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Facoltà di Comunicazione e Ricerca Sociale

Corso di laurea in Media, comunicazione digitale e


giornalismo

Vamos, vamos, Argentina: spettacolo


televisivo e relatores nella patria del fútbol

Candidato
Gabriele Candelori
1667971

Relatore
Christian Ruggiero

Correlatore
Ilaria Tani

Relatore esterno
Pablo Alabarces

A.A. 2018/2019
2
Indice

Introduzione ......................................................................5

1. Il calcio argentino tra evasione sociale e politica


1.1 Sport e società: una prima lettura ........................... 15
1.2 Il fútbol in Argentina: más que una pasión ............ 22
1.3 Il rapporto tra calcio e media nella realtà sociale
argentina ............................................................................ 35
1.4 Il calcio come strumento politico: il caso di Argentina
1978 ................................................................................... 42

2. Il fútbol come monopolio televisivo


2.1 Sport e società nel processo di mediatizzazione .....51
2.2 Da gioco a genere drammatico: il paradigma del
football entertainment ....................................................... 64
2.3 Il calcio argentino in tv tra spettacolo di massa e
monopolio .......................................................................... 77

3
3. La parola oltre l’immagine: il relato radiofonico in
Sudamerica
3.1 Il linguaggio nello sport .......................................... 95
3.2 Narrazione e comunità: il valore della radiocronaca
......................................................................................... 103
3.3 Il relato sudamericano come fenomeno unico nel
mondo .............................................................................. 113

4. Raccontare il fútbol: due diverse prospettive


4.1 Marcelo Araujo: la voce del tifoso in tv ............... 127
4.2 Victor Hugo Morales: il radiocronista del secolo .137

Conclusione ...................................................................153

Bibliografia ...................................................................161

4
Introduzione

Negli anni lo sport, a diverse latitudini, ha faticato a


conquistare uno spazio all’interno della letteratura scientifica,
relegando l’osservazione dei suoi accadimenti soltanto a quei
casi più eclatanti o imposti dall’attualità. Anche in Sudamerica,
come evidenziato dal sociologo argentino Pablo Alabarces
(1998), il timore di una minore scientificità ne ha ritardato la
diffusione all’interno degli ambiti accademici, ignorando il
consistente peso che il calcio in particolare dimostrava di avere
al contrario sulla vita sociale, politica, culturale ed economica
dei suoi Paesi. Tanto che all’interno dell’America Latina, già a
partire dagli anni Ottanta, il fútbol si caratterizzava come uno
dei prodotti più importanti dell’industria culturale,
rappresentando la base discorsiva dei principali imperi
mediatici del continente che iniziavano a vedere la luce in quel
periodo, tra cui l’argentino Torneos y Competencias. Una
tendenza invertita negli ultimi due decenni che hanno visto il
calcio conquistare, parallelamente a un’inattesa dignità in
campo letterario, anche legittimazione all’interno delle scienze
sociali e delle sue categorie di studio. Consolidamento
5
disciplinare che ha permesso finalmente di evidenziare i
profondi legami tra lo sport e le sue ricadute sociali, elevandolo
a elemento caratterizzante i costumi di uno stato. A esser
superato è stato soprattutto quello sguardo populista che, per il
suo peso nella storia politico-sociale dell’Argentina, sembrava
ergersi a unico presupposto per leggere un fenomeno di tali
dimensioni, pur se considerato ancora come pratica inferiore.
Nel Río de la Plata, di recente, gli studi si sono centrati
soprattutto sull’annoso fenomeno della violenza, analizzato
principalmente in chiave sociologica come costituzione della
soggettività e in relazione alla sua rappresentazione all’interno
dei differenti media. Contributi che hanno avuto il merito di
collocare gli episodi devianti sullo sfondo di una più generale
esclusione sociale, contrastando il riduzionismo attraverso cui
la violenza da stadio è stigmatizzata giornalisticamente.
A partire dalla base comparativa fornita da un precedente
lavoro sull’evoluzione dello storytelling calcistico all’interno
dei mezzi di comunicazione in Italia, obiettivo della nostra
investigazione è stato invece concentrarsi sul rapporto tra il
fútbol argentino e i media nazionali. Analisi che ha visto come
punto focale il sistema radiotelevisivo e in particolare la
6
contrapposizione tra due diversi modelli di racconto della
partita, perfettamente incarnati nelle figure di Marcelo Araujo e
Victor Hugo Morales. La ricerca è stata condotta nei mesi per
gran parte direttamente presso un centro d’eccellenza
accademica come l’Universidad de Buenos Aires attraverso il
ricorso a diversi strumenti d’indagine: interviste in profondità a
ricercatori della comunità scientifica e professionisti
dell’informazione, la fruizione di contenuti radiotelevisivi di
approfondimento giornalistico, il metodo etnografico racchiuso
in interviste ai tifosi e osservazione partecipante in occasione
delle partite, l’analisi di dati statistici provenienti da fonti
giornalistiche o accademiche. La ricostruzione della letteratura
scientifica di riferimento ha avuto come finalità quella di
evidenziare l’evoluzione del sistema radiotelevisivo sportivo in
Argentina fino all’inquadramento del suo stato attuale, stilando
le relative conclusioni sul presupposto dell’impianto teorico e
concettuale rappresentato dalle riflessioni sviluppate nel corso
del 1° Festival della Comunicazione Sportiva, tenutosi alla
Sapienza di Roma il 19 e il 20 settembre 2017 per impulso e
con il coordinamento della professoressa Barbara Mazza.

7
A tal proposito il punto di partenza del saggio sarà
rappresentato dalla relazione tra disciplina sportiva e società,
risultato degli studi pioneristici della sociologia dello sport sia
sulla sfera dei praticanti che su quella degli spettatori. Il calcio
rappresenta oggi uno dei principali produttori d’identità e il più
importante rituale secolare di massa. Invadendo tutti gli spazi
della quotidianità, è diventato il centro dell’agenda mediatica e
dell’esperienza dell’individuo nella veste di sport popolare
rappresentativo di identità nazionali e attrattore di interessi
economici. Rientra qui la prima definizione di De Knop (1999)
che, parlando di sportivizzazione della società, individua le
dinamiche connesse all’aumento della quantità e qualità dello
sport all’interno della società. Concetto trasportabile nel
contesto argentino attraverso la futbolización di Alabarces
(1998), indicativa di una passione popolare che attraverso il
cinema, la radio e le prime pubblicazioni sportive (El Gráfico
su tutte) fin dalle origini si associa a un sentimento di orgoglio
nazionale diventando nell’analisi di Archetti (1999) fattore
costitutivo del mito dell’argentinidad. In un Paese dove tutti gli
eventi, positivi e negativi, sono filtrati dal dramma, il calcio
d’altronde non può che essere l'espressione per antonomasia
8
del sentimento del Paese. Nel primo capitolo la
contestualizzazione del fenomeno verrà condotta su più livelli:
religione laica dai simboli, riti e rituali condivisi all’interno del
barrio; mezzo d’evasione sociale di una nazione attraversata da
profondi problemi economici; pretesto per la condotta di
comportamenti devianti e criminali; strumento politico a
disposizione dei governi nel tentativo di alleviare le sofferenze
del popolo. Scenario quest’ultimo che emergerà dall’analisi del
Mondiale in Corea e Giappone del 2002, ma soprattutto dal
paragrafo su quell’incredibile operazione di propaganda
rappresentata da Argentina 1978. Due differenti esempi del
profondo legame che tuttora lega a Buenos Aires il mondo
della politica e quello dello sport. Conseguenza anche di quella
convinzione moderna per cui le vittorie sportive di una nazione
avrebbero la facoltà di convertirsi in sintomi del suo progresso
e opportunità uniche per la diffusione della sua simbologia
(Barreneche, 2013).
All’intervento dei governi si somma quello dei mezzi di
comunicazione che si appropriano del calcio per riconvertirlo
in una forma culturale per il consumo popolare di massa.
Entriamo a questo punto nella seconda parte della riflessione di
9
De Knop (1999) sulla desportivizzazione dello sport, ovvero il
pericolo di un graduale distacco dalla dimensione ludica, il suo
principale elemento ontologico. L’attenzione nel secondo
capitolo sarà rivolta allora alla narrazione contemporanea del
calcio televisivo, contraddistinta da un registro gradualmente
spostato sul versante della spettacolarizzazione in cui il
fenomeno agonistico, pur mantenendo la propria specificità,
viene rimodellato secondo logiche industriali di produzione dei
contenuti capaci di soddisfare le esigenze di un pubblico
sempre più allargato (Russo, 2018). Riprendendo la definizione
sociologica di spettacolo il suo obiettivo è, infatti, attraverso la
creazione di un coinvolgente genere multidimensionale,
produrre emozioni collettive per un fruitore che non sia
esclusivamente l’appassionato sportivo, ma un’audience
eterogenea alla ricerca di una qualsiasi forma di eccitamento
(Elias & Dunning, 1989). Presupposto di questo football
entertainment (Giorgino, 2018) è il processo di
mediatizzazione che ha portato le competizioni calcistiche, le
più globali tra i giochi esistenti, a essere tra gli eventi più visti
sul piccolo schermo oltre che il centro di un’incredibile serie di
sperimentazioni tecnologiche sui suoi modelli di fruizione.
10
Proprio il calcio è d’altro canto lo sport televisivo per
eccellenza, quello che per le sue caratteristiche ha
maggiormente beneficiato dell’irruzione del sistema della
comunicazione (Porro, 2008), poggiando su una costante
capacità di generare spettacolarizzazione a beneficio evidente
di entrambi i partner (Mazza, 2018) anche grazie all’incredibile
risorsa rappresentata dai diritti televisivi. A caratterizzare la
specificità del caso argentino, come avremo modo di
analizzare, è stata soprattutto la creazione di un modello
monopolistico nella rappresentazione del fútbol in televisione.
Modello che risponde al nome di quell’impero mediatico
chiamato Torneos y Competencias e ben riassunto da Fútbol de
Primera: fino al fallimentare esperimento della statalizzazione
del calcio di Fútbol para Todos, il programma simbolo delle
tendenze spettacolarizzanti in atto con la sua innovazione
tecnologica e la forte drammatizzazione.
Il terzo capitolo prende il via da una panoramica sul
linguaggio nello sport, bene culturale a disposizione
dell’umanità, che verrà sistematizzato in base alle funzioni
elaborate da Jakobson (2002). Un approfondimento che
evidenzierà la presenza di una narrazione multistrato in grado
11
di definire i valori tipici dell’identità nazionale e di narrare il
quotidiano, adattandosi anche alle esigenze espressive dei suoi
differenti campi. Il punto di partenza per introdurre il paragrafo
dedicato alla radio, il medium sorgivo del racconto calcistico
che, nell’epoca della disattenzione (Zanchini, 2017) e
dell’ascolto personalizzato, attraverso la forza evocativa della
diretta, adattata oggi ai nuovi strumenti digitali, ha il merito di
mantenere vivo il suo carattere comunitario. Un mezzo dalla
fortissima tradizione all’interno della società argentina capace
di legarsi indissolubilmente anche alla narrazione sportiva
attraverso il genere del relato, pioniere nel mondo per
informare in tempo reale sulla partita di calcio e forma
letteraria dalla forte presa emotiva a metà tra cronaca e cultura
alta. Nel corso dell’esistenza radiofonica del paese
sudamericano lo hanno reso celebre le inimitabili voci di Lalo
Pelliciari, Fioravanti e José María Muñoz, poi è arrivato Victor
Hugo Morales, un Dante Alighieri della narrazione sportiva
orale.
A lui sarà dedicato, in coppia con Marcelo Araujo, il quarto
e ultimo capitolo, in cui l’accento viene posto sulla profonda
impronta lasciata dai due più rappresentativi professionisti
12
della storia del giornalismo sportivo argentino. Il primo, voce
del ciclo sportivo più importante della televisione argentina,
contribuirà al processo di trasformazione avviato da Fútbol de
Primera, raccontando le partite su Canal 13 in un registro
linguistico più vicino a quello del tifoso sugli spalti che a un
giornalista e adottando una serie di espedienti con l’obiettivo di
intrattenere il pubblico tramite la proposizione di un simulacro
del salotto domestico. Scelta rischiosa e discutibile, ma che
negli anni gli garantirà la fama presso il grande pubblico.
Morales, tra eleganti metafore e la ricerca di una perfezione
lessicale senza precedenti, rivoluzionerà invece per sempre il
formato del relato nel mondo rioplatense entrando nella storia
per aver, un caldo pomeriggio messicano del giugno 1986,
accompagnato a braccetto con il suo emozionante monologo
l’ingresso nella leggenda di Diego Armando Maradona, l’eroe
per eccellenza del popolo argentino.

13
14
Capitolo I
Il calcio argentino tra evasione sociale e politica

1.1 Sport e società: una prima lettura

La parola sport comprende un universo di valori e funzioni


di rilevante portata sociale e, al contempo, racchiude in sé un
insieme di attività molto eterogenee fra loro, così come un
articolato sistema di processi culturali, economici e gestionali
che lo rendono un partner decisivo per tutte le altre sfere e
istituzioni sociali (Ghiretti, 2018). Per il suo notevole valore
formativo, in un’epoca in cui i luoghi di aggregazione sociale
stanno sempre più scomparendo, lo sport viene considerato
oggi la terza agenzia educativa dopo famiglia e scuola. Ghiretti
(2018) ha individuato in tre diverse dimensioni le sue
peculiarità principali: strumento di cultura, antidoto sociale e
mezzo di integrazione. Patrimonio culturale più condiviso e
trasversale a disposizione delle società, lo sport sviluppa
attraverso la situazione agonistica straordinarie relazioni sociali
e un importante benessere psicofisico. Dinanzi a una deriva di

15
valori senza precedenti, la pratica sportiva diventa così un utile
sociale (Mazza, 2018) in grado di concorrere al bene comune,
contribuendo a ogni dimensione della sfera pubblica e
contenendo forme di disagio, devianze, abusi e problemi di
salute. Il luogo di integrazione per eccellenza, un connettore
sociale che non conosce distinzioni di pelle, classe, convinzioni
religiose, lingua ed età. A renderlo tale sono le caratteristiche
intrinseche che esso possiede: la territorialità che alimenta
l’immaginario dei giocatori e del pubblico, la relativa
semplicità racchiusa in un bagaglio di competenze tecniche
limitato e la presenza di codici comportamentali specifici
condivisi (Porro, 2008). Lo sport moderno, e il calcio in
particolare, ha assunto così anche grazie al matrimonio di
interesse coi media (Russi, 2003) la connotazione di linguaggio
universale entrando nel quotidiano e riuscendo a mettere in
comunicazione persone di razze, culture ed identità diverse
(Maes, 2006) con una pervasività difficilmente ravvisabile in
altri fenomeni sociali (Balducci, 2007). D’altronde chiunque
può cimentarsi con un pallone e simulare le azioni in campo dei
suoi campioni, mentre non sarebbe altrettanto possibile provare
a emulare un salto in alto o un tuffo da trenta metri senza una
16
dovuta e adeguata preparazione (Mazza, 2018). Allo stesso
tempo si può comunque far parte della comunità calcistica
anche senza averlo mai dato un calcio al pallone. Nella
maggior parte dei casi la passione per lo sport non coincide
infatti con l’esercizio più o meno agonistico, ma si esprime
nella fruizione, nella partecipazione allo spettacolo: quello di
sportivo è uno status che si acquisisce per sempre e basta
dichiararsi tale riconoscendo e accettando le regole del gioco, il
codice, le gerarchie, i valori, i riti (Mallozzi, 2018). È proprio
attraverso questa formula universalistica e aggregante che il
calcio diventa un rilevante mediatore per processi di
integrazione sociale, offrendo opportunità di contatto
interculturale non presenti in altre sfere e basate su un forte
sentimento di togetherness (Verhagen & Boonstra, 2014). Una
risposta a quell’individualismo libertario evidenziato da molti
sociologi del ventesimo secolo, a partire da Bauman (2000) e
Beck (2000), in cui il singolo diventa politico della propria
vita.
Per testimoniare il ruolo che lo sport ha saputo conquistare
nell’era tardo-moderna, sia all’interno della sfera individuale
che in quella collettiva, bisogna rifarsi a De Knop (1999) che
17
da tempo parla di sportivizzazione della società. Una tendenza
espressa dai numeri della pratica sportiva a tutti i livelli e dalla
coesistenza in un’unica proiezione fenomenologica delle
molteplici dimensioni in cui lo sport è declinabile: sociale,
valoriale, educativa, sanitaria, politica, economica e produttiva,
tecnologica, ludica e comunicativa (Giorgino, 2018). Il calcio
resta il settore in cui più è facile misurare l’efficacia di questa
suggestione. Basti pensare, a titolo esemplificativo, alle
connessioni generate tra tifosi, al fenomeno del calcio mercato
e al suo peso sulla finanza mondiale, alla moltiplicazione degli
appuntamenti nazionali e internazionali, allo stretto legame con
industria dei media e politica, e così via. Lo sport, grazie alla
sua spettacolarità, è entrato di fatto nella vita culturale delle
nazioni invadendo il quotidiano, la stampa, i media e i governi:
non più attività minore e valvola di sfogo di una società
moderna sempre più forgiata sulla concezione iper-produttiva,
ma vero e proprio elemento costitutivo della cultura attuale e
giornaliera (Mallozzi, 2018). Scrive Bausinger:

È già stato dimostrato che, a livello sociale e culturale, lo sport


produce, in quantità sempre maggiore, concetti e immagini-guida,
e che la società (o la cultura, che in questo caso ha lo stesso
18
significato) ha assorbito tanto da “sportivizzarsi”. Oggi più che
mai lo sport è divenuto un tema centrale nella comunicazione, nei
colloqui, nelle interazioni quotidiane, nei media stessi. Lo sport è
risultato determinante per ampi campi della moda, influenzando i
modi di fare pubblicità (e non solo nel caso di articoli sportivi); lo
sport modella lo stile di vita di molti gruppi sociali e di molti
ambienti e la sportività diviene un segno di riconoscimento e di
fede […]. Si tratta di vedere se non è forse vero che le strutture e
le peculiarità proprie dello sport non stiano invece permeando una
schiera sempre più vasta di ambienti e contesti culturali […]. È
innegabile che lo sport di massa rappresenta un segmento
dell’industria culturale, del consumo industriale e del grande
sistema del divertimento […]. Sportivo appare ormai la
denominazione di un’impostazione o di un atteggiamento,
derivato dal principio strutturale dello sport, che funziona come
competizione solo se vengono rispettate le regole (comprese
quelle non scritte). L’atteggiamento sportivo – e lo sport deve la
sua fama a ciò – è un valore riconosciuto anche negli ambiti della
comunicazione e dei conflitti che non stanno in diretta
connessione con lo sport (2013: 38, 62, 152).

Ricco di sfaccettature, luogo di evasione e consumo, lo sport


teatralizzando la vita quotidiana diventa così un vero e proprio
modello di comportamento, un’ideologia e un veicolo
comunicativo della passione popolare che ci fornisce una
straordinaria lente sul mutamento contemporaneo in quanto
fatto sociale totale (Porro, 2001). Fenomeno pervasivo e
secolare collegato a tutte le altre dimensioni sociali,

19
rappresenta infatti uno dei maggiori spazi simbolici per
l’interpretazione delle pratiche contemporanee offrendo degli
script, delle regole e degli immaginari relativi al più ampio
contesto socio-culturale in un processo di significazione che
non coincide tanto con l’atto agonistico in sé quanto appunto
con il complesso di implicazioni rispetto all’ambiente di
riferimento. Una metafora centrale per comprendere i modi in
cui la società viene rappresentata, la messa in scena di quello
che è e di quello che vorrebbe essere (Alabarces, 1998).
La capacità del calcio di ergersi a collante sociale della
società individualista, e soprattutto la presenza di simboli,
rituali e riti collettivi, ha portato gli studiosi della sociologia
dello sport a ipotizzare la nascita di una vera e propria religione
laica universale1. Durkheim (2005) lo definisce un social
drama funzionale all’allentamento delle tensioni sociali che
genera forme di eccitazione controllata e regolamentata, Coles
(1975) una religione surrogata e Alois (2002) una
pseudoreligione di carattere universale che divinizza l’uomo e

1
Cfr. https://sociologicamente.it/tra-simboli-sacri-e-rituali-il-calcio-come-
religione/. Consultato ad agosto 2019.
20
in cui i rituali paraliturgici consentono di attribuire significato
alla vita. Contributo decisivo è tuttavia quello di Augé (2016)
che descrive il calcio come una nuova religione con le sue
cattedrali (gli stadi), la sua fede (il pallone), un totem che
alimenta il desiderio di adesione e appartenenza a una
comunità (le squadre) e i suoi altari (gli schermi televisivi
alternativi alla presenza in loco). Poi ci sono gli atleti, dei
dell’Olimpo adorati ma allo stesso tempo criticabili: intorno a
loro l’uomo moderno, in un’epoca in cui erra tra non luoghi, si
ritrova senza differenze in un nuovo sentimento comunitario
attraverso cui si concepisce il senso e il non senso. I fedeli
assistono al rito della partita e celebrano il risultato producendo
forme di esultanza e di dolore, espresse in simultanea secondo
una liturgia ben definita e nota a tutti gli adepti. Una religione
più forte e aggregante di qualsiasi altra che, nel mondo
dominato dall’individualismo, offre momenti collettivi per
sentirsi parte di una comunità e fornire frammenti di felicità.
Processi d’identificazione, appartenenze socialmente
significative e una risposta emozionalmente densa a quei
bisogni che altre manifestazioni della vita sociale non riescono

21
a soddisfare (Porro, 2001) perfettamente sintetizzati dal
fenomeno del fútbol argentino.

