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[Introduction]

Author(s): Giovanni Levi


Source: Quaderni storici, Vol. 16, No. 46 (1), Villaggi: Studi di antropologia storica (aprile
1981), pp. 7-10
Published by: Società editrice Il Mulino S.p.A.
Stable URL: https://www.jstor.org/stable/43777725
Accessed: 11-07-2020 22:33 UTC

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VILLAGGI

1. Pubblichiamo in questo numero un primo gruppo di ri-


cerche di comunità. Molto del dibattito che s'è venuto svolgendo
su «Quaderni Storici» in questi ultimi fascicoli riguardava pro-
prio la rilevanza di un approccio microanalitico. Mi pare che ci
siano ancora moki equivoci e molta confusione: la presunta
petulanza della microstoria è stata troppo facilmente interpre-
tata come un rovesciato interesse per contenuti quotidiani e
impalpabili, contro un modo storiografico tradizionale, attento
ai grandi mutamenti e ai grandi avvenimenti. In realtà si tratta
non della rilevanza degli oggetti ma del modo di inserirli nel
loro contesto: la fragilità dei meccanismi causali che gli storici
usano è legata al fatto che le loro indagini si svolgono "a partire
dal nome dell'assassino" e le cause diventano campo di opinioni
che non modificano il fatto; è - credo - per questa via che
per noi è stato facile un assorbimento superficiale degli stru-
menti delle altre scienze sociali e concetti macrosociologici si
sono insediati senza mutar nulla nel nostro modo di spiegare:
la verifica era impossibile se in ogni "esperimento" le conseguen-
ze, i insultati erano già noti in partenza.
Lo sforzo che qui s'è voluto proporre è stato quello di stu-
diare il mondo delle relazioni di una serie di comunità, per
definire quell'insieme di strutture e di realtà su cui avvenimenti
esterni ed interni irrompono: ogni caso concreto darà una ri-
sposta diversa, anche sul lungo periodo, che sarà comprensibile
solo se avremo definito non meccanicamente ed esteriormente
il contesto.

2. Il primo obbiettivo è dunque l'avvio di una revisione de-


gli strumenti concettuali con cui siamo convenzionalmente abi-
tuati a guardare la stratificazione sociale della società rurale
d'Anoien Régime. Una stratificazione orizzontale, certo: ricchi e
poveri, ceti abbastanza strettamente conclusi, ima mobilità so-

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ciale estremam
glio il sistema continuo di tensioni che reggono e modificano i
valori e le norme, è ampiamente legato ad aggregazioni verti-
cali, che si istituzionalizzano o restano il fluido mondo dei gruppi,
delle clientele. Se in momenti di crisi sociale gli schieramenti pa-
iono definirsi più nettamente in forme - diciamo - di classe,
anche in quel momento il fenomeno che studiamo scompone e
ricompone una serie di relazioni verticali. Potere, prestigio, clien-
tela, padrinaggio, le varie forme di solidarietà e le relazioni
eguali o diseguali del sociale, hanno un'evidenza palese in questi
quadri comunitari. Non sono sfere concluse e isolate, ma luoghi
di incontro, situazioni esemplari - non tipiche - di reti sociali
dense di spiegazioni sul funzionamento di tutta la società.

3. Ma il problema non è solo qui: seguire funzionamenti


reali e regolarità non imposte dallo storico attraverso concetti
esterni buoni per tutti gli usi, non elimina il problema di uscire
anche da una visione struttural-funzionalista troppo rigida, che
setaccia via le vicende individuali, tutte in qualche modo "de-
vianti" rispetto alle regolarità cercate. Spesso s'è descritto il
mondo popolare d'Ancien Regime come cupamente governato dai
poteri forti e assoluti della biologia, della sussistenza, delle isti-
tuzioni: la scelta pare esclusa. Smontare nelle sue componenti
il mondo normativo delle nostre comunità alleggerisce dall'errato
e torvo senso di necessità che non solo visioni generali ma anche
ricerche microanalitiche hanno spesso suggerito. L'ipotesi che cor-
re negli articoli che qui pubblichiamo è proprio questa: regole
e norme vincolanti, certo. Ma una selva di regole e di norme
contradditorie fra di loro, che si propongono come un quadro
elastico che domanda strategie e scelte continue, personali, di
gruppo, collettive.
Il problema per lo storico non è di negare la verità di mec-
canismi scoperti, ma di inserirli nel contesto - ancora una vol-
ta - di una rete meno costrittiva di quanto il nostro senso
comune, proclive a risolvere i conti col passato con il passe-
partout del progresso, ci consenta di pensare: dobbiamo forse
diminuire il passato per semplificarci apologeticamente l'accet-
tazione del presente. I nostri antenati sceglievano, lottavano, cam-
biavano il mondo negli interstizi anche molto vasti dell'insieme
incoerente di norme che natura, potere e istituzioni loro sovrap-
ponevano ambiguamente. Gli articoli di Edoardo Grendi e di
Renata Ago mostrano appunto il composito mondo dei ruoli, le

