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LA BEATA ANNUNCIATA COCCHETTI

E L’EUCARISTIA

Madre Cocchetti è una Beata bresciana, e se non è camuna di nascita, lo è per adozione: E’
un’adozione che lei ha fatto seguendo il piano di Dio che da Rovato e da Milano l’ha portata a
Cemmo e nella Valle dove si è fatta camuna con i camuni.. Ma è anche una adozione che i Camuni
hanno fatto di lei perché, anche se a quei tempi non si usava dare a persone benemerite la
cittadinanza d’onore, essi l’hanno sentita loro madre e sorella nell’amore con cui si è donata alle
giovani e alle famiglie per rendere più ricca di cultura, di umanità e di fede la Valle. Non c’è paese
camuno infatti che non abbia mandato alla sua scuola qualche ragazza che, divenuta maestra,
tornava poi al paesello pronta a collaborare con i genitori e le parrocchie per l’educazione cristiana
dei giovani.
Oggi la Valle Camonica la onora e la invoca come una santa fiorita sulle rive del suo fiume e tra
le cime dei suoi monti in una vita completamente donata alla sua gente in un secolo di povertà
materiale e culturale a cui lei ha contribuito ad offrire il pane per la fame fisica e a spezzarlo per
quella spirituale e morale. Ed era inesauribile nel suo dono perché lei si nutriva quotidianamente
al Pane della vita, che la sosteneva e corroborava ogni mattina per poter affrontare con lo slancio
di una giovinezza rinnovata la fatica che anche in quel giorno l’attendeva..
Don Felice Murachelli, un sacerdote camuno, a questo proposito ha lasciato una preziosa
testimonianza nel processo diocesano. Egli ricordava che “Mons. Bongiorni, Vescovo Ausiliare,
parlando nel 1930 in seminario a noi chierici in un fervorino eucaristico per la festa del Sacro
Cuore, ci disse che, quando nella diocesi di Brescia si andavano registran- do le conseguenze
dell’eresia giansenista, diffusa in Valcamonica specialmente dall’Arci- prete Guadagnini di
Cividate, eresia che allontanava i fedeli e le stesse anime religiose dal sacramento dell’Eucarestia,
la comunione quotidiana era praticata solamente in due comunità religiose di Brescia e
precisamente in una comunità residente in città e nella casa delle buone religiose di Cemmo per lo
spirito eucaristico che animava la pia Fondatrice, M. Cocchetti. L’accenno fatto dal Vescovo alle
suore di Cemmo, mia patria, colpì la mia fantasia e non l’ho più dimenticato”.
Le varie testimonianze del processo ricordano la Madre presente tutte le mattine in parrocchia con
la gente e tra la gente per vivere con la comunità cristiana la Messa che, in quei tempi, si celebrava
veramente alle prime luci dell’alba.. Questo per più di vent’anni, quelli più faticosi e difficili degli
inizi, in cui il bisogno della forza e del coraggio non li poteva trovare che nell’offerta quotidiana
della sua piccola, povera vita con quella di valore infinito che il Signore Gesù offriva di se stesso
al Padre.
Ma la Madre sentiva che nel convento mancava l’Ospite d’onore più amato. Bisognava cercarlo
solo nell’abitazione del cuore e mandargli un saluto da lontano nelle chiese di cui, affacciandosi
alle finestre, si scorgevano i campanili. Lei riusciva a fare qualche visita al SS. solo quando doveva
uscire per qualche necessità, ma non era facile per le altre suore, per le studenti, fatte più
numerose, averne l’occasione La Madre non solo sognava il giorno di poter avere la cappella, ma
sentiva che era una necessità. Per la sua costruzione aveva scelto la parte centrale della Casa, perché
Gesù non doveva essere considerato l’Ospite, ma il Padrone: la casa tutta era sua.
E nel 1852 incominciò a far fare il progetto, e lo volle semplice, ma classico; poi lo seguì in tutte
le sue fasi e ogni giorno era in cantiere perché voleva che tutto fosse fatto nel migliore dei modi e
con materiale ottimo perché per il Signore non si dovevano fare risparmi sulla spesa. Per la pala
dell’altare non ebbe remore e cercare la mano di un pittore di fama, quella di Antonio Guadagnini
da Esine.
