Sei sulla pagina 1di 203

Thomas Bernhard

ANTICHI MAESTRI

Ogni due giorni, un vecchio signore si siede nella Sala Bordone


della Pinacoteca di Vienna e guarda un celebre quadro di
Tintoretto. Quell’uomo ha molto del genio, in un Paese che non
tollera i geni («Il genio e l’Austria non sono compatibili»
leggeremo qui). Che cosa cerca? Qualcosa che non
indovineremmo mai e che solo in un romanzo di Bernhard può
diventare tema centrale: cerca i difetti dei capolavori («Il tutto e il
perfetto non li sopportiamo»). Quel vecchio signore, che conosce
l’arte come nessuno – e ne trasmette i segreti a un guardiano del
museo, devoto fino all’identificazione –, sa anche vedere la
minaccia che si nasconde nell’arte, nella pretesa oppressiva del
capolavoro. Nulla è più rischioso che osservare «a fondo» un
capolavoro. Tanto maggiore la gravità dello sguardo, tanto più
squassante il riso convulso che ci coglierà mentre continuiamo a
ripeterci certe celebrate parole, come se dietro il significato più
alto si spalancasse ancora un vortice di insensatezza. Questa la
donnée di Antichi Maestri, uno dei romanzi ultimi di Thomas
Bernhard (è apparso nel 1985), e anche uno dei libri dove egli si è
spinto più in là, in una vera terra di nessuno fra l’arte e la vita,
una terra abitata dalla lucidità, dalla disperazione, dal lutto per
un amore perduto. Come in una confessione testamentaria,
Bernhard parla non solo di ciò che la pittura – e la musica, la
letteratura, la filosofia – sono, ma di ciò che non possono essere,
non potranno mai essere: di quel punto in cui l’arte viene meno.
Temi azzardati, ai quali il genio di Bernhard sa dare una
prodigiosa immediatezza. Non solo: variando su di essi, egli
riesce a inscenare, con verve sinistra e al tempo stesso
liberatoria, quella che egli definisce, nel sottotitolo, una
«commedia».
Thomas Bernhard

Antichi Maestri
Commedia

ADELPHI EDIZIONI
TITOLO ORIGINALE:
Alte Meister
Komödie

Traduzione di Anna Ruchat

Cura editoriale
di Renata Colorni

Copyright 1985 Suhrkamp Verlag Frankfurt am Main


Copyright 1992 Adelphi Edizioni S.p. A., Milano

Quarta edizione: gennaio 1999


ANTICHI MAESTRI

Il castigo corrisponde alla colpa: essere privati di ogni gioia di


vivere, essere portati al grado estremo di disgusto della vita.

