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Voci di Clio
Fonti e studi per l’età moderna

Collana diretta da
Gian Paolo Brizzi

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Maria Lucia De Nicolò

Microcosmi mediterranei
Le comunità dei pescatori
nell’età moderna
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© 2004 by CLUEB
Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna

Tutti i diritti sono riservati. Questo volume è protetto da copyright. Nessuna


parte di questo libro può essere riprodotta in ogni forma e con ogni mezzo, in-
clusa la fotocopia e la copia su supporti magnetico-ottici senza il consenso
scritto dei detentori dei diritti.

De Nicolò, Maria Lucia


Microcosmi mediterranei. Le comunità dei pescatori nell’età moderna / Maria Lucia De Nicolò. – Bologna :
CLUEB, 2004
367 p. ; 24 cm.
(Voci di Clio. Fonti e studi per l’età moderna / collana diretta da Gian Paolo Brizzi ; 1)
ISBN 88-491-2303-5

In copertina: La partenza dei pescatori dell’Adriatico, 1834.


Incisione acquerellata di Joubert da un dipinto di Leopold Robert (1794-1835). Coll. privata.

CLUEB
Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna
40126 Bologna - Via Marsala 31
Tel. 051 220736 - Fax 051 237758
www.clueb.com
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Ad Alberto Tenenti
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Ringraziamenti

La ricerca che prende corpo in queste pagine era stata già presa in esame da Alberto
Tenenti che ne aveva caldeggiato la pubblicazione nonostante la mia intenzione di
proseguire ancora nello scavo archivistico per approfondire la conoscenza dell’orga-
nizzazione della società peschereccia e della strutturazione dell’impresa produttiva.
Oggi quel lavoro, in cui ho cercato di mettere a frutto i non pochi suggerimenti del
prof. Tenenti, con ritocchi ed aggiunte apportati grazie all’acquisizione di altre fonti,
finalmente si dà alle stampe.
Rimango profondamente legata al ricordo del prof. Tenenti e gli sono assai grata
per il tempo che mi ha dedicato, per le critiche fruttuose, per i tanti stimoli culturali
che mi ha trasmesso. Per questo, e non solo, a Lui dedico il libro.

Devo poi un doveroso ringraziamento a Gian Paolo Brizzi ed Angelo Turchini,


che hanno seguito la pubblicazione di questo studio spronandomi in varie occasioni
con puntuali consigli.
Una particolare riconoscenza ho anche verso Cesare Maria Moschetti, che mi ha
guidata nel difficile campo del diritto marittimo.
Un grazie speciale va invece a mio marito, Attilio Filippini, che ha condiviso con
me le gioie e i dolori della ricerca, sostenendomi e seguendone, passo dopo passo,
tutta la costruzione.
Per il recupero delle fonti, bibliografiche ed archivistiche sono molte le persone
che mi hanno prestato il loro prezioso e disinteressato aiuto. In particolare vorrei
ringraziare Franca Assante, Armando Belli, Graziella Berretta, Giuseppina Boiani
Tombari, Marino Budicin, Antonio Carile, Gabriele Cavezzi, Dubravka Dujmovic,
Luciana Gatti, Paola Lanaro, Giovanni Radossi, Biagio Salvemini, Giovanni Santi
Mazzini, Ugo Tucci, Erasmo Vaudo.
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INDICE

Introduzione ........................................................................................................ 11

I. La pesca nei porti e scali del medio Adriatico

Capitolo 1. Dalle acque interne al mare ............................................................... 25


Capitolo 2. Statuti, dazi, imposte sul prodotto ittico ............................................ 37

II. Tecniche di pesca e tipi navali. Tra invenzioni e nuove maniere di pescare

Capitolo 1. La pesca costiera ................................................................................ 99


Capitolo 2. La pesca “a bragoccio” ....................................................................... 109
Capitolo 3. La pesca “a tartana”: dal Golfo del Leone al Golfo di Venezia ......... 117
Capitolo 4. Le unità navali per la pesca a strascico. Tartane, tartanoni e trabac-
coli del Sei-Settecento ...................................................................................... 133
Capitolo 5. La pesca a coppia: paranze, gaetane, coccie, parejas del bou, aux boeufs 141
Capitolo 6. La pesca “a pelago” ............................................................................ 165

III. Le comunità dei pescatori vaganti. Risorse, emigrazioni, conflitti

Premessa ............................................................................................................... 175


Capitolo 1. I pescatori del Dogado: dalla laguna alla pesca d’altura .................... 177
1.1 Chioggiotti ................................................................................................ 177
1.2 Nicolotti e Buranelli ................................................................................. 187
Capitolo 2. I pescatori delle isole dalmate: “Lissani”, “Lesignani”, “Lagostani” .. 203
Capitolo 3. Il “volo” dei pescatori di Gaeta .......................................................... 211
Capitolo 4. Conservazione della risorsa, rifiuto dell’innovazione tecnica: i pe-
scatori di Cetara contro gli instrumenta gallica .............................................. 217
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Capitolo 5. Contese e rivalità nell’alto Adriatico del Settecento: Chioggiotti e


Istriani ............................................................................................................. 225
Capitolo 6. L’“emigrazione marittima” di Pugliesi e Rovignesi in acque pontifi-
cie: “paranze napolitane” e “brazzere sardellanti” ........................................... 229

IV. Le tecniche di conservazione del pesce fresco

Capitolo 1. Ghiacciaie, neviere, conserve, commercio della neve ........................ 235

V. Stile, usanza e consuetudine della marineria

Capitolo 1. Marineria, marinaritia, marinarezza ................................................. 249


Capitolo 2. La partizione degli utili nell’impresa di pesca e di commercio .......... 251
Capitolo 3. Paroni, pescatori, parcenevoli ........................................................... 261
3.1 La paronìa ................................................................................................ 261
3.2 L’equipaggio e la difesa del posto di lavoro ............................................ 265
3.3 I parcenevoli e il monopolio del mercato ................................................ 273
3.4 Tra consuetudine e diritto: “musìna”, “muséna”, “muccigna” .............. 281

VI. Finanziamento e rischio dell’impresa di pesca

Capitolo 1. Il mutuo per la pesca. Da un formulario notarile del XIV secolo alle
riforme del cardinal De Luca .......................................................................... 291
Capitolo 2. Forme di prestito tra Sei e Settecento: il creditum super cymba ...... 295

VII. Politica e economia della pesca nell’età delle riforme

Capitolo 1. Regno di Napoli, Repubblica di Venezia, Stato pontificio ................. 307

Bibliografia .......................................................................................................... 331

Indice delle illustrazioni ..................................................................................... 351


Indice dei nomi ................................................................................................... 353
Indice dei luoghi .................................................................................................. 361
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Abbreviazioni

ASAncona Archivio di stato Ancona


ASCAn Archivio storico comunale Ancona
NS Notarile Senigallia
ASAscoli Archivio di stato Ascoli Piceno
NG Notarile di Grottammare
ASCesena Archivio di stato Cesena
ASCCe Archivio storico comunale Cesena
ASFano Archivio di stato di Pesaro, sezione di Fano
ASCFa Archivio storico comunale Fano
NFa Notarile Fano
ASFermo Archivio di stato di Ascoli Piceno, sezione di Fermo
ASCFe Archivio storico comunale Fermo
BCFermo Biblioteca comunale Fermo
ASFirenze Archivio di stato Firenze
ASForlì Archivio di stato Forlì
ASGrosseto Archivio di stato di Grosseto
ASNapoli Archivio di stato Napoli
ASPesaro Archivio di stato Pesaro
ASCP Archivio storico comunale Pesaro
NP Notarile Pesaro
ASRoma Archivio di stato Roma
ASRimini Archivio di stato Rimini
ASCR Archivio storico comunale Rimini
NR Notarile Rimini
ASVaticano Archivio segreto Vaticano
ASVenezia Archivio di stato Venezia
NC Notarile Chioggia
BCBAncona Biblioteca comunale Benincasa Ancona
BCSenigallia Biblioteca comunale Senigallia
ASCS Archivio storico comunale Senigallia
BGRimini Biblioteca Gambalunga Rimini
BOPesaro Biblioteca Oliveriana Pesaro
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Introduzione

“Per il poco conto che si fa del pesce e per conseguente del pescare, i nomi
antichi de’ pesci in tutto sono mancati, perciocché i nostri pescano studiosa-
mente e a gara solo in primavera e non pigliano perciò di tutte le sorte pesci;
conciosia che i pesci col variar dei tempi hora vanno attorno, e hora cercano
i ripostigli per nascondersi, né si possono pigliare, se non a certi tempi alter-
nativi”.
Queste le considerazioni apposte da Paolo Giovio nelle pagine introdutti-
ve del suo trattatello sui pesci “del mar Tirreno, dei fiumi e laghi d’Italia, de’
quali si apparecchiano in Roma buoni bocconi” dato alle stampe nel 1523
(De romanis piscibus edito nella traduzione in volgare di Carlo Zancaruolo
con il titolo De’ pesci romani nel 1560), in cui si lamenta una sorta di regres-
sione delle arti della pesca imputabile alla perdita del patrimonio conoscitivo
delle specie e con esso delle tecniche di cattura, individuandone la causa nel
mutato atteggiamento culturale nei confronti dell’alimento ittico rispetto a
quanto succedeva invece nell’antichità classica1.
Giovio denuncia una sorta di disgusto verso il pesce per la carica peniten-
ziale posta sul cibo cosiddetto “di magro” dalla religione e di qui il desiderio
di consumarne il meno possibile e solo se costretti. A differenza dei Greci e
dei Romani sulla mensa dei quali il pesce figurava in abbondanza in ogni pe-
riodo dell’anno, nei secoli a seguire e ancora nel primo Cinquecento il pesce
non si mangia “se non sforzati da legge”, dunque controvoglia, “con solen-
nissimo sacrificio … di maniera che, se gli animi fossero sciolti dalla religio-
ne, i golosi non mangiarebbero mai pesce, ma desidererebbero in cambio di
muli, orate, e spigole, fagiani e capponi”. Ecco dunque un buon motivo per
giustificare il fatto che “molti stromenti poi dell’arte del pescare sono man-
cati” e con essi “le regole delle loro fatture”.

1
Sull’argomento vd. M.L. De Nicolò, Mangiar pesce nell’età moderna. Diritto di pesca,
produzione, conservazione, consumo,Fano 2004, in particolare pp. 79-84.
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Il giudizio espresso da Giovio, in linea di massima condivisibile, non può


comunque essere esteso a tutto il Mediterraneo. Lungo alcuni litorali con-
traddistinti da particolari condizioni geografiche e ambientali si matura un
particolare “senso del mare”, per usare un’espressione di Alberto Tenenti,
che si riflette in un rapporto simbiotico con le acque e con le creature mari-
ne, stretto e articolato nel tempo, che va a modulare sul lungo periodo tutta
la vita della collettività ivi insediata, con implicazioni che si riflettono anche
nella cultura alimentare e in particolare sul consumo di pesce.
Una situazione anfibia, quella delle società lagunari, con una dimensione
marittima predominante che spiega la loro capacità di adattarsi e di imporsi
con prontezza nei momenti di congiuntura delle arti alieutiche e di farsi sotto
molti aspetti motori trainanti di mutamenti epocali. Un “dominio innanzitut-
to psicologico” del mare ed una superiorità guadagnati grazie a tutta una se-
rie di conquiste quali la convergenza delle energie collettive alla tutela dell’ha-
bitat naturale, l’acquisita conoscenza del ciclo biologico della fauna ittica, la
messa a punto di efficaci mezzi tecnici di cattura, ma anche di ripopolamento,
perseguite caparbiamente per secoli attraverso generazioni di pescatori, fanno
insomma di alcune comunità rivierasche i centri ispiratori e di irradiamento
della cultura marittima orientata allo sfruttamento delle risorse marine.
Le lagune, le valli, gli stagni costieri fungono infatti da condensatore di
esperienze molteplici che partono dalla conoscenza dell’ambiente e dall’os-
servazione dei comportamenti delle varie specie ittiche e delle loro peregri-
nazioni stagionali finalizzate inizialmente ad una pesca di mera sussistenza,
per poi configurarsi in particolari momenti storici in una sorta di laboratorio
di innovazioni tecnologiche per la graduale conquista del mare aperto. Sono
da accreditare ai pescatori vallivi di Catalogna, della Provenza e a quelli delle
lagune venete le invenzioni tecniche e gli investimenti nel settore che in forza
anche di una favorevole congiuntura nel Settecento immettono finalmente
anche la pesca marittima fra le voci di un’economia di mercato degna dell’at-
tenzione dei governi. In forza della sperimentazione plurisecolare di alcuni
sistemi di cattura, di una trasmissione del sapere di lunghissima durata e sul-
l’onda di sollecitazioni esterne prima assenti, nei secoli dell’età moderna si
avvia infatti un processo di trasformazione e di perfezionamento delle tecni-
che venatorie tradizionali per l’intraprendenza di alcuni gruppi di pescatori,
intenzionati a potenziare la loro capacità produttiva con il trasferimento del-
le proprie strumentazioni dalle acque costiere a quelle d’altura. In sostanza
si passa dalla pesca solitaria di poche unità isolate ad una pesca più organiz-
zata che necessita oltreché di barche e attrezzi, di uomini ben preparati e di
capitali, in sintesi di una marineria ben strutturata, alla stregua delle compa-
gini marittime già da tempo operanti nell’Atlantico, frutto organico di uno
sviluppo collettivo.
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In questa trattazione non sono state prese in esame le pesche specialisti-


che (tonno, pesce spada, corallo, spugne) con programmazioni lavorative e
tecniche plurisecolari che si mantengono nel tempo, pur nella specificità di
comportamenti delle varie aree geografiche, ma si è prestata attenzione
esclusivamente alla formazione delle marinerie da pesca in relazione all’au-
mento della domanda di pesce e alla crescita del mercato per il prodotto fre-
sco riscontrabile appunto nei secoli dell’età moderna.
Con tutta probabilità è infatti l’accresciuta domanda di pesce che si regi-
stra a partire dalla seconda metà del Cinquecento a spingere i pescatori degli
stagni costieri della Provenza, dell’Albufera di Valenza, delle lagune venete
all’ideazione di “nuove maniere di pescare”. Vuoi per l’incremento demo-
grafico che si registra in tutta Europa, vuoi per l’aumentata richiesta di pesce
per i giorni di astinenza nel rispetto del nuovo calendario alimentare dettato
dalla Chiesa post-tridentina, le comunità già forti delle proprie “economie
d’acqua” tendono a rendersi più competitive e a trasferire il loro lavoro al
largo, adattando le strumentazioni già positivamente impiegate nelle acque
vallive e sotto costa, alle diverse condizioni meteorologiche e del moto ondo-
so del mare aperto con l’apporto di migliorie tecnologiche e di originali ac-
corgimenti.
Va comunque preso atto che qualsiasi invenzione, per essere accettata, at-
tecchire e poi diffondersi come in una reazione a catena in altri spazi, neces-
sita di determinate e favorevoli condizioni e di particolari congiunture, così
come i cambiamenti economico-sociali. Nel caso delle lagune rimane esem-
plare il caso della popolazione di Chioggia che, votata precipuamente fin dal
medioevo ad una navigazione mercantile minore di sostegno a quella di Ve-
nezia, con l’aggravarsi della crisi dell’emporio della Serenissima, rinsalda la
propria identità a cominciare dal rapporto con il mare, dimostrandosi capa-
ce di reinterpretare le proprie professionalità e la dimestichezza (“continuo
moto”) della sua flottiglia a “tesser le acque”, sostituendo nel corso del Sei-
cento all’antica attività di traffico su cui era imperniata l’economia della cit-
tà, quella di produzione con il trasferimento dell’abilità piscatoria consolida-
ta negli specchi costieri all’“aratura” del mare aperto.
Si guadagna dunque finalmente l’alto mare nonostante la persistenza di
tutta una serie di difficoltà ancora non risolte, non ultima la minaccia dei
corsari. Il Mediterraneo di questi secoli non offre mai per lunghi periodi, e
neanche ampie zone, in cui se ne possono solcare le acque senza incorrere in
agguati o insidie, anche al di fuori dei momenti di vero e proprio conflitto.
La mentalità collettiva riconosceva nel mare un concentrato di negatività, di
qui la riluttanza ad allontanarsi troppo dalla linea di riva, sia per il radicato
sentimento di paura verso l’elemento, sia per il sempre incombente pericu-
lum gentis. Una volta perso il contatto visivo con la terra si entra nella di-
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mensione dell’incerto, nel “dominio dell’informe”: “il mare è il luogo della


rottura degli equilibri e delle stabilità, la perenne negazione o almeno la ri-
corrente insidia a quelle sicurezze che porta più o meno consapevolmente un
essere abituato a terra”2. Forse anche per questo motivo, al di là di particola-
ri eccezioni, fino a tutto il Cinquecento le pratiche piscatorie si svolgono
pressoché esclusivamente lungo i litorali. Le acque costiere perciò risultano
necessariamente monitorate con un accesso regolamentato dagli statuti co-
munali al fine di scongiurare situazioni di sovraffollamento ed il depaupera-
mento delle riserve. La ristrettezza dei campi acquei in cui dar pratica ai pe-
scatori obbliga infatti le autorità di molte località rivierasche, quali ad esem-
pio Noli, Gaeta, Lissa, ad una ripartizione equa delle zone operative con un
sistema di turni a rotazione che dispone un utilizzo nominativo a tempo de-
terminato delle diverse “poste” individuabili nelle rispettive giurisdizioni, as-
segnate per graduatoria. Si assiste insomma ad una sorta di “gara”, come
precisa del resto anche Giovio, che se da un lato preclude una libera pesca,
limitata peraltro ai tempi della buona stagione, dall’altro tende a scongiurare
l’insorgenza di possibili controversie.
Conflitti fra pescatori si accendono però anche quando i gruppi più intra-
prendenti si avventurano al di fuori degli ambiti geografici di appartenenza,
invadendo gli spazi territoriali di altre comunità con emigrazioni marittime
stagionali all’inseguimento della preda e per il raggiungimento dei banchi di
pesce a medio mare e in altura. Se da un lato gli spostamenti delle flottiglie
pescherecce maggiormente evolute alimentano preoccupazioni di tipo prote-
zionistico, dall’altro contribuiscono a volte a sopperire meglio all’approvvi-
gionamento dei mercati delle città portuali mancanti di pescatori di mestie-
re. L’osservazione poi della superiorità tecnologica di strumentazioni diffe-
renti rispetto a quelle normalmente in uso, dà spunto ai pescatori locali per
cimentarsi in strategie di pesca alternative attraverso un’emulazione persona-
lizzata delle pratiche “forestiere” che permette loro di azzardare anche il sal-
to di qualità. Proprio in virtù di questi contatti si evidenziano due importan-
ti momenti di svolta nella storia delle attività alieutiche del mare interno.
Il processo evolutivo di due differenti “maniere di pescare”, che vanno a
caratterizzare i corrispettivi periodi storici che ne vedono la diffusione, per-
mette di definire una periodizzazione nella storia della pesca nel Mediterra-
neo, in quanto la loro affermazione non investe un limitato ambito geografi-
co, ma spazia dal settore occidentale a quello orientale comportando un ra-
pido e radicale stravolgimento di secolari sistemi di pesca, con implicazioni

2
A. Tenenti, Venezia e il senso del mare. Storia di un prisma culturale dal XIII al XVIII se-
colo, Napoli 1999, p. 173.
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estremamente importanti non solo sul piano organizzativo dell’impresa ma-


rittima, ma anche sotto l’aspetto della produzione, volta non solo al consu-
mo interno delle varie compagini statali, ma anche all’esportazione. L’intro-
duzione di una metodologia venatoria in grado di amplificare in maniera
considerevole il volume del pescato rende peraltro obbligatorio da parte di
tutte le comunità orientate verso un’economia di produzione l’adeguamento
delle flottiglie alle nuove strumentazioni di navigazione e di pesca, in modo
da poter tenere il passo e riuscire a reggere la concorrenza.
La ricerca sulle comunità costiere adriatiche ha posto in netta evidenza il
fenomeno, rilevabile come una vera “rivoluzione piscatoria” scandita da due
fasi distinte: la prima, a partire dall’inizio del Seicento è caratterizzata dal
decollo e successiva affermazione della pesca “a tartana”; la seconda, che si
impone prepotentemente nella seconda metà del Settecento, è invece imper-
niata sulla pesca “a coppia”3, una tecnica che consente un vistoso sviluppo
mercantile nel commercio del prodotto fresco e si mantiene sostanzialmente
inalterata fino al tramonto della propulsione velica.
La tecnica cosiddetta “a tartana”, d’invenzione francese o catalana, si tra-
duce in una particolare maniera di navigare che implica un complesso di ac-
corgimenti nello scafo e l’adozione della vela latina con il supporto di velette
aggiuntive per facilitare il traino di una rete definita con lo stesso termine
tartana. Il litorale adriatico pontificio si è rivelato un interessante osservato-
rio soprattutto per la messa a fuoco del processo di assimilazione della tecni-
ca. Il monitoraggio di alcune località romagnole e marchigiane infatti ha per-
messo di seguire le tappe del mutamento, peraltro estremamente rapido.
L’arrivo in Adriatico di tartane provenzali e con esse del nuovo metodo di
pesca, provoca nel giro di un lustro la completa sostituzione di barche e
strumenti ed il definitivo abbandono del precedente sistema venatorio cosid-
detto “a bragoccio” (in qualche modo antesignano della pesca “a coppia”),
esercitato con due piccole barche a poca distanza dalla riva e con rese asso-
lutamente inferiori rispetto alla “tartana”. La classe dei pescatori si mostra
molto duttile ad accogliere e a metabolizzare l’idea innovativa, dando peral-
tro anche prova di sapervi apportare modifiche funzionali alle diverse esi-
genze maturate dai singoli nell’esercizio della professione.
L’adozione su larga scala della pesca “a coppia”, che trova i primi consensi
nel Mediterraneo occidentale per diffondersi poi ai bacini contermini fino a

3
Su queste tecniche periodizzanti vd. M.L. De Nicolò, La pesca in Adriatico tra Sei e Set-
tecento. Innovazioni tecniche e sbocchi commerciali in La pesca in Italia tra età moderna e con-
temporanea. Produzione, mercato, consumo, a cura di G. Doneddu, Atti del convegno Alghe-
ro-Cabras, 7-9 dicembre 2001, in corso di stampa.
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risalire nel golfo di Venezia ed affermarsi definitivamente nell’ultimo venten-


nio del Settecento, appare invece più problematica. Mentre la diffusione della
pesca “a tartana” non crea riguardo all’invasione degli spazi territoriali grossi
problemi, fatta eccezione per il caso di Cetara, l’arrivo della pesca “a coppia”,
per l’impatto distruttivo sui fondali che le viene attribuito, scatena una inizia-
le opposizione, sia da parte della categoria che da parte delle varie autorità
statali, costrette ad emanare tutta una serie di divieti di pesca e, riconoscen-
dosene però la remuneratività, anche a concepire licenze occasionali con pos-
sibilità di accesso solo alle zone con fondali molto profondi o magari una li-
beralizzazione pilotata limitando l’esercizio a flottiglie a numero chiuso.
La trasformazione del settore implica l’allestimento di nuove imbarcazio-
ni, modificate negli scafi e nella velatura rispetto ai precedenti tipi navali,
l’utilizzo di reti anch’esse ridimensionate nella tessitura e nella larghezza del-
le maglie, l’adozione di tecniche di navigazione fino a quel momento non an-
cora sperimentate, l’organizzazione sociale dell’impresa di pesca con la defi-
nizione di precise specificità lavorative fra i membri dell’equipaggio sia a
bordo che a terra, la costruzione di particolari strutture edilizie, le conserve
o ghiacciaie per il mantenimento del pesce fresco, la creazione di una effi-
ciente rete distributiva con la mediazione di un corpo di spedizionieri e di
corrispondenti impegnati in continui spostamenti pendolari fra i porti di
sbarco e le città dell’interno. A livello di comunità marittime, per quanto ri-
guarda l’Adriatico, particolarmente dinamici si dimostrano i centri costieri
della Romagna dove si avvia fin da subito l’edificazione di un considerevole
numero di conserve per l’accumulo di ghiaccio e neve per una pronta quan-
to efficace “mercantilizzazione” del pesce fresco, favorita d’altro canto da un
entroterra piuttosto popoloso e soprattutto ben servito da una rete viaria re-
gionale imperniata sulla via Emilia ed i suoi numerosi diverticoli stradali.
I tangibili progressi delle arti della pesca stimolano anche gli investimenti
nel settore da parte di categorie estranee all’ambiente, attirate da forme con-
trattuali che prevedono rischi d’impresa molto bassi per il prestatore. L’au-
mento della produzione e la crescita delle marinerie non giova però a scalza-
re dallo stato di povertà la classe dei pescatori, qualificati già da Plauto come
“famelica hominum natio”, che rimangono relegati dall’osservanza di “usi e
consuetudini” antichi in una situazione di sudditanza nei confronti dei pa-
droni di barca, dei rivenditori di pesce e dei prestatori di denaro assai diffi-
cilmente riscattabile, che troverà soluzione molto più tardi, nel Novecento.
È dalla fine del Cinquecento dunque che si avvia la trasformazione del
commercio ittico che porta nel giro di due secoli al ribaltamento dei tradi-
zionali traffici di pesce e con essi dei consumi impostatisi nell’età medievale,
con il progressivo sviluppo dello smercio, anche sulle lunghe distanze, del
prodotto fresco a discapito del pesce conservato.
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Un eloquente quadro delle zone di produzione e delle direttrici del merca-


to del pesce mediterraneo prima della rivoluzione delle arti alieutiche e del-
l’aumento produttivo del Sei-Settecento, è offerto dal recente studio di Ugo
Tucci sull’economia delle Isole Ionie che, come luogo campione anche per la
loro posizione baricentrica nel mare interno, permettono di mettere a fuoco
appunto, nella prima metà del secolo XVI, l’importanza delle forniture ittiche
ancora interamente basate però sull’importazione del prodotto conservato:
Il pesce conservato è uno dei prodotti di maggiore circolazione, sia per la facilità
con cui si trasporta anche a largo raggio, sia per la grande estensione del consu-
mo che se ne fa in relazione al calendario ecclesiastico. A Corfù, a Candia e in
tutta la Grecia giungono palamite salate da Pirano, dove vengono preparate nel
mese di aprile; a Corfù arrivano da Venezia e da Comacchio, a metà novembre,
per l’Avvento, anguille salate e buratelli; sempre da Venezia gamberetti cotti in
aceto e sarde di Schiavonia; quindici giorni prima della quaresima, dalla Dalma-
zia, dentici e orade in gelatina (in zeladia), che si mangiano per carnevale; da Ta-
ranto orade grosse e da Ragusa pesci in gelatina e, per quaresima, da Costantino-
poli e da Scio caviali, morone e schienali4.

Tutti generi ittici, questi, ampiamente documentati nei trattati di merca-


tura medievali, ad ulteriore conferma del peso rivestito nel commercio dal
pesce, ma unicamente per le specie passibili di una trasformazione conser-
viera capace di garantirne trasporti a largo raggio.
Sono molti i temi che attendono ancora una adeguata trattazione e peral-
tro anche le stesse problematiche avanzate in questa sede necessitano di ulte-
riori indagini ed approfondimenti. D’altra parte fino ad oggi lo studio delle
marinerie ed in particolare la storia delle attività marittime di produzione
non hanno goduto da parte degli storici di un particolare interesse e rimane
ancora valida la critica avanzata a riguardo dieci anni orsono da Antonio Ca-
rile: “L’attenzione per i fenomeni agrari e la considerazione del mare come
area di scontro navale o come palcoscenico del grande commercio interna-
zionale, su cui è stata costruita la fortuna delle città marinare italiane, ha
messo a fuoco i grandi processi della vita economica ma non si è occupata
dei processi capillari della produzione ittica e del suo smercio vale a dire
quella microfunzionalità economica che intesse la vita quotidiana ed ha rilie-
vo pratico non inferiore alle vicende delle merci di alto valore aggiunto”5.

4
U. Tucci, Le Isole Ionie e la metrologia commerciale del Mediterraneo centro-orientale, in
Il Mediterraneo centro-orientale tra vecchie e nuove egemonie, a cura di M. Costantini, Roma
1998, pp. 192-193.
5
A. Carile, Le corporazioni dei pescivendoli e dei pescatori a Costantinopoli nel X secolo, in
“Incontro internazionale nel 1050° anniversario della Carta piscatoria ravennate”, Ravenna
1994, p. 18.
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I.

La pesca nei porti e scali


del medio Adriatico
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Capitolo 1

Dalle acque interne al mare

Il pesce, particolarmente quello d’acqua dolce, rappresentò nel medioevo un


genere di sussistenza di grande importanza.1 Laghi, fiumi, ruscelli, aree valli-
ve, ma anche stagni e “bottacci” in prossimità di mulini erano serbatoi natu-
rali che fornivano pesce in abbondanza e consentivano indubbiamente an-
che di pianificarne i prelievi. In questi secoli il “pesce marino”, almeno nelle
regioni che gravitano sul Mediterraneo non riscuote invece l’attenzione che
pur meriterebbe, rimanendo ben lungi dal figurare come un alimento di
massa2. Per quanto riguarda la regolamentazione delle attività piscatorie in
mare e nelle acque interne e la conseguente commercializzazione del prodot-
to, gli statuti cittadini documentano molto chiaramente la rilevanza detenuta
dai generi ittici nel panorama dei consumi alimentari. L’attenzione degli or-
gani amministrativi dei più importanti agglomerati urbani, così come di
quelli di consistenza demografica minore, era diretta soprattutto a salvaguar-
dare la continuità produttiva delle acque preservando gli specchi d’acqua da
possibili operazioni inquinanti e a limitare le attività piscatorie con un con-
trollo rigoroso della liceità dei sistemi di cattura vietando l’utilizzo di “inge-

1
Vedi a proposito G. Mira, La pesca nel Medioevo nelle acque interne italiane, Milano
1937; M. Montanari, L’alimentazione contadina nell’alto Medioevo, Napoli 1979, pp. 277-295:
A.M. Nada Patrone, Il cibo del ricco e il cibo del povero. Contributo alla storia qualitativa del-
l’alimentazione. L’area pedemontana negli ultimi secoli del Medio Evo, Torino 1981, pp. 317-
341. La propensione per il pesce d’acqua dolce non rappresenta comunque un caso solo ita-
liano, ma si allarga anche ad altri contesti geografici. “En fait, au Moyen Age, savants et intel-
lectuels comme Raban Maur, Isidor de Séville, Hildegarde de Bingen provaient citer de tren-
te à quarante espèces différents de poissons, la plupart d’eau douce”, vd. J.C. Hocquet, Pois-
son du riche et hareng du commun, in M. Mollat, a cura, Histoire des pêches maritimes en
France, Toulouse 1987, p. 46.
2
A.I. Pini, Pesce, pescivendoli e mercanti di pesce in Bologna medievale, in “Il Carrobbio”,
I (1975), p. 330; A. Lanconelli, La pesca nelle acque interne: fiumi e laghi, in Pesca e pescatori
dal tardo medioevo alla prima età moderna, a cura di D. Balestrieri e P. Pasini, Milano 2001,
p. 9.
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gni” ritenuti dannosi per la riproduzione del pesce. Le lungimiranti preoccu-


pazioni dei pubblici amministratori però non erano direttamente finalizzate
al mantenimento dell’ecosistema, ma piuttosto ad assicurare l’approvvigio-
namento di pesce per le città e per i maggiori centri abitati. I divieti di espor-
tazione che troviamo inseriti nella legislazione statutaria debbono appunto
essere letti come misure protezionistiche a favore dei consumatori locali3, co-
sì come i tentativi di eliminare gli intermediari nella vendita del prodotto itti-
co vanno intesi come misure adottate per calmierare i prezzi4. Lo stesso ob-
bligo fatto ai pescivendoli di concentrare per la vendita l’intero prodotto in
luoghi prestabiliti, piazze, vie o piscarie, era dettato dalla medesima esigenza,
in quanto doveva facilitare ispezioni e controlli da parte delle autorità citta-
dine5. Questa prassi è riscontrabile un po’ ovunque, ad eccezione però della
città di Roma, dove si constata invece l’esistenza di normative per certi versi
in controtendenza, dal momento che le disposizioni legislative degli Statuta
Urbis in merito alla pesca e al commercio ittico, prevedono addirittura una
liberalizzazione sia delle attività alieutiche (“quilibet civis Romanus et de
eius districtus possit libere piscari in cursu fluminis et mari et in aliis quibu-
scumque locis”), sia della conseguente commercializzazione del prodotto6.
La vendita all’ingrosso (coctigium)7, se si esclude l’ordine di concentrarla “in
foro publico” nel giorno di sabato, non soggiaceva ad alcuna restrizione,
(“quod coctigium piscium et emptio de die et de nocte fieri possit ubicum-
que”), mentre per i venditori al dettaglio l’unico vincolo risultava il paga-
mento dell’affitto dei banchi sui quali veniva esposta la merce. L’assenza di
interventi legislativi in materia di pesca sembrerebbe verosimilmente da im-
putarsi alla grande disponibilità cittadina di generi ittici reperibili dal Teve-
re, le cui acque erano riconosciute altamente prolifiche e redditizie, e al con-
tempo, data l’estrema vicinanza, anche dal mar Tirreno. A differenza di altri

3
Mira, La pesca nel Medioevo cit., pp. 44-55.
4
Ivi, pp. 72-76; I capitolari delle Arti sottoposte alla Giustizia e poi alla Giustizia Vecchia, a
cura di G. Monticolo, Roma 1896, vol. I, Capitulare de piscatoribus, pp. 59-60, 199; A. Lanco-
nelli, Gli “Statuta pescivendulorum Urbis” (1405). Note sul commercio del pesce a Roma fra
XIV e XV secolo, in “Archivio della società romana di storia patria”, CVIII (1985), p. 91.
5
Mira, La pesca nel Medioevo cit., pp. 72-73.
6
I. Ait, Il commercio delle derrate alimentari nella Roma del ’400, in “Archeologia medie-
vale”, VIII (1981), p.165, nota 48; Lanconelli, “Statuta pescivendulorum Urbis”, cit., pp. 92-93.
7
C. Battisti, G. Alessio, Dizionario etimologico italiano, vol. II, Firenze 1975, alla voce
cottìo: “vendita del pesce all’incanto nella quale l’ultimo prezzo resta fisso per quel giorno a
tutto il pesce della qualità stessa”. Cottìo deriverebbe dal latino quottidie, “cotidianamente”.
Un’altra ipotesi interpretativa (“quotare”o “quotizzare”) è formulata da G. Morelli, Le corpo-
razioni romane di arti e mestieri dal XIII al XIX secolo, Roma 1937, p. 100; vd. Lanconelli,
“Statuta pescivendulorum Urbis” cit., p. 92, nota 39.
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consistenti agglomerati urbani orientati ad incentivare e facilitare l’immissio-


ne nel mercato cittadino di pesce fresco (“pisces recentes”) rispetto ad esem-
pio ai pesci salati provenienti da altre località sottoposti a dazi d’entrata, nel-
la città di Roma, il cui fabbisogno era assicurato dalla produzione interna,
esisteva invece un dazio di entrata proprio sul pesce fresco.8 Nel ducato di
Milano per esempio, il regime daziario dei maggiori centri (Milano, Como),
prendeva in considerazione solo il pesce salato e, addirittura, nelle tariffe co-
masche si segnalano unicamente i prodotti ittici conservati sotto sale prove-
nienti a partibus ultramontaneis. Un comportamento diverso si riscontra in-
vece a Pavia, città in cui, in base ad antiche concessioni imperiali, l’imposi-
zione del dazio d’entrata era esteso anche all’immissione di pesce fresco9. La
problematica conservazione di un alimento contraddistinto proprio dalla ra-
pida deperibilità, limitava molto il commercio del prodotto ittico fresco, tra-
sportabile al massimo fino a piazze su distanze medio lunghe rispetto al luo-
go di produzione solo nella stagione invernale10. Per alcune località pare pe-
rò potersi riscontrare uno sviluppo mercantile comunque degno di rilievo,
soprattutto se si considera la scarsa qualità dei trasporti dovuta alla precaria
e disastrata viabilità del basso medioevo. Alla metà del XV secolo si ritrova
infatti testimonianza di un commercio del pesce del lago Trasimeno certa-
mente assai più esteso di quanto generalmente si riesca ad ipotizzare. Getta-
no senz’altro nuova luce sull’attività mercantile svolta dai “pesciaioli” di Pe-
rugia le notizie tramandateci dall’umanista Giannantonio Campano che,
quando si sofferma a parlare della grande produttività del lago, riferisce:
Le specie dei pesci non sono molte per la verità ma la quantità è straordinaria:
ed ogni giorno moltissime bestie li trasportano non solo a Perugia, ma, all’arrivo
dei primi freddi, in Toscana, in Umbria, nel Piceno e persino a Roma. Quando
sopraggiunge l’inverno, i lidi brulicano tutti di carrettieri. Prima di questa stagio-
ne infatti finché dura il caldo non è possibile andare con i trasporti molto lonta-
no e neppure durante l’inverno, solo che raduni le nubi l’austro, un vento deci-
samente piovoso e deleterio non solo per i pesci (per questi comunque in sommo
grado) ma anche per gli altri esseri viventi. Quando soffia la tramontana si fanno
spedizioni ininterrotte per sette giorni e sette notti. Questo è il vento più salubre
per tutte le cose, ma specialmente per i pesci; infatti se vivi li preserva dalla mor-
te, se morti li conserva a lungo da ogni lividore e putrefazione. Vengono traspor-

8
Mira, La pesca nel Medioevo cit., p. 85.
9
P. Pavesi, Ordini e statuti del Paratico dei pescatori di Pavia, pubblicati ed annotati, in
“Bollettino storico pavese”, II (1894), p. 28; cfr. Mira, La pesca nel Medioevo cit., p. 85.
10
Vedi in generale sul commercio e sui trasporti A.I. Pini, Merci e scambi nell’Italia me-
dievale del centro-nord, in Mercati e consumi. Organizzazione e qualificazione del commercio in
Italia dal XII al XX secolo, Bologna 1986, pp. 29-45, sul commercio del pesce p. 33.
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tati dentro piccole ceste, intessute con vimini di salice, chiamate dagli abitanti
barcolli. Ogni mulo trasporta quattro ceste11.

Queste affermazioni peraltro trovano riscontro anche in altre fonti a con-


ferma che le forniture di pesce del lago Trasimeno, tramite i vetturali perugi-
ni, raggiungevano anche i territori del versante adriatico, invadendo nel bas-
so medioevo i mercati di Rimini, Fano, Senigallia e Ancona, come si può fa-
cilmente desumere dagli stessi statuti di queste ultime località. D’altra parte
dagli ordinamenti legislativi di Perugia si evince una chiara politica governa-
tiva volta allo sfruttamento oculato delle risorse lacustri e al contempo il più
profittevole possibile alle casse della città, soprattutto per quanto riguardava
l’impiego delle eccedenze. La rub. 124 inerente “la provisione contra glie
vietante portare per loro destrecto glie pescie del laco de Peroscia”12 pianifi-
cava infatti l’acquisto quasi obbligato, da parte delle comunità estere che
avessero voluto trattenere o consolidare rapporti commerciali con la città
umbra, del pesce del Trasimeno in esubero rispetto al fabbisogno locale, al
fine di potenziare i cespiti derivanti dall’esportazione.13
In pratica, ai comuni dissenzienti ad accettare l’importazione del pesce
umbro nelle rispettive giurisdizioni, le autorità perugine per tutta risposta

11
G. Campano, Trasimeno felice. “Trasimeni descriptio seu de felicitate Trasimeni”, a cura
di C. Conti, Foligno 1992, pp. 63, 65.
12
Statuto del comune e del popolo di Perugia del 1342 in volgare, a cura di M. Salem Els-
heikh, II, Perugia 2000, p. 490. Sugli statuti dei pesciaioli perugini vd. A. Scialoja, Statuta et
ordinamenta artis piscium civitatis Perusii (1296-1376), in “Bollettino della Regia Deputazione
di storia patria per l’Umbria”, XVI, 1910, fasc. III, pp. 813-873, mentre in generale in merito
alla materia legislativa che regolava le attività alieutiche vd. U. Nicolini, Gli Statuti del Lago,
fonte primaria per un’enciclopedia del Trasimeno, in G. Moretti, a cura, Lingua, storia e vita
dei laghi d’Italia, “Atti del I convegno dell’atlante linguistico dei laghi italiani”, Lago Trasi-
meno, 23-25 settembre 1982, Rimini 1984, pp. 391-414.
13
G. Riganelli, Signora del lago signora del Chiugi. Perugia e il lago Trasimeno in epoca co-
munale (prima metà sec. XII-metà sec. XV), Perugia 2002, p. 235. Per quanto riguarda i diritti
di pesca nel lago e i relativi appalti ved. C. Regni, La “comunantia fructus acque Lacus” nella
prima metà del sec. XV: appalti e appaltatori, Perugia 1989 [estr. da “Bollettino della deputa-
zione di storia patria per l’Umbria”, LXXXV (1988)]; Riganelli, Signora del lago cit., pp. 169-
220. Per la tutela della riproduzione ittica vedi T. Biganti, La pesca nel lago Trasimeno: sfrutta-
mento e tutela delle risorse ittiche del lago di Perugia (secoli XIII-XV), in “Archivi per la storia
dell’alimentazione”, II, Roma 1995, pp. 772-799; Riganelli, Signora del Lago cit., pp. 221-232.
Sulle tecniche di pesca N. Ugoccioni, Reti e sistemi tradizionali di pesca nel lago Trasimeno, in
“Quaderni dell’atlante linguistico dei laghi italiani”, 2, Città di Castello 1982. Tra le fonti let-
terarie, oltre alla Trasimeni descriptio del Campano, giova ricordare anche l’opera dell’umani-
sta perugino Matteo dall’Isola riguardante appunto le pratiche di pesca lacustre, vd. C. Con-
ti, La “Trasimenide” di Matteo dall’Isola e la pesca nel lago di Perugia nel sec. XVI, in Lingua,
storia e vita dei laghi d’Italia cit., pp. 415-450.
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avrebbero precluso nei propri territori l’esercizio di possibili altre attività


mercantili. Persino la rete di distribuzione risultava protetta, tant’è che nel-
l’eventualità di atti criminali lesivi nei confronti dei trafficanti e trasportatori
del pesce fuori dei confini, quali la sottrazione della merce, dell’animale da
soma o altre angherie, appena presentata la denuncia (lamentança) al cospet-
to del podestà o del capitano del popolo, si attivava una sorta di rappresa-
glia, a titolo di risarcimento nei confronti di chi aveva subito il danno.
Ulteriori ragguagli sull’importanza economica del patrimonio ittico del
Trasimeno per quanto attiene all’esportazione del prodotto vengono anche
dagli accordi stipulati nel 1469 tra senesi e perugini a proposito della forni-
tura, da parte di questi ultimi, di 200.000 libbre di pesce all’anno per la du-
rata di un biennio14. Nonostante la prolificità del grande bacino lacustre, il
patrimonio ittico era fatto oggetto di stretta sorveglianza; norme per la difesa
dell’ecosistema fissate già negli statuti del XIII secolo, vengono rinnovate e
ratificate anche nella redazione legislativa del 1342 e l’attenzione ad impedi-
re il possibile impoverimento delle specie prodotto da uno sfruttamento in-
controllato non scema neanche nelle epoche successive.
Per assicurare l’approvvigionamento della piazza locale il governo, specie
durante i periodi di quaresima, esigeva da parte di quanti usufruivano dei di-
ritti di pesca l’impegno a rifornimenti sufficienti a soddisfare appieno la do-
manda. Per legge si richiedeva l’immissione sul mercato cittadino di pesce
con “un aumento da venti a trenta some giornaliere” equamente distribuite
fra gli appaltatori dei diritti di pesca e gli stessi pescatori (“lacosciani”).
Sempre a carico di appaltatori e pescatori erano anche i periodici interventi
di ripopolamento della fauna ittica e a quest’effetto si richiedeva di immette-
re annualmente nel lago, nei mesi di settembre e ottobre, diecimila anguil-
le15. Si è già detto dell’incidenza nei mercati locali di alcune importanti città

14
Nel 1426 i senesi avevano approvato la costruzione di una peschiera nei pressi di Gros-
seto per approvvigionare di pesce la città senza dover ricorrere all’aiuto dei perugini. Questa
fu realizzata nel 1489, ma non durò tanto a lungo. Lo storico senese Giovanni Antonio Pecci
riferisce infatti che “a cagione dell’impeto delle acque, nel mese di dicembre 1492, il muro
del lago rovinò, e allagando la campagna vicina, cagionò molti danni con morte d’uomini e di
bestiame”, cit. in Pane e potere. Istituzioni e società in Italia dal medioevo all’età moderna,
pubblicazione degli Archivi di Stato, a cura di V. Franco, A. Lanconelli, M.A. Quesada, Ro-
ma 1991, p. 22 e ss.; Lanconelli, La pesca nelle acque interne cit., pp. 14-15.
15
Biganti, La pesca nel lago Trasimeno cit., p. 796; Riganelli, Signora del lago cit., p. 225,
sull’articolo 241 dello statuto del XIII secolo (“Quot et quando lucii et anguille, trocte et
gambari mittantur in Lacu et per quos”): “…il podestà e il capitano del popolo, nel bimestre
febbraio-marzo e in quello di settembre-ottobre, dovevano far immettere nel lago 2000 lucci
e 2000 anguille vive prese presso le Chiane. Accanto a lucci e anguille doveva aversi anche
l’immissione di gamberi e trote nella misura di 2 some per sorta da reperirsi undecumque ipsi
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adriatiche del pesce proveniente dal Trasimeno. Negli statuti di Rimini del
XIV secolo, se ne riporta un esplicito riferimento nella rubrica “Declaratio
tincharum de Perusio”16, dove si richiamano la vendita a peso di tinche e la-
sche de Perusio e i prezzi da applicare al prodotto ittico lacustre. Negli statu-
ti della dogana di Ancona redatti nel XV secolo, con la rub. LXXXV (da-
tium piscarie et vendentibus pisces), vengono di nuovo considerati i “pissces
perusini” esposti al pubblico “in banchis pisscarie”, la vendita dei quali vie-
ne permessa in esclusiva solo ai trasportatori (conductores), previa stima ana-
logamente alle altre qualità di pesce presenti in piazza17. A Recanati invece la
privativa del pesce del lago di Perugia, così come per quello di mare, viene
assegnata dal consiglio cittadino18. A Senigallia, nella rubrica degli statuti in-
titolata de modo et ordine servando in vendendo pisces, si contemplano di
nuovo i prezzi di lasche, tinche e lucci del Trasimeno (lacus Perusinus)19, così
come nelle disposizioni legislative della città di Fano, dove si citano ancora i
“pisces vallium vel de Perusio” a proposito della normativa da applicarsi cir-
ca le modalità della vendita di prodotto ittico20. Il flusso dei trasportatori di
pesce dell’Umbria verso la costiera adriatica pare però interessare soprattut-

pisces melius poterunt inveniri”. Dall’articolo 119 degli statuti del 1342, titolato “Deglie pesce
del lago da recare a Peroscia al tempo de la quaresma, e per cuie se vendano, e de l’anguille
da mectere en lo laco”, veniamo a sapere che gli appaltatori del lago erano obbligati a immet-
tervi 5000 anguille vive, e altrettante spettavano ai “lacosciani”, (ivi, p. 230); vedi inoltre Lan-
conelli, La pesca nelle acque interne cit., p. 25.
16
L. Tonini, Il porto di Rimini. Brevi memorie storiche, estr. da “Atti della deputazione di
storia patria per le provincie di Romagna”, III, 1864, p. 48; V. Franchini, Appunti di diritto
marittimo riminese nel sec. XIV, Bologna 1913, pp. 27, 65.
17
C. Ciavarini, a cura, Statuti anconetani del mare, del terzenale e della dogana e patti con
diverse nazioni, Ancona 1896, p. 160; norma riprodotta anche negli Statuta magnificae civita-
tis Anconae, Ancona 1566, libro IV, rub. 14, de vendentibus pisces.
18
In un decreto del 1472 si fa riferimento ad un oste, Santes tabernarius, a cui si assicura
il diritto privativo di vendere a Recanati e a Loreto “pisces marinos et de lacus Perusiae, re-
centes, et nullus alius vendere possit in civitate et villa”; nel 1513 il comune concede in affitto
“piscariam piscis perusini pro hoc anno”, M. Leopardi, Annali di Recanati, Loreto e Portore-
canati, rist. Camerino 1993 (1° ed. Varese 1945), I, p. 418, II, 36. “Il pesce perusino” risulta
inserito anche nei mercuriali del pesce sanciti dagli statuti, vd. Iura municipalia seu statuta ci-
vitatis Recaneti, Recanati 1608, libro III, rub. 95, De poena vendentis pisces et ementis contra
formam statutorum et eorum extimatione seu valore.
19
Statutorum et reformationum magnificae civitatis Senogaliae volumen, Pesaro 1584, libro
V, rub. 146:“Pisces vero lacus Perusini modo infrascripto vendantur […]. De laschis, detur
libra una, ad bononenum novem. De tenchis et luccis detur libra pro quatrenis decem et
maiori precio non vendatur”.
20
Statuta civitatis Fani, Fano 1568, libro V, cap. VII, de modo et ordine servando in ven-
dendo pisces.
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to i secoli del Medioevo e della prima età moderna, perché, pur mantenen-
dosi vivace l’attività dei vetturali su questa direttrice di traffico anche in se-
guito, tra Sei e Settecento si registrano però cambiamenti radicali in quanto,
dal punto di vista delle qualità di pesce, sui già ben collaudati itinerari mer-
cantili si documentano forniture ittiche in senso contrario rispetto al passato.
Non è più il pesce di lago a conquistare le piazze forestiere delle città di ma-
re, ma viceversa è il pesce di mare a guadagnare la domanda sempre crescen-
te delle città dell’interno. A Senigallia per esempio e in altre comunità rivie-
rasche situate tra Marche e Romagna, i trasportatori di pesce caricano ora le
loro some muovendosi alla volta di Perugia tramite la via di Gubbio21. Il lago
Trasimeno insieme al lago del Fùcino nei pressi di Avezzano, classificato in
questi secoli come il terzo lago della penisola, per estensione, dopo il Garda
e il Maggiore, – come sottolinea la Lanconelli – “rappresentava un impor-
tante polo produttivo e commerciale che riforniva un’ampia parte dell’Italia
centrale. I suoi prodotti, oltre ad arrivare sul mercato di Perugia, approvvi-
gionavano i minori mercati locali, la Toscana e Roma. Questa sebbene potes-
se attingere alle risorse del vicino mare e a quella del Tevere – popolato nel
medioevo, per quanto oggi sembri incredibile da ogni sorta di pesci anche
pregiati – e dei laghi costieri della Marittima … faceva arrivare il pesce an-
che da Perugia, tinche da Fùcino e astici dal lago di Piediluco”22.

21
Per Senigallia vd. V. Casagrande Serretti, Attività peschereccia e commercio del pesce nel
Senigalliese, secc. XVII-XIX in S. Anselmi, a cura, Nelle Marche centrali. Territorio, economia,
società tra Medioevo e Novecento: l’area esino-misena, I, Jesi 1979, p. 776; per il pesce fresco
proveniente dalla bassa Romagna vd. M.L. De Nicolò, La Cattolica tra XVI e XVIII secolo:
contrada di taverne e borgo marinaro, in P. Meldini, P.G. Pasini, S. Pivato, a cura, Natura e
cultura nell bassa valle del Conca, Rimini 1982, p. 293; Ead., La strada e il mare, Villa Veruc-
chio 1993, pp.230, 232, 234.
22
Lanconelli, La pesca nelle acque interne cit., pp. 16-17. Vedi anche quanto nel XIX se-
colo annotava G. Stefani (Dizionario corografico dello Stato pontificio, Milano Venezia 1856) a
proposito dei maggiori laghi dello stato: “il lago [Trasimeno] abonda di squisiti pesci e spe-
cialmente di lucci, di anguille, di lasche, di tinche e di regine, che giungono sino al peso di
quaranta libre. E quindi la pesca è una fonte d’assai guadagno per gli abitanti dei villaggi al-
l’intorno” (ivi, p. 1366). A proposito del lago di Bolsena si osservava: “Le sue acque abbon-
danti di pesce e specialmente di anguille; di quelle anguille, le quali fatte morir nel vin di Ver-
naccia, facevan le delizie di quel Martino IV” (ivi, pp. 156-157). Per il lago di Bracciano si
precisava: “Vi si fa buona pesca di varie e molteplici specie di pesci, e soprattutto di anguille,
sebbene non abian tanta rinomanza quanto quelle di Comacchio e di Bolsena” (ivi, p. 160).
Per quanto riguarda invece il pesce prodotto dal lago del Fucino vedi L. Lopez, Pesce di mare
e di Fucino nell’Aquila fra il Trecento e l’Ottocento, in “Rivista abruzzese”, 1, 1992; S. Rai-
mondo, La risorsa che non c’è più. Il lago del Fucino dal XVI al XIX secolo, Manduria-Bari-
Roma 2000. Sul rapporto uomo-ambiente in una specifica area lacustre si presenta esemplare
il lavoro di A. Zagli, Il lago e la comunità. Storia di Bientina un “Castello” di pescatori nella To-
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Tra basso medioevo ed età moderna si registra un discreto smercio anche


per il pesce proveniente dal lago del Fùcino in prevalenza tinche, “tincozzi”,
troctae et pisces de flumine o, come più comunemente chiamato in questi se-
coli nei territori aquilani, pesce de lacu. Il pesce di questo considerevole ba-
cino d’acque dell’Italia centrale, secondo autorevoli testimonianze non solo
riusciva a soddisfare le necessità di prodotto ittico della città dell’Aquila e di
molte comunità dell’Abruzzo, ma era apprezzato anche sui mercati romani.
Le informazioni tramandateci a riguardo da Girolamo Pico Fonticolano nel-
la sua descrizione di sette importanti città d’Italia, data alle stampe nel 1582,
trovano conferma anche nei decenni seguenti23.
Un altro scrittore abruzzese, Muzio Febonio24 rimarca verso la metà del
Seicento che del pesce del Fùcino si approvvigionavano Roma, il Lazio ed i
territori circostanti lo spazio lacuale per un raggio superiore alle 60 miglia.
Circa un secolo più tardi il Corsignani insiste ancora sul fatto che quelle ri-
sorse ittiche, di cui si nutrivano ai tempi suoi “i romani, la Sabina, l’Umbria,
gli Abruzzi e parte del Lazio” costituivano la vera ricchezza del luogo, giac-
ché i commercianti di pesce “tutto dì vanno in giro fino a miglia sessanta
lungi dal lago, dove per tal effetto vi è concorso di gente e di vetturali, i quali
rendono i Marsi in qualche modo doviziosi”25.
Nelle regioni settentrionali il principale serbatoio di rifornimento ittico
era rappresentato dalla vasta rete idrica intessuta dal Po con i “suoi numero-
si affiliati” e dai “grandi bacini lacuali” ai piedi delle Alpi, che rappresenta-
vano “la realtà economica più rilevante”. Basti pensare al lago di Garda che,
“rinomato sin dall’alto medioevo per le anguille e le grandi carpe che si cat-
turavano nelle proprietà regie e nelle peschiere del monastero di San Colom-
bano di Bobbio … si trovava al centro degli interessi di Verona, Trento,
Mantova e Brescia”26.

scana moderna, presentazione di Adriano Prosperi, Firenze 2001; vd. anche A. Prosperi, a cu-
ra, Il padule di Fucecchio. La lunga storia di un ambiente “naturale”, Roma 1995.
23
Lopez, Pesce di mare e di Fucino cit., p. 7.
24
M. Febonio, Historia Marsorum, Napoli 1678, p. 62; Lopez, Pesce di mare e di Fucino
cit., pp. 7-8.
25
P.A. Corsignani, Reggia Marsicana, Napoli 1739, I, pp. 88-90; Lopez, Pesce di mare e di
Fucino cit., p. 8.
26
Lanconelli, La pesca nelle acque interne cit., p. 17. Per il bacino del Garda si vedano M.
Butturini, La pesca nel lago di Garda, Salò 1885; L. Bettoni, La pesca sul Benaco, Milano 1887;
P. Lanaro Sartori, La pesca sul Garda in età moderna: aspetti giuridici, sociali ed economici,
estr. da Aa.Vv., Un lago, una civiltà: il Garda, I, Verona 1983. Sulle tecniche di pesca F. Mal-
fer, La pesca nel lago di Garda in “Memorie dell’Accademia di Verona”, LXXIII, fasc. I, Ve-
rona 1897; Id., L’alosa e la pesca nel lago di Garda, in “Atti e memorie dell’Accademia d’agri-
coltura, scienze, lettere, arti e commercio di Verona”, s.IV, VII (1907).
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33

In prossimità della costa adriatica invece, le riserve faunistiche più impor-


tanti si riconoscevano nelle valli di Comacchio27 e nella laguna di Venezia.
A Comacchio specialmente le peculiarità ambientali avevano favorito lo
sviluppo di un’economia che si era concentrata per l’appunto sulla produ-
zione e trasformazione del pesce vallivo, dando modo all’elemento indigeno
di specializzarsi nella “fabbricazione” su vasta scala soprattutto dell’anguilla.
L’attenzione dei comacchiesi per i prodotti del mare si desume chiaramente
già negli statuti cittadini del 149428, dove, oltre a contemplare il dazio del pe-
sce di mare (“dacio de li pissi et gambari marini”) oggetto di esportazione, il
dazio “de li pissi forastieri”, cioè di quei generi ittici “non nasciuti et prisi in
le valle de Comachio”, viene in luce anche una volontà protezionistica ri-
guardo alla cosiddetta pesca di raccolta, negata ai “forastieri” con un catego-
rico divieto di accesso nel lido di Magnavacca (rub. 69: “Che nessun fora-
stiero non possa raccogliere peveraze, cape lunghe né calcinelli et ostre-
ghe”). Nel corso del Cinquecento, con l’adictio del 1559 il corpus di leggi che
regolamentava le attività dei comacchiesi era stato arricchito di tre nuove ru-
briche che toccavano la pesca “a trata” praticata “ne li canali, valli et luoghi
del Commune”29. Si intendeva anche potenziare la vigilanza e la tutela delle
risorse ittiche con l’istituzione di un corpo di polizia, gli “officiali sopra le
valli, acque et canali”. Le lagune salate di Comacchio, “per caratteristiche
ambientali, etnico linguistiche e culturali” – come precisa Franco Cazzola –
nonostante le somiglianze con le altre aree palustri del litorale veneto, figura-

27
Sull’economia della pesca a Comacchio tra basso medioevo e età moderna, sui diritti di
pesca e sugli appalti vd. G.F. Bonaveri, Storia della città di Comacchio, sue lagune e pesche,
Cesena 1761; M. Coste, Voyage d’exploration sur le littoral de la France et de l’Italie, Parigi
1861, pp. 3-86; E. Friedlander, La pesca nella laguna di Comacchio, Firenze 1872; L. Bellini,
La legislazione speciale delle valli di Comacchio nella sua genesi storica nelle fonti e nell’appli-
cazione, Ferrara 1965; O. Verdi, Un appaltatore esemplare: Carlo Ambrogio Lepri imprenditore
all’ombra della corte pontificia, in L’impresa. Industria, commercio, banca, secc. XIII-XVIII, a
cura di S. Cavaciocchi, Firenze 1991, pp. 989-1006.; G. Arveda, Note storiche sulla pesca e la
manifattura ittica a Comacchio, in Un museo a Comacchio. Studi di autori vari e progetto, Bolo-
gna 1989; Id., Pesca e società in Comacchio, in Aa.Vv., Sorella anguilla. Pesca e manifattura
nelle valli di Comacchio, a cura di F. Cecchini, Bologna 1990, pp. 25-55; A. Toniolo, Forze
produttive ed attività economiche negli ultimi decenni del dominio estense, in Aa.Vv., Storia di
Comacchio nell’età moderna, Casalecchio di Reno 1995, II, pp. 301-355.; O. Verdi, Un appal-
to “diverso”. Le valli da pesca di Comacchio durante il governo pontificio (1598-1798), ivi, II,
pp. 357-401.
28
Statuti di Comacchio, sec.XV, a cura di V. Caputo, R. Caputo, Ferrara 1991. Vedi anche
A. Samaritani, Gli statuti tardo quattrocenteschi di Comacchio nell’ambiente cittadino del tem-
po, in “Anecdota”, II,2 (1991), pp.51-61.
29
Statuti di Comacchio cit., p.31; rubb.1-3, pp.108-109.
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34

no come “una sorta di mondo a sé stante”30. Proprio in virtù del singolare


aspetto di “insularità” socio-culturale e demografica che contraddistingueva
questo spicchio di natura infatti, si è mantenuto qui “pressoché integro un
rapporto uomo ambiente dai tratti specifici e talora unici”. Un carattere pae-
saggistico originario che i comacchiesi hanno saputo mantenere nella sua
unicità di oasi valliva di “natura pubblica o ‘demaniale’” da gestirsi come
“patrimonio aziendale unitario”, grazie ad un oculato governo dell’ambiente,
improntato ad un impegno collettivo e comunitario costante. Per gli abitanti
di Comacchio insomma le risorse vallive si prefigurano come un patrimonio
pubblico a cui attingere per un “diritto naturale” che si conferma nel tempo,
nonostante le secolari controversie circa i diritti di proprietà e di sfruttamen-
to delle valli, rivendicati nell’andar dei secoli da quanti si sono alternati nel-
l’amministrazione di questi territori, dagli arcivescovi di Ravenna agli Esten-
si, alla Reverenda Camera Apostolica, allo Stato, al Comune di Comacchio.
Le metodologie di pesca tradizionale usate nelle Valli di Comacchio rispec-
chiavano pratiche antiche applicate ab immemorabili anche in altri ambienti
similari ed erano regolate sul “movimento di rimonta o di discesa di alcune
varietà di pesce dalle acque salate del mare a quelle dolci dei fiumi o a quel-
le, biogeneticamente più ricche, di lagune salmastre e viceversa”. La cattura
del pesce, soprattutto delle anguille, avveniva dopo aver fatto confluire “la
massa dei pesci migranti, con vari artifici” in sacche d’acqua in cui erano sta-
te collocate “reti, trappole o altri arnesi di cattura”. Le anguille vi trovavano
l’habitat ideale fino al momento in cui, raggiunto lo stadio di maturità biolo-
gico, per istinto avrebbero cercato di riguadagnare il mare aperto. Per garan-
tire dunque la sopravvivenza delle anguille e dar corso ad ogni stagione al
rinnovo dei vivai, il mantenimento di una giusta ossigenazione degli specchi
d’acqua vallivi con la corretta gestione delle acque era quindi di fondamen-
tale importanza. Le minacce potevano dipendere dalle gelate invernali o al-
l’opposto dall’eccessivo aumento della temperatura dell’acqua nei mesi più
caldi, quando occorreva favorire l’immissione di acqua dal mare per contra-
stare l’eventuale eccesso di salinità nei campi vallivi dovuto all’evaporazione.
La capacità produttiva era insomma pilotata dal “ricambio idrico a tutti i
campi nei quali era suddiviso il complesso lagunare” che permetteva di “far
giungere ovunque l’irresistibile richiamo dell’acqua fresca del mare che
avrebbe dato l’avvio alla migrazione autunnale delle anguille verso le trappo-
le predisposte in vari punti della laguna”. Il perno di questa delicata econo-
mia poggiava insomma sull’osservazione, maturata su esperienze plurisecola-

30
F. Cazzola, Fiumi e lagune: le acque interne nella vita regionale, in Cultura popolare del-
l’Emilia Romagna. I mestieri della terra e delle acque, Milano 1979, pp. 186-213, pp. 194-195.
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ri, dei flussi e riflussi del mare, delle mutazioni stagionali e del calendario
biologico delle specie e come risultato aveva portato al raggiungimento di un
rapporto simbiotico dell’uomo con l’ambiente che si era tradotto fattivamen-
te nel disegno di un territorio fatto di “apparati di cattura o lavorieri … e di
successivi perfezionamenti dell’elementare sistema di sbarramento dei canali
di comunicazione fra un sistema lagunare e il mare aperto”31. Ancora alla
metà del Cinquecento, come precisa Cazzola, il diritto di pesca nelle lagune
si assicurava unicamente a quanti appartenessero alla comunità di Comac-
chio, e con l’acquisizione dell’area da parte degli Estensi quel “principio del-
l’esclusività comacchiese della pesca” era stato ribadito con la decisione di li-
mitare l’affitto del diritto di pesca alla sola gente del luogo. Con il recupero,
alla fine del secolo, del ducato di Ferrara da parte della Santa Sede, alcune
decisioni amministrative della Reverenda Camera Apostolica che disattende-
vano quelle consuetudini, avevano però provocato i primi cedimenti nel si-
stema gestionale delle valli32.

31
Per una dettagliata descrizione del “lavoriero” vedi i contributi di Bonaveri, Coste e
Friedlander già citati; inoltre A. Bellini, Il lavoriero da pesca nella laguna di Comacchio, in
“Atti del congresso interregionale di pesca e acquicoltura”, Venezia 1900; Cazzola, Fiumi e
lagune cit., pp. 196-198; Arveda, Pesca e società cit., pp. 25-29; La pesca in Sorella anguilla
cit., pp. 92-104, scheda 1 (Lavurì(e)r, Lavoriero). Sulla problematicità delle aree vallive vedi
F. Cazzola, L’acqua come ambiente e come problema. Le Valli di Comacchio e il delta del Po in
età moderna, in Storia di Comacchio cit., II, pp. 151-170.
32
Sulla politica della pesca dello Stato pontificio, a proposito delle valli di Comacchio,
vedi i lavori già ricordati di Bellini e Verdi e ancora L. Palermo, La pesca nell’economia dello
Stato della Chiesa in età moderna, in La pesca nel Mediterraneo occidentale (secoli XVI-XVIII),
a cura di G. Doneddu e M. Gangemi, Bari 2000, pp. 119-120, 131-139, dove l’area di Co-
macchio viene indicata come il “maggior centro di produzione ittica dello stato”.
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Capitolo 2

Statuti, dazi, imposte sul prodotto ittico

Ancona

Negli Statuti della dogana della città di Ancona, databili al XIV secolo, sono
diverse le rubriche che riguardano il datium piscarie, le modalità di vendita
del prodotto ittico in città, a Sirolo, e nel contado e la normativa del com-
mercio di pesce fresco1. Le Constitutiones sive Statuta magnificae civitatis
Anconae2 riportano invece sull’argomento due sole rubriche, sostanzialmen-
te ripetitive rispetto agli analoghi argomenti inerenti la pesca contenuti negli
statuti della dogana: De vendentibus pisces (IV, 14) e De poena vendentium
pisces in castro Syroli vel alibi ante extimationem (IV, 15)3. La normativa sta-
tutaria comunale fa altresì cenno a tre forme di imposizione fiscale sull’attivi-
tà alieutica: i dazi della pescaria, dei cocolli e delle bilancie4. Il dazio della pe-
scaria, secondo quanto era stabilito negli Statuti della dogana (rub. 85), ri-
guardava tutto il pesce fresco (“omnes pisces recentes”) catturato nel litorale
di Ancona, a Sirolo, a Fiumesino “vel in alio loco districtus Anconae”, cioè
in qualunque luogo soggetto alla giurisdizione della città. L’intera produzio-
ne della pesca, fosse essa effettuata di giorno oppure di notte, doveva con-
fluire direttamente ad pescariam consuetam e posta in vendita esclusivamente

1
Ciavarini, Statuti anconetani del mare, del terzenale e della dogana cit.; dagli statuti della
dogana (pp. 95-228) ricaviamo le seguenti rubriche: LXXXV (Datium piscarie et vendentibus
pissces); LXXXVI (De pena vendentium pissces alibi quam in piscaria et de estimatione pis-
scium et de discargantibus); LXXXVII (De pena vendentis pissces in castro Siroli vel alibi in co-
mitatu Ancone ante extimationem); LXXXVIII (De pena ementium pissces recentes pro reven-
dendo).
2
Furono oggetto di stampa nel 1513 per Bernardinum Guerraldam e nel 1566 per i tipi di
Astulfus de Grandis Veronensis.
3
Il titolo completo è De poena vendentium pisces in castro Syroli vel alibi ante extimatio-
nem et de vendendo pisces grossos ad libram.
4
Constitutiones sive Statuta, I, 25.
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38

in banchis piscarie. L’unica concessione prevista era la possibilità per gli abi-
tanti di Sirolo e degli altri luoghi del distretto di Ancona di trattenere un ter-
zo di quanto pescato nelle ore diurne per consumo personale (“pro suo
usu”). Il prodotto ittico, sia fresco che conservato per salatura, secondo una
consuetudine diffusa negli ordinamenti comunali medievali, poteva essere
venduto previa extimatio di ufficiali deputati dal comune di Ancona5, fatta
eccezione per schenali e storioni provenienti de extra gulfum, generi vittuari,
questi ultimi, per i quali si esigevano solo i diritti di dogana. Era vietato im-
magazzinare “in aliqua domo” il pesce catturato in alto mare, ossia i “pissces
pelagenses”: ragie, mocide ecc.6, che, per assicurare al consumatore lo stato
di freschezza al momento della vendita, potevano tardare la loro immissione
sul mercato al massimo “per unum diem naturalem et non ultra”. Era con-
sentito a chicchessia di vendere pesce, fatta eccezione per lo smercio dei pis-
sces perusini 7, riservato unicamente ai conductores, cioè ai vetturali che se ne
addossavano il trasporto dal lago Trasimeno alla città e questo valeva anche
per i “pissces qui portabuntur de partibus Sclavonie”, da vendersi solo da
chi aveva effettuato il trasporto dalla costa orientale dell’Adriatico al porto
dorico. Gli Statuti della dogana vietavano poi l’esportazione del pesce fresco
nel periodo della quaresima (tempore quadragesimali) fatti salvi però i pesca-
tori di Sirolo ai quali era consentito “extrahere impune pissces recentes pro
essca piscium pellagensium”. La preparazione della pesca “a pelago” preve-
deva appunto la cattura del pesce da utilizzare quale esca da agganciare ai
numerosissimi ami del “pelago” la lunga fune calata in alto mare8.
L’esportazione veniva consentita in caso di sovrapproduzione, ma solo
con preventiva licenza da rilasciarsi dagli anziani della città e dall’officiale
della dogana. Non si ponevano ostacoli invece all’esportazione dei generi it-
tici provenienti de extra ghulphum, cioè schenali, storioni e tunnina. Una li-

5
In generale sulle norme riguardanti l’annona, desunte dagli ordinamenti comunali cfr. P.
Cartechini, Disposizioni di carattere annonario negli Statuti comunali della Marca d’Ancona, in
“Archivi per la storia dell’alimentazione”, I, Roma 1995, pp. 409-449; sulla vendita del pesce
pp. 428-433.
6
Le Constitutiones sive Statuta specificano meglio le qualità di pesce pelagico: “raggie, to-
macii, pelagenses, mastini et pisces grossos”.
7
Si tratta del prodotto ittico proveniente dal lago Trasimeno che alimentava un consisten-
te commercio anche verso le città rivierasche dell’Adriatico, vd. supra. Ampia trattazione è
data anche in De Nicolò, Mangiar pesce nell’età moderna cit., pp. 10-15.
8
Su questo sistema di pesca cfr. M.L. De Nicolò, Ricerche sulle tecniche piscatorie tra
Marche e Romagna nei secoli XVII e XVIII, in “Atti della deputazione di storia patria per le
Marche”, 85 (1980), pp. 338-340; Ead., Attività marittime a Pesaro nel Quattrocento: barche,
traffici, pesca, in “Pesaro città e contà”, 1, 1990, p. 30.
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39

mitazione temporale era prevista per la vendita di anguille, mantenute vive


in appositi contenitori (“in burchettis”9), e altre specie ittiche destinate “pro
insalando”, vietandosene l’offerta usque ad horam nonam, perché oltre quel-
l’orario si dava accesso ai grossisti intenzionati ad acquisirne quantitativi
considerevoli, “usque ad duo centenaria”, da destinarsi alla trasformazione
conserviera. Ad essi infatti si permetteva di procedere alla salatura “pro re-
vendendo”, ma si vietava l’acquisto di pesce fresco “pro vendendo seu re-
vendendo vel causa revendendi”, evidentemente per eliminare ogni forma di
intermediazione che avrebbe potuto alterare il prezzo del pesce a discapito
del consumatore. Piena libertà di vendita era data ai mercanti di pesce con-
servato sotto sale (“pissces salitos”), o “ad gelatinam”, alimento a lunga con-
servazione per il quale era liberalizzata anche l’esportazione. La vendita di
“granci, vetrole, paurii, arangi et alii pisces cum casa”10 poteva esser fatta a
discrezione del rivenditore11, dal momento che per questi crostacei e gaste-
ropodi non si richiedeva né la stima, né l’obbligatoria immissione sul merca-
to come per “capita pisscium pelagensium, videlicet ragiarum, tomaciorum,
mocidarum, stachonum, burcharum”.
Una variante presente nel codice membranaceo degli Statuti della doga-
na, riportata dal Ciavarini, riguarda le mansioni dell’officiale della dogana
cui spettava la nomina dell’extimator del prodotto ittico. A questo funziona-
rio, al quale era vietato l’esercizio della pesca, era rimesso il compito di sti-
mare il prodotto in particolari periodi: durante la quaresima, nel mese di
giugno, il venerdì e il sabato, ed anche nel periodo della pesca delle anguille,
cioè nei mesi di ottobre e novembre12. Il salario dell’extimator ammontava a
20 soldi da percepire “a qualibet barcha pischarectia tractoria”, con l’ag-
giunta di 10 soldi da ritrarre “a qualibet barcha pischarectia a tribus homini-
bus supra”13. La rubrica 86 (De pena vendentium pissces alibi quam in pisca-

9
L’edizione a stampa degli statuti li chiama “burchielli”.
10
Tra i crostacei presenti nel Cinquecento nella piazza di Ancona Francesco Ferretti se-
gnala nel cap. IX dei suoi Diporti notturni (Ancona 1579) “aragni”, “vetrole”, identificate
con le “grancelle” e i “pauri”, granchi di scoglio.
11
Nella “Regola de pescatori approvata nel magnifico consiglio adì XX de Xmbre 1557”
venivano confermate le disposizioni statutarie in materia: “Li arciglioni, scope, aranghi, pau-
ri, ostreghe et altri simili possano vendere ove piace loro al modo solito onestamente”, ASAn-
cona, ASCAn, Statuti, 20, Regole per la riforma delle arti e dei mestieri, c. 73r.
12
Ciavarini, Statuti del mare, p. 162.
13
Il passo relativo al salario dell’extimator è tratto dal codice membranaceo (CM) degli
Statuti della dogana, Ivi, pp. 162-163. Sulla stima del pesce cfr. anche Statuti di Ascoli Piceno
dell’anno MCCCLXXVII, a cura di L. Zdekauer e P. Sella, Roma 1910, lib. III, rub. 34: “De
la pena de quilli che vende lo pesce frisco, non facto primo lu assectu per li signori antiani et
capitanio”. La normativa statutaria ascolana trattava “lu pesce frisco … de qualunque spetie
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ria et de extimatione pisscium et de discargantibus) sostanzialmente ribadiva:


la categorica proibizione di smerciare il pesce fresco in luoghi alternativi alla
pisscaria comunis Ancone, e soprattutto senza l’indispensabile permesso rila-
sciato dall’officiale di dogana e dall’appaltatore del datium pisscium; l’obbli-
go di trasferire il prodotto ittico in pescheria immediatamente dopo lo sbar-
co; le pene pecuniarie prescritte per i trasgressori; i diritti spettanti all’exti-
mator, nell’eventualità che il pescato fosse immagazzinato dopo la stima, fis-
sati in 12 denari “pro qualibet libra extimationis dictorum pisscium”. Lo
stesso dicasi per la rubrica 87 incentrata sulla vendita del pesce “in castro Si-
roli14 vel alibi in comitatu Ancone”, da effettuarsi nella “platea castri” per
quanto riguarda Sirolo, mentre per gli altri sobborghi e terre ai distrectuales
si ordinava di trasferire il pescato subito dopo lo sbarco “ad castra eorum et
loca ubi consueti sunt vendi”, cioè nei “loci consueti” dove il funzionario
preposto avrebbe poi eseguito la stima e autorizzato la distribuzione ai pri-
vati, dopo il pagamento dell’“entrata”, cioè dei soliti 12 denari per ogni lib-
bra di pesce stimato. Erano esentati dall’imposta i pescatori di seppie, cattu-
rate per la pesca “ad tonnum”, purché queste fossero adoperate esclusiva-
mente “pro eorum usu”. Pene erano previste anche per gli acquirenti del pe-
sce fresco “pro revendendo”, ossia per i pescivendoli o “mercanti del pe-
sce”, come saranno chiamati nei secoli successivi.
Oltre al dazio della piscaria il comune di Ancona provvedeva ad appaltare
anche i dazi relativi a cocolli e bilancie. I cocolli erano particolari arnesi da
pesca montati su postazioni fisse lungo il litorale, adatti soprattutto alla cat-
tura delle anguille. Un ordigno simile doveva essere il lopo, o lupo, citato
spesso nei capitoli del dazio assieme ai cocolli 15, pratica di pesca costiera as-
sai diffusa anche nelle valli e nelle lagune. Pier de’ Crescenzi ricorda nel se-
colo XIV la rete cogolaria: “è grande, forte e fitta, ed ha entramento ritondo,

over de manera overo de generatione sia de pisci et de qualunque locho overo de maro over
de laco over de fiumo overo de altrove”. L’“assecto”, ovvero “per quanto prezo possa dare et
vendere la libra de ipsi pesci” il venditore, doveva essere dato “secondo la bontade, belleça,
generatione overo spetia de ipsi pisci, ad bona fede et considerata sempre la conditione de lu
tempo”, Ivi, p. 374.
14
Cfr. Statuti del Comune di Sirolo, a cura di A Canaletti Gaudenti, Ancona 1938.
15
ASAncona, ASCAn, Dazi, 716, c. 193r, 12 giugno 1492: “Infrascripta sunt capitula
trium datiorum in unum vendendorum piscarie bilanciorum et cuculorum pro trebis (sic) an-
nis inchoandis die Xii mensis iunii 1492 cum capitulis et conditionibus infrascriptis”. Per
quanto concerneva “lo datio de cocolli” era intervenuto un nuovo regolamento (“lege nova”)
che proibiva di “pescare con cocolli e lopo senza licentia del datiero”. Nel 1495 fu approvata
la seguente “additio”: “[dal]la ponta de lo scoglio de San Chimento fino alla torre che fu de
Catalano non se possa pescare con cocolli né con lopi senza licentia del datiero del dicto da-
tio”, Ivi, c. 193v.
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e largo, e a poco a poco si restringe infino alla coda, la quale è molto lunga,
ed ha molti ricettacoli, ne’ quali agevolmente entrano moltitudine di pesci, e
tornare non possono”16. Le bilancie invece erano postazioni fisse collocate su
palizzate costiere o sui moli dei porti. La rete, di forma quadrata, veniva ca-
lata in acqua e risollevata con movimento verticale. Un tentativo di riformare
il dazio della pescaria, poi abolito, si documenta nel 1526, anno in cui si dili-
bera di vietare a quanti ricoprono incarichi nell’amministrazione cittadina la
possibilità a partecipare all’appalto del dazio: “niuna persona che sia de regi-
mento de la ciptà de Ancona overo che possa essere ascripto ad gradi de re-
gimento secondo la forma de li statuti de Ancona possa essere compratore
overo participe de tale datio”17. Per ovviare il possibile coinvolgimento del-
l’appaltatore del dazio nel traffico commerciale del prodotto gli si vietava di
allacciare durante il suo mandato rapporti con altri professionisti del settore
(“qualuncha altro serrà compratore overo participe de tale datio non possa
far pescare, né fare salare de pesci per suo conto durante el tempo del suo
datio subto pena de cinquanta ducati d’oro et de la perdita del pesce che
aveva facto salare per suo conto”)18.
Nella reformatio viene data anche la facoltà di pescare con ogni sorta di
rete, compreso l’ordigno denominato grippo: “se possa pescare cum tucte
sorte de rete etiam cum li grippii non obstante la legge contraria”19, mentre
riguardo alla vendita del pesce fresco si propone un diverso sistema per sta-

16
Pier de’ Crescenzi, Del trattato dell’agricoltura, vol. II, Napoli 1724, p. 239.
17
ASAncona, ASCAn, Statuti e privilegi, 15 bis, Liber iam pavonacius ordinum et decreto-
rum ab anno 1522 usque ad 1541: “Reformatio super datio pischarie pro maiori ubertate pi-
scium fatienda in civitate Ancone”, c. 49v e ss., 22 dicembre 1526.
18
Ivi, c. 49v.
19
Con il termine grippo si indicava sia una barca da pesca di origine istriano-dalmata, sia la
rete, cfr. E. Rosamani, Vocabolario marinaresco giuliano-dalmata, Firenze 1975, ad vocem. La
rete è descritta da C. Marchesetti, La pesca lungo le coste orientali dell’Adria, Trieste 1882, p.
71: “Somigliante alla bragagna, da cui differisce per avere alle due estremità delle ali invece di
cogolli, semplicemente due piccoli sacchi senza cerchi, per andar armato di meno piombi, e
per possedere al margine superiore dei sugheri, essendo fornito di un minor numero di traver-
se. La sua lunghezza è di 20 metri, l’altezza di 4, le maglie hanno un diametro di 15 mm”. Nel
XV secolo ad Arbe il grippus è una barca da pesca, occasionalmente adibita anche a trasporti,
cfr. I. Pederin, Commercio, economia, pesca, arti e mestieri in Arbe nel Quattrocento, in “Archi-
vio storico italiano”, 147, 1989, p.235. A Rovigno si documenta la rete “el greìpo”. Cfr. M.
Deanovic, Terminologia marinara e peschereccia di Rovigno d’Istria, in “Atti dell’Istituto veneto
di scienze, lettere ed arti”, t. CXXII, 1963-1964, Venezia 1964, p. 395. La pesca con la rete
“grippo” fu proibita nel 1667 a Capodistria, cfr. G. Poli, La pesca in Istria negli anni tra il 1700
e il 1800, in “Pagine istriane”, XXX, 27, 1970, p. 52. Nel 1747 il podestà proibisce di nuovo
alcuni metodi di pesca tra cui “le pesche co’ ludri e le denominate a mulinello col grippo, que-
ste perché rasando il fondo del mare, distruggono gli ovi”, Ivi, p. 58.
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bilire i prezzi di mercato. Al posto della extimatio che dava una classificazio-
ne della tariffa in base alla qualità del pesce a seconda delle specie, per evita-
re la fluttuazione dei prezzi si opta per una scala di valori a seconda della
pezzatura degli esemplari: “lo pesce che se venderà non se habia più ad esti-
mare ma tucti pesci freschi che siano de grandezza da una libra in subto in-
clusive non si possano vendere più chari de uno bolognino la libra”20. Ri-
mangono invariate le modalità di vendita, i prezzi dei “pesci grossi” e delle
sardelle, mentre si moderano le imposizioni daziarie relativamente al pesce
fresco e a quello salato “ad ciò per la graveza del datio non se generi penuria
di tali pesci in la ciptà de Ancona”21. I cambiamenti comunque durano poco
perché nel 1528 si ripristinano le regolamentazioni precedenti22. Un bando
(De piscibus vendendis), emanato dal luogotenente e dal governatore della
città il 15 giugno 1546, ci mostra come nella sostanza tutto sia rimasto im-
mutato23. L’unica novità risulta rappresentata dall’obbligo, prima del tra-
sporto in pescheria, di scegliere e suddividere il pesce per grandezza (e dun-
que per peso) e non per qualità: “prima ch’el pesce venga in pescaria si deb-
ba separare il grande da’l piccolo, et ognuno tenere da per sé, acciò si possa
stimare el grande per grande, et il piccolo per piccolo”24.
Solo nel 1557 si addiviene ad una riforma circa “il vendere et stimare del
pesce”25, con l’approvazione di una nuova “Regola de pescatori”, elaborata
in considerazione del fatto che “si conosce per isperienza che non si è trova-
to mai buon verso né modo che le cose vadano giustamente et dirittamente
secondo l’intentione del magnifico consiglio”. Si intedeva arrivare alla com-
pilazione di una tabella dei prezzi valida per tutta la durata dell’anno26, ma

20
Reformatio super datio pischarie, c. 50r.
21
Ivi.
22
Ivi, c. 61r-v: “Suspensio decreti ultimi editi super datio pischarie et reductio in pristi-
num sub certis conditionibus sub die 24 iunii 1528”. Si veda anche ASAncona, ASCAn, Dazi,
716, c. 194r-v: vi è riportato il testo della “Reformatio sub die XXI decembris 1526 per de-
cretum Magnifici Consilii super datio piscarie”, e una nota che segnala la bolla apostolica
“super dicto datio factam sub anno 1535 die XX Xmbris”.
23
ASAncona, ASCAn, Bandi, 808, 15 giugno 1546. Altri bandi furono emanati dal comu-
ne di Ancona sia a difesa delle installazioni piscatorie (“Contra derubantes cocollos”, 24 otto-
bre 1549, Ivi), sia a difesa dei naviganti dai pescatori dilettanti (bando del 16 ottobre 1566:
“nessuno piscatore che pesca per l’arciglioni ardisca o presumi far fuoco nelli tre moli del
porto o sopra essi retenerli detto fuoco”, Ivi). Sulla pesca degli arciglioni cfr. infra pp. 44-45.
24
Ivi.
25
ASAncona, ASCAn, Statuti, 20, Regole per la riforma delle arti e mestieri, c. 71r-v: “Re-
gola de pescatori approvata nel magnifico consiglio adi XX de Xbre 1557”.
26
Ivi, cc. 72r-73v.
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43

soprattutto si puntava ad obbligare i pescatori al rispetto della normativa


stabilita per la vendita: “nessun pescatore … possa vendere il pesce in altro
luogo che nella pubblica pescaria, et non al porto, né portarlo a hosti né a
private persone, né in casa sua ma tutto in pescaria, escetto le anguille piglia-
te con i cocolli”. L’eccezione per il pesce catturato con i cocolli e le anguille
si giustifica in quanto queste voci non risultavano soggette all’imposta di pe-
scaria, ma al “datio dei cocolli” che permetteva la vendita di quel tipo di pe-
scato sia al porto, sia alle porte della città “per li prezzi tassati”. Il prodotto
ittico sbarcato doveva essere invece controllato per qualità e quantità da fun-
zionari: “non si possa scaricare pesce di barca se non alla portella della bec-
caria, essendo aperta con la presentia et poleza del portenaro che scriva la
qualità et quantità del pesce, et essendo serrata, si possa scaricare al capo del
molo del porto, con la presentia et poleza del datiero del porto”27. La pesca
in Adriatico, come in altri spazi del Mediterraneo, non risulta, per quanto ri-
guarda la prima età moderna, un’attività redditizia e, nel caso di Ancona, ne
danno dimostrazione le numerose suppliche avanzate agli amministratori
della città da parte dei pescatori per accrescere i propri cespiti di guadagno
con un rialzo dei prezzi di vendita di alcune qualità ittiche28 così come la
mancanza in loco di precise professionalità nel settore. I pescatori impegnati
nel litorale di Ancona appartengono nella stragrande maggioranza a quelle
comunità di pescatori itineranti, provenienti dall’arcipelago delle isole gre-
che, da Dalmazia, Istria, dalle aree lagunari venete e soprattutto da Burano,
spesso ingaggiati per le loro qualità professionali e indotti a trasferirsi per
animare un settore che si mostra ancorato ad antichi e poco redditizi sistemi
di pesca. La pesca si esercita con “tratte”, “grippi”, con postazioni fisse col-
locate a breve distanza dalle rive (“cocolli”, “lupi”, “bilancie”) e solo qual-
che rara barca peschereccia “tractoria” si avventura al largo per la pesca con
gli ami (“pieleghi”) allo scopo di catturare i cosiddetti “pisces pelagenses”,
quelle specie d’alto mare che spiccano nella piscaria pubblica perché anno-
verate fra quelle di maggior pregio e quindi più ricercate. Francesco Ferretti
elenca alcune di queste: “gli famosi pesci San Pietro, ragnoli et a loro tempi,
saporite anguille, grosse mugelle, grosse callite, sugose ostraghe in gran
quantità”29. Sempre il Ferretti continua proponendo altri tipi di pesce pre-
senti nel mare di Ancona: “pesce di sasso, che di grande abbondanza se
ne ha sempremai, vi sono aragni, vetrole o grancelle, dattiri marini o ballari,

27
Ivi, c. 71v.
28
Su questo argomento cfr. Archivio di stato di Ancona, Suppliche al Comune di Ancona
(sec. XVI). Inventario, a cura di G. Orlandi, Roma 2001, pp. 87, 94, 115, 131, 134, 171.
29
Ferretti, Diporti notturni, cap. IX.
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44

che meravigliosamente si creano et nutrisconsi dentro alcuni sassi” e ancora


“steratole, goatti, pauri, lampade et molte altre sorti di pesci grandi e pic-
cini”30.
Una tecnica di cattura particolare e del tutto esente da tassazioni, ricono-
sciuta quasi come una sorta di uso civico di pesca degli homines de Ancona
era la cosiddetta pesca degli “arcigliones sive cupiones”, ossia dei polipi.
Una apposita rubrica degli statuti della città ordinava ai pescatori di limitar-
si, in un particolare e delimitato tratto del litorale destinato dalla comunità a
quella libera pesca degli “arciglioni” consentita a tutti nel mese di ottobre31,
di utilizzare solo sistemi di cattura “cum eschis et aliis retibus non actis ad
capiendum dictos arcigliones32”. Questo tratto del litorale dunque era riser-
vato, limitatamente all’autunno, esclusivamente “pro uso et delectatione”
degli homines de Ancona. Questo diritto consuetudinario nel XV secolo ave-
va sollevato anche proteste da parte dei proprietari dei terreni e possessioni
in prossimità degli scogli dove si effettuava la pesca dei polipi. Essi aveva-
no cercato di ovviare alle azioni di disturbo prodotte dall’invasione dei pe-
scatori dilettanti richiedendo ed ottenendo dal comune di Ancona la conces-
sione in affitto degli scogli (“scopulos”) in questione e delle aree costiere li-
mitrofe33. Al contempo anche ai pescatori di professione in alcune occasioni
erano state rilasciate concessioni straordinarie all’esercizio della pesca dei
polipi con i metodi tradizionali, ad esempio nel 1428 e nel 143334, quando
appunto si permette loro di calare le reti “ad piscandum ad arcigliones, an-
guillas et alios pisses ad eorum libitum voluntatis sine pena et banno, aliquo
ordine dicte civitatis in contrarium non ostante, valituram per totum pre-
sentem mensem octobris”. La cattura dei polipi, effettuata dalla gente co-
mune di notte, attirando le prede sugli scogli con l’uso di torce, dava seri
problemi ai naviganti che, facendo vela alla volta dei corpi luminosi ritenen-
do di avvicinarsi al porto, rischiavano sovente di incappare negli scogli e di
far naufragio. Il giurista anconetano Benvenuto Stracca ne parla nel suo

30
Ivi.
31
La delimitazione era la seguente: “a molo dicti portus recte usque ad massacios intra
dictum portum; nec etiam extra ipsos terminos per octuaginta passus, vel prope aliquem mu-
rum dicti portus per octuaginta passus”.
32
Statuta, rub. 60: Quod tempore quo capiuntur arciglioni non possit piscari cum retibus.
33
G. Orlandi, Il porto, le navi e la gente di mare nelle carte dell’Archivio Comunale di An-
cona, in Munus Amicitiae. Scritti in onore di Floriano Grimaldi, Loreto 2000, p. 230: nel 1427
il comune aveva concesso in affitto due “scopulos” sotto il Monte Cardeto per quattro anni, e
nel 1428 Ser Giovanni Nofri, proprietario di una possessione nei pressi del medesimo monte
aveva richiesto ed ottenuto in affitto dal comune per 35 anni una specifica area.
34
Ivi, p. 238.
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45

Tractatus de mercatura seu de mercatore35 dove oltre a caldeggiare nel braccio


di mare in questione un’adeguata segnalazione di pericolo nel tempo in cui
gli anconetani si dedicano alla pesca notturna dei polipi accendendo fuochi,
prende posizione a difesa dei naviganti ai quali non può essere attribuita al-
cuna responsabilità in caso di eventuali incidenti36. Lo Stracca precisa anche
topograficamente il luogo di pesca indicandolo negli scogli di San Clemente,
al largo dello sperone roccioso sede in antico del tempio dedicato alla dea
Venere37. Informazioni in merito alla grandissima quantità di folpi che proli-
feravano nel bacino portuale anconetano si rintracciano anche nelle Crona-
che di Lazzaro Bernabei che, ricordando un pauroso incendio divampato nei
pressi del porto nell’ottobre 1455, accenna anche all’enorme numero di arci-
glioni attratti dalla luce: “El sopradicto palazo se abrusiò nel 1455 del mese
de octobre quando se pescava per li arcilioni, de li quali presi assai dalli pe-
scatori al lume delle fiamme, [che] uscivano dal dicto foco”38.
La carenza di pescatori di professione si faceva sentire soprattutto duran-
te i periodi di quaresima. Ad esempio nel 1584 alcuni pescatori di Ancona
erano stati inquisiti dai conservatori alle leggi per essersi trasferiti alla pesca
nelle acque di Porto d’Ascoli senza aver ottenuto licenza dalle autorità39. Nel
1596 tuttavia la città di Ascoli aveva sollecitato la comunità di Ancona ad
emanare un’ordinanza rivolta ai pescatori che desiderassero trasferirsi alla
pesca nelle pertinenze di quella città per “attendere a mantenere di pesce
tanto salato quanto fresco la città di Ascoli” che, a sua volta, “nel porto et
spiaggia di essa se li darà comodità di stanza et d’altre cose bisognevoli”40.
È un ulteriore conferma di quanto la pesca di mare risultasse assai poco
praticata nel Cinquecento, verosimilmente anche per la mancanza di tecni-
che e “maniere” di pesca redditizie. Nel 1556 tale Antonio di Guglielmo Fa-
sciano maltese avanza supplica al senato di Ancona per mettere in atto un
“novo secreto et modo di pescare” per ottenere “abundanza di pesce” e nel-
lo stesso tempo richiedere la privativa per sé e suoi compagni facendo inol-

35
Citiamo dall’edizione “apud Ioannen Gymnicum” del 1595, la prima edizione fu stam-
pata a Venezia nel 1553. Sul giurista della città dorica vd. L. Franchi, Benvenuto Stracca giure-
consulto anconetano del XVI secolo, Roma 1888.
36
Stracca, Tractatus de mercatura cit., p. 260, n. 34.
37
“Notent Anconetani cives, qui poliporum, seu octi pedum, tempore piscatores lumini-
bus piscari sinunt extra domum Veneris, quem locum divi Clementis scopulos appellamus”,
Ivi. La scogliera di cui si parla ai nostri giorni non è più visibile, in quanto inglobata nelle
strutture del cantiere navale, cfr. A. Mordenti, Cibi e uomini, in Le carte in tavola. Manoscritti
e libri di cucina nelle Marche, a cura di A.M. Napolioni, Macerata 1996, p. 147.
38
Ivi, p. 147.
39
Suppliche al comune di Ancona cit., p. 143.
40
ASAncona, ASCAn, Bandi, 805, “Pescagione di Ascoli”, 10 gennaio 1596.
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tre istanza che “qualunque ardisse usare tal metodo di pesca caschi in pena
di perdere la barca et reti et ogni ordigno”41.
Nel 1584 vengono nuovamente riformati i capitoli d’appalto dei vari dazi
sulla pesca denominato ora “dazio del pesce”42, da cui si evince che l’attività
alieutica nella città dorica non è esercitata da unità pescherecce di rilevanza.
Spettava all’appaltatore del dazio concedere facoltà di pescare con cocolli e
con lupi e di assegnare le “poste delle menole”; ai pescatori delle “tratte
grandi” era concesso “cavare per ciascuna tratta dalla cassetta per loro man-
giare fino a bolognini sedici il giorno”, mentre per le tratte da mare “bolo-
gnini otto il giorno con la presentia però del datiero”. Nonostante la pratica,
già da alcuni decenni, di una particolare tecnica di pesca di ideazione veneta
come il “bragoccio”, una sorta di pesca a coppia ante litteram che si docu-
menta nel secondo Cinquecento e risulta piuttosto diffusa specie sul finire
del secolo a Cesenatico, Rimini, Pesaro (dal 1558), Fano, Senigallia, la calata
delle reti non si allarga che raramente verso acque d’altura. D’altro canto
non si conoscono i risultati né tanto meno le zone di azione, sotto costa o in
altura, del fantomatico esperimento piscatorio presentato ad Ancona, a detta
dell’ideatore capace di garantire abbondanti catture. Occorre infatti attende-
re gli inizi del secondo decennio del Seicento per assistere al salto di qualità
con lo sviluppo della pesca d’altura. Nel debutto del rivoluzionario sistema
di pesca d’altura le marinerie del litorale marchigiano assumono un impor-
tante ruolo di mediazione in quanto si prestano da tramite delle innovazioni
tecniche, ideate e proficuamente messe in atto nel Mediterraneo occidentale
e al contempo come campo sperimentale delle libere interpretazioni sul te-
ma dei pescatori dell’area alto adriatica, pronti a recepire le novità e a resti-
tuirle con originali accorgimenti, modi di pescare e tecniche di navigazione
all’avanguardia. È un ottocentesco annalista anconetano a segnalare la noti-
zia: “Nel 1610 alcuni pescatori francesi introdussero il nuovo metodo di pe-
scare con le tartane”43 rivendicando comunque ed ottenendo dagli ammini-
stratori cittadini “la privativa per 10 anni con molti altri privilegi”44. L’effetto

41
ASAncona, ASCAn, Consigli, 1554-1556, cc. 134v-135r, 14 febbraio 1556; Suppliche al
Comune di Ancona cit., p. 51.
42
ASAncona, ASCAn, Dazi, 720, cc. 24r-25r, 16 giugno 1584.
43
A. Leoni, Ancona illustrata, Ancona 1832, p. 307. Lo storico erroneamente identifica il
nuovo metodo con quello che si praticava ai suoi tempi: “credo che sia lo stesso che si fa ora
con quelle piccole barche dette volgarmente paranze”. In realtà con il sistema seicentesco
non si effettuava il traino della rete con l’ausilio di due barche in coppia, ma con l’uso di una
sola imbarcazione munita di due aste a poppa e a prua a cui erano fissati i capi della rete.
44
Leoni aveva ricavato la notizia dalla Storia di Ancona di Camillo Albertini, manoscritto
conservato presso la Biblioteca Benincasa di Ancona.
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47

di tale innovazione nel lungo periodo risulta positivo in quanto nel 1715 An-
cona con sedici unità e Sirolo con quattro mettono alla vela per la pesca d’al-
tura una discreta flottiglia, compresa fra le 114 tartane censite da Luigi Fer-
dinando Marsili tra Rimini e il Tronto45. Nei decenni a seguire, dopo l’istitu-
zione del porto franco (1732), in assenza al momento di dati statistici, pos-
siamo solo rilevare la decadenza dell’attività alieutica locale dimostrata dalla
presenza di sole “quinque naviculae” del 1761, che a fine secolo si attestano
a quattro46. Il fenomeno involutivo può forse spiegarsi con l’avvenuta con-
versione di alcuni natanti da pescherecci in mercantili, ma anche in virtù del
vistoso incremento della commercializzazione del pesce fresco proveniente
dall’apporto delle barche “forestiere”. In questo campo ma anche nel settore
delle imposte comunali sul prodotto si promuove invece lo studio di alcune
riforme, ma la rivisitazione degli antichi sistemi di tassazione, sia sotto il pro-
filo legislativo che politico viene avviata solo nel secondo Settecento47. L’atti-
vità legislativa si riassumeva principalmente nell’adeguamento alle congiun-
ture delle aliquote del dazio sul prodotto e nelle variazioni da apportarsi ai
calmieri del pesce e – come riferisce Werther Angelini – “si amministrava da
parte del Governo locale per mezzo di provvedimenti bannimentali, promul-
gati nello spirito degli statuti locali e nel rispetto della Magistratura comuna-
le”. Il testo dei decreti periodicamente emanati, nonostante la diversità dei
funzionari firmatari, risulta nella sostanza sempre ripetitivo, così come i mer-
curiali del pesce, suddiviso fra “pesce nobile” e “pesce popolare” con prezzi
differenziati per le varie specie ittiche nei consumi per giorni di “grasso” o
per quelli di “vigilia”, “precetto” e “quaresima”.
Un cambiamento si avverte però nell’editto sottoscritto dal governatore
di Ancona, monsignor Altieri, in data 20 agosto 1775, foriero della novità di
una “tariffa proporzionata a ciascun ceto di persone”: si cerca di permettere
un adeguato rifornimento di pesce per tutti, specie per soddisfare l’osservan-
za del precetto delle vigilie ed anche per incentivare lo sviluppo della “gros-
sa pesca” e con esso un consumo di pesce fresco atto ad annullare l’importa-
zione di quello salato, preferito per il suo basso costo specie dalle classi me-
no abbienti (che ne facevano larghissimo uso e non solo nei giorni di ma-
gro).

