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Patriziato (Venezia)

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Il Patriziato veneziano costituiva uno dei tre corpi sociali in cui era suddivisa la
società della Repubblica di Venezia, assieme ai cittadini e ai foresti (forestieri).
Patrizio era il titolo nobiliare spettante ai membri dell'aristocrazia al governo della
città di Venezia e della Serenissima. Il titolo era abbreviato, davanti al nome, dalla
sigla N.H. (Nobil Homo, assieme alla variante N.D. Nobildonna).

Indice
Caratteristiche del patriziato veneziano
I Barnabotti
Casate patrizie della Repubblica di Venezia
Case vecchie
Case nuove
Case ducali
Altre
Case Nuovissime
Patrizi non veneziani
Case fatte per soldo
Note
Bibliografia
Altri progetti

Caratteristiche del patriziato veneziano


Fondamento basilare dell'appartenenza al Patriziato era il possesso esclusivo del
potere politico. A partire dalla Serrata del 1297 e dalla legge del 1320 che
precludeva l'accesso di nuove famiglie, questo corpo sociale divenne l'unico ad avere
il privilegio di sedere in seno al Maggior Consiglio, massimo organo di governo della
città. Privilegio concretato col diritto per ciascun membro maschio delle famiglie
nobili, a partire dalla maggiore età, di partecipare alle sedute.

All'interno del patriziato vigeva l'assoluta uguaglianza politica tra tutti i membri.
Ogni voto, compreso quello del Doge, aveva il medesimo valore nel corso delle
votazioni dei consigli. Ognuno aveva, almeno in linea teorica, le medesime possibilità
di accedere ad ogni carica pubblica, sino a diventare savio del Collegio, procuratore
di San Marco o Doge. Riflesso di questo principio era l'eguale titolo riconosciuto ai
patrizi, senza alcuna distinzione, in tutta la Repubblica di Nobiluomo (Nobilis Vir,
Nobilis Homo, Nobil Homo). Chi lo portava recava in sé una porzione di quella
sovranità di cui ogni patrizio era partecipe, assieme
agli altri membri del suo ceto. Questo rendeva i
patrizi veneziani, nella gerarchia nobiliare, di un
rango pari a quello di Principi del sangue (stante
anche l'eguale possibilità di assurgere al rango regale
di Doge).

L'importanza di questo corpo sociale era tale che ogni


aspetto della vita del nobile veneziano era
attentamente sorvegliato e regolato dallo Stato, che si
curava di verificare con cura tutti i legami familiari, i
legami e gli atti necessari a comprovare l'iscrizione
dei nobili al Libro d'Oro, il registro dei nobili
gelosamente custodito in Palazzo Ducale.

La veste dei nobili era la toga di panno nero a


maniche larghe, foderate di rosso per i Savi, gli
Avogadori e i capi della Quarantia. La toga diveniva
completamente rossa per i Senatori e i Consiglieri Tiepolo, ritratto del procuratore
ducali. Il tutto era completato dalla berretta a tozzo N.H. Daniele Dolfin, patrizio
(un basso cappello cilindrico di panno nero) e dalla veneto.
stola indicante il rango all'interno delle magistrature.
Era assoluto obbligo indossare l'abito durante
l'esercizio del proprio ufficio, nei Consigli e nell'intera area di piazza San Marco.

Accanto a questo aspetto politico, tuttavia, la nobiltà veneziana recava un altro


carattere peculiare nella propria vocazione mercantile. Contrariamente alla nobiltà
feudale, infatti, il patriziato a Venezia fondava il proprio potere non sul possesso
della terra, ma sulla ricchezza dei commerci con l'Oriente alla base dell'intera
economia. Ciò stimolava questa classe sociale ad un notevole dinamismo.

I patrizi servivano così sé stessi e lo Stato come capitani di galea, mercanti,


ambasciatori, governatori, pubblici funzionari e in ogni altra forma
dell'organizzazione civile e militare della Repubblica.