1.2 Il fútbol in Argentina: más que una pasión

Per comprendere la diversità degli argentini nel rapportarsi


al gioco del calcio bisogna rifarsi brevemente alle sue origini.
Quando gli inglesi lo esportarono nel Río de la Plata, il fiume
che divide e unisce Buenos Aires da Montevideo, il football
divento fútbol. A cambiare non era soltanto la grafia, quanto
l’approccio al gioco, attorno al quale veniva a crearsi un
entusiasmo tutto nuovo. D’altronde in Sud America non è raro
ascoltare che gli inglesi hanno inventato il calcio e gli argentini
l’amore per il calcio (Pizzigoni, 2016). Da semplice
passatempo lo sport si trasforma fin da subito in una grande
passione popolare, costituendo l’elemento portante del mito
dell’argentinidad. Già nel 1933 Raúl Scalabrini Ortiz2, per

2
Raúl Scalabrini Ortiz (1898-1959) è stato uno scrittore, giornalista,
saggista e poeta argentino. El hombre que está solo y espera, pubblicato per
la prima volta nel 1931, è una raccolta di pensieri e osservazioni
22
sottolineare il richiamo del calcio come antidoto alle
malinconie del fine settimana, scriveva: «La domenica
portegna è tristemente nota per essere noiosa. Adesso almeno
c’è il calcio professionale» (Ortiz, 1933: 154). Il processo di
emancipazione è talmente forte che, fin da subito, si riflette
anche sullo stile in campo: per qualificarne la distanza dagli
altri El Gráfico3 prese a chiamarlo «criollo» e poi a celebrare
negli anni «La Nuestra», «il calcio come lo intendiamo noi».
Era basato sull’uso frequente del passaggio corto e su un’ampia
libertà data al virtuosismo individuale, differenziandosi per
eleganza e improvvisazione rispetto al calcio britannico,
espressione invece di forza fisica e disciplina. Uno stile
totalmente alternativo, manifestazione di una rivendicazione
culturale nei confronti di inglesi ed europei. Questo modo di
giocare, così autoctono, prende vita dai potreros, ovvero i

sull’archetipo della classe media argentina, il cui controverso ritratto ha


generato negli anni interesse e polemiche.
3
È stato per anni il settimanale più prestigioso e influente del
subcontinente. Fondato nel 1919 come rivista di foto e immagini, iniziò a
occuparsi di sport nel 1925. Nella sua redazione ha accolto i più importanti
giornalisti argentini.
23
cortili delle città dove il campetto di calcio non ha né righe né
porte, dove i pali sono due magliette e la traversa un'idea da
rispettare. Da qui sono passati tutti i grandi campioni nella
storia del calcio argentino. «È lo sport più povero del mondo.
Basta avere un pezzo di strada e un pallone. Si può giocare
anche scalzi. Per questo lo giocano tutti, in ogni angolo del
Paese»4, spiega Carlos Salvador Bilardo, l’ultimo ct a portare
l'Albiceleste in cima al mondo nel 1986. Una scuola di calcio e
di vita che rimane nell’istinto del giocatore sudamericano.
Questo «porta in campo una storia che parte sempre dalla
strada: più di una Chiesa, un luogo dove pregare, dove
conoscersi, capire i rimbalzi e le strategie, diventare grandi e
trovare quell’anima, quella libertà di uscire fuori dallo spartito
che contraddistinguerà tutta la sua carriera»5.
Un calcio che è arte e gusto estetico: in Argentina nascono
gesti tecnici come la gambeta, la rabona e la marianela che

4
Cfr. ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/04/18/da-
maradona-a-messi-e-dybala-nellargentina-dei-calcio.48.html. Consultato a
settembre 2019.
5
Dall’intervento dell’ex calciatore Daniele Adani durante la presentazione
di Locos por el fútbol il 28 novembre 2016 a Milano.
24
non si erano mai visti da altre parti e che all’inizio dello scorso
secolo venivano equiparati dagli intellettuali dell’epoca a
figure della danza.
Un percorso di differenziazione che nasce nel campo da
gioco, ma poi prosegue al di fuori. Nel caso argentino, infatti, il
fútbol ha un importante peso sulla costituzione della
soggettività, legandosi a situazioni identitarie chiave come la
socializzazione infantile, la definizione di genere, la
conversazione quotidiana e la formazione di gruppi sociali. In
una futbolización dell’agenda quotidiana, di recente il calcio ha
inondato l’insieme di superfici discorsive: televisive,
radiofoniche, grafiche e colloquiali. Tutto viene discusso in
termini sportivi, il calcio diventa nella società argentina la
pratica privilegiata dell’elementare umano, il luogo dove
scompare il diverso, il mondo si riconcilia e il conflitto termina
per permettere di gridare ai gol di Salas e Batistuta (Alabarces,
1998). Un’ideologia imperialista che conquista tutti i territori,
inclusi quelli di genere. Immaginario in origine fortemente
mascolino, tanto da coincidere nell’uomo con la nascita di un
sentimento nazionale basato sul calcio e il tango (Archetti,
1999), oggi tende a espandere il suo universo rappresentativo
25
anche alle donne: sempre più consumatrici, spettatrici e tifose
all’interno delle curve. Il desiderio d’evasione sociale, a
Buenos Aires, è già evidente nella prima metà del Novecento.
Un fanatismo che si lega alla forte identificazione con il
proprio barrio, all’orgoglio nazionale, alla venerazione per gli
eroi e alla fuga dalla povertà delle villas miseria:

Il portegno vuole idoli, di qualsiasi tipo, che polarizzino la sua


sensibilità, idoli attorno ai quali abbandonarsi totalmente,
ferventemente. Sarà tifoso di una squadra di calcio, i cui giocatori
non lo conoscono di persona e del cui elenco di soci non può far
parte. Discuterà per lui. Combatterà per lui. Lo sosterrà
appoggiandolo col suo applauso […]. La sua devozione sarà
rivolta allo stemma e non alle persone che lo compongono. Non
ricorda e non vuole ricordare che la squadra di calcio per la cui
difesa è disposto a compiere imprudenze è composta da undici
sempliciotti. Parla di loro come se fossero settori di un emblema,
campi di uno scudo, parti di uno stendardo e non individui simili
a lui (Ortiz, 1933: 56-57).

Una religione laica che s’inscrive pienamente nei modelli


esplicitati all’interno del primo paragrafo di questo capitolo.
Cattedrali di questo credo sono i quartieri, un tutt’uno con i
club che vi hanno sede (Wilson, 2005) dove il legame col
territorio è talmente forte che la vita del barrio coincide con

26
quella della squadra. Professioni di fede neanche troppo
metaforiche se consideriamo che il 30 ottobre 1998 è stata
fondata la Iglesia Maradoniana, un movimento religioso con i
suoi comandamenti, orazioni e ricorrenze totalmente dedicato
all’ex calciatore argentino Diego Armando Maradona, vero e
proprio Messia di questa particolare confessione. Un culto che
può contare 820.000 seguaci iscritti in più di 60 paesi nel
mondo e 600 città6. Senza contare che il Boca Juniors, la
squadra più popolare del Paese insieme al River Plate, nel 2006
ha inaugurato un cimitero interamente dedicato ai propri tifosi
con tanto di bare personalizzate7. Poi c’è il caso del San
Lorenzo, fondato nel 1908 da Padre Lorenzo Massa per
togliere i ragazzi dalla strada e di cui è un grande tifoso Papa
Francesco. Componente mistica che ritroviamo anche nei tanti
fedeli che, prima di una partita importante, pregano nelle
Chiese con indosso le maglie dei rispettivi club.

6
Cfr. http://www.iglesiamaradoniana.com.ar/. Consultato a settembre 2019.
7
Cfr. https://www.sport.es/es/noticias/futbol-internacional/boca-tendra-un-
cementerio-tematico-exclusivo-para-sus-aficionados-5528362. Consultato a
settembre 2019.
27
Proprio la passione è l’elemento sentimentale che unisce i
discorsi sulla cultura calcistica argentina (Alabarces, 2006): i
tifosi sono disposti a dare la vita per la maglia, e non solo in
senso figurato. Il momento più importante è ovviamente quello
della partita, quando più di ogni altro hanno la possibilità di
sentirsi protagonisti infuocando gli stadi per intervenire
magicamente sul risultato in una sorta di mandato mitico
(Portelli, 1990). La partecipazione è totale diventando tra
immense scenografie, originali canzoni al ritmo di trombe e
tamburi, papelitos8 e fuochi d’artificio vertigine dell’esperienza

8
I papelitos (le piccole carte) sono una tradizione del calcio argentino.
Durante le grandi partite, quando le squadre scendono in campo, una nuvola
di piccoli pezzi di carta piove dal cielo prima di cadere sul campo.
Un’usanza che, nella leggenda, ha origine nel 1961 a Quilmes, quartiere di
Buenos Aires noto per la propria birra, quando in occasione della
promozione in prima divisione della squadra locale i tifosi per la prima
volta lanciarono in campo le etichette delle bottiglie. Nel 1978, durante la
Coppa del Mondo in Argentina, il resto del pianeta ha scoperto la
tradizione. Gettare piccoli pezzi di carta sul terreno di gioco è diventato poi
un atto simbolico, di ribellione, poiché il dittatore argentino ha proibito
questa pratica durante il torneo. Oggi i papelitos sono parte del folklore nel
calcio in Argentina.
28
del pubblico allo stadio (Pessach, 2013). Tifosi che diventano i
soli custodi dell’identità del club, gli unici fedeli ai suoi colori
dinanzi a giocatori «traditori»9, dirigenti guidati da interessi
economici personali, operatori televisivi occupati a
massimizzare i guadagni e giornalisti corrotti coinvolti nelle
operazioni di calciomercato (Alabarces, 2000).
Come tutte le attività di grande e trasversale diffusione non
possono tuttavia essere esclusi comportamenti devianti e
condotte riprovevoli in cui la presenza di un fronte
spettacolare, di un palcoscenico, anima pratiche criminali.
Fenomeni di violenza in cui diventa complicato separare lo
sport dalle comuni attività sociali (Mallozzi, 2018). In
Argentina parte della letteratura scientifica ha trattato il tema
riconducendo, l’esperienza comune della violenza fisica come
fattore di articolazione dell’identità dei gruppi militanti di
tifosi, alla cultura del aguante, un’etica della resistenza

9
Nella Superliga argentina ogni anno i club sono costretti a vendere nei
campionati europei i migliori giocatori del proprio organico per garantirsi
entrate economiche in un sistema in cui sponsor e diritti televisivi non sono
sufficienti.
29
prettamente mascolina e basata sull’uso della forza come
capitale sociale (Alabarces, 2006). In questo senso la devianza
nello sport viene riportata alla persistenza di una pratica che
attraversa la vita quotidiana, la politica e l’economia in cui la
violenza sociale è una forma di risposta all’esclusione,
all’espulsione dal mercato del lavoro e alla privazione di salute
ed educazione. Dinamiche tipiche di una società come quella
argentina attraversata da una profonda crisi economica. I
vecchi grupos de tareas, le forze militari al servizio della
dittatura che governò il paese tra il 1976 e il 1983, si
riconvertono nelle moderne barras bravas (letteralmente «le
bande coraggiose»), tifoserie organizzate che grazie
all’appoggio di politici corrotti e delle stesse dirigenze sportive
gestiscono con una totale impunità diversi traffici illeciti
intorno allo stadio e non solo. Gruppi il cui potere viene
utilizzato in cambio per sedare proteste di piazza e
rivendicazioni sindacali, per assicurarsi voti e popolare
manifestazioni di partito, ma anche come mezzi a disposizione
di alcuni presidenti dei club per innalzare un consenso in

30
declino, per convincere un giocatore a restare o ad andar via10.
In questo scenario la squadra diventa un nucleo fortemente
identitario da difendere a ogni costo (Cucci & Germano, 2003)
per dimostrare contemporaneamente anche la superiorità
simbolica del proprio quartiere:

La probabilità di violenza degli spettatori nel contesto del calcio è


probabilmente esasperata dal grado in cui gli spettatori si
identificano con le squadre partecipanti, con l’intensità del suo
investimento emozionale e con l’impegno per garantire la vittoria
delle squadre che incoraggiano. […] A sua volta l’intensità
dell’investimento emozionale degli spettatori per la vittoria della
loro squadra è vincolata alla centralità e significazione del calcio
nella loro vita: se è una tra un certo numero di fonti di significato
e soddisfazione, o se è l’unica (Dunning, 1999: 19).

Questi processi non conducono alla riaffermazione delle grandi


identità calcistiche nazionali, quanto piuttosto a una
frammentazione postmoderna dove gli scontri tra squadre rivali
s’inseriscono in una dinamica di tribalizzazione (Maffesoli,

10
Cfr. https://www.nytimes.com/2011/11/27/sports/soccer/in-argentina-
violence-is-part-of-the-soccer-culture.html?mcubz=1. Consultato a
settembre 2019.
31
2004) nei confronti di un altro radicalmente negativizzato11 e
all’interno delle stesse tifoserie. Un ultimo rifugio del
patriarcato dove il rituale futbolístico argentino vede sempre
più prevalere gli elementi tragici su quelli comici, rendendo
quella della violenza una pratica ormai legittimata (Archetti,
1992). Secondo le stime di salvamosalfútbol, organizzazione
che da anni si batte per estirpare la piaga della violenza nel
calcio, le morti causate dagli incidenti tra barras sono oltre
trecento12. Punto centrale è la visibilità. I leader delle bande
hanno una fama da celebrità, ritenuti dagli abitanti del quartiere
autentici garanti della sicurezza e idoli a cui chiedere autografi
o foto celebrative. La loro influenza è talmente grande da
renderli modelli da imitare per i più giovani della comunità che
incontrano nella violenza l’unico gesto che possa attribuire loro
notorietà: dimenticati dallo Stato, senza sbocchi presenti e

11
Esemplificativo della frammentazione degli spazi il caso di Buenos Aires,
dove l’esistenza di un’enorme quantità di squadre all’interno della stessa
città porta a una forte rivalità interbarrial in cui il quartiere assume una
grande valenza simbolica come spazio incontaminato.
12
Cfr. http://salvemosalfutbol.org/lista-de-victimas-de-incidentes-de-
violencia-en-el-futbol/. Consultato a settembre 2019.
32
futuri, ritengono che l’unico modo di farsi notare sia
raccogliendo centimetri di stampa e minuti di televisione. La
notevole presenza dello sport nei mezzi di comunicazione di
massa garantisce questa messa in scena della propria esistenza,
un’apparizione contradditoria in cui nello stesso momento in
cui si reclama spazio si ottiene soltanto una nuova condanna
(Alabarces, 1998). In questa sospensione dell’ordine sociale, in
un tentativo di instaurare una democrazia immaginaria, vanno
aggiunti anche quegli episodi di azione violenta e spontanea
contro coloro che sono ritenuti i rappresentanti del potere: dalla
polizia agli arbitri, passando per gli operatori dei media. Gesti
da leggere come una totale sfiducia nella giustizia in quanto
istituzione legittima dello Stato e come diffidenza dovuta
all’accelerato deterioramento politico degli ultimi anni. Un
quadro in cui le stesse forze dell’ordine contribuiscono
all’esasperazione della violenza agendo come un gruppo di
tifosi ma legalmente armato, pronto ad abusare della sua
posizione di potere e impunità (Alabarces, 2000). Quella
pratica repressiva e punitiva13 che negli anni ha prodotto

13
Dal 2013, in seguito all’uccisione di un tifoso del Lanús negli scontri con
33
scarsissimi risultati in una traiettoria opposta al percorso
europeo che, con politiche a lungo termine, ha ottenuto un
cambio strutturale e culturale riuscendo ad offrire allo
spettatore uno spettacolo sicuro. Traguardo da cui l’Argentina
appare ancora oggi molto lontana. Se i disordini si verificano
ormai con cadenza settimanale, particolare rilevanza mediatica
l’ha ottenuta quanto accaduto nel novembre 2018. In occasione
dell’attesissima finale di ritorno della Copa Libertadores da
giocare in casa contro il Boca Juniors, in un vero e proprio atto
di vendetta contro la polizia di Buenos Aires che il giorno
precedente aveva sequestrato dieci milioni di pesos in contanti
e trecento biglietti per la partita14, i tifosi del River Plate hanno
assaltato il pullman dei rivali e provocato diversi incidenti fuori
lo stadio costringendo la Confederación sudamericana de

la polizia, vige il divieto di trasferta in tutte le principali gare di campionato.


Successivamente, all’entrata degli stadi, sono stati introdotti anche sistemi
di scansione dei documenti e programmi di riconoscimento facciale per
verificare la presenza di precedenti penali o condanne pendenti del
sostenitore.
14
Cfr. https://www.foxsports.it/2018/11/28/calcio-argentino-ostaggio-
violenza-chi-sono-barras-bravas/. Consultato a settembre 2019.
34
Fútbol dopo giorni di grandi discussioni e ricorsi giudiziari a
far disputare l’incontro a Madrid, per la prima volta fuori dal
continente americano. Una delle pagine più buie nella storia
recente del calcio argentino, purtroppo neanche l’ultima.

1.3 Il rapporto tra calcio e media nella realtà sociale


argentina

Se il calcio rappresenta per gli argentini la principale forma


di intrattenimento, oggi questo si è trasformato anche
nell’elemento di consumo per eccellenza e in un affare
monumentale (Durante, 2011). Lo sport, infatti, già alla fine
dello scorso secolo costituiva il principale prodotto
massmediatico, il genere di maggior fatturazione per l’industria
culturale e lo spettacolo con il più grande pubblico nella storia
della televisione (Alabarces, 1998). Negli ultimi anni
programmi televisivi, quotidiani e riviste specializzate15,

15
Nel corso della storia, accanto alle riviste più celebri, sono nate
pubblicazioni in ogni angolo del paese centrate non soltanto sui club di
prima divisione, ma anche sulle squadre delle categorie inferiori e sugli altri
35
trasmissioni radiofoniche nazionali o locali dedicate al
commento delle partite del fine settimana, degli allenamenti e
delle finestre di trasferimento dei giocatori hanno conosciuto
un’ulteriore proliferazione. Basti pensare che quasi tutti i
principali quotidiani in circolazione, oltre a dedicare allo sport
uno spazio di rilievo in termini di pagine e titoli principali,
offrono anche supplementi dedicati, arrivando in giornali come
Popular e Crónica ad occupare complessivamente anche la
metà dell’intera edizione del lunedì (Palma & Annuasi, 2012).
D’altronde, in Argentina, nessun diario che aspiri a conseguire
il favore del pubblico e aumentare le sue vendite può
prescindere dal mondo sportivo, con il calcio come sua
bandiera (López & López, 2012). Risultato di tale consumo
incessante è spesso la banalizzazione dei discorsi relativi allo
sport, raccontato con uno dei migliori repertori di luoghi
comuni e di ovvietà travestite da conoscenza (Alabarces,
2013). Esempio lampante è lo schema con cui sono

sport. Per un approfondimento, cfr. A. López, M. H. López, Primeros


apuntes de la historia del periodismo deportivo en Argentina, Ediciones de
Periodismo y Comunicación, La Plata, 2012.
36
stigmatizzati gli episodi di violenza: gli autori sono
sistematicamente «giovani», «disadattati», agiscono sotto
l’influenza di sostanze che alterano la coscienza (droghe e
alcool) e l’azione è sempre dovuta alla presenza di
imprevedibili agenti da escludere da stadi e società (Alabarces,
1998). Un ritratto che non restituisce un’immagine fedele del
più complesso quadro sociale spiegato nel precedente
paragrafo. Ancora più negative le conseguenze prodotte da quei
discorsi giornalistici che, per esigenze spettacolari, fomentano
durante la settimana sentimenti d’odio alimentando una
tensione che in più occasioni sfocia poi in atti violenti il giorno
della partita. Szlifman (2010), prendendo in esame undici casi
di tifosi deceduti a causa della violenza negli stadi argentini tra
il 1924 e il 2007, ripercorre l’evoluzione della rappresentazione
mediatica sui quotidiani Crítica16, La Nación e Clarín di tutti
gli attori che ruotano intorno all’evento calcistico. Moreira e
Ortiz (2016), a loro volta, si concentrano sugli stili discorsivi di

16
Pubblicato a Buenos Aires a partire dal 1913, è stato per anni tra i giornali
più venduti del Paese anche grazie allo sport. Ha cessato le pubblicazioni
nel 1962.
37
Olé17 tra l’agosto 2013 e il luglio 2014 per evidenziare,
attraverso la ripresa e il rafforzamento di un linguaggio
fortemente mascolino appartenente al tifoso, la costituzione di
stereotipi di genere e identità calcistiche che rivendicano
pratiche discriminatorie o violente. Rosa (2018), infine,
analizza la stigmatizzazione delle barras bravas come gli unici
responsabili a partire da uno studio sul dibattito pubblico
relativo al divieto di trasferta per le tifoserie ospiti sviluppatosi
sui generalisti La Nación, Clarín e Página/12 e sul tematico
Olé. Tre preziosi lavori che mettono in luce la tendenza da
parte della carta stampata a occultare altre forme di violenza e
diventare uno scudo protettore rispetto alle responsabilità di
giornalisti stessi, giocatori e tecnici, dirigenti sportivi e politici.
Un peso culturale, quello dei media, che aumenta
ulteriormente in occasione dei Mondiali. Momento per
eccellenza in cui il popolo argentino mette da parte le divisioni

17
Fondato nel 1996 e appartenente a sua volta al potente gruppo
multimediale Clarín. è oggi il principale quotidiano sportivo nazionale.
Primato cui ha contribuito la definitiva chiusura nel 2018 della leggendaria
rivista El Gráfico, vera e propria icona del giornalismo sudamericano.
38
per riunirsi, forti di un profondo senso d’appartenenza, intorno
alla Nazionale di calcio. Tralasciando momentaneamente i casi
di Argentina 1978 e Spagna 1982, in cui lo sport si lega
strettamente alle vicende politiche di un paese in mano alla
dittatura militare e senza libertà di stampa18, è durante la
campagna in Corea e Giappone del 2002 che più emerge la
capacità dei mezzi di comunicazione di creare forme di realtà
virtuali anche in epoca democratica e di proporsi come unico
spazio simbolico di rappresentazione del Paese (Durante,
2011). Un esito che segue la correlazione esposta da Alabarces
(2006) per cui in momenti di forte politicizzazione dei dibattiti
sopra la nazione la centralità delle narrative calcistiche
decresce fino a trasformarsi in puro prodotto mediatico o
presunto argomento di vendite; mentre in momenti di crisi dei

18
Il Mondiale giocato in casa nel 1978, come vedremo in seguito, sarà
utilizzato dal regime militare di Jorge Rafael Videla come strumento
propagandistico per fornire un’immagine rassicurante della nazione. Quattro
anni più tardi il torneo spagnolo coinciderà invece con la guerra delle
Falkland, raccontata mediaticamente coi toni di una partita di calcio e
distorcendo una realtà che avrebbe visto poi trionfare il governo britannico
segnando di fatto la fine del Processo di Riorganizzazione Nazionale.
39
moderni racconti d’identità l’importanza delle narrative
calcistiche cresce fino a oltrepassare il mondo mascolino da cui
ha origine. Antefatto della spedizione asiatica è l’Argentinazo
del dicembre 2001, una delle peggiori crisi economico-
finanziaria nella storia dell’Argentina cui seguì una violenta
rivolta popolare19 accompagnata da sentimenti di ira e in
seguito disillusione verso l’intera classe politica. Il ricorrente
motto «¡Qué se vayan todos!» («Che se ne vadan tutti!») è
l’antitesi del sentimento verso la Selección Nacional, i cui
giocatori sono visti come gli alfieri della nazione per la
devozione messa in campo e i risultati ottenuti negli ultimi
anni20. Una percezione fortemente alimentata dai media: i
calciatori diventano gli eroi su cui riporre tutte le speranze del
popolo e le loro prestazioni le uniche a poter restituire un
piacere collettivo alla società come sedante ideale per i dolori

19
Nota come cacerolazo per il rumore ottenuto percuotendo pentole e
padelle.
20
L’Albiceleste, nelle fasi di qualificazione, aveva stabilito il record di punti
chiudendo il girone con un netto vantaggio sull’Ecuador secondo e con soli
15 gol incassati in 18 partite.
40
umani21. È così che, da favorita assoluta sul campo, la squadra
di Marcelo Bielsa si trasforma presto anche in depositaria di
una profezia apocalittica: il trionfo calcistico come soluzione
magica alla crisi politica, come sospensione del conflitto ed
estensione di un periodo di grazia al governo di Eduardo
Duhalde (Alabarces, 2006). Scenario duramente cancellato dal
fracaso dell’incredibile eliminazione dell’Argentina già alla
fase ai gironi22. La rottura dell’incantesimo, senza più niente e
nessuno in cui confidare, è accompagnata da una delusione
ancora più grande. Cambia persino il racconto giornalistico:
quel «se ne vadan tutti» viene immediatamente applicato anche
al calcio secondo il concetto per cui ciò che non è vincente,
allora non è necessario. Messaggio particolarmente amplificato
in un contesto di fruizione in cui il novanta per cento dei mezzi
di comunicazione apparteneva a soli otto gruppi multimediali.

21
Il patriottismo calcistico, durante il Mondiale, fu al centro degli spot
pubblicitari di Direct TV, Visa, McDonald’s, Coca Cola, Repsol e Quilmes,
imprese multinazionali che ripresero i toni nazionalisti del giornalismo
sportivo.
22
Cfr. https://www.ultimouomo.com/il-triste-tramonto-dellargentina-ai-
mondiali-del-2002/. Consultato a settembre 2019.
41
Un episodio, quello del Mondiale coreano, esemplificativo di
quanto sia illusorio il mito della cortina di fumo per cui un
popolo possa unificarsi dietro la maglia della Nazionale
dimenticandosi completamente degli effetti della politica e
dell’economia sulla vita quotidiana, del lavoro, della salute e
dell’educazione. Non è un caso allora che la mobilitazione
popolare del gennaio 2002, caratterizzata da pratiche e simboli
presi in prestito dallo stadio, colpì gli stessi operatori della
comunicazione in segno di netta distanza da un’interpretazione
della realtà mossa principalmente da interessi legati al
fatturato. Il messaggio è chiaro: le condizioni economiche,
politiche, storiche e sociali di una nazione possono risolversi
solo sul piano della realtà, racchiudendo il trionfo sportivo
all’interno dei suoi più stretti confini. Sempre che in futuro un
nuovo Mondiale non ci dimostri il contrario.

