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Le Legis Actiones

In epoca Romana chi subiva un torto o era vittima di un delitto poteva usare la forza
per catturare il colpevole o infliggergli una data lesione, ossia di procurarsi
direttamente la soddisfazione consentita dal diritto. Questo sistema fondato
sull’autotutela poteva essere utilizzato anche nei casi di un pagamento di un riscatto
o la restituzione di un dato prestito. Ovviamente questo non significava che
l’impiego della forza in questo modo fosse autorizzato a tutti, una simile
autorizzazione infatti avrebbe creato una situazione di anarchia e violenze; quindi in
realtà gli interessi suscettibili di essere tutelati con la forza erano solo quelli che
erano già giudicati dalle regole giuridiche o giuridiche-religiose e che erano quindi
meritevoli di protezione. L’esercizio della forza quindi poteva essere impiegata per
lo più solo con l’osservanza di un dato rituale con gesti e parole prestabiliti. Le fonti
delle nostre conoscenze sulle legis actiones sono piuttosto recenti e preovengono
dalle Istituzioni di Gaio che comprendono un’organica esposizione storica sulle legis
actiones. Le caratteristiche delle legis actiones erano:
1. Formalismo: principalmente orale ma nelle legis actiones più antiche era
anche gestuale
2. Tipicità: le legis actiones erano modi di agire aventi ciascuno una data
struttura formale che corrispondeva ad un dato tipo. Atti che non erano
compresi in nessuno tipo non erano ammissibili e non potevano avere
nessuna efficacia. Ciascun tipo, ossia ciascuna legis actio tipica, serviva a
tutelare più situazioni giuridiche soggettive. Le XII tavole, i mores o la legge
riconoscevano e determinavano queste situazioni giuridiche, dando al sistema
una doppia rigidità.
Nonostante questa forte rigidità, il numero delle legis actiones cambiò nel tempo.
Prima delle XII tavole erano sicuramente presenti la legis actio sacramento in rem e
la manus iniectio, le XII tavole isituirono la iudicis postulatio e l’arbitri postulatio poi
riunite nella l.a. sacramento in rem. Quest’ultima successivamente venne adattata
dall’interpretatio alla tutela di situazioni giuridiche che si vennero creando verso la
fine del periodo antico. La l.a. per condictionem venne istituita durante il periodo di
coesistenza delle legis actiones e il nuovo processo sviluppato ad opera dei pretori.
Le legis actiones più antiche (l.a sacramento in rem e manus iniectio) avevano
inizialmente natura esecutiva: ossia miravano tramite l’autotutela a soddisfare
direttamente l’interesse riconosciuto loro dal diritto. Tuttavia il soddisfacimento
immediato di quell’interesse poteva essere contrastato, nel caso della l.a.
sacramento in rem, dalla controvindicatio dell’avversario, nel caso della manus
iniectio, dall’intervento del vindex a difesa del soggetto passivo. In ogni caso
bisognava giudicare chi avesse ragione e quindi si passava ad una natura di
“cognizione”. La pignoris capio invece fa eccezione, in quanto serviva a costringere
un soggetto a soddisfare l’interesse dell’attore e non era quindi né esecutiva né di
cognizione; però poiché lo scopo era quello di prendere la cosa di un altro soggetto,
(anche con la forza) di solito viene inserita nella categoria delle l.a. esecutive.
Gli atti con cui le legis actiones di solito si concretavano, venivano compiuti (ad
eccezione della pignoris capio) alla presenza del rex o magistrato repubblicano, e
dopo il 367 a.C del pretor urbanus. Il re o magistrato controllava la regolarità
formale degli atti e forse poteva anche verificare se la situazione giuridica da
tutelare esisteva o no e autorizzare o impedire l’attuazione dell’autotutela.
Quest’attività prese poi il nome di “iurisdictio”. L’iniziativa di ciascuna l.a era di
regola assunta da chi si affermava titolare della situazione soggettiva fatta valere
(attore) e nei confronti di chi si affermava titolare della situazione giuridica
contrapposta (convenuto): entrambi dovevano essere liberi, cittadini romani, sui
iuris.
