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NARRATIVITÀ E CONVENZIONE

1. L'autonomia di ogni singola lettera è la nitida legge compositiva


che Ovidio si è dato nelle Eroidi. Autonoma, ogni lettera, perché il
testo — naturalmente con tutte le implicazioni di cui riesce a dotarsi,
e su questo si tornerà — deve fornire da sé tutte le informazioni suffi-
cienti e, soprattutto, è fatto in modo da non chiedere risposta o inte-
grazione. Anche per questo motivo,' non dev'essere casuale che al
primo posto della raccolta troviamo l'epistola di Penelope.
Penelope scrive una lettera ma dice esplicitamente di non volere
una risposta da Ulisse (nil mihi rescribas tu tamen...): vuole suo
marito a casa (...ipse veni), subito, e in chiusa della lettera aggiunge
amaramente: «anche se torni fra un momento, ti sembrerò una vec-
chia» (1,116). Fra un momento? Certo, la lettera sembra destinata a
non trovare risposta né esito. Per un motivo eminentemente pratico:
è rivolta ad indirizzò sconosciuto. Penelope, infatti, vuole affidarla a
qualche straniero di passaggio da Itaca, nella speranza che abbia la

t L'ordine tramandato delle epistole ha buone probabilità di essere ovidiano,


anche se preferirei non costruire troppo su questo dato. Per quanto riguarda il `non
chiedere risposta', non è questo il solo motivo per staccare nettamente le Eroidi
singole da quelle doppie (quasi certamente più tarde per rilievi di stile, metrica,
paralleli interni etc.): e noi eviteremo qui di riferirci alle epistole 16-21, che pongo-
no problemi di poetica piuttosto diversi.
L'idea che le epistole non possano avere risposta sembra chiaramente implicata
sin dall'epistola di Penelope: l'iniziativa dell'amico Sabino che (Amores 2, 18, 27
sgg.) compose qualche risposta degli eroi (p. es. proprio Ulisse), può aver avuto il
carattere scherzoso di una violazione intenzionale, un po' da guastafeste (comunque
in spirito ovidiano, data la passione di Ovidio per il disvelare tongue-in-cheek le
convenzioni letterarie e la loro arbitrarietà). Al v. 32 (quodque legar Phyllis, si
modo v i v i t, adest) sembra podere une a di Ovidio, basata pro.
prio sulla stretta scanhlem e 1-15: la aitumlot s
in cui Fillide scrive non peso anche quam agi
del v. 27 riceve più
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ventura di comunicare con Ulisse. È quasi un messaggio nella botti- ne lettere, perché il lettore non si aspetta da esse alcuna conseguen-
glia. Ma c'è un secondo motivo. La lettera non avrà mai risposta za. La terza epistola è scritta da Briseide per Achille. Briseide è
perché, mentre viene scritta, Ulisse si trova già ad Itaca.z L'epistola nelle mani di Agamennone, e l'ambasceria ad Achille (Iliade IX) è
ovidiana si inserisce con precisione nella fabula dell'Odissea, testo già fallita: «domani» — Briseide l'ha sentito dire (fama est, 3,57) —
universalmente noto che Ovidio intende rispettare in tutta la sua Achille vuole prendere il mare di gran carriera («sì, dimani vedrai,
intelaiatura di dati. Penelope ha avuto tanti anni per meditare lettere se te ne cale, / coll'aurora spiegar sull'Ellesponto / i miei legni le
e anzi — come Ovidio si preoccupa di chiarire ai vv. 59-62 — ne ha vele, ed esultanti / tutte di lieti remator le sponde», secondo una
scritte molte, affidandole a tutti i naviganti di passaggio. Ma questa delle più memorabili riuscite di Vincenzo Monti). Allora sembra di
lettera non si colloca in un punto qualsiasi della monotona lunga capire che Briseide scriva di notte, la notte cruciale che separa il
attesa. La lettera è chiaramente 'datata' a un giorno in cui Telemaco giorno dell'ambasceria dal giorno campale della battaglia alle navi.
è rientrato ad Itaca da Sparta, e ha raccontato a Penelope qualche Al principio della lettera, Briseide accenna ai pericoli dell'avventu-
incerta notizia del padre.' Questo è, in termini lessinghiani, davvero rarsi di notte, e non sapremmo darle torto: in questa lunga notte
un 'fecondo istante' della storia. In quel giorno — come dimenticare Omero ambienta un pericoloso andirivieni di spie ed agguati. E que-
Omero? — la casa di Penelope ospita un viaggiatore straniero, un sto l'unico momento utile, l'unico tempo morto in cui potrebbe inse-
Cretese che dice di sapere molte cose (per la Penelope ovidiana, rirsi il tentativo epistolare di Briseide; l'ambasceria è fallita, e Bri-
potrebbe essere un ottimo corriere). Ma il lettore di Omero sa chi è seide ne ricanta i temi da una nuova prospettiva. Ma già l'indomani,
veramente il Cretese, e sa che dopo una sola notte — il protinus di come ci assicura Omero, porterà la soluzione cercata da Briseide. In
Penelope! — egli rivelerà la sua vera natura a tutti. Ancora una notte, una lunghissima giornata di battaglia (che mette a disagio le nostre
e la lunga attesa di Penelope sarà finita. edizioni per le scuole, costrette a siglare il libro XI «mattinata del
Così, la prima epistola del libro fornisce ai suoi lettori le delicate ventiseiesimo giorno» dal principio del poema, e il lontano XVIII
regole di un nuovo gioco letterario. Questi testi vanno intesi come «ultime ore del ventiseiesimo») Patroclo cadrà, Ettore avrà le armi di
lettere in senso proprio — scritte in una determinata occasione, con Achille, l'ira sarà finita, e Briseide potrà tornare alla tenda del suo
un preciso destinatario, con un intento preciso. Sono però delle stra- amato. La conclusione non sarà priva di qualche amara ironia, per-
ché Briseide avrà il risultato che cerca, ma perderà il suo unico
amico, l'uomo gentile che aveva sempre cercato di consolarla (cfr. Il.
2 Buone osservazioni su questo punto in D. F. Kennedy, The epistolary mode 19, 287 sgg.; ep. 3,23 sg.). Il tempo della lettera è null'altro che un
and the first of Ovid's Heroides, ..Class. Quart.» 34, 1984, p. 413 sgg., uno dei sottilissimo taglio praticato nella sequenza che compone l'intreccio
primi lavori che affronti i problemi di poetica posti dalle Heroides in modo dettaglia-
to. Importanti anche H. Frinkel, Ovid: a poet between two worlds, Berkeley-Los
dell'Iliade. Evidentemente le storie, di cui Ovidio conosce così bene
Angeles 1945, pp. 36-39: F. Della Corte, / miti delle Heroides. in Opuscula /V, la continuità (cfr. «MD» 16, 1986, p. 77 sgg.), hanno anche proprie-
Genova 1973, p. 39 sgg. tà interstiziali, discontinue.
3 Cfr. vv. 63-65; 99 (nuper). Questo è chiaramente il terminus post quem della Il lettore non può che inserire questi tagli in un quadro già dato
lettera di Penelope. In Omero Telemaco tarda parecchio a informare la madre sul una volta per tutte, immodificabile, e tale che l'esistenza della lette-
viaggio a Pilo e Sparta; quando si decide a farlo. in 17.107 sgg., l'indovino Teocli-
ra non saprà in alcun modo condizionarlo. Infatti, questo contesto
meno aggiunge che in realtà Odisseo non solo è vivo, ma si trova già in patria e
prepara vendetta contro i pretendenti (17, 152-161). Penelope accoglie la cosa
narrativo è fissato altrove, consegnato ai testi letterari (o più generi-
come una profezia di incerto valore. Sii b i t o dopo— con un drammatico montaggio camente ai mitologemi) su cui Ovidio ha scelto di operare. In altre
degli eventi — Omero narra che Odisseo sta avvicinandosi, sotto spoglie di mendico, parole, l'autonomia narrativa della lettera è curiosamente intrecciata
alla casa natale, ed è riconosciuto dal suo vecchio cane. alla sua inefficacia pragmatica: e l'inefficacia implicata dal contesto
Anche il tema per cui Penelope affida messaggi a tutti i forestieri di passaggio è
convoglia ogni lettera verso lo spazio dell'illusione. (L'amante è mor-
in certo modo lo sviluppo (quasi l'inversione) eli un suggerimento omerico. In
14.372 sgg. Eumeo spiega ad Odisseo che Penelope accoglie spesso viaggiatori, to, è partito, ama già un'altra, è partito e non tornerà o — variante più
chiedendo notizie del marito, e che fra di essi si trovano dei veri e propri impostori - sottilmente ironica — tornerà, ma secondo cause indipendenti, cate-
Odisseo, curiosamente, è l'ultimo di questi impostori. ne di motivazione che la lettera non ha sotto il tetto controllo). I,a
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competenza narrativa del lettore lo pone in uno stato di superiorità alla narrazione, o in entrambi i sensi assieme. Sviluppando con mi-
ironica rispetto alla limitata visuale del personaggio che dice io. 4 Le nore tatto queste ricette, non è difficile arrivare a un Vangelo di
Heroides sono non semplicemente dei derivati intertestuali (al pari di Giuda, o a un Amleto visto dai poveri Rosencrantz e Guildenstern.
tanta altra poesia antica) ma anche (se si può accettare una definizio- L'efficacia dello scarto è garantita, in Ovidio, da una scelta nar-
ne quasi scherzosa, che vorrebbe cogliere il carattere ludico dell'o- rativa fondamentale: quello che per il lettore è un testimone risulta
perazione ovidiana) dei veri e propri ` i n t e r t e s t i'; formazioni inter- invece (misurato rispetto alle proprie intenzioni) piuttosto un persua-
stiziali, sviluppate in sezione di altri testi. Il gesto del poeta non è di sore: la soggettività del punto di vista è garantita ogni volta dalla
chi voglia completare il proprio modello. Queste operazioni letterarie finalità pragmatica del testo. Anche in questo senso, la somiglianza
presuppongono in genere che si colga nei modelli come un vuoto da tante volte invocata fra le Heroides e i monologhi drammatici si rivela
riempire — nell'antefatto, nel séguito, entro il corpo stesso del rac- debole, episodica, non costitutiva.
conto; o almeno che il racconto si integri di qualche sua diramazione
interrotta: che fine avrà fatto Anna, la pietosa sorella di Didone, che 2. Conquistare, riconquistare, o perpetuare l'amore: ritagliate entro
abbandoniamo vicino alla pira nel quarto dell'Eneide (Silio Italico 8, i testi e i miti più diversi, le Heroides hanno in comune questa inten-
50 sgg.)? E neppure si può dire che l'iniziativa del narratore arrivi zione. E questo che le fa così simili tra loro, e così somiglianti a un
qui a concepire una vera e propria sceneggiatura alternativa, utiliz- genere già consolidato, preesistente al nuovo opus ovidiano:6 voglio
zando la storia tradizionale come un `mondo possibile' su cui inne- dire l'elegia romana.
stare nuove potenzialità (magari con intenzioni demistificanti o co- Dell'elegia sappiamo che è il genere monologico per eccellenza.?
munque ideologiche: «Se tu avessi parlato, Desdemona» 5). La poeti-
ca delle Eroidi suggerisce, più semplicemente, che è possibile apri-
6 Ho l'impressione che i tentativi di ricavare troppo da A. A. 3, 346 ignotum
re nuove finestre su storie già compiute. Le virtù narrative di Ovidio hoc aliis ille novavit opus vadano drasticamente limitati, in un senso e nell'altro. La
si rivelano proprio nel rispettare la sceneggiatura tradizionale; ogni proclamazione di novità assoluta si scontra, naturalmente, con il regesto dei debiti
lettera ricava il suo spazio bianco da una narrazione in sé piena e che ogni filologo può compilare facilmente secondo il solito sistema della Kreuzung
compatta, talora anche drammaticamente serrata e incalzante. La der Cattungen. D'altra parte, la discussione se le Heroides vadano proprio a costitui-
re un genere nuovo, una nuova Dichiari, rischia di avvitarsi a vuoto. Mi sembra
spettacolare abilità del poeta ha qualcosa di chirurgico: sceglie il almeno evidente che le Heroides intraprendono un `gioco' nuovo, con regole apposi-
punto propizio, seziona, e richiude senza lasciare traccia di sé. Mol- tamente create. Nessuna delle obiezioni portate contro la sincerità della proclama-
to si gioca sulla distanza fra il testimone, autore della lettera, e i zione ovidiana suona davvero convincente. È vero che le consuetudini dei poeti
tradizionali punti di vista cui la sceneggiatura è consegnata. Manipo- romani farebbero attendere un Primus ego... dall'intonazione solenne; ma le riven-
dicazioni di originalità (e di originale `importazione' dalla Grecia) vanno pur sempre
lando questo scarto, si possono concepire ricadute ironiche sulla
lette nel loro preciso ambito. Ovidio nell'Ars non sta presentando i suoi capolavori
consapevolezza del lettore: tali da colpire, ad esempio, una certa alle generazioni future, ma si dedica a elencare i consumi culturali che possono
