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Nessuno accetterebbe di essere solo ciò che è ora…

Venerdì pomeriggio, dopo la lezione, mi sono soffermato con alcuni di Voi in una piacevole chiacchierata al
bar del Politecnico. Mi arricchisce sempre parlare con dei giovani come Voi, che provengono da situazioni e
da territori diversi, spesso lontani.
Prendo spunto da quell’incontro per riprendere un tema emerso dal confronto, la perseveranza.
Giorgio (mi pare si chiami così) si chiedeva (spero di aver ben interpretato): ma perché tutto il presente
deve essere colonizzato dal futuro? Perché le nostre vite – oggi quantomeno – debbono essere organizzate,
pianificate, scandite da obblighi e doveri (esercizi, lezioni, esami), dalla ricerca di risposte il cui senso è tutto
differito al domani?
E’ un bellissimo argomento ed è una domanda assai difficile. Per nulla scontata.

Mentre parlavamo, provocato dalla profondità di questa domanda, mi è venuta in mente la battuta di
Charlie Brown che vi riporto.
Giorgio avrebbe potuto correttamente sostenere la sua
tesi in una forma del tipo: è ragionevole che io oggi
investa tutte le mie risorse, per cercare risposte a
domande che forse domani saranno diverse?
(E Lorenzo de’ Medici con il suo celebre inno alla
giovinezza gli avrebbe potuto offrire ulteriori ed
inoppugnabili argomenti!)
Io credo, ed ho cercato di dirvelo già il primo giorno,
che il percorso universitario non debba essere vissuto
come un percorso ad ostacoli, alla ricerca di istruzioni
per l’uso. (Altrimenti la domanda di Giorgio avrebbe una
sola risposta scontata. Quella negativa!) Ma vada
vissuta come una straordinaria occasione per
“diventare”. Cioè per cambiare il proprio sguardo sul mondo, a prescindere dalle domande e dalle risposte.

Anche perché, nella vita, sarete voi stessi a formulare le domande e ad azzardare le risposte.
Sarà la qualità, non delle risposte, ma delle domande, a fare la differenza.
Ecco il ruolo dello studiare: acquisire capacità di fare domande. Ogni domanda è presentimento della
risposta. Chi formula buone domande, ha già in sé una precomprensione delle risposte cui queste tendono.
E, mi ripeto, per formulare buone domande occorre studiare.
Aggiungevo, parlando con Giorgio e con gli altri studenti presenti, “studiare con perseveranza”.
Ricordate ragazzi, come ho scritto nel titolo, che nessuno di noi accetterebbe di essere soltanto ciò che è
ora. E il disincanto, tipico rischio cui è soggetta l’età adulta, altro non è se non l’esito della conversione dei
propri desideri piuttosto che dell’ordine del mondo. Il rischio cioè di rinunciare ad ogni passione
trasformativa, limitandosi all’amministrazione dell’esistente (che altri hanno pensato e ci prospettano)
proclamato come l’unico possibile e dunque intrasformabile - una (quasi) perfetta visione antieroica della
vita.

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Abbiate – è stata questa la mia esortazione - il coraggio e la perseveranza di studiare e di conoscere, per
poter migliorare il mondo! Sapendo bene che nessuno all’inizio di un’impresa è immune dal dubbio di non
esserne all’altezza. E’ umano.
In gioco c’è molto: la scommessa di trovare la forma di esistenza adeguata a noi. Al nostro essere più
profondo, al nostro sentire il mondo durante il viaggio dell’esistenza.
In questo senso la nostra realizzazione non è mai solo una meta. Ogni mezzo (e dunque ogni domanda)
porta inscritta in sé la qualità del fine cui tende.
Vorrei dire che, man mano che studierete, man mano che vi trasformerete nel modo di pensare, darete una
direzione alla vostra esistenza, anzi diventerete la “risposta alla domanda”. Non avrete la risposta, la
incarnerete!
Perseverare non è attivare in noi il senso di colpa o del dovere, caro Giorgio. E’ piuttosto tenere fede alle
nostre convinzioni, a fronte delle difficoltà.
Oggi, epoca stregata dalla flessibilità, dalla dimensione liquida, dal transitorio, la perseveranza fatica ad
affermarsi quale virtù. Anzi appare rigida, fuori uso, persino demodè. Risulta, a prima vista, in distonia con i
caratteri di una società connotata da una così intensa mobilità da ingiungere continui cambiamenti.
Distonica rispetto ad un presente-ebbrezza che non differisce mai a domani ciò che può essere, o meglio
avere, oggi.
Ma io credo non sia esattamente così!
Può essere che la perseveranza oggi sia vissuta come desueta reliquia di tempi andati. Può pure essere che
abbia perso rilevanza e il suo carattere sostantivo di virtù. Ma tutto ciò, che la decreta tramontata dal
dibattito contemporaneo ed estromessa dai suoi mantra, non cambia la sostanza.
Perché “non tutto ciò che tramonta” – direbbe Nietzche (che Giorgio citava nella chiacchierata) – “ è degno
di tramontare. A volte è l’epoca a non esserne più all’altezza”.
Ecco il punto. A mio avviso a volte quest’epoca non è, in ciò che tiene la scena, all’altezza di questa
straordinaria virtù.
Perseveranza è credere nelle proprie convinzioni, combattere con la parte di noi che ci induce invece ad
adattarci alle situazioni e a rinunciare a lottare, specie di fronte a temporanee smentite della storia.
(E si lotta, eccome si lotta, anche di fronte ad un problema di analisi matematica che non si riesce a
risolvere!)
Ma persevera chi ha una visione (almeno un po’) eroica dell’esistenza, direi chi è capace di rimanere fedele
ad un’idea. Occorre essere forti e - se permettete l’immagine - “guerrieri”, in quanto la fedeltà ad una
promessa esige quasi sempre straordinario coraggio: questo è ciò che ho cercato di dire a Giorgio e agli altri
amici presenti.
Oggi per Voi coraggio significa studio, fatica, lavoro di zappa. Resistere a mille lusinghe, anche assai
seduttive e seducenti. Ma (forse) meno promettenti, meno fedeli alla promessa di futuro che in potenza
ognuno di Voi esprime ed anticipa.

PC

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