Sei sulla pagina 1di 129

Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA

cucina IISS MAJORANA

Un banchetto letterario: la
letteratura italiana e cucina
Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA IISS MAJORANA

1
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Presentazione progetto

Destinatari

Gli obiettivi del progetto

Metodologia

Il progetto parte dalla consapevolezza che il cibo è insieme necessità e


piacere, segno inequivocabile di potere, controllo e supremazia; la tavola
può unire o dividere, mescolare o ribadire le differenze di classe; Il cibo è
simbolo di prosperità, di vita, di abbondanza, ma anche metafora di
possibile caduta e peccato originario.

Nella letteratura italiana la centralità del cibo è stata evidente fin dall'inizio
e ribadita in ogni passaggio d'epoca. Basti pensare al rilievo reale e
metaforico del cibo nella Commedia e nel Convivio di Dante; nelle novelle
del Decameron di Boccaccio; nelle Intercenali di Alberti; nel Cortegiano di
Castiglione e nel Galateo di Della Casa; nei Promessi Sposi di Manzoni e
nelle novelle di Verga; nelle opere di Gadda e di Calvino; nel Ventre di Napoli
di Matilde Serao, in Fame e in Nascita e morte della massaia di Paola Masino.

Il progetto è nato dall'intento di esplicitare le potenzialità formative che la


letteratura offre agli studenti e di promuovere l'integrazione tra i diversi
saperi che è indispensabile per la costruzione di competenze. Pensare per
competenze comporta due condizioni: una didattica centrata sui discenti e
uno sguardo concretamente rivolto al mondo che circonda la scuola.

La letteratura è qui intesa come uno strumento estremamente potente e


versatile sul piano delle competenze comunicative, emotive e sociali, e delle
competenze di cittadinanza in genere, come enunciato nel Documento
programmatico di COMPìTA (Competenze dell'italiano), un progetto pilota,
pluriennale di ricerca-azione, finalizzato a promuovere l'innovazione
didattica nel secondo biennio e nell'ultimo anno della scuola secondaria di
secondo grado, e sostenuto da una convenzione del MIUR, Direzione
Generale per gli Ordinamenti e per l'Autonomia Scolastica, con
l'Università di Bari capofila, che coinvolge altre università e scuole di

2
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
secondo grado (licei, istituti tecnici e istituti professionali), selezionate su
tutto il territorio nazionale, guidato da un gruppo di italianisti di scuola e
università (del quale fa parte anche la sottoscritta) (www.compita.it).

Pertanto, il progetto intende coinvolgere la letteratura, la storia e


l'enogastronomia, affinché questi saperi si uniscano e offrano un contributo
reale alla formazione culturale degli studenti, in una visione interdisciplinare
e pluridisciplinare.

Infine, l'analisi dei testi, prima ricercati con l'aiuto del docente, sarà
finalizzata alla riappropriazione del testo in una forma di riscrittura
personale, ovvero nella rielaborazione di ricette di cucina e nella produzione
di saggi su usi e costumi dell'arte culinaria nella storia italiana, raccolti in un
e-book, utilizzando la piattaforma Epubeditor, fruibile da tutta la comunità
scolastica e non solo. Il lavoro finale sarà presentato al comitato scientifico
di COMPITA.

Gli studenti della classe 5^ A serale di Casamassima

Sviluppare:

l'abitudine all'attività cooperativa in particolare per la formazione del


sapere
la pratica del dialogo e dell'ascolto reciproco
l'acquisizione e l'uso di competenze
la ricerca di informazioni e il loro uso appropriato
in modo più consapevole l'espressione della propria interiorità e dei
sentimenti

Competenze letterario-interpretative

Quelle individuate dai documenti Compita per la poesia e per il testo


narrativo (aspetti della competenza interpretativo-letteraria, indici
disciplinari, descrittori di attività e compiti per le classi del II biennio e
dell'anno V)

Lezione frontale in orario curricolare

3
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Lezione guidata con domande

Lezione dialogata

Ricerca e relazione orale

Esercitazione a piccoli gruppi e individuale (in tal caso domestica)

Lavoro a distanza tramite e-mail

Il tutto tenendo ben presente i principi base della centralità del testo, del
lettore e del procedimento euristico

4
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

TESTI DA ANALIZZARE

Passi scelti da:

Dante, Convivio e Purgatorio

Speculum perfectionis

Petrarca, Sonetto 9 da Canzoniere

Boccaccio, Novelle VIII, 3 e VI, 2

Pulci, versi dal Morgante

Verri, Il caffè

Manzoni, un brano da I promessi sposi

Pascoli, Il risotto romagnuolo e La piada

Moretti, La Piè (Il pane dei poveri)

Marinetti, Il manifesto della cucina futurista

Saba, Polpette al pomodoro

Rodari, Gli uomini di burro

Calvino, La distanza della luna

5
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Dante Aliglieri, Convivio

IL "Convivio" di Dante

Convivio I, 1 (1-19)

1. Sì come dice lo Filosofo nel principio della Prima Filosofia, tutti li uomini
naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere
[ed] è che ciascuna cosa, da providenza di prima natura impinta, è
inclinabile alla sua propia perfezione; onde, acciò che la scienza è
ultima perfezione della nostra anima, nella quale sta la nostra ultima
felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti.
2. Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per
diverse cagioni, che dentro all'uomo e di fuori da esso lui rimovono
dall'abito di scienza.
3. Dentro dall'uomo possono essere due difetti e impedi[men]ti: l'uno
dalla parte del corpo, l'altro dalla parte dell'anima. Dalla parte del
corpo è quando le parti sono indebitamente disposte, sì che nulla
ricevere può, sì come sono sordi e muti e loro simili. Dalla parte
dell'anima è quando la malizia vince in essa, sì che si fa seguitatrice di
viziose dilettazioni, nelle quali riceve tanto inganno che per quelle ogni
cosa tiene a vile.
4. Di fuori dall'uomo possono essere similemente due cagioni intese, l'una
delle quali è induttrice di necessitade, l'altra di pigrizia. La prima è la
cura familiare e civile, la quale convenevolemente a sé tiene delli
uomini lo maggior numero, sì che in ozio di speculazione essere non
possono. L'altra è lo difetto del luogo dove la persona è nata e nutrita,
che tal ora sarà da ogni studio non solamente privato, ma da gente
studiosa lontano.
5. Le due di queste cagioni, cioè la prima dalla parte [di dentro e la prima
dalla parte] di fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di
perdono degne; le due altre, avegna che l'una più, sono degne di
biasimo e d'abominazione.
6. Manifestamente adunque può vedere chi bene considera, che pochi
rimangono quelli che all'abito da tutti desiderato possano pervenire, e
innumerabili quasi sono li 'mpediti che di questo cibo sempre vivono

6
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
affamati.
7. Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane
delli angeli si manuca! e miseri quelli che colle pecore hanno
comune cibo!
8. Ma però che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è
amico, e ciascuno amico si duole del difetto di colui ch'elli ama,
coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia
sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e
ghiande se[n] gire mangiando.
9. E acciò che misericordia è madre di beneficio, sempre liberalmente
coloro che sanno porgono della loro buona ricchezza alli veri poveri, e
sono quasi fonte vivo, della cui acqua si refrigera la naturale sete che
di sopra è nominata.
10. E io adunque, che non seggio alla beata mensa, ma, fuggito
della pastura del vulgo, a' piedi di coloro che seggiono ricolgo
di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che
dietro m'ho lasciati, per la dolcezza ch'io sento in quello che a
poco a poco ricolgo, misericordievolemente mosso, non me
dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale
alli occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti
maggiormente vogliosi.
11. Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un
generale convivio di ciò ch'i' ho loro mostrato, e di quello pane
ch'è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non
potrebbe essere mangiata. Ed ha questo convivio di quello
pane degno, co[n] tale vivanda qual io intendo indarno [non]
essere ministrata.
12. E però ad esso non s'assetti alcuno male de' suoi organi
disposto, però che né denti né lingua ha né palato; né alcuno
assettatore de' vizii, perché lo stomaco suo è pieno d'omori
venenosi contrarii, sì che mai vivanda non terrebbe.
13. Ma vegna qua qualunque è [per cura] familiare o civile nella
umana fame rimaso, e ad una mensa colli altri simili impediti
s'assetti; e alli loro piedi si pongano tutti quelli che per pigrizia
si sono stati, ché non sono degni di più alto sedere: e quelli e
questi prendano la mia vivanda col pane che la farà loro e
gustare e patire.

7
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
14. La vivanda di questo convivio saràe di quattordici maniere
ordinata, cioè [di] quattordici canzoni sì d'amor come di vertù
materiate, le quali sanza lo presente pane aveano d'alcuna
oscuritade ombra, sì che a molti loro bellezza più che loro
bontade era in grado.
15. Ma questo pane, cioè la presente disposizione, sarà la luce la
quale ogni colore di loro sentenza farà parvente.
16. E se nella presente opera, la quale è Convivio nominata e vo' che sia,
più virilmente si trattasse che nella Vita Nova, non intendo però a
quella in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare per questa
quella; veggendo sì come ragionevolemente quella fervida e
passionata, questa temperata e virile essere conviene.
17. Ché altro si conviene e dire e operare ad una etade che ad altra; per
che certi costumi sono idonei e laudabili ad una etade che sono sconci
e biasimevoli ad altra, sì come di sotto, nel quarto trattato di questo
libro, sarà propia ragione mostrata. E io in quella dinanzi, all'entrata
della mia gioventute parlai, e in questa dipoi, quella già trapassata.
18. E con ciò sia cosa che la vera intenzione mia fosse altra che quella che
di fuori mostrano le canzoni predette, per allegorica esposizione quelle
intendo mostrare, appresso la litterale istoria ragionata; sì che l'una
ragione e l'altra darà sapore a coloro che a questa cena sono convitati.
19. Li quali priego tutti che se lo convivio non fosse tanto splendido quanto
conviene alla sua grida, che non al mio volere ma alla mia facultade
imputino ogni difetto: però che la mia voglia di compita e cara
liberalitate è qui seguace.

Convivio I, 13 (11-12)

11. Così, rivolgendo li occhi a dietro e raccogliendo le ragioni prenotate,


puotesi vedere questo pane, col quale si deono mangiare le infrascritte
canzoni, essere sufficientemente purgato dalle macule e dall'essere di
biado; per che tempo è d'intendere a ministrare le vivande.

12. Questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me
ne soverchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo
quale surgerà là dove l'usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in
tenebre ed in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce.

8
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Il Convivio
È un'opera mista di prosa e versi di argomento filosofico-dottrinale, scritta
da Dante in un periodo agli inizi del suo esilio (probabilmente intorno al
1304-1308): il progetto originale dell'opera prevedeva quindici trattati in
prosa volgare, uno introduttivo e altri quattordici di commento ad
altrettante canzoni dottrinali composte dall'autore negli anni precedenti.
Dante non portò a termine l'opera e la lasciò incompiuta dopo il IV Trattato,
probabilmente per dedicarsi alla composizione della Commedia.
 
Il titolo significa letteralmente «banchetto» e allude alla volontà dell'autore
di imbandire ai lettori la sapienza attraverso delle vivande rappresentate
dalle canzoni, mentre il pane è costituito dal commento in prosa.
L'ambizione di Dante era quella di creare una vasta opera enciclopedica, in
cui affrontare tutti gli argomenti dello scibile e dimostrare così il proprio
sapere e la propria maestria letteraria per riscattare la sua condizione di
esule.

L'opera nasce dagli studi filosofici cui Dante si era dedicato negli anni
successivi alla morte di Beatrice, come egli stesso precisa nel Trattato
introduttivo (in cui, tra l'altro, reinterpreta in chiave allegorica la donna
gentile di cui aveva parlato nella Vita nuova, dichiarando che essa altro non
era che allegoria della filosofia). Dante afferma nel I Trattato di essere ai
piedi della mensa dei veri sapienti, dalla quale raccoglie le briciole, per cui è
sua intenzione condividere la ricchezza del sapere con gli altri lettori
comunicando le sue scoperte: da qui la scelta del volgare come lingua
dell'opera, dal momento che il pubblico cui si rivolge è italiano, colto ma non
specialistico, formato da alta borghesia e piccola nobiltà, quindi non
necessariamente in grado di intendere il latino.
 

II Trattato

È dedicato a commentare la canzone Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete


: Dante spiega anzitutto le circostanze biografiche in cui la lirica venne
composta, ovvero il periodo seguente alla morte di Beatrice in cui lui cercò
consolazione nello studio della filosofia (specialmente leggendo Cicerone e

9
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Boezio), quindi reinterpreta la donna gentile di cui si parlava nei capp. XXXV-
XXXIX della Vita nuova come allegoria della filosofia, per cui la materia
narrativa del libello giovanile viene rivisitata e attualizzata. Su questa base
egli svolge il commento e l'interpretazione della canzone, tessendo un
appassionato elogio della filosofia e dello studio della materia dottrinale.

III Trattato

È il commento alla canzone Amor che ne la mente mi ragiona, la stessa


intonata da Casella nel Canto II del Purgatorio e collegata anch'essa alla
figura della donna gentile, esaltata secondo la poetica stilnovistica della
«loda». Come nel II Trattato, anche qui Dante compie numerose divagazioni
di carattere scientifico, filosofico, teologico.

IV Trattato

La canzone commentata è Le dolci rime d'amor ch'i' solìa, che si distende


per trenta capitoli con un raddoppiamento esatto rispetto ai due Trattati
precedenti, entrambi di quindici capitoli. Dante abbandona il tema
biografico-amoroso, affrontando una elaborazione di carattere più
strettamente teorico: il tema centrale è la definizione della nobiltà, che è
quella d'animo e non di sangue (secondo il celebre motivo stilnovista) ed è
quindi una sorta di dono divino, di cui il destinatario deve rendersi degno
con una condotta virtuosa da esprimere nell'impegno politico e civile. Il
tema sociale si fonde con quello politico, poiché Dante esalta il concetto di
monarchia universale rappresentata storicamente dall'Impero romano e poi
dal Sacro Romano Impero, voluta quindi dal disegno provvidenziale di Dio
attraverso la vicenda di Enea, la fondazione di Roma e del Papato (la stessa
visione tornerà, con qualche correttivo, nella Commedia e nella Monarchia).

Stile e prosa del Convivio

Varie sono le fonti e i modelli cui Dante si rifà nella composizione di


quest'opera cui doveva affidare, almeno nelle intenzioni, la sua fama negli
anni successivi: anzitutto i filosofi pagani alla cui lettura si era avidamente
dedicato prima dell'esilio, fra i quali spiccavano Aristotele e i già citati
Cicerone e Boezio, cui vanno aggiunti naturalmente gli autori cristiani

10
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
(anche se nell'opera si avverte una certa sopravvalutazione della
speculazione filosofica e della ragione umana a scapito della teologia: ciò è
stato interpretato come causa del cosiddetto «traviamento» morale di
Dante, rimproveratogli da Beatrice nel Canto XXX del Purgatorio e
all'origine, forse, dello smarrimento nella selva oscura). Un certo debito di
Dante è innegabile anche verso la tradizione medievale della letteratura
didascalica, a cominciare dalle opere di Brunetto Latini come Trésor (in
lingua d'oïl) e Tesoretto, nonché alle razos dei poeti provenzali con cui essi
spiegavano il significato delle loro poesie e le commentavano.

La prosa del Convivio è il risultato di questa ricerca dottrinale e rappresenta


una scommessa vinta nel tentativo di usare il volgare per scrivere un'opera
di così elevato impegno intellettuale: lo stile è decisamente elevato e il
volgare dimostra una vitalità e un'efficacia che sarebbe stata impensabile al
latino medievale, dal quale comunque trae l'equilibrio compositivo, la lucida
chiarezza, la complessità sintattica e la simmetria. Dante fonda in un certo
senso la «prosa filosofica in volgare» (secondo la definizione di Segre) e la
arricchisce con l'uso frequente di similitudini e metafore, allo scopo di dare
concretezza ed evidenza alle proprie argomentazioni, anche a quelle di
carattere più squisitamente teorico.

11
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

LA RICETTA DEL SAPERE (riscrittura ad opera


di tutta la classe)

Questa è la ricetta di un piatto molto gustoso, il piatto della CONOSCENZA

Ingredienti:

1 kg di gioia

1 kg di emozione

1 kg di creatività

1 kg di fantasia

1 kg di ricerca

1 kg di analisi

12
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

500 gr di carta e penna

500 gr di digitale

1 kg di libri

infinite parole

1 kg di competenze

Un pizzico di follia

Pazienza e tempo q.b.

Consapevolezza e disponibilità ad apprendere q.b.

Preparazione:

Disponi il tuo cuore e la tua testa all'apprendimento: serve silenzio,


concentrazione e tanta gioia. Usa consapevolezza e disponibilità ad
apprendere in ogni passaggio della ricetta.

Prendi gioia, emozione, creatività e fantasia e aggiungili alla ricerca e


all'analisi.

Con carta e penna e col digitale frulla il tutto e spalma il composto sui libri.

Crea infinite parole con competenza e un pizzico di follia.

Usa pazienza e tempo quanto basta per mescolare gli ingredienti.

Il tutto va cotto sul tuo cuore e nella tua testa per l'eternità.

La conoscenza sarà pronta ogni volta che testa e cuore saranno disposti ad
accoglierla.

Buon appetito

13
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Dante, Purgatorio, XXIII, vv. 1-36

I golosi del Paradiso

Mentre che li occhi per la fronda verde


ficcava io sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,

lo più che padre mi dicea: «Figliuole,


vienne oramai, ché ‘l tempo che n'è imposto
più utilmente compartir si vuole».

Io volsi ‘l viso, e ‘l passo non men tosto,


appresso i savi, che parlavan sìe,
che l'andar mi facean di nullo costo.

Ed ecco piangere e cantar s'udìe


‘Labia mea, Domine' per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.

«O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,


comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo».

Sì come i peregrin pensosi fanno,


giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,

così di retro a noi, più tosto mota,


venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e devota.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,


palida ne la faccia, e tanto scema,
che da l'ossa la pelle s'informava.

Non credo che così a buccia strema

14
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Erisìttone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n'ebbe tema.

Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco


la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!'

Parean l'occhiaie anella sanza gemme:


chi nel viso de li uomini legge ‘omo'
ben avria quivi conosciuta l'emme.

Chi crederebbe che l'odor d'un pomo


sì governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?

S. Dalì, L'albero dei golosi


Dante, appena entrato nella VI Cornice del Purgatorio guarda con attenzione
tra le fronde dell'albero, quando Virgilio lo avverte che il tempo è poco ed è
necessario procedere. Il poeta segue il maestro e Stazio che parlano tra
loro, finché sente delle anime che cantano piangendo il Salmo Labia mea,
Domine e ne chiede spiegazioni a Virgilio. Questi risponde che forse sono
anime di penitenti e infatti poco dopo i tre sono raggiunti da una schiera di
golosi, che procedono spediti e li guardano sorpresi, senza fermarsi.
Ciascuno di loro ha il volto pallido e scavato dalla magrezza, al punto che la
pelle aderisce tutta alle ossa del cranio; Erisìttone non dimagrì così tanto a
causa del castigo di Cerere, mentre i golosi ricordano a Dante gli Ebrei che a
Gerusalemme, durante l'assedio di Tito, furono indotti ad atti di
cannibalismo. Il loro volto è così smunto che sembra di leggervi la parola

15
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
OMO, e tutto ciò a causa del profumo dei frutti che pendono dall'albero e
dell'acqua, che producono quell'effetto in modo incomprensibile all'uomo.

16
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

LA GOLOSITA' (riscrittura ad opera di tutta la


classe)

Recita il dizionario Treccani:

golóso (ant. gulóso) agg. [dal lat. gulosus, der. di gula «gola»]. ጀ1. a.
Ghiotto, avido di cibi raffinati e ricercati o in genere di determinati cibi:
essere g. di dolci, di frutta, di ostriche. Più spesso, usato assol., che ha il
vizio della gola: è molto g.; non sono affatto g.; anche sostantivato: i g.
sono puniti da Dante nel 2° cerchio dell'Inferno. b. fig. Avido, desideroso,
bramoso: esser g. di piaceri, di soldi; un pubblico g. di notizie scandalistiche;
riferito agli occhi e allo sguardo, che rivela concupiscenza, desiderio
sensuale: le rivolse uno sguardo g.; la guardava con occhi g.; con altro sign.,
nel linguaggio poet., riferito agli occhi, bramosi di vedere: sempre con li
occhi gulosi si mira innanzi (Dante). 2. estens. Di cibo, che stuzzica la gola
(meno com., in questo senso, di gustoso, ghiotto, appetitoso): piatti g.; un g.
manicaretto. ◆ Dim. golosino, golosétto; accr. golosóne (f. -a); pegg.
golosàccio (gli ultimi due, usati di solito come sost.). ◆ Avv. golosaménte,
con golosità, con avidità: mangiava golosamente la sua porzione di dolce;
seguiva golosamente tutti i particolari della vicenda.

L'aggettivo rimanda ad una certa voluttà nel ricercare i cibi più raffinati. Si
collega anche al termine leccornìa: questa parola significa ᠀挀椀戀漀 squisito e
raffinato' e deriva da lecconerìa, cioè cibo da leccone, che anticamente
significava ‘goloso'.

Inoltre, il termine si collega a gola, che per estensione è usato come


sinonimo di " ingordigia ", " golosità ", uno dei sette vizi capitali secondo la
morale cattolica.Essa si ha quando l'uomo, spinto dagli stimoli dell'appetito
concupiscibile, eccede la giusta misura nel dedicarsi ai piaceri del cibo e
delle bevande. Tale disordinata concupiscenza dei piaceri del palato
contamina la vita spirituale dell'uomo e, se giunge a distogliere l'uomo dal
suo fine ultimo, cioè dal pensiero della salvezza dell'anima e di Dio, può
divenire peccato mortale.

Nel Convivio (III, VII 17), Dante accenna al vizio della gola, annoverandolo
tra i vizii consuetudinarii (sì come la intemperanza, e massimamente del

17
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
vino), distinti dai vizi connaturali, cioè da quelli a li quali naturalmente
l'uomo è disposto (sì come certi per complessione collerica sono ad ira
disposti).

Il peccato di g. ha una collocazione precisa nelle due strutture topografiche


e morali dell'Inferno e del Purgatorio. Nell'Inferno esso è punito nel terzo dei
nove cerchi (dopo la lussuria e prima dell'avarizia e prodigalità, secondo uno
schema progressivo di maggiore gravità), al di fuori della città di Dite, tra i
peccati cioè meno gravi d'incontenenza, che men Dio offende e men
biasimo accatta (XI 82-84).

Nel Purgatorio esso è punito nel sesto dei sette gironi del sacro monte (Pg
XXII 115 ss., XXIII, XXIV), dopo l'avarizia e prodigalità e prima della lussuria,
secondo uno schema progressivo di minore gravità: tra quei peccati, cioè,
generati dall'erroneo indirizzarsi dell'amore d'animo, con troppo... di vigore
(Pg XVII 96), con ordine corrotto (v. 126) in quanto corrompe l'ordine
naturale al bene.

I golosi dell'Inferno sono dannati a restare distesi sotto lo scroscio costante


di una pioggia etterna, maladetta, fredda e greve, fatta di grandine grossa,
acqua tinta [" sporca "] e neve (If VI 8 e 10). A guardia del luogo della loro
pena vi è Cerbero, il mitico mostruoso cane trifauce (di derivazione
virgiliana), che li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, / e 'l ventre largo, e
unghiate le mani (vv. 16-17; descrizione di avidità animalesca volutamente
ambigua e antropomorfa nei termini barba, mani, a raffigurare i caratteri
simbolici del goloso). La pioggia per la sofferenza che produce fa urlar...
come cani le anime dei peccatori che dei piaceri del ventre fecero il solo
scopo della loro vita (Paul. Philipp. 3, 19 " quorum deus venter est "), e un
cane dal ventre largo le grafia, iscoia ed isquatra, e con i suoi latrati le
'ntrona... / sì, ch'esser vorrebber sorde (If VI 18, 32-33).