Essere patrizi veneti era un onore per tutta la nobiltà europea ed era comune tra
principi e re chiedere ed ottenere il titolo di N.H.; furono patrizi veneti, tra gli altri, i
re di Francia, i Savoia, i Mancini, i Mazzarino, i Rospigliosi, le famiglie papaline degli
Orsini e dei Colonna.

I Barnabotti

Una particolare categoria di patrizi era costituita dai nobili decaduti, detti
Barnabotti, i quali, dissipatosi il patrimonio di famiglia, mantenevano ugualmente il
proprio diritto al voto in maggior consiglio. Verso la fine della Repubblica essi
rappresentarono spesso l'ago della bilancia tra le fazioni politiche del Maggior
Consiglio, attraverso il mercimonio del proprio voto cui erano spesso dediti: dalla
pratica di effettuare la vendita dei voti nel brolo (orto, giardino) di San Marco, deriva
il termine odierno di broglio.
Nel corso del XVIII secolo il sistema politico veneziano andò incontro ad una sclerosi.
L'aristocrazia nel XV e XVI secolo era molto numerosa, un elevato tasso di natalità
tra la nobiltà, unito alla professione mercantile (e di mercante-imprenditore)
intrapresa da una parte cospicua di questo ceto, comportava un governo
aristocratico ampio e dai variegati interessi, in cui i nobili poveri erano una
minoranza, mentre numerose erano le vicende di mobilità sociale interne al ceto, i
rapidi arricchimenti nei commerci con l'oriente e nelle nuove manifatture impiantate
in laguna. Nel corso del XVII e XVIII secolo la congiuntura economica peggiorò,
sempre più dopo il 1618, l'aristocrazia veneziana fu sempre più dipendente dalle
proprie proprietà nella terraferma e nelle colonie, oltre che dalla sinecure pubbliche.
In Europa si diffuse l'idea che il commercio e l'industria fossero indegni per
l'aristocrazia, un'idea rifiutata dall'aristocrazia veneziana, ma che cambiò comunque
la mentalità della nobiltà. Le guerre contro i turchi di metà e fine '600 chiusero per
molti anni il commercio con il levante, così come anche nel primo '700, rovinando
altre famiglie mercantili o che non avevano saputo diversificare nella terra e negli
immobili i loro investimenti. Poche famiglie mutarono considerevolmente e
rapidamente il proprio status economico verso l'alto, permettendo ad un gruppo di
famiglie, sempre più ristretto, di mantenere una relativamente grande ricchezza,
mentre molte altre perdevano costantemente la loro posizione, spesso rimanendo
senza nemmeno il denaro per vivere "civilmente" e per avere abiti decenti.

Questo rese i Barnabotti un fenomeno evidente della società veneziana, mentre iniziò
una riflessione sul come cambiare le forme di governo. Infatti un gruppo, gli
oligarchi, che raccoglieva le famiglie più ricche, riusciva, anche corrompendo i nobili
più poveri, ad escludere i medi e i poveri che non erano al loro servizio, al silenzio. Il
governo veneziano, tramite il consiglio dei dieci e gli inquisitori di stato, impediva
però le riforme di qualunque tipo (anche perché questi organi erano in mano
all'oligarchia che si stava impadronendo dello stato, a suo esclusivo vantaggio).
Tentativi di riforma furono tentati, ma mai attuati, in particolare Angelo Querini nel
1761 cercò di ridare potere agli organi più collegiali dell'aristocrazia veneziana,
mentre nei tardi anni '70 del XVIII secolo Giorgio Pisani e Carlo Contarini, attraverso
la formazione di una sorta di "partito nobiliare", tentarono una riforma complessiva.
Al centro delle loro proposte vi era proprio il recupero sociale e politico delle parti
più povere e barnabotte della nobiltà veneziana (assegnazione alle giovani patrizie di
doti, specie a quelle povere, aumento degli stipendi dei Quaranta e di altri Collegi,
concessione di stipendi e donativi per alcune cariche politiche prestigiose, in
precedenza gratuite e quindi monopolizzate dai nobili ricchi, in Terraferma e
all'estero, fissazione di un'uniforme per i nobili al fine di distinguerli dai plebei, ecc.
in pratica creazione di un'aristocrazia "politica" e di servizio, capace collettivamente
di governare la città e l'impero); vi erano poi alcune questioni di ispirazione
illuministica, come l'opposizione allo spionaggio interno, la libertà di parola, la difesa
e ripresa dei commerci ecc. Proprio questo tentativo di "reazione nobiliare", non
privo di manovre populistiche a favore dei barnabotti, fu stroncato dalle spie degli
inquisitori, che, ben informati, prima accusarono i due (nella primavera del 1780
eletti ad importanti cariche) di aver comprato i voti dei barnabotti, poi, oramai
accusandoli di congiurare, carcerano Contarini a Cattaro (dove morì, forse
avvelenato) e Pisani a Vicenza. Quando arrivarono i francesi e i giacobini, Pisani
cercò di legittimarsi come avversario del dispotismo degli inquisitori di stato, di cui
era stato vittima, ma, riconosciuto per quello che era, e cioè un aristocratico che
aveva cercato di modernizzare le strutture della repubblica di Venezia, rimanendo
però all'interno della nobiltà, ed anzi rafforzandone il carattere aristocratico, i nuovi
dominatori lo emarginarono.
Casate patrizie della Repubblica di Venezia
Vanno anzitutto citate quelle antichissime famiglie estinte prima della Serrata, ma
che tuttavia hanno avuto un ruolo di primo piano nella politica del Ducato. Vista la
loro lontananza storica, le notizie di queste casate sono molto scarse e intrise di
leggenda.