pochezza del testimone, o da minare ironicamente i valori affidati arricchire le doti di una signorina del bel mondo (i consigli successivi, ai vv. 349
sgg., riguardano l'opportunità di saper ballare bene). In tale contesto non c'è spazio
per un exegi monumentum, ma neppure conviene limitare troppo la portata di igno-
4 Nel romanzo epistolare del Settecento, opera `a più voci', la superiorità pro- tum... novavit; sugli Amores Ovidio non si sbilancia allo stesso modo e non si attri-
spettica del lettore è data non dalla competenza intertestuale, ma semplicemente buisce i gradi di caposcuola (sarebbe stato difficile dopo aver citato, sei versi prima,
dal fatto che nessun personaggio ha il privilegio di una visione completa degli avve- Gallo Properzio e Tibullo).
nimenti: solo il lettore, complice diretto dell'autore, può ricomporre le visuali dei 7 V. in generale G. B. Conte, L'amore senza elegia, introd. a Ovidio, Rimedi
singoli narratori in un disegno complessivo. Sulla poetica di questa forma narrativa all'amore, a cura di Caterina Lazzarini, Venezia 1986, p. 11 sgg., utile ai nostri fini
importante J. Rousset, Forma e significato, Torino 1976, p. 81 sgg. Sull'illusione sia per l'analisi dei rapporti che Ovidio, sin dalla sua opera giovanile, intrattiene
come spazio unificante dell'opera ovidiana cfr. il bel saggio sulle Metamorfosi di G. con l'elegia romana (relativismo, messa a nudo delle convenzioni, autoriflessività),
Rosati, Narciso e Pigmalione, Firenze 1983. sia, più complessivamente, per l'attenzione verso la natura e la funzionalità del
5 Cfr. la rinascita femminista delle Heroides, ora voce delle escluse, in Christi- genere letterario. Sulla pertinenza delle Heroides (in quanto zweckhaftes Brief) al
ne Briickner, Ungehaltenen Reden ungehaltener Frauen (Hamburg 1983), e W. genere elegiaco, bene, sinteticamente, W. Stroh, Die rtimische Liebeselegie als wer-
Schubert, «Antike und Abendl.» 31, 1985, p. 76 sgg. bende Dichtung, Amsterdam 1971, p. 190 n. 59. Se si sposta il discorso alla con-
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Non si tratta solo di restrizione tematica — il tema unificante, come e quello dell'enunciazione. Con ciò, naturalmente, resta comunque
nelle Heroides, è l'amore — ma soprattutto dell'effetto costante di una aperta una ricca gamma di effetti: che va, per esempio, dall'ingenua
voce individuale, che attira a sé ogni tema. L'elegia potrebbe tratta- identificazione in un racconto memorialistico, sino a effetti comples-
re, come in effetti fa, anche di mitologia, morale, paesaggio, que- si di distacco e di ironia — che sono, allora, molto più forti e radicali
stioni legislative, politica estera, vacanze al mare; ma si distingue, di quelli che un racconto eterodiegetico saprebbe produrre.
appunto, per la perentoria riduzione di ogni interesse esterno al fuo- Occorre ora considerare l'interazione tra questa forma omodiege-
co centrale, che è la persona del poeta innamorato, con il suo orien- tica, monologica, e il carattere intertestuale che già avevamo deli-
tamento dominante: la conquista e difesa dell'amore. Lo specifico neato. Qui sorge, infatti, una divergenza notevole tra elegia e `eroi-
dell'elegia sta proprio in questa riduzione monologica: è lo spazio de'. Non c'è alcun dubbio che la singola elegia possa proiettare un
dove parla, di regola, una voce sola. suo contesto narrativo, adombrando intorno a sé la traccia di uno
Il contributo dell'elegia alle Heroides non può essere allineato sviluppo temporale, situandosi in una storia già in parte nota, gio-
(come ancora qualcuno propone) alla lunga lista delle influenze e cando sul ricorrere di una `persona' elegiaca che via via si determina
degli incroci (secondo piatti ricettari da Kreuzung der Gattungen); in meglio nelle varie inquadrature del libro. Ma non sembra altrettanto
questo senso, anche la definizione corrente di `monologhi lirici' ha in tipico che si assuma come contesto una sequenza narrativa già nota e
sé qualche elemento di confusione. Il contributo dell'elegia è diver- `citabile'. Sappiamo che nell'elegia l'identità e la persona del locuto-
so, per qualità, dagli influssi di altri generi, perché non si tratta solo re hanno notevole peso nell'orientare il significato del testo; in qual-
di materiali e tecniche narrative, e neppure solo di un tema unifican- che occasionale esempio (come nei cosiddetti Rollengedichte) questa
te, l'amore, ma soprattutto di una prospettiva unificante. L'elegia informazione può assumere un valore non solo supplementare ma
insegna alle eroine come si può `ridurre' ogni realtà esterna attiran- decisivo, e produrre una trasvalutazione dei contenuti (in qualche
dola verso la persona dell'amante; e come si può alimentare un di- caso, una rilettura ironica dell'insieme). Ma nelle Heroides tutto il
scorso poetico attraverso la resistenza, l'irriducibilità di un punto di complesso delle informazioni che individuano il personaggio risulta,
vista personale nei confronti del mondo `esterno', mentre parzialità regolarmente, decisivo per l'interpretazione del testo, anche quando
del punto di vista e orientamento pragmatico ( l'intento della Wer- si tratta di informazioni solo presupposte o tendenziosamente sotta-
bung, del corteggiamento elegiaco) si sostengono a vicenda. Così, ciute. Un'epistola come quella di Issipile, poniamo, risulta assai
soprattutto, va misurata la scelta ovidiana dell'epistola d'amore, che piatta alla lettura per chi non ha informazioni sul mito sufficienti a
dà forma `istituzionale' alla soggettività elegiaca. proiettare una cornice narrativa. Issipile vuole ammonire Giasone
con una sua tendenziosa lettura della storia di Medea, vista come
3. Il campo di studi che alcuni chiamano poetica, altri narratologia, una barbara e crudele fattucchiera che si compiace a versare il san-
o analisi del racconto, ci ha ormai abituato a considerare la narrazio- gue dei suoi congiunti. Non c'è dubbio che l'interpretazione di Issi-
ne `in prima persona' come una scelta significativa, dotata di impli- pile voglia suonare gelosa e faziosa, tanto più se si richiama alla
cazioni e variazioni anche molto sottili. Senza entrare troppo in det- mente la Medea giovinetta e trepidante di Apollonio Rodio. Ma lo
taglio, credo che quasi tutti gli studiosi del racconto consentirebbero stesso Apollonio Rodio (come in genere il sapere mitologico corren-
su questa prima caratteristica evidente: è tipico della narrazione in te, la basilare «enciclopedia» del mito che regola la competenza del
prima persona sottolineare il processo di ricreazione soggettiva degli lettore) ci ricorda che Issipile — mentre accusa Medea di fratricidio e
eventi narrati; e questo modo della narrazione produce nel lettore altri complotti — è famosa nel contesto della storia di un terribile
una più intensa partecipazione al `farsi' del racconto, mentre si ren- uxoricidio di massa. Nell'insieme, l'epistola suona come un testo
de netto e percepibile lo spessore che corre fra il tempo del racconto elegiaco (soggettività, corteggiamento, lamento e gelosia ne sono le
dominanti) in cui però il contesto narrativo e le informazioni parate-
cretezza delle `fonti' elegiache che nutrono le Heroides, l'importanza del IV libro di stuali (identità e biografia del locutore) assumono un'importanza so-
Properzio (Aretusa, Tarpea), per quanto ben nota, merita ancora di essere sottoli- verchiante.
neata. Di quella restrizione monologica che è propria dell'elegia romana
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— restrizione di voce, di campi tematici, di ideologia — Ovidio ha
ca. Infatti queste eroine dell'epica e del dramma non sono nate 'den-
fatto nelle Eroidi una convenzione narrativa: le sue epistole operano
tro' e `per' il codice elegiaco, come forme o esperienze dell'io elegia-
tagli `elegiaci' sul materiale narrativo dell'epos, della tragedia, del
co: possono solo, con un certo anacronismo, appropriarsene. In que-
mito; la riduzione monologica di questo materiale non è che l'estre-
sto senso, già l'apparizione di Penelope al primo posto della raccolta
ma estensione dell'imperialismo elegiaco. E lo scarto che corre fra
ha un indubbio valore programmatico. Alcuni procedimenti usati qui
tempo dell'enunciazione e tempo narrato garantisce il margine dell'i-
da Ovidio (cercheremo subito di illustrarli) introducono il lettore a
ronia e della riflessività.
un universo letterario nuovo, né antico né moderno, né epico né
L'altra faccia dell'operazione è che proporre quindici diverse sog-
elegiaco, ma fondato sull'esitazione, sulla compresenza, sullo slitta-
gettività elegiache significa in fondo oggettivare, guardare dall'ester-
mento di codici e valori.
no l'amore elegiaco. Questa costruzione culturale ha un suo naturale
corteggio di sentimenti — passione gelosia rancore trepidazione ango-
4. Penelope non è solo un personaggio epico: è un paradigma da
scia — e un suo armamentario di tattiche — minacce, lusinghe, ricatti,
elegia, notevole non solo per la sua frequenza, ma anche per la
autoumiliazioni, autoesaltazione, suppliche, denunce, rinunce; ma
stabilità della sua funzione esemplare. L'orientamento funzionale è
dev'essere guardata dall'interno, se elegia ha da essere. Le Heroides
appunto la forza che trasforma il mito fissandolo, come si usa dire, in
sono un omaggio al codice elegiaco, che riceve il potere di «ricanta-
un paradigma.8 Nelle situazioni elegiache in cui il suo esempio è
re» le storie del mito, solo che se ne fissi un'opportuna prospettiva:
convocato, Penelope manifesta il valore dell'eros coniugale e della
ma questa espansione del codice finisce per essere una presa di
fedeltà ad ogni prezzo. Nel nome di Penelope Catullo chiude la tirata
distanza, uno sguardo disincantato. Replica e serialità sono in gene-
benaugurante del suo epitalamio (61, 230). Di qui procede la retori-
rale patrimonio o di un'arte popolare o di un'arte sottilmente consa-
ca dell'elegia: il fedele eros coniugale di Penelope si presenta per
pevole, colta e derivativa; nelle Heroides, direi che entrambe queste
metafora come il grado estremo di ciò che il poeta innamorato può
strategie hanno un loro peso.
chiedere alla sua donna. Properzio rinfaccia questo esempio a Cinzia
Queste elegie non possono dimenticare tutto lo spessore consoli-
fedifraga e incostante:
dato del loro codice: come già negli Amores, Ovidio presuppone che
l'elegia sia un altrove già costituito, e fa sì che il lettore non lo Penelope poterat bis denos salva per annos
dimentichi. Sappiamo che Ovidio può ormai contemplare dall'ester- vivere, tam multis femina digna procis;
no questo scenario elegiaco. La sua evoluzione come poeta d'amore coniugium falsa poterat differre Minerva,
(già in gran parte consumata, per quanto possiamo capire, ai tempi notturno solvens texta diurna dolo;
delle Epistulae Heroidum) lo ha portato a riformulare tutto il patrimo- visura et quamvis numquam speraret Ulixem,
nio tradizionale, la giovane tradizione dell'elegia. Relativismo e iro- illum expectandofacta remansit anus.
(2, 9, 3-8)
nia hanno guidato l'operazione, il cui segno tipico è la trascrizione
dell'amore-passione in un nuovo codice galante. A questo punto, la Ovidio se ne è ricordato: le ultime parole della lettera alludono a
posizione raggiunta si rivela un osservatorio distaccato (presupposto Properzio: protinus ut venias, fatta videbor anus (v. 116). Ecco come
frequente nelle Heroides, e dominante nei Remedia), rispetto al qua- un elegiaco vede Penelope. Ma Penelope come vede la sua stessa
le esiste ormai un'elegia `all'antica'. Questa sorta di Ur-elegia si storia?
distingue per chiusura, assolutezza, unione orientata di poetica e Se tutta la vicenda può riassumersi in un gesto emblematico (ed è
scelta di vita: è seria, pura, in un certo senso anche ascetica. Per difficile trovarlo, per un'attesa ventennale consumata nelle stanze
questo, soprattutto, il modello di Properzio assume tanta importanza delle donne), questo sarebbe certo il motivo della tela. Proper-
nelle Eroidi. Il procedimento — che consiste nel `rendere visibile' il
codice letterario e culturale secondo cui si opera — ha implicazioni
curiose per le Heroides; dove il mondo rappresentato non è più, come 8 Il problema dell'exemplum elegiaco è studiato con metodo nuovo da F. Lechi,