45
M.L. De Nicolò, La costa difesa. Fortificazione e disegno del litorale adriatico pontificio,
introduzione di A. Tenenti, Fano 1998, p. 90.
46
ASAncona, ASCAn, Annona pescheria, 2867: “Promemoria” di Luciano Benincasa, 8
marzo 1794.
47
W. Angelini, Appunti per una storia della pesca ad Ancona nel Settecento in “Gazzettino
della Pesca”, numero speciale, Ancona, 1966; Id., Vicende della pesca e dell’ambiente mercan-
tile nel Settecento anconitano, in “Quaderni storici delle Marche”, 7, 1968, pp. 56-85.
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Un vero cambiamento comunque nella regolamentazione della vendita e


dell’approvvigionamento di pesce si avrà solo nel 1791 con la promulgazione
del “nuovo piano creduto efficace e conducente a riparare il disordine della
penuria del pesce nella città di Ancona”48. Fino a quella data gli introiti fi-
scali legati alla pesca erano raccolti attraverso l’appalto del dazio della pesca
che veniva concesso dietro asta pubblica previa assicurazione dell’adeguato
rifornimento di prodotto ittico per la piazza cittadina. In realtà però l’appal-
tatore, fatto salvo il cespite da rimettersi all’erario, nell’esercizio delle sue in-
combenze rimaneva al di fuori di ogni controllo e vigilanza da parte delle
magistrature, riuscendo a gestire a suo esclusivo tornaconto i movimenti del
prodotto per l’obbligatorio approvvigionamento del mercato locale e ad or-
dire con i mercanti all’ingrosso e i pescivendoli tutta una serie di speculazio-
ni altamente redditizie, fra cui non era da escludersi nemmeno una certa
connivenza con il contrabbando49.
Ad Ancona nell’ultimo ventennio del Settecento all’appaltore, che arriva-
va ad assorbire 1/6 dell’incasso della vendita del pesce, si dava la responsabi-
lità di situazioni di monopolio nel commercio ittico, dovute principalmente
ai favori da questi riservati ad alcuni grossisti e accaparratori: essi comporta-
vano, oltretutto, anche l’abbandono della piazza cittadina da parte dei pe-
scatori non marchigiani, che ormai toccavano lo scalo dorico solo come rifu-
gio quando la navigazione si faceva pericolosa. Con il “Nuovo Piano” ci si
proponeva di modificare questi schemi puntando proprio “sulla rottura dei
vecchi grossi monopoli di appalto” per stimolare, sotto controllo delle auto-
rità comunali, la concorrenza dei piccoli rifornitori. L’impegno del governa-
tore, giustificato anche presso la Curia romana, era volto a regolamentare il
settore con l’emanazione di “una nuova gabella generale, appunto per forni-
tori, sul dazio del pesce nella pescheria civica” approvata a titolo sperimen-
tale, nonostante le opposizioni locali, dalla Sacra Congregazione del Buon
Governo e messa in vigore nel settembre 1791.
Per incentivare il mercato dunque veniva decisa l’abolizione del “dazio so-
pra il peso sostituendo alla gabella comunale del 15% sul ricavato del pesce
al minuto, un’altra nella tenue cifra di quattrini 1 e 1/2 per libbra”50 e si met-
teva la parola fine anche su consuetudini di sapore medievale come quella

48
Ivi, p. 72.
49
Ivi, p. 73.
50
Si ordinava che tutto il pescato fosse condotto in città per essere sottoposto alla pesa
per superare il problema di quegli approdi lungo la “spiaggia territoriale” di Ancona, che si
allungava da Casebruciate a Numana, per i quali in passato si richiedeva il pagamento di un
diritto di sbarco di 10 baiocchi per ogni canestro di pesce, ivi, p. 78.
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dell’obbligatorietà delle “regalie” per i funzionari; questi provvedimenti non


tardano a mostrare benefici effetti e accenni di crescita del settore si eviden-
ziano anche con la ricomparsa sulla piazza cittadina del pesce introdotto dai
pescatori forestieri, per lo più della costa romagnola e picena. L’amministra-
zione diretta del “dazio della pesca del pesce” da parte della comunità tende-
va ad eliminare gli abusi togliendo definitivamente di mezzo la figura dell’ap-
paltatore “che in passato rispondeva da sé della riscossione di tale dazio e in
genere gestiva l’approvvigionamento”, sostituendo a quest’ultimo gli stessi
produttori, invitati a convogliare tutto il pescato nella pescheria e non altrove,
che si piegavano al controllo di una commissione di funzionari detta dei Cin-
que garanti. I controlli rimanevano comunque abbastanza aleatori. I quantita-
tivi denunciati non erano sempre rispondenti all’effettivo risultato della cam-
pagna di pesca e d’altro canto, operazioni di scarico abusivo e di vendite clan-
destine continuavano a perpetrarsi e non di rado con connivenze in alto loco.

Rimini

Alla fine del XVIII secolo in Rimini è accertata la presenza di circa un centi-
naio di unità pescherecce di cui 70 utilizzate per la pesca d’altura; questo
progresso della marineria riminese maturatosi in un tempo relativamente
breve, non trova casi analoghi nei porti e nelle città costiere adriatiche dello
Stato pontificio51. Quali le ragioni di questa singolarità? Le fonti a nostra di-
sposizione permettono di seguire l’evoluzione del settore nell’arco di tre se-
coli. Attorno alla metà del Cinquecento il dazio delle “barche pescarezze”
chiarisce che la regolamentazione della pesca marittima è limitata alla sola
pesca costiera (1568)52. Le “barche pescarezze” sono da identificarsi unica-

51
Per quanto riguarda i porti romagnoli vd. L. Varani, I porti, in A. Berselli, a cura, Storia
dell’Emilia Romagna, II, L’età moderna, Bologna 1977, pp. 117-130 (su Rimini particolarmente
pp. 125-127); C. Casanova, Comunità e governo pontificio in Romagna in età moderna, Bolo-
gna 1981, pp. 35-37; S. Bugli, A. Turchini, I porti, in Storia illustrata della città di Rimini, II,
Milano 1990, pp. 561-573, ora cfr. A. Turchini, La Romagna nel Cinquecento, I, Cesena 2003,
pp. 135-203. In generale si vedano i contributi di G. Simoncini, Porti e politica portuale dello
Stato pontificio dal XV al XIX secolo, in Id., a cura, Sopra i porti di mare, IV, Lo Stato pontificio,
Firenze 1995, pp.8-79; L. Palermo, I porti dello Stato della Chiesa in età moderna. Infrastruttu-
re e politica degli investimenti, Ivi, pp. 81-150; M. Pigozzi, Legazioni di Ferrara e di Romagna.
Scali portuali e sbocchi a mare in età moderna, Ivi, pp. 281-307 (su Rimini pp. 294-300).
52
ASRimini, ASCR, AP 606, Capitoli e decreti: “Capitoli, decreti e ordini nuovamente fat-
ti e compilati sopra il datio overo datii delle barche pescarezze e pescie teriero e forastiero in-
sieme pel passato uniti, perinenti tanto a chi soggiace e soggiacer deve a detti datii quanto a
chi deve ricevere o pigliare i proventi d’essi datii”, maggio 1568. Il dazio del pesce “terero e
forastiero” è documentato con le cifre dell’incanto dal 1547 (Ivi, AP 117, Dazi, 1547-1604).
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mente con le “tratte da mare”, vale a dire un complesso di attrezzature che


comprendono complessivamente scafi e reti e denominato appunto tratta, il
cui utilizzo era codificato dall’autorità comunitativa: apposite norme stabili-
vano infatti, oltre gli obblighi fiscali e i tempi e luoghi di pesca, anche le mo-
dalità di carattere igienico sanitario cui attenersi per la vendita del prodotto.
Il controllo dell’attività piscatoria da parte del governo cittadino era fina-
lizzato soprattutto ad assicurare l’approvvigionamento alimentare della po-
polazione locale e ad evitare dunque speculazioni commerciali su un genere
di prima necessità; per questo si obbligavano appunto gli addetti del settore
a convogliare tutto il pesce, appena sbarcato, immediatamente nei luoghi de-
stinati come pubblica pescheria. I “padronizanti”, cioè i conduttori e/o pro-
prietari delle strumentazioni pescherecce, una volta denunciata la propria at-
tività al maestro d’entrata, si impegnavano ad esercitare l’attività lungo il li-
torale per la durata dell’intero anno di pesca sancito dai capitoli del dazio.
Dunque la comunità vietava categoricamente “il poter pescare in alcun luo-
go della giurisdizione di Rimino”, se “al principio del datio” il “padronizan-
te” non avesse iscritto la propria unità da pesca nei registri della comunità.
Venivano esclusi dall’obbligo dell’osservanza di questa normativa i soli pe-
scatori di Burano che si muovevano con le loro tratte dall’area lagunare ve-
neta migrando stagionalmente nella spiaggia di Rimini; l’arrivo dei Boranelli
rientrava nel calendario venatorio e la loro attività piscatoria, che garantiva
abbondanza di pesce sulla piazza cittadina, era accettata dall’autorità come
“usanza solita e gratificazione”. D’altra parte alle tratte si richiedeva un im-
piego costante “ogni giorno, over notte, di quaresima e di vigilia e di venere
e di sabato, che sia per il giuditio di periti, riputato abile al pescare o al pi-
gliar pescie”. Era rigorosamente vietata la commercializzazione del pescato
“alla marina”. Trattaroli e Boranelli non potevano fare la cernita del pesce
(“non ne possano far scielta, elettione, o accappo … separando grosso, mez-
zano o minuto”), ma, come si è detto, erano obbligati a “mandarlo in piazza
in pescaria deputata per venderlo”, ben pulito, cioè dopo averlo “purgato da
alga o altra immonditia”. La tavola dei prezzi allegata ai capitolati fungeva
da calmiere e si valutava un possibile allargamento del mercato nel mese di
maggio, cioè nel periodo in cui si effettuavano le campagne di pesca più co-
piose. Si permetteva infatti, previa notifica da presentarsi all’appaltatore del
dazio, lo smercio in altre piazze del prodotto in eccedenza rispetto alle ne-
cessità del mercato locale. Con tutta probabilità queste normative cinque-
centesche ricalcavano precedenti disposizioni in materia fiscale e di control-
lo, dal momento che già in età malatestiana era in vigore un dazio delle “bar-
che pescarezze” (1494), spesso richiamato nella documentazione successiva,
di cui però ignoriamo i postulati. Le notizie desumibili invece dagli statuti
della città del secolo XIV, palesano prevalentemente intenti economici e igie-
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54

nico sanitari che, come rimarca Franchini “niun dato ci forniscono rispetto
alla costruzione giuridica del rapporto che intercede fra pescivendoli, pesca-
tori, proprietario di nave per la spedizione peschereccia”, salvo qualche ac-
cenno ad esempio al divieto di contrarre “societatem cum aliquo foresterio
causa emendi vel revendendi pisces” e ad argomenti relativi alla vendita del
prodotto53.
L’interesse dei governanti, evidenziato dalla periodica emissione di bandi,
di divieto o limitativi dell’esercizio della pesca, alla fine del Cinquecento è ri-
volto esclusivamente ai “pescatori, grancini, trattaroli e bragozzanti”54, a di-
mostrazione che il settore risulta ancora circoscritto agli specchi d’acqua li-
mitrofi alla costa. Le tecniche di cattura praticate sono soprattutto la tratta e
lo spontale55 che si aggiungono alla semplice pesca di raccolta lungo la riva e
a quella più faticosa dei molluschi bivalvi, vongole e telline (“calcinelli”), ef-
fettuata con un rastrello fissato ad un palo più o meno lungo, che veniva ma-
novrato da un uomo e poteva utilizzarsi sia immergendosi in acqua fino alla
cintola o in piedi su una piccola barca. Scavando leggermente il fondale con
movimenti ondulatori, le conchiglie nascoste sotto la sabbia venivano così ri-
versate nella sacca rinforzata sistemata attorno allo strumento: si tratta del
cosiddetto “ferro delle poverazze armato” che è ben documentato in atti no-
tarili già dal XV secolo. Un tipo di pesca costiera un poco più complesso era
invece quello “a bragozzo”, praticato con due imbarcazioni, una grande e
l’altra più piccola, detta gondola, che tendevano la rete chiamata appunto
bragozzo.
Quest’ultima tecnica piscatoria, come si è già avuto modo di notare, do-
cumentata a Rimini56, a Fano57 e in altre località adriatiche, risulta assai dif-
fusa specialmente a Pesaro.
Il dazio della pesca di Rimini nel secolo XVI comportava un aggravio di
circa il 10% del valore, ma quando nel 1629 le autorità centrali dello stato

53
V. Franchini, Appunti di diritto marittimo riminese nel secolo XIV, Bologna 1913; sulla
pesca pp. 27-30.
54
ASRimini, ASCR, AP 566, Bandi, “Bando del vendere il pesce alla fontana”, 11 settem-
bre 1599.
55
I Capitoli della pesca di Rimini del 1568 consentivano ai privati di pescare per diletto con
lo “spontale” senza alcun obbligo daziario: “se alcuna privata persona con uno spontale vorrà
per suo piacere e per uso proprio e non per vendere, pescare, che lo possa lecitamente fare”.
56
ASRimini, NR, G. Franciosi, 1593, c. 235r, 14 luglio: compravendita di un bragoccio
“pro arte piscandi cum duobus cimbis, velum, arborem, antenam, rudentibus, remos sex, na-
spum et funes nuncupatas reste, ancoram, themonem, canestros quinque”.
57
A. Deli, Fano nel Seicento, Fano 1989, pp. 255-258., si citano bragocci del tardo Cin-
quecento (Ivi, p. 257).
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55

introdussero una nuova gravezza, detta del “quarto aggiunto” da imporre al-
le comunità, la città di Rimini pensò di farvi fronte, previa autorizzazione
della Congregazione del Buon Governo, aumentando il dazio del pesce del
5% rispetto all’antico canone58. Più tardi Innocenzo X assegnava alla città
anche l’affitto dei banchi del pesce, per permettere, grazie a questo ulteriore
prelievo, di far fronte ai debiti contratti in occasione del contagio del 1630 e
delle spese richieste a sostegno della guerra di Parma59.
Altri temporanei aggiustamenti delle aliquote si registrano, sempre nella
contingenza di fatti militari, all’inizio del Settecento, quando il presidente di
Romagna, monsignor Marabottini, per sopperire alle necessità delle truppe
di passaggio nel 1709, rincara la tassa dal 15 al 22%; qualche decennio più
tardi, per gli stessi motivi, legati al transito dei militari dal 1742 al 1746 nei
territori pontifici durante le guerre di successione, si ricorrerà invece ai rin-
cari delle tariffe del pesce60.
Nel corso del Settecento dunque, e particolarmente nella seconda metà
del secolo, attraverso tutta una serie di memoriali redatti per contrastare la
pressione fiscale nei confronti di una attività lavorativa particolarmente fati-
cosa e al contempo non priva di imprevisti e pericoli nel suo svolgimento, da
parte della marineria si alzano cori di reclamo rivolti al legato di Romagna e
fin anche a Roma direttamente al pontefice.
Va peraltro sottolineato che sulle attività marittime e specialmente sul set-
tore della pesca, pesavano localmente anche il dazio dell’alboraggio ed un
aggravio suppletivo su ogni singolo natante da pesca finalizzato alla costitu-
zione del capitale da destinarsi alla costruzione della pescheria coperta. A
tutto ciò si doveva poi aggiungere l’obbligo, sancito già nei capitoli del capi-
tanato del porto, del trasporto annuale da parte di ogni unità di un carico di
pietre dei monti di Pesaro per la manutenzione delle palizzate del porto e,
infine, le innumerevoli regalie per i funzionari e per il capitano, fissate del
resto in appositi tariffari secondo una ben consolidata consuetudine61.
In risposta ad un memoriale del 175562 che richiamava precedenti dispo-
sizioni legatizie che avevano soppresso le regalie, veniamo a conoscenza che i
donativi elargiti al “magistrato” e agli “edili”, erano stati limitati ai “giorni
solamente di vigilia per il prezzo di baiocchi 3 e quattrini quattro”, ma il sol-

58
ASRimini, ASCR, AP 536, Informazioni, 1755-1758, “Dazio del pesce contrastato”, c.
5 ss.
59
Ivi.
60
Ivi.
61
Ivi.
62
Ivi, c. 8r.
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56

lievo era stato solo temporaneo; di lì a poco erano poi stati ripristinati i pre-
lievi consueti dell’intera stagione lavorativa: fra questi esborsi bisognava con-
tare il balzello per l’estrazione, cioè per l’esportazione del pesce, stabilito in
45 baiocchi per ogni “carretta” e un paolo su ogni qualità di pesce.
In tutta risposta comunque le autorità locali, incalzate dalle lamentele dei
marittimi ed insieme dal governo centrale che sollecitava delucidazioni sul
caso, ribattevano fermamente che, essendo la piazza marittima di Rimini fre-
quentata anche da pescatori di altri stati addirittura trasferitisi stabilmente,
gli impegni fiscali richiesti non potevano considerarsi gravosi: “Né il dazio
del pesce, né la risposta de’ banchi su quali si vende e l’ancoraggio” erano
viste come “cause sufficienti per impedire che vengano in questo porto fami-
glie e barche pescareccie forastiere”. Per di più si poteva constatare il pro-
gresso della marineria dalla stessa “quantità di barche pescareccie, che sono
nazionali del porto di Rimino”, giunte a rifornire, oltre la città, “tutta la Pro-
vincia di Romagna, la città di Bologna, lo Stato d’Urbino e la Toscana”63. Fi-
no a qualche tempo prima il mercato locale era quasi interamente coperto
dai pescatori di Chioggia che, con la crescita della flottiglia riminese, aveva-
no poi cercato anche altri sbocchi commerciali. Lo stato di benessere del set-
tore era insomma sotto gli occhi di tutti e gli stessi pescatori chioggiotti, fino
al recente passato impostisi come principali produttori di pesce, erano stati
costretti a dirottare altrove la vendita del prodotto:
Quando nel porto di Rimini vi erano sole otto o dieci barche nazionali da pesca,
allora sì che frequentemente vedevansi barche pescareccie di Chiozza e d’altri
luoghi a portare il pesce, ma dapoi che sonosi costrutte tante barche nazionali da
pesca al numero di circa 40, comprese quelle di Cattolica, e più grandi di quelle
di Chiozza, non si vedono più quest’ultime se non in caso e ben di rado di qual-
che borasca di mare64.

Le barche chioggiotte rimanevano però le principali rifornitrici di pesce


fresco dei mercati di Ravenna, Cervia e Cesenatico, realtà rivierasche ricono-
sciute dall’estensore dell’informazione, totalmente prive di “barche nazionali”.
Già all’inizio del secolo, nel 1715, durante una perlustrazione della costa
adriatica pontificia per ragioni militari, in un rapporto informativo ricco an-
che di molte considerazioni di carattere geografico ed economico, il generale

63
Ubaldo Marchi nella sua Cronaca (sec. XVIII), sosteneva che il prodotto ittico spedito
a Bologna e in Toscana da Rimini rendeva 50.000 scudi all’anno, vd. Tonini, Il porto di Rimi-
ni cit., p. 28.
64
ASRimini, ASCR, AP 536, Informazioni, 1755-1758, c. 9r; M.L. De Nicolò, Note sull’at-
tività cantieristica e portuale a Rimini nel Settecento, in U. Spadoni, a cura, Barche e gente del-
l’Adriatico, 1400-1900, Bologna 1985, pp. 34-35.
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57

Luigi Ferdinando Marsili aveva evidenziato nei porti romagnoli la pressoché


totale assenza di flottiglie pescherecce locali, ad eccezione di Rimini.
Da Rimini sino alle Bocche del Po grande tutta la spiaggia è pescata da pescatori
di Chioggia, sudditi della Repubblica di Venezia, provvedendo parte della Ro-
magna, Romagnola, Ferrarese e Bolognese di pesce di mare, per la scempietà
degl’ abitanti del Cesenatico, Cervia, Candiano, Primaro, Comacchiese, solo ap-
plicati alle Valli e alle Bocche del Po grande, asportando li medesimi chioggiotti
tutto il danaro alla lor patria, con l’aumento della povertà de medesimi popoli65.

Per quanto riguardava Rimini comunque la situazione era ben diversa: la


presenza di una flottiglia peschereccia consistente precludeva ai chioggiotti
non solo il predominio sulla produzione che potevano vantare nei porti del
delta padano, ma anche ogni loro velleità di espansione su quella piazza do-
ve peraltro erano coinvolte non poche maestranze immigrate dai territori ve-
neti e ormai pienamente integrate nella città d’adozione. La marineria rimi-
nese più che a combattere la concorrenza aspirava ad incrementare il settore
commerciale confidando nella buona predisposizione dell’amministrazione
cittadina e del governo centrale verso il settore marittimo. Solo sotto questo
profilo si giustificano infatti le pressanti istanze di quanti erano impegnati
nelle arti della pesca attraverso suppliche, ricorsi e memoriali sollecitanti una
riforma degli antiquati sistemi di tassazione, basati sull’esborso delle aliquote
daziarie calcolate sul prodotto, con l’aggiunta di ulteriori balzelli e “ricogni-
zioni”. Un ricorso inoltrato nel 1759, con le sue critiche su un ordine tribu-
tario oltremodo penalizzante, illustra perspicuamente il problema66: oltre al
prelievo del 15% calcolato sul prodotto complessivo, per l’impresa di pesca
gravava l’imposta di 8 scudi all’anno fissata su ogni barca “col mendicato
pretesto d’affitto di banchi di quella pescaria”, in aggiunta alle gabelle solite
a esigersi sul pesce forestiero, estrazione del pesce ecc. senza poi contare la
quota di “regalie” previste per il capitano del porto. Nell’esposto del 1759 si
entrava anche nel merito della pescheria. La marineria aveva partecipato alla
costruzione, nel 1747, sottoscrivendo con la comunità un accordo di parteci-
pazione alle spese, messo in discussione però ad opera ultimata. Si polemiz-
zava sull’esorbitanza dei costi di una struttura monumentale inaccettabile
per la funzione a cui era destinata e si deridevano le scelte progettuali: l’“or-
namento” di questo intervento edilizio “che doveasi intendere d’una qualità

65
ASV, Fondo Albani, 212 citato da M.L. De Nicolò, La costa difesa cit., p. 90. Sull’attivi-
tà del militare e naturalista bolognese per la difesa costiera dell’Adriatico vd. G. Bruzzo, L’o-
pera militare e scientifica di Luigi Ferdinando Marsili nella difesa della costa pontificia dell’A-
driatico, in Memorie intorno a L.F. Marsili, Bologna 1930, pp. 145-169.
66
ASRimini, ASCR, AP 537, Informazioni, 1758-1764, cc. 52v e ss.
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58

e prezzo usuale” e “che non dovesse eccedere la linea d’una comoda e eco-
nomica fabbrica” – ironizzavano – “supera di gran lunga quello del tempio e
duomo della città, con ammirazione de’ forastieri alla vista d’una pescaria
per tempio e un tempio per pescaria”67.
All’elenco dei balzelli e tributi consueti era stato aggiunto poi il calcolo
delle imposte che gravavano su ogni singolo peschereccio: “Non valutandosi
una barca pescareccia, per grande che sia, che scudi 700 circa, sembra ini-
quo – si sosteneva nel ricorso – che per sì tenue capitale debbasi pagare scu-
di 90, tal che il peso assorbisca [sic] lo stesso capitale nel lasso di sette anni;
e mal sarebbe se un patrimonio di scudi 700 dovesse gravarsi in tal guisa,
mentre il gravame superarebbe di gran lunga il frutto che può rendere”68.
D’altra parte il capitale “ogn’anno si diminuisce, talmente che nel decor-
so di dieci o undici anni vien diminuito più della metà e tornarebbe a meglio
conto cederlo e dimetterlo”. Nell’ipotesi sulle rendite dell’impresa di pesca,
formulata dagli addetti alle arti della pesca, si calcolava un gravame del 50%
“su quell’utile che si procaccia con tanto sudore e stento”69.
La risposta delle autorità cittadine prende corpo in una “Informazione
sopra il ricorso dei pescatori”70 da sottoporre all’attenzione del governatore,
tesa a confutare ad una ad una tutte le argomentazioni dei marittimi accusati
di non pagare interamente il tanto controverso dazio del 15% sul prodotto
della pesca, ma “la metà incirca per composizione accordatali dall’appaltato-
re”. In base alla convenzione incorsa fra gli appaltatori del dazio e gli arma-
tori, a detta della magistratura, che teneva anche a rimarcare come ogni pe-
schereccio producesse “di utile circa 1200 scudi annui”, questi ultimi erano
tenuti a versare “circa la metà, cioè il sette e mezzo, o l’otto al più per cen-
to”. In merito poi alla pescheria si precisa che i “porzionevoli” ne avevano
caldeggiato la realizzazione per superare “i rigori del freddo verno ed il co-
cente caldo d’estate”, offrendosi a versare una tassa annuale di 8 scudi per
barca “in vece dell’affitto de’ banchi del pesce, purché dalla comunità si fos-
se costrutta una pescaria con portici per difesa dall’acqua, con vasca d’acqua
per loro comodo, e costrutto ancora un luogo per riporre le bilance”. L’in-
tervento aveva comportato una spesa di 3600 scudi, “compresi scudi 1600

67
Francesco Algarotti esprimeva invece al riguardo giudizi positivi: “Di nuove fabbriche
è da notarsi la pescheria, forse la miglior fabbrica che innalzasse il Buonamici, con belle tavo-
le di marmo e con fontane come a simil luogo si richiede. E ben conveniva che di una bella
pescheria fornita fosse una città la quale ha con la pescagione da trenta mila scudi l’anno di
profitto”, cit. in Pigozzi, Legazioni di Ferrara e della Romagna cit., p. 298.
68
ASRimini, ASCR, AP 537, c. 54v.
69
Ivi.
70
Ivi, cc. 56 ss., 12 ottobre 1759.
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59

impiegati nelle compre del sito e case per tal costruzione che si doverono at-
terrare”. In totale, secondo gli amministratori, era stata affrontata una spesa
“che non fu tanto grave”. Passando poi alle altre imputazioni fiscali recrimi-
nate, le “imposizioni” di 40 baiocchi per “biroccio” e 12 baiocchi “per soma
di pesce che si estrae”, cioè le partite destinate alle piazze estere, gravavano
esclusivamente sui “mercanti che ne fanno l’estrazione per la Toscana, per lo
Stato d’Urbino e per Bologna”. C’era dunque materia sufficiente per punta-
re il dito contro i commercianti di pesce, i parcenevoli e i pescivendoli, rite-
nuti i veri autori del memoriale di lamentele, perché “danno a sospettare che
essi facciano mercimonio sui pescatori, dai quali comprando il pesce, estrag-
gono poi per lor conto, lucrando così su quel genere, la vendita di cui è loro
affidata da’ pescatori”. Per rintuzzare poi il tentativo di ingraziarsi il favore
delle autorità superiori rammentando la pericolosità ed i rischi del mestiere,
con il pietistico riferimento alla tragica fine occorsa in quegli anni a tredici
pescatori sorpresi in mare dalla tempesta, nella loro informazione i consoli
insistevano al contrario come molto spesso simili disgrazie erano da imputar-
si ad atti di “temerità” dei marinai:
Prevale in loro in tal guisa l’ambizione di rendersi singolari e distinti da ogn’altra
nazione nel coraggio di resistere alle borasche, che punto non pensano di rimanere
in mare nelle più fiere tempeste e di lottare con la morte, azzardando così incauta-
mente la propria vita e la barca. E se tal volta loro riesce di superarne una, tanto
più facilmente un’altra volta s’espongono, finché poi rimangono sacrificati71.

I piagnistei insomma erano del tutto fuori luogo ed era sotto gli occhi di
tutti che l’“arte della pesca” nella città di Rimini aveva creato “un utile che
da verun altr’arte risulti”72. Quanto mai opportuna, per verificare la veridici-
tà di questi asserti sarebbe stata una visita del governatore “per diporto” nei
“popolatissimi borghi di S. Giuliano e del porto di questa città, ambidue
composti quasi unicamente di famiglie di padroni di barche e di pescatori e

71
Ivi, c. 63r.
72
In una cronaca manoscritta (BGRimini, E. Capobelli, Commentari delle cose accadute
nella città di Rimino dall’anno 1763 a tutto il 1769, vol. IV, cc. 224-225, anno 1766), si asseri-
sce che l’arte della seta e l’attività di pesca in Rimini rappresentano i principali introiti dell’e-
rario pubblico; a proposito di quest’ultima si fanno notare i traffici commerciali con Firenze
e la Toscana. Nel “ricorso padronali e pescatori contro il dazio del pesce” del 21 febbraio
1787 si asserisce: “L’arte della pesca che si esercita dai pescatori riminesi, è un’arte che a ben
intenderla anderebbe promossa ed allettata con premi anziché fiaccata d’incompatibili aggra-
vi (...) l’arte della pesca in Rimino si coltiva da circa 1000 uomini se non tutti di origine, cer-
tamente ivi tutti domiciliati colle rispettive famiglie”, ASRimini, AP 542, Informazioni, 1786-
1790, cc. 47v e ss. Nel secondo Settecento, proprio per l’intenso movimento migratorio dei
pescatori clodiensi verso la città romagnola, uno dei quartieri in prossimità della marina sarà
denominato “chiozzotto”, vd. infra, nota 73.
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60

di altri che vivono di tal arte e vedrà di quante famiglie forastiere di dett’arte
e di quante case in pochi anni costrutte siano stati sin’ora accresciuti e quan-
te altre di presunte se ne costruiscano da loro per abitarvi”73.
Il governatore poteva insomma accertare di persona il tenor di vita dei
portolotti, dando magari “un’occhiata agli ori e vesti, delle quali ne’ giorni fe-
stivi in specie sono ornate le di loro donne” e valutare poi se ciò potesse esse-
re “contrassegno di quella miseria, che tanto s’esalta nel ricorso”; del resto
anche il tangibile fermento riscontrabile nella cantieristica era un evidente se-
gnale del mutamento in corso nel settore marittimo e su questo, sempre rivol-
gendosi al governatore della città, i consoli insistevano: “Si compiaccia fermar
l’occhio su lo squero, ove vedrà costruirsi nuove barche e troverà l’orme d’al-
tre, non v’ha molto gettate in acqua”. In conclusione le arti del mare assicura-
vano in realtà “un lucro tanto abbondante, che non fa esitare nell’azzardo al
mare d’una barca del tenue valore di scudi 700”; gli unici a rimanere in qual-
che modo defraudati erano i pescatori che, vincolati ad un sistema consolida-
tosi nel tempo, si trovavano in balìa delle deprecabili “angarie usate dai pro-
prietari delle barche coll’obbligarli a ricevere da loro, a prezzi rigorosi, tutto
ciò anche di più minuto che abbisogna non meno ad essi per vitto in mare e
per uso delle barche, che per le loro famiglie che lasciano in terra”.
In definitiva si intendeva smascherare il ceto imprenditoriale, gli armatori
e parcenevoli che “a nome dei pescatori” non perdevano occasione per
“umiliare” al soglio pontificio reiterati ricorsi e memoriali unicamente per
proprio esclusivo interesse, per ricavare “maggior profitto sulle barche”.
Nel 1762 anche i pescivendoli di Cattolica, territorio soggetto alla giuri-
sdizione di Rimini, governata per mezzo di un capitano estratto a sorte nel
novero dei consiglieri della città, avevano avanzato ricorso al legato di Ra-
venna contro le pretese di quel magistrato e il legato, con lettera del 4 gen-
naio 1762, invitava il governatore di Rimini ad illuminarlo sull’argomento74.

73
In quegli anni Giovanni Bianchi asseriva che “colle barche da pesce accresciute, è cre-
sciuta anche la popolazione della gente di mare da cinquant’anni in qua, dove in Rimino allo-
ra non c’erano che dodici o tredici barche da pescare ed ora ce ne sono da cinquanta; onde
ora tra uomini, donne e ragazzi ci saranno duemila persone di più, che non c’erano allora e
queste comprano tutte le cose pel vitto da’ possidenti”, Memoria sopra il porto di Rimino
compilata dal signor Serafino Calindri con note del sig. Marco Chillenio, Pesaro 1765, p. 21.
Anche Capobelli (Commentari di Rimino, IV, c. 225) osservava nel 1766 la crescita della po-
polazione marinara riminese: “Non v’è città vicina in questa spiaggia pontificia dell’Adriatico
che nella pescagione uguagli Rimino, nella qual città invero v’è l’arte fina del pescare, essen-
do li marinari in numero tale che tutte le case delli due borghi di S. Giuliano e della Marina
non sono basanti per ricoverarli, onde molti sono dispersi anche in città in quelle abitazioni,
da loro condotte in affitto, che sono più vicine al suddetto porto”.
74
ASRimini, ASCR, AP 537, Informazioni, 1758-1764, cc. 135v e ss.
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61

I pescivendoli secondo l’informazione redatta dai consoli avrebbero do-


vuto rispettare sia le disposizioni contenute nei capitoli del 1745, sia le tarif-
fe stabilite dal cardinale Stoppani nel 1759 “che assegna non meno la regalia
di due libbre di pesce per ogni barca forastiera che il dazio della pesca, l’uno
e l’altro da esigersi dal capitano della Cattolica”75. Fin dal 1603 il dazio della
pesca di quella località era stato “smembrato” dal dazio della pesca di Rimi-
ni e assegnato al capitano quale “emolumento”76; ancora una volta i consoli
per contrastare le assertive dei pescivendoli puntano il dito contro il “merci-
monio” da questi perpetrato77.
I consoli, attenti all’approvvigionamento di pesce fresco per le comunità,
facevano notare l’esistenza di regolamenti proibenti il commercio del pesce
fresco “prima di un’ora e d’un’ora e mezza nelle rispettive stagioni affine di
dar comodo al paese di provvedersene per il proprio bisogno e consumo”; i
ricorrenti però “fatta la compra del pesce forastiere, immediatamente l’im-
prigionano nelle ghiacciaie, o subito dalle barche lo caricano su le some per
trasportarlo nello Stato d’Urbino ed in Perugia”78. Con reiterati ordini del
capitano si era tentato, inutilmente forse, di limitare le speculazioni dei com-
mercianti di pesce (1792): “si fanno lecito i pescatori, immediatamente ap-
prodati col pesce al lido, d’ivi venderlo a persone che lo trasportano altrove,
ovvero formatene le some, trasmetterlo ai paesi montani circonvicini per
proprio conto, o de padroni di barche, oppure di trasferirlo immediatamen-
te dal lido alle neviere”.

75
Ci si riferisce ai Capitoli et ordini per l’uffizio e giudicatura del porto di Rimino, Rimini
1745, e alla “Nota delle ragaglie che si devono esigere da tutte le barche di qualsivoglia sorta
tanto da viaggio che da pescare sì del nostro porto che forastiere per li signori capitani del
porto di Rimino …[e] per i signori capitani pro tempore di Cattolica” pubblicata dalla co-
munità di Rimini nel 1759. Una copia del bando si trova in ASRimini, ASCR, AP 623, fasc. 8,
Cattolica e suo capitano.
76
M.L. De Nicolò, La strada e il mare, Villa Verucchio 1993, pp. 216-217.
77
ASRimini, ASCR, AP 537, Informazioni cit., c. 138v-139r: “Non appena approdata al
lido della Cattolica una barca col pesce, … essi se gli fanno incontro e la contrattano assu-
mendosi l’obbligo di corrispondere a tutti quei pesi, che sono imposti sul pesce medesimo, li
riesce di comprarlo al vilissimo prezzo di meno ancora di due baiocchi per libra, indistinta-
mente tanto dal pesce nobile quanto dall’inferiore ed alle volte ancora per mezzo di tre
baiocchi per libra; qual pesce viene poscia dai ricorrenti caricato e trasportato in Urbino e si-
no a Perugia, ove lo vendono a carissimo prezzo. Imborsato il denaro non trovano mai il mo-
mento che riesca loro comodo di pagare al signor capitano quei diritti”.
78
Sulle attività di pesca a Cattolica vd. De Nicolò, La Cattolica tra XVI e XVIII secolo,
cit., pp. 285-302; Ead. La strada e il mare, cit., pp. 229-234. Sul ricorso dei pescivendoli vd.
ASRoma, Camerale, III, b. 716.
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62

Si ordinava invece, richiamando l’osservanza del chirografo del 1784, di


esporre il pesce fresco nel luogo deputato alla vendita almeno mezz’ora, “ac-
ciocché sia i poveri che le altre persone e gli osti possano provvedersene”79.
Nel 177280 e nel 177481 seguono nuovi ricorsi avanzati da “padroni di
barche e pescatori” di Rimini. Nel febbraio 1774 i pescatori, in mare “con
numero quarantacinque barche, furono improvvisamente sorpresi da una
fierissima e crudele tempesta” che aveva causato la perdita di due barche
con gli interi equipaggi, per un totale di 23 uomini “sepolti dall’onde”. I
consoli di Rimini, invitati dal cardinal legato a produrre nuove “informazio-
ni”, ricalcavano le medesime argomentazioni prodotte in precedenti occasio-
ni. Nel febbraio 1787 si replicavano nuove istanze per una riforma generale,
con un “Piano”82 che prevedeva la tassazione di ogni unità da pesca in fun-
zione di una classificazione basata sul tonnellaggio delle stesse e dunque ve-
rosimilmente sulla capacità produttiva: le unità di prima “sfera” avrebbero
dovuto pagare 50 scudi all’anno, quelle di seconda 25 scudi e quelle di terza
15 scudi; nel primo caso, essendo 26 i legni, la comunità avrebbe percepito
1340 scudi; dai 14 legni di seconda sfera sarebbero entrati nell’erario 350
scudi cui dovevano aggiungersi 450 scudi ottenuti con la tassazione delle 30
unità di terza sfera per un totale dunque di 2140 scudi. I consoli arrivavano
a confutare anche questa proposta, giudicata non rispondente alle effettive
capacità produttive delle imprese di pesca e soprattutto non proporzionata
tra le rispettive “sfere”83.
Dal confronto tra l’“Esibizione dei ricorrenti”, un prospetto con il ricava-
to ottenuto in base alle proposte del nuovo “Piano” e l’“Esigenza attuale
della Comunità”, si dimostrava poi come l’erario pubblico sarebbe stato pri-
vato di un’entrata di circa 1000 scudi; di conseguenza i consoli, previo pare-
re ed assenso della Congregazione dei dodici, “o sia Consiglio piccolo”, ela-
boravano il “Piano d’accomodamento coll’arte della pesca di Rimino sopra il

79
ASRimini, ASCR, AP 674, Capitaniato di Cattolica, II, bandi manoscritti datati 16 ago-
sto 1792 e 15 ottobre 1794.
80
Ivi, AP 539, Informazioni, 1768-1774, cc. 284ss, lettera del legato di Ravenna e succes-
siva “informazione” redatta per il governatore di Rimini.
81
Ivi, cc. 302ss, 11 gennaio 1774.
82
Ivi, AP 542, Informazioni, 1786-1790, cc. 47v e ss. Il “promemoria” dei proprietari di
barche da pesca è inserito a cc. 58r e ss.
83
“Pescano forse le barche di prima sfera il doppio soltanto di quelle di seconda? Ecco
ciò che andava dimostrato affinché equa fosse la distribuzione. (…) Le barche di terza sfera
che appena lavorano sei mesi all’anno pescano elleno un terzo incirca di quelle di prima le
quali tutto l’anno travagliano? Ecco ciò che andava dimostrato, affinché giusta fosse l’offerta
distribuzione”, Ivi.
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63

dazio del pesce”, proponendo la tassazione annuale di ogni unità da pesca


nel seguente modo: dai tartanoni si dovevano esigere 60 scudi, dai trabaccoli
di prima sfera 50, dai trabaccoli di seconda sfera 30, infine dalle barchette
10 scudi; sarebbero però restati immutati, e dunque a beneficio della comu-
nità gli altri “annessi del dazio”: il pesce delle barche “forastiere”, le anguil-
le, la pesca dell’approdo di Bellaria, l’alboraggio, la tassa dei banchi e il da-
zio “sull’estrazione del pesce”. Le autorità superiori, già nell’ottobre 1787
approvavano con dispaccio della segreteria di stato tale piano con la propo-
sta di metterlo in atto in via sperimentale per un anno. Intanto la marineria
riminese si adoperava per la “perpetuità” della tassa e nel contempo avanza-
va “un nuovo e più proporzionato riparto” sui “baragozzi o sieno barchet-
te”, approvato dapprima dalla Congregazione dei dodici e poi dal Consiglio
generale (17 ottobre 1791). Si giunge così alla stipula di un istrumento tra
l’“Arte della pesca” di Rimini e la comunità (30 giugno 1792)84. La soluzione
proposta era quella di classificare i bragozzi in tre “sfere” di appartenenza:
alla prima si iscrivevano quei natanti che utilizzavano “per loro maneggio” 5
uomini e due mozzi (scudi 18); alla seconda appartenevano quelli “capaci di
quattro uomini e un ragazzo” (scudi 14); alla terza quelli con sole tre perso-
ne (scudi 8). I bragozzi venivano così classificati in quanto di “assai maggior
mole e profitto di quelli introdotti da circa quindici anni a questa parte”. La
flottiglia da pesca riminese nel 1792 risultava composta di 9 tartanoni, di 22
trabaccoli di prima sfera, 5 trabaccoli di seconda sfera, di 21 bragozzi di pri-
ma, 31 di seconda e 8 di terza, per un totale di 89 legni cui dovevano aggiun-
gersi le 14 barche registrate a Cattolica classificate quali bragozzi.

Statistica delle unità da pesca presenti nel porto di Rimini nel secondo Settecento

Anni 1749 1750/1751 1752 1753 1754 1755 1756 1757


tartanoni 12
barche grandi 34 33 36 33 32 34 – 30
trabaccoli 25
barche piccole 5 4 2 4 3 3 4 4
totale 39 37 38 37 35 37 41 34

84
ASRimini, ASCR, AP 732, Pescaria, n.42, Istrumento rogato dal segretario della comu-
nità Nicola Antonio Franchi.
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64

Anni 1758 1759 1760 1761 1762 1763 1764 1765


tartanoni
barche grandi 41 36 37 35 34 35 32 31
trabaccoli
barche piccole 8 7 8 9 11 12 13 12
totale 49 43 45 44 45 47 45 43

Anni 1766 1767 1768 1769 1770 1771 1772 1773


tartanoni 9 9
barche grandi 30 23 30 19 27 27 26 24
trabaccoli
barche piccole 12 11 12 11 11 16 20 25
totale 42 43 42 39 38 43 46 49

Anno 1792
tartanoni 9
trabaccoli 27
baragozzi 53
totale 89

Porto Cesenatico

Porto Cesenatico in età moderna si qualifica soprattutto quale importante


piazza del commercio del pesce, ma al momento attuale non si hanno ancora
elementi sufficienti a valutare la reale consistenza di una flottiglia pescherec-
cia locale85. Da un punto di vista quantitativo nello scalo cesenaticense non
si dovevano contare molti legni fino al primo Settecento, dal momento che
l’attenta ispezione condotta lungo il litorale pontificio nel 1715 da Luigi Fer-
dinando Marsili non censisce alcuna tartana; per il Seicento tuttavia si docu-
menta la presenza di una decina di imbarcazioni dedite alla pesca tra cui vari
battelli praticanti verosimilmente la pesca costiera86.
Le normative inerenti la commercializzazione del prodotto ittico, codifi-
cate già negli statuti del borgo dipendente dalla città di Cesena, subiscono

85
L. Mancini, Il pesce e la “pescaria” del Cesenatico in “Studi romagnoli”, XX (1969), pp.
241-291; A. Turchini, Porto Cesenatico, in Storia di Cesena, vol. III, Rimini, 1989, pp. 600-617.
86
Turchini, Porto Cesenatico cit., p. 601.
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65

comunque aggiornamenti e modifiche nel corso del tempo87. Negli statuti


cesenati del XV secolo il dazio dei pesci88 “tam maris, quam aquarum dul-
cium et tam recentium quam salitorum” (Lib. III, rub. L), era imposto sola-
mente per alcune specie ittiche, diremmo pregiate, escludendone invece al-
tre come molluschi e lamellibranchi, per la cui estrazione e vendita non si
era tenuti a corrispondere all’erario alcun diritto (exceptis piperaciis, calcinel-
lis, granchis, gamberis et caeteris similibus habentibus cappas); soggetti ad im-
posta erano anche i trasportatori di pesce (conducentes), in transito per la
città di Cesena. Ai pescivendoli era richiesto di vendere il pesce fresco in cit-
tà solo nei luoghi deputati allo scopo, cioè “inter Muratam et gabellam”, ma
nel corso del Cinquecento il mercato si sposta anche in altri locali di pro-
prietà comunale ubicati di fronte, come si evince da un atto notarile del
1531 riguardante la concessione a nolo, da parte del consiglio della città di
Cesena, di botteghe in quel luogo proprio per la vendita del pesce fresco89;
specie ittiche di qualità superiore, come “ragia, squadro, tomatio et altri pes-
si de simil sorte” dovevano essere esposte alla vendita “dal canto della Ceso-
la”. Nel periodo quaresimale poi, per assicurare l’osservanza del precetto,
speciali esenzioni di imposta su rombi, storioni freschi e tinche del lago di
Perugia favorivano non solo i conducentes, i conservatori, il castellano e i di-
gnitari ecclesiastici, ma anche gli abitanti di Porto Cesenatico e gli osti di
quel luogo purché il consumo del pesce fosse destinato ad esclusivo uso fa-
miliare e alle mense delle osterie locali90. Non mancano richiami a norme di
carattere igienico sanitario: nessuno, fatta eccezione per il pescivendolo, po-
teva metter mano “in le ceste dil pesse”. Veniva concesso inoltre ai comac-
chiesi di vendere anguille e altri pesci freschi nelle tre botteghe e in altro luo-
go deputato (“sino al sprono et più là secondo serrà necessario”). Preoccu-
pazioni di carattere sanitario emergono anche dai regolamenti, datati 1581,
riguardanti l’“officio dei signori edili” della comunità di Cesena: vi si stabili-
va, fra l’altro, di tagliare la coda al pesce di valle rimasto invenduto dalla sera
precedente, “acciò possa essere conosciuto dal pesce fresco”, e di eleggere
“due soprastanti sopra li beccari e pescatori” per giudicare la qualità della
merce esposta; poteva essere introdotto sul mercato solo “il pesce buono
quale parerà ad essi migliore e più sano” e si dava loro “libera facoltà di re-

87
Vedi a proposito la serie archivistica Pesce e pescaria, conservato presso ASCesena,
ASCCe, 556, 1531-1663; 557, 1634-1739; cfr. Turchini, Porto Cesenatico cit., p. 603.
88
Statuta civitatis Caesenae, Cesena 1589, pp. 414-415.
89
Mancini, Il pesce e la “pescaria” cit., pp. 249-250.
90
G. Degli Angeli, Porto Cesenatico, note storiche e statuti del XV secolo, in “Studi roma-
gnoli”, XXX (1979), pp.434-435.
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provare e vietare” lo smercio di partite deteriorate o in qualche modo giudi-


cate difettose91.
Un’ordinanza dei conservatori di Cesena datata 11 marzo 1588 ribadiva il
divieto rivolto a “pescatori, bragocci, ostrigari abitanti nel Porto Cesenatico”
di “sbarcare alcuna quantità di pesce armato e disarmato” che non avesse ot-
tenuto “espressa licenzia” dal magistrato del luogo92.
Nuovi ordinamenti per disciplinare il commercio del pesce (fresco, cotto
e salato) vengono emanati nel 1628 e altri controlli sull’esportazione di pesce
dal Cesenatico si pongono nel 163293, ma a poco valgono contro gli abusi e
le frodi che continuano a perpetrarsi da pescatori, vetturali e pescivendoli a
danno della comunità. Qualche decennio più tardi si tenta di porre rimedio
a quello stato di cose con la promulgazione del “Bando sopra il pesce et al-
tro da osservarsi nel Porto Cesenatico” (1662). Il prodotto veniva fatto og-
getto di commercio “senza dimandare la solita e debita licenza” e con il ban-
do si cercava di favorire l’approvvigionamento di pesce per la città “a fine
che venga provvista a sufficienza e abbondantemente”; si ordinava ai pesca-
tori, “tanto terrieri quanto forestieri” di non poter vendere “né a minuto, né
all’ingrosso” senza la preventiva licenza del podestà, vietando ai vetturali e
pescivendoli di “comprare pesce di sorte alcuna”. Con il nuovo decreto si
obbligava a notificare al podestà la qualità e la quantità del pesce oggetto di
compravendita e veniva rinnovato anche il divieto di esportazione di pesce
e ostriche, senza la debita licenza “o bolletta in scritto” rilasciata dal magi-
strato.
Nel 1735 su iniziativa del cardinale Alberoni, legato di Romagna, proba-
bilmente per incrementare la produzione, era stata valutata l’opportunità di
annullare i controlli sul pesce e sul suo apprezzamento, ma le rimostranze
dei consumatori, vittime di un costante aumento dei prezzi, nel 1748 aveva-
no comportato un ripiegamento sulle precedenti disposizioni94. Nella notifi-
cazione del cardinale Alberoni si ritrova la prima testimonianza della presen-
za di una categoria già ben consolidata, quella dei commercianti all’ingrosso,
che nei decenni a seguire si sarebbe imposta con sistema monopolistico ai
danni dei pescatori locali. Il decreto legatizio infatti puntava il dito sul ripro-
vevole comportamento dei pescivendoli che disattendevano l’obbligo di tra-

91
Capitoli dell’officio delli signori edili tratti dalli statuti della magnifica comunità di Cese-
na, Cesena 1703, (capp. 15, 17), pp. 33-36; crf. Mancini, Il pesce e la “pescaria” cit., p. 251 e
Turchini, Porto Cesenatico, cit., p. 603.
92
Mancini, Il pesce e la “pescaria” cit., p. 264.
93
Ivi, p. 258.
94
Turchini, Porto Cesenatico cit., p. 606.
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67

sferire subito in città il pesce contrattato e si facevano cedere il prodotto da


barcaroli e pescatori per importi irrisori, “facendo tra di loro degl’accordi a
quel prezzo che ad essi pescivendoli piace”. Del resto anche gli appaltatori
del dazio del pesce lamentavano l’esistenza di una “unione osia monopolio”
costituitasi tra i più importanti “parzenevoli del Cesenatico”, il cui scopo era
di acquistare a basso prezzo dai paroni e dai pescatori il pesce senza mettersi
in concorrenza tra di loro, fenomeno peraltro di cui si hanno riscontri nel
corso del Settecento anche nella città di Rimini. A differenza di quanto avve-
niva nell’altro porto romagnolo però, almeno all’esame del quadro generale
delle maggiori entrate dell’erario, la comunità cesenate non traeva cespiti ri-
levanti dalla quantità di prodotto ittico immesso nel mercato, e un documen-
to del 1746 spiega i termini di applicazione del dazio del pesce95. La precisa-
zione di “pesce fresco che viene per mare a vendersi nel Cesenatico” serve di
per sé a qualificare Porto Cesenatico nella sua vocazione di centro commer-
ciale per lo smistamento e la distribuzione di pesce “forestiero”, in quanto
meta di pescatori verosimilmente provenienti da altre località. Per il pesce
pescato con la tartana, si dovevano corrispondere dal venditore all’appalta-
tore tre baiocchi per pescata, mentre riguardo al “pesce grosso, cioè raggia e
altro” catturato “con i pelaghi o altro legno grosso”, si dovevano rimettere al
dazio tre paoli per pescata. Lo stesso esborso era applicato anche per la pe-
sca di cefali e “meglie” con la tratta, purché il quantitativo fosse superiore ai
sei panieri. Da ogni “pelaghetto piccolo” che pescava “cani, mastinelle, po-
verazze e cappe” si pretendevano invece dal venditore dieci baiocchi per
ogni pescata. Per quanto concerneva il pesce conservato sotto sale, come
unità di rilevazione per la tassa venivano contati barili, moiazzi, botti che po-
tevano contenere sardelle, pesce salato e marinato, “saracche” e “arenghe” e
su questi colli si applicava una tariffa da corrispondere all’appaltatore da
parte del parone che sbarcava la merce. L’importazione di pescato da altre
località sembra tipicizzare il luogo, rappresentando per esso una tradizione
soggetta a normative, come peraltro si evince da un documento del secondo
Settecento richiamante le antiche normative statutarie sull’introduzione e sul
transito del prodotto ittico:
Il pesce forestiere, proveniente cioè da altre parti e pescaggioni fuori del porto
Cesenatico che si introduce per vendere in città e suo distretto tanto fresco che
salato, fumato, cotto e marinato a norma dell’antico statuto dovrebbe pagare
l’introduzione tanto per la gabella quanto per il dazio del denarino (…) il venti

95
Ivi, p. 613. Si tratta di capitoli facenti parte dell’istrumento stipulato tra la comunità e il
conduttore “super appaltum impositionum novarum terre portus Caesenatici” in ASCesena,
ASCCe, b. 5, VI.
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68

per cento a ragione di valore. Per transito poi per Cesena e suo distretto, passan-
do per condurlo in altre piazze, ogni sorta di detto pesce dovrebbe pagare la me-
tà meno (…) vale a dire un dieci per cento del suo valore96.

Il mercato del pesce di Cesenatico 97, era alimentato soprattutto dai


Chioggiotti che nel corso del Settecento si attestano sulle coste pontificie e
particolarmente sulla costa romagnola a seguito di un intenso movimento di
immigrazione98, che andrà via via potenziandosi nel secolo successivo e che
comporterà, con l’assestamento di una nutrita marineria da pesca proprio a
Porto Cesenatico, l’innesto di una forte tradizione popolare di matrice vene-
ta99. Appare emblematica, a questo riguardo, l’intitolazione scelta per la nuo-
va chiesa eretta nel Porto Cesenatico nel 1794, che privilegia i santi Elmo,
Felice e Fortunato, una triade significativa in cui si coniuga alla devozione di
un santo considerato protettore della marineria anche, a rimarcare le antiche
origini, il richiamo ai santi gemelli Felice e Fortunato, patroni appunto della
città di Chioggia100.

Fano

I capitoli fanesi sulla vendita del pesce del 1421 costituiscono senz’altro uno
dei documenti più antichi ed interessanti, sia per la varietà delle specie itti-
che citate, sia per i prezzi di vendita assegnati ad ognuna di esse101. Gli “orde-
ni” emanati dal consiglio della città tramite i deputati eletti “sopra i pescadori
de Fano e de tutti quelli che venderanno pescie in le pescharie de Fano”102

96
ASCesena, ASCCe, 1694 A, Misc. cit. in Turchini, Porto Cesenatico cit., p. 607.
97
S. Perini, Chioggia dal Settecento all’età della Restaurazione, Sottomarina 1989, p. 316.
98
Vi è documentazione delle famiglie immigrate da Chioggia attorno al 1770 e insediatesi
ad esempio a Ravenna, Cesenatico, Rimini, Pesaro, Senigallia Ancona, vd. C. Bullo, Gli ulti-
mi podestà della Repubblica Veneta in Chioggia, Venezia 1876, p. 80; Perini, Chioggia dal Set-
tecento alla Restaurazione cit., p. 344, nota 13.
99
B. Ballerin, L’origine dell’industria peschereccia a Cesenatico: migrazioni chioggiotte ai
primi dell’Ottocento, in “Romagna arte e storia”, 31 (1991), pp. 89-102.
100
F. Santucci, Cesenatico. Da porto di Cesena a comune, Cesena 1995, pp. 76-77.
101
A. Falcioni, L’economia di Fano in età malatestiana (1355-1463), in Fano medievale, Fa-
no 1997, appendice documentaria n. 2, p. 143.
102
Nella normativa statutaria era dedicata apposita trattazione alla nomina di due sopra-
stanti alla vendita del pesce (capitani super piscibus), vd. Statuta civitatis Fani, Fano 1568, lib.
I, cap. XX: de officio capitaneorum super piscibus et eorum notario; Falcioni, L’economia di Fa-
no cit., p. 123; Ead., La signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, I, L’economia, Rimini 1998,
pp. 127-128.
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sono inseriti nelle norme statutarie della città, nel capitolo de modo et ordine
servando in vendendo pisces (lib. V, cap. VIII). Le qualità di pesce prese in
considerazione, con i corrispettivi valori di mercato, vengono valutate tenen-
do conto delle stagioni, del peso di ogni esemplare, della quantità e anche
del tipo di cottura. Tanto per portare un esempio, il “pesce da frigere”, la
minutaglia in cui rientravano anche i “gamberelli”, al banco di vendita si
porta con tariffe variabili a seconda dei mesi, giacché il prezzo di 7 denari
per libra fissato per il periodo che va da aprile a ottobre, passa a 9 denari per
libra nei mesi di luglio, agosto e settembre, mentre da ottobre a “quella parte
de febraro che non è de quaresima” il valore cresce sensibilmente raggiun-
gendo addirittura 12 denari. Il “pesce da rustire” comprende le “baldigare”
ed altre specie ittiche con pezzatura “da quatro oncie in su”, mentre il “pe-
sce da lessare” è costituito prevalentemente da “ragnoli, mugelle et pesce de
scaglia”. Sotto il titolo di “pesce bestiale”103 si riconosce invece il “tomac-
cio”, valutato a peso (“libre III a bolognino”), ma anche lo “squadro”, le
“ragge”, le “baraccole grande”, le “licce” e le “palamite”, varietà d’altura
più pregiate rispetto al “tomaccio” e stimate “libre II a bolognino”. Sono ap-
prezzati un bolognino tre “gambare femene” ed anche quattro “gambari
overo granci maschi” e tre “seppie grande”, ovvero quattro “seppie piccho-
le”; le “castagnole senza troppo altra mistura” vengono invece offerte a quat-
tro denari per ogni libra.
Rilevante risulta comunque anche lo smercio del pesce del lago Trasime-
no, detto “pesce da Perusia”, cioè “tenche et lucci”, anch’esso prezzato a pe-
so (un bolognino per ogni libra), ma sulla piazza di Fano arrivano anche gli
storioni, sia recentes, sia salati. Gli storioni freschi venivano venduti a peso
(“ad libram cum bilanciis ad pondus comunis Fani”) al prezzo di un bolo-
gnino e mezzo per ogni libra, mentre lo storione conservato sotto sale era sti-
mato due bolognini. La normativa statutaria fanese tende a regolamentare
anche l’attività dei venditori di pesce fresco (lib. V, cap. VII, de personis ven-
dentibus pisces recentes), per i quali si formulava, come peraltro altrove, il so-
lito divieto di commercializzare il prodotto al di fuori del territorio comuna-
le penalizzando il mercato locale: “Quod nullus piscivendolus civitatis Fani
neque alia persona possit, audeat vel praesumat emere pisces recentes in ci-
vitate Fani neque eius districtu causa revendendi seu etiam extra territorium

103
Con il termine bestiale si intende verosimilmente sia una certa dimensione o pezzatura,
sia l’aspetto o forma. Bestino stava ad indicare infatti “grossi pesci e selaci in generali”, Dizio-
nario enciclopedico marinaresco, Milano 1972, s.v. bestinara. Gli statuti cittadini del medioevo
ligure parlano anche di pisces bestinalles, cfr. G. Pistarino, La civiltà dei mestieri: i pescatori in
Liguria (secc. XIII-inizio XV), in Saggi e documenti, III, Genova 1983, p. 122.
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70

Fani portandi”104. L’ordinamento amministrativo tendeva insomma a preve-


nire operazioni di vendita all’ingrosso a mercanti del luogo e forestieri ed a
frenare manovre speculative, al fine di garantire un sufficiente ed adeguato
rifornimento della piazza cittadina; per questo motivo si dava facoltà di ven-
dere il pesce fresco solo ai diretti produttori, cioè i pescatori, o ai trasporta-
tori che conducevano il pesce dal porto alla pescheria, in modo da limitare al
massimo le intermediazioni e le speculazioni che potevano incidere sui prez-
zi e soprattutto privare del prodotto le pescherie locali105.
Stando ad alcune “composizioni” tra vicario e depositario da una parte e
pescatori dall’altra lo ius piscandi nelle acque territoriali fanesi veniva con-
cesso anche ai lavoratori del mare di città finitime. Tra il 9 e 17 luglio 1443,
per esempio, alcuni pescatori di Pesaro “se compuseno” con i magistrati fa-
nesi “per possere peschare per tutto el tereno de Fano et dare in terra cum la
sua barchetta commo pararà e piacerà loro” previa corresponsione di due
ducati. Tommaso de Jacomello, pescatore di Pesaro, ottiene così di poter pe-
scare “per tutto el terreno et lito de Fano” per un solo ducato in quanto pre-
cisa di voler usufruire di questo libero accesso nelle acque fanesi solo fino a
Natale106. Nel 1454, sempre a favore di pescatori pesaresi si registra un ulte-
riore concessione ad esercitare sotto costa nel mare di Fano avallata da Sigi-
smondo Pandolfo Malatesti: “concedemo piena licenza a Tomasso de Jaco-
mello da Pesaro e compagni pescadori de la magnifica Madona Sveva Sforza
… che possano venire a pescare liberamente qui ala nostra riviera de Fano et
portarsene liberamente el pesce a Pesaro senza alcuna molestia e pagamento
de datio”107. Ad altri pescatori pesaresi però la licenza viene accordata solo
previo pagamento di un canone (“tacia consueta”)108 e lo stesso permesso
viene rinnovato anche nel 1455109. Per quanto concerne il commercio sap-

104
“Statuimus et ordinamus quod nulla persona audeat vel praesumat neque possit in ci-
vitate Fani vendere per se vel alium nec assistere vendenti aliquos pisces recentes qui porta-
rentur seu conducerentur ad civitatem Fani nisi solum pisces proprios et quos ipsi conduxe-
rit”, Statuta civitatis Fani, lib. V, cap. VII; Falcioni, L’economia di Fano cit., p. 122.
105
Il consiglio della città aveva stabilito nel 1418 che la vendita del pesce poteva svolgersi
sia nel luogo detto Posterle, sia ad pescarias noviter constructas ad locum ecclesie S. Tome. I pe-
scatori di Fano e quelli “forestieri” che avessero voluto svolgere tale attività erano tenuti a
vendere il prodotto solo dopo averlo condotto in pescheria, ASFano, ASCFa, Consigli, reg. 2,
cc. 217v-218r, 5 maggio 1418.
106
ASFano, ASCFa, Gabelle, 8, c. 21r.
107
ASFano, ASCFa, Codici malatestiani, 93, c. 24: “pro piscatoribus pisaurensibus,” 15
gennaio 1454.
108
Ivi, c. 24v, 16 maggio 1453.
109
Ivi, c. 26r, 30 marzo 1455: “licentia piscatoribus de Pisauro”.
02ParteIcap2 1-10-2004 10:30 Pagina 71

71

piamo che era attivo quello del pesce salato, come dimostra un contratto per
lo smercio, gestito da un tricolo, di un notevole quantitativo di anguille sala-
te, cioè 600 “scavezzoni”, 50 “ciriole” e 3316 “buratelle”110; si documenta
anche una società per la vendita di storioni111. La produzione di pesce fresco
in arrivo al porto di Fano consentiva di rifornire (1443) non solo le località
del contado come Orciano, Tomba, Fratte, Pergola, Serrungarina, ma si al-
largava anche ai territori di Sassoferrato, Fabriano, Urbino e Rimini112.
Come s’è altre volte ricordato tra XV e XVI secolo l’attività piscatoria era
esercitata esclusivamente sotto costa, con la tecnica delle reti “a tratta” ma
anche grazie alla messa a punto di altri ordigni sistemati sulle palizzate del
porto oppure su apposite strutture (palate)113. I capitali necessari ad appron-
tare l’attrezzatura per la pesca erano comunque modesti, come si evince dal-
la supplica rivolta a Sigismondo Pandolfo Malatesti da parte di un pescatore
di tratta, che chiede l’esenzione dall’imposta prevista per l’estrazione di un
certo quantitativo di grano appunto per poter reinvestire quel denaro nel-
l’acquisto degli strumenti indispensabili per la sua attività:
Ho per le mane de comparare una barcha et una tracta nova da uno forastiero et
manchame dinari et ho trovato una bona persona in questa terra che me subvie-
ne de VI some de grano perché non ha dinaro. Et pertanto supplico la vostra
magnifica Signoria questo umilmente se digne farme gratia che io possa cavare
de qui le dicte VI some de grano senza dazio et pagamento alcuno et torre la dic-
ta barcha et tracta114.

Come si è già avuto modo di dire, anche a Fano, alla fine del Cinquecen-

110
Ivi, NFa, Francesco Damiani, B, 1464-1465, c. 214r, febbraio 1465.
111
Ivi, Antonio di Domenico da San Giorgio, C, c. 46v.
112
Ivi, ASCFa, Gabelle, 8, c. 5v, 25 marzo 1443.
113
La pesca delle palate, strutture realizzate lungo la costa con palificate di legname su cui
erano impiantate le lucerne, postazioni fisse con rete quadra dette anche bilance, è ben docu-
mentata fin dal Quattrocento, anche se un documento del 1361 che richiama l’esistenza di
una palata sul porto, fa pensare che questo tipo di pesca fosse già praticato quantomeno dal
secolo precedente, G. Boiani Tombari, Qualche documento, in Quader, a cura di G. Volpe,
Fano 1997, p. 51. Per il Quattrocento, oltre ai documenti relativi agli anni 1466, 1477, 1491,
1493, 1496 riportati Ivi, pp. 51, 52, 59, cfr. ASFano, ASCFa, Consigli, 25, c. 220v, 19 ottobre
1491: un pescatore chiede la proroga del permesso di pesca delle palate a mare; ivi, Consigli,
26, c. 143, 24 settembre: richiesta al podestà perché vieti la pesca delle lucerne nelle palizzate
del porto per non arrecare danno alle strutture portuali.
114
ASFano, ASCFa, Codici malatestiani, 93, c. 28v, 8 aprile 1439 cit. in M. Bartoletti, Una
città adriatica fra Medioevo e Rinascimento, documenti della marineria di Fano nei secoli XIV-
XV-XVI, Urbania 1990, p. 81 e in Falcioni, La signoria cit., p. 257.
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72

to si documenta la pesca “a bragoccio”, mentre dal secondo decennio del


XVII secolo appare ormai adottata anche la pesca “a tartana”115.
Nel 1637 si ha notizia del dazio del pesce fresco con aliquota fissata al
4%, la cui prima istituzione risaliva al dicembre di dieci anni prima. L’appal-
tatore aveva facoltà di “riscuotere et farsi pagare detto dazio da tutte le per-
sone che in qualsivoglia modo venderanno e contrattaranno in questa città,
suo contado, foro, o distretto alcuna quantità di pesce di qualsivoglia sorte
armato o non armato sì all’ingrosso come a menuto, tanto alla spiaggia, por-
to, pescaria, o altro luogo a ragione di quattro per cento di tutto il prezzo
che di esso se ne caverà”116.
Diverso trattamento era riservato per il pesce delle palate della comunità,
per il quale il beneficiario delle stesse non era tenuto a sborsare il dazio del
pesce fresco. Dal 1665 viene invece a gravare sulla produzione ittica il “dazio
delle bilance”117 e un secolo più tardi la tassazione del pesce risulta così or-
ganizzata118: dazio del pesce fresco (4% sul prodotto venduto dai pesciven-
doli); “regaglia” del pesce (4 libbre per ogni pescata di almeno 25 libbre),
oggetto di appalto ai privati; bilance del pesce (1 quattrino e due terzi per
pescata a carico del proprietario del pesce); “regaglia” del pesce al magistra-
to (2 pesci per ogni pescata di 25 libbre), dazio appaltato ogni triennio; “re-
gaglia” del pesce al capitano del porto (2 sogliole grosse e due mediocri per
due libbre oppure in alternativa 2 libbre del miglior pesce pescato); dazio
dell’“estrazione” (mezzo paolo per soma). I paroni delle barche forestiere
dovevano versare alla dogana un baiocco, ma rimanevano sollevati da que-

115
Deli, Fano nel Seicento, cit., p. 257.
116
ASFano, ASCFa, Collette, 766, cc. 3r-34v. L’istituzione del “dazio del pesce fresco” in
verità è documentata in data anteriore; con un breve del 30 dicembre 1616 Paolo V aveva ac-
cordato alla comunità anche “l’imposizione di due libre di pesce che ogni barca paga all’ap-
paltatore del provento”, per finanziare la costruzione del nuovo porto: cfr. P.A. Amiani, Me-
morie istoriche della città di Fano, II, Fano 1751, p. 260.
117
Amiani, Memorie istoriche cit., II, p. 294.
118
D. Diotallevi, Pesca e tasse a Fano tra Settecento e Ottocento, in “Fano” (suppl. al “No-
tiziario” del comune omonimo), 1980, pp. 114-115. Nel XVII secolo vi erano anche le “rico-
gnizioni espropriative” che i famigli del governatore perpetravano a danno di pescatori e pe-
scivendoli. I priori lamentavano il fatto che una volta portato il pesce nel “cortile” presso il
palazzo del governatore i pescatori subivano angherie in quanto la servitù sceglieva e si acca-
parrava il pesce migliore prima che venisse concesso il permesso di esportazione: “danno li-
cenza con un giulio di poterlo estrahere fuori della città e suo territorio curandosi poco che la
città sia provista, anche nelle principali vigilie non ostante le grandi spese che si fanno per
mantenere il porto”, G. Capalozza, Documenti d’archivio sull’inquieto commercio del pesce a
Fano, in “Fano” (suppl. al “Notiziario” del comune omonimo), 1981, pp. 29-33.
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st’esborso in periodo di fiere119, mentre, in forza di un chirografo di Clemen-


te XII, dal 1734 gli introiti ricavati dalla esportazione, su cui gravava l’impo-
sta di un quattrino per ogni libbra, erano destinati al mantenimento del por-
to. Solo verso la fine del secolo, con l’abolizione nel 1791 delle antiche tassa-
zioni e l’introduzione di un diverso sistema daziario, si attuano cambiamenti
nella politica fiscale inerente le attività marittime: i nuovi “pesi comunitativi”
consistevano in tre pesci per pescata alla pesa, due quattrini per ogni libbra
per il pesce da esportare e un quattrino per le partite da vendere in piazza
(esclusi polipi, canocchie, delfino, ostriche, tremoli, astici e seppie); accanto
a questi gravami si mantenevano ancora la “regaglia” per il governatore, con-
sistente in tre baiocchi il mercoledì, venerdì, sabato, giorni di vigilia e duran-
te la quaresima e la “regaglia” al luogotenente, calcolata tre baiocchi nelle
medesime giornate e un baiocco e mezzo in tempo di quaresima. Nel 1791
era stata decisa anche la soppressione della tassa sui panieri del pesce, che in
un decennio aveva prodotto il seguente risultato120:

panieri dei bargozzi panieri delle tratte


a 1 baiocco l’uno a 2 quattrini l’uno
1780-81 scudi 61:58:-- n. 6158 scudi 3:47:-- n. 867
1781-82 85:78:-- 8578 2:48:3 621
1781-82 85:78:-- 8578 2:48:3 621
1782-83 71:81:-- 7181 1:46:3 366
1783-84 70:91:-- 7091 2:47:2 618
1784-85 64:15:-- 6415 2:20:2 551
1785-86 6491:-- 6491 2:74:4 687
1786-87 78:82:-- 7882 4:42:-- 1105
1787-88 74:03:-- 7403 2:52:4 632
1788-89 46:62:-- 4662 3:42:-- 855
1789-90 43:34:-- 4334 1:17:2 293
scudi 661:95:-- 66195 scudi 26:39:-- 6595

Nell’economia di Fano la produzione ittica nel Settecento non costituisce


ancora l’attività considerevole quale si attesterà nel corso dei due secoli suc-
cessivi, ma già a fine secolo prendono ad evidenziarsi quei primi sintomi di

119
Oltre alla fiera di S. Paterniano che si svolgeva dal 10 al 15 luglio, istituita nel 1360, si
contavano anche le fiere di S. Bartolomeo, dal 1488, che ricorreva il 24 agosto e di S. Olivie-
ro, indetta per ogni domenica di settembre, vd. Diotallevi, Pesca e tasse cit., p. 115.
120
Il quadro statistico è tratto da Diotallevi, Pesca e tasse cit., pp. 116-117.
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74

crescita del settore dovuti all’adozione di tecniche di pesca certamente più


remunerative, di cui si dirà. È infatti verosimilmente da collegarsi all’intro-
duzione della pesca “a coccia” o “a paranza” l’evoluzione produttiva riscon-
trabile fin dalla prima metà dell’Ottocento a Fano, dove peraltro risulta do-
cumentata anche l’immigrazione di maestranze della pesca da altri porti, so-
prattutto da Senigallia. Ad alimentare la piazza contribuivano però anche i
pescatori veneti abituali frequentatori di questo scalo marchigiano: ne è pro-
va una “nota delli pescatori” dello stato veneto compilata per conto del con-
sole della Serenissima di stanza a Pesaro, in cui si dà appunto ragguaglio dei
loro approdi nel porto fanese negli anni 1778, 1779 e 1780.121 In data 8 lu-
glio 1778 vengono segnalati gli sbarchi di tre tartane da pesca di Chioggia e
ancora 2 con la stessa provenienza nel 12 luglio; tutti di Chioggia sono anche
i pescatori “sardellanti” che frequentano il porto il 14 gennaio 1779 e nel
febbraio-marzo del 1780. Va peraltro considerato che il controllo sullo scalo
fanese, effettuato tramite la saltuaria collaborazione con funzionari stipen-
diati dal console stesso con la qualifica di vice-console, non era costante co-
me per quello di Pesaro, dove l’informatore della Serenissima aveva appunto
residenza, e per il quale si hanno a disposizione dati quantitativamente più
cospicui. Non soprende quindi che la “nota de’ pescatori chiozzotti e rovi-
gnesi venuti a pescare nelle acque di mia giurisdizione”, riferita a Pesaro, sia
assai più ricca di approdi, di varietà di legni pescherecci e di provenienze:
nel 1776 vi arrivano a sbarcare pesce 14 “sardellanti” di Chioggia e uno di
Burano, oltre a due tartane “da pesce” parimenti di Chioggia; nel 1777 di
“sardellanti” se ne contano 8 e di tartane 9, tutti di Chioggia; nel 1778 si re-
gistra l’arrivo di 13 “sardellanti” di Chioggia e due di Rovigno approdati con
le tipiche brazzere122, di 11 tartane, tutte di Chioggia, così come altre due im-

121
ASVenezia, Giustizia vecchia, b. 36, relazione del console veneto (Pesaro, 11 giugno
1781). A proposito del porto di Fano il console veneto, in un dispaccio informativo del 14
novembre 1775, riferiva: “questo porto è capace solo di piccole barche di non gran frequen-
za, ma quasi tutte o chiozotti o buranelli”, Ivi, Cinque Savi alla mercanzia, Consoli, b. 731, Pe-
saro.
122
La brazzera “è una barca con colomba senza coperta, fornita semplicemente d’un pic-
colo scafo da prora e da poppa, con albero levabile e vela latina. La sua lunghezza è di 10 a
11 metri, con una capacità di 2 a 3 tonnellate”, Marchesetti, La pesca lungo la costa orientale
cit., pp. 61-62. Era la tipica barca da pesca di Rovigno, Poli, La pesca in Istria cit. e Deanovic,
Terminologia marinara e peschereccia di Rovigno d’Istria cit., p. 381. Nella già citata relazione
del console veneziano si afferma che “le bracciare sardellanti rovignesi capitano tra luglio e
agosto ma poco si fermano e niente vendono, essendo soliti pescare in quantità al Cesenatico,
quali salano col sale d’Istria e tutte le portano in Rovigno”. Vedi anche E. Ivetic, La flotta da
pesca e da commercio dell’Istria veneta nel 1746, in “Archivio veneto”, s. V, 144 (1995), pp.
145-156.
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barcazioni qualificate come battelli da pesca; nel 1779 si segnala la presenza


di 17 paroni di “sardellara” di Chioggia e ancora lo sbarco di una tartana ro-
vignese, mentre per il 1780 figurano 13 “sardellanti”, un battello da pesca, 6
tartane e 1 “pielego da pesca” tutti di Chioggia ed una bracciera insieme a 2
“sardellare” di Rovigno. Infine, per il movimento di navigli del 1781, si cita-
no 7 “sardellanti” e 2 tartane, tutti di Chioggia. Le registrazioni consolari de-
gli approdi si fermano al 20 maggio, mentre la relazione allegata alla statisti-
ca informativa, in cui l’ufficiale spiegava i motivi inducenti i sudditi dello
stato veneto a frequentare le acque e i porti pontifici sottoposti alla sua giuri-
sdizione, risulta datata 11 giugno 1781:
Li tartananti pescatori [veneti] … vengono qui a pescare in questi tempi e sotto
la fiera di Sinigaglia cioè di giugno e luglio quali per il caldo della stagione e per
la distanza del luogo non possono mandare il loro pesce a Venezia, perché infra-
gidarebbe e lo vendono ove possono ne’ porti del paese; ma le loro pesche sono
scarsissime attesa l’introduzione delle paranze napolitane, che prendono una in-
finità di pesce123.

