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Il Castello Aragonese

Il Castello Aragonese di Taranto in 3D nell’evoluzione del paesaggio naturale


di Taranto in 3D
nell’evoluzione del
paesaggio naturale

Giuseppe Mastronuzzi, Luisa Boccardi, Anna Maria Candela,


Cecilia Colella, Giuseppe Curci, Federico Giletti,
Maurilio Milella, Cosimo Pignatelli, Arcangelo Piscitelli,
Francesco Ricci, Paolo Sansò
Il Castello Aragonese di Taranto in 3D
nell’evoluzione del paesaggio naturale

con i contributi di

Giuseppe Mastronuzzi, Luisa Boccardi, Anna Maria Candela,


Cecilia Colella, Giuseppe Curci, Federico Giletti,
Maurilio Milella, Cosimo Pignatelli, Arcangelo Piscitelli,
Francesco Ricci, Paolo Sansò

DIPARTIMENTO DI SCIENZE
DELLA TERRA E
GEOAMBIENTALI
Il Castello Aragonese di Taranto in 3D
nell’evoluzione del paesaggio naturale

Responsabile Scientifico
Giuseppe Mastronuzzi
Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali,
Università degli Studi “Aldo Moro”, Via E. Orabona, 4 - Bari

Copyright 2014 – Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali


Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”
Campus Universitario, Via E. Orabona, 4
70125 Bari
Tel.: 0039.080.5442557
Fax: 0039.080.5442625

Art Director
Maurilio Milella

Impaginazione elettronica, grafica e selezione del colore


DIGILABS s.a.s.

Finito di stampare nel mese di marzo 2014 presso


DIGILABS s.a.s.
Via Albanese, 47
70124 Bari - Italy
e.mail: info@digilabs.it

È consentita la riproduzione parziale di estratti dei capitoli,


previa citazione della fonte.

Gli Autori si assumono la responsabilità del contenuto dei propri elaborati


e della loro ulteriore divulgazione.

L’opera è fuori commercio ed è utilizzata esclusivamente per scopi scientifici.

Prima di copertina: “Il Castello Aragonese di Taranto” (Foto di Giuseppe Mastronuzzi)


Quarta di copertina: “Elaborazione grafica da Rilievo Laser Scanner Terrestre”
(Cosimo Pignatelli e Arcangelo Piscitelli)
40
CAPITOLO 2

DATI ARCHEOLOGICI NELLA RICOSTRUZIONE DEL


PAESAGGIO DELLA CITTA’ VECCHIA DI TARANTO

a cura di Federico Giletti

Il territorio oggi occupato dalla cosiddetta Città Vecchia di Taranto1


presenta testimonianze di frequentazione umana sin dalla preistoria2 (Fig.
2.1).
Nel corso del Neolitico il paesaggio doveva presentarsi come un cordone
lagunare che univa le isole Cheradi a Capo Rondinella e all’isola di San
Nicolicchio, quest’ultima scomparsa a causa di successivi fenomeni di
bradisismo, ed essere di certo già antropizzato, come testimoniano i reperti
venuti alla luce nel corso delle indagini stratigrafiche condotte dalla
Soprintendenza per i Beni Archeologici a Largo San Martino e nel chiostro
di San Domenico (Gorgoglione, 1991, pp. 228-229).
L’età del Bronzo (Figg. 2.2, 2.3) vede il sito della Città Vecchia
caratterizzato da una rilevante ricchezza insediativa e dall’avvio dei contatti
con il mondo orientale e, in un secondo momento, miceneo. In particolare,
la comparazione dei dati provenienti dai contesti pluristratificati rivela un
contatto costante con i mercanti micenei stanziatisi con un emporium
nell’area di Scoglio del Tonno, nei pressi dell’attuale porta Napoli. Risulta
comunque evidente la forte identità dell’insediamento indigeno,
1
La penisola sulla quale sorge la città di Taranto presenta una forma pressappoco triangolare estesa in
una zona pianeggiante protesa lungo l’asse nord-ovest/sud-est e circondata da nord-ovest fino ad est
dall’altopiano delle Murge. Tale propaggine è bagnata, lungo la costa meridionale, dal Mar Grande
racchiuso nella baia delimitata a nord-ovest dalla Punta Rondinella e a sud dal Capo San Vito e, lungo
quella settentrionale, dal Mar Piccolo che costituisce un vasto bacino interno. In origine i due mari
comunicavano solo per mezzo del canale naturale esistente tra l’estremità occidentale della penisola e
la zona di Scoglio del Tonno, ora collegate dal Ponte di Napoli lungo 115 m e articolato in tre arcate.
L’isola sulla quale insiste il centro storico, comunemente indicato come Città Vecchia, infatti, è il
frutto del taglio artificiale aperto nel 1480 da Ferdinando I di Aragona e successivamente ampliato
con la realizzazione del moderno canale navigabile lungo 400 metri, largo 73 metri e profondo 12 m.
L’altura, la cui estensione originaria si attestava sui 13 ettari e mezzo, si presentava come un
promontorio che toccava il suo apice (circa 13 m s.l.m.) all’estremità occidentale e degradava
progressivamente verso est, fino a generare una depressione naturale in corrispondenza dell’istmo di
collegamento con la zona del Borgo Nuovo. Verso il Mar Piccolo il banco roccioso generava un salto
di quota che, con un dislivello compreso tra gli 11 m s.l.m ad occidente e i 7 m s.l.m. ad oriente,
prospettava sulla bassa marina, una fascia costiera poco alta e acquitrinosa caratterizzata da un
affioramento delle acque di falda. Sul versante opposto, verso il mare aperto, si affacciava invece
un’alta scogliera a strapiombo sul mare, naturalmente priva di approdi naturali. Il suo fronte,
lievemente arretrato rispetto all’attuale, è stato rinvenuto nelle fondazioni del Palazzo D’Ayala Valva.
2
Un recente e complessivo resoconto sullo stato delle conoscenze in merito alle fasi pre-protostoriche
che hanno interessato il sito dell’attuale Città Vecchia si trova in CINQUANTAQUATTRO 2010, pp. 487-
506.
41
caratterizzato dalla presenza predominante di ceramica d’impasto e da più
scarse testimonianze di ceramica micenea e cicladica.
Segue, nell’età del Ferro, l’occupazione del sito da parte degli Iapigi,
popolazione indigena la cui frequentazione è testimoniata da una serie di
depositi ritrovati sia nell’area del Borgo sia in sporadici punti della Città
Vecchia, in particolare a Largo San Martino, nel chiostro dell’ex convento
di San Domenico (Fig. 2.4), nell’area a sud della cattedrale di S. Cataldo e a
Piazza Castello (Favia, 1988, pp. 118-120; Gorgoglione 1991, p. 230) (Fig.
2.5). Tale esperienza si interrompe alla fine dell’VIII secolo a.C. con la
colonizzazione greca e l’insediamento dei cosiddetti Parteni a Taranto e
nella vicina Saturo (De Juliis, 1988, pp. 89-98).
Il complesso processo di colonizzazione comporta per il territorio tarantino
un’occupazione contestuale sia della polis sia della chora, estesa sin dai
decenni iniziali del VII secolo a.C. dal settore costiero sud-orientale fino
alle prime propaggini murgiche verso nord-ovest.

Figura 2.1 – Inquadramento topografico della Città Vecchia di Taranto.