Nel Purgatorio le anime di coloro che assecondarono i piaceri della gola oltra
misura (Pg XXIII 65), purgano il loro peccato soffrendo gli stimoli della fame
e della sete (il contrapasso è, in questo caso, evidente), resi più acuti dalla
vista di due alberi posti alle due estremità del girone, pieni di pomi odorosi
(a odorar soavi e buoni, XXII 132), e di una sorgente di acqua limpida (un
liquor chiaro, v. 137), che bagna e rende fragranti con i suoi spruzzi le foglie
di uno degli alberi (Di bere e di mangiar n'accende cura / l'odor ch'esce del
pomo e de lo sprazzo / che si distende su per sua verdura, XXIII 67-69). Il

18
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
tormento per le anime che girano incessantemente si rinnova di continuo (E
non pur una volta, questo spazzo girando, si rinfresca nostra pena, vv. 70-
71). Il loro aspetto è deformato dall'estrema magrezza: profonde e scure
occhiaie, pallore sul volto, pelle a contatto diretto con le ossa dello scheletro
(Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, / palida ne la faccia, e tanto scema
[" scarna "] / che da l'ossa la pelle s'informava, vv. 22-24); le occhiaie
somigliano ad anella santa gemme, tanto gli occhi sono privi di luce, quasi
invisibili e infossati nel profondo de la testa (vv. 31 e 40), e chi nel viso de li
uomini legge ᬀ omo ' / ben avria quivi conosciuta l'emme (vv. 32-33: cioè le
due occhiaie simili a due ᬀ O ', e la linea dei sopraccigli e del naso, simile a
una ᬀ M ', messa in rilievo dalla magrezza). Ai due estremi del girone, presso
i due alberi odorosi e carichi di pomi, si ode una voce che indica
rispettivamente ᬀ esempi ' di temperanza e di intemperanza (presso il primo:
l'episodio evangelico, narrato in Ioann. 2, 11, della vergine Maria, che alle
nozze di Canaan spinse Gesù a compiere il miracolo di mutare l'acqua in
vino, non per sua golosità, ma perché fosser le nozze orrevoli e intere,
conformi alle buone usanze e complete [XXII 143]; la credenza, affermata
da Valerio Massimo [II I 3], citato poi da s. Tommaso in Sum. theol. II II 149
4, secondo cui le antiche donne romane bevevano solo acqua; il racconto
biblico, in Dan. 1, 3-20, secondo cui il profeta Daniele rifiutò i cibi raffinati
della mensa del re Nabuccodonosor, accontentandosi del cibo semplice dei
poveri, e ricevendo, quale ricompensa, da Dio le doti del sapiente e del
saggio; la mitica leggenda dei tempi dell'età dell'oro, secondo cui gli uomini
allora soddisfacevano ai bisogni del sostentamento con mezzi semplici,
come le ghiande e l'acqua di ruscello; l'episodio evangelico, narrato in Matt.
3, 4 e in Marc. 1, 6, secondo cui s. Giovanni Battista, ritiratosi nel deserto, si
nutrì di miele e di locuste. Presso il secondo: l'episodio, narrato da Ovidio in
Met. XXII 210 ss., dei centauri, che, ubriacatisi durante le nozze di Piritoo,
aggredirono la sposa e le altre donne presenti, generando una mischia
furibonda, in cui molti di essi persero la vita per mano di Piritoo e di Teseo;
l'episodio biblico del libro dei Giud. 6, 11 e 7, 25, secondo cui Gedeone,
dovendo muovere contro i Madianiti, non volle tra le fila dei suoi soldati
quegli Ebrei che presso la fonte di Arad mostrarono troppo slancio e
mollezza nel voler soddisfare la sete; e oltre a queste, altre colpe de la gola
/ seguite già da miseri guadagni, XXIV 128-129). Inoltre la voce divina
presso i due alberi fa precedere l'elenco degli ᬀ esempi ' da un
ammonimento (presso il primo: Di questo cibo avrete caro, " mancanza "
[XXII 141], che ricorda il divieto fatto da Dio ad Adamo ed Eva di cibarsi dei

19
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
pomi dell'albero della scienza del bene e del male, in Gen. 2, 17; presso il
secondo: Trapassate oltre sanza farvi presso: / legno è più sù che fu morso
da Eva, / e questa pianta si levò da esso [Pg XXIV 115-117], con più preciso
riferimento al lignum del racconto biblico, che si trova più sù, in cima alla
montagna del Purgatorio, nel Paradiso terrestre). Infine, le anime penitenti,
ogni volta che giungono vicino al secondo albero, si fermano qualche istante
gridando e alzando le mani verso le foglie, quasi bramosi fantolini e vani (v.
108), per poi riprendere, delusi, il loro andare, accompagnato dal canto "
Labïa mëa Domine " (versetto 17 del Miserere; Pg XXIII 11).

Tra i golosi dannati nel terzo cerchio dell'Inferno D. immagina d'incontrare


Ciacco (v.). Fra i golosi del Purgatorio il papa Martino IV, Ubaldino della Pila,
Bonifazio Fieschi, Marchese degli Orgogliosi, Bonagiunta Orbicciani e Forese
Donati: v. le singole voci e soprattutto quelle degli ultimi due personaggi, di
grande rilievo nella Commedia

La domanda nasce spontanea: si può essere golosi di un cavolo? Be', proprio


no... E' difficile che la nostra gola accolga con gioia questa verdura, che
certamente fa benissimo, ma non stuzzica il palato. L'orco di Pollicino era
goloso di bambini...

La golosità, però, rimanda ad un peccato...E non è soltanto perché minaccia


la bilancia, ma anche perché la golosità rimanda all'idea di soddisfare altri
piaceri.

Tuttavia, il buon cibo è sicuramente una favola!!!

Leggetevi questo articolo e capirete:

http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Ricette_da_fiaba.html

20
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

San Francesco, Speculum perfectionis

Speculum perfectionis
112. DEL CIBO E DEL PANNO CHE, PRESSO A MORIRE, EGLI DESIDERAVA
1812
113. Stava il Santo, infermo dell'ultima malattia che lo portò a morte, nel
luogo di Santa Maria degli Angeli. Un giorno chiamò i suoi compagni e
disse loro: « Voi sapete come Donna Jacopa de Settesoli è vivamente
devota a me e al nostro Ordine. Credo perciò ch'ella considererà
grande favore e consolazione se la informiamo del mio stato.
Domandatele specialmente che mi faccia avere del panno monacale
color cenere e, insieme, mi mandi anche di quel dolce che a Roma
preparò per me più volte». I romani chiamano quel dolce: mostaccioli,
ed è fatto di mandorle, zucchero e altri ingredienti. Quella nobildonna
era molto religiosa, una delle vedove più nobili e ricche di Roma. Per i
meriti e la predicazione di Francesco, aveva ricevuto dal Signore la
grazia di emulare, nelle lacrime e nel fervore, nell'amore e
nell'appassionata dedizione a Cristo, Maria Maddalena. Scrissero
dunque una lettera come aveva detto il Santo; e un frate andava
cercando un compagno che recapitasse alla nobildonna la lettera,
quando fu picchiato alla porta del luogo. Un frate aprì, ed ecco, lì in
persona, Donna Jacopa, venuta con gran fretta a visitare Francesco. Un
frate la riconobbe e si recò immediatamente da Francesco,
annunziandogli con grande gioia che Donna Jacopa era venuta da
Roma con suo figlio e molto seguito a fargli visita. Soggiunse: « Cosa
facciamo, padre? Possiamo lasciarla entrare da te? ». Disse questo,
perché per volontà di Francesco era stato deciso che in quel luogo, per
preservarne il decoro e il raccoglimento, non vi entrasse alcuna donna.
Ma il Santo disse: « Tale regola non va osservata per questa
nobildonna, che una grande fede e devozione ha fatto accorrere qui da
tanto lontano ». Così Donna Jacopa entrò dal beato Francesco,
scoppiando in lacrime davanti a lui. E, cosa mirabile, portava con sé il
panno mortuario, color cenere, per fare una tonaca, e le altre cose
contenute nella lettera, come se l'avesse ricevuta in antecedenza. La
signora disse ai frati: « Fratelli miei, mentre pregavo ebbi questa
ispirazione:--Va' a visitare il tuo padre Francesco; affrettati, non

21
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
indugiare; ché, tardando, non lo troveresti più vivo. E portagli il tale
panno per la tonaca e tali altre cose, per fargli quel dolce. Inoltre, porta
con te gran quantità di cera per farne delle candele, e anche
dell'incenso ---». Questo, tranne che l'incenso, era annotato nella
lettera che si stava per recapitarle. E così avvenne che Colui, il quale
ispirò ai re Magi di andare con doni a onorare il Figlio suo nel giorno
della sua nascita, ispirò anche a quella nobile e santa signora di recarsi
con doni a onorare il suo dilettissimo servo nei giorni della sua morte, o
meglio della sua vera nascita. Preparò quella signora il cibo che il Santo
desiderava mangiare, ma egli ne mangiò ben poco, perché sempre più
gli mancavano le forze e si avvicinava alla morte. Fece fare anche
molte candele che, dopo la morte del Santo, ardessero intorno alla sua
salma; e con il panno, i frati confezionarono la tonaca con la quale
venne sepolto. Francesco stesso ordinò ai frati di cucirgli del sacco
sulla veste che portava, in segno ed esempio di umiltà e di sovrana
povertà. E in quella settimana in cui era venuta Donna Jacopa, il nostro
santissimo padre migrò al Signore.

Il testo Speculum perfectionis o Legenda antiquissima è un'opera di scrittore 


anonimo scritta intorno al 1318 sulla vita di San Francesco d'Assisi.

Creduta per molto tempo opera di frate Leone, compagno fedele del santo,


lo Specchio di perfezione è in realtà opera anonima dovuta ad una revisione
di materiali contenuti nella Legenda Perusina.

Il manoscritto più antico dello Speculum si trova a Firenze nel monastero


d'Ognissanti e riporta la data del 1317.

22
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

PANE (riscrittura ad opera di tutta la classe)

Si tratta di un cibo immancabile sulle nostre tavole, essenziale alla vita


umana, simbolo del lavoro dell'uomo ed anche alimento sacro.

PANE

PANE che accompagni

PANE che sazi

PANE scuro dei poveri

PANE bianco dei ricchi

La tua presenza sulla tavola

riempie gli occhi.

Il tuo profumo dal cesto

inebria le narici.

La tua fragranza in bocca

scioglie le papille.

Ogni senso da te appagato

mostra il lavoro di ogni dì,

che trasforma la fatica nella gioia della tavola.

Un approfondimento a questo link:

http://www.storico.org/storia_societa/pane.html

23
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

24
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Francesco Petrarca, Canzoniere

Sonetto 9 del Canzoniere

Petrarca, Canzoniere Sonetto 9

Quando 'l pianeta che distingue l'ore


ad albergar col Tauro si ritorna,
cade vertu da l'infiammate corna
che veste il mondo di novel colore;
et non pur quel che s'apre a noi di fore,
le rive e i colli, di fioretti adorna,
ma dentro dove gia mai non s'aggiorna
gravido fa di se il terrestro humore,
onde tal fructo et simile si colga:
cosi costei, ch'e tra le donne un sole,
in me movendo de' begli occhi i rai
cria d'amor penseri, atti et parole;
ma come ch'ella gli governi o volga,
primavera per me pur non e mai.

Con il titolo Canzoniere si è soliti designare l'opera Rerum vulgarium


fragmenta di Francesco Petrarca, cioè la raccolta delle sue rime. Il titolo di
Rime sparse, col quale essa appare in molte edizioni, è desunto dal primo
verso del sonetto-proemio.

L'opera raccoglie le liriche composte da Petrarca nell'arco di tutta la vita,


approssimativamente dal 1335-1336 (ma forse anche prima) sino agli ultimi
anni prima della morte, nel 1373-74, e l'autore sottopose le sue poesie a un
continuo lavoro di riscrittura e rielaborazione che lui stesso definì labor
limae, arrivando alla sistemazione definitiva in una raccolta concepita come
opera organica. Il titolo, Rerum vulgarium fragmenta ("Frammenti di cose
volgari"), allude al carattere sparso dei componimenti (che nel sonetto
proemiale sono appunto detti "rime sparse") e al loro scarso valore, dal
momento che il poeta considerava i versi volgari inferiori a quelli scritti in
latino; le liriche della raccolta erano da lui chiamate nugae, "cose da poco",

25
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
definizione di maniera che forse non va intesa in senso spregiativo visto che
era usata talvolta anche per le composizioni latine. La raccolta non ha un
vero e proprio schema narrativo ed è priva di qualunque cornice in prosa,
distaccandosi così dai modelli precedenti della Vita nuovae del Convivio, e
se il tema centrale è la storia tormentata dell'amore di Petrarca per Laura
non mancano temi d'occasione, come ringraziamenti ad amici e conoscenti
o rime encomiastiche per i potenti protettori del poeta, così come liriche di
argomento politico (specie le canzoni Spirto gentil e Italia mia) e sonetti di
polemica contro la corruzione della Curia papale di Avignone, detta "avara
Babilonia". L'opera comprende 366 poesie tra cui 317 sonetti, 29 canzoni,
9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali, che si succedono apparentemente
prive di uno schema anche se, come detto, il libro racconta le fasi
dell'amore per Laura e dunque c'è un ordine cronologico; il numero delle
poesie rispecchia quello dei giorni di un anno bisestile e la raccolta si può
dividere in due parti (Rime in vita di Madonna Laura e Rime in morte di
Madonna Laura), anche se tale suddivisione si deduce dal tema delle poesie
e non è resa esplicita dall'autore (la canzone 264 è la prima rima in cui si
accenna in modo allusivo alla morte della donna, benché il fatto venga
dichiarato solo nel sonetto 267). L'ordine delle liriche non rispetta
comunque quello della composizione, in quanto il sonetto di apertura è stato
composto intorno al 1350 e costituisce una sorta di bilancio a posteriori
della vita amorosa del poeta, quindi la struttura del Canzoniere è frutto di
una rielaborazione finale dell'autore cui, probabilmente, è giunto solo negli
ultimi anni della sua vita. Dell'opera esiste l'autografo di Petrarca e
l'edizione critica si basa principalmente sul Codice Vaticano Latino 3196,
scritto in gran parte di suo pugno e che contiene anche le annotazioni a
margine e le correzioni apportate dal poeta, consentendo perciò di
ricostruire con buona approssimazione la "storia editoriale" di quest'opera
che, almeno sotto questo aspetto, è già decisamente moderna.

Il sonetto n. 9 paragona l'effetto del sole sulla terra e gli effetti degli occhi di
Laura su Petrarca. Il sole fa nascere frutti preziosi, come tuberi, asparagi,
tartufi, soprattutto in pirimavera, quando la terra si risveglia dinanzi ai suoi
raggi ed è quasi ingravidata dal seme della luce. I frutti preziosi sono pronti
per essere colti e gustati.

26
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Forse non avviene la stessa cosa in amore: i raggi dagli occhi di Laura
producono pensieri, atti e parole d'amore in Petrarca, ma questi non sa
come questa donna operi in amore, perché non vi è mai gioia e
corrispondenza d'amore.
L'amore è decisamente più difficile da realizzarsi rispetto alla nascita di un
frutto della terra.
 

27
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

CROSTATA ALLA FRUTTA (riscrittura ad


opera di Campobasso Miriam)

Crostata alla frutta

INGREDIENTI PER UNA CROSTATA DI FRUTTA DA 26cm:

PER LA CREMA PASTICCERA:


2 uova
80g di zucchero (4 cucchiai)
30g di amido di mais (2 cucchiai)
1/2 litro di latte
buccia di limone

GELATINA FATTA IN CASA:


125 ml di acqua
50 g di zucchero
8g di amido di mais

PER DECORARE:

Pezzi o Fettine di Frutta a piacere

PREPARAZIONE

Usiamo la base frolla già pronta

PREPARIAMO LA CREMA PASTICCERA:

In un pentolino versiamo 500ml di latte, un pezzetto di scorza di limone, e


facciamo scaldare sul fuoco.

In un'altra pentola rompiamo 2 uova, aggiungiamo 80g di zucchero e


mescoliamo con una frusta, aggiungiamo 30g di amido di mais e
mescoliamo bene.

Togliamo la scorza di limone dal latte e spegniamo il fuoco, quindi

28
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
aggiungiamo il latte caldo alla crema, mescoliamo bene e riportiamo sul
fuoco per 3- 4 minuti sempre mescolando. Quando la crema si addensa la
possiamo versare sulla base.

Ora disponiamo la frutta a piacere, fragole tagliate a metà, kiwi e banane


tagliate a fette e frutti di bosco al centro. Ricopriamo tutta la crema con la
nostra frutta preferita.

PREPARIAMO LA GELATINA FATTA IN CASA

La gelatina impedirà alla frutta di annerirsi e la manterrà fresca per ore,


inoltre darà un aspetto lucido e invitante alla nostra crostata di frutta!

Amalgamiamo 50g di zucchero e 8g di amido di mais, aggiungiamo 125 ml


di acqua e mescoliamo con la frusta, mettiamo sul fuoco per circa 3 minuti
sempre mescolando. La gelatina è pronta, la togliamo dal fuoco e
spennelliamo per bene tutta la superficie della nostra crostata.

Ecco fatto, la crostata di frutta è pronta! Perfetta per l'estate, colorata,


fresca e buonissima!

29
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Giovanni Boccaccio, Decameron

Boccaccio, Decameron

Giovanni Boccaccio, Decameron, Ottava giornata, Novella terza

Calandrino, Bruno e Buffalmacco giù per lo Mugnone vanno cercando di


trovar l'elitropia, e Calandrino se la crede aver trovata; tornasi a casa carico
di pietre; la moglie il proverbia, ed egli turbato la batte, e a'suoi compagni
racconta ciò che essi sanno meglio di lui.

Finita la novella di Panfilo, della quale le donne avevano tanto riso che ancor
ridono, la reina ad Elissa commise che seguitasse, la quale ancora ridendo
incominciò:

Io non so, piacevoli donne, se egli mi si verrà fatto di farvi con una mia
novelletta, non men vera che piacevole, tanto ridere quanto ha fatto Panfilo
con la sua, ma io me ne 'ngegnerò.
Nella nostra città, la qual sempre di varie maniere e di nuove genti è stata
abondevole, fu, ancora non è gran tempo, un dipintore chiamato Calandrino,
uom semplice e di nuovi costumi, il quale il più del tempo con due altri
dipintori usava, chiamati l'un Bruno e l'altro Buffalmacco, uomini sollazzevoli
molto, ma per altro avveduti e sagaci, li quali con Calandrino usavan per ciò
che de'modi suoi e della sua simplicità sovente gran festa prendevano. Era
similmente allora in Firenze un giovane di maravigliosa piacevolezza, in
ciascuna cosa che far voleva astuto e avvenevole, chiamato Maso del
Saggio; il quale, udendo alcune cose della simplicità di Calandrino, propose
di voler prender diletto de'fatti suoi col fargli alcuna beffa, o fargli credere
alcuna nuova cosa. E per avventura trovandolo un dì nella chiesa di San
Giovanni, e vedendolo stare attento a riguardar le dipinture e gl'intagli del
tabernacolo il quale è sopra l'altare della detta chiesa, non molto tempo
davanti postovi, pensò essergli dato luogo e tempo alla sua intenzione; e
informato un suo compagno di ciò che fare intendeva, insieme
s'accostarono là dove Calandrino solo si sedeva, e faccendo vista di non
vederlo, insieme cominciarono a ragionare delle virtù di diverse pietre, delle
quali Maso così efficacemente parlava come se stato fosse un solenne e
gran lapidario.

30
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
A' quali ragionamenti Calandrino posto orecchie, e dopo alquanto levatosi in
piè, sentendo che non era credenza, si congiunse con loro; il che forte
piacque a Maso; il quale, seguendo le sue parole, fu da Calandrin
domandato dove queste pietre così virtuose si trovassero. Maso rispose che
le più si trovavano in Berlinzone, terra de'Baschi, in una contrada che si
chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e
avevasi un'oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna
tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan
genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e
cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più
ne pigliava più se n'aveva; e ivi presso correva un fiumicel di
vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro
gocciol d'acqua.

- Oh, - disse Calandrino - cotesto è buon paese; ma dimmi, che si fa


de'capponi che cuocon coloro?
Rispose Maso: - Mangiansegli i Baschi tutti.
Disse allora Calandrino: - Fostivi tu mai?
A cui Maso rispose: - Di'tu se io vi fu' mai? Sì vi sono stato così una volta
come mille.
Disse allora Calandrino: - E quante miglia ci ha?
Maso rispose: - Haccene più di millanta, che tutta notte canta.
Disse Calandrino: - Dunque dee egli essere più là che Abruzzi.
- Sì bene, - rispose Maso - si è cavelle.
Calandrino semplice, veggendo Maso dir queste parole con un viso fermo e
senza ridere, quella fede vi dava che dar si può a qualunque verità più
manifesta, e così l'aveva per vere, e disse: - Troppo ci è di lungi a' fatti miei,
ma se più presso ci fosse, ben ti dico che io vi verrei una volta con essoteco,
pur per veder fare il tomo a quei maccheroni, e tormene una satolla. Ma
dimmi, che lieto sie tu, in queste contrade non se ne truova niuna di queste
pietre così virtuose?
A cui Maso rispose: - Sì, due maniere di pietre ci si truovano di grandissima
virtù: l'una sono i macigni da Settignano e da Montici, per virtù de' quali,
quando son macine fatti, se ne fa la farina; e per ciò si dice egli in que' paesi
di là, che da Dio vengono le grazie e da Montici le macine; ma ecci di questi
macigni sì gran quantità, che appo noi è poco prezzata, come appo loro gli
smeraldi, de'quali v'ha maggior montagne che monte Morello che rilucon di
mezza notte vatti con Dio. E sappi che chi facesse le macine belle e fatte

31
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
legare in anella, prima che elle si forassero, e portassele al soldano,
n'avrebbe ciò che volesse. L'altra si è una pietra, la quale noi altri lapidari
appelliamo elitropia, pietra di troppo gran virtù, per ciò che qualunque
persona la porta sopra di sè, mentre la tiene, non è da alcuna altra persona
veduto dove non è.
Allora Calandrin disse: - Gran virtù son queste; ma questa seconda dove si
truova?
A cui Maso rispose, che nel Mugnone se ne solevan trovare.
Disse Calandrino: - Di che grossezza è questa pietra? O che colore è il suo?
Rispose Maso: - Ella è di varie grossezze, ché alcuna n'è più e alcuna meno,
ma tutte son di colore quasi come nero.

Calandrino, avendo tutte queste cose seco notate, fatto sembiante d'avere
altro a fare, si partì da Maso, e seco propose di voler cercare di questa
pietra; ma diliberò di non volerlo fare senza saputa di Bruno e di
Buffalmacco, li quali spezialissimamente amava. Diessi adunque a cercar di
costoro, acciò che senza indugio e prima che alcuno altro n'andassero a
cercare, e tutto il rimanente di quella mattina consumò in cercargli.

Ultimamente, essendo già l'ora della nona passata, ricordandosi egli che
essi lavoravano nel monistero delle donne di Faenza, quantunque il caldo
fosse grandissimo, lasciata ogni altra sua faccenda, quasi correndo n'andò a
costoro, e chiamatigli, così disse loro: - Compagni, quando voi vogliate
credermi, noi possiamo divenire i più ricchi uomini di Firenze, per ciò che io
ho inteso da uomo degno di fede che in Mugnone si truova una pietra, la
qual chi la porta sopra non è veduto da niun'altra persona; per che a me
parrebbe che noi senza alcuno indugio, prima che altra persona v'andasse,
v'andassimo a cercare. Noi la troveremo per certo, per ciò che io la conosco;
e trovata che noi l'avremo, che avrem noi a fare altro se non mettercela
nella scarsella e andare alle tavole de'cambiatori, le quali sapete che stanno
sempre cariche di grossi e di fiorini, e torcene quanti noi ne vorremo? Niuno
ci vedrà; e così potremo arricchire subitamente, senza avere tutto dì a
schiccherare le mura a modo che fa la lumaca.

Bruno e Buffalmacco, udendo costui, fra sé medesimi cominciarono a ridere,


e guatando l'un verso l'altro fecer sembianti di maravigliarsi forte, e
lodarono il consiglio di Calandrino; ma domandò Buffalmacco, come questa
pietra avesse nome. A Calandrino, che era di grossa pasta, era già il nome
uscito di mente, per che egli rispose: - Che abbiam noi a far del nome, poi

32
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
che noi sappiam la virtù? A me parrebbe che noi andassimo a cercare senza
star più.
- Or ben, - disse Bruno - come è ella fatta?
Calandrin disse: - Egli ne son d'ogni fatta, ma tutte son quasi nere; per che a
me pare che noi abbiamo a ricogliere tutte quelle che noi vederem nere,
tanto che noi ci abbattiamo ad essa; e per ciò non perdiamo tempo,
andiamo.
A cui Brun disse: - Or t'aspetta; - e volto a Buffalmacco disse: - A me pare
che Calandrino dica bene; ma non mi pare che questa sia ora da ciò, per ciò
che il sole è alto e dà per lo Mugnone entro e ha tutte le pietre rasciutte, per
che tali paion testé bianche delle pietre che vi sono, che la mattina, anzi che
il sole l'abbia rasciutte, paion nere; e oltre a ciò molta gente per diverse
cagioni è oggi, che è dì di lavorare, per lo Mugnone, li quali vedendoci si
potrebbono indovinare quello che noi andassimo faccendo, e forse farlo essi
altressì, e potrebbe venire alle mani a loro, e noi avremmo perduto il trotto
per l'ambiadura. A me pare, se pare a voi, che questa sia opera da dover
fare da mattina, che si conoscon meglio le nere dalle bianche, e in dì di
festa, che non vi sarà persona che ci vegga.
Buffalmacco lodò il consiglio di Bruno, e Calandrino vi s'accordò, e
ordinarono che la domenica mattina vegnente tutti e tre fossero insieme a
cercar di questa pietra; ma sopra ogn'altra cosa gli pregò Calandrino che
essi non dovesser questa cosa con persona del mondo ragionare, per ciò
che a lui era stata posta in credenza. E ragionato questo, disse loro ciò che
udito avea della contrada di Bengodi, con saramenti affermando che così
era. Partito Calandrino da loro, essi quello che intorno a questo avessero a
fare ordinarono fra sé medesimi.
Calandrino con disidero aspettò la domenica mattina; la qual venuta, in sul
far del dì si levò, e chiamati i compagni, per la porta a San Gallo usciti e nel
Mugnon discesi, cominciarono ad andare in giù, della pietra cercando.
Calandrino andava, come più volenteroso, avanti, e prestamente or qua e or
là saltando, dovunque alcuna pietra nera vedeva, si gittava, e quella
ricogliendo si metteva in seno. I compagni andavano appresso, e quando
una e quando un'altra ne ricoglievano; ma Calandrino non fu guari di via
andato, che egli il seno se n'ebbe pieno; per che, alzandosi i gheroni della
gonnella, che all'analda non era, e faccendo di quegli ampio greé, e
similmente, dopo alquanto spazio, fatto del mantello grembo, quello di
pietre empiè.
Per che, veggendo Buffalmacco e Bruno che Calandrino era carico e l'ora del

33
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
mangiare s'avvicinava, secondo l'ordine da sé posto, disse Bruno a
Buffalmacco: - Calandrino dove è?
Buffalmacco, che ivi presso sel vedeva, volgendosi intorno e or qua e or là
riguardando, rispose: - Io non so, ma egli era pur poco fa qui dinanzi da noi.
Disse Bruno: - Ben che fa poco! a me par egli esser certo che egli è ora a
casa a desinare, e noi ha lasciati nel farnetico d'andar cercando le pietre
nere giù per lo Mugnone.
- Deh come egli ha ben fatto, - disse allora Buffalmacco - d'averci beffati e
lasciati qui, poscia che noi fummo sì sciocchi che noi gli credemmo. Sappi!
chi sarebbe stato sì stolto che avesse creduto che in Mugnone si dovesse
trovare una così virtuosa pietra, altri che noi?
Calandrino, queste parole udendo, imaginò che quella pietra alle mani gli
fosse venuta e che per la virtù d'essa coloro, ancor che lor fosse presente,
nol vedessero. Lieto adunque oltre modo di tal ventura, senza dir loro
alcuna cosa, pensò di tornarsi a casa; e volti i passi indietro, se ne cominciò
a venire.
Vedendo ciò, Buffalmacco disse a Bruno: - Noi che faremo? Ché non ce ne
andiam noi?
A cui Bruno rispose: - Andianne; ma io giuro a Dio che mai Calandrino non
me ne farà più niuna; e se io gli fossi presso, come stato sono tutta mattina,
io gli darei tale di questo ciotto nelle calcagna, che egli si ricorderebbe forse
un mese di questa beffa - ; e il dir le parole e l'aprirsi e '1 dar del ciotto nel
calcagna a Calandrino fu tutto uno. Calandrino, sentendo il duolo, levò alto il
piè e cominciò a soffiare, ma pur si tacque e andò oltre.
Buffalmacco, recatosi in mano uno de'ciottoli che raccolti avea, disse a
Bruno: - Deh! vedi bel codolo, così giugnesse egli testé nelle reni a
Calandrino! - e lasciato andare, gli diè con esso nelle reni una gran
percossa. E in brieve in cotal guisa or con una parola, e or con una altra su
per lo Mugnone infino alla porta a San Gallo il vennero lapidando. Quindi, in
terra gittate le pietre che ricolte aveano, alquanto con le guardie
de'gabellieri si ristettero; le quali, prima da loro informate, faccendo vista di
non vedere, lasciarono andar Calandrino con le maggior risa del mondo.
Il quale senza arrestarsi se ne venne a casa sua, la quale era vicina al Canto
alla Macina; e in tanto fu la fortuna piacevole alla beffa, che, mentre
Calandrino per lo fiume ne venne e poi per la città, niuna persona gli fece
motto, come che pochi ne scontrasse, per ciò che quasi a desinare era
ciascuno.
Entrossene adunque Calandrino così carico in casa sua.