Con l’inaugurazione della cappella nel 1954, l’anno scolastico si aprì con la presenza di Gesù e
Madre Cocchetti trasferì l’angolo della sua silenziosa serale contemplazione all’ultimo banco a
destra della cappella. Passava lì le ore della preghiera, in ginocchio, gli occhi chiusi o fissi al
Tabernacolo. Le sembrava di essere in Paradiso. L’Eucarestia era sentita da lei e sollecitata dalle
altre non come un dovere da compiere, ma come il respiro dell’anima e una esigenza dell’amore Le
suore la vedevano, passando da un punto all’al- tro della casa, entrare in cappella per una breve e
devota visita al SS.mo che l’attraeva con la sua presenza e il suo Cuore.
Il legame con la parrocchia non fu per questo mai spezzato, rimase viva la collaborazione pastorale
con i sacerdoti, ma la Madre volle instaurare anche un momento comune di adorazione
eucaristica che è durato nel tempo ed esprime ancora oggi la profonda comunione tra il convento e
la comunità parrocchiale di Cemmo: la processione del Corpus Domini.
Per quella festa la Madre aveva chiesto e ottenuto che Gesù Eucaristico entrasse solennemente
nella sua casa: Tutta la comunità, dopo le pratiche del mattino, era impegnata negli addobbi della
via e della casa. Uscivano dai cassettoni le lenzuola più belle, candide di bucato che si stendevano
sulle corde tese, lungo i muri dei due lati dei fabbricati per preparare il più degnamente possibile la
strada per il Signore. Dai davanzali si facevano pendere stoffe ricamate e ad ogni angolo si
ponevano vasi di fiori e quadri sacri.
Il SS.mo, portato solennemente in processione, entrava nel cortile della casa, Lui, sole di vita,
proprio al fulgore del sole di mezzogiorno. Era preceduto da alcune bambine “gli angioletti” a cui le
suore avevano fatto indossare lunghe tuniche di seta. Mentre spargevano petali di rosa al passaggio
del Signore, tutte emozionate per le loro meravigliose tunichette, ripensavano, quasi incredule, a ciò
che la suora aveva detto loro quando stavano indossandole “Quelle sete erano state prima gli abiti
sfarzosi che Annunciata portava a Milano” e si domandavano come lei avesse potuto rinunciare a
vestiti così belli, mentre loro andavano a gara per metterli almeno una volta.
Seguiva la folla dei parrocchiani, delle suore e delle educande. Arrivando alla porta del convento
spalancata la processione entrava nell’atrio della casa e passava nella cappella preparata a gran
festa con la stupenda tovaglia dai molti simboli ricamati in oro.
Il SS.mo era posto sull’altare: chi aveva potuto entrarvi cantava insieme con chi era ancora fuori
nella strada un canto di adorazione e, dopo il Tantum ergo, il parroco dava la benedizione del
SS:mo. Era un momento di grande commozione per tutti, per le suore, ma anche per la gente
particolarmente quando la Madre, diventata cieca, non partecipava più alla processione, ma era lì in
ginocchio nel suo banco in adorazione: uno sguardo di affetto e di saluto era sempre. anche per lei.
Da quel 1852 al 1882, data della sua morte, quante messe, quante comunioni, quanta adorazione in
quella cappella Madre Cocchetti ha donato alla Chiesa e al mondo e nell’Eucarestia ha trovato la
sorgente di un apostolato fecondo di animazione e di formazione cristiana che ha lasciato alle sue
suore come carisma.
L’annuncio che lo Sposo era in arrivo, il Signore glielo ha dato proprio in cappella, nell’Eucaristia.
Aveva appena fatto la comunione quando si sentì male e dovette sedere,
attendendo che fossero terminate le preghiere comuni. Poi si ritirò in camera e fu presa da
fortissima febbre. Volle che le fossero amministrati Il Viatico e l’Estrema Unzione che ricevette con
una fede e un fervore da santa e si sentì piena di pace e di abbandono.
Era giunto finalmente il momento di vedere, con i suoi occhi non più spenti, il volto di quel Gesù
che aveva così lungamente adorato sotto i misteriosi veli dell’Eucaristia