Kierkegaard
Pur avendo appuntamento con Reger soltanto per le
undici e mezzo al Kunsthistorisches Museum, mi trovai là fin
dalle dieci e mezzo per poterlo finalmente osservare, come
già da tempo mi ero ripromesso, senza alcun disturbo e da
un'angolazione possibilmente ideale, scrive Atzbacher.
Poiché di mattina il suo posto riservato è nella cosiddetta
Sala Bordone di fronte all'Uomo dalla barba bianca di
Tintoretto, sulla panca rivestita di velluto dove ieri, dopo
avermi illustrato la sonata chiamata Tempesta, ha continuato
la sua conferenza sull'Arte della fuga da prima di Bach fino a
dopo Schumann, come lui la definisce, pur non avendo fatto
altro, spinto dal suo estro, che parlare di Mozart e non di
Bach, io dovetti appostarmi nella cosiddetta Sala Sebastiano;
a malincuore fui dunque costretto, per poter osservare Reger
davanti all'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto, a sorbirmi
Tiziano, e mi toccò guardarmelo in piedi, ma questo non era
un inconveniente perché, soprattutto quando osservo
qualcuno, mi piace di più stare in piedi che seduto, e per
tutta la vita ho preferito osservare stando in piedi piuttosto
che seduto, e poiché io, guardando appunto dalla Sala
Sebastiano nella Sala Bordone e facendo in fin dei conti il
miglior uso possibile dei miei occhi, potevo in effetti vedere,
senza essere impedito neppure dallo schienale della panca,
l'intero profilo di Reger, il quale, avendo ieri senza dubbio
assai risentito del brusco calo di temperatura durante la notte
precedente, aveva tenuto in testa per tutto il tempo il suo
cappello nero, potendo io dunque vedere tutto il fianco
sinistro di Reger esposto verso di me, il mio proposito di
esaminare finalmente Reger senza alcun disturbo si era
felicemente realizzato. Poiché Reger (con addosso un pesante
cappotto), appoggiato al bastone che teneva stretto tra le
ginocchia, così mi pareva, era completamente immerso nella
contemplazione dell'Uomo dalla barba bianca, io non avevo
la benché minima ragione di temere che lui mi scoprisse
mentre lo guardavo. Il sorvegliante Irrsigler (Jeno!), che Reger
conosce bene da ormai più di trent'anni, e con il quale io
stesso (da più di vent'anni ormai) ho sempre avuto buoni
rapporti, fu avvertito da un mio cenno della mano che volevo
finalmente osservare Reger senza essere disturbato, e
Irrsigler, che compariva a intervalli regolari come un
orologio, si comportò ogni volta come se io non ci fossi e
come se anche Reger non ci fosse, mentre lui, Irrsigler,
assolvendo il proprio compito teneva d'occhio con il suo
solito sguardo, che risulta sgradevole a chiunque non lo
conosca, i visitatori della Pinacoteca, i quali, cosa strana in
quel sabato, giorno di ingresso gratuito, non erano affatto
numerosi. Irrsigler ha il tipico sguardo importuno che
inalberano i custodi dei musei per intimorire i visitatori, i
quali, com'è noto, sono estremamente maleducati; il suo
modo repentino e silenzioso di girare l'angolo e di entrare in
una sala qualsiasi per esercitare la sua funzione di vigilanza è
in effetti disgustoso per chiunque non lo conosca; nella sua
uniforme grigia, mal confezionata ma destinata a durare in
eterno, uniforme che chiusa da grossi bottoni neri penzola
sul suo corpo magro che pare un attaccapanni, e con in testa
il berretto a visiera confezionato con quella stessa stoffa
grigia, ricorda più un secondino delle nostre carceri che un
custode di opere d'arte al servizio dello Stato. Da quando lo
conosco, Irrsigler, pur non essendo malato, è sempre stato
pallido in volto, e Reger lo definisce da decenni un morto di
Stato che da trentacinque anni presta servizio al
Kunsthistorisches Museum. Reger, che frequenta il
Kunsthistorisches Museum da più di trentasei anni, conosce
Irrsigler fin dal primo giorno della sua entrata in servizio e
intrattiene con lui un rapporto di sincera amicizia. Bastò una
piccola somma per corrompere Irrsigler e garantirmi per
sempre la panca della Sala Bordone, così Reger una volta,
diversi anni fa. Reger ha stretto con Irrsigler un rapporto che
da ormai più di trent'anni è diventato per entrambi una
consuetudine. Quando Reger, come accade non di rado,
desidera essere solo mentre osserva l'Uomo dalla barba
bianca di Tintoretto, Irrsigler semplicemente chiude ai
visitatori la Sala Bordone, semplicemente si piazza sulla
soglia e non lascia entrare nessuno. Basta che Reger faccia il
solito cenno con la mano perché Irrsigler impedisca a tutti
l'accesso alla Sala Bordone, e addirittura, se Reger lo desidera,
espella i visitatori che in quel momento si trovano nella Sala
Bordone. Irrsigler ha concluso un apprendistato di falegname
a Bruck an der Leitha, ma prima ancora di essere promosso
lavorante aveva smesso di fare il falegname per diventare
poliziotto. La polizia ha però scartato Irrsigler a causa della
sua inidoneità fisica. A quel punto uno zio, fratello di sua
madre, custode al Kunsthistorisches Museum già dal
Ventiquattro, gli ha procurato il posto al Kunsthistorisches
Museum, il posto più sottopagato ma anche più sicuro che ci
sia, come dice Irrsigler. E Irrsigler aveva desiderato entrare
nella polizia solo perché, col mestiere di poliziotto, gli pareva
risolto il problema dell'abbigliamento. Infilarsi per tutta la
vita la stessa uniforme, e non dover neppure pagare questa
uniforme che dura una vita, perché lo Stato te la mette a
disposizione, gli era sembrata una soluzione ideale, come
pensava anche lo zio che lo aveva fatto entrare al
Kunsthistorisches Museum, e in relazione a questo ideale
non c'era differenza tra l'impiego nella polizia e quello al
Kunsthistorisches Museum, certo la polizia pagava di più e il
Kunsthistorisches Museum di meno, ma d'altro canto non si
poteva paragonare l'impiego al Kunsthistorisches Museum
con quello nella polizia, un impiego di maggiore
responsabilità ma anche più facile di quello al
Kunsthistorisches Museum lui, Irrsigler, non riusciva davvero
a immaginarlo. In polizia uno mette ogni giorno a repentaglio
la propria vita, così Irrsigler, con un impiego al
Kunsthistorisches Museum no. Quanto alla monotonia del
lavoro, non era un problema, dato che lui amava quella
monotonia. Faceva a piedi quaranta, cinquanta chilometri al
giorno, il che giovava alla sua salute più che l'attività che
avrebbe svolto nella polizia, per esempio, dove l'occupazione
principale consiste nello stare seduti sul duro sgabello di una
cancelleria per tutta la vita. Preferiva pedinare i visitatori del
museo piuttosto che le persone normali, perché i visitatori
dei musei sono comunque persone di un certo livello, e
dotate di senso artistico. Quanto a lui, questo senso artistico
l'aveva col tempo acquisito, e ormai era in grado di guidare in
qualsiasi momento una visita attraverso il Kunsthistorisches
Museum, almeno attraverso la Pinacoteca, dice, sebbene non
sia una cosa di cui sente il bisogno. La gente non afferra
assolutamente quello che le viene detto, dice. Sono decenni
che le guide dei musei dicono le stesse cose, tra le quali
naturalmente moltissime sciocchezze, come dice il signor
Reger, dice Irrsigler a me. Gli storici dell'arte non fanno altro
che sommergere i visitatori con le loro chiacchiere, dice
Irrsigler, il quale con l'andare del tempo ha fatto proprie
parola per parola molte, se non tutte, le frasi di Reger.
Irrsigler è il portavoce di Reger, quasi tutto ciò che Irrsigler
dice lo ha già detto Reger, da più di trent'anni Irrsigler parla
ripetendo alla lettera ciò che ha detto Reger. Se prestiamo
ascolto alle guide, sentiamo esclusivamente le solite
chiacchiere sull'arte che ci danno ai nervi, le chiacchiere
insopportabili degli storici dell'arte, così dice Irrsigler perché
Reger lo dice molto spesso. Tutti questi dipinti sono
formidabili ma nessuno è perfetto, così Irrsigler, basandosi su
Reger. La gente, si sa, va nei musei unicamente perché le è
stato detto che una persona di cultura deve visitare i musei,
non per interesse, la gente non ha alcun interesse per l'arte,
in ogni caso il novantanove per cento dell'umanità non ha
per l'arte il benché minimo interesse, così Irrsigler, basandosi
su Reger parola per parola. Lui, Irrsigler, aveva avuto
un'infanzia difficile, una madre malata di cancro morta a soli
quarantasei anni, un padre infedele, perennemente ubriaco. E
come se non bastasse, Bruck an der Leitha è un brutto
villaggio, come la maggior parte dei villaggi del Burgenland.
Se appena uno può se ne va via dal Burgenland, dice Irrsigler,
ma perlopiù la gente non può andarsene via, la gente è
perlopiù condannata al Burgenland per tutta la vita, il che è
atroce almeno quanto il carcere a vita di Stein an der Donau.
Gli abitanti del Burgenland sono dei detenuti, dice Irrsigler, il
loro paese d'origine è un penitenziario. Si ostinano a pensare
che il loro sia un bel paese, ma in realtà il Burgenland è
brutto e squallido. D'inverno gli abitanti del Burgenland sono
sommersi dalla neve e d'estate divorati dalle zanzare. E in
primavera e in autunno gli abitanti del Burgenland non fanno
altro che stare a mollo nella propria sporcizia. In tutta Europa
non c'è paese più povero e più sporco, così Irrsigler. I viennesi
cercano continuamente di convincere gli abitanti del
Burgenland che il Burgenland è un bel paese, essendo i
viennesi innamorati della sporcizia del Burgenland e anche
dell'ottusità del Burgenland, perché secondo loro questa
sporcizia del Burgenland e questa ottusità del Burgenland
sono romantiche, e perché, da buoni viennesi, i viennesi sono
perversi. D'altronde il Burgenland, a parte il signor Haydn,
come dice il signor Reger, non ha prodotto nulla, così
Irrsigler. Del resto, vengo dal Burgenland, non vuol dire altro
che vengo dal penitenziario dell'Austria. Oppure dal
manicomio dell'Austria, così Irrsigler. Gli abitanti del
Burgenland vanno a Vienna come si va in chiesa, diceva. Il
più grande desiderio dell'abitante del Burgenland è quello di
entrare nella polizia viennese, così diceva un paio di giorni fa,
ma io non ci sono riuscito perché ero troppo debole, per
inidoneità fisica. Eppure sono custode al Kunsthistorisches
Museum, nonché dipendente statale. La sera dopo le sei,
diceva, non metto sotto chiave delinquenti ma opere d'arte,
metto sotto chiave il Rubens e il Bellotto. Tutti in famiglia
avevano invidiato suo zio, che era entrato in servizio al
Kunsthistorisches Museum subito dopo la prima guerra
mondiale. Quando andavano a trovarlo al Kunsthistorisches
Museum, una volta ogni due o tre anni, nei giorni di ingresso
gratuito, il sabato o la domenica, i suoi lo seguivano,
completamente smarriti, attraverso le sale dei Grandi Maestri
e ammiravano senza sosta la sua uniforme. Naturalmente suo
zio era diventato capo custode in brevissimo tempo e portava
la stella di ottone sul bavero dell'uniforme, così Irrsigler.
Tanta era la deferenza e l'ammirazione dei familiari, quando
Irrsigler li accompagnava per le sale, che essi non capivano
niente di quello che lui diceva. D'altronde non avrebbe avuto
senso spiegar loro il Veronese, così Irrsigler un paio di giorni
fa. I figli di mia sorella guardavano rapiti le mie scarpe
morbide, così Irrsigler, mia sorella si è fermata davanti al
Reni, proprio davanti al Reni che è il più volgare di tutti i
pittori che sono qui esposti. Reger detesta il Reni, e quindi
anche Irrsigler detesta il Reni. Irrsigler ha ormai acquisito
una notevole maestria nell'appropriarsi delle frasi di Reger,
arriva addirittura a pronunciarle quasi perfettamente nel
caratteristico tono regeriano, penso. Mia sorella viene a
visitare me, non il museo, diceva Irrsigler. Mia sorella non ha
il minimo interesse per l'arte. I suoi figli invece, quando li
accompagno attraverso le sale, guardano incantati tutto
quello che vedono. Davanti al Velazquez poi rimangono
impalati e non vogliono più venir via, diceva Irrsigler. Una
volta il signor Reger ha invitato me e la mia famiglia al Prater,
diceva Irrsigler, il signor Reger, nella sua generosità, una
domenica sera. Quand'era ancora viva sua moglie, diceva
Irrsigler. Io ero lì in piedi, e osservavo Reger che era tuttora
assorto, come si suol dire, nella contemplazione dell'Uomo
dalla barba bianca di Tintoretto, e contemporaneamente
vedevo Irrsigler che non si trovava affatto nella Sala Bordone
mentre mi raccontava alcuni episodi della sua vita, vedevo
dunque con Irrsigler le immagini della scorsa settimana, e
contemporaneamente Reger che sedeva sulla panca rivestita
di velluto e che, com'è naturale, non mi aveva ancora notato.
Irrsigler diceva che fin da piccolo la sua massima aspirazione
era stata quella di entrare nella polizia viennese, di diventare
una guardia. Non aveva mai desiderato esercitare un'altra
professione. Quando alla Rossauerkaserne gli avevano
certificato quella inidoneità fisica, aveva allora ventitré anni,
gli era in effetti crollato il mondo addosso. Ma poi, in quella
situazione senza via di uscita, suo zio gli aveva procurato il
posto di custode al Kunsthistorisches Museum. Giunto a
Vienna con una piccola cartella sdrucita e nient'altro, suo zio
lo aveva ospitato in casa propria per quattro settimane, poi
lui, Irrsigler, si era trasferito in una stanza in subaffitto sulla
Mölkerbastei. In quella stanza in subaffitto aveva abitato per
dodici anni. Nei primi anni non aveva visto assolutamente
niente di Vienna, andava al Kunsthistorisches Museum già al
mattino verso le sette, e la sera tornava a casa dopo le sei, i
suoi pranzi consistevano in quegli anni sempre e soltanto di
un panino col würstel oppure col formaggio e lui li
consumava in un piccolo spogliatoio dietro il guardaroba
bevendoci sopra un bicchiere d'acqua del rubinetto. La gente
del Burgenland ha esigenze modestissime, io stesso in
gioventù ho lavorato diverse volte nei cantieri con gente del
Burgenland e ho abitato diverse volte nelle baracche con
gente del Burgenland, e so quanto siano modeste le esigenze
della gente del Burgenland, che si accontenta dello stretto
indispensabile e alla fine del mese arriva a risparmiare fino
all'ottanta per cento del proprio salario, o anche di più.
Mentre esaminavo Reger, osservandolo fra l'altro con grande
attenzione, come mai lo avevo osservato prima di allora,
vedevo Irrsigler che una settimana prima lo stava ad ascoltare
in piedi con me nella Sala Batoni. Il marito di una delle sue
bisnonne era originario del Tirolo, di qui il nome Irrsigler. La
più giovane delle sue due sorelle era emigrata in America già
negli anni Sessanta con un lavorante parrucchiere di
Mattersburg e lì era morta di crepacuore a trentacinque anni.
Aveva poi tre fratelli che adesso vivevano tutti nel
Burgenland e lavoravano come braccianti. Due di loro erano
venuti a Vienna come lui per entrare nella polizia, ma non
erano stati ammessi. E per prestare servizio al museo, si sa
che è indispensabile una certa intelligenza. Da Reger aveva
imparato molto. Alcuni dicono che Reger sia pazzo, diceva,
perché solo un pazzo può recarsi per decenni un giorno sì e
un giorno no, il lunedì escluso, alla Pinacoteca del
Kunsthistorisches Museum, ma lui non ci credeva, il signor
Reger è un uomo intelligente e colto, così Irrsigler. Certo,
avevo detto io a Irrsigler, il signor Reger non è soltanto un
uomo intelligente e colto, è anche un uomo famoso, non
dimentichiamo che ha studiato musica a Lipsia e a Vienna,
che ha scritto le critiche musicali per il Times e che ancora
oggi scrive per il Times, dissi. Non è un qualsiasi
imbrattacarte, dissi, non è un fanfarone, è un musicologo nel
senso più proprio di questo termine, e con tutto il rigore delle
grandi personalità. Non c'è paragone tra Reger e tutti quei
fanfaroni delle cronache musicali che ogni giorno
schiccherano le loro luride chiacchiere sui nostri quotidiani.
Reger è un vero e proprio filosofo, ho detto a Irrsigler, è
filosofo nel senso più puro di questo termine. Reger da più di
trent'anni scrive le sue critiche per il Times, quei suoi brevi
saggi di filosofia della musica che di sicuro un giorno saranno
raccolti e pubblicati in volume. Questa sua frequentazione
del Kunsthistorisches Museum è senz'altro una delle
condizioni imprescindibili perché Reger possa scrivere per il
Times così come scrive per il Times, dissi a Irrsigler, e a me
non importava affatto che Irrsigler mi avesse capito oppure
no, probabilmente Irrsigler non ha capito niente, pensavo, e
così penso anche adesso. In Austria non lo sa nessuno che
Reger scrive le sue critiche musicali per il Times, lo sapranno
tutt'al più un paio di persone, dissi a Irrsigler. Potrei anche
dire che Reger è un filosofo in proprio, dissi a Irrsigler, senza
curarmi del fatto che dirlo a Irrsigler era un'idiozia. Al
Kunsthistorisches Museum Reger trova quello che non trova
da nessun'altra parte, dissi a Irrsigler, tutte cose importanti,
tutte cose utili al suo pensiero e al suo lavoro. La gente può
anche definire folle il comportamento di Reger ma non è così,
dissi a Irrsigler, qui a Vienna e in Austria di Reger neanche ci
si accorge, dissi a Irrsigler, ma a Londra e in Inghilterra, e
persino negli Stati Uniti, si sa chi è Reger, di quale
eccezionale ingegno sia dotato, dissi a Irrsigler. E non
dimentichi che qui, al Kunsthistorisches Museum, c'è tutto
l'anno la temperatura ideale di diciotto gradi centigradi, dissi
ancora a Irrsigler. Irrsigler si limitò a un cenno affermativo
con la testa. Reger è un uomo che gode di altissima
considerazione in tutto il mondo della musicologia, dissi ieri
a Irrsigler, soltanto qui, nel suo paese d'origine, nessuno ha
interesse per lui, anzi proprio qui, dove Reger è di casa, lui,
che pure nel suo campo si è lasciato alle spalle tutti gli altri,
tutto quel rivoltante becerume provinciale, Reger è odiato,
Reger nell'Austria, che è il suo paese, è niente meno che
odiato, dissi a Irrsigler. Un genio come Reger qui è odiato,
dissi a Irrsigler, senza preoccuparmi del fatto che Irrsigler
non capiva minimamente che cosa io intendessi nel
momento in cui gli dicevo che un genio come Reger qui è
odiato, e senza chiedermi se davvero era giusto parlare di
Reger come di un genio, un genio come scienziato e forse
addirittura come uomo, pensai, un genio Reger lo è
senz'altro. Il genio e l'Austria non sono compatibili, dissi. In
Austria, per aver diritto di parola ed essere presi sul serio,
bisogna appartenere alla mediocrità, bisogna essere dotati
della sciatteria e dell'ipocrisia dei provinciali, bisogna avere
un cervello fatto su misura per un piccolo Stato. Qui un
genio, o anche solo uno spirito fuori del comune, presto o
tardi viene fatto fuori in maniera infamante, dissi a Irrsigler.
Solo individui come Reger, che in questo atroce paese si
contano sulle dita di una mano, possono resistere allo stato di
umiliazione e di odio, di oppressione e di indifferenza, di
generale volgarità nemica dello spirito che qui, in Austria,
regna ovunque sovrana, solo individui come Reger, persone
dotate di un carattere splendido e di un intelletto veramente
acuto e incorruttibile. Benché il signor Reger non abbia
affatto un pessimo rapporto con la direttrice del museo, e
anzi conosca bene questa direttrice, dissi a Irrsigler, non gli
sarebbe mai passato per la testa di chiedere alla direttrice un
favore che riguardasse lui in relazione al museo. Proprio
quando il signor Reger si era proposto di informare la
direzione, vale a dire la direttrice, del cattivo stato dei
rivestimenti delle panche nelle sale, e magari di sollecitarla a
far rinnovare quei rivestimenti delle panche, le panche
furono rivestite a nuovo; e con grande buon gusto, dissi a
Irrsigler. Non credo, dissi a Irrsigler, che la direzione del
Kunsthistorisches Museum sia al corrente del fatto che il
signor Reger da più di trent'anni viene qui al museo un
giorno sì e un giorno no per prendere posto sulla panca della
Sala Bordone, questo no, non lo credo proprio. Del resto la
direttrice ne avrebbe senz'altro parlato nel corso di uno degli
incontri che Reger ha avuto con lei, ma che io sappia la
direttrice non è informata, perché il signor Reger non ne ha
mai parlato e perché lei, signor Irrsigler, ha sempre taciuto al
riguardo, perché è desiderio del signor Reger che lei taccia il
fatto che Reger da più di trent'anni, un giorno sì e un giorno
no, il lunedì escluso, frequenta il Kunsthistorisches Museum.
La discrezione è la sua grande forza, ho detto a Irrsigler,
pensai, e intanto guardavo Reger che guardava l'Uomo dalla
barba bianca di Tintoretto, il quale a sua volta veniva tenuto
d'occhio da Irrsigler. Reger è una persona fuori del comune, e
con le persone fuori del comune bisogna andarci cauti, ho
detto ieri a Irrsigler. Che noi, ovvero Reger e io, si venga al
museo per due giorni consecutivi, è impensabile, ho detto ieri
a Irrsigler, eppure sono tornato al museo proprio oggi perché
questo era il desiderio di Reger, non so per quale ragione
Reger si trovi oggi qui, pensai, ma presto lo saprò. Anche
Irrsigler era molto stupito quando oggi mi ha visto qui,
soltanto ieri infatti gli avevo detto che era escluso che io
venissi al Kunsthistorisches Museum per due giorni
consecutivi, così come finora era escluso che lo facesse Reger.
E adesso sia Reger sia io ci troviamo di nuovo entrambi al
Kunsthistorisches Museum, dove ieri eravamo già venuti.
Questo, pensai allora, deve avere, così penso, irritato Irrsigler.
Che forse è possibile sbagliarsi una volta, pensai, e quindi
venire al Kunsthistorisches Museum un giorno, e poi il giorno
immediatamente successivo, ma, riflettei, può accadere
eventualmente che si sbagli soltanto Reger a venire, oppure
che mi sbagli soltanto io, mentre non è certo possibile che
Reger e io ci sbagliamo a venire entrambi. Reger ieri mi ha
detto testualmente, venga qui domani, mi pare ancora di
sentirlo, Reger, mentre lo diceva. Ma naturalmente Irrsigler
non ha sentito niente di tutto questo, non ne sapeva niente e,
com'è naturale, si è meravigliato che oggi Reger e io fossimo
di nuovo al museo. Se Reger ieri non mi avesse detto, venga
qui domani, io oggi non sarei venuto al Kunsthistorisches
Museum, probabilmente ci sarei venuto soltanto la settimana
prossima, perché a differenza di Reger, che effettivamente
ormai da decenni viene al Kunsthistorisches Museum un
giorno sì e un giorno no, io non vengo un giorno sì e un
giorno no al Kunsthistorisches Museum, ci vengo soltanto
quando mi pare e piace. E se poi voglio incontrare Reger non
necessariamente devo venire al Kunsthistorisches Museum,
basta che mi rechi all'Hotel Ambassador, dove lui va sempre
dopo aver lasciato il Kunsthistorisches Museum.
All'Ambassador posso incontrare Reger ogni giorno, se ne ho
voglia. All'Ambassador Reger ha il suo tavolo d'angolo vicino
alla finestra, accanto al cosiddetto tavolo degli ebrei, che,
guardando dal tavolo di Reger verso la porta dell'atrio, si
trova di fronte al tavolo degli ungheresi, che a sua volta si
trova dietro il tavolo degli arabi. Io naturalmente vado molto
più volentieri all'Ambassador che al Kunsthistorisches
Museum, ma quando mi è impossibile aspettare che Reger
arrivi all'Ambassador, vado già verso le undici al
Kunsthistorisches Museum per incontrare lui, che è il mio
padre spirituale. Reger la mattinata la trascorre al
Kunsthistorisches Museum, il pomeriggio all'Ambassador,
verso le dieci e mezzo va al Kunsthistorisches Museum, verso
le due e mezzo all'Ambassador. Fino all'ora di pranzo gli
piace la temperatura di diciotto gradi del Kunsthistorisches
Museum, di pomeriggio si sente meglio al caldo
dell'Ambassador, dove c'è una temperatura costante di
ventitré gradi. Di pomeriggio non rifletto più così volentieri e
così intensamente, dice Reger, e quindi mi posso concedere
l'Ambassador.
Il Kunsthistorisches Museum è il mio luogo di produzione
intellettuale, così lui, l'Ambassador è, per così dire, il
depuratore delle mie idee. Al Kunsthistorisches Museum mi
sento in balia degli eventi, all'Ambassador sono al sicuro, così
lui. E' di questa contrapposizione, Kunsthistorisches
Museum-Ambassador, che il mio pensiero necessita più che
di ogni altra cosa, da un lato sentirmi in balia degli eventi,
dall'altro al sicuro, l'atmosfera del Kunsthistorisches Museum
da un lato e l'atmosfera dell'Ambassador dall'altro, sentirmi
da un lato in balia degli eventi, dall'altro al sicuro, caro il mio
Atzbacher; il segreto del mio modo di pensare sta nel
trascorrere la mattinata al Kunsthistorisches Museum e il
pomeriggio all'Ambassador. Non esiste infatti contrasto più
grande di quello che c'è tra il Kunsthistorisches Museum, o
meglio la Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum, e l'Hotel
Ambassador. Ho fatto in modo che il Kunsthistorisches
Museum diventasse una consuetudine per il mio intelletto, e
così pure l'Ambassador, diceva. La qualità delle mie critiche
sul Times, al quale collaboro ormai da trentaquattro anni,
diceva, dipende infatti dalla mia abitudine di frequentare il
Kunsthistorisches Museum e l'Ambassador, il
Kunsthistorisches Museum di mattina un giorno sì e un
giorno no, l'Ambassador di pomeriggio tutti i giorni.
Solamente quest'abitudine mi ha salvato dopo la morte di
mia moglie. Senza quest'abitudine, caro il mio Atzbacher,
sarei già morto anch'io, diceva ieri Reger. Ogni essere umano
ha bisogno, diceva, di un'abitudine come questa per
sopravvivere. E foss'anche la più folle delle abitudini, egli ne
ha bisogno. Le condizioni di Reger sembrano migliorate, ha
ripreso a parlare come parlava prima che morisse sua moglie.
E' vero che lui dice di aver superato, adesso, il cosiddetto
punto morto, ma in ogni caso soffrirà vita natural durante per
il fatto di essere stato lasciato solo da sua moglie. Continua a
ripetere di aver vissuto per tutta la vita nell'errore, pensando
che sarebbe stato lui a lasciarsi alle spalle sua moglie, che
sarebbe morto prima lui di lei, e dato che la morte di lei era
sopraggiunta così all'improvviso, ancora due giorni prima che
lei morisse lui era fermamente convinto che lei gli sarebbe
sopravvissuta; lei era la sana, io l'ammalato, e così abbiamo
sempre vissuto in questa convinzione e in questa fede, diceva.
Nessun essere umano è stato mai così sano come mia moglie,
lei ha vissuto tutta la sua vita in buona salute, mentre io ho
trascorso tutta un'esistenza all'ombra della malattia,
addirittura un'esistenza all'ombra della malattia mortale,
diceva. Lei era la sana, lei era il futuro, mentre io sono
sempre stato il malato, io ero il passato, diceva. Non si era
mai reso conto che un giorno sarebbe forse stato costretto a
vivere senza sua moglie e solo a tutti gli effetti, l'idea non mi
aveva mai sfiorato la mente, così lui. E se proprio dovesse
succedere che lei muore prima di me, io di sicuro la seguo al
più presto nella tomba, aveva sempre pensato. Adesso da un
lato doveva prendere atto dell'errore commesso pensando
che lei sarebbe morta dopo di lui, dall'altro farsi una ragione
del fatto di non essersi tolto la vita dopo la morte di lei, e
quindi di non averla seguita nella tomba come si era
proposto. Poiché ho sempre saputo che lei per me era tutto,
non riuscivo, com'è naturale, a pensare a un'esistenza dopo di
lei, caro il mio Atzbacher, diceva. Per questa mia umana
debolezza, ancorché indegna di un essere umano, per questa
mia vigliaccheria non l'ho seguita nella tomba, diceva, per
questo non mi sono tolto la vita dopo la sua morte, e adesso
al contrario, a quanto mi sembra (così lui ieri!), sono
diventato più forte, negli ultimi tempi, a volte, mi pare di
essere più forte che mai. Adesso, che lei ci creda o no, alla
mia vita sono ancora più attaccato di prima, mi sono in effetti
aggrappato alla vita con un entusiasmo senza pari, così lui
ieri. Non voglio prenderne atto, ma vivo con una intensità
ancora più grande di come vivevo prima della morte di lei.
Certo mi ci è voluto più di un anno per riuscire anche
soltanto a concepire questo pensiero, ma ora concepisco
questo pensiero con estrema disinvoltura, così lui. Ciò che
più mi affligge è in realtà il fatto che una persona ricettiva
come mia moglie sia morta con tutto l'enorme sapere che io
le ho trasmesso, e che perciò si sia portata nella tomba tutto
quell'enorme sapere, il che è una enormità ben più enorme
ancora dell'altra enormità, e cioè del fatto che lei è morta,
così lui. Introduciamo e cacciamo a forza tutto il nostro
sapere in un simile essere umano, e questo essere umano ci
abbandona, ci sfugge per sempre nella morte, così lui. E
inoltre c'è anche l'imprevisto, il fatto di non aver presagito la
morte di quella persona, non c'è stato un solo momento in
cui io abbia presagito la morte di mia moglie, ero convinto
che avrebbe vissuto in eterno, non ho mai pensato alla sua
morte, diceva lui, consideravo mia moglie come se in effetti
vivesse in quanto essere infinito col mio sapere fino
all'infinità, così lui. Una morte, la sua, davvero precipitosa. Ci
prendiamo un essere umano come quello per l'eternità,
questo è l'errore. Se avessi saputo che mi sarebbe sfuggita
nella morte mi sarei comportato in modo completamente
diverso, e invece così, non sapendo che mi sarebbe sfuggita
nella morte, che mi avrebbe preceduto nella morte, mi sono
comportato in modo del tutto insensato, come se la sua
esistenza avesse dovuto protrarsi infinitamente nell'infinito,
mentre lei, assolutamente, non era fatta per l'infinito, era
fatta per la finitezza, come noi tutti. Solo quando amiamo un
essere umano di un amore così incontenibile come è capitato
a me di amare mia moglie, crediamo in effetti che quell'essere
umano vivrà in eterno, che si protrarrà all'infinito. Non è mai
capitato che Reger, seduto sulla panca della Sala Bordone,
portasse il cappello in testa, e se mi inquietava il fatto che mi
avesse fissato per oggi l'appuntamento al museo, perché
quella era davvero una cosa stranissima, così pensai, certo
non era meno strano il fatto che lui avesse tenuto il cappello
in testa sulla panca della Sala Bordone, senza poi considerare
tutta una serie di altre stranezze legate a questa circostanza.
Irrsigler era entrato nella Sala Bordone e, avvicinandosi a
Reger, gli aveva sussurrato qualcosa all'orecchio, per poi
uscire subito dopo dalla Sala Bordone. Ma il messaggio di
Irrsigler, almeno vedendo la cosa da fuori, non aveva sortito
su Reger il benché minimo effetto, dopo il messaggio di
Irrsigler Reger era rimasto a sedere sulla panca esattamente
come prima di aver ricevuto il messaggio di Irrsigler. Io
comunque mi lambiccavo il cervello su che cosa Irrsigler
potesse mai aver detto a Reger. Poi però smisi subito di
pensare a quello che Irrsigler poteva aver detto a Reger, e
osservai Reger, e intanto sentivo che lui mi diceva: la gente va
al Kunsthistorisches Museum per darsi un tono, per
nessun'altra ragione, vengono fino a Vienna addirittura dalla
Spagna e dal Portogallo, e vanno al Kunsthistorisches
Museum per poter dire a casa, in Spagna e in Portogallo, che
sono stati a Vienna, al Kunsthistorisches Museum, cosa
ridicola, peraltro, perché il Kunsthistorisches Museum non è
il Prado e non è neanche il Museo di Lisbona, il
Kunsthistorisches Museum è tutta un'altra cosa. Il
Kunsthistorisches Museum non ha neanche un Goya e
neanche un El Greco. Vedevo Reger e lo osservavo e nello
stesso tempo sentivo ciò che mi aveva detto il giorno prima.
Il Kunsthistorisches Museum non ha neanche un Goya e
neanche un El Greco. Naturalmente di El Greco si può
benissimo fare a meno, perché El Greco non è un vero
grande, non è un pittore di prim'ordine, diceva Reger, ma
non avere neppure un Goya per un museo come il
Kunsthistorisches Museum, è veramente micidiale.
Non avere neanche un Goya, diceva, è tipico degli
Asburgo, che del resto, come lei sa, non avevano sensibilità
per le arti figurative, avevano, sì, orecchio musicale, ma
nessuna sensibilità per le arti figurative. Beethoven lo
ascoltavano ma Goya non lo guardavano. Goya non lo
volevano. A Beethoven avevano concesso la libertà che si dà
ai buffoni perché la musica, per loro, non rappresentava un
pericolo, a Goya invece non diedero neppure il permesso di
metter piede in Austria. Ma sì, gli Asburgo hanno in campo
artistico lo stesso discutibile cattivo gusto cattolico che regna
sovrano in questo museo. Il Kunsthistorisches Museum
rispecchia alla perfezione il discutibile cattivo gusto artistico
degli Asburgo, quel loro ripugnante gusto estetizzante. Cosa
non riusciamo a dire alle persone di cui non ci importa
assolutamente nulla, diceva, solo perché ci serve un pubblico.
Ci serve un pubblico e un portavoce, diceva. Per tutta la vita
desideriamo il portavoce ideale e non lo troviamo, perché il
portavoce ideale non esiste. Abbiamo un Irrsigler, diceva,
eppure siamo tutto il tempo alla ricerca di un Irrsigler,
dell'Irrsigler ideale. Trasformiamo una persona estremamente
semplice nel nostro portavoce e quando abbiamo trasformato
questa persona estremamente semplice nel nostro portavoce,
cerchiamo un altro portavoce, un'altra persona che si adatti a
fungere da nostro portavoce, diceva. Ora che mia moglie è
morta, se non altro mi rimane Irrsigler, diceva. Come tutti gli
abitanti del Burgenland, diceva Reger, Irrsigler non era
nient'altro che un imbecille del Burgenland prima di
incontrare me. Ci serve un imbecille che funga da portavoce.
Un imbecille del Burgenland è un portavoce adatto da
ogni punto di vista, diceva Reger. Cerchi di non fraintendere,
io apprezzo Irrsigler, adesso ho addirittura bisogno di lui
come del pane, ne ho avuto bisogno per decenni, ma soltanto
un imbecille come Irrsigler può essere utilizzato come
portavoce, diceva ieri Reger. Naturalmente un imbecille come
lui lo sfruttiamo in quanto essere umano, ma d'altra parte è
proprio sfruttandolo che facciamo di un simile imbecille un
essere umano, trasformandolo nel nostro portavoce e
cacciandogli in testa i nostri pensieri, di un imbecille del
Burgenland com'era Irrsigler facciamo, sia pure all'inizio non
senza brutalità, un essere umano del Burgenland. Irrsigler
infatti, prima di imbattersi in me, non aveva nessuna idea
della musica, per esempio, non aveva idea di nessun genere
artistico, in fondo non aveva idea di niente, neppure della
propria imbecillità. Adesso Irrsigler è molto più in gamba di
questi tromboni di storici dell'arte, che vengono al
Kunsthistorisches Museum giorno dopo giorno e rintronano
le orecchie della gente con le loro scemenze sulla storia
dell'arte. Irrsigler è molto più in gamba di questi parolai della
storia dell'arte che a forza di chiacchiere distruggono per la
vita le dozzine di scolaresche che ogni giorno spingono
innanzi per le sale del museo. Gli storici dell'arte, diceva
Reger, sono i veri e propri devastatori dell'arte. Gli storici
dell'arte raccontano sull'arte una gran quantità di chiacchiere
finché non uccidono l'arte a forza di chiacchiere. L'arte viene
uccisa dalle chiacchiere degli storici dell'arte. Santo cielo,
penso spesso qui seduto sulla panca quando gli storici
dell'arte mi passano accanto spingendo innanzi quelle greggi
di sprovveduti, che peccato per questi esseri umani ai quali
gli storici dell'arte, diceva Reger, fanno passare per sempre,
una volta per tutte, ogni gusto per l'arte. Il mestiere dello
storico dell'arte è il peggiore che esista, e uno storico dell'arte
parolaio, ma gli storici dell'arte sono tutti parolai, merita di
essere cacciato a colpi di frusta, cacciato via dal mondo
dell'arte, diceva Reger, tutti gli storici dell'arte meriterebbero
di essere cacciati via dal mondo dell'arte perché sono proprio
gli storici dell'arte che annientano l'arte, e noi non dovremmo
permettere che l'arte venga annientata dagli storici dell'arte.
Se stiamo ad ascoltare uno storico dell'arte ci viene la nausea,
diceva Reger, se stiamo ad ascoltare uno storico dell'arte
vediamo come l'arte che quello insozza con le sue chiacchiere
viene annientata, grazie alle chiacchiere dello storico dell'arte
l'arte s'immiserisce e viene annientata. Migliaia, addirittura
decine di migliaia di storici dell'arte tempestano l'arte di
chiacchiere e l'annientano, diceva. Gli storici dell'arte sono i
veri uccisori dell'arte, se stiamo ad ascoltare uno storico
dell'arte prendiamo parte all'annientamento dell'arte, dove
spunta uno storico dell'arte, l'arte viene annientata, la verità è
questa. Perciò nella mia vita ho raramente odiato di un odio
più profondo di quello che ho provato nei confronti degli
storici dell'arte, diceva Reger. Stare a sentire Irrsigler quando
illustra un quadro a un profano è una vera gioia, diceva
Reger, perché lui, quando si tratta di illustrare un'opera
d'arte, non sommerge di chiacchiere il suo ascoltatore, non è
un parolaio, non è nient'altro che il modesto informatore e
relatore che lascia l'opera d'arte aperta per colui che la sta
osservando, che non gliela chiude a forza di chiacchiere. Ho
insegnato io a Irrsigler, nel corso dei decenni, come va
illustrata un'opera d'arte in quanto oggetto di osservazione. E
naturalmente tutto quello che dice Irrsigler deriva da me,
diceva poi Reger, lui com'è ovvio non ha niente di originale
da dire, ma ciò che di meglio viene dalla mia mente, anche se
imparato a memoria, può all'occorrenza risultare utile. Le
cosiddette arti figurative sono della massima utilità per un
musicologo come me, diceva Reger, e io, più mi sono
concentrato sulla musicologia, e anzi più mi sono fissato sulla
musicologia, tanto più insistentemente mi sono occupato
delle cosiddette arti figurative; viceversa, penso che per un
pittore, ad esempio, sia molto vantaggioso dedicarsi alla
musica, e che se uno ha deciso di dipingere per tutta la vita,
così pure per tutta la vita sarà per lui vantaggioso dedicarsi
agli studi musicali. L'arte figurativa completa
meravigliosamente quella musicale e l'una, diceva, ha sempre
un effetto positivo sull'altra. Francamente non potrei
concepire i miei studi di musicologia senza l'interesse per le
cosiddette arti figurative, la pittura in particolare, diceva.
Proprio per questo mi riesce così bene il mestiere di
musicologo, perché nello stesso tempo e con pari entusiasmo,
e soprattutto con pari intensità, io mi occupo di pittura. Non
per niente da più di trent'anni vengo al Kunsthistorisches
Museum. Altri vanno all'osteria di primo mattino e bevono
tre o quattro boccali di birra, io vengo qui, invece, mi siedo e
osservo il Tintoretto. Lei pensa certo che sia una follia, e forse
ha ragione, ma io non posso fare diversamente. Per qualcuno
la più cara e pluridecennale abitudine consiste nell'andare a
bere i suoi due o tre boccali di birra in una di quelle bettole
aperte al mattino, io vado al Kunsthistorisches Museum. C'è
chi, per poter affrontare la giornata, si immerge verso le
undici del mattino nella vasca da bagno, io vado al
Kunsthistorisches Museum. E se poi abbiamo anche un
Irrsigler siamo a cavallo, diceva Reger. In effetti non c'è nulla
che fin dall'infanzia io abbia detestato più dei musei, diceva,
io per natura sono uno che detesta i musei, eppure, forse
proprio per questo, da più di trent'anni vengo qui dentro, mi
concedo questa assurdità senza dubbio indispensabile al mio
intelletto. Come lei sa io non vado nella Sala Bordone per
Bordone, e neanche ci vado per Tintoretto, anche se in effetti
considero l'Uomo dalla barba bianca uno dei quadri più
straordinari che mai siano stati dipinti, nella Sala Bordone io
ci vado per via di questa panca e per l'influenza ideale di
questa luce sul mio temperamento, in effetti io vado nella
Sala Bordone per la temperatura ideale che vi regna, e anche
per Irrsigler, che solo nella Sala Bordone è l'Irrsigler ideale. E
in verità non ce la farei mai a stare, per esempio, in
prossimità di Velazquez. Per non parlare di Rigaud e di
Largilliere, che fuggo come la peste. E' qui, nella Sala
Bordone, che la meditazione mi riesce meglio, e se qualche
volta mi venisse voglia di leggere qualcosa qui sulla panca, il
mio amato Montaigne, per esempio, o il mio forse ancor più
amato Pascal, o il mio amatissimo Voltaire, come vede gli
scrittori che io amo sono tutti francesi, neppure un tedesco,
qui potrei farlo nel modo più piacevole e più fruttuoso. La
Sala Bordone è la mia sala di riflessione e di lettura. E se
qualche volta mi vien voglia di bere un sorso d'acqua,
Irrsigler me ne porta un bicchiere, non devo neppure alzarmi.
A volte la gente mi guarda sorpresa quando vede che io qui,
seduto sulla panca, leggo il mio Voltaire e per di più bevo un
bicchiere d'acqua fresca, si meravigliano, scuotono il capo e
se ne vanno, ritenendomi probabilmente un individuo a cui
lo Stato ha concesso la libertà che si dà ai buffoni. Sono anni
ormai che a casa non leggo più un libro, mentre qui nella Sala
Bordone ho già letto centinaia di libri, il che non significa
però che qui nella Sala Bordone io abbia letto da cima a
fondo tutti questi libri, io in vita mia non ho mai letto un solo
libro da cima a fondo, il mio modo di leggere è quello di uno
sfogliatore di grande talento, cioè di un uomo che preferisce
sfogliare piuttosto che leggere, e che perciò sfoglia dozzine,
qualche volta centinaia di pagine, prima di leggerne una; ma
quando quest'uomo legge una pagina, la legge con una
profondità ineguagliabile e con la più intensa passione per la
lettura che si possa immaginare. Lei deve sapere che io, più
che un lettore, sono uno sfogliatore, che amo lo sfogliare non
meno del leggere, che nella mia vita ho sfogliato milioni di
pagine in più di quante ne abbia lette, ma che sfogliando ho
sempre provato una gioia e un piacere intellettuale pari, se
non superiori, a quelli che ho provato leggendo. E' senz'altro
meglio, di un libro di quattrocento pagine, leggere solamente
tre pagine, ma leggerle in profondità, mille volte più in
profondità di come le legge il lettore normale, che legge
tutto, ma neanche una pagina, diceva, la legge in profondità.
E' meglio leggere dodici righe di un libro con la massima
intensità e penetrarne, possiamo dire, il senso profondo,
piuttosto che leggere tutto il libro come il lettore normale,
che alla fine conosce il libro che ha letto come uno che
viaggia in aereo conosce il paesaggio che sorvola. Non ne
percepisce neppure i contorni. Così oggi tutti quanti leggono
ogni cosa a vol d'uccello, leggono tutto e non conoscono
niente. Io entro in un libro e ad esso mi abbandono anima e
corpo, cerchi di immaginare, mi abbandono a una pagina o
due di un'opera filosofica come se stessi entrando in un
paesaggio, nella natura, in un edificio solenne, in un dettaglio
del globo, se vuole, come per penetrare completamente
questo dettaglio del globo non con la metà delle mie forze e
del mio ardore, bensì per indagarlo a fondo, e poi, una volta
indagatolo in ogni dettaglio, trarne ogni possibile
conclusione con la massima profondità di cui sono capace.
Chi legge tutto non ha capito niente, diceva. Non è
necessario leggere tutto Goethe, neppure Kant è necessario
leggerlo tutto, e neppure Schopenhauer; qualche pagina del
Werther, qualche pagina delle Affinità elettive, e alla fine di
questi due libri ne sappiamo di più che dopo averli letti dalla
prima pagina all'ultima, ciò che comunque ci priverebbe del
più puro piacere della lettura. Ma per imporsi questa drastica
autolimitazione sono necessari un tale coraggio e una tale
forza d'animo che solo assai di rado ci si può riuscire e che
persino noi ci riusciamo solo raramente; come il divoratore di
carne, l'uomo che legge è di una voracità assolutamente
rivoltante, e se il divoratore di carne si rovina lo stomaco e la
salute nel suo insieme, lui, l'uomo che legge, si rovina la
mente e l'intera esistenza intellettuale. Perfino un saggio di
filosofia riusciamo a capirlo meglio se non lo divoriamo in un
solo boccone ma ne spilucchiamo un dettaglio, dal quale poi,
se la fortuna ci assiste, risaliamo al tutto. Il piacere più
grande ce lo danno i frammenti, e non a caso nella vita
proviamo il più grande piacere quando la vita stessa ci appare
come un frammento, e come il tutto è per noi
raccapricciante, com'è orribile, in fondo, la perfezione di
tutto ciò che è compiuto. Solo quando, leggendolo, ci riesce
di trasformare un tutto, una cosa finita, compiuta, in un
frammento, solo allora ne traiamo grande diletto, a volte
addirittura un diletto grandissimo. La nostra epoca è ormai
da tempo intollerabile se la consideriamo come un tutto,
diceva Reger, soltanto là dove riusciamo a coglierla come
frammento essa diventa sopportabile. Il tutto e il perfetto ci
risultano insopportabili, diceva. Così in fondo anche tutti
questi quadri, qui al Kunsthistorisches Museum, io li trovo
insopportabili, se devo essere sincero li trovo atroci. Per
poterli sopportare cerco dentro e sopra ciascuno di essi un
cosiddetto errore palese, e questo modo di procedere mi ha
finora sempre condotto allo
scopo, che è quello di trasformare ciascuna di queste
cosiddette opere d'arte compiute in un frammento, diceva. Il
perfetto non solo rappresenta per noi una minaccia costante
di distruzione, ma in effetti tutto ciò che è appeso a queste
pareti e porta l'etichetta di capolavoro ci distrugge, diceva. Io
parto dal presupposto che il perfetto, il tutto, non esistano
affatto, e ogni volta che ho trasformato in un frammento una
di queste cosiddette opere d'arte perfette appese alle pareti,
cercando sopra e dentro quell'opera d'arte, finché non lo
trovavo, un errore palese, il punto che rivela in modo
inequivocabile il fallimento dell'artista, autore di quell'opera
d'arte, ogni volta che mi sono mosso in questo modo ho fatto
un passo avanti. Finora in ciascuno di questi quadri, in
ciascuno di questi cosiddetti capolavori, ho scovato e portato
alla luce un errore palese, il fallimento del suo artefice.
Questo conto, che è un conto infame, come lei può ben
immaginare, da trent'anni mi è sempre tornato. Nessuno di
questi capolavori noti in tutto il mondo, chiunque ne sia
l'autore, è veramente un tutto, nessuno è perfetto. Questo mi
tranquillizza, diceva. Questo, in definitiva, mi rende felice.
Solo dopo aver constatato ripetutamente che il tutto e il
perfetto non esistono, solo allora ci è dato di continuare a
vivere. Il tutto e il perfetto non li sopportiamo. Dobbiamo
andare a Roma e constatare che San Pietro è una costruzione
abborracciata e di pessimo gusto, che l'altare del Bernini è un
esempio di ottusità architettonica, diceva. Dobbiamo vedere
il Papa faccia a faccia e constatare personalmente, per poterlo
sopportare, che è un uomo sprovveduto e grottesco come
tutti gli altri. Dobbiamo ascoltare Bach e sentire come di
colpo fallisce, ascoltare Beethoven e sentire come di colpo
fallisce, ascoltare Mozart e sentire come anche lui di colpo
fallisce. E così dobbiamo procedere anche coi cosiddetti
grandi filosofi, persino con gli artisti dello spirito che ci sono
più cari, diceva. Pascal non lo amiamo di sicuro per la sua
compiutezza, lo amiamo perché in fondo è terribilmente
sprovveduto, così come amiamo Montaigne per la sua
sprovvedutezza che vita natural durante lo ha indotto a una
ricerca che è sempre stata infruttuosa, e come pure amiamo
Voltaire per la sua sprovvedutezza. La filosofia e le scienze
dello spirito nel loro insieme le amiamo soltanto perché sono
caratterizzate da una assoluta sprovvedutezza. A dire il vero
amiamo soltanto i libri che non sono un tutto compiuto, i
libri caotici, i libri sprovveduti. Così è sempre e comunque,
diceva Reger, anche a un essere umano ci sentiamo
particolarmente legati soltanto perché è sprovveduto, perché
non è un tutto compiuto, perché è caotico e non perfetto. Sì,
dico, El Greco, bello, ma quel brav'uomo non è mai riuscito a
dipingere una mano! E poi dico, bello, Veronese, ma quel
brav'uomo non è mai riuscito a dipingere un volto. E quanto
a quel che le ho detto oggi a proposito della fuga, diceva ieri,
non c'è stato un solo compositore, neppure tra i più grandi,
che abbia composto una fuga compiuta, nemmeno Bach c'è
riuscito, che pure era la calma e la purezza, la limpidezza
compositiva in persona. Non esiste un quadro compiuto, e
non esiste un libro compiuto e non esiste un pezzo musicale
compiuto, diceva Reger, la verità è questa, e questa verità fa sì
che una mente come la mia, che pure, per tutta la vita, non è
stata altro che una mente disperata, continui a esistere. La
mente dev'essere una mente che cerca, una mente che cerca
gli errori, gli errori dell'umanità, una mente che cerca il
fallimento. Una mente diventa effettivamente una mente
umana soltanto quando cerca gli errori dell'umanità. La
mente umana non è veramente umana se non si mette alla
ricerca degli errori dell'umanità, diceva Reger. Una buona
mente è una mente che cerca gli errori dell'umanità e una
mente straordinaria è una mente che trova questi errori
dell'umanità, e una mente geniale richiama l'attenzione sugli
errori che ha trovato, e con tutti i mezzi di cui dispone
segnala questi errori. Anche in questo senso, diceva Reger, si
dimostra vero il detto, peraltro ormai citato solo a sproposito,
chi cerca trova. Chi cerca degli errori qui, in questo museo,
tra queste centinaia di cosiddetti capolavori, di errori finisce
per trovarne, diceva Reger. Nessuna opera in questo museo è
esente da errori, dico io. Lei magari ci riderà sopra, diceva lui,
o forse la cosa la sgomenterà, ma per me questa è invece una
ragione di felicità. D'altra parte un motivo c'è se da più di
trent'anni vado al Kunsthistorisches Museum e non al
Naturhistorisches Museum, che si trova qui di fronte. Reger
era sempre seduto sulla panca col cappello nero in testa,
immobile in effetti, ed era chiaro che ormai da parecchio non
stava più osservando l'Uomo dalla barba bianca, ma
tutt'altro, qualcosa che si trovava dietro l'Uomo dalla barba
bianca, non il Tintoretto, ma qualcosa che stava lontano, ben
oltre il museo, mentre io stesso, anche se guardavo Reger e
l'Uomo dalla barba bianca, vedevo però dietro di loro quel
Reger che ieri mi aveva spiegato le fughe. Lo avevo già udito
un tal numero di volte spiegare le fughe che ieri non avevo
proprio voglia di starlo ad ascoltare attentamente, seguivo, è
vero, ciò che diceva, ed era estremamente interessante ciò
che ad esempio aveva da dire su Schumann e sui suoi
tentativi di comporre una fuga, ma io coi miei pensieri ero da
tutt'altra parte. Vedevo Reger seduto sulla panca e appena
oltre l'Uomo dalla barba bianca, e poi vedevo il Reger che
ancora una volta, e con molto più amore di quanto non ne
avesse mai messo fin qui, cercava di illustrarmi l'Arte della
fuga, e sentivo ciò che Reger diceva, e però guardavo dentro
la mia infanzia e sentivo le voci della mia infanzia, le voci dei
miei fratelli, la voce di mia madre, le voci dei miei nonni, in
campagna. Da bambino in campagna sono stato davvero
felice, ma ogni volta che andavo in città ero ancora più felice,
e anche più tardi, e ancora oggi, sono sempre molto più felice
in città che in campagna. Così sono sempre stato molto più
felice nell'arte che nella natura, per tutta la vita la natura mi è
parsa inquietante, nell'arte invece mi sono sempre sentito al
sicuro. Fin dall'infanzia, che ho avuto la fortuna di trascorrere
prevalentemente con i miei nonni materni, affidato alle loro
cure, e nel corso della quale, dopotutto, sono stato felice, io
mi sono sentito al sicuro e a mio agio nel cosiddetto mondo
dell'arte e non nella natura, natura che ho sempre osservato
con ammirazione ma nello stesso tempo con paura, e ancora
oggi le cose non sono cambiate, nella natura non mi sento a
mio agio neppure per un istante, mentre mi sento sempre a
mio agio nel mondo dell'arte, e assolutamente al sicuro nel
mondo della musica. Per quanto mi riesce di ricordare, non
c'è niente al mondo che io abbia amato di più della musica,
pensavo mentre guardavo al di là di Reger e oltre, fuori dal
museo, nella mia infanzia. Mi piace sempre attraversare con
lo sguardo l'infanzia passata da molto tempo, e a quelle
visioni mi abbandono completamente, e per quanto possibile
ne traggo profitto, potesse il mio sguardo indugiare
all'infinito nell'infanzia, penso sempre. Che infanzia avrà mai
avuto, Reger? mi chiedevo, non ne so molto, quando si tratta
dell'infanzia Reger non è loquace. E Irrsigler? Non ne parla
volentieri, e neppure la ricorda volentieri. Verso mezzogiorno
la gente arriva sempre più spesso a gruppi al museo, negli
ultimi tempi ne arrivano molti più del solito dai paesi
dell'Est, per parecchi giorni consecutivi ho visto gruppi di
georgiani incalzati attraverso la Pinacoteca da guide che
parlavano russo, incalzati è la parola giusta perché questi
gruppi non camminano, ma come se qualcuno li tallonasse
attraversano il museo a passo di corsa, fondamentalmente
privi di ogni interesse, del tutto stremati per le emozioni che
certo hanno già provato durante il viaggio che li ha portati a
Vienna. La settimana scorsa ho osservato un uomo di Tbilisi
che si era staccato da uno dei gruppi del Caucaso e che aveva
voluto visitare il museo per conto proprio, un pittore, come
in seguito è emerso, il quale mi ha chiesto dove si trovasse il
Gainsborough; io gli ho indicato con piacere dove avrebbe
trovato il Gainsborough. Alla fine poi, quando di nuovo si è
rivolto a me per chiedermi dove si trovasse l'Hotel Wandl, nel
quale era alloggiato il suo gruppo, il gruppo in questione era
già uscito dal museo. Lui aveva passato una mezz'ora davanti
ai Dintorni di Suffolk senza pensare neppure per un attimo al
proprio gruppo, per la prima volta si trovava nell'Europa
centrale e per la prima volta vedeva un originale di
Gainsborough. Quel Gainsborough era il momento
culminante del suo viaggio, disse in un tedesco
singolarmente buono, prima di voltarsi e di uscire dal museo.
Avrei voluto aiutarlo a cercare l'Hotel Wandl, ma lui non
aveva acconsentito. Un pittore giovane, su per giù trentenne,
si reca a Vienna con un gruppo di Tbilisi e va a vedersi i
Dintorni di Suffolk, e dichiara che l'osservazione dei Dintorni
di Suffolk di Gainsborough è stata il momento culminante del
suo viaggio. Questo fatto mi ha dato da pensare per tutto il
pomeriggio seguente, fino a tarda sera. Come dipingerà
quest'uomo a Tbilisi? mi sono chiesto in continuazione, ma
alla fine, considerata l'assurdità di questo interrogativo, ho
lasciato perdere. Negli ultimi tempi sono più gli italiani che i
francesi, più gli inglesi che gli americani a visitare il
Kunsthistorisches Museum. Gli italiani, con la loro innata
sensibilità artistica, si comportano sempre come se l'arte ce
l'avessero nel sangue. I francesi attraversano il museo
piuttosto annoiati, gli inglesi hanno l'atteggiamento di chi sa
e conosce tutto. I russi trasudano ammirazione. I polacchi
considerano ogni cosa con arroganza. I tedeschi al
Kunsthistorisches Museum guardano tutto il tempo il
catalogo mentre attraversano le sale, gli originali che sono
appesi alle pareti li vedono appena, seguono il catalogo e
attraversano il museo strascicando i piedi, immersi sempre
più profondamente nel catalogo, finché non giungono
all'ultima pagina del catalogo e a quel punto si ritrovano fuori
dal museo. Di austriaci, e in particolare di viennesi che vanno
al Kunsthistorisches Museum ce ne sono ben pochi, se si
prescinde dalle migliaia di scolaresche che ogni anno
compiono al Kunsthistorisches Museum la loro visita di
prammatica. Le scolaresche vengono guidate attraverso il
museo dal loro insegnanti e dalle loro insegnanti, cosa che
sugli alunni ha un effetto devastante, perché in occasione di
queste visite al Kunsthistorisches Museum gli insegnanti, con
la loro piccineria da maestri di scuola, soffocano qualsiasi
sensibilità degli alunni nei confronti della pittura e dei suoi
artefici. Ottusi come sono nella maggior parte dei casi, gli