1.4 Il calcio come strumento politico: il caso di Argentina


1978

Nell’estate del 1978 incidere sulle sorti politiche attraverso


un Mondiale di calcio era anche l’obiettivo della giunta
42
militare argentina guidata dal generale Jorge Rafael Videla. Un
evento che, a distanza di oltre quarant’anni, resta ancora oggi la
più vasta e costosa operazione di propaganda a mezzo sportivo
nella storia recente nonché il più controverso torneo di sempre
nell’immaginario collettivo legato al pallone.
Se fin dalle origini lo sport ha avuto una strettissima
relazione con la politica, è soprattutto a partire dalla seconda
metà dello scorso secolo che questo è entrato di fatto nella vita
quotidiana delle nazioni. Un binomio sistematico e naturale
messo in luce soprattutto dal calcio e dalla sua capacità di
coinvolgere le masse più di ogni argomento. Da qui deriva la
sua narrazione in forma politica come strumento di guadagno,
controllo e manipolazione (Álvarez-Ossorio, 2013) a
disposizione di governi che attraverso lo sport hanno cercato di
influenzare successi statali e consenso sociale. Uno scenario
che annovera molteplici casi nel corso della storia mondiale23,
ma che ancora una volta si è rivelato particolarmente evidente

23
Per un approfondimento sugli intrecci tra calcio e politica nel corso della
storia, cfr. S. Kuper, Calcio e potere, I Libri di Isbn/Guidemoizzi, Milano,
2008.
43
in Argentina. Da quando il calcio si è convertito in un grande
spettacolo di massa nonché nella pratica sportiva più popolare
del Paese, i politici locali hanno iniziato a sfruttarlo per
ottenere visibilità e promuovere la propria immagine. In
Sudamerica oggi è una prassi comune vedere queste figure
partecipare alla vita quotidiana dei club ricoprendo cariche
direttive all’interno delle istituzioni sportive in aggiunta al
proprio ruolo istituzionale o come trampolino di lancio per
riconvertire il successo sportivo in una risorsa utile da spendere
in spazi di potere alternativi24. Un’investitura che, a
testimonianza del processo di politicizzazione del calcio, arriva
al termine di una vera e propria elezione democratica in cui a
ricoprire la veste di votanti sono i soci del club, un’ampia base
di elettori riunita intorno a diverse discipline e attività socio-
culturali. La via per accedere ai posti di comando passa dunque
dalla realizzazione di campagne, dalla ricerca di adesione da

24
Molti i dirigenti sportivi che utilizzano le proprie traiettorie di successo
per accedere a cariche pubbliche a livello municipale, provinciale e statale o
per candidarsi nella politica tradizionale. La vicenda più nota è quella di
Mauricio Macri, tredici anni alla guida del Boca Juniors prima di diventare
nel 2015 il 57esimo presidente della Repubblica Argentina.
44
parte di personalità influenti, dalla messa in atto di particolari
voti di scambio con i leader delle tifoserie, dalla costruzione di
alleanze e dalla promozione dei candidati attraverso i media sia
di massa che partigiani (Moreira, 2013).
Differente ma comunque iscritto all’interno dello stesso
ambito il caso di quei funzionari con un ruolo centrale
nell’assegnazione di risorse e servizi che riservano un
trattamento preferenziale verso le proprie squadre
d’appartenenza. Una dinamica che si traduce in collaborazioni
di diverso tipo: dall’accelerazione di pratiche burocratiche a
consulenze su un progetto, dalla messa a disposizione di
particolari materiali informativi al contatto con figure
autorevoli (Ivi). Esempi che dimostrano quanto la politica
rappresenti una parte costitutiva dello stato attuale del calcio.
Due campi strettamente interconnessi che nel 1978 hanno
vissuto l’apice di questo complicato rapporto quando, come già
testimoniato dai giornali europei dell’epoca, il Mondiale
giocato in casa si trasformò nel più grande spettacolo di
propaganda dai tempi delle Olimpiadi di Berlino del 1936.
Il torneo, giocato a due anni di distanza dal colpo di stato
che il 24 marzo 1976 inaugurò una delle più feroci tirannie
45
nella storia del Sudamerica, rappresentò per il Paese una
garanzia di legittimazione, uno strumento funzionale alla sua
credibilità. Il popolo doveva solo pensare ai gol di Kempes e la
selezione mostrare al mondo quanto gli argentini fossero
vincitori per natura (Álvarez-Ossorio, 2013). I militari, per
trasformare in un successo planetario il Proceso di
Reorganizacion National del generale Jorge Rafael Videla,
dopo avere chiesto aiuto alla società di comunicazione
americana Burston Marsteller, finanziarono anche la
ristrutturazione degli stadi e diverse opere di urbanizzazione,
nonché l’impresa statale Argentina tv 78 che assicurò in molti
stati ma non a Buenos Aires le prime trasmissioni a colori delle
partite25. Nel luglio 1976, a quattro mesi dal golpe, il Mondiale
era stato dichiarato d’altronde obiettivo di interesse nazionale e
l’intera organizzazione affidata all’Ente autarquico mundial26.
Il calcio diventava il mezzo per far apparire tutto normale e

25
Il centro fu equipaggiato con tutta la tecnologia necessaria, ma l’assenza
di ricettori televisivi adeguati da parte degli utilizzatori locali non permise
la trasmissione a colori del Mondiale nelle case degli argentini.
26
Cfr. https://sport.sky.it/calcio/approfondimenti/il-mondiale-desaparecido-
storie-di-matte-marani-su-argentina-197.html. Consultato a settembre 2019.
46
diffondere ai quattro venti il sorriso di un Paese felice sotto la
tutela dei militari (Galeano, 2012), mentre a pochi metri dal
Monumental, lo stadio da oltre 70mila spettatori della finale,
nella Escuela de Mecánica de l'Armada27 oppositori politici,
studenti delle università, cattolici del volontariato venivano
torturati e uccisi giorno e notte con la sola interruzione dei
novanta minuti in cui giocava la Nazionale di casa. Nel suo
diario l’attivista sindacale di Córdoba, Daniel Esteban Pittuelli
(2003), ricorda le partite della Selección ascoltate
dall’altoparlante nel cortile del carcere di Sierra Chica e i
morituri festeggiare i gol in uno sfogo catartico, prima che i
supplizi riprendessero inesorabili.
Ad aprire uno squarcio in quella spirale del silenzio (Noelle-
Neumann, 1984) che fu la narrazione mediatica del torneo,
concentrata esclusivamente sulle vicende di campo, erano le
proteste delle madri dei desaparecidos e la loro marcia in Plaza
de Mayo alla ricerca di verità. Un appello disperato, in un
clima di fortissima censura, raccolto tuttavia da ben pochi

27
Oggi museo della memoria, fu il più principale dei 364 centri di
detenzione conteggiati dopo la caduta del regime militare.
47
operatori televisivi. Più metaforico quello del direttore tecnico
César Luis Menotti che il suo dissenso verso il regime lo
esprimeva nel linguaggio del calcio. Una protesta in codice
(Kuper, 2008) attraverso un omaggio a quello stile criollo tanto
autoctono quanto elegante, condotto da giocatori che, eccezion
fatta per il capocannoniere della competizione Mario Kempes,
giocavano tutti nel campionato argentino28. Il significato
simbolico di quel gioco lo spiegherà anni dopo lo stesso
Menotti (1986) nella sua biografia Fútbol sin trampa («Calcio
senza trucchi») in cui l’allenatore di origini italiane racconta
come la sua squadra, con il suo modo di stare in campo,
evocasse il ricordo di un’Argentina libera e creativa. Una scelta
presa in opposizione a una dittatura contraria al suo stile di vita
che, in antitesi, avrebbe voluto fondare il suo gioco tutto un
calcio difensivo e basato su inganni29. Non è un caso che

28
Capitano di quell’Argentina avrebbe dovuto essere El Lobo («il lupo»)
Jorge Carrascosa che tuttavia si rifiutò di giocare per i colonnelli e la loro
dittatura sanguinaria.
29
Il Mondiale del 1978 fu accompagnato da molte polemiche per alcuni
presunti arbitraggi favorevoli all’Argentina, compreso quello dell’italiano
Sergio Gonella nella finale contro l’Olanda. Non fu mai chiarita, inoltre, la
48
ancora oggi al ricordo del trionfo, per giunta il primo nella
storia dell’Albiceleste, si accompagni la vergogna:

Il 9 luglio del 2003 uno stadio Monumental quasi vuoto fu


testimonianza dell’omaggio ai ‘campioni del 1978’.
Inevitabilmente i loro nomi restano associati alla massima
tragedia dell’Argentina e le loro foto, mentre alzano la Coppa,
adornano pochissime case e bar del paese. Tanta assenza popolare
indicava che, in qualche posto della loro coscienza, gli argentini
denunciavano il passo falso fatto in quegli anni (Llonto, 2010:
23).

Anche la colonna sonora di quel Mondiale, il celebre


Vamos, Vamos, Argentina ripescato durante la guerra delle
Falkland contro il Regno Unito e risuonato per decenni negli
stadi argentini, nonostante l’origine innocente, in qualche
modo si macchiò trasformandosi da canto popolare a simbolo
del regime30.

pagina della sfida con il Perù, passata alla storia come Marmelada Peruana
dopo che l’Albiceleste, che aveva bisogno di una vittoria con quattro gol di
scarto, sconfisse 6-0 un avversario particolarmente arrendevole nella
ripresa.
30
Cfr. http://www.archivoescaleno.com/index.php?s=articulos&id=227.
Consultato a settembre 2019.
49
Un caso, quello di Argentina 1978, ricco di sfaccettature e
che non può esaurirsi di certo nella breve panoramica tracciata
in queste pagine. Al fine di superare alcune letture critiche
semplicistiche va ribadita tuttavia una precisazione: la
relazione di causa-effetto tra trionfo sportivo e successo
politico non è dimostrabile empiricamente. Il calcio, inoltre,
durante il mese in cui si disputò la manifestazione fu di certo
uno strumento per anestetizzare momentaneamente la rivolta
popolare ma non per occultare una repressione la cui
organizzazione era già clandestina di suo. Solo una pagina
all’interno di una guerra sucia («guerra sporca») che cancellò
tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta
un’intera generazione di argentini. Oltre 30mila i
desaparecidos stimati, tra cui 5mila italiani di prima e seconda
generazione. Le loro madri attendono ancora oggi risposte e
giustizia.

50
Capitolo II
Il fútbol come monopolio televisivo

2.1 Sport e società nel processo di mediatizzazione

Negli ultimi due decenni il crescente peso dei mezzi di


comunicazione, e in particolare la rapida diffusione dei new
media, ha portato un gruppo di ricercatori internazionali a
investigare la storia in termini di mediatizzazione. Un processo
rappresentato dal complesso insieme di effetti mediali su una
particolare sfera della società storicamente separata, osservabili
nell’arco di un consistente periodo di tempo e risultato di una
lunga evoluzione culturale, della nascita nell’epoca tardo
moderna di un rilevante settore di media aziendali e delle
recenti trasformazioni socio-tecnologiche nei network digitali
(Livingston & Lunt, 2014). In questa prospettiva
multidisciplinare, a plasmare il cambiamento sociale come
principio organizzativo per altre sfere della quotidianità sono le
istituzioni e le pratiche mediali che, al pari dello sport, si

51
sostituiscono sempre più alle tradizionali agenzie di
socializzazione:

Nelle società precedenti istituzioni sociali come famiglia, scuola e


chiesa erano la più importante fonte di informazione, tradizione e
orientamento morale per i singoli membri della società. Oggi
queste istituzioni hanno perso parte della loro autorità e i media
hanno in qualche misura preso il loro posto come fonte di
informazione e orientamento morale, diventando allo stesso
tempo i più importanti storyteller della società riguardo la società
stessa (Hjarvard, 2008: 13).

Mazzoleni (2012) riassume la loro centralità in quanto


strumento di potere e informazione indispensabile al
funzionamento di quasi tutte le istituzioni sociali, arena della
vita pubblica nazionale e internazionale, immagine della realtà
sociale e dei suoi cambiamenti culturali-valoriali, chiave per
raggiungere la visibilità e fonte di significati per la sfera
pubblica.
Sebbene il concetto di mediatizzazione abbia avuto un forte
impulso a partire dagli studi sulle trasformazioni della politica
nello scorso secolo, l’analisi si è presto diffusa agli altri campi

52
della pratica sociale ed istituzionale31. La logica dei media,
guidata dalla massimizzazione del profitto, ha influenzato
anche la rappresentazione dello sport imponendo linguaggi e
formati narrativi compatibili con le esigenze organizzative
delle imprese di comunicazione, le finalità di intrattenimento e
le immagini del pubblico. È soprattutto l’avvento della
televisione, mezzo che somma in sé le funzioni di svago del
cinema e di informazione della stampa, a rappresentare meglio
di qualsiasi altro l’insediamento dei media nel tessuto sociale e
culturale. Frandsen (2014) sottolinea come il piccolo schermo
abbia mediatizzato lo sport sottraendogli parte della propria
autonomia per soddisfare richieste del pubblico mediale,
palinsesti internazionali, top club e giocatori famosi e,
ovviamente, esigenze finanziarie dei proprietari delle
corporazioni di media. Un processo di co-evoluzione in cui da
una parte l’influenza della televisione si è tradotta in numerosi
adeguamenti e modifiche alle regole del gioco,

31
Per approfondire l’interrelazione tra cambiamenti mediatici e
trasformazioni in ambito socio-culturale, cfr. K. Lundby (a cura di),
Mediatization of communication, Mouton de Gruyter, Berlin, 2014.
53
all’organizzazione di campionati e tornei e ai modelli di
business; dall’altra invece la copertura dello sport ha stimolato
cambiamenti significativi nei media in termini di strutture di
trasmissione, stili del racconto giornalistico, norme di
concorrenza e sviluppi commerciali legati agli enormi ricavi
ottenuti dagli abbonamenti. Ne è nato così un matrimonio
d’interesse (Iozzi & Minerva, 1986) sempre più saldo grazie
alle continue concessioni che il calcio in prima linea ha fatto al
panorama mediale in cambio di una più ampia riconoscibilità
sociale. La pervasiva presenza del televisore nelle case, infatti,
ha lanciato prepotentemente tutti quegli sport più congeniali al
linguaggio televisivo a un pubblico generalista, straordinaria
platea dello spettacolo sportivo e destinatario di quella
settimanalizzazione ereditata dal quotidiano di inizio secolo.
Proprio il calcio, grazie all’enorme quantità di fruitori che è in
grado di attirare, ha svolto il ruolo di killer application
(Morcellini, 2005) trainando il pubblico attraverso le
inesauribili emozioni prodotte da quei lovermarks (Roberts,
2005) che sono i brand sportivi. A cambiare è anche la
notiziabilità: non c’è più soltanto quello che accade in campo,
ma anche e soprattutto quello che succede in tv. Il risultato
54
diventa un pezzo marginale della notizia al pari delle
dichiarazioni a caldo, della moviola, della rivisitazione
rallentata dei momenti più importanti della partita. Elementi da
discutere per tutta la settimana prolungando il campo patemico
del pubblico sportivo (Mallozzi, 2018). Nasce così un racconto
ininterrotto e omnicomprensivo in cui la contaminazione tra
approfondimenti giornalistici, processi, talk show e programmi
d’intrattenimento dà vita a una sorta di storytelling
complessivo, un metagenere la cui trama si snoda nella
quotidianità rimandando da un appuntamento calcistico
all’altro in un costante divenire. È sullo schermo che vengono
rimarcate e fissate quelle pratiche di senso collettive poi
reiterate nel discorso pubblico tramite il dialogo face to face, la
narrazione mediatica e la conversazione sui social (Mazza,
2018).
Chiave di lettura fondamentale per comprendere la stretta
relazione tra industria mediale e gioco è l’innovazione
tecnologica, di cui l’evento sportivo negli anni è stato il motore
principale. La televisione ha introdotto il replay, il ralenti e le
sovraimpressioni, la moltiplicazione delle telecamere, le

55
telecronache parallele, la moviola, il telebeam32 e di recente,
con più evidenza nelle tv a pagamento, la mosaicizzazione
dello schermo (Grasso, 2008). Novità che, come già anticipato
poco sopra, hanno portato a una ri-regolamentazione (Bettetini,
1984) delle competizioni: dal tie-break nel tennis ai calci di
rigore, dalla creazione di eventi televisivi alle modifiche
sostanziali sugli orari degli incontri. Un processo che si è
spinto in profondità fino all’aspetto scenografico, influendo sul
colore del pallone33 e la sua decorazione grafica, sulle maglie
da gioco, sulla presenza della cartellonistica pubblicitaria e
sulla definizione dei circuiti di Formula Uno. Cambiamenti
accentuati da un contesto come quello della pratica sportiva
agonistica in cui la tecnica del corpo stessa si è

32
Un computer grafico brevettato originariamente in campo militare che
permette la ricostruzione in 3D di quello che è ripreso da una telecamera.
33
A partire dai campionati europei del 1968 fu introdotto il classico disegno
a pentagoni neri su fondo bianco, realizzato cucendo insieme 32 pannelli di
cuoio (12 pentagoni e 20 esagoni) per rendere più precisa, rispetto alle
strisce precedenti, la forma sferica. Chiamato Telstar come il primo satellite
artificiale per telecomunicazioni, garantiva grazie ai suoi spicchi bi-colore
una maggiore visibilità televisiva.
56
progressivamente tecnologizzata alla ricerca di un
miglioramento della performance (Cervelli, 2018).
A restituire un preciso quadro cronologico del cambiamento
sono in particolare le trasformazioni subite dalle immagini
televisive. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta le inquadrature
erano piuttosto statiche, le elaborazioni grafiche assenti e le
riprese effettuate da poche angolazioni. È a partire dagli anni
Settanta che la costruzione televisiva cambia, abbandonando lo
stile cronachistico e referenziale per introdurre nella
rappresentazione dello spazio variabili di spettacolarizzazione.
Restando sul calcio, disciplina al centro della nostra trattazione,
l’evoluzione delle riprese delle partite rispecchia questa
traiettoria. La finale dei campionati mondiali del 1954, giocata
in Svizzera tra Germania e Uruguay, è ripresa da tre telecamere
posizionate centralmente: due in tribuna e un’altra a livello del
campo. Trent’anni più tardi, per la finale di Coppa
Intercontinentale tra Juventus e Argentinos Juniors a Tokyo e
per i Mondiali di Messico 1986, le telecamere sono dieci e ogni

57
gol può essere rivisto al ralenti da ogni angolazione34. Non è un
caso che, già in occasione di Argentina 1978, a Buenos Aires si
fosse tenuta la First International Convention for Directors of
Tv Programs, il primo di una serie di incontri programmatici
che segnano il passaggio da una visione celebrativa dello sport
televisivo a una del calcio come specchio del capitalismo. Una
grande impresa i cui obiettivi sono di natura principalmente
economica e ben si integrano con un sistema dei media che da
semplice fonte informativa, con la trasmissione in diretta,
diventa sempre più attore protagonista nonché produttore delle
nuove forme culturali dello sport (Quiroga, 2000).
Negli altri sport come il ciclismo, le corse automobilistiche
o il tiro con l’arco arriverà presto anche il POV (Point of
View), microtelecamere che dislocano lo sguardo dello
spettatore direttamente all’interno dell’evento stesso con
un’esperienza ancora più immersiva. L’attenzione, in un

34
Novità cruciale per l’Argentina visti i due gol realizzati da Maradona a
Messico ‘86 nei quarti di finale contro l’Inghilterra: il primo con l’aiuto de
la mano de Dios, il secondo in una serpentina passata alla storia come il gol
del secolo. Negli anni, proprio la loro riproposizione da ogni punto di vista,
li ha resi delle icone culturali.
58
processo d’individualizzazione, si sposta gradualmente sul
microdiscorso (Antezana & Luis, 1998): il dettaglio35, il primo
piano dei personaggi della narrazione televisiva dello sport che
si alterna sempre con più frequenza alla ripresa panoramica
dell’incontro. Un collage d’immagini perfettamente
confezionato seguendo la grammatica hollywoodiana che si
differenzia dalla visione allo stadio, dove le squadre sono
percepite come totalità omogenee senza possibilità di
evidenziare campioni, rendere spettacolari i loro gesti atletici e
sottolineare quelli di esaltazione o rabbia36. A cambiare sono le
dimensioni di spazio e tempo: la singola azione viene preferita
alla visione d’insieme e la narrazione per immagini velocizzata
o rallentata a seconda delle esigenze. Riempie i tempi morti
l’emotività delle tifoserie, offerta allo spettatore con funzione
consolatoria riguardo a quelle manifestazioni che è lecito
esplicitare anche solo di fronte al teleschermo (Pessach, 2013).

35
Oggi particolarmente definito grazie alla risoluzione grafica garantita dal
sistema 4K Ultra HD.
36
Per un approfondimento sulle tecniche di ripresa televisiva della partita di
calcio, cfr. J. Antezana, H. Luis, El discurso del fútbol en TV, «Ecuador
Debate. Fútbol, identidad y política», 43, 1998, pp. 114-135.
59
Segmentazione e riarticolazione del flusso della partita giocata
che viene accentuata dalla possibilità introdotta dalle pay tv di
una fruizione personalizzata e interattiva in cui lo schermo
viene diviso in più finestre per poter seguire anche più gare
contemporaneamente e accedere a una serie di dati quantitativi
continuamente modificabili come risultati, marcatori e
classifiche al fine di valutare in tempo reale l’effetto delle
prestazioni cui si assiste (Cervelli, 2018). Una bioestetica
(Montani, 2007) che aumenta la competenza cognitiva e
informativa a scapito di quella sensibile, anestetizzando l’atto
sportivo i cui gesti spettacolari vengono ricondotti a puri
numeri attraverso un’onnipresenza del dato nella
rappresentazione delle diverse discipline e una narrazione delle
azioni come discostamento rispetto ai parametri fissati dal
record (Cervelli, 2018).
Numeri riscontrabili con una presenza ancora più diffusa
negli strumenti introdotti dalla rivoluzione digitale e
dall’esplosione dei social network. Due dinamiche che hanno
profondamente mutato i fenomeni di mediatizzazione dello
sport che ha trovato nei nuovi media un driver congeniale alla
sua comunicazione. In questo nuovo scenario mediale a
60
recuperare il suo ruolo di protagonista è soprattutto il pubblico:
non più semplice invitato alla celebrazione nuziale tra sport e
media, ma vero e proprio spett-attore (Mallozzi, 2018) sempre
più mobile, sempre più interessato alla partecipazione e alla
condivisione. La molteplicità dei canali di diffusione di
informazioni resa possibile dalla Rete modifica difatti la logica
di fruizione dello sport mediato, depotenziando il ruolo
assoluto della televisione in favore di un’esperienza mediale
multitasking in cui alla visione di partite e trasmissioni sportive
è associato anche un second screen. Una novità non irrilevante
per un pubblico sportivo che sembrava impermeabile almeno in
corrispondenza dell’evento (Bifulco, 2015). Adesso, invece,
conquista la diretta trasformandosi da lettore o radio-
telespettatore in prosumer (Toffler, 1980), ovvero consumatore
e a sua volta produttore in un modello comunicativo in cui il
broadcasting viene integrato dal webcasting e dal
socialcasting. La logica televisiva si ibrida con quella dei
social media sfruttandone i caratteri di interattività e visibilità
ed entrando in concorrenza con gli stessi contenuti generati
dagli utenti. Il mix di filmati amatoriali realizzati da tifosi e
appassionati, accanto alle produzioni erogate da società e
61
federazioni, concorrono a rafforzare la convergenza tra media e
calcio (Cherubini, 2015) scavalcando in un processo di
disintermediazione il filtro dei tradizionali canali giornalistici
per ottenere un contatto diretto con il tifoso.
Il focus, in una fase di mediatizzazione ormai matura,
abbandona il campo e la performance sportiva alla ricerca
dell’emozione (Elias & Dunning, 1989). Le tipologie della
chiacchiera calcistica hanno invaso oggi Internet, dove a
prevalere è la logica del frammento, nuovo elemento minimo
della comunicazione e tra i principali effetti della
mediatizzazione (Mazzoleni, 2012). Un complesso dispositivo
di messaggi e note, a corollario della gara, trasforma la partita
in un pretesto per condividere informazioni e opinioni37 e la
trasmissione televisiva in un generatore di highlights, di pillole
di epica sportiva, pronte all’uso di Youtube o Instagram e di
tutta una serie di rivisitazioni digitali (Mallozzi, 2018).

