Sei sulla pagina 1di 15

Nicola Spinosi

IL BASCO
Sceso dal pullman in piazza della Stazione, camminando verso la
vicina fermata dell'autobus che lo avrebbe portato verso casa Guido
si accorse di aver lasciato il suo basco blu nuovo nel pullman, ma
non tentò neppure di tornare indietro per cercare di recuperarlo.
Aveva fretta di tornare a casa? Alla normalità, piuttosto? Quel
basco blu non gli piaceva? Non gliene importava, né aveva voglia di
impegnarsi nella ricerca del pullman, che certo non sarebbe stato lì
a sua disposizione. Non lo sapremmo mai, senza l'indagine che
segue. Siamo consapevoli altresì che apparentemente l'evento è di
trascurabilissimo rilievo.

Era la fine di novembre del 1966, se non l'inizio di dicembre.


L'alluvione che aveva colpito la città, ma aveva largamente
risparmiato il rione dove Guido abitava, era ormai vecchia di un
mese, all'incirca.
Forse nel 1966 Guido considerava un basco blu come qualcosa di
improponibile? Fuori moda per un ragazzo di 18 anni?
Glielo aveva comprato suo zio a Genova, in un grande magazzino,
nel tardo pomeriggio ventoso di una dozzina di giorni prima. Forse
al momento del regalo Guido non aveva saputo dire di no allo zio?

Che cosa ci faceva Guido a Genova insieme a suo zio?

Poco prima dell'alluvione Guido era stato investito da una donna


alla guida di un'auto, vicino a casa. Mentre lui sorpassava sulla sua
Gilera l'auto, questa aveva curvato a sinistra e lo aveva colpito, o
meglio gli aveva preso la gamba destra tra lo sportello di sinistra e
il frastagliato fianco destro della moto - i due mezzi erano finiti,
abbastanza lentamente però, prima sul marciapiede opposto, a
sinistra, quindi si erano fermati in prossimità di un muro. La gamba
destra di Guido era rimasta ferita insieme al suo piede. Piegata la
forcella della moto.
Per cui Guido non stava ancora in piedi il 6 novembre, giorno
dell'alluvione, ma giaceva a letto. Niente di grave, ma non gli era
facile appoggiare il piede destro a terra, per camminare. Fu così che
Guido si perse l'alluvione. Era convalescente. Non appena fu in
grado di muoversi certi amici lo accompagnarono in centro per
fargli visitare i luoghi del fango. Uno di loro lo prese sulle spalle per
fargli attraversare piazza Santa Croce, infangata e buia, mentre
diversi mezzi anfibi dell'esercito sostavano dalla parte della chiesa.
Passò qualche settimana. Il liceo di Guido era, come tutte le scuole
della città, inagibile e chiuso. Vacanza! Per cui un invito della cugina
– “vieni a Pietrasanta a passare qualche giorno” - poté essere
accettato sia da Guido sia dai suoi. Non c'era scuola.

A Pietrasanta lo zio di Guido, un dirigente minerario non antipatico


e dotato di un passato avventuroso – era stato fatto prigioniero in
Africa Settentrionale e aveva trascorso in California qualche
semestre come POW (Prisoner of War) - dopo un paio di giorni non
indimenticabili gli aveva proposto di accompagnarlo in Sardegna,
dove aveva bisogno di andare per lavoro - “perché non vieni con
me in Sardegna? Ci sei mai stato? No? Allora vieni! Ora telefono a
tuo padre e gli chiediamo il permesso.”

Accordato. Durante la telefonata lo zio e il padre di Guido, presente,


dovevano essersi scambiati anche qualche spiritosaggine. Guido
non cercò, pare, di conoscerne la natura, semmai si stupì della
confidenza tra i due uomini. Se avesse avuto il vizio della
psicologia, avrebbe potuto trascorrere dalle parole “confidenza tra i
due” alle parole “confusione dei due”, passando così dall'esteriore
altrui all'interiore suo proprio.

Perché Guido, che non provava certo antipatia per lo zio, ma


neppure ci aveva mai avuto direttamente a che fare, prima, accettò
l'invito? Gli mancava il contatto con un padre?

Perché no? - si disse, invece. L'invito era una proposta


interessante, molto più interessante della “vacanza” a Pietrasanta e
del ritorno a Firenze, dove aspettavano Guido la famiglia, noiosa, la
sua moto da riparare, e la sua ragazza prigioniera in un ospedale –
anche lei stava perdendosi l'alluvione.
L'invito poteva dare adito a qualcosa di nuovo: in viaggio con lo zio,
là dove Guido non era mai stato. Vale anche come metafora.