È infatti questa l’epoca della diffusione della pesca “a paranza”, già pro-
fittevolmente collaudata dai pugliesi, ben presto adottata dalla marineria pi-
cena e in primis dai pescatori di Porto Fermo e di S. Benedetto, anche se es-
sa al contempo, aveva trovato detrattori a Rimini, Pesaro e Senigallia. Nel
1778 i parcenevoli e gli armatori di Senigallia erano addirittura ricorsi al pro
presidente di Urbino, denunciando l’inosservanza, da parte dei pescatori
provenienti dalle regioni meridionali, degli editti proibitivi di quel sistema di
pesca ritenuto da loro stessi lesivo: “ora si azzardano in buon numero di ve-
nire a pescare senza niun riguardo nelle parti più vicine del loro porto”124.
Nel dispaccio informativo del console veneto si fa riferimento anche alle
tartane “che pescano al taglio”125, il cui prodotto era convogliato interamen-
te dai pescatori verso la piazza di Venezia in quanto i loro parcenevoli opera-
vano a Chioggia. Riguardo ai “batelloni sardellanti” veneti si constata invece
la concentrazione degli sbarchi nei periodi di quaresima. Il console si porta
infine a notificare l’operato di una “compagnia” di chioggiotti, un sodalizio
di 10 o 12 persone qualificate come “bazzariotti o siano compra e vendi”126,

123
Relazione del console veneto in Pesaro, cit.
124
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Senigallia, b. 147. Riguardo al trasferi-
mento in acque pontificie dei pescatori regnicoli cfr. R. Romano, Le commerce du Royaume
de Naples avec la France et les pays de l’Adriatique au XVIIIe siècle, Paris 1951, ora in Id., Na-
poli: dal Viceregno al Regno, Torino 1976, p. 157.
125
La pesca “al taglio” utilizzava le reti a postazione fissa (“imbrocco” o “cerberai”).
126
Il Boerio afferma che il termine bazarioto era maggiormente utilizzato a Chioggia piut-
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76

che avevano impiantato un’attività conserviera degna di attenzione in alcuni


porti pontifici come Primaro, Volano, “Fossi” di Ravenna, Cesenatico e Ri-
mini dove tenevano in gestione magazzini: “Colà salano le sardelle che ac-
quistano dalli batelloni, invece di portarli in Venezia a beneficio della nume-
rosa popolazione, e con sommo danno del pubblico erario in luogo di con-
sumare li sali sudditi si provveggono di sali papali di Cervia”; ma città dove
si concentrava maggiormente la loro attività, per incrementare la quale i ve-
neti avevano addirittura istruito una sorta di scuola dell’arte conserviera, era
certamente Rimini, dove, “oltre le sardelle, salano ogni sorta di pesce minuto
in alcune mastelle con il sale di Cervia, sale assai più inferiore [sic] del no-
stro veneto e ne salano una quantità assai grande e questi sono li chiozzotti
quali lo dispergono per li mercati del padovano e trevisano per uso di quei
villici”127.
I fratelli Turcati di Chioggia, esperti nell’arte della salagione – proseguiva
il console nella sua relazione – “hanno instrutto li sudditi papali a salare an-
cor loro il pesce” e solo grazie al suo intervento questa remunerativa indu-
stria non aveva trovato spazio a Pesaro: “Avevano incominciato anco qui
comprando le sardelle da sudditi veneti, il che da me li fu proibito ed anco
l’anno scorso tentavano di far venire chi tagliasse le seppie ad imitazione di
Chiozza, ma fu da me dissipato il progetto”128.
A parere dell’informatore veneto insomma, la massiccia migrazione dei
chioggiotti nei porti pontifici era da imputarsi fra le principali cause della

tosto che a Venezia; si tratta di un “rivendugliolo che compra sui mercati in digrosso le cose
da mangiare per rivenderle con suo vantaggio al minuto” (Dizionario del dialetto veneziano,
Venezia 1856, ad vocem). Nel Settecento il Goldoni restituisce un vivace quadretto che vede
come attori un pescatore ed il venditore di pesce nelle Baruffe chiozzotte (atto I, scena V).
Nel battibecco fra i due così si esprime il paron Toni: “Magari lo podessimo vende tutto a
bordo il pesse, che lo venderìa volentiera. Se andemo in man de sti bazzariotti, no i vol dar
gnente; i vol tutto per lori. Nuoaltri poverazzi andemo a rischiar la vita in mare e sti mercanti
col beretton de veludo i se fa ricchi co le nostre fadighe”. Il giudizio negativo nei confronti
della classe dei pescivendoli si mantiene inalterato fino alla tradizione e ancora a metà degli
anni Trenta del Novecento, Marino Moretti, nel romanzo L’Andreana, ambientato nei quar-
tieri portuali di Cesenatico, ne offre un cenno: “Si sente dire con una certa insistenza che non
c’è razza che si detesti e abbomini come questa dei mercanti di pesce, prima, seconda e terza
categoria, e anche l’ultima categoria, cioè i bazariott, non ischerza …”: M. Moretti, L’Andrea-
na, Milano 1954 (3a ed.), p. 10.
127
Relazione del console veneto in Pesaro, cit.
128
Riguardo alla trasformazione del pesce a fini conservieri, da eseguirsi in aree apposita-
mente assegnate dal magistrato portuale, si ha notizia anche nei Capitoli et ordini per l’uffizio
e giudicatura del porto di Rimino (1745): “Non sia lecito ad alcuno far seccare al sole seppie o
altro pesce, se non in luogo da destinarsi dal signor capitano, sotto pena della perdita di esse
ed altre ad arbitro”.
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decadenza della marineria veneta: “Compagnie qui non vi sono, ma bensì al


Cesenatico, a Ravenna ed a Rimino ne’ quali tre luoghi vi saranno da sei in
settecento famiglie chiozzotte emigrate da Venezia ed incasate colà, trovan-
dosi da trent’anni a questa parte il solo porto di Rimini pieno di sudditi
chiozzotti, quali se dal sovrano fossero richiamati si spopolarebbero i porti
di Rimino, Ravenna, Cesenatico, Magnavacca, Avolani, Primaro e Comac-
chio”.
La soluzione del problema del resto non era delle più semplici, dal mo-
mento che si doveva prendere atto che le tartane su cui i veneti erano imbar-
cati e pescavano, insegnando di riflesso il mestiere ad altri, “sono tutte di ra-
gione dei riminesi e li sudditi chiozzotti sono tutti per marinari, ammaestran-
do gli esteri”; un’operazione governativa per convincerli a rimpatriare, a det-
ta del console, non era certo facile: “Vi vorrebbero e tartane e case”, poten-
dosi valutare un’offerta approssimativa di almeno “cento grosse tartane e
cento altre barche più piccole onde impiegare li sudditi”. La piazza maritti-
ma più importante era ormai da riconoscersi quella di Rimini, dove “colle in-
dustrie de’ sudditi si sono ridotti ricchissimi li sudditi papali e massime li ri-
minesi, che colle fatiche de’ chiozzotti e buranelli hanno ridotto una piazza
che approfitterà alla città un giro di cento cinquanta mila e più scudi all’an-
no sopra il solo prodotto della pescagione”129.

Senigallia

Il “commercio e traffico del pesce” è il “quasi unico sostegno della città no-
stra di Senigallia”130. È quanto sostengono, a metà del Settecento, i maggio-
renti della città, Arsilli, Baviera e Mastai Ferretti, ma il loro giudizio trova
conforto anche nelle fonti relative a dazi ed entrate comunitative del Sei e
Settecento, che dimostrano quanto si fosse modificato il quadro dell’econo-
mia senigalliese rispetto alla situazione del 1590, anno in cui un’ordinanza
del consiglio stabiliva addirittura che “ebrei e pescatori non si ammettano in
città per essere di molto danno”131. Negli Statuti del XV secolo132 già figura-
vano normative riguardanti la vendita del pesce, ma l’attenzione degli organi
amministrativi cittadini, più che sulla produzione e sul commercio del pesce

129
Relazione del console veneto in Pesaro, cit.
130
Casagrande Serretti, Attività peschereccia cit., pp. 775-776.
131
G. Monti Guarnieri, Annali di Senigallia, Ancona 1961, p. 183.
132
Sugli statuti e sulla loro datazione vd. M. Bonvini Mazzanti, Senigallia alla fine del XV
secolo: note di vita socio-politica e amministrativa, in Anselmi, Nelle Marche centrali cit., I, pp.
601-631.
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di mare si concentrava, come s’è visto, prevalentemente su quello d’acqua


dolce, per lo più proveniente dal lago Trasimeno (“lacus Perusinus”)133. La
prima menzione di un dazio sul pesce si documenta solo nel 1643, anno in
cui, per raccogliere i contributi richiesti da Roma “pel mantenimento della
soldatesca” nella guerra di Parma, si era deliberato di istituire un’imposta
sull’esportazione del pesce134. Negli anni a seguire gli introiti di quella gabel-
la, che era stata mantenuta e nel 1648 estesa anche alla vendita in città, ver-
ranno destinati al “risarcimento” del porto; dal 1650 però, la tassazione era
rimasta confermata solo in riferimento all’estrazione del pesce. Sull’esporta-
zione del prodotto ittico – come precisa Casagrande Serretti –, da questa da-
ta coesistono due dazi: “il vecchio dazio rispetta la franchigia di fiera e con-
siste in un quattrino di moneta ducale, quello per il porto, come gli altri dazi
del casello, resta in vigore tutto l’anno, “etiam di fiera”, ed è di un quattrino
di moneta romana”135.
Gli appalti, in un primo tempo messi a pubblico incanto separatamente,
successivamente erano stati unificati e le entrate ripartite tra la cassa ordina-
ria della comunità (“sindicarìa”) e la “cassa del porto”, in proporzione più
indirizzata a quest’ultima, per essere poi dal 1739 attribuiti al 50% per en-
trambe le amministrazioni136.
Per rendere agibile il canale del porto ed efficienti le strutture di servizio
necessitavano periodici interventi manutentivi e di dragaggio e nel 1691 da
parte delle autorità cittadine si era deliberato di proseguire nei lavori della
fabbrica del molo, di cui il luogotenente di Senigallia dava avviso al cardinal
legato in quanto le difficoltà finanziarie si facevano vieppiù pressanti e ur-
genti, vista la scarsità di introiti daziari in previsione:
Il fondamento che si fa sopra il dazio de colli et il dazio del pesce in quest’anno è
fallace, mentre stante li sospetti di peste si dubita che la solita fiera non si farà et
in conseguenza doverà darsi al daziere de colli il diffalco di scudi 600 et il dazio
del pesce … in quest’anno non si è affittato per non trovarsi oblatore a causa de
medesimi sospetti di peste, perché non possono uscire le barche a pescare la not-
te, onde non si puol sapere quello [che] se ne ritrarrà da ambedue questi dazii.137

133
Statuti, lib.V, rub.CXXII: de modo et ordine servando in vendendo pisces in civitate Se-
nogalliae.
134
Casagrande Serretti, Attività peschereccia cit., pp. 777-778; Monti Guarnieri, Annali cit.,
p. 206. Sul regime daziario di Senigallia nel XVII secolo vd. F. Marcucci, La fiera di Senigallia.
Contributo alla storia economica del bacino Adriatico, in “Atti e memorie della deputazione di
storia patria per le province delle Marche”, n.s., VIII (1912), Ancona 1914, pp. 290-291.
135
Casagrande Serretti, Attività peschereccia cit., pp. 778.
136
Ivi, pp. 778-779.
137
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Senigallia, b. 25, 1691. Sul porto di Seni-
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In allegato all’istanza dell’amministrazione comunale si riportava un pro-


spetto di entrate e uscite della “cassa del porto” relativamente al bilancio
dell’anno 1690:

Dazio dei colli scudi 2210: --: --


Dazio del pesce scudi 645: 60: --
Affitto delle lucerne verso tramontana scudi 55: --: --
Affitto delle lucerne verso Ancona scudi 51: --: --
Entrata scudi 2961: 60: --
Uscita scudi 1162: 99: 03

Il saldo attivo ammontava dunque a circa 1800 scudi138 e l’attività piscato-


ria era esercitata da una flottiglia non molto diversa da quella registrata nel
1650 in circa 27 unità139. L’approvvigionamento della città pareva insomma
garantito, nonostante la “grassarìa”, attraverso i suoi ufficiali, esercitasse un
controllo che poteva decisamente influire sul mercato: i “grascieri” infatti
fissavano “la quantità per la città e quella per vendere ai forastieri e altri che
volessero estraerlo”. La trasgressione dei regolamenti poteva comportare la
perdita del pesce che andava ad aggiungersi ad altre ammende (vessazioni
pecuniarie) e punizioni corporali fino anche alla confisca degli strumenti di
lavoro, barca e reti, prevista per coloro che avessero deciso di commerciare il
prodotto ittico sulla spiaggia per evitare i controlli della “grassarìa”140. Non
rimaneva peraltro esente da gravami nemmeno la piccola pesca praticata sot-
to costa con “tratte” e “lucerne”; la giurisdizione su quest’ultima tecnica co-
stiera spettava al Legato, che ne rilasciava le concessioni d’uso e a cui dove-
vano versarsi i diritti di pratica, ma dopo varie vicissitudini papa Innocenzo
XII, nel 1697, aveva poi finito con l’assegnare “il jus e facoltà di poter priva-
tamente pescare e far pescare nel molo” in perpetuo alla comunità141.

gallia vd. S. Anselmi, Disegni, progetti e mappe del porto-canale di Senigallia, con notizie sulla
attività marinara e sulla fiera, Senigallia 1982; V. Casagrande Serretti, Il porto-canale di Seni-
gallia nei secoli XVII e XVIII: problemi, lavori, tecniche e materiali, in “Proposte e ricerche”,
44 (2000), pp. 41-57.
138
Nello stesso periodo Rimini poteva contare su un introito decisamente più cospicuo,
cioè circa 1450 scudi, ASRimini, ASCR, AP 457, Lettere dei consoli, 4 febbraio 1687: lettera
indirizzata al vice legato di Romagna.
139
Casagrande Serretti, Attività peschereccia cit., p. 781.
140
Ivi, pp. 779-780.
141
Tali postazioni fisse spesso creavano problemi ai navigli da commercio, come abbiamo
avuto modo di vedere anche per Fano alla fine del XV secolo. Anche a Senigallia, nel 1559, la
conflittualità esplode e il duca di Urbino ordinerà di togliere le “lucerne” dai moli del porto
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Con reiterate notificazioni emanate dall’autorità legatizia si tentava co-


munque di porre freno all’avidità di “dazieri, pescatori e pescivendoli” che
pur di ricavare il massimo dalla commercializzazione del prodotto, sovente
disattendevano l’ordine perentorio dell’obbligo di trasferire il pesce appe-
na sbarcato immediatamente in piazza per privilegiare l’approvvigiona-
mento locale. Gli stessi pescatori invece cercavano spesso di scaricare e
vendere le loro pescate altrove, prima di rientrare in porto. Un chiaro rag-
guaglio di questa consuetudine ormai abusata si evince dall’editto del lega-
to Stoppani “sopra lo scarico del pesce”, datato 1756, con cui si vietava
appunto ai “marinari” di Senigallia di approdare a Marotta e a Fiumesino,
luoghi posti al di fuori di Senigallia, sia “colla barca quanto con il battello”
per scaricare o contrattare il pesce alla spiaggia, con l’ordine tassativo di
far confluire il pescato “intieramente in porto da tutte le barche”142. La
procedura da seguirsi era così definita: “Giunto il pesce nel porto venga
trasportato nella pubblica piazza per due terze parti di ogni qualità buona,
mediocre e cattiva, ed una terza parte possa spedirsi fuori per provvedere i
paesi circonvicini”.
Ai “revenderoli” si vietava di contrattare il pesce direttamente dalle bar-
che ed anche in piazza “se non dopo [che] sarà provvista la piazza”, mentre
per i prezzi da darsi alle varie qualità ci si sarebbe dovuti attenere alle stime
fissate dal pubblico e, qualora alcune specie non fossero state contemplate
nei tariffari, ai valori di volta in volta stabiliti dai “grassieri” pro tempore. A
“marinari” e pescivendoli si ordinava di procedere alla suddivisione del pro-
dotto fatta in base alla qualità, rispettando una classificazione differenziata
anche nei prezzi di vendita fra “pesce nobile”, “mediocre” e “inferiore e me-
nuto”, perché, pur di lucrare maggiormente sulle vendite, si tendeva a “fra-
mischiare” le varie qualità e pezzature a tutto discapito del consumatore. Lo
smercio clandestino e abusivo però, nonostante la vigilanza delle magistratu-
re preposte, trovava sempre qualche possibilità di riuscita: nel 1655 il “gon-
faloniere” e i “regolatori” di Senigallia in una lettera indirizzata agli anziani
di Ancona si lamentavano del trattamento di favore, riservato da quell’am-
ministrazione ai pescatori forestieri, che andava a danneggiare l’erario della
città: i pescatori senigalliesi – rimarcavano nella missiva – “si portano a Fiu-
migino, sotto la giurisdizione vostra, perché non vi è altro pagamento che un
paolo per soma per il transito e così vengono a smembrarsi i proventi di que-

canale, Anselmi, Disegni, progetti e mappe cit., p. 13. Nel 1694 la comunità concedeva “l’e-
sclusiva di pesca” nel porto canale a Guidobaldo Bonaguzzi di Fossombrone (Monti Guar-
nieri, Annali cit., p.207) e nel 1682, con chirografo di papa Innocenzo XI, si dispone di tra-
sferirne i diritti fino alla terza generazione alla famiglia Antaldi di Urbino.
142
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Senigallia, b. 124, copia del bando.
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sto pubblico”143. E non si trattava di situazioni sporadiche, visto che non


mancano nella lunga durata altre casistiche analoghe: ad un secolo di distan-
za, ad esempio, il luogotenente, con lettera del 23 ottobre del 1768, si vede
nuovamente costretto a denunciare al legato la persistenza di questa consue-
tudine, informando che un parone senigalliese “trovasi inquisito per aver la
sua gavettola sbarcato il pesce in Fiumigino nel mese di giugno contro il di-
sposto dell’Editto dei 14 gennaro 1762”144. Per minimizzare il disappunto
degli organi amministrativi il parone si discolpava col dire che “molte gavet-
tole145 erano instradate in quel giorno verso questa città, che però la credette
abbastanza provveduta”; ma il luogotenente insisteva su un sistema di abusi,
rimarcando come il magistrato occupatosi del caso nel “processetto” in que-
stione, avesse messo in tutta evidenza il problema: quegli sbarchi fuori luogo
comportavano “il pregiudizio della pubblica cassa perché vanno a percotere
il dazio che vi è sopra l’estrazione del pesce”, perciò si invocava “la totale os-
servanza del predetto editto” ritenendo prive di fondamento le gratuite ed
inaccettabili giustificazioni addotte dal parone.146
Il pesce conservato sotto sale invece, confezionato in botticelli era colpito
dal regime daziario due volte, in quanto soggetto anche al dazio sui colli. Su

143
Casagrande Serretti, Attività peschereccia cit., pp. 783-784.
144
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Senigallia, b. 137, lettera del luogotenen-
te al presidente di Urbino.
145
La gaeta (o gavettola nell’idioma senigalliese) era un battello a vela per mezzo del quale
veniva trasportato il pesce a terra, permettendo al peschereccio di proseguire le operazioni di
pesca al largo. Si tratta di un’imbarcazione di origine dalmata. I battelli portapesce erano de-
nominati anche “battello conserva” o “portolata”. Secondo il Boerio (Dizionario del dialetto
veneziano, Venezia 1856) le portolate sono “certe barchette da trasporto che seguono la tarta-
na con cui si pesca e portano poi il pesce alle piazze marittime”. La gaeta era “una barca par-
zialmene coperta, provveduta di tre o quattro tramezzi, sui quali siedono i pescatori che han-
no l’incarico di vogare. Essa è fornita di un solo albero situato ad un terso della lunghezza to-
tale del naviglio dall’asta di prora, con vela latina ed antenna senza bastone e con vela di floc-
co. Tanto la prora che poppa sono stellate …”, Marchesetti, La pesca lungo le coste orientali
dell’Adria cit., p. 60. Vedi anche Rosamani, Vocabolario marinaresco giuliano-dalmata cit., ad
vocem. Variazioni nella denominazione si riscontrano nel Settecento a Rimini e a Pesaro
(“gaetta” o “gaietta”). Sulla gajeta dalmata vd. anche M. Kozlicic, Gli Uscocchi e le loro im-
barcazioni piratesche del XVI e XVII secolo in “Cimbas”, 17 (1999), pp. 2-22, dove è riportata
la raffigurazione di una gaeta uscocca (1571). Sulle caratteristiche della barca dalmata V. Sa-
lamon, On form and proportioning in traditional adriatic boat design, in M. Marzari, a cura,
Navi di legno. Evoluzione tecnica e sviluppo della cantieristica nel Mediterraneo dal XVI secolo
ad oggi, Trieste 1998, pp. 255-264; N. Bobanac, V. Salamon, Betinska gajeta between the past
and the future, Ivi, pp. 343-346.
146
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Senigallia, b. 137, lettera del luogotenen-
te al presidente di Urbino, 23 ottobre 1768.
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questo eccessivo gravame sarà poi la congregazione del porto a spingere nel
1667 per un alleggerimento, stabilendo di limitare al solo dazio sui colli (un
grosso per ogni barile), l’imposta sui botticelli contenenti sardelle e sgombri
salati, i cosiddetti “salumi”; quest’ultimo genere alimentare, in base ai dati
forniti dai movimenti merceologici della fiera di Senigallia, costituiva peral-
tro il principale prodotto d’importazione della Dalmazia, anche se modeste
quantità provenivano anche dal Porto di Fermo147. La presenza di pesce di
importazione dall’altra sponda dell’Adriatico è forte: ad esempio nel 1647 si
registra l’arrivo per la fiera di due barche provenienti da Ragusa di cui una
carica di 260 barili di prodotti ittici sotto sale. I mercanti dalmati in fiera
erano assai numerosi e provenivano da Traù, Ragusa, Cattaro, Spalato, Lesi-
na, Perasto, Sebenico; più di un secolo dopo, nel 1760, per ostacolare il va-
sto commercio che si svolgeva durante la fiera di Senigallia, ove confluivano
mercanti forestieri a provvedersi di quel genere per poi distribuirlo negli sta-
ti limitrofi, la “Provvision del denaro”, magistratura della Repubblica di Ve-
nezia, al fine di salvaguardare gli introiti daziari, aveva adottato misure pro-
tezionistiche deliberando un divieto di esportazione di pesce salato dalla
Dalmazia e dall’Istria dal primo maggio al primo settembre148. Si calcolava
infatti che circa 7000 barili di pesce salato confluissero nella fiera di Senigal-
lia, quasi tutti provenienti proprio dalla Dalmazia, per cui il cassiere del da-
zio del pesce salato di Venezia aveva buone ragioni per affermare che “la
Dalmazia … è divenuta la più scandalosa fino ad estraer annualmente per la
fiera di Senigallia li sei o sette mila barilli di sardelle e scombri oltre quelle
per li altri porti di qua del Quarner et Ancona”149.

147
Marcucci, La fiera di Senigallia cit., pp. 334-335. Sull’importante fiera vd. anche G. Paga-
ni, Venezia e la fiera di Senigallia. Studio economico per i secoli XVII-XVIII, in “Atti e memorie
della deputazione di storia patria per le Marche”, s. IV, vol. VI, Ancona 1929, fasc. I-II, pp. 1-
60; V. Franchini, La fiera di Senigallia nella politica economica protezionistica pontificia
(sec.XVIII), in “Atti e memorie della deputazione di storia patria per le Marche”, s.VII, VI
(1951), pp. 45-59; R. Paci, La fiera di Senigallia negli anni della riforma doganale di Pio VI, 1785-
1788, in “Nuova rivista storica”, XLVII (1963), pp. 306-343, ora in S. Anselmi, a cura, Una città
adriatica. Insediamenti, forme urbane, economia, società nella storia di Senigallia, Jesi 1978, pp.
347-387; M. Bonvini Mazzanti, Il Consolato di fiera a Senigallia, 1716-1861, in “Quaderni storici
delle Marche”, 9 (1968), pp. 486-505, ora in Anselmi, Una città adriatica cit., pp. 389-430; S.
Anselmi, Trieste e altre piazze mercantili nella fiera di Senigallia, 1802-1815, in “Quaderni stori-
ci”, 13 (1970), pp. 188-232, ora in Id., Una città adriatica cit., pp. 433-465 e in Id., Adriatico.
Studi di storia, secoli XIV-XIX, Ancona 1991, pp. 289-326; M. Moroni, Mercanti e fiere tra le due
sponde dell’Adriatico nel basso medioevo e in età moderna, in P. Lanaro, a cura, La pratica dello
scambio. Sistemi di fiere, mercanti e città in Europa (1400-1700), Venezia 2003, pp. 53-79.
148
A. Parenzo, Un’inchiesta sulla pesca in Istria e Dalmazia (decreti, relazioni, lettere),
1764-1784, in “Nuovo archivio veneto”, II, 1894, p. 6.
149
Ivi, p. 11.
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86

I provveditori alla Giustizia Vecchia nel 1764, prima di procedere all’in-


chiesta sulla pesca avevano preso in esame anche le opinioni espresse in pro-
posito dai consoli veneti di stanza nelle sedi rivierasche pontificie (Ravenna,
Rimini e Ancona). Da Ravenna si faceva sapere che mercanti della Romagna
si erano provveduti di quel genere alimentare proprio alla fiera di Senigallia,
mentre negli anni precedenti le sardelle salate erano state condotte nel porto
romagnolo direttamente da paroni di barca dell’Istria e della Dalmazia. La
stessa provenienza veniva confermata anche per i rifornimenti della piazza di
Ancona, dove, sempre secondo i dati forniti dal console ivi residente, si sbar-
cavano circa 6000 barili di sardelle salate all’anno, in parte poi dirottati verso
la Lombardia e lungo le rive del Po; inoltre anconetani, romani e pugliesi si
recavano direttamente sull’altra sponda ad acquistare la merce e aggiravano
in questo modo modo le gabelle imposte dalla Repubblica di Venezia. Del re-
sto gli stessi istriani e dalmati convogliavano il loro prodotto in Ancona pro-
prio perché non trovavano gravami al loro commercio e per lo stesso motivo
non disdegnando neanche le rive del Po, dove vi introducevano altre qualità
di pesce conservato (“palamite” e “cospettoni”). Il console veneto a Rimini
d’altro canto informava i magistrati che per il fabbisogno di “salumi” dei ter-
ritori di quella provincia ci si riforniva generalmente alla fiera di Senigallia e
solo nel caso di scarsità di offerta i mercantili riminesi si spostavano sull’altra
sponda attivando un rifornimento diretto; del resto il consumo locale di quel
genere di alimento poteva computarsi di circa soli 200 barili di sardelle all’an-
no, perché Rimini usufruiva della presenza in loco di un’industria conserviera
del pesce minuto, parte del cui prodotto veniva anche introdotta di contrab-
bando nello stato veneto da barche chioggiotte150. A parere del console però
il traffico prevalente del pesce conservato si effettuava a Cesena [leggi Cese-
natico] dove si davano appuntamento mercanti anconetani e romani. In base
alla tariffa del 1719, predisposta per le merci introdotte in fiera, i “salumi po-
veri” rappresentavano una delle categorie principali e comprendevano “sar-
delle, sgombri, aringhe, sarache, tonnina, aghi, anguille salate, oltre ad anguil-
le fresche e seppie secche”; nel tariffario del 1755 vi troviamo elencati anche
prodotti ittici di qualità superiore: ai “salumi” già citati si aggiungono infatti
“botarghe, baccalà, caviale, moscimanno, salmone, stoccafisso, tarantello”151.
I primi dati statistici di un certo rilievo si evidenziano per la fiera del 1720,
data in cui si registra l’arrivo di 2872 barili di “salumi”, non meglio specifica-
ti, oltre a 627 barili di sardelle, 5 botti e 8 barili di tonnina, 5 barili di sgom-
bri, 10 casse di caviale e 56000 seppie secche152.

150
Ivi, p. 15.
151
Marcucci, La fiera di Senigallia cit., pp. 368-369.
152
Ivi, pp. 416-417.
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I paroni impegnati in questo traffico commerciale risultano provenienti


da Grottammare (10), Fermo (6), Cattaro (6), Buccari (2), Caorle (2), Sebe-
nico (2), Spalato (2), Segna (2) e ancora un parone da Cesenatico, così come
da Comacchio, Chioggia, Venezia, Marano, Parenzo, Fiume, Traù, Lesina,
Lagosta, Perasto. A trent’anni di distanza, nel 1751 i “salumi” animano an-
cora un commercio piuttosto considerevole. I barili di sardelle si attestano
sulle 3861 unità e a queste vanno ad aggiungersene 140 di sgombri, 14 di
“anchiò” portati da un chioggiotto, 6 di tonnina, 21 di aringhe trasportate
da paroni di Chioggia, 44 di caviale. E ancora si registrano 60 botti e due ba-
rili di salmone, 40 “ballette” di “sciuri”, una balla e 478 pezzi di stoccafisso,
una cassa di “botarghe”, 49500 seppie secche pressoché interamente com-
mercializzate da chioggiotti, 6000 anguille da Comacchio ed infine una
quantità imprecisata di tarantello153. Le qualità più pregiate, come il caviale,
il salmone, gli sgombri e gli “sciuri” – osserva Marcucci – rientrano nell’as-
sortimento offerto da grossisti di Ancona, o proposto per conto di anconeta-
ni; lo stesso prodotto, ma in quantità assai inferiore era stato trasferito in fie-
ra da paroni di Chioggia, di Veglia e di Carlopago, mentre i generi ittici di
minor pregio risultavano invece appannaggio di 40 paroni di provenienze di-
verse: Grottammare, Fermo, Rimini, Comacchio, Marano, Capodistria, Pira-
no, Rovigno, Segna, Traù, Ragusa, Lagosta e Dobravoba.
Tornando alla flottiglia peschereccia di Senigallia va rilevato che dalla me-
tà del Seicento a tutto il Settecento i valori numerici relativi alle unità di pro-
duzione non fanno registrare mutazioni di rilievo: nel 1650 si contano 27 le-
gni154, la relazione sulla pesca nel litorale pontificio stilata dal Marsili nel 1715
registra la presenza di 22 tartane, mentre una tabella relativa ai natanti esi-
stenti nel porto tra il 1748 e il 1755 ci mostra solo un modesto incremento155:

anni numero pescherecci


1748 21
1749 21
1750 22
1751 22
1752 25
1753 24
1754 23
1755 25

153
Ivi, pp. 428-429.
154
Casagrande Serretti, Attività peschereccia cit., p. 781.
155
Ivi, p. 808, nota 37.
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Nel 1757, in seguito alla perdita di numerose imbarcazioni da pesca per


le forti mareggiate che avevano arrecato alla marineria danni irreparabili, i
18 padroni di barca maggiormente colpiti, “carichi al sommo di debiti con-
tratti con diversi, attesa la mancanza di denaro per provvedere alle loro indi-
genze e mantenimento delle proprie barche” avevano avanzato istanze alla
comunità perché provvedesse a sostenerli in quel grave momento di difficol-
tà, contraendo un prestito a censo di 4000 scudi romani, ad un interesse del
3%. Gli armatori si sarebbero impegnati con apposita scrittura a riscattare
quell’investimento sopprimendo la figura dell’intermediario nel sistema di
commercializzazione del prodotto, a Senigallia denominato “sottovenditore
di pesce”156, al quale secondo le consuetudini in uso nella piazza marittima
di Senigallia157, si assegnava una parte intera nelle quote di divisione del rica-
vato dalla vendita del pesce; e la decisione dei padroni di barca era quella di
assumersi in prima persona “il peso ed obbligo di vendere continuamente
detto pesce senza alcuna contribuzione di parte e pagamento per simile ven-
dita” per accantonare quel denaro “da ciascheduno di detti padroni a favore
di detta illustrissima Comunità, da consegnarsi e riceversi da un ministro
idoneo e capace che dovrà intervenire sempre alle partizioni”. I debiti più ri-
levanti degli armatori erano contratti con i maestri d’ascia per la ricostruzio-
ne del naviglio e nel breve volgere di un ventennio quei capitali rinnovati e
allestiti al meglio dovettero fare i conti con la diffusione di un nuovo metodo
di pesca. Come si è avuto modo di accennare più sopra, nel 1772 alcune ma-
rinerie del litorale adriatico pontificio si erano opposte con memoriali indi-
rizzati alle autorità superiori perché si intervenisse a fermare l’“abuso nuova-
mente introdotto” di pescare con le paranze158 e il presidente di Urbino ave-
va ricevuto informazioni sull’argomento dal luogotenente di Senigallia che
con una dettagliata relazione raccoglieva le opinioni negative di “paroni ed
altri pratici del mare”159.
Il rivoluzionario sistema di cattura stava prendendo piede nelle spiagge

156
ASCSenigallia, Istromenti, 1757-1760, b. 453, c. 33, 2 luglio 1757, “Istromento fatto
con i marinari”.
157
Tale figura di intermediario potrebbe corrispondere al parcenevole. A Rimini ad esem-
pio il parcenevole riceveva tre quartarole sul “ritratto”, ma la qualifica tuttavia era di “vendi-
tore del pesce”. Forse a Senigallia, ma anche nel Piceno, il “venditore” era sinonimo di pesci-
vendolo, ossia il venditore del prodotto ittico nella pescheria e con “sotto venditore” si inten-
deva un ruolo di mediazione e di distribuzione interposto tra armatore ed equipaggio da una
parte e il pescivendolo dall’altra.
158
ASPesaro, Legazione, Lettere da Roma, b. 71, il tesoriere generale al presidente di Ur-
bino, lettera datata 11 novembre 1772.
159
Ivi, Lettera del luogotenente di Senigallia al presidente di Urbino, 18 novembre 1772.
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89

adriatiche già da 5 o 6 anni ed i porti a sud di Senigallia (Ancona, Porto Re-


canati, San Benedetto e Porto di Fermo) avevano già provveduto ad allestire
le imbarcazioni richieste per quel tipo di pesca: “Nella scorsa fiera ve ne
concorsero qui circa venti e v’erano anche di dominio estero che venivano a
scaricare la loro pesca in questo porto”160. Alle rimostranze dei senigal-
liesi facevano eco anche i giudizi negativi espressi allo stesso proposito dai
pescatori di Pesaro. Questi insistevano sul fatto che nel loro porto e a Seni-
gallia le marinerie rimanevano fedeli ai sistemi tradizionali, mentre dal Tron-
to ad Ancona si era verificato invece un drastico cambiamento con l’invasio-
ne di natanti attrezzati per la pesca “a paranza” e chiamati dai pesaresi “coc-
chie”, cioè “due barchette che pescano in poppa insieme e portano una re-
te assai grande e lunga, con cui, a detta commune, si devasta ogni sorte di
pesce ed ovi del medesimo, e si prende per volta anche due e tre mila
libbre”161.
L’incontro con i pescatori dei porti limitrofi praticanti tale nuovo metodo
non era stato pacifico, né a Pesaro né a Senigallia da dove, nel 1774 gli inva-
sori erano “stati cacciati per opera della marinareccia”, con atti di intolleran-
za. I bandi proibitivi di quella pesca a strascico, su sollecitazione della mari-
neria picena, erano stati quasi subito sospesi162, ma i pescatori di Porto Fer-
mo si erano visti cacciare da Pesaro con “maltrattamenti ed insulti”163 e, fat-
to certamente più grave, nel giugno del 1779 alcuni marinai senigalliesi era-
no arrivati addirittura a tentare di mandare a picco due paranze di Bari men-
tre stavano pescando nelle acque antistanti la città164. La drammaticità degli

160
Ivi.
161
Ivi.
162
ASPesaro, Legazione, Lettere da Roma, b. 74: il tesoriere generale Pallotta al presidente
di Urbino, 16 luglio 1774; Ivi, b. 73, 24 luglio 1773, il tesoriere generale Pallotta avverte il
cardinale Acquaviva che sulla scorta delle informazioni ricevute dal cardinal Borromeo, lega-
to di Romagna, e dal cardinal Bufalini, vescovo di Ancona, il papa aveva sollecitato l’emana-
zione di un editto proibitivo “in tutto uniforme al divieto più volte emanato per la spiaggia
romana contro tale abuso di pescare”. Il console veneto insediato a Pesaro, con lettera inviata
ai superiori in data 14 giugno 1773, dava ragguaglio dell’esistenza di un bando emanato dal
presidente di Urbino il 15 maggio, che vietava ai pescatori di “predare il pesce lungo un mi-
glio nel mare, da queste palate poste in questo lido. I pescatori di Chiozza più degli altri se ne
approfittavano, ora in conformità dell’editto è a tutti vietato”. Lo stesso funzionario, inoltra-
va il 9 agosto 1773 ulteriori notizie in merito all’avvenuta pubblicazione dell’“Editto proibiti-
vo della pesca a due o sia con le paranze nella spiaggia dell’Adriatico” (23 luglio 1773),
ASVenezia, Cinque Savi alla mercanzia, Consoli, 731, Pesaro.
163
ASPesaro, Lettere da Roma, b. 79, lettera del cardinal Pallavicini al presidente di Urbi-
no, 20 gennaio 1779.
164
Ivi, lettera del cardinal Pallavicini al presidente di Urbino, 10 luglio 1779.
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90

avvenimenti aveva spinto il tesoriere generale Pallotta a giustificare al presi-


dente di Urbino la decisione “di sospendere l’osservanza in tutto il littorale
dell’Adriatico”, motivando questa scelta contraddittoria rispetto alle prece-
denti e reiterate disposizioni del governo centrale a tutela del patrimonio it-
tico, poiché il mare Adriatico, in confronto al Tirreno, essendo “più abbon-
dante di pesci, ha meno bisogno di un tal provvedimento”; del resto anche
nel Regno di Napoli, dove in un primo tempo era stato promulgato lo stesso
divieto, si era poi deliberato di ritirarlo, ma solo relativamente al litorale
adriatico165. Nonostante l’iniziale stato di agitazione e di rifiuto, il nuovo si-
stema di pesca era destinato a prendere definitivamente piede anche nel me-
dio e alto Adriatico e a Senigallia: qui le 20 unità da pesca censite nel 1786,
erano verosimilmente già state adattate ed attrezzate per la pratica della pe-
sca cosiddetta “a paranza”, o “a coccia”, ormai accettata anche nei porti ro-
magnoli, e testimoniata ad esempio dalla vendita di alcune di alcune di que-
ste nuove imbarcazioni nella piazza marittima di Rimini166 e dagli sposta-
menti per la pesca in altri porti degli stessi pescatori senigalliesi con le loro
paranze.

La costa picena

Anche la marineria picena, specie nel corso del XVIII secolo vede un pro-
cesso di crescita167, documentato per i centri più importanti, come Porto di
Fermo (Porto S. Giorgio), San Benedetto, Grottammare, ed è possibile se-
guire in questo tratto del litorale pontificio, per tutto l’arco dell’età mo-
derna, l’evoluzione delle tecniche di pesca, dei tipi navali168 e della cantieri-

165
Ivi, lettera del 3 luglio 1779.
166
ASRimini, NR, Vincenzo Amadio Brilli, 1778-1807, cc. 330r-337v, 15 giugno 1800,
compravendita di due paranze da pesca con battello.
167
U. Marinangeli, San Benedetto da borgo marinaro a centro peschereccio di primaria im-
portanza, in G. Nepi, a cura, San Benedetto del Tronto. Storia, arte e folclore, Ascoli Piceno
1989, pp. 273-338; G. Cavezzi, U. Marinangeli, Il secolo XVIII ovvero della rivoluzione nella
pesca picena, in “Cimbas”, 9 (1995), pp. 1-44; G. Cavezzi, Il secolo XVIII ovvero della rivolu-
zione nella pesca picena, in Civiltà contadina e civiltà marinara nella Marca meridionale e nei
rapporti fra le due sponde dell’Adriatico, Atti 7° Seminario di studi per personale direttivo e
docente della scuola (1995), Grottammare 1998, pp. 341-360.
168
Sui tipi navali vd. G. Troli, Le barche:forme e tipi navali della costa picena, in Aa.Vv., La
costa nel Piceno. Ambiente, uomini e lavoro, Ascoli Piceno 1981; G. Cavezzi, La “Paranza” nel
Piceno (XVIII-XX sec.) in Marzari, Navi di Legno cit., pp. 315-326; M. Ciotti, Le fonti notarili
per lo studio del naviglio minore a San Benedetto nel XVIII secolo, in “Studia Picena”, LXIV-
LXV, 1999-2000, pp. 281-345; Ead., Maestri d’ascia e attività portuali a Grottammare e San
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91

stica169. Negli Statuta Firmanorum170 apposite rubriche a regolamentare la


vendita del pesce171, permettono di desumere innanzitutto l’estesa pertinen-
za territoriale della costa alla giurisdizione della città di Fermo172: la norma-
tiva statutaria stabiliva appunto l’obbligo a tutti i pescatori, dal Tronto al
Potenza, di far confluire l’intero prodotto della pesca esclusivamente nella
città dominante. Con la rubrica de piscibus vendendis (Lib. V, rub. 122) la
comunità dava il permesso di trasferire il pesce fresco nella città di Fermo a
due categorie di persone: agli abitanti di Fermo e del suo territorio e a quei
pescatori (“qui pisces capiet in mari vel in fluminibus”) esercitanti l’attività
in funzione della vendita (“pro vendendo”), a cui era consentito di esporre
la merce nella piazza di S. Martino. La vendita al minuto del pesce fresco
era permessa non solo ai pescatori per la città e per Porto S. Giorgio, ma
anche a comitatini e distrectuali, cioè agli stessi abitanti di Fermo e del suo
distretto, cui si dava facoltà di acquistare e rivendere pesce al minuto sola-
mente però ad altri comitatini e ad esclusivo uso e consumo familiare. La
commercializzazione del prodotto ittico insomma rimaneva limitata al terri-
torio della città. Era lecito vendere in piazza anche il pesce cotto e quello
confezionato ad gelatinam, e ciò era permesso solamente ai conduttori di ta-
li generi, che erano obbligati ad osservare alcune norme di carattere igieni-
co sanitario. Ogni abitante di Porto S. Giorgio era tenuto ad avere sia l’at-
trezzatura di pesca (“unum rethem piscatorium”) sia un riparium, verosi-
milmente un luogo per il rimessaggio della barca, nella propria abitazione o
in prossimità di altri locali adibiti al medesimo uso. Ai “portesi” si richiede-
va di pescare quando il tempo fosse favorevole e il mare quieto, e di tra-
sportare il pescato in città e si insisteva soprattutto su quest’ultimo. Tutti i
pescatori dal Tronto al Potenza erano obbligati a convogliare nella città tut-
to il pescato, fatta eccezione per le quantità necessarie al fabbisogno della
propria famiglia e del borgo di provenienza. Se qualche pescatore forestiero
si fosse introdotto nelle acque territoriali di Porto S. Giorgio “cum retibus
et barchis ad piscandum” doveva obbligatoriamente assoggettarsi a scarica-

Benedetto nel XVIII secolo in O. Gobbi, a cura, Fermo e la sua costa, “Atti del seminario di
studi per personale docente e direttivo della scuola”, Cupramarittima 7-10 novembre 2000,
in corso di stampa.
169
Ead., Lo sviluppo delle attività cantieristiche a San Benedetto del Tronto nel XVIII seco-
lo, in “Proposte e ricerche”, 45 (2000), pp. 42-69.
170
Editi a Venezia nel 1507 e a Fermo nel 1589 “apud Sertorum de Montibus”.
171
Sull’argomento vd. il paragrafo “Il commercio del pesce” in Marinangeli, San Benedet-
to cit., pp. 311-314 particolarmente; G. Cavezzi, Le due geniture, Statuta Firmanorum, in
“Cimbas”, 1-2 (1991), pp. 2-22.
172
L. Rossi, La costa come frontiera: pirati, clandestini e marinai del Piceno, in “Proposte e
ricerche”, 43 (1999), p. 193.
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92

re il prodotto della sua pesca in loco, con l’impegno di condurlo in città “si-
ne aliquo intervallo”. Per questo all’albergatore (hospitator) o a chiunque
offrisse alloggio (receptator) ad un forestiero che si trasferiva a Porto San
Giorgio per esercitare la pesca, era chiesto di informare tempestivamente
l’ospite dell’esistenza di tali norme, in modo che nessuno potesse dichiarare
di ignorarle. Nel caso che l’albergatore, o chi per lui, avesse disatteso il pre-
cetto, avrebbe dovuto rispondere direttamente dell’eventuale infrazione e
risarcire il pescatore forestiero della sanzione inflittagli dal pubblico. Chi si
trasferiva in città da San Benedetto, da Grotte, da Marano e da Boccabian-
ca per vendere il frutto della pesca, poteva smerciarlo solo in giornata (“per
totum diem”), mentre era vietato ai beccai di intervenire nella commercializ-
zazione del prodotto, come anche di tenere barca e reti “causa piscandi”,
fatta eccezione per i periodi di quaresima. Si permetteva però l’acquisto di
una barca da pesca all’interno della giurisdizione di Fermo (cioè “a Trunto
infra et a Potentia supra”), e si dava libertà di pescare ovunque, di acquista-
re pesce da chiunque per trasferirlo poi nella città di Fermo. Agli ufficiali
sovrintendenti l’attività dei beccai toccava esercitare funzioni di controllo
anche sui pescivendoli (“suprastantes piscium et venditorum piscium)”.
Nella normativa statutaria si precisavano anche gli orari di vendita per il pe-
sce fresco, fissati sia per la stagione estiva (ante nonas tempore aestivo) che
per quella invernale (per totum illam diem). La vendita del prodotto ittico
era soggetta alle disposizioni del podestà, del capitano e di due ufficiali elet-
ti dal consiglio per la stima del pesce173.
La presenza sulla costa picena di pescatori veneti alla fine del XV secolo e
agli inizi del XVI dimostra, come si è appurato anche per altre realtà del lito-
rale adriatico, che pure nel Piceno l’attività piscatoria risultava assai margi-
nale in quest’epoca. Particolarmente assidui anche in questo tratto di litorale
appaiono i pescatori di Burano, assai rinomati per la pesca praticata tramite
la “tratta alla buranella”, ma a cui si riconosceva una grande abilità anche
per altri sistemi di cattura da esercitarsi prevalentemente sotto costa; le loro
migrazioni stagionali comportavano la necessità di provvedersi di un alloggio
lungo le riviere frequentate, come avviene, per esempio, nel 1538, anno in
cui “piscatores sive brunelli”, ossia “Buranelli”, ottengono dalle autorità lo-
cali il permesso di alloggiare nella abitazione di un privato posta “alla mari-
na” nel territorio di pertinenza della città di Ascoli174.

173
Per quanto riguarda le qualità del pesce citate negli Statuta Firmanorum osserviamo
che si fa esclusivamente riferimento a “sturiones et pisces magni et grosi”, di peso superiore
alle 20 libbre. Se questi rimarranno esposti “ab hora tertia in antea” dovranno essere venduti
a peso al minuto, previa stima dei due ufficiali che sovrintendono anche l’attività dei beccai.
174
Cavezzi, Marinangeli, Il secolo XVIII cit., p. 41 e G. Rongoni, Di sole in sole. Al Porto
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93

Sono datati invece 1519 i Capitula piscatoribus in rivaria maris Firma-


175
ni , ma i dati sulle attività piscatorie lungo il litorale soggetto alla giurisdi-
zione di Fermo nel corso del secolo XVI, al momento attuale delle ricerche,
risultano ancora troppo scarni. Notizie indirette si possono ricavare da te-
stimoniali rilasciati nel primo Settecento da pescatori che riportavano usi e
consuetudini dei secoli addietro e che richiamano verosimilmente tecniche
piscatorie in uso nel Cinquecento: “Nel porto di Fermo in tempo delli no-
stri antenati vi era una trattolina ossia rete di pesca di lunghezza di braccia
cento circa, propria della città di Fermo, con la quale trattolina si pescava
in mare il pesce e quello che con la medesima si prendeva, si portava tutto
in città, non essendovi in quel tempo alcuna barca pescareccia, e per non
soggiacere la detta città all’incertezza della pescazione e spese per il mante-
nimento della medesima trattolina si affittava or da uno or da altro di que-
sto paese”176.
Solo più tardi i “portesi” cominciarono “a fabbricare qualche piccola
barca peschereccia”177.
Un bando “contro i pescatori”, emanato dal vicegovernatore di Fermo il
23 luglio 1611, sollecita alcune riflessioni: innanzitutto viene messa in luce la
propensione dei pescatori a disertare l’osservanza delle normative statutarie
a favore di una commercializzazione del prodotto (“dalla banda dei pescato-
ri si manca ben spesso portare a detta città il pesce, che alla giornata si piglia
portandolo in altri luoghi”); inoltre si evidenzia la volontà, attraverso la rei-
terazione degli obblighi stagionali a sospendere le pratiche piscatorie, di
programmare una sorta di regolamentazione di fermopesca ante litteram
(“commandiamo che nissun pescatore di questa giurisdizione ardisca da qui
in poi … dalle calende di maggio per tutto ottobre andare a pescare con le
tartane sotto pena di 50 scudi per ciascuno e ciascuna volta”)178.
Si tratta senza dubbio di interventi governativi in qualche modo eccezio-
nali nel mondo delle comunità rivierasche indagate e che trovano riscontri
solo negli atti di regolamentazione della pesca promossi dalla Repubblica di
Venezia.

di San Giorgio tra ’700 e ’800, Fermo 1993, p. 21, si citano presenze di Chioggia e di Bu-
rano.
175
ASFermo, ASCFe, A. Marini, Rubrica eorum omnium quae continentur in libris conci-
liorum et cernitarum civitatis Firmi ab anno 1380 usque ad annum 1599, 3 voll. mss., vol. II, c.
408v citato in Cavezzi, Marinangeli, Il secolo XVIII cit., p. 41.
176
Testimoniale del 1734 in ASFermo, ASCFe, Firmana gabellae piscium.
177
Ivi.
178
BCFermo, ms. n. 714 citato in Rossi, La costa come frontiera cit., p. 200.
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94

La vocazione peschereccia delle comunità rivierasche del Piceno si viene


comunque a sviluppare soprattutto nel corso del Settecento, secolo in cui
l’attività alieutica assume un peso considerevole, e per certi versi inaspettato,
anche sotto il profilo economico. Si pone in evidenza l’aspetto commerciale
e quello della distribuzione del prodotto fresco e si avverte un po’ ovunque,
ed in special modo nei maggiori centri pescherecci dell’Adriatico, un fer-
mento mercantile puntato allo sviluppo del settore che si concretizza anche
in tutta una serie di reclami, ricorsi, memoriali finalizzati ad ottenere ridu-
zioni sulle imposte fiscali decretate dalle comunità locali. Già nel 1758 le au-
torità comunali di Fermo tentavano di porre freno alle richieste avanzate da-
gli addetti alle arti della pesca con il “memoriale sopra il pesce” indirizzato
alla Congregazione fermana, ma soprattutto dagli anni settanta le esigenze di
proprietari di barche e commercianti di pesce si fanno più incalzanti. Pren-
dendo a pretesto l’“immunità dei pedaggi” decretata da Pio VI, come è ben
documentato in una memoria redatta a sostegno delle ragioni dei proprietari
di barche, si spinge infatti per ottenere la soppressione delle imposte sul pe-
scato, cioè sia la tassa relativa all’introduzione del prodotto sul mercato do-
po lo sbarco, sia i pedaggi fissati sull’esportazione di pesce fresco nei territo-
ri finitimi e specialmente in Umbria179.
In sostanza la documentazione archivistica relativa al ricorso contro l’im-
posizione fiscale (“Gabella dell’estrazione e introduzione del pesce”), alle
varie scritture difensive ed alle sentenze decretate dalle autorità superiori180,
fornisce un ampio spaccato della vivacità economica e commerciale raggiun-
ta dai porti del Piceno in fatto di produzione e commercio del pesce, specie
dopo l’introduzione della pesca “a paranza”, che risulta praticata negli anni
settanta da 21 coppie di barche di Porto Fermo e 10 di San Benedetto. I
pescatori piceni in fatto di volume produttivo avevano raggiunto un livello
di importanza tale da poter coprire da soli una rete distributiva piuttosto
ampia che raggiungeva i mercati di Spoleto, Foligno, Tolentino, Terni e Pe-
rugia e non è da escludere che gli sgravi fiscali auspicati nelle memorie pos-
sano essere interpretabili come la ricerca di un palliativo agli oneri d’impresa
atto a compensare in qualche modo i costi dei trasporti. D’altra parte anche
se questa affermazione risulta contraddetta da alcune testimonianze, è fuor
di dubbio che il passaggio alla pesca delle “paranze” comporta per l’ambien-

179
Di questo argomento trattano diffusamente Cavezzi, Marinangeli, Il sec. XVIII cit.,
passim, nonché Rongoni, Di sole in sole cit., pp. 90-92.
180
ASFermo, ASCFe, Firmana gabellae piscium: si tratta di fascicoli a stampa relativi alle
memorie redatte da giuristi a difesa delle parti, la comunità di Fermo e i proprietari di barche
di porto S. Giorgio, nonché di sentenze emanate dalle autorità romane.
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te marinaro piceno un vero e proprio salto di qualità, tanto che in alcuni


passi delle memorie redatte a favore della comunità di Fermo la nuova prati-
ca di lavoro viene definita “uberrima piscatio”. Non a caso del resto la costa
picena per il medio Adriatico si offrirà come il punto di riferimento per le
marinerie da pesca pontificie a nord di Ancona quando il sistema della pesca
“a coppia”, dopo un periodo di ostracismo ad oltranza, finirà poi per essere
accettato anche da esse.
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II.

Tecniche di pesca e tipi navali.


Tra invenzioni e nuove maniere di pescare
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12
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Capitolo 1

La pesca costiera

Pier de’ Crescenzi nel XIV secolo, inserendo nella sua trattazione agronomi-
ca (Ruralium commodorum, XXXVI) anche un resoconto sulle tecniche di
pesca in uso ai suoi tempi, inizia con la minuta descrizione di un metodo in
uso lungo le rive del mare:
Nel mare, apresso del piano lido, spezialissimamente si prendon di molti pesci
con la rete, la quale molti scorticatoria chiamano. Questa rete è molto lunga, e
assai ampia, e fitta, avente corda dall’un lato piombata, e dall’altro suverata, sì
che possa nell’acqua stesa, e diritta stare. Questa rete, con una navicella, infra ’l
mar si porta, lasciando a terra l’un capo, e sempre alcuna particella di quella di-
scenda nell’acqua. E quando i pescatori saranno infra mare, quanto la rete sarà
più lunga; all’ora accerchiando con l’altro capo, ritornano alla riva: e alcuni di lo-
ro discendano in terra, col capo della rete, e gli altri in terra: e quello della nave
stia a mezzo della rete, movendo l’acqua, acciocché i pesci, intra la rete compre-
si, vedendosi dalla rete tirare a terra non saltin fuor dalla rete. E due pescatori,
da ciascun capo in terra stanti, traggano co’ pesci tutta la rete alla riva. E spesse
volte ne traggono molti piccolini e grandi1.

Il minuzioso quadro delineato dallo scrittore bolognese non lascia adito a


dubbi riguardo all’identificazione della tecnica piscatoria a cui si riferisce,
cioè la pesca con la “tratta”, secondo l’espressione più comunemente in uso

1
Pier de’ Crescenzi, Del trattato dell’agricoltura, II, Napoli 1724, pp. 237-238; De Nicolò,
Attività marittime cit., pp. 28-30. Intorno all’esercizio della pesca nell’antichità importanti in-
formazioni ci vengono restituite dagli scritti di Eliano, De natura animalium, 12, 43. Delle
quattro maniere di pesca che egli suddistingue (“diktueìa, kòntosis, kurteìa, ankistreia”)
quella più remunerativa e che necessita di maggior larghezza di capitali è la “diktueìa”, che si
esercitava con reti ed una piccola barca a sei remi mentre la “kòntosis”, che si praticava con
l’asta, si esercitava sopra un battello. Nessuna di queste tecniche veniva praticata molto lungi
dalle sponde, così come le altre, con nasse e con l’amo, cfr. E. Costa, Il mare e le sue rive nel
diritto romano in “Rivista di Diritto Internazionale”, 1916, p. 347.
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100

specie nell’alto e medio Adriatico, altrimenti detta invece “sciabica” lungo le


costiere meridionali adriatiche e tirreniche.
Riguardo alla pesca “a tratta”, metodo molto semplice rimasto in uso fino
al Novecento a cui potevano dedicarsi sulle rive anche donne e bambini nel
sostegno dell’opera dei pescatori, certamente non mancano informazioni,
anche dettagliate, desumibili dagli innumerevoli scritti sul tema dei mestieri
della tradizione2. Una lucida descrizione viene offerta da Daniello Bartoli
che, trattando “le varie maniere di pescare”, a proposito di questo sistema di
pesca precisa:
Pescasi con la rete: e si entra un gran tratto entro mare, e dalla barca gettando la
sciabica, si pianta nell’acqua un gran recinto di mura, e vi si fabbrica una prigio-
ne. Fondamenta sono i piombi, che radono il fondo, le cime de’ suveri, che stan-
no a galla, la compiono. Indi dal lito se ne tirano i capi e si raccoglie la prigione
insieme e i prigionieri3.

Le osservazioni più importanti però, in quanto rapportano direttamente


all’applicazione della pesca “a tratta” nelle aree lagunari nel basso medioevo
e nella prima età moderna, sono quelle formulate alla fine del XIX secolo da
Angelo Marella che nel confronto fra pescatori chioggiotti e pescatori di Bu-
rano rileva alcune differenze nelle strumentazioni utilizzate per la “tratta”4. I
chioggiotti – a detta del Marella –, per stendere in mare la “tratta” utilizza-
vano una barca a vela dotata di timone della lunghezza di circa 30 piedi ve-
neti, con 8/10 remi e altrettanti scalmi (forcole); della sua diffusione si trova-
no conferme anche dalla documentazione archivistica. Ad esempio, un rogi-
to pesarese del 1445 riguardante la vendita da parte di un parone di Chioggia
di “unam barcam actam ad piscandum ad tractam de portata treginta salma-
rum cum albaro, antenna, vela, furgolis, remis et ferro, sicchia et sessola”5
restituisce l’informazione più che evidente che si sta parlando di una tratta
“ala chiozzotta”. I pescatori di Burano, invece, si servivano della “barca da

2
Ci limitiamo a segnalare A. Graffagnini, Le attività del litorale romagnolo in Cultura po-
polare nell’Emilia Romagna, III, I mestieri della terra e delle acque, Cinisello Balsamo 1979, p.
164-183, sulla tratta pp. 171-172; A. Turchini, Reti e tecniche pescatorie, in Barche e gente del-
l’Adriatico, 1400-1900, a cura di U. Spadoni, Casalecchio di Reno 1985, p. 70; C. Peluso, La
pesca tradizionale: reti, attrezzi, tecniche pescatorie, in P. Izzo, a cura, Le marinerie adriatiche
tra ’800 e ’900, Roma 1989, pp. 128, 132, 139 (sulla tratta); pp. 138-139 (sulla sciabica).
3
Descrizioni geografiche e storiche tratte dalle opere del padre Daniello Bartoli, Milano
1826, p. 534.
4
A. Marella, Annotazioni pescherecce, a cura di L. Divari e G. Penzo, Sottomarina 1990,
pp. 98-100; su tale metodo vd. anche E. Ninni, “La trata de mar”, in “Neptunia”, 1 (1903),
pp. 1-8.
5
De Nicolò, Attività marittime cit., p. 29.
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101

tratta alla buranella”, un natante lungo circa 33 piedi veneti, privo di albero
e di timone, con 8 uomini alla voga e ad ognuno di essi, a seconda della posi-
zione assegnata a bordo, si dava un appellativo di riconoscimento6: “Inco-
minciando da popa il primo si chiama de sima, il secondo de pope, il terzo
santina, o lai de mezzo, il quarto siò, il quinto sinto o mezza barca, il sesto
schiopo o banco, il settimo lai da prova, l’ottavo puoié”.
Nella normativa delle città costiere dell’Adriatico del Tre e Quattrocento
non mancano riferimenti alla tratta. Gli statuti della dogana di Ancona ad
esempio menzionano la barca piscaretia tractoria, mentre compravendite e
inventari stesi da notai, almeno fino alla prima età moderna, aggiungono rag-
guagli sulla struttura della tratta, cioè il complesso di reti, attrezzature e bar-
ca che definivano quell’impresa di pesca. Nel medio Adriatico si cimentava-
no, oltre ai veneti, pescatori istriani, dalmati e albanesi; anche nelle isole e
sulle coste dalmate infatti si accerta la diffusione di questo tipo di pesca,
esercitata ad Arbe, come a Zara e a Spalato con reti denominate tratte e grip-
pi7. Nella mariegola dei marinai e pescatori zaratini del XV secolo si fa
espresso riferimento, nel primo capitolo, ai “piscadori dele trate”, suddivisi
tra coloro che pescano “cun la trata granda” e quelli “cun la trata picula”8 e
studi recenti comprovano che anche a Spalato c’era chi si dedicava alla pesca
costiera con la “tracta”9. In riferimento alla pesca “a tratta” a Chioggia si do-
cumentano divieti di pesca già nel 1331:
I registri dell’archivio antico di Chioggia attestano vietato il pescare dall’aprile a
tutto il giugno, con reti a tracta e tracturo, grasolis (graticci) e cogolis (cogòli), reti
forti da anguille, zevalellos, auredellas, burbuncellos, passerinus et gozadellos (gò)
et alteros alios pisces vaninos; et l’ostregare cum aliquo ostrigario, o rete a strascico

6
Marella, Annotazioni pescherecce cit., p. 99; il corsivo è nostro. Aggiungeva il Marella:
“La barca da tratta da buranelli ne ha altre due di seguito, e di queste una si chiama vedela ed
è sempre più avanti di tutte” (Ivi, p. 100).
7
I. Pederin, Commercio, economia, pesca, arti e mestieri in Arbe nel Quattrocento, in “Ar-
chivio storico italiano”, 147 (1989), pp. 215-249 (sulla pesca: pp. 237-239); l’autore menziona
anche l’esportazione nel XV secolo di sardelle e sgombri salati verso Ravenna e le coste italia-
ne, citando J. Basioli, Ribarstvo na Jadranu [La pesca nell’Adriatico], Zagreb 1984, pp. 83-87.
Il grippus era anche una piccola imbarcazione da pesca. Per la prima età moderna I. Pederin,
Le finanze di Arbe ed il commercio con Venezia ed i porti di “sottovento” nel Cinquecento, in
N. Falaschini, S. Graciotti, S. Sconocchia, a cura, Homo adriaticus. Identità culturale e autoco-
scienza attraverso i secoli, Reggio Emilia 1998, pp. 437-463 (sulla pesca: pp. 453-455).
8
V. Brunelli, a cura, Forma matriculae marinariorum et piscatorum Jadre, Ragusa 1882,
p. 38.
9
I. Pederin, Il comune di Spalato e le sue relazioni con la Romagna, le Marche ecc. in epoca
malatestiana, “Atti giornata di studi malatestiani a Civitanova Marche”, 7, Rimini 1990, pp.
31-66, p. 64.
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102

usata per le sogliole, i barboni e le ostriche “prope aliquod fundamentum salina-


rum” come in alcuni siti in Venezia; e il pescare cum panicellis, cogolis, et parieti-
bus10.

Tali divieti trovano riscontri anche a Venezia dove, agli inizi del Trecento,
l’attività legislativa in materia di pesca fa sentire il suo peso con reiterate
norme proibitive in merito alla cattura, fino alla tarda primavera, del novel-
lame (“pisces vaninos”) e di altre specie ittiche quali cefali, orate, barboni,
passere e ghiozzi, “cum trattis nec cum grisiolis nec aliquo modo”11. Ulterio-
ri divieti, sempre finalizzati a garantire il riposo biologico, vengono ratificati
anche nel 1424-1425 proprio per salvaguardare il patrimonio ittico dall’uso
improprio della pesca fatta con tratte e trattolini, che, se liberalizzata, si rite-
neva potesse comportare “la total destruzione e consumazione dei pesci”12.
Questi provvedimenti applicati in origine pressoché esclusivamente nelle
aree lagunari per impedire la distruzione del novellame e favorire le migra-
zioni stagionali, via via erano stati introdotti anche nelle giurisdizioni delle
acque costiere13, oggetto di frequentazione da parte di pescatori che si spo-
stavano per la pesca da altre località limitrofe. L’incertezza delle competenze
giurisdizionali sugli spazi marini portava infatti ad una sorta di invasione di
campo da chi, facendo riferimento anche a diritti di consuetudine, reclama-
va in acque esterne rispetto la propria appartenenza territoriale una sorta di
asilo di pesca per usucapione. A questo titolo erano sorte nel XV secolo ac-
cese rivalità fra le comunità rivierasche dovute appunto ad una difficile in-
terpretazione della legittimità giurisdizionale dell’esercizio del mare, che vi-
de contrapporsi le compagini pescherecce di Loreo e di Chioggia per lo
sfruttamento delle acque costiere antistanti i porti di Volano, Magnavacca,
Fornaci, Goro in cui i chioggiotti pretendevano appunto di detenere una
sorta di esclusività, per inveterato uso. Ai pescatori di Chioggia nel 1447 si
riconobbe però, da parte delle autorità veneziane, la libertà di pesca “fino al
limite meridionale del dogado”14.

10
B. Cecchetti, Il vitto dei Veneziani nel secolo XIV, in “Archivio veneto”, XXX (1885),
pp. 27-96, p. 45.
11
H. Zug Tucci, Pesca e caccia in laguna, in Aa.Vv., Storia di Venezia, I, Origini. Età
ducale, Roma 1992, p. 493.
12
S. Perini, Chioggia al tramonto del Medioevo, Sottomarina 1992, p. 159 ss.; sui divieti
vd. BMC, ms. Correr, 564, Raccolta in proposito della pesca, t. I, c. 6, 8 maggio 1314; c.9, 22
settembre 1494; c. 10, 5 luglio 1425.
13
ASVenezia, Senato, Dispacci dei Rettori, Chioggia e Dogado, 6, c. 30v, 7 dicembre 1427,
citato in Perini, Chioggia al tramonto del Medioevo cit., p. 161.
14
Ivi, pp. 162-163. Sulla questione della giurisdizione delle acque in funzione delle attivi-
tà di pesca vd. Cecchetti, Il vitto dei Veneziani cit., pp. 42-44.
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103

A queste epoche le metodologie di pesca adottate erano ancora quelle del-


la tradizione, richiamate già dal Crescenzi, come quella effettuata con il giac-
chio, che “è rete sottile e fitta, ed ha forma tonda: intorno alla circonferenza
impiombato, e ravvolto trae nel comignolo una lunga fune” o quella che poi
sarà denominata a “spontale”; “anche si pigliano con rivali reti in poca acqua,
e la rivale rete è piccola, e munita, annodata con due mazze, le quali il pesca-
tor tien con mano, e aperta, per l’acqua la porta, e presso alla riva co’ pesci
racchiude”15. Per la pesca nelle valli erano in uso anche la rete detta degagum
(“la quale è lunga e larga e gettasi nel fondo: e strascinasi un pezzo e poi si ca-
va fuori con li pesci”) e le gradelle, overo gabbiuole, cioè pareti “fatte di canne
di paduli”, da identificarsi verosimilmente con le grisiole della laguna veneta e
di Comacchio16. Nell’elenco delle strumentazioni in uso ai suoi tempi il Cre-
scenzi segnala la rete detta negossa17 e la cogolaria per la pesca delle anguille:
La qual rete è grande, forte, e fitta, ed ha entramento ritondo e largo, e a poco a
poco si ristringe infino alla coda, la quale è molto lunga, ed ha molti ricettacoli,
ne’ quali agevolmente entrano moltitudine di pesci e tornar non possono. Que-
sta rete si pone con due grosse pertiche nel detto luogo stretto, intorno al quale è
da ogni parte forte chiusura di legname, insino alla ripa, alla quale le dette perti-
che s’annodano18.

Non dimentica poi le nasse, strumenti di cattura utilizzati fin dall’antichità:


“di vinchi si fanno nasse ritonde, e larghe, con l’entramento dentro stretto e
di fuori ampio, che ’l dì e la notte, col peso d’alcuna pietra si lasciano nel fon-
do dell’acqua, e hanno alcuna vite, nella coda legata con che si traggono”19.

15
Crescenzi, Del trattato dell’agricoltura cit., p. 238. Il termine “spontale” era usato parti-
colarmente nella Romagna e nelle Marche, G. Quondamatteo, G. Bellosi, Romagna civiltà, II,
I dialetti: grammatica e dizionari, Imola 1977, alla voce spuntèl: “Una trata in miniatura che si
usa lungo i bassi fondali delle spiagge, servita da pochi uomini”; cfr. De Nicolò, Ricerche sulle
tecniche piscatorie tra Marche e Romagna cit., pp. 329-340, sulla pesca “a spontale” p. 331.
Tra Sei e Settecento i bandi proibitivi della pesca costiera emanati per ragioni sanitarie o mili-
tari si rivolgevano alle squadriglie dei trattaroli e spontalieri. In generale sugli aspetti della
quotidianità nel litorale adriatico vd. U. Spadoni, a cura, Economia delle rive, “Costellazio-
ne”, 7 (1991).
16
Ivi, p. 239. Sulla cogolaria vd. Peluso, La pesca tradizionale cit., pp. 132-133. Una limita-
zione alle dimensioni dei cogoli di Chioggia fu decretata nel 1401 e nel 1425 si stabilì una sor-
ta di prototipo con maglie più larghe rispetto a quelle in uso, Perini, Chioggia al tramonto del
Medioevo cit., p. 160.
17
Crescenzi, Del trattato dell’agricoltura cit., p. 238.
18
Ivi, p. 239.
19
Ivi, p. 240.
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Qualche accenno va fatto anche alla pesca all’amo con il “fasciuolo” det-
to panieratum, agli spaderni per la pesca delle tinche, e alle fiocine. Negli sta-
tuti trecenteschi di Rimini si fa riferimento alla pesca detta dei fassi ad gam-
baros20, una pratica piscatoria simile a quella esercitata dai pescatori di Bura-
no ancora alla fine dell’Ottocento:
Ogni anno, con oltre 150 piccole barche, i buranelli esercitano per circa tre me-
si e mezzo dal settembre alla fine di novembre, una pesca molto remunerativa
alle mazanete (femmina del granchio), molto abbondanti in questo periodo del-
l’anno (…). La pesca si esercita con istrumento primitivo, semplicissimo, un fa-
scio d’erbe strappate alle barene (paludi della laguna) è legato ad una pietra ed
in esso si pongono ad esca pesciatelli di minimo valore. Il fascio è calato nei ca-
nali ed ogni notte il pescatore lo alza dal fondo e si impadronisce dei crostacei
che, richiamati dall’odore dell’esca, sono penetrati fra le erbe e aderiscono al-
l’esca stessa21.

Il Bartoli, fra le quattro principali metodologie di cattura, inserisce anche


la pesca “col fuoco”:
Pescasi finalmente col fuoco: e sporgesi perciò una facellina fuor della punta
d’una barchetta, il cui lume i pesci, che non chiudono mai pupilla, veggendo, co-
me farfalla v’accorrono e, mentre lo stan mirando, da sè stessi incautamente si
insaccano nella rete22.

La pesca nel mare sotto costa e quella cosiddetta di raccolta, praticata


lungo rive, appare vivace già nel tardo medioevo, ma non riesce ad alimenta-
re un mercato di ampio raggio. Le normative statutarie delle realtà riviera-
sche, protese a controllare la produzione ittica frutto della pesca costiera an-
che con divieti di esportazione finalizzati a garantire l’adeguato e costante
approvvigionamento del mercato locale non vanno infatti molto al di là di
un puro atteggiamento protezionistico dell’ecosistema marino. Solo sulla fi-
ne del XVII sec. infatti si maturerà anche nel Mediterraneo, con l’incremen-
to della pesca alturiera, un settore produttivo di rilievo e degno di considera-

20
Statuti di Rimini, rub. 193, De fassibus gambarorum et de poena tenentium vel levan-
tium, vd. Tonini, Il porto di Rimini cit., pp. 27, 46.
21
D. Levi Morenos, La pesca marittima ed i lavoratori del mare, in “La Riforma sociale.
Rassegna di scienze sociali e politiche”, a. III, vol. V, 1° sem., 1896, p. 463, nota 1.
22
Il padre gesuita, alla metà del Seicento riguardo alla cattura della fauna ittica ricorda
che “quattro diverse maniere di pescagione si usano in mare, secondo la varietà degli stru-
menti che per tal fin s’adoprano; e sono l’amo, la fiocina, la rete e il fuoco”, Bartoli, Descri-
zioni geografiche e storiche cit.; M.L. De Nicolò, Adriatico. Cultura e arti del mare Fano 1996,
p. 20.
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zione anche nella politica dei governi e delle relazioni tra Stati23. Ancora nei
primi secoli dell’età moderna infatti, gli stati che si affacciano sul Mediterra-
neo sembrano sottovalutare se non addirittura ignorare le possibilità di
sfruttamento del mare con il potenziamento della pesca d’altura e d’altro
canto, specie per quel che concerne la piccola pesca effettuata sotto costa da
postazioni fisse, si ha di fronte una rete di privative che prospettano sulle ri-
ve un uso delle risorse del mare che in qualche modo fuoriesce dal controllo
diretto delle autorità centrali e periferiche. Lungo molti tratti del litorale si
mantengono infatti anche gestioni di tipo feudale che riservano il libero ac-
cesso solo ad alcuni in virtù di accordi clientelari e di profitto, ma coesistono
anche situazioni in cui sopravvivono o si rivendicano usi civici sopravvissuti
a tentativi di esproprio24.
È il caso, per esempio, delle cosiddette palate per la pesca, postazioni fis-
se per la piccola pesca che dalla linea di battigia si allungavano per diversi
metri nel mare che rispondono ad un’occupazione delle rive ben documen-
tabile, per quanto attiene alcuni tratti della costiera romagnola e marchigia-
na, almeno dalla prima metà del Quattrocento25. Di proprietà comunitativa
o in dotazione a nobili famiglie che le affidavano poi in affitto a terzi dietro
compenso in natura, calcolabile sul prodotto della pesca, o in denaro, le pa-
late risultano una caratteristica del paesaggio costiero a nord di Ancona e
della costiera abruzzese, ancor oggi ricordata come “la costa dei trabocchi”.
Una concentrazione di queste strumentazioni si documenta nei secoli dell’e-
tà moderna soprattutto lungo le rive sotto le alture di Focara, dal colle di
San Bartolo, alla sinistra del porto di Pesaro, fino al promontorio di Gabicce
ed anche in prossimità del monte Ardizio. Nell’occupazione giuridica degli
spazi litoranei, che si allarga allo specchio di mare “a vista”, “a tratto di bale-
stra”, “a tiro di schioppo”, sembrano riproporsi insomma gli stessi vincoli
sperimentati nei fondi agrari, anche se per l’atipicità delle aree in questione,
la difficoltà nel definire e misurare le superfici godute per assegnazione, per
diritto feudale o altro, dovuta anche alla stessa conformazione geomorfologi-
ca dei siti, soggetti a continue trasformazioni, ad erosioni e crescite, alimenta
nel tempo anche tutta una serie di rivendicazioni e dispute non sempre facil-
mente risolvibili. Se comunque si escludono le zone vallive, del delta padano
e del ravennate, almeno per quanto riguarda la costa occidentale dell’Adria-

23
T. Scovazzi, L’evoluzione della pesca nel diritto del mare, I, Milano 1979, p. 14.
24
Sull’argomento vd. De Nicolò, Mangiar pesce nell’età moderna cit., pp. 39-56.
25
M.L. De Nicolò, Il rumore delle rive. Gli usi civici dei litorali tra Medioevo ed età con-
temporanea, in “2° Seminario sulle Fonti per la Storia della Civiltà Marinara Picena”, San Be-
nedetto del Tronto, 8-9 dicembre 2000, Ascoli Piceno 2002, pp. 20-25.
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tico, che rappresentano un’importante risorsa sia per la pratica della piccola
pesca sia per la presenza delle pinete e risultano assegnate già dall’alto me-
dioevo attraverso privilegi imperiali e papali a vari monasteri, salvo restando
anche un tacito rispetto dell’uso civico di pesca, di caccia, di pascolo e di le-
gnatico che, nonostante le periodiche controversie, si conferma comunque
alle popolazioni di Ravenna e di Porto Corsini almeno fino alla fine del seco-
lo XVIII, le rimanenti estensioni costiere costituite da siti sabbiosi totalmen-
te sterili, nonostante l’esistenza di alcune concessioni feudali, rimangono alla
mercé di un utilizzo comune, ma non libero26. Anche in assenza di vincoli
definiti attraverso scritture, per l’arenile, così come per il mare “sotto costa”,
non si accerta una libertà di frequentazione e d’uso, quanto piuttosto il rico-
noscimento di un accesso a una “marina comune” il cui sfruttamento è con-
sentito per diritto comunitativo oppure per aggiudicazione27. La situazione
tenderà a modificarsi fra Cinque e Settecento quando, in virtù della mutata
valutazione della proprietà del mare, di un marcato sviluppo delle attività pi-
scatorie costiere e d’altura che vedrà la messa a punto anche di nuovi sistemi
di cattura e soprattutto di una consistente crescita dei territori costieri dovu-
ta all’arretramento della linea di riva, cresce l’interesse delle comunità costie-
re e di privati a rivendicare il dominio o il godimento di vasti spazi prima
lambiti dal mare e passibili di nuove assegnazioni o di riconversioni colturali
con tentativi di bonifica a discapito di quelle aree che si venivano a formare
in seguito alle burrasche nelle depressioni presenti fra le dune e fino ad allo-
ra utilizzate come occasionali vivai o quali postazioni per la caccia dell’avi-
fauna migratoria.

26
Cfr. A. Sorbelli, Sopra la discussa esistenza dell’uso civico di pesca nei terreni dell’ex-enfi-
teusi Pergami in Ravenna, Ravenna 1936.
27
Sugli usi civici rivendicati lungo il litorale adriatico pontificio durante i secoli dell’età
moderna si veda a titolo d’esempio S. Loggi, Monteprandone Porto d’Ascoli. Storia di un terri-
torio, s.l., 1992, p. 128; M.L. De Nicolò, Per una storia delle trasformazioni del litorale roma-
gnolo: gli “staggi di Misano. Usi civici, investimenti, bonifiche fra XVI e XX secolo, in Av.Vv.,
Storia di Misano Adriatico dal 1500 ai giorni nostri, II, Rimini 1993, pp. 23-39; Ead., Terra di
Gradara. Temi per una storia della Comunità, Fano 2001, pp. 95-97; Ead., Una marina dell’A-
driatico. Lido, arenili, bonifiche, verso la città giardino, Fano 2003, pp. 13-21.
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Capitolo 2

La pesca “a bragoccio”

Ludovico Agostini nelle Giornate Soriane, un diario manoscritto compilato


verso il 1573, offre una rara, quanto minuziosa descrizione del modo di pe-
scare detto “a bragoccio”. Nell’esordio della sesta giornata, un legno che
ospita la brigata di amici, salpato dalle rive in prossimità del porto di Pesaro,
si dirige al largo e si sofferma a seguire le operazioni di pesca:
Fummo in puoco spazio di tempo condotti ad alcune barche, le quali coi bragoc-
ci pescavano, che sono reti strette e corte per la metà delle tratte, con un cogollo
dov’in cerchio terminando s’aggirano, con le quali si pescano in alto mare le sfo-
glie, che sono dei migliori pesci e che in maggior quantità a tutte le staggioni si
prendono1.

Il bragoccio risulta una rete di dimensioni più contenute rispetto alla trat-
ta, presenta una forma particolare data da un corpo di rete che va restrin-
gendosi in coda quasi a formare un cono (cogollo). La documentazione nota-
rile consente sia di datare l’introduzione di questo tipo di pesca (non si sono
rintracciate notizie anteriori al 1558), sia di conoscere meglio gli scafi e gli
attrezzi utilizzati; infatti in una stima datata 1588 gli elementi riferibili alle
barche predisposte per questa pesca, valutate essenzialmente per lo scafo,
“nude e schiette”, permettono di identificare due natanti monoalbero a cui
sono inferite vele “quare”, cioè quadre2. La descrizione della rete offre altre
precisazioni rispetto alla già individuata configurazione conica. Si tratta di
una rete rinforzata da corde armate (ime o lime), appesantita nella parte in-
feriore da speciali zavorre (piombi) che le permettevano di affondare in ac-

1
M.L. De Nicolò, Dal bragoccio alla tartana. Una rivoluzione piscatoria a Pesaro in età du-
cale, in “Pesaro città e contà”, 2 (1991), pp. 7-22, p. 10. La testimonianza è tratta da BOPesa-
ro, ms. 191, L. Agostini, Le Giornate Soriane, per cui cfr. anche L. Firpo, Lo stato ideale della
controriforma, Ludovico Agostini, Bari 1957, pp. 89-90.
2
ASPesaro, NP, A. Luchini, 1558-1589, c. 37r, per cui cfr. De Nicolò, Dal bragoccio alla
tartana cit., p. 10.
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qua meglio e di radere leggermente il fondale e sostenuta nella parte supe-


riore da galleggianti (scorze). I pescatori manovravano la rete con apposite
funi (reste), legate ad ognuna delle due barche e tirate anche con l’ausilio di
piccoli argani (molinelli). Tra gli strumenti in dotazione rientra anche l’ostre-
ghero3, una rete a strascico formata da una parte che raschiava il fondale ma-
rino e da una bocca tenuta aperta da un’asta di legno, che serviva sia per ra-
strellare le ostriche (da cui il nome dell’attrezzo), sia per catturare le sogliole
(sfoglie)4. La mariegola della scuola dei pescatori di Chioggia (1569) dettava
anche tempi e modalità di pesca, tenendo presente le giurisdizioni e in ot-
temperanza dei divieti periodicamente emanati per la salvaguardia della fau-
na ittica delle valli dal podestà di Chioggia e dai gastaldi dell’arte: “Non pos-
sa alcuno pescare a bragozzi, over traturi, nelli pioveghi over valle di essa
scolla da una pasqua all’altra acciò non siano turbate le sue giurisdizioni”5.
Le “barche da bragozzo” erano tenute a pagare alla scuola 10 soldi “de
picoli” all’anno. Nel 1578 un proprietario di bragozzi concede per un anno
“a maneggiare e pescare” ad un parone originario di Chioggia, ma residente
nel quartiere del porto di Pesaro, “il bragozzo da pescare con tutte le sue
pertinenze cioè due barche, reti, vele, ferri, canavello”6. La paronia viene re-
munerata con la somma di 10 scudi, da consegnarsi mensilmente7. Negli ac-

3
Sulla rete denominata ostreghero vd. G. Mazier, Manuale del pescatore veneto, Venezia
1901, p. 31. L’“ostregher da mare” era anche “una barca che sta fra la forma del topo e della
caorlina. È conformata nella sua parte interna come il bragozzo ed è ormeggiata come que-
sto. Prende il nome di ostregher per la rete della quale esclusivamente se ne serve”. Questa la
descrizione dell’arnese, utilizzato per la pesca a strascico, offerta dal Mazier: “È una rete a
grande borsa simile a quella che viene trascinata nel fondo del mare dai bragozzi. La parte
che rade il fondo è proveduta di lamine di piombo e quella superiore è tenuta da una traversa
o bastone di legno al quale viene legata la resta o cavo che lo rimorchia dietro la barca. È lun-
go metri 4 con una bocca di 2 metri lavorato con reti a maglia aperta perché possa rimanere
nel fondo” (ivi, p. 62); vd. anche Peluso, La pesca tradizionale cit., pp. 130-131. L’ostreghero
aveva caratteristiche simili alla rete detta sfogliara o carpasfoglie.
4
Nella cronaca manoscritta del padre agostiniano Ludovico Zacconi, (BOPesaro, ms.
323, Origine della città di Pesaro), databile agli inizi del XVII secolo, si trova riferimento alla
pesca nel litorale pesarese: “Quanto a pesci, e pescagioni, essendo la città vicino al mare, e
detto mare non essendo senza pescie (come per proverbio si dice esser quel di Genua) se ne
piglia tanto che tenendosi sempre la città lauta et abbondante, se ne manda a Urbino (frà ter-
ra), Castel Durante et in ogni altro luogo che bisogna. E quanto alla bontà basta che io dica,
pigliandosi storioni di cento e passa libre l’uno, le linguattole, cioè le sfoglie, sono i più co-
muni che si piglia…” (ivi, c. 26v).
5
G. Scarpa, a cura, Mariegola della Scuola di Sant’Andrea de’ pescadori (1569-1791), Sot-
tomarina 1996, p. 51.
6
ASPesaro, NP, Agostino Contini, 1578, c. 778r-v, 11 aprile.
7
Con paronìa si intendeva il salario che il capobarca (parone) percepiva dall’armatore per
la formazione e l’organizzazione dell’equipaggio, vd. infra pp. 261-264.
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cordi sottoscritti dalle parti il conduttore si obbliga “a trovar gli uomini che
gli faranno bisogno per pescare”, cioè si assume il compito di scegliere i ma-
rinai e formare l’equipaggio e si impegna ad “aver bona cura et governo del
bragozzo” e di “andare fuori ai tempi debiti a pescare e che si possi pescare
e quando andaranno li altri”; il proprietario del bragozzo dal canto suo si ri-
serva il diritto di essere “venditore in terra con patti soliti, consueti e costu-
mati”. L’inventario di un bragozzo allegato ad un atto di compravendita del
1617 fornisce altri dettagli sul complesso oggetto della transazione:
La barca grande con la gondola, il bragozzo, il ferro con il suo cavo, rete da
squainare pezze n.° 219, due reste di quella lunghezza che sono, due vele una
della gondola e l’altra della barca grande, una quara nuova, un albero nuovo del-
la barca grande ch’ancora non è posto in opera, remi numero 8 …, ami uno mi-
gliaro et mezzo in circa, panieri numero quattro … doi molinelli8.