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élites sociali che si scontrano in un conflitto che è evidentemen-


te locale ma dà, analogicamente, le linee e i significati del fun-
zionamento del sistema sociale complesso in cui le comunità
esaminate sono inserite.
Ma forse l'esempio recente più clamoroso di debolezza delle
spiegazioni a causa unica, a norma unica, è lo sviluppo selvag-
gio della demografia storica: sottile e raffinato negli strumenti
e paurosamente deludente nei risultati concreti. Quanti litri di
inchiostro, ore di calcolatore, anni di ricercatori sono stati in-
ghiottiti in una ricostruzione senza principi nominativa delle
famiglie? I risultati trascuravano il contesto: le comunità, sup-
poste come chiuse e gli uomini, supposti mossi da strategie a
una sola dimensione, fra economicismo e biologismo. Al momento
delle sintesi abbiamo saputo una cosa sola: nessun paese somi-
glia ad un altro.
Si è così esagerato nell'altro senso: le regolarità sono dive-
nute una insensata anarchia. Muovendosi in questo campo le
autrici della ricerca su Bassignana mi pare mostrino innanzitut-
to buonsenso: il comportamento demografico è qui divenuto un
elemento nel quadro complesso del sociale comunitario; assume
senso e respiro e vincoli e scelte giocano un ruolo composito
che dà spazio alle persone.

4. La scelta della dimensione comunitaria è un artificio: non


ha pretese ideologiche ma è l'ambito in cui si possono vedere
in movimento concretamente le persone e i gruppl. Non sono
fittizie comunità isolate: il mercato mondiale del corallo, il ri-
fornimento dell'annona di Roma, la conquista sabauda non sono
cause esogene depennate per ragioni di comodo. La stessa rile-
vanza del mondo esterno è essenziale per la definizione delle
gerarchie di potere interne alla comunità.
Il problema sollevato è forse il cuore del dibattito che ha
investito tutte le scienze umane e che arriva con qualche com-
prensibile ritardo nel composito laboratorio degli storici: gene-
rale e particolare, norma e individuo, macro e micro. Qual è
la coerenza fra un punto in una società e la società in com-
plesso? quanto di ciò che è irriducibile al generale è irrilevante?
E se no che strumenti abbiamo per recuperarlo nelle nostre
spiegazioni senza rinunciare a leggi o a modelli?
Quando parliamo di regolarità, di modelli, non proponiamo
di costruire delle tipologie definite, delle forme generali, delle
aree delimitate. Le comunità che studiamo non sono definite dal-

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l'aver in comune
in molti modi differenti. Gli autori di queste ricerche non pro-
pongono - mi pare - ohe si veda in questi esempi la comu-
nanza che apra la via a piatte generalizzazioni. La proposta è
semmai che questi esempi debbano essere impiegati in modo
determinato; «qui l'esemplificare non è un metodo indiretto di
spiegazione - in mancanza di un metodo migliore. Infatti, anche
ogni definizione generale può essere fraintesa». La proposta è di
uscire una volta per tutte dall'ingenua pretesa neoclassica che
11 micro sia immediatamente coerente col generale: vediamo una
rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incro-
ciano a vicenda: «non posso caratterizzare queste somiglianze
meglio che con l'espressione somiglianze di famiglia». Questa
parafrasi di Wittgenstein (Ricerche filosofiche, parr. 65-70) mi
pare mostri la normalità del problema in tutte le scienze umane.

5. Presentando il numero 33 di «Quaderni Storici» parlava-


mo di modelli generativi: rapporti sociali strutturati e compor-
tamenti individuali erano recuperati insieme nelle contraddizioni
che apparivano dalla scomposizione dei meccanismi sociali. Vor-
rei concludere questa presentazione con un'opinione critica per-
sonale. Già allora c'era un sottinteso dinamico che mi pare an-
cora lontano da essere raggiunto: la ricerca su Bertassi è ap-
pena imbastita; Cervo, Anguillara, Bassignana ci mostrano qui
il loro mondo relazionale aperto al mutamento: ma la crisi del
corallo, la ristrutturazione dell'annona romana, il conflitto so-
ciale e religioso non appaiono che per accenni. E, dall'altra, le
vicende individuali sono ancora spezzoni, ombre. Sembra che
tutto sia pronto per un lavoro da proseguire sulle pagine della
nostra rivista. Una nuova sezione sulle comunità e un fascicolo
di "biografie" sono fra i nostri progetti.
G. L.

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