I due partirono un pomeriggio per Genova, in treno. Uscendo il


treno dalle gallerie, d'improvviso Guido vedeva, vicino, il mare.
Arrivarono, faceva freddo, tirava il vento genovese. Entrarono in un
grande magazzino e lo zio propose a Guido quel basco blu. Poi lo
incaricò di andare al porto e di comprare tre biglietti Genova-Porto
Torres. Lui aveva da fare altro. Perché tre biglietti e non due?
Perché alla traversata avrebbe partecipato anche il grande capo
dello zio, l'ingegner Scarcucchi. Ma pensa! Ciao al “viaggio con lo
zio”. C'era uno sconosciuto, l'ingegner Scarcucchi, di cui Guido
aveva certo sentito molto parlare, in famiglia.
Preso nel meccanismo dello zio, Guido salì su un autobus e arrivato
alla “stazione marittima” comprò i tre biglietti. Era già sera. Non
sapeva che fare, stolido pensò di salire sulla nave e di aspettare su
qualcosa di certo che gli altri due arrivassero. Aspetta aspetta,
Guido stava, forse, iniziando a valutare l'ipotesi di scendere dalla
nave e di piantarla lì. Poco prima del distacco della nave dalla terra
ferma ecco lo zio trascinante - a braccetto - l'ingegner Scarcucchi
che, vide Guido, zoppicava. Non avevano preso un taxi? I taxi non
portavano i clienti fino alle navi?
Dopotutto anche Guido zoppicava ancora un poco. L'ingegner
Scarcucchi aveva una gamba rigida, però. I due, piuttosto comici, si
avvicinarono, salirono. Presentazione del nipote al grande capo,
cena. I due ritardatari andarono subito in cabina, invece Guido si
mise a gironzolare nella nave - su una nave così grande non ci era
mai salito, quindi voleva guardare in giro. Bellissima, Genova, una
ghirlanda di luci in lontananza. Non c'era poi molto da vedere, nella
nave, per cui dopo un po' di tempo Guido, ondeggiante, cercò la
cabina, la trovò, entro al buio e al buio si arrampicò nella cuccetta
destinata a lui. Era stato incaricato dallo zio di comprare tre biglietti
per una cabina con quattro cuccette, o non aveva trovato di
meglio? Dominava l'estraneità, comunque, non solo quella
dell'ingegner Scarcucchi e del quarto sconosciuto, ma dopo tutto
anche quella dello zio - senza contare l'estraneità di Guido a tutto
l'insieme.

A 18 anni, e sia pure con una certa gnagnera, si dorme. Guido però
non si perse la forza del mare all'altezza delle Bocche di Bonifacio.
Un'altalena da disteso.
Prima di sbarcare Guido ebbe modo di gustare l'arroganza
dell'ingegner Scarcucchi che, davanti alla cartina della Sardegna
appesa su una parete - è un ricordo di Guido che rispettiamo nella
sua incongruenza - si lasciò andare a una sintesi da cui risultava
che Guido lì era “l'ultima ruota del carro”, se lo zio era
“l'attendente” del grande capo, Guido era “l'attendente
dell'attendente”. Doveva obbedire. Aveva forse eccepito qualcosa
alle asserzioni del grande capo?

Guido, in effetti, seppe che a Porto Torres lo zio e il grande capo se


ne sarebbero andati “per lavoro” da una parte, e lui da un'altra:
avrebbe preso un pullman per Nuoro. Dove – lo zio aveva pensato a
tutto! - lo aspettavano certi parenti, in effetti più suoi che dello zio,
per la precisione il fratello minore della nonna materna di Guido, in
breve “prozio”, un notevole personaggio che negli anni trenta era
scappato da Firenze per dimenticarsi (“lontano dagli occhi”
eccetera) la fidanzata che non aveva potuto sposare, e aveva
accettato - “dottore in Agraria” - un posto di agrimensore in
Sardegna, dov'era poi rimasto: né in trent'anni aveva perso un
milligrammo di parlata fiorentina. Era stato cacciatore, era
pensionato; fumava, non disdegnava né il Chiaretto del Campidano
né la compagnia femminile, questa l'impressione, anni dopo, di
Guido, e aveva avuto, anche lui, la passione per le motociclette.
Oltre al prozio aspettavano Guido “a braccia aperte” sua moglie,
una pisana di scarso rilievo, e i due figli, cosiddetti biscugini di
Guido: fin lì ignoto il ragazzo, coetaneo di Guido, bruttarello,
pingue, fidanzato; non ignota la figlia, adulta, “non bella”, per
attenuare l'epiteto usato da Guido, loquacissima, da poco maritata
con un bolognese scappato da qualche anno in Sardegna per
sposare la suddetta e per allontanarsi almeno fisicamente dalla città
dove aveva patito in effetti un tremendo lutto: arrivando là dove
doveva incontrare la prima moglie, per andare al cinema, a
Bologna, s'era imbattuto in un capannello confuso di gente che
attorniava il cadavere della medesima, appena uccisa da un'auto.
Costoro, ben cinque persone, erano “felicissime” di poter ospitare
Guido! Così lo zio. “Vai a Nuoro”, disse, “ci resti qualche giorno e
poi mi raggiungi a Cagliari.”