42
La frequentazione del sito da parte dei
coloni greci appare fortemente
condizionata dalla morfologia del
territorio. L’area individuata per
l’ubicazione della polis, infatti, si
estende in una posizione privilegiata:
un altopiano peninsulare (akropolis)
proteso tra due mari, il Mar Piccolo e il
Mar Grande, e collegato all’ampio
territorio orientale da un istmo, punto
nodale nell’articolazione urbanistica
della città fino ai giorni nostri con il
taglio del Canale Navigabile.
La documentazione finora disponibile
fornisce pochi dati sui primi due secoli
di vita della città greca ma possiamo
senza dubbio affermare che l’arrivo dei
coloni dalla Laconia deve essere stato Figura 2.2 – S. Domenico. Resti di
traumatico per la popolazione indigena focolare dell’età del Bronzo.
di cultura iapigia, come testimoniano i
livelli d’incendio delle capanne dell’età del Ferro ritrovati negli scavi
condotti nell’area del chiostro di San Domenico (Gorgoglione, 1991, pp.
228-230).

Figura 2.3 – Largo S. Martino. Piano di frequentazione con buche da palo dell’età del
Bronzo (Archivio Fotografico SAP).
43
Figura 2.4 – S. Domenico. Livello di frequentazione dell’età del Ferro (Archivio
Fotografico SAP).

Figura 2.5 – Piazza Castello, Castello Aragonese. Frammenti di ceramica geometrica


iapigia rinvenuti negli scavi (da Giletti 2012, p. 37).

Altrettanto sporadiche sono le tracce del fenomeno insediativo in età


arcaica. A tale riguardo vanno ricordati i resti di una struttura rinvenuta a
Largo San Martino (Favia, 1988, pp. 120-124) (Fig. 2.6), la presenza di un
battuto nel giardino del chiostro di San Domenico (D’Amicis, Russo, 1991,

44
pp. 301-302) e ulteriori sporadiche tracce di frequentazione riscontrabili nel
Seminario Arcivescovile (De Juliis, 1983, p. 429).

Figura 2.6 – Largo S. Martino. Struttura in pietra di età arcaica (Archivio Fotografico
SAP).

Figura 2.7 – Piazza Castello, Castello Aragonese. Banco calcarenitico interessato da


attività estrattiva tra VII e la fine del VI secolo a.C. (foto di A. Vinella).
45
Tra il VI e il V secolo a.C. si assiste, invece, al momento di maggiore
monumentalizzazione e ampliamento delle superfici utilizzabili
sull’acropoli, testimoniato dall’intenso sfruttamento del banco calcarenitico
tramite attività estrattiva, le cui tracce sono state messe in luce all’interno
della Cattedrale di San Cataldo (Biffino, 2004, pp. 121-127; Biffino, 2005,
pp. 121-126), negli ambienti seminterrati del convento di Santa Chiara
(Pucci, 1990, pp. 408-409; Pucci, 1991, pp. 326-328; Pucci, 1994, pp. 139-
141), della chiesa di sant’Andrea degli Armeni (Lippolis, 1995, p. 126), al
di sotto del Tempio Dorico e all’interno dell’ala settentrionale del Castello
Aragonese dove l’attività estrattiva sembra protrarsi fino alla fine del VI
secolo a.C. (Fig. 2.7). Tale processo di ristrutturazione urbana sembrerebbe
confermato archeologicamente dalla costruzione alla fine del primo
venticinquennio del VI secolo a.C. del Tempio Dorico di Piazza Castello,
messo in luce nei primi anni ‘70 a seguito dell’abbattimento delle strutture
medievali e moderne che lo inglobavano (Dell’Aglio, De Vitis, 1994, pp.
141-143).
Nella stessa fase cronologica si colloca la prima costruzione, forse mai
portata a termine, di un altro importante santuario urbano individuato sotto
la chiesa di San Domenico, nell’estremo settore sud-occidentale della
penisola (Lo Porto, 1970, pp. 356-357; Lo Porto, 1971, pp. 356-357, 376;
Lo Porto, 1972, p. 501; Lippolis, 1982, pp. 85-86; Lippolis, 1995, pp. 65-67;
Dell’Aglio, 1996, p. 80, 141-142; Lippolis, 1997, p. 136) (Fig. 2.8).
Nella prima metà del V secolo a.C., a seguito dell’inasprirsi degli scontri
con le popolazioni indigene, la città viene interessata da profonde
trasformazioni non solo di carattere urbanistico ma soprattutto militare con
la realizzazione di un imponente sistema di difesa che interessa sia la polis,
oramai ampliatasi verso est, sia l’acropoli. Quest’ultimo settore dell’abitato
antico, riservato in particolare agli edifici a carattere religioso e pubblico,
viene dotato quindi di opere militari funzionali al consolidamento e alla
protezione del salto di quota presente sui lati settentrionale, occidentale e
orientale dell’altura (Fig. 2.9). Il lato meridionale, invece, per via delle sue
peculiari caratteristiche morfologiche, ricordate anche da Livio che parla di
prealtae rupes3, appariva già allora come una barriera naturale difficilmente
espugnabile4.
3
Livio, 25, 11, 1.
4
Anche se un riesame della documentazione archeologica inerente agli scavi effettuati in passato
lungo il profilo costiero della Città Vecchia permette di ipotizzare sul lato meridionale dell’acropoli
l’esistenza di un terrapieno datato agli inizi del VI secolo a.C. e funzionale ad un progetto di
monumentalizzazione dell’area, che comprendeva un sistema difensivo, fondato sul ciglio del salto di
quota del banco roccioso. Quest’ultimo per l’occasione viene regolarizzato e colmato nelle sue
lacune, conseguenza dell’attività estrattiva di cave impiantate tra VII-VI secolo a.C., da strati di
terreno friabile ricco di pietrame vario databili al VI secolo a.C., suggellati, a loro volta, da una tenace
crosta di polvere di carparo mista a piccole schegge. Dalle attività di scavo non sono, però, emerse
strutture di contenimento, ma il ritrovamento lungo tutto il fronte meridionale di blocchi antichi non
46
Figura 2.8 – S. Domenico. Fondazioni del tempio greco.

Figura 2.9 – Largo S. Martino. Sistemazione architettonica attuale del salto di quota
originario, presente lungo il limite settentrionale dell’altura della Città Vecchia (foto
Autore).

in situ, ma reimpiegati in costruzioni successive o in strato di crollo in mare, immediatamente al di


sotto dell’affaccio di corso Vittorio Emanuele II, farebbe propendere per la ricostruzione di un fronte
murario artificiale rivolto a sud, impostato direttamente sul bordo superiore del banco roccioso e
funzionale al contenimento del terrapieno retrostante.
47
Figura 2.10 – Largo S. Martino. Area archeologica con in primo piano i resti della
struttura difensiva del V secolo a.C. (Archivio Fotografico SAP).