La rete squaenera, di origine istriana, a maglia rada, con corde piuttosto


resistenti, serviva appunto per la cattura della squaena, detta anche pesce
squadro o pesce angelo9. In dotazione del bragozzo troviamo poi 1500 ami,
facenti parte con tutta probabilità di un “pelago”, altro strumento per la pe-
sca d’altura, consistente in una lunga fune a cui venivano appese numerose
cordicelle (bragole o braghette) munite di ami, usata per catturare specie it-
tiche che stazionavano “a mezzo mare”. Le barche da bragozzo potevano pe-
scare anche con il “sardellaro” o “rete da sardelle”10. Il bragozzo dunque fi-
no ai primi decenni del Seicento si dimostra il peschereccio più importante
per la pesca alturiera, duttile ad usarsi per la pesca a strascico, con reti da
posta e per la calata del “pelago”. “Li paroni di barche da bragozzo sogliono
ogni quindici o venti giorni in circa fare la tinta per reti et bragozzo” e lo
stesso procedimento era riservato anche alle funi11. Nella tinta si bagnavano

8
ASPesaro, NP, Alessandro Vaiani, 1616-1617, cc. 28v-29v, 10 gennaio 1617.
9
“La Squaenera è una piccola rete da fondo, di filo grosso, a maglie larghe di circa 20 cm.
Lunga 12 a 20 metri ed alta a 1,5, adoperata per la pesca delle squaene, delle raje, degli astici,
dei granci” (Marchesetti, La pesca lungo le coste orientali cit., p. 65). Nel 1596 a Senigallia
viene alienata una navicula piscatoria “con la tratta ordinaria e sue reste e anco con il pellago
overo squainero da pigliare le raggie”, ASAncona, NS, Giovanni Leonardo Leonardi, 1591-
1598, c. 22v, 17 maggio.
10
I “sardellari” sono identificabili con le reti da posta denominate “da imbrocco” (Ma-
zier, Manuale del pescatore veneto cit., p. 59; Marchesetti, La pesca lungo le coste orientali cit.,
p. 63). La rete veniva denominata “da imbrocco” perché una volta calata in mare, in posizio-
ne di stallo, il pesce vi urtava lasciando imprigionato nelle maglie.
11
ASPesaro, ASCP, Pretore, 1597-1599, b. 171, 25 febbraio 1599, cfr. De Nicolò, Dal bra-
gozzo alla tartana cit., p. 12. Sui metodi per la conservazione delle reti vd. il manualetto di G.
Cannicci, La conservazione delle reti da pesca, Firenze 1937. Sui trattamenti effettuati dai pe-
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“cavi, canavelli ed altre sorte di corde ad effetto che con essa tinta durino et
resistino al consumamento che li fanno le acque salse”12. Si trattava di un’o-
perazione indispensabile ai fini di una buona conservazione delle attrezzatu-
re. Si faceva sciogliere e bollire in un grande recipiente (caldara o caldiera nel
vernacolo chioggiotto) l’essenza di corteccia del pinus halepensis, detto vol-
garmente zappino, e vi si tenevano immersi reti e canapi affinché si impre-
gnassero bene della sostanza che, formando una sorta di impermeabilizza-
zione, ne rallentava il deterioramento dovuto all’usura e all’acqua. I pescato-
ri denotavano questo trattamento con il termine intenta. Per quanto riguar-
dava la divisione degli utili sappiamo che ai venditori del pesce dei bragozzi,
a cui veniva consegnato dai paroni il frutto delle pescate non a peso, bensì “a
refuso nelli panieri”, toccava una parte su un totale di nove o dieci parti in
cui era da dividersi il guadagno (1597): “per loro fatica de dieci quattrini che
si cava di vendita non li viene più che un quattrino partendosi ordinariamen-
te il guadagno in 9 e 10 parte tra paroni, pescatori e venditori”13.

scatori in alto Adriatico con zappino (“l’unica sostanza largamente impiegata come sorgente
di tannino è la scorza di pino, o già seccata e macinata e venduta da apposite fabbriche”),
l’autore si sofferma lungamente descrivendo le varie fasi operative (ivi, pp. 21-26), accennan-
do anche all’opportunità di ripetere più volte l’immersione delle reti nelle sostanze tannanti:
“Il trattamento viene ripetuto molto spesso, anche ogni settimana nel periodo estivo, special-
mente quando si pesca con maggiore intensità, mentre nell’autunno e nella primavera basta
ripeterlo in media ogni venti giorni e una volta al mese nell’inverno (ivi, p. 24). Sulle aziende
che praticavano i trattamenti per la conservazione delle reti vd. A. Graffagnini, “Al mujadu-
ri”: un’attività costiera scomparsa, in “Studi romagnoli”, XXXVII (1986), pp. 229-268. Il ter-
mine “mujaduri” deriva verosimilmente dal veneto ‘mogiari’, ‘ammollare, intignere’ secondo
quanto segnala il Boerio (Dizionario cit.). “Mogiare i ré” significa “bagnare le reti nell’essenza
di pino” (R. Naccari, G. Boscolo, Vocabolario del dialetto chioggiotto, Chioggia 1982).
12
De Nicolò, Dal bragozzo alla tartana cit., p. 12.
13
Ivi, p. 12.
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Capitolo 3

La pesca “a tartana”:
dal Golfo del Leone al Golfo di Venezia

Le prime sperimentazioni della pesca d’altura con reti a strascico nel Medi-
terraneo parrebbero potersi attribuire alle marinerie francesi della costa pro-
venzale, la cui intraprendenza nel settore produttivo della pesca risulta ben
nota anche nei porti tirrenici della penisola italiana almeno dagli ultimi de-
cenni del Cinquecento. Un editto del cardinale camerlengo datato al feb-
braio 16041 con il quale si dava facoltà ai pescatori provenzali di pescare nel-
le acque costiere dello Stato della Chiesa e di smerciare il prodotto sui ban-
chi delle pescherie di Roma è del resto assai significativo dell’interesse susci-
tato dalle risorse tecnologiche dei francesi, riconosciuti indubbiamente capa-
ci di apporti consistenti. Di qui i tentativi di emulazione del sistema di pesca
alla francese che si registrano nei decenni a seguire anche da parte delle
marinerie indigene, all’inizio solo spettatrici attente in una fase di apprendi-
stato.
Prima di addentrarci a trattare specificamente della pesca “a tartana” sul-
la base degli apporti archivistici aggiuntisi in questi ultimi anni a migliorare
le nostre conoscenze specialmente in merito all’allestimento del natante
adattato a questo scopo nel medio Adriatico, è comunque opportuna qual-
che precisazione sull’etimo tartana. La ricerca svolta sulle fonti, soprattutto
notarili, relative alle realtà portuali e marinare del tratto adriatico tra Raven-
na e il Tronto, risponde pienamente a quanto Benedetto Elemér Vidos già
negli anni trenta aveva anticipato e pubblicato, individuando l’area di prove-
nienza del vocabolo in Francia e più specificatamente nelle coste provenza-
li2. Come già avevo avuto modo di segnalare in un articolo sull’argomento

1
ASVaticano, Misc., Arm. IV, t. 69, p. 181, 12 febbraio 1604.
2
B.E. Vidos, Beiträge zur französischen Wortgeschichte. I in “Zeitschrift für französische
Sprache und Literatur”, LVII (1933), ora in Id., Prestito, espansione e migrazione dei termini
tecnici nelle lingue romanze e non romanze, Firenze 1965, pp. 80-82 dedicate al termine tarta-
na. Ora si veda G. Colon, Del ave a la nave. Deslinde de una metàfora, in “Zeitschrift für ro-
manische philologie”, 89, 1973, pp. 228-244.
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del 1992, il Vidos sulla scorta del Duhamel du Monceau prospetta le origini
dell’imbarcazione e della tecnica di pesca omologa sulle coste della Proven-
za, verificandone però l’utilizzo anche in Spagna e in Portogallo3. Queste af-
fermazioni trovano conferma nella documentazione archivistica già compul-
sata, pertinente alle aree pontificie e ducali del medio Adriatico, a partire dal
secondo decennio del Seicento. Pur potendosi ipotizzare l’adattamento delle
attrezzature tradizionali per la sperimentazione della pesca d’altura sulla fal-
sariga del metodo francese già nel primissimo Seicento un po’ ovunque nel
Mediterraneo occidentale con alcune sperimentazioni anche a fine Cinque-
cento, per quanto invece attiene all’Adriatico, al momento attuale delle ri-
cerche, la prima segnalazione a riguardo risale agli anni 1610 e 1611. Anto-
nio Leoni, attingendo dalle cronache Albertini, nella sua storia di Ancona
scrive: “Nel 1610 alcuni pescatori francesi introdussero il nuovo modo di
pescare con tartane / credo, sia lo stesso, che si fa ora con quelle piccole e
sottili barche dette volgarmente paranze / ebbero la privativa per 10 anni
con molti altri privilegi. Il nome di questi era paron Giovanni Festier, Mi-
chele Bernardo, Nicola Scaumonti e Poncetto Biglia”4. Prima di essere ac-

3
H.L. Duhamel Du Monceau, Traité général des pesches et histoire des poissons, I, Parigi
1769, p. 155: “De la Peche dite tartane”. Secondo il botanico francese ai suoi tempi questa
tecnica era ampiamente usata in Linguadoca, ma anche in Spagna e in Italia, particolarmente
nel Tirreno (Livorno). Per quanto concerne l’Adriatico Duhamel du Monceau quale centro
peschereccio in cui si utilizzava all’epoca la tecnica piscatoria “a tartana” si limita a segnalare
Senigallia: “Nous croyons qu’il est encore d’usage à Senigaglia, se nommer le filet Tartena; &
la barque Pescareccia: cette barque est du port de 7 à 8 tonneaux; & quand elle peut aller à la
voile, sept à huit hommes s’y mettent avec deux mousses” (ivi, p. 155). Due questionari inol-
trati dal duca di Borbone e dal ministro della Marina al console francese in Ancona (1722 e
1726), e la relazione compilata da Luciano Filippo Benincasa in risposta, dimostrano che la
tartana era il principale peschereccio della costa adriatica pontificia: “les batteaux pescheurs
de la cote eclesiastique sont apelez tartanes d’un seul mat a voile latine de la portée environ
quinze cent quintaux et ils ont ordinairement dix hommes d’equipages qui vont à la part”
(ASAncona, Fondo Benincasa, 47, 1719-1730). Sull’argomento vd. W. Angelini, Un questiona-
rio del 1726 sulla pesca al console francese in Ancona, estr. da “XXV fiera di Ancona”, nume-
ro unico, 1965. B.E. Vidos nel suo contributo (Beitrage cit.) segnalava anche le descrizioni
dell’imbarcazione da pesca riportate nei dizionari portoghese e catalano. Nel primo caso la
tartana è “barco de pescar, que anda com vela latina, & dous paos compridos, que sahem da
poppa, & da proa. He usado neste Rio Tejo (Bluteau, Vocabulario portuguez e latino, aulico,
anatomico, architectonico …, Coimbra 1712-1721). La tartana catalana è invece utilizzata sia
per la pesca che per il piccolo cabotaggio: “Embarcació petita d’un sol pal i vela llatina”
(Amades I Roig, Vocabulari de l’art de la navegació i de la pesca, in “Butlletì de dialectologia
catalana”, XII, 1924, p. 68).
4
Leoni, Ancona illustrata, cit., p. 307. La notizia è desunta da C. Albertini, Storia di Anco-
na (ms. in BCBAncona), XII p. I, c. 276v: “Patente per introdurre nuovo modo di pescare in
questo porto”; cfr. ASAncona, ASCAn, Consigli, 1608-1610, c. 148r, 16 aprile 1610. Cenni in
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colte nel porto dorico però le barche provenzali avevano avuto modo di
esercitarsi per diversi mesi anche in altri spazi adriatici, se si tiene conto del-
l’ordinanza emessa dal vice governatore di Fermo il 23 luglio 1611. Si proibi-
va appunto per tutta l’estate, cioè nella stagione riproduttiva di molte specie
ittiche, l’utilizzo delle tartane, verosimilmente al fine di arginare lo sfrutta-
mento del mare territoriale con un uso spropositato della nuova tecnica a
strascico già vista all’opera in tempi pregressi e reputata dannosa.
Il “Bando contro i pescatori”, motivato dalla necessità di garantire alla
città e suo distretto l’approvvigionamento di pesce, come del resto era fissa-
to dalla normativa statutaria (lib. V, rub. 122, de piscibus vendendis), vietava
non solo di trasferire il pesce “che alla giornata si piglia … in altri luoghi”,
cioè “fuori di questa giurisdizione”, ma anche di “andare a pescare con le
tartane” nell’intero periodo che andava “dalle calende di maggio per tutto
ottobre”5.
Nell’aprile 1610 il consiglio di Ancona aveva accordato ai pescatori di
Martigues la concessione all’esercizio della pesca nelle acque di giurisdizione
cittadina “con la nuova invenzione di pescare con tartane” a condizioni par-
ticolarmente favorevoli. I francesi però prendono servizio solo nell’ottobre
1611 e, pur operando egregiamente con grande compiacimento delle autori-
tà, riescono a provvedere ai bisogni di pesce della città solo fino agli inizi di
maggio dell’anno dopo. In un testimoniale degli Anziani di Ancona si preci-
sa infatti:
Arrivarono in questo nostro porto del mese di ottobre dell’anno prossimo passa-
to 1611 con undici vasselli piccioli, chiamati tartane disarmati, e solo con reti ed
altri ordigni atti e per servigio di detta loro pescagione, ed hanno continuamente
pescato in questa spiaggia e porto a vista, e senza discostarsi molto da terra e
detto loro modo di pescare faceva buonissimo effetto perché manteneva abbon-
dante di pesce non solo essa città, ma tutta la provincia della Marca6.

Tutto procedeva insomma secondo le aspettative, tanto che sei delle undi-
ci barche componenti la flottiglia peschereccia provenzale, subito dopo Pa-

merito all’arrivo nel medio Adriatico di tartane provenienti da Martigues si danno anche in
un articolo di riepilogo degli interventi al convegno “La pesca nel Lazio. Storia, economia,
problemi attuali”, terzo convegno nazionale di storia della pesca, Roma, 26-27 settembre
2003, in “Proposte e ricerche”, 52 (2004), p. 181, che richiama l’intervento di Marco Moroni.
5
Il testo completo del bando si può leggere in Rossi, La costa come frontiera cit., p. 200,
appendice doc. 1, Sull’introduzione della pesca a tartana in Adriatico vd. De Nicolò, Dal bra-
gozzo alla tartana cit., pp. 7-22.
6
ASAncona, ASCAn, Statuti e privilegi, 32, Liber rubeus magnus (1602-1636), cc. 71v-
72r, 25 maggio 1612; Albertini, Storia di Ancona, XII, p. II, cc. 4v-5r.
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squa, avevano fatto vela “per tornarsene a loro paesi, per quanto dissero, e
con intenzione di ritornare con altre sorte di reti per pigliare pesci”. Ad in-
terrompere bruscamente il sodalizio economico maturato fra anconetani e
pescatori francesi però, inaspettatamente sopraggiungono quattro galere
che, avendo sorpreso i pescatori restanti all’opera nel braccio di mare “sopra
porto”, “presero dette cinque tartane e gli uomini che vi erano sopra mentre
pescavano, e le menonno con loro alla vista di tutta la città”7. Il capitano del
Golfo aveva infatti ordinato la requisizione delle barche e disposto il trasferi-
mento a Zara in stato di fermo dei 22 uomini che ne formavano l’equipag-
gio8. La notizia divulgata fin dal 12 maggio 1612 aveva scatenato un certo
subbuglio nelle diplomazie romana e francese, soprattutto per l’insussistenza
di motivazioni valide a giustificare quell’azione, tanto più che i marinai si
trovavano nel “mar d’Ancona” ormai da “otto mesi senza alcuna sorte di ar-
me”, ma esclusivamente per pescare9. Nel resoconto dell’accaduto, inviato
da Ancona “et altri luoghi vicini sudditi” direttamente all’attenzione del pa-
pa, si precisava che le barche catturate “pescavano otto miglia vicino a quel-
la città” e la loro perdita aveva recato “incomodo grande di essa et di tutta la
provincia della Marca dove si patisce assai di pesce per l’ordinario”10. La
questione, sottoposta al giudizio dei Pregadi11, con disappunto anche del-
l’ambasciatore di Francia, rimane in sospeso per circa un mese, e solo il 9
giugno si autorizza da Venezia la partenza da Zara dei pescatori, con l’ordine
categorico però di un immediato rimpatrio12. Il governo di Venezia negando
“la libertà del Golfo per questi Provenzali, o persone simili”13 intendeva in-

7
Ivi.
8
ASVaticano, Segr. Stato, Venezia, 270, c. 89v-90r, il segretario di stato al nunzio, 12 mag-
gio1612.
9
Ivi, c. 94r-v, 19 maggio 1612.
10
Ivi.
11
ASVaticano, Segr. Stato, Venezia, 42, c. 452r-v, il nunzio al segretario di stato, 26 maggio
1612. L’ordine di scarcerazione e l’autorizzazione a partire da Zara viene direttamente dal Se-
nato.
12
La lettera informativa del segretario di stato è datata 16 giugno 1612: “Si presuppone
seguita la relassatione delle tartane poiché si intende di Ancona che quei provenzali erano
partiti, il quale avviso era stato portato là da una tartana che era andata a pigliare certe loro
robbe”, ASVaticano, Segr. Stato, Venezia, 270, c. 108v.
13
Si trattava insomma di un monito per “indurli a pigliare da loro le patenti”, cioè il per-
messo di navigazione a riconoscimento del dominio di Venezia, ASVaticano, Segr. Stato, Ve-
nezia, 42, il nunzio al segretario di stato, c. 462v, 9 giugno 1612. Ancora ad un secolo di di-
stanza, nel 1714, ai pescatori messinesi è concesso di accedere nelle acque dell’isola di Curzo-
la solo se muniti di autorizzazione governativa: “Quest’isola è assai popolata e nel mare d’in-
torno della medesima si pesca il corallo ove ogn’anno vengono quantità di coralline messinesi
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somma ribadire la propria sovranità sull’Adriatico ed il messaggio era chiaro


a tutti: “il fondamento di questo precetto è l’istessa pretensione del dominio
del Golfo nella quale questi signori sono così fissi ch’è impossibile indurgli
alle rivocationi di questi loro atti, che fanno a posta per mantenersi in pos-
sesso”14.
Due anni più tardi, il duca di Urbino, Franceco Maria II Della Rovere,
intenzionato anch’esso a promuovere l’introduzione della pesca “a tartana”
nei propri ambiti giurisdizionali, facendo verosimilmente tesoro di quanto
era accaduto nel mare di Ancona, richiama altri pescatori dai porti della Pro-
venza solo dopo aver ottenuto dal Doge di Venezia il nulla osta alla libera
navigazione nel Golfo di “due tartane con sei uomini per cadauna a pescare
per servizio della casa di esso signor duca”15.
I documenti pesaresi segnalano non solo l’arrivo a Pesaro delle due bar-
che di Martigues nel 1614, ma soprattutto l’immediata propensione della
marineria locale ad adeguarsi al nuovo sistema di pesca. A differenza di
quanto si era stabilito in Ancona, dove era stata assicurata ai pescatori fore-
stieri una privativa di dieci anni con divieto assoluto ad altri di intromettersi
in quell’esercizio16, nelle acque ducali si avvia invece un vero e proprio cam-
po sperimentale interamente proiettato a pianificare un’originale ristruttura-
zione dei tipi navali già in uso da adattarsi alla nuova tecnica. La testimo-
nianza di un cronista coevo agli avvenimenti come Ludovico Zacconi risulta
a proposito fin troppo chiara:
Fu introdotto qui a Pesaro appunto il modo di pescare con le trattane, essendosi
sempre fino a quest’ora con alcune barchette pescato, che volendovene due per

a pescarlo e queste pagano un tanto al Generale veneziano per ottenere la permissione”,


ASVaticano, Fondo Albani, 215, “Descrizione della Provincia di Dalmazia con tutte le piazze,
isole e porti che sono nella medesima fatta dal Brigadiero degl’Oddi”, 1714, c. 55v
14
ASVaticano, Segr. Stato, Venezia, 42, c. 462v, 9 giugno 1612. Il momento peraltro era
particolarmente critico. Venezia risentiva fortemente in quegli anni della concorrenza del
porto di Goro e della crisi in atto nel movimento mercantile del suo emporio e del porto di
Chioggia e tentava di riaffermare la propria supremazia marittima anche sul fronte interna-
zionale, A. Bin, La Repubblica di Venezia e la questione adriatica. 1600-1620, Roma 1992.
15
BOPesaro, ms. 376, V, n. 221, cc. 375v-376r.
16
Nei patti concordati fra la comunità di Ancona ed i paroni di Martigues, al punto 1 si
stabiliva “che la suddetta Comunità non possi concedere ad altri francesi, né ad altre nazioni
di poter pescare nel modo che fanno detti paroni Giovanni e compagni per spazio di dieci
anni in questi nostri mari, e porto anconetano. Non si intenda però che sia vietato agli altri
pescatori ordinarj le loro solite pesche in qualsivoglia modo”, ASAncona, ASCAn, Statuti e
privilegi, 32, Liber rubeus magnus (1602-1636), cc. 57v-58v, “Patente per introdurre nuovo
modo di pescare in questo porto”, 25 maggio 1612; Albertini, Storia di Ancona, XII, p. I, c.
276v.
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ciascuna pesca, si chiamano bragozzi. E perché a pescar con dette tartane si pe-
sca con una barca sola, con più facilità, e manco persone, oggidì non si pesca più
con altre17.

A differenza di Ancona, dove l’esperienza peschereccia provenzale, già li-


mitata in loco dalla “privativa”, non ha seguito per l’espulsione della flotti-
glia decisa da Venezia, a Pesaro si viene invece a formare un polo di riferi-
mento adriatico della metodologia per la pesca d’altura introdotta dai pro-
venzali. Nel breve volgere di un paio di decenni, dai pochi bragozzi (sei cop-
pie) allora operanti nelle acque ducali, si passa nel 1634 a contare ben 17 tar-
tane, a dimostrazione del vistoso mutamento del naviglio locale e delle tecni-
che di pesca dovuti principalmente agli orientamenti della politica economi-
ca del duca di Urbino, fermamente intenzionato a sostenere le attività marit-
time dei suoi porti.
Il clima senza dubbio era dei più favorevoli in quanto in quegli stessi anni
per volontà del duca si stavano pianificando significativi interventi di siste-
mazione del porto di Pesaro proprio per incentivarne la frequentazione e
promuovere lo sviluppo delle attività commerciali, quasi a riprendere un
programma intrapreso cinquant’anni prima da suo padre e lasciato in sospe-
so. Anche la pesca a bragoccio infatti, così ben documentata nell’ambiente
marittimo pesarese negli anni cinquanta del Cinquecento, parrebbe incenti-
varsi nel clima delle imprese promosse dal duca Guidobaldo II Della Rove-
re, impegnato ad elaborare importanti interventi strutturali dello scalo pesa-
rese per il rilancio dell’economia marittima del suo stato. L’apporto innovati-
vo dei pescatori provenzali e naturalmente anche la favorevole, quanto ina-
spettatamente immediata, accoglienza delle nuove tecniche da parte degli
autoctoni, risulta dunque il fattore determinante della rapida evoluzione che
si verifica nel settore della produzione ittica nel tratto adriatico pontificio al-
la metà del Seicento. Molto verosimilmente però la piccola rivoluzione pisca-
toria così ben rappresentata nei documenti pesaresi, al di là del significativo
impulso promosso da Francesco Maria II Della Rovere, va inserita in un più
ampio quadro di influenze culturali che, nonostante alcune perplessità ini-
ziali, come ben si avverte dallo stesso atteggiamento delle autorità picene,
dal Tirreno stavano gradualmente guadagnando terreno, risalendo in una
sorta di “passaparola” verso il golfo di Venezia anche per mezzo dei pescato-
ri del Regno di Napoli e stavano contaminando o comunque mettevano in
discussione gli antichi sistemi di pesca18.

17
BOPesaro, Zacconi, Origine della città di Pesaro, ms. cit., c. 402v; De Nicolò, Dal bra-
gozzo alla tartana cit., p. 16.
18
Nel 1643 pescatori della costiera salernitana, lamentandosi della presenza nel golfo di
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Può inoltre aver contribuito ad incentivare la rapida diffusione di una


tecnica piscatoria che sembrava garantire soprattutto un consistente incre-
mento della produzione ittica, anche la crisi del settore che si accerta dalla
prima metà del Seicento in quei paesi dell’Europa settentrionale che, oltre a
figurare come i principali produttori, esportavano grandi quantità di quel
pesce salato che costituiva una parte sostanziale nell’alimentazione di larghi
strati delle popolazioni mediterranee19. Si assiste insomma ad un fenomeno
analogo a quello che si documenterà più di un secolo dopo, nel secondo Set-
tecento, con la pesca “alla gaetana”20. Viene comunque avvertita in alcune
aree un’iniziale, e per certi versi prevedibile, paura del nuovo. Basti pensare
alla decisione del bando piceno di fermopesca del 1611 o ai divieti seguiti al-
la serrata nel 1643 dei pescatori di Cetara, sul litorale di Cava dei Tirreni,
contro la pesca “cum instrumentis gallicis”. Entrambi sono provvedimenti
marcatamente protesi alla difesa del novellame e delle specie ittiche durante
la stagione riproduttiva nella convinzione che l’uso indiscriminato delle tar-
tane potesse dimostrarsi devastante per il patrimonio ittico.
L’invasione di acque territoriali estere e le considerazioni sulla legittimità
della pesca a strascico apriva nuovi dibattiti di carattere giuridico sulla que-
stione dello ius piscandi. Se da una parte si voleva dimostrare “la violazione
di un inveterato usus piscandi, che avrebbe provocato un praeiudicium iuris
publici, dall’altra si tendeva a ribadire la liceità della pratica piscatoria san-
cita dal diritto naturale: “Mare est comune omnibus naturali iure, proinde

Salerno di pescatori di Procida, Ischia e Gaeta dotati di “certe imbarcazioni chiamate tartane
francesi, le quali erano munite di particolari attrezzature per effettuare la pesca a strascico:
cum certis retibus et artificiis tendentibus usque ad solum maris, con un memoriale sollecitava-
no il vicerè, il duca Medina de las Torres, a prendere opportuni provvedimenti per fare cessa-
re quel tipo di pesca (cum dictis instrumentis gallicis) perché, rastrellando il fondo del mare, a
loro avviso in breve si sarebbe causata la completa distruzione della fauna ittica. La pesca fu
comunque sospesa solo provvisoriamente (2 mesi), perché si riconoscevano gli indiscutibili
vantaggi che ne derivavano per l’annona, C.M. Moschetti, Questioni di diritto pubblico marit-
timo negli scritti dei giuristi napoletani della prima metà del Seicento, Napoli 1984, pp. 91-92,
123-124. Sull’argomento vd. infra pp. 217-222.
19
Riguardo alla crisi del settore della pesca europea nei mari del Nord nel secolo XVII
vd. A.R. Michell, La pesca in Europa agli inizi dell’età moderna, in Storia economica Cambrid-
ge, V, Torino 1978, pp. 203-218. Sull’importanza del pesce salato nell’alimentazione popolare
delle regioni mediterranee vd ora anche De Nicolò, Mangiar pesce nell’età moderna cit.,
pp.118-125.
20
La pesca a coppia in Adriatico fu introdotta a metà del Settecento dai pescatori puglie-
si, ma tale tecnica era già conosciuta nel Mediterraneo occidentale, dove si era cercato di li-
mitare questo sistema di pesca a strascico con bandi proibitivi. A seconda dei luoghi in cui
veniva praticata, questa pesca era variamente denominata “alla gaetana”, “a bufala”, “a
paranza”, “a coccia” e così via, vedi infra pp. 141-163.
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eius usus prohiberi non possit”21. L’uso sconsiderato da parte di marinerie


forestiere di grandi reti a strascico, appesantite alle estremità da zavorre di
ferro, veniva considerato dai difensori della prohibitio piscandi addirittura
delittuoso, dal momento che non solo portava ad uno sfruttamento irrazio-
nale del patrimonio ittico, trascinando nella rete anche il novellame, ma si ri-
velava rovinoso per l’ambiente marino, a tutto pregiudizio perciò di un bene
dello Stato. Erano queste le ragioni addotte dal giurista napoletano Giovan
Battista De Toro che, negli atti di difesa dei diritti dei pescatori di Cetara, ri-
marcava che i pescatori exteri con le loro strumentazioni portavano anche al-
la distruzione delle uova e alla cattura di una massa indistinta di pesce, ivi
compresi la minutaglia e tutti quei microrganismi indispensabili a nutrire
le varie specie, con il risultato di rendere sterile il mare per molto tempo,
con indicibile danno di tutta la collettività22. La sostanza dei fatti non pote-
va essere negata, pur tuttavia argomentazioni giuridiche a sostegno dei pe-
scatori sotto accusa non mancavano. In forza delle formulazioni giuridiche
contenute nel Digesto e nelle Institutiones giustinianee lo ius piscandi si rite-
neva derivato dallo ius naturale e dallo ius gentium, donde la deduzione che
non potevano trovarsi limitazioni alla libertà di pesca da parte di un’autorità.
Si trattava a tutti gli effetti di una “potestas iure domino hominibus data”,
già fissata nel libro della Genesi23. La pesca “a tartana” comunque, già am-
piamente praticata nel Tirreno dai pescatori provenzali, forse sulla scia dei
pescatori catalani, nonostante i freni e le limitazioni poste in alcune giurisdi-
zioni, dagli inizi del Seicento prende piede anche nell’Adriatico. Il nuovo si-
stema di pesca però, pur essendo stato assorbito da altri contesti marittimi,
per quanto concerne le strumentazioni per metterlo in atto nel golfo di Ve-
nezia assume un proprio carattere di originalità. È alla marineria di Chiog-
gia, presente in seguito all’immigrazione di numerose famiglie anche nei por-
ti minori della costa pontificia, che si deve l’adattamento per la pratica della
pesca “a tartana” degli scafi e delle attrezzature veliche già in uso. Le mae-
stranze operanti nei cantieri navali del Sei-Settecento, sia a Rimini che a Pe-
saro, ad esempio, tradiscono nella quasi totalità una loro origine lagunare,
mentre almeno fino alla prima metà del XVI secolo risultavano attivi anche
numerosi maestri d’ascia e calafati di origine dalmata (provenienti per lo più

21
Cfr. Moschetti, Questioni di diritto marittimo cit., pp. 95-97, p. 102.
22
G.B. De Thoro, Supplementum aurei compendii decisionum regalium Supremorum Tri-
bunalium fidelissimi Regni Neapolitani, Napoli 1646, pp. 469-472.
23
Cfr. Moschetti, Questioni di diritto marittimo cit., p. 102; il riferimento biblico è il se-
guente: “Et Deus dixit: faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram et praesit
piscibus maris et volatilibus coeli et bestiis universis” (Gen. I, 26).
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da Zara, Curzola, Sebenico, Ragusa), che si affiancavano alle maestranze ve-


nete e a quelle dell’area deltizia padana (Comacchio, Codigoro)24. Il prototi-
po francese, caratteristico del porto provenzale di Martigues25 a cui fare rife-
rimento, era una barca monoalbero a vela latina (vela grande) con l’aggiunta
di un fiocco (poledrone).
L’arte cantieristica veneta ed in particolare di Chioggia e di Burano, ben
rappresentata anche nei porti romagnoli e marchigiani, anziché puntare alla
progettazione di scafi con caratteristiche simili al modello francese, optò in-
vece per la trasformazione delle barche della tradizione ritenute più idonee,
per navigabilità, robustezza e dimensioni, a sostenere la strumentazione ri-
chiesta e ad affrontare il traino della grande rete tartana, tenuta tesa dalle
due aste (spontieri) sistemate a poppa e a prua, con la spinta del vento late-
rale26.
Non è difficile identificare nei tipi navali nascara e peota, entrambi di ac-
certata origine veneta, le prime barche adriatiche attrezzate “ad uso di tarta-
na”. A Pesaro, ad esempio, troviamo nel 1646 “una barca chiamata peotta
da pescare a tartana”; nel 1657 una barca denominata naschera, acquistata a
Burano, è “fatta et finita ad uso di pescare a tartana”; nel 1660 si documenta
ancora una peota “ad usum piscandi a tartana et a peligo”27. La tartana
adriatica parrebbe insomma il risultato di una sperimentazione protrattasi
per quasi un secolo e di un processo di adattamento dei tipi lagunari veneti
alla navigazione e alla pesca d’altura.

24
In merito alla cantieristica navale specializzata nella produzione dei legni pescherecci si
rimanda a M.L. De Nicolò, Tartanon pesarese, un veliero adriatico. Costruzione, governo, atti-
vità, usi marittimi (secc. XV-XIX), in corso di stampa.
25
Duhamel du Monceau, Traité général des pesches cit. I, section I, p. 74: “On nomme
Tartane un Batiment pontè & léger, très commun sur la Méditerranée … Le Port du Marti-
gues a toujours passé pour un de ceux de la Mèditerranée où l’on a fait le mieux la construc-
tion. Ce batiment porte presque toujours des voiles latines. Son mat ou arbre est placé vers le
milieu, & il porte une grande vergure ou antenne”. È all’attività esercitata in loco dalle tarta-
ne provenzali, approdate a Pesaro nel 1614, che molto verosimilmente vanno legate le rapide
modifiche apportate nella velatura e nel sistema di navigazione alle imbarcazioni locali in fun-
zione della nuova pratica di pesca. A proposito si segnala che in una società costituitasi a Pe-
saro nel 1616 per costruire una barca “ad uso di tartana” figura proprio un pescatore proven-
zale, tale Alessandro Gauthier di Martigues. ASPesaro, NP, Alessandro Vaiani, 1616-1617, c.
66, 20 luglio 1616.
26
Una esemplare rappresentazione iconografica di una tartana a vele spiegate in atto di
trainare, con vento che spinge di fianco, la grande rete distesa fra le due lunghe aste (spontie-
ri) disposte a poppa e prua si trova in G.L.L. De Buffon, Histoire naturelle des poissons, IX,
Parigi 1800, p. 52, planche XLIV.
27
De Nicolò, Dal bragozzo alla tartana cit., p. 17.
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126

È possibile seguire l’evoluzione del naviglio adriatico nel corso del Sei-
cento, secolo in cui si accerta per le marinerie dello Stato pontificio un’inte-
ressante maturazione, sia per ciò che riguarda le tecniche di navigazione e di
pesca, sia per quanto concerne la produzione, la conservazione e lo smercio
del pescato. Analizzando il caso della flottiglia peschereccia riminese, per
esempio, si ha modo di recuperare una serie di dati piuttosto significativi.
Nel 1678 si attesta la presenza nel porto romagnolo di complessivi 22 natanti
da pesca che vengono però distinti in due tipi diversi: la tartana e il trabacco-
lo, con una netta prevalenza numerica di quest’ultimo legno sul primo: 15
trabaccoli contro 7 tartane28. Nel 1679, da un rogito relativo alla commissio-
ne di un nuovo scafo, in cui appare fra i contraenti uno dei proprietari di
barca nominati nel registro testè citato, il parone si accorda con un maestro
d’ascia locale per la messa in opera nei cantieri di Rimini della sua nuova
barca e per quanto concerne la tipologia dello scafo viene specificato che si
va costruendo una peotta29. Purtroppo non vi si esplicita quale sarà l’assetto
definitivo dell’imbarcazione, evincendosi informazioni limitate unicamente
alla specifica della qualità del legno e quindi non riusciamo a scoprire se
questa stessa barca possa essere ascritta tra le tartane o tra i trabaccoli. Quan-
to riferito permette di sottolineare come la diversità fra i due tipi navali sia
perciò da ricercarsi unicamente nella differente attrezzatura velica che
avrebbe poi completato l’imbarcazione: l’adozione di una vela latina per la
tartana o di una vela trapezoidale per il trabaccolo (vela al quarto o al terzo).
Lo scafo invece per entrambe le imbarcazioni risulta identificabile con i tipi
peotta o nascara. I contratti di costruzione e di compravendita rintracciati av-
valorano peraltro la consistente produzione di queste tipologie di scafo. A
mero titolo esemplificativo: si registra a Rimini la vendita di una barca chia-
mata “peotta ad usum navigandi vel itinerandi” nel 167330, altre vendite a
Pesaro permettono di individuare nel 1653 “unam barcam pescarecciam
nuncupatam nascara cum …armigiis, tartanis, retibus sardarum”, nel 1670
“unam cimbam piscariam seu ut dicitur una barca peotta da pescare cum
omnibus suis armigiis ad usum tartane”31 e una “peotta tonda” nel 169032.

28
ASRimini, ASCR, AP 727, Porto e marinai: “Intimazione del capitano del porto ai pa-
droni e conduttori di barche pescherecce per il trasporto di pietre per la palata del porto”, 11
giugno 1678: si tratta di un registro stilato per motivi fiscali.
29
ASRimini, NR, Pier Francesco Benedettini, 1679. Con contratto in data 6 aprile, un
maestro d’ascia riminese si impegna a fabbricare una peotta peschereccia.
30
ASRimini, NR, AP 971, documento in data 26 gennaio 1673.
31
ASPesaro, NP, Bartolomeo Giunta, 1653, c. 151r; 1670, c. 571v.
32
Ivi, Marino Ciacca, 1678-1729, 1 aprile 1690.
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Un inventario del primo Seicento restituisce la seguente attrezzatura:


Una barca da tartana con tutti li suoi costradi timone e algura; albore e antena
con tuti li suoi sartiami una vela granda bona con la goletta di ferro a l’albore;
doi reste una di passa 40 e una di 36; uno fero da dar a fondi; cinque remi con
uno ferado; doi tagiolini di laton per il calcese; doi spunteri; quattro libani doi
novi e doi usadi; doi polidroni; doi sechie e una stiora; tre sessole; quatro forco-
le; tre tartane; doi stanghe con le tagioline con li fornimenti;doi ponti da barca;
sei panieri33.

Si evidenzia l’albero “a calcese”, tipico dei legni a vela latina, nonché gli
spunteri, ossia le due aste di legno che sporgendo a prua e a poppa tendeva-
no la rete a strascico. La marineria adriatica tradizionale denominava appun-
to la pesca a tartana anche pesca “a spontiero”.
La barca tartana non appare però vincolata a precisi moduli costruttivi,
ma, a seconda delle diverse esigenze di lavoro espresse dall’armatore o pe-
scatore committente, si prestava ad essere realizzata in scale diverse rispetto
ad una base prototipo; accanto alla classica definizione di barca tartana, si
incontrano infatti citazioni di tartane piccole (tartanelle), poco più grandi
(tartanoncini), fino a barche di maggiori dimensioni e con diverse funzioni
chiamate tartanoni34. La pesca a strascico effettuata dalla tartana veneta è ef-
ficacemente descritta da Luigi Divari:
I suoi quasi diciannove metri di lunghezza venivano raddoppiati con due robusti
spontèri che uscivano di poppa e di prua per tenere bene aperte le braccia della
rete che dragava il fondo ad una distanza dalla barca pari a sei, sette volte l’altez-
za del mare, trainata scarrocciando sottovento con le vele bordate in maniera op-
portuna. Se in certe stagioni questa pesca poteva dare ottimi guadagni, specie
quando nei mesi più freddi i pesci lasciavano la costa per riparare al largo, aveva
il difetto, non trascurabile, di un oneroso armamento della barca e di una dipen-
denza diretta dalle condizioni del mare, in quanto si doveva forzatamente so-
spendere il lavoro quando vento e onde travagliavano troppo pesantemente la
barca su un fianco35.

33
De Nicolò, Dal bragozzo alla tartana cit., p. 18.
34
Ead., La navigazione e la pesca in Storia illustrata di Rimini, II, Milano, 1990, p. 584.
35
L. Divari, Barche tradizionali del Golfo di Venezia, Sottomarina, 1995, p. 54.
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Tartana veneta

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Capitolo 4

Le unità navali per la pesca a strascico.


Tartane, tartanoni e trabaccoli del Sei-Settecento

Attorno alla metà del Seicento i tipi navali alturieri si identificano nei tarta-
noni, evidente accrescitivo del vocabolo tartana e, fatto di notevole impor-
tanza nell’evoluzione della marineria velica da pesca, nei trabaccoli. L’esame
della corrispondenza che normalmente intercorreva tra il podestà di Chiog-
gia e le magistrature veneziane manifesta la consuetudine di denominare i le-
gni alturieri con il nome di tartanone, un termine che, come appena detto,
con tutta probabilità stava ad indicare, rispetto alle barche tradizionali del ti-
po nascara e peota utilizzate per la pesca a tartana, imbarcazioni ampliate
nelle dimensioni e forse rese anche più robuste nell’ossatura per reggere me-
glio la forza degli elementi in una più impegnativa e lunga navigazione d’alto
mare1. A Rimini invece il primo riferimento finora noto relativo alla presenza
di tartanoni fra i natanti in dotazione a quella marineria è del 1690, anno in
cui si registra la vendita di un “trattanone overo barca pescareccia”2. Accan-
to al termine tartanone però, sempre in riferimento a barche pescherecce di
Chioggia viene speso con sempre maggiore frequenza, anche il vocabolo tra-
baccolo. Nel 1672 un’incursione corsara avvenuta nelle acque antistanti il
promontorio di Gabicce, porta alla cattura di “un paron chiozzotto … quale
con sua barca detta trabaccolo pescava a trattana”3. Nel 1680 i marinai pe-

1
A proposito si confrontino i recenti studi di Perini, Chioggia dal Settecento alla Restaura-
zione cit., e, sempre dello stesso autore Chioggia nel Seicento, Sottomarina 1996. In quest’ultimo
lavoro l’autore cita la cattura di quattro tartanoni di Chioggia perpetrata da fuste corsare al lar-
go di Cattolica nel luglio del 1667 (ivi, p. 743). Vedi inoltre il censimento degli squeri del 1688
in cui si segnala la costruzione di un tartanone presso un cantiere locale (ivi, p. 217, tav. 3).
2
ASRimini, NR, Paolo Scarponi, 1689-1690, cc. 81r-82r, 12 luglio 1690.
3
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Pesaro, b. 36, 1671-1672. L’informazione,
inviata il 26 maggio 1672 è del vicario del castello di Gabicce. Due mesi più tardi (1 settem-
bre) un dispaccio del capitano del porto di Pesaro informava che, per ottemperare alle misu-
re di difesa, si era negato l’accesso al porto a “barche pescareccie di Chiozza dette tarabac-
coli”.
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scatori di Pesaro, obbligati dal programma di difesa anticorsara approntato


dal governo della città a sospendere loro malgrado le abituali campagne di
pesca, lamentando il danno economico derivante, si opponevano ai bandi di
divieto della normale uscita dal porto delle barche col dire che, nonostante il
pericolo dichiarato, “alcune barche peschereccie forestiere, chiamate trabac-
coli, quali sono per lo più sudditi della Serenissima Repubblica di Venezia”
si inoltravano indisturbate in mare a pescare anche di notte senza alcun ri-
schio di cattura, in virtù degli accordi sottoscritti fra Venezia e Costantino-
poli4.
Un’altra relazione del maggio 1687, basata sul testimoniale di un parone
pesarese, mette a conoscenza le autorità locali dell’avvenuto agguato da par-
te di una fusta corsara nei paraggi del porto di Magnavacca ai danni “di tre
barche pescareccie da Chiozza chiamate tarabaccoli”5. Non a caso poi anche
nel già menzionato elenco dei legni facenti parte della flottiglia da pesca di
Rimini nel 1678 ritroviamo ben 15 trabaccoli, in netta prevalenza rispetto alle
tartane. A Rimini infatti si era avviata da tempo l’immigrazione di chioggiotti
nei quartieri del porto e la registrazione, a fianco di ogni singola barca censi-
ta, di numerosi nomi di paroni della cittadina lagunare, rende piuttosto espli-
cita l’avvenuta compenetrazione della marineria veneta con quella autocto-
na, un’integrazione evidenziata anche dalla diffusione di strumentazioni e di
tecniche di lavoro proprie delle aree alto-adriatiche6. Il trabaccolo parrebbe
insomma un natante di importazione chioggiotta. Se si analizzano però i dati
rilevabili in un censimento del 1688 sui cantieri (squeri) di Chioggia, si può
notare come i tipi navali “dati all’acqua” annualmente in quella città siano ri-
assunti tipologicamente in tartanone (1), tartana (10), tartana o peota (2),
peota (2), burco (1)7; vi si aggiungano poi, senza particolari specifiche, anche
numerosissimi battelli. Se non si trova menzione di trabaccoli o comunque
non si fa mai ricorso al termine trabaccolo fra le varie definizioni date agli
scafi, utili a riconoscere i vari tipi di barca, si constata invece l’uso, divenuto
ormai comune, di connotare con i vocaboli tartana e tartanone, originaria-
mente assegnati alle reti e al sistema di pesca, anche il corpo dei natanti.

4
Ivi, b. 43, 1680.
5
Ivi, b. 47, 1687-1688, Lettera del capitano del porto in data 23 maggio 1687.
6
Sull’immigrazione di famiglie chioggiotte a Rimini vd. De Nicolò, Note sull’attività can-
tieristica cit., p. 33 e Perini, Chioggia dal Settecento alla Restaurazione cit., pp. 344, 366; il fe-
nomeno dell’integrazione si estende naturalmente alla lingua, alle tradizioni, agli atti devozio-
nali, cfr. P. Meldini, Rimini 1800-1860: la cultura portolotta, in “Romagna arte e storia”, 9
(1983), pp. 89-110; M.L. De Nicolò, La cultura marinara, in Storia illustrata di Rimini, II, Mi-
lano 1990, pp. 657-672.
7
Perini, Chioggia nel Seicento cit., p. 217.
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135

Con trabaccolo dunque, verosimilmente si voleva indicare un legno pe-


schereccio concepito, rispetto all’ossatura dello scafo, secondo uno dei mo-
delli tradizionali, ma rifinito e completato poi con l’applicazione di un’at-
trezzatura velica particolare, detta appunto “a trabaccolo”. Con l’avanzare
del Settecento, la documentazione a disposizione (rogiti notarili, periodiche
registrazioni di natura fiscale dei natanti attivi e navigabili, eterogenei carteg-
gi inerenti comunque la materia marittima), porta a riconoscere nei due tipi
tartanone e trabaccolo le imbarcazioni più diffuse sia per la pesca che per il
piccolo cabotaggio per oltre un secolo. Il tartanone, attrezzato per la pesca a
strascico e “a pelago”, armato di una grande vela latina inferita all’unico al-
bero, rimarrà attivo fino ai primi anni dell’Ottocento8, mentre il trabaccolo
risulterà la barca da traffico più importante dell’Adriatico anche nell’Otto-
cento e nel primo Novecento.
Secondo la ricostruzione proposta da Marco Bonino, sulla base di un di-
segno eseguito nel 1776 da Sebastiano Sassi e raffigurante il naviglio ormeg-
giato nel porto canale di Cesenatico, il tartanone era caratterizzato da un al-
bero di maestra portante una grande vela latina e da un alberetto di poppa
attrezzato con una piccola vela al quarto9. Durante il Settecento, lungo il li-
torale adriatico pontificio, se ne svilupperanno due differenti tipologie: il tar-
tanone da pesca e il tartanone “da viaggio”. Per quanto concerne il primo ti-
po se ne ritrova un discreto numero nella seconda metà del secolo a Rimini,
dove si accerta l’attività di una flottiglia di 10 tartanoni praticanti la pesca “a
pelago” nelle acque del Quarnaro con equipaggi di 13/15 uomini10. Dai con-
tratti di costruzione tra armatore e maestro d’ascia ricaviamo che questo tipo
di natante poteva variare in lunghezza in colomba, cioè nella chiglia, tra i 35
e i 42-44 piedi veneti e quelli presenti nella flottiglia peschereccia riminese

8
Su tale imbarcazione vd. M. Bonino, Archeologia e tradizione navale tra la Romagna e il
Po, Ravenna 1978, p. 103 e Id., Appunti per la ricostruzione del tartanone adriatico del Sette-
cento, in “Romagna arte e storia”, 9 (1983), pp. 129-144.
9
La visualizzazione grafica di Marco Bonino è confermata dall’acquerello del “tartanon
pesarese” datato agli inizi del XIX secolo (M. Marzari, Tipologie navali adriatiche dal XVIII
secolo ad oggi, in Aa.Vv., Marineria tradizionale in Adriatico, a cura di M. Marzari, Monfalco-
ne 1995, p. 79, fig. 102). A proposito del piccolo albero di poppa vorrei segnalare un atto no-
tarile relativo ad una società costituitasi tra due pesaresi, già proprietari di una barca “ad uso
di tartana” che viene denominata “naschera”, che decidono di disfarsi del natante per ordi-
nare la costruzione di una “barca nova”, non meglio identificata, affidandosi al maestro d’a-
scia di Chioggia. Fra gli “armigi” della nuova imbarcazione figurano tra l’altro “l’albore e an-
tena con il suo padiglione, la vela grande con la sua mezana con il poledrone e tringhetto,
l’arboretto a poppa” (ASPesaro, NP, Domenico Bontempi, 1651-1652, c. 20v e ss., 30 gen-
naio 1651). Siamo forse di fronte ad un archetipo del tartanone settecentesco.
10
Gli equipaggi si desumono dai costituti sanitari, ASRimini, ASCR, AP 74.
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risultavano di dimensioni maggiori rispetto alle locali barche “da viaggio”11.


Il tartanone da traffico, o “da viaggio” risulterebbe invece una variante ri-
spetto all’omonima barca da pesca, come pare evincersi da un acquerello de-
gli inizi del XIX secolo, segnalato in legenda come “tartanon pesarese”, raffi-
gurante un mercantile con la grande vela latina inferita all’albero di maestra
e con un alberetto a poppa con velatura “a trabaccolo”. Allestito nei cantieri
navali di Pesaro e di Senigallia, questo tipo navale si afferma nel secondo
Settecento e monopolizzando gli intensi traffici con i porti di Trieste, Vene-
zia e Fiume, si qualifica come l’imbarcazione pontificia più attiva nelle acque
dell’alto Adriatico12. Del resto la consistenza numerica della flottiglia pesare-
se (30 imbarcazioni operanti fra il 1760 e il 1780), risulta la più importante
dello Stato pontificio, almeno relativamente ai commerci con Trieste e Ve-
nezia, visto che gli anconetani praticavano soprattutto con il Levante, con
grave disappunto e danno soprattutto per il governo della Serenissima che
vede spodestate dall’antico protagonismo commerciale le piccole imbarca-
zioni mercantili di Chioggia e di Burano. Riguardo alle dimensioni il tartano-

11
Per altre notizie intorno alle dimensioni dei legni rimando a quanto da me espresso in
Note sull’attività cantieristica e portuale a Rimini nel Settecento e alle tabelle relative all’attivi-
tà del costruttore navale di origine senigalliese, operante a Pesaro tra il 1789 e il primo de-
cennio del XIX secolo (De Nicolò, Maestri d’ascia e calafati cit., pp. 71-76). Per quanto ri-
guarda Rimini si deve ricordare che lì i tartanoni da pesca erano di dimensioni maggiori ri-
spetto alle barche “da viaggio” locali. La precisazione ci viene da Giovanni Bianchi, che, dis-
sertando sulla questione del porto e delle opportune ristrutturazioni da farsi, in una nota scri-
ve: “dove entrano barche pescarecce, le quali non sono tanto piccole, specie quelle chiamate
tartanoni, entrano più facilmente barche da viaggio, che sono più piccole” (Memoria sopra il
porto di Rimino, Pesaro 1765, p. 21).
12
Già i consoli di Venezia avevano segnalato l’incremento dei legni mercantili pesaresi nel
secondo Settecento, a discapito delle imbarcazioni di Chioggia e di Burano. Nel 1748 il con-
sole veneto in Ancona non sembrava manifestare ancora grande attenzione all’attività com-
merciale della flottiglia pesarese, composta allora di sole 7/8 unità (Pagani, Venezia e la fiera
di Senigallia cit., pp. 45-46), ma trent’anni dopo, si prendeva atto dei mutamenti avvenuti, ri-
marcando, in una informazione datata’ 11 giugno 1781 i notevoli progressi di quella marine-
ria. Attorno alla metà del secolo, secondo i dati forniti dal console ai magistrati della Giusti-
zia vecchia, “non si ritrovavano che pochissimi legni pontifici e precisamente soli quattro o
cinque tartanoni pesaresi, quali passando in Venezia per ben due e più mesi, stavano legati
nella loro stalia prima di partire per ritrovarsi il carico in mancanza di barche suddite”, ma
con il passare degli anni la situazione era sostanzialmente cambiata e quella di Pesaro era or-
mai riconosciuta come la principale flottiglia dello Stato pontificio: “talmente s’aumentò che
al presente contiamo il rispettabile numero di ventiotto in trenta e più dei più grossi tartano-
ni della portata di rubbia quattro e cinquecento tutti naviganti per questa piazza”. Il console
aggiungeva poi che per di più, in occasione della fiera di Senigallia, si dedicavano all’attività
mercantile anche i “tartanoni pescatori pesaresi”, che abbandonavano l’abituale attività per
caricare merci in Venezia. ASVenezia, Giustizia Vecchia, b. 36.
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ne pontificio da viaggio si attesta nel rapporto chiglia, bocca, puntale (lun-


ghezza, larghezza, altezza) rispettivamente tra i 42-44, 12-13, 6-7 piedi vene-
ti, cioè con misure molti simili a quelle dei grippi e delle saette di Ragusa del
primo Cinquecento ricordate da Luciana Gatti nel suo studio sulle imbarca-
zioni ragusee del XVI secolo13. La stazza poteva anche essere ragguardevole.
Per un tartanone pesarese con otto uomini di equipaggio, catturato nel 1803
da pirati algerini nelle acque di Premuda, viene dichiarata una portata di
1000 rubbia e si denuncia per lo stesso al momento dell’aggressione corsara
un “carico di stara 1700 di sorgo”14.
I cantieri presso i quali veniva allestito il cosiddetto “tartanone papale”
erano soprattutto quelli di Rimini, di Pesaro e di Senigallia. Quest’ultima lo-
calità a dir il vero, per tutto l’arco del Settecento e per i primi decenni del
secolo successivo, rimane un punto di riferimento per la costruzione dei tipi
tradizionali della costa adriatica pontificia. La bravura e la fama delle mae-
stranze in forza nel porto di Senigallia dovevano essere ben note già agli inizi
del XVIII, se pescatori forestieri, e più precisamente paroni fermani, alzava-
no cori presso le autorità locali addirittura per richiedere l’apertura a Seni-
gallia di un nuovo cantiere (squero) per “acconciare” le proprie barche, con
l’assicurazione poi che in avvenire avrebbero preferito per tutti i servizi la
cantieristica di quella città interrompendo le antiche relazioni di lavoro con
le maestranze di Venezia e della Dalmazia15. La stima dell’avvenuto acquisto
da parte di alcuni paroni di Chioggia di “un tartanon fabricato nella forma
di quelli della città d’Ancona” rogato il 10 agosto 1712 restituisce anche altri
elementi in merito all’attrezzatura: “un albore con suo calzese, una antena
con sue antenelle, largana, una tromba, una vela granda et una mezana, un
polidron et una lombria de mezaria, et una tenda rosa”16. Lo squero di Seni-
gallia, ubicato nei pressi del porto canale “dalla parte di Fano”, veniva giudi-

13
L. Gatti, Imbarcazioni ragusee nel secolo XVI, in Aa.Vv., Studi di storia navale, Firenze
1975, pp. 73-96.
14
ASPesaro, Viceprefettura di Pesaro, b. 1, 1808. Nel documento, datato 20 maggio 1808
è riportata la nota informativa della cattura del tartanone di paron Luigi Sinibaldi che partito
dalla Motta nel Friuli, diretto a Zara, il 5 maggio 1803 era stato sorpreso e catturato insieme a
tutto il suo equipaggio da un legno corsaro algerino nelle acque di San Pier di Nembo, poco
lungi da Premuda.
15
Casagrande Serretti, Il porto-canale di Senigallia cit., p. 53.
16
ASVenezia, NC, b. 14563, Domenico Castelli, 14, 10 giugno 1712. Molte delle barche
anconitane, come dimostrano recenti studi, venivano costruite negli squeri di Senigallia, vd.
G. Gaddoni, Paroni, barche e mercanti ad Ancona nel primo Settecento, in “Atti e memorie
della deputazione di storia patria per le Marche”, 92 (1987), 1989, p. 43.
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cato “molto acconcio a lavorar nuovi legni marittimi ed a ristorarne i vecchi


ed i logori, non solo per comodo delle navi di questo porto, ma non di rado
di altri ancora, che per sì fatta causa vi concorrono” (1746)17. Gran parte
della marineria pesarese ricorreva alle maestranze senigalliesi, così come
quella anconetana e certamente non a caso, quando negli anni ’80 del Sette-
cento si esaurisce a Pesaro l’attività secolare di una dinastia di calafati chiog-
giotti trapiantatisi nella città marchigiana nella seconda metà del secolo
XVII, per dirigere lo squero della Compagnia del porto, viene chiamato pro-
prio un proto costruttore di Senigallia (1789). Sul finire del secolo XVIII e
agli inizi del XIX è nei cantieri di Pesaro e di Senigallia che vengono allestiti
i tartanoni più importanti. Riassumendo, nell’arco di un secolo, pur essendo
generalmente tutte indicate con il termine tartanone, riusciamo dunque a di-
stinguere in Adriatico quattro imbarcazioni con caratteristiche e funzionalità
diverse: la tartana grande di Chioggia, il tartanone da pesca riminese, il tarta-
none da viaggio pesarese, il tartanone anconitano.
Gli inventari e i contratti di costruzione fanno però ipotizzare, riguardo a
corpo e ossatura del natante, che nel corso del Settecento si consolidi una ti-
pologia ben specifica. L’espressione “barca fatta a tartanone”, assai diffusa e
reiterata, non lascia adito a dubbi, mentre l’altro modo di dire, “armiggiata a
trabaccolo”, aggiunto nella stesura dei rogiti per meglio qualificare il natante
oggetto della transazione, tradisce la presenza di una differente attrezzatura
velica rispetto alla classica vela triangolare alla latina, tipica appunto del tar-
tanone; viene altresì documentato che in certi casi, anche per i sistemi co-
struttivi adottati, o meglio per le scelte dimensionali di alcuni elementi strut-
turali, il trabaccolo risultava diverso dal tartanone anche nello scafo; in un
contratto di costruzione stipulato a Rimini nel 1798, relativo a “una barca da
navigare a tartanone”, si precisa che il corbame, cioè la struttura trasversale
del legno (quinti) e i maieri del fondo, vale a dire i corsi di fasciame contigui
alla chiglia, debbano essere “della grossezza dei trabaccoli”, palesando in tal
modo una maggiore robustezza generale dello scafo rispetto a quello di un
comune tartanone18. Tra i due tipi navali con tutta probabilità esisteva anche
una differenza riguardo al sesto, cioè nel garbo del naviglio. Su modelli sago-
mati, detti appunto sesti, si adattavano forme degli elementi strutturali del
manufatto, come pare evincersi dall’intercalare in alcuni contratti della defi-

17
L. Siena, Storia della città di Sinigaglia, Senigallia 1746, p. 183.
18
De Nicolò, Note sull’attività cantieristica cit., p. 39. Su queste tipologie vedi anche
Ead., Maestri d’ascia e calafati nei porti adriatici pontifici tra Settecento e primo Ottocento, in
Navi di legno cit., pp. 159-170: M.L. De Nicolò, Tipi navali dell’Adriatico nella documentazio-
ne archivistica dei secc. XVII-XVIII, in “Navis”, 2 (2000), pp. 82-93.
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139

nizione di barca col “sesto di tartanone”, ma “armizzata a trabaccolo”19. Si


assiste insomma, nell’arco di un secolo, ad un’evoluzione dell’arte cantieristi-
ca che porta al disuso di alcuni procedimenti tecnici tradizionali. Le miglio-
rie costruttive, sollecitate soprattutto dai desideri dei committenti sulla base
delle prestazioni richieste al naviglio nell’impiego lavorativo, portano nel
tempo alla creazione di tipi simbiotici che trattengono sia elementi propri
del tartanone tradizionale, che quelli del trabaccolo20. Sta di fatto che il tipo
navale denominato tartanone all’inizio del secolo XIX è ormai pressoché
scomparso21, soppiantato in tutto e per tutto dal trabaccolo che, da semplice
attrezzatura velica adattata su tipi navali pescherecci della vecchia tradizio-
ne, si riconosce ormai come un tipo navale originale che resterà il mercantile
adriatico per eccellenza fino al tramonto della vela22.

19
De Nicolò, La Cattolica tra XVI e XVIII secolo cit., p. 300, nota 30.
20
Sull’argomento si rimanda a De Nicolò, Tartanon pesarese cit.
21
Le statistiche degli approdi in alcuni porti adriatici sono al riguardo emblematici. Nel
1775 approdano nel porto di Trieste, provenienti dalle coste pontificie 78 tartanoni, 36 tra-
baccoli, 28 pieleghi, 10 pipari, 6 battelli (F. Cusin, Precedenti di concorrenza fra i porti del mare
del Nord ed i porti dell’Adriatico. Saggio sul commercio del porto di Trieste nel secolo XVIII,
1750-1776, in “Annali della R. Università degli Studi economici e commerciali di Trieste”,
III, 1931, p. 193). Nella statistica elaborata da M. Bonino relativa ai tipi navali approdati in
occasione della fiera di Senigallia del 1792, i tartanoni (85) provengono esclusivamente dai
porti di Pesaro (56), Senigallia (19) e Ancona (10), mentre i trabaccoli (121) provengono so-
prattutto da Ancona (85) e Pesaro (9) (Appunti per la ricostruzione del tartanone, cit., p. 142).
Un’ulteriore statistica dei tipi di barche approdate a Senigallia in occasione della fiera negli
anni compresi tra il 1802 e il 1815 mette in evidenza una netta predominanza dei trabaccoli.
Tra il 1802 e il 1807 ad esempio i tartanoni scendono: dalle 19 unità registrate nel 1805 si pas-
sa alle 8 del 1807; i trabaccoli invece sono addirittura 176 nel 1802, vd. Anselmi, Trieste e al-
tre piazze mercantili cit., p. 222.
22
Sul trabaccolo si vedano gli studi già citati di M. Bonino, di W. Patrignani, Il trabaccolo
e la sua gente, Fano 1988, nonché la monografia di M. Marzari, Trabaccoli e pieleghi nella ma-
rineria tradizionale adriatica, Milano 1988.
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Capitolo 5

La pesca a coppia:
paranze, gaetane, coccie, parejas del bou, aux boeufs

La più importante novità nell’ambito delle tecniche piscatorie documentabili


in Mediterraneo nel corso del Settecento è senza dubbio rappresentata dalla
cosiddetta pesca a coppia, una pratica di lavoro in uso nelle acque del Tirre-
no già nel secondo Seicento, attestata negli spazi adriatici attorno al 1750 e
che si protrae fino alla tradizione più recente.
A seconda delle aree regionali di appartenenza dei pescatori questa stra-
tegia venatoria d’altura nel linguaggio locale era stata definita in varie ma-
niere: pesca “alla gaetana”, termine quest’ultimo con cui si contrassegnavano
anche le piccole imbarcazioni utilizzate allo scopo, chiamate appunto gaeta-
ne; pesca “a paranza”, pesca “a doppio”, pesca “a bufala”; pesca “a coccia”
e via dicendo. Per attuarla ci si serviva di due barche che, scorrendo appaia-
te con rotte parallele, tendevano una rete, detta coccia o paranza, fissata nei
due capi alla poppa di entrambi i legni e appesantita da zavorre per farla ina-
bissare, che radeva il fondo del mare1.
Sperimentata in origine nel Mediterraneo occidentale ed allargatasi poi al-
le acque più meridionali del golfo di Venezia grazie agli stretti rapporti che
incorrevano fra le marinerie delle due sponde del Regno di Napoli, la nuova
tecnica, tramite i pescatori pugliesi, solo nel secondo Settecento guadagna le
acque territoriali adriatiche pontificie e venete. La sua comparsa in Adriatico
all’inizio fa breccia principalmente fra i pescatori piceni che, a differenza del-

1
Per una descrizione dettagliata di tale tecnica e della rete “coccia” vd. A. Turchini, Reti
da pesca e tecniche pescatorie, in Barche e gente dell’Adriatico cit. pp. 69-73, p. 70; Peluso, La
pesca tradizionale cit., pp. 127-128. Sulle tecniche di pesca in uso nel XIX secolo nell’Adriati-
co è importante, oltre al fondamentale lavoro del Targioni Tozzetti redatto per il Ministero di
agricoltura industria e commercio (1872), l’opera di Anton Krisch, Die Fischerei im Adriati-
schen Meere mit besonderer Berücksichtigung der österreichisch-ungarischen Küsten, Pola
1900. Riguardo ai danni apportati dalla pratica di questo tipo di pesca a strascico vd. le con-
siderazioni di F.L. Naccari, Lettera intorno alla pesca colla cosiddetta cocchia, in “Giornale di
scienze e letteratura delle provincie venete”, 75, 1827 da noi riportata alle pp. 158-159.
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le compagini marittime di altri porti pontifici che si serrano in un combattivo


rifiuto, mostrano fin da subito un’incondizionata accoglienza a questa tattica
innovativa a motivo soprattutto del modesto impegno finanziario richiesto
per l’impianto dell’impresa di lavoro, oltreché della maggiore funzionalità
delle attrezzature. Rispetto all’equipaggiamento necessario all’organizzazione
degli strumenti per la pesca d’altura svolta secondo il sistema già in uso, cioè
quello della pesca “a tartana”, lo svolgimento delle battute venatorie da ef-
fettuarsi con il metodo a coppia richiedeva infatti la messa a punto di barche
più piccole, quindi meno costose, più manovriere e meno problematiche per
il loro rimessaggio. A San Benedetto, Porto San Giorgio, così come nelle al-
tre località rivierasche della Marca meridionale la pressoché totale mancanza
di strutture portuali implicava per le marinerie locali un onere particolar-
mente gravoso riguardo al mantenimento delle grosse tartane da pesca2. Ad
ogni approdo, la rimessa del legno lungo le rive a forza di braccia o con l’au-
silio di semplici argani, a causa del perdurante strofinamento del fondo dei
pesanti scafi con la ghiaia e la sabbia della battigia, comportava un più veloce
deperimento delle carene, e, conseguentemente, obbligava i pescatori, diver-
samente da quanto accadeva in altri luoghi, ad affrontare costanti ed indero-
gabili spese suppletive di manutenzione e acconciamento degli scafi per
evitarne il rapido deperimento. La tecnica piscatoria adottata dai pugliesi in-
vece, impostata con barche, dette paranze, di dimensioni più ridotte, riusciva
in un certo qual modo ad ovviare tutta una serie di impegnative operazioni
di rimessaggio e di ripristino dei legni, per cui con tutta probabilità il suc-
cesso della pesca “a coccia”, al di là della maggiore velocità di traino della re-
te, può essere ricondotto proprio ai forti margini di risparmio riscontrabili
sia nell’allestimento, sia negli interventi di manutenzione e di restauro dei
mezzi di produzione. La scelta da parte dei pescatori piceni di dismettere la
pesca “a spontiero” praticabile con un’unica barca a favore del traino in cop-
pia non aveva trovato però il consenso delle autorità centrali e periferiche
dello Stato. Non è da escludere che la riluttanza degli organi dello stato ad
accettare il cambiamento possa imputarsi anche alla pressione esercitata sulla
pubblica amministrazione da parte di quegli imprenditori marittimi, proprie-
tari e armatori di tartanoni e grossi scafi non adattabili per quella pesca inno-
vativa. In caso di una liberalizzazione delle pratiche venatorie, si sarebbero
infatti trovati nella condizione di dover porre in disarmo i legni ancora in es-

2
Sull’introduzione di questa tecnica nel Piceno sono fondamentali i lavori di U. Marinan-
geli e G. Cavezzi. In particolare vedi U. Marinangeli, San Benedetto da borgo marinaro a cen-
tro peschereccio cit., pp. 277-278; Cavezzi, Marinangeli, Il secolo XVIII ovvero della rivoluzio-
ne nella pesca picena cit., pp. 1-44; M. Ciotti, Le fonti notarili per lo studio del naviglio minore
cit., pp. 301, 311-314.
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sere, ritenuti ormai obsoleti, con la prospettiva di impegnativi investimenti


finanziari per l’allestimento di flottiglie adatte alle mutate esigenze. Fosse o
no questa una delle principali voci di dissenso a richiamare l’interesse dello
Stato di fronte al problema, il fenomeno era stato preso in esame anche dagli
organi governativi, che si erano espressi in materia già all’inizio del secolo
con disposizioni di legge finalizzate quantomeno a limitare la diffusione della
pesca in coppia che comunque, almeno nel Tirreno, aveva preso vigore da
tempo. È quanto parrebbe intuirsi dalle reiterate promulgazioni di editti
proibitivi a riguardo, segnale quanto mai palese che il problema non era di
facile risoluzione e che, nonostante le severe pene comminate ai contravven-
tori, la pratica sfuggiva al controllo delle autorità.
Giustificando il divieto di utilizzare reti a strascico trainate da coppie di
barche a motivo della “scarsezza che sempre si è andata aumentando” di
“pesci nobili e di considerabil grossezza” dovuta “dall’essersi introdotto l’a-
buso di pescare con ordigni, che danneggiano le figliolanze, e ova di pesci”,
il cardinale camerlengo Giovan Battista Spinola aveva disposto una regola-
mentazione della pesca già con un editto pubblicato nel giugno 1701. Il calo
di produzione era imputato ai metodi di cattura, particolarmente rovinosi
“per essersi da alcuni anni in qua cominciato a pescare nella spiaggia romana
con due barche, o siano tartane pescareccie unite, le quali pescando con una
sola rete congiunta l’una all’altra tartana o barca, camminando di conserva
con tanta velocità, che la rete, toccando il fondo del mare, e strascinandosi
con molta veemenza, viene a romper l’ova de pesci e pregiudicare
gl’allevimi3”. Questo non accadeva “pescandosi con una sola tartana confor-
me era solito praticarsi prima” quando, “caminandosi più lentamente”, l’ara-
tura meno violenta del fondale causava danni più limitati, “o almeno di poca
considerazione all’ova di detti pesci”. A difesa della naturale proliferazione
del pesce si ordinava dunque “che nessun pescatore di tartana o altra barca
pescareccia simile debba in avvenire pescare di conserva o a coppia, con-
giungendo la rete all’una e l’altra barca o tartana sola” e il divieto veniva
esteso anche alla pesca praticata nel litorale compreso tra il Circeo e l’Argen-
tario con “ordigni detti Speroni”4, utilizzati per la cattura delle sarde e consi-

3
ASVaticano, Misc., Arm. IV-V, vol. 69, c. 160, Editto sopra la pesca, 17 giugno 1701.
4
Gli “spiruni”, o “spidoni”, erano reti usate in Sicilia già nel XV secolo per la pesca delle
sarde trascinate dalle barche che utilizzavano anche le luci per attirare la preda, H. Bresc, Il
vocabolario della pesca nella Sicilia del ’300 e del ’400 in “Bollettino dell’Atlante linguistico
mediterraneo” 16-17, 1974-1957, pp. 12-13, 23; R.M. Dentici Buccellato, Pescatori e organiz-
zazione della pesca del tonno e del pesce spada nella Calabria del basso medioevo, in Mestieri,
lavoro e professioni nella Calabria medievale: tecniche, organizzazionim linguaggi, Atti VIII
congresso storico calabrese, Messina 1993, pp. 290-291.
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derati anch’essi inaccettabili. Rimaneva esclusa dal divieto la riserva di pesca


di Nettuno, per la quale si rimetteva all’affittuario pro tempore la gestione
dell’attività alieutica in conformità dei bandi già accennati. Le pene riservate
ai contravventori comportavano oltre alla requisizione delle barche, una
multa di cento scudi d’oro e, ad arbitrio dell’autorità, anche la galera, tutti
castighi che comunque non fungono da efficace deterrente ad evitare conti-
nue trasgressioni, visti i periodici richiami all’osservanza della legge.
Nel 1706, pur confermando la validità dei precedenti ordini per il “rima-
nente di tutta la spiaggia romana”, si era decisa una sorta di mitigazione
della normativa per alcuni tratti del litorale tirrenico caratterizzati da fonda-
li rocciosi, come ad esempio gli spazi d’acque tra S. Severa e Civitavecchia,
apportando correttivi e “moderazioni” al bando5. Si erano aggiunte però
più severe sanzioni per i trasgressori, con multe che avrebbero colpito non
solo i padroni di barche, ma anche “mulattieri e condottieri del pesce che
ardissero caricare dalla spiaggia di S. Severa verso Palo e tutta la spiaggia
romana sino a monte Circello”. Le difficoltà a sorvegliare le zone di pesca
rendevano comunque la legge alquanto aleatoria e pur non scemando l’at-
tenzione sul problema, a seguito dei continui ricorsi dei pescatori, sentito il
parere della congregazione delle Dogane, si rilasciano periodiche concessio-
ni con un’ulteriore “moderazione” resa pubblica nel 1711 con l’aggiunta di
un ulteriore editto che permetteva di pescare anche dalla Torre Livia di Pa-
lo sino a S. Severa in considerazione del fatto che “vi siino molti scogli e il
mare sia assai profondo nel luogo dove si suol pescare con simil ordigni di
maniera che non s’impedisce la procreazione de pesci, mentre le reti di si-
mili ordigni vengono sostenute da sugari natanti che non si sprofondano nel
mare più di otto palmi e in conseguenza per la sua maggior profondità non
possono toccare il fondo, dove regolarmente si fa la procreazione de pe-
sci”6.
Il tentativo di arginare l’uso e soprattutto l’abuso del metodo di pesca a
coppia non sortisce per nulla gli effetti sperati. Un’ulteriore notificazione si
ripropone nel settembre 1717 a ribadire i soliti divieti anche alla luce degli
stratagemmi escogitati da pescatori e vetturali per eludere i gravami fiscali
da versare allo sbarco a chi di dovere7 e nel 1723 si addiviene alla compila-

5
ASVaticano, Misc., Arm. IV-V, vol. 69, c. 162, Editto sopra la pesca, 18 febbraio 1706.
6
Ivi, c. 164, Editto sopra la pesca, 13 marzo 1711.
7
Ivi, c. 167, Editto sopra la pesca, 6 settembre 1717: i pescatori tentavano di evitare la
trattenuta di un decimo riservato agli appaltatori ad ogni sbarco di pesce e di eludere le rega-
lie dovute agli affittuari delle zone di pesca; sanzioni vengono comminate anche ai vetturali
scoperti a portar via il pesce privi di “bolletta”.
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zione di un nuovo editto generale sopra la pesca che conferma in larga misu-
ra le disposizioni precedenti e contempla anche l’inasprimento delle pene8.
La costante che si evince da questi editti è l’impegno per la salvaguardia del
patrimonio ittico, sempre nell’ottica di riuscire in questo modo a scongiurare il
depauperamento delle acque territoriali e soprattutto un calo dell’approvvigio-
namento del mercato interno. L’attenzione si concentra fino alla metà del seco-
lo solo sulle acque del Tirreno, sfruttate per la pesca d’altura prevalentemente
dalle marinerie estere, che si industriano in battute di pesca itineranti portan-
dosi con “emigrazioni marittime”9 stagionali anche negli spazi acquei di altre
giurisdizioni statali e alle quali peraltro pare potersi riconoscere una sorta di
monopolio della produzione di pesce fresco in forza soprattutto di una prepa-
razione tecnica e di un’organizzazione dell’impresa marittima ancora assente
nei vicini contesti regionali. Si documentano infatti invasioni delle flottiglie na-
poletane in acque pontificie, così come nei tratti di mare soggetti al Granduca-
to di Toscana, dove la presenza di una variegata fauna ittica10 e la mancanza di
una tradizione piscatoria marittima d’altura obbligava il governo a ricercare pe-
scatori forestieri allettandoli con facilitazioni fiscali ed anche con anticipi di de-
naro. In una relazione anonima del 1771, incentrata sui problemi della pesca a
Castiglion della Pescaia11, si rimarca infatti che l’attività dei toscani si riduceva
“ad una pesca semplicemente di lago” incentrata nelle paludi costiere mentre
la pesca di mare dipende da’ pescatori forestieri, per la maggior parte napoleta-
ni, i quali non spontaneamente si afferiscono al negozio di Castiglione ma, con le
lusinghe e con le caparre, invitati ed allettati, non troppo volentieri si trattengo-
no e si prestano a questo traffico che sembra loro poco proficuo; ed infatti, alla
fine della stagione propria della pesca tornano a casa con piccole somme di de-
naro non senza lasciare all’amministrazione qualche debito che fa figura di ca-
parra per l’anno futuro12.

8
ASRoma, Commissariato generale della R.C.A., Diversorum cameralium, vol. 6, c. 421,
Editto sopra la pesca, 23 agosto 1723.
9
L’espressione è di Ruggiero Romano.
10
Nel mare del litorale toscano abbondavano “palamiti, dentici, merluzzi, acciughe, sara-
ghi, triglie, murene, orate, gronchi, aragoste e numerose altre specie” e particolarmente profi-
cua era la pesca delle acciughe e sardine, praticata con “reti di sottilissimo lino, larghe circa 8
piedi e lunghe talvolta più di mille”, G. Santi, Viaggio al monte Amiata, III, Pisa 1800, p. 218,
cit. in S. Bueti, La produzione ittica lungo le coste della Maremma senese e nei bacini fluviali
costieri, in Archivi per la storia dell’alimentazione, II, Roma 1995, p. 867.
11
ASFirenze, Segreteria di Finanze, Affari prima del 1788, 367, Provvisionati e rispettive
loro famiglie ed eredi, citato da G.V. Parigino, Per mare e per palude, Firenze 2003, p. 56.
12
Ivi, pp. 56-57. Riguardo alle migrazioni stagionali dei pescatori vd. anche E. Grendi, Il
Cervo e la Repubblica, Torino 1992; G. Doneddu, La pesca nelle acque del Tirreno (secc. XVII-
XVIII), Sassari 2003.
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L’approvvigionamento del pesce fresco di mare per i mercati cittadini,


catturato negli spazi d’acque di giurisdizione granducale, viene dunque assi-
curato dal lavoro dei pescatori esteri, napoletani soprattutto, ma anche geno-
vesi, dell’Isola di Capraia, sottoposta alla Repubblica di Genova, e di Mar-
ciana, parte dell’Isola d’Elba appartenente al Principato di Piombino; in tut-
to oltre 400 addetti, tutti forestieri, che si impegnano nella pesca delle sardi-
ne al largo di Torre S. Vincenzo e all’Isola di Gorgona13.
Interessante rilevare che quando nel 1773 i napoletani disertano i porti
toscani spostando lo sbarco del pescato a Porto S. Stefano nello Stato dei
Presidi, entrato a far parte del Regno di Napoli, si tenta in ogni modo di ri-
chiamarli offrendo loro sul litorale di Cala di Forno anche “alloggi, un ma-
gazzino per conservare il pesce, una stalla ed un fienile per i vetturali”14.
L’intento era quello di far arrivare dieci barche napoletane, con equipag-
gi di 6, 7 pescatori, da distribuire lungo tutto il litorale maremmano, anche
per approfittare di quelle presenze lavorative imbarcando su ogni legno,
consenzienti i paroni, un “ragazzo” dell’Isola del Giglio ad “apprendere la
pratica della pesca di tutte le stagioni”15. Si auspicava insomma una trasmis-
sione dell’arte piscatoria dei napoletani chiamati anche per far scuola e per
promuovere la formazione di una marineria autoctona.
La proibizione della pesca “di conserva a coppia o a bufala congiungendo
la rete a più di una tartana o barca” ribadita anche nel regolamento della pe-
sca di mare del Granducato di Toscana16, imponeva oltre all’obbligo di effet-
tuare le calate oltre le due miglia dal litorale a chi fosse sprovvisto di licenza
di pesca, anche l’uso di reti a maglia non troppo fitta ed era essenzialmente
rivolto ai pescatori esteri17, non solo napoletani, ma anche liguri, provenzali

13
I rifornimenti di pesce fresco di mare più cospicui provenivano però dall’Adriatico, con
trasporti via terra effettuati da vetturali specializzati a compiere il tragitto pendolare fra le cit-
tà della Toscana, Firenze, Arezzo, Siena, e la riviera romagnola, soprattutto Rimini, cfr. Pari-
gino, Per mare e per palude cit., pp. 73-74.
14
Ivi, p. 47-48. Per incoraggiare gli abitanti dell’Isola del Giglio all’esercizio della pesca il
Granduca aveva stabilito che “a partire dal 1 gennaio 1787 per cinque anni la cassa della De-
positaria stanziasse la somma di 1000 scudi l’anno per concedere premi a coloro che volesse-
ro acquistare o far costruire pescherecci fabbricati però esclusivamente nei porti del Grandu-
cato. Il premio o giustificazione veniva determinato in un terzo del valore del bastimento, ai
primi otto richiedenti, che non dovevano venderlo per circa tre anni”, ASGrosseto, Commis-
sariato della Provincia Inferiore Senese, vol. 754, c. 1; cit. in Bueti, La produzione ittica cit., p.
872.
15
Ivi, p. 48.
16
ASGrosseto, Commissariato della Provincia Inferiore Senese, vol. 754, c. 1, Editto sopra
la pesca, 5 marzo 1767; cfr. S. Bueti, La produzione ittica cit., p. 873.
17
Bando del 20 agosto 1768, Parigino, Per mare e per palude cit., p. 40.
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e catalani che, con la migrazione stagionale in altri compartimenti marittimi,


danno vita ad una contaminazione culturale di esperienze di lavoro, dappri-
ma subite e poi gradualmente assorbite e perfezionate dalle marinerie locali
delle diverse aree geografiche del Mediterraneo.
Preoccupazioni per la tutela del patrimonio ittico si registrano d’altro
canto anche nei bandi del Regno di Napoli dove per evitare alle paranze e
paranzelli di rastrellare rovinosamente i fondali, la prammatica imponeva di
adottare reti non appesantite da zavorre (mazzare18), e fissava la zona delle
calate a distanza di dieci passi d’acqua dalla riva “per non guastare a questa
distanza dal lido, il fondo del mare e per non inabilitare gli altri pescatori di
rete a potersi procacciare il pane colla loro industria”19. Alla regolamentazio-
ne dell’attività alieutica delle paranze, a salvaguardia del novellame, si addi-
viene nel 1784 e la prammatica così recitava: “La pesca tanto per le paranze
che per i paranzelli debba incominciare, non più dal mese di ottobre, ma dal
dì di novembre di ciascun anno per trovarsi in tal tempo non solamente
schiuse le uova, ma di aver preso anche il pesce qualche forma e consistenza,
con finire la detta pesca il sabato santo dell’anno seguente”20.
L’intervento legislativo riguardava anche una normativa per la fattura ed
impiego delle reti, da intessere a maglie abbastanza larghe per limitare la cat-
tura ai soli esemplari maturi e lenire così gli effetti distruttivi del metodo di
pesca: “tanto le reti di cui fanno uso i paranzelli, quanto quelle delle paranze
debbono essere a maglia chiara, e della grandezza di un tarì della nostra mo-
neta, potendo da simil rete uscir buona parte del pesce minuto e seguitare a
crescere nel mare”21.
La promulgazione della prammatica era difficile da accettare dai pescato-
ri di Napoli, di Torre del Greco, così come dai pescatori piceni nell’Adriati-
co e da quelli di altre realtà marittime ormai definitivamente inserite nel
nuovo sistema di pesca e dunque fortemente penalizzate nell’esercizio del la-
voro sul mare. Di qui tutta una serie di suppliche e di ricorsi nell’intento di
sollecitare alcuni emendamenti alla legge. Nel Napoletano il problema era

18
Con il termine mazzara si indica un peso o zavorra, in genere una pietra che si attaccava
alle reti per farle affondare (da mazzerare, Dizionario etimologico italiano, alla voce).
19
L. Dorotea, Sommario storico dell’alieutica che si esercita nelle provincie meridionali e
della legislazione correlativa alla stessa, Napoli 1863, p. X.
20
Il testo della prammatica si legge in Dorotea, Sommario storico dell’alieutica cit., appen-
dice, pp. IX-X. Sulle attività di pesca nel mare partenopeo cfr. A. Baldi, Tradizioni e tecniche
di pesca nell’area puteolana, in L. Mazzacane, a cura, La cultura del mare nell’area flegrea, Ro-
ma Bari 1989, pp. 18-62; sulla pesca a strascico delle paranze nel Settecento e sui divieti par-
ticolarmente pp. 34-38.
21
Dorotea, Sommario storico dell’alieutica cit., p. X.
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148

stato rimesso all’esame del Tribunale dell’Ammiragliato con il risultato dap-


prima della conferma di proibizione della pesca coi paranzelli nel litorale del
golfo di Napoli, nei lidi delle isole, nonché in una serie di altre località della
costiera22. Solo nell’ottobre del 1792 “a cagione dell’alterazione de’ viveri
nell’anno corrente” viene presa in considerazione una deroga, consentendo
l’esercizio della pesca dalla punta del golfo di Salerno ad Agropoli e nella
marina di Gaeta fino al confine con i territori pontifici23, ma solo ed esclusi-
vamente per quell’anno. Per quanto riguarda l’Adriatico invece, sempre per
disposizione del Tribunale dell’Ammiragliato, la libertà di pesca era estesa a
tutte le “marine”: “siccome non è vietata la pesca de’ paranzelli per le mari-
ne del Regno nell’Adriatico dal Capo di S.a Maria fino al Capo di Viesti, così
opina parimenti potersi prolungare la stessa pesca da Viesti fino alle marine
Pontificie” e, ciò che più conta, “per sempre ed in tutt’i tempi dell’anno”
(11 settembre 1792)24.
Il decreto porta ad una definitiva risoluzione del problema per i pesca-
tori pugliesi, già da tempo interamente incardinati nella pesca detta “alla
gaetana”, ritenuta universalmente più redditizia e, a giudizio certamente
condivisibile di Biagio Salvemini, favorita nella sua diffusione anche da
quella pressione demografica che investe i decenni centrali del Settecen-
to, da annoverarsi come una delle concause al considerevole incremento
della domanda di pesce fresco che si accerta nella seconda metà del se-
colo25.
Per quanto riguarda la risposta in materia degli organi centrali dello Stato
della Chiesa, in continuità con le disposizioni già date per il Tirreno, anche
per l’Adriatico si era concretizzata con la promulgazione di una serie di edit-
ti proibitivi. Il divieto di pesca con le paranze nelle acque soggiacenti alla
giurisdizione della Santa Sede, limitato nel 1771 ancora al solo comparto tir-

22
Le località erano Torre, Castellammare, costa di Sorrento, Capri, Procida, Ischia, Gae-
ta, Mondragone, Castelvolturno, Foce di Patria, Monte di Cuma, Punta di Miseno, Baja, Poz-
zuoli e Napoli, Ivi, p. 9.
23
Il testo del nuovo provvedimento in Dorotea, Sommario storico dell’alieutica cit., ap-
pendice, pp. XXIII-XXIV.
24
Ivi, appendice, p. XXIX.
25
B. Salvemini, Comunità “separate” e trasformazioni strutturali. I pescatori pugliesi fra me-
tà Settecento e gli anni Trenta del Novecento, in “Melanges de l’Ecole française de Rome”, 1
(1985), p. 443; cfr. ora Id., Dalla “gaetana al motopesca. Pescatori pugliesi nella grande trasfor-
mazione, in Id., L’innovazione precaria. Spazi, mercati e società nel Mezzogiorno tra Sette e Ot-
tocento, Roma 1995, pp. 77-121. Per un quadro generale sulla pesca nel Settecento nel Mez-
zogiorno cfr. A. Di Vittorio, Marinai e barche da pesca nel Mezzogiorno del XVIII secolo, in La
pesca nel Mediterraneo occidentale cit., pp. 151-159, sulla pesca “alla gaetana” pp. 157-158.
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renico, due anni più tardi (23 luglio 1773) veniva esteso anche alle marine
adriatiche. Le decisioni del governo palesavano come al solito la volontà di
proteggere la fauna ittica, minacciata dall’impatto distruttivo sui bassi fonda-
li delle nuove reti, ritenute rovinose particolarmente per il novellame. Le
grandi reti della coccia, “raccogliendo infinita quantità di minuti pesci, senza
farli giungere alla loro naturale grossezza, e devastando insieme le ovaie nel
tempo della fetura, per la maggior facilità che hanno di radere più ampia-
mente il fondo del mare, vengono in conseguenza ad impedire la propaga-
zione di tal specie”26. Sempre la medesima era dunque la ragione fondamen-
tale per cui l’autorità centrale aveva deciso di estendere anche all’Adriatico
quelle “disposizioni bandimentali” già applicate in varie occasioni a prote-
zione della “spiaggia romana”, vale a dire della costa tirrenica pontificia, in
virtù della constatazione che “l’abuso di pescare con le paranze ogni giorno
più s’avanza”, specialmente a Pesaro, Senigallia, Portorecanati, Civitanova,
Porto Fermo, San Benedetto. Il divieto in verità non risultava assoluto e tas-
sativo, ma limitato ad alcuni periodi dell’anno. Si proibiva infatti di “pesca-
re di conserva ed a coppie ossia con rete unita a due barche dal giorno pri-
mo d’aprile fino al dì 15 settembre” e nel medesimo lasso di tempo si auto-
rizzava, in alternativa, la pesca a strascico con una barca sola, cioè “a tarta-
na”. L’inefficacia delle precedenti leggi limitative aveva dunque spinto le
autorità romane a porre in vigore in tutto lo stato senza eccezioni un nuovo
generale “Editto sopra la pesca” nell’ennesimo sforzo quantomeno di infor-
mare circa i danni al patrimonio ittico riconducibili a quella tecnica che si
stava allargando a macchia d’olio. Già l’editto promulgato dal cardinale
camerlengo Giulio Alberoni insisteva sui danni alla produzione ittica ricono-
sciuti all’uso di “ordegni” che “danneggiano le figliolanze e ova de’ pe-
sci”27, ma nonostante le reiterate notificazioni in materia, si continuava “a ri-
pescare con due barche tartane pescareccie unite, le quali pescando con una
sol rete congionta l’una all’altra tartana o barca, camminano con tanta velo-
cità che la rete toccando il fondo del mare e strascinandosi con molta vehe-
menza, viene a rompere l’ova de’ pesci e pregiudicare gli allevimini”28. A cin-
quant’anni di distanza si ripeteva ancora l’ennesimo perentorio richiamo ai
pescatori a desistere definitivamente dalla pratica piscatoria “di conserva o
a coppia” e di tornare ai sistemi tradizionali. Per rendere più efficace l’ap-

26
“Editto proibitivo della pesca a due o sia colle paranze nelle spiagge dell’Adriatico”
(1773) in ASFermo, Raccolta di bandi ed editti, riprodotto in Cavezzi, Marinangeli, Il secolo
XVIII cit. pp. 25-27.
27
ASRoma, Commissariato generale della R.C.A., Diversorum, vol. 6, c. 421, bando citato.
28
Cavezzi, Marinangeli, Il secolo XVIII cit. p. 25, editto del 23 luglio 1773.
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150

plicazione della legge, espediente anch’esso non nuovo, le sanzioni punitive


previste colpivano anche i vetturali e i pescivendoli, qualora scoperti colpe-
voli di aver acquistato e smerciato pesce catturato con i metodi illeciti. L’ap-
plicazione del bando anche sul litorale adriatico per ordine del Tesoriere ge-
nerale, politicamente motivato dalla volontà di frenare “l’avidità di alcuni
pescatori”, additati come colpevoli di “aver introdotto novellamente nelle
spiagge e nei porti del Mare Adriatico l’uso più volte riprovato di pescare
colle paranze, o simili barche unite ed a coppia” allo scopo di “fare in breve
tempo una copiosa preda”29 aveva però suscitato un vero e proprio allarme
soprattutto nei centri della costa picena, la cui popolazione risultava presso-
ché interamente coinvolta nell’impresa di pesca. Il clima di agitazione ben si
evince da una memoria sottoscritta dagli stessi pescatori, disperati per l’“in-
terdetto” lanciato contro le paranze, “le picciole barche che solamente pe-
scano accompagnate”, destinate ad una sicura rovina con l’entrata in vigore
dell’ordinanza del governo30. Il malcontento della comunità dei pescatori pi-
ceni era comprensibile; da tempo tutti si erano orientati per la totale sostitu-
zione dell’antico sistema di pesca che peraltro dava lavoro anche ad una mi-
riade di artigiani a terra e praticamente tutti si sarebbero trovati di colpo di-
soccupati perché “con quella industria si mantiene, chi di pescare, chi di
vendere, chi di comprare il pesce, chi di fabbricare, chi di riattare le paranze
e gli attrezzi che le forniscono”. D’altro canto la sospensione di quella pesca
avrebbe decurtato le casse dello stato di un considerevole cespite, cioè dei
“venti e più mila scudi” provenienti da “dazi e tributi”31. Con dovizia di par-
ticolari nella rimostranza si raccoglievano le osservazioni dei pescatori tese a
dimostrare che l’aratura dei fondali, prodotta dal traino della rete fatta da
due barche, non poteva assolutamente ritenersi dissimile da quella effettuata
con altri tipi di pesca a strascico. La propensione verso la pesca “a paranza”
era stata dettata principalmente, come si è detto, dall’aver verificato il mino-
re impegno economico nella messa a punto dell’impresa di pesca, che richie-
deva scafi ridotti e più agevolmente manovrabili. Il costo per l’allestimento
delle “picciole barchette” da usarsi in coppia, costruite con “sottili tavole
d’abete” e con una sola vela in dotazione si calcolava di gran lunga inferiore

29
Ivi.
30
Sulla relazione difensiva “I popoli aggiacenti al mare Adriatico da Tronto a Potenza e
della provincia. Osservazioni di fatto e di ragione sulla proibizione delle paranze a coppia
nell’istesso mare Adriatico” vd. Cavezzi, Marinangeli, Il secolo XVIII cit., pp. 27-38. La me-
moria è in ASFermo, ASCFe, Scrittura sulla proibizione delle paranze.
31
ASFermo, ASCFe, “I popoli aggiacenti al mare Adriatico da Tronto a Potenza e della
provincia”, relazione citata, punto 3. Alla petizione, indirizzata al tesoriere Pallotta, furono
allegate numerose memorie e attestazioni a difesa della pesca a coppia.
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rispetto all’investimento pecuniario necessario alla fattura e periodico ripri-


stino dei tartanoni che, a detta dei marinai di Porto San Giorgio, a confronto
erano da ritenersi “disutili e di evidente discapito”32. Le 24 unità operative
che costituivano la vecchia flottiglia peschereccia si erano progressivamente
ridotte a sole 6 in quanto “l’utile che si ricavava dalla pesca con dette barche
non era proporzionato e corrispondente all’importo del denaro necessario
per la costruzione e mantenimento delle medesime”. L’aumento dei prezzi
su alcuni generi (“canape, chiodaria, pegola, catrame”) avevano fatto salire il
costo unitario per l’allestimento di ogni singolo tartanone a 900 scudi e parti-
colarmente gravose venivano giudicate anche le spese di manutenzione di
scafo e attrezzature “massimamente in occasione di dover ritirare al lido in
tempo di tempesta, o poscia rimetterle in mare, trattandosi di luoghi maritti-
mi ove non esiste alcun canale”.
I pareri in merito alla pesca in coppia raccolti dalla viva voce di altri “pe-
riti del mare”, quali i gastaldi della fraglia di Sant’Andrea di Chioggia e i
portavoce delle comunità pugliesi di Trani e Monopoli, davano man forte al-
le dichiarazioni dei pescatori fermani. In piena sintonia con questi ultimi,
per spiegare che il nuovo metodo non era gran che dissimile dal precedente
nell’impatto sui fondali, precisavano che la rete del tartanone “è la medesi-
ma delle paranze … se non che il tartanone per essere macchina più grande
con due legni uno posto alla prora e l’altro alla poppa, camminando per tra-
verso tira colle corde affidate ai due legni i due capi della rete che striscia nel
fondo del mare”33.
A Chioggia, a detta dei rappresentanti della categoria dei pescatori, quel-
la tecnica, introdotta ed accettata da più di vent’anni, era stata applicata sia
con il servizio delle tartane grandi (circa 130), sia di altre barche denominate
bragozzi o tartanelle (circa 150)34. Le unità pescherecce denunciate dai ga-
staldi, in numero rilevante, solo parzialmente però sembrano corrispondere
ai dati restituiti dalle fonti. Una statistica relativa ai legni in attività tra il
1763 e il 1784 denuncia la presenza a Chioggia di tartane in numero oscillan-

32
Cavezzi, Marinangeli, Il secolo XVIII, cit., p. 32.
33
Ivi, p. 35. La marineria tradizionale romagnola denominava tale metodo “a spuntir”;
così lo descrive Augusto Graffagnini: “Consistette essenzialmente nel far rimorchiare la rete
da una barca che si poneva traversata al vento, cioè ad un angolo pressappoco retto rispetto
alla direzione dalla quale proveniva. I cavi di rimorchio delle reti, in questo sistema, venivano
calumati cioè fatti scorrere da due aste, denominate in dialetto ‘spuntir’… proiettate fuori
bordo l’una da prora e l’altra da poppa dell’imbarcazione che aveva provveduto nel frattem-
po, a levare il timone ed a collocarlo in coperta per eliminarne la resistenza”, Le barche roma-
gnole. Linee di una ricerca, Faenza 1975, p. 90.
34
Cavezzi, Marinangeli, Il secolo XVIII cit., pp. 35-36.
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152

te fra le 148 e le 158 unità e di bragozzi, che richiedevano all’epoca soli tre
uomini d’equipaggio, individuati in 52 unità nel 1763, 59 nel 1777 e ben 110
del 1779, con un raddoppio di questi piccoli natanti da pesca in soli due an-
ni35. Le dichiarazioni dei gastaldi chioggiotti erano anteriori a questa data,
ma in ogni caso giovano a dimostrare la straordinaria crescita numerica dei
legni di più modeste dimensioni che è certamente da imputarsi alla definitiva
affermazione su larga scala proprio della pesca “a coppia”. Il bragozzo infat-
ti risulta senza alcun dubbio la risposta dei maestri d’ascia alle esigenze della
marineria veneta per l’adeguamento di uno strumento di lavoro sulla falsari-
ga delle paranze che, sull’eco dei testimoniali raccolti a Trani e a Monopoli,
si confermerebbero, a conforto di quanto si è già detto, come un sistema di
cattura del pesce importato sulle coste pugliesi dall’Arcipelago. Le marinerie
della costa pontificia si erano mostrate inizialmente dubbiose e circospette
di fronte al nuovo, anzi a Rimini, a Pesaro e anche a Senigallia si era arrivati
addirittura a violenti gesti di ostracismo contro le infiltrazioni estere.
Prima della promulgazione del bando proibitivo, il tesoriere generale ave-
va sollecitato il presidente di Urbino a raccogliere i giudizi e le opinioni in
materia dalla viva voce degli interessati e ne era scaturito un dossier informa-
tivo proprio del risentimento dei pescatori, profondamente irritati dall’inva-
denza delle barche dei sudditi del Regno di Napoli nelle acque territoriali
dello Stato della Chiesa36. Il rapporto steso dal luogotenente di Senigallia de-
nunciava la presenza delle paranze del Tronto fino al mare di Ancona, speci-
ficando che se ne vedevano sia nel porto dorico come a Portorecanati ed in
altri centri pescherecci del Piceno, con forte disappunto dei pescatori autoc-
toni in quanto, a loro avviso, l’adeguamento a quella nuova tecnica avrebbe
apportato alla categoria un “notabile pregiudizio”. Dall’introduzione della
pesca “a coccia”, avrebbe potuto trarre un indubitabile giovamento la can-
tieristica locale, peraltro già ben affermata a Senigallia, dovendosi far fronte
alla prevedibile domanda di nuovi scafi idonei al traino della rete in coppia,
ma la parte preponderante della marineria rimane schierata a favore delle
decisioni del governo di proibirne l’adozione. La tenace presa di posizione
dei senigalliesi contro l’introduzione della “paranza” era dettata dalla con-
vinzione che quel tipo di pesca avrebbe comportato di sicuro una diminu-
zione di lavoro per quanti operavano nel settore, perché con la riduzione de-
gli equipaggi molti si sarebbero trovati “oziosi un tempo notabile” ed impos-
sibilitati a provvedere alle necessità delle loro numerose famiglie. La stessa
atmosfera di insofferenza e preoccupazione si registra anche fra i pescatori

35
Perini, Chioggia dal Settecento alla Restaurazione cit., p. 321.
36
ASPesaro, Legazione, Lettere da Roma, b. 71, Roma 11 novembre 1772.
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153

di Rimini, anch’essi indispettiti dalla presenza nel braccio di mare antistante


la città di equipaggi forestieri che si cimentavano nella pesca in coppia con
“certe barchette picciolissime chiamate baragozzi”. I più intraprendenti pe-
rò non tardano ad immettersi nella sperimentazione, peraltro approvata dal-
le stesse autorità periferiche. Una memoria dei consoli della città sollecitata
nel 1779 dal legato di Romagna, dà infatti ragguagli sull’attività piscatoria
dei baragozzi con toni di chiara soddisfazione:
Nel porto di Rimini in numero di ventuno sono i baragozzi, sei più grandi mon-
tati da sei uomini cadauno e quindici più piccoli con due uomini e un ragazzo
per ciascuno. Sono tutti questi più benemeriti alla città delle barche più grosse
per il quotidiano bisogno di essa, poiché giornalmente somministrano pesce alla
piazza e replicatamente ancora in un istesso giorno. Laddove le barche più gros-
se una sol volta al più al giorno mandano pesce alla piazza, e quelle anche più
grandi denominate tartanoni in fine soltanto della settimana trasmettono e porta-
no le di loro pescate in città37.