34
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Era per avventura la moglie di lui, la quale ebbe nome monna Tessa, bella e
valente donna, in capo della scala; e alquanto turbata della sua lunga
dimora, veggendol venire, cominciò proverbiando a dire: - Mai, frate, il
diavol ti ci reca! ogni gente ha già desinato quando tu torni a desinare.
Il che udendo Calandrino, e veggendo che veduto era, pieno di cruccio e di
dolore cominciò a gridare: - Ohimè, malvagia femina, o eri tu costì? Tu m'hai
diserto; ma in fè di Dio io te ne pagherò - ; e salito in una sua saletta e quivi
scaricate le molte pietre che recate avea, niquitoso corse verso la moglie, e
presala per le treccie la si gittò a'piedi, e quivi, quanto egli poté menar le
braccia e'piedi, tanto le diè per tutta la persona pugna e calci, senza
lasciarle in capo capello o osso addosso che macero non fosse, niuna cosa
valendole il chieder mercé con le mani in croce.
Buffalmacco e Bruno, poi che co'guardiani della porta ebbero alquanto riso,
con lento passo cominciarono alquanto lontani a seguitar Calandrino, e
giunti a piè dell'uscio di lui, sentirono la fiera battitura la quale alla moglie
dava, e faccendo vista di giugnere pure allora, il chiamarono. Calandrino
tutto sudato, rosso e affannato si fece alla finestra, e pregogli che suso a lui
dovessero andare. Essi, mostrandosi alquanto turbati, andaron suso e videro
la sala piena di pietre, e nell'un de'canti la donna scapigliata, stracciata,
tutta livida e rotta nel viso dolorosamente piagnere, e d'altra parte
Calandrino scinto e ansando a guisa d'uom lasso sedersi.
Dove come alquanto ebbero riguardato, dissero: - Che è questo, Calandrino?
Vuoi tu murare, che noi veggiamo qui tante pietre? - E oltre a questo
soggiunsero: - E monna Tessa che ha? E'par che tu l'abbi battuta; che
novelle son queste?
Calandrino, faticato dal peso delle pietre e dalla rabbia con la quale la
donna aveva battuta, e dal dolore della ventura la quale perduta gli pareva
avere, non poteva raccogliere lo spirito a formare intera la parola alla
risposta. Per che soprastando, Buffalmacco ricominciò: - Calandrino, se tu
aveva altra ira, tu non ci dovevi perciò straziare come fatto hai; ché, poi
sodotti ci avesti a cercar teco della pietra preziosa, senza dirci a Dio né a
diavolo, a guisa di due becconi nel Mugnon ci lasciasti, e venistitene, il che
noi abbiamo forte per male; ma per certo questa fia la sezzaia che tu ci farai
mai.
A queste parole Calandrino sforzandosi rispose: - Compagni, non vi turbate,
l'opera sta altramenti che voi non pensate. Io, sventurato! avea quella
pietra trovata; e volete udire se io dico il vero? Quando voi primieramente di
me domandaste l'un l'altro, io v'era presso a men di diece braccia; e

35
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
veggendo che voi ve ne venavate e non mi vedavate, v'entrai innanzi, e
continuamente poco innanzi a voi me ne son venuto.
E, cominciandosi dall'un de'capi, infino la fine raccontò loro ciò che essi fatto
e detto aveano, e mostrò loro il dosso e le calcagna come i ciotti conci
gliel'avessero, e poi seguitò: - E dicovi che, entrando alla porta con tutte
queste pietre in seno che voi vedete qui, niuna cosa mi fu detta, ché sapete
quanto esser sogliano spiacevoli e noiosi que'guardiani a volere ogni cosa
vedere; e oltre a questo ho trovati per la via più miei compari e amici, li
quali sempre mi soglion far motto e invitarmi a bere, né alcun fu che parola
mi dicesse né mezza, sì come quegli che non mi vedeano. Alla fine, giunto
qui a casa, questo diavolo di questa femina maladetta mi si parò dinanzi ed
ebbemi veduto, per ciò che, come voi sapete, le femine fanno perder la virtù
ad ogni cosa: di che io, che mi poteva dire il più avventurato uom di Firenze,
sono rimaso il più sventurato; e per questo l'ho tanto battuta quant'io ho
potuto menar le mani, e non so a quello che io mi tengo che io non le sego
le veni; che maladetta sia l'ora che io prima la vidi e quand'ella mi venne in
questa casa!
E raccesosi nell'ira, si voleva levar. per tornare a batterla da capo.
Buffalmacco e Bruno, queste cose udendo, facevan vista di maravigliarsi
forte e spesso affermavano quello che Calandrino diceva, e avevano sì gran
voglia di ridere che quasi scoppiavano; ma, vedendolo furioso levare per
battere un'altra volta la moglie, levatiglisi allo 'ncontro il ritennero, dicendo
di queste cose niuna colpa aver la donna, ma egli che sapeva che le femine
facevano perdere la virtù alle cose e non le aveva detto che ella si
guardasse d'apparirgli innanzi quel giorno: il quale avvedimento Iddio gli
aveva tolto o per ciò che la ventura non doveva esser sua, o perch'egli
aveva in animo d'ingannare i suoi compagni, a'quali, come s'avvedeva
d'averla trovata, il doveva palesare.
E dopo molte parole, non senza gran fatica, la dolente donna riconciliata con
essolui, e lasciandol malinconoso colla casa piena di pietre, si partirono.

Giovanni Boccaccio, Decameron, Sesta Giornata, Novella seconda

Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una sua
trascutata domanda.

Molto fu da ciascuna delle donne e degli uomini il parlar di madonna Oretta


lodato, il qual comandò la reina a Pampinea che seguitasse; per che ella
così cominciò:

36
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi,
o la natura apparecchiando a una nobile anima un vil corpo, o la fortuna
apparecchiando a un corpo dotato d'anima nobile vil mestiero, sì come in
Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il
qual Cisti, d'altissimo animo fornito, la fortuna fece fornaio.
E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna, se io non
conoscessi la natura esser discretissima e la fortuna aver mille occhi, come
che gli sciocchi lei cieca figurino. Le quali io avviso che, sì come molto
avvedute, fanno quello che i mortali spesse volte fanno, li quali, incerti
de'futuri casi, per le loro oportunità le loro più care cose né più vili luoghi
delle lor case, sì come meno sospetti sepelliscono, e quindi né maggiori
bisogni le traggono, avendole il vil luogo più sicuramente servate che la
bella camera non avrebbe. E così le due ministre del mondo spesso le lor
cose più care nascondono sotto l'ombra dell'arti reputate più vili, acciò che
di quelle alle necessità traendole più chiaro appaia il loro splendore. Il che
quanto in poca cosa Cisti fornaio il dichiarasse, gli occhi dello 'ntelletto
rimettendo a messer Geri Spina, il quale la novella di madonna Oretta
contata, che sua moglie fu, m'ha tornata nella memoria, mi piace in una
novelletta assai piccola dimostrarvi.
Dico adunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale messer Geri Spina
fu in grandissimo stato, mandati in Firenze certi suoi nobili ambasciadori per
certe sue gran bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati, e egli
con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne che, che se ne fosse
cagione, messer Geri con questi ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni
mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano, dove Cisti fornaio il suo
forno aveva e personalmente la sua arte esserceva. Al quale quantunque la
fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli era stata benigna,
che egli n'era ricchissimo divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra
abbandonare splendidissimamente vivea, avendo tra l'altre sue buone cose
sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel
contado. Il quale, veggendo ogni mattina davanti all'uscio suo passar
messer Geri e gli ambasciadori del Papa, e essendo il caldo grande, s'avisò
che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del suo buon vin bianco; ma
avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli
pareva onesta cosa il presummere d'invitarlo ma pensossi di tener modo il
quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi. E avendo un farsetto
bianchissimo indosso e un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più
tosto mugnaio che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l'ora che egli

37
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
avvisava che messer Geri con gli ambasciadori dover passare si faceva
davanti all'uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d'acqua fresca e
un picciolo orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due
bicchieri che parevano d'ariento, sì eran chiari: e a seder postosi, come essi
passavano, e egli, poi che una volta o due spurgato s'era, cominciava a ber
sì saporitamente questo suo vino, che egli n'avrebbe fatta venir voglia a'
morti.
La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza: -
Chente è, Cisti? è buono? -
Cisti, levato prestamente in piè, rispose: - Messer sì, ma quanto non vi
potre' io dare a intendere, se voi non assaggiaste -.
Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che l'usato avuto o forse il
saporito bere, che a Cisti vedeva fare, sete avea generata, volto agli
ambasciadori sorridendo disse: - Signori, egli è buono che noi assaggiamo
del vino di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi non ce ne
penteremo -; e con loro insieme se n'andò verso Cisti.
Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuori dal forno, gli pregò
che sedessero; e alli lor famigliari, che già per lavare i bicchieri si facevano
innanzi, disse: - Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare a
me, ché io so non meno ben mescere che io sappia infornare; e non
aspettaste voi d'assaggiarne gocciola!
E così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e nuovi e fatto venire
un piccolo orcioletto del suo buon vino diligentemente diede bere a messer
Geri e a' compagni, alli quali il vino parve il migliore che essi avessero gran
tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli
ambasciador vi stettero, quasi ogni mattina con loro insieme n'andò a ber
messer Geri. A' quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri fece
un magnifico convito al quale invitò una parte de' più orrevoli cittadini, e
fecevi invitare Cisti, il quale per niuna condizione andar vi volle. Impose
adunque messer Geri a uno de' suoi famigliari che per un fiasco andasse del
vin di Cisti e di quello un mezzo bicchier per uomo desse alle prime mense.
Il famigliare, forse sdegnato perché niuna volta bere aveva potuto del vino,
tolse un gran fiasco. Il quale come Cisti vide, disse: - Figliuolo, messer Geri
non ti manda a me. -
Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra risposta avere,
tornò a messer Geri e sì gliele disse; a cui messer Geri disse: - Tornavi e
digli che sì fo: e se egli più così ti risponde, domandalo a cui io ti mando. -
Il famigliare tornato disse: - Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a

38
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
te. -
Al quale Cisti rispose: - Per certo, figliuol, non fa. -
- Adunque -, disse il famigliare - a cui mi manda? -
Rispose Cisti: - Ad Arno. -
Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli occhi gli s'apersero
dello 'ntelletto e disse al famigliare: - Lasciami vedere che fiasco tu vi porti -
; e vedutol disse: - Cisti dice vero -; e dettagli villania gli fece torre un fiasco
convenevole.
Il quale Cisti vedendo disse: - Ora so io bene che egli ti manda a me -, e
lietamente glielo impiè.
E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d'un simil vino e fattolo
soavemente portare a casa di messer Geri, andò appresso, e trovatolo gli
disse: - Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane
m'avesse spaventato; ma, parendomi che vi fosse uscito di mente ciò che io
a questi dì co' miei piccoli orcioletti v'ho dimostrato, ciò questo non sia vin
da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo
d'esservene più guardiano tutto ve l'ho fatto venire: fatene per innanzi
come vi piace.
Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli rendè che a ciò
credette si convenissero, e sempre poi per da molto l'ebbero e per amico.

 Raccolta di cento novelle di G. Boccaccio, la cui stesura definitiva può


essere attribuita agli anni tra il 1349 e il 1351. Consta d'un proemio, di
un'introduzione e di dieci giornate (in greco δέκα ἡμέραι), comprendenti
dieci novelle ciascuna. Le cento novelle si fingono raccontate da sette
donne (Pampinea, Filomena, Neifile, Fiammetta, Elisa, Lauretta, Emilia) e tre
giovani (Filostrato, Dioneo, Panfilo), in campagna presso Firenze, dove la
brigata si era rifugiata per l'infuriare in città della pestilenza del 1348. Nella
prima giornata si ragiona "di quello che più aggrada a ciascheduno", nella
seconda di avventure e peripezie terminate felicemente, nella terza della
conquista di beni agognati, nella quarta di amori a triste fine, nella quinta di
liete avventure amorose, nella sesta di motti arguti, nella settima di inganni
delle mogli ai mariti, nell'ottava di burle e beffe, nella nona di vari fatti a
piacimento del novellatore, nella decima di imprese e atti magnanimi. Al
principio della quarta giornata e in una Conclusionealla fine del Decameron,
l'autore lo difende dai malevoli.

39
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Dalla novella VIII, 3 di Boccaccio:


MACCHERONI BENGODI (riscrittura ad opera
di Vitalini Sabrina)

INGREDIENTI

300 g farina bianca


150 g semolino fine
100 g grana grattugiato
80 g burro
uova
1 L brodo di pollo e manzo
sale

Durata: 1 h
Livello: Facile
Dosi: 4 persone

Per la ricetta dei maccheroni di Bengodi, con la farina, il semolino, le uova e


un pizzico di sale preparate la pasta (aggiungete poca acqua nel caso ce ne
fosse bisogno), poi dividetela a pezzetti, rotolateli sulla spianatoia fino ad
ottenere dei cilindretti poi da essi ricavate gli gnocchi piuttosto piccoli e
arrotolateli sul rovescio della grattuggia. Scaldate il brodo in una pentola
piuttosto larga, quando avrà raggiunto l'ebollizione tuffatevi i "maccheroni"
e, mescolando di tanto in tanto, cuoceteli per circa 10′.

Questo tipo di impasto richiede un tempo di cottura più lungo di quello per
gli gnocchi di patate che, invece, vengono scolati appena salgono in
superficie. Pertanto, prima di scolare i "maccheroni", assaggiatene uno e
verificate la cottura, indi estraeteli dall'acqua con il mestolo forato e
metteteli in una zuppiera condendoli, mano a mano, con il formaggio.
Condite con il burro che potrete aggiungere fuso o a riccioli.

40
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Dalla novella VI, 2 di Boccaccio: TORTA DI


PANE E DI VINO (riscrittura ad opera di
Vitalini Sabrina)

Ingredienti

500 g di pane raffermo

qualche biscotto avanzato


mezzo litro di vino rosso
cannella
100 g di uva sultanina
100 g di zucchero semolato
250 ml di panna liquida
2 uova intere
scorza di limone

Preparazione

Fare ammorbidire il pane spezzettato e i biscotti frantumati in mezzo litro di


vino rosso, nel aromatizzato con la cannella e nel quale si sarà disciolto lo
zucchero, per circa 30 minuti. Strizzare bene il pane facendo fuoriuscire
tutto il vino eventualmente in eccesso. Unire tutti gli ingredienti e
amalgamare bene con un cucchiaio di legno.
Ungere di burro sciolto la tortiera, versare l'impasto , cospargere con un po'
di zucchero e qualche fiocchetto di burro.

Infornare a 180° C per circa un'ora.

La torta di pane e vino e' ottima anche tiepida.

41
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Luigi Pulci, Morgante

Morgante

Luigi Pulci, Morgante, XVIII, 112-142

112
Giunto Morgante un dì in su 'n un crocicchio,
uscito d'una valle in un gran bosco,
vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.
Dètte del capo del battaglio un picchio
in terra, e disse: «Costui non conosco»;
e posesi a sedere in su 'n un sasso,
tanto che questo capitòe al passo.

113
Morgante guata le sue membra tutte
più e più volte dal capo alle piante,
che gli pareano strane, orride e brutte:
- Dimmi il tuo nome, - dicea - vïandante. -
Colui rispose: - Il mio nome è Margutte;
ed ebbi voglia anco io d'esser gigante,
poi mi penti' quando al mezzo fu' giunto:
vedi che sette braccia sono appunto. -

114
Disse Morgante: - Tu sia il ben venuto:
ecco ch'io arò pure un fiaschetto allato,
che da due giorni in qua non ho beuto;
e se con meco sarai accompagnato,
io ti farò a camin quel che è dovuto.
Dimmi più oltre: io non t'ho domandato
se se' cristiano o se se' saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino. -

42
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
115
Rispose allor Margutte: - A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch'a l'azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n'ho, nel mosto,
e molto più nell'aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede;

116
e credo nella torta e nel tortello:
l'uno è la madre e l'altro è il suo figliuolo;
e 'l vero paternostro è il fegatello,
e posson esser tre, due ed un solo,
e diriva dal fegato almen quello.
E perch'io vorrei ber con un ghiacciuolo,
se Macometto il mosto vieta e biasima,
credo che sia il sogno o la fantasima;

117
ed Apollin debbe essere il farnetico,
e Trivigante forse la tregenda.
La fede è fatta come fa il solletico:
per discrezion mi credo che tu intenda.
Or tu potresti dir ch'io fussi eretico:
acciò che invan parola non ci spenda,
vedrai che la mia schiatta non traligna
e ch'io non son terren da porvi vigna.

118
Questa fede è come l'uom se l'arreca.
Vuoi tu veder che fede sia la mia?,
che nato son d'una monaca greca
e d'un papasso in Bursia, là in Turchia.
E nel principio sonar la ribeca
mi dilettai, perch'avea fantasia
cantar di Troia e d'Ettore e d'Achille,

43
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
non una volta già, ma mille e mille.

119
Poi che m'increbbe il sonar la chitarra,
io cominciai a portar l'arco e 'l turcasso.
Un dì ch'io fe' nella moschea poi sciarra,
e ch'io v'uccisi il mio vecchio papasso,
mi posi allato questa scimitarra
e cominciai pel mondo andare a spasso;
e per compagni ne menai con meco
tutti i peccati o di turco o di greco;

120
anzi quanti ne son giù nello inferno:
io n'ho settanta e sette de' mortali,
che non mi lascian mai lo state o 'l verno;
pensa quanti io n'ho poi de' venïali!
Non credo, se durassi il mondo etterno,
si potessi commetter tanti mali
quanti ho commessi io solo alla mia vita;
ed ho per alfabeto ogni partita.

121
Non ti rincresca l'ascoltarmi un poco:
tu udirai per ordine la trama.
Mentre ch'io ho danar, s'io sono a giuoco,
rispondo come amico a chiunque chiama;
e giuoco d'ogni tempo e in ogni loco,
tanto che al tutto e la roba e la fama
io m'ho giucato, e' pel già della barba:
guarda se questo pel primo ti garba.

122
Non domandar quel ch'io so far d'un dado,
o fiamma o traversin, testa o gattuccia,
e lo spuntone, e va' per parentado,
ché tutti siàn d'un pelo e d'una buccia.
E forse al camuffar ne incaco o bado

44
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
o non so far la berta o la bertuccia,
o in furba o in calca o in bestrica mi lodo?
Io so di questo ogni malizia e frodo.

123
La gola ne vien poi drieto a questa arte.
Qui si conviene aver gran discrezione,
saper tutti i segreti, a quante carte,
del fagian, della stama e del cappone,
di tutte le vivande a parte a parte
dove si truovi morvido il boccone;
e non ti fallirei di ciò parola,
come tener si debba unta la gola.

124
S'io ti dicessi in che modo io pillotto,
o tu vedessi com'io fo col braccio,
tu mi diresti certo ch'io sia ghiotto;
o quante parte aver vuole un migliaccio,
che non vuole essere arso, ma ben cotto,
non molto caldo e non anco di ghiaccio,
anzi in quel mezzo, ed unto ma non grasso
(pàrti ch'i' 'l sappi?), e non troppo alto o basso.

125
Del fegatello non ti dico niente:
vuol cinque parte, fa' ch'a la man tenga:
vuole esser tondo, nota sanamente,
acciò che 'l fuoco equal per tutto venga,
e perché non ne caggia, tieni a mente,
la gocciola che morvido il mantenga:
dunque in due parte dividiàn la prima,
ché l'una e l'altra si vuol farne stima.

126
Piccolo sia, questo è proverbio antico,
e fa' che non sia povero di panni,
però che questo importa ch'io ti dico;

45
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
non molto cotto, guarda non t'inganni!
ché così verdemezzo, come un fico
par che si strugga quando tu l'assanni;
fa' che sia caldo; e puoi sonar le nacchere,
poi spezie e melarance e l'altre zacchere.

127
Io ti darei qui cento colpi netti;
ma le cose sottil, vo' che tu creda,
consiston nelle torte e ne' tocchetti:
e' ti fare' paura una lampreda,
in quanti modi si fanno i guazzetti;
e pur chi l'ode poi convien che ceda:
perché la gola ha settantadue punti,
sanza molti altri poi ch'io ve n'ho aggiunti.

128
Un che ne manchi, è guasta la cucina:
non vi potrebbe il Ciel poi rimediare.
Quanti segreti insino a domattina
ti potrei di questa arte rivelare!
Io fui ostiere alcun tempo in Egina,
e volli queste cose disputare.
Or lasciàn questo, e d'udir non t'incresca
un'altra mia virtù cardinalesca.

129
Ciò ch'io ti dico non va insino all'effe:
pensa quand'io sarò condotto al rue!
Sappi ch'io aro, e non dico da beffe,
col cammello e coll'asino e col bue;
e mille capannucci e mille gueffe
ho meritato già per questo o piùe;
dove il capo non va, metto la coda,
e quel che più mi piace è ch'ognun l'oda.

130
Mettimi in ballo, mettimi in convito,

46
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
ch'io fo il dover co' piedi e colle mani;
io son prosuntüoso, impronto, ardito,
non guardo più i parenti che gli strani:
della vergogna, io n'ho preso partito,
e torno, chi mi caccia, come i cani;
e dico ciò ch'io fo per ognun sette,
e poi v'aggiungo mille novellette.

131
S'io ho tenute dell'oche in pastura
non domandar, ch'io non te lo direi:
s'io ti dicessi mille alla ventura,
di poche credo ch'io ti fallirei;
s'io uso a munister per isciagura,
s'elle son cinque, io ne traggo fuor sei:
ch'io le fo in modo diventar galante
che non vi campa servigial né fante.

132
Or queste son tre virtù cardinale,
la gola e 'l culo e 'l dado, ch'io t'ho detto;
odi la quarta, ch'è la principale,
acciò che ben si sgoccioli il barletto:
non vi bisogna uncin né porre scale
dove con mano aggiungo, ti prometto;
e mitere da papi ho già portate,
col segno in testa, e drieto le granate.

133
E trapani e paletti e lime sorde
e succhi d'ogni fatta e grimaldelli
e scale o vuoi di legno o vuoi di corde,
e levane e calcetti di feltrelli
che fanno, quand'io vo, ch'ognuno assorde,
lavoro di mia man puliti e belli;
e fuoco che per sé lume non rende,
ma con lo sputo a mia posta s'accende.

47
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
134
S' tu mi vedessi in una chiesa solo,
io son più vago di spogliar gli altari
che 'l messo di contado del paiuolo;
poi corro alla cassetta de' danari;
ma sempre in sagrestia fo il primo volo,
e se v'è croce o calici, io gli ho cari,
e' crucifissi scuopro tutti quanti,
poi vo spogliando le Nunziate e' santi.

135
Io ho scopato già forse un pollaio;
s' tu mi vedessi stendere un bucato,
diresti che non è donna o massaio
che l'abbi così presto rassettato:
s'io dovessi spiccar, Morgante, il maio,
io rubo sempre dove io sono usato;
ch'io non istò a guardar più tuo che mio,
perch'ogni cosa al principio è di Dio.