Cos'aveva da fare lo zio, insieme al grande capo, che non


ammetteva la presenza di Guido? Siamo noi a chiedercelo,
francamente non sappiamo se Guido si ponesse il problema, se lo
era. Non lo era?
In effetti bisogna sapere, mancandoci notizie su ciò che pensava e
sentiva Guido, che prima l'incidente stradale e poi l'alluvione
avevano fatto un gran comodo a Guido, che proprio il pomeriggio
dell'incidente aveva, sembra, dibattuto insieme a un amico gli
argomenti da usare con il padre per convincerlo a fargli lasciare la
scuola, a permettergli di studiare in proprio e presentarsi all'esame
di maturità come “privatista”.
“Bastava anche meno!” - avrebbe potuto pensare Guido. Un
incidente privato non banale, e una calamità che aveva infradiciato
mezza Firenze. La Dea Fortuna aveva ecceduto, Guido non aveva
preteso la chiusura delle scuole, intendeva solo uscirne lui.
Forse sulle spalle di Guido gravavano questi pesi, che sopra
abbiamo chiamato “gnagnera”, uggia. Qualsiasi cosa, anche andare
a Nuoro dai prozii e dai biscugini, era dunque meglio che stare a
Firenze, in cagnesco con padre e madre, scontento Guido, scontenti
loro.
In definitiva anche Guido era scappato in Sardegna.

Per cui prese il pullman, conobbe l'allora deserta “Carlo Felice”, che
unisce il nord dell'isola al sud, si fermò in un paese dal nome
straordinario, Arbatax, cambiò e dopo un'oretta fu a Nuoro. Il
prozio donnaiolo, cacciatore, motociclista, tabagista e alzatore di
gomito, abitava in una via che si chiamava Deffenu. Sceso dal
pullman Guido chiese a un passante dove fosse questa via Deffenu.
“Dopo il semaforo”, rispose il tipo. Guido, che non vedeva alcun
semaforo, chiese: “quale?” “Ce n'è uno solo”, rispose il tipo.
L'accoglienza fu “fantastica”. Guido iniziò dopo poco, era l'ora
giusta, a mangiare e bere, Chiaretto del Campidano, fil e ferru,
un'acquavite locale, e non avrebbe smesso di farlo, tra pranzi,
merende e cene, per diversi giorni, ciò che alla fine lo convinse a
scappare da Nuoro per raggiungere lo zio.

La casa del prozio era piccola. Per cui Guido avrebbe dormito dalla
biscugina, sposa del bolognese vedovo. L'appartamento si trovava
in via Gramsci, era nuovo.
Diversi giorni dopo lo zio, mentre lui e Guido, in auto, salivano da
Civitavecchia, dov'erano sbarcati da “Golfo Aranci”, verso Grosseto,
gli avrebbe detto che questa casa nuova della biscugina e del
bolognese “non aveva finestre”. Lo zio provava un forte antipatia
per il bolognese, in effetti non simpatico, che era sospettato, da lui
e dal prozio di Guido, di essere “un avventuriero”: sposando la
suddetta pulzella stagionata intendeva mettere le mani sul di lei
“patrimonio”? Nemmeno fosse “un'ereditiera”! Da ciò lo sproposito,
divertente però, della casa “senza finestre”. Lo zio disse che il
bolognese era “figlio d'un cane”. Lo zio aveva ben pochi peli sulla
lingua, questo in definitiva era il suo pregio. A parte il sorriso e
l'esperienza di POW.