Nel secondo periodo antico tutte le legis actiones cominciavano con l’ius vocatio:
ossia con l’intimazione del soggetto attivo (attore) nei confronti del soggetto passivo
(convenuto) a venire nel luogo in cui il magistrato esercitava la iurisdictio. Le XII
stabilirono il dovere del vocatus di obbedire alla chiamata e in ,caso di negligenza
constatata da testimoni, l’attore poteva usare la forza per trascinarlo davanti al
magistrato. Le XII tvaole permettevano inoltre l’intervento di un vindex che,
liberando momentaneamente il convenuto, ne garantisse la comparizione in un dato
giorno e in mancanza rispondesse in sua vece. Compiuta l’ius vocatio, si svolgeva
nelle l.a. di cognizione un dibattimento formale in iure e poi una seconda fase
davanti all’organo giudicante. Alla fine del dibattimento in iure, dopo che il
magistrato aveva nominato o indicato l’organo giudicante, l’attore e il convenuto
chiedevano agli astanti di essere testimoni di quanto visto e sentito (litis
contestatio). La seconda fese del processo iniziava con un’intimazione dell’una o
dell’altra parte a comparire davanti all’organo giudicante il dopodomani del giorno
dell’intimazione. Si faceva poi un’esposizione sintetica della lite a cui seguiva la
“peroratio”: questa veniva effettuata solo in presenza di entrambe le parti e, in
mancanza di una delle due, il giudice aspettava fino a mezzogiorno che intervenisse
l’altra e nel caso non intervenisse, doveva dare ragione a chi era presente. Se invece
le parti erano entrambe presenti, esse esponevano verbalmente le ragioni e gli
argomenti a sostegno del loro assunto e presentavano le prove costituite in gran
parte da testimoni. Essa si concludeva con la pronuncia della sentenza che poteva
dare avvio alla manus iniectio. A prescindere dal fatto che la sentenza fosse
favorevole all’attore o al convenuto, essa impediva una nuova legis actio.

Le singole Legis Actiones

1. Legis Actio Sacramento in Rem: con questa legis actio potevano essere fatti
valere i poteri del pater familias , dell’erede e del proprietario verso i terzi;
essa servì anche per le causae liberales, fra chi asseriva la libertà di un dato
individuo e chi invece si affermava proprietario di tale individuo, in quanto
schiavo. L’attore doveva portare o condurre in ius la cosa o la persona che
affermava appartenergli togliendola, anche con l’uso della forza, a chi la
possedeva, oppure doveva faar venire il rex o il magistrato sull’immobile di cui
si contendeva. Dinanzi al rex o magistrato, facendo l’esempio di uno schiavo,
l’attore con una bacchetta in mano afferrava lo schiavo e diceva: “Affermo che
questo schiavo è mio in base al diritto dei Quiriti e in conformità della sua
condizione giuridica. Come ho detto, ecco che vi pongo sopra la vindicta”; e
nel contempo poneva la festuca sullo schiavo. Il convenuto poteva opporsi
all’attore eseguendo una controvindicatio parlando e gestendo come aveva
fatto l’attore. Entrambi quindi afferravano lo schiavo come per strapparselo di
mano l’uno dall’altro. Pronunciate le parole ed effettuate i gesti prescritti, il
giudice intimava alle parti di lasciare il bene, il quale rimaneva sotto il suo
controllo, e si passava alla sfida al sacramentum: l’attore sfidava il convenuto
a giurare in nome di Giove che la propria vindicatio era conforme al ius e
poteva sperare che, in un’epoca in cui il sovrannaturale aveva molta rilevanza
nella società, non osasse rischiare la vendetta divina con uno spergiuro e
abbandonasse la lite. Nel caso in cui il convenuto, sicuro di sé, fosse pronto al
sacramentum, egli ritorceva la sfida all’attore invitando anche lui a prestare il
sacramentum e creando quindi una situazione di stallo. Il rex quindi in attesa
del giudizio, affidava il possesso provvisorio del bene ad una delle parti, non
necessariamente al possessore precedente ma forse a quelo che gli appariva
più probabile essere il vincitore o che forniva migliori garanzie di restituzione
all’altra parte. Essendo la natura del sacramento religiosa, si presume che
anche il giudizio avesse questa caratteristica e che venisse pronunciata
proprio al rex che era anche il supremo capo religioso. In epoca repubblicana
questo compito fu assegnato probabilmente ai pontefici.