negli Amores, esattamente il tradizionale mondo della poesia elegia- Testo mitologico e testo elegiaco. A proposito dell'exemplum in Properzio, «MD» 3,
1979, p. 83 agg. (su Penelope v. in particolare p. 87, su Briseide, p. 88 sgg.).
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zio stesso mostra di considerarlo esemplare: l'astuzia notturna sim- Stavolta Cinzia è diversa. Per questa volta, parla con voce propria.
boleggia la volontà di restare fedele ad ogni costo eludendo i Proci Aspetta fedele un innamorato che indugia in amori externi (come
(«tu — riprende la parola Properzio — nemmeno una notte haí saputo Ulisse); trova interminabile la notte (1, 3, 37 nani ubi longa meae
-star sola, nemmeno un giorno, Cinzia»). Questo corrisponde a una consumpsti tempora noctis, la spatiosa nox di Penelope); si rifugia
mancanza clamorosa nel testo di Ovidio. Il racconto di Penelope, allora nella casta matronale attività del tessere. Cinzia ora si vede
condensato fedele e completo della fabula omerica, non trova spazio come Penelope.
per il celebre inganno della tela. Come annota stupito Arthur Pal- Ma la Penelope di Ovidio vede se stessa come una Cinzia. La sua
mer, «it is strange that Ovid dici not make more use of the story of tela non è più un epico inganno: è solo il mezzo per ingannare le notti
Penelope's web» (n. ad 1,10). Ancora più strano è l'uso che Ovidio in cui è privata del suo giusto amore. La deformazione del modello
ne fa `in positivo': omerico denuncia uno scarto soggettivo: un punto di vista che «rileg-
ge» il tema epico da una prospettiva elegiaca. L'allusione a Proper-
O utinam tum cum Lacedaemona classe petebat zio è il segnale più evidente di questa nuova codificazione. Con
obrutus insanis esset adulter aquis! leggerezza di tocco, Ovidio ci insegna che anche i grandi temi dell'e-
non ego deserto iacuissem frigida letto
pica possono diventare elegiaci: basta cambiare punto di vista, e
non quererer tardos ire relicta dies
nec mihi quaerenti spatiosam fallere noctem
accettare la restrizione monologica che è propria dell'elegia.
lassaret viduas pendula tela manus. Non esiste amore elegiaco senza rivali. Ovidio scopre anche in
(vv. 5-10) Penelope una possibilità di questo tipo; non può farla onnisciente,
eppure la porta, per intuito femminile, molto vicina alla `verità' (che
Tutti sanno che la tela è un inganno, la falsa Minerva e il nocturnus
è poi la testuale oggettività del modello, l'Odissea).
dolus di Properzio, í Sóot di Omero (Od. 19,137). L'eroina epica,
appunto perché epica, è la sposa dell'eroe della metis: la sua ruse è
contigua e congruente a quella dello sposo Odisseo; ma se Odisseo Haec ego dum stulte metuo, quae vestra libido est,
cessa di essere roXvcPewv per diventare solo persona amata, desti- esse peregrino captus amore potes.
natario di un'epistola elegiaca d'amore, Penelope non sarà più l'ac- Forsitan et narres, quam sit tibi rustica coniunx,
quae tantum lanas non sinat esse rudes.
corta eroina capace d'inganni. Così la tela in Ovidio serve solo, lette-
(vv. 75-78)
ralmente, a ingannare il tempo. Nessun lettore obiettivo, leggendo
questi versi, penserebbe che Penelope lavora di notte a disfare una
tela. Fallere noctem, però, è un'espressione ardita in latino: ha molta In prospettiva simmetrica, Properzio diceva a Cinzia obicitur totiens
più forza metaforica del nostro cliché corrispondente, e soprattutto a te mihi nostra libido (3, 19, 1). Il lettore sa che anche Ulisse ha
qui si parla (con evidente plusvalore erotico) di notti, non di tempo ceduto; ma sa anche che, appena libero di andarsene (v. 80 reverten-
in generale: il tempo dell'amore si misura innotti. Questo ci riporta di liber), ha preferito la mortale Penelope alla divina Calipso. «So
indietro, e nuovamente verso un'elegia properziana: anch'io, e molto bene, che rispetto a te la saggia Penelope ha poco
«O utinam talis perducas, improbe, noctes
valore, per grandezza e per aspetto... ma anche così voglio e deside-
me miseram qualis semper habere íubes! ro ogni giorno tornarmene a casa, vedere il ritorno» (5, 215 sgg.). Su
Nam modo purpureo fallebam statuine snmhum,9 questo dettaglio comparativo fa presa il linguaggio della gelosia, il
rursus et Orpheae carmine, fessa, •lyrae; linguaggio erotico della Penelope ovidiana. 'Axtbvóg (cfr. 5, 217)
interdum leviter.mecum deserta querebar significa qualcosa come «debole, di poco valore»; Odisseo si rivolge
externo longas saepe in amore moras!» ad una signora divina. Ma Penelope sta pensando ad un amore stra-
(1, 3, 39-44) niero, con tutte le connotazioni relative, e l'opposizione muta di se-
gno. Rudis è chi non è iniziato ai giochi d'amore; rusticus è per
9 Lo stilema è analizzato da P. Fedeli nel suo commento ad 1., Firenze 1980, p. Ovidio una parola-chiave, l'attributo di tutto «ciò che si oppone all'e-
130.
26 EPISTULAE HEROIDUM
NARRATIVITA E CONVENZIONE 27
sprit di città»,10 alla cultura galante. Filare la lana è il più ovvio Torna in mente un modello culturale che nell'elegia romana è
emblema della castità matronale; con modernizzante irriverenza Ovi- fondamentale, anche quando resta implicito: la relazione «servo-
dio vede nella matrona lan f ca la tipica donna che non sa fare all'a- padrona» depositata nel legame di obsequium verso la donna, la don-
more: «odio quella che si dà solo perché è inevitabile, siccaque de na amata che l'ego elegiaco apostrofa come sua domina, e tutto il
lana cogitat ipsa sua» (Ars 2, 685 sg.). Spinta dalla gelosia, Penelo- relativo campo semantico che usiamo etichettare servitium amoris. È
pe arriva a concepire se stessa come un modello negativo: dialoga importante per i lettori moderni cogliere il forte scarto di queste
con l'Odisseo omerico attraversando il linguaggio della poesia ga- immagini rispetto alle norme sociali: per inventare un nuovo rappor-
lante. to verso la donna si mette in gioco la più consolidata fra le norme
sociali, e la distinzione tra liberi e servi si incarica di rappresentare
5. Anche Briseide è un paradigma della poesia d'amore. Il suo per- metaforicamente la soggezione di un uomo libero a una donna (non di
sonaggio ha indubbiamente aspetti romantici — la donna amata da rado, fra l'altro, una donna di condizione libertina). Bisogna ricorda-
Achille (Il. 9,342 sg.), nel cui nome iniziò l'ira funesta; modificando re che, in Gallo e in Properzio, non si tratta solo di un linguaggio
l'assetto dei valori culturali, e puntando tutto sull'eros ferito di galante (che poteva essere già diffuso nell'epigramma greco e nello
Achille, invece che sull'orgoglio offeso, se ne potrebbe cavar fuori stesso Catullo) ma di un campo semantico che rinvia a una scelta di
un'Iliade `elegiaca', un grande testo epico che si iscrive tutto (para- vita non conformista: il nucleo del servitium amoris è infatti «la de-
dossale esperimento) dentro una `tenue' storia d'amore. Ma talora i gradazione implicita nell'innamoramento»;12 e la degradazione può
poeti romani preferiscono valorizzare un tratto che ha implicazioni agire, ovviamente, solo se adottiamo il punto di vista dell'ego elegia-
più realistiche. Briseide è una schiava (serva Hor. c. 2, 4, 3; cap- co — un signore romano di buona famiglia, uno che sta abbastanza in
tiva Prop. 2, 9, 11; ancilla Ov. am. 2, 8, 11). Il suo rapporto con alto da poter amministrare al lettore la propria rinuncia.
Achille è proiezione eroica di un tema quotidiano, quello degli amori L'adozione del punto di vista di Briseide (che parla «aus der
ancillari. Cosa non si è fatto per amore di una serva.11 L'epistola di Haremperspektive»)13 produce effetti di spiazzamento. I topoi ormai
Ovidio tiene dovuto conto di questa collocazione `sociologica' del usuali dopo Gallo Tibullo e Properzio vengono attraversati da una
paradigma. Tutto l'andamento della lettera è condizionato dalla posi- nuova prospettiva. L'uso intensivo e proprio di dominus ci ricorda
zione sociale di Briseide, e il confronto con le tonalità della nobile che il campo metaforico dell'elegia non è simmetrico e bilaterale: la
legittima sposa Penelope riesce istruttivo. Ma anche qui possiamo relazione dell'amante con la sua domina non è percorribile nel senso
trovare implicazioni elegiache nella situazione narrativa. Già la si- contrapposto. L'io innamorato che monologa qui è socialmente quel-
tuazione offriva a Ovidio una prospettiva piuttosto insolita: l'espe- lo di una schiava (Briseide lo ricorda continuamente), una che, se
rienza di un amore ancillare, contemplata, per una volta, dal basso, mai, potrà innalzarsi attraverso l'amore (Briseide vi allude con tatto).
non nella prospettiva dell'uomo libero o addirittura del dominus. Ma La degradazione simbolica dell'amante elegiaco è sostituita da una
che cosa avviene, in termini di codice elegiaco, se una schiava è soggezione concreta e brutale: un personaggio che parla di sé come
amata dal suo padrone? di un munus (v. 20),14 di una serva (v. 100) e che rifiuta l'appellativo
di domina (v. 101). Ma ci sono ironiche novità anche sull'altro ver-

