti, e cerimonie gli Spiriti buoni. Almeno di queſta ſpezie di
Magia non ſi faceva certamente beffe, poichè tanti ſudori, tante
ſpeſe, e tanti incomodi, fino a privarſi di certi cibi, e profon
dere il patrimonio, non avrebbe egli ſofferti per renderſene pa
drone.

Termine quaſi proprio, ove di Magia ſi parlaſſe, ſu


anticamente il chiamarle Ludi; il che ben moſtra, che
non gli credevano fatti veri.
o ss E R V A z I o N E XXXVI.
D" gli antichi chiamato Ludi l'operazioni Magiche, ed
aver creduto, che non foſſero ſempre fatti veri, ma bensì ap
parenze, non ſi può inſerire, ch'eſcluder voleſſero il Demonio. Lo
ſteſſo Cenſore più ſotto, contro al VViero diſputando, così ſeri
ve: crede egli alle volte di render più probabile, e quaſi di annulla
re la forza Magica, con dire, che i ſuoi non ſono miracoli, e fatti ve:
ri, ma fantaſmi, inganni, e apparenze, non conſiderando, ch'anco il
fare in tal modo apparire ciò che non è, ha del miracoloſº. Le verº
2he de Maghi di Faraone ſi mutaſſero in veri ſerpi, o ſerpi a tutti gli
occhi foſſero fatte apparire, l'uno e l'altro ſuperava l'induſtria, e la
virtù umana. Dunque anche l'apparenze de Maghi hanno biſogno
del Demonio. -

Quanto al termine di Ludi, per più ragioni così dagli antichi fu


rono chiamati ſimili fatti. La prima è quella, che teſtè ſi è accen
nata, del non eſſer per lo più fatti veri, ma preſtigi, illuſioni, ed
apparenze,
zorpi colleciò,
fa parere qualicheil altro
Demonio
non è,inganna i ſenſi degli
che l'ombra, aſtanti, die
e l'immagine
1uelli; il che, come ognun vede, è una ſpezie di giuoco. La ſe
ionda è, che anche i veri fatti, ſono ſpeſſo voluttuoſi, e da ſcher
zo, talchè a ragione giuochi poſſono appellarſi. Per terzo convien
2iflettere, che il Demonio dipende dalla permiſſione di Dio; onde
pra
7o O s s E R V A z I o N E XXXVI.
praticate dal Mago tutte le ſue ceremonie e ſcongiuri, ed accor
ſo ancora il Demonio, pure, ſe Dio non vuole, nulla ſegue, ar
zi talvolta ſegue tutto il contrario, con iſcorno, e ſvantaggio e
del Mago, e del Demonio. Qual giuoco più piacevole di queſto
Prevede egli coll'intima cogniziene della natura più coſe, prima
che avvengano. Per parere d eſſerne arbitro e diſpenſatore, le
prenunzia a ſuoi coltivatori, ma poi talora niente accade: Qi
e ha e ab Angelis Deo ſunno pie ſervientibus alia diſpoſizione ses
ta Damonibus, ex in proviſo ac repente mutantur, come ben dice S
Agoſtino De Divinetiene Damonum S. io. Ecco un altro bel gico
co. In quarto luogo giuochi ſono l'operazioni magiche, poich,
quantunque non ſi frapponga Iddio, ſi frappone tal fiata lo ſteſi
Demonio, e guaſta ogni coſa, come avviene allorchè un Demc.
nio ſuperiore combatte, e confonde un Demonio inferiore. Quin.
di è, che quel Caldco preſſo lo ſteſſo Santo nel Lib. 1o. Cap. s.
De Civitate Dei ſi lamentava, fruſtratos ſibi eſſe ſucceſſus; quiem tri
ad eadem potens, tacius invidia, adjuratas ſacris precibus potenti: i
alligaſſet, ne poſtulata concederent. Per quinto è un giuoco la Ma
gia, poichè falſo e mendace è l'autore di quella, cioè il Demel
nio, il quale ingannato è bensì talvolta, ma talvolta ancora ingar
na. Fallunt autem ( ſegue il mentovato Padre De Divinatione Da
monum S. 1o. ) etiam ſtudio fallendi, ci invida vºluntate, qua º
minum errore la tantur: e prima di lui Origene nel Lib. 8. S. 6 ,
Contra Celſum: Damones quum ſint mali, o ſanguini, nidoribus, ri
centibus, ali ſque e ſdem modi rebus deditiſſimi, credibile ſi ea r
illis quidem, qui bac ipſis la giuntur, fidem ſervaturos daangue e
dexteram. Finalmente un giuoco ancora potrebbe dirſi l'Arte M.
gica riguardo alla perpetua finzione del Demonio, che moſtra u.
bidire quaſi forzato da ſacramenti magici, quando miun uomo,
molto meno niun'erba, o pietra, virtù ha di coſtringerlo, e i
ubbidienza ſua, come di ſopra ſi è avvertito, è volontaria, e ma
lizioſa. -- -

Ecco per quanti motivi potè l'antichità chiamar Ludo la Nis


gia, ſenza che per queſto poſſa arguirſi, che vana coſa, e in ce
niuna parte abbia il Demonio, la reputaſſe. Non è l'aſſenza di S
tanaſſo, che di verità, e ſodezza privi la Magia, ma anzi Perci
Satanaſſo, padre della menzogna, e ſoggetto al volere di Dio,
interviene, ella e coſa ingannevole, giocoſa, e fallace - Lud: i
tere animarum ſibimet ſubditarum, e voluptaria ſibi ludibria de e
minum erroribus exhibentes, chiamò con tutta ragione i Demoni º
Agoſtino nel Lib. io. Cap. I 1. De Civitate Dei, appunto per l'ai
ſtenza, che preſtano a Maghi. Tralle Concluſioni Magiche del ce
lebre Giovanni Pico Mirandolano, così ſuona la prima: Tora sº
sia, qua in ſu ſi apud Modernos, e quam merito exterminat E
-

---
O s s E R v A z I o N E XXXV I. 71
tleſia, nullam habet firmitatem, nullum fundamentum, nullam veri
tatem. Non conchiuda però il Sig. Marcheſe, che ſia a ſuo favo
re, prima d'aver udito la ragione, ch'è queſta: Quia pendet ex
manu hoſtium prima veritatis, poteſtatum harum tenebrarum, qua te
nebras falſitatis male diſpoſitis intellettibus offundumt. Che dello ſteſ
ſo ſentimento foſſero anche gli antichi autori da eſſo Sig. Marche
le citati, benchè Ludo la nominaſſero, non ſe ne dee dubitare, e
più chiaro apparirà dall'eſame di quelli.

Operazioni pernizioſe , e Ludicre chiamò quelle de'


Maghi S. Cipriano (a).
o S S E R V A Z I O N E XXXVII.
'Intero paſſo di S. Cipriano nel citato libro De Idolorum vani
tate, è queſto: Spiritus ſunt inſinceri e vagi, qui poſtea quam
terrenis vitiis immerſi ſunt, cy a vigore caleſti terreno contagio re
i ſerunt, non deſinunt perditi perdere, e depravati errorem pravi
itis infundere. Hos & Tºoetae DAEMONAS norumt; & Socrates in
i ſe & regi ad arbitrium DAEMOTNIS pradicabat, 25 Magis inde
i cd pernicioſa, vel ludicra potentatus.

Tertulliano: (b) ſe coſtoro con preſtigi ciarlataneſchi molti


facoli Giuocano: e nel Trattato dell'anima: (c) che di
o adunque ſia la Magia è quello, che quaſi tutti dicono, in
inno.

oss e R v Az I o N E xxxv III.


Nºve primo paſſo, cioè nel cap. 23 dell' Apologetico, così ſcri
Tertulliano: Porro ſi di Magi phantaſmata edunt ; & jam
l tiorum infamant animasi ſi pueros in eloquium Oraculi elidunt,
3 multa miracula circulatoriis praſtigiis ludunt ; ſi ci ſommia immit
t, habentes ſemel invitatorum ANGELORUM , ci DAEMONUM
tentem ſibi poteſtatem, per quos & capra, e menſa divinare con
ſue
-

(a) S. Cypr. de Idol. ad pernicioſa & ludicra.


(b) Tert Apolog. c. 23. Si multa miracula circulatores praeſtigiis
nt .

( i. De An. cap. 57. Quid ergo dicemus Magiamº quod omnes pe


fallaciam, - - - - -- -
72 O s s E R v A z I o N e XXXVIII.
ſueverunt ; quanto magis ea poteſtas de ſuo arbitrio, ci pro ſuo nego
tio ſtudeat totis viribus operari ( cioè il Demonio ) quod aliena pra
ſtat negotiationi? Nel ſecondo paſſo poi, cioè nel Cap. 57 del li
bro De Anima, non men chiaro s'eſprime: " ergo dicemus Ma
giam è quod omnes pene, fallaciam : ſed ratio fallacia ſolos non fugit
dhriſtianos, qui ſpiritalia nequitia ( così chiama i Demoni, alluden
do alle parole di S. Paolo Epheſ. VI. 12. ) non quidem ſocia con
ſcientia, ſed inimica ſcientia novimus, nec invitatoria operatione, ſed
expugnatoria dominatione trattamus: multiformem luem mentis huma
mae, totius erroris artificem, ſalutis pariter anima que vaſtatricem ſcien
tiam Magic, ſecundae ſcilicet idololatria, in qua ſe DAEMONES per
inde mortuos fingunt, quemadmodum in illa Deos. Itaque invocantur
quidem aori, cº biaothanati, ſub illo fidei argumento, quod credibile
videatur eas potiſſimum animas ad vim & injuriam facere, quas per
vim & injuriam ſavus & immaturus finis extorſit, quaſi ad vicem
offenſe. Sed DAEMONES operantur ſub obtentu earum.

Minuzio Felice: (a) ogni miracolo che Giuocano. Arno


bio: (b) i Giuochi dell'arti Magiche.
O S S E R V A Z I O N E XXXIX.

M" Felice nel Dialogo detto ottavius, dopo le parole ,


quidquid miraculi ludunt, ſoggiunge toſto, per Daemones fa
ciunt. Ecco tutto l'intero paſſo: Magi quoque, non tantum ſciunt
DAEMOTN.AS, ſed etiam quidquid miraculi ludunt, per DA MOTN.AS
faciunt, illis aſpirantibus & infundentibus praſtigias edunt ; vel qua
non ſunt, videri i vel qua ſunt, non videri. Arnobio parimente uni
ſce inſieme il magicarum artium ludi col Damonum praeſtigiac. Ergo
me illa, que geſta ſunt ( parla dell'operazioni di Gesù Criſto )
DAEMONUM fuere praſtigta, e magicarum artium ludi e Aggiunge
immediatamente : Poteſtis aliquem nobis deſignare ex omnibus illis
Magis, qui un quam fuere per ſecula, conſimile aliquid Chriſto mille
ſima ex parte qui fecerit? qui ſine ulla vi carminum, ſine berbarum,
& graminum ſuccis, ſine ulla aliqua obſervatione ſollicita ſacrorum,
libaminum, temporum ? Non enim urgemus, ci quarimus, quae ſeſ
ſpondeant facere, vel in quibus generibus attuum ſoleat omnis illorum
dottrina, ci experientia contineri. Quis enim hos meſciat aut immi
mentia ſtudia prenoſcere, qua neceſſario velint, nolint ſuis ordinationi
bu

83 Min. Fel. quidquid miraculi ludunt.


(b) Arn. lib. 1. Magicarum artium ludi,
O s s E R v A z I o N e XXXIX. 73
bus veniunt? aut mortiferam immittere quibus libuerit tabem: aut fa
miliarum dirumpere caritates: aut ſine clavibus reſerare, qua clauſa
ſunt : aut ora ſilentio vincire: aut in cuniculis equos debilitare, inci
tare, tardare: aut uxoribus, ci liberis alienis, ſive illi mares ſint,
five feminei generis, inconceſſi amoris flammas, ci furiales immittere
cupiditates : aut ſi utile aliquid videantur audere, non propria vi poſt
ſe, ſed eorum , quos invocant, poteſtate ? cioè de' Demonj. Ecco i
giuochi, de quali parla Arnobio. Il Sig. Marcheſe nel ſuo bel trat
tato Della Scienza Cavallereſca, e nell'altro Dell'Impiego del Dana
ro, lamentaſi del citare i teſti ſol per metà, dello ſmembrar pezzet
ti dal corpo del diſcorſi, e dell' addur parole iſolate, e ſenſetti dalla
lor matrice divelti: col qual artifizio giudizioſamente avverte, com'
è facile equivocare, e far credere, che gli autori dicano ciò, che
nè pur paſsò loro per mente. Perchè mai non conſervare queſto
ſuo zelo, e non guardarſi egli ſteſſo da ciò, che sì giuſtamente
avea in altri diſapprovato? -

Nella ſeconda edizione dell'Operetta, ch'ora abbiamo IT12

no, egli ha levato il paſſo di Minuzio Felice, e in vece ha ripo


ſto così: », Il comentatore di Minuzio Felice a quelle parole quid
, quid miraculi ludunt, nota così: Ludere hac in re proprium voca
, bulum. “ Ma per qual ragione queſto cambiamento, perchè
queſt'improvviſa metamorfoſi di Minuzio Felice nel ſuo Comenta
tore? Non dice egli Minuzio quello ſteſſo, che dicono S. Cipria
mo, Tertulliano, Arnobio, e gli altri autori in queſto propoſito ci
tati? Or perchè dunque a lui ſolo è toccata la diſgrazia di dover
cedere il poſto al ſuo Comentatore, e gli altri lo hanno conſer
vato? Giacchè dalle lor parole nulla ſi conchiude, non era meglio
ſcartargli tutti: ovvero volendogli pur ritenere, non dovea rite
nerſi anche Minuzio Felice? -

Quanto al termine di ludere, ſi concede, che ſia proprio dell'


Arte Magica, non già però per quel motivo, che vorrebbe far
a redere il Cenſore. La ragione di ciò ſi è già eſpoſta baſtantemen
te, e con queſto ſuo Ludo ben poco potrà vincere il Sig. Mar
cheſe . Anche il Comentatore di S. Ireneo, cioè il P. Renato Maſi
ſues, ſopra quelle parole del Lib. I. Cap. 13. Num. 1. Contra Hae
reſes: Anaxilai ludicra, ſoggiunge: Ludendi verbum apprime quadrat
ad Magorum praſtigias: nam ludorum & ludicrorum vox in hac arte
propria eſt. Nientedimeno non negava già queſto dotto Benedettino
1a Magia Diabolica. Non la negava ſimilmente Giacopo Gotofredo,
che anzi ebbe a maravigliarſi, come pur ſi trovaſſe chi a fronte
dell'antiche leggi, le quali sì chiaro, e concordemente la ſuppon
gono, di negarla aveſſe ardimento, e pure nel Comentario ſopra il
codice ri Lib. 9. Tit. 16, l. 5. anch'egli ſcriſſe: Ludorum
ſane, o ludendi vox hac in re propria. itari, Firmiano, come ſi
- - - e ve
74 O ss E R v A z I o N E XXXIX.
vede dal Lib. I. cap. 17. ad altri, che a Satanaſſo non attribuì tut- l
ti i prodigioſi effetti, che ne tempi de Gentili, e avanti a loro
Oracoli ſeguivano, e pure nello ſteſſo luogo egli ſcrive: Sed ille
rum ( Daemonum ) ſunt iſti luſus, qui ſub nominibus mortuorum de
liteſcentes, viventibus plagas tendunt. Il punto è così chiaro e
evidente, che ſoverchia ſarebbe, e mal impiegata ognaltra erudi
zione per maggiormente illuſtrarlo.

Queſta ſolenne fraſe fa conoſcere il ſentimento co


mune de Saggi. l

O S S E R V A Z I O N E X L.

O fa certo conoſcere: ma queſto comun ſentimento era, che


la Magia foſſe opera di Satanaſſo, non già un bel nulla, o
un giuoco: o s'era un giuoco, foſſe giuoco diabolico.

Con Indovini, e con Streghe il Fattor di villa non s im


pacci, ſcriſſe Columella, (a) perchè l'un genere e l'altro di
per one con vana ſuperſtizione gli animi rozzi induce a ſpeſe
e quinci a ribalderie.
-

- O S S E R V A Z I O N E X LI.

Utto vero: ma nulla contra l'Arte Magica, la quale niunci


negherà mai, che non induca a ribalderie, ed anche a ſpe
ſe, e di ſuperſtizione non ſia ripiena.

Si ha da Svida, (b) che ſi chiamavano Magbº rºlº ,


che di falſe immaginazioni s'empieano.
O S S E R V A Z I O N E XL II.

Ochi artefici v'ha, che dell'arte loro non abbiano maggio


concetto, che in fatti ella non merita. Che maraviglia ſe
-
reb

(a) Col. 1. 1. c. 8. Haruſpices Sagaſque, qua utraque genera


na ſuperſtitione rudes animos ad impenſas, & deinceps ad flagitia com
llunt, ne admiſerit.
(b) Mayes s'naxs, za; leudei; arrao ias répº irac avro7;
O ss E R v A z I o N E XLII. 75
a rebbe, che anche i Maghi aveſſero ſtimato più del dovere la lor
i profeſſione? Atteſta Tertulliano nel cap. 57. De Anima, che i ſe
e guaci di Simon Mago ſi vantavano di poter richiamare dalle lor
ra ſedi l'anime de Profeti. Ecce hodie eguſdem simonis ha reticos tanta
ur praſumtio artis extollit, ut etiam Trophetarum animas ab inferis mo
i e vere ſe ſpondeant. More vulgi ( ſcrive Apulejo nell'Apologia ) eum
proprie Magum exiſtimant, qui communione loquendi cum Diis immor
talibus ad omnia qua velit, incredibili quadam vi cantaminum pol
".
leat. A queſta ridicola perſuaſione del volgo, confermata, ed au
torizzata da Poeti, non è inveriſimile abbiano dato motivo le mil
lanterie de Maghi, ed alle millanterie de Maghi dà poi ſicuramen
te anſa lo ſi loro maeſtro, largo promettitore d'ogni coſa an
che non ſua. Hac omnia tibi dabo, ſi cadens adoraveris me, diſſe
egli a Criſto ( Matth. 4. 9. ) moſtrandogli tutti i regni del mon
do, e la gloria di quelli. Con ſomiglianti promeſſe può ben cre
derſi vada egli luſingando i ſuoi coltivatori, e quinei eſſi di fan
taſie, e di falſe immaginazioni ſovente ſi paſcano. Queſto però
non diſtrugge l'Arte Magica: ſolo prova, che la non può tanto,
" il volgo, e qualche volta ancora gli ſteſſi ſuoi deluſi Pro
ſſori ſi perſuadono. -

ir
Saviamente però
pero parlò
p Dante, q
quando diſse d'un tale,5
Delle Magiche frodi ſeppe il Giuoco. Inf. c. 2 c.

O S S E R V A Z I O N E XLIII.

i Ueſto tale è Michele Scoto Ingleſe, di cui ſi dice, che foſſe


º Aſtrologo, e Mago di Federigo II. Imperadore, e gli pre
diceſſe il luogo, e la maniera della morte. Salla, o Saba
Malaſpina, che a que tempi fiorì nel Lib. I Cap. 2. Rerum Sicula
rum, non nomina veramente coſtui, ma però fa menzion della
predizione, e nota ancora, che Federigo II. Aſtrologos, º Ne
3romanticos venerabatur. Leggo bensì nel Lib. 1. cap. 3. dell' Anti
palus Maleficiorum di Giovanni Tritemio: Eſt liber cujuſdam Michaelis
scoti, in quo promittitur, Diabolo docente, omnium rerum ſcientia,
in quo nihil eſt non ſuperſtitioſum, º diabolicum. Incipit autem ſic:
Si volueris per ſpiritum habere & c. Forſe queſto libro ſarà ſuppo
ſto; ma comunque ſia di ciò, certa coſa è, che Dante ebbe Mi
chele Scoto per uomo dato all'arti diaboliche, mentre lo poſe nell'
Inferno inſieme con coloro, che preteſero di ſaper l'avvenire, e
- colle -

trº ------ triſte, che laſciaron l'ago,


gº La ſpuola, e 'l fuſo, e fecerſi indovine:
K ij Fe
76 O s s E R v A z 1 o N E X LIII.
Fecer malie con erbe, e con imago.
Il Naudè nell'Apologia al ſolito lo difende, e dopo lui il Bayle nel
Dizionario, ed il Sig. Giacopo Brucker nel Tom. 3. pag. 796 dell'
Hiſtoria critica Philoſophiae: ma gli argomenti loro nulla conchiu,
dono. Io voglio accordare, che lo Scoto foſſe verſato nella Teolo
gia, Filoſofia, e Matematiche: di qui non ſegue, che non poteſſe
eſſer dato alla Magia. Si fa dell'Ordine Carmelitano: ma come poi
il Tritemio, che nel Lib. 2. De laudibus Ordinis Fratrum Carmel. pre
ciſamente trattò De Illuſtribus Viris Ordinis Carmelitarum, non ha
fatto menzione di così inſigne Teologo? Il Landino ſopra il citato
paſſo di Dante afferma, che tutti conchiudono, che foſſe ottimo Aſtro
logo, e gran Mago. Lo ſteſſo Naudè mentre ne ſta facendo l'a
logia, moſtra di credere certe ſue predizioni, che ſenza colluſion
del Demonio, ed una gran permiſſione di Dio, non potevano in
verun modo avverarſi. Giovanni Pico nel Lib. 12. Cap. 7. Diſputa
tionum in Aſtrologiam, lo chiama Scriptorem nullius ponderis, mul
tae vero ſuperſtitionis. Egli è aſſai probabile, che foſſe un Lettera
to del guſto di Ruggier Bacone, di cui era nazionale.
-

Non fu dunque mai affatto univerſale il credere all'


arte Magica.
o ss E R v Az I o N E XL IV.

Nzi fu univerſaliſſimo, benchè l'uno o l'altro non ci credeſſe i


ma ſe univerſale doveſſe chiamarſi un'opinione ſolamente al
forchè
ma non titolo
di ſimil ha purpotrebbe
uno ſcrittore, che la contraſti, niuna, e poi niu
gloriarſi. r . -

In oggi ſe ſi raccoglieſſe il voto de Letterati, e il


ſentimento delle più illuſtri Accademie, io credo, che
d'ogni dieci appena uno o due ne riporterebbe tal opi
nione in ſuo favore. Veggo anche uno degli eruditi
corriſpondenti conſultati dall' autor del libro , parlar
se così: La Magia è un'arte ridicola, che nulla opera ſe non nel
la teſta del pazzo, che ſi crede d'aver autorità di muovere il
Diavolo ad appagare i ſuoi deſideri; ch'è aſſai buon vol
gare ,
4

- -

- - -
-
O s s E R v A z I o N E XLV. 77

O S S E R V A Z I O N E XL V. -

E d'ogni dieci Accademie più illuſtri, e d'ogni dieci Lettera


ti, in oggi appena uno, o due ammette la Magia Diabolica ,
dunque l'opinion che la nega, anche tra Cattolici, può dirſi co
mune. Ma ſe la coſa è così, come poi in oggi un Soggetto dallo
ſteſſo Sig. Marcheſe degniſſimo, e celebre riputato, cioè il P. Da
niello Concina nel Lib. 3. Diſſert. 2. Cap. 12. S. 13 della citata ſua
Teologia Morale ſcrive, COMMUNIS Catholicorum ſententia docet,
re ipſa hanc commistionem Daemomum mulierumque accidere ? Come
può dire queſto Padre al S. 5. dello ſteſſo cap. parlando del real
traſporto delle Streghe al congreſſo: catholici oMNES docent, hunc
tranſitum fieri poſſe; e come al S. 1. del cap. 11. preciſamente della
Magia Diabolica parlando, con tanta franchezza aſſeriſce: eam da
ri, Dottores OM NES teſtantur? Il Sig. Marcheſe atteſta, che la ſen
teaza ſua è Comune, e il Padre Moraliſta aſſicura, che Comune
è la ſua, e pure ſono diametralmente oppoſte. O l'uno, o l'al
tro adunque ci vende lucciole per lanterne, vere amendue non po
tendo eſſere tali propoſizioni -

Ter la contraddizion, che nol conſente. -

Se il Sig. Marcheſe però voleva, che l'aſſerzion ſua preponderaſſe


a quella del P. Concina, perchè non corredarla d'autorità, perchè
non citare i libri, e gli autori, che la favoriſcono? Egli preten
de avere quaſi tutti i Letterati, e l'Accademie più illuſtri dalla
ſua ; ma poi non ne nomina alcuna, e ad un miſerabil brano di
privata lettera ſi rifugia. Veramente i Legali, ed anche i Caſiſti
fon facili aſſai a battezzar per comuni le loro opinioni: da che
poi naſce, che amendue le parti contendenti pretendono ſpeſſo ,
che la comune ſia a lor favore, perchè non mancano autori, che
per tale appunto la ſpaccino nel qual propoſito baſta ricordarſi
dello Speculum aureum Communium Opinionum di Girolamo de Ceval
las Giureconſulto Spagnuolo, il quale con più Tomi in foglio ha
raccolte l'opinioni comuni contra le comuni in materia legale .
Nel caſo noſtro però la confuſione, e il guazzabuglio non è arri
vato tanto avanti. Trovar qualche autore, che nieghi la Magia
Diabolica, non è al certo coſa difficile, ma trovarne anche un
ſolo, che comune pretenda il negarla, lo reputo affatto impoſſi
bile, ed il Sig. Marcheſe avrà ben queſta volta l'onore d'eſſere il
primo

Ho veduto in alcuni Catalogi di Germania, come ſi


dà in luce una Bibliotheca Magica: oder grundliche Nachri
thten
78 O s s E R v A z I o N E XLVI.
chten & c. ch'è una grandiſſima raccolta di ſcritti, per
dimoſtrar la vanità, e inſuſſiſtenza della Magia.
O S S E R V A Z I O N E XL VI.

Nzi è un grandiſſimo Zibaldone lavorato a muſaico di vari,


A pezzetti tolti qua e là, ſpettanti bensì all'Arte Magica, ma,
chc niente legano inſieme l'uno coll'altro. L'Autore è Proteſtan
te, e bee vi ogni favola ſparſa in libri d'Eretici per diſ
creditare i Cattolici, come ſi vede ſubito dal primo Tometto.
Di queſta infelice fatica ſi è parlato nella Riſpoſta al Sig. Conte Car-,
li XXV. 5. - º

Per far abbracciare cotali fantaſie da moltiſſimi, eb


bero gran parte i Poeti. Perivano ſenza queſto le più
gioconde invenzioni d'Omero. Così ne moderni tempi
potrebbe dirſi dell'Arioſto, e d'altri.
O S S E R V A Z I O N E XL VII. -

E favole de' Poeti non debbono pregiudicare al vero, anzi deb


a bono farci venire in cognizione del vero, giacchè ogni favo
la in qualche verità ha la radice. Amplificano, ed eſagerano
Poeti, e può ben accreſcerſi, ed ingrandirſi ciò, che pur ſu quali
che coſa, ma non già ciò, che ſu nulla. Tante finzioni intorn
a Maghi, ed alla Magia non avrebbe mai creato la fantaſia de
Poeti, ſe qualche fatto vero e reale non aveſſe lor dato motivo
di crearle. Veggaſi la Riſpoſta al Sig. conte Carli XXIP. 3. xxv 5.
Non è qui da tralaſciare ciò, che poco fa accennai
arlando di Plinio, cioè che negli antichi Scrittori ſi
può alle volte prender'equivoco, perchè Maghi furon
chiamati in alcune parti quelli, che ſi davano ſpezial
mente agli ſtudi d'Aſtronomia, Filoſofia, Medicina: in
altre quelli di certa ſcuola, o ſetta; veggaſi il proemio
di Laerzio. |
O s s E R v A z I o N E XLVIII. 79

O S S E R V A Z I O N E XLVIII.

O piacere, che il Sig. Marcheſe ſi rimetta qui al Proemio di


Laerzio. Laerzio adunque nel Proemio S. 6. inſegna: Duo ex
llorum ( Magorum ) ſententia eſſe principia ; bonum Daemonem, 3
malume. Alterum ex his fovem & Oromaſdem: alterum Plutonem &
Arimanium dici ..... Magos Deorum vacare cultui, ſacrificiiſque ac
recibus, quaſi ſoli ab iis exaudiantur ..... Divinationem praterea ,
radittionemaue exercere, ſibi Deos apparere aſſerentes. Di qui veg
giamo che Setta, e che Scuole foſſero quelle de Maghi, di qual
apore doveſſe eſſere la loro Filoſofia, e Teologia, e quanto colla
Magia Diabolica doveſſe per neceſſità confinare. Ma per toccar con
mano queſta verità, baſta oſſervare, che tra Maghi nominati da
Laerzio nello ſteſſo Proemio ſi veggono gli Oſtani. Plinio, come ſi
è notato di ſopra, dà un ſaggio degli ſcritti del vecchio Oſtane
à ove dice, ch'egli trattò di più ſpezie di Magia, e trall'altre
di quella, che umbrarum, inferorumque colloquia promittit. Anche S.
Cipriano De Idolorum vanitate, parlando de hi Diabolici, chia
ma Oſtane Magorum praecipuum. Chi non conchiuderebbe da ciò ,
he coſtui foſſe un Mago Goetico, e un vero Negromante, il qua
e tutt'altro, che Filoſofia, e Sapienza coltivaſſe ? E pure S. ci
riano nello ſteſſo luogo così ſegue a dire di lui: Formam veri Dei
negat conſpici poſſe, º Angelos veros ſedi eſus dicit aſſiſtere. In quo
3 Plato pari ratione conſentit, º unum Deum ſervans, ceteros An
elos vel Damonas dicit. Hermes quoque Triſmegiſtus unum Deum lo
º uitur, eumque incomprehenſibilem atque inaſtimabilem confitetur. Ec
o l'indole degli ſcritti degli antichi Maghi. Ecco come la Teo
ogia, e la Filoſofia colla Superſtizione, e colla Magia Nera ſono
meſcolate e confuſe, così portando la natura della Filoſofia Orien
.le, fondata ſopra principi, che facilmente alla Magia Diabolica
bnducevano. Non ſerve adunque il dire, che preſſo gli antichi
ier Mago s'intende coltivatore della Fiſica, e della ici, , quan
-o ſi ſa qual Fiſica, e qual Filoſofia coltivarono i Maghi: nè ſi
ende equivoco conſiderando coſtoro per Maghi Goetici, o Teur
ci, che in ſoſtanza è lo ſteſſo. Vero è bensì, che per eſſere for
al Mago Diabolico, convien ſapere, che la Magia è coſa dan
- ta e abbominevole, e che quelli Spiriti, la famigliarità de quali
ºa ci promette, ſono Spiriti immondi e cattivi. Tutt'altra opi
one avevano veramente gli antichi Teurgi della loro Magia , e
1indi è, che Maghi Diabolici non poſſono appellarſi, ſe non ( per
rvirmi de termini delle Scuole ) materialmente, atteſo che l'igno
nza, e il buon fine gli ſcuſava. La poca diſtinzione di queſte
ſe rinomati ſcrittori ha così confuſi, e con sì poca coerenza i"a
8o O s s E R v A z 1 o N E XLVIII.
ha fatti in tal propoſito favellare, che nello ſteſſo periodo, per
dir così, gli ſentiam contraddirſi. Neque Perſarum Magia (ſcrive
a cagion d'eſempio il chiariſſimo Gio: Alberto Fabricio nel Lib. 1.
cap. 36. S. 6. della Bibliotheca Graeca) adeo a Phyſica, º Theologia
ipſorum diverſa fuiſse videtur, qua velut pracipuam partem utique
Geov S spa retay, ut ait Plato, 3 natura intimiorem cognitionem
pre ſe ferebat. Queſto ſentimento è giuſtiſſimo , ma immediata
mente egli ſoggiunge così : Nam a Diabolica quidem illa o obſca
ma Magia alienum extitiſſe zoroaſtrem, multis argumentis oſtendit Ga
briel Naudaus Cap. 8. Apologia pro viris dottis Magia accuſatis. Se
Gabriello Naudè per provare, che la Magia del Perſiani, e di Zo
roaſtre era la loro Fiſica, e Teologia, conchiuder voleſſe , che
non era, o non poteva eſſere Magia Diabolica, indarno certamen
te gitterebbe egli la fatica, i e -
-a ,

Scrive Platone, che in Perſia per Magia s'intende.


va il culto degli Dei. (a) Anche Apulejo nell'Apologia
(b) come leggo appreſo molti, in lingua Perſiana Mago Uuo
dir Sacerdote. S. Girolamo contra Gioviniano : Eubulu
tom a quoque, qui biſtoriam Mithra multis voluminibus explicavit ,
”” narrat apud Perſas tria genera Magorum, quorum primo
qui ſint doétiſſimi, é eloquentiſſimi & c. è
O S S E R V A Z I O N E X LIX.

C He dottrina foſſe quella del Maghi della Perſia, de Caldei,


degli Egiziani, abbaſtanza ſi è ſpiegato. Che poi per Mago i
Perſiani intendeſſero Sacerdote, è veriſſimo, ma è altresì vero, che
i loro Sacerdoti erano i loro Sapienti, e i loro Sapienti crano dati
a quella ſuperſtizioſa Filoſofia, e pernizioſa Teologia, che più vol.
te ſi è detto; onde non erano gran fatto diverſi da Maghi fiaboli
ci. S. Girolamo nella Vita di S. Ilarione, là ove parla i quel gio
vane, che con fattucchierie aveva fatto entrar un Demonio nel cor.
po dell'amata donna, " ch'era andato a Memfi in cerca di
coſe magiche, e che indi ad un anno ritornato, dottus ab AEſcula.
pii Vatibus, aveva naſcoſto ſotto il limitare della caſa della gio.
vane una lamina figurata, e non ſo che parole ſtravaganti , dopo
il qual fatto, s'era ſubito ſcoperta oſſeſſa. Euſebio, Strabone, le
-
-
la ,
-

(a) in Alcib. I. 'g ) º è rs roſsº, stantia


(b) Apul: Apol. I, quod ego apud plurimos lego. Perſarum lin
gua Magus eſt, qui noſtra Sacerdos.
O ss E R v A z I o N E XLIX. 8I
ta, e Maſſimo Tirio affermano chiaramente, che i Sacerdoti de Gen
tili erano per ordinario Maghi Diabolici: nel qual propoſito vegga
ſi la Riſpoſta al Sig. Conte Carli XXII. 5. Queſta miſtura di Religio
ne, Superſtizione, e Filoſofia, che dal Sig. Marcheſe, e da altri
non ſembra per verità baſtantemente capita, ben capì il celebre
Gianfranceſco Pico Mirandolano, e con poche parole la ſpiegò nel
Lib. 7. cap. 2. De rerum Prenotione : Quid autem de priſca illa creda
nus Magia, Perſarum ſcilicet, cy Chaldeorum, ſatis expreſſi mus, eam
que ſub Idololatria partim quantum ad cultum Deorum pertinet, partim
ſub ipſa Superſtitione quantum ad Mathematicam artem interdittam &
refutatam ſpettat, partim ad Naturalem , ſi qua natura vires miſce
bantur, reponi poſſe exiſtimamus. Unde & Naturalem ſuſpicari quiſpiam
potuit. Lo ſteſſo giudizio, come ſi è veduto di ſopra, ne formò fi
inalmente anche il vecchio Pico, benchè da giovanetto altro concet
to ne aveſſe. Lo ſtudio ſopra i migliori ſcrittori Greci, e Latini ,
che queſti due grand'uomini avevano fatto, acquiſtò loro chiara e
diſtinta idea dell'antica Magia in un tempo, in cui l'averne poca
cognizione ſarebbe ſtato aſſai più tollerabile, che non lo è al pre
ſente. -

Si è trovato ancora chi ha miſchiato le vanità, dell'


immaginata Magia Demoniaca con la Magia filoſofica,
come Cornelio Agrippa ne'libri de occulta Philoſophia.
O S S E R V A Z I O N E L.

On il ſolo Cornelio Agrippa colla Magia Filoſofica miſchiò


la Magia Demoniaca, ma tutti gli antichi Teurgi , ne mai
alcuno ſu principi della miſterioſa Oriental Sapienza ſi porrà a fi
loſofare, che dalla Magia naturale alla ſoprannatural non trapaſſi,
colà finalmente conducendo le ipoteſi dell' anima univerſale del
mondo, dell'armonia dell'univerſo, e del conſenſo della natura .
TDi fatto che altro ſono eglino i tre libri De occulta Philoſophia di
Cornelio Agrippa, che un compendio di Teurgia, raccolto dagli
ſcritti di Porfirio, di Giamblico, di Proclo, e d'altri ſimili ſcrit
tori anche moderni? Veramente i lumi rivelati, che gli antichi
Filoſofi o non ebbero, o non curarono, dovevano e a lui, e ad
altri ſervire di ſcorta, e fargli meglio diſcernere ciò, che gli an
tichi non ravviſarono, in che tanto maggiore par ſia la colpa ,
quanto minore fu l'ignoranza. Pure la cieca venerazione " l'
antichità non ſolo gli ſcce aver in pregio così fatte dottrine, ma
le traſportò ancora ad impiegare il fiore degli anni, e degli ſtudi
ſuoi per illuſtrarle. In queſto ſolo di lode fu degno, che dell'era
- L rO
82 O s s E R v A z I o N E L.
rore pur ſi ravvide, ſi diſdiſſe, e condannò da vecchio, quanto
da giovane aveva ſcritto, come può vederſi nel Cap. 48. del libro
Le vanitate Scientiarum.
Ho detto i tre libri De occulta Philoſophia, quantunque io ſap
pia beniſſimo, che quattro, e non tre vanno attorno. Ma con
vien avvertire, che il quarto, pubblicato ben quarant'anni dopo
la morte dell'Autore, e sì per lo ſtile, che per la dottrina dagli
altri tre diverſo, e più di quelli ſenza comparazion peſtilente,
non è fattura dell'Agrippa, come atteſta il VViero ſuo diſcepolo
nel Lib. 2. Cap. 5. De Praeſtigiis Damonum, e prova il Sig. Giacopo
Bruker nel Tom. 4. Tart. 1. Lib. 2. Cap. 4. S. 9. dell'Hiſtoria Critica
Thiloſophie , ſopra il qual punto può vederſi ancora Pietro Bagle
nel Dizionario in Cornelio Agrippa Nota (q.) Se pertanto il Sig.
Marcheſe a motivo di queſto quarto Libro, com'io ſoſpetto, mi:
ſta di Demoniaco aveſſe giudicata l'Opera dell'Agrippa, potrà dal
qui detto raccogliere, che a torto bensì vien di ciò accuſato quell'
Autore ; ma nientedimeno anche i tre veri libri ſuoi un miſto
con tutta ragione poſſono dirſi di Magia Demoniaca, e Filoſofi
ca, e ciò a giudizio, e per conſentimento dello ſteſſo Agrippa ,
il quale nel Cap. 46. del citato libro De vanitate scientiarum così
ſcriſſe : Theurgiam vero plerique putant haud illicitam, quaſi hac bo
mis Angelis, divinoque Numine regatur : quum ſapiſſime tamen ſub
ſbei, º Angelorum nominibus, malis Damomum fallaciis obſtringaturs
conchiudendo per fine, che tali dottrine eo ipſo ſunt pernicioſiora,
quo apparent imperitis diviniora.

VII. L'altra ragione per la vera eſiſtenza, e poten


za di queſt'arte, vien dedotta dal vederſi nelle leggi
pag. 423 - impoſta pena di morte agl'incantatori. Che concetto do
vremmo formar noi de'primi Legislatori, quando conchiudeſ
mo, che pena sì grave imponeſſero ad una chimera, ad un ar
te che nulla può è Ma qui e da conſiderar prima, che
potrebbe facilmente errore comunemente invalſo aver
occupate le menti anco di coloro, che leggi fecero ;
onde alle lor leggi quel comento ſi converrebbe, che
abbiam veduto fatto da Seneca a quella delle dodici
Tavole.

O SS E R V A Z I O N E LI.
Oloro, che leggi fanno, non guardano al volere, o al po
tere degli uomini, guardano all'atto, e agli effetti : cer
noº
- O s s E R v A z 1 o N E LI. 83
cercano ciò, che ſi dice, e ſi crede volgarmente, cercano ciò ,
che ſi vede, e ſi tocca con mano. Quando adunque i Legislatori
ſi foſſero colla ſperienza accertati, che i Maghi pretendono mol
to, e nulla fanno i ſi vantano di potere aſſai, ma poi ſon parole
ſenza effetto i tengaſi per fermo, che non avrebbero ſtabilita pena
contra le loro ciarle, e millanterie, o almeno non ſarebbe ſtata
na di morte. E quando pure voleſſimo concedere, che queſto,
o quell'altro Legislatore, queſto, o quell'altro paeſe per partico
lari motivi a sì gran rigore foſſe arrivato; chi potrà mai perſua
derſi, che tutte concordemente le nazioni e antiche, e moder
ne , gli Ebrei, i Gentili, i Criſtiani ſi foſſero uniformati a gri
dar morte, morte, ed inventar ancora maniere le più tormentoſe
di morte, come ſarebbe eſſer arſo vivo, o eſſer eſpoſto alle fiere?
Quanto al comento di Seneca alla legge delle XII. Tavole, ef,
fetto della rozzezza di que tempi ſtimò quel Filoſofo la preteſa
virtù degl'incanteſimi : Rudis adhuc antiquitas credebat cy attrahi
imbres cantibus, ci repelli. Or dovrem noi chiamar rudis antiqui
tas i tempi di Diocleziano, di Coſtantino, di Coſtanzo, di Giu
ſtiniano, di Leone VI. e di Carlo V. Imperadori ? Dovrem dir
rudis antiquitas a popoli più colti dell'Europa , ed alle ſteſſe re
centiſſime Coſtituzioni Pontificie? Segue Seneca il ſuo comento :
Quorum nihil poſſe fieri, tam palam eſt, ut hujus rei cauſa nullius
Philoſophiſchola intranda ſit. Queſta impoſſibilità non ſondava cer
tamente Seneca ſopra la virtù dell'Incarnazione del Verbo : la
fondava ſopra la natural impotenza delle parole per produr tali
effetti. Ma ſimil ragione non roveſcia ella tanto la Magia Diabo
lica dopo la venuta del Salvatore, che prima della venuta, cioè
in un tempo, in cui anche ſecondo il Sig. Marcheſe godeva ve
rità, e ſicurezza? Non è dunque applicabile nè all'antiche , nè al
le moderne leggi, come quella, i. è fondata ſopra un falſo ſup
poſto, cioè, che le parole, e gl'incanteſimi per loro propria e
natural virtù doveſſero operare, il che certamente è impoſſibile .
Di grazia adunque poniamo dall'un de lati queſto comento di
seneca, già baſtantemente confutato nell'oſſerv. XV ed applichia
mo qui piuttoſto queſt'altro di Cicerone nelle Tuſculane Lib. 1.S.15.
ben più breve, ma più vero d'aſſai : Omnium conſenſus, natura
vor eſt, al qual comento Seneca ſteſſo non s'opporrebbe, mentre
nell'Epiſt. 117. anch'egli ſcriſſe : Multum dare ſolemus praſumtioni
omnium hominum. Apud nos veritatis argumentum eſt, aliquid omnibus
lateri -

Delle pene ſantamente impoſte nella Scrittura alle ſce


leraggini del Cananei, e all'Idolatria, della quale con le
L. ii Ma
84 O s S E R V A z I o N E LII.
Magie facean pompa, non è qui luogo di ragionare -
Nelle leggi Greche, delle quali tante e tante ne ab
biamo negli Scrittori, non ho memoria, che di queſto
delitto menzion ſi trovi, nè pena gli veniſſe impoſta
alcuna. L'iſteſſo appunto poſſo dire delle leggi Roma
ne ne' Digeſti compreſe. -

O S S E R V A Z I O N E LII.

Pure la Novella 65. di Leone il Sapiente, che comincia : O


aè, si roy uéageS ag ra divº, d'altro non tratta, che De
Incantatorum pana; e fu fatta da quel ſavio Imperadore per cor
reggere le leggi di Coſtantino, e di Giuſtiniano, le quali vietava
no bensì gl'incanteſimi che pregiudicano, ma non quelli che gio
vano: onde ſoggiunge : Atgui nos iſtiuſmodi incantationes pernicioſas
eſſe perſuaſum habemus, o ut boni quicquam ( intendaſi di ben mo
rale, non di ben fiſico ) inde manare credamus, induci non poſſumus
ſane vero ſi quis aliquo modo incantamentis uſus eſſe deprehenſus fue
rit, ſive id reſtituenda conſervanda ve valetudinis, ſive avertenda a
rebus frugiferis calamitatis cauſa fecerit, is.Apoſtatarum panamſubiens,
ſupremum ſupplicium ſuſtineto. Non ſon rare queſte Coſtituzioni di
Leone, mentre furono ſtampate più volte e in Greco, e in Lati
no, e trovanſi ancora in alcune edizioni del Giure Civile dopo le
Novelle di Giuſtiniano: onde non ſo come ſieno sfuggite dall'oc
chio del Sig. Marcheſe, anche in queſto genere d'erudizione sì
egregiamente verſato. Molto prima di queſto Greco Monarca ,
Tlatone nel Dial. II. De Legibus così aveva ſcritto. Si quis autem
vinculis, aut illettamentis, aut incantationibus, aut hujuſmodi quibuſ
cumque veneficiis nocenti ſimilis judicatus fuertt, ſi vates ſit, aut pro
digiorum conſultor, moriatur: ſin autem artium expers, illud venefi
cium feciſe pronuntiatum ſit, de hoc quoque conſilium Judicum, num
multa, vel morte afficiendus ſit, cenſet. Con tutta ragione pertanto
conghietturò Pietro Bayle nel Tom. I. Cap. 4o. della Riſpoſta alle
quiſtioni d'un Provenzale, che la legge delle XII. Tavole, la quale
pena di morte imponeva agl'Incantatori, in Grecia prima emanaſ
ſe, indi da Romani in Italia foſſe portata.
Quanto alle leggi Romane ne' Digeſti compreſe, ecco come
parla Ulpiano L. 4. S. I. D. Familia erciſcundae: Mala medicamenta,
e venena veniunt quidem in boc judicium: ſed Judex omnino inter
ponere ſe in his non debet; boni enim & innocentis viri officio eun
fungi oportet. Tantumdem debebit facere cº in libris improbata lettio
nis, MAGICIS forte, vel his ſimilibus, hac enim omnia protinus cor
- 7'lºni
O s s E R v A z 1 o N E LII. 85
rumpenda ſunt. Più dalla L. 13. D. Ad legem Corneliam de Sicariis,
e veneficiis ſi ha, che ex Senatuſconſulto eſus legis ( Cornelia )
pana dammarijubetur qui mala sacrificia fecerit, habuertt. Di quali
Sacrifizi potrebbe intenderſi qui, ſe non de Magici? Cautamente
ſcriſſe il Sig. Marcheſe allorchè non negò, che nelle leggi Gre
che, e ne Digeſti di delitti magici menzion ſi trovi, ma diſſe ſo
lo di non averne memoria.

Bensì ne Codici di Teodoſio, e di Giuſtiniano ſi ha


un intero Titolo de Malefici, con più leggi, che mor
te atroce minacciano a Maghi d'ogni ſpezie. E non fu
dunque giuſtiſſima cotal condanna? Vantavano coſtoro
di produr ruine, e ucciſioni a piacere; a queſto fine
facean d' ordinario i loro affatturamenti, e le lor tra
me ſempre occultiſſime: perciò (a) i Maghi tutti in qua
lunque parte ſi trovino, nimici del genere umano ſon da ſli
marſi, diſſe l'Imperador Coſtanzo. Che importa, ſe i
lor vanti eran falſi, e vani i tentativi? (b) ne delitti ſi god:
v º -
Th.
de Maleſ
conſidera la volontà, non l' evento, dice la legge. Perciò i
Coſtantino aſſolſe quelli, che per tal via profeſſavano
i procurar ſalute agli uomini, e alle campagne.
- -

O S S E R V A Z I O N E LIII.

:Llorchè per ignoranza, o per inavvertenza, e ſenza prava in


tenzione ſi feriſce, o anche s'uccide altrui, egli è ben di
ragione il conſiderare la volontà, non l'evento: onde Ulpiano: ( L.
e De Poenis ) Refert co in majoribus delittis, conſulto aliquid
azmittatur, an caſa. Et ſane in omnibus criminibus diſtintiio haccpa -
ram aut juſtam eligere debet, aut temperamentum admittere. Quando
altresì il delinquente uſa mezzi atti a produr l'effetto, che poi per
altra cagione non ſegue, come per modo d' ei vier
infuſo veleno, che per accidente non è bevuto, giuſto è parimen
te, che non all'evento, ma alla volontà ſi guardi, e ſi gaſtighi
anche l'attentato, poichè non è dal canto del reo, che morte non
fa ſeguita. Ma quando il reo, benchè pieno di mal talento, non
fract

(a) Cod. Th. l. 9. t. 16, l. 6. -

(b) D. lib. 48. t. 3. l. 14. In maleficiis voluntas ſpectatur, non


exitus.
86 O s s E R V A z I o N E L III.
mette in pratica ſe non mezzi invalidi, inſuſſiſtenti, e vani, la
legge o non lo condanna, o almeno non lo condanna a pena di
morte, anzi inſegna, che cogitationis poenam nemo patitur. ( L. 18.
D. De Panis ) L'Arte Magica ſecondo il Sig. Marcheſe, non è
che un giuoco, non è che un bel nulla. Dunque pena sì grave,
anzi pena la più grave di tutte imporrà la legge ad un nulla, ad
un giuoco? E come mai poſſono qui applicarſi le parole: in ma
leficiis voluntas ſpectatur, quaſichè maleficio foſſe uno ſcherzo, un'
immaginazione, una vanità ; e Malefico doveſſe dirſi chi crede
bensì di poter danneggiare altrui, ma in ſoſtanza nulla può , e
niun effetto produce? Non dice egli la legge ( cod. Theod. Lib. 9.
Tit. 16. l. 4. ) che Maleficas ob facinorum magnitudinem vulgus ap
pellat? Che gran delitto è giuocare, e darſi de'vanti, che poi sfu
mano in nulla, ed a veruno non pregiudicano? In materia di ve
neficio ( per ſtare ſull'eſempio propoſto ) ancorchè l'inquiſito
confeſſi d'aver proccurata con veleni la morte, pure ſogliono far
ſi eſaminare da Medici le materie applicate, per conoſcere ſe ſie
no veramente mortifere, o nò. Se il Giudice badaſſe alla ſola vo
lontà, non all'evento, che biſogno ci ſarebbe di queſto eſame,
giacchè il reo ſi profeſſa d'aver con veleno inſidiata la vita altrui?
Queſto è ben ſegno, che il Giudice non cerca la volontà del rito,
cerca l'effetto ; nè bada all'animo di recar danno, ma bada al
danno medeſimo. Che tale ſia l'intenzione delle leggi, ſi raccoglie
ancora da Digeſti L. 16. S. Eventus Tit. De Panis, ove anche in
caſo, che il delinquente uſi mezzi valevoli, qual ſarebbe con ar
mi inſeguire alcuno per ucciderlo, pure non ſuccedendo la mor
te, ſi mitiga il rigore dell'antiche leggi, e ſi vuole, che s'abbia
riguardo all'effetto. Eventus ſpettetur. -,

Quanto a Coſtantino ( e ſi poteva anche aggiungere Giuſtinia


no ) il quale aſſolſe coloro, che con ceremonie magiche di proc
curar ſalute agli uomini, e alle campagne ſi profeſſavano i non
già perchè più alla buona intenzione, che all'evento miraſſero ,
ciò permiſero que due Imperadori, ma bensì perchè ſtimavano ,
che le ſuperſtizioni, e gl'incanteſimi a buon fine, ed a pubblico
vantaggio praticati, non foſſero da proibirſi, il che poi, come ſi
è detto, dall'Imperador Leone fu giuſtamente abrogato. Come
mai può immaginarſi, che due Principi Criſtiani, contra gl'inſe
gnamenti di quella ſteſſa religione, che profeſſavano, s'induceſſero
a permettere le fattucchierie a buon fine, quando vote d'effetto le
aveſſero giudicate ? Dovevano pur ſapere, che non ſunt facienda
mala, ut eveniant bona. E pure in tal caſo avrebbero tutto all'op
poſto permeſſo il male, anche ſenza ſperanza di verun bene. Non
può trovarſi fatto, che più feriſca, e atterri il ſiſtema del Sig.
Marcheſe: e pure egli l'ha addotto a ſuo favore. Forſe ſarà ſtata
- uln.
O s s E R v A z I o N E L III. 87
un'arte finiſſima per farlo perdere di viſta a chi aveſſe tentato di
addurlo in contrario. Nel rimanente, ſe Coſtantino, e Giuſtinia
no foſſero ſtati perſuaſi, che le ſuperſtizioni, e gl'incanteſimi nè
in ben, nè in male operaſſero, non ſia chi creda, che di farne
legge aveſſero voluto " pena. Materia degna di riſo l'avrebbe
ro ſicuramente giudicata.

Ma coſtoro d'ordinario tendeano al male, onde (a)


mimici della ſalute comune fur detti: e per lo meno fa
cean travedere il popolo, ingannavano i ſemplici, e
producevano diſordini, e diſturbi infiniti. Sceleraggini
commetteano ancora nell'iſteſſa pratica de'lor ſortilegi,
per lo che Valentiniano l'ultimo ſupplizio ordinò, a
chi (b) di notte tempo ſi sforzaſſe di celebrare preci nefarie,
apparati Magici, e ſacrifici funeſti. Cercavano alle volte
ancora di far ſeguire quel male per altra via, dan
do poi a intendere, che l'avevano operato con le lorº
21 tl ,

O S S E R V A Z I O N E LIV.

On accade beccarſi il cervello nell'andar indovinando, che


coſa cercaſſero, e quali ſcelleraggini commetteſſero i Maghi,
mentre le leggi baſtantemente lo ſpiegano. Eorum eſt ſcientia pu
menda, º ſeveriſſimis merito legibus vindicanda, qui Magicos adcin
tti artibus, aut contra hominum moliti ſalutem, aut pudicos ad libi
dinem defixiſe animos detegentur, dice l'Imperador Coſtantino (Cod.
Theod. Lib. 9. Tit. 16. l. 3. ) e Coſtanzo ( ibidem l. 5. ) Multi Ma
sicis artibus auſi elementa turbare, vitas inſontium labefattare non du
bitant, e Manibus accitis audent ventilare, ut quiſque ſuos conficiat
malis artibus inimicos. E perciò nella legge che ſegue, gli chiama
humani generis inimici. Queſti non ſono ſpauracchi, nè giuochi
di mano. Son veri danni, e rovine apportate agli uomini, o alle
campagne coll'aiuto del Demonio da Venefici, Tempeſtari, Ne
gromanti, ed altre ſorte di Malefici. Veggaſi il dotto comento di
diacopo Gotofredo ſopra queſte leggi.
Ma

(a) leg. 11. communis hoſtem ſalutis. - -

(b) l. 7. Ne quis deinceps nocturnis temporibus, aut nefarias pre


ces, aut Magicos apparatus, aut ſacrificia funeſta celebrare conetur.
88 O s s E R v A z i o N E LV.
Ma che occor cercare altre ragioni? il primo paſſo
di chi ricorreva a eſperimenti Magici, non era il ri
nunziare a Criſto, e al vero Dio, e l'invocare il Dia
volo? la Magia non fu riconoſciuta, e caratterizata per
una ſpezie d' Idolatria? e non era dunque baſtante ciò
per renderla capital delitto? perchè dovea queſto di
pendere dall'ottenere o no i fini, che ſi prometteva?
Doverſi verſo tal gente far correre il rigor delle leggi,
decretò Onorio, (a) quando non foſſer pronti a ſervar fe
de al culto della religion Cattolica, abbruciando ſotto gli occhi
de Veſcovi gli erronei ſcritti loro.
O S S E R V A Z I O N E LV.

Ueſt'argomento avrebbe pur qualche forza, ſe da ſoli Legiſ


latori Criſtiani pena capitale foſſe ſtata contra la Magia ſta
bilita, ma il fatto è, che lo ſteſſo rigore ſi vede uſato da
Gentili e prima, e dopo la venuta del Salvatore. Nonne ( riflet
te molto bene a queſto propoſito S. Agoſtino nel Lib. 8. Cap. 19.
De Civit Dei ) in XII. Tabulis, id eſt Romanorum antiquiſſimis legi
bus, Cicero commemorat eſſe conſcriptum, ei qui hoc fecerit, ſuppli
cium conſtitutum ? Poſtremo ipſe Apulejus nunquid apud judices Chri
ſtianos de Magicis artibus accuſatus eſt Egli era ſtato accuſato preſº
ſo Claudio Maſſimo Proconſole dell'Africa, non già Criſtiano, º
come ſenza fondamento, e contra la mente del Santo, ſcriſſe qui s
il coqueo comentatore, ma bensì Gentile. Preſſo altro giudice Gen
tile fu parimente di Magia accuſato Apollonio Tianeo, cioè preſº
ſo l'Imperador Domiziano. L'idolatria non era appo queſti giudi
ci che un atto di religione, onde per tal motivo delitto capitale
non potea mai da eſſi giudicarſi l'Arte Magica. Dall'altro canto i
rei nè a Criſto, che non conoſcevano, o non veneravano, nè al
vero Dio avevano giammai rinunziato. Che diremo di Giulio Tao
lo, il quale nel Lib. 5. Tit. 21. S. 18. Sententiarum Receptarum ad
Filium, così ſcrive: Magica artis conſcios ſummo ſupplicio adfici pla.
cuit, id eſt beſtiis objici, aut cruci ſuffigi ; ipſi autem Magi vivi
ea uruntur; come può vederſi nella collezione di Antonio Schultin
gio? Queſto celebre Giureconſulto non fu certamente Criſtiano,
I ma

(a) l. 12. niſi parati ſint, codicibus erroris proprii ſub oculis Epi
"cre Coe,
incendio concrematis, Catholicae religionis cultui fidem tra
O s s E R v A z I o N e LV. 89
ma bensì de Criſtiani acerrimo nemico. Meno lo fu l'Imperador
Diocleziano, e pure da un frammento del Codice Gregoriano L.
19. Tit. 4- preſſo il mentovato Schultingio pag. 2o8. appariſce, ch'
egli condannò a morte i Maghi. Jubemus namque auttores quidem
ac principes, una cum abominandis ſcripturis eorum ſeviori pana ſub
fici, ita ut flammeis ignibus exurantur: conſentaneos vero, º uſque
adeo contentioſos, capite puniri precipimus, º eorum bona fiſco no
ſtro zindicari ſancimus. Si qui ſane etiam honorati, aut cujuslibet di
gnitatis, vel majoris perſona ad hand inauditam, ci turpem, atque
per omnia infamem ſettam, vel ad dottrinam Perſarum ( ecco qual
giudizio formava queſt'Imperadore della Magia Perſiana) ſe trans
tulerunt, eorum patrimonia fiſco noſtro adſociari facias: ipſos quoque
Forenſibus, vel Proconenſibus metallis dari.

VIII. Ma non poco mirabil parmi, che ſe ci fu mai


chi ſi rideſse della Magia, queſti parea per l'appunto
eſser doveſse l'Autore del nuovo libro; poichè tutto
l'apparato di eſso tende a moſtrare, che non ci ſono
Streghe, e che ſon vanità, e follie le coſe, che di lor
ſi raccontano. Se così è , la queſtione è deciſa . Ha
fatto ſtupire il nuovo aſsunto, che non ſi danno Stre
ghe, ma che ſi danno Maghe; che Stregherie non ci
ſono, ma che ci ſono Magie diaboliche: queſto ſem
bra a molti, che ſia un affermare, e negare nell'iſteſ
ſo tempo ſotto diverſi nomi l'iſteſsa coſa.
O S S E R V A Z I O N E L VI.

C" ſembra veramente a molti, ma pure così non è. Corſe


già ne baſſi tempi quaſi per tutta Europa una novella tra il
volgo, che ci foſſe una ſocietà di donne, le quali in compagnia
di Diana, o ſecondo altri, d'Erodiade, a cavallo di beſtie, an
daſſero girando, e ſollazzandoſi la notte: entraſſero a porte chiuſe
nelle ſtanze di queſto, e di quello, a chi facendo male, a chi
bene, e lacerando ancora del fanciulli, e finalmente veniſſero trat
ute a ſontuoſi banchetti, ne quali congreſſi, a miſura del loro di
portamenti, e premi, e pene ſi diſpenſaſſero. Queſta piacevole
fantaſia è un vivo ritratto, o per dir meglio, è l'originale ſteſſo
de moderni congreſſi delle Streghe, e non errerebbe punto chi la
chiamaſſe la Stregoneria de tempi barbari. Non mancavano don
picciuole fanatiche, che pretendevano d'eſſere arrolate a cotal ſo
M - cic
9o O s s E R v A z I o N E LV I.
cietà, e giuravano ancora d'intervenire effettivamente in certi de
terminati tempi a ſimili feſte, di che gran numero d'autori fa te
ſtimonianza, e ſopra tutto il Can. Epiſcopi 26. q. 5. il quale diſap
prova con gran calore queſta ſciocca credenza, chiamando peggio
che Pagani coloro, che a tali anfanie davano fede. Non ſi trovò
allora chi s'immaginaſſe di confondere queſto fatto col fatto de Ma
ghi, perchè ben ſapevaſi, che l'operazioni de Maghi non ſono ſo
gni, come lo erano quelle di tali femmine, e non v'ha dubbio,
che non aveſſe recato gran maraviglia, o piuttoſto moſſe le riſa ad
ognuno, chi di mettere a mazzo queſte due ſette ſi foſſe avviſato.
Or ſe la coſa è così, e ſe la Stregheria d'oggidì altro non è in ſom
ma, che quell'antica brigata di Diana, la quale ha cambiato no
me, e guida, ma non natura, e ſoſtanza, chi potrà mai dir con
ragione, che concedendoſi i Maghi, e negandoſi le Streghe, ſia un
affermare, e negare nell'iſteſſo tempo ſotto diverſi nomi l'iſteſſa coſa?
Chi ſi ſtupirà di cotal diſtinzione, ſe non coloro, i quali poco in
queſta materia eſſendoſi internati, e ſeguitando alla cieca i moderni
Demonografi, che in vece d'illuſtrarla, la hanno ſparſa di nebbia,
e di tenebre foltiſſime; ne ſono tuttavia all'oſcuro, e non ne cono
ſcono nè l'origine, nè l'eſſenza?

«A me Strega verace con miniſterio Magico così ha promeſ


ſo, diſſe Tibullo, (a) cotal diſtinzione non conoſcendo.
O S S E R V A Z I O N E LV II.
º
T Ibullo non usò il termine di Strix, ch'era la Strega de Lati
ni, ma usò quello di Saga, che preſſo i medeſimi, come ,
nell'oſſerv. xxxIII ſi è avvertito, ſignificava Maga. Che di Magi,
non di Strega intendeſſe quel Poeta, ſi vede ancora più chiaro da
verſi, che immediatamente ſeguono:
Hanc ego de calo ducentem ſidera vidi.
Fulminis hac rapidi carmine vertit iter.
Hac cantu finditgue ſolum, maneſque ſepulcris
Elicit, o tepido devocat oſſa rogo. - -

Jam ciet infernas magico ſtridore catervas: i


Jam jubet adſperſas latte referre pedem. i
guum libet, hac triſti depellit nubila calo: -

- guum libet, eſtivo convocat orbe nives.


S0

(a) l. 1. El. 2. ut mihi verax Pollicita eſt Magico Saga mini


ſterio. -
O s s E R v A z I o N E LVII. 9I
Sola tenere malas Medea dicitur herbas,
Sola feros Hecata perdomuiſſe canes.
Hec mihi compoſuit cantus, queis fallere poſſes.
Ter came, ter dictis deſpue carminibus.
e poco dopo:
guid credam ? nempe hac eadem ſe dixit amores
Cantibus, aut herbisſolvere poſſe megs.
Et me luſtravit tacdis: & notte ſerena
Concidit ad magicos hoſtia pulla Deos.

Trattando della stregheria, e della Magia , affermaſi


nel libro, che in amendue interviene il Demonio, e i pro
digi: ciò poſto tutte le differenze, che ſi cerca poi di
ripeſcare, ſon vane. Se nell'una, e nell'altra interven
gono coſe prodigioſe, e queſte per opera del Demo
nio, l'eſſenza loro è l'iſteſſa.

l o SS E R v Az I o N E LvIII.
Ltro è il dire, che nella Stregheria intervengono il Demo
nio, e i prodigi; altro, che queſti prodigi intervengano per
sera del Demonio. Ho ſcritto a chiare note nel citato luogo, che
intervento del Demonio nella Stregheria è ideale, e immaginario;
i nella Magia è vero, e reale: i prodigi nella Stregheria ſono per
opera della bollente fantaſia delle Streghe; nella Magia all'oppoſto
per opera del Demonio. Ecco le mie parole: In amendue intervie
ne il Demonio, e i prodigy; ma nientedimeno nella ſoſtanza ſon mol
to diverſe. L'effetto o buono, o cattivo dal Mago per mezzo del De
mneto prodotto, è vero e reale, e ſpeſſo a tutti paleſe: quello della
strata è ideato, immaginario, ed occulto. Il mago agiſce, e coopera,
ed è cagione almeno impellente, che il Demonio produca l'effetto. La
strega nulla agiſce, ma piuttoſto pate; a nulla ſtimola il Demonio ,
ma piuttoſto in sè riceve l'effetto di quello, o vogliam dire della ſua
guaſta e ſporca immaginazione. ( s'accenna l'ipoteſi dell'Illuſione ,
che fu degli antichi Teologi, e dell'Immaginazione, da me ſegui
tata, ſecondo amendue le quali però ſuſſiſte ſempre la ſteſſa diſ
ferenza tralla Magia, e la Stregheria ) Il Mago è vero Malefico; ma
la strega è piuttoſto maleficiata, che Malefica. Il Mago comanda a Sa
: tanaſſo, la strega ubbidiſce. E per fine nella Magia intervien ſempre
realmente il Demonio, e i veri patti o eſpreſſi, o taciti con quello :
- laddove nella Stregheria ideale è il commercio, e vani ed immaginary
i patti. Se il Sig. Marcheſe ſcambia i miei termini,
- M ij
e mi fa dire
In Onl
92 O s s E R v A z I o N E LVIII.
non quello, che ho detto, ma quello, ch'egli vorrebbe, ch'aveſſi
detto, guadagnerà egli ſicuramente la cauſa ; ma converrà ancora
faccia un patto co Leggitori, che leggano ſolamente il ſuo, non
il mio libro, che pur è ſtampato.

Arbitrario, e contradittorio è il dir poi, che il Ma


o agiſce, e la Strega no ; che il Mago comanda a
siti, la Strega ubbidiſce, che l'effetto del Ma
go è vero , e quello della Strega immaginario ; che
nella Magia intervengono i veri patti eſpreſſi, o taci
ti, e che quelli della Stregheria vani ſono, ed imma
ginary -

O S S E R V A Z I O N E LIX.

A prima, ed eſſenzial differenza tra la Magia, e la Stregheria,


ſi è, che la Magia è coſa vera, e reale, e la Stregheria è idea
ta ed immaginaria, nè conſiſte fuori della fantaſia delle Streghe: l'
altre differenze ci ſono aggiunte più per modo di ſpiegazione, che
per altro, e ſul fondamento della prima, non i" dell'altre, ſi ſo
no poi diſtinte tra loro queſte due ſette. Se arbitraria e capriccioſa
i al Sig. Marcheſe cotal diſtinzione, e s'egli pretende, che
con tutto queſto l'eſſenza della Stregheria, e della Magia ſia pur l'
iſteſſa, convien ancora, che per lui tanto importi l'immaginarſi per
infermità di capo d'eſſer Principe, e comandare, quanto l'aver ef
fettivamente ii, e ſtato: tanto vaglia il ſognarſi d'aver trova
to un teſoro, quanto il ritrovarlo di fatto. Io per me ritrovo tra
queſte due coſe maggior differenza, che non è tra il Cielo, e la ter
ra: poichè sì il Cielo, che la terra convengono ſe non altro in que
fto, che ſono amendue ſoſtanze corporee, quando il teſoro real
mente ſcoperto è bensì ſoſtanza corporea, ma il ſognato è acciden
te, ed è accidente non corporeo, ma ſpiritale, eſſendo una modi
ficazione dell'anima del ſognante. Non fa biſogno di molta Metafi
fica per iſcoprire la diverſità di queſte due profeſſioni. Si danno co
ſe diſtinte, ma non diviſe, nè ſeparate, come le due metà d'una
canna: ſe ne danno di diviſe e ſeparate, ma non diverſe, come Ca
jo, e Sempronio, che ſono della ſteſſa ſpezie: e ſe ne danno final
mente di diſtinte, diviſe, e diverſe, come un uomo, ed un caval
lo. La Magia, e la Stregheria, o ſi guardi alla cagione efficiente, o
ſi guardi agli effetti d'amendue, non ſono men differenti tra loro,
poichè quella naſce dal Demonio, queſta dalla fantaſia umana: quel
la Produce effetti veri e reali, queſta gli produce immaginari e finti,
edi
O s s E R v A z I o N E LIX. 93
ed altro propriamente non è, che un'affezione della ſoſtanza ſpiri
tale, una cogitazione della mente. Si poſſono dar coſe più eſſen
zialmente diſtinte?

Perchè mai ciò è ſe il Demonio compariſce quand'


altri, l' invoca , e ſtipula i ſuoi patti , tanto lo farà
quando vien invocato da quella, che l'Autore chiama
Strega, quanto da quella, ch'egli per più civiltà chia
ma Maga; poichè ſe il Demonio ſi muove, è moſſo
dal trasferire a lui l'adorazione, e la fede dovuta a
Dio, che quell'empia perſona ugualmente fa, si è ple
bea, e ſe nobile, ſe dotta, e ſe ignorante.
O S S E R V A Z I O N E LX.