insegnanti uccidono ben presto negli alunni che sono stati
loro affidati qualsiasi inclinazione, non solo l'inclinazione per
la pittura, e in conseguenza della loro ottusità, e quindi della
loro ottusa verbosità, la visita al museo da loro guidata di
quelle per così dire vittime innocenti diventa quasi sempre
per ogni singolo alunno l'ultima visita a un qualsivoglia
museo. Dopo essere andati una volta al Kunsthistorisches
Museum con i loro insegnanti, questi alunni non vi mettono
più piede per tutta la vita. La prima visita, per tutti questi
giovani esseri umani, è nello stesso tempo anche l'ultima. Gli
insegnanti durante queste visite annientano per sempre
l'interesse per l'arte degli alunni che sono stati loro affidati,
questo è un fatto assodato. Gli insegnanti rovinano gli alunni,
la verità è questa, è una storia vecchia di secoli, e gli
insegnanti austriaci in particolare rovinano nei loro alunni,
fin dall'inizio, soprattutto il gusto per l'arte; tutti i giovani,
infatti, sono aperti in origine a qualsiasi esperienza, e perciò
anche all'arte, ma gli insegnanti estirpano completamente la
loro inclinazione per l'arte; ancora oggi, ottuse nella maggior
parte dei casi, le menti degli insegnanti austriaci continuano
a non avere alcun riguardo per lo slancio dei propri alunni
verso l'arte e l'universo artistico in generale, che fin dall'inizio
affascina ed entusiasma tutti i giovani nella maniera più
naturale. Gli insegnanti, invece, da veri piccoli borghesi quali
essi sono, si oppongono istintivamente al fascino esercitato
dall'arte sui loro alunni e all'entusiasmo che l'arte suscita in
loro, riducendo l'arte e l'intero universo artistico al proprio
dilettantismo stupido e deprimente, e nelle scuole fanno
passare per arte e per universo artistico in generale quelle
loro rivoltanti arie per flauto, e quei canti corali, anch'essi
rivoltanti e abborracciati, per i quali gli alunni non possono
che provare disgusto. Così gli insegnanti sbarrano fin da
principio ai propri alunni ogni via di accesso all'arte. Gli
insegnanti non sanno che cos'è l'arte, e quindi non sono in
grado di dire e men che mai di insegnare ai propri alunni che
cos'è l'arte, e non li guidano verso l'arte ma li distolgono
dall'arte relegandoli in quella loro rivoltante e sentimentale
arte applicata, strumentale e vocale, per la quale gli alunni
non possono far altro che provare disgusto. Non esiste gusto
artistico più dozzinale di quello degli insegnanti. Fin dalle
scuole elementari gli insegnanti rovinano il gusto artistico dei
propri alunni, fin dall'inizio estirpano nei propri alunni
l'inclinazione per l'arte, invece di spiegare loro che cos'è
l'arte, la musica in particolare, facendo di essa una delle gioie
della loro esistenza. Ma gli insegnanti, per quel che riguarda
l'arte, non si limitano a svolgere una funzione di ostacolo e di
distruzione, in fondo gli insegnanti hanno sempre ostacolato
la vita e l'esistenza dei giovani esseri umani, invece di
insegnare che cos'è la vita, invece di aiutarli a decifrarla,
invece di far sì che la vita diventi per i giovani una fonte di
ricchezza inesauribile che scaturisce dalla loro stessa natura,
gliela spengono la vita, fanno di tutto per spegnergliela. I
nostri insegnanti sono per la maggior parte creature incapaci,
la cui missione sembra essere quella di sbarrare ai giovani la
strada della vita trasformando quest'ultima una volta per
tutte in un tremendo avvilimento. Del resto, a infoltire la
corporazione degli insegnanti sono solo i sentimentali e
perversi di poco cervello, tutta gente che proviene dagli strati
più bassi del ceto medio. Gli insegnanti sono i galoppini dello
Stato, e se, come nel caso dello Stato austriaco di oggi, lo
Stato è corrotto dalla testa ai piedi, spiritualmente e
moralmente, e non insegna nulla se non depravazione e
imbarbarimento e caos pericoloso per l'intera comunità, è
ovvio che anche gli insegnanti siano spiritualmente e
moralmente corrotti e imbarbariti e depravati e caotici.
Questo Stato cattolico è privo di sensibilità artistica, e quindi
anche gli insegnanti di questo Stato ne sono privi, o
comunque non sono tenuti a esserne provvisti, questo è il
fatto deprimente. Gli insegnanti insegnano che cos'è questo
Stato cattolico, insegnano quello che lo Stato stesso li
incarica di insegnare: grettezza e brutalità, volgarità e
vigliaccheria, abiezione e caos. Da questi insegnanti gli alunni
non possono aspettarsi altro che la mendacità dello Stato
cattolico e del potere cattolico che governa lo Stato, pensai
mentre osservavo Reger, e contemporaneamente, attraverso
l'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto, guardavo di nuovo
dentro la mia infanzia. Anch'io del resto ho avuto questi
insegnanti atroci e senza scrupoli, prima gli insegnanti di
campagna, poi gli insegnanti di città, insegnanti di campagna
e insegnanti di città che si sono avvicendati di continuo, e per
una buona metà della mia vita sono stato rovinato da tutti
questi insegnanti, i miei insegnanti mi hanno rovinato per i
decenni a venire, penso. Anche a me e alla mia generazione
non hanno dato altro che le porcherie dello Stato e di un
mondo corrotto e distrutto da questo Stato. Anche a me non
hanno dato altro che le schifezze dello Stato e di un mondo
ormai segnato da questo Stato. Anche a me, come ai giovani
d'oggi, non hanno dato altro che la loro [in]comprensione, la
loro [in]capacità, la loro ottusità, la loro insulsaggine. Anche
a me i miei insegnanti non hanno dato altro che la loro
[in]capacità, penso. Anche a me non hanno insegnato altro
che il caos. Per i decenni futuri hanno distrutto anche in me,
senza il minimo riguardo, tutto ciò che io avevo
originariamente a disposizione per sviluppare tutte le
potenzialità del mio intelletto, in effettiva armonia con il mio
mondo. Io stesso ho avuto questi insegnanti raccapriccianti,
gretti e depravati, che hanno una visione assolutamente
meschina degli esseri umani e del loro mondo, visione di una
meschinità senza pari, decretata dallo Stato, in base alla
quale nelle persone giovani la natura dev'essere senz'altro e
comunque repressa, e alla fine spenta nell'interesse dello
Stato. Anch'io ho avuto questi insegnanti con la mania
perversa di suonare il flauto e pizzicare la chitarra, insegnanti
che mi hanno costretto a imparare a memoria una stupida
poesia di Schiller di sedici strofe, cosa che ho sempre
considerato come una delle punizioni più atroci che
potessero essermi inflitte. Anch'io ho avuto questi insegnanti
che nutrono un disprezzo inconfessato per gli esseri umani,
un disprezzo che loro, quei galoppini dello Stato sentimentali
e patetici con l'indice alzato, erigono a norma di fronte ai
propri alunni impotenti. Anch'io ho avuto questi idioti,
questi sensali dello Stato, che più volte la settimana con la
bacchetta di nocciolo mi picchiavano sulle dita fino a farle
gonfiare, e che prendendomi per le orecchie mi ruotavano la
testa verso l'alto tanto da scatenare in me un pianto convulso
e trattenuto del quale non riuscivo più a liberarmi. Oggi gli
insegnanti, anche se non prendono più gli alunni per le
orecchie, né li picchiano sulle dita con le bacchette di
nocciolo, sono tuttavia rimasti insulsi come una volta, questo
è ciò che vedo qui al museo quando guardo gli insegnanti che
passano con i loro alunni davanti ai cosiddetti Antichi
Maestri, sono gli stessi, penso, gli stessi che ho avuto io, gli
stessi che mi hanno distrutto per la vita, che mi hanno
annientato per tutta la vita. Così dev'essere, così stanno le
cose, dicono gli insegnanti, e non tollerano la benché minima
obiezione, perché questo Stato cattolico non tollera la benché
minima obiezione, e loro ai propri alunni non concedono
niente, e men che mai di conservare qualcosa di originale. In
questi alunni viene riversata l'immondizia di Stato,
nient'altro, come il frumento nella gola delle oche, e a viva
forza l'immondizia di Stato viene riversata in quelle teste fino
a farle soffocare. I bambini sono bambini dello Stato, così
pensa lo Stato e si comporta di conseguenza, provocando da
secoli danni devastanti. E' lo Stato in realtà che partorisce i
bambini, vengono partoriti soltanto bambini di Stato, la
verità è questa. Non esiste un solo bambino libero, c'è
soltanto il bambino di Stato, di cui lo Stato può fare quello
che vuole, è lo Stato che mette al mondo i bambini, alle
madri vien solo dato a intendere che siano loro a mettere al
mondo i bambini, ma è dal ventre dello Stato che nascono i
bambini, la verità è questa. Sono centinaia di migliaia i
bambini che ogni anno escono dal ventre dello Stato sotto
forma di bambini di Stato, la verità è questa. I bambini di
Stato vengono messi al mondo dal ventre dello Stato e vanno
alla scuola di Stato, dove sono istruiti dagli insegnanti di
Stato. Lo Stato partorisce i suoi bambini nello Stato, la verità
è questa, lo Stato partorisce i suoi bambini di Stato nello
Stato e non li lascia più uscire. Ovunque ci guardiamo
intorno, non vediamo altro che bambini di Stato, scuole di
Stato, lavoratori di Stato, funzionari di Stato, anziani di Stato,
morti di Stato, la verità è questa. Lo Stato produce e autorizza
soltanto esseri umani di Stato, la verità è questa. L'essere
umano secondo natura non esiste più, è rimasto soltanto
l'essere umano di Stato, e dove l'essere umano secondo
natura esiste ancora, esso viene braccato e perseguitato a
morte e/o trasformato in un essere umano di Stato. La mia è
stata un'infanzia bella ma nello stesso tempo crudele e
raccapricciante, penso, un'infanzia nel corso della quale
quando ero dai nonni potevo essere un essere umano
secondo natura, mentre a scuola ero tenuto a essere un essere
umano di Stato, a casa dai miei nonni ero un essere umano
secondo natura, a scuola ero un essere umano di Stato, per
mezza giornata ero secondo natura, per mezza giornata di
Stato, per mezza giornata, e cioè di pomeriggio, ero secondo
natura e quindi felice, per mezza giornata, e cioè di mattina,
ero di Stato e quindi infelice. Di pomeriggio ero l'essere
umano più felice che si possa immaginare, di mattina il più
infelice. Per molti anni fui di pomeriggio l'essere umano più
felice in assoluto, di mattina il più infelice in assoluto, penso.
A casa, dai nonni, ero un essere secondo natura e felice, a
scuola, giù nella cittadina, ero un essere innaturale e infelice.
Quando scendevo giù nella cittadina andavo nell'infelicità
(dello Stato!), quando tornavo a casa dai miei nonni in
montagna, andavo nella felicità. Quando andavo dai nonni in
montagna, andavo nella natura e nella felicità, quando
scendevo giù nella cittadina, a scuola, andavo nell'artificio e
nella infelicità. Entravo, di prima mattina, direttamente
nell'infelicità e per mezzogiorno o nel primo pomeriggio
ritornavo nella felicità. La scuola è una scuola di Stato, dove i
giovani vengono trasformati in esseri umani di Stato, vale a
dire in galoppini dello Stato e nient'altro. Quando andavo a
scuola andavo nello Stato, e poiché lo Stato annienta gli
esseri umani, andavo nell'istituto per l'annientamento degli
esseri umani. Per molti anni io sono uscito dalla felicità (dei
nonni!) per andare nell'infelicità (dello Stato!) e ritornare,
sono uscito dalla natura per andare nell'artificio e ritornare,
la mia infanzia è consistita in questo andirivieni e nient'altro.
Sono cresciuto in questo andirivieni dell'infanzia. Ma in un
simile diabolico gioco, non ha vinto la natura ma l'artificio, la
scuola e lo Stato, non la casa dei miei nonni. Lo Stato ha
costretto me, come tutti gli altri, a entrare al suo interno e mi
ha asservito, lo Stato ha fatto di me un essere umano di Stato,
un essere umano irreggimentato e registrato e addestrato e
diplomato e pervertito e depresso come tutti gli altri. Quando
vediamo degli esseri umani, vediamo soltanto esseri umani di
Stato, servi dello Stato, come giustamente si dice, non
vediamo esseri umani naturali, ma esseri umani di Stato sotto
forma di servi dello Stato che sono ormai in tutto e per tutto
innaturali, e per tutta la vita rimangono al servizio dello
Stato, il che significa per tutta la vita al servizio dell'artificio.
Quando vediamo degli esseri umani, vediamo soltanto esseri
umani di Stato sotto forma di esseri umani innaturali,
immolati all'ottusità dello Stato. Quando vediamo degli esseri
umani, vediamo soltanto esseri umani in balia dello Stato e al
servizio dello Stato, ormai vittime dello Stato. Gli esseri
umani che vediamo sono vittime dello Stato e l'umanità che
vediamo non è altro che il foraggio dello Stato, con cui lo
Stato, sempre più ingordo, viene appunto foraggiato.
L'umanità non è altro, ormai, che un'umanità di Stato, e già
da secoli, e cioè da quando esiste lo Stato, essa ha perso,
penso, la propria identità. L'umanità oggi non è altro, ormai,
che una [dis]umanità, che poi è lo Stato, penso. Oggi l'essere
umano non è nient'altro che un essere umano di Stato, e
quindi non è nient'altro che un essere umano distrutto,
essendo l'essere umano di Stato, penso, l'unico essere umano
possibile e immaginabile. L'uomo secondo natura non è
assolutamente possibile, non più, penso. Quando vediamo
intasarsi nelle metropoli quei milioni di esseri umani di Stato
ci viene il voltastomaco, perché ci viene il voltastomaco
anche quando vediamo lo Stato. Ogni giorno, al risveglio,
questo nostro Stato ci fa venire il voltastomaco, e quando
camminiamo per la strada ci fanno venire il voltastomaco gli
esseri umani di Stato che popolano questo Stato. L'umanità è
uno Stato gigantesco che al risveglio, se siamo sinceri, ci fa
ogni volta venire il voltastomaco. Come tutti gli esseri umani
io vivo in uno Stato che al risveglio mi fa venire il
voltastomaco. Gli insegnanti che abbiamo insegnano agli
esseri umani lo Stato, insegnano loro tutte le atrocità e gli
orrori dello Stato, tutte le menzogne dello Stato, e però non
insegnano che lo Stato è tutte queste atrocità e orrori e
menzogne. Sono secoli che gli insegnanti intrappolano i
propri alunni nella morsa dello Stato e per anni e per decenni
li martirizzano e li mettono sotto il torchio. Così questi
insegnanti attraversano il museo con i loro alunni per
incarico dello Stato, e con la propria ottusità fanno perdere ai
loro alunni ogni gusto per l'arte. Ma che cos'è quest'arte
appesa alle pareti se non un'arte di Stato, penso. Reger,
quando parla dell'arte, parla soltanto di arte di Stato e
quando parla dei cosiddetti Antichi Maestri, parla sempre e
soltanto degli Antichi Maestri di Stato. Perché l'arte appesa a
queste pareti non è nient'altro in realtà che un'arte di Stato,
quanto meno l'arte che è appesa qui, nella Pinacoteca del
Kunsthistorisches Museum. Tutti i quadri appesi a queste
pareti non sono altro, davvero, che quadri di artisti di Stato.
Un'arte compiacente, un'arte cattolica di Stato, nient'altro
che questo. Sempre e soltanto una faccia, come dice Reger,
mai un volto. Sempre e soltanto una testa, mai una mente. In
fin dei conti sempre e soltanto la facciata e non il suo
rovescio, comunque sempre e soltanto la menzogna e la
falsità, non la realtà e la verità. Tutti questi pittori non erano
nient'altro, in definitiva, che artisti di Stato, ipocriti dalla
testa ai piedi, artisti che hanno compiaciuto la civetteria del
loro committente, su questo punto, a detta di Reger, neppure
Rembrandt fa eccezione. Si guardi Velazquez con attenzione,
arte di Stato e nient'altro, Lotto, Giotto, sempre e soltanto
arte di Stato, non meno di quel tremendo protonazista e
prenazista che era Dürer, il quale ha inchiodato la natura alla
parete e l'ha uccisa, quell'essere raccapricciante che era
Dürer, così dice Reger molto spesso, perché Dürer lui lo
detesta dal più profondo del cuore, quel norimberghese
virtuoso del cesello, dice. Arte commissionata dallo Stato, è
così che Reger definisce i quadri appesi a queste pareti tra cui
annovera perfino l'Uomo dalla barba bianca. I cosiddetti
Antichi Maestri hanno sempre servito soltanto lo Stato o la
Chiesa, ciò che in fin dei conti è la stessa cosa, dice Reger di
continuo, un imperatore o un papa, un duca o un
arcivescovo. Se il cosiddetto uomo libero è un'utopia, anche il
cosiddetto artista libero è sempre stato un'utopia, una follia,
così spesso Reger. Gli artisti inoltre, i cosiddetti grandi artisti,
così Reger, penso, sono gli esseri umani più spregiudicati che
esistano al mondo, sono ancora più spregiudicati dei politici.
Gli artisti sono i più ipocriti di tutti, addirittura più ipocriti
dei politici, dunque gli artisti dell'arte sono ancora più
ipocriti degli artisti dello Stato, così sento dire di nuovo da
Reger. Infatti quest'arte si rivolge sempre all'Onnipotente e ai
potenti, e volge le spalle al mondo, diceva spesso Reger, il che
la rende infame. E' un'arte miserabile e nient'altro, questa, mi
sembra di sentire quel che Reger diceva ieri, e intanto lo
osservo dalla Sala Sebastiano. Perché i pittori dipingono dal
momento che già c'è la natura? si chiedeva Reger ieri per
l'ennesima volta. Eppure anche l'opera d'arte più
straordinaria è solo un misero tentativo, completamente
assurdo e vano, di imitare, o addirittura di scimmiottare la
natura, diceva. Che cos'è il volto della madre di Rembrandt,
da lui dipinto, di fronte al volto vero di mia madre? chiedeva
ancora. Che cosa sono i campi lungo il Danubio che posso
attraversare e insieme osservare, di fronte ai campi dipinti?
diceva. Non c'è niente per me di più rivoltante, diceva ieri,
della raffigurazione pittorica del potere. Pittura di regime e
nient'altro, diceva. Fissare, dice la gente, documentare,
eppure in realtà, questo lo sappiamo, vengono fissate e
documentate solo cose false e menzognere, solo le falsità e le
menzogne vengono fissate e documentate, i posteri non
avranno che falsità e menzogne appese alle pareti, ci sono
soltanto falsità e menzogne nei libri che ci hanno lasciato i
nostri cosiddetti grandi scrittori, solo falsità e menzogne nei
quadri appesi a queste pareti. L'individuo che è appeso alla
parete laggiù non sarà mai lo stesso individuo che il pittore
ha ritratto, diceva ieri Reger. L'individuo che è appeso alla
parete non è colui che ha vissuto, diceva. Naturalmente,
diceva, lei mi dirà che si tratta del punto di vista dell'artista
che ha dipinto il quadro, e questo è vero, quantunque sia un
punto di vista contraffatto, ovvero, se non altro considerando
i quadri di questo museo, il cattolico punto di vista di Stato
dell'artista del momento, perché tutto quanto è qui appeso
non è altro che arte cattolica di Stato, e quindi, non posso
fare a meno di dirlo, arte volgare per quanto formidabile,
soltanto volgarissima arte cattolica di Stato. I cosiddetti
Antichi Maestri, soprattutto quando se ne vedono molti uno
accanto all'altro, e cioè quando se ne vedono le opere una
accanto all'altra, si rivelano dei fanatici della menzogna che si
sono procacciati i favori dello Stato cattolico conformandosi
al gusto dello Stato cattolico, e che a questo Stato cattolico si
sono venduti, così Reger. Poiché la situazione è questa,
abbiamo inevitabilmente a che fare con una storia dell'arte
deprimente e cattolica a cima a fondo, con una storia della
pittura deprimente e cattolica da cima a fondo, che è sempre
andata a scovare i suoi temi in cielo e all'inferno, mai però
sulla terra, diceva. I pittori non hanno dipinto ciò che sarebbe
stato loro dovere dipingere, ma soltanto ciò che sono stati
incaricati di dipingere, oppure ciò che poteva promuovere la
loro notorietà o procurare loro del denaro, diceva. I pittori,
tutti questi Antichi Maestri che per la maggior parte del
tempo suscitano in me un ribrezzo senza pari, e che da
sempre mi fanno inorridire, diceva, tutti questi Antichi
Maestri hanno sempre servito soltanto un signore, mai se
stessi, e quindi mai l'umanità vera e propria. Infatti non
hanno mai dipinto altro che un mondo falso e totalmente
inventato che speravano portasse loro denaro e notorietà;
tutti hanno sempre dipinto soltanto con questo spirito, per
fame di denaro e fame di gloria, non perché volevano
diventare pittori, ma soltanto perché volevano gloria o
denaro oppure, nello stesso tempo, gloria e denaro. In Europa
hanno sempre dipinto soltanto rendendo onore e gloria a un
Dio cattolico, diceva, a un Dio cattolico e alle sue cattoliche
divinità. Ogni pennellata di questi cosiddetti Antichi Maestri,
anche la più geniale, è una menzogna, diceva. Pittori addetti
alla decorazione del mondo, è così che Reger chiamava ieri
quegli artisti che lui, in fondo, francamente detesta, e che nel
contempo non cessano mai di affascinarlo, lo hanno
affascinato per tutta la durata della sua misera vita.
Apprendisti decoratori falsamente religiosi al servizio dei
potenti cattolici europei, non sono nient'altro questi Antichi
Maestri, lo vede anche lei, diceva, in ogni macchia di colore
che questi maestri hanno impresso con disinvoltura sulle loro
tele, caro il mio Atzbacher. Naturalmente lei dovrà dire che
quest'arte pittorica è eccelsa, diceva ieri, ma non dimentichi,
mentre lo dice, di accennare anche, o se non altro di pensare,
se non altro di pensarlo tra sé, al fatto che quest'arte è anche
infame, e l'aspetto infame di quest'arte coincide con quello
religioso, è da qui che nasce il disgusto. Se lei, come io ho
fatto ieri l'altro, rimane per un'ora davanti al Mantegna, tutt'a
un tratto le verrà una gran voglia di strappare il Mantegna
dalla parete, perché tutt'a un tratto il quadro le sembrerà una
raffigurazione immensamente volgare. Le sarà accaduta la
stessa cosa rimanendo per un po’ di tempo in piedi davanti al
Biliverti o davanti al Campagnola. Questi individui
dipingevano infatti soltanto per poter sopravvivere e per
denaro, oltre che per finire nel regno dei cieli e non
all'inferno, quell'inferno che vita natural durante essi hanno
temuto più di ogni altra cosa sebbene fossero tutti di cervello
fino ma debolissimi di carattere. I pittori in genere non
hanno mai avuto un buon carattere, anzi hanno sempre
avuto un carattere pessimo, e perciò, in fondo, hanno anche
sempre avuto pessimo gusto, diceva ieri Reger, lei non
troverà un solo cosiddetto Grande Maestro del pennello o,
diciamo, un solo cosiddetto Antico Maestro che abbia avuto
buon carattere e buon gusto, e io per buon carattere intendo
semplicemente un carattere incorruttibile. Tutti questi artisti
intesi come Antichi Maestri erano venali, ed è per questo che
la loro arte mi ripugna a tal punto, così Reger. Io li capisco
tutti e li trovo profondamente ripugnanti. Tutto ciò che
hanno dipinto mi disgusta, tutto ciò che si trova qui, penso
spesso, appeso a queste pareti, così diceva ieri, eppure da
decenni io non posso fare a meno di studiarlo. E' proprio
questa la cosa atroce, diceva ieri, gli Antichi Maestri mi
ripugnano profondamente eppure io continuo a studiarli. Ma
loro sono disgustosi, questo è chiarissimo, diceva ieri. Gli
Antichi Maestri, come vengono chiamati ormai da secoli,
sopportano solo un'osservazione superficiale, se li osserviamo
con attenzione a poco a poco si stemperano e alla fine, dopo
che li abbiamo studiati per bene, vale a dire dopo che li
abbiamo studiati con il massimo scrupolo possibile e per
moltissimo tempo, si dissolvono, si sbriciolano davanti ai
nostri occhi, e non lasciano che un sapore stantio, nella
maggior parte dei casi addirittura un sapore assolutamente
sgradevole lasciato nella nostra mente. L'opera d'arte più
grande e più significativa alla fin fine ristagna pesantemente
nella nostra testa come un enorme grumo di volgarità e di
menzogne, come un grumo di carne troppo grosso nello
stomaco. Rimaniamo affascinati da un'opera d'arte, eppure,
alla fine, la troviamo ridicola. Se lei una volta, prendendosi il
tempo che ci vuole, legge Goethe con più penetrazione del
solito e con una intensità molto superiore al solito e con una
impudenza molto più grande del solito, alla fine ciò che avrà
letto le sembrerà ridicolo, di qualsiasi cosa si tratti, basta che
lei la legga più spesso del solito, è inevitabile che questa cosa
le appaia ridicola, persino la cosa più intelligente alla fine
diventa una scemenza. Guai a lei se legge con più
penetrazione del solito, si rovina il gusto per tutto ciò che
legge. Qualsiasi cosa lei legga, questo qualcosa alla fine
diventa ridicolo, alla fine non ha più alcun valore. Si guardi
bene dall'affrontare con troppa penetrazione un'opera d'arte,
diceva, si guasterà tutto, anche le cose più amate. Non guardi
troppo a lungo un quadro, non legga un libro con troppa
penetrazione, non ascolti un brano musicale con il massimo
impegno, perché si rovinerebbe tutto e quindi anche ciò che
di più bello e di più utile esiste nel mondo. Legga quello che
le piace, ma non penetri l'opera fino in fondo, ascolti quello
che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello
che le piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo
sempre osservato tutto fino in fondo, avendo sempre
ascoltato tutto fino in fondo, avendo sempre letto tutto fino
in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare,
di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono
storpiato tutto, in questo modo mi sono storpiato
irreparabilmente tutta l'arte figurativa e tutta la musica e
tutta la letteratura, diceva ieri. Così, con questo sistema, mi
sono alla fin fine storpiato irreparabilmente il mondo intero,
mi sono semplicemente storpiato tutto. Per anni mi sono
semplicemente storpiato tutto e, cosa di cui mi pento dal più
profondo del cuore, ho anche irreparabilmente storpiato
tutto a mia moglie. Per anni, diceva, la mia esistenza è stata
possibile soltanto all'interno e in virtù di questo meccanismo
di storpiatura. Ma ora so che devo evitare di leggere fino in
fondo, di ascoltare fino in fondo, di osservare e stare a
guardare fino in fondo, se voglio continuare a vivere. E'
un'arte, quella di non leggere fino in fondo e di non ascoltare
fino in fondo e di non osservare e guardare fino in fondo,
diceva. Non ho ancora la completa padronanza di quest'arte,
diceva, perché il mio carattere mi spinge sempre ad
affrontare tutto fino in fondo e a resistere altrettanto a fondo,
e a portare a termine le cose fino in fondo, questa, deve
sapere, è la mia vera disgrazia, diceva. Per decenni ho sempre
voluto fare tutto fino in fondo, questa è stata la mia disgrazia,
diceva. Questo personalissimo meccanismo di
scomposizione, diceva, che mira sempre al fondo delle cose.
Del resto non è per gente come me che questi Antichi
Maestri hanno dipinto, e non è per gente come me che hanno
composto i grandi compositori antichi e hanno scritto i
grandi scrittori antichi, com'è naturale, non l'hanno fatto per
gente come me, mai e poi mai uno di loro avrebbe dipinto o
composto o scritto per una persona come me, diceva. L'arte
non è fatta per essere osservata fino in fondo, né per essere
ascoltata fino in fondo, né per essere letta fino in fondo,
diceva. L'arte è destinata alla parte miseranda dell'umanità,
alle persone qualunque, a quelle normali, mi vedo addirittura
costretto a sostenere che quest'arte è destinata agli ingenui e
a nessun altro. Come rimpicciolisce rapidamente un grande
edificio, diceva, all'osservazione di uno sguardo come il mio,
qualsiasi edificio, per quanto celebre, e solido, e austero esso
sia, presto o tardi si accascia e diventa un'architettura
ridicola. Ho viaggiato, diceva, per vedere la grande
architettura, dapprima, com'è naturale, in Italia e in Grecia e
in Spagna, ma ben presto le cattedrali si sono afflosciate sotto
i miei occhi, e altro non rimaneva che un tentativo
sprovveduto, e addirittura ridicolo, di contrapporre al cielo
qualche cosa come un secondo cielo, da una cattedrale
all'altra, ogni volta era un secondo cielo più maestoso del
precedente, da un tempio all'altro, ogni volta era un
monumento più maestoso del precedente, diceva, eppure il
risultato è stato sempre e soltanto una cosa abborracciata. Ho
visitato com'è ovvio i più grandi musei, non solo in Europa, e
ne ho studiato il contenuto, l'ho fatto con la massima cura,
mi creda, e ben presto ho avuto la sensazione che tutti questi
musei non contenessero altro che la rappresentazione della
sprovvedutezza, dell'inettitudine, del fallimento, la parte
abborracciata del mondo, tutto del resto è fallimento e
abborracciatura in questi musei, diceva ieri, in qualunque
museo lei entri, se comincia a osservare e a studiare, studierà
soltanto fallimenti, abborracciature. Mio Dio, il Prado,
diceva, certo è il museo più importante del mondo in fatto di
Antichi Maestri, eppure ogni volta che siedo al Ritz lì di
fronte e bevo la mia tazza di tè, penso che anche il Prado non
contiene altro che imperfezioni e fallimenti, e tutto sommato
solo cose ridicole e dilettantesche. Alcuni artisti, in
determinati periodi, quando viene la moda, diceva, vengono
semplicemente gonfiati fino a farne delle mostruosità
elettrizzanti; poi una mente incorruttibile affonda
d'improvviso un artiglio nella mostruosità elettrizzante, e di
colpo la mostruosità elettrizzante, così come si è formata,
esplode e di essa non rimane più nulla, diceva. Velazquez,
Rembrandt, Giorgione, Bach, Händel, Mozart, Goethe,
diceva, e così anche Pascal, Voltaire, sono tutti esseri gonfiati
fino a una simile mostruosità. Quello Stifter, diceva ieri, che
anch'io ho sempre venerato in una maniera talmente
mostruosa da spingermi ben oltre l'asservimento per l'arte,
anche lui, quando ce ne occupiamo in profondità, si rivela un
cattivo scrittore, esattamente come Bruckner, che quando lo
si ascolta in modo più attento, si rivela un cattivo, se non
addirittura un miserabile, compositore. Stifter scrive in uno
stile spaventoso, uno stile che oltretutto è indecente sotto il
profilo grammaticale, e la stessa cosa vale anche per
Bruckner, che si è imposto al pubblico con quella sua
ubriacatura musicale scomposta e caotica e che ancora in
tarda età era di una religiosità puberale. Stifter l'ho venerato
per decenni senza mai effettivamente occuparmene in modo
puntuale e spregiudicato. Quando un anno fa mi occupai di
Stifter in modo puntuale e spregiudicato non credetti ai miei
occhi e alle mie orecchie. Mai fino a quel momento, in tutta
la mia esistenza intellettuale, mi era capitato di leggere un
tedesco, o un austriaco, se preferisce, così scorretto e
raffazzonato in un autore di quel calibro, autore che oggi è
addirittura celebre per la sua prosa nitida e chiara. La prosa
di Stifter è tutt'altro che nitida ed è la meno chiara che io
conosca, è una prosa infarcita di immagini approssimative e
di idee inesatte e ambigue, e io mi meraviglio davvero, e mi
chiedo come mai questo dilettante di provincia, uno che
dopotutto è stato ispettore scolastico dell'Alta Austria, sia
oggi tanto stimato proprio dagli scrittori, e soprattutto dagli
scrittori più giovani, e non certo dai più sconosciuti né dai
più insignificanti. Credo che tutti costoro non abbiano mai
letto davvero Stifter, che si siano limitati a venerarlo
ciecamente, che di Stifter abbiano soltanto sentito parlare
senza averlo mai, come ho fatto io,
letto davvero. Quando ho letto veramente Stifter, un anno
fa, questo grande maestro della prosa, come viene definito,
sono stato disgustato da me stesso per avere un giorno
venerato questo imbrattacarte da quattro soldi, per averlo
addirittura amato. Ho letto Stifter in gioventù, e il mio
ricordo di lui era fondato su queste impressioni di lettura.
Avevo letto Stifter a dodici e a sedici anni, età nella quale non
possedevo ancora il benché minimo senso critico. Ma dopo di
allora non ho mai più verificato la tenuta di Stifter. Stifter, nei
tratti lunghi della sua prosa, è un insopportabile fanfarone,
ha uno stile raffazzonato e, ciò che è più deplorevole, sciatto,
ed è inoltre in effetti l'autore più noioso e ipocrita di tutta la
letteratura tedesca. La prosa di Stifter, nota per la sua
pregnanza, precisione, chiarezza, è in realtà confusa, goffa e
irresponsabile, e inoltre di un sentimentalismo e di una
goffaggine così piccolo borghesi da far rivoltare lo stomaco a
chiunque legga per esempio Witiko, o La cartella del mio
bisnonno. La cartella del mio bisnonno è fin dalle prime righe
un tentativo raffazzonato di spacciare una prosa
esageratamente tirata per le lunghe, sentimentale, insipida,
piena di difetti intrinseci ed estrinseci, per un'opera d'arte,
quando invece non è altro che una tipica abborracciatura
della piccola borghesia di Linz. Del resto sarebbe impensabile
che da un buco di provincia piccolo borghese come Linz, città
che dai tempi di Keplero è rimasta il classico buco di
provincia rivoltante con un teatro dell'Opera dove la gente
non sa cantare, un teatro di prosa dove la gente non sa
recitare, pittori che non sanno dipingere e scrittori che non
sanno scrivere, sarebbe impensabile che da una simile città di
punto in bianco fosse emerso un genio, come pure Stifter
viene unanimemente definito. Stifter non è un genio, Stifter è
un filisteo che fa una vita rattrappita, è un piccolo borghese
scorbutico che nella sua qualità di ispettore scolastico scrive
in un modo non meno rattrappito, un uomo che non si è
rivelato neppure all'altezza delle esigenze più elementari
della propria lingua, figuriamoci dunque se poteva
addirittura essere in grado di produrre delle opere d'arte,
diceva Reger. Stifter insomma, così diceva, è francamente una
delle più grandi delusioni artistiche della mia vita. Una frase
ogni tre di Stifter, o almeno una ogni quattro, è sbagliata,
un'immagine su due o una su tre nella sua prosa è infelice, e
comunque l'ingegno di Stifter, negli scritti letterari se non
altro, è mediocre. Stifter in realtà è uno degli scrittori più
poveri d'immaginazione che siano mai esistiti, ed è nello
stesso tempo uno degli scrittori più antipoetici e impoetici.
Eppure i lettori e gli studiosi di letteratura si sono sempre
lasciati abbindolare da questo Stifter. Il fatto che alla fine
della sua vita l'uomo si sia suicidato non modifica in nulla la
sua assoluta mediocrità. Non conosco scrittore al mondo
altrettanto dilettantesco e raffazzonato, e per di più limitato e
ottuso, ma nello stesso tempo celebre in tutto il mondo.
Quanto ad Anton Bruckner la situazione non è molto diversa
perché, diceva Reger, nel suo perverso timore di Dio, invasato
com'era di cattolicesimo, Bruckner si è recato a Vienna
dall'Alta Austria e si è consegnato anima e corpo nelle mani
dell'imperatore e di Dio. Nemmeno Bruckner era un genio.
La sua musica è confusa e fumosa e raffazzonata né più e né
meno come la prosa di Stifter. Ma mentre a rigore Stifter non
è nient'altro, oggi, che lettera morta ad uso dei germanisti,
Bruckner continua invece a commuovere tutti fino alle
lacrime. Il profluvio dei suoni bruckneriani, si può dire, ha
conquistato il mondo, il sentimentalismo e l'enfasi ipocrita
celebrano in Bruckner il loro trionfo. Bruckner come
compositore non è meno sciatto di Stifter come scrittore,
essendo accomunati dalla tipica sciatteria dell'Alta Austria.
Entrambi producevano un'arte cosiddetta devota e nello
stesso tempo socialmente pericolosa, diceva Reger. No,
Keplero era un tipo formidabile, diceva ieri Reger, ma certo
non veniva dall'Alta Austria, bensì dal Württemberg;
Adalbert Stifter e Anton Bruckner non hanno prodotto altro
in fin dei conti che immondizia letteraria e compositiva.
Colui che apprezza Bach e Mozart e Händel e Haydn, diceva,
deve senz'altro respingere gente come Bruckner, non deve
disprezzarla ma deve respingerla, questo sì. E colui che
apprezza Goethe e Kleist e Novalis e Schopenhauer, deve
respingere Stifter, anche se non necessariamente deve
disprezzarlo. Chi ama Goethe non può amare
contemporaneamente Stifter, Goethe si è reso la vita difficile,
Stifter se l'è sempre resa troppo facile. E il fatto deplorevole,
poi, diceva ieri Reger, è che proprio Stifter era un temuto
funzionario scolastico, e per di più un funzionario scolastico
in una posizione eminente, e che ciò nonostante egli scriveva
in un modo così sciatto come non lo si sarebbe concesso a
nessuno dei suoi alunni. Se uno dei suoi alunni gli avesse
sottoposto una pagina di Stifter, diceva, Stifter avrebbe
riempito la pagina di segni con la matita rossa, la verità è
questa. Se cominciamo a leggere Stifter con la matita rossa,
non la finiamo più di correggere, diceva Reger. Qui non è
stato certo un genio a metter mano alla penna, diceva, ma un
ignobile pasticcione. Se mai c'è stata una letteratura priva di
gusto, insipida e sentimentale e senza senso, a quell'idea di
letteratura corrisponde perfettamente ciò che ha scritto
Stifter. La scrittura di Stifter non è arte, e le cose che dice
sono disgustosamente disoneste. Non per niente Stifter lo
leggono soprattutto le mogli e le vedove annoiate dei
funzionari, che passano la loro giornata a sbadigliare, diceva,
le infermiere nel loro tempo libero e le suore nei loro
conventi. Una persona che pensa davvero non può leggere
Stifter. Credo che tutti quelli che ammirano tanto Stifter, che
lo ammirano in un modo così inaudito, non abbiano la
minima idea di Stifter. Tutti i nostri scrittori, senza
eccezione, non fanno altro che parlare e scrivere di Stifter con
grande entusiasmo e gli sono devoti come se fosse il Dio degli
scrittori della nostra epoca. O questa gente è stupida e non
ha il minimo gusto per l'arte e non capisce assolutamente
niente di letteratura, oppure, ipotesi che purtroppo devo
ritenere assai plausibile, non ha letto Stifter, diceva. Non si
azzardi a venirmi a parlare di Stifter e di Bruckner, diceva,
quanto meno non lo faccia in relazione all'arte e a quello che
io intendo per arte. L'uno è un guastaprosa, diceva, l'altro un
guastamusica. Povera Alta Austria, diceva, che crede
effettivamente di aver dato i natali a due geni grandissimi,
mentre non ha generato altro che due buoni a nulla
smisuratamente sopravvalutati, uno nel campo della
letteratura, l'altro della composizione musicale. Se penso alle
insegnanti e alle suore austriache con Stifter sul comodino
cattolico, quel loro Stifter tenuto lì come un'immagine votiva,
accanto al pettine e alla forbicetta per tagliarsi le unghie dei
piedi, e se penso ai capi di Stato che scoppiano in lacrime
mentre ascoltano una sinfonia di Bruckner, mi viene il
voltastomaco, diceva. L'arte è quel che c'è di più grande e al
tempo stesso di più disgustoso, diceva. Eppure noi dobbiamo
persuaderci che un'arte grande e sublime esiste davvero,
diceva, altrimenti precipitiamo nella disperazione. Anche se
sappiamo che qualsiasi arte finisce nella goffaggine e nel
ridicolo e nell'immondizia della storia, come peraltro tutto il
resto, dobbiamo credere nell'arte grande e sublime,
dobbiamo crederci fermamente, diceva. Noi sappiamo che
cos'è, è un'arte raffazzonata, fallita, ma non possiamo tener
sempre presente questo fatto, o la nostra rovina, diceva, sarà
inevitabile. Per tornare ancora una volta a Stifter, diceva, oggi
c'è un gran numero di scrittori che si richiamano a Stifter.
Questi scrittori si richiamano a un assoluto dilettante della
prosa, uno che durante la sua vita di scrittore non ha fatto
altro che abusare della natura. A Stifter va imputato un
assoluto abuso della natura, diceva ieri Reger. Un veggente,
questo ha preteso di essere in quanto scrittore, e in realtà, in
quanto scrittore, diceva Reger, è stato un cieco. Tutto è
premuroso in Stifter, zitellescamente goffo, Stifter ha scritto
un'insopportabile prosa provinciale con l'indice alzato, diceva
Reger, nient'altro che questo. Di Stifter vengono elogiate le
descrizioni della natura. Mai la natura è stata rappresentata
in modo così falso come nelle descrizioni di Stifter e tanto
meno poi essa è così noiosa come ci spinge a credere lui sulla
sua carta paziente, diceva Reger. Stifter non è altro che un
occasionale amministratore della letteratura, che con la sua
penna senz'arte impietrisce la natura proprio laddove essa è
più concretamente viva e ricca di eventi e, di conseguenza,
com'è naturale, impietrisce anche il lettore. Stifter ha coperto
ogni cosa del suo velo piccolo borghese, e poco c'è mancato
che soffocasse tutto, la verità è questa. In realtà egli non è in
grado di descrivere neppure un albero, un uccello che canta,
un fiume impetuoso, la verità è questa. Pretende di far
rivivere qualcosa davanti al nostri occhi e non fa che
impietrirla, vuole generare splendore e non fa che ottundere,
la verità è questa. Stifter ci rende la natura monotona e gli
esseri umani poveri di sentimento e privi di spirito, non sa
nulla e non inventa nulla, e ciò che descrive, perché lui non fa
nient'altro che descrivere, lo descrive con un'ingenuità
sconfinata. Ha la stoffa di certi cattivi pittori, diceva Reger,
che per chissà quali inspiegabili ragioni hanno raggiunto la
celebrità, e i cui quadri sono appesi ovunque, anche qui alle
pareti di questo edificio, pensi soltanto a Dürer e a tutte le
centinaia di dipinti mediocri che valgono molto meno della
cornice che li contiene. Tutti questi quadri vengono guardati
con grande ammirazione, ma chi li ammira non sa perché lo
fa, proprio come Stifter viene letto e ammirato senza che i
suoi lettori sappiano perché. La cosa più enigmatica, in
Stifter, è la sua celebrità, diceva Reger, perché le sue opere
sono tutt'altro che enigmatiche. I cosiddetti grandi, i grandi
pittori, i grandi musicisti, i grandi scrittori, noi li
disgreghiamo, alla lunga li frantumiamo, li vanifichiamo,
perché non possiamo vivere con la loro grandezza, perché
pensiamo, e tutto pensiamo fino alla fine, diceva. Ma
Stifter non era e non è certo un grande, e quindi non è un
esempio che si presti a dimostrare questo fenomeno. Stifter è
soltanto un esempio di come un artista possa essere venerato
e addirittura amato per decenni da una persona che lo ritiene
un grande, da una persona in effetti vogliosa di amare e
venerare, senza che lui sia mai stato un grande. Nella
delusione che proviamo quando capiamo che la grandezza di
chi abbiamo venerato e ammirato e amato non è affatto
grandezza e neppure è mai stata grandezza, che era
grandezza soltanto nella nostra immaginazione, mentre in
realtà si trattava di piccineria, o meglio di meschinità, in
quella delusione proviamo inesorabilmente il dolore di chi è
stato ingannato. E' semplicissimo, diceva Reger, si paga per
essersi lasciati andare, per aver accettato così ciecamente un
oggetto e, non contenti di questo, averlo addirittura venerato
e amato per anni e decenni, magari per tutta una vita, senza
mai rimetterlo alla prova. Se soltanto avessi messo Stifter alla
prova anche un'unica volta, ancora trenta o venti o anche
quindici anni fa, questa delusione tardiva mi sarebbe stata
risparmiata. Non possiamo assolutamente permetterci di
dire, questo o quello è il migliore e così d'ora in poi per
sempre, dobbiamo continuamente rimettere alla prova tutti
gli artisti, perché comunque, col tempo, le nostre conoscenze
e il nostro gusto artistico evolvono, su questo non c'è dubbio.
Di Stifter sono buone soltanto le lettere, diceva Reger, tutto il
resto non vale niente. Ma certamente gli studiosi di
letteratura si occuperanno ancora a lungo di Stifter, perché
sono a dir poco ossessionati dagli idoli della letteratura come
Adalbert Stifter, idoli che, se anche non entreranno mai, per
tutta l'eternità, nell'Olimpo della prosa, comunque
aiuteranno per molto tempo ancora quegli studiosi a
guadagnarsi, nel più gradevole dei modi, il pane quotidiano.
A volte mi sono preso la briga di far leggere a diverse
persone, molto intelligenti e meno intelligenti, molto
perspicaci e meno perspicaci, un libro di Stifter, Pietre
colorate per esempio, Il condor oppure Brigitte, o appunto La
cartella del mio bisnonno, e poi ho chiesto a queste persone,
esigendo da loro una risposta sincera, se quello che avevano
letto gli fosse piaciuto o no. Tutte queste persone, che da me
erano state costrette a fornire una risposta sincera, hanno
detto che a loro non era piaciuto, che il libro in questione li
aveva infinitamente delusi, e che in definitiva non li aveva
colpiti, non li aveva colpiti per niente, e anzi si
meravigliavano che un uomo che scrive libri così insensati, e
che per di più non ha assolutamente niente da dire, potesse
essere diventato così celebre. Questo esperimento-Stifter ha
continuato per un certo periodo a divertirmi, diceva Reger,
mi divertiva appunto fare quella che io chiamavo la prova-
Stifter. Con gli stessi intenti chiedo a volte a qualcuno se
Tiziano, La Madonna delle ciliegie per esempio, gli piace
veramente. A nessuno degli interrogati è mai piaciuto quel
quadro, tutti lo hanno sempre ammirato soltanto per la sua
celebrità, a nessuno diceva veramente qualcosa. Con questo
non voglio però mettere Stifter sullo stesso piano di Tiziano,
sarebbe completamente assurdo, diceva Reger.
Gli studiosi di letteratura non soltanto sono innamorati di
Stifter, vanno pazzi per Stifter. Credo che gli studiosi di
letteratura applichino nel caso di Stifter un metro del tutto
inadeguato. Continuano a scrivere di Stifter più che di
qualsiasi altro scrittore del suo tempo, e se leggiamo che cosa
scrivono di Stifter ci vediamo costretti a supporre che di
Stifter non abbiano letto nemmeno una riga, o che per lo
meno ciò che hanno letto lo abbiano letto in modo del tutto
superficiale. La natura di questi tempi va per la maggiore,
diceva ieri Reger, e questa è una delle ragioni per cui Stifter
di questi tempi va per la maggiore. Tutto quanto è in
relazione con la natura è ora di gran moda, diceva ieri Reger,
e perciò è di gran moda Stifter, anzi Stifter è in assoluto lo
scrittore più alla moda che ci sia. Di questi tempi il bosco è di
gran moda, di questi tempi i ruscelli di montagna sono di
gran moda, e per conseguenza anche Stifter è di gran moda.
Stifter annoia tutti mortalmente ed è fatale che ora sia di gran
moda, diceva Reger. E' il sentimentalismo in generale, questa
è la cosa tremenda, che ora è di gran moda, come peraltro
tutto quanto il kitsch; dalla metà degli anni Settanta fino a
oggi e ancora oggi, alla metà degli anni Ottanta, il
sentimentalismo e il kitsch sono di gran moda, lo sono nella
letteratura, nella pittura, nella musica. Mai finora era stato
scritto tanto kitsch sentimentale come oggi, negli anni
Ottanta, mai finora si era dipinto in modo così kitsch e
sentimentale, e i compositori fanno a gara nel kitsch e nel
sentimentalismo, provi ad andare a teatro, oggi a teatro non
si rappresenta altro che del kitsch socialmente pericoloso,
sentimentalismo e nient'altro, e persino quando sulla scena
l'azione è brutale e violenta, è soltanto sentimentalismo
volgare e kitsch. Vada alle esposizioni, non le verrà mostrato
altro che il kitsch più esasperato e il sentimentalismo più
rivoltante. Vada nelle sale da concerto, anche li ascolterà
soltanto kitsch e sentimentalismo. I libri sono oggi infarciti di
kitsch e di sentimentalismo, è questo che ha portato Stifter
così alla ribalta negli ultimi anni. Stifter è un maestro del
kitsch, diceva Reger. In ogni pagina di Stifter c'è tanto kitsch
da poter soddisfare parecchie generazioni di suore e di
infermiere assetate di poesia, diceva. E per la verità anche
Bruckner è soltanto sentimentale e kitsch, nient'altro che uno
stupido, monumentale e sdolcinato miele orchestrale. Gli
scrittori giovani e meno giovani che scrivono oggigiorno
producono perlopiù soltanto del kitsch privo di spirito e di
cervello e sfoderano nei loro libri un sentimentalismo
addirittura insopportabile e patetico, ed è dunque
pienamente comprensibile che Stifter sia di gran moda presso
di loro. Proprio Stifter, che ha introdotto nella grande e alta
letteratura il kitsch privo di spirito e di cervello, e che ha
chiuso la propria esistenza con un suicidio kitsch, è ora di
gran moda, diceva Reger. Non è poi così strano che di questi
tempi, dato che la parola bosco e l'espressione moria dei
boschi sono diventate così di moda e che il concetto di bosco
in generale è il più usato e [ab]usato che ci sia, non è poi così
strano che il Bosco d'alto fusto di Stifter si venda di questi
tempi come non mai. La nostalgia degli uomini, oggi come
mai prima d'ora, converge sulla natura, e poiché tutti quanti
credono che Stifter abbia descritto la natura, tutti corrono a
leggere Stifter. Ma Stifter non ha descritto affatto la natura,
l'ha soltanto annegata nel kitsch. Tutta la stupidità degli
esseri umani si manifesta nel fatto che tutti, di questi tempi,
centinaia di migliaia di persone, vanno in pellegrinaggio da
Stifter e si prosternano davanti a ciascuno dei suoi libri come
se ciascuno di quei libri fosse un altare. E' proprio quando mi
trovo di fronte simili pseudoentusiasmi che l'umanità mi
disgusta, diceva Reger, è allora che la trovo assolutamente
ripugnante. In fin dei conti tutto finisce nel ridicolo, o
comunque nello squallore, persino la cosa più grande e
importante, diceva. In effetti Stifter mi ricorda
continuamente Heidegger, quel ridicolo filisteo
nazionalsocialista coi pantaloni alla zuava. Se Stifter, con
incredibile sfrontatezza, ha annegato nel kitsch l'alta
letteratura, Heidegger, il filosofo della Foresta Nera
Heidegger, ha annegato nel kitsch la filosofia, Heidegger e
Stifter, ciascuno per suo conto e a suo modo, hanno
implacabilmente annegato nel kitsch letteratura e filosofia.
Heidegger, sulle cui orme si sono mosse le generazioni della
guerra e del dopoguerra, sommergendolo con stupide e
disgustose tesi di dottorato quando ancora era in vita,
Heidegger me lo vedo sempre seduto sulla panchina davanti
a casa sua nella Foresta Nera accanto a sua moglie, la quale,
nel suo perverso entusiasmo per il lavoro a maglia, lavora
ininterrottamente per confezionargli le calze invernali con la
lana che lei stessa ha tosato dalle loro pecore heideggeriane.
Heidegger non riesco a vederlo altrimenti che seduto sulla
panca davanti a casa sua nella Foresta Nera, e accanto a lui
vedo sua moglie che lo ha completamente soggiogato per
tutta la vita, e che a maglia gli lavorava tutte le calze, e
all'uncinetto tutti i berretti, e gli infornava il pane, e gli
tesseva le lenzuola, e gli confezionava personalmente persino
i sandali. Heidegger era una mente inzuppata di kitsch,
diceva Reger, esattamente come Stifter, eppure era assai più
ridicolo ancora di Stifter, che era stato davvero una tragica
apparizione, a differenza di Heidegger che è sempre stato
soltanto comico, piccolo borghese come Stifter, altrettanto
spaventosamente megalomane, un imbecille delle Prealpi,
credo, giusto quello che ci vuole per il minestrone della
filosofia tedesca. Heidegger se lo sono pappato tutti a grandi
cucchiaiate, con una fame da lupi, per decenni, come nessun
altro, rimpinzando così i loro stomaci di germanisti e di
filosofi tedeschi. Heidegger aveva un volto ordinario, non un
volto dal quale trapelasse l'ingegno, era un essere del tutto
sprovvisto d'ingegno, assolutamente privo di fantasia,
assolutamente privo di sensibilità, un ruminante della
filosofia tipicamente tedesco, una vacca della filosofia gravida
in permanenza, diceva Reger, che pascolava sui prati della
filosofia tedesca e che per decenni ha lasciato cadere il suo
lezioso sterco nella Foresta Nera. Heidegger era per così dire
un fedifrago della filosofia, diceva Reger, uno che è riuscito a
mettere nel sacco un'intera generazione di studiosi tedeschi.
Heidegger è un episodio rivoltante nella storia della filosofia
tedesca, diceva ieri Reger, un episodio di cui sono stati
responsabili e sono tuttora responsabili tutti gli uomini di
cultura tedeschi. Oggi Heidegger non è stato ancora
completamente svelato, la vacca heideggeriana è dimagrita, è
vero, ma il latte heideggeriano viene ancora munto. La
fotografia di Heidegger coi pantaloni alla zuava infeltriti
davanti alla finta casamatta a Todtnauberg, mi è del resto
rimasta in mente come una foto più che rivelatrice, il filisteo
del pensiero, con il berretto nero da Foresta Nera in testa,
testa in cui non ribolliva comunque nient'altro che
l'imbecillità tedesca, così Reger. Quando per noi arriva la
vecchiaia, di mode ne abbiamo viste tante, mode micidiali,
tutte quelle mode micidiali artistiche e filosofiche e di beni di
consumo. Heidegger è un bell'esempio di come, di una moda
filosofica che un giorno ha conquistato tutta la Germania,
altro non rimane che qualche ridicola fotografia e qualche
scritto ancora più ridicolo. Heidegger era un imbonitore della
filosofia, uno che portava al mercato solo merce rubata, tutta
la merce di Heidegger è di seconda mano, Heidegger era ed è
il prototipo del pensatore per imitazione al quale mancava
tutto, ma proprio tutto, per pensare con la propria testa. Il
metodo di Heidegger consisteva nel ridurre senza alcun
riguardo le grandi idee altrui alle proprie piccole idee,
proprio così. Heidegger ha rimpicciolito ogni cosa grande in
modo tale da ridurla alla portata dei tedeschi, mi capisce, alla
portata dei tedeschi, diceva Reger. Heidegger è il piccolo
borghese della filosofia tedesca che ha messo in testa alla
filosofia tedesca il suo nero berretto da notte kitsch, quel
nero berretto da notte kitsch che Heidegger, com'è noto,
portava sempre, in ogni occasione. Heidegger è il filosofo dei
tedeschi in pantofole e berretto da notte, nient'altro che
questo. Non so, diceva ieri Reger, ma ogni volta che penso a
Stifter penso sempre anche a Heidegger e viceversa. Non è
certo un caso, diceva Reger, che Heidegger, esattamente
come Stifter, sia sempre stato e sia tuttora il filosofo
prediletto delle donne inacidite, e infatti, come le infermiere
operose e le suore operose si cibano di Stifter, essendo Stifter,
per così dire, la loro pietanza preferita, così, per gli stessi
motivi, esse si cibano anche di Heidegger. Ancora oggi
Heidegger è il filosofo prediletto del mondo femminile
tedesco. Il filosofo delle donne, questo è Heidegger, il filosofo
dell'ora di pranzo, particolarmente adatto all'appetito tedesco
di filosofia, servito direttamente dalla padella dei dotti.
Se le capita di recarsi a un ricevimento della piccola
borghesia o anche della piccola borghesia semiaristocratica, è
molto probabile che Heidegger le venga servito già prima
dell'antipasto, lei non ha ancora tolto il cappotto e già le
viene offerta una fettina di Heidegger, non si è ancora seduto
e già la padrona di casa è entrata portando Heidegger, per
così dire, insieme allo sherry sul vassoio d'argento. Heidegger
è un piatto forte della filosofia tedesca, e fa sempre un
figurone, lo si può servire ovunque e a qualsiasi ora, diceva
Reger, e in qualunque ambiente. Non conosco filosofo che sia
oggi più declassato di lui, diceva Reger. Del resto per la
filosofia Heidegger è oggi fuori gioco, se ancora dieci anni fa
era ritenuto un grande pensatore, ormai non è nient'altro che
un fantasma il quale, per così dire, si aggira nei salotti
pseudointellettuali durante i ricevimenti pseudointellettuali,
sommando alla ipocrisia del tutto naturale tipica di quegli
ambienti una ipocrisia artificiale. Anche Heidegger, come del
resto Stifter, è un budino di letture, insapore ma facilmente
digeribile, per l'anima tedesca media. Con lo spirito filosofico
Heidegger ha tanto poco a che fare quanto Stifter con la
letteratura, in rapporto a filosofia e letteratura Heidegger e
Stifter non valgono praticamente niente, anche se io colloco
Stifter più in alto di Heidegger, che ho sempre trovato
repellente, perché in Heidegger mi ha sempre disgustato
tutto, non soltanto il berretto da notte in testa e i mutandoni
invernali tessuti a mano e stesi sulla stufa che lui stesso si
accendeva a Todtnauberg, non soltanto il suo bastone da