Il problema più impellente per i quadri dirigenti della città era quello di
assicurare l’approvvigionamento di pesce per la piazza locale, per cui le valu-
tazioni sugli eventuali danni ecologici apportati ai fondali, passano in secon-
d’ordine, fermo restando comunque l’intento di prevenirli con la pianifica-
zione di un calendario venatorio vigile al ricambio della fauna ittica per uno
sfruttamento più razionale del mare. L’istanza degli amministratori riminesi
al legato di Romagna auspicava infatti un fermo pesca stagionale e la liceità
di stendere reti trattorie solo oltre i “dieci passa d’acqua”, ovvero ad almeno
dieci miglia di distanza dalla costa. Il consenso anche sul litorale romagnolo
non era però unanime e, almeno in una prima fase, non mancano obiezioni e
riserve. In ottemperanza dei “pressantissimi ordini” dati dal legato di Roma-
gna cardinal Valenti Gonzaga, il governatore di Rimini, con una notificazio-
ne del 14 luglio 1783 giunge comunque a vietare categoricamente l’uso delle
coccie. Il testo dell’editto così esordiva: “Sono detestabili e da non permet-
tersi il modo e le reti che certe barchette estere denominate coccie usano nel
pescare in questo litorale, poiché radendo il fondo del mare, rovinano con
dette reti le uova de’ pesci ed estirpano la propagazione ed accrescimento de
pesci medesimi”38.

37
ASRimini, ASCR, AP 540, Informazioni, 1771-1781, cc. 193v-195r, lettera del cardinal
Valenti Gonzaga, legato di Romagna, 10 aprile 1779; la nota informativa dei consoli è datata
invece 15 aprile 1779; cfr. De Nicolò, Sull’attività cantieristica e portuale cit., pp. 39, 121 (no-
ta 61).
38
Ivi, AP 725, Porto e marinai, Copia manoscritta dell’editto.
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D’altro canto in altre parti dello stato si erano avute deroghe. Le istanze
dei pescatori piceni infatti erano state accolte benevolmente dalle autorità
superiori e, almeno in quel contesto, il divieto era venuto a cadere. Si avverte
insomma un clima di incertezza che tradisce anche una sorta di scollatura tra
l’autorità centrale e quella periferica imperniata sulla figura dei cardinali le-
gati ai quali spesso è demandata la soluzione dei problemi locali. Così men-
tre alle marinerie picene è concessa la libertà di pesca, in acque pesaresi il
presidente di Urbino cardinale Acquaviva ordina la pubblicazione del bando
proibitivo, rinnovato poi anche dal suo successore, cardinal Marcolini39.
Questo spiega anche l’atteggiamento protezionistico dei marittimi pesaresi.
Quando infatti nel 1779 sorprendono i pescatori del Porto di Fermo intenti
a sbarcare le loro pescate nel porto della loro città, nascono tafferugli e pio-
vono insulti contro gli intrusi. Ne consegue un carteggio fra il segretario di
stato, informato dell’accaduto, e il presidente d’Urbino messo poi al corren-
te che “per giusti motivi e per non togliere affatto la maniera di sussistere ad
alcune popolazioni e specialmente agli abitanti del Porto di Fermo, si cre-
dette espediente di sospendere l’osservanza in tutto il litorale dell’Adriatico,
il quale comeché più abbondante di pesci ha meno bisogno di un tal provve-
dimento”40.
Analoghi episodi erano successi anche a Senigallia, dove i pescatori, ignari
delle disposizioni vigenti che avevano decretato la sospensione del divieto di
pesca, per arginare l’emigrazione marittima dei pescatori pugliesi, avevano
perfino tentato di affondare due paranze di Bari che si erano portate a calare
le reti in quelle acque. Lo stesso console napoletano in Ancona, a corrente
delle abituali emigrazioni in Adriatico, nel dicembre dello stesso anno riferiva
che “i pescatori napoletani durante dei mesi interi si trasferiscono nelle acque
pontificie nel periodo in cui la pesca è proibita in quelle napoletane”41.
L’altalenante e a volte contradditorio comportamento governativo condu-
ce perciò ad una precaria, inefficace ed oltremodo ineguale applicazione del-
la legge con il risultato di situazioni paradossali di mala giustizia. Ne è un
esempio la sfortunata avventura di un parone di origine pesarese. Questi,
rimpatriato dopo nove anni di assenza, viene “indoverosamente carcerato”
sulla base di un divieto di pesca venuto a cessare. Il parone infatti, da anni
residente nel Regno di Napoli, più precisamente a Pescara, dove aveva eser-

39
M.L. De Nicolò, Marineria pesarese in Adriatico, in Storia di Pesaro, IV/1, Dalla devolu-
zione alla fine del Settecento, Venezia 2004.
40
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Pesaro, b. 79. Il segretario di stato al pre-
sidente di Urbino, Roma 20 gennaio 1779.
41
Romano, Napoli: dal Viceregno al regno cit., p. 157.
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155

citato il mestiere di “pescatore di paranze”, era stato contattato da un parce-


nevole perché ritornasse a praticare la pesca a coppia nella marineria pesare-
se. Si era deciso allora a rimpatriare con la famiglia al seguito ed aveva ripre-
so la sua attività di “parone di comando”42 nelle acque pontificie.
Reso edotto dell’esistenza del bando proibitivo ed accusato dagli ufficiali
del porto di Pesaro dell’utilizzo di strumenti di pesca illeciti, viene dapprima
incarcerato e la sua liberazione si ottiene solo dopo l’accertamento da parte
delle autorità periferiche dell’avvenuta sospensione dell’editto43.
La sorveglianza delle acque territoriali da parte delle magistrature dei
porti era dettata del resto anche dalla volontà di salvaguardare il lavoro dei
pescatori locali, per cui la presenza di barche forestiere faceva immediata-
mente scattare misure protezionistiche.
La presenza di flottiglie estere andava infatti a detrimento anche delle
tante famiglie di pescatori il cui sostentamento derivava in gran parte dalla
pesca costiera e per questo si richiedeva anche agli stessi pescatori indigeni
di denunciare tempestivamente alle autorità la comparsa delle barche deno-
minate coccie nelle acque territoriali. Si trattava insomma di un estremo ten-
tativo di difesa, vuoi dell’ambiente, vuoi degli interessi concomitanti di par-
cenevoli, paroni e pescatori che tuttavia non valeva a frenare l’inarrestabile
affermazione della pesca a strascico effettuata con due natanti.
Fra quanti si schierano contro la liberalizzazione della pesca a coppia si
contano anche personaggi di spicco, come il biologo Lazzaro Spallanzani
che porta alle stampe le sue osservazioni in merito proprio con l’intento di
scongiurarne almeno l’“abuso”44. Durante una delle sue campagne di studi
sulla fauna marina delle acque liguri, lo scienziato emiliano nei pressi di Por-
tovenere aveva avuto modo di vedere all’opera barche da lui chiamate le “bi-
lancelle”, cioè “due bastimenti corredati di un’ampia vela latina, posti a
qualche distanza l’uno di riscontro all’altro, ai quali mediante due grossi ca-
napi è affidata una rete di prodigiosa estensione, che arriva fino in fondo al
mare”. Spallanzani non usa mezzi termini nell’additare questa pesca a stra-
scico come assolutamente deprecabile: “Vidi che oltre ai pesci grandi o mez-
zani se ne prendeva una immensa quantità di minutissimi, che per non ser-

42
Nella pesca a coppia era il parone che dirigeva le operazioni di pesca; il capobarca della
seconda imbarcazione era denominato “sottoparone”.
43
Su queste vicende cfr. De Nicolò, Marineria pesarese in Adriatico cit.
44
Le osservazioni di Lazzaro Spallanzani (1729-1799) sono in Id., Viaggi alle due Sicilie e
in alcune parti dell’Appennino, vol. III, Pavia-Milano 1826, pp. 86-87, citato in C. Parona, La
pesca marittima in Liguria, in “Bollettino dei musei di zoologia e anatomia comparata della R.
Università di Genova”, 66, 1898, pp. 12-13; R. Cattaneo Vietti, a cura, La pesca in Liguria,
Sarzana 1985, p. 169.
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vire allo smercio, si gettavano in mare, ma già morti e mezzo logori, per la
fregagione sofferta attorno alla rete e toccai con mano il grave danno che ne
veniva alla pesca del pesce, mandandone a male tante migliaia di im-
maturi”45.
L’esistenza di una legislazione che proibiva questo “dannevolissimo eser-
cizio peschereccio”46, non dava però garanzie sufficienti, in quanto le autori-
tà locali, contravvenendo agli ordini superiori, spesso nei compartimenti sot-
toposti alla loro giurisdizione rilasciavano permessi di pesca in via ecceziona-
le, magari dietro compenso.
Contro la pesca a paranza si erano espressi anche alcuni economisti del
Napoletano, come Giuseppe Palmieri ad esempio, che lamentava, oltre alla
carenza di pescatori in molte località costiere del Regno (“non vi sono quasi
altri che i napoletani e i tarantini”), proprio i disastri ambientali riconducibi-
li a quel sistema di cattura: “I baresi che scorrono l’Adriatico pescando alla
vela, come fanno que’ di Gaeta nel Tirreno, non so se si possono chiamare
pescatori o devastatatori della pesca”47. Dello stesso parere si scopre anche
Giuseppe Maria Galanti, che attribuisce appunto alle paranze di Bari il de-
pauperamento delle risorse ittiche: “I baresi co’ loro ordigni rovinano la pe-
sca, per cui il pesce non si moltiplica” (1792)48. Una descrizione piuttosto in-
cisiva della pesca delle paranze pugliesi, agli inizi del XIX secolo, viene dalla
penna di Vitangelo Bisceglia:
Due barche, che hanno il fondo da 5 a 8 palmi, con larghezza competente, e cir-
ca 24 di lunghezza, provvedute di un albero facile a montarsi, d’un’antenna con
vela latina, talvolta con altre piccole vele laterali, ed un’altra più piccola a trin-
chetto con 4 remi ed un timone per ciascuna, partono dal porto, ed a poca di-
stanza spiegano a mare una gran rete di molte canne, i di cui capi si legano alle
poppe delle due barche, che le trascinano dietro di loro, muovendosi secondo la
direzione dei venti. Con quella gran rete prendono tutto ciò che incontrano pel
cammino facendo le veci di una scopa, che trasporta piccoli e grandi, devasta la
pesca ed attraversa la fetazione, massimamente nella primavera e nell’està49.

45
Ivi.
46
L’espressione è dello stesso Spallanzani.
47
G. Palmieri, Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al Regno di Napoli e altri
scritti. 1787-1792, a cura di A.M. Fusco, Bari Roma 1991, sulla pesca pp. 63-65. L’opera del
Palmieri, Riflessioni sulla pubblica felicità fu data alle stampe a Napoli nel 1787 e 1788.
48
G.M. Galanti, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, a cura di F. Assante e
D. Demarco, vol. II, Napoli 1969, p. 149.
49
Descrizione citata in V. Recchioni, La Statistica del Reame di Napoli del 1811. Relazione
sulla Puglia, Trani 1942, pp. 177-178, nota 1.
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157

C’è comunque anche chi cerca di controbattere alle teorie catastrofiche,


come Lucio Gallo Petrommi che in una lettera indirizzata ad un mercante di
pesce suo amico datata al maggio 1793 si porta a smantellare tutta una serie
di pregiudizi in merito alla falsa opinione che nel golfo di Napoli “le paranze
pregiudicano alla moltiplicazione dei pesci guastando le crie”, cioè i depositi
di uova. Dopo aver insistito sull’inconsistenza dell’idea che le uova si trovino
in cova nei fondali freddi e profondi, dando come condizione indispensabile
alla loro maturazione l’azione del sole, l’estensore della lettera continua asse-
rendo che non potendo il fondale del mare napoletano “somministrare né
luogo, né modo adattato alla deposizione ed allo sviluppo dell’uova, e alla
buona stanza e vita de’ pesci adulti, ne segue che la paranza non può guasta-
re la crie de’ pesci nel vostro golfo perché i pesci non vi depongono, né per
natura ed istinto loro vi possono deporre le uova, né per conseguenza può il
paranziere colle sue reti estrarle dal fondo del mare e diminuire la quantità
del pesce pescabile”. Secondo il Gallo Petrommi verrebbe a mancare nei
fondali profondi “il primo agente, cioè il calore, necessario allo sviluppo del-
l’uova”, e continua: “io son sicuro che questo vostro timore di guastar le crie
pescando a paranza nasce piuttosto da un volgar pregiudizio che dalla verità
e dal fatto; finisco con dirvi ch’è domma antico fra i naturalisti che i pesci
depongono le loro uova nelle critte e cavità degli scogli, e nei luoghi non
molto profondi, ma bene esposti al sole del mare” e conclude ribadendo che
il pesce “non nasce nel golfo, ma viene nel golfo per pascolare e finché nel-
l’ampio restante mare vi sarà pesce, sarà sempre pesce nel golfo e perciò la
paranza non guasta mai la crie, come non le guastano le vostre reti e le im-
mense vostre prede”50.
A confutare le certezze scientifiche del Gallo Petrommi, trent’anni più
tardi, si aggiunge però la dettagliata analisi “intorno la pesca colla così detta
cocchia” stesa da Fortunato Luigi Naccari in una lettera di risposta ai quesiti
postigli sull’argomento da Francesco Maria Grimani51. Naccari, ne depreca
l’introduzione nelle marinerie venete, attribuita ad un pescatore pesarese52 e
ne imputa la diffusione ad una sottovalutazione da parte della Serenissima

50
L. Gallo Petrommi, Della pesca a paranza e della generazione de’ pesci. Lettera al signore
Zeno Fonesi, s.l., 1793.
51
Naccari, Lettera intorno la pesca colla così detta cocchia cit.
52
“L’origine di questa [coccia] è recente, e puossi fissare l’epoca, in cui da un Pesarese,
che ne fu l’inventore, venne insegnata ai nostri pescatori Chioggiotti nell’anno 1790, e non
prima. Un nostro pescatore così detto Fanton, fu il primo che la mise in opera fra noi”, Ivi; in
realtà la fonte archivista ci attesta l’introduzione della tecnica alla metà del Settecento, come
peraltro rilevato già anche dall’indagine sulla pesca condotta negli anni ’70 del sec. XIX dal
Targioni Tozzetti.
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158

del “danno immenso, che avrebbe essa recato a qualunque genere di pesce
minuto” dal momento che, “come per diverse altre pesche dannose, così
precipuamente per questa, avrebbe usati i più giusti rigori, proibendola e
sradicandone per fin la memoria”. La moria del pesce immaturo era sotto gli
occhi di tutti, “in particolare modo da aprile fino ad agosto inclusivamente,
tempo nel quale questi pesci sono novelli, e tutti schiacciati”53, e lo sterminio
era dovuto alle coccie. Le previsioni sono a dir poco apocalittiche:
Basta il dire che non contandosi dal suo ritrovato fin qui altro che trentacinque
anni, i pescatori penano per qualche mese girando il golfo, senza che trovar po-
chissimo pesce. Che sarà dopo altri trentacinque anni? Tutti i pescatori stessi
convengono nell’asserire che sarà un giorno perita ogni semenza di pesce, se sus-
sisteranno ancor queste Coccie54.

Prosegue poi con la minuta descrizione della coccia, presentata come una
sorta di “pesca della Tartana, ma in grande”.
La Coccia come rete non è altro che la rete Tartana ridotta in grande. Il modo
poi di eseguir la pesca della Coccia è differente in questo [rispetto alla pesca “a
tartana”], che dove per tirar la rete Tartana basta una barca sola, per tirar la
Coccia vi vogliono due barche, poste in linea parallela fianco contro fianco alla
distanza di cento e più passi. Alla poppa di ognuna di queste due barche si assi-
cura un cavo di canape, ed uno di brula. Il primo sta di sopra, e a questo tratto
tratto vanno infilzati dei pezzi rotondi di sovero, o surro, chiamati Cortegae onde
tenerlo sempre a galla dell’acqua, al quale è attaccata l’estremità superiore del
Brazzo o ala della Coccia. Il secondo sta di sotto, e a questo sono attortigliati dei
pezzi di piombo, chiamati piombae, onde resti profondato nelle acque, e questo
è attaccato all’estremità inferiore dell’istesso brazzo o ala suddetta. Ognuno di
questi due brazzi è composto di due gran pezzi di rete: il primo che prossima-
mente è attaccato ai Cavi o Cai, è chiamato parè e questo è di maglie quadrate di
spago grosso, per ognuna delle quali potrebbe passare un tallero, ed è lungo pie-
di venticinque circa: largo poi cinque piedi. A questo vien dietro il secondo pez-
zo chiamato chiaroni, composto di spago ordinario a due cavi, e questo è lungo
otto piedi circa, e della circonferenza di piedi otto. Questo pezzo da rè è rotondo,
come rotondi sono gli altri due pezzi che seguono, ed è come la bocca di un
gran sacco entro di cui vassi ad ingolfare il pesce, che urtò nel parè e nei chiaroni.
Le maglie di questo e degli altri due pezzi, che verranno dopo, sono della gran-
dezza di un centesimo. Questo pezzo da rè poi, siccome la parte inferiore deve
strisciare con veemenza, e velocità sopra la terra sott’acqua, così nel semicircolo
inferiore è coperto e difeso da un’altra rete di trinella grossa, colla maglia larga

53
Ivi.
54
Ivi.
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159

come un tallero, questa serve per fortezza di esso. All’estremità inferiore del pez-
zo da rè è attaccata altra rete, fatta come quella di sopra, chiamata il sacco. Esso è
lungo dieci piedi, ha la circonferenza di piedi sei, ed è fatto di spago grosso.
Questo sacco è coperto tutto all’esterno circolarmente da un’altra rete di trinella
grossa, colla maglia larga come un tallero, anch’essa per fortezza, e difesa del Sac-
co stesso. All’estremità inferiore di questo sacco è attaccato il cogollo fatto di tri-
nella grossa, lungo piedi cinque e della circonferenza di piedi quattro. Il fondo
ossia l’ultima estremità di tal cogollo è chiamata bocca della coccia, la quale prima
della pesca viene chiusa e legata ben bene con una grossa trinella, e viene poi
aperta, terminata la pesca, onde possano uscire i pesci che si trovano in questo
ultimo pezzo della coccia, ossia in quel cogollo. Esso è attorniato da cerchi di le-
gno per sua fermezza, e talora a tali cerchi si aggiunge qualche lamina di ferro
per tener questa rete possibilmente approfondata. Attaccata così la rete, ossia la
coccia, alle due poppe delle due barche, come ho detto di sopra, s’alzano le vele e
quindi vanno fendendo il mare colla prora, e tirando la coccia contro la correntìa
del mare imprigionano nel cogollo senza riserva quel pesce tutto, che corre fra i
due brazzi di questa gran rete. Bisogna per altro notare ch’io parlai della coccia
delle barche così dette Tartane, ma devo aggiungere che tanto queste Tartane,
quanto le Brazzere, i Pieleghi ed i Bragozzi, barche tutte peschereccie, che a pro-
porzione degradano in grandezza delle Tartane, issavano per lo passato la rete
Tartana, ed ora, eccettuate le Brazzere che più non esistono, anche i Pieleghi ed i
Bragozzi usano della coccia, in cambio della rete Tartana55.

Alla luce delle informazioni raccolte la pesca a coppia, documentabile nel


corso del Settecento lungo quasi tutto il perimetro costiero peninsulare,
sembrerebbe tradire una matrice esterna ai mari italiani, ma non unica. L’in-
venzione e l’iniziale uso del sistema infatti non può essere attribuita ad una
sola marineria di una precisa area geografica, in quanto c’è materia per indi-
viduare l’esistenza di alcuni centri pionieri. Emergono insomma alcune com-
pagini pescherecce, senza apparente contatto fra loro, che fungono da cam-
po di osservazione sul mare provocando con reazione a catena la diffusione
della tecnica in tutto il Mediterraneo lungo due diverse direttrici. Una pri-
ma, attestata con il termine identificativo di art du boeuf 56 almeno dal secon-
do Seicento, parrebbe muoversi dai litorali catalani (dove se ne assimila an-
che la dizione arte de parejas del bou)57, alle isole Baleari, alle coste atlantiche

55
Ivi.
56
Duhamel du Monceau, Traité général des pesches, I, pp. 154-155: De la pêche au Gau-
gui, dite du bœuf.
57
R. Fernàndez Dìaz, C. Martìnez Shaw, El despliegue de los bous catalanes en el siglo
XVIII, in C. Martìnez Shaw, a cura, Historia moderna. Historia en construccion, Lérida 1999,
vol. I, pp. 61-75; R. Viruela, Difusiò de la pesca del bou en el litoral valencià (segle XVIII ì
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del Portogallo, alle marine della Provenza, per propagarsi poi nel mar Tirre-
no (pesca a bufala). Nelle acque tirreniche meridionali un importante polo di
irradiazione si individua invece nell’area campana soprattutto nella marine-
ria di Gaeta, l’importante centro peschereccio che non a caso veicola, forse
sempre dietro ispirazione francese, anche una originale e personalizzata ter-
minologia identificativa del sistema, detto appunto “alla gaetana”. La secon-
da direttrice invece, che si evidenzia prepotentemente solo alla metà del Set-
tecento, secondo la documentazione desunta dai testimoniali piceni, parte
dall’Arcipelago delle isole Ionie, tocca dapprima le coste pugliesi per risalire
poi tutto l’Adriatico.
La pesca “aux boeufs”, viene assimilata dalle marinerie provenzali ad imita-
zione dei pescatori catalani, che la importano sulle coste francesi verso il 1716
o 1718. In questi anni infatti se ne vorrebbe da taluno ricondurre l’invenzione
con la prima comparsa nel mare catalano fino alle isole Baleari e nel golfo di
Valenza58. L’ipotesi più attendibile, avanzata in una memoria del 1821, fareb-
be invece retrodatare la pratica della “pesca llamada de Parejas de Bou” al re-
gno di Giacomo I d’Aragona (XIII sec.)59. I pescatori dell’Albufera infatti,
che già si dedicavano alla pesca a strascico in laguna con una rete di piccole
dimensioni trainata da due barche accoppiate (parejas), avrebbero fin da que-
st’epoca tradotto la tecnica di cattura a strascico anche nel mare, potenziando
il sistema con barche più manovriere (proporcionadas al efecto), almeno ini-
zialmente di piccola stazza, con un equipaggio di 6 o 7 uomini al massimo60.
Con il debutto della pesca in mare aperto, dunque ben anteriormente al
XVIII secolo, iniziano verosimilmente anche gli attriti fra pescatori alturieri
e costieri, dediti questi ultimi a sistemi di cattura meno produttivi da un
punto di vista quantitativo e meno lesivi per l’ambiente.
Il salto innovativo attribuito alla diffusione nel corso del Settecento della
pesca “a paranza”61 quindi, sarebbe solo nel trasferimento delle barche della

XIX), “Cuadernos de Geografìa”, 53, 1993, pp. 145-165; M. Burgos Madroñero, La pesca de
parejas del bou y Malaga (siglos XVIII y XIX), “Isla de Arriaràn”, 8 (1996), pp. 45-63. Questi
contributi sono citati nel saggio di Carlos Martìnez Shaw, La pesca española en el siglo XVIII.
Una panoramica, in La pesca nel Mediterraneo occidentale cit., p. 47.
58
S. Berthelot, Etudes sur les pêches maritimes de la Méditerranée et l’Océan, Paris, 1868,
p. 297.
59
Observationes sobre la pesca llmada de Parejas de Bou, Valence 1866; Berthelot, Etudes
sur les pêches cit., p. 298.
60
Ivi.
61
La denominazione “a paranza” data dalle marinerie del medio e basso Adriatico alle
due barche che pescano assieme parrebbe di per sé tradire la trasformazione nel vernacolo
italiano della forma linguistica spagnola “pesca de parejas”.
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pesca a coppia dagli stagni e dalle lagune costiere alle acque d’altura. Dal
1720 risulta già adottata nei porti situati ad ovest di Marsiglia, dove, per la
presenza di una nutrita comunità dedita alle arti del mare, si impone nono-
stante i reclami dei molti pescatori risoluti a difendere e mantenere i vecchi
sistemi meno invasivi (pêcheurs des autres arts). La pesca in alto mare ancora
all’inizio del secolo veniva affrontata con la tecnica “a tartana” (“à la vache”
per i francesi) cioè con l’utilizzo di un’unica barca. La pesca effettuata con
due barche che navigavano di conserva invece dava maggiore forza al traino,
in quanto le barche appaiate, con vento in poppa, rompevano le acque di
prua provocando sul fondale una vera e propria aratura. Di qui le denomina-
zioni di pêche aux boeufs per le barche in coppia e di pêche à la vache per
quella fatta con una sola62, allusive alla maggiore potenza nei lavori agricoli
dell’aratro attaccato a due buoi rispetto alla stessa operazione eseguita con
l’ausilio di un solo animale. La configurazione sottomarina dell’ampia inse-
natura del golfo del Leone era delle più confacenti ad una fortunata speri-
mentazione delle reti a strascico. La natura uniforme del fondale, in massima
parte sabbioso e l’estensione stessa dell’area erano i migliori presupposti allo
sviluppo su larga scala lungo quei litorali della pesca con la tartana fatta in
coppia, “pêche à la tartane, aux boeufs”, detta anche “du grand art” per di-
stinguerla dalle pratiche di piccola pesca (“arts menus” o “petits arts”). I pe-
scatori di Martigues, una compagine marittima consistente anche dal punto
di vista demografico, con una trentina di barche a fondo piatto vi si dedica-
vano quasi tutto l’anno, ad esclusione dei mesi che correvano da aprile a giu-
gno, interdetti dal fermo pesca, per non disturbare la proliferazione e la cre-
scita del novellame, ma la conflittualità con quanti praticavano altri metodi
aveva obbligato le autorità cittadine a stabilire delle regole ben precise. Le
tartane erano tenute a prendere il largo mezz’ora prima dell’alba e a rientra-
re mezz’ora dopo il tramonto e dovevano iniziare le operazioni di pesca con
la calata delle reti solo una volta raggiunte acque con una profondità di 20
braccia e procedere poi con lo strascico facendo vela verso il largo. L’equi-
paggio di una tartana di consistente tonnellaggio poteva contare fino a 15
uomini, contro i 4 o 5 imbarcati sui battelli dediti alla piccola pesca. Due tar-
tane per la pesca a coppia potevano prendere ordinariamente in sei ore la
stessa quantità di pesce catturata da dieci battelli con reti e arnesi di deriva o
di fondo, quali parangali, sardellare, nasse ecc., per cui nei villaggi marittimi
più popolosi del golfo del Leone molti pescatori avevano abbandonato la

62
Anche la pesca eseguita con una sola tartana era stata più volte riconosciuta nociva e se
ne era permesso l’uso solo in particolari periodi, con ordinanze di divieto a più riprese per
evitare il depauperamento del mare francese.
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162

pratica delle “petits arts” allettati dai maggiori profitti ricavabili dalla pesca
d’altura63.
Le leggi che regolamentavano la pesca marittima, come si è visto anche
per altri contesti geografici, tendevano essenzialmente a salvaguardare la
produzione con la prevenzione degli abusi e la messa al bando delle pratiche
da reputarsi distruttive dei depositi di uova e dunque al ripopolamento delle
acque. La normativa generale sulla pesca posta in vigore sotto Luigi XIV nel
1681 fissava regole ben precise sia riguardo alla fattura di reti ed agli ordigni
di cattura, sia riguardo alla difesa dell’ambiente: “elle veillait à la conserva-
tion des frayères en empechant le dragage sur les fonds d’algues et d’herbes
marines”64. A dispetto dell’applicazione della legge, all’inizio del secolo suc-
cessivo nella sola Martigues si contavano però ben 80 tartane “a ganguy”,
ognuna con 20 uomini e nonostante i decreti aggiuntisi nel 1726 e 1727, nel
1731, 1744, 1754, 1767, 1779, 1786, 1790, 1797 a ribadire il divieto assoluto
della pesca a strascico (“pêche à la traine”), la pratica appare ormai fuori
controllo, indipendentemente dalle severe sanzioni previste per i contrav-
ventori. Lo stesso accade anche nelle acque spagnole. Le autorità di Valenza
avevano proibito la pesca a coppia già nel 1723 anno in cui erano all’opera
solo otto barche e nel 1726 un’altra ordinanza aveva fissato l’accesso alle ac-
que catalane ad un numero massimo a 15 o 16 coppie di barche. Nel 1765 il
governo di Madrid era arrivato alla risoluzione di autorizzare la pesca nel
golfo di Valenza a dodici coppie (douze parejas), in aggiunta a quelle mante-
nute in esercizio per l’approvvigionamento della corte, per le tavole degli
ambasciatori di Francia e di Napoli, e per il conte d’Aranda. Nel 1766 si de-
cide addirittura per una liberalizzazione della pesca, forse anche per le con-
crete difficoltà insite in quella pratica: “comme les premiers essais dans les
eaux du golfe, avec des barques d’un faible tonnage avaient occasionné plu-
sieurs sinistres, à cause du gros temps qui règne dans ces parages en autom-
ne et en hiver, on employa alors des barques de quinze à vingt-cinq ton-
neaux”65. Nel 1786 si documenta la presenza nei distretti marittimi di Grao,
Canamelar e Cabanal di 62 barche per la pesca in coppia e 466 utilizzate per

63
Berthelot, Etudes sur les pêches cit., p. 292. Sulla pesca in Provenza nel Settecento cfr.
F. Pomponi, La pêche maritime en Provence au XVIIIème siècle: vue synoptique, in La pesca
nel Mediterraneo occidentale cit., pp. 61-85: sulla pesca a coppia pp. 80-81.
64
“Ordonnance pour la marine marchande, sous Luois XIV, aout 1681”: “Dèfendons à
toutes personnes de faire la pêche du poisson avec filets à drague, sous peine de confiscation
de bateaux, filets et poissons, et de cent livres d’amende contre le maître ou patron, et icelui
déclaré déchu de sa maîtrise pour l’avenir … et en cas de récidive puni de trois ans de galè-
res.”, Berthelot, Etudes sur le pêches cit., pp. 279-280.
65
Ivi, pp. 299-301.
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la piccola pesca. Negli anni a seguire, il problema del depauperamento del


mare, bilanciato dalla necessità degli approvvigionamenti, specie nei periodi
di carestia, induce gli organi di governo ad una altalenante sequenza di di-
vieti e concessioni che si mantiene fino ad Ottocento inoltrato66.
In conclusione riguardo alla pesca con i “bateaux-boeufs” se ne accerta la
pratica con grande intensità soprattutto tra Sette e Ottocento, mentre rima-
ne ancora irrisolto il problema delle sue origini. Immagini dipinte da artisti
del medioevo, raffiguranti scene di pesca in cui si evidenzia l’utilizzo di bar-
che accoppiate in atto di trascinare la rete, sono state poste all’attenzione de-
gli studiosi da Jean Claude Hocquet. Questo il suo commento: “La rapré-
sentation est maladroite. Le filet trainant est de type maillant. Le gangui avec
sa poche centrale aurait davantange figuré le chalut moderne”67.

27

66
Ivi, pp. 301-306.
67
Hocquet, Poisson du riche et hareng du commun cit., p.73, fig. 12; sulla pesca “aux
bœufs” particolarmente pp. 69-70. Il Glossaire nautique de la langue d’oc s.v. bouf, bovia,
bœuf, biòu, buou segnala un documento del 1477, tratto dal Du Cange che tuttavia potrebbe
non essere riferibile alla tecnica di pesca in oggetto: “Pericolosum multum est in persona et
bovia piscari inibi arte ipsa de corre”.
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164

28
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Capitolo 6

La pesca “a pelago”

Tra le tecniche di pesca quella a “pelago era senz’altro una delle più redditi-
zie, anche se, indubbiamente, molto impegnativa e faticosa. Negli Statuti del-
la dogana di Ancona del secolo XV si rintraccia un esplicito richiamo a tale
tecnica (Datium piscarie et vendentibus pissces pelagenses, rub. LXXXV)1: si
permette ai pescatori di Sirolo di provvedersi della minutaglia di pesce fre-
sco (pissces recentes) “pro esca piscium pellagensium”, cioè da utilizzare co-
me esca da agganciare agli ami delle innumerevoli cordicelle, fissate ad inter-
valli regolari ad una fune lunghissima e fornite di appositi galleggianti che ne
segnalavano la posizione in mare per garantirne il facile recupero. Questo si-
stema di pesca d’altura, chiamato appunto pesca a pèlago, consentiva la cat-
tura, “a mezzo mare”, di specie ittiche più pregiate, come razze, tomazzi e
mazzole (ragiae, tomacii e mocidae) e commercialmente più remunerative2.
Tra XV e XVI secolo, l’esercizio della pesca alturiera con il “pèlago” si
documenta un po’ ovunque, a Cesenatico3, a Rimini, a Pesaro4, a Senigallia5

1
Per la normativa statutaria marittima di Ancona vd. Ciaviarini, Statuti anconetani del
mare, del terzenale e della dogana cit.
2
Nella normativa statutaria della città dorica, oltre a questa laboriosa tecnica alturiera,
vengono ricordate altre due tipologie di pesca, esercitate quasi certamente solo in prossimità
della costa, con “barca piscaritia tractoria” e con “barca piscaritia a tribus hominibus”. Sul-
l’argomento vd. De Nicolò, Attività marittime a Pesaro nel Quattrocento, cit., p. 30.
3
ASCesena, ASCCe, 413, Porto Cesenatico e sua giurisdizione, 1476-1580, 31 luglio 1560:
“in un medesimo tempo arrivò una barca del pelago con ragge e altro pesce” citato da Tur-
chini, Porto Cesenatico cit., p. 608, nota 96.
4
De Nicolò, Dal bragozzo alla tartana cit., p. 21, nota 41.
5
ASPesaro, Legazione, Lettere dalle comunità, Senigallia, b. 31, 17 dicembre 1660: “Quel-
la barca che andò verso la Schiavonia a pescar pesci grossi è finalmente tornata questa matti-
na – scrive il luogotenente della comunità – e benché gli uomini dicano di non aver avuto
commercio con altri da quelle bande, ma di essersi trattenuti in uno scoglio disabitato, con
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166

così come ad Ancona ed a Civitanova6.


Una serie di testimoniali, denominati costituti sanitari, rilasciati nel 1785 e
nel 1787 dagli equipaggi dei tartanoni riminesi offre la possibilità di seguire i
movimenti delle 10 unità della flottiglia peschereccia di Rimini che pratica-
vano in quegli anni la pesca “a pèlago”, consentendo di saperne di più su
tempi e luoghi di pesca. Una nitida immagine del lavoro di queste barche al-
turiere si ricava da una descrizione del 1786:
Molte sono le barche riminesi e da pesca e da carico, ma anche quelle del primo
genere sono varie come in grandezza, così in forza per resistere alle burrasche.
Le maggiori e le più forti si chiamano tartanoni, l’ordinario corso dei quali è di
tragittare per largo l’Adriatico e di pescare lungo la costa orientale. Di questi ne
abbiamo 10 ed ognuno porta comunemente quindici marinaj7.

I costituti sanitari del 1787 però restituiscono dettagli inaspettati, infor-


mando sulla data e l’orario di partenza delle flottiglie, sui tempi impiegati
per raggiungere le zone di pesca, sulle condizioni meteorologiche e fornendo
ragguagli persino sulle varie fasi del lavoro, dalla gittata della rete “tartana”
per la presa delle esche ai ritmi delle successive operazioni, al numero delle
calate del “pèlago”, fino agli spostamenti per il rientro8. Per quanto concer-

tutto ciò è stata sequestrata nel luogo solito e se le farà fare la contumacia”. Il dispaccio infor-
ma sulle consuete misure sanitarie che in ogni località marittima venivano adottate ogni qual
volta si ventilavano quei sospetti di epidemie contagiose che trovavano focolai preferenziali
proprio nei porti della costa dalmata. Un altro esempio si documenta nel 1739, in un ordine
governativo impartito “alli due soli pelaghi che qua sono di non accostarsi alle spiagge oppo-
ste e sospette dove ordinariamente sogliono fare le loro pesche” (Ivi, b. 106).
6
Nella rubrica de pescatoribus (lib. IV, 42) degli statuti di Civitanova Marche il riferimen-
to a specie ittiche quali rage e tomaci tradisce infatti la pratica di questa tecnica di pesca, Sta-
tuta inclitae terrae Civitanovae, Ancona 1567. In questa località per la pratica della pesca
“cum rete tractoria” nel litorale di giurisdizione comunitativa veniva rilasciata dalle magistra-
ture cittadine una periodica autorizzazione, una sorta di licenza di pesca, sulla falsariga di
quanto avveniva, per esempio, a Rimini (Capitoli della pesca, maggio 1568).
7
G. Vannucci, Discorso istorico-filosofico sopra il tremuoto, Cesena 1787, p. 77. Attorno al
1765 il tartanone da pesca superava in stazza i mercantili (“barche da viaggio”). Nei dibattiti
circa gli interventi in programmazione per migliorare la ricettività del porto di Rimini, a pro-
posito dell’imboccatura del canale annotava Giovanni Bianchi (Jano Planco): “Quando il
porto avrà buona la bocca, come l’avea venticinque anni sono, non sarà solamente un porto
capace per le barche pescarecce, ma ammetterà anche marciliane grosse, come faceva allora”;
e proseguiva: “dove entrano barche pescarecce, le quali non sono tanto piccole, specialmente
quelle chiamate tartanoni, entrano più facilmente barche da viaggio che sono più piccole”:
Memoria sopra il porto di Rimino compilata dal signor Serafino Calindri con note del sig. Marco
Chillenio, Pesaro 1765, p. 21.
8
ASRimini, ASCR, AP 74, Costituti sanitari, 1787.
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167

ne gli spostamenti lavorativi dei “tartanonanti”, per l’anno 1787 si registrano


75 campagne di pesca, concentrate nel periodo che va dal 30 gennaio al 6
aprile. Gli spazi d’acque maggiormente frequentati dai pescherecci riminesi
risultano quelli del golfo del Quarnaro, dall’isola di Sansego alle Isole Gros-
se, a Veruda, Premuda, Unìa, Lussino. Le campagne di pesca mediamente
duravano una settimana, ma la permanenza in mare poteva protrarsi quan-
do, per le avverse condizioni meteorogiche, non era possibile guadagnare la
riva. L’impresa di pesca si giovava dell’impiego di due imbarcazioni che na-
vigavano in convoglio (di conserva) lungo abitudinarie rotte d’altura. Una
volta tirate a bordo le reti e raccolto anche il pesce catturato con il pelago,
mentre la barca principale rimaneva in alto mare per proseguire nel lavoro
con altre calate, sulla seconda barca gemella si programmava il trasporto di
tutto il pescato verso il porto in cui era in attesa il parcenevole per procedere
immediatamente alla vendita. Questa organizzazione, oltre ad evitare il dete-
rioramento del pesce e consentire un più rapido avvio della commercializza-
zione del prodotto, dava la possibilità al tartanone principale di proseguire
nelle operazioni di cattura senza soluzione di continuità per tutta la durata
della campagna di pesca.
Ecco qui a seguito, a titolo di esempio, come si svolge la campagna di pe-
sca del tartanone condotto da paron Silvestro Bianchini e dal suo equipaggio,
composto complessivamente da 12 marinai più due ragazzi. Il peschereccio
lascia il porto di Rimini nel tardo pomeriggio di giovedì 15 febbraio 1787, al
tramonto, la navigazione procede con vento in poppa per tutta la notte in di-
rezione delle acque antistanti l’isola di Sansego dove, due ore prima dell’al-
ba, si dà il via alle prime operazioni di pesca con la tesa della rete tartana per
il recupero delle esche. Nella mattinata del venerdì si volge la prua “alla via
di Premuda” dove viene incrociato il tartanone dei fratelli Bianchini, “la no-
stra conserva” come specifica paron Silvestro nella sua testimonianza, e per
tutto il giorno si procede con la pesca calando e salpando ripetutamente il
“pelago”. Dalla messa a punto di tutta la strumentazione fino all’ultimo re-
cupero trascorrono 24 ore di lavoro ininterrotto. Per le intere giornate di sa-
bato, domenica e lunedì gli equipaggi di entrambe le barche rimangono im-
pegnati in altri ripetuti e continuativi turni di lavoro per procedere poi ad
imbarcare tutto il pescato sul tartanone “conserva” che salpa l’ancora e si al-
lontana velocemente con tutto il carico in direzione del porto di Rimini. Il
peschereccio di paron Stefano rimane al largo a pescare per altri due giorni
e solo al termine della pesca del mercoledì si predispone per far vela verso
terra.
Nel caso appena citato le ottimali condizioni meteorologiche danno mo-
do ai pescatori di mantenere ritmi di lavoro intensi e di sfruttare appieno
l’intera permanenza in mare in quanto tutti i membri dell’equipaggio si con-
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centrano nelle mansioni di pesca. Nonostante l’abilità e la costanza dei pe-


scatori non sempre però si riesce a lavorare così proficuamente e con regola-
rità, perché in mare, certamente più che sulla terraferma, sono i fenomeni
meteorologici a scandire i ritmi di lavoro e a stabilire i tempi della pesca. L’e-
quipaggio del tartanone condotto da Antonio Salardi, sorpreso da un repen-
tino cambiamento del tempo mentre pescava alla distanza di 30 miglia dalla
costa (“alla via di Pesaro”), rimane bloccato in alto mare per ben quattro
giorni senza poter effettuare nessun tentativo di pesca: “Essendoci sopra-
giunto il furiano e la fortuna – spiega il Salardi nel suo testimoniale – ci con-
venne stare sorti per sino la domenica sera senza poter travagliare”. Quando
si alzava l’impetuoso vento di tramontana, il “furiano” appunto, per scon-
giurare danni ben più gravi di una mancata campagna di pesca, quali il dan-
neggiamento delle attrezzature di coperta o addirittura il naufragio, era in-
fatti consigliabile ammainare le vele ed attendere che la tempesta si affievo-
lisse prima di riprendere il governo dello scafo. I tartanoni, bastimenti di
stazza considerevole che si muovevano però solo in virtù di una buona spin-
ta eolica, anche in caso di “bonaccia”, cioè in completa assenza di vento,
potevano rimanere bloccati in mare aperto. È quanto accade tra il 2 e il 3
marzo 1787 ai tartanoni dei paroni Gaetano Bianchini, Vincenzo Balena e
Battista Puiotti, obbligati a rallentare tutte le operazioni di pesca “stante la
bonaccia” che preclude il traino della rete tartana per la presa delle esche.
Nelle testimonianze rilasciate dai conduttori dei navigli per spiegare improv-
visati cambiamenti di rotta o le manovre effettuate per fronteggiare venti
contrari e mare in tempesta, il ricorso ad espressioni tipiche del loro gergo
quali “ordine contrario”, “stravento”, “strasorno”, “mare in sconcerto” è
una costante così come il loro comportamento abituale, che risulta quasi
sempre quello di cercar rifugio in un’insenatura o nel porto più vicino in at-
tesa che il tempo volga al meglio9. Il tartanone del paron Vincenzo Balena,
partito il 5 marzo, riesce a ritornare in porto solo il 21, perché due giorni do-
po la partenza, mercoledì 7, il peggioramento del tempo, “essendo furiano”
e il mare molto agitato, induce ad un veloce cambiamento di rotta per cerca-
re un ricovero di fortuna nell’isola di Premuda dove, per la persistenza delle
cattive condizioni del mare, la barca rimane ferma per 6 lunghi giorni. A

9
Approdare nei porti dalmati, quando c’erano riscontri o avvisaglie di peste, poteva com-
portare il rischio di contrarre la malattia e di veicolare il morbo in altre località portuali e per
questo motivo vigevano leggi sanitarie severissime che prevedevano da parte delle autorità
cittadine attenti controlli su tutti i movimenti di uomini e merci provenienti dai luoghi so-
spetti. I costituti sanitari servivano appunto per verificare se fosse avvenuto o meno l’eventua-
le contatto degli equipaggi con le località già contaminate. Sull’argomento vd. S. Anselmi, P.
Sorcinelli, Epidemie e rivalità commerciali nelle piazze marittime marchigiane (secoli XVI-
XIX), estr. da “Economia e storia”, 1977, fasc. 3, pp. 293-310.
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169

questa sosta forzata in completa inoperosità, quando finalmente il tempo si


rimette al buono, vanno poi ad aggiungersi altri due giorni spesi “in giro per
il mare” alla ricerca del “pelago”, che evidentemente era stato abbandonato
nella fretta di sfuggire alla furia degli elementi.
In problemi di questo genere, è costretto a disimpegnarsi anche paron
Giuseppe Luzi che rilascia la sua testimonianza di fronte alle magistrature
del porto di Rimini in data 21 marzo. Sciolti gli ormeggi, la domenica dopo
mezzogiorno – racconta il Luzi – “per sino a tutto mercoledì andammo sem-
pre in giro alla via d’Ancona su e giù senza potersi slargare mediante il siroc-
co”, per riuscire dopo molti tentativi andati a vuoto, sempre procedendo
verso est, “alla via d’Ancona”, a calare finalmente la tartana “a mezzo mare”
per la presa necessaria alla preparazione del pèlago che i pescatori riescono a
calare in mare solo il giorno dopo. Il prosieguo della pesca avviene “più a
largo” e, “passato Loreto”, avviene l’incontro con il tartanone “conserva” e
la conseguente consegna del pesce già catturato. Il tartanone prosegue poi
con altre calate “alla via di Mezzo Porto, 20 miglia dalla riva di Schiavonia”,
ma per tutta la giornata del lunedì, per la sopravvenuta bonaccia, la barca ri-
mane vagante e inoperosa “in giro per il mare”.
Puntuali ed efficaci ragguagli su questa tecnica di pesca, definita come ti-
pica delle coste dello Stato della Chiesa, si ricavano dagli scritti di Henri
Louis Duhamel du Monceau:
Nel Mediterraneo e particolarmente lungo le coste italiane si svolge con le tarta-
ne una pesca piuttosto consistente, un po’ diversa rispetto ad altre tecniche simi-
lari rilevate altrove e che viene chiamata Piélago. La strumentazione è data da
una lunga fune chiamata Parasina. Si tratta di un palangre o corda grossa arric-
chita da altre cordicelle e da ami. Si comincia a gettarla in mare quando ci si è al-
lontanati dalla costa almeno 30 braccia. Essa si stende fino a 20 miglia in mare e
può trattenere da dieci a dodicimila ami. Dapprima si butta a mare una pietra di
lenza di fondo legata al capo della fune che si deve calare. Si attaccano di tanto
in tanto dei segnali di sughero in cui vengono conficcate delle asticelle di legno
piuttosto lunghe per impedire alla corda di inabissarsi. Mentre si va stendendo la
fune in acqua la tartana si sposta lentamente assecondando il vento e le correnti.
Si lascia la parasina qualche ora in mare poi si comincia a recuperarla. L’enorme
lunghezza di questa corda fa sì che occorrano almeno 24 ore per stenderla in ac-
qua e poi per raccoglierla. I pescatori con questa fune prendono una gran quan-
tità di razze, di pescicani e altre specie di pesce di cui qualche esemplare che rag-
giunge il peso di più di mille libbre. Per caricarli a bordo vengono arpionati con
un uncino di ferro fissato in cima ad un bastone ed abbattuti nel mentre si trag-
gono fuori dall’acqua, come si vede fare nella pesca dello storione10.

10
Duhamel du Monceau, Traité général des pesches cit., p. 73. La traduzione è nostra.
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170

Un’ulteriore e dettagliata descrizione dello svolgimento della pesca deno-


minata “Pielago o Parangale” è contenuta anche in una relazione sul com-
partimento marittimo di Rimini, che si estendeva da Senigallia (esclusa) fino
alla foce del Po di Goro, redatta nel 1869 per sollecitazione del Ministero di
Agricoltura Industria e Commercio e del Ministero della marina11, dove si pas-
sa poi a spiegare il lavoro dei pescatori12.
A Chioggia la barca tartana, adibita per la pesca da effettuarsi con gli ami,
veniva chiamata “barca da pièlego” e i pescatori veneti la mettevano in prati-
ca durante tutto l’anno, utilizzando esca lustra, cioè pezzi di sardine, sardòni,
scàrdole o anguèlle e prediligendo per la gittata del “pèlago” le zone di mare
antistanti la costa romagnola o quelle in prossimità del golfo di Trieste13. A
metà degli anni ottanta del Settecento parrebbe però evidenziarsi una fles-
sione nell’utilizzo di questa tecnica da parte dei pescatori della città laguna-
re. La rilevazione statistica dei pescherecci chioggiotti adibiti al “pièlego” at-
tivi negli anni 1777, 1779, 1782 e 1784, mostra infatti un certo decremento:
dai 32 pieleghi grossi, capaci di 8 uomini di equipaggio del 1777, si passa ai
20 censiti nel 1779 e 1782 e ai 18 del 1784; i pieleghi piccoli invece, con
equipaggi di soli 4 uomini, si attestano in quegli stessi anni sulle 8-10 unità14.

11
A. Targioni Tozzetti, La pesca in Italia cit., vol. I, p. II, pp. 174-175: “è di molto profitto
per chi lo esercita nei mesi estivi, ma richiede grande prudenza, capacità e fatica per parte del
pescatore, imperocché mancando di queste qualità va egli incontro a sicuri danni accompa-
gnati talvolta a pericoli di vita. L’attuale modo di pescare a pielago consiste d’un merlino, os-
sia funicella, detta pielego o anche parangale, di eccellente qualità, della lunghezza di metri 16
a 17 mila, e sopra lo stesso merlino alla distanza di metri 3 vi si legano le così dette prume,
ossia cordicelle più sottili della prima della lunghezza di centimetri 80, ed all’estremità delle
quali sta attaccato l’amo, ove si pone l’esca”. Sulla pesca “a pelago” vd. anche De Nicolò, Ri-
cerche sulle tecniche piscatorie cit., pp. 338-340; Ead., Note sull’attività cantieristica e portuale
cit., p. 39; Turchini, Reti da pesca e tecniche pescatorie cit., p.73; Peluso, La pesca tradizionale
cit., p. 134.
12
A. Targioni Tozzetti, La pesca in Italia, Genova 1872, vol. I, p. II, p. 175: “Così prepara-
to il parangale lo si getta in mare verso poppa, e la barca prende quel cammino che meglio
possa convenire a norma del vento che spira, e ad ogni metri 3500 di gettito del medesimo
merlino, a questo si unisce un gavitello di sughero con sovraposta asta con banderuola per la
facile riconoscenza nel caso di rottura del parangale stesso. Non appena sia stato filato il ripe-
tuto parangale si cerca di salparlo, raccogliendo allora quel pesce che trovasi preso agli ami”.
Sulle operazioni della pesca “a pèlago” desunte dalla tradizione vd. A. Reciputi, I racconti del
mare, Pesaro 1959, pp. 34-35; Graffagnini, Le barche romagnole cit., pp. 88-89; E. Galluzzi, I
muré, Rimini 1980, pp. 71-72.
13
Marella, Annotazioni pescherecce cit., pp. 166-167.
14
Perini, Chioggia dal Settecento alla Restaurazione cit., p. 321. Per quanto concerne la
statistica del 1777 le 32 unità censite verosimilmente sono comprensive anche dei “pieleghi
piccoli” che non figurano nel quadro.
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171

Il tartanone da pesca riminese, dotato di un equipaggio numeroso (14-15 uo-


mini) che lo fa figurare quasi una piccola impresa di lavoro, costituisce il
modello delle grosse imbarcazioni presenti nei porti di Pesaro, Senigallia e
Ancona utilizzate per la pesca “a pèlago”. Già nel Seicento le tartane grandi
di Rimini e di Chioggia, che i documenti ufficiali attorno al 1670 nominano
“tartanoni”, esibivano sulla vela appositi contrassegni e colorazioni allo sco-
po di facilitare, con il riconoscimento immediato della barca e della rispetti-
va appartenenza, i contatti durante le fasi operative della pesca fra le due
barche gemelle che pescavano “di conserva” al largo e al contempo di an-
nunciare al parcenevole, con un buon margine d’anticipo, il ritorno in porto
ormai prossimo, dandone avvisaglia quando la sagoma della barca con il suo
personale stendardo colorato compariva sull’orizzonte15. Nel corso del Sette-
cento è comunque il tartanone riminese che finisce per primeggiare nella
pratica della pesca alturiera16, nonostante i periodici freni alla navigazione
imposti dalle disposizioni di sanità marittima quando si ventilava la presenza
di epidemie nelle località dalmate, particolarmente esposte al contagio per il
continuo andirivieni di navigli provenienti dal Levante diretti a Venezia. La
meticolosa sorveglianza dell’autorità marittima nei confronti dei pescatori
impegnati nelle pratiche d’altura era dettata dalla necessità di individuare
per tempo l’eventualità di possibili pericolosi contatti avvenuti con gente e
luoghi infetti e scongiurare così il rischio di una trasmissione del morbo. Per
ovviare in qualche modo il fermo pesca totale e consentire la libera uscita dei
tartanoni anche in periodi particolarmente critici, da parte delle autorità sa-
nitarie era stata imposta la presenza a bordo del peschereccio di un “guar-
diano di sanità dell’arte della marinareccia” detto anche “sopraccarico”, che
doveva vigilare ed impedire che l’equipaggio praticasse “ogni commercio
colla Dalmazia e sue Isole Grosse, quelle del Quarner, dell’Albania Veneta,
Cattaro, Castelnuovo, Budua, Curzola e stato di Ragusi”.

15
ASVenezia, Senato, Dispacci dei Rettori, Chioggia e Dogado, filza 16, alla data 24 agosto
1672, vd. oltre al classico lavoro di A.P. Ninni, Araldica piscatoria, Venezia, 1890, vd. M.L.
De Nicolò, Paure e pericoli del mare nelle acque costiere tra Marche e Romagna nei secoli XVI-
XVII, in S.Anselmi, a cura, Pirati e corsari in Adriatico, Cinisello Balsamo 1998, p. 116.
16
Nel 1756 vi erano 12 esemplari, 9 nel 1767, 1769 e 1792, De Nicolò, Note sull’attività
cantieristica cit., p. 39.
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III.

Le comunità dei pescatori vaganti.


Risorse, emigrazioni, conflitti
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29
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Premessa

Nella storia della pesca, per l’età moderna, emergono con particolare fre-
quenza problematiche inerenti sia lo sfruttamento delle risorse ittiche locali
con tecniche di cattura sperimentate e ben radicate nella pratica lavorativa
tradizionale, sia la consuetudine di una pesca itinerante con migrazioni sta-
gionali in gruppo di lavoratori del mare spinti da un luogo all’altro all’inse-
guimento dei banchi di pesce in movimento e alla ricerca di più fruttifere zo-
ne di pesca1. Con l’individuazione delle risorse marine, solo apparentemente
di facile acquisizione, intervengono però nel corso del tempo vari fattori di
disturbo, di carattere geografico, economico, giuridico, politico, sociale che
appaiono quasi una costante. Il fenomeno, non ancora studiato per i secoli
dell’età moderna, è stato in qualche modo rilevato per il passato più recente,
soprattutto nella messa a fuoco delle “rivalità” e dei “conflitti” di lavoro fra
le marinerie. Come osserva Marco Armiero, su una stessa risorsa ambientale
“insistono diversi soggetti sociali, che attingono ad essa con tecniche, finali-
tà, filosofie differenti”2. Per l’uso di quella risorsa nasce un conflitto “tra in-
teressi economici antagonisti, tra gruppi sociali contrapposti, ma anche con-

1
Sull’emigrazione temporanea del primo Novecento dei pescatori dell’Adriatico si veda-
no gli studi di D. Levi Morenos, L’emigrazione peschereccia pel lavoro nell’Adriatico, in “Re-
gio comitato talassografico italiano”, Memoria XXXII, Venezia 1916 e di A. Mori, Note sulla
pesca a Zara e Làgosta e sull’emigrazione peschereccia nell’Adriatico, in “Bollettino della Regia
società geografica italiana”, s. 6, vol. X (1933), fasc. 9-10, pp. 661-680. Prendono spunto dal
contributo di David Levi Morenos i lavori di F. Ferrari, I pescatori dell’Adriatico dalle lagune
alle grandi migrazioni, in “Chioggia. Rivista di studi e ricerche”, 12 (1998), pp. 120-137; C.
Bergo, L’emigrazione temporanea dei pescatori italiani nell’Adriatico, Ivi, 20 (1992) pp. 75-93.
Recentemente è stato pubblicato un contributo sulla marineria di S. Benedetto del Tronto: Le
emigrazioni marinare sanbenedettesi. Una civiltà “altrove”, numero speciale della rivista “Cim-
bas”, febbraio 1998. Sulla conflittualità fra pescatori vd. D. Levi Morenos, Le contese fra
chioggiotti e slavi nel litorale dalmato-istriano, in “Rivista politica e letteraria”, Roma 1899.
2
M. Armiero, La risorsa contesa: norme, conflitti e tecnologie tra i pescatori napoletani me-
ridionali (XIX sec.), in “Meridiana”, 21 (1998), p. 112.
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176

flitto tra un potere centrale che intende gestire la risorsa e i gruppi che ne
hanno fatto uso e che se ne ritengono i legittimi proprietari”. Prosegue Ar-
miero:
Per la pesca, la contrapposizione tra diversi gruppi di utilisti, che era contrappo-
sizione sociale ed economica e, dunque, ecologica e tecnologica, coincideva spes-
so con una conflittualità tra comunità. Per piccoli centri, infatti, non sempre è
possibile distinguere segmenti sociali differenti di pescatori: l’intera comunità
sembra identificarsi con un tipo di pesca, e l’opzione tecnologica era in genere
espressione di date possibilità economiche, di un determinato rapporto con il
mercato di capitali e del pescato3.

In sostanza accadeva che “un gruppo si opponeva all’altro perché temeva


che gli strumenti, le tecniche adoperate dai concorrenti potessero conferire
loro un vantaggio competitivo incolmabile, capace di compromettere gli
equilibri riproduttivi delle specie ittiche e di conseguenza la possibilità di
continuare a ricavare un reddito dall’esercizio della attività”4. Si accerta in-
somma la persistenza di conflitti plurisecolari come ad esempio quello rile-
vabile nell’età moderna tra i pescatori di tratta e i “voigari” delle isole dal-
mate (Lissa, Lesina) il cui approccio all’uso della risorsa era basato sull’im-
piego di tecniche differenti e differenti investimenti. Non a caso dal punto di
vista delle disposizioni legislative hanno la meglio i proprietari di tratta, rap-
presentati da un ceto sociale di maggior peso nella comunità. Nei secoli da
noi indagati i conflitti tuttavia non risultano solo di carattere locale, ad esem-
pio tra pescatori costieri e pescatori d’altura operanti in zone di pesca maga-
ri confinanti, quanto piuttosto fra intere comunità di pescatori ‘vaganti’, che
si trasferivano per mesi in spazi acquei solitamente sfruttati da altre comuni-
tà con l’impiego di tecniche differenti. Si pensi al conflitto tra Istriani e
Chioggiotti nel Settecento. Da parte delle comunità dei pescatori locali si re-
gistra anche il rifiuto ad accogliere passivamente l’innovazione tecnica,
quando questa è ritenuta dannosa all’ecosistema, tanto più se importata nelle
loro acque territoriali dall’invasione di barche forestiere.

3
Armiero, La risorsa contesa cit., pp. 192-193.
4
Ivi, p. 193.
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Capitolo 1

I pescatori del Dogado:


dalla laguna alla pesca d’altura

1.1 Chioggiotti

La trasformazione a cui si piegano la marineria di Chioggia e più in generale


quelle venete appare esemplare ad inquadrare, sull’onda di fattori esterni al-
le condizioni socioeconomiche lagunari1, lo sviluppo delle arti della pesca
nel Mediterraneo e specialmente nell’Adriatico di età moderna e a giustifica-
re l’incremento della produzione e la crescita del mercato.
In una relazione del podestà inviata al Senato della Serenissima nel 1559
si faceva notare che la popolazione di Chioggia, all’epoca di circa 10.000 ani-
me, in base al ceto sociale di appartenenza ed alle attività svolte poteva sud-
dividersi “in quattro parte”, vale a dire “cittadini habitanti in la città”, “lavo-
ratori de terre”, “marinari” e “pescatori”2. Riguardo a quest’ultima categoria
poi si precisava:
I pescatori sono infiniti, bone persone, ma molto miserabili gran parte di loro;
una parte di questi tiene ad affitto le valle della comunità, quale sono valle bonis-
sime, questi stanno assaj bene, perché molto guadagnano, havendo ragionevole
condictione de affitto, et se accomodano tra loro. Se bene sono affittuali si fanno
elleggere massari della comunità et si accomodano tra loro come le torna meglio.
Due volte sole danno de entratta alla comunità mille ducatti a l’anno a ragione di
ducatti cinquecento l’una. Un solo di questi ha avuto de orade per settecento du-
catti. Oltre questi sono molti che pescano nella laguna et nel mare vicino.

1
Questo saggio è pubblicato in De Nicolò, Mangiar pesce nell’età moderna cit., pp. 24-36.
2
F. Tagliapietra, Relazione (1559), in B. Polese, a cura, Relazione dei rettori veneti nel Do-
gado. Podesteria di Chioggia, Milano 1982, pp. 3-12. La relazione era già stata pubblicata, ve-
di F. Tagliapietra, Relazione letta in senato da F. T. Podestà di Chioggia nel 1559 di ritorno del
suo reggimento, a cura di C. Bullo, Venezia 1885. Per un quadro economico e sociale di
Chioggia tra basso medioevo e prima età moderna vd. Perini, Chioggia al tramonto del Me-
dioevo cit.; sulla pesca e sul commercio particolarmente pp. 158-165; 166-188.
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Il mestiere del pescatore era insomma quello più praticato e per questo si
plaudeva alle deliberazioni ratificate nel consiglio dei Pregadi di approvare
interventi di sistemazione idraulica tesi a salvaguardare l’ecosistema vallivo.
Si prendeva atto della gravità della situazione denunciando appunto che, in
assenza degli opportuni lavori per il risanamento di quelle aree di produzio-
ne, “duecento famiglie di poveri pescatori se ne morivano dalla fame, perché
[le acque ‘nigre et puzzolenti’] amazavano il pesce salso. Et questi poveri
servitori non haveano più modo alcuno de vivere”. Il podestà Tagliapietra
insisteva nella denuncia delle precarie condizioni di sussistenza di quei lavo-
ratori e sul loro sovrannumero:
Questi sono in vero i più poveri della città, et se io dicessi i mendichi dirìa il ve-
ro; né sono bastanti de guadagnarsi il pane, perché sono molti, et vivono de que-
sta loro arte molto morta talmente che in tempo di queste charestie hanno avutto
da fare a mantenerse …

Indubbiamente più felice si manifestava invece la condizione dei “mari-


nari” che, “molto periti del navigare”,
navigano con trecento barche da cento stara et sopra, la maggior parte de 300 in
400 stara et altre da 600 in 700. (…) Con tutte queste barche et navilij se portano
in questa città de Venetia merce di ogni sorte caricatte in la Puglia, l’Abruzo,
Marcha, Romagna, Istria, Dalmatia, Albania et molti passano fino in Levante, et
ne conducono de qui in tanta quantità.

Vino, olio, frumento e “ogni sorte de mercantia” sono oggetto di traffici


marittimi gestiti da “circa duecento marinari excelentissimi”, i quali “nati et
allevati sul mare in tuto il tempo della vita loro, hanno patronizatto nave et
navilij grossi”. Le insidie del mare non si limitano al maltempo e ai naufragi:
In questi anni passatti si ha perduto una buona quantità di queste barche, et so-
no stati presi gli homeni da i corsari, cosa che è stata di gran rovina de quella po-
vera città, per il che sono in gran parte inviliti, perché sono fatti poveri … Poi-
ché hanno perdute le sue barche, la roba et tutto quello che hanno di bene, las-
sano le povere famiglie aflite, rovinate in continui pianti et dolori. L’anno passat-
to forno presi al numero di 28, ad un tratto tra i quali vi fu el padre con tre fi-
gliolj, et ancora sono in mano de infedeli …3

3
Tagliapietra, Relazione cit., p. 9. Sulle razzìe perpetrate ai danni della marineria di
Chioggia vedi P.G. Lombardo, Chioggiotti schiavi dei turchi e dei barbareschi nell’età moderna
secondo i “Libri Consiliorum” della Comunità di Chioggia, in “Archivio veneto”, s. V, CIX,
145 (1978), pp. 73-102. Sui naufragi Id., Naufragi nelle acque della giurisdizione del podesta-
riato di Chioggia in età moderna, in “Economia e storia”, 4, 1982, pp. 435-496. Lo stesso au-
tore ha dedicato una breve nota riguardante la marineria clodiense, Sulla marineria chioggiot-
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179

C’è già chi si è interessato a studiare la “fase intermedia” di questo pro-


fondo processo di trasformazione del quadro economico-sociale di Chioggia
che va dal Quattrocento agli inizi del Seicento, secoli in cui, con il progressi-
vo declino sia della navigazione più propriamente mercantile, che delle atti-
vità legate alla produzione del sale, si avvia la massiccia conversione dei lavo-
ratori delle saline (salineri) e di parte dei “marinari” della flotta commerciale
clodiense nella produzione ittica d’altura.4 Nei primi decenni del secolo in
verità, la pesca in mare aperto non destava ancora un interesse rilevante e
questo per varie ragioni, non ultime le concrete difficoltà legate alla messa a
punto di un’impresa di pesca per la quale non era sufficiente la maestria di
quanti si prestavano ad esercitarla, ma che necessitava soprattutto di idonee
strumentazioni ed insieme di un opportuno approvvigionamento vittuario
nel protrarsi del lavoro sul mare. In questo senso ci pare illuminante quanto
Pietro Contarini riporta in una relazione inoltrata alle autorità nel 1624: “il
trattare il mar vien fatto da pochi; perché pochi sono quelli che possino con-
dursi fuori con barche, reti et obligatione di nutrirsi con li compagni per più
di un giorno”5. All’opposto lo stato della “navigatione del golfo”, quei traffi-
ci marittimi per i quali operavano circa quattrocento marinari imbarcati su
una flotta costituita da 160 barche “grosse poco di sotto alle marciliane”, si
manifestava ancora sufficientemente florido6, nonostante le prime avvisaglie
di crisi. La contrazione della domanda commerciale, aggravata dalle delibe-
razioni dei magistrati “alle biadi”, comportando un decremento delle oppor-
tunità lavorative, spingeva inevitabilmente verso l’emigrazione. Il podestà di
Chioggia solo assicurando ai marinai l’attivazione di nuove rotte commercia-
li (“la navigatione anco per altre parti”) era riuscito ad evitare la dipartita di
quanti, rimasti senza lavoro, si erano mostrati “rissoluti di partirsi con le loro
famiglie nella riviera di Romagna”7. Segnali della crisi della marina commer-

ta in età moderna in “Archivio veneto”, s. V, CXXI (1983), pp. 115-123, utilizzando anche
fondi dell’Archivio antico di Chioggia, in aggiunta ai dati ricavabili dalle Relazioni dei pode-
stà.
4
Perini, Chioggia al tramonto del Medioevo cit., pp. 159, 174; P. Contarini, Relazione,
1629, in Relazioni dei rettori veneti cit., pp. 83-84.
5
Contarini, Relazione cit., p. 84.
6
Sulle attività commerciali di Chioggia legate ai trasporti marittimi vedi Perini, Chioggia
al tramonto del Medioevo cit., pp. 172-188. Sulle caratteristiche della “marciliana” vedi lo stu-
dio di Mario Marzari, La marciliana, il mercantile che ha delineato un’epoca (XIII-XVIII seco-
lo) in “Chioggia. Rivista di studi e ricerche”, 9 (1993), pp. 9-44.
7
Il senato aveva proibito agli armatori veneti di caricare cereali per i porti pontifici al-
lo scopo di sopperire alla crisi annonaria in corso, vedi Perini, Chioggia nel Seicento cit., p.
233.
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180

ciale, accentuata peraltro dalla concorrenza di Goro e di altri centri costieri


pontifici, si intuiscono già nella relazione presentata al senato dal podestà
Lombardo nel 1612, da cui ben si evince la caratterizzazione della marineria
chioggiotta, pressoché interamente protesa nella navigazione adriatica, nei
traffici di cabotaggio e di traversata.
La navigatione essercitata da chiozzotti in mare è in golfo solamente non passan-
do mai Capo d’Otranto sottovento e la Dalmatia sopravento, perché essendo le
loro barche di poca portata, le spese che farebbero nelli lunghi viaggi eccedereb-
bero li guadagni, anzi che per il più navigano da Ortona in questa città, se ben
stanno li 8 et 10 mesi per quelle riviere, nolleggiando da un loco all’altro et ben
spesso per lochi prohibiti. Hora non di meno gli sono ristrette le fazzende per
causa delle molte barche forestiere, che sono novamente introdotte ad essa navi-
gatione. Per il che molti chiozotti volontariamente sono andati ad habitar in ter-
re aliene per goder anch’essi la navigatione libera, la qual vien parimenti esserci-
tata da molti di loro che si trovano banditi8.

Al di fuori dei territori della Serenissima, il porto di Goro era senz’altro


lo scalo rivale più concorrenziale perché, quale luogo votato al contrabban-
do, anche dopo la devoluzione dei territori ferraresi allo stato della Chiesa
(1598) era diventato uno scalo particolarmente battuto da parte del naviglio
che si muoveva dalle coste istriane e dalmate, in quanto consentiva di sbar-
care sulle coste pontificie e di immettere nel commercio importanti carichi
di merci (vettovaglie, stoffe, olio, prodotti caseari e varie materie prime), elu-
dendo il sistema daziario veneziano. Del resto anche i sudditi veneti non di-
sdegnavano di usufruire del comodo approdo di Goro e le denuncie riguar-
do alla pratica del contrabbando erano rivolte in special modo ai marinai di
Chiogga: “sono suspetti a molti che facino infiniti contrabandi conducendo
con le sue barche oglij et ogni altra sorte de merci in Ferara” (1559)9:
de molti lochi delle Puglie, Abruzo dove si caricavano oglij per Venetia in bona
somma, non se ne hanno più perché tutti vanno a Ferara. I lochi sono li infra-
scritti: Molfetta, Barri, Monopoli, Otranto. Delle cento botte de oglio che si cari-
cano in diti lochi le 99 vanno a Ferara. Item alcuni altri lochi delli quali sono
persi li trafichi per Venezia per el viaggio de Ferara, come sono: Recanatti, Mon-

8
E. Lombardo, Relazione, 1612, in Relazioni dei rettori cit., p. 44. Sul ruolo di Chioggia
nel regime doganale della Serenissima vedi M. Costantini, “Sottovento”. L’Abruzzo e i traffici
veneziani in M. Costantini, C. Felice, Abruzzo, a cura, Economia e territorio in una prospettiva
storica, Vasto, 1998, pp. 11-76, ora ristampato con il titolo “Sottovento”. I traffici veneziani
con la sponda occidentale del medio-basso Adriatico in “Proposte e ricerche”, 49 (2002), pp. 7-
22, particolarmente pp. 12-14.
9
Tagliapietra, Relazione cit., p. 11.
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181

te Santo, Cittanova, San Lapidio, Fermo, Maran, Le Grotte, lochi della Marcha.
In l’Abruzzo: Saline, Pescara, Francavilla, tutti questi lochi fanno per Ferara; do-
ve in quelle doane se fanno tante facende con utilità et reputatione grande de
quel Principe.

Il movimento mercantile registrabile nella “sacca” di Goro agli inizi del


Seicento risultava indubbiamente piuttosto vivace. Si documenta la presenza
di 12 marciliane (“che hanno ora li ferraresi”), e vi approdano “molti vasselli
che vengono di Puglia, Sicilia et altri lochi con ogli, sali, formenti et altre
mercantie, oltre le piccole barche che piene di formenti, sali, lane, cuori, az-
zali et altro giornalmente capitano in essa sacca con non poco pericolo della
sanità”10. La fortuna mercantile di Goro non mostra cedimenti negli anni a
seguire e il quadro tratteggiato nella relazione redatta dal podestà di Chiog-
gia nel 1622 rimane in sintonia con le considerazioni dei suoi predecessori. I
marinai di Chioggia insomma persistono nell’esercizio del commercio illega-
le e, segnala ancora il podestà Niccolò Querini11,
conducono merci et trafficano con le loro barche per la Romagna, Marca et Pu-
glia, et di questi assai contra le leggi conducono robbe, biade et mercantie di Sta-
ti alieni in Stati alieni, et massime in sacca di Goro hormai fatta scalla non solo
da simil barche, ma di vasselli, da chebba, essendovene da venticinque in circa di
sudditi ferraresi (oltre li forestieri) che vanno, et in Albania per biade, nella Pu-
glia per ogli et mandole, et in ogn’altro luogo per altre mercantie delle quali non
solo tengono provisto la Lombardia, ma anco altri luochi a quella contigui …

Ad aumentare il disappunto del magistrato si aggiunge poi la considera-


zione che tutto il sistema commerciale organizzato ai danni dell’erario vene-
to trova sostegno proprio dai sudditi della Serenissima, in quanto si riusciva
ad accertare che la maggior parte del naviglio circolante veniva acquistata
proprio a Venezia e “quasi ogn’anno parte di essi [natanti] ne vengono rac-
comodati et reffati in Chioza, potendosi dire che noi stessi siamo fabri di
quelle cose che ne offendono”.
Era opinione del Querini che per risolvere quello stato di cose tanto dele-
terio per l’economia veneziana sarebbe stato auspicabile da parte del gover-
no vietare compravendite e raddobbi dei navigli in suolo veneziano e mette-
re in atto azioni di polizia del mare con l’allestimento di una barca armata
“che ad ogni richiesta del rettore andasse scorrendo quelle marine, et tutte le
barche de sudditi, che ritrovasse cariche farle venir di qui, come anco li altri
vasselli alieni, che fossero parimenti carichi di quelle robbe, che son tenute a

10
Lombardo, Relazione, 1612, cit., p. 45.
11
Niccolò Querini, Relazione, 1622, in Relazioni dei rettori veneti cit., pp. 61-62.
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venir a drettura in questa città”. Aggiungeva poi che le mercanzie, “che in


gran quantità vengono giù per il Po ad essa sacca di Goro”, avrebbero dovu-
to essere convogliate e indirizzate “o per la via di Verona, o per quella della
Riviera, o del Bressano”. Già nel Cinquecento Venezia aveva tentato di isti-
tuire un regime doganale che privilegiasse i legami commerciali con la costa
occidentale dell’Adriatico con un intenso via vai di merci che trovava in Ve-
nezia l’unica base di smistamento e che veniva indicato con il termine di
“transito sottovento”, da distinguere con l’altra corrente di traffici che gravi-
tava invece sul versante della Dalmazia e delle rotte orientali, detto “sopra-
vento”. Lo scopo era insomma quello di varare un piano mercantilistico che
limitasse le operazioni di contrabbando e al contempo garantisse a Venezia
quel ruolo di mediazione negli scambi precludendo deviazioni e fermate in
porti intermedi da cui le merci “potevano facilmente distrahersi per paesi
alieni”12. Nel mutato quadro politico che, con la forte contrazione delle tra-
dizionali rotte commerciali nel Mediterraneo dovuto all’avanzata turca verso
Occidente, aveva comportato per Venezia il declassamento dell’antico ruolo
di polo di economia mondo, la principale preoccupazione degli organi di go-
verno della città lagunare era ormai quella di mantenere il predominio nel
Golfo con il controllo della navigazione in Adriatico, su cui da tempo avan-
zavano pretese di libera circolazione altri temibili concorrenti economi-
ci. Nonostante l’avvenuta ridistribuzione del commercio internazionale a
vantaggio sia delle marine inglese e olandese, che dei porti di Livorno, An-
cona, Ragusa e Messina, la città lagunare teneva ancora salda la gestione de-
gli scambi marittimi e delle rotte interne all’Adriatico13. Il cresciuto impe-
gno protezionistico veneziano a rivendicare con forza anche giuridicamente
nel primo Seicento la supremazia ed il possesso del Golfo di fronte alle rei-
terate pretese degli Asburgo d’Austria e di Spagna e del Papa, tradisce il ri-
dimensionamento in atto di un’economia che, con il declino dei traffici a
lunga distanza, stava trasformando la funzione di Venezia “da centro inter-
nazionale in scalo marittimo e centro di distribuzione a carattere essenzial-
mente regionale”, mantenendo però il ruolo di mediazione per il mercato te-
desco14.

12
Costantini, “Sottovento”. I traffici veneziani cit., p. 11.
13
B. Tenenti, Ragusa e Venezia nell’Adriatico della seconda metà del Cinquecento, in “Stu-
di Veneziani”, 4 (1980), pp. 99-127. Per un inquadramento generale sui mutamenti della na-
vigazione commerciale veneziana nel secoli XVI-XVIII, le rotte del commercio dei generi
commestibili e delle materie prime e sulla concorrenza degli stranieri vd. anche J.C. Hocquet,
L’armamento privato in A. Tenenti, U. Tucci, a cura, Storia di Venezia. Temi. Il mare, Roma
1991, pp. 397-434.
14
Bin, La Repubblica di Venezia e la questione adriatica cit., p. 39.
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183

Nel 1545 la dogana di “transito sottovento” era stata attivata anche a


Chioggia, ma il provvedimento di lì a qualche anno era stato sospeso per
l’accertamento di innumerevoli frodi perpetrate ai danni dell’erario. Il “siste-
ma privilegiato del ‘transito’, pur meticolosamente organizzato dall’ammini-
strazione finanziaria veneziana” rivelava non pochi punti deboli che nel suc-
cessivo ventennio dovevano richiedere vari decreti di aggiustamento. Sospe-
sa nel 1553, la dogana di Chioggia sarebbe stata riattivata nel 1579, in ag-
giunta alla dogana di Venezia riaperta nel 155915.
I porti di Goro, di Fiume e di Trieste, davano i maggiori motivi di preoc-
cupazione, perché da quelle località, che si prefiguravano come le preferen-
ziali mete del contrabbando, grazie ad un comodo accesso ai principali snodi
stradali di comunicazione con l’Europa centrale e orientale, spezzando la ca-
tena del monopolio veneziano, potevano essere favorevolmente smistate le
merci destinate all’esportazione verso i mercati lombardi o i territori grandu-
cali16. Particolarmente problematica si dimostrava l’azione di disturbo dei
duchi di Ferrara che tentavano di sfuggire al monopolio veneziano con l’atti-
vazione di una linea di navigazione sul Po di Goro, con il “far pagare anco-
raggio a li navigli che si fermano nella Sacca, l’haver creato un armiraglio che
insegni la via per i canali e li pianti li segni”. Il progetto politico ferrarese,
sull’onda della congiuntura internazionale sfavorevole a Venezia, era insom-
ma quello di potenziare il controllo delle foci del Po e di sfruttare appieno
l’approdo padano con la creazione di uno scalo ben strutturato che divenisse
alternativo al porto lagunare17 negli scambi commerciali del Mediterraneo
con l’Europa continentale18. C’erano insomma tutti i presupposti di una

15
Ivi, p. 13; vedi anche A. Stella, La crisi economica veneziana della seconda metà del seco-
lo XV, in “Archivio veneto”, s. 5, LVIII-LIX (1956), p. 46. Sul commercio di transito in
Chioggia vedi Perini, Chioggia nel Seicento cit., pp. 243-247.
16
Nei tempi pregressi principi e signori che avessero avuto necessità di transitare con
propri velieri in Adriatico, richiedevano un diritto di accesso al governo della Serenissima e a
questo riguardo sono innumerevoli le capitolazioni con vari potentati rintracciabili nei Con-
sultori in jure (ASVenezia), vd. A. Camera, La polemica del dominio sull’Adriatico nel secolo
XVII, in “Archivio veneto”, 20 (1937), pp. 251-282, p. 255.
17
Sull’argomento vd. il documentato lavoro di F. Ceccarelli, La città di Alcina. Architettu-
ra e politica, Bologna 1998.
18
Sull’importanza assunta in questo senso dall’Adriatico nel ventennio fra il 1580 e il
1600 vd. M. Aymard, Le commerce dans la mer Adriatique du XVI siècle, in Gli ebrei a Vene-
zia. Secoli XIV-XVIII, atti del convegno internazionale organizzato dall’Istituto di storia della
società e dello stato veneziano della Fondazione Giorgio Cini, Venezia, 5-10 giugno 1983, a
cura di G. Cozzi, Milano 1987, p. 712; Id., Venise, Raguse et le commerce du blé pendant la se-
conde moitié du XVI siécle, Paris 1966; P. Braunstein, A propos de l’Adriatique entre le XVIe
et le XVIIIe siècle, in “Annales E.S.C.”, 5 (1971), pp. 1270-1278.
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usurpazione dei diritti giurisdizionali rivendicati ab immemorabili da Vene-


zia che, se tollerata, sarebbe stata sufficiente ai ferraresi “a tirare a sé in poco
tempo la possessione et il dominio”, in quanto poi avrebbero avuto agio ad
aprire nuove vie di traffico per Volano e per Primaro19. Nonostante l’impe-
gno a rivendicare la giurisdizione oltre “all’Adriatico mare, a seni, a ridotti
aperti, et in conseguenza alla Sacca di Goro et a tutte le bocche del Po, per-
ché le acque sono continuate ed indivise”, lo scalo ferrarese continuava co-
munque ad essere la meta privilegiata del contrabbando, con grave danno
dei dazi veneziani20. Il recupero nel 1598 dei territori degli Estensi da parte
della Santa Sede, che di lì a poco, con la devoluzione del ducato di Urbino
(1631), vedeva incrementate le proprie velleità di una più consistente apertu-
ra commerciale sull’Adriatico con il “possesso dei due ridotti di Pesaro e Se-
nigaglia”, prospettava poi per il Seicento, con venti di guerra economica, un
ulteriore declassamento dell’antica supremazia lagunare21.
Del decremento dei traffici veneziani non poteva non risentirne Chioggia,
la cui marineria, già sullo scorcio del Cinquecento, aveva subito una notevo-
le riduzione numerica in termini di addetti e di tonnellaggio. Nel 1599 il po-
destà Michiel osservava che i marinai di Chioggia “per incapacità di porti ri-
stretti et ammuniti”, si erano visti obbligati ad affrontare la crisi riorganiz-

19
Ivi, pp. 255-256.
20
P. Lanaro, I mercati nella Repubblica veneta. Economie cittadine e stato territoriale (seco-
li XV-XVIII), Venezia 1999, pp. 63, 88-90, 101-111. Riguardo alla pretesa supremazia vene-
ziana in Adriatico e sul problema della libertà di navigazione, A. Battistella, Il dominio del
Golfo, “Nuovo archivio veneto” n.s., XXXV (1918), pp. 5-102; R. Cessi, La Repubblica di Ve-
nezia e il problema adriatico, Padova 1943, pp. 182-193; Id., La politica adriatica, introduzio-
ne a Paolo Sarpi, il dominio del mare Adriatico, Padova 1945, pp. XXVI ss.; F.C. Lane, Venice.
A Maritime Republic, Baltimore 1973 trad. it. Storia di Venezia, Torino 1991, p. 140. Fra gli
studi più recenti D. Calabi, Una città “seduta sul mare”, in Storia di Venezia. Temi. Il mare,
cit., p.140 e Bin, La Repubblica di Venezia cit., pp. 21-29.
21
I diverbi con Roma, già forti all’inizio del Seicento, si infittiscono a partire dagli anni
del Pontificato di Urbano VIII e proseguono negli anni a seguire. Nel 1665, da parte dei Ve-
neziani vengono sequestrate due navi che trasportavano olio a Ferrara e di risposta il Papa
ordina il sequestro nei porti di Ancona, Senigallia e Pesaro di tutte le barche venete. Venezia
ribatte a sua volta con il blocco dei navigli pontifici ed i traffici si interrompono. Il contenzio-
so non trova soluzione ed altre scaramucce commerciali si maturano nel 1667, nel 1669 e an-
cora nel 1672-1673. L’ennesima mossa ai danni di Venezia si attua sotto Clemente XI, con la
concessione di privilegi commerciali ad Ancona e a Ragusa, ASVenezia, Consultori in jure, b.
178, cit. in Camera, La polemica del dominio veneziano, pp. 265-268. Vd. anche W.J. Bouw-
sma, Venice and the Defence of Republican Liberty. Renaissance Valves in the Age of the Coun-
ter Refomation, Los Angeles 1968, trad. it. Venezia e la difesa della libertà repubblicana, Bolo-
gna 1977; F. Cardini, Venezia, il papato e il dominio dell’Adriatico, in Aa. Vv., Venezia e la Ro-
ma dei Papi, Milano 1987, pp. 122-128.
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zando il sistema dei trasporti a partire da un ridimensionamento dei “soliti


loro vasselli grossi (scilicet marciliane) in barche piccole”, ma questa scelta,
se da un lato consentiva di abbassare i costi dell’impresa di navigazione, dal-
l’altro esponeva seriamente l’equipaggio agli abituali rischi e pericoli del ma-
re rappresentati dalle frequenti aggressioni corsare e dai naufragi22. In un
Registro di navigli del 1533 si dà ragguaglio di 26 unità comprese tra le 120 e
le 1500 staia venete di portata, contro le 40 di capacità superiore alle 100
staia documentabili nel 1520. Nel 1524 la flotta clodiense contava 150 legni
di portata oscillante fra le 100 e le 500 botti, 70 mercantili con capacità di
carico variabile fra le 500 e le 800 e 40 capaci di trasporti superiori (fra le
800 e le 1200 botti)23. Fra i tipi navali in dotazione dei chioggiotti si contava-
no “marciliane”, “quare”, “navi”, “latine”, “brigantini”, “barche”, “burchi”.
Nel secondo Cinquecento anche la flotta veneziana subisce una vistosa
regressione e quando nel 1602 con un apposito provvedimento si giunge a li-
mitare il campo d’azione delle marciliane al solo bacino Adriatico, come ri-
sultato si ottiene il progressivo disarmo, nello spazio di 15 anni, di una qua-
rantina di legni mercantili. Nel primo trentennio del Seicento la marina mer-
cantile di Venezia, risulta praticamente dimezzata rispetto ai valori numerici
riscontrabili precedentemente ed un’inversione di tendenza, in grado di ri-
stabilire un recupero quantitativo paragonabile alla consistenza della flotta
da mercato cinquecentesca, è avvertibile solo a partire dagli anni Settanta24.
La marina mercantile di Venezia riesce a risalire la china, ma non quella di
Chioggia, destinata ad un declino irreversibile accentuato anche da un raf-
forzamento della tradizionale subalternità del suo porto rispetto all’emporio
veneziano. “La storia della flotta clodiense dal Cinquecento alla metà del se-
colo XVII – scrive Perini – seguì in parallelo l’involuzione veneziana, ma poi
non riuscì ad agganciarsi alla ripresa, accusando vuoti via via più ampi ri-
spetto al patrimonio navale del primo Cinquecento”. Di pari passo con il de-
classamento della flotta commerciale, dovuto anche ai provvedimenti restrit-
tivi sulle rotte introdotti dalle autorità lagunari che di riflesso avevano com-
portato una forte contrazione delle marciliane in attività, per la marineria
chioggiotta si profila già verso gli anni ’20 del Seicento il forzato, quanto ine-
vitabile abbandono di quell’industria del trasporto marittimo che fino a quel
momento aveva caratterizzato l’economia della città. Quel porto su cui anco-
ra alla metà del Cinquecento si appoggiava il sistema daziario di Venezia,

22
Perini, Chioggia nel Seicento cit., p. 780.
23
Lombardo, Sulla marineria chioggiotta in età moderna cit., p. 115.
24
D. Sella, Commerci e industrie a Venezia nel secolo XVII, Venezia-Roma 1961, pp. 73,
105-109; Bin, La Repubblica di Venezia e la questione adriatica cit., pp. 38-39.
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propensa a dirottare a Chioggia “tutte le robbe che de cetero capiteranno a


Verona, che venivano d’Inghilterra, Fiandra et Alemagna per andar sotto-
vento” e ancora “li azzali e ferramenta d’ogni sorte che si partiranno di Ber-
gamo, Bressa e Salò e vallade, che volessero andar al sopradetto viaggio”25,
un secolo più tardi nei dispacci dei podestà appare ormai tagliato fuori ri-
spetto alle nuove mete del commercio. Le merci spedite da Bolzano e da Ve-
rona per “sottovento” segnala il podestà Gradenigo, “non passano più per
Chioza o per Venezia come facevano, ma havendo deviato il viaggio tengono
la via della Badia, Ponte Lagoscuro e Ferrara e di là poi verso quei lochi do-
ve sono destinate”, eludendo in tal modo i diritti doganali (1662)26.
Un evidente segno della gravità della situazione è dato del resto anche dal
significativo esodo di molti addetti alle arti del mare verso i porti del medio
e basso Adriatico, come si evince dal resoconto del podestà Giovanni Moro-
sini che, fra l’altro, accenna anche all’eccessiva fiscalità degli “offitiali delle
barche” il cui compito era quello di effettuare controlli sulle “portate”, ov-
vero sulla quantità di mercanzie e provvigioni che ogni marinaio aveva il di-
ritto di portare con sé sul naviglio, misure di controllo che, secondo l’opinio-
ne del magistrato, avevano causato la fuga da Chioggia di intere famiglie alla
volta della “Puglia, sottovento et altrove”. Scrive Morosini:
Già vint’anni solamente contava sopra mille e doicento marinari, che con legni
proprii nollegiavano e trafficavano in Levante, Schiavonia, Marca, Puglia et altre
parti et la rendevano ubertosa et più habile al servitio di vostra Serenità ne prova
al presente un’esencialissima diminutione, essendosi ridotto il numero d’essi a
soli doicento, che navigano anche con navigli assai minori de sopracenati27.