Tracce del sistema difensivo sono archeologicamente attestate in diversi siti


della Città Vecchia. Note già dalla fine degli anni ottanta e parzialmente
edite, infatti, sono le strutture rinvenute sia a Largo San Martino (Favia,
1988, pp. 119-120) (Fig. 2.10) sia al di sotto di Palazzo Delli Ponti (De
Vitis, 1999), entrambe collocate lungo il salto di quota settentrionale
dell’altura. Nel primo caso si tratta di un setto murario, conservato per una
lunghezza di circa 13 m che si sviluppa sul ciglio dell’altopiano,
interpretabile come paramento interno di un muro a doppia cortina con
emplecton interno che doveva protendersi fino alla base della parete
rocciosa del salto di quota di cui costituiva la copertura. Al di sotto di
Palazzo Delli Ponti, invece, si conservano i resti della cortina esterna della
stessa struttura muraria, con ammorsato un barbacane avanzato, entrambi
fondati direttamente sul banco roccioso.
Le indagini archeologiche attestano che le strutture di età greca sono state
nei secoli oggetto di un’intensa e continua attività di spoglio delle opere
murarie i cui materiali il più delle volte furono calcinati o reimpiegati in
nuove costruzioni. Inoltre sembrerebbe essere una caratteristica costante,
48
soprattutto del costone orientale dell’altura, la conservazione della
sovrapposizione di resti strutturali inerenti ai vari sistemi difensivi che
hanno caratterizzato la storia e l’evoluzione urbanistica di questa parte della
città di Taranto dall’antichità fino al basso medioevo (D’Angela, Lippolis
1996, pp. 18-19; Giletti 2012).
Il fronte orientale dell’acropoli si presentava meno difeso da un punto di
vista naturale, essendo l’unico lato dell’altura a non essere bagnato dal
mare, ma per lo stesso motivo altamente strategico sul piano delle necessità
difensive e logistiche. È stato pertanto oggetto di una particolare attenzione
nell’approntamento delle opere difensive che hanno rappresentato in
maniera significativa un elemento caratterizzante del paesaggio urbano di
questo lato dell’altura, pur cambiando nei secoli caratteri e aspetto in base
all’evoluzione dell’architettura militare e allo sviluppo delle armi e delle
tecniche d’assedio.
Le vicende storiche, soprattutto di età ellenistica, denotano in particolar
modo un’acropoli caratterizzata da una predominante funzione militare,
come testimoniano le notizie relative alla presenza in città dell’esercito di
Pirro (D’Angela, Lippolis 1996, pp. 29-30), e dotata di un sistema difensivo
imponente e complesso, che, secondo quanto tramandato da Polibio, doveva
includere anche un fossato immediatamente ad est del fronte orientale
dell’altura, ricavato dallo scavo della depressione naturale dell’istmo5.
Quanto riportato dalle fonti sembra concordare con il recente dato
archeologico emerso dalle attività di scavo condotte all’interno del Castello
Aragonese6 dove il complesso delle informazioni raccolte7 permette di
riconoscere il settore centrale di un’opera militare (Figg. 2.11, 2.12),

5
Polibio, Historiae 1, 6 ; I, 24; II, 24, 13; III, 75, 4 ; VIII, 32, 2-6; VIII, 33, 4-7; VIII, 34. Il sistema
difensivo del promontorio dove oggi sorge la città vecchia è ricordato anche da Livio (Ab Urbe
Condita XXV, 11, 1-9), che indica la presenza di un muro, seguito da un fossato, a protezione del
fronte orientale.
6
Per una puntuale e minuziosa descrizione dei locali e delle strutture del Castello Aragonese si
rimanda a Carducci, 1995, pp. 101-178; D’Angela, Ricci, 2006; Ricci, 2007; D’Angela, Ricci, 2009;
Carducci, 2009. Sull’attività archeologica condotta all’interno del monumento aragonese si rimanda a
Giletti, 2012; 2013a, pp. 19-37; Giletti, 2013b; Mastronuzzi, Giletti, Pignatelli, Piscitelli, Curci,
Boccardi, Milella, Colella, Ricci, 2014, in stampa.
7
L’attività di ricerca, condotta da chi scrive all’interno del Castello Aragonese di Taranto
dall’autunno 2007, è stata resa possibile grazie alla partecipazione integrata di diversi enti, soprattutto
la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e la Marina Militare Italiana, ed è stata attuata
sotto la direzione scientifica della Dott.ssa Antonietta Dell’Aglio e con il supporto logistico fornito
dall’Ammiraglio di Squadra Francesco Ricci; ad entrambi va la mia più profonda gratitudine. Le
indagini si sono avvalse della collaborazione delle Dott.sse Anna Maria Fini e Donata Carrafelli e
dell’Arch. Luisa Boccardi. I lavori si sono svolti grazie al contributo fornito dal personale militare e
civile della Marina Militare Italiana di stanza al Castello Aragonese, in particolare si coglie
l’occasione per ringraziare il Luogotenente A. Vinella, il 2° Capo Scelto A. Modafferi, il 2° Capo D.
Ripieno, il Sc D. Monreale e il Sc D. Putignani. Un ringraziamento va inoltre ai Dott.ri R. Chiaradia,
R. Ursi, R. Ferretti, G. Romanazzi, R. Colella, M. Andreano, A.R. Sgobio, M. Quaranta, C. Di Cera e
V. Petraroli per l’aiuto offertomi nel corso delle attività di scavo e di catalogazione dei reperti.
49
interpretabile come un bastione fortificato (Giletti, 2013a, pp. 19-37)
caratterizzato dagli stessi caratteri della poliorcetica ellenistica diffusa in
altri grandi centri della Magna Grecia e della Grecia.

Figura 2.11 – Piazza Castello, Castello Aragonese. Resti murari pertinenti al bastione
ellenistico. (da Giletti 2012, p. 14).

Figura 2.12 – Vista assonometrica dell’ala settentrionale del Castello Aragonese con in
evidenza la riproduzione tridimensionale dei resti murari pertinenti al bastione ellenistico
(da Giletti 2012, p. 16).

50
Figura 2.13 – Sovrapposizione su foto aerea delle aree archeologiche del Castello
Aragonese (1) e del cosiddetto Tempio Dorico (2), con ricostruzione schematica della via
d’ingresso all’antica acropoli (Freccia Gialla). (da Giletti 2012, p. 22).

Tale opera appare funzionale non solo al potenziamento del sistema


difensivo preesistente8 ma soprattutto alla protezione e al controllo di una
via d’accesso all’acropoli (Fig. 2.13) il cui andamento sembrerebbe
svilupparsi, dopo un breve tratto iniziale in salita verso ovest in direzione di
Piazza del Municipio, con un percorso di attraversamento obliquo della
piccola penisola in direzione nord-ovest, tragitto oggi sostanzialmente
riconoscibile nell’asse costituito da via Paisiello e dal tratto di via Duomo
che da S. Cataldo conduce all’altura di S. Domenico (Giletti, 2013b) (Fig.
2.14). L’individuazione dell’antico ingresso all’acropoli è, inoltre,
archeologicamente confermata dalle strutture a carattere fortificato di età
medievale che continuano a rispettarlo e ad utilizzarne il passaggio ricordato
nelle fonti documentarie di X e XII secolo d.C. con l’appellativo di Porta
Terranea (Giletti 2012, pp. 33-36)9.

8
Sulle mura di Taranto si rimanda a Lippolis, 2002; Trézini, 2004, pp. 614-617; Sconfienza, 2005,
pp. 27-32.
9
Le strutture medievali, quindi, confermano archeologicamente l’esistenza del passaggio di ingresso
all’acropoli, che sembra rimanere in utilizzo fino alla definitiva chiusura, avvenuta in seguito alla
costruzione del cosiddetto Muro di Crispano del Castello Aragonese, alla fine del XV secolo. Questo
fa parte dell’estensione dell’ala orientale del castello protesa verso nord, a forma di triangolo
allungato e originariamente funzionale all’unione tra il torrione di Sant’Angelo e il corpo principale
della fortificazione. In questo settore della costruzione, in particolare, si deve distinguere la
51
Contrariamente a quanto finora ritenuto (Lippolis, 1997, pp. 47-49;
D’Angela, Lippolis, 1996, pp. 13-23)10, dunque, l’ingresso all’acropoli, per
chi giungeva da est e cioè dalla polis, sarebbe avvenuto tramite una porta,
forse la principale, ubicata in corrispondenza di un avvallamento naturale (2
m s.l.m.) orientato est-ovest e coincidente attualmente con il tratto nord-
occidentale del fossato del castello, a difesa della quale, a sud, si erge il
bastione sopra menzionato. Analogie costruttive e topografiche del bastione
rimandano ad esempi come le fortificazioni dell’acropoli di Selinunte e del
castello Eurialo di Siracusa11, dove tra la fine del IV secolo e gli inizi del III
secolo a.C. l’installazione di nuovi apparati a carattere militare a
integrazione del sistema difensivo precedente segna l’introduzione di
innovativi e specifici accorgimenti strutturali legati e direttamente
dipendenti dall’orografia e dalle caratteristiche morfologiche del luogo12.