Gli non v'ha niſſun dubbio, che chiunque invochi il Demo


nio, abbia la diſgrazia d'eſſere eſaudito, indi ſi ponga nella ſua
ſcuola, ſia egli uomo, o donna, ſia dotto, o ignorante, ſia nobi
le, o plebeo, ſarà ſempre un vero e real Mago. Non nego io, che
una Strega non poſſa far queſto: dico ſolo, che in tal caſo paſſe
rebbe coſtei da uno ſtato fantaſtico di coſe ad uno ſtato reale, dall'
opinione al fatto, e però non ſarebbe pura " ma Strega, e
Maga inſieme, e in conſeguenza non s'immaginerebbe già ella allo
ra ſolamente d'uccidere uomini, animali, e piante, ma effettiva
mente gli ucciderebbe ancora; onde giuſtamente a pena di morte po
trebbe eſſere ſoggetta. Ecco ciò, che m'ha indotto a diſtinguere la
Maga dalla Strega. Non ſi tratta di civiltà, nè di complimenti: ſi
tratta della vita, e della morte degli uomini, ſi tratta di far giuſti
zia, ſi tratta del ſangue degl'innocenti. L'antichità tutta condannò
fempre a morte i Maghi, e non condannò giammai le Streghe. Non
è dunque una cerimonia l'eſſer più reo dell'uno, che dell'altro di
queſti due delitti: è un fatto, che troppo influiſce al decoro de'Tri
bunali, ed al bene di tutta la Società Civile. L'antiche ſeguaci di
IDiana non ſi gaſtigavano colla morte, nè ſi confondevano co Ma
ghi. Paſſavano per fanatiche, e ſi guarivano col Medico, e con buo
ne iſtruzioni nella Fede. Se la Stregheria d'oggidì altro non è, che
quella ſteſſa brigata ſotto un'altra livrea, perchè non ſi pratica lo
ſteſſo? Queſta in ſoſtanza è la mira, e tutto il fondamento del con
greſſo Notturno.

Aſsegnaſi per principal differenza, che la Magia es e


vien
94 O s s E R v A z 1 o N E LXI.

pag. 429.
vien da Sacerdoti, da Medici, ed altri coltivatori delle ſcien
pag. 43 o ze; dove la Stregoneria è un fanatiſmo di povere don
nicciuole, o d'altra gente plebea, e però non ha origine dal
la Filoſofia, nè da altra ſcienza, ma dalle favole popolari.
o S S E R V A Z I O N E L XI.
A prima, e principal differenza tra la Magia, e la Stregheria
a ſi è, torno a dire, che quella è coſa reale, e vera: queſta è
ideata, e immaginaria. Nel luogo qui dal Cenſore citato, ſi diſpu
ta contro al Sig. Conte Carli, il quale originava la Magia dalla Filo
ſofia Pitagorica, e ſi fa vedere, che anche ſecondo tale ipoteſi, Ma
gia, e Stregheria ſon coſe diverſiſſime, nè poſſono in conto alcuno
confonderſi inſieme. Il paſſo è lungo, e può vederſi nel libro.

Ma io ſtimo, a tutto torto venir qui fatta all'arte


Magica cotanta onorificenza. Ho moſtrato poco fa,
benchè correntemente, con più autorità d'antichi Scrit
tori, come dagli uomini ſavi veniva deriſa, e ſtimata
un Giuoco, e come niun effetto arrivò mai a poterne
vedere un'Imperador Romano, che non riſparmiò ſtu
dio, nè ſpeſa. -

O S S E R V A Z I O N E LXII.

D io all'oppoſto ho moſtrato, che degli antichi Scrittori dal


Cenſore addotti, altri o non deriſero veramente la Magia, co
ne Ippocrate, e Apulejo: o la deriſero ſenza ragione, anche ſe
condo il ſuo ſiſtema, come Seneca. Altri poi ſe ne riſero bensì , ma
furono Epicurei, come Plinio, Orazio, e Luciano. Ho moſtrato al
tresì, che l'eſempio di quell'Imperadore Romano, che non riſparmiº
ſtudio, nè ſpeſa, cioè di Nerone, niente prova, e che il Sig. Mar
eheſe ex particulari & unico exemplo univerſale dogma colligere ſa
tagit, come ben diſſe in tal propoſito il Mirandolano. Ed ho mo
ſtrato per fine, che la Magia fu dagli antichi Filoſofi e venerata,
e coltivata. Vegganſi l'oſſervazioni IX, X, XIV, XV, XVI, XXXIII,

Ho parimente accennati già gli equivoci de nomi,


che fecero talvolta confondere con le diſcipline Filoſofi.
che,
O s s E R v A z I o N E LXIII. 95
che, e con le dottrine del grand'uomini così fatte chi
mere del volgo. -

O S S E R V A Z I O N E LXIII.

Nzi ſi è dimoſtrato, che quelle diſcipline filoſofiche, e quel


le dottrine di quel grand'uomini, erano diſcipline ſuperſtizio
ſe, e confinanti colla Magia Diabolica : ſi è dimoſtrato, che l'
Egiziana, e la Caldaica Teologia colà finalmente andavano a ter
minare : e ſi è dimoſtrato, che più moderni, come il Pico, e
l'Agrippa, in età giovanile abbagliati dallo ſplendore della tanto
decantata Oriental Sapienza, vi s'applicarono ardentemente, ma poi
conoſciuto l'errore, ſi pentirono, e ſi ritrattarono e però non ſi
equivoca punto conſiderando i coltivatori di così fatte "
per Maghi Teurgici, che val a dire materialmente Diabolici. Veg
ganſi l'oſſervazioni XVIII. XLVIII, XLIX L.

Ma parmi di vedere nel libro medeſimo, come real


mente non ſi può far queſta differenza; perchè ſta in
eſſo, come ſi può dare, che ſuperſtizioſe oſſervanze, fi-pas,
gure, caratteri, ſcongiuri, e incanteſimi, paſſati da uno ad al
tro, ed a notizia di queſte cattivelle arrivati, operino in vir
tù del tacito acconſentimento all' i" del Demonio: ecco
però levata ogni diſtinzione. iceſi in altro luogo, che pas ss.
chiodi, ſpilli, oſſa, carboni, mazzetti di capelli, o di ſtracci,
trovati nel capezzali del fanciulli, dare indizio di patto
tacito, o eſpreſſo parrà ad alcuni, per la ſimilitudine, che
º banno co' ſacramenti de veri Maghi. Di ſcioccherie conſimi
lì ſi ſervono adunque e le Streghe, e i chiamati veri
- Maghi, negli ſteſſi immaginati patti ſi fidano, e però
ſotto l'iſteſſa categoria debbon correr tutti.
O S S E R V A Z I O N E LXIV.

On intendo la forza di queſt'argomentazione. " è quanto


- ſe uno diceſſe: Si può i" che una Strega ſi faccia º"
e quando ſia Maga, ſarà una coſa ſteſſa co Maghi. Chi ne dubi
ta? L'uſo delle mentovate ſuperſtizioni, quando v'intervenga l'ac
conſentimento all'aſſiſtenza del Demonio, è un'azione magica, la qua
le ſortiſce il ſuo effetto mediante l'operazione di quello, o, come
1
96 O s s E R v A z I o N E LXIV.
dicono i Demonografi, in virtù del Patto Tacito. Queſt'azione
la può fare tanto chi è Strega, quanto chi non lo è. Maghe pu
tative ho io bensì chiamate coſtoro nel Lib. 2. Cap. 13. S. 9 del
congreſſo Notturno, non già perchè tal pratica non ſia effettivamen
te diabolica, o perchè effetto alcuno non produca i ma in quanto
che i lunghi, ed aſtruſi miſteri dell'Arte Magica non mai appre
ſero, e però così quivi ſoggiunſi: Ma poichè quanto all'effetto (cor
riſpondendo il Demonio in coſe di conſeguenza ) niente da veri Maghi
vengono a differire, con tutta ragione ancora alla pena poſſono eſſere
ſoggette. Nè i Maghi adunque, nè le Streghe, quando magicamen
te operano, in patti immaginati ſi fidano, come vuol qui il Sig.
Marcheſe; ma in Patti veri e reali, o Taciti, o Eſpreſſi, mentre
ſenza queſti Magia non può darſi. Nega veramente egli, come più
ſotto vedremo, ſimili Patti, ma vedremo ancora ( quando non
del nome di Patto ſi tratti, che in ciò andremmo forſe d'accor
do, ma della ſoſtanza ſteſſa della coſa, com'egli per altro intende)
che a torto gli nega.

IX. Qui per altro ragion vuole, che ſi faccia ſape


re, come il far differenza fra Streghe, e Maghe non
è così nuovo, come ſi è ora comunemente creduto
Diſſe l'iſteſſo quaſi dugent'anni ſono Giovanni vvie,
Medico di " Niſſuno ha mai ſcritto in ta
materia più a lungo di lui . Veggaſi la ſua edizioni
ſeſta in Baſilea De preſtigiis Demonum & incantationibus
Prova, che non debbono condannarſi a morte le La
mie, perchè ſono offeſe nel cervello; e perchè le lo.
ro ſceleraggini ſono immaginarie, e non commeſſe, mi
penſate; e perchè ſecondo la ſana giuriſprudenza con
feſſione di coſe impoſſibili non è valida, e non può
far procedere a condanna. Moſtra in qual modo quel
le ſtupide vecchie arrivino a immaginarſi d'aver av l
to commerzio con qualche Spirito, o d'eſſer andat
per aria. Fin qui ottimamente: ma credendo per al
gag is tro, che Magici prodigii ſi diano , e parendo a lui
4.15 -
ſteſſo d'aver veduto qualche coſa di tal genere, am
mette Magia diabolica , e contra i Maghi vuol che
rss., corra il caſtigo. Queſti dice eſſer ſovente soggetti dotti
e che per imparar l'arte demoniaca hanno viaggiato aſſai,
res a inſtruiti in Goezia, e Teurgia o dal Demonio, o a libri,
O s s E R v A z 1 o N E L XV. 97
º vagliono di parole ſtrane, caratteri, eſorciſmi, eſecrazioni, res ,e
recitano parole ſacre, e divini nomi, e con molto ſtudio º º
apprendono i miſteri della ſcienza satanica, onde meritano
la morte; ma grande ſecondo lui è la differenza fra Ma- pag. 7ss. a
Pag. 9
ghi, e Lamie. Imperciocchè queſte non hanno libri, non
eſorciſmi, nè caratteri, ma la mente, o l'immaginativa dal De
monio guaſta. Chiama Isamia quella, che per ragion di ragge.de Lam.
patto immaginario, o per volontà propria, o per inſtinto diabo
lico vien creduta far molti mali, e avendo la fantaſia
viziata, confeſſa d'aver fatto coſe, che mai non fece,
nè potè fare. I Maghi, dic'egli, hanno da ſe ſteſſi, e dal Pag. 94
la propria inclinazione il deſiderio d'imparar l'arte vietata, e
ne cercan maeſtri: le Lamie non cercano inſtruzione, nè mae
ſtro, ma il Diavolo da ſe s'inſinua in quelle, che vede più
atte a eſſer illuſe, o per età ſenile, o per natural melanco
nico, o per povertà, e diſperazione. Ognuno facilmente
vede, e ſi è già moſtrato a baſtanza, quante difficol
tà, e incongruenze porti ſeco tutta queſta dottrina :
confeſſa una volta egli ſteſſo, che alcune coſe ſon però Pag. 143»
comuni. L'una e l'altra ſpezie al Demonio ha ricorſo,
e nel Demonio ha ſperanza; effetti nè l'una, nè l'al
tra ottiene. Crede egli alle volte di render più proba
bile, e quaſi di annullare la forza Magica, con dire
che i ſuoi non ſono miracoli, e fatti veri, ma fantaſ pag. 17ee

mi, inganni, e apparenze, non conſiderando, ch'anco


il fare in tal modo apparire ciò che non è, ha del
miracoloſo. Le verghe de Maghi di Faraone ſi mutaſ
ſero in veri ſerpi, o ſerpi a tutti gli occhi foſſero fat
te apparire, l'uno e l'altro ſuperava l'induſtria, e la
virtù umana. Molte vanità ſi riferiſcono in queſt'ope
ra, che non è neceſſario andar ricercando. Ci ſi men
tova ancora la ſciocca favola della Magia di Papa Sil
veſtro II. nata unicamente dall'eſſer lui ſtato di Ma pag. 671,

tematica ſtudioſo, e di Filoſofia , come dimoſtrò il


Panvinio.
98 O s s e R v A z I o N E LXV.

o S S E R v A Z I O N E LXV.
A che ſerva qui queſta lunga ſpoſizione del ſentimenti del Pvie
ro, dopo quello, che diffuſamente nel congreſſo Notturno n
è ſtato ſcritto, non ſaprei dir io. Sella tende a far vedere, che
della diſtinzione tra Maghi, e Streghe, non ſon io il primo auto
re, io appunto ſono ſtato il primo a paleſarlo. Molti altri autori
diſtinſero veramente tra Maghi, e Streghe, ma non avendo ſaputo ſta
bilire un vero fondamento della pena de primi, nello ſpiegar poi, per
chè quelli, e non queſte meritino la morte, ſi ſono confuſi e invilup
pati, ed hanno aſſegnate ragioni poco concludenti. Tanto ſi legge nel
Lib. 2. cap. 13. S. 11. del congreſſo Notturno. Il prurito di farmi
l" ſcopritore di ciò, che nol ſono, grazie a Dio, non mi
a per anche contaminato lo ſpirito. Nel Lib. 3. Cap. 7. S. 2 3
fo pur vedere, che il Vviero fece gran differenza tra Maghi, e
Streghe, ma provo altresì, che fermo e ſtabil ſiſtema egli non
ſeppe fiſſare, or moſtrando di concedere, or di negare affatto la
Magia Diabolica: provo, che con tutto lo ſtudio da eſſo im:
piegato in queſta materia, idea chiara non giunſe ad averne; il
che poi fu cagione che ad oppoſte accuſe ſoggiacque, mentre i
altri lo tacciò di Magia , altri, che i patti col Demonio, e
la Magia ſteſſa negaſſe : ed oſſervo per fine nell'Introduzione S.
II che per la ſua incoſtanza , e incoerenza , ma ſopra tutto
per aver voluto provar troppo , egli non provò nulla , e l'
Opera ſua, che pur utiliſſima poteva riuſcire , non ha fatto i
grand'impreſſione, nè le perſone ſaggie ſono rimaſte perſuaſe; an
zi piuttoſto ha ſcreditato, e tradito la propria cauſa, da che poi
fu, che anche dopo gli ſcritti ſuoi, perſone aſſennate deſideraro- ,
no di vedere meglio, e più accuratamente diſcuſſo queſt'argomen
to, maſſime toccante il punto de notturni congreſſi delle Streghe,
Più coſe potrebbero ora dirſi per far vedere, che il ſiſtema di
queſt'Autore (ſe pur ſiſtema può chiamarſi quello di chi ondeg.
gia, nè ſa qual giudizio formare della materia, che tratta) dal
Sig. Marcheſe non è ſtato ſedelmente rappreſentato . Perchè però
lunga fatica ſarebbe coteſta, e poco al propoſito confacente, e
perchè altresì ne citati luoghi del Congreſſo Notturno è ſtato a ciò
baſtevolmente ſupplito; io mi diſpenſerò dal farne ulterior diſcor
ſo. Bensì non poſſo a meno di non fermarmi un momento ſopra
le parole : e parendo a lui ſteſſo d'aver veduto qualche coſa di tal
genere, cioè di Magia Diabolica . Il Lib. 4. Cap. 2. De Praeſtigiis
Demonum è il luogo dal Cenſore indicato. Quivi il Pviero parla
delle ſtrane materie, che ſogliono vomitare gli Oſſeſſi. Dice: Hec
a me viſa ſunt . . . . . Quod a me diligenti inſpettione obſervatum
e - eſt.
O s s E R v A z I o N E LXV. 99
eſt. Diſputa alla lunga ſopra cotal fatto, poſcia così conchiude :
Uno profetio conſenſu, adeoque ore uno, ob rationis veritatiſgue ro
bur, hic aſſerendum atque proclamandum erit, dictam rerum ore ege
ſta um congeriem, a preſtigiatore ſubtili celerigue Damonio in os ſo
lim & fauces imas, nec ulterius impelli, penituſque impingi, quaſi
i ,
trangulationem minitantem : dcie oculorum noſtrorum interim eluſa,
vel ſpiritu optico turbato, vel ejus radiis obſcuratis , ne prodantur
i
praſtigia. Queſt'Autore adunque in primo luogo, non dice, che
gli pareſe d'aver veduto, ma dice, ci vide, anzi notò attenta
mente : diligenti inſpectione obſervatum eſt. In ſecondo luogo un
puro giuoco del Demonio ſtimò egli tutta quella faccenda, in cui
nè Maghi, nè Streghe abbiano parte veruna; e però non la giu
dicò già prodigio magico, ma bensì prodigio diabolico, il qual di
Magia nè prova, nè indizio alcuno può ſomminiſtrare: onde ſe
la Magia Diabolica egli ammiſe, per queſto motivo certamente
non la ammiſe. -

X. Non ſi nega nel nuovo libro, che qualche fem


mina poſſa darſi, la quale coll'aiuto di Satanaſſo ſia capace per trº
d operar molte coſe, anche a danno degli uomini : e ciò in
i virtù del patto o tacito , o eſpreſſo e ſi aggiunge, che
non potrà ciò negarſi, ſe non da chi arrivaſſe a ne.
gar la Magia diabolica interamente . Ma chi non la
nega, anzi l'aſſeriſce, e acremente ſoſtiene, poterſi
dare chi per virtù diabolica operi anche a danno de
gli uomini molte coſe, come poi può negar le Streghe?
poichè altro eſſer non ſi crede la Strega. -

oss E R v Az 1 o N E LXVI.
Ltro non ſi crede eſſer la " dal volgo, e da alcuni, che
in ciò niente dal volgo ſi diſtinguono ma pure altro ella
è di fatto. Chi coll'ajuto, e cooperazione di Satanaſſo, molte co
ſe effettivamente opera, non è Stregone, ma è Mago . La Strega
nulla opera, benchè molto creda operare i niun patto ha col De
monio, benchè con eſſo lui s'immagini di famigliarmente tratta
re ne
ſtono. notturni ritrovi, i quali fuori della ſua fantaſia non eſi
I - - -

E benchè altri conoſceſſe favola il ſuo andar per a


zia a i notturni conviti, non per queſto ſarà illumi
N ij Ila
IOO O s s E R v A z 1 o N e LXVII.
nato a baſtanza, ſe crede poter eſſa però con ſue ma
lie tormentare, e far morir fanciulli , far entrare in
qualche corpo il Demonio, e più altre coſe operare,
O S S E R V A Z I O N E LXVII.

S Hi credeſſe, che una Strega, finchè ſi contiene dentro i li


miti della pura Stregheria, che val a dire d'un'immagina
zione, tutte l'accennate coſe operar poteſſe, poco illuminato cer
tamente ſi moſtrerebbe : ma chi all'oppoſto foſſe perſuaſo, che a
tanto arrivaſſe ella coll'ajuto della Magia Diabolica, per qual ca
gione non ſarebbe illuminato a baſtanza? Perchè il Cenſore vuole,
che chimera ſia queſta Magia Diabolica, nè alcun effetto produ
ca? Provi egli queſto ſuo aſſunto, indi ſe gli concederà la pro
poſizione.

Diceſi, che il Demonio per tener le ſue grazie in


rºs ºr pregio, e renderle più prezioſe e deſiderabili, le fa coſtar
più care, moſtrando eſſer moſſo da mezzi potenti, e da un ar
te miſterioſa, ed arcana; qual però ſembra negarſi alla
Strega, concederſi al Mago. Ma tal'arte ſi tiene ac
quiſtarſi per l'inſegnamento diabolico, e queſto ſi tie
ne ottenerſi per l'invocazione, e adorazione del Dia
volo : onde a tal beſtiale ecceſſo per lo più arrivando
chiunque fattucchierie grandi vuol commetere, non ſi
vede, perchè altri debba imparare, e altri no, nè per
chè due ſpezie di conſimili ſcelerati, e pazzi debban di
ſtinguerſi.

o s S E R v Az I o N E Lxv III.
Hiunque arriva al beſtial ecceſſo d'invocare , ed adorar il
Demonio, non in ſogno, e col penſiero, ma realmente, e
di fatto, egli è un vero, e formal Mago. Il giungere a tanto per
via di ii, e aſtruſi miſteri, o il giungervi più ſpeditamente,
non è che una differenza accidentale, la qual non varia la ſoſtan
za della coſa. Ha ragione il Sig. Marcheſe, che ſimili ſcellerati
non debbono diſtinguerſi, e perciò ſi è poco fa detto, che le ſu
perſtizioſe oſſervanze anche delle donnicciuole ignoranti, quando
v'intervenga l'aſſenſo all'aiuto di Satanaſſo, ſon pratiche diaboli
che
O ss e R v A z 1 o N e LXVIII. IO I

che, e vere azioni magiche, che poſſono meritar gaſtigo anche


di morte. Ma chi adora il Demonio dormendo, e non è ſcelle
rato quanto al far danno altrui, mentre misfatto alcuno non com
mette, ma è piuttoſto pazzo, credendo di commetterne moltiſſi
mi, ragion vuole, che ſi diſtingua da veri ſcellerati, ch'effettivo
danno apportano alla Società Civile, nè ſi ſoggetti toſto alla ſteſ
ſa pena, e ciò per la ragione appunto dallo ſteſſo Sig. Marcheſe
teſtè approvata, cioe perchè queſti tali ſono offeſi nel cervello; e
perchè le loro ſceleraggini ſono immaginarie, e non commeſſe, ma pen
ſate; e perchè ſecondo la ſana giuriſprudenza confeſſione di coſe im
poſſibili non è valida, e non può far procedere a condanna.

Anzi chi tiene, e propugna la realtà, e la forza


della Magia, molto difficilmente può negare anche l'
entrar ne' luoghi chiuſi, e l'eſſer portate per aria a
Notturni Congreſſi. Non ſerve il pretendere tali coſe
impoſſibili alle forze umane. Fin dove ſi eſtendano
quelle degli Angeli benchè rubelli, pon ſappiamo.
O S S E R V A Z I O N E LX IX.

L Amonio,
compenetrazione de corpi ripugna a principi fiſici, nè il De
che naturalmente opera, può produr ciò, che all'
ordine della natura è contrario. Quinci i Demonografi anche più
liberali, non accordano i" al Demonio la facoltà di poter mu
tare la natural quantità del corpi, coſicchè un uomo a guiſa d'un
gatto, o d'una lucertola, " entrare ed uſcire per le feſſure d'
un uſcio. Ridicol paradoſſo del Bodino ſu queſto, difeſo da lui
per autorizzare le confeſſioni delle Streghe, le quali per coſa rea
le prendendo gli ſcherzi della lor fantaſia, nè l'apparenza dal fat
to diſtinguendo, comunemente aſſeriſcono, e giurano queſto ſtu
pendo prodigio. Con tutta adunque la realtà, e la forza della
Magia, a tanto non ſi potrà mai arrivare, perchè la Magia non
s'eſtende oltre al poter del Demonio, e il poter del Demonio a
tanto non arriva. Quanto all'eſſer portate per aria a notturni con
greſſi, poſta la realità, e la forza tutta della Magia, pure con
verrebbe provare con maggior fondamento, che fin qui non è
ſtato fatto, che il Demonio non ſolo ha virtù di muovere i cor
pi fluidi, ma anche i ſolidi, e dato queſto, converrebbe pur far
vedere, che il real traſporto delle Streghe con quella velocità, e
grado di moto, che pretendono, come non ripugna alle forze del
i>emonio, così parimente non ripugna a quelle del corpo umanoi
IO2 O s s E R v A z 1 o N E LX IX.
talchè con sì enorme impeto foſſero portate, e riportate per aria,
ſenza che per queſto doveſſero reſtar mai ſoffocate , il che certa
mente è aſſai difficile a provare. Veggaſi il Congreſſo Notturno Lib.
2. Cap. I.

Mi ricordo d'aver udito ragionare molto bene in Ro


ma, di quanto ſia difficile alle volte il decidere d' un
miracolo, perchè fin dove ſi eſtenda il poter della na
tura c'è ignoto. Or quanto più ſarà difficile aſſegnar
le proprietà tutte, e fiſſare i limiti di natura ſuperio
re, e ſpirituale ?
O S S E R V A Z I O N E LXX.

Queſto paſſo difficoltà non trovo, purchè s'intenda, che que- |


fta natura, benchè ſuperiore, e ſpirituale, pure non operi ſe
non naturalmente, nè poſſa più di quello, a che l'univerſal natura
s eſtende, al di ſopra della quale altri non arriva, che l'Autore ſteſ- i
ſo della natura. Strano ſarebbe, che da queſte parole altri inferir
voleſſe, che tutti generalmente i miracoli vengano a metterſi in
dubbio, quando a chiare note ſi dice, che alle volte ſia difficile
il decidere d'un miracolo. Nientedimeno giacchè l'Autore qual
che ſoſpetto pare abbia avuto d'una ſimile conſeguenza, e perciò
nella ſeconda edizione di queſta ſua Operetta lunga poſtilla ha ag
giunto, che molte buone rifleſſioni contiene; ho giudicato oppor
tuno di qui tutta interamente inſerirla. -

, In queſto Diſcorſo le ſeguenti parole ſi veggono pag. 26. Mi


, ricordo d'aver udito ragionare molto bene in Roma, di quanto ſia
, difficile alle volte il decidere d'un miracolo, perchè fin dove ſi e
, ſtenda il poter della natura, c'è ignoto. Così è veramente, e pe.
, rò le confermo, ma non biſogna portar troppo avanti tal det
, to; non biſogna dedurne, che a virtù naturale ſi debba ſempre
, attribuir tutto i quaſi il ſupremo Autore della natura ſi foſſe in
, certo modo legate le mani, e non ſi compiaceſſe qualche vol
, ta, condeſcendendo all'interceſſione de ſuoi ſervi, ed alle preci
, di noi meſchini, di far grazie, che ſuperano manifeſtamente le
, forze concedute da lui alla natura. Il dubitare, ſe ſoprannatu
, rale, o natural ſia qualche effetto, però accader molte volte,
, ma quant altre accade, che perſona ſenſata, e ragionevole non
22 ne ſ" dubitar punto, inſegnando ogni filoſofia, e non meno
il ſenſo comune, che ſenza occulta, e divina virtù certe mara
, viglie ſeguir non poſſono ? Sicure pruove di ciò certamente ſo
», no le guarigioni inſtantanee, e permanenti di lunghi mali , cd
»» atrO"
O ss e R v A z I o N E LXX. Io3
, atroci. Non importa, che molti riſanamenti ancora, ſemplici e
» pie perſone abbiano alle volte attribuiti a miracolo, benchè a
» ratural virtù poteſſero aſcriverſi. Ma che ſi può dire degli av
, venuti qualche volta prodigioſamente in perſone ſavie, e ſve
o gliate, con la preſenza, e teſtimonianza di non poche altre pa
» rimente di cognizione, e buon ſenſo, e con l'atteſtazione, e
» maraviglia del medeſimi valenti Medici? Qualche recente avveni
» mento abbiamo in queſta noſtra Città di Verona, che ha ec
» citato gran maraviglia, ma perchè giuridico proceſſo non ſe n'
» è ancor fatto, non ne farò menzione. Proceſſo diligentiſſimo ſu
» bensì fatto dieci anni ſono del riſanamento della Signora Donna
, Vittoria Buri nel Monaſtero di S. Daniele, la quale dopo febri
» croniche di quaſi cinq'anni, e dopo più giorni di dolor pungen
» tiſſimo ſotto una coſta, e pulſazioni nello ſtomaco moleſtiſſime,
, perduta affatto la voce, e inlanguidita del tutto, la mattina del
, la feſta di S. Luigi Gonzaga fu munita del Viatico: ma racco
» mandataſi vivamente all'interceſſione di quel Santo, ſi ſentì in
» un momento rinvigorir tutta, ceſſarono i veementi dolori, e
, cominciò a gridare, ch' era guarita. Accorſe la Badeſſa, e le
, Monache, ſi veſtì da ſe, ſenza aiuto ſceſe le ſcale, e andò con
, l'altre al Coro, a ringraziar Dio. Di quel fatto, e delle cir
coſtanze di eſſo mi preſi piacere di volermi informare anch'io,
, parlando con la riſanata medeſima, e con chi fu preſente, e
-, co' Medici, e ne rimaſi del tutto certificato, io, il cui difetto,
come dal qui addotto Ragionamento ben appariſce, non è per
a certo la credulità.
, Potrei dire ancora, che trovandomi quarant'anni ſono in Fi
» renze, vi conobbi Suor Catterina Biondi Terziaria di S. Fran
l , ceſco,per le orazioni della quale di ſtorpiatura doloroſa riſa
, nò per ſempre in un momento una Dama : il caſo fu a tutti
, noto, e mi penſo apparirà giuridicamente un giorno. Più d'
lº una ſingolar grazia io credo aver ottenuta da Dio per le pre
, ghiere di quella ſanta donna, all'interceſſione della quale dopo
, ſua morte mi ſon raccomandato più volte. Diceva il ſaggio,
, e dotto P. Pellicioni Abate Benedettino ſuo Confeſſore, che da
a chiunque ſapeſſe la vita, e l'intrinſeco di quella Monachetta,
, ſvanirebbe preſto ogni tentazion di Fede.
» O quante coſe inſegnano queſti privati, e quaſi occulti acci
- denti! quante ſottili quiſtioni ſi mettono così preſtamente in
chiaro! Voleſſero, come facilmente potrebbero i dotti dell'al
tre comunioni, accertarſi una volta d'un ſolo di queſti fatti ,
o già che baſta un ſolo per mettere i cattolici dogmi in ſicuro.
º o Punti di controverſia ci ſono, per la difeſa d'ognun de quali
- - un libro in foglio ci vuole: ma un di queſti avvenimenti gli
-2
Imct
IO4 O s s e R v A z 1 o N E LXX.
, mette a un tratto in ſicuro tutti. Per via di diſputa poco ſi
, conchiude, perchè diventa gara d'erudizione, e d'ingegno, e
, neſſun vuol cedere ; ma in queſto modo tuttº ſi fa evidente, e
, non c'è riſpoſta. E ſi troverà chi poſſa credere, che di tanti
, miracoli ne rigoroſi proceſſi delle canonizazioni, in paeſi diverſi
, rilevati, nè pur'uno verità contenga i converrebbe rinegare tut
, ta la fede umana, e non laſciar luogo alcuno alla ragione. Ma
, quando avviene, che alcun di queſti fatti notorio ci ſi renda,
, e indubitato, alle difficoltà, che ſi preſentano poi alla miſera
, mente, la quale dell'infinito non ha idea, e la quale nè pure i
, corpi materiali intende punto, o conoſce, chiunque del rºº
, cinio vorrà far uſo, non ſarà coſtretto a riſolverle a un trattº,
, e a dileguarle tutte con dire, non intendo niente, ma credo º
, tot Coloro altresì, che per vana preſunzione del proprio inte
, letto, d'ogni coſa ſuperiore ſi ridono, che potran dire, dove
, la divina Providenza ſi fa vedere non ſolamente all'intelletto,
, ma agli occhi? E s'altri o per cattiva educazione avuta, o per
, vita ozioſa, ed epicurea, in profonda ignoranza ſi giace, con
, quanta facilità eſaminando un di queſti caſi, di ciò che più im
, porta può illuminarſi, e in un momento può imparar tutto?

Anche la differenza del caſtighi voluta nel libro, ri


gore uſando co Maghi, e indulgenza con le Streghe,
non ſo quanto ſuſſiſta.

O S S E R V A Z I O N E LXXI.

L?fondat
differenza tra
ſull'a
la pena de Maghi, e quella delle Streghe, è
a utorità, ed anche ſulla ragione, onde non può
non ſuſſiſtere. Tutte le leggi Divine , ed Umane condannarono
ſempre a morte i Maghi, e non condannarono mai le Streghe:
dunque differenza convien fare tra queſte due ſorte di delinquenti.
La Magia è una coſa reale, e di fatto: la Stregheria è un ſogno,
Sono due delitti diverſi non ſolo come ſpezie da ſpezie, ma co
me genere da genere: d
8 genere: dunque diverſa ancora dee eſſere la- pena.
-

Vuol ſenza dubbio la carità, che prima d' altro ſi


cerchi d'inſtruir bene, e d'illuminare quelle femmine
pazze, che per coſe udite raccontare, o lette, ingom
brate da falſe immaginazioni, o da deſideri perverſi,
ſi aggravano confeſſando delitti falſi: ma ſapendoſi per
1TAO
O s s E R v A z i c N E LXXII. Io5

modo d'eſempio, che ſciocca perſona fatto un figuri


no, lo punga, e lo feriſca di tanto in tanto, mormo
rando ridicole parole, come ſapremo ſe tal fattura pro
venga da Stregoneria, o da Magia? e però ſe la puni
zione abbia da eſſere mite, o ſevera?

o s S E R v Az I o N E LxxII.
Pºi diſcernere ſe queſto fatto venga da Stregoneria, o da Ma
gia, convien diſcernere, ſe ſia un fatto vero, provato co'te.
ſtimonj, o un parto della diſordinata fantaſia dell'accuſato, di che
molto convien ſoſpettare, quando il medeſimo atteſti d'interveni
re al congreſſo notturno. S egli è un fatto vero e reale, e non da
ſciocca perſona proceda, che ridicole parole mormori, come ſuppo
ne il Cenſore, mentre in tal caſo piuttoſto una bambocceria, che
una ſeria azione dovrebbe giudicarſi, ognuno vede, ch' egli è un
fatto magico. Ma ſe la ſtatuetta, e gli aghi ond'è ſtata punta, o
in il fuoco a cui fu conſumata, non conſiſteſſero per avventura fuori
º del penſiero del reo, egli ſarebbe una Magia ſognata, ed un delit
to immaginario, come ſon tutti gli altri delle Streghe.
-
Quanto alla punizione, la legge, che dice, cogitationis panam
nemo patitur, e che eventus ſpettetur, non ſolo può ſervir di re
gola circa i misfatti immaginati dalle Streghe, ma anche circa i
veri de Maghi, quando effetto alcuno non ſortiſcano. Il mal mo
rale è pur ſempre lo ſteſſo; ma la giuſtizia del mondo guarda
principalmente al danno recato altrui, e queſto puniſce, rimetten
do il gaſtigo dell'altro alla giuſtizia di Dio.

Effetto non ne ſegue in ogni modo veruno, come


èe ſi è oſſervato più volte, e colui, ſopra del quale va
la malia, tanto gode buona ſalute, ſe chi l'odia è Stre
gone, come ſe e Mago.

o s S E R V A Z I O N E LXXIII.
Vie a ſimili enormi attentati, maſſime contra perſone coſpicue,
C e alla Repubblica neceſſarie, rare volte corriſponda l'evento,
ne ſono più che perſuaſo, dovendoſi credere, che Iddio non laſci il
mondo in balia del Demonio, e de triſti: ma che non corriſponda
mai, nè poſſa corriſpondervi, allorchè Dio lo permetta, ſarebbe in
ganno l'immaginarſelo. Mi piaco in queſto propoſito
- O
il ſentimento
di
Io6 O s s E R v A z I o N E LXXIII.
di Giovanni Bodino nel Lib. 2. cap. 8. della Demonomania. Qui re
reas inimicorum faciunt imagines, º defigunt eas, poſtananº ſe pſivo
ventes satanae, Deo remuntiaverint, ci horrenda, qua aſſolent, fece -
º

rint ſacrificia, ſi Deus ſiverit, inimicos afficiunt mortei etſi hº nº


-

ſepe accidit, nam vix e centenis binos forte offendas, quibus ſta º
cuerint, ut ex Magorum confeſſionibus eſt manifeſtum.

Ma non per tanto è da conſiderare, che l'enormità


delle Streghe, benchè vuota d'effetto, non è mai leg
pag. 266.
gera, mentre hanno rotta a Dio la fede, e ſi ſono reſe ſchia
ve del Demonio, onde affermano, per le loro ſperienze
pag. 39 aver rinunziato a Criſto, e al batteſimo. Tienſi comune
mente, che i Demoni alle noſtre Streghe appariſcono, dalle
º º quali ſi fanno adorare. Queſto certamente è falſiſſimo ,
perchè eſſe appariſce
loro non da meno nulla; ma ſe Maghi,
così foſſe, -º

chè ſaranno de i preteſi e per


per- il
chè ſaranno men ree?

O S S E R V A Z I O N E LXXIV. s
A Nche queſt'argomento è del conio di quello, di eui ſi è par
lato nell'oſſerv. LXIP. Se il Demonio perſonalmente, e in
verità di fatto appariſſe alle Streghe, ed eſſe l'adoraſſero, certa co
ſa è, che non ſarebbero da meno de Maghi, o tali almeno con
verrebbe preſumerle, ma appunto perchè loro nulla appariſce, e
chimeriche ſono le loro adorazioni, non biſogna co Maghi con
fonderle.
Nel rimanente ancorchè le Streghe abbiano rotta la fede a Dio,
ſi ſieno reſe ſchiave del Demonio, l'abbiano adorato, abbiano ri
nunziato a Criſto, e al batteſimo, e mille altre ſomiglianti enor
mità abbian commeſſo, o piuttoſto creduto di commettere, pure
per le ragioni poco avanti accennate, non ſi dee venire a ſenten
za di morte. Elleno ſono una coſa medeſima coll'antiche ſegua
ci di Diana, e d'Erodiade, e quelle venivano bensì ripreſe, e cor
rette, ma non decapitate, ed arſe. Confeſſano Bartolommeo spina
De Strigibus Cap. 2. e 12. Bernardo da Como parimente De Strigibus
cap. 3. Giacopo Sprenger nel Malleus Maleficarum Part. 1. Quaſt. 1.
Leonardo Leſſio De Juſtitia & Jure Lib. 2. cap. 44. Dubit. 3. Num.
15. Silveſtro Priero De Strigimagarum Daemonumque mirandis Lib. 2.
Cap. 2. Punti. 2. Candido Brognolo Alexicacon Tom. 1. Diſp. 2. Part.
2. Cap. 2. Sett. 3. Art. 7. S. 7. e molti altri autori , che ſe le
faccende delle Streghe altro non foſſero, che immaginazioni fan
taſti
O s s E R v A z I o N E LXXIV. 1o7
taſtiche, ingiuſtiſſimi ſarebbero que Giudici, che all'ultimo ſup
plicio le condannaſſero, poichè ſenza corporal colpa non ſi dà
corporal pena, nè la Chieſa puniſce delitti, che tali non ſieno ef,
fettivamente ritrovati.
Dirò di più, che poſta e conceduta ancora la realità del con
steſſo notturno, non convien toſto generalmente conchiudere, che
le Streghe meritino la morte. Molte volte nelle carceri ſi ravve
dono, e danno ſegni di vera penitenza. Ragion vuole, che s'ab
bia riguardo a queſta compunzione del cuore, e ſi diſtinguano da
coloro, che oſtinate perſiſtono nel loro errore. Talvolta l'età an
cora le ſcuſa, eſſendo tenere zittelle ingannate , e ſedotte anche
dagli ſteſſi genitori. Di tutte poi generalmente parlando atteſta il
mentovato Priero Maeſtro del Sacro Palazzo nel Lib. 2. Cap. 1,
punti. 3. della citata Opera, che fidem negant ore, etſi non corde,
e lo conferma lo Sprenger Inquiſitore nel Malleus Part. 3. Quaſt.
13. In ſacramentalibus confeſſionibus aſſerunt, ſe numquam voluntarie
sdbaſſe. Il loro fine non e nè l'idolatria, nè l'apoſtaſia; ma ben
i lo sfogo della libidine, della vendetta, o d'altra ſimil paſſione:
e intanto s'inducono ad abiurare la fede, e preſtar omaggio a Sa
tinaſſo, in quanto che vengono iſtruite, che in altra guiſa non
ſi può ottenere l'intento. Chi per tanto potrebbe conſiderarle co
ze vere apoſtate, e idolatre, e ſoggettarle alla ſteſſa pena? Con
fa anche Martino Delrio, cioè il maggior nemico e perſecutore,
e s'abbiano giammai avuto le s" che ſi ex animo fidem
: Magi abjiciant, ſunt etiam apoſtata 5 ſi vero non totam fidem abjiciant,
umtaxat credente, hunc Diabolo cultum deberi, vel Diabolum ea poſ.
e, que fides Catholica negat poſſe, ſunt haretici: ſin hac omnia fi
fie faciant, nec apoſtata, nec haretici ſunt, peccant tamen mortaliter
e graviſſime. ( Diſquiſit. Magic Lib. 2. Queſt. 4. Num. 3. ) Da ſi
mili rifleſſioni probabilmente indotto il Sommo Pontefice Gregorio
XV. ſolenne Decreto pubblicò l'anno 1623. in cui ordina e co
manda, che a capital ſentenza non ſi venga colle Maliarde, e Fat
ucchiere, quando d'ucciſioni d'uomini evidentemente non coſti.
Motu itaque proprio, º ex certa ſcientia, ac matura deliberatione no
tris, deque Apoſtolica poteſtatis plenitudine, tenore preſentium decer
rimus, pracipimus, & mandamus, ut conſtito, quod aliquis pactum
tum Diabolo fecerit, cº a fide apoſtatando, maleficiis ſive ſortilegiis
anam, ſeu plures perſonas ita la ſerit, ut ex maleficio, vel ſortilegio
mors ſecuta ſit, etiam primo lapſu, Curia ſeculari tradatur, debitis
i panis puniendus. Qui vero ſimiliter apoſtatando, pattum eum Diabolo,
ut prafertur, fecerit, ci maleficium ſeu ſortilegium commiſerit, licet
mors ſecuta non ſit, infirmitas taimen, divortia, impotentia generan
di, ſive animalibus, frugibus, vel aliis fruttibus dammum notabile pro
tenerit, muro claudi, ſive perpetuis carceribus in S. Inquiſitionis Of
O ij ficio»
Io8 O s S E R V A Z I o N E L XXIV.
(
ficio, ubi illud exiſtit, fabricandis, mancipari debeat. Ho recato qui
volentieri l'intero teſto di queſta Coſtituzione, poichè non man
cano nella chiara luce di queſto noſtro ſecolo Giudici furioſi, e
Tribunali ignoranti, i quali ſenza badar punto alle ſavie ordina
zioni di Roma, anzi alla ſteſſa Giuſtizia, ed Equità, per pure
confeſſioni di malie, e affatturamenti, ſenza morte d'alcuno, man
dano barbaramente le Streghe al macello.

XI. Ora convien finalmente venire a quel punto,


che ha ingannato tanti, e che fa tuttavia inganno a
molti. Dal vedere in più luoghi del Vecchio Teſta
mento, che la Magia allora c'era, argomentano, che
ci ſia pur ancora, e che tal faccenda all'iſteſſo modo
proceda. La riſpoſta è ſpedita, e facile. Avea tal po
teſtà il Demonio avanti la venuta del Salvator noſtro,
ma dopo conſumata da lui la grand'opera della Re
denzione, non l'ha più. Tanto chiaramente inſegna S.
Giovanni nell' Apocaliſſe. (a) Vidi un Angelo diſcender
dal Cielo, avendo in mano la chiave dell' Abiſſo, e una gran
catena: ed afferrò il drago, l'antico ſerpente, ch'è Diavolo, e
Satanaſſo, e lo legò per mille anni. Diſſe mille anni per
tempo lunghiſſimo, e indeterminato, poichè abbiam
poco dopo, che ſarà slegato, quando verrà l'Anticri
ſto. (b) Quando ſaran paſſati mille anni, Satanaſſo ſarà ſciol
to dal ſuo carcere. Quindi è, che Magici prodigi al tem
po dell'Anticriſto ſi vedranno di nuovo, come inſegna
l'Apoſtolo. (c) La cui venuta per opera di Satanaſſo, ſarà
con ogni forza, e con maraviglie, e prodigi mendaci. Ma fi
no a quel tempo, (d) il Principe di queſto Mondo, cioè
il Demonio, ſarà cacciato fuori. Perciò ſcriſſe S. Pietro,
- che

(a) XX. 1. Et vidi Angelum deſcendentem de Caelo, habentem


clavem Abyſſi, & catenam magnam in manu ſua. Et apprehendit Dra
conem, Serpentem antiquum, qui eſt Diabolus, & Satanas, & ligavi
eum per annos mille. -

b) v. 7. Et cum conſummati fuerint mille anni, ſolvetur Sata


nas de carcere ſuo.
(c) II. Theſſ II. 9. Cujus eſt adventus ſecundum operationem Sa
tanae in omni virtute, 8 ſignis, & prodigiis mendacibus.
(d) Jo. XII. 31. Nunc Princeps hujus Mundi epicietur foras.
O s s E R v A z 1 o N E LXXV. Io9

che Gesù Criſto andò in Cielo, (a) ſoggettatiſi gli ai


geli, e le Poteſtà, e le Virtù e S. Paolo, che ſpogliò di
virtù (b) i Principati, e le Poteſta; e che (c) quando avrà
cºregnato il Regno a Dio, e al Padre, avrà altresì priva
i di forza ogni Principato, e Poteſtà, e Virtù. Con que
ti nomi ſono indicati i vari ordini de perverſi ſpiriti,
come ſi ricava da più luoghi del Teſtamento Nuovo.
O S S E R V A Z I O N E L XXV.

S .4goſtino nel Lib. 2o. cap. 8. De civitate Dei trattò ex pro


A feſo De alligatione, di ſolutione Diaboli. Ecco in poche pa
fole il ſuo ſentimento: Alligatio Diaboli eſt non permitti exercere
l tram tentationem, quam poteſt vel vi, vel dolo ad ſeducendos homines
in partem ſuam cogendo violenter, fraudulenterque fallendo. Quod ſi
, pºrzizzeretur, in tam longo tempore, º tanta infirmitate multorum,
º º turimos tales, quales Deus id perpeti non vult, ci fideles deficeret,
o ne crederent, impediret. Quod ne faceret, alligatus eſt. Lunga ſe
e di Padri, e d'Interpetri antichi, e moderni, che lo ſteſſo ripe
tono, ſarebbe facile aggiunger qui, ſe non foſſe affatto ſoverchio.
uno ſe ne troverà, che pel legamento del Dragone, di cui parla
i Giovanni, l'annichilazione della Magia intenda. Avanti l'Incar
zone del Verbo piena libertà aveva Satanaſſo d'ingannare, e ſedur
si uomini, e d'uno ſpezial divieto di Dio faceva di meſtieri per
mpedirlo: ora è tutto all'oppoſto, mentre una ſpezial licenza è
i receſſaria per effettuarlo. Allora s'intrometteva dappertutto, ope
ava, e corriſpondeva, benchè non foſſe chiamato: ora quantun
o e ſpinto dagli uomini, ed invitato, non accorre, non opera, ſe
Do o ºer prova, o per gaſtigo di quelli non gliel permette. Quin
di è, che S. Leone Magno ( Serm. 19. De Taſſione Domini ) ſi lamen
:va di quel Criſtiani, i quali coll'apprenſione, e timor, ch'aveva
to del Demonio, gli facevano troppo onore, in luogo d'aver uni
camente timore di Dio. Et quum eis (Daemonibus ) nihil in quem
cºan amplius liceat, quam juſtitia divina permiſerit, qua dignatur ſuo:
a corrigere diſciplina, aut exercere patientia; agunt tamen verſutiſſi
za arte fallacia ut ex arbitrio propria poteſtatis aut ladere videantur,
- allt

(a) I. Pet. III. 22. Profetus in Calum ſubjectis ſibi Angelis, &
Poteſtatibus - & Virtutibus.
(5) Col. II. 15. Expolians Principatus, & Poteſtates; -

(e 5 I. Cor. XV. 24 Cum tradiderit regnum Deo, & Patri, cuni


evacuaverit omnem Principatum, & Poteitatem s & Virtutem -
IIO O s s E R v A z I o N E LXXV.
aut parcere: & multis ( quod dolendum eſt ) ita per nequitiam ſimu
lationis illudunt, ut quidem illos & timeant pati infenſos, ci velint º
habere placatos, quum beneficia Damonum omnibus ſint nocentiora vulne- º
ribus, quia tutius eſt homini inimicitiam Diaboli meruſſe, quam pacem. "

Qui per conoſcere come la forza, e la potenza tol


ta al Demonio dal Salvatore, altro non è, che quel
la d'ingannar più il Mondo con preſtigi Magici, e di :
farſi per quella via degli adoratori, biſogna riflettere, i
che tre furon le vie, e furono i modi, co quali gl'in
fernali Spiriti eſercitarono ſopra dell'uomo la lor ma
lignità, e il lor potere: cioè con tentare, ed indurre i
al male; con invadere, e tenere oſſeſſi i corpi; e con
ſecondare le Magiche fattucchierie , facendo talvolta
veder maraviglie, per rapire il culto dovuto a Dio.
Ora di queſte tre potenze il Demonio per la venuta a
del Salvatore non perdè certamente la prima, poichè
ſappiamo con quanta forza abbia continuato, e conti
nui tuttavia a mettere in opera le ſue tentazioni ver
fo di noi. Ma nè pur la ſeconda, perchè indemoniati
pur ſi trovano ancora, nè ſi può negare, ch'anco ne
tempi alla Redenzione poſteriori, ciò permettendo, di
tale ammonizione, o caſtigo non abbia più volte fatto,
uſo il Signore. Reſta adunque, che della terza ſola
mente ſia rimaſo affatto privo il Demonio, e che di
queſta intenda S. Paolo, quando dice, che il Salvatore
evacuò, cioè reſe vuoto, annichilò il potere d'ogni ordine di
Demoni.

O S S E R V A Z I O N E LXXV I.

A diviſione del poter diabolico, innanzi alla venuta del Salvato


re in Tentazione, Invaſamento, e Magia, che fa qui il Sig.
Marcheſe, non è giuſta, ma piuttoſto arbitraria, ed accomodata
all'intento. Lo sforzo maggiore di Satanaſſo in quel tempo era cir.
ca l'idolatria, detta con ragione da Tertulliano ( De Idololatria S. 1.)
principale crimen generis humani, ſummus Saculi reatus, tota cauſa
judicii. Fomento dell' idolatria, come ſi ſa, erano Principalmente
gli Oracoli, e perciò intorno a quelli verſava lo ſtudio, e cura prin
Ci-.
O s s E R v A z I o N E LXXVI. III

eipale del Demonio. Non ſi può ſpiegar meglio queſto fatto, che
colla dotta penna di Lattanzio Firmiano nel Lib.2. cap. 17. Divinarum
Inſtitutionum : In Oraculis autem vel MAXIME fallunt, quorum pre
ſtigia profani a veritate intelligere non poſſunt. Ideoque ab illis attribui
putant & imperia, 3 vittorias, ci opes, o eventus proſperos rerum.
Denique ipſorum nutu ſape Rempublicam periculis imminentibus libera
tam i qua pericula ci reſponſis denuntiaverunt, & ſacrificiis placati
averterunt. Et quoties alicui populo, vel urbi ſecundum Dei ſtatutum
boni quid impendet, illi ſe id facturos vel prodigiis, vel ſomniis, vel
ºraculis pollicentur, ſi ſibi templa, ſi honores, ſi ſacrificia tribuantur.
Quibus datis, quum illud acciderit quod neceſſe eſt, ſummam ſibi pariunt
venerationem. Hinc templa devoventur, c nove imagines conſecran
tur, mattantur greges hoſtiarum . Quoties autem pericula impendent,
ob aliquam ſe ineptam, ci levem cauſam profitentur iratos. Itaque
ſive illud periculum, quod imminet, vitari poteſt , videri volunt
id placati avertiſſe : ſive non poteſt, id agunt, ut propter illorum
contemtum accidiſe videatur. Itaque ſibi apud homines, qui eos meſciunt,
antioritatem, ac timorem pariumt. Hac verſutia, ci his artibus notitiam
veri, ac ſingularis Dei apud omnes gentes inveteraverunt. Fu già
ſentimento d'alcuni ſcrittori, che nato il Salvatore, gli Oracoli
tutti ſubitamente ammutoliſſero; ma queſt'opinione niente col fatto
s'accorda. Durarono anche dappoi per lungo corſo d'anni, ſopra
che poſſono vederſi Bernardo Fontenelle nella Diſſert. 2. della storia
degli oracoli, il P. Giacinto Serry nelle Exercitationes de Chriſto eiuſq;
Virgine Matre Exercit. 32. S. 7. il Sig. Dottor Antonio Sandini nell'
Hiſtoria Familia sacra pag. 15. ed il P. onorato da S. Maria nel Tom.
2. delle Animadverſiones in Regulas, e uſum Critices Lib. 2. Diſſert.
1. Art. 4. i quali con molte autorità provano, che Oracoli s'udi
rono fino ſullo ſpirare del quarto ſecolo. Il titolo, che diede Plu
tarco ad uno de' ſuoi Opuſcoli, cioè De Oraculorum defectu, fece
a credere ad alcuno una sì gran maraviglia, ma, come giudizioſamente
oſſerva l'accennato P. Serry, Quamquam peculiarem tractatum de o
raculorum defettu adornarit (Plutarchus ) ſub Trajano Imperatore; ſi
quis tamen trattatum diligenter evolverit, expenderitgue, nullo nego
tio deprebendet, oracula ex parte tantum defeciſse tunc , ac ſubſtitiſse
ex iis aliqua, atque in illis maxime Apollinem Delphicum, qui ſua
etiam tunc reſponſa conſultoribus redderet, etſi minore quam antea ce
lebritate, atque frequentia. Egli è vero, che a molti di queſti Ora
coli ſi potrebbe replicare, che non foſſero veramente iſpirazioni del
Demonio, ma bensì impoſture de Sacerdoti, i quali dopo eſſere
mancata la virtù diabolica, fingeſſero le riſpoſte, e s'ingegnaſſero
così di conſervare il credito agl'Idoli, e la celebrità a tempi. Nien
tedimeno v'ha qualche fatto, a cui non ſi può dare queſtº eccezio
ne. Racconta per modo d'eſempio S. Gio. Griſoſtomo nel libro Con
tra
I I2 O s s E R v A z I o N E LXXVI.
tra Gentiles, che Coſtanzo Gallo Imperadore volendo ripurgate
dalle ſuperſtizioni degl'Idolatri Dafne, luogo ameno nel ſobborghi
d'Antiochia, e por qualche freno alla licenza di vivere, che co
là regnava, vi fece fabbricare una Chieſa dirimpetto al tempio d
Apollo, e vi collocò le reliquie del ſanto Veſcovo, e Martire
Babila; il che fatto, Apollo non diede più riſpoſta alcuna, fin
chè ſopraggiunto dopo la morte di Gallo il fratello Giuliano Apo
ſtata, e fatti con grand' apparato ſolenni ſagrifizi per reſtituir l'
antico onore a quella falſa Deità, ebbe per riſpoſta, che le reli
quie di Babila erano la cagione del ſuo ſilenzio. Confermano que
ſto fatto Socrate nel Lib. 3. Cap. 18. della Storia Eccleſiaſtica, Soxo
meno Lib. 5. Cap. 19. Teodoreto Lib. 3. Cap. 1o. Evagrio Lib. 1. Cap.
16. e Rufino Lib. 1o. Cap. 35. ma S. Gio. Griſoſtomo con tanta ale
veranza ne parla, che nulla più : Id enim commonſtrabo, atque ita
commonſtrabo, ut ne illis quidem, quibus maxima cura ſemper fuit im
pudenter omnia aſſeverare, in poſterum ea impudentia abuti liceat ,
quoties ſermo inciderit vel de veterum illorum Daemomum, vel de iſtius
Damonis infirmitate. Che timore dovevano avere di Babila i Sacer
doti gentili? A queſt'eſempio notato dal P. onorato, ne aggiunge
rò due, o tre altri, che la ſteſſa coſa comprovano. Scrive Taci.
to nel Lib. 4 S. 81 dell'Iſtorie, che que due infermi, de quali ſi
t " nell'Oſſerv. XIV, che ſi preſentarono a Veſpaſiano, e da

eſſo lui furono iſtantaneamente guariti, ancorchè il male di uno


foſſe inveterato, e deſſe motivo di dubitare a Medici, ſe con mez
zi umani foſſe guaribile; per conſiglio dell'Oracolo l'avevano fat

to : Monitº Serapidis Dei, quem dedita ſuperſtitionibus gens ante a l


lios colit. Come mai i Sacerdoti pagani ſarebbero ſtati sì incauti,
º fiocchi d'arriſchiare la propria riputazione fingendo queſta ri
ſpoſta, e promettendo ciò, che poi non era in poter loro di far
ſeguire? S. Girolamo nella vita di s. Ilarione narra, come Italico
Criſtiano da un ſeguace dell' Idolo Marna era ſempre ſtato con i
arti diaboliche ſuperato neGiuochi circenſi, ma ottenuta dal San
to la benedizione, l'Idolatra fu vinto dal Criſtiano, talchè gli
ſteſſi Gentili gridavano : Marnas vitius eſt a chriſto. se fante
denti vittorie non da Marna, cioè dal Demonio, ma dagli ſtrata
sºmmi de Sacerdoti erano nate, perchè in un ſubito mancarono
qui tutti i loro artifizi? Dalla ſteſſa vita di s. Ilarione ſi ha, che
ºn ºtto giovane, dottus ab Eſculapii Vatibus, con fattucchierie a
veva fatto entrare nel corpo dell'amata donna uno ſpirito . Se il
Demonio foſſe ſtato ſordo all'iſtanze di que' Sacerdoti, come ſareb
be ſeguito cotal effetto? A queſti fatti ſarebbe deſiderabile ch -
veſſe fatto rifleſſione il mentovato Fontenelle, il quale approfittandoſi

"
gli Oracoli de Pagani, non furono ſe
-

InOn
-

O s S E R v A z I o N E LXXVI. I I3
non aſtuzie, ed inganni di Sacerdoti gentili. Confutarono veramen
te l'Operetta di queſto ingegnoſo Letterato il P. Balto Geſuita col
º la Reponſe à l'hiſtoire des Oracles de Monſ. De Fontenelle, e colla
i Difeſa di quella, il P. onorato da S. Maria nel citato luogo, ed
altri ; ma molti traſcurano ogni riſpoſta, e quaſi una verità incon
cuſſa, e dimoſtrata, lo ſtrano paradoſſo del Fontenelle ſi beono ad
occhi chiuſi. Ben è vero, che biſogna far giuſtizia a queſto Scrit
i core ſul punto della Magia, cui non negò nè avanti, nè dopo la ve
nuta del Salvatore, anzi nella Prefazione così favella : Mi dichia
ro, che nel nome d'Oracolo non pretendo comprendere la Magia, in
cui è fuor di dubbio, ch'entra il Demonio . . . . Secondo l' opi
nione comune ſi pretende, che gli oracoli ſien ceſſati alla venuta di
Gesui Criſto; e intanto non ſi può pretendere, che ſia ceſſata la Ma
Sta -
Ora ritornando alla tripartita diviſione del Sig. Marcheſe, ricer
co da lui, ſe nelle parole, E con ſecondare le Magiche fattucchierie,
facendo talvolta veder maraviglie, per rapire il culto dovuto a Dio,
i colle quali eſprime l'Arte Magica, intenda ancora d'includere gli
n.
Cracoli de Gentili. Se non gl'include, la ſua diviſione non è giuſta,
anzi omette egli la principal operazione, ed il più conſiderabile
sforzo del Demonio. Se poi gl'include, non ha ragione di dire, che
per la venuta del Salvatore abbia Satanaſſo perduto queſt'ultima po
º - tenza, quando per tanti ſecoli appreſſo la eſercitò, e la eſercita for
i e tuttavia in que paeſi, ove s'adorano gl'Idoli . Più rifleſſioni po
- trebbero farſi per provare ad evidenza, che l'Incarnazione del Ver
bo non eſtinſe intieramente la Magia Diabolica ; ma poichè alcuna
e º ſe n'è pur fatta, e ſe ne farà di nuovo nel corſo di queſte oſſerva
a- zioni, mi contenterò per ora d'una ſola.
ti E coſa notoria, che nel ſecolo paſſato, e nell'antecedente , non
i ſolo in Germania, ma anche in Francia fu in uſo preſſo i Magiſtra
- ti il Giudizio, o Purgazione dell'acqua fredda circa le Streghe .
i Conſiſteva queſta nel fare ſpogliar la perſona, legarle la deſtra ma
i no al ſiniſtro piede, e la ſiniſtra al deſtro , indi alzata , farla per
t. I tre volte piombar nell'acqua. Se andava al fondo, come natural
a mente dee avvenire, era giudicata innocente , ma ſe galleggiava ,
º i paſſava per rea, e però tormentavaſi gagliardamente, finchè confeſ
- iava il delitto. Quello, che cotal pratica accreditava , era la ſpe
- cl nenza, mentre alcune andavano immediatamente ſott'acqua, ma
e º altre galleggiavano non altrimenti, che ſe di carta, o di ſovero ſta
si te foſero: e benchè fatta ogni prova per farle andar a fondo, pur
ſempre con eſtremo ſtupore di tutti gli aſtanti, a fior d'acqua ſoſte
- -
cº | -
-

neanſ . Un fatto ſimile fece entrar in capo a qualche Lette


rato, che queſta prova foſſe naturale, e lecita, e doveſſe conſide
rarſi come un mezzo ſomminiſtrato da Dio per poter ben giudicare
P di
II 4 O s s E R v A z 1 o N E LXXVI.
di un delitto per altro occultiſſimo , qual è quello della Stregone
ria. Guglielmo Adolfo Scribonio oltre ad un'Epiſtola De Purgatio
ne sagarum ſuper aquam frigidam projectarum, due libri diede fuori
a favore della medeſima: il primo de quali è intitolato : De Sa
sarum matura, e poteſtate, deque bis rette cognoſcendis , atque pu
niendis Thyſiologia: l'altro : Reſponſio ad Examen Ignoti Tatroni ve
ritatis de Purgatione Sagarum per aquam frigidam: ed uno parimen
te ne pubblicò Giacopo Rickio, che ha per titolo : Defenſo
compendioſa, certiſette modis aſtritta Troba aqua frigidae, qua in exami
natione Maleficarum Judices hodie utuntur; il che poi moſſe a gara
e Cattolici, e Proteſtanti ad impugnare coſtoro, e far vedere,
che l'uſata pratica era ſuperſtizioſa, e condannata . Giovanni E
vvichio un libro preciſamente deſtinò a queſta materia, e lo ſteſº
ſo pur ſecero Ermanno Neuvvaldo nell' Exegeſis Purgationis, ſive
Examinis Sagarum ſuper aquam frigidam , Rodolfo Goclenio nell'
Orazione De natura Sagarum. in Purgatione , ci Examinatione per
frigidam aquis innatantium, Conrado d'Anten nel trattato Mulierum
lavatio, quam Purgationem per aquam frigidam vocant , ed un A
nonimo coperto ſotto il titolo di Ignotus Tatronus veritatis nell'
Examen de Purgatione Sagarum per aquam frigidam, e nella Refuta
tio Reſponſionis Gulielmi Adolphi scribonii . Altri poi di paſſaggio
nelle loro opere confutarono lo Scribonio, come Gio. Giorgio
Godelmanno De Magis, Veneficis, c Lamiis Lib. 3. Cap. 5. Pietro
Binsfeldio De Confeſſionibus Maleficorum, º Sagarum Membr. 2. Con
cluſ 7. Tub. 1. Martino Delrio Diſquiſitionum Magicarum Lib. 4. Cap.
4. Quaſt. 5. Seti. 1. e ſeqq. Ottone Melandro nella Reſolutio pre
cipuarum Queſtionum criminalis adverſus Sagas Proceſſus Reſol. 4. Er
manno Goehauſen nelle Deciſioni dopo il troceſſus Juridicus contra
sagas, & Veneficos Quaſt. 1. Conrado Hartz nel Tractatus crimina
lis de Veneficarum Inquiſitione concluſi 6. Num. 23. Erico Maurizio
nella Diſſertazione de Denuntiatione Sagarum Cap. 3. S. 17. cd ulti
mamente il P. Pietro Le Brun nel Tom. 2. Lib. 6. Cap. 2. cy ſeqq.
della Storia Critica delle Pratiche superſtizioſe.
Ora io deſidererei ſapere, ſe il Sig. Marcheſe conceda , o nò
queſto fatto. Ch'egli abbia il coraggio di negare una coſa ſegui
ta in pubblico più centinaia di volte, e di cui oltre a mentovati
Scrittori, la Germania, e la Francia tutta poſſono far fede , non
ne ſono perſuaſo. Siamo adunque d'accordo, che il fatto ſia ve
ro : ma s'egli è vero, o doveva eſſere naturale, o miracoloſo, o
diabolico. Che foſſe naturale, come voleva lo Scribonio , non ſi
troverà chi ardiſca ſoſtenerlo, chiara coſa eſſendo, che la reità,
e l'innocenza ſono qualità, che non accreſcono, nè diminuiſco
no il peſo del corpo umano. A miracolo operato da Dio, come
penſava il Rickio, nè pure può attribuirſi, mentre la Purgazione
InOn
O s s E R v A z I o N E LXXVI. I 15
non era Canonica, ma Volgare, ed era praticata non ſolo da'
Cattolici, ma anche dagli Eterodoſſi. Vorrem noi dire , che Id
dio si coſtantemente operaſſe un miracolo a favore d' una pratica
capriccioſa, non neceſſaria, tentativa di Dio, ed oppoſta alle leg
gi della Chieſa; e ſecondaſſe egualmente colle ſue grazie sì i Giu
dici, e i Tribunali Cattolici, che gli Eretici? Dunque quel mira
bile effetto era tutto diabolico, e ſe così è, ecco, che Satanaſſo,
anche dopo la grand'opera della Redenzione, ſeconda le ſuperſti
zioni degli uomini, e oltre al tentargli, e poſſedergli, s'ingeriſce
nelle loro azioni, ed opera, quantunque da eſſi non invitato. Io
" non ſolo il mio dottiſſimo Cenſore, ma tutti quelli, che
gento di negare la Magia Diabolica ſi ſentono preſi, il quale
oggi di pare ſia divenuto alla moda, a riflettere ſeriamente ſopra
queſto argomento, e ritrovare una riſpoſta, che convinca , men
tre per altro tutti certamente mi concederanno, che un fatto ſo
lo, quando ſia ben provato, gitta per terra il loro ſiſtema. Altra
replica non ſaprei immaginarmi io, ſe non il dire , che ſebbene
il galleggiare, e l'affondarſi per ſemplicità veniva preſo qual con
traſſegno di reità, e d'innocenza, pure egli non è ſe non un eſ
ferro naturale, che nulla indica, e che di fatto con alcuni ſegue,
con altri nò. Perchè però queſta riſpoſta abbia vigore , conver
rebbe provare, che due corpi umani, quantunque egualmente diſ
poſti quanto alla poſtura, e quantunque uno più greve dell'altro,
pure calati nella ſteſſa acqua, qualche volta il più leggiero galleg
gi, ed il più grave s'affondi : e qualche volta ancora galleggi il
Più svave, e s'affondi il più leggiero, il che ſe colle leggi dell'
Idroſtatica, e colla ſperienza s'accordi, i Meccanici lo diranno.
Quanto al paſſo di S. Paolo (I Cor. xv. 24 ) addotto dal Sig.
Marcheſe per provare l'annichilazione della Magia dopo la venuta
del Salvatore, ſi riſponde, che l'Apoſtolo parla del giorno finale
dei Giudizio, quando ſarà diſtrutto affatto il regno di Satanaſſo ,
e trionferà Criſto cogli eletti in Ciclo ; nel qual tempo concedia
mo di buona voglia, che mancherà e la Magia, ed ognaltra dia
bolica operazione. Il ſacro teſto è così chiaro, che non laſcia
luogo a dubbio veruno, ma biſogna leggerlo intero, non dimez
ato. Et ſicut in Adam omnes moriuntur, ita o in chriſto omnes
vivificabuntur. Unuſquiſque autem in ſuo ordine : primitia Chriſtus ,
deinde ii, qui ſunt Chriſti, qui in adventum eſus crediderunt. Dein
de finis : ( cioè hujus mundi) quum tradiderit regnum Deo, e Pa
tri, quum evacuaverit omnem Principatum, o Poteſtatem, 6 Virtu
tem. oportet autem illum regnare, domec pomat omnes inimicos ſub pe
dibus e us. Per la parola evacuaverit, accordo al Cenſore, che si
abbia a intendere, quando Criſto avrà reſo vuoto, ed annichilato
il potere d'ogni ordine di Demonj . Ma ſe queſto i" sia ſe "
i ] , (10-
I 16 O s s E R v A z I o N E LXXVI.
dopo la conſumazione del mondo, quando Criſto reſtituirà al Pa
dre la Chieſa a sè commeſſa, che al preſente milita e combatte
contra i nimici viſibili, ed inviſibili; non è dunque per ora, an
che al dir dell'Apoſtolo, reſa vuota, ed annichilata la poſſanza
de Demoni. Ammiro il bel ripiego del Sig. Marcheſe di citare
ſpeſſo a ſuo pro que paſſi, che appunto meno lo favoriſcono.

Senza queſto non ſi verificherebbe l'eſſer legato Sata


naſo con gran catena. Quinci avvenne, che dopo la mor
te del Salvatore, trovandoſi non riuſcir più come pri
ma gl'inſegnamenti diabolici, e l'arti, (a) coloro che fa'
allora le avevan ſeguite, portarono i libri, e pubblicamente
gli abbruciarono. Ch'erano principalmente libri d' arte
Magica, impariamo da S. Atanagio, il quale a queſto
luogo allude ove dice, (b) quelli ch'erano per Magie am
mirati, abbruciarono i libri.

O S S E R V A Z I O N E IL XXVII.

Bbaſtanza ſi verifica, che con gran catena ſia legato Satanaſſo,


quando nihil ei amplius in quemquam liceat, quam iuſtitia di
vina permiſit, come oſſervò S. Leone. Non corriſponde, benchè da
" ſtimolato, ſe Dio non gliel permette : non ſeconda le
i
º
magiche fattucchierie : non invade i corpi degli uomini, anzi non
gli tenta nè pure, ſenza queſta particolar permiſſione, e quando i
tenta, non conduce fin dove potrebbe la tentazione, ma fin dove (
Iddio gli concede di condurla. Fidelis autem Deus eſt ( così inſe
gna S. Paolo I. Cor. x. 13. ) qui non patietur vos tentari ſupra id quod
poteſtis; ſed faciet etiam cum tentatione proventum , ut poſitis ſuſtine
re. Ecco la gran catena, che tiene avvinto il Demonio ; la qual
più grande ancora ci verrà a comparire, ſe rifletteremo all'auto
rità ampliſſima, che godeva avanti la venuta del Meſſia, ed al
predominio, che si aveva uſurpato ſopra gli uomini, da quali non
altrimenti che un Dio, ſi faceva quaſi dappertutto adorare.
Quanto all'abbruciamento de libri magici, di cui parlaſi negli
Atti degli Apoſtoli (x1x. 19. D egli non ſeguì già , perchè non
riuſciſſero più gl'inſegnamenti diabolici, e l'arti , come vuole il
- Sig

(a) Aét. XIX. 19. Qui fuerant curioſa ſectati, contulerunt libros,
& combufſerunt coram omnibus.
(b) De Iacarn. , as è Mays, as S a vuaaS erras ras gigxus xaraxait -
O s s E R V A z I o N E LXXVII. 117
Sig. Marcheſe, ma bensì, perchè convertite quelle genti dalla pre
dicazione di S. Paolo alla fede, ben conoſcevano, che ſeguitando
Criſto, dovevano abbandonare il Demonio. Tanto appariſce chia
ramente dalla ſteſſa Scrittura, che così parla : Multique credentium
º veniebant confitentes, ci annuntiantes actus ſuos. Multi autem ex eis
ai fuerant curioſa ſettati, contulerunt libros , 3 combuſerunt coram
omnibus. Ita fortiter creſcebat verbum Dei, ci confirmabatur. Nel ri
manente permiſe Iddio, anche dopo la comparſa del Meſſia al
mondo, che il Demonio ſi frammeſcolaſſe nelle azioni degli uo
:- mini, quantunque da eſſi non invocato, come abbiam veduto dal
l'effetto della Purgazione dell'acqua fredda circa le Streghe. Per
miſe il maggiore, e più nocivo di tutti i ſuoi inganni, cioè quel
lo dell'inſpirare i Sacerdoti de Gentili . Perchè conchiuderemo ,
che non permetta più alcun atto magico ? L'uſurparſi il culto
º i dovuto a Dio col mezzo delle riſpoſte degli Oracoli, non era e
º gli il piggior male, che poteſſe venir dal Demonio? Ma ſe Iddio
: anche dopo l'Incarnazione del Verbo gli ha permeſſo il più, qual
ragione s'avrà di dire, che non gli abbia permeſſo il meno ?