Si ci trova di fronte ad un fenomeno ciclico, quello appunto dell’emigra-


zione della marinarezza clodiense in altri porti, che si ripresenterà in età mo-
derna ad ogni accenno di crisi delle attività marittime, anche perché la rino-
mata abilità nella navigazione, nella pesca, nella cantieristica, era per i chiog-
giotti una prerogativa che li faceva apprezzare e li richiedeva per la loro mae-
stria ovunque si profilasse l’intenzione o l’esigenza di un rilancio delle attivi-
tà portuali, restando la città di Chioggia centro di riferimento anche per le
innovazioni tecniche (si pensi alle vele “a trabaccolo”) e per la rielaborazio-
ne e reinterpretazione delle tecniche di pesca (si pensi alla pesca a strascico)
introdotte in varie epoche nel Golfo28.

25
ASVenezia, Cinque savi alla mercanzia, n.s, b. 183, Decreto 11 febbraio 1545, cit. in Co-
stantini, “Sottovento”. I traffici veneziani cit., p. 12.
26
Relazione del podestà Gradenigo, 1662, in Perini, Chioggia nel Seicento cit., p. 787.
27
Relazione del podestà Giovanni Morosini, 1663, ivi, p. 788.
28
Vd. supra pp. 133-135.
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187

D’altro canto, sulla scia di quel declino, si stava profilando per quanti rima-
nevano a Chioggia una nuova economia marittima, originatasi essenzialmente
dalla necessità dei lavoratori del mare di spostarsi dal settore mercantile ad al-
tre occupazioni e che spingeva alla riconversione del naviglio e della marineria
nella pratica su larga scala della pesca d’altura, vista come unica soluzione pos-
sibile per “una compagine sociale poco elastica e connotata da una scarsa di-
sponibilità di capitali” per uno sfruttamento più intensivo delle risorse ittiche.

1.2 Nicolotti e Buranelli

Le lagune costiere, aree tra terra e acqua libere dalle insidie del mare, oasi
naturali per molte specie ittiche, hanno costituito ab immemorabili un formi-
dabile campo di sperimentazione per lo sfruttamento delle risorse faunisti-
che presenti che ha dato modo alle popolazioni indigene, una generazione
dopo l’altra, di acquisire uno straordinario patrimonio culturale sia dei cicli
riproduttivi dei vari tipi di pesce, sia delle tecniche venatorie. Questa prero-
gativa permette di giustificare la posizione di predominio assunta poi dai pe-
scatori di laguna, non solo nella graduale conquista delle acque costiere e
poi del mare aperto, ma anche il loro protagonismo nella messa a punto di
tutte le innovazioni tecnologiche che si impongono lungo i secoli dell’età
moderna. Basti pensare al ruolo pioniere in questo senso svolto nel Mediter-
raneo dai pescatori degli stagni salmastri che bordeggiavano il golfo del Leo-
ne da Collioure fino a Marsiglia o di quelli delle lagune dell’Albufera di Va-
lenza. Lungo il perimetro delle coste italiane pionieri nel mestiere di pesca-
tori sono indubbiamente gli abitanti della laguna di Venezia, il “vastissimo
sistema di specchi lagunari di acqua dolce e salata, di paludi e di acquitrini
che si stendeva per decine e decine di miglia lungo il litorale adriatico tra Ra-
venna e Grado” in cui scaricavano le loro acque “il Po, l’Adige e il Brenta,
piccoli e medi corsi d’acqua defluenti dalle Alpi e dall’Appennino”29. Lì fin
dall’epoca dei primi insediamenti le popolazioni per la loro stessa sopravvi-
venza si erano prodigate a modellarsi uno stile di vita confacente allo sfrutta-
mento delle risorse naturali di quel difficile ambiente. In laguna – scrive Pie-
ro Bevilacqua – vi era “una sorta di divisione stagionale dell’uso degli spec-
chi d’acqua e delle paludi: per cui si pescava d’estate, mentre d’inverno,
quando su macchie e paludi stanziavano gli uccelli migratori, si intensificava

29
L’argomento è stato già trattato in De Nicolò, Mangiar pesce nell’età moderna cit., pp.
20-24. Riguardo all’utilizzo e amministrazione delle lagune nel medioevo vd. A. Carile, La vi-
ta quotidiana nelle Venezie nell’alto medioevo, in Ravenna, Venezia e le città adriatiche affac-
ciate sul mare scrutano in esso la loro storia e il loro futuro, Atti del Convegno. Interclub, Ra-
venna 2 maggio 1998, Ravenna 1999, pp. 15-47.
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188

la caccia”. Quel rapporto strutturale con la natura si era andato progressiva-


mente a perfezionare e razionalizzare con la pianificazione di studiate forme
di controllo e di regolamentazione del territorio30. L’attenzione delle autorità
veneziane si concentrava soprattutto sulle attività di pesca che, quale fonte
di sussistenza primaria, doveva obbligatoriamente rientrare in un program-
ma governativo teso ad incardinare le iniziative delle forze produttive private
ad evitare lo sfruttamento incontrollato delle risorse. Fin dal 1261 infatti le
pratiche piscatorie nella laguna di Venezia erano state affidate ai magistrati
della Giustizia vecchia che, oltre a compiti di carattere annonario, sovrinten-
devano all’igiene dei luoghi di vendita, alla stesura dei calendari venatori ed
alla vidimazione degli strumenti di cattura31. La commercializzazione del pe-
sce invece era delegata a venditori appositi, i cosiddetti compravendi di pesce,
che dovevano operare nel rispetto delle norme comportamentali sancite nel
Capitulare de piscatoribus (1227)32. A questa stessa magistratura era rimesso
anche l’incarico di vigilare sulle tecniche di pesca ed in particolare sulla fat-
tura delle reti, che dovevano rispondere a criteri e requisiti che ne fissavano
la tipologia nell’ordito e nello spessore delle trame. L’azione di polizia del
governo era finalizzata primariamente ad evitare l’impoverimento o, peggio,
l’esaurimento delle risorse alimentari della laguna, ragioni queste ultime più
che valide a richiedere dunque che qualsiasi rete da utilizzarsi in mare do-
vesse per legge esibire un contrassegno di idoneità. Una regola, quest’ultima
che, come si evince da una testimonianza del 1599, intendeva scoraggiare
quei contraffattori “li quali con varie diaboliche inventioni, vengono a con-
sumare cadauna sorte di pesce, prendendolo con arti, che da mille leggi sono
state proibite”. La perseveranza legislativa diretta a limitare gli abusi e a cas-
sare sistemi di pesca reputati irrazionali ed impraticabili in laguna, che pun-
tava a preservare la fauna ittica nel rispetto degli “equilibri autoriproduttivi
delle varie forme di pesce”, costituì un indirizzo costante delle autorità vene-
ziane33.

30
P. Bevilacqua, Venezia e le acque, Roma 1999 (Ia ed.1995), pp. 57-58.
31
H. Zug Tucci, Pesca e caccia in laguna in Aa.Vv., Storia di Venezia, I, Dalle origini all’età
ducale, Roma 1992, pp. 499-500.
32
Per un quadro complessivo delle attività piscatorie in laguna vedi Aa.Vv., La pesca nella
laguna di Venezia. Antologia storica di testi sulla pesca nella laguna, la sua legislazione il suo
popolo la lingua e il lavoro dei pescatori, sui pesci e sulla cucina, Venezia 1985 (1° ed. 1981).
Vedi anche Aa.Vv., La laguna di Venezia, a cura di C. Magrini, Venezia 1940, t.XI p.VI, e
Aa.Vv., Mostra storica della laguna veneta, catalogo, Venezia 1970, opera quest’ultima che
contiene anche studi su tecniche e attrezzi di pesca e sulle imbarcazioni lagunari, con ampia
bibliografia generale.
33
Bevilacqua, Venezia e le acque cit., pp. 65-66.
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189

Va comunque precisato che l’esame della liceità degli strumenti di pesca,


così come la programmazione di un calendario venatorio, non erano dettati
da ragioni di difesa degli equilibri dell’ecosistema e dei suoi “delicati ritmi
biologici”, quanto piuttosto dalla preoccupazione di assicurare prelievi ali-
mentari abbondanti attuabili solo rispettando rigorosamente il ciclo vitale
delle specie e soprattutto i “tempi di crescita”. Per far fronte insomma ai bi-
sogni alimentari della popolazione occorreva pianificare al meglio una politi-
ca di convivenza con la fauna della laguna adattando le attività venatorie “at-
traverso la mediazione tecnica della pesca a quei ritmi biologici di produzio-
ne e riproduzione naturale che meglio assicuravano l’abbondanza del bene e
la sua durata potenzialmente inalterata nel tempo”34.
All’esercizio della pesca cosiddetta vagantiva, cioè quella che veniva effet-
tuata negli spazi acquei demaniali, di giurisdizione comunale o anche di pri-
vata proprietà su cui si esercitavano diritti di pesca, si affiancava quella prati-
cata nelle valli, soggette a più stretta vigilanza al fine di garantire l’ecosiste-
ma e l’equilibrio delle acque in laguna, minacciato dall’azione dei pescatori
di frodo inclini a ricavare prolifiche zone di pesca con la chiusura di canali e
paludi35. Le pratiche piscatorie adattate alla vita lagunare erano un modello
straordinario di economia della pesca e di sapiente adattamento dei mecca-
nismi millenari della vita dei pesci all’interno della laguna ai bisogni alimen-
tari della popolazione. Di fatto la cattura nelle valli costituiva un vero e pro-
prio allevamento di fauna ittica, di cui si seguivano la crescita biologica e gli
andamenti stagionali, ma che si provvedeva anche a seminare. Il rapporto
simbiotico maturatosi fra l’uomo ed un ambiente delicato e complesso come
quello lagunare comporta nel tempo per gli abitanti di queste isole l’acquisi-
zione di un patrimonio culturale che dà vita, con lo sviluppo delle attività
alieutiche, alla formazione fra quanti vi si dedicavano, di gruppi specializzati
nell’arte della pesca quali per esempio i Nicolotti, che abitavano nella città di
Venezia, o i Povegioti, i Buranelli e i Chioggiotti, insediati in altre aree. Nel
1493 Marin Sanudo scriveva che era presente “una contrà in Venetia dove
non stanno se non peschatori chiamata San Nicolò”36, quella dei Nicolotti
appunto che si concentravano in un quartiere ben definito ed abitato esclusi-
vamente dai “nati dentro de i ponti de S. Nicolò et S. Rafael” e rappresenta-

34
Ivi, p. 67.
35
La pesca nella laguna di Venezia, p. 164: “Si chiama vagantiva, da vago, vagante, non fis-
so; intendendosi che è una pesca che può essere fatta qua e là liberamente nelle zone date in
concessione, od in affitto a pescatori. Il pescare che vien fatto ora in un luogo ora in un al-
tro”. Si definiva anche pesca errante.
36
M. Sanudo, De origine, situ et magistratibus urbis Venetae overo la città di Venetia
(1493-1530), a cura di A. Caracciolo Aricò, Milano 1980, p. 29.
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190

vano, come è stato recentemente messo in luce, una vera e propria comuni-
tà37. L’impegno professionale era indirizzato esclusivamente alla produzione
ittica per l’approvvigionamento della città e per questo godevano di partico-
lari privilegi, soprattutto per quello che concerneva le pratiche piscatorie. Le
concessioni governative che distinguevano i Nicolotti nel panorama di quan-
ti si dedicavano alle arti marittime consistevano “nel diritto di esercitare il
loro mestiere in tutte le acque del dogado senza essere sottoposti da parte
dello Stato ad alcuna imposizione di carattere fiscale” e questa libertà opera-
tiva a loro riconosciuta, favoriva di riflesso anche i numerosi pescatori delle
altre comunità o corporazioni facenti parte del dominio veneto. I privilegi
concessi alla comunità dei Nicolotti traevano ragione nel diritto consuetudi-
nario, al cui rispetto si riconducono i reiterati decreti del dogado a confer-
mare “speciosi diritti di pesca vagantiva in tutte le acque salse e dolci della
Laguna, e in quelle di altrui giurisdizione; colla libertà insieme di vendita del
pesce esente dal dazio, tanto in Venezia, quanto nei luoghi di Terra Ferma
addiacenti al fiume Brenta, e ad altri canali che si scaricano nel circondario
della Laguna, avvegnacché pesca e vendita [sono] liberamente da secoli usa-
te da questa Comunità per le sue antiche non mai interrotte consuetudini”38.
La comunità dei pescatori Nicolotti che tipicizzava la realtà veneziana si
manifestava molto coesa e ben organizzata anche sotto il profilo sia della di-
stribuzione del lavoro fra gli addetti all’arte, sia dell’assistenza sociale. Ac-
canto ad atti di mutuo soccorso e di solidarietà, si prospettano per gli appar-
tenenti a questa comunità anche soluzioni di lavoro alternativo e quando per
anzianità viene dismesso il duro mestiere di pescatore si offre loro l’opportu-
nità di inserirsi nell’arte dei compravendi pesce e nella pratica di commercio,
meno impegnativa, ma sicuramente più redditizia39.
Fra Trecento e Cinquecento protagonisti indiscussi delle attività di pesca
costiera risultano i pescatori di Chioggia e di Burano, che dalle loro zone di
origine si spostano con migrazioni stagionali alle riviere della Romagna e del-
le Marche.

37
R. Zago, I Nicolotti. Storia di una comunità di pescatori a Venezia nell’età moderna, Aba-
no Terme 1982.
38
A. Zoccolari, Dissertazione sulle antiche consuetudini, o privilegi della comunità di S.
Niccolò, ed Angelo Raffael, Venezia 1799, p. 5.
39
“Hanno altresì gl’individui originari di detta Comunità il privilegio di venir nell’età de-
gli anni 60 poi di 50 descritti dell’Arte di Compra-Vendi per l’acquisto e vendita del pesce
proveniente dall’Istria, Dalmazia e Valli forestiere, che rivendono cotesti Individui al minuto
sopra gli stazj nelle Pescarie di San Marco, e Rialto, antichissimamente stati loro concessi dal-
la ex Serenissima Signoria”, ivi, p. 10. Sul tema delle organizzazioni della classe marinara e
sugli aspetti assistenziali e delle solidarietà di classe è in preparazione da parte della scrivente
uno studio specifico.
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La situazione di Rimini si presta in modo esemplare ad evidenziare l’inci-


denza dell’apporto lavorativo dei pescatori lagunari per l’approvvigionamen-
to del mercato locale.
Come si è detto, le arti della pesca nel Cinquecento non assumono ancora
a Rimini quell’importanza nell’economia cittadina e regionale che si accerta
invece a partire dal secondo Seicento e che andrà sviluppandosi nei due se-
coli a seguire dando modo di riconoscere alla flottiglia peschereccia riminese
un assoluto protagonismo nella produzione ittica dei porti adriatici dello
Stato pontificio.
Nei primi secoli dell’età moderna, lungo il litorale adriatico pontificio, si
pratica solo la piccola pesca costiera, che fa uso di reti rivali che vengono
trascinate da due persone (spontali) lungo le rive o da squadre di uomini che
per distendere una rete più lunga (tratta), al massimo si allargano a semicir-
colo su un braccio di mare sottocosta grazie al supporto di barchette a vela e
a remi. È diffusa la pesca delle “peverazze” che si serve del cosiddetto “fer-
ro”, sono attivi i pescatori detti “grancini” insieme a quelli “da calcinelli”
che pure adoperano un particolare strumento, il “ferro da calcinelli”, ma la
stragrande maggioranza di quanti si industriano lungo il litorale riminese ri-
sultano di provenienza esterna. Ad operare nel mare romagnolo infatti, ritro-
viamo fin dal XV secolo pescatori istriani, dalmati, veneti, soprattutto di
Chioggia e di Burano. La presenza di Chioggiotti e Buranelli lungo le coste
adriatiche pontificie è ben documentata dalla fonte notarile che ne registra i
nomi con relativi luoghi d’origine nelle compravendite di barche e di attrezzi
per la pesca, nei contratti inerenti la cantieristica, nei movimenti della navi-
gazione di cabotaggio nei porti di “sottovento”. Delle loro migrazioni e atti-
vità produttive si parla nei bandi, nei carteggi della comunità, nella legisla-
zione daziaria della pesca, nei testimoniali d’istruttoria delle controversie e
delle pratiche legali che interessano i tribunali del capitano del porto. Molti
di loro risultano insediati stabilmente nella città di Rimini, nei borghi di San
Giuliano e di San Nicolò, ma se ne incontrano alcuni anche nel quartiere di
Santa Maria ad mare, dove una via importante è appunto denominata via
Chioggia, poi via Clodia, segno tangibile della considerevole consistenza del-
la colonia dei pescatori veneti impiantatasi stabilmente in quel quartiere del
porto fra Quattro e Cinquecento40. Una colonia, quella dei veneti residenti,
che peraltro si infittisce in alcuni mesi dell’anno quando, nei tempi propizi
alla pesca, vengono ad aggiungersi ai residenti i pescatori stagionali chiamati
ad approvvigionare di pesce la città.

40
C. Clementini, Racolto istorico della fondazione di Rimino e dell’origine e vite de’ Mala-
testi, I, Rimini 1617, p. 58.
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Nel microcosmo della gente di mare che si accalca nel porto di Rimini
emerge anche qualche personaggio di spicco, come Giovanni Zangi, ricorda-
to come il “capo della marinarezza”. Ce ne parla Cesare Clementini quando,
soffermandosi a riferire dell’edificazione della “novella chiesa”, intitolata alla
Madonna della Scala, nel Trattato dei luoghi pii e dei magistrati ricorda che
“fu la fabbrica prencipiata (conforme al sito) dalla marinarezza e da’ poveri
habitatori del borgo, capo de’ quali è stato sempre Giovanni Zangi, pescato-
re e patron di barca, che con la persona e con la lemosiniera mano ha som-
ministrato abbondantemente alla degn’opera”41.
Da un atto riguardante la compravendita di barca e attrezzi da utilizzarsi
“pro arte piscandi” veniamo a sapere che Giovanni Zangi (Ioannes quondam
Pandulfi Giangi de Sancto Marino) risiedeva nel borgo di San Giuliano ed
era un pescatore di tratta. Nell’atto in questione infatti viene indicato com-
proprietario, in società con mastro Pietro Bonini di Galeata “venditor pi-
scium”, di una tratta attrezzata “cum suis limis, scortiis, cum sexdecim petiis
rudentium, cum una barca cum eius velo, arbore, antena, timone, redenti-
bus, una ancora, decem remis cum furculis tresdecim et octo petiis filiorum
asse, cum costralibus et quatuor paneris, ferale, battifoco”42. Tutto il corredo
per la pesca, barca, reti e strumentazione di lavoro, viene alienato nel 1588
per il prezzo di 170 ducati e 40 soldi. Questo tipo di tratta, un po’ più com-
plesso e strutturato, che faceva uso di un natante monoalbero con velatura
verosimilmente quadra, come si rileva dagli studi sulla marineria tradizionale
della laguna veneta, era un sistema proprio dei pescatori di Chioggia e per
questo motivo denominato “tratta alla chiozzotta”. Esistevano infatti anche
tratte che tenevano in uso due o tre imbarcazioni di supporto con propulsio-
ne a remi, e questo metodo di pesca era denominato “tratta da Boranei”,
perché esercitata prevalentemente dai pescatori di Burano43. Forse proprio a
questo tipo di tratta si riferisce la compravendita di una tracta magna, attrez-
zata “cum duobus cimbis ac aliis armigiis et pertinentiis”, dal momento che,
non facendosi alcun cenno al corredo di alberi e di velatura, per quanto con-
cerne i natanti, parrebbe trattarsi di battelli a remi. Anche le reti delle tratte
si presentano differenziate, sia nella tessitura, o maglia, sia nella dimensione
a seconda dell’uso a cui sono destinate. Ecco perché in un rogito inerente la
compravendita di “quaranta doi pezze di rete da pescare”, per specificarne

41
Ivi, I, Trattato de’ luoghi pii e dei magistrati, p. 9.
42
ASRimini, NR, Giovanni Franciosi, 1588, II, c. 322r, 28 settembre.
43
Definizioni ricavate dai manoscritti di Angelo Marella, conservati nella biblioteca Sab-
badino di Chioggia, databili alla fine del XIX secolo, e ora pubblicati con il titolo Annotazio-
ni pescherecce cit., pp. 98-99.
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meglio la qualità, si precisa anche che sono “rete pezze numero 18 et chiaro-
ni numero 24”44. I “chiaroni” erano reti a maglia “chiara”, cioè più larga ri-
spetto alla comune tessitura delle rimanenti. Le reti venivano periodicamen-
te sottoposte ad un particolare trattamento (tinta) che ne garantiva la resi-
stenza permettendo una maggiore conservazione nel tempo. La tinta consi-
steva nel mettere la rete in ammollo in una sostanza ricavata dal tritume del-
la corteccia di pino (pinus halepensis). Una volta ridotta in polvere con appo-
site macine la scorza vegetale veniva cotta in acqua e colata in una grande va-
sca in muratura dove si bagnavano poi le reti. La casa nel borgo di San Giu-
liano, in cui viveva Giovanni Zangi, “pescatore e patron di barca”, aveva tra
i suoi annessi anche “domum unam de duabus stantiis terrestribus totidem-
que solariatis cum puteo intermediato cum caldaria et macina pro trituran-
dis scorcibus pini”45, cioè una sorta di laboratorio per rendere le reti da stra-
scico più resistenti alla corrosione prodotta dalla salsedine e all’usura dovuta
allo strofinio dei fondali.
Nonostante la presenza di pescatori stanziali, che vanno ad accrescersi nel
corso del Seicento, il concorso delle flottiglie provenienti dalle aree lagunari
era indispensabile per un’adeguata fornitura della piazza locale, soprattutto
in tempo di quaresima. Di qui il trattamento di favore nei confronti dei Bura-
nelli che godevano per antica consuetudo (“usanza solita”), della “gratificazio-
ne” ad essere esentati dal pagamento del dazio, in segno di riconoscenza per
il pubblico servizio reso alla comunità con “il venir a pescare a Rimino”.
Il timore di rimanere sprovvisti di pesce, specie nei periodi interessati
dall’obbligo penitenziale di astinenza dai cibi “grassi”, aveva indotto gli am-
ministratori a richiedere addirittura lo sfruttamento intensivo del mare co-
stiero. Condizioni meteorologiche permettendo, a tutti i pescatori locali in-
distintamente si ordinava

44
ASRimini, NR, Pompeo Bartolini, 1592-1593, II, c. 90r, 19 gennaio 1593.
45
Il pescatore nelle sue ultime volontà disponeva di lasciare al fratello la casa con l’annesso
servizio per la lavorazione della corteccia di pino e per la tinta delle reti, ASRimini, NR, Gio-
vanni Franciosi, 1600-1608, c. 282r-v, 4 giugno 1608. Sui metodi per la conservazione delle reti
e sulle aziende tradizionali che operavano in questo settore v. A. Graffagnini, “Al mujaduri”:
un’attività costiera scomparsa, in “Studi romagnoli”, XXXVII, 1986, pp. 229-268. Con il termi-
ne mogiar si intendeva, nel dialetto veneziano, “ammollare, inzuppare, intignere” (Boerio) e
nel vernacolo di Chioggia l’intenta era il “bagno di corteccia di pino” che serviva a rendere più
durature le reti, Naccari, Boscolo, Vocabolario del dialetto chioggiotto cit. Il Graffagnini pub-
blica la planimetria della “mujadura Cortesi” di Cesenatico (anni ’40 del Novecento), in cui si
notano, oltre agli ambienti per il deposito degli attrezzi (reti) e dei materiali (“tritume e cortec-
cia”), il vano destinato a “molino”, per macinare la corteccia, e il vano caldaia contenente il fo-
colare e la vasca per l’ammollo delle reti, “Al mujaduri” cit., p. 242. Quella del Giangi dunque
era un’antica “mujadura”, con tanto di macina e di caldaia.
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che ogni giorno, over notte, di quaresima e di vigilia e di venere e di sabato, che
sia per il giuditio di periti, riputato abile al pescare e al pigliar pescie; siano tenu-
te tutte le dette tratte descritte e non interpollatamente o una o due sì e l’altre
no: e non partendo tra loro i tempi e i giorni del pescare, ma tutte com’è detto
siano obligate a andare a pescare …

Questa pressione della comunità sui pescatori di tratta, dettata dalla


preoccupazione che il prodotto potesse essere insufficiente a soddisfare la
domanda, non a caso si intensifica nel secondo Cinquecento, quando, sulla
scia delle disposizioni del concilio tridentino, si avverte la precarietà dei ri-
fornimenti di pesce derivanti da una pesca non ancora ben strutturata e svol-
ta pressoché esclusivamente sottocosta. Non potendo contare su una catego-
ria produttiva ben organizzata, l’intervento dell’autorità si direziona quindi
ad incrementare la pesca obbligando tutti i trattaroli in attività ad aumentare
il numero delle calate senza giorni di sosta, negando loro anche la possibilità
di alternarsi concordando turni di lavoro, salvo il “giuditio di periti” circa
l’opportunità o meno di pescare in base alle condizioni meteorologiche. Su
questo punto la normativa statutaria del Trecento era sicuramente più elasti-
ca, in quanto si lasciava ai pescatori la decisione di uscire in mare, dando per
scontato che la pesca era praticabile solo “quando tempus patitur”.
L’interesse degli amministratori verso il settore della pesca dalla seconda
metà del Cinquecento si fa sentire di più, forse anche perché il litorale rimi-
nese, pur esteso, non concedeva pesche veramente redditizie proprio per la
concentrazione dell’attività piscatoria in acque molto prossime alle rive.
Il contributo dei pescatori di Burano era dunque basilare, tant’è che
quando a causa della terribile epidemia di peste scoppiata a Venezia nel
1576 per evitare il diffondersi del contagio era stata preclusa ai Buranelli
l’immigrazione nei porti di “sottovento”, la città ne aveva sofferto. Su questo
argomento i consoli si erano espressi in una lettera d’informazione indirizza-
ta al presidente di Romagna nel settembre del 1577, nella speranza di trova-
re una scappatoia alle rigide consegne di carattere sanitario a cui si doveva
sottostare:
Ha da saper che ogni anno a questo tempo sogliono venire alcuni pescatori detti
li Boranelli da quali la città vien sovenuta di pescie abbondantemente in modo
che quando a questa stagione non sono potuti venire per li impedimenti decorsi
[peste di Venezia] siamo stati male et essendo essi hora comparsi se gli fa diffi-
coltà di lasciarli pescare et admetterli ancor che siano uomini che sempre stanno
nell’acqua che dovranno esser purgati mille volte46.

46
ASRimini, ASCR, AP 435, Registro delle lettere, 1576-1579, i consoli di Rimini al presi-
dente di Romagna, Rimini 14 settembre 1577.
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I consoli, purché la questione si risolvesse al più presto, erano pronti a


ricorrere in ultima istanza anche al Santo Padre e per questo avevano ri-
tenuto opportuno informare il capitano Tingoli, a quel tempo agente del-
la comunità a Roma, rimettendo a lui la mossa successiva data l’impor-
tanza per la città dell’introduzione del pesce prodotto dai pescatori della la-
guna veneta: “quanto ai Boranelli sapete che (or)mai s’à pescie sol che da lo-
ro”47!
Fra i pescatori di Burano forse si inserisce anche il grancino o granzino,
qualifica che ricorre sistematicamente nei bandi e nei capitoli del dazio del
Cinquecento, ma che non è possibile identificare con certezza con i pescato-
ri che si servivano dei fassi ad gambaros, già menzionati negli statuti trecente-
schi di Rimini48. Riguardo a questa particolare pratica di pesca si era interes-
sato Luigi Tonini che ne aveva individuato la sopravvivenza in un sistema an-
cora in uso ai suoi tempi in alcune località costiere dell’Istria. L’operazione
consisteva in primo luogo nel calare in acqua “fascine di spini bene avvitic-
chiati, raccomandate ad una fune, il capo della quale restava galleggiante a
fior d’acqua mediante un gavitello di materia leggiera”. Nella notte pesci e
crostacei entravano nella fascina “indi i pescatori vi si avvicinavano col bat-
tello: prendevano il capo della fune e lentamente tiravano le fascine, che ve-
nute a fior d’acqua con forte sbalzo facevano saltar nello scafo prima che il
pesce e il gambero si fossero sciolti dai rami”49.

47
Ivi, i consoli al capitano Tingoli, Rimini, 14 settembre 1577.
48
La rubrica sulle fascine ad gambaros era stata introdotta nel corpus statutario in quanto
la loro presenza diffusa nel litorale e presso le strutture portuali, danneggiava le funi delle an-
core delle navi. Pertanto si stabiliva con la norma un’area costiera off limits per quegli ordi-
gni “a turione Cruciferorum usque ad Sanctum Gaudentium”. Era antica consuetudine, fatta
propria dal diritto marittimo e dagli statuti delle città costiere, di favorire la navigazione a di-
scapito della pesca anche in altura, come spiega il Targa, Ponderazioni sopra le contrattazioni
marittime, Livorno 1755 (1a ed., 1682), p. 11: “deve avvertire ognuno che con reti o altri or-
digni da spiagge pesca in altura, di contenersi in modo che non sia d’impedimento a’ navi-
ganti” e quando il vento costringe a manovre forzate, al navigante stesso “è lecito per sottrar-
si al pericolo investir le reti e squarciarle per avere il transito libero”. Facevano eccezione le
località con antichissime tradizioni di pesca, come Gaeta ad esempio, le cui disposizioni sta-
tutarie non consentivano al navigante di appigliarsi alla forza dei venti per giustificare il dan-
no apportato alle reti. Il cap. CLXXXIII degli statuti (de navigiis damnificantibus retia pisca-
toria) si richiamava al fatto che “ex antiquo usu et consuetudine solitum est cum retibus pi-
scari in tesa Caietae”, e pertanto i “loca piscationum nota sunt et esse debent omnibus mari-
nariis et navigantibus”, N. Alianelli, Delle antiche consuetudini e leggi marittime delle provin-
ce napolitane, Napoli 1871, p. 161.
49
Tonini, Il porto di Rimini cit., p. 27. A p. 46 il testo della rub. 193 degli statuti, De fassi-
bus gambarorum et de pena tenentium vel levantium.
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Un altro metodo di pesca, molto simile a quello appena descritto, era pra-
ticato da settembre fino alla fine di novembre dai pescatori di Burano ancora
sul finire dell’Ottocento. È David Levi Morenos a descrivercelo nel 1896, ri-
cordando il sistema molto elementare consistente in “un fascio d’erbe” an-
corato con una zavorra che i pescatori salpavano periodicamente.
Forse con il termine grancino50 si riconosceva il pescatore che catturava il
pesce con queste trappole, peraltro non particolarmente remunerative, se te-
niamo conto dell’entità delle multe pecuniarie inflitte per le infrazioni com-
messe sulla vendita del prodotto ittico: mentre per i “patronizanti” e i “par-
tionevoli” erano fissate a 25 scudi, per i “granzini” erano di solo mezzo scu-
do, con la pena aggiuntiva di tre giorni di detenzione carceraria.
Mentre dunque i Buranelli si specializzano nella pesca costiera, i Chiog-
giotti si avviano invece alla conquista di altri spazi con imprese di pesca sem-
pre più organizzate che li vedranno indiscussi protagonisti nel corso del Sei-
cento51.
La crisi delle attività legate alla produzione del sale, obbligando con la
conversione di molte unità lavorative nei settori della pesca stanziale e va-
gantiva a dirigere con più vigore le operazioni venatorie verso il mare aperto,
dà insomma avvio, già nella seconda metà del Cinquecento a quella che sarà
riconosciuta come una vera e propria vocazione ed arte dei Chioggiotti,
quella della pesca d’altura.

50
Nel Dizionario di marina medievale e moderno, Roma 1937, si registra alla voce “gran-
chiaro”: “pescatore e venditore di granchi”.
51
Sui pescatori Nicolotti e Buranelli si veda anche O. Chaline, L’Adriatique, de la guerre
de Candie à la fin des empires (1645-1918), in P. Cabanes, a cura, Histoire de l’Adriatique, pré-
face de J. Le Goff, Paris 2001, p. 326. Riguardo al ruolo della marineria chioggiotta nello svi-
luppo delle arti della pesca lungo il litorale adriatico pontificio vd. De Nicolò, Note sull’atti-
vità cantieristica e portuale a Rimini nel Settecento cit..; Ead., Pesci, pescatori, naturalisti a Ri-
mini nel Cinquecento, in Studi in onore di Gian Ludovico Masetti Zannini, a cura di Tommaso
Falconieri di Carpegna, Roma 2004.
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Capitolo 2

I pescatori delle isole dalmate:


“Lissani”, “Lesignani”, “Lagostani”

In tutti gli statuti delle località dalmate del medio Adriatico, di Curzola, così
come di Ragusa, Spalato, Zara, Lesina, Budua, Scardona, Traù ecc. è presa
in considerazione in apposite rubriche la regolamentazione della vendita del
pesce, a prova dell’importanza data, come del resto si è visto anche nei porti
della costa occidentale, all’approvvigionamento della piazza cittadina, ma
non si trovano cenni né riguardo ai luoghi di pesca, né ai sistemi di cattura,
peraltro molto più avanzati e remunerativi rispetto alle pratiche in uso altro-
ve. Dati a proposito vengono restituiti da varie fonti, che mettono in luce già
nel primo Cinquecento la rilevanza assunta dall’esercizio della pesca special-
mente per gli abitanti di alcune isole dalmate1. Nel 1512 in un dispaccio rela-
tivo alla rivolta popolare contro le autorità locali scoppiata a Lesina e a Lis-
sa, un inviato della Serenissima notificava al governo l’avvenuto saccheggio
da parte della soldatesca del villaggio di Vrbovska, una piccola isola di pe-
scatori depredati in quella occasione di ben “5.000 barili di sardine salate e
di altrettanti barili di sgombri salati”. L’abbondanza di pesce viene confer-
mata ancora a quarant’anni di distanza, nel 1553, dalle relazioni dei sindaci
provveditori per l’Albania e la Dalmazia, Gasparo Erizzo e Giovan Battista
Giustiniani ed è appunto quest’ultimo a precisare: “Quivi si prende grandis-
sima quantità di sardelle, gran sollevamento e sostegno di tutti li Lisignani; e
per non omettere una bella particolarità in un sol giorno presero i pescatori
tre milioni di sardelle”2. Nel corso del Cinquecento si registra un considere-

1
Per un quadro generale sulla pesca lungo la sponda orientale dell’Adriatico si veda il
fondamentale contributo di G. Novak, Dokumenti za povijest ribarstva na istocnoj obali Ja-
dranskoga mora, I, Otoci Vis i Hvar (Documenti per la storia della pesca nelle coste orientali
dell’Adriatico, I, Le isole di Lissa e Lesina), Zagreb 1952. Per una sintesi cfr. Id., Le lotte per
la pesca nel medio Adriatico nei secoli scorsi, in Aa. Vv., Il patrimonio ittico dell’Adriatico, dife-
sa e valorizzazione, Atti del convegno italo-jugoslavo, Venezia 19 aprile 1969, pp. 89-95.
2
J. Bo&zaniéc, Terra nauta. La storia della gaeta falkusa comisana, in “Cimbas”, 24 (2003), p.
26. Buona parte della documentazione riportata da Bo&zaniéc è tratta dal Liber Comisiae, una
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vole incremento delle pratiche piscatorie soprattutto per l’iniziativa dei


“proprietari delle grandi reti”, “piccoli capitalisti” ben propensi, in previsio-
ne di sicuri guadagni, ad investire e a potenziare le attrezzature e il personale
addetto, per muoversi alla conquista di altre zone produttive ed alimentare
ulteriormente le manifatture conserviere del pesce salato. Così i più intra-
prendenti pescatori dell’isola di Lissa si spingono verso le acque delle isole
di Sant’Andrea, di Pelagosa, di Cazza, anche se per quest’ultima località si
scatenano contese con i pescatori di Lagosta, ugualmente interessati a quegli
spazi faunistici particolarmente fruttuosi. L’appartenenza delle due compagi-
ni di pescatori a giurisdizioni differenti, a quella di Ragusa i lagostani, di Ve-
nezia i lissani, apre anche una questione politica riguardo alle competenze
territoriali con interventi diplomatici per ambo i fronti. Il governo di Vene-
zia, pur rivendicando alla Serenissima il completo dominio del Golfo, nel-
l’impossibilità materiale di precluderne l’accesso con azioni di polizia, per
dar fine alle continue controversie era giunto a concedere ai lagostani un
permesso di pesca attorno all’isola di Cazza regolando l’assegnamento delle
“poste” ai pescatori delle due isole rivali con un sorteggio3. I pescatori di
Lissa si spostavano comunque anche in direzione di Pelagosa, nonostante i
rischi insiti, per il raggiungimento di quelle zone di pesca, in una navigazio-
ne lunga e costantemente insidiata dagli assalti dei corsari, da considerarsi
una vera e propria calamità. Basti, a titolo di esempio, il richiamo del dram-
matico episodio dell’agosto 1567:
Nell’isola di Lissa cinque o sei fuste hanno pigliato da 150 pescatori, il che dà
molta molestia a questi signori perché, oltra l’indignità et perdita di quell’anime,
l’isola potria dishabitarsi con qualche danno, che di là vengono buona parte dei
salumi che si dispensano in questi contorni4.

Dunque alla metà del secolo viene già posto in evidenza l’apporto all’eco-
nomia alimentare e al contempo al pubblico erario dei pescatori delle coste

raccolta manoscritta di documenti registrati nella seconda metà del Settecento dal cronista
comisano don Nikola Borcic Jerolimov e conservati nell’archivio parrocchiale di Lissa.
3
Novak, Le lotte per la pesca cit. p. 91.
4
A. Stella, a cura, Nunziature di Venezia, VIII, Roma 1963, p. 264: lettera del nunzio al
segretario di stato, Venezia, 23 agosto 1567. Lo stato di pericolosità delle acque adriatiche,
sottoposte alle continue incursioni dei barbareschi specie dopo la vittoria turca a Gerba, arri-
vava fino alle località più prossime a Venezia e nel 1571 si era ordinato addirittura “che le
genti di Chioggia, che sono quasi tutti marinari e pescatori, stiano con le moglie et figlioli a
dormir su le barche, acciocché, scoprendo i Turchi, se ne passino con prestezza nelle lagu-
ne, dove non possono penetrare legni grossi per il poco fondo che vi è”, Ivi, X, Roma 1977,
p. 73.
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orientali, soprattutto lissani “che ogni anno a maggio pescano e salano enor-
mi quantità di sardine”5.
Per proteggere quindi i lavoratori del mare sudditi della Serenissima dal
periculum gentis sempre incombente, le leggi veneziane obbligavano i pesca-
tori a muoversi solamente con l’accompagnamento di una scorta armata, or-
ganizzata appositamente ogni anno dal governo. Il raduno della flottiglia pe-
schereccia era fissato nel porto di Comisa nell’isola di Lissa e la partenza av-
veniva il 21 maggio. Le disposizioni legislative a riguardo erano severissime:
era vietato alle barche da pesca di allontanarsi dai convogli, pena la galera al
remo con ferri ai piedi per 18 mesi; non potevano tenersi a bordo giovani
che “non habbino l’età di 18 anni”; le barche dovevano essere dotate d’“ar-
chibusi” ed altre armi di difesa. L’importanza data a questa pesca estiva si
evince dal considerevole numero di barche interessate all’impresa e dal coin-
volgimento del governo a pianificare al meglio l’organizzazione del lavoro e
la sicurezza dei pescatori. Nel 1593 alle 74 imbarcazioni già pronte per la
partenza dal 9 maggio, se ne erano via via aggiunte altre fino a superare il
centinaio verso la fine del mese6. Anche se non si riesce ancora a ravvisare
una strutturazione organica del settore produttivo tale da sollecitare lo svi-
luppo di un’industria conserviera e garantire duraturi sbocchi per un merca-
to di esportazione, tuttavia si individuano nell’applicazione di efficaci espe-
dienti per la cattura di sempre maggiori quantitativi di pesce, i tentativi di
formazione di un capitalismo mercantile che punta ad un più intenso sfrutta-
mento delle risorse del mare. I pescatori si dividevano fra sardellanti, che si
servivano delle reti sardellare (dette anche voighe o budelle, calate di notte
attirandovi dentro il pesce con l’accensione di un fuoco) e pescatori alla trat-
ta. L’attrezzatura per la pesca con le reti sardellare, per la quale non occorre-
va alcuna particolare preparazione, si riduceva ad una barca (la gaeta
falkusa) con tre-cinque uomini, per lo più membri di una stessa famiglia e
naturalmente alle apposite reti. La pesca con le tratte grandi invece necessita-
va di almeno tre barche con l’aggiunta di un battello (la “conserva”) e di una
squadra da dodici a venti uomini. La messa a punto di quest’ultima richiede-
va un minimo di solidità economica, per l’acquisto dell’attrezzatura, per gli
interventi di manutenzione alle barche e alle reti da farsi nei mesi invernali,
per l’ingaggio della numerosa ciurma. I padroni di tratta insomma gestivano

5
La citazione, ripresa da un documento del primo Cinquecento, si trova in A. Vojko
Mardesic, Poviesna zrnca o otocima Viskog arhipelaga I, Vis 1993. L’abbondanza di pesce of-
ferta dal mare di Lissa è confermata anche nella Relazione sulla Dalmazia (1575) di Antonio
Giustinian: “si pescano tante sardine che quella dogana si dà in appalto per quattromila du-
cati l’anno”, citato in Bo&zaniéc, La storia della gaeta falkusa cit., p. 26.
6
Novak, Dokumenti cit., pp. 44-45; Id. Le lotte per la pesca cit., p. 91.
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una piccola impresa di pesca giovandosi della collaborazione di operai-pe-


scatori, salariati con la divisione in parti della metà del pesce pescato, ma in
qualche modo obbligati al lavoro manuale da un rapporto di subordinazione
dipendente da situazioni di insolvenza con il datore di lavoro. Questi infatti,
quando la pesca non risultava particolarmente remunerativa, elargiva antici-
pi di denaro e generi di sostentamento per le rispettive famiglie ai propri
operai che in pratica si trovavano automaticamente impegnati a partecipare
anche alle successive campagne di pesca, vincolati al titolare dell’impresa la-
vorativa da un contratto capestro. I sardellanti invece erano pescatori in pro-
prio, con scarsi margini di guadagno e malvisti dai proprietari delle tratte
che ne temevano l’opera di disturbo. Forti della maggiore incidenza econo-
mica della propria azienda, i proprietari di tratte, di estrazione sociale più
elevata, premevano quindi sulle autorità per ottenere ordinanze limitative al-
la libertà d’azione dei sardellanti, molto spesso penalizzati con veri e propri
divieti di pesca. È quanto succede, per esempio, nella primavera del 1589
con il decreto, sollecitato appunto dai proprietari di tratte, di Antonio Lon-
go, conte provveditore di Lesina a cui erano sottoposte le isole di Lissa e
quelle minori di Busi, Scedro e S. Andrea7. Con un ordinanza datata 28 mag-
gio Longo aveva vietato alle barche sardellare di avvicinarsi alle “poste” dove
si dirigevano normalmente le tratte grandi, scatenando da parte dei piccoli
pescatori una sollevazione tale da richiedere una revisione del provvedimen-
to. Si permetteva così ai sardellanti di poter pescare “in ogni luoco buttando
le reti in mare dieci passa incirca lontano dalle tratte grandi, e senza impedi-
mento della ‘conserva’, di quello che avesse la rete in mare” (2 luglio). Una
ulteriore postilla alla legge veniva aggiunta nel luglio 1598:
per l’avvenire tutti quelli che anderanno a pescar intorno allo scoglio di Susac
[Cazza] non debbano, sotto pena di vogar mesi diciotto in galea dei condannati
con ferri ai piedi, e di perder le barche in contrabbando, pescare con le voighe,
né con le reti piccole, dette sardellare, sopra le poste dove si pescano le sardelle
con le tratte8.

Il problema non poteva comunque dirsi risolto, visto che nell’agosto del
1606 si decide nuovamente per un categorico divieto di pesca con le reti sar-
dellare confermato nuovamente nell’ottobre di due anni dopo.
Le gaete falkuse dei sardellanti trascinavano le voighe, reti che rimanendo
sospese ad una certa profondità potevano calarsi ovunque, a differenza delle
tratte, utilizzabili solo dove la natura del fondale piano e sabbioso consentiva

7
Ivi, p. 93.
8
Ivi, p. 93.
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207

di trascinare la rete sino a riva9. Questo spiega l’imposizione ai sardellanti di


portarsi nel mare di Pelagosa, con un ricco patrimonio ittico, ma impratica-
bile per le tratte. L’interferenza dei sardellanti anche in altri spazi, per la con-
tinua ricerca dei banchi di pesce connota la peculiarità del loro lavoro sul
mare, non vincolato a particolari posizioni e alla configurazione del fondale:
“la voiga infatti non aspetta passivamente che il pesce compaia in un certo
posto, ma va alla sua ricerca, poiché tutte le posizioni le sono accessibili”10.
Nel 1611 per le continue pressioni dei proprietari di tratte si arriva all’e-
missione di un proclama di divieto assoluto di pesca con le reti sardellare, di-
chiarate “in tutto e per tutto … come dannose e di rovina a tutta la Giurisdi-
zione, e di grandissimo pregiudizio alli dazi del Serenissimo Principe e della
Comunità”, senza però ottenerne effetti sostanziali anche negli anni a segui-
re, nonostante le severissime pene pecuniare e corporali assicurate ai tra-
sgressori, confermate nel 1633 dal doge Francesco Erizzo11. Unico luogo do-
ve era permessa la frequentazione ai sardellanti rimaneva l’isola di Pelagosa,
piuttosto lontana e, come s’è detto, con seri pericoli da considerarsi durante
la navigazione, per cui si continuava, nonostante tutto, a contravvenire alla
legge. Alcune concessioni si ottengono nel 1708, quando agli abitanti del vil-
laggio di Comisa viene permesso di pescare oltreché a Pelagosa, attorno alle
isole di Sant’Andrea e Cazza, ma i continui reclami dei proprietari di tratte
che denunciano invasioni anche negli specchi d’acque di Lissa e Lesina in-
ducono infine il provveditore Francesco Grimani, a rendere esecutiva la de-
cisione del Senato di requisire tutte le reti sardellare, con un decreto emesso
il 14 agosto 1756. Le disposizioni proibitive si rinnovano negli anni a seguire
e il governo rimane sordo alle voci discordanti di autorevoli osservatori pro-
pensi ad una liberalizzazione della pesca anche per scongiurare la fuga dei
pescatori in altri lidi a tutto discapito dell’economia veneziana. Scrive Alber-
to Fortis negli anni settanta del secolo:
I Lissani, pella situazione loro lontana dalle altrui acque, messi fuori del pericolo
di far danno alle tratte de’ vicini, dovrebbono potersi liberamente servire delle
reti che stimassero più adattate ai fondi ne’ quali pescano: essi non sono però li-
beri quanto farebbe d’uopo su di questo articolo. Quindi ne avviene che si allon-
tanino di frequente dalle acque loro, e vadano a pescare intorno all’isola Pelago-

9
Bo&zaniéc, La storia della gaeta falkusa cit., p. 37.
10
Ivi, p. 38.
11
Ivi, p. 94: i trasgressori avrebbero perso barche, reti e pesce, con l’obbligo del paga-
mento di una multa di 100 ducati, da ripartirsi a metà fra l’accusatore e il conte-provveditore
di Hvar e del castigo della voga in galea per tre anni. Ai vecchi e ai ragazzi si riservava la pu-
nizione di tre colpi di frusta e l’esilio per dieci anni.
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sa, ch’è sessanta miglia lontana da Lissa, e, poco più poco meno, dal promonto-
rio di S. Angelo in Puglia. Le loro prede non passano a Venezia, dove pretendo-
no d’incontrare gravissimi discapiti, ma si diffondono pel Regno di Napoli, le di
cui spiagge che guardano l’Adriatico sono mal provvedute di pescatori12.

Si tratta di una voce che cade però nel vuoto. Ancora a fine secolo convi-
vono insieme ai soliti divieti, le astuzie per ovviarli dei sardellanti, per nulla
fiaccati dalle pene inflitte a molti di loro e dalla distruzione delle proprie at-
trezzature13. Perse le vecchie reti, i pescatori se ne procurano altre commis-
sionandone la fattura nelle Puglie ed anche clandestinamente a Lissa, per cui
la secolare lotta tra pescatori lissani dei due fronti perdura, acuendosi poi
anche per l’arrivo nel mare di Pelagosa dei pescatori pugliesi, agguerriti a tal
punto da pretendere di “ivi pescare asserendo lo scoglio essere di loro ragio-
ne”, in quanto più vicino alle coste della Puglia (35 miglia da Vieste) rispetto
alla distanza da Lissa (80 miglia)14. Armi in pugno si rivendica da ambo le
parti un diritto esclusivo di pesca basato sulla territorialità delle acque, un
tempo rivendicato fortemente dal dominio di Venezia, ora reclamato anche
da altri temibili concorrenti, che alimenta fra i pescatori persino scontri
cruenti per la ricerca degli spazi lavorativi nei pressi delle isole dalmate di
Brazza, Lesina, Curzola, Cazza, Sant’Andrea, Lagosta, senza soluzione di
continuità anche nei secoli a seguire.
Al di là dei conflitti di mestiere nei secoli dell’età moderna per la pesca
nelle acque dalmate, caratterizzate da un patrimonio ittico ricchissimo, il
problema principale rimaneva quello delle difficoltà commerciali di un pro-
dotto altamente deperibile. Ancora nel Settecento se da una parte appare
improponibile il decollo di un interessante mercato del pesce fresco, d’altro
canto, nonostante le capacità professionali degli addetti al settore manifattu-
riero di trasformazione e l’abbondanza di materia prima, non riesce a pren-
dere piede neanche l’industria conserviera per la mancanza di sale in loco.
Sempre Fortis poneva all’attenzione dei governanti che
il più riflessibile oggetto del commercio de’ Lissani viene loro somministrato dal-
la pesca. Una sola barca da tratta vi prende talvolta in poche ore d’oscura notte
sessanta, cento e centocinquanta migliaia di sardelle. In questi casi però l’abbon-
danza soverchia diviene un oggetto d’afflizione. Per una di quelle picciole ragio-

12
A. Fortis, Viaggio in Dalmazia, a cura di E. Viani, Venezia 1987, p. 217
13
Bozanic, La storia della gaeta falkusa cit., p. 38. Fra le motivazioni addotte dal governo
circa la dannosità delle voighe, si indicava anche la devastazione apportata ai boschi delle iso-
le dai pescatori per procacciarsi la legna necessaria all’accensione delle lampare e la corteccia
dei pini per tingere le reti e le corde.
14
Ivi, p. 95.
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ni che sovente traggono seco per conseguenze danni riflessibili, l’isola di Lissa,
situata nel più opportuno luogo all’esercitare una ricchissima pescagione, non ha
magazzini di sale. Que’ pescatori, colti all’improvviso da un’abbondante preda,
si trovano in necessità di ricorrer trenta e quaranta miglia lontano, per aver di
che conservarla da’ magazzini di Lesina. Eglino intraprendono talvolta di questi
viaggi se un vento determinato gl’inviti a tentare la fortuna: ma pell’ordinario, di-
sperando di poter andare e ritornare colla necessaria sollecitudine, gettano al
mare le cinquanta e anche le cento miglia di pesce, per non essere appestati dal
puzzo15.

Per migliorare la situazione a tutto vantaggio della “economia nazionale”,


a detta di Fortis sarebbe bastato promuovere la costruzione nell’isola di Lis-
sa di un edificio per il deposito del sale, in considerazione anche del fatto
che la pesca dei lissani non era stagionale, ma impegnava tutto l’anno la po-
polazione dell’isola, tradizionalmente specializzata anche nell’arte conservie-
ra di “tutte le spezie acquatiche” presenti in quel mare: persino “le orate e i
dentici presi nel verno soglionvisi mettere in gelatina ed entrano in commer-
cio così preparati”16. Anziché dunque ostinarsi con le proibizioni, piuttosto
sarebbe stato auspicabile “che ne’ luoghi abbondanti di pesci com’è l’isola di
Lissa fosse introdotta una polizia pescatoria, che si estendesse anche sopra le
insalazioni; e se ne potrebbe prendere il modello da’ Francesi, accomodan-
dolo ai generi e alle circostanze nostre”17.

15
Fortis, Viaggio in Dalmazia cit., p. 217.
16
Ivi.
17
Ivi.
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Capitolo 3

Il “volo” dei pescatori di Gaeta

Il disciplinamento della pesca costiera nella rada di Gaeta tra basso medioe-
vo e prima età moderna, viene preso in considerazione già negli statuti della
città1. La normativa elaborata in materia restituisce, caso abbastanza singola-
re, anche un’interessante sequenza di informazioni riguardo alla varietà delle
tecniche di pesca in uso. Si fa menzione di sciabachae, sciabachelli, palanga-
stri (o palangrasi), bollarii (o vollarii), tartane, a cui si aggiungono la lensa, il
filaccione, la canna, la nassa, la lanciata. Ciò che preme maggiormente sottoli-
neare in questa sede è l’attenzione riservata dagli amministratori locali alla
gestione ed allo sfruttamento delle postazioni di pesca, assegnate di volta in
volta a quanti si industriavano nella costiera del golfo di Gaeta seguendo un
preciso rituale2. Questa consuetudine assunta a norma di legge, e l’aggiunta
delle ulteriori regole presenti nella redazione statutaria cinquecentesca della
città, tradiscono la presenza già in questi secoli di una società con un consi-
stente numero di lavoratori del mare che obbliga le autorità comunali a pia-
nificare un sistema di controllo preventivo ad evitare il depauperamento del-
le proprie acque territoriali ed insieme ad organizzare un programma politi-
co che consenta a tutti di accedere alle risorse ittiche per l’esercizio di una
pesca di sussistenza e commerciale. In pratica la pubblica amministrazione
affrontava il problema promuovendo la rotazione delle opportunità di lavo-
ro attraverso una studiata ripartizione della fascia costiera.

1
Sul corpus legislativo di Gaeta si veda F. Schupfer, Gaeta e il suo diritto. Lo statuto cin-
quecentesco, in “Rivista italiana di scienze giuridiche”, 1916; R. Di Tucci, La costituzione del
Comune di Gaeta dalle origini alla stampa degli statuti, Cagliari 1925; Id., La legislazione sta-
tutaria del Comune di Gaeta, in “Studi di storia napoletana in onore di Michelangelo Schipa”,
Napoli 1926, pp. 411-422. Gli Statuta, privilegia et consuetudines civitatis Caietae furono dati
alle stampe nel 1553. Un’editio anastatica è stata recentemente stampata a Gaeta nel 1986.
2
Un commento degli statuti di Gaeta in tema di pesca si trova in P. Corbo, Il porto di
Gaeta agli inizi del XV secolo, in Gaeta agli inizi del Quattrocento. Economia e società, a cura
di V. Liguori Mignano, Ludovico Gatto, Bruno Dini, Elena Cecchi Aste, Pasquale Corbo,
Gaeta 1999, pp. 143-147.
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Lungo il litorale di Gaeta erano state designate varie postazioni per la pe-
sca a tiro dalla riva, utilizzabili anche per calare reti “in posta” da sistemarsi
il mattino per essere salpate alla mezzanotte. A queste poste dovevano acce-
dere numerosi pescatori che a turno si applicavano all’esercizio dell’attività,
anche se non è chiaro il meccanismo dello scambio vicendevole e dell’alter-
nanza fra gli aventi diritto, con tutta probabilità da stabilirsi per sorteggio
sotto la supervisione dell’appaltatore del quartuccio del pesce (l’imposta fi-
scale da versarsi, calcolata sul totale della stima del pescato)3.
Può dunque immaginarsi lo stato di competitività esistente fra i pescatori
locali, in perenne gara non solo per accaparrarsi le postazioni ritenute mi-
gliori, ma anche per mantenere il rispetto dei tempi di pesca previsti. Con il
termine “bolo” o “volo” si indicava sia la “posta”, sia la battuta di pesca, e la
sua regolamentazione si trova nelle rubriche 153-156, sotto il titolo De pisca-
toribus et bolis. La prima norma (153, Quod patroni retiarum non auferant
bolum alteri patrono habenti ante se) prescriveva che nessun “patronus retia-
rum” potesse sostituire, o scavalcare, il pescatore, o proprietario delle reti
che nella graduatoria delle assegnazioni della “posta” godeva del diritto di
prelazione: “qui primus fuerit precedere debeat in ponendo”. L’accesso
prioritario toccava al “primus patronus retiarum” e, dopo questi, in turni
successivi, agli altri aventi diritto. Solo consenziente il “primus patronus” si
sarebbe potuta dare precedenza per la battuta di pesca ad un secondo pesca-
tore in coda.
La rubrica successiva (154, De eodem bolo servando), stabiliva inoltre che
qualora il “patronus” gratificato del “primum bolum” non avesse proceduto
a calare tempestivamente la rete, neppure dopo richiami e sollecitazioni a
farlo, il “secundus patronus”, cioè “qui esset sequens”, oppure il “quartucia-
rius quartucii piscium”4, ovvero altro pescatore “qui duceret sciabecam”,
avrebbero potuto sostituirsi a lui nell’esercizio della pesca e anticipare il pro-
prio turno. Nell’eventualità non si fosse avviata la battuta di pesca da parte
del primo “patronus”, il secondo in lista, approfittando della situazione, non
poteva comunque prendere il posto impunemente e sostituirsi a lui senza
averlo interpellato, “non requisito primo”. Mancando il beneplacito per la
sostituzione del primo in graduatoria, si sarebbe intimato al “secundus” di
abbandonare la postazione “et redire et cedere locum illi qui esset ante
eum” punendolo con la requisizione del pescato e il pagamento di un’am-
menda. Una terza rubrica (155, De eodem bolo non auferendo) considerava le
possibili interferenze fra un pescatore e l’altro durante le operazioni di pesca

3
O. Gaetani D’Aragona, Memorie storiche della città di Gaeta, Caserta 1885, p. 236.
4
Ossia colui che aveva in appalto l’imposta fiscale sul prodotto ittico.
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213

nel braccio di mare assegnato ad ognuno, calcolato nel raggio d’azione con
misurazioni di distanza effettuate dalla riva.
Se il “secundus patronus” avesse indebitamente scavalcato chi lo precede-
va nel turno, calando le reti entro la delimitazione di quattro “saule”5, incor-
reva nelle medesime sanzioni previste nella rubrica precedente. Oltre tale li-
mite invece il “patronus” poteva liberamente proseguire “bolum suum non
ostante quocumque ammactatione6 primi vel illius qui esset ante eum”.
Un’ulteriore rubrica (156, De pena incidentium saulas retiarum piscatorum)
proibiva al “patronus retiarum” e al “piscator” di “incidere, solvere aut dis-
solvere saulas cuiuscumque patroni, vel retis, aut alterius ponentis seu pi-
scantis”, come atto di ritorsione per aver subito un danno per il mancato ri-
spetto delle norme da parte di altri colleghi, e ciò evidentemente per scon-
giurare azioni violente di giustizia privata. L’idea che scaturisce è quella di
trovarsi di fronte un mare costiero invaso da pescatori sull’intera estensione
di giurisdizione cittadina e l’impegno delle autorità comunali a preventivare
e dirimere le inevitabili conflittualità tra i vari soggetti interessati a quegli
spazi, padroni di attrezzature, pescatori, appaltatori del quartuccio e via di-
cendo, suona come ulteriore conferma della totale assenza, ancora nel Cin-
quecento, anche in località fortemente vocate alle arti del mare, di marinerie
organizzate per imprese di pesca d’altura. Nel XVI secolo il “Consiglio et
Università” di Gaeta delibera l’addizione al corpus legislativo del comune di
“capitoli e statuti”7 sulla regolamentazione della pesca, giustificandone la ne-
cessità “per lo quieto vivere”, forse anche per la crescita numerica degli ad-
detti all’arte. Si ritiene infatti opportuna una più precisa identificazione dei
vari punti della rada dove insistono le postazioni di pesca: “Molo della Nun-
tiata”, “la Tesa”, “Serapo”, “Gelavo”, “all’Arco”, “le Bigne”, “la Piaggia”,
“le Piagge a dietro”. Senza entrare nel merito di un’analisi dettagliata del di-
ritto di accesso degli utenti ad ogni singola zona destinata alla pesca costiera,
si evince insomma da parte della comunità di Gaeta una problematicità ge-

5
Con il termine sàula si indicava la sàgola, ossia la “funicella che serve per scandaglio, o
per alzar bandiere” (Dizionario etimologico italiano, s.v. sàgola). Non è chiaro se con sàula si
intendesse una unità di misura per stabilire la profondità d’acqua, o piuttosto la distanza dal-
la riva, in ogni caso le zone di pesca dovevano essere delimitate con una segnaletica.
6
Ammactare o ammattare sta nel significato di abbattere, conculcare.
7
I nuovi capitoli, scritti in vernacolo, fanno parte di un complesso di norme, tra cui gli
interessanti “Capitoli et ordinationi … che si hanno da osservare nelle compere del pesce in
grosso per li incantaroli, vettorari, salmeri”, stilati verosimilmente nel XVI secolo. Non sap-
piamo se la data del 19 gennaio 1540 relativa al decreto del consiglio sulla vendita del pesce
si debba estendere anche alle riforme per disciplinare la vendita all’ingrosso e ai nuovi capi-
toli sulla regolamentazione d’uso delle poste per la pesca costiera.
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214

stionale nel mare costiero delle varie attività piscatorie, peraltro suddivise an-
che fra altre due categorie di pescatori: i “bollararii” (o “vollararii”) e i “tar-
tanarii”. Il decreto del 19 gennaio 1540 era indirizzato ai “padroni delle rez-
ze, sciabechelli, sciabiche, bollari e barche”, mentre un’altra rubrica, inserita
fra le prescrizioni per la vendita del pesce (De piscibus vendendis), si rivolge-
va a “ogni pescatore di vollaro e di tartana”8. Secondo la descrizione fornita-
ci dal Dorotea sugli attrezzi per la pesca in uso a Gaeta nel XIX secolo, il
“vollaro” era una rete adoperata per la cattura dei cefali9, mentre la “tarta-
na” era una rete a strascico in uso nel Mediterraneo occidentale fin dal XIV
secolo10. Non abbiamo elementi sufficienti per stabilire una connessione fra
l’uso antico della tartana e la maniera di pescare “alla francese”, à la tartane,
di fine Cinquecento, che sfruttava una tecnica di navigazione per il traino
della rete in alto mare. Tra basso medioevo e prima età moderna questa rete
è documentata anche in Sicilia dove venivano adoperati per la pesca sia la
“tartania”11, sia il “tartaronum”12. A Gaeta quella più comunemente usata
era però la sciabica, rete composta da corpo, sacco e due ali che veniva trasci-
nata da riva. In Sicilia veniva denominata “xabica” e in qualche caso “buli-
chi”13, termine che ricorda il “bolum”, o “volo”, degli statuti di Gaeta14.

8
Statuta, privilegia et consuetudines civitatis Caietae, cap. CXLV, Quod bollararii et tarta-
narii teneantur vendere pisces ad rotulum.
9
Dorotea, Sommario storico cit., p. 37. Il “vollaro”, o “vollarello” era “una rete da tiro, la
quale ha le sue pareti ed il suo fondo come le altre: però siccome la stessa serve a predar cefa-
li, i quali al toccar appena le pareti delle reti sogliono saltar fuora … così è forza che sia cir-
condata da una rete a tela, mantenuta a galla da regoletti di canna”, Ivi, pp. 21-22.
10
Sulla rete tartana vd. N. Fourquin, Ph. Rigaud, De la nave au pointu. Glossaire nautique
de la langue d’oc (Provence, Languedoc), des origines à nos jours, prefazione di Michel Mollat
du Jourdin, Saint Tropez 1993, ad vocem. Il glossario menziona una supplica del 1337 contro
“los pescadors de las tartanas en los mars de la siena senescalcia” per gli effetti deleteri di
quella pesca a strascico. Un altro documento coevo, citato nel glossario, menziona la “rethe,
thesura seu instrumento nominato vulgariter tartana”.
11
G.M. Rinaldi, Ittionimi siciliani dal Tre al Cinquecento, in “Bollettino dell’atlante lingui-
stico mediterraneo”, 16-17, 1974-1975, p. 30.
12
H. Bresc, Il vocabolario della pesca nella Sicilia del ’300 e del ’400, Ivi, pp. 12-13.
13
Ivi, p. 13.
14
Fourquin, Rigaud, De la nave au pointu cit., s.v. bol, bòu, vòu, vol, con il significato di
‘poste de pêche’ vd. anche la voce boliech, ‘rete da pesca’. La regolamentazione della pesca a
Gaeta ricorda da vicino la normativa statutaria medievale di Noli, che fissava in tre “cale” le
zone di pesca in cui operare. Geo Pistarino riassume così la regola a cui dovevano attenersi i
pescatori liguri: “Quando la rete sia stata calata e menata dal mare alla riva … prima che altri
giungano sul luogo di quella medesima cala, è consentito all’interessato di procedere ad altra
calata, purché la rete sia stata raccolta nella barca e venga tesa in mare, continuandosi a pe-
scare senza sosta”. In caso contrario “il diritto di calata in quello stesso tratto di mare spetta a
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A Gaeta, nel 1634, viene costituito il “Monte” o confraternita di “Padro-


ni di barche, martingane da pesca e marinai”15. L’intitolazione della confra-
ternita, da cui si evince l’esistenza di pescherecci denominati “martingane”,
stimola l’ipotesi di un collegamento di queste ultime con la pesca d’altura a
tartana, di cui la cittadina provenzale di Martigues, detta la Venice des pê-
cheurs, viene riconosciuta uno dei centri di diffusione. Verosimilmente da
parte dei pescatori gaetani si era recepita questa tecnica nel secondo Cinque-
cento o al più tardi agli inizi del XVII secolo. I tartanari sono menzionati
nello statuto cinquecentesco, stampato nel 1553, ma allo stato attuale delle
ricerche non si hanno elementi sufficienti per identificare in essi pescatori
che usavano la rete a strascico detta tartana sottocosta o pescatori d’altura.
Più tardi i pescatori di Gaeta risultano tra i principali interpreti, almeno lun-
go le coste italiane, della pesca a coppia, detta appunto “alla gaetana” e forse
proprio ad essi era rivolto l’“Editto sopra la pesca” emanato dallo Stato della
Chiesa nel 1701 per soffocare sul nascere la diffusione di quel sistema di pe-
sca d’altura che invece, nonostante le remore, come s’è visto, dilagherà nel
secondo Settecento in Adriatico ad opera delle marinerie regnicole, papaline
e venete.

chi tra loro vi è giunto per primo, a condizione che il sopravvenuto, una volta gettata la rete,
continui a pescare in mare senza sosta”. In sostanza “se interrompe il lavoro perde il posto a
favore di un altro”, La civiltà dei mestieri: i pescatori in Liguria (secc. XIII-XV), cit., pp. 126-
127.
15
C.M. Moschetti, Aspetti organizzativi e sociali della gente di mare nel Golfo di Napoli
nei secoli XVII e XVIII, in Le genti del Mare Mediterraneo, a cura di R. Ragosta, II, Napoli
1981, pp. 940-941.
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Capitolo 4

Conservazione della risorsa,


rifiuto dell’innovazione tecnica:
i pescatori di Cetara contro gli instrumenta gallica

Una vertenza sollevata al cospetto del Regio Collaterale Consiglio di Napoli


nel 1643 dalla comunità dei pescatori Cetara1, piccolo villaggio della costiera
amalfitana, in opposizione alla pesca a strascico introdotta nel braccio di ma-
re antistante da pescatori exteri (di Procida, Ischia e Gaeta) si presta quasi a
campione delle situazioni di conflittualità sempre incombenti in età moderna
ogni qual volta si affacciano all’orizzonte novità tecnologiche, viste come un
fenomeno di disturbo per un’economia locale ancorata ai sistemi tradiziona-
li, ma soprattutto lesivo per le riserve faunistiche territoriali2. Nel panorama
generale delle tensioni sociali fra lavoratori del mare documentabili nel Me-
diterraneo in questi secoli, la controversia in questione rientra insomma nella
normalità, ma assume particolare rilevanza per aver dato materia al giurista
napoletano Giovanni Battista de Toro di difendere in giudizio le ragioni dei
pescatori di Cetara, come risulta nel Supplementum pubblicato nel 1646 a
completamento di una sua raccolta di decisiones dei supremi tribunali del
Regno di Napoli3. Si viene così a conoscenza del motivo del contendere e de-
gli attori implicati nella vicenda anche con il ritorno di alcuni ragguagli re-
trospettivi. I pescatori di Procida, Ischia e Gaeta nei primi decenni del XVII
secolo avevano già subito l’influenza esercitata dalla diffusione nel Mediter-

1
Sulla controversia si veda C.M. Moschetti, An piscari prohiberi possit. La questione della
legittimità della pesca a strascico, in Id., Questioni di diritto pubblico cit., pp. 91-124.
2
Si vedano a proposito le considerazioni di Armiero, La risorsa contesa cit., p. 193. Su
questo tema per l’età contemporanea l’autore cita il contributo di J. Giráldez Rivero, El con-
flicto por los nuevos artes: conservacionismo o conservadurismo en la pesca gallega del comienzo
del siglo XX, in Historia y Ecologia, a cura di M. Gonzales De Molina e J. Martinez Alier,
“Ayer”, 11, 1993.
3
Il titolo della raccolta è Aureum Compendium omnium fere decisionum Regni Neapolita-
ni tam Regii Collateralis Consilii quam Regiae Camerae Sommariae et Magnae Curiae Vicariae,
Napoli 1620-1647. A questa seguì il Supplementum Aurei Compendi Decisionum regalium su-
premorum tribunalium fidelissimi Regni Neapolitani, Napoli 1646, dove è trattata la questione
di nostro interesse: alla voce piscari, pp. 469-472.
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raneo, tra la fine del Cinquecento e i primissimi anni del Seicento, del nuovo
metodo di pesca praticato dalle tartane francesi. Ne avevano colto la validità
sotto l’aspetto produttivo in quanto il metodo a strascico prospettava la cat-
tura di quantitativi di pesce superiori, che li induceva anche a spostarsi in al-
tri spazi d’acque, alla ricerca di nuovi ‘territori’ di caccia, per cui da alcuni
anni, allontanandosi dai luoghi loro abituali, si erano spinti a gettare le reti
fino nel golfo di Salerno. Di qui la nascita del conflitto con i pescatori indi-
geni dediti a pratiche piscatorie tradizionali e di minor impatto lesivo sui
fondali rispetto al metodo a strascico adottato dalle marinerie napoletane
sull’esempio dei pescatori francesi. La pesca a strascico “alla francese” era
effettuata infatti “cum certis retibus et artificiis tendentibus usque ad solum
maris”, attrezzi capaci di arare in profondità e di danneggiare a tal punto i
fondali con grave pregiudizio della fauna ittica, da pregiudicare con il loro
passaggio la pescosità delle zone frequentate anche per un certo periodo di
tempo. Il prosieguo di una simile impresa di lavoro avrebbe apportato gra-
vissime conseguenze per i pescatori locali, destinati a trovarsi depauperati
della risorsa ittica, loro primario cespite di sussistenza in quanto, a loro avvi-
so, si sarebbero dovuti attendere anni per la ristabilizzazione dell’habitat ma-
rino sconvolto dallo strascico4. La controversia si sviluppa sul versante del
diritto di pesca nel golfo, rivendicato dai pescatori di Cetara che auspicava-
no dalle autorità competenti una legislazione in materia con la prohibitio pi-
scandi agli exteri piscatores. Cesare Maria Moschetti, analizzando le ragioni
esposte dal de Toro a favore dei pescatori di Cetara, ne riassume la rivendica
dei diritti in sei punti sostanziali:
1. Tutti gli abitanti del casale di Cetara, posto sul lido del mare, erano pescatori
e vivevano esclusivamente con il ricavato della pesca, essendo il loro casale si-
tuato tra due monti e del tutto privo di territorio retrostante e di boschi.
2. La pesca costituiva il mezzo con cui gli abitanti del casale sostenevano gli
oneri fiscali imposti dalla città di Cava, alla cui iurisdictio il casale era sottopo-
sto.
3. I pescatori exteri, quelli cioè di Procida e degli altri luoghi sopra ricordati, so-
lo da alcuni anni avevano incominciato a venire nel golfo a pescare con quelle
speciali tartane con grave danno per i pescatori del casale.
4. I pescatori exteri invero rastrellavano il fondo del mare con reti grandi e pro-
lungate, a cui erano attaccati all’estremità dei pesi di ferro, le quali venivano

4
Il testo, riportato da Cesare Maria Moschetti, così recita: “… quia retae, cum quibus pi-
scare solebant tam longe et ample, quod usque ad fundum maris extendebantur, adeo quod
ubi tales exteri piscari audedant per multum temporis spatium piscari non poterit ab aliis pi-
scatoribus, qui cum solitis retibus piscari solent, quoniam nihil reperiebant ut piscari potuis-
sent”, cfr. Questioni di diritto cit., p. 92.
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trascinate con veemenza dalle loro tartane […] che persino tutto il mare ne
rimaneva sconvolto5.

In questo modo venivano rovinosamente danneggiati “nidos piscium et


omnes pisces indifferenter capiunt, maiores et minores, tollendo escam pi-
scium, qui nutriuntur ex piscibus minoribus”. Per di più l’ordigno che ra-
strellava il fondale trascinava con sé “lapides, arenas, herbas et alias immun-
ditias”, dando come risultato una catastrofe ambientale perché “per multum
tempus ibi piscari non possit cum retibus ordinariis in praeiudicium iuris
pubblici”6. Proseguono ancora le motivazioni dei pescatori di Cetara:
5. Dei pesci pescati gli exteri procedevano ad una ingiustificata scelta gettando
in mare quelli ritenuti non buoni (corrupti) e ponendo invece immediatamen-
te in vendita i rimanenti.
6. L’estrema povertà in cui si sarebbero ridotti i pescatori del casale avrebbe lo-
ro impedito alla fine di far fronte agli stessi oneri fiscali di cui erano gravati e
di corrispondere le medesime decime ecclesiastiche7.

Le argomentazioni del de Toro facevano leva dunque sul praeiudicium iuris


publici, sul fatto cioè che le finanze dello stato ne avrebbero risentito, venendo
a mancare gli introiti derivanti dagli oneri fiscali imposti su quella attività.
La difesa delle marinerie di Procida, Ischia e Gaeta si fondava invece sul
principio giuridico che garantiva la libertà di pesca: “Mare est commune om-
nibus naturali iure, proinde eius usus prohiberi non possit”. Il de Toro ap-
profondisce la questione con l’analisi fondamentale sulla legittimità della pro-
hibitio piscationis, ed evidenzia specialmente la risoluzione espressa in mate-
ria dal Senato del Delfinato, contenuta nella raccolta giurisprudenziale curata
da Francesco Marco8. Nel 1519, attraverso literae regiae, era stata infatti proi-
bita la pesca nel territorio del Delfinato “tempore quo pisces pariunt, seu
freant, videlicet a medio mensis martii usque ad medium mensis maii”. In so-
stanza il Marco non esclude la legittimità della prohibitio quando questa sia
sostenuta dalla pubblica autorità (per iudices)9. A questo punto le argomenta-
zioni di Giovanni Battista de Toro, difensore dei “pauperrimi piscatores Ce-

5
Ivi, pp. 94-95. Così si esprimeva De Toro sulla maniera di pescare: “cum dictis retibus lon-
gis et amplis quousque ad fundum maris extenduntur, postquam imponunt onera ferrea et tan-
tam furiam asportant, dum velum relaxat, et flatum expectant et inde currunt cum tanta furia,
quod totum mare conturbant, taliter quod subvertunt nidos piscium”, Supplementum, p. 470.
6
Moschetti, Questioni di diritto cit., p. 95.
7
Ivi, p. 96.
8
Francesco Marco, Decisiones Aureae in Sacro Delphinatus Senatu discussae ac promulga-
tae, I, Lugduni 1587, 18 citato in Moschetti, Questioni di diritto cit., p. 99.
9
Ivi, p. 100.
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220

tarae” vertono sulla “possibilità di proibire lo ius venandi o piscandi in pre-


senza di una iusta causa”10. Il de Toro chiedeva nelle sue conclusioni l’interdi-
zione ai pescatori di Procida11, Ischia e Gaeta del modus piscationis da loro
praticato in base ai seguenti argomenti che Moschetti così riassume:
1. Trattatasi … di un modus perniciosus12 in quanto effettuato contra publicam
utilitatem. Secondo il de Toro, infatti, non c’era alcun dubbio che se si fosse
continuato a permettere tale modus piscandi i pauperrimi piscatori di Cetara
sarebbero stati costretti in breve tempo ad abbandonare le proprie case e gli
affetti familiari a loro più cari andando a mendicare per tutto il mondo. (…)
2. Il divieto di praticare tale perniciosus modus piscandi non contrastava assolu-
tamente con il principio giuridico fondamentale secondo il quale il mare era
da considerare commune omnibus. (…)
3. Nel modus piscandi praticato dai pescatori exteri poteva essere sufficientemen-
te ritenuto il carattere di un vero e proprio atto emulativo. Costoro infatti, …
accedevano nel golfo di Salerno cum maxima eorum impensa, stante la distanza
del luogo di provenienza e lasciando il loro mare ove potevano pescare certa-
mente con maggior lucro e minor spesa. In tale comportamento poteva così es-
sere ritenuta, sia pure in via di presunzione, … la sussistenza di un atto emula-
tivo ai danni dei pescatori del casale di Cetara13.

Le ragioni addotte, secondo Giovanni Battista de Toro, erano sufficienti


ad accogliere positivamente le richieste avanzate alle autorità dai pescatori di
Cetara: “Cioè che fosse vietato ai pescatori di Procida, Ischia e Gaeta di pe-
scare nel golfo di Salerno cum dictis instrumentis gallicis, dimostrati così dan-
nosi rispetto sia all’altrui uso comune del mare sia all’utilitas publica”14.
Viene così decretata dapprima la sospensione della pesca con le tartane
nel golfo di Salerno per un periodo di due mesi, ma si addiviene successiva-
mente alla revoca del provvedimento, dettata verosimilmente, a giudizio di
Moschetti, dalle “pressioni esercitate dalla città di Napoli, la quale, interve-
nuta nella causa, mostrò che così si sarebbero lesi gli interessi della “grassia”,
cioè dell’annona, e che, pertanto, non si poteva impedire l’esercizio di quella
pesca nelle more della decisione finale”15.
L’atteggiamento protezionistico riscontrato alla metà del Seicento nei pe-

10
Ivi, p. 121.
11
Su Procida si veda ora G. Di Taranto, Procida nei secoli XVII-XIX. Economia e popola-
zione. Genève 1985, sulla pesca pp. 54-64.
12
L’espressione ricorda la pesca a coppia, praticata dai catalani nel Settecento, definita ar-
te pernicioso.
13
Moschetti, Questioni di diritto cit., pp. 121-123.
14
Ivi, p. 123.
15
Ivi, p. 124.
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scatori di Cetara si conferma nel corso del secolo successivo anche nei loro
discendenti, emuli dei propri avi nelle stesse scelte e comportamenti per la
difesa dell’ambiente. A proposito di Cetara alla metà del Settecento, sulla
scorta delle notizie restituite dal Catasto onciario, scrive Francesco Sofia:
A Cetara v’è la nettissima prevalenza di marinai e pescatori, con la presenza col-
legata di industrianti di salsume e pesci salati, ci sono praticamente tutte le bar-
che da pesca “uzzi” grandi e piccoli, valutati nel catasto fino ad un massimo di
60 ducati colla sola rendita catastale del 5%, talvolta al gozzo s’accoppia un
“picciolo” capitale in negozio, ma assenti risultano le tartane16.

Si evince insomma che i pescatori di Cetara nel secondo Settecento, epo-


ca in cui si impone la pesca “a paranza”, aderiscono con moderazione alle
nuove tecnologie di produzione, confermandosi sempre rispettosi dell’habi-
tat marino, a salvaguardia del patrimonio ittico del loro braccio di mare, do-
ve sopravvivevano anche antichi privilegi feudali, come ad esempio quello
della Badia di Cava cui spettava la “decima del pesce del mare di Cetara e di
quello di Vietri”17. Nel 1799 la classe dei pescatori, pescivendoli e capiparan-
za di Cetara, rappresentati da un procuratore, alzano ancora una volta la lo-
ro voce al Tribunale dell’Ammiragliato per richiedere la ratifica dei divieti di
pesca con i paranzelli “ne’ tempi vietati”, contro le pretese dei pescatori tor-
resi che, al contrario, pretendevano una liberalizzazione della pratica con
concessioni ad esercitarla dal mese di settembre al sabato santo18. Disposi-
zioni governative inerenti alla prohibitio piscandi nel Regno di Napoli erano
state emanate sin dal 162719. La prammatica del 21 giugno 1627 era stata
promulgata in considerazione del “manifesto danno che si fa nel porto di
questa città [Napoli], et in altri luoghi convicini con tartanoni, sciabichelli
piccoli et altre ordegne, che pigliano pesce piccoli et nudi, che di ciò ne pro-
cede detrimento grande alla Grassa di detta città”20. A soli quattro anni di
distanza la blanda osservanza del precetto induce il governo ad una nuova
ratifica del bando proibitivo e alla revoca dei permessi rilasciati da qualche
amministratore senza porsi troppi scrupoli del precedente che veniva a crea-

16
F. Sofia, La costruzione di tartane sulla marina di Vietri (1711-1766), in La costa di Amal-
fi nel secolo XVIII, a cura di F. Assante, I, Amalfi 1988, p. 614.
17
M. Sirago, Rapporti commerciali tra le costiere amalfitana e cilentana nei secoli XVII e
XVIII, ivi, pp. 443-444.
18
M. Azzinari, R. Spadaccini, La costa di Amalfi nel ’700 nelle fonti documentarie dell’Ar-
chivio di stato di Napoli, ivi, pp. 52, 79.
19
Sui divieti di pesca nel Regno di Napoli si veda Dorotea, Sommario storico dell’alieutica
cit.
20
Il testo della prammatica si trova in Dorotea, Sommario storico cit., p. III dell’appendice.
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re. Le motivazioni riportate nella nuova disposizione di legge erano le se-


guenti: “non ostante la prohibitione fatta … li pescatori ànno ardimento di
pescare con dette ordegne et forse con licenze inavvedutamente a quelle
concedute”21. Il governo decide dunque di fermare il facile rilascio di auto-
rizzazioni e al contempo tenta di regolamentare la grandezza delle maglie
delle “rezze” a protezione dell’ittiofauna del golfo. Successivamente, nel
1784 si affronta finalmente in maniera più organica il problema della pesca
con paranze e paranzelli, limitandone l’esercizio ad un preciso periodo del-
l’anno e posticipando di un mese, rispetto alle abitudini della marineria, l’i-
nizio della stagione piscatoria: “non più dal mese di ottobre ma dal 4 di no-
vembre di ciascun anno per trovarsi in tal tempo non solamente schiuse le
uova, ma di aver preso anche il pesce qualche forma e consistenza, con finire
la detta pesca il sabato santo dell’anno seguente”22.
A sostegno “del più miserabile ceto di pescatori” le cui pratiche di pesca
costiera rimanevano gravemente inficiate dall’invadenza dei paranzelli fino al-
le acque prossime alle rive, nel 1792 si delibera di mettere definitivamente al
bando l’uso delle paranze e paranzelli, lasciando alle sole tartane l’accesso ai
mari napoletani. Un provvedimento drastico, a giudizio del governo, indi-
spensabile ad assicurare “la sussistenza dei poveri pescatori, che non han co-
modo di tenere barche, né grandi, né piccole”, ritenuto invece ingiusto dalla
restante marineria. Portavoce del dissenso saranno i pescatori di paranzelli di
Torre del Greco, unanimi a reclamare la sospensione della prammatica a
fronte delle deplorevoli condizioni di vita delle famiglie marinare, delle “loro
gravi miserie” e della “scarsezza generale de’ generi di prima necessità nel
corrente prossimo anno”23. Una volta ottenute le auspicate autorizzazioni di
pesca con una moderazione del bando proibitivo, impossibilitati ad esercitare
appieno nel solo golfo di Napoli, i pescatori di paranze si portano a calare le
reti nei mari circonvicini. Di qui l’insorgere di nuove conflittualità, ora con i
pescatori di Cetara, sempre attenti a difendere il loro mare e le sue risorse.