136
Ma innanzi ch'io rubassi di nascoso,
io fui prima alle strade malandrino:
arei spogliato un santo il più famoso,
se santi son nel Ciel, per un quattrino;
ma per istarmi in pace e in più riposo,
non volli poi più essere assassino;
non che la voglia non vi fussi pronta,
ma perché il furto spesso vi si sconta.

137
Le virtù teologiche ci resta.
S'io so falsare un libro, Iddio tel dica:
d'uno iccase farotti un fio, ch'a sesta
non si farebbe più bello a fatica;
e traggone ogni carta, e poi con questa
raccordo l'alfabeto e la rubrica,
e scambiere'ti, e non vedresti come,

48
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
il titol, la coverta e 'l segno e 'l nome.

138
I sacramenti falsi e gli spergiuri
mi sdrucciolan giù proprio per la bocca
come i fichi sampier, que' ben maturi,
o le lasagne, o qualche cosa sciocca;
né vo' che tu credessi ch'io mi curi
contro a questo o colui: zara a chi tocca!
ed ho commesso già scompiglio e scandolo,
che mai non s'è poi ravvïato il bandolo.

139
Sempre le brighe compero a contanti.
Bestemmiator, non vi fo ignun divario
di bestemmiar più uomini che santi,
e tutti appunto gli ho in sul calendario.
Delle bugie nessun non se ne vanti,
ché ciò ch'io dico fia sempre il contrario.
Vorrei veder più fuoco ch'acqua o terra,
e 'l mondo e 'l cielo in peste e 'n fame e 'n guerra.

140
E carità, limosina o digiuno,
orazïon non creder ch'io ne faccia.
Per non parer provàno, chieggo a ognuno,
e sempre dico cosa che dispiaccia;
superbo, invidïoso ed importuno:
questo si scrisse nella prima faccia;
ché i peccati mortal meco eran tutti
e gli altri vizi scelerati e brutti.

141
Tanto è ch'io posso andar per tutto 'l mondo
col cappello in su gli occhi, com'io voglio;
com'una schianceria son netto e mondo;
dovunque i' vo, lasciarvi il segno soglio
come fa la lumaca, e nol nascondo;

49
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
e muto fede e legge, amici e scoglio
di terra in terra, com'io veggo o truovo,
però ch'io fu' cattivo insin nell'uovo.

142
Io t'ho lasciato indrieto un gran capitolo
di mille altri peccati in guazzabuglio;
ché s'i' volessi leggerti ogni titolo,
e' ti parrebbe troppo gran mescuglio;
e cominciando a sciòrre ora il gomitolo,
ci sarebbe faccenda insino a luglio;
salvo che questo alla fine udirai:
che tradimento ignun non feci mai. -

Il Morgante è un poema epico-cavalleresco in ottave di Luigi Pulci. Composto


negli anni Sessanta del 15° sec., fu pubblicato nel 1478 in un'edizione
minore, di 23 canti; l'editio princeps, riveduta e ampliata a 28 canti, e detta
perciò comunemente, ma non esattamente, Morgante maggiore, è del 1483.

L'argomento è comune a quello dell'epopea carolingia, ma Pulci ha posto al


centro dell'azione nuovi personaggi, quali il gigante Morgante, convertito al
cristianesimo da Orlando, un altro gigante, Margutte, e due diavoli,
Astarotte e Farfarello. Il protagonista, figura popolaresca comicamente
intesa, muore punto da un granchio.

Il brano analizzato riproduce uno dei passi più famosi ed emblematici


dell'intera opera: in esso il gigante Margutte ("margutte" o "margutto" è, nei
dialetti dell'Italia centrale, un "fantoccio" o addirittura uno
"spaventapasseri", come ha osservato Gianfranco Contini) fa una
"professione di fede", enunciando la propria visione della vita, irriverente e
maliziosa, al termine della quale muore soffocato dalle sue stesse risate. Il
personaggio di Margutte, uno sfacciato furfante che pensa che il vino sia
l'unica salvezza dell'uomo, rappresenta la creazione meglio riuscita del
poema, con cui si attua il radicale stravolgimento di tutti gli ideali tipici della
cultura cavalleresca. È un anti-eroe, ingenuo e bizzarro, cinico e buffone,
attraverso il quale Pulci enuncia una filosofia alternativa rispetto a quella
degli umanisti, animalesca, spregiudicata e fraudolenta.

Mentre sta facendo ritorno in Levante, Morgante incontra in modo fortuito


Margutte, un bizzarro "mezzogigante" che si presenta come peccatore
incallito e sciorina un improbabile "credo" culinario, in cui afferma di riporre

50
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
la sua fede unicamente nel gioco d'azzardo e nel vino. Il passo, giustamente
celebre in quanto tratteggia un personaggio deforme e paradossale,
contiene vari elementi sacrileghi e blasfemi che hanno contribuito ad
attirare sull'autore accuse di empietà, tali da farlo morire in odore di eresia
e di negargli una sepoltura cristiana. In seguito Morgante e Margutte
diverranno amici e compiranno assieme varie imprese, di segno beffardo
(come gli scherzi ai danni di un povero oste) o di carattere nobile (come
quando libereranno la giovane Florinetta).

https://epicacavalleresca.weebly.com/il-credo-di-margutte.html

51
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

IL PRANZO DI UN GOLOSO DI PRIMA RISMA:


Margutte (riscrittura ad opera di Cellamare
Italia)

Cappone, sia lesso, sia arrosto; anche nel burro, nella birra, nel mosto

Fegatelli

Buon vino

Torta e tortino.

Calcolo delle Calorie

Cappone 100 gr 300 calorie

Fegatelli 100 gr 140 calorie

Birra 50 cl 225 calorie

Vino ad alta gradazione alcolica (14°) 77 calorie ogni 10 cl 385 calorie

Torta di cioccolato - una fetta - 410 calorie (per porzione)

Totale calorie: 300+140+225+385+410= 1460 calorie

DICHIARAZIONE NUTRIZIONALE

VALORI MEDI PER PORZIONE

5775 Kj
ENERGIA
1395 kcal

52
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

GRASSI 97 g

CARBOIDRATI 6,15 g

PROTEINE 172,8 g

Sodio 92,8 mg

53
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Pietro Verri, Il caffè

Il Caffè

Cos'è questo Caffè? È un foglio di stampa, che si pubblicherà ogni dieci


giorni. Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose
disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette
alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli?
Con ogni stile, che non annoi. E sin a quando fate voi conto di continuare
quest'Opera? Insin a tanto che avranno spaccio. Se il Pubblico si determina
a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d'ogni
anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il
Pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo
anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa. Qual fine vi ha fatto
nascere un tal progetto? Il fine d'una aggradevole occupazione per noi, il
fine di far quel bene che possiamo alla nostra Patria, il fine di spargere delle
utili cognizioni fra i nostri Cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e
Stele, e Swift, e Addison, e Pope ed altri. Ma perché chiamate questi fogli il
Caffè? Ve lo dirò ma andiamo a capo. Un Greco originario di Citera, isoletta
riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l'avvilimento, e la schiavitù, in
cui i greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella
Contrada, e conservando un animo antico malgrado l'educazione e gli
esempi, son già tre anni che si risolvette d'abbandonare il suo paese: egli
girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli
vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò
parte delle sue merci in Caffè del più squisito che dare si possa al mondo;
indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne a Milano,
dove son già tre mesi ha aperta una bottega addobbata con richezza ed
eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un Caffè, che
merita il nome veramente di Caffè: Caffè vero verissimo di Levante, e
profumato col legno d'Aloe che chiunque lo prova, quand'anche fosse
l'uomo il più grave, l'uomo il più plumbeo della terra, bisogna che per
necessità si risvegli, e almeno per una mezz'ora diventi uomo ragionevole.
In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un'aria sempre tepida, e
profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte
l'iride negli specchi e ne' cristalli sospesi intorno le pareti, e in mezzo alla

54
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
bottega; in essa bottega, che vuol leggere, trova sempre i fogli di Novelle
Politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri;
in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale
Enciclopedico, e l'Estratto ella Letteratura Europea, e simili buone raccolte
di Novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano
Romani, Fiorentini, Genovesi, o Lombardi, ora sieno tutti presso a poco
Europei; in essa bottega v'è di più un buon Atlante, che decide le questioni
che nascono nelle nuove Politiche; in essa bottega per fine si radunano
alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si
scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi
son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo
accadere, e tutt'i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi
trovo d'averne già messi i ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il
Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè".

Il Giornale fu  fondato nel 1764 da Pietro Verri, una delle più significative
espressioni dell'Illuminismo italiano. Si stampava a Brescia, in territorio
veneto, per sfuggire alla censura austriaca. Si propose di scuotere tradizioni
e pregiudizi sociali, letterari, scientifici, trattando argomenti di economia,
agronomia, storia naturale, medicina ecc. Nella lingua gli scrittori si
permisero grande libertà, curandosi solo del vigore del pensiero; anche per
questo Il Caffè fu avversato da Baretti e da altri, mentre riscosse favore in
Europa. Cessò nel maggio 1766, per il dissidio fra Verri e Cesare Beccaria.

Il primo dato utile per la collocazione cronologica dell'Illuminismo in Italia è


la fondazione, a Roma, dell'Accademia dell'Arcadia (1690) che prende le
distanze ጀ e di fatto ne segna la ormai avvenuta fine ጀ dal Barocco, che ha
dominato il Seicento, in nome di nuovi canoni estetici e poetici: la
semplicità, la chiarezza, la razionalità delle forme e la misura tipica della
cultura classica. L'Arcadia non ha molto a che vedere con il movimento
illuminista, presenta, infatti, una produzione soprattutto lirica, caratterizzata
spesso da canzonieri-raccolta di più autori; si tratta di un ambiente
mondano, dove viene prodotta una poesia d'élite. La raccolta in 9 volumi
delle Rime degli Arcadi data 1716-22. È, di fatto, una produzione molto
diversa da quella dagli ambienti illuministi che si sviluppano in Italia, pur
essendo un movimento contemporaneo. Proprio questa diversità, però, è
interessante per sottolineare quanto siano variegate le posizioni degli
ambienti culturali nei vari stati della penisola italiana. I maggiori centri

55
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
dell'Illuminismo sono le due città più grandi, le due metropoli della penisola
italiana, governate entrambe da regimi stranieri, ma con un ambiente
culturale ricco e variegato: Milano, passata nel 1714 dalla dominazione
spagnola a quella austriaca, in cui la figura di Maria Teresa (1717-1780)
introduce un quarantennio di riforme; e Napoli, anch'essa sotto il dominio
austriaco dal 1720 al 1734, poi però passata sotto un ramo cadetto dei
Borbone di Spagna che diviene quello dei Borbone di Napoli, e anch'essa
percorsa dal vento delle riforme, che trovarono un filone di interesse
soprattutto giuridico.

A Milano gli anni Sessanta del Settecento, dopo vent'anni di dispotismo


illuminato, sono quelli più ricchi dal punto di vista culturale: nel 1761 viene
fondata la Società (o Accademia) dei Pugni, che si riuniva a casa di Pietro
Verri e che dà vita alla rivista "il Caffè", di fatto l'organo di espressione
dell'Illuminismo borghese lombardo; nel 1763 viene pubblicato il Giorno di
Parini, sarcastica critica alla nobiltà dell'ancien régime; tra il 1764 e il '66
esce "il Caffè" diretto dai fratelli Verri, che vede come collaboratori i
principali intellettuali milanesi del periodo; nel 1764 (a Livorno, nella liberale
Toscana dei Lorena, ma l'autore e la sua formazione sono profondamente
milanesi) Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, immediatamente letto
e pubblicato in tutta Europa. Nelle riflessioni e nei fatti, l'Illuminismo a
Milano assume connotati in parte diversi da quello europeo. Manca non
certo l'idea, ma lo status di ᠀渀愀稀椀漀渀攀✀㬀 sono presenti, invece, una nuova
coscienza di classe da parte della nascente borghesia, che orienta le scelte
e gli interessi della classe intellettuale. A tal proposito, assume particolare
valore simbolico proprio l'articolo introduttivo, di presentazione del "Caffè",
che indica le finalità della rivista.

56
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

57
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
In un certo senso esso rappresenta una sorta di paradigma dell'Illuminismo
lombardo, sintetizzabile in questi punti: - la rivista si propone di trattare
qualunque argomento che interessi il suo pubblico; - la rivista è orientata
dalle scelte e dai gusti dei suoi lettori, che infatti attraverso la loro
approvazione e il loro interesse incoraggeranno le pubblicazioni: il giornale
si farà fintanto che qualcuno vorrà leggerlo! - gli argomenti trattati saranno
basati sulla pubblica utilità; - il giornale si ispira agli incontri culturali che
avvengono, appunto, in un caffè, dove si leggono giornali, ci si confronta e
si discute, al fine di abbandonare ristrette visioni particolaristiche e di
andare verso la direzione di un sentito cosmopolitismo.

A Napoli l'aspetto più interessante della produzione del Regno fu quello


giuridico/legislativo, che rappresentava motivo di profonda riflessione anche
per gli Illuministi francesi. Giambattista Vico (1668-1744), con la sua Scienza
nuova, aveva dato avvio a un filone di riflessione sulla società civile che
raggiunse il massimo sviluppo proprio durante l'Illuminismo. Non è un caso,
del resto, che dieci anni dopo lo scoppio della Rivoluzione francese ci sarà
una rivoluzione partenopea che ne ricalcherà, per molti aspetti, le orme,
essendo fondata su presupposti teorici di origine, appunto, francese e
partenopea. Il Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze (1753)
di Antonio Genovesi (1713-1769), per esempio, dètta gli ambiti di interesse
della nuova classe degli intellettuali, che ha, secondo l'autore, la finalità di
raggiungere la pubblica felicità, il bene comune, svecchiando il panorama
culturale italiano e liberandolo da tutti gli orpelli della retorica classica.
La scienza della legislazione (1780-1791), la principale opera di Gaetano
Filangieri (1752- 1788), nata dall'analisi delle opere di Vico e Giannone, e
arricchita dal confronto con le dottrine di Montesquieu, fu profondamente
apprezzata in ambito europeo, dal momento che la situazione di ingiustizia
sociale in essa denunciata, con particolare riferimento a Napoli, era di fatto
assimilabile a quella di tutte le altre metropoli 4 europee. Il trattato venne
subito tradotto nelle principali lingue europee, e venne messo all'Indice,
come moltissime altre opere illuministe. In quest'opera viene
contemporaneamente denunciata l'ingiustizia sociale e richiesto l'intervento
di un sovrano "illuminato" per la soluzione della questione sociale.

58
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

IL RITO DEL CAFFE' (riscrittura ad opera di


Catanzaro Valentina)

Il caffè, che sia nero e fumante, macchiato o decaffeinato, è una delle


passioni per eccellenza degli italiani. Le origini del caffè, inteso come
bevanda, sono piuttosto controverse: c'è addirittura chi afferma che la si
bevesse già ai tempi di Omero! In ogni caso, le prime documentazioni
risalgono al XV secolo e si riferiscono alla zona dell'odierno Yemen, da dove
si diffuse poi in tutto il mondo arabo. L'Europa conobbe il caffè grazie ad
alcuni mercanti italiani, che all'inizio del XVII secolo lo portarono a Venezia e
a Napoli: da lì, si diffuse velocemente in tutto il continente. I locali che lo
servivano divennero presto popolarissimi, e proprio per permettere di
servire la bevanda in maniera più veloce, l'ingegnere milanese Luigi
Bezzera, nel 1901, inventò la prima macchina per il caffè espresso, dando il
via all'evoluzione che ha portato alle moderne macchine da bar e a quelle
casalinghe.

Caffè fumante

caffè sognante

In te ripongo la mia gioia

perché penso alla mia noia

e supero con esso

il mio ossesso

perché la vita

mi appaia più ambìta.

59
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Alessandro Manzoni, I promessi sposi

I promessi sposi

Manzoni, Promessi sposi, cap. VI

La vessazione, suol dirsi, dà intelletto; e Renzo il quale, nel sentiero retto e


piano di vita percorso da lui fino allora, non s'era mai trovato nella
occasione di assottigliar molto il suo, ne aveva in questo caso immaginata
una da fare onore ad un giureconsulto. Andò a dirittura, secondo che aveva
divisato, alla casetta che era lì presso d'un certo Tonio; e lo trovò in cucina,
che con un ginocchio appoggiato sulla predella del focolare, e tenendo con
la destra l'orlo d'una pentola posta sulle ceneri calde, vi tramestava col
matterello ricurvo una picciola polenta grigia di grano saraceno. La madre,
un fratello, la moglie di Tonio, stavano seduti alla mensa; e tre o quattro
figliuoletti ritti all'intorno, aspettando, con gli occhi fissi alla pentola, che
venisse il momento di rovesciarla. Ma non v'era quell'allegria che la vista del
pranzo suol pur dare a chi l'ha meritato colla fatica. La mole della polenta
era in ragione dei tempi, e non del numero e della buona voglia dei
commensali: e ognuno d'essi, affisando con un guardo bieco d'amore
collerico la vivanda comune, pareva pensare alla porzione di appetito che le
doveva sopravvivere. Mentre Renzo scambiava i saluti colla famiglia, Tonio
riversò la polenta sul tagliere di faggio che stava apparecchiato a riceverla:
e parve una picciola luna in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne
dissero cortesemente a Renzo: "volete restar servito? Ḁ complimento che il
contadino di Lombardia non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare,
quand'anche questi fosse un ricco epulone levatosi allora da tavola, ed egli
fosse su l'ultimo boccone.

"Vi ringrazio,„ rispose Renzo: "io veniva solamente per dire una parolina a
Tonio; e se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, noi possiamo andare
a desinare all'osteria, e parleremo.„ La proposta fu per Tonio tanto gradita
quanto meno inaspettata; e le donne non videro mal volentieri che si
sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. L'invitato non
istette a domandare altro, e partì con Renzo.

I promessi sposi è un romanzo storico di A. Manzoni, o, come dice il

60
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
sottotitolo, "storia milanese del sec. 17°", che l'autore finge di avere
"scoperta e rifatta" sul manoscritto di un anonimo contemporaneo. La prima
stesura del romanzo, risalente agli anni 1821-23, recava il titolo Fermo e
Lucia, dal nome che vi avevano i protagonisti; la seconda redazione,
profondamente modificata (fra l'altro il nome di Fermo è mutato in quello di
Renzo), fu pubblicata in tre volumi dal 1825 al 1827 (ed. detta ventisettana
), col titolo, che doveva restare, I promessi sposi; la seconda edizione
definitiva, ampiamente riveduta e corretta specie in fatto di lingua, apparve
dal 1840 al 1842 (ed è perciò detta la quarantana).

Gli avvenimenti si svolgono tra il 1628 e il 1630 nella campagna lombarda,


devastata dalla guerra dei Trent'anni e stremata dalla carestia e dalla
pestilenza. L'amore di due popolani, filatori di seta, Renzo e Lucia, in
procinto di sposarsi, è contrastato daI capriccio di un signorotto, don
Rodrigo, che, invaghitosi della giovane, cerca di impedire il matrimonio,
facendo leva sulla viltà del curato, don Abbondio, a fianco del quale è la
figura della serva padrona, Perpetua. Renzo si reca a chiedere consiglio al
dottor Azzecca-garbugli, ma questi si rifiuta di prendere qualsiasi posizione
quando sente il nome di don Rodrigo. Il frate confessore di Lucia, Cristoforo,
si reca a sua volta, ma altrettanto inutilmente, dallo stesso don Rodrigo, nel
tentativo di dissuaderlo dallo sciagurato proposito. Visti i tentativi falliti,
suggerisce ai due giovani di fuggire dal paese e di trovare rifugio Lucia, con
la madre Agnese, in un convento di Monza e Renzo presso i cappuccini a
Milano. Qui il giovane viene accusato di essere coinvolto nelle rivolte
scatenate dalla carestia ed è quindi costretto a fuggire. Lucia viene rapita
dall'Innominato, al quale don Rodrigo aveva chiesto aiuto. Terrorizzata, la
giovane prega con fervore e fa voto di rinuncia al matrimonio. Dopo averlo
supplicato, viene liberata dall'Innominato, ma cade vittima del contagio
della peste che ha invaso Milano. Supererà la malattia nel Lazzaretto dove si
trovano anche fra Cristoforo e don Rodrigo, che è in punto di morte quando
arriva Renzo, rientrato a Milano in cerca di Lucia. Il frate convince Renzo a
perdonare l'uomo che gli aveva provocato tante disavventure. Con la morte
di don Rodrigo cessa ogni pericolo. Renzo e Lucia possono finalmente unirsi
in matrimonio.

Manzoni sceglie di usare uno schema romanzesco tradizionale - quello di


due giovani innamorati che solo dopo varie peripezie riescono a sposarsi -
depurandolo da elementi fantastici o avventurosi e finalizzandolo alla

61
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
descrizione dei più saldi valori morali. Quella di Renzo e Lucia non è
un'avventurosa esperienza d'amore, ma una difficile conquista di pace e di
felicità, perseguite con impegno e senso del dovere in una realtà dominata
dall'ipocrisia e dal conformismo.

Nel brano analizzato si parla dell'incontro di Renzo e di Tonio: i due cugini


vogliono si stanno organizzando per il matrimonio a sorpresa, su idea di
Agnese.

La famiglia di Tonio sta seduta intorno alla tavola apparrecchiata per la


cena, dove trionfa la polenta. Renzo rifiuta di mangiare e invita Tonio
all'osteria.

In questo brano si nota la gentilezza della famiglia di Tonio, la gentilezza


tipica delle persone umili: la polenta è un piatto povero, ma completo, e
anche se in poca quantità, può essere condiviso con l'ospite. Tuttavia, il
rifiuto di Renso rende felice i familiari di Tonio perché così non si devono
privare neanche del poco che hanno.

62
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

LA POLENTA (riscrittura ad opera di


Cervellera Pasqua)

La polenta è un antichissimo piatto di origine italiana a base di farina di


cereali. Si tratta, in particolare, di un piatto tipico della zona di Bergamo.

In realtà, è un prodotto relativamente recente, soprattutto quella gialla,


preparata con acqua e farina di mais. Essa viene prodotta cuocendo a lungo
un ammasso semi liquido, costituito da un impasto di acqua e di farina di
cerale.

Oggi, la più comune in Europa è quella a base di mais, detto granoturco,


cioè la classica "polenta gialla".

Questa si versa a guisa di pioggia bollente e si sala in un paiolo


tradizionalmente di rame, e si mesta continuamente con un bastone di
legno di nocciolo, chiamato "cannella", per almeno un'ora.

La farina da polenta è solitamente macinata a pietra.

In genere, la polenta pronta è presentata in tavola su un'asse circolare,


coperta da un canovaccio, ed è servita, a seconda della sua consistenza,
con un cucchiaio, tagliata a fette.

Il termine polenta deriva dal latino polĕnta «farina d'orzo, polenta», affine
a pollen -lĭnis «fior di farina» e a puls pultis «pappa».

Questo prodotto era già usato dai romani, come impasto di farina e acqua.

In realtà, era presente anche nei menù degli uomini preistorici. Con il mais
era preparata dai nativi del centroamerica.

Oggi è il piatto della festa.

Un tempo, a causa della penuria, era il piatto unico per sopravvivere, anche
se fra i contadini portò all'insorgere della pellagra, soprattutto nel
settecento.

Oggi si può cucinare in pochi minuti e si accompagna con il burro, i formaggi

63
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
molli e a vari sughi, innaffiato da vino rosso, fermo, di medio corpo, anche
novello.

Al tempo di Renzo costituiva il piatto per sopperire alla fame. E nel testo di
Manzoni è ben evidente.

E se invece della polenta Renzo avesse trovato in tavola un bel pollo


arrosto? Avrebbe declinato l'offerta? Credo proprio di no.

64
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Giovanni Pascoli, Il risotto, La piada

Il risotto

La piada

PASCOLI, Il risotto

Amico, ho letto il tuo risotto in …ai!


E' buono assai, soltanto un po' futuro,
con quei tuoi "tu farai, vorrai, saprai"!
Questo, del mio paese, è più sicuro
perché presente. Ella ha tritato un poco
di cipolline in un tegame puro.
V'ha messo il burro del color di croco
e zafferano (è di Milano!): a lungo
quindi ha lasciato il suo cibrèo sul fuoco.
Tu mi dirai:"Burro e cipolle?". Aggiungo
che v'era ancora qualche fegatino
di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.
Che buon odor veniva dal camino!
Io già sentiva un poco di ristoro,
dopo il mio greco, dopo il mio latino!
Poi v'ha spremuto qualche pomodoro;
ha lasciato covare chiotto chiotto
in fin c'ha preso un chiaro color d'oro.
Soltanto allora ella v'ha dentro cotto
Il riso crudo, come dici tu.
Già suona mezzogiorno…ecco il risotto
romagnolesco che mi fa Mariù.

INGREDIENTI:
350 gr riso carnaroli
200 gr funghi
100 gr fegatini di pollo
1 bicchiere di passata di pomodoro
1 cipolla

65
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
80 gr burro
1 bustina zafferano
carota sedano cipolla prezzemolo per il brodo vegetale

LA PIADA (da Nuovi poemetti)

Il vento come un mostro ebbro mugliare


udii notturno. Errava non veduto
tra i monti, e poi s'urtava al casolare

piccolo, ed in un lungo ululo acuto


fuggiva ai boschi, e poi tornava ancora
più ebbro, con suoi gridi aspri di muto.

L'udii tutta la notte, ed all'aurora,


non più. Dormii. Sognai, su la mattina,
che la pace scendeva a chi lavora.

Or vedo: scende. Scende: era divina


l'anima. Il cielo tutto a terra cade
col bianco polverìo d'una rovina.

Non un'orma. Vanite anche le strade.


La terra è tutto un solo mare a onde
bianche, di porche ov'erano le biade.
Resta il mio casolare unico, donde
esploro in vano. Non c'è più nessuno.
E solo a me che chiamo, ecco risponde

il pigolìo d'un passero digiuno.

