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Come avrete notato ho cambiato la “testata” della rubrica.

Questo nuovo logo ha una storia: uno di Voi attraverso una mail anonima me lo ha inviato, facendomene dono.
Inaspettatamente. E proponendolo al posto dell’anonima tazzina di prima. Lo ringrazio attraverso questa nota e con piacere lo inserisco come nuovo logo!

Lo studio, forma sublime di gioco…


Questa settimana ho ricevuto una mail molto intensa, da uno di Voi - che ha preferito l’anonimato (sotto il
simpatico pseudonimo di safety man) – che poneva a tema, in sostanza, il metodo di studio.
Constato che questo tema, magari in forme diverse, ricorre ogni anno.
Potrà apparire paradossale, ma spesso ho come l’impressione che, agli studenti, noi docenti (io
quantomeno)offriamo pochi spazi di riflessione sull’essenza dell’attività che in questi anni connota le loro
vite (tanto da totalizzarne, anche socialmente, il loro status, nel sostantivo “studenti” - coloro che
studiano. E non “imparanti” o “apprendenti” come forse avrebbe più senso fare!)

In ogni corso accademico, da quando insegno, ricevo mail con richieste metodologiche: quale sarà il miglior
metodo per studiare? Potrà il professore di analisi dispensare consigli in tal senso? E ancora, vale - come in
tutte le cose - che il miglior metodo sia quello che riesce a far raggiungere il miglior risultato nel più breve
tempo possibile?

Premetto che, a mio avviso, non si può parlare di studio senza prima intenderci sul senso che occorre dare a
questa parola. Studiare, ve l’ho detto, non può essere soltanto “senso del dovere”, male necessario per un
bene differito.
E per parlarvene parto da un filmato che vi invito a visionare (a schermo intero) prima di leggere il resto.

Il link è: http://vimeo.com/77330591

Questo filmato parte da una frase di Bertrand Russel che dice più o meno così:
“La matematica, giustamente considerata, non contiene soltanto verità, ma bellezza suprema, bellezza
fredda e austera…”. Rintracciamo dunque dal filmato un rapporto molto interessante: quello tra verità e
bellezza. La bellezza del cogliere il sorprendente nesso astratto: connettere cioè la formula sulla sinistra, il
modello al centro e la realtà. Quello rappresentato non è altro che l’affiancamento di veri e propri universi
paralleli.
Ecco l’immagine da cui parto: esiste un universo parallelo e duale, edificato dalla genialità umana, al quale
accediamo solo attraverso lo studio.
Ci siamo chiesti, in questo primo mese, se il sapere preesista alla conoscenza (se cioè il teorema di
Pitagora, ad esempio, fosse già sussistente nel suo valore di verità necessaria, prima che Pitagora lo
scoprisse). Se esista cioè un libro già “scritto” oppure no.
Certamente per uno studente, nel suo itinerario personale, la matematica preesiste alla sua scoperta. Salvo
rare eccezioni, il libro è già scritto ed è a Voi idealmente consegnato. Ed ha pertinenza con quell’universo
parallelo, dotato di bellezza fredda ed austera (che ho evocato nella foto).

Essendo di un “mondo altro” lo studio sfugge alle regole “sommative” cui siamo abituati in altre consegne:
ad esempio non è possibile misurare lo studio in “ore per argomento”. Definire operativamente una
velocità di studio, in pagine all’ora. Neppure un’accelerazione in pagine all’ora quadrata, quando si sia in
ritardo! Lo studio sfugge a tutto ciò. Potresti, in certe condizioni, spendere incredibili quantità di tempo
senza assimilare nulla, oppure imparare, in una folgorazione fortuita, un passaggio mai compreso prima in
ore di riflessione distratta.

Calza, a questo proposito, un esempio che rende l’idea:


un uovo di gallina ha bisogno di ventun giorni di cova ad una temperatura di 37.5 gradi per schiudersi. Si
potrebbe velocizzare questo processo, alzando la temperatura a 100 gradi per 10 minuti. Ma quello che si
otterrebbe non sarebbe un pulcino, ma un uovo sodo.

Se nello studio ci si lascia guidare da criteri puramente LA FORMULA PIU’ BRUTTA


“sommativi” (esempio: non studio oggi, non studio domani e
non studio dopo-domani per tre ore al giorno, ma martedì Parlando di bellezza di una formula
studierò 9 ore di filato) il rischio è la delusione. Vige infatti il non si è trovato un accordo
sufficientemente condiviso: la più bella
criterio dell’uovo sodo.
formula per l’uno non è detto lo sia per
l’altro. Sulla più brutta delle formule
Non credo funzionino i metodi miracolosi di memorizzazione invece, , almeno secondo un articolo
veloce che imperversano sulla rete. comparso sulla rivista Scientific
American, sembrerebbe si sia trovato
Riprendo tre parole citate a inizio corso, per qualificare lo un accordo tra matematici. La più
studio: riflessione, speculazione teorica, immaginazione. brutta tra le formule famose è quella
Curiosamente, come Vi ho detto, hanno in comune una del grande matematico Srinivasa
singolarità: la “riflessione”, così come la “speculazione” e come Ramanujan per 1/π, la quale contiene
“l’immaginazione” rimandano tutte e tre allo stesso elemento: coefficienti numerici “terribili”. Ve la
riporto sotto:
lo specchio. Riflessione, sostantivo derivato da riflettere,
speculazione da specchio (speculum), immaginazione da
immagine.
Il metodo di studio è qualcosa di strettamente personale. Che
rimanda ad una riflessione, sufficientemente lenta e faticosa.
Dunque, prima conclusione: un buono studio non può essere
troppo veloce. Occorre riflessione per imparare bene, lo studio
veloce smarrisce i dettagli qualitativamente più raffinati.