37
Nel 2014 la finale dei Mondiali in Brasile tra Germania e Argentina è
stata contrassegnata da 32,1 milioni di tweet con una media di 618mila al
minuto.
62
In questa ricco ambiente mediale Skey (2018) spiega
l’impatto delle tecnologie digitali sul calcio attraverso le
quattro dimensioni della mediatizzazione di Schulz (2004):
estensione, sostituzione, accorpamento e adattamento. I tifosi
di tutto il mondo, guardando e discutendo le partite in tempo
reale attraverso le diverse piattaforme, superano i vincoli fisici
estendendo le proprie capacità comunicative nel tempo e nello
spazio; la visione di un incontro in televisione o la sua
simulazione virtuale su un videogioco sostituiscono attività
sociali con esperienze mediate; gli spettatori che allo stadio
commentano contemporaneamente sui social media lo
svolgersi degli eventi o i calciatori non professionistici che
attraverso la fruizione mediale importano nelle loro gare
scarpini, tattiche ed esultanze dei giocatori più celebri38
accorpano attività primarie non-mediate e secondarie mediate;
infine la variazione degli orari delle gare secondo le esigenze di

38
L’esempio varrebbe ugualmente per il calcio professionistico in cui la
gestione degli allenamenti è sempre più incentrata sull’utilizzo di filmati e
dati quantitativi messi a disposizione da differenti media e tecnologie
digitali.
63
palinsesto e le strategie comunicative delle organizzazioni
sportive per raggiungere potenziali sponsor (Frandsen, 2014)
adattano queste istituzioni alla logica delle imprese dei media.
Principi alla base di una narrazione contemporanea del
calcio televisivo in cui l’asse si è spostato gradualmente sul
versante della spettacolarizzazione, diretta e più immediata
conseguenza del processo di mediatizzazione dello sport.

2.2 Da gioco a genere drammatico: il paradigma del football


entertainment

Parallelamente alla sportivizzazione della società, con


l’obiettivo di denunciare i rischi presenti quando ci si allontana
troppo dagli elementi ontologici della pratica sportiva, De
Knop (1999) introduce anche il concetto di desportivizzazione
dello sport, ovvero la tendenza dell’industria mediatica a
incentrarsi su tutti quegli aspetti maggiormente legati allo show
business. Inclinazione che parte in realtà da lontano come
declinazione sportiva del più generale processo di infotainment,
la contaminazione tra i due macro generi principali della
comunicazione di massa: l’informazione e l’intrattenimento.
64
Un’ibridazione strutturata al punto di indurre alla costituzione
di un genere terzo, all’interno del quale logiche produttive,
formati, linguaggi tipici del giornalismo si uniscono agli
elementi caratterizzanti il light entertainment, diventando la
cifra identificativa di un nuovo modo di fare televisione ed
estendendosi rapidamente anche agli altri media (Giorgino,
2019). La capacità dell’intrattenimento di intrecciarsi con tutto
(Menduni, 2013) ha portato anche alle definizioni di sport
entertainment (Giorgino, 2018) e a sua volta di football
entertainment (Ivi), esemplificative di quell’abilità dei
contenuti sportivi e calcistici nel coinvolgere un’audience
eterogenea al pari di grandi e costosissime trasmissioni di
varietà o spettacolo puro. Un prodotto di largo consumo
fruibile da un pubblico di massa in cui l’intrattenimento
sportivo ha un valore tale da essere oggetto di rappresentazione
mediale e allo stesso tempo medium. D’altronde l’appeal
dell’informazione e della comunicazione calcistica è talmente
diffuso che ha superato ormai tutte le barriere di genere, quelle
anagrafiche, culturali e sociali (Ivi).
Lo spettacolo rappresentava un elemento importante dello
sport già nell’antica Grecia, dove la presenza di un esito
65
dell’incontro accompagnava all’intrattenimento anche l’idea di
un “qualcosa in palio” (Mallozzi, 2018). Una pratica
naturalmente esibizionistica organizzata per esser raccontata e
che rende lo stadio parente del teatro (Menduni, 2006). Negli
anni massima espressione dello sport spettacolare è diventato
lo stadio di calcio in cui i diversi attori coinvolti adottano
diverse prospettive concorrendo però tutti a un unico frame
primario:

Il clima della partita di calcio è quello tipico di una situazione


fatidica, nell’accezione di Erving Goffman: esso comporta un
grado di ansia e incertezza impensabile nella vita ordinaria. Si
tratta di un’attività ludica (non necessariamente “sportiva”, nella
logica del tifo estremo) che non coinvolge solo gli atleti schierati
in campo: rispetto ad altri sport, nella cornice di una battaglia
simulata, le caratteristiche emotive dell’opposizione simbolica
(tra le due squadre così come degli spettatori sugli spalti) sono
spinte all’eccesso, verso un’estrema drammatizzazione, e
fatidicità della partecipazione al gioco, congiunta alla possibilità,
per il pubblico, di essere parte dell’evento, di rendersi visibile, di
essere a sua volta “spettacolo” (De Biasi, 2008: 11).

Lo sport, nel suo essere naturalmente spettacolare, rappresenta


dunque un generatore e aggregatore di emozioni la cui
fruizione è garantita dalla strutturata macchina organizzativa

66
dei media. Un meccanismo produttivo, quello dell’industria
culturale, caratterizzato da un ulteriore grado di
spettacolarizzazione per soddisfare la richiesta sempre più
elevata di emozioni collettive implicita nelle dinamiche di
mediatizzazione (Mallozzi, 2018).
Nella post-modernità, infatti, la ricerca d’eccitamento nel
loisir (Elias & Dunning, 1989) viene perseguita nello sport e
soprattutto intorno allo sport come riserva emozionale
all’interno delle società civilizzate: il pubblico investe una serie
di risorse nella sfida agonistica condotta da altri attori dando
vita a un fenomeno culturale di massa e all’organizzazione di
una serie di attività con lo scopo di massimizzare il valore del
prodotto dal punto di vista industriale (Russo, 2018). Come
campo della produzione sociale, lo sport produce in particolare
due classi di merci: la performance e lo spettacolo. La
performance è l’azione sviluppata sul campo da gioco alla
ricerca del risultato sportivo e che nella tesi di Guttmann
(1982) tende per natura al record; lo spettacolo il
raggiungimento di platee sempre più vaste per diffondere il
prodotto-sport oltre il tempo e il luogo dell’evento attraverso la
sua commercializzazione nei multiformi canali della
67
comunicazione di massa. Un binomio che, dopo un periodo di
reciprocità incrementale in cui all’aumento della prestazione
coincideva un maggiore tono emozionale e di conseguenza una
migliore vendibilità, è entrato oggi in conflitto traducendosi per
l’industria nello sport nel predominio assoluto della
dimensione spettacolare su quella agonistica (Russo, 2018).
Nel calcio questa tensione tra la logica del gioco, impronta
ludica almeno in origine principale elemento ontologico dello
sport, e quella della massimizzazione del profitto propria della
mercificazione e dell’industrializzazione si traduce in una
minaccia per quel fattore di incertezza anticipato in precedenza.
Il fútbol è difatti il luogo dell’imprevedibile in cui il più grande
favorito può fallire contro l’eterno sconfitto con un grado di
mistero che si mantiene gara dopo gara, dall’inizio alla fine. La
televisione, invece, cerca di porre fine a questo disordine
contrapponendo alla confusione del gioco la rigidità
dell’industria, all’imprevedibilità del risultato l’annullamento
della casualità e la manipolazione dell’agenda delle partite, alla
fantasia e creatività della giocata la logica del capitalismo che
ristabilisce l’ordine (Alabarces, 1999).

68
Concentriamoci ora sugli elementi più evidenti di questa
drammatizzazione. Già Umberto Eco sosteneva che, nel
racconto dei media, dello sport rimanesse la sterile chiacchiera,
ovvero il discorso trascendente l’essenza dell’oggetto trattato e
incentrato sul mero spettacolo anziché sull’atto sportivo in sé.

L’elemento di disciplinamento della competitività, che nello sport


praticato aveva i due volti dell’accrescimento e della perdita della
propria umanità, nel voyeurismo sportivo ne ha uno solo, quello
negativo… E poiché la chiacchiera sullo sport dà l’illusione di
interessarsi di sport, la nozione del fare lo sport si confonde con
quella del parlare lo sport: il chiacchierante si pensa sportivo e
non si avvede più che non pratica lo sport (1973: 237-242).

Il calcio, producendo storie e personaggi dalla presa immediata


sull’immaginazione di un pubblico planetario, è uno spettacolo
dal profilo variegato in grado di associare al contenuto
agonistico una serie di elementi rappresentativi e narrativi di
straordinario impatto per raggiungere vaste platee formate sia
da un pubblico specialistico più attento ai dettagli complessi
della partita che da spettatori attratti da una forte dimensionale
emozionale (Russo, 2018). Il pallone viene declinato così come
l’asset cruciale di un’Entertainment Economy (Wolf, 1999) in
cui rappresenta il gioco più universalmente diffuso, il più
69
seguito e riconoscibile della contemporaneità. A essere
influenzato da quest’ibridazione a cavallo tra sport e show è
anche il racconto giornalistico che risponde sempre più al
market model (Schudson, 1998) per soddisfare le richieste della
nuova audience tramite scoop, sensazionalismo e in generale
tutti quegli elementi più comunicabili della notiziabilità,
talvolta a discapito di altri più pertinenti ma strettamente
appannaggio di appassionati e conoscitori (Ugolini, 2018). Un
campo dell’informazione il cui flusso comunicativo si sposta
dal mero trasferimento delle notizie dalle agenzie al pubblico,
alla loro spettacolarizzazione con l’obiettivo di produrre il più
alto grado di emotività e intercettare le aspettative di un gruppo
di destinatari sempre più vasto (Russo, 2018). Questa industria
dell’emozione collettiva si articola lungo sobborghi testuali
(Meyrowitz, 1985) che fanno da coronamento alla partita sia in
termini spaziali che temporali: fasi antecedenti e successive
all’evento agonistico, intervalli, immediato dopo gara, racconti
in differita nelle ore, giorni e settimane a venire. Il raggio
d’azione entro cui catalizzare l’attenzione del pubblico viene
così ampliato: l’incontro smette di essere l’unico elemento
intorno cui costruire lo spettacolo e allo stesso tempo aumenta
70
l’importanza di una serie di segmenti non esclusivamente legati
alla dimensione agonistica che da struttura centrale della
macchina spettacolare si trasforma in repertorio di contenuti da
utilizzare in frammenti (Russo, 2018).
La partita di calcio registra soprattutto un crescente peso
della verbalità rispetto all’immagine con un ricorso massiccio
nel suo racconto ad aneddotica, statistiche, curiosità e storie
personali dei protagonisti di gara. Il loro profilo si sdoppia: a
quello del performer, direttamente osservabile tramite le
evoluzioni sul campo da gioco, si aggiunge quello di
personaggio con la sua biografia pubblica e privata in un
duplice registro narrativo in cui si mescolano cronaca e
racconto, temporalità presente del gioco e pregressa delle storie
(Ivi). L’espansione dello storytelling dai format dedicati ai
compressi spazi d’espressione della telecronaca esalta la
dimensione personale degli atleti e gli elementi emotivi
mescolando moduli di rappresentazione della realtà in
precedenza rigorosamente separati, talvolta con una
sovrapposizione su momenti che richiederebbero invece
strettissima attenzione per lo svolgimento della gara.

71
La funzione dei telecronisti è oggi anche quella di costruire un
ponte emotivo/amicale con lo spettatore che permetta di
sviluppare una relazione che crei quella fedeltà alla marca (in
questo caso al brand televisivo) al centro di tutte le brand
strategy. Al di là dei servizi offerti e della validità del rapporto
prezzo/prodotto, al telecronista moderno viene oggi richiesta la
costruzione di un rapporto con lo spettatore, un rapporto basato
sulla messa in scena di un modello comportamentale nel quale lo
spettatore può sia riconoscersi come “appassionato di sport
tipico”, sia vedere una sorta di compagno con il quale vedere la
partita scambiando impressioni e battute scherzose (Pessach,
2013: 30-31).

Un modello lontano da quello della telecronaca tradizionale, in


cui l’autorità del giornalista sportivo veniva affermata da una
postura discorsiva più orientata alla sobrietà e alla stretta
adesione con il modello cronachistico.
Portatrice del cambiamento è soprattutto la tv commerciale
che, per definizione, vende spettacolo televisivo come fosse un
prodotto. Prodotto che va enfatizzato per convincere il
telespettatore di aver fatto bene a scegliere quel consumo
culturale e stimolare gli inserzionisti pubblicitari a investirvi.
La sua valorizzazione, in quanto bene commerciale e non
servizio pubblico, passa per il potenziale spettacolare della
parola che fornisce grande centralità al telecronista la cui

72
performance parallela a quella del campo produce talvolta uno
scarto tra l’emotività trasmessa e l’effettivo grado di tensione
agonistica mostrato dalla gara (Russo, 2018). Dinamica non
secondaria in un medium che sembrava invece essere basato
sul primato dell’immagine (Abbiezzi, 2007). Parola che tra
l’altro oggi non è solo di supporto, ma anche utile a spiegare
una complessità della partita non facilmente rilevabile dal
pubblico televisivo attraverso l’esperimento della telecronaca a
due voci con un soggetto portatore di un’esperienza specifica
nel mondo del calcio. Il vecchio racconto molto personale
lascia spazio a quello corale ed enfatizzato (Simonelli, 2017) in
un quadro in cui, a moltiplicare a dismisura i punti di vista
sulla medesima gara, la quantità di versioni del medesimo
episodio, concorrono anche i cronisti piazzati a bordocampo,
chiamati a riferire tutti quei dettagli percepibili soltanto grazie
alla prossimità al terreno di gioco, e le voci degli opinionisti
presenti in studio. La centralità della parola diventa in questo
modo il vero tessuto connettivo della programmazione
calcistica quotidiana riducendo a nicchia l’evento sportivo e il
flusso d’immagini a esso legato (Russo, 2018). L’immagine
stessa è fatta oggetto di sperimentazioni venendo sezionata per
73
dimostrazioni tecnico-tattiche o con funzione di supplenza
rispetto alle decisioni arbitrali più dubbie. Applicazioni che
fanno la fortuna di tutti quei talk a tema calcistico fondati sulla
polarizzazione del conflitto e dell’identità tipica del
neogiornalismo (Morcellini, 2011) non senza un certo grado di
teatralità.
Chiudiamo il paragrafo analizzando meglio una figura
profondamente trasformata dallo sport spettacolo: l’atleta. In
un processo di narcisizzazione (Larsch, 1999) il calciatore è
diventato personaggio alla stregua di un divo del cinema o
della musica pop oltrepassando i vincoli di fedeltà sportiva
tradizionali. A orientare la scelta delle società, in sintonia con
gli sponsor, è oggi la capacità di produrre immagine e
comunicazione in misura uguale, se non maggiore, alla
performance. Giocatori che, in questa nuova fase storica, grazie
a un’estetica e uno stile di vita appariscente, possono diventare
personaggi pubblici di straordinario impatto anche
indipendentemente dai risultati in campo arrivando a
rappresentare un vero e proprio brand a sé. Personaggi pubblici
e spesso anche televisivi visto il crescente protagonismo di ex
sportivi sul piccolo schermo in format di ogni tipo, compresi
74
gli spot pubblicitari in cui il vissuto valoriale tipico delle
“radici sane” dello sport li rende dei testimonial 3.0 (Grasso,
2013). Le logiche di mediatizzazione e spettacolarizzazione
creano sport-man da emulare: uomini la cui vita è scandita da
vizi e virtù, momenti di gloria e sconfitta, gioia e dolore, azioni
virtuose ed errori, in cui è possibile riconoscersi (Mazza,
2018). Riproponendo ed esaltando la loro immagine, i mezzi di
comunicazione attivano meccanismi di identificazione e
proiezione che segnano, nell’immaginario collettivo, il
passaggio del campione sportivo da mito dell’era classica a
divo, da espressione del pregio di un Paese a idolo mediatico
da consumare in fretta anche attraverso tutta una serie di
gadgets (Ivi). L’incredibile talento sportivo, unito agli
innumerevoli eccessi fuori dal campo, in una spirale
autodistruttiva ha reso mitica la storia del Pallone d’Oro nel
1968 George Best. Genio e sregolatezza che hanno
contraddistinto anche le carriere di giocatori come Eric
Cantona, Paul Gascoigne o in tempi più recenti gli italiani
Antonio Cassano e Mario Balotelli che hanno saputo
conquistare una sensazionale attenzione pubblica. A partire
dalla metà degli anni Novanta, a incarnare al meglio questo
75
stravolgente mutamento culturale, è stata però la figura di
David Beckham. L’ex capitano della Nazionale inglese, come
testimoniato dal suo palmares, è stato certamente un performer
di grande livello internazionale, tuttavia è indiscutibile come la
sua fama pubblica sia stata e continui a essere d’una misura
nettamente maggiore rispetto al talento esibito (Russo, 2018).
In quanto straordinario testimonial, secondo una tendenza
diventata prassi comune nel calcio odierno39, Beckham negli
anni è stato ingaggiato dai vari presidenti anche per l’altissimo
potenziale di mercato, rivelandosi una risorsa cruciale per
qualsiasi campagna di marketing e diventando un fenomeno
socio-culturale ampiamente studiato come celebrity, pioniere
del calcio statunitense e inventore dello stile metrosexual
(Coad, 2008).
Effetti mediatici, quelli della spettacolarizzazione calcistica,
rinvenibili con forza anche nel sistema televisivo

39
Nel luglio 2018 l’arrivo alla Juventus di un vero e proprio brand come
Cristiano Ronaldo ha raddoppiato il valore di mercato del club italiano: un
milione di magliette vendute, 58 milioni di ricavi in più, seguito digitale
ampliato del 68%, bacino globale dei tifosi passato da 385 a 423 milioni,
con diverse sponsorizzazioni ritrattate al rialzo.
76
dell’Argentina, dove per giunta sono stati e continuano a essere
accentuati da una configurazione monopolistica
dell’informazione. E dove, a proposito di personaggi
controversi, hanno trovato un incredibile spazio le vicende di
Diego Armando Maradona, il cui ritratto per un intero Paese è
stato polarizzato tra due opposte visioni: da una parte il miglior
giocatore di tutti i tempi, l’ultimo eroe sportivo del popolo
argentino (Alabarces, 2006), l’elemento di culto di un’intera
generazione (Archetti, 1997); dall’altra il discusso personaggio
pubblico associato alle due squalifiche per cocaina nel 1991 e
doping a Usa 1994, all’abuso di sostanze stupefacenti
successivo al suo ritiro, alla burrascosa vita familiare e a tutta
una serie di numerose controversie legali.

2.3 Il calcio argentino in tv tra spettacolo di massa e


monopolio

Il processo di futbolización (Alabarces, 1998) della società


contemporanea argentina, unito alla deportivización
dell’industria dello spettacolo appena analizzata, ha portato alla
creazione di un grande genere massmediatico anche dalle parti
77
del Río de la Plata. Negli ultimi anni la presenza dello sport
nella televisione del paese sudamericano è cresciuta a
dismisura, raggiungendo nel via cavo40, già agli inizi del nuovo
millennio, le 144 ore di programmazione giornaliera e le 1000
settimanali senza contare gli eventi straordinari (Quiroga,
2000)41. Oggi sette diversi canali a pagamento trasmettono
simultaneamente ventiquattro ore giornaliere di contenuti
sportivi di ogni tipo, in moltissimi casi caratterizzati da uno
stile discorsivo e scenografico altamente spettacolarizzato oltre
che a tratti teatralizzato. Netta la predominanza del calcio che,
concentrando la più alta attenzione culturale, pubblicitaria e di

40
Secondo i dati del Business Bureau 2018 l’Argentina è leader in tutta
l’America Latina per servizi televisivi a pagamento con il 78% di
penetrazione, ovvero un totale di circa 11 milioni di abitazioni interessate.
Cfr. https://www.telesemana.com/blog/2018/05/22/porcentaje-de-
penetracion-de-tv-paga-en-latinoamerica/. Consultato a ottobre 2019.
41
La creazione da parte di ciascun operatore via cavo del proprio canale
sportivo consentì anche la proliferazione di una serie di produzioni dedicate
a squadre specifiche che venivano finanziate attraverso le pubblicità da
gruppi di tifosi che si autoproclamavano giornalisti sportivi segnando la
compresenza all’interno della nuova tecnologia di logiche globali e locali.
78
pubblico, costituisce il monopolio tematico più potente dello
spettacolo locale (Alabarces & Duek, 2010).
Non è un caso che in Argentina la nascita della televisione e
quella del racconto calcistico sul piccolo schermo siano due
fenomeni coincidenti (Alabarces, 1999). La seconda
trasmissione in diretta42 nella storia della televisión criolla
(Varela, 2005) fu il 3 novembre 1951 quando le due telecamere
dell’emittente pubblica Canal 7, posizionate ognuna dietro una
porta, ripresero l’incontro tra San Lorenzo e River Plate con la
sponsorizzazione dell’azienda petrolifera statale YPF. Nascita
contemporanea di un mezzo e del suo spettacolo prediletto, la
partita giocata al Gasómetro, filmata con le tecniche del
cinema di finzione e fruibile da circa milletrecento televisori,
ha rappresentato il momento fondante di una storia che ha visto
il calcio, all’interno della società argentina, come principale
attrattore di una serie di evoluzioni tecnologico-culturali
(Alabarces, 1999). Già nel 1955 l’AFA, l’associazione
calcistica argentina, ottenne un totale di oltre mezzo milione di

42
La prima fu, due settimane prima, un evento politico in Plaza de Mayo
dell’allora governo peronista.
79
pesos per i diritti di trasmissione di trenta partite salvo poi
sospendere il servizio in mancanza di un accordo economico e
per la presunta concorrenza con gli accessi allo stadio.
Iniziarono ad andare in onda anche i primi programmi dedicati
al commento calcistico che conobbero poi la definitiva
consacrazione negli anni Sessanta come spazi in cui
conquistare l’audience televisiva43. Il Mondiale in Svezia del
1958 fu il primo trasmesso in televisione anche se, come
accaduto per il successivo in Cile, le immagini arrivavano con
quarantotto ore di ritardo lasciando alla radio il primato
informativo. Ciononostante il numero di telespettatori
continuava a crescere raggiungendo, in occasione del torneo in
Inghilterra del 1966, gli oltre cinque milioni grazie al milione e
mezzo di apparati venduti in tutto il Paese.
Il decennio successivo è inaugurato dalla ricezione via
satellite, finalmente in diretta su Canal 13, del Mondiale

43
Per un approfondimento sulla storia delle principali trasmissioni sportive
nella televisione argentina, cfr. A. López, M. H. López, Primeros apuntes
de la historia del periodismo deportivo en Argentina, Ediciones de
Periodismo y Comunicación, La Plata, 2012.
80
disputato in Messico per cui l’Argentina tuttavia non si
qualificò. Nel 1974 il lutto per la morte del presidente Juan
Domingo Perón si appropriò invece dei mezzi di
comunicazione locali, costringendo gli argentini a seguire
l’ultima partita della Selección tramite Radio Oriental de
Montevideo. Due anni dopo, al contrario, neanche il clima di
censura e la sospensione di tutte le trasmissioni in occasione
del golpe militare, impedirono la visione dell’amichevole
contro la Polonia. Iniziava di fatto quel legame tra calcio,
media e politica che, come abbiamo visto, porterà alla
costruzione propagandistica di Argentina 1978, il più grande
dispiegamento di risorse tecnologiche e umane destinate a un
evento sportivo (Alabarces & Duek, 2010). Proprio
l’inaugurazione da parte di Jorge Rafael Videla del Centro de
Programas de Televisión en Colores Argentina 78 Televisora
S.A. permetterà all’Argentina di iniziare un anno dopo le
trasmissioni regolari a colori attraverso Argentina Televisora
Color, nuovo nome di Canal 744.