sovrapposizione di strutture eterogenee e appartenenti a fasi diverse, che nell’ambito della


ricostruzione storico-archeologica delle testimonianze rinvenute all’interno del castello, costituisce
una documentazione determinante nella comprensione dell’evoluzione e dello sviluppo edilizio e
urbanistico di questa parte della città. La struttura attuale, infatti, è composta da un corpo di fabbrica
occidentale, aggiunto nel corso del XVI secolo ad un elemento precedente, il Muro di Crispano, dal
nome del suo edificatore, il castellano Matteo Crispano. Questi realizzò su ordine del re Ferdinando,
quasi al termine dei lavori di costruzione del castello, un fronte murario stretto e lungo, di
collegamento tra il torrione di San Lorenzo e quello più settentrionale di Sant’Angelo, quest’ultimo
abbattuto tra il 1883 e il 1884 per far posto al ponte girevole. La presenza dei beccatelli e delle
feritoie su entrambi i lati ne attestano la natura militare, propria di un’opera concepita come struttura
difensiva a se stante, funzionale alla chiusura verso est del fossato settentrionale del castello e, allo
stesso tempo, al potenziamento della cinta difensiva orientale dell’isola. La stratigrafia muraria
conservata nella sua superficie meridionale tradisce l’esistenza di una struttura muraria precedente
con profilo a scarpa, in fase e corrispettivo simmetrico dell’elemento costruttivo rinvenuto
nell’angolo nord-est dell’ala settentrionale del castello, databile tra la fine del XIII e il XV secolo. Di
questa si nota in particolar modo un angolo rivolto a sud, speculare a quello ricostruibile nella
Galleria Sveva-Angioina del Castello Aragonese, entrambi questi, strutture di delimitazione del
passaggio della via (Messina, 1888, pp. 236-288, pp. 409-445; Ricci, 2007, pp. 119-124).
10
Lo studioso colloca il passaggio della via d’ingresso all’acropoli immediatamente a nord del muro
di Crispano del Castello Aragonese, in luogo del torrione di S. Angelo, abbattuto alla fine dell’800
per la costruzione del Ponte Girevole. Tale proposta era stata dettata dal riconoscimento di strutture
pre-aragonesi a carattere fortificato al di sotto della odierna Galleria Comunale, il cui posizionamento
si trova in asse con l’orientamento di via Duomo, arteria di attraversamento longitudinale della Città
Vecchia in età romana e bizantina.
11
Per quanto riguarda un inquadramento generico sull’argomento si rimanda a Maugeri, 1928; Adam,
1982, pp. 85-86, 112-113; Greco, 1988, pp. 305-328; Di Vita, 1988, pp. 69-79; Longo, 2002, pp. 202-
215; Jannelli, 2002, pp. 256-267; Mertens, 2006, pp. 74-75, 188-205; Caliò, 2011, pp. 280-285; Caliò,
2012, pp. 169-221.
12
In questo periodo vengono aggiunte parti strutturali al sistema difensivo preesistente contraddistinte
da un profilo avanzato, proteso verso l’esterno, soprattutto in prossimità di una porta, e solitamente
funzionale sia ad un attacco di fiancheggiamento sia alla proiezione in campo aperto di un corridoio
protetto, da cui era possibile effettuare, attraverso alcune postierle, rapide e improvvise sortite alle
spalle di forze militari nemiche giunte fin sotto le mura. Oltre all’inserimento di torri o bastioni
disassati rispetto all’andamento della cinta difensiva, lo spazio destinato all’ingresso, molto spesso
realizzato all’interno di un indotto obbligato ricavato in insenature naturali, e l’area immediatamente
antistante vengono frazionati dall’aggiunta di aggeri, antemurali e fossati, in maniera tale da creare un
percorso tortuoso, di difficili traiettorie segmentate e dalla scarsa visibilità.
52
53
Figura 2.14 – Pianta topografica generale con proposta di ricostruzione schematica del sistema viario della polis greca di età classica e
sovrapposizione dell’assetto planimetrico romano del periodo compreso tra la seconda metà del I secolo a.C. e l’età imperiale. (da Giletti
2013b, Tav. 4: base planimetrica estratta da Lippolis 2002, Figg. 2, 7, 9, 11. Rielaborazione grafica a cura dell’Arch. L. Boccardi).
Anche Taranto, quindi, nel corso della seconda metà del III secolo a.C.,
sembrerebbe adottare nel caso specifico dell’acropoli accorgimenti ed
espedienti per potenziare la configurazione e la valenza militare dell’altura
da cui traspariscono consistenti elementi di una cultura poliorcetica
avanzata. Le fortificazioni ellenistiche di Taranto, inoltre, sembrerebbero
inserirsi all’interno di uno specifico linguaggio architettonico-militare
attestato tra il III e II secolo a.C. in ambito sia magno greco sia
mediterraneo, sulla scia di esempi più noti e maggiormente eloquenti quali
Perge, Rodi e la Pnice ad Atene, città in cui il sistema difensivo era oramai
divenuto parte del paesaggio urbano13.
Non è di certo una coincidenza, pertanto, il ricordo da parte delle fonti della
presenza a Taranto di ingegneri e architetti militari di indubbia fama in
concomitanza con le ristrutturazioni del sistema difensivo della città. Se per
il IV secolo a.C. è attestato il pitagorico Zopyros, attivo principalmente a
Mileto e a Cuma, per la seconda metà del III secolo a.C., periodo
coincidente con la datazione della costruzione del bastione rinvenuto nei
recenti scavi del castello, si ha notizia dell’operato di un altro famoso
architetto e ingegnere militare e navale, originario della polis magno greca,
Herakleides. A questi sono attribuiti restauri apportati alle fortificazioni
cittadine alla vigilia della guerra annibalica su commissione dei romani e la
ristrutturazione di una porta orientale che, alla luce delle nuove
acquisizione, potrebbe essere identificata con la summenzionata porta
d’accesso all’acropoli, interessata nel corso della seconda metà del III
secolo a.C. da un’attività edilizia inclusiva anche della costruzione del
bastione avanzato14.