1° Cfr. N. Scivoletto, Musa focosa, Roma 1976, p. 71 (e tutta la trattazione alle


pp. 57 sgg.); altre indicazioni in M. Labate, L'arte di farsi amare, Pisa 1984, p. 41 12
V. la lucida sintesi di P. Fedeli, in «Atti Conv. Studi Properziani», Assisi
n. 44. 1986, p. 294, e in generale l'importante saggio di R.O.A.M. Lyne, Servitium amo-
Cfr. anche l'aria di gelosia in Levio, fr. 18 Mor. ris, «Class. Quart.» N.S. 29, 1979, p. 117 sgg.
11 Su Briseide nella poesia d'amore v. in generale G. Pasquali, Orazio lirico, 13
La brillante definizione è di Walther Kraus, Die Briefpaare in Ovids Heroi-
IIa ed., Firenze 1964, p. 491 sgg.; Nisbet-Hubbard, comm. a Hor. carro. II (4,3), den, «Wiener Studien» 65, 1950-1, p. 60.
Oxford 1978, p. 70 (da considerare anche la fortuna iconografica dell'abductio di 14
Declinando così in prima persona la designazione di Briseide quale yépa5
Briseide, con le sue tonalità da romanzo sentimentale; utili indicazioni in Gabriella
che è usuale nel racconto omerico dell'ira di Achille: una tecnica ricorrente nella
Frangini-Maria C. Martinelli, «Prospettiva» 25, aprile 1981, p. 4-13).
grammatica allusiva delle Heroides.
28 EPISTULAE HEROIDUM NARRATIVITA E CONVENZIONE 29