Non mancavano per altro anche ne'tempi più anti


chi vantatori, e profeſſori impotenti : perciò ſi ha
nell'Eccleſiaſtico , (a) Chi avrà pietà d incantatore ferito
a ſerpe? Giudei Eſorciſti c'erano al tempo di S. Pao
llo, (b) che giravano, e ſi provavano in vano a ſcac
cias Demoni. Sette figliuoli d'un Principe de Sacerdo
ti ciò fecero in Efeſo. Per queſta prevenzione parve Ant. La
l: Gioſeffo di vedere, che in preſenza di Veſpaſiano , º cºp -
le di molt'altri un Giudeo cacciaſſe gli ſpiriti dagli oſ.
- ſeſſi, saettendo loro nel naſo un anello con radice in
ſegnata da Salomone : il qual racconto, ſe ben pro
eſſa, che ſi facea dar ſegno a Demoni d'eſſere uſciti,
c. chi non vede, che da ingannato viene, o da inganna
li º tore ?

ae
- c'
-

o i
Si O S
-

(a) XII. 13. Quis miſerebitur incantatori a ſerpente percuſſo?


(b) A&. XIX. 13. Tentaverunt autem quidam, & de circumeun
tibus Judaeis exorciſtis &c.

l
--

118 o ss e R v a z , o s e LxxVIII.
O S S E R V A Z I O N E LXXVIII.

- Iº ogni tempo, egli è veriſſimo, ſi trovarono al mondo de


ciurmadori. Gli ſteſſi Maghi, affaſcinati dal loro Maeſtro, e
capo, credono forſe di poter più di quello, ch' effettivamente
poſſono, e lo crede poi ſicuramente il volgo, il qual ſi perſuade,
che alla forza del loro incanteſimi ogni coſa ceda . Eſorciſti im
potenti, e ſenza autorità pur ci furono, i quali i" di cac
ciare i Demoni dagli oſſeſſi; e quando il male ſarà ſtato d'opi
nione (coſa, che non dovea ſeguir meno allora, che al
te) facile ancora ſarà loro riuſcito il farſi onore . Che coſa ne
i
ſegue da tutto ciò? Forſe, che la Magia è ſempre ſtata un'impo
ſtura, e vanità di ribaldi, ſenza alcuna poſſanza ? Non veggo la
conſeguenza. Nè veggo bensì un'altra oppoſta, ed è , che ſiccome
l'eſſerci ſtati del preteſi Eſorciſti, i quali ſenza fondamento ſi vanta
rono di poter fugare gli Spiriti, non prova, che non ce ne ſieno
ſtati di veri, che di fatto gli fugavano, come per altro, concede an
che il Sig. Marcheſe; così l'eſſerſi dati del ciarlatani, e millantatori
ridicoli, i quali con giuochi di mano fecero travedere, non con
vince, che non ci ſieno ſtati de'veri Maghi, che non già con ar:
ti e ſcaltrimenti, ma coll'aſſiſtenza, e patto col Demonio veri e
reali effetti operarono. -
-

º - |

XII. Naſce da quanto ho detto, che di virtù Ma


giche, e di effetti per Magia prodigioſamente avvenu.
ti, più volte ſi parla nel Teſtamento Vecchio, ma
menzione non ſe ne ha veruna nel Nuovo. Siccomi
non mancaron mai ſeduttori, e impoſtori, che tal no
me ſi attribuiſſero, così due Maghi avvien che ſi no.
a a z111. procurò
da.
minino negli Atti degli
diſſuadere Apoſtoli. Romano
il Proconſole Elima in dall'aſcolta
Cipro, chi
le predizioni degli Apoſtoli, e ne fu in pena acceca
to; e Simone in Samaria, che da gran tempo (a)pre
dicando ſe ſteſſo qualche coſa di grande, avea ſedotto il popo
lo di quella Città ; ond'era ſtimato da tutti univerſal
mente per coſa divina, e delle maggiori, atteſo ch
C0f,

(a) VIII. 9, ſeducens, gentem, Samaria, dicens, ſe eſſe aliqueri


magnum ..
O s s E R v A z I o N E L XXIX. II 9
(a) con le ſue Magie gli avea per aſſai tempo fatti impazzi
re, cioè travedere, ingannandogli con ſue furberie ; il
che ſi è veduto avvenir molte volte in più luoghi.
O S S E R V A Z I O N E LXXIX.

A niuna parola del Teſtamento Nuovo ſi può arguire, ch'


Elima, e Simone il nome di Mago bensì s'attribuiſſero, ma
in ſoſtanza non foſſero ſe non meri impoſtori, che per arte dia
bolica nulla operaſſero. E' l'arbitrio dell'ingegnoſo Cenſore, che
per ſervire al ſuo argomento così interpetra. Per altro Elima è
chiamato negli Atti degli Apoſtoli ( XIII 6. ) Magus, del qual
termine non ſi ſerve mai la Scrittura per ſignificar giocolaro, e
ciurmadore, ma bensì Malefico , Incantatore, Indovino, Aſtrolo
go. E' detto ancora Pſeudopropheta, non già perchè ſempre predi
ceſſe il falſo: ma perchè non prediceva inſpirato da Dio, ed era
di quel Profeti, de quali parla il Deuteronomio ( XIII. 1. ) si ſur
º
reverit in medio tui Prophetes, aut qui ſomnium vidiſſe ſe dicat, cº
-- predixerit ſignum atque portentum, ci evenerit quod locutus eſt, ci di
verit tibi: Eamus, e ſequamur Deos alienos , quos ignoras, ci ſervia
mus eis: non audies verba Trophete illius, aut ſommiatoris, quia tentat
vos Dominus Deus veſter, ut palam fiat utrum diligatis eum an non, in
toto corde, o in tota anima veſtra : e però S. Paolo lo chiama an
cora Filius Diaboli. A Simone vien dato ( Att. VIII. 9. I 1. ) lo
ſteſſo titolo di Magus, e diceſi, ch'aveva ſedotti i Samaritani Ma
3iis ſuis. Un altro veſtigio di vera ed innegabil Magia Diabolica
abbiamo nel Teſtamento Nuovo non ricordato dal Sig. Marcheſe,
e queſta è la Pitoneſſa, o fanciulla divinatrice, di cui parlaſi ne
º gli Atti degli Apoſtoli ( XVI. 16. ) qua quaſtum magnum praſtabat
dominis ſuis divinando. Invaſata da un Demonio era veramente co
ſtei, come ſi vede dal fatto di S. Paolo, che ne lo ſcacciò , ma
poichè rinvaſamento ſuo era volontario, quindi dagli Oſſeſſi vuol
diſtinguerſi, e tra Maghi piuttoſto collocarſi. Anche nel 1. de Re
XXVIII. 3. Maghi, e Pitoneſſe veggonſi inſieme. Saul abſtulit Magos,
c; Hariolos de terra : & interfecit eos, qui pthones habebant in
- L'ºra tre. -

Oppone il Sig. Marcheſe, che di virtù magiche, e di effetti per


2. Magia prodigioſamente avvenuti, "aſſai ſi parla nel Teſtamento
Vecchio, che nel Nuovo; il che è indizio, che la venuta del
Salvatore diſtruſſe totalmente la Magia Diabolica. Ma ſi riſponde
in

(b) 11. propter quod multo tempore Magiis ſuis dementaſſet eos.
I2O oss e R v a z1 o N e LXXIX.
in primo luogo, che ſe anche un ſolo contraſſegnº di Magia Dia
bolica aveſſimo dal Teſtamento Nuovo, tanto baſterebbe per ab:
battere la ſua opinione. Si riſponde poi ſecondariamente, che ſe
guarderemo al lunghiſſimo tempo, ch abbraccia il Teſtamento
Vecchio riſpetto al Nuovo, con tutto il maggior numero di Ma
ghi in quello nominati, pure maggiore ancora ci verrà a compº
ire il numero de nominati in queſto, benchè a due, o tre ſi ri
ducano. Dalla Geneſi, ch'è il primo libro del Vecchio Teſtamen
to, ſino al primo de Maccabei, che quanto all'ordine del tempo
n'é l'ultimo, poichè conduce la ſtoria più avanti del ſecondo,
corre un periodo d'anni 3869. cioè dall'incominciamento del mon
do fino al regno d'Antioco Sidete. Il Teſtamento Nuovo all'op
oſto non abbraccia più d'un ſecolo in circa, cioè dalla naſcita
di Gesù Criſto ſino all'ereſia di Cerinto, e d'Ebione per impu.
gnar la quale ſi crede S. Giovanni ſcriveſſe il ſuo Vangelo intor.
no agli anni di Criſto 98. il qual perciò quanto al tempo viene
ad eſſere l'ultimo libro di tutta la Divina Scrittura.

Che coſtui nulla aveſſe ottenuto mai d'operare di


maraviglioſo , appare , non ſolamente perchè di ciò
non ſi fa motto negli Atti, ma ancora perchè quando
vide i miracoli di S. Filippo, (a) ammirava ſtupefatto :
talchè dimandò il batteſimo, e non ſi allontanava dall'
Apoſtolo. Ma avendo preſentato danari a S. Pietro , i
per conſeguire Apoſtolica autorità, ne fu rimprovera:
to aſpramente, e minacciato di caſtighi diverſi; (b) de'
quali, riſpoſe Simone, pregate voi altri per me il Signore ,
che pulla ſopra di me venga.

O S S E R V A Z I O N E LXXX.
A" appariſce dalla Scrittura, che Simon Mago maraviglioſe
coſe operaſſe, quando ſi dice ( Act. VIII. 1o. ) che i Sama
ritani tutti a minimo uſque ad maximum ſeguitavano la ſua dottri
na, dicentes: Hic eſt virtus Dei, que vocatur magna. Troppo zoti
chi e rozzi converrebbe fingerſi que popoli per credere, che co -

Si

. (a) 13. Videns etiam ſigna & virtutes maximas fieri, ſtupens ad
mirabatur.
(b) 24. Reſpondens autem Simon dixit: precamini vos pro me ad
Dominum, ut nihil veniat ſuper me horum, qua dixiſtis. -
O s s E R v A z I o N E LXXX. I2 I

sì fatti titoli aveſſero voluto dare ad un giuocator di mano, il


a-
quale altro non faceſſe, che fargli travedere, ingannandogli con ſue
furberie. Che ſe Simone ſtupì vedendo i miracoli di S. Filippo ,
ciò fu o perchè da un uomo dozzinale, ed ineſperto non doveva
" tanto, o perchè i miracoli di quell'Apoſtolo dovevano
eſſere molto maggiori del ſuoi.
º
Queſto è quanto ſi ha d'autentico, e di certo intor
no a Simon Mago. Ma nelle età a tempi Apoſtolici
proſſime, i componitori d'opere apocrife, e di ſtorie
inventate, avidamente ſi approffitarono della profeſſion
di Mago, fatta già con tanta aſtuzia da Simone ; e
poichè l'arte Magica condiſce a maraviglia, e rende
curioſi, e guſtoſi i racconti, prodigi attribuirono a co
ſtui ſenza fine; e ſpezialmente, che in un publico qua
ſi duello di S. Pietro e lui diſputanti, volaſſe per l'
aria , e foſſe poi fatto da S. Pietro precipitare - Del
conflitto di S. Pietro, e Simon Mago relazione apocrifa ,
come ſcritta da un Marcello diſcepolo di S. Pietro ,
abbiamo alle ſtampe , mentovata già da Sigiberto, e
data fuori, ſe la memoria non m'inganna, dal Fioren
tini. Nelle maggiori fra l'opere apocrife conſervate ,
cioè le Recognizioni di S. Clemente, e le Coſtituzioni Apo
ſtoliche, gli ſi fa dire, ch'ei (a) potea renderſi inviſibile,
paſſare a traverſo i dirupi, cader da altiſſimo ſenza danno , e

legato che foſſe, far paſſare ſopra i legatori i legami, aprir le


porte chiuſe, dar'anima alle ſtatue, gettarſi nel fuoco ſenz'are
dere, mutar la faccia , renderſi capra , o pecora , Uolar per
aria, e ſimili. Nella ſeconda ſi fa dire a S. Pietro, che
Simone andato di mezzo giorno nel Teatro in Roma,
(b) ordinò al popolo, che ci tiraſſe dentro me ancora, promettendo
di volar per aria. Segue, che coſtui volò ſublime porta
to da i diavoli, dicendo che andava al Cielo con ap
Q plau

(a) Recog. l. 2. c. 9. Poſſum enim facere, ut volentibus me com


prehendere, non appaream &c.
(b) Conſt. l. 6, c. 9. ac xa Tore uº'o rg ipui pag 7 posxSar ei; 7 è 9i arpov
aurº , ri» suo as zo7g dripoli apnayi vai , napce 'n ro 9tarpo, i rmxy Nºstro
arriva di a ipog &c.
I 22 O s s E R v A z I o N E LXXXI.
plauſi di tutto il popolo, e che S. Pietro con ſue ora
zioni lo fece cader a terra, avendogli prima parlato,
come foſse un preſso l'altro. Veggaſi il racconto, ch'
è chiaramente mal inventato , e falſo. Vera coſa è ,
che queſti ed altri antichi ſcritti, ingannarono alcuni
Padri, e Criſtiani autori, i quali ſenza maggior eſame
ebbero fede al volgar grido: ſopra di che però più co
ſe potrebber dirſi, ma troppo lungo ſarebbe il trattar
di queſte partitamente.
O S S E R V A Z I O N E LXXXI.

C HeSimon
qualche coſa di falſo poſſa eſſere ſtato aggiunto a fatti di
Mago, non voglio negarlo: ma che falſo ſia tutto
ciò, che di lui nella Scrittura non ſi legge, non mi ſento per
ſuaſo a crederlo. I Critici intemperanti, e precipitoſi per ogni
o di falſo, o di diverſità nel racconto, che " in un
fatto, ſon facili a ſpacciarlo per favola: ma i Critici ſavi e mo
derati, i quali ſanno beniſſimo, che alla ſteſſa diſgrazia ſono ſog:
gette le verità più certe della ſtoria, vanno più cauti a decidere,
e ſi ſtudiano di diſtinguere il vero dal falſo, il certo dal dubbio
ſo. Poſſibile, che S. Giuſtino Martire, Euſebio Ceſarienſe, cirillo Ge
roſolimitano, Epifanio, Teodoreto, Arnobio, S. Girolamo, S. Ambroſio,
S. Agoſtino, S. Filaſtrio, Sulpizio Severo, S. Maſſimo di Torino, Caſ.
ſiano, ed altri tantiſſimi, abbiano tutti ſpeſo per buona moneta
corrente finzioni, e novelle popolarmente invalſe, quali reputa il Sig.
Marcheſe i prodigi magici di Simon Mago, e che alcuno di que
ſti ſcrittori non abbia avuto difficoltà di difendere contra i Genti
li le verità della religion Criſtiana con baje del volgo, che da
ognuno potevano eſſere ſmentite? Merita aneora rifleſſione quanto
ſcrive S. Paolo ( II. Timoth. III. 6. ) Ex his enim ſunt qui penetrant
domos, d captivas ducunt mulierculas oneratas peccatis, que ducuntur
variis deſideriis, ſemper diſcentes, e numquam ad ſcientiam veritatis
pervenientes. Quemadmodum autem Jannes & Mambres ( cioè i Maghi
di Faraone ) reſtiterunt Moyſi, ita & hi reſiſtunt veritati, homines cor
rupti mente, reprobi circa fidem, ſed ultra non proficient: inſipientia
enim eorum manifeſta erit omnibus, ſicut & illorum fuit ; il che alcu
ni non ſenza fondamento ſtimano debba intenderſi di Simon Ma
go, e della ſua ſetta. Quindi è, che ſcrittori eccellenti, tra qua
li Agoſtino Calmet nella Diſſertazione De Simone Mago, e il dotto
cotelerio ( che così, come appreſſo vedremo, è chiamato dallo ſteſ
ſo Sig. Marcheſe ) nelle Annotazioni al Lib. 6. delle coſtituzioni
Ap0
O s s E R v A z I o N E LXXXI. I 23
Apoſtoliche, con ebbero ardire di apertamente negare non dico la
Magia Diabolica, ma nè pure il volo di Simon Mago in Roma,
e conchiuſero: Tutius eſſe judicium ſuſpendere, nihil certi ſive pro eut
veritate, ſive contra illam definiendo.

Come ſi può ſenza titubazione credere a cagion d'


eſempio, che ſcriveſse S. Girolamo, eſsere andato S.
Pietro a Roma, non per piantare nel Capo del Mon
do la Fede, e la prima Cattedra, ma ad expugnandum De Vi

Simonem Magum è e come ſi può non ſoſpettare, che i ci


quelle tre parole paſsaſsero anticamente nel teſto per no
ta malamente aggiunta nel margine è
º O S S E R V A Z I O N E LXXXII.

- Iº non dirò qui, che niuno de tanti Critici, per le mani de


quali ſono paſſate l'Opere di S. Girolamo, non ha moſſo dub
bio ſopra queſto paſſo, nè varietà alcuna di lezione ha incontra
g to, che queſto è il meno: dirò ſolo, che il Santo nella citata
l Opera De Viris Illuſtribus ſeguitò Euſebio Ceſarienſe, come appariſce
dalla Lettera preliminare ad Dextrum: Quamquam Euſebius Pamphi
li in decem Eccleſiaſtica Hiſtoric libris, maximo nobis adjumento fue
l rit. Ora Euſebio così ſcrive nel Lib. 2. Cap. 14 della Storia Eccle
ſiaſtica: Tandem ad urbem Romam delatus ( Simon Magus ) ope at
a que adjumento ſubſidentis ibidem Daemonis, brevi conatus ſuos tanto
pere promovit, ut illius civitatis homines ei tanquam Deo ſtatuam col
locarint. Sed hac non diu ex voto illi fluxerunt. Confeſtim enim ipſis
Claudii Auguſti temporibus, benigna º clementiſſima Dei providentia
fortiſſimum & maximum inter Apoſtolos Petrum, o virtutis merito
reliquorum omnium principem as parronum, Romam adverſus illam ge
neris humani labem ac peſtem perducit. Ecco Pietro, che va a Ro
ma ad expugnandum Simonem Magum, ed ecco il fonte, onde tl
Santo derivò così fatta notizia. Non v'ha coſa di S. Girolamo, ſe
queſta non lo è. Peſſimo eſempio ſomminiſtra a Critici il Sig.
Marcheſe di poter grazioſamente rifiutar come gloſe marginali in
- truſe nel teſto tutto ciò, che non fa per loro. Piaccia a Dio ,
che non ſia molto imitato. Ma che dirà egli del paſſo dello ſteſ
ſo Santo nella vita di S. Ilarione, ove parlando di quel º"
innamorato, che per artifizi uſati, nulla aveva potuto conſeguire,
ſoggiunge: Perrexit Memphim, ut confeſſo vulnere ſuo, magicis arti
bus rediret armatus ad virginem. Igitur poſt annum dotius ab Eſcu
lapii Vatibus ſubter limen domus puella portenta qua dam verborum,
-- Q ij g3 por
124 O s s E R v A z I o N E LXXXII.
ci portentoſas figuras, ſculptas in aris Cyprii lamina, defodit. Illico
inſanire virgo, ci amitiu capitis abjetto, rotare crinem, ſtridere den
tibus, inclamare nomen adoleſcentis. Magnitudo quippe amorisſe in fu
rorem verterat. Terdutta ergo a parentibus ad monaſterium, ſeni ( Hi
larioni ) traditur, ululante ſtatim, 3 confitente Demone: Vim ſuſti -

nui, invitus abductus ſum. Quam bene Memphis ſommiis homines de


ludebam! o cruces! o tormentà qua patior! Evire me cogis, ci liga
tus ſubter limen teneor. Non exeo, niſi me adoleſcens, qui tenet, di
miſerit? Poco dopo d'altro oſſeſſo, che parlava linguaggi foreſtie
ri, ſi dice: confeſſus eſt itaque ( Daemon quo in eum intraſet or
dine ..... multaſque incantationum occaſiones, 3 neceſſitates magica
rum artium obtendente, Non curo, ait ( Hilarion ) quomodo intrave
ris; ſed ut exeas, in nomine Domini noſtri Jeſu Chriſti impero. Queſt
è ben altro, che l'andar a Roma ad expugnandum Simonem Ma
zum. Abbiamo qui più invaſamenti proccurati per Arte Magica:
abbiamo la ſpecificazione del Sacramenti Magici, ed abbiamo l'ub
bidienza finta e malizioſa del Demonio per guadagnar il Mago ,
di che ſi è parlato nell'oſſerv. VIII, e nella Riſpoſta al sig. Conte
Carli XI. 2. Diremo, che queſte ancora ſien note marginali paſſa
te nel teſto? Il fatto è, che non è ſolo S. Girolamo, che di ſimili
operazioni magiche faccia menzione. Anaſtaſio Sinaita nella Quaſi
2o. ſopra la Sacra Scrittura, di Simon Mago parlando, atteſta ,
che multos qui eum praſtigiatorem appellabant, ſibi devinciens, quin
praetextu futuri epuli bovem ſacrificaſſet, eoſque convivio excepiſſet,
variis morbis, ci damonibus ſubjecit.
Ora io mi rallegro, che amendue queſti Padri a Magia, com'è
appunto, non a Stregheria attribuiſcano cotal fatto. Nè ſervirebbe
il replicare, che anche le Streghe ſono di ciò accagionate, e tan
to depongono elleno ſteſſe ne proceſſi. Quanto alle loro depoſizio
ni, già s'è fatto vedere, che ſede meritino. Scelleraggini ancora
maggiori liberamente confeſſano, poichè non ſi può eſſere della lo
ro ſocietà, e non commetterle, o per dir meglio, non immagi- ,
narſi di commetterle: ma quanto alla torta opinione di chi crede,
che ciò effettivamente eſeguiſcano, altronde ella non naſce, che
dalla confuſione della Magia colla Stregheria. Quanti mai preten
dono d'aver ammaliato, ed anche ucciſo le Streghe, che poi eſa
minato bene il fatto, ſi trovano non eſſere nè oſſeſſi, nè morti!
Ma ritornando alla Vita di S. Ilarione, ſi ha da quella, come un
certo Italico Criſtiano, che teneva cavalli da corſa pe Giuochi Cir
cenſi, ſi preſentò al Santo, ſupplicandolo dell'aſſiſtenza ſua contrº
un emulo Gentile, il quale coll'aiuto d'un Malefico arreſtava mai
" i ſuoi cavalli, ed accelerava quelli dell'avverſario. Il Santo
gli dicde il ſuo bicchiere pieno d'acqua, acciò ne ſpruzzaſſe la ſtal
la, i cavalli, la carrozza, ed i cocchieri. Sparſaſi voce di ciò, i
-
fati
O s s E R v A z I o N E LXXXII. I 25
fautori d'Italico ſi teneano certi della vittoria; ma i Gentili ſe ne
ridevano, onde l'eſpettazione era grande. Venuti alla prova, i ca
valli d'Italico advolant: illi prapediuntur. Sub horum curru rota fer
vent: illi pratervolantium terza via cernunt . Clamor fit vulgi ni
mius i tta ut Ethnici quoque ipſi concreparent: Marnas ( così chia
navaſi l'Idolo, che colà adoravano i Pagani ) victus eſt a Chriſto.
Ecco un vero effetto di Magia Diabolica tanti anni dopo la ve
nuta del Salvatore. Che il Malefico natural ſegreto aveſſe per dar
lena a cavalli del Gentile anche ſenza l'aiuto del Diavolo, è faci
le da comprenderſi: ma non è poi così quanto all'infievolire quel
li d' Italico. S. Girolamo dice chiaramente, che il Malefico opera
va da moniacis quibuſdam praecantationibus . Soggiunge appreſſo: Do
cebat autem ſenex ( Hilarion ) hominum cauſa Diabolum etiam ju
menta corripere: o tanto eorum ardere odio, ut non ſolum ipſos, ſed
e ea, qua ipſorum eſſent, cuperet interire. Hujuſque rei proponebat
eremplum, quod antequam beatum Job tentare permitteretur, omnem
ſubſtantiam egus interfecerit. Queſta era la dottrina di S. Ilarione,
tanto apprezzato dal grande Antonio Abate, di cui era ſtato diſce
polo, eſpoſta poi qui, ed approvata da S. Girolamo, il quale può
dirſi, che e della Chieſa Orientale, e dell'Occidentale ci eſponga
in queſto propoſito il ſentimento. E pure il Sig. Marcheſe, come
ru ſotto vedremo, vorrebbe, che i Parrochi inſegnaſſero, che co
2 orribil peccato ſi commette in vano, che per tal via non ſi ottien
ai nulla, che ſon tutte ciance, e chimere quelle che in tal propoſito
ſi raccontano. Vegga egli in grazia quanto diverſa dalla ſua è la dot
trina de Santi, e del Padri della Chieſa.
Giacchè ſiamo in fatto di vere lezioni d'autori, oſſerverò di paſ
i ſaggio, ch'ove S. Girolamo dice rhedam, carcerumque repagula aſper
ſir, l'Editor Veroneſe ſtima meglio leggere rhedam , carrucarumque
regulas aſperſit: ma egli non ha inteſo, che carceres ſignifica in
queſto luogo que ſiti, o porte del Circo munito di grata, ove ſi cu
todivano i cavalli, c i cocchi, prima di dare il ſegno. Varrone
De lingua Latina Lib. 4. Cap. 32. In Circo primo , unde mittuntur
equi, nunc dicuntur Carceres, ditti, quod coercentur equi, ne inde ex
eant , antequam magiſtratus miſit . Quindi Ovidio Amorum Lib. 3.
El-g- 2.
Maxima jam vacuo Pretor ſpectacula Circo
quadrijuges ſigno carcere miſit equos.
E Virgilio AEneid. V. 143.
ruuntgue effuſi carcere currus.
Ove così servio: Carceres, oſtia & repagula, quibus equi arcentur.
Ecco che ſignifichi carcerum repagula aſpergere. All' oppoſto chi
intenderebbe mai coſa foſſe aſpergere carrucarum regulas , come
i vorrebbe l'Editor Veroneſe? Queſto turbare a capriccio le lezioni
l vul
I 26 O s S E R V A z I o N E LXXXII.
vulgate del teſti, arbitrando, e ſoſtituendone altre a talento, fa per
verità poco onore all'Arte Critica.

Ma quanto a coſtui baſti qui conſiderare, che ri


guardando al fonte infetto di libri falſi, e falſamente
denominati; alla varietà in ciò, e contrarietà di quel
li ſteſſi; e al ſilenzio de Pontefici Romani, e d'altri ,
autori, anche profani, che dovean principalmente par
larne, appariſce a baftanza, come quello, e gli altri
ſuoi Magici prodigi furon finzioni, e novelle i",
mente invalſe. Anco iſcrizione ( che ſi crede eſſere la
tuttavia eſiſtente, quale io ricopiai già in Roma ) SAN
CO SANCTO SEMONI DE O FIDIO con grand',
equivoco fu riportata a Simon Mago da S. Giuſtino,
e per la ſua autorità da qualch'altro. Il Pagi all'anno
42. Juſtinus aut nominum vicinitate, aut falſa relatione dece
ptus. Gran forza in ciò dee ſare l'atteſtazione d'Orige.
ne, che coſtui (a) ingannò bensì taluni con ſue arti Magi
che allora, ma dopo mancò ben toſto il ſuo credito,
onde non credea che trenta della ſua ſetta ſi trovaſſe
ro in tutto il Mondo; e queſti in Paleſtina, già che
in neſſun'altra parte era arrivata la ſua fama; tanto è lon
tano, ch'egli foſſe andato a far miracoli a Roma, e
in Roma gli foſſero erette ſtatue. Chiude Origene con
dire, che dov'era giunto il ſuo nome, vi era giunto
per gli Atti degli Apoſtoli; e che (b) la verità dei fatti
palesò, come nulla di divino, cioè di ſtraordinario, e mi
rabile, fu in Simone. Ma in ſomma niente di maravi
glioſo abbiam dagli Atti Apoſtolici ch'egli operaſſe, per
chè il Salvatore avea reſa inutile ogni Magia.

O S

(a) Con. Cel l. 1 n. 57. Si sei di zai 2 uºv . Xauapede Mayo, vi


Maye a tiqºvi S ai rivali. Ma rara pºi, il marive &c. ri; di Norzic ouxspairs
s'ud alzi rè droga a au'rg &c.
(b) na? i 'ripyesa 'paprt prass, 'ri lºi, io, d Xi ger ir -
-
O ss e R v A z 1 o N e LXXXIII. 127
O S S E R V A Z I O N E LXXXIII.
Q Crive S. Giovanni ( Ev. XXI 25. ) delle operazioni di Gesù
Criſto parlando, che ſunt cº alia multa qua fecit, qua ſi ſcri
bantur per ſingula, mec ipſum arbitror mundum capere poſſe eos, qui
ſcribendi ſunr, libros, il che ſignifica, che gli Evangeliſti, i quali
non per pompa, ma per utilità ſcrivevano, non tutti i fatti di Cri
ſto ci narrarono, contentandoſi di quel ſoli, che ſervivano al loro
intento. Ora ſe i ſacri Iſtorici tralaſciarono più coſe dello ſteſſo
Meſſia, che pure era il fine delle loro ſcritture, qual maraviglia,
che non abbiano eſpreſſi tutti i fatti di Simon Mago, che per acci
cente entra nella ſtoria degli Apoſtoli? Qual maraviglia, ei S. Lu
ca, il quale ebbe principalmente per iſcopo le geſte di S. Paolo,
di cui era diſcepolo, abbia taciuto ciò, che al ſuo Maeſtro non
apparteneva, quando molte coſe, che pur al medeſimo s'aſpetta
vino, paſsò ſotto ſilenzio? Per non dir nulla, che S. Luca termi
iro i ſuoi Atti colla prima prigionia in Roma di S. Paolo, e mol
le faccende di Simon Mago poterono accadere dappoi. Queſt'ar
gomento negativo tratto dalla Scrittura, non ha alcuna forza. Me
ro ſi prova col ſilenzio degli autori profani, mentre o non è vero
li ſilenzio, a Simon Mago pretendendo alcuni, alluda Dion Gri
imo, allorchè nell'orazione 21. atteſta, che Nerone aveva avuto
; - Corte perſona, che s'era vantata di voler volare per aria : o s'
li è vero, non è concludente. Quant altre coſe tacquero, che
ſenza l'aiuto degli ſcrittori Eccleſiaſtici noi non ſapremmo? Che co
ſi abbiam noi i autori profani delle tante maraviglie operate da
: Apoſtoli, e da Criſto medeſimo. Quante opere ſon perite degli
antichi ſcrittori, per mancanza delle quali, non poſſiamo ora ſta
º lire con ſicurezza ciò, ch'eſpreſſero, o non eſpreſſero nel loro li
tri? Anche il ſilenzio de Pontefici Romani obbietta il Sig. Marche
ie: ma qual peſo di grazia aggiungerebbe egli S. Leone, per modo
c eſempio, S. Gregorio, o altro ſimil Pontefice a tanti ſcrittori già
rentovati? Sarebbe egli altro, che un ſanto Padre di più? O pre
tende forſe il Cenſore, che i Papi aveſſero dovuto farne una Bolla e
Quanto a origene, egli non dice poco, quando dice, che da trenta
ſeguaci di Simon Mago duravano tuttavia al tempo ſuo. Come mai
vinto ſeguito un ciarlatano? Che queſti poi foſſero nella ſola Pale
ſana, come ſcrive il Sig. Marcheſe, e che in neſſun'altra parte foſſe
arrivata la ſua fama; Origene per verità nol dice, o almeno non
dice tanto. Ecco le ſue parole: Voluit & Simon Magus Samarita
ais magicis artibus quoſdam decipere, & tunc decepit quidem : nunc
zero non arbitror in toto orbe reperiri poſe triginta Simonianos. Ac
frte plures dixi, quam revera ſunt. Perpauci quidem adhuc in Tºa
lac
128 O ss e R v A z I o N E LXXXIII.
la ſtima verſantur, ſed in reliquo orbe nullibi nomen eſus in ea eſt glo:
ria, quam de ſe diſſeminare voluit. Ma per finirla, io voglio con
cedere che ſia falſo il volo di coſtui in Roma, ſia falſo, che una li
ſtatua gli foſſe eretta, e ſien falſe altre circoſtanze della ſua vita.
Egli ſarà ſempre più ragionevole il credere, che i veri fatti ma
gici di Simon Mago abbiano, come accade, dato anſa a più no
velle, che l'inoltrarſi a negar tutto per cagione di qualche falſo
racconto. Conchiuderò adunque col ſentimento del dottiſſimo P.
Le Brun nel Tom. I. Lib. 2. Cap. 1. S. 2. della Storia Critica delle .
Tratiche ſuperſtizioſe, che in queſto propoſito molto mi piace:
Tutto ciò, che di Simone il Mago fu detto dall'antichità, non puº eſº
ſere una favola, e quantunque convenga difalcar molto dal racconto
di tutti gli effetti prodigioſi, che fomentavano la ſuperſtizione depo.
poli, non mancavano malladimeno de fatti motori, che non potevanº
eſſer prodotti nè dalle ſegrete macchine della natura, nè dalla forza,
o dall'induſtria degli uomini.

XIII. Per ciò aſſerir con francheza , ſecondo uſo


mio, dopo le ſacre carte farò oſſervare la tradizione,
cioè ſe in queſto modo veniſſero veramente inteſi i ſo.
pradetti paſſi da i Padri, e dagli antichi Scrittori. Fac
ciam principio da S. Ignazio Martire, Veſcovo d'An
tiochia dopo gli Apoſtoli. Egli nella prima delle ſue
genuine Epiſtole, parlando della naſcita del Salvatore,
e della Stella che apparve, così ragiona. (a) Per lº
che ogni Magia reſtò annullata, ogni vincolo di malizia di
ſtratto, l'ignoranza abolita, l'antico Regno disfatto. Qui il
dotto Cotelerio: (b) non meno è nota la diſſoluzione de'M-
gici preſtigi in quel tempo, la quale d'illuſtri teſtimoni non
7/la77C a e

O SS E R V A Z I o N E LxxxIv.
-

P Fi,allabennaſcita
intendere le parole di S. Ignazio allorchè ſcriſſe, che
del Saſvatore ſaluta eſt omnis Magia , ci omne
l vin

. (a) Ep ad Eph n. 19 o e, ºvvero zao a Mayeta, xa? zar ºscui:


» pavi ero º ... 43 vºta x a Srpero, zaxata gago e 2 distS eipero.
... (b) Nec minus cognita eſt diſſolutio Magicorum praeſtigiorum per
illud tempus, utpote teſtes nata illuſtres. - -
O s 3 E R v A z I o N e LXXXIV. I 29
vinculum maliti e eſt abolitum, ignorantia deſtrutta eſt, vetus regnum
eſt labefattatum: convien riflettere, che prima dell'Incarnazione del
Verbo il Demonio col mezzo degli auguri, de ſogni, degli Ora
coli, e di mill'altre aſtuzie, ed inganni, ſeduceva gli uomini, s'
era fatto credere Dio, e godeva ſacrifizi, e tempi. Criſto colla
ſua venuta aperſe gli occhi del Mondo, ſcoprì gli artifizi di Sa
tanaſſo, e fece ravviſare il vero Dio, ed il vero culto. Disfece
adunque il ſuo regno, e diſtruſſe l'idolatria, e la Magia, ch'era
no i mezzi, co quali lo ſoſteneva, non già ſpogliandolo affatto
della facoltà di ſecondare l'operazioni magiche, e le ceremonie
idolatriche; ma illuminando gli uomini, che in luogo di Dio, ado
ravano il maggior nemico dell'uman genere, e che divine e ſante
( com'eſſi per altro ſi perſuadevano ) non erano l'accennate profeſ
fioni, ma empie, profane, ed abbominevoli, e lo diſtruſſe altresì
vietandogli di mettere in pratica tutte le macchine di prima,
e fortificando noi con mezzi valevoli per combatterlo, e ſupe
rarlo -
Quanto al cotelerio, in altra guiſa, che nella teſtè accennata,
non inteſe egli certamente queſto paſſo, mentre lo ſpiegò nel ſen
ſo di Tertulliano, di S. Girolamo, e di Teofilo Aleſſandrino: e que
. -
fti Padri, come appreſſo vedremo, non preteſero già, che la Ma
gia Diabolica per la venuta del Salvatore reſtaſſe totalmente anni
chilata, ma bensì ſcoperta, confuſa, ed indebolita.

Tertulliano nel libro dell' Idolatria. (a) Sappiamo la


congiunzione che hanno fra ſe Magia, ed Aſtrologia. Queſta
ſcienza fu conceduta fino al tempo del Vangelo, onde nato Cri
io niuno ſi faccia più interprete dell'altrui natività per via
del Cielo. E poco dopo. (b) Così quell'altra ſpezie di Ma
gia, che fa veder miracoli, ed osò emulare l'opere di Mosè ,
fu ſopportata da Dio fino all'Evangelio.

R O S

(a) De Idol. c. 9. Scimus Magia, & Aſtrologiae inter ſe ſocieta


tem &c., At enim ſcientia iſta uſque ad Evangelium fuit conceſſa ,
ut Chriſto edito nemo exinde nativitatem alicujus de calo interpre
tetur .

(º) Sic & alia ſpecies Magia, qua miraculis operatur, etiam ad
verſus Moyſem aemulata, patientiam Dei traxit ad Evangelium uſ
que.
-

–--

I 3o O s s E R v A z 1 o N E LXXXV.

O S S E R V A Z I O N E LXXXV.

T Ert.lliamo colle parole, patientiam Dei traxit ad Evangelium


tſoue, non inteſe, che Iddio ſino all'Incarnazione del Ver.
bo laſciaſſe correre gli effetti magici, e dappoi gli aboliſſe; ma
bensì, che l'Arte Magica fino alla legge Criſtiana era ſtata più
liberamente eſercitata, dove dopo la luce del Vangelo veniva ri
goroſamente punita. Le parole che ſeguono, ſpiegano abbaſtanza
la ſua mente: Attamen quum Magia punitur, cujus eſt ſpecies Aſtro
logia, utique & ſpecies in genere damnatur. Poſt Evangelium nuſ
quam invenies Sophiſtas, aut Chaldaos, aut Incantatores, aut Conjetto
res, aut Magos, miſi plane punitos. Così quando parlando dell'Aſtro
logia, dice, che uſque ad Evangelium fuit conceſſa, non dell'effet
to, ma dell'eſercizio dell'arte va inteſo: e perchè il detto ſuſſi
ſta, convien anche interpetrare conceſſa dalle leggi Umane, non
dalle Divine ; e per lo più, non generalmente, e da tutti. Io non
ſo, ſe la ſteſſa interpetrazione poſſa applicarſi a Graziano, il qua
le nel Can. Sors non aliquid 26. q. 2. così ſcrive: Antequam Evan
zelium clareſceret, multa permittebantur, que tempore perfettioris di
ſcipline penitus ſunt eliminata ..... Sic & Aſtronomia ( queſta fu
ſempre, ed è tuttavia non ſolo permeſſa, ma neceſſaria ) ſeu &
Aſtrologia apud Catholicos in deſuetudinem abiit. Certa coſa è, che
la ragione, ch'egli quivi ſoggiunge, è falſa: Quia dum propria cu
rioſitate his nimis eranº intenti, minus vacabant bis, que ſaluti ani
marum erant accommodata. Quaſichè l'Aſtrologia Giudiciaria modera
tamente eſercitata, e ſenza pregiudizio dell'occupazioni più im
portanti, foſſe coſa tollerabile, e permeſſa. Per altro, che Ter
tulliano anche dopo la venuta di Criſto non negaſſe l' efficacia
della Magia Diabolica , ſi prova chiaro con più paſſi delle ſue
opere , che poſſono vederſi nell'oſſerv. XXXVIII. a quali ne ag
giungerò ora un altro nel Cap. 57. De Anima, da cui appari
ſce , che quel Padre tra Maghi del Teſtamento Vecchio , e
quelli del Nuovo niuna differenza faceva, comparando egli Elima,
e Simone co Maghi di Faraone, e la ſteſſa facolta sì in quelli ,
che in queſti riconoſcendo. Sic & in illa alia ſpecie Magia, que
jam quieſcentes animas evellere ab inferis creditur, ci conſpectui ex
hibere, non alia fallacia vis eſt operatior. Plane, quia & phantaſma
praſtatur, quia ci corpus affingitur: nec magnum illi exteriores oculos
circumſcribere, cui interiorem mentis aciem excacare perfacile eſt. Corpo
ra denique videbantur Tharaoni cy Afgyptiis magicarum virgarum draco
nes: ſed Moyſis veritas mendacium devoravit. Multa utique & adverſus
Apoſtolos Simon, ci Elmas Magi; ſed plaga cecitatis de preſtigiis non
fuit. Quid novi, amulatio veritatis a Spiritu immundo? Ecce hodie
-
i ci,
O ss E R v A z 1 o N E LXXXV. 131
dem Simonis ha reticos tanta praſumtio artis extollit, ut etian Prophe
tarain animas ab inferis movere ſe ſpondeant.

Origene contra Celſo, de i tre Maghi, e della Stel


la parlando, inſegna come la virtù Magica procedeva,
finche altra più forte, e più divina non diede fuori:
ma nato Gesù, (a) i Demoni ſi ſconcertarono, e s'infiacchi
rono, disfatti gl'incanti, e annullata la virtù. I Magi adun
que in darno (b) volendo le ſolite coſe operare, quali pri
ma con incanti, e malie eſeguivano, cominciarono a inveſti
gar la cagione; e veduto in Cielo il nuovo ſegno con
getturarono, eſſer nato chi a gli ſpiriti tutti ſuperior foſſe,
e vennero per adorarlo.
O S S E R V A Z I O N E LXXXVI.

L diſcorſo d'origene non tende a provare, che Criſto annullaſ


ſe generalmente la Magia ; ma ſolo, che a que Magi , i qua
li vennero per adorar il Salvatore, e che Iddio aveva eletti a do
ver eſſere le primizie del Criſtianeſimo tra Gentili, non riuſciſſero
come prima l'arti diaboliche: ed avendo dall'altro canto contezza
della profezia di Balaamo, Orietur ſtella ex Jacob, di cui pareva
indizio l'inſolito aſpetto della ſtella, che loro era apparſa, ſi ri
ſolveſſero di cercare il nuovo Re, e Signore per adorarlo, come
appunto fecero. Che tale ſia la mente d'origene, appariſce, primo
da tutto il conteſto del citato luogo, e poi ancora dall'oſſervare,
che in altri ſuoi libri, anzi nella ſteſſa Opera contra celſum, egli
ammette la Magia Diabolica anche dopo la venuta di Criſto .
Nel Lib. I. Num. 24. egli ſcrive: Tºlanum facere poſſumus, quam vo
cant Magiam, eam non eſſe, ut Fpicuri, 3 Ariſtotelis aſſeclis viſum
efl, rem omnino futilem ; ſed certam potius conſtantemdue, ut ejus pe.
riti docent .... Unde etiam fit ut alia ( nomina ) agyptiace pronun
tiata in quoſdam Daemones, quorum poteſtas ad hac aut illa ſola per
tingit, alia perſice in alios Damones, ci ſic per ſingulas gentes ad
quoſdam uſus adhibeantur. Atque ita invenietur pro variis variorum
locorum Daemonibus propria horum locorum gentiumque uſurpari i
R ij ula.

(a) Con. Cel. l. 1. n. 6o è a zero o è aiuevic trova a al 3no è inza,


ex syXS vs 2'urav ric yonz eiac, xai nazaxoS e.org ri; 'vip, eias.
(b) Oi rovvs Mayo za comSn mpxrzer, 9 Noyzs; a rsp 7 poz:po di a rivº
e 'z e cº . Ma Tayyayeta y i'm o gy &c. -
1 32 O s s E R v A z 1 o N £ • LXXXVI.
bula. Nello fteffo libro Num. 6. confutando la calunnia di Celfo,
il qual diceva , che i Criftiani cacciavano i Demonj con incantef
mi, e Magie, rifponde cfler falfo , e che tal prodigio operavano
promuntiando momire Jefu , recitandifque Evangeliis. Perchè non fog
giunge ancora, che l' Arte Magica era già dileguata? Nel Lib.6. Num.
41. adduce quefte parole di Cclfo : J4udivi ex Dionyfio quodam mu
fico Ægyptio mecum verfante, magicam artem aliquid poffe in ignaros
& corruptis moribus bomines ; im Thilofophos autem , qui falubri vi
&tus ratione utuntur, mihil habere virium : alle quali rifponde cosi:
Qui fcire voluerit poffitne quid, an nihil im Thilofophos ars magica,
légat is editas ab Maragene res JApollonii Tyanei Magi fimul & Phi
lofophi memorabilis. Mæragemes autem ille mom Chriftiamus, fed Philo
fophus erat. Refert tamen plurimos mec ignobiles Thilofophos magica
J4pollonii arte captos fuiffe , &> ad eum quafi ad Imcantatorem venti
taffe. Inter alios de Euphrate , opinor, mentionem facit , & de quo
dam Epicureo. Id mos uti propria experientia compertum affirmamus ,
nihil effe quod ab arte magica, aut Dæmoniis metuant ii, qui religio
mis Chriftianæ cultores Deum rerum omnium per Jcfum venerantur, ex
Evangelio vitam exigunt , & præfcriptas preces diu moêtuque frequen
tius, & qua par eft reverentia adhibent. Sc Origcme aveffc creduto,
che la Magia Diabolica dopo la vcnuta di Crifto fofie annullata,
non avrcbbe egli rifpofto diverfamcnte? Ma che accadono con
ghictturc , quando ncl Lib. 2. Num. 5 I. così chiaramente s'efpri
me : Magorum , &* Traeftigiatorum artes aliquid efficiumt ope malorum
Daemonum , qui curiofis incantationibus deliniti , hominibus illas artes
profitentibus morem gerunt. E ncl Lib. 7. 'Num. 69. Eft & alia Dc
monum vim cognofcendi ratio : nempe fi confideretur eos a quibufdam
^vocari , ut amor aut odium infpiretur, aut quædam aëtiones impedian
tur , aut innumcra hujufinodi alia fiant, quorum auëtores funt vi, qui
carminiüus , magicifque incantationibus morumt invocare & arceffere D«-
mones fimul atque libitum efl. Non mcn chiaro parla egli nel Lib.
3. Cap. 3. Num. 3. De Trincipiis : Quid autem dicendum eft de his
etiam , quos Divimos appellant , a quibus per imoperationem Daemonim
eorum qui eis prafunt , verfibus arte modulatis refponfa proferuntur ?
sed &* hi , quos Magos , vel Maleficos dicunt , aliquoties Dæmonibus
invocatis fupra pueros adhuc parvæ ætatis , verfu eos dicere poemata
admiramda ommibus & ftupenda fecerunt. Quæ hoc modo geri arbitran
da funt, quod ficut famátæ & immaculatæ animæ fi cum omni affeäu,
omnique puritate fe voverint Deo , & alienas fe ab omni Dæmonum
contagiome fervaverint, & per multam abftinemtiam purificaverint fe,
& piis ac religiofis imbutae fuerint difciplinis , participium per hoc di
vinitatis affumumt , & prophetiæ ac ceterorum divinorum donorum gra
tiam merentur: ita putamdum eft etiam eos, qui fe opportunos comtra
riis virtutibus exhibemt, id eft induftria, vita, vel fludio amico illis
�* 4^-
O s s E R v A z I o N E LXXXVI. I 33
& accepto, recipere eorum inſpirationem , ci ſapienti e eorum ac
doctrina participes effici. Ex quo fit , ut eorum inoperationibus
repleantur , quorum ſe prius famulatui ſubjugarunt . Si può egli
parlar più chiaro per riconoſcere la poteſtà del Maghi anche
dopo l' Incarnazione del Verbo? Aggiungo un altro ſolo paſ
ſo dell' Omelia 13. S. 5. in Numeros : Unde conſtat eſſe quoſ
dam Daemones malos, qui invocati a Magis , adſunt eis ad ma
lum, non ad bonum. T'arati enim ſunt ad malefaciendum , bene au
tem facere neſciunt.

S. Atanagio dell'Incarnazione trattando, inſegna co


me il Salvatore (a) ogni coſa liberò dagl'inganni e correſſe ,
ſpogliando, come dice Paolo, i Principati, e le Poteſtà . Al
num. 46. (b) Ouando tacquero, e ſvanirono gli Oracoli de'
Greci, e di tutto il Mondo, ſe non dopo che il Salvatore ſi mani
feſo in terra? Quando fu (c) che l'arte Magica, e la ſua
diſciplina cominciarono a diſpregiarſi, ſe non allora che appar
ue negli uomini la divina preſenza del Verbo ? Al num. 47.
(d) Una volta i Diavoli ingannavano con varie larve le men
ti degli uomini, e attaccandoſi a fiumi, o fonti, a pietre, o
legni, facevano con preſtigi ſtupire i mortali ſciocchi : ma tut
ti queſti inganni dopo la celeſte venuta del Verbo ſvanirono .
poco dopo. Ma che (e) ſi dovrà dire della Magia tanto
da eſſi ammirata ? la quale prima della venuta del Verbo va
leva, e operava fra Egizii, Caldei, Indiani, e facea ſtupire
i riguardanti; ma dalla preſenza della Verità, e dall'appari
zione del Verbo fu abbattuta, e reſa onninamente inutile an
ch'eſſa. Contra Gentili, che attribuirono a Magia i mi
racoli del Salvatore : (f) che ſe lo dicon Mago, come ſa
reb
-

(a) Tem 1. p. 87. wai ra rara maans ci rarre i NetS pors, x al Nº


gev, d IIa 5x6; quai, a nexºvo apevo; ra; dp) as xa i 7 c'e s', so 'a,.
(b) N. 46. Il ore è? a rap E7.xno 1, x al n avra2 è la avre a nºn avrai
(c) II srs 2 è ric Mayela, i ré Xyn xal rà 313 ao axeia pgarro xara7a
ré Sai, e' un ore 7 a 0. q ., a rè xoy8 yir svey èv a Spo notg
(d) K a raxai ui, ºa uovs vao tooxon si ri; a Spºts; &c.
(e) T 3 è rspi ri; Savga o us, e n 23 duroi ; Maye'ac dvr . i roi, brº
rpl, air è riºrgio a 73, xoyoy, i 3 us, xxi 'ynpyeº &c ArmºsizXS m xºi aºrm,
x ai «arspynS n m avve) o s. -

(f) ei; 3? Mayo, Niygai, noi buovri 'gi, 070 May ou xa7 apyéià a 7 a ora»
z y Ma) s'av, x ai gi ºa N).o, ovvigaò a
134 O s s E R v A z I o N E LXXXVII.
rebbe poſſibile, che da un Mago in vece di ſtabilirſi, ogni
Magia ſi foſſe annichilata?

O S S E R V A Z I O N E LXXXVII.

Atanaſio nel citato libro De Incarnatione Verbi Dei fece ve


A dere, che Gesù Criſto ſi reſe ubbidiente la natura , ſi ſeg
gettò i Demoni, e ſoggiogò l'Inferno : che illuminò il mondo
ingannato, migliorò i coſtumi degli uomini, e colla ſua vera ſa
pienza moſtrò la falſa ſapienza de Gentili, da tutte le quali coſe
inſeriſce egli, che Criſto ben ſi palesò per vero Iddio . Allorchè
dice adunque, che ſpoliatos Principatus , 2 Poteſtates triumphavit
in cruce : che ars magica, º ſcholae praſtigiarum inceperunt ſorde
ſcere : che praſentia veritatis, e Verbi adventu ipſa quoque convi
fia, ac prorſus deſtrutta eſt : e finalmente, che jam evanuerunt hu
juſmodi fallacia: non intende già, che la Magia dal canto del De
monio foſſe affatto eſtinta, ed annullata, ma che non aveva più
il credito, nè la forza di prima : che Criſto colla ſua dottrina
aveva ſomminiſtrato lumi per meglio conoſcerne l'intrinſeco, e
col trofeo della ſua Croce ci aveva forniti d'armi per ſuperarla;
coſicchè gli uomini (quando ſtudiatamente non voleſſero eſſer cie
chi ) non potevano più errare nella cognizione del vero Iddio, nè
laſciarſi ſedurre dall'illuſioni, falſità, e artifizi di Satanaſſo , come
facevano una volta. Che queſta ſia la mente del Santo, ſenza an
darlo cercando per l'altre ſue Opere, baſtantemente apparirebbe
dal conteſto della qui citata dal medeſimo Cenſore , anzi dagli
ſteſſi paſſi da lui addotti, ſe tacendo il men favorevole, quel ſo
lo, cli ſembra far più per lui, non aveſſe recitato. Dopo le pa
role : Olim Daemones variis ſpettris hominum mentes decipiebant, fonti
buſque & fluviis, lignis aut lapidibus inſidentes , ſtultos mortales pra
ſtigiis percellebant : jam vero poſt divinum Verbi adventum , evanue
runt hujuſmodi fallacia : ſegue immediatamente : Siquidem ſolo cru
cisſigno adhibito, omnes ille Damonum fraudes repelluntur . Di pre
ſtigi , e d'inganni, che foſſero bensì ſtati una volta, ma non più
eſiſteſſero, direbbeſi egli acconciamente, che l'uomo col ſegno
della croce gli allontana? Dopo quell'altre parole : Quid vero de
arte magica, quam illi tantopere demirantur, dicemus ? Nempe illa
quidem ante Verbi adventum apud AEgyptios, chaldacos, c Indos ma
xime valebat, 3 vigebat, ſpettanteſque miro afficiebat ſtupore: verum
veritatis praeſentia, ci Verbi adventu, ipſa quoque convitta , ac pror
ſus deſtructa eſt: parimente ſegue i veniat & quiſquis ea , que dixi
mus, experiri cupit, atque in mediis ipſis Damonum preſtigiis, ci ord
culorum fallaciis, & Magic prodigiis, ſigno crucis, qua apud ipſos "l
O ss e R v A z 1 o N e LXXXVII. 135
dibrio eſt, utatur, ſolunque Chriſtum nominet : mox videbit quam cito
per ipſum fugentur Daemones, ceſent oracula, ars omnis magica, vene
ficiaque evaneſcant. Non ſi ſuppone qui chiariſſimamente l'eſiſtenza
della Magia, l'operazione del Demonio, ed anche l'effetto di
quella, benchè impedito, e roveſciato dall'invocazione del nome
di Gesù Criſto? Lo ſteſſo confermano le parole, che vengono ap
reſſo : Si vero de univerſa plane arte magica, eguſque nomine crux
chriſti triumphavit, perſpicuum ſane inde fuerit, Salvatorem Magum
non fuiſſe, utpote quem Daemones, quos alii Magi invocant, tamquam
Dominum fugiunt. S'invocavano adunque da Maghi i Demoni, ed
anche eomparivano. Conchiude per fine il Santo : Illud igitur poſt
ea, qua expoſuimus, diſcere convenit, o ut caput omnium, que ditta
funt, habere, ac vehementer mirari, quod poſt Salvatoris adventum ,
non amplius creverit idololatria i ſed que erat, imminui caperit, ac paul
latim deficiat. Nullos item amplius progreſſus habet Gentilium ſapien
tia; ſed potius, quae antea erat, ſenſim evaneſcit . Neminem quoque
3am Daemones preſtigiis, oraculis, aut incantationibus decipiunt ; ſed
vel id ſolum tentantes & aggredientes, ſigno crucis confunduntur. Ec
co, che tutto lo ſvantaggio della Magia Diabolica dopo l'Incar
nazione del Verbo, non conſiſte già in un'intrinſeca annichilazione
di quella, ma in un eſtremo impedimento, e nell'eſſer vinta dal po
tere della Croce; coſicchè quando a queſto ſcudo non ſi ricorreſſe,
non poco ſenza dubbio dell'antica forza ripigliar potrebbe.

Nel commento ſopra Iſaia, a più luoghi de Profeti


queſta interpretazione diede S. Girolamo. (a) Nella ve
nuta di Criſto tutte queſte coſe ſono da intendere allegorica
mente : cioè, perch ogni errore dell'acque d'Egitto , e l'arti
Malefiche, con le quali s'ingannavano i ſoggetti popoli, per la
venuta di Criſto reſtino diſeccate. E poco dopo . (b) Che
Memfi altresì foſſe dedita all'arti Magiche, i veſtigi dell'errore
fino al dì d'oggi dimoſtrano. E così brevemente s'inſegna, che
"U0

(a) in Iſ. c. 19. t. 4. p. 2o4. In adventu autem Chriſti hacc om


nia , con za e intelligenda ſunt &c. Quod ſcilicet omnis error AEgyptia
rum aquarum, cc artes Malefica quibus ſubjectis populis illudebatur ,
Chriſti ſiccentur adventu. -

(b) p. 2o5. Memphim quoque Magicis artibus deditam priſtini uſ


que ad praeſens tempus veſtigia erroris oſtendunt. Et hoc breviter indi
catur, quod Babylonia vaſtitate veniente, omnia Magorum conſilia, &
eorum, qui futurorum ſcientiam promittebant, ſtultitrae coarguantur ,
& in adventu Chriſti redigantur in nihilum.
136 O s s E R v A z i o N E LXXXVIII.
venendo il deſolamento di Babilonia, tutti i conſigli de'Maghi,
e di quelli, che prometteano la ſcienza delle coſe future, ſtolti
ſi faccian conoſcere, e nella venuta di Criſto ſi riducano tutti
al niente. Dice poi di nuovo, come venuto il Salvato
re al Mondo, (a) le divinazioni, e ogni altra fraude Idola
trica, che poſſedeva il Mondo ingannato, ſi vide atterrata, a
ſegno che i Magi d'Oriente , conoſcendo eſſer nato il figliuol
di Dio, il quale tutta la poteſtà diſtruggeva della lor Arte ,
vennero a Betleme.
-

O S S E R V A Z I O N E LXXXVIII.

S Girolamo con tutte queſte eſpreſſioni altro non inteſe indica -:

A re, che i buoni effetti della venuta del Salvatore, il quale


ſterminò l'idolatria, indebolì tutte quell'arti , che la fomentava
no, turbò i conſigli del Maghi, e ſcoprì la vanità, e fallacia dell'
arte loro. Queſto però non va inteſo con una rigoroſa eſcluſiva,
quaſichè niun effetto d'Arte Magica aveſſe mai più a ſentirſi al
mondo, nè il Demonio facoltà alcuna doveſſe avere di tentare per
cotal mezzo. Lo ſteſſo Padre nel comentario ſopra l'Epiſtola di
S. Paolo agli Efeſini (Lib. 3. cap. 5. v. 12.) così ſcrive : Barbara
quadam nomina eorum (Daemonum ) eſſe dicuntur , ut ſape confeſſi
ſunt hi, quos vere vulgus Maleficos vocat, cº incantationes, 3 pre
ces, ci colores varii, ci diverſa vel metallorum genera , vel cibo
rum, ad qua invocati aſſiſtere Dacmones , o infelices animas capere
memorantur. Da Origene per avventura preſe egli cotal dottrina .
Non la diſapprova però il Santo, anzi aggiunge : Ideo autem nunc
eorum, qui magicis infelices artibus ſerviunt, 23 facere iſta perhiben
tur, in medium exempla protulimus, ut retundamus eorum opinionem ,
qui putant omnia vitia eſſe carnis & ſanguinis, o nullam habere
Damones poteſtatem, ut nos incitent ad peccatum . Riconoſce adun
que l'aſſiſtenza del Demonio a Maghi anche dopo l'Incarnazione
del Verbo. Con più altri paſſi dello ſteſſo Padre potrebbe ciò ad
evidenza provarſi i ma baſta per cento quel ſolo, che di ſopra
dalla Vita di S. Ilarione ſi è addotto, ove l'innamorato giovane,
che dopo aver uſata ogn'arte, nulla dall'amata donna aveva po
tutO

(a) p. 29o. ita ut divinationes, & univerſa fraus Idolatriae, qua:


deceptum poſſidebat orbem , ſe fractam eſſe ſentiret : in tantum ut
Magi de Oriente &c. intelligentes natum filium Dei, qui omnem artis
eorum deſtrueret poteſtatem, venerunt Bethleem &c.
O ss E R v A z 1 o N e LXXXVIII. 137
tuto conſeguire, perrexit Memphim, ut confeſſo vulnere ſuo, magicis
artibus rediret armatus ad virginem. Indi immediatamente ſoggiun
ge : Igitur poſt annum doctus ab AEſculapii Vatibus, non remediantis
animas, ſed perdentis, venit praſumtun animo ſtuprum geſtiens, cº
ſubter limen domus puellae portenta quaedam verborum, ci portentoſas
figuras ſculptas in aris Cyprii lamina defodit. Dopo le quali coſe ,
la giovane ſi trovò ſubito poſſeduta dal Demonio, e da Ilarione
fu poi liberata. Ecco un fatto magico tanti anni dopo la venuta
di Criſto, riferito da S. Girolamo. Come mai potrebbeſi pretende
re, che queſto Padre giudicaſſe affatto eſtinta al tempo ſuo la
Magia? Da queſto luogo ſi vede ancora, che per quel veſtigia pri
ſtini erroris in Memfi , il Santo non inteſe già di muti e morti
monumenti, ma di memorie vive, e della continuazion dell'erro
re ne' Sacerdoti d'Eſculapio, che l'antica turpiſſima profeſſione e
ſercitavano.
Conobbe il peſo di queſt'autorità Cornelio Looſeo, il quale , co
me nell'oſſerv. XXXI. ſi è toccato, benchè Cattolico, pur la Ma
sia Diabolica s'era accinto a negare; nè in altra i fie ſcher
- mirſene, che con dire (poco per verità avvedutamente) che quell'
crera di S. Girolamo non era autentica. Tanto appariſce dalla ri
trattazione di varie ſue propoſizioni, che gli fu fatta fare in Tre
viri l'anno 1592. addotta dal Delrio nell'Appendice I al Lib. 5,
delle Diſquiſizioni Magiche, in cui al Num. 9. ſi legge : Vitam Hi
larionis a D. Hieronymo ſcriptam, non eſſe authenticam.

Teofilo Aleſſandrino nella ſua epiſtola Paſcale a Ve


ſcovi dell'Egitto, e inſieme S. Girolamo, da cui l'ab
biamo tradotta in Latino : (a) Criſto con la ſua venuta
i preſtigi de Maghi diſtruſſe . E appreſſo e diſtrutta eſſendo
per la maeſtà di Criſto l'Idolatria, ſi raccoglie, ch anche l'ar.
te Magica, madre ſua, ſia annullata. Madre d'Idolatria ſi
fa ogni arte Magica, mentre trasferiſce in altri il ri
corſo, e la fede dovuta a Dio.

(a) S. Hier. t. 1. p. 57o. Quia Chriſtus Magorum praeſtigia ſuo


delevit adventu. Cum autem Idololatria Chriſti majeſtate deleta ſit ,
indicat & parentem ſuam artem Magicam ſecum pariter diſſolutam.
138 O s s E R v A z I o N E LXXXIX.

O S S E R V A Z I O N E LXXXIX.

E' pur Teofilo Aleſſandrino credette, che dopo la luce del


Vangelo l'Arte Magica affatto mancaſſe Egli diſputa con
tra Origene, il quale ne Dialoghi De Reſurrectione, ora perduti,
aveva preteſo, che tal Arte foſſe coſa buona ; e riſponde, che
non oſtante la protezione e difeſa d'Origene, ben poco ella ſi
poteva promettere, poichè da Criſto era già ſtata abbattuta. Ag.
giunge, che ſe coſa buona foſſe la Magia, lo ſarebbe anche l'i-
dolatria, ch'è ſua figlia, e per fine conchiude di non capire, co
me Origene Criſtiano s'opponeſſe a dogmi e verità incontraſtabi
li, nec ſapiat quidquam de caleſti Jeruſalem, neque imitetur Moyſen,
c3 Daniel, Petrumque ci alios Santtos, qui contra Magos , 2 In
cantatores, quaſi in acie ſtantes indefeſſo certamine dimicarunt. S'egli
aveſſe creduto, che Magia non ſi deſſe più al mondo, a che pro
poſito avrebbe invitato Origene a pugnar contra i Maghi? Di qui
ſi vede chiaramente, che il detto , quia chriſtus Magorum praſtigias
ſuo delevit adventu, dell'indebolimento della Magia Diabolica ,
non della total eſtinzione va inteſo. Egli vuole, che in quella
guiſa s'intenda diſſipata la Magia, in cui era ſtata abolita l'idola
tria. Quum autem idololatria Chriſti majeſtate deleta ſit, indicat &
parentem ſuam artem magicam ſecum pariter diſſolutam . Ma l'idola
tria non s'era ella mantenuta fino a quel tempo, benchè non col
la celebrità e concorſo di prima?

S. Ambrogio: (a) intende il Mago, che le ſue arti ſon


venute a fine, e tu, che arrivati ſono i tuoi doni , non in
tendi? Più altre autorità potrei qui aggiungere, ſe a
veſſi i libri alla mano, o ſe aveſſi tempo di ricercar
gli.
O S S E R V A Z I O N E XC.

SA Ambrogio parla del Maghi adoratori, non di tutti


e però va ſpiegato nel ſenſo d'origene, da cui
in genere ,
ſi vede an
cora aver preſa l'interpretazione dell'oro, incenſo, e mirra , che
a Criſto offerirono : gua ſunt ſta vera fidei munera ? Aurum Re
gi,

(a) in Lºc. l. 2 c. 2. Magus ergo intelligit, ſuas ceſſare artes,


tu non intelligis tua dona veniſſe ?
O s s e R v A z I o N E XC. I 39
gi, tus Deo, myrrha defunto; il che allude alle parole d'origene :
tº Regi a sram, ut morituro myrrham, ut Deo tus obtulerunt . Nel
rimanente S. Anbrogio nel Trattato De XLII. Manſionibus ſcrive :
Per un attendendum, quod majora, pernicioſioraque tentamenta, qui
bus anima in bae vita impugnatur, Damonum illuſiones, Magorumque
a T thenum preſtigiac omnium conſenſu eſtimantur. Se la Magia non
-
ci foſſe, come mai a ſentimento di tutti, omnium conſenſu, una
si gran tentazione verrebbe giudicata ? Nihil nulla eſt vis, dicono
i Filoſofi. Parimente nell'Hexameron Lib. 4. cap. 8. ſcrive così :
Nihil Incantatores valent, ubi Chriſti canticum quotidie decantatur -
Haber Incantatorem ſuum (Eccleſia) Dominum Ieſum, per quem Ma
gorum incantantium carmina, ci ſerpentum venena evacuavit : &
iBſa ſicut ſerpens exaltatus, devorat colubros Argyptiorum . Ferale li
i cet carmen immurmuret, hebetatur in Chriſti nomine . Se la Magia
Diabolica foſſe un giuoco, una chimera, un nulla, non ci ſarebbe
biſogno di tanto per ſuperarla, e confonderla. S. Ambrogio com
para Criſto con Moisè, e i Maghi del Vangelo con quelli di Fa
raone - Dunque quanto all'eſſenza, e verità dell'Arte, niuna diffe
;- renza fa egli fra queſti, e quelli. Di qui veggiamo, che quando
i Padri dicono, che l'Arte Magica non può nulla, ch'è diſtrut
ta, ch'è annichilata, non ſi dee intendere aſſolutamente , ma in
confronto del Vangelo, e della Fede di Gesù Criſto, non per
mettendo ora Iddio ciò, che già permiſe al Demonio, ed aven
doci ſomminiſtrati mezzi da confonderlo anche per quel tanto ,
che gli permette

XIV. Ma non è neceſſario andar facendo più lun


ga, e più minuta ricerca. Baſta ben tanto per far ve
dere, come tal fu il ſentimento eſpreſſo non già d'u-
no, o d'altro de'Padri, il che non farebbe ſtato, ma
della maggior parte di quelli, che fecero di queſto
punto menzione, i quali non fur molti.
O S S E R V A Z I O N E XCI.