passeggio della Foresta Nera tagliato in casa, ma per
l'appunto la sua filosofia della Foresta Nera fatta in casa, tutto
in quest'uomo tragicomico mi ha sempre disgustato, tutto mi
ha sempre profondamente ripugnato al solo pensiero; mi è
bastato conoscere una riga di Heidegger per esserne
disgustato, ma soltanto quando l'ho letto ho capito, diceva
Reger; ho sempre avuto la sensazione che Heidegger fosse un
ciarlatano, il quale per tutta la vita non ha fatto altro che
sfruttare tutto quanto gli stava intorno, e sfruttando a destra
e a manca si abbronzava sulla sua panchina di Todtnauberg.
Se penso che anche persone estremamente intelligenti si
sono fatte abbindolare da Heidegger e che persino una delle
mie migliori amiche ha scritto una tesi di dottorato su
Heidegger e che questa tesi l'ha anche scritta sul serio, mi
viene ancora oggi il voltastomaco. Quel niente è senza
fondamento è la cosa più ridicola, così Reger. Ma sui tedeschi
fa colpo la vanagloria, diceva Reger, i tedeschi hanno una
particolare propensione alla vanagloria, è questa una delle
loro qualità più spiccate. E quanto agli austriaci, in tutte
queste cose sono peggio ancora. Ho visto una serie di
fotografie che una fotografa di eccezionale talento ha fatto a
Heidegger con quella sua aria da pingue ufficiale di stato
maggiore in pensione che ha sempre avuto, diceva Reger, e
un giorno gliele mostrerò; in quelle fotografie Heidegger
scende dal letto, si rimette a letto, Heidegger dorme, si
risveglia, indossa i mutandoni, infila i pedalini, beve un sorso
di mosto, esce dalla casamatta e contempla l'orizzonte,
intaglia il bastone, si mette il berretto, si toglie il berretto
dalla testa, tiene il berretto in mano, divarica le gambe, alza
la testa, china la testa, mette la mano destra nella sinistra di
sua moglie, sua moglie mette la mano sinistra nella sua
destra, cammina davanti a casa, cammina dietro la casa, si
dirige verso casa, si allontana da casa, legge, mangia, prende
qualche cucchiaiata di minestra, si taglia una fetta di pane
(fatto in casa), apre un libro (scritto in casa), chiude un libro
(scritto in casa), si china, si stiracchia, e così via, diceva
Reger. Roba da vomitare. Se già i wagneriani sono
insopportabili, figurarsi gli heideggeriani, diceva Reger. Ma
naturalmente Heidegger non può essere paragonato a
Wagner, il quale, lui sì, è stato un vero e proprio genio cui il
concetto di genio si addice effettivamente più che a chiunque
altro, mentre Heidegger è stato soltanto un misero serrafila
della filosofia. Heidegger, questo è chiaro, è stato il filosofo
tedesco più blandito del secolo, e nello stesso tempo il più
insignificante del secolo. In pellegrinaggio andavano da
Heidegger soprattutto quelli che confondono la filosofia con
l'arte culinaria, quelli che pensano che la filosofia sia qualcosa
di fritto, di cotto al forno, di bollito, il che rispecchia
perfettamente il gusto tedesco. Heidegger teneva la sua corte
a Todtnauberg e si faceva contemplare senza posa sul suo
podio filosofico della Foresta Nera come se fosse una vacca
sacra. Persino il famoso e temuto direttore di una rivista della
Germania del Nord s'inginocchiò devotamente davanti a lui
con la bocca aperta quasi che, per così dire, aspettasse da
Heidegger, seduto sulla sua panca davanti a casa nella luce
del tramonto, l'ostia dello spirito. Tutta questa gente andava
in pellegrinaggio da Heidegger a Todtnauberg e si rendeva
ridicola, diceva Reger. Andavano in pellegrinaggio, per così
dire, nella Foresta Nera della filosofia e salivano sul colle
Santheidegger e s'inginocchiavano davanti al loro idolo. Nella
loro ottusità non potevano sapere che il loro idolo era, sul
piano intellettuale, un fiasco assoluto. Non lo sospettavano
neppure, diceva Reger. Il caso Heidegger è comunque un
esempio molto istruttivo del culto dei tedeschi per i filosofi.
Si attaccano sempre e soltanto a quelli sbagliati, diceva Reger,
a quelli che più gli convengono, a quelli stupidi ed equivoci.
Ma il fatto atroce, diceva poi, è che io, in realtà, di quei due
sono anche parente, parente di Stifter per via materna e di
Heidegger per via paterna, il che è addirittura grottesco,
diceva ieri Reger. Perfino di Bruckner sono parente, parente
alla lontana, come si suol dire, ma comunque parente.
Eppure naturalmente non sono così stupido da vergognarmi
di questi legami di parentela, non ci sarebbe niente di più
stupido, diceva Reger, sebbene questo fatto delle parentele
non susciti in me lo stesso entusiasmo che ha sempre
suscitato nei miei genitori e così pure in tutta la mia famiglia.
La maggior parte dei miei avi, diceva, poco importa di quale
tendenza dell'Alta Austria o semplicemente austriaca o
tedesca essi fossero, diceva, erano commercianti, industriali
come mio padre, in passato com'è ovvio contadini,
provenienti più dalla Boemia che da altre zone, meno dalle
Alpi e più dalle Prealpi, e c'era anche tra loro una forte
componente ebraica. Tra i miei avi c'è stato anche un
arcivescovo e l'autore di un duplice omicidio. No, mi sono
sempre detto, non indagherò oltre sulle mie origini, perché
probabilmente col passare del tempo finirei col riesumare
atrocità sempre più sconcertanti, delle quali sinceramente ho
paura. La gente riesuma i suoi avi e fruga, fruga nel proprio
mucchio di antenati finché non ha scombussolato tutto e a
quel punto è decisamente scontenta, e di conseguenza
doppiamente ferita e disperata, diceva. Io non sono mai stato
quel che si dice un riesumatore di antenati, non ho nessuna
propensione a una cosa del genere, ma prima o poi anche un
uomo come me si ritrova a un tratto sul proprio cammino i
più strani esemplari di antenati, non c'è nessuno che possa
sfuggire a questo destino, chiunque, se pure resiste con tutte
le sue forze alla cosiddetta riesumazione degli antenati, alla
fin fine scava, scava, e riesuma gli antenati. Dopotutto io
sono il risultato di un miscuglio davvero interessante, sono,
per così dire, una sezione trasversale di tutto. Sapere meno di
quel che so a questo proposito sarebbe comunque stato
meglio, ma con l'età vengono appunto alla luce molte cose
non richieste, diceva. Dei miei antenati quello che preferisco
è l'apprendista falegname che nel milleottocentoquarantotto
ha imparato a leggere e a scrivere a Cattaro, annunciandolo
poi con orgoglio in una lettera ai suoi genitori, diceva. Questo
apprendista falegname, mio parente da parte di madre, era
acquartierato alla fortezza di Cattaro, l'odierna Kotor, come
cannoniere, e io possiedo ancora la lettera che lui,
diciottenne raggiante di gioia, come si suol dire, scrisse da
Cattaro ai suoi genitori a Linz, lettera sulla quale
l'amministrazione imperiale delle poste ha indicato che il
contenuto era sospetto. Tutto ciò che siamo proviene dai
nostri antenati, diceva Reger, tutto, e in più c'è la
componente personale. Essere imparentato con Stifter mi era
sembrato per tutta la vita un fatto inaudito e unico, finché
non ho capito che Stifter non è quel grande scrittore o poeta,
poco importa, che io avevo venerato per tutta la vita. Ho
anche sempre saputo di essere parente di Heidegger perché i
miei genitori lo gridavano ai quattro venti in ogni occasione.
Siamo parenti di Stifter, siamo anche parenti di Heidegger e
così pure di Bruckner, dicevano in ogni occasione i miei
genitori, tanto che spesso mi sono sentito in imbarazzo. La
gente ritiene sempre che essere imparentati con Stifter sia un
fatto inaudito, nell'Alta Austria è certamente così, ma
addirittura in tutta l'Austria questo fatto, nelle relazioni
sociali, ha almeno lo stesso valore di un legame di parentela
con l'imperatore Francesco Giuseppe, certo essere
imparentati con Stifter e con Heidegger è la cosa più
straordinaria e più sconvolgente che in Austria, e perfino in
Germania, si possa immaginare. E se poi al momento
opportuno, diceva Reger, si parlava anche della parentela con
Bruckner, allora la gente non si riprendeva più dallo stupore.
Avere nel proprio parentado un celebre scrittore è già
qualcosa di particolare, ma se nel parentado c'è anche un
celebre filosofo, il fatto, com'è naturale, è ancora più
inaudito, diceva Reger, e se uno per di più è anche parente di
Anton Bruckner, allora è arrivato in cima. I miei genitori
giocavano spesso su questo fatto e naturalmente ne traevano
vantaggio. Si trattava solo di menzionare queste parentele nel
momento opportuno, sicché era ovvio che parlassero del loro
parente Adalbert Stifter quando volevano ottenere
un'agevolazione nell'Alta Austria, presso il governo regionale
ad esempio, al quale deve rivolgersi costantemente ogni
cittadino dell'Alta Austria, o che parlassero di Anton
Bruckner chiamato in causa perlopiù quando avevano un
problema a Vienna, così Reger, oppure, nel caso di un
problema che riguardasse Linz o Wels o Eferding, e dunque
l'Alta Austria, dicevano naturalmente di essere imparentati
con Stifter; se invece avevano un problema a Vienna,
Bruckner era loro parente, e quando erano in viaggio in
Germania dicevano cento volte al giorno che Heidegger era
loro parente, e oltretutto dicevano sempre che Heidegger era
loro parente stretto, senza precisare onestamente quanto
Heidegger, in realtà, fosse loro parente, perché è vero che
Heidegger è imparentato con loro, e quindi anche con me,
ma lo è soltanto, come si suol dire, alla lontana. Di Stifter
invece siamo parenti molto stretti e anche di Bruckner siamo
parenti piuttosto stretti, diceva Reger ieri. Che erano anche
imparentati con l'autore di un duplice omicidio, che aveva
trascorso metà della sua vita adulta a Stein an der Donau e
l'altra metà a Garsten bei Steyr, e cioè nei due più grandi
penitenziari austriaci, com'è ovvio non lo dicevano mai,
anche se dirlo sarebbe stato un loro preciso dovere. Quanto a
me, non mi sono mai vergognato di dire che un mio parente
era stato a Stein e a Garsten, che è senz'altro la cosa più grave
che un austriaco possa dire di un proprio parente, anzi l'ho
detto più del necessario, ciò che naturalmente può essere
interpretato come un segno di fragilità, diceva Reger. Del
resto non ho neppure mai nascosto di aver avuto la tisi e di
essere sempre stato tisico, non ho mai avuto in vita mia
questa paura dei difetti e delle imperfezioni. Sono
imparentato con Stifter e con Heidegger e con Bruckner e
con l'autore di un duplice omicidio che ha scontato la sua
pena a Steyr e a Stein, ho detto molto spesso, se pure non
richiesto, diceva ieri Reger. Dobbiamo sempre convivere con i
nostri avi, quali che siano, diceva. Noi siamo infatti questi avi,
diceva, io dentro di me sono tutti loro insieme. Reger ama la
nebbia e gli ambienti cupi, rifugge la luce, questa è la ragione
per cui va al Kunsthistorisches Museum, questa è la ragione
per cui va all'Ambassador, al Kunsthistorisches Museum
l'ambiente è cupo infatti come all'Ambassador, e mentre al
Kunsthistorisches Museum può godere della temperatura,
ideale per lui al mattino, di diciotto gradi centigradi,
all'Ambassador gode invece della temperatura, ideale per lui
nel pomeriggio, di ventitré gradi centigradi, a prescindere da
tutte le altre cose che al Kunsthistorisches Museum da un
lato, all'Ambassador dall'altro, gli semplificano la vita e, a
quel che dice lui stesso, gli sono preziose. Al
Kunsthistorisches Museum il sole non riesce a filtrare più di
quel poco che filtra all'Ambassador, e questo per lui è l'ideale
perché lui non ama raggi del sole, evita il sole, non c'è niente
che Reger rifugga quanto il sole. Io detesto il sole, lei lo sa,
detesto il sole più di ogni altra cosa al mondo, dice. Le
giornate che preferisce sono quelle di nebbia, nelle giornate
di nebbia esce di casa già molto presto, fa persino delle
passeggiate che solitamente non fa, perché in fondo detesta
andare a passeggio. Detesto passeggiare, dice, mi sembra una
cosa senza senso. Passeggiando cammino e cammino e non
faccio altro che pensare quanto detesto andare a passeggio,
non ho altri pensieri, mentre cammino, non capisco proprio
come possa esserci gente che passeggiando riesce a pensare,
che riesce a pensare qualche cosa di diverso dal fatto che
passeggiare è assurdo e inutile, dice. La cosa che preferisco è
camminare avanti e indietro nelle mie stanze, dice, è così che
mi vengono le idee migliori. Posso stare ore alla finestra
guardando giù in strada, è un'abitudine che ho preso da
bambino. Guardo giù in strada e osservo la gente e mi chiedo
che cos'è questa gente, che cosa la fa muovere giù in strada,
che cosa la tiene in movimento, è questa, per così dire, la mia
principale occupazione. Mi sono sempre dedicato
esclusivamente agli esseri umani, di per sé, infatti, la natura
non mi ha mai interessato, tutto in me è sempre stato in
relazione con gli esseri umani, io sono, per così dire, un
fanatico degli esseri umani, diceva, non un fanatico
dell'umanità, com'è naturale, ma un fanatico degli esseri
umani. Mi hanno sempre interessato esclusivamente gli
esseri umani, diceva, perché per natura mi disgustavano,
niente mi attrae più intensamente degli esseri umani e nello
stesso tempo niente mi disgusta più profondamente di loro.
Detesto gli uomini, ma essi sono nello stesso tempo la mia
unica ragione di vita. Quando di notte torno a casa da un
concerto, spesso rimango in piedi alla finestra fino all'una o
alle due del mattino e guardo giù in strada e osservo gli esseri
umani che passano sotto di me. Ed è in questa fase di
osservazione che via via il mio lavoro prende forma. Sto in
piedi alla finestra e guardo giù in strada e
contemporaneamente lavoro al mio articolo. Verso le due del
mattino me ne guardo bene dal mettermi a letto, diceva, mi
siedo alla scrivania e scrivo l'articolo. A letto ci vado verso le
tre del mattino, ma già verso le sette e mezzo mi alzo. Alla
mia età, com'è naturale, non ho più bisogno di dormire a
lungo. A volte dormo solo tre o quattro ore, è più che
sufficiente. Ogni essere umano ha qualcuno che gli assicura il
pane, diceva ipocritamente, io ho il Times che mi assicura il
pane. Se abbiamo qualcuno che ci assicura il pane è un bene,
se abbiamo qualcuno che ci assicura il pane in segreto è
ancora meglio, il Times è ciò che mi assicura il pane in
segreto, diceva ieri. Io lo osservavo ma perlopiù non lo
vedevo veramente. Ieri diceva di aver avuto non tutte, ma
comunque moltissime possibilità durante l'infanzia e
l'adolescenza che era seguita all'infanzia, e che alla fine non si
era deciso per nessuna di queste possibilità, intese come
indirizzi professionali. Poiché non era stato costretto a
guadagnarsi da vivere, avendo percepito l'eredità tutt'altro
che irrisoria dei suoi genitori, per anni non aveva fatto altro
che seguire indisturbato le sue idee, le sue predilezioni, le sue
inclinazioni. Fin dall'inizio non era stata la natura ad attrarlo,
al contrario, la natura, l'aveva sempre il più possibile evitata,
l'arte invece lo aveva attratto, qualsiasi cosa, purché fosse
artificiale, così lui ieri, assolutamente qualsiasi cosa, purché
fosse artificiale. La pittura lo aveva ben presto deluso, di tutte
le arti gli era parsa subito la più estranea allo spirito. Leggeva
molto e con passione, ma l'idea di scrivere non gli era mai
venuta, non aveva mai pensato di esserne capace. La musica
l'aveva amata fin dall'inizio, nella musica inoltre aveva
finalmente trovato ciò di cui sentiva la mancanza sia nella
pittura sia nella letteratura. Io non provengo da una famiglia
musicalmente dotata, così lui, al contrario, i miei erano tutti
insensibili alla musica, e in fondo veri e propri nemici
dell'arte. Solo dopo che i miei genitori furono morti, io potei
dedicarmi all'arte come alla cosa che prediligevo. Bisognava
che i miei genitori fossero morti perché io potessi fare
veramente ciò che preferivo, essi avevano sempre sbarrato la
strada alle mie predilezioni, alle mie passioni. Mio padre non
era una persona musicale, diceva, mia madre era musicale,
doveva essere addirittura molto dotata per la musica, ma suo
marito col tempo aveva estirpato la sua musicalità. I miei
genitori erano una coppia terribile, diceva, segretamente si
odiavano ma non potevano separarsi. Proprietà e denaro li
tenevano uniti, la verità è questa. Avevamo molti quadri belli
e costosi appesi alle pareti, diceva, ma per decenni i miei
genitori non li hanno guardati una sola volta, avevamo
parecchie migliaia di libri negli scaffali, ma loro nel corso dei
decenni non hanno letto nemmeno uno di quei libri,
avevamo un Bosendorfer a coda, ma nessuno per decenni l'ha
mai suonato. Se il coperchio di quel pianoforte fosse stato
saldato, loro per decenni non se ne sarebbero accorti, diceva.
I miei genitori avevano orecchie ma non sentivano niente,
avevano occhi ma non vedevano niente, forse avevano un
cuore ma non provavano niente. In questo freddo io sono
cresciuto, diceva. Non ho dovuto subire alcuna privazione,
eppure non passava giorno in cui non fossi profondamente
disperato, diceva. Tutta l'infanzia non era stata nient'altro
che un'epoca di disperazione. I miei genitori non mi amavano
e neanch'io li amavo. Non mi perdonavano il fatto di avermi
generato, non mi hanno mai perdonato, per tutta la vita, il
fatto di avermi generato. Se c'è un inferno, ed è naturale che
un inferno ci sia, allora la mia infanzia è stata l'inferno. E'
probabile che l'infanzia sia sempre un inferno, l'infanzia è
l'inferno per eccellenza, diceva, ogni infanzia, non importa
quale, è l'inferno. La gente dice di aver avuto una bella
infanzia e invece era l'inferno. La gente falsifica tutto, falsifica
anche l'infanzia che ha avuto. Ho avuto una bella infanzia,
dicono, eppure non hanno avuto altro che l'inferno. La gente
più invecchia e più facilmente dice di aver avuto una bella
infanzia, mentre la loro infanzia non è stata altro che
l'inferno. L'inferno non arriva, l'inferno è stato, diceva, perché
l'inferno è l'infanzia.
Che cosa mi è costato uscire da quell'inferno! diceva ieri. ?
Finché sono vissuti i miei genitori per me è stato l'inferno.
I miei genitori hanno ostacolato tutto dentro di me e su di
me, diceva. Sottoponendomi a un meccanismo di repressione
costante, poco c'è mancato che mi uccidessero a forza di
protezione, diceva. Bisognava che i miei genitori fossero
morti perché io potessi vivere, quando morirono i miei
genitori io risorsi a nuova vita. Alla fine fu in effetti la musica
che mi rese vitale, diceva ieri. Ma io non volevo e
naturalmente non potevo essere un artista creativo, né tanto
meno potevo essere un artista esercitante, diceva, in ogni
caso non potevo essere un artista creativo o esercitante in
campo musicale, potevo essere soltanto un artista critico,
diceva. Sono un artista critico, diceva, sono stato per tutta la
vita un artista critico. Già nell'infanzia ero un artista critico,
diceva, le circostanze in cui ho trascorso l'infanzia hanno
fatto di me, nel modo più naturale, un artista critico. Io mi
sento infatti un artista in tutto e per tutto, un artista critico,
appunto, e come artista critico, com'è naturale, sono anche
creativo, è chiaro, e dunque sono un artista critico, creativo
ed esercitante, diceva. E come se non bastasse, un artista
creativo, esercitante e critico del Times, diceva. Considero
senz'altro le mie brevi recensioni per il Times dei pezzi di
bravura e penso che io, in qualità di autore di questi pezzi di
bravura, sono sempre nello stesso tempo e simultaneamente
pittore, musicista e scrittore. Sapere che io, in qualità di
autore di questi pezzi di bravura per il Times, sono pittore,
musicista e scrittore simultaneamente è la mia gioia più
grande, è una gioia immensa. Non sono dunque solo pittore
come i pittori, non sono solo musicista come i musicisti, non
sono solo scrittore come gli scrittori, io, deve sapere, sono
pittore, musicista e scrittore simultaneamente. Ritengo
comunque che la fortuna più grande, diceva, sia di essere
artista in tutte le arti e tuttavia di esserlo in una soltanto.
Probabilmente, diceva, l'artista critico è colui che in tutte le
arti ne esercita una sola, la propria, e che di questo fatto è
consapevole sotto ogni aspetto. Possedendo questa
consapevolezza io sono felice. Così sono felice da più di
trent'anni, anche se per natura sono un essere umano
infelice. L'essere umano pensante è per sua natura un essere
umano infelice, diceva ieri. Ma persino l'essere umano
infelice può essere felice, diceva, può provare continuamente
la felicità nel senso più vero della parola e del concetto, per
passatempo. L'infanzia è il buco nero nel quale siamo stati
scaraventati dai nostri genitori e dal quale dobbiamo uscire
senza alcun aiuto. La maggior parte degli esseri umani non
riesce com'è noto a venir fuori da quel buco che è l'infanzia,
gli esseri umani rimangono quasi tutti vita natural durante
nel buco dell'infanzia e non ne vengono fuori e sono
amareggiati. E una ragione c'è se la maggior parte degli esseri
umani che non riesce a uscire dal buco dell'infanzia è
amareggiata. Uscire dal buco dell'infanzia già richiede uno
sforzo sovrumano. E se non usciamo abbastanza presto dal
buco dell'infanzia, da questo buco nero, insomma, non ne
usciamo più, diceva. Bisognava che i miei genitori fossero
morti perché io potessi uscire da questo buco nero
dell'infanzia, diceva, sa, bisognava che fossero morti
definitivamente, morti per sempre, perché io potessi uscire
dal buco dell'infanzia. I miei genitori non avrebbero chiesto
di meglio che di ficcarmi subito dopo la nascita nella loro
cassaforte insieme ai titoli e ai monili, diceva. Avevo dei
genitori amareggiati, diceva, che per tutta la vita hanno
sofferto a causa della loro amarezza. In tutte le fotografie che
posseggo dei miei genitori, e ogni volta che le vedo, io vedo la
loro amarezza. Ci sono quasi soltanto figli di genitori
amareggiati, per questo i genitori hanno sempre un'aria così
amareggiata. Amarezza e delusione sono impresse in tutti
quei volti, difficilmente troverà un volto diverso, lei per
esempio può camminare ore e ore per le strade di Vienna e
non vedrà nient'altro che amarezza e delusione su tutti quei
volti, e in campagna non è diverso, anche i volti di campagna
sono pieni di amarezza e delusione. I miei genitori mi hanno
fatto, e quando hanno visto che cosa avevano fatto sono
rimasti sgomenti e non avrebbero chiesto di meglio che di
poter tornare sui loro passi. E non potendomi ficcare in
cassaforte, mi hanno scaraventato nel buco nero dell'infanzia,
dal quale non sono più uscito finché loro sono stati in vita. I
genitori fanno sempre i figli in modo irresponsabile e quando
vedono quello che hanno fatto rimangono sgomenti, sicché,
quando nascono dei bambini, noi vediamo sempre e soltanto
genitori sgomenti. Fare un figlio oppure, come si suol dire
con tanta ipocrisia, dargli la vita, non significa altro che
portare nel mondo e mettere al mondo una infelicità palese, e
di fronte a questa infelicità palese tutti i genitori rimangono
sgomenti. La natura ha sempre trasformato i genitori in
pazzi, diceva, e a questi pazzi ha sempre fatto partorire
bambini infelici nei buchi neri dell'infanzia. Uomini e donne
affermano con grande disinvoltura di aver avuto un'infanzia
felice, mentre hanno avuto un'infanzia infelice alla quale
sono scampati solo grazie a un'estrema fatica, e dicono di
aver avuto un'infanzia felice proprio perché sono scampati
all'inferno dell'infanzia. Essere scampati all'infanzia non
significa altro in realtà che essere scampati all'inferno, e poi
diciamo che il tale o il tal altro ha avuto un'infanzia felice in
modo da risparmiare chi ci ha messo al mondo, i genitori, i
quali invece non vanno risparmiati, diceva. Dire di aver avuto
un'infanzia felice, risparmiando in tal modo i propri genitori,
non è altro che una meschinità sociale e politica, diceva.
Risparmiamo i genitori invece di accusarli vita natural
durante del crimine che hanno commesso generando degli
esseri umani, diceva ieri.
Per trentacinque anni io sono stato tenuto rinchiuso dai
miei genitori nel buco dell'infanzia, diceva. Per trentacinque
anni mi hanno represso con tutti i mezzi che avevano a
disposizione, mi hanno tormentato con i loro metodi
raccapriccianti. Non devo avere il minimo riguardo nei
confronti dei miei genitori, essi non meritano il minimo
riguardo, diceva. Due crimini hanno commesso nei miei
confronti, due gravissimi crimini, diceva, essi mi hanno
generato e poi mi hanno represso, mi hanno generato senza
chiedere il mio parere e dopo avermi generato e gettato nel
mondo mi hanno represso, hanno commesso nei miei
confronti il crimine della procreazione e il crimine della
repressione. E mi hanno scaraventato nel buco nero
dell'infanzia con la massima spietatezza, la spietatezza tipica
dei genitori. Come lei sa, io avevo anche una sorella, quella
che è morta prematuramente, diceva, e che solo grazie alla
sua morte prematura è sfuggita ai genitori, con lei i genitori
erano spietati non meno che con me, ci opprimevano, i
genitori, me e mia sorella, con il loro trauma della delusione,
mia sorella non l'ha sopportato a lungo, morendo di colpo in
una giornata d'aprile gli si è sottratta in maniera del tutto
inattesa, come può capitare solo agli adolescenti, aveva
diciannove anni, mia sorella, ed è morta, deve sapere, di un
cosiddetto arresto cardiaco, mentre al primo piano mia
madre sistemava ogni cosa per la festa di compleanno di mio
padre, e al primo piano correva avanti e indietro nel tentativo
di evitare il benché minimo errore nella preparazione della
festa di compleanno, correva avanti e indietro, mia madre,
con piatti e bicchieri e tovaglie e dolciumi di ogni genere, e
quasi ci faceva impazzire, me e mia sorella, con i suoi
preparativi per la festa di compleanno iniziati ossessivamente
di primo mattino, appena mio padre era uscito di casa, mia
madre, al culmine dell'isteria, si era abbandonata alla sua
frenesia da festa di compleanno a noi ben nota, e mentre ci
spediva, me e mia sorella, su e giù per le scale, nelle cantine,
dentro e fuori dalle diverse anticamere e ritorno, attentissima
a non commettere errori, mentre dunque mia madre spediva
mia sorella e me avanti e indietro in tutti gli angoli della casa
per preparare la festa di compleanno, io, lo ricordo
perfettamente, mi chiedevo tutto il tempo, chissà se è il
cinquantottesimo o il cinquantanovesimo compleanno di
nostro padre; correvo tutto il tempo in giro per la casa e
attraversavo tutte le nostre stanze e mi chiedevo, sarà il
cinquantottesimo, sarà il cinquantanovesimo, o sarà
addirittura il sessantesimo, ma il sessantesimo non era, era il
cinquantanovesimo compleanno di mio padre, diceva Reger.
Io ero incaricato di aprire tutte le finestre e di far entrare aria
fresca, fin da allora, fin dall'infanzia e dalla giovinezza io
detestavo le correnti d'aria, ma per ordine di nostra madre
dovevo aprire ogni momento tutte le finestre e far entrare
aria, diceva lei, quindi mi toccava continuamente fare una
cosa che detestavo, e non c'era niente che detestassi tanto
quanto far entrare in casa l'aria fresca da tutte le finestre,
niente che detestassi di più delle correnti d'aria che da tutte
le parti invadevano la casa, diceva, ma com'è naturale non
c'era niente che potessi fare contro gli ordini dei miei
genitori, avevo sempre rigorosamente eseguito tutti gli ordini
dei miei genitori, non avrei mai osato non eseguire un ordine
dei miei genitori, poco importa che si trattasse di un ordine
di mia madre o di mio padre, io automaticamente e
rigorosamente eseguivo ogni ordine dei miei genitori, diceva
Reger, perché volevo sfuggire alla punizione dei miei genitori
e la punizione dei miei genitori era sempre una punizione
tremenda, crudele, temevo il supplizio al quale mi avrebbero
sottoposto i miei genitori e per questo eseguivo sempre e
rigorosamente, com'è naturale, tutti gli ordini dei miei
genitori, diceva, di qualunque ordine si trattasse, anche se dal
mio punto di vista l'ordine era un ordine completamente
assurdo, e dunque era scontato che il giorno del compleanno
di nostro padre io aprissi tutte le finestre e lasciassi che le
correnti d'aria invadessero la casa. Mia madre festeggiava
tutti i nostri compleanni, non c'è stato un solo nostro
compleanno che non sia stato festeggiato, io detestavo quelle
feste di compleanno, come lei può ben immaginare, così
come detesto ogni genere di cerimonia, ancora oggi odio ogni
festeggiamento, ogni cerimonia, niente mi disgusta di più del
festeggiare o dell'essere festeggiato, io sono uno che detesta
le festività, diceva, fin dall'infanzia detestavo tutte le feste e le
cerimonie e soprattutto detestavo festeggiare i compleanni,
non importa quali, e più di tutto detestavo quando si
festeggiava un compleanno dei nostri genitori; come può un
essere umano festeggiare un compleanno, il proprio
compleanno, ho sempre pensato, quando già il fatto di essere
al mondo non è altro che una disgrazia, sì, ho sempre
pensato, se gli esseri umani istituissero un'ora
commemorativa il giorno del loro compleanno, una specie di
ora commemorativa per ricordare il crimine perpetrato nei
loro confronti da coloro che li hanno generati, allora capirei,
ma non capisco perché una festa! diceva. I compleanni di
nostro padre sono sempre stati festeggiati con una pompa
assolutamente rivoltante, e come se non bastasse veniva
sempre invitata gente di ogni tipo che io detestavo, e si
mangiava e si beveva molto, e la cosa più disgustosa erano
naturalmente i discorsi pronunciati in onore del festeggiato e
i doni che venivano offerti al festeggiato. Del resto non c'è
davvero niente di più falso di queste feste di compleanno che
la gente si concede impunemente, niente di più rivoltante
della falsità da compleanno e dell'ipocrisia da compleanno,
diceva. E' stato in effetti il giorno del cinquantanovesimo
compleanno di nostro padre quello nel quale mia sorella è
morta, diceva Reger. Ero in piedi in un angolo al primo piano,
e cercando di proteggermi dalle fredde correnti d'aria
osservavo mia madre che con la sua fretta isterica da
compleanno correva da un locale all'altro trasportando una
volta un vaso da una stanza in un'altra, una volta una
zuccheriera da un tavolo all'altro, una tovaglia lì, un'altra
tovaglia là, un libro lì, un altro libro là, un mazzo di fiori lì,
un altro là, quando tutt'a un tratto da sotto, cioè dal piano
terra, ho udito uno schianto sordo, diceva Reger. Mia madre
si era improvvisamente fermata perché aveva udito anche lei
lo schianto sordo proveniente da sotto. Mia madre, dopo aver
udito lo schianto sordo, si arrestò di colpo e il suo volto si
fece terreo, diceva Reger. Qualcosa di atroce era successo,
questo fu chiaro in quel momento sia a mia madre che a me.
Io, dal primo piano dov'ero, scesi nell'anticamera al piano
terra, e lì trovai mia sorella morta, lunga distesa
nell'anticamera. Sì, diceva Reger, l'arresto cardiaco è una
morte invidiabile. Se anche a noi venisse un bel giorno un
arresto cardiaco sarebbe, diceva, la nostra più grande fortuna.
Ci auguriamo una morte rapida e indolore e poi magari ci
capita una lunga infermità, anni di infermità, diceva ieri
Reger, e poi diceva che era comunque una consolazione che
sua moglie non avesse sofferto a lungo, non anni, come in
alcuni casi può accadere, diceva, ma solo qualche settimana.
Ma naturalmente non c'è consolazione alla perdita dell'essere
umano che per tutta la vita ci è stato più vicino. Anche
questo è un buon metodo, diceva ieri, mentre oggi, quindi il
giorno dopo, io lo osservavo di lato e dietro di lui vedevo
Irrsigler che aveva sbirciato un attimo dentro la Sala
Sebastiano senza badare a me, mentre io dunque continuavo
a tener d'occhio Reger, il quale continuava a sua volta a
osservare l'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto, anche
questo è un buon metodo, diceva, quello di ridurre tutto a
caricatura. Un grande quadro, diceva, un quadro importante,
lo sopportiamo soltanto dopo averlo ridotto a caricatura, e un
grand'uomo, nonché una cosiddetta personalità importante,
non li sopportiamo, l'uno in quanto grand'uomo, l'altro in
quanto personalità importante, diceva, e non possiamo fare a
meno di ridurli a caricature. Se osserviamo un quadro per un
po di tempo, anche il quadro più serio, dobbiamo averlo
ridotto a caricatura per poterlo sopportare, diceva, e quindi
anche i genitori vanno ridotti a caricature, anche i superiori,
se ne abbiamo, vanno ridotti a caricature, il mondo intero,
diceva, va ridotto a una caricatura. Guardi per un po un
autoritratto di Rembrandt, uno qualsiasi, non c'è dubbio che
esso a poco a poco si trasformerà in una caricatura e lei dovrà
distoglierne lo sguardo. Guardi per un po il volto di suo
padre, quel volto si trasformerà in una caricatura e lei dovrà
distoglierne lo sguardo. Se legge Kant, e lo legge con
penetrazione, con una penetrazione sempre più grande,
vedrà che tutt'a un tratto scoppierà in una risata convulsa,
diceva. Ogni originale del resto è già di per sé una
contraffazione, diceva, lei capisce di sicuro quello che
intendo. Naturalmente ci sono fenomeni al mondo, oppure
nella natura, come preferisce, che non possiamo ridicolizzare,
mentre nell'arte tutto si può ridicolizzare, qualsiasi essere
umano può essere ridicolizzato e trasformato in una
caricatura, se vogliamo, se ne abbiamo bisogno, diceva.
Purché si sia in grado di ridicolizzare, perché non sempre
siamo in grado di ridicolizzare, e se non siamo in grado di
farlo, allora ci assale la disperazione e ci troviamo all'inferno.
Qualunque opera d'arte può essere ridicolizzata, diceva, lei se
la trova davanti in tutta la sua imponenza e da un momento
all'altro la trasforma in una cosa ridicola, così come accade
con gli esseri umani, che lei è costretto a ridicolizzare perché
non può fare diversamente. Ma quasi sempre gli esseri umani
sono ridicoli, e quasi sempre le opere d'arte sono ridicole,
diceva Reger, e lei può risparmiarsi la fatica di ridicolizzarli e
ridurli a caricature. Quasi tutti gli esseri umani sono
comunque incapaci di ridurre le cose a caricature, essi
osservano tutto fino in fondo con la loro aria terribilmente
seria, diceva, e non sono neppure sfiorati dall'idea di una
caricatura, diceva. Vanno a un'udienza papale, diceva, e
prendono sul serio il Papa e l'udienza, vita naturai durante; è
ridicolo, la storia dei papi è piena zeppa di caricature, diceva.
Certo che San Pietro è grande, diceva, ma non si può dire che
non sia ridicola. Provi a entrare in San Pietro e a sbarazzarsi
completamente delle centinaia e delle migliaia e dei milioni
di menzogne storiche del cattolicesimo, e vedrà che senza
dover aspettare a lungo tutta San Pietro si trasformerà per lei
in una cosa ridicola. Provi a recarsi a un'udienza privata e ad
aspettare il Papa, e vedrà che ancora prima che arrivi, il Papa
le sembrerà ridicolo, e in effetti è proprio ridicolo quando si
presenta nel candore kitsch del suo abito di pura seta.
Ovunque in Vaticano lei volga lo sguardo, tutto è ridicolo;
purché lei si sia sbarazzato delle menzogne storiche del
cattolicesimo e dei sentimentalismi storici del cattolicesimo e
della piccineria universale del cattolicesimo, diceva Reger.
Vede, il Papa cattolico se ne sta seduto come un burattino
giramondo, imbellettato e impantofolato sotto la sua
campana di vetro antiproiettile, circondato da burattini di
rango superiore e inferiore imbellettati e impantofolati e il
tutto è ridicolo, disgustosamente ridicolo. Provi a parlare con
uno dei nostri ultimi querimoniosi sovrani, quant'è ridicolo,
con uno dei nostri dirigenti comunisti coi paraocchi, quant'è
ridicolo. Provi a recarsi al ricevimento di Capodanno del
nostro verboso presidente della Repubblica che demolisce
qualsiasi cosa con le sue ciance senili da Padre della Patria, e
vedrà che le verrà il voltastomaco da quanto la situazione è
ridicola. La Cripta dei Cappuccini, la Hofburg, di un ridicolo
stomachevole, diceva. Vada alla chiesa dei Cavalieri di Malta
e osservi i Cavalieri di Malta che nei loro abiti neri da
Cavalieri di Malta fanno luccicare la loro candida crapa
pseudoaristocratica sotto i lampadari della chiesa, tutto
questo le sembrerà ridicolo e nient'altro. Vada alla
conferenza di un cardinale cattolico, partecipi a una
inaugurazione dell'anno accademico, e vedrà quant'è ridicolo.
Ovunque guardiamo oggi, in questo paese, finiamo col
guardare in un pozzo nero di ridicolaggine, diceva Reger.
Ogni mattina ci sale alle guance il rossore della vergogna,
talmente è ridicolo tutto, caro il mio Atzbacher, la verità è
questa. Vada al conferimento di un premio, Atzbacher, e
vedrà com'è ridicolo; personaggi ridicoli; e quanto più è
grande lo sfarzo che li accompagna tanto più sono ridicoli,
diceva, tutto è soltanto caricatura, diceva, semplicemente
tutto. Così lei si prende per amico un brav'uomo, ed ecco che
improvvisamente costui si fa nominare professore emerito, e
da quel momento in poi si fa chiamare professore, e fa
stampare il titolo di professore sulla propria carta da lettere, e
sua moglie, di punto in bianco, si presenta dal macellaio
come moglie del professore per non dover aspettare come le
altre che non hanno un professore per marito. Quant'è
ridicolo, diceva. Scale dorate, poltrone dorate, panche dorate
alla Hofburg, diceva, e seduti sulle panche tutti quegli idioti
pseudodemocratici, che cosa ridicola. Lei cammina per la
Kärntnerstrasse e tutto le sembra ridicolo, tutta la gente è
soltanto ridicola e nient'altro, lei attraversa tutta Vienna in
lungo e in largo e tutta Vienna ad un tratto le appare ridicola,
tutta la gente che incontra è ridicola, tutto quello che
incontra è ridicolo, lei vive in un mondo che è ridicolo da
cima a fondo, un mondo realmente alla deriva, diceva.
Bisogna che di colpo lei trasformi il mondo intero in una
caricatura. Lei ce l'ha la forza di trasformare il mondo in una
caricatura, diceva, la somma potenza dell'ingegno necessaria
a questo scopo, diceva, l'unica forza che ci permette di
sopravvivere, diceva. Solo le cose che alla fine troviamo
ridicole siamo in grado di padroneggiare, solo nel momento
in cui troviamo ridicolo il mondo e la vita in questo mondo
facciamo dei passi avanti, non c'è altro metodo, non c'è
metodo migliore, diceva. In uno stato di ammirazione non
possiamo resistere a lungo, e se ad esso non mettiamo fine
per tempo, diceva, andiamo in malora. Io, del resto, in tutta
la mia vita non mi sono mai lasciato prendere
dall'ammirazione, l'ammirazione mi è estranea, poiché non
esiste il miracolo l'ammirazione mi è sempre stata estranea, e
niente mi ripugna come osservare la gente che ammira, la
gente che soffre di una qualsiasi forma di ammirazione. Lei
va in una chiesa e la gente ammira, va in un museo e la gente
ammira. Va a un concerto e la gente ammira, che cosa
ripugnante. L'uomo dotato di autentico intelletto non
conosce l'ammirazione, prende atto, rispetta, considera, e
questo è tutto, diceva. La gente entra in tutte le chiese e in
tutti i musei come se portasse sulle proprie spalle un sacco
pieno di ammirazione, per questa ragione tutti hanno sempre
quella disgustosa andatura da gobbi che in effetti ha
chiunque entri in un museo o in una chiesa, diceva. Non ho
mai visto una persona entrare in una chiesa o in un museo in
tutta scioltezza, ma la cosa più disgustosa è osservare la gente
a Cnosso o ad Agrigento, quando è giunta alla meta del suo
viaggio all'insegna dell'ammirazione, perché questa gente
non viaggia se non all'insegna dell'ammirazione, diceva.
L'ammirazione rende ciechi, diceva ieri Reger, rende ottuso
colui che ammira. La maggior parte della gente, una volta
intrappolata nell'ammirazione non se ne libera più, e questo
già la rende ottusa. La maggior parte della gente rimane
ottusa per tutta la vita solo perché ammira. Non c'è niente da
ammirare, diceva ieri Reger, niente, assolutamente niente.
Dato però che la stima e il rispetto sono troppo difficili, la
gente si limita ad ammirare, le torna più comodo ammirare,
diceva Reger. L'ammirazione è più facile del rispetto e della
stima, lo stato di ammirazione è la prerogativa degli idioti,
diceva Reger. Solo l'idiota ammira, l'uomo intelligente non
ammira, l'uomo intelligente rispetta, stima, capisce, e basta.
Ma per rispettare, per stimare, per capire, ci vuole ingegno, e
la gente non ha ingegno, dei perfetti imbecilli che sono in
effetti del tutto privi di ingegno si spingono fino alle piramidi
e si aggirano tra le colonne siciliane e si fermano davanti ai
templi persiani inondando di ammirazione se stessi
e la propria ottusità, diceva. Lo stato di ammirazione è uno
stato di deficienza mentale, diceva ieri Reger, quasi tutti
vivono in questo stato di deficienza mentale. Anche al
Kunsthistorisches Museum entrano quasi tutti in questo
stato di deficienza mentale, diceva. La gente trascina con sé il
suo pesante fardello di ammirazione perché non ha il
coraggio di deporre l'ammirazione al guardaroba insieme al
cappotto. Così si trascinano faticosamente da una sala
all'altra gravati di ammirazione, diceva Reger, una cosa da far
venire il voltastomaco. L'ammirazione però non è soltanto
una caratteristica delle cosiddette persone incolte, la si trova
anzi in proporzioni assolutamente spaventose, addirittura
terrificanti, direi, anche e soprattutto presso le cosiddette
persone colte, il che è ancora più ripugnante. La persona
incolta ammira semplicemente perché è troppo stupida per
non ammirare, la persona colta invece perché è troppo
perversa, diceva Reger. L'ammirazione dei cosiddetti incolti è
del tutto naturale, l'ammirazione dei cosiddetti colti è
addirittura l'apoteosi della perversione, diceva Reger. Prenda
Beethoven, il depresso cronico, l'artista di Stato, il
compositore di Stato per eccellenza, la gente lo ammira,
eppure Beethoven è in fondo una figura in tutto e per tutto
ripugnante, in Beethoven ogni cosa è più o meno comica,
quando ascoltiamo Beethoven sentiamo ininterrottamente
una comica sprovvedutezza, il rombo, lo slancio titanico,
l'ottusità delle marce militari perfino nella sua musica da
camera. Quando ascoltiamo la musica di Beethoven sentiamo
più frastuono che musica, note cupe e cadenzate come marce
nazionali, diceva Reger. Ascolto per un po di tempo
Beethoven, l'Eroica, per esempio, ascolto con attenzione e
finisco in effetti in uno stato filosofico matematico, e rimango
anche piuttosto a lungo in quello stato filosofico matematico,
diceva Reger, finché ad un tratto non vedo l'artefice
dell'Eroica e per me tutto crolla, tutto va in frantumi, perché
in Beethoven tutto, veramente tutto è in marcia, io sento
l'Eroica, che in realtà è una vera e propria musica filosofica,
una musica filosofico matematica da ogni punto di vista,
diceva Reger, e ad un tratto ai miei occhi tutto si guasta, tutto
va in frantumi, perché io, mentre i Filarmonici suonano
questa musica in modo naturale, sento da un momento
all'altro lo scacco di Beethoven, sento il suo scacco, vedo la
sua faccia da marcia militare, lei mi capisce, diceva Reger.
Allora Beethoven mi riesce insopportabile, come del resto mi
riesce insopportabile ascoltare uno di quei nostri cantanti,
con o senza pancia, che massacra la Winterreise, sa, quel
cantante di Lieder che appoggiato al pianoforte a coda con
indosso il frac canta la Krähe mi è sempre sembrato
insopportabile e ridicolo, è una caricatura sotto ogni aspetto,
non c'è davvero niente di più ridicolo, diceva Reger, di un
cantante di arie o di Lieder in frac appoggiato al pianoforte a
coda. Com'è sublime la musica di Schubert quando non
vediamo come viene eseguita, quando non vediamo quegli
interpreti di una idiozia abissale con i loro capelli
vanitosamente inanellati, ma naturalmente quando siamo in
una sala da concerto quei cantanti li vediamo, e vedendoli
tutto diventa penoso e ridicolo, una vera catastrofe per l'udito
e per la vista. Non so, diceva Reger, se sono più ridicoli i
pianisti o i cantanti al pianoforte, dipende dallo stato mentale
in cui al momento ci troviamo. Naturalmente quello che noi
vediamo quando viene eseguita della musica è ridicolo,
caricaturale, e per conseguenza penoso, diceva. Il cantante è
ridicolo e penoso comunque canti, sia egli tenore o basso, e le
cantanti, tutte le cantanti, sono sempre e soltanto ridicole e
penose, comunque siano vestite e qualsiasi cosa cantino,
diceva. Uno che sfrega le corde, uno che sul podio esegue un
pizzicato, è troppo ridicolo, diceva. Persino quel ciccione
puzzolente di Bach, seduto all'organo di San Tommaso, era
solo una figura ridicola e profondamente penosa, su questo
non c'è da discutere. No no, gli artisti, anche i più importanti
e, come si suol dire, i più grandi, non sono altro che
personaggi kitsch, penosi e ridicoli. Toscanini, Furtwàngler,
uno troppo piccolo, l'altro troppo grande, ridicoli e kitsch. E
se lei va a teatro, le verrà addirittura il voltastomaco tanto è
ridicolo e penoso e kitsch quello che vede. Qualunque cosa
recitino e comunque la recitino, le verrà il voltastomaco. Se
recitano qualcosa di classico le verrà il voltastomaco, se
recitano qualcosa di popolare le verrà il voltastomaco. E cosa
sono tutte queste opere teatrali classiche e moderne, queste
cosiddette opere sublimi o queste opere popolari, che cosa
sono se non buffonate teatrali e rappresentazioni penose e
kitsch. Il mondo intero è oggi un mondo ridicolo,
profondamente penoso e kitsch, la verità è questa. Irrsigler si
avvicinò a Reger e di nuovo gli sussurrò qualcosa all'orecchio.
Reger si alzò in piedi, si guardò intorno, e uscì con Irrsigler
dalla Sala Bordone. Io guardai l'orologio, mancavano dieci
minuti alle undici e mezzo. Una delle ragioni per cui ero
andato al museo fin dalle dieci e mezzo era la mia intenzione
di essere perfettamente puntuale, perché Reger pretendeva
innanzitutto la puntualità, come anch'io ho sempre preteso
innanzitutto la puntualità, per me infatti nei rapporti con
gli altri la puntualità è in assoluto la cosa più importante.
Concepisco solo la puntualità, le persone non puntuali non le
sopporto. La puntualità è un tratto essenziale di Reger, così
com'è anche un mio tratto essenziale, se ho un
appuntamento io lo rispetto con perfetta puntualità, come
pure Reger rispetta con puntualità i suoi appuntamenti, mi
ha già tenuto parecchi discorsi sulla puntualità e anche
sull'affidabilità, puntualità e affidabilità sono le qualità più
importanti di un essere umano, così Reger molto spesso. Io
posso dire di essere una persona puntuale al cento per cento,
ho sempre detestato la mancanza di puntualità che del resto
non mi sono neppure mai potuto permettere. Reger è la
persona più puntuale che io conosca. Finora in vita sua non è
mai arrivato in ritardo, almeno non per sua colpa, come dice
lui, e così, almeno nella mia vita adulta, neanch'io sono mai
arrivato in ritardo per colpa mia, le persone non puntuali
sono ai miei occhi le più disgustose, con le persone non
puntuali non ho niente da spartire, con le persone non
puntuali non ho rapporti, con le persone non puntuali non
ho niente a che fare, non voglio avere niente a che fare. La
mancanza di puntualità è un difetto inammissibile che io
disprezzo e aborrisco, e che agli esseri umani non procura
altro che solitudine e infelicità. La mancanza di puntualità è
una malattia che porta alla morte chi non è puntuale, così
Reger una volta. Reger si è alzato ed è uscito dalla Sala
Bordone proprio mentre un gruppo di uomini anziani, dei
russi, come ho potuto subito constatare, guidati, come avevo
constatato altrettanto velocemente, da una interprete
ucraina, era entrato nella Sala Bordone passandomi accanto e
facendolo in modo tale da costringermi a scostarmi e a
rintanarmi in un angolo. La gente si accalca nella sala e ti
spinge via, e nemmeno si scusa, pensai, e già mi ritrovavo
appiattito contro la parete. Reger era uscito dalla Sala
Bordone dopo che Irrsigler gli aveva sussurrato qualcosa
all'orecchio e contemporaneamente il gruppo dei russi era
entrato nella Sala Bordone e si era sistemato nella Sala
Bordone, era entrato e si era sistemato nella Sala Bordone in
modo tale per cui non mi fu più possibile guardare dalla Sala
Sebastiano nella Sala Bordone, il gruppo dei russi mi aveva
completamente ostruito la visuale nella Sala Bordone. Non
vedevo che le schiene del gruppo dei russi e sentivo quello
che raccontava l'interprete ucraina, come tutte le altre guide
del Kunsthistorisches Museum diceva sciocchezze, quelle che
ficcava nelle teste delle sue vittime russe non erano altro che
le solite sgradevoli chiacchiere sull'arte. Guardate là, diceva,
guardate la bocca, là, guardate bene, diceva, guardate le
orecchie come sono sporgenti, e là, guardate il rosa delicato
sulla gota dell'angelo, e qui, guardate l'orizzonte sullo sfondo,
come se tutto ciò, nei quadri di Tintoretto, non l'avrebbe
visto chiunque anche senza quelle stupide osservazioni. Le
guide nei musei trattano sempre gli individui che sono stati
loro affidati come se questi non fossero altro che dei cretini,
nient'altro che incomparabili cretini, mentre costoro non
sono mai così cretini, ma le guide imperterrite spiegano
sempre di preferenza ciò che per sua natura risulta quanto
mai evidente, e cioè cose che non hanno bisogno di
spiegazioni, eppure le guide non smettono mai di spiegare,
non smettono mai di indicare e non smettono mai di parlare.
Le guide nei musei non sono altro che ingranaggi vanesi per
la produzione della chiacchiera, ingranaggi tenuti in funzione
per tutto il tempo in cui accompagnano un gruppo attraverso
il museo, e questo ingranaggio per la produzione della
chiacchiera ripete sempre, anno dopo anno, le stesse cose. Le
guide dei musei non sono altro che produttori vanesi della
chiacchiera sull'arte, individui che non hanno dell'arte la
benché minima idea e che sfruttano l'arte riducendola a
chiacchiera disgustosa senza farsi alcuno scrupolo. Le guide
nei musei scodellano tutto l'anno la loro chiacchiera sull'arte
incassando in compenso un mucchio di quattrini.
Io ero stato spintonato nell'angolo dal gruppo dei russi e
ormai non vedevo altro che schiene russe, e cioè nient'altro
che pesanti pastrani invernali russi dai quali emanava un
odore penetrante di naftalina, perché evidentemente il
gruppo dei russi era stato costretto a percorrere a piedi, sotto
l'acquerugiola, la strada che dall'autobus porta direttamente
alla Pinacoteca. Poiché soffro da decenni di difficoltà
respiratorie e ho comunque più volte al giorno la sensazione
di essere sul punto di soffocare persino all'aria aperta, quegli
istanti, che in effetti furono minuti, dietro al gruppo dei russi
sono stati per me davvero sgradevoli, costretto in un angolo
della Sala Bordone, io inspiravo continuamente un'aria che
puzzava di naftalina, aria di gran lunga troppo pesante per i
miei polmoni debilitati. La respirazione all'interno del
Kunsthistorisches Museum mi risulta già di per sé alquanto
difficoltosa, per non parlare di circostanze come quella che si
è venuta a creare quando è comparso il gruppo dei russi. La
guida ucraina parlava con il gruppo dei russi il cosiddetto
russo moscovita classico che io in gran parte capivo, ma
quando diceva qualche cosa in tedesco aveva una pronuncia
terribile, un suono addirittura lancinante, il suo modo di
pronunciare la parola Engelskopf era semplicemente atroce.
In un primo momento non avrei saputo dire se l'interprete
era venuta dalla Russia con il gruppo dei russi, o se invece era
una di quelle emigranti russe che si sono trasferite a Vienna
dopo la guerra e che ancora oggi si trasferiscono a Vienna,
una di quelle emigranti ebree russe di grande intelligenza che
pur rimanendo nell'ombra hanno sempre dato un tono a
Vienna, a tutto vantaggio, da sempre, della società
intellettuale viennese. Queste emigranti ebree russe sono
infatti il vero e proprio sale della vita mondana viennese, lo
sono state sempre, senza di loro la vita mondana viennese
sarebbe priva di interesse. E' vero che questa gente quando
diventa megalomane, come si suol dire, e vorrebbe tenere
sotto controllo ora questo ora quello, finisce col dare sui
nervi, ma l'interprete in questione non era un tipico
esemplare di quel genere di emigrante russa di cui ora sto
parlando, ammesso, come dicevo, che fosse effettivamente
una di quelle emigranti russe, quella donna sembrava
piuttosto essere arrivata a Vienna dalla Russia con il gruppo
dei russi, il modo in cui parlava il suo russo davanti al gruppo
dei russi è in contrasto con l'ipotesi che la vuole una
emigrante russa, mentre conforta l'ipotesi secondo cui era
arrivata a Vienna col gruppo dei russi, probabilmente solo
quel giorno stesso, questa fu almeno la mia impressione non
appena ebbi osservato il suo abbigliamento, soprattutto gli
stivali, non indossava infatti niente di occidentale,
probabilmente è una comunista che ha studiato storia
dell'arte, pensai, mentre, come si suol dire, la squadravo dalla
testa ai piedi non appena ebbi l'occasione di farlo. Quasi
sempre le emigranti russe residenti a Vienna di cui ho parlato
poco fa si vestono infatti all'occidentale, non proprio
all'occidentale come i veri occidentali, ma comunque
all'occidentale. No, l'interprete non è un'emigrante russa,
pensai, ha passato la frontiera durante la notte con il gruppo
dei russi e la notte scorsa non ha neppure dormito, così come
non ha dormito il gruppo dei russi a lei affidato, il gruppo si è
per così dire catapultato direttamente dalla Russia, e da quel
lurido autobus direttamente nel museo, lo si vede
dall'aspetto, l'aspetto dell'interprete e l'aspetto del gruppo.
Poiché il gruppo dei russi mi ostruiva la visuale, adesso non
riuscivo nemmeno più a vedere la panca rivestita di velluto
nella Sala Bordone, sicché non potevo vedere se Reger fosse
sempre assente o se fosse rientrato. La Sala Sebastiano dove
io mi trovavo, schiacciato contro la parete, è la peggio
ventilata di tutto il Kunsthistorisches Museum, proprio nella
Sala Sebastiano dovevo farmi schiacciare contro la parete da
quel gruppo di russi, pensai, e proprio da questa gente, poi,
che puzza di aglio e di sterco e di umido. Ho sempre
detestato gli assembramenti, li ho evitati per tutta la vita, non
ho mai partecipato a un'assemblea, a nessun tipo di
assemblea, a causa del mio odio per la massa, come del resto
anche Reger non c'è mai andato, non c'è niente che io odi più
profondamente della massa, della folla, e infatti ho
costantemente l'impressione, anche se non mi ci trovo in
mezzo, che la massa o la folla stiano per sopraffarmi. Già da
bambino mi tenevo lontano dalla massa, già allora odiavo la
folla, gli assembramenti, quella concentrazione di bassezza e
stupidità e menzogna. Tanto dovremmo amare il singolo
individuo, penso, quanto odiamo le masse.
Ma questo gruppo di russi non era naturalmente il primo
che mi capitava di incontrare al Kunsthistorisches Museum e
che per così dire mi coglieva alla sprovvista e mi schiacciava
contro la parete, ultimamente i gruppi russi al
Kunsthistorisches Museum sono in aumento, sembra
addirittura che al Kunsthistorisches Museum vengano più
gruppi russi che gruppi italiani. I russi e gli italiani si
presentano sempre in gruppo al Kunsthistorisches Museum,
al contrario degli inglesi che non si presentano mai in
gruppo, ma sempre come singoli, e dei francesi che pure si
presentano sempre come singoli. Certi giorni le guide russe,
maschi e femmine, gareggiano con quelle italiane a chi grida
più forte, così che il Kunsthistorisches Museum si trasforma
in un urlatoio. Naturalmente questo capita soprattutto di
sabato, proprio il giorno in cui Reger e io non andiamo mai al
Kunsthistorisches Museum, perché il fatto che io e Reger si