Oltre che di finestre l'appartamento di via Gramsci era dotato di


una piccola, ma non piccolissima, libreria entro cui Guido scelse Il
compagno, un romanzo di Pavese che per l'appunto parlava, tra
l'altro, di un tizio che subisce un brutto incidente in moto.
Negli intervalli tra i pranzi, le merende e le cene, Guido venne
portato dal biscugino nullafacente a godere le bellezze della città di
Nuoro e dei suoi dintorni, fino alla celebrata Cala Gonone. A bordo
di una Skoda che pareva un carrarmato.
Un pomeriggio Guido entrò in una libreria nuorese e comprò un
libro di Giuseppe Mazzini, Doveri dell'uomo, pensando che gli
sarebbe stato utile in vista dell'esame di maturità, e un testo locale
intitolato Su Bandidori: mai letti, seppure per motivi diversi. Guido
aveva già ai tempi una pigra, incerta, “sordomuta”, così lui,
passione per le lingue straniere - scritte. Voleva tradurre Su
bandidori in italiano?

La piccola obbligatoria serale intimità con i novelli sposi seccava


Guido, che compensò il disagio con molti bagni caldi nella vasca del
loro appartamento “senza finestre”. Bisogna sapere che a Firenze
per giorni e giorni l'acqua era mancata, come succede quando ce ne
sia stata troppa fuori posto. Non bastava, però, quindi Guido riuscì
a sganciarsi dai cinque ospitali suoi parenti, non troppo stretti ma
soffocanti, e un pomeriggio, finalmente, salì sul pullman per
Arbatax, dove avrebbe preso quello per Cagliari, lontana e luminosa
meta.

Se avessimo notizie sulla “ricezione” (o forse “percezione”?) da


parte di Guido della città di Nuoro nel 1966, a parte “il semaforo”,
che cosa ne trarremmo? Poco, temiamo.

A Cagliari la società mineraria dello zio di Guido disponeva di una


cosiddetta foresteria di cui Guido non ricorda altro che il freddo,
cagliaritano ma sostanzioso, e le coperte, più pesanti che calde, di
cui venne dotato. Erano di quei vecchiumi color grigio-marrone
adorni di un paio di strisce “bianche”. Lo zio affidò una volta a
Guido il compito di tradurre in inglese una missiva commerciale
inerente una certa “bentonite”, nel dettaglio la “Wyoming
Bentonite”.

“Ben, to night?” Non è un calembour di Guido.

Naturalmente lo zio, che aveva trascorso come POW diversi


semestri in mano agli americani, pardon, statunitensi, capiva e
parlava molto meglio di Guido l'inglese, ma forse, riflettiamo, non
era ferrato in ortografia, se pure non volle occupare il nipote
acciocché non si annoiasse troppo in quel buco di “foresteria”, come
minimo “spartana”, così Guido.
Una sera lo zio, cuciniere, insegnò a Guido, perplesso, come si
devono cuocere le bistecchine di maiale. In sostanza: il sale e l'olio
devono essere adoperati da ultimo. Non sappiamo del resto quante
bistecchine di maiale Guido abbia messo in padella nella sua vita.
Lo zio non mancava di chiacchiera, Guido lo ascoltava senza dire né
sì né no, secondo uno stile ai tempi in formazione. Lo zio si apriva
con quel suo nipote fin lì semi sconosciuto. Erogava consigli, pareri,
vedremo che spropositava, anche.

Una mattina Guido prese l'autobus e andò a vedere Cagliari, da cui


la “foresteria” distava un poco, a sud ovest della città. Non gli fece
una grande impressione, a parte la luce, che gli parve immensa.
Non tentò affatto di approfondire il contatto. A parte la gnagnera,
occasionale, Guido era, anche da ragazzo, afflitto da un ben
peggiore – tormentoso - bisogno di tornare a casa, dove beninteso
si annoiava. Il tormento agiva, pare, come disturbatore di ogni
intrapresa straordinaria. Fuori dell'ordinario, in questo senso, non in
quello banale. Anche Cagliari ne fu vinta?

Appuntamento davanti alla stazione, quella mattina: lo zio, venuto


a prendere Guido, si produsse ridendo, colpito da qualche transito
femminile, nell'imitazione, secondo lui, del cagliaritano che intenda
attirare l'attenzione di una ragazza: signorrina me la ddice ll'òra?
Quante volte Guido ce l'ha ripetuto per scherzo!

