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Il completamento dell'unità italiana

Fra i molti difficili compiti che i governi della Destra storica furono chiamati ad assolvere c'era anche
quello di completare l'unità, di riunire cioè alla madrepatria quei territori abitati da popolazioni italiane che
erano rimasti fuori dai confini politici del Regno: il Veneto, il Trentino e soprattutto Roma e il Lazio.
Sulla necessità di portare a compimento l'unificazione del paese erano d'accordo tutti, moderati e
democratici: in particolare, la rivendicazione di Roma capitale era stata solennemente proclamata da Cavour
in una delle prime sedute del Parlamento. Il problema più spinoso era proprio la presenza del papa a Roma e
per via dei rapporti con la Francia, che manteneva un suo corpo di occupazione a Roma e costituiva pur
sempre per l'Italia l'alleato più sicuro e il principale partner economico.
I primi governi dell'Italia unita cercarono di procedere sulla strada indicata da Cavour, il quale, in coerenza
con le sue convinzioni - espresse nella celebre formula "libera Chiesa in libero Stato" - già nelle settimane
precedenti la proclamazione del Regno d'Italia, aveva avviato trattative informali col Vaticano in vista di una
soluzione che assicurasse al papa e al clero piena libertà di esercitare il proprio magistero spirituale, in
cambio della rinuncia al potere temporale e del riconoscimento del nuovo Stato. Le proposte cavouriane si
scontrarono, però, contro l'intransigenza di Pio IX. Né miglior fortuna ebbe un analogo progetto di
conciliazione elaborato dal successore di Cavour, il toscano Bettino Ricasoli.
Il fallimento di questi tentativi finì col ridare spazio all'iniziativa dei democratici. Nel giugno del 1862,
Garibaldi tornò in Sicilia, dove era sempre molto popolare, e rilanciò pubblicamente il progetto di una
spedizione contro lo Stato pontificio, senza che le autorità facessero nulla per sconfessarlo o per impedire
l'afflusso dei volontari che accorrevano da ogni parte d'Italia. Ma il disegno, coltivato anche dal re e
dall'allora primo ministro Rattazzi, di ripetere il gioco del 1860 mettendo le potenze di fronte al fatto
compiuto si rivelò impraticabile. Quando Napoleone III fece capire di essere deciso a impedire con la forza
un attacco contro Roma, Vittorio Emanuele II fu costretto a sconfessare con un proclama l'impresa
garibaldina. Quindi decretò lo stato d'assedio in Sicilia e in tutto il Mezzogiorno. Il 29 agosto 1862 duemila
volontari sbarcati in Calabria sotto il comando di Garibaldi furono intercettati, sulle montagne
dell'Aspromonte, da reparti dell'esercito regolare. Vi fu un breve scambio di colpi, con alcuni morti da ambo
le parti. Lo stesso Garibaldi, ferito leggermente, fu arrestato e rinchiuso per poche settimane in una fortezza
militare. L'episodio dell'Aspromonte, che destò vivissima impressione in tutto il paese, fece fare un ulteriore
passo indietro alla soluzione della questione romana. Preoccupati di ristabilire buoni rapporti con la Francia,
i governanti italiani riannodarono le trattative con Napoleone III e conclusero, nel settembre del 1864, un
accordo, la Convenzione di settembre, in base al quale si impegnavano a garantire il rispetto dei confini dello
Stato pontificio, ottenendo in cambio il ritiro delle truppe francesi dal Lazio.
A garanzia del suo impegno, il governo - allora presieduto da Marco Minghetti - decideva di trasferire la
capitale da Torino a Firenze (1865-71).
L’occasione di raggiungere l'altro obiettivo, cioè la liberazione del Veneto, fu offerta, nel '66, da una
proposta di alleanza militare italo - prussiana rivolta al governo italiano da Bismarck, che si apprestava allora
ad affrontare la guerra con l'Impero asburgico. La partecipazione italiana fu decisiva per l'esito del conflitto,
in quanto impegnò una parte dell'esercito austriaco e rese quindi possibile la grande vittoria prussiana a
Sadowa. Ma, per le forze armate nazionali chiamate alla loro prima prova impegnativa, la guerra si risolse in
un clamoroso insuccesso.
Gli italiani si scontrarono con le forze austriache inferiori di numero sia per terra (a Custoza il 24 giugno
1866) sia per mare (il 20 luglio presso l'isola di Lissa in Croazia). In entrambi i casi gli alti comandi diedero
cattiva prova di sé: furono i loro errori di valutazione a trasformare in cocenti sconfitte quelli che in realtà
erano stati degli scontri brevi e confusi, con perdite limitate da ambo le parti. Gli unici successi della
campagna vennero dai Cacciatori delle Alpi, che operarono in Trentino sotto il comando di Garibaldi.