Nzi furono moltiſſimi, poichè sì il Teſtamento Vecchio, che


il Nuovo gli obbligò a entrare in cotal materia, e far men
zione della Magia Diabolica. Di troppo creſcerebbe queſta Riſpo
-
fa, s'io voleſſi regiſtrar qui ſolamente i Padri del primi cinque
ſecoli, e ſarebbe per avventura ſoverchio, poichè ad altro ſutter
fugio ſi ricorrerebbe allora, e ſi replicherebbe, che ſenza maggior
eſame, ebbero fede al volgar grido, come ſi è appunto replicato in
S ij pro
-
I 4o O s s e R v A z I o N E XCI.
propoſito de moltiſſimi Padri, che delle operazioni magiche di
Simon Mago ſecero fede. Il Sig. Marcheſe ſul punto della Magia
Diabolica non ne ha addotto più di ſei, o ſette, ma quello, ch'
è peggio, gli ha ſtravolti, e fatti dire ciò, che non ſognarono
giammai, appigliandoſi a qualche paſſo oſcuro, o per dir meglio,
ſiniſtramente interpetrandolo, e tralaſciandone molti altri chiariſſi
mi, che ad evidenza ſpiegano la mente dei loro autori - E queſto
adunque è il modo di rappreſentare l'univerſal ſentimento della
Chieſa, e di far oſſervare la tradizione, com'egli ci promette , e
ci aſſicura? Se tanto valeſſe, quale ſtrana immaginazione, e qual
nuovo, e bizzarro penſiero per vecchia Tradizione Eccleſiaſtica
non ſi potrebbe egli eſitare, e quali conſeguenze indi ne ſeguireb
bero? Se il Cenſore voleva raccogliere la Tradizione, poteva dire
con verità, che i Padri tutti riconobbero la Magia Diabolica e
prima, e dopo la venuta del Salvatore, nè pur uno ſe ne trove
rà, che ſenza ſtiracchiarſi, e travolgerſi, ſia di parere contrario.
A Padri ſi potevano aggiungere i Dottori Scolaſtici, parimente d'
accordo ſopra queſto punto ; il che merita particolar rifleſſione :
poichè gli antichi Padri preferirono Platone a tutti gli altri Filo
ſofi Gentili, e giuſta i principi di Platone non è difficil coſa, che
altri ammetta la Magia. I Dottori Scolaſtici all'oppoſto ſeguita
rono Ariſtotile, il quale ſecondo alcuni negò l'eſiſtenza de'Demoni,
e di fatto abbiam veduto per atteſtazione d'origene, che i Peripa
tetici, niente meno degli Epicurei, qual coſa da nulla ſpacciavano
la Magia Diabolica. Come adunque gli Scolaſtici sì diverſi di ſetta
da Padri, pur convennero a puntino nello ſteſſo ſentimento? Altra
ragione di ciò non può aſſegnarſi, ſe non che quantunque diverſi
foſſero coſtoro per conto della Filoſofia, nol furono però quanto
alla Teologia, a principi fondamentali della quale tutti egualmen
te attenendoſi, tutti ancora per conſeguenza dovevano conchiude
re lo ſteſſo. Di qui veggiamo, che per abbattere la forte prova
naſcente dal comun conſenſo del Padri, poco gioverebbe il repli
care, che i primi Teologhi, e Padri della noſtra Chieſa ſeguivano per
la maggior parte Platone nello ſtudio della Filoſofia; quindi i pregiu
dizj imbevuti nell'infanzia, e nelle ſcuole, gli portarono facilmente
nell'interpretazione delle Sacre Pagine, facendo perciò dir alle mede
ſime tutto quello, che ſul particolar de Demonj loro dettava la pre
concetta falſa opinione; e ſiccome un abiſſo chiama l'altro, furono di
mano in mano i pregiudizi portati fino a noi, come in una Lettera,
o piuttoſto Diſſertazione, che diverſe rifleſſioni contiene contra l'
eſiſtenza della Magia Diabolica, replicò a me l' anno 1747. il
noſtro Sig. Barone Valeriano Malfatti. Si vede, che non l'Accade
mia, ma la Scrittura conduſſe i Padri ad ammettere la Magia Dia
bolica ; e chi ſi prenderà la briga di rivoltargli, troverà, che non
già
-

O s s E R v A z I o N E XCI. I4I
già de'Dialoghi di Platone, ma bensì del Pentateuco, de libri de
Re, degli Atti degli Apoſtoli, e d'altre ſimili opere del Vecchio,
e Nuovo Teſtamento fecero uſo, dalle quali tutti cotal verità ap
pararono. Non furono pertanto i Padri, che fecero dire alla Scrit
tura ciò, che dalla Filoſofia Platonica avevano appreſo, ma ben
piuttoſto la Scrittura ( la quale dell' origine, natura, e opera
ioni de Demoni idee molto più giuſte e vere ſomminiſtra di quel
le di Platone, o di qualunque altro Filoſofo Gentile ) ſece dir
i loro quel tanto, che in tal propoſito ſcriſſero; nè pregiudizio nel
le ſcuole imbevuto può dirſi l'aver eſſi concordemente ſuppoſta la
Magia Diabolica, ma bensì verità dalla Teologia Criſtiana dimo
ſtrata. Eglino avevano troppo a mente il ricordo di S. Paolo :
( Col. II. 8. ) Videte ne quis vos decipiat per Philoſophiam ci ina
nem fallaciam , ſecundum traditionem hominum , ſecundum elementa
rurdi, o non ſecundum Chriſtum : e qualunque volta ritrovarono
Platone, e la ſua ſetta diſcordante dalle verità rivelate, non eb
bero riguardo alcuno d'impugnarlo acremente, e confutare i ſuoi
errori, il che fecero anche quelli, che per altro più l'ammirava
ro, e riverivano, come coll'eſempio di S. Agoſtino, e d'altri po
tra comprovare. Un conſenſo ſimile del Padri qual forza abbia ,
lo fanno i Teologi, e lo eſpone a tutti il dottiſſimo Melchior ca
e De Locis Theologicis Lib. 7. Cap. 3. Concluſi 5. con queſte paro
le: In expoſitione Sacrarum Litterarum communis omnium Sanctorum
teterum intelligentia , certiſſimum argumentum Theologo praſtat ad
theologicas aſſertiones corroborandas: quippe quum Sanctorum omnium
ſenſus spiritus ſanti ſenſus ipſe ſit. Quam ego concluſionem magnis
guidem argumentis confirmaturus ſum, e que, niſi me fallit animus,
controverſiam decernere ita poſſint, ut inter Catholicos ultra referri
guaſtio nequeat. Vegganſi le ſue ragioni. Prima del Cano, così pa
rmente aveva ſcritto Vincenzo Lirineſe nel ſuo aureo Commonitorio
s. 28- Quicquid vel omnes Patres, vel plures uno eodem ſue ſenſu
manifeſte, frequenter, perſeveranter, velut quodam conſentiente ſibi
Magiſtrorum concilio, accipiendo , tenendo, tradendo firmaverint, id
pro indubitato, certo, ratoque habeatur.
Ma ritornando al Sig. Marcheſe, ſe l'antica, e vera Eccleſiaſti
ca Tradizione in fatto di Magia Diabolica egli aveva talento di
far oſſervare, oltre a Santi Padri, poteva dar un'occhiata a Conci
li, a Canoni, a Decreti Pontifici, ed avrebbe ritrovato nel cap. 6.
del Concilio di Elvira dell'anno 3o5. Si quis vero MALEFICIO in
terficiat alterum, eo quod ſine idololatria perficere ſcelus non potuit,
nec in fine impartiendam eſſe illi communionem ; dalla qual ragione ſi
vede, che il Concilio intende d'omicidio effettuato per arte Dia
bolica. Nel cap. 23 del Concilio Ancirano dell'anno 314 avreb
be pur ſentito condannarſi coloro, qui divinationes quaslibet ſecun
dum
r
-

I 42 O s s e R v A z I o N E XCI.
dum morem Gentilium obſervant, aut in domos ſuas hujuſmodi homi
nes introducunt in exquirendis aliquibus ARTE MALEFICA. Il Con
cilio di Magonza dell'anno 1549. nel cap. 1o 1. parla più chiaro,
e ſtabiliſce, che sortilegia, que ad injuriam ſacra religionis noſtra
deteſtando malorum DAEMONUM COMMERCIO exercentur, omnibus
Chriſtianis prohibenda. Il Concilio di Milano dell'anno 1565. ſotto
S. Carlo nel S. De Magicis Artibus, Veneficiis, Divinationibuſ ſue pro
bibitis, parimente decreta, che omnes , qui quovis ARTIS MAGR
cAE, & Veneficii genere, pattiones, o fadera expreſſe, vel tacite
cum DAEMONIBUS faciunt, Epiſcopi acriter puniant, cy e ſocietate fi
delium exterminentur .... Deinde omnem divinationem ex aere, aqua ....
aliiſque rebus, quibus per DAEMOMUM ſignificationem incerta pro certis
affirmantur, coerceant, c ejiciant. Nel Concilio di Trento dell'an
no 159 3. cap. 5. pur ſi legge : Injungimus Parochis, & Curatis, nec
non verbi Dei concionatoribus, ac Confeſſoribus, ut fideli populo, etiam
in caſu amiſſionis rerum ſuarum, acceſſum ad Divinatores prohibeant, ſe
peque in mentem reducant, quam Deo abominabile ſit hoc delictum,
quod cum manifeſta, aut certe occulta DAEMONUM ſocietate conjun
tium, illaqueatas animas tenebrarum poteſtati mancipat. Ac propterea
moneant eos, ut non ſolum graviores, cº atrociores ſpecies ſuperſtitioſa
rum impietatum, ſed etiam illas evitent, qua leviores, ci vana vi
dentur: quum ubique ſeſe bis inimicus DAEMON ſua OTPERATIONE,
ad fallendas & in praceps trahendas animas, immiſceat. Il che vien
confermato dal Concilio di Vicenza dell'anno. 1647. nella Part. I.
cap. 2. ove atteſta ancora, cantiones omnes, verba, º carmina,
quae ad morborum, aut vulnerum curationnem adbibentur, cum certis
ſignis, motibus, luminibus, attionibus, ci hujuſmodi rebus ( etiamſi
intermiſceantur Crucis ſigna, ci orationes ab Eccleſia alias permiſe )
Superſtitionem ſapere, quum ea omnia talem vim naturaliter habere
nequeant, immo potius DAEMO NUM fraude aliquid operari credantur.
Ne ſacri Canoni Can. Nec mirum 26. q-5. avrebbe parimente let
to , che MAGI permiſſu Dei turbant mentes hominum minus confi
dentium in Deo, ac ſine ullo veneni hauftu, violentia tantum carmi
nis interimunt: che Hydromantia eſt in aquae inſpectione umbras DAE
MOTNUM evocare, ibique ab eis aliqua audire: che ad hacc pertinent
ligature exſecrabilium remediorum, in quibus omnibus ars DAEMONUM
eſt: che bis portentis per DAEMONUM fallaciam illuditur curioſitas
bumana: e che hac poteſtas IMMUNDIS STIRITIBUS ideo datur, ut
per vaſa ſibi apta ſeducant illos, qui ſpernunt veritatem, 3 cre
dunt mendacio. Ma il più notabile ſi è, che tutte queſte coſe af,
ferma il detto Canone juxta TRADITIONEM majorum. Nel Can.
Illud, quod 26. q. 2. ſi legge: Superſtitioſum eſt quidquid inſtitutum
eſt ab hominibus ad conſultationes, ci pacta quedam ſignificationumº
cum DAEMONIBUS placita, attue fa derata, qualia ſunt molimina
-
º G -
-

O s s E R v A z I o N E X CI. I 43
GICARUM ARTIUM, in conſonanza del quale il can Epiſcopi 26.
7 5. ingiunge, che Epiſcopi, eorumque miniſtri omnibus modis elabo
rare ſtudeant, ut pernicioſam, & a DIABOLO inventam ſortilegam,
& MAGICAM ARTEM ex parochiis ſuis penitus eradicent. E final
mente nel Can. Si per sortiarias 33. q. 1. avrebbe veduto ricono
ſcerſi chiaramente la verità del malefizio tra coniugati, così leg
gendoſi quivi: Si per sortiarias, atque MALEFICAs , occulto, ſed
mumquam injuſto Dei judicio permittente, o DIABoto PRAET 4.
RA'NTE, concubitus non ſequitur , hortandi funt , quibus iſia eve
miume, ut corde contrito, ci ſpiritu humiliato, Deo, º sacerdoti de
omnibus peccatis ſuis puram confeſſionem faciant & c. Nella Coſtituzio
ne Celi, 6 terre di Siſto V. poteva pur oſſervare, che DAEMONUM
OPERATRO NE, conſilio, vel auxilio omnis divinatio dimamat : che
odio in genus humanum, occulte etiam, prater hominis intentionem ſe
ingerunt, o intrudunt vanis inquiſitionibus futurorum ..... Quamobrem
dubitandum non eſt, in hujuſmodi futurorum contingentium, 2 fortuito
rum eventuum inquiſitione , ci praecognitione DIABOLI oTERATIO
NEM ſe fallaciter immiſcere, ut ſua fraude ac dolis, miſeros homines a
via ſalutis avertat, o laqueo damnationis involvat : e che alcuni ad
occultorum divinationem, ad inveniendos theſauros, vel ad alia facinora
perpetranda, etiam expreſſa cum DIABOLO pattione fatta, mefarias M. 4
GICAE ARTIS incantationes, inſtrumenta, ci veneficia adhibent, cir
culos, ci diabolicos charatteres deſcribunt, DAEMONES invocant, aut
conſulunt, ab eis reſponſa petunt, aut accipiunt. Così nella Coſtitu
zione omnipotentis Dei di Gregorio XV. affermaſi, che dopo aver
taluni uſato malefizi, e ſortilegi, infirmitas , divortia, impotentia
generandi, ſive animalibus, frugibus, vel aliis fruttibus damnum no
tabile provenit, ed anche la ſteſſa morte degli uomini. Ecco, che
coſa giudichi e ſenta della Magia Diabolica, e de Maghi l'Eccle
ſiaſtica, e ſuprema infallibil Sapienza, che così chiama il Sig. Mar
che ſe i Decreti Pontifici nel Lib. 3. Cap. 5. della ſua scienza ca
vallereſca, cioè allorchè facevano per lui. Ne Penitenziali antichi,
dati fuori dal P. Morino nel ſuo Comentario De Pamitentia , ſi
trova ſimilmente ſcritto: Emiſſores tempeſtatum quinque annis pani
teant ..... Mulier ſi aliquem interimit arte maleficii ſui, id eſt per
poculum, aut per artem aliquam, ſeptem annos paniteat .... Qui ho
minem per maleficia occiderit, aut per aliquam potationem, ſeptem an
nos paniteat. Il che tutto conferma l'antico Penitenziale Romano
ubblicato prima da Ugone Menardo, poi dall'accennato Morino, che
nel Tit. De Maleficio così parla: Si quis maleficio aliquem perdiderit,
ſeptem anmos paniteat, tres in pane & aqua ..... Si quis immiſſor
tempeſtatum fuerit , ſeptem annos paniteat, tres in pane & aqua.
Tutte queſte autorità qui brevemente addotte, ed altre, che per
non allungare il diſcorſo ſi tralaſciano, ſono tanti teſtimoni " Ta
-

I 44 O s s E R v A z 1 o N E XCI.
fragabili della Tradizione, e la Tradizione c'inſegna, come dob
biamo intendere, e ſpiegare la Divina Parola. Il torcer queſta al
le noſtre opinioni, l'interpetrarla a talento per ſoſtenere paradoſſi
ignoti a tutta l'antichità, e l'abbandonare per tal motivo il ſenti
mento univerſale del Padri, e della Chieſa, è regola nuova: anzi
è regola pur troppo antica, ma che ſempre guidò all'errore. Qui
in Apoſtolorum libris ( ſegue l'accennato Cano nel citato luogo )
ſuopte ingenio novas quaſdam ſententias comminiſcitur, eaſque Apoſto
lorum diſcipulis, gº antiquis omnibus interpretibus adverſas, hic non
eſt profetto, cur ſatis ſamus babeatur ..... Si ſemel admiſſa fuerit
hac licentia, ut libros ſacros pro ſuo quiſque arbitrio interpretetur,
horreo dicere, quantum abolenda religionis periculum conſequatur. Et.
enim una qualibet particula ſantiarum Scripturarum humanorum inge
niorum libertati permiſa, alia quoque atque alia, o omnes jam quaſi
ex more reliqua humanitus trattabuntur. Porro autem ſi totam Scri
pturam divinam hominum quorumlibet ingenio arbitratuque exponi li-.
ceat, nihil firmum relinquetur. Quindi il ſacro Univerſal Concilio
di Trento nella Seſſ. 4. ordinò, ut nemo ſacram Scripturam ad ſuoi
ſenſus contorquens, contra eum ſenſum, quem tenuit, º tenet ſantia
mater Eccleſia, cujus eſt judicare de vero ſenſu, z interpretatione
Scripturarum ſanctarum , aut etiam contra unanimem conſenſum Pa
trum, ipſam Scripturam ſacram interpretari audeat; etiamſ hujuſmodi,
interpretationes nullo unquam tempore in lucem edenda forent,

Non importa dunque, che ne ſecoli baſſi, e men


colti diſſeminazioni vane, e fantaſtiche d'affatturamen
ti, e di malie diaboliche acquiſtaſſero ne popoli mag
gior fede, e tanto più ne più ſemplici. Vegganſi e
molte novelle riferite da Saſſone Gramatico, e da Olao
Magno: Anche in queſte parti ſi mantennero le vec
chie fole, vedendoſi in Luciano, e in Apulejo, co
me anche allora coloro che volevano andar per aria,
e mutarſi in beſtie, ſi ſpogliavano prima, e ſi ungea
no con certi olii da capo a piedi, e come per Magia
ogni ſorte di portenti, e appunto le medeſime ſtrava
ganze ſi prometteano.

O SS E R V A Z I O N E XCII.
I E ſuperſtizioni, che per mezzo del Demonio veri effetti pro
duſſero, e producono tuttavia, non ſono diſſeminazioni va
ne,
O s S E R v A z I o N E XC II. I 45
ne, e fantaſtiche de ſecoli baſſi, e men colti. In tutti i tempi anche
più illuminati, e preſſo tutte le nazioni più colte, fur ſempre cre
dute, poichè la ſperienza obbligò anche i ſavi a crederle. Non
capivano la ragione di tali effetti i Gentili, perchè non erano
provveduti del principi neceſſari per capirla. Ben la capirono i pri
mi Criſtiani addottrinati dalla Divina Scrittura, e i",
pur ora non ſolo i Teologi, ma anche i Filoſofi, che de lumi,
che da quella abbiamo, non vogliano a bello ſtudio privarſi. Nel
. rimanente, che il poco di vero ſia ſtato confuſo con molto di
falſo: che novelle, e ſtravaganze incredibili abbiano avuto grand'
eſito, e che ſi ſieno ſpacciate per fatti reali, e innegabili fino le
produzioni del cervello di teſte deboli, e leggiere, pur troppo è
vero, e la ſciocca pueril chimera de'notturni congreſſi delle Stre
ghe n'è una prova ſufficiente. Ma ſi è già detto più d'una volta,
e convien pur replicarlo tuttavia, che i Filoſofi, e i Critici ſi
diſtinguono dagl'ignoranti col ſeparare ciò, che gl'ignoranti con
fondono, e col diſcernere la verità tra i molti errori, che la o
ſcurano, e fanno perder di viſta. Si è oſſervato, che il molto ,
che in queſta materia è ſtato finto, ci dee ſervir di prova, ehe
qualche coſa ci ſia di vero, e ſi e per fine notato, che ſe la me
ſcolanza delle favole virtù aveſſe di diſtruggere i fatti veri ,
egli converrebbe negargli tutti, poichè tutti o per ignoranza, o
per malizia, o anche per capriccio ſono ſtati in qualche guiſa al
terati . -

Molti ritrovanſi , a quali il non credere i portenti


de'Maleficii, fa un certo orrore, quaſi ſi negaſſero con
ciò i miracoli , o ſi negaſſe l' eſiſtenza del diavoli ; e
ricordano, che fra gli ordini Clericali, c'è pur quello
de gli Eſorciſti, e come benedizioni, e orazioni con
tra l'operar de i Demoni contengono pure i Rituali.
Ma qui non biſogna confonderſi, e coſe diverſiſſime
mandare a mazzo. I miracoli, e le maraviglie per di
vina virtù operate, non debbon far creder vere anche
le attribuite al Demonio, anzi inſegnar debbono, che
queſta giuriſdizione a ſe riſerbò il Signore.
O S S E R V A Z I O N E X C III.

L Demonio, che non opera ſe non colle forze della natura ,


r non fa miracoli. Iddio ſolo è quello, che gli fa. Così la ſen
T tOnO
I 46 O s s E R v A z I o N E XCIII.
tono comunemente i Teologi. Ma quanto alle maraviglie, cioè o l

perazioni ſtupende, e ſuperiori alle forze degli uomini, queſte


non ſi poſſono negare al Demonio ſenza negare una delle più cer
te, e i" verità, nè dalla giuriſdizione di far miracoli, che
a sè riſerbò il Signore, ſi può inſerire, come vorrebbe il Critico,
che al Demonio toglieſſe anche quella di far maraviglie. Maì fa
cevano gli Ebrei, e i Gentili, che dal ſapere a quanto seſtendeſ
ſero le ſorze della Magia Diabolica, s'inoltravano a negare i mi
racoli di Criſto, a quella attribuendogli : ma fallerebbe altresì
il conto chi poſti i miracoli di Dio, voleſſe per queſto conchiu
dere, che nulla di maraviglioſo operi il Demonio. Iddio autore
della natura, e che come ſuperiore alle leggi di quella, anche dal
niente produce il tutto, opera in quel modo, che all'onnipotenza
ſua è conforme , ma queſto non fa , che al Demonio, a cui i
naturali doni non ha mai tolti, non permetta egli d' operare in
quella maniera, che al medeſimo pur ſi compete.

L'eſiſtenza, e le tentazioni del maligni ſpiriti ſon


pur troppo a tutti note . Il grado degli Eſorciſti fu
già anche nel primitivi Criſtiani tempi, e ſe ne fa da
più antichi Padri menzione; ma in niuno ſi trova ,
che foſſe diretto contra ſtregherie, o ſimili baje, ma
bensì ſempre come pur'ora, per liberar dall'invaſione
gl'indemoniati: ad abiiciendos Demones de corporibus obſeſſis,
dicono le Ordinazioni.

O S S E R V A Z I O N E X CIV.

Q" ſteſſe Ordinazioni però inſegnano, che Exorciſta jubeat


Daemonem dicere, an detineatur in illo corpore ob aliquam ope
- - l

ram magicam, aut malefica ſigna, vel inſtrumenta; qua ſi obſeſſus ore
ſumſerit, evomat : vel ſi alibi extra corpus fuerint, ea revelet, cy º
inventa comburantur. Tanto ſta ſcritto nel Rituale Romanum Paul
li V. Pont. Max. ſuſſu editum al Tit. De exorcizandis obſeſſis a De
monio, il qual Rituale fu lavorato variis, praſertimque antiquis Ri
tualibus conſultis, come s'eſprime il Sommo Pontefice nella Lette
ra preliminare.

Non ſi nega, che non permetta qualche volta l'on


nipotente Iddio per ſuoi fini imperſcrutabili, ch'entri
nel corpo di taluno il Demonio, e lo ſtrazii; ſi nega,
che
O s s e R v A z 1 o N e XCV. I 47
che il Demonio ciò faccia mai per ubbidire, o per
compiacere a qualche vil meretrice, o a qualch'uomo
ſcelerato, e pazzo.
O S S E R V A Z I O N E X CV.

E" che anche per condiſcendere all'iſtanze d' uomini ſcel


lerati ciò faccia il Demonio, lo atteſta uno de primi Padri
della Chieſa, cioè S. Girolamo nella vita di s. Ilarione, e lo con
fermano altri Padri, come ſi è notato nell'oſſerv. LxxxII. anzi lo
ſuppone la ſteſſa Chieſa, come appariſce dal paſſo del Rituale te
ſte recitato. Celſo preſſo origene nel Lib. 1. S. 68. contra celſum af
ferma, che qui ſunt Afgyptiacis artibus eruditi, Damonia ex homi
nibus profligant. Se i Demoni anche dopo la venuta del Meſſia ſe
condano l'opere del Maghi nell'abbandonare i corpi umani, qual
difficoltà, " le ſecondino nell'invadergli?

Non ſi nega, che per caſtigo de peccati non ſi poſ


ſa ſervire Iddio talvolta del maligni Spiriti anche ſu 1,
queſta terra in più modi : mitti, ſiauidem Dominus irani.
& furorem ſuum per Angelos peſſimos, dice S. Girolamo .”
Ma ſi nega, che queſto avvenga mai ſi virtù di fi
gure, di parole, di ſegni da triſte e ſciocche perſone
adoprati, e per autorità che abbiano ſopra il Demo
nio uomini triſti, e donne pazze.

O S S E R V A Z I O N E XCVI.

Er virtù propria, e naturale nulla operar poſſono le figure, le


parole, e i ſegni , bensì poſſono come mezzi morali. Veg
gaſi l'oſſerv. VIII. Autorità altresì aſſoluta, e vera non hanno cer
tamente i Maghi ſopra il Demonio : ben la hanno finta, e di
pendente dalla volontà degli ſteſſi Demoni, i quali per acquiſtar
dominio ſopra l'animo de Maghi, a quelli moſtrano di ſoggettar
ſi, o anche effettivamente ſi ſoggettano talvolta. Veggaſi la Riſpo
fa al Sig. Co: Carli XI. 2. -

Oſſerverò di paſſaggio, che le parole qui addotte come di S.


Girolamo, e per tali riconoſciute anche dall'Editor Veroneſe, ſo
no della Sacra Scrittura Pſalm. 77. v. 59. ma non tutti già le in
tendono, come le inteſe quel ſanto Padre. Il teſto Ebraico non
- T ii por
148 O s s E R v A z I o N e XCVI.
porta malachim, ma malacherabbim, vale a dire Angelos malorum ,
cioè apportatori di calamità ; il che può anche intenderſi degli
Angeli buoni per comandamento di Dio. Si quidam Demones (ſcri
ve origene contra celſum Lib. 8. S. 36. ) mala inferunt, id faciunt ut
mali, nec accepta a Deo ulla ſatrapia, aut imperio, aut procuratione.
E nel S. 12. Miniſtri Dei Gabriel, Michael, ci alli Angeli, atque
Archangeli : Damones, qui adorantur a gentibus, Scriptura docet eſſe
miniſtros mali illius, cº principis hujus ſaculi, qui a Deo avertit
quoſcumque poteſt. Veggaſi l'accennata Riſpoſta X 2.

vea.as Il Santo Padre vivente, che tante e tante coſe in


reif , ſegna negli aurei ſuoi libri, tratta a lungo dell'opere
“º mirabili del Demonio, riferite nel Teſtamento vecchio,
ma nè pur mentova ſtregherie, o magie avvenute ne'
tempi alla Redenzion poſteriori.

O S S E R V A Z I O N E XC V II.

Ccordo al Sig. Marcheſe, che l'inſigne Scrittore da lui no


minato, nella vaſta eruditiſſima Opera De Servorum Dei Bea
tificatione, ci Beatorum Canonizatione, niente parli di Stregherie nè
prima, nè dopo la venuta di Criſto: poichè coſa fantaſtica, non
- reale e di fatto, fu ſempre la Stregheria, e tale appunto la cre.
dette, o almeno inclinò a crederla lo ſteſſo chiariſſimo Scrittore,
come appariſce dal Lib. 4. Part. 1. cap. 3. Num. 3. ove così ſcrive:
Ad hanc eamdem claſſem (illuſionis ſenſuum ) referri poſe videntur
ea, qua de Strigibus narrantur ad conventicula a Damone deportatis.
Ma non accordo già, che nè pur di Magie, nè d'altre opere mi
rabili del Demonio egli faceſſe parola dopo l'Incarnazione del Ver
bo. Nel Lib. 3. cap. 3o. Num. 6. egli ſcrive: Aliquando etiam Deus
per mittit, ut morbi a Damone inferamtur, e ſi riferiſce a Franceſco
Valeſio De ſacra Thiloſophia, e a Martino Delrio Diſquiſitionum Ma
zicarum. Nel Cap. 5o. Num. 9 dello ſteſſo Lib. 3. coll' autorità del
Card. Bona atteſta, che Damones in vivos etiam transfigurantur,
ſpettraque objiciunt ſeu oculis, ſeu phantaſia, di ſimulacra, at que i
magines rerum, ſeu perſonarum ; & ſicut de Proteo fabulantur Poetac,
in omnes formasſe vertunt, ut miſeros mortales ſeducant, cy per
- dant ; poi ſi rimette al Tireo De ſpirituum Apparitione. Nello ſteſº
fo luogo colla ſcorta dell'accennato Bona ammette la cognizio
ne delle coſe future per mezzo del Demonio : Habet quoque Dia
bolus Prophetasſuos, & ſommiatores, quorum ipſe phantaſiam commo
tret, multa que in ea repreſentat, ci ſuggerit. Nel detto Lib. 3. cap.
43
-

-- - - - - - --- - - -- --

O s s E R v A z I o N E XC VII. I 49
43. Num.4, ſeguitando il Maiolo, il Delrio, ed altri, oſſerva ,
che per Arte Magica ſi diviene ſcientifico, e racconta un fatto di
certo Scoceſe, il quale in Venezia, Damone adjuvante, difeſe con
ſommo ſtupore di tutti pubbliche Teſi ſopra qualunque ſcienza .
Nel Cap. 49. Num. 4 dello ſteſſo Lib. 3. riconoſce i ratti diabolici,
e coll'autorità del Torreblanca De Magia Lib. 2. Cap. 1o. Num. 37.
riferiſce, come Maddalena de la Cruz Monaca Spagnuola, alla
preſenza di tutti per Damonem veniva elevata da terra , nel qual
luogo aggiunge il Torreblanca, che doli a confratia redintegrabat ,
roſas in hieme, nives in aſtate afferebat : ci quod magis admiratur,
-
--
dum viaticum corpus Domini per vias practeriret, parietes monaſterii,
-
- -
a cui ſe devoverat, in duas partes ſcindebat, ut eum adoraret, o rur
-

ſus eas umiri compellebat. Soggiunge finalmente (per tralaſciare al


tri paſſi, che non fa di meſtieri riferire) nel citato luogo il dot
tiſſimo Pontefice : Deo permittente, Simon Magus a Daemone in aera
teatus eſt, ita ut volare videretur : quem tamen ad B. Tetri Apoſto
i preces a Damonibus deſtitutum, in terram ſtatim praecipitem corruiſſe,
aque extinctum debitas ſcimus panas perſolviſe. Henricus Valeſius ſub
dubitare videtur de volatu Simonis Magi, c de tota hiſtoria certaminis
cm Apoſtolo Petro. At Tillemontius ejuſdem hiſtoriae veritatem innu
meris tum Patrum, tum Hiſtoricorum teſtimoniis docte ac erudite confir
mat; aſſeritaue ſine ſolido fundamento nonnullos de ea re dubitare . Do
po queſti eſempi di fatti magici, e tutti poſteriori alla venuta del
Salvatore, come mai può dirſi, che il Santo Padre vivente niuna
menzione fece di Magie avvenute ne tempi alla Redenzion poſteriori?

Abbiamo nel Ritual Romano orazioni, e benedizio


ni per ogni biſogno, e per ogni occorrenza ; abbiamo
imprecazioni ed eſorciſmi contra i Demonj; ma dove
ſia puro, e da particolari, e poſteriori aggiunte eſen
te, non ci ſi ha menzione di perſone, o di mobiglie
maleficiate. - -

O S S E R V A Z I O N E XC VIII.

O alle mani un'edizione del Ritual Romano recentiſſima ,


cioè di Venezia dell'anno 1744. Egli è depurato da ogni
particolare, e poſterior aggiunta, e pure vi ſi leggono le parole
poco fa addotte : Exorciſta jubeat Daemonem dicere , an detineatur
a illo corpore ob aliquam operam magicam, aut malefica ſigna, vel
anſtrumenta; e vi ſi leggono altresì queſt'altre : Aliqui Daemones
siendunt fatium maleficium, a quibus ſit fattum, c modum ad
illudi
I 5o O s S E R V A Z I o N E XCVIII.
illud diſſipandum. Con qual animo mai ha potuto ſcrivere il Sig.
Marcheſe, che nel Rituale Romano non ſi ha menzione di perſone,
o di mobiglie maleficiate? Egli ha prevenuto al ſuo ſolito i colpi,
che più lo feriſcono. Sarebbe facile il provare, che in più altri
Rituali e antichi, e moderni ſi legge lo ſteſſo , ma è ſoverchio,
non eſſendo queſti di maggior autorità del Romano - Dirò ſolo
(per combattere il Cenſore anche col documenti della propria ſua
patria) che nel Ritual di Verona pubblicato dal Veſcovo Alberto
Valier l'anno 16o9. v ha trall' altre la Benedizione Contra aereas
tempeſtates, nelle Orazioni di cui ſi prega : Ut ibi nulla poteſtas Da
monum in ſe ipſo praveniens nocere poſit . . . . o quelibet inſidie
inimici temperentur. V ha pure Benedittio domus a Daemonio verate,
e nell'oremus ſi ſupplica : Ut ab ea ſtatim omnis infeſtatio Damonum
procul abſcedat.

Anzi è noto, che più libri di tale argomento, con


tenenti preci da qualche particolare di nuovo compo
ſte, ſono proibiti. E' proibito il Circulus Aureus, che
mette ſcongiuri grandi verſo i Demoni infernali, celeſti ,
terreſtri, ignei, aerei, ed acquoſi, per diſtruggere maleficia,
incantationes, ligaturas, 6 faéturas, in qualunque luogo
ſiano gli affatturamenti naſcoſti , o ſiano anche ſtati
dati a mangiare, e di qualunque materia ſien fabrica
ti, e ſia ſtato maſchio, o femmina, ſive Magus, ſve
Sortilega, e non oſtanti quibuſcumque conventionibus, 5 pa
rétis inter eos & Maleficum ſeu Magam initis. Il proibirſi
coteſte orazioni dalla Chieſa dovrebbe pure illumina
re a baſtanza, che le coſe in eſſe ſuppoſte ſon falſe ,
e alla vera religione, e alla ſana divozione nocive.
O S S E R V A Z I O N E X CIX.

Iº Circulus Aureus non è proibito, perchè diſtingua Demoni ac


rei, terreſtri, acquoſi, perchè parli di malefizi, incanteſimi, e
legature, o perchè ſupponga eonvenzioni, e patti de Maghi col De
monio; nè falſe, e alla vera religione, e alla ſana divozione nocive
ſono ſimili coſe, che anzi le inſegnano i Padri, le comprovano i
Teologi, e le tiene la ſteſſa Chieſa. Egli è proibito, perchè da pri
vata perſona fu compoſto, cioè da Fr. Franceſco Maria Cappelli Bo
logneſe, che lo diede alla luce l'anno 165o. dopo la pubblicazione
del Ritual Romano fatta da Paolo V. l'anno 1614. S. carlo avendo
- ap
O s S E R V A Z I o N E X CIX. I5I
iº. l approvato un libricciuolo per uſo degli Eſorciſti, l'anno 1574. in
iº, un Concilio Dioceſano vietò nel Decret. 18. Ne sacerdos aliis exor
pi, ciſmis, precibus, ritibuſque ad id munus utatur, niſi ad libri judicio
l Archiepiſcopi comprobati rationem praſcriptam. Cui nihil ab eo addi,
detrahi, ac ne mutari quidem quidquam fasſit. Poco dopo, cioè l'
anno 158o, il Cardinal Lodovico Madruzzo Veſcovo di Trento, a
vendo pubblicato un Ritual ad uſo della ſua Chieſa, anch'egli ſog
giunge : Pro officii noſtri munere praecipimus, ut non aliis quam boc
in libro vobis praſcriptis ritibus utamini. Il mentovato Alberto Va
lier nella Paſtorale al Clero prepoſta al ſuo Rituale , così pari
mente s'eſpreſſe : Ut Liber hujuſmodi omnino introducatur precipimus,
ci in virtute ſanctae obedientiae, ac ſub panis arbitrio noſtro reſerva
tis, diſtricte mandamus vobis omnibus, º ſingulis Eccleſiaſticis perſo
mis, tam Saecularibus, quam Regularibus, ut omnibus aliis Caerimonia
rum libris, quos omnino interdicimus, omiſſis, Rituale boc habere de
beatis, & eam, que in eodem praſcripta eſt, Parochialis muneris for
mam & inviolabiliter obſervetis, c in veſtris Eccleſiis omnino ob.
ſervare faciatis. Comparſo poi alla luce il Rituale di Paolo V. i
Veſcovi particolari, che più ſicuro da ſeguitare in pratica lo ri
trovarono, a tutti gli altri lo preferirono 5 e quindi è , che in
più Concilj Dioceſani ſu ſtabilito di doverlo unicamente ſeguita
re. Ecco la determinazione di Marcantonio Bragadino Veſcovo di
Vicenza nel Concilio da lui quivi tenuto l'anno 1649. Part. I. Cap.
2. Trohibemus ſub pana ſuſpenſionis a Divinis illico incurrenda , ac
alius panis arbitrio noſtro, Sacerdotibus omnibus, cº Clericis cujuſ
cumque generis, ſub quovis pratextu, infirmos ſignare, atque ſuper eos
aliquid legere, vel pronuntiare, excepto eo modo, quo in Rituali Ro
mano de Viſitatione, ci Cura infirmorum praſcribitur , cº non aliter .
guem etiam modum ſervari volumus in Sacramentorum adminiſtratione,
Mortuis ſepeliendis, Proceſſionibus, 3 Benedictionibus faciendis, in pre
cibus ad repellendas tempeſtates, ac in exorcizandis obſeſſis a Spiritibus
immundis, quando de noſtra licentia ud fieri contigerit . Si quis autem
alium ritum adhubere auſus fuerit, acriter a nobis eum corripiendum fo .
re declaramus. E nella Part. 2. Cap. 7. Prohibemus ſub paena ſuſpenſio
nis a Divinus, ci aliis arbitrariis, Benedictiones omnes, qua in Miſa
li, vel Rituali Romano minime continentur. Nella formola della li
cenza di eſorcizzare, che danno i Veſcovi, riportata dal Sig. Arci
prete Baruffaldi nel Tit.9o. Num. 7, commentari ad Rituale Roma
mum, ſi legge : Utaris quidem Ritualis Romani inſtructione, non ver
ro precibus, ci congurationibus in ipſo Rituali non contentis, 2 a
Catholica Eccleſia non approbatis . Finalmente Clemente XI. l'anno
171o. ordinò, che in fatto d'eſorcizzare niuno s' allontanaſſe dalle
regole preſcritte nel Rituale Romano. Tanto imparo dall'erudita,
e dotta Epiſtola del regnante Sommo Pontefice ad Epiſcopum Au
- gia
- - -
- - -
s

I 52 O s s e R v A z I o N E XC IX.
guſtanum verſo al fine, ove ſi legge: Predeceſſor noſter Clemens Papa
xi, in quadam Epiſtola Encyclica data die 21. Juni, 171o, diſtritie
mandavit, ut nemo exorcizans a norma in pradito Rituali Romano
praſcripta ulla ex parte diſcedere praſumati ad oggetto ſenza dubbio
di togliere
giorno nuovela libertà alle edperſone
Orazioni, private
Eſorciſmi cond'inventare di giornoe in
pericolo di errore, di
ſuperſtizione. Ciò ſaviamente ſtabilito, l'ordine richiedeva, che
ſimili libri da particolari perſone, e che non vi hanno alcun dirit:
to, compoſti, quantunque coſe aſſolutamente cattive non conteneſ
ſero, pure per conſervare la giuſta, e prudente maſſima d'introdur
re il Rituale della Chieſa Maeſtra, a cui s'aſpetta principalmente
tale autorità, veniſſero del tutto proibiti . Ecco una ragione, per
cui alle cenſure Eccleſiaſtiche potè ſoggiacere il Circulus Aureus ,
che appunto fu proibito l'anno 1725. cioè dopo l' Encyclica di
Clemente XI.
S'aggiunga, che il detto libro preſcrive coſe anzi ſuperſtizioſe,
o vane, che nò. Per conoſcere ſe uno ſia veramente indemonia
to, o finga d'eſſerlo, dice, che biſogna ſcrivere ſopra una carta
benedetta queſte parole : In nomine Patris, 3 Filii, 6 Spiritus
saniti. Hel, Helopm, & sothot, Emmanuel, sabaoth, Agla , Tº
tragrammaton, Agos, otheos, Iſchyros, Athanatos & c. poſcia di
naſcoſto porla addoſſo al paziente, ed allora turbandoſi queſti , e
diſordinandoſi, ſarà ſegno, ch'è oſſeſſo. Trall'altre Benedizioni,
ve n'ha una generale per chiunque, peſcando, deſideraſſe pigliare
quantità di peſce. Benedittio piſcations, ut in jattatione retium mul
tipiſces capiantur. Mette pure ſcongiuri, e maledizioni contra i
ratti, le locuſte, ed i bruchi, a quali parla, e fa precetti non al
trimenti, che ſe foſſero coſe ragionevoli, e di libero arbitrio do
tate. Exorcizo vos, ut confeſtim recedatis ab his campis. Lo ſteſſo fa
contra le nubi, i venti, le tempeſte, e i turbini, ridicolmente
ſupponendo, che poſſano queſti trattare la lor cauſa davanti al
tribunale di Dio, e pretendere di non eſſere ſtati impediti . Et
non diveritis ante tribunal Chriſti, quod nemo vobis contradixerit. Se
queſto buon Cappuccino in luogo delle Quaſtiones Quodlibetales, a
veſſe un po' più rivoltata la summa di S. Tommaſo, avrebbe po
tuto imparare nella 2. 2. qu. 9o. Art. 3. che vanum eſt irrationalem
creaturam adjurare, perchè non eſt domina ſui attus, e perchè non
eſt noſtrum creaturis irrational bus imperare, ſed ſolum illius , de quo
dicitur Matth. v 1 1 1. quia venti, ci mare obediunt ei. Per queſti, e
ſimili motivi potè giuſtamente eſſere proibito il circulus Aureus ,
ben diverſi da quello, che, per ſervire al ſuo argomento, s'imma
ginò il Sig. Marcheſe.

Tre
O s s E R v A z I o N E C. I 53
Tre anni ſono fu ſtampato in queſta Città un li
bretto (non però d'autor Veroneſe) per inſegnare il
modo Energumenos liberandi, 6 Maleficia qualibet diſſolven
di. Ci ſi ha, che qui maleficiis obſtricti ſunt, vitam agunt rig. ss.
acertiſſimam, qua potius prolixa mors dicenda eſt : ſimiles re-**
centi cadaveri & c. E non baſta, perchè fere omnes intere
ant e ſe ſon fanciulli, cito moriuntur. Vedi qual po
teſtà ſopragrande ſi attribuiſca da buone perſone non
ſolamente al diavolo, ma a viliſſima gente, qual ſi
penſa aver col diavolo amicizia, e commerzio. segni
di così onnipotenti fatture ſi nota poi eſſere, ſcorze , pag. 67.
erie, piume, oſi, chiodi, capelli : ma ſi avverte, che le & 75
i piume non ſono ſegno di Stregheria, ſe non ſono con
neſe inſieme in forma di cerchio, o quaſi. E biſogna avver
tire ancora, ſe certa muliercula diede a mangiar qual
che coſa, o ad odorar fiore, o toccò la ſpalla.
O S S E R V A Z I O N E C.

He malefizi ſi diano, cioè operazioni ſuperſtizioſe, nelle qua


li entra effettivamente il Demonio, e che malattie, ed anche
morti producano, ſe i Padri, i Teologi, e la ſteſſa Chieſa Catto
lica non è in errore, non poſſiamo negarlo, e ſiamo altresì forzati
a concedere, che ſegni di ſimili malefizi ſono coſe, le quali coll'
effetto, che producono, non hanno relazione veruna , ma pur lo
producono in virtù del Demonio, che agiſce, e coopera; la quale
ſciagurata profeſſione, che Magia Diabolica s'appella, e da uomi
ni, e da donne può eſſere eſercitata. Qui però per non ingannarſi, maſ
irne dovendo venire a giudizial ſentenza ſopra tali delitti , convien
fare due importanti rifleſſioni. La prima è, che poſta l'eſiſtenza, e
realità dell'Arte Magica, pur non dee crederſi, che l'infinita miſe
ricordia di Dio, ſpezialmente dopo la Redenzione dell'uman gene
re, permetta al Demonio ucciſioni, e morti, ſe non di rado, e
per qualche occulto ſuo fine: onde gli accuſati di Magia d'altro per
lo più non ſon rei, che di prava volontà, e di qualche tentativo -
L'altra oſſervazione ancor più neceſſaria ſi è, che il delitto di coſto
º quaſi ſempre ſi riduce a ſogni, e ad opinione d aver fatte , e
dette gran coſe, ſenza però aver operato nulla , il che Stregoneria
r:r noi ſi chiama, coſa molto diverſa dalla Magia, e di cui ſegno
rincipaliſſimo, e deciſivo ſi è il credere, e confeſſare d'eſſer in cer
a determinati tempi realmente intervenuto ad un'aſſemblea notturna
V d'uo
I 54 O s s E R v A z I o N E XC.
d'uomini, e di Diavoli, la quale non fu mai, nè eſſer potrebbe ſe
non nella guaſta fantaſia di gente miſerabile e pazza. La diſtinzione
di così fatte coſe tanto a Tribunali, ed a Giudici è neceſſaria, quan
to in materia criminale è neceſſario il diſtinguere il delitto attentato
dall'eſiguito, e l'opinione dal fatto. Veggaſi il congreſſo Notturno
Lib. 2. Cap. 17.

Per correggere così fatte, e ſimili ſemplicità può


ſervire egregiamente l'ampliſſima raccolta fatta dal P.
Martene De antiquis Eccleſie Ritibus.
O S S E R V A Z I O N E CI.

IL" prima di queſte ſemplicità, a giudizio del Sig. Marcheſe,


è il diſtinguere Demonj infernali, celeſti, terreſtri, ignei, aerei,
ed acquoſi; e pure nel Lib. 3. cap. 9. De antiquis Eccleſie Ritibus
del P. Martene in un Diſorciſmo attribuito a S. Martino, leggo que
ſte parole: Ex imperio Dei omnipotentis tibi, quicumque es, aut un
decumque es, Spiritus immunde, ſive de Inferno, ſive de aere, ſive
de monumentis, ſive de ſpeluncis, ſive de paludibus, ſive de locis
aquoſis, ſive de rivis, ſive de viis, ſive de ſilvis, ſive de imis, ſi
ve de ſummis, ſive de ignis incenſo, ſive de cavernis petrarum, in
terdicitur hac imago Dei & c. Leggo poco dopo in una Rubrica
De jejunio Damoniacis imponendo: In extremo jubeatur illi ut duo ge
nera piſcium, tincam ſcilicet, ci anguillam non guſtet, nec de ullo
genere beſtiarum, vel volatilium . Et ſi firmiter iftud jejunium cum
oratione, ci pura confeſſione ſervaverit; credimus de miſericordia Dei,
ci vere confidimus, quia de omnibus incentivis diabolicis, Domino lar |
giente, liberabitur. Che il digiuno, e in conſequenza l'aſtenerſi da º

ogni ſorta di quadrupedi, e di volatili, poſſa eſſere agli Oſſeſſi


una ſalutar medicina, s'intende facilmente, maſſime riflettendo,
come lo ſteſſo Salvator noſtro ( Matth. XVII. 21. ) c'inſegnò darſi
una ſpezie di Demoni, che non epicitur niſi per orationem, ci jeju
mium. Ma a che debba giovar poi l'aſtenerſi da due ſole ſorte di
peſce, tinca, ed anguilla, facendo uſo dell'altre, non comprendo
io. Meno comprendo quanto ſegue nel citato luogo: Non mandu
cet in horto herbulas, neque ulla olera, neque occidat quidquam, me
que aliquod videat occidere. Non veniat ubi nullum ( lege ullum )
morticinum videat, mec ad mortuum hominem veniat, nec ulla cada
vera videat quadraginta diebus ſive nottibus. Di qui veggiamo, che
l'ampliſſima Raccolta del P. Martene, quando con giudizio non
foſſe mancggiata, potrebbe anche ſervire egregiamente ad accreſcere
le ſemplicità, e le ſuperſtizioni in luogo di correggerle. Il pre
CettO
O s s E R v A z i o N E CI. I 55
cetto di non uccider animali, nè eſſer preſente ove s'uccidono ,
par fondato ſopra la dottrina di molti Filoſofi Gentili, che i De
moni, come corporei, godeſſero, e quaſi ſi paſceſſero del vapore
del ſangue, e della carne degli animali ucciſi, e quindi amaſſero
le vittime, e i ſacrifizi. Mi maraviglio, che il dotto Editore niun
avvertimento abbia dato circa queſte regole da oſſervarſi dagli Ener
gumeni.

P. Perchè nell'infinità d'orazioni, e d' eſorciſmi, e di
benedizioni uſate in ogni tempo, e in ogni parte del
la Criſtianità, menzione alcuna non ſi rinviene di Ma
lefici, di Stregherie, di Magie, o d'opere Magiche .
Si comanda bensì al Demonio in nome del Salvator
noſtro di uſcire, e d'allontanarſi; s'implora il divino
ajuto, perchè ci liberi della poteſtà di lui, nella qua
le per l'original peccato ſi naſce ; ſi ſupplica, perchè
l'acqua benedetta, e il ſale, e l'incenſo diventino ſa
cramenti per fugar l'inimico, per non cader ne' ſuoi
lacci, e per non temere gl'immondi ſpiriti; ma non
ſi fa mai motto, che l'agir di queſti provenga da ma
lie, nè ſi prega mai Dio, perche ci guardi, o liberi
da queſte.
O S S E R V A Z I O N E CII.

S" è già detto più d'una volta, che di tutti gli effetti magici
cagione efficiente non è il Mago, ma bensì il Demonio. Se
queſti non concorre, ed opera, indarno quegli invoca, e ſcongiu
ra. Allorchè adunque la Chieſa implora il divino aiuto, perchè ci
liberi dalla poteſtà del Demonio, per fugar l'inimico, per non cader
me ſuoi lacci, e per non temere gl'immondi Spiriti, lo implora an
cora nello ſteſſo tempo contro alle malie, ed a Maghi, ogni po
tere de quali da quelli ſi deriva. Gran maraviglia pertanto non ſa
rebbe, che ne molti documenti dal Martene pubblicati, eſpreſſa
menzione non ſi faceſſe di coſe magiche. Nientedimeno nel citato
Eſorciſmo ritrovo: In ipſius nomine interdicitur tibi, immunde Spi
ritus, & erratice Spiritus, ut nullo modo praſumas nocere hnic famu
lo Dei N. neque in dolore, negue in inſania, neque in vulneribus, ne.
que in aliquo MALEFICIO, neque ambulanti, neque ſtanti & c. Nel
Lib. 2. cap. 13 della ſteſſa Opera, in un Sermone In Dedicatione
Templi, creduto di S. Ceſario, ſon nominati coloro, qui Caragio,
V ij ci Dl
156 O s s E R v A z 1 o N E CII.
c: Divinos, vel Praecantatores, aut propter ſe, aut propter ſuos in
quirunt. Che s'intenda per Caragius, lo ſpiega il Cangio: Sortile
zus, Praeſtigiator, qui characteribus magicis utitur, e ſi raccoglie aſ
ſai bene da queſto paſſo di Odone Cluniacenſe nel Lib. 4. Cap. 7. De
vita s. Geraldi: Quidam nomine Adraldus focum Caragiorum tota no
tte in domo ſua fieri precepit. Intempeſta autem ipſius noctis hora ,
Damones ſuper focum cuſtodis irruerunt. Nel Lib. 3. Cap. 7. ord. 13.
in un'Orazione, che ſi recitava avanti la Purgazione dell'Acqua
Fredda, ſi dice: Oſtende nobis Domine miſericordiam tuam ad exami
mandum retum judicium: ut per adventum Spiritus Sancti omnis falſi
tas DIABOLICA ARTIS procul remota exiſtat. Segue : Adjuro te
Aqua in nomine Dei Tatris omnipotentis ci c. ut nullo modo ſuſcipias
hunc hominem, ſi in aliquo hoc eſt culpabilis, quod illi objicitur; ſed
fac eum natare ſuper te, º nulla poſſit eſſe contra te aliqua fatta
cauſa, aut ulla proſtigatio, qua illud non poſit manifeſtare. Proſti
gatio nei Gloſſario anneſſo all'Opera ſi i" Traſtigia. Finalmente
nel Lib. 2. Cap. 21. nella Benedizione delle Campane pur ſi legge:
Trocul pellantur omnes inſidia inimici, frazor grandinum, impetustem
peſtatum, temperemtur infeſta tonitrua, proſternat aereas tempeſtates ( le
parole che ſeguono, inſegnano doverſi leggere poteſtates ) dertera
tua virtutis, ut hoc audientes tintinnabulum tremiſcant, ci fugiant
ante Crucis vexillum in eo depictum. Da che ſi vede, che anche in
queſte Benedizioni viene al Demonio attribuita la facoltà d'ecci
tar tuoni, e tempeſte, che dal Sig. Marcheſe, il quale altro che
tentazione, e invaſamento non riconoſce, gli è negata.

Tanto è lontano, che debbano averſi per vere le


fole, quali ſi raccontano, che ho memoria ferma d'
aver letto grandiſſimo tempo fa in antichi Sommiſti ,
come il credere , che veramente maraviglie tali per
arte Magica avvengano , dee computarſi fra peccati
gravi.

O S S E R V A Z I O N E CI II.

Lcuni di queſti antichi Sommiſti ſi veggono addotti nel Lib.


1. Cap. 5. S. 14 del Congreſſo Notturno. Tutti preſero da
Graziano, e parlano della Stregheria, non della Magia; nè diverſi
ſaranno quelli, che dice aver veduti il Sig. Marcheſe, o ſtampa
ti, o manuſcritti che ſieno, com'egli potrà accertarſi rileggendo
gli. La maggior parte del Lib. 1. dell'accennata Opera ho ſpeſo
io per mettere in chiaro queſto punto, ed illuſtrare il can. Epi
ſcopi
C s s E R v A z I o N E CIII. 157
ſcopi :6 q. 5. Non mi ſpiacerebbe punto, che altri s'opponeſſe
alle coſe da me colà ſcritte: mi ſpiace, che il Cenſore faccia il
ſordo, e quaſichè non le aveſſe vedute, citi a ſuo favore ciò, che
non lo è, anzi gli è direttamente contrario. Come mai gli anti
chi Sommiſti computar potrebbero fra peccati gravi il credere una
coſa, che tutti i ſanti Padri credettero, che i ſacri Canoni, i
Concili, la Chieſa, anzi la ſteſſa Divina Scrittura ſuppone, ed ap
prova?

-
A tal propoſito, non ſo per qual'equivoco, l'autor
del libro nuovo cita due volte certo Manuſcritto co- P.so e as.
me eſiſtente in altra libreria, quando è notiſſimo, che
fu comperato per me a gran prezzo, non ſapendo io,
che mancaſſe della più importante e curioſa parte . pag. 4.
Veggaſi quel che ne ho detto negli Opuſcoli, che ſo
s ro ſtati all'Iſtoria Teologica aggiunti.
O S S E R V A Z I O N E CIV.

L Manuſcritto delle Storie Imperiali di Giovanni Manſionario


Veroneſe ſi è queſto, cui da perſona amica mi fu ſuppoſto
appartenere a Monſignor Gianfranceſco Muſelli, Arciprete della
Cattedrale di Verona. Se queſto codice non ſolo al preſente, ma
allora, e ſempre fu del Sig. Marcheſe, me ne rallegro. L'Amico
s'ingannò, e tirò anche me nello ſteſſo abbaglio. Siamo amendue
rei d'errore, ma non già di malizia. Come però l'error mio è
i rror pubblico, così immediatamente ne ho anche fatta pubblica
ammenda, mentre appena letta l' Arte Magica dileguata, eſſendo io
in atto di ſpedire a Venezia per iſtamparſi l' Epiſtola ad Antonium
iſchmannum de Epiſcopatu Sabionenſi S. Caſſiani Martyris, nel S.
xx della quale, ſtando ſul vecchio ſuppoſto, io aveva dello ſteſ
io codice ſcritto: Quod opus nondum typis editum, Verone in Mu
ſeliana Bibliotheca alervatur, cancellai ſubito la voce Muſelliana ,
e ripoſi in vece Maffeiana, come può vederſi alla pag. 75. della
mentovata Lettera, che nel corrente anno è uſcita alla luce.
Ho detto, che mi rallegro col Sig. Marcheſe del poſſeſſo, che
sode del codice, ma non mi rallegrerei già del gran prezzo, on
ce lo comperò, perchè non credo, che vaglia tanto. In fatti egli
ſteſſo quaſi ſcuſandoſi, ſoggiunge : Non ſapendo io, che mancaſſe
sella più importante, e curioſa parte, cioè degli ultimi libri. Ma
- come in grazia non ſapeva egli, che a quel MS. mancava il me
- -

is o, ſe prima di comperarlo, aveva da me avuta, e letta la Re


la
158 O s s E R v A z 1 o N E CIV.
lazione, ch'io ne diedi, e che uſcì poi in iſtampa nel Tom. XVIII,
pag. 135. della Raccolta Calogerana, nel S. IV della quale così ſta
ſcritto: Il Codice, che ho alle mani, per fatal diſavventura, è pri
vo degli ultimi libri, e ſotto il principio di Carlo III. detto il Craſſo,
l'amanuenſe abbandona? Nel S. XIV. pur ſi legge: Quanto cara m'è
ſtata la ſcoperta, altrettanto poi ho avuto a compiangere il non con
ſervarſi in queſto codice la parte più autorevole, e prezioſa, qual ſa
rebbe quella appunto, che manca, e per fine egli ſteſſo in una cor
teſe lettera, che dopo eſſere ritornato dal ſuo lungo viaggio, ed
aver inteſa in Venezia dal Sig. Apoſtolo Zeno cotal nuova, ſi com
piacque inviarmi, così ſcrive: Queſt Iſtoria non ſi potrebbe pagare,
ſe in vece della prima parte, aveſſimo trovato la ſeconda, nella qua
le belle notizie avreſſimo. Biſogna ben dire, che in queſta compra
qualche altro motivo faceſſe allargar la mano al Sig. Marcheſe;
ma non già il non ſapere, che il MS. mancava della più importan
te, e curioſa parte.
Opportunamente poi manda qui egli a vedere la pag. 242. degli
Opuſcoli anneſſi all'Iſtoria Teologica, mentre con tal indicazione ho
avuto il piacere di ſcoprire un ſuo Opuſculo, da me non prima
letto, nè veduto, il quale ha per titolo: De Joannis Veronenſis Hi
ſtoria, ed è una nuova relazione del ſopraccennato MS. cui il Sig.
Marcheſe ha ſtimato neceſſario di ſtendere dopo la già da me pub.
blicata fino dall'anno 1738. La ho dunque ſcorſa ſubitamente con
molta avidità, ſperando di ritrovarvi quel meglio, e quel più con
fiderabile, ch'io forſe nella mia non aveſſi ſaputo raccogliere, e
far oſſervare, ma per verità nulla vi ho ſcoperto, che più chia
ro, e più diffuſamente non ſia ſtato da me eſpoſto, ed illuſtrato.
Rifrigge egli bensì qualche opinione da me già confutata, ſenza
però punto riſpondere alle mie ragioni, qual è quella, che S. Leo
ne Magno non a Governolo, come fondatamente credono tutti, ma
a Peſchiera s'abboccaſſe con Attila ; e muove ancora delle difficol
tà inſuſſiſtenti, qual è il dubitare, ſe il Giovanni Diacono nomi
nato dal Panvinio, ovvero il Giovanni Manſionario dal Tºaſtrengo
ricordato, ſia il vero Autore di queſta manuſcritta Storia: aſſeren
do trall'altre coſe, che il Panvinio nelle Antichità Veroneſi Lib. I.
Cap. 22. ſcrive: Joannes Diaconus Theodoricum refert praecepiſſe, alta
re S. Stephani ad Fonticulos in ſuburbio Veronenſi ſubverti; e che que
ſto fatto nel noſtro MS. non ſi trova: quando a chiariſſime note
alla pag. 134 col. 4 del medeſimo ſi legge: Igitur Rex Theodoricus,
Diabolo ſuadente, apud Veronam juſſit altare S. Stephani ad Fonticu
los in ſuburbio civitatis ſubverti. Ma troppo in lungo andrebbe il
diſcorſo, prendendo a confutar qui diſteſamente la nuova relazio
ne. Qltre all'accennata mia operetta, vegga per ora il Leggitore
una ſeconda Lettera ſopra lo ſteſſo argomento da me ſcritta l'an
Ilo
O s s E R v A z 1 o N E CIV. I 59
no 1741. e ſtampata l'anno 1743. nel Tom. XXVIII della mento
vata Raccolta Calogerana.

Ma baſta ricordare, com'anco nel famoſo Canone


Epiſcopi, recitato prima da Reginone, abbiamo queſte
decretali parole : (a) Moltitudine innumerabile da queſta 1 2. n.
falſa opinione ingannata, crede queſte coſe vere, e credendo”
deviano dalla vera Fede, e negli errori de Pagani s'involgo
no, mentre penſano qualche divinità, o qualche Deità trovar
ſi fuor del ſolo Iddio.

O S S E R V A Z I O N E CV.

Ueſto Canone, di cui alla lunga ſi è trattato nel Lib. 1. del


Congreſſo Notturno, e ſi è fatto vedere, come Reginone ſu
il primo, che lo recitò; parla della Stregheria, non della
Magia ; anzi parla dell'una e dell'altra, ma quella nega, e queſta
concede: onde quanto egli favoriſce il mio ſiſtema , altrettanto
combatte quello del esie Ecco com'egli s'eſprime: Epiſcopi,
eorumque miniſtri omnibus modis elaborare ſtudeant, ut pernicioſam ,
c3 a DIABOLO inventam ſortilegam, go MAGICAM ARTEM ex pa
rochi is ſuis penitus eradicent: & ſi aliquem virum, aut mulierem hu
7uſcemodi ſceleris ſectatorem invenerint, turpiter dehoneſtatum de pa
rochiis ſuis ejiciant. Ait enim Apoſtolus : Haereticum hominem poſt
C.
primam, ci ſecundam correptionem devita: ſciens, quia ſubverſus eſt,
qui hujuſmodi eſt. Subverſi ſunt, cy a Diabolo captivi tenentur, qui
relitto Creatore ſuo, DIABOLI SUFFRAGIA quarunt ; 3 ideo a tali
peſte debet mundari Sancta Eccleſia. Se colui , che queſte parole
dettò, aveſſe creduto, che l'Arte Magica nulla poteſſe, o foſſe un
giuoco di mano, avrebbe egli detto Diaboli ſuffragia quarunt? Per
non dir nulla, che negando la Magia Diabolica, s'opporrebbe al
Can. Nec mirum 26. q. 5. al Can. Illud, quod 26. q. 2. ed al Can.
si per sortiarias 33. q 1. da quali, come nell'Oſſerv. XCI ſi è pro
vato, l'eſiſtenza, e il valore di quella viene apertamente ricono
- ſciuto. Segue la ſeconda parte del Canone, in cui ſi deſcrive la
famoſa brigata di Diana, cioè a dire la Stregoneria del medio evo,
Come

(a) Cauſ. 26. Qu. 5. cap. 12. Innumera multitudo, hac falſa opi
rione decepta, hac vera eſſe credunt, & credendo a reſta Fide de
viant, & errore Paganorum involvuntur, cam aliquid divinitatis aut
numinis extra unum Deum arbitrantur.
I6o O s s E R v A z I o N E CV.
come ad evidenza nel citato luogo ſi è provato, e che dall'Au
tore del Canone vien conſiderata per coſa puramente immaginaria,
e ideale, che ſente del gentileſimo, e il creder la quale da grave
colpa non vada diſgiunto. Qui talia, ci his ſimilia credit, fidem
perdit; & qui fidem retiam in Domino non babet, hic non eſt eus,
ſed illius, in quem credit, id eſt Diaboli. Tanto ſcrive della Strego
neria queſt'Autore, ma tanto non diſſe già della Magia. Molte co
ſe e nel detto Trattato, e in queſta Riſpoſta ancora nelle oſſerva
zioni LVI. LVIII. LIx. Lx LXIV. LXXIV, ſi ſono dette per far ol
ſervare la differenza ben grande di queſte due profeſſioni, ma pu
re tanta è l'importanza di queſto punto, e tanto a me preme,
che nel ſuo maggior lume ſia poſto, che non dovrà parer ſover,
chio a miei Leggitori, ſe qualche parola aggiungerò qui di nuovo
per meglio ſtabilirlo. - -

S. Giovanni Damaſceno non negava certamente gli effetti della


Magia Diabolica nè pur dopo l'Incarnazione del Verbo. Parlando
egli nel libretto De Hareſibus di quel Marco eretico, di cui tratta
diffuſamente S. Ireneo nel Lib, 1. cap. 13. contra Haereſes, e che ſi
credeva aveſſe famigliarità col Demonio, così ſcrive: Hic & duo
principia inducebat, º carnis reſurrettionem negabat. Quum vero
magicis verbis ita oculorum actem perſtringeret, ut res, qua per phia
las videbantur, in ceruleum colorem ac purpureum verteret, mulieres
deceptas ſacris ſuis initiabat. Nientedimeno queſto ſteſſo Padre In
un frammento De Draconibus, o strgibus, pubblicato per la pri,
ma volta dal P. Le Quien nel Tom. I. pag. 471. dell'opere del
Santo, in queſta guiſa ragiona: Quidam ex indoctioribus, ineptiori
buſque narrant, Stryges eſſe mulieres, que & Geludes ( leggerei Gel
fones, o Gillones ) dicantur. Eas autem per aerem conſpici fabulan
tur, dunque circumeunt domum, nequaquam foribus, ci clauſuris pro
hiberi, ſed januis diligenter clauſis ingredi, o pueros ſuffocare. Quin
etiam ajunt hepar infantium vorare, o omne ex quo habitudo corpo
ris illorum conſtat, inſuper ci vita terminos definire. Atgue bec qui
dem aſſeverant alii ſe vidiſſe, audiiſe alii, quomodo nempe occluſis fo
ribus domos ingrediantur cum corpore, vel nuda ſaltem anima. Con
ſode ragioni ſi fa egli a confutare così ſtrana pazzia, indi ſoggiun
ge immediatamente: Atgui hac quidem ha retici, qui contraria Eccle
ſie Catholica placita tenent, nugando narrant, quo ſimpliciores aver
tant a retta ſententia. Notabiliſſimo paſſo ſi è queſto, di cui uſo
avrei fatto nel Lib. 1. cap. 2. del congreſſo Notturno, ſe allora mi
foſſe caduto ſotto agli occhi. Ecco qual era nell'ottavo ſecolo la
volgar opinione dei Greci intorno alla Stregheria, cd ecco qual
giudizio ne formò il i" dotto, e il più illuſtre Padre di quel
tempo. Nulla di più ho voluto negar io nel mentovato mio Trat
tato. Faciliſſimo ſarebbe ſtato a queſto granTeologo il dire, che a
tor
O s s E R v A z 1 o N E CV. I6 I
torto veramente ſupponeaſi, che le Streghe entraſſero a porte chiu
ſe nelle caſe altrui, poichè il Demonio le apriva, ma che per al
tro pur troppo era vera la ſoſtanza del fatto, onde biſognava an
dare in cerca di tali femmine, e farle morire. A Teologi moder
ni laſciò egli così fatte interpetrazioni, e dottrine, e ben cono
ſcendo la vera ſorgente di ſimili moſtruoſità, ſenza tanto diſtin
guere, pronunziò, che bac quidem ha retici, qui contraria Eccleſia
Catholica placita tenent, nugando narrant, quo ſimpliciores avertant
a retta ſententia. Di qui raccolgano i Delriiſti, ed altri cervelli
riottoſi, ne quali più agevolmente la preſunzione, i litigi, e l'at
. tacco alla propria ſcuola, che il diſcernimento, e l'amore per la
verità alloggiano, quale applauſo avrebbe fatto S. Giovanni Dama
ſceno alle Diſquiſizioni Magiche. Riflettano per lo contrario gl'im
pugnatori della Magia Diabolica, che concetto avrebbe formato
del loro ſiſtema; ed imparino finalmente e gli uni, e gli altri quan
to diverſe, quanto differenti, anzi quanto tra loro contrarie coſe
fieno MAGIA, e STREGONERIA. -

Ne credaſi già, che i ſoli Graziano, e Damaſceno sì chiaramen


le
te cotali profeſſioni diſtinguefiero. Entrano in queſto ruolo Igna
zio Diacono, Niceforo Calliſto, Reginone, Burcardo, Ivone, Giovanni
i -
Sariſburienſe, Vincenzo Belvacenſe, Raimondo de Pennaforti, Raterio
Veſcovo di Verona, Giovanni Manſionario pur di Verona, Giacopo
Taſſavanti, Aſteſano d'Aſti, Angelo da Chivaſſo, e tutti quelli ſcrit
tori, che nel Lib. 1. del Congreſſo Notturno in propoſito della bri
ta di Diana ſono ſtati addotti : mentre ſe i medeſimi non nega
rono la Magia Diabolica, come in fatti niuno proverà, che la ne.
gaſ ro: ſe la detta brigata è una coſa medeſima colla noſtra Stre
gheria, come ſi è provato: e ſe per fine negarono eſſi la realità
di queſta brigata, riguardandola come un puro lavoro di fantaſia;
biſogna ben credere, che tralla Stregheria, e la Magia gran diffe
renza faceſſero. Lo ſteſſo dicaſi de molti autori nel Lib. 3. Cap. 14.
dell'accennato congreſſo citati. Niuno di loro negò la Magia: tutti
la Stregheria concordemente negarono. Dunque non ebbero per lo
ſteſſo queſte due ſette.

XV. Da tutto il fin qui detto ben'appariſce quanto


lontano dalla verità, quanto contrario agl'inſtituti del
la Chieſa, e quanto avverſo all'autorità più ſacroſan
te ſia il volgar grido di queſta ſognata arte Magica ,
e quanto danno potrebbe inferire alla cattolica e ſana
dottrina, e alla regolata devozion de Criſtiani il la
ſciar correre, e il favorire opinioni così bizarre.
X OS
º

I 62 O s s E R v A z I o N E CVI.

o S S E R v Az I o N E CVI.
S",Padri,
l'opinioni comuni tra Teologi, accordate da tutti i ſanti
preſcritte da ſacri Canoni, inſegnate da Sommi Ponte
fici, e fondate ſopra la Sacra Scrittura, eſſer poteſſero opinioni
bizzarre, lontane dalla verità, e pregiudiziali alla regolata devozion
de criſtiani; aſſai male avrebbe proveduto Criſto alla ſua Chieſa .
Egli la avrebbe laſciata in mano di maeſtri ineſperti, e fallaci ,
che ſenza avvederſi, la guiderebbero in errori contrari all'autorità
più ſacroſante, e dannoſi alla cattolica, e ſana dottrina. Se gl'inſe
gnamenti di tutti coſtoro così uniformi, e così d'accordo , come
gli abbiamo fin qui trovati intorno al punto della Magia Diaboli
ea, pure vani poſſono eſſere, e ridicoli i qual dottrina non dirò
de Teologi, e del Padri, ma della ſteſſa Chieſa Cattolica ſarà più
in ſicuro, qual punto non potrà rivocarſi in dubbio, anzi aperta
mente negarſi? Non badò certamente il Sig. Marcheſe alle cattive
conſeguenze, che da queſto ſuo aſſunto derivanſi: per altro ſon
certo, ch'egli l'avrebbe di buona voglia abbandonato. Inſegnò S.
Leone Magno, che non biſogna temer l'ira de Demoni, nè ſtudiare
ſi di placargli, non già perchè non poſſano nuocerci, ma perchè
abbiamo un gran protettore, ch'è Gesù Criſto, il quale può da
uelli difenderci, nè ſiamo in iſtato d'accarezzargli, ma piuttoſto
d'atterrirgli. Per altro ci atteſta S. Ambroſio, " majora, perni
cioſioraque tentamenta, quibus anima in bac vita impugnatur, Daemo
num illuſiones, Magorumque, ac Tythonum praeſtigia omnium conſenſu
eſtimantur. Chi per render forte, e ben proveduto il Criſtiano
contra una sì gran tentazione, ſi faceſſe a dare ad intendere, chi
ella è una favola del volgo, un'opinione ſognata, una coſa da ri
derſi, non tradirebbe egli i Fedeli, coprendo a loro occhi un pe
ricolo, che pur debbono temere, e rendendo nello ſteſſo tempo
più valido, e ſicuro il loro avverſario, coll'accertargli di non a
verlo? Se il Sig. Marcheſe andrà facendo ſimili rifleſſioni , io mi
perſuado, che colla ſua bella mente ben preſto diſcernerà qual ſia
quell'opinion bizzarra, lontana dalla verità, e contraria agl' iſtituti
della Chieſa, il laſciar correr la quale gran danno potrebbe inferire
alla cattolica e ſana dottrina, e alla regolata devozion de Criſtiani.