13
La poliorcetica aveva maturato una lunga tradizione e la maggior parte delle città era delimitata da
un circuito murario, spesso risalente ad un’età precedente, ma durante il basso ellenismo si assiste a
una recessione nel numero di costruzioni di nuove cinte, mentre gli interventi sulle mura sono
piuttosto votati al restauro o all’ammodernamento di alcuni settori, soprattutto nei pressi delle entrate,
secondo nuovi precetti militari introdotti da Filone di Bisanzio. La battaglia campale oplitica fu
frequentemente sostituita da uno scontro presso le mura delle città nemiche, nella pratica dell’assalto,
poiché la sconfitta dell’avversario inizia ad essere intesa con la sottomissione della città stessa, che in
questo momento acquisisce una nuova vitalità e un nuovo significato sociale come organismo politico
identificato definitivamente nelle strutture architettoniche urbane e in particolare nelle cinte murarie.
In tale contesto la grande novità di carattere tecnologico è la nascita delle macchine da guerra e da
lancio. I complessi urbani, come Siracusa o ancora le città greche durante le guerre macedoni, sono
costretti ad affrontare episodi di guerra sempre più importanti e feroci. Anche Taranto durante la
presa della città da parte di Annibale vive e subisce la forza e i colpi afflitti dai cartaginesi, che
costringono i romani ad assediarsi all’interno della fortificazione dell’acropoli, la cui imponenza
induce fin da subito gli invasori a desistere da eventuali assalti.
14
Taranto nell’ambito del III secolo a.C. sembra quindi assorbire espressioni proprie di un nuovo
linguaggio architettonico-militare comune e diffuso in tutto il Mediterraneo e divenire un modello in
grado di influenzare e promuovere l’ammodernamento delle oramai obsolete cinte murarie non solo
delle altre poleis della Magna Grecia ma anche delle città indigene, come testimoniato nelle aree
messapica, lucana e brettia, dove a partire dal IV secolo si cerca con una certa fretta di adeguare le
cinte urbiche alle nuove necessità della difesa, rinforzando le murature e proteggendo le entrate.
54
Nel quadro storico tarantino, i primi mutamenti nell’assetto urbanistico e
istituzionale della città di età greca sono percepibili già nel corso del III
secolo a.C., tra la vittoria di Roma su Pirro e la guerra annibalica, periodo
per il quale le fonti letterarie (Nafissi, 1995, pp. 24-25; Lippolis, 1997, pp.
40-41) attestano la presenza in città di un’attiva elite filo-romana.
Nel corso dei due secoli successivi, in seguito alla deduzione gracchiana
della colonia Neptunia del 123 a.C. e alla istituzione del municipium con la
lex municipi tarentini (Dell’Aglio, 1988, pp. 177-184)15, la città di Taranto
risulta essersi oramai adeguata al sistema istituzionale tipicamente
romano16.
Gli scavi archeologici hanno confermato tale processo di trasformazione. Le
ricerche condotte nell’area di Piazza Castello, infatti, hanno evidenziato per
la fine del III secolo a.C. oltre alla realizzazione del bastione difensivo sopra
descritto, anche la spoliazione di una piccola struttura adiacente alla
peristasi nord del Tempio Dorico e la realizzazione di un asse stradale ad
andamento est-ovest di attraversamento longitudinale dell’altura, oggi
ricalcato da via Duomo (Dell’Aglio, De Vitis, 1994, pp. 141-143).
Altri interventi, databili però al I secolo a.C., sono riconoscibili in un piano
di calpestio e un lacerto murario individuati durante gli scavi nel Castello
Aragonese (Giletti, 2012, p. 15), in alcuni restauri effettuati all’interno
dell’area sacra di S. Domenico (Lippolis, 1981, p. 99; Nafissi, 1995, pp.
240-241; Dell’Aglio, 1996, pp. 141-142)17 (Fig. 2.15) e nei resti di una
cisterna conservata al di sotto del vestibolo della cattedrale di S. Cataldo
(Biffino, 2003-2004, p. 222). Immediatamente a nord di questa, lungo
l’attuale tratto di via Duomo, furono rinvenuti nel 1931 resti di due basolati
sovrapposti, riconducibili a due assi stradali di epoche diverse (D’Angela,
1986, pp. 11-12, nota 39). Quello superiore, in base al confronto con la
stratigrafia determinata nell’area del Tempio Dorico, è riferibile alla
ricostruzione niceforiana della metà del X secolo; il percorso inferiore,
invece, sembrerebbe attribuibile ad età romana e contestuale al tratto
scoperto a nord del Tempio Dorico (Fig. 2.16).
15
Per un inquadramento generale sulla città nel periodo romano si rimanda a Lippolis, 2005, pp. 236-
312; Lippolis, 2006, pp. 221-226; Mastrocinque, 2010.
16
Elementi preziosi alla ricostruzione archeologica dell’urbanistica e della topografia dell’acropoli
tarantina si ricavano dalle fonti. In particolare due autori, Polibio e Strabone, hanno tramandato
informazioni e descrizioni della città antica, testimonianze importanti che si riferiscono a due fasi
distinte della Taranto romana. Polibio, scrivendo intorno alla metà del II secolo a.C., tramanda
un’immagine della città precedente alla deduzione della colonia graccana, invece Strabone, nella
seconda metà del I secolo d.C., restituisce una descrizione del centro urbano oramai completamente
romanizzato.
17
Durante i lavori di restauro, erano state individuate su due frammenti di uno stesso architrave,
probabilmente attribuibile al tempio di età greca, due iscrizioni latine databili alla prima metà del I
secolo a.C., le quali comproverebbero una fase di ristrutturazione di epoca romana con relativa dedica
nell’area del santuario sorto in età arcaica. Non si può escludere che i lavori abbiano interessato
proprio l’edificio templare.
55
Figura 2.15 – S. Domenico. Frammento di
architrave del tempio arcaico con iscrizione
latina della prima metà del I secolo a.C.,
testimonianza di una fase di ristrutturazione Figura 2.16 – Cattedrale di S. Cataldo.
di età romana che interessò sia il santuario Scavi del 1931 in via Duomo (da D’Angela
che l’area limitrofa (Archivio Fotografico 2002, p. 128).
SAP).

Un’immagine dell’assetto urbanistico dell’antica acropoli è offerta anche dal


geografo Strabone che, descrivendo l’aspetto morfologico della città,
colloca lungo il fronte settentrionale dell’acropoli uno dei tre porti di
Taranto18.
La città sembra assumere un ruolo secondario a partire dalla fine del I
secolo a.C., divenendo quasi periferica rispetto alle nuove dinamiche
politico-commerciali di età imperiale, fino a raggiungere in età imperiale
una vera e propria fase di spopolamento e di diradamento dell’impianto
urbano.
Lo svolgimento di attività commerciali, nonostante un accentuato
ridimensionamento, sembrano però non scomparire del tutto ma mantenersi
fino ad oltre il crollo del sistema politico-amministrativo dell’impero
romano.
Tra il IV e gli inizi del VI secolo d.C, lo spazio abitato si ritrae ad est della
città antica, occupando e ristrutturando, anche con l’approntamento di
18
Strabone, VI, 3.
56
sistemi difensivi, quei quartieri del centro greco-romano che dalla rada di S.
Lucia si estendevano fino alla zona di piazza Ebalia19.
Durante lo stesso periodo, l’area dell’acropoli sembrerebbe interessata da un
fenomeno di progressiva riduzione della frequentazione antropica e di
destrutturazione quasi totale del quartiere (Falkenhausen, 1968) dove, a
partire dal IV secolo d.C., si assiste all’impianto di nuclei sepolcrali lungo le
aree perimetrali dell’altura. L’esempio meglio conosciuto è l’ipogeo messo
in luce al di sotto di Palazzo Delli Ponti, lungo il lato settentrionale
dell’acropoli, costituito da uno spazio sepolcrale ipogeo ricavato alle spalle
della cinta difensiva di età greca e probabilmente riservato ad un gruppo di
livello socio-economico medio-alto (De Vitis, 1991, pp. 329-331; De Vitis,
1999, pp. 18-31) (Fig. 2.17).
Il centro urbano tardo antico, insediatosi nel settore orientale della città
greco-romana, sembra non offrire garanzie da un punto di vista strategico-
militare e risulta insufficiente alle particolari necessità difensive derivate
dalle guerre greco-gotiche20; pertanto in occasione dell’attacco dei Goti il
generale bizantino Giovanni decide di apprestare un sistema fortificato a
difesa di una sola parte dello spazio urbano, riconoscibile nell’altura
occidentale e cioè nella sede dell’antica acropoli21, caratterizzata da una
conformazione naturale favorevole alla difesa del sito.
I dati archeologici, infatti, confermano per il VI secolo d.C. un’occupazione
dell’altura testimoniata dall’abbandono degli spazi cimiteriali in uso fino a
quel momento. Il recupero del promontorio prevede, inoltre, il ripristino
delle opere difensive precedenti con restauri e ricuciture delle
apparecchiature murarie originarie, attraverso il veloce recupero di materiale
di reimpiego, come attestato in una torre perimetrale del circuito murario
difensivo rinvenuta al di sotto di Palazzo D’Aquino22 (Fig. 2.18).