21
Ivi, p. IV dell’appendice.
22
Sull’argomento vd. anche le osservazioni di Marco Armiero sulla impossibilità di effet-
tuare un efficace controllo data l’estensione del litorale, che favoriva e incoraggiava la tra-
sgressione, La risorsa contesa cit. p. 185.
23
In tema di prohibitio piscandi Nicola Alianelli segnala la prammatica Interdictum in pe-
scatores “un bando del Tribunale dell’Ammiragliato del 1788 che proibisce la pesca in certa
estensione nella marina di Posilipo”, Delle antiche consuetudini e leggi marittime delle provin-
ce napoletane, Napoli 1871, p. 239. Si veda anche la prammatica De nautis et portubus che
contiene disposizioni di legge sull’argomento dal 1580 in avanti, Ivi, p. 239. Inoltre vd. M.
Armiero, L’Italia di Padron ’Ntoni. Pescatori, legislatori e burocrati tra XIX e XX secoli, in A
vela e a vapore. Economie, culture e istituzioni del mare nell’Italia dell’Ottocento, Roma 2001,
sulla legislazione meridionale e degli Stati preunitari, pp. 194-197.
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Capitolo 5

Contese e rivalità nell’alto Adriatico:


Chioggiotti e Istriani

Attorno alla metà del XVIII secolo lungo la costa istriana si attesta la presen-
za di un limitato numero di brazzere “pescaresche”, documentate a Capodi-
stria, ad Isola e soprattutto a Rovigno, fulcro delle attività marittime istriane.
Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Fasana, Pola, Fianona e il porto di Ra-
baz contavano poche unità da pesca come altrettanto pochi erano gli addetti
all’arte, in quanto la produzione non permetteva sbocchi commerciali di un
certo interesse, essendo finalizzata quasi esclusivamente all’autoconsumo.
Ad eccezione di Rovigno – spiega Egidio Ivetic – alla metà del secolo XVII
“i settori economici legati al mare sembravano vivere ancora il letargo cin-
quecentesco”1. Si sfruttavano prevalentemente le “peschiere”, “insenature
ricche di fauna ittica”, dove l’attività alieutica si praticava con reti denomi-
nate “ludro”, “tratta”, “grippo”, “bragagna”, rivendicate giurisdizionalmen-
te dalle varie comunità locali, da enti religiosi e dalla nobiltà e concesse in af-
fitto ai pescatori per un certo lasso di tempo2. Il salto di qualità si avverte so-
lo alla fine del secolo XVII, con il vistoso aumento di produzione dovuto al-
la messa a punto, nel 1695, di particolari reti dette “sardelieri” ideate da un
pescatore di Rovigno per la cattura del pesce azzurro (sardelle e “sardoni” in
primis)3. La sperimentazione di sistemi capaci di garantire un volume di pe-

1
E. Ivetic, Oltremare. L’Istria nell’ultimo dominio veneto, Venezia 2000, p. 187.
2
M. Budicin, La vertenza settecentesca sulla pesca tra Chioggiotti e Istriani, in “Atti del
Centro di ricerche storiche Rovigno”, XXIV, 1994, p. 206; Ivetic, Oltremare cit., p. 190. Sulle
“peschiere” (e sulla vendita del pesce) si veda la normativa statutaria di Pirano, Gli statuti del
comune di Pirano del 1307 confrontati con quelli del 1332 e del 1358, a cura di C. De France-
schi, Venezia 1960: lib. X, rub. 1, De non portantibus pisces extra Pyranum; X, 2, De ellectione
marorum piscariarum Pyrani; X, 4, De palis ponendis in piscaria; X, 5, De ponendo palos in pi-
scariis; X, 6, De non ponendo rete vel rixaium in piscariis; X, 7, De non trahendo tractam; X, 8,
De habentibus partem in piscariis ante Pyranum; X, 9, De mergatoribus; X, 10, De torculis non
faciendis ante piscarias.
3
B. Benussi, Storia documentata di Rovigno, Trieste 1887, rist. 1962, p. 139; D. Caenazzo,
Due documenti inediti sulla pesca nel “golfo adriatico”, in “Pagine istriane”, n.s. II, 1923, fasc.
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scato più consistente era d’altro canto sollecitata dall’aumento della doman-
da di pesce, imputabile peraltro anche alla crisi delle importazioni del pesce
conservato proveniente dall’Atlantico. Riferisce ancora Ivetic:
Certo, l’innovazione tecnica sicuramente da sola non bastò per trasformare in mo-
do così repentino la pesca in Istria, il ramo economico che avrebbe segnato i mag-
giori progressi nel Settecento. Va tenuto conto della disponibilità di sale capodi-
striano, che perdendo gli acquirenti austriaci aveva ripiegato sulle potenzialità in-
terne, inondando in maniera ufficiale e ancor più illecita il mercato rovignese. Non
solo: era in atto una congiuntura che vedeva crescere su scala territoriale la richie-
sta di pesce salato, in sostituzione alla carne sempre più scarna e di lusso; dalla ter-
raferma veneta al Friuli, ma anche all’Italia centrale, la sardella e il sardon (acciuga)
erano diventati l’unico companatico per innumerevoli famiglie contadine.

Di pari passo dunque si registrano mutamenti anche nel settore conser-


viero, con “il passaggio dall’insalatura di cefali, sgombri e menole, a quella
di sardine ed acciughe, dimostratesi più pregiate e richieste”4. Le trasforma-
zioni economiche in atto si intuiscono peraltro anche dalla crescita degli in-
vestimenti di denaro da parte di faccendieri nel settore della pesca, appunto
dai primi anni del Settecento e specialmente a Rovigno. Tra il 1709 e il 1720
l’adozione su più larga scala della nuova tecnica piscatoria promuove poi la
crescita dell’attività alieutica in altri centri istriani come Pirano, Isola, Pola,
Umago e Cittanova. L’aumento delle unità pescherecce5 stimola necessaria-
mente la ricerca dei luoghi di appostamento più profittevoli per individuare
i banchi di sardelle durante i mesi propizi (da giugno ad agosto). L’insegui-
mento, una stagione dopo l’altra degli abituali percorsi del pesce spinge i
Rovignesi a battere dapprima la costa verso Pola6, per espandersi poi verso
le acque del Golfo. Lo sviluppo della flottiglia rovignese è di per sé forte-
mente significativa dell’evoluzione della pesca nelle località istriane. Nel
1710 si documentano “ulteriori 18 grosse barche pescaresche di Rovigno,

III, p. 126. Il Benussi riferiva che il “ritrovato” del pescatore rovignese non dovesse “riferirsi
alla pesca delle sardelle in sé stessa, ma all’invenzione d’un metodo particolare onde pescarle
con un’esca (trittumi di granzi) molto apprezzata da questo pesce”, Storia, p. 139, nota 17.
L’esca in sostanza consentì ai pescatori di non dover attendere gli ‘scuri’ di luna per praticare
una pesca che per tale motivo era assai limitata nel tempo. Fu dunque l’aumento della produ-
zione a dare un impulso decisivo agli investimenti nel settore della pesca e, di conseguenza,
nel settore conserviero.
4
Ivi, p. 140.
5
Sulla consistenza della flotta peschereccia istriana a metà Settecento vedi Ivetic, La flotta
da pesca cit., pp. 145-156.
6
Benussi, Storia cit., pp. 142-143.
14ParteIIIcap5 1-10-2004 10:50 Pagina 227

227

con equipaggi per un totale di 45 uomini”7; nel 1746 i legni pescherecci am-
montano addirittura a 120, rispetto alle 35 barche di Capodistria, alle 34 di
Pirano, alle 33 di Isola8 e un ulteriore salto si registra nel 1764, con “compa-
gnie di barche pescaresche” attestate sulle 160 unità9. Un aumento del 33%
in soli vent’anni giustificabile dall’intendimento della marineria rovignese di
sconfinare con le campagne di pesca in altre aree territoriali e che spiega an-
che l’inevitabilità di uno scontro con l’altra importante compagine pesche-
reccia dell’alto Adriatico rappresentata dalla marineria di Chioggia10, sospin-
ta dalla continua ricerca di zone più pescose sempre più frequentemente in
prossimità delle acque costiere istriane. L’intervento del governo della Sere-
nissima con alcune terminazioni inerenti sia lo sfruttamento delle zone di pe-
sca, sia la regolamentazione di alcuni metodi di pesca tende in questi anni a
dirimere appunto le contese e i conflitti di competenza sullo sfruttamento
del patrimonio ittico11. Lo scontro sul mare era arrivato infatti a “trasferirsi
nelle aule dei tribunali sino a diventare una delicata vertenza giudiziaria”12.
Scrive Ivetic:
Vennero messe al vaglio le aree territoriali di competenza e le tecniche di pesca;
si emanarono due terminazioni, nel 1766 e nel 1776, che solo in parte risolsero le
questioni pendenti, ai Chioggiotti fu bandito di avvicinarsi alla costa istriana ol-
tre un certo limite. L’episodio testimonia in definitiva quale cambiamento fosse
avvenuto nel giro di pochi decenni: l’Istria veneta non era più la zona delle pe-
schiere a buon prezzo, bensì uno dei maggiori poli di preparazione del pesce sa-
lato nell’Adriatico13.

La terminazione del 176614 metteva ordine al diritto di pesca stabilendo


“che le acque tutte della Provincia dell’Istria sieno comuni e libere a tutte le
popolazioni suddite per uso della pesca”. Ai pescatori di Chioggia era permes-
so di “continuare nel benefizio della pesca” nelle acque dell’Istria “dichiarate
libere e comuni a tutti con l’uso delle loro sardellere, e pieleghi, e con il solito

7
Ivetic, Oltremare, p. 191.
8
Ivetic, La flotta da pesca cit., p. 155, appendice 1.
9
Iventic, Oltremare, p. 198.
10
Per un quadro generale dell’attività alieutica nei territori della Repubblica di Venezia
vd. Perini, La pesca nei domini adriatici della Serenissima durante il secolo XVIII, in “Chiog-
gia. Rivista di studi e ricerche”, 6 (1991), pp. 67-96. Sulle contese tra Chioggiotti e Istriani
particolarmente pp. 80-81.
11
Su questo argomento diffusamente vd. Budicin, La vertenza settecentesca cit..
12
Ivetic, Oltremare cit., p. 193.
13
Ivi; Budicin, La vertenza settecentesca cit.
14
Si veda il testo in Caenazzo, Due documenti cit., pp. 134-136, appendice doc. II.
14ParteIIIcap5 1-10-2004 10:50 Pagina 228

228

antico loro modo di pesca, denominata a fondo”15. Alle tartane di Chioggia era
però fatto divieto di “inferir danni alle reti e arti de’ Rovignesi ed altri pescato-
ri dell’Istria, nominate passerelle e squainerj”. Veniva stabilita anche una deli-
mitazione territoriale: i Chioggiotti avrebbero potuto pescare “in competente
distanza dalle rive dell’Istria”, ma si dava loro facoltà di approdare e trovare ri-
covero nei porti istriani16. Se i “tartananti chiozzotti” poi avessero causato dan-
ni alle “reti ed arti” dei pescatori di Rovigno, il danneggiato poteva ricorrere al
pubblico rappresentante di Capodistria, “capo” della provincia17.
Un quadro della situazione creatasi attorno alla metà del Settecento è de-
lineato da Sergio Perini che parla di “sfrenata concorrenza tra le principali
marinerie dell’Adriatico centro-settentrionale”:
quelle della riviera occidentale, allettate dal buon grado di pescosità delle acque
dalmato-istriane, praticavano, a giudizio degli istriani, un’energica pesca a stra-
scico, alterando radicalmente gli equilibri biologici con l’effetto deleterio di de-
viare i flussi naturali del pesce azzurro e, nel contempo, provocare la devastazio-
ne dei ripari dove nidificavano le specie più pregiate18.

Le zone orientali non erano anch’esse esenti da conflitti, poiché là con-


fluivano le compagnie di pesca venete, pontificie e napoletane19. Le tartane
di Chioggia in buona sostanza sconvolgevano le reti degli Istriani, calate a
circa 30 miglia dalla costa, e i pescatori che le governavano, i “tartananti”,
giustificavano il loro comportamento come conseguenza delle condizioni
meteorologiche, ma anche dello spostamento, spesso imprevedibile, dei ban-
chi di pesca. I Rovignesi cercavano di convincere le autorità a fissare il limite
delle loro acque territoriali a 14 miglia dalla costa istriana, quando invece i
pescatori clodiensi, che si appellavano alla libertà di navigazione nel Golfo,
proponevano 3 sole miglia. Una serie di provvedimenti legislativi, spesso
contradditori, non riescono a risolvere definitivamente la questione. I Rovi-
gnesi guadagnano altre zone di pesca emigrando, nella stagione propizia,
con le loro “brazzere sardellanti” nelle acque pontificie dove agiscono mari-
nerie da pesca meno competitive, come nel mare di Pesaro ad esempio20.

15
Ivi, p. 134.
16
Ivi, p. 135.
17
Su tali vicende vd. anche Poli, La pesca in Istria cit., pp. 48-59.
18
Perini, La pesca nei domini adriatici cit., p. 80.
19
Ivi, pp. 80-81.
20
Sull’emigrazione stagionale dei rovignesi nelle acque pontificie vd. De Nicolò, Marine-
ria pesarese in Adriatico cit.
15ParteIIIcap6 1-10-2004 10:51 Pagina 229

Capitolo 6

L’“emigrazione marittima” di Pugliesi e Rovignesi


in acque pontificie: “paranze napolitane”
e “brazzere sardellanti”

Già nel primo Settecento è documentata la frequentazione stagionale dei


porti pontifici per la vendita del prodotto ittico nelle piazze marittime del
medio Adriatico anche da parte dei pescatori pugliesi. Solo nell’ultimo tren-
tennio del secolo però si intensifica la loro presenza nelle acque del medio
Adriatico, soprattutto dopo l’introduzione nelle marinerie da pesca del Re-
gno del nuovo metodo di pesca detto “a paranza”, praticato da una coppia
di barche1. All’adozione di questo nuovo sistema a strascico, com’è noto,
viene infatti ricondotto un consistente aumento della produzione e con-
seguentemente anche le maggiori opportunità di commercializzazione di pe-
sce fresco. La valutazione espressa nel 1781 dal console veneto residente a
Pesaro circa lo stato di arretratezza dell’arte peschereccia delle marinerie di
Chioggia e di Burano, da sempre impegnate in migrazioni stagionali per ser-
vire anche le piazze di altre giurisdizioni, ma molto meno rispondenti che in
passato rispetto alla crescente domanda di pesce sulle varie piazze, risulta
piuttosto chiara. “Li tartananti pescatori – spiega il console – alcuni vengono
qui a pescare in questi tempi e sotto la fiera di Sinigaglia, cioè di giugno e di
luglio, quali per il caldo della stagione e per la distanza del luogo non posso-
no mandare il loro pesce a Venezia perché infragidarebbe, e lo vendono ove
possono nei porti della Riviera”2. Le difficoltà legate alla lentezza del tra-
sporto del prodotto, altamente deperibile specie in estate, si aggiungevano al
calo del volume produttivo delle flottiglie venete, superate nei quantitativi di
pescato dall’incalzante concorrenza dei sopraggiunti pescatori regnicoli. Il
console veneto infatti, riferendosi ai “tartananti”, continua: “Le loro pesche
sono scarsissime attesa l’introduzione delle paranze napolitane che prendo-
no un’infinità di pesce”. Alle migrazioni dei pescatori di Chioggia nelle ac-

1
De Nicolò, Marineria pesarese in Adriatico cit.
2
ASVenezia, Giustizia Vecchia, b. 36, relazione del console datata giugno 1781.
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que dell’alto e medio Adriatico all’inseguimento dei banchi di pesca, ma an-


che di opportunità di smercio nei fiorenti mercati romagnoli (si pensi a Ce-
senatico e a Rimini soprattutto), subentrano nel corso del Settecento nuove
situazioni che spingono molti addetti all’arte a trasferirsi nella città di Rimi-
ni, dove viene a formarsi un quartiere denominato appunto “chiozzotto”
proprio per la numerosa presenza di famiglie provenienti dalla cittadina la-
gunare. Nel 1760 i sudditi veneti residenti nel porto romagnolo ammontava-
no a circa un migliaio3, anche se non tutti potevano dirsi stanziali, in quanto
per molti l’emigrazione peschereccia continuava ad essere, come di consue-
tudine, stagionale e soprattutto senza necessità di alloggi a terra, rimanendo
la barca e i suoi angusti spazi, l’unica e vera dimora del pescatore.
L’invasione degli spazi acquei da parte delle marinerie forestiere, se da un
canto era ben vista dalle autorità perché garantiva l’adeguato rifornimento di
pesce delle pubbliche pescherie, dall’altro era mal sopportata dai pescatori
locali, ora più numerosi, che si sentivano in vario modo disturbati nelle abi-
tuali pratiche costiere.
Una controversia sorta nel 1802, riguardante l’intrusione nelle acque ter-
ritoriali di Pesaro da parte di 20-30 “brazzere sardellanti” di Rovigno, mette
in piena evidenza il disagio sofferto dai pescatori locali delle “tratte”. Questi
ultimi non solo denunciavano di doversi ritagliare gli specchi d’acqua in cui
operare, ma dichiaravano addirittura di aver bisogno di protezione per di-
fendersi dall’invadenza dei rovignesi, agguerriti a tal punto da minacciare “i
nostri marinai di ucciderli, se questi nell’entrare e ritornare nel porto passe-
ranno frammezzo alle barche rovignesi, o se pescaranno in poca distanza”4.
Il clima di tensione obbligava il governo ad una soluzione politica, per cui
per prima cosa era stato deliberato di interdire alle barche rovignesi la pesca
nel tratto di mare sfruttato dai pescatori locali, facendo peraltro riferimento
al medesimo trattamento di esclusione riservato alla marineria peschereccia
pesarese a Capodistria durante il passato “governo rupubblicano”. In quel-
l’occasione le autorità locali avevano infatti emanato un’ordinanza di divieto
alle barche di Pesaro di calare le reti nelle zone solitamente frequentate per

3
Perini, Chioggia dal Settecento all’età della Restaurazione cit., pp. 186-187. Il quartiere
“chiozzotto” potrebbe identificarsi con l’attuale “Rione Clodio”. Per un quadro delle fami-
glie di Chioggia emigrate nei porti di “Sottovento” vd. C. Bullo, Gli ultimi podestà della Re-
pubblica veneta in Chioggia, Venezia 1876, pp. 80-81: sono elencati i capifamiglia emigrati
prima del 1770 e i luoghi di destinazione, ossia Pontelagoscuro (6), Papozze (4), Stellata (2),
Rimini (7), Cesenatico (1), Ravenna (1), Senigallia (1), Pesaro (1), Ancona (1). Attorno al
1787 emigrarono altre famiglie a Ravenna (3), Rimini (4), Senigallia (1), Cesenatico (1), Pa-
pozze (2), Stellata (4), Trieste (5).
4
Sull’argomento vd. De Nicolò, Marineria pesarese in Adriatico cit.
15ParteIIIcap6 1-10-2004 10:51 Pagina 231

231

le battute di pesca dai pescatori capodistriani. In secondo luogo poi si era


deliberato di obbligare i pescatori delle brazzere a trasferire per la vendita
sulla piazza locale un quarto del pescato, con l’aggiunta di un rincaro sulla
tassa di ancoraggio da richiedersi ai legni rovignesi, in quanto “non apporta-
no alla città alcun vantaggio, anzi si provvedono di rinfreschi ed alle volte
per un numero di 150 persone”5.
Dunque, visto che i forestieri approfittavano della pescosità delle acque
territoriali si decide di apportare a carico degli intrusi una sorta di pedaggio
che oltre ad assicurare l’adeguato approvvigionamento della piazza con la
detrazione di un quarto del prodotto, possa dare sostegno anche alle entrate
comunali.

5
ASPesaro, Legazione, Lettere delle comunità, Pesaro, b. 157, Pesaro 11 luglio 1802.
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IV.

Le tecniche di conservazione del pesce fresco


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37
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Capitolo 1

Ghiacciaie, neviere, conserve, commercio della neve

La fortuna commerciale del pesce del lago del Fùcino, richiesto, come si so-
stiene in un recente studio, anche su piazze assai lontane dal luogo di produ-
zione,1 era dovuta alla capacità di garantire lo stato di freschezza e le qualità
organolettiche durante il trasporto con l’uso di una particolare confezione fra
strati di ghiaccio. “Le condizioni di freschezza della delicata mercanzia –
spiega Raimondo – erano mantenute grazie alla neve su cui venivano adagiati
i pesci dentro le ceste che li contenevano, con l’aggiunta di pula, foglie secche
o paglia, in funzione coibente”. Per questo motivo intercorrevano rapporti
molto stretti fra i pescatori e quanti si industriavano ad effettuarne il trasferi-
mento sui mercati che ne reclamavano l’approvvigionamento. D’altro canto
anche il commercio del pesce del lago Trasimeno, come s’è detto, superava gli
stretti ambiti territoriali solo “all’arrivo dei primi freddi”. Soprattutto nella
stagione invernale a Perugia e dintorni si intensifica l’attività dei carrettieri
trasportatori, quando s’avvia il ciclo del vento di tramontana e “si fanno spe-
dizioni ininterrotte per sette giorni e sette notti”, come puntualizza a metà del
Quattrocento l’umanista Giannantonio Campano, per intraprendere i viaggi
più lunghi ed evitare la consegna di merce avariata2. Dunque unicamente nel-
le aree lacustri poste in vicinanza di montagne con riserve di neve perenne
avrebbe potuto attivarsi un mercato ittico del prodotto fresco a lungo raggio.
In simili condizioni geografiche poteva essere assicurato un costante riforni-
mento del “freddo” irreperibile altrove e si aveva “facile possibilità di utiliz-
zare la neve, spesso ghiacciata, per conservare il pesce nelle località dell’inter-
no, opportunità remota per le località marine”3. Questo ragionamento è certo
condivisibile, ma risponde solo parzialmente al vero. Quando prese ad incre-

1
Raimondo, La risorsa cit., p. 81. Ovviamente il ragionamento tocca la commercializza-
zione dell’alimento fresco, perché per far fronte ad una lunga conservazione era invece d’ob-
bligo il ricorso all’olio e alla salatura.
2
Trasimeno felice cit., p. 64.
3
Raimondo, La risorsa cit., p. 125.
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mentarsi il commercio del pesce di mare fresco, favorito anche da un cambia-


mento culturale del consumo ittico che dettava un nuovo codice di commesti-
bilità degli alimenti4, i commercianti di pesce e i trasportatori delle località di
mare maggiormente interessate allo smistamento e alla distribuzione di una
produzione in crescita, sollecitati dalla domanda di un bacino d’utenza fatto
di città sempre più popolose, si adeguarono alle maggiori richieste del merca-
to con la messa a punto di un efficace sistema di conservazione con l’uso del
ghiaccio. Nel gennaio del 1774 un cronista riminese annotava:
Il primo mese di quest’anno ha voluto certamente esercitare li suoi rigidi affronti
con abbondanti nevi e copiosi geli, onde condiscendere alle brame dei nostri caf-
fettieri, non che a tutti coloro, i quali sogliono assai bene approfittarsi d’una tale
stagione, onde conservare in tempo d’estate quel pesce specialmente, che fanno
poi in tanti luoghi transitare a loro utile ed a svantaggio dei nostri cittadini5.

Qualche anno più tardi, per un prelato francese in viaggio lungo il litorale
adriatico sarà motivo di meraviglia il trattamento riservatogli in un villaggio
di pescatori, presso il quale aveva pernottato e dove, secondo la sua testimo-
nianza, ai forestieri di passaggio veniva offerto in ogni stagione pesce sempre
fresco perché ottimamente conservato nelle neviere6.
Monsieur Eyard, questo il nome dell’ecclesiastico, si stupiva del fatto che
simili accorgimenti atti a mantenere fresco il pesce molto a lungo, grazie al
recupero del ghiaccio, rientravano nella consuetudine di villaggi o insedia-
menti urbani minori, mentre non era preso in considerazione un simile siste-
ma conserviero, tanto facile quanto efficace, anche nei grandi centri cittadi-
ni. Gli ingredienti, neve e ghiaccio erano pur sempre alla portata di tutti, ma
come si riusciva ad impedirne il disfacimento? Manufatti da realizzarsi a
questo scopo erano già stati contemplati nella manualistica dell’arte del co-
struire, ad esempio da parte di Vincenzo Scamozzi (ca. 1552-1616): “Le

4
Tra Cinquecento e Settecento, come s’è cercato di evidenziare, si assiste ad un incre-
mento del consumo del prodotto ittico di origine marina che comporta mutamenti di rilievo
nell’economia dei centri rivieraschi, ma anche importanti cambiamenti nelle abitudini ali-
mentari dei diversi ceti sociali. Riguardo ai riflessi culturali del cibo vd. Enciclopedia Einaudi,
Torino 1977, voce Alimentazione, a cura di R. Valeri.
5
BGRimini, Capobelli, Commentari, ms. cit., IV, c. 190 r-v.
6
“On m’avoit dit qu’on conservait dans ce lieu du poisson très fraix pour en régaler les
voyageurs dans tous les emps. J’en vis effectivement une assez bonne quantité qu’on tira de
dessous la neige et qu’on y raporta aussitot qu’on me l’eut fait voir”, W. Rupolo, Voyage co-
urt, agréable et utile fait par Mr Eyard, pretre de la congrégation de la mission (1787), Roma
1988, p. 158; 1788, 20a lettera. Il villaggio in questione è quello di Cattolica. Quando si spo-
sta a parlare di Rimini l’autore osserva che “est plus connue par la quantité de poisson qu’elle
fournit au loin que par ses disputes ecclesiastiques”.
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237

giacciare per conservare la neve e il ghiaccio per usarle ne’ tempi de’ gran
caldi, ò per ristoro de’ corpi humani, ò per delitie delle tavole si possono far
in diversi modi, secondo che comporta la regione e la qualità dei luoghi, o
siano in colli rilevati dalla natura, o fatti dall’arte”7.
Questa sua definizione introduce alle regole costruttive del manufatto do-
po un’opportuna scelta del luogo ove impiantarlo. Il sito doveva rispondere
a precisi requisiti: essere “ripostissimo quanto si può dal sole”, orientato
“verso tramontana” e circondato da “boschetti di folti e fronzuti alberi che
facciano continuamente molta ombra”.
Le norme principali a cui attenersi per la messa in opera di strutture con-
serviere contemplano forme, dimensioni e materiali da costruzione:
La grandezza delle giacciare dee esser conforme al bisogno, e d’avantaggio, e rie-
scono meglio di forma rotonda e quanto più si potranno far profonde, tanto di-
veniranno migliori, e più fresche … Il vaso sia murato di mattoni e calce, overo
con creta, e ricoperte in volta, e fattovi poi per diffensivo di sopra sia un coperto
di paglia, ò cannelle ben folte8.

Per risparmiare sui costi, un’alternativa ugualmente efficace poteva essere


quella di rivestire “la cava di creta, o terreno carantoso messo per ordine, e
fatta la volta di legnami, come in piramide e coperta di canne con un altro
diffensivo più alto”, cioè doppia copertura. Per l’ingresso si dovevano preve-
dere due “entrate” consecutive: la prima, esterna, ubicata “verso la parte più
ombrosa e l’altra propria”, cioè la seconda, a diretto contatto con la cella fri-
gorifera, che permetteva di ottenere una sorta di barriera atta ad isolare il
contenitore vero e proprio, evitando il diretto contatto della conserva con la
temperatura esterna9. Le aperture d’accesso dovevano essere “picciole e ri-
strette, come alle prigioni più secrete, per dove si scendi a metter e levare il
ghiaccio, e benissimo chiuse”, e ciò appunto per impedire “che vi partecipi
l’aria di fuori e massime nell’hore del gran caldo”10. Alcuni accorgimenti tec-
nici poi dovevano favorire l’espulsione dei liquidi di scongelamento:
Verso il fondo della ghiacciaia si faccia un suolo di legnami durabili, mettendo at-
traverso altri legni minori sopra a’ quali dee passar il ghiaccio e la neve; o da per sé
stessa o fraposta nella paglia, la quale per la sua temperie la conserva molto bene.
Nel fondo del luogo, essendo in costa di monte, si faccia qualche uscita, acciò che
l’acqua della neve e ghiaccio liquefatto, ò da sé, ò nel maneggio possi scolare, e an-

7
V. Scamozzi, L’idea dell’Architettura Universale, Venezia 1615, P. I, lib. III, cap. XXIX,
p. 349.
8
Ivi.
9
Ivi.
10
Ivi.
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238

dar via senza che vi entri l’aria di fuori; ma essendo in piano allora si lascia qualche
spacio dal fondo fino al suolo, acciò che quell’acque possino esser digerite nell’i-
stesso terreno, e per raccoglierla meglio se li faccia un pozzetto alquanto sotterra11.

Nel Dizionario delle arti e de’ mestieri12, l’opera enciclopedica data alle
stampe da Francesco Griselini alla metà del Settecento, alla voce “Arte di co-
struire la ghiacciaja” si ripropongono sostanzialmente i medesimi concetti del-
lo Scamozzi, ma vengono indicate anche le fasi di raccolta ed ammasso che do-
vrà effettuarsi differentemente a seconda si tratti di ghiaccio o di neve. Doven-
do procedere al recupero del ghiaccio, questo dovrà essere “ben ammontato”
e “lo si fa, rompendolo con de’ magli, vi si getta sopra di tratto in tratto del-
l’acqua affine di riempire i vuoti co’ piccioli ghiacciuoli, in modo che conge-
landosi il tutto, formi una massa, cui fa d’uopo rompere a pezzi per poterne
avere alcuna porzione”. Il ghiaccio, così raccolto e costipato, dovrà poi coprir-
si “con gran paglia in alto, abbasso e ai lati; e sopra a questa paglia si mettono
delle tavole, che si caricano di grosse pietre per tener la paglia stretta e serra-
ta”. Dovendo invece riporre in conserva la neve, la procedura risulta diversa:
si raccoglie in grosse palle, le quali si battono e si comprimono più ch’è possibi-
le; si dispongono e si accomodano nella ghiacciaia in modo che non vi sia spazio
alcuno fra mezzo, osservando di guernire il fondo di paglia, come si fa pel ghiac-
cio, se la neve non può strignersi, e fare un corpo, lo che interviene allora quan-
do il freddo è acutissimo, sarà d’uopo gettarvi sopra un po’ d’acqua; quest’acqua
si gelerà subito insieme colla neve, ed allora si potrà facilmente ridurre in massa.

Griselini aggiunge anche che in gran parte dell’Italia le ghiacciaie si iden-


tificavano con “semplici fosse profonde, nel fondo delle quali v’è un fosso

11
Ivi. Questi stessi criteri costruttivi si manterranno inalterati fino all’Ottocento e al pri-
mo Novecento, fino cioè all’introduzione delle nuove metodologie conserviere basate sulla
fabbricazione di ghiaccio artificiale. Una testimonianza rilasciata nel 1969 da un commercian-
te di pesce di Cesenatico, che si serviva ancora di queste strutture, dimostra come non fosse-
ro poi tanto diverse da quelle descritte dallo Scamozzi più di tre secoli prima: “Avevamo la
conserva, che era lo stabile in mattoni dove collocavamo il pesce appena comprato per con-
servarlo, ed era costituita da un pozzo tradizionale a forma di trapezio o di imbuto, rivestito
da 26 file di mattoni (15x30) collocati verticalmente per una profondità di 8 metri. Durante
l’inverno la conserva veniva riempita di ghiaccio pressato che si manteneva un anno intero. Il
liquido di scongelamento fuoriusciva mediante un pozzetto esistente nel fondo della conser-
va”. Il pesce veniva collocato sopra “uno strato di erba fresca o una tela di lenzuola che im-
pediva il contatto diretto con il ghiaccio”, vd. Mancini, Il pesce e la “pescaria” del Cesenatico
cit., pp. 279-280. Sui manufatti conservieri di Cesenatico e di altre località della Romagna vd.
A. Graffagnini, Le “conserve” e le “ghiacciaie” del litorale romagnolo, stato di un accertamento,
in La marineria romagnola, l’uomo, l’ambiente, Atti del convegno, Cesenatico 1977, pp. 243-
285.
12
Griselini, Dizionario delle arti e de’ mestieri cit., ad vocem.
16ParteIVcap1 1-10-2004 10:52 Pagina 239

239

per iscolare le acque”. Per quel che concerne la destinazione d’uso delle
ghiacciaie, sia Griselini che Scamozzi fanno esclusivo riferimento all’utiliz-
zazione pratica di ghiaccio e neve per il raffreddamento delle bevande e più
in generale per rinfrescare in tempi di calura, anche se il vicentino, inseren-
do il termine “conserva” già nel titolo, fa supporre anche altro13. Alla fine
del Settecento Francesco Milizia, nei suoi Principi di architettura civile, defi-
nisce le “ghiacciaie” e le “neviere” depositi, luoghi di ammasso, “artistamen-
te scavati in un terreno asciutto per chiudervi nell’inverno ghiaccio, o neve, a
fine di servirsene nell’estate”, aggiungendo però che “servono ancora per
conservarvi lungo tempo carni, pesci, frutti, vino ec.”14; egli sosteneva che
era possibile mantenere a lungo il ghiaccio, perché, se “ben cautelato”, non
perdeva “in sei mesi che l’ottava parte del suo peso”.
Sotto il profilo tecnico-edilizio l’argomento in questi secoli trova comun-
que spazio non solo nei dizionari e nei manuali di architettura e ingegneria
civile, ma soprattutto nelle opere inerenti le costruzioni rurali in cui vi si dà
ampia trattazione15. Nel manuale del Sacchi si prende in considerazione an-
che la tipologia più elementare, ovvero “la buca del ghiaccio semplice” che
“consiste in una fossa escavata nel terreno, colle sponde inclinate, le quali si
rivestono di una muraglia, allo scopo di sostenere il terreno”16. In questo ca-
so la fossa ha pianta circolare, con “la forma di un tronco di cono arrovescia-
to come un imbuto”. Si danno informazioni poi sulle ghiacciaie “sotterra-
nee”, su quelle “sopra terra” e sulle ghiacciaie americane che sfruttavano il
sistema cosiddetto di “ventilazione energica”.
Non mancano poi studi in merito al commercio di neve finalizzato alla
conservazione degli alimenti17, che sotto l’aspetto giuridico veniva regola-

13
Il dizionario del D’Alberti, alla voce “conserva” così recita: “Cella. Luogo riposto dove
si conservano e si mantengono le cose” e cita l’espressione “Neve calcata e pigiata nelle con-
serve” tratta da Saggi di naturali esperienze, Firenze 1667.
14
F. Milizia, Principi di architettura civile, II, Bassano 1813, p. 153.
15
Ne sono prova il dizionario del A.C. Quatremère de Quincy, Dizionario storico di archi-
tettura, vol. I, Mantova 1842, pp. 686-687, voce ghiacciaja (glacière); il trattato sulle costruzio-
ni rurali di E. Bosc, (Traité des constructiones rurales, Paris 1875, pp. 356-365, glacières); i
manuali di architettura di A. Sacchi (Le abitazioni. Alberghi, case operaie, fabbriche rurali, ca-
se civili, palazzi e ville, Milano 1878, 2a ed., pp. 243 ss.) e di A. Cantalupi (Trattato di architet-
tura pratica. Le costruzioni rurali, Milano s.d., pp. 11 ss).
16
Sacchi, Le abitazioni cit., p.249. Sulle ghiacciaie vd. anche Enciclopedia delle arti e delle
industrie, vol. III, Torino 1882, pp. 1121-1130, voce a cura dell’ing. Francesco Pozzi che ri-
prende gran parte della trattazione di Archimede Sacchi; C. Levi, Trattato teorico pratico di
costruzioni civili, rurali, stradali ed idrauliche, vol. I, Milano 1914, pp. 576-578.
17
G. Pedrocco, Industria del cibo e nuove tecniche di conservazione in J.L. Flandrin, M.
Montanari, Storia dell’alimentazione, Roma-Bari 1997, pp. 610-622, particolarmente pp. 614 ss.
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240

mentato come privativa18 e sulle attività connesse alla distribuzione19. Nessu-


na indagine specifica sul tema si è invece registrata a tutt’oggi da parte degli
studiosi che si sono interessati delle realtà costiere privilegiate in questa sede
precipuamente sotto il profilo dello sviluppo delle attività marittime. Dai
sondaggi archivistici effettuati si riscontra comunque che nel corso del seco-
lo XVIII era cresciuto l’interesse dei privati per l’acquisizione della privativa
della neve, a Senigallia, a Fano, a Pesaro, così come a Rimini. Qui si proce-
deva alla raccolta della neve con l’assegnazione ai privati dei quartieri citta-
dini da cui rimuovere lo strato nevoso che doveva alimentare le numerose
ghiacciaie e le neviere presenti nel tessuto urbano20.
In uno studio sulla pesca a coppia dato alle stampe a metà Ottocento il com-
mercio del ghiaccio, presentato come un’insperata “nuova industria e una nuo-
va produzione” delle comunità toscane dell’interno, viene collegato espressa-
mente proprio allo sviluppo delle marinerie da pesca e all’aumento della produ-
zione e della domanda di pesce fresco. L’estensore dell’indagine, volta primaria-
mente a verificare modalità, tempi e problematiche di carattere ecologico del-
l’uso delle “paranzelle”, si porta anche a precisare che per la forte richiesta del
settore ittico “le popolazioni campagnole di Livorno, di Pisa, di Calci, di Pistoia
e di Firenze, raccolgono, accumulano ingenti depositi di diaccio, fonte di non
sperati guadagni, nella stagione in cui sono più scarsi i lavori della terra e meno
frequenti e assai meno pingui i lucri che ne è permesso sperare”. E continua:
La vendita e la spedizione del pesce di estate … dà uno sviluppo veramente grande
alla vita commerciale di tutti i paesi della costa Romana e Toscana, da Porto d’An-
zio e Port’Ercole a Viareggio, e reca profitti grandissimi a una intera popolazione
di facchini, di vetturali, di venditori a dettaglio senza contare quelli ancora maggio-
ri che, per la spedizione prima del diaccio e poi del pesce fresco, lucrano le strade
ferrate della provincia non meno che una quantità di altri mezzi di trasporto21.

18
Studi di carattere giuridico sulla privativa della neve sono stati pubblicati all’inizio del No-
vecento da F. Cammeo, La privativa della neve nel comune di Napoli, in “Giurisprudenza italia-
na”, IV (1906); E. Presutti, La privativa della neve a Napoli, in “Diritto e giurisprudenza”, XXII
(1907); M. Roberti, La privativa della neve in Sardegna, in “Studi economico giuridici pubblicati
per cura della Facoltà di Giurisprudenza della R. Università di Cagliari”, 2 (1910). Recentemen-
te hanno trattato il tema L. Lopez, La privativa della neve nell’Aquila dal Sei all’Ottocento, in
“Rivista abruzzese”, 3 (1991), pp. 205-237, e A. Del Signore, Il commercio della neve in Abruzzo
Citeriore tra Seicento ed età borbonica, in “Proposte e ricerche”, 44 (2000), pp. 28-40.
19
E. Migliorini, Il commercio di neve e di ghiaccio naturale, in “La geografia nelle scuole”,
4 (1995), pp. 92-93; B. Spano, Neviere e precipitazioni nevose nel Salento, in “Rivista geografi-
ca italiana”, LXX (1963), pp. 177-209.
20
A Rimini le neviere più importanti erano ubicate nei pressi del castello e della cattedrale,
ed altre erano disseminate anche sui terreni pubblici concessi dalla comunità a terzi proprio per
l’edificazione di tali manufatti, M.L. De Nicolò, La navigazione e la pesca, in Storia illustrata di
Rimini, II, Milano 1990, per l’ubicazione topografica delle conserve di Rimini vd. pp. 582, 588.
21
P.C. Ferrigni, La piccola pesca e le paranzelle, Livorno 1866, p. 45.
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42. Mappa della città di Rimini nel Dipartimento del Rubicone (1811). Vengono evi-
denziate, con piccoli cerchi, le “ghiacciare e neviere” disseminate nelle due zone in
prossimità delle mura e fossati di Castel Sismondo e nell’area compresa tra la catte-
drale e l’odierna via Agostino di Duccio, già “via delle ghiacciaie”.
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V.

Stile, usanza e consuetudine della marineria


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43

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Capitolo 1

Marineria, marinaritia, marinarezza

Le fondamentali forme d’ingaggio del marinaio erano sostanzialmente due,


desumibili dal diritto medievale1. L’ingaggio a compenso fisso (ire, navigare
o vadere ad marinaritiam) risultava una sorta di paga o salario concordabile
in funzione delle rotte da percorrere ed anche in base alla durata dell’impe-
gno di lavoro; in contrapposizione e in alternativa esisteva l’espressione “alla
parte” (ire ad partem), ovvero l’ingaggio a compartecipazione, sia per gli utili
che, ovviamente, per le eventuali perdite. Con il termine marinaritia, secon-
do la normativa statutaria di città marittime come Venezia e Ragusa, si inten-
deva invece l’impegno, ossia l’obbligazione alla prestazione da parte del ma-
rinaio ingaggiato, ma sempre con lo stesso termine marinaritia, ad esempio
negli statuti di Ragusa, si indicava anche il compenso fisso pattuito, vale a di-
re la paga o salario dell’arruolato2.

1
Per il contratto di lavoro e le forme di arruolamento nel Mediterraneo vd. M. Roberti, Il
contratto di lavoro negli statuti medioevali, in “Rivista internazionale di scienze sociali e disci-
pline ausiliarie”, XL (1932); R. Zeno, L’arruolamento nel diritto marittimo medievale, in “Ri-
vista di storia del diritto italiano”, 1939; Id., Storia del diritto marittimo italiano nel Mediter-
raneo, Milano 1946, pp. 270-275; S. Anselmi, Disciplina e salari marittimi in Adriatico: due ca-
si della costa italiana, XIV-XV sec., in R. Ragosta, a cura, Le genti del mare Mediterraneo, I,
Napoli 1981, pp. 609-624, recentemente ristampato con il titolo Arruolamento, disciplina e
salario dei marittimi: il caso di Ancona nei secoli XIV-XV, in Id., Adriatico. Studi di storia, se-
coli XIV-XIX, Ancona 1991, pp. 43-52.
2
Su tale duplice significato vd. E. De Felice, “Marinaritia” nel ‘Liber statutorum’ di Ragu-
sa, in “Bollettino dell’atlante linguistico mediterraneo”, 13-15 (1971-1973), 1976, pp. 111-
122. Per quanto riguarda l’Adriatico il termine marinaritia, presente negli statuti di Ragusa
del 1272, “non appare né nelle città marinare della costa dalmata, da Zara a Spalato, a Lesi-
na, a Curzola, a Cattaro, pur fortemente omogenee con Venezia e Ragusa, né in quelle della
costa meridionale italiana, da Barletta a Trani, a Bari e a Brindisi, pur coerenti con Ragusa in
molte istituzioni marinaresche. Qui sulla costa italiana il termine riappare solo più a nord ad
Ancona …” (Ivi, p. 116). Per Venezia vd. R. Predelli, A. Sacerdoti, Gli statuti marittimi vene-
ziani fino al 1255, Venezia 1903. Una raccolta di leggi marittime si trova in J.M. Pardessus,
Collection de lois maritimes anterieures au XVIIIe siècle, I-VI, Paris 1828-1845.
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Per tale forma d’ingaggio, ad eccezione di Venezia e Ragusa, che usavano


appunto l’espressione marinaritia, e di Ancona, la cui forma diventava mari-
naria, si ricorreva alla formula ad salarium o ad soldum (quest’ultimo mag-
giormente presente nel Tirreno e nel Mediterraneo occidentale)3.
La Costumanza di Valenza (1250) presentava una sorta di variante con l’e-
spressione soldata. Per indicare l’ingaggio del marinaio a partecipazione, un
po’ in tutta l’area mediterranea, si preferiva l’espressione ad partes (con le
varianti ad partem, ad parte, alla parte). Nella città di Amalfi vi era invece
una tipica espressione: ad usum de rivera4. Con marinaritia o marnaria, per-
duta l’originaria funzione semantica, si intese poi, più generalmente, sia l’ars
nautica, come ad esempio a Ragusa negli ordinamenti marittimi del periodo
successivo al dominio veneziano, sia la “moltitudine dei naviganti in arma-
ta”5. Già nel XVI secolo però, la marinareccia o marinarezza costituiva, in
Adriatico, l’insieme, la moltitudine di mezzi e genti dedite alle arti nautiche e
piscatorie, che popolava i quartieri portuali delle città marittime6.

3
Vedi anche il significato delle espressioni “al fisso” e “a viaggio” in S. Anselmi, Per la
storia economica del piccolo cabotaggio: l’attività di un burchio adriatico, 1409-1410, in “Nuova
rivista storica”, LXII (1978), p. 330.
4
L’arruolamento ad partem nella Tavola amalfitana assume appunto la denominazione
“ad uso de rivera”, cfr. R. Annechino, Il contratto di arruolamento nella Tabula di Amalfi, in
Atti del convegno internazionale di studi storici del diritto marittimo medievale, Amalfi 1934,
I, Napoli 1934, pp. 308-317.
5
Quest’ultimo è ad esempio il significato fornito dal Vocabolario marino e militare (Roma
1889) dell’abate Guglielmotti accanto ai due già noti, ovvero “arte del marinaro” e “soldo del
marinaro”.
6
Marinarezza è il termine che appare in C. Clementini (Trattato dei luoghi pii e de’ magi-
strati di Rimino, annesso al Raccolto istorico della fondazione di Rimino e dell’origine e vite de’
Malatesti, I, Rimini 1617, p. 9) ad indicare le genti dedite alle arti nautiche che avevano solle-
citato la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna significativamente detta della Scala,
nei pressi del porto di Rimini (1611). Tra le funzioni della magistratura portuale riminese
(“Capitanato del porto”), lo storico annovera anche quella di “render ragione alla marinarez-
za e a i negocianti di quel luogo con la giudicatoria nel criminale” (Ivi, p. 48).
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Capitolo 2

La partizione degli utili


nell’impresa di pesca e di commercio

In Sicilia i contratti di lavoro variavano in funzione dei tipi di pesca in cui il


lavoratore si trovava impegnato: i pescatori siciliani delle sarde, ad esempio,
nel Quattrocento contraggono “rapporti di lavoro alli parti”, a significare
che il frutto della pesca viene diviso fra il proprietario della barca e gli uomi-
ni ingaggiati nell’impresa lavorativa1. “Contratti di questo tipo” – sottolinea
la Dentici Buccellato – “sono molto frequenti fra le carte notarili del XV se-
colo. Le parti venivano calcolate in denaro una volta … detratte tutte le spe-
se dell’armatore”2. Il raisi invece, ossia il comandante dell’impresa di pesca,
con il compito di calare la tonnara, era responsabile di tutte le operazioni di
cattura connesse e riceveva una sorta di salario calcolato sul rendimento del-
l’attività piscatoria (3% della tonnina ricavata dalla pesca). In una società tra
pescatori istituita “super piscatione piscium”, datata 1572 si definisce l’asse-
gnazione di mansioni e compensi spettanti al capo delle operazioni di pesca
(paronus), che percepirà una parte e mezza del ricavato, così come il prodie-
re (proverus), a cui spetterà il medesimo compenso. Tre parti “scapole e fran-
che” toccheranno invece al proprietario di barche e attrezzi, mentre gli altri
soci pescatori avranno diritto ad una sola parte per ciascuno3.
L’organizzazione del lavoro su una barca peschereccia non sempre veniva
regolamentata con leggi scritte, ma poteva fondarsi su antiche consuetudini
comuni alle marinerie appartenenti ad una medesima area culturale. La divi-
sione del “ritratto”, cioè dei profitti, fra i proprietari di barca e l’equipaggio,
ad esempio, sono note dalla tradizione orale, unica fonte di riferimento per

1
R.M. Dentici Buccellato, Lavoro e salari nella Sicilia del Quattrocento (la terra e il mare),
in Artigiani e salariati, il mondo del lavoro nell’Italia dei secoli XII-XV, Atti X convegno inter-
nazionale di studi (1981), Pistoia 1984, p. 377.
2
Ead., Tonnare e tonnaroti nella Sicilia del Quattrocento, in I mestieri, Atti II congresso
internazionale di studi antropologici siciliani (1980), Palermo 1982, p. 124.
3
Si tratta di una società per la pesca a tratta istituita nella piazza marittima di Pesaro
(ASPesaro, NP, Antonio Ubaldi, 1572, alla data del 23 gennaio).
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la creduta mancanza di documentazione scritta da parte di chi fino ad oggi si


è interessato allo studio delle marinerie da pesca4.
“Il contratto di lavoro nell’esercizio della pesca – scriveva Uberto Ferretti
all’inizio del Novecento sulla base delle testimonianze raccolte per ricostrui-
re L’industria della pesca nella marina di Fano – riveste una forma speciale di
compartecipazione che, purtroppo, non salvaguarda i diritti dei pescatori”5.
E continuava:
Nella pesca con la tartana [rete] il prodotto della massa viene suddiviso in tante
parti uguali, corrispondenti al numero delle persone fra le quali il prodotto me-
desimo deve essere ripartito, moltiplicato per il coefficiente ad ognuna di esse as-
segnato. Al proprietario toccano da 7 1/2 a 9 parti, al pescivendolo 2, al parone
2, al sottoparone 1 1/2, ai marinai 1 per ciascuno, ai mozzi 1/2 per ciascuno.
Nella pesca con la sfogliara il prodotto è ripartito nella stessa misura.

Sullo scorcio dell’Ottocento a Chioggia le grandi tartane percepivano 5


parti lorde del prodotto della pesca, mentre a quelle piccole ne venivano at-
tribuite 4, ovvero si valutavano le ripartizioni sulla base della stazza del pe-
schereccio. Per i bragozzi impegnati nelle acque del Quarnaro venivano con-
siderate due parti e mezza, ma nel caso di un loro impiego per la pesca in ac-
que prossime all’isola di Sansego la quota di ripartizione prevista raggiunge-
va solo le due parti e un quarto6. Molto verosimilmente questa diversità di
trattamento era da ricondurre alle maggiori o minori difficoltà affrontate
dalla squadra operante a seconda delle varie zone di mare frequentate, da
considerarsi più o meno pericolose, vuoi per i possibili danni che poteva
subire lo scafo, vuoi per le più gravose ed impegnative manovre richieste per
le operazioni di pesca, vuoi per la probabile rottura o perdita delle reti a
causa di fondali più aspri o rocciosi.
Un riscontro è dato dalla documentazione settecentesca. Una “dimostra-
zione” elaborata per conto del segretario di stato cardinal Valenti, datata
1751, tesa a certificare i costi di gestione e i ricavati di una tartana del Tirre-

4
Vedi a proposito, per quanto concerne le marinerie romagnole G. Quondamatteo, G.
Bellosi, Romagna civiltà, I, Cultura contadina e marinara, Imola 1977, pp. 96-97: “La pèrta,
ovvero il guadagno del marinaio e del pescatore”. In generale sul rapporto tra commercianti
e pescatori si vedano le considerazioni di G. Mondardini Morelli, Introduzione in Ead., a cu-
ra, La cultura del mare. Centri costieri del Mediterraneo fra continuità e mutamento, Roma
1985, p.31.
5
U. Ferretti, L’industria della pesca nella marina di Fano, estr. dalla “Rivista mensile di pe-
sca e idrobiologia”, VI (1911), p. 86.
6
A. Marella, Annotazioni pescherecce (ms. del XIX sec. conservato nella Biblioteca Sab-
badino di Chioggia) ora pubblicato a cura di L. Divari e G. Penzo per i tipi delle edizioni Il
Leggio, Sottomarina di Chioggia 1990, p. 36.
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253

no adibita alla pesca e al cabotaggio, risulta alquanto esplicativa anche in


merito all’organizzazione del lavoro7. In occasione del varo di una nuova tar-
tana, da consegnarsi in perfetto assetto di navigazione, completa di tutte le
attrezzature necessarie per la pesca, al padrone-conduttore era demandato il
compito di scegliere e formare l’equipaggio; spettava invece al proprietario
del legno provvedere poi alle spese richieste di volta in volta per la concia,
cioè per gli eventuali raddobbi, così come per il mantenimento di vele, an-
tenne, alberi, reti e cordami. Per quanto atteneva agli “utili della pesca”, si
procedeva alla ripartizione del totale in 12 parti e mezza. Tre parti venivano
accreditate alla proprietà del natante, sia che fosse rappresentata da una sola
persona che da più soci, mentre 9 parti e mezza rimanevano di spettanza del
padrone-conduttore e dei suoi marinai; fra i membri dell’equipaggio figura-
vano, oltre ai marinai, al “padrone” e al “sottopadrone” con ruolo subalter-
no, anche uno o due ragazzi.
La stagione di pesca nel Tirreno pontificio iniziava i primi giorni di ago-
sto e durava fino alla vigilia di Natale. Solo in questo periodo si regolarizza-
vano i conteggi fra quanto era stato ricavato dalle campagne di pesca e le
spese anticipate dal proprietario della barca, consistenti generalmente in “ci-
barie”, cioè in spese alimentari per il sostentamento dell’equipaggio durante
la permanenza in mare: a questo proposito la “dimostrazione” del 1751 suc-
citata risulta molto chiara8.
Una vertenza dell’agosto 1641 fra un proprietario di barca e il parone for-
nisce ulteriori ragguagli circa le modalità di registrazione delle varie opera-
zioni finanziarie svolte durante il rapporto lavorativo fra le parti9. Il padrone
del legno si occupava della vendita del pesce sbarcato nel porto di Pesaro,
sua città di residenza, e ogni fine settimana (“ogni sabato sera”) faceva i con-
ti con il parone e gli altri uomini dell’equipaggio. Le somme consegnate ai
marinai venivano annotate in apposito registro, la “taglia”: vi rimanevano re-
gistrate non solamente le paghe, ma anche i denari che il capobarca doveva
rimettere al proprietario, cioè quelli derivati dalle vendite di pesce fatte in al-
tri scali direttamente dal parone. Questi tratteneva presso di sé un promemo-
ria, la controtaglia, un secondo canovaccio delle registrazioni, da confrontare
poi con quella del proprietario per il reciproco aggiornamento e confronto

7
ASPesaro, Legazione, Lettere da Roma, ad annum. La “Dimostrazione” serviva a recluta-
re nei porti adriatici pescatori ed equipaggi per incentivare la pesca nel litorale tirrenico pon-
tificio.
8
Ivi: “Se si è pescato scudi 300 di pesce, levatone la spesa de cibbarie, che per lo più
ascendono in detto tempo sopra scudi 150, rimane in tal caso l’utile della pesca a scudi 150,
che divisi in dodici parti e mezza … ne spetta per persona ad ogni marinaro scudi 12”.
9
ASPesaro, ASCP, b. 602, Miscellanea (secc. XVI-XVIII).
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254

dei conti. Il nome taglia e controtaglia, assegnato a questi rudimentali giorna-


li del dare e avere elaborati dai pescatori, era dovuto ad una particolare tec-
nica di scrittura dei dati, registrati non con il ricorso a numeri arabi, ma a
semplici segni prealfabetici; si incidevano infatti “diversi tagli o segni, de
quali ogni segno o taglia in quella segnato è un scudo”. Per riconoscere poi
l’appartenenza della taglia e controtaglia a questa o a quella barca, si disegna-
va accanto ai conteggi il simbolo della vela corrispettiva, come ci conferma-
no alcune rare scritture di pescatori chioggiotti del secolo scorso10.
Riguardo ai compensi degli uomini di bordo riusciamo a sapere che al pa-
drone-conduttore toccava una parte e mezza e al ragazzo di bordo (morè
nella tradizione veneta e murè in quella romagnola e marchigiana) mezza
parte, ma qualche volta anche tre quarti di parte, a seconda del grado di
esperienza già maturata, della qualità del lavoro e dell’impegno richiesto. La
memoria orale registrata in alto Adriatico tramanda che, per l’inizio dell’atti-
vità lavorativa su una barca, al murè si assegnava un quarto di parte, poi via
via mezza parte, tre quarti di parte e finalmente, una volta imparato il me-
stiere, si arrivava al riconoscimento dell’intero compenso dovuto ad un mari-
naio ben pratico dell’arte11.
Nel mese di gennaio, se necessario, si valutavano gli eventuali raddobbi o
concie da effettuare allo scafo e, una volta sistemata l’imbarcazione, si ripren-
deva il mare per nuove battute di pesca fino al sabato santo: l’altro appunta-
mento per i conteggi dell’impresa lavorativa si fissava a questa data significa-
tiva dell’anno liturgico e calendariale.
In caso di maltempo o di altro accidente che impedisse l’uscita in mare, il
proprietario della barca sosteneva la marineria con “darli qualche sussidio
d’imprestanza”, da calcolare poi nella successiva tornata di conti. Le tartane
del Tirreno nei periodi poco propizi all’attività piscatoria venivano adibite al
cabotaggio; nel caso di brevi tragitti i ricavi del natante erano calcolati “a
terzo franco” per il proprietario: “Cioè se il ritratto di un viaggio di grano
ascende a scudi 130 se ne leva le spese necessarie, che sarebbero caricatura,
scarico, navicello per il trasporto a Roma, tiro di bufale, misuratori e tutt’al-
tro che si chiama mala spesa”12.
Quest’ultima ammontava generalmente a 60 scudi, per cui si procedeva
poi alla divisione sui rimanenti 70 scudi di utile; un terzo del guadagno an-
dava al proprietario, vale a dire 23 scudi e 1/3, mentre per i rimanenti 46

10
A.P. Ninni, Sui segni prealfabetici usati anche ora nella numerazione scritta dai pescatori
clodiensi, Venezia 1894; vd. Tav. 45 a p. 259.
11
Graffagnini, Le barche romagnole cit., p. 100.
12
“Dimostrazione” citata.
18ParteVcap2 1-10-2004 10:57 Pagina 255

255

scudi e 2/3 si procedeva alla suddivisione in nove quote e mezza da spartirsi


fra i marinai e il conduttore. Va tenuto però presente che la specificazione
che si navigava “a terzo franco” valeva a dire che tutte le spese di vettova-
gliamento rimanevano a carico dello stesso equipaggio e quindi il proprieta-
rio in questo caso era da ritenersi libero sia dagli oneri relativi al rifornimen-
to di viveri, sia da quelli di pagamento del salario dei marinai.
Traccia di questa consuetudine si riscontra anche altrove e in altri tempi,
ad esempio in un contratto rogato nel 1617 nella piazza marittima di Pesaro
fra un parone pesarese ed un mercante di Venezia che gli concedeva “a pa-
troneggiare e navigare” il suo mercantile a due alberi, precisando: “Del gua-
dagno che si farà con detta barca il proprietario n’abbia aver un terzo libero
e scapolo et doi terzi n’abbia il paron” e che “esso paron sia obligato del suo
proprio pagar tutti i salariati di barca”13.
Vengono però fissati a carico del proprietario il concime, vale a dire
l’eventuale raddobbo, e il mantenimento “di tutte l’ordinanze di quella”,
cioè della barca. Spesso però capitava che per cautelarsi da ripetuti o ecces-
sivi interventi di calafataggio e di raddobbo, ritenuti non strettamente neces-
sari o quantomeno inopportuni, il proprietario e/o parcenevole pretendesse
di esserne informato preventivamente con l’immissione nella stipula contrat-
tuale di una particolare clausola (1582)14. Ulteriori precisazioni circa la ripar-
tizione degli impegni e degli utili relativi alla gestione di una barca vengono
anche dalla testimonianza resa nel 1654 da un armatore di fronte ad un fun-
zionario del Foro mercantile di Pesaro:
Saranno da sette anni in circa che feci fare una barca nova, quale compita e mes-
sa all’ordine con tutti i suoi armeggi la diedi a navigare e patroneggiare come di-
ce l’arte del navigare al terzo, cioè al paron Beccaluva, al paron Giuseppe Geno-
va, al paron Bernardino detto Nasella e al paron Nicolò di Penzo quale ancora al
presente la naviga. E di tutti i noli e guadagni fatti con essa li suddetti paroni mi
hanno dato il mio terzo, del quale mio terzo l’ho fatto buono per rata il salario
del garzone, che hanno tenuto detti paroni per servizio di detta mia barca per
aver cura di quella, nettarla e governarla, perché tanto i paroni, quanto i marinai
non sono tenuti a governar e aver cura della barca, sendo che il garzone sta sem-
pre in essa e dorme di continuo in essa, che i paroni e marinai per non aver il pa-
rone altro che i suoi doi terzi con i quali salaria i marinai che non hanno altra
provisione, vanno dove li pare e piace quando la barca è in porto e vanno a dor-
mire alle case loro, eccettuato quando sono per far viaggio15.

13
ASPesaro, NP, Alessandro Vaiani, 1616-1617, 10 aprile 1617.
14
Ivi, Giovanni Antonio Paci, 1582-1583, c. 46r, 12 luglio 1582.
15
ASPesaro, ASCP, Foro mercantile, b. 78.
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256

Era dunque il proprietario a provvedere, defalcandolo dalla sua quota,


cioè corrispondente ad un terzo degli utili, allo stipendio dell’uomo assunto
a sorvegliare l’imbarcazione dopo lo sbarco dell’equipaggio e nei periodi in
cui rimaneva ferma in porto, mentre il parone conduttore si sobbarcava
l’onere di salariare i marinai, prelevandone i compensi stabiliti dai due terzi
d’utile riconosciutigli sulla scorta di una prassi valida ab immemorabili, ac-
cettata sulla parola e non perciò necessariamente vincolata in formule per
iscritto:
I parcenevoli di barche e patroni di quelle che hanno date barche a navigare a
paroni si è sempre usato et è stato stile usanza e consuetudine veterana di centi-
nara e passa anni, mentre da nostri vecchi abbiamo sentito a dire e veduto e pra-
ticare che l’utili e guadagni fatti con esse barche, un terzo si cavava per il parze-
nevole et li altri doi terzi per il parone che patronizzava la barca, qual parone
avendo da pagare marinai, farvi le spese per sé e detti marinai e per il garzone
della barca et il parzenevole e padrone con il suo terzo aveva da mantenere la
barca e armiggi et salariare il garzone per rata del suo terzo. E così si è usato … e
si usa da tutti et avemo usato noi quando avemo patroniggiato barche d’altri e
sebene fra parzenevoli e paroni si vengono a conti più volte de viaggi che si van-
no facendo, non si parlano delle spese de marinai, né salario de garzoni, perché
di questi si sa il stilo, l’usanza e la consuetudine16.

Tornando alla divisione degli utili ricavati dalle tartane del Tirreno nel
Settecento, ci si regolava diversamente in caso di viaggi da intraprendere “di
là delli monti”, cioè, partendo dalle spiagge romane in direzione di Genova,
Livorno, Marsiglia, Tolone o anche Piombino, per il carico del “ferraccio”:
per questo tipo di lavoro infatti venivano considerate 16 parti, di cui 7 anda-
vano al proprietario e 9 al conduttore e ai marinai, ma le spese generali e
quelle per l’approvvigionamento alimentare rimanevano escluse dalla riparti-
zione17. Nella già citata “dimostrazione” si tiene infatti a ricordare che “tutte
le spese e cibbarie vanno levate dal ritratto e del rimanente si fa riparto”.
Ovvio che il guadagno dei marinai in questo caso “spesati del tutto”, “di-
pende dalla maggior, o minor quantità de viaggi”.
Sempre a proposito della ripartizione degli utili, per quanto concerne le
tartane adriatiche, numerosi elementi offerti da due barche “a tartanone”,
l’una di portata di 350 rubbia e l’altra di 250 rubbia, permettono di far luce
su “stile usanze e consuetudini” della gente di mare18. Entrambi i natanti

16
Ivi, ASCP, Foro mercantile, b. 78, 1654.
17
“Dimostrazione” citata.
18
Ivi, NP, Domenico Mancini, 1778, 2 maggio.
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257

avevano una sola coperta, presentavano una camera per il parone, erano do-
tati di un albero e di un’antenna (pennone) a sostegno della “vela granda”,
verosimilmente la grande vela latina, con l’aggiunta del trinchetto, del “pol-
ledrone”, della “veletta” e della mezzana; il valore di entrambe le imbarca-
zioni assommava a 1100 scudi romani, di cui 600 riferibili al tartanone S.
Maria Maddalena, con 13 anni di navigazione, e 500 al tartanone S. Orsola
attivo da 10 anni. Nell’atto di compravendita, datato 1778, sono contenuti
anche gli accordi dei contraenti in merito alla divisione dei ricavi degli stessi
tartanoni. Si stabilisce “che tutti gli utili che si faranno per la navigazione a
nolo per qualunque parte dell’Adriatico con la Santa Maria Maddalena, 5
parti siano per il proprietario, una parte ed una quartarola per il condottiero
ed il rimanente per gli uomini marinai che non dovranno essere più di nove
o dieci in tutto”; per il lavoro effettuato con il S. Orsola invece, “debbano 4
parti esser a vantaggio del proprietario, una parte ed una quartarola per il
condottiero ed il rimanente da ripartirsi fra gli uomini marinai che non do-
vranno eccedere il numero di sette od otto”19.
Con ‘quartarola’ si intendeva nella tradizione veneto adriatica un quarto
di parte e spesso il termine nell’ambiente marinaro veniva utilizzato anche
come sinonimo di frazione di proprietà della barca.
Dunque un parone di tartanoni da viaggio adriatici percepiva una parte
più un quarto di parte. Per quanto riguarda il trattamento riservato agli
equipaggi dei tartanoni da pesca, sono significativi alcuni dati relativi alla
piazza marittima di Senigallia, per i cui pescherecci, il “ritratto” (circa 900
scudi annui) si ripartiva in questa maniera: “Ogni uomo della ciurma una
parte, il pilota una parte ed un quarto, i due ragazzi tre quarti ed il padrone
due parti”. Una mezza parte veniva accantonata per la gavettola (o gaeta),
cioè il battello-conserva trascinato a rimorchio che serviva per portare a ter-
ra il pesce già catturato mentre il peschereccio proseguiva nelle operazioni di
pesca al largo; un’altra parte veniva infine assegnata al venditore del pesce,
barca e battello quindi percepivano in totale due parti e mezza20.

19
Ivi.
20
V. Casagrande Serretti, Attività peschereccia cit., p. 797. La città di Senigallia allestiva,
nel 1757, una flottiglia peschereccia di circa 25 unità: “Ogni barca fa una massa comune di
tutto il ritratto della sua pesca, che in qualunque anno può ascendere a scudi 900 incirca per
ciascuna barca e questa si ripartisce nella seguente forma, ogni uomo della ciurma ha una
parte, il pilota una parte e un quarto, i due ragazzi tre quarti, il padrone della barca due parti
e una mezza per la gavettola ed altra parte come venditore del pesce, così si fanno parti sedici
o diciasette”, ASCSenigallia, Istrumenti, 1757-1760, b. 453, c. 33, 2 luglio 1757. I pescherecci
di Senigallia di maggior stazza, i tartanoni, erano all’epoca sedici e montavano un equipaggio
di 14 unità: “il conduttore più undici marinai e due ragazzi”.
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È piuttosto raro rintracciare questo tipo di scritture, definibili senza mez-


zi termini un vero e proprio contratto di lavoro nei protocolli notarili, dal
momento che gli accordi fra gli interessati all’impresa piscatoria erano basati
generalmente sulla parola. Rientravano fra le consuetudini e le usanze prati-
cate ab immemorabili dalla gente di mare e certamente replicavano regole as-
sorbite dai codici comportamentali della marineria mercantile. Del resto an-
che alcuni vocaboli quali ad esempio parcenevole, applicato al venditore di
pesce, con o senza partecipazione nelle frazioni di proprietà, sembrerebbe
mutuato dalla navigazione da commercio. Se a Senigallia il parcenevole, co-
me abbiamo visto, percepiva un’intera parte, a Rimini, Pesaro e verosimil-
mente anche in altre piazze marittime, vigeva l’assegnamento di sole tre
quartarole, cioè di 3/4 di una parte spettante al marinaio-pescatore21.
In definitiva la ripartizione degli utili tra il proprietario armatore da una
parte e i pescatori dall’altra avveniva seguendo un principio sottolineato più
tardi dal Targioni Tozzetti: “Dopo prelevate le spese di mantenimento e
combustibile, meno il pane che ogni pescatore si porta seco per tutta la setti-
mana che rimane sul mare, gli utili si dividono in parti uguali fra l’equipag-
gio e l’armatore. Il numero delle parti spettanti a quest’ultimo stanno in ra-
gione della grandezza del legno”.
Un legno da pesca, ad esempio, della portata di 10-12 tonnellate percepi-
va 2 parti e 3/4; a natanti di stazza compresa tra le 12 e le 15 tonnellate spet-
tavano 3 parti, mentre a quelli oscillanti tra le 15 e le 20, 3 parti e mezza. I
pescherecci più grandi, di portata variante tra le 20 e le 25 tonnellate perce-
pivano 4 parti, quelli ancora superiori, dalle 25 alle 30 tonnellate, 4 parti e
3/422. Il numero complessivo delle parti in cui si suddividevano gli utili di-
pendeva dunque sia dal tonnellaggio del peschereccio, sia dal numero dei
componenti l’equipaggio. A questo andava ad aggiungersi il “parcenevole o
sia venditore del pesce”. Spettava al proprietario armatore scegliere il perso-
naggio che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di parcenevole, mentre la forma-
zione dell’equipaggio spettava esclusivamente al padrone conduttore. Con il
termine parcenevole spesso si indicava anche l’armatore e, più in generale,
chi aveva “parte ed interesse” sul natante.
Questi era solitamente l’amministratore finanziario dell’impresa di pesca:
gli si rimetteva non solo la responsabilità del computo dei profitti di vendita
del pescato, ma anche quello degli anticipi di denaro concessi alle famiglie

21
ASRimini., NR, Francesco Antonio Masi, Apocae, 12 ottobre 1768: gli accordi per la
vendita del pesce prevedono che “Natale Angelini debba vendere in questa pescaria di Rimi-
no il pesce che porterà la barca pescareccia … e per sua recognizione debba avere e tirare tre
quartarole secondo il costume solito dei parcenevoli”.
22
Targioni Tozzetti, La pesca in Italia cit., I, p. II, p. 163.
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259

dei pescatori prima della periodica spartizione degli utili e regolarizzazione


dei conti che avvenivano a scadenze prefissate. In un testimoniale del 1753 si
precisa che un pescatore di Pesaro “non ha mai avuto la sua parte dei denari
ritratti dalla pesca perché sempre donna Cristina, moglie del paron, andava
a prendere anticipatamente, cioè prima che si facessero i conti, come si co-
stuma, i denari dal parzionevole della barca a nome del detto paron Giusep-
pe e il parzenevole sempre gli dava i denari che essa li domandava e da ciò
avveniva che il paron Giuseppe era sempre scarso di denari e come si suol
dire non aveva un quattrino”23.

45

23
ASPesaro, NP, Girolamo Scacciani, Anni diversi, 10 maggio 1753.
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Capitolo 3

Paroni, pescatori, parcenevoli

3.1 La paronìa

Con il termine paronia o paroneria si intendeva il salario che il padrone-con-


duttore percepiva dall’armatore, solitamente ogni settimana, in aggiunta alle
parti a lui spettanti nella divisione dei profitti delle campagne di pesca: “Chi
è posto alla direzione della barca da pesca ha sempre il quarto di parte in
più, inoltre lire una per settimana” (appunto la paronia) – precisa Targioni
Tozzetti1. Sempre lo stesso autore, relativamente all’ambiente marittimo di
Chioggia alla fine dell’Ottocento, aggiunge ancora su tale consuetudine:
“Quello che possiede più di un naviglio mette alla direzione un proprio fi-
glio, un parente o uno di sua fiducia, al quale accorda un utile accessorio,
cosiddetto di cappa e di paronìa settimanale che non eccede le due lire la
settimana”2.
Quondamatteo segnala la sopravvivenza dell’usanza nelle tradizioni ma-
rittime romagnole: “In certe marinerie, come ad esempio Cesenatico, è pa-
ròn della coppia dei barchetti prendeva anche la paroneria, pari a uno scudo
la settimana (cinque lire), sia che andasse in mare o no”3.
Alcuni dati interessanti desumibili dai patti intercorsi tra il proprietario
di un peschereccio e un padrone conduttore di tartanoni da pesca dell’A-
driatico permettono di definire meglio le specificità lavorative degli uomini
ingaggiati nell’organizzazione di un’unità peschereccia. La scrittura redatta
nel 1785 sulla piazza marittima di Rimini, relativa all’affidamento del navi-
glio per la durata di cinque anni, richiama antichissime consuetudini che ri-
mettono al padrone conduttore la facoltà di “far a suo genio la ciurma”. Per
tale incombenza, al padrone conduttore si riconosceva un determinato com-

1
Targioni Tozzetti, La pesca in Italia cit., I, p. II, p. 163.
2
Ivi, p. 507.
3
Quondamatteo, Bellosi, Romagna civiltà cit., I, p. 96.
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262

penso, definito in sede di contratto “consueta mercede” e calcolato in 14


scudi annui4. Una volta nominato il parone, qualora quest’ultimo non avesse
avuto già in mente chi designare allo scopo, era lo stesso proprietario o ma-
gari uno dei compartecipi nella proprietà della barca che si assumeva il com-
pito di eleggere il parcenevole, ossia il venditore del pesce, da ingaggiarsi con
la promessa della “solita mercede, cioè tre quartarole, vale a dire tre quarti
di quanto un uomo di detta barca guadagnerà in ogni pescata”. Negli am-
bienti portuali di Rimini si documenta una continuità di questa consuetudi-
ne almeno dal Seicento.
Nei contratti di paronia, assai frequenti nel Settecento, oltre a considerar-
si ragioni e tempi della gestione del naviglio, l’attribuzione degli utili da per-
cepirsi a seconda dei ruoli assunti a bordo ed i rispettivi doveri di parone e
armatore, talvolta vengono inclusi anche altri tipi di impegno legati al livello
di competenza riconosciuto al soggetto chiamato a dirigere l’impresa di navi-
gazione. Due paroni comproprietari, nel 1748, di un tartanone da viaggio,
convengono che uno dei due, Francesco, assumerà il comando della barca,
mentre l’altro, Sebastiano, nella partizione degli utili d’impresa otterrà in
contropartita la metà di quella quartarola dovuta solitamente al parone come
contributo aggiuntivo sulle normali spettanze di un marinaio. L’impegno pe-
rò verrà soddisfatto solo se il parone designato darà prova della sua superio-
rità professionale; in caso contrario il ruolo di comando a bordo passerà al
secondo parone e dovranno considerarsi in altro modo anche i compensi5.
In questo caso non sono da escludere condizioni contrattuali dettate for-
se dalla rivalità fra i due, dal momento che, in linea di massima, la scelta del
parone cade sempre su una persona di comprovata esperienza. La stima e la
fiducia indiscriminate riposte dagli armatori nei propri paroni è tale da in-
durli spesso anche ad affidare loro la messa a frutto di denaro e merci da in-
vestire e vendere nelle piazze marittime che in piena libertà possano ritenere
di volta in volta più profittevoli.
Nel 1788 un parzenevole di Pesaro, che ha già ordinato presso i cantieri
navali la costruzione di una nuova barca “a trabaccolo”, della portata di 500
rubbia, da adibirsi “ad uso della navigazione e trasporti”, si trova nella con-
dizione di dover prenotare “un uomo parone che la patroneggi atto e capace

4
ASRimini, NR, Giovanni Contessi, Apocae, alla data.
5
ASPesaro, NP, Giuseppe Genga, 1745-1786, 17 aprile 1748:”Il comando della barca lo
debba avere il paron Francesco qualvolta il medesimo sia capace di governare la stessa barca,
al quale effetto debba provare il governo di quella per un mese da cominciare da oggi e finire
come siegue e non essendo capace Francesco al governo, debba quello avere il paron Seba-
stiano con la metà però solamente della sua quartarola. E la capacità del paron Francesco
debba giudicarsi dalli uomini della barca e da altri paroni capaci dell’arte del mare”.
19ParteVcap3 1-10-2004 10:59 Pagina 263

263

di questo porto”6; il natante dovrà essere allestito per la Pasqua del 1789 e
pertanto l’armatore/parcenevole si affretta a concludere gli accordi con un
capitano degno della sua fiducia.
Stando ai “patti, capitoli e condizioni” sottoscritti dalle parti, il trabacco-
lo avrebbe dovuto essere affidato al conduttore “ben corredato di armiggi,
vele, cavi, ferri e battello, secondo richiederà la qualità del legno per uso di
una felice navigazione in ogni sinistro incontro di mare che potesse accade-
re”, mentre riguardo ai proventi si sarebbe addivenuti ad una ripartizione
proporzionale alle quote di pertinenza stabilendo che “il legno debba tirare
cinque parti di guadagno che produrrà, qualunque siasi la navigazione del
medesimo e che possa partorire o da noleggi o da carichi di capitale pro-
prio”. All’inizio della paronia, della durata di sei anni, l’armatore si impegna-
va a somministrare al conduttore “la somma di scudi duecento romani per
capitale in barca da negoziarsi … per tutte quelle piazze, ove approderà la
barca” e il ‘guadagno’ sarebbe stato poi suddiviso in parti uguali tra i due
contraenti, mentre la responsabilità circa il reclutamento dell’equipaggio, co-
sì come per le attività di coordinamento del lavoro, viene rimessa in toto al
padrone conduttore, lasciato libero di agire in completa autonomia7.
Gli stessi termini contrattuali sono delineati anche nell’assegnazione di
un incarico di paronia stipulato nel giugno 17868, posto in vigore però solo
dall’agosto, “dopo la prossima fiera di Sinigaglia”. Sulla falsariga di quanto
già visto vi si stabiliscono patti e condizioni circa la gestione dell’equipaggio,
si dà piena facoltà al conduttore di scegliere le mete più opportune allo svol-
gimento dei commerci, ma risultano diverse le quote di spettanza da suddivi-
dersi fra naviglio ed armatore; infatti nell’accordo si specifica “che la barca
debba acquistare e tirare quattro parti del guadagno che produrrà e una par-
te il parzenevole in terra per li recapiti che dovrà procurare a vantaggio della
navigazione a comun profitto e secondo anche il costume antico del porto di
Ancona e consuetudine eziandio di questo porto di Pesaro”.
In un altro contratto dell’ottobre 1797 invece, l’armatore si assicura con
una clausola il diritto di poter procedere alla vendita del suo naviglio anche
prima della scadenza dell’incarico della paronia, peraltro abbastanza breve,
in quanto se ne prevede la conclusione per la Pasqua del 17989. La società

6
Ivi, Giuseppe Giustiniani, 1778-1809, 6 ottobre.
7
Ivi: “La scelta de marinari e ciurma della barca debba essere e spettare privativamente al
paron … colla piena facoltà di poter eleggere e licenziare li marinari a suo piacere senza alcu-
na dipendenza del parzenevole. Così pure possa il paron esercitare la navigazione per tutte
quelle piazze ovunque le aggradarà e piacerà senza alcuna dipendenza”.
8
ASPesaro, NP, Giuseppe Giustiniani, 1778-1809, 11 giugno 1786.
9
Ivi, alla data. L’armatore promette al conduttore un salario settimanale di venti paoli,
19ParteVcap3 1-10-2004 10:59 Pagina 264

264

fra un armatore e un conduttore di navigli da pesca, entrambi originari di


Senigallia, stipulata a Fano dopo aver dato avvio all’allestimento nei cantieri
di Senigallia “di un paro di paranze e sua gaeta”, di cui risultano compro-
prietari, porta alla definizione di un incarico di paronia in forza del quale il
padrone conduttore si dispone ad un suo trasferimento a Fano entro il set-
tembre del 1790, spostandosi da Senigallia con tutta la famiglia10. Il rapporto
fra i due si prevede di lunga durata, visto che il parone accetta di diventare
“il conduttore di dette paranze sinché dureranno” e di “tenere a tale effetto
la ciurma di dodici uomini e condurle con le solite cautele da usarsi secondo
l’arte e governo di buon piloto”. In base al capitale investito, cioè alle spese
sostenute “nella fabbricazione di paranze e gaeta con tutti i suoi attrezzi e
stigli necessari, compite e poste in acqua”, all’armatore sarebbero spettate
quattro quote, mentre una sola era dovuta al socio conduttore del naviglio,
per cui nella stessa proporzione si sarebbe proceduto poi, con l’avvio del na-
tante alla navigazione e nei tempi e modi stabiliti dalle parti, per la divisione
del lucro così come per le spese di manutenzione delle barche e dell’attrez-
zatura di bordo. Riguardo poi alle forniture di cambusa, “cioè vino, legna,
oglio, farina ed altri generi cioè scovette, brulle, sessole, panieri, spuaglie,
spezie”, sarebbe stato l’armatore “a pagarne il prezzo a ragione della stima
all’ingrosso di ogni genere eccettuata la farina di cui si intende pagarne il
prezzo alla ragione che si venderà alle pubbliche loggie di Fano”. Al parone
invece si chiedeva infine l’impegno di “fare lo scalo in Fano”, cioè di sbarca-
re sempre lì il pescato, a meno che qualche consistente motivazione non lo
convincesse, nell’interesse di tutti, a scegliere qualche altro approdo (“fuori
di fortuna, contrario vento, o di maggior vantaggio nello scalo in altri luo-
ghi”). In definitiva spettava al parone considerare la maggiore o minore re-
muneratività di questa o quella piazza marittima.

con l’aggiunta, nel caso poi si realizzi la cessione del natante, di altri dieci paoli “a titolo di
porzione di guadagno della barca in puro e libero corrente contante”. I conti andranno effet-
tuati con cadenza mensile, per far sì che il parone “possa sovvenire la di lui casa e famiglia” e
le “somministrazioni e provisioni” pattuite dovranno aver luogo anche qualora “il tartanone
non giungesse coi trasporti a guadagnare detta provisione”. Il parone però in caso “di molto
maggior lucro e guadagno” non potrà pretendere nulla di più. L’incombenza dell’approvvi-
gionamento del “vitto solito” da consegnarsi al parone per il rifornimento della cambusa ri-
mane invece delegata all’armatore.
10
ASFano, NFa, Andrea Bernetti, C (1782-1798), 6 aprile 1790.
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265

3.2 L’equipaggio e la difesa del posto di lavoro

L’arte della pesca per quanto attiene al dispiego delle mansioni professionali
degli addetti, non appare regolamentata da una prassi legislativa ben defini-
ta. Gli interessi del pubblico verso questo settore produttivo erano essenzial-
mente di carattere fiscale ed il controllo della categoria rimaneva dettato dal-
la sola esigenza di ribadire i diritti territoriali delle acque o i divieti di pesca
finalizzati alla tutela del patrimonio ittico. Per i rapporti tra armatori, equi-
paggi, venditori del pesce, ci si rimetteva ai codici comportamentali sanciti
dall’inveterato stile e quando questo costume ben radicato non sembrava of-
frire risposte sufficienti si faceva capo al giudicato, cioè alle magistrature ma-
rittime, quali il capitanato del porto, preposte appunto a giudicare in mate-
ria e a dirimere le cause civili e criminali della gente di mare. I “Capitoli et
ordini per l’uffizio e giudicatura del Porto di Rimini”, riformati nel 1745 e
approvati dal cardinal Aldrovandi, legato di Romagna, danno indubbiamen-
te materia su cui riflettere riguardo al “buon regolamento della marinarec-
cia” che richiedeva quella categoria di lavoratori. Dettano infatti un codice
comportamentale per certi versi innovativo, specie in merito ai rapporti in-
tercorrenti tra il padrone conduttore e i marinai dell’equipaggio11. Al padro-
ne conduttore era riconosciuto il diritto di scegliersi in assoluta autonomia i
marinai necessari per il governo del legno e per far fronte alle varie operazio-
ni di pesca e a riguardo, da parte del proprietario della barca o dell’armato-
re, non erano ammesse né interferenze né rivendicazioni. L’ordinanza fran-
cese del 1681, un corpus legislativo considerato come fonte ispiratrice di una
sorta di modernità concettuale del diritto marittimo, ad esempio, prevedeva
per la formazione dell’equipaggio il concorso nell’ingaggio dei marinai sia
dell’armatore che del capitano o padrone, ma lasciava a quest’ultimo la pos-
sibilità di rifiutare l’assunzione di marinai ritenuti non all’altezza di assolvere
ai compiti loro richiesti. Nella prammatica riminese invece si poneva il co-
mandante della nave su un piano di superiorità nel giudizio di scelta, ma an-
che nella decisione di eventuali licenziamenti. I capitoli della legislazione
portuale di Rimini dunque, compilati verosimilmente in concomitanza della
crescita economica e del nuovo ruolo assunto da quella piazza marittima
proprio in materia di pesca, tradiscono un’ingerenza del pubblico anche nel-
le faccende riguardanti il rapporto di lavoro fra imprenditore e dipendente.
Durante la stagione invernale, dai giorni immediatamente successivi alle
festività natalizie fino alla Pasqua, al conduttore di barche da pesca non era

11
Una copia del fascicolo a stampa è conservato in ASRimini, ASCR, AP 727. Vedi anche
Palermo, La pesca nell’economia dello Stato della Chiesa in età moderna cit., pp. 128-129.
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266

consentito “licenziare la ciurma … senza legittima causa da riconoscersi dal


signor Capitano”. Pertanto, volendo procedere diversamente, si sarebbero
dovute presentare al magistrato del porto valide motivazioni per giustificare
il licenziamento e nel caso poi si fosse arrivati a giudicare l’esonero dal servi-
zio del marinaio “senza legittima causa”, il conduttore incorreva nel paga-
mento “delli danni ed interessi da computarsi a favore dell’uomo licenziato
secondo il guadagno della barca”. Il marinaio doveva però inoltrare ricorso
(“protesta”) all’autorità competente entro tre giorni dall’avvenuto licenzia-
mento e in questo lasso di tempo non poteva abbandonare il posto di lavoro
“senza licenza del conduttore, se non per causa legittima”, anche questa da
motivarsi davanti al magistrato; in caso di abbandono volontario del lavoro
era tenuto a pagare i danni arrecati all’attività piscatoria a causa della sua
inoperosità. Da Pasqua fino a Natale, invece, il diritto di scelta dell’equipag-
gio poteva esercitarsi da parte del conduttore settimanalmente, per cui nel
caso avesse voluto congedare qualche marinaio già assunto, avrebbe dovuto
attendere “fino alla giornata del sabato per comodo di ambe le parti”.
La legislazione portuale interveniva anche a proposito dei ritardati paga-
menti da parte dell’armatore nei confronti del patrone conduttore relativi al-
le “provisioni” e agli “utili”. In caso di malattia si ordinava inoltre che, sia il
patrone, sia il semplice marinaio dovessero “almeno per un mese avere la so-
lita parte, purché non vi fosse in tale barca consuetudine in contrario”. Si
escludevano del tutto eventuali indennizzi per danni fisici riportati a seguito
di risse o liti, mentre nel caso di “disgrazia avvenuta in barca, o battello per
servizio della barca”, si aveva il diritto di ricevere la “parte” per almeno due
mesi12.
Questo sistema di previdenza sociale a tutela dei pescatori non risulta co-
munque in vigore ovunque. Il più delle volte a dettare legge è sempre la con-
suetudine e negli eventuali accordi preventivi tra armatori e conduttori,
quando si prevede anche il comportamento da tenersi nei rapporti con i pro-
pri collaboratori, si punta solo ad accertare l’effettiva capacità dei marinai,
senza lasciare alcuno spazio a eventuali garanzie di difesa del posto di lavoro
per questi ultimi. Prendendo a mero titolo esemplificativo i patti sottoscritti
a Pesaro nel 1785 per la formazione di una società tra due paroni armatori
che univano in un’unica gestione l’attività delle barche di loro proprietà (un

12
Senza il consenso del padrone conduttore, ai marinai che restavano a terra non veniva
riconosciuto alcunché: “è costume, pratica e consuetudine incontrastabile quando un omo
della ciurma d’una barca restasse in terra senza consenso et assenso del parone della barca
medesima, non deve conseguire cos’alcuna per li viaggi, fatiche et altro che si fanno senza la
sua opera e fatiche” (Pesaro 1750): ASPesaro, NP, Marco Marella, Anni diversi, 27 gennaio
1750.
19ParteVcap3 1-10-2004 10:59 Pagina 267

267

tartanone ad uso di navigazione e un trabaccoletto da pesca il primo, un tar-


tanone da pesca il secondo) troviamo precisi accordi sul diritto di scelta del-
l’equipaggio e sulla conseguente organizzazione della squadra: l’associato in-
fatti, già proprietario delle due unità, avrebbe potuto “eleggere il parone e
marinari di dette barche e quelli eletti e non piaciuti per la buona comune
condotta possi licenziarli, mandarli via ipso facto ed in luogo di quelli eleg-
gerne altri e così di volta in volta a suo arbitrio e piacere”13. A Rimini invece
vigeva la consuetudine, peraltro molto apprezzata da altre marinerie, di ar-
ruolare nella stagione invernale eventualmente un marinaio in più, una ope-
razione ben nota nei porti adriatici e alle autorità marittime. I magistrati di
Chioggia, relazionando sull’abilità della marineria locale nell’arte piscatoria,
sottolineavano la “fatale necessità” dell’emigrazione nel porto romagnolo di
molti uomini proprio perché a Rimini si creavano maggiori opportunità di
lavoro grazie all’usanza “d’accrescer un uomo per ogni barca nella stagione
d’inverno” per contrastare con più forza “alle burrasche che convien soffrire
su questa costa”14. L’usanza riminese aveva mosso anche i “pescatori e navi-
ganti” del porto di Pesaro ad avanzare nel 1767 al legato di Urbino una sup-
plica perché venisse fatto obbligo ai padroni conduttori di assumere “al ser-
vizio uno di più, come hanno fatto altrove, che così viveranno onoratamente
con la loro famiglia”15.
Anche la scuola di Sant’Andrea dei pescatori di Chioggia si era trovata
nella condizione di dover affrontare il tema del licenziamento quando, nel
Seicento, la marineria si era andata specializzando nella pesca d’altura. Un
provvedimento del 1676, di marcato tenore protezionistico e corporativo,
obbligava i “patroni delle sardelere quanto altri della medesima professione
del pescare” a non arruolare, “nel far radunanza de uomini”, pescatori di al-
tri luoghi e non iscritti alla scuola dei pescatori di Chioggia. Ovviamente nel
caso non fosse stato possibile, nonostante tutti gli sforzi, reperire in loco tut-
te le unità utili a ricoprire i ruoli del personale di bordo, si sarebbero potute
assumere anche “persone forestiere”, naturalmente previa licenza della fra-
glia16.
Sistemi di ingaggio in qualche modo più garantisti nei confronti del per-
sonale dipendente prendono corpo un secolo più tardi. Nel 1787 si punta ad
assicurare al marinaio pescatore una continuità lavorativa per tutta l’intera
campagna di pesca già con l’atto d’assunzione, ma gli inconvenienti non tar-

13
ASPesaro, NP, Giuseppe Giustiniani, Anni diversi, 11 ottobre 1785.
14
Perini, Chioggia dal Settecento all’età della Restaurazione, cit., pp. 186-187.
15
ASPesaro, Legazione, Suppliche, b. 29.
16
Mariegola della Scuola di S. Andrea de’ pescadori, cit., pp. 100-103.
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268

dano a mostrarsi. Si constatava infatti la biasimevole abitudine da parte di al-


cuni marinai di abbandonare “a capriccio” il posto di lavoro, “senza le pre-
ventive necessarie intelligenze e licenze”, cioè senza un benché minimo
preavviso. In questo modo i marinai disertori evitavano di saldare il debito
già contratto con i padroni di barca, o i conduttori, che solitamente anticipa-
vano al personale assunto le cosiddette “prestanze”, cioè consegnavano al-
l’imbarco somme in anticipo “per mantenimento delle loro famiglie nel tem-
po che ne vivono lontani e per provviste occorrenti ai loro viaggi”. Nei con-
fronti dei marinai ritenuti poco raccomandabili si attivava nell’ambiente una
sorta di ostracismo che li escludeva da successive assunzioni e ne derivava un
duplice danno perché il pescatore con questa fama rimaneva disoccupato ed
al contempo si aggiungevano difficoltà a completare i ruoli dell’equipaggio
da parte del padrone di barca.
Per ovviare a tutto ciò la fraglia era giunta alla risoluzione che nessuno
avrebbe potuto abbandonare il proprio posto di lavoro senza aver prima ot-
tenuto licenza dalla scuola dei pescatori e per dare maggior vigore al provve-
dimento si coinvolgeva anche l’eventuale nuovo datore di lavoro17.
Inoltre tanto i padroni conduttori quanto gli “uomini di barca” potevano re-
cedere dall’accordo fatto all’inizio della campagna di pesca solo “nel giorno
istesso del di loro arrivo in questa città di ritorno dal viaggio e non altrimenti”18.
Nonostante gli sforzi i rapporti intercorrenti tra pescivendoli, pescatori e
conduttori di barche pescherecce rimanevano molto controversi e la proble-
maticità della situazione viene dibattuta ancora nell’età della Restaurazione.
Con circolare del 7 novembre 1821 la segreteria di stato informava le au-
torità dei porti dello Stato pontificio su “non pochi reclami, sì a carico de’
marinari che formano l’equipaggio dei legni pescarecci, che a carico dei pro-
prietari e conduttori dei detti legni”. I marinai venivano accusati di slealtà
nei confronti dei propri datori di lavoro perché una volta ingaggiati, privi di
scrupoli, erano soliti accettare altri imbarchi abbandonando il legno prima
della conclusione del ruolo in atto. I proprietari e i conduttori di barche ve-
nivano invece additati come speculatori, in quanto soliti a “fare mercimonio
ed indebitamente ritenere parte delle mercedi dovute ai loro equipaggi”19.