sante della comunicazione amorosa. La scelta del servitium amoris è 6. Credo che la portata di questa operazione abbia a che fare soprat-
alleata, come sappiamo bene, a quella della militia amoris, e al tutto con le convenzioni letterarie e il loro funzionamento. Non si
rifiuto del servire la patria in anni. Chi è dalla parte dell'amore tratta di parodiare e sovvertire l'elegia, magari in nome di poetiche
milita contro la guerra. Briseide è certamente una voce elegiaca: non alternative, o modelli di vita, che devono affermarsi, ma solo di
sapremmo definire altrimenti la premessa dell'epistola, che ne an- rivelarne alcuni `spessori' convenzionali. Esattamente lo stesso acca-
nuncia il contenuto come lamento rivolto alla persona amata (querela de con l'epica. L'indugio di Briseide o Penelope tra mondo epico e
elegiaca, insomma):15 mondo elegiaco non va interpretato come parodia o sovversione della
tradizione epica. Sarebbe ingenuo pensare che la temperie amorosa
si mihi pauca queri de te dominoque viroque delle epistole voglia aggredire l'epica e discioglierla sotto il dominio
fas est, de domino pauca viroque querar. del più `moderno' genere elegiaco: proprio la struttura narrativa delle
(vv. 5-6) epistole — autonoma, ma continuamente minacciata dalle implicazio-
ni della cornice diegetica, dei `fatti' — ci ricorda che il mondo epico
Ma le circostanze forzano la voce elegiaca a lanciare un appello alle mantiene una sua identità. La proclamazione dei valori elegiaci, co-
armi: Arma cape, Aeacide! (v. 87) e a condannare la degradazione me abbiamo appena visto, è ambigua, relativizzata; così pure, l'epi-
insita nella militia amoris: tibi plectra moventur, I te tenet in tepido ca non è annullata o criticata, ma solo attraversata da nuovi punti di
mollis amica sinu . I Et quisquam quaerit, quare pugnare recuses — / pu- vista. Ancora una volta, l'accento cade sul potere delle convenzioni:
gno nocet, citharae noxque Venusque iuvant. I Tutius est iacuisse toro, le convenzioni proprie di ogni genere, che regolano l'assimilazione
tenuisse puellam, l Threiciam digitis increpuisse lyram, l quam mani- dei materiali narrativi o biotiti alla struttura letteraria. Anche qui,
bus clipeos et acutae cuspidis hastam / et galeam pressa sustinuisse come nelle trasformazioni dei modelli elegiaci, risulta determinante
corna (vv. 113-120); viene ricantata, fra l'altro, la programmatica la mossa del `prendere alla lettera' quei temi che si sono via via
predicazione dell'otium elegiaco che gli Amores di Ovidio svolgevano depositati in convenzione, perdendo contatto con le proprie origini
in termini quasi identici: tutius est fovisse torum, legisse libellum, I concrete. L'epistola di Briseide ci aiuta ancora con un esempio.
Threiciam digitis increpuisse lyram (2, 11, 31 sg.). Iacuisse toro, Questo gioco illusionistico di convenzione e realtà vissuta è parti-
tenuisse puellam ricorda un momento marcato della poesia di Tibullo colarmente intenso al v. 52, quando più intenso è, apparentemente,
(1, 1, 46), là dove il lettore scopre perla prima volta che sta leggendo il pathos `diretto' e l'investimento emotivo del personaggio monolo-
un poeta d'amore. Se guardiamo alle origini del servitium amoris, gante:
dobbiamo riconoscere a questa concezione una carica di anticonfor-
tu dominus, tu vir, tu mihi frater eras.
mismo, di libertà, di lotta ai condizionamenti della convenzione so-
ciale; ma questa lotta alle convenzioni — qui sta il revisionismo ele- È ben noto il successo di queste formule in ambito erotico-elegiaco.
giaco di Ovidio — ha depositato anch'essa una convenzione letteraria Sempre alla ricerca di un'iperbole dei sentimenti consueti, il poeta
e ha ormai come uno spessore acquisito. Se il servitium o la militia allarga l'impero della sua domina a spese di ogni altra relazione
amoris sono diventati convenzioni o istituzioni, se ne potrà mostrare affettiva: tu mihi sola domus, tu, Cynthia, sola parentes (Prop.
la relatività, quella parzialità che il codice elegiaco dovrebbe per sua 1,11,23). Più o meno mediatamente, queste enumerazioni 'sostituti-
natura sottacere. ve' risalgono tutte a una famosa scena omerica. È l'amore coniugale
di Andromaca per Ettore, reso memorabile dall'enumerazione «tu sei
mio padre, mia madre, mio fratello, il mio fiorente compagno» (Il. 6,
429-30):
15 Su queri, querimonia e simili come designazioni dell'elegia (talvolta connota-
tive e spesso, in pratica, tecniche) v. p. es. S. Hinds, The metamorphosis of Persep- 'Extop, &Tàp ov µoí èoot. natìip xaì ,nótvta µr)TT)p
hone. Ovid and the self-conscious Muse, Cambridge 1987, p. 103 sg. (con bibliogra- i1Sè xaaíyvrlto5, ov Sé !WL *cascò; napaxo(trig...
fia); A. R. Baca, The themes of Querela and Lacrimae in Ovid's Heroides, «Emerita»
39, 1971, p. 195 sgg. (piuttosto deludente). È difficile e forse anche secondario stabilire fino a che punto i poeti
30 EPISTULAE HEROIDUM NARRATI VITA E CONVENZIONE 31

d'amore siano sensibili alla persistenza del modello omerico.1ó Ma è in situazione simile alla Briseide ovidiana. È schiava di guerra e
almeno legittimo ricordare che il gesto passionale e patetico fu creato concubina, e deve far valere le sue ragioni di moglie senza esserlo,
per una figura femminile, isolata in un mondo di eroi guerreggianti. da un'angolazione subordinata. Così, il suo disperato appello ad Aia-
E notevole che il poeta innamorato scelga come suo modello l'eros di ce comincia dalla cruda parola `padrone', w SéanoT'Aias: e la Bri-
Andromaca; per quanto, la stessa fortuna e diffusione del cliché seide di Ovidio inizia (vv. 5-6) e sigilla (v. 154) la lettera chiamando
poteva stemperare il riferimento, renderlo più generico. Achille dominus. Come la Briseide ovidiana, Tecmessa è angosciata
Però Ovidio ha una memoria poetica molto letterale: ricorda la da un futuro speculare a quello che ha già sofferto. Ciò che la aspet-
battuta di Andromaca, e anche il contesto omerico, la vera originaria ta, se Aiace viene a mancare, è una replica del passato.
motivazione di quelle audaci parole. Spesso la fortuna di una A questo punto, Sofocle provoca il confronto con Andromaca.
Pathosformel è legata a una giusta dose di dimenticanza, e il sublime Ogni lettore della scena, l'appello di Tecmessa ad Aiace, sente nella
nasce da una caduta di verosimile. In Omero, Andromaca si esprime forte costruzione patetica un richiamo al sesto dell'Iliade. Le somi-
così perché, di fatto, non ha più né padre né madre né fratelli. La glianze sono significative e volute — l'appello di Tecmessa, la visione
guerra li ha inghiottiti e lo sposo Ettore è, letteralmente, tutto il suo angosciosa del futuro, lo spavento del figlioletto lì presente al dialo-
mondo. Oltre la possibile, temuta perdita di Ettore, Andromaca in- go — e lo sono anche le diversità: Tecmessa non è una legittima
travede un totale annientamento, schiavitù e desolazione. sposa, Aiace non è più un vero eroe omerico, atteso da un `naturale'
Questo destino di Andromaca, nell'Iliade è solo tragicamente destino di guerriero. Perciò è anche significativo ciò che Sofocle ha
presentito. Di faccia ai timori delle donne troiane, solo un personag- tralasciato nel modello omerico, provocando il confronto, e ferman-
gio si presenta come concreto anticipo di questo destino. E la prigio- dolo ad un certo punto, `prima' che Tecmessa possa pronunciare la
niera di guerra Briseide, che come Andromaca ha perso tutti i suoi famosa battuta di Andromaca. I più attenti interpreti di Sofocle usa-
cari nella distruzione della patria, e in più, come Andromaca teme no sottolineare questo `arresto' della struttura allusiva: «come po-
per sé, ha sofferto la morte del legittimo sposo e la condizione di trebbe dire Tecmessa ad Aiace `tu sei per me padre, madre, fratello,
schiava. Già entro l'intreccio del poema Briseide, nel lamento sul marito', quando la desolazione della sua famiglia, se anche non ma-
cadavere di Patroclo, presenta al lettore la proiezione del destino di terialmente la morte di suo padre e di sua madre, risalgono all'opera
Andromaca. Dopo il lamento di Briseide, Andromaca conoscerà an- di Aiace?» ... «Sarebbe disumano che Tecmessa amasse tanto chi le
cora una parte di questo destino: vedrà cadere il marito: l'ultimo aveva ucciso i genitori» ... «Sophocles is probably thereby avoiding
tratto di similarità — distruzione della città, ratto, e destino di schia- the special horror of the idea that Tecmessa has been cohabiting with
va — cade al di fuori della trama omerica, ma non per questo è meno the man who killed her father».18 È il pubblico di Sofocle che deve
prevedibile e incombente. integrare il movimento intertestuale, scoprendo la crudele differenza
Sembra quindi che tra Briseide e Andromaca già esistesse come che divide Tecmessa e Andromaca. Tecmessa, sotto il peso di una
un naturale parallelismo, un facile passaggio di idee e di motivi. Ma lacerante tensione, vive il già tragico modello di Andromaca senza
il trasferimento della formula patetica ha per il testo di Ovidio impli- poterlo fiduciosamente `riempire'; resta come al di sotto.
cazioni paradossali. Possiamo vederle rispecchiate nel destino tragi- Ovidio chiude il cerchio, e porta la sua Briseide — oltre i limiti
co di un terzo personaggio, certamente familiare a Ovidio: Tecmes- segnati dal tatto drammaturgico di Sofocle — a esplorare una vera e
sa, nell'Aiace di Sofocle.17 Tecmessa si trova, nel cuore del dramma, propria `perversione' del modello omerico. Ogni singolo dato narrati-