2. Candiano Barbolano) 5. Monegario 8. Tradonico


1. Flabanico (o
Flabiano) 3. Centranico 4. Galbaio (o 6. Orseolo 9. Tribuno
(o Calbano) 7. Partecipazio

Dopo la Serrata, le casate si distinsero in alcuni gruppi.

Case vecchie

Il gruppo delle "case vecchie" (i cui membri erano detti "longhi") risulta ben definito
sin dagli anni 1350: nella cosiddetta Cronaca "pseudo-Giustinian", stilata in quel
periodo, dal già consistente corpus delle famiglie patrizie viene distinto un gruppo di
ventiquattro (o, meglio, venticinque) casate più potenti e costantemente impegnate
nella vita politica veneziana.

L'autore dello scritto giustifica questa situazione elencando dettagliatamente le


gesta compiute dai loro antenati nella fondazione di Venezia. Per quanto fantasiose,
le informazioni contenute nella Cronaca servirono per distinguere nella consistente
massa delle famiglie incluse dopo la Serrata un nucleo elitario, superiore soprattutto
a quelle "case nuove" che nel corso del Quattrocento contenderanno ai "longhi" il
trono ducale.

Questa lista distingueva due ulteriori parti, le duodecim nobiliorum proles


Venetiarum (a sinistra) e altre dodici casate que in nobilitate secuntur stirpes XII
superius memoratas (a destra)[1].

1. Badoer 1. Barozzi
2. Baseggio 2. Belegno
3. Contarini 3. Bembo
4. Corner 4. Gauli (presumibilmente estinti nel
Duecento)
5. Dandolo
5. Memmo
6. Falier
6. Querini
7. Giustinian
7. Soranzo
[2]
8. Gradenigo e Dolfin 8. Tiepolo
9. Morosini 9. Zane
10. Michiel 10. Zen
11. Polani 11. Ziani (estinti nel XIV secolo)
12. Sanudo 12. Zorzi
Negli elenchi successivi i Bragadin sostituiscono i Belegno e i Salamon gli
Ziani[1].

Va inoltre precisato che una tradizione definiva dodici di queste famiglie


"apostoliche" (Contarini, Tiepolo, Morosini, Michiel, Badoer, Sanudo, Gradenigo-
Dolfin, Memmo, Valier, Dandolo, Polani e Barozzi) e altre quattro "evangeliche"
(Giustinian, Corner, Bragadin e Bembo); si voleva evidentemente accostare la storia
di Venezia a quella Chiesa, fondata sui Dodici Apostoli e propugnata dai Quattro
Evangelisti[3].