Leggeſi nel libro : Che diremo de'Folletti, prodigio sì


notorio, e comune ? maraviglia è l'eſſer prodigio, e co
700M/70 e
O s S E R v A z I o N E GV II. I63

O S S E R V A Z I O N E CV II.

On comprendo la forza di queſto avvertimento gramaticale.


Il Vocabolario della Cruſca definiſce così la voce Prodigio :
coſa inſolita nell'ordine conſueto della natura, che anche ſpeſſo ſi pren
de per coſa inſolita aſſolutamente, e talora per ſegno di coſa futura .
I Folletti non ſolo ſon coſa inſolita nell'ordine conſueto della na
tura, ma ſon coſa affatto ſoprannaturale. Sono dunque un prodi
gio. Queſto prodigio però non è già accaduto una volta ſola, ed
in un luogo ſolo, ma in più e più, coſicchè, come immediata
mente ſegue nel libro, non v'ha città, che più eſempi non poſſa
ſomminiſtrarne. Son dunque ancora coſa comune. Comune dico
quanto all'evento, poichè in moltiſſimi luoghi è accaduta, e più
biº
comune poi quanto alla cognizione, mentre è nota a ciaſchedu
i no, ſe non per averla veduta co propri occhi, almeno per averla

inteſa da perſone degne di fede, che ne ſono ſtate ſpettatrici .
Perchè dunque non potrà dirſi prodigio comune? Forſe prodigio può
ſolo appellarſi ciò, ch'è nuovo, e non più udito? Ma non dice la
Cruſca, che prodigio è ancora ciò , ch'è inſolito nell' ordine con
ſueto della natura, benchè non ſia nè nuovo, nè inaudito? E' un
prodigio anche l'effetto della calamita, non eſſendo conſueto, che
le pietre tirino a sè i metalli, pure perch'è noto a tutti, non er
rerebbe punto chi lo chiamaſſe un prodigio comune. L' etimologia
della voce, ch'è Latina, non è niente contraria a queſta ſignifica
zione. Tutti i Gramatici convengono, che Prodigium è un fatto,
il qual preſagiſce coſa futura. Cicerone nel Lib. 2. S. 3. De natura
Deorum, Feſto in v. Prodigia, S. Agoſtino De Civitate Dei Lib. 21.
Cap. 8. e Iſidoro Originum Lib. II. Cap. 3. lo derivano a pradicendo ,
o porro dicendo, quaſi prodicium, quod futura pradicat ; e Varrone
preſſo Servio AEneid. III. 366. quod porro dirigat : ma Nonio Mar
cello cap. 5. lo fa compoſto da pro, o porro, e ago, quaſi porro adi
gendum ; onde vuole, che Trodigium ſemper peſſimum ſit. Il Voſio
nell'Etimologico in v. Monſtrum, abbraccia queſt'ultima derivazione
ſul fondamento, che ſe prodigium foſſe quaſi prodicium, dovrebbe
aver la ſeconda lunga , a che però ſi potrebbe opporre, che ſe
prodigium foſſe prodagium, quod porro agatur, cioè depellatura, non
dovrebbe mai prenderſi ſe non in mala parte, come appunto pre
tende Nonio, che chiama i prodigi Deorum mine, ci ira ; e pure
abbiamo in Plinio Lib. II. Cap. 37. letum prodigium, e nello ſteſſo
ſenſo lo usò Virgilio AEneid. V. 639. ove Servio : Ecce , Prodigium
de bono. Ora queſti fatti, che giuſta le ſuperſtizioni de Gentili
annunziavano l'avvenire, non reſtavano già d'eſſer f" perchè
ſovente accadeſſero. De Prodigiis tra gli antichi ſcriſſe un libro
- X ij Gtu
I64 O s s E R v A z I o N E C VII.
Giulio oſſequente, che in buona parte abbiamo, e tra queſti han
luogo le meteore, i moſtri, i turbini, gl'incendi, i tremuoti, e
ſopra tutto i fulmini, del quali qual coſa è più comune? Per pro
digio vi ſi computa, che nel Campidoglio, e per Roma ſi foſſe
udito un barbaggiani, che la notte ſi foſſero ſentiti del cani a ur
lare, che foſſe venuto a porſi ſul colmo di certa caſa uno ſcia
me d'api, e fino , che i ratti aveſſero corroſe dell' olive ſulla
menſa di Giove. Si vede però, che la voce Prodigio nè da Lati
ni, nè dagl'Italiani fu riſtretta a ſignificar ſolamente coſa affatto
nuova e inaudita, come par voglia il Cenſore, anzi Lodovico La
vatero De ſpettris Part. I cap. 1. la ſpiegò i Quod etſi naturaliter
fit, ac ſape evenit, ſemper tamen aliquid praſagit mali, quaſi porro
agendum; e Plinio nel Lib. 8. Cap. 45. diſſe : Eft frequens in prodi.
giis priſcorum, bovem locutum . Torno a dire, ſe il Sig. Marcheſe
non ſi ſpiega meglio, io certamente rimarrò col rincreſcimento,
e collo ſvantaggio d'avere errato, ſenza conoſcere il mio er
rore,

Segue : non v'ba Città, per non dir Villaggio, che più
eſempi non poſſa ſomminiſtrarne. Ma paeſi io certo ho ve
duto non pochi, anni conto non meno di 74 curioſo
ſono ſtato anche in queſto forſe più del biſogno; e in
tanta abbondanza niun prodigio di queſto genere m'è
avvenuto mai d'incontrare; e niuno averne incontrato
mai mi aſſerì già più d'un ſavio Inquiſitore ſtati lun
ghiſſimo tempo in ufizio. Molti e molti creduti e pre
teſi Folletti mi ſono bensì paſſati per le mani in lac
che, cavalli, armi, parucche, carte, caſe, e che ſo
io, ma gli ho trovati ſempre, e fatti conoſcer va
Il le ,

O S S E R V A Z I O N E C VIII.

E il Sig. Marcheſe non vuol dar fede in queſto fatto ſe non


a quanto egli ſteſſo, e qualche Inquiſitore ſtato lungamente
in uffizio, ha veduto, troppe coſe gli converrà negare. Se non ſi
è mai incontrato egli in alcun Folletto, vi s'incontrò Eſperio
preſſo S. Agoſtino Lib. 2 2. Cap. 8. De Civitate Dei, vi s'incontrò
Dazio Veſcovo di Milano preſſo S. Gregorio nel Dialoghi Lib. 3.
Cap. 4 e vi s'incontrarono infiniti sì nelle paſſate, che nella pre
ſente età, de quali è ſoverchio far qui catalogo . Noi abbiamo
fre
O s s E R V A Z I o N E CV III. 165
freſca la memoria di tre, cioè del Caliano, di Ala, e d'Iſera ,
terre tutte poco diſcoſte da Rovereto. Non ſo, ſe del primo ſia
più vivo alcun teſtimonio di viſta : ſo bene, che non mancano
degli altri due, ſpezialmente del terzo, di cui oltre a molte perſone
della città, tutta ſi può dire la villa fu ſpettatrice. Ho eſaminato
alcuna di queſte perſone, e mi parrebbe di non dover mai più
creder nulla di quanto viene dagli uomini aſſerito, quando ſimil
fatto non credeſſi. Non mi ſento di donar tanto agli occhi pro
pri, e sì poco agli altrui, ch'io poſſa indurmi a ſpacciar per fa
vole, coſe accadute alla preſenza di tanti, e di bel mezzo gior
no, quantunque io non foſſi preſente. Se il Sig. Marcheſe s'ab
batteſe ad eſſere ſpettatore di qualche ſimile accidente, indi ac
certaſſe gli amici ſuoi d'aver veduto co propri occhi, non pre
tenderebbe egli d eſſer creduto? Io lo prego ſpiegarmi la ragione,
perchè dovrebbe eſſer creduto il veder ſuo, e non lo debba quel
r l lo d'un altro. Una perſona di ſpirito, che non ſolo alla Magia
Diabolica, ma a coſe di maggior conſeguenza nulla credeva , ri
chieſta da me, che coſa direbbe, quando a cagion d'eſempio ſi
trovaſſe preſente ad un vero Oſſeſſo, ad un vero Folletto, o altra
coſa ſomigliante; mi riſpoſe francamente, che inclinerebbe a cre
dere d'aver per allora traveduto . Ecco dove finalmente conduce
il negar ſenza fondamento la verità de fatti. Se non crediamo a
gli altri, che non ſon da meno di noi, non poſſiamo credere ne
pure a noi ſteſſi. Strana regola di nuova Arte Storica è ben co
teſta, e ſe prendeſſe piede, i Pirroniſti avrebbero vinta la cauſa .
Più ſtrano però, e più nuovo ſembrerà forſe l'argomento di un
-
altro moderno perſecutore dell'Arte Magica. Non ſolo niega que
-
ſti d'eſſere ſtato giammai ſpettatore o di Folletti, o di fatti magici
º di qualunque genere, che pur potrebbe eſſere, e gran maraviglia
non ſarebbe, ma paſſa più avanti, e s'avanza fino a dire, che di
ſimili fatti da diciaſſette ſecoli in qua niuno ſcrittore ha fatto
menzione : Da quel tempº, vale a dire, dal primo ſecolo inſino ad
oggi, non più tedeſi da buon Autore narrarſi forza di Magia , o al
cun sortile o eſeguito i non piu vedeſi in campo il Principe delle te.
nebre ſollecito a giovare a ſuoi ſeguaci. Non più lo vediamo ſotto la
penna di buozi Scrittori Gentili, Eretici, o Cattolici . Non evvi ſto
ria, che in n..ile e ſettecentº anni ci narri un colpo dal Demonio ripa
rato ad un ſuo ſega-ce; noi uomo dal Demonio ubbidito a forza d'in
canteſimi; un fa ciullo ucciſo per forza di ſortilegi da un altrº uomo,
una tempeſta eccitata o nel mare, o nel cielo da alcun uomo per forza
diabolica. Che pericoloſa coſa ſono i libri a chi gli legge per ſa
pere la verita!
Ma ritornando al buon uſo, che della Fede Umana è neceſſario
di fare, è veriſſimo, ch ella e fallace, e ſoggetta all'errore : si
S
I66 O s s E R v A z I o N E CV III.
gli uomini ingannano, perchè ſono ingannati, e perchè vogliono
ingannare; e che chi è troppo facile a credere, è anche troppo
facile a errare. Nientedimeno ci ſono de'fatti e antichi , e mo
derni, da sì gran numero di teſtimoni, diverſi per altro di paeſe,
di religione, e d'iſtituto confermati, che ſenza fare una grave in
giuria alla ragione, non ſi potrebbero mettere in dubbio . Le co
fe di fatto, non ſono come le coſe naturali, che hanno un or.
dine ſtabile, e fermo. Elleno ſono variabili, e tanto poſſono eſ.
ſere in un modo, quanto nell'altro. Meno poi godono il privile
gio di quelle poche, che non ſolo ſon ſempre ad un modo, ma
diverſamente non potrebbero da noi immaginarſi - Siam dunque
privi in queſto genere di coſe e della Certezza Fiſica, e della Me
tafiſica. Che altra Certezza adunque rimane, che la Morale? E la
Certezza Morale ſopra che altro è ella fondata, che ſopra la te
ſtimonianza degli uomini? Non poſſono queſti eſſere ſtati preſenti
a tutto, nè di tutto eſſerſi eglino ſteſſi accertati co propri ſenſi.
Se nulla pertanto, o troppo poco, donar voleſſero a ſenſi altrui,
tutto ſi ſconvolgerebbe, anzi diſtruggerebbeſi l'ordine delle coſe
civili: poichè intanto la ſocietà degli uomini ſuſſiſte, in quanto
gli uomini ſi credono l'un l'altro; nè ad altro fine nell'animo no
ſtro ſembra aver inneſtato la natura un'occulta inclinazione al cre
derſi, ſe non perchè ſenza queſto la ſocietà umana ſarebbe ſtata
affatto ſimile a quella delle beſtie. Ottimamente però S. Giovanni
Griſoſtomo nel libro Contra Gentiles : Quod vetera ea, que nos audi
tu accepimus, non minori fide digna ſint, quam que praeſentia ſunt, c
quae ipſi videmus, id certe omnes fateantur, niſi ſi qui forte ſtupidi, ac
delirantes fuerint. E il dottiſſimo Melchior Cano nel Lib. 11. Cap. 4.
De Locis Theologicis : Qui humanam fidem ex hominum animis evellere
conantur, ii non ſolum ſtulti ſunt, ſed gigantum more cum Diis bellant,
hoc eſt cum natura pugnant. An vero quicquam tam puerile , ci ſtul
tum dici poteſt, quam ſi ea, que viderunt alii, negemus eſse, qui ipſi
non vidimus ? Si ha ragione di non credere alla cieca , quando ſi
crede a chi poteva ingannarſi, ed è ben lecito ricercare certe quali
tà in quel teſtimoni, che non eſſendo niente più di noi, pure pre
tendono obbligare il noſtro aſſenſo. Quando però queſte qualità
vengano aſſegnate, come appunto accade nel fatto della Magia, bi
ſogna finalmente o arrenderſi, o rinunziare alla Fede Umana, ch è
quanto dire alla vita civile, ed alla ſteſſa natura. Con molto rigo
re al certo eſaminò l'eſtenſione del Pirroniſmo ſopra le coſe di fat
to il Sig. Guglielmo Bierlingio nella ſua Commentatio de Tyrrhoniſmo
Hiſtorico, e per grande, ch'egli trovaſſe queſta eſtenſione, pure non
potè a meno di non confeſſare (cap. 1. S. 7.) che ſi res ejus ſit ge
neris, ut illi, qui eam poſteritati tradunt, non facile falli potuerint: ſi bo
mines non vani aut ſuperſtitioſi ſe aliquid vidiſe, audiviſie, diligen
tir
O s s E R V A z I o N E C IX. 167
nr exploraſse teſtertur : ſi nullam ex fide, quam iis habent alii, utili
tan trahant, aut etiam ſummum adeant periculum , dum teſtimonium
patient, quod periculum effugerent ſuo ſilentio : ſi teſtium numerus ſit
agliar, o in precipuis circumſtantiis conſentiat : ſi hac, inquam, o
aria vel plurima eorum concurrant, ſane non perſpicio, quare tali de
rius geſtis teſtimonio adſenſum aliquis denegare velit, vel nolit, qua
, si narrantur, pro hiſtorice certis atque demonſtratis admittere - Merita
cervazione, che queſto Scrittore, come appariſce dal cap.1. S. 8.
Nata (e) della ſteſſa Opera, poca fede aveva alla Magia Diaboli
la, per diſtrugger l'opinion della quale ſembra appunto piantato
che il preſente aſſioma. Nientedimeno, ſe noi lo applicheremo
autorità per modo d'eſempio di Galeno, addotta nell'oſſerv. XV.
, e quell'Autore riconoſce l'effetto degl'incanteſimi, troveremo ,
e li gode appunto le condizioni, che qui voglionfi neceſſarie
per ben accertare un fatto.

Una ſpezie malizioſa ſe ne vanta, che s'innamora


le belle giovani, e poi tutt'al contrario ſi vuole ,
se le Streghe ſien tutte vecchie. Quanto non ſareb
deſiderabile lo ſgombrare dell'immaginazion del po
olo tante pazzie, che con la ſana credenza, e con
ſoda pietà mal poſſono accoppiarſi. -

O S S E R V A Z I O N E CI X.

Ura ſoſtanza ſpirituale priva de ſenſi eſſendo il Demonio, non


può certamente da alcuna coſa ſenſibile eſſere allettato, e co
i non dee crederſi, che nè delle belle, nè delle brutte giovani e
i s'innamori. Con tutto queſto però non vorrei ridermi di ſi
i fatto, come fa qui il Sig. Marcheſe. Al vedere una giovane,
2 º altri s'innamori di lei, è facile, ch'ella entri in opinione d'
- eſe: bella, o almeno d'avere delle qualità molto amabili , cd è
si più facile, che da tal opinione paſſi ad eſſer vana, e ſuper
Faſtus ineſt pulchris, ſequiturque ſuperbia formam.
bb egli pertanto gran maraviglia, che il Demonio tentaſſe di
rivertire e corrompere qualche animo ben regolato " queſto
verſo? Corſe già opinione tra Filoſofi, paſſata poi a Padri antichi
e la Chieſa, che gli Angeli foſſero corporei. Una ſentenza ſimi
º, ſe non ſarebbe ora ereſia, ſarebbe ſicuramente un errore aſſai
oſtruoſo. Queſti ſcherzi diabolici, e queſta finta parzialità ver
º le zittelle, non è ella molto acconcia per radicar nell'animo
CO
168 O s s e R v A z I o N E CIX.
così fatto errore, e per ravvivare, e render probabile un altro
già ſepolto, cioè, che gli Angeli prima del diluvio aveſſero car
mal commercio colle femmine, il quale da S. Filaſtrio De Hareſi
bus cap. 1o8. tra l' ereſie vien computato ? C' inſegna ancora la
Fede, che i Demoni tutti dopo la colpa, hanno da Dio ricevuto
il gaſtigo, e la pena, la qual portano tuttavia, e porteranno in
eterno, eſſendo per ſempre miſeri, e dannati º che tendonº ini
die all'uomo,
amore, lo perſeguitano,
l'uſar ſervitù alle donne,e ill'odiano
ridere, a ilmorte. Ma il ſon
ſollazzarſi, far ale
glino contraſſegni d'infelicità, e di tormento, d'odio, e di mal a
nimo verſo gli uomini? Tali dimoſtrazioni non ſono elle atte a far
credere, che la Fede ci tradiſca, che all'Inferno non ſi ſtia sì ma
le, come i dogmi Cattolici inſegnano, e che i Demoni non ſeno
ſpiriti così maligni e perverſi, come vien ſuppoſto? Ecco per quan
ti motivi il Demonio, che del noſtri errori ſi paſce, può di queſte
apparenti ſcene dilettarſi . Leggo in Lattanzio Firmiano Divinarum
Inſtitutionum Lib. 2. cap. 15. che adharent ſinguli bominibus, 6 -
mnes oſtiatim domos occupant, ac ſibi Geniorum nomen aſſumunt. Leg.
go in Caſſiano diſcepolo di S. Gio: Griſoſtomo collat. 7. cap. 32.
che nonnullos immundorum spirituum ita ſeduttores, cy joculatore
eſse manifeſlum eſt, ut certa quadam loca, ſeu vias jugiter obſidente,
nequaquam tormentis eorum, quos practereuntes potuerunt decipere, de
lettentur; ſed de riſu tantummodo, ci illuſione contenti , fatigare coi
potius ſtudeant, quam nocere. E leggo per fine nel dottiſſimo Gian
franceſco Pico Mirandolano De rerum Pramotione Lib. 7. cap.4 che
ſunt & qui autument, Damones alios in feminarum amorem ardere ,
quaſi carnei ſint, aut ſuapte natura ſenſibus oblettari poſſimt , o com
miſceri. Amant ſane, ardent, depereunt infelicitatem animarum, quas
mt facilius fallant, ſe captos amore mentiuntur, ut liberius interrºga
ripoſint, ci honeſta quapiam ſuadentes, ut videantur amici, illos mor
hamo interjetto quaſi captos piſces inferni litoribus allidere. Giorgio Pre
te ſcrittore del VII ſecolo, nella Vita di S. Teodoro Archiman
drita preſſo Lorenzo Surio a 22. d aprile, atteſta d'una caſa, in cui
quum domeſtici pranderent, aut canarent, lapides (non eſprime , ſe
foſſero vere pietre, o apparenti) ſuper menſas jaciebantur : & mu
lierum tele rumpebantur, º tanta murium & ſerpentium multitudo
domum occupabat, utpra formidine in eam ingredi nemo auderet . D
altri ſimili fatti fa menzione S. Gregorio Magno, e S. Agoſtino ne
luoghi poco fa accennati. Il mentovato Giorgio ſoggiunge , che
domum Dei ſervus (Theodorus) ingreſſus, totam notiem pſallendo,
& Deum obſecrando traduxit s & aqua , cui benedixerat , totan
domum aſpergens, eam a Spiritibus immundis libera vit. Anche S. A
3oſtino atteſta, che perrexit unus (Presbyter) obtulit ibi ſacrificium
CºPoris Chriſti, orans quantum potuit, ut ceſaret illa vexatio : Deo
pro
O s s E R v A z 1 o N E CIX. 169
protinus miſerante ceſſavit. La veſſazione conſiſteva in moleſtie, che
gl'immondi Spiriti davano a famigli di caſa, ed agli animali, il
che mi fa ſovvenire d'altro paſſo d'Origene contra Celſum Lib. 7.
Num 67. ove così ſcrive : Tantum abeſt ut cultum Daemonibus defe
ramus, ut etiam illos & precibus, ci aliis modis, quos Scriptura ſa
cre nobis ſuppeditant, egiciamus ex hominum animabus, ex locis ubi
conſidunt, aliquando etiam ex animantium corporibus. Sape enim quae,
dam Daemones faciunt, que etiam animantibus perniciem afferant. Se
dunque tanti eccellenti ſcrittori, tanti Padri, anche vicini a tem
pi Apoſtolici, non ſi riſero di queſte coſe , ſe l'antica Chieſa
non col farſene beffe, ma co rimedi ſpirituali tentò la guarigione
di queſto male, perchè dovremo ridercene noi ? con la ſana cre
denza, e con la ſoda pietà non è egli più difficile accoppiare il
dar titolo di pazzie, e mettere in canzone fatti da tanti, e sì ri
ſpettabili autori confermati, che il credergli poſſibili, giacchè fu
rono una volta, e il credergli anche attuali, allorchè i teſtimoni
lo meritino ? -

Il Sig. Barone Valeriano Malfatti ben ſapendo quante e quali me


morie abbiamo qua intorno circa i Folletti, non gli negò vera
mente nella già mentovata Diſſertazione : bensì alle bizzarre , e
ſtravaganti operazioni di quelli riflettendo, le quali da un giurato
nemico degli uomini, qual è il Demonio, non pare debbano a
ſpettarſi, credette di poter conghietturare, che ſieno forſe viventi
ragionevoli d'una ſpezie e da Demoni, e dagli uomini diverſa , i
quali di ſottile, e inviſibil corpo veſtiti, nell' aria d' ordinario a
bitino, ma alcuna volta poi facciano qualche ſcorſa ſulla noſtra
terra. Noi non ſappiamo (dice egli ) di quante ſpezie ſieno le crea
ture inviſibili, che Iddio ha create , e dalle quali poſſono proceder
molte apparenze, e fantaſmi, con altre coſe, che non intendiamo .
Circa i Folletti maſſimamente, non poſſo perſuadermi, che ſieno di que”
Demonj, che Gesù Criſto Redentor noſtro confinº, e incatenò negli a
biſſi ; mentre ſiccome all'eterno Padre, e Creatore di tutto l'univerſo
piacque d'adornar la noſtra terra di tante differenti ſpezie di viventi,
a quali, ſecondo la loro differente coſtituzione, giova di ſpirare un'aria
più, o meno groſſa, e miſta di vapori, ed eſalazioni di queſto globo;
perchè non può egli con egual maeſtria averne creati degli altri , a
quali ſia più confacente d'abitar ſopra la noſtra atmosfera per reſpi
rarla affatto pura, e ſottile, e più conveniente al loro dilicato, e te
nero corpo, e che quaggiù qualche volta s'attuffino, come noi ſteſſi, e
ordinariamente gli anfibi fanno nell'acqua? Queſte creature poſſono poi
cagionar beniſſimo le varie apparenze, e gli ſtravaganti effetti, che alla
lor natura convengono, e de quali indarno cerchiam la ragione nell'
Inferno. A chi ſtrano, e a chi ingegnoſo ſembrerà forſe queſto
i nfa ºnto. Certa coſa è, che in bizzarria niente egli cede all'ope
-1 a
17o O ss e R v A z 1 o N E CIX.
razioni ſteſſe de'Folletti. Riſpondo però brevemente, che ſenza un
eſpreſſa neceſſità non conviene alterare l'antica, celebre, e da tutti
approvata diviſione delle ſoſtanze ragionevoli create, introducendo
ſoverchiamente cnti a tutta la buona Filoſofia, e Teologia ignoti ;
e che quanto all'operazioni del Folletti, che al Demonio non paio
no competere, tutto ſi ſpiega colle parole del Mirandolano : Ut fa
cilius fallant, ſe captos amore mentiuntur, con quello, che ſegue.

Le ingermature, che aſſicurano dalle ferite, gli a


nelli, ne quali ſi porta il Folletto, i bulletini, che
guariſcono dalla quartana, le parole, che fanno indo
vinare i numeri del lotto, lo ſtaccio, che ſi fa girare
per iſcoprir chi fece alcun furto, la cabala, che per
via di verſi e riſpoſte, finte naſcere da mentita com
binazion di parole, rivela le coſe occulte, ſon coſe
anche al dì d'oggi, o per eſtrema ſimplicità, o per
poca religione aſſai frequenti, e che ſpeſſe volte ſi
comperano a prezzo, non eſſendo mancati i Profeti
Michm. mentovati da Michea, che in pecunia divinabant . Non
aI
ſi notano in più Diari i giorni fauſti ed infauſti, co
me ſi fece un tempo con nome d' Egiziaci è Non s'
impediſce d'abitar le caſe, ſpargendo che ci ſi ſente ?
cioè a dire, che la notte ſpettri e ſtrepiti di catene le
infeſtano, altri volendo che ſieno Diavoli , ed altri
che anime di trapaſſati ; dove è mirabile, che ſiano
anime, o diavoli, ſol di notte hanno poteſtà di farſi
ſentire. E quante volte funeſte brighe maſſimamente
fra paeſani ſon nate per imputazioni , o per accuſe
fra loro dateſi di fattucchierie e
A
O S S E R V A Z I O N E CX.

Ci il male produca del male, non è maraviglia. Che male,


o bene s'immagini il volgo, ove non è, e che più attri
buiſca al Demonio, che non conviene, ancora è certo, ed è poi
più certo, che molti ſono gli artifizi, le impoſture, e le finzio
ni degli nomini ſcaltri, i quali facilmente trovano da ingannare ,
perchè v'ha chi cerca i" ingannato . Ma con tutto queſto
non ſi può mettere ogni coſa a mazzo, e negar tutto indiſtinta
monte. Non ſempre le ſuperſtizioni, e le fattucchierie forti"
effet
O s s E R V A z I o N E CX. 171
effetto, o perchè Dio nol permette, o perchè manca la fede nel
Demonio, o per altro : ma pure alcune il ſortiſcono. Non tutti
i Folletti, non tutte l'ombre, non tutti gli ſpettri ſono veri , che
a ſecondo fine ſpeſſo ſi fingono i ma nientedimeno ce ne ſono di
veriffimi, che alla malizia altrui non poſſono attribuirſi . Si danno
degli animali ſimili agli uomini ; ma ſi danno anche degli uomini .
Si trovano delle ſofiſticherie, e del paralogiſmi, i quali contraffanno
sì bene i migliori raziocini, che co più giuſti ſillogiſmi ſi ſcambie
rebbero. Che direbbe il Sig. Marcheſe di chi per queſto inferiſſe ,
che non ſi dà dimoſtrazione, non ſi dà Logica , non ſi dà verità ?
Convien diſcernere, e ſeparare : altrimenti non ſolo ſi prende per
falſo il vero, ma ſi fa anche creder vero il falſo, mentre accaden
do, che un giorno o l'altro la ſperienza comprovi uno di quel fat
ti, che ſi erano negati, e non dovevano negarſi, vengono poi cre
duti per veri anche quelli, che giuſtamente erano ſtati negati . Se
non diſtinguono i Savi, che poſſono, e debbono farlo, come di
ſtinguerà il volgo ignorante, che non vuole, e ſe voleſſe, non po
trebbe?
Quanto ſi ſoggiunge circa gli ſpettri, cioè eſſer mirabile, che ſol
di notte abbiano poteſtà di farſi ſentire, quando la coſa foſse vera
mente così, pur mirabile non ſembrerebbe a chi rifletteſse , che
vengono dal Demonio, e il Demonio nella Divina Scrittura (Epheſ.
PI. 12. Luc. XXII. 53.) chiamaſi Princeps, Rector, e Poteſtas tene
brarum. Il fatto però ſta, che dannoſi ancora degli ſpettri diurni ,
il che ora non m'affaticherò io a dimoſtrare, eſsendo già ſtato
abbondantemente provato da Demonografi . Veggaſi la Spettrologia
di Gio: Enrico Deckero, Lodovico Lavatero De Spectris Part. I Cap.
19. Martino Delrio Dſq. Magic. Lib. 2. Quaſt. 27. Sett. 2. Num. 24
ci ſeqq. Pietro Tireo De Locis in feſtis Part. 1. Cap. 1. cº 18. e Fran
ceſco Torreblanca Damonologia Lib. 2. Cap. 28. Num 6. a quali può
aggiungerſi Aleſſandro di Aleſſandro Genialium Dierum Lib. 2. Cap. 9. -
Gli Spettri nominati da Tacito, e da Plinio, del quali nell' oſſerv.
XIV ſi è parlato, erano di giorno.

Ma che dirò degli Spiriti incubi, e ſuccubi, che a


diſpetto dell'impoſſibilità, pur ſi vogliono?
O S S E R V A Z I O N E CXI.

Opochè S. Agoſtino, e S. Tommaſo, e dietro a queſti, copia


innumerabile di Dottori, non ſeppe ritrovare queſt'impoſſi
bilità, i Filoſofi Peripatetici, e i Teologi Scolaſtici non ſi ſono
mai arreſi, nè s arrenderanno giammai, perchè qualche Scrittore
Y ij an
-

172 O s s E R v A Z 1 o N E C XI.
anche di credito affermi il contrario. Vogliono, che la ſuppoſta
impoſſibilità lor ſi provi colla ragione alla mano: e la preteſa è
giuſta, poichè un'affermazione corredata di prove, non s'abbatte
con una mera negazione di quelle affatto ſpogliata . Dunque nel
congreſſo Notturno ho fatto vedere, che a torto ſi cita S. Agoſti
no in tal propoſito, quando quel gran Padre propoſe bensì la qui
ſtione, ma non la deciſe, nè ſi dichiarò apertamente: e che quan
do pure ſi foſſe egli dichiarato, i fondamenti ſuoi patiſcono repli
ca, e poſſono richiamarſi ad eſame, e moſtrarſi ancora inſuſſiſten
ti. Ho pur moſtrato, che queſt'opinion volgare attribuiſce al De
monio la forza non ſolo di muovere i corpi liquidi, ma anche i
ſolidi, ſenza la quale l'ipoteſi degl'Incubi rovinerebbe, e pure que
ſta forza ſi ſuppone bensì da Demonografi, ma non ſi prova con
cludentemente. In ſomma mi ſono ingegnato di debellare queſta
chimera coll'armi della ragione, non con aſſerzioni gratuite, men
tre quantunque ridicola, e moſtruoſa, troppo è ricca di partigia
ni, e partigiani fervidi, che ſtimerebbero ſacrilegio non ſoſtentar
la coll'ultimo sforzo dello ſpirito, perchè S. Tommaſo, Scoto, ed
altri Dottori Scolaſtici la ſoſtentarono. Con tutto queſto non ſo
quanto avrà guadagnato, nè ſe tutti ſi troveranno perſuaſi. Si è
detto nell'oſſerv. II, che lo ſcorſo anno fu abbruciata in Erbipoli
come Strega Suor Maria Renata dell'Ordine di S. Norberto. Poco
dappoi uſcì in iſtampa un Ragionamento Tedeſco, che certo P.
Gaar, il quale aveva avuto ad aſſiſterla al rogo, fece al popolo in
tale occaſione. Queſto Ragionamento fu appreſſo tradotto in Italia
no, e ſtampato in Verona, ma sì per ovviare al pregiudizio, che
alle perſone di curto intendimento recar poteva l'eſempio di co
tal morte, come ancora per amorevole iſtruzione del " Rcli
gioſo, furono con tutta carità , e moderazione aggiunte alcune
Note critiche. Il Padre in queſti giorni ha dato alle ſtampe un
aſſai riſentita Riſpoſta, in cui ſopra tutto ſi difendono gl'Incubi, e
Succubi, e ſi dice sì ben fondata eſſere cotal ſentenza, ut veren
dum ſit, ne pertinacia, ci audacia ſit ab iis diſcedere, quibus pla
cuit. R pure l'Autore non è già uno ſtivale. Se il frontiſpicio
non falla, egli è Sacroſantiae Theologia Dottor, o concionator Feſti
valis. Abbiamo anche nella nuova Teologia Morale del famoſo
P. Concina di freſco uſcita alla luce, che i Demoni uſano carnal
mente colle Streghe, e che mulieres Incubis ſubjacent, ci viri Suc
cubis, la qual chiama communem Catholicorum ſententiam ; anzi pre
tende, che le Streghe ingravidino, e partoriſcano ancora. Sarebbe
deſiderabile, che il Sig. Marcheſe col ſaper ſuo qualche rinforzo
aveſſe dato alla fiacchezza de'miei argomenti.
Mi è venuto alle mani un Trattatino Degl'Incubi, e de Succubi
di M. Venette. La materia vi è diſcuſſa con qualche ingegno, ma
noil,
-
O S S E R v A Z I o N E CX I. I 73
non quanto ſi potrebbe, anzi vi ſono degli abbagli, i quali mo
ſtrano, che l'Autore o vi s'applicò da giovane, o ſcriſſe troppo
in fretta. Il più importante, e degno d'eſſer letto, è quanto ſi dice
intorno alla quarta ricerca, cioè: Se il Demonio poſſa conſervar così
bene lo ſperma dell'uomo, da cui l'ha preſo, che poi poſſa ſervire al
le generazione, eſſendo queſto il punto principale, il qual perciò
con più lungo diſcorſo, e maggior numero d'oſſervazioni naturali
meriterebbe d'eſſer meſſo in chiaro. I noſtri buoni Teologi troppo
in fretta per verità, e ſenza la dovuta conſiderazione hanno deciſo,
che non è niente impoſſibile alla ſomma agilità, e preſtezza del De
monio il conſervare lo ſpirito, e il natural temperamento della ſo
ſtanza ſeminale. S immaginano eſſi , che quello ſteſſo Demonio,
che fu Succubo ad un uomo, e ne raccolſe lo ſperma, ſi faccia In
cubo ad una donna, ma non riflettono, che nel congreſſo notturno
delle Streghe per ogni dieci donne, non v'ha appena un uomo, e
però anche accordando loro queſta bizzarra fantaſia, gl'Incubi non
ſarebbero provveduti baſtantemente. S aggiunga, che l'azione del
Demonio come Succubo, e di luogo, e di tempo è diſtante dall'
azione del medeſimo come Incubo, onde lo ſperma umano dee ne
ceſſariamente ſentir l'aria, e in conſeguenza perdere la natural ſua
tempera, e invanire. Di fatto atteſtano le Streghe tutte, ch'egli è
freddo freddiſſimo. Ove ſon dunque gli ſpiriti, ove il calore alla
generazion neceſſario? Il Delrio molto ſi torce per ſuperare queſta
difficoltà, nè in altra guiſa ſa egli uſcirne, che col ſupporre il fat
to diverſamente, rappreſentando le faccende del congreſſo notturno
a modo ſuo, e inventando diſtinzioni a capriccio, e non fondate
ſulle depoſizioni, e proceſſi delle Streghe. Veggaſi il Lib. 2. Quaſt.
15. Num. 8. delle Diſquiſizioni Magiche.
Il Sig. Marcheſe replicherà, che ſimili opinioni, ancorchè dalla
ſemplicità religioſa comunemente adottate, pure non meritano la
pena di confutarle, e che troppo onore ſi l loro combattendole
ſeriamente. Queſte parole ſon forſe vere, ma non ſon però altro,
che parole, e quello, ch'è peggio, producono in pratica effetto
tutto contrario all'intento. Il diſprezzo da molti direttori di co
ſcienze, ed anche amminiſtratori di giuſtizia, vien preſo per ſcar
ſezza di prove, e per una tacita confeſſione d'aver torto. Di qui
naſce, che ne Fori, e più poi ne Confeſſionali, ſi ſeguita a fab
bricare ſul volgar ſuppoſto, ſi fomentano i pregiudizi popolari, e
con danno grandiſſimo dell'anime, e del corpi, in luogo di ſradi
care la malnata pianta, ſi fa riſorgere ſempre più bella, e vigo
roſa. Io per me invito i migliori ingegni ad eſaminare fondata
mente, e diſcutere colla maggiore accuratezza queſta quiſtione ,
ichè trovo buon numero di Teologi, i quali avvegnachè non
abbiano traſcurato di leggere quanto pro e contra n'è ſtato ſcrit
- to ,
I74 O s s E R V A z 1 o N E CxI.
to, pure da quello, che dalle confeſſioni ſacramentali giornalmen
te raccolgono, non ſanno perſuaderſi ( almeno per conto d'un pu
ro commercio, ſenza effetto di prole ) che ſia un fatto chimeri
co, ed al Demonio onninamente impoſſibile. Vero è bensì, che
queſti fatti conſiſtono in atteſtazioni di femminelle, e queſte atte
ſtazioni comodiſſimamente poſſono interpetrarſi nella guiſa, che s
interpetrano quelle delle Streghe. La fiſſazione negli oggetti oſce
ni, maſſime in certi temperamenti, i" talmente radicarſi, e tan
to poſſeſſo prendere nella fantaſia, che poi dormendo produca ſo
gni laidi, gli produca ſempre uguali, e con tanta vivezza e for
za, che la perſona, benchè deſta, difficilmente gli diſtingua da
un fatto vero e reale, maſſime quando provocatore di tali viſio
ni ſi voglia ſupporre il Demonio. Queſt'Incubi però, come ognun
vede, ſarebbero Incubi immaginari, e cotal commercio non con
ſiſterebbe in una vera e natural copula, il che è fuori della no
ſtra quiſtione.

Il Sig. Muratori ove tratta della Fantaſia , mette


º” però queſta con quella del Noce di Benevento, e di
ce, che opinioni sì fatte oggidì ſono in tal maniera ſcredita s
te, che non ci ha più ſe non la gente rozza, che ſe le bet
con facilità. Mi fece ridere un amico l'altra ſera, quan
do della prima parlandoſi, diſſe, che chi ciò crede, po
ca prudenza uſa, ſe ſi ammoglia
O S S E R V A Z I O N E CXII.

T Anto diſſe veramente il Sig. Muratori nel citato luogo, ma


per conto del diſcredito univerſale di ſimili opinioni, tanto
non diſſe già egli dopo aver letto il Congreſſo Notturno, mentre
nella lettera, di cui nell'oſſervazion 1. s'è fatta menzione, così me.
co ingenuamente s'eſpreſſe: Non avrei io mai immaginato, che si
pernicioſa illuſione abbracciaſſe tanto paeſe, aveſſe avuto tanti protet
tori, aveſſe cagionato tanti mali. Ha V.S. Illuſtriſſima manipolato un ſo
do ed efficace antidoto a queſta si dilatata epidemia; e però converreb
be, che queſto Libro foſſe tradotto in Tedeſco, in Unghero, e in vari
altri linguaggi, dove tuttavia dura sì pazza Opinione.
Per la ſteſſa Italia più neceſſario avrebbe forſe conſiderato il con
greſſo Notturno queſto grand'uomo, quando aveſſe avvertito, o po
tuto avvertire allora, che sì pazza opinione, la quale tanto ſente
di Gentileſimo, e che danno irreparabile, qual è la perdita della
vita, arreca al proſſimo, e vitupero eterno a Tribunali, la si
iegul
O s s E R v A z I o N E CXII. 175
ſeguitano, come una verità poco men, ch'Evangelica ci vien pro
poſta da Teologi, i quali attendono a ripurgar la Morale: che in
molti libri pur compariſcono gl'Incubi, e i Succubi generanti fi
gliuoli, i ſorbetti di carne umana, le favole del monte di Vene
re, e del Lago Norſino, i Martinelli, e le Streghe corteggiate :
che queſte Streghe in ſegno d'omaggio, Damoniorum principem ſub
ſpecie ut plurimum hirci in podice oſculantur, e che ſono ricono
ſciute fino da Geremia, il quale perchè ſucchiano il ſangue a
fanciulli, le comparò colla lammia ( animal moſtruoſo, ch'allet
ta, poi divora gli uomini ) allorchè diſſe Thren. Iv. 3. sed & la
mie nudaverunt mammam, lattaverunt catulos ſuos: filia populi mei
i crudelis quaſi ſtruthio in deſerto, e finalmente, che queſte peſti del
genere umano, ſenza badare nè a fine, nè a ravvedimento, nè a
eduzione, nè ad altre circoſtanze, che la lor colpa poſſono mi
norare, pana mortis plettenda. Degniſſimi, e celebri soggetti tanto
ſcrivono oggidì in Italia.

Che diremo del patti taciti tante volte anche nel li


bro mentovati, e ſuppoſti?
O S S E R V A Z I O N E C XIII.

On ho roſſore d'aver più volte mentovato, e ſuppoſto ciò,


che il comun conſenſo de'Teologi, i Sacri Canoni, e gli
ſteſſi Sommi Pontefici mentovano più volte, e ſuppongono . S.
Agoſtino altresì riconobbe chiaramente i Patti Taciti, allorchè nel
Lib. 2. Cap. 24. De Dottrina Chriſtiana, trattando del valore del ſe
gni, e rimedi ſuperſtizioſi, dall'aſſenſo degli uomini all'operazion
del Demonio derivò ogni effetto di quelli : Que omnia tantum va
lent, quantum praeſumtione animorum quaſi communi quadam lingua
cum Daemonibus faederata ſunt . . . - Non enim quia valebant, ani
madverſa ſunt, ſed animadvertendo atque ſervando factum eſt ut va
leremt. Et ideo diverſis diverſe proveniunt ſecundum cogitationes cº
praſumtuones ſuas. Illi enim Spiritus qui decipere volunt , talia pro
curant cuique, qualibus eum irretitum per ſuſpiciones & conſenſiones
ejus vident. Ritoccò il punto nel Lib. 2 1. Cap. 6. De civit. Dei ,
e così l'origine, e i tirocini dell'Arte Magica deſcriſſe : Ut autem
illiciantur (Daemones) ab hominibus, prius eos ipſi aſtutiſſima calli
ditate ſeducunt, vel inſpirando eorum cordibus virus occultum, vel
etiam fallacibus amicitiis apparendo, eorumque paucos diſcipulos ſuos
faciunt, plurimorumque doctores . Que pochi diſcepoli, che poi
di moltiſſimi diventano maeſtri, ſono que Maghi, che perſonal
x- mente col Demonio trattarono : i diſcepoli poi di queſti, ſegui
tam
176 O s S E R V A Z I o N E CXIII.
tando le tracce del primi, ed all'aſſiſtenza del Demonio aſſentendo,
ottengono col mezzo di quello l'intento, anche ſenza un'eſpreſſa
convenzione; il che è ciò, che Patto Tacito da Demonografi s
appella. Queſte ſteſſe dottrine ripete Graziano nel Can. Illud, quod
2 6. q. 2, e nel can. Nec mirum 26, q: 7. e ſon pur ſeguitate dagli
antichi Dottori Scolaſtici, dietro la ſcorta de quali le ammifero
poi ſenza contraſto i moderni Teologi tutti , anzi nella Coſtitu
zione celi & terra di Siſto V. leggo queſte preciſe parole : Ali
enim Geomantic, Hydromantie, Aeromantia . . . . aliiſque Sortile
giis, e superſtitionibus, non ſine Damonum ſaltem occulta ſocietate,
aut T.ACITA PACTIONE operam dare non verentur.
Con qual ragione adunque rinfaccia a me il Sig. Marcheſe gli
inſegnamenti, che ſon comuni a tutte le Scuole Criſtiane , che
l'Eccleſiaſtica ſuprema infallibil Sapienza approva , e conferma i º
che non poſſono rifiutarſi, ſenza negar inſieme i Patti Eſpreſſi,
mentre ammeſſi queſti, anche i Taciti vengono in conſeguenza ?
Negò già i Patti Eſpreſſi con Satanaſſo il Tommaſio, e per mo
ſtrarne l'inſuſſiſtenza, non ebbe roſſore di dire, che Ceſario Ci
ſtercieſe, ſcrittor favoloſo del ſecolo XIII, era ſtato il primo a
mettergli in ſcena. In così groſſi abbagli non è già capace di ca
dere la mente illuminata, e di vaſtiſſima erudizione sì ſacra, che
profana fornita del mio dottiſſimo Cenſore, nientedimeno però
negando egli la Magia Diabolica, ogni corriſpondenza , e fami
gliarità del Demonio, o vogliam dire ogni Patto non ſolo Taci
to, ma ancora Eſpreſſo è neceſſitato a negare. E pure ponendo
dall'un delati un infinito numero di Teologi, e di Dottori Sco
laſtici, aggiungerò ſolo, che nella citata Coſtituzione di Siſto V.
non men chiaro de'Taciti, ſono mentovati i Patti Eſpreſſi degli
uomini con Satanaſſo, nè già iſtoricamente, e per relazione altrui
ſe ne parla, ma in forma dottrinale, e giuſta la propria ſentenza,
così leggendoſi quivi : Alii item ſunt, qui cum morte fadus ineunt,
ei pattum faciunt cum Inferno, qui ſimiliter ad occultorum divinatio
mem, ad inveniendos theſauros, vel ad alta facinora perpetranda, etiam
EXPRESSA cum Diabolo PACTIONE fatta, in manifeſtam ſuarum
perniciem animarum, nefarias magica artis incantationes, inſtrumenta,
ci veneficia adhibent, circulos, ci diabolicos characteres deſcribunt,
Demones invocant, aut conſulunt, ab eis reſponſa petunt, aut acci
piunt, eis preces, ci turis, aut aliarum rerum ſuffimenta , ſeu fumi
gationes, aliave ſacrificia offerunt. Più evidentemente ancora i Patti
Eſpreſſi riconoſce Gregorio XV. nella Coſtituzione omnipotentis
Dei, poichè non ſolo per propria opinione ne parla egli, ma del
la Bolla ſteſſa poſſono dirſi il fondamento e il motivo, queſta in
ſomma eſſendo la ſoſtanza di eſſa : guapropter ut tam exitioſa ſce
lera a Chriſti fidelibus arceantur, gravioribus panis vindicanda duri
fhliS,
o ss e R v a z1 o s e C XIII, 177
mus. Motu itaque proprio, º ex certa ſcientia, ac matura delibera
tione moſtris, deque Apoſtolica poteſtatis plenitudine, tenore preſentium
decernimus, precipimus, 6 mandamus, ut conſtito quod aliquis P.A.
cTUM rum Diabolo fecerit, ci a fide apoſtatando, maleficiis, ſive
ſortilegits unam, ſeu plures perſonas ita la ſerit, ut ex maleficio, vel
ſortilegio mors ſecuta ſit, etiam primo lapſu, Curia ſaculari tradatur,
debitis panis puniendus ; qui vero ſimiliter apoſtatando , TACTUM
cum Diabolo, ut prafertur, fecerit, º maleficium,ſeu ſortilegium com
miſerit, licet mors ſecuta non ſit, infirmitas tamen , divortia , impo
tentia generandi, ſive animalibus, frugibus, vel aliis fruttibus da
mnum notabile provenerit ; muro claudi, ſive perpetuis carceribus in
ſancto Inquiſitionis officio, ubi ille exiſtit, fabricandis, mancipari de
beat. Come per ſuprema, e infallibile poſſa riconoſcerſi l'Autorità
Pontificia, e nello ſteſſo tempo per vano, falſo, ed un bel nulla
tenerſi ciò, che tanto aſſeverantemente ſuppone, ed inſegna, non
ſaprei io per verità sì agevolmente accordare.
Egli è ben vero però, che potrebbe ricercarſi qui, per qual ca
gione di Patti col Demonio tanto ſi parli dopo la venuta del Sal
vatore, maſſime da moderni Teologi, e dagli antichi ſcrittori, e
primi Padri della Chieſa, non ſe ne ſenta far parola. Non patteg
giava forſe allora cogli uomini Satanaſſo, e patteggia al preſente?
Ma allora, ch'era in libertà, non godeva egli dominio e poteſtà
più aſſoluta, che non gode ora incatenato, e in conſeguenza non
doveva anzi eſſere tutt'all'oppoſto? Di gran peſo ſembra a me
queſta difficoltà, a cui più volte ſeria rifleſſione ho fatta, mentre
negli ſcritti di tanti Demonografi, che ho ſcorſo, non la ho in
contrata giammai, nè lume ho ſaputo ſcoprire per appianarla. L'
erudizione, e la dottrina di coſtoro per ordinario non s'eſtende
oltre a quella de Filoſofi, e Teologi Scolaſtici, i quali non parla
rono di tal materia giuſta l'idea, che dal compleſſo degli antichi
ſcrittori Greci, e Latini ſe ne raccoglie, ma ſecondo quella, che
colla loro fantaſia ſe n'erano formata. Eglino s'immaginarono ,
che il Demonio dal Mago invocato, e a quello comparendo, di
ceſſe: Tu fa così, e così, uſa nel tal tempo, e nel tal modo quell'
erba, quella pietra, quel ſegno, quella ceremonia ec. che io poi
ti contraccambierò , facendoti inviſibile, portandoti per aria ec.
nella qual convenzione parve loro di ritrovare l'indole del Patto
de' contratti detti Innominati, facio, ut facias, ovvero do, ut fa
cias. E per vero dire, ſe guardiamo alla poſſibilità del fatto, io
non ſo ſcoprirvi ripugnanza veruna. Allorchè Satanaſſo ſi preſentò
a Criſto ſulla cima del monte per tentarlo la terza volta, oſtendit
ei ( dice l'Evangeliſta ) omnia regna mundi, ci gloriam eorum, cº
dixit ei: Hac omnia tibi dabo, ſi cadens adoraveris me. Perchè queſt'
offerta diventaſſe un vero e real Patto, mancava egli altro, si
l'
Z a11C In
178 O s s E R v A z I o N E C XIII.
aſſenſo di Criſto? E che Criſto non aſſentiſſe, nè poteſſe aſſentire,
fu egli per altro, che eſſer egli non puro uomo, ma uomo inſie
me e Dio, e per conſeguenza impeccabile? Or qual ragione v'ha
egli, la qual convinca, che il Demonio non poteſſe già, e non
poſſa tuttavia far ſimili propoſizioni ad altri uomini, e che queſti
poi, non eſſendo impeccabili, com'era Criſto, accettino l'offerta,
e ſtringano il Patto? Così adunque potè ſenza dubbio, e potrebbe
anche ora avvenir la faccenda del Patti del Maghi col Demonio;
ma così però non credo io avveniſſe giammai, nè tampoco avven
ga al preſente. La Magia non paſsò già per una piazza di traffi
co, in cui Patti , e convenzioni aveſſero luogo. Paſsò per una
ſcuola, in cui dottrine recondite, e cognizioni ſublimi s'appren
deſſero. Fu creduta uno ſtudio, com'era di fatto, non un com
mercio, e ſi ſtimò, che l'effetto di eſſa foſſe naturale, neceſſario,
e prodotto da virtù, e attività dell'applicate coſe, non da volon
tà , e malizia del Demonio. E' vero, come notò Porfirio preſſo
Euſebio nel Lib. 5. Cap. 7. De Preparat. Evang. che furono i De
moni coloro, i quali primamente inſegnarono, quibus ipſi rebus
aut delectentur, aut vinciantur, immo quibus etiam cogantur: quibus
item hoſtiis rem ſacram fieri, quos dies caveri, quam in formam ac
ſpeciem ſimulacra configurari oporteat; da che, come ben diſſe S.
Agoſtino nel Lib. 21. Cap. 6. De civit. Dei, Magica Artes, earum
que artifices extiterunt: ma con tutto queſto ſiam molto lontani
dal caſo del Patti. Queſti Demoni paſſavano per Spiriti amorevoli
e benigni, i quali a vantaggio degli uomini, loro ſvelaſſero ſe
greti importantiſſimi, e maraviglioſi, tutti però naturali, e natu
ralmente, non moralmente operanti. Non era al certo così, men
tre le preſcritte coſe nulla da sè potevano, ma pure tutto credea
ſi valeſſero, purchè debitamente, e giuſta le " e forme dall'
arcana e miſterioſa Scienza ſpiegate, s'applicaſſero. Dal canto adun
que degli uomini che altro era mai queſto, che un loro errore,
ed un'ignoranza deplorabile, e dal canto del Demonio che altro
potrebbe appellarſi, che una trappoleria, ed un inganno e Queſta è
la vera e giuſta idea dell'Arte Magica antica, niente però per mio
avviſo diverſa dalla moderna. E vaglia il vero, o gli odierni pro
feſſori di queſt'Arte natural coſa la credono cogli antichi, o la
credono ſoprannaturale. Se natural coſa la ſtimano, com'è affatto
veriſimile, mentre là tendono appunto i principi, e gl'inſegnamen
ti di quella, ſono inviluppati nello ſteſſo errore del primi, cercano
da corpi quello, che i corpi non hanno, non patteggiano già col
Demonio, ma bensì dal Demonio ſono miſeramente ingannati. Di
fatto oſſervo nella confeſſione di S. Cipriano Antiocheſe S. 14. che
l'amico Euſebio così proccura di temperar il dolore, e la diſpe
razione, in cui era caduto per aver atteſo alla Magia Diabolica:
Cy
O s s E R v A z I o N E C XIII. 179
Cypriane, ne deſperes, horum enim omnium remedium eſt, quia igno
rans feciſti. Videbaris enim tibi operibus divinis eſſe deditus, quum
Diabolo gratum faceres: dat tibi ignoratio excuſationis locum. Se ſi
ſoſſe trattato di Patti Eſpreſſi con Satanaſſo, qual luogo poteva
aver qui così fatta ſcuſa? Se poi coll'aiuto della miglior Filoſofia,
e delle Sacre Carte ſi ſono illuminati, che l'effetto vien dal De
monio, e di ciò ſi trovano intieramente perſuaſi, ma pur vi s'ar
riſchiano, aſſentendo all'operazione di quello, qual ombra, qual
veſtigio di Patto nè pur in queſt'azione ravviſaſi? A tutt'altro pen
ſano eſſi, che a fare de Patti, o a ſoſcriverſi a fatti dagli altri.
Si può ben dire, che da paſſione acciecati, per conſeguire un fine
per lo più illecito, ſi ſervano ſempre d'un illecito mezzo; e ſi
può anche dire, che in ciò meritino minor compatimento degli
antichi, che lecito, e naturale cotal mezzo ſtimavano, ma non
mai, che Patti facciano, nè convenzioni. In fatti ben s'avvide il
grande Agoſtino, che Patti nè erano queſti, nè poteano propria
mente chiamarſi, mentre nel Lib. 2. Cap. 21. De Dottrina chriſtia
na moderò l'eſpreſſione, e gli chiamò quaſi Patti: Quare iſta quo
que opiniones quibuſdam rerum ſignis humana preſumptione inſtitutis ad
eadem alla quaſi quadam cum Daemonibus patia & conventa referenda
ſunt. E nel Cap. 23. Omnes igitur artes hujuſmodi vel nugatorie, vel
noxia ſuperſtitionis, ex quadam peſtifera ſocietate hominum & Damonum,
quaſi patta qua dam infidelis & doloſe amicitia conſtituta, penitus ſunt
repudianda ci fugienda Chriſtiano. Chi diſſe, quaſi patta, confeſsò, che
veri Patti non erano. S. Gio: Griſoſtomo, che tante volte di coſe
magiche, e ſuperſtizioſe parlò, deteſtandole, e condannandole, non
mai di Patti, o convenzioni fece motto. Lo ſteſſo può dirſi d'
origene, che più ancora ne ſcriſſe, e di tant'altri antichi Padri.
Lucano nel Lib. 6. che vien citato in tal propoſito, non ſuppone
punto i Patti, ma anzi dubitando di manda, quali Patti tra gli uo
mini, e gli Dei interveniſſero giammai i il che fa piuttoſto ſenſo
contrario: -

::
------ cujus commercia patti
-
obſtritios habuere Deos?
Il mentovato S. Cipriano, ove nella Confeſſione S. 3. ſcrive: Veni et
--
iam in locum, ubi ideas transfigurationum habent Demones, per quas
-

nefarii Spiritus hominibus in impietate ſecum fadere conjuntiis mini


ſtrant: ſi vede chiaro, che prende la voce fadus figuratamente; e
di tutt'altro pure parlaſi in quel paſſo d'Iſaia XXVIII. 15. Percuſſi
mus fadus cum morte, di cum inferno fecimus pactum, benchè da
S. Tommaſo 2. 2. Qu. 95. Art. 4 a queſta materia ſia ſtato appli,
cato. Il Delrio nel Lib. 2. delle Dſquiſizioni Magiche Quaſi. 4 e nel
Lib. 5. Sett. 16. Num. 12. aggiunge ancora S. Cipriano Cartagineſe
nel Libro De duplici Martyrio; ma tal Operetta non è di quel gran
Z ij Pa
18o O s s E R v A z I o N E CXIII.
Padre, nè d'altro antico ſcrittore, e vien creduta da alcuni lavo
ro d'Eraſmo. Di Taziano è bensì l'Orazione contra Gentes, o piut
toſto contra Cracos dal medeſimo Delrio nel Lib. 1. cap. 4 quaſi.
4. citata; ma niuna menzione di Patti vi ſi trova, e colle moder
ne idee e principi interpetrò egli uno Scrittore antico, molto da
quelle lontano. Ecco tutto l'intero paſſo di Taziano: Nullus affe
ftus per occultam alterius rei diſſenſionem tollitur, nec inſanus aliquis
curatur amuletis, ut pelliculis appenſis . Damonum iſta aggreſſiones
ſunt, & qui agrotat, vel amat, vel odit, vel appetit ultionem, iſtos
ſibi auxiliatores adſciſcunt. Utuntur autem Daemones hoc artificii modo.
quemadmodum figura litterarum, 3 verſus qui inde conſcribuntur,
non per ſe poſſunt indicare quod ſcribitur, ſed hac ſibi cogitationum
ſuarum ſigna bomines conſtituerunt, ex certa ipſorum conjunctione, ita
ut ordo litterarum definitus eſt, rem intelligentes ; ſic etiam vari e ra
dices, o nervorum & oſſium adhibitio, non ſua natura aliquid efficiunt
( benchè diverſamente deſſero ad intendere i primi inſtitutori dell'
Arte Magica ) ſed tanquam elementaris inſtitutio ſunt improbitatis Dae
monum, qui ad quid ſingula valere debeant praſcripſerunt. Ubi vero
uſurpari ab hominibus viderint miniſterium vel curationem ipſorum, ſu
perveniumt, & eos ad ſervitutem ſuam redigunt. Se la moderazione
di S. Agoſtino foſſe ſtata conſervata dappoi, non s'avrebbe sì toſto
ſmarrita la vera nozione di queſto fatto. Ma ne'tempi dell'ignoran
za ſi perdette l'idea della Magia, e perduta queſta, ſi lavorò poſcia
a capriccio, e ſi preſero per proprie l'eſpreſſioni figurate degli ſcrit
tori. Di qui venne a ſtabilirſi, e farſi comune il volgar linguaggio
de' Patti, che ne Dottori Scolaſtici, e nel Moraliſti, e Caſiſti, sin su
ſinuò, e mantenne, e cui io pure sì in queſta Riſpoſta, che nel con f
greſſo Notturno ho ſeguitato. Ecco a mio credere la ragione, per
cui negli antichi autori menzion di Patti de Maghi col Demonio non
ſi ritrova, e sì frequente all'oppoſto vedeſi nel moderni. Non è, che
allora non patteggiaſſe il Demonio, e patteggi adeſſo, ma e, che in
altri tempi ſi conobbe meglio l'eſſenza della Magia, e però in par
landone que termini s'uſarono, che alla medeſima convenivano: do
ve ne tempi barbari, alle vere nozioni delle coſe, ſoſtituite le ſal
ſe, e dal capo degli uomini inventate, ſi mutò linguaggio, il che
induſſe vie maggior confuſione, ed ignoranza della coſa, benchè
queſta foſſe pur ſempre la ſteſſa. Quomodo vocati veniumt Damones,
miſi ex patto” diſſe il Binsfeldio nel ſuo Trattato De confeſſionibus
Maleficorum pag. 24. Il che è quanto dire, io non ſo comprendere, º
nè immaginarmi altro mezzo, o via di produr queſt'effetto, che
quello de Patti. Con maggior candidezza non poteva queſt'Autore
ſpiegare la ſua ignoranza in tal materia. t
Nè varrebbe punto per opporſi al fin qui detto, il far incetta d'
eſempi di perſone, che chiamato a sè il Diavolo, per aver queſta i
que
O s S E R v A z I o N E CXIII. 181
quell'altra coſa, veri Patti ſtabilirono ſeco lui, gli promiſero l'
anima, o ad altra ſimil coſa s'obbligarono i mentre tutti queſti ca
ſi ( ne quali per altro gran parte hanno le favole, e l'illuſioni ) ſo
no aſſai lontani dal noſtro. Non ſi parla qui di diſperati, che al
Demonio per impeto di l" ricorrano: ſi parla di Maghi, che
un Arte abbominevole eſercitano. Non ſi tratta di quello, che in
qualche caſo particolare abbia fatto, o poſſa fare il Demonio, che
tal facoltà ſe gli è già conceduta: ſi tratta di ciò, che ordinaria
mente fa nell'Arte Magica, e in coerenza degl'inſegnamenti, e pre
cetti di quella. Non ognuno, che ſi mette nelle mani di Satanaſſo,
è Mago, ancorchè a Maghi ricorreſſe per ottenere l'intento.
Si replicherà forſe, che nel Congreſſo Notturno, laddove differen
za aſſegnaſi tra Magia, e Stregheria, ſi dice trall'altre coſe, che nel
la Magia intervien ſempre il Demonio, e i veri Patti o Eſpreſſi, o
Taciti con quello: laddove nella Stregheria ideale è il commercio, e
vani ed immaginari i Patti: alle quali parole niun ſenſo ſembrerà
ad alcuno poſſa darſi, quando alla Magia pure i Patti ora ſi tol
gano; ma non è così. Se la propria favella, che la natura della
coſa richiede, aveſſi quivi uſato, in luogo di veri Patti, avrei
certamente dovuto dire vera famigliarità, aſſiſtenza, cooperazione,
o altra coſa tale, che queſto è quel vero, che nella Magia ricono
ſco, e nego alla Stregheria ; ma già mi ſono eſpreſſo, che il comun
linguaggio del moderni Teologi ſeguitai allora, non eſſendo io nella
diſcuſſione di queſto punto entrato. La ſteſſa interpetrazione vuol
darſi a più altri paſſi della mentovata Opera, in cui di Patti o Ta
citi, o Eſpreſſi ſi fa motto; il che per togliere ogni altercazione, e
guerra di parole, neceſſario m' è paruto in queſto luogo di avver
tire.

Non hanno conſiderato, che ſi viene con tal'opinio


ne a far del diavolo, un Dio; perchè s'altri tre mila
miglia lontano pattuiſce per cagion d'eſempio con lui,
che tenendo un pendolo ſopra un bicchiero, debbano
batter l'ore come in ben regolato orologio, queſta ma
raviglia ſecondo loro ſuccede ſubito anche in queſta
Città, e va tal virtù in un iſtante per tutto il Mon
do, e dura ſempre. Queſto è ben altro, che portare
una Strega per aria a notturno congreſſo, il che ſu
perar le forze diaboliche ſi pretende nel libro . Que
ſto e attribuire al Demonio poco meno che immenſi
tà, e onnipotenza.
C S
182 C s s E R v A z I o N E CXIV.

o s S E R v Az I o N E CxIv.
Ual idea s'abbia del Demonio formata il Sig. Marcheſe, non
ſaprei dir io. Tertulliano nel Cap. 22. dell'Apologetico così ne
parla : Igitur momento ubique ſunt. Totus orbis illis locus a
nus eſt. Quid, ubi geratur, tam facile ſciunt quam enuntiant. S. Gi
rolamo contra Vigilantium Num. 6. ripete quaſi lo ſteſſo : Diabolus,
o Damones toto vagantur in orbe, 3 celeritate nimia ubique pre
ſentes ſunt. Sono pure ſoſtanze ſpirituali non attorniate da verun
corpo , e però da niun luogo circoſcritte : ſono ove la loro ſo
ſtanza è preſente : ſono ove penſano : ſono ove vogliono eſſere;
nè la diſtanza de luoghi può fare, che un Demonio, che ora è
qui, in un momento non ſia nella China. Qual maraviglia adun
que, che un Demonio, anche tre mila miglia lontano comunichi
in un iſtante un ſuo ſentimento ad un altro, ch'è in queſta città,
e così ad altri, che ſono altrove, e per tutto il mondo, quando
tutto il mondo illis locus unus eſt ? Qual maraviglia, che i De
moni accertati così di quanto paſſa nella loro intellettual Repub
blica, ſecondino poi cogli effetti le prave intenzioni di quelli,
che a loro ricorrono, e queſta loro aſſiſtenza duri ſempre ? Son
forſe ſoggetti a dimenticanza i Demonj, o dubbio v'ha, che nell'
ingannare, ed allontanar da Dio gli uomini, non paſſino perfetta
mente d'accordo? Che ha queſto che fare coll' Onnipotenza, e
coll'Immenſità di Dio? Quando ſi dice, che Iddio è dappertutto,
non ſi dice già, perchè in un momento poſſa eſſere in un luogo,
e nell'altro momento in un altro; ma perchè nello ſteſſo momen
to è in tutti i luoghi, e tutti gli riempie : Calum & terram ego
impleo, dicit Dominus (Jer. XXIII. 24.) perchè è la cagione efficien
te di tutto, e tutto dipende da lui non ſolo quanto alla creazione,
ma quanto ancora alla conſervazione, la quale, dirittamente penſan
do, altro non è, che una perenne, e non interrotta creazione ,
Qualunque volta ſi parli di coſa creata, val a dire di ente per par
tecipazione, limitato, e che in tanto è ente, in quanto partecipa
l'entità da Dio, com'è il Demonio , e tutte l'altre coſe fuori di
Dio; non può mai riuſcire ſe non deforme e ſproporzionata la com
parazione con Dio medeſimo, ch'è il fonte dell'eſſere, è l'ente per
eſſenza, il vero ente, l'ente infinito, l'ente immenſo, il qual per
ciò va collocato in una categoria diſtinta dagli enti creati, che ri
ſpetto a lui non hanno nè pur l'ombra di ente.
Che poi la maraviglia del pendolo ſopra il bicchiere fa ben altro,
che portare una Strega per aria a notturno congreſſo, ſi niega aperta
mente. Quello è un prodigio, che non ſupera nè le forze del De
monio, nè quelle della perſona, che in lui confida : ma queſta è
ulma
-

O s s E R V A Z I o N E CXIV. 183
una maraviglia, che ſupera forſe le forze diaboliche ; e ſupera
poi ſicuramente l'attività della Strega, poichè a quel grado di mo
to, che i Demonografi pretendono, l'individuo ſuo non potrebbe
in verun modo reſiſtere.

E che ſeguirà, ſe per certe parole, o figure altri


avrà pattuito con uno ſpirito, che venga buon tem
po, ed altri con altro che venga tempeſta?
O S S E R V A Z I O N E CXV.

Eguirà ciò, che Dio vuole, come ſegue appunto allorchè non
i Maghi dal Demonio, ma i fedeli da Dio con fervoroſe o
razioni altri dimanda pioggia, altri nello ſteſſo tempo ſereno .
Nel rimanente, che non ſolo ſopra i corpi umani, e ſopra le
piante, ma ſull'aria ancora qualche poteſtà permetta talvolta Id
dio al Demonio, lo abbiamo chiaramente da Tertulliano nell'Apo
logetico Cap. 22. Si poma, ſi fruges, neſcio quod aura latens vitium
in flore praccipitat, in germine eranimat, in pubertate convulnerat -

ac ſi cacca ratione tentatus aer peſtilentes hauſtus ſuos offundit . Più


chiaro origene contra Celſum Lib. I S. 31. Ita natura comparatum vi
detur, ut unius juſti mors (cioè di Criſto) ſponte ſuſcepta, Damones
illos averruncet, qui peſtilentia, ſterilitate, aut tempeſtatibus, aliiſque
id genus calamitatibus terras vexant. E nel Lib. 7. S. 31. Si quas hiſ
ce in rebus partes habeant Daemones, dicemus illis famem, arborum vi
tiumque ſterilitatem, immodicos calores, aeris corruptionem ad perni
ciem fruttibus afferendam, mortem que interdum animantibus, ci pe.
ſtem hominibus inferendam tribui oportere. Horum omnium autiores ſunt
Damones, qui tanquam carnifices divino quodam judicio accipiunt ali
quando hac omnia faciendi poteſtatem. S. Agoſtino De Divinatione Dac
monum S. 9. conferma lo ſteſſe : -Accipiunt enim ſape poteſtatem i
pſum aerem vitiando morbidum reddere; e meglio vien eſpreſſo nella
Benedizione delle Campane pubblicata dal P. Martene De antiquis
Eccleſiae Ritibus, di cui ſi è parlato nell'oſſerv. CII.

Il buon Padre le Brun vuol ſi attribuiſcano a patti


taciti tutti quegli effetti, de quali non ſi ſa rendere
natural ragione o quanti adunque patti taciti ſaran
no al Mondo!
– –

134 O E a 7 a z I c N E CXVI.

O S S E R V A Z I O N E C : VI.