16
V. soprattutto P. Fedeli nel comm. a Properzio 1 (11,23), Firenze 1980, p.
282, che considera con molta cautela l'efficacia diretta del modello omerico sulle 18 Cfr. rispettivamente G. Paduano, Tragedie e frammenti di Sofocle, I, Torino

formulazioni degli elegiaci romani. Altre applicazioni importanti del motivo sono p. 1982, p. 195 n. 32; Due seminari romani di Eduard Fraenkel, a cura di L. E. Rossi,
es. Aesch. Choe. 235-45; Ap. Rh. 4,369 sg. Roma 1977, p. 15; P. E. Easterling, The Tragic Homer, «Bull. Inst. Class. Stud.»
17 Una certa analogia tra la Briseide ovidiana e Tecmessa è stata vista con 31, 1984, p. 4; inoltre è da vedere il bel lavoro specifico di G. M. Kirkwood, Homer
and Sophocles' Ajax, in «Essays presented to H. D. F. Kitto», London 1965, p. 51
acume da L. P. Wilkinson, in AA.VV., L'influente grecque sur la poésie latine de
agg.
Catulle d Ovide, Vandoeuvres-Genève 1956 (Entr.Hardt II), p. 229 n. 3.
32 EPISTULAE HEROIDUM NARRATIVITÀ E CONVENZIONE 33

vo rimane, come si è visto, sotto esplicita responsabilità di Omero: è personaggi delle Heroides, e nemmeno tutti i personaggi epici, si
Omero a raccontare la cruda realtà che Achille si è presa Briseide prestano a questo gioco. Didone, ad esempio, non è (almeno, non
uccidendo i suoi cari. Ma la Briseide di Ovidio implora Achille per ancora) un paradigma: piuttosto, è un personaggio della poesia d'a-
la spada stessa che li ha trafitti; in un caso del tutto simile, Tecmes- more.
sa si limitava a supplicare Aiace per il «letto» che l'ha unita a lui. Scegliendo un modello romano, e un modello non ancora paradig-
Restando perfettamente fedele ad Omero, Ovidio scopre nell'Iliade matico, così vicino nel tempo, Ovidio ha rischiato più del solito e, a
la chiave di una riduzione della convenzionalità. La sua versione, giudicare da molti suoi critici o semplici lettori, ha pagato con uno
così rispettosa, è già perversione, proprio perché il topos, esemplare scadimento di qualità. Certamente l'epistola VII risulterebbe, in
epico rivissuto come Pathosformel dalla tradizione elegiaca, si rivela un'improbabile inchiesta, fra le meno amate dell'intera raccolta. Si
ora troppo concretamente adeguato alla situazione vissuta. Allo stes- può pensare che, come il grande Omero, anche il sublime Virgilio
so modo, tradizionali espressioni elegiache — non solo «tu sei tutta la del IV libro potesse offrire una 'giusta' resistenza: ma — anche se tra
mia famiglia», ma anche «ti seguirò in capo al mondo», «sono al tuo la Didone epica e quella epistolare entrano in gioco vivaci scarti di
servizio», «tu sei il mio vincitore» — vengono ora rimotivate e subi- livello — la difficoltà, per Ovidio, è un'altra: in un certo senso, il
scono una riduzione di scarto, che le riporta dall'iperbole sentimen- modello epico ha già preso l'iniziativa che spetterebbe alla poetica
tale alla descrizione di uno stato di fatto. Vedremo ora cosa succede delle Heroides, e Ovidio è stato prevenuto.
al più illustre di questi topoi: «io muoio d'amore». Non c'è dubbio che la riscrittura debba, anzitutto, ribassare tutte
le punte sublimi, cioè, essenzialmente, tragiche del modello virgilia-
7. Ci è ormai chiara l'importanza che, in epistole come la prima o la no: e questo programma viene eseguito con scrupolo. Nessuno dei
terza, assume lo status tradizionale delle eroine. Si tratta di perso- momenti `alti' in cui si consuma la vocazione tragica di Didone viene
naggi epici noti all'elegia come paradigmi: gli elegiaci si fondano rispettato da Ovidio: la settima epistola verifica e contrario quant'era
appunto sulla provenienza `esterna' dei personaggi per poi operare importante, per l'eroina di Virgilio, trovarsi ad essere o sentirsi via
un'assimilazione al contesto elegiaco; e il paradigma assume valore via (e in termini molto letterali, allusivamente precisi) come Fedra,
proprio per il suo essere convocato 'da fuori', da un mondo letterario Medea, Alcesti, Penteo, Aiace, Andromaca, Elena, Evadne. Libera-
diverso e preesistente. Ovidio sfrutta questa traccia per lavorare sul- ta da questi riferimenti, Didone è davvero un personaggio diverso.
la compresenza di mondi diversi; l'indugio fra i codici dell'elegia e Ma la Didone virgiliana non è solo un personaggio epico a 'vocazio-
dell'epos è appunto lo spazio letterario di queste epistole, e la com- ne' tragica; ha già assorbito, almeno in una certa misura, quei veleni
presenza dei codici ne svela insieme i poteri (cioè gli specifici campi propriamente elegiaci che Ovidio (come ormai sappiamo) destina alla
di influenza)19 e la natura convenzionale, relativa. Ma non tutti i sue eroine.20 E questo assorbimento che danneggia il lavoro di assi-

19 Un esempio istruttivo di queste delimitazioni di campo e di pertinenza è l'uso combattere — ciò che appunto farà anche Achille. L'esempio ha quindi in sé il
che l'epistola di Briseide fa dell'ambasceria ad Achille in Iliade IX. Briseide si segnale dell'insuccesso. Ma Fenice stesso racconta che l'unica persona capace alla
ripromette fiduciosamente di riuscire a convincere Achille là dove gli ambasciatori fine di piegare Meleagro fu la sua amatissima moglie Cleopatra. L'apologo è quindi
achei hanno già fallito (per l'atteggiamento di Briseide cfr. Tarpea in Prop. 4, 4, 'più giusto' in bocca a Briseide, che può tracciare un chiaro parallelo fra sé e
59-60). Dapprima vengono enumerate con grande precisione letterale tutte le pro- Cleopatra e richiamarsi all'efficacia dell'amore (vv. 91 sgg.).
messe che Agamennone ha avanzato per rappacificarsi (vv. 27-38); ma Briseide Sappiamo altrettanto bene che il mondo dell'epica avrà poi la sua rivincita:
sottolinea che lei sola ha le armi (naturalmente elegiache: le braccia intorno al collo Achille tornerà a combattere non per i begli occhi di Briseide ma per motivi squisita-
e il contatto degli occhi, vv. 131-2) per convincere Achille. Fin qui i due mondi mente epici (vendetta eroica, restaurazione del proprio onore di guerrietoi.
sono giustapposti. Ma c'è un argomento usato dagli ambasciatori omerici che pro- 20 I problemi posti dall'enclave erotico-elegiaca del libro IV nel contesto epico
priamente 'invade' il campo di Briseide: intendo l'apologo di Meleagro che, come dell'Eneide corrispondono a una zona nevralgica della poetica (li Ovidio: la questio-
sappiamo, Fenice ha usato invano per ammansire Achille. I critici omerici hanno ne è sino a che limite si possa 'forzare' l'epica verso altri generi senza che ne sia
spesso notato, fin dall'antichità, che si tratta di un esempio un po' strano: propria- smarrita l'identità, e diventerà cruciale, ovviamente, quando Ovidio concepisce le
mente, abbiamo qui la storia di un eroe che rifiuta qualsiasi offerta per tornare a Metamorfosi (buone osservazioni in S. Hinds, The rnetamorphosis of Persephone.
34 EPISTULAE HEROIDUM
NARRATIVITA E CONVENZIONE 35
milazione. Sappiamo che per questa storia d'amore epica Virgilio ha Didone ha voce diretta per più di 180 esametri — e a questo corri-
forzato all'estremo l'apertura del suo epos: tragedia, lirica erotica, sponde, in Ovidio, un'epistola lunga poco più di 190 versi (una lun-
epigramma, poesia d'amore ellenistica, forse persino commedia, e di ghezza non comune nelle Heroides). Il bilanciamento delle misure fa
sicuro anche elegia romana, hanno portato il loro contributo. Non si riflettere.
tratta solo di materiali compositivi; Didone non solo vive situazioni L'iniziativa epistolare di Ovidio rischia di soffocare, ma per ec-
da elegia ma (è più importante, nella struttura del racconto) a tratti cesso di stimoli. La Didone virgiliana già offre quasi tutto l'occorren-
parla con linguaggio erotico ed elegiaco; proprio in questo è dram- te. Spesso non c'è che da declinare il modello: Virgilio dice uritur, e
maticamente chiara la sua scissione interiore e la sua impossibilità a la nuova Didone uror (4,68; v. 25). Ma qui la riduzione delle con-
dialogare con Enea. Il grande spazio che Didone ha nel testo epico è venzioni è già in agguato. Uror ut inducto ceratae sulphure taedae,
uno spazio, più che di azione, di autoespressione; è naturale che con la sua inattesa, piromaniaca fisicità, ci ricorda che il fuoco d'a-
nell'Eneide non esista qualità di voce più `soggettiva' della sua. Pos- more si avvia ormai a diventare, fuor di metafora, un triste falò, cfr.
siamo collegare a questa idea il dato quantitativo che Didone parla Aen. 4,504 s. at regina, pyra penetrali in sede sub auras I eretta
molto: un dato interessante anche per Ovidio. Nell'arco del suo libro ingenti taedis atque ilice setta...; e così la delicata, graduale pro-
gressione di Virgilio (dalle prime metafore di passione incendiaria
Ovid and the self-conscious Muse, Cambridge 1987, p. 133 sg.). Nei Tristia Ovidio sino al rogo fatale) viene compressa, riassunta in un emblema che ne
ha un indimenticabile epigramma sulla `provocazione' rappresentata da Eneide IV: denuncia le matrici elegiache.tt Non diversamente l'immagine
il contesto è vincolato, come è noto, alla difesa dell'Ars amatoria, ma la formulazio-
ne va certamente oltre l'occasione specifica:
conclusiva (191 s. nec mea nunc primum feriuntur pectora telo; l ille
locus saevi vulnus amoris habet) condensa in epigramma la sottile
et tamen ille tuae felix Aeneidos auctor progressione per cui, in Virgilio, la ferita d'amore (annunciata già in
contulit in Tyrios arma virumque toros,
nec legitur pars ulla magis de corpore toto,
4,1 saucia) finisce per trasfigurarsi nella realtà della spada infissa
quam non legitimo foedere iunctus amor nel petto. Così la poetica epistolare, che per sua natura `comprime' il
(tritt. 2, 533-36) flusso delle enunciazioni narrative, elabora il testo virgiliano metten-
L'effetto `avvolgente' della coppia Tyrios...toros (il plurale è pungente, cfr. P. Maas done a nudo certe potenzialità elegiache. Più spesso ancora, i grandi
«Arch. Lat. Lex.» 1902, p. 499) ha da un lato evidenti suggestioni erotiche (poten- discorsi patetici del quarto libro virgiliano offrono modelli grammati-
ziate, più che da un eventuale, trito calembour su arma, dalla vaga fisicità del calmente e retoricamente già orientati. La riduzione monologica ha i
successivo pars...de corpore), dall'altro introduce a un paradosso letterario: la storia
suoi consueti effetti, che già abbiamo familiari: non solo tutto è ri-
epica (arma virumque) è come abbracciata, inquadrata, dall'eros cartaginese, ma è
anche vero, all'inverso, che questa storia d'amore (così fortunata) è propriamente portato al punto di vista di Didone, ma siamo indotti a partecipare al
solo una parte subordinata nel grande `corpo' dell'epos. Va notata anche la poliva- processo di ricreazione soggettiva che il monologo impone alle vicen-
lenza di arma virumque, che è insieme incipit segnaletico dell'Eneide, indice meta- de già note. Rispetto alla struttura dell'Eneide, è notevole più che
letterario (l'epos eroico: v. G. B. Conte, Memoria dei poeti e sistema letterario. altro la soppressione di quella voce narrativa che controllava tutto, e
Torino 19852, p. 47 sgg.), e allusione (ironica perché ineccepibilmente letterale) a
un episodio del Libro IV. Non solo l'eroe è stato nel letto di Didone, ma vi ha
interveniva a compensare empatia e simpatia, voce del personaggio e
dimenticato, fatalmente, le sue armi, e Virgilio ne fa menzione proprio con il cliché
`epico-eroico' arma vir-:
21
... arma viri, thalamo quae fixa reliquit Sui campi metaforici `fiamma' e `ferita' nel IV libro v. da ultimo Ph. Har-
impius, exuviasque omnis lectumque iugalem... die, Virgil's Aeneid: Cosmos and lmperium, Oxford 1986, p. 232 (che cita la biblio-
(4. 495 sg.) grafia più importante). Sulle implicazioni dell'ultima battuta di Didone (4, 661 s.
hauriat hunc oculis ignem crudelis ab alto l Dardanus) cfr. la fine interpretazione di
Quanto all'idea di `mettere a letto' le armi eroiche, non escludo un riferimento R. O. A. M. Lyne, Further voices in Vergil's Aeneid, Oxford 1987, p. 48; v. anche 5, 4
ironico in più. Nel più famoso annuncio dell'Eneide offerto dalla poesia augustea, s. quae tantum accenderit ignem / causa latet...
Properzio (2,34,63) aveva presentato un Virgilio qui none Aeneae Troiani suscitat In Ovidio lo spostamento da uritur al `programmatico' uror (cfr. Amores 1, 1.26) è
arma: `mettere a letto' è giusto l'opposto di suscitare `risvegliare' (oltre che 'mettere limpido indice di uno sconfinamento: da un'epica a tendenza elegiaca verso un'ela-
in moto'). borazione elegiaca di temi epici.
36 EPISTULAE HEROIDUM NARRATIVITA E CONVENZIONE 37