Secondo la legge canonica, il Pontefice poteva concedere alle famiglie che avevano
"sostenuto il diritto della Chiesa" le qualifiche di Famiglie Apostoliche e Famiglie
Evangeliche, così come i titoli di Primogenito della Chiesa, Apostolico, Cristianissimo
e Fidelissimo[4]

Case nuove

Questo gruppo comprende la stragrande maggioranza delle famiglie patrizie che non
rientravano nell'élite delle "case vecchie"[1].

Case ducali

Si tratta di quindici famiglie di nobiltà più recente rispetto ai "longhi" (i loro membri
erano detti, non a caso, "curti"), come sottolineato dalla stessa cronaca pseudo-
Giustinian: da essa si apprende che solo i Barbarigo, i Marcello e i Moro avevano
contribuito alla fondazione di Rialto dando tribuni; Foscari, Gritti, Malipiero, Priuli,
Trevisan, Tron e Venier vengono riconosciuti come di origine non veneziana («qui de
multis et diversis partibus secederunt et in Rivo-alto venerunt ad habitandum»); dei
Donà, dei Grimani e dei Lando non si hanno informazioni perché sono solo
menzionati, mentre i Loredan si dicono ammessi al Maggior Consiglio sotto il dogado
di Ranieri Zeno (1253-1268); i Mocenigo, infine, non compaiono nemmeno.

Nonostante la scarsa considerazione che godevano presso i "longhi", i "curti"


riuscirono rapidamente ad affermarsi e riuscirono a dare almeno un doge entro la
metà del Cinquecento.

1. Barbarigo
2. Donà
3. Foscari

4. Grimani
5. Gritti
6. Lando
7. Loredan
8. Malipiero
9. Marcello
10. Mocenigo
11. Moro
12. Priuli
13. Trevisan

14. Tron

15. Venier

Possono essere annoverati tra le famiglie ducali anche i Vendramin che, pur essendo
stati aggregati solo nel 1381 dopo la guerra di Chioggia, riuscirono ad eleggere il
doge Andrea Vendramin a nemmeno un secolo di distanza[1].

Altre

1. Abriamo
2. Agadi
3. Agnusdei[5]
4. Albizzo
5. Amizzo
6. Armer (d')
7. Arimondo
8. Avanzago
9. Baffo
10. Balbi
11. Barbaro
12. Barbo
13. Basadonna
14. Belegno
15. Benedetti
16. Bernardo
17. Bollani
18. Boldù
19. Bon
20. Bondumier
21. Briani
22. Calbo
23. Canal (da)
24. Cappello
25. Caravello
26. Celsi
27. Civran
28. Cocco
29. Coppo
30. Correr
31. Dalle Boccole
32. Da Lezze
33. Da Mosto
34. Da Mula
35. Da Ponte
36. Da Riva
37. D'Arduin
38. Diedo
39. Duodo
40. Emo
41. Erizzo
42. Fabriciaco
43. Ferro
44. Foscarini
45. Foscolo
46. Fradello
47. Gabrielli (o Cabriel)
48. Gambarin
49. Ghisi
50. Grioni
51. Grisoni
52. Gussoni
53. Lanzuoli
54. Lombardo
55. Magno
56. Manolesso
57. Marin
58. Mazaman
59. Mengolo
60. Mezzo (de)
61. Miani (o Emiliani)
62. Miegano (o Mengano)
63. Minio
64. Minotto
65. Molin
66. Muazzo
67. Mussolino
68. Nadal
69. Nani
70. Navager
71. Navigroso (o Navaglioso, Navaioso)
72. Orio
73. Pasqualigo
74. Pesaro
75. Pisani
76. Pizzamano
77. Polo
78. Premarin
79. Quintavalle
80. Sagredo
81. Selvo
82. Semitecolo
83. Sesendillo
84. Signolo
85. Sten
86. Storladi
87. Stornello
88. Surian[6]
89. Talonico (o Tolonegi)
90. Valaresso
91. Valier
92. Viaro[7]
93. Vielmo
94. Vitturi
95. Volpe
96. Zaguri
97. Zancani
98. Zancaruol
99. Zantani
00. Zulian
01. Zusto (o Giusto)

A queste si aggiungevano alcune famiglie veneziane cooptate qualche tempo dopo in


quanto, al momento della Serrata, si trovavano in Oriente.