44
Oggi Televisión Pública Argentina.
81
Colore che, negli anni Ottanta, portò i produttori e
importatori di apparecchi televisivi a invadere nuovamente il
mercato costringendo i telespettatori ad adattarsi alla nuova
tecnologia e i club finalmente a poter scegliere le loro maglie
da gioco senza l’eccessiva differenziazione cromatica richiesta
dal bianco e nero. Spagna 1982 è il primo Mondiale a colori in
Argentina, una nuova dimensione di uno spettacolo fino a quel
momento inaccessibile a tutto il Paese. Il lento processo di
transizione tecnologica, unito al desiderio di assistere a un
torneo in cui la squadra argentina era tra le favorite, portò alla
ricomparsa di una pratica arcaica e collettiva: le moltitudini di
fronte i negozi di elettrodomestici (Alabarces & Duek, 2010).
Dinamica comune agli anni ’50, quando il televisore era ancora
un bene per pochi: il nuovo focolare domestico successivo alla
radio.
A metà del decennio iniziava nel frattempo ad affermarsi
quell’impero chiamato Torneos y Competencias che segnerà un
prima e un dopo nell’espansione televisiva in Argentina.
Affascinato dal peso crescente del fatturato pubblicitario nel
rapporto tra sport e media nordamericani, l’imprenditore Carlos
Avila nel 1985 firma un contratto esclusivo con l’AFA per la
82
trasmissione e la commercializzazione delle partite di Primera
División, ottenendo la proprietà di tutte le immagini calcistiche
del campionato. Quest’ultime la domenica sera venivano
riproposte in forma di sintesi nel programma televisivo Fútbol
de Primera che, trasformando profondamente i classici modelli
narrativi, diventerà un vero e proprio emblema oltre che un
appuntamento fisso per gli appassionati45. La modernizzazione
tecnologica di Canal 13, in linea con le tendenze
internazionali, consentì la nascita di una trasmissione
dall’impronta futurista46 ambientata nel setting di uno studio
televisivo (Ruggiero, 2014) caratterizzato dalla sovrabbondanza
di monitor e video-walls. Una moltiplicazione di immagini che,
insieme a un ricercato accompagnamento musicale, diventò la
base del racconto dal momento che le partite più importanti,
coperte da ben diciotto telecamere, potevano esser viste da ogni
angolazione oltre che in una serie incredibile di primi piani e

45
Per questioni commerciali a essere privilegiate erano le vicende dei club
più importanti. Motivo che portò alla nascita sulla stessa emittente anche di
Paso a paso, programma che fin dall’inizio basava la sua legittimità sul
dedicare lo stresso numero di minuti a tutte le partite della giornata.
46
Rimarcata dalla scelta di Blade Runner di Vangelis come colonna sonora.
83
dettagli dall’alto grado di drammatizzazione. Possibilità,
questa, estranea al pubblico presente allo stadio, dove nessuno
spettatore può vedere quanto osservabile in televisione. A
rinforzare ulteriormente questa tendenza fu l’arrivo del già
citato telebeam, processo digitale in grado di analizzare le
giocate più dubbie con precisione millimetrica, che trasformò
le due ore di Fútbol de Primera in una sorta di tribunale pronto
a sentenziare sugli errori arbitrali e incriminare i giocatori più
sleali (Alabarces & Duek, 2010). Il processo di
spettacolarizzazione, come vedremo meglio in seguito, passò in
parte anche per il tipo di relato e in particolare per il
rinnovamento dello stile verbale condotto da Marcelo Araujo
che di TyC fu negli anni il volto più riconoscibile contribuendo
a riaffermare il primato dell’interpretazione orale sui tentativi
dell’immagine di rendersi autosufficiente47.

47
Esempio della fiducia di TyC nella capacità narrativa delle immagini fu la
produzione, nel 1994, di un documentario sulla vittoria del titolo da parte
del San Lorenzo realizzato senza la presenza di un narratore en off.
84
Dopo che Italia ’90, il primo Mondiale dello spettacolo
globale48, fu trasmesso soltanto da Argentina Televisora Color
per la scarsa fiducia riposta nella Nazionale, le successive
edizioni in Stati Uniti e Francia furono quelle dell’esplosione
televisiva anche per l’Argentina, il cui sforzo produttivo si
tradusse in un altissimo numero di inviati speciali, in
programmi giornalieri in onda dalla sede del torneo,
nell’infinità di note di colore a riempire le ore di
programmazione e nella presenza delle proprie telecamere a
fornire ai telespettatori uno sguardo più nazionalistico49.

48
Il torneo giocato in Italia fu il primo Mondiale Mediasportivo per
l'emergere di un’inedita configurazione sociale: il "triangolo SMS" che,
collegando strettamente fra loro sport, media e aziende sponsor, da allora
fino a oggi, e in misura sempre più abbondante, genera risorse facendo del
calcio Fifa lo spettacolo globale per l'intrattenimento televisivo di miliardi
di persone e per la promozione di beni e servizi presso mercati altrettanto
vasti. Cfr. N. Porro, S. Martelli, G. Russo (a cura di), Il Mondiale delle
meraviglie. Calcio, media e società da "Italia '90" a oggi, FrancoAngeli,
Milano, 2016.
49
L’immagine più celebre di Usa ’94 è nuovamente legata a Maradona e
alla sua corsa verso una telecamera laterale per festeggiare il gol contro la
Grecia.
85
Proprio gli anni Novanta, anche grazie alla quantità di capitali
investiti, rappresentano il momento di massima espansione del
calcio in televisione. In Argentina nel 1991, dopo il colore, la
trasmissione di partite di fútbol permette anche lo sviluppo del
segnale via cavo con la diffusione delle abitazioni rifornite da
questo sistema che porta il Paese al primo posto in Sudamerica
nel rapporto tra abbonati e popolazione totale. Un presupposto
fondamentale per la costituzione del monopolio di Torneos y
Competencias che, in collaborazione con l’impero
multimediale del Grupo Clarín, a partire dall’anno seguente si
assicurò la trasmissione dei tornei dell’Asociación del Fútbol
Argentino su Tyc Sports, il primo canale argentino dedicato
ventiquattro ore su ventiquattro esclusivamente allo sport.
L’accordo, interrotto nel 2009, garantiva all’AFA dieci milioni
di dollari annuali più importanti somme da spartire
proporzionalmente tra i club50, il cui calendario era totalmente

50
In occasione dell’incontro del venerdì 230mila dollari erano divisi con
una proporzione del 65-35 tra il club grande (Boca, River, Racing, San
Lorenzo, Independiente o Velez) e quello piccolo; il sabato una metà dei
160mila dollari spettava al club grande, l’altra a una squadra dell’interno
dell’Argentina; mentre la domenica due grandi di Buenos Aires si
86
dipendente dalle esigenze televisive. L’incremento di partite
visibili sullo schermo televisivo, a dispetto dell’ipotizzata
relazione inversamente proporzionale con le presenze allo
stadio, non portò comunque una diminuzione di spettatori sugli
spalti51, effetto semmai di insicurezza, violenza e fasi di
recessione economica a diminuire il potere d’acquisto delle
classi medie e popolari (Alabarces, 1999). La forte influenza
acquisita dalla televisione produce anche, nell’immaginario del
tifoso, un sentimento paranoico per cui ogni risultato insolito,
ogni sfortuna prolungata, ogni errore arbitrale diventa
conseguenza dell’azione oscura dei gruppi multimediali.
Sospetti accentuati da un clima sociale in cui la corruzione
delle sfere politiche è un tema all’ordine del giorno.
All’inizio del 2009, tuttavia, la crisi economica che
affliggeva molti club di Primera División portò l’AFA a

spartivano 300mila dollari. Fu inventata da TyC anche una partita il lunedì


tra due formazioni piccole per un incasso totale di 300mila dollari annuali.
51
Come abbiamo analizzato nel primo capitolo, nella cultura calcistica
argentina, è forte il principio per cui i tifosi percepiscono la possibilità di un
intervento mitico sul risultato dell’incontro attraverso la presenza allo
stadio.
87
smantellare il funzionamento monopolistico delle trasmissioni
sportive rescindendo il contratto d’esclusività con Torneos y
Competencias. I diritti passavano nelle mani del governo di
Cristina Kirchner che, con un investimento annuale di 600
milioni di pesos, avviava Fútbol para Todos: l’apertura gratuita
delle partite del campionato locale a tutti i cittadini52. Un
nobile intento che, attraverso la televisione pubblica e la sua
estesa accessibilità53, aveva come obiettivo una
democratizzazione della fruizione, ma che di fatto mise in crisi
l’intero sistema culminando in un lungo sciopero dei giocatori
di tutte le serie professionistiche nei primi mesi del 2017.
D’altronde il processo di statalizzazione del calcio aveva
destato dubbi fin dalle sue origini. Innanzitutto la fruizione era
solo formalmente gratuita, essendo il programma sostenuto
economicamente dalle tasse dei cittadini (Becerra, 2015).
Inoltre, nonostante tutti i canali sportivi e d’informazione

52
Conseguenza della Ley de Medios per il diritto d’accesso universale alla
trasmissione d’eventi sportivi cui seguì una lunga disputa legale in diversi
gradi di giudizio con il Grupo Clarin.
53
A partire dal 2013 le gare vennero trasmesse anche via web in tutto il
mondo.
88
potessero mandare in onda all’istante i gol delle partite (in
precedenza fino alla domenica di esclusiva proprietà dell’ormai
scomparso Fútbol de Primera)54, allo stato pratico si venne a
creare fin da subito un nuovo monopolio di contenuti calcistici
(Alabarces & Duek, 2010), stavolta a beneficio dello stato e
dell’emittente pubblica55. Anche la scelta di mantenere come
voce ufficiale Marcelo Araujo, il volto più popolare di Canal
13, oltre all’intera produzione tecnico-giornalistica di Torneos
y Competencias rappresentò tra l’altro un elemento di
continuità con il precedente monopolio privato la cui
narrazione melodrammatica veniva richiamata in aggiunta

54
Nell’agosto del 2009, al momento dell’annuncio del nuovo contratto, la
presidente Kirchner con una retorica esagerata paragonò il «sequestro» dei
gol messo in atto dal monopolio privato a quello dei 30mila desaparecidos
durante la dittatura militare. Cfr, P. Alabarces, C. Duek, Fútbol (argentino)
por TV: entre el espectáculo de masas, el monopolio y el estado,
«Comunicação e Esporte», XVII, 2, 2010.
55
Le emittenti via cavo Canal 26 e Crónica Televisión e le free to air
América Televisión e Canal 9 per ritrasmettere le partite erano costrette
comunque a mandare in onda le trasmissioni officiali attraverso una
compagnia privata, La Corte, di proprietà del canale di stato.
89
dall’abuso di primi piani, dall’incredibile strumentazione
tecnologica e da un linguaggio colloquiale che non risparmiava
battute sessiste e commenti di stampo razzista (Ivi). L’unico
aspetto innovativo era rappresentato dalla riduzione delle
pubblicità commerciali durante le trasmissioni fino alla loro
quasi totale scomparsa. Un vuoto facilmente riempito dalla
propaganda di governo che spesso interrompeva anche la
visione del gioco. La partecipazione diretta dello stato nel
calcio fu criticata anche dalle opposizioni politiche che, oltre a
lamentare la presenza di situazioni più gravi d’intervento,
ritenevano il programma una mossa politica per ottenere voti e
popolarità. Dopo che a pochi anni dal via il discusso
programma di nazionalizzazione del fútbol aveva accumulato
con la federazione argentina debiti per oltre 100 milioni di
dollari, nel 2016 la prima mossa del nuovo presidente Macri fu
cedere a Canal 13 e Telefé, canali rispettivamente di proprietà
del Grupo Clarin e di Telefonica, i diritti televisivi delle
quattro grandi: Boca Juniors, River Plate, Racing e
Independiente. Venivano restituiti nell’accordo anche quelli
della Nacional B, la seconda serie, e della Copa Argentina.

90
L’ultimo passo prima della rescissione unilaterale del contratto
l’anno seguente che ha segnato il ritorno al via cavo56.
Oggi, in virtù dell’alleanza siglata nel 2017 in concomitanza
con la nascita della Superliga Argentina57, i diritti per la
trasmissione televisiva del calcio appartengono infatti a Fox
Networks Group Latin America e Turner Broadcasting System
che hanno sborsato 77 milioni di dollari come garanzia e
garantito un totale di 205 milioni per le successive cinque
stagioni58. Il nuovo accordo ha segnato anche il ritorno in gioco
di Torneos y Competencias, cui è affidata la produzione

56
Prima di uscire di scena il governo ha dovuto versare circa 20 milioni di
euro per consentire il pagamento degli stipendi dei calciatori: 9,3 sono
andati a Boca e River, 6,2 a Racing, San Lorenzo e Velez, 4,5 alle altre
squadre.
57
Una nuova associazione indipendente dalla federazione creata secondo il
modello europeo per migliorare l’amministrazione sportiva ed economica
della massima serie nazionale.
58
Cfr. https://www.lanacion.com.ar/deportes/futbol/fox-y-turner-son-los-
nuevos-duenos-del-futbol-por-tv-en-la-argentina-nid1993052. Consultato a
ottobre 2019.
91
integrale delle partite e la loro proposizione all’estero59. Nella
stagione 2019/20, dopo la riduzione a ventiquattro squadre
delle partecipanti al campionato60, due dei dodici incontri della
giornata sono trasmessi via cavo in qualità standard su Fox
Sports 2 e TNT. Tutti gli altri sono fruibili invece in modalità
pay per view attraverso la sottoscrizione di un pack fútbol (il
cui costo ha conosciuto diversi incrementi) che ne consente la
visione in alta definizione su Fox Sports Premium e TNT
Sports, i due nuovi canali a pagamento creati dalle emittenti
statunitensi per dividersi a metà i match di ogni turno61. Le
immagini di gol e azioni importanti possono essere proposte
dagli altri canali solo due ore dopo la fine delle partite per un
totale di non oltre tre minuti con uno stretto controllo anche

59
Come è possibile leggere sul sito istituzionale dell’azienda con sede a
Buenos Aires, Torneos produce attualmente oltre 21mila ore annuali di
programmazione per i principali canali dell’America Latina. Cfr.
https://www.torneos.com/es/produccion. Consultato a ottobre 2019.
60
L’obiettivo è scendere fino a venti nei prossimi anni.
61
Il Superclásico tra River e Boca viene trasmesso in contemporanea da
entrambi i canali. Ripreso da sedici telecamere, quello giocato nel settembre
2019 è stato anche il primo in modalità 4K.
92
sulle reti sociali per evitare la diffusione del contenuto protetto
da copyright. Proprio attraverso Internet è possibile vedere gli
incontri in diretta anche su diversi dispositivi mobili. A
garantire lo streaming legale sono attualmente però soltanto le
piattaforme dei vari operatori via cavo come Cablevisión Flow,
DirecTV Play, Movistar Play o TeleCentro Play. L’esclusività
per l’Argentina dei diritti televisivi a beneficio di Fox e Turner
ha fatto fallire infatti il progetto di Sportflix, impresa messicana
che aveva come obiettivo quello di creare un «Netflix dello
sport» per ritrasmettere online a un prezzo più accessibile
un’incredibile gamma di competizioni sportive di tutto il
mondo tra cui il campionato argentino di calcio. Maggior
successo lo ha ottenuto invece Fanatiz, servizio globale di
streaming di contenuti sportivi in alta definizione che ha
puntato sulle necessità di viaggiatori abituali e argentini
residenti fuori dal Paese, impossibilitati per una limitazione dei
diritti di trasmissione a seguire le gare dei propri club all’estero
attraverso gli streaming dei servizi via cavo menzionati in
precedenza. La visione, neanche a dirlo, è invece ovviamente
oscurata in tutti i territori dell’America Latina dove resta di
esclusiva competenza delle multinazionali dei media. E la
93
situazione è addirittura peggiorata nelle categorie inferiori dove
lo scorso ottobre TyC Sports62, attraverso la federazione
calcistica argentina e dietro la minaccia di sanzioni
economiche, ha proibito ai canali ufficiali dei club di
trasmettere gratuitamente le partite in streaming come accadeva
regolarmente da dieci anni a questa parte. Un enorme danno
per gli addetti ai lavori e anche per i tifosi, impossibilitati tra
l’altro a seguire la propria squadra in trasferta per il divieto
emesso nel 2013, cui sono seguite manifestazioni di protesta e
battaglie legali. Le restrizioni, in un clima di censura, di
recente non hanno risparmiato neanche la diffusione attraverso
Internet delle partite del campionato di calcio femminile.
Pubblico o privato, di proprietà del governo o delle imprese,
il controllo su uno dei prodotti più consumati dalla società
argentina nel suo tempo libero (Sánchez, 2010) non ha mai
smesso d’altronde di essere monopolistico o comunque
oligopolistico.

62
Padrone dei diritti televisivi della Nacional B e della Primera B attraverso
Tele Red Imagen SA (TRISA), l’impresa appartenente ai gruppi Clarín e
Torneos.
94
Capitolo III
La parola oltre l’immagine: il relato radiofonico
in Sudamerica

3.1 Il linguaggio nello sport

Lo sport è un’attività umana multidimensionale. Pratica


sociale dal forte valore educativo legata alla filosofia del corpo
e del confronto con l’altro, come abbiamo avuto modo di
notare all’inizio del nostro saggio, in un’ottica comune
d’indagine del processo sociale di creazione e riproduzione del
senso, consente di comprendere anche il più ampio scenario
culturale in cui si muove la società in una data epoca (Pessach,
2013). Un tema noto, quasi familiare, che grazie a elementi di
facile intendimento e inerenti alla tradizione linguistica
attraverso la sua rappresentazione concorre a definire una
visione del mondo (Bonini, 2018). Pur nella sua semplicità e
universalità, a garantire l’incisività del linguaggio nello sport è
la mescolanza di generi e la combinazione di differenti registri
comunicativi: alcuni aderenti al resoconto formale, altri

95
incentrati su emozioni e passioni, altri sull’unione dei
precedenti e altri ancora orientati a estrapolare attraverso il
fenomeno sportivo verità più ampie da ricondurre alla società
nel suo complesso in una narrazione multistrato (Ivi). Non è un
caso che, nel corso della storia, il genere sia stato applicato a
tanti campi differenti. Dalla politica all’economia, passando
per la religione e la geopolitica con i suoi equilibri mondiali:
terminologia e metafore sportive vengono usate costantemente
per semplificare concetti e innescare con più facilità il dialogo
con le persone.
Un racconto collettivo di piccoli e grandi eventi che anima il
quotidiano e alimenta le conversazioni a livello planetario sia
face to face che in rete, diventando un bene culturale a
disposizione dell’essere umano. I suoi codici testuali, noti a
tutti, si affiancano a elementi non verbali come gesti, immagini
ed emozioni raggiungendo in modo diretto gli interlocutori e
restando impressi nella loro mente per concorrere alla
costruzione del senso comune (Riesman & Denney, 1951). La
sua rigida struttura narrativa, reiterandosi nel tempo e
rafforzandone la riconoscibilità, lo rende un linguaggio capace
di resistere al divenire delle epoche pur con una
96
predisposizione al revisionismo che vede rimodellarne toni,
stili e dinamiche del racconto conformemente alle metodiche
espressive di ciascun periodo storico (Mazza, 2018: 231).

D’altronde, il linguaggio […] è, per sua natura, particolarmente


dinamico e cangiante. Si rinnova costantemente per esprimere
significati e orientamenti, utili a rappresentare tempi e spazi
definiti. Non stupisce dunque che l’intreccio fra il racconto dello
sport e la rappresentazione del reale riesce in ogni forma e in ogni
momento a dare vita a un incalzare di accadimenti, emozioni e
sensazioni, ricordi, suggestioni e desiderata che raccontano le
vicende dell’uomo e il susseguirsi delle epoche. In questo quadro
si configura la mescolanza di stili narrativi, la poliedricità di
registri espressivi, la contaminazione di format e generi,
l’ibridazione e la complementarietà tra vecchi e nuovi media.
Quello che è certo – e direi, immanente e imperituro – è il valore
significazionale dello sport nel suo complesso come contenuto
comunicativo, ma anche quale strumento stesso di comunicazione
che, a vari livelli, sa coinvolgere differenti attori per scrivere la
storia e elaborarne il senso.

Esempio di questo dinamismo è lo stile giornalistico odierno


che, secondo quanto approfondito nel precedente capitolo, si è
spostato sempre più sull’esaltazione dell’aspetto tecnico, sulla
mitizzazione, sull’enfatizzazione, sul neologismo e
contemporaneamente sullo svelamento di retroscena e
pettegolezzi, diventando metafora di un tempo dominato dalla

97
ricerca dell’elemento spettacolare. Un’esasperazione di quello
stile comunicativo che iniziava a prendere piede a cavallo degli
anni Ottanta.
A rendere ancora più universale il linguaggio sportivo è
inoltre la sua capacità di aderire perfettamente al contesto di
riferimento (Ivi). L’oggetto sport, oltre ad assolvere a una
duplice funzione evasiva e integrativa (Morin, 2016)
nell’aiutare a distaccarsi dalle difficoltà della vita reale e
rintracciare quei modelli comportamentali utili ad affrontarle,
ha la capacità di incarnare i tratti culturali di un Paese ed
esaltare i valori tipici di un popolo, contribuendo alla
definizione dell’identità nazionale in una logica conformista.
Nascono così quei sport nazional-popolari che sfruttano
l’attenzione mediatica dei grandi eventi per definire una serie
di equilibri economici e geopolitici o sensibilizzare governi e
popolazioni su tematiche sociali di interesse mondiale.
La popolarità dello sport in quanto attività sostanziale della
vita quotidiana viene spiegata da Caillois (1995: 26, 89)
attribuendo il suo fascino a quattro diversi principi costitutivi:

98
Agon, alea, mimicry e ilinx, ovvero, competizione, sorte,
maschera e vertigine. La competizione mette in gioco il sé, la sua
padronanza, la fiducia nelle proprie potenzialità ed è fatta di
corse, combattimenti, prove atletiche. Nella sorte c’è passività,
affidamento al caso, dunque non si può pensare a qualcosa di
affine allo sport, ma potremmo aggiungere che ben si associa al
godimento ottenuto dall’assistere allo sport-spettacolo. Nella
maschera vi è un mimetismo che permette piacevolmente di
uscire da se stessi, ma in modalità imitative non agonistiche. La
vertigine infine è il fulcro del gioco, la sua realizzazione massima
e si ritrova in forme sportive come lo sci e l’alpinismo. In
generale il gioco rimane libero, separato, incerto, improduttivo,
regolato, fittizio.

Un semplice schema alla base della fruibilità diffusa del


costrutto narrativo sport, capace in un processo di
significazione universale di ridurre la complessità sociale
attraverso elementi di comunione e consonanza. La loro
esistenza viene facilitata dalla ripetizione ciclica di espressioni,
modi di dire, appellativi, numeri e risultati oltre che da una
serie di costrutti retorici che arricchiscono ogni cronaca e
discorso intorno alla res sportiva (Mazza, 2018). Un quadro
particolarmente ricco dal momento che ciascuna disciplina ha
la sua grammatica specifica. Avremo allora un codice ristretto
(Bernstein, 1975) e un codice elaborato (Ivi) utilizzabili in
modo complementare in relazione ai differenti contesti sociali.