17
“Se alcun padrone di barca prenderà al suo servizio alcun individuo non munito di det-
ta licenza, si intenderà soggetto ipso facto a dover pagare del proprio tutti li debiti che esso
individuo avesse contratti con il padrone che aveva lasciato”.
18
Ivi, pp. 128-129.
19
Il contenuto della circolare n. 93657 inviata alle autorità dei porti dello Stato Pontificio
si può consultare nella Raccolta delle leggi e disposizioni di pubblica amministrazione nello Sta-
to Pontificio. La circolare viene richiamata con la n. 6244 del 25 maggio 1853. I brani inseriti
nel nostro testo sono ripresi dalle due circolari sopracitate.
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L’osservanza degli articoli del nuovo regolamento sui porti dello Stato ponti-
ficio (31 gennaio 1820), relativi ai ruoli d’equipaggio, a capitani, conduttori
e officiali, secondo la segreteria di stato sarebbe stata già sufficiente a dirime-
re sul nascere tutte le questioni e le discordie. Erano previste infatti contrav-
venzioni e multe da comminarsi sia a marinai pescatori, colpevoli di “capric-
cioso arbitrio”, che ai conduttori e proprietari di barche pescherecce qualo-
ra avessero disatteso l’obbligo di avvertire le autorità portuali circa gli avve-
nuti cambiamenti nei ruoli d’equipaggio, la cui validità era convenzional-
mente fissata a sei mesi. Il marinaio pescatore in questo lasso di tempo aveva
facoltà di “cambiare bordo” o di “desistere dal servizio” solo in caso di ma-
lattia e previa autorizzazione dell’officiale di porto, oppure nell’eventualità di
un “simultaneo consenso” di marinaio, condottiere e proprietario del legno
da pesca. A chi contravveniva a queste disposizioni, era preclusa qualsiasi al-
tra possibilità d’imbarco e non erano da escludersi anche l’arresto e il carce-
re. Per quanto riguardava invece il “mercimonio”, ovvero le “indebite riten-
zioni che fanno i proprietari di barche pescareccie su le mercedi dei rispetti-
vi marinari”, veniva richiamato l’articolo 43 del regolamento che prescriveva
agli officiali di porto di “assistere la gente di mare e di comporre possibil-
mente le vertenze che insorgono fra i naviganti”. La circolare della segreteria
di stato obbligava poi i proprietari di barche e i marinai pescatori a provve-
dere alla liquidazione dei conti “al termine della valitura dei ruoli”, o anche
durante il tempo lavorativo quando entrambe le parti fossero state consen-
zienti, davanti alle autorità portuali. Se fosse insorta discordia l’autorità por-
tuale era tenuta ad emettere il lodo da trasmettersi al magistrato locale, al
quale doveva affidarsi il compito di “farlo osservare senza figura di giudizio
ed eseguire allo spirare di un ristretto termine”. L’applicazione dell’ordinan-
za non era certo delle più semplici, soprattutto per la persistenza di un insie-
me di radicate consuetudini, peraltro anche varianti da una località all’altra,
tant’è che ancora a metà Ottocento, una nuova circolare datata 25 maggio
1853, emessa dal Ministero del commercio dello Stato pontificio ed indiriz-
zata alle magistrature di sanità, dava nuovo vigore alla legge del 1821 “sulla
procedura nelle controversie fra i pescatori appartenenti alla marina pontifi-
cia ed i proprietari dei legni”. L’intervento governativo in una materia tanto
controversa, era sollecitato da tutta una serie di rimostranze della classe dei
pescatori, rese peraltro pubbliche nella stessa nota introduttiva al testo del
provvedimento. Il nodo della questione verteva sul fatto che i proprietari di
barche “non danno giusto conto dei prodotti della pesca” e tantomeno
“soddisfano esattamente le mercedi dovute ai loro sudori”, anzi “affacciano
pretesi diritti sugli utili della pesca, tuttoche non siano contemplati nei patti
di arruolamento”. Dopo opportuni rilievi e ponderate concertazioni con il
magistrato centrale di sanità e di polizia dei porti per l’Adriatico, “ove più
19ParteVcap3 1-10-2004 10:59 Pagina 270

270

frequentemente si riproducevano gli inconvenienti”, il governo centrale si


adoprava insomma ad affrontare il problema o quantomeno a mitigare il
malcontento con la riproposizione di una legge determinante diritti e doveri
delle parti.
La necessità impellente di regolamentare i rapporti tra armatori e per-
sonale imbarcato rilevabile fra Sette e Ottocento nei porti di Rimini e di
Chioggia, si avverte con prepotenza anche a San Benedetto, dove un accor-
do stipulato tra proprietari di paranze di fronte ad un notaio nel 1807 tenta-
va di porre freno alla “insubordinazione de marinari” che abbandonavano
“intempestivamente” il posto di lavoro causando “gravi danni” agli stessi ar-
matori20. Le “capitolazioni” sambenedettesi manifestano non pochi punti in
comune con gli Ordini e capitoli del capitanato del porto di Rimini del 1745,
che indiscutibilmente si pongono come uno dei primi tentativi nel campo
del diritto marittimo per dare assetto legislativo ai quadri occupazionali dei
lavoratori impegnati nella pesca. A San Benedetto una regola comportamen-
tale era stata posta dagli armatori, intenzionati a risolvere la problematica
questione dell’abbandono del posto di lavoro prima della conclusione del
periodo concordato con i marinai, vale a dire il lasso di tempo compreso tra
un conteggio (amministrativo e finanziario) e l’altro dell’impresa di pesca,
che tradizionalmente iniziava ed aveva termine in coincidenza con le princi-
pali ricorrenze religiose:
Siccome capricciosamente in addietro era in libertà di ciaschedun marinaro li-
cenziarsi in qualunque tempo del suo servizio lasciando privo un paio di paran-
ze, non sia permesso al sudetto di andar via, di essere licenziato, senza prima ter-
minato il conto solito a farsi nelle rispettive ricorrenze. Cioè in Pasqua di Resur-
rezione, Corpus Domini, nella Festa della Madonna Santissima del Carmine,
Santissimo Rosario, Natale di Nostro Signore, e qualora ciò accadesse, non sii le-
cito a ciascuno di essi proprietari prendere al servizio questi o quel marinaro che
… se ne andarà via capricciosamente (cap. I).

Veniva stabilito un esborso di 3 scudi per il marinaio costretto a richiede-


re un “sussidio per il mantenimento della propria famiglia”, da versare come
anticipo sulla prestazione di lavoro, mentre in caso di malattia sarebbe stata
consegnata per intero al pescatore quella paga a cui avrebbe avuto diritto la-
vorando per tutta la durata del periodo di pesca compreso tra una chiusura
di conti e l’altra. Per quanto riguardava poi il numero degli uomini dell’equi-
paggio, nell’assunzione del personale richiesto per il governo di una coppia

20
G. Cavezzi, U. Marinangeli, La fine della muccigna. Per una storia dei rapporti di lavoro
nelle marineria da pesca picena tra XIX e XX secolo, in “Cimbas”, 23 (2002), pp. 67-88, pp.
68-70. L’atto notarile si trova in ASAscoli, NG, Placido Piermarini, 593, c. 186.
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di barche si poneva un preciso limite: armatori e paroni non avrebbero potu-


to a loro discrezione “arbitrarsi a ricevere nelle loro paranze un numero
maggiore di ventidue parti comprese le parti di terra”21. Nel 1824 a San Be-
nedetto si era “giunti persino alla indiscretezza di obbligare i proprietari di
accontentarsi di sole nove parti”, quando a Porto Recanati le spettanze rico-
nosciute erano tredici e a Porto di Fermo undici e mezza22. A Porto di Fer-
mo, un contratto tipo per l’affidamento ad un padrone conduttore di due
paranze, più un battello di servizio (gaeta), considerava dieci parti quale
quota di pertinenza armatoriale, mentre le corresponsioni da elargire all’e-
quipaggio potevano variare in funzione delle capacità lavorative23.
Tra gli anni venti e trenta del XIX secolo a più riprese e in varie marinerie
adriatiche si era vissuto un clima di sommossa contro gli armatori, ritenuti
colpevoli di vessare oltremodo i marinai pescatori che si sentivano penalizza-
ti anche sulla fornitura settimanale dei generi alimentari occorrenti a bordo,
ritenuti di cattiva qualità e particolarmente costosi. Lo stato di agitazione
della categoria nel 1825 serpeggiava a Porto di Fermo e a Porto Recanati24 e
le lamentele da parte della classe dei marinai si facevano ancora sentire a Ri-
mini nel 183325. Il carteggio tra il camerlengo e gli ispettori marittimi dei cir-
condari getta qualche luce sulle vicende. Il camerlengo aveva interpellato gli
ispettori dei vari circondari marittimi sulle consuetudini in uso fra la gente
di mare del Tirreno e dell’Adriatico e, dall’esame delle relazioni a lui inviate,
si evince la diversità di costumanze fra una costa e l’altra. Gli equipaggi dei
mercantili e dei legni da pesca del Tirreno, in merito all’ingaggio, “stanno al-
la parte con il proprietario o padrone del legno” e per quanto attiene la som-
ministrazione dei viveri nella navigazione di commercio, la pratica d’uso ri-
sulta la seguente:

21
Con “parti di terra” si indicava verosimilmente la spettanza dovuta al venditore di pe-
sce, cioè a chi nell’impresa di pesca era preposto alla vendita del prodotto e nelle consuetudi-
ni della marineria picena dell’Ottocento corrispondeva nella distribuzione dei dividendi al-
l’attribuzione di una parte.
22
Cavezzi, Marinangeli, La fine della muccigna cit., pp. 70-71.
23
Ivi, pp. 71-73. Il contratto tipo, prodotto a stampa, è datato 1858.
24
Sulla vicenda vd. A. Silvestro, Aspetti della vita dei pescatori piceni dell’’800, in “Cim-
bas”, 17 (1999), pp. 39-52. In generale sui pescatori piceni vd. anche Id., La marineria picena
dal primo Ottocento all’Unità d’Italia, suppl. della “Rivista marittima”, 7 (1998).
25
ASForlì, Legazione pontificia, Atti riservati, b. 27, fasc. 343: “I marinari di Rimini sono
imputati di tentare una sommossa sotto pretesto di esser troppo gravati dai loro padroni che
per fatto del governo sono gravati anch’essi”; cfr. P. Meldini, Rimini 1800-1860: La cultura
portolotta, in “Romagna arte e storia”, 9 (1983), pp. 101-105.
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272

Il proprietario o padrone consegna una somma allo spenditore di bordo per ap-
proviggionare il legno dei viveri necessari per tanti giorni e tanto numero di per-
sone, e questo in unione di due o tre marinari dello stesso bordo fa le provvisio-
ni; ed il padrone mangia lo stesso cibo dell’equipaggio. Ritornati dal viaggio, de-
tratte tutte le spese per l’approviggionamento e per il legno, quello che resta del
nolo se lo dividono fra di loro. Lo stesso accade per i legni da pesca colla diffe-
renza che questi si provvedono i viveri settimanalmente. Alla fine del mese poi si
somma il prodotto del pesce, e detratto da questo le spese, il restante si divide
tra il padrone e i marinai.

Ai rifornimenti di cambusa dunque provvedevano gli stessi marinai d’e-


quipaggio e, in base a quanto poteva constatare l’ispettore del Tirreno, que-
sta pratica non aveva mai prodotto “lagnanze”. Per il versante Adriatico ve-
nivano prese a campione le abitudini in uso nel dipartimento marittimo di
Rimini perché riscontrabili anche in altre località del medio Adriatico:
Ogni marinaio imbarcato nei legni da pesca porta da casa il pane necessario per
la settimana che custodisce nella propria cassa a chiave. Per la legna, olio, sale,
aceto, bevande etc. questa dai proprietari dei legni si consegna al padrone con-
duttore in quella quantità e qualità che si crede necessaria e si calcola al prezzo
che tali generi si vendono in piazza; quantunque forse i proprietari dei legni fa-
cendone la provvista a tempi debiti, utilizzeranno qualche cosa sul prezzo della
giornata. Relativamente poi alla bevanda cosiddetta masa26, questa si calcola me-
tà vino e metà acqua, su di che può forse accadere poca esattezza nella misura,
alla quale però si supplisce con abbondante provigione. Queste discipline sono
state da molto tempo stabilite ne’ porti da Rimini a Falconara, sorvegliate dagli
ufficiali di porto, la loro osservanza non ha dato luogo a frequenti reclami27.

26
Con mèsa, o mìsa, si intendeva anche nel primo Novecento la bevanda formata da acqua
e da vino”, cioè “mezza” o “mezzo vino”. “La barìla d’la mèsa, a bordo dei nostri natanti da
pesca, conteneva 50 litri circa e bastava per una settimana”, Quondamatteo, Bellosi, Romagna
civiltà cit., II, pp. 126. I curatori editoriali del ms. Marella osservano: “Il vino a bordo non si
usava per economia e per la difficoltà di conservarlo per più giorni, perché era bevuto tutto
subito quando c’era. L’acqua da bere veniva conservata in una speciale tinozza di forma tronco
conica, detta barila o mezzarola, e da questa si attingeva per la stretta apertura superiore, mu-
nita di coperchio, con apposita mestola. Questa barila, della capacità di circa 60 litri era salda-
mente legata sottocoperta vicino alla boccaporta di prua”: Annotazioni pescherecce cit., p. 37,
nota 38. Il Boerio specifica che la barila è un “vaso di legno fatto a doghe come la botte, della
capacità ordinaria di sei secchie”, Dizionario del dialetto veneziano cit., ad vocem. Si veda an-
che C. Peluso, Due storie di un passato recente, in Le marinerie adriatiche cit., p. 123: “la be-
vanda del pescatore era acqua e aceto, si chiamava la masa”; P.G. Tiozzo, G. Vianello, La cassa
de drapi nella tradizione chioggiotta, Ivi, p. 112: “Nella barca i pescatori non portavano vino
(solo il capobarca a volte qualche fiasco) ma si beveva acqua e un po’ d’aceto”.
27
Silvestro, Aspetti della vita dei pescatori piceni cit., p. 47. Si tratta di informazioni degli
ispettori marittimi inviate al camerlengo (1825).
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273

Usanza ben radicata era anche quella di ritrovarsi insieme, capobarca ed


equipaggio, a trascorrere qualche ora di distensione prima della partenza per
la campagna di pesca28.
Il termine masa (mésa, misa), riferito alla bevanda di bordo, non va però
confusa con il vocabolo mésa di uso corrente presso alcune marinerie in età
moderna, da intendersi invece nel significato di “mesàta”, cioè la quantità di
“commestibili e altro ad uso particolare dell’equipaggio ne’ bastimenti, per
la provvigione di circa un mese”29. Questa terminologia propria del mestiere
non sempre è facile da interpretare; talvolta però se ne scopre il significato
grazie a testimonianze archivistiche: in una controversia in atto nel 1747 un
marinaio pescatore di Pesaro affermava che il suo parcenevole aveva sommi-
nistrato sia all’equipaggio dove prestava servizio, sia alla ciurma di un’altra
barca in cui lavorava il querelante, “la mesa per sovvenimento di noi paroni
e uomini d’esse due barche in tant’olio, mezzo vino e aceto”30.

3.3 I parcenevoli e il monopolio del mercato

Nel linguaggio delle marinerie da pesca l’uso del termine parcenevole risulta
piuttosto antico. I Capitoli della pesca di Rimini (1568), un corpus di norme
che regolavano sia l’attività piscatoria nel litorale di pertinenza della città, sia
soprattutto le modalità di vendita del prodotto ittico, si rivolgono ai “padro-
ni della barca o tratta”, ai “patronizanti”, evidentemente i capibarca, ai “ma-
rinari”, ai “partionevoli” e ai “grancini”. Il parcenevole nell’impresa di pesca
ricopriva, come s’è detto, il ruolo di amministratore finanziario, in quanto al-
la sua persona era rimesso l’impegno di registrare tutte le spese e i frutti rica-
vati dalla vendita del pescato e di provvedere alla consegna delle somme so-
litamente accordate alle famiglie dei pescatori in anticipo rispetto alle prefis-
sate date di scadenza in cui si attuava la divisione degli utili. L’abilità nella
gestione delle liquidità fra una campagna di pesca e l’altra, poteva peraltro
consentire ai più intraprendenti di loro qualche piccola speculazione finan-
ziaria improntando una collaterale attività feneratizia con prestiti ad interes-

28
Ivi: “Li padroni conduttori de’ legni da pesca in ogni domenica sul tardi e prima di par-
tire in mare, conducono gli equipaggi a fare una merendina, o beverino, e questa spesa pure è
levata dalla massa degli utili, come lo sono le carte di navigazione, di sanità, di banco del pe-
sce e tutt’altro che sia conducente all’esercizio legale della pesca, giacché gl’attrezzi, le concie
e i legni stanno a carico di proprietari”.
29
Boerio, Dizionario cit., ad vocem; F. Mutinelli, Lessico veneto, Venezia 1851: “provvigio-
ne di commestibili ad uso della ciurma dei navigli”.
30
ASPesaro, NP, Marco Marella, Anni diversi, testimoniale datato 3 giugno 1747.
19ParteVcap3 1-10-2004 10:59 Pagina 274

274

se concessi agli stessi pescatori. Lo rimarca Targioni Tozzetti a proposito del


parzienevolo di Chioggia, solito a “dare a prestito somme di denaro ai suoi
stessi committenti verso un compenso di una quarta, mezza ed anche una
parte eguale a quella che guadagna un pescatore, per porli in grado di far
fronte alle spese per intraprendere una seconda campagna di pesca, allorché
coll’ultima, tra il dare e l’avere, siano rimasti debitori al parzienevolo per la
somministrazione di denaro che di quando in quando durante la campagna
fa alle rispettive famiglie dei committenti stessi”31.
Altro significato assunto dal termine nell’ambito dei rapporti marittimi è
però anche quello di partecipante o parzionario, a significare “colui che en-
tra a parte col proprietario d’una nave”32. Il Codice per la Veneta Mercantile
Marina (1786) intendeva con parcenevole “ogn’individuo avente interesse in
alcuno de’ sudditi bastimenti e percipiente vantaggio dalla navigazione e dal-
le fatiche della marinarezza”33.
Il Consolato del Mare codifica gli aspetti giuridici che regolano l’attività
dei partecipi e il Targa, nelle sue Ponderazioni, considera la dichiarazione dei
“partecipi di nave” che “in qualche luogo con corrotto vocabolo si nomina-
no parzionevoli” riguardante “i carati d’ognuno di loro” assegnati “a pro-
porzione”, cioè in base al capitale investito e alle rispettive quote di perti-
nenza. C’era comunque da distinguere, parlando di parzionevoli (o partecipi,
o comproprietari), fra chi rientrava nel capitale delle mercanzie e chi invece

31
Targioni Tozzetti, La pesca in Italia cit., I, p. II, p. 509. Alla voce parcenévole il Diziona-
rio etimologico italiano annota: “parzionale, proprietario del carico d’una nave mercantile”.
Si tratta di una voce “di provenienza veneta (parzionévole, padrone a mezzadria) derivata da
contaminazione con ‘partenevole’”. Con partenévole, secondo l’abate Guglielmotti, sarebbe
da intendersi “colui che ha parte nell’armamento dei navigli, specialmente da corso e fa mer-
canzie, e percepisce la rata parte degli utili, come mette dei capitali”. In accordo con tali spie-
gazioni è anche il Boerio che però tiene a precisare: il parcenevole è il “proprietario di nave
mercantile o del suo carico; dicesi però per le barche grosse, dicendosi per le piccole paròn”,
cfr. Boerio, Dizionario cit., ad vocem.
32
Il D’Alberti registra le voci parzionàvole (o parzonàvale) e parzionèvole, ma considera
quale vocabolo marinaresco esclusivamente la versione parzionàrio, cui attribuisce il significa-
to di partecipante: “colui che entra a parte col proprietario d’una nave, che nel Levante dice-
si parzionario”. F. D’Alberti, Dizionario universale critico, enciclopedico della lingua italiana,
Milano 1825, ad vocem.
33
G. Zordan, Il Codice per la veneta mercantile marina, I, Quarant’anni di elaborazione al
tramonto della Repubblica, Padova 1981, p. 220. Secondo l’Azuni “chiunque legalmente rap-
presenti la proprietà d’una nave, o del suo armamento, chiamasi proprietario di nave, o par-
tecipe quando essa sia partecipata da diversi proprietari”: D.A. Azuni, Dizionario universale
ragionato della giurisprudenza mercantile, III, Nizza 1788, voce “Proprietario di nave, parteci-
pe ed esercitore”, p. 375.
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275

nella proprietà del natante34. Il vocabolo, mutuato dalla navigazione mercan-


tile, viene poi trasferito anche nell’ambito della marineria da pesca finendo
per designare il capitalista, o finanziatore esterno in compartecipazione nella
proprietà dell’impresa piscatoria, rappresentata nel capitale dalla barca com-
pleta delle attrezzature, ma anche il pescivendolo (o “venditore del pesce”),
eletto (nominato o prescelto) dall’armatore e al quale, nella spartizione degli
utili, venivano assegnate quale quota di spettanza da 3 quartarole dell’intero
valore del pescato fino ad una parte intera, come si documenta per l’appun-
to nella piazza marittima di Senigallia.
Pur mantenendo un’uniformità di base le norme di ripartizione comun-
que manifestano differenti consuetudini e procedimenti a seconda dei conte-
sti regionali e della tipologia dell’impresa di pesca.
Queste variano infatti a seconda dei carichi e degli obblighi dell’armatore
e dell’equipaggio e, al contempo dei diritti che ciascuna delle parti esercita
sul risultato delle proprie operazioni. Geograficamente generalizzabile è in-
vece la gerarchia professionale che viene a delinearsi. L’equipaggio di una
barca è formato da uomini con qualifiche che determinano la maggiore o mi-
nore importanza a bordo e viene rispettata una gerarchia che si traduce poi
nella diversa entità dei compensi da dividersi al ritorno da un viaggio o da
una campagna di pesca. Per arrivare al comando di una barca occorre avere
speciali requisiti, tanto che la paronia, come s’è visto, viene stabilita per con-
tratto o si lascia in eredità al figlio che si considera più idoneo o meritevole
per tale incarico, magari con l’inserimento di una specifica clausola nel pro-
prio testamento. Il ricorso alla scrittura notarile per la trasmissione profes-
sionale da padre in figlio si registra anche per la figura del parcenevole35, il
venditore del pesce che nel Settecento, a differenza delle epoche precedenti
assume un considerevole rilievo, divenendo molto spesso, oltreché ammini-
stratore dell’impresa produttiva, anche comproprietario della barca. Così,
come per la paronia, il ruolo esercitato dal parcenevole viene legalizzato at-
traverso la stipula di contratti che ne sanciscono la nomina, obblighi e com-
pensi, specie quando si trova a far parte della gestione di natanti le cui quote
sono da suddividersi tra più caratisti.
Tra i parcenevoli della navigazione “al terzo” e l’equipaggio, precisa il
Targa36, ci si regolava in modo che “di tutto quello e di quanto si ricava da
ogni viaggio di barca se ne fanno tre parti, una delle quali spetta al vascello

34
G. Bonolis, Il diritto marittimo medievale dell’Adriatico, Pisa 1921, pp. 141-142.
35
De Nicolò, La strada e il mare cit., p. 45.
36
C. Targa, Ponderazioni sopra le contrattazioni marittime, Livorno 1755 (1a ed. 1681),
p. 303.
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per l’uso, consumi e risico di esso: dell’altra se ne paga le spese del vitto e
mantenimento della gente nel viaggio, e dei bastimenti per difesa; e questa
va a utile, risico e danno di chi si è assunto il carico di provvedere di basti-
menti dell’una e dell’altra sorta la barca. E l’ultima parte spetta alla marine-
ria da dividersi a porzioni secondo gli accordi”. A proposito “di usi e con-
suetudini marittime in genere”37 poi, sempre il Targa spiega: “È regola indu-
bitata, che chi ha da giudicare, è obbligato con ogni più opportuno mezzo
investigare tanto, che ritrovi la verità. Ora in queste pratiche marittime il
mezzo più certo è prevalersi degli usi e consuetudini dove non si ritrova leg-
ge scritta; perché, in ristretto, l’uso e consuetudine non son altro che una
legge non scritta”, e seguendo la prassi ciò si poteva ottenere, appunto, “con
far chiamare alcun uomo provetto e versato e per tale reputato nella materia
che si ha alle mani, circa la quale non vi sia alcuna legge scritta, sopra alla
quale si possa far giudizio ed al medesimo si fa dar giuramento di dover dire
candidamente il suo sentimento e consuetudine praticate”38.
Nel settore della pesca il parcenevole, inserito nel commercio del prodot-
to ittico, spesso risulta al contempo proprietario, o comproprietario di con-
serve (ghiacciaie o neviere), acquirente all’ingrosso ed anche spedizioniere39.
Quandamatteo ne dà questa definizione:
negli ultimi tempi parznevul stava ad indicare chi – per conto di un equipaggio –
vendeva pubblicamente all’incanto e all’ingrosso le pescate che giungevano in
pescheria. In una parola l’uomo di fiducia dell’armatore, Si facevano i conti ogni
settimana o quindicina, e gli spettava, all’incasso lordo, la percentuale dell’1,5/2
per cento40.

Sono riferimenti databili al primo Novecento che tradiscono però il man-


tenersi di costumanze ben più antiche. Una singolare descrizione della figura
del parcenevole viene fornita da Vittorio Franchini che, parlando dei “moti
popolari contro i pescivendoli” divampati sulla piazza di Rimini nel 1911 a
causa del rincaro dei prezzi del pesce41, descrive “il parzenevolo” come “la
persona che dalla fiducia del proprietario della barca peschereccia viene

37
Ivi, p. 348. Si tratta del titolo del cap. CI.
38
Ivi, p. 349.
39
Graffagnini, Le barche romagnole cit., p. 108.
40
Quondamatteo, Bellosi, Romagna civiltà cit., II, p. 131.
41
Franchini, Appunti di diritto marittimo riminese cit., p. 37: “Al rincaro della vendita del
pesce partecipa una vera folla di intermediari che non concorre direttamente alla produzione:
il proprietario della barca, il parzenevolo, il marinaio-pescatore, i facchini che operano il tra-
sporto dal porto alla pescheria, i pescivendoli”.
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chiamata per vendere ai pescivendoli la merce col tradizionale sistema di


asta segreta all’orecchio, percepisce sull’utile netto di ogni barca, rispettiva-
mente una mezza o parte intera uguale a quella dei pescatori e dei padro-
ni”42, precisando anche che “negli utili figurano anche quelli che i pescatori
ritraggono sul pesce venduto, a mezzo di altro mediatore retribuito diversa-
mente, in altri porti”, quando per motivi meteorologici sono costretti ad ap-
prodare altrove. Cosicché “il parzenevolo di Rimini gode di un guadagno
conseguito senza sua opera e senza suo rischio”, ed inoltre “ha la facoltà di
scegliere in ogni pescata il pesce che più gradisce per la sua famiglia”43. “I
marinai-pescatori poi – prosegue sempre Franchini – debbono sottostare alla
trattenuta del 5 per cento che i pescivendoli fanno sull’importo del pesce, ol-
tre alla spesa di trasporto del pesce dalla banchina del porto alla pescheria”,
un sistema pertanto “quanto mai ingiusto e pieno di oneri per il produtto-
re”. La marineria peschereccia di Rimini, per ovviare a tutto ciò, aveva re-
datto un memoriale in cui venivano proposte tabelle dei prezzi massimi di
vendita del prodotto ittico che tenevano conto sia della stagione che, ovvia-
mente, della qualità del pesce, “con saggio e felice ritorno del sistema medie-
vale!”44.
Una descrizione delle operazioni immediatamente successive allo sbarco del
pesce a Cesenatico offerta da Ernesto Graffagnini45 pone in risalto la differenza
fra la figura del venditore e quella del parzenevole. Giunta in porto la barca,
da questa incomincia il passamano delle “coffe” [canestri] ricolme che vanno ad
allinearsi in ordine sulla riva ove i parzenevul attendono il mediatore, e è vandor
[il venditore]. Poi si stringe intorno alla pescata il crocchio degli acquirenti, col
vandor in mezzo ed a piccoli lotti di otto, dieci, dodici “coffe” per volta si inizia
la vendita del pesce.

Il “venditore” a fine settimana consegnerà al parone il ricavato del pesca-


to trattenendo per sè la mediazione. Sul “venditore” cui fanno capo numero-
si “barchetti” (così venivano denominati nel Novecento i trabaccoli da pesca
in Romagna) ripongono la loro fiducia armatori e paroni. Il parznevul invece
– sottolinea Graffagnini – è il compratore, colui che acquista dal vandor, il
vero mercante, il mercante facoltoso, che possiede almeno una conserva e
che stabilisce, in certo qual modo, i prezzi del mercato”. Graffagnini registra
la diversità tra le aste per la vendita del pesce che si svolgevano verso il 1910,

42
Ivi.
43
Ivi.
44
Ivi.
45
E. Graffagnini, E’ parznevul, in “La Piè”, 1922, pp. 61-63.
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quando i parznevul offrivano il loro prezzo “ad orecchio” e dunque si tratta-


va di un’asta segreta, rispetto a quelle degli anni venti, quando la vendita era
diventata “una specie di pubblico incanto a rovescio”. Il venditore, stabilito
un prezzo iniziale cominciava a diminuirlo fino a quando i compratori fer-
mavano la pescata al prezzo conveniente. Gli usi riguardo alla vendita del
pesce al momento dello sbarco incentrati sulla figura del parcenevole docu-
mentabili ancora nel Novecento affondano però le radici nei secoli dell’età
moderna.
Se ne ha dimostrazione dalla risposta inoltrata dal governatore di Rimini
al legato di Romagna, con lettera dell’8 giugno 1773, a proposito di un acco-
rato memoriale dei pescatori della città romagnola indirizzato alla Santa Se-
de in cui si lamentava il diffuso stato di indigenza della popolazione maritti-
ma e in particolare degli addetti alle attività piscatorie d’alto mare46.
I ricorsi in genere tendevano sempre ad opporsi ai numerosi aggravi fi-
scali che gravavano sul prodotto ittico e sui lavoratori del mare, dal dazio
della pesca alle varie regalìe da rimettersi all’autorità portuale, ma nella rela-
zione del governatore in risposta ai quesiti dell’autorità superiore, i motivi
addotti a giustificare il malcontento dei pescatori sono altri. Le lamentele in-
fatti erano dirette esclusivamente contro una categoria, quella dell’armatore
e/o del commerciante di pesce che rivestiva un ruolo primario nell’organi-
gramma dell’impresa produttiva piscatoria. Si puntava il dito proprio verso i
parcenevoli:
Di due caratteri sono gli aggravii suddetti. Uno è quello che deriva dall’apprez-
zarsi dalli porzionevoli o padroni di barche con alterazione di generi che sommi-
nistrano alli pescatori, cioè grano, vino, olio, aceto, aromati ed altro che loro oc-
corre per vitto in mare. E l’altro procedente dal mercimonio che la società di
detti porzionevoli o padroni di barca fa sul pesce che a vicenda s’incetta dalle ri-
spettive barche per mandarlo a Bologna ed altrove47.

Il primo aggravio era dovuto al fatto che tra l’armatore e l’equipaggio non
si usava stipulare accordi specifici, ma si procedeva a stretta di mano, con
“reciproco consenso ai patti occulti”, sulla base di quelle antiche consuetu-
dini ben consolidatesi nel tempo che altre relazioni riconoscono come “inve-
terato stile” delle arti del mare.
Un documento pesarese dell’aprile 1667 fornisce dati più precisi in meri-
to a queste usanze48: “li venditori da pesce di Carnevale mantengono gli huo-
mini delle loro barche col darli delli dennari per sovvenimento delle loro fa-

46
ASRimini. ASCR, AP 539, Informazioni, 1771-1774, Supplica dei pescatori di Rimini.
47
Ivi, c. 284v.
48
Le somme anticipate costringevano il pescatore ad un costante indebitamento.
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miglie, col patto poi di rimborsciarsi in tempo di quadragesima” e “li vendi-


tori da pesce, quando non hanno denari all’officio suddetto, pigliano grano
imprestito da terze persone, et altre robbe per vendere, et mantenere gli
huomini”. Si accettava insomma un codice comportamentale che impediva il
benché minimo miglioramento delle condizioni di lavoro dei pescatori, che
si trovavano letteralmente imbrigliati nel sistema perché “passando da una
barca all’altra non variano se non il porzionevole, o padrone di barca, ma
non i patti”49.
La “società dei porzionevoli” si era organizzata per incettare il pesce ap-
pena sbarcato, avvicendando i propri componenti per apprezzare le partite
nel modo “più vantaggioso alla società che alli pescatori”, perché con l’au-
mento della domanda del prodotto fresco, i commercianti di pesce, per favo-
rire il consumo anche nel retroterra, si impegnavano ad acquisire altri mer-
cati e a ramificare la rete distributiva associandosi con vetturali e proprietari
di conserve e ghiacciaie. A ragione dunque si poteva parlare di un vero e
proprio monopolio del settore ittico, dal momento che la categoria dei riven-
ditori da sola controllava la produzione, garantiva la conservazione del pro-
dotto ittico e gestiva anche tutta le rete dei trasporti verso altre piazze.
Per il governatore la questione non era di facile soluzione. Provvedimenti
drastici nei confronti dei commercianti di pesce avrebbero inevitabilmente
arrecato gravi scompensi economici all’intera comunità, perché “distruggen-
dosi la società dei porzionevoli per l’incetta del pesce questo rimarrebbe in
gran parte invenduto, giacché tutto non puole consumarsi dagli abitanti del-
la città e da quello che si esitarebbe agli abitanti medesimi, se ne ricaverebbe
minor prezzo ancora di quello che la società dei porzionevoli lo paga e valu-
ta alli pescatori”50. Ne sarebbe derivato indubbiamente un danno incalcola-
bile per l’erario, tenendo conto anche solo della perdita dell’“introito consi-
derabile di denaro” versato nelle casse del pubblico dal dazio della pesca.
Un cronista coevo annotava come le principali entrate della comunità rimi-
nese derivassero dalla seta e appunto dal pesce:
Il prodotto del pesce che si prende nel mare Adriatico in tutto l’anno dalle no-
stre barche è sempre stato alla città di grande vantaggio per l’introduzione del
denaro, che colla vendita di quello si ricava da Monte Feltro, dallo Stato di To-
scana, dalla Romagna e dal Bolognese, ove per due volte in ogni settimana si
portano li nostri vetturali con più strascini carichi del miglior pesce in qualità e
peso che qui si pesca51.

49
Supplica dei pescatori di Rimini cit., c. 284v.
50
Ivi, c. 285r.
51
BGRimini, Capobelli, Commentari, ms. cit., IV, c. 225, anno 1766.
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Per coprire questa vasta rete commerciale era impegnato un folto gruppo
di trasportatori: la via Emilia e le strade dell’entroterra riminese venivano
battute dai carrettieri del luogo, mentre per il rifornimento dei mercati delle
città toscane si trasferivano a Rimini appositamente per caricare il pesce tra-
sportatori che provenivano direttamente dai luoghi di origine e in particola-
re da Firenze.
La crescita del settore peschereccio nel porto di Rimini, dove già dal se-
condo Seicento era operante una discreta flottiglia, come si è avuto modo di
vedere, era verosimilmente da imputarsi ad un’espansione commerciale a
largo raggio che ormai toccava anche i grandi centri ‘metropolitani’ dell’en-
troterra ed era favorita dalla possibilità di conservare al meglio il pesce fre-
sco, in attesa di essere preparato per le spedizioni, nelle apposite neviere o
ghiacciaie, assai numerose nel Settecento nei pressi della rocca e della catte-
drale, cioè proprio nei punti strategicamente più vicini per i trasportatori al
raccordo stradale d’avvio verso i principali itinerari mercantili.
Nella piazza marittima di Rimini agivano società formatesi appositamente
per “comprare e far comprare pesce su questa pescaria e quello far traspor-
tare in Bologna ed altri luoghi per venderlo e far vendere a loro vantaggio”
(1777). Si scopre insomma l’interesse da parte di categorie estranee all’am-
biente marittimo, a considerare anche inusuali forme di investimento, appro-
fittando della favorevole congiuntura che stava vivendo il commercio del pe-
sce. Non sorprende quindi che in una di queste società compaiano, ad esem-
pio, un contabile e, nella veste di spedizioniere, il comproprietario di due
conserve, cioè i manufatti preposti appunto al mantenimento del prodotto
ittico fresco. I soci si impegnavano all’acquisto del prodotto fresco “in egual
porzione”: allo spedizioniere del pesce in direzione di Bologna o verso altre
piazze veniva assicurata “la solita vettura”, cioè le spese di trasporto, ma il ri-
cavato ottenuto per il trasferimento di altre merci, per o da Bologna, avreb-
be dovuto essere “a vantaggio comune degli stessi associati”; il socio com-
proprietario di conserve metteva a disposizione della società “il comodo e
l’utile” di quelle, ma le spese occorrenti a riempirle di neve sarebbero state a
carico di tutti52.
Mentre il porto di Rimini dunque si attesta a tutti gli effetti come centro
di produzione e di smercio del prodotto ittico, quello di Cesenatico assume
la caratteristica di importante scalo del pesce forestiero in cui agisce una nu-
trita schiera di commercianti che monopolizza il mercato locale; in tal senso
una testimonianza di quegli anni appare piuttosto esplicita: “Un’unione osia
monopolio tra principali parzenevoli del Cesenatico, i quali in virtù dell’ac-

52
ASRimini, NR, Giovanni Contessi, 1773-1791, 1 dicembre 1777.
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281

cordo tra loro fatto astringono pescatori e paroni rilasciar loro per un vilissi-
mo prezzo quanto pesce capita nel Cesenatico, giacché non regna tra essi
parcenevoli la solita emulazione nel comperare il pesce”53.
I paroni e pescatori che frequentavano Porto Cesenatico rilasciavano ai
parcenevoli tutto il pescato appena sbarcato direttamente sul molo, “a prez-
zo disfatto”. Anche qui un considerevole numero di ghiacciaie consentiva di
mantenere fresco il pesce che poi, grazie alla buona organizzazione dei tra-
sporti, veniva avviato nelle città dell’interno e a Bologna, dove era attivo un
florido mercato ittico.
La crescita della produzione ed il conseguente importante sviluppo del
commercio del pesce fresco non era stata comunque caldeggiata o sostenuta
con interventi governativi nel settore, ma, come abbiamo visto, era da impu-
tarsi solo ad una iniziativa privata che vedeva in prima linea la categoria dei
parcenevoli con le proprie strategie commerciali. Schierarsi dalla parte dei
pescatori e contrastare l’operato dei pescivendoli non era dunque una strada
percorribile e il resoconto del governatore di Rimini, rappresenta in tutta
chiarezza la difficoltà di una risoluzione indolore.
La pubblicazione, per ordine del cardinal legato, di un bando “proibitivo
sotto rigorose pene”, rivolto ai parcenevoli e ai padroni di barche, più che
l’adeguata risposta alla supplica della marineria peschereccia, si mostra piut-
tosto un palliativo54. Il provvedimento infatti tendeva unicamente a limitare
gli abusi che i commercianti esercitavano attraverso la fornitura dei viveri
necessari alla vita di bordo. Si vietava insomma solamente “di apprezzare i
suddetti generi di grano, vino, olio, aceto ed aromati e di qualunque altra
sorta, che somministrano alli di loro pescatori neppure di un menomo dena-
ro di più del prezzo per cui si venderanno nella piazza”55.

3.4 Tra consuetudine e diritto: “musìna”, “muséna”, “muccigna”

Nei dizionari e negli studi di carattere storico antropologico sulle tradizioni


marinare mediterranee si fa menzione di una costumanza, a seconda dei con-
testi regionali definita in vario modo, ma comunemente interpretata da alcu-
ni come regalìa, da altri come una sorta di mancia, entrata con l’andar del
tempo a far parte del diritto consuetudinario. Si tratta della “musìna” in ver-
nacolo veneziano, altrimenti detta “muséna” in Romagna, ovvero “mucci-

53
Sui parcenevoli di Cesenatico cfr. Turchini, Porto Cesenatico cit., pp. 607-608, 632.
54
Supplica dei pescatori di Rimini cit., c. 285v.
55
Ivi.
19ParteVcap3 1-10-2004 10:59 Pagina 282

282

gna” (e “muccégnie”) nel medio Adriatico. Così viene giustificata nella tradi-
zione picena:
Il pesce era abbondantemente disponibile per l’autoconsumo familiare vigendo
la tradizione di lasciare a tutti gli imbarcati una regalia, la muccigna che i battel-
lanti o i paranzani riportavano alle loro famiglie. Era poi compito delle donne
adoperarne una parte per il consumo diretto e per lo scambio in paese e provve-
dere sulla riva del mare a vendere il restante56.

Altre precisazioni si raccolgono dalle testimonianze raccolte dalla tradi-


zione abruzzese:
La scafetta, o stafetta, o staffetta, o moccìgno era il compenso in natura del quale
ogni pescatore aveva diritto e che, dopo la divisione, veniva trasportato in ceste
dalla forma simile ad un secchio con il manico, della portata dei quattro o cinque
chili e venduto sulla spiaggia57.

Nel lessico marinaresco abruzzese molisano il termine muccégnie viene


tradotto in “quantità di pesce di diversa qualità che è regalata come mancia
a chi accudisce ai servizi di pulitura del pesce e alla pulizia delle barche”58.
Un’altra testimonianza interpreta con lo stesso vocabolo la parte non com-
merciabile del pescato rientrante nel dividendo dell’equipaggio, ossia “il pe-
sce rovinato dalla rete, le seppie rotte ed il resto di poco valore o di scarto (le
sogliole troppo piccole, granchi, qualche pugno di sardine) era dato agli sca-
lanti che sbarcavano il pesce a terra”59. A riguardo interessanti spunti posso-
no desumersi dalla fonte orale che, in merito alle spettanze e al guadagno di
ogni singolo pescatore ancora al tempo delle marinerie a propulsione velica,
tramanda: “Unica concessione, al ritorno dalla pesca, un paniere di rungaja60
che l’equipaggio divideva o vendeva a l’urecia61 sulla banchina, in quest’ulti-
mo caso dividendo a fine settimana un modesto gruzzolo del quale gli spet-
tavano 40, 50 centesimi, al massimo una lira!”62. Recentemente sono stati

56
Aa. Vv., La costa nel Piceno, p. 98.
57
F. Feola, Paranze, fatti, dati e miti, Lanciano 1997, pp. 79-80. Sulle consuetudini abruz-
zesi vedi anche P. Toschi, Importanza del folklore marinaro, in “Bollettino dell’atlante lingui-
stico mediterraneo”, 5-6, 1963-1964, pp. 172-173: sono riportate usanze rilevate a Pescara,
dove la parte di pescato fra l’equipaggio è denominata staffetta (ivi, p. 172).
58
E. Giammarco, Lessico marinaresco abruzzese molisano, Venezia Roma 1963, p. 96.
59
Peluso, Due storie di un passato recente cit., p. 125.
60
Il corsivo è nostro. Rungaja sta per rumicaglia, da rumegar, rovistare, toccare, muovere.
61
Sulla vendita “alla recchia” vd. Perini, Chioggia nel Seicento cit., p. 201.
62
Quondamatteo, Bellosi, Romagna civiltà cit., I, p. 97.
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esaminati i contratti di lavoro dei pescatori relativamente ad alcuni centri del


medio Adriatico63 per i decenni che vanno dal primo conflitto mondiale al
secondo dopoguerra, epoca in cui la consuetudine, divenuta poi un aspetto
giuridico, viene ad assumere un certo qual peso e significato. A tutt’oggi si
ignora l’origine di quest’usanza, ma si riescono a rintracciare interessanti,
quanto lontani agganci nelle normativa statutaria dei centri costieri con
un’attività di pesca di un certo rilievo. Ovunque era fatto obbligo ai pescato-
ri di trasferire immediatamente dopo lo sbarco l’intero prodotto della pesca
alla pubblica pescheria al fine di garantire un adeguato approvvigionamento
alla città ed contempo scongiurare le manovre speculative dei grossisti. Dal-
l’imposta fiscale richiesta agli operatori del settore, fissata già negli antichi
statuti comunali, rimane però esentato un certo quantitativo del pescato. Ri-
maneva infatti sgravata da oneri daziari una parte di pesce da considerarsi
“pro usu suo”, cioè per uso e consumo del produttore. Nei capitoli del dazio
“sopra le barche pescarezze” di Rimini, riformati nel 1568, viene ribadita
questa consuetudine:
Che [a]i padroni della barca o tratta o patronizanti, marinari, partionevoli, gran-
cini che interveniranno a pigliar pescie, sia lecito del pescie che piglieranno ha-
verne infin una libra e meza per persona d’essi intervenienti o aiutanti per uso
proprio o delle loro famiglie senza pagamento di datio64.

Solo nel caso di un’eventuale commercializzazione “alla pesa e bilanza”


rientrava l’obbligo di soddisfare la tassa. In pratica la legge teneva conto
della consuetudo consolidata fra la gente di mare che riconosceva al ma-
rinaio pescatore il diritto, al momento delle ripartizioni e delle divisioni
del guadagno, anche di una quota in natura, rappresentata, secondo la tra-
dizione, solitamente da pesce di poco valore, perfino di scarto, definito ru-
micaglia.
Una porzione consistente di questa veniva consegnata dal capobarca co-
me regalìa-omaggio all’armatore proprietario della barca peschereccia. Nel
1908 David Levi Morenos scriveva a proposito delle condizioni miserevoli e
dello sfruttamento cui era sottoposto il pescatore:
In diversi porti così a San Benedetto del Tronto, come a Bari, gli armatori vanta-
no uno speciale diritto a regalìa (la così detta scafetta), per porsi a paro col pesce

63
Per la bassa Romagna vd. M.L. De Nicolò, Il mare al pescatore. Solidarietà marinara dal
Cinque al Novecento, Fano 2001; per il Piceno G. Cavezzi, U. Marinangeli, La fine della muc-
cigna. Per una storia dei rapporti di lavoro nella marineria da pesca picena tra XIX e XX secolo,
in “Cimbas”, 23 (2002), pp. 67-88.
64
ASRimini, ASCR, AP 606, Capitoli del dazio del pesce, 1568.
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284

che i marinai-pescatori venendo a terra portano alle proprie famiglie. Ma questa


regalìa padronale è una quota doppia e spesso tripla di quella percepita dal mari-
naio-pescatore65.

In quale periodo storico sia iniziata tale usanza non ci è dato sapere. Trat-
tandosi per il lavoro dei pescatori di ingaggi in un’impresa in compartecipa-
zione, con arruolamento alla parte, è ovvio che al momento della riscossione
degli utili anche la parte meno qualitativa del pescato (giudicato profittevole
solo per esclusivo consumo personale, ma come s’è detto spesso destinato
dalle donne dei marinai alla vendita per arrotondare il già magro bilancio fa-
miliare) venisse ripartita fra i membri dell’equipaggio secondo i soliti criteri
gerarchici. Forse in origine spettava tutto all’equipaggio, e nel corso del tem-
po si è poi avviata la consuetudine della regalìa? È un’ipotesi per il momento
non suffragata, anche se uno spunto in questo senso parrebbe potersi trarre
dall’esame di una rubrica degli statuti cinquecenteschi di Gaeta (III, 55, De
exemptione puerorum adunantium sardas producentis et patronorum pro pisci-
bus donandis et inter piscatores dividendis).
La norma, inserita tra i “Capitula aliqua quartucii piscium Caietae”, con-
sente ai ragazzi, con la mansione ausiliaria di staccare il pesce dalle maglie
delle reti, di percepire per il loro lavoro un quantitativo di duecento sarde
“pro usu suo”, senza incorrere nel pagamento del dazio del quartuccio, da
assolversi solo qualora il quantitativo di pesce assegnato fosse risultato supe-
riore. In questo caso anche i ragazzi avrebbero dovuto pagare l’imposta cal-
colata appunto sull’eccedenza (“de superfluo”). I giovani aiutanti dei pesca-
tori dunque, per l’aiuto prestato, ricevono un omaggio, una mancia in natu-
ra. Nella medesima disposizione legislativa si fa cenno poi alla liceità del
“patronus retis”, ovvero del padrone e/o conduttore delle attrezzature di pe-
sca a distribuire fra gli uomini al suo servizio (“dividere inter se et piscatores
suos”), a sua discrezione, un certo quantitativo della pescata (“medium mi-
liare sardarum”), ovvero il valore di dieci grani “piscium squamutorum”, da
ritenersi anch’esso sgravato da tasse. Non si danno però chiarimenti circa le
quote attribuibili ad ognuno e le modalità della distribuzione. Anche l’incer-
tezza dell’etimo non ci soccorre per una definitiva valutazione di quest’usan-
za, in quanto il termine “musina” di derivazione dal greco bizantino “ele1e-
mosy’n1e66, nella traduzione del vernacolo veneto si piega ad un duplice signi-
ficato di “salvadanaio” e “far musina”, ‘far gruzzolo, aggruzzolare’67 oppure

65
D. Levi Morenos, I problemi del credito e della cooperazione per le industrie peschereccie
italiane, Roma 1908, p. XI.
66
Battisti, Alessio, Dizionario etimologico, s.v. musina.
67
Boerio, Dizionario del dialetto veneziano cit., s.v. musina.
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285

‘aggrumolare’68. Il Dizionario etimologico italiano spiega anche che il termine


era usato per indicare un “piccolo utile percepito da figurinai” e anche “ri-
sparmio o ruberia nella spesa”69. Al momento sembra l’unica interpretazione
plausibile. Con musìna forse si intendeva, nel significato originario, quella
parte del pescato, suddiviso tra armatore e equipaggio, che veniva messa in
vendita dal singolo per percepire appunto qualche piccolo utile suppletivo
per la famiglia, e non solo la quota destinata all’autoconsumo. A sostegno di
quest’ipotesi particolarmente importanti si rivelano le testimonianze raccolte
nell’area picena e abruzzese dove si evidenzia nella tradizione la pratica delle
donne ad aprire un piccolo mercato ambulante sulla spiaggia mettendo in
vendita la parte di pesce eccedente rispetto alle necessità alimentari della fa-
miglia.
Anche le testimonianze raccolte sulla costa romagnola concordano a rico-
scere nella rumicaglia70 (rumgaia nel vernacolo), il pesce destinato alla mensa
del pescatore venduto invece sulle banchine del porto per realizzare un pic-
colo utile71, dopo aver detratto lo stretto necessario per il vitto familiare. Nel
contratto di lavoro sottoscritto tra armatori e pescatori di Cattolica nel 1926,
costituito da ben 42 articoli, dopo il primo titolo (“Norme generali”) che ri-
chiama alla moralità, alla disciplina e alla obbedienza assoluta dell’equipag-
gio peschereccio al capitano, si trova regolamentata proprio la “mucina”
(sic) con modalità di divisione tra armatori e pescatori suddivise in cinque
articoli72:
L’armatore proprietario ha diritto alla mucina tutte le volte che le barche giungo-
no con le pescate. La parte spettante al pescatore dovrà essere metà di quella

68
Mutinelli, Lessico veneto cit., s.v. musina.
69
E aggiunge: “Nei nostri dialetti lomb., trent., ven., emil., ci sono continuatori d’un tipo
con l’accentazione greca (parossitona) e col significato di salvadanaio (musína, mulséina), dif-
fuso dall’Esarcato di Ravenna”, Dizionario etimologico italiano, s.v. elemosina
70
Monaldo Leopardi (1776-1847) definisce la rumicaglia “pesce vilissimo”, Annali di Re-
canati, Loreto e Portorecanati, a cura di F. Foschi, ristampa dell’ed. curata da E. Vuoli (Varese
1945), Camerino 1993, I, p. 418, nota l..
71
Nel Tirreno, a Viareggio, l’usanza veniva denominata “riposta” nel significato di ‘prov-
vista’, Cavezzi, Marinangeli, La fine della muccigna cit., p. 88. Sulla muccigna dei sambene-
dettesi vd. anche E. Liburdi, S. Benedetto negli ultimi tre secolo. Storia d’una chiesa e d’una
spiaggia (1615-1908), Ancona 1950, p. 80: la muccigna era “il tradizionale paniere di pesce di
minor pregio che ogni pescatore ha diritto di portare a casa ogni volta che ritorna a terra e
che varia di peso e di qualità a seconda dell’importanza dell’incarico che egli copre a bordo”,
nonché Marinangeli, San Benedetto del Tronto da borgo marinaro a centro peschereccio cit., p.
285.
72
De Nicolò, Il mare al pescatore cit., p. 73.
19ParteVcap3 1-10-2004 10:59 Pagina 286

286

spettante all’armatore. Il pescatore deve sempre essere munito del cesto necessa-
rio per la mucina (art. 4).
Per evitare controversie e discussioni inutili, la scelta della mucina tanto per i pe-
scatori che per gli armatori sarà fatta dal capitano. Questi è direttamente respon-
sabile del mancato invio della mucina all’armatore (art. 5).
La mucina nell’estate sarà distribuita ai pescatori due volte alla settimana. Detta
mucina sarà esigibile soltanto quando le barche, con le pescate, rientrano nel
porto di residenza. In altri porti i pescatori non hanno nessun diritto di recla-
marla (art. 6).
Nell’inverno, e cioè dal 1° novembre al 1° maggio, la mucina sarà data ogni volta
che le barche verranno a vendere le pescate in Cattolica. Qualora il capitano non
distribuisca la mucina al pescatore perché la pescata è considerata povera, non
avrà diritto di pretenderla nemmeno l’armatore (art. 7).
Il pescatore rimasto a terra per ragioni dipendenti da malattia o da infortunio sul
lavoro, ha, come gli altri marinai imbarcati, diritto alla mucina (art. 8)73.

73
Ivi, p. 104.
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287

46
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VI.

Finanziamento e rischio dell’impresa di pesca


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47
20ParteVIcap1 1-10-2004 11:00 Pagina 291

Capitolo 1

Il mutuo per la pesca.


Da un formulario notarile del XIV secolo
alle riforme del cardinal De Luca

Cesare Maria Moschetti nella sua recente analisi sugli investimenti nell’im-
presa di pesca1 ha messo a fuoco, a partire dal basso medioevo, l’evoluzione
nel tempo del contratto di mutuo per la pesca marittima già oggetto di rifles-
sione nello Speculum artis notarie (ca.1360-1370) del notaio Leone Malalin-
gua di Sperlonga2. Dal punto di vista storico il formulario dello Speluncano
risulta per noi di particolare interesse in quanto restituisce le prime informa-
zioni in merito alle contrattazioni marittime in uso nel Mediterraneo e più
precisamente nel Tirreno3. Tra queste merita attenzione soprattutto l’Instru-
mentum pecuniae mutuatae ad artem piscarie4 in cui si contempla il rapporto
di tipo feneratizio contratto da un tal Nicola di Bartolomeo (mutuante) che
si presta a consegnare a Giacomo di Marino (mutuatario) una somma da in-
vestire appunto nelle attività di pesca. La durata del prestito sarà di un anno
con un interesse valutato – precisa Moschetti – nell’“equivalente del singolo
compenso corrisposto ai marinai o pescatori coinvolti nell’attività pescatoria

1
C.M. Moschetti, Il finanziamento della pesca nella prassi negoziale e nella dottrina del-
l’età del diritto comune, in “Diritto dei trasporti”, 2001, pp. 73-102.
2
A. Era, Contratti marittimi in un formulario trecentesco, in Studi di storia e diritto in me-
moria di Guido Bonolis, I, Milano, 1942, pp.88-107.
3
Moschetti, Il finanziamento della pesca cit., p. 75; L. Sinisi, Formulari e cultura giuridica
notarile nell’età moderna. L’esperienza genovese, Milano, 1997, pp. 33 ss.
4
Il formulario da cui è tratto tale instrumentum ha questo titolo: Artis notarie tempestatis
huius speculum solis illustratum radiis, summo studio et consumatis vigiliis editum atque com-
positum per ingeniosissimum virum Leonem Speluncanum in utroque iure peritissimum …, Ve-
netiis, 1550. Di tale opera esiste una edizione veneziana del 1538. Lo Speculum risulta “in lu-
cem restitutum a notario Alexandro de Aquila Pomariceo”, e stampato Venetiis per Ioannem
Andream dictum Guadagninum & fratres de Vavassoribus, 1538 mense Septembris. L’equipara-
zione degli interessi delle somme mutuate al salario di un singolo componente dell’equipag-
gio (pescatore o marinaio) risulta documentata, oltre che nell’instrumentum pecuniae mutua-
tae ad artem piscarie di Leone Speluncano, a Napoli nel Settecento, vd. R. Trifone, Il prestito
a cambio marittimo nella pratica napoletana del Sei e Settecento, estr. “Atti delle manifestazio-
ni culturali pro Tabula d’Amalpha”, vol. I, Napoli 1934, p. 10.
20ParteVIcap1 1-10-2004 11:00 Pagina 292

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dal suddetto Giacomo”: “tantum quantum fuerit lucratus unus ex nautis seu
piscatoribus qui vadunt vel qui imbunt ad piscandum cum praefato Iacobo
debitore et retibus ipsius Iacobi”. Nella prassi marittima delle contrattazioni
giuridiche inerenti le attività piscatorie riusciamo a documentare a partire
dal medioevo una continuità plurisecolare di comportamenti e consuetudini
che si mantengono pressoché inalterati almeno fino al Settecento. Come nei
contratti feneratizi da noi rilevati dalla fonte archivistica e di cui si dirà qui a
seguito, la corresponsione degli interessi viene equiparata al lavoro di un sin-
golo lavoratore pescatore, o meglio alla parte spettante ad ogni singolo com-
ponente dell’equipaggio o del gruppo di lavoro impegnato nella pesca, con
cespiti di profitto molto elevati per il prestatore grazie a scappatoie giuridi-
che che, paventando l’esistenza di rapporti societari nell’impresa, sono in
realtà finalizzate a mascherare pratiche usuraie.
Nella valutazione del rischio d’impresa, già previsto nell’instrumentum
medievale, vengono considerati diversi gradi di gravità nel sinistro maritti-
mo: “periculum seu risicum maris et gentis vel alterum ipsorum periculorum
accideret scilicet quod perderentur toto retia cum barcha et apparatu suo,
naufragio vel incursu piratarum, latronum, incendii vel furti”5, ma le conse-
guenti perdite di capitale, almeno sulla carta sembrerebbero computate ad
esclusivo danno dell’investitore (creditor). Nella stipula contrattuale invero si
valutano due tipi di accidentalità, la perdita totale oppure parziale della bar-
ca e delle attrezzature di pesca, che comportano oneri differenziati. In caso
di naufragio era il mutuante a sobbarcarsi la totalità del danno, mentre nel-
l’eventualità di una perdita parziale costui doveva “sopportare – spiega Mo-
schetti – solo la quinta parte di quanto erano state stimate le reti con l’im-
barcazione e i suoi annessi”, in teoria da considerarsi come capitale in pro-
prietà comune in quanto acquistato in società. Il sistema di compartecipazio-
ne al sinistro serviva in qualche modo a camuffare il profitto reale dell’inve-
stitore e in ultima analisi il prestito si attivava con la creazione di una società
fittizia che permetteva di criptare la maturazione di quegli interessi usurai
tanto fortemente combattuti dalla Chiesa.6 La liceità di quella prassi, secon-
do le teorie dello Speluncano, era sanzionata dal diritto consuetudinario ma-
rittimo “alla cui disciplina, in quanto non espressamente contrastante con lo
ius scriptum dell’ordinamento civile, dovevano sottostare in generale tutte le

5
Artis notarie … speculum cit., 143.
6
“Il creditore partecipava alla perdita e alle avarie dei mezzi impiegati nella attività ittica
e acquistati con il capitale da lui conferito, come se fosse entrato in rapporto societario con il
pescatore, venendo per questa ragione pattuita a suo favore la corresponsione di una quota
parte del guadagno”, Moschetti, Il finanziamento della pesca cit., p. 76.
20ParteVIcap1 1-10-2004 11:00 Pagina 293

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contrattazioni marittime”7. La consuetudo maris, in sostanza, “addossava al


creditore il periculum del capitale mutuato” e – aggiunge Moschetti – “que-
sto stesso criterio del periculum pecuniae mutuatae a carico del creditore era
previsto dalla consuetudo maris a giustificazione della possibilità anche della
usura centesima nei contratti di finanziamento della pesca”8. In età moder-
na, con l’applicazione dei decreti tridentini che ribadivano da parte degli or-
gani ecclesiastici l’atteggiamento di condanna verso la pratica dell’usura,
questa prassi giuridica viene rivisitata ed interpretata, divenendo oggetto di
specifica trattazione. Se ne ha riscontro anche nell’opera del cardinale Gio-
van Battista De Luca (1614-1683), che nel Theatrum veritatis et iustitiae9 si
porta appunto a considerare il “contractus societatis super arte seu industria
marittima”, una stipula societaria che l’importante giureconsulto interpreta
come anomala, riconoscendola come un “vero e proprio contratto di mutuo
oneroso”10. Il De Luca si rendeva conto che il ricorso al prestito era irrinun-
ciabile da parte di un pescatore intenzionato a finanziarsi l’attività di pesca,
che il denaro percepito doveva essere restituito interamente, che il mutuata-
rio per ottenere velocemente la somma non poteva esimersi dall’accettare in
toto la responsabilità e con essa il rischio della perdita del capitale (pericu-
lum sortis). Per di più l’ammontare del lucro (futurus lucrus), molto alto, in
pratica era pattuito in anticipo e in misura fissa sul capitale fino al 30% an-
nuo, da calcolarsi non sul ricavato incerto delle attività piscatorie (iactus re-
tium), bensì sul capitale investito11. Insomma si configurava il ricorso ad una
scrittura unica ed al contempo triplice (contratto trino), in quanto si registra-
va una pseudosocietà fra chi offriva il denaro (ponit pecuniam) e chi vi dispo-
neva gli strumenti di lavoro e la propria prestazione d’opera (ponit navem

7
Ivi, p. 77. Il passo dello Speluncano così recita: “consuetudo maris est seranda quando
non repugnat legibus in castro Speluncae”.
8
Ivi, pp. 77-78. Con usura centesima si intendeva la centesima pars, ossia l’uno per cento,
erronemanete interpretata dallo Speluncano al 100% annuo.
9
G.B. De Luca, Theatrum veritatis, et iustitiae sive decisivi discursus ad veritatem editi in
forensibus controversiis canonicis & civilibus, in quibus in urbe advocatus pro una partium
scripsit, vel consultus respondi, voll. I-XVI, Roma, 1668-1679, V, De usuris seu interesse, de
cambiis, de censibus, de societatibus officiorum, 1669. Sul giurista cfr. A. Lauro, Il cardinale
Giovan Battista De Luca. Diritto e riforme nello Stato della Chiesa (1676-1683), Napoli 1991.
10
Moschetti, Il finanziamento della pesca cit., p. 87.
11
De Luca, Theatrum cit., V (De usuris seu interesse), Discursus III, 1: Dedit Petrus quam-
dam summam pecuniarum Paulo piscatoriam artem exercenti super eius navi piscatoria, a vulgo
tartana nuncupata, sub illo contractu, qui in locis maritimis et inter maritimam vitam ac nego-
tiationem agentes cambium maritimum nuncupatur, sub conventione accessionum seu fructuum
ad rationem 30. pro centenario.
20ParteVIcap1 1-10-2004 11:00 Pagina 294

294

et industriam), che conglobava altri due contratti da considerarsi di assicura-


zione, a completa tutela del prestatore: “il primo relativo alla restituzione in-
tegra del capitale, il secondo concernente il pagamento di un lucro certo e
prestabilito”.12 Indubbiamente si trattava di una formula deviata rispetto al
concetto del mutuo gratuito preteso dalla chiesa nell’applicazione del pre-
cetto del vangelo di Luca (VI, 35), che obbligava il giurista ad una interpre-
tazione in chiave cristiana consona a salvare sia la logica del profitto, sia so-
prattutto “la vita mercantile che dalla speculazione del denaro traeva la sua
linfa migliore”.
Per giustificare, dunque, in questo tipo di contrattazione marittima la
corresponsione di un interesse allontanando da esso ogni usurarum suspicio,
il De Luca prospettava che i pescatori dovessero pagare solo una congruam
seu condiguam mercedem utriusque assecurationis sortis et lucri, nel senso
cioè che tali contratti assicurativi dovessero essere conclusi con il finanziato-
re per la stessa somma con la quale anche un terzo estraneo avrebbe potuto
astrattamente concluderli13.

12
Moschetti, Il finanziamento della pesca cit., pp. 88-90.
13
Ivi, p. 96.
21ParteVIcap2 1-10-2004 11:01 Pagina 295

Capitolo 2

Forme di prestito tra Sei e Settecento:


il creditum super cymba

I risultati di un’inchiesta sulle categorie economiche impegnate nel settore it-


tico, svolta nel 1869 da Domenico Andrea Renier e pubblicati all’interno
della monumentale opera sulla pesca in Italia promossa, a cura di Adolfo
Targioni Tozzetti, dal Ministero di agricoltura, industria e commercio, trat-
tengono importanti informazioni anche sui criteri costitutivi dell’impresa di
pesca e sulle annesse problematiche organizzative e finanziarie. Punto di
partenza è naturalmente l’acquisto dei mezzi di produzione, cioè il capitale
di lavoro rappresentato da barca e attrezzi, ma proprio a partire da questa
ovvietà si innesta poi un processo che finisce spesso per penalizzare proprio
il principale attore della catena produttiva, cioè il pescatore-armatore. Em-
blematico, a questo proposito, il caso di Chioggia, all’epoca riconosciuta co-
me la realtà marittima senza dubbio più rappresentativa del mondo della pe-
sca e non a caso assunta a campione di una situazione generalizzabile a tutti
gli altri comparti marittimi. Ciò che si rileva a Chioggia è che, “non vi è nes-
sun armatore di naviglio e pesca che nell’istesso tempo non sia anche con-
duttore del proprio legno”1.
Un pescatore qualunque conosciuto per onesto, che vuol possedere una barca
propria la fa costruire ad un proto calafato con poche centinaia di lire alla mano,
obbligandosi di estinguere il rimanente prezzo in tante rate mensili di lire 12 fino
a 24. Nell’istesso modo acquista il paviglione, gli attrezzi e le reti che si rendono
necessarie per armare il suo naviglio alla pesca in mare.

Da queste prime battute si intuisce che nell’avvio dell’impresa di pesca,


uno dei primi personaggi che viene ad allacciare un rapporto di tipo crediti-
zio con il pescatore è lo stesso costruttore del naviglio, il proto calafato. L’ac-
cettazione da parte di quest’ultimo di consegne rateali del compenso dovu-
togli, che a prima vista potrebbe apparire per il committente una “facilita-

1
Targioni Tozzetti, La pesca in Italia cit., I, p. II, p. 509.
21ParteVIcap2 1-10-2004 11:01 Pagina 296

296

zione” del pagamento, in realtà poi, con il passar del tempo, viene ad assu-
mere l’aspetto di una soluzione capestro per il pescatore, costretto ad esborsi
continui e quasi usurai. Il costo del naviglio completo di attrezzature infatti,
secondo le rilevazioni del Renier, finiva per risultare “più del doppio del va-
lore suo reale”, in quanto “coi restauri occorrenti successivamente al legno,
di ritorno si può dire da ogni campagna di pesca, egli [pescatore] non fa che
aggiungere un altro debito al primitivo”.
Rispetto all’impegno creditizio iniziale, in forza delle successive opere di
restauro, via via si allontana la possibilità di estinguere il debito, che diventa
oltremodo gravoso anche per l’aggiunta di altre spese obbligatorie. Nella fa-
se di commercializzazione del prodotto infatti, la presenza del parzienevolo,
un “fiduciario” a cui veniva affidata la vendita del pescato assicurando una
“provvigione del 5% sul prezzo di vendita lordo”, decurtava non poco i ce-
spiti di guadagno. Stretto nella morsa fra protocalafato e parzienevolo, insom-
ma, con l’andar del tempo per il pescatore l’indebitamento poteva diventare
addirittura cronico.
Le mansioni del venditore del pesce erano a tutti gli effetti quelle di am-
ministratore finanziario dell’impresa di pesca, in quanto si delegavano total-
mente a lui sia i conteggi delle partite di pesce di volta in volta sbarcate, sia
quelli relativi alla vendita che effettuava nella pubblica pescheria “all’orec-
chio”, cioè con una sorta di battuta d’asta che lanciava a partire da un prez-
zo base. Al momento della divisione degli utili “all’importo totale del ricava-
to lordo detrae prima la sua provvigione del 5%” e successivamente procede
alle altre operazioni:
sul residuo importo diffalca tutte le spese erariali, consolari e di vittuario, dalla
quale ultima partita sono esclusi però il pane e la farina della polenta, dacché
questi due articoli deve provvederseli da sè il pescatore. Dall’avanzo netto il par-
zienevolo fa tante parti quanti sono gli individui che componevano la compa-
gnia, figurandovi in questa il naviglio per due parti e più … una parte intiera ri-
ceve ogni pescatore, tre quarti o mezza parte il morè (mozzo di bordo).

Il sistema di partizione degli utili analizzato in questa sede, peraltro molto


somigliante a quello in uso già in tempi pregressi anche presso le marinerie
di “sottovento”, secondo le valutazioni dello stesso Renier presentava alcune
macroscopiche incongruenze. Alla prima domanda che si poneva l’estensore
della relazione d’inchiesta e cioè, come mai “i parzienevoli sono per lo più
gente agraria ed i pescatori (compresi anche la maggior parte degli armatori)
all’incontro sieno per lo più miserabili”, faceva seguito una seconda riguardo
i dividendi calcolati dal parzionevolo. Perché il venditore-fiduciario perce-
piva la sua quota percentuale del 5% calcolando l’ammontare sull’importo
totale del ricavato, mentre per gli stipendi da ripartirsi fra i membri del-
21ParteVIcap2 1-10-2004 11:01 Pagina 297

297

l’equipaggio, eseguiva il computo, previa detrazione delle spese, sul guada-


gno netto?
Le risposte davano un quadro contabile a tutto vantaggio dei parzienevo-
li, per i quali si prospettavano anche altre possibilità di profitto:
hanno [i venditori di pesce] un’altra parte di risorsa, senza contare l’utile del gi-
ro del denaro che rimane presso di loro della vendita del pesce, durante tutto il
tempo che dura la campagna di pesca, e questa consiste nel dare a prestito som-
me di danaro ai suoi stessi comittenti verso un compenso di una quarta, mezza
ed anche una parte eguale a quella che guadagna un pescatore per porli in grado
di far fronte alle spese per intraprendere una seconda campagna di pesca, allor-
ché coll’ultima, tra il dare e l’avere, siano rimasti debitori al parzienevolo, per le
somministrazioni di danaro che di quando in quando durante la campagna, fa al-
le rispettive famiglie dei commettenti stessi.

Una condizione di estrema precarietà dunque quella della maggior parte


dei pescatori da cui, come s’è visto, traevano profitto soprattutto il protoca-
lafato e il parzionevole, ma anche altri artigiani impegnati nelle attività di
supporto all’impresa ittica, come il fabbro ferraio e il cordaio, in definitiva
“quattro vampiri” per dirla con l’efficace metafora del Renier2. La posizione
creditizia del costruttore della barca poteva prolungarsi per anni, incremen-
tata da un cespite di interesse calcolabile di solito al tasso del 6%, ma suscet-
tibile delle variazioni dettate dai periodi di congiuntura. Il rischio per il cre-
ditore poteva essere rappresentato dall’eventuale naufragio del naviglio, per-
ché in questo caso, secondo consuetudine, avrebbe dovuto rassegnarsi al-
l’applicazione dell’“antica regola a barca persa e conti fatti, liberando i nau-
fraghi o gli eredi dal debito restante”3.
La clausola “barca rotta e conti fatti” che, secondo l’espressione dei “capi
parcenevoli” di Venezia, tramandava un “antichissimo vernacolo, o prover-
bio”4, si ritrova inserita anche nei contratti di prestito marittimo che vanno
sotto il nome di creditum super cymba e contractus risico maris. Un’interes-
sante produzione di questo tipo di strumento giuridico, specie dal Settecen-
to, si documenta a Rimini dove, probabilmente sulla scia della congiuntura
particolarmente favorevole del commercio marittimo e delle arti della pesca,
si mette in luce l’attività feneratizia di mercanti disposti a sostenere lo sforzo
imprenditoriale di singoli pescatori-armatori o delle società motivate all’in-

2
Ivi, p. 501.
3
Marella, Annotazioni pescherecce cit., p. 12: nota dei curatori.
4
Zordan, Il codice per la veneta marina mercantile cit., I, p. 40.
21ParteVIcap2 1-10-2004 11:01 Pagina 298

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trapresa del lavoro sul mare.5 L’aggiunta nel negozio giuridico definito credi-
tum super cymba della clausola “barca rotta e conti fatti”, cautelava il pesca-
tore armatore, o la società tra pescatori, di fronte al prestatore in quanto va-
leva a cassare il debito nei confronti del mutuante nell’eventualità della per-
dita del legno in caso di naufragio o altro accidente. In assenza di incentivi
del governo, per i pescatori, sempre a corto di disponibilità finanziarie dal
momento che numerose forze inibitrici mantenevano la formazione del ri-
sparmio entro limiti estremamente esigui, il ricorso al prestito diventa una
condizione preliminare obbligatoria per tentare l’intrapresa lavorativa. I red-
diti, quando si riesce a percepirli, non consentono che lentissime accumula-
zioni, per cui, pur di dotarsi di natanti adeguati alla navigazione d’alto mare
e delle attrezzature necessarie per il lavoro in mare, i pescatori nell’intento di
aumentare la propria capacità produttiva, si predispongono al rischio accol-
landosi debiti non solo con i maestri d’ascia, ma anche con calafati, velai, al-
beranti, cordai ed altri personaggi che esercitano attività collaterali a quella
piscatoria. Il finanziamento esterno diventa perciò essenziale e pur di conse-
guirlo nell’immediato ci si piega a soddisfare anche interessi onerosi, solita-
mente equiparati ad una parte, o anche a frazioni di parte, da calcolarsi pe-
riodicamente nella partizione degli utili prodotti dalla vendita del pescato.
Particolarmente propensi alla pratica feneratizia finalizzata a soddisfare le
necessità pecuniarie di questa categoria di lavoratori del mare, si riconosco-
no a Rimini alcuni “negozianti”. Fra questi si mettono in luce i Cisterna, i
Rocchi, i Giangi, gestori di botteghe ed altre attività commerciali che, da
buoni speculatori, colgono con profitto le nuove opportunità che si matura-
no per il mercato ittico nel secondo Settecento calandosi nella veste di ban-
chieri privati ad esclusivo servizio dei pescatori. Questi personaggi devono
principalmente al dinamismo delle loro operazioni finanziarie la crescita del-
le proprie fortune immobiliari che tendono ad incrementarsi anche con il re-
cupero di barche, case e terre per insolvenza del debito. L’attività feneratizia
appare infatti particolarmente vantaggiosa ed il rischio di eventuali perdite
del capitale molto contenuto. I saggi di interesse percepiti, piuttosto alti, ga-
rantiscono un utile più che soddisfacente e l’investitore si trova comunque
garantito perché il rapporto finanziario prevede la possibilità di entrare sol-
lecitamente in possesso dei beni del debitore insolvente e di goderne le ren-
dite nel caso di mancata restituzione del capitale alla scadenza del contratto,
moltiplicando in poco tempo il denaro investito in questa lucrosissima attivi-
tà. Non sorprende quindi che le somme ricavate periodicamente dal paga-
mento delle rate o dall’estinzione dei prestiti venga puntualmente reinvestito
in nuove operazioni, dando vita ad un intenso movimento di denaro. Nell’in-

5
Su tale forma di credito vd. De Nicolò, Note sull’attività cantieristica e portuale cit.
21ParteVIcap2 1-10-2004 11:01 Pagina 299

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ventarium post mortem redatto dopo il decesso di Cristoforo Cisterna, per


esempio, risultano elencati innumerevoli strumenti giuridici riguardanti bar-
che e pescatori di Rimini, Chioggia e Cattolica6. In questi contratti, a secon-
da della somma erogata, di cui in genere si richiedeva la restituzione nell’ar-
co di tre anni, salvo proroga, gli interessi valutati risultano sempre equiparati
a parti, o frazioni di parte dell’utile prodotto dal lavoro di un marinaio7. Ve-
diamo più in dettaglio il sistema creditizio adottato. Due pescatori che fi-
gurano quali soci comproprietari di un tartanone, cedono le loro quote e si
attivano per allestire un nuovo naviglio da pesca in società con un pesciven-
dolo. La somma richiesta in prestito al Cisterna ammonta a 112 scudi e do-
vrà essere restituita nel termine di tre anni, pagando un interesse pari a “una
mezza parte annualmente di quello che guadagnerà un uomo in detta bar-
ca”8. In altra occasione, un’azienda di pesca di tipo familiare accede al pre-
stito per far fronte alle spese di una “barca a tartanone da pesca”, commis-
sionata e messa in opera presso i cantieri locali. Si ottiene dal medesimo mu-
tuante l’erogazione di 250 scudi con l’impegno di rifonderli nell’arco di tre
anni, fermo restando che, nell’impossibilità di farlo, “s’intenda prorogato il
termine della restituzione e rispettivo ricevimento per un altro triennio e così
di tre anni in tre anni”9. In questo caso specifico, però, vista la rilevanza del-
l’importo pattuito, gli interessi annuali vengono elevati rispetto al rapporto
creditizio precedentemente esaminato, in quanto si pattuisce l’esborso di
una parte più una quartarola di ciò che frutterà il lavoro di un marinaio pe-
scatore nell’impresa di pesca, da corrispondersi al mutuante “di mano in ma-
no”. Le soluzioni contrattuali proposte da Filippo Giangi invece sono diver-
se. A differenza del Cisterna infatti Giangi preferisce che gli interessi da ver-
sargli vengano calcolati a percentuale, un 12% annuo che dovrà essere paga-
to a Rimini ogni sei mesi10. Con questa soluzione il prestatore non solo si ga-
rantiva un indiscutibile profitto, ma si cautelava di fronte alle plausibili va-

6
ASRimini, NR, Giambattista Martelli, 1779, 22 gennaio, Hereditatis quondam Cristopho-
ri Cisterna. Inventarium infra quintam, cc. 54-59.
7
Dunque secondo quanto già espresso nel formulario trecentesco dello Speluncano.
8
De Nicolò, La strada e il mare cit., pp. 356-357, app. nn. 56, 58. In un contratto del
1716 il notaio, per specificare l’ammontare degli interessi concordati si esprimeva come se-
gue: il mutuatario, nel nostro caso marito e moglie, si impegnano a corrispondere al mutuan-
te “una quartarola e mezza di guadagno, cioè una quarta parte e mezzo di quello turarà e
guadagnarà un uomo di barca per tutto il tempo che si tratterranno il denaro”, ASRimini,
NR, Urbano Urbani, 1716-1717, cc. 8v-10v, Pro Josepho Gambuti, creditum super cymbam, 18
gennaio 1716.
9
De Nicolò, La strada e il mare cit., p. 358, app. n. 60.
10
Ivi, p. 361, app. n. 69.
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riazioni di redditività dell’impresa di pesca, soggetta ovviamente a rendimen-


ti fluttuanti, essendo l’utile “ora maggiore ora minore”.
Nel creditum super cymba, o contractus risico maris quindi, “barca, armig-
gi e battello” in sostanza diventavano una sorta di pegno navale11, mentre la
clausola “barca rotta e conti fatti” andava a mitigare il rischio d’impresa dei
mutuatari che, in caso di naufragio, erano tenuti però, secondo il costume
marittimo, a “fare tutte le possibili diligenze per recuperare tutto ciò che po-
tranno di detta barca, armiggi e battello”. Tutto ciò che si fosse riusciti a re-
cuperare, si sarebbe poi dovuto dividere tra mutuante e mutuatario “per
contributum a proporzione di rispettivo capitale e come suol dirsi a varea”12.
Il rischio di mare insomma era reciprocamente sofferto e ripartito e l’obbli-
gazione del mutuatario andava automaticamente ad estinguersi qualora l’im-
barcazione fosse stata definitivamente persa in ragione del fortunale. L’alto
tasso degli interessi era giustificato proprio dal fatto che il prestito era sotto-
posto al rischio di mare. In ultima analisi il creditore poteva perdere l’intera
somma investita nel caso che “barca, armiggi e battello” fossero andati a fon-
do senza alcuna possibilità di recupero13. A volte, come si è già accennato, e
non infrequentemente, si individua a rivestire il ruolo di mutuante anche
qualche parcenevole. Nel 1773 un pescatore armatore, proprietario di due
imbarcazioni che pescano in coppia e di una barca grande (trabaccolo), eleg-
ge il venditore del pesce di fiducia (parcenevole) che percepirà “per sua pro-
visione mezza parte di utile per ognuna di dette due barche e così in tutto
una parte da ricavarsi ogni volta che seguirà la partigione”. Contestualmente
il fiduciario, il cui incarico durerà due anni, si presta a rimettere l’ammonta-
re di centocinquanta scudi al pescatore armatore che sulla somma ricevuta
vincola a garanzia il “trabaccolo grande”14. La restituzione è concordata nel
termine di due anni, durante i quali il mutuante percepirà un interesse equi-
parato a “mezza parte dell’utile”, mentre in caso di naufragio varrà la solita
regola “barca rotta, conti fatti”. Nel tardo Seicento invece si riscontra il ri-
corso a crediti navali in cui il solo mutuatario risulta assoggettato al rischio
di mare. Nel 1690 un parcenevole si dispone a somministrare a paron Loren-
zo Scarpa di Chioggia, ma residente in Rimini, una certa somma di denaro
che servirà “per comprare una barca ad uso di trabaccolo per pescare”15. Il

11
Su pegno e ipoteca vd. F. Lampertico, Il credito, Vicenza, 1884 ora ristampato in Biblio-
teca tecnica bancaria, I, Palermo, 1970, pp. 251-255.
12
ASRimini, NR, Giambattista Martelli, 1777, cc. 254-258, 25 giugno. Nel protocolli
Martelli tale tipologia di contratto viene denominata contractus risico maris.
13
Sul prestito marittimo vd. Zeno, Storia del diritto marittimo italiano nel Mediterra-
neo cit., pp. 309-317; A. Scialoja, Saggi di storia del diritto marittimo, Roma, 1946.
14
ASRimini, NR, Giambattista Urbani, 1773, II, cc. 551r e ss., 29 novembre 1773
15
Ivi, Francesco Zavaglia, 1690, c. 144r, 6 aprile.
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parone ipoteca il nuovo natante e accetta di pagare per interesse “una parte
dell’utile” e l’accordo viene stilato stabilendo queste condizioni:
… per il spacio di sei anni prossimi a venire non potersi detto paron Lorenzo
servirsi d’altro venditore di pesce o sii parcenevolo che di Giovanni Antonio o
d’altra persona da eleggersi a beneplacito d’ambe le parti per il qual effetto il pa-
ron Lorenzo s’obbliga dare a Giovanni Antonio come venditore o parcenevolo la
solita parte, e vice versa Giovanni Antonio s’obbliga non solo di servirlo per ven-
ditore o parcenevolo per il tempo di sei anni, ma anche di dar per provisione al
paron Lorenzo come condutiere della barca scudi 16 all’anno …

A paron Lorenzo dunque nel rapporto d’impresa viene assicurato un sala-


rio annuale per la paronìa, ma gli viene accollato interamente il rischio dell’e-
ventuale perdita del capitale. Nel contratto infatti si viene a precisare che a
lui solo si dovranno addossare “tutti li danni” nel caso la barca “perisse”,
cioè solo paron Lorenzo, quale conduttore del naviglio, rimarrà esposto al ri-
schio di mare. Dopo soli due anni il pescatore, non riuscendo a restituire la
somma per la quale si è indebitato, si trova costretto a cedere definitivamen-
te il peschereccio al suo parcenevole mutuante16.
Inutile rimarcare che anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un
contratto estremamente gravoso per il pescatore che, rimanendo anche de-
fraudato della libera vendita del pesce, resta ulteriormente soggiogato, senza
possibilità di rifiuto alle condizioni imposte dal prestatore-parcenevole. Un
rapporto economico, quello che veniva ad instaurarsi fra parcenevole e pesca-
tore, fortemente lesivo per quest’ultimo, costretto a privarsi del frutto del
proprio lavoro addirittura in anticipo rispetto alle campagne di pesca e che in
questi secoli risulta una costante dilatabile anche in altri contesti marittimi. A
questo punto è da rilevare che tale situazione di sfruttamento dei pescatori
non è peculiare dello Stato della Chiesa, ma è possibile riscontrare analoghi
comportamenti per la stessa epoca anche in altre regioni costiere italiane, co-
me in quelle del Regno del Napoli. Giacinto Bellitti, infatti, ne dà un chiaro
esempio per Napoli alla fine del Settecento, precisando appunto che i pesca-
tori, accettando di cedere il prodotto della loro pesca per alcuni anni conti-
nuativi al proprio parsonale, cioè al parcenevole, si piegavano al “gioco usu-
raio” di questi ultimi che in tornaconto alle somme erogate acquisivano il pe-
sce non “al prezzo di pubblico mercato, ma a prezzo fisso, secondo la qualità
del pesce da pagarsi in contanti ogni fine settimana”17. Questo tipo di rappor-

16
Ivi, 1692, c. 26r, 30 gennaio.
17
G. Bellitti, Considerazioni sulla libertà dell’annona e sull’abolizione dell’assisa del pesce,
Napoli 1791; vd. Moschetti, Il finanziamento della pesca marittima cit., pp. 99-100. Sulla figu-
ra del parsonale (o parsonalo) vedi anche Di Taranto, Procida nei secoli XVII-XIX cit., p. 62:
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to finanziario insomma dava come risultante la creazione di un vero e proprio


monopolio nella vendita del pesce, causa principale dell’endemico stato di in-
digenza dei pescatori e poteva essere risolto solo con “l’adozione di radicali
provvedimenti capaci di recidere il patto leonino insito nei ‘contratti di antici-
pazione’ incorrenti con i negozianti”18. La condizione miserabile dei pescato-
ri, paragonabili a “servi della gleba” e a ragione indicati dall’economista
Francesco Mario Pagano19 come gli “agricoltori del mare”, era sotto gli occhi
di tutti, come anche le cause di quell’endemica povertà:
Di pochi negozianti di pesce vivono que’ miseri nella schiavitù: non possedendo
altro che le braccia, ricovrendo le nude membra appena di una lacera tela, non
han donde alimentare né sé né la loro languente famiglia. Sforniti di rete, di bar-
chette e d’ogni marinaresco ordegno sospirando rimirano quel mare che non mai
ingrato si mostra ai travagli dell’uomo. Quindi vengono dalla dura necessità co-
stretti a vendere l’immature di loro fatiche e la libertà delle loro braccia. Iniquo e
vergognoso commercio! Nella più rea stagion del verno quest’infelici strumenti
del nostro lusso per sostener la loro famiglia da negozianti di pesce anticipata-
mente ricevono la somma di ducati ducento e cinquanta in circa, e si obbligano
di vendere loro ciascuna specie di pesce a tal prezzo a rotolo. Né questo tal da-
naro in contanti si dà loro. Poiché questi avari negozianti danno reti, barche ed
altro che alla pesca richiedesi, a che si stabilisce da essi medesimi il prezzo. In-
tanto che que’ miseri in mezzo al crudel inverno, nell’orror delle tempeste e buie
notti lottano col mar sconvolto e con la presente morte, gli opulenti pochi nego-
zianti tranquillamente nelle morbide piume riposano, e sorgono col nuovo sole
per riscuotere le ricche prede fatte col sudore, e talvolta col sangue di que’ mise-
ri. E mentre cotesti ingordi negozianti defraudano i pescatori della giusta merce-
de delle loro fatiche, premono il pubblico con esorbitanti prezzi e delle spoglie
de’ pescatori e de’ compratori ugualmente si arricchiscono20.

i parsonali “da una parte incettavano il pesce tramite le anticipazioni, dall’altra ... ne monopo-
lizzavano la commercializzazione”.
18
Moschetti, Il finanziamento della pesca cit., p. 100. Riguardo allo sfruttamento della