Una parte proveniva da Costantinopoli e fu aggiunta nel 1298:

1. Acotanto
2. Agrinal
3. Bonomo
4. Costantino
5. Donadi
6. Marcimano (o Marcipian)
7. Massoli
8. Mastalizi
9. Ruzier
10. Ruzini
11. Stanizi (o Stanieri)
12. Tolonigo
13. Tonisto

Le rimanenti provenivano da Acri e furono cooptate nel 1303 (in realtà, tutte tranne i
Lion e i Surian risultano aver partecipato al Consiglio qualche tempo prima della
Serrata)[1]:

ramo) 4. Lion 6. Molin 7. Surian


1. Barison
3. Bondumier 5. Marmora "dal (altro
2. Benedetti (altro Molin ramo)
(altro ramo) d'Oro"

Vi erano poi quindici casate discendenti da altrettanti cittadini che si erano distinti
nella repressione della congiura del Tiepolo e cooptate nel 1310:

1. Addoldo
2. Agadi
3. Agrinal
4. Buoninsegna
5. Caotorta
6. Caroso
7. Dente
8. Diesello (o Diesolo)
9. Ferro
10. Grisoni
11. Mengolo (altro ramo)
12. Papaciza
13. Quintavalle
14. Sesendillo (altro ramo)
15. Vidor

Case Nuovissime

Sul volgere del Trecento la guerra di Chioggia mise in ginocchio l'economia


veneziana. La flotta genovese, schierata all'ingresso della laguna, aveva bloccato
ogni forma di scambio commerciale e le conseguenti entrate in termini di dazi sulle
importazioni.

Nel 1379 i Savi di guerra decretarono la concessione del patriziato ai trenta popolani
che avessero maggiormente contribuito in qualunque modo allo sforzo bellico. In
molti accorsero, chi mettendo a disposizione i servi, i propri figli o sé stessi, chi
mantenendo un gruppo di soldati, chi armando galee, chi semplicemente elargendo
denaro. Terminato il conflitto, il 4 settembre 1381 il Senato elesse i vincitori da una
rosa di sessantadue candidati (per un totale di cinquantotto famiglie). Difficile
stabilire sulla base di quale criterio avvenne tale scelta: molti dei respinti avevano
partecipato allo sforzo bellico con offerte importanti, viceversa vi fu chi venne
ammesso con un contributo molto modesto. Evidentemente pesarono altri fattori, fra
cui le strategie matrimoniali che avevano permesso a molti non nobili di creare solidi
legami con le "case vecchie" del patriziato.

Nella lista si notano undici candidati con cognome omonimo a quello di famiglie già
presenti nel patriziato, e si possono presumere appartenere a rami non documentati
o illegittimi di queste ultime[1].

1. Giorgio Calergi
2. Rafaino Caresini
3. Marco Cicogna
4. Giacomo Condulmer
5. Giovanni Darduin
6. Antonio Darduin
7. Alvise dalle Fornase
8. Giovanni Garzoni[8]
9. Nicolò Garzoni[8]
10. Francesco Girardi
11. Pietro Lippomano
12. Nicolò Longo
13. Francesco da Mezzo
14. Paolo Nani
15. Giovanni Negro
16. Marco Orso
17. Bartolomeo Paruta
18. Marco Pasqualigo
19. Pietro Penzin
20. Nicolò Polo
21. Donato da Porto
22. Nicolò Renier
23. Marco Storladi
24. Nicolò Tagliapietra
25. Giacomo Trevisan
26. Paolo Trevisan
27. Andrea Vendramin
28. Giacomo Vizzamano
29. Pietro Zaccaria
30. Andrea Zusto

Una trentunesima famiglia aggregata in quest'occasione è quella dei Cavalli grazie ai


servigi offerti alla Repubblica dal condottiero veronese Giacomo Cavalli nel corso del
conflitto.