O': zia a ſeriſci i P. Le Braa, rcr firre sir -, e lo ve


ar: ben 2 errieri: pcizze e sesso serre fare - Tere, ho
della diºco za a credere, che era ferzizzi si riscia º gam
rza - a dea fa pera La Peri risicce – e si s - che il
P. Le Ezza non fa gli era feriterezzo cerzira - , e - Poci le
vazza, gial ſerbra ce lo vºg i rappreſerziz ci - Sis Marche
ſe; rif. Eoro ict===a, ci ero i gie e seri, se sianº
cror fecero , e fa raziare. L'altra ragiore si ri- essa risio
--

re fie, che nella fa storia critica delle Prza e fare tzalº, ci ei


Opera dal S.z Marcheſe indicata, io trovo azzerro zitto l'orro,
ſto- e argomento del cap. 3. del L3. 1- fi legge - La fºzzo pao
eſſere naturale, gazzzzzzze roz ſe ne paſſa a tiarre anz saora ragiºne
fiſica. Queſta propoſizione non e ella direttamerce crecati i quelli,
che gli attribuiſce il Sig. Marcheſe? Nello ſteſso ci: pc, il Nan
4- egli ſcrive - Per riguarda un effetto come zzzzzzle , noz e i re
ceſſita il poterne eſattamente moſtrare la ragaz fiſica - Izza e si gria
de in tutto cio, co egli ha fatto, e che razzo gazzº prºdiace per le
ſole lezzi delle comunicazioni demoti, che non è pc e t- ſcºprire
le macchine tutte di quello ſi eſega:ſce ſecondo queſte leggi - gairati
ſi fa un attenzione ſeria, ſe ne riconºſcono alcune con gra z en le il
ma il piu delle volte ſiamº coſtretti a contentarci di dire - 7 az, Signo
re, ſiete mirabile in tutte le voſtre opere! Leggaſi tutto il Capitolo,
e di queſte propoſizioni ſi vedranno le prove, e troverai, con
egli al Num. 13. oſserva, che certi ſegreti, di cui alcune perſone
diffida potrebbero, ſono naturaliſſimi, e che ſi ha da aſargli ſenza
ſcrupolo, quand anche alcun Filoſofo non poteſſe ſcoprirne la ragione,
Ne! Tom. 3. Lettera 6- ſi proteſta, che non poco importa, che molti e
molti non facciano, che gli spiriti fieno l'aſilo della loro ignoranza. In
di ſoggiunge : Ecco l'ordine, chio oſſervo nella ricerca della cagione
di qualche effetto ſtupendo. Io incomincio da cio, che mi è pia cognito,
Trima dunque la cerco nell'azione de corpi; e ſe non poſſº ravviſarla,
non conchiudo per queſto, che niun corpo poſſa eſſere quella cagione, che
cerco. Diſamino, ſe ci ſia ripugnanza, che un corpo produca un tal ºf
fetto e finattantochè veduto io non abbia chiaramente, che attribuirla
non potrei alla materia, ſenza diſtruggere le cognizioni, che ho de ror
pi, ſoſpendo il mio giudizio, nè m'inoltro. Ma qualora diſcopro, che
la materia non ne può eſſere la cagione, io paſſo agli spiriti. Chi così
Penſa, e ſcrive, è egli poſſibile, che poſsa proromper giammai
nel pueril ſentimento dal Sig. Marcheſe accennato?

Egli
O s s E R v A z I o N E CXVII. 185
Egli ebbe fede alle favole della bacchetta divinato
ria, per ritrovar con eſſa i ladri, e gli omicidi, ben
che conſtaſſe poco dopo a tutta la Francia, che il pri
mo autore fu un fourbe, e che chiamato a Parigi, nul- ge, rat.
la potè mai far vedere di quanto vantava. Che qual- ".
che effetto operino ſu certi legni l'acqua in poca di- Tom .
ſtanza, e i metalli, chi ſa quanti ſiano al Mondo i
corpicelli che non ſi veggono, quanti effluvii eſcano
ſempre da i corpi naturali, e quanto mirabili, e oc
culti effetti producano, nol troverà così ſtrano,
O S S E R V A Z I O N E CXVII.

L furbo, che chiamato a Parigi, nulla potè mai far vedere di


quanto vantava, fu Giacopo Aymar . Ecco come ne parla
il P. Le Brun Tom. 2. Lib. 7. Cap. 2. Num. 6. Il ſecondo punto incon
traſtabile ſi è, che la Bacchetta non gira ſempre , e che ſovente in
queſta pratica entra la furberia, o l'illuſione . Egli è indubitato, che
in molte occaſioni non girò ella all'Aymar nè ſopra l'acqua, nè ſopra
i metalli, nè ſopra quel luogo, dove ſi eran commeſſi latrocinj , ed
omicidj. Nella Trefazione alle Lettere, che diſcoprono l'illuſione del
Filoſofi ſopra la Bacchetta, le quali ſi leggono nel Tom. 3. così pu
re s'eſprime : Sarebbe un eſporſi agl'inganni, ſe ſi credeſſe qualche
coſa ſulla parola di non ſo chi, che ha avuta l'audacia di far mette
re nel Mercurio di Febbrajo 1693. che i ſegreti dell' Aymar erano riu
ſciti perfettamente a Parigi; e che nel palagio del Principe aveva e
gli ſcoperti l'oro, e l'argento occultati : in vece che doveva dirſi ,
che quaſi ſempre i ſegreti preteſi avean fallito. Queſt Indovino celebre
(aggiunge nella Lettera 6. dell'accennato Tomo ) fu un Profeta di
bugia a voiron non lungi da Grenoble; dove girò la Bacchetta di lui ſo
pra un ragazzo imputato di furto falſamente, nè girò ſopra il ladro ve
ro. La faccenda venne al chiaro due giorni dopo la prova della Bacchet
ta, e l'Aymar ſi ſottraſſe dal paeſe. Il fatto è innegabile, avendone da
te teſtimonianze autentiche più perſone di Voiron; e per non laſciare ve
run adito a dubitarne, io non ſo altro dirvi, ſe non che l'Eminentiſſimo
cardinale Le Camus mi ha fatto l'onore di ſcrivermelo. Niuno fu più
attento di queſto Padre nel verificare i fatti, ſeparando il vero
dal falſo. La verità è, che non ſolo l'Aymar, ma moltiſſime al
tre perſone, che maneggiavano la Bacchetta, e nelle quali non
poteva cader ſoſpetto d'inganno, fecero prove ſtupende, ſcopren
do coll'aiuto di quella minerali, ſorgenti d'acque, ladri, e perfi
no i confini del poderi ſmarriti. Capiva beniſſimo il P. Le Brun ,
A a CO
186 O ss E R v A z 1 o N e CXV II.
come l'effluvio dell'acqua, o d'un metallo poſſa aver forza di far
piegare una verga di legno , ma non capiva poi, come i rubato
ri, e molto meno le pietre, che ſi ſotterrano per diſtinguere i li
miti del campi, arrivino a tanto, giacchè le qualità morali non
alterano, nè cambiano punto la natura de corpi fiſici . Fu anche
oſſervato, che la Bacchetta più non girava in mano di perſona,
ch'aveſſe pregato Iddio di far ceſſare quel giramento, quando non
foſſe naturale , che girava ſopra le reliquie, e che s'accomodava
all'intenzione di coloro, che la tenevano, girando, e non giran
do giuſta il lor deſiderio. Quindi è, ch'egli conchiuſe, che ma
teriale non poteva eſſere la cagione, che la faceva girare, nè ſi
ſtema poteva proporſi, che ne ſpiegaſſe meccanicamente tutti i fe
nomeni: onde ſoſpettò, che in queſta pratica, la qual paſſava co
munemente per naturale, ed a cui Filoſofi non mancavano, che
per tale appunto la decantaſſero, ſi foſſe inſenſibilmente intruſo lo
Spirito maligno, per tener vivo così fatto errore, cagionar difor
dini, ed ingannare infinito numero di gente, anche dotta, come
in tante altre occaſioni è avvenuto, nel qual ſentimento tra molti
altri uomini di vaglia, ebbe per compagno il celebre Niccolò Ma
lebranche. Vegganſi le ſue ragioni nella citata Opera.
-

Egli ebbe fede anco a chi ſparſe, che infezioni, e


morie nate negli animali, eran venute per ſortilegio.
o ss E R v Az I o N E CxvIII.
Ueſti Sortileghi ſono i Paſtori della Provincia di Brie, del
quali parlaſi nel Tom. 1. Lib. 2. Cap. 3. 5. 3. Num. 28. i quali
furono condannati dal Parlamento di Parigi, non però a
morte, ma alla galera, per la ragione, che avendo avuto motivo al
cuni Giudici di dubitare, ſe la morte del beſtiami foſſe accaduta natu
ralmente per mezzo di veleni, i voti furono diviſi, e ſi piegò alla
parte più mite. Dappoi uſcirono Manifeſti in iſtampa, i quali ac
certarono, che i Paſtori avevano operato ſoprannaturalmente, con
prove, che fecero mutar opinione ad alcuni, i quali fino allora
non avevano creduto a ſortilegi. Pietro Hocque capo di queſti Pa
ſtori, ritrovandoſi prigione, ed eſſendo preſo dal vino, ſi laſciò
impegnare col mezzo d'un ſuo collega, a cui ne ſcriſſe, di leva
re la fattucchieria, ch'aveva poſta ſopra i cavalli, e le vacche
del Signor di Pacy. Tornato in sè, ſi pentì di così fatta riſolu
zione, i" gli ſovvenne, che in quel punto, in cui foſſe di
ſtrutta la malia, gli ſarebbe convenuto morire , il che appunto
avvenne di là a cinque o ſei giorni, nell'iſtante preciſo, in cui
dal
O ss E R v A z 1 o N E CXVIII. 187
dal collega era ſtata levata. In ſeguito altri ſimili Sortileghi furo
no condannati a morte dall'accennato Parlamento, cioè da quel
Parlamento, il quale, come oſſerva quivi il P. Le Brun, vuol pro
ve evidenti, e indubitate, nè facilmente condanna al fuoco , e che
ha moderato un gran numero di ſentenze del Giudici ſubalterni, ed an
che pu volte aſſolto qualche preteſo Stregone, che altrove era ſtato
condannato ad ardere vivo : concioſſiachè temeſi di produr ſentenza
contra viſionari, anzichè contra malfattori. Ma comunque andaſſe la
faccenda di quel Paſtori, egli è certo aſſai ſcuſabile il P. Le Brun ,
ſe reſtò perſuaſo di ciò, che un Parlamento sì prudente, sì rego
lato, e sì cauto nel credere, dopo maturo eſame, aveva ſtabili
to. Veggaſi ancora la Nota ultima all'Allegazione (c) che trova
ſi ſul fine del Tom. 4.

E a colui che aſſerì,2. come ſuo padre,5 e ſua madre


- - - - - -

per ſett'anni erano ſtati inabili, e che una vecchia rup


pe il maleficio, e gli laſciò liberi.
O S S E R V A Z I O N E CXIX.

'Abate Guibert di Hongent fu queſti, di cui parla il P. Le


Brean non già nel Tom. 2. come qui ſi dice, ma nel Tom. 1.
Lib. 2. Cap. 2. Num. 5. Egli confeſſa, che dubitar non ſi può, che
l'immaginazione non ſia capace d'impedir l'uſo del matrimonio , ma
crede poi, che talvolta avvenga anche per via d'incanteſimi . Oſ
ſerva, che aſſai antica è queſt'opinione, facendone motto fin Ta
cito, ed Erodoto; e nota, che la Chieſa ha ſempre ſuppoſto, che ol
tre all'immaginazione, che può impedire l'uſo del matrimonio, poſſan
eſſervi exiandio per divina permiſſione malefici, che cagionano queſt'
impedimento, per punire l'infedeltà, o la concupiſcenza de conjugati,
o per provare la loro virtù e lo prova coll'autorità de'Rituali, a
quali poteva aggiungerſi il Can. Si per Sortiarias 33. q. 1. Per u
no, che la Magia Diabolica intieramente negar non voglia, non
è molto difficile queſto fatto , non eſſendo niente ſuperiore alle
forze del Demonio. Ben può crederſi, che di rado Dio lo per
metta : ma che non lo permetta mai, nè mai lo abbia permeſſo,
chi potrebbe con certezza aſſerirlo? Tanto certamente l'antichità
non inſegna, nè l'inſegna la Chieſa, anzi piuttoſto inſegnano tut
to il contrario.

Cita qui un Rituale, di cui il P. Martene non fa


menzione, onde per autentico nol riconobbe.
- - A a ij O S
188 O s s E R v A z I o N E CXX.

O S S E R V A Z I O N E CXX.

C Ome in grazia per autentico nol riconobbe ? Dunque il Ri


tuale di Evreux ſtampato l'anno 16o6. per autorità dell'E-
minentiſſimo Cardinal du Perron, non ſarà autentico? E quando
nol foſſe, al P. Martene, perſona privata, toccava approvarlo , o
non approvarlo? Chi coſtituì queſto Padre giudice ſupremo , e
inappellabile de Rituali ? Ma guardi il cielo, che sì ſtrano penſie
ro cadeſſe giammai in mente d'un uomo modeſtiſſimo, qual ſu
il P. Martene. Suo diſegno non fu nella vaſta Opera De antiquis
Eccleſiae Ritibus di far menzione di tutti i Rituali ſtampati . Egli
atteſe a manuſcritti, nè agli ſtampati ricorſe, ſe non per far i"
vare l'uniformità con quelli, o altri ſimili riſcontri . Non diede
però intieramente nè pure i Rituali manufcritti, ma a propoſito
della materia, che ſi aveva propoſta , andò inſerendo qua, e là
gli Ordini, e le Ceremonie Eccleſiaſtiche, che nel medeſimi tro
vò regiſtrate. Ho oſſervato, che de Rituali , o altri libri ſomi
glianti, ſtampati ad uſo delle Chieſe di Francia, non ne citò al
cuno uſcito dopo il 16oo. Qual maraviglia, che non faceſſe men
zione di quello di Evreux?

tez, ce 3
Per ſaggio di ſua credulità baſti vedere l'iſtorietta
di Danis, che apporta.

O S S E R V A Z I O N E CXXI.

'Ammaliamento di Dionigi Milanges de la Richardiere, fatto


da un paſtore chiamato Danis, di cui parlaſi nel citato Tom.
1. Lib. 2. Cap. 3. S. 3. Num. 17. patiſce veramente qualche ecce
zione, potendoſi ſpiegare tutto quel fatto colla forte apprenſione,
e melancolia del Cavaliere da un canto, e dall'altro col fanatiſ
mo, e pazzia del villano. L'Editore dell' Opera del P. Le Brun
nella Prefazione così ne parla : Io punto non la perdono al P. Le
Brun di aver adottato l'ammaliamento del figliuolo del Sig. de la Ri
.
chardiere: poichè tutta quella relazione nulla contiene , ch' eſsere non
poſsa prodotto da un'immaginazione viva. La probità forſe di coloro,
che hanno riferiti all'Autore que fatti, può averlo impegnato a creder
gli; ma egli avrebbe dovuto conſiderare, che la probità non è immu
ne da preſtig; dell'immaginazione, e dalle illuſioni della credulità. Fu ss
ſuppoſto, che Danis non ſolo minacciaſſe al Milanges la diſgra,
zia, che poi gli avvenne, ma che s'eſprimeſſe ancora, come i
- ſma
O s s E R v A z I o N E CXXI. 189
male, che ad altri aveva preparato, era ricaduto ſopra lui mede
ſimo, e che di fatto di là a poco moriſſe. Anche la malattia del
Milanges (quando la relazione ſia giuſta) fu molto ſtravagante per
crederla naturale. Il P. Le Brun però non fu preſente, nè potè e
ſaminare il fatto con quell'attenzione, e accortezza, che per al
tro era ſolito di fare, e per tal difetto non avrebbe potuto con
fondamento entrare nella critica di quello. Queſta probabilmente
fu la cagione, ch'egli lo diede tal quale gli era ſtato inviato ,
ſenza farvi ſopra altre rifleſſioni. Comunque ſia, coteſta ſua col
pa non è tanto grave, ed avrei timore di far ingiuria più a me,
che a lui rilegandolo per tal motivo nella claſſe degli autoretti di
poco conto. Egli fu dotto Teologo, acuto Filoſofo, e giudizio
ſo Critico, e moltiſſime belle verità ſparſe perentro quella ſua
eccellente Opera, ma la maggiore, o una certamente delle mag
giori, ſi è quella, che ſi legge nel principio del citato Paragrafo,
ove così ſcrive : Egli è coſa fuor d'ogni dubbio, che la materia de
Sortilegi è trattata non di rado da talenti , o che credono troppo, o
che ſono increduli. Quelli, che credono alla leggiera, ſenza lume , e
ſenza critica, rimangono ingannati dalle furberie, e ſon cagione sì
fatte inavvertenze, ch'abbiaſi ſpeſſo motivo di diffidar di que fatti ,
che ſon riferiti da certe perſone. Preſumendo altri di eſſere forniti di
bell'ingegno, affettano di nulla credere, e da queſta ſorta di gente
qual diſcernimento ſi può egli ſperare?

Ma compendio incomparabile di così fatte maravi


glie è un non/breve libro, dedicato già al Cardinale
Orazio Maffei, intitolato Compendium Maleficarum, e ſtam
pato l'anno 1'6o8. in Milano.

O S S E R V A Z I O N E CX XII.
I 'Autore di queſt'Opera è Franceſco Maria Guazzo Milaneſe ,
citato più volte nel Congreſſo Notturno. Ella non è altro, che
un ammaſſo di novelle preſe dal Nider, Sprenger, Delrio, Remigio,
e ſimili ſcrittori, che il buon Padre ſpende quaſi moneta corren
te. La ſua goffaggine appariſce ſubito nel titolo del libro, men
tre ove gli altri Demonografi di malefici, e ſtregherie fanno com
pendio, queſti ſembra abbia voluto compendiare le ſteſſe Streghe:
compendium Maleficarum. Nel Lib. 2. Cap. 19. racconta, come tro
vandoſi egli l'anno 16o5. in Hambach nella Germania Inferiore
alla cura di Giovanni Guglielmo Duca di Cleves, che ſupponevaſi
maleficiato, fu fatto venire alla Corte un certo Parroco d' anni
IMO
I9o O s s E R v A z 1 o N E CXXII.
novanta, creduto autore della malia. Tre giorni prima era appar
ſo a queſto Parroco il Demonio, e lo aveva avvertito, che ſa
rebbe ſtato chiamato, ma che non andaſſe . Il Prete con poca l
grazia riſpoſe : Che importa a te? Voglio andare ove più mi piace .
Il Demonio allora nulla replicò, ſed demiſis femoralibus, oſtendit
illi anum, ci emiſit crepitum faetoris adeo intolerabilis, ut per tri
º
duum non potuerit Magus (così chiama egli coſtui ) adhibito ture
ac aliis odoriferis ſuffumigiis, fatorem tam grandem ſedare. A rifervai li
di queſta frottola, null'altro ſi può dire ha di ſuo il Guazzo in lº
tutto il libro. Perchè però diſtinta menzione meritaſſe qui , a
fronte degli originali, da cui ha preſo, e d'altri incettatori di
cantafavole ancora più voluminoſi, non ſaprei indovinare.
Noterò bensì, che queſto Giovanni Guglielmo Duca di Cleves,
fu figlio del Duca Guglielmo, a cui Giovanni VViero, ch'era ſtato
ſuo Protomedico, aveva dedicata l'Opera De Praſtigiis Demonum ,
dalla Dedicatoria della quale ſi vede, che quel Principe condan
nava bensì a morte i Venefici, quando conſtaſſe del delitto, ma
per conto delle Streghe ſtimava, che vitiata per occultos Damonis
cuniculos phantaſia, eas tamquam melancholia agitatas, in mentem ſi
bi inducere, quacumque mala ab ipſo Satana illata, vel naturali oc
caſione ex abſtruſo Dei conſilio prognata, abs ſe perpetrari . Se Gu
glielmo queſti ſentimenti nudriva, e niuna poteſtà alle Streghe do
nava, onde poi tanta mutazione nel Figlio, che va in traccia di
Stregoni, e fa carcerare come reo di malia fino un povero rim
bambito di novant'anni ? Non doveva egli anzi più dello ſteſſo
ſuo Padre eſſer perſuaſo dell'impotenza di queſte fanatiche, dopo
la pubblicazione dei libri del Viviero, che tanto dice ſu queſto
punto, e del quali sì freſca era la memoria ? Se il VViero ſi foſſe
contentato d'abbattere ciò, che lo merita, negando la ſola Stre
goneria, può eſſere, che ſimile effetto aveſſe prodotto. Egli volle
abbatter tutto, e benchè confuſamente, e con molta incoerenza,
pure s'avanzò a negare la ſteſſa Magia. Di qui è , che i Opera
ſua produſſe effetto all'intenzione contrario. Ecco il frutto degli
eſtremi : ecco come torna vano, anzi nocivo l'applicare indiſtin
tamente, e alla cieca la falce a tutto.

XVI. In ſomma non è di poca importanza lo ſgom


brare popolari errori, che fanno torto agl'inalterabili
attributi dell'onnipotente Iddio, quaſi egli ſi foſſe fat
to legge di condeſcendere agli empi, e bizarri voleri
de maligni ſpiriti, e di quel pazzi, che a lor ricorro
no, ſecondandogli, e permettendo i maraviglioſi effet
ti da lor voluti.
O S
O s s E R v A z 1 o N E CXXIII. I9 I

O S S E R V A Z I O N E CXXIII.

S I è già avvertito altrove, che nella Magia tre volontà concor


rono: quella di Dio che permette, quella del Demonio ch'
eſeguiſce, e quella del Mago che invita. Senza la prima, l'altre
due non ſortiſcono effetto veruno. Sono adunque legate, e dipen
denti; nè legge alcuna ſi è fatta Iddio di ſempre condeſcendere ,
che anzi di fatto ora permette egli, ora non permette l'evento.
La volontà del Demonio è ſempre ingiuſta, perchè ſempre tende
alla rovina altrui; e ingiuſta, ed empia altresì è quella del Ma
go, perchè o cerca anch'egli il male degli altri, o ſe cerca il
bene, lo cerca da chi non dovrebbe. Con tutta però l'ingiuſtizia,
e l'empietà di queſti atti, l' effetto del medeſimi è ſempre o un
igo ben meritato dagli uomini, o una prova della loro virtù,
onde giuſtiſſimamente può da Dio eſſere permeſſo. Nè all'Onnipo
tenza ſua per tanto, nè alla Libertà, nè alla Giuſtizia pi
la Magia Diabolica. A quale adunque degl'inalterabili attributi dell'
onnipotente Iddio fa ella torto? E quando pur così foſſe, che coſa
dovrebbe egli riſponderſi per quel tempo, in cui, anche ſecondo
il Sig. Marcheſe, la Magia c'era, e verità, e ſicurezza nelle magi
che operazioni trovavafi? Non godeva forſe allora Iddio gli ſteſſi
- inalterabili attributi ? Ma ſe ſono inalterabili, gli godeva adunque
anche allora, e gli goderà mai ſempre, e ſiccome a quelli non
pregiudicò la Magia Diabolica in quel tempo, così non pregiudi
cherà nè pure in avvenire.

Con qual raggio di buon giudizio ſi può egli crede


re, che il ſommo autor del tutto, il quale le noſtre
--
vive e reiterate preci per private, o per publiche bi
ſogne, ſecondo i ſuoi fini imperſcrutabili più volte non
eſaudiſce, alle brame di vile e triſta perſona pronta
mente permettendo condeſcenda è
O S S E R V A Z I O N E CXXIV.

Ve di Provvidenza ſi tratti, tutti i raggi del migliori giudizi


s'offuſcano, troppo debole eſſendo l'intendimento umano per
diſcernere ciò, che convenga, o di ſconvenga, nè mai sì fallace
mente argomentano i Teologi, nè in tanti aſſurdi, e torte opinio
ni inciampano, come quando col lor raziocinio s'avanzano a mi
furare i fini, e le mire imperſcrutabili di Dio, pretendendo, "
Inci
I92 O s s E R v A z I o N E CXXIV.
nelle operazioni ſue ſi ſia regolato, come lor ſembra, che dove il
va regolarſi. Saule, per quanto abbiamo dalla Scrittura ( Reg. I
28. 6. ) era ricorſo a Dio per conſiglio nella maniera, che dalla º
legge veniva preſcritta, e pure Dio non gli corriſpoſe negue per i
ſomnia, neque per Sacerdotes, neque per Prophetas. All'oppoſto quan
do contro alla legge, ricorſe alla Pitoneſia, Iddio permiſe, ch i
otteneſſe l'intento. Ecco nelle Sacre Carte l'eſempio delle vive e si
reiterate preci non eſaudite da Dio, e della pronta condeſcendenza º
alle brame di triſta perſona, ricorſa diſperatamente al Demonio i si
la qual maraviglia creſcerebbe ancora d'aſſai, ſe vera foſſe l'opi- si
nione tra moderni Interpetri più comune ( a cui però non ſaprei º,
per modo alcuno ſoſcrivermi ) che non già ri di Samuello in
per operazion della Maga, ma bensì la vera anima di quel Prof i
ta per comandamento di Dio compariſſe. |
Aggiungaſi, che a conto d'un benefizio non convien già com º
putare l'eſſere dal Demonio corriſpoſto, mentre vie maggior ce º
cità, e allontanamento da Dio produce ſenza dubbio nel Mago
ºcosì fatta corriſpondenza. Qual maraviglia per tanto, che Iddio, la
benchè le giuſte preci de fedeli più volte non eſaudiſca, pure tal º lºl'
volta permetta, che dal Demonio ſieno eſauditi i Maghi, ſe ti ,
ſua permiſſione, in luogo di riuſcire a quelli vantaggioſa, viene º
piuttoſto ad eſſere un giuſto gaſtigo della lor empia, e perverſi i
azione ?

Finchè ſi crederà, che l'arte Magica ſia coſa vera,


e operatrice di maraviglie, e che per eſſa ſi coſtringº
il Demonio a ubbidire, avranno bel predicare i buo-it
mi Religioſi contra il peccato di ſuperſtizione, e con
tra le ſceleraggini, e le follie del maliardi : molti ci
ſaranno ſempre, che ci ſi proveranno , e faranno i
lor tentativi, e di riuſcirvi s'immagineranno ancora i
- - -- le - - , - - -- - - »

- - - la
O S S E R V A Z I O N E C XXV.

He l'eſtirpazione della Magia Diabolica, e d'ognaltra Super


ſtizione, ſia coſa ſommamente deſiderabile, chi potrebbe ne
garlo? Se la Superſtizione non è piggiore dell'empietà, e dell'Ateiſ
mo, certamente non gli cede punto, dovendoſi credere, che non
ſia per diſpiacer meno a Iddio l'eſſere indebitamente, e moſtruo
ſamente venerato, di quello che ſia il non eſſere riconoſciuto per
niente. Tutto ſta nella ſcelta d'un buon mezzo per ottenere que
ſto buon fine. Il Sig. Marcheſe vorrebbe ſi credeſſe, che la º"
Ad
O s s E R v A z I o N E CXXV. I93
Diabolica non ſia coſa vera, e operatrice di maraviglie, nè che per
eſſa ſi coſtringa il Demonio a ubbidire; ma ſe tutto queſto ( inten
do ſempre d'ubbidienza libera, e volontaria ) foſſe falſo, come
ſin qui ſi è dimoſtrato, chi potrebbe mai commendare il guarire
altrui da un vizio con un errore, e qual buon eſito potrebbe ſpe
rarſi da ſimil cura? Non ſarebbe egli anzi da temere, che il ma
le ripullulaſſe, e infieriſſe più che mai, non eſſendo ſtato debella
to con mezzi atti a recar vera ſalute? Così è appunto. E' faciliſſi
mo il dar ad intendere a più perſone quanto deſidera il Sig. Mar
cheſe, e l'opinione ſuſſiſterebbe, finchè qualche fatto non acca
deſſe, che ad un tratto la ſmentiſſe, ma accaduto queſto, ecco
rovinata tutta la fabbrica, ecco fallita l'ingegnoſa filoſofia, e quel
lo ch'è peggio, ecco data anſa a molti di cadere nell'eſtremo op.
poſto, credendo per vero anche il falſo, l'immaginario, e l'im
poſſibile. E' lodevole il riſanare il cuore, ma non lo ſarebbe già
quando il rimedio guaſtar doveſſe la mente. -

s
Per iſmorbare così fatta peſte, convien prima d'al
tro far ben intendere, che così orribil peccato ſi com
mette in vano, che per tal via non ſi ottien mai nul
la, che ſon tutte ciance, e chimere quelle che in tal
propoſito ſi raccontano.

O S S E R V A Z I O N E C XXVI.

T Utt all'oppoſto preſcrivono i Concili. Parochi moneant fide


les, ut ſe ab bis delictis abſtineant, eorum gravitatem aperien
do. Ne autem per ignorantiam Superſtitionibus quis incumbat, ut fie
plerumque pro infirmitatibus curandis, declarent cantiones omnes, ver
ba, z carmina, qua ad morborum , aut vulnerum curationem adhi
bentur, cum certis ſignis, motibus, luminibus, attionibus, ci bujuſ
modi rebus, ſuperſtitionem ſapere, ac eo magis ſchedulas, 3 brevia,
que ad amorem conciliandum, ſeu armorum vim expellendam, deferun
tur; quum ea omnia talem vim naturaliter habere nequeant, immo po
tius DAEMONUM FRAUDE ALIQUID OT'ERARI CREDANTUR .
Tanto ſta ſcritto nella Part. 1. Cap. 2. del Concilio Vicentino di
ſopra nominato. Tra le Propoſizioni condannate dalla Facoltà Teo
logica di Parigi l'anno 1398. a 19. di Settembre, la Determinazio
ne di cui vien riportata dal Bodino nel principio della Demonoma
nia, una ve n'ha in tutto ſimile a queſta del Sig. Marcheſe, così
quivi leggendoſi Num. 18. Quod per tales artes, 3 ritus impios, per
ſortilegia, per carmina, ci invocationes Damonum, per quaſdam i
lti
194 O ss E R v Az I o N e CXXVI.
ſultationes, cy alia maleficia, nullus unguam effectus miniſterio De
monum ſubſequatur. Error. Nam talia quandoque permittit Deus cºn
tingere. Nientedimeno biſogna confeſſare, che anche dopo queſta
condanna, ſimil propoſizione ſi trova ripetuta da più autori, tra
quali mi ſovviene ora il Vallemont negli Elementi della Storia Lib.
4. Cap. 6. S. 11. ove dopo aver parlato della Magia, e fatto oſº
ſervare, che Cornelio Agrippa ſi pentì d'avervi atteſo, così ſog.
giunge: La miglior forma di fraſtornare da ſtud; così dannevoli coloro,
a quali non ſono freno baſtevole nè il timore di Dio, nè la giuſtizia
degli uomini, ſi è l'avvertirgli, che l'operazioni della Magia non han
no mai alcuna riuſcita, e ſono egualmente ingannevoli ed illuſorie. Si
mili ſentimenti hanno tutti probabilmente origine dal Can..Admoneant
26. q. 7. che così parla: Admoneant sacerdotes fideles populos, ut
noverint magicas artes, incantationeſque quibuſlibet infirmitatibus ho
minum nihil remedii poſſe conferre; non animalibus languentibus, clau
dicantibuſve, vel etiam moribundis quidquam mederi: non ligaturas
oſſium, vel herbarum cuiquam mortalium adhibitas prodeſſe: ſed hec
eſſe laqueos, & inſidias antiqui hoſtis, quibus ille perfidus genus hu
manum decipere nititur. Prima di tutto però convien avvertire, che
queſto Canone, il quale, come hanno oſſervato i Correttori Ro
mani, è preſo dal cap. 42. del terzo Concilio Turoneſe tenuto l
anno 813 non parla in genere degli effetti magici, come dopo il
Vallemont, fa il Sig. Marcheſe, e come ſuona la Propoſizione con
dannata da Teologi Parigini, ma parla de ſoli effetti buoni, cioè
quanto al giovare, e rimediare. Anche Tertulliano nell'Apologetico
Cap. 22. altro bene ſembra non attribuiſca al Demonio, che quel
lo di ceſſare dal male. Benefici plane & circa curas valetudinum:
ledunt enim primo, dehinc remedia precipiunt, ad miraculum nova,
ſive contraria, poſt que deſinunt ladere, e curaſſe creduntur. Queſta
oſſervazione però di Tertulliano ripetuta da S. Cipruano De Idolorum
vanitate, e da Lattanzio nel Lib. 2. cap. 16. Divinarum Inſtitutio
num, ſebbene indica un particolar modo di giovare del Demonio,
ch'avrebbe più del negativo, che del poſitivo, pure non eſclude
propriamente gli altri, e non nega, che anche poſitivamente egli
talvolta non giovi. Origene bensì pare lo negaſſe, mentre nell'ome
lia 13. S. 5. ſopra i Numeri così ſcrive: Conſtat eſſe quoſdam De
imomes malos, qui invocati a Magis, adſunt eis ad malum, non ad
bonum. Parati enim ſunt ad malefaciendum, bene autem facere ne
ſciunt. E nel Paragrafo ſeguente: Ars magica neſcit benedicere, quia
nec Demones ſciunt benefacere. Ma ſe origene volle veramente ſpo
gliar il Demonio d'ogni facoltà di giovare, anche ſuppoſta la per
miſſione di Dio, e di giovamento fiſico, non di morale inteſe,
nuova, e ſingolar opinione ſu coteſta da computarſi con altre mol.
te di quell'Autore, che ſu bensì dottiſſimo, ma troppo talvolta ſi
a
O s S E R V A Z I o N E C XXVI. I95
laſciò condurre dal proprio ingegno, dimenticandoſi di conſultare
le migliori, e più ſane tradizioni. Per non dir nulla, che a sè
medeſimo ſarebbe contrario, mentre nel Lib. 8. S. 6o. contra Cel
ſum non niega egli aſſolutamente così fatta poteſtà al Demonio,
ſolo moſtra di " Ego vero ne id quidem evidens eſſe affir
maverim, eſuſmodi Damones, qualiſeumque illis tribuatur cultus, poſ.
ſe corpora ſanare. E nel s. 54. qual coſa certa ſuppone cotal po
tere: Non igitur Damonibus hic verſantibus maledicimus, ſed opera
tiones eorum, ad generis humani perniciem tendentes, damnamus: quan
doquidem oraculorum, 3 CURATIO NUM, aliarumque rerum nomine
huc ſpettant, ut animam, qua in hoc humile corpus incidit, a Deo
ſeparent. Ma ritornando al mentovato Canone, merita pure oſſer
vazione, che non niega egli, che le Legature, mediante il Demo
nio, giovar non poſſano, anzi pare piuttoſto lo confermi con quel
le parole : Sed hac eſſe laqueos, & inſidias antiqui hoſtis, quibus il
le perfidus genus humanum decipere nititur. Replicherei per tanto, o
ch'egli vuol interpretarſi di i" naturale, non eſcludendo
il ſoprannaturale procedente dal Demonio: o va inteſo d'un gio
vamento aſſoluto, e non dipendente dalla permiſſione di Dio, nel
qual modo non mai certamente giova il Demonio: o finalmente
parla di giovamento morale, non eſcludendo il fiſico, in quanto
che computato il male, che riceve l'anima, col bene, che acqui
ſta il corpo per mezzo dell'Arte Magica, non può dirſi rimedio,
nè giovamento, ma piuttoſto infermità, e danno, quum beneficia
Daemonum omnibus ſint nocentiora vulneribus, come ben diſſe un gran
Padre, cioè S. Leone Magno Serm. 19. De Paſſione Domini. Che ta
le appunto ſia la mente del predetto Canone, tanto più agevol
mente mi perſuado io, quanto che pretendendo, che a ſoli catti
vi effetti la Magia egli eſtenda, non tanto al Can. Nec mirum q. 5.
della ſteſſa cauſ, 26. ſi farebbe contrario, in cui e del ſanis immit
tere agritudinem, e dell'agris pracbere medelam ſi fa menzione; ma
anche, come appreſſo vedremo, al ſentimento di tutta l'antichità
verrebbe ad eſſere direttamente oppoſto.
Ma qual motivo potè indurre i Padri del terzo Concilio Turo
meſe a ſtabilire l'anno 813. così fatto Canone? Dirò ciò, che ora
mi ſi preſenta alla mente. Abbiamo oſſervato di ſopra, che Co
ſtantino, e poi anche Giuſtiniano Imperadori permiſero gl'incan
teſimi a buon fine. Simil legge promulgata da li Principi Criſtia
ni, doveva eſſer ſicuramente cagione, che molti credeſſero di poter
a pubblico, o privato vantaggio valerſi beniſſimo anche di fattucchie
rie, da che poi abuſi e corruttele grandiſſime doveano naſcere in
fatto di ſuperſtizione con molto ſcandalo di tutti i buoni. Di qui
ben può crederſi, che l'autorità eccleſiaſtica ſi moveſſe a combat
tere una pratica così contraria a dogmi cattolici, ed alla purità
ij del
196 O s s E R v A z 1 o N e CXXVI.
della religione criſtiana, e perciò applicaſſe il correttivo del men
tovato Canone. Sulla fine dello ai ſecolo fiorì Leone Impera
dore, detto il Sapiente, che l'antiche leggi ſi preſe cura di ſup.
plire, e riformare con cento e tredici coſtituzioni, ch'abbiamo. La
coſtituzione 65. tratta De Incantatorum pana, e tende appunto a
correggere la libertà da Coſtantino conceduta circa gl'incanteſimi
giovevoli, nella quale ſi trova un ſentimento aſſai ſimile a quello
del noſtro Canone, che perciò nella ſteſſa guiſa ſtimo debba ſpie.
garſi. Nos iſtiuſmodi incantationes pernicioſas eſſe perſuaſum habemus,
& ut boni quicquam inde manare credamus, induci non poſſumus. Av
vertaſi però, che tal ſentimento è molto più antico e di queſt'
ri e del Concilio Turoneſe, mentre nell' Omelia 8. in
Epiſt. ad Coloſſ. di S. Giovanni Griſoſtomo così trovo ſcritto: Etſi ni
bil proſint ſuperſtitioſa illa remedia, ſed ſeduttio ſint, º ludibrium;
ſunt tamen qui prodeſſe ſuadeant.

Non ſarà difficile il perſuaderne ogni perſona ragio


nevole, facendo ſolamente riflettere, come poſſano ve
rificarſi i vantati portenti, mentre la Magia non è mai
ſtata da tanto di dar danari; il che ſarebbe tanto più
facile. Come potrà eſſa le maraviglie, di produr ma
lattie in corpo ſano, di rendere i conjugati impotenti, i
di far diventare invulnerabili, o inviſibili, mentre non
ſi è mai dato caſo, che per eſſa ſiano ſtati traſportati
al Mago cento ſcudi, che un altro teneſſe chiuſi nella
ſua caſſa? E perchè di tal'arte portentoſa altri non fa
uſo in guerra? E perchè non ſe ne curano i Principi,
e i lor Miniſtri?

oss E R v Az 1 o N E cxxvii.
P" col mezzo dell'Arte Magica non s ottenga danaro, l
abbiam veduto nell'oſſerv. XXIII. Lo ſteſſo può dirſi del ren
dere invulnerabile. Non è difficile da capire, come ciò poſſa fare
il Demonio: ben lo è, come Iddio ſia ora per permetterglielo.
Quanto al produr malattie in corpo ſano, ſe la Magia arriva fino
a dar la morte, come ſi è provato nell'oſſerv. xx non dovrebbe
parer maraviglia, chi arrivaſſe ancora a tor la ſalute. Quis enim ho
neſciat ( ſcrive Arnobio Lib. 1. contra Gentes ) mortiferam immittere
quibus libuerit tabem? S. Agoſtino De Divinatione Damonum 5. 9. pa
rimente atteſta, che i Demoni accipiunt ſape poteſtatem & morbo
ºf2
– –
O s s E R v A zi o N E CXXVII. 197
immittere; e prima di lui aveva detto Tertulliano nell'Apologetico
Cap. 22. Itaque corporibus quidem & valetudines infligunt, º aliquos
caſus acerbos. Del far inviſibile, più eſempi ci ſomminiſtrano le
ſtorie, e qualche cenno ancora n'abbiamo ne' Padri. Rebus adimunt
ſpecies ſuas, diſſe Giovanni Sariſburienſe nel Policratico Lib. 1. cap.
Io. e prima di lui l'Autore del Trattato in Symbolum Apoſtolorum,
malamente a S. Ambrogio attribuito, nel Cap. 29. Apollonius Magus
quum ante Domitianum Imperatorem in conſiſtorio ſtaret, repente non
comparuit. Quod Mago licuit, ( ſi tamen verum eſt ) Domino noſtro
non licebit? Come ciò poſſa il Demonio, nella Riſpoſta al sig. Conte
Carli ( XX 2. ) ſi è ſpiegato. Circa il rendere i coniugati impo
tenti, abbiamo ne' Decretali il Titolo De frigidis, o maleficiatis, e
i più chiaro poi s'eſprime nella Coſtituzione omnipotentis Dei Gre
gorio XV. Qui vero apoſtatando pattum cum Diabolo fecerit, 23 ma
leficium, ſeu)ortilegium commiſerit, licet mors ſecuta non ſit, infir
mitas tazmen, divortia, IMPOTENTI.A GENERANDI provenerit & c.
Anche dal Can. Si per Sortiarias 33. q. 1. impariamo, che Diabo
lo praparante concLBITUS NON SEQUITUR, e lo ſteſſo ſuppone
Graziano nel principio della detta Cauſa, dicendo: Quidam virma
leficiis impeditus uxori ſua debitum reddere non poterat ci c. All'ulti
mo ricerca il Cenſore: Perchè di tal arte portentoſa altri non fa
uſo in guerra? E perchè non ſe ne curano i Principi, e i lor Miniſtri?
Se la Magia però è coſa da tutte le leggi tanto divine, che uma
ne vietata, qual maraviglia, che non ſe ne curino nè i Principi,
nè i lor Miniſtri? Si dirà, che ſebbene vietata, pur ſarebbe una
gran tentazione, quando effetto ſortiſſe, nè per farla abborrire ba
ſterebbe il freno della ſteſſa legge divina. Ma ſi riſponde, che ap
punto per queſto Iddio, il quale vuol bensì far prova degli uomi
ni, e tentargli ancora, ma non in modo, che dalla tentazione re
ſtino ſovvertiti, annulla qui la forza di Satanaſſo, e vani fa tor
nare tutti i tentativi del Maghi Non è il Demonio il Signore de
gli eſerciti, ma bensì Iddio, nè ſenza rinunciare ad un certo mo
do alla propria gloria, molto potrebbe egli in queſto genere al ſuo
nemico permettere. -

Intorno all'invulnerabilità una Diſſertazione uſcì lo ſcorſo anno


0,
nel Tom.XL. della Raccolta Calogerana . L'Autore, che per altro
erudizione, e dottrina non volgare dimoſtra , niega al Demonio
la facoltà di rendere invulnerabile, e le ſue ragioni principali a
quattro ſi riducono. La prima è, che unanimis eſt ſaniorum ſenten
tia, Diabolum nulla poſſe edere miracula; miraculum enim illud eſt ,
quod natura & mechanicas leges excedit (pag. 54 ) qual è a ſuo di
re l'invulnerabilità. La ſeconda è, che Diabolus aſſuetus eſt quare
re quem devoret, non quem defendat, e tueatur. (pag.57 ) La ter
za è, che poſt Domini adventum ſemper magis ceſsavi Diaboli po
iC
r
198 O s s E R v A z I o N E CXXV II.
teſtas. (pag. 62.) E per fine ricerca : An ne Diabolus honeſta illa
perſona ſit, que promiſſis ſtet, 2 patta ſervet ? (pag. 64.) Quanto
alla prima ragione notiſi, che l'Autore ſteſſo oſſerva (pag. 14)
come la mala qualità della polvere impediſce talvolta il colpo
della palla. Venatores ſiquidem plures audivimus bile percitos, &
querentes de nitrato pulvere, eo quod omnes aves incolumes, aut tan
tummodo deplumes ab ittibus evolarent, licet diſploſio cum magno im
petu eſſet conjuncta; mutato vero pulvere, aliquos, ſi non omnes, in
terire. Ex quo colligendum eſt, deeſſe etiam poſſe vel ab arte, vel ab
accidenti circumſtantiam, ci particulam illam, qua impetum preſens
augeret. Oſſerva pure (pag. 19.) Quod ſi tranſverſale, aut oppoſitum
venti flamen occurrat, tanto magis mutabitur linea direttionis, tanto
magis pigreſcet, ei cum aliquo globi ſtridore tardigradus erit motuser
ploſionis. Nota parimente (pag. 21.29.) che le veſtimenta ſon at
te a infievolire, ed anche eſtinguere tutto l'impeto della palla,
maſſimamente ove vada a colpire tra le pieghe degli abiti. Minu
te enim illa diſtanti e efficiunt, ut ante penetrationem loco cedantpan
mea ſtrata, ac reſiltant; quo nil aptius ad irretiendas percuſſionum vi.
res. Per fine avverte (pag. 27. ) che peculiaris quadam occurrere po
teſt ſcopi poſitio, ita ut ratione alicujus veſtiarii cum anima lignea
moduli, plumbata direttio modificetur , detorqueatur. Or ſe tutto que
ſto può render vano il colpo d'un arcobugio, come in fatti il
può, e ſe tanto naturalmente accade, ſi ricerca perchè non poſſa
eſſer proccurato dal Demonio, e ſenza miracolo alcuno, nè ſu i
perare le forze della natura univerſale, non ſia egli atto per cº º i
gion d'eſempio ad eccitar quel vento oppoſto, o transverſale, che
muta direzione alla palla, tanto più, che (pag. 57. ) ſi concede,
che poſſit in fluidum aereum agere? Perchè non ſia capace di vizia
re ad un tratto la polvere, e quella qualità introdurvi, che poi al
urto la rende inetta? E perchè finalmente non poſſa far morire la
palla tralle falde delle veſtimenta, o col mutar a quella direzione,
o col proccurar una poſtura acconcia della perſona, che dee eſſere
colpita, ovvero (e queſto poi è ſenza comparazione più agevole
di tutto) coll'alterare inſenſibilmente il braccio del tiratore, coſic
chè tremi, e vacilli. Ecco co principi dell'Autore ſteſſo sfibrato
il ſuo primo, e principal argomento. Al ſecondo ſi riſponde, che
Satanaſſo cerca bensì di divorare, non già però i corpi , ma l'ani
me: onde non ſarebbe diſcapito per lui preſervar uno da un col
po di ſchioppo, per guadagnar l'anima d'un altro, quando Dio
gliel permetteſſe. La terza ragione non prova, che il Demonio
non poſſa, ma che Iddio non gliel permetta; il che di buona voglia
concediamo. Dal quarto argomento poi non ſi raccoglie, nè che
non poſſa il Demonio, nè che Dio non gliel permetta ; ma che
non voglia, come bugiardo, il che però non è da concedere . A
dan
O s s E R V A z I o N E C XXVII, I99
danno degli uomini ſi ſerve egli della bugia, non a danno di sè
medeſimo. E perchè la bugia troppo in queſto caſo gli pregiudi
cherebbe, ben può crederſi, che manterrebbe la parola, g"Dio
non foſſe impedito. Veggaſi l'oſſerv. XXVI.

Per fare che tali vane immaginazioni ſvaniſcano ,


rimedio ſarà efficaciſſimo il non parlarne punto, e il
laſciarle perire nel ſilenzio, e nell'oblivione. Se in luo
go, dove non ſi ſia da immemorabil tempo avuto di
malie ſoſpetto, ſi ſparge eſſere arrivato un Religioſo,
che le perſeguita, e le disfà, tu vedi ſubito donne i
ſteriche, e malati ipocondriaci concorrere. Vedi toſto
eſſer portati bambini da ſtrani malori infeſtati , ed o
di aſſerirſi, che ſono effetti di affatturamenti , e rac
contarſi ancora quando ciò avvenne, e come.
o ss E R v Az I o N E Cxxv III.
Ueſto ſteſſo ſi dice, e ben con tutta ragione degli Oſſeſſi .
La ſperienza fa vedere (ſcrive il Sig. Muratori nel Cap. 1o.
del Trattato Della forza della Fantaſia ) che dove Eſorciſta
non è conoſciuto, ivi nè pur ſi conoſcono ſpiritati - Han certamente
eſſi Eſorciſti il potere da Dio di guarire i veri oſſeſſi ; ma hanno an
che la diſgrazia di farne ſaltar fuori degl'immaginari . L'apprenſio
ne d'un'intelligenza tanto ſuperiore a noi, e che inviſibilmente
opera, ſconvolge ſubito le fantaſie, e le più deboli ſi ſconcertano
affatto. Siccome però dal gran numero d' Oſſeſſi immaginari non
ben s'inſerirebbe, che veri Oſſeſſi non ſi diano, così dalla quan
tità grandiſſima di malie ſuppoſte non vorrei, che il Sig. Mar
che ſe aveſſe inſerito, che ſuppoſte ſieno tutte, non ſolo contra
le regole del buon diſcorſo eſſendo così fatta conſeguenza, ma
anche contra l'autorità del Padri, de Canoni, e della Chieſa. Ben
è vero, che sì perchè per lo più ſon veramente baje femminili ,
come ancora perchè in qualunque guiſa ſia, più giovano quel rac
conti, che c'infondono timore di Dio giuſto, e miſericordioſo,
che quelli, i quali c'inſpirano apprenſione del Demonio crudele, e
tiranno, non v'ha neceſſità di farne lunga ſtoria, nè pubblicarne
tutte le circoſtanze: onde non ſaprei ſe non lodare il ſuggerimento
di laſciarle perire nel ſilenzio, e nell'oblivione.

Ne ben conſigliato è, chi predicando o ſcrivendo ,


e fat
2oo O s s E R v A z i o N e CXXIX.
e fatti, e ſentenze contra le Streghe facendo ſtampa
re, narra le coſe da quelle ſciocche aſſerite, e i fatti,
che ſi dicono avvenuti, e i modi; poichè per quanto
nell'iſteſſo tempo ci declami contra, abbiaſi per cer
to, che ſi trova ſubito chi di quelle mirabilità ſi com
piace, e di tanto ſtraordinarie, e ſuperiori coſe s in
vaghiſce, e mette quei modi in opera, e tenta d'en
trare in quella ſognata turba . Ottimamente però ſi
dice nel libro, che lo ſteſſo caſtigo dà credito allevol .
i" º te al delitto, e che la più abbondano le streghe, ove più
ſi caſtigano. M è caro di terminare con una lode di
queſto libro, perchè tanto meglio ſi vegga, che uni
camente a buon fine nel punto dell'arte Magica io
parlo contra .
O S S E R V A Z I O N E CXXIX.

E non è lodevole un minuto racconto del fatti magici, quan


tunque veri , perchè piuttoſto atti a produrre ſcandalo º
ſovverſione, che inſtruzione, e giovamento, quanto meno il ſi
ranno le relazioni dei fatti delle Streghe, i quali oltre alle ſteſſe qua
lità, altro poi non ſono in ſoſtanza, che deliri, e immaginazioni :
di ſporche, e ſtravolte fantaſie? E pure in qualche città di Ger :
mania, tanta cecità regna anche al bel giorno d'oggi, che non ſo
lo ſi condannano a morte le Streghe, ma dopo i giuſtiziate
quaſi eroica
perſone " , ed eſemplare
religioſe i Sermoni tenuti in s'aveſſe compita,
tale incontro, e ſiſtampanſi
pretende dad º
iſtruire, e d'illuminare altrui, ſenza accorgerſi, che ſi ravvivano
in vece l'antiche, e alla nazione ſommamente obbrobrioſe memo
rie, ſi pubblicano fatti, che dovrebbero ſtar ſepolti in un perpetuo
obblio, perchè d'eterna infamia, e vitupero al noſtro ſecolo, e ſi a

moſtra d'aver ambizione, che tutto il mondo contempli la pro


pria ignoranza, e balordaggine.
Ma laſciando queſto per ora, e venendo al Sig. Marcheſe, io
confeſſo, non aver potuto a meno di non maravigliarmi , oſſer
vando, com'egli ſi fa qui a provare d'aver unicamente a buon fine
parlato contro al mio libro . Come mai un Soggetto di tanta
"e letteratura, qual egli è, ad altro, che a buon fine par
ar potrebbe o contro al mio, o contro a qualunque altro libro?
Queſta ſuppoſizione dovrebbe eſſere comune , nè altra prova avrei
io per non crederla tale, ſe non quella , ch'egli ſteſſo mi ſom
miniſtra, moſtrando pur di temere, che altri diverſamente ſoſpet
taT
O s s E R v A Z 1 o N E CXXIX. 2OI

tar poſſa. Ma per accreditare coteſta ſua cenſura, non era egli
meglio non iſcoprire ſimil timore?

XVII. La ſpeditezza, con cui queſto ragionamento


ho diſteſo, mi ha fatto dimenticar più coſe, che po
teano averci buon luogo. Gran contraſto farà a que
ſta mia opinione, il ritrovarſi talvolta anche fra per
ſone di qualche dottrina, e di ſenno, chi dice, ma io
ho veduto queſto, e queſt'altro; e chi afferma, a me
ſteſſo è avvenuto di ſcorgere il tal fatto, ed il tale -
Qui convien prima rifletter bene, quante maraviglie
apparir ci facciano i Giocolari deſtri ed eſperti , e
-
quanto non ingannino anche gli uomini più avveduti
e ſagaci. E' poi da conſiderare, come ſoprumani ſem
brar poſſono ben ſovente effetti naturaliſſimi, ſe con
artificio rappreſentati ſono. Io vidi tempo fa chi cac
ciando un chiodo, o uno ſpillone nella teſta d'un pol
lo, il conficava con eſſo ſopra una tavola, per lo che
parea morto, e tale era creduto da tutti. Poi levan
do il chiavello, e moſtrando far certi ſegni, il pollo
ſi ravvivava, e camminava per la ſtanza. Il ſegreto è,
che quegli animali nella parte dinanzi della teſta han
no una commiſſura di due oſſi, fra quali chi con mae
ſtria deſtramente inſeriſce qualche coſa, gli addolora ,
ma non gli uccide. Spilli ben ſenſibili ſi poſſono far
entrare nella polpa delle gambe umane ſenza ferita ,
e ſenza dolore, ſe non di leggeriſſima puntura nel
principio dell'inſerimento: ſopra che è ſtato fatto alle
volte da taluni gran giuoco. Nell'orto di caſa mia ,
quale per opera del mio Sig. Seguier è divenuto bota
nico, c'è l'Onagra, pianta che viene all'altezza d' un
uomo, e be fiori porta, ma che il giorno ſtanno chiu
ſi, nè punto appaiono e ſolamente al tramontar del
Sole ſi aprono, e moſtrano : e non già a poco a po
co, come in altre notturne piante avviene , ma sbuc
ciano a un tratto , e in un momento interamente ſi
formano. Poco prima, che il calice crepi ſi gonfia al
quanto. S'altri valendoſi di queſto quaſi occulto ſegno,
C VO
2O2 O s s E R v A z I o N E CXXX.
voleſſe dar'a credere a ſemplici, di far naſcere a ſua
voglia con qualche magica parola momentaneamente un
bel fiore, chi gli preſtaſſe fede non mancherebbe.

O S S E R V A Z I O N E CXXX.

A Magia d'Aganice ſarebbe coteſta, la quale, come abbiam


da Tlutarco nel Trecetti conjugali, eſſendo perita nell'Aſtro
nomia, e perciò predicendo a certe rozze donnicciuole il tempo
preciſo, in cui la Luna doveva eccliſsare, a virtù magica attri
buivano quelle ſemplici cotal effetto, ſtimando, che per via d'
incanteſimi ella ſapeſse tirare dal cielo in terra quel pianeta . La
cognizione delle coſe naturali preſso perſone, che ne fieno igno
ranti, può ſenza dubbio acquiſtar credito di Mago . Chi non a
veſſe mai veduto, nè udito raccontare gli effetti della calamita, e
come mai ſi perſuaderebbe egli, che naturalmente ſi poteſſe far
girar a talento un ago ſopra una tavola di legno, tenendo la ma
no ſotto la tavola, ſenza mai toccar l'ago? Che diremo del giuo
chi di mano, e d'equilibrio, ne'quali ſupera forſe quanti mai fu
rono al mondo il noſtro Giambatiſta Pergen, che di continuo è in
giro per le provincie d'Europa, e quantità grandiſſima di danaro
ammaſſa? Simili maraviglie della Magia Artifiziale, e Naturale an
cora, non debbono però far credere un nulla quelle della Magia
Diabolica, mentre e dalle circoſtanze, e dalla ſoſtanza ſteſſa del
fatto, ben può arguirſi la vera origine, e cagione e dell'une, e del
altre.

Il renderſi invulnerabili vien'oggi dalla gente comu


ne ſingolarmente cercato : con che maggior fede mo
ſtrano alla Magia, che gli antichi aveſſero, i quali che
poteſſe nel male credeano, ma non già per far bene:
Jo. X. 21.
perciò i Giudei ragionevoli, a chi attribuiva al demo
nio i miracoli del Salvatore , numquid , diſſero , demº
nium poteſt cacorum oculos aperire?

O S S E R V A Z I O N E CXXXI.
Li antichi credevano, che la Magia poteſſe e nel male, e nel
bene, e la credenza loro ſopra le ſperienze, e i fatti evi
denti era fondata. Di qui è, che come nell'oſſervazione LIII ſi è
notato, Coſtantino, e Giuſtiniano vietarono queſt'Arte a fin di
nulO
O ss E R v A z I o N E CXXXI. 2o3
nuocere: ma non a fin di giovare. Chi con molta erudizione de
ſideraſſe veder illuſtrato queſto punto, legga il comento di Giacopo
Gotofredo ſopra il Lib. 9. Tit. 16. l. 3. del Codice Teodoſiano . Io
aggiungerò qui alcuni paſſi da quell'illuſtre Scrittore non oſſervati .
E prima di tutto Pitagora al dir di Laerzio nel Lib. 7. cap.1. Num.
19. aſſeriva : Totum aera plenum eſſe animarum, eoſque c Daemones,
c; Heroas exiſtimari : atque ab his hominibus immitti ſomnia, ci ſi
gma morbi & ſanitatisi neque ſolum hominibus, verum e pecudibus,
ac jumentis reliquiss atque ad hos referri luſtrationes & expiationes,
divinationemdue omnem , ci vaticinia, o cetera id genus. Alcuni
leggendo forſe versg, non v rs , in luogo di ſomnia, o ſigna
morbi, e ſanitatis, traducono più chiaro : ſomnia, ſignague, mor
bos etiam & ſanitates. Galeno preſſo Aleſſandro Tralliano Therapeut.
Lib. 9. degl'incanteſimi parlando, così s'eſprime : In percuſſis a
ſcorpione adjumentum ſum expertus, nihil autem mimus etiam in oſi
bus gutturi infixis, qua incantatione ſtatim evſpuebantur. Aggiunge
Tlinio Lib. 28. Cap. 2. Carmina quedam extant contra grandines, con
traque morborum genera, contraque ambiſta, qua dam etiam experta -
Celſo preſſo Origene contra Celſum Lib. 1. S. 68. fa fede, che qui
ſunt AEgyptiacis artibus eruditi, Damonia ex bominibus profligant, ex
ſuffiant morbos. Arnobio nel Lib. 1. contra Gentes non niega , che i
Mlaghi non giovino, avverte ſolo, che giovano col mezzo del De
monio : Quis enim hos neſciat aut mortiferam immittere quibus libuerie
tabem, aut ſi utile aliquid videantur audere , non propria vi poſse,
ſed eorum, quos invocant, poteſtate? Di fatto Cipriano Mago nella ſua
Confeſſione così di sè medeſimo atteſtava : Nam & pro filiabus pa
tres deprecabantur, quas ab improbis maritis vexari videbant, alil pro
ancillis, alii pro matribus, ci ſororibus. Nec quiſquam ſpe excidebat ,
quia aderant mihi Damones. Nel Can. Nec mirum 26. q. 5. ſi cerca :
guomodo (Magi) poſint agris praebere medelam, aut ſanis immittere
agritudinem ? e ſi riſponde : Quia hoc permiſſu Dei fit ; ut ipſi, qui
bac audiunt, vel vident, probentur, ci appareat, qua fide ſint, vel
devotione erga Deum. Con tutta ragione però ſcriſſe il celebre Fr
manno Boerhaave ne ſuoi Elementi chimici Tom. 1. pag. 52. edit. Venet.
1737. Ab omni atate mundi inter mortales opinio invaluit, quod Eu
damones ſint, c Cacodamones rerum naturalium quam peritiſſimi, qui
amore, vel odio humani generis impulſi, ipſa ſcientia homines ipſis devo
tos allicere conentur in ſpem perniciei , vel & ſalutis ipſis inferenda -
E per verità, ſe gli uomini colla poca cognizione , che hanno
delle naturali coſe, pure a recar giovamento e ſanità arrivano ,
chi potrà negare queſta facoltà a Maghi, che coll'aiuto d'un Fi
ſco tanto più dotto, ed eccellente ogni loro effetto producono ?
Veggaſi ancora l'oſſerv. XV.
La ragione dal Sig. Marcheſe aggiunta, cioè, che i Giudei ra
Cc ii 3:0-
204 O s s E R v A z I o N E CXXXI.
gionevoli, a chi attribuiva al Demonio i miracoli del Salvatore ri
ſpoſero : Numquid Damonium poteſt cecorum oculos aperire ? nulla
conchiude. V'ha de'mali guaribili da chi ne regni della natura ſco
prir ſappia il rimedio, e ſappia altresì applicarlo ; ma ve n'ha an
cora di quelli, che con tutto lo sforzo, e tutta l'energia e della
natura, e dell'arte, non potrebbero cacciarſi ; e per riſanare, ſa
rebbe uopo d'un vero miracolo. Circa i primi, molto onore può
ſarſi il Demonio, quando Dio gliel permetta ; ma circa i ſecondi,
manca affatto ogni ſua attività e bravura, poichè il valor ſuo al di
ſopra delle forze della natura non s'eſtende . Ora le guarigioni dal
Salvatore operate erano di mali di queſta ſeconda claſſe, e però
con tutta ragione arguivano que Giudei, che dal Demonio non
potevano derivare.

Ora più modi ci ſono di far in ciò travedere. Non


ſi farebbe creder Mago, chi diceſſe a circoſtanti, io
poſſo a voglia mia far che la palla di queſta piſtola
trapaſſi quella tavola, overo la tocchi, e ſenza più le
cada innanzi? e pure ciò ſi può facilmente fare : per
chè s'altri nel caricare in vece di calcar lo ſtoppaccio
lo ſopra la palla com' è in uſo, la laſcia in libertà,
e mette in cambio poca ſtoppa preſſo la bocca della
canna; tirando poi, ſe alzerà alquanto la bocca, tal
chè la palla, reſti a ſuo luogo, la piſtoletta farà il ſuo
colpo ; ma ſe all'incontro abbaſſa la bocca in modo
che la palla ſcorra, e venga ad appoggiarſi alla ſtop
pa ch'è all'imboccatura, allora la palla darà nella ta
vola, e ſenza penetrare caderà a terra . Mi pare che
di coſa ſimile parli il Redi nelle Naturali Eſperienze ,
quali ora non ho alla mano. Quanti altri maraviglioſi
inganni rammentar ſi potrebbero? Baſta vedere il Por
ta, ed altri.

O S S E R V A Z I O N E CXXXII.

I queſti artifizioſi inganni parla alla lunga anche il mentova


to Boerhaave nel citato luogo. Di qui però non s'avanzò
quel chiariſſimo Scrittore a negar l'eſiſtenza della Magia Diaboli
ca, anzi così ſopra queſto particolare s'eſpreſse : Neque repugnare
omnino videtur, ut tales Daemones ſua cogitata hominum. - in
- infla
O s S E R v A z I o N E CXXXII. 2o5
ſinuare poſſent : quum revera nexum rerum cogitantium, mutuaque
commercia, ignoremus hattenus eque, quam numeros & ſpecies diver
ſas rerum, intelligentia, voluntate, º affettuum vi praditarum. Il
Redi nell'accennata Opera parla del giuoco della piſtola, ma alquan
to diverſo è l'effetto, di cui ragiona, e i; ancora il modo
di caricarla.

Non ſarebbe però da computar fra queſte magie


quella, che un amico in corteſe lettera due meſi ſo
no ſcherzevolmente mi accennò. Eſſendoſi in una ca
ſa ſtrepitoſo fulmine acceſo, e non l'avendo egli ch'
era nella proſſima piazza, e nè pur verun altro punto
veduto, a mera arte magica ſcrive eſſer forza ciò at- .
l tribuiſcano coloro, che nella volgar prevenzione di
credere che dal Cielo, e dalle nubi tal fuoco venga ,
perſiſtono.
O S S E R V A Z I O N E C XXXIII,

L credere, che dal cielo, e dalle nubi vengano fulmini , non


merita il titolo di volgar prevenzione. Che anche in terra ful
mini s'accendano, fu opinione degli antichi Toſcani, come impa
riamo da Seneca Natural. Queſt. Lib. 2. Cap.49. e da Plinio Lib. 2.
cap. 52, ravvivata poi da qualche moderno : ma che non ſe n'ac
cenda ſe non in terra, è opinion particolare del Sig. Marcheſe, la
quale può ben godere il privilegio della novità, ma quello dell' in
fallibilità penerà molto a conſeguirlo. E qual è egli in grazia quell'
argomento così forte, e deciſivo, ch'obblighi a conchiudere, che
nella region alta dell'aria, ove pur lampi avvampano, non poſsano
accenderſi fulmini, ma neceſsariamente debbano accenderſi in ter
ra? Che diremo de fulmini, che ſi fanno ſentire in alto mare, tan
te miglia da terra lontano? Se col ſiſtema comune s'incontra qual
che difficoltà nello ſpiegargli, con quello del Sig. Marcheſe ſareb
be preſsochè impoſſibile . Per lo meno l'opinione antica ſarà
ſempre più ri della ſua, e però non potrà mai con fon
damento chiamarſi volgar prevenzione.

Ardirò io dire ancora in propoſito degli effetti elet


trici, che quelli i quali a un fluido elettrico naſcoſto
ne corpi , e ad un altro che fuor di eſſi alberghi,
gli aſcrivono, qualche coſa di men mirabile e ſtrano
di
-

2o6 O s S E R V A z I o N E CXXXIV.
direbber ſorſe, ſe gli derivaſſero da Magia? Io mi ſo
no ingegnato nell'ultima lettera, ch'è con quelle de
Fulmini, di ſpiegare in qualche parte tali maraviglie,
e almen l'ho fatto ſenza arbitrariamente inventare due
materie elettriche univerſali , quali vadano dentro e
fuori. Molta fatica riſparmiata avrebbero ne' paſſati
tempi i filoſofi, che ſpecularono ſopra il Magnete, ſe
aveſſero creduto uſcirne, con attribuire le ſue ſtupen
de proprietà a uno ſpirito magnetico. Ma il piacere
di ragionar con lei, mi farebbe facilmente entrare in
altri propoſiti, onde ſenza più mi raſſegno.
I L F I N E.

O S S E R V A Z I O N E CXXXIV.