99
Il primo - quello ristretto - è aperto rivolgendosi a tutti
attraverso conoscenze già note, ovvero quel complesso di
simboli, esperienze ed emozioni immediate che l’occasione
sportiva genera tra tutti gli attori coinvolti; il secondo - quello
elaborato - è chiuso e destinato a una cerchia più ristretta
basandosi su un linguaggio più articolato in cui l’espressione di
concetti più avanzati crea una sorta di gruppo di eletti.
Le diverse strutture narrative dello sport sono state sistemizzate
da Mazza (2018) in relazione alle sue funzioni e a quelle del
linguaggio elaborate da Jakobson (2002). Il linguaggio sportivo
assolve alla funzione referenziale ai fini della costruzione del
senso comune e per alimentare prospettive identitarie o di
appartenenza attraverso codici ristretti ed elementi non verbali.
La funzione emotiva è utilizzata in modo diffuso da tutti gli
attori sportivi: atleti, allenatori, cronisti, media e tifosi
esprimono precisi stati d’animo attraverso diversi mezzi
rendendo l’emozione un codice imprescindibile della
comunicazione sportiva. Aspetto, questo, appurato anche in
precedenza a proposito delle tendenze spettacolarizzanti
dell’industria televisiva. Complementare alla precedente è la
funzione poetica che produce uno stile espressivo
100
particolarmente intenso con l’obiettivo di arrivare direttamente
al destinatario. Manifestazioni evidenti sono i numerosi
neologismi creati ad hoc per raccontare le gesta sportive,
spesso traslati anche fuori dal contesto sportivo di riferimento
per semplificare concetti più complessi. La funzione conativa
si esprime invece su tre livelli della narrazione sportiva: per
affermare la superiorità di una nazione a fini geopolitici; per
favorire l’apprendimento di specifici valori all’interno dei
processi formativi; per sensibilizzare intorno a tematiche
sociali di carattere universale o localistico. La funzione fatica,
orientata sul canale di comunicazione, trova la sua applicazione
nei diversi strumenti audiovisivi che garantiscono la diffusione
dello sport e in particolare nella specifica grammatica della
ripresa televisiva, ma soprattutto nella capacità del corpo di
raccontare significati, sensazioni ed emozioni. Chiude il quadro
la funzione metalinguistica, nello sport la capacità del suo
linguaggio, in quanto comunemente accettato e compreso, di
adattarsi a differenti esigenze espressive di altri campi: dalla
politica alla pubblicità, dalla religione alla formazione, e così
via.

101
Ancora una volta è comunque soprattutto il calcio ad avere
l’abilità di narrare con la maggior aderenza alla realtà il
quotidiano, esternando caratteristiche, pregi e contraddizioni
intorno a cui generare il discorso pubblico in maniera semplice
e comprensibile a tutti (Mazza, 2018). Anche quando
rappresenta vizi, corruzioni, antitesi sociali di un Paese il suo
intento è quello di ricomporre fratture e rilanciare prospettive
ottimistiche per il futuro. È a partire da questa convinzione che
in Argentina la politica si è spesso servita (o quanto meno ci ha
provato con insistenza) del suo linguaggio universale, in grado
di coinvolgere tutti e farli sentire parte della comunità, come
strumento per ricreare il consenso sociale. Basti pensare, a
titolo esemplificativo, ai due casi per eccellenza approfonditi
nel corso del primo capitolo: il Mondiale casalingo del 1978
sotto la dittatura militare e quello di inizio del nuovo millennio
in Corea e Giappone successivo alla grave crisi economica del
2001.
Una rappresentazione del reale, quella del linguaggio
sportivo, quanto mai efficace che ha trovato nella radio e nella
sua capacità di evocare proprio il sentimento comunitario il
primo e il più potente mezzo espressivo per raccontare
102
attraverso la forza della parola vicende calcistiche e, in
un’ottica più ampia, anche le diverse sfaccettature della società.

3.2 Narrazione e comunità: il valore della radiocronaca

L’uomo è un essere narrativo, vive di storie e percepisce la


sua stessa esistenza come tale. Fin dall’antichità si
contraddistingue infatti per una predisposizione naturale a
organizzare la propria esperienza in forma narrativa per
ricostruire la realtà attribuendogli un significato specifico a
livello temporale o culturale e dare un senso agli avvenimenti
della propria vita (Bruner, 1992). Fondamentale è il forte
coinvolgimento emotivo, una delle caratteristiche fondamentali
dell’occasione sportiva che nel calcio si riflette in una forma di
narrazione collettiva e passionale (Moreira & Ortiz, 2016) alla
base dei processi di rafforzamento dell’identità nazionale.
Da sempre d’altronde lo storytelling63 ha trovato nel mondo
dello sport un terreno propizio per costruire narrazioni dal

63
La proposizione al pubblico di quegli eventi compatibili con la logica
della history, cioè della cronologia di fatti, in modo più avvincente grazie
103
grande impatto. Il fútbol in particolare, grazie al suo status di
sport più popolare e universalmente diffuso, è stata la
disciplina che nel corso dei decenni è stata raccontata con
maggiore frequenza e presa emotiva diventando un immenso
giacimento di storie e trame da utilizzare64. Narrazione che su

alla valorizzazione della story, ovvero del racconto. Termine emerso a


partire dagli anni Novanta del Novecento negli Stati Uniti come in Europa,
rappresenta per Christian Salmon la trasformazione, da parte dei
meccanismi dell'industria dei media e dal capitalismo globalizzato, della
capacità di raccontare storie in una potentissima arma da utilizzare nelle
campagne pubblicitarie ed elettorali per plasmare le opinioni di consumatori
e cittadini. Dinamica che ha portato il ricercatore francese a definire l’era
moderna in termini di «narrative turn», ovvero di svolta narrativa. Cfr. C.
Salmon, Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, Roma, 2010.
64
Nel contesto mediale italiano maggiore esponente di questa tecnica
narrativa è a oggi Federico Buffa che, tramite un racconto emozionale e una
cifra stilistica ricercata in cui le storie degli atleti si uniscono al tessuto
socio-culturale e al costume dei luoghi che li accolgono, ha consentito la
riscoperta di un’epica sportiva da sempre meno radicata nella cultura
nazionale rispetto all’esempio sudamericano. Cfr. G. Candelori, Dalle
radiocronache al modello Buffa: l’evoluzione dello storytelling calcistico
nei media italiani, Tesi di laurea, Università la Sapienza di Roma, Roma,
2017.
104
un piano teorico va distinta dalla cronaca, la copertura
informativa dell’evento scandita dai suoi passaggi salienti e
inquadrata nel contesto specifico oltre che in quello storico-
sociale di carattere generale. Cronaca che coincide anche con
una forma di racconto dal momento che i fatti da trasferire al
pubblico interessato all’avvenimento vengono messi in forma
attraverso un’operazione di framing per risultare socialmente
trasferibili e circolanti (Russo, 2018). Spiega Papuzzi:

È lo stile del giornalista la formula alchemica che ha il potere di


trasformare la cronaca di un avvenimento nella retorica
dell’avvenimento, portando in primo piano i vari significati che
esso può assumere nell’immaginario collettivo (2010: 140).

La narrazione segue invece la modalità dell’approfondimento,


specie di quegli aspetti extra-agonistici dell’evento e dei suoi
protagonisti che spostano il centro della rappresentazione.
Esempio di cronaca è il processo di selezione della successione
di episodi salienti di un incontro; l’attenzione su sfera
personale degli atleti, fattori storico-sociali, elementi
ambientali e aspetti emotivi rientra invece nella tipologia della
narrazione (Ivi). Un confine, come già analizzato, reso

105
comunque sempre più fluido dall’odierna produzione televisiva
di spettacolo, ma che tende a sfumare anche nel format della
radiocronaca e soprattutto del relato sudamericano che può
essere ritenuto una narrazione a tutti gli effetti.
La radio, con la sua radiocronaca, ha contribuito fin dagli
anni Trenta a strutturare il modo di narrare lo sport restando un
elemento centrale fino ad oggi, sebbene con importanti
cambiamenti nelle cifre stilistiche in termini di modelli
radiofonici e caratteristiche del racconto (Cervelli, 2018).
Genere tra i più puri e duraturi di tutta la radiofonia, in quasi un
secolo il racconto dello sport nel suo accadere ha conquistato
una popolarità enorme con il calcio del secondo dopoguerra
che negli anni è stato narrato secondo i canoni della poetica
aristotelica, declinati come contratto - competenza -
performanza - sanzione:

La squadra si appresta a un’impresa con precise ricompense (in


caso di vittoria) e sanzioni (in caso di sconfitta) utilizzando
risorse (le prestazioni dei calciatori singoli) il cui ottenimento è
una sotto-storia interessante. Vittoria o sconfitta, poi, si
installeranno in un’altra storia, con un arco temporale più lungo
(tipicamente la stagione sportiva) e la possibilità di ottenere
super-ricompense (scudetti e trofei?) o super-sanzioni
(retrocessioni?) (Pessach, 2013: 15).

106
Straordinari cantori, in una storia ancestrale che si ripete in
eterno, rinarrano continuamente di eroi senza macchia, di
vittime del destino cinico e beffardo, di burloni scanzonati, di
sfide impossibili rese possibili, catalizzando le emozioni di chi
ascolta (Ivi). Un potenziale drammatico racchiuso nel
confronto calcistico e in quel periglioso viaggio dell’eroe verso
la sua ricompensa. A costruire i ruoli e specificare le fasi
dell’impresa sportiva che si fa storia sono gli stessi cronisti:

La cornice offerta è quindi più ricca e vi trovano spazio eroi


abilissimi, salvatori della patria, aiutanti infaticabili, ammutinati
inferociti, vittime innocenti, furbi guasconi, geni maledetti… il
tutto con l’aiuto dell’abbondantissimo extratesto che si trova nel
resto della stagione sportiva, nel calciomercato, sulle pagine della
stampa scandalistica o in altri eventi mediatici collegati (Ivi: 30).

Narrazione che comunque non trascende dalla prima e


irrinunciabile funzione del radiocronista: fornire le istruzioni
minime per la fruizione dello spettacolo sportivo, ovvero quelle
coordinate culturali indispensabili per una comprensione
almeno di livello base. Il suo compito sarà allora anche quello
di spiegare la pratica sportiva in sé (regolamento, valore del
gesto tecnico, gestione delle infrazioni) e contemporaneamente

107
tutto l’extratesto legato allo scenario della competizione, alle
vicende collaterali dei protagonisti e a quel sostrato culturale
che partita dopo partita caratterizza le dinamiche di confronto
tra le tifoserie. Il tutto in una misura ridotta rispetto alla
telecronaca, dove la presenza delle immagini consente
maggiore libertà espressiva e spazio per allontanarsi dalla
dimensione più strettamente agonistica. Passaggio successivo è
legato alla natura di spettacolo dell’evento calcistico. Il
radiocronista, stavolta in misura maggiore rispetto al suo alter
ego televisivo, nel descrivere gli avvenimenti offre anche un
modello di orientamento per la tensitività forica facendosi
portatore di un entusiasmo che, pur non polarizzato65, diventa
un termometro d’intensità emotiva che prescrive e giustifica
l’entusiasmo del destinatario. Un pathos, una costante attesa di
un qualcosa in procinto di accadere, che trova supporto
nell’azione vocale combinata del pubblico sugli spalti, potente

65
Fanno eccezione le partite della selezione nazionale in cui è ammessa una
maggiore polarizzazione passionale e le radiocronache a opera di
giornalisti-tifosi.
108
sottofondo del racconto radiofonico e dei suoi cambiamenti di
ritmo.
Caratteristiche principali di questa speciale narrazione
risiedono nella capacità evocativa, nell’immaginazione, nella
velocità, nella precisione, nella passione, e in una certa dose di
personalizzazione del racconto (Zanchini, 2017). Il
radiocronista racconta ciò che vede, l’evento al quale sta
assistendo, attivando l’immaginazione dell’ascoltatore che può
percepire soltanto la realtà sonora. Un’assenza di immagini
che, anziché limite, diventa la forza della radio: senza
telecamere pronte a mostrare ogni più segreto dettaglio, è la
parola a tornare protagonista assoluta riconquistando il suo
ruolo originario di comunicazione e testimonianza (Cucchi,
2018). Parola che possiede la sua completezza (Arnheim,
1987), che seduce rispondendo al bisogno umano di oralità, di
racconti. Un unico tramite tra narratore e ascoltatore, magica
sintonia in grado di sprigionare la forza dell’immaginazione
attraverso una cecità (Ivi) che porta la mente a completare ciò
che l’orecchio ascolta. Le immagini prodotte scorreranno nella
fantasia tanto più nitide, reali e insieme poetiche, quanto più la
voce che arriva dallo stadio sarà capace di tradurre le sue
109
parole in un film di cui ciascuno sarà regista davanti alla sua
radio (Cucchi, 2018). L’appassionato, attraverso questo
strumento, «vede» il campo, le squadre, i colori, le azioni, i gol
creando nella sua mente le istantanee che gli vengono
trasmesse e sognando con loro. Elementi che caratterizzano la
natura profondamente romantica della radio, graziata nel
giudizio comune rispetto a una televisione «cinica e votata
all’audience».
Straordinaria fabbrica di sogni e moderno falò intorno cui
ascoltare storie, la radio nella diretta della partita di calcio vede
emergere anche il suo carattere cerimoniale e festivo. Nell’era
della moltiplicazione degli schermi e della conseguente
disseminazione dei contenuti audiovisivi su differenti
piattaforme, oltre che delle opportunità interattive concesse dai
nuovi strumenti digital e social, la diretta continua infatti a
mantenere una posizione centrale per l’esperienza spettatoriale
(Abbiezzi, 2018). E, se con l’avvento della televisione ha perso
il suo primato di ascolti, la radio ancora una volta si è
dimostrata uno dei mezzi più in grado di adattarsi
all’evoluzione dei mercati comunicativi e allo sviluppo
tecnologico, raccogliendo gli spazi lasciati scoperti dal piccolo
110
schermo e diventando sempre più mobile tramite i dispositivi
digitali66. Un’inversione di tendenza rispetto alle origini in cui,
introducendo una simultaneità despazializzata (Thompson,
1995) per cui non bisognava più essere sul posto per avere
esperienza di un evento, trasformò il tempo libero come mezzo
di riunificazione familiare intorno al focolare domestico,
anticipando le modalità di consumo mediale della televisione.
Tra contenuti on demand e una fruizione sempre più
personalizzata, iperprivatizzata, la diretta mantiene vivo il suo
fascino ed eccezionalità, essendo il calcio una condivisione di
un mondo che poggia le sue radici sull’immaginario, sul non
visto che rende le gesta epiche e per questo resistenti nel tempo
(Abbiezzi, 2018). Diventa così uno degli ultimi testi in grado di
condizionare l’interruzione del tempo sociale e generare una
reale soddisfazione del desiderio di partecipazione del pubblico
(Ivi), trovando nella condivisione dell’esperienza uno dei

66
La prima grande rivoluzione per la radio fu, a metà degli anni Cinquanta,
l’invenzione del transistor che, riducendone le dimensioni, la rese il primo
medium broadcast portatile e personale. Leggerezza e agilità che sono tra i
fattori alla base del suo successo senza tempo.
111
principali motori per il proprio successo. Nella relazione
inscindibile tra l’incontro calcistico e la sua proposizione in
tempo reale ritroviamo allora quella costruzione, riflessione e
rifrazione del senso di comunità (Ruggiero, 2018) che è tra le
peculiarità principali della radio, luogo di una possibile
sincronia emozionale e dove sentirsi parte di una collettività
(Zanchini, 2017). In una fase storica in cui micro narrazioni
personali hanno sostituito le grandi narrazioni del ventesimo
secolo (Lyotard, 1979)67 e in cui lo Stato ha abbandonato la
produzione di discorsi unitari condannando la società a ritirarsi
in frammenti (Alabarces, 1998), il racconto della partita di
calcio resta oggi una delle ultime efficaci affermazioni di
comunità.

67
Per il filosofo francese il post-modernismo è segnato dalla frantumazione
delle metanarrazioni che l’uomo, secolarizzato dall’ordine divino, aveva
costruito per ridare ordine agli eventi del mondo e attribuire senso alle
azioni compiute durante la propria vita. Una dispersione che, non
riconoscendosi più nelle strutture assolute a sua disposizione, pone
l’individuo davanti al pericolo di un relativismo destabilizzante in cui
emerge la pluralità e le forme del sapere si moltiplicano. Cfr. J. F. Lyotard,
Condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1979.
112
3.3 Il relato sudamericano come fenomeno unico nel mondo

A proposito di comunità, prima di soffermarsi sul fortunato


racconto del fúbol attraverso un microfono, va fatto un piccolo
inciso sulla forte tradizione nell’America del Sud delle radio
comunitarie. Emittenti libere, senza scopo di lucro, gestite in
forma democratica e partecipativa per stimolare il dibattito e
promuovere la diversità culturale a partire dall’idea della
comunicazione come diritto umano essenziale. Da sempre la
loro attività consente di raggiungere gli abitanti dei quartieri
più marginali delle megalopoli latinoamericane, oltre che i
villaggi sperduti nel cuore delle selve più impenetrabili,
rappresentando un prezioso baluardo nel campo della
controinformazione68.

68
Per un approfondimento sull’origine e l’evoluzione delle esperienze di
radio comunitaria in America Latina a partire dagli anni Settanta, cfr. A. M.
Peppino Barale, Radio educativa, popular y comunitaria en América Latina.
La formación de un nuevo sujeto social, «Signo y Pensamiento», XVII, 33,
1998 e A. M. Pérez, La radio en Iberoamérica: evolución, diagnóstico,
prospectiva, Comunicación Social Ediciones y Publicaciones, Sevilla, 2007.
113
La radio d’altronde ha ricoperto, e continua a farlo tutt’oggi,
un ruolo importantissimo nella società argentina. L’attività
radiofonica ha occupato uno spazio preponderante anche nello
sviluppo del giornalismo sportivo del Paese, legandosi nel
corso della storia alla diffusione di massa dei suoi eventi: dalle
prime partite di calcio ai memorabili combattimenti di Carlos
Monzón (Mor Roig, 2010). In una nazione che si stava
costituendo come tale proprio lo sport ebbe il merito di istituire
uno spazio nazionale di effettiva competizione, mobilità
sociale e unificazione territoriale e simbolica (Archetti, 2001).
Un processo di costruzione dell’identità argentina in cui il
giornalismo svolse un ruolo cruciale, in particolare negli anni
Venti quando il calcio iniziò a consolidarsi come spettacolo
sportivo. Grazie al racconto mediatico iniziavano a sorgere
tifosi del Boca, del River, del Racing, dell’Independiente in
ogni angolo del paese pur non avendo mai visitato Buenos
Aires né tantomeno Avellaneda (López & López, 2012). Ad
affiancare il filone radiofonico, che della radiocronaca fu
pioniere nel mondo69, era El Gráfico, rivista settimanale

69
Il 14 settembre 1923, attraverso Radio Cultura, si poté ascoltare, con un
114
rinominata come «Biblia del deporte» («La Bibbia dello
sport») per aver permesso a una generazione di migliaia di
argentini di idolatrare sportivi, di esser trasportati in luoghi che
solo avevano visto nelle sue pagine e per aver raggiunto una
credibilità tale da attribuire ai suoi contenuti un’aura di
sacralità. La qualità letteraria dei suoi testi, unita all’incredibile
dispiegamento fotografico, la rendeva una vera e propria scuola
di giornalismo che negli anni farà storia diventando una
tradizione per un intero mondo di sportivi e ottenendo
grandissima fama in tutta l’America Latina. Scrive ancora
Archetti (2001: 13) a proposito della costruzione della società
civile argentina attraverso la partecipazione garantita dello
sport:

I media e la radio negli anni Venti giocarono un ruolo chiave in


questo processo. El Gráfico […] enfatizzò l’importanza degli
sport di squadra, dal momento che questi permettono alla nazione
di esprimere se stessa, consentendo allo stesso tempo ai giocatori

piccolo scarto di tempo rispetto all’effettivo svolgimento, l’incontro di boxe


tra Jack Dempsey e Luis Ángel Firpo, valido per il titolo mondiale dei pesi
massimi. Un evento che segnò lo storico inizio della narrativa sportiva per
radio.
115
di formare una “consapevolezza nazionale” che oltrepassa le
identità locali del club o della provincia. Inoltre gli sport di
squadra rendono possibili differenti stili quando si compete con le
altre squadre; questi possono essere considerati manifestazioni di
“stili nazionali”.

La storia del relato calcistico inizia il 2 ottobre 1924.