istanza del fato.22 Ma, appunto, già l'Eneide ci aveva abituato a una rivelata utile per le epistole `omeriche'). La narrazione virgiliana,
forte voce soggettiva, capace di imporre irriducibili scarti: Enea em- incalzante e continua, non lascia prevedere spazi adatti, ma un pos-
pio, e la sua missione insensata e vuota; scarti che suonano molto sibile punto d'intersezione c'è, ed è stato individuato da tempo:23
più decisi nell'Eneide, nel contesto formato dalla voce del narratore
e dalla solidarietà del fato. La vacillazione del vero indotta dal mo- ire iterum in lacrimas, iterum temptare precando
nologo ovidiano non raggiunge, perciò, gli effetti di altre epistole. cogitur et supplex animos summittere amori
`Almeno avessi un piccolo da te' (Virgilio) sovrasta, per forza e auto- ne quid inexpertum frustra moritura relinquat.
(4, 413-15)
nomia visionaria, il tanto criticato `potrei essere incinta' di Ovidio.
Ci ritroviamo così a rimpiangere certi effetti di sospensione, di Virgilio fa seguire un discorso indirizzato ad Anna, che dovrà poi più
ironia, di lavoro sulle convenzioni, che ci erano apparsi dominanti volte riferire i messaggi (cfr. 4,237 sg. talisque miserrima fletus /
nelle epistole `omeriche'. Ma c'è pur sempre un altro aspetto da fertque refertque soror). La possibilità di un'epistola risulta, qui, per-
esplorare, e ha a che fare, ancora una volta, con il `tempo' dell'epi- sino plausibile. Ed è naturale dedurre da qui la tonalità dominante
stola e con quello del suo modello. dell'epistola, che sarà in effetti supplichevole e dimessa (supplex
Le tabelle comparative di modelli e prestiti non godono più di animos summittere amori; cfr. 424 i, soror, atque hostem supplex
buona stampa, ma uno sguardo alla sequenza dei modelli virgiliani adfare superbum),24 nonché naturalmente l'inquadratura `nafrativa'
avrebbe ancora molto da insegnarci. Se ne deduce, intanto (ma non è (Enea ha già deciso di partire subito). Inoltre, la ripetitività che è
un rilievo sorprendente), che Ovidio trova modo di riproporre non indiziata dal testo virgiliano (4, 413 ire iterum in lacrimas, iterum
solo i dati principali della narrazione virgiliana, ma anche tutte le temptare...; 4, 438 fertque refertque soror; 4, 447 adsiduis hinc atque
principali `prese di parola' che Didone aveva nel corso del quarto hinc vocibus) è certo una buona giustificazione per le insistenze della
libro. Lo spazio continuo dell'epistola affianca citazioni, variamente Didone ovidiana; e forse tutta la lettera va immaginata sotto il segno
esatte, da tutti i discorsi e monologhi di Didone. Inutile sottolineare di un commento illustre — il verso che in Virgilio precede diretta-
che questo campionario è ridistribuito in un monologo epistolare in mente ire iterum in lacrimas... Quid non mortalia pectora cogis è una
sé continuo, omogeneo e coerente. L'impressione, se mai, è che buona risorsa per Ovidio, che forse già si aspetta, del tutto ragione-
l'epistola ovidiana riesca ad essere più continua e coerente di un volmente, aspre critiche per la disponibilità umiliata e la totale ar-
qualsiasi suo discorso-modello: le oscillazioni psicologiche, i ragio- rendevolezza della sua Didone. Insomma, la lettera non è solo un'in-
namenti `a spirale', gli 'Auf- und Ab-' elegiaci o drammatici, sono tersezione rispetto al testo epico di Virgilio: esprime anche la ricerca
certamente più marcati in Virgilio che in Ovidio. Tuttavia, per un di un preciso `luogo' elegiaco entro la continuità del racconto virgi-
lettore che ricorda Virgilio, l'effetto è comunque paradossale. In uno liano. Improbe amor... La reazione del narratore, con la sua `fermata'
spazio continuo vediamo sfilare — senza che sia rispettata la localiz- simpatetica imposta al racconto, già denuncia il trapasso verso una
zazione originaria, e la disposizione progressiva, dei singoli prelievi! zona di confine. In questa zona nevralgica i ripetuti messaggi d'amo-
— una serie di loti famosi, che siamo abituati a collegare con singoli re, carichi di obsequium, vanno a sfiorare i limiti del mondo elegia-
contesti, variamente motivati dal corso dell'azione epica e dallo svi- co: temptare precando. La funzione di Anna come messaggera d'amo-
luppo psicologico (minacce e blandizie, speranze e propositi di sui- re è già, potenzialmente, un tratto elegiaco (che subito, non a caso, il
cidio). Ne deriva già una prima lezione di relativismo.
Conviene anche chiedersi se esiste, nel modello, una sorta di
23
blank che legittimi l'inserzione della lettera (una verifica che si era P. es. nella nota introduttiva all'epistola, nel commento di Arthur Palmer
(Oxford 1898 = Hildesheim 1967, p. 339).
24 In questa stessa chiave, forse, il cigno (con cui Didone si identifica ex abrup-