Ritornarono in auto, una carretta, nel nord dell'isola per imbarcarsi,


carretta inclusa, a “Golfo Aranci”. Sostarono in un caffè. Guido si
servì del cesso, dove qualcuno aveva usato l'asciugamano, già
miserrimo, per nettarsi non le mani. Una virgola marrone. Tornato
al tavolino riferì l'epifania. “Se è stato un ragazzo, a farlo”, disse lo
zio, “è perdonabile, non se è stato un adulto.”
Stavolta la cabina dove i due avrebbero trascorso la notte era
grande, bella, né c'erano estranei. All'alba Guido seguì dall'alto
della sua cuccetta l'andirivieni di una bottiglia – Vernaccia? - entro
una valigia lasciata aperta. Sul ponte lo zio, spinto dalle
circostanze, si produsse in un motto che forse risaliva ad anni
lontani: “la differenza tra la nave e la donna? La nave fa fatica a
mantener la rotta, la donna a mantenerla sana!”

Prima però di sbarcare a Civitavecchia bisognerà riferire dell'altro


sul soggiorno bifasico di Guido in Sardegna. Bella e semivuota di
umani, di auto, e autunnale. Con lo zio e un certo Peru, un tipo di
poche parole, ma esperto del “territorio”, Guido ebbe un paio di
occasioni, nel sud dell'isola, di vederla. Una mattina piovosetta
restò in auto mentre gli altri due cercavano, “sondavano”. Già allora
attratto dal contrasto tra il grigio del cielo, della nebbia, e il verde
della campagna, mentre aspettava all'improvviso vide un uomo a
cavallo, aveva a tracolla un fucile, forse era un cacciatore, forse era
il proprietario del terreno, incuriosito da quegli estranei.
Un'apparizione. Gustò altresì delle magnifiche salsicce arrostite, in
una trattoria. In un abitato dal nome non meno favoloso di Arbatax,
Las Plassas, scese dall'auto su incarico dello zio per chiedere una
qualche indicazione stradale. Tre vecchi seduti lungo la via, udita la
domanda di Guido, non gli risposero alcunché.
Durante il tragitto verso la “foresteria” della Ditta, una di queste
volte, lo zio s'infervorò nell'elogio del lavoro e nella deprecazione
della vita mondana. Guido non capì con chi ce l'avesse.

Sbarcarono. Partirono verso il nord. Lo zio guidando si accalorò


contro il bolognese di cui sopra, che non sappiamo se fosse
“mondano”. Si era perfino messo, lo zio, invitato dal padre della
pulzella, a indagare su quel supposto “avventuriero”. Nei dintorni di
Follonica, presso una sede della Ditta, si fermarono per togliere dal
letargo un'altra carretta destinata alla sede di diretta pertinenza
dello zio, presso Pietrasanta. L'auto fin lì adoperata era sì un
catorcio, ma almeno andava, invece quella che Guido, ora separato
dallo zio, dové guidare da Follonica a Pietrasanta, sull'Aurelia, non
superava i sessanta all'ora. Sono e furono più di 140 chilometri - di
pena. Impossibile sorpassare alcun veicolo. Neppure un'Ape. Lo zio
sull'altra carretta seguiva il nipote, nel caso che eccetera.

Uno scopo della spedizione in Sardegna organizzata dallo zio, noi


ora possiamo dire, ignari però della consapevolezza ai tempi
possibile a Guido, troppo impegnato a guidare il catorcio, era stato,
dunque, il trasporto di un'auto della Ditta “in continente” e la
raccolta di un'altra “auto” nei pressi di Follonica, anch'essa da
spostare a nord.
Dunque l'invito fatto a Guido - “perché non vieni in Sardegna?” -
era stato peloso. Un dono sì, contenente della fiducia nelle doti
automobilistiche di Guido, ma con dentro la “sorpresa”.

Arrivati nel tardo pomeriggio a Pietrasanta, Guido, snervato,


intendeva partire subito, prendere un treno e tornare a Firenze.
Disse allo zio: “c'è un treno comodo...” Lo zio rise e si produsse
nell'ultima sua sentenza: “tutti i treni sono comodi.”

Meditato a lungo.
No, Guido non prese alcun treno, invece partì per Firenze il mattino
dopo, in pullman. Sceso in piazza della Stazione, camminando
verso la vicina fermata dell'autobus che lo avrebbe portato verso
casa, si accorse di aver lasciato il suo basco blu nuovo nel pullman,
ma non tentò di tornare indietro per cercare di recuperarlo.

Ora sappiamo perché.

(Luglio 2020)