sia venuti oggi, di sabato, al Kunsthistorisches Museum, è
uno strappo alla regola, ed è evidente che abbiamo sempre
fatto bene a non andare di sabato al Kunsthistorisches
Museum, anche se di sabato, come di domenica, la visita è
gratuita. Preferisco pagare i venti scellini del biglietto di
ingresso, così Reger una volta, e non dovermi subire questi
terrificanti gruppi di visitatori. Dover subire i gruppi che
visitano il museo è un castigo di Dio, non conosco niente di
più atroce, così Reger una volta. Certamente per lui, anche se,
come si suol dire, se l'era voluto, aver preso appuntamento
con me al Kunsthistorisches Museum proprio quel sabato era
un castigo di Dio, pensavo, e mi chiedevo, non riuscendo a
darmi una risposta, a che scopo l'avrà fatto? Naturalmente mi
sarebbe anche piaciuto sapere che cosa aveva sussurrato
adesso Irrsigler, per la seconda volta, all'orecchio di Reger, la
prima volta era stata una cosa che non sembrava
minimamente averlo colpito, la seconda volta invece una cosa
che aveva subito indotto Reger ad alzarsi dalla panca della
Sala Bordone e a uscire dalla Sala Bordone. Irrsigler non
perde occasione di dire che il suo è un posto di
responsabilità, è commovente quando lo dice, e lo dice così
spesso che più passa il tempo e più diventa commovente.
Irrsigler fa con la testa un cenno di saluto quando Reger
arriva e lui lo nota, cosa che non fa quando arrivo io e vede
me. Irrsigler ha già ottenuto tre volte da Reger un prestito a
lunga scadenza allo scopo di arredare l'appartamento,
prestito che poi non ha mai dovuto rimborsare a Reger. Reger
ha già regalato più volte a Irrsigler degli abiti smessi, capi
preziosi, davvero di gran classe, confezionati con stoffe di
raffinatissimo tweed, tutto quello che indosso, mi ha detto
Reger una volta, viene dalle Ebridi. Ma Irrsigler non ha quasi
mai l'occasione di indossare i preziosi capi di Reger, perché
durante tutta la settimana presta servizio nella sua uniforme
al Kunsthistorisches Museum, tutti i giorni salvo il lunedì, e il
lunedì lo passa tutto il giorno aggirandosi per la casa in tuta
da meccanico perché lui il lunedì lo dedica interamente ai
lavori di casa. Fa tutto da sé. Dipinge, esegue i lavori di
falegnameria, pianta chiodi, lavora con il trapano, e
addirittura salda, tutto, tutto fa da sé. L'ottanta per cento
degli austriaci nel tempo libero si aggira in tuta per la casa,
sostiene Reger, e la maggior parte di loro lo fa persino la
domenica e nei giorni festivi, la maggior parte degli austriaci
la domenica e nei giorni festivi si aggira per casa in tuta da
lavoro e imbianca la casa, e pianta chiodi, e salda. Il tempo
libero è per gli austriaci il vero e proprio tempo di lavoro,
sostiene Reger. La maggior parte degli austriaci non sa che
cosa farsene del tempo libero e lo spreca lavorando
ottusamente. Per tutta la settimana stanno seduti nei loro
uffici o in piedi nei loro cantieri, dice Reger, di domenica e
nei giorni festivi li si vede sempre mentre sbrigano i lavori di
casa nelle loro tute, imbiancano le loro quattro mura o
piantano qualche chiodo sul tetto o lavano l'automobile.
Irrsigler è uno di questi tipici austriaci, dice Reger, e quelli
del Burgenland sono gli austriaci più tipici. L'abitante del
Burgenland si infila l'abito domenicale solo una volta la
settimana per due ore, tutt'al più due ore e mezzo, quando va
in chiesa, il resto del tempo e per tutta la vita indossa la tuta,
dice Reger, che poi è la sua tuta da lavoro. L'abitante del
Burgenland lavora tutta la settimana in tuta, dorme poco,
veramente poco ma bene, e di domenica e nei giorni festivi va
in chiesa con l'abito domenicale per elevare un canto al
Signore ma poi, subito dopo, si toglie l'abito domenicale e si
rinfila la tuta. Anche nella società industriale di oggigiorno
l'abitante del Burgenland è rimasto in tutto e per tutto un
contadino, sebbene l'abitante del Burgenland vada a lavorare
in fabbrica ormai da decenni, egli è comunque rimasto in
tutto e per tutto un contadino come lo erano i suoi antenati,
l'abitante del Burgenland, diceva Reger, sarà sempre un
contadino. Irrsigler è a Vienna ormai da molto tempo, eppure
è rimasto un contadino, così Reger. Il contadino, del resto, ha
sempre portato bene l'uniforme, qualsiasi uniforme, diceva
Reger. Il contadino o fa il contadino oppure s'infila
un'uniforme, diceva Reger. Se i figli erano molti, uno
diventava e rimaneva contadino, gli altri s'infilavano
l'uniforme dello Stato o quella della Chiesa cristiano cattolica,
così è sempre stato, diceva Reger. Un abitante del Burgenland
o fa il contadino oppure s'infila un'uniforme, e se non può né
fare il contadino né infilarsi un'uniforme, è inevitabile che
vada in rovina, così Reger. Da secoli i contadini, quando sono
sfuggiti alla loro sorte di contadini, lo hanno fatto per
rifugiarsi in un'uniforme, diceva Reger. Irrsigler, lo diceva
anche lui, aveva avuto fortuna, perché il posto di custode, di
dipendente statale al Kunsthistorisches Museum, non viene
assegnato che una volta ogni paio d'anni, ovvero soltanto
quando uno dei custodi va in pensione o muore. La gente del
Burgenland viene assunta volentieri a ricoprire il posto di
custode nei musei, lo stesso Irrsigler non avrebbe saputo
dirne la ragione, ma sta di fatto che la maggior parte dei
custodi nei musei di Vienna proviene dal Burgenland.
Probabilmente, così Irrsigler una volta, perché la gente del
Burgenland è conosciuta per essere particolarmente sincera
ma anche particolarmente stupida, e per essere modesta.
Perché loro, la gente del Burgenland, avrebbero conservato
fino a oggi un carattere integerrimo. Quando gli capitava di
osservare come andavano le cose nella polizia, era contento
che la polizia non lo avesse accettato. Accennò anche al fatto
che una volta si era messo in mente di entrare in un
convento, anche lì infatti forniscono l'abbigliamento, e poi
mai come al giorno d'oggi i conventi cercavano nuove leve,
ma in convento in qualità di frate laico sarebbe stato
semplicemente sfruttato dai suoi superiori, come lui si
esprimeva, dagli officianti, i quali fanno in convento proprio
una bella vita, a scapito dei frati laici che sono ad essi
completamente asserviti. Certo che lì non avrebbe dovuto far
altro che spaccare la legna e foraggiare i maiali, e d'estate,
sotto il sole a picco, selezionare i cavoli, e d'inverno spalare i
viottoli del convento, diceva. I frati laici sono dei poveracci,
così Irrsigler una volta, e lui non aveva voluto diventare un
poveraccio. Sebbene i suoi genitori vedessero di buon occhio
la sua entrata in convento, avrei anche potuto entrare subito,
diceva, in Tirolo lo aspettavano già. Fare il frate laico è ancora
peggio che essere rinchiuso in un penitenziario, così Irrsigler.
I monaci officianti se la passano bene, così lui, ma i frati laici
non sono altro che schiavi. Secondo lui nei conventi regna
ancora la schiavitù del Medioevo per i frati laici, i quali hanno
ben poco da ridere e, come se non bastasse, da mangiare
ricevono soltanto gli avanzi. Lui si era rifiutato di diventare il
servo dei religiosi satolli, profanatori del Signore, per dirla
con Reger, che sguazzano nell'abbondanza dei conventi
godendosi la vita, aveva detto di no per tempo. Lui, Reger, era
andato una volta al Prater con la famiglia Irrsigler, allora la
moglie di Reger era già gravemente ammalata. Reger era
sempre stato ipersensibile nei rapporti con i bambini,
sopportava i bambini solo per brevissimo tempo, quando
andava a trovare dei bambini non doveva essere nel mezzo di
un processo lavorativo, era stata un'avventura invitare la
famiglia Irrsigler un giorno al Prater, lui, Reger, aveva già da
tempo, da anni, la sensazione, queste le sue parole, di essere
in debito con Irrsigler, perché in effetti io al
Kunsthistorisches Museum approfitto di una cosa che non mi
spetta, rimango seduto per ore sulla panca della Sala
Bordone, così Reger, a pensare, a riflettere, e perfino a leggere
libri e articoli, mi siedo sulla panca della Sala Bordone che è
stata collocata lì per i normali visitatori del museo, non per
me, e comunque non certo per me da più di trent'anni, così
Reger. Pretendo da Irrsigler che ogni due giorni mi lasci
prendere posto sulla panca della Sala Bordone senza averne il
diritto, in fin dei conti nella Sala Bordone capita molto spesso
che la gente si voglia sedere sulla panca e che non si possa
sedere perché sulla panca della Sala Bordone sono seduto io,
diceva Reger. D'altronde la panca della Sala Bordone è ormai
diventata addirittura una condizione pressoché
indispensabile del mio pensare, così Reger ieri ancora una
volta, la panca della Sala Bordone mi è infatti molto più
congeniale dell'Ambassador, dove non mi manca certo un
posto a sedere ideale per pensare, eppure sulla panca della
Sala Bordone penso con un'intensità molto maggiore che
all'Ambassador, dove peraltro penso comunque, perché di
pensare non smetto mai, così Reger, come lei sa io penso in
continuazione, penso addirittura nel sonno, ma sulla panca
della Sala Bordone penso nel modo per me più vantaggioso,
quindi per pensare mi siedo sulla panca della Sala Bordone. A
giorni alterni prendo posto sulla panca della Sala Bordone,
così Reger, non tutti i giorni, è naturale, perché la cosa in
effetti potrebbe alla lunga rivelarsi disastrosa, se tutti i giorni
infatti io mi sedessi sulla panca della Sala Bordone
distruggerei tutto ciò che considero importante, e com'è
naturale niente è per me più importante del pensare, io penso
dunque vivo, io vivo dunque penso, così Reger, e dunque mi
siedo a giorni alterni sulla panca della Sala Bordone e per
almeno tre o quattro ore resto seduto sulla panca della Sala
Bordone, il che significa semplicemente che durante quelle
tre o quattro, e a volte anche cinque ore, accaparro per me
solo la panca della Sala Bordone e nessun altro può prendervi
posto. Per quei visitatori stremati del museo, che entrano qui
nella Sala Bordone completamente esausti e si vorrebbero
sedere sulla panca della Sala Bordone, è ovviamente una vera
sfortuna che io sia seduto sulla panca della Sala Bordone, ma
non posso fare diversamente, infatti già a casa, al momento
del risveglio, per non lasciarmi andare alla disperazione,
penso che quanto prima mi metterò a sedere sulla panca
della Sala Bordone; se una volta non dovessi potermi sedere
sulla panca della Sala Bordone sarei il più disperato degli
uomini, così Reger. In questi trent'anni e più, Irrsigler ha
sempre tenuto libera per me la panca della Sala Bordone, così
Reger, solo una volta arrivai nella Sala Bordone e la panca
della Sala Bordone era occupata, un inglese coi pantaloni alla
zuava aveva preso posto sulla panca della Sala Bordone, e non
ci fu verso di farlo alzare dalla panca della Sala Bordone, non
servirono neppure le insistenti preghiere di Irrsigler, neppure
le mie preghiere, ogni sforzo fu vano, l'inglese rimaneva
seduto sulla panca della Sala Bordone, così Reger, senza
curarsi né di me né di Irrsigler. Era venuto apposta
dall'Inghilterra, dal Galles, per la precisione, era venuto a
Vienna, al Kunsthistorisches Museum, per guardarsi l'Uomo
dalla barba bianca di Tintoretto, disse l'inglese del Galles,
così Reger, e non vedeva perché mai avrebbe dovuto alzarsi
dalla panca che era lì apposta perché su di essa si sedessero i
visitatori del museo che si interessavano particolarmente
all'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto. Io avevo tentato a
lungo di convincere l'inglese, ma l'inglese ha finito per non
darmi più retta, assolutamente, e poiché non lo interessava
affatto quello che io dicevo per fargli capire come per me
fosse importante rimanere seduto sulla panca della Sala
Bordone, quale significato avesse per me quella panca della
Sala Bordone, Irrsigler disse a più riprese all'inglese, il quale
tra parentesi indossava una giacca scozzese di gran classe,
così Reger, che la panca sulla quale era seduto era riservata a
me, cosa assolutamente contraria al regolamento perché
nessuna panca del Kunsthistorisches Museum può essere una
panca riservata a chicchessia, sicché Irrsigler con questa
affermazione, così Reger, si era messo dalla parte del torto,
eppure disse in effetti che la panca
era riservata; ma l'inglese da quel momento in poi non fece
più caso né a quello che diceva Irrsigler né a quello che
dicevo io a proposito della panca della Sala Bordone, l'inglese
ci lasciò parlare e intanto prendeva appunti su un piccolo
taccuino, probabilmente, suppongo, appunti sull'Uomo dalla
barba bianca. L'inglese del Galles potrebbe essere un uomo
interessante, ho pensato, così Reger, e intanto, prima di
imbarcarmi in piedi in una discussione con lui che era ormai
inutile e priva di senso sulla panca della Sala Bordone, panca,
pensai, della quale non posso comunque fargli capire
l'importanza che ha per me, intanto, ho pensato, ora mi siedo
accanto a lui sulla panca, semplicemente mi siedo, con la
massima cortesia, s'intende, sulla panca accanto all'inglese
del Galles, questo ho pensato, e semplicemente mi sono
seduto accanto a lui sulla panca. L'inglese del Galles si spostò
di qualche centimetro verso destra in modo che io potessi
prendere posto sulla sinistra. Non mi ero mai seduto in
coppia, per così dire, sulla panca della Sala Bordone, quella fu
la prima volta. Irrsigler era evidentemente contento che io
avessi sdrammatizzato la situazione sedendomi sulla panca
della Sala Bordone, e quindi scomparve immediatamente a
un mio rapido cenno, così Reger, mentre io, come l'inglese
del Galles, ripresi l'osservazione dell'Uomo dalla barba
bianca. Ma la interessa davvero questo Uomo dalla barba
bianca? ho chiesto all'inglese, e per tutta risposta, in certo
modo differita, ho ricevuto un secco cenno affermativo della
sua testa inglese. La mia domanda non aveva senso e mi
dispiacque immediatamente di averla fatta, adesso, pensai,
ho fatto una delle domande più imbecilli che uno possa
sognarsi di fare, così Reger, e decisi di non dire più niente e
di aspettare che l'inglese si alzasse e se ne andasse nel più
assoluto silenzio. L'inglese però non pensava affatto di alzarsi
e di andarsene, anzi estrasse dalla tasca della giacca un libro
piuttosto grosso rilegato in pelle nera, e si mise a leggere;
alternativamente leggeva il suo libro e guardava l'Uomo dalla
barba bianca, io nel frattempo avevo notato che usava Aqua
brava, un profumo che non mi dispiaceva. Se l'inglese usa
Aqua brava, pensai, vuol dire che ha buon gusto. La gente che
usa Aqua brava ha senz'altro buon gusto, un inglese, per di
più un inglese del Galles che usa Aqua brava, non può
ovviamente non essermi simpatico, pensai, così Reger. Di
tanto in tanto compariva Irrsigler per controllare se l'inglese
se ne fosse finalmente andato, così Reger, ma l'inglese non ci
pensava neppure ad andarsene, continuava a leggere qualche
pagina del suo libro rilegato in pelle nera e poi di nuovo
guardava per qualche minuto l'Uomo dalla barba bianca e
così via, aveva tutta l'aria di voler rimanere seduto molto a
lungo sulla panca della Sala Bordone. Gli inglesi affrontano
tutto quello che affrontano con grandissimo zelo, proprio
come i tedeschi quando si tratta dell'arte, così Reger, e in
fatto di arte un inglese più zelante di quello io in vita mia non
l'avevo mai visto. Senza alcun dubbio sedeva ora accanto a
me un cosiddetto intenditore d'arte, e allora, pensai, così
Reger, ma tu li hai sempre odiati gli intenditori d'arte, e
adesso eccoti seduto accanto a uno di questi intenditori
d'arte che trovi anche simpatico, non solo perché usa Aqua
brava, non solo per il suo abbigliamento scozzese di gran
classe, a poco a poco questo individuo ti riesce simpatico nel
suo insieme, così Reger. Per farla breve, così Reger, l'inglese
lesse per almeno mezz'ora e anche di più il suo libro rilegato
in pelle nera, e per un'altra mezz'ora guardò l'Uomo dalla
barba bianca di Tintoretto, rimase dunque un'ora intera
seduto accanto a me sulla panca della Sala Bordone, finché ad
un tratto si alzò e si voltò verso di me e mi chiese che cosa ci
facessi io nella Sala Bordone, era pur sempre un fatto
inconsueto, disse, che qualcuno si trattenesse per più di
un'ora intera in una sala come la Sala Bordone, seduto su
questa panca estremamente scomoda a fissare l'Uomo dalla
barba bianca. A quelle parole, com'è naturale, rimasi
completamente esterrefatto, così Reger, e sul momento non
seppi che cosa rispondere all'inglese. Ma sì, dissi, non so
nemmeno io che cosa ci faccio qui, così ho detto all'inglese
del Galles, non mi è venuto in mente nient'altro da dirgli.
L'inglese mi osservò irritato, come se mi ritenesse
completamente pazzo. Bordone, disse l'inglese,
insignificante, Tintoretto, d'accordo, disse. L'inglese prese il
fazzoletto dalla tasca sinistra dei pantaloni e lo infilò nella
tasca destra. Un tipico gesto per togliersi d'imbarazzo, mi
dissi, e siccome l'inglese, che d'un tratto aveva cominciato a
divertirmi, voleva andarsene, essendosi da tempo rimesso in
tasca il suo libro rilegato in pelle nera e il suo taccuino, io lo
invitai a riprendere posto sulla panca della Sala Bordone e a
tenermi compagnia ancora per un po, con franchezza gli dissi
che lui mi interessava, gli dissi perfino che ai miei occhi
sprigionava un certo fascino, così Reger a me. In tal modo
conobbi per la prima volta un inglese del Galles che trovai
assolutamente simpatico, diceva Reger, perché gli inglesi in
genere non mi sono simpatici, e neppure i francesi del resto,
e neppure i polacchi, e neppure i russi, per non parlare degli
scandinavi, che mi sono sempre stati antipatici. Un inglese
simpatico è una rarità, pensai tra me e me, mentre, dopo
essermi alzato con l'inglese quando questi si era levato, mi
risiedevo con lui. Mi interessava sapere se l'inglese era in
effetti venuto al Kunsthistorisches Museum solo per l'Uomo
dalla barba bianca, così Reger, sicché gli domandai se fosse
proprio quella la ragione del suo viaggio, e l'inglese rispose
con un cenno affermativo del capo. L'inglese tra l'altro
parlava inglese, cosa a me gradita, ma poi tutt'a un tratto
incominciò a parlare tedesco, un tedesco molto stentato, quel
tedesco stentato degli inglesi che tutti gli inglesi parlano
quando credono di sapere il tedesco che invece non sanno
mai, così Reger, probabilmente l'inglese voleva parlare
tedesco e non inglese per migliorare il suo tedesco, perché no
del resto, se uno non è un perfetto imbecille, preferisce,
quando va all'estero, parlare la lingua del paese in cui si trova,
e così lui raccontò nel suo stentato tedesco da inglese di
essere venuto in Austria e a Vienna solo per l'Uomo dalla
barba bianca, non per Tintoretto, disse, diceva Reger, ma solo
per l'Uomo dalla barba bianca, il museo nel suo insieme non
lo interessava, non lo interessava affatto, non aveva la benché
minima passione per i musei, detestava i musei e nei musei
era sempre entrato solo di malavoglia, al Kunsthistorisches
Museum, infatti, era entrato esclusivamente per studiare
l'Uomo dalla barba bianca, perché a casa sua aveva un Uomo
dalla barba bianca tale e quale a questo appeso sopra il
camino della sua camera da letto nel Galles, proprio lo stesso
Uomo dalla barba bianca, disse l'inglese, diceva Reger. Ho
sentito dire, disse l'inglese, diceva Reger, che al
Kunsthistorisches Museum di Vienna è esposto un Uomo
dalla barba bianca tale e quale a quello che c'è nella mia
camera da letto nel Galles, questa notizia non mi ha più dato
pace e allora sono venuto a Vienna. Per due anni non ho più
avuto pace nella mia camera da letto nel Galles all'idea che
probabilmente, appeso alle pareti del Kunsthistorisches
Museum di Vienna, vi fosse proprio un Uomo dalla barba
bianca di Tintoretto tale e quale a quello della mia camera da
letto, e così ieri mi sono messo in viaggio e sono venuto a
Vienna. Che lei mi creda o no, così l'inglese, così Reger a me,
l'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto che è appeso nella
mia camera da letto nel Galles è uguale a quello che è appeso
qui. Non credevo ai miei occhi, disse l'inglese ovviamente in
inglese, quando ho avuto la certezza che questo Uomo dalla
barba bianca è uguale a quello della mia camera da letto,
naturalmente la notizia mi ha profondamente turbato.
Questo turbamento è riuscito però a dissimularlo benissimo,
ho detto io all'inglese, diceva Reger a me. Del resto gli inglesi
sono sempre stati maestri di autocontrollo, ho detto
all'inglese del Galles, diceva Reger, anche nei momenti di
massimo turbamento conservano calma e sangue freddo, ho
detto all'inglese, mi diceva Reger. Non ho smesso un attimo
di confrontare il mio Uomo dalla barba bianca di Tintoretto,
appeso nella mia camera da letto nel Galles, con l'Uomo dalla
barba bianca di Tintoretto esposto in questa sala, disse
l'inglese ed estrasse dalla tasca della giacca il suo libro
rilegato in pelle nera e su quel libro mi mostrò la
riproduzione del suo Tintoretto. In effetti, dissi io all'inglese,
il Tintoretto riprodotto sul libro è uguale a quello appeso a
questa parete. Ecco, vede, lo dice anche lei! disse l'inglese del
Galles. I due quadri coincidono fin nei minimi dettagli, dissi
io, l'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto qui riprodotto nel
suo libro è identico a quest'altro appeso alla parete. Può in
effetti confrontarli, come si suol dire, fin nei minimi dettagli,
e sarà costretto ad ammettere che tutto coincide in maniera
davvero sorprendente, come se si trattasse dello stesso
quadro, dissi io, diceva Reger a me. Ma l'inglese non era
affatto agitato, diceva Reger, se il quadro nella Sala Bordone
fosse stato identico al quadro appeso nella mia camera da
letto, io non sarei certo rimasto così freddo, diceva Reger,
l'inglese continuava a guardare alternativamente il suo libro
rilegato in pelle nera dov'era riprodotto a tutta pagina e a
colori, come si suol dire, l'Uomo dalla barba bianca della sua
camera da letto nel Galles e poi di nuovo l'Uomo dalla barba
bianca della Sala Bordone. Un mio nipote, due anni fa, è stato
a Vienna e non volendo andare tutti i giorni al Konzerthaus,
un martedì, senza che la cosa lo interessasse veramente, è
venuto qui al Kunsthistorisches Museum, disse l'inglese, così
Reger, uno dei miei tanti nipoti che ogni anno viaggiano in
lungo e in largo per l'Europa o l'America o l'Asia o chissà
dove, e allora, al Kunsthistorisches Museum, ha visto l'Uomo
dalla barba bianca di Tintoretto appeso alla parete, è arrivato
da me agitatissimo e mi ha detto di aver visto, per così dire, il
mio Tintoretto esposto al Kunsthistorisches Museum. Io
naturalmente non ho creduto alle sue parole e gli ho riso in
faccia, disse l'inglese, diceva Reger, pensai che si trattasse di
un brutto scherzo, uno di quei brutti scherzi che i miei nipoti
mi infliggono tutto l'anno traendone un'intima soddisfazione.
Il mio Tintoretto a Vienna, al Kunsthistorisches Museum?
dissi, e dissi a mio nipote che doveva avere le allucinazioni,
che si togliesse dalla mente una simile assurdità. Mio nipote
insisteva però nel dire di aver visto a Vienna, al
Kunsthistorisches Museum, il mio Tintoretto appeso alla
parete. Naturalmente questa incredibile notizia riferitami da
mio nipote mi assillava, disse l'inglese, diceva Reger, e in
fondo non mi dava pace. Mio nipote è vittima di un errore,
pensavo in continuazione. Eppure non riuscivo più a
togliermi questa storia dalla mente. Santo cielo, disse
l'inglese, lei non ha idea del valore di questo Tintoretto, è
un'eredità, una mia prozia da parte di madre che viene
chiamata la zia di Glasgow mi ha lasciato il Tintoretto in
eredità, disse l'inglese, diceva Reger. Ho appeso il quadro
nella mia camera da letto perché mi sembra il luogo più
sicuro, è lì appeso sopra il mio letto con la peggiore
illuminazione che uno possa immaginare, disse l'inglese,
diceva Reger. In Inghilterra vengono rubate ogni giorno
migliaia di opere di Antichi Maestri, disse l'inglese, diceva
Reger, in Inghilterra centinaia di organizzazioni si sono
specializzate nel furto di Antichi Maestri, soprattutto italiani,
che in Inghilterra sono particolarmente richiesti. Non sono
un intenditore d'arte, caro signore, così l'inglese, diceva
Reger, di arte io non capisco assolutamente niente, anche se
naturalmente so apprezzare un simile capolavoro. Mi si sono
già presentate parecchie occasioni per vendere questo
dipinto, ma per ora non ne ho bisogno, non ancora, disse
l'inglese, diceva Reger, ma naturalmente può venire il
momento in cui sarò costretto a vendere l'Uomo dalla barba
bianca.
Del resto non ho solo l'Uomo dalla barba bianca di
Tintoretto, possiedo parecchie dozzine di italiani, un Lotto,
Crespi, Strozzi, Giordano, un Bassano, tutti grandissimi
maestri da ogni punto di vista. Tutti regalati da questa zia di
Glasgow, disse l'inglese, diceva Reger. Non sarei mai venuto a
Vienna se non mi avesse costantemente tormentato il
sospetto che forse mio nipote poteva dopotutto aver ragione,
che forse il mio Tintoretto era davvero esposto al
Kunsthistorisches Museum di Vienna, Vienna non mi ha mai
interessato perché non sono un intenditore di musica, e
nemmeno un musicofilo, disse l'inglese, diceva Reger, niente
mi avrebbe indotto a venire in Austria se non questo
sospetto. E adesso sono seduto qui, e vedo che il mio
Tintoretto è in effetti appeso a questa parete del
Kunsthistorisches Museum. Guardi pure lei stesso,
quest'Uomo dalla barba bianca che è qui ritratto e che si
trova appeso nella mia camera da letto nel Galles è il
Tintoretto che è appeso qui, alla parete del Kunsthistorisches
Museum, disse l'inglese, diceva Reger, e di nuovo l'inglese mi
tenne aperto davanti agli occhi il libro rilegato in pelle nera.
E' come se non solo fosse uguale, è come se fosse
assolutamente lo stesso, disse l'inglese, diceva Reger.
L'inglese si alzò dalla panca e si avvicinò moltissimo all'Uomo
dalla barba bianca e rimase per un momento immobile
davanti all'Uomo dalla barba bianca. Io osservavo l'inglese e
nello stesso tempo lo ammiravo, perché in vita mia non avevo
mai visto una persona dotata di un simile sovrumano
autocontrollo, diceva Reger, io osservavo l'inglese del Galles e
pensavo che io stesso, di fronte a un fatto così inaudito, e cioè
alla constatazione che al Kunsthistorisches Museum è appeso
lo stesso identico quadro che si trova in camera mia, nel
Galles, sopra il mio letto, avrei completamente perso il
controllo. Osservavo l'inglese che avanzò fino ad arrivare
vicinissimo all'Uomo dalla barba bianca e si mise a fissarlo, e
poiché io lo guardavo da dietro, non potevo, com'è naturale,
vederlo in faccia, mi diceva Reger, ma naturalmente, pur
guardandolo di spalle, sapevo che lui fissava l'Uomo dalla
barba bianca e che mentre lo faceva campeggiava sul suo
volto qualcosa di simile allo sconcerto. L'inglese non si voltò
per molto tempo, e quando lo fece il suo volto era cereo,
diceva Reger. Un volto così cereo l'avevo visto raramente in
vita mia, così Reger, e mai in un inglese. L'inglese, infatti,
prima di alzarsi in piedi e di mettersi a fissare l'Uomo dalla
barba bianca, aveva il tipico volto rubizzo degli inglesi,
mentre adesso il suo volto non poteva che dirsi cereo, così
Reger dell'inglese. Sconcertato non è neppure la parola
appropriata, diceva Reger dell'inglese. Irrsigler ha osservato
per tutto il tempo la scena, diceva Reger, Irrsigler era rimasto
in piedi zitto zitto in un angolo, nel punto della sala in cui
iniziano i quadri di Veronese, così Reger. L'inglese si sedette
di nuovo sulla panca della Sala Bordone dove io ero rimasto a
sedere per tutto quel tempo e disse che si trattava
effettivamente dello stesso identico dipinto, ovvero che
quello appeso in camera sua nel Galles sopra il suo letto e
quello appeso qui alla parete del Kunsthistorisches Museum
nella Sala Bordone erano lo stesso identico dipinto. Era
alloggiato all'Hotel Imperial consigliatogli da suo nipote,
disse l'inglese, diceva Reger. Detesto quel lusso, ma d'altra
parte, quando ne ho voglia, me lo godo. Scendeva solo nei
migliori alberghi, disse l'inglese, diceva Reger, quindi,
ovviamente, all'Imperial di Vienna, come al Ritz di Madrid e
al Timeo di Taormina. Ma viaggio sempre malvolentieri,
solamente una volta ogni due o tre anni, e quasi mai vado a
divertirmi, disse l'inglese, diceva Reger. E' assolutamente
chiaro che uno di questi due Tintoretto è un falso, disse poi
l'inglese, diceva Reger, può essere un falso questo del
Kunsthistorisches Museum
oppure il mio, appeso sopra il mio letto in camera mia nel
Galles. Uno dei due dev'essere un falso, disse l'inglese, e per
un momento appoggiò il suo busto vigoroso allo schienale
della panca della Sala Bordone; ma subito si risollevò e disse,
in questo mio nipote aveva proprio ragione. Ho maledetto
mio nipote perché ero certo che mi avesse raccontato delle
scempiaggini, com'è nello stile di questo mio nipote, il quale
appunto di tanto in tanto mi fa arrabbiare per qualcosa
oppure mi offende; del resto è il mio nipote prediletto, anche
se mi dà sui nervi da quand'è nato e se dopotutto è un buono
a nulla. Comunque è il mio nipote prediletto. E' il più
tremendo di tutti i miei nipoti, ma è il mio nipote prediletto.
Ha visto giusto, disse l'inglese, in effetti il Tintoretto esposto
qui è identico al Tintoretto che ho io nel Galles. Ma il fatto è
che ci sono due Tintoretto, disse poi l'inglese adagiandosi di
nuovo allo schienale della panca della Sala Bordone per poi
risollevarsi subito dopo. Uno dei due è falso, disse, e io
naturalmente mi chiedo se è falso il mio o questo del
Kunsthistorisches Museum. E' ben possibile infatti che il
Kunsthistorisches Museum possegga un falso e che il mio
Tintoretto sia quello autentico, e anzi, per come conosco le
circostanze in cui la mia zia di Glasgow è venuta in possesso
di quel quadro, la cosa è addirittura probabile. Già poco
tempo dopo che Tintoretto aveva dipinto questo Uomo dalla
barba bianca, l'Uomo dalla barba bianca è stato infatti
venduto in Inghilterra, prima alla famiglia del duca di Kent,
poi alla mia zia di Glasgow. D'altronde l'attuale duca di Kent
è sposato con un'austriaca, questo lo saprà anche lei, mi disse
ad un tratto l'inglese, concedendosi una piccola digressione,
diceva Reger, per aggiungere subito dopo che certamente
questo Tintoretto, e cioè l'Uomo dalla barba bianca del
Kunsthistorisches Museum, era un falso.
Un falso assolutamente straordinario, disse poi l'inglese.
Scoprirò prestissimo qual è il vero e quale il falso Uomo dalla
barba bianca, disse l'inglese, diceva Reger, ma poi disse anche
che era possibilissimo che entrambi gli Uomini dalla barba
bianca fossero autentici, ovvero entrambi di Tintoretto ed
entrambi autentici. Solo un grande artista come Tintoretto,
così l'inglese, diceva Reger, può essere effettivamente riuscito
a dipingere un secondo quadro che è non solo uguale al
primo da ogni punto di vista, ma da ogni punto di vista lo
stesso quadro. Questo già sarebbe un fatto sensazionale,
disse l'inglese, diceva Reger, e l'inglese uscì dalla Sala
Bordone. Si congedò da me con un semplice Good bye e con
lo stesso Good bye si congedò poi anche da Irrsigler, che era
stato testimone di tutta la scena, così Reger a me. Non so
come sia poi andata a finire la faccenda, diceva Reger, non
me ne sono più occupato. In ogni caso l'inglese, così Reger, fu
quello che un giorno, entrando nella Sala Bordone, trovai
seduto sulla panca della Sala Bordone. Lui e nessun altro. Da
più di trent'anni Reger ha il chiodo fisso della panca della
Sala Bordone, egli sostiene di non riuscire a pensare
adeguatamente, vale a dire di non riuscire a pensare secondo
le capacità della sua mente, se non è seduto sulla panca della
Sala Bordone. All'Ambassador mi vengono delle ottime idee,
così Reger di tanto in tanto, ma sulla panca della Sala
Bordone del Kunsthistorisches Museum me ne vengono di
migliori, anzi mi vengono senz'altro le migliori idee in
assoluto, se all'Ambassador è quasi impossibile che si metta
in moto un cosiddetto pensiero filosofico, sulla panca della
Sala Bordone il pensiero filosofico si mette invece in moto
con la massima naturalezza. All'Ambassador penso, come
chiunque altro, le cose di tutti i giorni, le cose che servono
tutti i giorni, sulla panca della Sala Bordone penso invece
sempre di più cose eccezionali e straordinarie. Per esempio
all'Ambassador non gli sarebbe stato possibile illustrare la
Tempesta con la stessa concentrazione con cui l'aveva
illustrata sulla panca della Sala Bordone, e quanto a tenere
una conferenza sull'Arte della fuga considerandone
profondamente ogni peculiarità e singolarità, all'Ambassador
gli sarebbe stato assolutamente impossibile, perché
all'Ambassador mancano completamente le condizioni per
farlo, così Reger. Sulla panca della Sala Bordone poteva
cogliere e inseguire anche pensieri complicatissimi e alla fine
annodarli gli uni agli altri ottenendo un risultato
interessante, all'Ambassador no. Ma l'Ambassador ha
naturalmente una serie di vantaggi che il Kunsthistorisches
Museum non ha, diceva Reger, a prescindere dal fatto che
ogni volta all'Ambassador mi entusiasmo per la toilette, da
quando, recentemente, questa toilette è stata rifatta, lei certo
saprà che a Vienna, dove in effetti le toilette sono fatiscenti
come in nessun'altra grande città d'Europa, è una vera rarità
trovare una toilette dove uno non si senta rivoltare lo
stomaco e non si senta costretto, per tutto il tempo in cui si
trattiene nella toilette, a tapparsi gli occhi e il naso; le toilette
di Vienna sono complessivamente uno scandalo, neanche nei
Balcani inferiori troverà da nessuna parte delle toilette così
fatiscenti, diceva Reger. Vienna non ha assolutamente la
cultura della toilette, diceva Reger, Vienna è un vero scandalo
in fatto di toilette, persino negli alberghi più noti della città ci
sono delle toilette scandalose, i gabinetti più immondi li
troverà a Vienna, a Vienna i gabinetti sono più immondi che
in qualsiasi altra città, se ha bisogno di pisciare ne vedrà delle
belle, diceva. Solo in superficie Vienna è celebre per la sua
Opera, in effetti Vienna è temuta e aborrita per le sue
scandalose toilette. I viennesi e gli austriaci in genere non
hanno affatto la cultura della toilette, in tutto il mondo lei
non troverà dei gabinetti luridi e puzzolenti come a Vienna,
diceva Reger. A Vienna dover andare al gabinetto è quasi
sempre un disastro, se non si è degli acrobati ci si sporca, e la
puzza che c'è è così forte che spesso i vestiti ne rimangono
impregnati per varie settimane. E comunque, diceva Reger, i
viennesi sono sporchi, non esiste metropoli europea i cui
abitanti siano più sporchi, e del resto è noto che gli
appartamenti più sporchi d'Europa sono quelli di Vienna, gli
appartamenti di Vienna sono ancora più sporchi delle toilette
di Vienna. I viennesi dicono in continuazione che nei Balcani
tutto è lurido, queste son dicerie che può sentire ovunque,
ma a Vienna tutto è cento volte più sporco ancora che nei
Balcani, così Reger. Se lei entra con un viennese nel suo
appartamento, il più delle volte rimane di stucco da quanto è
sporco. Naturalmente esistono delle eccezioni, ma di regola si
trovano proprio a Vienna gli appartamenti più sporchi del
mondo. Mi chiedo sempre che cosa penseranno gli stranieri
quando devono andare alla toilette a Vienna, che cosa
penserà questa gente, che è certo abituata a toilette più
pulite, quando deve entrare in queste toilette che sono le
toilette più sporche d'Europa. La gente va al cesso soltanto
per pisciare il più in fretta possibile, e ne esce esterrefatta per
la grande sporcizia. Ovunque ristagna la stessa puzza
nauseabonda, in tutti i gabinetti pubblici, che lei ci vada alla
stazione o ne abbia bisogno nel metro, finirà comunque nei
gabinetti più sporchi d'Europa. Anche e soprattutto nei caffè
di Vienna le toilette sono nauseabonde, diceva Reger. Da un
lato questo gigantesco e delirante culto per dolci e torte,
dall'altro queste toilette orribilmente sporche, diceva. Molte
di queste toilette danno l'impressione che nessuno le pulisca
da anni. Se da un lato i proprietari dei caffè proteggono i loro
dolci da ogni più piccola corrente d'aria, ciò che
naturalmente è un vantaggio per i dolci, d'altra parte però
non attribuiscono la minima importanza alla pulizia dei loro
gabinetti. Se per caso, diceva Reger, in uno di quei caffè
perlopiù rinomatissimi le capita di dover andare alla toilette
prima di aver incominciato a mangiare i dolci, quando uscirà
da quella toilette le sarà completamente passata la voglia di
assaggiare anche un solo boccone di quei dolci che le
vengono offerti o che magari le sono già stati serviti. Ma a
Vienna sono sporchi anche i ristoranti, io sostengo che sono i
più luridi d'Europa. Ad ogni piè sospinto ci si trova davanti
una tovaglia impataccata, e se lei fa notare al cameriere che la
tovaglia è tutta impataccata e che lei non ha intenzione di
consumare il suo pasto su una tovaglia impataccata da cima a
fondo, la tovaglia impataccata verrà sì portata via e sostituita
con un'altra tovaglia, ma non senza riluttanza, e se lei
pretende che le sostituiscano una tovaglia sporca, non farà
altro che attirare su di sé occhiate furenti e socialmente
pericolose. Nella maggior parte delle trattorie non le mettono
neppure la tovaglia sul tavolo, e se lei chiede che per piacere
le tolgano almeno il grosso della sporcizia dal vassoio lurido e
molto spesso letteralmente inondato di birra, otterrà in
risposta un brontolio maleducato e nient'altro, diceva Reger.
A Vienna il problema delle toilette e il problema delle
tovaglie non sono risolti, diceva Reger. In tutte le metropoli
del mondo, e io a questo punto le ho visitate quasi tutte e in
gran parte le conosco in un modo che non è affatto
superficiale, è ovvio e normale che uno ottenga una tovaglia
pulita sulla tavola prima di cominciare il suo pasto. A Vienna
la tovaglia pulita o se non altro il piano del tavolo pulito non
sono affatto una cosa ovvia e normale. E questo vale anche
per le toilette, quelle toilette viennesi che sono le più
nauseabonde non solo d'Europa, ma del mondo intero. Come
potrà mai godere un ottimo pranzo se, prima ancora di
cominciare a mangiare, le passa l'appetito andando alla
toilette, e che cosa potrà mai rimanerle di un'ottima cena se
poi, alla toilette, le si rivolta lo stomaco, diceva. I viennesi, e
gli austriaci in generale, non hanno proprio la cultura della
toilette, i gabinetti austriaci sono sempre stati un vero
disastro, diceva. Tanto è famosa Vienna per la sua cucina, che
in gran parte, si sa, è davvero eccellente, almeno la
pasticceria, quanto è ingloriosa la sua fama in fatto di toilette.
Fino a poco fa anche l'Ambassador aveva delle toilette di
indescrivibile sporcizia. Ma un giorno la direzione, avendo
considerato a fondo la cosa, le ha fatte rifare, e le nuove
toilette sono riuscite straordinariamente bene, toilette
veramente perfette in ogni dettaglio, non solo dal punto di
vista architettonico ma anche da quello sociosanitario. I
viennesi sono in effetti la gente più sporca d'Europa ed è
scientificamente provato che il viennese prende in mano il
sapone una sola volta la settimana, così come è
scientificamente provato che il viennese cambia le mutande
una sola volta la settimana e che anche la camicia la cambia
tutt'al più due volte la settimana, e la maggior parte dei
viennesi cambia le lenzuola soltanto una volta al mese, così
Reger. I calzini o pedalini il viennese li porta mediamente
fino a dodici giorni consecutivi, diceva Reger. Stando così le
cose, non c'è nessun altro luogo in Europa dove i fabbricanti
di sapone e gli industriali della biancheria intima facciano
così pessimi affari come a Vienna e naturalmente in tutta
l'Austria, così Reger. In compenso i viennesi fanno un uso
spropositato di profumi di qualità infima, e puzzano,
puzzano tutti intensamente, già di lontano, di violetta o di
garofano, di mughetto o di bosso. E naturalmente è logico
inferire dal sudiciume esteriore dei viennesi il loro sudiciume
interiore, così Reger, e infatti i viennesi non sono dentro
meno sudici che fuori, e può darsi addirittura, diceva Reger,
dico può darsi e quindi non ne sono assolutamente certo,
precisò, che i viennesi siano dentro molto ma molto più
sudici che fuori. Tutto fa pensare che siano, dentro, assai più
sudici che fuori. Non ho però nessuna voglia di pensarci,
aveva detto poi, scrivere uno studio su questo argomento
sarebbe in tutto e per tutto un compito per cosiddetti
sociologi. Probabilmente da questo studio i viennesi
risulterebbero soltanto come la gente più sudicia che esista in
Europa, intendeva Reger. Come sono contento, diceva, che
all'Ambassador abbiano rifatto le toilette, al
Kunsthistorisches Museum ci sono ancora le vecchie toilette.
Dato che col passare dei giorni divento sempre più vecchio e
non certo più giovane, negli ultimi tempi anche al
Kunsthistorisches Museum mi tocca correre al gabinetto
sempre più spesso, diceva Reger, il che, viste le condizioni in
cui sono tuttora i gabinetti del Kunsthistorisches Museum, è
una seccatura che mi dà ogni giorno sui nervi, perché i
gabinetti del Kunsthistorisches Museum sono assolutamente
indecenti. Come del resto sono assolutamente indecenti i
gabinetti del Musikverein. Una volta, in una delle mie
critiche per il Times, mi sono addirittura permesso di
accennare scherzosamente al fatto che al Musikverein, e
quindi nel sommo tra i templi più eccelsi della musica
viennese, i gabinetti sono in uno stato indescrivibile, e ho
scritto che per questa ragione, per la situazione scandalosa
dei gabinetti, diceva Reger, mi costa ogni volta uno sforzo
immane entrare al Musikverein, e che non di rado mi chiedo
a casa mia se sia il caso o meno di andare al Musikverein,
perché data la mia età e lo stato dei miei reni, durante una
serata al Musikverein sono costretto a correre al gabinetto
almeno due volte. Tuttavia sono andato ancora
ripetutamente al Musikverein, ci sono andato per Mozart e
per Beethoven, per Berg e per Schönberg, per Bartòk e per
Webern, ogni volta superando l'angoscia del gabinetto.
Dev'essere straordinaria la musica che viene suonata al
Musikverein, diceva Reger, se io continuo comunque ad
andarci, persino adesso che sono costretto a correre al
gabinetto del Musikverein due volte almeno nel corso di una
serata. L'arte è impietosa, mi dico ogni volta che al
Musikverein varco la soglia del gabinetto ed entro in quel
gabinetto, diceva Reger. Con gli occhi chiusi e, possibilmente,
il naso tappato, io piscio nel gabinetto del Musikverein,
diceva, è questa un'arte tutta particolare, arte che da
parecchio tempo domino comunque con virtuosismo. E pur
prescindendo dal fatto che le toilette di Vienna, e
complessivamente i gabinetti di Vienna, sono i più sudici del
mondo, se escludiamo i cosiddetti paesi in via di sviluppo, in
quei gabinetti e in quelle toilette non c'è niente che funzioni,
neppure sul versante degli impianti sanitari, l'acqua, per
esempio, o non arriva o non scorre, oppure non arriva e non
scorre, può capitare che per mesi nessuno si preoccupi di
sapere se le toilette e i gabinetti funzionino o meno, diceva
Reger. Probabilmente l'unico modo per migliorare lo stato
disastroso delle toilette di Vienna, e complessivamente di
tutti i gabinetti di Vienna, è che la Città o lo Stato, o chi per
essi, emani delle leggi estremamente severe sulle toilette e sui
gabinetti, leggi di un rigore tale che gli albergatori e i
ristoratori e i proprietari dei caffè siano effettivamente
costretti a garantire le buone condizioni delle loro toilette e
dei loro gabinetti. Gli albergatori e i ristoratori e i proprietari
dei caffè non modificano la situazione e di sicuro
continueranno a tenersi per l'eternità queste porcherie di
toilette e di gabinetti, a meno che non vengano costretti dalla
Città o dallo Stato a migliorarne le condizioni. Vienna è la
città della musica, ho scritto una volta sul Times, ma è anche
la città che vanta le toilette e i gabinetti più nauseabondi del
mondo. Così nel frattempo a Londra si è sparsa questa
notizia, mentre a Vienna nessuno sa niente perché i viennesi
non leggono il Times, i viennesi si accontentano dei
giornalacci più primitivi e più infami che si stampano nel
mondo intero con lo scopo preciso di rincretinire il pubblico,
i viennesi si accontentano cioè di quei giornali che sono
giusto l'ideale per la perversione degli animi e degli spiriti
viennesi. Il gruppo dei russi se n'era andato, la panca della
Sala Bordone era vuota. Reger si era alzato, questo ero ancora
riuscito a vederlo, dopo che Irrsigler gli aveva sussurrato
qualcosa all'orecchio, ed era uscito con in testa il cappello
nero che in tutto quel tempo non si era mai tolto. Adesso
mancavano due minuti alle undici e mezzo. Il gruppo dei
russi si trovava nella cosiddetta Sala Veronese, adesso
l'interprete ucraina parlava di Veronese, ma quello che diceva
di Veronese lo aveva già detto prima di Bordone e di
Tintoretto, le stesse futilità, le stesse chiacchiere, nello stesso
tono e con la stessa voce sgradevole, non solo il solito modo
di parlare sgradevole delle donne russe, che in definitiva dà
sempre sui nervi, più che altro quella donna parlava senza
sosta e, come si suol dire, con una voce stridula che mi
riusciva quasi insopportabile, così che in effetti per tutto quel
tempo mi è toccato soffrire di un dolore lancinante ai
condotti uditivi. Un udito come il mio è sensibile, e
soprattutto sopporta a fatica le brutte voci femminili con quel
particolare suono stridulo. Né io sapevo per quale ragione
anche Irrsigler adesso non si facesse più vedere già da un po
di tempo, sebbene fosse tenuto, in base al regolamento, ad
affacciarsi frequentemente anche nella Sala Bordone, a me
sembrava davvero molto strano che lui e Reger fossero usciti
insieme dalla Sala Bordone e non vi fossero rientrati per tanto
tempo. Ma avendo io appuntamento con Reger per le undici
e mezzo proprio nella Sala Bordone, e poiché Reger è l'uomo
più puntuale e affidabile che io conosca, Reger alle undici e
mezzo precise sarà di ritorno nella Sala Bordone, pensai, e
non avevo finito di pensarlo che già Reger era tornato nella
Sala Bordone, e prima di sedersi di nuovo definitivamente
sulla panca della Sala Bordone, non aveva mancato di
guardarsi attorno in tutte le direzioni, ma io, prevedendo
quella mossa, non appena lo avevo sentito rientrare nella Sala
Bordone mi ero immediatamente ritirato nella Sala
Sebastiano, e nella Sala Sebastiano ero tornato a mettermi
nell'angolo nel quale ero stato costretto dallo zotico gruppo
dei russi e da dove potevo comunque osservare
comodamente Reger, rientrato nella Sala Bordone, questo
Reger così diffidente, pensai, che si guarda sempre attorno, in
ogni direzione, per sentirsi al sicuro, e che, tra le altre cose,
per tutta la vita ha sofferto di una mania di persecuzione
addirittura micidiale, la quale, com'è naturale, gli è sempre
stata utile, senza mai diventare davvero pericolosa né per sé
né per gli altri. Adesso Reger era di nuovo seduto sulla panca
della Sala Bordone e osservava l'Uomo dalla barba bianca di
Tintoretto. Alle undici e mezzo in punto guardò l'orologio da
tasca estratto fulmineamente dalla giacca, e proprio in
quell'istante io stesso uscii dalla Sala Sebastiano ed entrai
nella Sala Bordone e mi presentai davanti a Reger. Che orrore
questi gruppi di russi, disse Reger, che orrore. Odio questi
gruppi di russi, ripetè. Mi invitò cortesemente a sedermi sulla
panca della Sala Bordone, si sieda pure accanto a me, disse.
Tutte le persone puntuali mi fanno felice, disse. La maggior
parte della gente non è puntuale, questo è tremendo. Ma lei è
sempre stato puntuale, disse, è uno dei suoi grandi pregi. Ah,
disse poi, sapesse che brutta notte ho passato, ho trangugiato
una doppia dose di pastiglie, e ho dormito male, malissimo.
Ho sognato ininterrottamente di mia moglie, non riuscirò
mai più a liberarmi di questi incubi durante i quali sogno di
mia moglie. E poi ho riflettuto su di lei, sull'evoluzione che lei
ha subito in questi ultimi anni. Curiosa l'evoluzione che ha
subito, disse. In fondo lei conduce un'esistenza rara,
un'esistenza pressoché del tutto indipendente, pur tenendo
conto, com'è ovvio, del fatto che al mondo non esistono
esseri umani indipendenti, e men che meno esiste poi l'essere
umano del tutto indipendente. Se non avessi l'Ambassador,
disse, i pomeriggi mi riuscirebbero insopportabili. Negli
ultimi tempi vengono talmente tanti arabi all'Ambassador
che l'Ambassador diventerà ben presto un albergo di arabi,
mentre, com'è noto, è sempre stato l'albergo degli ebrei, degli
ebrei e degli ungheresi e soprattutto degli ebrei ungheresi, è
per questo che da decenni mi trovo così a mio agio in questo
albergo, disse, neppure i mercanti di tappeti persiani che
all'Ambassador vendono e comprano i loro tappeti mi danno
fastidio. Ma non crede anche lei che stia alla lunga
diventando pericoloso starsene seduti all'Ambassador, non è
forse vero che all'Ambassador potrebbe esplodere una bomba
da un momento all'altro, provi a immaginare, un edificio
costantemente popolato da ebrei israeliani, e arabi egiziani.
Santo cielo, disse, non che me ne importi gran che di saltare
in aria, purché la morte sia istantanea. La mattinata al
Kunsthistorisches Museum, il pomeriggio all'Ambassador, e a
mezzogiorno all'Astoria o al Bristol a mangiar bene, disse,
sono queste le cose che apprezzo. Con quello che mi dà il
Times non potrei certo condurre questo tipo di vita, mentì,
quello che il Times mi manda in Austria basta sì e no per le
piccole spese. E le azioni comunque non vanno bene, il
mercato delle azioni è un disastro. E in Austria la vita diventa
ogni giorno più cara. D'altra parte io ho calcolato che se non
scoppia la cosiddetta terza guerra mondiale, con quello che
possiedo potrei vivere ancora tranquillamente una ventina
d'anni. Questo è rassicurante, sebbene ogni cosa si assottigli
col passare del tempo. Lei è il tipico studioso in proprio,
Atzbacher, mi disse, lei è addirittura la quintessenza dello
studioso in proprio, lei è in realtà la quintessenza
dell'individuo in proprio, inattuale in tutto e per tutto, disse
Reger. L'ho pensato oggi mentre salivo di nuovo con grande
fatica quella tremenda scala ed entravo nella Sala Bordone,
pensavo che lei è l'autentico e tipico individuo in proprio,
probabilmente l'unico che io conosca, eppure io conosco una
quantità di persone che sono tutti individui in proprio, ma lei
è il tipico, l'autentico individuo in proprio. Come farà lei a
lavorare per dei decenni sempre a una stessa opera senza
pubblicarne il più piccolo stralcio. Io non potrei farlo. Io,
almeno una volta al mese, devo poter godere della
pubblicazione di un mio lavoro, disse, questa abitudine è
diventata per me un'esigenza irrinunciabile e per questo sono
riconoscente al Times che mi asseconda regolarmente in
questa mia abitudine e per di più mi paga per averla. Scrivere,
del resto, è per me un vero piacere, disse, questi brevi pezzi
di bravura che non superano mai le due pagine, che fanno
sempre tre colonne e mezzo sul Times, disse. Non ha mai
pensato di dare alle stampe almeno una piccola parte del suo
lavoro? disse, un frammento qualsiasi, dai suoi accenni in
proposito mi sono fatto l'idea che il suo lavoro sia eccellente,
ma d'altra parte anche quello di non pubblicare niente,
assolutamente niente, è un piacere sublime, disse. Eppure
verrà il momento in cui anche lei vorrà conoscere le reazioni
al suo lavoro, disse, e allora ne pubblicherà almeno una parte.
Da un lato è formidabile trattenere il cosiddetto lavoro di
tutta una vita e per tutta la vita non pubblicarlo, così come
dall'altro è formidabile pubblicare. Io sono un pubblicatore
nato mentre lei è un non pubblicatore nato. Probabilmente il
suo lavoro e lei e quindi il suo lavoro a causa sua e lei in
relazione al suo lavoro, può dirlo come vuole, siete
condannati alla non pubblicazione, perché lei di sicuro soffre
di continuo per il fatto che lavora al suo lavoro e il suo lavoro
però non lo pubblica, la verità è questa, penso, solo che lei
non lo ammette, neppure con se stesso ammette di soffrire
per questa cosiddetta coazione alla non pubblicazione. Io
soffrirei se non dovessi pubblicare il mio lavoro di
pubblicista. Ma naturalmente il suo lavoro non è
paragonabile al mio. In ogni modo io non conosco un solo
scrittore, o comunque un solo individuo che scrive, il quale
alla lunga sopporti di non pubblicare quello che ha scritto,
non conosco un solo individuo che non sia curioso di sapere
ciò che dice il pubblico di quello che ha scritto, io brucio
sempre dal desiderio di saperlo, diceva Reger, sebbene dica
sempre che non brucio dal desiderio, che non mi interessa
affatto, che non sono curioso di sapere quale sia l'opinione
del pubblico riguardo a ciò che ho scritto, in realtà brucio dal
desiderio di saperlo, e com'è ovvio mento quando dico che
non brucio dal desiderio di saperlo, in realtà io brucio
costantemente dal desiderio di saperlo, questo lo ammetto,
brucio sempre dal desiderio di saperlo, incessantemente,
disse. Voglio sapere ciò che dice la gente di quello che ho
scritto, disse, lo voglio sapere in ogni momento e da tutti, e
invece dico in continuazione, non mi interessa quello che
dice la gente, dico, non mi interessa, mi lascia indifferente, e
intanto non faccio altro tutto il tempo che bruciare dal
desiderio di saperlo, e non c'è niente che io aspetti con
altrettanta trepidazione, disse. Mento quando dico, a me non
interessa l'opinione del pubblico, a me non interessano i miei
lettori, mento quando dico che non voglio assolutamente
sapere quello che si pensa di ciò che io scrivo, che non leggo
quanto si scrive in proposito, mento quando dico queste cose,
mento in un modo assolutamente meschino, disse, perché
invece brucio incessantemente dal desiderio di sapere che
cosa dice la gente di quello che ho scritto, voglio saperlo
sempre, in ogni momento, e qualunque cosa dica la gente dei
miei scritti, io ne rimango colpito, la verità è questa.
Naturalmente io sento solo cosa ne dicono quelli del Times e
non sempre essi dicono cose lusinghiere, disse Reger, e
quanto a lei, essendo uno scrittore per così dire
filosofeggiante, anche lei dovrebbe bruciare dal desiderio di
sapere che cosa dice la gente dei suoi scritti filosofeggianti,
che cosa ne pensa, io non riesco a capire perché lei non voglia
pubblicare i suoi scritti, neppure qualche brano, non
foss'altro per venire a sapere una buona volta che cosa ne
pensa il pubblico, che cosa ne pensa il cosiddetto pubblico
competente, sebbene io stesso sostenga d'altra parte che
questo pubblico competente non esiste, a dire il vero non
esiste neppure la competenza, la competenza non è mai
esistita e non esisterà mai; ma davvero non le pesa il fatto di
scrivere in continuazione, di pensare in continuazione, e di
scrivere quello che ha pensato, e di continuare a scrivere
costantemente, tutto questo senza alcuna eco? disse.
Certamente a causa del suo stupido non pubblicare molte
cose le sfuggono, disse, e forse le sfuggono addirittura le cose
decisive. Lei adesso scrive il suo lavoro ormai da decenni e
dice di scrivere questo lavoro solo per se stesso, ma è atroce,
non c'è nessuno che scriva un lavoro soltanto per se stesso,
quando uno dice di scrivere quello che scrive solo per se
stesso dice una menzogna, ma lei sa quanto me che nessuno
è più bugiardo di colui che scrive, da che mondo è mondo
non si conoscono individui più bugiardi di quelli che
scrivono, più presuntuosi e più bugiardi, disse Reger. Se lei