19
La topografia urbana di Taranto nei secoli di passaggio tra la tarda età romana e l’altomedievo è
quasi del tutto sconosciuta e in attesa di un tentativo di ricostruzione sistematico ed esauriente. Ad
un’analisi generale dei dati archeologici, l’abitato tra III e IV secolo d.C. sembrerebbe riflettere una
condizione di vitalità economica. Nella parte orientale della città antica, infatti, oltre l’attestata
funzionalità dello scalo portuale di S. Lucia, l’insistenza degli impianti termali di Castel Saraceno,
presso piazza Ebalia, delle terme Pentascinenses, tra le vie Duca di Genova, Principe Amedeo, Duca
degli Abruzzi e G. Mazzini e il ritrovamento, nella zona di Montedoro, di un cospicuo numero di
ricche domus (attuali piazza della Vittoria e Giovanni XXIII), sembrerebbero confermare la presenza
di un tessuto urbano pienamente attivo e interessato da significativi restauri monumentali proprio sul
finire del IV secolo d.C. D’Angela, Lippolis, 1996, pp. 32-34, pp. 35-45.
20
Procopio, De bello gothico II, ed. Comparetti, FSI, pp. 352-353
21
Una precedente lettura del passo di Procopio di Cesarea, riferito alle fortificazioni innalzate in tutta
fretta dal generale bizantino Giovanni dopo che era riuscito a strappare la città dalle mani dei Goti,
sarebbe orientata nel riconoscere tali opere di difesa non approntate sui resti della cinta classica
dell’acropoli, bensì fondate ex novo probabilmente poco più ad oriente, là dove insisteva il quartiere
che gravitava da un lato sull’area portuale e dall’altro sul Mar Grande, all’incirca presso l’attuale area
di Piazza Ebalia al lungomare.
22
Archivio SAP, Giornale degli Scavi.
57
Figura 2.17 – Palazzo Delli Ponti. Ipogeo e tombe a fossa (da De Vitis 1999, p. 9).

Il nucleo insediativo della città bassa non viene abbandonato ma sembra


mantenere attivi i suoi caratteri abitativi e funzionali, continuando ad
ospitare le attività commerciali e di scambio legate allo scalo di S. Lucia
(Ermini Pani, 1998, pp. 225-227)23. La nuova fortificazione sullo spazio
dell’antica acropoli, invece, diviene per i cittadini solo un rifugio
temporaneo in caso di estreme condizioni di pericolo, come attestato per
Ancona e Tortona (Ermini Pani, 1993-1994, p. 204)24.

23
Attestazioni di continuità di frequentazione e di uso di quella parte della città non racchiusa dal
castrum si ritrovano anche ad Ancona, dove è documentato come il resto dell’abitato urbano extra
murario continui a vivere, nonostante gli assalti e le distruzioni da parte dei Goti, restaurando i suoi
edifici. La ricerca archeologica, infatti, ha evidenziato la continuità d’uso della chiesa paleocristiana
rinvenuta al di sotto di S. Maria della Piazza, collocata durante l’età tardoantica in un’area
extramoenia, danneggiata in occasione della guerra greco-gotica e ristrutturata subito dopo.
24
Ad Ancona e Tortona non si provvide alla costruzione di mura per cingere l’intero spazio urbano,
bensì la difesa fu affidata al castrum che venne allestito sul colle dove sorgeva l’antica acropoli.
Questa era stata una scelta dettata dalle garanzie di difendibilità del luogo e senza dubbio agevolata da
ragioni economiche identificabili nella presenza delle antiche mura e dalle antiche costruzioni che
assicuravano strutture da riadattare ed abbondante materiale di spoglio.
58
La nuova fortificazione tardoantica
viene dotata anche di un fossato,
probabilmente sullo stesso sito di
quello precedente che, appartenente
alle opere difensive greco-romane,
era stato ricavato sfruttando una
depressione naturale del banco
calcarenitico ad ovest dell’attuale
borgo, dove oggi è il Canale
Navigabile25.
Argomento di fondamentale
importanza, che necessita
obbligatoriamente di ulteriori e più
specifici approfondimenti, è la
recente scoperta nello spazio
dell’antica acropoli di un edificio
religioso a pianta basilicale databile Figura 2.18 – Palazzo D’Aquino. Parete
tra il VI e il VII secolo d.C., settentrionale della torre con tracce di
caratterizzato da continuità ristrutturazioni successive (Archivio
funzionale perlomeno fino all’VIII Fotografico SAP).
secolo d.C. (Biffino 2004, pp. 221-
227; Biffino 2005, pp. 121-136)26, probabilmente identificabile con la
basilica paleocristiana dedicata a S. Maria, menzionata in una lettera inviata
nel 603 da Papa Gregorio Magno al vescovo di Taranto Onorio, relativa
all’autorizzazione papale all’utilizzo del nuovo battistero sito presso la
stessa chiesa (D’Angela, 2002, p. 39 con ampia bibliografia) (Fig. 2.19).
La breve frequentazione del nuovo centro fortificato sembrerebbe
confermata dal restringimento dell’edificio basilicale alla sola navata
settentrionale e dall’occupazione dello spazio dell’altura istmica da parte di
nuove aree a destinazione funeraria che, a partire dalla fine del VII secolo

25
Procopio (De Bello Gothico III, 23), a proposito della descrizione che da della città e degli
accorgimenti difensivi adottati in occasione delle guerre greco-gotiche, sembrerebbe indicare la
presenza di un fossato immediatamente ad est dell’altura dell’antica acropoli.
26
Nella Cattedrale, invece, recenti indagini hanno individuato l’esistenza di un edificio di culto
databile tra la fine VI e il VII secolo d.C. Di questa chiesa si conservano scarsi resti del piano
pavimentale e delle fondazioni dell’abside in grandi blocchi di carparo. La facciata, con relativo
ingresso aperto ad ovest, era probabilmente posta in corrispondenza della separazione tra il transetto e
le navate attuali. L’insediamento di alcune tombe, inquadrabili cronologicamente tra VIII e IX secolo
d.C., nello spazio meridionale e centrale dell’edificio26, determinò il restringimento della funzione
cultuale alla sola navata settentrionale, alla quale per l’occasione sarebbe stata aggiunta una piccola
abside. Gli scavi hanno inoltre confermato la datazione della costruzione del capocroce e della cripta
al X secolo d.C., come proposto da Belli D’Elia sulla base dell’analisi architettonica (Belli D’Elia,
1977, pp. 143-146). In ultimo per quanto concerne un inquadramento sulla fase paleocristiana di
Taranto si veda D’Angela, 2007, pp. 1041-1052.
59
d.C. caratterizzeranno il luogo fino al momento della fondazione del kastron
bizantino niceforiano della seconda metà del X secolo d.C.

Figura 2.19 - Cattedrale di S. Cataldo. Evidenziata in giallo la planimetria dell’edificio


paleocristiano (da Biffino 2005).