Patrizi non veneziani

Qualche tempo dopo la serrata, il patriziato fu conferito anche a quelle famiglie di


Terraferma che avevano dato appoggio militare alla Repubblica in varie occasioni. Si
tratta in tutto di trentun famiglie, ma molte non parteciparono mai alla politica
veneziana, mantenendo un titolo meramente onorifico.

1. Anguissola (1499 - assenti da dopo il 1612), di Piacenza


2. Avogadro (1437), di Brescia
3. Battaggia (1439), di Milano
4. Bentivoglio (1488), di Bologna
5. Benzon di Sant'Agostin (1407), di Crema
6. Castriota (1445 o 1461 - estinti nel 1549), albanesi
7. Cernovicchi (1474 - assenti dal 1655-1666), albanesi
8. Codognola (1446), di Milano
9. Collalto (1306), di Treviso
10. Colleoni (1450 - 1475)[9], di Bergamo
11. Comino (1464), albanesi
12. Cossazza (1430 - estinti nel 1615), albanesi
13. Di Rossi (1423), di Parma
14. Di Rossi (1482), di Parma
15. Gonzaga (1332), di Mantova[10]
16. Malatesta (1480 - assenti dal 1706), di Rimini
17. Martinengo (1448), di Brescia
18. Martinengo (ramo secondario, 1499), di Brescia
19. Meli, poi Meli Lupi (1505), di Cremona
20. Pallavicino (1423), di Parma
21. Pallavicino (ramo secondario, 1427), di Parma
22. Protti (1404 - 1415), di Vicenza
23. Riario (1481 - assenti dal 1666), di Forlì
24. della Rovere (1473 - assenti dal 1726), di Savona
25. Savelli (1404 - estinti nel 1712), di Roma
26. Savorgnan (1385), friulana
27. Spadafora (1404), siciliana
28. Terzi (1407-1409)[11], di Parma
29. dal Verme (1388 - estinta nel 1485), di Verona
30. dal Verme (1481 - estinta nel 1485), di Verona

Case fatte per soldo

Divenuto per secoli quasi inaccessibile, il corpo nobiliare riprese ad aprirsi a nuove
famiglie, quando, con il declinare della potenza veneziana, lo Stato prese a "vendere"
il titolo (a 100.000 ducati) per riempire le casse pubbliche, non più sostenute dai
ricchi commerci con l'Oriente. Tra il Sei e il Settecento si ebbero tre aperture al
patriziato, con l'aggregazione di centotrentaquattro famiglie (contributo non
indifferente, visto che la nobiltà soffriva da tempo di una grave crisi demografica).
Alcune di queste già da secoli facevano la storia dell'entroterra veneto, e i loro titoli
talvolta risalivano al Sacro Romano Impero (come i Brandolini, i Martinengo, i
Piovene, gli Spineda, i Valmarana). Altre erano famiglie borghesi arricchitesi
attraverso i commerci (Benzon di San Vidal, Lin, Zanardi).

Le prime aggregazioni di questo tipo si ebbero tra il 1646 e il 1669 durante la guerra
di Candia e riguardarono settantasei famiglie:

1. Albrizzi (1667)
2. Angaran (1655)
3. Antelmi (1646)
4. Ariberti (1655 - estinti dal 1746)
5. Barbaran (1665)
6. Belloni (1646 - estinti nel 1698)
7. Beregan (1649)
8. Berlendis (1662 - assente dal 1781)
9. Bonfadini (1648)
10. Bonlini (1667)
11. Bonvicini (1663 - assenti dal 1786)
12. Bregonzi (1665 - assenti dal 1709-1726)
13. Bressa (1652)
14. Cassetti (1662)
15. Catti (1646)
16. Condulmer terza linea (1653 - assenti da prima del 1759)
17. Conti (1667 - assenti dal 1763)
18. Correggio (1646 - estinti nel 1738)
19. Crotta (1649)
20. Dolce (1658)
21. Dondi dell'Orologio (1657)
22. Farsetti (1664)
23. Ferramosca (1648 - estinti nel 1679)
24. Ferro (1659)
25. Fini (1649)
26. Flangini (1664)
27. Fonseca (1664 - assenti dal 1713)
28. Fonte (1646 - estinti nel 1766)
29. Gambara (1653)
30. Ghedini (1667 - estinti nel 1713)
31. Gherardini (1652)
32. Giovanelli (1668)
33. Giupponi (1660 - assente dal 1666-1683)
34. Gozzi (1646)
35. Labia (1646)
36. Laghi (1661 - assenti dal 1734-1759)
37. Lazzari (1660 - assenti dal 1775)
38. Lion Cavazza (1652)
39. Lombria (1646 - estinti nel 1722)
40. Lucca (1654 - assenti dal 1734-1759)
41. Macarelli (1648 - estinti nel 1676)
42. Maffetti (1654)
43. Manin (1651)
44. Martinelli (1646 - estinti nel 1772)
45. Medici (1651 - estinti nel 1701)
46. Minelli (1650)
47. Mora di San Marcuola (1665)
48. Nave (1646 - assente dal 1666-1698)
49. Ottoboni (1646 - banditi nel 1709)
50. Papafava (1652)
51. Pasta (1669)
52. Piovene (1654)
53. Poli (1663)
54. Polvaro (1662 - assente dal 1709-1712)
55. Raspi (1662)
56. Ravagnin (1657)
57. Rubini (1646 - estinti nel 1756)
58. Sangiantoffetti,
59. Santasoffia (1649 - estinti nel 1775)
60. Soderini (1656)
61. Statio (1653 - assenti dal 1709-1712)
62. Surian[6] (1647 - estinti nel 1679)
63. Tasca (1646 - assenti dal 1734-1760)
64. Valmarana (1658)
65. Van Axel (1665)
66. Verdizzotti (poi Verdizzotti-Donini, 1667 - assenti dal 1726-1759)
67. Vianol (1658 - assenti dal 1709-1712)
68. Widmann (1646)
69. Zacco (1653)
70. Zaguri (1646)
71. Zambelli di San Giacomo dell'Orio (1648)
72. Zanardi (1653 - estinti nel 1757)
73. Zenobio (1647)
74. Zolio (1656)
75. Zon (1651 - assenti dal 1783-1793);

I costi sostenuti durante la guerra di Morea costrinsero la Repubblica ad aprire il


patriziato ad altre quarantotto famiglie, aggregate tra il 1684 al 1718:

1. Acquisti (1686)
2. Arnaldi (1685)
3. Baglioni (1716)
4. Barzizza (1694)
5. Bellotto (1685 - estinti nel 1759)
6. Benzon di San Vidal (1685)
7. Bettoni (ramo secondario, 1684)
8. Bonlini (ramo secondario, 1685)
9. Brandolini (1686)
10. Carminati (1687)
11. Castelli (1687 - estinti nel 1759)
12. Cavagnis (1716 - estinti nel 1785)
13. Celini (1685 - assenti dal 1750-1758)
14. Codognola (1717)
15. Contenti (1686)
16. Cottoni (1699)
17. Curti (1688)
18. Fracassetti (1704)
19. Franceschi (1716 - estinti nel 1788)
20. Gallo (1694 - estinti prima del 1759)
21. Gheltoff (1697)
22. Guerra (1689)
23. Grassi (1718)
24. Lin (1685)
25. Manfrotto (1698)
26. Manzoni (1687)
27. Martinengo (1689)
28. Mora di San Felice (1694)
29. Morelli (1686)
30. Nosadini (1694)
31. Pellizzioli (1699 - estinti prima del 1768)
32. Pepoli (1686)
33. Persico (1685)
34. Recanati (poi Recanati-Zucconi, 1697 - assenti dal 1750-1758)
35. Redetti (1698)
36. Rezzonico (1687)
37. Rizzi (1687)
38. Romieri (1689)
39. Rota (1685)
40. Sandi (1685)
41. Scroffa (1698)
42. Semenzi (già Premuda, 1685)
43. Spinelli (1718)
44. Toderini (1694)
45. Veronese (1704)
46. Vezzi (1716)
47. Zambelli di San Stin (1685)
48. Zino (1718)

L'ultimo gruppo fu aggregato tra il 1776 e il 1788, in seguito alla decisione di


ammettere al Maggior Consiglio quaranta famiglie. Il progetto, che anche in questo
caso intendeva rimpinguare le casse dello Stato, non diede gli effetti sperati: solo
tredici famiglie chiesero di entrare nel patriziato, e due di queste (Tartaglia e
Sceriman) non furono nemmeno ammesse.