Osservarsi per scoprire. Lo specchio serve a vedersi, a conoscersi. Ecco la seconda idea: lo studio offre uno
strumento straordinario per vedere, per capire come si pensa, per conoscere le condizioni più profonde
dell’esistenza. “Specchiarsi interiormente” significa comprendere il mondo.

Dunque ricordate: si indaga lentamente, e per la nostra mente sono gli indizi gli elementi più rivelatori.
Studiare significa farsi specchio di un pensiero.
Potrei dirVi, usando altre parole, che prima di diventare “conoscenza”, il sapere è in radice indizio, ovvero
linguaggio, poi interpretazione (ovvero specchio), poi simbolizzazione, poi rappresentazione astratta e
visione (ovvero riflesso), e finalmente azione, cioè apertura al mondo.

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In una visione banalizzata (e purtroppo diffusa dai media) dello studio, un ingegnere non dovrebbe
occuparsi di visioni teoriche o astratte, ma di applicazioni “utili e pratiche”. Non è così. “ Nulla è più pratico
di una buona teoria”, diceva molto appropriatamente Einstein. Ricordate ragazzi che tutto il sapere
applicato “ha già esaurito la sua carica propulsiva di novità e di cambiamento del mondo”. Ha già dato il suo
meglio. Al più può replicarsi.
Ma io non credo che ciò che ha mosso il Vostro sogno di futuro, proietti un’idea di replicante tecnologico.
E l’unica possibilità per esplorare territori incontaminati e, scientificamente parlando, per anticipare,
preavvertire e precorrere, l’unica è studiare. Studiare una buona teoria e poi applicarla.

Allora che cosa è lo studio teorico?


Lo studio, secondo me, è una migrazione. Una vera e propria migrazione. Quando studiamo siamo dei
migranti, affascinati e proiettati verso un altrove del tutto esotico, lontano e straniero. Inviolato ed
incontaminato. Intemerato.
E, come tutte le migrazioni esistenziali, anche lo studio è accompagnato dalle stesse parole: nuovi territori,
difficoltà, lingua straniera, spossatezza psicologica di un mare che non finisce mai e che occorre
attraversare nonostante tutto, una terra agognata che sembra non arrivare, senso di inadeguatezza,
tentazione di mollare, deserto,resa.
Ma anche: promessa, fiducia, futuro, forza, meta, desiderio, sfida, scommessa.
Uno studente (ma anche un professore!) è un migrante in un territorio virtuale, del tutto immateriale,
costellato di tappe e di “interminati spazi”. Uno spazio inesplorato, privo di oggettività inconcusse o di
evidenze inviolabili.
Il suo (dello studente) è un far migrare la propria consapevolezza intellettuale da insensata distesa, da linea
di orizzonte neppure avvertita, a panorama, a visione nella quale ogni singola cosa acquista senso in un
tutto.
Il senso che lo studio consente di conquistare costituisce un modo di vedere ed abitare la conoscenza che fa
di uno spazio una dimora, di un tempo una stagione, di un orizzonte indefinito un paesaggio.
Lo studio è la porta, l’unica possibile, per accedere ad un intero “kosmos” inimmaginato, inaccessibile ed
indisponibile per altre vie. Un Kosmos dotato di forza e potenza straordinarie.

Lo studio ci conduce gradualmente verso un altrove che prima potevamo soltanto (forse) vagheggiare. La
cosa sorprendente è che questo Kosmos è uno spazio interiore, un essere al mondo reale. E’ e diventa noi.

Proprio dallo studio prende le mosse uno sguardo che non coglie la cosa, ma la cosa nella sua relazione con
il tutto. Nel tutto e solo nel suo tutto la singola idea (rivelata, scoperta o genialmente pensata) assume la
sua signoria, la sua straordinaria grandezza. In questo tutto, il linguaggio diventa logos, forma, azione,
apertura al reale, nesso esistenziale.
Allora ragazzi, come capo cordata (se mi consentite questa immagine) sento di dirVi che la vetta verso la
quale stiamo camminando dischiude straordinari panorami, silenzi e vertigine, immensità ed incontaminata
bellezza. Ma occorre sudare, tenere il ritmo, passo dopo passo, tornante dopo tornante. Essere forti e
crederci. Sentire dentro quell’assenza che ci sbilancia in avanti verso la meta.
Lo studio è la forma più sublime di gioco. E, specialmente, vale la pena che richiede.

PC

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PER I PIU’ TEMERARI…
Dimostrare che un numero di due o più cifre fatto di tutti 9 (99,999,9999,99999,…etc) non può essere
un quadrato (quadrato perfetto, cioè di un numero intero).