II

Sul liscio faggio danzi corra voli,


Maria, lo staccio! Siamo soli al mondo:
stacciamo il pane che si fa da soli!

Voli lo staccio e treppichi giocondo,

66
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
vaporando il suo bianco alito fino,
che si depone sul tuo capo biondo.

O lieve staccio, io t'amo. Il tuo destino


somiglia al mio: tener la crusca; il fiore,
spargerlo puro per il tuo cammino.

E fai codesto con un tuo rumore


lieto, in cadenza: semplice, ma bello
per l'orecchio del pio lavoratore.

Ma triste, sotto mezzodì, per quello


del viandante, che rasenta i triti
limitari del lungo paesello:

ch'ode un danzar segreto, ode tra i diti


di donna sola, in ogni casa, andare
te, casalingo cembalo, che inviti

lo sciame errante al tacito alveare.

III

Taci, querulo passero: t'invito.


Sempre diventa il tuo gridìo più fioco:
taci: or ora imbandisco il mio convito.

Il poco è molto a chi non ha che il poco:


io sull'aròla pongo, oltre i sarmenti,
i gambi del granturco, abili al fuoco.

Io li riposi già per ciò. Ma lenti


sono alla fiamma: e i canapugli spargo
che la maciulla gramolò tra i denti.

Nulla gettai di quello che non largo


mi rese il campo: la mia man raccoglie
anche i fuscelli per il mio letargo.

Serbo per il mio verno anche le foglie

67
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
aride. Del granturco, ecco via via
mi scaldo ai gambi e dormo sulle spoglie.
Ciò che secca e che cade e che s'oblia,
io lo raccolgo: ancora ciò che al cuore
si stacca triste e che poi fa che sia

morbido il sonno, il giorno che si muore.

IV

Il mio povero mucchio arde e già brilla:


pian piano appoggio sopra due mattoni
il nero testo di porosa argilla.

Maria, nel fiore infondi l'acqua e poni


il sale; dono di te, Dio; ma pensa!
l'uomo mi vende ciò che tu ci doni.

Tu n'empi i mari, e l'uomo lo dispensa


nella bilancia tremula: le lande
tu ne condisci, e manca sulla mensa.

Ma tu, Maria, con le tue mani blande


domi la pasta e poi l'allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande

come la luna; e sulle aperte mani


tu me l'arrechi, e me l'adagi molle
sul testo caldo, e quindi t'allontani.

Io, la giro, e le attizzo con le molle


il fuoco sotto, fin che stride invasa
dal calor mite, e si rigonfia in bolle:

e l'odore del pane empie la casa.

Chi picchia all'uscio? Tu forse Aasvero,


che ancor cammini per la terra vana,

68
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
arida foglia per un cimitero?

Chi picchia all'uscio?... E fioca una campana


suona... Chi suona? Forse un vecchio prete,
restato a guardia della tomba umana?

È solo; e ancora a mezzodì ripete


l'Angelus, ed a rincasare invita,
morti, voi, che sotterra ora mietete.

Socchiudo l'uscio. — Antica ombra smarrita,


che in cerca erri del corpo; ultima foglia,
che stridi ancora dove fu la vita;

qual vento t'ha portato alla mia soglia,


vecchio ramingo, ultima foglia morta
d'albero immenso che non più germoglia?

Ma tu sei vivo: hai fame! E qui ti porta


necessità. Sei vivo: soffri! Vivo
94sei: piangi! Ed ecco, dunque, apro la porta:

entra, fratello; chè ancor io... sì, vivo. —

VI

Entra, vegliardo, antico ospite: ed ecco


l'azimo antico degli eroi, che cupi
sedeano all'ombra della nave in secco

(si levarono grandi sulle rupi


l'aquile; e nella macchia era tra i rovi
un inquïeto guaiolar di lupi...):

il pane della povertà, che trovi


tu, reduce aratore, esca veloce,
che sol s'intrise all'apparir dei bovi:

il pane dell'umanità, che cuoce


in mezzo a tutti, sopra l'ara, e intorno

69
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
poi si partisce in forma della croce:

il pane della libertà, che il forno


sdegna venale; cui partisci, o padre,
tu, nelle più soavi ore del giorno:

ognuno in cerchio mangia le sue quadre;


più, i più grandi, e assai forse nessuno;
o forse n'ebbe più che assai la madre,

cui n'avanza da darne un po' per uno.

VII

Azimo santo e povero dei mesti


agricoltori, il pane del passaggio
tu sei, che s'accompagna all'erbe agresti;

il pane, che, verrà tempo, e nel raggio


del cielo, sulla terra alma, gli umani
lavoreranno nel calendimaggio.

Chè porranno quel dì su gli altipiani


le tende, e nel comune attendamento
l'arte ognun ciberà delle sue mani.

Ecco il gran fuoco, che s'accende al vento


di primavera. Ma in disparte, gravi,
sulla palma le bianche onde del mento,

parlano i vecchi di non so che schiavi


d'altri e di sè: ma sembrano parole
sepolte, dei lontani avi degli avi.

Guardano poi la prole della prole


seder concorde, e, con le donne loro
e i loro figli, in terra, sotto il sole,

frangere in pace il pane del lavoro.


La lirica Risotto romagnuolo o romagnolo fu scritto da Pascoli nel 1905 in

70
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
risposta ad una lettera del suo amico Augusto Guido Bianchi (cronista
milanese del Corriere della sera con il quale il Pascoli ebbe un lungo
carteggio), il quale gli suggeriva (usando abbondantemente il futuro: «tu far
ai, tu vorrai, tu saprai " ☀⤀ la ricetta del delizioso Risotto alla milanese. Una
giocosa sfida tra risotti, che evidenzia la passione di Pascoli per il buon cibo.
Un buongustaio verace, amante dei piatti della sua terra, come testimonia
anche l'ode La piada.

Pane dei poveri o pane dei ricchi, pane bianco o pane nero; pane fresco o
pane secco, profumato o irrancidito?
Pane di Verga, di Silone, della Deledda, di Tommasi di Lampedusa o pane di
Pascoli?
La "Piada, pieda, pida, pié, si chiama dai romagnoli la spianata di grano o di
granoturco o mista, che è il cibo della povera gente; e si intride senza
lievito; e si cuoce in una teglia di argilla, che si chiama testo, sopra il
focolare, che si chiama arola…" è il pane di Giovanni Pascoli.

Se parliamo di piada subito il nostro pensiero va alla tradizione culinaria


romagnola, alle immagini vacanziere della sua riviera e dei chioschi dove
viene offerta con il prosciutto o lo squacquerone. Fino agli sessanta/settanta

71
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
non era così diffusa a livello nazionale; oggi la troviamo confezionata nei
supermercati e la portiamo a casa per farcirla a modo nostro.
La piadina, però, ha origini molto antiche, una sua storia e una sua dignità
culturale. Il primo documento storico che parla della "piada" risale infatti al
1371.
Questo piatto della tradizione è stato la musa ispiratrice della poesia "Il
desinare" e del poemetto "La Piada" di Giovanni Pascoli; in altri scritti il
poeta la cita come "pane di Enea" o "pane rude di Roma" attribuendole
l'origine latina e la descrive come "Piada, pieda, pida, pié, si chiama dai
romagnoli la spianata di grano o di granoturco o mista, che è il cibo della p
overa gente; e si intride senza lievito; e si cuoce in una teglia di argilla, che
si chiama testo, sopra il focolare, che si chiama arola…".

Si tratta del pane tradizionale più usato in Romagna e Pascoli gli dedica un
poemetto che contiene una descrizione felice del rapporto domestico con la
sorella Maria, rappresentato nel momento in cui allarga l'impasto e lo
stende in una forma rotonda, come una luna piena, e poi cotta in una teglia
di argilla, chiamata "testo".

Pascoli racconta un momento di serenità, mentre la piadina si rigonfiava e il


suo profumo si espandeva per la stanza. Sorella e fratello, nel lavorare
insieme, ripetono gesti familiari e da ricordare, creando un'atmosfera intima
e assorta.

72
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

L'amore per la cucina e per la campagna, per i sapori semplici e genuini, per
i prodotti dell'orto traspare nella sua produzione poetica spesso in maniera
discreta fino ad arrivare a descrivere delle vere e proprie ricette, l'ambiente
della cucina con tutti gli attrezzi: «teglia», «aglio», «paiolo», «cannone»
(matterello), «canovaccio» (telo).
Ma l'intento poetico non è ovviamente la descrizione dell'esecuzione di una
ricetta. La funzione nutritiva del cibo (della piada in questo caso) passa in
secondo piano per dare spazio ad una atmosfera magica dove
l'immaginazione e la comunicazione si concentrano su pensieri esistenziali e
sociali.
La piada povera, quella confezionata con farina di mais (eventualmente
arricchita di un po' di grano), ben diversa dalle piade ricche per i benestanti
di puro frumento, rinforzate con strutto, uova o zucchero, nella poesia del
Pascoli diventa un sublime e dignitoso "pane della povertà", "pane
dell'umanità", "pane della libertà" e "pane del lavoro".

73
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

LA GALLINA E LA PIADINA (riscrittura ad


opera di Lupelli Enza)

Differenza fra crescione e piadina

La gallina è nel recinto e alla rete si avvicina,

sta cercando gli ingredienti che le servono in cucina.

Fa la sfoglia con le zampe e le è già venuto un callo,

deve fare la piadina per il suo marito, il gallo.

La fa cuocere sulla piastra e la taglia in quattro spicchi,

ma al marito piaccion tanto i crascioni con i radicchi.

Oggi a pranzo han mangiato la piadina con il prosciutto

e non è avanzato nulla, han gustato proprio tutto.

Non è cuoca di lavoro, ma in cucina tanto vale,

e nel resto dei lavori della casa non è male.

Ma, purtroppo, c'è una cosa che da tutti è risaputa:

se si passa a casa sua, e per error non si saluta

se la prende a dismisura, e fa il muso fino a sera,

non ti parla, resta zitta, per una giornata intera.

E mi han detto che da poco fa anche una scenata nuova:

se si arrabbia, per protesta, non fa più neanche le uova.

Non accetta scortesie e la irrita 'sta cosa,

lo san tutti, e stanno attenti, perché è molto permalosa.

74
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

E' il carattere che ha, e che tanto sa mostrare,

e va bene, lo sappiamo, cosa ci possiamo fare?

Il "crescione", chiamato anche "cascione" o "cassone", è un piatto tipito


della Romagna, parente stretto della "piadina", con cui condivide la
preparazione di base.

L'impasto, infatti, è il medesimo ed entrambi, il crescione e la piadina, sono


cotti sulla teglia fino a quando la superficie non diviene dorata.

A differenza della più nota "piadina", però, la sfoglia del crescione è


ripiegata e chiusa dopo la farcitura e prima della cottura.

Proprio dalla farcitura del crescione, inoltre, sembra derivi il suo nome.
Infatti, era abitudine in passato riempire la sfoglia con un'erba chiamata
appunto crescione. Ad essa si aggiungeva aglio, scalogno e cipolla, che
insaporivano il tutto.

Ai nostri giorni questa farcitura non è più molto diffusa e al suo posto il
"crescione" è solitamente riempito con spinaci e bietole. Questi possono poi
essere accompagnati da ricotta, mozzarella o formaggio squacquerone.

75
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Marino Moretti, La Piè

Marino Moretti

Analisi del testo

Marino Moretti, La Piè (Il pane dei poveri)

Sotto la luce che gli batteva nel mezzo, il tagliere parve abbagliare
nella scura cucina.

Cristina portò il matterello della piada, ch'era più corto e più


sottile, un granatello quasi nuovo, e lo staccio mezzano: era il
vaglio più rado, quello che toglieva la crusca alla farina, ma
lasciava il cruschello.

La Menghinina era d'avviso che un po' di cruschello desse miglior


sapore alla piada.

E poi poteva mancare il cruschello al pane dei poveri?

Ella era una donna antica, un'azdora (la massaia) della tradizione e
si mostrava contrarissima alle azdore giovani che facevano della
piada una pizza, un dolce qualsiasi, adoperando - le schizzinose - il
puro fior di farina, gramolando e impastando col latte, lo strutto e
la chiara d'uovo, aggiungendo perfino alla miscela appiccicosa
quell'altra porcheriola del bicarbonato!

La piada era la piada: era pane.

Stacciava ella ritmicamente sul tagliere candido, e il vaglio leggero


come una piuma nella sua mano agile pareva quasi autonomo,
pareva girar su se stesso prillando, rialzandosi a ritmo da una parte
o dall'altra, divenendo aereo talvolta, cantando lievemente stridulo
nella danza concentrica: ma di mano in mano che la farina vagliata
sfuggiva di sotto allo staccio sparpagliandoglisi a poco a poco torno
torno, il canto si faceva più debole, s'attutiva, si smorzava come un
passo su un tappeto, sull'erba o sulla polvere.

Ecco fatto, - disse infine la Menghinina e parve più vecchia, perché


76
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
un altro po' di bianco le s'era posato sui capelli, sul corpetto, fin
sulle ciglia.

Prima d'impastare, pensò al fuoco.

Per cuocere la piada occorre la fiamma, la bella fiamma caduca, la


vampata, il falò.

Il grande testo rotondo, grande quanto lo staccio, deve riscaldarsi


così prima che vi si adagi la pasta.

La Menghinina sa che per ottenere questa fiamma occorrono


cannarelli che prendono subito, che s'incendiano con un solo
fiammifero; e, oltre ai cannarelli, quelle pigne rade, vuote e leggere
che si chiamano sgòbole e che son più resistenti e finiscono di
cuocere la pasta quando la fiamma è caduta.
La vecchia s'appressò al camino solennemente come il sacerdote
all'altare, preparò le tre pietre che dispose a triangolo sull'arola
alta, sotto la cappa: erano le tre pietre affumicate che dovevano
reggere il testo.

Preparò il fuoco, pigne e cannarelli, facendo una gran buca nel


centro, perché poi le fiamme salissero agli orli del testo e non
bruciassero in mezzo la sfoglia sottile; si pulì le mani col grembiule
che aveva sotto la parananza e ritornò al suo tagliere.

Intanto la vecchia era riuscita a render la pasta più compatta sotto


la gagliardia delle sue mani che parevan puntarsi sul tagliere con
tutto il polso, mentre la sua persona aderiva allo sforzo
ritmicamente, curvandosi, con un'ostinazione penosa che dava un
leggero dondolio alla testa abbassata tanto da lasciar la povera
nuca scoperta, e un piccolo tremito alle spalle.

Ecco: il più era fatto: la pasta era ben lavorata, pronta per il
matterello.

La Menghinina si drizzò tutta come per togliersi l'indolenzimento di


dosso: la schiena le doleva, povera vecchia.

Afferrò un coltello, divise la pasta in tre parti uguali, a occhio, per


le tre sfoglie.

Ma prima di spianarle col matterello diede l'ordine alla padroncina


77
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
di accendere.

La fiamma sorse subito, gaia, scoppiettante, crepitante,


schiacciata dal testo; sempre nuove fiammelle ne lambivano gli orli,
quasi curiose di vedere se la piada cruda era già stata distesa, un
po' più piccola del testo arroventato.

Si udiva tratto tratto una sgòbola scoppiare nella fiamma, e la


fanciulla aveva la sensazione dello scoppiare d'un mortaretto in
lontananza per una festa di domani.

Ma ecco la Menghinina avanzare solennemente, appressarsi


all'arola con le sue gote infossate di vecchia, rosse di fatica e di
caldo.

Teneva sulle due palme aperte, così come si tiene una cosa ricca,
la prima candida sfoglia che ricadeva floscia dalle sue mani in
pieghe molli di stoffa morbida e spessa.

Con abilità sorprendente, di colpo la gettò sul testo facendovela


ricadere senza una piega, perfetta.

Cristina, entusiasticamente, abbracciò la sua serva.

Mi lasci, mi lasci stare! - gridava la Menghinina divincolandosi.

Mi lasci stare quando lavoro!

Ecco, la piada si brucia!

Bisogna voltare la piada!

Mi lasci, mi lasci! -

Si sciolse in tempo da quell'abbraccio furioso: la piada non s'era


bruciata, ma bisognava voltarla. Aveva fatto un po' di crosta
indurendosi agli orli ed era già picchiettata di bruciaticcio; bollicine
si sollevavan qua e là nel calore giusto della terracotta, si colorivan
leggermente, taluna si bruciava e scoppiava.

La vecchia insinuò il coltello da cucina fra testo e piada perché


questa non cuoceva troppo nel mezzo, e chinatasi, soffiò sulle

78
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
sgòbole che si disfacevano ardendo senza quasi più fiamma.

D'un tratto giunse di lontano un suono strano, caratteristico, quasi


lugubre, di oggetti di rame o di bandone sbattuti ritmicamente, a
pause, simile al suono di una campana a martello di cui si
propagasse l'eco dall'una all'altra riva, nel silenzio notturno.

Cristina si alzò spaventata.

I barchetti entrano in porto col pesce - spiegò la Menghinina.

Sente?

Devono battere la secchia; a quest'ora!

La prima piada era fatta.

Ella la ritirò col coltello, la prese poi col pollice e l'indice incalliti,
che non temevano le scottature, la mostrò con orgoglio alla
padroncina tenendola sollevata in alto, bella, tonda, compatta,
fantastica, religiosa, miracolosa, come una grande ostia da
spezzarsi nel rito domestico: la portò poi sulla credenza e la mise lì,
ritta contro il muro, dietro i candelieri, perché non rinvenisse.

Si finisce di cuocere - mormorò poi con dolcezza, riprendendo il


matterello.

La vita e le opere

Marino Moretti nasce nel 1885 in Romagna, a Cesenatico, dove morirà


vecchissimo, dopo una vita appartata e densa di lavoro, nel 1979. Interotti
gli studi, ad appena diciassette anni, si reca a Firenze, una città destinata a
lasciare in lui un segno indelebile. Qui frequenta la scuola di recitazione di
via Laura, dove conosce Aldo Palazzeschi: accompagnati anche dallo scarso
successo delle loro ambizioni teatrali, i due intrecciano un'amicizia feconda
e saldissima. L'opera prima di Moretti, la raccolta di versi "Fraternità"
(1905), viene recensita dall'amico; al quale è ricambiato il favore per "i
cavalli bianchi", prima raccolta di Palazzeschi che - lo si noti - riprende nel
titolo un'immagine tratta dall'opera morettiana. Qualche anno dopo vedono
la luce i libri più importanti di Moretti, da "Poesie scritte col lapis" (1910) a
"Poesie di tutti i giorni" (1911), cui seguirà "Il giardino deii frutti" (1916). Si

79
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
tratta di testi ispirati sin dai titoli a una vena crepuscolare di poesia
quotidiana e abbassata di tono. E' significativo che editore di tutte e tre le
raccolte sia Ricciardi di Napoli, che in quegli anni andava pubblicando anche
le opere di Sergio Corazzini. Allo scoppio della Grande Guerra, Moretti si
arruola volontario, ma ben presto gli è assegnato il ruolo di addetto stampa
della Croce Rossa a Roma. Al termine del conflitto, il poeta sente
significativamente il bisogno di presentare una selezione antologica della
propria produzione giovanile e, insieme, di accomiatarsene (la guerra è
stata un potente discrimine anche in senso culturale): nel 1919 esce
pertanto presso l'editore Treves di Milano un volume di "Poesie scritte col
lapis" che comprende una scelta di testi provenienti dalle precedenti
raccolte. L'esperienza crepuscolare è così formalmente conclusa. In realtà,
essa non muore del tutto; piuttosto, si rinnova segretamente nell'ispirazione
del poeta e nella sua stessa sensibilità critica. Non per caso l'antologia
appena citata rivedrà la luce trent'anni dopo la prima edizione, questa volta
da Mondadori, e con nuove modifiche: il poeta vuole insomma suggerirci
che il suo "lapis" (la matita) è sempre stato ben vitale.

Ma intanto Moretti, dopo alcuni racconti giovanili, ha iniziato a pubblicare


anche i suoi primi romanzi, vale a dire "Il sole del sabato"(1913) e
"Guenda"(1915), caratterizzati, come del resto i racconti, da un vivace
'colore' romagnolo. La produzione in prosa sembra prendere il sopravvento
a partire dagli anni Venti. Nel '22 Moretti inizia a collaborare al "Corriere
della sera"; nel biennio successivo pubblica due opere dedicate alla madre,
"Mia madre" e "Il romanzo della mamma"; ma del '23 è anche un altro
romanzo, "I puri di cuore". C'è quindi l'adesione (1925) al Manifesto
antifascista di Benedetto Croce, ciò che, unito alla pubblicazione del nuovo
romanzo "Il trono dei poveri"(1928), poco gradito al regime, induce Moretti a
riparare per qualche tempo a Parigi e nei Paesi Bassi (l'iniziale antifascismo
non modifica comunque il temperamento essenzialmente apolitico e
appartato del poeta).
Successivamente escono i suoi romanzi più belli e fortunati, capaci di
rendere con piglio agile e pittoresco ambienti e atmosfere della piccola
borghesia provinciale: così "L'Andreana"(1935) e "La vedova
Fioravanti"(1941): certo i due romanzi morettiani più fortunati. Da ricordare
però anche "La camera degli sposi"(1958), così come vanno menzionate per
la felicità della loro vena memorialistica opere come "Il tempo felice"(1929),
"Via Laura. Il libro dei sorprendenti vent'anni"(1931) e "I grilli di Pazzo

80
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Pazzi"(1951).

Gli ultimi, lunghi decenni della vita di Moretti vedono, a sorpresa, la


ricomparsa della produzione lirica. Come si è detto, in realtà il poeta il poeta
non ha mai abbandonato del tutto i suoi versi, tendendo piuttosto a
ripercorrere, rinnovandoli, i solchi tracciati nella giovinezza. Ma c'è spazio
anche per poesie nuove, originali. Nel 1965 esce, nell'ambito della
complessiva edizione mondadoriana delle "Opere", il "Diario senza le date",
che comprende liriche composte a partire dagli anni Venti: un'ulteriore
dimostrazione che il filo della originaria ispirazione non si è dunque mai del
tutto interrotto. Dopo di che, ecco nel giro di pochi anni una serie di nuove
raccolte in versi, complessivamente omogenee: "Lultima estate"(1969), "Tre
anni e un giorno"(1971), "Le poverazze. Diario a due voci"(1973) e infine
una seconda, aggiornata edizione del "Diario senza le date"(1974).

Le due 'stagioni' di un crepuscolare

Possiamo riassumere quanto detto circa la produzione di Moretti in uno


schema abbastanza preciso. Fecondo poeta crepuscolare all'esordio; quindi,
specialmente a partire dalla Grande Guerra, soprattutto narratore e
memorialista; infine ancora poeta, capace insieme di restare fedele alla sua
vena originaria e di modificarla.
Esaminiamo qui, nei suoi due momenti, lo sviluppo della produzione in versi
di Moretti, più caratteristica e letterariamente decisiva di quella in prosa (la
quale ha comunque valore, soprattutto per il suo vivace gusto realistico).
Tra i primi lettori di Moretti, lo scrittore Federico Tozzi osserva che, mentre
Gozzano deriva la sua poesia da quella, tutta "esteriore", di D'Annunzio,
quella morettiana si ispira piuttosto a una "interiorità" di tipo pascoliano. E'
uno schema un po' forzato, e riduttivo per quanto concerne il giudizio su
D'Annunzio, ma in sostanza efficace, tanto da essere ripreso - pur se con
notevoli aggiustamenti - anche dalla critica più recente. Dal corregionale
Pascoli, Moretti deriva effettivamente il gusto delle piccole cose di tutti i
giorni, della realtà più minuta e modesta e, insomma, il gusto di tutto quel
repertorio di oggetti, atmosfere, parole che 'fanno' il suo crepuscolarismo.
Altra significativa affinità, tra i due romagnoli, è il radicatissimo e non
taciuto affetto per la madre.
Ma, oltre a Pascoli, Moretti sa comunque attingere anche ai poeti franco-
belgi già più volte ricordati come fonte per il Crepuscolarismo italiano, e ai

81
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
coetanei come Govoni, l'amico Palazzeschi e, per certi aspetti, Gozzano. Nel
complesso, egli rielabora "con candida astuzia" temi e modi linguistici dei
predecessori; e quella che offre è dunque una poesia colta e raffinata, al di
là della apparente 'ingenuità'.

Che questa ingenuità sia, appunto, apparente, lo dimostra bene, oltre alla
raffinatezza formale delle composizioni, anche l'idea stessa che Moretti ha
della poesia e del ruolo di poeta. C'è infatti in lui una negazione della
eloquenza poetica, e della 'storia' in cui questa eloquenza si dovrebbe
manifestare, che in un certo senso, è ancor più radicale rispetto agli altri
crepuscolari; se, per esempio, Gozzano diceva di vergognarsi di essere un
poeta e Corazzini negava addirittura di esserlo, Moretti va oltre e afferma di
non avere "niente da dire", giudica il poeta un essere di "poco cervello" che
non sa nulla della vita, conoscendola solo dalla "giostra2 della poesia:
insomma, una sorta di "pagliaccio", infinitamente distante dai "VATI" che
alla poesia davano così tanta importanza.
Ne deriva, come osserva Fausto Curi, una vera "profanazione della poesia".
L'autore applica il suo "lapis" alla realtà più banale e quotidiana, non però
con l'idea di ricavarne 'epifanie' o simbolismi come fa Pascoli con le sue
"Myricae", ma piuttosto per restituirla così come è, nel suo colore scialbo e
inerte ('il grigio che incombe / sui cuori'). Di qui, ancora secondo la tesi di
curi, il rovesciarsi del pascolismo morettiano in un sostanziale
'antipascolismo': se Pascoli è protagonista attivo della propria poesia,
Moretti 'subisce' gli oggetti che canta e li registra annullandosi, per così
dire, in essi.
Ma al di là di queste - forse un poco forzate - interpretazioni, quali sono tali
oggetti? Quali i temi della poetica morettiana? Il repertorio non muta troppo
rispetto alla maniera crepuscolare: giardini 'chiusi'(come quelli delle stazioni
ferroviarie); ambienti e arredi domestici(per esempio la cucina con i tegami
smaltati, gli aromi, il paiuolo che brontola); educandati e conventi, farmacie
e botteghini del lotto; e poi beghinaggi, organetti, tristezza domenicale (il
tipico 'giorno crepuscolare'); e ancora quaderni, matite, maestrine,
compagni di scuola. Ma si potrebbe continuare a lungo.
In ogni caso, cantando simili oggetti e simili atmosfere, il poeta si ripiega in
sè, ricerca sentimenti persino morbosamente tesi (per esempio, la 'gelosia'
per la sorella sposata nella poesia "A Cesena"): c'è insomma - per
riprendere il confronto - la sensibilità esasperata di Pascoli, non la sua
'felicità' dinanzi al 'manifestarsi' delle cose.