sapesse che notte orribile ho passato di nuovo, mi alzavo in
continuazione con crampi atroci che partivano dalle dita dei
piedi e salivano, attraverso i polpacci, fin nella cassa toracica,
crampi dovuti al diuretico che sono costretto a prendere per
il cuore. Sono intrappolato in un ciclo infernale, disse. Ogni
notte è uno sfacelo, ogni volta che penso, adesso riuscirò a
prender sonno, mi ritornano quei crampi e sono costretto ad
alzarmi e a camminare su e giù per la stanza. Pressoché tutta
la notte non ho fatto altro che camminare su e giù, e non
sono riuscito a prender sonno, venivo svegliato di soprassalto
da quegli incubi di cui le ho parlato. Durante quegli incubi
sogno mia moglie, è una cosa tremenda. Dal giorno della sua
morte mi assalgono quegli incubi, ininterrottamente, tutte le
notti.
Creda, molto spesso mi chiedo se non sarebbe stato
meglio se l'avessi fatta finita anch'io il giorno della morte di
mia moglie. Questa codardia non me la perdono. Questa
incessante autocommiserazione, che ormai è diventata
morbosa, la trovo insopportabile ma non riesco a
liberarmene, disse. Se almeno al Musikverein ci fosse un
concerto decente, disse, ma il programma di quest'inverno è
orribile, non suonano altro che cose trite e stantie, sempre gli
stessi concerti di Mozart e di Brahms e di Beethoven che
ormai mi danno sui nervi, tutti questi cicli su Mozart su
Brahms e su Beethoven, non se ne può veramente più. E
all'Opera regna il dilettantismo. Se almeno l'Opera fosse
interessante, ma ora come ora anche l'Opera non suscita il
minimo interesse, lavori scadenti, cantanti scadenti e, come
se non bastasse, un'orchestra che fa pietà. Se si pensa che
cos'erano i Filarmonici solo due o tre anni fa! disse, e che cosa
sono oggi, un'orchestra dozzinale. Si figuri, la settimana
scorsa sono andato a sentire la Winterreise cantata da un
basso di Lipsia, il nome neanche glielo menziono perché in
realtà non le direbbe niente, del resto dal punto di vista
teorico a lei la musica non interessa affatto, si consideri
fortunato, disse, quel basso era un disastro. Si ostinano a fare
la Krähe, disse, non si può più resistere. Per un concerto così
non vale neppure la pena di cambiarsi d'abito, mi è spiaciuto
per la camicia fresca di bucato. Di una schifezza simile non
mi metto certo a scrivere sul Times, disse. Mahler, Mahler,
Mahler, disse, anche quello è estenuante. Ma la moda di
Mahler, grazie a Dio, è già oltre il suo apice, disse, Mahler è
comunque il compositore più sopravvalutato del secolo.
Mahler è stato un direttore d'orchestra straordinario ma è un
compositore mediocre, come tutti i buoni direttori
d'orchestra, Hindemith per esempio, o Klemperer. In tutti
questi anni ho provato per la moda di Mahler un senso di
orrore, il mondo intero era caduto nei confronti di Mahler in
preda a una vera e propria ebbrezza, che cosa insopportabile.
Lo sa lei che la tomba di mia moglie, nella quale del resto
verrò sepolto anch'io, si trova proprio accanto alla tomba di
Mahler? Che vuole, al cimitero uno può anche permettersi di
non badare a chi gli giace accanto, persino il fatto di giacere
accanto a Mahler non mi mette in agitazione. Das Lied von
der Erde con la Kathleen Ferrier ancora ancora, disse Reger,
ma per il resto l'opera di Mahler non la tollero, non vale
niente, non regge a un esame puntiglioso. Webern, allora, è
un vero genio al confronto, per non parlare di Schönberg e di
Berg. No, Mahler è stato un'aberrazione. Mahler è il tipico
compositore Jugendstil alla moda, naturalmente molto ma
molto peggio di Bruckner, il quale ha peraltro con Mahler
molti aspetti kitsch in comune. In questa stagione Vienna
non offre niente a chi ha degli interessi intellettuali, e
purtroppo offre molto poco anche a chi si interessa di musica,
disse. Ma naturalmente gli stranieri che vengono in città si fa
in fretta ad accontentarli, all'Opera ci vanno comunque,
qualunque cosa venga rappresentata, anche se si tratta di una
boiata impareggiabile, e vanno anche ai concerti più orribili e
applaudono da far crollare i teatri e, come può vedere, vanno
a frotte anche al Naturhistorisches Museum e al
Kunsthistorisches Museum. Immensa è la fame di cultura
nell'umanità civilizzata, la perversità che si nasconde in
quella fame non conosce frontiere. Vienna è un'idea della
cultura, disse Reger, sebbene a Vienna la cultura sia quasi del
tutto scomparsa da parecchio tempo, e persino se un giorno
non dovesse davvero più esserci cultura a Vienna, anche
allora Vienna continuerebbe a essere un'idea della cultura,
Vienna sarà sempre un'idea della cultura, e lo sarà tanto più
tenacemente quanto meno vi sarà cultura. E ben presto
non ci sarà davvero più traccia di cultura in questa città,
disse. Questi governi che abbiamo in Austria e che diventano
sempre più stupidi, ci penseranno senz'altro loro, col passare
del tempo, a far sì che ben presto non ci sia più in Austria
alcun genere di cultura, ma solo filisteismo, disse Reger.
L'atmosfera qui in Austria diventa sempre più avversa alla
cultura, di anno in anno diventa più avversa alla cultura e
tutto fa credere che entro non molto tempo l'Austria sarà un
paese del tutto privo di cultura. Ma io non vivrò più
abbastanza da vedere questa fine deprimente, lei forse sì,
disse Reger, lei forse sì ma io no, io ormai, vecchio come
sono, non vivrò più abbastanza da vedere la decadenza
definitiva e l'effettiva scomparsa della cultura in Austria. In
Austria si sta spegnendo la luce della cultura, questo glielo
assicuro io, l'ottusità che ormai da tanto tempo regna sovrana
in questo paese spegnerà in tempi non troppo lunghi la luce
della cultura. Allora in Austria si farà buio fitto, disse Reger.
Ma lei può dire quello che vuole su questo argomento,
nessuno la starà a sentire, e se qualcuno lo farà la prenderà
per pazzo. Che senso ha che io scriva sul Times quello che
penso dell'Austria, che parli di ciò che presto o tardi, ma
comunque in un futuro non lontano, accadrà all'Austria? Non
ha senso, disse Reger, non ha il benché minimo senso.
Peccato che io non possa più vivere tanto da vedere gli
austriaci che brancolano nel buio perché in Austria si è
spenta la luce della cultura. Peccato che io non possa più
partecipare a questo evento, disse. Lei si domanderà come
mai anche oggi l'ho di nuovo convocata qui, come mai anche
oggi l'ho pregata di venire. Una ragione c'è. Ma questa
ragione gliela dirò soltanto più tardi. Non so come devo
dirgliela questa ragione. Non lo so proprio. E' tutto il tempo
che ci penso e non lo so. Sono ormai delle ore che sto qui e
che ci penso e non lo so. Irrsigler mi è testimone, disse Reger,
sono ormai delle ore che sto qui seduto sulla panca e penso
come devo dirle la ragione per cui l'ho pregata di venire
anche oggi al Kunsthistorisches Museum. Più tardi, più tardi,
disse Reger, mi lasci tempo. Commettiamo un crimine e non
siamo in grado di raccontare la cosa semplicemente, senza
tanti fronzoli, disse Reger. Mi dia il tempo di calmarmi, disse,
a Irrsigler l'ho già detto, ma a lei ancora non posso dirlo,
disse, è una cosa veramente infame. Peraltro, ciò che le ho
detto ieri sulla sonata detta Tempesta è sicuramente
interessante, e sono anche certo che quanto le ho detto a
proposito della sonata detta Tempesta è giusto, ma è
comunque probabile che sia più interessante per me che per
lei. Accade sempre così, del resto, parliamo di un tema
perché questo tema ci affascina, ma siamo più noi a esserne
affascinati di colui che in fin dei conti costringiamo ad
ascoltarci con immensa, spasmodica spietatezza. Io ieri l'ho
costretta ad ascoltare le mie idee sulla sonata detta Tempesta,
questo è un dato di fatto. Nel quadro della mia relazione
sull'Arte della fuga, disse, mi è parso necessario occuparmi
anche della sonata detta Tempesta e ieri mi trovavo appunto
in una disposizione addirittura ideale a questo scopo, e ho
fatto di lei la vittima della mia passione musicologica, del
resto mi capita molto spesso di fare della sua persona la
vittima delle mie passioni musicologiche, perché non ho
sotto mano altri soggetti che si prestino altrettanto bene allo
scopo. Molto spesso penso, lei è proprio arrivato al momento
giusto, che cosa farei senza di lei! disse. Ieri l'ho importunata
con la Tempesta, chissà quale brano musicale userò
dopodomani per importunarla, ho in mente una quantità di
temi musicologici che mi piacerebbe immensamente
illustrare; ma ho bisogno di un ascoltatore, di una cosiddetta
vittima della mia logorrea musicologica, disse, perché questo
mio continuo parlare di questioni musicologiche è davvero
una sorta di logorrea musicologica.
Ciascuno ha la propria peculiare, la propria peculiarissima
logorrea, la mia è una logorrea musicologica. Questa logorrea
musicologica io l'ho sempre avuta durante tutta la mia vita
musicologica, perché la mia vita, senza dubbio, non è stata
altro che una vita musicologica, così come la sua è una vita
filosofeggiante, questo mi sembra innegabile. Naturalmente
oggi io posso anche dire che tutto quello che ho detto ieri a
proposito della Tempesta è oggi un'assurdità, così come è
assurdo in realtà tutto quello che viene detto, ma noi queste
assurdità le diciamo in modo convincente, disse Reger. Tutto
ciò che è stato detto presto o tardi risulta assurdo, ma se noi
lo diciamo in modo convincente, con l'impeto più
straordinario di cui siamo capaci, smette di essere un
crimine, disse. Quello che pensiamo vogliamo anche dirlo,
disse Reger, e in fondo, finché non l'abbiamo detto non ci
diamo pace, e se non diciamo quello che pensiamo il pensiero
ci soffoca. L'umanità sarebbe soffocata da tempo se avesse
taciuto le assurdità che ha pensato nel corso della propria
storia, chiunque soffoca se tace troppo a lungo, anche
l'umanità non può tacere troppo a lungo, perché poi soffoca,
anche se in definitiva quelle che pensa l'individuo e quelle
che pensa l'umanità e quelle che hanno pensato l'individuo e
l'umanità nel corso del tempo altro non sono che assurdità.
Noi siamo, di volta in volta, artisti della parola e artisti del
silenzio, e perfezioniamo il più possibile quest'arte, disse, e la
nostra vita risulta interessante solo nella misura in cui
riusciamo a sviluppare in noi l'arte della parola e l'arte del
silenzio. La Tempesta non è in fondo un gran brano, disse
Reger, a guardar bene non è altro che una delle tante
cosiddette opere minori, in fondo è un brano kitsch. Il pregio
di questo brano sta più nel fatto che se ne può discutere
molto bene che non nel brano stesso. Beethoven era il tipico
artista tormentato, monotono, un individuo violento, non
propriamente la mia passione. Mi ha sempre divertito
descrivere il carattere della Tempesta, è la tipica opera di
Beethoven, la sua opera fatale, attraverso la Tempesta si può
far luce su Beethoven, sulla sua personalità, sui suoi aspetti
geniali e su quelli kitsch, se ne tracciano i limiti. Ma io in
ogni caso le ho parlato della Tempesta solo perché ieri volevo
spiegarle meglio e con maggiore impegno l'Arte della fuga, e
a questo scopo era necessario fare riferimento alla Tempesta,
disse Reger. D'altronde io detesto questo tipo di definizioni,
Tempesta o Eroica o Incompiuta o Colpo di timpano, sono un
genere di definizioni che trovo ripugnante. Così come mi
ripugna dal più profondo del cuore quando si dice Il mago
del Nord. Ed è proprio perché la musica, sotto il profilo
teorico, non le interessa affatto, che lei rappresenta la vittima
ideale dei miei contenziosi con la musica, disse Reger. Lei
ascolta attentamente e non replica, disse, lei non disturba la
mia loquacità, è di questo che ho bisogno, quello che dico
infatti, poco importa il suo valore, non serve ad altro che a
spianarmi la strada attraverso questa atroce esistenza
musicale, un'esistenza, mi creda, che in effetti di rado ci
rende felici. Ciò che penso è estenuante, annichilente, disse,
ma d'altra parte io ne sono estenuato e annichilito da
talmente tanto tempo che non ho più ragione di averne
paura. Pensavo che lei sarebbe stato puntuale e lei è
puntuale, disse, del resto non mi aspetto altro da lei che la
puntualità, e la puntualità, lei lo sa bene, è ciò che apprezzo
sopra ogni altra cosa, dove ci sono esseri umani, deve regnare
la puntualità e l'affidabilità che con la puntualità fa causa
comune, disse. Scoccavano le undici e mezzo e lei è
comparso, disse, ho guardato l'orologio ed erano le undici e
mezzo e lei si è presentato davanti a me. Non ho un essere
umano che mi sia più utile di lei, disse. Probabilmente riesco
a sopravvivere solo grazie a lei. Questo non avrei dovuto
dirlo, disse Reger, dirlo è stata un'impudenza, disse,
un'impudenza senza pari, ma ormai l'ho detto, lei è l'essere
umano che mi permette di continuare a esistere, non ne ho
effettivamente altri. E poi, lo sa che mia moglie l'amava
molto? A lei non l'ha mai detto, ma a me l'ha detto, e più di
una volta. Lei ha una mente libera, disse Reger, e al mondo
non c'è cosa più preziosa. Lei è un originale che ha
conservato la sua originalità, mi raccomando, la conservi
finché vive, disse Reger. Io mi sono infilato di soppiatto
nell'arte per sfuggire alla vita, in fin dei conti potrei metterla
anche così, disse. Sono sgusciato via nell'arte, disse. Ho
aspettato il momento più opportuno e poi ho approfittato di
quel momento opportuno per sgusciare via dal mondo e
rifugiarmi nell'arte, nella musica, disse. Al pari di altri che
sgusciano via nelle arti figurative, o nell'arte drammatica,
disse. Questa gente che dopotutto, come me, odia
effettivamente il mondo, da un momento all'altro sguscia via
dall'odiato mondo e si rifugia nell'arte, che infatti si trova
completamente al di fuori dell'odiato mondo. Sono sgusciato
via nella musica, disse, in tutta segretezza. Perché ho avuto la
possibilità di farlo, mentre la maggior parte degli esseri
umani non dispone assolutamente di questa possibilità. Lei è
sgusciato via nella filosofia e nella scrittura, disse Reger, pur
non essendo né filosofo né scrittore, è appunto questa la cosa
interessante e fatale della e nella sua persona, perché lei non
è certo un vero filosofo e non è neppure un vero scrittore,
perché per essere un filosofo le mancano tutte quelle che
sono le caratteristiche del filosofo e per essere uno scrittore
lo stesso, e sebbene lei sia esattamente quello che io chiamo
uno scrittore filosofico, la sua filosofia non è vera filosofia e la
sua scrittura non è una scrittura da vero scrittore, ripeté. E
poi, in fondo, uno scrittore che non pubblica non è
veramente uno scrittore. Probabilmente lei soffre di
un'angoscia da pubblicazione, disse Reger, il fatto che lei non
pubblichi è dovuto a un trauma di natura editoriale. Ieri
all'Ambassador lei aveva una pelliccia di montone con un
bellissimo taglio, è una pelliccia che viene certo dalla Polonia,
disse di punto in bianco, e io dissi, sì, ha ragione, avevo
addosso una pelliccia di montone polacca, infatti, come lei sa,
dissi a Reger, sono stato più volte in Polonia, la Polonia è uno
dei miei due paesi prediletti, amo la Polonia e il Portogallo,
dissi, ma probabilmente la Polonia più ancora del Portogallo
e durante la mia ultima visita a Cracovia, ma ormai sono
passati otto o nove anni dall'ultima volta che sono stato a
Cracovia, mi sono comperato questa pelliccia, sono andato
apposta al confine russo per comperarla, perché solo al
confine russo-polacco hanno le pellicce di montone con
questo taglio. Già, disse Reger, è davvero un piacere vedere di
tanto in tanto una persona ben vestita, una persona ben
vestita e di bell'aspetto, tanto più quando il tempo è così
grigio, e la mente pressoché obnubilata, e l'umore pessimo.
Qualche volta, adesso, anche in questa Vienna degenerata si
vedono persone ben vestite e di bell'aspetto, mentre per
molti anni, a Vienna, tutti avevano addosso solamente abiti
di cattivo gusto, quella deprimente produzione di massa.
Adesso invece sembra che nell'abbigliamento torni un po di
colore, ma sono talmente rare le persone ben fatte, lei
cammina per ore in questa Vienna degenerata e non vede
altro che facce deprimenti e abiti di cattivo gusto, come se
incrociasse continuamente degli storpi. Il cattivo gusto e la
monotonia dei viennesi mi hanno depresso per decenni. Ho
sempre pensato, solo in Germania sono monotoni e privi di
gusto, invece i viennesi sono altrettanto monotoni e privi di
gusto. Soltanto negli ultimi tempi il quadro sta cambiando, la
gente ha un aspetto decisamente migliore, portano di nuovo
abiti che hanno scelto personalmente, disse, quando lei
indossa questa pelliccia di montone ha un'aria prestante,
disse Reger. Sono talmente poche le persone ben vestite e
intelligenti che si vedono in giro, disse. Per parecchi anni ho
sempre girovagato a testa bassa in questa Vienna degenerata
perché non sopportavo la vista di tanta bruttura di massa per
le strade, quegli individui totalmente privi di gusto che a
frotte ti venivano incontro erano semplicemente
insopportabili. Quelle centinaia di migliaia di esseri umani
vestiti in serie, che non appena mettevo piede per strada mi
toglievano l'aria, disse. E non solo nei cosiddetti quartieri
proletari, ma anche nel cosiddetto centro quelle masse di
esseri grigi vestiti in serie mi toglievano l'aria, proprio nel
centro della città, disse. Adesso tuttavia si direbbe che le cose
stiano cambiando, la gente ha di nuovo il coraggio di vestirsi
con originalità, disse. Adesso i giovani che camminano per le
strade, benché sempre privi di gusto, portano però colori più
allegri, è come se soltanto adesso, quarant'anni dopo la sua
fine, tutta questa gente avesse superato la guerra, il trauma
della guerra, disse Reger, il trauma che per quasi quarant'anni
ha conferito agli esseri umani un aspetto così tetro e
squallido. Ma naturalmente una persona ben vestita, in
questa Vienna degenerata, lei la vede, come si suol dire, solo
ogni morte di vescovo. Vedere una persona ben vestita ci
colma naturalmente di gioia, disse, e poi: soltanto Gould,
comunque, eseguiva la Tempesta in modo ineccepibile,
soltanto lui la rendeva sopportabile, nessun altro. Chiunque
altro, alle mie orecchie, l'ha resa insopportabile. E'
grossolana, la Tempesta, davvero molto grossolana, disse
Reger, come tante opere di Beethoven. D'altra parte neppure
Mozart è sfuggito al kitsch, soprattutto le sue opere sono
terribilmente kitsch, anche nella musica di queste opere
superficiali l'aspetto malizioso e quello pedante si accavallano
in maniera spesso intollerabile. Una tortorella qui una
tortorella là, un indice alzato qui un indice alzato là, diceva
Reger, anche questo è Mozart. La musica di Mozart è anche
piena del kitsch della sottanella e del pantaloncino, disse. E il
compositore di Stato Beethoven, come dimostra soprattutto
la Tempesta, è di una serietà addirittura ridicola. Ma dove
andremmo a finire se sottoponessimo ogni cosa a questo
micidiale punto di vista, disse Reger. Pedanteria e kitsch sono
d'altronde le qualità fondamentali dell'uomo cosiddetto
civilizzato, talmente stilizzato nel corso dei secoli e dei
millenni da essersi ridotto a una figura grottesca, disse. Dove
l'uomo mette mano tutto è kitsch, disse, su questo non c'è
alcun dubbio. Anche la grande arte e l'arte grandissima lo
sono. Per lui, che in realtà si sentiva più a casa propria a
Londra che a Vienna, ritornare a Vienna da Londra era stato
un autentico shock. Ma a Londra non sarei potuto
rimanere in nessun caso, in primo luogo per via della mia
salute incerta, sempre sul punto di trasformarsi in malattia
pericolosa, in malattia mortale, così Reger. A Londra avevo
vissuto, a Vienna non ho mai veramente vissuto, a Londra la
mia testa si è trovata bene, a Vienna la mia testa non si è mai
trovata veramente bene, a Londra mi sono venute le idee
migliori, disse. Il periodo londinese è stato il mio periodo
migliore, disse. A Londra avevo sempre avuto tutte le
possibilità che a Vienna non ho mai avuto, disse. Dopo la
morte dei miei genitori ritornare a Vienna mi era sembrato
ovvio, in questa città grigia, avvilita dalla guerra, in questa
città insulsa, dove in un primo momento e per parecchi anni
ho sempre vissuto nel terrore. Ma nel momento in cui non
sapevo più come andare avanti ho conosciuto mia moglie,
disse. Mia moglie mi ha salvato, e aggiunse che aveva sempre
temuto il sesso femminile e aveva effettivamente odiato le
donne, come si suol dire, con tutta l'anima, ma che sua
moglie lo aveva salvato. Lo sa lei dove ho conosciuto mia
moglie? disse, gliel'ho mai detto? disse, e io pensai che me
l'aveva già detto più volte, ma non lo dissi, e lui mi disse, ho
conosciuto mia moglie al Kunsthistorisches Museum. E lo sa
dove, al Kunsthistorisches Museum? chiese, e io pensai, certo
che lo so dove l'ha conosciuta al Kunsthistorisches Museum,
e lui disse, qui, nella Sala Bordone, su questa panca, lo disse
come se davvero si fosse dimenticato di avermi già detto
centinaia di volte che aveva conosciuto sua moglie sulla
panca della Sala Bordone, e io, quando lo disse ancora una
volta, finsi di non averglielo mai sentito dire. La giornata era
cupa, disse, io ero disperato, mi occupavo allora molto
intensamente di Schopenhauer, essendomi passata la voglia
di leggere Descartes e in generale, allora, tutti i filosofi
francesi, ed ero seduto qui, su questa panca, e almanaccavo
su una certa frase di Schopenhauer, non saprei più dire quale
fosse questa frase, disse. Ed ecco che di punto in bianco
accanto a me, sulla panca, si siede una donna cocciuta e non
si alza più. Avevo fatto un cenno a Irrsigler, ma Irrsigler
dapprima non capì il significato del mio cenno, e poi non fu
comunque in grado di convincere la donna che sedeva
accanto a me ad alzarsi e andarsene, la donna era lì seduta e
fissava l'Uomo dalla barba bianca, disse Reger, e credo che
abbia fissato l'Uomo dalla barba bianca per un'ora intera. Le
piace così tanto l'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto?
chiesi a colei che sedeva accanto a me, disse Reger, e in un
primo momento non ottenni risposta alla mia domanda.
Solo dopo qualche tempo la donna accanto a me
pronunciò un no che io trovai davvero affascinante, fino a
quel no non avevo mai sentito un simile no, disse Reger.
Dunque l'Uomo dalla barba bianca non le piace per niente?
ho domandato alla donna. No, non mi piace, mi ha risposto la
donna. Si dipanò allora, come si suol dire, una conversazione
sull'arte, in particolare sulla pittura, sugli Antichi Maestri,
disse Reger, una conversazione che ad un tratto e per molto
tempo non desiderai affatto che venisse interrotta, per tutta
la durata di quella conversazione non ero interessato ai suoi
contenuti ma piuttosto al modo in cui essa veniva condotta.
Alla fine, dopo aver riflettuto a lungo sui pro e i contro,
proposi alla donna che pranzassimo insieme all'Astoria, e lei
accettò, e dopo non molto tempo ci siamo sposati. A questo
punto è venuto fuori che lei era oltretutto molto ricca, che
possedeva diversi negozi in centro e anche degli immobili
con appartamenti in affitto nella Singerstrasse e nella
Spiegelgasse, e uno persino al Kohlmarkt, disse. Senza
contare tutto il resto. D'un tratto io ebbi per moglie una ricca
e intelligente cosmopolita, disse Reger, che con la sua
intelligenza e la sua ricchezza mi ha salvato, perché mia
moglie mi ha salvato, quando io ho conosciuto mia moglie
ero, come si suol dire, completamente a terra, disse. Come
vede, devo non poco a questo Kunsthistorisches Museum,
disse. Forse è addirittura la gratitudine che mi spinge a venire
al Kunsthistorisches Museum un giorno sì e un giorno no,
disse ridendo, ma no, non è così, ovviamente. Lo sa lei che
nella casa di mia moglie, detta casa della Himmelstrasse,
nella cosiddetta Himmelstrasse a Grinzing, c'era una
cassaforte alla quale avrebbero potuto accedere parecchie
persone? disse. In quella cassaforte lei teneva dei
preziosissimi Stradivari, Guarneri, Maggini, disse. Senza
contare il resto. Durante la guerra mia moglie era a Londra,
proprio come me, ed è davvero sorprendente che io non
l'abbia conosciuta già a Londra, perché mia moglie allora,
nella stessa epoca in cui io mi trovavo a Londra, frequentava
gli stessi ambienti londinesi che frequentavo io. Per anni, a
Londra, ci siamo sfiorati. Mia moglie, tra l'altro, prima che ci
sposassimo, ha lasciato in donazione parecchi quadri al
Kunsthistorisches Museum, disse Reger, tra cui un Furini di
grande valore, neanche tanto malriuscito, lo può trovare del
resto proprio accanto al Cigoli e all'Empoli, per la precisione
tra l'Empoli e il Cigoli, che a me peraltro non piace affatto.
Dopo il matrimonio mia moglie di quadri non ne ha più
regalati, disse, le ho fatto capire che fare doni non ha senso,
fare doni è di per sé un atto rivoltante, disse. Si figuri che mia
moglie, prima che ci unissimo in matrimonio ha donato una
veduta Biedermeier di Vienna, credo che fosse di Gauermann,
a una delle sue nipoti. Quando un anno dopo, un giorno, più
per caso che per interesse, per ammazzare il tempo tra un
pasto e l'altro, come si suol dire, fece un giretto al Museum
der Stadt Wien, scoprì nel Museum der Stadt Wien, che
peraltro non vale un accidente, questa è la mia opinione, il
Gauermann che aveva donato a sua nipote. Può immaginare
quale shock sia stato per lei. Era andata di corsa alla
direzione del museo, e lì aveva appreso che sua nipote aveva
venduto il quadro al Museum der Stadt Wien per
duecentomila scellini già poche settimane o addirittura pochi
giorni dopo che lo aveva ricevuto in dono da lei, sua zia, la
mia futura moglie. Fare doni è una delle cose più insensate
che esistano, disse Reger. Questo l'ho fatto capire molto
presto a mia moglie e lei non ha più fatto doni di nessun
genere. Sradichiamo dalla nostra vita un oggetto a noi caro,
un oggetto che, come si suol dire, ci sta a cuore, e colui che lo
riceve in dono va e lo vende per una somma scandalosa,
mostruosa, disse Reger. Fare doni è un'abitudine atroce, che
deriva naturalmente dalla coscienza sporca o anche,
frequentemente, dalla paura che molti hanno di rimanere
soli, disse Reger, è un grave segno di inciviltà, il dono, e
quindi l'oggetto donato non viene apprezzato, ogni volta chi
lo riceve avrebbe voluto qualcosa di più, sempre di più, e alla
fine il dono non fa che suscitare odio, disse. Io non ho mai
fatto doni in vita mia, disse, e mi sono però anche sempre
rifiutato di ricevere doni, ho addirittura paventato per tutta la
vita che qualcuno mi facesse dei doni. E lo sa, disse Reger,
che anche Irrsigler ha la sua parte in questo matrimonio?
Irrsigler, come ho saputo più tardi, aveva detto a mia moglie,
nella Sala Sebastiano, dove lei ad un tratto si era appoggiata
alla parete completamente esausta, che andasse a sedersi
nella Sala Bordone, sulla panca della Sala Bordone, è Irrsigler
che l'ha accompagnata dalla Sala Sebastiano nella Sala
Bordone, è su consiglio di Irrsigler che lei si è seduta sulla
panca della Sala Bordone, disse Reger. Se Irrsigler non
l'avesse accompagnata nella Sala Bordone, con ogni
probabilità io non avrei mai fatto la sua conoscenza, disse
Reger. Lei sa che io non credo al caso, disse. Stando così le
cose, Irrsigler è il nostro sensale, disse Reger. Per molto
tempo io e mia moglie non avevamo pensato al fatto che
Irrsigler, in fondo, era stato il sensale del nostro matrimonio,
finché un giorno, ricostruendo la nostra relazione, ce ne
siamo resi conto. Irrsigler ha detto una volta che allora aveva
osservato a lungo la mia futura moglie nella Sala Sebastiano,
non riusciva a capire quale fosse la ragione di quello che gli
era parso in lei fin dall'inizio un comportamento singolare,
addirittura gli era venuto in mente che mia moglie poteva
essere in procinto di fotografare uno dei dipinti appesi nella
Sala Sebastiano, ciò che è severamente proibito, dapprima
aveva pensato che nella sua borsa straordinariamente grande,
che sarebbe peraltro proibito portare nel museo, fosse
nascosta una macchina fotografica, e solo in seguito aveva
capito che lei era semplicemente allo stremo delle forze. Gli
individui che vanno nei musei commettono sempre l'errore
di voler fare troppe cose, di voler vedere tutto, così
camminano e camminano, guardano e guardano e poi,
all'improvviso, crollano, semplicemente perché hanno fatto
indigestione di opere d'arte. Così anche la mia futura moglie,
che Irrsigler aveva preso per un braccio e accompagnato nella
Sala Bordone, come abbiamo ricostruito più tardi, con
estrema gentilezza, così Reger. Il profano va al museo e poi,
avendo visto troppo, finisce per trovare tutto stomachevole,
disse Reger. Ma naturalmente non si possono dare consigli in
fatto di visite ai musei. L'intenditore va al museo per
esaminare non più di un quadro, una statua, un oggetto,
disse Reger, va al museo per guardare, valutare, un Veronese,
un Velazquez, disse Reger. Ma questi intenditori d'arte mi
disgustano tutti profondamente, disse Reger, puntano decisi
su un'opera d'arte, la ispezionano in quel loro modo
spudorato e senza scrupoli, dopo di che se ne vanno dal
museo, detesto questa gente, disse Reger. D'altra parte, al
museo, anche quando vedo un profano mi si rivolta lo
stomaco, quando lo vedo trangugiare tutto con indifferenza,
magari tutta la pittura occidentale in una mattinata, cose che
qui, del resto, vediamo tutti i giorni. Mia moglie aveva un
cosiddetto conflitto di coscienza il giorno in cui l'ho
conosciuta, aveva camminato in centro per parecchie ore non
sapendo se comprarsi un cappotto alla sartoria Braun o un
tailleur alla sartoria Knize. Così, dibattuta tra la sartoria
Braun e la sartoria Knize, decise alla fine di non comprarsi né
il cappotto alla sartoria Braun né il tailleur alla sartoria Knize,
e di visitare invece il Kunsthistorisches Museum, dove, fino a
quel momento, era stata una sola volta in vita sua, condotta
per mano da suo padre, che era stato un uomo dotato di
grande sensibilità artistica. Naturalmente Irrsigler è conscio
della sua funzione di sensale, disse Reger. E pensi se Irrsigler
avesse portato nella Sala Bordone una donna di tutt'altro
tipo, così penso spesso, disse Reger, una donna di tutt'altro
tipo, ripeté, una inglese o una francese, pensi che cosa
inconcepibile, disse. Siamo seduti su questa panca e abbiamo
perso completamente la testa, disse Reger, e siamo più o
meno il ritratto della depressione, della disperazione,
intendeva Reger, e ci fanno sedere accanto una donna, e noi
la sposiamo e siamo salvi. Milioni di coniugi si sono
conosciuti su una panchina, disse Reger, questa è davvero
una delle realtà più insulse che ci siano, ma proprio a una
simile ridicolaggine insulsa io devo la mia esistenza, perché
se non avessi conosciuto mia moglie non avrei certo potuto
continuare a vivere, di questo mi rendo conto oggi più che
mai. Per anni mi sono seduto su questa panca a un passo
dalla disperazione più profonda, e poi tutt'a un tratto sono
stato salvato. A Irrsigler devo dunque pressoché tutto quello
che sono, perché senza Irrsigler io già da molto tempo non
esisterei più, disse Reger nell'istante in cui Irrsigler dalla Sala
Sebastiano guardò dentro nella Sala Bordone. Di solito, verso
mezzogiorno il Kunsthistorisches Museum è piuttosto vuoto
e anche quel giorno non si vedeva più molta gente in giro, e
nella cosiddetta sezione italiana non c'era nessuno all'infuori
di noi. Irrsigler avanzando di un passo uscì dalla Sala
Sebastiano ed entrò nella Sala Bordone come se volesse dare
a Reger la possibilità di esprimere un desiderio, ma Reger non
aveva desideri da esprimere e così Irrsigler si ritirò subito
nella Sala Sebastiano, in effetti indietreggiò per uscire dalla
Sala Bordone ed entrare nella Sala Sebastiano. Si sentiva
legato a Irrsigler più di quanto non lo fosse mai stato a un
qualunque parente prossimo, sostenne Reger, a questo essere
umano mi legano molte più cose di quante cose mi abbiano
mai legato a un mio parente, disse. Siamo sempre riusciti a
mantenere la nostra relazione in un equilibrio ideale, disse
Reger, già da decenni in questo equilibrio ideale. Irrsigler ha
costantemente la sensazione che io lo protegga, quantunque
non sappia esattamente in quali circostanze sia protetto da
me, e io stesso a mia volta ho sempre la sensazione di essere
protetto da Irrsigler, ma anch'io, com'è naturale, senza sapere
con esattezza in quali circostanze ciò avvenga, disse Reger. Il
mio legame con Irrsigler è assolutamente ideale, il nostro è
un rapporto a distanza ideale da ogni punto di vista,
aggiunse. Naturalmente Irrsigler di me non sa niente, disse
Reger adesso, e sarebbe completamente assurdo che io gli
dicessi di più sul mio conto, proprio perché lui di me non sa
niente, la nostra è una relazione ideale, proprio perché io
stesso non so quasi niente di lui, disse Reger, perché io di
Irrsigler conosco proprio solo gli aspetti esteriori, i più banali,
e anche lui d'altra parte conosce me solo dal di fuori e nel
modo più banale possibile. Non dobbiamo cercare di
conoscere un uomo con il quale abbiamo un rapporto ideale
più di quanto già lo conosciamo, altrimenti quel rapporto
ideale lo distruggiamo, disse Reger. E' Irrsigler che detta legge
qui, disse Reger, io sono completamente nelle sue mani, se
Irrsigler oggi dicesse, signor Reger, lei da oggi in poi non si
siede più su questa panca, io non potrei farci niente, disse
Reger, perché recarsi per più di trent'anni al
Kunsthistorisches Museum e tenere occupata questa panca
nella Sala Bordone è certo qualcosa di più di una stravaganza.
Non credo che Irrsigler abbia mai riferito ai suoi superiori che
io da più di trent'anni vengo al Kunsthistorisches Museum e
che un giorno sì e un giorno no mi siedo sulla panca della
Sala Bordone, questo no, non l'ha fatto sicuramente, da come
lo conosco, lui sa che non deve farlo, che la direzione non
deve saperne nulla. La gente infatti non ci mette niente a
spedire una persona come me al manicomio, e quindi a
spedirmi allo Steinhof se viene a sapere che questa persona
da trent'anni un giorno sì e un giorno no va al
Kunsthistorisches Museum per prendere posto sulla panca
della Sala Bordone. Per gli psichiatri, poi, uno come me
sarebbe la manna, disse Reger. Per finire in manicomio non
c'è bisogno che uno si sieda per più di trent'anni un giorno sì
e un giorno no sulla panca della Sala Bordone davanti
all'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto, sarebbe più che
sufficiente che un individuo avesse questa abitudine per due
o tre settimane soltanto, ma io questa abitudine l'ho ormai da
trent'anni, disse Reger. E non ho rinunciato a questa
abitudine neppure quando mi sono sposato, anzi, con mia
moglie ho addirittura consolidato l'abitudine di andare un
giorno sì e un giorno no al Kunsthistorisches Museum e di
sedermi sulla panca della Sala Bordone.
Io per gli psichiatri sarei una manna e un pozzo di san
Patrizio, come si suol dire, ma gli psichiatri non avranno
l'opportunità di trasformarmi nella loro manna, nel loro
pozzo di san Patrizio, disse Reger. Negli ospedali psichiatrici
ci sono del resto migliaia di persone che hanno commesso,
per così dire, una stravaganza che neanche lontanamente si
può paragonare alla mia, disse Reger. Negli ospedali
psichiatrici sono rinchiuse persone che una volta soltanto
non hanno alzato la mano quando avrebbero dovuto alzarla,
disse Reger, che una volta soltanto hanno detto bianco invece
che nero, disse Reger, provi a immaginare. Eppure io non
sono pazzo, disse, io sono soltanto una persona
straordinariamente abitudinaria, che ha un'abitudine non
comune, la non comune abitudine, appunto, di recarsi da più
di trent'anni un giorno sì e un giorno no al Kunsthistorisches
Museum e di sedersi sulla panca della Sala Bordone. Se mia
moglie in un primo tempo l'aveva considerata una dannata
abitudine, questa diventò alla fine per lei una cara abitudine,
e negli ultimi anni, quando le chiedevo che cosa ne pensasse,
diceva sempre che per lei era una cara abitudine quella di
recarsi con me al Kunsthistorisches Museum, dal nostro
Uomo dalla barba bianca di Tintoretto e prendere posto sulla
panca della Sala Bordone, disse Reger. Penso infatti che il
Kunsthistorisches Museum sia l'unico rifugio che mi è
rimasto, disse Reger, è dagli Antichi Maestri che io devo
andare per poter continuare a esistere, proprio da quei
cosiddetti Antichi Maestri che a dire il vero detesto da tempo,
da decenni, infatti, non c'è niente che io detesti di più di
questi cosiddetti Antichi Maestri del Kunsthistorisches
Museum e degli Antichi Maestri in generale, di tutti gli
Antichi Maestri, quale che sia il loro nome, in qualunque
modo abbiano dipinto, disse Reger, pur essendo loro, gli
Antichi Maestri, quelli che mi tengono in vita. Così cammino
per la città e penso che non sopporto più questa città, e che
non soltanto non sopporto più la città ma non sopporto più il
mondo intero e, per conseguenza, l'intera umanità, perché il
mondo e l'intera umanità sono diventati nel frattempo così
terrificanti che ben presto saranno insopportabili, se non
altro per un essere umano come me. Deve sapere, Atzbacher,
che per un essere umano d'intelletto e per un essere umano
sensibile come me ben presto il mondo e l'umanità non
saranno più sopportabili. ?
Non trovo più niente di importante in questo mondo e in
mezzo a questi esseri umani, disse, in questo mondo tutto è
ottuso, e in questa umanità tutto è altrettanto ottuso. Oggi
questo mondo e l'umanità hanno raggiunto un tale grado di
ottusità che un essere umano come me non se li può più
permettere, disse, un essere umano come me non può
continuare a vivere con un mondo simile, un essere umano
come me e una simile umanità non possono seguitare a
coesistere, disse Reger. Tutto in questo mondo e in questa
umanità è degenerato ai livelli più infimi di ottusità, disse
Reger, in questo mondo e in questa umanità tutto ha
raggiunto un tale grado di pericolosità e di ignobile brutalità
che ormai mi è addirittura quasi impossibile tirare avanti, se
non altro giorno dopo giorno in questo mondo e in questa
umanità. Un grado simile di volgarità e ottusità non lo
consideravano possibile neppure i pensatori più perspicaci
che mai siano esistiti, disse Reger, neppure Schopenhauer,
neppure Nietzsche, per non parlare di Montaigne, disse
Reger, e quanto ai nostri eccellenti poeti che hanno cantato il
mondo e l'umanità, ebbene, ciò che essi hanno previsto e
predetto al mondo e all'umanità in fatto di orrore e
decadenza non è niente se lo confrontiamo con lo stato
attuale delle cose. Lo stesso Dostoevskij, uno dei nostri
massimi vati, ha descritto il futuro solo come un ridicolo
idillio, come del resto Diderot, che, lui pure, ha descritto un
futuro idilliaco assolutamente ridicolo, l'inferno terrificante
di Dostoevskij è talmente innocuo a paragone di quello in cui
oggi ci troviamo, che a pensarci può solo venirci un gran
freddo alla schiena, e lo stesso vale per gli inferi che ha
predetto e profetizzato Diderot. L'uno, dal suo punto di vista
russo e orientale, ha tanto poco previsto e predetto e
profetizzato questo inferno assoluto quanto il suo
antagonista occidentale, il pensatore e scrittore Diderot, disse
Reger. Il mondo e l'umanità si trovano ormai in uno stato
infernale, uno stato che, nella loro storia, il mondo e
l'umanità non avevano mai raggiunto, la verità è questa, così
Reger. E' addirittura idilliaco quello che i grandi pensatori e i
grandi scrittori hanno profetizzato, disse Reger, tutti loro,
sebbene ritenessero di aver descritto l'inferno, hanno
descritto unicamente un idillio che a paragone dell'inferno in
cui oggi noi esistiamo è addirittura un idillio meraviglioso,
così Reger. Tutto oggi è colmo di volgarità e malvagità, di
menzogna e tradimento, disse Reger, l'umanità non è mai
stata così sfrontata e perfida come oggi. Possiamo guardare
quel che ci pare, possiamo andare dove ci pare, vediamo solo
malvagità e bassezza e tradimento e menzogna e ipocrisia, e
sempre nient'altro che l'assoluta abiezione, qualunque cosa
guardiamo, ovunque andiamo, ci troviamo di fronte
malvagità e menzogna e ipocrisia. Non c'è nient'altro che noi
vediamo, qui, oltre alla menzogna e alla malvagità, oltre
all'ipocrisia e al tradimento, oltre alla più immane abiezione,
quando camminiamo per la strada, quando osiamo
camminare per la strada, disse Reger. Camminiamo per la
strada e ci addentriamo nell'abiezione, disse,
nell'abiezione e nell'indecenza, nell'ipocrisia e nella
malvagità. Diciamo, non c'è un paese più bugiardo e più
ipocrita e più malvagio di questo, ma se usciamo da questo
paese, o se anche ci limitiamo a guardare fuori, vediamo che
anche fuori del nostro paese prevalgono sempre malvagità,
ipocrisia, menzogna e abiezione. Abbiamo il governo più
disgustoso che uno possa immaginare, il più bugiardo, il più
malvagio, il più volgare e, nello stesso tempo, il più stupido,
diciamo, e naturalmente ciò che pensiamo è vero, e lo
diciamo tutti i momenti, disse Reger, ma guardando fuori da
questo paese abietto, ipocrita e malvagio e bugiardo e
stupido, vediamo che gli altri paesi sono altrettanto bugiardi
e ipocriti e tutto sommato altrettanto abietti, disse Reger. Ma
di questi altri paesi ci importa poco, disse Reger, ci importa
soltanto del nostro paese, e per questa ragione riceviamo in
testa ogni giorno dei colpi tali che ormai da tempo ci tocca
vivere in uno stato di vero e proprio stordimento, in un paese
in cui il governo è volgare e ottuso e ipocrita e bugiardo, e per
di più è anche abissalmente stupido. Ogni giorno, se ci
mettiamo a pensare, non avvertiamo altro che questo, che
siamo retti da un governo ipocrita e bugiardo e volgare, che
per di più è anche il governo più stupido che uno possa
immaginare, disse Reger, e pensiamo che non possiamo farci
niente, ecco l'atrocità, che non possiamo farci niente, che
dobbiamo semplicemente stare a guardare, impotenti, questo
governo che ogni giorno diventa più bugiardo e ipocrita e
volgare e abietto, che dobbiamo stare a guardare, in uno stato
di sconcerto pressoché perenne, questo governo che diventa
ogni giorno peggiore, ogni giorno più insopportabile. Ma non
soltanto il governo è bugiardo e ipocrita e volgare e abietto,
anche il parlamento è così, disse Reger, e a volte mi sembra
quasi che il parlamento sia ancora più ipocrita e bugiardo del
governo, e infine, quant'è bugiarda e volgare la giustizia in
questo paese, e la stampa in questo paese, e la cultura in
questo paese, e insomma tutto in questo paese; in questo
paese, ormai da decenni, regnano sovrane la menzogna e
l'ipocrisia e la volgarità e l'abiezione, disse Reger. Questo
paese, infatti, ha ora toccato il fondo, disse Reger, e presto
avrà rinunciato alla sua ragion d'essere, al suo fine e al suo
spirito. E dappertutto questi disgustosi sproloqui sulla
democrazia! Lei cammina per strada, sostenne, e
costantemente deve tapparsi gli occhi, le orecchie, e anche il
naso per poter sopravvivere in questo paese che in fin dei
conti è diventato uno Stato socialmente pericoloso, disse
Reger. Ogni giorno lei fatica a credere ai suoi occhi e alle sue
orecchie, disse, ogni giorno vive con maggiore spavento il
declino di questo paese devastato, e di questo Stato corrotto,
e di questo popolo rincretinito. E gli esseri umani che vivono
in questo paese e in questo Stato non alzano un dito, disse
Reger, è questo che tormenta ogni giorno un essere umano
come me. Gli esseri umani vedono o per lo meno avvertono,
naturalmente, che questo Stato si fa ogni giorno più abietto e
volgare, ma non alzano un dito, i politici sono gli assassini,
anzi i veri e propri massacratori di quei paesi e di quegli Stati
che capitano loro tra le mani, disse Reger, da secoli i politici
assassinano i paesi e gli Stati e nessuno impedisce loro di
farlo. E noi austriaci, nei panni di assassini del paese e dello
Stato disponiamo dei politici più imbroglioni e al tempo
stesso più sventati che esistano al mondo, disse Reger. Alla
testa del nostro Stato ci sono dei politici nei panni di
assassini dello Stato e nel nostro parlamento siedono dei
politici nei panni di assassini dello Stato, disse, la verità è
questa. Ogni cancelliere e ogni ministro è un assassino dello
Stato e, per conseguenza, anche un assassino del paese, disse
Reger, e quando se ne va uno, ne viene un altro, disse Reger,
quando se ne va l'assassino nei panni di cancelliere, già arriva
l'altro, il cancelliere nei panni di assassino, se ne va un
ministro nei panni di assassino dello Stato e già arriva l'altro.
Il popolo non è nient'altro che un popolo assassinato dai
politici, disse Reger, ma il popolo non lo vede, sente che è
così ma non vede niente di quanto accade, questa è la
tragedia, così Reger. Non abbiamo il tempo di rallegrarci
perché un assassino dello Stato, nei panni di cancelliere, se
n'è andato, che già arriva l'altro, disse Reger, è una cosa
atroce. I politici sono assassini dello Stato e assassini del
paese, disse Reger, e finché sono al potere, commettono
indisturbati i loro delitti, e la giustizia dello Stato sostiene
quel loro assassinare infame e abietto, quel loro infame e
abietto abuso.
Ma tutti i popoli e tutte le società meritano naturalmente
lo Stato che hanno, e quindi meritano anche i propri assassini
nei panni dei politici, disse Reger. Che gente infame e ottusa,
sfruttatori dello Stato, che gente infame e perfida, sfruttatori
della democrazia, esclamò. I politici hanno il perfetto
controllo della scena austriaca, disse poi Reger, gli assassini
dello Stato hanno il perfetto controllo della scena austriaca.
Al momento la situazione politica, in questo paese, è così
deprimente che non dovrebbe consentire altro che notti
insonni, ma oggi in Austria la situazione è altrettanto
deprimente anche in tutti gli altri campi. Se lei dovesse una
volta avere a che fare con la giustizia, si accorgerebbe che la
giustizia è completamente corrotta e infame e abietta, senza
contare che negli ultimi anni i cosiddetti errori giudiziari
sono in vertiginoso aumento, non passa settimana senza che
un procedimento, chiuso da tempo, venga riaperto per gravi
difetti procedurali e senza che la cosiddetta sentenza di
primo grado venga annullata, un'alta percentuale, rivelatrice
della perfidia di questa giustizia, un'alta percentuale delle
sentenze che hanno pronunciato negli ultimi anni i tribunali
austriaci sono errori giudiziari cosiddetti politici, così Reger.
Oggi in Austria abbiamo a che fare non solo con uno Stato
completamente corrotto e diabolico, ma anche con una
giustizia completamente corrotta e diabolica, così Reger. Già
da molti anni la giustizia austriaca non è più degna di fede,
essendo il suo un comportamento indegnamente politico e
non indipendente come dovrebbe essere. Parlare di una
giustizia indipendente in Austria non significa altro che
prendersi apertamente gioco della verità, disse Reger. La
giustizia in Austria è oggi una giustizia politica, non una
giustizia indipendente. La giustizia austriaca è diventata in
effetti al giorno d'oggi una giustizia politica socialmente
pericolosa, così Reger, so bene di cosa sto parlando, disse. La
giustizia oggi fa causa comune con la politica, disse Reger, le
basterà occuparsene una volta un po da vicino di questa
giustizia cattolica e nazionalsocialista, studiarla a mente
lucida, così Reger. L'Austria oggi è il paese che vanta, non
solo in Europa ma nel mondo intero, il maggior numero di
cosiddetti errori giudiziari, questa è la catastrofe. Provi ad
avere a che fare con la giustizia, quanto a me, come lei sa, ho
già avuto molto spesso a che fare con la giustizia, e constaterà
che la giustizia austriaca è un pericoloso mulino
macinauomini cattolico-nazionalsocialista, il cui
funzionamento non si fonda sul diritto, come sarebbe
auspicabile, bensì sull'ingiustizia, e in cui regna una
situazione estremamente caotica, non c'è in tutta Europa una
giustizia più caotica di quella austriaca, non ce n'è una
socialmente più pericolosa, più perfida, disse Reger, e
nell'amministrazione cattolico-nazionalsocialista austriaca
ciò che oggi domina non è tanto il caso, dominio della
stupidità, quanto le mire di una politica meschina, così
Reger. Se lei, in Austria, viene portato davanti a un tribunale,
si ritroverà abbandonato nelle mani di una giustizia in tutto e
per tutto caotica e cattolico-nazionalsocialista che stravolge
la verità e la realtà, così Reger. La giustizia austriaca non solo
è un sopruso, è anche una perfida macchina macinauomini
nella quale il diritto viene stritolato dalle assurde macine
dell'ingiustizia. Per non parlare poi della cultura di questo
paese, disse Reger, se pensiamo alla cultura il voltastomaco
diventa incontenibile. Per non parlare della cosiddetta Arte
Antica, che è stantia e sfibrata e svenduta e da tempo, ormai,
non merita più la nostra attenzione, questo lei lo sa quanto
me, e d'altra parte la cosiddetta arte contemporanea non vale,
come si suol dire, un fico secco. L'arte austriaca
contemporanea è così infima da non meritare neppure la
nostra vergogna, disse Reger. Sono decenni che gli artisti
austriaci producono solo della merda kitsch, una merda che,
se dipendesse da me, finirebbe effettivamente in un letamaio.
I pittori dipingono merda, i compositori compongono merda,
gli scrittori scrivono merda, disse. E la merda peggiore la
producono gli scultori austriaci, disse Reger. Gli scultori
austriaci producono la merda peggiore e raccolgono in
cambio la più grande considerazione, così Reger, il che è
caratteristico della idiozia di questa nostra epoca. Gli attuali
compositori austriaci non sono nient'altro, dopotutto, che
piccoli borghesi imbecilli produttori di merda che impesta in
modo scandaloso le nostre sale da concerto. E gli scrittori
austriaci, nel loro insieme, non hanno proprio niente da dire,
e quello che non hanno da dire non riescono neppure a
scriverlo. Nessuno di questi scrittori austriaci contemporanei
è in grado di scrivere, tutti mettono giù alla rinfusa una
letteratura epigonale, sentimentale fino alla nausea, ovunque
scrivano mettono giù soltanto della merda, merda stiriana e
salisburghese e carinziana e burgenlandese e della Bassa
Austria e dell'Alta Austria e tirolese e vorarlberghiana,
spudorati e avidi di gloria, riversano questa merda da
copertina a copertina, così Reger. Se ne stanno nei loro
appartamenti di proprietà del Comune di Vienna o nei masi
carinziani d'occasione o di circostanza, o nei cortili interni
stiriani, e scrivono merda, la merda epigonale, fetida, senza
spirito e senza cervello degli scrittori austriaci, disse Reger,
nella quale la stupidità patetica di questa gente appesta l'aria
e grida vendetta, così Reger. I loro libri non sono altro che la
merda di due o addirittura tre generazioni che non hanno
mai imparato a scrivere, perché non hanno mai imparato a
pensare, tutti questi scrittori scrivono una merda epigonale
totalmente sprovvista di ingegno fingendosi filosofi e amanti
della patria, disse Reger. I libri di questi scrittori, che sono
tutti opportunisti e servi dello Stato più o meno rivoltanti,
non sono altro che libri plagiati, disse Reger, ogni riga nei
loro libri è una riga rubata, ogni parola una parola predata.
Da decenni questa gente non scrive altro che una letteratura
senza idee, tutta roba scritta soltanto per compiacenza, e
altresì pubblicata solo per compiacenza, così Reger. Battono a
macchina le loro imbecillità abissali e per queste imbecillità
abissali e insulse si portano a casa ogni sorta di premi
possibili e immaginabili, disse Reger. Allora persino uno
come Stifter diventa un gigante, disse Reger, se lo paragono a
questi austriaci imbecilli che scrivono oggi. La merda di
questa gente, disse Reger, che non è capace di una sola idea
originale, è infarcita di falsa filosofia e di falso amor di patria,
che ora come ora sono di gran moda. I libri di questa gente
non dovrebbero stare nelle librerie, dovrebbero finire
immediatamente nel letamaio, disse Reger. Cosa che ormai
vale per tutta l'arte austriaca contemporanea, il cui posto è
nel letamaio. Perché, che cosa suonano all'Opera se non
merda, che cosa al Musikverein se non merda, e questi brutali
e volgari proletari armati di scalpello che con arrogante
insolenza si fanno addirittura chiamare scultori, che altro
producono se non merda di marmo e di granito! E'
spaventoso, per mezzo secolo, senza interruzione, nient'altro
che questa deprimente mediocrità, disse Reger. Se almeno
l'Austria fosse un manicomio, e invece è un ospizio, disse. I
vecchi non hanno niente da dire, disse Reger, ma i giovani
hanno da dire ancor meno, questa è la situazione odierna. E
naturalmente tutta questa gente che si dedica all'arte se la
passa fin troppo bene, disse. Tutta questa gente viene
rimpinzata di sovvenzioni e di premi, ogni momento c'è un
dottore honoris causa qui e un dottore honoris causa là, e
una onorificenza qui e una onorificenza là, e tutti i momenti
sono seduti accanto al tal ministro, e poco dopo accanto al tal
altro, e oggi sono dal cancelliere federale e domani dal
presidente del consiglio, e oggi sono nella sede del sindacato
socialista e domani nell'istituto per la formazione dei
lavoratori cattolici, e si fanno festeggiare e mantenere. Questi
artisti contemporanei, infatti, non sono falsi soltanto nelle
loro cosiddette opere, sono falsi anche nella vita, disse Reger.
La falsità nel lavoro si alterna continuamente, in loro, alla
falsità nella vita, è falso quello che scrivono, è falso quello che
vivono, disse Reger. E poi questi scrittori fanno le cosiddette
tournées di letture, e viaggiano in lungo e in largo per tutta la
Germania e per tutta l'Austria e per tutta la Svizzera, e non
trascurano i buchi più oscuri della provincia pur di leggere a
voce alta qualche pagina della loro merda e farsi festeggiare, e
si fanno rimpinzare le tasche di marchi, di scellini e di
franchi, così Reger. Non c'è niente di più disgustoso di una
cosiddetta lettura pubblica, disse Reger, non c'è quasi nulla
che io detesti di più, mentre tutta questa gente non ci trova
niente di male a leggere dappertutto a voce alta la propria
merda. A nessuno interessa, in definitiva, ciò che questi
individui hanno raffazzonato nel corso dei loro saccheggi
letterari, ma loro lo leggono lo stesso a voce alta, si mettono
sul podio e leggono a voce alta, e si inchinano servilmente
davanti a ogni consigliere di Stato per idiota che sia, davanti a
ogni consigliere comunale per imbecille che sia, davanti a
ogni germanista imbesuito, così Reger. Leggono a voce alta la
loro merda da Flensburg a Bolzano e si fanno mantenere
sfacciatamente e senza farsi il benché minimo scrupolo. Per
me non c'è niente di più insopportabile di una cosiddetta
lettura pubblica, disse Reger, è ripugnante sedersi e leggere a
voce alta la propria merda, perché davvero questa gente non
legge a voce alta nient'altro che merda. Finché sono molto
giovani si può anche accettare, disse Reger, ma quando
cominciano a essere un po anziani, sui cinquanta e oltre,
allora è soltanto disgustoso. Ma sono proprio questi
imbrattacarte di mezza età, disse Reger, che leggono ovunque
a voce alta, e salgono su qualunque podio, e si mettono a
sedere a qualunque tavolo, pur di declamare la loro merda
poetica, la loro prosa ottusa e senile, così Reger. Perfino se la
dentiera non è più in grado di trattenere una sola delle loro
parole bugiarde nella cavità orale, essi salgono sul podio di
una qualsiasi sala municipale e leggono le loro idiozie da
ciarlatani, così Reger. Un cantante che canta dei Lieder è già
una cosa insopportabile, ma uno scrittore che declama i
propri prodotti è assai più insopportabile ancora, così Reger.