22
Lo al principio dell'epistola) viene rappresentato come abiectus (cfr. E. J. Kenney, in
G. B. Conte, Saggio d'interpretazione dell'Eneide: ideologia e forma dei con- Cambridge History of Classical Literature. //. Latin Literature, Cambridge 1982, p.
tenuti, « MD» 1, 1978, p. 34 sgg. = Virgilio. /l genere e i suoi confini, Milano 1984, 424): il termine ha le connotazioni «demoralizzato, abbattuto» e anche »umile» (non
p. 82 sgg. solo di persone. ma anche di stile letterario!).
38 EPISTULAE HEROIDUM NARRATIVITÀ E CONVENZIONE 39

narratore limita e trasvaluta: miserrima è un vigile richiamo verso il 8. Ma l'epistola ovidiana fornisce da sé indicazioni migliori. Possia-
severo codice tragico che incombe sulla vicenda): ... miserrima... mo cercarle anzitutto nel frontespizio e nell'explicit. La lettera si
fertque refertque soror; c'è qui un'assonanza leggera, ma non inutile, chiude con l'imago di Didone che scrive tenendo pronta in grembo la
con i moduli tipicamente elegiaci del go-between che tiene a contatto spada troiana, ed è sigillata da un epitimbio in piena regola (v. 197
gli amanti: tabellas... portans i t q u e r e d i t q u e (la mezzana di Ti- praebuit Aeneas et causam mortis et ensem...; per il gioco sulla spada
bullo, 2,6,46); [quaerere] quas ferat et referat sollers ancilla ta- `dimenticata' v. sopra, n. 20); e si apre, addirittura, con la promessa
bella, (Ovidio stesso, in am. 2,20,41): solo che qui refert non deve, di un canto del cigno:
come nel cliché elegiaco, implicare una risposta, ma una ripetizione sic ubi fata vocant, udis abiectus in herbis
unilaterale. La comunicazione elegiaca resta solo incipiente, e il ad vada Maeandri concinit albus olor.2ó
racconto virgiliano si svia altrove.
L'intersezione con il modello è anche un modo di anticipare le Il motivo segnala, con la massima chiarezza desiderabile, che Dido-
obiezioni e le risposte emotive del lettore: problemi di verosimile, e ne sta pronunciando i suoi ultima verba in un clima di assoluta di-
soprattutto indignazione (che nel corso dei secoli non è mancata) per sperazione; ne faceva simile uso Apollonio Rodio, in un passo che
le pesanti umiliazioni (una versione peggiorata dell'obsequium ele- forse, per qualche specifica somiglianza (lo scenario di erba umida,
giaco) inflitte all'eroina virgiliana. Ovidio sembra insinuare che ha le rive del fiume che fanno eco), può essere stato direttamente pre-
colto la sua Didone «al punto più basso» nel diagramma della storia: sente a Ovidio. Medea e le sue compagne, quando la morte appare
inutile protestare se la regina ha pochi sussulti di dignità e, ad esem- sicura, intonano un lamento di morte (Arg. 4,1300-1303):
pio, invece di maledire Enea, si augura (secondo modi tipici del tl óts xczÀa vecovto5 én' ógpvot IlaxtwÀoio
propempticon elegiaco) di non avergli, con i suoi appelli, augurato xvxvot xtvrlaovaty éòy µéXog, àµgì Sè Xetµtóv
un naufragio.25 (Questione di psicologia o di situazione? Esiste per égor)et; (3pépetat notaµoió te xaià pée$ea...27
così dire un personaggio alternativo, un'altra Didone, o è il dialogi-
La convenzionalità del motivo suggerisce, nel quadro della poetica
smo proprio della lettera che impone le sue strategie? La poetica
`epistolare' di Ovidio, una lieve dissonanza. Certo, se si guarda al
delle Heroides implica questa oscillazione, ma non intende risolver- testo di Virgilio, questa Didone disposta a morire non appare certo
la). Tuttavia, l'effetto della strategia epistolare non può fermarsi qui.
Non stiamo, dopotutto, leggendo un nuovo discorso della Didone
26
virgiliana (quasi un super-monologo che li contiene tutti), ma una L'inizio della lettera pone gravi problemi di testo, che qui ci toccano in modo
molto marginale. L'autenticità dei versi che Dtirrie numera 1/2 (omessi da tutti i
lettera, un gesto comunicativo che proietta intorno a sé l'ombra di
codici principali tranne uno) è fortemente dubbia, anche per motivi di lessico; so-
una situazione, di una strategia, di un intento preciso. Possiamo prattutto lascia perplessi che Didone chiami la sua lettera carmen; anche accettando
riferirci, in Virgilio, solo ad un accenno di intenzione, ed è, fra un influsso del distico successivo (il carmen del cigno), l'espressione non ha paral-
l'altro, un verso piuttosto problematico: ne quid inexpertum frustra leli nelle Heroides (salvo quando l'autrice è Saffo! cfr. 15,6). Dato che il testo
autentico difficilmente poteva cominciare con un sic ubi... (v. 3 Dórrie), si sono
moritura relinquat.
prodotti notevoli sforzi per difendere la genuinità di 1-2 (cfr. in particolare E. A.
Kirfel, Untersuchungen zur Briefform der Heroides Ovids, Bern 1969, p. 61 sgg.).
25 La conversione del motivo dimostra non tanto un ethos diverso (la Didone Dal nostro punto di vista, è interessante che il distico incriminato contenga espres-
sioni come moriturae e ultima verba; ma anche eliminando questi versi, l'immagine
ovidiana sarebbe «più mite» dell'altra) quanto piuttosto un adeguamento al fine
del cigno (certamente autentica) mantiene tutto il suo valore di frontespizio pro-
pragmatico della lettera, la Werbung. Per il confronto con i modi del propempticon
grammatico.
elegiaco v. p. es. Prop. 1, 8, 17 (richiamato da J. Adamietz, «Wúrzb. Jahrbb.» 27
N.F. 10, 1984, p. 125). Solo leggermente diversi sono i casi in cui l'amante esplici- Per l'elevatezza tragica (in questo contesto, in realtà, melodrammatica) del-
ta la sua invettiva contro la persona che parte (con accuse di infedeltà, appelli agli l'espressione, si noti che fata vocant è nesso virgiliano (Aen. 10,471) e che il corri-
dei etc.) e poi ritratta per paura di attirare tempeste sulla navigazione della persona spondente greco xaXei i etitapµévt) è definito »espressione da poeta tragico» in
amata. Questo modulo tipicamente elegiaco è riutilizzato ad es. nell'epistola di Platone, Fedone 115 A; inoltre, l'immagine del cigno che presagisce la propria fine
Laodamia, che è incernierata su un cambiamento di tono molto netto (v. 132 sed ha alcune illustri attestazioni nella tragedia greca (importanti le osservazioni di
quid ago? revoco? revocaminis omen abesto!); v. anche her. 2, 135-38. Wilamowitz a Eur. Her. 110 e di Fraenkel a Aesch. Ag. 14.44 sg.).
40 EPISTULAE HEROIDUM NARRATIVITÀ E CONVENZIONE 41

una novità. In questo senso vanno non solo gli ultima verba della Il canto del cigno si rivela così un incremento di illusione. Come
Didone virgiliana, ma anche, come è noto, un accenno contenuto tutte le altre Heroides, questa lettera già si presenta dotata di un
nelle sue prime parole, la prima battuta rivolta ad Enea nella crisi alone illusorio: è inefficace, perché già la misuriamo col suo esito,
del IV libro: ...nec moritura tener crudeli funere Dido? (v. 307). Non ed è scritta nel momento sbagliato, quando tutto è già successo. Ma,
si può essere più virgiliani di così: moritura è il tema conduttore di mentre il contesto del mito condanna e annulla l'intenzione pragma-
questo personaggio, e spetta al lettore avveduto distinguere via via, tica, la stessa intenzione finisce per demistificare l'esplicito inqua-
nelle varie stazioni del dramma, lo scarto decrescente dell'ironia dramento della lettera, che è l'annuncio di una fine. Dopo la calcola-
drammatica — moritura è prima commento del narratore, poi voce del ta incertezza di ne quid inexpertum frustra moritura relinquat, lo
personaggio, che si gradua da slancio emotivo, a coscienza albeg- sviluppo narrativo virgiliano prevede che Didone — nella celebre
giante, a lucida disperazione, a concreta decisione di darsi la morte. Trugrede — mascheri con un tentativo d'altra natura (la magia che
Diremmo allora che Ovidio ha condensato, secondo i modi della dovrà risolvere, o restituire, il suo rapporto con Enea) la propria
poetica epistolare, lo sviluppo di una complessa e delicata isotopia decisione di uccidersi: novis p r a e t e x e r e f u n e r a sacris (4, 500).
narrativa. La decisione di comporre gli ultima verba epistolari dell'e- Ironicamente,29 Ovidio ha composto una lettera in cui la decisione
roina ci invita a considerare più attentamente i novissima verba della di morire maschera, con ostentazione, il reale tentativo di convince-
protagonista virgiliana. Didone muore (definitivamente) così: re e riconquistare Enea. Pallida d'amore, invece che pallida morte
futura, la regina rientra così per l'ultima volta in quel mondo elegia-
«felix, heu nimium felix, si litora tantum
co da cui Virgilio, facendo precipitare la sua vocazione tragica, l'a-
numquam Dardaniae tetigissent nostra carinae.»
Dixit, et os impressa toro: «Moriemur... veva prematuramente esclusa.
(4, 667-69)
Questo tema d'addio alla vita diventa, nelle mani di Ovidio, un'ironi-
ca osservazione incidentale, nel corso di un'argomentazione persua-
siva, il cui senso generale è «non è vero che un dio ti sta guidando
verso un prospero futuro: rimani qui!»:
«Sed iubet ire deus!» vellem, vetuisset adire
Punica nec Teucris pressa fuisset humus.
(vv. 141-42)
Sarebbe inutile accumulare tutti i paralleli di questo tipo:28 ogni
lettore non prevenuto riconosce che questa lettera non è in nessun
modo l'annuncio di un suicidio: è invece, in ogni suo particolare, in
ogni significativa declinazione e revisione del modello virgiliano, un
tentativo di riconquistare Enea. (Il senso di colpa verso Sicheo, altro
fattore del suicidio, viene smorzato con il sintomatico appello da
veniam culpae; decepit idoneus auctor, v. 107). Lo spazio della lette-
ra è quella tenace differenza che divide il `morir d'amore' dell'elegia
dall'amor mortis del codice tragico.

28
L'idea che la lettera sia dominata da una sincera disposizione al suicidio è
29
facilmente confutata da J. Adamietz, «Wiirzb. Jahrbb.» N.F. 10, 1984, p. 121 Sull'ironia di Ovidio come `esitazione' rispetto alle convenzioni dei vari gene-
sgg.; buone osservazioni già in W. S. Anderson, in J. W. Binns (ed.), Ovid, Lon- ri v. Conte (cit. sopra, n. 7), p. 23 sg., con la bibliografia ivi citata, alle note 24 e
don-Boston 1973, p. 49 sgg. 34.