82
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Ne consegue una scrittura di "grado zero"(Bàrberi-Squarotti), senza picchi
espressivi. Una "prosa-poesia", come la definisce lo stesso Moretti nel testo
d'apertura del "Giardino dei frutti", in cui il discorso è costantemente
abbassato a un tono colloquiale e, appunto, prosastico. Di qui, quella
"omogeinità tendente al grigio" che corrisponde all'assunto del "non avere
nulla da dire". La sintassi è conseguentemente lineare, spesso franta,
adattandosi ai poveri ritmi della realtà che rappresenta (si veda "Piove. E'
mercoledì. Sono a Cesena"). Il lessico, ovviamente, è umile e semplice come
il 'lapis' che gli dà vita.
Ma in tale contesto così atonale, spicca una - talvolta ben celata -
squisitezza metrica e, più in generale, stilistica. Una raffinatezza formale
certo in contrasto con il 'lassismo' che, come si è visto, ha caratterizzato la
produzione crepuscolare rispetto al magistero di Carducci, Pascoli e
D'Annunzio. Proprio da Pascoli anzi, Moretti deriva certe eleganti
sperimentazioni e, in particolare, il gusto per le rime e le forme metriche
chiuse (si ricordi come invece un Corazzini procedesse senz'altro nella
direzione del verso libero). Non mancano poi arguti 'giochi di prestigio': se
Gozzano rimava "Nietzche" con "camicie", Moretti ("La maestra di piano") fa
quasi lo stesso con gli accoppiamenti "Piove:Beethoven" e
"quaderni:Czerny". Nella sostanza, la "prosa-poesia" morettiana implica un
aumento, non una diminuzione, d'artificio, che la allontana dalla prosaicità.

Nelle raccolte degli ultimi anni la poesia di Moretti tende a un gusto


diaristico ed epigrammatico: un'evoluzione che come si è detto non
contraddice, ma semplicemente sviluppa la primitiva maniera. Sono al
riguardo preziose, in queste raccolte, le testimonianze poetiche che
risalgono alla fase di mezzo della produzione morettiana (quella che
appariva monopolizzata dagli scritti in prosa). Grazie a esse possiamo
notare come l'originaria vena crepuscolare non scompaia mai del tutto ma,
come dire, si modifichi prosciugandosi - poco per volta - in una dimensione
più netta e priva di ripiegamenti 'sentimentali'. Ne risulta una ironia (e
autoironia) non di rado beffarda, che riflette sulla vita e sulla morte, sulla
poesia e sulla vecchiaia. Lo stile, di conseguenza, si innervosisce in una
sintassi ancora più franta, mentre il metro, pur in apparenza piu' libero
rispetto ai primi testi, rimane vigilatissimo. Vale più che mai insomma il
giudizio della critica circa la "candida astuzia" del poeta.

La biografia e la carriera letteraria di Marino Moretti sono in definitiva

83
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
quelle, per così dire, di un crepuscolare sopravvissuto. Nella sua vicenda
possiamo così riconoscere quell'evoluzione, nella 'maniera' poetica ma
anche esistenziale, che in altri autori è stata negata dalla morte precoce
(Gozzano e Corazzini) o da mutate attitudini (Govoni e Palazzeschi), e in
ogni caso dall'avvento della Grande Guerra che, come si è detto, ha
inevitabilmente concluso la stagione crepuscolare.
A differenza di Govoni e Palazzeschi, passati dalle prime prove crepuscolari
al Futurismo e a successive variegate esperienze, Moretti rimane
sostanzialmente fedele a un suo 'tono', adattandolo però di volta in volta,
rivisitandolo e ricreandolo continuamente. Tanto che pubblicherà più volte,
con successive variazioni e sino agli anni maturi, la scelta giovanile delle
"Poesie scritte col lapis": segno indiscutibile di fedeltà all'ispirazione poetica
dei primi anni.
E' evidente una contrapposizione fra l'agire di una donna anziana, avezza
alla cucina, e quello di giovani donne che vogliono modificare la tradizione.

La scena è familiare e casalinga e il poeta descrive con precisione i gesti


della vecchia Menghinina che è solita fare per realizzare la vera piadina,
pane dei poveri, perché è fatta anche con il "cruschello".

Il poeta descrive minuziosamente i gesti e con estrema semplicità analizza


la scena. 

84
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

POESIA PIADA (riscrittura ad opera di


Petaroscia Giovanni)

Come un muratore,

la vecchia signora,

ci mette ardore

per i peccati di gola.

Ciò che per voi è piada,

per lei è pane, il pane dei poveri.

Ella la prepara con il cruschello

che non fa male, ma rende tutto bello.

Con lo stesso calore

passano secondi, passano ore,

cuoce la pié, pane dei poveri.

Con il fuoco che da vita,

anche i cuori pieni di dolore

si inebriano del profumo che invita.

85
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Filippo Marinetti, Manifesto della cucina


futurista

Il Manifesto della cucina futurista

Il Futurismo italiano, padre di numerosi futurismi e avanguardisti esteri, non


rimane prigioniero delle vittorie mondiali ottenute «in venti anni di grandi
battaglie artistiche politiche spesso consacrate col sangue» come le chiamò
Benito Mussolini. Il Futurismo italiano affronta ancora l'impopolarità con un
programma di rinnovamento totale della cucina. Fra tutti i movimenti
artistici letterari è il solo che abbia per essenza l'audacia temeraria. Il
novecentismo pittorico e il novecentismo letterario sono in realtà due
futurismi di destra moderatissimi e pratici. Attaccati alla tradizione, essi
tentano prudentemente il nuovo per trarre dall'una e dall'altro il massimo
vantaggio.

Contro la pastasciutta

Il Futurismo è stato definito dai filosofi «misticismo dell'azione», da


Benedetto Croce «antistoricismo», da Graça Aranha «liberazione dal terrore
estetico», da noi «orgoglio italiano novatore», formula di «arte-vita
originale», «religione della velocità», «massimo sforzo dell'umanità verso la
sintesi», «igiene spirituale», «metodo d'immancabile creazione», «splendore
geometrico veloce», «estetica della macchina». Antipraticamente quindi, noi
futuristi trascuriamo l'esempio e il mònito della tradizione per inventare ad
ogni costo un nuovo giudicato da tutti pazzesco. Pur riconoscendo che
uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel
passato, noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo
quel che si beve e si mangia. Consultiamo in proposito le nostre labbra, la
nostra lingua, il nostro palato, le nostre papille gustative, le nostre
secrezioni glandolari ed entriamo genialmente nella chimica gastrica. Noi
futuristi sentiamo che per il maschio la voluttà dell'amare è scavatrice
abissale dall'alto al basso, mentre per la femmina è orizzontale a ventaglio.
La voluttà del palato è invece per il maschio e per la femmina sempre
ascensionale dal basso all'alto del corpo umano. Sentiamo inoltre la

86
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
necessità di impedire che l'Italiano diventi cubico massiccio impiombato da
una compattezza opaca e cieca. Si armonizzi invece sempre più coll'italiana,
snella trasparenza spiralica di passione, tenerezza, luce, volontà, slancio,
tenacia eroica. Prepariamo una agilità di corpi italiani adatti ai leggerissimi
treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio.
Convinti che nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile,
più scattante, noi futuristi dopo avere agilizzato la letteratura mondiale con
le parole in libertà e lo stile simultaneo, svuotato il teatro della noia
mediante sintesi alogiche a sorpresa e drammi di oggetti inanimati,
immensificato la plastica con l'antirealismo, creato lo splendore geometrico
architettonico senza decorativismo, la cinematografia e la fotografia
astratte, stabiliamo ora il nutrimento adatto ad una vita sempre più aerea e
veloce. Crediamo anzitutto necessaria: a) L'abolizione della pastasciutta,
assurda religione gastronomica italiana. Forse gioveranno agli inglesi lo
stoccafisso, il roastbeef e il budino, agli olandesi la carne cotta col
formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma
agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito
vivace e coll'anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi
sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati
arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta
quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e
sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo. Un intelligentissimo
professore napoletano, il dott. Signorelli, scrive: «A differenza del pane e del
riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo
alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il
lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta
ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza,
pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo».

Crediamo anzitutto necessaria:

a) L'abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana.


Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso,il roast-beef e il budino, agli
olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone
affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per
esempio, contrasta collo spirito vivace e coll'anima appassionata generosa
intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati,
oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della

87
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico
scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo. Un
intelligentissimo professore napoletano, il dott.Signorelli, scrive: "A
differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza,
non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in
bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas
e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne
derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo".

Invito alla chimica

La pastasciutta, nutritivamente inferiore del 40% alla carne, al pesce, ai


legumi, lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai
sonnolenti velieri, in cerca di vento. Perchè opporre ancora il suo blocco
pesante all'immensa rete di onde corte lunghe che il genio italiano ha
lanciato sopra oceani e continenti, e ai paesaggi di colore forma rumore che
la radiotelevisione fa navigare intorno alla terra? I difensori della
pastasciutta ne portano la palla o il rudero nello stomaco, come ergastolani
o archeologi. Ricordatevi poi che l'abolizione della pastasciutta libererà
l'Italia dal costoso grano straniero e favoriràl'industria italiana del riso.

b) L'abolizione del volume e del peso nel modo di concepire e valutare il


nutrimento.

c) L'abolizione delle tradizionali miscele per l'esperimento di tutte le nuove


miscele apparentemente assurde, secondo il consiglio di Jarro Maincave e
altri cuochi futuristi.

d) L'abolizione del quotidianismo mediocrista nei piaceri del palato.

Invitiamo la chimica al dovere di dare presto al corpo le calorie necessarie


mediante equivalenti nutritivi gratuiti di Stato, in polvere o pillole, composti
albuminoidei, grassi sintetici e vitamine. Si giungerà così ad un reale ribasso
del prezzo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro.
Oggi per duemila kilowatt occorre soltanto un operaio. Le macchine
costituiranno presto un obbediente proletariato di ferro acciaio alluminio al
servizio degli uomini quasi totalmente alleggeriti dal lavoro manuale.
Questo, essendo ridotto a due o tre ore, permette di perfezionare e
nobilitare le altre ore col pensiero le arti e la pregustazione di pranzi
perfetti. In tutti i ceti i pranzi saranno distanziati ma perfetti nel
quotidianismo

88
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
degli equivalenti nutritivi.

Il pranzo perfetto esige:

1. Un'armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi


sapori e colori delle vivande.

2. L'originalità assoluta delle vivande.

Il "Carneplastico"

Esempio: Per preparare il Salmone dell'Alaska ai raggi del sole con salsa
Marte, si prende un bel salmone dell'Alaska, lo si trancia e passa alla griglia
con pepe e sale e olio buono finché è bene dorato. Si aggiungono pomodori
tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio.

Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga


intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La
salsa sarà composta di acciughe, tuorli d'uova sode, basilico, olio d'oliva, un
bicchierino di liquore italiano Aurum, e passati al setaccio. (Formula di
Bulgheroni, primo cuoco della Penna d'Oca.)

Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete


una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di
prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro,
cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di
cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane
quadrato inzuppato di rhum e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela
poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un
mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della
buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa
nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco
della Penna d'Oca).

3. L'invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di


forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.

Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore furista Fillìa, interpretazione


sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica
di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte.
Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da

89
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che
poggia su tre sfere dorate di carne di pollo.

Equatore + Polo Nord

Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal


pittore furista Enrico Prampoliniè composto da un mare equatoriale di tuorli
rossi d'uova all'ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di
chiaro d'uovo montato e solidificato pieno di spicchi d'arancio come succose
sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero
tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista zenit.

Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno


perfetti pranzi simultanei.

4. L'abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che


possono dare un piacere tattile prelabiale.

5. L'uso dell'arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda


deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola
mediante ventilatori.

6. L'uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè
non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il
sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.

7. L'abolizione dell'eloquenza e della politica a tavola.

8. L'uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per
accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.

9. La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei
convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non
mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.

10. La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci,


venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina
futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella
letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo
svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell'Estremo Oriente.

90
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

11. Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il


profumo dell'ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi
ultravioletti (poiché molte sostanze alimentari irradiate con raggi
ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili,
impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.) elettrolizzatori per scomporre
succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo
prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la
polverizzazione di farine, frutta secca, droghe ecc.; apparecchi di
distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe,
dializzatori. L'uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando
p.es. l'errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il
che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle
alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell'acidità e della
basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di
sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.

91
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

LA CHIMICA IN CUCINA (riscrittura ad opera


di Petruzzelli Antonia)

Progetto PON INDIRE

Ricette con la chimica

Gelato al caffè o alla crema

Questi gelati sono da prepararare al momento, utilizzando azoto loquido alla


temperatura di quasi 200°C sotto zero

Sorbetto al limone

Ingredienti per uan persona:

300 g di succo di limone

100 g di zuccero

1/2 di albume d'uovo

Preparazione: bollire per 3 minuti 1 dl di acqua con lo zucchero. Estrarre


dal limone il succo ed unirlo allo sciroppo di zucchero, amalgamandolo
bene. Mettere il composto nel freezer per 3 ore, rigirandolo ogni 20-30
minuti. Unire il 1/2 albume di uovo montato a neve e rimettere in freezer
fino a quando tutto sarà ben gelato, girandolo sempre ogni 30 minuti.
Servire in coppette ben fredde.

Torta allo yogurt e mandorle a forma di valigia

92
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

https://www.paneangeli.it/ricette/dettaglio/torta-yogurt-mandorle-a-forma-
di-valigia

Progetto PON INDIRE:

http://www.scuolavalore.indire.it/wp-
content/uploads/2014/12/La_chimica_in_cucina.pdf

93
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Umberto Saba, Polpette al pomodoro

Polpette al pomodoro

Polpette al pomodoro

"Tua madre, che non era una letterata, e passò due terzi della sua vita in
cucina, ad ammannire per i suoi cibi non molto variati, ma dai quali
emanava, come da un uguale centro affettivo, un uguale irradiante calore
(l'inconfondibile impronta di un modo di esistere e, quindi, di uno stile)
ripegò – per così dire – sulle polpette, quando, partita te per un diverso
destino, la casa rimase quella di due poveri vecchi, che cercavano di celarsi
a vicenda i desiderio egoistico di essere il primo a morire, per non dover
rimanere solo sulla terra…. Le polpette al pomodoro, che né tu né io
assageremo più a questo mondo, venivano, non confezionate, ma servite in
due modi diversi. La tua povera madre le mangiava calde e senza la salsa;
io fredde e col piatto ricoperto fino agli orli di pomodoro."

Si tratta di un breve racconto, scritto dal poeta triestino Umberto Saba nel
1957, che immagina di avere ospite a cena Giacomo Leopardi.

Siamo a casa Saba, il menù è leggero per non infastidire la debolezza di


stomaco dell'illustre ospite: minestra di asparagi, pesce lesso, torta al gelato
"con più gelato che torta". Magari anche il caffé, se lo gradiva. 

E insieme al pasto, si gustano le poesie del giovane di Recanati.

La poesia accompagna il pasto come il pane per la scarpetta del sugo delle
polpette.

94
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

LA RICETTA DELLE BUONE POLPETTE


(riscrittura ad opera di Sblendorio Jada)

Ricetta sulle polpette

PER 30 POLPETTE
• 50 g di mollica di pane raffermo
• 100 ml di latte
• 200 g di salsiccia
• 200 g di carne macinata di maiale (lonza)
• 300 g di carne macinata di manzo
• 100 g di mortadella a cubetti
• 3 uova
• 50 g di parmigiano
• 30 g di prezzemolo
• 1 cucchiaino di sale
• pepe
• noce moscata
• rosmarino
• 200 g di pangrattato
• 150 g di farina
• 500 ml di olio per friggere

Ammollate il pane raffermo nel latte per circa 10 minuti. Nel frattempo
preparate il composto unendo tutti gli ingredienti, tenendo da parte 2 uova
che vi serviranno più tardi per l'impanatura. Lavorate fino a ottenere un
impasto omogeneo. Unite il pane ammollato dopo averlo ben strizzato.
Lasciate riposare per qualche minuto.

In ciotoline distinte ponete il necessario per impanare: pangrattato, farina,


due uova sbattute con un pizzico di sale. Ricavate dall'impasto delle palline
che passerete prima nella farina, poi nell'uovo e infine nel pangrattato.

Schiacciate leggermente le polpette di carne e immergetele nell'olio da


frittura, ben caldo. Serviranno circa 10 minuti di cottura a fuoco medio.
Quando le polpette saranno ben dorate scolatele in e asciugatele su un
foglio di carta assorbente da cucina. Potete gustarle così oppure farle

95
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
cuocere in padella e trasformarle in polpette al sugo.

96
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Analisi a cura di Faustino Antonella

Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una


volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano,
dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto
delle case c'erano tanti frigoriferi.

Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro


frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni
frigorifero c'era un telefono per parlare con l'inquilino.

"Pronto".
"Pronto".
"Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di
mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?"
"Perbacco, è d'oro massiccio. Ma non esce mai di lì".

"D'inverno, se fa abbastanza freddo, in un'automobile di ghiaccio".


"E se per caso il sole sbuca d'improvviso dalle nuvole mentre la Vostra
Maestà fa la sua passeggiatina?".
"Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati".

"Bum," disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

Si tratta di un racconto di Gianni Rodari, una delle 70 favole raccolte in


"Favole al telefono", pubblicate a partire dal 1961.

La favoletta, il cui titolo crea moltissima curiosità, è tratta da "I viaggi di


Giovannino Perdigiorno", un libro per ragazzi, uscito nella collana "Tanti
bambini".

Giovannino Perdigiorno è il protagonista, un viaggiatore ed un esploratore


che un giorno capitò in un paese molto strano, in quanto le abitazioni erano
dei frigoriferi.

97
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Tutti dovevano vivere al fresco, perché con il sole e le alte temperature


potevano sciogliersi. Giovannino si avvicina ad un'abitazione, un frigorifero
con un oblò, e con una cornetta telefonica comunica con l'inquilino, niente
di meno che il re degli uomini di burro.

L'esploratore, incuriosito, chiede al re come mai non esca mai da lì e il re gli


rsisponde che può farlo solo d'inverno e solo se fa abbastanza freddo.

La curiosità si fa più forte e Giovannino chede ancora al re cosa accadrebbe


se d'improvviso uscisse il sole, mentre sua maestò facesse la sua
passeggiata.

Il re risponde che non potrebbe mai capitare, perché non è permesso. Se


succedesse, farebbe mettere in prigione il sole dai suoi soldati.

Giovannino, sconcertato, va vià dal paese degli "uomini di burro", per


recarsi in un nuovo paese.

Consigliata ai lettori di 5/6 anni, la favoletta si presenta semplicissima e


piena di dialoghi, proprio per arrivare diretta e senza filtri a chi legge.

Il tutto ruota sull'immaginazione, legata all'idea di uomini fatti di cibo, in


questo caso di burro, sì da legare il lettore alle storie mentre le leggono o le
ascoltano.

Con il finale i bimbi si immedesimano in Giovannino: mai smettere di


cercare e di essere curiosi.

98
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

IL BURRO (riscrittura ad opera di Faustino


Antonella)

Dal Vocabolario TRECCANI:

burro s. m. [dal fr. ant. burre (mod. beurre), che è il lat. būty̆rum, gr.
βούτυρον; cfr. butirro]. ጀ1. Sostanza alimentare costituita dalle materie
grasse contenute nel latte di vacca, o anche di capra, pecora, renna, ecc., e
ottenuta mediante la scrematura (o separazione dal latte delle minute
goccioline di grasso che vi sono emulsionate) e la burrificazione, con la
quale la crema viene trasformata in burro; è un alimento altamente
energetico, composto per l'82-87% di grasso (mescolanza di gliceridi,
lecitine e piccole quantità di colesterolo e vitamine A e D) e di acqua,
proteine, sali minerali, sostanze aromatiche: b. di cremeria o da tavola, il
burro ottenuto da creme pastorizzate e fermentate artificialmente; b.
di centrifuga, quello ottenuto da creme di centrifuga, dolci o fermentate
spontaneamente; b. di casone, ottenuto da creme di affioramento; b. di siero
, ottenuto da creme di siero o simili; b. chiarificato, quello privato,
attraverso una prima fusione, delle parti lattiginose ancora presenti per
evitare che annerisca con la frittura. Nell'uso com.: b. fresco, rancido;
un panetto di b.; pane e b. o pane col b., pane spalmato di burro; pane al b.,
quando nella fabbricazione è condito con burro; uova al b.; spaghetti al b.
(più corretto ma meno com. col b.). Come simbolo di morbidezza: tenero,
morbido come il b.; questa carne è un b.; anche di persona delicata, o mite,
arrendevole: è un b., è fatto di b.; ha le mani di b., chi lascia cadere ogni
cosa. 2. a. B. vegetale, grasso commestibile, preparato per idrogenazione di
olî vegetali di palma, cocco, ecc.; in alcune confezioni è mescolato con
margarina. b. B. di cacao: v. cacao. 3. Nome di varie sostanze di
consistenza e aspetto simile al burro: a. B. minerale, varietà di cerargirite. b.
B. essiccativo, miscela usata in pittura come essiccativo, costituita da
acetato basico di piombo e olio di noci; umettata con acqua acquista la
consistenza del burro. c. B. metallici, nome di alcuni cloruri caratterizzati
dall'aspetto molle di consistenza burrosa: b. d'antimonio, tricloruro
d'antimonio; b. d'arsenico, tricloruro d'arsenico; b. di stagno, cloruro
stannico; b. di zinco, cloruro di zinco, ecc. d. B. nero, il letame di stalla come

99
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
si presenta dopo la normale decomposizione in concimaia, e cioè pastoso,
untuoso e di colore nero o bruno. 4. Albero del b., nome di varie piante dalle
quali si ricavano sostanze grasse simili al burro.

Crema di burro: una ricetta facile facile


Tempo di preparazione: 0 minuti
Tempo di cottura: 10 minuti
Ingredienti (5 Porzioni):
500gr di burro
Sciogliere lentamente il burro in una casseruola.

Lasciarlo riposare 20 minuti, poi schiumarlo.

Versarlo in un recipiente facendo attenzione a lasciare le schiuma bianca


sul fondo della casseruola.

Conservarlo al fresco.

100
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Italo Calvino, La distanza della luna

La distanza della luna

Da La distanza della luna – "Le cosmicomiche" di I. Calvino

Ora voi mi chiederete cosa diavolo andavamo a fare sulla Luna, e io ve lo


spiego. Andavamo a raccogliere il latte, con un grosso cucchiaio ed un
mastello. Il latte lunare era molto denso, come una specie di ricotta. Si
formava negli interstizi tra scaglia e scaglia per la fermentazione di diversi
corpi e sostanze di provenienza terrestre, volati su dalle praterie e foreste e
lagune che il satellite sorvolava. Era composto essenzialmente di: succhi
vegetali, girini di rana, bitume, lenticchie, miele d'api, cristalli d'amido, uova
di storione, muffe, pollini, sostanze gelatinose, vermi, resine, pepe, sali
minerali, materiale di combustione. Bastava immergere il cucchiaio sotto le
scaglie che coprivano il suolo crostoso della Luna e lo si ritirava pieno di
quella preziosa fanghiglia. Non allo stato puro, si capisce; le scorie erano
molte: nella fermentazione (attraversando la Luna le distese di aria torrida
sopra i deserti) non tutti i corpi si fondevano; alcuni rimanevano conficcati lì:
unghie e cartilagini, chiodi, cavallucci marini, noccioli e peduncoli, cocci di
stoviglie, ami da pesca, certe volte anche un pettine. Così questa purè, dopo
raccolta, bisognava scremarla, passarla in un colino. Ma la difficoltà non era
quella: era come mandarla sulla Terra. Si faceva così: ogni cucchiaiata la si
lanciava in su, manovrando il cucchiaio come una catapulta, con due mani.
La ricotta volava e se il tiro era abbastanza forte s'andava a spiaccicare sul
soffitto, cioè sulla superficie marina. Una volta là, restava a galla e tirarla su
dalla barca era poi facile. Anche in questi lanci mio cugino il sordo
dispiegava una particolare bravura; aveva polso e mira; con un colpo deciso
riusciva a centrare il suo tiro in un mastello che gli tendevamo dalla barca.
Invece io certe volte facevo cilecca; la cucchiaiata non riusciva a vincere
l'attrazione lunare e mi ricadeva in un occhio. Non vi ho detto ancora tutto,
delle operazioni in cui mio cugino eccelleva. Quel lavoro di spremere latte
lunare dalle scaglie, per lui era una specie di gioco: invece del cucchiaio
certe volte bastava ficcasse sotto le squame la mano nuda, o solo un dito.
Non procedeva con ordine ma in punti isolati, spostandosi dall'uno all'altro
con salti, come volesse giocare degli scherzi alla Luna, delle sorprese, o

101
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
addirittura provocarle il solletico. E dove metteva la mano lui, il latte
schizzava fuori come dalle mammelle d'una capra. Tanto che a noialtri non
restava che tenergli dietro, e raccogliere coi cucchiai la sostanza che egli
andava, ora qua ora là, facendo gemere; ma sempre come per caso, dato
che gli itinerari del sordo non parevano rispondere ad alcun chiaro proposito
pratico. C'erano punti, per esempio, che toccava solamente per il gusto di
toccarli: interstizi tra scaglia e scaglia, pieghe nude e tenere della polpa
lunare. Alle volte mio cugino vi premeva non le dita della mano, ma - in una
mossa ben calcolata dei suoi salti - l'alluce (montava sulla Luna a piedi
scalzi) e pareva che ciò fosse per lui il colmo del divertimento, a giudicare
dallo squittio che emetteva la sua ugola, e dai nuovi salti che seguivano.