Nel 663 sbarca a Taranto Costante II alla testa dell’esercito imperiale per
intraprendere una campagna militare contro i Longobardi di Benevento27. La
scelta del porto di Taranto è giustificata dalla volontà di conquistare la città
di Acerenza, sulla via Appia. Il racconto tramandato da Paolo Diacono
mostra una città definita tra le città pugliesi satis opulentas e dotata di un
porto attrezzato per l’arrivo di una flotta e di un contingente militare di
migliaia di uomini28.
Intorno al 670, invece, Taranto è in mano longobarda. In questo periodo la
città è definita civitas opulentissima e direttamente collegata con l’Italia
centrale attraverso la via Appia che il re Arechi definisce stradam maiorem
quae vadit in Taranto.
La città è ancora ricordata nel racconto sulla fuga da Taranto del principe
longobardo Siconolfo nell’839 ed è descritta con un porto vivace per la
frequentazione e gli scambi29.
La stessa situazione si presenterà trent’anni dopo agli occhi del monaco
Bernardo, pellegrino in viaggio verso la Terra Santa. La città all’epoca è
27
Pauli Diaconi, Historia Langobardorum, V, 9, 11, eds. L. Bethmann G. Waitz, in MGH, SS. Rerum
langobardicarum et italicarum, pp. 148-150.
28
Pauli Diaconi, op. cit., II, 21, p. 85.
29
Chronicon Salernitanum, 79, ed. U. Westerbergh, in Studia Latina Stockholmiensia III, Stockholm
1956, pp. 75-77.
60
sotto la dominazione saracena e dal suo porto vengono imbarcati gli schiavi
destinati ai mercati di Alessandria e di altri centri dell’Africa settentrionale.
Vicino al porto si trovano piazze affollate da mercanti che frequentavano
taverne e ospizi.
Molto poco conosciamo dell’organizzazione e della dominazione araba della
ciità, attestata dall’840 all’880, anche per la totale assenza di dati
archeologici a riguardo. Nell’880 anche Taranto viene liberata dagli arabi,
ben nove anni dopo Bari, e ritorna quindi sotto la giurisdizione dell’impero
bizantino ma nel 927-928 è di nuovo assalita dai Saraceni e distrutta
(D’Angela, 2002, pp. 55-63). Le cronache, con il loro linguaggio scarno,
offrono una chiara testimonianza del terrore e della ferocia della razzia che
determina la rovina e lo spopolamento della città per quarant’anni.
Nel 967 l’imperatore Niceforo Foca incarica il suo legato Niceforo
Hexakionites di ricostruire la città nell’area dell’ex acropoli, modificando
profondamente l’aspetto della stretta penisola tra i due mari30.
Come per le mura ripristinate sul percorso classico, così all’interno non
sembra si siano verificati notevoli sconvolgimenti del tessuto viario antico;
a dimostrazione di ciò il lungo asse viario longitudinale (attuale via
Duomo), che riprende puntualmente il più antico tragitto romano. Questo
era intersecato da brevi arterie con affaccio diretto sui due mari,
sostanzialmente allo stesso modo dei giorni nostri (Lo Porto, 1970, pp. 361-
362. D’Angela, Lippolis, 1996, pp. 35-45; Lippolis, 2001, p. 130). La
fondazione del kastron bizantino ha rappresentato nell’evoluzione della
storia di Taranto e soprattutto nello sviluppo urbanistico del quartiere oggi
conosciuto come Città Vecchia un momento di forte trasformazione a
carattere insediativo, segnato dal definitivo abbandono del centro
tardoantico della città bassa e dalla definizione di quello che sarà lo spazio
urbano del successivo millennio. La Taranto del X secolo d.C. perde ormai
il significato antico di città, trasformandosi in un kastron. Il concetto di uno
spazio urbano esteso era stato sostituito definitivamente da una nuova idea
di insediamento fortificato, funzionale alle attività belliche in modo
permanente e non più occasionale. La documentazione archeologica non
consente di ricostruire ulteriori elementi dell’organizzazione urbana di
questo periodo ma l’analisi delle fonti letterarie e gli scavi recenti
forniscono interessanti indicazioni, in particolare riguardo all’area di Largo
S. Martino e al sito del Castello Aragonese.
Nell’ambito della stratificazione delle fasi medievali rintracciate al di sotto
del maniero rinascimentale i primi resti attribuibili al kastron bizantino
consistono nell’angolo di una torre quadrangolare rinvenuta nel settore sud-

30
La fondazione del kastron bizantino è ricordato in un’epigrafe tramandata da G. Giovine (Giovine,
1589, p. 167.) e studiata da A. Jacob, da cui sembrerebbe non emergere nessun riferimento alla
presenza di un castello all’interno della nuova cinta difensiva; Jacob, 1988, pp. 9-11.
61
orientale dell’ala settentrionale del castello. La struttura, realizzata in
blocchi e frammenti di spoglio allettati con malta (Fig. 2.20), in analogia
con le caratteristiche costruttive e tipologiche riscontrate già nelle torri del
Gallo e di Largo Petino site lungo il salto di quota settentrionale della Città
Vecchia, può essere considerata in fase con un fronte difensivo a torri
avanzate del lato orientale della penisola appartenente al circuito murario
perimetrale della città di Taranto in età bizantina (D’Angela, 2002, pp. 76-
77; D’Angela, Lippolis, 1996, pp. 37-39; Falkenhausen, 1968, pp. 137-138).

Figura 2.20 – Piazza Castello, Castello Aragonese. Tecnica costruttiva della torre di età
bizantina della seconda metà del X secolo d.C. (da Giletti 2012, p. 26).

Relativi alla medesima cinta difensiva sono anche i resti di una seconda
torre incorporata nella fortificazione aragonese nell’angolo sud-orientale in
prossimità del torrione di S. Cristoforo e di una terza conservata al di sotto
della Galleria Comunale (D’Angela, Lippolis, 1996, pp. 12-13)31. Queste
ultime due torri sembrerebbero presentare le stesse caratteristiche costruttive
e tipologiche della prima, riconoscibili in filari di blocchi di spoglio allettati
con malta e nell’allineamento lungo l’andamento del salto di quota del lato
orientale dell’altura.
31
E. Lippolis individua nel tratto murario del Castello Aragonese compreso tra i torrioni di S.
Lorenzo e quello di S. Cristoforo la faccia vista di un elemento più antico, realizzato in una tecnica
costruttiva differente da quella dei normali paramenti del monumento aragonese. Lo studioso ipotizza
la presenza del fronte di un corpo avanzato rispetto all’originaria cortina difensiva. Si tratta di una
prima struttura bizantina, poi incorporata in una seconda costruzione più ampia, caratterizzata da un
profilo a scarpata e databile tra la fine del XIII e la prima metà del XV secolo, in ultimo inglobata e
obliterata dalle fortificazioni aragonesi GILETTI 2012, p. 35.
62
Figura 2.21 – Piazza Castello, Castello Aragonese. Restituzione planimetrica delle tre
torri attribuibili al fronte orientale della cinta difensiva bizantina (da Giletti 2012, p. 29;
elaborazione grafica a cura dell’Arch. L. Boccardi).

Figura 2.22 – Largo S. Martino. Piano di calpestio in calce e resti murari di età bizantina
(Archivio Fotografico SAP).

63
Alla luce dei dati emersi, quindi, e in analogia a quanto già riscontrato nel
fronte settentrionale della Città Vecchia, è possibile ricostruire anche per il
lato orientale un tratto della cinta difensiva perimetrale del kastron
bizantino, caratterizzato da torri quadrangolari aggettanti, di 5 m di lato e
poste a intervalli regolari di circa 30 m (Giletti, 2012, pp. 25-29) (Fig. 2.21).
Gli scavi di Largo S. Martino, invece, hanno messo in evidenza i resti
strutturali di alcuni ambienti di età bizantina, probabilmente a carattere
abitativo, fondati immediatamente a sud e a ridosso della cinta difensiva di
età classica (Fig. 2.22).
Nel lato orientale delle fortificazioni doveva insistere un’apertura,
riconosciuta come la Porta Terranea e ricordata anche con valenza
topografica in una serie di documenti, che tra l’XI e il XII la pongono in
relazione con alcuni edifici ecclesiastici tra i quali la chiesa dei Sancti
Quadraginta Martires32 e di S. Maria de Guarancium, che un atto di
donazione del 1139 indica come sita prope portam Terraneam de Tarento33.