2. Legis Actio Sacramento in personam: Questa legis actio appare più recente e
sorse probabilmente in relazione all’intervento del vindex a difesa di chi stava
subendo una manus iniectio. Il processo iniziava con l’ius vocatio. Vi era però
la casistica di alcune persone vincolate che non potevano essere
immediatamente aggredibili con una manus iniectio ma solo dopo che la
sussunzione del vincolo era stata accertata con un giudizio. Nei loro confronti,
una volta fatti comparire in ius, l’attore diceva: “Affermo che hai la necessità
di pattuire come ladro la riparazione del danno”. Queste affermazioni da parte
dell’attore venivano chiamate “intentio”, All’intentio dell’attore il conventuto
poteva rispondere con una formale confessio, riconoscendo di essere
vincolato da quell’obbligo. Oppure se il convenuto contestava l’intentio
dicendo “nego”, l’attore lo sfidava al sacramentum.
3. La Legis Actio per iudicis arbtrive postulationem: si distingue dalla l.a.
saramento in personam per il suo carattere interamente laico e per il fatto di
non esporre il convenuto che contestava l’affermazione dell’attore a nessun
tipo di pena. Sostanzialmente il pretore nominava un giudice il quale faceva
svolgere il giudizio davanti a lui; la novità consisteva appunto nella nomina di
un giudice non rivestito di funzioni religiose la cui applicazione venne poi
imitata anche nelle legis actio sacramento (in rem e in personam).
4. La Legis Actio per condictionem: la nuova legis actio si sviluppò di pari passo
con l’affermarsi di situazioni economiche non agricole e l’incremento di
attività creditizie e finanziarie. La legis actio per condictionem aveva dunque
lo scopo di fornire ai creditori un mezzo di tutela più efficace e più semplice
delle legis actiones già esistenti. Essa iniziava con l’in ius vocatio del
convenuto di fronte al magistrato e l’attore enunciava: “Affermo che tu mi
devi dare 10000 sesterzi. Ti chiedo se lo riconosci o lo contesti”. L’avversario
poteva riconoscerlo facendo la confessio in iure, oppure contestarlo; in quel
caso l’attore intimava il convenuto a tornare in ius dopo 30 giorni per ricevere
un giudice. La caratteristica fondamentale di questa legis actio era proprio
l’intimazione a tornare in ius dopo 30 giorni. L’intervallo poteva forse servire
per dare al convenuto un periodi di riflessione, di preparazione o di
ripensamento.
5. La Legis Actio per manus iniectionem: si tratta di una l.a. molto antica ed era
la classica azione esecutiva. Il convenuto aveva 30 giorni di tempo per
adempiere ai propri obblighi e in caso di inadempienza l’attore poteva
intimargli di venire in ius e, nel caso, trascinarvelo con la forza. Dinanzi al rex o
magistrato l’attore afferrava una parte del corpo del convenuto a titolo di
giudicato per non aver adempiuto l’obbligo. Il convenuto non poteva dire che
non era vero e, tranne nei casi di manus iniectio pura, non poteva respingere
da sé la manus ed esercitare la legis actio a sua difesa. Se interveniva un
vindex a difesa del convenuto, egli era liberato e soggetto passivo diventava lo
stesso vindex il quale se non fosse riuscito dimostrare l’infondatezza della
pretesa dell’attore, avrebbe dovuto pagare il doppio o subire a sua volta la
manus iniectio. In mancanza del vindex, il rex pronunciava la parola “addico”,
che significava approvazione e permetteva all’attore di portare via con sé il
convenuto, che veniva quindi tenuto a casa dell’attore per 60 giorni e doveva
esse esposto nel “comitium” davanti al pretore per 3 mercati consecutivi con
l’indicazione della somma a lui dovuta. Se nei 60 giorni nessuno riscattava o
comprava il debitore l’attore aveva la scelta di ucciderlo o di venderlo
6. La pignoris capio: la pignoris capio veniva compiuta extra ius cioè senza la
presenza del rex o del magistrato; veniva dai soldati per riscuotere lo
stipendium loro spettante e dai cavalieri per la riscossione del denaro
occorrente all’acquisto del cavallo e dell’orzo necessario alla sua
alimentazione. In tutti i casi suddetti il soggetto passivo non aveva un vincolo
di diritto privato verso l’attore, il quale potesse farlo valere con la manus
iniectio o con la legis actio sacramento in personam. I mores e le norme
legislative conferirono quindi all’attore il potere di impossessarsi di cose del
soggetto passivo per costringerlo ad effettuare una prestazione. L’attore si
teneva la cosa finchè non venisse soddisfatto. Se l’insoddisfazione si
prolungava per oltre un anno dalla presa di possesso, è forse da ritenere che
l’attore divenisse proprietario della cosa mediante usucapio.