P" dire il vero, le ipoteſi de' Fiſici hanno ſpeſso più dell'im
maginario, che del filoſofico. Arbitrano coſtoro con molta
facilità, e in fatto d'inventare, ſembra talvolta ſuperar vogliano le
bizzarrie degli ſteſſi Poeti. La poca cognizione, ch'abbiamo dell'
artifizio occultiſſimo della natura, non ci laſcia mettere il piede in
ſicuro nello ſpiegare i ſuoi maraviglioſi effetti . Prima di fiſsare fi
ſtemi, converrebbe avere ſpiato più alla lunga, e più addentro que
ſt'artifizio, nè contentarſi d'avere ſcoperta la ragione d'un fenomc
no, o due, ma ſoſpendere l'aſsenſo, finchè s'aveſsero ſufficienti
lumi da poter formare un fermo e ſtabil giudizio. La ſtrada è lun
ga, e il meſtiere di puro iſtorico, e oſservatore è tedioſo, e paſ
ſa anche preſso alcuni per vile. Sempre incider pietre, e ſempre li
ſciar marmi, nè mai innalzar alcun edifizio, è coſa troppo dura,
ed è altresì un'aperta confeſſione della propria ignoranza. Si vor.
rebbe far pompa di cognizioni, e di ſapere in tempo, che ſcien
za non ſi i" , e non potrebbe peranche averſi. Dunque ſi ricorre
a conghietture i" ſi piantano principi gratuiti, e ſi ſta
biliſcono ſiſtemi, che poi con quella ſteſsa facilità, con cui ſo
no ſtati fabbricati, in un momento ſi demoliſcono. Tutto queſto
è vero del coltivatori della natura generalmente parlando . Ma ſul
particolare dell'elettricità, il ſiſtema dell'univerſal materia elettri
ca non merita poi quella deriſione, in cui lo mette il Sig. Mar
cheſe, nè tanto ſtrano, e arbitrario può dirſi, mentre non il ca
priccio, ma le ragioni, e le ſperienze furono , che a tal con
ghiettura fecero penſare più valentuomini e in Italia, e in Francia,
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O s s E R v A z I o N E CXXXIV. 2o7

e in Inghilterra. Lo ſteſſo Sig. Marcheſe nella Lettera da lui qui


citata, di tal ſiſtema parlando, dice alla pag. 162. Io venero tutte
queſte dottrine, come da ingegnoſi Filoſofi procedute; ma eſſendo leci
to in materia fiſica di dubitar ſempre, e non eſſendo inutile per diſco
prir verità il propor penſamenti nuovi, e diverſi, io paſſo ec. Quanto
al fiſtema ſuo, cioè, che la materia elettrica ſia peculiare del ve
tro, da cui ſtrofinando ſi ſprigioni , diverſo egli può ben dirſi - º
dall'altro, ma non già nuovo , poichè nell'introduzione al libro
Dell Elettriciſmo, uſcito in Venezia primachè uſciſſe il ſuo, leggo
queſte parole : Il Sig. Kratzenſtein tiene pur il ſentimento, che ſia
della ſoſtanza del corpo umano quell'effluvio elettrico, ch eſce da cor
pi ſtrofinati colle mani. Così il Sig. Hauksbees, e M. du Fa penſa
mo, che ſia tal effluvio della ſoſtanza vera del corpo ſtrofinato.
Per non entrare però, come ben dice il Sig. Marcheſe , in al
tri propoſiti, ritornando alla Magia Diabolica , e recando final
li le molte parole in una, ad evidenza, ſe di ſoverchio non
r m'inganno, ſi è dimoſtrato fin qui, che queſt'Arte non ſolo a
i vanti la venuta del Meſſia fu al mondo, ma durò anche dappoi ,
ºconſervaſi tuttavia, nè ciò può negarſi ſe non da chi all'uni
verſale comun ſentimento ardiſſe anteporre il ſentimento, o piut
i toſto immaginazione ſua propria . Di poca importanza ſarebbe
tutto queſto, ſe così fatta opinione niente alla pratica influiſſe. Il
male ſi è, ch'ella ha gran relazione colle leggi, e co coſtumi de
gli uomini. Si condannano a morte le Streghe, perchè ſi ſuppon
sono tutto una coſa co Maghi, che dalle leggi a morte ſon con
dannati. Tutto lo ſteſſo vuol pure , ch'elle ſieno anche il Sig.
Marcheſe in queſto ſuo libro : dunque con tutta ragione vengo
no decapitate, ed arſe. Vorrebbe egli bensì, che amendue queſte
profeſſioni ſi credeſſero coſe ideali, e puri effetti di fantaſia, non
degni di morte; ma dalle prove, che fin qui egli ha addotte, e
noi abbiamo eſaminate, qual giudizio ne formeranno i ſavi? Non
conchiuderanno eglino, si ſiccome il difendere la Stregoneria ,
che dovrebbe negarſi, ha dato altre volte motivo di negare anche
la Magia, così il negare la Magia, che dovrebbe difenderſi, può
dare a più perſone motivo di difendere anche la Stregoneria, e in
conſeguenza promovere ſempre più la carnificina delle Streghe ,
non eſſendo poſſibile di guarire il coſtume, finchè l'opinione non
ſi ſia perfettamente guarita? Che dirò di certi begl'ingegni, nu
meroſi per altro in ogni città, i quali a tutto potere ſi ſtudiano di
trarſi di capo il penſier del Demonio? Qual paſcolo non dà egli,
e quanto mai non luſinga, e fomenta la paſſione di queſti tali l'
Opera del Sig. Marcheſe, la quale mettendo in canzone la Magia
l)iabolica, diſtrugge altresì una concludente prova dell'eſiſtenza di
quel maligno Spirito, e ſomminiſtra l'armi agl'increduli, e a li
ber
--------

2o8 O s s E R v A z I o N E CXXXIV.
bertini per vie più confermarſi nella loro opinione? Tutti queſti
cattivi effetti però per un bel nulla a mio credere poſſono com
putarſi riſpetto ad un altro di gran lunga piggiore, ed è l'eſem
pio, che coll'Arte Magica dileguata egli ha dato di poter impu
gnare a talento qualſivoglia opinione anche meglio ſtabilita, an:
che più comune, e più la Religione intereſſante. Che giova egli
avere la Scrittura, la Tradizione, i Padri, i Teologi, i Canoni,
la Chieſa, in una parola la Fede Divina, e l'Umana dalla ſua
per ſoſtegno della propria ſentenza ? Se l'Arte Magica dileguata
conchiude, ſi può aver contra tutte queſte forze, e nientedimeno
ottener la vittoria. E ſe così è, qual ipoteſi più fondata ſuſſiſte
rà in avvenire, qual dottrina più certa e ſicura non potrà com
batterſi, e ſuperarſi ancora? Ecco ſcoperto il ſegreto di gittar per
terra ogni dogma, ecco aperta la via a dileguar tutto . Per far
argine a ſimili diſordini molto attenta fu in ogni tempo la diſci
plina della Chieſa. Nemo (ordina l'Univerſal Concilio di Trento
Seſſ. 4.) Sacram Scripturam ad ſuos ſenſus contorquens , contra eurº
ſenſum, quem tenuit, ci tenet ſanita mater Eccleſia, aut etiam con
tra unanimem conſenſum Tºatrum ipſam Scripturam Sacram interpre
tari audeat. QUI coNTRA ENERINT, PER ORDINARIOS DE
cLARENTUR, ET PoENIS A JURE STATUTIS PUNIA NTUR
Il qual Canone contra la perſona di Cornelio Looſeo Curato di
Bruſſelles, che appunto la Magia Diabolica aveva pubblicamente
negata, fu meſſo in pratica in Treviri l'anno 1592. come ſi ha
da Martino Delrio nell'Appendice I. al Lib.5. delle Diſquiſizioni Ma
giche Num. 18. Per tutti queſti motivi adunque egli è ſommamen
te da deſiderarſi, che il Sig. Marcheſe abbaſſi per la ſeconda vol.
ta la ſua penna, e illumini me, anzi tutta la Repubblica Lette
raria con nuove, e più concludenti ragioni : ovvero confeſſando
ingenuamente la verità, impediſca nello ſteſſo tempo le pericolo:
ſe conſeguenze, alle quali il ſuo libro può aprire la porta. Negò
già la Magia Diabolica Criſtiano Tommaſio, ma era fuori del
grembo della Chieſa, e moſtrò anche incoſtanza nella ſua opi
nione, talchè può dubitarſi, ſe fino alla morte la conſervaſſe. La
negò altresì Pietro Pomponazio Cattolico, ma per eſercizio d'in
gegno, e per ſpiegare colle dottrine filoſofiche quanto de fatti
magici dalla Storia abbiamo : per altro confeſsò, che la vera e
ſana dottrina ſopra queſto particolare era quella, che comune
mente inſegnavano i Teologi. Il negare del Sig. Marcheſe è più
aſſoluto, e di maggior importanza, mentre non ſolo la Filoſofia,
ma la Teologia ancora, la Scrittura, la Tradizione, i Padri, il
comun ſentimento de ſavi, e perfino i Rituali della Chieſa Ro
mana pretende avere a ſuo favore. La ſua Diſſertazione non è u
na cicalata, o un diſcorſo accademico, recitato un qualche gio
ve
O s s E R v A z I o N E CXXXIV. 2O9
vedì graſſo ad amici di converſazione. E libro ſerio, in cui l'
Autore parla daddovero, ed eſprime ſchiettamente quell'opinione,
che ſtima più vera, è atto a nuocere aſſai più di quello o del
Proteſtante, o del Peripatetico. Guardi il cielo, che di sì per
verſo animo egli ſia, che a biaſimar gli uſi della Chieſa lo indi
rizzaſſe. Qual ſia ſtato il ſuo principal fine lo eſprime egli nel
S. XVI. e ſi è toccato nella Prefazione. Nientedimeno, che tenda
appunto a tacitamente condannare più Canoni, alcune Coſtituzio
ni Pontificie, e certi rimedi ſpirituali, dalla Chieſa in fatto di
ſortilegi, e malefici preſcritti, potrebbe ſembrare a più d'uno ,
che di lui quella ſtima, e quel concetto non aveſſe, che ne ho io.
Egli adunque ( atteſa maſſime la celebrità del ſuo nome, e la
gran fama del ſuo ſapere ) è in debito di non dar occaſione a
queſto ſcandalo, di togliere ogni motivo di pericolo, e d'inciam
, e far sì, che con tutta ragione non ſi dica di lui ciò, che
del grande Origene diſſe Teofilo Aleſſandrino (Ep. Paſchal. an. 4o 1.)
Abſque ullo divina vocis teſtimonio vim facere mititur Veritati , Z
extinéfa lucerna, invenire eam.

I L F 1 N E.

D d A P
i

A P P E N D I C E.
I. Ppena ſteſe queſte oſſervazioni, erudita Diſſertazione mi
giunge intorno agli omicidj commeſſi con sortilegio del
Sig. Bartolommeo Melchiori Aſſeſſore. Io ho avuto a ral
legrarmi in leggendola, che il mio libro lo abbia ec.
citato ad arricchire la Repubblica Letteraria d'un nuovo parto, e
che egli pure ſi ſia ingegnato a tutto potere di moſtrare l'inganno
di chi condanna le Streghe a morte, a queſto ſteſſo fine "
eſſendo ſtato ſcritto il Congreſſo Notturno. Ben è vero, che per
conſeguire l'intento, ſtrada molto diverſa dalla mia egli ha tenu
to. Principal aſſunto della ſua Diſſertazione ſi è il far vedere, che
i ſuppoſti delitti del Maghi, e delle Streghe non poſſono in verun
modo legalmente provarſi. Avrei avuto maggior piacere, s'egli ſi
foſſe ſul bel principio chiaramente ſpiegato intorno all'eſſenza e ſo
ſtanza d'amendue queſte ſette, mentre ſe i fatti delle Streghe non
s'eſtendono fuori della loro fantaſia, ſiam più che certi, che le
galmente non potranno provarſi giammai: ma per conto della Ma
gia Diabolica, ſe coſa reale, e producente veri effetti ella foſſe,
il caſo non dovrebbe eſſere così diſperato. Queſti però ſono i pun
ti, che prima di tutto parea doveſſero metterſi in chiaro dal no
ſtro Autore, e ne quali tutt'all'oppoſto io anzi lo trovo non po
co confuſo, e titubante, quantunque per altro egli mcdeſimo con
feſſi ( S. III. ) che l'inganno, che intorno ad eſſi prendeſſero perſone
di Foro, o di Magiſtrato, non potrebbe andar diſgiunto da pernicioſiſſi
me conſeguenze.
II. Fino dal bel principio ſi profeſſa egli di non poter abbando
nare la ſua antica opinione, la quale dà per ſicuri li Maghi, e le
magie, gl'Incantatori, e gl'incanti, i danni, i morbi, e le mortalità
derivate da Sortilegi. Confeſſa appreſſo, che non gli è nè pur paſ
ſato per l'idea di diſtinguere Mago da Strega fuorichè nel ſeſſo, aggiun
gendo ( S. XIII ) che confrontati quelli con queſte, nè ſimiglianza
più viva, nè maggior uniformità di caratteri ci può in qual ſi voglia
paragone riſultare, e ( S. XVII. ) che i Maghi, e le Streghe ſono due
rami del medeſimo albero, atti a produrre ſimiliſſimi frutti; onde que
ſti nomi ſi debbono ſpendere per puri ſinonimi. Son dunque a ſenti
mento ſuo tutto una coſa i Maghi, e le Streghe, e per conſe
guenza, ſiccome coſa poſſibile, e reale è la Magia, così reale e
poſſibile ſarà ancora la Stregoneria. Di fatto al S. LIII. pag. 26.
leggo queſte parole: Che al veneficio poi ſempre ſi accoppy il ſortile
gio, in quanto il Demonio nel congreſſo notturno diſpenſi alle Lamie di
camerata la cenere mortifera ..... ed in quanto lo ſteſſo Demonio age
voli loro il modo di uſarla in eccidio d'uomini, e bruti, nient'altro
- TU0
-
/
A P P E N D I C E. 2I I

voglio riſpondere; ſe non che ciò reſta nella ipoteſi di quel ſuppoſti Pos
SIBILI, che non ſi potranno legalmente provare giammai. E' dunque
almeno poſſibile la Stregheria. Ma ſe così è, come poi ſcrive egli
S. L. pag. 22. A colui, che confeſſava in Burges di aver commeſſo
un omicidio nel giorno precedente a Roma, o a Parigi, fede al certo
non ſi porgerebbe, mentre non è poſſibile, nè veriſimile, nè conforme
alla noſtra natura, che un uomo in tanto riſtretto termine poſſa com
piere sì gran corſa. Ma ( dico io ) le Streghe quando confeſſano al
Giudice le loro prodigioſe metamorfoſi, e quei velociſſimi voli per li
campi dell'aria, che vanno a terminare in danze, e tripudj; non lo
trattengono in novelle più impoſſibili ancora, più inveriſimili, e più
alla natura contrarie dell'eſempio propoſto? Sì certamente. La Streghe
ria, che prima ſi era data per poſſibile, non ſi fa ella qui più im
poſſibile del maggiori impoſſibili? Ma s'ella è impoſſibile, e ſe dall'
altro canto è una coſa medeſima colla Magia, non ſarà impoſſi
bile anche la Magia ſteſſa? In fatti l'Autore così ſcrive nel S. XIII.
Se io non capiſco, come i ſimulacri degli oggetti vicini giungano a de
ſtare la parte immateriale, che ſta dentro di me, come ho da capire,
che l'erbe, i minerali, i triangoli, i caratteri, i nomi poliſillabi, e
le magiche liturgie proferite ſecondo i precetti dell'arte, arrivino a
ſcuotere Spiriti ſottiliſſimi cotanto lontani e le quali coſe nel S. LIII.
chiama bamboccerie, che non vagliono a far cadere un capello di te
ſta, nè altro effetto ammette, che quello del veleni, nè altro ſor
tilegio, che il veneficio naturale, aggiungendo S. XXV. Quanto ai
Libri Magici, baſta il primo rifleſſo a conoſcere, che a nulla ſervono. Se
i libri di Filoſofia non formano neceſſariamente il Filoſofo, nè quei di
Legge il Legiſta; molto meno quelli di un'arte meſſa in ſcherzo da Cri
tici, formeranno il Mago ; quando per altro l'affetto del delitto non ſi vo
glia da qualche zelante Fiſcale ricevere per l'effetto. Or come tutto
queſto s'accordi col dar per ſicuri li Maghi, e le magie, gl'Incanta
tori, e gl'incanti, i danni, i morbi, e le mortalità derivate da ſortilegg,
lo vedrà il Sig. Aſſeſſore. Io per me, ſe debbo dirla come la ſen
to, dubito aſi, che ſotto una bella apparenza di voler concede
re la Magia Diabolica, e voler negare aſſai meno, che non nega
rono il Sig. Conte Carli, ed il Sig. Marcheſe Maffei, in ſoſtanza
egli nieghi aſſai più, benchè il ſentimento ſuo patentemente non
abbia voluto eſprimere.
III. Mi confermo in queſto ſoſpetto, oſſervando, com'egli nel
S. LV. e ne ſuſſeguenti, ove del faſcino ragiona, altra ſpezie di
faſcino non riconoſce, che il naturale, chiamandolo ( S. LVII )
un natural veneficio, ove cita ancora a ſuo favore S. Girolamo nel
Comentario ſopra l'Epiſtola di S. Paolo ad Galatas III. che pu
re, come nell'oſſerv. xx ſi è notato, ſcrive a chiare note: Poteſt
fieri ut & Damones huic peccato ſervianti & ri
Dd ij
in Dei ope
re
2. I 2 A P P E N D I c E.
re vel capiſſe, vel profeciſe cognoverint, eos a benis cperibus aver
tant. Cosi nel 5. XXVI dopo aver parlato di certa perfona, che
con Satanaſſo aveva eſpreſſamente patteggiato, foggiunge, non eſ
ſere da concederſi, ſenza lungo penſamento, che il Demonio abbia
potuto udire l'obblazione di coſtui, perchè il Demonio non è a tut
to preſente, come Iddio, e perchè un cattivo Angelo, che è limi
tato, e che fuori della ſua ubicazion non agiſce, ſe poteſſe ſentir di
la dai confini della voce, potrebbe anche ſentir ſenza voce, e così pe
netrare gli arcani non mai uſciti dalla mente degli uomini. Con che
ſi viene a ſpogliare il Demonio della facoltà di conoſcere le vo
glie, e i deſideri noſtri, anche allorchè a lui gl'indirizziamo,
quando vocalmente non ſeno eſpreſſi ; quaſchè col mezzo del
orecchie doveſſe egli intenderci: e finalmente nel 5. LXVI vuole
non ſi diano Oſſeſſi ſe non per un comando eſpreſſo di Dio al
Demonio, il che è contro al ſentimento di tutti i Teologi: ma
pur pazienza, quando nel 5. LXXI. non diſtruggeſſe ancora queſto
divino comando, così ſcrivendo: In Dio adunque, e non in altri º
trovaſi quella forza, che può movere i Demonj ad oltraggiarci; ma
che poi eſpreſſamente loro comandi di ſceglierſi per mido il corpo di
que cencioſi, che a furia d' urti, e fiancate vengon ſoſpinti verſo le
Chieſe, come ſe ſi foſſero traccanato ſino alla feccia il calice dell'ira
ſua, e la perdoni a tanti inſigni ribaldi; è coſa lontaniſſima dall'idea,
che ci formiamo della ſua divina giuſtizia. Perchè poi tralle prove
principali di vero invaſamento, le più decantate ſono il predir l
coſe future, e il parlar linguaggi non prima appreſi, egli nel Pa
ragrafo ſeguente non ha alcuna difficoltà di ſoſcriverſi a quelli
autori, i quali pretendono, che non per virtù ſoprannaturale, ma
per diſpoſizione dell'umor melancolico, il quale in tante guiſe opera -
dentro di noi, l'uomo ſi rende atto all'indovinamento, e a proferire
vocaboli d'idioma a lui ignoto: anzi s'avanza a dire, che queſt'ari
ticolo, comechè ſia il più difficile da comprenderſi, ha non per tantº l
l'approvazione maggiore dei noſtri scientifici: il che ſe vero foſſe , |

biſognerebbe ben dire, che il fanatiſmo filoſofico aveſſe occupato


gran paeſe nelle teſte de ſavi. Per tutti queſti motivi adunque, e
dal riflettere altresì, com'egli a fin d'eſaltare le forze, e l'ener
gia della natura, facilità aſſai intorno a racconti di certi Natura
liſti, fino a ſpendere per buona moneta corrente ( 5. L’III ) che
il Baſiliſco levi la vita coi raggi, che vibra dall'occhio, e con l'alito
diſecchi l'erba, e ſpezzi le pietre, ma eſſo medeſimo ſen muoja av
velenato, ſe la muſtella ſe gli avvicina; ( che ſono di que ſegreti,
co quali il Pomponazio ogni più ſtrana, e favoloſa bizzarria ſpie
gava ) io dubito aſſai, torno a dire, che nell'animo ſuo egli do.
ni, anche meno
dileguatori dellaal Magia
Demonio, che none gli
Diabolica, che donarono i più
diſputando, non fervidi
º ſia
Cm
A P P E N D I C E. 213
ſempre ben guardato da quello ſcoglio, di cui origene nel Lib. 6.
S. 56, con tra Celſum così parla: Eſt autem vitium diſputationis ma
ximum, cum qui adverſariorum dogmata quaedam reprehendit ut non
ſana, ipſe dogmata tenet, que multo magis obnoxia reprehenſioni ſunt.
Comunque però ſia di queſto, io mi riſtrignerò al fatto mio,
cioè all'oppoſizioni, che il Sig. Aſſeſſore fa contro al Congreſſo
Notturno, colle quali pretende provare infuſſiſtente la diſtinzione
da me fatta tra Magia, e Stregoneria.
IV. Il Sig. Tartarotti ( dice egli S. XIII. ) deſume ragione di
diverſità fra queſti malfattori da un ſuo ſuppoſto, che i Maghi poſſie
dano una recondita diſciplina da renderſi obbedienti i Demonj; quando
nelle Streghe nè diſciplina, nè ſanità di mente ſi ſcopre. Veramente
nel Lib. 2. Cap. 13. S. 2. io ſcriſſi: La Magia Diabolica può definir
ſi una cognizione di coſe ſuperſtizioſe, come parole, verſi, caratteri,
immagini, ſegni, ed altre ceremonie, mediante le quali ottiene il Ma
go l'intento: immediatamente però ſoggiunſi: Non perchè di lor na
tura atte ſieno a produr tal effetto, ma perchè in virtù del patto o
eſpreſſo, o tacito, ( circa queſti Patti veggaſi l'oſſerv. CXIII. ) che
ha col Demonio, opera queſti tutti quelli apparenti miracoli: con che
chiaramente io eſpreſſi, che niuna intrinſeca forza ſopra il Demo
nio per me ſi dava alle mentovate coſe, nè l'operazione di que
ſto era neceſſaria, e cagionata da virtù propria di quelle, ma vo
lontaria, e libera. Non è dunque vero, ch'io ſupponga, che i Ma
ghi poſſiedano una recondita diſciplina da renderſi obbedienti i Demonj,
quando d'altra ubbidienza s'intenda, che d'un'ubbidienza ſponta
nea, e malizioſamente dal Demonio voluta per acquiſtar poſſeſſo
ſopra l'animo del Mago. Non è parimente vero, che dal non poſ
ſeder le Streghe coteſta diſciplina, la ragione io deſuma della lo
ro diverſità da Maghi. Nel citato luogo così ſeguo io a dire S. 3.
strega è quella, che ungendoſi con certo unguento, va in tempo di
notte ( per lo più per aria dal Demonio in forma di becco, o d'altro
animale portata ) ad un congreſſo d'altre Streghe, e Demonj, ſolito
celebrarſi in certi determinati luoghi, e tempi; e quivi rinnegata la
fede, e il batteſimo, con altre enormità, adora il Demonio, da cui
per ricompenſa ha banchetti, danze, feſte, e tripudj d'ogni ſorta, co
me pure la facoltà di trasformarſi in varie ſpezie d'animali , entrare
a porte chiuſe nelle caſe, e nelle ſtanze di chiccheſſia, eccitar piogge,
e tempeſte, e coſe ſimili. Non aggiunſi, che il ſuppoſto congreſſo,
le abbiurazioni, le feſte, e la potenza delle Streghe erano tutte
Sogno d'infermi, e fola di romanzi,
poichè ciò abbaſtanza appariva da tutto il filo dell'Opera, che a
queſto preciſo punto, e non ad altro era ſtata deſtinata, e però
ben ſi vede, che l'unica, vera, ed eſſenzial differenza tra la Ma
gia, e la Stregheria, da me quivi ſtabilita, ſi è, che quella è coſa
I Ca
-
2 I4 A P P e N D I C E.
reale, e di fatto: queſta è ideale, e immaginaria. Ma che dico io
non aggiunſi? Anzi ampiamente mi ſpiegai ſopra queſto partico
lare, allorchè ſcriſſi appreſſo, che l'effetto o buono, o cattivo dal
Mago per mezzo del Demonio prodotto, è vero e reale, e ſpeſſo a tut
ti paleſe: quello della Strega è ideato, immaginario, ed occulto. Che
il Mago è vero Malefico: ma la Strega è piuttoſto maleficiata, che Ma
lefica. E finalmente, che nella Magia intervien ſempre realmente il
Demonio, e i veri patti o eſpreſſi, o taciti con quello: laddove nella
Stregheria ideale è il commercio, e vani ed immaginari i patti. Ordo
po tutte queſte coſe, chi potrebbe mai perſuaderſi, che nel poſt
dere, o non poſſedere una recondita diſciplina, e nell'avere, o non
avere ſanità di mente, io preciſamente riponga la differenza tralla
Magia, e la Stregheria? Niuno certamente, che quel mio libro an
che ſoldi paſſaggio abbia letto.
V. Segue il Sig. Aſſeſſore: Ma ſe io non capiſco come i ſimulacri de
gli oggetti vicini giungano a deſtare la parte immateriale, che ſta dentro
di me; come ho da capire, che l'erbe, i minerali, i triangoli, i carat
teri, i nomi poliſillabi, e le magiche liturgie proferite ſecondo i precetti
dell'arte, arrivino a ſcuotere Spiriti ſottiliſſimi cotanto lontani? Biſogne
rebbe, ch'io nelle cognizioni filoſofiche non foſſi quel goffo, che mi con
feſo, per capacitarmi, che atteſa l'armonica corriſpondenza tra le parti
dell'univerſo, ſi trovino tali corde in natura, che ben toccate, feriſcano
i Diavoli, anzi ſe gli ſtraſcinino dietro come ſe gli aveſſero tenacemente -

uncicati. L'articolo non è men arduo della queſtion principale; col qual
ſuo ragionare urta egli ( voglio credere per inavvertenza, non per
malizia ) in quella ſpezie di fallacia, che i Loici chiamano Ignora i
tio Elenchi, conſiſtente nel non capire, o fingere di non capire il
ſentimento dell'avverſario, per farſi così ſtrada a combatterlo con
qualche apparenza di ragione. Suppone egli, che virtù propria, e
naturale io doni a caratteri, ed all'altre magiche ricette, quando mi
ſono con tanta evidenza dichiarato, che non le riconoſco ſe non
per mezzo morale. Non perchè di lor matura ( ſcriſſi io ) atte fieno
a produr tal effetto, ma perchè in virtù del patto o eſpreſſo, o tacito,
che il Mago ha col Demonio, opera queſti tutti quelli apparenti miracoli,
Non ſono adunque i nomi poliſillabi, e i triangoli, non l'armo
nica corriſpondenza dell'univerſo, nè le corde della natura, che
ſcuotano Spiriti ſottiliſſimi, e feriſcano, e ſi traſcinino dietro i Dia
voli ; ma queſti per corriſpondere all'opinione del Mago, operano,
e operano non neceſſariamente, e violentati dalla forza e attività de
gl'incanti, come malamente ſi perſuadettero gli antichi, ma liberº
mente, e per pura loro malizia: ſopra che vegganſi le oſſervazioni
P III. e XV.
VI. Un fatto è certo ( ſoggiunge il Sig. Aſſeſſore) che le coſe, e
non i nomi cadono in oſſervazion delle leggi, e che ſiccome eſſe leggi
1,0i
A P P E N D I C E. 2 I5
zon conoſcono differenza tra un omicidio eſeguito con le regole della
ſcherma, ed un omicidio commeſſo con un fendente da ſtrampellato ,
così non la ponno conoſcere nei malefie, diabolici, o con arte, o ſenz'
arte che ſi compiſcano. Il che tutto ben volentieri gli accordo io:
ſolamente aggiungo, ch'egli ſegue a perder di viſta il mio ſiſte
ma, e continua a ſupporre, che veri malefici diabolict io attribui
ſca alle Streghe, quando sì chiaramente ſcriſſi : La strega nulla
agiſce : la Strega è piuttoſto maleficiata , che Malefica : nella stre
gheria ideale è il commercio, e vani ed immaginarj i patti. -

VII. Di qui paſſa egli a conchiudere (S. XIV. ) che ſia ella an
tica, o ſia moderna la Stregoneria, gli ſi dovrà almeno concedere ,
ch'ella ſia un ramo incalmato, e creſciuto ſmiſuratamente ſul vecchio,
voglio dire ſul tronco della Magia. Io però, e chiunque della Stre
goneria la radice, e l'eſſenza conoſca, e quella giuſta idea ne ab
bia, che a lungo nel congreſſo Notturno ho ſpiegata , gli conce
derà bensì, che grande antichità ella vanti; ma non già , che ſia
nè inneſto, nè ramo, nè ſpezie alcuna di Magia ; ben piuttoſto
un fanatiſmo di ſporche e libidinoſe donnicciuole, un tetro e
laido ſogno, una chimera fantaſtica, che fuori dell'immaginazio
ne, niente ha di vero e reale, e che per conſeguenza (come an
che gli antichi giudicarono) colla Magia Diabolica, coſa ſoſtan
- ziale e vera, non ha che fare nè molto, nè poco . Aggiunge il
noſtro Autore, che non è queſto il primo eſempio, che le leggi pro
mulgate contro ad una peculiare ſchiatta di delinquenti, ſi applichino
ad un'altra, che le ſia analoga, il che (S. XV ) prova con molta
erudizione, ſoggiungendo nel Paragrafo ſeguente coll' autorità di
Giuliano, e di Ulpiano, che il rimedio di procedere da ſimile a ſi
nile non è di puro conſiglio, ma di preciſo comando, da che vorreb
be inferire, che le Streghe ſieno ſoggette alle ſteſſe leggi de Ma
ghi. Ma come mai a queſta conſeguenza può egli paſſare, prima
d'aver dimoſtrato, che coſa analoga , e ſimile alla Magia è la
Stregoneria? E come ſimilitudine, e analogia provar potrebbe tra
due coſe, le quali, o ſi guardi alla cagione efficiente, o ſi guardi
agli effetti, o ſi guardi alla natura e quiddità d'amendue, ſono
tra loro sì eſſenzialmente differenti? Quindi è, che indarno s'affa
tica il Sig. Aſſeſſore, allorchè oſſerva (S. XVII ) che , quantun
, que nelle leggi non ſi " eſpreſſo quel nome, che gramati
, calmente tradotto ſignifichi Strega, tre volte almeno le Streghe
, vi ſi trovano incluſe. Vi ſi trovano nella legge dei Digeſt, che
,, ordina al Giudice di appiccare il fuoco ai libri di Magia , vel
,, bis ſimilibus . Vi ſi trovano nel Titolo del Codice, che
, principia De Maleficis, & Mathematicis, e finiſce, Et cateris ſi
», milibus. Vi ſi trovano un altra volta nel corpo delle leggi del
-, detto Titolo ſotto la generalità di queſte parole : Magi, ci rac-,
2, tert
2I6 A P P E N D I C E.
95 teri, quos Maleficos ob facinorum magnitudinem vulgus appellat :
22 Le Streghe ſon giuſto quelle, che il volgo, e poi anche chi
5x non è volgo, chiama Malefiche per la grandezza dei loro mis
, fatti. “ Laſciando da un canto il volgo, e chi nel penetrare l'
interno delle coſe più del volgo non va addentro, poichè queſti
tali non debbono i regola a chi va in cerca della verità, io
replico, che il Mago è vero Malefico, ma la strega è piuttoſtº ma
leficiata, che Malefica. Dico, che non ſi tratta di diverſità di nº
mi, il che nulla rileverebbe, ma di diverſità di coſe. Dico, che
nelle leggi sì Civili, che Canoniche menzion non ſi trova di Stre
gheria, ſe non per condannarne la credenza . E dico per fine,
che ſenza far gran torto alla mente del Legislatori, non poſſonº
alle Streghe eſtenderſi quelle leggi, che de Maghi favellano, poi
chè la Magia non ſolo alla Stregoneria non è punto ſimile, ma
più da quella è lontana, che non è il cielo dalla terra . Tuttº
queſto e nel congreſſo Notturno, e nell'antecedente Riſpoſta, e nel
altra al Sig. Conte Carli, in tanto lume mi vado luſingando d'a-
ver poſto io, che ſenſata perſona non poſſa più ragionevolmente
dubitarne. Ho fatto vedere con un intero libro, che la Stregone
ria è una pura immaginazione . Con un altro ho provato, che
coſa vera e reale è la Magia . Finchè queſte due premeſſe non
vengano ſmoſſe, e atterrate, io avrò ſempre il diritto di conchiu
dere, che nulla hanno che fare tra loro quelle due profeſſioni
Se però con tutto queſto il Sig. Aſſeſſore vorrà ſeguitar a ſpende
re nel ſuo Trattatello ambidue queſti nomi per puri ſinonimi, sì gli
ſpenda egli a ſuo talento, che forſe non mancherà chi per tali
appunto tuttavia gli riceva. Debito di chi ſcrive libri non è di
perſuadere ognuno, che impreſa diſperata ſarebbe coteſta. Egli è
di ſcrivere in modo, che anche a perſuader ognuno ſia atto; al
qual dovere avendo io, ſe di ſoverchio non mi luſingo, abbon
devolmente ſupplito, ſpero ancora d'aver ſoddisfatto al mio im
ºm0 ,
vii. Nel rimanente molto, torno a dire, io commendo e il
diſegno di queſt'Operetta, e l'eſecuzione del diſegno. Si trovano
anche al bel giorno d'oggi Tribunali, maſſimamente nella Ger
mania, che non ſolo la Stregoneria dalla Magia non diftinguono i
ma di tutta queſta materia hanno idee confuſiſſime : mettono a
mazzo Magia, Stregheria, Sortilegio, Superſtizione, Veneficio ,
Maleficio : non diſtinguono le parti del Giudice, del Medico, e
del Confeſſore, e quello, ch'è peggio, ogni indizio ſembra lor
ſufficiente per comprovare i ſuppoſti misfatti, da che poi ne ſe
guono i miſerabili effetti delle funeſte ſentenze di morte , che da
quella parte di tratto in tratto udiamo. Qual coſa pertanto più
plauſibile, più utile, anzi dirò neceſſaria, del far vedere col fon
da
A P. P E N D I C E. 217
damento delle Leggi la difficoltà di legalmente provare così fatti
delitti, come con molto ingegno, ed erudizione ſi è ſtudiato di
fare il Sig. Melchiori? Veramente prima di lui da Enrico Bodino era
ſtata occupata queſta provincia nella Diſſertazione De fallacibus
Indiciis Magie, che uſcì in Ala di Maddeburgo l'anno 17o1. ed
in cui vani, e da nulla fa vedere moltiſſimi indizi, che non ſolo
preſſo i Demonografi volgari, ma anche preſſo celebri Giuriſcon
ſulti paſſano per rilevanti, ed anche deciſivi. Il libro però di que
ſto Oltrammontano non è molto ovvio, anzi non è appena noto,
e dall'altro canto la materia è ampliſſima, e importante all'ulti
mo ſegno, coſicchè non dee ſembrar ſoverchio, che anche da
penna Italiana ſia ſtata lodevolmente diſcuſſa, ed illuſtrata.
IX. E qui al termine della mia fatica mi luſingava io eſſere
giunto, ma in queſto mentre mi vien data nuova ſia uſcito in
Venezia un Libro intitolato: Animavverſioni Critiche ſopra il Not
turno Congreſſo delle Lammie, per modo di Lettera indiritte ad un
Letterato, nelle quali l'Autore anonimo aſpra battaglia muove a
quella mia Opera , e con falange formidabile d'Interpetri della
Scrittura, di Dottori Scolaſtici, di Moraliſti, di Caſiſti , d'Eſor
ciſti, ed anche d' Aſcetici, ſi ſtudia provare, che le Streghe non
ſolo andar poſſono, ma vanno effettivamente al Noce di Beneven
to, che la Stregoneria è una coſa medeſima colla Magia, e che
amendue queſti delitti meritano pena di morte . Ma come mai
dopo eſſere io ſtato fin qui ſoggetto alla taccia di poco aver ne.
3ato ,ſ" aver negata la ſola Stregoneria, mi vien ora fatto il
proceſſo d'aver negato troppo? Come dopo avermi rinfacciato il
Sig. March. Scipione Maffei, che troppo onore io ho fatto a queſte
favole, tanto ſtudio impiegando per dileguarle, e dopo avere ſcritto
il Sig. Dottor Giovanni Lami nelle ſue Novelle Letterarie, che il
ridicoloſamente immaginato congreſſo notturno delle Lammie, o Streghe,
è coſa in verità da non crederſi nè pure da bambocci ; entra ora in
campo un Anonimo a dar per vere cotali favole, a ſoſtenere ſo
miglianti bamboccerie? Gran maraviglia ſembrerà certamente a più
d'uno coteſta, ma però ella non è tale. Queſto ſteſſo Autore a
nonimo, che nella Valle di Fiem, ed anche nella Città di Tren
to è notiſſimo, pubblicò pochi anni fa una ſua Diſſertazione Apo
lºgetica ſul martirio del B. Simone da Trento, alla pag. 42. della qua
le narrazioni fondate nella mera volgar opinione, e tradizione del
popolo ignorante chiamò le danze, i conviti, i traſporti, e i nottur
i congreſſi delle streghe, riconoſcendogli anch'egli per fantaſtici, e
ideali. Aveva egli avuto notizia, ch'io ſtava lavorando un Tratta
to, in cui queſta ſteſſa coſa per me difendevaſi, e però credette di
fare un gran colpo col prevenirmi, e col far vedere al mondo let
terario, ch'egli prima di me cotal verità aveva ſcoperta.
E e
corri O
218 A P P e N D I C E.
ſo poſcia il mio Libro, ed oſſervato da lui, che altro è il propor
re, altro il provare : che più di trenta Scrittori tutti Cattolici e
prima di me, e prima di lui avevano detto lo ſteſſo, e che quel
la mia fatica, qualunque ella ſiaſi, qualche compatimento s era
pur guadagnato preſſo gli uomini dotti ; ſtimò meglio voltar man
tello, e far prova, ſe col ſoſtenere il contrario gli riuſciſſe giam
mai di guadagnarſi l'immortalità. Il ſuo deſiderio è d'eſſere Au
tore, e per conſeguir queſto fine, tanto ſerve il propugnare uno
pinione quanto l'altra, purchè ſi ſcrivano libri, e i libri vengº
no ſtampati. Perchè però ſtagion tale potrebbe correre un gior
mo, che maggior onore a lui faceſſe l'aver difeſa la prima opi.
nione, e non queſta, che ora difende, quindi è, che non oſtan
te le molte" da lui contra quella, e contro al Congreſſo Not
turno qui ammaſſate, pure ſembra talvolta approvi queſto mio Li
bro, e gli ſia a cuore il credito del medeſimo . Per cagion d'e- ti

ſempio, ſi leggerà ſul bel principio di queſte ſue Animavverſioni,


che ſe l'Autore del Congreſſo Notturno vuole, che cautamente ne
Tribunali procedaſi alla condenaggion (confervo l'ortografia dell'Au
tore) delle Streghe, ſoverchie non altrimenti eran le ſue Annotazioni,
ed il ſuo Trattato non meno del Congreſſo Notturno , dopo l' Iſtruzione
ad uſo degl'Inquiſitori d'Italia, e la Cauzion Criminale del P. Spe:
ma poi ſul fine dell'Opera, cioè pag. 186 dello ſteſſo Autore del
congreſſo Notturno ſi dice : Si fece quindi a diſaminar più a fondo, e
più minutamente degli altri, queſta materia, pubblicando in ſu dellº
ſteſſo argomento tre Libri, ne quali non può negarſi contenerſi una va
ſta e ſcelta erudizione, ed eſſere degni di molta lode, in quanto che va
ler poſſono a rendere vieppiù cauti i Tribunali nel proceder al gaſtigº
delle Malefiche. I tre Libri del congreſſo Notturno, perchè cauta
mente nel Tribunali procedaſi alla condenaggion delle streghe, ſono ſº
verchj, e poi gli ſteſſi ſteſſiſſimi tre Libri valer poſſono a rendere
vieppiù cauti i Tribunali nel proceder al gaſtigo delle Malefiche. Alla
pag. 166. mi dicono applichi a me quelle parole di Merico caſaubo
no in parlando del VViero : Hoc mibi exploratum eſt, eum Libro ſuº
magnam inconſtantiam prodere, immo quandoque non levem confliium,
e repugnantiam, ut homo qui in hoc argumento valde haſitat, º
novit quid dicturus ſit : poi alla citata pag. 186. così ſcrive : E
fatto noi pure di buona voglia qui confeſſiamo d'eſſerci della ſua Opº
ra con eleganza, e forza, e pari ingegno da lui lavorata, valuti º
approfittati non poco, anzi ſulle prime parole del Libro la chiamº
fornita a dovizia di molta erudizione, e dottrina, e dice, che lº
accorda TUTTE le lodi, che mi ſono ſtate date, vale a dire quellº
del Sig. March. Scipione Maffei, che compatì il mio Libro per la
ſana confutazione di alcune ridicole opinioni in propoſito delle Strº
she : quella del Sig. Muratori, che diſſe : Ha V. S. - 0(10
l

A P P E N D I C E. 219
ſodo ed efficace antidoto a queſta sì dilatata epidemia . L'argomento è
a poſto in lume tale, che ſi farebbe deridere chi tuttavia voleſſe ſoſtene
re l'oppoſto; e quella finalmente del Sig. Conte Carli, che con
chiuſe : In ſomma tali, e tante prove dite, ed apportate , che ſu
tal propoſito ſembra non reſtar coſa da deſiderarſi . Lo ſcrivere con
forza, l'eſſere fornito a dovizia di dottrina , la ſana confutazione ,
il ſodo antidoto, l'argomento poſto nel maggior lume, e il dire quan
to può deſiderarſi, -ome mai s'accorda egli colla magna inconſtan
tia, col non le vis conflictus, e col valde baſitat, nec novit quid di
ſturus ſit? Per entro tutta l' Opera poi mi carica d' ogni ſorta di
villania, e d'improperi, tacciandomi di preſunzione, di temerità ,
di petulanza, di arditezza, di faſto, d'animoſità, di falſità, di jat
tanza, di poca prudenza, di poca carità : dice, che ſembro la cor
macchia d'Orazio con le altrui piume veſtita, che mi ſi dee poca fe
de, che ho incolto tutti gli sbagli, e ſpropoſiti, da me al P. Delrio
imputati, che do riſpoſte puerili, e porto ragioni da riderſi, anzi
chè da confutarſi, che almeno io dovea ſapere quello inſegna il lume
ſteſſo della ragione, ed il ſenſo comune i ſuppone, che altro io poſſa
avere ſulla penna, altro nel cuore , e finalmente per i ſcherno mi
chiama novelliſſimo Autore, quaſi dal Ciel diſceſo per illuminar il Mon
do, e per diſvelargli errori di tutta la veneranda Antichità , ed il
i veggente in Iſdraello, atto ad amaeſtrar lo ſteſſo S. Agoſtino : ma pure
alla detta pag. 186. ſeriamente parlando, mi chiama Perſona RI
SPETTABILE. Nello ſteſſo luogo ſoggiunge: Proteſtandoci, che qua
lunque eſpreſſione nell'eſtro della diſputa cadutaci a lui men riſpettoſa ,
o poco onorifica, od ingiurioſa, ſi vuole da noi come non detta, e ri
trattata : ma pure nello ſteſſo tempo vuole, che ſia ſtampata. Se
crede di non avere ſcritto contra le regole del buon coſtume, per
chè ritrattarſi? Se poi ſa, e confeſſa di male aver operato, per a
ver uſati termini ingiurioſi, perchè amar queſto male, e non im
pedirlo prima di ſtampar l'Opera, giacchè prima ſi era ravveduto ?
L'egli coteſto l'eſempio di rigoroſa Morale, che porge a coloro,
i quali non profeſſano regola così ſtretta, come profeſſa egli è Con
tutto queſto però ogni coſa al parer mio ſe gli vuol condonare in
grazia di quelle poche, ma ſincere parole ( forſe non volendo cadu
tegli dalla penna ) : NELL'ESTRO DELLA DISTUTA; le quali ci
porgono la chiave per penetrare nell'intimo della ſua mente, e tut
to maraviglioſamente conciliano. OEſtrum (dice Feſto) furor , Gra
co vocabulo. Ora dico ( ſcrive il chiariſſimo Sig. Muratori nel Lib. 1.
Cap. 17. della Perfetta Poeſia ) altro non eſſere l' Eſtro, ſe non queſta
gagliarda agitazione di Fantaſia. Molte ſon le cagioni di queſto mo
vimento, ſiccome ancor molti, e diverſiſſimi ſono i ſuoi effetti . Ter
divina virtù ſi può agitar la noſtra Fantaſia, e quindi naſcono le E
ſtaſi, le Viſioni, i sogni, e le Rivelazioni ſoprannaturali. Ma io mi
Ee ii ri
22O A P P E N D 1 C E.
riſtringo ora alle naturali cagioni, e queſte ſono o per parte del cor
po, o per parte dell'Anima. Per parte del Corpo ſi agita gagliarda
mente la Fantaſia o dal ſoverchio cibo, e più dal ſoverchio vino, o
dalle febbri, o dalle freneſie, o da altre malattie, e ſpezialmente dal
la malinconia. Allora o dormendo noi, o vegliando , proviamo un
violento moto nelle interne Immagini della Fantaſia, come tutto gior
no ſi vede negli ubbriachi, ed ipocondriaci, e ne febbricitanti, e ne
frenetici. Per parte dell'Anima s'agita forte la Fantaſia dalle vio
lente paſſioni, come dolore, ſdegno, amore, e ſimili . Da qual ſor
gente derivi l'Eſtro, a cui il noſtro Autore, ſenza eſſer Poeta , ſi
trova ſtranamente ſoggetto, e che poſcia in lui quel gran turbine,
cd ondeggiamento d'idee, e d'opinioni produce i non voglio io an
dar indagando. V'ha chi crede, che queſt' affezione abbia egli in
cominciato a riſentire gagliardamente, dappoichè qualche Letterato
di grido o per ſollevamento d'animo, o per altro particolar fine,
eſſendo con eſſo lui entrato in ragionamenti letterari, e più ſuoi
ſentimenti avendogli comunicati ; egli abbia interpetrato , che ciò
foſſe a fine d'approfittarſi de' ſuoi lumi, e per regolarſi col ſuo con
figlio; la qual coſa sì forte gli abbia ferito la fantaſia, che poi ab
bia patita la fiſſazione non ſolo d'eſſere Letterato egli ſteſſo, e di
ſaper far libri, ma ancora d'eſſere e del libri, e de Letterati Giu
dice competente; coſicchè chiunque di penſar giuſto , e di colpire
nel ſegno abbia talento, a lui , come a vero diſcernitore, deb
ba ricorrere, ſentire la ſua deciſione, e da quella non diſcoſtarſi
punto. Altri credono altro; ma comunque ſia di ciò, eſſendo noi
certi del fatto, laſceremo a Medici il ricercarne la vera cagione
Intanto queſto fatto ſolleva me da qualunque nuova fatica , volen
do io ſperare, che niuno de'miei Leggitori ſarà sì poco avveduto,
e diſcreto, che mi ſtimi in debito di dover riſpondere anche a que
ſta claſſe di perſone, le quali colla penna, e colla carta non furo
no guarite giammai i e ciò tanto più, quanto che ſi ha giuſto mo
tivo di credere, che in qualche nuova ebollizione ed efferveſcen
za di fantaſia il noſtro Autore poſſa tornar ſul ſiſtema di prima,
giacchè un Soggetto, il di cui giudizio, anche a ſentimento ſuo,
vale quello di cento, e mille altri, cioè il Sig. March. Scipione Maf.
fei nell'Opera, che qui più volte, e ſempre con lode egli rammen
ta, cioè nell'Arte Magica dileguata pag. 5. ha già data la ſentenza,
che per aderire all'opinione con tanto impeto e ſmania ora da lui
difeſa, biſogna aver fatto gran progreſſi nella pazzia. I racconti del
famoſo Noce di Benevento, e delle ragunanze di gente, che va per a
ria a tripudiare in altri ſimili remoti luoghi la notte, fanno ridere in
oggi (almeno in Italia) anche quel minuto popolo, che non è STOLI.
Do, e ſcimunito. Ma che dico io doverſi credere , che il noſtro
Autore ſia per tornare ſul ſiſtema di prima : S è vero quanto mi
e
vica
-
-

A P P E N D I C E. 22 I

vien ſuppoſto, egli ci è già tornato in queſto medeſimo ſuo Libro,


quando anche non ſia paſſato più oltre, arrivando a negare la ſteſſa
Magia Diabolica ; mentre mi dicono, che con queſte parole egli
termina le ſue Animavverſioni : ,, Conchiuderò dunque i" viep
, più dilungarmi, con Plinio Lib. 3. Cap.2. eſſere la Stregheria non
, men della Magia inteſtabilem , irritam, inanem, habentem tamen
, quaſdam veritatis umbras, ſed in iis Veneficas artes pollere , non
, Magicas : “ ch'è quello ſteſſo paſſo, con cui il mentovato Sig.
Maffei alla pag. 1o. dell'accennata Operetta provò vana, e vuota d'
effetto la Magia Diabolica, e ciò giuſtiſſimamente quanto all' au
torità di Plinio, chiara coſa eſſendo, che con tali parole quell'A-
teiſta ſpogliò d'ogni effetto la Magia da noi detta Diabolica, nè
altra ſpezie di Veneficio riconobbe, che il Naturale . S'aggiunga
a tutto queſto, che nella concluſione del congreſſo Notturno così
già io ebbi ad eſprimermi : Qualunque coſa verrà contra me ſcritta
(quando o per Maldicenza, o per Ignoranza non ne foſſe del tutto inde
gna) la leggerò ben volentieri, ed avrò ſomma ſoddisfazione e giubilo
d'eſſere da chiccheſſia iſtruito ed illuminato: onde eſſendoſi appunto pre
ſentato il caſo da me allora preveduto, non ſolo dal riſpondere
a queſto Libro, ma eziandio dal leggerlo vengo ad eſſere intera
mente aſſolto e liberato. D'una coſa bensì ho avuto a rallegrar
mi, ed è il vedere, che il noſtro Campione non ſi ſia arriſchia
to d'alzar la viſiera, e d'entrare nello ſteccato a fronte ſcoperta,
eſſendo queſta un'evidente prova, che all'anguſtie, alle quali una
volta erano ridotti coloro, che alla Stregoneria poca fede dava
no, cioè di dover occultare il proprio nome per timore di non
paſſare per complici del delitto, " ora ridotti i difenſori di
quella per tema di non farſi deridere, da che ben può arguirſi ,
eſſere queſti gli ultimi reſpiri, e sforzi di queſta ſcreditata ſcioc
chiſſima opinione.

I L F I N E-

L E T
L E TT E R. A
D E L S I G N O R.

C L E M E NT E B A R O N I
D E L LI M A R C H E s I C A v AL C A B o'

- Ad un Giornaliſta Oltrammontano,
S O P R A I L

Congreſſo Notturno delle Lammie


D E L S 1 G. A B A T E

GIROLAMO TARTAROTTIA
-
225
Illuſtriſs. Sig. Sig. e Padron Colendiſs.

Gli non può negarſi, che il diſegno di pubblicar Novelle, e


Giornali de Letterati, di cui la gloria par che alla Francia
convengaſi, fra i più belli ritrovati contar ſi debba, che all'
aumento dell'Arti, e delle Scienze, e ad agevolarne il loro
acquiſto mirabilmente ſervono, e contribuiſcono . Ma non ſi può al
tresì recare in dubbio , che qualor quelli , che ad una tale im
preſa s'accingono, forniti non ſieno delle neceſſarie qualità, e preroga
tive sì dell'intelletto, che del cuore, sì bella invenzione anzichè di
vantaggio, rieſca di nocumento al Pubblico, e nuovo polſo, e vigore
aggiunga alla verità di quel detto, che -

Nil prodeſt, quod non la dere poſſit idem. (a)


V. s. Illuſtriſſima ben vede, che uffizio eſſendo degli Scrittori de Gior
nali, e Novelle il dare in compendio, e in riſtretto una giuſta idea ,
e notizia dell'Opere, che intraprendono a riferire , coll'interporvi be
ne ſpeſſo il proprio giudizio, affinchè il Mondo Letterario informato
venga, ſe il tale, e tal altro libro, che da loro poſto viene in viſta,
fra i tributi meriti eſſere annoverato, che l'errario delle Scuenze au
mentano, o fra l'erbe malvagie, che ad altro acconcie non ſono, che
ad ingombrar inutilmente, con danno anche del prodotti migliori , il
campo delle Lettere; donde poi ſi ſappia , ſe andar in cerca di eſſo
ſia bene, oppure lungi da sè rigettarlo : per la parte dell'intelletto io
m'intendo ricercarſi in cotali Scrittori, oltre una non ordinaria pene
trazione, e ſvegliatezza d'ingegno, una anche preſſochè piena con
tezza, e intero conoſcimento delle materie, che il ſoggetto formano di
que tali libri; e per la parte del cuore un puro, e ſincero amore del
la verità, con un totale ſpogliamento d'affetti, e di paſſioni, giacchè
la verità, e la paſſione ſon due nemiche sì grandi, che il trovarſi
congiunte, e accoppiate inſieme di non minor maraviglia riputarſi
dee, che la congiunzione di quelle due altre, delle quali parla l'amo
roſo Poeta, quando dice :
Due gran nemiche inſieme erano aggiunte
Bellezza, ed Oneſtà. (b)
F f dºl

(a) Ovid. Triſt. Lib. II.


(b) Petr. Part. II. Son. cclv1.
226 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
anzi fu detto, che iudicia affetuum cum veritate numquam conve
niunt. (a) Ora foſſe in piacer di Dio, che ſiccome l'Italia, non me
no che le altre foraſtiere Nazioni, han potuto ſempre, e poſſono tut
tora moſtrar eſempi di chi delle accennate virtudi ben provveduto,
nella fabbrica del Giornali poſe mano, così anche del contrario non
poteſſero far certa fede, e teſtimonianza. Per altro ſe a me ricerchiſi,
in quale ſchiera io riponga V. S. Illuſtriſſima, non mi biſognerà penar
molto a determinarmi, e ad aſſegnarle il luogo fra quella degli otti
mi, nota eſſendo a tutta la Repubblica Letteraria l'ampiezza, e ſu
blimità del ſuo raro, e pellegrino talento, di una non ſuperficiale, e
apparente, ma ſoda, e maſſiccia erudizione arricchito; come non meno
è cognito non tanto agli amanti delle Lettere generalmente , quanto a
quelli in particolare, che han la bella ſorte o converſando, o ſcriven
do di tener ſeco Lei commerzio più da vicino, tra quali io pure mi
vanto di eſſere, è cognito, diſſi, il ſincero, e diſappaſſionato ſuo zelo
per la verità, e la ſomma cauzione, e riſerva , con cui procede in
recarſi a decidere ſul merito dell'Opere altrui. Una ſufficiente ripruova
di queſto può eſſere la lettera , con cui Ella ultimamente ſi è compia
ciuta di viſitarmi, ſignificandomi, come intenzionata eſſendo di riferi
re nel ſuo Giornale Il Congreſſo Notturno delle Lammie del Sig.
Ab. Girolamo Tartarotti, opera, che anche a detta di Lei tra la
folta turba di que libri, che giornalmente eſcono alla luce, ſi è molto
diſtinta, e che quantunque in Italiano ſcritta, pure non ſolo in Ita
lia, ma anche fuori ſi è acquiſtato gran nome; non contenta , per po
terne parlare con fondamento, di averla per sè ſteſſa letta , e diſami
nata, ha voluto ancora intendere, e penetrare il giudizio di vari ſuoi
Amici letterati, ch Ella tiene in Italia , de quali pure trovandoſi ,
com Ella dice, poco ſoddisfatta per l'oppoſizione, e contrarietà di pa
reri, che in lor le è avvenuto di trovare, ſi è riſoluta per fine di
fare capo ancora a me, e di ricercarne il mio giudizio, con eſprimerſi
aſſai gentilmente, che l'opinion mia ſarà per riuſcirle di gran peſo, e
conſiderazione, coſicchè potrà eſſa contribuire moltiſſimo a dare il tra
collo alla bilancia, che in equilibrio preſſo Lei ancora ſi rimane, e
farla più dall'una, che dall'altra parte cedere, e piegare. Un eſempio
ſi è queſto di vero amore per la verità, e di circoſpezione nel diſcen
dere a determinare il pregio de Libri, ben grande, e raro, e proprio
ſolamente di coloro, che veramente ſanno, ſoliti eſſendo ſempre queſti
a donar molto agli altri, e pochiſſimo a sè ſteſſi, della propria forza,
e valore baſſi ognora, e parchi eſtimatori. Ma ſe io lodo , ed approvo
V S. Illuſtriſſima per riguardo al di Lei cauto e riſervato modo di
procedere : per conto dell'eſſerſi Ella ſpecialmente a me rivolta li
al -

(a) Malebr. De inquir. Verit. Lib. V. Cap. v1.


Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 227
addirizzata, poſſo bensì riconoſcere, e confeſſare l'onor grande, ch El
la ni fa, il Mual è di tal natura, che uno men che uſato a prender
guardia cortro agli aſſalti dell'amor proprio, e che allo ſtudio di co
noſcer sè medeſimo non attendeſſe più che tanto, potrebbe di leggeri
levar in ſuperbia, e far sì, che da molto più ſi riputaſſe, che in real
ti gli non foſſe i ma non poſſo già egualmente lodare, ed approvare
la ſcelta da Lei fatta, e il partito che di prendere le è piaciuto. Io,
la Dio mercè, non ſono così abbagliato, o invaghito di me medeſimo,
che non m'accorga, le forze dell'intendimento mio, e l'acquiſto di co
gnizioni da me inſino ad ora fatto, allontanarſi di molto da quella
ſufficienza, ch'è richieſta in chi pretenda alzar tribunale , e dell'o-
pere altrui un giuſto, e adequato giudizio formare . Senzachè dovendo
il parer mio riuſcire all'opera totalmente favorevole, potrebbe a gran
ragione cadere in ſoſpetto di animoſo , e appaſſionato per quella leale
ſervitù, ed amicizia, con cui mi fo pregio d'eſſere coll'Autore avvin
to, e legato, dacchè pur troppo ſi ſcorge eſſer vero quello, che dell'
Amore fu detto, cioè -

Che ſpeſſo occhio ben ſan fa veder torto. (a)


Queſti rifleſſi pertanto, che ſotto l'avveduto, e ragionevole occhio di
V. S. Illuſtriſſima io pongo, ſpero m'impetreranno da Lei compatimen
to, e perdono, ſe dal recargliene il ricercato giudizio ardiſco diſpen
ſarmi. Perchè però oltremodo mi preme, e ſta a cuore, che in coſa ,
che da me Ella richiegga, il men che ſia poſſibile, ſe ne rimanga in
ſecco, e a digiuno, ho penſato d'appigliarmi ad altro partito, con cui
e ſalvar me da ogni taccia, ed eccezione, e paga nel tempo iſteſſo ,
e ſoddisfatta in qualche modo la di Lei brama render poſſa . Quale
queſto ſi ſia, mi fo ad immantinente eſporle . Non si toſto comparve
alla luce, e per l'Italia incominciò a ſpargerſi, e divolgarſi l'opera,
di cui trattiamo, che i più de Letterati dalla vaghezza, e curioſità
dell'argomento allettati, e dalla fama altresì, e concetto dell'Autore
moſſi, e ſoſpinti, ſi fecero ad avidamente leggerla, i diverſi giudizj,
e ſentimenti loro ſopra di quella facendo poſcia in buona parte noti,
e aperti , quali in lettere all'Autore inviate, e quali ancora in i
ſcritti pubblicamente ſtampati. Sì varj per altro, e fra di loro oppoſti,
e diſcordanti ſi trovarono queſti eſſere, che non poterono fare a meno
di vie più non iſtabilire, e confermar quello, che da un perſpicaciſſi
mo Scrittore fu avvertito, cioè tanto gli uomini eſſer tra di loro
diverſi, e differenti nell'opinioni, e nel guſto, che troppo mala
gevol coſa è il trovare un libro, che ſia per piacere o diſpiacere
a tutti : (b) quando pur non vogliaſi dire, che " animo di certu
Ff ij mi

(a) Petr. Part. I. Son. ccv1.


(b) Johan. Locke De Intel. Hum. Epiſt. ad Led,
228 Zettera ſopra il Congreſſo Notturno.
mi, che ſvantaggioſamente ne giudicarono, qualche altra ſegreta ruota
abbia operato, e che me loro giudizj abbia non poco influito il non eſ
ſerſi da lor ben ſaputo ridurre ad effetto quel grave inſegnamento di
Tacito, che incorruptam fidem profeſſis, nec amore quiſqusm, &
ſine odio dicendus eſt, (a) ancorchè di eſſo ſi vantino peravventu
ra queſti tali religioſiſſimi, ed impuntabili oſſervatori . Comunque ſia
di ciò, quello che di fare intendo, ſi è, di qui unire , ed accoppiare
inſieme tutto quello che in tal propoſito m'è avvenuto di leggere, e
raccorre, e queſta così fatta unione, e accozzamento di coſe a Lei
mandare, con alcune non inutili oſſervazioni qua, e là appiè ripoſte
vi, che il frutto ſono di un erudita converſazione, in cui bene ſpeſº
ſo i giudix , ch'eſcono ſopra le altrui Opere, vengono letti , e ad e
ſame richiamati. Ma perciocchè delle coſe all'Autore ſcritte, impoſſibil
mi ſarebbe ſtato ottenere da lui parte alcuna (neppur la Lettera del
Sig. Muratori, quando queſta nelle Novelle di Firenze non foſſe già
uſcita alla luce) come da quello, che quanto è inteſo a far coſe de
gne di lode, altrettanto di lode è mimico, nè moſtra verun ſenſo ſe
non per l'utile pubblico; e perchè altresì di tali coſe uſo facendo, a
veremmo corſo riſchio d' urtare in quel medeſimo ſcoglio , da cui pur
dianzi ho detto volermi guardare, cioè che i giudizi; vantaggioſi di
tanti, che ſcritto ne hanno al mentovato Autore, la taccia incon
trar potrebbero di ſoverchio parziali per l'amicizia , che tra lui , e
quelli paſſa : quindi m'è ſtato forza di reſtringermi alle ſole coſe
ſtampate, come in fatti Ella vedrà , che ho fatto, da una Lettera
in fuori, che al P. D. Teodoro Baroni mio fratello, è ſtata dall'
iſteſſo Sig. Tartarotti indirizzata, in cui eſſo l'Apologia teſſe d al
cune accuſe ſtategli dal novello Iſtorico Letterario d'Italia addoſſate :
la qual Lettera tiene qui opportuno luogo sì per il molto tume, che
può altrui accendere a dirittamente giudicare della cenſura dal noſtro
Autore fatta ſopra Martino Delrio, come ancora per l'eſempio, che
ſomminiſtra d'una rara moderazione, ed oneſtà nell'impugnare i pro
prj avverſari. Circa l'ordine poi da me tenuto nel compilar queſti
Giudizj, altro non ne ho oſſervato io, che quello, con cui mi ſon ve
muti cadendo nelle mani, il quale a un di preſſo è il medeſimo, che
quello del tempo, in cui ſono uſciti. Legga adunque V. s. Illuſtriſſi
ma, e nel trovare un nuovo ſoggetto d'ammirar la varietà del cer
velli degli uomini, ne tragga a ſuo uopo quel frutto, che più le par
rà poterne trarre.

4. L

(a) Hiſt. Lib. I.


Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 229

S. I.

Dalla Lettera intorno all'origine, e falſità della dottrina de Maghi


e delle Streghe del Sig. Conte Gianrinaldo Carli Profeſſore dell'Uni
verſità di Padova al Sig. Girolamo Tartarotti, unita al Congreſſo
Notturno pag. 319. e 349.

Oi dunque avete fatto un' Opera da par voſtro, chiara facel


la introducendo in queſto noſtro Mondo, onde ſi poſſa ve
dere in queſto importante ſoggetto la verità, perchè più cauti ne
naſcano i giudizi, e più ſicura ſia la ſtrada di diſtinguere il Dia
volo dalla pazzia. Eccellentemente per tanto avete dimoſtrato ,
che il traſporto delle Streghe per aria con la decantata velocità,
ſupera le forze della natura, ad onta de i grandi traſporti per aria
recitati dal VViero, e prima da Filoſtrato parlando d'Apollonio Tia
neo, e di tanti altri vantatori, e ſcrittori di ſimili miracoli: che
i queſte tali Streghe ſono per lo più donne ſemplici, deboli, fan
taſtiche, e di mal affare, le quali con diſagi, e con unguenti ſo
no più atte d'ogni altro ad eſſere riſcaldate nella fantaſia, ed a cre
dere d'aver commercio co' Demoni, d'andar per aria, di trasfor
marſi in cani, gatti, lupi ec.: che tutto ciò riſulta da moltiſſime
prove fatte, ed oſſervazioni iſtituite da Giudici, da Medici, e da
filoſofi. In ſomma tali, e tante prove dite, ed apportate, che ſu
tal propoſito ſembra, non reſtar coſa da deſiderarſi..... Poſti ora,
per quanto penſo io, queſti ſodi principi, la dottiſſima, ed eru
dita voſtra fatica eccellentemente cammina, perchè dimoſtra col
fatto, e con la ſperienza queſta da me ſemplicemente accennata
teoria. Seguite adunque voi valoroſamente il voſtro lavoro ec.
S. I I.

Lettera del Sig. Propoſto Lodovico Antonio Muratori al sig. Ab.


Girolamo Tartarotti.

Illuſtriſſ sig. sig. Padr. Colendiſ,


A Venezia ho ricevuto il Trattato di VS. Illuſtriſſima intor
no alle Lammie, che avendomi trovato fequeſtrato in caſa
per vari incomodi della mia ſanità, è ſtato la mia ricreazione per
alcuni giorni, avendolo io avidamente letto tutto. Finora non ho
potuto ſapere, ſe ſia dono del Paſquali, o di lei. Se di lei, me
le proteſto infinitamente obbligato. E quand'anche foſſe dell'altro,
- son poſſo contenermi dal portarle le mie più vive congratulazio
ril,
2 3o Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
ni per sì nobil fatica. Quand'anche altr Opera non aveſſe ella fat
to, o foſſe per fare, che queſta, baſterebbe eſſa ad aſſicurare dell'
immortalità il ſuo nome. Io ſoglio miſurare il pregio de Libri
dall'utilità, che poſſono recare al Pubblico, ſe pur non ſon fatti i
unicamente per dilettare. Ora non ſi può abbaſtanza dire, quanto
utile poſſa derivare da queſto Trattato a sì gran parte dell'Euro
a. Non avrei io mai immaginato, che sì pernicioſa illuſione ab
ſici tanto paeſe, aveſſe avuto tanti protettori, aveſſe cagic
nato tanti mali. ( a ) Ha VS. Illuſtriſſima manipolato un ſodo ed
efficace antidoto a queſta sì dilatata Epidemia; e però converreb
be, che queſto Libro foſſe tradotto in Tedeſco, in Unghero, e
in vari altri Linguaggi , dove tuttavia dura sì pazza Opinione. :
Gran fortuna è ſtata la ſua nell'aver avuto alla mano tanti Auto
ri, de quali s'è poi sì utilmente ſervita; e vo ben credendo, che i
non ſi vedrà alcun Delriiſta, che oſi entrare in campo contra di
lei, perchè l'argomento è poſto in lume tale, che ſi farebbe di
ridere chi tuttavia voleſſe ſoſtenerlo. Sicchè torno a rallegrarmi )
con lei tanto benemerito del Pubblico, e per un Libro, che fa
onore non meno all'Autore, che all'Italia tutta. E s'io aveva
tanta ſtima del di lei valore, non poſſo già tacere, che queſta si
è ben'aumentata oltre modo. Mi favoriſca ella di continuare il
ſuo amore verſo di me con ſicurezza del mio, e qui con tutto l'
oſſequio mi confermo - º
Di VS. Illuſtriſſima

Modana 18. Giugno 1749.


- Divotiſs ed Obbligatiſs. Serv
Lodovico Antonio Muratori.

S. III.

(a) Sembra, che il chiariſſimo Autore ritratti con queſte parole


i" diſſe già nel Cap. 1o. pag. 127. del ſuo Trattato Della forza del
a Fantaſia umana, ove parlando degl'Incubi, e de Succubi, e delle
conventicole de'Demonj colle Streghe, così aveva ſcritto: Baſterà a i
faggi Lettori il ricordar qui brevemente, che opinioni si fatte oggidì ſono
in tal maniera ſcreditate, che non v'ha più ſe non la gente rozza, che
ſe le bee con facilità, e le crede, come fa di tantº altre vaniſſime rela- l
zioni e fole.
Lettere ſopra il Congreſſo Notturno. 231

- s. I I I.
Fſtratto del Congreſſo Notturno delle Lammie del Novelliſta veneto,
cioè del Sig. D. Medoro Roſſi nel foglio Num. 24.
per il dì 14 Giugno 1749.
V E N E Z I A.