Frattanto la Prussia, avendo raggiunto i suoi obiettivi, aveva avviato le trattative per l'armistizio. Dalla
successiva pace di Vienna del 3 ottobre 1866 l'Italia ottenne il solo Veneto, senza la Venezia Giulia e il
Trentino, regioni abitate da italiani e comprese nei "confini naturali" della nazione, comunemente identificati
con la cerchia alpina. Ciò avrebbe costituito, ancora per mezzo secolo, un ricorrente motivo di protesta e di
agitazione patriottica.
La situazione venutasi a creare dopo l'esito deludente della guerra con l'Austria diede slancio ancora una
volta all'attività dei gruppi democratici d'opposizione. Mazzini intensificò la propaganda per una
rifondazione repubblicana dello Stato. Garibaldi ricominciò a progettare una spedizione a Roma. Rispetto
allo sfortunato tentativo di qualche anno prima, il progetto conteneva un elemento nuovo. L'azione dei

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volontari - che si andarono radunando in Toscana nell'estate del '67 avrebbe dovuto appoggiarsi su
un'insurrezione preparata dagli stessi patrioti romani. Si sperava in tal modo di giustificare il colpo di mano,
presentandolo come un atto di volontà popolare, e di evitare così l'intervento francese. Ancora una volta i
calcoli si rivelarono errati. A metà ottobre, mentre le prime colonne di volontari penetravano in territorio
pontificio, il governo francese inviò un corpo di spedizione nel Lazio. L'insurrezione a Roma fallì per la
sorveglianza della polizia e per la scarsa partecipazione popolare. Un piccolo contingente garibaldino che
aveva disceso il Tevere in barca per dare man forte ai rivoltosi fu circondato a Villa Glori e decimato dalle
truppe pontificie il 23 ottobre del ‘67. L'impresa era già praticamente fallita quando, il 3 novembre '67, le
truppe francesi da poco sbarcate a Civitavecchia attaccarono presso Mentana il grosso delle forze garibaldine
e le sconfissero dopo un duro combattimento. Con l'infelice episodio di Mentana si chiudeva definitivamente
la stagione delle imprese risorgimentali e svaniva ogni speranza di risolvere la questione romana d'accordo
col papa e con la Francia. L'occasione per la conquista di Roma sarebbe stata offerta, di lì a poco, da eventi
esterni e imprevedibili, come la guerra franco - prussiana e la caduta del Secondo Impero. Nel settembre
1870, infatti, subito dopo la battaglia di Sedan, il governo italiano, non sentendosi più vincolato ai patti
sottoscritti con l'imperatore, decise di mandare un corpo di spedizione nel Lazio e di avviare
contemporaneamente un negoziato col papa per giungere a una soluzione concordata. Benché fosse
completamente isolato in Europa, Pio IX rifiutò ogni accordo, deciso a mostrare al mondo intero di essere
stato costretto a cedere alla violenza. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane, dopo aver aperto con l'artiglieria
una breccia nella cinta muraria che allora circondava Roma e dopo aver sostenuto un breve combattimento
con i reparti pontifici, entravano nella città presso Porta Pia, accolte festosamente dalla popolazione. Pochi
giorni dopo, un plebiscito sanzionava a schiacciante maggioranza l'annessione di Roma e del Lazio.
Il trasferimento della capitale da Firenze a Roma fu effettuato nell'estate dell'anno successivo, a seguito
della legge, approvata il 13 maggio 1871, detta "delle guarentigie", cioè delle garanzie, in quanto con essa il
Regno d'Italia si impegnava unilateralmente a garantire al pontefice le condizioni per il libero svolgimento
del suo magistero spirituale. Al papa venivano riconosciute prerogative simili a quelle di un capo di Stato:
onori sovrani, facoltà di tenere un corpo di guardie armate, diritto di rappresentanza diplomatica,
extraterritorialità per i palazzi del Vaticano e del Laterano, libertà di comunicazioni postali e telegrafiche col
resto del mondo. Lo Stato offriva inoltre al papa, che la rifiutò, una dotazione annua pari a quella iscritta nel
bilancio dell'ex Stato pontificio per il mantenimento della corte papale.
La legge delle guarentigie non attenuò l'intransigenza del papa nei confronti del Regno d'Italia, Pio IX,
infatti, invitò la popolazione cattolica ad astenersi da ogni partecipazione alla vita politica dello Stato.
Questa disposizione, pronunciata dalla Curia romana nel 1874, prende il nome non expedit (letteralmente
"non giova", cioè "non è opportuno" che i cattolici partecipino alle elezioni politiche).