Lo scrittore che sale su un podio pubblico per leggere a voce
alta la propria merda opportunista, se anche la cerimonia si
svolgesse nella Paulskirche di Francoforte, non è altro che un
miserabile guitto, disse Reger. La terra brulica di tutti questi
guitti opportunisti, disse Reger. In Germania, in Austria, in
Svizzera, la terra brulica di tutti questi guitti opportunisti,
così Reger. Sì, sì, disse, la logica conseguenza sarebbe sempre
la totale disperazione per ogni cosa. Ma io mi difendo da
questa totale disperazione per ogni cosa. Ho ottantadue anni,
adesso, e mi difendo con le unghie e con i denti da questa
totale disperazione per ogni cosa, così Reger. In questo
mondo e in questa epoca, disse, dove ogni cosa è possibile,
presto niente sarà più possibile. Comparve Irrsigler e Reger
gli fece un cenno con il capo, quasi avesse voluto dirgli, tu sì
che stai bene, e Irrsigler si voltò e scomparve di nuovo. Reger
era appoggiato al bastone che teneva stretto tra le ginocchia
quando disse: Provi a pensare, Atzbacher, cosa significa avere
l'ambizione di comporre la sinfonia più lunga della storia
della musica. Solo a Mahler poteva venire in mente una
simile assurdità. Certa gente dice che Mahler è stato l'ultimo
grande compositore austriaco, questo è ridicolo. Un uomo
che in pieno possesso delle proprie facoltà mentali fa suonare
cinquanta archi solo per sbaragliare Wagner è ridicolo. Con
Mahler la musica austriaca ha toccato il fondo, disse Reger.
Puro kitsch che accende l'isteria di massa, il che vale anche
per Klimt, disse. Schiele è un pittore di una certa importanza.
Oggi persino un fiacco dipinto kitsch di Klimt costa parecchi
milioni di scellini, disse Reger, è disgustoso. Schiele non è
kitsch, ma neanche Schiele naturalmente è un grandissimo
pittore. In questo secolo, ci sono stati parecchi pittori
austriaci della qualità di Schiele, ma, all'infuori di Kokoschka,
non ce n'è neanche uno che sia stato veramente importante,
veramente grande, come si suol dire. D'altra parte dobbiamo
ammettere che noi non siamo assolutamente in grado di
sapere che cosa sia la vera grande pittura. Di cosiddetta
grande pittura, infatti, qui al Kunsthistorisches Museum, ne
abbiamo a iosa, disse Reger, ma col tempo non ci appare più
veramente grande, non più così importante, perché l'abbiamo
studiata troppo minuziosamente. Quello che studiamo
minuziosamente perde valore ai nostri occhi, disse Reger.
Dunque dovremmo guardarci in generale dallo studiare
minuziosamente alcunché. Eppure non possiamo far altro
che studiare ogni cosa minuziosamente, questa è la nostra
disgrazia, e così facendo disgreghiamo tutto e tutto
riduciamo in polvere, abbiamo già ridotto quasi tutto in
polvere. Una riga di Goethe, disse Reger, la studiamo fintanto
che non ci sembra più così sublime come ci era parsa in un
primo momento, via via essa perde per noi il suo valore e
quella che all'inizio poteva esserci sembrata la riga più
sublime in assoluto è diventata per noi alla fine una cocente
delusione. Tutto ciò che studiamo minuziosamente alla fine
ci delude. Un meccanismo di scomposizione e
smembramento, disse Reger, è ciò a cui ho fatto l'abitudine
fin da giovane, senza sapere che sarebbe stato la mia iattura.
Persino Shakespeare ci si sbriciola completamente tra le mani
se per un certo periodo di tempo ci occupiamo di lui
studiandolo, le sue frasi ci danno sui nervi, i personaggi si
disfano prima del dramma facendo sì che tutto per noi si
riduca in polvere, disse. Alla fine non proviamo più alcun
piacere per l'arte, e nemmeno per la vita, ma questo è
naturale, perché col passare del tempo abbiamo perso
l'ingenuità, e con l'ingenuità la stupidità. Ma in cambio non
abbiamo avuto altro che infelicità, disse Reger. Oggi mi è
diventato assolutamente impossibile leggere Goethe, disse
Reger, ascoltare Mozart, guardare Leonardo o Giotto, mi
mancano assolutamente tutti i presupposti per poterlo fare.
La settimana prossima andrò di nuovo a pranzare all'Astoria
con Irrsigler, disse Reger, finché è vissuta mia moglie sono
andato almeno tre volte l'anno a pranzare con lei e con
Irrsigler all'Astoria, è una cosa che devo a Irrsigler, non posso
smettere di offrirgli questi pranzi all'Astoria, disse. Non è
giusto approfittare e basta di un tipo come Irrsigler, abbiamo
anche il dovere ogni tanto di manifestargli un po di
gratitudine. E la cosa migliore è che io vada a mangiare con
Irrsigler all'Astoria. Potrei anche andare più spesso al Prater
con la sua famiglia, ma non ne ho la forza, i figli di Irrsigler
mi si attaccano come sanguisughe e nella loro esuberanza
quasi mi strappano i panni di dosso, disse. E poi il Prater lo
trovo talmente disgustoso, la vista di tutti quegli ubriachi,
uomini e donne, che se ne escono con le loro battute da
quattro soldi davanti ai baracconi del tiro a segno dando via
libera alla propria terrificante primitività, capirà che dopo
essere stato al Prater mi sento sporco dalla testa ai piedi. Il
fatto è che il Prater di oggi non è più quello di una volta, non
è più il turbolento parco di divertimenti della mia infanzia;
oggi il Prater è un disgustoso assembramento di gente
ordinaria, un assembramento di esistenze criminali. Tutto il
Prater puzza di birra e di crimini, e vi si incontrano soltanto
la brutalità e l'imbecillità indecente dei viennesi più volgari e
sfrontati. Non passa giorno in cui i quotidiani non parlino di
un omicidio al Prater, e degli stupri, quasi sempre più di uno
nel corso della giornata. Nella mia infanzia il giorno in cui si
andava al Prater era sempre un giorno di festa, e in primavera
si sentiva davvero il profumo dei lillà e dei castagni. Oggi al
Prater il fetore della perversione proletaria arriva fino al cielo.
Il Prater, la più incantevole delle invenzioni per il
divertimento, disse Reger, non è altro oggi che un'ignobile
fiera della volgarità. Certo, se il Prater fosse ancora com'era
nella mia infanzia, disse Reger, ci andrei con la famiglia
Irrsigler, ma così non ci vado, non me lo posso permettere; se
vado al Prater con la famiglia Irrsigler, sono poi distrutto per
intere settimane. Ancora mia madre veniva portata al Prater
in calesse con i suoi genitori e camminava lungo il viale
principale del Prater in un vaporoso abito di seta. Queste
immagini sono storia, disse Reger, è acqua passata. Oggi lei
può già dirsi fortunato se al Prater non le sparano nella
schiena, disse Reger, se non le piantano una coltellata nelle
costole o quanto meno non le sfilano il portafogli dalla
giacca. La nostra è un'epoca brutalizzata da cima a fondo.
Con i figli di Irrsigler al Prater ci sono stato una sola volta, poi
mai più. Mi si attaccano come sanguisughe e mi strappano i
panni di dosso, e pretendono ogni momento che io salga con
loro sul treno della paura oppure sulla giostra. A me in
giostra è venuta la nausea, disse Reger. Naturalmente non ho
niente contro i figli di Irrsigler, disse Reger, però non li
sopporto. Irrsigler da solo va bene, ma tutta la famiglia no.
Con Irrsigler all'Astoria, al mio tavolo d'angolo con vista sulla
Maysedergasse deserta, va bene, ma al Prater con la famiglia
Irrsigler no. Ogni volta invento una nuova scusa per non
dover andare al Prater con la famiglia Irrsigler. Una visita al
Prater con la famiglia Irrsigler me la immagino come una
visita all'inferno. Inoltre non tollero la voce della signora
Irrsigler, disse Reger, quella voce non la sopporto. Del resto
anche i figli di Irrsigler hanno voci spaventose, chissà quando
diventano adulte, quelle voci, disse. Una persona così
tranquilla e piacevole come Irrsigler e una donna chiassosa
come la moglie di Irrsigler e bambini chiassosi come i figli di
Irrsigler. Una volta Irrsigler mi ha proposto di andare con lui
e la sua famiglia in campagna, nei dintorni di Vienna. Ho
rifiutato anche questo e da anni tergiverso nel tentativo di
sottrarmi a una simile gita nei dintorni di Vienna con la
famiglia Irrsigler. Si figuri se io vado a passeggiare nei
dintorni di Vienna con la famiglia Irrsigler, e magari con i
figli di Irrsigler che si mettono anche a cantare. Non potrei
sopportare che i figli di Irrsigler pretendano da me che io
passeggi con loro per i boschi nei dintorni di Vienna, davanti
la Irrsigler, dietro Irrsigler, e con me, magari mano nella
mano, i figli di Irrsigler. E non è detto che la famiglia Irrsigler
non arrivi addirittura a pretendere che anch'io mi metta a
cantare. La gente semplice prova un'attrazione istintiva per la
natura, per l'aria aperta, io quest'attrazione non l'ho mai
provata, così Reger. Non mi potrebbe accadere niente di più
raccapricciante che trovarmi a passeggiare con la famiglia
Irrsigler nei dintorni di Vienna, e poi sostare in una trattoria
con giardino. Mi verrebbe la nausea già solo per il fatto che la
famiglia Irrsigler mangi cotolette impanate in mia presenza e
si riempia la pancia di vino e di birra e di sidro a mie spese.
Con Irrsigler all'Astoria, questo sì che fa piacere anche a me,
non ho bisogno di fingere per andare tre volte l'anno a
mangiare all'Astoria con Irrsigler e accompagnare il pasto con
un bicchiere di vino, disse Reger, l'Astoria va bene, tutto il
resto no. Il Prater è assolutamente inconcepibile, anche i
dintorni di Vienna sono assolutamente inconcepibili. Se
Irrsigler avesse in sé anche solo un briciolo di musicalità,
disse Reger, di tanto in tanto lo porterei a un concerto, o
addirittura gli presterei la mia tessera di recensore, ma
Irrsigler non ha la benché minima sensibilità musicale, soffre
le pene dell'inferno quando deve ascoltare la musica.
Chiunque altro, anche se ascoltare la musica fosse per lui un
supplizio, si siederebbe comunque nella terza o quarta fila al
Musikverein per ascoltare la Quinta di Beethoven, perché
qui, più che in qualsiasi altro luogo, tutto appaga la vanità
degli esseri umani; Irrsigler no, lui si è sempre rifiutato di
andare al Musikverein, e ogni volta lo ha fatto dichiarando
semplicemente: Non mi piace la musica, signor Reger, così
Reger. Da tre anni la famiglia Irrsigler aspetta che io vada con
loro al Prater, disse Reger, e io una volta dico che ho mal di
testa, l'altra che ho mal di gola e una volta che sono immerso
nel lavoro e l'altra che ho un mare di corrispondenza da
sbrigare, e ogni volta mi disgusta doverlo dire. Irrsigler sa
benissimo perché non vado al Prater con la sua famiglia, io
non gli ho detto il perché ma Irrsigler non è affatto stupido,
disse Reger. All'Astoria ordina sempre il solito Tafelspitz, la
lombata di manzo col suo brodo, perché io ordino sempre il
solito Tafelspitz. Aspetta che io mi sia ordinato un Tafelspitz
e poi si ordina anche lui un Tafelspitz, così Reger. Ma mentre
io bevo soltanto acqua minerale, Irrsigler accompagna il
Tafelspitz con un bicchiere di vino. All'Astoria il Tafelspitz
non sempre è di prim'ordine, semplicemente è all'Astoria che
io lo preferisco. Irrsigler mangia lentamente, è questa in lui la
cosa strana. Quanto a me, mangio il mio Tafelspitz così
lentamente che penso di mangiarlo ancora più lentamente di
Irrsigler, ma Irrsigler, anche se io mangio il mio Tafelspitz più
lentamente che posso, mangia il suo ancora più lentamente
di me. Ah, Irrsigler, gli ho detto l'ultima volta all'Astoria, le
devo così tanto, probabilmente le devo tutto, ma questo,
com'è naturale, lui non l'ha capito. Il fatto è che dopo la
morte di mia moglie mi sono ritrovato improvvisamente solo,
avevo, è vero, un mucchio di gente, ma in realtà non avevo
nessuno, e non volevo importunare lei, nello stato spaventoso
in cui ero. Per sei mesi ho evitato ogni contatto con
chicchessia, non foss'altro per evitare le atroci domande della
gente, la gente, si sa, fa sempre con disinvoltura e in ogni
occasione, quelle atroci domande sulle cause di morte; io
volevo evitare tutto questo, e dunque non mi restava che
Irrsigler. Eppure, quasi sei mesi dopo la morte di mia moglie
ancora non avevo rimesso piede al Kunsthistorisches
Museum, sono solo sei mesi che ci vengo di nuovo, e i primi
tempi naturalmente non ci venivo come al solito un giorno sì
e un giorno no, ma tutt'al più una volta la settimana. Adesso
però sono già più di sei mesi che vengo di nuovo un giorno sì
e un giorno no al Kunsthistorisches Museum. Irrsigler, non
avendomi mai chiesto niente, era l'unico essere umano
possibile, disse Reger. Ogni volta torno a chiedermi, devo
andare all'Astoria o all'Imperial con Irrsigler, andrò in ogni
caso in uno dei migliori ristoranti di Vienna, ma Irrsigler
all'Imperial non si trova così bene come all'Astoria, l'assoluta
maestosità dell'Imperial una persona come Irrsigler non la
sopporta, così Reger. E poi a dire il vero l'Astoria è molto più
riservato. Insomma, è così che spero di poter ogni tanto
testimoniare a Irrsigler, persona per me importantissima, la
mia gratitudine, disse Reger. Irrsigler possiede la gradevole
virtù di saper ascoltare, e per di più di saperlo fare in maniera
assolutamente discreta. Tanto Irrsigler è per me una persona
estremamente gradevole, quanto la famiglia Irrsigler al
completo mi è invece estremamente sgradevole. Come può
una persona come Irrsigler, così Reger, finire con una donna
come la Irrsigler, con quella voce stridula e quel modo di
camminare da gallina. Del resto capita spesso di domandarsi
come possano finire insieme certi tipi così agli antipodi, disse
Reger. Una donna con una simile voce da animale isterico e
un modo di camminare da gallina con un uomo come
Irrsigler, così pacato, così gradevole. E naturalmente i figli di
Irrsigler hanno preso quasi tutto dalla madre e quasi niente
dal padre. Uno peggio dell'altro, disse Reger. I figli di Irrsigler
sono tutti mal riusciti, disse Reger, ma naturalmente i
genitori credono di avere dei figli ben riusciti, il che del resto
è quel che credono tutti i genitori. Fa addirittura spavento
l'idea di quel che ne sarà, un giorno, di questi figli di Irrsigler,
disse Reger, già oggi, quando vedo questi figli di Irrsigler, non
vedo neppure degli esseri umani mediocri, vedo degli esseri
umani decisamente al di sotto della media, con un carattere a
dir poco labile. Pensando a loro mi viene sempre in mente il
concetto della stupida nidiata, disse Reger, è questo l'aspetto
poco piacevole della famiglia Irrsigler. Un uomo così
notevole, con un carattere così risoluto, un individuo così
ben riuscito, e una famiglia così mal messa. Tutto questo è
assolutamente comune, disse Reger. Gli austriaci, in quanto
opportunisti nati, sono tipici struzzi, disse ora, e la loro vita è
fatta di dissimulazione e di oblio. Non c'è nefandezza
politica, per grande che sia, non c'è crimine, per grande che
sia, che a distanza di una settimana gli austriaci non abbiano
già dimenticato. L'austriaco in realtà è un insabbiatore di
crimini nato, l'austriaco insabbia qualsiasi crimine, anche il
più infame, perché, come si diceva, non è nient'altro fin dalla
nascita che uno struzzo opportunista. Per decenni i nostri
ministri commettono crimini orrendi che vengono coperti da
questi struzzi opportunisti che sono gli austriaci. Per decenni
i ministri perpetrano imbrogli letali che vengono coperti da
questi struzzi. Per decenni i ministri austriaci senza scrupoli
mentono agli austriaci e li ingannano, eppure vengono
coperti da questi struzzi. E' già un miracolo se di quando in
quando uno di questi ministri criminali e imbroglioni,
essendo stato imputato dei pesanti crimini che per decenni
ha commesso, viene mandato al diavolo, disse Reger, ma già
una settimana dopo la faccenda è dimenticata, perché gli
struzzi l'hanno dimenticata. Chi ruba venti scellini viene
perseguitato dalla giustizia e cacciato dietro le sbarre, ma
l'imbroglione che nei panni di ministro ha frodato per milioni
e miliardi, nel migliore dei casi viene mandato a casa con una
pensione da capogiro e subito dopo dimenticato, così Reger.
In effetti è un vero miracolo, così poi Reger, che adesso sia
stato cacciato un altro ministro, ma vede, appena è stato
destituito, appena i giornali hanno scritto che ha frodato per
miliardi, e appena gli stessi giornali hanno scritto che questo
ministro ha commesso pesanti crimini e che bisognerebbe
trascinarlo in tribunale, subito quel ministro è stato
dimenticato per sempre dagli stessi giornali, e quindi anche
da tutto il pubblico. E mentre meriterebbe di essere
incriminato, e trascinato davanti a un tribunale, e messo in
prigione, è proprio il caso di dirlo, a vita, per il crimine che ha
commesso, il ministro si gode invece la sua grassa pensione
nella villa sul Kahlenberg e nessuno pensa più a disturbarlo.
Fa una vita cosiddetta da nababbo in quanto ministro in
pensione, e quando un giorno o l'altro muore, gli fanno anche
i funerali di Stato e il mausoleo al cimitero centrale, così
Reger, accanto ai suoi colleghi ministri che sono morti prima
di lui e che sono stati dei criminali non meno di lui.
L'austriaco è uno struzzo opportunista nato, è un
insabbiatore e un obliante nato quando si tratta di
nefandezze e crimini commessi dai ministri e da tutti gli altri
governanti, così Reger. L'austriaco nasconde per tutta la vita
la testa nella sabbia e copre per tutta la vita le più grandi
nefandezze e i più grandi crimini per poter sopravvivere, la
verità è questa, disse Reger. I giornali non fanno altro che
constatare e denunciare e naturalmente gonfiare, ma poi, per
opportunismo, subito dopo rettificano e, per opportunismo,
dimenticano. Sono i giornali che smascherano e sobillano, ma
poi sono ancora i giornali che insabbiano e occultano e
passano sotto silenzio tutto ciò che riguarda le nefandezze
politiche e i crimini politici, così Reger. I giornali, subito
dopo aver tuonato contro il ministro dimissionario, e dopo
avergli mosso accuse gravissime e averlo, come si suol dire,
fatto fuori, e dopo aver costretto il Cancelliere federale a
destituire quel criminale di un ministro, non appena il
Cancelliere federale ha destituito il ministro, hanno già
dimenticato quello stesso ministro e con lui hanno
dimenticato le nefandezze e i crimini che egli ha
effettivamente commesso, così Reger. La giustizia austriaca è
una giustizia tenuta a bada dai politici austriaci, disse Reger,
tutto il resto è menzogna. Il fatto che questa faccenda sia
stata insabbiata non solo dal governo ma anche dai giornali
non mi dà pace, disse Reger. Ma sono anni, ormai, che in
quanto cittadini austriaci non possiamo darci pace, perché in
questi ultimi anni non è passato giorno senza che ci fosse uno
scandalo politico, e le mascalzonate dei politici hanno
assunto dimensioni che ancora pochi anni fa erano
impensabili, così Reger. Comunque sia occupata la mia testa,
questi scandali politici vi sono costantemente presenti e la
irritano. Qualunque cosa io faccia, ho in testa questi scandali
politici, disse Reger, di qualunque cosa io mi occupi, questi
scandali politici sono presenti nella mia mente, così Reger.
Ogni volta che apriamo il giornale, ecco un nuovo scandalo
politico, disse Reger, ogni giorno uno scandalo in cui sono
implicati politici che hanno abusato delle loro funzioni e che
si sono compromessi con la criminalità, i politici di questo
Stato, tanto mutilato da essere ormai irriconoscibile. Quando
lei apre il giornale, ha l'impressione di vivere in uno Stato in
cui la nefandezza politica e il crimine politico sono diventati
pratica quotidiana. Dapprima mi sono detto, è inutile che mi
agiti perché oggi questo Stato non è più degno ormai di
alcuna considerazione, ma adesso, in questo Stato atroce, il
quale addirittura ogni giorno ci terrorizza e ogni giorno ci
mette in apprensione, adesso ad un tratto non riesco
assolutamente più a non agitarmi, quando lei di primo
mattino apre il giornale, automaticamente non può far altro
che agitarsi per le nefandezze e i crimini dei nostri politici.
Automaticamente, lei avrà l'impressione che tutti i politici
siano dei loschi criminali e dei delinquenti dalla testa ai piedi,
insomma una manica di sporche canaglie, così Reger. Perciò,
negli ultimi tempi, ho perso l'abitudine di leggere il giornale
di primo mattino, cosa che ero abituato a fare da decenni, mi
è più che sufficiente aprirlo nel pomeriggio. Se il lettore di
giornali apre il giornale di primo mattino, fin dal mattino si
guasta lo stomaco, e se lo guasta per tutta la giornata e
addirittura per la notte seguente, così Reger, perché ogni
volta si trova di fronte scandali politici sempre più gravi e
mascalzonate politiche sempre più gravi, così Reger. Del
resto sono anni ormai che in questo paese il lettore di
giornali non legge sui giornali nient'altro che scandali, nelle
prime tre pagine gli scandali politici e nelle pagine successive
gli altri, e comunque non legge altro che scandali perché i
giornali austriaci non riportano altro che scandali e
mascalzonate, nient'altro che questo. I giornali austriaci
hanno raggiunto un livello tale di abiezione che già questo
fatto è di per sé uno scandalo, disse Reger, non ci sono al
mondo giornali più abietti e volgari e disgustosi di quelli
austriaci, e d'altra parte questi giornali austriaci non possono
che essere nefandi e abietti come essi sono in effetti, perché
la società austriaca e soprattutto la società politica austriaca e
questo Stato, appunto, sono nefandi e abietti. Non era mai
accaduto finora in questo paese di avere una società austriaca
così nefanda e abietta e uno Stato austriaco così nefando e
abietto, disse Reger, ma nessuno in questo Stato e in questo
paese ritiene la cosa un'onta, nessuno si ribella veramente a
questa situazione, così Reger. L'austriaco ha sempre accettato
tutto, di qualunque cosa si trattasse, ha sempre accettato le
più grandi nefandezze o le più grandi abiezioni, compresa la
più inaudita di tutte le mostruosità, così Reger. L'austriaco è
tutt'altro che un rivoluzionario perché non è assolutamente
un fanatico della verità, l'austriaco vive ormai da secoli
insieme alla menzogna e ad essa ha fatto l'abitudine, così
Reger, sono secoli ormai che l'austriaco ha sposato la
menzogna, ogni genere di menzogna, così Reger, ma con più
trasporto e in primo luogo si è sposato con la menzogna di
Stato. Gli austriaci vivono in modo del tutto naturale la loro
vita meschina e abietta di austriaci con la menzogna di Stato,
disse Reger, questo è il loro aspetto più ripugnante. Il
cosiddetto amabile austriaco è uno scaltro opportunista che
tende insidie, così Reger, che tende sempre e dovunque le sue
insidie da opportunista, il cosiddetto amabile austriaco è un
campione di infamia e di volgarità, sotto la sua cosiddetta
amabilità si nasconde un essere vile, spudorato e senza
scrupoli che, proprio per questo, è l'essere più menzognero
che si possa immaginare, così Reger. Pur essendo io stato per
tutta la vita un fanatico lettore di giornali, così Reger, a
questo punto per me aprire i giornali è diventato quasi
insopportabile perché i giornali non contengono altro che
scandali. Ma i giornali sono come la società, così Reger. Lei
può cercare per un anno intero in questi fogli di merda, disse
Reger, non troverà una sola proposizione davvero ricca
d'ingegno. Ma cosa vengo a dire queste cose a lei, che ha così
grande familiarità con tutti i problemi dell'Austria, disse
Reger. Oggi mi sono svegliato e ho pensato allo scandalo del
ministro e non riesco a togliermi dalla testa lo scandalo del
ministro, è appunto questa la tragedia della mia testa, disse
Reger, non riesco a togliermi questi scandali dalla testa,
soprattutto gli scandali politici penetrano nella mia testa e la
corrodono sempre più in profondità, è questa la tragedia.
Bisogna che mi tolga dalla testa tutti questi scandali e queste
nefandezze, penso, e le nefandezze e gli scandali penetrano
nella mia testa corrodendola sempre più in profondità. Ma
naturalmente discutere con lei di tutte queste cose e in
particolare di queste nefandezze e di questi scandali politici
placa il mio animo, ogni giorno, di primo mattino, meno
male che ho l'Ambassador dove posso discutere con lei,
penso, e naturalmente non solo di scandali e di nefandezze,
perché poi, com'è naturale, c'è anche dell'altro, argomenti più
piacevoli come per esempio la musica, così Reger. Finché
avrò ancora voglia di parlare della sonata detta Tempesta o
dell'Arte della fuga, fino a quel momento mi guarderò bene
dal darmi per vinto, disse Reger. La musica del resto ogni
volta mi salva, mi salva il fatto che in me la musica continua a
vivere, e infatti, vive in me come il primo giorno, così Reger.
Grazie alla musica salvarsi ogni giorno di nuovo, tirarsi fuori
da tutte le nefandezze e le cose disgustose, è questo il trucco,
disse, ritrovare ogni giorno la salvezza grazie alla musica,
ridiventare ogni giorno, di primo mattino, un vero essere
umano che pensa e sente, mi capisce! disse. Ma sì, disse
Reger, l'arte, anche se la malediciamo e se a volte ci sembra
del tutto pleonastica, e se anche siamo costretti ad
ammettere che essa in realtà non vale un accidente, se
osserviamo, qui, i quadri di questi cosiddetti Antichi Maestri,
che molto spesso, e com'è naturale sempre di più con il
passare degli anni, ci sembrano senza senso e senza scopo,
nient'altro che maldestri tentativi di piazzarsi artisticamente
sulla faccia della terra, malgrado tutto non c'è nient'altro che
salvi la gente della nostra fatta se non proprio quest'arte
maledetta e dannata, e spesso funesta e disgustosa da far
vomitare, così Reger. L'austriaco è sempre un essere umano
fallito, disse Reger, profondamente consapevole di esserlo.
Questa è l'origine di tutti i suoi guai, della sua debolezza di
carattere, perché il peggiore dei suoi guai è proprio la
debolezza di carattere. Ma questo lo rende assai più
interessante di tutti gli altri, così Reger. L'austriaco è infatti il
più interessante di tutti gli esseri umani d'Europa perché ha
tutte le qualità di tutti gli esseri umani d'Europa e in più la
debolezza di carattere. E' questo l'aspetto affascinante
dell'austriaco, disse Reger, fin dalla nascita sono presenti in
lui tutte le qualità di tutti gli altri, e in più la sua qualità
peculiare che è la debolezza di carattere. Se rimaniamo in
Austria vita natural durante, non vediamo mai l'austriaco
come è realmente, ma se torniamo in Austria dopo una lunga
assenza, come appunto è accaduto a me quando sono tornato
da Londra, lo vediamo distintamente e lui a quel punto non
ci può più dare a intendere nulla. L'austriaco è un geniale
turlupinatore, è il più geniale di tutti i teatranti, disse Reger,
è capace di farti credere qualsiasi cosa, e non dice mai il vero,
questo è il suo tratto più caratteristico. L'austriaco è
benvoluto in tutto il mondo, o per lo meno lo è stato fino a
oggi, e tutto il mondo è sempre andato pazzo, come si suol
dire, per lui, ma proprio perché è l'essere umano europeo più
interessante di tutti, è sempre nello stesso tempo anche il
più pericoloso. L'austriaco, molto probabilmente, è in
assoluto l'essere umano più pericoloso che ci sia, più del
tedesco, più di tutti gli altri europei, l'austriaco è senz'altro
l'animale politico più pericoloso, e infatti è stato
ripetutamente causa di immani sciagure, in Europa, e spesso
in effetti nel mondo intero. A un austriaco, che per quanto ci
possa sembrare interessante e unico nel suo genere, è
comunque un infame nazista o quanto meno uno stupido
cattolico, non dobbiamo lasciare in mano il timone della
politica, disse Reger, perché un austriaco al timone guida
sempre tutto ineluttabilmente in un baratro infernale. Una
notte insonne, in preda alla più grande agitazione dovuta
unicamente agli scandali politici, disse poi Reger. Sì, ho
pensato questa mattina all'alba, incontrerai Atzbacher al
Kunsthistorisches Museum per fargli una proposta, e sai
perfettamente che gli farai una proposta del tutto insensata, e
comunque gli farai quella proposta. Una cosa ridicola, e
nondimeno mostruosa, disse Reger. Per due mesi, dopo la
morte di sua moglie, Reger non è più uscito dal suo
appartamento della Singerstrasse, per sei mesi interi dopo la
morte di sua moglie non ha più incontrato anima viva. Per
tutti quei sei mesi ha lasciato che fosse la domestica a
occuparsi di lui, una donna ordinaria e terribile, e non è
andato una sola volta al Kunsthistorisches Museum dove per
decenni era andato un giorno sì e un giorno no in compagnia
di sua moglie, penso. La domestica ha cucinato per lui e gli
ha lavato la biancheria, il tutto, bisogna dire, con una
trasandatezza da far rizzare i capelli, così Reger più volte,
eppure la sua presenza ha fatto in modo che lui non deperisse
completamente. L'essere umano che di colpo viene lasciato
solo, si sa, deperisce molto in fretta, così lo stesso Reger, per
mesi non ho mangiato altro che minestra di semolino, così
Reger, perché con i miei denti fuori posto non potevo più
mangiare carne, e nemmeno verdura. L'appartamento della
Singerstrasse adesso è vuoto e vi regna un silenzio sepolcrale,
questo è il quadro della situazione tracciato dallo stesso
Reger quando io l'ho rivisto per la prima volta all'Ambassador
dopo la morte di sua moglie, smagrito, pallido, taciturno per
quasi tutto il tempo, appoggiato al suo bastone, le stringhe
delle scarpe slacciate e i mutandoni invernali che gli
sporgevano dai pantaloni. Non abbiamo più nessuna voglia di
continuare a vivere quando abbiamo perso l'essere umano
che ci era più vicino, così lui allora all'Ambassador, ma
dobbiamo continuare a vivere, non ci ammazziamo perché
siamo troppo vili, e ancora promettiamo sulla tomba aperta
che presto verremo anche noi, ma poi, sei mesi dopo, siamo
ancora in vita e abbiamo orrore per noi stessi, così Reger
allora all'Ambassador. A ottantasette anni era arrivata sua
moglie, ma avrebbe senz'altro potuto oltrepassare i cento, se
non fosse caduta, così Reger allora all'Ambassador. La Città di
Vienna e lo Stato austriaco e la Chiesa cattolica, disse Reger
allora all'Ambassador, sono colpevoli della sua morte, perché
se la Città di Vienna, alla quale appartiene la strada che porta
al Kunsthistorisches Museum, avesse cosparso di sabbia la
strada che porta al Kunsthistorisches Museum, mia moglie
non sarebbe caduta, e se il Kunsthistorisches Museum, che
appartiene allo Stato, avesse avvertito l'ambulanza
immediatamente e non mezz'ora dopo, mia moglie non
sarebbe arrivata all'Ospedale dei Fratelli della Carità un'ora
dopo la sua caduta, e i chirurghi dell'Ospedale dei Fratelli
della Carità, che appartiene alla Chiesa cattolica, non
avrebbero improvvisato l'operazione, così Reger allora
all'Ambassador. La Città di Vienna, lo Stato austriaco e la
Chiesa cattolica sono colpevoli della morte di mia moglie,
disse Reger all'Ambassador, questo pensai mentre ero seduto
accanto a lui sulla panca della Sala Bordone, penso. La Città
di Vienna non cosparge di sabbia la strada che porta al
Kunsthistorisches Museum in una giornata in cui le strade
sono scivolose come lastre di ghiaccio, e il Kunsthistorisches
Museum avverte l'ambulanza solo dopo insistenti richieste, e
per finire i chirurghi dei Fratelli della Carità improvvisano
l'operazione e alla fine mia moglie muore, disse Reger
all'Ambassador. Perdiamo l'essere umano che tra tutti gli
esseri umani abbiamo amato più intensamente solo per la
negligenza della Città di Vienna e per la negligenza dello
Stato austriaco e per l'avventatezza della Chiesa cattolica,
disse Reger allora all'Ambassador. Perdiamo l'essere umano
per noi più importante perché Città, Stato e Chiesa hanno
agito in modo avventato e ignobile, così Reger allora
all'Ambassador. Ci muore l'essere umano col quale per quasi
quarant'anni abbiamo condiviso la nostra vita con la massima
naturalezza e nel rispetto e nell'amore, perché la Città e lo
Stato e la Chiesa hanno agito in modo avventato e ignobile,
così Reger allora all'Ambassador. Ci muore l'unico essere
umano che abbiamo perché la Città e lo Stato e la Chiesa si
sono comportati in modo avventato e ignobile, così Reger
allora all'Ambassador. Veniamo di colpo lasciati soli
dall'unico essere umano che in fondo è stato nostro, perché la
Città e lo Stato e la Chiesa hanno agito in modo avventato e
ignobile, così Reger allora all'Ambassador. Di colpo siamo
separati dall'essere umano al quale in fondo dobbiamo tutto e
che in effetti ci ha dato tutto, disse Reger allora
all'Ambassador. D'un tratto siamo soli nel nostro
appartamento, senza l'essere umano che ci ha mantenuto in
vita per decenni con le più grandi attenzioni perché Città,
Stato e Chiesa cattolica hanno commesso il crimine della
negligenza, così Reger allora all'Ambassador. D'un tratto ci
ritroviamo davanti alla tomba aperta di quell'essere umano
senza il quale non avevamo mai immaginato di poter vivere,
disse Reger allora all'Ambassador, penso. La Città di Vienna e
lo Stato austriaco e la Chiesa cattolica sono colpevoli del fatto
che io adesso sono solo e che dovrò rimanere solo per tutta la
vita, disse Reger allora all'Ambassador. L'essere umano che è
sempre stato sano e che aveva tutte le prerogative possibili e
immaginabili di un essere intelligente e femminile, e che
nella mia vita è stato effettivamente quello che mi ha dato
più amore, questo essere muore solo perché la Città di
Vienna non cosparge di sabbia la strada che porta al
Kunsthistorisches Museum, solo perché il Kunsthistorisches
Museum, che appartiene allo Stato, non avverte
tempestivamente l'ambulanza e perché i chirurghi
dell'Ospedale dei Fratelli della Carità improvvisano
l'operazione, così Reger allora all'Ambassador. Più di
cent'anni avrebbe potuto vivere mia moglie, di questo sono
convinto, se la Città di Vienna avesse cosparso di sabbia la
strada che porta al Kunsthistorisches Museum, così Reger
allora all'Ambassador. E oggi sarebbe sicuramente ancora in
vita se il Kunsthistorisches Museum avesse avvertito
tempestivamente l'ambulanza e se i chirurghi dell'Ospedale
dei Fratelli della Carità non avessero improvvisato
l'operazione. In fondo non avrei mai più dovuto mettere
piede nel Kunsthistorisches Museum, così Reger dopo avervi
rimesso piede sette mesi dopo la morte di sua moglie. Adesso
la strada che porta al Kunsthistorisches Museum viene
cosparsa di sabbia, adesso che mia moglie è morta, disse
Reger. Proprio all'Ospedale dei Fratelli della Carità hanno
portato mia moglie, proprio in quell'ospedale del quale non
ho mai sentito dire niente di buono, così Reger. Sono
profondamente refrattario a tutti gli ospedali nel cui nome
compaia la parola carità, così Reger. Non c'è un'altra parola di
cui si abusi così tanto quanto della parola carità, disse Reger.
Gli ospedali della Carità sono i meno caritatevoli che io
conosca, per lo più vi regnano sovrane l'incompetenza e
l'avidità, unite a una religiosità ipocrita e gretta, così Reger
allora all'Ambassador. Adesso non mi è rimasto che
l'Ambassador, così Reger allora all'Ambassador, questo
tavolino d'angolo al quale nel corso dei decenni mi sono
affezionato. Ho due posti in cui mi posso rifugiare quando
non so più come andare avanti, il tavolino d'angolo qui
all'Ambassador e la panca del Kunsthistorisches Museum. Ma
ritrovarsi completamente soli qui all'Ambassador, seduti al
tavolino d'angolo, anche questo è atroce, disse Reger allora
all'Ambassador. Starmene seduto qui con mia moglie era una
delle mie abitudini preferite, non starmene seduto qui da
solo, non da solo, caro il mio Atzbacher, così Reger allora
all'Ambassador, e starmene seduto da solo sulla panca della
Sala Bordone al Kunsthistorisches Museum, anche questo è
straziante, quando per più di trent'anni mi ci sono seduto con
mia moglie. Cammino per la Città di Vienna e penso tutto il
tempo che la Città di Vienna è colpevole della morte di mia
moglie e che lo Stato austriaco è colpevole della sua morte e
che la Chiesa cattolica è colpevole della sua morte, ovunque
io vada, e in qualunque momento, non riesco più a togliermi
queste idee dalla testa, così Reger. Nei miei confronti è stato
commesso un crimine, una mostruosità comunale-statale-
cattolica alla quale non posso ribellarmi in alcun modo, e
questo è atroce, così Reger. In fondo, disse Reger quel giorno
all'Ambassador, nel momento in cui è morta mia moglie sono
morto anch'io. La verità è che a me sembra proprio di essere
un morto, un morto che deve continuare a vivere. Questo è il
mio problema, disse Reger allora all'Ambassador.
L'appartamento è vuoto e morto, disse più volte Reger allora
all'Ambassador. In questi vent'anni sono stato solo due volte
nell'appartamento di Reger alla Singerstrasse, un
appartamento di dieci, dodici stanze in una casa di inizio
secolo che adesso, dopo la morte di sua moglie, appartiene a
Reger. Pieno dei mobili della famiglia di sua moglie,
l'appartamento di Reger alla Singerstrasse è il tipico esempio
di un cosiddetto appartamento Jugendstil, dove i Klimt e i
Schiele e i Gerstl e i Kokoschka sono effettivamente appesi
alle pareti in gran numero, tutti quadri che mia moglie
teneva in grande considerazione, così Reger una volta, ma
che in me personalmente hanno sempre suscitato il più
profondo disgusto. Ogni singola stanza di questo
appartamento regeriano alla Singerstrasse è stata accomodata
all'inizio del secolo da un celebre ebanista slovacco che ne ha
fatto una vera e propria opera d'arte, fatico a credere che
esista a Vienna un altro appartamento dove l'arte
dell'ebanisteria slovacca abbia ottenuto risultati di una simile
perfezione e di un livello qualitativo così sublime, Atzbacher.
Quanto a Reger, lui stesso lo ripete di continuo, non tiene in
alcuna considerazione il cosiddetto Jugendstil, lo detesta,
perché tutto lo Jugendstil non è altro che kitsch, è pur vero
che diceva di apprezzare, e di continuo lo ripeteva,
l'atmosfera accogliente nell'appartamento di sua moglie alla
Singerstrasse, le proporzioni armoniose degli spazi interni,
soprattutto le dimensioni del suo studio, ma non
importandogli assolutamente niente del cosiddetto
Jugendstil, che come dicevo riteneva kitsch, la cosa che
apprezzava non era l'arredamento, bensì la comodità delle
stanze della Singerstrasse, una comodità che lui aveva sempre
definito ideale per noi due. Quando mi recai per la prima
volta nell'appartamento dei Reger alla Singerstrasse, e mi
accolse Reger perché sua moglie era partita per Praga, mi fece
attraversare rapidamente tutto l'appartamento, ecco, vede, è
qui che vivo, aveva detto allora, qui, vede, in queste stanze
che mi sono molto congeniali, sebbene questi mobili orribili
e scomodi non siano affatto di mio gusto. Tutto, qui,
rispecchia il gusto di mia moglie e non il mio, così Reger
allora, e quando io guardavo i quadri alle pareti, lui non
faceva che ripetere, ah sì, dev'essere un Schiele, ah sì,
dev'essere un Klimt, ah sì, dev'essere un Kokoschka. Tutta la
pittura dell'inizio del secolo è kitsch, e poi non è il mio
genere, disse a più riprese, mentre mia moglie ne è sempre
stata attratta seppure non affascinata, sì, ne è stata attratta, è
questa l'espressione giusta, così Reger allora. Schiele forse,
ma Klimt no, Kokoschka sì, Gerstl no, queste le sue
osservazioni. Un Loos, dicono, un Hoffmann, dicono, mi
rispose quando chiesi se quello fosse proprio un tavolo di
Adolf Loos, se quella fosse proprio una poltrona di Josef
Hoffmann. Sa, disse Reger in quell'occasione, io sono sempre
disgustato dalle cose che in un dato momento vengono
ritenute moderne, e in questo momento Loos e Hoffmann
sono così moderni che io ne sono naturalmente disgustato. E
Schiele e Klimt, questi maestri del kitsch, sono oggi in realtà i
più moderni di tutti, per questo in fondo Klimt e Schiele mi
disgustano tanto. Al giorno d'oggi, del resto, la gente ascolta
prevalentemente Webern e Schönberg e Berg e i
loro scimmiottatori, e come se non bastasse anche Mahler,
il che mi disgusta. Tutto ciò che è di moda mi ha sempre
disgustato. Probabilmente soffro anch'io di quello che sono
solito chiamare egoismo artistico, in fatto di arte voglio che
tutto appartenga soltanto a me, voglio essere soltanto io a
possedere il mio Schopenhauer, il mio Pascal, il mio Novalis,
e il mio amatissimo Gogol', voglio essere solo e soltanto io a
possedere questi prodotti artistici, queste invettive artistiche
geniali, io solo voglio possedere Michelangelo, Renoir, Goya,
disse, quasi non riesco a sopportare che al di fuori di me ci sia
qualcun altro che possiede e gode i prodotti di questi artisti,
di questi geni, e già l'idea che qualcun altro all'infuori di me
apprezzi anche solo Janà-cek, Martinu o Schopenhauer o
Descartes, mi è quasi insopportabile, voglio essere l'unico,
questo è naturalmente un atteggiamento tremendo, aveva
detto Reger allora. Sono un pensatore possessivo, così Reger
allora nel suo appartamento. Presterei volentieri fede all'idea
che Goya abbia dipinto solo e soltanto per me, che Gogol' e
Goethe abbiano scritto solo e soltanto per me, che Bach abbia
composto solo e soltanto per me. Ma poiché questa è un'idea
balzana e per giunta oltremodo meschina, io in definitiva
sono sempre infelice, lei certo mi capisce, aveva detto Reger
allora. Per quanto ciò sia assurdo, così Reger allora, quando
leggo un libro ho comunque la sensazione e la convinzione
che il libro sia stato scritto solamente per me, se guardo un
quadro, ho la sensazione e la convinzione che sia stato
dipinto solamente per me, e così il brano musicale che
ascolto, composto solamente per me. In tal caso, com'è
naturale, leggo e ascolto e guardo in un grave errore, e provo
tuttavia un piacere immenso, così Reger allora. Qui, su
questa poltrona, mi disse Reger allora, e mi mostrò una
cosiddetta orribile poltrona di Loos, che Loos ha tra l'altro
progettato a Bruxelles e ha fatto produrre a Bruxelles, qui
trent'anni fa ho introdotto mia moglie all'Arte della fuga.
Quell'orribile poltrona di Loos si trova ancora nello stesso
posto. E' lì, su quell'orribile panca di Loos, e mi aveva invitato
a sedermi, su quell'orribile panca di Loos sistemata davanti a
una finestra che dava sulla Singerstrasse, ho letto per un anno
a voce alta Wieland a mia moglie, Wieland il grande
sottovalutato della letteratura tedesca, Wieland che ha
lasciato Weimar perché Goethe gli aveva reso la vita
impossibile, mentre Schiller ha avuto nella faccenda una
parte disgustosa, così Reger; un anno dopo mia moglie era
un'esperta di Wieland, già dopo un anno soltanto! ha
esclamato Reger allora. E qui, su questo sgabello di Loos,
orribile non meno che scomodo, dicono che anche questo
sgabello l'abbia progettato quell'uomo insopportabile e
patetico che fu Loos, sedeva mia moglie, e negli anni
Sessantasei e Sessantasette, tra l'una e le due del mattino mi
ha letto tutto Kant a voce alta. Dapprima ho fatto un'enorme
fatica a introdurre mia moglie nel mondo della letteratura e
della filosofia e della musica, così Reger allora. Infatti è chiaro
che la letteratura senza la filosofia e viceversa, e la filosofia
senza la musica, e la letteratura senza la musica e viceversa
non sono concepibili, disse, ci sono voluti degli anni perché
mia moglie lo capisse, così Reger allora nell'appartamento
della Singerstrasse. Con mia moglie sono stato costretto a
cominciare da zero, sebbene lei, grazie alle sue origini, fosse
molto colta quando io la conobbi. In un primo momento
avevo addirittura creduto che la convivenza sarebbe stata
impossibile, eppure poi fu possibile, così Reger, perché mia
moglie si è assoggettata, naturalmente, perché questa era in
effetti la condizione della nostra convivenza, che comunque,
alla fine, potei definire una convivenza ideale. Una donna
come mia moglie impara con difficoltà solo nei primi anni di
un simile addestramento, da un certo punto in poi impara
facilmente e poi sempre più facilmente, così Reger. Su questo
orribile e scomodo sgabello di Loos si è acceso in mia moglie
il cosiddetto lume della filosofia, disse Reger allora
nell'appartamento della Singerstrasse. Per anni, cercando di
istruire, di illuminare una persona, percorriamo la strada
sbagliata, finché da un momento all'altro non vediamo la
strada giusta e, da quel momento in poi, tutto procede molto
in fretta, da quel momento in poi mia moglie ha capito tutto
molto in fretta, ma naturalmente avrei ancora potuto
lavorare su di lei per anni, se non per decenni, così Reger
allora nell'appartamento della Singerstrasse. Prendiamo una
moglie e non sappiamo perché l'abbiamo presa, certo non
solo perché lei ci molesti con la sua domestica operosità,
com'è tipico del sesso femminile, così Reger allora
nell'appartamento della Singerstrasse, la prendiamo invece
perché vogliamo farle conoscere il valore vero della vita, la
vogliamo illuminare su ciò che può essere la vita se è guidata
dallo spirito. Naturalmente, con una donna così non
dobbiamo commettere l'errore di martellarle nel cervello le
cose dello spirito, come ho tentato di fare io all'inizio,
operazione che era ovviamente destinata a fallire, in questo
caso, come sempre del resto, la cautela dà i risultati migliori,
disse Reger allora nell'appartamento della Singerstrasse.
Tutte le cose che mia moglie amava prima che io la
conoscessi, dopo che io l'ho istruita ha smesso di amarle,
tutto salvo questa isteria dello Jugendstil, questo cosiddetto
Jugendstil, questo rivoltante kitsch artistico, questa
nauseante aberrazione del gusto che è lo Jugendstil; per quel
che riguarda lo Jugendstil, non avevo speranza. Ma col tempo
naturalmente sono riuscito a farle passare l'inclinazione per
la letteratura falsa e quindi senza valore, per la musica falsa e
quindi senza valore, disse Reger, e le ho fatto conoscere i
capisaldi della filosofia mondiale. Il cervello della donna è il
più refrattario, così Reger allora nell'appartamento della
Singerstrasse, lo crediamo accessibile mentre è inaccessibile.
Aveva fatto tanti di quei viaggi insensati, mia moglie, prima
che io la sposassi, così Reger allora, viaggi che col passare del
tempo non fece più, aveva infatti, come oggi la maggior parte
delle donne, la smania di viaggiare, oggi qua domani là, è
questo il loro motto, e in definitiva non fanno esperienze di
nessun genere, non vedono niente e non portano a casa
nient'altro che il portafogli vuoto. Dopo il nostro matrimonio
mia moglie non ha più viaggiato, così Reger, non ha fatto
altro che questi viaggi dello spirito che io intraprendevo con
lei, abbiamo viaggiato in Schopenhauer, in Nietzsche e in
Descartes e in Montaigne e in Pascal, e ogni volta per anni,
così Reger. Qui, vede, disse allora nell'appartamento della
Singerstrasse, e si mise a sedere su una poltrona, un'orrenda
poltrona di Otto Wagner, su questa orrenda poltrona di Otto
Wagner mia moglie mi ha confessato che lei, sebbene io, per
un anno intero, le avessi impartito lezioni su Schieiermacher,
non aveva capito Schieiermacher. Siccome però lei stessa, nel
corso di queste lezioni su Schieiermacher, mi aveva fatto
passare la voglia di leggere Schieiermacher, e siccome quindi
ad un tratto neanch'io avevo più il benché minimo interesse
per Schieiermacher, ho semplicemente preso atto del fatto
che lei non aveva capito Schieiermacher e di Schieiermacher
non mi sono più occupato; in un caso del genere dobbiamo
semplicemente lasciar perdere, come si suol dire, quel certo
filosofo che nostra moglie non ha capito, un filosofo come
Schieiermacher appunto, e andare avanti. Cominciai subito
con un'iniziazione a Herder, che fu per entrambi un sollievo,
così Reger allora nell'appartamento della Singerstrasse. Dopo
la morte di mia moglie avevo pensato, lascerò il nostro
appartamento, eppure poi non l'ho lasciato, semplicemente
perché sono troppo vecchio. Il trasloco è una fatica superiore
alle mie forze, così Reger. Due locali naturalmente
basterebbero, così Reger, ma se non abbiamo più la forza di
andarcene, dobbiamo adattarci alle dieci, dodici stanze,
quante ne ha l'appartamento della Singerstrasse. Tutto in
questo appartamento mi ricorda mia moglie, disse Reger,
ovunque io guardi sempre c'è lei, in piedi, seduta, che esce
dall'una o dall'altra stanza e viene verso di me, è terribile, e
nello stesso tempo struggente, sì, è davvero struggente, disse
Reger. Allora, quando sono stato per la prima volta
nell'appartamento della Singerstrasse e sua moglie viveva
ancora, lui, guardando giù nella Singerstrasse, sa Atzbacher,
mi ha detto, niente mi fa più paura dell'idea di poter essere
improvvisamente abbandonato da mia moglie e di restare
solo, la cosa più spaventosa che mi possa capitare è che lei
muoia e che mi lasci solo. Ma mia moglie è sana e mi
sopravviverà di molti anni, così Reger allora. Quando amiamo
un essere umano così fervidamente come io amo mia moglie,
non possiamo immaginare la sua morte, non ne sopportiamo
neppure l'idea, così Reger allora. Quando mi recai per la
seconda volta nell'appartamento della Singerstrasse, ero
andato a ritirare un vecchio volume degli scritti di Spinoza
che Reger mi aveva procurato per un prezzo più vantaggioso
del normale, non tramite una libreria ufficiale, appunto, ma
tramite un commerciante abusivo, appena entrato nel suo
appartamento della Singerstrasse, Reger mi invitò ad
accomodarmi sulla prima poltrona che gli capitò davanti,
anche quella un'orribile poltrona di Loos, poi scomparve
nella sua biblioteca per ritornare poco dopo con un volume di
aforismi di Novalis. Adesso le leggerò per un'ora gli aforismi
di Novalis, disse, e mentre io fui costretto a rimanere seduto
sull'orribile poltrona di Loos, lui rimase in piedi e mi lesse in
effetti per un'ora intera gli aforismi di Novalis. Novalis l'ho
amato da sempre, disse in capo a un'ora dopo aver richiuso il
libro degli aforismi di Novalis, e lo amo ancora oggi. Novalis è
l'unico poeta che io ho amato in tutta la mia vita, sempre allo
stesso modo e sempre con lo stesso fervore, come nessun
altro. Tutti, col tempo, chi più chi meno, mi hanno dato sui
nervi, tutti mi hanno profondamente deluso, si sono rivelati
assurdi oppure inconcludenti, nonché, come capita molto
spesso dopotutto, insignificanti e inutilizzabili, con Novalis
invece niente di tutto questo. Non avevo mai creduto di poter
amare uno scrittore che è nello stesso tempo anche un
filosofo, Novalis lo amo, l'ho amato sempre e lo amerò anche
in futuro con lo stesso trasporto con cui l'ho sempre amato,
così Reger allora. Ma è davvero singolare che mia moglie nei
confronti di Novalis non abbia mai avuto una [pre]dilezione,
neppure una [pre]dilezione, mentre io Novalis l'ho sempre
amato di un amore totale. Ci sono tante cose, ma non
Novalis, che col tempo sono riuscito a far apprezzare a mia
moglie, sebbene proprio Novalis sia il poeta che avrebbe
potuto darle di più, disse. Inizialmente lei si rifiutava di
venire con me al Kunsthistorisches Museum, disse Reger
allora, si difendeva per così dire con le unghie e con i denti da
questa eventualità, ma poi ha finito per venirci, con me, con
la stessa regolarità con cui ci andavo io, e sono persuaso che
se mi fosse sopravvissuta, e non io a lei come è accaduto,
continuerebbe a recarsi da sola, senza di me, al
Kunsthistorisches Museum, così come io faccio adesso, che ci
vado da solo senza di lei. Reger ora guardò di nuovo l'Uomo
dalla barba bianca e disse: A quarant'anni dalla fine della
guerra l'Austria ha di nuovo toccato il fondo, la situazione
morale è abissalmente buia, è questo il fatto deprimente. Un
paese così bello, disse Reger, e un pantano morale così
insondabile, un paese così bello e una società così brutale e
ignobile e votata all'autodistruzione da ogni punto di vista.
La cosa atroce, poi, è che siamo costretti ad assistere attoniti
a questa catastrofe, che non possiamo fare nulla per
impedirla, così Reger. Reger guardò l'Uomo dalla barba
bianca e disse: Un giorno sì e un giorno no vado sulla tomba
di mia moglie, ovvero quando non vado al Kunsthistorisches
Museum vado sulla tomba di mia moglie, e rimango una
mezz'ora sulla sua tomba, e non provo niente. E' curioso, non
faccio altro che pensare a mia moglie più o meno tutto il
tempo, e quando sono sulla sua tomba non provo niente nei
suoi confronti. Sono lì, in piedi, e non provo assolutamente
niente. Solo quando mi allontano dalla sua tomba, sento di
nuovo com'è atroce il fatto che lei mi abbia lasciato solo.
Penso sempre, ora vado sulla sua tomba per esserle
particolarmente vicino, ma quando sono sulla sua tomba non
provo niente nei suoi confronti. Allora strappo le erbacce che
crescono sulla sua tomba e guardo a terra, ma non provo
niente. Ormai comunque ho preso l'abitudine di andare un
giorno sì e un giorno no sulla tomba di mia moglie, che prima
o poi sarà anche la mia tomba, così Reger. Se penso alle cose
abominevoli che sono accadute in occasione dei suoi funerali,
mi sento male ancora oggi. La tipografia, cui avevo dato
l'incarico di preparare la partecipazione funebre, ha sbagliato
a più riprese il lavoro, una volta i caratteri erano troppo
grassi, una volta troppo magri, una volta c'erano troppe
virgole, una volta troppo poche, disse, ogni volta che mi
facevo presentare una prova di stampa, tutto era sbagliato,
davvero una cosa disperante. Al colmo della disperazione ho
detto al tipografo che io gli avevo dato un modello
assolutamente preciso, e che invece le prove di stampa non si
attenevano mai al mio originale e che sulle prove di stampa
tutto era sempre sbagliato. A quel punto il tipografo mi ha
detto che lo sapeva lui come va stampato quel genere di
partecipazione funebre, non io, che lo sapeva lui come va
composto il testo, non io, che lo sapeva lui dove vanno messe
le virgole, non io. Ma io non gli ho dato pace e alla fine ho
avuto tra le mani la partecipazione funebre che volevo io; ma
sono dovuto andare cinque volte in tipografia, disse Reger,
per ottenere una partecipazione funebre come io la volevo. I
tipografi sono gente presuntuosa, continuano a sostenere di
aver ragione anche quando loro stessi hanno capito da tempo
di non avere ragione. Con i tipografi non bisogna attaccar
briga, disse Reger, diventano subito arroganti e ti minacciano
di mandar tutto in fumo se tu non ti pieghi alla loro stupida
mentalità. Ma io non mi sono mai piegato di fronte ai
tipografi, così Reger. Sulla partecipazione funebre c'era una
sola frase, il luogo e l'ora della morte di mia moglie, eppure
sono dovuto andare cinque volte in tipografia e ho persino
dovuto attaccar briga con il tipografo. Mia moglie, a dire il
vero, di partecipazioni funebri non ne voleva, ne avevo
parlato con lei, eppure io ho fatto stampare le partecipazioni
funebri, così Reger, ma poi non ho spedito nemmeno una
partecipazione, perché tutt'a un tratto, quando le ho volute
spedire, mi è parso assurdo spedire le partecipazioni funebri.
Mi sono limitato a far pubblicare sul giornale un'unica breve
frase in cui dicevo appunto che mia moglie era morta, disse
Reger. La gente spende e spande in modo terrificante quando
muore qualcuno, io ho cercato di fare tutto nel modo più
semplice possibile, così Reger, sebbene io stesso oggi non
sappia se mi sono comportato nel modo giusto,
continuamente mi sorgono dei dubbi in proposito, questi
dubbi, dalla morte di mia moglie, mi vengono ogni giorno,
non è passato giorno senza dubbi di questo genere, il che col
passare del tempo è logorante, così Reger. Per la successione
non c'è stata la minima difficoltà, perché lei, nel suo
testamento, mi ha nominato, come si suol dire, erede
universale, come me che a mia volta ho nominato lei, nel mio
testamento, erede universale. Un simile caso di morte, per
quanto sia profondo il dolore, e sebbene si abbia davvero
l'impressione di doverne rimanere sopraffatti, ha anche il suo
lato comico, così Reger. Le cose più atroci, del resto, sono
sempre anche comiche, così Reger. In fondo il funerale di mia