L’Argentina affronta i campioni olimpici dell’Uruguay sul
campo del Club Sportivo Barracas e Horacio Martínez Seeber,
radioamatore di ventitré anni, racconta con la collaborazione di
Atilio Casime la vittoria albiceleste grazie a una rete di
Cesáreo Onzari direttamente da calcio d’angolo che darà vita
alla definizione di gol olímpico. Si tratterà in realtà di un relato
non in senso classico dal momento che gli eventi della partita
verranno descritti soltanto per frammenti (Cantori, 2000)
secondo un modello ancora lontano da quello continuo, con la
presenza di un comentarista (la seconda voce) e di
aggiornamenti attraverso uno studio centrale collegato con gli
altri campi (Milito, 2017). In questo senso il primato viene
attribuito al racconto, tre anni dopo su Radio Nacional, di Tito
Martínez Delbox in occasione della sfida tra Sportivo Barracas

116
e Estudiantil Porteño70. Rapidamente iniziarono a nascere
anche i primi specialisti del genere come Roque Silliti e
soprattutto Lalo Pelliciari che, formatosi nella scuola
uruguaiana, del genere fu la prima figura indiscussa con la sua
voce stridente, il tono informale, la teatralità e il ritmo agile
nella descrizione delle giocate. Respinta l’idea che le
trasmissioni radiofoniche potessero allontanare il pubblico
dagli stadi (timore che come abbiamo visto caratterizzerà anche
gli esordi televisivi), gli anni Trenta segneranno
contemporaneamente l’inizio de La Oral Deportiva, lo storico
programma di Radio Rivadavia in onda interrottamente dal
1933 fino ad oggi e punto di riferimento per la produzione di
notizie sportive.
Il decennio successivo è quello della consacrazione su La
Voz del Aire per Joaquín Carballo Serantes, meglio conosciuto
come Fioravanti e soprannominato in seguito come «el

70
Fonti differenti attribuiscono invece il ruolo di pioniere, nel 1925, al
giornalista Jorge Leal di LS 2 Radio Prieto, emittente di Buenos Aires. Cfr.
J. Iwanczuk, Historia del Fútbol Amateur en la Argentina, Buenos Aires,
1992.
117
Maestro» per la proverbiale eleganza del suo linguaggio, tale
da arricchire il vocabolario di quanti lo ascoltassero.
Considerato da molti come il miglior relator di tutti i tempi, si
riteneva in realtà un giornalista di carta stampata, attività che
svolse senza sosta fino al 1958. Avrà il primato di ascolti tra gli
anni Quaranta e Cinquanta, legando il suo nome a una serie di
incredibili innovazioni71 oltre che ai racconti dei numerosi
trionfi argentini nei campionati sudamericani dell’epoca e
anche del fallimentare ritorno della Selección ai Mondiali in
Svezia. Il suo stile diventerà più enfatico con l’apparizione su
Radio Rivadavia di José María Muñoz, nuova voce de La Oral
Deportiva come successore di Edmundo Campagnale e

71
Dalla divisione del campo in sedici settori per favorire la percezione della
partita da parte dell’ascoltatore alle trasmissioni da una cabina situata nel
punto più alto dello stadio. Creò anche i collegamenti per i risultati degli
altri campi, lo sponsor unico per non sovrapporre oltremisura la pubblicità
commerciale al racconto della partita e il riassunto finale della giornata
attraverso la ripetizione del relato dei gol. Cfr.
https://www.pagina12.com.ar/diario/cultura/7-44191-2004-11-29.html.
Consultato a ottobre 2019.
118
indiscusso leader di ascolti72 nel trio completato dal commento
di Enzo Ardigó e il doppiaggio pubblicitario di Cacho Fontana.
Ribattezzato come «El relator de América», Muñoz segnerà
un’epoca diventando uno dei giornalisti sportivi più importanti
nella storia radiofonica argentina. Un lavoratore ossessivo che
si distinse per un tipo di relato in cui, alzando la voce e
gridando, lasciava che l’emozione lo travolgesse e
coinvolgesse anche l’ascoltatore73. Personaggio in grado di
unire un Paese coi suoi racconti, ma anche di essere discusso
per un giornalismo acritico verso ogni forma di potere e
soprattutto per l’appoggio incondizionato alla giunta militare
durante il Mondiale del 1978 e quello giovanile dell’anno
successivo oltre che rispetto all’invasione delle Falkland del
1982. Morirà il 14 ottobre 1992, due giorni dopo aver condotto

72
Secondo le misurazioni dell’audience delle trasmissioni calcistiche
realizzate nel 1968, l’85% delle radio era sintonizzata sulle frequenze di
Radio Rivadavia. Cfr. C. Ulanovsky et al., Días de radio. Historia de la
radio argentina, Espasa Calpe, Buenos Aires, 1995.
73
Celebre il “Gol, gol, gol, gol, gol, gol, gol” che urlava prima di prendere
fiato e proseguire il grido sfrenato.
119
direttamente dal letto dell’ospedale una trasmissione di due ore
dedicata al pre-partita di un Boca-River.
L’oggi è rappresentato da Victor Hugo Morales, cui sarà
dedicata parte del prossimo capitolo avendo di fatto
rivoluzionato un genere. Oltre cinquant’anni di carriera lo
hanno reso per molti il più grande relatore di lingua spagnola di
tutti i tempi (Portugal & Yudchak, 2008). Il suo nome è entrato
nella storia insieme a quello di Maradona il 22 giugno 1986,
quando l’epico racconto del Gol del Siglo all’Inghilterra si
trasformò in un’opera d’arte al pari dell’incredibile gesto
atletico. «Barrilete cósmico» o «¿De qué planeta viniste?»
sono le parole pronunciate su Radio Argentina che ancora oggi
accompagnano nell’immaginario collettivo quell’incredibile
corsa di sessanta metri allo stadio Azteca.
A Morales, che è tra i principali fautori della battaglia
odierna contro la monopolizzazione dei diritti televisivi del
calcio, si deve però anche un altro merito. In un’epoca in cui la
televisione trasmette tutte le partite togliendo spazio alla forza
evocativa della radio, il giornalista uruguaiano ha saputo
riconquistare parte del pubblico. Con il fallimento del progetto
di Fútbol Para Todos e il ritorno del calcio a pagamento, in
120
molti hanno deciso infatti di fare un salto nel passato per
affidarsi nuovamente al relato radiofonico. Non che, in realtà,
fosse del tutto mai scomparso dal momento che l’Argentina
continua a mantenere viva la pratica di seguire le partite
attraverso la radio in auto, cucinando, con amici, in famiglia,
soli e contemporaneamente alla visione per tv o sugli spalti
(Milito, 2017). La principale novità ha coinciso nel marzo 2017
con il lancio della piattaforma gratuita Relatores da parte di
Victor Hugo Morales e la sua squadra giornalistica74. Una
fusione tra analogico e digitale per affiancare alle trasmissioni
domenicali di AM 530 anche la possibilità di ascoltare le partite
tramite un’applicazione scaricabile su tutti i dispositivi mobili.
Un progetto interattivo che, con il supporto dei social media,
consente di accedere in tempo reale anche a risultati,
classifiche, calendari e a tutta una serie di contenuti on demand
come gol e commenti delle gare giocate. Tutto con la

74
Il ciclo sportivo di Competencia, in onda su Radio Continental fino al
2016 prima di ritrovarsi senza più uno spazio sui media tradizionali dopo
l’allontanamento di Victor Hugo Morales ufficialmente per “inadempienze
contrattuali”.
121
portabilità di uno smartphone, il cui utilizzo negli ultimi anni
ha conosciuto un importante incremento anche in Argentina.
Caratteristiche riassunte nello slogan «El Fútbol va con vos»,
sinonimo di un racconto calcistico che, pur inalterato nella sua
essenza, viene riadattato per aprirsi alle molteplici possibilità di
fruizione del mondo digitale.
Ripercorsa la traiettoria del relato da un punto di vista
storico, è possibile ora comprendere meglio il suo valore in
America Latina. La chiave va ricercata nella definizione stessa
del termine: non semplici radiocronisti, ma veri e propri
narratori. Il relator sudamericano immagina, grida e recita
entrando attraverso la sua capacità descrittiva a far parte dello
spettacolo stesso. È il testimone privilegiato (Russo, 2018) che
riferisce l’evento a una platea di persone che non vi hanno
assistito, enfatizzando un quadro narrativo ed emotivo
contraddistinto dalla sfida, dalla contrapposizione di forze e
dall’elevazione del calciatore al rango di eroe. Quella
dell’ascoltatore è una fiducia assoluta e un’adesione emotiva
alla sua testimonianza (Cucchi, 2018). Va considerato anche
che il mezzo radiofonico fu il primo a beneficiare del salto
tecnologico, consentendo di vivere in diretta e a distanza il
122
pathos della gara. Da qui, in assenza di immagini, il ruolo quasi
oracolare del relator e delle sue parole come verbo di verità
non senza alcune occasioni di scarto tra il suo racconto molto
personale e l’effettiva intensità emotiva della partita. L’epicità
dei loro racconti consegna alla storia il ricordo di imprese,
partite, squadre e leggende nel cui culto nascono processi
d’identificazione collettiva, elemento ontologico per eccellenza
dello sport (Giorgino, 2018). In Sudamerica l’aggancio alla
storia è fortissimo e il ricordo dei grandi campioni passa anche
per i tanti racconti della gente comune. Afferma Buffa: «Sono
convinto che la nostalgia, che è trattata in modo variegato nel
mondo, se interpretata correttamente sia la lanterna della nostra
esistenza e non credo ci sia un luogo con più culto della
memoria del Sudamerica»75. La grandissima dignità del calcio
passa qui ovviamente anche per la letteratura e il contributo di
scrittori come Osvaldo Soriano e Roberto Fontanarrosa che con
i loro racconti hanno rivendicato la legittimazione del fútbol

75
Dall’intervento del giornalista italiano Federico Buffa durante la
presentazione di Locos por el fútbol il 28 novembre 2016 a Milano.
123
all’interno della cultura alta76. Creazioni linguistiche che, tra
metafore e simboli, hanno trasformato la narrativa calcistica in
una riserva di memoria sentimental (Cames, 2017) oltre che in
uno dei temi centrali della letteratura latinoamericana. Quella
vena poetica che negli anni hanno contribuito a portare avanti
anche i relatores, rimasti impressi nel cuore degli ascoltatori
ognuno con il proprio stile e modulazione di voce. E se oggi,
nell’età dell’abbondanza mediale, i tempi d’oro della radio
appaiono lontani, perlomeno è più facile capire il fascino che
per molti il relato continua a esercitare. In un’ottica
comparativa, va ricordato peraltro che in Italia sessant’anni
dopo anche Tutto il calcio minuto per minuto resta la colonna
sonora domenicale di tantissimi sportivi, nonostante la
frammentazione dei turni di campionato e l’erosione di
pubblico dell’era delle televisioni a pagamento (Candelori,
2017). Due le principali chiavi di lettura: la matrice poetica che

76
Per un approfondimento su alcune delle principali opere a tema calcistico
della letteratura argentina di questo secolo, cfr. D. G. Cames, Gol y
memoria: el fútbol en la narrativa en lengua española del XXI, «Letras de
Hoje», LII, 4, 2017, pp. 494-502.
124
muove ancora il desiderio di viaggiare con la mente di uno
zoccolo duro d’ascoltatori e una più pragmatica in cui la radio
rappresenta lo strumento più versatile, quello che più si è
adattato ai tempi febbrili e distratti della contemporaneità
(Zanchini, 2017). Una sfida radicale, quella della rivoluzione
digitale, da cui la radio è uscita anche con maggiore
accessibilità e interattività dimostrandosi il mezzo di
comunicazione che più si è adeguato alla multimedialità.
Scatola magica dal fascino senza equali, opportunità per fruire
il calcio senza le esorbitanti spese richieste dagli abbonamenti
televisivi e mezzo da fruire ovunque con o senza una
connessione a Internet. Il relato, vero strumento di
democratizzazione grazie alla sua gratuità, occasione di
incontro comunitario nell’epoca della frammentazione sociale e
narrazione dal trasporto emotivo senza tempo, allora ancora
oggi resiste più che mai.

125
126
Capitolo IV
Raccontare il fútbol: due diverse prospettive

4.1 Marcelo Araujo: la voce del tifoso in tv

Se Victor Hugo Morales ha reso celebre il relato


radiofonico in tutto il mondo, in televisione è stato Marcelo
Araujo a sdoganare uno stile nel racconto delle partite che, per
quanto discusso, continua a sopravvivere nelle telecronache di
chi l’ha succeduto. Punto di riferimento per il relato televisivo
argentino e voce simbolo nella decade degli anni Novanta, ha
formato per quattordici stagioni con il commentatore Macaya
Márquez una delle coppie di maggior successo nella storia
della trasmissione del calcio sul piccolo schermo.
Al secolo Lázaro Jaime Zilberman, Araujo nel suo percorso
è passato in realtà anche dalla radio coprendo il ciclismo e il
polo per La Oral Deportiva su Radio Rivadavia e collaborando
con la squadra giornalistica di Sport 80, trasmissione di Radio

127
Mitre che farà storia per la qualità dei suoi dibattiti77. Lavorerà
in seguito anche per La Red, la prima emittente di Buenos
Aires ad avere una programmazione di ventiquattro ore
dedicata allo sport, conducendo dal lunedì al venerdì Araujo de
Primera nella fascia tra le 17 e le 19 (López & López, 2012).
La sua storia, tuttavia, è principalmente televisiva. Nel 1974
partecipa insieme a Héctor Drazer, Mauro Viale, Enrique
Macaya Márquez, Oscar Gañete Blasco e Diego Bonadeo alla
spedizione di Canal 7 per il Mondiale in Germania, quello
giocato in coincidenza con la morte del presidente Juan
Domingo Perón. Copertura completa che sarà ripetuta anche
per il successivo e controverso torneo casalingo del 1978, in
cui il successo argentino per 6-0 contro il Perù raggiungerà un
incredibile 84% di sharing (Ivi), e per l’edizione del 1982 in
Spagna, la prima a colori per il paese sudamericano. È però a

77
A completare l’équipe di lusso erano Victor Hugo Morales, Fernando
Niembro, Adrián Paenza, Néstor Ibarra, Diego Bonadeo, Jorge Crossa,
Ricardo Ruiz e lo specialista di statistiche Juan José Lujambio. Si
aggiungerà in seguito anche Alejandro Apo, a lungo al fianco di Victor
Hugo come commentatore e figura negli anni Novanta in grado di coniugare
sport, musica e letteratura nel ciclo di Todo con afecto.
128
partire dall’agosto del 1989 che inizia la vera ascesa
giornalistica di Marcelo Araujo. Con il passaggio dell’iconico
Fútbol de Primera su Canal 9 e la decisione di Mauro Viale di
restare sul 7, Araujo diventa il nuovo conduttore del
programma aprendo una nuova epoca nel relato televisivo. A
lui, in coppia con Enrique Macaya Márquez, fino al novembre
2004 e al passaggio di consegne a Sebastián Vignolo, sarà
affidato il Clásico del Domingo, l’incontro più importante di
tutta la giornata calcistica, oltre alle principali partite
internazionali in onda sui canali di Torneos y Competencias. È
proprio in queste sfide che trova la propria consacrazione quel
cambio di stile già anticipato da Quique Wolf nel suo informale
racconto delle gare di Messico 1986 su Canal 2 (Alabarces &
Duek, 2010). Un rinnovamento verbale che si concretizza
nell’utilizzo di espressioni colloquiali, dichiarazioni
aggressive, sorprendenti, spesso con la tendenza a sconfinare
anche nel campo della volgarità (Ulanovsky, 1999). Se fino
alla sua apparizione i narratori televisivi si limitavano a
nominare il giocatore che portava avanti la palla o poco più,
Araujo attribuisce al relato un ritmo vertiginoso,
accompagnandolo con uno stile irriverente e un vocabolario
129
giovanile non esente da insulti che lo renderanno un
personaggio tanto popolare quanto discusso (López & López,
2012). Frasi come «¿Eso fue penal o estoy crazy?» («Era rigore
o son matto?»), vero e proprio marchio di fabbrica, oppure
«Macaya, estoy cagado» per esprimere, su una punizione per il
Perù contro l’Argentina, il proprio timore di fallire la
qualificazione al Mondiale 1986 lo lanciarono alla ribalta,
trasformandolo in pochi anni anche nel giornalista sportivo più
pagato del paese. Gli esempi per dar conto di un tipo di
telecronaca del tutto fuori dagli schemi tradizionali sono
molteplici in un testo in cui, tra formule ripetute e continui
innalzamenti di tono, la forte personalizzazione del racconto lo
elevava a figura dalla voce immediatamente riconoscibile per il
telespettatore. Un tipo di registro linguistico che trovava
ulteriore successo nella contrapposizione di stile con il proprio
compagno Macaya Márquez, caratterizzato al contrario nel suo
racconto da un forte rigore giornalistico.

130
Marcelo ha scoperto il modo di essere spettacolare in alcuni
aspetti. Rischiò fino ad utilizzare alcune parolacce78. Nel
teleteatro si dicevano cose peggiori, però appena lo faceva
Marcelo in televisione provocava uno scandalo. Lui aveva una
buona visione del fútbol, simile a quella che avevo anche io.
Andavamo d’accordo e ci rispettavamo moltissimo. Il commento
era il mio e il relato il suo, non c’era intromissione. Lui
aggiungeva un condimento speciale, un colore differente. Era una
cosa distinta, poteva piacere o meno, però fu un qualcosa di
spettacolare. Aveva grande umorismo nel suo lavoro79.

Una telecronaca in linea con lo schema esposto nel secondo


capitolo in cui il modello prettamente giornalistico, legato alla
natura di “evento” della partita di calcio, lascia spazio a uno
che valorizza la dimensione di “spettacolo”, di coinvolgimento
del fruitore in un’esperienza completamente emotiva (Pessach,
2013). Entrando nel campo empirico, un episodio rende al

78
In un colloquio con Clarín, tra i vari episodi, Enrique Macaya Márquez
ha ricordato quando Araujo accompagnò con un’espressione decisamente
colorita la particolare fortuna di una delle squadre in campo, salvata dal
palo su una conclusione avversaria. Cfr. https://www.clarin.com/ultimo-
momento/macaya-desnudo-intimidades-dupla-
araujo_0_ByFMwlJeRKe.html. Consultato a novembre 2019.
79
Cfr. https://www.lanacion.com.ar/deportes/macaya-marquez-el-relato-
televisivo-deberia-ser-nid2237059. Consultato a novembre 2019.
131
meglio la costruzione di questo schema narrativo. L’11
novembre 1992, nella diciottesima giornata del torneo di
Apertura, Boca Juniors e Platense si affrontano all’Estadio
Libertadores de América. Con il risultato sul 2-1, mentre il
difensore Luis Adrián Medero, diciannovenne alle prime
partite nel professionismo e giocatore poco avvezzo al gol,
inizia poco dopo il centrocampo un’incredibile serpentina fino
al limite dell’area avversaria Araujo pronuncia in telecronaca
queste parole:

Seis minutos veinte segundos le quedan al partido. Boca está


ganando 2-1. Se viene Medero, Medero, Medero, Medero,
Medero… Si lo hacés, me voy. Mederoooo…
gooooooooooooooooooooool de Boca. Luis Adrián Medero.
Basta para mí, ¿eh? Señoras y señores. Buenas noches80.

Una vera e propria promessa con il pubblico che, dopo


l’incredibile gol, il relator argentino compie abbandonando la
propria postazione e lasciando la parola al bordocampista
Walter Nelson e al commentatore Macaya Márquez che,

80
Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=Lo8ufo5ticA. Consultato a
novembre 2019.
132
increduli, improvvisano il racconto degli ultimi minuti di gara.
Parte di quel ponte amicale con lo spettatore (Pessach, 2013)
che, nell’armamentario linguistico di Araujo, passava per una
serie incredibile di licenze rispetto alla tradizione. La più
importante, accanto a esultanze, esclamazioni o indignazioni,
consisteva nell’utilizzo dei soprannomi, parte integrante della
cultura calcistica argentina. È così che Riquelme diventava El
Torero, Tevez l’Apache, Crespo il Valdanito, e così via. Anche
i gesti atletici venivano ribattezzati con una certa enfasi nel
sottolineare gli errori. «Lo que te comiste, hermano» («Cosa ti
sei mangiato, fratello») o «La que te devoraste» («Cosa ti sei
divorato») saranno allora le classiche espressioni per
accompagnare un’incredibile opportunità fallita sottoporta
insieme all’usanza di ripetere più volte il nome del protagonista
dell’errore. Umorismo e informalità che creano un’ambiente
familiare e giocoso, riproponendo le dinamiche del salotto di
casa in cui in compagnia di un amico ci si ritrova a vedere la
partita.
A essere proposta è proprio l’identificazione con la voce del
tifoso (Alabarces & Duek, 2010): un discorso per natura
passionale e condiviso con gli altri. Questo tipo di linguaggio,
133
rispetto al sapere dotto dello specialista, si articola in uno
spazio neopopulista81 in cui il gioco viene spiegato in base alla
parola e al criterio del sostenitore, relegando sullo sfondo i
concetti legati alla tattica e alla strategia (Moreira & Ortiz,
2016). Una scelta nata in concorrenza al relato radiofonico
letterario di cui Victor Hugo Morales, considerato da Araujo
stesso come il miglior relator di tutta l’Argentina82, proprio in
quegli anni emergeva come massimo esponente:

Tutti abbassavano il volume del televisore per ascoltare Victor


Hugo […]. Come potevo lottare con questo “animale”? Era
impossibile per la sua capacità, cultura, voce. Come potevo
batterlo? Allora iniziai a ripetere come relator le stesse cose che

81
L’apertura di uno spazio tradizionalmente appartenente ai professionisti
dell’informazione alla voce popolare del tifoso che metaforicamente prende
possesso del microfono in un parallelismo con la corrente politica che ha
caratterizzato la storia dell’Argentina.
82
Dall’intervista a Nunca es Tarde su Fox Sports dell’ottobre 2015. Cfr.
https://www.youtube.com/watch?v=6SO1swntAaw. Consultato a novembre
2019.
134
la gente diceva allo stadio in tribuna. Ero una barra brava però
senza picchiare nessuno83.

Un discorso contemporaneamente anche neo nazionalista


(Moreira & Ortiz, 2016) in occasione delle gare della selezione
argentina oppure di incontri internazionali delle squadre di
club. Celebre il «Hacélo, Cani, hacélo, por favor» con cui
prega l’attaccante Caniggia di segnare il gol al Brasile che
porta l’Argentina ai quarti di finale di Italia ’90 così come
quella tendenza a rimarcare il risultato di una partita
enfatizzando solo il nome della rappresentativa cui
patriotticamente era rivolto il tifo di tutto il Paese. Va
sottolineato tra l’altro che, al di fuori della cabina di
commento, il giornalista argentino, in un’analogia con Muñoz,
è stato anche personaggio controverso per la vicinanza con i
governi di turno e in particolare per l’elogio rivolto
all’organizzazione del Mondiale 1978, definito come un
miracolo nazionale.

83
Dall’intervista a Radio JAI del maggio 2019. Cfr.
https://www.youtube.com/watch?v=zLxkCo447CQ. Consultato a novembre
2019.
135
Anche la traiettoria professionale non è stata lineare.
Eppure, costruzioni spettacolarizzanti a parte, Araujo, che
avrebbe voluto lavorare come commentatore, grazie a un
approfondimento costante era in realtà anche telecronista
capace di intendere molto di tattica e regolamento del gioco.
Dopo la rottura del contratto da parte di Torneos y
Competencias e la successiva azione legale nei confronti
dell’impresa, dovette passare a commentare il calcio
colombiano per Canal RCN tornando poi a raccontare le partite
dell’Argentina per Canal 9 in Coppa America e per i Mondiali
del 2006 in Germania. Commentata per DirecTV Sports la
Confederations Cup del 2009 in Sudafrica, nello stesso anno,
come abbiamo visto, sarà incaricato della direzione
giornalistica di Fútbol para Todos. Un’opportunità per tornare
cinque anni più tardi a narrare il campionato argentino e il
Clásico del Domingo, ma anche una scelta che produsse
perplessità per il lungo passato nell’ambito privato. Vedendo il
suo ruolo passare in secondo piano e in disaccordo con alcune
dinamiche interne, lascerà definitivamente il programma statale
nel 2014.

136
Conclusione della parabola discendente di un uomo che,
soprattutto negli anni ’90 attraverso il matrimonio televisivo
con Enrique Macaya Márquez su Canal 13, è stato in grado a
modo suo di fare la storia del relato futbolístico sul piccolo
schermo. Ricordato dopo il pensionamento con affetto
nostalgico per la sua creatività e simpatia, ma negli anni anche
ritenuto da alcuni ridondante, Araujo ha conquistato con la sua
irriverenza una popolarità indiscussa caratterizzandosi per una
presenza televisiva che, giudizi personali a parte, di sicuro non
è passata affatto inosservata.

4.2 Victor Hugo Morales: il radiocronista del secolo

Popolarità ancor maggiore è quella che, nella sua lunga e


fortunata carriera, è riuscito a ottenere Victor Hugo Morales. Il
dono naturale per l’arte del relato e uno stile unico a metà tra
sport e letteratura gli sono valsi l’etichetta di miglior
radiocronista sudamericano di tutti i tempi. Merito anche di un
percorso professionale che il destino legherà a quello di Diego
Armando Maradona, fino al congiunto ingresso nella leggenda
una domenica del 22 giugno 1986. Giorno in cui la narrazione
137
sportiva più celebre e celebrata di sempre lo consegnerà alla
storia, consentendogli di ottenere una fama mondiale oltre che
di entrare a pieno titolo nell’immaginario argentino al pari
della selezione allenata da Bilardo.
Nato a Cardona nel 1947 e coetaneo di Araujo, Victor Hugo
è in realtà uruguaiano. Proprio qui, a sedici anni, inizia il suo
percorso attraverso le frequenze di Radio Colonia, particolare
emittente che trasmetteva dall’altra parte del Río de la Plata ma
per il pubblico argentino e dove veniva presentato come «el
relator más joven de América» (La Nación, 1993). Passato a
Radio Oriental resterà in Uruguay fino al 1981, prima di
accettare l’offerta di Radio El Mundo e trasferirsi
definitivamente in Argentina. A motivare la sua scelta fu la
percezione di un clima di persecuzione da parte della dittatura
militare che comandava il Paese (Edwards, 2013). Circostanza
resa sospetta dai ventisette giorni di prigione cui venne
condannato per una rissa durante una gara di calcio e
confermata anni dopo in democrazia grazie agli archivi segreti
che lo stesso Victor Hugo raccoglierà e consegnerà al
Ministero dell’Interno. Conseguenza di un’incredibile accusa
di collusione con quella stessa dittatura di Montevideo che lo
138
aveva imprigionato e per cui riceverà il sostegno di gran parte
dell’opinione pubblica tra cui le Madres de Plaza de Mayo e il
Frente Amplio dell’ex presidente uruguagio José ‘Pepe’
Mujica.
Che la vita di Morales sarà legata a quella di Maradona lo si
intuisce già il 22 febbraio 1981, quando la sua prima
radiocronaca argentina coincide con il debutto alla Bombonera
di Diego in Boca Juniors-Talleres de Córdoba. Il Pibe de Oro,
che del relator uruguagio è stato la grande ispirazione
professionale, segna due gol dando vita a un legame nel tempo
diventato indissolubile:

Un pittore prende ispirazione dal modello e prova ad esaltarlo coi


suoi colori. Maradona è questo per noi: un elemento di ispirazione
e sfida84. Un impegno che mai riusciamo a completare nella
maniera che veramente vorremmo perché c’è un’arte che
vogliamo proporre e ciò non è possibile solo con le parole. La mia
vita è abitata da Maradona, è rincorsa, intrecciata a Maradona. I

84
Tra i commenti più celebri di Morales il «Se Michelangelo lo vedesse, lo
dipingerebbe», riferito a un gol di Maradona nel 1981 alla Fiorentina e
quello per il sinistro contro la Grecia del 1994, l’ultima rete di Diego in un
Mondiale raccontata nominando tutti i giocatori che avevano preso parte
all’azione.
139
miei migliori relatos, i miei migliori momenti di lavoro sono
legati a lui. Amo profondamente Maradona, lo rispetto come
persona, lo considero un essere umano che ha saputo essere
sempre ribelle, che è permeato dell’aura del campione. Insomma,
ho un affetto e una gratitudine molto grande per lui. Le cose più
importanti mi sono capitate attorno a Maradona85.