-
Del Congreſſo Notturno delle Lammie. Libri tre di Girolamo Tar
tarotti Roveretano. S'aggiungono due Diſſertazioni Epiſtolari ſo
pra l'Arte Magica. All'Illuſtriſſimo Sig. ottolino ottolini, Gentil
uomo Veroneſe, Conte di Cuſtozza ec. In Rovereto 1749. A
ſpeſe di Giambatiſta Paſquali Libraro, e Stampatore in Venezia,
in 4. pag. 46o. oltre pag. xxx11. della Dedica, e Introduzione.
Ueſta volta il Sig. Ab. Tartarotti ſi è poſto in un Mare di
non piccoli ſcogli ripieno, e con tutto l'apparato degli Au
tori, in grandiſſimo numero citati nella preſente Opera, la
dottrina de'quali o viene apertamente confutata, o ſi fa vedere aſ
ſai dubbioſa e ſoſpetta, o finalmente ſi fa che ſerva per riempier
i vacui del meditato diſegno, noi temiamo ch'egli poſſa valicare
ſenza veruno contraſto un tale tragitto. I Giudici, e Tribunali, a
quali s'incombe togliere ogni ſorta di Sortilegi ſacrilegi, potranno
ſaper grado all'Autore, come quegli che ſin dall'antica Lelith, Sa
ga degli Ebrei, ripetendo la Storia delle Lammie, e delle Gellone
de' Greci, quindi paſſando alle Strigi e Volatiche de Latini, final
mente fermando il piè nelle Erodiadi, o ne Congreſſi notturni del
le Maliarde preſenti, dà a vedere nel I. Libro di queſta ſua ope
ra, con quanto grande cautela proceder ſi debba nella condannag
gione di certe Femmine accuſate di fattucchieria, le quali al dir
dell' Alciato, Helleboro potius quam igme purganda ſunt. Però non
ſappiamo, come ſaranno accolti quel capitoli ed argomenti del II.
Libro, dove volendoſi dal Sig. Tartarotti ſtabilire un ſiſtema, che
ſembra troppo favorire la Cauſa delle Stregherie, il tutto ſi attri
buiſce ai la forza dell'Immaginazione, negandoſi l'eſiſtenza del Con
greſſo notturno, e ſciogliendoſi le obbiezioni degli Avverſari, e
del P. Martino Delrio ſpecialmente, il quale nel ſuo libro delle Diſ
quiſizioni Magiche trattò lungamente queſta materia appoggiata alla
praſſi della Chieſa, al canone Epiſcopi 26. q. 6., ed a ciò che ne
ſcriſſe lo ſteſſo S. Agoſtino nel Lib. 5. Cap. 23. de Civit. Dei. (a)
- Cer--

(a) Quanto la dottrina di Martino Delrio s'uniformi colla pratica


232 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
Certo è, che il caſo del Profeta Abacuc rapportato a pag. 76 in:
torno al quale ſta ſcritto, che dall'Angelo ſia ſtato portato dalla
Giudea in Babilonia, dee recare non poco momento al partito di
coloro, che ſoſtengono i traſporti notturni delle Streghe, i ratti,
i voli, ed altre ſimili anfanie di chi ſcriſſe in tale propoſito. (a)
Un'altra coſa ſi rende oſſervabile, ed è, che ſebbene la maggior
parte del XVII capitoli contenuti nel Libro II. ſembra diretta
atterrare i macchinamenti, e l'eſiſtenza del congreſſi notturni del
le Maliarde, confeſſa però il moderno Autore, che la Stregheria
c'è ſempre ſtata. ( pag. 167 ) ( b ) Il modo poi, le circoſtanze,
Cer

della Chieſa, lo moſtrò già il Sig. Tartarotti nel Congreſſo Notturnº;


ſpezialmente nel Lib. I. Cap. 1o. e nel Lib. 3. Cap. 9. e lo moſtrerà qui
appreſſo al Num. 1X. della Lettera al P. D. Teodoro Baroni. Il Cai,
Epiſcopi 26. q. 6. o per dir meglio q. 5. non può eſſere più contrario agl
inſegnamenti del Delrio, mentre il Delrio nel Lab. 2. Quaſt. 16, preten
de, che chi tiene per un ſogno la Stregoneria manchi alla riverenza
dovuta alla Chieſa. Qui bac aſſerunt ſomnia eſſe 3 ludibria, certe pec
cant contra reverentian Eccleſiae matri debitam. Il detto Canone all'op
poſto decreta, che il conſiderare la Stregoneria appunto per altro, che
er un ſogno, è un cadere nel Paganeſimo. Qui, vero tam ſtultus, &
lie ſit, qui bac omnia, que in ſolo ſpiritu funt ( cioè nella fantaſia)
etiam in corpore accidere arbitretur ? . . . . Omnibus itaque publice an
nuntiandum eſt, quod qui talia, 9 his ſimilia credit, fidem perdit. Quan
to a S. Agoſtino, egli non parlò punto di Streghe nè nel citato luogo,
nè in verun'altra ſua opera. Parlò bensì degl'Incubi , e de Succubi,
ma dubitando, e ſenza decidere . Veggaſi il Congreſſo Nutturno Lib. Il
Cap. 1. 9. I 3.
( a ) Se il Sig. Novelliſta dalla pag. 76. ſi foſſe preſa la briga di
paſſare alla vicina pag. 8o. al fatto d'Abacuc queſta riſpoſta avrebbe
trovato: Ne varrebbe il ricorrere a qualche eſempio della Scrittura, co
me al teſte accennato d', Abacac, per provar nel Demonio la poſſanza di
muovere anche i corpi ſolidi, e quieti; mentre ſi riſponde, che dagli An
geli buoni, agli Angeli cattivi non vale la conſeguenza, pretendendo molti
Teologi, che non per virtù propria, e connaturale ciò facciano quelli in
tali incontri, ma per nuova e ſtraordinaria poſſanza da Dio loro comuni
cata, nella guiſa che gli uomini per virtù divina operano talvolta prodi
gf e miracoli. Se poi il dire che la Sacra Scrittura rechi non poco mo
mento all'anfanie, cioè ciancie, e bugie ( dal Latino affanie ) de De
monografi, ſia eſpreſſione miſurata, e da perſona che profeſſi la dovu
ta ſtima alla Divina Parola, ne laſceremo ad altri il giudizio.
(b) Gran colpo parrà queſto a chi non ha letto il Congreſſo Not
turno; ma a chi lo ha letto, o anche ſolamente ha ſcorſi gli argomen
ti del Capitoli, non ſembrerà ſe non un colpo in aria. Non ſolo alla
citata pag. 167, confeſſa l'Autore che la Stregheria c'è ſempre ſtata, ma
per quaſi tutto il Libro I. ſi ſtudia ancora provarlo. Oſſerva però nel
lo ſteſſo tempo, che ſempre fu tenuta per una chimera di cervelli de
boli, e le perſone aſſennate ſe ne riſer, pazzia e leggerezza giudicando
Lettere ſopra il Congreſſo Notturno. 233
certi aggiunti, con cui queſt'arte, che ſempre ha avuto odore di
Demoniaca, ſia ſtata eſercitata, nè ſono ſtati per anche eſpoſti
pienamente alla luce, nè crediamo giovar molto al Pubblico che
ſeno fatti paleſi. Anche dalle ricerche propoſte, ed eſaminate in
tale incontro, per eſempio: Se dal concubito di Demone, e di stre
ga poſſa naſcer prole: Se i Giganti antediluviani ſieno nati dal concubito
di Angeli colle figlie degli uomini: Se le Saghe realmente col corpo, op
pur in vigore della ſola fantaſia, ſieno traſportate da un luogo all'altro:
non ſappiamo qual lume fondato e vantaggioſo ſia per ridondare,
maſſime dopo che, al dire del Sig. Ab. Tartarotti nella Prefazio
ne, ſiamo tuttavia da capo, ed all'oſcuro, con tutti i libri, che
ſono moltiſſimi e quaſi infiniti, ſtampati finora ſopra cotali mate
rie. (a) Il punto grave ſi è, che quanto ſcriſſe il P. Delrio Ge
- - Gg - ſui

il preſtarvi fede. Convien confeſſare adunque ( dice egli nel Lib. I. Cap.
9. ſ. I 6. ) che queſto delitto non è così nuovo, come vorrebbero dare ad
º intendere gli approvatori del congreſſo notturno , e che ſebbene ſecondo li
varietà dei tempi, e delle nazioni qualche alterazione pati in alcune cir
coſtanze, come di ſimili coſe neceſſariamente dce avvenire, pure nella ſu
ſtanza e antico antichiſſimo, con queſta ſola differenza , che una volta il
popolaccio ignorante, e le donnicciuole inſenſate davano fede a tali rac
conti , e dagli uomini ſavj come novelle, ed illuſioni venivano dei
riſi, e condannati : al giorno d'oggi all'oppoſto anche molte perſone di
fenno gli credono, ſi ricevono da Magiſtrati l'accuſe, e quaſi foſſe un de
Zitto reale, ſi decapitano , e s' abbruciano i delinquenti . Queſto fatto
pertanto è il maggiore, e principal fondamento di tutta l'opera, Imem
tre di qui nel luogo appunto dal Novelliſta accennato , così l' Autore
inferiſce: La Stregheria c'è ſempre ſtata , come abbiamo veduto . Non ſi
trova condannata con pena di morte da alcuna Legge: dunque non e de
litto capitale. Come mai coll'aiuto di queſte Novelle poſſono ſperare
i Leggitori d'acquiſtarſi un'idea giuſta de libri?
( a ) Se la Stregheria è un'immaginazione, immaginari ancora ſo
no i delitti delle Streghe, onde non meritano la morte : ma s'ella è
un fatto reale, non può ſempre conchiuderſi lo ſteſſo. Se la Stregheria
è un male di ſporca , e diſordinata fantaſia, dee guarirſi col Medico
ſpirituale, e corporale: ma s'ella è un vero misfatto, come quello de'
ladri, micidiali, e ſimili, merita il carnefice. Se la Stregheria è una chi
mera del volgo, che puzza di Gentileſimo, non ſolo ridendoſene , non
ſi fa torto alla Religione, ma torto piuttoſto ſe le farebbe approvan
dola: all'oppoſto, s'ella è pur coſa vera e reale , avean dunque torto
gli antichi, che vietavano il preſtarvi fede, ed hanno tutta la ragione
i moderni, che pericoloſo ſtimano il negarla. Chi confeſſa adunque di
non ſapere qual lume, e vantaggio ſia per ridondare dalla ricerca : Se
Ze saghe realmente
traſportate col corpo,
da un luogo oppure
all'altro, ch'èinquanto
vigore dire:
della Se
ſolalafantaſia , feno
Stregheria ſia
un ſogno, ovvero un fatto effettivo : confeſſa ancora di non ſapere
qual differenza paſſi tra un'opinione falſa e pericoloſa, ed un'opinione
234 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
ſuita, e Fiamingo, nelle ſue famoſe Diſquiſizioni intorno la Ma
gia, qui viene ampiamente confutato, poſciachè paſſando il leggi
tore al contenuto del III. ed ultimo Libro di queſta opera, nella
ſerie di 15. capi troverà molti di queſti impiegati per dimoſtrar
talora le ſiniſtre interpretazioni e calunnie date dal Delrio ad altri
Autori, talora le di lui dottrine falſe o pericoloſe, quando ſi ri
prendono in eſſo menzogne, contradizioni, falſa Logica, poca prº
denza, falſa critica, autorità falſamente citate: ond'è che ſe il P.
Federigo spe, cui s'attribuiſce il tanto lodato libro De Proceſſibus
contra sagas, o ſia cautio criminalis, ſtampato in Rintelen l'anno
1631. deſiderava in vantaggio del Tribunali sì Cattolici, come Etº
rodoſſi, che la materia foſſe più ampiamente ventilata, certamente
ora gli Scritti Delriani non poſſono eſſere ad eſame più rigoroſo e
diffuſo richiamati. Dopo alcuni rifleſſi fatti non meno ſopra i Ve
nefici veri e falſi, che ſopra i Licantropi, Antropofagi, e circa
certe naturali manìe, che più eſigon l'iſpezione de' Medici, che
de Teologi o Conſeſſori, l'Autore tutto intento a confermar il ſuo
ſiſtema dell'Illuſione del ſenſi, e della forza dell'Immaginativa de
pravata, o guaſta in alcune vili e ſciocche Femmine, ſtudia nel
libro ultimo di render paleſi i mali effetti, che naſcon dalla trop
pa credulità in ſomiglianti incontri, sì perchè l'opinione del con
greſſo notturno onora il Demonio, ed apre la via a molte ſuper
ſtizioni, sì perchè rendeſi incredibile la Magia, ſi guaſta la mente
de giovani, e s'inquietan le coſcienze; e sì perchè finalmente mol
ti gravi Autori prevedendo il diſordine, e le carnificine che na
ſcerebbon, ſe ſi daſſe facile l'adito ad inquirir ſopra cotali ma
terie, hanno negato apertamente il Congreſſo notturno. Come poi
ſi riſponda agli obbietti avverſari, e di chi pretendeſſe darſi con
C10

ſana e vera : confeſſa di non diſtinguere trall'aſſolvere un reo, ed il


condannarlo, cioè tra la vita, e la morte delle perſone : e confeſſa per
fine di non conoſcere quanto importi , che i Teologi, i Filoſofi , ed i
Giureconſulti ſieno illuminati intorno ad un punto , che ha tanto
influſſo nel pubblico bene. Chi tutto queſto confeſſa di non ſape
re, non confeſſa egli ancora di ſcrivere a caſo, e di non intendere pun
to la materia, di cui ſcrive ? Chi poi non ſi maraviglierà dopo aver
letto queſt' Eſtratto, ſentendo lo ſteſſo Novelliſta in Eſtratto d'altra
Opera, che qui appreſſo ( 5 XI. ) vedremo, a così favellare ? Il Sig.
Ab. Tartarotti col ſuo famoſo Trattato delle Lammie il dì d'oggi ha cº
citati più ingegni per ventilare una materia, quanto piena di anfratti,
altrettanto importante per le gravi conſeguenze , che indi poſſono deriva
re, non ſolo per non veder indotta in errore ed in illuſione la gente trop
po credula ed idiota, ma eziandio per rimuovere , ſe ſia poſſibile, dagli
animi di certe perſone credute dotte que pregiudizi, i quali in chi maſ
ſime ſon deſtinati per la Giudicatura, ſommamente diſconvengono.
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 235
ciò un'Apologia della Stregoneria, oſſerveranno i ſavj lettori; a
quali per altro gioverà produr tre annotazioni. La prima ſi è, che
fu ſempre difficile il i". certi mali naturali da quelli che
ſi dicono ſoprannaturali, ſiccome S. Agoſtino riputò ſempre gran
pregio d'ogni filoſofica inveſtigazione il ſaper diſudicare atque di.
gnoſcere, cum ſe Satanas transfigurat velut Angelum lucis, ne fallen
do ad aliqua pernicioſa ſeducat. La ſeconda feriſce il modo di cer
te Viſioni od Apparizioni, le quali o ſia che vengano fatte per
'Angelos bonos, ovvero per Angelos malos, ſempre la mente profon
diſſima dello ſteſſo Santo ſi trovò men atta a comprendere ( Lib.
3. de Trinit. ) in quella guiſa che altrove egli ſcrivendo ſopra la
profondità ed oſcurezza del cuore e degli affetti umani ci docu
mentò, eſſer più agevole il numerar tutti i capelli dell' Uomo ,
quam affettus ejus, ci motus cordis. La terza nota ſarà il conſiglia
re chi legge a vedere l'utiliſſimo trattato de Diſcretione spirituum
del Cardinal Bona, dove nel Cap. XI. parlandoſi dello Spirito Dia
bolico, delle di lui illuſioni, arti, ed aſtuzie, il curioſo lettore
avrà più compendioſi, ed utili documenti per andar incontro alle
vanità della Stregoneria. (a) In tanto il giudizio di queſto Libro
come fu eſpoſto in una Lettera del Sig. Conte Gianrinaldo Carli ,
Pubblico Profeſſore nell'Univerſità di Padova, che qui forma co.
me un'Appendice dell'opera, inſieme colla Riſpoſta del sig. Tarta
rotti; così ci darà motivo di parlar altrove del contenuto di que
ſte due Lettere, o Diſſertazioni, come ſono denominate nel ti
tolo. -

Gg ij 5. I V.

(a) Il Cardinal Bona nè nel citato luogo, nè in tutta quell'Ope


ra non fa pur una parola della Stregoneria: onde ſarà difficile, che i
Leggitori poſſano mettere in pratica queſto conſiglio, la prezioſità del
quale anche da altri ſi vede eſſere ſtata molto ben conoſciuta, mentre
nelle Novelle Letterarie di Firenze Num. 8. 2o. Febbraio 175o, ſotto la
data di quella città, leggo queſte parole: Io ho paura, che queſto No
velliſta di Roma ſia della tempera di quel di Venezia, il quale, parlan
do del Libro del Sig. Tartarotti ſopra il Congreſſo notturno delle Streghe,
diſſe, che era un'opera quaſi ſoverchia, poiche per ſapere queſte coſe, ºa
ſtava leggere il Cardinal Bona De Diſcretione ſ" al Cap. XI. Niu
no di queſti Autori tratta quello, che penſa il paluſtre Novelliſta,
236 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
S. I V.

Eſtratto della Lettera del Sig. Conte Gianrinaldo Carli, e della Ri


ſpoſta alla medeſima, dello ſteſſo Sig. D. Medoro Roſſi nel Foglio
Num. 3o. per il dì 26. Luglio 1749.
V E N E Z I A.

Lettera del Sig. Conte Gianrinaldo Carli, Pubblico Profeſſore dell'


Univerſità di Padova al Sig. Girolamo Tartarotti intorno all'ori
gine, e falſità della dottrina del Maghi, e delle Streghe. Anno
I 749. in 4.

- L Trattato del congreſſo Notturno delle Lammie, riferito nel


Foglio Num. 24. è unita queſta Lettera, nella quale due
coſe principalmente ſi fanno: ſi dimoſtra che l'impoſtura e l'igno
ranza furono le due vie, onde l'Arte Magica s'inoltrò nell'opinione
degli uomini, e ſi getta a terra il ſiſtema di coloro, che pretendo
no darſi commercio tra gli uomini, ed il Demonio independentemen
te dal divino miracolo ( pag. 345. ) Non intendiamo del Sig. Carli,
ch'è Pubblico Profeſſore di Nautica nello Studio di Padova, eſami
nare tutte le propoſizioni avanzate in tale propoſito, dopo che prin
cipalmente ſi ſcorge appoſta la Riſpoſta del Sig. Tartarotti, dove fran
camente ſi comprova darſi la Magia Diabolica, ma in riguardo de
due primari " che ſi ha prefiſſi l'Autore in queſta Lettera,
cioè di moſtrare l'origine, e la falſità dell'Arte Magica, avvertire
mo, che da'documenti che laſciò Giamblico Pitagorico ne libri de
miſteri, ſi pretende che ſia derivata tutta la Magia che comunemen
te ſi decanta, e che dalla Palinodia che cantò lo ſteſſo Cornelio Agrip
pa nel cap. 48. de praeſtigiis, e de vanitate Scientiarum, ſi raccoglie,
che nè ſi dee preſtar fede ad un'arte condannata dagli ſteſſi Profeſſo
ri di primo grido, nè per la vanità o prava inclinazione degli uomi
ni ſi dee concedere certa forza e podeſtà ſopra del Diavolo. Ora paſ
ſando alla lunga Diſſertazione o Riſpoſta data dal Sig. Tartarotti al
Conte Carli, che parimente ſi legge nell'edizione del ſuddetto Trat.
tato, noi vi abbiamo trovato l'argomento maneggiato con grand'
arte, giudizio, e copia di ſode erudizioni: avvegnachè ivi volen
doſi togliere gli obbietti del Sig. Carli, il quale unitamente al co
mune Amico Dottor Antonio Roſſi negava la poteſtà al Demonio,
dopochè ſpecialmente venne Gesù ad incatenarlo, con apparato di
ragioni, e di Storie, con autorità divine ed umane prova il Sig.
Tartarotti darſi l'Arte Magica o diabolica. L'eſempio della Pitº
neſſa che ſuſcitò l'ombra di Samuello defunto, quello deMi
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 237
di Faraone che operarono i noti prodigi, per nulla dire degli oſ.
ſeſſi, del Folletti, e di quello ſpirito notturno, che al dir di S.
Agoſtino moleſtava il fondo di zubedo, ſon tutti punti che avva
lorati da ciò che ſcriſſero il P. le Brun nella ſua Storia critica
delle pratiche ſuperſtizioſe, il Tekero nella ſua spettrologia, il Mag
gi nelle ſue varie Lezioni, ed altri molti Scrittori , formano un
ordinato paſſaggio per diſcorrere della forza che avrà l'Anticriſto
ſecundum operationem Satana, di quella che tuttodì ha Trinceps po
teſtatis aeris hujus, intorno al quale fu ſcritto, che circuit tanquam
Leo rugiens, quaerens quem devoret: ond'è che ſi fa veder chiara
mente eſpreſſa nelle Scritture la poteſtà del Demonio ſopra gli uo
mini. (a) Vero è, che quanto alla vanità dell'Arte Magica confeſ
ſa il Sig. Ab. Tartarotti, che come ella ha per autore il Demonio,
padre della menzogna , ſeduttore degli uomini, e ſoggetto al volere di
Dio, così non può eſſere che un'arte ingannevole e fallace: ſpiegan
doſi un paſſo notabile di S. Agoſtino circa gli Angeli buoni e cat
tivi, del quali ſi ſerve Dio con differente modo, comandando a pri
mi con quella volontà che ſempre vuole il bene, e permettendo
a ſecondi il tentare colla loro volontà, ch'eſſendo ſempre contra
ria a quella di Dio, non cerca il Demonio altro che il male ,
Per corona di queſta giudizioſiſſima Riſpoſta data dal Sig. Tarta
rotti al Conte Carli, apportaſi la teſtimonianza di S. Agoſtino, il
quale cercando i confini della " che ha il Demonio ſopra
degli uomini, venne a dire, che l'eſplorar ciò homini difficile eſi,
imo vero ampoſſibile. E però ſanamente il Sig. Tartarotti conchiude,
che la materia degli Angeli, e de Demonj non è ſoggetta alla ſcien
za, ma alla fede, e più alla divina, che all' umana; nè può eſſer
conoſciuta l'eſiſtenza loro dagli uomini, ma ſolo creduta. Noi come
nelle nuove Aggiunte del libro abbiamo ammirato ciò che del fa
1ll C)-

- - - -

(a) Tralle prove dell'Arte Magica, che dalla Sacra Scrittura ſi


raccolgono, potea tralaſciare il Novelliſta quella della Pitoneſſa, che
ſuſcitò l' ombra di Samuello: poichè ſe ſtiamo al ſentimento più comu
ne tra Teologi Cattolici moderni, la Pitoneſſa non ſuſcitò già l'ombra
di Sannuello, ma bensì per comando di Dio, la vera anima di quel
Profeta comparve; e quinci ſvaniſce ogni fondamento, che da ſimil fat
to a favore della Magia altri voleſſe dedurre. Molto veramente ſi dif
fuſe ſopra queſto punto il Sig. Tartarotti; ma tutta la ſua diſputa ad
altro non mirò, che a far vedere, che S. Agoſtino non favoriſce pun
to l'opinione del mentovati moderni Teologi, com'eſſi per altro preten
dono. Nel rimanente poco ſi fondò egli ſopra tal argomento, e gli ba
ſtò di provare, che l'ipoteſi della comparia miracoloſa di Samuello per
virtù divina, non è così certa, come ſupponeva il Sig. Conte Carli -
Vegg anſi i Paragrafi XV : I 1. e xix.
238 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
moſo Pomponaxio credette bene il ſoggiungere l'Autore del tratta- º
to del congreſſo notturno delle Lammie; così nella Lettera del Sig.
Carli avremmo deſiderato veder il ſuo giudizio intorno l'Apologia º
recata in detto Trattato circa il ſapere ed i coſtumi dello ſteſſo
Tomponazio.
º
il l

S. V.

Dall'Arte Magica dileguata del sig. Marcheſe scipione Maffei pag - ,


e 48. In Verona preſſo Agoſtino Carattoni 1749. i :
isti
L libro ( del Congreſſo Notturno ) io l'avea già letto, e lodato
ancora per la molta lettura, che l'Autore moſtra aver fatta, i
e per la ſana confutazione di alcune ridicole opinioni in propoſto
delle Streghe, e d'alcuni nocivi abuſi ...... Ottimamente però ſi
dice nel libro, che lo ſteſſo caſtigo dà credito alle volte al delit ,
to, e che là più abbondano le streghe, ove più ſi caſtigano. M'è ci
ro di terminare con una lode di queſto libro, perchè tanto me ,
glio ſi vegga, che unicamente a buon fine nel punto dell'Arte Mº
gica io parlo contra. s:

S. V I.
- - i;
Dalla Storia Letteraria d'Italia Tom. I. Lib. 1. Cap. 3. S. 7. pag. 56 o,
In Venezia preſſo il Toletti 175o.
, i

Iº P. Federigo Spe, a cui ſi attribuiſce il celebre libro de r -

: ceſſibus contra Sagas ſtampato in Rintelen l'anno 1631. (a) d. -


-

ſiderò, che la materia delle Streghe, e delle loro arti foſſe più
amplamente diſaminata, che non fece il P. del Rio nelle ſue M
giche Diſquiſizioni. (b) Queſto rinomato Geſuita trovò nel 1704 ,
ulſl n.

lº,

(a) Fu già dubbio circa l'Autore di queſt'Opera, perchè portava a


in fronte: Auctore incerto Theologo Romano; ma ora non ſe ne dubitº ,
più, come può vederſi nel Placcio Theatrum Anonymorum, 9 Pſeudº e
nymorum, nel Bierlingio De Tyrrhoniſmo Hiſtorico, e nello ſteſſo Alt- i
gambe, il quale nell' Appendice alla Bibliotheca Scriptorum Societati Jº
ſu, parlando del P. Federigo Spe, così ſcrive: Editum eſt ſub nomiº
Theologi Romani quoddam eius Opuſculum, quod mirifice placuit, º ſi
pius recuſum eſt. Non comprendo per tanto, perchè l'Autore di queſtº
Storia ne parli tuttavia in modo, come ſe la coſa foſſe in lite, e dub
bioſa, e non deciſa, e certa. - i
(b) Non più amplamente del Delrio, che non sì poco ne ſcriſſe
ma con maggior fondamento, eſattezza, e verità, deſiderò il P. Sº
- - --

Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 239.


un ragguardevole lodatore, che fu il Baile, a cui niuno certo at
tribuirà o parzialità pe Geſuiti, o facilità di credenza, nel li
bro intitolato Reſponſe aux queſtions d'un Provincial , e ſtampa
to in quell' anno a Rotterdam cap. 16. Ma ora ha incontra
to un fiero avverſario nel Sig. Ab. Tartarotti . ( a ). Ha egli
- ſtam

Geſuita, che foſſe diſaminata la materia delle Streghe. Tºutant nonnulli


( dice egli parlando del Delrio, e d'altri ſimili autori ) nimium tribu
tum eſſe narratiunculis, 9 fallaciſſimis confeſſionibus in tortura efficiis:
deſiderant reſolutiones minus ſeveras: detrabunt momentum denuntiationi
bus, ſimilibuſve indiciis, quibus illi nimium tribuerunt, non ſat ſolidis
rationibus adjuti. ( Dub. 8. ) Id ex animo pronuntio, neſcire me a mul
to tempore, quid Delrio, ac ceteris in ulla re fidei poſſim adjungere,
quum omnis fere eorum de Sagis dottrina non alii impoſita fundamento
ſit, quam vel narratiunculis quibuſdam, vel confeſſionibus per torturas ex
preſs: ( Dub. 2o. ) De tripudiis, ſeu conventibus, an unquam corpora
liter ſiant, non parum dubitari poteſt. Et utinam quis excutiat accurate.
(Dub. 48. ) Tanto queſt'eſpreſſione, che l' antecedente, è preſa dall'
Eſtratto del Congreſſo Notturno del Novelliſta Veneto; ma ſe quel No
velliſta a ſentimento del dottiſſimo Sig. Lami, è Novelliſta paluſtre, e
ſe a giudizio del noſtro ſteſſo Storico Letterario ( pag. 181. ) è troppo
intralciato, fa dire agli autori bizzarre coſe, e ciò, che non dicono nº
quando vegliano, ne quando ſognano, anzi tutto l'oppoſto di quello, che
dicono; coſicchè guai per loro, ſe gli Oltrammontani aveſſero a giudicar
ne dalle ſue Novelle ( pag. 129. (9 ſequ. ); doveva ben egli eſſer un
poco più cauto nel ſeguitarlo.
(a) Pietro Baile nel citato luogo parla alla lunga del Delrio, a
cui è deſtinato tutto quel Capitolo; ma qual è la lode, che gli attri
buiſce ? Incomincia dal riprendere chi era reſtato ſorpreſo, che Marti
no Delrio, dopo aver compoſto più libri, e ſoſtenute molte cariche
coſpicue, entrato nella Religione, foſſe arrivato all'umiltà d'incomin
ciare da capo i ſuoi ſtudi co fanciulli, ed oſſerva, che talvolta gli uo
mini, non per un fondo di vera umiltà, ma per diſtinguerſi dagli al
tri, s'abbaſſano, e moſtrano apparentemente di ſprezzare gli onori del
mondo; indi ſoggiunge , che la mortificazione del Delrio all'ultimo
non conſiſteſſe poi in altro, che nel fare un nuovo corſo di Filoſofia.
Paſſa a ragionare delle ſue Opere, e generalmente non conſiglia a com
perarle, molto meno a leggerle; poſcia parlando di quelle, che ſcriſſe
in onore di Maria Vergine, da buon Proteſtante, dice, che ſono più
degne d' un idolatra, o d'un divoto indiſcreto, che d'un ſenſato Cattoli
co. Viene alle " Magiche, e dice, che ſono una raccolta di
tutte le favole più ſtravaganti, che in materia di fattucchierie ſeno mai
ſtate ſpacciate. Nota il prodigioſo numero d'autori, che vi ſi citano, e
le molte riſtampe, che ne ſono ſtate fatte, aggiungendo, che coloro, i
quali nulla credono, ſaranno ſempre i primi a deſiderar nuove edizioni
di queſto Libro, poichè non v'ha coſa, che più l'incredulità ſoſtenga, e
fomenti, quanto gli ecceſſi di credulità, che ſi paleſano in queſt'opera del
Delrio. Abbiam ſentito come parli di queſto Geſuita il ragguardevole lo
- -
- -

24o Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.


ſtampato un libro del congreſſo notturno delle Lammie , nel
quale negando , che ſomiglianti congreſſi vi ſieno mai ſtati ſe
non nell' immaginazion delle Streghe, alla cui forza attribui
ſce quanto di tali coſe raccontaſi, ſi mette ex profeſſo ad im
pugnare il P. del Rio , e con qualche ſpecie d' inclemenza,
ed ancor d'ingiuſtizia verſo d'un Uomo, che non è certamente il
diſonor del ſuo ſecolo, lo accuſa di menzogne, di contraddizioni,

datore. Sentiamo ancora come ne parla il fiero avverſario. E prima di


tutto ( dice egli nel Lib. 3. Cap. 6. . 2. del Congreſſo Notturno ) con
vien confeſſare, che Martino Delrio fu uomo di grande ingegno, di molta
erudizione, e d'una ſterminata lettura. Egli era verſato non ſolo negli ſtu
di umani delle belle lettere, ma ancora ne gravi della Giuriſprudenza, Fi
loſofia, e Teologia, talche Giuſto Lipſio Juo amico, e che per altro gli era
molto tenute, ebbe a chiamarlo un miracolo dell'età ſua. Non aveva pº
di diciannove anni allorché compoſe il ſuo Comentario ſopra le Tragedie di
Seneca, ch'e un'opera diviſa in tre Tomi in 4., in cui cito quaſi mille e
cento autori, eſaminando i ſentimenti di quelli, e moſtrando d'avergli lºtti
tutti eſattamente. Non era egli entrato nella Società, che verſo a tre
anni, onde aveva anche tutta la ſperienza delle coſe agibili, e della Rº
pubblica, nella quale anzi aveva ſoſtenuto molte cariche decoroſe, di Coº
ſigliere del Senato Supremo del Brabante, d' Auditor Generale, ed altre
Libri ſcriſſe in gran quantita, contuttoche non campaſſe più di cinquanta
ſett'anni: e v'ha chi gli dà la lode d'aver poſſedute nove lingue, trali
quali la Greca, l' Ebraica, e la Caldea. Adriano Baillet afferma, ch'egli
ne ſapeva per lo meno dieci. Delle Diſquiſizioni Magiche poi così ſcrive
nell'Introduzione ſ. 6. Sullo ſpirare dello ſteſſo ſecolo xv 1. e al VVierº,
e al Godelmanno, e a tutti gli altri loro ſeguaci colla vaſta opera dellº
Diſquiſizioni Magiche riſpoſe il P. Martino Delrio Geſuita Fiammingº,
gueſt” Autore com'era provveduto d'un grande ingegno, e di non ordinaria
erudizione e dottrina, e più ampiamente di tutti gli altri, che prima º
lui avevano ſcritto, tratto la materia, così pareva in certo modo, ch'aveſ
ſe chiuſa la bocca a tutti, ed il ſuo libro s'era reſo come l'arbitro de'Tri
bunali, e del Giudici. E nella Concluſione dell'Opera: Queſto e quel tantº:
che intorno al Congreſſo Notturno delle Streghe m' e paruto di dover eſpor
re al Tubblico nel preſente Trattato. L'amore del Troſſimo, e la premurº
di ſventare l'opinioni popolari, sì alla Religione, che alla Vita civile
pregiudiziali e dannoſe, ſono ſtati i motivi, che a ſtenderlo m'hanno ani
nato: e non già il prurito o di novità, o di lacerare la condotta, e la fa:
ma altrui, ne pur quella di Martino Delrio, che apprezzo come uomo di
molte cognizioni, e non ordinarie fornito, e di cui per ciò a queſto fiſſo i
ne voglio s'intenda quanto ſparſamente per entro queſt' opera ho detto. Si
queſto Storico Letterario non ha del Biaſimo, e della Lode un'idea dit
ferente da quella di tutti gli altri uomini, io non comprendo, come º
Tºietro Baile egli abbia ritrovato un ragguardevole lodatore del Delrio, º
nel Sig. Tartarotti un fiero avverſario: come vantaggioſo gli ſia parutº
il paragonare il ſentimento di quello coll'elogio di queſto: e come non
ſi ſia arroſſito di ricorrere ad un Eretico per dar riſalto al ſuo Eroe, º
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 24 I
di posa prudenza, di cattivo raziocinio, di niuna critica. ( a ) se
i ſagri Tribunali ſieno per approvare queſto Libro, nol ſaprei di
re; (b) ma approveran certo la diſſertazione epiſtolare, che l'eru
dito Autor ſoggiunge contro una lettera del Sig. Conte Gianrinal.
do Carli, il quale afferma non darſi arte Magica. Certamente mal
fa, e moſtra dabbenaggine grande chi a tutti i racconti di sì fat
te coſe preſta fede; ma non conviene poi eſſere affatto incredulo.
In una Città m'accadde d'udire un Medico ſpiritoſo, il quale ne
gava, che ſi deſſero indemoniati, tutto attribuendo alla fantaſia di
chi ſi crede oſſeſſo, nè perchè provocaſſi al nuovo Teſtamento, al
le teſtimonianze del Padri, a proceſſi delle canonizzazioni, ed al
ſentimento della Chieſa antica, e moderna, in cui fu ſempre l'
Ordine degli Eſorciſti, moſtrò mai di perſuaderſene. Ma perchè
mai tanto impegno di rilegare dentro l'Inferno i Demonj? Potreb
bonſi fare alcune rifleſſioni, che noi riſparmiamo per non far tor
to

moſtrarlo apprezzato dalli ſteſſi nimici della Chieſa, quando panegiriſta


si amorevole egli ci ha indicato, che ritorce contro al Delrio anche quel
fatti, i quali poſſono, anzi debbono a favore e lode del medeſimo inter
f" E pure queſti è quello ſteſſo Storico Letterario, il quale nella
'refazione dell'Opera ſua ſi proteſta d'abborrire certo ſpirito di cabala
per quelli ſoſtenere, e con indebite lodi eſaltare, che ſieno del proprio par
tito, ed è quello ſteſſo Storico, che alla pag. 54. taccia di falſità un ce
tebre Teologo dell'età noſtra, per aver moſtrato di non aver letto una
Proteſtazione del P. Petitdidier, che appunto non avea forſe letta, quan
tunque ſtampata in Roma l'anno 1726. o almeno non ſi prova, che let:
ta l'aveſſe. Dica di grazia, aveva egli letto il Cap. 16. del Bayle, da lui
n edeſimo qui citato?
(a) L'Autore di queſta Storia Letteraria è il P. Franceſcantonio
Zaccaria della Compagnia di Gesù. Veggaſi ſopra queſto punto dell'In
clemenza, e dell'Ingiuſtizia uſata al Delrio, la Lettera che ſegue qui
appreſſo. -

(b) Due motivi s'eſprimono qui, pe quali ſi dubita, ſe i ſagri Tri


banali ſieno per approvare l'Opera del Sig. Tartarotti, cioè l'aver egli
negato la Stregheria, attribuendo all'immaginazione tutto ciò, che di
quella ſi dice, e poi l'aver impugnato il P. Delrio. Quanto al primo
motivo, non può certamente crederſi, che i Sagri Tribunali diſapprovi
no il Congreſſo Notturno, poichè come dal Lib. 3. Cap. 14. 6.2. di quello
appariſce, più di trenta Autori tutti Cattolici, negarono già la Streghe
ria, e pure non ſono ſtati per queſto capo diſapprovati. Reſta adunque,
che lo ſia per aver impugnato il Delrio; ma il Delrio, che non è la Sa
cra Scrittura, fu da moltº altri impugnato, particolarmente da ſuoi ſteſſi
Confratelli, e nientedimeno non incontrarono la diſapprovazione de ſa
g i Tribunali. Si può adunque, anzi ſi dee credere, che non la incon
trerà nè pure il Congreſſo Notturno, e tanto più, che non vi ſi legge co
fa contro al Delrio, la quale ſulla verità, e ſulla ragione non ſia fon
cata.
242 Lee era ſopra il Congreſſo Notturno.
to al Sig. Conte Carli, il quale certamente non pensò alle perico
loſe conſeguenze della ſua opinione.
5. V I I.

Lettera del sig. Ab. Girolamo Tartarotti al P. Dn. Teodoro Baroni


di cavalcabò, olivetano Lettore di S. Teologia

Mol. Rev. Padre Sig. Sig. e Pad. Colendiſi


I. I ricerca V. P. Mol. Rev., ſe ho veduto la nuova Sts
ria Letteraria di Italia, uſcita di freſco in Venezia, e ſe
ho letto quanto ivi ſta ſcritto pag. 57. intorno al Congreſſo Not
turno delle Lammie, l'Autore del quale vien accuſato d'aver uſata
non ſolo Inclemenza, ma anche Ingiuſtizia ad un celebre Scritto
re della Compagnia di Gesù, cioè al P. Martino Antonio Delrio.
Ha egli ſtampato ( così leggeſi quivi ) un Libro del Congreſſo Nottur
no delle Lammie, nel quale negando, che ſomiglianti congreſſi vi ſie
no mai ſtati ſe non nell'immaginazion delle Streghe, alla cui forza
attribuiſce quanto di tali coſe raccontaſi, ſi mette ex profeſſo ad im
pugnare il P. del Rio, e con qualche ſpecie d' inclemenza, ed an
cor d'Ingiuſtizia verſo d'un Uomo , che non è certamente il diſo
nor del ſuo ſecolo, lo accuſa di menzogne, di contraddizioni, di
poca prudenza , di cattivo raziocinio , di niuna critica . Sog
iunge V. P. che la cenſura di queſto Storico Letterario ſem
f" giuſta non ſolo a confratelli del Delrio, che non ſarebbe gran
maraviglia, ma anche a qualche perſona indifferente, e che ſenza
paſſione, o affetto alcuno ne giudica. Pazienza, dicono queſti ta
li, che ſi foſſe notomizzato l'intelletto del Delrio: ma perchè mai
paſſare tanto avanti, e metter la mano fino nel cuore? Non baſta
va egli impugnare, ſe pur così volevaſi, l'opinioni di quell'Au
tore, ſenza cercare anche i ſuoi coſtumi, e fargli ad un certo
modo il proceſſo de vita o moribus? O buono, o triſto, ch'egli
ſi foſſe, che ha queſto che fare colla ſua dottrina? Potrebbe eſſere
ſtato Santo, ed avere ſcritto poco a propoſito: ma potrebbe al
tresì eſſere ſtato il più perverſo uomo del mondo, e nientedime
no aver compoſta un'Opera eccellente. Deſidera adunque V. P.
udir da me qualche coſa ſopra queſto particolare, perchè ſebbe
ne le ſembra, che forſe io non abbia tutto il torto, pure vorreb
be ſentire, come io ſteſſo tratti, e difenda la mia cauſa.
II. Di malavoglia, ſe debbo dire il vero, entro io in queſto
aringo, non già perchè poca ragione creda d'avere, e a mal par
tito mi trovi ridotto; ma bensì perchè coloro, a quali è doluto,
che ſicno ſtate ſcoperte le ſpine a queſta roſa, ed è doluto non
gia
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 243
già perchè non ſapeſſero eglino ſteſſi, che ci erano, ma perchè
per onor della pianta avrebbero voluto vederle coperte; dorrebbe
egualmente, e ſ" più, quando ſentir doveſſero ciò, che qui per
neceſſità mi converrà pur dire. Perchè però, come V. P. m'av
viſa, ci ſono anche di quelli, a quali niente preme Martino Delrio,
verſo cui nè per l'Iſtituto, che profeſſano, nè per altro motivo,
parzialità veruna nudriſcono, ma preme la ragione, preme il di
ritto, preme la convenienza, converrà pur cedere alle ſue iſtanze,
e mettere di bel nuovo il ferro in queſta piaga. S'inaſprirà ella
ſicuramente, e diverrà ancora maggiore, ma mi conſolo ſe non
altro, che quelli, i quali in queſto fatto da puro amore verſo la
verità ſon moſſi, quando delle ragioni mie, come ſpero, ſi tro
vino paghi, m aſſolveranno ben toſto, nè diſguſto alcuno potran
no ſentirne. Che ſe ad altri quanto più perſuaſi, e più che mai
convinti, altrettanto ancora più amara riuſcirà queſta ſeconda me
dicina, non a me, che contra genio mi vi ſono accinto, ma a
chi colle ſue cenſure di prepararla mi ha dato impulſo, o per
dir meglio, mi ha meſſo in neceſſità, dovranno darne la colpa -
Come però due ſono l'accuſe, onde il nuovo Storico Letterario
( uomo per altro dotto ) m'aggrava, cioè d'Inclemenza, e d'In
giuſtizia, così primo di queſt'ultima, che più importa, poi an
cor della prima partitamente ragioneremo. -

III. Egli è coſa notoria, che per conto della pubblica utilità,
e decoro, niuna eccezione patiſce il meſtiere del Panegiriſta ; ma
è altresì certo, ch' egualmente ſe non maggiormente utile, e de
coroſo rieſce alla Repubblica anche quello di Storico. Il Panegi
riſta ſceglie per materia del ſuo diſcorſo le ſole azioni lodevoli e
glorioſe, e paſſa ſotto ſilenzio le imperfezioni, e i difetti, ma lo
Storico tutto all'oppoſto dice ſchiettamente sì il bene, che il ma
le, purchè col vero s'accordi. Quis neſcit ( ſcrive Cicerone nel
Lib. 2. S. 15. De oratore ) primam eſſe hiſtoria legem, ne quid falſi
dicere audeat, deinde ne quid veri non audeat? Confeſſo il vero ,
circa Martino Delrio mi ſono comportato più da Storico, che da
Panegiriſta, anzi la ho fatta da puro Storico, e niente da Pane
giriſta, cioè ho eſpoſto tanto le virtù, che i difetti ; ma l'uno,
e l'altro ſenza eſagerazioni, e ſenza oltrepaſſare i limiti della ve
rità. In che adunque conſiſte l'Ingiuſtizia, che gli ho uſata? Chi
ha letto da capo a piedi il Congreſſo Notturno, può eſſere buon te
ſtimonio delle lodi da me dategli, e oltre all'Introduzione, e Con
cluſione dell'Opera, ne fa ampia fede il Lib. 3. Cap 6. S. 2. ove
così ſta ſcritto: E prima di tutto convien confeſſare, che Martino
Delrio fu uomo di grande ingegno, di molta erudizione, e d'una ſter
minata lettura. Egli era verſato non ſolo negli ſtudi ameni delle bel
le Lettere, ma ancora ne gravi della Giureprudenza, Filoſofia, e ri
1) 0
\
244 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno,
logia, talchè Giuſto Lipſio ſuo amico, e che per altro gli era molto
tenuto, ebbe a chiamarlo un miracolo dell'età ſua. Non aveva più
di diciannov'anni allorchè compoſe il ſuo Comentario ſopra le Tragedie
di Seneca, ch'è un'opera diviſa in tre Tomi in quarto, in cui citò
quaſi mille e cento autori, eſaminando i ſentimenti di quelli, e mo
ſtrando d'avergli letti tutti eſattamente. Non era egli entrato nella
società, che verſo a trent'anni, onde aveva anche tutta la ſperienza
delle coſe agibili, e della Repubblica, nella quale anzi aveva ſoſtenu
te molte cariche decoroſe, di Conſigliere del Senato Supremo del Bra
bante, d' Auditor Generale, ed altre. Libri ſcriſſe in gran quantità,
contuttochè non campaſſe più di cinquantaſett anni : e v'ha chi gli
dà la lode d'aver poſſedute nove lingue, tralle quali la Greca, l'Ebraica, e
la caldea. Adriano Baillet afferma, ch'egli ne ſapeva per lo meno dieci.
Dopo queſto elogio, che ho ſtimato ben degno del merito, e del
ſapere di sì famoſo Scrittore, ſono paſſato a ſcoprire le ſue ma
gagne, o per dir meglio, le magagne delle Diſquiſizioni Magiche,
non già per voglia di vilipendere un Trattato molto per altro ap
plaudito, ma perchè così richiedeva l'aſſunto, ed il fine principa
le del mio libro, e così pur voleva la verità, e l'utile pubblico.
Appunto la fama grande, e la celebrità, e l'approvazione univer
ſale di quel Trattato mi coſtrinſero a farne oſſervare i difetti, e
l'imperfezioni, mentre non era giuſto, che paſſaſſe per intieramen
te ſano un corpo non ſolo infermo, ma che poteva ancora attac
care, anzi di fatto attaccava il male agli altri, con gran danno
della Civil Società, e poco decoro della Religione, che profeſ.
ſiamo.
IV. Ma io già ſento V. P. che m'interrompe qui, e mi repl.
ca, che non ſi nicga, che l'Opera del Delrio non abbia i ſuoi di
fetti, giacchè tutte o pochi, o molti ne hanno, e ſi concede an
cora, che ſtaffe bene ſcoprirgli, acciò non ſerviſſero d'inciampo,
e pregiudizio altrui, ma che queſta non è la difficoltà della no
ſtra quiſtione. Il punto batte ſull'eſſer paſſato io da difetti dell'in
telletto a quelli del cuore, vale a dire dalla dottrina a coſtumi,
ſenza che di queſto paſſaggio ragione, o neceſſità alcuna appari
ſca. La ragione, e la neceſſità la eſporrò io a V. P. immediata
mente; ma prima di venire a queſto paſſo, ch'è controverſo e
dubbioſo, mi permetta di fiſſare, come per primo principio, qual
ehe punto, che ſia incontraſtabile, e certo.
V. Le verità, delle quali a diſpetto de Pirroniſti, può pregiarſi
la mente umana, non tutte dal raziocinio, e dalla Scienza dipen
dono. Alcune derivano dalla Fede Divina, come i miſteri della
noſtra ſanta Religione, ed altre ancora dalla Fede Umana, come
la Storia, e tutto ciò, che a fatto ſi riduce. Non godono già il
Privilegio della chiarezza, e dell'evidenza queſte ſeconde verità,
CO
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 245
come lo godono le prime; ma però hanno quello della certezza,
ed anche dell'infallibilità, a miſura del merito, e autorità de'te.
ſtimoni, che le ſpalleggiano. Trattandoſi delle verità, che del pu
ro raziocinio ſon figlie, a nulla certamente ſervirebbe la conſide
razione del coſtumi della perſona, da cui ci vengono. O buona, o
rea, ch'ella ſia, tanto vale il ſuo dire, quanto vagliono le pro
ve, ch'ella n adduce, perchè tutta la forza è fondata ſopra la
chiarezza, e diſtinzione dell'idee: e la chiarezza, e diſtinzione dell'
idee non dipende dalla teſtimonianza altrui i dipende dal lume del
la ragione, che a tutti egualmente è comune. E chi di grazia non
riderebbe egli di quel Critico, il quale volendo rivedere i conti agli
Elementi d'Euclide, incominciaſſe a far oſſervare, che quel Filoſo
fo, per cagion d'eſempio, non ſi conſigliava molto colla pruden
za, ch'era poco ingenuo, e che qualche volta ancora ſi dilettava
di vender lucciole per lanterne? Si riſponderebbe a queſto Critico,
che o prudente, o imprudente; o verace, o menzognero, Euclide
ſarà ſempre un galantuomo, quando provi evidentemente le ſue pro
poſizioni, e colla dimoſtrazione alla mano convalidi quanto aſſeri
ſce. Altrettanto però non potrebbe già dirſi delle verità, che o in
tutto, o in parte dalla Fede Umana dipendono. I fatti poſſono eſſe
re veri, ma poſſono ancora eſſere o dubbioſi, o falſi: e quando
pure foſſero veri, poſſono nientedimeno eſſere più in un modo,
che in un altro, ſenza che l'intelletto ſi trovi inclinato più a queſta
parte, che a quella. Quanto poi alla cagione del medeſimi, qual diſ
crepanza di pareri, qual diverſità d'opinioni non s'incontra mai?
Chi ad una, e chi ad un'altra gli attribuiſce , chi in un mo
do, e chi in un altro gli ſpiega , chi gli vuol naturali, chi
ſoprannaturali, e ognuno in ſomma gli accomoda al proprio ſi
ſtema, e gli ſtiracchia ancora per accomodarvegli. In ſimil ſorta
di diſpute chi mai non vede quanto influſſo abbiano i coſtumi de
Filoſofi, e quanto per conſeguenza importi aver una chiave del lo
ro cuore? Un uomo dabbene ſarà ancora ſincero e verace , ed un
uomo ſincero e verace ci darà il certo per certo, il falſo per falſo,
il dubbioſo per dubbioſo : ci rappreſenterà il fatto quale veramen
te è in sè, non ſolo quanto alla ſoſtanza, ma quanto ancora alle
circoſtanze : non addurrà a ſuo favore i teſtimoni, che gli ſono
contrari, nè torcerà e ſtravolgerà i ſentimenti di quelli , perchè
contrari non pajano. Dal triſto, doppio, e menzognero poſſiam noi
ſperare lo ſteſſo? Un uomo prudente, ſpaſſionato, e che non cerca
e non la verità, non ſi laſcerà mai dominare dallo ſpirito della fa
zione, non permetterà, che il ſuo zelo rapiſca le redini alla ra
gione, e al buon giudizio, non vorrà per diritto, e per roveſcio
aver ſempre vinto, ſarà pronto a cedere quando altri lo appaghi ,
confeſſerà i difetti del proprio ſiſtema, e farà ancora giuſtizia "
C
246 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
ſtema degli avverſari. Ma farà egli altrettanto chi di poca prudenza
ſi moſtra fornito, chi cerca di ſoverchiare la parte oppoſta, chi ſi
laſcia traſportare da mille paſſioni? E ſe non lo farà, poſſiamo noi
luſingarci, che ci conduca al vero, e ſaremº noi baſtantemente av
veduti ſeguitando le ſue pedate? -

VI. Ora , che la materia delle Diſquiſizioni Magiche non ſia


di quelle, che ſul puro raziocinio ſi fondano, ma dal fatto, e dal
la fede degli uomini in gran parte dipendono, è coſa così chiara,
che non ha biſogno di prove. Si tratta dell'operazioni del Maghi,
e delle Streghe, le quali dalla potenza del Demonio ſi credono co
munemente derivare. Che coſa ci ſomminiſtra ella la ragione circa
il Demonio, e la ſua potenza ? Ce ne porge l'idea d'una ſoſtanza
cogitante, e però poſſibile; ma da queſto in poi, nulla di fermo,
ed inconcuſſo. Non poſſiamo nè pur dimoſtrarne evidentemente l'e-
ſiſtenza. Quanto in tal propoſito abbiamo, l'abbiamo dalla Fede
Divina, cioè dalla Sacra Scrittura, e dalla Fede Umana, cioè dal
la Storia, e dalle relazioni degli Scrittori. La Scrittura però ci la
ſcia in molte tenebre, onde convien far ricorſo agl' Interpetri, e
tra queſti chi la ſente in un modo, e chi in un altro. La Fede U
mana poi è ancora più incerta, e controverſa sì per la diverſità
dell'opinioni, come per le molte favole, che o per malizia, o per
ſemplicità, ed anche per bizzarria, ſono ſtate diſſeminate, le qua
li sì difficile rendono la materia, che i Pirroniſti vi poſſono trovar
molto bene il loro conto. Ecco la ragione, per cui nel dare un'i-
dea delle Diſquiſizioni Magiche non mi ſono contentato di notare
le falſe dottrine, le pericoloſe opinioni, la poca Critica, la mali
Logica del loro Autore ; ma ſono paſſato più avanti , e mi ſono
inoltrato ad eſaminare la ſua prudenza, la ſua veracità , la ſua
ſchiettezza, ed il ſuo amore pel vero. Se le menzogne , le calun.
nie, le leggerezze, ed altri ſimili difetti da me indicati , non ſono
veramente tali, e a torto vien da me accuſato queſto Scrittore, l'In
giuſtizia è patente, non merito aſſoluzione, e i ſuoi parziali han
no vinta la cauſa : ma ſe quanto è ſtato da me notato, con ra
gione fu notato, torno a dimandare qual è l'Ingiuſtizia, che ſi
pretende io gli abbia uſata e Miniſtrum Regis (fu obbiettato anche
a Roberto Bellarmino) mendacii, vel falſi accuſare non deberes. Ri
ſponde il dottiſſimo Cardinale nel Cap. 5. della ſua Apologia : Ita
eſt, ſi vera ſcriberet : ſi non ſciens, e prudens mentiretur. Qua enim
mendacia ſunt, non ſcio latine appellare niſi mendacia ; quemadmodum
etiam nugas, convicia , confittas hiſtorias, ci alia id genius , qua in
Apologia reperi , ſuis nominibus appellavi . Si dirà , che non è
il ſolo Delrio , il quale in queſta materia abbia meſſa la pen
na . Quanti altri e prima, e dopo di lui ne hanno ſcritto:
Or perchè prender di mira queſto ſolo, perche ſcagliarſi con
taIl
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 247
tanto impeto contra uno Scrittore , che non fu il diſonor
del ſuo ſecolo , nè della ſua Religione ? Non ſi poteva uſa
re un poco di connivenza, ſerrare un occhio, e ie al
trove tante ſaette? Si poteva ſenza dubbio, ma non ſi doveva .
Ed eccoci inſenſibilmente arrivati al ſecondo punto, ch'è quello
dell'Inclemenza, ove non poſſo certamente a meno di non ralle
grarmi meco medeſimo, che gli avverſari ſteſſi confeſſino, che la
cauſa del loro cliente abbiſogna di Clemenza: poichè queſto al
tro non è, che un confeſſare, ch'egli è pure in colpa, e che in
via di Giuſtizia nulla ſe gli dee : ſolamente in via di Grazia
qualche favore, qualche iei, e benignità poteva ſperare -
Clementiam pana digni invocant, diceva Seneca. (De Clem. I 2.) Con
maggior piacere pertanto m'accingerò io alla diſcuſſione di que
ſto ſecondo punto, per eſſer egli in qualche modo meno amaro
e diſguſtoſo del primo, mentre per quello ſteſſo motivo, per cui
la parte oppoſta pretende, che il Delrio meritaſſe Clemenza, cioè
a dire in riguardo del ſuo ſapere, e per eſſere Scrittore sì diſtin
to e celebrato, io farò vedere, che niuna Clemenza appunto ſe
gli conveniva.
VII. Quante ſieno le lodi, che le Diſquiſizioni Magiche di Mar
tino Delrio hanno riportato da più rinomati Giureconſulti, lo ſtre
pitoſo elogio, che Antonio Fabbro, detto il Papiniano dell'età ſua,
gli fece, e che nel Lib. 3. Cap. 6. S. 1. del Congreſſo Notturno ſi è
riportato, baſtantemente lo prova. Ne aggiungerò ora un altro di
Soggetto inferiore bensì al Fabbro, maſſime quanto alla gran copia
degli ſcritti, ma però di gran merito anch'egli, cioè Giovanni
Giordaneo, il quale nel Cap. 2. della Diſſertazione De Proba Stig
matica, con cui egregiamente confutò il Comentario Giuridico ad
l. stigmata C. De Fabricenſibus di Pietro Oſtermanno , del Delrio
parlando, cosi ſcriſſe : Sentiendum quippe, predictum Virum Belgii ,
Societatis illius illuſtriſſima ac ſantiſſima, ac totius Eccleſiae fulgentiſ
ſimum fuiſſe jubar, ac tam bene de divinis, humaniſque ſcientiis fuiſ
ſe promeritum, ut nomen eſus per totum orbem futurum ſit celeberri
mum, quandiu erunt, qui ſtudia ac litteras amabunt i demum quia ad
Juſtitiam erudiit multos, quod per totam eternitatem ſplendeſcet ſicut
ſtellac, qua ſunt in firmamento cali. Ermanno Goehauſen nel Tit. 2.
lit. I. del ſuo Proceſſus Juridicus contra Sagas, & Veneficos, copian
do il Fabbro, così pure s'eſprime : Ex omnibus unus eſt Martinus
IDelrio Juriſconſultus, & Theologus clariſſimus, qui Diſquiſitionum Ma
gicarum libris omnia, qua ad hunc trattatum pertinent, adeo diligen
ter proſecutus eſt, 6 accommodate ad pracepta fidei, uſumque forenſem,
ut neque copioſius, neque ornatius quicquam ſcribi potuerit , dignum
plane opus tanto Viro nec minus pietatis, quam eruditionis fama con
ſpicuo inter tot tantoſque Societatis Jeſu Tatres, quibus nihil atas
- m0
248 Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
noſtra tulit, feretgue aut eruditius, aut religioſius, nihil denique toti
chriſtian e Reipublicae in tanta ſeculi infelicitate utilius . Il mentova
to oſtermanno, ch'era Profeſſor di Legge in Colonia, nella Sei.
12. pag. 99. del citato ſuo Comentario, ripete lo ſteſſo . In fatti
le Diſquiſizioni Magiche del Delrio, ſe riguardiamo alle molte coſe,
ch'abbracciano, poſſono dirſi opus abſolutiſſimum. Egli tratta la ma
teria non ſolo filoſoficamente, ma da Giureconſulto, da Teolo
go, e da Umaniſta ancora, ed ha preteſo, che il ſuo libro doveſ.
le ſervire tanto a Secolari, quanto agli Eccleſiaſtici, sì al Foro, ed
alla Cattedra, che al Pulpito, ed al Confeſſionale. In cento guiſe
egli verſa, e riverſa l'argomento, e fa naſcere mille quiſtioni d'o-
gni genere, e tutte s'ingegna riſolverle : fa pompa d'ampliſſima e
rudizione sì ſacra, che profana, lingua Greca, Latina, ed anche
Ebrea , farragine immenſa d'Autori, diluvio di Citazioni, che
inonda ogni pagina, Elogi, Approvazioni, Privilegi, Apologie, e
che ſo io. Comparſa pertanto alla luce un'Opera così conſumata,
e compiuta, fu come un Sole luminoſo, che tirò a sè gli ſguardi
d'ognuno, e tutti que minori lumi oſcurò , che prima di queſto
aſſaiſſimo riſplendevano. Si andò a gara per riſtamparla, talchè l'
Autore nell'Epiſtola Apologetica contro al Malvenda ſi vanta, che
in pochi anni n'erano ſtate fatte cinque edizioni , onde ſi diffuſe
immediatamente dappertutto. Il VViero Medico, ed il Godelmanno
Giureconſulto non ardivano più alzar la teſta, poichè da queſto
Campione ſi credevano non ſolo abbattuti, ma annichilati, e pe.
rò ſortirono ben toſto qua, e là libri, e trattati in tutto unifor
mi agl'inſegnamenti del Delrio, tra quali uno aſſai voluminoſo,
cioè la Daemonologia di Franceſco Torreblanca Spagnuolo, che non
ſolo ſegue il Delrio, ma ſi può dire lo copia. Il Delrio adunque
divenne giudice del Giudici, ſi fece arbitro del Tribunali tanto Ec
cleſiaſtici, quanto Secolari, e s'incominciò a regolare il proceſſo
contra le Streghe, e dettar le ſentenze a norma del principi, e del
le dottrine Delriane . Di qui è, che per tutta Europa s'infierì
contra queſte ſventurate, e quell'orribil macello ne fu fatto, che
nel Congreſſo Notturno ſi è ci, Io ſon ben certo , che i par
ziali ſteſſi del Delrio, riflettendo ſe non altro alla mutazion gran
de di ſcena, ch'è ſeguita dappoi, non avranno difficoltà a conce
dermi, che una pratica così barbara, ne ſecoli avvenire, quando
dappertutto ſarà affatto eſtinta, e ſolamente dalla Storia, e da li
bri di qualche Demonografo ſe n'avrà contezza, ſia per eſſere
una gran prova della debolezza umana, ed un eterno vitupero di
quelle età, e di quelle nazioni , che più la frequentarono . Verrà
forſe una ſtagione così felice, ma oh Dio! non può già queſta no
ſtra vantarſi di tanto, non eſſendo per anche purgate le menti di
tutti da queſto tetro, e tanto alla pubblica felicità pernizioſo fan
taſ
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 2.49
taſma. Non è più d'un anno, che in Erbipoli fu come Strega de
capitata, e poi arſa Maria Renata Monaca di S. Norberto, dopo
cinquant'anni di Religione. Non ho veduto nè il proceſſo , nè la
ſentenza : bensì ho veduto un Ragionamento, che con tal occaſione
fece al popolo certo P. Giorgio Gaar, uſcito prima in Tedeſco, poi
tradotto in Italiano, e ſtampato in Verona ; da cui baſtantemente
appariſce, come quel paeſe non ha ancora riſcoſſa dalla prevenzio
ne la mente, e ſegue tuttavia a moltiplicar il numero di quelli e
ſempi, che nel mondo più vecchio, e interamente illuminato, fa
ranno poi sì gran diſonore al mondo preſente. Poco dopo a Land
shut in Baviera fu parimente per lo ſteſſo delitto giuſtiziata una la
vandaia; e di preſente in altra città di Germania ſi fa pure il pro
ceſſo ad una ſua diſcepola, cioè ad una povera zittella d'anni ſedi
ci, la quale va a gran riſchio di correre la ſteſſa fortuna. In Bolo
gna poi l'anno 1741. uſcirono alle ſtampe Vota Deciſiva , ſeu ra
tiones decidendi Jo: Sebaſtiani de Veſpignanis, ſoggetto di molto me
rito, morto pochi anni ſono in Genova Auditore di quella Ro
ta. Il Voto 86. è contra due Streghe, madre, e figlia, l'una del
le quali ſi condanna a morte, l'altra a prigion perpetua . Non è
queſto Voto più di quattro, o cinque pagine di roba, e pure il
Delrio non vi è citato meno di otto volte. Seguono Torreblanca ,
Berlichio, Coſpi, e qualche altro, che copiò dal Delrio. Il più mi
rabile però ſi è, che non ſolo i Cattolici, ma gli ſteſſi Eterodoſ
ſi dallo ſplendor Delriano reſtarono sì fattamente abbagliati, che
anch'eſſi alla cieca lo ſeguitarono. Gli ſcritti di Benedetto Carp
zovio, di Giorgio Draudio, che volle coprirſi col nome di Simone
Majolo, e d'altri aſſai, fanno di ciò ampia fede; ma non poſſia
mo deſiderar teſtimonio maggiore, e più certo di Criſtiano Tom
maſio, celebre Giureconſulto Proteſtante, il quale ſebben col roſ
ſore ſul volto, pure ingenuamente lo confeſſa nel S. 81 del Trat
tato De origine Proceſſus Inquiſitorii contra Sagas, in cui atteſta ,
che pene omnes Juriſconſulti bunc Auttorem tantum non exſcribere
ſolent. - -

VIII. Ora tali eſſendo gli effetti delle Diſquiſizioni Magiche di


Martino Delrio, cioè deplorabili, funeſti, efziali, di danno al pub
blico, d'infamia a privati, di vergogna al mondo, contrari alla
pratica di Roma, oppoſti alle Coſtituzioni Pontificie, alla ragio
ne, alla carità, al dovere, ſi ricerca al noſtro Storico Letterario,
ſe poteva aver qui luogo la Clemenza, ſe ſi doveva ſerrar un oc
chio, accarezzare la pietra dello ſcandalo, e anteporre il decoro
d'uno Scrittore al ben pubblico, al credito del Tribunali, ed all'
onore ſteſſo della Religione Criſtiana? Si ſpogli egli in grazia per
un momento dell'abito, di cui è veſtito, e non ſi fermi coll'oc
chio ſopra la Società, in cui vive, ma paſſi avanti, e lo eſtenda
I i a tut
25o Lettera ſopra il Congreſſo Notturno.
a tutta la Società Civile; e ſcoprirà ben toſto ciò, che prima
non ravviſava. Vedrà, che queſto male non voleva eſſer trattato
con lenitivi, ma ricercava ferro, e fuoco : vedrà, che quel ſuo
tanto vago, tanto lodato, e tanto riverito fiore, appunto per la
ſua gran fragranza, e bellezza doveva eſſere ſtillato eſattamente, e
ricercato per ogni fibra, acciò ſi conoſceſſero le qualità nocive e
venefiche, che internamente contiene ; e vedrà per fine, che in
queſta cauſa non ſi doveva uſar Clemenza, ma Rigore, non Mi
ſericordia, ma Giuſtizia . Notò Ariſtotele nel Lib. 1. Cap. 9. De
Arte Rhetorica, che qua a vita, o moribus probatio naſcitur, ea
tumc fit, quum ita habetur oratio, ut eum qui dicit, dignum, cui
fides habeatur, videri faciat. Probis enim viris & magis, e cele
rius credimus generatim quidem in omnibus rebus , ſed in iis precipue
qua certo ſciri non poſſunt, ſed varie traduntur. Qual coſa più va
ria, più incerta, più agitata della materia dal Delrio diſcuſſa , e
quale ancora più importante per la relazione, che ha colla retta
amminiſtrazione della giuſtizia? Aſſaiſſimo adunque importava for
mar un giuſto concetto di queſt'uomo, per poi conchiudere qual
fede meritaſſe in quelle coſe, che dal puro raziocinio non dipen
dono; e ſe mai per avventura da quel piccioli difettuzzi, a quali
l'umanità è ſoggetta, non foſſe ſtato eſente, e queſti difetti per
non eſſere conoſciuti, foſſero ſtati cagione, che s'aveſſe avuto in
maggior pregio, e ſtima, che la ragione non vuole, e da queſto
pregio, e ſtima foſſe poi nato, ch'egli aveſſe dato motivo a mol
te ſentenze ingiuſte, ed a mandare al macello più perſone inno
centi, o almeno non degne di morte; non ſolo era lecito ſcopri
re tali difetti, ancorchè toccanti il coſtume, ma era i" x
era deſiderabile, era neceſſario, perchè non era diritto, che per
conſervare il concetto non ben fondato d'uno Scrittore, ſi laſciaſ
ſe tuttavia ſerpeggiar un inganno tanto pregiudiziale alla Repub
blica. Ecco pertanto la ragione fondamentale, per cui da difetti
dell'Intelletto ſono paſſato a quelli del Cuore. Il Delrio la fa da
Accuſatore delle Streghe, e col ſuo credito, e autorità avvalora
di molto l'accuſa : io all'oppoſto la fo da Avvovato - Il noſtro
Storico Letterario, che dovrebbe ſaper l'Arte Oratoria meglio di
me, poichè probabilmente l'avrà inſegnata, ſaprà ancora, ch o
ni Oratote ſi fa lecito ſcreditar l'avverſario collo ſcoprire al
pubblico le ſue magagne, e fare il ſindacato a ſuoi coſtumi. Ci
cerone, che certamente triſto e malvagio uomo non fu, pure non
tralaſciò di maneggiare anche queſt'arma, anzi nell'Orazione pro
Murena ſe ne valſe contra lo ſteſſo Catone : ma come Catone era
impuntabile ne coſtumi, così non ſapendo in qual maniera attac
carlo, ſi fece a tacciare la Filoſofia Stoica, di cui era ſeguace, e
con tanto ſale lo motteggiò, che moſſe a riſo tutto l'uditorio
-
Quel
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno. 251
Quel tanto, che cicerone, e gli Oratori tutti ſi ſtimano lecito per
puro bene privato, e contra una perſona vivente, la quale non
può a meno di non ſentirne diſpiacere, e forſe ancora pregiudi
zio, non dovrà dunque eſſere ſtato lecito a me per ben pubblico,
e contra perſona morta, che più non è, e a cui in conſeguenza
non può recarſi nè danno, nè diſguſto ? Ma che dico io diſguſto?
Anzi ſoddisfazione e giubilo giova a me ſperare d'aver apportato
all'anima di Martino Delrio, perchè mi giova credere , che unita
al ſuo principio, e dal lume della prima, e ſomma Verità irra
diata, conoſca ora ella ſteſſa i ſuoi abbagli, e difetti, gli abbor
riſca, e deſideri ancora vedere non dico confutata, ma, ſe poteſ
ſe, abolita quella parte de ſuoi ſcritti, che fa sì poco onore al
ſuo nome, e quello che più importa, tanto al proſſimo è noci
va, poichè fu , ed è tuttavia cagione di tanti abuſi , ed errori
nella materia del Proceſſo contra le Streghe.
IX. Ho eſpoſto a V. P. il principal motivo, per cui io non
ſtimai convenevole uſar Clemenza a Martino Delrio, e queſto ſolo
è certamente baſtante a giuſtificare la mia condotta ; nientedimeno
però prima di chiudere queſta lettera, giudico opportuno aggiun
gere un'altra rifleſſione. Queſta ſi è, che molta Clemenza fu già
al Delrio da vari ſcrittori uſata, ma ella non giovò punto per far
argine al peſſimi effetti delle Diſquiſizioni Magiche ; e ſe non giovò
in paſſato, non v'ha al certo apparenza, che giovar doveſſe al
preſente : ben piuttoſto può crederſi, che applicando lo ſteſſo ri
medio, lo ſteſſo male avrebbe pur ſempre continuato . Come il
Libro del Delrio era più in viſta de' ſuoi ſteſſi Confratelli, che di
verun altro, e più a loro, che ad altri dovean ſicuramente pre
mere le male conſeguenze di quello ; così eſſi appunto furono i
primi ad oſſervare, ch'avea b" di qualche correttivo . Ada
mo Tannero dottiſſimo Teologo della Compagnia di Gesù, fu il
primo, o almeno uno de primi, che accorſe col rimedio, fiſſan
do concluſioni piu ragionevoli, proponendo principi più giuſti ,
cd opponendoſi anche talvolta apertamente alle dottrine del Delrio
nel Tomo 3. della ſua Theologia Scholaſtica, che uſcì alla luce l'an
no 162 6. Un poco più indentro col ferro nella piaga andò un al
tro valente Geſuita, cioè il P. Federigo Spe nella ſua Cautio Crimi
nalis, mentre nel Dub. 2o. arrivò a dire : Id ex animo pronuntio ,
neſcire me a multo tempore, quid Auctoribus iis, quos antehac proli
ciente curioſitate lettitare, e a ſtimare ſolebam, Remigio, Binsfeldio ,
Delrio, ac ceteris IN ULLA RE fidei poſſim adjungere, qun omnis
fere eorum de Sagis dottrina non alii impoſita fundamento ſit, quam vel
narratiunculis quibuſdam, vel confeſſionibus per torturas expreſſis . Con
tutto queſto però gran riguardo e circoſpezione usò queſto Scrit
tore, anzi non poſe nè pure ſul fronti ſpizio del libro il ſuo no
Ii ij mC ;
252 Lettera ſopra il Congreſſo Nattare.
me; il che poi fu cagione, che la fa bell' Opera fu da taluno
creduta parto della penna di qualche dotto Proteſtante - Non ho
mai avuto ſotto gli occhi il Trattato De Maga Criterſali del P.
Gaſpare Schotto, altro Soggetto ragguardevole della Compagnia di
Gesù, e però non ſaprei dire, come col Delrio saccordi - ſo be
ne, che nella ſua Phyſica curioſa in più di un luogo a fronte ſco
perta lo combatte. Si è poi oſſervato nel congreſſº Narraro, che
una ſenſata Operetta, piu volte ſtampata, la quale ha per titolo:
Inſtruktio pro formandis Proceſſibas in caſis Strigare , che ſerviva ad
uſo degl'Inquiſitori Italiani, d'altri principalmente, che del Delriº
non inteſe, allorchè nel 5- 14- così si eſpreſſe : Ur facilias Jadires
poſint ſe abſtinere a quacumque ſuggeſtione, quando malieres incipiant
fateri talem apoſtaſian, forfan melius eſſer , at tac Jadices oblit ſce
rentur eorum, que dicunt Do fores in ſta materia, qai: ſape viſan
eſt, quod Judices in ordine ad ea , que perlegeran: apad Deiores, ma -
ta prejudicia faciunt his mulieribus. Ora però avvertiremo, più chia
ro e più evidentemente eſſere ſtato tolto di mira queſt'Autore di
gli ſteſſi Sommi Pontefici nelle loro Bolle. Per ben chiarirſi di
ciò, convien prima notare, che nel Lib. 5. Sei. 16 delle Diſguiſi
zioni Magiche una concluſione ſi legge di queſto tenore : Lamie
occidende, etiam ſi bominem nullum veneno necaſert, etizrſi ſegetibus,
ci animalibus non nocuiſſert, etiam ſi Necromantica non forent : eo
ipſo tantum quod Damoni fa derate, quod conventui intereſſe ſolita, o
que ibi exercentur praſtare . Quale ſtrage di quelle miſerabili , e
quante innocenti perſone doveſſe condur al patibolo una deciſione
sì chiara d'Autore, che preſſo gli ſteſſi Giureconſulti di primo
ſeggio paſſava per un Oracolo, non è da dimandare, e pur trop
po evidentemente lo dimoſtrano le orribili carnificine di Streghe,
e Stregoni, che ſul principio del ſecolo paſſato e in Germania, e
altrove leggiamo eſſere avvenute. Da queſti ecceſſi, e moſtruoſità
adunque, e non da altro probabilmente moſſo GREGORIO XV.
s induſſe a fare un ſolenne Decreto ſopra queſto punto, colla Co
ſtituzione omnipotentis Dei, in cui così ſi dichiara : Motu itaque
proprio, º ex certa ſcientia, ac matura deliberatione moſtris , deque
Apoſtolice poteſtatis plenitudine, tenore preſentium decernimus, preci
pimus , mandamus, ut conſtito, quod aliquis pacium cum Diabolo
fecerit, 6 a fide apoſtatando, maleficiis ſive ſortilegiis unam ſeu plu
res perſonas ita laſerit, ut ex maleficio, vel ſortilegio mors ſecuta
ſit, etiam primo lapſu, Curia ſeculari tradatur, debitispanis punien
dus : qui vero ſimiliter apoſtatando, pattum cum Diabolo, ut prefer
tur fecerit, 3 maleficium, ſeu ſortilegium commiſerit, licet mors ſe
cuta non ſit, infirmitas tamen, divortia , impotentia generandi, ſive
animalibus, frugibus, vel aliis fruttibus damnum notabile provenerit,
muro claudi, ſive perpetuis carceribus in s. Inquiſitionis officio, i
l
Lettera ſopra il Congreſſo Notturno, 253
ille exiſtit, fabricandis, mancipari debeat. Il Delrio vuole, che le
Streghe s'uccidano, ancorchè