E' un racconto tratto da Le Cosmicomiche, una raccolta di 12 racconti


d'ambientazione fantascientifica pubblicata nel 1956. Ogni racconto si apre
con un enunciato su di un principio scientifico di fisica, di astronomia o di
biologia, narrando le diverse vicende tutte rigorosamente derivanti dalla
fantasia dell'autore, di un personaggio di nome Qfwfq, che, oltre ad essere il
protagonista di tutti i racconti, è anche il narratore stesso. Ogni racconto,
infatti, è scritto sotto forma di monologo utilizzando il ricordo del narratore.

Il primo racconto delle Cosmicomiche è "La distanza della Luna", che inizia


pronunciando la teoria di Darwin, secondo cui a causa delle maree e della
rotazione terrestre la Luna si allontana dalla Terra di circa 5,8 cm all'anno, e
prosegue con il racconto fantastico di Qfwfq che era presente quando la
Luna, nella sua maestosità di luna piena, era talmente vicino alla Terra che
si poteva salirci sopra.

Infatti, Qfwfq insieme al capitano Vhd Vhd, sua moglie, il cugino sordo e una
ragazzina di nome Xlthlx, nelle notti di plenilunio si recava con una
barchetta al largo degli Scogli di Zinco, dove la Luna toccava quasi la Terra,
per raccogliere il latte. Aiutandosi con una scaletta e aggrappandosi alle
irregolarità della superficie lunare dopo essersi lanciati, salivano sulla Luna
e una volta a testa in giù rispetto alla Terra, raccoglievano il latte lunare che
si formava in alcune crepe delle sue rocce e lo lanciavano a coloro che
erano rimasti sulla barca. In tutto ciò era abilissimo il cugino sordo e ciò non
passò inosservato alla moglie del capitano che era attratta da lui.

Si viene così a creare una situazione comica: il sordo era attratto dalla Luna,
la moglie del capitano era attratta dal sordo e Qfwfq era attratto dalla

102
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
moglie del capitano.

Una notte anche la moglie del capitano volle seguire il sordo sulla Luna, ma
proprio durante quella notte la Luna cominciò ad allontanarsi. Fecero tutti in
tempo a saltare cadendo nel mare,eccetto la signora Vhd Vhd. Qfwfq nel
tentativo di salvarla ottenne l'esatto contrario,così entrambi rimasero
bloccati da soli sulla Luna in attesa che questa completasse il giro seguendo
la sua orbita, riproponendo in questo modo la stessa faccia alla Terra,e
tentare così di nuovo di scendere. Trascorso circa un mese, l'occasione si
ripresentò e con l'aiuto dei suoi compagni Qfwq riuscì a ritornare sulla Terra,
mentre la signora Vhd Vhd rimase sulla Luna perché capì che l'unico modo
per essere amata dal sordo era diventare un tutt'uno con essa.

Il racconto termina con Qfwfq chem parlando al presente, confessa di


cercare la donna amata ogni volta che vede mostrarsi la Luna nel cielo.

Qfwfq personaggio principale del racconto, è l'uomo qualunque, proagonista-


narratore di innumerevoli situazioni, è insicuro, innamorato, competitivo,
geloso, addolorato per la perdita di un amore che ogni notte cerca nella
Luna. Racconta situazioni tipicamente umane pur, forse, non essendolo,
infatti non viene mai descritto fisicamente ma riesce a descrivere
attentamente i personaggi che durante le sue vicissitudini, catturano la sua
attenzione, come ad es. la signora Vhd Vhd ("aveva braccia lunghissime
argentate in quelle notti come anguille e ascelle oscure e misteriose come
ricci marini") .

Nel racconto, come nell'intera opera, l'evolversi dei fatti non segue un
ordine temporale preciso e la narrazione è tutta basata su dei flash-black; vi
è pertanto un continuo intreccio che prende il posto della fabula: i ricordi
affiorano in un tempo misto combinandosi con il presente. Ad ampliare
l'effetto espressivo del racconto vi è l'uso di molte figure retoriche tra cui :
dilogie (es. ellittica(..)ellittica; e quanto(..)e quanto(..) e quanto ),
raddoppiamenti( es. basso basso;alto alto;dolce e acuto dolce e acuto;e
invece e invece e invece ), similitudini (es. come un grappolo dal tralcio;
come una catapulta; come uno sterminato soffitto ) e nell'ultima parte del
racconto anche un climx ascendente ( "in cento in mille viste diverse") e
una personificazione (" ..lei che rende Luna la Luna").

Per spiegare il concetto della distanza della Luna dalla Terra, Calvino (per

103
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
bocca di Qfwfq) non utilizza complesse argomentazioni fisico-scientifiche,
ma racconta fatti di vita quotidiana (come l'amore non corrisposto) in quella
lontana e fantastica situazione,il tutto con un tono ironico, con quella
comicità che si rifà ai comics inglesi (per esempio nel racconto lo si può
evincere quando è narrato l'episodio della piccola Xlthlx che per
acchiappare una medusa, che fluttuava nell'aria attratta dalla Luna, si
ritrova anch'essa sospesa tra la Terra e la Luna).

Infatti, per Calvino, l'uomo contemporaneo per affrontare concetti o


situazioni troppo grandi, cosmiche, ha bisogno di un filtro ed è proprio
questa la funzione del comico. Da qui nasce anche il titolo stesso dell'opera "
COSMI-COMICHE".
L'autore, in quest'opera, ma anche in TI con Zero (1967), cerca di creare dei
meccanismi narrativi che riescono a rendere intuibile una realtà (soprattutto
scientifica) che di per sé sarebbe difficile da capire con strumenti linguistici
tradizionali. Non a caso, difatti, il linguaggio da lui utilizzato è abbastanza
fluido, chiaro, avvincente, ironico, simbolico tanto che ad un primo impatto
sembrerebbe che le sue storie vogliano soltanto intrattenere il lettore e
divertirlo, ma in realtà, con il rigore degli enunciati scientifici, vuole
mostrare temi sempre moderni e filosofico-esistenziali, come la piccolezza
degli uomini rispetto all'infinito che la scienza ci spalanca.

104
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

LA CREMA DI LATTE (riscrittura ad opera di


De Benedictis Vincenzo)

La crema al latte è una crema di base preparata con semplici ingredienti,


caratterizzata da un sapore delicato e da una consistenza soffice e vellutata.
Questa golosa crema è molto versatile in pasticceria, infatti è
particolarmente adatta per guarnire dolci come bignè, pan di spagna, torte
e rotoli di pasta biscotto.

Ma non solo!

Grazie al suo sapore neutro infatti è il perfetto abbinamento per


accompagnare deliziosi dessert a base di frutta fresca. Una volta pronta,
potete sbizzarrirvi e preparare il dolce che più preferite: sarà davvero
difficile resistere alla sua bontà!

Ingredienti
Latte intero 400 g

Miele 1 cucchiaino

Zucchero 80 g

Baccello di vaniglia 1

Amido di mais (maizena) 40 g

Panna fresca liquida 150 g

105
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Per preparare la crema al latte mettete a scaldare 300 g di latte insieme allo
zucchero in una casseruola. Incidete la bacca di vaniglia nel senso della
lunghezza ed estraete i semi, raschiandola con un coltellino; unite i semi
della bacca di vaniglia nel latte e scaldate a fuoco bassissimo, mischiando
bene con le fruste per far sciogliere lo zucchero. In una ciotola a parte
setacciate l'amido di mais, poi versate il latte rimanente, mescolando con
una frusta a mano: così facendo, eviterete la formazione di grumi nella
crema.

Aggiungete il latte freddo in cui si è sciolto l'amido di mais nella casseruola


con il latte e lo zucchero. Unite anche il miele, continuando con le fruste
sempre a fuoco bassissimo fino a quando la crema non si sarà addensata.
Una volta che sarà densa ed omogenea, spegnete e versate la crema che
avete ottenuto in una ciotola.

Coprite con la pellicola trasparente a contatto, facendola aderire bene alla


superficie in modo che non si formi la fastidiosa crosticina; lasciate
raffreddare a temperatura ambiente e poi in frigorifero.

Trascorso il tempo necessario, togliete la crema dal frigorifero: se doveste


riscontrare la presenza di eventuali grumi, setacciatela con un colino a
maglie strette così da eliminarli. Fate rinvenire la crema con uno sbatttore
elettrico, poi in una ciotola a parte montate la panna fredda da frigorifero.

Unite la panna montata alla crema al latte, ormai fredda, mescolando i due
composti molto delicatamente dal basso verso l'alto fino ad ottenere una
crema liscia ed omogenea.

La vostra crema al latte è pronta: potrete usarla per farcire bignè, rotoli di
pasta biscotto, torte e altri dessert!

106
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

La dieta di Aldo Fabrizi

La dieta di Aldo Fabrizi

Doppo che ho rinnegato pasta e pane,

so' dieci giorni che nun calo, eppure resisto, soffro e seguito le cure…

me pare un anno e so' du' settimane!

Nemmanco dormo più le notti sane,

pe' damme er conciabbocca a le torture,

le passo a immaginà le svojature

co' la lingua de fòra come un cane.

Ma vale poi la pena de soffrì

lontano da ‘na tavola e ‘na sedia

pensanno che se deve da morì?

Nun è pe' fa er fanatico romano;

però de fronte a ‘sto campà d'inedia,

mejo morì co' la forchetta in mano!

107
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Proverbi alimentari

Acqua passata non macina più


Con questa frase si vuole indicare l'inutilità di rimpiangere ciò che è stato e
non può ritornare.

Andare in brodo di giuggiole


In riferimento al contenuto zuccherino delle giuggiole, frutto commestibile, il
proverbio viene usato per indicare chi prova, per merito proprio o di altri, la
dolcezza di una forte gioia.

A piccione ingordo scoppia il gozzo


E' un monito rivolto a chi, incapace di frenare il desiderio di soddisfare i
propri piaceri, in particolare quelli della gola, finisce per nuocere a se stesso.

Cavolo riscaldato, non fu mai mangiato


Scuola elementare di Camigliano

E' meglio un uovo oggi che una gallina domani


Proverbio che esprime sfiducia nel realizzare maggiori vantaggi in avvenire,
per cui è più conveniente contentarsi del poco certo dell'oggi senza correre
rischi.

Fare le nozze coi fichi secchi


Così suol dirsi in riferimento a chi si rende ridicolo volendo realizzare
qualcosa con eccessiva economia, oppure senza avere i mezzi necessari. I
fichi secchi sono, dalle nostre parti, un cibo povero e molto comune, specie
a Natale, quindi non sono sufficienti a celebrare una festa importante come
le nozze.

La fame leva il lupo dal bosco


Il detto vuole indicare che le urgenti necessità, come quella della
sopravvivenza, inducono spesso anche l'uomo, per superarle, ad agire in
modo illecito e pericoloso.

Nelle botti piccine ci sta il vino buono


Proverbio usato per lodare o consolare le persone di piccola statura che

108
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
provano un senso d'inferiorità nei confronti di chi è più dotato fisicamente.

O mangiar questa minestra o saltar questa finestra


Proverbio simile all'altro "o bere o affogare" che viene riferito a chi deve
compiere qualcosa contro la sua volontà, non avendo altre vie di scelta.

Una mela al giorno leva il medico di torno

Zuppa e pan bagnato


Il detto "se non è zuppa è pan bagnato" viene riferito a qualcosa che,
quantunque presentata in modo diverso, sostanzialmente è la stessa.

109
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Aforismi e frasi sul cibo

Un anonimo del '500 soleva sempre dire: Ci sono tante cose importanti nella
vita, la prima è mangiare, le altre non le conosco." Evidentemente l'isotopia
alimentare e sessuale mi sembra chiaramente scontata, ma forse poi
nemmeno tanto. Carl William Brown

La speranza è una buona prima colazione, ma è una pessima cena. Francis


Bacon

Cavolo: ortaggio familiare ai nostri orti e alle nostre cucine, grosso e saggio
all'incirca quanto la testa di un uomo. Ambrose Bierce

Siamo alla frutta. Per fortuna poi arriva il dolce. Andros

A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della
coscienza o da quelli della fame. Totò

Prima tu prendi un drink, poi il drink ne prende un altro, e infine il drink


prende te. Francis Scott Fitzgerald

Non c'è amore più sincero di quello per il cibo. George Bernard Shaw

La solitudine è per lo spirito, ciò che il cibo è per il corpo. Seneca

Se vedi un affamato non dargli del riso: insegnagli a coltivarlo. Confucio

Dei palati uguaglianza non può stare, perciò non s'ha dei gusti a disputare.
Proverbio Popolare

Le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno
ingrassare. George Bernard Shaw

Dio fece il cibo, ma certo il diavolo fece i cuochi. James Joyce

Chi non ama le donne il vino e il canto, è solo un matto non un santo!
Arthur Schopenhauer

Il periodo critico del matrimonio è l'ora di colazione. George Herbert

E' bene, nella vita come ad un banchetto, non alzarsi né assetati né

110
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
ubriachi. Aristotele

A proposito di politica... ci sarebbe qualcosa da mangiare? Totò

Nasciamo nudi, umidicci e affamati. Poi le cose peggiorano. Anonimo

La miglior salsa del mondo è la fame. Miguel de Cervantes

Se nessuno ti vede mentre lo mangi, quel dolce non ha calorie. Anonimo

L'educazione è il pane dell'anima. Giuseppe Mazzini

L'ospitalità è la virtù che ci induce a nutrire e ospitare alcune persone che


non hanno bisogno né di essere nutrite né di essere ospitate. Ambrose
Bierce

Meno le persone sanno di come vengono fatte le salsicce e le leggi e meglio


dormono la notte. Otto von Bismarck

Le anatre depongono le loro uova in silenzio. Le galline invece starnazzano


come impazzite. Qual è la conseguenza? Tutto il mondo mangia uova di
gallina. Henry Ford

Gli obesi vivono di meno: però mangiano di più! Stanislaw Jerzy Lec

Si sa che il lavoro ha sempre addolcito la vita: il fatto è che non a tutti


piacciono i dolciumi. Victor Hugo

Dio non ha fatto che l'acqua, ma l'uomo ha fatto il vino. Victor Hugo

Il ricco mangia, il povero si nutre. Francisco de Quevedo

L'appetito rende saporite tutte le vivande. Paolo Mantegazza

Fu veramente un audace colui che per primo mangiò un'ostrica. Jonathan


Swift

Troppo cibo rovina lo stomaco, troppa saggezza l'esistenza. Alessandro


Morandotti

Dio dà il cappone al ricco e al povero l'appetito. Proverbio Popolare

L'amicizia è il vino della vita. Edward Young

111
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il


pane. Pablo Neruda

Ogni morto di fame è un uomo pericoloso. Elio Vittorini

Il male non è ciò che entra nella bocca di un uomo, il male è ciò che ne
esce. Sacre Scritture

Quello che è cibo per un uomo è veleno per un altro. Lucrezio

L'uomo è l'unica creatura che consuma senza produrre. George Orwell

Ci sono tre cose che una donna è capace di fare con niente: un cappello,
un'insalata e una scenata. Mark Twain

Mangiare carne è digerire le agonie di altri esseri viventi. Marguerite


Yourcenar

Se per vedere il peso sulla bilancia ti serve un gioco di specchi, è il


momento di cominciare una dieta. Anonimo

112
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

CONCLUSIONI

Gli alunni dellla classe che hanno partecipato al progetto hanno dimostrato
un grande sentimento di risveglio culturale.

Il testo letterario, legato alla tematica gastronomica, in questo modo,


diventa uno stimolo perenne di riflessione. Dalla valutazione degli elaborati
degli alunni si è potuto notare una poca attitudine all'analisi del testo: si
tratta di alunni di un corso serale, con poca esperienza nella pratica
dell'analisi testuale, anche perché molti non hanno frequentato il primo
biennio.

Nonostante la prima fase delle attività non abbia prodotto risultati


eccellenti, gi esercizi di riscrittura mostrano una spiccata attitudine alla
riappropriazione del testo in chiave personale.

Gli alunni si sono confrontati con l'elaborazione di testi di diversa tipologia,


scritti dopo aver analizzato il testo letterario. I tetsi prodotti sono stati
ricette, saggi, poesie e racconti, a seconda dell'inclinazione "letteraria" del
singolo studente.

La creazione dell'eBook ha permesso agli alunni di confrontarsi anche con il


mondo digitale, nell'ottica di acquisizione di competenze sempre più
specifiche.

113
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Appendice: breve storia dell'alimentazione

Gli storici sono unanimi oggi nell'affermare che, se è vero che l'uomo è un
essere onnivoro, per diversi milioni di anni è stato principalmente carnivoro.

Dalle origini sino all'inizio del Neolitico, circa 10.000 anni fa, l'uomo era un
cacciatore-raccoglitore nomade, il cui cibo era costituito essenzialmente di
selvaggina (proteine e lipidi) ma anche bacche (frutti selvatici) o ancora
radici (glucidi con indice glicemico molto basso contenenti molte fibre). La
maggior parte degli autori è concorde nel ritenere che i nostri antenati
mangiavano anche, in via accessoria, vegetali (foglie, germogli ☀⤀ e senza
dubbio anche, in qualche occasione, semi selvatici. Anche questi vegetali
sono da classificarsi nella categoria dei glucidi con indice glicemico
estremamente basso.

Sembra evidente che il dispendio energetico quotidiano di questi uomini


primitivi fosse considerevole, non solo per via delle prove fisiche che si
trovavano ad affrontare, ma anche per via della precarietà delle loro
condizioni di vita che li esponeva ai rischi climatici.

La domanda che sorge spontanea è dunque capire come questi quasi


«sportivi a livello agonistico» abbiano potuto, per milioni di anni, provvedere
a un simile dispendio calorico avendo a loro disposizione così pochi glucidi e
soprattutto nessuno degli pseudo zuccheri lenti, che sono però considerati
indispensabili dai nutrizionisti di oggi.

Diventando progressivamente più sedentario a partire dal Neolitico, l'uomo


vivrà i primi grandi cambiamenti alimentari della sua storia. Lo sviluppo
dell'allevamento degli animali gli consentirà di continuare a mangiare carne
(ma non proprio la stessa) e sviluppando l'agricoltura produrrà cereali
(grano, segale, orzo ☀⤀ e in seguito leguminacee (lenticchie, piselli ☀⤀Ⰰ e
infine frutta e verdura.

Alcuni potrebbero credere che, sedentarizzandosi, l'uomo primitivo abbia


innescato un processo che lo avrebbe condotto a migliorare la sua esistenza.

Bisogna dire però che sul piano alimentare è accaduto il contrario.


Contrariamente al cacciatore-raccoglitore del Mesolitico, l'agricoltatore-

114
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
allevatore dovette in realtà ridurre notevolmente la varietà della sua
alimentazione. Solo qualche raro animale, infatti, si prestava ad essere
addomesticato e allevato, e solo poche specie vegetali potevano essere
coltivate. Non è esagerato affermare che l'agricoltore-allevatore dovette
necessariamente razionalizzare, se non addirittura ottimizzare la sua attività
nel senso che attribuiamo oggi a questo termine.

Questa vera e propria rivoluzione dello stile di vita dei nostri antenati ebbe
perciò delle conseguenze.
Sulla salute innanzitutto. Il monofagismo che risultava dalle mono colture si
rivelò essere una fonte importante di carenze, che si tradusse con una
notevole diminuzione della speranza di vita delle popolazioni interessate.
Inoltre l'agricoltura (anche se realizzata su terre alluvionali ricche e ben
irrigate come in Egitto e in Mesopotamia) si rivelò molto più faticosa in
termini di sforzi fisici rispetto alla braccata e alla caccia della selvaggina del
mesolitico, ma anche degli animali di grosse dimensioni del paleolitico
superiore.

L'uomo primitivo aveva vissuto in armonia e in equilibrio con la natura e,


quando il suo cibo naturale si spostava per via delle migrazioni delle specie
o del ciclo delle stagioni, l'uomo si spostava anch'esso. Sedentarizzandosi,
s'impose nuovi vincoli e nuove restrizioni.
Uscendo da questo se si può dire "paradiso terrestre" per diventare
autonomo rispetto alle sue fonti di approvvigionamento alimentare infatti,
l'agricoltore-allevatore dovette in particolare fronteggiare numerosi nuovi
rischi: capricci del clima, rischi rispetto alla scelta delle varietà e delle
specie più o meno produttive e fragili, ma anche rischio in relazione alla
scelta dei terreni più o meno adatti. La storia dei sette anni di vacche magre
raccontata dalla Bibbia illustra chiaramente le incertezze di questo nuovo
modo di coltura, che per natura è aleatorio.
D'altra parte, la comparsa dell'agricoltura e dell'allevamento generò, come
diremmo oggi, una politica natalista e produttivistica da parte degli
interessati. Dinnanzi alla paura della carestia, l'agricoltore non smetteva di
pensare che bisognava produrre di più e che, di conseguenza, servivano
nuove braccia.

115
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Senza saperlo l'agricoltore e i suoi figli hanno così dato vita a un circolo
vizioso. Contribuendo a uno sviluppo demografico costante, i rischi e la
gravità delle carestie per via dei cattivi raccolti erano tanto più catastrofici.

L'Egitto

Numerose fonti scritte e figurative dell'Antico Egitto rivelano le modalità


della sua produzione alimentare e testimoniano che in tutte le epoche gli
Egizi ebbero a loro disposizione un ampio ventaglio alimentare.

Tra gli animali da allevamento, il maiale occupava una posizione


privilegiata, ma anche il bue e la pecora erano ampiamente consumati.
Bisogna dire però che gli Egizi prediligevano soprattutto i volatili selvatici o
d'allevamento (oche, anatre, quaglie, piccioni, pellicani…).
I cereali, come sappiamo, erano oggetto di vaste colture nelle fertili terre
del bacino del Nilo, così come le verdure (cipolle, porri, lattuga, aglio) e le
leguminacee (ceci, lenticchie…).
Con simili risorse, il regime alimentare degli Egizi avrebbe potuto essere
qualificato come vario e ben equilibrato.

Ma bisogna tenere conto del livello di approvvigionamento estremamente


irregolare che variava in particolare secondo i capricci del Nilo.

D'altra parte, come fu la regola nelle civiltà che seguirono, la modalità


alimentare degli Egizi era diversa non solo da una regione all'altra, ma
soprattutto da una classe sociale all'altra. I ricchi e i privilegiati avevano,
come accadde nel Basso Medio Evo e in Epoca Moderna, un'alimentazione
molto più carnea. Mentre i poveri si accontentavamo nella maggior parte dei
casi di un'alimentazione a base di cereali, di verdura e di legumi.

Per quanto possiamo giudicare oggi, a partire dagli strumenti d'indagine


estremamente perfezionati che abbiamo a nostra disposizione, non sembra
che gli Egizi siano sempre stati in buona salute. Per lo meno la grande
maggioranza della popolazione, quella precisamente che si nutriva
principalmente di cereali (glucidi). L'analisi di numerosi papiri, così come
l'esame delle mummie, dimostra chiaramente che i loro denti erano guasti,
che avevano sofferto di arteriosclerosi, di malattie cardiovascolari, e
addirittura di obesità. La loro speranza di vita era del resto di gran lunga
inferiore ai trent'anni. Una speciale sala del Museo del Cairo è dedicata

116
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
all'esposizione di statue obese che testimoniano di una corpulenza molto
diversa, per lo meno per quanto riguarda alcune etnie, da quello che si era
sempre immaginato a priori a partire dalla maggiore parte degli geroglifici.

La Grecia

Nel mondo Greco i cereali fornivano non meno dell'80 % degli apporti
energetici totali.
Ma questa scelta alimentare era molto meno la conseguenza di una realtà
geografico-economico che il risultato di una politica in rapporto con
un'ideologia ben particolare.

Il Greco, infatti, era convinto di essere un uomo civilizzato. Contrariamente


al barbaro, che si accontentava di cogliere o di cacciare quello che trovava
in natura e di cui era tributario, il Greco aveva la sensazione che,
elaborando lui stesso l'alimentazione attraverso l'agricoltura, avrebbe
elevato la sua condizione umana.

La carne, di conseguenza, era per il Greco un alimento disdicevole poiché


era il risultato di attività passive. Per produrne era sufficiente lasciare gli
animali al pascolo su terre incolte e non lavorate.
La caccia, dal canto suo, era etichettata come un'attività servile, come il
riflesso di una situazione di povertà e come la conseguenza di una certa
precarietà indegna di un essere civilizzato. Rappresentava dunque, per le
popolazioni costrette a darsi a quest'attività, una forma di marginalizzazione
e di esclusione rispetto al mondo della Città che era, come sappiamo, il
pilastro del mondo Ellenico.
E gli alimenti che simboleggiavano per eccellenza questo status di essere
civilizzato, erano il pane di grano ma anche il vino, l'olio di oliva e, a un altro
livello, il formaggio.