1. Buzzaccarini (1782)
2. Caiselli (1779)
3. Martinengo (ramo secondario, 1779)
4. Mussatti (1776)
5. Pindemonte (1782)
6. Pisani (ramo secondario)
7. Ottolini (1780)
8. Panciera di Zoppola (1777)
9. Borini (1788)
10. Spineda (1776)
11. Trento (1777)
Non tutti i membri di una stessa famiglia erano ammessi al patriziato. Non vengono
dunque citati i vari rami cadetti cooptati successivamente al nucleo principale, i
quali ebbero un impatto positivo sulle probabilità di sopravvivenza del cognome nel
Libro d'Oro.

Note
1. Stanley Chojnacki, La formazione della nobiltà dopo la Serrata, in Storia di Venezia,
Vol. 3 - La formazione dello Stato patrizio - Diritto, finanze, economia, Treccani,
1997.
2. ^ Secondo la Cronaca, i Dolfin si erano originati da un ramo dei Gradenigo e
pertanto potevano essere considerati un'unica famiglia.
3. ^ Francesco Ludovico Maschietto, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (1646-1684):
prima donna laureata nel mondo, Antenore, 1978, p. 4.
4. ^ Carlo Mazzolini, Confutazione al ch. e dottiss. presbitero Carlo Passaglia, autore
dell ... - Carlo Mazzolini - Google Libri, Venezia, G. Merlo (tipografo), 1862, p. 74,
OCLC 52967459. URL consultato il 17 marzo 2019 (archiviato il 17 marzo 2019)., Volume
29145 di Harvard Risorgimento preservation microfilm project
5. ^ Alcune fonti riportano che questa casa fosse estinta prima della serrata.
6. Omonime, ma di origini differenti.
7. ^ Dorit Raines, Cooptazione, aggregazione e presenza al Maggior Consiglio: le
casate del patriziato veneziano, 1297-1797, Storia di Venezia - Rivista, I, 2003, 1-
64, ISSN 1724-7446, ©2003 Firenze University Press
8. Non erano loro i candidati, ma il padre Bandino; morto quest'ultimo il giorno prima
della votazione, si decise di assegnarne il titolo ai figli.
9. ^ Nella figura di Bartolomeo Colleoni.
10. ^ Alessandro Luzio, I Corradi di Gonzaga signori di Mantova, Varese, 1913, p.34..
11. ^ Nella figura di Ottobuono de' Terzi.

Bibliografia
Dorit Raines, Cooptazione, aggregazione e presenza al Maggior Consiglio: le casate
del patriziato veneziano, 1297-1797 (PDF), in Storia di Venezia - Rivista, I, 2003,
pp. 2-64, ISSN 1724-7446. URL consultato il 16 dicembre 2010.
Todesco Maria-Teresa, Andamento demografico della nobiltà veneziana allo
specchio delle votazioni nel Maggior Consiglio (1297-1797) (PDF), in Ateneo
Veneto, CLXXVI, 1989. URL consultato il 16 dicembre 2010.
Francesco Schröeder, Repertorio genealogico delle famiglie confermate nobili e dei
titolati nobili esistenti nelle Provincie Venete, Venezia, Tipografia di Alvisopoli,
1830, p. 246.
Renzo Derosas, Dal patriziato alla nobiltà. Aspetti della crisi dell'aristocrazia
veneziana nella prima metà dell'Ottocento. Publications de l'École française de
Rome 107.1 (1988): 333-363. (http://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1988_act_1
07_1_3322)

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