moglie non è stato soltanto un funerale semplice, è stato in
effetti un funerale deprimente, disse Reger. Vogliamo un
funerale semplice, con il minor numero possibile di persone,
disse Reger, e poi non abbiamo fatto altro che organizzare un
funerale deprimente. Niente musica, diciamo, niente
discorso, diciamo, così il funerale sarà semplicissimo e noi
stessi, pensiamo, lo sopporteremo meglio, e invece quel
funerale ci deprime profondamente, così Reger. Solo sette o
otto persone, davvero soltanto le più vicine, se possibile
nessuno del parentado, solo le persone più vicine, pensiamo,
e in effetti vengono solo questi, i più vicini, ai quali per di più
abbiamo detto, niente fiori, niente di niente, e poi tutto è
comunque molto deprimente. Seguiamo il feretro passo dopo
passo e tutto è deprimente. Tutto procede molto in fretta,
non dura nemmeno tre quarti d'ora e ci deprime, e abbiamo
l'impressione che sia durato un'eternità, disse Reger. Vado
sulla tomba di mia moglie e non provo assolutamente niente.
A casa, ancora oggi, che lei ci creda o no, mi viene da
piangere almeno una volta al giorno, disse, eppure sulla
tomba di mia moglie non provo assolutamente niente. Sto lì,
e strappo l'erba, e faccio tutti quei piccoli gesti ridicoli e
nervosi, ben sapendo che non sono altro che un modo
malsano di distendere i nervi, e guardandomi intorno vedo le
altre tombe di pessimo gusto, quelle tombe sono una peggio
dell'altra, così Reger. Nei cimiteri abbiamo brutalmente sotto
gli occhi il cattivo gusto più indecente dell'umanità. Sulla
nostra tomba cresce solo erba e neppure c'è un nome sulla
nostra tomba, così Reger, questo l'avevo deciso con mia
moglie. Nessuna iscrizione, niente di niente. Gli scalpellini
deturpano i cimiteri e i cosiddetti artisti figurativi coronano
l'opera aggiungendo ovunque un tocco di kitsch, disse Reger.
Ma naturalmente dalla tomba di mia moglie lei può godere
una vista stupenda su Grinzing e sul Kahlenberg che gli sta
dietro. E sul Danubio che scorre sotto. La tomba è situata
così in alto che lei, da lassù, può vedere tutta Vienna. Certo
non ha importanza il luogo in cui l'essere umano viene
sepolto, ma se uno già possiede una tomba in concessione
perpetua, com'è il caso mio e di mia moglie, allora è giusto
che si faccia seppellire nella propria tomba. Mi sta bene
essere sepolta ovunque, purché non sia al Cimitero centrale,
diceva spesso mia moglie, così Reger, e neanch'io, del resto,
desidero essere sepolto al Cimitero centrale, per quanto in fin
dei conti, come dicevo, è indifferente il luogo in cui l'essere
umano viene sepolto. Il mio nipote di Leoben, l'unico parente
che mi è rimasto, disse Reger, sa che io non voglio essere
sepolto al Cimitero centrale, bensì nella mia tomba, la tomba
che è di mia proprietà per concessione perpetua, così Reger,
ma naturalmente se muoio a più di trecento chilometri da
Vienna, allora voglio essere sepolto sul posto, a Vienna se
muoio entro un raggio di trecento chilometri, altrimenti sul
posto, ho detto al mio nipote di Leoben; lui si atterrà a
quanto gli ho detto io perché è il mio erede, così Reger. Reger
guardò l'Uomo dalla barba bianca e disse: Ancora un anno fa,
poco prima della morte di mia moglie, camminavo volentieri
un paio d'ore in giro per Vienna, adesso non ne ho più voglia.
La morte di mia moglie mi ha davvero molto debilitato, non
sono più lo stesso di prima della sua morte. E Vienna, del
resto, è diventata talmente brutta, disse. In inverno, penso,
mi salverà la primavera, in primavera, penso, mi salverà
l'estate, in estate, penso, l'autunno, e in autunno, l'inverno, è
sempre la stessa cosa, da una stagione all'altra, quella che io
spero. Ma naturalmente questa è una sventurata prerogativa
del mio carattere, una prerogativa che mi è innata, io non
dico, che bello, è inverno, l'inverno è proprio la tua stagione,
come non dico, ecco la primavera, è proprio la tua stagione,
come non dico, ecco l'autunno, è proprio la tua stagione,
l'estate, e via di seguito. Attribuisco sempre la colpa della mia
sventura alla stagione nella quale dovrò vivere, è questa la
mia sventura. Io non appartengo a quel genere di persone che
si godono il presente, questo è il punto, sono uno di quegli
infelici che si godono il passato, la verità è questa, uno di
quelli che considerano il presente sempre e soltanto
un'offesa, la verità è questa, disse Reger, io considero il
presente un'offesa e un affronto, questa è la mia sventura. Ma
com'è naturale le cose non stanno neppure esattamente così,
disse Reger, perché io sono comunque in grado di vedere
ogni volta anche il presente nella sua realtà, e com'è naturale
non si tratta sempre e soltanto di un presente funesto, che
rende infelici, lo so, proprio come il passato non è quella cosa
che sempre rende felici al solo pensarci, anche questo lo so.
Del resto anche il fatto che non ho un medico di cui mi possa
fidare è una vera disgrazia, ho avuto tanti medici in vita mia,
ma in fondo nessuno di questi medici mi ha ispirato fiducia,
tutti alla fine mi hanno deluso, disse Reger. Mi sento
completamente stremato, e ogni momento ho l'impressione
di crollare. Quando dico, adesso mi viene un colpo, ho
davvero l'impressione che stia per venirmi un colpo, anche se
l'ho già detto migliaia di volte, disse Reger, tanto che ormai
dà sui nervi persino a me, ogni momento dico, mi viene un
colpo, e il colpo non mi è mai venuto, disse Reger. Anche in
sua presenza, del resto, ho già detto più volte, credo che mi
stia per venire un colpo, eppure non mi è mai venuto, non lo
dico affatto per abitudine, ma perché ho la precisa sensazione
che mi stia per venire un colpo. Dal punto di vista fisico, non
c'è più niente in me che funzioni, disse Reger. Se almeno
avessi un buon medico, e invece non ho un buon medico.
Alla Singerstrasse ci sarebbero peraltro ben quattro medici
generici e due internisti, ma tutti questi medici non valgono
niente. I miei occhi sono tanto mal messi che ben presto non
vedrò più niente, eppure non ho un buon oculista. E
naturalmente non vado mai dal medico, anche perché ho
paura che il medico possa confermare il sospetto che ho di
essere affetto da una malattia mortale. Da anni soffro di una
malattia mortale, lo dicevo già sempre a mia moglie, disse
Reger, e davo per certo che sarei morto prima io, non lei,
eppure lei, per via di quell'insieme di atroci circostanze, è
comunque morta prima di me; ho avuto, per tutta la vita, una
grande paura dei medici. Un buon medico è il meglio che ci
possa capitare, disse Reger, ma non c'è quasi nessuno che
abbia un buon medico, si sa, abbiamo sempre a che fare solo
con pasticcioni, con ciarlatani della medicina, e se una volta
crediamo di aver finalmente trovato un buon medico, allora è
troppo vecchio o troppo giovane, o s'intende della medicina
più recente e non ha esperienza, oppure ha esperienza e non
sa nulla della medicina più recente, così stanno le cose, disse
Reger. L'essere umano ha urgentissimo bisogno di un medico
del corpo e di un medico dell'anima e non trova né l'uno né
l'altro, vita natural durante è alla ricerca di un buon medico
del corpo e di un buon medico dell'anima, e per lui non
esistono né l'uno né l'altro, la verità è questa. Lo sa lei che
cosa mi hanno detto i medici all'Ospedale dei Fratelli della
Carità quando io ho fatto loro presente che avevano causato
la morte di mia moglie e che quindi l'avevano sulla
coscienza? Era giunta la sua ora, hanno detto, questa frase
banalissima mi hanno detto e non l'ha detta solo colui che ha
improvvisato l'operazione di mia moglie, tutti i medici
dell'Ospedale dei Fratelli della Carità hanno detto questa
frase banalissima. Era giunta la sua ora, era giunta la sua ora,
era giunta la sua ora, hanno ripetuto senza sosta, come se
quella fosse stata la loro parola d'ordine, così Reger. Se
abbiamo un medico in cui possiamo avere fiducia e nelle cui
mani possiamo sentirci al sicuro, disse Reger, abbiamo la cosa
che più importa nella vecchiaia, ma questo medico non
l'abbiamo. Adesso io questo medico neanche lo cerco più,
perché morire prima o morire dopo mi è del tutto
indifferente, mi sta bene qualsiasi momento, ma come tutti
gli esseri umani voglio una morte il più possibile rapida, e
nello stesso tempo il più possibile indolore. Mia moglie ha
sofferto solo per un paio di giorni, disse Reger, per un paio di
giorni ha sofferto e per un paio di giorni è rimasta in coma,
disse. Quella gente voleva un abito per vestire la morta, ma io
l'ho fatta semplicemente avvolgere in un lenzuolo fresco di
lino, così Reger. L'incaricato del Comune che organizzava lo
svolgimento dei funerali ha fatto il suo lavoro in maniera
eccellente. E' un bene occuparsi di persona di tutte le
faccende connesse ai funerali, perché in tal modo non c'è
assolutamente tempo di starsene a casa e lasciarsi sopraffare
dalla disperazione. Otto giorni è durata la mia corsa su e giù
per Vienna, da un ufficio all'altro per la questione dei
funerali, e in quell'occasione ho imparato una volta di più a
conoscere lo Stato in tutta la sua burocratica brutalità, così
Reger. A Vienna gli uffici ai quali dobbiamo rivolgerci in
occasione di un funerale sono molto lontani uno dall'altro e
ci vuole almeno una settimana intera per sistemare tutto
quello che serve per un funerale. Sempre, dovunque io mi
trovassi, non facevo che ripetere, voglio un funerale
semplicissimo per mia moglie, cosa che quelli non capivano,
perché gli altri, lo so, vogliono tutti un funerale dispendioso.
Mi è costata una gran fatica ottenere alla fine un funerale
semplicissimo, disse Reger. Solo l'incaricato del Comune di
Wàhring mi ha capito, era il solo che mi capisse quando io
dicevo, un funerale semplice, quell'uomo capiva che non
volevo un funerale a buon mercato, come credevano gli altri,
bensì un funerale semplice, tutti, quando dicevo che ne
volevo uno semplice credevano sempre che ne volessi uno a
buon mercato, solo l'incaricato del Comune di Währing mi
ha capito subito, quando ho detto, un funerale semplice, ha
capito che intendevo appunto un funerale semplice e non un
funerale a buon mercato. Si stenta a credere ogni volta
quanto può in effetti essere stupida la gente con cui si ha a
che fare negli uffici, disse Reger. Non credevo proprio che
avrei visto questo inverno, tanto meno poi che lo avrei
superato, disse ora. Sta di fatto che per un anno intero ho
condotto un'esistenza completamente priva di ogni interesse,
salvo i miei impegni per i concerti e salvo appunto i miei
pezzi di bravura per il Times, dopo la morte di mia moglie
non c'è stato niente, in effetti, che mi abbia interessato; la
verità è che non mi interessava più nessun essere umano,
neanche lei, disse Reger, per mesi non ho più avuto alcun
interesse neppure per lei. Non leggevo quasi niente e non
uscivo neppure di casa, se non per andare ai concerti, ma
l'anno scorso tutti quei concerti non valeva la pena di andarli
a sentire, cosa che è risultata immancabilmente dai miei
pezzi di bravura per il Times. A volte mi chiedo perché,
dopotutto, non smetto di scrivere i resoconti da Vienna per il
Times, quando qui, in questa Vienna acefala, si assiste ormai
anche in campo musicale a un declino addirittura
spaventoso, perché Vienna, sia al Musikverein sia al
Konzerthaus, non offre in realtà più niente di straordinario, i
concerti viennesi hanno perso da tempo il loro carattere di
unicità, la stessa cosa che lei sente qui avrebbe potuto
sentirla già molto tempo prima ad Amburgo o a Zurigo o a
Dinkelsbühl, disse Reger. La mia voglia di scrivere è
grandissima, ma quello che offrono i concerti viennesi è
sempre meno interessante. Da molto tempo ormai non sono
più quel fanatico dei concerti che ero una volta, disse, un
fanatico della musica sì, ma non più un fanatico dei concerti,
inoltre per me diventa sempre più faticoso andare al
Musikverein o al Konzerthaus, entrambi sono per me
difficilmente raggiungibili a piedi, e il taxi non lo prendo, e di
tram che passano dalla Singerstrasse e arrivano fin lì non ce
ne sono. E come se non bastasse negli ultimi tempi il
pubblico del Konzerthaus, non meno del pubblico del
Musikverein, è diventato molto ordinario e provinciale, mi
duole doverlo dire, ma quel pubblico si è fatto insensibile ed
è chiaro già da parecchi anni che non è più un pubblico di
intenditori, il che è deplorevole. Lontani sono i tempi in cui il
cantante dei cantanti George London cantava all'Opera la
parte di Don Giovanni e la figlia del macellaio Lipp la parte
della Regina della notte, così come sono lontani i tempi in cui
Menuhin, sessantenne, dirigeva al Konzerthaus e Karajan,
cinquantenne, al Musikverein. Ormai non ascoltiamo altro
che gente mediocre, delle nullità. Gli idoli, i migliori, gli
impareggiabili e i più competenti sono diventati vecchi e
incompetenti, disse Reger. Le nuove generazioni, cosa strana,
non sono più così esigenti nei confronti della musica come lo
si era ancora noi quindici o vent'anni fa. Ciò è dovuto al fatto
che grazie alla tecnica l'ascolto della musica è diventato una
banalità quotidiana. L'ascolto della musica non è più un fatto
eccezionale, lei oggi sente musica dappertutto, in qualunque
posto si trovi, è addirittura costretto ad ascoltare musica in
ogni supermercato, in ogni ambulatorio medico, a ogni
angolo di strada, lei oggi non può più in alcun modo sottrarsi
alla musica, anche se vuole evitarla non può farlo, tutta la
nostra epoca ha un sottofondo musicale, questa è la
catastrofe, così Reger. Nella nostra epoca è scoppiata la
musica totale, si è costretti a sentirla ovunque tra il Polo
Nord e il Polo Sud, che ci si trovi in città o in campagna, al
mare o nel deserto, così Reger. Gli esseri umani vengono
quotidianamente rimpinzati di musica da così tanto tempo
che tutti ormai hanno perso qualsiasi sensibilità musicale.
Questa atrocità si ripercuote naturalmente anche sui concerti
che si sentono oggi, non c'è più niente di straordinario, tutta
la musica, nel mondo intero, è straordinaria, e dove tutto è
straordinario, non c'è più niente di straordinario,
naturalmente, perciò sono davvero commoventi, così Reger,
quel paio di ridicoli virtuosi che continuano ancora a darsi la
pena di essere straordinari, non lo sono più perché non
possono più esserlo. Il mondo è pervaso da cima a fondo dalla
musica totale, disse Reger, questa è la rovina, a ogni angolo di
strada lei sente della musica straordinaria e perfetta, e ne
sente così tanta che, in realtà, avrebbe dovuto già da tempo
tapparsi i condotti uditivi per non impazzire. Gli uomini del
giorno d'oggi, non essendo loro rimasto nient'altro, soffrono
di un consumismo musicale morboso, così Reger, e l'industria
che amministra gli uomini del giorno d'oggi incrementerà a
tal punto questo consumismo musicale che finirà col
mandare in rovina tutti gli uomini; oggi si parla tanto dei
rifiuti e della chimica che manderebbero tutto in rovina, ma è
la musica la nostra rovina, ancora più dei rifiuti e della
chimica è la musica che alla fine manderà ogni cosa
totalmente in rovina, glielo dico io. In un primo tempo
l'industria musicale rovina i condotti uditivi degli uomini,
poi, quale logica conseguenza, gli uomini stessi, la verità è
questa, così Reger. Lo vedo già, l'uomo completamente
distrutto dall'industria musicale, disse Reger, queste masse di
vittime dell'industria musicale che alla fine popolano i
continenti con il loro cadaverico fetore musicale, caro il mio
Atzbacher, l'industria musicale ha ormai gli uomini sulla
coscienza, e alla fine quasi certamente avrà l'umanità intera
sulla coscienza, non l'avranno sulla coscienza soltanto la
chimica e i rifiuti, glielo dico io. L'industria musicale è
l'assassina degli esseri umani, l'industria musicale è la vera e
propria massacratrice dell'umanità, la quale, se l'industria
musicale continuerà a comportarsi come ha fatto finora, già
tra qualche decennio non avrà più alcuna speranza, caro il
mio Atzbacher, così Reger agitato. Presto un individuo con
un udito sensibile non riuscirà neanche più a camminare per
la strada; provi a entrare in un caffè, entri in una trattoria,
entri in un supermercato, ovunque, che lo voglia o no, sarà
costretto a sentire della musica, può viaggiare in treno o in
aereo, la musica oggi la perseguita dappertutto. Questa
musica ininterrotta è la cosa più brutale che l'umanità debba
oggi sopportare e subire, così Reger. Dal mattino presto fino a
notte fonda l'umanità viene rimpinzata di Mozart e
Beethoven, di Bach e di Händel, disse Reger. Dovunque lei
decida di andare, non sfuggirà a questa tortura. E' addirittura
un miracolo, disse Reger, che non si sia costretti ad ascoltare
ininterrottamente della musica anche al Kunsthistorisches
Museum, ci mancherebbe solo questo. Dopo i funerali di mia
moglie mi sono rinchiuso per sei settimane
nell'appartamento della Singerstrasse e non ho lasciato
entrare neppure la domestica, così Reger. Subito dopo i
funerali, Reger era entrato nella cappella che si trova vicino al
cimitero e aveva acceso un cero senza sapere perché e, cosa
strana, appena uscito dalla cappella era entrato nella
cattedrale di Santo Stefano dove pure aveva acceso un cero,
anche in questo caso senza, in realtà, sapere il perché. Dopo
aver acceso il cero nella cattedrale di Santo Stefano era sceso
per un tratto della Wollzeile con l'intenzione di suicidarsi.
Non avevo però un'idea precisa su come suicidarmi, e alla
fine sono riuscito a scacciare dalla mente, se non altro a breve
termine, l'idea del suicidio, così Reger a me. Avevo due
alternative, potevo camminare per giorni e magari per
settimane su e giù per la città, oppure rimanere per settimane
chiuso in casa, così Reger a me, e scelsi di rimanere per
settimane chiuso in casa. Dopo i funerali di sua moglie non
aveva più voluto vedere anima viva, e in un primo momento
non aveva nemmeno più voluto mangiare, ma nessuno resiste
più di tre o quattro giorni bevendo solo acqua pura, e infatti
lui era dimagrito molto in fretta, e un mattino, di punto in
bianco, non aveva quasi più avuto la forza di alzarsi, quello fu
un segnale, così Reger a me, e ho ricominciato a mangiare, e
poi ho anche ricominciato a occuparmi di Schopenhauer,
proprio di Schopenhauer ci stavamo occupando mia moglie e
io quando lei è caduta a terra dietro di me e si è rotta il
cosiddetto collo del femore, così Reger pensoso. In quelle sei
settimane ho avuto solo un paio di conversazioni telefoniche
con l'amministratore del mio patrimonio e ho letto
Schopenhauer, questo probabilmente mi ha salvato, così
Reger, quantunque io non sia certo che salvarmi sia stato
giusto, probabilmente, così Reger, sarebbe stato meglio se
non mi fossi salvato, se mi fossi suicidato. Ma il fatto stesso di
aver dovuto correre così tanto a destra e a sinistra per via dei
funerali non mi ha lasciato un minuto di tempo per
suicidarmi. D'altra parte, se non ci suicidiamo subito non ci
suicidiamo più, è questa l'infamia, disse. Sentiamo il
desiderio di essere morti, come lo è la persona più cara al
nostro cuore, eppure non ci suicidiamo, ci pensiamo, eppure
non lo facciamo, disse Reger. Stranamente in quelle sei
settimane non sopportavo nessun tipo di musica, non mi
sono seduto neppure una volta al pianoforte, una volta ho
fatto un tentativo mentale con un brano dal Clavicembalo
ben temperato, ma ho abbandonato subito quel tentativo,
non è stata la musica che mi ha salvato in quelle sei
settimane, è stato Schopenhauer, di tanto in tanto qualche
riga di Schopenhauer, così Reger. Non è stato neppure
Nietzsche, solo Schopenhauer mi ha salvato. Mi mettevo
seduto nel mio letto, leggevo due frasi di Schopenhauer e le
meditavo, poi leggevo altre due frasi di Schopenhauer e le
meditavo, così Reger. Dopo quattro giorni passati senza far
altro che bere acqua e leggere Schopenhauer, mangiai per la
prima volta un pezzo di pane, del pane talmente duro che ho
dovuto farlo a pezzi con il tritacarne. Mi sedetti sullo sgabello
accanto alla finestra che dava sulla Singerstrasse,
quell'orribile sgabello di Loos, e guardai giù nella
Singerstrasse. Si figuri, era la fine di maggio e c'era una bufera
di neve, disse. Evitavo la gente. Dal mio appartamento li
osservavo mentre giù nella Singerstrasse andavano e
venivano stracarichi di pacchi pieni di capi di vestiario e di
generi alimentari, e mi facevano orrore. Pensavo, non voglio
più tornare da quella gente, da quella gente no, e altra gente
non ce n'è, così Reger. Guardando giù nella Singerstrasse mi
sono reso conto del fatto che di gente diversa da quella che va
e viene nella Singerstrasse non ce n'è. Guardavo giù nella
Singerstrasse e odiavo la gente e pensavo, non voglio più
tornare tra quella gente, così Reger. In quel crogiolo di
volgarità e di miseria umana non voglio più tornarci, mi
dicevo, così Reger. Estrassi i cassetti di diversi comò e ne
ispezionai il contenuto e di volta in volta ne cavai fotografie,
scritti, corrispondenza di mia moglie, e appoggiai tutto sul
tavolo, una cosa dopo l'altra, e via via guardai ogni cosa, caro
il mio Atzbacher, e poiché sono sincero, devo dirle che
intanto piangevo. Improvvisamente piansi tutte le mie
lacrime, non avevo pianto per decenni e d'un tratto piansi
tutte le mie lacrime, così Reger. Ero lì seduto e piansi tutte le
mie lacrime, e piansi e piansi e piansi e piansi, così Reger.
Non avevo pianto per decenni, non piangevo più
dall'infanzia, e d'un tratto piansi tutte le mie lacrime, mi
disse Reger all'Ambassador. Del resto non ho niente da
nascondere e niente da tacere, disse, con i miei ottantadue
anni non ho più la benché minima cosa da nascondere o da
tacere, disse Reger, dunque non vedo perché dovrei tacere il
fatto che d'un tratto mi sono sfogato piangendo e ho
continuato a sfogarmi piangendo, per giorni e giorni, così
Reger. Ero lì seduto e guardavo le lettere che mia moglie mi
ha scritto nel corso del tempo, e leggevo gli appunti che ha
preso nel corso del tempo, e mi sfogavo piangendo.
Naturalmente ci abituiamo, col passare dei decenni, a un
essere umano e lo amiamo per decenni, e alla fine lo amiamo
più di tutto il resto e a lui ci incateniamo, e quando lo
perdiamo è davvero come se avessimo perso tutto. Ho
sempre creduto che fosse la musica a significare tutto per me,
a volte anche la filosofia e il prodotto letterario di alto,
altissimo, di supremo livello, così come ho creduto che fosse
semplicemente l'arte in generale, ma tutto questo, tutta l'arte,
quale che sia, non è niente se paragonata al solo e unico
essere umano che abbiamo amato. Cosa non abbiamo fatto a
questo solo e unico essere umano, disse Reger, in quante
migliaia e centinaia di migliaia di sofferenze lo abbiamo
precipitato questo essere umano che abbiamo amato più di
ogni altro, come lo abbiamo tormentato questo essere
umano, pur avendolo amato più di ogni altro, disse Reger.
Quando muore l'essere umano che abbiamo amato più di
ogni altro al mondo, noi rimaniamo con un'atroce coscienza
sporca, così Reger, con una coscienza sporca terrificante con
la quale siamo costretti a convivere dopo la sua morte e che
un giorno ci soffocherà, disse Reger. Tutti quei libri e quegli
scritti che io ho raccolto nel corso della mia vita e ho portato
nell'appartamento della Singerstrasse per poi stiparli in tutti
quegli scaffali alla fine non sono serviti a niente, io ero stato
lasciato solo da mia moglie e tutti quei libri e quegli scritti
erano ridicoli. Crediamo di poterci aggrappare a Shakespeare
o a Kant in un momento così, ma è un'illusione, Shakespeare
e Kant e tutti gli altri, che noi nel corso della nostra vita
abbiamo innalzato al rango di cosiddetti grandi, ci piantano
in asso proprio nel momento in cui avremmo un grandissimo
bisogno di loro, così Reger, non sono una soluzione per noi e
non ci sono di alcun conforto, d'un tratto essi sono per noi
semplicemente disgustosi ed estranei, tutto quanto hanno
pensato e poi anche scritto quei cosiddetti grandi,
importantissimi personaggi, ci lascia indifferenti. Crediamo
sempre di poter fare affidamento, in un momento decisivo e
quindi nel momento decisivo della nostra vita, su questi
cosiddetti importantissimi, grandi personaggi, o comunque li
si voglia definire, ma questo è un errore, perché proprio nel
momento decisivo della nostra vita veniamo abbandonati da
quei grandi, importantissimi personaggi i quali, come si suol
dire, sono anche immortali, in un momento così decisivo per
la nostra vita essi non ci danno altro che la conferma del fatto
che anche in mezzo a loro noi siamo soli, che siamo
abbandonati a noi stessi e che tutto questo è assolutamente
atroce, così Reger. Solo e soltanto Schopenhauer mi ha
aiutato, perché io con la massima semplicità ho abusato di lui
per garantirmi la sopravvivenza, così Reger a me
all'Ambassador. Poiché tutti gli altri, inclusi per esempio
Goethe, Shakespeare e Kant, mi disgustavano, nella mia
disperazione mi sono semplicemente gettato su
Schopenhauer, e con Schopenhauer mi sono seduto sullo
sgabello che dà sulla Singerstrasse per poter sopravvivere,
perché infatti d'un tratto io volevo sopravvivere e non morire,
non volevo seguire mia moglie nella tomba, ma rimanere in
vita, restare al mondo, mi sente Atzbacher, così Reger
all'Ambassador. Ma naturalmente lo stesso Schopenhauer ha
rappresentato per me una possibilità di sopravvivenza solo
perché io ho abusato di lui per i miei fini e l'ho contraffatto
nel modo più infame, così Reger, facendone semplicemente
un rimedio per la sopravvivenza, ciò che lui non è affatto, in
realtà, come non lo sono gli altri che ho menzionato.
Confidiamo per tutta la vita negli spiriti magni nonché nei
cosiddetti Antichi Maestri, così Reger, e poi fatalmente ne
siamo delusi perché essi non adempiono al loro compito nel
momento decisivo. Tesaurizziamo gli spiriti magni e gli
Antichi Maestri credendo di poterli utilizzare in seguito per i
nostri fini nel momento decisivo per la sopravvivenza, il che,
in realtà, significa [ab]usarne per i nostri fini e nient'altro, ciò
che si rivela un errore micidiale. Riempiamo la cassaforte del
nostro spirito di questi spiriti magni e di questi Antichi
Maestri e nel momento decisivo per la nostra vita ricorriamo
a loro; ma quando l'apriamo, la cassaforte dello spirito è
vuota, la verità è questa, siamo lì, davanti alla cassaforte dello
spirito vuota e ci accorgiamo di essere soli e privi in effetti di
qualsiasi risorsa, così Reger. Per tutta la sua vita e in ogni
campo l'essere umano accumula e tesaurizza, ma alla fine si
ritrova vuoto, così Reger, anche per quanto concerne il suo
patrimonio spirituale. Pensi quale gigantesco patrimonio
spirituale ho tesaurizzato io, così Reger all'Ambassador,
eppure alla fine mi ritrovo comunque completamente vuoto.
Solo grazie a un trucco meschino sono riuscito ad abusare di
Schopenhauer per i miei fini, e quindi a garantirmi la
sopravvivenza, così Reger. Lei capisce che cos'è il vuoto
quando ad un tratto si ritrova tra migliaia e migliaia di libri e
di scritti che l'hanno completamente abbandonata e che di
colpo per lei non significano più niente, se non appunto
questo vuoto atroce, così Reger. Quando lei ha perso la
persona più vicina al suo cuore, tutto le sembra vuoto,
dovunque lei guardi tutto è vuoto, e lei guarda e riguarda e
vede che tutto è realmente vuoto, e lo sarà per sempre, così
Reger. Così capisce che non sono gli spiriti magni e neppure
gli Antichi Maestri che l'hanno tenuta in vita per decenni, ma
solo quell'unico essere umano che lei ha amato più di ogni
altro. E lei, con questa ammissione e in questa ammissione è
solo, e niente e nessuno può esserle d'aiuto, così Reger. Si
chiude a chiave nel suo appartamento e si dispera, così Reger,
e di giorno in giorno la sua disperazione si fa più profonda, e
settimana dopo settimana cade in una disperazione sempre
più abissale, così Reger, ma poi di punto in bianco esce da
questa disperazione. Si alza in piedi ed esce da questa
mortale disperazione, ha ancora la forza per uscire da questa
profondissima disperazione, così Reger, io ad un tratto mi
sono alzato dallo sgabello che dà sulla Singerstrasse e sono
uscito dalla mia disperazione e sono sceso nella Singerstrasse,
così Reger, e ho percorso più o meno duecento metri in
direzione del centro; mi sono alzato dallo sgabello che dà
sulla Singerstrasse e sono uscito dall'appartamento e mi sono
incamminato per le strade del centro con l'idea di fare ancora
un tentativo di sopravvivenza, l'ultimo, così Reger. Sono
uscito dall'appartamento della Singerstrasse e ho pensato,
faccio un ultimo tentativo di sopravvivenza, e con questa idea
mi sono incamminato per le strade del centro, così Reger. E
questo tentativo di sopravvivenza è andato a buon fine
perché mi sono alzato dallo sgabello che dà sulla
Singerstrasse probabilmente nel momento decisivo e
probabilmente nell'ultimo momento possibile, e sono sceso
giù nella Singerstrasse e mi sono incamminato per le strade
del centro, così Reger. Poi, naturalmente, rientrato a casa nel
mio appartamento, ho subito un contraccolpo dopo l'altro,
può ben immaginare anche lei che con quel solo tentativo di
sopravvivenza la partita non era chiusa, dovetti farne poi
diverse centinaia di quei tentativi di sopravvivenza, ma ho
continuato a farli e ho continuato ad alzarmi dallo sgabello
che dà sulla Singerstrasse e a scendere in strada, e allora mi
sono davvero ritrovato in mezzo a esseri umani, tra gli esseri
umani, e alla fine mi sono salvato, così Reger. Naturalmente
mi chiedo se sia stato giusto e non sbagliato, invece, che io mi
sia salvato, ma non è questo il punto, così Reger. Vogliamo
con tutta l'anima seguire nella tomba la persona amata, ma
poi di nuovo non lo vogliamo, così Reger, da più di un anno,
ormai, deve sapere, io vivo tormentato dalla disperazione.
Odiamo gli esseri umani ma vogliamo stare con loro, perché
solo con e tra gli esseri umani ci è data una possibilità di
continuare a vivere e di non impazzire. Soli, infatti, non
resistiamo a lungo, così Reger, crediamo di poter resistere
nella solitudine, crediamo di poter sopportare l'abbandono,
cerchiamo di convincerci che possiamo tirare avanti da soli,
così Reger, ma è un'idea cervellotica. Crediamo di potercela
cavare senza gli esseri umani, crediamo addirittura di
potercela cavare senza un solo essere umano e magari ci
mettiamo in mente che la nostra unica possibilità è proprio
quella di rimanere soli con noi stessi, ma è un'idea
cervellotica. Senza gli esseri umani non abbiamo la benché
minima possibilità di sopravvivere, disse Reger, nonostante
tutti gli spiriti magni e gli Antichi Maestri che ci siamo scelti
come compagni di strada, essi non potranno mai sostituire
un essere umano, così Reger, alla fine sono soprattutto questi
cosiddetti spiriti magni e questi cosiddetti Antichi Maestri
che ci abbandonano, e ci accorgiamo che gli spiriti magni e
gli Antichi Maestri si fanno addirittura beffe di noi nella
maniera più infame, e constatiamo che con questi spiriti
magni e con questi Antichi Maestri abbiamo sempre vissuto
solo in un rapporto di reciproca beffa. Dapprima,
nell'appartamento della Singerstrasse, aveva mangiato, come
si è detto, solo pane e acqua, poi, verso l'ottavo o nono
giorno, un po di carne in scatola che lui stesso si era
riscaldato in cucina, metteva a mollo delle prugne secche e le
mangiava con spaghetti cotti in acqua bollente, dopo di che
ogni volta gli veniva la nausea. L'ottavo o nono giorno aveva
ripreso in casa la domestica e l'aveva mandata a ritirare i pasti
all'Hotel Royal che si trova di fronte al suo appartamento. Ero
lì seduto e mangiavo, solo come un cane, così Reger. Con
l'Hotel Royal aveva fatto un accordo conveniente, a partire
dalla fine di maggio mi forniva tutti i giorni, tramite la
domestica, che da noi è sempre stata chiamata Stella sebbene
si chiamasse Rosa!, così Reger, una minestra e un secondo in
recipienti di alluminio acquistati appositamente per me.
Pagavo due porzioni, così Reger a me all'Ambassador, mezza
porzione la mangiavo io, una porzione e mezza la domestica,
così Reger. Mangiavo le pietanze del Royal con una certa
riluttanza, così Reger, eppure le mangiavo perché non mi
rimaneva altro da fare, le mangiavo perché dovevo mangiarle,
così Reger, ma in realtà, non foss'altro che per il fatto di
dover guardare la domestica, la quale com'è ovvio durante i
pasti era seduta di fronte a me, quelle pietanze mi davano la
nausea, non ho mai potuto soffrire quella domestica che
difatti è sempre stata la domestica di mia moglie, io non avrei
mai assunto una persona simile, così Reger, quella persona
stupida e bugiarda, così Reger, che sedeva in effetti di fronte
a me e mangiava una porzione e mezza delle pietanze del
Royal mentre io non ne mangiavo che mezza porzione. Ci
accolliamo delle domestiche perché in caso contrario
finiremmo inevitabilmente per morire soffocati dalla nostra
sporcizia, disse Reger all'Ambassador, ma dopotutto le
domestiche sono sempre rivoltanti. Dipendiamo dalle
domestiche, questo è il problema, così Reger. E come se non
bastasse la domestica ritornava sempre dal Royal con una
pietanza che lei aveva voglia di mangiare, che aveva scelto
per sé, non con una pietanza che sarebbe piaciuta a me. Lei
mangia di preferenza carne di maiale, quindi portava sempre
a casa della carne di maiale, io invece, se vengo interpellato,
mangio solo carne di manzo, così Reger. Sono sempre stato
un divoratore di carne di manzo, le domestiche sono tutte
divoratrici di carne di maiale. Dopo la morte di mia moglie, e
precisamente subito dopo i funerali, così Reger, la domestica
mi ha fatto presente che mia moglie le aveva legato questo e
quell'altro, così Reger, sebbene io sappia che mia moglie non
ha legato assolutamente niente alla domestica, perché mia
moglie non pensava affatto di dover morire e quindi non
parlava con nessuno delle cose da legare o da lasciare in
eredità, non ne parlava neppure con me, figurarsi con la
domestica. La domestica però era venuta da me subito dopo i
funerali e mi aveva detto che mia moglie le aveva legato
questo e quell'altro, vestiti, scarpe, stoviglie, stoffe e così via.
Le domestiche, si sa, non si lasciano intimorire neppure dalle
situazioni più imbarazzanti, disse Reger all'Ambassador.
Sono assolutamente spudorate nelle loro pretese. Sempre e
ovunque si cantano le lodi delle domestiche, per quanto la
gente sappia bene che le domestiche di oggigiorno non sono
persone degne di lode, che le domestiche di oggigiorno sono
disgustose nelle loro pretese e in tutto e per tutto
approssimative nel loro lavoro, la gente preferisce fingere che
le domestiche siano persone degne di lode, perché da esse
dipende, così Reger all'Ambassador. Mia moglie non ha mai
pensato neppure per un attimo di legare qualcosa alla
domestica, mia moglie, infatti, ancora due giorni prima del
decesso non sospettava affatto di dover morire, come avrebbe
potuto quindi promettere qualcosa alla domestica? così
Reger. Questa donna mente, ho pensato quando la domestica
ha richiamato la mia attenzione sul fatto che mia moglie le
aveva promesso diversi oggetti, le persone che avevano
partecipato alle esequie non erano neppure uscite dal
cimitero, e già la domestica mi si era piantata davanti
dicendo che mia moglie le aveva promesso questo e
quell'altro. Prendiamo continuamente le difese di certe
persone, perché non ci riesce di credere, e nemmeno lo
vogliamo credere, che si possa essere ignobili fino a quel
punto, finché non sperimentiamo ripetutamente che quelle
persone sono veramente ignobili, che lo sono in una misura
che mai avevamo ritenuto possibile. A più riprese, quando io
mi trovavo ancora davanti alla tomba aperta, la domestica ha
pronunciato le parole tegame dei fritti, così Reger, si figuri,
ripeteva di continuo tegame dei fritti mentre io mi trovavo
ancora davanti alla tomba aperta di mia moglie. Per diverse
settimane mi è rimasta nelle orecchie la voce della domestica
con quella sua menzogna infame secondo la quale mia moglie
le avrebbe promesso diverse cose. Ma io, come si suol dire,
non le ho dato retta. Solo tre mesi dopo la morte di mia
moglie ho detto alla domestica che tra gli abiti, che io avevo
peraltro destinato alle nipoti di mia moglie, poteva sceglierne
alcuni, e che inoltre poteva prendere, tra le pentole in cucina,
quelle che riteneva potessero servirle. Come crede si sia
comportata la domestica a quel punto! Quella donna, così
Reger, si è riempita le braccia degli abiti di mia moglie e li ha
ficcati a piene mani nei sacchi da cento chili che aveva
preparato, dopo di che ha continuato a ficcare a piene mani
gli abiti di mia moglie nei sacchi da cento chili, finché nei
sacchi non c'è stato più posto. Io, sgomento, sono rimasto lì a
osservare la scena. La domestica correva come impazzita
nell'appartamento e arraffava alla rinfusa tutto quello che
riusciva ad arraffare. Alla fine aveva riempito fino all'orlo
cinque sacchi da cento chili e in tre grandi valigie aveva fatto
entrare a forza tutto ciò che non era riuscita a ficcare nei
sacchi da cento chili. Alla fine poi è addirittura comparsa sua
figlia per aiutarla a trasportare i sacchi e le valigie giù nella
Singerstrasse, dove la figlia aveva parcheggiato un
camioncino preso a nolo. Quando le due donne ebbero
portato tutti i sacchi e tutte le valigie giù nella Singerstrasse,
la domestica depose sul pavimento altre dozzine di pentole,
senza neppure chiedermi se ero d'accordo che si portasse via
anche le pentole. Questa o quella pentola, comunque, me
l'avrebbe lasciata, disse legando le pentole le une alle altre
con uno spago che aveva fatto passare attraverso i manici per
poterle trasportare meglio giù nella Singerstrasse. Io,
sgomento, osservavo la scena della domestica e di sua figlia
che, come indemoniate, trascinavano anche le pentole fuori
dall'appartamento. Mia moglie, fra l'altro, non aveva mai
visto la figlia della domestica, così Reger, se l'avesse vista
anche una sola volta nei molti anni in cui la domestica era
stata a servizio da noi, ne sarebbe certo rimasta inorridita,
così Reger. Più noi investiamo, come si suol dire, nelle
persone, e più siamo cordiali con loro, tanto peggio veniamo
ricambiati, così disse Reger all'Ambassador. Questa
esperienza con la domestica e sua figlia mi ha effettivamente
insegnato una volta di più quanto la gente possa essere
profondamente abominevole, così Reger. Le cosiddette classi
inferiori, diciamoci la verità, sono altrettanto ignobili e
abiette e altrettanto bugiarde delle classi superiori. Uno degli
aspetti più rivoltanti della nostra epoca è che sempre si
sostiene che la cosiddetta gente semplice e i cosiddetti
oppressi siano buoni e gli altri sono cattivi, menzogna,
questa, fra le più disgustose che io conosca, così Reger. Gli
esseri umani sono tutti ugualmente abietti e ignobili e
bugiardi, così Reger. La cosiddetta domestica non è affatto
migliore della cosiddetta padrona, semmai oggi in effetti è
vero addirittura l'opposto, in realtà tutto è capovolto oggi,
disse Reger, è la domestica che oggi fa da padrona e non
viceversa. Oggi i veri potenti sono i cosiddetti diseredati e
non viceversa, disse Reger all'Ambassador. Mentre guardavo
l'Uomo dalla barba bianca, sentivo quello che Reger mi aveva
detto all'Ambassador, che oggi tutto è capovolto, continuava
a dirmi, più volte mi aveva detto, oggi tutto è capovolto. Ero
ancora in piedi davanti alla tomba aperta, e già la domestica
cercava di convincermi del fatto che mia moglie le aveva
legato il cappotto invernale verde che una volta si era
comprata a Badgastein. Figurarsi se proprio quel capo così
bello e costoso mia moglie lo ha legato alla domestica, disse
Reger furioso. Questi individui approfittano di ogni
situazione e niente li intimorisce, per stupidi che siano,
questi sfruttano tutto, anche le cose più disgustose, a proprio
vantaggio. E noi ci facciamo continuamente abbindolare da
questi individui, perché, rispetto a noi, loro, com'è naturale,
sono più forti quando si tratta di affrontare le avversità
quotidiane, così Reger. Anche il populismo ipocrita, del resto,
è disgustoso, disse Reger, quel continuo farsi garanti per il
popolo, per esempio, che è tipico dei politici. Se abbiamo una
rappresentazione idealistica del mondo prima o poi risulta
sempre che questa rappresentazione non è altro che una
rappresentazione insensata, così Reger, e disse, bisogna saper
invecchiare, non c'è niente di più rivoltante dell'anziano che,
non gradito, si prende delle confidenze con i giovani, mi ha
sempre profondamente disgustato, caro il mio Atzbacher,
vedere un anziano che, non gradito, si prende delle
confidenze con i giovani e disse, l'essere umano oggi è un
essere umano abbandonato a se stesso, indifeso, oggi
abbiamo un essere umano totalmente abbandonato a se
stesso e totalmente indifeso, una decina d'anni fa gli esseri
umani si sentivano ancora relativamente protetti, ma oggi
sono privi di qualsiasi protezione, disse Reger
all'Ambassador. Non ci si può più nascondere, non ci sono
più rifugi, è questa la cosa tremenda, così Reger, tutto è
diventato completamente trasparente e privo della benché
minima protezione; questo significa che oggi non ci sono più
possibilità di fuga, gli esseri umani, oggi, ovunque siano,
vengono perseguitati e incalzati e scappano e se ne vanno e
non trovano più neanche un buco dove potersi rifugiare, a
meno di trovare riparo nella morte, questo è il fatto, così
Reger, questa è la cosa inquietante, perché nel mondo non ci
si sente più a casa, ormai il mondo è inquietante e nient'altro.
Bisogna che lei si rassegni a questo mondo inquietante,
Atzbacher, che lo voglia o no, lei è in balia di questo mondo
inquietante, anima e corpo, e se cercano di convincerla che
non è così, allora cercano di convincerla di una menzogna, di
questa menzogna che oggi le viene martellata
ininterrottamente nelle orecchie, la menzogna in cui si sono
specializzati soprattutto i politici e i fanfaroni della politica,
così Reger. Il mondo è tutto un luogo inquietante nel quale
nessun essere umano trova più protezione, non uno, così
Reger all'Ambassador. A quel punto Reger guardò l'Uomo
dalla barba bianca e disse, del resto la morte di mia moglie
non è soltanto un'immensa disgrazia per me, è anche stata
una liberazione. Con la morte di mia moglie sono diventato
libero, disse, e quando dico libero intendo totalmente libero,
del tutto libero, completamente libero, sempre che lei sappia,
o almeno intuisca che cosa questo significa. Non sto più ad
aspettare la morte, verrà da sé senza che io ci pensi, che
venga pure, non mi importa minimamente sapere quando. La
morte della persona amata, infatti, è anche una enorme
liberazione per tutto il nostro sistema, disse Reger adesso.
Con questa sensazione, la sensazione di essere adesso
completamente libero, vivo ormai da parecchio tempo. Posso
lasciare che mi capiti qualsiasi cosa, adesso, davvero qualsiasi
cosa, senza dovermene difendere, non mi difendo più, ecco,
così Reger adesso. Guardando l'Uomo dalla barba bianca, sì,
disse, l'Uomo dalla barba bianca l'ho sempre amato,
Tintoretto non l'ho mai amato, ma l'Uomo dalla barba bianca
di Tintoretto l'ho sempre amato. Sono più di trent'anni che
guardo quel quadro, eppure riesco ancora a guardarlo, non
c'è un altro quadro che avrei potuto guardare per più di
trent'anni. Gli Antichi Maestri stancano presto se li
guardiamo senza farci nessuno scrupolo e deludono sempre
se li sottoponiamo a un esame approfondito, se,
impietosamente, come si suol dire, li rendiamo oggetto della
nostra intelligenza critica. A questo vero e proprio esame
critico non resiste nessuno dei cosiddetti Antichi Maestri,
così Reger adesso. Leonardo, Michelangelo, Tiziano, tutto ci
svanisce sotto gli oc chi in un battibaleno, e alla fine si riduce
a un misero se pur genialissimo espediente per sopravvivere,
inteso come tentativo di sopravvivenza. Goya in questo senso
è già un osso duro, disse Reger, ma anche Goya alla fine non
ci è di nessuna utilità e non significa nulla per noi. Tutto qui,
al Kunsthistorisches Museum, che non possiede nemmeno
un Goya, disse Reger adesso, alla fine, e cioè nel momento
decisivo della nostra esistenza, non significa più nulla per
noi. In tutti questi quadri, se li studiamo con insistenza,
constatiamo prima o poi una goffaggine, addirittura un vero e
proprio errore, persino nelle creazioni più grandi e più
significative, se siamo intransigenti, constatiamo un errore
palese, che via via ci fa perdere il gusto per tutti questi
quadri, forse perché le nostre aspettative erano eccessive, così
Reger. Anche l'arte nel suo insieme non è altro infatti che
un'arte di sopravvivere, questo fatto non dobbiamo perderlo
mai di vista, l'arte, insomma, è il tentativo reiterato, che
commuove persino l'intelligenza, di sbrogliarsela in questo
mondo e nelle sue avversità, cosa che, come sappiamo, è
possibile solo facendo ripetutamente uso della menzogna e
della falsità, dell'ipocrisia e dell'autoinganno, così Reger.
Questi quadri sono pieni di falsità e di menzogne e pieni di
ipocrisia e di autoinganno, e se prescindiamo dall'abilità
spesso geniale con cui sono stati dipinti, in essi non c'è
nient'altro. Tutti questi quadri sono inoltre l'espressione
dell'assoluta incapacità dell'essere umano di sbrogliarsela con
se stesso e con quanto lo circonda vita natural durante.
Nient'altro esprimono tutti questi quadri, solo questa
incapacità, da un lato umiliante per il cervello, e dall'altro,
per lo stesso cervello, sconcertante e commovente da morire,
così Reger. L'Uomo dalla barba bianca ha tenuto testa al mio
intelletto e ai miei sentimenti per più di trent'anni, così
Reger, per questa ragione è per me la cosa più preziosa tra
quelle esposte qui, al Kunsthistorisches Museum. Più di
trent'anni fa, quasi l'avessi già saputo, mi sono seduto per la
prima volta su questa panca, proprio di fronte all'Uomo dalla
barba bianca. Tutti questi cosiddetti Antichi Maestri, del
resto, sono dei falliti, tutti senza eccezione erano condannati
al fallimento, e un osservatore attento può constatare questo
fallimento in ogni particolare dei loro lavori, in ogni
pennellata, così Reger, nel più piccolo, nel più infimo
dettaglio. Senza contare poi che tutti questi cosiddetti
Antichi Maestri hanno sempre dipinto solo un dettaglio dei
loro quadri in modo davvero geniale, nessuno di loro ha
dipinto un quadro geniale al cento per cento, nessuno di
questi cosiddetti Antichi Maestri c'è mai riuscito; o falliscono
nel dipingere il mento, o il ginocchio, o le palpebre, così
Reger. La maggior parte di loro fallisce nelle mani, non c'è un
solo quadro al Kunsthistorisches Museum in cui si possa
vedere una mano dipinta in modo geniale, o anche solo
straordinario, nient'altro che mani mancate in maniera
assolutamente tragicomica, così Reger, guardi qui in tutti
questi ritratti, persino nei più celebri. Un mento se non altro
insolito o un ginocchio effettivamente riuscito non è stato in
grado di dipingerlo nessuno di questi Antichi Maestri. El
Greco non ha mai saputo dipingere una mano che fosse una,
le mani di El Greco hanno tutte l'aspetto di stracci sporchi e
bagnati, disse Reger adesso, ma di El Greco, al
Kunsthistorisches Museum, com'è noto non ce ne sono
affatto. E Goya, che pure non è presente affatto al
Kunsthistorisches Museum, si è guardato bene dal dipingere
nitidamente una sola mano, perché, quanto alle mani,
persino Goya è rimasto impantanato nel dilettantismo,
quell'atroce, formidabile Goya che io metto al di sopra di tutti
i pittori che mai abbiano dipinto, così Reger. E oltretutto è
davvero deprimente, qui, in questo Kunsthistorisches
Museum, vedere soltanto un'arte per la quale non c'è altra
definizione che arte di Stato, un'arte di Stato asburgico-
cattolica che è ostile allo spirito. Sono decenni che si ripete la
stessa cosa, vado al Kunsthistorisches Museum e penso, il
Kunsthistorisches Museum non ha neppure un Goya! Che
non abbia neppure un El Greco, per me e per la mia
sensibilità artistica non è una sciagura, ma che il
Kunsthistorisches Museum non abbia neppure un Goya è una
vera sciagura, così Reger. Se adottiamo un metro universale,
così Reger, dobbiamo ammettere che il Kunsthistorisches
Museum, contrariamente alla sua reputazione, non è affatto
un museo di prim'ordine, perché non possiede neppure Goya,
il grande, l'insuperato Goya. Va detto inoltre che il
Kunsthistorisches Museum rispecchia totalmente il gusto
artistico degli Asburgo, i quali com'è noto, se non altro in
fatto di pittura, avevano un gusto rivoltante improntato al
più insulso cattolicesimo. L'interesse dei cattolici Asburgo
per la pittura non era più intenso di quello che nutrivano per
la letteratura, perché gli Asburgo hanno sempre ritenuto la
pittura e la letteratura arti pericolose, a differenza della
musica, che per loro non avrebbe mai potuto rappresentare
un pericolo e alla quale loro, i cattolici Asburgo, proprio
perché erano così insulsi, hanno permesso di svilupparsi
rigogliosamente, come ho letto una volta in un cosiddetto
libro d'arte. Falsità asburgica, imbecillità asburgica, fideistica
perversità asburgica sono appese a tutte queste pareti, la
verità è questa, così Reger. E poi in tutti questi quadri,
persino nei paesaggi, l'infantilismo perverso della fede
cattolica. L'ignobile impostura della Chiesa traspare persino
nei quadri con le più grandi, con le massime ambizioni
pittoriche, è questa la cosa rivoltante. Tutto ciò che è esposto
al Kunsthistorisches Museum ha un'aureola cattolica, e
neppure Giotto, a mio parere, fa eccezione, così Reger. Questi
disgustosi veneziani che si aggrappano al cielo cattolico delle
Prealpi con ogni zampa che hanno dipinto, disse ora. Al
Kunsthistorisches Museum non le riuscirà di vedere un solo
viso dipinto con naturalezza, vedrà sempre e soltanto volti
cattolici. Provi una volta a osservare per un po di tempo una
testa ben dipinta, alla fine non è nient'altro che una testa
cattolica, così Reger. Persino l'erba che cresce in questi
quadri è un'erba cattolica, e persino la minestra nelle ciotole
da minestra olandesi non è nient'altro che una minestra
cattolica, disse Reger adesso. E' uno sfrontato cattolicesimo
su tela questo, nient'altro, così Reger. In questi trentasei anni,
sono venuto al Kunsthistorisches Museum soltanto perché
qui regna tutto l'anno la temperatura ideale di diciotto gradi
centigradi, che è l'ideale non solo per la tela di queste opere
d'arte ma anche per la mia pelle e soprattutto per il mio
sensibilissimo cervello, così Reger. Osservazione accurata
delle opere d'arte, metodo suicida, acquisizione con l'età di
una certa maestria, disse Reger adesso. Nessun diritto
consuetudinario al Kunsthistorisches Museum, disse, odio
per l'arte, in fondo, delirio artistico irreparabile. Senza
dubbio, caro il mio Atzbacher, siamo ormai quasi al culmine
della nostra epoca del caos e del kitsch, disse, e poi: tutta
l'Austria, in realtà, non è nient'altro che un Kunsthistorisches
Museum, un atroce museo dell'arte cattolico-
nazionalsocialista. Impostura democratica, disse. E' un
caotico letamaio, quest'Austria di oggi, questo ridicolo
staterello che gronda presunzione e che adesso, a distanza di
quarant'anni dalla cosiddetta seconda guerra mondiale, ha
toccato, in una forma totalmente amputata, il punto più
basso in assoluto; questo ridicolo staterello in cui la pratica
del pensare è entrata in disuso e dove ormai da mezzo secolo
non regna altro che la meschina ottusità della politica
governativa e la bigotta imbecillità governativa, così Reger.
Un mondo confuso e brutale, disse. Troppo vecchio per
scomparire, disse, io sono troppo vecchio per andarmene via,
Atzbacher, capisce, ho ottantadue anni! Sono sempre stato
solo! Adesso sono definitivamente in trappola, Atzbacher.
Ovunque oggi ci guardiamo intorno, in questo paese,
guardiamo dentro un pozzo nero di comicità, disse Reger.
Follia di massa, un vero disastro, disse. Tutti, sa, sono più o
meno depressi, ma noi siamo quelli che con l'Ungheria hanno
il tasso di suicidi più alto d'Europa. Spesso ho pensato, vado
in Svizzera, ma la Svizzera sarebbe per me assai più grave
ancora. Lei non può immaginare fino a che punto io ami il
nostro paese, disse Reger, ma detesto dal più profondo del
cuore lo Stato che ci governa; con questo Stato in futuro non
voglio avere più niente a che fare, non c'è giorno in cui
questo Stato non mi dia la nausea. Tutte le persone che
agiscono e governano in questo Stato hanno sempre delle
facce orribili, primitive e insulse, in questo Stato sull'orlo del
fallimento lei non vede altro ormai che un mucchio
gigantesco di spaventosa spazzatura fisiognomica, disse. Cosa
non pensiamo e cosa non diciamo nella convinzione di essere
competenti, eppure non lo siamo, questa è la commedia, e
quando ci chiediamo, e poi? quella è la tragedia, caro il mio
Atzbacher. Comparve Irrsigler e portò il Times che Reger gli
aveva chiesto, gli era bastato uscire dal museo e attraversare
la strada, dove c'è il chiosco dei giornali. Reger prese in mano
il Times e alzatosi in piedi uscì dalla Sala Bordone con un
passo, pensai, più risoluto del solito, scese la grande scalinata
centrale, uscì all'aperto e io lo seguii. Davanti al volgare
monumento a Maria Teresa si fermò e disse che io dovevo
essere molto sorpreso del fatto che lui fino a quel momento
non mi avesse ancora svelato la vera ragione per cui aveva
voluto incontrarmi di nuovo già oggi al Kunsthistorisches
Museum. Faticai a credere alle mie orecchie quando mi disse
che aveva preso due biglietti, due ottimi posti di platea, per
«La brocca rotta» al Burgtheater, e che la vera ragione per cui
già oggi mi aveva convocato di nuovo al Kunsthistorisches
Museum, era che voleva propormi di andare con lui al
Burgtheater a vedere La brocca rotta. Lei lo sa, da decenni
non sono più stato al Burgtheater, e non c'è niente che io
detesti di più del Burgtheater, insomma davvero niente che
detesti di più dell'arte drammatica, disse, ma ieri ho pensato,
domani vado al Burgtheater a vedere La brocca rotta. Caro il
mio Atzbacher, così Reger, non so come mi sia venuta l'idea
di andare oggi al Burgtheater, e per di più in compagnia sua e
di nessun altro, a vedere La brocca rotta. Mi prenda pure per
pazzo, disse Reger adesso, i miei giorni sono contati; e ho
pensato in effetti che lei oggi sarebbe venuto con me al
Burgtheater, dopotutto La brocca rotta è la migliore
commedia tedesca che ci sia e per di più il Burgtheater è il
migliore palcoscenico del mondo. Per tre ore mi ha
tormentato l'idea di doverle dire che dovrà accompagnarmi a
vedere La brocca rotta, perché io, da solo, a vedere La brocca
rotta non ci vado, disse Reger adesso, scrive Atzbacher, per
tre ore tormentose ho riflettuto sul modo in cui le avrei detto
che ho comprato due biglietti per La brocca rotta e che in
quel mentre ho pensato solamente a lei e a me, perché sono
decenni che lei mi sente definire il Burgtheater come il
palcoscenico più abominevole del mondo, e adesso, d'un
tratto, lei dovrebbe addirittura venire con me a vedere La
brocca rotta al Burgtheater, cosa che persino Irrsigler non
riesce a concepire. Prenda il secondo biglietto, disse, e venga
questa sera con me al Burgtheater, divida con me il piacere di
questa perversa follia, caro il mio Atzbacher, disse Reger,
scrive Atzbacher. Sì, dissi io a Reger, scrive Atzbacher, se è
suo espresso desiderio, e Reger disse, sì, è mio espresso
desiderio, e mi diede il secondo biglietto. La sera mi recai
effettivamente con Reger al Burgtheater a vedere La brocca
rotta, scrive Atzbacher. Lo spettacolo era tremendo.

Potrebbero piacerti anche