In altri termini, tutto ciò che non esisteva allo stato naturale, ma che
risultava dall'intervento e dalla trasformazione dell'uomo era considerato
nobile. Solo addomesticando e trasformando la natura, «fabbricando» in
qualche modo il suo cibo, l'uomo poteva aspirare alla civiltà.

Tuttavia, al più gran dispiacere dei filosofi dell'epoca, la realtà quotidiana


della Grecia Antica non era sempre perfettamente conforme ai loro ideali.

Questa particolare modalità alimentare, infatti, non dava importanza alle

117
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
zuppe di verdure miste e alle pappe di cereali grezzi e di legumi secchi che
rappresentavano il normale cibo quotidiano del popolo.
Ciò non toglie che per l'insieme della popolazione (salvo per il soldato
carnivoro della tradizione ellenica che traeva la sua forza erculea dalla
carne degli animali), il consumo di carne rimaneva marginale, quasi un tabù
se si considera che era riservata ai sacrifici. Le pecore erano dunque
allevate principalmente per la lana e il latte, dal quale si faceva il formaggio.
I bovini erano rari ed erano utilizzati come bestie da soma e da tiro.
I pesci (crostacei compresi) erano invece ampiamente consumati benché
non fossero oggetto di alcuna trasformazione.
La sofisticatezza dell'atto della pesca e il carattere rude del lavoro del
pescatore giustificavano senza dubbio il fatto che il pesce non fosse stato
classificato tra i cibi incivili. Forse, però, era solo per via di un certo realismo
che questo cibo era sfuggito all'ideologia restrittiva in materia alimentare,
considerato che non solo il pesce era presente in grandi quantità, ma che
rappresentava anche una tradizione per i popoli del bacino mediterraneo.
In questo modo, benché sia sempre difficile generalizzare, si può
considerare che l'apporto proteico nell'alimentazione dei Greci fosse
piuttosto basso. A tal punto che sarebbe lecito chiedersi se questa carenza
nella maggioranza della popolazione non abbia provocato un indebolimento
della loro salute. Ciò spiegherebbe meglio, forse, il motivo per cui la
medicina detta "moderna", sotto l'egida di Ippocrate, sia nata proprio in
Grecia.

Roma

Per i Romani il ruolo della carne è molto più importante perché vige per
questo popolo la tradizione «italica» dell'allevamento dei maiali, ereditata
dagli Etruschi. Anche se non riveste un ruolo primordiale nella loro
alimentazione, occupa una posizione non trascurabile nell'apporto di
proteine animali.
Ma l'alimento simbolo dei Romani rimane, come per i Greci, il Pane (di
grano), e in particolare per il Soldato Romano.

L'alimentazione simbolo del legionario è infatti il pane, anche se è


accompagnato da olive, da cipolle, da fichi e da olio. Bisogna dire che
questo cibo è di gran lunga il suo preferito, al punto che quando gli si
propone della carne si oppone.

118
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Questo cibo esclusivamente vegetariano, eppure leggermente corroborante,


fa del soldato un essere «pesante», il cui sovrappeso non è solo una
leggenda. Bisogna dire che gli viene chiesto soprattutto di occupare, di
sopportare e di resistere. La sua forza (d'inerzia) proviene dal suo potere di
rimanere immobile sotto i colpi del nemico. Quando l'esercito romano ha
bisogno di combattenti mobili, svelti e veloci, chiama a raccolta gli alleati
barbari.

Essere legionario per un contadino romano è un onore. Si tratta, infatti, di


uno strumento di emancipazione sociale che consente di diventare cittadini
a tutti gli effetti. Il pane di grano, alimento nobile, è pertanto il solo
all'altezza di questo status prestigioso.

Il Romano del popolo, infatti, consuma in fondo poco grano. Oltre al maiale,
al pollame e al formaggio, e a volte al pesce, si nutre abbondantemente di
verdura (essenzialmente il cavolo) e di cereali grezzi vari.
La coltura del grano è ovviamente il simbolo di una certa ricchezza che è
appannaggio di una classe superiore nella gerarchia censuaria.

Ma il grano non è solo l'alimento dei privilegiati. Serve anche al potere per
soffocare la carestia. Paradossalmente, questo alimento dei ricchi è
distribuito dal potere ai poveri durante i periodi di penuria.

In conclusione si può dunque affermare che i Romani avevano


un'alimentazione leggermente più equilibrata rispetto a quella dei Greci, per
via di un maggiore apporto proteico.
Solo i legionari avevano un'alimentazione decisamente carente. Da qui a
ritenere che l'alimentazione povera dei soldati non fosse estranea alla
caduta dell'Impero Romano non vi è che un passo, che alcuni osservatori
non hanno esitato a fare.

L'Alto Medio Evo

Colonizzando le regioni mediterranee ed Europee, i cui abitanti erano per


loro dei barbari, i Romani non facevano altro che trasmettere alle
popolazioni conquistate la loro ideologia. Probabilmente, però, nel loro
tentativo di proselitismo alimentare, incontrarono una forte opposizione.

Le due civiltà, infatti, erano in completa opposizione su questo piano. Vi era

119
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
da un lato quella della carne, del latte e del burro, e dall'altra quella del
pane, del vino e dell'olio. Il mito dell'agricoltura e della città si opponeva
selvaggiamente a quello delle foreste e dei villaggi.

L'opposizione tra queste due modalità alimentari raggiunse l'apice nel III e
IV secolo quando i rapporti di forza si rovesciarono a beneficio dei barbari.

Ciò non toglie che anche dopo la caduta dell'Impero, il modello Romano
lasciò tracce profonde nelle popolazioni delle loro ex colonie.

E il vettore principale di questa integrazione fu il Cristianesimo.


Quest'ultimo, infatti, era il vero e proprio erede di questo mondo Romano e
delle sue tradizioni, i cui simboli alimentari erano comuni: il pane, il vino e
l'olio. Sin dall'edificazione delle chiese e dei monasteri, il clero si affrettò
infatti a seminare grano e piantare viti a margine dei campi.

Più che di una conversione dei barbari all'ideologia romana, è più corretto
parlare di simbiosi tra due diverse culture. Questa integrazione
dell'ideologia romana, infatti, non rimetteva in questione la tradizione
barbara, che ne usciva addirittura rafforzata! La caccia, l'allevamento di
animali in semi-libertà, la pesca di fiume e di lago, la raccolta, erano elevati
al rango di attività nobili alla stregua dell'agricoltura e della coltura delle
viti. Lo sfruttamento della foresta era una pratica corrente degna di
considerazione sul piano sociale per coloro che la esercitavano. Mentre i
vigneti erano misurati in anfore di vino, i campi in "boisseau" di grano e i
prati in carri di fieno, le foreste dal canto loro erano "misurate" in maiali (dei
quali il cinghiale era l'antenato), un'unità di misura cara alla civiltà celtica e
sempre in vigore nel mondo germanico.

Questo sistema «agro-silvo-pastorizio» forniva così alle popolazioni


interessate un'alimentazione estremamente diversificata. L'apporto di
proteine animali era particolarmente importante (carne, pollame, pesce,
uova, latticini).

I cereali inferiori (orzo, farro, miglio, sorgo, segale ☀⤀ molto più diffusi del
grano erano spesso accompagnati da legumi (fave, fagioli, piselli, ceci).

Le verdure coltivate nell'orto, che sfuggiva a qualsiasi imposta,


rappresentavano un complemento importante alla preparazione di zuppe,
nelle quali si metteva sempre a cuocere la carne.

120
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Questa complementarità tra le risorse animali e vegetali consentì dunque di
garantire un cibo equilibrato alle popolazioni europee dell'Alto Medio Evo.

I numerosi studi sui resti umani scoperti, appartenenti a quest'epoca,


lasciano intendere che gli individui erano piuttosto in buona salute. Il loro
sviluppo fisiologico e gli indici di crescita si rivelano in generale normali. La
composizione delle loro ossa illustra chiaramente che erano in buono stato e
si notano poche malformazioni. I denti sono in linea di massima sani e
presentano un'usura minima. Quando i denti sono rovinati e usurati, è il
sintomo di un'alimentazione basata essenzialmente su cereali macinati
grossolanamente.

Non sembra dunque che l'Alto Medio Evo abbia conosciuto malattie di
carenza o di malnutrizione, come quelle che caratterizzarono i secoli
successivi.

Allo stesso modo, questo sistema di produzione alimentare diversificata, che


operava inoltre in seno a una demografia stabile, sembra aver consentito,
attraverso la sua relativa sicurezza, di evitare che i periodi di carestia
diventassero catastrofici.

Pur non essendo stata un'epoca di cuccagna, l'Alto Medio Evo non era così
sordido e oscuro come alcuni vogliono farci credere. Sul piano alimentare in
ogni caso, sia dal punto quantitativo che dal punto di vista qualitativo,
questo periodo fu piuttosto soddisfacente e comunque di gran lunga
superiore al periodo successivo.

Il Basso Medio Evo

A partire dalla metà del X secolo gli equilibri della produzione alimentare
che si erano insediati nell'Alto Medio Evo sono stati progressivamente
rimessi in questione.

Il sistema agro-silvo-pastorale, che aveva funzionato relativamente bene


data la stabilità demografica, è ormai minacciato anche se continua a
funzionare in alcune regioni, soprattutto in montagna.
Sotto l'impulso di una forte spinta demografica, questa economia di
sussistenza presenta sempre maggiori difficoltà a provvedere ai bisogni
alimentari della popolazione.

121
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

Bisogna anche dire che, oltre all'aumento del numero di bocche da sfamare,
le condizioni strutturali di questa economia sono radicalmente cambiate:
con lo sviluppo del commercio sta emergendo una vera e propria economia
di mercato.

D'altra parte, i proprietari terrieri (detentori del potere politico) scoprono


che possono ormai trarre profitto dalle loro proprietà estendendo le colture
a scapito delle terre incolte che servivano spesso da pascolo, e
intensificando il lavoro dei contadini.

Si pone l'accento sulla cultura dei cereali, sia perché sono facili da
conservare e da stoccare, ma anche perché consentono di soddisfare la
richiesta dei nuovi circuiti commerciali.

Progressivamente il paesaggio agrario europeo si trasforma. Il


dissodamento diventa sistematico e provoca addirittura la scomparsa di
intere foreste.

I cereali diventano così l'elemento principale e sempre determinante


dell'alimentazione contadina. Il diritto di caccia e di pascolo diventa
illimitato e di conseguenza la carne scompare poco a poco dalle tavole delle
aree rurali, restando appannaggio delle classi superiori.

Anche se con il favore della pesta nera verso la metà del XIV secolo la
pressione demografica segna il passo, cosa che consente alla produzione di
carne di fare nuovamente la sua comparsa nelle fattorie, la progressiva
differenziazione dei regimi alimentari in funzione delle classi sociali si
afferma sempre più.

Parallelamente vi sono due categorie sociali che continuano a beneficiare di


un privilegio alimentare. Innanzitutto l'aristocrazia i cui membri sono per
tradizione dei mangiatori di carne. Ma anche gli abitanti delle città, di
qualsiasi classe sociale, che per via di una politica di approvvigionamento
sostenuta dalle autorità che temono sempre le sommosse in caso di
carestie, hanno a loro disposizione una grande varietà di alimenti tra i quali
la carne occupa un posto importante.

Questa opposizione tra un modello «urbano» e un modello «rurale» di


consumo alimentare emerge in modo molto netto alla fine del Medio Evo in

122
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
tutti i paesi europei, anche se esisteva già da diversi secoli in Italia dove,
sotto l'impulso romano, il fenomeno urbano si era ampiamente sviluppato.

Il modello «urbano» corrisponde in realtà a un'economia di mercato, mentre


il modello «rurale» rimane un'economia di sussistenza. Questi due modelli si
contrappongono anche in termini quantitativi e qualitativi.
Il pane bianco delle città si contrappone al pane nero delle campagne così
come le carni fresche (in particolare di pecora) delle città si contrappongono
alle carni salate di maiale (salumi) delle campagne.
Di conseguenza, questa contrapposizione è altresì visibile a livello della
salute. Gli abitanti della campagna erano ovviamente doppiamente sfavoriti
rispetto ai cittadini. Innanzitutto perché erano mal nutriti (insufficienza di
apporto proteico in particolare), ma anche perché le loro condizioni di lavoro
erano drammaticamente difficili.

I Tempi Moderni

Questo periodo è dominato da diversi eventi che contribuiranno tutti a


modificare nuovamente il paesaggio alimentare delle popolazioni
interessate.

Innanzitutto vi è il proseguimento del fenomeno urbano che continua ad


agevolare un'economia di mercato. Le città attirano, infatti, un numero
sempre crescente di persone.

Ma è soprattutto la ripresa dell'espansione demografica che, in assenza di


grossi progressi scientifici per aumentare i rendimenti, provoca uno
sconvolgimento di tutte le strutture di produzione e di approvvigionamento
alimentare.
La popolazione europea conta circa 90 milioni d'individui nel XIV secolo. In
seguito aumenta di oltre il 10% per secolo per raggiungere quota 125
milioni alla fine del XVII secolo. Nel corso del XVIII secolo, però lo sviluppo
demografico aumenta considerevolmente. Nel 1750 la popolazione europea
conta circa 150 milioni d'individui e raggiunge quasi i 200 milioni all'inizio
del XIX secolo.

Questa espansione demografica senza precedenti si traduce


ineluttabilmente nella ripresa dei dissodamenti. E, come in passato,
l'ampliamento delle terre destinate ai cereali si compie a scapito degli spazi
destinati all'allevamento, alla caccia e alla raccolta. Ancora una volta

123
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
l'espansione dell'agricoltura ha come conseguenza un aumento della
percentuale dei semi nell'alimentazione popolare che, per questo motivo,
diventa meno varia e sempre più carente di proteine.

Il consumo di carne diminuisce dunque drasticamente, in particolare nelle


città dove, come abbiamo visto, era rimasta considerevole nel periodo
precedente.

A Napoli per esempio nel XVI secolo si uccidevano circa 30.000 bovini l'anno
per una popolazione di 200.000 persone. Due secoli più tardi ne venivano
uccisi solo 20.000 mentre la popolazione era di 400.000 persone.
A Berlino il consumo di carne pro capite nel XIX secolo era dodici volte
inferiore rispetto al XIV secolo.
Nella Languedoc alla fine del XVI secolo la maggiore parte delle fattorie
allevavano un solo maiale l'anno, una quantità tre volte inferiore rispetto
all'inizio del secolo.

Questo notevole degrado della razione alimentare della gente del popolo
variava ovviamente in funzione del paese e della regione. Lasciò comunque
tracce innegabili nelle popolazioni interessate, la cui salute fu molto colpita.
Secondo numerose statistiche, questi eventi avrebbero addirittura influito
negativamente sull'altezza degli individui.
Nel corso del XVIII secolo l'altezza media dei soldati reclutati dagli Asburgo
sembra essere diminuita, così come quelle delle reclute svedesi. In
Inghilterra, e in particolare a Londra, si nota che l'altezza degli adolescenti è
notevolmente diminuita alla fine del XVIII secolo. All'inizio del XIX secolo
l'altezza dei tedeschi sarebbe stata nettamente inferiore a quella che era
nel XIV e nel XV secolo.

D'altra parte, più i cereali occupavano un posto importante


nell'alimentazione popolare, più le crisi dei cereali dovute ai cattivi raccolti
avevano un impatto sulla salute, ma anche e soprattutto sulla mortalità.
Diversi autori citano il caso dei ricchi proprietari Beaucerons che, in
occasione delle gravi crisi dei cereali, andavano a cercare rifugio presso i
poveri di Sologne la cui produzione alimentare più arcaica, dunque più varia,
aveva consentito loro di resistere alle crisi.

Allo stesso modo gli abitanti delle aree montane sfuggivano sempre alle
carestie nella misura in cui il loro regime alimentare abbinava i prodotti

124
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
dell'agricoltura, dell'allevamento, della raccolta, della caccia e della pesca.
Per questo motivo gli abitanti della montagna, la cui alimentazione non
presentava carenze, erano molto più alti e forte rispetto alla media. Questo
migliore stato di salute spiegava dunque perché fossero molto più attivi e
intraprendenti degli altri.

Un altro fattore che ha concorso all degrado del regime alimentare del
contadino è stata la trasformazione della proprietà rurale, che passava
progressivamente nelle mani dei ricchi proprietari (signori, borghesia ☀⤀⸀
Nell'Ile de France a metà del XVI secolo solo un terzo delle terre
apparteneva ancora ai contadini.
Un secolo più tardi il numero di piccoli proprietari era ancora diminuito. In
Borgogna, in alcuni villaggi, essi erano quasi tutti scomparsi dopo la guerra
dei trent'anni.

Lo spossessamento dei contadini è tanto più incidente e rapido quando più a


regione dove avviene è ricca e vicina alle città. Questo asservimento dei
contadini, congiuntamente all'aumento del lavoro ingrato, aggrava
notevolmente le loro condizioni di vita, ma consente d'altro canto di
generare una produzione considerevole che è in maggioranza venduta ed
esportata nei paesi economicamente più avanzati.

Una delle principali preoccupazioni dei dirigenti di quell'epoca - quanto


meno in Francia - è il problema dell'approvvigionamento.
Lasciato per lungo tempo all'iniziativa delle municipalità, il potere centrale si
preoccupa sempre del rischio di sommosse popolare nell'ipotesi in cui il
pane venisse a mancare. Per questo motivo il Re inizia a stoccare il grano
per far fronte agli eventuali periodi di carestia. Ma questa politica di
regolazione è troppo spesso interpretata come un tentativo di monopolio
per far aumentare il corso del grano.
Alla fine del XVIII secolo le autorità sono sempre più coscienti che il
problema del pane (dunque della monocoltura del grano) diventa ogni
giorno più esplosivo. Si cercano dunque disperatamente alimenti sostitutivi.
Parmentier propone la Patata, che però sin dalla sua scoperta nel XVI secolo
è considerata come «il cibo buono per i maiali», e ottiene poco successo.
Bisognerà attendere la metà del XIX secolo affinché s'imponga come
alimento a tutti gli effetti.

Altre diversificazioni sono meno felici. In Italia e nel Sud Ovest della Francia

125
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
le gallette e le pappe d'orzo e di miglio furono sostituite da gallette di
polenta di mais. L'inconveniente fu che si dovette in seguito fronteggiare le
varie epidemie di pellagra provocate da una carenza di vitamina PP nel
mais, quando questo cereale è consumato come alimento di base.

Numerosi altri nuovi alimenti giunsero poi dal Nuovo Mondo (il pomodoro, il
fagiolo messicano, il tacchino…) ma la loro introduzione molto lenta e
progressiva in agricoltura non cambiò davvero il paesaggio alimentare.

Oltre all'emergere della patata, che in alcuni paesi come l'Irlanda divenne la
base dell'alimentazione con rischi identici a quelli del grano in caso di
carestia, altri due fenomeni alimentari che sopraggiunsero nel XIX secolo
meritano di essere sottolineati dato il loro impatto futuro sulla salute dei
nostri contemporanei.

Il primo è l'introduzione progressiva dello zucchero nell'alimentazione


dell'insieme della popolazione. Lo zucchero non era un alimento nuovo, ma
fintanto che era prodotto a partire dalla canna da zucchero era rimasto un
ingrediente molto marginale per via del suo costo elevato. In Francia il
consumo di zucchero l'anno pro capite all'inizio del XIX era di 0,8 chili. Ma
per via della scoperta del processo di estrazione dello zucchero dalla
barbabietola nel 1812, il prezzo dello zucchero non smise di scendere e lo
zucchero divenne un alimento di largo consumo (8 chili l'anno pro capite nel
1880, 17 kg nel 1900, 30 kg nel 1930 e quasi 40kg nel 1960); bisogna dire
che i francesi sono tuttora i minori consumatori di zucchero del mondo
occidentale.

Il secondo è la scoperta nel 1870 del mulino a cilindro che permise di


mettere a disposizione della popolazione la vera farina bianca a un prezzo
abbordabile per tutti.
Dagli Egizi, infatti, l'uomo ha sempre voluto raffinare (abburattare) la
macinatura del grano per ottenere la farina bianca.

Ma l'abburattamento, in realtà, era realizzato in modo molto grossolano e la


macinatura era semplicemente passata al setaccio. Questa operazione
aveva soprattutto lo scopo di liberarla da una parte della crusca, l'involucro
esterno dei chicchi di grano.

Il pane bianco dei nostri antenati non era altro che ciò che oggi chiamiamo
pane nero, ossia il pane semi-integrale.

126
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
Se si considera però che questa operazione di setacciatura della macinatura
era lunga e onerosa (era realizzata a mano), ciò spiega perché il pane
bianco fosse un lusso che solo i privilegiati potevano permettersi.
L'avvento del mulino a cilindro alla fine del XIX secolo e la sua
generalizzazione all'inizio del XX secolo avrebbe dunque cambiato
radicalmente la natura della farina, che risultò di gran lunga impoverita sul
piano nutrizionale, poiché era costituita esclusivamente di amido. Le
preziose proteine, le fibre, gli acidi grassi essenziali e le altre vitamine B
erano per la maggior parte eliminate con l'operazione di raffinazione.
Il fatto che la farina fosse diventata improvvisamente un alimento
impoverito sul piano nutrizionale non rappresentava un vero problema per
la salute dei ricchi, poiché le classi privilegiate beneficiavano di
un'alimentazione varia ed equilibrata.

Ma per gli strati sociali svantaggiati, per i quali il pane era rimasto la base
dell'alimentazione, il consumo di questo alimento sprovvisto del suo valore
nutrizionale avrebbe accentuato le carenze di un'alimentazione che era già
piuttosto squilibrata.

Oltre alla povertà nutrizionale, lo zucchero e la farina bianca si contendono


con la patata il triste privilegio di provocare effetti dannosi sul metabolismo
(iperglicemia, iperinsulinismo) che come sappiano sono fattori di rischio
maggiori dell'obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari.

L'Era Contemporanea

L'era contemporanea comincia all'inizio del XIX secolo e prosegue sino ai


giorni nostri, ed è caratterizzata da un certo numero di eventi importanti
che, a diversi livelli, avranno una notevole incidenza sull'evoluzione delle
abitudini alimentari. Prima fra tutti la rivoluzione industriale che provoca
l'esodo rurale e la formidabile espansione dell'urbanizzazione. Ma anche il
trionfo dell'economia di mercato rispetto all'economia di sussistenza, così
come il fenomenale sviluppo dei trasporti e del commercio internazionale.

L'industrializzazione dell'alimentazione è notevole. Le produzioni di derrate


tradizionali (farine, oli, marmellate, burro, formaggio ☀⤀ che un tempo erano
realizzate artigianalmente sono ormai gestite all'interno di fabbriche di
grandi dimensioni, se non grandissime. Ma la scoperta di procedimenti di
conservazione (l'appertizzazione e in seguite il surgelamento) consentono di

127
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA
condizionare un gran numero di alimenti freschi sotto forma di conserve o di
surgelati (frutta, verdura, carne, pesce…)

L'evoluzione dei costumi e della società è caratterizzata dal degrado della


funzione della padrona di casa, e l'emancipazione femminile agevola lo
sviluppo dell'industria del «pronto in tavola» (piatti pronti, ristorazione
collettiva…).

Lo sviluppo dei trasporti e del commercio mondiale non solo consente di


generalizzare il consumo di prodotti esotici (arance, pompelmi, banane,
arachidi, cacao, caffè, tè..), ma anche di destagionalizzare la produzione di
prodotti freschi (fragole e lamponi a Natale, mele e uva in primavera...)

Tuttavia il fenomeno più caratteristico di questo periodo si esprime


soprattutto in questi ultimi cinquant'anni a un ritmo straordinario, si tratta
della globalizzazione di abitudini alimentari destrutturate di tipo nord
americano delle quali il fast food (ristorazione veloce) è uno dei fiori
all'occhiello.

Oggi la maggiorparte dei paesi continua a mantenere un certo


attaccamento alle proprie abitudini alimentari tradizionali. Si tratta in
particolare dei paesi latini nei quali la tradizione in questo settore resiste
ancora. In questi paesi si assiste addirittura a una sorta di rinnovamento del
culto delle tradizioni culinarie e gastronomiche.

Ma queste resistenze localizzate non saranno mai sufficienti a rallentare


l'ineluttabile standardizzazione mondiale (globalizzazione) delle abitudini
alimentari di tipo nordamericano che contaminano insidiosamente tutte le
culture.

Sappiamo però che queste abitudini alimentari dannose, sviluppandosi,


portano con sé, come accadde nel paese d'origine (gli Stati Uniti) uno
straordinario aumento dell'obesità, del diabete e delle malattie
cardiovascolari, tre dei maggiori flagelli metabolici con i quali l'umanità si
trova ora a doversi confrontare.
Per questo motivo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dal 1997
denuncia questa situazione con fermezza indicandola come una vera e
propria pandemia.

128
Un banchetto letterario: la letteratura italiana e Classe 5^A Corso serale ENO CASAMASSIMA
cucina IISS MAJORANA

BIBLIOGRAFIA GENERALE

A cura di G. M. Anselmi - G. Ruozzi, Banchetti letterari. Cibi, pietanze e


ricette nella letteratura da Dante a Camilleri, Carocci 2011

A cura di L. Clerici, Mangiarsi le parole. 101 ricette d'autore, Skira 2018

A cura di A. Mattacheo, A tavola. Storie di cibi e vini, Einaudi 2017

J. DICKIE, Con gusto. Storia degli italiani a tavola, Laterza 2007

S. GHIAZZA, Le funzion del cibo nel testo letterario, WIP Edizioni 2011

M. MONTANARI, Il sugo della storia, Laterza 2016

V. STAGNANI, I racconti della pentola, Progedit 2010

129

Potrebbero piacerti anche