Non è un caso che a Victor Hugo sarà affidato anche l’ispirato


prologo della sua autobiografia e che, in occasione del
Mondiale in Brasile e del successivo in Russia, insieme
condurranno per il canale venezuelano Telesur un programma
dal grandissimo successo nonostante l’assenza delle immagini
delle partite.
A unire le loro strade in modo decisivo è tuttavia il
Mondiale in Messico del 1986, il primo per l’Argentina dopo la
fine della dittatura militare e il ritorno alla democrazia. Il 22
giugno, per i quarti di finale, l’Albiceleste affronta l’Inghilterra
in una gara il cui peso simbolico è accentuato dalla tragica
pagina delle Malvinas scritta quattro anni prima. Maradona

85
Dall’intervista su Sky Sport di Victor Hugo Morales con Federico Buffa
in Buffa e Morales: Storie di Fútbol. Cfr.
https://www.dailymotion.com/video/x50ndwu. Consultato a novembre
2019.
140
segna due gol simbolo della storia umana dell’Argentina: il
primo, d’astuzia, con la Mano de Dios; il secondo in una
giocata d’incredibile talento che verrà ricordata come Gol del
Siglo. Morales, che dopo l’esperienza a Radio Mitre era
passato a Radio Argentina, dalla sua cabina è tra i pochissimi
ad accorgersi di quel gol segnato col pugno sinistro che sfugge
invece ai 114mila spettatori e ai vari colleghi televisivi.
Eppure, aggiunge chiedendo perdono, contro gli inglesi va
bene anche così dopo «i tanti gol di mano»86 che i britannici
avevano inflitto durante la guerra:

El gol fue con la mano, lo grito con el alma. Tengo que decirles lo
que pienso, que Dios me perdone lo que voy a decir: contra
Inglaterra hoy, aun así, con un gol con la mano, ¿qué quieren que
les diga?

Il vero coronamento alla carriera di entrambi è però la seconda


incredibile rete, raccontata in un monologo ispirato, onesto,
emozionalmente grezzo, ma articolato in modo impeccabile

86
Dall’intervista a Télam in occasione dei Mondiali di Brasile 2014. Cfr.
https://www.youtube.com/watch?v=2kVnnrgbWuM. Consultato a
novembre 2019.
141
(Edwards, 2013). Sono le ore tredici e dodici minuti di Città
del Messico e Maradona, con dodici tocchi tutti di sinistro in
quattordici secondi, percorre i cinquantadue metri più famosi
della storia del calcio. Ad accompagnare quella corsa, allo
stesso ritmo, c’è il relator maximo che commenta quell’azione
come se fosse trenta secondi in anticipo rispetto al resto
dell’umanità e quel gol l’avesse già visto, pronunciando le
cento parole più evocative legate a una partita di fútbol
(Pizzigoni & Buffa, 2018):

La va a tocar para Diego: ahí la tiene Maradona; lo marcan dos,


pisa la pelota Maradona. Arranca por la derecha el genio de fútbol
mundial, y deja el tendal ¡y va a tocar para Burruchaga! Siempre
Maradona... ¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta...
¡Goooooolll! ¡Goooooolll! ¡Quiero llorar! ¡Dios santo! ¡Viva el
fútbol! ¡Golaazo! ¡Diegooooo! ¡Maradooona! ¡Es para llorar,
perdónenme! Maradona, en una corrida memorable, en la jugada
de todos los tiempos, barrilete cósmico87, ¿de qué planeta viniste?

87
Il termine barrilete, ovvero aquilone, era stato utilizzato dall’ex ct Cesar
Luis Menotti per riferirsi criticamente a Maradona e a quegli eccessi che
avevano prodotto alti e bassi nei suoi ultimi anni di carriera. Morales, con la
genialità che lo contraddistingue, associa invece quell’espressione a
qualcosa di cosmico. Cfr. https://www.lanacion.com.ar/deportes/mexico-86-
142
Para dejar en el camino tanto inglés, para que el país sea un puño
apretado, gritando por Argentina... Argentina dos, Inglaterra cero.
¡Diego, Diego, Diego Armando Maradona! Gracias Dios, por el
fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este... Argentina
dos, Inglaterra cero.

Una radiocronaca che gli cambia la vita e che sarà tradotta in


quasi tutte le lingue del mondo, oscurando il commento del
Gordo Muñoz nonostante il suo utilizzo anche in Hero, il film
ufficiale prodotto dalla Fifa sul torneo. D’altronde il relator di
Cardona è il primo a presagire il valore che quel gesto atletico
avrà negli anni, definendolo appena concluso già come «la
giocata di tutti i tempi». In realtà quella melodia88 tanto
indimenticabile è nel giudizio di Morales tutt’altro che perfetta,
avendo la sua proverbiale compostezza lasciato spazio a un
eccesso emozionale. Sensazione che lo porterà a chiedere due
volte scusa negli istanti immediatamente successivi.

los-origenes-del-barrilete-cosmico-y-la-guerra-menotti-victor-hugo-
nid1906596. Consultato a novembre 2019.
88
A maggior ragione è possibile parlare di melodia dopo che Amelía
Reggae ha composto El gol de D10S, canzone basata sulle parole utilizzate
da Victor Hugo Morales durante il suo memorabile relato.
143
È un relato selvaggio, una specie di spogliarello spirituale nel
quale io, che di solito mi controllo, mi permetto tutta la pazzia
che può attraversare una persona. Credo che la mia mente, come
si dice accada durante gli atti criminali, rimase in bianco come
accecata da una grande flash, una nube dovuta a un’emozione
molto violenta. Ho perso un po’ il controllo e lo recupero poco a
poco quando comincio a sentire che c’è stata un’esagerazione nel
mio comportamento. Sono uscito dal caos dell’estetica e anche
dell’etica, penso, e mi preoccupo molto. Per questo ho chiesto
scusa più volte, perché mi è uscita improvvisamente89.

Un momento cui seguono il silenzio e le lacrime. Non è la


prima volta: Morales aveva già pianto ai sei gol presi
dall’Uruguay contro la Grande Danimarca (Pizzigoni & Buffa,
2018) e racconterà di aver provato un grande dolore anche
dinanzi all’immagine straziante di una Roma deserta dopo
l’eliminazione dell’Italia proprio contro l’Argentina ai
Mondiali casalinghi del 1990. «Quel giorno scoprì la pena di
un popolo in funzione dello sport»90, ammette a proposito di
quel sogno che i tifosi del Belpaese videro spezzarsi sui rigori

89
Dall’intervista su Sky Sport di Victor Hugo Morales con Federico Buffa
in Buffa e Morales: Storie di Fútbol. Cfr. nota 85.
90
Dall’intervista a Télam in occasione dei Mondiali di Brasile 2014. Cfr.
nota 86.
144
falliti dagli Azzurri nella notte di Napoli. Victor Hugo d’altra
parte soffre umanamente a tutte le partite, anche quando non è
direttamente coinvolto: la sua è un’adesione con il sentire
dell’appassionato che si attende la stessa partecipazione
emotiva (Cucchi, 2018).
Morales non ha mai narrato una storia di sport che non fosse
alla radio. Qui ha raccontato anche tutti i Mondiali di calcio dal
1978 in poi. La chiave risiede ancora nell’immaginazione:

Ho lavorato con la cosa più bella che possiede un essere umano:


l’immaginazione. Io immagino per conto di chi mi ascolta che, a
sua volta, immagina quello che io gli racconto. Credo che negli
anni Cinquanta e Sessanta, quando la televisione non esisteva, noi
relatores avevamo un grande vantaggio: potevamo dirigere
l’immaginazione dell’ascoltatore. Quando compare la televisione
si corrompe l’ingenuità con cui l’ascoltatore ti sentiva. Si
complica la situazione, però, in ogni caso, l’immaginazione ha un
potere straordinario. A volte la gente vuole ascoltare la passione
di uno stadio, gli risulta più emozionante sentirlo che vederlo,
perché la descrizione ha un accompagnamento
dell’immaginazione che supera la realtà91.

91
Dall’intervista su Sky Sport di Victor Hugo Morales con Federico Buffa
in Buffa e Morales: Storie di Fútbol. Cfr. nota 85.
145
Esemplificativa la ricostruzione, attraverso le cronache dei
giornali del tempo, del Maracanazo92 del 1950, raccontato
minuto per minuto da Morales come se avesse effettivamente
presenziato alla gara giocata a Rio de Janeiro. Quella stessa
immaginazione che lo porta nel relato del Mundialito 1980 a
volare con la mente per rivolgersi direttamente a Obdulio
Varela, il capitano dell’Uruguay nel 1950, e assicurargli che la
La Celeste non avrebbe permesso al Brasile di cambiare la
storia vendicando trent’anni dopo quella cocente sconfitta
proprio al Centenario di Montevideo.
Uno stile preciso basato sulla descrizione tramite metafore
originali, ereditato dalla scuola del più grande relator
uruguaiano della storia, Carlos Solé. Victor Hugo Morales, con
la sua voce straordinaria, il talento unico e una padronanza
della lingua castigliana con pochi equali trasforma
definitivamente la narrazione sportiva (Milito, 2017)

92
La sconfitta più dolorosa nella storia del Brasile, battuto a sorpresa dallo
sfavorito Uruguay nella finale per il titolo mondiale giocata in casa davanti
a 200mila spettatori. Una delusione sportiva che si trasformò in tragedia
nazionale, provocando diversi morti in tutto il Paese tra casi di infarto e
suicidi.
146
diventando modello come lo erano stati Lalo Pelliciari,
Fioravanti e José María Muñoz (López & López, 2012).
Dialoghi immaginari tra i protagonisti, la creazione di un clima
di attesa, l’esaltazione dell’autore di un gol attraverso
immagini evocative, la ricchezza del vocabolario, il ritmo della
narrazione, la fantasia che accompagna le varie emozioni
provate, i tanti dati, i precedenti e i ricorsi alla realtà
extracalcistica sono le caratteristiche principali di questo
straordinario racconto (Olé, 1997). Victor Hugo anticipa anche
l’esito di giocate particolarmente promettenti attraverso il
celebre «Ta-ta-ta»93 o il «Que sea» che accompagna un gol di
Maradona al River Plate, esprimendo il desiderio del
radiocronista che quell’opera d’arte possa compiersi così da
trovare posto nella storia. Viene trasmesso in questo modo uno
spettacolo le cui immagini si simbolizzano mediante la voce
arricchendo la mente dell’ascoltatore (Levinsky, 2002). A
essere ricercata è in particolare quella bellezza della parola
caratteristica della narrazione sudamericana (Espinosa, 2013).

93
Ta è un’espressione utilizzata nel mondo rioplatense per indicare
qualcosa che è concluso o sta per concludersi.
147
Due citazioni di Federico Buffa riassumono al meglio
quell’incredibile possibilità di Morales di improvvisare nella
costruzione in atto del relato, recitando dinanzi a un copione
non scritto.

Ha avuto una memoria prodigiosa in dono, una capacità di sintesi


sensazionale e una capacità di improvvisare irreale. […] Come
relator non si limita a descrivere la partita, te la racconta per
davvero. Entra in angoli dove ti consente di visualizzarla, sa
perfettamente quali parole usare (e ne usa migliaia) e quando
usarle. Come per magia sa perfettamente quando sta per
succedere qualcosa: ha un fiuto eccezionale, che è di pochissimi,
per la grande azione anche molti secondi prima che avvenga. E
poi quando parla di calcio lo fa in maniera dotta, è attento, sa che
l’amore per il calcio è una cosa sacra e non disdegna mai
un’opinione elegante. […] Non è mai sazio di conoscenza, anzi se
ne ubriaca continuamente e quella conoscenza […] si ascolta in
tutte le sue radiocronache94.

La sua era una radiocronaca. Avendo la radio come il suo unico


strumento, ha fatto della propria voce un elemento metrico e
ritmico che non ha eguali. La competenza dal punto di vista

94
Dal file confezionato da Federico Buffa per MondoFutbol. Cfr.
http://www.mondofutbol.com/victor-hugo-morales-cronista-venuto-un-
altro-pianeta/. Consultato a novembre 2019.
148
narrativo e soprattutto una cultura impressionante hanno creato un
modello assolutamente irraggiungibile (Candelori, 2017: 82)95.

Victor Hugo Morales rompe anche il paradigma del racconto


calcistico ispirato alla letteratura. Una cultura96 che comunque
resta alla portata di tutti. Spiega a tal proposito Matias
Canillan, giornalista che da anni lavora al suo fianco:

La figura di Victor Hugo segna un prima e un dopo nella storia


del relato sportivo in Argentina e nel Sudamerica. Ha dato un
salto di qualità gigantesco alla professione trasformandola per
sempre. Oggi un qualsiasi relato televisivo o radiofonico si
caratterizza per l’utilizzo di tantissime frasi che Victor Hugo creò
e che si sono naturalizzate come patrimonio comune. Ha
inventato un vero e proprio nuovo vocabolario, ma con il grande
merito che, nonostante il suo fosse un racconto letterario, non

95
Citazione riportata dall’intervista a Federico Buffa all’interno del lavoro
di tesi triennale sull’evoluzione dello storytelling calcistico nel panorama
mediale italiano. Cfr. G. Candelori, Dalle radiocronache al modello Buffa:
l’evoluzione dello storytelling calcistico nei media italiani, Tesi di laurea,
Università la Sapienza di Roma, Roma, 2017.
96
Giornalista completo e intellettuale di spicco in Argentina, Victor Hugo
Morales nella sua lunga carriera tra le varie attività ha condotto anche
programmi di cultura generale come Martini y Antel preguntan (1999),
Cincuenta Años de Televisión (2006) e Tiempo Límite (2008).
149
bisognava essere uno studioso per comprenderlo. Grazie al suo
modo di esprimersi è stato capace di canalizzare tutta questa
conoscenza e cultura in un qualcosa di facile intendimento97.

Un modello per tanti versi irraggiungibile, grazie alla capacità


unica di unire all’interno di uno stesso racconto tutte quelle
caratteristiche di eccellenza distintive della narrazione sportiva.
Base di partenza per comprendere come Victor Hugo Morales
sia destinato, anche negli anni a venire, a restare come
l’esempio più importante, oltre che il più celebre, del relato
sudamericano in lingua rioplatense.
Due stili, quelli di Araujo e Morales che consentono anche
di aprire lo spazio legato alle conclusioni finali, installandosi su
una profonda diversità intrinsecamente legata alle origini
culturali del mezzo di comunicazione attraverso il quale
trovano diffusione. Da una parte la televisione, il medium per
eccellenza della spettacolarizzazione, incontra la sua
affermazione in Argentina attraverso un linguaggio basso e una
serie di costruzioni mediatiche orientate all’intrattenimento di
un pubblico di massa. Dall’altra, pur all’interno di un quadro

97
Dall’intervista realizzata personalmente durante il periodo di
investigazione a Buenos Aires in Argentina.
150
complessivo caratterizzato da numerose difficoltà, la radio fa
da contraltare mantenendo viva la forte tradizione del relato
radial che trova la sua espressione in una forma di racconto
basato sul potere evocativo della parola e in grado, pur con le
dovute eccezioni, di mescolarsi con una forma di cultura alta.
Due opposte prospettive per narrare la più grande passione
di un Paese.

151
152
Conclusione

L’opportunità di studiare da vicino un contesto, come quello


dell’Argentina, così ricco di prospettive di analisi apre lo
spazio a una serie di interessanti riflessioni che ci sentiamo di
lasciare in eredità senza la presunzione di essere di fronte a un
punto d’arrivo, ma comunque con la consapevolezza di aver
provato a fornire una visione d’insieme su temi che negli anni
non hanno trovato spazio nella letteratura scientifica del nostro
Paese.
La nostra analisi, con l’intento di illustrare lo sfondo su cui
si sviluppano i fenomeni mediatici approfonditi, è partita da
una caratterizzazione sociale dell’esperienza del tifo calcistico
in Sudamerica. Un lavoro che ha evidenziato la presenza di una
fortissima componente passionale, vero e proprio aspetto
distintivo degli hinchas intesi come omogenea categoria
sociale in uno scenario in cui il club rafforza la proiezione
identitaria del sostenitore anche attraverso l’appartenenza al
barrio. Elemento già in origine di rivendicazione culturale, in
Argentina il fútbol rappresenta il centro dell’agenda quotidiana

153
e il rimedio più immediato per sfuggire anche soltanto in modo
effimero alle difficoltà che un complicatissimo quadro socio-
economico presenta ogni giorno ai suoi appassionati. È in
questo stesso punto che si aprono tuttavia anche i punti di
criticità.
Il Sudamerica è tristemente noto per un modo di vivere lo
sport che sfocia su base settimanale in una serie ripetuta di
episodi di violenza da stadio, frutto ovviamente della
censurabile azione delle barras bravas ma iscritti in un quadro
più generale di totale sfiducia verso lo Stato e le sue istituzioni
in cui a farla da padrone è una cultura, come quella
dell’aguante (Alabarces, 2000), basata sull’utilizzo della forza
e nei confronti della quale le politiche repressive promosse
negli anni non hanno prodotto alcun risultato significativo. Va
considerato poi il legame con la politica che ha visto, nel corso
di differenti epoche, i governi argentini e i suoi esponenti
provare a esercitare una forma di controllo sulla principale
attrazione culturale a disposizione del popolo per sfruttare, pur
senza controprove circa l’esito finale, l’universalità del suo
linguaggio come strumento di consenso sociale. Tentativi di
recente consegnati alla storia dal Mondiale del 2002 successivo
154
all’Argentinazo e anche da Fútbol para Todos, la
democratizzazione della fruizione calcistica sotto il governo di
Cristina Fernández de Kirchner. Due casi comunque di
dimensioni inferiori rispetto alla vergognosa pagina scritta nel
1978, quando la vittoria casalinga dell’Argentina fu macchiata
dagli orrori commessi dalla dittatura di Jorge Videla e dalla
creazione di una vastissima operazione di propaganda con
l’obiettivo di accrescere la credibilità internazionale del Paese,
mentre di nascosto negli oscuri lager si consumava il dramma
dei desaparecidos. Sottolineiamo comunque che trattasi
appunto di tentativi dal momento che, da un punto di vista
scientifico, la relazione di causa-effetto tra trionfo sportivo e
successo politico resta difficilmente dimostrabile a livello
empirico, eccezion fatta per il versante legato alla conquista di
una popolarità pubblica.
Tracciato il quadro più generale del calcio in Argentina
come fenomeno storico, culturale e sociale, i capitoli successivi
del lavoro di tesi sono stati dedicati al sistema mediale, in cui
lo sport per eccellenza del popolo sudamericano negli ultimi
anni ha conosciuto un’incredibile proliferazione fino alla
creazione di un vero e proprio monopolio tematico. L’analisi si
155
è concentrata in particolare sul racconto del fútbol all’interno
del sistema radiotelevisivo, ripercorrendone le principali tappe
da un punto di vista storiografico. Un lavoro che è servito
anche a introdurre la spaccatura interna al Paese riguardante
l’intricata questione dei diritti televisivi, riassunta nella lotta di
parte dei professionisti dell’informazione al modello
monopolistico a beneficio delle grandi imprese multimediali.
Una contrapposizione strettamente legata anche al punto
centrale della nostra investigazione che, attraverso le figure di
Marcelo Araujo e Victor Hugo Morales, ha confrontato il
relato iscritto nei formati della spettacolarizzazione televisiva
con quello radiofonico di matrice letteraria. Cultura, quella del
racconto calcistico, che nasce proprio in Argentina già agli
inizi degli anni Venti. Per tracciare i tratti principali della loro
differenziazione è possibile passare per la centralità della
parola: da una parte la capacità evocativa di quella radiofonica,
in grado di guidare l’immaginazione dell’ascoltatore
rispondendo al suo bisogno di oralità attraverso il racconto
oracolare di un testimone privilegiato; dall’altra l’abbondanza
di quella televisiva che sovrasta l’immagine inserendo la partita
di calcio all’interno di un flusso di comunicazione
156
caratterizzato dalla progressiva ascesa della verbalità che
conquista anche gli spazi televisivi delle fasi pre e post
agonistiche. Nasce così sul piccolo schermo un vero e proprio
format omnibus che, racchiudendo diversi generi, trova nella
pluralità di voci il suo file conduttore. Scenario che si riflette
anche nel racconto della partita, sempre più corale grazie al
crescente protagonismo di commentatori, bordocampisti e
opinionisti dei salotti televisivi. Modello, questo, lontano dalla
radio in cui il relator mantiene una certa unicità come forma di
complemento dello spettacolo. La polarizzazione passa
ovviamente anche per lo stile della narrazione. Negli ultimi
anni in ambito televisivo, come abbiamo avuto modo di
osservare analizzando la parabola professionale di Araujo, si è
affermato un tipo di telecronaca fortemente spettacolarizzata
mediante il ricorso a un registro informale, a continui
innalzamenti del tono di voce e a un modello di racconto
particolarmente enfatizzato. Uno schema in Argentina nato in
origine per emergere all’interno di un contesto dalla radicata
cultura radiofonica e diventato oggi prassi comune con la
conseguenza di rendere i relatores televisivi eccessivamente
partecipativi. Con l’obiettivo di produrre una sorta di marchio
157
registrato, di conquistare popolarità attraverso la creazione di
un personaggio, in molti vengono meno al compito originario
di accompagnamento alle immagini con continue intromissioni
sullo svolgimento dell’evento sportivo.
Chiudiamo dedicando le ultime righe al relato radiofonico,
che del contesto sudamericano, e rioplatense in particolare,
rappresenta il vero elemento di unicità. Erede della scuola
uruguaiana di Carlos Solé e con una patina di recitazione
retaggio dell’incredibile fenomeno del radiodramma della
prima metà del Novecento, negli anni ha trovato nella
musicalità della lingua e nella componente latina della passione
gli elementi di forza per un racconto del fútbol altamente
emozionale. In questo momento storico, dopo la fase d’oro
vissuta grazie a una figura senza precedenti come Victor Hugo
Morales, i tempi sono tuttavia più duri: la televisione conquista
i suoi spazi, le imprese investono meno nelle sue trasmissioni e
i grandi eventi sportivi non vengono più associati alle voci dei
suoi narratori. Parabola diversa rispetto al contesto
radiotelevisivo italiano in cui, già dagli anni Cinquanta, il
servizio pubblico ha avuto un fortissimo ruolo nel garantire la
fruizione dello sport, trovando in Tutto il calcio minuto per
158
minuto e nella sua capacità di attraversare generazioni oltre che
di resistere ai cambiamenti il programma più longevo di tutto
l’etere. In Argentina la dura lotta per la sopravvivenza contro
un sistema monopolistico e privato dell’informazione continua
a giocarsi invece su base giornaliera, ma dopo quasi un secolo
di vita la magia non si estingue. La radio non può restare senza
calcio, il calcio non può vivere senza radio.

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