Figura 2.23 – Formella dell’altare maggiore della chiesa di S. Giovanni Battista databile
al tardo ‘400 in cui è raffigurata un’apertura ricavata nel muro di cinta in prossimità di
una torre (da Farella 1984).

32
Sull’inquadramento topografico di tale ingresso e dell’area immediatamente limitrofa con relative
problematiche e bibliografia di riferimento si rimanda a Farella, 1984, pp. 335-344; D’Angela, 1996,
pp. 42-44; D’Angela, 2002, pp. 81-82; Kiesewetter, 2009, pp. 18-19; Giletti, 2012, pp. 34-36.
33
Guglielmo Di Puglia, Gesta Roberti Wiscardi I 530-558, a cura di M. Mathieu, Palermo 1961, pp.
126, 128; Annales Barenses, a cura di G.H. PERTZ, in Monumenta germaniae historica, Scriptores V,
Hannover 1844, p. 55.
64
La precisazione che la cappella si trovava extra moenia dictae civitatis,
fornita da un altro testo del 1361 (D’Angela, Lippolis, 1996, pp. 43), induce
a ritenere che si trattasse di un luogo di culto ipogeo, ricavato sul costone
roccioso del fossato. Di notevole interesse è la documentazione recuperata
da V. Farella a conferma di questa ipotesi, in particolare la veduta riprodotta
su una formella di marmo anteriore alla metà del XVI secolo, in cui sono
riprodotte le strutture a cui il castello si era raccordato e in particolare una
serie di ipogei ricavati nel costone roccioso del fossato (Farella, 1984, p.
340) (Fig. 2.23).
Da un documento del 1028, invece, si evince che un’ulteriore chiesa, quella
di San Benedetto, si addossava alle mura interne del fronte orientale delle
fortificazioni, in ipso muro civitatis, in prossimità di due torri definite
“maggiori”, collocate ai lati della stessa porta Terranea e probabilmente
riconoscibili nelle due strutture turrite di età bizantina, già descritte,
rinvenute rispettivamente al di sotto dell’ala settentrionale del Castello
Aragonese e della Galleria Comunale.
Successivi e databili sulla scorta dei materiali ceramici al periodo svevo
sono invece i resti di un’altra fortificazione, rinvenuti sempre al di sotto
dell’ala settentrionale del monumento aragonese e costituiti
dall’incamiciatura poligonale a grandi blocchi della torre bizantina già
descritta, e, a est di questa, nella cinta muraria perimetrale con profilo a
scarpata, orientata nord-sud34 (Fig. 2.24).
Probabilmente è da attribuire a tale momento della storia di Taranto
l’apprestamento non di un sistema difensivo cittadino esteso e volto alla
protezione dell’intero spazio urbano, bensì l’adozione di una forma
d’incastellamento indipendente dalla città, fondata sul promontorio sud-
orientale della penisola e separata da questa da un fossato ricavato
dall’unione tra le due depressioni naturali già esistenti, relative al fossato
orientale delle fortificazioni di età bizantina e alla via d’ingresso alle spalle
della Porta Terranea35, e il taglio ex novo di un breve tratto di banco
calcarenitico ad ovest.
34
Notizie sul castello svevo di Taranto e su alcune sue parti strutturali sono riportate nel cosiddetto
Statutum de Reparatione Castrorum di Federico II. E. Sthamer, L’amministrazione dei castelli nel
regno di Sicilia sotto Federico II e Carlo I D’Angiò, Bari 1995, pp. 83-93 (orig. Tedesco Die
Verwaltung der Kastelle im Königreich Sizilien unter Kaiser Friedrich II. Und Karl I. von Anjou,
Lipsia 1914); R. Licinio, Le strutture castellari in Puglia, in Itinerari federiciani in Puglia. Viaggio
nei castelli e nelle dimore di Federico II di Svevia, a cura di C.D. FONSECA, Bari 1997, pp. 23-33;
KIESEWETTER 2006, pp. 41-50 con relativa bibliografia; H. Houben, Statutum de reparatione
castrorum, in Federico II. Enciclopedia fridericiana II, Roma 2005, pp. 774-775.
35
Con la comparsa delle prime strutture fortificate diverse e indipendenti dal sistema difensivo
cittadino sullo stesso sito in seguito occupato dall’attuale Castello Aragonese, l’avvallamento naturale
che ospitava la via d’ingresso all’antica acropoli sembrerebbe venire modificato con nuove
regolarizzazioni del banco roccioso e assumere il nuovo ruolo di spazio intermedio di separazione tra
castello e città, una sorta di fossato antenato di quello aragonese.

65
Figura 2.24 – Piazza Castello, Castello Aragonese. Resti della torre di età sveva (foto
Autore).

All’interno dello stesso vano Ex Sala Restauro del Castello Aragonese,


infine, gli scavi hanno individuato resti murari riconducibili all’angolo nord-
orientale di una costruzione a carattere difensivo attribuibile a un arco
cronologico compreso tra la fine del XIII e gli inizi del XV secolo; si tratta
probabilmente di una scala interna, anteposta ad una corte scoperta di cui si
conserva la sovrapposizione di diversi battuti pavimentali e i resti di una
canaletta di scolo delle acque piovane.
Tali diversi sistemi di fortificazione rinvenuti al di sotto del Castello
Aragonese, dalla cinta muraria bizantina della seconda metà del X secolo
fino alle forme d’incastellamento di età sveva e di XIV-XV secolo,
addossandosi al fronte naturale dell’altura, rivestono il già ricordato salto di
66
quota del banco geologico di circa 9 m d’altezza sul livello del mare che
doveva caratterizzare la morfologia di quest’area e determinarne la valenza
strategica. Inoltre, tutte le strutture mostrano un ampliamento progressivo
verso est dei corpi di fabbrica, con il chiaro intento funzionale di aumentare
la protezione del fronte più debole della conformazione naturale dell’altura,
cioè il lato orientale.
Nonostante la lunga storia, i mutamenti e le pesanti manomissioni connesse
alla continua evoluzione edilizia e alle diverse problematiche sociali e
urbanistiche che hanno, soprattutto negli ultimi due secoli, investito l’area
della Città Vecchia, è possibile iniziare a leggere alcuni elementi
dell’organizzazione insediativa, del sistema di comunicazione e delle
diverse destinazioni d’uso, secondo una ricostruzione storica dei dati
disponibili, da cui far scaturire una carta archeologica diacronica del sito36
(Fig. 2.25).

Figura 2.25 – Carta archeologica della Città Vecchia in corso di elaborazione.

36
È in corso di sviluppo da parte di chi scrive, in collaborazione con l’Arch. L. Boccardi, la redazione
di un GIS di tutte le testimonianze archeologiche dell’area della Città Vecchia che possa costituire
una proposta di ricostruzione del sito per macrofasi. Tale attività si inserisce in un progetto più ampio
di topografia urbana, avviato già da tempo grazie alla collaborazione tra Soprintendenza per i Beni
Culturali della Puglia e Università Sapienza di Roma. Un sentito grazie va al Prof. Enzo Lippolis per i
preziosi consigli offertimi e l’importante sostegno dimostratomi nell’ambito di tale ricerca.

67
Il lavoro presentato non vuole e non deve essere considerato una compiuta
ricostruzione storica, piuttosto deve rappresentare un primo tentativo di
raccolta sistematica di dati e informazioni provenienti dall’area della Città
Vecchia, in attesa di un’elaborazione scientifica più ampia, articolata e
approfondita.

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